Tratto da:
Il Timone - n. 20 Luglio/Agosto 2002
Mille
e non più mille
di Angela Pellicciari
L'invasione di uno
Stato in pace senza dichiarazione di guerra, agevolata da fenomeni di
corruzione e dalla connivenza della Massoneria. Questo fu lo sbarco dei
Mille.
L'epopea dei Mille è nota in tutto il mondo. Mille uomini, e per
di più 'civili', che conquistano un regno vecchio di oltre
settecento anni. Un regno ricco, che vanta la seconda marina del
continente dopo quella inglese. Episodio tanto incredibile da essere
definito miracoloso da Ippolito Nievo, garibaldino della prima ora.
Miracolo? Nulla di più lontano dalla realtà. L'impresa
dei Mille è frutto di una preparazione meticolosa.
Per tre anni, tutti i giorni, Giuseppe La Farina (il siciliano massone
divenuto segretario della Società Nazionale) ed il presidente
del Consiglio del Regno di Sardegna Camillo di Cavour, si incontrano in
camera da letto del conte per pianificare l'intervento armato in Italia
meridionale. Lo fanno in gran segreto. Al punto che La Farina deve
passare per una scala di servizio che comunica direttamente con
l'appartamento di Cavour e deve farlo prima dell'alba. Che le cose
stiano così è provato nel modo più inconfutabile
dalle lettere e dagli articoli dello stesso La Farina.
Della minuziosa organizzazione dell'impresa dei Mille nessuno sa e
nessuno deve sapere niente.
Ufficialmente il Regno di Sardegna e quello di Napoli sono in pace. Il
re Francesco II per di più è cugino dì Vittorio
Emanuele II. Ufficialmente si sa solo - come è stato sbandierato
al Congresso di Parigi davanti a tutto il mondo, ricorrendo alle
calunnie più spudorate e senza la presenza della controparte -
che gli abitanti dell'Italia meridionale "gemono" oppressi dal
malgoverno borbonico. La geniale trovata di Cavour consiste nel
preparare un'invasione, e cioè una guerra, senza dichiarazione
di guerra, facendo leva sulla potenza della corruzione e sulla
connivenza dei massoni meridionali con quelli settentrionali ed
europei. Ne sa qualcosa l'ammiraglio Persano che tallona Garibaldi - di
cui Cavour si fida poco - per organizzare lo sbarco di armi e di uomini
e per ultimare l'opera di corruzione capillare. A documentare con
puntigliosa precisione la condotta davvero poco onorevole del regno
sardo sono i diari di Persano. Dopo la sconfitta di Lissa (nel 1866 la
flotta sarda è sbaragliata da quella austriaca
significativamente più debole) e la successiva incriminazione,
l'ammiraglio per difendersi ricorre all'inaudita pubblicazione di veri
e propri segreti di Stato.
Arrivati a Palermo e Napoli, i Mille cosa fanno? Per saperlo basta
leggere, oltre alle lettere di La Farina, qualche pagina di quanto
scrive il deputato Pier Cesare Boggio, autorevole massone torinese. Il
conquistatore Garibaldi, una volta arrivato in Sicilia, sembra essersi
scordato di chi lo ha mandato e sembra aver preso gusto alla
conquista-passeggiata: dando retta a Mazzini si scorda dei patti con
Cavour e medita di marciare su Roma. Così l'intervento di
Napoleone III in difesa del Papa è sicuro, e per il Regno di
Sardegna è la bancarotta.
Indebitato fino al collo per organizzare la rivoluzione italiana, senza
la possibilità di ricorrere alle finanze e alle ricchezze del
Regno delle Due Sicilie, per il regno sardo è la fine. E
così Boggio, nell'intento evidente di ricattare Garibaldi, mette
nero su bianco le gesta davvero poco eroiche del generale. Cavour o
Garibaldi? si intitola il prezioso libretto di cui oggi - come ovvio -
nessuno sa nulla. Garibaldi pensa di poter fare a meno di Cavour? Il
deputato incalza il generale con una batteria di domande retoriche.
Eccone qualcuna: che fine hanno fatto le "somme di pubblica ragione
trovate in Palermo, e delle altre della stessa natura, ma anche
più considerevoli trovate in Napoli?".
"Volete un saggio di quel poco che moltissimo giunge insino a noi? La
dittatura è fatta sinonimo di anarchia di qua e di là del
Faro non sono più leggi, non è più amministrazione
regolare, non tutela delle persone e delle proprietà, non
tribunali, non ordine, nulla insomma di ciò che costituisce il
vivere civile di uno Stato"; ai cittadini "è venuta meno la
tutela delle leggi antiche, senzaché siasi introdotta la
protezione delle leggi nuove; suppliscono alla lacuna il capriccio e
l'arbitrio". I pro-dittatori si fanno e sì disfanno:
"Pro-dittatore scelto con molta solennità fu il Depretis"; dopo
una settimana si cambia e pro-dittatore diventa Mordini "senza che pur
una parola, una sillaba accenni che egli surroga Depretis. Che pensare
di tanta instabilità di persone e d'offici?". Boggio prosegue:
l'ufficio di pro-dittatore "è nominale e illusorio; dietro e
sopra il governo officiale, sta un governo segreto, che è il
solo padrone vero di tutto e di tutti. Il Principe di Torrearsa legge
nel foglio ufficiale la propria nomina a Presidente il Consiglio dei
Ministri, della quale è affatto inconsapevole: attende
l'annunzio diretto del Capo dello Stato: passa un giorno, passano due,
nulla riceve; e intanto escono sulla Gazzetta decreti e provvisioni che
appaiono da lui emanate.
Si presenta per tre volte al Dittatore per chiedere una spiegazione:
gli dicono che non ha tempo di riceverlo; a gran fatica riesce il terzo
giorno a farsi sentire, per protestare contro lo indegno abuso del
nome". "Voi dovete ricordarvi che non siete in un paese di conquista",
conclude Boggio. Conquista: la parola è esatta. Conquista, e per
di più negata. Conquista in nome della libertà. Conquista
senza pietà e senza vergogna. Ecco cosa scrive la Civiltà
Cattolica il 14 settembre del 1861: "Negli Stati sardi esiste la tratta
dei Napoletani. Si arrestano da Cialdini soldati napoletani in gran
quantità, si stipano ne' bastimenti peggio che non si farebbe
degli animali, e poi si mandano in Genova".
L'autore della corrispondenza dal capoluogo ligure racconta: "Ho dovuto
assistere ad uno di que' spettacoli che lacerano l'anima. Ho visto
giungere bastimenti carichi di quegli infelici, laceri, affamati,
piangenti; e sbarcati vennero distesi sulla pubblica strada come cosa
da mercato".
Per quanto tempo ancora ripeteremo giulivi la favola di Giuseppe
Garibaldi 'eroe dei due mondi' e di Vittorio Emanuele il 'liberatore'?
Cronologia della invasione della Sicilia
5 maggio 1860: Garibaldi e i suoi Mille partono da Quarto (Genova)
imbarcati sui piroscafi Piemonte e Lombardo alla volta del Regno delle
Due Sicilie. A Garibaldi era stata segretamente versata dal governo
inglese l'immensa somma 'di tre milioni di franchi francesi in piastre
d'oro (molti milioni di dollari odierni) che sarebbe servita a
corrompere i dignitari borbonici e comperare il loro tradimento.
11 maggio: Dopo una sosta a Porto Talamona, i Mille sbarcano a Marsala,
protetti dalle navi inglesi ivi ancorate.
13 maggio: Con il proclama di Salemi, Garibaldi si nomina dittatore
della Sicilia.
15 maggio: Vittoria dei garibaldini a Calatafimi.
30 maggio: Garibaldi occupa Palermo. La resa della città,
inspiegabile dal punto di vista militare, essendo difesa da 25.000
uomini tutti ben equipaggiati, si spiega non con le gesta delle camicie
rosse, ma con il denaro versato per corrompere il generale napoletano
Lanza.
20 luglio: Inizia la vittoriosa battaglia di Milazzo. Impadronitosi
della Sicilia, Garibaldi varcherà in agosto lo stretto dì
Messina.
Ricorda:
"Chi sono i Mille che salpano accompagnati dalle benedizioni dei
liberali di tuffi i continenti? Garibaldi li descrive cosi: 'Tutti
generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne
poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e
del delitto'".
(Angela Pellicciari, L'altro Risorgimento Una guerra di religione
dimenticata, Piemme, Casale Mon.to (AL) 2000, p. 232).
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Bibliografia
Angela Pellicciari, L'altro
Risorgimento. Una guerra di religione
dimenticata, Piemme, Casale Mon.to (AL) 2000.
Lorenzo del Boca, Maledetti Savoia,
Piemme, Casale Mon.to (AL) 1998.
AAVV, La storia proibita. Quando i
piemontesi invasero il Sud,
controcorrente, Napoli 2001.
Geraldo Lentini, La bugia
risorgimentale. Il Risorgimento italiano
visto dalla parte degli sconfitti, Il Cerchio Iniziative Editoriali,
Rimini 1999.
Antonio Nicoletta, "E furon detti
briganti...". Mito e realtà
della "Conquista del Sud", Il Cerchio Iniziative Editoriali, Rimini
2001.
Massimo Viglione [a cura di], La
rivoluzione italiana. Storia critica
del Risorgimento, Il Minotauro, Roma 2001.
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2002
