L'unitā d'Italia č una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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I soldi dell’Unione Europea

di Nicola Zitara

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Siderno, 12 Ottobre 2001

Chi conosce un po'di storia patria sa che al Sud non si muove foglia che il Nord non voglia. Persino una cosa come la mafia, che sembra tipicamente meridionale, non esisterebbe se Milano non ci trovasse una sua gran convenienza. Oggi, tuttavia, la politica comunitaria ci mette di fronte a un progetto nuovo e a un’azione politica diametralmente opposta a quella dello Stato italiano, strutturalmente configurato per possedere e sfruttare una colonia interna.

L’Unione Europea è un sodalizio fra nazioni altamente capitalistiche. Ciascuna di esse - compresa l’odierno Norditalia - tiene bassi i salari attraverso il flusso degli emigrati extracomunitari. La possibilità di utilizzare a comando i dannati della terra fa sì che un esercito terrone di disoccupati non serva più. Meno che mai al Norditalia, come ben si vede.

Il quadro si completa dicendo che l’industria e l’agricoltura europea producono molto più di quel che la gente può acquistare. I clienti dell’UE sono sia interni sia esterni alla comunità. Ovviamente i produttori/venditori curano quelli esterni, per non perderli, e mirano a far crescere la capacità di spesa di quelli interni, partendo dai più poveri (per esempio l’Irlanda, la Spagna). Ciò perché, se la capacità di spesa dei lavoratori già occupati aumentasse troppo, di rimbalzo, aumenterebbe il livello dei salari; una cosa temuta più delle bombe di bi Laden.

Bisogna aggiungere che non solo l’Italia, ma anche la Germania e la Francia, hanno rinunziato a fare una politica imprenditoriale concepita in alto loco. Nel passato, con l’IRI e con l’ENI il Norditalia realizzò un momento particolarmente positivo di crescita industriale. I progetti erano concepiti da esperti di alto livello tecnico e da accademici di calibro, e venivano realizzati con investimenti statali. A un certo punto della storia norditaliana, però, le aziende pubbliche vennero fortemente appesantite da tre fattori: 1) la manodopera eccessiva, 2) il livello salariale generosamente tenuto alto con i soldi pubblici, 3) le cosiddette baronie di Stato, cioè l’eccessivo peso che i dirigenti superiori esercitavano sull’economia nazionale.

L’Europa attuale è fin troppo piena di grandi industrie, pertanto l’Unione Europea segue la strada diametralmente opposta, quella di promuovere e finanziare le iniziative che partono dal basso. L’offerta di incentivi comunitari raggiunge anche settori che sembrerebbero effimeri, come i servizi, perché in un’area altamente sviluppata - qual è appunto quella dell’Europa comunitaria – anche i servizi movimentano risorse umane oziose e danari altrettanto oziosi.

L’intervento europeo nel Sud s’inquadra in detta filosofia. Esso è da ritenere, quindi, il prodotto di una politica diversamente ispirata rispetto agli interventi italiani del passato. L’Europa vuole più produttori, per avere più consumatori capaci di spendere. In attesa che la lotta per l'indipendenza diventi coscienza comune, il Sud deve crescere. La crescita gioverebbe alla stessa idea di rivoluzione meridionale, e non l’opposto. La concezione strategica del tanto peggio tanto meglio non ha senso quando mancano l’organizzazione politica e quella militare. Il peggio ingrossa soltanto l’esercito dei venduti e dei traditori.

Ovviamente l’Unione Europea vorrebbe spendere i danari destinati al Sud nel modo migliore, nel senso di dar vita a imprese vere, destinate a durare, e non a qualcosa che somigli allo scjalo verificatosi con gli aiuti ai terremotati dell’Irpinia. E qui viene il momento di frizione tra i beneficiari meridionali in pectore e gli organismi europei. L’UE non possiede un'amministrazione decentrata sul territorio, ma si vale degli organini amministrativi degli Stati membri. Nel caso dell’Italia, le Regioni, i Comuni e le Provincie. La cosa andrà bene in Trentino-AltoAdige, in Veneto, in Lombardia etc., ma da noi porta ai numeri sotto zero. Difatti la classe politica meridionale – che ha come suo istinto e come sua religione professata il tradimento del Meridione – non solo manca di spirito civico ma anche di competenza professionale. La sua ideologia consiste nel fottere lo Stato e qualunque cosa gli somigli. Discorso identico per la burocrazia. Per giunta, anche i privati siamo stati educati al fottisterio. Lo so bene, non è una questione etnologica, perché poi a Torino o a New York ci comportiamo come gli altri. E'una questione politica, ma intanto il fenomeno c’è, ed è vivo e presente in tutta la sua portata devastante. In questa situazione, andrà sicuramente perduta la possibilità di finanziare un centinaio di migliaia di aziende, sia pure piccole.

Ma qual è il rimedio? Non lo so. L’unica cosa che ho chiara in testa è che, a livello locale e regionale, le popolazioni dovrebbero prendere il posto degli organi statuali. Se fossimo in Emilia, penserei alle cooperative, in Liguria penserei al sindacato. Nella Locride, dove vivo, c’è un vescovo trentino che si muove molto bene, nonostante i mille ostacoli e trabocchetti predisposti dai burocrati, dai politici e dalle stesse popolazioni. Ma è ripetibile una personalità del genere? Potremmo chiedere un aiuto organico agli altri italiani?

Non credo. Sono morti i tempi di Zanotti-Bianco, di Isnardi, dell’Associazione Nazionale per la Lotta all’Analfabetismo. Oggi, al Nord, domina il cinismo stronzobossista. D’altra parte siamo noi i peggiori nemici di noi stessi. Chi mai vorrà sporcarsi le mani con gente che non crede in niente, che non crede soprattutto in se stessa?

Nicola Zitara

 

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