L'unitā d'Italia č una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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La guerra

di Nicola Zitara

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Siderno, 13 Aprile 2003

La guerra si è trasformata in una cosa incredibilmente diversa da quel che era non più di settant'anni fa. Per arrivare ad Addis Abeba, circa 800 chilometri dal porto di Massaua, e sottomettere l'Etiopia, le truppe italiane impiegarono un anno

.I morti furono decine di migliaia di italiani e centinaia di migliaia, se non milioni, di abissini. Mussolini e Badoglio celebrarono la rapidità dell'impresa, e tutto il mondo, compresi i giornali e la radio americani, ne furono grandemente impressionati. L'efficienza delle truppe italiane fu uno dei pilastri di Mussolini, sia all'interno sia all'estero. Oggi le cose - tutte le cose, anche le cose belliche - corrono più veloci del pensiero. Cosicché, ciò che scrivo la mattina di sabato, non so se sarà vero la mattina di domenica.

Quel che so di certo è che guerra chiama guerra. Dagli otto ai sedici anni non ho visto altro che guerra. Per anni ho ascoltato due volte al giorno i bollettini del comando supremo delle forze armate. Per cento interi giorni ho tremato in tutta la persona al passaggio dei quadrimotori americani diretti su Reggio e su Messina. Ho visto le due città bruciare la notte al di là della cima dell'Aspomonte. Ho poi visto Messina praticamente rasa al suolo e a Napoli le macerie estendersi per chilometri e chilometri. Ho pianto gli amici e i parenti morti in mezzo mondo. Ho visto lo sbandamento dell'esercito, e le vedove e gli orfani profughi dall'Istria e dalla Dalmazia. Dopo aver visto questo e molto altro, questa guerra può apparirmi una passeggiata militare, un'impresa coloniale speditamente condotta a termine. Ma così non è. Nelle misura in cui è cresciuta la velocità, è cresciuto anche il potere distruttivo della guerra, delle armi, delle bombe. E cresce la posta in gioco.

Guerra chiama guerra. Questa guerra non si sta facendo per il petrolio, e neppure per il diritto naturale dell'uomo alla libertà, la cosiddetta democrazia. La guerra, che ammazza in un solo viluppo arabi e occidentali, è una specie di rappresentazione teatrale in cui gli Stati Uniti mostrano i muscoli prima di imporre un nuovo ordine all'Europa, alla Russia, alla Cina e a qualunque altro Stato che abbia la velleità di muoversi senza il loro consenso. Il riferimento più facile è l'impero romano. Roma, che aveva dietro le spalle la civiltà greca, dette un nuovo ordine al Mediterraneo e alle popolazioni barbariche d'Oltralpe. Ma era un ordine deciso dal più forte. Il messaggio cristiano dei "poveri di spirito" grati al Cielo contribuì decisivamente a mettere in crisi quel sistema.

Gli USA hanno dietro le spalle la civiltà anglosassone. E' la grande civiltà del veliero e del cannone avviata da Cristoforo Colombo, la civiltà del benessere materiale connessa alla macchina a vapore, la civiltà dell'autonomia privata imposta a metà del '600 dalla la rivoluzione puritana e con la decapitazione del re cattolico. Come la civiltà romana, anche la civiltà anglosassone tiene scarso conto de "i poveri di spirito". "Date a Cesare quel che è di Cesare, date a Dio quel che è di Dio". L'ordine sì, ma nella giustizia fra gli uomini. Oggi che la vita si svolge secondo relazioni globali, Dio significa la giustizia fra i popoli, la libertà delle nazioni, il lavoro e il pane per ogni padre e madre, scuola e salute per ogni giovane.

Si tratta del risvolto quotidiano del Vangelo, come è stato raccolto e codificato dall'idea socialista ed è poi tornato alla Chiesa dell'apostolato sociale, con Leone XIII, e dell'intervento classista di don Luigi Sturzo, il cui raggio d'intervento si limitò al proletariato occidentale e cristiano, brutalizzato dal capitalismo. Con l'enciclica Centesimus annus, Giovanni Paolo II ha allargato l'angolo della Rerum novarum. a 180 gradi, fino a includetutte le nazioni portate alla fame, alla disperazione e alla morte, senza dar peso alla loro appartenenza religiosa.. Il grande oppositore dell'impero, oggi, è il papa. In nome di ciò che spetta a Dio/uomini egli sta chiedendo che il nuovo ordine mondiale si basi sulla giustizia. La sua strategia si fonda sull'alleanza dei credenti nel Dio salvatore - cattolici, ortodossi, protestanti, anglicani, ebrei, mussulmani, buddisti, confuciani - concordi sul punto che gli uomini sono prima di Dio, e solo poi debbono dare a Cesare.

L'ingorda e stupida Europa, artefice del disastro e della disperazione mondiale, e ciò nonostante ancora vogliosa di colonie paganti e di sbocchi coloniali, non pare sappia ascoltarlo. Non sa o non vuole ascoltarlo l'ortodossia ebraica, che se ha cronologicamente e liturgicamente forti legami con il cattolicesimo, non ha però, fra i suoi principi, l'amore degli uomini; né lo hanno granché ascoltato le chiese cristiane non romane, chiuse nel loro bozzolo nazionale.

Personalmente credo che la posta in gioco - il dado rivoluzionario - abbia due sole alternative: se uscirà vincitore l'umanesimo planetario cattolico o vetero-socialista, Cesare non perderà il posto che gli spetta e Dio/uomini avrà finalmente il suo. Nell'altro caso, un certo numero di Neroni, chi con il viso pallido, chi con la faccia scura, chi di colore olivastro, chi genuflesso sul Talmud, trasformeranno la terra in un immane Colosseo.

Nicola Zitara

 

 

 

 

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