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Giuseppe Buttà

Alcune note biografiche tratte da  Wikipedia:

“Giuseppe Buttà (Naso, 4 gennaio 1826 – Naso, 1886) è stato un presbitero, scrittore e memorialista italiano.

Negli anni '40 fu ordinato sacerdote e nel 1854 ottenne l'incarico di cappellano militare dell'esercito borbonico, venendo destinato al Bagno Penale di Santo Stefano. Nel 1859 fu assegnato al 9º Battaglione Cacciatori comandato dal maggiore Ferdinando Beneventano del Bosco, stanziato a Monreale in Sicilia.

Nell'aprile 1860 la sua casa vicino Monreale venne saccheggiata dalla popolazione, al grido di "Viva l'Italia", durante la Rivolta della Gancia [1]; dopo lo sbarco a Marsala di Garibaldi, partecipò all'intera campagna militare, seguendo il suo battaglione nell'inesorabile ritirata dalla Sicilia fino a Gaeta, e assistendo come testimone oculare a molti avvenimenti storici, fra cui la Battaglia di Milazzo, gli scontri sotto le mura di Capua e la Battaglia del Volturno. Fu tra i capitolati di Gaeta e, alla resa della piazzaforte e in seguito alla proclamazione dell'unità d'Italia, dopo un breve periodo di detenzione fu costretto all'esilio in quanto sospetto cospiratore filoborbonico.

Dopo un periodo trascorso a Roma, ottenne il permesso di rientrare in patria, e a Napoli avviò una carriera di scrittore producendo dapprima delle memorie della spedizione di Mille (Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta) che tuttora rimane la sua opera più famosa, e in seguito un saggio storico (I Borboni di Napoli al cospetto di due secoli) e un romanzo (Edoardo e Rosolina, o le conseguenze del 1860).

Buttà, assieme a Giacinto de' Sivo, è forse il più famoso tra gli scrittori legittimisti filoborbonici. Pier Giusto Jaeger, autore di un celebre saggio sull'assedio di Gaeta, definì la sua opera “di ineguagliabile parzialità”; essa però riscosse un certo interesse da parte di Leonardo Sciascia (curatore di una ristampa del Viaggio nel 1985) e l'entusiasmo di Carlo Alianello, romanziere dichiaratamente meridionalista.”

Non ci pare che le opere degli scrittori liberali dell’epoca siano dei modelli di imparzialità!

Riportiamo uno stralcio del discorso pronunciato da Nicola Zitara durante la commemorazione dei caduti della cittadella di Messina:

“Questo percorso infelice che ha compiuto poi l'Italia unita lo avete sotto gli occhi: fa parte della vostra vita quotidiana, fa parte della vostra identità fisica.

Siamo i terroni d'Italia! E in questo fatto non significa... questa parola non significa, nella accezione comune, che siamo i meridionali, ma che siamo gli sporchi, gli incapaci, gli inetti, i mezzi italiani, gli italiani per grazia di Dio, per concessione di Cavour e allora ci deve essere un momento di patriottismo. Patriottismo me-ri-dio-na-le, si-ci-lia-no.

La Sicilia è la parte più antica della civiltà italiana, subito dopo viene questa parte meridionale della penisola che una volta si chiamava napoletano. Qui è nata la civiltà d'Europa. Qui è nato il nostro orgoglio di essere noi stessi. Noi siamo nella nostra terra, non nella terra di Cavour, di Vittorio Emanuele, della bandiera tricolore. Noi siamo nella nostra terra con i vessilli antichi, della nostra storia.

Questo dobbiamo ricordare, questo dobbiamo rivendicare, sennò queste celebrazioni servono semplicemente a sentire cattivi odori e a rivedere calcinacci che si sgretolano, non onorati dal ricordo, non onorati dal resto degli italiani.

Noi dobbiamo andare ad onorare i Vittorio Emanuele, i Garibaldi, il generale Cialdini.

E loro? Loro quale risposta ci danno, se non il disprezzo.

Io vi invito pertanto a riconsiderare, a riflettere il senso più profondo, il significato di questo..."

Zenone di Elea - Luglio 2019

I BORBONI DI NAPOLI AL COSPETTO DI DUE SECOLI

PER GIUSEPPE BUTTA

Volume I

NAPOLI - TIPOGRAFIA DEL GIORNALE LA DISCUSSIONE . Estratti dal giornale la discussione 1877

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I BORBONI DI NAPOLI
AL COSPETTO DI DUE SECOLI

Volume I
I BORBONI DI NAPOLI
AL COSPETTO DI DUE SECOLI

Volume II
I BORBONI DI NAPOLI
AL COSPETTO DI DUE SECOLI

Volume III
CAPITOLO I CAPITOLO II CAPITOLO III CAPITOLO IV CAPITOLO V CAPITOLO VI
CAPITOLO VII CAPITOLO VIII CAPITOLO IX CAPITOLO X CAPITOLO XI CAPITOLO XII
CAPITOLO XIII CAPITOLO XIV CAPITOLO XV CAPITOLO XVI CAPITOLO XVII CAPITOLO XVIII
CAPITOLO XIX CAPITOLO XX CAPITOLO XXI CAPITOLO XXII CAPITOLO XXIII CAPITOLO XXIV
CAPITOLO XXV CAPITOLO XXVI CAPITOLO XXVII CAPITOLO XXVIII CAPITOLO XXIX CAPITOLO XXX

INTRODUZIONE

Bella è l’Italia! è dessa la parte più amena di questo nostro pianeta; è la terra dei vulcani e delle maraviglie, la prediletta del sole: tiepido ha il clima, azzurro il cielo, cerule e le marine, i campi floridi e feraci, i fiumi maestosi, pittoreschi i monti; le sue città son monumentali e stupende, i suoi figli artisti e sapienti: ma fu ed è infelice. Un tempo fu grande e temuta, però l’ingordigia e la prepotenza romana la fecero odiare; e se il povero pescatore di Galilea non avesse piantata la Croce, la sopra i famosi sette Colli, l’Italia più non sarebbe.

Le nazioni, tiranneggiate dalla trabocchevole potenza de’ Cesari romani, quando la videro scossa e poi abbattuta, fecero impeto contro l’Italia per avvilirla ed annientarla; quindi fu invasa e depredata da Goti, Germani, Ostrogoti Visigoti, Vandali, Eruli, Longobardi, Normanni ed altri. né il popolo né i principi poteano arginare quel torrente di barbari, che famelici ed assetati di vendetta si riversavano sopra questa terra maravigliosa. Ma il Vegliardo del Vaticano, vigile custode della fede e della giustizia, senza eserciti, senza umani soccorsi, impavido affrontò i nemici di questa nostra patria? invece della spada brandi la Croce, e con arcana possanza, costrinse que’ barbari ad inchinarsi al segno di redenzione ed a Lui.

È questa la gloria più stupenda che può vantare l’Italia, al paragone della quale svaniscono le glorie di que’ trionfatori che, orgogliosi salirono al Campidoglio. Gl’italiani, alla vista di tanto prodigio, speranzosi e riverenti si strinsero a quel segno adorabile, ch’era stato scandalo agli ebrei e stoltezza a' gentili; ed esclamarono: О Crux, ave spec unica!

I successori del peccatore di Galilea, i sommi Pontefici, divennero da allora i naturali protettori e difensori di questa classica terra. Ma gli uomini, famelici di dominazione sono e saranno sempre il flagello dell’Italia. Sursero repubbliche e repubblichette, tiranni e tirannelli, che si dilaniarono tra loro, facendosi una guerra ad oltranza e fratricida, combattendo spesso i proprii benefattori, i Papi.

Gli stranieri, avidi di conquista, guatavano dalle Alpi; a tempo opportuno, e con futili pretesti, scesero da quelle vette, e come lupi famelici addentarono l’agognata preda: straziaronsi a vicenda, ed oppressero noi. Crearono vicereami e suddite dinastie che succedevansi rapidissimamente; ora alemanni, or francesi, ora spagnuoli, pessimi tutti, perché tutti aveano uno scopo, quello di spogliarci e renderci schiavi abbietti. Per colmo di sventura, peggio de’ barbari, de’ tiranni e degli stranieri, surse un’altra malefica potenza: la rivoluzione e i governi settarii!

Non intendo narrare tutte le vicende gloriose e triste, che si sono succedute in Italia; mi limito a dir soltanto, e con rapido cenno, qual fu la sorte di queste belle contrade italiane in questi ultimi due secoli, e quali uomini furono scelti dalla Provvidenza per darle quell’agiatezza, quell’importanza e quell’incivilimento, che sperarono sempre e non ebbero giammai.

Questo racconto abbraccia un periodo di storia patria, il più interessante e il più ricco di avvenimenti: sarà diviso in due epoche, una di ricostituzione praticata in questo Regno da due re di Casa Borbone, l'altra di lotta tra il vero progresso e la rivoluzione. La prima epoca comincia dal 1734 e finisce al 1793; la seconda da quest’anno sino al 1860: il resto della totale catastrofe della dinastia e del Regno è descritta nel racconto già pubblicato in questo giornale, col titolo: Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta.

Lettori, noi ci conosciamo: altra volta mi onoraste del vostro compatimento; adesso io vi condurrò a traverso due secoli, additandovi le sventure e le glorie della nostra patria; facendovi conoscere le cause che le produssero, e gli uomini che ne furono gl’istrumenti, or passivi ed ora attivi. Io vi racconterò glorie patrie da farvi alzare orgogliosa la fronte, e fare esclamare a molti di voi: anche noi apparteniamo a queste belle contrade italiane, ma vi narrerò eziandio alti fatti da farvi coprire il viso con ambe le mani per la vergogna.

Io non oso scrivere pe’ dotti, ma pel popolo soltanto, crudelmente trascinato nell’errore, per fargli rinnegare i suoi veri interessi e le sue più care aspirazioni. Non farò sfoggio di bello e purgato stile, né di erudizione, mancandomi l'uno e l'altra; solo m’ingegnerò di esporre con chiarezza quelle verità necessarie a conoscersi da quello stesso popolo, il quale sa di essere stato tratto in inganno, ed ignora le arti sataniche usate da’ suoi nemici per asservirlo, prostrarlo e renderlo misero.

Questo lavoro non è ispirato da alcuno, mi onoro dichiararmi io solo responsabile di tutto quello che dico ed affermo, avendo la ferma convinzione di dir la verità senza riguardi e senza odio. Non ho padroni, non adulo perché nulla agogno о spero; non temo perché rispetterò gli eterni principii della giustizia; e quindi seguendo imperturbabile la via che mi sono tracciata, smaschererò le cabale, con le quali si è orpellata la verità, è spesso calunniata la virtù sventurata.

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EPOCA PRIMA

Carlo III di Borbone

CAPITOLO I

SOMMARIO

Stato deplorevole delle Due Sicilie sotto le signorie straniere. L’Infante D. Carlo di Borbone, Duca di Parma, conquista il Reame di Napoli. Prende il titolo di Carlo Ш. Comincia a riordinar lo Stato a Monarchia indipendente. Cenno sulla Sicilia. Conquista della stessa. Incoronazione di Carlo III in Palermo. Pace con l’Austria.


Chi si facesse a volger lo sguardo sul Reame di Napoli, quando trovavasi sotto il dominio spagnuolo о tedesco, altrove inorridito lo rivolgerebbe. Nel principio del secolo passato, le condizioni di questa gran parte d'Italia erano oltre ogni dire deplorevoli: finanze, industria, commercio, leggi, erano un ammasso mostruoso di svariate ed illogiche disposizioni. Non senno, non giustizia, ingorde avarizie guidavano la finanza: niente sfuggiva all’esoso tributo; si mercanteggiavano magistrature e titoli di nobiltà, per impinguare non il proprio, ma l'erario dello straniero. Nel breve corso di tredici anni, cioè sotto i Viceré Montery, e Medina de' las Torres, si estrassero da Napoli cento milioni di scudi sonanti; e badate, che il danaro avea allora maggior valore di quello che oggi non ha. L’enormezza delle imposte esatte a titolo di donativi, costringevano i miseri abitanti di questo Reame a lasciar la terra natale per cercare altrove un ristoro alle vessazioni dei dominatori della patria. I viceré esigevano gl’ironici donativi con fierezza e rigore; e di quel danaro, la maggior parte spremuto dal sudore e dal sangue del popolo ammiserito, un sol quinto passava nel regio erario straniero, il rimanente era diviso tra’ grandi ed i favoriti della Corte. Il più de’ baroni, о per raggiri, о per condiscendenza de’ regi ministri, о per aperta prepotenza, andavano esenti da tributi; anzi esigevano da’ loro vassalli la metà della somma loro imposta, che poi non pagavano.

I divieti contro l'esportazione de’ prodotti territoriali, ferivano il progresso dell’agricoltura ed inceppavano ogni maniera di commercio. Poco о nulla badavasi alle opere pubbliche, non incoraggiate le arti; mancavano le strade, a segno che le Calabrie erano quasi sconosciute agli stessi governanti. Quindi nei luoghi più vantati per la loro fecondità, le terre erano incolte, e spesso appestate da mortifere maremme; la pastorizia vagabonda, il popolo scarsissimo, e rigoglioso il feudalismo, retaggio di barbara età.

I ruvidi e bestiali baroni appiattati ne’ loro castelli, faceano aspro governo delle sostanze, della vita e dell’onore.... di chi chiamavano loro vassalli; il viaggiatore distingueva i confini del dominio baronale, dalla miseria che all’interno vi regnava!

Undici varie legislazioni, diverse consuetudini, tradizioni e decreti formavano non guida, ma ostacolo a’ magistrati, dando vastissimo campo all’arbitrio ed a cavilli dei curiali, genìa funesta alle caste aule di Temide; e quindi scaltrimenti, intrighi ed ingiustizie.

Ciascuna provincia dall’altra differivasi per consuetudini e privilegi; e nei dubbii, nera rimessa la interpretazione ai magistrati residenti nella Capitale. Il Codice feudale, per un principio di fasto, anche nocevole alla società, escludeva dalla successione ai feudi i secondogeniti e le figliuole; rinnegandosi così le stesse leggi della natura, e il gran precetto evangelico: unicuique suum!

La legge e la procedura criminale erano una vera barbarie: con l’oro potessi comprare l’impunità; ed anche oggi, sotto i governi detti liberali, i ricchi possono assentarsi dal carcere pagando determinate somme!

Le pene non erano mai proporzionate al delitto; e la tortura impiegavasi come mezzo di convinzione, anche per colpe lievissime. Non esistevano guarentigie a favore dell’accusato il quale neppure potea citare i testimoni a sua discolpa: i processi e i giudizi erano inquisitori.

La nobile carriera delle armi era per gli abbietti, poiché si ammettevano i vagabondi ed i condannati per delitti ignominiosi, onde la gente d’armi e i famosi lanzichenecchi; e quelli che non erano tali, doveano pur vestire divisa straniera per andare in estere contrade e combattere per estranee regioni. E mentre il Reame delle Due Sicilie era infestato e manomesso da’ corsari di Tunisi e di Algieri, i napoletani e i siciliani andavano a combattere in Lombardia, in Fiandra e nella Spagna, per soddisfare alla superba ambizione degl’imperatori d'Austria e d’Iberia.

Tutto era prostrazione, avvilimento, e prepotenza, dividendosi le Sicilie in servi poveri e neghittosi, senza proprietà e senza dritti, e in padroni ricchi, insolenti ed insieme feroci. Non eravi società più misera ed abbrutita della nostra; orrenda sventura pesava sulle innocenti popolazioni di questo Reame. Ma surse alfine un giorno memorando, e di vera redenzione per la patria nostra: benedetta quella regal donna, che scrisse a suo figlio: Va dunque e vinci; la piu’ bella corona d’Italia ti attende. Era Elisabetta Farnese che cosi scriveva, nel principio dell’anno 1734, al suo magnanimo figlio, l'infante D. Cirio, quando questi da Parma si accingeva al riconquisto del Reame delle Due Sicilie, occupato da’ tedeschi.

L’infante D. Carlo di Borbone, nato nel 1716, tra gli splendori di un augusto trono, da Filippo V, re di Spagna e da Elisabetta Farnese, era primogenito di seconde nozze. Grande della persona, piacevole di viso, cortese ne’ modi e ne’ discorsi, avea ingegno e senno maggiore dell'età sua; in Lui era sentimento di giustizia e desiderio di grandezza; avido di gloria e fu veramente glorioso!

Mentre D. Carlo, giovanetto a 17 anni, godeasi la ducal corona di Parma, la Spagna, la Francia e il re di Sardegna si collegarono contro l’impero alemanno. Il pretesto di quella lega era di dare alla Polonia un sovrano: ma la vera causa, togliere all’impero quella preponderanza, che si avea in Europa e specialmente in Italia. Filippo l vantava de’ dritti sulle Due Sicilie, e spinto dalla moglie Elisabetta, si decise a riconquistarle e cederle al suo figlio D. Carlo. Costui, dopo di avere chiamato a se in Parma i generali più illustri, onde prendere da loro consiglio circa la spedizione nel Reame di Napoli, riunì in febbraio del 1734 sedicimila fanti e cinquemila cavalieri, e marciò alla riconquista di queste belle contrade italiane. Quell’esercito, composto di spagnuoli, francesi e italiani, era sotto gli ordini immediati del conte di Montemar spagnuolo, ma duce supremo D. Carlo. Tra gli altri personaggi illustri che militavano per la riconquista di questo Regno, eranvi tre signori napoletani, cioè, il duca d’Eboli, il principe Caracciolo Torella e D. Nicola di Sangro.

L’Infante, alla testa del suo esercito, prese la via di Firenze, passò nello Stato Pontificio, e per Valmontone e Frosinone, il 26 marzo entrò nel Regno dalla parte del Liri. La marcia di D. Carlo fu sempre trionfale, non trovò ostacoli, e fu acclamato dapertutto: non ebbe che un solo scontro presso Sessa tra la cavalleria spagnuola e tedesca, con la disfatta di quest’ultima. Il conte Traun trovandosi in Mignano con cinquemila alemanni, prese la fuga all’approssimarsi degli spagnuoli condotti dal Duca d’Eboli: il Viceré, Giulio Visconti, fuggì verso Avellino e poi in Puglia.

Carlo, appena passò la frontiera, si diresse da S. Germano in Aquino e si fermò a Montecassino; ove, da quell’Abate, si ebbe in dono ed aiuto mille uomini armati e molti cavalli per l'esercito. Proseguì la marcia trionfale, e il 9 aprile si fermò in Maddaloni. Ivi fu incontrato da molti notabili napoletani, e da una deputazione, la quale gli presentò le chiavi della città di Napoli, promettendogli obbedienza e fedeltà. Il 10 dello stesso mese, per Lui, entrò in Napoli il tenente-generale de' Marsillac alla testa di tremila spagnuoli. Carlo, da Maddaloni, si recò ad Aversa per attendervi la resa de' castelli della Capitale. In effetti il 23 aprile si arrese il castello di Baia, il 25 S. Elmo, il 2 maggio quello dell’Uovo e il 6 l'altro di Castelnuovo.

Carlo di Borbone, dopo di avere vinti i tedeschi, fece la sua entrata trionfale in Napoli il 10 maggio; era alla testa del suo vittorioso esercito, in mezzo al rimbombo dei cannoni de' castelli e ad un popolo tripudiante.

Prima che passasse Porta Capuana, volle fermarsi nel tempio di S. Francesco di Paola ad orare, trattenendosi dal mezzo giorno fino al|e quattro pomeridiane. Indi montato a cavallo, e seguito dai suoi generali, si diresse al Duomo, per ringraziare il Dio degli eserciti delle ottenute-vittorie. Fu colà ricevuto e benedetto dall’Arcivescovo Cardinal Francesco Pignatelli. Dopo il canto del Te Deum passò alla Cappella di S. Gennaro, baciò il sangue liquefatto di quel Santo Martire, ed offrì allo stesso una croce di brillanti, due rubini ed un ricco gioiello, per ornamento della pettiglia del busto di argento. Dal Duomo si recò alla Reggia, facendo gettare lungo la via dai suoi tesorieri monete di. argento e. di oro al popolo entusiasta e delirante di gioia.

Il 15 dello stesso mese di maggio, fu pubblicato Tatto formale di Filippo V, re di Spagna, col quale quel sovrano rinunziava alla Monarchia delle Due Sicilie, in favore dell’Infante D. Carlo di Borbone, suo figlio, dandogli il titolo: Carlo III per la Grazia di Dio Re delle Due Sicilie, Infante di Spagna, Duca di Parma, Piacenza e Castro, Gran Principe ereditario di Toscana ecc.

Il giorno seguente, da’ rappresentanti di tutte le città regie, fu prestato il giuramento al nuovo sovrano; lo stesso fece la nobiltà del Regno. Il reggente Nicola Ulloa ricevé poi, a nome di Carlo, nella chiesa del SS. ° Salvatore, accosto S. Giacomo, il giuramento di ligio omaggio delle università demaniali e del baronaggio. Il re emanò un indulto a favore di tutti i rei, fuori di quelli di lesa maestà divina ed umana.

Il 24 giugno di quell’anno 1734, Carlo cominciò a riordinare l'amministrazione, e prima di tutto le segreterie di Stato; agli esteri destinò il duca di Salas col portafoglio della guerra e lo incaricò dell'amministrazione ella Real Casa; a grazia e giustizia Bernardo Tanucci, già professore di dritto nell’Università di Pisa; a Consigliere di Stato e Maggiordomo maggiore conte di S. Stefano, già precettore del medesimo Carlo: e così il duca di Airón Somigliere del Corpo, il Principe Corsini Scudiere Maggiore e il celebre Giovambattista Vico venne poi nominato regio istoriografo.

Intanto il conte di Montemar inseguiva gli austriaci nelle Puglie, e il 25 maggio venne a giornata campale co’ medesimi in Bitonto, trovandosi colà riunito il grosso dell’esercito alemanno comandato dal principe Pignatelli Belmonte e dal principe di Strongoli. La battaglia di Bitonto fu decisiva, finale; la città e il castello si arresero agli spagnuoli, e costoro fecero ottomila prigionieri tedeschi; in conseguenza di che si rese la città di Bari e il castello di Taranto.

Montemar ricevé il titolo di duca di Bitonto e fu eletto viceré della Sicilia; Ricorrendo l'8 settembre di quell’anno, Carlo si recò in gran gala a visitare il tempio di Maria SS. (a) di Piedigrotta in Napoli, ed ordinò che tale omaggio alla Madre di Dio si facesse ogni anno in quello stesso giorno; ed è questa l’origine della devozione de’ Borboni di recarsi in gala alla visita del Santuario di Piedigrotta nel giorno della Natività di Maria.

Il re, mentre riordinava il Regno al di quà del Faro, si preparava ad espellere i tedeschi dalla Sicilia; ed avendo eletto il duca Montemar viceré di quell’isola, lo spedì a Falerno con una forte squadra conducendo dodici mila uomini, mentre il conte di Marsillac dipendente da quel duca, fu diretto a Messina con parte della squadra e dell’esercito.

La Sicilia è la più grande isola del Mediterraneo, è divisa dal continente da cinquemila passi: secondo Virgilio, si vuole che sia stata unita alla Calabria e che un terribile cataclisma l’abbia divisa. Difatti gli Appennini calabri proseguono lo stesso sistema anche al di la del capo Faro, il quale corrisponde con quello di Scilla; e tutti e due sembrano divisi dalla violenza.

La Sicilia è di forma triangolare, e perciò fu detta dagli antichi triquetra 1086; trinacria; il circuito della stessa è di 718 miglia; il centro ne è Castrogiovanni, donde corrono tre catene di montagne, le quali si abbassano a’ tre angoli principali, detti oggi promontori di Capo Passero, Capo Faro, Capo S. Vito.

Dalla parte della costa orientale giganteggia la montagna dell’Etna, vulcano spaventevole e solingo con ottanta crateri; che a guardarlo vi da l'idea del sublime; a piè. dello stesso si estende la Piana di Catania, la più ubertosa di tutta l'Isola. I monti son di natura nettuniana, e si alzano seimila piedi sul livello del mare. Vi sono piccoli fiumi, un solo non è guadabile; vi è un sol lago grande e delizioso, abbondante di pescagione, quello di Lentini, della circonferenza di 18 miglia.

Tutta l'isola, sebbene in gran parte montuosa è feracissima, ed un tempo fu il granaio del popolo romano, cioè quando avea dodici milioni di abitanti. Colà si trovano tutti i prodotti dell’Europa: i principali sono i grani, l'olio, gli agrumi e il vino, eh è poderoso e prelibato. Allignano i pistacchi, i datteri, il zafferano, il cotone, le canne di zucchero, ed altri frutti che trovansi nelle regioni calde.

Ab antico fu divisa in tre valli, cioè Val Geтопе, Mazzara e Noto: contiene trecentosessantasei, tra paesi e città, ed oggi circa due milioni e mezzo di abitatori. I quali parlano un dialetto conciso ed espressivo; ed è un miscuglio di vari vocaboli greci, latini, arabi, spagnuoli e più di tutto francesi; difatti i siciliani usano i verbi ausiliari come si usano nella lingua francese. Vi sono in quell'isola de’ paesi che parlano quella lingua, sebbene assai corrotta, e il greco moderno.

I siciliani amano la politezza, sono intelligenti, furbetti un poco, però ospedalieri, passionati e di cuore ardente, come il loro terribile vulcano; quindi eccessivi nel bene e nel male. Con una garbatezza, con un motto a proposito vi fate amico un siciliano, che all’occorrenza si sacrifica per voi; co’ mezzi opposti ve lo fate un nemico pericoloso: però non abusa della sua posizione vantaggiosa; e mentre lo vedete come una iena, che sembra farvi a pezzi, ditegli una parola di scusa, ed esso subito vi stende la mano e vi domanda perdono senza avervi offeso. Quel popolo è stato ora mal giudicato, or calunniato, о per malizia, о perché non si volle studiare il suo carattere.

I tempi storici della Sicilia rimontano agli Egizii, dopo dei quali i Fenici, i Greci, i Cartaginesi, i Romani, ed i Bizantini: dopo quelle dominazioni, l'Isola soggiacque sotto i Saraceni, popoli conquistatori venuti dall’Africa. Taluni ignoranti credono ingiuriare i siciliani chiamandoli saraceni; mentre costoro erano allora un popolo incivilito, e furono essi che in Sicilia introdussero il commercio, le arti e più di tutto l'agricoltura. La Sicilia era il veicolo per cui passava la civiltà dell’oriente per diffondersi in Europa. I Saraceni furono scacciati da Normanni, i quali eressero a monarchia quell’isola, stabilendo la sede delle Due Sicilie in Palermo. Alla dinastia normanna successe quella sveva, a questa l’angioina; la quale, col mal governo e le prepotenze, fu causa di quei tanto rinomati Vespri Siciliani (1), e della restaurazione della Casa sveva nella stirpe di Aragona.

D’allora la Sicilia ebbe varia fortuna, e per più trista, perché governata come provincia da’ Viceré, or di Spagna or d’Austria.

trattato di Utrecht aveale ridonata l’autonomia sotto lo scettro di Vittorio Amedeo duca di Savoia, incoronato re in Palermo il 24 novembre 4713. Ma quel sovrano savoino, dopo tante belle promesse fatte a' siciliani, suscitò una controversia tra la Chiesa e lo Stato; fece leggi neroniane contro coloro che parteggiavano pel Papa, e se ne ritornò in Piemonte. Indi cedette la Sicilia all’imperatore tedesco Carlo VI in cambio della Sardegna; e questo sovrano la trattò come terra di conquista.

Per la qual cosa, quando ¡’immortale Carlo III di Borbone riconquistò il Regno di Napoli, quell'isola era governata peggio delle province al di qua dal Faro: i baroni siciliani erano i più tiranni, i più feroci e scostumati di quanti ne esistessero in tutti gli altri Stati di Europa.

Non dee far dunque maraviglia se all’apparire della squadra spagnuola, condotta dal duca di Montemar, ne’ paraggi di Palermo, il marchese Rabbi viceré tedesco fuggisse frettoloso da quella città, accompagnato dalle maledizioni del popolo. Montemar, dopoché sbarcò la sua gente, la fece accampare nelle pianure di Malaspina, poco distante da Palermo, e vi entrò con tutta la soldatesca il 31 agosto, acclamato da quella popolazione sino al delirio. Egli si diresse al Duomo, e dopo il canto del Te Deum, ricevé in nome del re l’omaggio e il giuramento di fedeltà dal Senato e dalla nobiltà.

Alla sua volta il conte Marsillac entrò in Messina, il 7 settembre, e fuvvi acclamato da quel popolo ardito ed entusiasta, ricevendo l'omaggio e il giuramento di fedeltà da que' notabili.

Dopo pochi giorni dell’arrivo de’ generali in quell'Isola, il forte di Castellammare fu ceduto da’ tedeschi, cioè il 12 settembre; dal 13 di quel mese sino al 31, si cedettero anche i castelli di Milazzo, Girgenti, Termini e il forte Gonzaga di Messina, con gli altri di Catania, Augusta e Siracusa, ed infine i fortini di Taormina e Mola. L’Isola di Lipari venne occupata dagli spagnuoli, restando prigioniera di guerra la guarnigione tedesca. Per la riconquista della Sicilia, la Città di Napoli diede un libero donativo a Carlo III, di un milione in oro; Filippo V, padre di costui gli mandò un altro milione ed ottantamila colonnati, la madre Elisabetta Farnese altri seicentomila.

La maggior parte delle fortezze del continente napolitano cedettero alle armi vittoriose di Carlo; le altre che resistettero cominciarono a cedere Tuna dopo l’altra. Gaeta fu assediata il 10 luglio e il re diresse quell’assedio; il 16 agosto cadde quella formidabile piazza, avendo già capitolato l'altra di Pescara e Gallipoli. Dopo di avere ottenute quelle fortezze, ritornò a Napoli, e recossi al Duomo, ove fu cantato il Tе Deum. Il 7 agosto si rese il castello di Brindisi, restando prigioniera la guarnigione; il 15 novembre ebbe luogo la battaglia presso Siracusa tra gli spagnuoli e i tedeschi, con la disfatta di questi ultimi. La fortezza di Capua si ebbe patti onorevoli, e cadde il 24 dello stesso mese; e più di cinquemila tedeschi ivi di presidio irnbarcaronsi ne’ porti dell’Adriatico per. Trieste. Il 22 gennaio 1735, la Cittadella di Messina, co’ forti del Salvatore e la cosi detta Lanterna, agli ordini del generale Principe Lohrovilz, cedettero alle milizie spagnuole capitanate dal Conte di Marsillac. Dopo la battaglia presso Siracusa, i tedeschi condotti dal marchese Roma si erano rifugiati al capo Passero e tenevano quel forte; il 1° giugno capitolarono col generale spagnuolo, marchese della Grazia Reale. La Città e il castello di Trapani furono gli ultimi a rendersi, cioè il 2 giugno del 1735; e così il Regno delle Due Sicilie fu intieramente sottomesso al glorioso scettro di Carlo 111 di Borbone..

I siciliani aveano già mandata a Napoli una deputazione per rendere omaggio al Re, il quale accolta aveala con distinzione e magnificenza, promettendo alla stessa ogni cura e bene possibile. Quel principe, veramente magnanimo e cattolico, promesso il bene ai popoli che faveano acclamato, non mancò davvero alla sua parola. Dopo il ricevimento della deputazione sicula, ritenendo le sue fortune quali doni da Dio, si recò un' altra volta al Duomo per rendergli azioni di grazie. Visitò al solito la cappella del Santo Patrono S. Gennaro, ed offerse a questo miracoloso martire un altro gioiello di gran valore in rubini e brillanti. Que’ donativi ed altri de’ re di Gasa Borbone, si mostrano tutt’ora ai curiosi nelle due ricorrenze della liquefazione del Sangue del medesimo Santo Patrono.

Quando ancora fervea la lotta tra spagnuoli ed alemanni, il 3 gennaio 1735, Carlo partì per la Sicilia, lasciando viceré di Napoli il conte di Charny, e fece la via di terra girando per le Puglie, Basilicata, e Calabrie. Varii storici raccontano, che in quel viaggio, il re andava spesso alla caccia, e un giorno presso Rosarno, a causa di forte pioggia, fu obbligato ripararsi in una povera capanna, ove trovò una donna da pochi momenti sgravata di un maschio.

Il generoso principe volle essere il padrino del neonato: diede alla madre cento dobloni di oro, e costituì una rendita mensile di ducati 25 al figlioccio, fino all’età di anni sette.

Gli storici che ci raccontano questo aneddoto, non fan menzione del nome della madre, e neppure qual fu in seguito la sorte del fanciullo. È da supporsi però che il generoso e magnanimo padrino, elassi i sette anni, non abbia lasciato in abbandono il povero figlioccio.

Carlo, dopo avere visitate le Puglie, la Basilicata, e le Calabrie, spargendo dappertutto le sue beneficenze, il 9 marzo s'imbarcò a Palmi, ove fu festeggiato dal principe Ruffo; l’11 di quel mese giunse in Messina, e fu ricevuto da quella popolazione con estraordinario giubilo e clamorose acclamazioni. Si trattenne in quella città più di due mesi tra sontuosissime feste; e dopo quattro giorni dal suo arrivo, concesse scala franca a quel porto, cioè a dire franchigia del dazio di esportazione ed importazione dei generi ed effetti.

Il 25 approdò in Messina un vascello spagnuolo che portava al re quarantasette casse piene di colonnati, ed altre due di monete di oro, che gli mandava da Madrid l’augusta genitrice Elisabetta Farnese. In quei tempi, la Spagna era ricchissima, avendo a sua disposizione le miniere di argento e di oro, trovate da poco tempo in America.

Una buona quantità di quei metalli servirono a Carlo III per fondare la monarchia, rendendo questo Regno indipendente e monumentale. In verità, era una coscienziosa compensazione che la Spagna facea alle Due Sicilie, restituendo quel danaro, che i suoi viceré si aveano preso.

Re Carlo, il 17 maggio parti per Palermo, e fece la via di mare; giunto nel porto, rimase colà come privato, fino al 26 giugno net qual giorno fece la sua entrata solenne per porta Felice, ch’è allo sbocco della via principale, denominata Cassaro; ove fu incontrato dal primo magistrato municipale, detto Pretore, il quale gli consegnò le chiavi della città.

Sono indescrivibili le pompe, il fasto è l’entusiasmo co’ quali venne accolto il novello re dal popolo palermitano; da quel popolo autonomo per sua natura. Il quale vedea in Carlo III di Borbone il restauratore della vetusta monarchia siciliana, il propugnatore dell’indipendenza di quel Reame fondalo da Ruggiero il Normanno; e quindi la gioia, il tripudio non ebbero più limiti, ad onta che ancor fosse fresca la trista ricordanza dell’altro re Vittorio Amedeo di Savoia, che aveagli regalato i tedeschi per acquistar la Sardegna.

Carlo, proseguendo la sua marcia trionfale per la via del Cassaro, che taglia diritta a mezzo la città dal Nord-est al Sud-ovest, si diresse al Duomo, che sta quasi alla parte opposta di porta Felice. Ivi fu ricevuto dal clero palermitano, alla testa del quale si vedeva l’arcivescovo primate della Sicilia, monsignor Basile.

Condotto sul soglio, s'intuonò l’inno ambrosiano per rendere azioni di grazie al misericordiosissimo Iddio, che avea largito a’ siciliani un magnanimo principe restauratore de’ privilegi dell’Isola, tanto ammiserita e bistrattata dagli stranieri.

Carlo III di Borbone, il 3 luglio 1735, volle essere incoronato re delle Due Sicilie nella cattedrale di Palermo: fu unto col crisma al braccio e alle spalle, dal medesimo arcivescovo Basile; e fu il diciannovesimo sovrano incoronato in quella prima sede di tutto il Regno delle Due Sicilie. Prima sedes coronae regis, et regni caput... privilegio accordato dal fondatore della monarchia, Ruggiero il normanno.

La corona di Carlo III, cinta in quella fausta circostanza, pesava once diciannove, quattordici di oro, cinque di gemme preziosissime: costava un milione e quattrocentomila ducati. In quella ricorrenza, il re avea fatto coniare una gran quantità di monete di argento, dette mezze-pezze, e di oro dette onze, col motto: Fausto coronationis anno (2).

Quando usci dalla cattedrale, i suoi tesorieri gettarono in mezzo al popolo circa cinquecentomila ducati!

Le feste dell’incoronazione durarono quattro giorni: l’8 luglio re Carlo parti per Napoli scortato da nove galere. Montemar era ritornato nel continente napoletano, e il marchese di Grazia Reale prese il posto di presidente del regno di Sicilia; per la qual cosa fu istituito un Consiglio di Giunta consultiva di Sicilia: era composto di quattro consultori, due siciliani e due napolitani sotto la presidenza di un barone, e fu eletto dal re il principe di Patagonia.

I siciliani, per dimostrare la loro gratitudine a Carlo III di Borbone, gli alzarono una statua in marmo nella piazza della Misericordia in Palermo.

In quel tempo, a’ 13 ottobre 1735, vi furono i preliminari di pace tra Carlo III e suoi alleati da una parte, e l’imperatore tedesca Carlo VI, dall’altra; ne’ quali venne stabilito, che Carlo III dovea cedere a questi il Gran Ducato di Toscana, i ducati di Parma e Piacenza, e rimaneva tranquillo possessore delle due Sicilie, de’ presidi di Toscana con l’Isola dell’Elba. Però nel cedere que’ ducati, come legittimo erede, si riservò tutte le pretensioni e dritti sulle ricchezze allodiati dell’estinta casa Medici, e titoli di granduca di Toscana, ecc. ecc. Prima che i suoi uffiziali e familiari avessero lasciato Parma, fece trasportare da questa città in Napoli tutti i capolavori de’ più rinomati artisti del mondo, ed oggi si ammirano nel museo Napoli.


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CAPITOLO II

SOMMARIO

Carlo III, si dedica a riordinare l’amministrazione dello Stato. Bernardo Tanucci da il primo fatale colpo alla dinastia borbonica. Carlo provvede al commercio ed all’agricoltura. Riceve l’investitura del Regno da Clemente XII. Sposa la figlia del Re di Polonia. Prima prepotenza inglese contro i Borboni di Napoli. Carlo arma le fortezze e leva potente esercito. L’Austria dichiara guerra a Carlo III. Battaglia di Velletri. Risultato.

Carlo III, appena libero dalle ostilità de’ nemici, rivolse il pensiero a riordinare il caos amministrativo di questo Reame, essendovi in tutto costumi, leggi ed ordinamenti spagnuoli, non tutti confacenti all’indole del nostro popolo. Per soddisfare al suo genio di grandezza pensò decorare le Due Sicilie di monumenti, che doveano emulare, ed in parte sorpassare qu dii de’ Cesari romani: monumenti che oggi sono la maraviglia di noi posteri, e di quelli che verranno dopo di noi. Si giovò de’ lumi di Bernardo Tanucci per ciò che riguardava l’amministrazione del Regno e per rifare le leggi a seconda de’ tempi di allora.

Tanucci, nato in Stia nel Cosentino il 1698 da poveri genitori, era divenuto professore di dritto nell'università di Pisa, ove lo conobbe Carlo, e poi lo condusse a Napoli. Uomo di grande ingegno, ma libero pensatore, e quindi nemico del clero e de’ Papi.

I due Concordati che strappò alla prudenza de' Sommi Pontefici, Clemente XII e Benedetto XIV, per le insistenze dell’abate Galiani, mezzo libero pensatore, mezzo Pulcinella, piacquero a taluno, e furono lodati d’altri professanti eguali teorie. Tanucci, creato ministro di grazia e giustizia, fece leggi ingiuste e tiranniche contro la Chiesa, dando il primo colpo alla gloriosa dinastia fondata dal suo benefattore Carlo III di Borbone. Egli non volle riflettere, che i governi cattolici persecutori о emancipati dalla Chiesa rimangono senza l’alto appoggio morale e senza base di autorità; e presto о tardi debbono andare in rovina. Quel ministro erasi circondato da liberi pensatori e da’ cosi detti filosofi volteriani. In effetti, prima che la Francia fosse stata contaminata da quella genìa funesta degli enciclopedisti, già in questa gran parte d'Italia, e più di tutto intorno al Tanucci, agitavasi la supremazia dello Stato sulla Chiesa, e si discutevano eziandio tutti que’ principii di economia politica, di progresso, di libertà, che attuati, oggidì, han recato la corruzione ne’ costumi, le rapide fortune de’ pochi, il servaggio, la miseria e la disperazione di molti. Sotto il Regno di Carlo III, il Tanucci fece delle leggi contro la Chiesa, ma non tutte erano persecutrici e tiranniche, invece alcune aveano l’apparenza di voler togliere taluni abusi che i tempi più non comportavano. Nella minorità di Ferdinando IV, come appresso vedremo, quel ministro si tolse la maschera, sbizzarrì, e divenne un vero persecutore del clero e de’ diritti della Santa Romana Chiesa.

Re Carlo, per propensione di animo, favori la nobiltà, non essendo allora surto il terzo Stato, nobili e plebe componeano il popolo; nonpertanto abborriva le prepotenze de’ ruvidi e bestiali baroni. Per la qual cosa invitò costoro agli onori della Corte, per essere compensati de’ servizii resi alla sua causa; ma la vera ragione fu quella di allontanarli de’ loro castelli, ove intristivano nell’oziosità, nella prepotenza e ne’ vizii. Blanditi dal re, gratificati e posti al potere, tra il lusso e gli onori si ammansirono, convertendosi a nobile servaggio. Fu quello il benefico laccio che Carlo III di Borbone seppe porre dolcemente al collo alla feudalità per istrozzarla, facendo ritornare i cosi detti vassalli alle condizioni di uomini. Taluni, che ancor fanno gran conto della nobiltà ereditaria, e poco badando alle loro cattive azioni, dicono, che la causa delle attuali poco prospere condizioni sociali sono gli effetti dell’abolizione del feudalismo e delle sue conseguenze. Orgogliosi ed ignoranti! credono forse che il mondo sia stato creato per loro, e il genere umano per servirli in tutto, anche nelle loro brutali passioni? Il maggiore disordine del Regno era nei Codici e nel potere dei magistrati; questa parte cotanto essenziale del vivere civile attirò l'attenzione del re e del suo ministro Tanucci. Come già si è detto, la giurisprudenza napoletana era ingombra di undici legislazioni; e fu necessario aggiungervi la dodicesima. Difatti, il 2 gennaio 1741, si pubblicò il nuovo Codice delle leggi del Regno, detto Carolino; e fu compilato dai celebri giureconsulti Frangiani, Vargas, de' Gennaro, d’Ambrosio e Giuseppe Pasquale Cirillo.

Il Codice Carolino, attesi i tempi era il più sapiente che avesse l’Italia e gli altri Stati di Europa; però d’altra parte era incompleto: non distruggeva quei dannosi privilegi di alcune città, che nessun vantaggio arrecavano al popolo, ma ad una sola casta e non abbatteva gli esiziali diritti feudali. È pur vero che nel 1737 si era pubblicata una prammatica, con la quale si vietava a’ baroni qualunque atto d'impero sopra i vassalli; e sebbene quel veto sovrano rimanesse allora senza grandi risultati, fu la benefica scintilla che incendiò ed incenerì l’esosa feudalità. Le leggi del Codice Carolino distruggevano i così detti privilegi della Chiesa, che altro non sona che diritti, la maggior parte accordati dal fondatore della stessa, Gesù Cristo.

La giurisprudenza civile migliorò, e variarono le leggi criminali, rimanendo però in usa il processo inquisitorio, la tassazione dei giudizi e le sentenze arbitrarie; sebbene mitigate di molto dalla clemenza e buonsenso di Carlo. Il quale, per moto proprio, abolì parecchie leggi tiranniche e senza senso comune; tra le altre quella di non far funerali al defunto che avesse lasciato debiti, ed abolì le carceri oscure e sotterranee.

Nel 1735 venne stabilita una Giunta detta dei veleni, composta di varii magistrati incaricati di scoprire simili codardi delitti e punirli; conciosiaché in quei tempi si facea molto uso di veleni per ispacciarsi di coloro che recassero impedimento al vantaggio dei tristi. Nel medesimo anno si abolì il Supremo Consiglio d’Italia e il Consiglio collaterale, e fu cambiato in Consiglio di Stato composto di sei membri. Nello stesso tempo si abolì pure il Tribunale detto della Real Camera di S. Chiara; il quale era composto da un presidente e da quattro capi delle Ruote del sacro regio Consiglio. Questo Tribunale dava il suo parere sopra tutto ciò che il re gli commetteva ed in taluni affari avea il diritto di giudicare. Chi desiderasse altri schiarimenti circa quei tribunali, potrebbe consultare la Storia civile del Regno di Napoli di Pietro Giannone, ove tratta ex-professo, anche delle leggi che vigevano prima della venuta di Carlo III.

Quel benefico sovrano provvide al commercio allora nullo, о ristretto ed inceppato. Fece nuovi trattati di commercio con l’Olanda, Svezia e Danimarca, rinnovando gli antichi con l'Inghilterra e la Francia. Nel 1739 stabilì trattati di pace con gli Stati barbareschi, che erano allora il flagello di queste nostre contrade, specialmente della Sicilia. Creò consolati nei paesi esteri commercianti; e, per agevolare il commercio, permise agli ebrei la dimora nel Regno; in Napoli destinò loro per abitarvi il quartiere de’ mercanti, concedendo ai medesimi varii privilegi, cioè di aprire scuole, di esercitar medicina ed altre franchigie ed immunità. I liberi pensatori gongolarono, perché costoro prediligono gli sfacciati usurai e crocifissori di Cristo, né si peritano di essere intolleranti col clero, e sbandire la Compagnia di Gesù, non per altro che pel nome che essa porta. Carlo istituì un supremo tribunale di commercio con un magistrato, annoverandolo tra’ sette uffiziali del Regno; quel tribunale avea giurisdizione sopra tutti gli affari contenziosi, che riguardavano il commercio marittimo, non che di arti e mestieri. Un simile ne istituì in Palermo avente giurisdizione in tutta la Sicilia. Diede i mezzi per fondarsi una compagnia marittima di assicurazioni; ed infine fece severissime leggi contro i fallimenti dolosi. Non trascurò l’incremento della pastorizia e dell’agricoltura, dandone i mezzi e gl’incoraggiamenti all’uopo. Pubblicò savie leggi anche per l’igiene, specialmente nella terribile peste del 1743, che spopolò Messina e fece gravi danni nelle Calabrie.

Di tutte quelle benefiche novità godea il reame delle Due Sicilie, mentre il resto dell'Italia ed altri Stati di Europa ne erano totalmente privi.

Il 12 maggio 1738, Papa Clemente XII, dopo qualche difficoltà, per mezzo del cardinale Acquaviva ambasciatore in Roma del Re delle Due Sicilie, diede l’investitura del Regno di Napoli e Sicilia a Carlo III di Borbone ed a’ suoi legittimi successori; in mancanza. di costoro agli altri figli о figlie nati dalla regina Elisabetta Farnese. In quella investitura furon dati a Carlo tutti i privilegi, da Onorio II concessi a Ruggiero il Normanno; oggi non più esistenti perché aboliti dall’attuale regnante Pontefice Pio IX. Ciò non piacque ai liberi pensatori di quei tempi, ma lodarono le concessioni strappate da Tanucci al medesimo Clemente XII cioè la riduzione de’ Vescovati, de’ preti, de’ frati; la piena abolizione degli asili, del foro ecclesiastico e delle immunità. La giurisprudenza secolare fu ampliata, e quella ecclesiastica ristretta; di più le Bolle pontificie soggette, nel Regno, al regio exequatur!

Carlo III, il 9 maggio dello stesso anno contrasse matrimonio con la principessa Maria Amalia Walburgo, figlia di Federico Augusto re di Polonia. Il matrimonio si celebrò in Dresda per procura tenuta dal fratello della sposa, Federico Cristiano di Sassonia. Fu destinato maggiordomo della Regina il duca di Sora; il quale erasi recato in Polonia; ritornato in Palmanuova con la Corte polacca, la cambiò con quella napoletana. La regina Amalia, accompagnata da uno splendido corteggio e dal conte Foenclera, ministro plenipotenziario di Filippo V, dopo di avere visitato Venezia e il Santuario di Loreto, negli Stati del Papa, il 19 maggio giunse a Portella, frontiera di questo regno, ove fu incontrata dallo sposo sotto un magnifico padiglione. Quella giovinetta regina, che ancora non compiva gli anni lo, non abituata a tanto lusso, s’inchinò al suo sposo e sovrano, e questi fu sollecito rilevarla. Gli augusti sposi si diressero a Gaeta; e il 29 di quel mese giunsero a Napoli, dove recatisi alla Cappella Palatina si cantò il Te Deum.

Splendide e sontuose feste si fecero per varii giorni nella Capitale ed in tutto il Regno, in occasione del matrimonio del re; e questi concesse molte grazie ed onorificenze. Carlo in quella ricorrenza, istituì l'insigne ordine di S. Gennaro, che per insegna ha una croce terminata nelle punte da’ gigli, ed in mezzo di essa l'immagine del Santo, in abito vescovile, col libro del Vangelo, le ampolle del martirio e il motto: In sanguine foedus. Il re è il Gran maestro di quell’ordine, ed annovera sessanta cavalieri. Avea egli poco prima istituito l'ordine militare di S. Carlo, che dippoi non ebbe effetto, e coloro che scrissero gli avvenimenti di quel tempo non ci dicono la ragione; il solo monsignor del Pozzo ci assicura: «che non ebbe prosieguo, essendovi l'Ordine Costantiniano».

La Regina Amalia era modesta e pia, e perché tale, i liberi pensatori la chiamarono la pinzocchera, la bacchettona, e diceano che, fosse stata dominata dal gesuita padre Pepe, «da padre Rocco, tutti e due popolarissimi in Napoli.

Mentre Carlo era tutto dedito alla restaurazione del Regno, e a decorar questo di monumenti degni della sua generosità e magnificenza, a causa della successione degli Stati di Toscana, Parma, Piacenza e Milano, si accese la guerra; la Spagna e le Due Sicilie da una parte, dall’altra i tedeschi e i savoiardi.

L’Inghilterra era alleata dell’Austria, e siccome quella nazione fè sempre la prepotente co’ deboli Stati, il 19 agosto del 1742, mandò nel golfo di Napoli quattro fregate e due legni minori, montati tutti e sei da sessanta cannoni, comandati dal Commodoro Marteen. Costui intimò al governo del re di dichiararsi neutrale tra la Spagna e l'Austria nella guerra d’Italia e di ritirare i presidii toscani;concedendo due sole ore per decidersi; in caso di rifiuto avrebbe bombardato Napoli. E, per l'esatta misura del tempo, cavò l’oriuolo e disse l'ora.

Questa città era senza difese; tutto mancava, perché le precedenti Signorie straniere aveano pensato soltanto a trar danaro per proprio utile, lasciando questo disgraziato Regno senza opere di difesa e senza mezzi per disporla. Fu una imperiosa necessità pel magnanimo Carlo, convocar subito il Consiglio di Stato, e tosto sottomettersi all’ingiunzione del commodoro Marteen, accettando la proposta neutralità, e richiamando il duca di Castropignano, che comandava i presidii toscani.

La flotta inglese lasciò in pace Napoli, e parti quello stesso giorno. Questa prepotenza inglese, la prima fatta contro i Borboni di Napoli, fece rivolgere il pensiero di Carlo alle opere di difesa di questo Regno. Quel sovrano ne avea cominciate molte, ma non finite, perché si era più di tutto dedicato a restaurare le leggi, la finanza, il commercio, e costruire opere pubbliche. Ripensando alla patita ingiustizia, e volendo assicurare la sua corona, e la quiete dei suoi popoli, dedicò le sue ricchezze ad accrescere i mezzi di guerra. Fece costruire molte navi restaurando quelle vecchie; fondò nel Castelnuovo una fabbrica di armi a fuoco, ed altra per macchine di guerra; eresse un fortino con trincee e batterie innanzi al porto di Napoli, mettendolo sotto la protezione di S. Gennaro. I castelli di questa città furono restaurati, fortificati ed accresciuti nelle opere esterne. Il littorale del golfo e le isole adiacenti si munirono di piccoli fortini; e le fortificazioni delle piazze di Capua e Gaeta sì restaurarono ed aumentarono. Carlo, desideroso di aver milizia nazionale, levò per quei tempi esercito potente, affidandolo non a generali spagnuoli suoi antichi connazionali, ma agli stessi napoletani suoi soggetti, innalzando costoro alle prime cariche dell’esercito e della Corte. Il 15 novembre di quell'anno, il Parlamento siciliano votò unanime la spesa di centomila scudi per addirli a fortificazioni, oltre gli altri centomila votati per la stessa causa nel febbraio del precedente anno.

Intanto gli austriaci, guidati dal generale Lobkowitz, erano vincitori nell’alta Italia, ad onta degli estremi sforzi dell’esercito spagnuolo capitanato dall’infante D. Filippo fratello di Carlo. A costui non valse la neutralità imposta dall’Inghilterra; i tedeschi marciavano sul regno per riconquistarlo. La superba Maria Teresa, regina di Ungheria, si era prefissi d'impossessarsi di quanto avea perduto suo padre, l'imperatore Carlo VI. Per adescare in suo favore il popolo e la nobiltà di questo reame pubblicò un editto, col quale promettea il disgravio dei tributi, la conferma degli antichi privilegi, la concessione d’impunità, premii e mercedi, la diminuzione del prezzo dei viveri, ed infine lo sfratto degli ebrei dal regno: popolo e nobili si mostrarono sempre più attaccati al loro benefico principe.

Carlo III, costretto a difendere la corona e i suoi amati popoli dall’invasione straniera; e da que’ tedeschi abborriti da costoro, animoso qual era, adunò il suo esercito, e si dispose a respingere il generale Brown, avanguardia del generalissimo tedesco Lobkowitz, che con potente esercito avea passato la frontiera del Tronto. Nell’esercito alemanno erano le cosi Odette centurie sciolte, composte di croati, transilvani ed illirici usciti allora delle loro foreste per ordine di Maria Teresa; costoro in vece di guerrieri erano predoni.

Vi erano ventimila uomini di fanteria, sei di cavalleria e dieci di quelle centurie sciolte, formando un esercito di trentaseimila uomini.

Sono indescrivibili le proteste di affetto e di abnegazione che fece la città di Napoli, e di tutto il Regno al suo sovrano prima che costui partisse per la guerra. Carlo III in pochi anni di paterno regime era divenuto l’idolo de’ napoletani e de' siciliani; la sola Napoli gli fece dono di trecentomila ducati per coadiuvare a quella guerra eminentemente nazionale.

Il fatto che più dimostra la magnanimità di quel principe, non che l'amore de’ suoi soggetti verso di lui, si è che Carlo prima di partire per guerreggiare e respingere gli stranieri invasori del Reame, aprì le prigioni, e messe in libertà i partigiani degli austriaci. Oggi sembrerebbe una esagerazione quell’atto magnanimo ed unico, se non fosse attestato da tutti gli storici, non escluso Pietro Colletta. I re perversi e sospettosi, in simili circostanze, imprigionano rei, sospetti ed innocenti. Che dir poi de’ cosi detti liberali, de’ patrioti? Costoro, da’ varii sovrani, si ebbero esempii di clemenza e di magnanimità; ma quando essi ghermirono il potere, invece d’imitarli, mostrarono la loro natura ferina ed atroce. 1 massacri orribili perpertrati nelle prigioni di Parigi nel settembre del 1792, quando l'esercito repubblicano francese andava a combattere gl’invasori della Francia, sono una risposta sconfortante e terribile. I patrioti moderni, i liberali, chi più chi meno, non sono stati degeneri dei padri loro, cioè de’ feroci septembriseurs del 1792, né si sono inciviliti col progresso dei tempi; volgete uno sguardo a’ prigionieri realisti massacrati da’ repubblicani di Napoli nel 1799, e a quelli fucilati da Manhès sotto la dominazione de’ così detti re francesi, a quelli altri anche fucilati dal piemontese generale Pinelli. Nel 1860 e 61, ricordatevi dell’abbominevole legge Pica e dell’altra Crispí votate dal Parlamento italiano; ed infine fa ribrezzo rammentare gli orrori della comune di Parigi nel 1870. I civilissimi rivoluzionarii francesi, tra le altre nefandezze che perpetrarono, non ¡sdegnarono di massacrare anche gli ostaggi, tra’ quali un innocuo principe della Chiesa! Oh! agli strombazzatori di umanità e libertà è tutto lecito.

Carlo III, dopo di avere nominato un governo di reggenza in persona di Michele Paggio, il 25 marzo 1744 partì per la guerra alla testa del suo esercito, che contava trentacinquemila uomini, diciannove dei quali napoletani e siciliani, gli altri spagnuoli vi era buona artiglieria e cavalleria. La regina e l’Infanta, nata da poco, partirono per Gaeta affidata allora al fedelissimo generale duca Domenico dei Sangro, e con gran dispiacere dei napoletani; i quali avrebbero voluto che il re le avesse lasciate in mezzo a loro per difenderle a qualunque costo.

Quell’animoso e religiosissimo sovrano, prima di affrontare i nemici della nostra patria, pubblicò un manifesto, col quale dichiarava di essere sciolto dalla promessa neutralità; perché l'Austria l’avea violata con invadere il Regno.

Dopo varie vicende di guerra, che non sono molto interessanti, Carlo condusse il suo esercito a Velletri; ove gli austriaci, spelando di sorprendere i napoletani, furono essi sorpresi, vinti ed inseguiti da costoro. La battaglia di Velletri, del 14 agosto 1744, è una gloria nazionale napoletana, anzi italiana; e tutto l'onore è dovuto a Carlo III di Borbone, essendosi ivi mostrato prode soldato ed accorto capitano. Fu egli coadiuvato dallo spagnuolo generale Gages e da due generali napoletani, che nella giornata di Velletri fecero prodigi di valore, essi sono

Francesco Eboli duca di Castropignano e Francesco Saverio Statella principe di Mongiolino ed aiutante di campo dello stesso re. Fu eziandio aiutato dal generale Beaufort; comandante i reggimenti detti Valloni. Costui perdè la vita in quella gloriosa giornata, e caddero con esso tra’ primi Nicolò Sanseverino fratello del duca di Bisignano, e il colonnello Macdonald, ucciso di palla tedesca mentre incoraggiava i soldati: altri uffiziali superiori e subalterni rimasero sul campo dell'onore, combattendo da valorosi. Gli spagnuoli e napoletani ebbero due mila tra morti e feriti, ugual numero gli alemanni, ed altrettanti di prigionieri: l’onore e la vittoria rimase a’ primi. de’ tedeschi fu ferito il duca Andreassi, e fatto prigioniero il general Novati mentre saccheggiava l’alloggio del duca, di Modena, che trovavasi nel campo di Carlo. Questi, nella sorpresa notturna che fecero gli austriaci al campo napoletano, corse gravi pericoli. Trovandosi alloggiato in casa Ginetti, fu questa assalita da’ nemici, ed egli fuggì mezzo nudo con la spada in pugno, salvandosi in una povera casa di una vecchierella. I nemici invasero quella casa, ma non videro il nascondiglio ov’era il re.

Carlo dopo che si riunì all’esercito respinse gli assalitori. Richiamò dagli Abruzzi le schiere comandate dal duca di Lavello che guardavano le frontiere; spedì Gages in aiuto di suo fratello, l'Infante D. Filippo, ed egli marciò per Roma, ove fu bene accolto dal Papa e festeggiato da’ Romani. Dopo di avere inseguito gli alemanni, che nella fuga bruciavano ed abbatteano ponti, fece ritorno nel. Regno; e passando per Velletft diede a quella città varii compensi. Sulla frontiera incontrò la Regina, ed insieme si diressero a Gaeta, indi a Napoli. I napoletani voleano far grandi feste al loro vittorioso sovrano; ma questi, ringraziandoli amorevolmente, le vietò. Invece si condusse al Duomo, e nella cappella di S. Gennaro sospese per voto le bandiere tolte agli austriaci. Essendosi ricordato della sua vecchiarella liberatrice, mandò a Velletri una carrozza, e la fece condurre a sé. Quella povera vecchia allibì nel vedere il Re nel supposto uffiziale che avea salvato. Quel magnanimo e riconoscente principe la colmò di carezze e di doni; le assegnò una abitazione in Caserta, ed una pensione vitalizia di mille ducati annui. Spesso si conducea presso la vecchia sua liberatrice, о con ambasciatori esteri, о con altri illustri personaggi, dicendo a tutti: «Ecco la mia buona seconda madre: la prima mi diè la vita, questa me la salvò.»


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CAPITOLO III

SOMMARIO

Carlo III compone splendida corte. Alza stupendi monumenti. Casina e villa di Portici. Fortino del Granatello. Fabbrica di porcellana. all’uso chínese. Opere Pie. Teatro S. Carlo. Palazzo e bosco di Pensano. Palazzo di Capodimonte. Ercolano e Pompei. Passeggi, Molo di Napoli ed altre opere pubbliche. Albergo dei Poveri. Palazzo di Caserta. Carlo III è criticato, di taluni autori. È chiamato ai trono delle Spagne e delle Indie. Cede il Regno al suo terzogenito. Istituisce un consiglio di Reggenza e parte. Uomini illustri che fiorirono sotto il Regno di Carlo III.

Carlo III di Borbone, sempre grande e benefico nelle sue aspirazioni ed opere, volle rendere monumentale questo Regno. Egli, degno discendente di Luigi XIV di Francia, intese a superar costui nella magnificenza, e se non in tutto, almeno relativamente. Alzò splendido trono, che emulava, anzi sorpassava quelli de’ più potenti monarchi di Europa. Stabili le cariche di corte, ed il cerimoniale imitante quello di Spagna, la di cui forma concilia rispetto e prestigio all’autorità reale. Anche Napoleone 1° comprese il segreto di queste pompe, e credette scimiottare Luigi XIV nello splendore della sua Corte imperiale.

Le opere di Carlo III che più destano meraviglia sono i pubblici monumenti, che somigliano a’ tempi de' Cesari romani. de’ Borboni di Napoli potrebbe dirsi riguardo a questo Regno, quel che fu detto dell’imperatore Ottaviano Augusto, cioè che costui trovò Roma fabbricata di creta, e la lasciò edificata di rari e peregrini marmi. Taluno asserisce che Carlo III avesse alzato tanti magnifici palazzi, aperte varie strade, e costruito parecchie ville, per la passione della caccia, che tanto impero esercitava sopra di Lui. Il certo si è che le sue opere furono e sono oggetto di ammirazione e di grande vantaggio per diverse ragioni. Sarebbe ben desiderabile che i sovrani moderni ne facessero altre, al modo stesso che le fece quel magnifico e generoso principe! Napoli, prima della venuta di Carlo III di Borbone, era una meschina città a paragone del come la lasciò quei sovrano, allora quando chiamato venne al Trono delle Spagne e dell’Indie, ossia delle Colonie. Diamo uno sguardo retrospettivo, per passare in rassegna le opere principali di quel principe, seguendo le date in cui vennero costruite.

Il 1° agosto 1736, il re e la regina, ritornando in gondola da Castellammare, a causa del cattivo tempo, furono costretti approdare alla spiaggia di Portici; ed invaghitisi del sito delizioso, tra il Vesuvio e il mare, Carlo ordinò di erigersi ivi una casina con villa. Gli si fece riflettere essere quel luogo soggetto alle devastazioni del vulcano, e quel religioso principe fiducioso rispose:

Ci penserà Iddio, Maria SS. (a) Immacolata, e S. Gennaro. Ad attuare la sua idea fece venire da Roma l'architetto Antonio Cannevari, che si bene rispose al compimento di quell’opera lodatissima. In seguito, nel 1739, ordinò costruirsi nella spiaggia del Granatello un fortino per difesa di quella casina reale.

I Borboni di Napoli, sin da Carlo III, fecero di tutto per avere nel Regno quelle fabbriche necessarie, acciò che i loro popoli non stessero soggetti al commercio straniero; maggiormente che questa gran parte d’Italia abbonda di materie prime; quindi han sempre agevolato le fabbriche nazionali; ed è stata questa una fonte inesausta di gelose inimicizie con varie industri nazioni, principalmente con la speculativa Inghilterra. Nel secolo passato, somme favolose pagavansi agl’inglesi, per acquistare servizi di porcellana. Carlo, nel 1737, fondò una fabbrica di quel genere presso il Palazzo reale di Napoli, i cui prodotti imitavano benissimo quelli della Cina.

Quel pio monarca, dispose che sorgessero molti luoghi di beneficenza: il primo surse nel 1737 col ritiro delle donzelle povere, sotto il titolo dell’Immacolata Concezione, presso il convento di S. Efremo nuovo. Per impulso dato dal re, s’istituì in Napoli la congregazione laicale destinata all’opera di vestire gl’ignudi, sotto il titolo e l'invocazione di S. Giuseppe, e Carlo fu il primo ad ascrivervisi. In quello stesso anno 1737, si fondò in Palermo il collegio de’ chierici regolari detto delle Scuole Pie, e sotto il titolo dell’Immacolata Concezione; in Napoli si compì il magnifico obelisco di S. Domenico, sotto la direzione di Domenico Antonio Vaccaro, già cominciato 40 anni prima con disegno di Fanzaga.

Nel medesimo anno 1737, fu abbattuto il Teatro S. Bartolomeo, e il 2 marzo il re ordinò che si desse principio alla costruzione del magnifico Teatro S. Carlo, il migliore che possiede l’Italia, anzi l’Europa. Quel Teatro venne edificato accanto alla Reggia, con disegno del brigadiere Giovanni Mendrano, ed eseguito dall’architetto Antonio Carasale; compito in 270 giorni! Il 4 novembre, onomastico di Carlo, vi si diede la prima scenica rappresentazione. Il re batté le mani al Carasale, e chiamatolo a sè, lo lodò pubblicamente, appoggiandogli la mano sulla spalla in segno di protezione. Gli disse però che sarebbe stata cosa utile e comoda una comunicazione. dal palco reale alla Reggia: quel famoso architetto abbassò gli occhi, e Carlo soggiunse: ci penseremo. Carasale, nel tempo solo di quella rappresentazione, abbatté grossissime mura, fece ponti e rivestì la ruvidezza del lavoro con tappeti, arazzi, cristalli e lumi. Sembrano cose incredibili, ma pure son vere! Quando finì lo spettacolo, mentre il re usciva dal palco, e si dirigeva fuori il teatro per mettersi in carrozza, l'ardimentoso architetto lo invitò a condursi alla Reggia pel nuovo cammino interno, che poche ore prima quel principe avea ideato e giudicato di non facile esecuzione. Questo fatto fu per Carlo un secondo spettacolo più sorprendente e più magico del primo.

Carasale, nel rendere i conti della fabbrica del teatro S. Carlo, non soddisfece i ragionieri, e fu minacciato di carcere. Si recò dal re, espose la sua povertà in prova della sua onoratezza; rammentò il compiacimento sovrano all’opera sua e gli applausi del popolo. Carlo si mostrò benigno, ma non gli fece promesse. Nonpertanto Carasale se ne andò contento: ma le richieste dei ragionieri si moltiplicarono, e finirono col farlo condurre in carcere nel Castel S. Elmo, ove rimase alcuni anni, ed ove morì miseramente!

Taluni storici appassionati ne condannano Carlo III di aver tanto permesso a danno del famoso costruttore del teatro S. Carlo; in verità sembra che quest’accusa non fosse né calunniosa né gratuita. Però bisogna riflettere che quel sovrano era pio, generoso e magnanimo, e se non salvò il Carasale, ci lascia credere, о che i torti di costui erano chiari ed umilianti; о che l’eterna genìa degl’invidiosi, per rovinarlo lo avessero accusato; od infine che vero fosse lo sperpero delle somme a lui affidate in modo qualunque; e quindi nulla Io scusa о prova la povertà di lui. Carlo era severo verso i ladri, ed avendo in animo d’innalzare altri simili monumenti, è da supporre pure che non avesse voluto dare un dannoso esempio di debolezza. Forse spinse troppo la sua lodevole severità contro le persone indelicate, ma non per questo deeglisi appropriare il titolo di tiranno о sconoscente.

Il re, conosciuto il sito di Persano adatto al mantenimento e alla moltiplicazione delle razze equine, nel 1738 ordinò di fabbricarsi colà una casina per sua dimora, piantarsi un bosco, e farsi tutto il necessario al mantenimento delle suddette razze. Indi invaghitosi dell’altro sito di Capodimonte, e sentendo che eravi buona caccia di beccafichi per due volte all’anno, volle che si costruisse un Palazzo reale cinto da ville e boschi. Il brigadiere Mendrano ne fece il disegno, e la direzione fu data all’architetto Carasale, godendo allora la grazia del re, il quale vi pose la prima pietra il 9 settembre 1738. Quel Palazzo costò un tesoro, perché si dovette innalzare sopra grotte vastissime (3); onde la spesa delle fondamenta fu tre volte doppia di quella del palazzo stesso! Il principe Elbeuf, della Casa di Lorena, nel principio del secolo passato, fu spedito a Napoli con un esercito tedesco contro Filippo l di Spagna; quel principe acquistò una casina sul lido del Granatello, e facendo alcuni scavi, nel 1711, trovò un pozzo, ed alcune statue; ciò fu un segno non equivoco, che ivi fosse sepolta qualche città. Carlo III nel novembre del 1738, ordinò all’architetto Rocco Alcubierre di ispezionare quel pozzo, e questi rinvenne colà una statua colossale con iscrizione; dalla quale si rilevava esservi sepolta la città d’Ercolano. Ercolano e Pompei, città floridissime a’ tempi di Tito Vespasiano, nell’anno 79 dell’era Cristiana furono distrutte e sotterrate assieme a Stabia ed altri paesi, dalla lava, cenere e lapilli eruttati dal Vesuvio. Spente e sepolte quelle superbe città, si sarebbe perduta con esse la memoria dei luoghi ove giacevano, se Plinio il giovane non ci avesse lasciato una descrizione di quell’ignivomo cataclisma che le fece sparire dalla superficie della terra.

Era riservato all’immortale Carlo III di Borbone la gloria insigne di far rivivere quelle sepolte città, per arricchire i musei di oggetti antichi e preziosi, ignorati sino allora; dando alla storia conoscenze peregrine ed utili. Quel sovrano, appena ebbe indizio delle rovine d’Ercolano, volle che si facessero subito degli scavi nel luogo stesso ov’era stata rinvenuta la statua. Cominciati i lavori, si trovarono fra innumerevoli rarità molti papiri carbonizzati, avvolti a rotolo, ne’ quali erano consegnate dottrine greche. L’arte trovò il mezzo di leggerle, se non tutte, in parte. Tutti i tesori ed anticaglie trovate in Ercolano, e dippoi in Pompei, oggi adornano il gran Museo di Napoli, gettando immensa luce sulle cognizioni dell’antichità, e servendo di modello a lavori rinomati e delicatissimi. Della città d’Ercolano se ne disseppellì una parte, e l'altra rimase sepolta sotto Resina; e si dovrebbe abbattere questa per mettere in luce quella già morta. Sebbene la città di Pompei fosse stata scoperta dopo dodici anni che si era rinvenuta Ercolano, ciononpertanto non voglio disgiungerle in questa narrazione.

Nel giugno del 1748, alcuni villani, scavando un fosso presso Scafati, scoprirono alcuni edilizi, pitture, statue, ed altri oggetti; in tal guisa si rinvennero le prime tracce della sepolta ed invano cercata città di Pompei. Re Carlo, nell’aprile del 1750, comprò i fondi sotto i quali era sepolta quella città, con' la determinazione di dissotterrarla tutta intiera. Oltre dei tesori ivi rinvenuti, è oggi la maraviglia di chi va a visitarla, trovando una città quasi intatta, ove si ammirano templi, palazzi ad un sol piano, teatri, terme, case, postriboli. Il re invitò a recarsi in Napoli il dotto antiquario monsignor Ottavio Baiardi per illustrare gli scavi d’Erodano e di Pompei.

Nel 1755 si fondò un’accademia detta ercolanense, composta di 15 membri, onde con lo aiuto della filosofia e della storia, descrivesse que' luoghi e que’ tesori colà rinvenuti. Finalmente s’istituì in Napoli un Gabinetto di pietre dure e càtoei, ed una scuola per lavorarli a mosaico; quella scuola era preseduta da un direttore e quattro professori.

Carlo si recava spesso sulle ruine d’Ercolano e Pompei, perché si deliziava a vedere eseguire quelli scavi. Un giorno, tra le cose disseppellite, notò un globetto ovale di ceneri e lapilli bene addensati; quel globetto era molto duro e pesante. Egli sei prese, e lavorò molti giorni per aprirlo con le sue proprie mani; dopo attenta fatica, vi rinvenne diverse monete di vario metallo, ed un anello, nel quale era incisa una maschera. Quel principe se lo pose al dito, come una cara memoria, ed in seguito dirò quale uso ne avesse fatto.

I lidi della Marinella, del Chiatamone e di Mergellina erano lordi ed insalubri, spesso rotti dal mare e sparsi di capanne di poveri pescatori. Carlo, nel 1740, trasformò quei luoghi luridi in deliziosi passeggi, che oggi sono i più ameni di questa nostra alma città.

Napoli non ha porto naturale, e prima che Carlo III venisse in questo Regno, le navi che vi arrivavano, se non si dirigevano a Baja, rimaneano esposte a tutt’i pericoli. Quel sovrano, nello stesso anno 1740, volle supplire al difetto della natura con la costruzione di quel molo che oggi ammiriamo; il quale comincia dal principio della strada Piliero e finisce con la Torre della lanterna. La costruzione di quell’opera tanto utile al commercio di questa grande città, fu affidata a Bompieda. Nel principio di quello stesso anno, ordinò che si costruisse un altro molo in Girgenti, e che la città di Palermo fosse la notte illuminata con fanali; e così a’ palermitani fu fatta la luce nelle tenebre in cui l'aveano lasciati te precedenti signorie! Nel 1744, per ordine di Carlo, presso la via del Piliero, si costruì un ponte, una dogana, ed un palazzo, con una cappella dedicata alla Vergine Immacolata, per la qual cosa quel luogo fu detto l’Immacolatella. L’anno seguente fu costruita la Piazza del Mercatello (0ggi Piazza Dante) dall’architetto Giuseppe Canari. In mezzo a quel largo doveasi alzare la statua del re, e non si effettui causa della guerra contro i tedeschi, che fini con la battaglia di Velletri.

Quel magnanimo e pio sovrano, nell’aprile del 1746, diè principio alla gran fabbrica dell’Albergo de’ poveri in Palermo, e propriamente lungo la strada che da quella città conduce a Monreale. In Napoli fece costruire, nel medesimo anno, il quartiere militare di Pizzofalcone, che resta sull’antico monte Echia, e il monastero delle Teresiane a Ghiaia. Indi, per devozione della Regina, si edificò l'altro monastero anche delle Teresiane sulla strada di Pontecorvo.

Il gesuita padre Pepe, co’ soccorsi de’ fedeli, e più con quelli del re e della regina, nel gennaro del 1747, diè principio ad innalzare il maestoso obelisco della Concezione nel largo del Gesù nuovo. Lelio Carafa Gran protonotario del Regno vi pose Ja prima pietra in nome del Re; Giuseppe Genovino ne fece il disegno, a Giuseppe Fiore ne fu affidata la direzione per l’esecuzione. Quello stesso anno fu edificato il quartiere della cavalleria alla Maddalena in Napoli.

I pubblici monumenti di Carlo III di Borbone, non solo ci dimostrano la generosità e magnificenza di quel principe, ma ci appalesano ancora la pietà di lui verso la religione e la carità verso gli orfani e gl’infelici. Mentre quel sovrano ordinava edificarsi stupende reggie, teatri e quartieri militari, facea costruire ancóra stabilimenti di beneficenza. Nel 1751, volle che si fabbricassero due grandiosi alberghi per tutt’i poveri del Regno; uno fu cominciato il 25 febbraio, fuori Porta Nolana, Vkltro più grande e maestoso, il 27 marzo, nel Borgo S. Antonio Abate. L’idea di quest’ultimo gliela suggerì la pia regina Amalia, il disegno lo fece l’architetto Francesco Fuga, gli statuti e regolamenti furono scritti dallo stesso re. L'Albergo de’ poveri nel borgo S. Antonio Abate è una di quelle opere ardite delle vaste idee di Carlo III. Ê lungo 1500 palmi, largo 144. Con decreto del 9 maggio di quell’anno furono soppressi undici conventi di agostiniani; la rendita de’ quali, in ducati trentaquattromila annui, venne assegnata a questo albergo. Nel medesimo tempo si eresse il Ritiro della Gasa di asilo, sotto il titolo di S. Maria Maddalena, per le donne ravvedute, che volessero menare nuova ed onesta vita. In quello stesso anno 1751, il celebre scultore Sammartino, l'er commissione del principe di San Severo, lavorò la stupenda statua in marmo del Cristo morto e coverto di un velo anche di marmo (4).

Carlo III di Borbone, volendo emulare le magnificenze e le delizie di Versailles fatte dall’avolo suo Luigi XIV, si determinò edificare una delle più stupende reggie di Europa. Scelse un luogo immune dalle offese del Vesuvio, e non molto lungi da Napoli, cioè sotto Casa Mirta, oggi Caserta-Vecchia; essendo ivi tiepido il clima e il terreno ferace, li 49 gennaio 1752, il re con la Real famiglia, col corteggio degli ambasciatori esteri, capi di Corte e molti distinti personaggi dell’aristocrazia del Regno, si recò sul luogo ove dovea sorgere la maestosa dimora. Monsignor Lodovico Gualtieri, arcivescovo di Mira о Nunzio apostolico, benedisse la prima pietra dell'edilizio; nella quale furono scolpite le parole: Carolus et Amalia Utr. Sic. et Hier. Reg. anno Domini 1752 Kal. Feb. R. XVIII. Quella pietra fu messa in una cassetta di marmo con molti medaglioni di argento e di oro, non che altri metalli e monete: il re assodolla al luogo designato con più colpi di martello, distendendovi sopra la calce. La milizia, che facea corteggio al sovrano, era disposta in quadrato, ed occupava tanto spazio, quanto ne dovea occupare la Reggia. L’architetto scelto per quello edifizio fu il napoletano Luigi Vanvitelli, che trovandosi in Roma, ritornò allora nel regno, appunto per questa costruzione.

La Reggia di Caserta è basata sopra quattrocentoquindicimila piedi parigini quadrati, e s’innalza per centosei. Per la sua edificazione si profusero immensi tesori: si ammirano colonne ed archi di materie preziose, marmi peregrini e di finissimi intagli, pitture di autori rinomati, statue colossali di scultori famosi, lavori di stucco, indorature stupende, magnifici cristalli, mosaici ed altro: la scalinata, la cappella e il teatro completano quel vasto e maestoso edifizio.

Dalla parte del nord della Reggia, vi è un amenissimo e spazioso giardino con fontane, statue di marmo, laghi nel mezzo de’ quali stanno simboleggiati fortini о casette che imitano il pagliaio; vi si trovano ameni boschetti di diverso stile; viali d’alberi disposti con sorprendente simmetria, antri, grotte e prati. In quel giardino vedesi riunito quanto vi ha di bello, di delizioso, di grande in tutti i giardini di Europa di simile genere; persino un maestoso cedro del Libano, che con dispendio e cure fu trasportato e trapiantato, e distrutto ai giorni del nostro italico risorgimento!

Il giardino della Reggia di Caserta abbondava di caccia, vi si trovavano lepri e fagiani in grande quantità; nel 1860, i garibaldini li distrussero tutti. Un fiume precipita dalla montagna proprio al centro, dirimpetto alla Reggia, scorrendo a scaloni, forma ruscelli e ruscelletti, che vanno a perdersi nel sottoposto lago, circondato da grotte e da ‘statue; nel mezzo del quale vi. è un magnifico gruppo in marmo, che rappresenta il supplizio di Atteone, circondato ed assalito da molti cani di varie razze. Il detto fiume, uscendo di sotto il lago, scorre verso la Reggia e forma tante simmetriche vasche, abbondanti di grossi pesci, che sono la delizia de’ visitatori di quel luogo; osservandovi pure gran quantità di uccellame acquatico.

Quel fiume, che fa tanta bella vista in quel giardino, о boschetto, come volgarmente lo chiamano. ed è tanto utile alla vegetazione e alla coltivazione di esso, fu condotto colà nel 1759 dalle sorgenti del monte Tiburno. A motivo del differente livello del suolo, passa per una stupenda galleria sotterranea, aperta a traverso del monte Gargano, che fu perforato per una lunghezza di mille metri, ed è dotto acquidotto Carolino. Traversa la valle di Maddaloni sopra un ponte maraviglioso, che è lungo cinquecento metri, e per tre ordini d’archi s’innalza per quarantasei metri. Quei ponte, chiamasi della Valle, riunisce due montagne, ed è un’opera ardimentosa e stupenda, eseguita dal Vanvitelli per volere di Carlo III. Le acque che abbellano le delizie di Caserta, racchiuse in acquidotto, corrono a Napoli, e congiungendosi con quelle di Carmignano, sono state finora di gran sollievo ai bisogni di questa popolosa città.

Mentre si edificava la Reggia di Caserta, la regina eresse in Capua il monastero delle Carmelitane e il re fece costruire i quartieri militari di Aversa, Nola e Nocera. Nel medesimo tempo ordinò di restaurarsi i porti di Salerno, Taranto e Molfetta. L 8 febbraio del 1757, essendosi incendiata la chiesa dell'Annunziata di Napoli, Carlo ordinò al ripetuto architetto Vanvitelli di riedificarla subito (5).

Ho accennati i monumenti principali innalzati da Carlo III di Borbone, gli stabilimenti di beneficenza e di religione eretti dal medesimo; e sarebbe troppo prolisso chi volesse dire tutto quello che fece di bello, di buono e di magnifico, quel generoso e pio monarca. Egli emanò nuove e benefiche leggi, migliorò la intralciata amministrazione del Regno, che era un vero caos, e potrà dirsi francamente essere stato egli il primo sovrana in Europa che avesse dato un andamento regolare a tutt i bisogni del suo popolo, in conformità dell’indole de’ tempi. Fu egli che diede il primo colpo a quell’esosa potenza baronale, che era il flagello di questo Reame. Fu egli, che distinguendo le diverse classi della società, gettò le prime basi di quella, che oggi è tutto, cioè il ceto medio, ovvero l'aristocrazia del merito. In effetti, con dispaccio del 1756, quel sovrano distinse tre classi di nobiltà, la prima detta generosa, la seconda di privilegio, per armi e toga, la terza legale e civile, che riguardava coloro i quali non esercitassero impieghi bassi; da questa terza classe surse nella moderna società quel possente ceto, che in Francia fu chiamato terzo stato; il quale raccolse le spoglie degl’ignoranti e soggiogati baroni, divenendo potentissimo presso i sovrani e presso i popoli.

Carlo III, mentre obbligava i baroni e i nobili indistintamente a pagare i tributi allo Stato e sottomettersi a tutte le leggi del medesimo, accordava il privilegio a' padri onusti, cioè a tutti quelli che aveano più di nove figli, di non pagar dazii: l’uguaglianza in faccia alla legge fu la prima volta riconosciuta in Napoli sotto un Borbone, e se questi accordò qualche privilegio, lo fu sempre a vantaggio del povero! Quel sovrano, restaurando la monarchia di Ruggiero, non solo alzò splendido trono, ma lo circondò di tutte quelle ne cessane condizioni per renderlo rispettato e farlo benedire da' suoi popoli, e dagli avvenire a qualunque classe fossero appartenuti. Devesi a quel monarca la espulsione degli stranieri da questo Regno, e che poi, alla testa dei suoi sudditi belligeranti, estirpò nella campale battaglia di Villetri. Fu egli che creò un esercito nazionale, ed una flotta, la prima di second’ordine in Europa; che restaurò le fortezze, e ne aggiunse delle nuove; che fondò fabbriche di oggetti militari e di cose utili a' suoi popoli per emanciparli dal monopolio e dalla soggezione dello straniero; che animò il commercio con trattati, con le istituzioni de’ consolati, co’ tribunali, con le società di assicurazioni marittime, e coll’aprire strade, mentre quelle che vi erano allora neppure si prestavano a’ viaggiatori a cavallo, e nelle stesse vicinanze della capitale.

Fu Carlo III di Borbone che fece costruire nuovi porti, e restaurò quelli abbandonati; che istituì i monti frumentarii, tanto utili in tempi di scarsezza о carestia; che fece leggi savie per l'incremento dell’agricoltura e la pastorizia; ed infine che rese monumentale questo Regno con edilìzi stupendi, che sono tuttora la nostra maraviglia, e la saranno dei nostri più lontani nepoti. Quel benefico principe, nel riordinare lo Stato a monarchia, non trascurò la istruzione pubblica, dando i mezzi per le scuole primarie, istituendo diverse accademie in varie città del Regno, e fondando nuove cattedre nelle università per lo studio di scienze utilissime. Fu Carlo III di Borbone, che delle Due Sicilie povere, abbiette, abbrutite e tiranneggiate dallo straniero, le rese ricche, rispettate, indipendenti, e le pose sulla via del vero progresso ed incivilimento.

Il Regno di Carlo III fu benefico e magnifico; però lo storico qualunque siasi, non trova negli avvenimenti dello stesso, che poca parte drammatica e critica, che tanto alletta la generalità de’ lettori; ed è stata questa la ragione per la quale mi sono limitato ad accennar solamente il gran bene che fece quel sovrano a queste già derelitte Due Sicilie. Nonpertanto, siccome Carlo III di Borbone fu un re religiosissimo e regnò per la grazia di Dio, non gli mancarono i suoi detrattori, e sarebbe stato proclamato tiranno, se sotto il suo Regno fossero avvenute rivoluzioni, ed ei le avesse represse. Colletta, Gorani, La Cecilia e Dumas sono gli scrittori che trovarono delle pecche contro quel glorioso principe.

Vediamo, brevemente, quali sono le accuse scagliate da questi autori, tutti e quattro però del partito rivoluzionario. Accusano Carlo perché fu ligio alla politica di suo padre, Filippo l di Spagna; ma essi non pensarono, о meglio non vollero pensare, nella smania di accusare un Borbone, che costui seguiva quella politica, perché era utile alla pace del Regno. Avrebbero forse voluto che si fosse alleato all'Austria contro la Spagna? non posso supporre tanta demenza in quelli accusatori. L’esempio della neutralità imposta a questo Reame, nel 1742, dal commodoro inglese Marteen, e come poi fu rispettata dall'Austria, è uno splendido argomento a favore di Carlo di essersi alleato alla Spagna nel 1744. Del resto finché questo Regno si fosse costituito, Filippo l’ed EJisabetta Farnese, diedero tesori e mezzi al loro figliuolo, per restaurare il trono di Ruggiero, e difenderlo da' tranelli d’una invasione tedesca.

Accusano Carlo perché nel 1745 introdusse nel Regno il Giuoco del Lotto, mentre lo volle il popolo con grandi insistenze. Al certo qualsiasi più spudorato scrittore non potrebbe accusare di avarizia quel generoso monarca; e fa maraviglia che scrittori detti liberali, gli lanciano simile accusa, mentre i governi liberali, creati о difesi da loro, hanno prima biasimato e poi agevolato, moltiplicato e propagato quel, giuoco, tirando anche il baratto sopra le vincite de’ giuocatori!

Dicono che Carlo rovinò le finanze per la smania che avea d'innalzar palazzi, alberghi di poveri ecc.: ciò non dee recar maraviglia, dappoiché sappiamo, che secondo i liberali il danaro dello Stato deve servir prima a sfamare i fratelli e poi a tenerli in lusso combinando carrozzini e facendo quattrini (6). I liberali mentre predicano essere le opere pubbliche gran sapienza di Stato, se queste però son fatte da un Borbone, sono crimenlesi, se non peggio! È da osservarsi che in quest’accusa vi è un’altra malafede, anzi direi dimostrata malvagità: «conciossiaché è cosa notoria che la maggior parte delle opere pubbliche fatte da Carlo III, furono innalzate a spese di quei generoso principe, cioè col danaro che mandavagli sua madre Elisabetta Farnese.

Il Dumas, delle opere di Carlo ITI, trova solamente utili i passeggi della Marinella, del Chiatamone e di Mergellina; ciò è naturale, perché vi rinveniva il suo tornaconto come straniero: e se il real Palazzo del Chiatamone l’avesse edificato quel sovrano, oh I allora sì, l’avrebbe trovata un’opera utilissima, e per quella ragione che tutti sappiamo (7). Peccato che quello storico-romanziere non fosse vissuto un secolo prima, chi sa, forse avrebbe persuaso Carlo III a non edificare palazzi, alberghi di poveri, chiese ecc, invece l'avrebbe indotto a dargli quel danaro speso in monumenti, per qualche santa canea, e farne l’uso che fece delle collette patriottiche raccolte in Napoli nel 1860, secondo asserisce l'ammiraglio Persano, nel suo Diario, parte II, pag. 88, edizione di Torino.

Addebitano gran colpa a Carlo perché costui cacciò gli ebrei dal Regno dopo averli ammessi. Gli ebrei furono introdotti nelle Due Sicilie, perché si disse a quel re che la religione cattolica e la morale non avrebbero ricevuto alcun danno, ma invece avrebbero essi coadiuvato ad agevolare il commercio. Quando però si conobbe la sozza e sfacciata usura che usavano nelle contrattazioni, arrecando scandali non lievi ih mezzo ad un popolo cattolico, era adsoluto obbligo cacciarli via da questi dominii. Gli ebrei non furono banditi dal re, ma a furia di popolo nel 1745, cioè dopo cinque anni ch’erano venuti; ne quali aveano come locuste invasa ed indòzzata questa città ed altre ancora del Reame, con tutte le abbominazioni degne di una schiatta maledetta da Gesù Cristo; e che oggi, perché dispersa nel mondo, non avendo né re, né patria, né altari, odia ed insidia in tutti i modi il popolo di quell'uomo-Dio che i padri suoi crocifissero. Che il popolò delle Due Sicilie soffriva male gli ebrei, lo prova il manifesto del novembre 1743 di Maria Teresa d’Austria, la quale, prima della battaglia di Velletri, per ingraziarsi l’opinione pubblica di questo Regno, tra le altre cose promettea di cacciare gli ebrei. Avrebbero forse voluto i detrattori di Carlo III, che costui avesse mitragliato il popolo per impedire la cacciata degli ebrei?

Suppongo questa pretensione, perché i così detti liberali chiamano fanatico e sedizioso quel popola che vuol rispettata la religione, la morale e i ministri del Santuario; al contrario poi, quando essi raccolgono una masnada di vagabondi paltonieri e straccioni salariati, facendo loro gridare: abbasso questi о quegli, abbasso i Gesuiti ecc, allora quello è popolo di gente pensante e generosa, che i governi debbono rispettare.

Gorani qualifica di tirannico l'ordine di Carlo III, col quale proscrisse i gatti dall’Isola di Procida, perché questi divoravano i fagiani; e ci vuol far credere, che il Regno stava per ribellarsi a causa dell’ingiustizia perpetrata contro i poveri mici di quell'isola. fiisum teneatis amici!

Dumas ne fa un casus belli; e facendo le sue filosofiche riflessioni, ci fa sapere, che Carlo ordinò l'ostracismo de’ gatti da Procida, per la passione che avea della caccia, e che i re, cacciatori, egli soggiunge, sono crudeli, e i Borboni furono tali, perché amavano la caccia. Oh! lo spirito poetico e partigiano quante corbellerie fa dire a coloro che si credono sommi scrittori! Il medesimo Dumas non avendo altro da dire contro Carlo III, ci assicurà — come se l'avesse veduto — che era brutto di viso, cioè con fisonomía ributtante da mulatto; (forse come lui!) — e quel cantastorie, in conferma della sua assicurazione, ci regala, da lui inventato, un brano di lettera di un conte di Gleichen. In quanto poi alla regina Amalia, a dispetto del Colletta, che lasciò scritto essere stata quella sovrana modesta, di puri costumi e religiosissima, il Dumas sentenzia che gli altri autori non dividono questa opinione del Colletta; e la dipingono invece imperiosa ed avara, tanto che vendé il posto di aio di suo figlio Ferdinando al principe S. Nicandro; e fu tanto crudele, che co’ suoi maltrattamenti fece divenire imbecille il suo primogenito, l'Infante D. Filippo. Dumas, scrivendo la Storia de’ Borboni di Napoli, ha creduto regalarci una seconda edizione del romanzo il Conte di Montecristo, meglio scorretto ed esagerato (8).

Ho voluto dire le fatue accuse lanciate dagli scrittori rivoluzionarii contro Carlo III, perché sono la prova più solenne che questo sovrano fu il tipo de’ migliori re, che Iddio abbia largito a’ popoli. Quegli scrittori accusano Carlo in quello che gli fa onore, e lo lodano in ciò ch’è censurabile, cioè per le leggi contro la Chiesa pubblicate sotto il Regno di lui; ed è questo il solo lato vulnerabile di quel sovrano. Si potrebbe aggiungere l'altra colpa di avere affidata la minorità di suo figlio Ferdinando IV a Tanucci e al principe di S. Nicandro, il primo, sebbene onesto e dotto, avea il gran difetto di essere libero pensatore ed operare in conseguenza, preparando la catastrofe di quella dinastia che Pavea beneficato e»ì onorato; il secondo, quantunque probo e cattolico, era però di poco ingegno e senza energia.

Il 9 luglio 1746, morì in Madrid Filippo I Re di Spagna, genitore di Carlo III, e gli successe Ferdinando IV figlio secondogenito; il quale oppresso da lunga malattia mori anch’egli, il 10 agosto 1759, in età di 45 anni; non avendo lasciato successori al trono di Spagna, sicché erede di dritto divenne Carlo III re delle Due Sicilie. Per la qual cosa la regina vedova del defunto sovrano assunse la reggenza in nome del cognato, e questi fu proclamato re delle Spagne e delle Indie. Si spedì da Barcellona una flotta per condurre il nuovo sovrano in quel Regno; la quale giunse nel porto di Napoli il 3 ottobre di quel medesimo anno 1759.

Carlo III accettando quella corona, non volle che questo Reame dipendesse dalla monarchia spagnuola, come era avvenuto per lo innanzi, ma divise i suoi possedimenti in due Regni, senza dipendenza l'uno dall’altro. Egli si dichiarò re di Spagna, cedendo in pari tempo al suo terzogenito il Regno delle Due Sicilie, dopo di avere dichiarato suo erede il secondogenito Carlo. Il suo primo figlio, l'Infante D. Filippo, come, già si è detto, era imbecille; ed ognuno potrà supporre il dolore del padre, avendo dovuto far costa tare quella infermità da un congresso medico, e farla nota a’ popoli delle Due Sicilie, a quelli di Spagna, e alla diplomazia europea. In quella cessione fatta da Carlo a favore di suo figlio Ferdinando, erano previsti tutti i casi di successione, cioè dovea andar sempre pe’ maschi primogeniti, ed in mancanza di questi, pe secondogeniti о collaterali. Spenta la linea maschile dover succedere le femmine secondo l’ordine dell’età, ed in mancanza di queste, essere successore della Coгода delle Due Sicilie il secondogenito del re di Spagna, però questo Regno dovea rimanere indipendente dalla monarchia spagnuola. In effetti, il 10 ottobre di quello steso anno, Carlo fece un trattato con l’Austria, col quale venne stabilito che il Regno delle Due Sicilie non potesse esser riunito a quello dì Spagna, sotto lo scettro dello stesso monarca, se non nel caso in cui i due rami fossero ridotti ad una sola persona; ma appena nascesse un principe che fosse erede presuntivo della Spagna, gli si dovrebbe subito cedere questo Regno delle Due Sicilie in piena indipendenza. L’Austria in quel trattato rinunziò in favore del Duca di Parma D. Filippo di Borbone ed a’ suoi successori il dritto di regresso. Il re Carlo III rinunziò a tutte le pretensioni sopra i boni allodiali dell’estinta Casa de’ Medici.

L’atto solenne di cessione della Monarchia delle Due Sicilie fatta da Carlo III a suo figlio Ferdinando, fu letto dal marchese Tanucci alla presenza di tutti i ministri, baroni del Regno e rappresentanti delle potenze estere. Finita la lettura, Carlo snudò la spada la pose in mano al nuovo re delle Due Sicilie, che non compiva ancora gli anni otto, e dandogli per la prima volta il titolo di Maestà, gli disse: «È questa quella spada che Luigi XIV diede a mio padre Filippo; io la dò a te, e dovrà servirti per difesa della religione e dei tuoi sudditi.» Sentimenti veramente degni di un Carlo III di Borbone! Dopo della presentazione della spada ereditaria, Carlo benedisse il figlio e se lo strinse al cuore; indi stabilì una Reggenza di otto individui sino all’età maggiore di Ferdinando, che fu fissata a sedici anni compiuti. Gl’individui che componeano quella Reggenza erano tutti consiglieri di Stato ed eccone i nomi: principe di S. Nicandro ajo del re Ferdinando, Giuseppe Pappacoda principe di Centola, Michele Reggio generale e Bali di Malta, Domenico di Sangro capitan generale, Pietro Bologna principe di Camporeale, Giacomo Milano principe di Ardore, Lelio Carafa capitano delle Guardie e il marchese Bernardo Tanucci.

Carlo si apprestò a partire per la Spagna; nulla si portò di quanto apparteneva al Reame delle Due Sicilie, dopo di avere profusi i suoi immensi tesori, per rendere monumentale e rispettata questa nostra patria. Consegnò ai ministri del nuovo re le gemme della corona, le ricchezze e i fregi della sovranità; e giunse a togliersi dal dito fanello che trovato avea negli scavi di Pompei e consegnandolo ai ministri disse: Anche quest’anello è patrimonio dello Stato. Andate, signori novatori, a trovar simili sovrani! Oggi quell’anello si ammira nel Real Museo di Napoli, non già pel suo valore intrinseco, ma perché oggetto pompeiano, e perché appartenne al più magnanimo dei monarchi, ed è e sarà un monumento della non comune delicatezza di un sovrano indimenticabile per queste belle contrade italiane.

Carlo lasciò in Napoli il suo già primogenito, l'Infante D. Filippo: essendo costui scemo di mente, non volle farlo vedere agli spagnuoli, ma invece lo raccomandò ai suoi amici ed affezionati che assai ne restavano in questa capitale. Dopo di avere lasciato al figlio Ferdinando prudenti e benigni ricordi, dispensò onori e doni in compenso dei servizi e della fedeltà a lui dimostrata. Il 6 ottobre 1759, s’imbarcò sulla nave Fenice, assieme all’augusta sposa, mentre sull’altra nave il Trionfo, s’imbarcarono i suoi figli D. Carlo, D. Francesco Saverio, D. Gabriele e D. Antonio; e sopra altre navi le figlie D.(a) Maria Giuseppa e D.(a) Maria Luigia.

La flotta che conducea il re e la real famiglia, sciolse le vele dal porto di Napoli prima del tramonto del sole; ed era composta di sedici vascelli e varie fregate. Il molo, il porto, le riviere di questa città erano gremite di spettatori dolenti, perché vedeano partire il loro augusto sovrano e padre; i balconi, le finestre e le terrazze, che guardavano il mare, erano pure affollate da gente mesta e afflitta per quella dipartita.

La flotta che conducea Carlo III, arrivò a Barcellona il 15 ottobre tra l'esultanza di quei buoni Catalani, i quali ottennero dal nuovo sovrano quei privilegi che aveano perduti sotto il Regno di Filippo V.

Nominerò qui gli uomini più celebri che vissero sotto il Regno di Carlo III, e molti furono onorati e protetti da questo sovrano. Fra Giovanni Giuseppe della Croce d’Ischia, religioso alcantarino, morto in Napoli, nel 1734, in concetto di santità. Ignazio Perlonge di Naso (in Sicilia) nato nel 1666, celebre giureconsulto e diplomatico; occupò varie cariche eminenti, e fu governatore di Mantova; mori in Vienna nel 1737. Giovambattista Campanella di Modica, scienziato ed insigne poeta, morto in Napoli nel 1740. Giovambattista Pergolesi, fautore dello Stabat, celebre maestro di cappella, morto povero in Pozzuoli di anni 33, nel 1741. Giovambattista Vico nato in Napoli nel 1670, autore de’ Principii della scienza nuova, opera celebre pubblicata nel 1725, letterato-fìlosofo-istorico, cattedratico di eloquenza nella Regia Università degli studi di Napoli, morì in questa capitale di anni 73, il 21 gennaio 1743. Il canonico Antonio Mongitore di Palermo, autore della Biblioteca Sicula Historicorum, morto nello stesso anno 1743, di anni 70. Nicola Capasso di Grumo, poeta e giureconsulto, morto in Napoli nel 1745. Nello stesso anno morì Domenico Ludovici di Aquila, celebre filosofo, teologo e poeta. Michele Spedaliere dì Palermo, introduttore dell’algebra in Sicilia, morto in quella città nel 1747. Francesco Solimene di Napoli, celebre pittore, morto in questa città nel medesimo anno 1747 di anni 90, e Francesco Eboli duca di Castropignano illustre capitano. Pietro Giannone d'Ischitella, istorico e sommo giureconsulto, morì in Torino, di anni 72, nel 1748. Monsignor Celestino Galiani di Foggia, cappellano maggiore, matematico e filologo, morto in Napoli nel 1753.

Nel 1755, si pubblicò in Napoli la prima volta la Teologia Morale del P. Alfonso de' Liguori.


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FERDINANDO IV DI BORBONE

CAPITOLO IV

SOMMARIO

Avvertenza sul Regno di Ferdinando IV. Consiglio di Reggenza. Tanucci la domina. Promulga leggi tiranniche contro la Chiesa. Opere pubbliche della Reggenza. Epidemia e fame nel Regno: Carlo III di Spagna provvede. Si fondano varie accademie e pubbliche Biblioteche. Morte di uomini insigni. Opere pubblicate.

Questo secondo periodo della prima epoca della storia de’ Borboni di Napoli, è il magno cavallo di battaglia inforcato dagli storici rivoluzionarli, col quale han creduto costoro combattere e vituperare quella gloriosa dinastia; travisando fatti, falsificando documenti ed inventando aneddoti, che sdegnerebbe la penna di qualunque storico che veramente rispetta sé stesso ed i suoi lettori. I narratori-libellisti neppure hanno avuto riguardo alla vita privata ed intima di Ferdinando IV, e della sua famiglia. Han raccontato crudeltà senza scopo e senza senso comune, immaginarie ed inverosimili; intrighi di Corte e di alcova che fanno arrossire ogni anima onesta; ed altre menzogne ed infamie degne soltanto di essi loro che le inventarono. Cosi facendo, han creduto gettar fango sulla memoria di quel sovrano, per legittimar la loro fellonia ed ingratitudine; ma quel fango non ha che imbruttato le facce degli stessi spudorati detrattori.

Fanno veramente ridere ed insieme destano nausea Gorani, La Cecilia e Dumas, quando ci raccontano alcune vivacità di Ferdinando IV, nel tempo che questo sovrano era sotto la Reggenza, ed anche quando divenne maggiorenne; i piaceri, i sollazzi, e diciamolo pure, le impertinenze di costui, sono per questi scrittori enormezze, infamie e tirannie. Ritenuto pur tutto vero quanto costoro ci raccontano di quel re, fanciullo о adulto, sono nella ferma opinione che un uomo che abbia buon senso, esperienza ed imparzialità, altro non vi scorge che la storia dell’infanzia, dell’adolescenza e della gioventù di tutti i figli di Adamo. Io baderò poco a tutte quelle fandonie che si sono scritte contro la vita privata di quel sovrano e della sua famiglia, che è un compito da lasciare a’ libellisti arrabbiati; ma con la scorta degli storici imparziali e documenti di quel tempo, in gran parte ignorati, ragionerò solamente della vita pubblica di Ferdinando IV, ed è questa la parte che deve interessare la storia vera del nostro paese.

Ad esempio, quel cicalone di Alessandro Dumas si vanta di avere avuto nelle sue mani tutti i documenti esiziali ai Borboni di Napoli, cioè quelli che Ferdinando IV e Maria Carolina aveano fatto occultare, (neppure bruciare!) ch’egli, il Dumas, trovò dopo l'entrata di Garibaldi in Napoli, cioè dopo più di mezzo secolo. que' documenti (badate, un re che conserva e poi occulta documenti che l'accusano) sono simili alle solite cronache che vantano i romanzieri, dalle quali dicono di aver ricavato la storia-romanzo, che poi ci presentano: cronache esistenti soltanto nella fantasia degli scrittori. Dumas fa sfoggio dell’intima ed autografa corrispondenza di Ferdinando IV, di Maria Carolina, del cardinale Ruffo, di Nelson, di Thurn, di Tronbridg e di Hamilton.

Quel francese cantambanco ha preso proprio per imbecilli i napoletani, supponendo che costoro potessero credere, che l'intima ed autografa corrispondenza di quelli alti personaggi sia stata depositata ed abbandonata dai re eredi negli archivii pubblici di Napoli. Quindi replico con dire, che non mi prenderò la pena di ribattere simili strampalate asserzioni, che egli ci sciorina per calunniare chi non conobbe mai, e che in grazia della poca decorosa protezione accordatagli dal dittatore Garibaldi, fu uno dei tanti Vampiri, che non isdegnò succhiare in tutti i modi, nella rivoluzione del 1860, il sangue degl’illusi e traditi napoletani. Del resto ¿orse voce, che non fu smentita, che Cavour avesse dato al Dumas quarantamila franchi, per iscrivere la storia non de’ Borboni di Napoli, ma contro i Borboni.

Gli scrittori rivoluzionarii, per meglio farsi credere, lodano in parte il governo della Reggenza nella minorità del re; sol perché in quel tempo, il Tanucci schiccherò un diluvio di leggi draconiane contro la Chiesa, e dalla maggiorità del re sino alla rivoluzione francese del 1789, non trovano molto da dire di male contro questo sovrano, ad eccezione di talune accuse che riguardano più l’individuo che il capo dello Stato. Dopo il 1789, Ferdinando IV di Borbone diviene un terribile tiranno, secondo Vincenzo Coco, Carlo Botta, Pietro Colletta, Gorani, Dumas, La Cecilia, ed altri della stessa risina. Lo storico Botta A in parte perdonabile de’ suoi errori circa i fatti del Regno di Napoli, perché copiò Coco; ma gli altri mentirono sapendo di mentire. Di tutti gli scrittori rivoluzionarii che calunniarono i Borboni di Napoli, quelli che meritano di essere confutati sono Coco e Colletta, perché calunniando non lasciano di esser serii e non volendolo dicono molte verità. Gli altri venuti appresso altro non fecero che copiare questi due autori; alcuni aggravandone le tinte, altri inventando altre infamie che non esistettero mai. Si è perciò, che nel corso di questo qualunque siasi lavoro, m’ingegnerò di esaminare varie asserzioni calunniose di questi due storici, e con particolarità del Colletta, essendo costui più conosciuto, e perché la sua storia comincia da Carlo III e finisce con la morte di Ferdinando IV; mentre Coco tratta dei soli fatti del 1799. Di Gorani, di Dumas, di La Cecilia, e di qualche altro calunniatore, ragionerò qualche volta, о per dimostrar falso qualche documento che i medesimi ci han regalato, о per esilarare un poco i lettori con le loro buffonate storiche.

Lettori benevoli, volete sapere perché Ferdinando IV di Borbone divenne un gran tiranno dopo il 1789, secondo gli autori disopra citati? io vel dirò anticipatamente, e poi dimostrerò nel corso di questo racconto. Quel sovrano divenne un gran tiranno, sol perché difese il suo Regno ed i suoi popoli dall’invasione francese, coadiuvata dai cosi detti patrioti napoletani, e perché ebbe il buon senso di non farsi Ghigliottinare dai rivoluzionarii, non volendo imitare la bonomia di suo cognato Luigi XVI di Francia; ma in cambio lasciò libero il braccio alla giustizia perché debitamente punisse i più sfacciati caporioni della rivoluzione del 1799. Ecco il gran segreto, per chi nol sappia, del grande odio e delle calunnie lanciate contro Ferdinando IV da tutti gli scrittori detti patrioti.

Il nuovo re s’intitolò, come già si è ripetuto: Ferdinando IV di Napoli, III di Sicilia, Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, Duca di Parma Piacenza e Castro, Gran Principe ereditario di Toscana ecc.

Dopo la mestizia per la partenza di Carlo III, successe la gioia per l’innalzamento al trono di Ferdinando IV, il quale, il 16 ottobre, si recò al Duomo in forma pubblica per ottenere da Dio le benedizioni celesti su di lui e sul Reame. Ivi si cantò il Tedeum, indi re visitò la cappella di S. Gennaro, e ritornò alla Reggia, tra le acclamazioni del popolo. In quella ricorrenza il nuovo sovrano concesse indulto a molti condannati per varii delitti.

Nelle segreterie di Stato si fece qualche cambiamento: essendo partito il marchese Squillace per accompagnar Carlo III, fu nominato in sua vece Antonio Rito, segretario di Stato per la guerra.

Il 30 dicembre di quell’anno, la Reggenza dispose prestarsi il giuramento di fedeltà ed obbedienza al nuovo sovrano, cioè da’ baroni, dalla magistratura, e da’ deputati delle Comunità del Regno; e quel giuramento. fu prestato nelle mani del duca di Cerisano. In Palermo trovavasi viceré della Sicilia il duca Pellegrino, e costui ricevé, a nome del re, il giuramento di fedeltà ed obbedienza dai tre bracci, ed a nome del medesimo re giurò l'osservanza delle leggi e dei privilegi dell'Isola.

Tanucci, che era l'anima della Reggenza, sebbene un distinto autore moderno asserisca il contrario, e perché non potè farne a meno, a nome del re, domandò al Sommo Pontefice Clemente XIII l’investitura del Regno delle Due Sicilie. Il Papa, dopo tutte quelle leggi emanate contro la Chiesa, fece delle difficoltà ad accordarla, ma il cardinale Orsini patrocinò la causa di Ferdinando IV; e costui, avendo ottenuta l’investitura, il 3 febbraio 1760, prestò il giuramento di omaggio e di vassallaggio al Sommo Pontefice nelle mani del cardinale, delegato dallo stesso Pontefice.

Re Ferdinando IV avea ingegno e buon senso, non che molto acume nelle sue rispot ste; ma Tanucci, prevedendo che quel sovrano appena giuntò alla maggiorità, farebbe senza di lui, si argomentò non fargli dare tutta l’istruzione necessaria, sperando che il potere sarebbe rimasto nelle sue mani, con lasciare ignorante il real pupillo; e tutto ciò era contrario agli ordini e raccomandazioni lasciategli da Carlo. Il principe di S. Nicandro, che in tutto volea piacere al suo allievo, lo educò nei divertimenti della caccia e della pesca; gloriandosi soltanto delle prove di destrezza e di forza che facea eseguire al re fanciullo. Ad onta di ciò, Ferdinando IV di Borbone non fu quell’ignorante che ci dipingono i suoi malevoli detrattori. Era egli di umore allegro, e come tutti i ragazzi amava la dissipazione ed i piaceri; però era stato educato al cattolicismo, e quindi rispettoso verso la Chiesa. Disgraziatamente, a capo di fatto della Reggenza era quell’uomo che contro i Borboni attirò la disapprovazione del capo della Chiesa cattolica; intendo parlare di Bernardo Tanucci.

Il quale, sotto il Regno di Carlo III, operò con la maschera di cattolico nel far leggi contro il clero e i dritti dei sommi Pontefici; ed appena fu libero della soggezione di quel sovrano, si mostrò qual’era, cioè né cattolico né cristiano, ma pericolosissimo libero pensatore.

Difatti pubblicò leggi ed ordinanze, indegne di un ministro di sovrano nato e cresciuto in grembo al cattolicismo: basti dire, che decretò essere il matrimonio contratto civile, per natura, sacramento per concessione; ben disse il marchese D. Pietro Ulloa: Lutero non potea dirla più grossa! (9)

Tanucci dominava i membri della reggenza ed usava l’ipocrisia dimostrandosi mansueto e riverente co’ suoi colleghi. I quali, sebbene buoni cattolici, erano poco istruiti, inesperti negli affari di Stato, scevri di ambizione e si contentavano de’ furbi salamelecchi di colui che li. dominava; solamente si mostravano riottosi nell’approvare quelle leggi che giudicavano contrarie alla coscienza e alla religione dello Stato. Tanucci non si perdeva d’animo per quella poca opposizione; sapendo che i suoi colleghi erano usi ad ubbidire, fingeva istruzioni e comandi segreti datigli da Carlo III; così non incontrava ostacoli in far leggi draconiane ed empie contro il sacerdozio e la Chiesa; leggi che oggi sono imitate, e fanno la delizia de’ liberi pensatori, e de’ nemici del nome cristiano. Ê da notarsi però, che Tanucci nel far quelle leggi avea altro scopo di quello che oggi si prefiggono i suoi imitatori; in effetti volle aboliti 39 conventi,28 in Sicilia e Il al di quà del faro; le rendite di quelli aboliti conventi, invece di convertirle in carrozzini e in regali a’ martiri patrioti, come praticarono gli attuali redentori d’Italia sperperandole in tutti i modi, vennero da lui assegnate invece a’ Comuni a’ quali già appartenevano que’ conventi.

È dovere d’ogni storico imparziale mondar Ferdinando IV della colpa attribuitagli per quelle leggi fatte ed eseguite sotto il suo Regno; in quella trista faccenda fu quel sovrano la vittima dell’astuto Tanucci, e quando cercò riparare il malfatto, giunse troppo tardi. Lo stesso Pietro Colletta, volendo accusar di clericale Ferdinando, ecco quanto dice a questo proposito nella sua Storia del Reame di Napoli, libro II paragrafo 2:

«E così lo scorto Tanucci, per dispacci, ordinamenti, decisioni della Reggenza, tanto mutò dell’antico, e tante novelle relazioni e novelle bisogni compose, che il re, divenuto maggiore in libera sovranità, non poteva disfare le cose fatte, senza produrre all’universale danni e disordini. Fu perciò necessario a Ferdinando procedere nello irrevocabile cammino.»

Nella minorità del Re, si fecero nel Regno poche opere pubbliche, perché Tanucci era tutto dedito a perseguitare la Chiesa; una però merita di essere rammentata ed encomiata. Il 4 settembre 1762 si diede principio al Camposanto in Napoli sopra un colle amenissimo, né troppo vicino né tanto lontano dalla città. Fu il primo cimitero fondato in Italia; il disegno è di Fuga; e costò molto all’erario. Il 31 dicembre del 1763, si fece la inaugurazione, e lo benedisse il correttore della santa Casa degl’invalidi. Con dispaccio del 4 dicembre 1764 fu prescritto che i cadaveri doveansi seppellire al camposanto, e senza tassa mortuaria.

È opera meritoria della Reggenza di avere popolate Ustica e Lampedusa, isole deserte adiacenti alla Sicilia, la prima nel 1760, la seconda nel 1765, togliendo cosi l’asilo a’ corsari barbareschi. In Ustica si edificò eziandio un castello per meglio guarentirla, e si mandarono varie navi, costruite in Palermo, per difendere le costiere della Sicilia dall’escursione di quei barbari. In quei tempi, i corsari di Tunisi e di Tripoli assaltavano paesi ed anche città marittime, mettendo tutto a' ruba, e menando in ischiavitù distinti e ricchi cittadini, per ritrarne poi grosse somme come a riscatto de’ medesimi.

Nel 1763 e 64, il Regno delle Due Sicilie fu travagliato dalle epidemie, e dalla fame. In Palermo si sviluppò una specie di febbre ardente, che in poco tempo uccideva, facendo assai vittime e particolarmente nel basso popolo. Il Senato di quella città chiamò Gaspare Cannata, celebre medico da Modica; il quale apprestando agli infermi come rimedio il subacido, ne guari la maggior parte, e quel ch’è più, localizzò la epidemia.

La messe del grano fu scarsissima nel 1763, e quel poco che si raccolse, i comuni ed i privati lo conservarono per l’inverno; e questa preveggenza accelerò una desolante carestia, e quindi la fame nel popolo. Il grano fu venduto a prezzi favolosi, ed i monopolisti profittarono come sempre di quel flagello, per far danaro.

Sia detto a lode della Reggenza; che, in quella trista circostanza, spiegò una energia degna di ogni encomio. I siciliani, di natura intolleranti, si rivoltarono al grido di viva il Re! e i palermitani cacciarono il viceré marchese Fogliarli. La Reggenza elesse una Commissione per invigilare sopra i monopolisti, e quelli che volessero approfittare di quella pubblica calamità. A capo di quella Commissione venne scelto il marchese Pallante; il quale nell’aprile del 1764, seguito dalla forza armata, visitò varie provincie del Reame, arrestando e deportando i monopolisti più venali; e stabili il prezzo del grano a carlini 12 (10), che per quel tempo era prezzo ben caro. I proprietarii del grano, che aveano somma fiducia di venderlo a prezzi altissimi ed arricchirsi, a danno dei miseri, perfidamente si contentarono gittarlo ne’ fiumi, e nel mare, anzi che venderlo a quel prezzo. La fame dunque crebbe in modo straordinario, ce in nessun anno fu tanto desolante come nel 1764, arrecando morti, epidemie, e subugli popolari. A tutti questi mali si aggiunse l’altro, che i domestici dei signori, ancor potenti, angariavano sui venditori e sui popolo, per provvedere i loro padroni e congiunti; e fu questa una delle principali cause di perturbazioni. Tanucci, in quelle circostanze eccezionali» usò rigori, e scoperse magagne troppo disonoranti, commesse da quelli avidi magnati (11).

La Reggenza, paurosa per la disperazione del popolo affamato, consigliò il re a fuggire, e questi, appena di anni 12, risoluto rispose: «Fuggite voi, io non uscirò dalla mia patria, né voglio lasciare il mio fedele popolo nella sventura.» Allora la Reggenza richiamò il marchese Pallante, che avea fatto più male che bene nelle province; e Tanucci pregò i consoli esteri per interessare i loro governi a mandar grano in questo Regno, e non impedire ai negozianti che ne volessero inviare; come era avvenuto in Francia, ove erano state sequestrate le navi cariche di grano pronte a partire per Napoli. La Reggenza offerse un prezzo alto per aver grano dall’estero; ne ebbe dagli Stati austriaci; ma gli eletti della città lo respinsero, perché si pretendeano cinque ducati a tomolo. Per calmare i suhugli ed i piati del popolo, Tanucci fece ritornare il padre Rocco sfrattato da questa città, perché volea opporsi alle leggi da lui promulgate contro la chiesa. Il padre Rocco era popolarissimo in Napoli, la plebe Io teneva per santo; a lui si deve la prima idea d’illuminare le vie nelle ore della notte, e ciò con l’interessare i privati ad accender lampade alle statue ed alle altre effigie de’ santi, situate per istrada. Allora i signori, che percorrevano Napoli di notte, erano preceduti da staffieri e servitori con torce di catrame così dette a vento. Tuttora negli antichi palagi, ad ogni piano si osserva una specie di mascherone, nella cui gola spegnevansi le dette torce. Nel Museo di S. Martino, attiguo alla rocca di Sant’Eramo, mirasi una statua di cera al naturale del padre Rocco, vestito da frate e par che ti parli. Ma, torniamo al nostro assunto: Tanucci ebbe bisogno di quell’umile religioso per frenare la plebe tumultuante: e questa infatti si acquietò alla voce del suo santo apostolo; sofferse rassegnata la fame, e preferì morire piuttosto che rivoltarsi contro il governo!

Oggi si perseguitano i ministri della religione; si attizzano le masse: e quali ne saranno le conseguenze?—I moderni facitori di libertà potrebbero deplorare un giorno l'inconsulta opera loro; ma Dio voglia, che non fosse tardi!

La Reggenza mancava di moneta, e pensò riunire i risparmii de’ beni farnesiani e medicei, proprietà particolare de’ Borboni, come pure fece venir dall’estero altro grano; nonpertanto lo si vendeva sempre ad alto prezzo.

Non valsero ad alleviare la fame, i forni aperti per conto del governo, onde far concorrenza a’ fornai della città; lo stato deplorevole della popolazione rimase lo stesso. Fu allora che Tanucci si volse a Carlo III re di Spagna, e quel magnanimo principe venne una seconda volta in soccorso di questo travagliato ed afflitto popolo. Mandò in dono varie navi cariche di grano, ed i napoletani acclamarono e benedissero il loro antico e benefico monarca per averli salvati da un flagello terribile, qual è la fame!

Sotto il governo della Reggenza si aprirono varie Biblioteche; una tra le altre in Palermo nel 1760, che fu poi accresciuta da’ libri legati da Filippo Corazza, da Emmanuele Ventimiglia, da Francesco Serio, da Domenico Selliano e da Alessandro Vanni principe di S. Vincenzo. Nello stesso anno si fondò anche in Palermo un’utilissima accademia detta della Galante Conversazione, per opera di Antonio Lucchesi Palli, principe di Campofranco. Un’altra accademia che si occupava delle scienze ecclesiastiche, e specialmente dell’archeologia sacra, fu fondata in Messina dallo storico siciliano monsignor Antonio de' Blasi; il quale utilizzò il proprio palazzo, per sede della medesima.

Gli uomini più insigni che cessarono di vivere sotto il governo della Reggenza furono: Vito Amico di Catania, diplomatico ed autore del Lessico Topografico Siciliano, morto in patria nel 1762, Corrado Giaquinto di Molfetta celebre pittore morto in Madrid nello stesso anno; Giuseppe Galatano di Paola, filosofo e teologo, morto in patria nel 1765; Gioacchino Parisi di Calatafimi distinto litotomo, morto in Palermo lo stesso anno; Antonio Mongitore di Palermo accuratissimo storico e diplomatico, morto in patria di anni 60 nel 1766.

Le opere più interessanti pubblicate sotto la Reggenza nel 1763 sono: Riflessioni critiche sull’arte della guerra di Giuseppe Palmieri; Le antichità di Ercolano esposte e spiegate dagli accademici Ercolanesi; nel 1764 La filosofia della musica di Saverio Mattei; Dritto Canonico di Domenico Cavallari, e le Lettere accademiche contro Rousseau del celebre abate Antonio Genovesi; nel 1765 de' Iure et officiis del medesimo Genovesi; nel 1766 gli Opuscoli di Giovambattista Vico per cura di Francesco Daniele, e le Istituzioni Canoniche di Giulio Lorenzo Selvaggi.


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CAPITOLO V

SOMMARIO

Il Re esce di tutela. Tanucci per primo atto di potestà sovrana gli fa firmare il decreto dell’espulsione de’ Gesuiti. Ferdinando IV sposa Maria Carolina d’Austria. Con l’aiuto di Tanucci prosiegue la grande opera della restaurazione del Regno. Monumenti patrii, Colonia di S. Leucio. Guerra e Marina. Istruzione pubblica. Commercio, Agricoltura e finanze. Tremuoti. Feudalismo. Conclusione di questa prima Epoca. Morte di uomini illustri. Opere pubblicate.

Il 12 gennaio 1767, re Ferdinando IV compì gli anni 16, e secondo la legge stabilita dal suo augusto genitore, uscì di tutela. La Reggenza si sciolse, i componenti la stessa divennero consiglieri di Stato. Il re si recò in forma pubblica al Duomo, ove si cantò il Te Deum; indi visitò la cappella di S. Gennaro ed offrì a questo patrono un calice di oro con bassorilievi ornati di brillanti, che rappresentano la storia della passione di Gesù Cristo.

In quella ricorrenza della dichiarata maggiorità del re non fuvvi alcuna festa in città e nel regno: tutto rimase nello stato normale, e la cosa pubblica non mutò. Il ministro Tanucci proseguì a governare ed a regnare di fatto. Quel ministro, profittando che in Portogallo, in Francia e nella stessa Spagna erano stati cacciati i Gesuitici primo e il più interessante atto di potestà che fece esercitare al già suo pupillo, fu quello di far apporre la sua firma al decreto col quale si bandiva dal Regno la Compagnia di Gesù.

La notte del 3 novembre 1767, furono invasi i Collegi e le Case dei Padri Gesuiti, con un apparato di forza e con modi indegni di un governo civile. I rivoluzionari dei governi ammodernati, scìmiottando quell'indegno procedere, nell’espellere que' Padri benemeriti, fecero rivivere i tempi del potente Tanucci! La setta rivoluzionaria, nemica dei troni e dell’onesta società, fin da quel tempo preparava le attuali ore nefaste per quest’Italia rigenerata, e chi sa dove la condurrà un giorno 1 perché al male non vi è mai fine.

I gesuiti educavano i giovani a buoni e severi studii, fondandoli sui principii della religione Cattolica, Apostolica, Romana, sì avversa ai fini settarii. Ecco la ragione per la quale la rivoluzione odia quei Padri, e, riuscita a bandirli, potè per circa un quarto di secolo educare una generazione di liberi pensatori, di rivoluzionarii e di atei, necessarii a far la grande rivoluzione francese del 1789, ch’è madre e maestra di tutte le moderne dottrine nonché dei presenti governi.

Il primo pretesto per la cacciata dei gesuiti lo trovò un re scostumato nel 1753, Giuseppe 1° di Portogallo, che stava per essere ucciso in un lupanare di Lisbona, e la setta gli fece credere che erano stati i Gesuiti che volevano farlo ammazzare; quindi carcerazioni ed esecuzioni capitali contro que’ Padri ed infine lo sfratto di tutta la Compagnia dal Portogallo. In Francia, la stessa setta si servì della potenza di madama Pompadour; la quale, con la sua finta pietà e co’ suoi allettamenti da Frine, nel 1764, persuase anche Luigi XV a bandire dai suoi Stati la Compagnia di Gesù, sostituendo ad essa i precetti di Voltaire, d’Alembert, di Diderot, e di tutta la caterva degli enciclopedisti; i quali, con le loro dottrine, condussero al patibolo Luigi XVI, nipote di quel Luigi XV che avea banditi i Gesuiti! In Ispagna, regnando Carlo III, Re veramente cattolico, la setta si servì d’altri mezzi; essa conoscea il debole di quel sovrano; quindi fece stampare alcuni scritti calunniosi contro di lui, e manovrò in modo con le sue arti satanniche, da gettarne la colpa sopra i Gesuiti, convincendo il re che essi erano stati gli autori e gli spargitori di quei calunniosi scritti. Si giunse a far trovare, agli agenti del governo spagnuolo, nel bagaglio di un padre Gesuita in viaggio, uno di quei libri calunniosi scritti contro il sovrano, e quel povero padre allibì nel vedere nella sua valigia un libro di cui ignorava l'esistenza e di che trattasse 1 Carlo, tanto benigno ed amico della Compagnia di Gesù, in Napoli particolarmente, venne abbindolato in modo da quei furbi, che preso dalle furie, ordinò tostocche lessero banditi i Gesuiti dal suo Regno! Non contento di ciò, diè consiglio a suo nipote il duca di Parma ed a suo figlio re delle Due Sicilie, e per questo a Tanucci, di allontanare quei benemeriti padri, nel modo di già descritto.

Il Sommo Pontefice Clemente XIII protestò contro l’espulsione de’ Gesuiti da quei Regni cattolici, e minacciò anche la scomunica. Ma quei sovrani, consigliati e diretti da ministri settarii, si mostrarono contenti di avere operato a quel modo contro i dritti del Sommo Gerarca; reputandosi in quella guisa più forti e sicuri nella loro autorità regia, senza avvedersi dell’abisso che scavavano sotto i loro troni. Nel corso di questo racconto vedremo que’ principi vittime della rivoluzione, scacciati de’ loro Regni, e per causa loro i popoli fedeli ed innocenti resi schiavi e miseri.

Alcuni dei sovrani cattolici, che aveano espulsi i Gesuiti, spinti dalla setta, non vollero obbedire al Sommo Pontefice, che li obbligava a richiamarli, essendo quell’Ordine religioso tanto benemerito della Chiesa, e proficuo alla gioventù cattolica. I medesimi si spinsero eziandio ad atti di rappresaglia e di violenza: in effetti Luigi XV di Francia fece occupare dalle sue milizie gli Stati di Avignone e del Venosino, allora posseduti da’ Papi; il re delle Due Sicilie e per esso Tanucci, interdisse l’entrata nel Regno delle proteste di Clemente XIII; e il 14 giugno 768 spedì una colonna di soldati sotto il comando del brigadiere Finocchietti, il quale senza alcuna resistenza occupò la città di Benevento, già possessione della Chiesa, e costrinse i magistrati ed i funzionarli a giurar fedeltà à Ferdinando IV. Nello stesso mese un’altra piccola colonna di soldati napoletani guidata dal capitano Longo invase Pontecorvo; quel capitano ricevette dalle autorità paÎ aline il giuramento di fedeltà al proprio re.

Il ministro Tanucci era lietissimo, i suoi voti venivano coronati; i liberi pensatori di quei tempi erano contenti di lui; essi gongolavano di gioia satannica, ma la giornata fatale di quel ministro non si lasciò attendere: ciò che vedremo tra non guari. Sia detta però per debito di esattezza storica ed a lode di Tanucci, non che di tutti i consiglieri della Corona, che le rendite delle case e dei collegi de’ Gesuiti, furono tutte impiegate ad opere di beneficenza; l'elemosine che faceano que’ padri vennero affidate a’ parrochi, e nel collegio del Gesù vecchio si eresse quello del Salvatore.

Le questioni tra l’Austria e il Regna delle Due Sicilie erano totalmente risolute; Ferdinando IV, appena maggiorenne elesse in isposa l'arciduchessa Maria Giuseppa, figlia di Francesco 1° imperatore alemanno e di Maria Teresa. Si erano già scambiati i doni tra’ fidanzati, quando l’arciduchessa infermò e morì: i segni della gioia si scambiarono in quelli del lutto. Nell’aprile dell’anno seguente,1768, Ferdinando domandò in isposa, allo stesso imperatore Francesco 1°, l’altra figlia Maria Carolina. Il matrimonio si celebrò in Vienna per procura fatta all’arciduca Ferdinando. Il 20 aprile, Maria Carotina d’Austria, regina delle Due Sicilie, partì da Vienna, passò da Firenze, ove fu festeggiata dall’arciduca Leopoldo suo fratello, ed in compagnia di costui, il 13 maggio giunse a Portella, ed ivi fu incontrata dal re suo зрозо. Le loro Maestà si diressero a Caserta, ed il 22 dello stesso mese fecero la loro solenne entrata in Napoli, in mezzo ad un popolo tripudiante. Per questo felice avvenimento si fecero splendide feste nella capitale ed in tutti i due Regni. Gli augusti sposi, appena giunti in Napoli, si diressero al Duomo, e la regina offrì a S. Gennaro una ricca crocetta di zaffiri e brillanti.

Carolina d’Austria, figlia di potente monarca, era bella di aspetto, non compiva gli anni sedici, ed avea senno maturo e virile: essa attirò gli sguardi del popolo, e tutti videro in Lei un’arra di regno felice. Tanucci e Carolina si guatarono in cagnesco, non per disparità di principii, ma per gelosia di potere: questa meditò la caduta di. quello. La figlia de’ Cesari alemanni non veniva nel Regno come le altre regine; essa volle adempiuto il patto espresso ne’ capitoli matrimoniali, che le accordava diritto di entrare nel Consiglio di Stato e dare il suo voto, appena avesse dato alla luce un erede al trono. Ella partorì un maschio dopo 9 anni; però, sin dalla sua venuta in questo Regno, erasi impallidita la stella di Tanucci.

È qui necessario che io anticipassi gli avvenimenti riguardo a questo grand’uomo, per non interromper poi il mio raccolto. Quel ministro era sorvegliato ed avversato dal partito tedesco, che si era formato in Corte attorno a Carolina; e quel partito contribuì a distaccar Napoli dalla influenza spagnuola.

Tanucci non avea amico il clero, perché l’avea perseguitato e tiranneggiato; la nobiltà e ragli avversa, intollerante di essere dominata da un uomo di bassi natali; erano ubbie di que’ tempi!,. I nobili non gli perdonarono mai di avere nella carestia del 1764, scoperta la cupidigia loro e le loro magagne. I letterati e scienziati di quell’epoca poco si curavano di lui, essendo stati dal medesimo trascurati: altre non gli restava che la classe de’ curiali, potenti negl’intrighi forensi. Si è perciò che dopo il matrimonio del re, quell’influente ministro cominciò ad essere contradetto ed abbeverato di dispiaceri. La tirò per altri otto anni a quel modo prima che la regina entrasse in Consiglio di Stato; il 26 ottobre 1776, fu esonerato da segretario di Stato del Dispaccio di Stato e di Casa Reale; il sue posto fu occupato dal palermitano Giuseppe Bologna marchese di Sambuca; semplicemente si lasciò al Tanucci il titolo di consigliere di Stato, e gli si affidò il governo della Casa dell’Infante D. Filippo fratello del re. que' sta nuova carica data a quel già potente ministro, cioè governatore della Casa di un principe imbecille, fu un epigramma di cattivo genere!

Bernardo Tanucci è la più splendida figura storica degli uomini di Stato di que’ tempi; egli col suo ingegno e con le non comuni e svariate dottrine che possedea, coadiuvò potentemente i Borboni di Napoli ad affermarsi sul trono, e fondare la gloriosa dinastia delle Due Sicilie. L’unico torto, ed imperdonabile in un tant’uomo, fu quello di essere stato libero pensatore, antesignano (senza sospettarlo) dei feroci demagoghi del 1792 di Francia e del 1799 di Napoli, avendo perseguitata la Chiesa cattolica con far leggi contro ogni diritto, volendola assoggettare allo Stato, ed anche in modo indecorosissimo. Del resto, Bernardo Tanucci era uomo onestissimo e morì povero nel 1783; egli è uno de' pochi persecutori della Chiesa a cui non si può negare rettitudine ed onestà individuale.

Vediamo adesso qual bene fece Ferdinando IV a questo Regno, coadiuvato in parte da Tanucci, circa le opere pubbliche, il commercio, l'istruzione pubblica, l'esercito e la marina. Io accennerò soltanto quello che oprò di utile quel sovrano in questa gran parte d’Italia, dall'epoca della sua maggiorità, fino (a’ primi moti della rivoluzione scoppiata in Napoli; rivoluzione importata dalla Francia, e coadiuvata da non pochi napoletani altolocati ed istruiti, perché amanti di novità ed illusi, ad onta del quadro spaventevole che loro apprestava la stessa Francia.

Le opere pubbliche fatte sotto il Regno di Ferdinando IV di Borbone son molte; e meritano il primato: la restaurazione della facciata del Palazzo Reale di Napoli, eseguita nel 1767 dal celebre architetto Luigi Vanvitelli, e la strada Foria ingrandita ed allineata nel principio del 1768. La costruzione di tre teatri, cioè quello de’ Fiorentini, che era piccolissimo, e, nel 1773, ampliato come si vede al presente, sotto la direzione dell’altro architetto Scarola. Quello del Fondo, oggi Mercantante, che fu costruito nel 1778 dall'architetto Francesco Sicuro; il teatro Nuovo venne restaurato nello stesso anno, e costruito quello di S. Ferdinando nel 1790.

Tra tutti i monumenti patrii innalzati da quel monarca è ammirevole la fabbrica dei Granili, al di la del ponte della Maddalena, per conservarvi i grani, fatta costruire nel 1779 per uno scopo altamente umanitario e caritatevole; e la Villa Reale (pubblica) della Riviera di Ghiaia, ameno passeggio di questa incantevole città; fu cominciata nel 1780. Sono opere di quel re i quattro cimiteri aggiunti al Camposanto di Napoli, cioè il primo eretto vicino a questo, il secondo quello detto Ottocalli, il terzo delle Fontanelle e il quarto di Fuorigrotta. Anche in Palermo si edificò un altro piccolo ma bellissimo Camposanto, nel 1783, e vi pose la prima pietra il viceré Domenico Caracciolo. Son monumenti fatti innalzare altresì da Ferdinando IV, il celebre Orto Botanico di Palermo, incominciato nel 1787 per le cure del principe di Caramanico; la villa inglese di Caserta, il cantiere di Castellammare, il porto piccolo di Napoli, i lavori dell’emissario di Claudio, eseguiti nel 1783 dall’architetto Stile, e il Palazzo Reale di Cardito, innalzato nel 1793.

Ferdinando IV, nel 1778 ordinò che si costruissero parecchie strade rotabili per congiungere Napoli con le provincie; esso fu il primo che diede simile esempio agli altri sovrani d’Italia; conciosiaché allora vi erano pochissime strade di tal sorte e solamente attorno alle capitali di questa nostra penisola. Quel sovrano ne fece aprire una per Terra di Lavoro, un’altra da Capua a Torrepontifìcia per 60 miglia ed una terza da Napoli per Chieti di 162 miglia, passando per Venafro e Sulmona. In Campobasso, anche da Napoli, se ne costruì un’altra per 55 miglia e da Petrella al Vasto per 107. Nello stesso anno s’intrapresero le strade rotabili per la Puglia e per l'estreme Calabrie, cioè da Napoli a Benevento per 32 miglia, che poi fu estesa a Bari e Lecce per altri 234. Per le Calabrie si costruì quella che parte da Napoli, passa per Salerno, Campotenese al fiume Crati, indi giunge a Cosenza e in fine a Reggio per 238 miglia. Altre linee se ne costruirono, cioè da Napoli a Potenza, indi a Matera per 138 miglia, e da Sala a Tursi per 59. Tutte quelle strade rotabili furono compite nel breve tempo di 14 anni.

L’opera di maggior gloria per Ferdinando IV fu lo stabilimento della Colonia di S. Leucio. Quel sovrano, avendo ottenuto buoni risultati dalle Colonie che avea stabilite nelle Isole adiacenti alla Sicilia, volle fondare quella di S. Leucio, con ispese maggiori, con leggi e privilegi non in uso in que’ tempi. Già nel 1773 avea fatto fabbricare una casina reale sul colle di S. Leucio, e con disegno dell'architetto Colleccini; nel 1776 fondò la parrocchia, ed eresse varie abitazioni e fabbriche di seterie per industria della Colonia colà stabilita. Fece venire dall’estero gli artefici, le macchine, e a tutto provvide con grandi spese; invitò 21 famiglie per formare quella Colonia, ed in tutto erano 214 individui; ma si accrebbero in poco tempo a causa della prosperità che godeano.

Ferdinando IV di Borbone, alla vigilia della grande rivoluzione francese del 1789, diede uno statuto alla Colonia di S. Leucio tanto democratico, che destò stupore, contentezze e speranze in tutti i liberi pensatori ed amanti di novità di questo Regno. Per isbugiardare tutti i detrattori di quel monarca, che lo chiamano tiranno e nemico delle riforme, basterebbe metter loro sotto gli occhi lo statuto di 8. Leucio. Quello statuto prova che Ferdinando IV non era nemico né delle riforme politiche, né di quella libertà cosi diversa dal libertinaggio, il cui ultimo fine è l'oppressione dei buoni e pacifici cittadini. Se poi quel re non facesse ilare viso ai cosidetti liberali in quel tempo, la ragione si è, perché, dagli esempii sanguinosi e terroristici della Francia, conobbe di buon’ora che cosa intendessero costoro per libertà, e dové alla fine conducano i sovrani e i popoli: come è avvenuto poi sempre ed avviene anche oggidì.

I drappi e le seterie che si lavoravano in S. Leucio rivaleggiavano con quelle delle prime fabbriche estere. Gli operai furono felici fino a che la peste della demagogia non si fosse infiltrata altresì in quel recinto d’industria e di pace. Oggi le fabbriche di S. Leucio sono assai decadute, come tutte le altre di questo Regno; e per maggior disgrazia anche quella del benemerito cav. Sava, che sotto il governo di Ferdinando 2° avea portato a tal perfezione i panni nazionali, da rivaleggiare con quelli inglesi e francesi. Col Sava vivevano migliaia e migliaia di artefici e donne del popolo, che oggi muoiono di fame. Ma di.. ciò riparlerò estesamente a tempo e luogo nel presente storico racconto.

Dalla maggiorità del re fino al 1793, regnando la pace in queste nostre contrade, non fu necessario togliere le braccia all’agricoltura, all’industria, alle arti e dissanguare i popoli per mantenere eserciti permanenti, che sono la rovina degli Stati. Nonpertanto re Ferdinando non trascurò il puro necessario quanto ad esercito e marina militare, nello scopo di far rispettare i suoi Stati e senza strappare alle famiglie i più validi loro sostegni. Inoltre fondò parecchi collegi militari onde avere uffiziali istruiti, ed accademie anche militari, nelle quali si discutevano i nuovi principii di strategia e i nuovi mezzi di guerra, in gran parte cambiati dopo la guerra detta de’ sette anni, combattuta da Federico II di Prussia contro quasi l’Europa tutta coalizzata contro di lui.

Si è detto e scritto da coloro che ardiscono usurpare il titolo di storici, che i napoletani non riescono buoni soldati e quindi inutili i collegi e le accademie militari. Intanto la storia patria dimostra addirittura il contrario; l'errore sta nell’essersi sempre confusi i capi co’ soldati e con la gran maggioranza degli uffiziali. Infatti l'esercito napoletano ha spesso avuto la disgrazia di essere stato condotto sui campi di battaglia da generali ora stranieri, ora traditori, or vili, or presuntuosi, ma inetti quasi sempre. Fin qui abbiamo veduto che nella battaglia di Velletri, nel 1744, ove la maggior parte dei soldati di questo Regno erano napoletani, i tedeschi furono battuti per bene e si salvarono con la fuga. In seguito vedremo altri prodigi di valore compiuti dal nostro esercito, tutte le volte che fu condotto alla pugna da capi fedeli ed intelligenti.

Dopo questa breve digressione ripeto, che Ferdinando IV, appena uscito di tutela si dedicò eziandio a formare un esercito ed una marina rispettabile. Difatti, oltre di avere fondato i collegi e le accademie militari di sopra accennate, nel 1770 fondò pure un collegio nautico, nell’abolita Casa de' Gesuiti a Ghiaia, per l'istruzione dei pilotini; e nell'anno seguente fece arruolare molti giovani dell'isola di Lipari, ed organizzò un corpo di volontari di marina detti liparotti.

Nel 1788, dopo di aver tutto disposto, riordinò la marina militare, composta di quattro vascelli uno di 60 cannoni, gli altri tre di 74; sei fregate di 40 cannoni cadauna, ed altre due di 35; un’orca di 36 cannoni, sei corvette, quattro brigantini ed undici galere; in tutto quaranta navi, cui dipoi ne aggiunse altre. Ed a proposito della flotta è da ricordarsi, che il 3 aprile del 1790, in Castellammare si bruciò accidentalmente il vascello Ruggiero; e notate quanto fosse odiato Ferdinando IV da’ napoletani, che costoro per fargli cosa grata, fecero tra loro una colletta per sottoscrizione, e gli offersero un milione di ducati, perché costruisse un altro vascello simile a quello incendiato (12).

Sin dal 1769, il re avea fondato una nuova accademia militare per apparare le pratiche occorrenti alla guerra, ma senza riunione in convitto; in seguito, nel 1771, istituì una scuola militare riunendo al battaglione real Ferdinando tutti i cadetti di fanteria e cavalleria. Per le armi dotte fondò un’altra accademia divisa in quattro brigate di 60 alunni sotto la direzione del generale Parisi. Nel 1782 si organizzarono le milizie provinciali con uniforme diverso di quello della soldatesca: erano 120 compagnie ognuna di 125 uomini«Dopo due anni si riordinò l'esercito con forme ed istituzioni nuove, e secondo richiedevano i progressi dell’arte militare del tempo. Furono sciolte le Reali Guardie Italiane, formate nel 1734, il Reggimento Irlandese, e l'altro dell’Hainaut vallone, da quali si formò il reggimento Re, che era il primo nell’esercito. Si formarono in seguito 16 reggimenti nazionali di fanteria e 4 esteri. La cavalleria si componea di 8 reggimenti, l’artiglieria di due. Si crearono inoltre 2 compagnie di cacciatori,3 di fucilieri e 9 d’invalidi.

La compagnia delle Guardie del Corpo cedendo un pò ai rigori di stretta nobiltà fu riformata. e ridotta a 120 individui; l'altra degli Alabardieri venne dimessa, rimanendovi lochi militi pel servizio presso il re. Tutto esercito, incluse le 120 compagnie di milizia provinciale, si componea di trentamila uomini, e costava allo Stato poco più di tre milioni di ducati annui.

Si erano già pubblicate, in luglio 1788, le ordinanze militari pel servizio delle Piazze forti del Regno; l'anno seguente si pubblicò il codice penale militare, col titolo: Ordinanze di S. M. sulla giurisdizione militare, e sopra i delitti e pene della gente di guerra.

Quel buon sovrano, nel riordinare l’esercito e la flotta, non trascurò le opere di beneficenza a vantaggio delle famiglie de’ militari. In effetti con decreto del 30 maggio 1784, fondò la Gassa degli orfani militari, dotata d’una rendita di trentamila ducati annui, ad oggetto di educare i figli de' militari defunti, e dotarne le figlie.

Moltissimo fece Ferdinando IV di Borbone circa l'istruzione pubblica; anzi potrebbe dirsi francamente che ne fu l'iniziatore, ad eccezione dell’ottime scuole tenute da Padri Gesuiti, che di già erano state disciolte. Nel 1768 si stabilì una scuola gratuita per ogni comune del Regno e per ambo i sessi. Un decreto dello stesso anno prescrisse che in tutte le Case de' religiosi si tenessero scuole gratuite pe’ fanciulli, e in ogni provincia s’istallò un collegio per educare la gioventù. È da notarsi che l'insegnamento era allora libero, malgrado che non si fossero ancora proclamati i grandi principii del 1789; in forza de’ quali, i così detti progressisti ci han regalato l'istruzione obbligatoria, e tutte quelle pastoie che sono la disperazione dell’attuale studentesca e de’ poveri padri di famiglia. Oggi si pagan le tasse ginnasiali e liceali, che prima non si pagavano; oltre di che, abitandosi in un Comune, si è nella dura necessità di rinunziare alla riuscita dei figli se non si han mezzi come mantenerli in un capoluogo di provincia. Conciosiaché nei piccoli paesi non trovansi professori di greco e latino, di tutti i rami delle matematiche e della fisica sperimentale, che i programmi governativi prescrivono: studii utili agli scienziati, ma che a nulla giovano alla gran maggioranza degli studenti, che debbono poi vivere con una professione qualunque, e che dimenticano, dopo subito l'esame, ogni altra inutile cognizione; tali sarebbero a mo’ di esempio la teoria delle rette parallele per un farmacista, e lo scriver greco per un uffiziale!... Vale a dire, tempo perduto in istudiidi e poco о niun valore relativo, e che si sarebbe opportunamente impiegato nell’apprendere ciò che è più necessario in ragion diretta della individuale inclinazione.

Nel 1769, nell’abolita Casa de’ Gesuiti di Napoli, si fondò un collegio pe nobili giovanetti, detto Ferdinandeo; e un Conservatorio al Carminello per l'istruzione delle orfane povere. Nel 1778, fu creata l’Università degli studii di Catania, e nell’anno seguente quella di Palermo, sotto il titolo di Accademia, avente un teatro anatomico, un laboratorio chimico ed¿ un ricco gabinetto fisico. Il re ordinò che si desse principio a stabilire una specola astronomica sul Palazzo Reale di Palermo, che poi divenne celebre pel nome dell’illustre teatino Giuseppe Piazzi; il quale, nel 1801, da quella specola scopri il pianeta Cererete formò un catalogo di settemila seicento quarantasei stelle.

Il re, compiaciuto dei vantaggi che avea recata quella specola, ordine, che si fondasse un osservatorio astronomico sulla torre di S. Gaudioso in Napoli. Sursero in Sicilia quattro licei, diciotto collegi e le scuole normali, progredite per le cure del canonico Giovanni Cosma. Infine si fondò eziandio in Palermo, nel 1789, un seminario nautico per istruzione de’ marini commercianti. Da ultimo per meglio far progredire l'istruzione pubblica, con decreto del 5 novembre 1778 s’istituì una Deputazione per sorvegliare tutti i collegi del Reame.

Anche i greci albanesi sparsi in Sicilia ed in Calabria sperimentarono la beneficenza di Ferdinando IV; venuti in questo' Regno nel 1739, ricevettero da Carlo III buona accoglienza. Quel sovrano li riunì in Colonie in alcuni villaggi, fondando due seminarii e varie scuole pe’ medesimi, con istabilire un Vescovato di rito greco unito per la sopraintendenza agli studii ed alle parrocchie già erette per le Colonie; ed accordò loro per que’ del continente uno stabilimento in brindisi, affin di esercitarvi il commercio.

Andrei troppo per le lunghe se volessi enumerare tutti i musei, biblioteche, accademie e le nuove cattedre fondate da Ferdinando IV di Borbone; nonpertanto è necessario darne un rapido cenno.

Nell’anno 1778 s’istituì l’Accademia delle scienze e belle arti nel palazzo degli studii di Napoli; nella prima categoria furono comprese le matematiche e la fisica, nella seconda la storia e l'erudizione antica e quella de' mezzi tempi, stabilendosi le regole e il numero de' socii. L’Accademia venne inaugurata dopo due anni con l'intervento del re e della regina; l’orazione inaugurale venne recitata da Giuseppe Carulli. In quello stesso anno si fondò in Napoli una Società letteraria tipografica per le cure di Giuseppe Galante; grande ne fu il successo.

In Palermo, per opera del teatino Giuseppe Stergiurger, nel 1782 si aperse al pubblico una biblioteca; ed un’altra se ne aprì lo stesso anno al collegio massimo de’ Gesuiti di quella città, ed è anche al presente una delle più ricche d’Italia. Il re assegnò alla biblioteca del Senato di Palermo una rendita vistosa, e fecole dono di molti libri che avea comprati col proprio danaro, dal canonico Barbaraci. La biblioteca di Catania fu arricchita da’ libri donatile da monsignor Ventimiglia, vescovo di quella città.

Re Ferdinando, dopo di avere riordinate le tre Università del Regno, creò quelle cattedre richieste dal progresso delle scienze: così negli ospedali di Napoli si videro per la prima volta le cattedre di ostetricia e di operazioni chirurgiche. Nominò a cattedratici il fior fiore degli uomini più in fama di scienza, non tenendo conto de’ loro principi!

I politici quantunque conosciuti. Difatti furono scelti per insegnare diversi rami di utili scienze, il Genovesi, il Palmieri, il Galanti, il Troia, il Petagna, il Cavalieri, il Serrao, il Gagliardi; per le matematiche un de' Benedictis, un della Torre, un Caravelli, un Fergola; come per la fisica un Campolungo; per la filologia e belle lettere i Pianelli, i Carrelli, gli Scotti, i Signorelli, Daniele, d’Aula e Pelliccia; e per la giurisprudenza parecchi insigni legisti, tra gli altri un. Mario Pagano Onorò i sommi nell'arte musicale di quei tempi, come un Cimarosa, un Guglielmi, un Paisiello, destinando quest’ultimo a maestro del principe ereditario. Si deve a Cimarosa l’Inno reale e il saluto alla bandiera de’ Borboni di Napoli, note melodiose e in pari tempo marziali. né quel benefico sovrano trascurò le belle arti, anzi somministrò i mezzi a molti giovani artisti come perfezionarsi in Roma.

Ecco quanto oprò Ferdinando IV di Borbone per illustrare questo Regno; quel re che i rivoluzionarii ed i libellisti, cioè penne vendute o partigiane, han l’impudenza di appellare ignorante, nemico dell’intelligenza e dei dotti. Io già l'ho detto, ch’Egli non era profondamente istruito, ma certamente avea buon senso ed ingegno; bastava proporgli il bene, ché subito lo prodigava ai suoi popoli, perché avea l'istinto e la propensione a tutto ciò ch’era utile e proficuo. Nel suo viaggio nel resto d'Italia assieme alla regina, si fermò in Firenze, e colà osservò quanto di bello e di buono oprava l’агciduca Leopoldo sicché quando ritornò nel Regno in molte cose volle imitarlo.

Varie disposizioni e decreti utilissimi emanò Ferdinando IV circa l'industria e commercio. Già ho accennato disopra le fabbriche de’ tessuti fondate in S. Leucio, ed altre di grande utilità per questo Regno, tra cui quella delle stoviglie, con anticipare diciottomila ducati a Gennaro del Vecchio. Con gli aiuti e incoraggiamenti di quel sovrano, la pesca del corallo, esercitata da’ Torre si acquistò maggiori proporzioni. Prima si pescava il corallo“ ne’ soli mari della Corsica; dopo il 1780 i torresi, avendo ricevuti i mezzi opportuni dal loro benefico sovrano, arditi si spinsero con piccole barche fino ne’ paraggi dell’Affrica. Ivi scoprirono ed occuparono un luogo deserto,20 miglia lontano da Gal età, che chiamarono Somma; oh! il nome della patria è dolce a sentirsi anche ne’ deserti! La nuova Somma fu destinata per riunione della pesca corallina.

Il re fece nuovi trattati di commercio. e gli antichi rinnovò; tra più interessanti vanno annoverati quelli conchiusi con la Reggenza di Tripoli nel 1784, e l’altro con l'imperatore del Marocco Muley Sidy II. Quei due trattati di commercio non solo resero del tutto libera la pesca del corallo, ma fecero altresì tornare in patria molti infelici fatti cattivi da que’ barbareschi. E perché Napoli si mettesse a livello delle prime piazze commercianti di Europa, nel 1778 si fondò anche in questa città la Borsa del cambio, ad oggetto di regolare i cambii de’ negozianti con le altre Borse d’Europa.

L’agricoltura e la pastorizia attirarono pure l'attenzione e le cure di quel sovrano il quale emanò ottime leggi, principalmente pei Tavoliere di Puglia. Appena si cedettero a canone quei piani feraci, si videro sorgere in que’ deserti, ed in pochi anni, le colonie di Caropella, Ortona, Orta, Stornara, Stornarella ed altre.

Con decreto del 27 maggio 1787, furono esentati per 40 anni da ogni dazio tutti coloro che avessero piantato oliveti nel terreno ingombro di macchie, ed agl’industriosi di bestiame che lo avessero raccolto in luoghi determinati. In varie città del Regno s istituirono accademie degli scienziati agricoli; e si distinse in questa utilissima istituzione il siciliano Giuseppe Tarallo duca di Feria. Per agevolare gli agricoltori privi di mezzi, si fondarono de’ Monti frumentarii, che somministravano il grano per la semina negli anni di scarsezza. Ferdinando, proseguendo le opere ardimentose del suo augusto genitore, restaurò ponti, altri ne fece nuovi, prosciugò maremme, arginò fiumi, eseguì lavori utilissimi in luoghi malsani, acquistando terreni vergini all'agricoltura, sino allora non solo incolti ma di grande detrimento alla pubblica salute. Di tanti siti abbandonati e malsani, uno era la Baia di Napoli; e quel sovrano, nel 1790, per mettere a profitto quelle terre ubertose, le fece bonificare, ottenendosi l'altro vantaggio, di essere cioè garentiti dall’aria malsana i naviganti che colà approdavano.

Molto fece Ferdinando IV per le finanze del Regno, e bisogna ascrivere a gloria di Lui l'avere aboliti i cosi detti donativi, che i cittadini erano costretti con la forza a fare a’ sovrani о a’ baroni, quando costoro l'ordinavano, ed in quella quantità che a loro fosse meglio piaciuta. In ricorrenza del matrimonio delle due principesse reali, e del principe ereditario, Napoli offerse al re un pingue, e veramente libero donativo; costui lo ricusò, ringraziando i napoletani, e volle che coli settanta mila ducati, di quella somma a Lui offerta, fossero divisi a’ poveri: da allora in poi non vi furono più donativi.

Quel sovrano, nel 1782, stabili un Consigno di finanza, il quale dovea controllare tutto quello che dipendesse dalla Segreteria di azienda, e destinò a presidente il segretario di Stato principe di Cimitile. In quei tempi ci pagavano tasse dirette ed indirette; le prime s’imponevano per famiglia, nomandosi fuocatico di famiglia о focatico — ed erano veramente un fuoco! — Bisogna pur dire che erano mal distribuite, perché pagava il solo popolo; e ciò non era colpa dei sovrani di Casa Borbone, ma erano avanzi di quell’esoso feudalismo non ancor interamente distrutto. Oggi tanti nobili fainéants sospirano ancora que’ beati tempi, quando pagava tutto il popolo ammiserito, e nulla i loro maggiori; e con sicuro che mi daranno del rivoluzionario, perché non faccio l'apologia del feudalismo. Le tasse indirette s’imponevano sulle arti, industria, commercio, godimenti e vizii. Ferdinando IV abolì molte tasse dirette ed indirette, cioè quelle della grascia, degli allagati, del tabacco, de’ pedaggi, in alcune province, quelle delle sete, ed altre. Però è da osservarsi, che sotto i due primi re di Casa Borbone, le tasse erano un nonnulla a paragone di quelle che oggidì si pagano: presentemente si da più al Municipio che non allora all’Erario, Ne’ memorabili tremuoti delle Calabrie avvenuti nel febbraio 1783, re Ferdinando s mostrò il vero padre dei suoi popoli, soccorrendo i danneggiati da que’ flagelli. Appena giunse a Napoli l’annunzio di quel crudele disastro spedì il maresciallo Pignatelli in qualità di suo vicario generale, onde provvedere alla grave sventura toccata a quelle floride province, divenute in parte un mucchio di rovine. Le descrizioni fatte dagli storici contemporanei, dei tremuoti di Calabria, e dei danni colà arrecati, non si possono leggere senza fremere di orrore ed essere compresi da un vero sentimento di pietà!

Si narrano i più commoventi episodii, tali da spezzare l'anima più indurita e stoica. Duecento tra villaggi, paesi e città subissarono! ov’era piano surse una montagna, ed ove montagna, abisso, seppellendo tra le macerie più di sessantamila calabresi! Il re, a spese proprie, mandò in Calabria vestimenta, vettovaglie, medici, artefici ed architetti. In Napoli s’istituì una Cassa detta Sacra per soccorrere i danneggiati calabresi. Si autorizzò un imposta di un milione e ducentomila ducati, la maggior parte pagati con piacere dal clero e dalle Case religiose, affin — ют — di soccorrere que’ superstiti sventurati; ai quali fu ridotta a metà la tassa cui andavano soggetti. Oh! se quel disastro fosse avvenuto in questi tempi della redenzione italiana, i redentori ne avrebbero tirato anche il baratto; quante pingui tasse di successione non avrebbero intascate!!! Ma quelli erano tempi di oscurantismo, e quindi si avea la dappocaggine di soccorrere il prossimo. In effetti, mercé que’ soccorsi del sovrano, del governo, e de’ cittadini, i salvati dal terribile disastro, prima alloggiarono sotto le barracche, poi in poco tempo queste vennero trasformate in case e palazzi, formando ameni villaggi e belle città!...

L’opera più stupenda di vero civile progresso fatta da Ferdinando IV, si è che proseguì senza riguardo la incominciata abolizione del feudalismo. Prima che la grande rivoluzione francese del 1789 avesse decretata e distrutta, con modi selvaggi ed abominevoli la feudalità, i Borboni di Napoli l’aveanо già divelta legalmente. Difatti aveano proibito a’ baroni di costituire in carcere i così detti vassalli, e con decreto del 20 ottobre 1775, si ordinò procedersi criminalmente contro i medesimi baroni, quante volte costoro avessero usato concussioni, imposto gravezze ed eseguito prepotenze. Si proibì poi a que’ langravii delle Due Sicilie di potere istituire ipoteche sopra i feudi, e s’impose loro di pagar la decima sopra le rendite che possedevano.

Fu allora che varii paesi e città del Regno eressero statue a Ferdinando IV per emanciparsi totalmente dall’esoso dominio baronale; e la piccola città di Naso, in Sicilia, fu tra le prime a dare quell’esempio di coraggio e di vero patriottismo. Però taluni giovinastri ignoranti, nel 1848, atterrarono quelle statue che ci rammentavano l’amore di patria e la dignità di que’ nostri antenati che l’aveano innalzate, per liberarsi della più trista dominazione che abbia sofferta questa gran parte d’Italia.

Dopo tutto quello che si è detto fin qui, e che gli stessi detrattori de’ Borboni non negano, né potrebbero negare, ognun vede che dall’epoca della maggiorità del re Ferdinando IV, sino ai primi moti rivoluzionarii nel Regno, il governo di quel sovrano fu di ricostituzione, equo, caritatevole e di graduale progresso in tutt’i rami dell’amministrazione, cioè per leggi, istruzione, scienze, arti, industria, commercio, agricoltura, finanze, guerra e marina, nonché splendido per opere pubbliche. né traccia appare fin qui per dichiarare quel re il Nerone del Sebeto. Entriamo adesso nel secondo periodo della seconda epoca del Regno di quel sovrano, e vedremo se costui è quel terribile tiranno che ce l'han dipinto gli scrittori dall’anima prava e dalle penne vendute.

Ecco gli uomini più insigni morti dal 1767 al 1793: Nel 1767, Nicola Porpora di Napoli compositore di musica. 1768, Nicola Piccinni di Basilicata poeta. 1769, l’abate Antonio Genovesi, nato in Castiglione provincia di Salerno, celebre filosofò, morto di anni 57 in Napoli. 1770, Sebastiano Conca di Gaeta pittore, dipinse la volta della Chiesa di S. Chiara in Napoli. 1771, Raimondo di Sangro principe di S. Severo, autore del dizionario militare fino alla lettera 0; Giuseppe de' Gregorio siciliano, medico e storico insigne. 1773, Luigi Vanvitelli, il principe degli architetti de’ suoi tempi, nato in Napoli nel 1700, morto a Caserta il 24 ottobre. 1774, Nicola Iommelli di Aversa, maestro compositore di musica. 1775, Romualdo Duni maestro di cappella, di Napoli. 1776, Giuseppe Pasquale Cirillo matematico, oratore, poeta e giureconsulto, Salvatore Spiriti di Cosenza biografo. 1777, Canonico Giuseppe Morisani di Reggio, storico ed antiquario. 1778, Bernardo d’Ambrosio di Napoli, giureconsulto e professore di dritto. 1780, Paolo Persico di Napoli, scultore. 1781, Caio Domenico Gallo, di Messina storico. 1782, Ferdinando Fuga celebre architetto, P. Gregorio Rocco domenicano missionario apostolico, celebre per la sua popolarità in Napoli. 1783, marchese Bernardo Tanucci, morto in Napoli di 86 anni. 1784, Antonio Grimaldi di Seminara filosofo e storico. 1785, Anna Maria Agliata de’ duchi di Salaparata di Palermo, fisiologa. 1786, Leonardo Ximenes di Trapani, celebre fisico, inventore di varie macchine. 1787, Monsignor Alfonso de' Liguori, nato in Marianella, vescovo di S. Agata de’ Goti, morto in Nocera dei Pagani di anni 90 in concetto di santità. 1788, Carlo III di Spagna restauratore della Monarchia delle Due Sicilie, morto in Madrid di anni 73; Gaetano Filangieri, il principe de’ giureconsulti, nato in Napoli nel 1752, vissuto 36 anni! 1789, Giovanni Baldanza di Palermo, poeta drammatico. 1790, Gaetano de' Bottis naturalista. 1791, Suor Francesca delle Cinque piaghe di G. C. Alcantarina di Napoli, morta di anni 77 in concetto di santità. 1792, Gabriele Lancillotti di Palermo, antiquario e numismatico. 1793, Pietro Antonio Poulet di Pescara, capitano di marina, idraulico} il primo che immaginò di rendere il ghiaccio navigabile come a’ tempi di Strabone.

Dal 1762 al 1793 si pubblicarono amene ed utilissime opere, e meritano di essere ricordate quelle dell’abate Antonio Genovesi e le altre del P. Alfonso Maria de' Liguori, di Giuseppe Maria Galanti, e massimamente la Scienza della legislazione di Gaetano Filangieri.

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EPOCA SECONDA

CAPITOLO VI

SOMMARIO

Origine, scopo e trasformazioni della setta rivoluzionaria.

Corrupti sunt, et abomtnabiles facti sunt in studiis suis,

non est qui faciat bonum, non est usque ad unum 

Quorum os maledictione, et amaritudine plenum 

est: veloces pedes eorum ad effunden dum sanguinem.

Psal. XIII.

La società del secolo passato era stata spinta dagli stessi sovrani verso il benessere morale e materiale de' popoli: arti, scienze, leggi, tutto progrediva con uno slancio maraviglioso. Nel secolo XVIII fiorirono uomini insigni per virtù e dottrina; e si potrebbe dire che le fatiche di quel secolo se le abbia appropriato questo presente;-quello apprestò i materiali e gettò le basi, questo alzò l’edifizio della presente civiltà. Ad eccezione delle leggi emanate contro la Chiesa, il progresso intrapreso da’ sovrani non polea andare a sangue a’ settarii, perché era diretto al bene de' popoli e al consolidamento de’ troni. Fu questa una delle principali ragioni per cui le società segrete si affrettarono con tutti i mezzi ad iniziare la rivoluzione cosmopolita, onde essere esse poi le dominatrici e tiranne dei popoli.

I Borboni del ramo primogenito rappresentano in Europa il dritto divino, ch’è quello dei re sui sudditi, sconoscendo quello che la rivoluzione chiama dritto del popolo, о dritti dell'uomo, che altro non è se non i risultati delle triste e tenebrose manovre de' settarii per conseguire il monopolio del potere, e l’assorbimento delle fortune, meta del materialismo che conosce la sola vita terrena. Si è perciò che i Borboni furono i primi ad essere assaliti rabbiosamente da costoro sin dallo scorcio del passato secolo.

Mi si dirà: voi scrivete di sètte e di settarii, ma che cosa sono mai costoro? da dove vengono? qual’è la loro potenza? che mai vogliono? ed io risponderò a queste giuste domande col fare un breve cenno della loro origine, del loro scopo e potenza, e delle loro trasformazioni e diramazioni. Dovendo ragionare delle rivoluzioni, che da un secolo in circa hanno afflitta ed insanguinata la società, è necessario che si sappia da coloro che nol sapessero che cosa furono e sono le sètte, le società segrete e i settarii. Chi non si curasse di conoscerne la storia, salti addirittura al capitolo seguente.

Parlando delle sètte, io non attingerò le notizie da autori retrogradi о clericali, come oggi si dice per ¡sciocco vezzo, ma da scrittori che si fanno un vanto di appartenervi. Or son due anni, qui in Napoli, si stampò la storia della Massoneria, composta da un fervente massone, un certo Chevet, francese, e non tralascerò di consultarla a preferenza d’altre simili scritture, essendo stata scritta e stampata in un tempo propizio per le sètte; essa per conseguenza riveli francamente que' fatti che in altri tempi non si poteano dichiarare per non farli conoscere a’ governi.

Siccome i veleni si possono convertire in salutiferi farmachi, del pari i balsami guasti e corrotti si convertono in micidiali veleni; ed è questa la storia della massoneria, madre e maestra di tutte le sètte e società segrete. Essa nacque alla pietà e alla carità; ma essendovisi intromessi uomini perversi, di venne il flagello del vivere civile.

Poco prima del secolo XII, nacque desiderio ne’ popoli cristiani dell’occidente di liberare il santo Sepolcro di Gesù Cristo, già in possesso degl’infedeli. Per la qual cosa, popoli e re si riversarono armati sull’Asia per iscacciare quegl’infedeli che contaminavano i luoghi santificati dalla presenza dell’uomo-Dio. I mori d’Africa e di Spagna, profittando che i più potenti sovrani e gli eserciti più agguerriti d’Europa si trovassero in Asia, invasero il resto della Spagna e il Regno de’ franchi, facendo scorrerie, usando violenze contro tutto e mettendo tutto a ferro e fuoco. Siccome que’ mori erano invasi dallo spirito di Maometto, nemico acerrimo dei cristiani, più di tutto distruggevano le magnifiche cattedrali, le chiese più cospicue edificate dalla pietà de’ re franchi, cioè dei Merovingi e Carlovingi, non che ospedali, case di ricovero, e tutto quello che la pietà e carità cristiana avea di utile e magnifico.

In quel tempo anche gli ungari devastavano l’Italia, la Baviera e la Borgogna; i prussiani facevan lo stesso in Boemia ed in Moravia: a dirla breve, mori e barbari del settentrione distrussero quasi tutti i monumenti cristiani, non risparmiando né archivii, né biblioteche ricche di cronache e di storie pregevolissime. Que’ barbari, co’ manoscritti, accendeano le stufe, cuocevano le vivande, faceano falò per rischiarare il buio della notte, li metteano per istrame sotto i loro cavalli, come avvenne al manoscritto della Repubblica di Cicerone; ed infine con le pergamene faceano corazze e fodere per le selle.

Dopo che furono cacciati que’ barbari, si pensò a riedificare le chiese, i monumenti di beneficenza e raccogliere i manoscritti e le pergamene sfuggite alla devastazione barbarica. Chi dava allora alla Chiesa un libro dava un tesoro; e l’Europa professa questo altro obbligo a’ sommi pontefici romani, i quali, con la loro pietà e la influenza che esercitavano su’ popoli, salvarono le opere della sapienza greca e romana, quelle dei Santi Padri, ed altre storie ed opere insigni. I papi concedeano indulgenze e privilegi a tutti coloro che avessero raccolto manoscritti, e li avessero depositati nelle pubbliche biblioteche.

Per rifabbricare i monumenti distrutti dai barbari, si formò una società del fior fiore de’ cristiani, e senza distinzione di ceto, cioè dalla gente del popolo, da baroni langravi, conti, marchesi, preti e vescovi: quella società prese il nome di sodalizio massonico о di muratori; e siccome il primo fu stabilito in Francia, si chiamò de’ franco-massoni. Furonvi pure ammesse le donne; però formavano un sodalizio a parte, detto delle muratrici. Per essere ammessi tra’ franco-massoni e lucrare le indulgenze concesse da papi, tanto gli uomini che le donne doveano confessarsi e comunicare, promettendo obbedienza al capo del sodalizio. Il capo di tutti i sodalizii о fraternité, si chiamava gran maestro de’ massoni, i capi di un sodalizio maestri, gli operai massoni, i fattorini apprenditori.

Quando si dovea fabbricare una chiesa, un ospedale, i massoni erano condotti da’ preti in processione con la croce innanzi: giunti al luogo ove doveano lavorare, erano divisi sotto alcune capanne, che furono dette logge; e il capo d’ogni loggia, cioè il maestro, assegnava il lavoro corrispondente alle forze ed intelligenza de’ suoi subordinati. Era bello il vedere superbe marchesane, e delicate figlie di baroni e langravii far tegole e mattoni, mestar calce ed arena. Que’ massoni e quelle muratrici, sebbene esposti alle intemperie e alle fatiche, eseguivano il digiuno comandato dalla Chiesa; allegri recitavano salmi, cantavano inni, e con maggiore devozione ed entusiasmo glorificavano la Vergine madre di Dio. Se qualche discordia nasceva tra loro, era subito estinta con la voce pacata e caritatevole de’ preti e de’ maestri; e quegli uomini, per la maggior parte abituati a tiranneggiare i vassalli, si acquietavano e si sottometteano a coloro che giudicavano inferiori ad essi per nascita, ma costituiti in maggiore dignità massonica.

Que' massoni fabbricarono tante chiese, ospizii ed ospedali di poveri, che sarebbe arduo e difficile tutti nominarli; basti rammentare che è opera della massoneria cristiana la magnifica cattedrale di Chàrtres in Francia. Essendosi essi prodigiosamente aumentati, si divisero, e si diedero ad innalzare stupendi edifizii di pietà in varie contrade e città dell'Europa.

La fama di tanta pietà, che si esercitava in Occidente giunse in Oriente, ov’erano rifugiati tanti eresiarchi di que’ tempi; i quali, tra gli altri errori, professavano quello di voler ridotta la Chiesa di Cristo ad una gretta semplicità, cioè voleano togliere il culto esterno, sostenendo che non abbisognavano templi per glorificare Iddio, l'uomo essere l'unico tempio del Signore. Quelli eresiarchi erano Cattari, Bulgari, Patarini, Manichei, Gnostici; e per istornare le opere sante dei massoni, si riunirono, tennero conciliaboli, s’imbarcarono, ed approdarono in Europa. Prima s’insinuarono ne’ sodalizii massonici con la finta pietà e religione; ed appena ammessi, cominciarono a seminar la zizzania tra fratelli: siccome erano istruiti e furbi, facilmente ingannarono que’ semplici fedeli.

Da quel tempo cominciarono le scissure tra’ Francomassoni, e non pochi di costoro divennero disobbedienti a’ loro maestri. Gli orientati attizzavano la discordia, congiurando prima occultamente, poi in palese; predicando che i massoni erano tiranneggiati dai maestri, che faticavano non pel bene del popolo e di Dio, ma per quello de' langravii, de’ conti, de’ baroni e de’ preti; infine insinuavano a’ fratelli poveri d’invadere e dividersi le ricchezze di que’ magnati. Quelli eresiarchi, tanto dissero ed operarono furbescamente, che crearono un forte partito avverso alla massoneria cristiana; e distaccandosi da questa, inveirono contro le chiese, i monasteri, le opere pie e le proprietà particolari, diroccando e saccheggiando quanto si parava loro innanzi.

Que’ ribelli, dopo tante ruine e sangue, furono vinti e dispersi; ma si riunirono di nuovo tra loro, adottando i nomi, il linguaggio e i segnali de’ sodalizi! massonici cristiani, nominandosi eziandio Franchi-massoni, e sin d’allora cominciarono à congiurare per abbattere, la Chiesa, i governile spogliare i ricchi. È questa l’origine dell’attuale trasformata massoneria, e gli stessi aderenti a questa setta affermano che essa nacque in Oriento, e. che. da colà fu importata in Europa. Notate intanto contraddizione ed impudenza di cotesti nuovi massoni: per darsi una origine quasi sovraumana, citano essi a sproposito un testo della Sacra Scrittura, e propriamente del Profeta Ezecchiello (capo 43, verso 3)— eccolo: «Et ecce gloria Dei Israel ingrediebatur par orientem». In seguito accrebbero le logge, gli statuti e i riti corrispondenti al loro malvagio scopo; ed alcuni di quei riti hanno del grottesco. Inventarono segni ed indizii misteriosi per riconoscersi tra loro dovunque s’incontrassero. I massoni hanno un modo particolare di salutarsi, di mangiare, di fumare о prender tabacco, ed anche di chiedere una indicazione qualunque.

Malgrado che oggi la massoneria sia divenuta ultra potente negli Stati, nonpertanto i capi della stessa non manifestano l'ultimo fine a cui tendono, perché spaventerebbero la società, e più di tutti gli stessi sovrani massonici. Quel fine è conosciuto da pochi caporioni? i quali si fanno obbedire alla cieca da’ loro dipendenti, dando loro a credere ed a chi vuol saperlo, che lo scopo della medesima sia tutto filantropico e virtuoso. Difatti se domandate ad un massone; che cosa fa la massoneria? sentirete rispondervi col linguaggio figurato de’ suoi padri orientali, dicendovi: La massoneria fabbrica palazzi alla virtù, e tombe al vizio; badate però che pe’ massoni la virtù suona vizio, e viceversa.

I capi della massoneria, ad ingannare i gonzi, vi sciorinano anche il seguente programma: «Lo scopo della massoneria è lo sviluppo massimo della filantropia, indite pendenza ed unità delle nazioni, fraternità delle masse, tolleranza di qualunque religione (per adesso, eccettuata la cattolica!? uguaglianza dei culti, (per non averne alcuno!) progresso morale e materiale delle masse. La massoneria italiana non riconosce altro potere sovrano sulla terra, tranne quello della retta ragione (a modo suo!) e della coscienza universale». Nonpertanto, in questo programma nel quale non è accennato né spiegato il fine ultimo, vi è roba a sufficienza per far pensare seriamente i sovrani.

Nella massoneria cristiana, per essere ammesso un individuo, dovea prima confessarsi e comunicarsi; tutt’altro in questa settaria; il candidato dovrà assoggettarsi a prove spaventevoli e giuramenti esecrandi per essere a parte di qualche mistero massonico. Andrei troppo per le lunghe, se volessi dire e descrivere le prove alle quali deesi sottoporre il candidato di questa setta, per dar prova del suo coraggio e della sua cieca obbedienza a’ capi: ne dirò una sola.. Quando un individuo è presentato da un massone arruolatore, per essere ascritto in quella società secreta, in qualità di apprendista, gli si presenta una pistola, che si carica innanzi a lui: deve appuntare la bocca della canna all’orecchio, e quando il maestro grida: fuoco! egli, il candidato, deve tirare il grilletto per far partire il colpo e suicidarsi... Ma il colpo non parte, attesa la peculiare costruzione intima dell’arme. Quindi giura su d’un pugnale di eseguire qualunque ordine del maestro, fosse pure quello di uccidere il. proprio padre od iL figlio... ed in quel modo più о meno barbaro che gli sarà ordinato, e guai se si negasse! sarebbe subito trucidato.

I tribunali criminali son pieni di simili processi, né queste sono mie fantasie. Notata intanto contraddizione di cotesti settarii! essi non vogliono riconoscere la benefica influenza della Chiesa cattolica, che detta leggi di carità e di amore, profittevoli alla società e quindi agl’individui, anzi la deridono come roba medioevale; ma mentre la perseguitano, fanno poi olocausto delle loro più care affezioni, rinnegando la stessa natura, per un superiore che non conoscono e non debbono sapere ciò che costui vuole. Non è questo il maximum della pazzia e dell’umana degradazione? Tant’è! i cattolici sono i retrogradi, gli oscurantisti, che giurano in verbo magistri, ed essi gli umanitarii, gli uomini del progresso, dell’incivilimento e i diffonditori de’ lumi... (a petrolio!!) 1 sommi Pontefici scomunicarono la sette de’ massoni; Clemente XII nel 1738, Benedetto XIV nel 1751, Pio VI e Leone XI premurarono i sovrani cattolici ed acattolici a comprimere quella setta e le sue diramazioni. Parecchi di que’ monarchi non furono sordi alla voce de’ mastri di verità; il governo di Vienna la proscrisse nel 1743, quello di Spagna nel 1751, il duca di Milano nel 1757; lo stesso Imperatore turco di Costantinopoli ordinò nel 1748, che si bruciassero le case ove trovavansi le logge massoniche. Altri sovrani si cullavano deliziosamente nella supposizione, che i Papi volessero osteggiare il progresso de’ tempi e si argomentarono di ottenere, per opera, de’ massoni, maggioro autorità, anche sulla Chiesa, e fare altre conquiste. La Francia, già sotto gl’immorali indussi del Regno. de’ due Luigi XIV e XV, e ancor più della Reggenza, che avvenne nel loro intervallo, e già pienamente dominata dagli-enciclopedisti, fu più di tutte le altre nazioni sorda alla voce benefica ed autorevole del Vaticano: disprezzo e noncuranza che le costarono ben cari! La setta massonica subì varie fortune, or perseguitata, or vincitrice; e non si era mostrata in tutta la sua laidezza, perché non Uvea guadagnato ancora tutte le classi sociali: seminata avea la corruzione, depravando i cuori, ma non avea acciecato del tutto gl’intelletti con le speciose quanto fallaci dottrine; però parendole suonata l’ora, unanimamente risolse di oprare una gran rivoluzione d’idee e gettar infine la maschera. La irriflessiva ed inebbriata Francia, sempre iniziatrice or del bene, or del male, accettò l'invito, prestò fede alle sue seducenti promosse e fornì ampiamente a’ massoni i mezzi 4i corrompere, snaturare ed abbattere i principii più santi del vivere sociale, e le dottrine più auguste della religione e di Dio medesimo.

La setta si servì di tre suoi adepti per isnaturare dapprima e poi negare tutte le dottrine umane e divine. D’Alembert concepì l'idea satanica di una Enciclopedia, acconcio mezzo come spargere la miscredenza e l’ateismo in tutte le classi, ed annunziolla con ampolloso discorso. Le trombe della fama settaria proclamarono la prossima Enciclopedia come il non plus ultra di tutte le arti e scienze, essendo compilata da artisti' letterati, scienziati, economisti, teologi e prelati. Per non destare, sul principio, sospetti ne’ cattolici, si pubblicavano articoli con l’orpello della religione, mentre erano zeppi, beninteso, di errori e di eresie; dimodoché insinuavano il dubbio contro le credenze cattoliche ne’ leggitori di quell’arsenale di sofismi, presentando ad arte gagliarde le accuse contro il Cattolicismo e poi deboli x nulle le difese. Alla fine, giunto il tempo opportuno, gli enciclopedisti si smascherarono ed emisero il grido selvaggio ed empio écrasons l’infame!.... Questo grido, fè fremere lo stesso Satana!

D’Alembert era un trovatello, nato nel 1717 fu allevato dalla carità cattolica, e nominata Giovanni Le Rond; fatto grandetto cangiò il proprio nome con quello d’Alembert, credendo cancellare ed occultare la sua origine, addimostrando la sua gratitudine alla Chiesa che l’avea allevato ed istruito, con l’addivenire il diffamatore e persecutore della stessa! Ma da uomo dotto, conoscendo la fallacia della merce che spacciava, con astuzia sfuggiva le discussioni con uomini dotti e cattolici.

L’altro corifeo dell’Enciclopedia fu il patriarca della miscredenza, Voltaire! Era costui figlio di un notaio del Castelletto e nacque in Parigi nel 1694; il suo vero nome è Francesco Arouet, che poi cambiò con quello di Voltaire. Sin dalla sua fanciullezza accettò dalla setta l'empio mandato di combattere Iddio, ed egli, arguto com’era, scelse l’arma del ridicolo, tanto potente in Francia. La natura l’avea fatto poeta; si sforzò di parer filosofo, e fu impostore in sommo grado. Era ambizioso e cupido di celebrità a qualunque costo, e l'ottenne con mostrarsi empio. Audace nelle questioni scientifiche, ma sempre battuto, ritornava all’assalto atteggiandosi a vincitore; e quando era schiacciato sotto l’onnipossente evidenza delle ragioni, usava da buffone l’arma del dileggio, molto comoda in quelle circostanze.

D’Alembert e Voltaire scelsero a cooperatore dell’Enciclopedia Diderot. Era costui or materialista, or deista, or ateo, empio sempre! Solea affermare filosofando, essere una sola la differenza tra lui e il suo cane, cioè il vestito, e fu questa forse l'unica e sola verità che disse in tutta la sua vita. Furono eziandio compilatori della enciclopedia Condorcet, Turgot, Brienne, Lamoignon, La Mettrie, La Harpe, Bavle, Ravnal, Domilaville, Elvezio, ed altri, tutti fior fiori putenti di massoneria ed ateismo. Ad ognuno di costoro fu assegnata la sua parte nella guerra che doveano fare alla società e a Dio. Elvesio, anticipando le nebulose dottrine di Darwin, solea dire, che l’uomo si distingue dagli altri animali perché la natura gli diè le mani, con le quali si creò la civiltà: peccato che la famiglia delle scimie non se l'ha potuta creare in circa seimila anni, ad onta che avesse le mani, e che il medesimo Elvezio fosse nato anche con le mani t In seguito comparve Rousseau col Contratto sociale, ed avrebbe voluto che l’uomo ritornasse allo stato primitivo, cioè ridivenisse selvaggio e bestia: son convinzioni e gusti bestiali di que’ grandi uomini, che oggi gli scolaretti della rivoluzione citano come cima di sapienza!

I compilatori della Enciclopedia trovarono aiuti e protezioni, particolarmente in un re filosofo ed ateo qual era Federico II di Prussia; e più di tutti la triade nefasta, Voltaire, D’Alembert e Diderot. Quel sovrano, che scalzava i troni con proteggere i nemici della società, anch’egli scriveva essere favola il cristianesimo, fanatismo la religione, pabolo di menti frivole e paurose; si è perciò che gli enciclopedisti gli largirono tante adulazioni, e gli prodigarono il magno titolo di Salomone del nord!

La protezione di un potente ed istruito monarca verso i così detti filosofi massoni, legò le mani agli altri principi; anzi il re di Francia permise, che quegl’impostori fossero ammessi nella sua corte per istruirla e divertirla.

Que’ filosofanti democratici assunsero le forme cortigianesche, e con sorrisi, astuzie e baciamani s’insinuarono dappertutto; nella reggia, ne’ palagi de’ magnati, negli eserciti, nelle cattedre lucrose e perfino ne’ consigli della Corona; fu allora che si disfecero della Compagnia di Gesù. Luigi XIV e suo nipote Luigi XV di Francia, Giuseppe II di Germania, Leopoldo granduca di Toscana, e Ferdinando IV di Napoli (fiancheggiato da un Tanucci!) si fecero abbindolare da’ filosofi massoni, prestando a costoro facile orecchio, per iniziare la persecuzione contro il sacerdozio; e così scrollarono da sò stessi i propri troni, e contribuirono pe primi all’atto nefando d’innalzare il patibolo ad un innocente sovrano. Fa poi maraviglia come la maggior parte della nobiltà francese abbia avuto l'imperdonabile leggerezza di non vedere ove la trascinassero questi enciclopedisti e di abbandonarsi nelle loro braccia, appunto allorché i medesimi demolivano ogni principio; è vero che anch’essa professava quelle ree dottrine per parer sapiente e mostrarsi all’altezza de’ tempi; ma l'abisso era visibilmente spalancato. Sicché fu giustizia celeste che quella dannevole sapienza, dopo di averli interamente spogliati de’ loro beni e ridòttili al paro dell’infima canaglia, in ultimo li conducesse al patibolo!

La madre setta, la massonica, prima e dopo la rivoluzione francese del 1789, ebbe varia fortuna, con ramificazioni, modificazioni, e nomi diversi. Il bavarese Weishaupt, già condiscepolo del siciliano Giuseppe Balsamo, detto il conte Cagliostro, nel 1776, fondò la setta degli Illuminati, e i suoi discepoli si dissero perfettibili. Quella congrega era ricca a dovizia di misteri, gradi e promozioni; promettea educazione popolare, benessere morale e materiale, e volea società senza leggi, e religione senza Dio. Ecco le principali leggi che lo stesso Weishaupt dettava ai suoi discepoli: «L’arte di far la rivoluzione infallibile è illuminare i popoli; illuminarli è impossessarsi dell'opinione, e farli vogliosi di mutamenti premeditati. L’opinione si fa con gli sforzi delle società secrete; i cui adepti lavorando insieme о sparpagliati, e l’un l’altro afforzando, moverán le menti popolari ad una via; in modo che tutta la terra venga abitata da una gente, la cui maggioranza tenda a volere uno scopo. Al lora schiacciate quelli che non si possono persuadere.»

Son questi que’ messeri che ci predicono tolleranza, chiamando intolleranti i cattolici! La setta degli Illuminati è la più esecranda; oltre di tendere alla distruzione della civile società, rinnega Dio, e per la solita contraddizione settaria, adora lo spirito di abisso!

Nel 1782, per mezzo del conte Mirabeau discepolo di Weishaupt, s’introdusse in Francia l'Illuminismo. Era Grande Oriente della massoneria Filippo duca di Orléans, parente del re, e vi erano 282 logge. Quel duca fece esaminare i principii dell’Illuminismo ed, avendoli trovati ottimi, nel loro genere di malvagità, volle adottarli con ingrossare il Codice massonico; e siccome quei principii affermavano il comunismo, cominciarono ad ammettersi nelle logge soldati, artigiani, proletarii, facchini e nullatenenti. L'Illuminismo affrettò la catastrofe della Francia; e quando la rivoluzione era debaccante in Parigi, massoni ed illuminati si riunirono nel convento de’ Padri Domenicani, già aboliti, che era sotto il titolo di S. Giacomo, e quindi si appellarono Giacobini. Questa Congrega diabolica si componea di tutte le classi della società, nobili, preti, monaci, filosofi, letterati, scienziati, militari, artigiani, proletaria, studenti, straccioni e femminacce dette «furie della ghigliottina» perché queste faceano bàecano quando si decapitavano i realisti e più tardi i settarii. I Giacobini furono i più nefasti alla Francia ed all’Europa; tutto distrussero, ed infine si ghigliottinarono tra di loro.

In Napoli si era stabilita una loggia massonica «nazionale» nel 1756, e dipendeva dal Grande Oriente di Francia, mantenendo corrispondenze anche con le logge della Germania; durò fino al 1799, indi emigrò. Rimasero però molti massoni, i quali si riunirono e formarono una piccola loggia in Aversa, nella casa del principe Pignatelli.

I massoni, smascherati troppo nelle rivoluzioni del passato secolo, e nel principio di questo, faceano persino paura ar sentirne il nome; si argomentarono nuovamente cambiarlo ed anche in parte i loro riti. I fuggiaschi napoletani del 1799 ritornarono in patria dopo l’invasione francese del 1806, e fondarono una società secreta chiamandola Carboneria. I settarii aveano conosciuto che l’ateismo era esoso, e particolarmente a’ napoletani: quindi fecero di tutto per mostrarsi ossequenti e religiosi, per quanto un lupo potrebbe infingersi buono colle pecore. Scelsero a protettore S. Teobaldo, eremita francese del mille, che fuggito in Germania, avea campato la vita ne’ boschi, facendo carbone; e per questa ragione i massoni napoletani si chiamarono Carbonari, e la loro setta Carboneria. Adottarono l’accetta ed i chiodi per indicare la passione di Gesù Cristo; le logge chiamarono vendite (di carbone); e tra loro non si chiamarono più fratelli ma cugini. Se i settarii non ci avessero fatto pianger tanto, oh sì! ci sarebbe molto da ridere con tante buffonate! I gradi rimasero quelli stessi de’ massoni, come pure lo statuto e lo scopo della società.

Quando i carbonari furono potenti, fecero la rivoluzione, adottando una bandiera tricolore, cioè il nero, che rappresentava il carbone spento, il rosso il carbone acceso, il ceruleo le fiamme. Si afferma che la prima società de' carbonari fosse stata fondata in questo Reame, dal francese Briot nel 1807, sebbene altri sostengono, che prima di quell'anno ve n’erano nelle Calabrie.

Si da come cosa certa, assicurata da molti che la regina Maria Carolina, nel tempo del decennio, trovandosi in Sicilia, facesse adottare alla Carboneria lo scopo di rovesciare Murat. In effetti costui perseguitò quella società, opponendole i suoi buoni amici, i massoni della loggia di Aversa; e poi cercò farla distruggere dal general francese Manhes. Questa iena in forma umana fucilava in Calabria tutti coloro che non s’inchinavano ai Napoleonidi, e con più accanimento quelli che putivano di carbonarismo. Murat, conosciuta la potenza della setta Carbonara, fece di tutto per farsela amica; ma questa non volle saperne di lui, e coadiuvò i Borboni a rovesciarlo dall’usurpato trono di Napoli. Bisogna convenire che i carbonari di Napoli non si mostrarono mai ossequenti agli stranieri, come i padri massoni del 1799.

Alla restaurazione del 1815, Ferdinando IV ricompensò i carbonari de’ servizii che gli aveano prestati, dando loro i migliori posti in corte, nell’esercito, nella magistratura e negl’impieghi; lo che fu germe di dualismo con que’ che lo seguirono e servirono in Sicilia. Però quegli non si tennero per rimunerati ed avrebbero voluto continuare i conciliaboli delle loro vendite, pretendendo che quel sovrano avesse loro dato l'intiero Regno per divorarselo. Per la qual cosa, rimasti scontenti, fecero la rivoluzione militare del 1820, che costò molti milioni a questo Reame, e di più l'occupazione tedesca: tutto questo a causa de’ protetti di San Teobaldo carbonaro.

Si disse, che il principe di Canosa avesse fondata la setta de’ calderari, tutta realista e borbonica: taluni negano quella fondazione; ed io dico che se i calderari avessero avuto lo scopo di sostenere il trono legittimo, non si potrebbero dire settarii ma buoni cittadini, affezionati al loro sovrano ed amanti dell'ordine pubblico. Nonpertanto si; addebitano a’ calderari azioni turpi e crudeli; ciò non dee far maraviglia, attese le lotta civili che allora imperversavano: però ci dobbiamo ricordare, che il codice de' veri settarii ordina a' suoi adepti di calunniare i loro, contrarii, ed i calderari erano (se, pure esistettero) realisti e borbonici.

I carbonari napoletani si erano diramati, per tutta l'Italia, e principalmente in Piemonte, ove guadagnarono alla loro causa il principe reale Carlo Alberto, e tentarono varie rivolte. Ma qui entra in iscena il loro principale, caporione, Mazzini.

Giuseppe Mazzini, figlio di un medico, nacque in Genova nel 1805; fu avvocato, ma senza clienti, quindi si diede al mestiere del settario. Nei 1830 fu cacciato dalla sua patria perché congiurava contro il re di Sardegna; allora si unì con due caporioni della setta Carbonara, Bianchi piemontese e Santi di Rimini. Quella nefasta triade, riflettendo che i carbonari d’Italia erano disprezzati e derisi per le triste prove che aveano fatte in Napoli e nel Regno Sardo, pensarono cambiar anche questa volta nome. Riformarono gli statuti della carbonaria, ampliandoli con quelli dell'illuminismo di Weishaupt, e nel 1831 fondarono l'altra società segreta che chiamarono Federazione della Giovane Italia.

Il motto di questa società era Dio e popolo; gli statuti della stessa dicono: «Lo scopo della Federazione della Giovane Italia essere la riforma politica italiana, e l'unione federale repubblicana in tutta la penisola e isole adiacenti; i mezzi, combattere con armi proprie. La rivoluzione dovere scoppiare generale, non far transazione col ne«mico, spegnere i traditori e gli avversarii. Ogni congiurato darsi anima e corpo all'impresa; spegnere col braccio ed infamare con la voce e con gli scritti i tiranni e gli aderenti di costoro. Far di tutto per guadagnare i governi, e far salire alle pubbliche cariche gli adepti; e ciascuno di questi avesse pronto un pugnale per disfarsi de’ nemici della nostra società.»

La Giovine Italia ha il suo terribile Codice penale; infatti all’articolo 1° dice: «Tendersi alla distruzione di tutti i governi della penisola per farsi una repubblica, al 3° articolo soggiunge: I membri che non obbediranno alla società segreta, e quelli che sveleranno i misteri della stessa saranno e pugnalati senza remissione. Il tribunale segreto pronunzierà la sentenza, designando uno о due adepti per la immediata esecuzione. L’adepto che ricuserà eseguire la sentenza, sarà ucciso come spergiuro. Se il colpevole giungesse a fuggire, sarà incessantemente perseguitato, in ogni luogo, verrà colpito da mano invisibile, fosse in grembo, atta madre, о nel tabernacolo di Cristo. Ciascuno tribunale secreto sarà comee petente non solo a giudicare i socii colpevoli, ma anche a far morire qualsiasi persona che disegnasse a morte.»

Mazzini fondò un giornale in Marsiglia, nel 1832, col titolo Giovane Italia, diretto e compilato da lui principalmente, avendo i seguenti redattori di alta fama letteraria: primo Pellegrino Rossi, che fu poi ricompensato col pugnale dai settarii; secondo Amedeo Melegari, terzo Luigi Napoleone Bonaparte, quarto, il Padre Zaccheroni apostata dell’Ordine de’ Predicatori, maestro in teologia ed inquisitore a Bologna, morto deputato al Parlamento, e padre di molti figli; il generale Armandi che fu istitutore di matematiche e scienze militari dello stesso Luigi Napoleone; Visconti Venosta e G. la Cecilia, avendo a cassiere il banchiere Bastogi ed a corriere Giuseppe Massari, ora sfegatato consorte. Tra le altre cose degne di nota vi erano le circolari segrete, altre diceano: «Ne’ grandi paesi la rigenerazione si fa col popolo, nel nostro si fa co’ Principi: bisogna farli lavorare per noi. Il Papa andrà alle rifarti me per principio e per necessità; il Re Sardo per desio della corona d’Italia; il Granduca di Toscana per inclinazione; il Re di Napoli per forza. Gli altri principotti avranno a pensare ad altro che riforme. Ottenute le costituzioni si avrà dritto a chiedere e domandare altro, e al bisogno sollevarsi. Valersi delle minime concessioni per unir masse, anche col pretesto di ringraziare. Feste, canti, radunanze e fitte corrispondenze fra uomini di tutte opinioni, bastano a maturare le idee, e dare al popolo il sentimento della sua forza e a renderlo esigente. Il concorso de’ grandi è indispensabile, perché con la plebe sola nate scerebbe la diffidenza; condotta da’ grandi questi le saran di passaporto. Un signore si guadagna con la vanità; lasciategli la prima parte, sinché vorrà caminar con noi. Pochi vorranno giungere alla meta, ma è necessario che la meta della rivoluzione lor sia ignota.»

Ho voluto riprodurre questi brani del Codice e delle circolari secrete mazziniane, per dimostrare che non è punto esagerazioni ciò che si asserisce circa l’ultimo fine delle società segrete; che Mazzini era un grand’uomo nel suo mestiere, di settario, ed avea pure il dono della profezia diabolica. Il programma del grande agitatore italiano fu eseguito alla lettera da Cavour, il quale n’ebbe plauso, avendo fatto come il corvo della favola, parandosi con le penne del paone. Al far dei conti il primo fu perseguitato e carcerato, ed il secondo è in gran fama di aver fatto l'Italia: Habent sua sidera fata!

Nel 1833 Mazzini, co’ suoi adepti, fu cacciato dalla Francia dal re cittadino, Luigi Filippo, giacobino del 1792, ed i settarii della Giovane Italia ebbero tempo di rifugiarsi nella Svizzera. Riunitisi tutti in Berna con gli altri fratelli dei varii Stati di Europa, ivi ampliarono la loro società. Misero fuori un manifesto in data del 15 aprile 1833, col quale diceano:

«Associazione repubblicana di tre federazioni, Giovine Italia, Giovine Polonia, e Giovine Germania: lega offensiva e difensiva, solidarietà di pensieri ed a opere, lavorare concordi, dritto al soccorso, tutti fratelli; uno il simbolo, esso determinato, essere comune ad ogni adepto; tutti conoscersi a quel motto. La riunione di più nazioni congregate costituire la Giovine Europa: potere ogni popolo aderire a quest’atto.»

La Giovine Europa, e principalmente la Giovine Italia battuta nel 1849; si era troppo smascherata, contando tra gli altri fasti i massacri di S. Callisto in Roma. Perloché quando gli adepti di questa società si riunirono, al solito, i disertori di essa setta si schierarono sotto la bandiera di Massimo d'Azeglio, e si dichiararono Unitari ed Utilitari. Il canone principale di costoro fu il seguente: «La gran Società unitaria italiana è la stessa che la Carboneria e la Giovine Italia, istituita per liberar Vitalia dalla tirannide dei Principi (oggi sembra una satira dagli stranieri, e farla unita ed indipendente.» La società degli Unitarii avea circoli con ciascuna un presidente, come le logge massoniche e le vendite della Carboneria. Avea il gran Consiglio supremo con un presidente, come il Grande Oriente massonico, donde emanavano ordini ed i circoli doveano obbedire ciecamente. Gli unitarii compirono la rivoluzione in Italia, e buon numero degli adepti, avendo fatto bene i loro affari rinnegarono Mazzini, facendosi monarchici e consorti. Altri di quelli adepti, о perché non vollero cambiar di principii, e più di tutto perché non furono gratificati secondo i loro meriti settari, si riunirono ad un’altra terribile società europea, che oggi si appella Internazionale, alla quale si sono uniti eziandio i comunisti ed i socialisti. Quest’ultima società potrebbe nominarsi quella de' nullatenenti e de’ sanculottes. La massoneria è oggi come una moda nella gente che ha qualche cosa da perderé, e a paragone dell'Internazionale potrebbe appellarsi la società degli aristocratici settarii. In appresso non sappiamo che altri nomi impronteranno gli affiliati alle società secrete; ma il male è giunto all’apice, e il viver civile dovrebbe andare in isfacelo se Dio non dirà: Basta.

I settarii, qualunque siasi il loro nome, quando son vincitori sbizzarriscono in quel modo che tutti abbiamo veduto, procedendo senza scrupoli diritti alla meta prefissa, facendo tesoro di quella massima, adottata e predicata da Cavour, anche in Parlamento, il fine giustifica i mezzi. Si vantano di aver congiurato, e dicono più di quanto han perpetrato di triste e turpe. Saccheggiano banchi, facendo sparire la moneta metallica, sostituendola con la carta monetata. A far carrozzini, come si disse nel Parlamento di Firenze, intraprendono opere pubbliche non necessarie, e spesso rovinose; fan debiti a nome dello Stato, e riducono le finanze degli Stati alla bancarotta, ad onta del privilegio che hanno d’inventare ed imporre nuovi balzelli, tassando pure l’intelligenza, la perduta morale e le sventure della famiglia. Vigliacchi sempre, temendo di perdere l’usurpato potere, pubblicano a sazietà leggi eccezionali, che chiamano di sicurezza pubblica, e sono di pubblica angoscia, e tutte contro la gente pacifica ed onesta. Fanno leve in massa, strappando la gioventù dallo studio, arti ed agricoltura per farla macellare dalla mitraglia, mentre essi rimangono a far bella vita nelle loro case. Perseguitano i preti, i vescovi e io stesso Papa, mandando quelli in esilio о in carcere, ed inibendo al vicariò di Gesù Cristo perfin di proclamare il vero (13); assicurando che fanno ciò pel bene della religione e della Chiesa, delle quali si mostrano tanto teneri, che vorrebbero farla ritornare alle Catacombe come a’ tempi di Nerone e Diocleziano: in ultimo si dichiarano atei officialmente ed operano in conseguenza. Tutte queste iniquità chiamano progresso, civilizzazione e libertà, e guai a chi loro non applaude e non si uniforma!

Vinti sbraitano vendetta, schiamazzano, si difendono con menzogne spudorate e sofismi; accusano e calunniano tutti; si canonizzano ne’ loro giornali, e gli sciocchi, al solito, prestano loro fede: e cosi fanno pure mediocre vita con la borsa dei gonzi che essi cercano sempre di accalappiare. Si atteggiano a grandi vittime di tirannide, dichiarandosi innocenti agnellini e purissime colombe, e trovano asilo principalmente in Inghilterra; la quale ha interesse ospitarli, e farli organizzare per giovarsi quando deve rovinare qualche nazione a lei nemica.

Ricostituiti in società secrete о comitati, cominciano a congiurar da capo contro i troni e contro i popoli, di cui ciarlatanescamente asseriscono sostenere i diritti e sposar le difese. Maligni, come Satana loro ispiratore ne’ governi donde sono stati cacciati lasciano sempre potenti adepti, fratelli о cugini, che sanno insinuarsi ipocritamente nell’animo dei deboli principi privi di carattere e d’intelligenza. Difatti que’ fratelli о cugini trovano poco a poco modo di farli ritornare in patria, insinuando al sovrano, che l'opinione pubblica (cioè i giornali della setta!) è unanime in istigmatizzare (parola di rito) il governo che li bandi; che l’Europa civile (altra frase!) protesta come un sol uomo contro tali barbarie. In ultimo soggiungono che richiamando in patria quegl’innocui emigrati, il governo dimostrerebbe forza, il re clemenza. Il civilissimo principe, che certo non vuol mettersi al bando di una malintesa civiltà, in occasione di qualche matrimonio in Corte, о nascita di un principe reale, finisce Col cedere, ed accorda piena amnistia a’ puri ed innocenti emigrati. Costoro appena ritornano in patria, si mostrano umili e dimessi come novizii cappuccini; in effetti ascoltano la S. Messa, si confessano da qualche padre Gesuita, e si comunicano altresì; anzi qualche volta recitano ad alta voce per le strade il S. Rosario, come faceano in Roma nel 1846 e 47.

Tutte le ipocrisie e manovre di que’ settarii rimpatriati sono sempre dirette a ghermire i pubblici impieghi, avendo di mira i più lucrosi ed importanti. Perlocché i loro potenti adepti in corte о ne’ ministeri fanno osservare ai sovrano, che i poveri rimpatriati si Conducono benissimo, e che, se in passato Ъап potuto commettere, senza volerlo, qualche leggerezza, al presente invece manifestano segni di verace pentimento, e desidererebbero darne pubblica prova. Que’ traditori conchiudono insinuando al re: che pel bene e l'onore del paese e per non sentir più lagnanze degli autorevoli giornali esteri, sarebbe un grande atto di clemenza sovrana impiegare que’ poverelli pentiti, che han sofferto pe’ facili errori della polizia о pel rigore de’ tribunali in tempi di funeste passioni. In ultimo, dicono sottovoce al sovrano, che que’ poverelli pentiti son tutti uomini istruiti e capaci a disimpegnar bene ogni loro dovere. Il re, sia per bontà d’animo, sia per leggerezza, о per togliersi attorno que’ cicaIoni, annuisce che s’impiegassero i rivoluzionarii convertiti.

Allora sapete che cosa avviene? io ve lo dirò, e voi lo crederete non perché è credibile, ma perché l'avete già veduto nel tempo in cui viviamo. Avviene dunque, che i settarii potenti in corte о ne’ ministeri cominciano a perseguitare con futili pretesti gli antichi e fedeli impiegati per metterli sul lastrico, accusandoli, non di rado, di essere rivoluzionarii, e ciò per sostituirli con gli adepti alle società secrete. I nuovi impiegati e funzionarii con accorgimento sono introdotti in tutti i rami dell’amministrazione governativa, ed anche nell’esercito; essendovi uffiziali destituiti per fellonia, vengono ricompensati dei danni sofferti con promozioni ed onori, spesso a danno d’altri militari rimasti fedeli. Con particolarità si dànno loro de’ posti importanti nella polizia, perché in quell’amministrazione possono rendere servizii incalcolabili alla setta.

Una volta che sono introdotti negli officii governativi, cominciano a faticare alacremente per formare l'opinione pubblica. Se uno di cotesti riabilitati fa qualche cosa in apparenza buona, ne senti maraviglie, ed è proclamato un miracolo d’ingegno e di onestà. Al contrario, se un fedele realista fa qualche bell’opera, si finge ignorarla, e se poi cade in fallo, misericordia! tutti i giornali settarii gli gridano la croce. Si fanno ad arte confronti tra realisti ignoranti e dotti liberali, per conchiudersi, contro i principii della logica, che quelli sono tutti imbecilli, e costoro cime di sapienza. Arruolano compagni di tutte le classi sociali, anche militari, preti e frati; allettano i primi con la prospettiva di una vita comoda, e con la promessa di rapide promozioni; attirano i secondi con la vanità, l'ambizione e la maggior parte con prometter loro vantaggi e godimenti scolareschi. In altre classi fanno altra propaganda, e secondo l’indole e lo stato delle persone. Dapprima non si svelano apertamente, ma fanno discorsi insidiosi anche contro il re, coprendoli però con parole di devozione verso il medesimo. Di ugual modo parlano circa i preti e la religione, e dichiarandosi cattolici ferventi, insinuano massime contro il Cattolicismo. Alla soldatesca dicono che è tiranneggiata da’ superiori, al popolo minuto che i viveri son cari, agli artisti che non vi è lavoro e che le arti son disprezzate; ai proprietarii che si pagano assai dazii, a' negozianti che il commercio ¿ inceppato; finiscono col dichiarare che il re nulla sa di tutti questi mali che opprimono il suo popolo, e pel suo bene, sarebbe opera meritoria fargli sentire, in un modo qualunque, gli abusi che si commettono.

Questi insidiosi discorsi sono ripetuti e propalati anche da coloro che non sono set? tarii; i quali, per la smania di parer saputi e darsi dell’importanza, li ripetono ad ogni amico о conoscente, facendosi in colai modo utili istrumenti di setta. Que’ medesimi discorsi son poi ripetuti da tutt’i giornali esteri autorevoli, e finiscono col far articolo di fede presso ministri settarii di qualche potente nazione. Non abbiamo visto ciò sotto Ferdinando II, e presso gl’illuminati gabinetti di Palmerston e Luigi Bonaparte? I settarii, dapprincipio, domandano poco, cioè che la giustizia fosse bene amministrata; poi. vanno spacciando che il ministero non è all'altezza de' tempi; quindi riusciti ne’ loro primi intenti, e volendo procedere nella breccia, riuniscono, a misura che il movimento si propaga, una razzia di gente incontenibile ed amante sempre di novità, non che una caterva di sfaccendati e paltonieri, e mettono mani alle dimostrazioni, cioè a’ subugli popolari, inneggiando al re ed alle riforme, о alla Costituzione, secondo che le circostanze richiedono. Siccome temono dell’esercito, schiamazzano ancora degli evviva allo indirizzo dello stesso. Non è da temerario dire che tutto ciò è fatto con piena intelligenza di qualche plenipotenziario di potenza estera ed amica; il quale non pagó di affidare al telegrafo e stendere a suo modo un circostanziato dispaccio al governo che rap presenta, corre l’indomani frettoloso in Corte e consiglia al sovrano le riforme volute dai popolo e dal progresso de’ tempi; offrendosi mediatore per acquetare i giusti desiderii del medesimo popolo. Quel settario in veste diplomatica consiglia in fine che il governo usi moderazione co’ liberali per non complicare, esso dice, maggiormente le cose. Varii amici del re che in tempi tranquilli fanno i gradassi, dichiarandosi pronti a versare il sangue pel trono, al sentore di queste mascherate violenze ed aperte pressioni, allo schiamazzo di grida di evviva e di abbasso, divengono inerti per la paura; ed in cambio di operare e dar consigli energici, si ritirano о fuggono; chi resta consiglia viltà e madornali errori. Il re abbandonato dagli amici di ventura, rimane circondato dagli insipienti, e da’ traditori; i quali, protestandosi fedelissimi, assicurano che l'unica salvezza sta nel contentare il popolo; ed egli ingannato о sopraffatto cede la Costituzione, la quale gli toglie ogni autorità dalle mani, facendola passare in quella de’ settarii. Costoro appena afferrano un lembo di potere, chiedono più larghe riforme e guarentigie.

Il sovrano, credendo salvarsi e salvare lo Stato, si mostra anch'Egli rivoluzionario, facendo tesoro di quella speciosa e dannevole massima tanto male a proposito consigliata da Luigi Napoleone a Francesco I1Г, cioè che i sovrani debbono mettersi alla testa de’ movimenti popolari (cioè rivoluzionarii) per guidarli e moderarli. Ma disgraziatamente avviene sempre che coloro i quali credono di guidare e moderare la rivoluzione, sono da questa trascinati inesorabilmente e trabalzati da precipizio in precipizio. Difatti, quando i ribelli si accorgono che i re si accomodano u loro, per tema di mali peggiori, divengono esigentissimi, e cominciano a pretendere altre più larghe concessioni, fino che s’impossessano dell’ultimo lembo del potere regia, non lasciando al monarca né anche il veto о il placet nelle leggi da essi medesimi fatte. Assorbito in conseguenza ogni potere, proclamano allora la Costituente e mandano a spasso colui che chiamano il capo della Stato. Ed ancor non sono contenti: lo accusano di avere abusato della Costituzione, di aver patteggiato con lo straniero e co' nemici della patria. E se quel principe sventurato non si salva con la fuga è sottomesso a giudizio, e che giudizio! dal carcere lo conducono alla ghigliottina!... né soddisfatti ancora, ne infamano poi anche l’onorata memoria....

Questa è storia, storia che si sta ripetendo dacché i settarii cominciarono ad impossessarsi del potere regio, e non vi è né calunnia e nemmeno esagerazione di partigiano nel riferirla. I fatti da me esposti relativi alle sette, Than pubblicati gli stessi settarii; i discorsi ipocriti e velenosi di costoro, quando agognano il potere, li abbiamo quasi tutti noi interi con le nostre proprie orecchie nel 1847 e 59. Vi sono due esempii terribili in Europa, che ci fanno conoscere il modo come la setta tratta i sovrani facili a concederle tutto: uno dell’Inghilterra nel 1649 quando si volle assassinare con forme giuridiche Carlo I, e l'altro della Francia nel 4793; dopo che il buon re Luigi XVI ebbe accordato tutto a’ settari, costoro in compenso lo trascinarono al patibolo. Simili esempii sarebbero più di due, se i sovrani detronizzati dalla setta non si fossero messi in salvo a tempo opportuno.

Or che ho detto quanto basta sull’origine, scopo e trasformazione della setta rivoluzionaria e dei suoi adepti, proseguo il mio racconto.

I tempi già erano maturi per le società segrete, esse aveano molto faticato e congiurato; bisognava raccoglierne il flutto, opprimendo l'umanità con ¡spogliarla e renderla schiava, togliendole eziandio il supremo bene e conforto, la religione!


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CAPITOLO VII

SOMMARIO

Rivoluzione francese. Ferdinando IV propone una lega italica. Dispone la difesa della Patria. Giunge una flotta francese nella rada di Napoli. Fa propaganda rivoluzionaria. Primi arresti. Lega Anglo-sicula. I soldati napoletani in Tolone. Fame, tremuoti ed eruzioni del Vesuvio.

Già si era giunti allo scorcio del XVIII secolo, quando una selvaggia rivoluzione scoppiò in Parigi, e un nembo di sciagure e un fiume di sangue coprì ed allagò la Francia e l'Europa. La prodigalità e le spese inconsulte de’ due Luigi XIV e XV, aveano ridotto a mal partito le finanze francesi. I re di quella nazione, ne grandi bisogni dello Stato convocavano gli Stati generali, che altro non erano che un gran Parlamento, ove intervenivano molti deputati, scelti tra tutte le classi della società. La setta, che profitta di tutto, essendosi intromessa ne’ consigli della Corona, consigliò Luigi XVI a riunire quella magna assemblea per mettere ordine alle depauperate finanze. Quando si riunirono i deputati degli Stati generali, invece di riordinare ed impinguare l'erario con leggi opportune, profittarono della circostanza iniziarono la rivoluzione.

Non è mio compito raccontare le cruente ed orribili scene che successero in Parigi e nel resto della Francia dal 1789 al 1794; nel corso di questo racconto ne accennerò qualcheduna soltanto. Per ora ripeterò, che luigi XVI, lasciatosi interamente esautorare dalla setta rivoluzionaria, finì coll'ascendere il palco ferale della ghigliottina, locché avvenne il 21 gennaio 1793, ed assiem con lui la regina Maria Antonietta d’Austria, e la sorella del re; tenendo in carcere la giovanetta figlia degli assassinati sovrani; sulla quale que’ feroci settarii faceano progetti esecrandi, degni degli adoratori di Satana. Sciagurati! neppure li mosse a pietà il debole pargoletto reale, il Delfino di Francia, consegnato da loro ad un brutale e feroce calzolaio, che lo fece morire di stenti e di fame. Assassinarono la nobiltà francese ed i preti, e con modi da far fremere l’umanità più indifferente; non risparmiarono né condizione, né età, e né sesso. Quando que’ sanguinarii demagoghi non ebbero più gente onesta da uccidere, si uccisero tra loro: e tutto questo si eseguiva, allorquando proclamavansi i dritti dell'uomo, merce nuovissima importata dall’America.

I settarii, conseguenti ai loro principii, abolirono qualunque religione, e ne crearono una empia e buffona, chiamandola Teofilantropia. Contaminarono i tabernacoli e gli altari del Dio vivente, ponendovi sopra ed adorandola una femminaccia nuda che chiamarono Dea ragione... Ahi! uomini traviati dallo spirito delle sette, e dell’odio satannico contro la religione de’ padri nostri; le vostre nefandezze non hanno alcun riscontro trai delitti e i delirii dell'umana malvagità! Gli ebrei, perché di dura cervice, adorarono sulla sabbia del deserto le forme di un bruto fatto di prezioso metallo: e voi? Voi che vi proclamaste iniziatori del progresso, voi siete il ludibrio delll’umanità, avendo adorato la materia, la degradazione della donna, il vizio personificato! Non so qual posto occuperete voi il giorno dell’universale giudizio; ma son sicuro che gli stessi reprobi si vergogneranno di voi. Ecco quali furono i padri e maestri di coloro che han rigenerato l’Italia e restaurato l’ordine morale su quella terra ove il principe degli Apostoli piantò la croce dell’umano riscatto! Ferdinando IV e Maria Carolina appresero con dolore e spavento il fatto della rivoluzione francese, essendo stretti parenti dei sovrani di Francia. Di ugual modo intesero que’ fatti tutti i cittadini di questo Regno; i soli filosofi novatori, ossia settarii, si rallegrarono, sperando che con gli aiuti de' fratelli d’oltralpi avrebbero in queste regioni rinnovati que’ massacri parigini, proclamando essi pure i dritti dell'uomo.

Quando la setta fece le sue prime terribili prove in Parigi, i sovrani di questo Reame trovavansi in Vienna, e si affrettarono di ritornare in patria, ove l'ambizione e le smodate passioni de’ novatori si sviluppavano maravigliosamente, attesi i risultati felici dei loro consettarii. Re Ferdinando si ristette dalle incominciate riforme, aspettando tempo opportuno per condurle a compimento e perfezionarle; invece pensò a difendere i suoi Stati da’ nemici di fuori, e di quelli che congiuravano dentro per dar la patria in preda agli stranieri. Avendo osservato, che degli altri sovrani d’Italia, sebbene spaventati dal turbine che imperversava dalla Senna, nessuno pensava ài rimedio, propose una Lega italica, facendo conoscere, con 'una nota diplomatica, la imperiosa necessità di tal misura affin di garentire la nostra penisola dall'invasione straniera. Quella nota conchiudeva dicendo: «Il re delle Due Sicilie, ultimo al pericolo, si offre primo a’ cimenti; e ricorda a’ principi italiani, che la speranza di campar soli è stata mai sempre la rovina d'Italia.» Basterebbe questa sola nota diplomatica per dimostrare, che Ferdinando IV di Borbone era il sovrano veramente nazionale, avendo fatto di tutto per salvare l'Italia dall’invasione e saccheggio francese, e gl'italiani da tante lagrime e tanto sangue. Intanto, secondo i liberali, quel sovrano era un tiranno, e per non esser tale, avrebbe dovuto consegnare la patria, piedi e mani legate a’ loro fratelli di Francia; perché costoro, ad onta che fossero stranieri, e che mettessero tutto a soqquadro, rappresentavano il loro principiò, il quale anche in mezzo alle ruberie, agli assassini agli sfaceli, alle tirannidi di ogni

Insorta resta sempre illibato, e lo provano i recenti anzi odierni apologisti della Comune di Francia, ultima espressione di quello stesso principio, e dei quali non sai se sia maggiore la ferocia od il cinismo. E son queste le tirannie di Ferdinando IV, e le. teorie de’ novatori! Alla proposta del re di Napoli per una lega italica, aderì il solo re di Sardegna; la Repubblica veneta volle rimanere neutrale; perché poco curandosi delle sventure che minacciavano l’intiera penisola, si lusingava di avere tutti i mezzi per difendersi da qualunque aggressione straniera, in grazia della sua peculiare posizione topografica e idrografica. Giunse però il tempo in cui pagò ben caro il suo egoismo e la sua colpevole ostinazione; essa fu cancellata dal novero delle nazioni. Quella saggia ed animosa proposta del re Ferdinando non ebbe effetto; lo stesso re di Sardegna, che avea aderito alla lega, e, che correva pericolo più di tutti, per confinare i suoi Stati con la Francia, si mostrò quasi pentito della data adesione; e difatti fu poi il primo ad essere detronizzato, e i suoi popoli spogliati e fatti servi da’ rivoluzionari francesi.

Ferdinando IV, volendo organizzare la difesa della patria, si avvide di non avere un esercito numeroso e disposto ad affrontare una grossa e disastrosa guerra; quindi fece di tutto per rimediare all’imperiosa necessità. Ordinò nuove leve di coscritti regnicoli, assoldò dalmati e svizzeri; ed accrebbe i reggimenti mercé molti volontarii di famiglie

patrizie. Mancandogli buoni generali, invitò duci forestieri atti a capitanare ¡’esercito, e tra gli altri tre principi di sangue reale; uno dei quali fu il principe di Hassia Philipstatt, che tanto si distinse, come appresso dirò. Ordinò che gli arsenali del Regno fabbricassero armi; e nel Castelnuovo stabili un deposito di sessantamila fucili per averli pronti al bisogno, e da ogni parte del Regno fece venire vesti ed arnesi di guerra. L’artiglieria fu di nuovo riordinata ed accresciuta, per le cure di Pomméréal. Gli arsenali fondevano cannoni, costruivano carri, cassoni ed altri attrezzi necessari! all’esercito. Le navi da guerra furono aumentate; si costruirono altri tre vascelli, varie fregate e legni minori:, così rdddoppiossi l'esercito e la squadra. Quelle navi erano munite di buona artiglieria, di valorosi marinari e di parecchi uffiziali bene istruiti.

I settarii intanto gridavano alla tirannia e alla dissipazione del danaro dello Stato, perché il re provvedeva alla difesa patria; sostenendo che rovinava le finanze, e il popolo n’andava ammiserito. Gli sentieri rivoluzionari! accusano Ferdinando IV perché questi si servi del danaro che stava ne’ banchi per aumentare l'esercito e la flotta. Eppure in altre simili circostanze quelli stessi storici levano a cielo la sapienza de’ governi settarii, perché costoro, dopo esaurite tutte le sostanze del misero popolo, da essi spremuto fino al midollo, hanno spogliato la Chiesa dei suoi beni, han fatto prestiti forzosi senza mai pagarli, ed han creato carta moneta senza fine e senza ritirarla mai; tutto questo, essi pretendono, era necessario per la salvezza della patria, cioè per la salvezza di essi settarii. Se Ferdinando si servì del danaro dei Banchi di Napoli pe’ supremi bisogni dello Stato, diede però in surroga le fedi di credito corrispondenti, e queste erano lo stesso che moneta sonante. Quelle fedi, è pur vero che si negoziarono poi con perdita, e ciò avvenne perché i settarii in parola fecero di tutto per discreditarle. Però più tardi quel debito fu estinto; il re ordinò che s’ipotecassero i suoi beni allodiali, e così fu riempito il vuoto dei Banchi di questa città, E che cosa han fatto in simili circostanze domandiamo — i governi settarii? Sappiamo come andarono a finire i bilioni di franchi di assegnati francesi: si giunse a barattare una carta del valore di mille franchi, per un sol franco di argento (14). Sappiamo pure qual fu la sorte della carta moneta creata da Mazzini in Roma nel 1848, e qual danno incalcolabile arrecò al commercio. Pio IX, quando ritornò da Gaeta nella sua diletta capitale, comprò una gran quantità di quella carta pel suo valore nominale, e la fece distruggere; così praticò in seguito finché la esfinge tutta intiera. che Iddio ci liberi da simili catastrofi, ché non sempre si trova un Pio IX per salvarci! Se i rivoluzionarii e i loro apologisti salariati, avessero almeno un' ombra H pudore, dovrebbero evitare ogni paragone trattandosi di banchi, prestiti, carta moneta, dazii e qualunque imposta.

Dopo che il buon re Ferdinando provvide alla sicurezza dello Stato per la parte esterna, pensò all’ordine interno; dappoiché la setta e gli amanti di novità cominciavano ad agitarsi. Creò un commissario di polizia, vigilatore e giudice, con l’antico nome di Reggente la Vicaria; e questa interessante carica fu affidata al cav. Luigi de' Medici, giovine scaltro ed ardito. Costui, a far più agevolmente conoscere il nome delle strade, allora in esclusivo dominio del popolo che le appellava col loro epiteto tradizionale, подché le abitazioni de’ cittadini, alle prime fece apporre delle lapidi di lavagna col nome della ¿medesima, secondo la designazione popolare, alle seconde de’ mattoni sopra ciascuna porta col numero progressivo, come oggi si vedono.

Il cav. de’ Medici, sapendo che i ladri, gli sfaccendati e quelli che vivono col giuoco e con la camorra sono agenti rilevantissimi e pericolosi nelle mani de’ settarii, fece una razzia di tutta quella gente, circa tremila, e la mandò ad abitare le isole che allora si colonizzavano. Questa misura altamente governativa fu proclamata tirannica, e tutta la. colpa addebitò al re; conciosiacché a’ soli rivoluzionarii è lecito guarentirsi da’ nemici, ад¿abe con proclamare stati di assedio, giudizii statarii, comitati di salute pubblica, leggi Pica e Crispina, oprare arresti in maesa, e naneo sgozzare gli ostaggi innocenti. Al contrario i sovrani quando sono assaliti debbono, mettere giù le armi e non difendersi in аcun modo, in diverso caso son proclamati mostri, iene coronate, negazioni di Dio e via discorrendo; essi si debbono far ghigliottinare pacificamente, se i patrioti lo desiderano! Infine debbono mostrare imbecillità per far trionfare la rivoluzione: a questo patto sono risparmiati... non dal disprezzo però! Il re delle Due Sicilie non potea lottare con la repubblica francese, ed avea aumentato il suo esercito e la flotta a solo fine dì guarentire i propri Stati dall'invasione straniera: avrebbe desiderato combattere i rivoluzzionarii francesi, quante volte avesse potuto allearsi con uno Stato di prim’ordine. I sovrani di Europa non credeano tanta bravura ne’ ¿rivoluzionarii della Senna, e quindi non si collegarono tutti: soltanto fecero marciare sopra Parigi due corpi di esercito, uno prussiano l'altro austriaco, credendoli sufficienti a sottomettere la debaccante rivoluzione. Ma quelli eserciti austro-prussiani furono battuti sul Reno, i settarii trionfarono; e per quanto i primi perdessero di prestigio, tanto più ne acquistarono costoro. Fu allora che i rivoluzionari di Francia cominciarono a sconfinare, prima con le flotte, poi con gl’eserciti. Ferdinando IV, nel vedere tanta oscitanza nei sovranii di Europa, e più di tutto osservando che l'Inghilterra rimanea ancora neutrale, e che di già una potente flotta francese solcava il Mediterraneo, consigliato dal suo buon senso, rimase anch’Egli neutrale, cioè pensò a guarentirsi il regno, senza riconoscere la repubblica di Francia; anzi proibì qualunque commercio con quella nazione.

Intanto giungeva nella rada di Napoli una flotta francese di 14 vascelli, comandata dall'ammiraglio la Touche Tréville. Costui gettò l'ancora vicino al porto, e si fermò col vascello ammiraglio a mezzo tiro dal forte dell’Uovo; il resto delle navi le dispose in linea di battaglia.

Il re, sdegnato per tanta audacia e prepotenza, ordinò che la flotta napoletana e le milizie di terra si disponessero a respingere gli assalti del nemico. Ciononostante mandò persona a chiedere all'ammiraglio la Touche che cosa significasse quell’ostilità; rammentanvagli gli statuti internazionali marittimi, cioè che in un porto amico era lecito entrare con soli sei vascelli; e quell’ammiraglio mandò subito la risposta pel barone Rédon Belleville. Costui scese a terra vestito in uniforme di guardia nazionale francese; non volle conferire coi ministri, ma risoluto al resi diresse: al quale consegnò i dispacci del suo governo. Dopo una lunga discussione conchiuse: che il governo di Napoli dovea riconoscere il plenipotenziario francese, e che si dichiarasse neutrale tra la Francia e gli austro-prussiani: in caso contrario minacciava bombardar Napoli. Dopo questa ingiunzione, quel barone ritornò a bordo alla flotta; e il re, per non farlo massacrare dal popolo, lo fece condurre sino al luogo dell’imbarco, con una carrozza di Corte.

Si tenne consiglio di ministri per discutere l'ultimatum francese; tutti inclinavano ad accettarlo, e Ferdinando, avendo considerato che esporrebbe Napoli ad un bombardamento, ch’era stato lasciato solo dagli altri Stati d’Italia, a fronte di una grande potenza, posseditrice di una formidabile flotta, sì decise ad accettare l'ultimatum. Quando l’ammiraglio la Touche fu assicurato dallo stesso Makau, ministro francese in Napoli, che il governo aderiva a quanto eragli stato proposto, partì e lasciò in pace questa città. Trovandosi la flotta ancora nel golfo di Napoli, fu sorpresa da una forte, tempesta, perlocché dovette ritornare in questo porto; ove si restaurarono le navi de’ danni patiti, e si fece nuova provvista di viveri e d’acqua. I settarii napoletani approfittarono di quella propizia circostanza per mettersi in contatto co' fratelli francesi: si recarono a bordo di quello navi, ove ebbero pranzi e consigli di costituirsi in clubs per congiurare contro «il re» contro la patria e contro Dio. Tanti giovani scapati si fecero, senza il più piccolo mistero, un vanto di quel che doveano operare secondo i consigli e gl’incoraggiamenti avuti dagli uffiziali della flotta francese.

Il governo affrettò la restaurazione dello dette. navi, e forni loro a dovizia viveri ed acqua, per liberarsi da un nemico pericoloso e sleale. Dopo che ripartì la flotta, furono arrestati molti di quei giovani che si erano recati a bordo alla medesima, e che poi voleano far propaganda rivoluzionaria in mezzo al popolo. I settarii non tralasciarono di spacciare che la polizia avesse strozzati costoro; mentre non ignoravano che erano stati man dati in esilio nelle vicine isole. I soliti storici rivoluzionarii, anche in questa circostanza ci annoiano co’ loro piagnistei, compiangendo quei giovani ardimentosi e patrioti, ed accusando il re di tirannia e peggio. Essi avrebbero voluto che si fossero lasciati liberi que' giovani ardimentosi e patrioti per soffiare nel fuoco della rivoluzione: sono temerità inqualificabili! Il vero popolo napoletano, per dimostrare al re che non aderiva alla propaganda francese, appena partì la flotta, gli rivolse un indirizzo, protestando fedeltà ed affetto filiale.

I potentati di Europa, ad onta che sapessero la prigionia del re di Francia, non poteano mai supporre che i rivoluzionari gli avessero recato un male maggiore; quando però intesero il cinico regicidio, allora tutti si scossero e si Collegarono per abbattere quella selvaggia rivoluzione. Ferdinando IV foce lega con l’Inghilterra, firmandone il trattato il 12 luglio di quell'anno 1793. Uno de’ patti di quella lega era, che l’Inghilterra dovea tenere una flotta imponente nel Mediterraneo finché lo richiedesse il bisogno e la sicurezza delle Due Sicilie. La lega anglo-sicula fu messa subito in esecuzione; per la qual cosa il ministro francese Makau andò via da Napoli, conducendo seco alquanti suoi aderenti. Il governo di Napoli impose a tutti i francesi residenti nel Regno, di partirsene immantinente.

Il 29 agosto di quell'anno, la squadra inglese e quella spagnuola sorpresero Tolone, città fortificata e grande arsenale della marina francese: quella città cadde in potere degli anglo-ispani, anche perché il generale conte Maudet, indegnato probabilmente contro i suoi compatriotti rivoluzionarii, trovandosi á comandante della stessa, La volle cedere. Quali sieno state le ragioni di lui, la storia non può salvarlo dal marchio di traditore. Egli, francese, favorire l’Inghilterra, rivale sempre ed invida più della marina che della gloria francese!?

Il 17 settembre, s’imbarcarono per Tolone quattro reggimenti napoletani comandati dal brigadiere principe Fabrizio Pignatelli. ed una brigata di artiglieria: la flotta che li conducea era sotto gli ordini dal generale Bartolomeo Fortinguerra. Giunti a Tolone, ove afforzarono gli alleati, furono messi sotto il comando del generale spagnuolo O’Hara, comandante in capo di tutti i collegati in quella guerra.

I napoletani, in Tolone, ebbero mezzo propizio a distinguersi per disciplina e valore, ad onta che fossero tutti novelli soldati; essi scacciarono i francesi dalla forte posizione del monte Faraone e difesero con bravura il forte Malbousquette. Epperò, costretti ad imbarcarsi precipitosamente, i soliti detrattori han chiamato fuga quella necessaria ritirata, imposta dalla piena de’ tempi, che preparavano l’apparizione di un uomo straordinario, destinato ad emulare Alessandro ed imitar Cesare. Comandava l'artiglieria di quell’assedio il giovane tenente Napoleone Bonaparte, ed avea disposto sì bene i suoi pezzi con tiri concentrici, da lanciar in breve spazio di tempo non meno di ottomila proiettili contro i collegati che difendevano Tolone. Con trenta cannoni da 24 distrusse e spianò i ripari, ed i francesi entrarono in quella piazza la notte del 18 al 19 dicembre 1793.

I napoletani vi lasciarono 200 tra morti, e feriti, 400 prigionieri, tutti gli animali e carri di artiglieria: il resto giunse a Gaeta il 21 gennaio 1794.

Altri flagelli piombarono sul Reame di Napoli nel 1793 e 94; alle congiure settarie si aggiunse la fame, i tremuoti e l'eruzioni del Vesuvio. Tremuoti in Calabria e più in Sicilia devastarono molti paesi e città. Il 2 gennaio del 1793 Catania subissò in gran parte perendovi diciotto mila abitanti; e mentre questi mali opprimevano le Calabrie e la Sicilia, pativansi assalti e depredazioni da corsari barbareschi.

Il re spedì in Calabria ed in Sicilia il principe Pignatelli con istruzioni e mezzi come riparare alla meglio a tanti disastri; ed ordinò che si facessero preghiere nelle chiese onde placare Iddio sdegnato a causa delle nefandezze che in quel tempo maggiormente si commettevano.

II 14 giugno del 1794, si avvertì in Napoli una scossa di tremuoto, e s’intese un cupo rombo di sotto terra; il giorno seguente cominciò una spaventevole eruzione del Vesuvio, con pioggia di arena e cenere, accompagnata da una tetra oscurità. In una notte la lava seppellì quasi intieramente Torre del Greco, e devastò Somma, Ottaiano S.(a) Anastasia, Pogliano ed altri paesetti e poderi..

Quella lava giunse per 730 palmi dentro mare, e formò un molo largo la quarta parte di un miglio, ed apparente sul livello per 24 palmi. La grossezza maggiore della lava era di undici metri, la terra che venne coperta della stessa lo fu per undicimila moggi; perirono 33 persone, 4200 animali domestici. Il re apprestò i più opportuni rimedi che poteva a tanti danni, per quanto le sue e le poco floride finanze dello Stato glielo permettessero. Quando si diradò l'oscurità cagionata dalla caligine, si vide il monte Vesuvio troncato della cima; questa era subissata nella voragine dello stesso vulcano. Sulla lava ancor fumante, gli ostinati abitatori di que’ luoghi alzarono altri migliori paesi!


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CAPITOLO VIII

SOMMARIO

Prime congiure settarie io questo Regno. Arresti e condanne. Arresto del cav. de’ Medici. Rivoluzione in Palermo. I francesi scendono in Italia. Ferdinando IV leva poderoso esercito. Campo in Sessa. Spedizione della cavalleria napoletana in Lombardia. Combatte valorosamente. Giudizio sulla stessa di Napoleone Bonaparte. Altri armamenti nel regno. Pace effimera con la repubblica francese. Matrimonio del principe ereditario.

La propaganda che aveano fatta gli uffiziali della flotta francese, e quella che fecero, senza volerlo, i soldati ritornati da Tolone» raccontando ed esagerando le geste ed il valore de’ rivoluzionari di Francia, esaltarono le fantasie di coloro che erano ancor vergini de’ mali che provvengono dalle rivoluzioni, I settari, che sanno profittare di tutto, soffiarono nel fuoco, esagerando il valore de’ fratelli di oltralpi; ed il bene che costoro avrebber fatto a questo Reame se qui fossero venuti, abbattendo in conseguenza la tirannide borbonica. E quindi emissarii occulti e palesi s’infiltrarono dovunque, con lusinghe e promesse facendo proseliti a’ francesi. Già si parlava in Napoli di Costituzione, ponte per passare alle re pubbliche settarie; ed i più caldi spargitori di simili notizie erano quelli maggiormente beneficati da Borboni! La storia di costoro, come più in la vedremo, sarà sempre la stessa.

In Napoli s’istituirono clubs e comitati, di nobili senza fortuna, di giovani scapati, di medici, avvocati, burocratici ed impiegati; tutti discutevano il modo e i mezzi di abbattere dinastia e trono: era una mania, un vero delirio! Que’ clubs e que' comitati rimasero occulti per qualche tempo, ed aveano molto operato, quando un Pietro de' Falco, (altri dicono un Donato Frungillo), denunziò al Governo esistere una congiura contro lo Stato e contro il governo; ed egli stesso facendone parte, potette rivelare che in pochi giorni doveano attuarsi fatti criminosi, dai congiurati a pieni voti stabiliti; cioè di appiccare il fuoco all’arsenale, alla dogana, massacrando i cittadini devoti al re, ed uccidere anche costui dandosene l'occasione. Per simile denunzia fu facile sorprendere il covo dei congiurati, e colà si trovarono le prove di quanto il de' Falco (ovvero il Frungillo) avea denunziato; si rinvennero danari, molte armi, e materie incendiarie.

Mentre il de' Medici faceva assaltare i luoghi designati arrestando cinquantadue congiurati, si presentava al Palazzo reale un cappuccino, chiedente con gran premura di parlare al re, dovendogli rivelare cose di alta importanza. Però fu notato che la fisonomía e gli atteggiamenti di quel frate non erano punto serafici; quindi le guardie sospettarono qualche tranello, e senza tante cerimonie messero le mani addosso al reverendo, il quale sotto il sacro abito ascondeva armi insidiose; sicché, in cambio di condurlo dal re, lo menarono in prigione. Quel finto frate nulla volle rivelare; rimase sei giorni digiuno in carcere, e vi morì d’inedia, portando seco il suo segreto. Chi fosse costui non seppesi mai; ma tutti ritennero che essere dovea un sicario mandato dalla setta.

Il governo, conosciuta la necessità di premunirsi contro i nemici interni; (dappoiché gli esterni, come in breve dirò, già valicavano le Alpi), stabili una Giunta di Stato sotto la presidenza del suddetto cav. de' Medici, con sei giudici, tra’ quali il celebre marchese siciliano Vanni, e Basilio Palmieri da Napoli, procuratore fiscale. Questa Giunta, esaminati i fatti, trovò che i congiurati volevano davvero rovesciare la dinastia ed il trono con mezzi esecrandi e consegnare la patria a’ francesi. Dal giudizio espletato, tre furono condannati a morte, cioè Vincenzo Vitagliano di anni 20, Emmanuele de' Deo di a. 22 e Vincenzo Galiani di a. 19; gli altri quarantanove furono condannati quali al carcere, quali all’esilio, mentre undici uscirono a libertà.

I piagnistei e le catilinarie degli storici settarii contro re Ferdinando IV e Maria Carolina, per que' giudizii ed esecuzioni, sono non soltanto appassionati ed acri, ma calunniosi! Lo storico Colletta ci vuol far credere che i tre giustiziati e gli altri condannati fossero stati altrettanti semplici colombe ed innocenti agnellini; che la sete di sangue del re e le male arti della Giunta sacrificassero que’ giovani sconsigliati! Quello storico, a furia di calunniare i Borboni, non si avvede che spesso cade in aperta contraddizione con sé stesso. In effetti al libro III cap. II, § 16, parlando di de' Falco, dice: «Capo ed anima della congiura, fellone alla setta e svelatore de' settarii». Dunque eravi una congiura di settarii? Dunque i condannati non erano innocenti?! Il re non avea sete del sangue de’ suoi sudditi?! E ciò lo prova lo stesso Colletta, il quale contraddicendosi sempre al medesimo libro III, cap. III, § 29, allorché racconta che la duchessa di Cassano e la principessa Colonna si presentarono alla regina, per implorare grazia a favore de’ loro figli, soggiunge queste testuali parole:

«Il «re, dopo il riferito discorso delle donne, (della Cassano e Colonna), scrisse lettere alla Giunta di Stato che imponevano di spedire il processo degli accusati di lesa a Maestà, i quali da quattro anni languivano nelle prigioni, stando in sospeso la giustizia, con gran danno dell'esempio, e forse travagliando gran numero di sudditi infelici».

Da ciò ci fa rilevare il nostro autore, che Ferdinando IV non avea sete di sangue, anzi non volea travagliati i suoi sudditi infelici! Circa la regina Maria Carolina, ecco quanto dice lo stesso Colletta al libro, capitolo e paragrafi citati: «Ella, (la regina) inflessibile a’ rei, non bramava travagliare i giusti, diversa da’ ministri suoi, che dell’universale martirio traevano grandezza e «potere». Intanto in varii luoghi della sua Storia del Reame di Napoli, chiama quella regina ingiusta tiranna, ed assetata di sangue.

Giovanni La Cecilia ci racconta nelle sue immaginarie Storie Segrete de' Borboni di Napoli che la regina Maria Carolina avea un quadro rappresentante il supplizio del re Luigi XVI e della regina Maria Antonietta, sua sorella; tutte le volte che sentivasi commossa della sorte di coloro che doveano andare a morte per causa politica, contemplava quel quadra fatale per allontanare la pietà. L’autore di dette Storie segrete, credendo vilipendere quella regina, le ha fatto il più bello elogio. Che se quell'asserzione fosse vera, altro non proverebbe se non che Maria Carolina avea cuore pietoso, disposto alla clemenza; tanto da necessitarle. la vista dì quel quadro di orrore, affin di arrestare e(1) slanci naturali e benefici verso i condannati a morte, e lasciare libero il braccio alla giustizia punitiva. Perché invece non trarne la conseguenza che la causa delle condanne contro i settarii, è da imputarsi ai settarii stessi, per avere stabilito un esempio dei più ingiusti e crudeli che ricordasse mai la storia! Mentre aveva luogo il processo dei rei dì Stato, nessun avvocato volle difendere Vitagliano, de' Deo e Galiano; la regina pregò il celebre Mario Pagano per assumere questa difesa, e di fatti assentì, avendone avuto in compenso la carica di giudice dell'Ammiragliato.

Colletta racconta che Maria Carolina, per ¡scoprire nuovi congiurati, avesse mandato il padre del de' Deo dal figlio, Emmanuele, che trovatasi in cappella, per persuaderlo a salvarsi da una morte infamante, svelando tutte le fila di quella congiura. La risposta, che lo stesso Colletta mette sulle labbra del de' Deo figlio è troppo forbita ed eloquente per prestarvisi fede; come è anche inverosimile che il padre fosse stato si eroe da abbandonare il figliuolo alla sua gloriosa morte! Dei Catoni da poema ne abbiamo esempi; ma il praticismo della storia li ha cancellati. Del resto, chi svelò quel discorso? non il figlio certamente, che fu condotto immediatamente al supplizio; né il padre, perché avrebbe attirato le giuste ire del governo, in que' tempi difficilissimi. Dunque è uno dei soliti parti retorici degli storici all'antica. Ed anche come sta, prova il contrario di quello che Colletta ci vuol accertare, confermando cioè che i giustiziati erano veramente rei. La Giunta di Stato fu severa sì, ma non ingiusta; e la prova n’è che di cinquantadue rei di Stato, se tre subirono la morte, undici vennero pur messi in libertà. Il marchese Vanni, essendo stato il più severo dei giudici, lo stesso Colletta dice, che il re lo cacciò di città, e l’oppresse di tutti i segni della disgrazia. Ov’è dunque fino qui la crudeltà, la sete di sangue e la tirannia di Ferdinando e Carolina. Non erano quelli certamente tempi di clemenza; questa sarebbe stata fatale in quei momenti. Il capo dello Stato avea alti doveri da compiere, cioè salvare il Regno e la dinastia, né perder d’occhio ciò ch’era avvenuto in Francia, per bonomia e debolezza.

Dopo le tre esecuzioni capitali, altri congiurati furono messi in carcere, la maggior parte chiari per natali о per dottrina; tra: gli altri un Colonna Stigliano, un Carafa, un Serra, un Ghiaia, Monticelli, Biscaglia, Coppola, il vescovo Forges ed altri. Fu vera sventurata fatalità! Costoro non vollero comprendere che la rivoluzione, in quel tempo, avrebbe manomessa e ridotta la patria al servaggio straniero. I truculenti fatti perpetrati in Francia, come ho già ripetuto, avrebbero dovuto far rinsavire gli uomini reputati per ingegno; ma l'amore alla novità, la smania del potere, l’orgoglio di sembrar filosofi, offuscarono loro la ragione e vi estinsero il vero e santo amor di patria 1 Fu pure arrestato il Reggente la Vicaria, il cav. de' Medici, essendo stato accusato da de' Falco e da Annibale Giordano, (insigne matematico, ma pessimo cittadino), di cospirazione contro il re e lo Stato, non che di criminoso carteggio con la repubblica francese. L’avvocato fiscale marchese Vanni senza cerimonie volea sottometterlo alla tortura, ma gli altri giudici vi si opposero energicamente.

Varii storici accusano il ministro Acton di avere ordita quella trama onde disfarsi del de’ Medici, giovane magistrato bene accetto al re e alla regina. Credo a questo asserto perché sostenuto da scrittori imparziali. È certo che Acton era invidioso e la gelosia del potere lo straziava.

Il cav. de' Medici, appena subodorata la procella che lo minacciava, si costituì volontariamente prigioniero in Gaeta, e l‘accusa lanciata contro di lui cadde priva di effetto.

Colletta, La Cecilia, Dumas e tutti coloro che li seguirono, con quella idea preconcetta di vituperare sempre i Borboni, colgono quest’altra occasione per almanaccare intrighi e congiure di corte, a capo delle quali pongono, come motto d’ordine, Maria Carolina: intrighi e congiure mendaci non solo, ma che non aveano ragione di esistere, creando fatti e circostanze diametralmente in opposizione sì coll’ingegno, come col carattere energico di quella regina; la quale sapea ben valutare i servizii de' suoi soggetti, e specialmente quelli del cav. de' Medici. Costui, dopo una reclusione di 17 mesi, fu dichiarato innocente, e messo in libertà. Il principale suo avversario fu, come ho già detto, l'avvocato fiscale marchese Vanni; e fu allora, come dice lo stesso Colletta, che il sanguinario giudice venne destituito dal re e bandito dalla città: per la qual cosa preso di furore, si suicidò! La punizione del Vanni non è la più splendida pruova della imparzialità di quei sovrano e della giustizia di Dio? Mentre in Napoli si congiurava e si procedeva contro i congiuratori, in Palermo si scoprivano nuove trame. La popolazione di quella città, travagliata dalla fame, si levò a tumulto nel marzo del 1795. L’avvocato de' Siasi, il barone Porcaro e il capomaestro Putritola, imiti ad altri spasimanti di novità, approfittarono di que' moti popolari per abbattere il governo del re in quell’isola: però furono immediatamente arrestati e messi sotto giudizio. Il 12 aprile dello stesso anno, de' Blasi fu condannato a morte e giustiziato: degli altri congiurati chi subì la galera e chi l'esilio.

Già la irrequieta e sanguinosa repubblica francese, dopo di avere distrutto nella propria patria leggi, culto, proprietà e vita di fanti cittadini, si argomentava di spandersi per l’Europa con le sue terribili legioni e coi noi traviamenti, avendola prima invasa con le false dottrine e con ispargervi il fuoco della ribellione.

La prima ad essere aggredita dalle armi repubblicane di Francia fu la vicina Italia. Il Piemonte, confinante con quella nazione, già sentiva il rombo della tempesta che lo minacciava; governo e cittadini onesti si arenarono per difendere le loro sostanze e la religione de' loro padri. L’esercito francese, condotto da’ generali Scherer, Massena e Kellermann, scendea come torrente devastatore, ed invadeva quel piccolo paese a piè dell'Alpi. Corsero in fretta gli austriaci per opporsi a que' novelli vandali, e li arrestarono per poco. Però, dietro costoro, eravi un giovine a 26 anni, nato italiano, francese per adozione e per principii; il quale dopo di avere esordito nell'assedio di Tolone, si rivelò quanto valesse all'attonita Europa, con vincere le prime battaglie in Montenotte, Millesimo, Dego e Mondovi; costringendo il re da Piemonte a scegliere tra la sottomissione o la prigionia. Quel giovine guerriero era Napoleone Bonaparte, tanto fatale all’Italia! Egli, dopo di aver vinto gli austro-sardi, baldanzoso e terribile si avanzò nelle pianure lombarde; sarei qui troppo prolisso se volessi narrare quante città dell’alta Italia furono» manomesse, saccheggiate ed incendiate dalle legioni repubblicane di Francia; ma non essendo mio compito raccontare que’ deplorevoli fatti, invito i miei lettori a percorrere lo storico italiano Carlo Botta, e gli altri francesi, Thiers e Capefigue.

Il re delle Due Sicilie, sentendo lo approssimarsi de’ nemici, alacremente provvide alla patria pericolante. Ordinò una leva di sedicimila uomini da 18 a 45 anni, e la formazione di sessanta battaglioni di guardia civica, con venti squadroni di cavalleria. I notabili del paese aveano fatto al re il progetto, sin dall’anno 1792, di arruolare a proprie spese alcune compagnie, e ciò fu loro accordato nel 1796. Per sopperire alle straordinarie spese di guerra, fu imposto il dieci per cento sull’entrate prediali. I baroni, i nobili ed i ricchi diedero volontariamente allo Stato sessantatremila ducati al mese, per concorrere ad armare il Regno contro i francesi. Venne imposta un’altra tassa del sette per cento sopra i beni ecclesiastici, ed i preti la pagarono con piacere, trattandosi della difesa della patria e della santa religione de’ padri nostri. Gli argenti delle chiese, non necessarii al culto divino, furono mandati alla zecca per coniarsi moneta.

Il re si obbligò a pagare il tre per cento sulle argenterie delle chiese e de’ particolari che anche ne diedero volenterosi. Gl’interessi del tre per cento furono puntualmente pagati, ed in seguito il relativo capitale fu estinto.

Senza che io lo dicessi, i benevoli lettori indovineranno facilmente il sacro orrore che dimostrarono i settarii per quelle nuove tasse e perché di vasi sacri si coniasse moneta. Ciò dispiacque a que’ sicofanti, perché quel danaro veniva impiegato contro di loro e contro la causa che propugnavano. Ne erano dolenti, perché si toglieva loro un buon boccone per quando sarebbero riusciti ad esser padri della patria! Essi gridarono a coro alla spoliazione ed al sacrilegio di re Ferdinando; ed i soliti storici risposero amen!

Tutti que' prototipi di saccheggi e sacrilegi di allora, inventori più tardi di tasse e carrozzini, si fecero e si fanno tuttora scrupolo di que’ necessarii provvedimenti; ma la ragione di tanto zelo farisaico la ho già resa nota, cioè: Cicero pro domo sua!

Per guarentire le frontiere del Regno e per addestrare i soldati si formò un campo nelle pianure di Sessa, di ventimila uomini di fanteria, cavalleria ed artiglieria; sin dal 1795, tutte le forze di questo Reame, incluse quelle di mare, sommavano a cinquantacinquemila uomini.

Il 1° maggio di quell’anno, il vascello Guiscardo, e due fregate, la Sibilla e la Minerva, unite ad altre navi inglesi, combatteano nelle acque di Savona contro la flotta francese, e due vascelli di questa, il Cairo e il Censore bassarono bandiera perché vinti dal vascello napolitano il Guiscardo. Altri due vascelli francesi ritornarono malconci nel porto di Tolone. In quel combattimento si coprì di gloria l'intrepido Francesco Carao ciclo, allora capitano di fregata della flotta napoletana.

Si era spedito in Lombardia un corpo di duemila e quattrocento uomini di cavalleria, comandata dal principe d’Hassia Philipstatt, avendo ai suoi ordini il principe di Cutò ed il brigadiere Ruiz, per congiungersi agli austriaci. In marzo del 1796, si spedì un altro reggimento anche di cavalleria, sotto gli ordini del colonnello Pinedo.

Il primo incontro che la cavalleria napoletana sostenne contro i francesi, capitanati da Napoleone Bonaparte, ebbe luogo in Fombio nel Pavese. Un reggimento napoletano ansali i posti avanzati de’ nemici, e costoro si formarono in quadrato; ma furono rotti ed inseguiti. I nostri ebbero sessanta uomini tra morti e feriti, tra quest’ultimi tre uffiziali e gravemente. In quel combattimento, il capitano principe di Moliterno perdette un occhio. Il generale in capo austriaco, con ordine del giorno, lodò la disciplina e la bravura della cavalleria napoletana. I nostri reggimenti si distinsero a Codogno, ove fu uccise il generale francese l¿a Harpe. In tutti i combattimenti di retroguardia, nella ritirata dell’esercito austriaco, e specialmente sul ponte dell’Oglio, i napoletani fecero sempre prodigi di valore. Sopra quel ponte, il colonnello Fardella, con soli due squadroni tenne a rispettosa distanza il nemico, respingendolo con perdita, tutte le volte che fu assalito; dando il tempo agli austriaci di ritirarsi. La nostra cavalleria attaccata a Villegio da quella francese, condotta dai prode Gioacchino Murat, si difese valorosamente, ed accerchiata, si aprì il passaggio a viva forza, raggiungendo il resto dell’esercito al di la dell’Adige. In quella sanguinosa mischia furono feriti e poi fatti prigionieri, il maresciallo principe di Cutò, il colonnello Colonna Stigliano, tre uffiziali e cinquantasei soldati, restandone uccisi sul campo altri cinquanta.

Mentre eravi tregua tra’ belligeranti, il generale in capo Napoleone Bonaparte invitò a pranzo il brigadiere Ruiz, con altri uffiziali napoletani — «Generale, ei disse a quel brigadiere —, nell’ultimo fatto d’armi, mi sono bene avveduto, che tra’ nemici mancava la bella e valorosa cavalleria napoletana, perché la vittoria ci è stata poco contrastata». Tanto elogio fatto da uno dei primi capitani che vanti la storia antica e moderna, è assai lusinghiero per quegli animosi napoletani, combattenti in Lombardia nel 1796. È da ricordarsi pure che i cavalieri napoletani, nelle crudeli e sanguinose guerre combattute nelle Spagne, erano chiamati da’ francesi diavoli bianchi (a causa del colore dell’uniforme). Ed invero costoro avevan ragione di encominare cosi que’ nostri prodi cavalieri, non avendone soltanto sperimentato il valore, ma riconosciuto altresì l’abilità e la sagacia nei combattimenti.

I francesi erano padroni di tutta l’alta Italia, ad eccezione del Veneto; l'esercito austriaco era in completa ritirata, ed accennava ad abbandonare la penisola; quindi gli Stati italiani erano minacciati seriamente d’invavasione dall'esercito di Francia, il cui giovine ed ardito generale usava una strategica affatto nuova in quel tempo.

I fatti di Lombardia, mentre erano lusinghieri per Ferdinando IV a causa del valore dimostrato da’ napoletani, impegnavano però quel sovrano a vieppiù premunire i suoi Stati dall’imminente rovina; perlocché ordinò che trentamila uomini si avanzassero sulle frontiere, ed altre milizia si tenessero pronte per appoggiarli. Esortò pure la nobiltà del Reame a combattere per la patria in pericolo; e quattrocento giovani baldi e veri patriotti formarono un corpo militare detto volontarii nobili, che erano comandati da S. A. R. il principe don Leopoldo. Un altro corpo venne formato dalla gioventù di tutti i ceti, e fu chiamato volontarii della regina. Altri nobili e ricchi formarono a proprie spese parecchi reggimenti di fanti e cavalli, ed in quest’opera patriottica si distinsero i siciliani.

Nel Reame d'altro non si parlava che di armi e di armati; tutte le menti e le braccia erano dedicate alla guerra. 1 giovani d’ogni condizione accorrevano volenterosi sotto la bandiera del re: tanto che fecero esclamare lo storico Pietro Colletta: accorrevano i soldati con voglia tanto pronta che la diresti da repubblica e non da Signoria. Dunque il popolo non volea novità, e con esso i nobili, i ricchi, il clero! Perché dunque suscitare tanti odii, versar tanto sangue affin di dare al medesimo popolo quello che egli abboniva? Ci si risponda, se si può. Il 28 maggio di quell’anno 1796, le soldatesche furono aumentate alla frontiera del Regno, e fu destinato a comandante in capo il maresciallo Daniele de' Gambs. Il re si recò agli accantonamenti, ove venne festeggiato dai suoi soldati.

I disegni degenerali per difendere le frontiere erano discordi, e Ferdinando col suo buon senso conobbe che quelle schiere non avrebbero potuto lottar sole contro gli agguerriti soldati di Francia. Inoltre, avendo egli considerato, che i francesi aveano invaso le Legazioni romane, che il Piemonte era stato soggiogato, l’Austria battuta, e che non potea avere aiuti; riflettendo in fine che i soldati accantonati alle frontiere erano decimati da sopraggiunte malattie, prese la risoluzione di mandare al Bonaparte il principe eli Belmonte Pignatelli, per proporgli tregua, e infatti ¡’ottenne. La tregua si sottoscrisse il $ giugno in Brescia; però il Direttorio di Parigi desiderava, che il generale Bonaparte avesse proseguito la guerra contro il re delle Due Sicilie, eoi dividere l'esercito; cioè una parte che fosse marciata sopra questo Regno, l’altra che avesse inseguito gli austriaci nel Veneto. Quel generale espose al Direttorio che sarebbe stato fatale dimezzare le sue forse: quindi essere necessario pel momento non aver contrario Ferdinando IV, tanto più che questi era eziandio appoggiato dal fanatismo religioso de’ suoi popoli; cioè, avrebbe «dovuto dire, appoggiato dall’amore degli stessi. Il 10 ottobre dunque fu conchiuso in Parigi il trattato di pace, tra il principe di Belmonte Pignatelli e il cittadino Carlo la Croix segretario degli esteri delta Repubblica francese. I patti principali furono i seguenti i neutralità per parte delle Due Sicilie; apertura dei porti alle navi francesi; liberazione di tutti i francesi arrestati nel Regno per opinioni politiche, e pagamento alla Repubblica di Francia di otto milioni di lire.

Il principe di Belmonte, quando ritornò a Napoli, fu festeggiato pel risultamento ottenuto; e tutti per allora si tennero per sicuri. Però quella pace fu precaria; i furbi repubblicani l'accordarono per assalire il Reame in circostanze più propizie per essi.

La cavalleria napoletana, che avea combatítuto con tanta bravura nella Lombardia, ritornò in patria, e il re volle fregiare quei valorosi cavalieri con una medaglia commemorativa appositamente coniata, alla quale era annessa la gratificazione del doppio del soldo. In quel medesimo tempo, giungeva nel Regno l'arciduchessa Maria Clementina d’Austria, figlia dell’Imperatore Leopoldo li, sposa del principe ereditario Francesco di Borbone. Monsignor Spinelli vescovo di Lecce, il 25 giugno, benedisse quelle nozze nella cattedrale di Foggia. Il re volle ricompensare i foggiani per l’estraordinario lusso di cui fecero pompa in quella felice ricorrenza, e ere»dandosi oramai sicuro da’ nemici esterni, impartì grazia a’ rei di Stato, che erano più di cento, tra cui parecchi appartamenti alla più distinta aristocrazia del Reame. Ciò dimostra che quel sovrano era clemente, quando la sua clemenza poteva senza pericolo esercitarsi, non aggravando cioè i danni e le. scia gure de’ suoi sudditi, beneficando degli ingrati in momenti difficili ed in cui costoro avrebbero (come hanno mostrato di poi!) ritorto contro il clemente sovrano l'arma dell'impunità ricevuta; se avesse oprato diversamente, avrebbe mancato a' suoi doveri di re.

Il 30 maggio 1797 giunse a Napoli il cittadino Calcaut, ministro della repubblica francese, accreditato presso il governo delle Due Sicilie; ma esso in seguito fu sostituito dal cittadino Garat.


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CAPITOLO IX

SOMMARIO

Propaganda repubblicana nel Regno. Pretensioni de’ rivoluzionarii francesi. Fermezza di Ferdinando IV. Mal consigliato, rompe guerra a’ francesi. Entra in Roma. Rovesci del suo esercito. 1 francesi marciano sul Regno. Subugli in Napoli. Il re parte per Palermo. Altri subugli popolari. Inettezze del Vicario generale Pignatelli Strongoli. Guerra popolare contro i francesi. Il Vicario conchiude una tregua esiziale co" medesimi. Fugge a Palermo lasciando il Regno nell’anarchia. Mack si presenta al generale in capo Championnet.

La repubblica francese avea aggiornata l’invasione del Reame di Napoli; e sebbene avesse conchiuso con lo stesso una pace diffinitiva, non lasciava tranquillo il re ed i suoi popoli, suscitando turbolenze in Napoli nelle province, ed incoraggiando a fellonia tutti que’ Caini che si diceano amanti della libertà della patria. I soldati francesi, accantonati nello Stato Pontificio, spesso oltrepassavano la frontiera degli Abruzzi, piantavano alberi di libertà, ed incitavano que' popoli alla rivolta. In Napoli, il ministro francese Garat facea propaganda repubblicana, e con modi tanto sfacciati ed insolenti da costringere il governo del re a farne positive lagnanze col Direttorio di Parigi.

Il sovrano ed i ministri, notando quel modo di operare disleale de' francesi, si persuasero che la pace sottoscritta con la repubblica era effimera, e che da un momento all’altro poteano essere assaliti alla sprovvista. Perlocché pensarono ad armare le fortezze, con particolarità quelle delle frontiere; ed ordinarono una leva di trentamila uomini, accorrendo, al solito, volenterosi i chiamali sotto la patria bandiera. Si formarono varii reggimenti, che furono mandati di presidio negli Abruzzi. Si giudicò che Napoli non avesse buoni generali; quindi il re ne domandò uno all’Austria, la quale gli mandò Mack, individuo che, come si vedrà poi, immeritamente godea fama di gran generale, non essendo in realtà che un inetto prosuntuoso.

Il Direttorio francese, quando seppe gli armamenti napoletani, ne fu contrariato, perché guastavano i suoi piani furbi e disleali, avendo allora in Italia pochi soldati, ed essendo il Bonaparte in Egitto. Non potendo dunque usar la forza, si decise con ¡stratagemma ad incuter paura al re. Dapprincipio volea che cacciasse Acton perché inglese; poi pretendea che si fosse dato libero il passaggio a' soldati francesi affin di recarsi a Pontecorvo e Benevento, terre dipendenti dallo Stato Pontificio; che il sovrano dello Due Sicilie si fosse dichiarato feudatario, della Repubblica romana, come si era dichiarato del Papa; che desse infine il tributo dettò della Ghinea, pagando subito gli arretrati. Che ve ne sembra lettori miei di rivoluzionarii, i quali nel mentre dichiarano di sconoscere in principio qualunque trattato, se ne fan beffe e mettono in dileggio i diritti della Santa Romana Chiesa mentre poi, andata loro la palla al balzo, si dichiarano successori della stessa, e pretendono per sé il tributo della Ghinea? Se tutto questo non fosse attestato da documenti irrrefragabili, e ripetuto da tutti gli storici che narrarono gli avvenimenti di quell'epoca nefasta, oggi sarebbe creduta un’asserzione di cattivo genere, una calunniosa invenzione.

Re Ferdinando a tali impudenti pretese rispose negativamente, con fermezza e dignità; onde il Direttorio bassò la cresta e addivenne ad un accordo favorevole per Napoli, cioè che i soldati francesi si allontanassero dagli Abruzzi; che la Repubblica romana rinunziasse alle sue pretensioni sul Reame delle Due Sicilie, e che Pontecorvo e Benevento restassero in potere dei napoletani. Quel Direttorio sottoscrisse a queste concessioni, perché volea ottenere quello che più gl’interessava; vale a dire, il disarmo del Regno: uso come sempre ad infrangere i suoi trattati quando gli tornava utile e senza scrupoli. In effetti, per mezzo del suo ministro in Napoli, Garat, intimò al re Ferdinando che riducesse l’esercito come nello stato di perfetta pace, lo che fu risolutamente negato, ed anzi il re si spinse ad altre domande, volendo cioè che quel ministro fosse richiamato a Parigi, come infatti avvenne; giacché al Garat fu sostituito il generale Lacombe meno ruvido e rivoluzionario del primo, e che non affacciò più pretese verso il governo di Napoli.

Mentre tali cose succedevansi, l'Austria e l'Inghilterra faceano di tutto per far rompere la neutralità del re delle Due Sicilie. Questi era persuaso che sarebbe stato assalito appena il Direttorio francese si fosse trovate in circostanze favorevoli; nondimeno temporeggiava, non volendo essere il primo a dar fine a quella neutralità, a Lui tanto nociva sotto tutti i rapporti. A stabilire la pace avea Egli sopportato le prepotenze francesi negli Abruzzi e le impudenti pretese del Direttorio; quando però seppe che il generale Bonaparte, impossessatosi di Malta, valicava il mare per l'Egitto, e che nella traversata sbarcar dovea gran numero di soldati nelle Calabrie per aiutare i novatori, apertamente si dichiarò ostile alla Francia, facendo lega con l’Austria e 1 Inghilterra.

In quel tempo ebbe luogo la battaglia navale di Aboukir, vinta da Nelson che disfece la flotta francese. Ritornato costui trionfante in Europa, menando seco le navi di Francia prigioniere, ancorò nel porto di Napoli, e naturalmente si ebbe dimostrazioni di gioia dal re, dalla regina e dal popolo. Perlocché il ministro di Francia Lacombe fece le sue più vive lagnanze¿ che restarono inascoltate perché il re non poteva più sopportare quella forzata maschera, sempreppiù vedendo che la neutralità per lui era peggiore della guerra, Ferdinando, prima che avesse dichiarato guerra alla Francia, volle consultare i suoi ministri e consiglieri. Mack, Acton, il principe di Gastelcicala e la regina stessa consigliarono la guerra, il capitan generale Pignatelli Strongoli, i due generali Parisi, il marchese del Gallo, quello della Sambuca, Simonetti, Colli e Corradini furono di contrario avviso; ma prevalse il partito per la guerra. Non voglio qui omettere che, la preponderanza inglese fu quella che contribuì a far decidere il Re delle Due Sicilie contro la Francia.

L’Inghilterra temea, che i negozianti allora aperti in Ratstadt non avessero risultati contrarii a' suoi intendimenti, cioè di sciogliere la lega contro la Francia; e trovando il suo tornaconto, da vera nazione egoista, poco si curava della possibile rovina degli altri Reami.

Il re deciso, come ho detto, a romper guerra contro i francesi, domandò al Direttorio che sgombrasse lo Stato pontificio e l'Isola di Malta, essendo quelle occupazioni militari contrarii al trattato di Campoformio. Appena giunse, com'era da prevedersi, la risposta negativa, bandì un manifesto, il 21 novembre 1797, nel quale dicea, che le sue milizie si avanzavano nello Stato pontificio non soltanto per rimettere il Papa sul trono, ma eziandio per far si che i francesi lo sgombrassero; ponendo fine in tal modo a maggiori insidie. Oltre di che dichiarava, che i francesi aveano violata la neutralità con aver tentato di sbarcare in Calabria delle milizie per aiutare i ribelli di quelle province, e con avere occupato ad esclusivo loro vantaggio l'isola di Malta.

Dopo la pubblicazione di quel manifesto, alla testa di cinquantamila uomini, entrò nello Stato Pontificio. Mack avea però diviso e suddiviso quell’esercito, imbarcandone anche una assai forte colonna per Livorno, sotto gli ordini del tenente-generale Diego Naselli. Indebolito a quel modo, senza tener calcolo di possibili rovesci, e senza provvedere a tutto quello che è necessario ad un esercito che entra in campagna, le sue illusioni non cessavano: egli credette facile la vittoria contro le formidabili legioni di Francia, le quali strategicamente si ritiravano quando i napoletani entrarono in Roma il 29 novembre guidati dallo stesso Mack, standovi anche il re. Non mancarono le acclamazioni del popolo, e fu tosto ripristinato il governo del Pontefice. E così il nuovo generalissimo de' napoletani godea colà la gloria di un effimero trionfo, anche col fare dimostrazioni ostili contro l'innocua guarnigione francese di Castel S. Angelo; né pensava al resto dell’esercito da lui comandato, e che i francesi batteano in tutti gli altri scontri, ne’ diversi punti dello Stato Romano.

Il generale Championnet, comandante in capo l'esercito francese negli Stati papali, dopo essersi ritirato dalla frontiera pontificia, riunì le sue milizie e prese l’offensiva; profittando degli errori madornali di Mack, cominciò a battere i napoletani divisi in piccole colonne. I generali Micheroux e Gambs furono disfatti presso Ancona, il colonnello San Filippo a Terni, l’altro colonnello Giustini nella Sabina, e gli altri comandanti di piccole brigate furono costretti a retrocedere; perché attaccati sempre da forze superiori, e perché mancanti di ordini del Mack, che егшегаи si cullava nei ridicoli suoi trionfi. Il medesimo non seppe i disastri subiti dalla sua ala destra che dopo cinque giorni; e fu soltanto allora che ordinò al Naselli, che trovavasi a Livorno, di avanzarsi sopra Perugia, e mentre egli con 22 mila uomini si spingeva a Terni, rimanendovi altri cinque giorni inoperoso, e dando il canso a Championnet di riunire di nuovo tutte le sue forze ed assalirlo. Siccome Mack avea ripartito l’esercito in quattro colonne, il duce francese potè batterie a riprese e facilmente. La rotta divenne generale; l’esercito napoletano come massa disordinata si ritirò fuggente, incalzato con le baionette alle reni: colonnelli e generali erano i primi a dar quel codardo esempio a’ loro subalterni.

Il re trovavasi in Albano, assieme al duca d’Ascoli, quando apprese i disastri del suo esercito: né vedendo pel momento altro espediente a ripararli, divisò intanto di tornare nel Regno. Pietro Colletta racconta, che Ferdinando, temendo di essere ucciso da’ giacobini, propose a quel duca uno scambio di vestiti. Ê questa un’altra, tra le mille barocche fandonie; giacché qualunque fosse stato l’abito indossato da quel sovrano, non era certo un mezzo per non farlo riconoscere da’ giacobini, avendo egli una fisonomía ed un personaggio troppo noti e che si faceano distinguere a primo colpo d’occhio. E poi era naturale che i giacobini, una volta assaltata la carrozza del re, avessero ucciso chi vi si trovava, fosse vestito come gli pareva.

Il 20 dicembre, tutto l'esercito francese marciò sul Regno di Napoli; ma appena varcata la frontiera trovò un ostacolo' che non aspettava, cioè le popolazioni in armi, che gli fecero una resistenza accanita. Però essendo gente non ordinata a disciplina e male armata, dovette cedere al valore di quello schiere agguerrite.

Il ritorno del re nel Regno, i fuggiaschi dell'esercito che laceri e sanguinosi giungevano in Napoli, raccontando ed esagerando i disastri e il valore de’ francesi, misero la costernazione e l'allarme in questa città. Si riunì gran popolo sotto i balconi della Reggia, gridando che volea combattere contro gli stranieri per difendere il re e la patria, imprecando contro i ministri esteri e i generali, che avevano disonorato l'esercito nazionale, e rovinati dinastia e Regno, chiedendo con ¡strepitose grida che fossero cacciati immantinente. Il ministro Acton, a cui erano principalmente dirette quelle minacce, temendo di servire come mezzo di soddisfazione al popolo, aiutato da’ suoi aderenti, consigliò il re a lasciar Napoli e ritirarsi in Sicilia: e ciò anche per non perdere la sua influenza in Corte. Ferdinando si mostrò al popolo e lo ringraziò, esortandolo a star tranquillo; ma vedendo di quanto entusiasmo fosse invaso, si decise a rimanere in Napoli ed opporsi all'entrata de’ francesi. Questa risoluzione non potea andare a sangue al partito inglese, il quale comprendeva benissimo, che rimanendo il re in questa città, non avrebbe più potere sopra di Lui; quindi pensò suscitar maggiori disordini e tumulti per fargli mutar consiglio. Difatti avvenne caso miserando: Alessandro Ferreri, corriere di gabinetto, mandato da Nelson (che trovavasi nella rada di Napoli) con una lettera diretta a Ferdinando, quando sbarcò fu scambiato per un francese e trucidato dal popolo; il quale ferocemente lo trascinò sotto la Reggia, ove si gridò: Viva la Santa fede, viva il re, morte a' giacobini! Il disordine aumentava; si ripetea da tutti che prima si dovessero distruggere i nemici interni, e poi correre per respingere l'esercito invasore. L’ambasciatore di Francia Lacombe, che ancor trovavasi in Napoli, fu cercato da tumultuanti per essere ucciso, e si salvò con la fuga. Il re, vedendo che il popolo avea già rotto ogni freno, e che nulla poteasi sperare da quella febbre incomposta di respingere i francesi, che peraltro trovavansi già nel cuore del Regno, si decise alfine a partire per Palermo. Di certo, Ferdinando IV fu ingannato dal partito inglese nel prendere la risoluzione di lasciar Napoli; dappoiché, come tra breve vedremo, se Egli fosse rimasto in mezzo al popolo napoletano, senza gl’intrighi inglesi, i nemici non sarebbero entrati in questa città.

Prima che il re partisse, ordinò di trasportarsi a Palermo il mobile migliore che si trovava in Caserta, le gemme della corona e le rarità più preziose di Ercolano e Pompei. Nominò vicario generale il principe Pignatelli Strongoli, e gli diede ampli poteri; e più di tutto gli raccomandò di salvar la sua diletta Napoli a costo di qualunque sacrifizio. Quale sacrifizio, e con più nobili intenzioni, fu rinnovato dal pronipote Francesco II, dopo 62 anni, vale a dire il 6 settembre 1860! I soliti storici detrattori, che nulla lasciansi fuggire per calunniar sempre quel sovrano о almeno censurarlo, gridano a piena gola pel trasporto in Palermo dei sopracennati oggetti, come se Ferdinando IV li avesse portati seco per barattarli о venderli e non per sottrarli alla cognita voracità degli invasori. Infatti è noto che dopo il 1815, la Francia fu obbligata a restituire le rarità d’arte antiche e moderne delle quali erasi resa padrona col dritto della conquista, o, con la ragione indiscutibile del più forte. È notate quanta mala fede v’ha in quegli scrittori che accusano il re, di una misura cosi naturale: i medesimi furono obbligati a confessare più tardi come gli oggetti in parola fossero stati puntualmente restituiti a questa città. Dunque a che quelle insinuazioni e quelle accuse? Sempre la stessa storia: l’odio contro un sovrano che seppe difendersi da’ tranelli e dalle fellonie de’ settarii! La mattina del 22 dicembre 1798, il re, con tutta la real famiglia s’imbarcò per Palermo sopra un vascello inglese comandato dall’ammiraglio Nelson. Era accompagnato da Acton, Hamilton ministro inglese, da Thurn, Fortinguerra, da’ principi Pignatelli, Çelmonte, Castelcicala e Gravina; da’ duchi di Laurenzana e d’Ascoli; da’ marchesi dei Vasto e di Arienzo.

I venti contrarii trattennero il vascello che portava il re per tre giorni nel golfo di Napoli, e i napoletani gli mandarono parecchie deputazioni per farlo desistere da quel viaggio; ma prevalse la politica inglese, e nulla ottennero. Nella traversata infierì la tempesta, senza arrecare serii danni alla flotta; ma cagionando la morte del piccolo principe reale don Alberto, che toccava appena i sei anni. Giunto il re, co’ suoi a Palermo, fu così clamorosamente festeggiato, e tali dimostrazioni affettuose si ebbe da quel popolo, che venne compensato in parte della crudele perdita avuta in persona del principe, suo diletto figliuolo.

Il popolo napoletano, esasperato per la partenza del re, era sul punto di abbandonarsi alla più selvaggia anarchia; e ciò mentre il principe Pignatelli Strongoli, uomo di poca mente, pedante e vanitoso, invece di mettere ordine e di organizzare la difesa, questionava con gli eletti della città, circa i privilegi concessi loro da’ re predecessori, e quelli accordati a lui da Ferdinando IV.

Il gran difetto de’ Borboni è stato sempre quello della scelta; salvo rare eccezioni. Argomento dolorosissimo e sul quale non ci fermeremo.

Quel vicario generale, costretto dalla necessità, permise che si formasse una Guardia civica di 15 mila uomini; e suscitò la questione se dovevanla comandare i nobili e i cittadini possidenti. A proposta di Gaetana Spinelli, si convenne che comandassero gli uni e gli altri; e per opera di quella Guardia civica fu rimesso l'ordine nella metropoli.

Il popolo però assisté esasperato ad un altro spettacolo desolante: gli agenti inglesi diedero fuoco alle navi napoletane lasciate nel porto, non escluso il vascello Guiscardo di 74 cannoni, i lancioni che trovavansi nella rada di Posillipo ed altre navi in costruzione; bruciando infine altresì il cantiere di Castellammare. Gl’inglesi aveano interesse che i legni da guerra napoletani, quelli che non aveano potuto seguire il re, fossero distrutti; giustificando quell’atto veramente vandalico con la speciosa scusa che sarebbero stati buona preda francese. Buccinavasi eziandio che si volesse dar fuoco all’arsenale ed ai grani serbati al Ponte della Maddalena. Quelle voci diedero poi argomento a’ soliti storici giacobini, di spacciare per le stampe che la regina Carolina, prima di partire, avesse lasciati quegli ordini feroci divisando rendere Napoli un mucchio di cenere. È questa un’altra stolida e spudorata accusa, mancante poi di senso comune, opponendosi logicamente alle aspirazioni di quella sovrana. Ponno esser queste le risoluzioni disperate di un Mazzini costretto ad abbandonar Roma, о de' comunardi stretti a cedere Parigi; non mai di un sovrano che spera quandochessia rientrare nel suo Reame.

In quella terribile crisi, il vicario generale Pignatelli altra disposizione non seppe dare relativa all’esercito, che confermar Mack a generalissimo di tutti i soldati sbandati; a. fu quella disposizione l’ultimo crollo a questi dominii di terraferma.

Intanto i francesi sempreppiù incedevano senza ostacoli, soltanto molestati dalle popolazioni in armi. Il general francese Duhesme si era appena avvicinato a Civitella del Tronto, che il comandante di quella fortezza, tenente colonnello Giovanni Lacombe, di origine spagnuola, degenere figlio di quella ero ca nazione, vilmente la cedette, dandosi prigioniero con tutto il presidio. Lo stesso oprò Pichard, anche straniero, comandante del forte di Pescara, malgrado che contasse duemila uomini di guarnigione e possedesse tutto l’occorrente per sostenere una lunga difesa. I prigionieri di Civitella furono trasportati e rinchiusi nella fortezza di Ancona. Nel medesimo tempo, l'altro generale francese Lemoine, avanzandosi da Rieti, s’impossessò del castello d’Aquila, città che è una delle chiavi del Regno. Il generale Kellermann, senza ostacoli giunse sotto Gaeta ed intimò la resa a quella piazza forte: il governatore maresciallo Tschudy, marchese di S. Pasquale, nato svizzero, davvero codarda, disonorando natali e patria alzò bandiera parlamentare e domandò alcune condizioni per la resa. Il duce francese capi che avea da fare’ con un vile, e rispose: resa a discrezione о rigore di guerra; e per mettergli paura, fece lanciare una bomba dentro la piazza. Alla cui vista, l'esimio atterrito marchese di S. Pasquale cedé quella formidabile piazza con un immenso materiale di guerraí e con navi nel porto, dandosi prigioniero con quattromila soldati, ivi di presidio, che furono tutti disarmati e mandati captivi a Roma.

Tutt’altro accadeva al generale in capo Championnet; costui si fermò a S. Germano; e Mack gli mandò un suo aiutante di campo, per chiedergli una sospensione d’armi; ma quei gliela negò. I popoli degli Abruzzi, nemici acerrimi de' francesi, vista la viltà del Mack, in cambio di sottomettersi al fortunato generale come un sol uomo gridarono: guerra di esterminio contro gl'invasori della nostra patria! Si armarono aiutati da’ ricchi; i più audaci divennero capi di masse popolari, e con coraggio e rapidità maravigliosa diedero addosso a’ francesi, Assaltarono il generale Duhesme al passaggio del fiume Vociano, e gli produssero danni incalcolabili; dimostrandogli che gli abitanti di queste contrade non erano vili come i generali patrioti о stranieri che comandavano l’esercito nazionale, e facendogli costar caro l'essersi inoltrato in un paese difeso da uomini che sentivano vero amor di patria, ed affetto pel legittimo sovrano.

Le masse abruzzesi bruciarono il ponte ’deb Tronto, inviluppando le schiere condotte dal generale Lemoine; le respinsero, cacciandole da Sulmona. Ritornarono ad assalire il general Duhesme, che riportò tre ferite e l'obbligarono co’ suoi a ritirarsi in fretta, impedendogli di congiungersi al generale in capo Championnet. Costui fu dal suo canto assalito al Garigliano da altre masse armate; le quali, dopo di avere bruciato il ponte di quel fiume attaccarono con impeto gli avamposti nemici, s’impossessarono di tutta l’artiglieria, uccidendo molti francesi e mettendo in fuga il resto. E debba ascriversi a gran fortuna se lo, stesso Championnet in quell’occorrenza non rimase ucciso о prigioniero. Quelle masse degli Abruzzi congiunte a quelle di Terra di lavoro furono appoggiate dal valoroso maggiore Cesare Carafa; il quale, alla testa di pochi squadroni di cavalleria, oprò prodigi di valore, anzi di temerità, senza esempio.

Il generale napoletano Rusca, profittando del moto popolare, riunì poca soldatesca sbandata e tenne fronte al nemico; attaccò presso Atri il generale Lemoine e lo costrinse a retrocedere: in quel fatto d'armi fu ucciso il generale francese Poit. Il maresciallo napoletano Pietro Zenone, conoscendo che Macdonald si avanzava da Ceprano per sorprendere la piazza di Capua, radunò quanti soldati vennegli fatto e lo assalì nel campo trincerato; epperò dovette ritrarsi, perché fulminato da un prossimo fortino. Nonpertanto i napoletani, fatti audaci dalle perdite a vendicare, ritornarono più volte alla carica; in quella mischia, Macdonald e il suo aiutante di campo, Leopoldo Berthier, ebbero uccisi i cavalli sui quali montavano; fu inoltre ferito il generale Mathieu ad un braccio, inabilitandolo pel resto di quella campagna.

I francesi, disillusi sulla facile conquista del Regno di Napoli, rimasero attoniti da quel rapido cambiar di scena guerresca; essi che aveano veduto i soldati napoletani, forti di numero, fuggire in disordine a’ primi scontri avvenuti nello Stato romano, ora con sorpresa, in piccoli drappelli, li vedevano combattere da valorosi, e quanto più ausiliati da massé popolari audacissime, che pareano uscire dal seno stesso della terra. Trovandosi quindi compromessi in un paese nemico, tentarono l'ultima prova; si riunirono alla meglio e marciarono alla volta di Caiazzo, per forzare il passaggio del Volturno da quella parte, essendo Capua la linea difensiva del generalissimo Mack; ma furono colà anche battuti dalle masse armate coadiuvate da due reggimenti, Principe ereditaria e Terragona. Il duca di Roccaromana, alla testa di un reggimento di cavalleria di sua formazione, e con uno squadrone comandato dal capitano Filippo Guarini, aspettò impavido una brigata francese presso Gradillo. La mischia fu sanguinosa; Roccaromana fu ferito; però di quella brigata, parte fu disfatta e l'altra cadde prigioniera; tra cui dieci uffiziali francesi e il colonnello d’Arnaud, che la comandava. I napoletani non ebbero che venti soldati tra morti e feriti.

In quel tempo comparvero negli Abruzzi gli audacissimi capi masse, Rodio e Pronio ed in Terra di Lavoro fra Diavolo e Mammone, Frano costoro il terrore de’ francesi, tanto che Championnet ordinò che le sue milizie si riunissero nelle pianure di Capua, pubblicando un ordine del giorno scoraggiante a causa dell'opposizione sempre crescente che trovava nel Regno, specialmente delle masse armate. Queste eransi rese più accanite, perché il generale Duhesme aveva fatto saccheggiare e bruciare Isernia, che erasi opposta al paesaggio de’ francesi.

Mentre tutto il Regno era in armi, quando la vittoria sorridea a’ soldati napoletani che accorreano d’ogni parte a riunirsi in Capua sotto le patrie bandiere ed i francesi sul Volturno erano indecisi e scoraggiati, il vigliacco ed imbecille vicario generale Pignatelli Strongoli chiese patti e sospensione d’armi al duce francese. Fu il medesimo indotto al vergognoso passo dal generale Mack; il quale disprezzato ed in sospetto di traditore, arrossiva. non già di aver fatto battere e sbandare un imponente esercito, ma di vedere i napoletani vincere senza di lui. Championnet, conoscendo l’inettezza e la viltà di costui e del Pignatelli, in sulle prime rispose che non avrebbe accordato patti; però fattosi un poco pregare, finse concedere quanto gli si domandava, ma in realtà con animo di nulla adempiere.

L’11 gennaio 1799, nel comune di Spannisi si riunirono due messi del vicario, il principe Migliano e il duca di Gesso assieme col. generale francese Arcambal per istabilire una tregua per due mesi. I patti furono, che Capua dovea essere ceduta immediatamente a’ francesi; che i napoletani doveano abbandonare tutte le posizioni strategiche; che i porti del continente delle Due Sicilie fossero neutrali; che Napoli pagasse a’ francesi due milioni e mezzo di ducati, metà in tre giorni, il resto nel corso del mese; e che il те da Palermo avrebbe potuto mandare i suoi ambasciatori a Parigi per trattar la pace. Regno disgraziato!

Simili tregue ed armistizii si rinnovarono dopo sessanta ed un anno, e forse con più vergogna, a causa sempre dell’inettezza, viltà о tradimento dei generali in capo! Quando i commessarii francesi si recarono a Napoli per riscuotere il primo danaro pattuito nella tregua, il popolo si levò a tumulto, e volea ucciderli: il vicario li fece fuggire. I popolani di Napoli, conoscendo che tutte le autorità altro non sapeano fare che svergognatezze, cominciarono ad agir da sé.

Si fecero cedere le armi da seimila soldati, allora giunti nel porto reduci da Livorno, e comandati dal general Naselli; sciolsero la Guardia civica, aprirono le carceri, e si resero padroni de’ castelli della città; e tutto col permesso dell’inetto vicario, perché trattavasi di provvedimenti esiziali all’ordine pubblico. Costui, dopo di avere umiliato l'esercito, unito a Mack, dopo di avere ceduta Capua al nemico, e di avere ridotta la capitale nell’anarchia, fuggì a Palermo; ove giunto fu messo in castello per ordine del re. A parer mio, Pignatelli Strongoli non era il vero colpevole, giacché inetto e vile. Il prode generalissimo Mack indossò l'uniforme tedesco e fuggi, assieme ad altri non men prodi suoi connazionali venuti con esso nel Regno, recandosi a Caserta presso il generale in capo Championnet. Costui finse dargli il passaporto perché rientrasse in Austria; ma giunto a Milano lo fece arrestare, e per ordine del Direttorio condurre di la a Parigi.


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CAPITOLO X

SOMMARIO

Championnet marcia sopra Napoli. Dopo varie zuffe co’ popolani conquista questa città. Ordina lo stato a repubblica. Decreti e Calendario pagano. Vuol far quattrini a qualunque costo. Questioni col Commessario. Faipoult. È richiamato a Parigi.

Dopo la fuga del vicario e di Mack, i due generali Parisi, il principe di Moliterno e il duca di Roccaromana, tante popolari nell’esercito perché individualmente valorosi, fecero di tutto per ridurre all’ordine quella soldatesca che avea rotto ogni freno di disciplina. Ma l'esercito si sbandò un’altra volta, facendo causa comune con le masse armate, co' popolani e co' lazzaroni di Napoli. La plebe volea far man bassa sopra i giacobini, e saccheggiar le case di costoro; Moliterno e Roccaromana, mercé la loro energia e popolarità, scongiurarono questo e ben altri mali.

Championnet, profittando de, disordini della capitale, ruppe la fede dell'armistizio, già conchiuso pochi giorni prima, e mosse col suo esercito all’assedio di Napoli. Era egli anche consigliato e spinto ad impossessarsi di questa città da novatori e da’ settarii napoletani, che anelavano il momento di ghermire il potere per mezzo delle armi straniere.

I capi della città elessero una commissione, a capo della quale il Moliterno, già fatto capitano del popolo, e la inviarono al duce francese, onde richiamarlo a' patti dell'armistizio; e Moliterno fé conoscere infatti a quel generale in capo, come si esporrebbe a funeste conseguenze, assalendo una immensa popolazione in armi; e se vincitore si coprirebbe di vergogna, anche per aver mancate a’ patti. Furon parole inutili: Championnet, in risposta, ordinò che il suo esercito marciasse sopra Napoli per la via di Aversa.

È indescrivibile l’ira del popolo napoletano appena intese che i francesi marciassero sopra la capitale; tutti si armarono tumultuosámente, elessero per capi due uomini oscuri, uno detto il Paggio, mercante di farina, l'altro Michele il Pazzo, nome datogli per le sue sfrenatezze giovanili, e andarono animosi incontro a' nemici.

Championnet avea le sue pratiche in città, e presso di lui erano parecchi giovani napoletani, novatori e di spiriti ardenti, che corrispondevano col comitato rivoluzionario, composto da Fasulo, Rotondo, La Greca, Bisceglia ed Albanese: e per mezzo di costoro fece inalberare la bandiera repubblicana sopra castel S. Elmo. Si vuole che i principali fabbri di quella congiura sieno stati Moliterno e Roccaromana, come scrisse lo storico Coco, e ciò per salvar Napoli dall’anarchia e dalle conseguenze funeste della medesima, agevolando l’entrata de' francesi in città. In effetti la plebaglia già cominciava a rompere in eccessi contro persone rispettabili, come avvenne il danno del duca della Torre e di un suo fratello, per una falsa denunzia fatta da un domestico scellerato. Però Moliterno e Roccaromana si legittimarono più tardi di quest’accusa presso Ferdinando; anzi quest’ultimo coadiuvò il ritorno del sovrano in Napoli.

Già le armi francesi si vedeano avanzare; ¿I mattino del 21 gennaio 1799, popolani e lazzaroni corsero a’ castelli, e presi i più grossi cannoni li trascinarono a Poggioreale. Si avanzarono fino a Ponterotto, ove era il primo avamposto francese, lo assalirono e lo espugnarono: ma valicati i Lagni, e battuti da forti schiere nemiche, retrocessero. Altre masse, unite a’ soldati sbandati, marciarono con due pezzi di artiglieria sulla strada tra Aversa e Capua; assalite da una brigata francese, furono fugate perdendo i cannoni e la munizione.

Championnet si avanzò sopra Capodimonte, ed ivi avvenne un’altra mischia tra popolani e francesi, e quelli furono costretti a cedere, perché fulminati alle spalle da cannoni di castel S. Elmo.

Kellermann che ebbe ordine di occupare la posizione di quel castello, trovò energica resistenza nel recarsi colà, maggiormente ad Antignano; e quando giunse a S. Elmo, i fratelli gli aprirono le porte della fortezza. Egli, per dare un compenso effimero, abbassò la bandiera di Francia, e inalberò quella della così detta «repubblica partenopea» che era di tre colori, cioè azzurro, rosso e giallo; composta quella bandiera in fretta da’ sacri arredi della vicina chiesa di S. Martino.

Malgrado i rovesci che aveano sofferto le masse, tutte tendano ferma la linea di difesa; e si trovavano numerosissime a porta Capuana, ove una forte divisione francese, comandata dal generale Monnier, si avanzava alla corsa. Ivi il macello d’ambe le parti fu orrendo: i lazzaroni che non aveano armi scagliavan pietre; i francesi furono respinti più volte, e sarebbero stati tutti distrutti, se quelle masse avessero operato con prudenza. Infatti il duce francese ordinò una finta ritirata, e fu inseguito inconsideratamente; ma esso, a tempo e luogo opportuno riprese l’offensiva, e sbaragliò quelle masse disordinate, avendo avuto in quel momento un rinforzo di un’altra Brigata, che conducea da Benevento il generale Brussier.

Altra pugna non meno sanguinosa avveniva nella stessa città, lungo la strada Foria. Ivi le masse aveano varii pezzi di cannone, ed arrecavano danni considerevoli a’ francesi. Forse costoro sarebbero stati respinti e disfatti, se una turba di studenti, sbucati da porta S. Gennaro, ed altri da vicoli vicino S. Carlo all’Arena, non avessero attaccato alle spalle ed a’ fianchi i popolani combattenti contro gli stranieri invasori. I duci francesi, profittando di quel diversivo e dello; Scompiglio derivatone, fecero avanzare la cavalleria, che fece gran macello di lazzaroni e popolani; e quelli che furono presi, vennero fucilati immediatamente!

Dopo i combattimenti di porta Capuana e strada Foria, le masse armate erano scoraggiate; esse compresero che non poteano lottare co’ nemici esterni di fronte, co’ giacobini alle spalle ed a’ fianchi, e perciò si ritirarono; rimanendo però quelle che guardavano il ponte della Maddalena, il palazzo Solimene, i posti di Toledo, Palazzo reale, Pizzofalcone e pochi dentro porla Capuana. Il generale Brussier assali i difensori del ponte della Maddalena, e li forzò a ritirarsi. Alti£ francesi si erano avanzati sulla via di Costantinopoli, e siccome partivano fucilate dal monastero S. Gaudioso, lo saccheggiarono e lo bruciarono; le masse però, fortificate nel palazzo Solimene, recarono loro grandi danni. Perlocché, con l'aiuto de’ giacobini napoletani, introdussero in quel palazzo parecchi barili di polvere, ed avendovi fatto una mina, vi diedero fuoco. L’intiero fabbricato saltò in aria; que’ popolani combattenti furono schiacciati e sepolti sotto le rovine. Quello atto di barbarie fu lodatissimo da’ rivoluzionarii, perché a costoro è tutto lecito; mentre, allorché, in circostanze simili, i soldati del legittimo sovrano usano eguali rappresaglia, essi li qualificano di briganti, assassini, e peggio. Io abbomino questo modo di far la guerra da dentro le case, tanto pe’ rivoluzionarii, come per i difensori de’ re legittimi, essendo causa d’infiniti mali, che piombano più facilmente sopra gl’innocenti: ecco perché stigmatizzo in massima queste nefandezze del 1799, ed altre.

Non contenti ancora i giacobini napoletani di avere saccheggiato e bruciato il monastero ¿i S. Gaudioso, e di aver fatto saltare in aria il palazzo Solimene, approvarono e lodarono il vandalico ordine dato da Championnet di appiccare il fuoco a que’ punti ove i francesi fossero pervenuti. In effetti il generale Rasca metteva in esecuzione quell'ordine dalla parte di porta Nolana, e Brussier dall'altra della Maddalena.

Da ogni parte dunque la libertà s’importava a furia di devastazioni ed in incendii, a quel popolo che l'abborriva perché largita dagli stranieri. I patrioti napoletani dichiaravano invece i francesi grandi civilizzatori, e liberatori degli oppressi; quel vandalismo chiamavano sapienza di guerra; purificazione de’ delitti della tirannide.

Il duce francese diè l'ordine di appiccarsi il fuoco al punto ove giungessero i suoi soldati, sol perché furono respinte a fucilate le trattative che volea aprire co' popolani per sottometterli. E si sacrifica una delle prime città del mondo, perché taluni, facienti parte di un popolo in armi, non sanno о non vogliono rispettar le leggi tra belligeranti? Andrei troppo per le lunghe se volessi raccontare tutti gli atti barbari e selvaggi perpetrati in Napoli il 22 gennaio del 1799, tanto da’ giacobini francesi, che degli stessi napoletani, non che dalla plebaglia. Basti dire, che il popolo di questa città contrastò il possesso della stessa ad un esercito agguerrito, casa per casa, palmo per palmo di strada. A questo proposito, ecco come si esprime il medesimo storico Vincenzo Coco, testimone oculare: «Ma il popolo ostinato a difendersi, sebbene male ordinato, mostrò tanto coraggio che si fece conoscer degno di una causa migliore. In una città aperta trattenne per due giorni l’entrata del nemico vincitore E qual causa potrebbe essere migliore, domando io, se non quella di un popolo che respinge lo straniero invasore della sua patria? Oh! come lo spirito di setta travisa i sentimenti più cari e nobili che l’uomo abbia su questa terra! Il generale Championnet era costernato per la strage de’ suoi soldati, che non potea surrogare con altri, e dell’accanita resistenza del popolo, quando la fortuna venne in suo soccorso. Michele il Pazzo, capo de’ popolani e lazzaroni combattenti, cadde prigioniero; condotto innanzi al generalissimo, costui lo assicurò che i francesi avrebbero rispettato S. Gennaro e la religione cattolica. Quel capo popolo, credendo sincere quelle promesse, gridò: viva la repubblica! volle che una guardia di onore si fosse mandata per custodire il santo Patrono, e persuase i suoi compagni e dipendenti ad abbassar le armi. Cosi i francesi si resero padroni di Napoli, occupando i castelli, e costringendo poi talune province alla loro obbedienza.

I lazzaroni saccheggiarono il Palazzo reale; perlocché i patrioti gridarono al furto, al vandalismo, ed avevano ragione di schiamazzare son sicuro, perché rimasero delusi di saccheggiarlo essi legalmente. Al re Ferdinando certo dispiacque quel vandalismo lazzaresco; ma ei fu longanime e perdonò i saccheggiatori.

Dopoché i popolani misero basse le armi, Championnet, accompagnato dal suo Stato maggiore, entrò in città col carattere di conquistatore; girò per le strade principali, e ritornò al suo quartier generale di Capodimonte. In seguito venne ad alloggiare in città, avendo scelto per sua residenza il palazzo del principe di Angri allo Spirito Santo; e il dittatore Garibaldi, volendo far la scimia a quel duce straniero, nel 1860, abitò eziandio in quel medesimo palazzo. Conoscendo poi che il popolo napoletano è devotissimo a S. Gennaro, il 25 giugno di quell'anno, in gran fasto si recò alla cattedrale per rendere azioni di grazie dell’ottenuta vittoria, cioè per aver liberato i napoletani dalla tirannide: 'fece celebrare messe, ed offri doni alle reliquie del santo Patrono. Questa politica del generalissimo francese gli conciliò fiducia nelle masse ignoranti, che spesso si appagano di atti apparenti.

Championnet fece noto in un editto, che lo scopo che l'aveva tratto in Napoli, era di dare la libertà ad un popolo oppresso dalla tirannide; minacciava però castighi esemplari a chi non l'avesse voluto accettare, e peggio a chi l’avesse ostacolata. Oh, la bella libertà!!—Agiva proprio come quel tiranno della Tartaria, che dopo preparati i roghi per farvi abbrustolire gli schiavi ribelli al voler suo, imponeva leggi che quelli di necessità accettavano atterriti: al che, egli ed i suoi ministri, proclamavano baldanzosi essere state accolte all’unanimità e con gioia. Parlava in quell’editto di riordinare l'amministrazione, e non mancava la solita frase di dissipare l’ignoranza e il fanatismo, cioè la religione de' napoletani.

Nell'ordinare lo Stato a repubblica, istituì un governo provvisorio di venti individui scelti tra’ più sediziosi, massime giacobini giacché molti di costoro aveano fatto parte del comitato rivoluzionario, ad eccezione del presidente Prosdocimo Rotondo perché accusato da Nicola Palomba, al quale neppure si volle accordare il dritto di difendersi. Confermò Moliterno e Roccaromana a generali del popolo. Fece discorsi pieni di amore per la libertà de' napoletani, e promise felicità e fratellanza co' francesi, dichiarando costoro tipi di disinteresse, e che aveano versato il loro sangue pel solo scopo filantropico di dare la libertà a’ popoli oppressi. Tutte queste belle parole del duce francese illudevano i gonzi, che poi le ripeteano siccome oracoli о vangeli; ma gli uomini di senno le valutavano per quel che erano. Fa maraviglia che tanti eminenti ingegni di quel tempo si fossero dati anima e corpo a' francesi, lusigandosi che la libertà della patria si potesse acquistare col braccio dello straniero.

Il governo provvisorio della repubblica, ispirato e diretto da Championnet, emanò varii decreti, e qualcheduno utile: si riconobbe il debito pubblico, si abolirono le regie cacce, i personali servizii, i titoli di nobiltà, i residui della feudalità, cioè le primogeniture ed i fedecommessi di qualunque natura. Già si minacciava una nuova riduzione di vescovati, l’abolizione dei conventi e la incameratone de’ beni ecclesiastici. Infine si decretò di abbattersi i simboli del passato governo, sostituendoli con quelli della repubblica, già detta Partenopea. Quel governo provvisorio, facendo in tutto la scimmia alla Convenzione francese, abolì il calendario cristiano, sostituendolo con un altro pagano, contrario a’ costumi d’ogni popolo. I mesi dell’anno rimasero dodici, tutti di trenta giorni, i nomi però furono cambiati con vocaboli infraciosati. Si cominciava dall’autunno: il primo mese fu chiamato Vendemmiale (settembre), fl secondo Brumale (ottobre), il terzo Primate (novembre); e così di seguito; inverno, Nevoso (dicembre), Piovoso (gennaio), Ventoso (febbraio); primavera, Germile (marzo), Fiorile (aprile), Pratile (maggio); estate, Messidoro (giugno), Termidoro (luglio), Fruttidoro (agosto). Si abolì la settimana, sostituendosi con la Decade, ed i giorni furono chiamati Primidi, Duodi, Tredi, Quartidi, Quintili, Bestiài, Ottidì, Nonidi, Decade. Rimanendo cinque giorni alla fine dell’anno, furono chiamati Sanculottidi (giorni senza calzoni!) e furono detti sacri, il primo al Genio, il secondo al Lavoro, il terzo alle Azioni, il quarto alle Ricompense, il quinto alle Opinioni.

Secondo questo calendario, la domenica era giorno di lavoro, e si dovea lavorare, si riposava ogni dieci giorni, cioè la Decade. Giustamente osservarono alcuni villici, che anche i bovi conosceano la domenica, perché, in quel giorno non voleano lavorare; ed è la cosa la più naturale, conciossiaché quelle povere bestie abituate a lavorare per sei giorni, al settimo si trovavano stanche, e si ribellavano contro i padroni per quella soverchieria giacobinesca. Questa nuova sapienza rivoluzionaria non allignò né in Napoli, né in Italia; cessò dopo un mese, ad onta degli sforzi de' novatori e de’ giacobini. Championnet divertiva i novatori napoletani con questi ed altri balocchi, cioè con la compilazione degli statuti repubblicani, con istituire la Guardia Nazionale, con piantare alberi di libertà nelle pubbliche piazze; intanto non tralasciava di mandar commissarii nelle province per far quattrini; per la qual cosa molti paesi e città si levarono a tumulto contro la repubblica e contro i francesi. Gli Abruzzi obbedivano a' famosi capi degli insorti, ed i più pericolosi pe’ repubblicani e rano un Salomone, un Giustini detto SciaboIone, un Rodio, un Pronio. Terra di Lavoro obbediva ad un fra Michele Pezza, terziario de’ minori osservanti, detto volgarmente fra Diavolo, e ad un Mammone, mugnaio. Il Salernitano, il Cilento e la Basilicata erano in armi, e dominava un Gerardo Curci, detto Sciarpa: quasi tutte le Calabrie obbedivano al legittimo sovrano.

Il duce francese, che volea far quattrini a qualunque costo, non sentendosi forte in gambe per portar la libertà nelle province e pulire le scarselle dei redenti cittadini, si rivolse a cotesti buonuomini de’ napoletani, e chiese il pagamento delle somme pattuite nell’armistizio di Capua, conchiuso col vicario generale Pignatelli. Vedete impudenza di un duce giacobino I Costui, dopo di avere rotto l’armistizio e manomessi i patti e la fede pubblica, volea adempiute quelle condizioni che più non vigevano, ma che erano soltanto favorevoli a lui! Non contento ancora di quella pretesa, stabilì una tassa di guerra di sedici milioni di ducati. L’erario era vuoto, ad onta delle nuove tasse patriottiche, i raccolti erano stati scarsissimi, e la fame vessavate popolazioni; quindi si pensò a tassare i ricchi cittadini per raccogliere le somme richieste dallo Championnet.

Il governo della repubblica, nel tassare i ricchi, gravò sfacciatamente la mano sopra i conosciuti borbonici, mentre i doviziosi novatori pagavano poco о nulla. Mancando il danaro, i tassati furono costretti a vendere finanche i gioielli delle loro famiglie. Si vedevano miseri padri di famiglia che toglievano orecchini ed anella alle mogli e figlie, onde barattarli per moneta agli speculatori della pubblica violenza. La città di Napoli mandò deputati al duce Championnet per mitigare quelle inqualificabili spoliazioni; ma quel duce alteramente rispose col barbaro motto del suo antecessore Brenno: guai ai vinti!( )Gabriele Manthoné, già capitano di artiglieria ed uno dei più caldi amatori di novità, rispose al nuovo Gallo: «Tu, cittadino generale, hai presto scordato che non siamo, tù vincitore, noi vinti; che qui sei venuto non per battaglie e vittorie. ma per gli aiuti nostri e per accordi; che noi ti demmo i castelli, che noi tradimmo per santo amor di patria i tuoi nemici; che i tuoi deboli battaglioni non bastavano a debellare que' sta immensa città; né basterebbero a mantenerla se noi ci staccassimo dalle tue parti. Esci per farne prova, dalle mura e ritorna se puoi; quando sarai tornato imporrai debitamente taglia di guerra, e ti si addiranno sul labbro i comandi di conquistatore, e Tempio motto, poiché ti piace, di Brenno (15)».

Championnet accommiatò la deputazione, rispondendo che risolverebbe in giornata: in effetti in giornata ordinò il disarmo de’ cittadini e confermò la taglia di guerra.

Il Direttorio francese, non contento delle spoliazioni perpetrate dal suo delegato generale, trovò conveniente spedire una intiera commissione, a capo della quale un Faipault, rapace e saccheggiatore giacobino. Costui dichiarò che Championnet era stato troppo indulgente co’ napoletani; e quindi pubblicò un editto, col quale incamerava alla Francia, per dritto di conquista, i beni particolari de’ Borboni, quelli de' Luoghi pii, de’ Gesuiti, dell'Ordine di Malta e i banchi in cui erano i depositi de' cittadini. Avocò altresì a beneficio di quella nazione i siti e gli oggetti antichi trovati e da trovarsi in Ercolano e Pompei, e da ultimo tutto quello che apparteneva all’istruzione pubblica.

Championnet temporeggiava a mettere in esecuzione le pretese del Direttorio, pubblicate dal commissario Faipoult; ma questi insisteva per la pronta esecuzione, usando modi irruenti, sicché l'altro preso da baldanza militare lo cacciò da Napoli. Per la qual cosa fu richiamato a Parigi; ma prima di giungere a Roma fu arrestato e condotto nella cittadella di Torino. Faipoult ritornò poi trionfante in Napoli per iscorticare i napoletani con tasse, taglie di guerra ed altre spoliazioni.


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CAPITOLO XI

SOMMARIO

Ferdinando IV si decide a riconquistare il trono dì Napoli. Manda il cardinal Ruffo. Costui solleva le Calabrie. Marcia sopra Monteleone. Organizza l’armata cristiana. Resa di Catanzaro. Presa di Cotrone. Conseguenze delle vittorie di Ruffo. Varie spedizioni di milizie repubblicane. Massacri nelle Puglie. Combattimento navale presso Procida. Gli Inglesi sbarcano in Castellammare e son cacciati da’ repubblicani. Acton manda briganti in Calabria. Ruffo riordina l’amministrazione delle Calabrie e marcia in Basilicata. Presa di Altamura. Dolomieu sbarca in Taranto.

Re Ferdinando conoscea lo stato del Regno al di quà del Faro, non ignorava che i francesi erano odiati anche da que’ novatori che in buona fede aveano aiutato gli stranieri ad impossessarsi della patria, e che le province fossero in armi per cacciare gl’invasori. Giudicando essere opportuno il tempo ad operare qualche ardito colpo, si decise mandare in Calabria persona autorevole e di sua fiducia, per aiutare e dirigere quelle popolazioni, che più delle altre si mostravano risolute a scuotere il giogo. Non volle allora inviar soldatesche di linea, temendo rovesci, e perchó volea restaurare il trono con le armi popolari. Gli occhi del re si rivolsero sul cardinale Fabrizio Ruffo, dell’ordine de’ diaconi e patrizio del Regno, che trovavasi allora in Palermo, avendo seguito colà la Corte. Era quel cardinale pronto d’ingegno e molto sagace; avea relazioni co’ calabresi, essendo egli stesso originario calabro. Ruffo accettò l'incarico datogli dal re; gli si conferì il titolo di vicario generale del Reame al di quà dei Faro, e gli si diedero istruzioni scritte dallo stesso sovrano. Per tanta impresa gli furono assegnati soli trentamila ducati, ed un piccolo seguito, composto dal suo segretario abate Lorenzo Spartiano, dal cappellano don Annibale Caporossi, dall’aiutante maggiore marchese Malaspina e dal tenente colonnello commissario di guerra Domenico Pietromasi. — Paca scintilla gran fiamma feconda.

Il principe Luzzi, ministro di finanze in Palermo, avea promesso al cardinale, che appena sarebbe giunto a Messina, il marchese Taccone gli avrebbe dato cinquantamila ducati, appartenenti al tesoro di Napoli; e che si erano date disposizioni al generalissimo Danero, governatore di quella piazza di Messina, a fin di somministrargli armi e munizioni.

Giunto il card. Ruffo in Messina, il Taccone non gli rimise i cinquantamila ducati, dicendo che per ordine dr Acton li avea passati al vicario generale Pignatelli, allorché costui trovavasi in Napoli: neppur Danero volle dargli armi e munizioni, per la ragione che poteano cadere in mano del nemico. Nonpertanto il coraggioso Cardinale, fidando nella giustizia della causa che difendeva, e nella sua non comune abilità, s’imbarcò per le Calabrie, ed arrivò a Catona l’8 febbraio.. Prese alloggio nella casina di suo fratello il duca di Baraniello, e da colà cominciò ad operare per la difficile impresa di conquistare il treno al suo legittimo sovrano.

Nelle terre di suo fratello trovò trecento contadini armati, e divulgatosi il suo arrivo in Calabria, non che la missione che aveagli affidata il re, torme di soldati sbandati e di' popolani in armi gli si unirono, sicché in poco tempo annoverava sotto i suoi ordini diciassettemila uomini, che si dissero dell’esercito della Santafede. Pubblicò un manifesto, nel quale espose la missione che il re aveagli affidata; esortando tutti, anche gli ecclesiastici, ad armarsi per difendere la causa del legittimo sovrano e della Chiesa; manifestando quanto di turpe ed empio si era perpetrato da’ rivoluzionari in Francia, in Roma e in Napoli: infine animava i calabresi a rivendicare la patria, le sostanze e l’onor napoletano oltraggiato. Lo storico Pietro Colletta fa dire al Cardinale in quel manifesto altre parole, che non hanno senso comune, e che sono indegne anche di un selvaggio; e dico prive di senso comune, perché del tutto opposte allo scopo della missione di quel porporato: neppure un pazzo da catena le avrebbe profferite e pubblicate!

I rivoluzionarii delle Calabrie, burbanzosi co’ deboli, paurosi co' forti, appena intesero lo sbarco del Cardinale e l'accoglienza fatta. a costui dalle popolazioni in armi, furon presi da panico; taluni si rifugiarono a Monteleone, altri a Catanzaro e Cotrone, le sole città dominate dai partito francese. Altri paesi, sino a Mileto, ov’erano pochi patrioti, si sottomisero volenterosi al legittimo sovrano. Ruffo, per riparare a’ bisogni della guerra sequestrò i beni de' proprietarii aderenti ai francesi, e che allora si trovavano in Napoli, cominciando da quelli di suo fratello, il duca di Bagnara. Lettori carissimi, già avete indovinato quello che voglio dirvi» ciò che i giacobini di Napoli, e poi i soliti storici detrattori dissero di turpe e bugiardo per quei sequestri, essendo questi di privilegio unicamente dei redentori della patria, con raggiunta beninteso di spoliazioni davvero inqualificabili.

Quel porporato, vedutosi forte d’armi ed armati, marciò risoluto sopra Monteleone, centro delle Calabrie. I patrioti, all’avvicinarsi le schiere della Santafede, fuggirono da quella città, e si ricoverarono in Cotrone. Quell’armata entrò pacificamente in Monteleone, il 10 marzo, atterrando gli alberi della libertà, e restaurando il governo del re.

Colletta, sempre bugiardo quando si piace, di accusare, dice, che la forte città di Monteleone, intimata a cedere, e minacciata di exterminio, riscattò la fama per denaro, cavalli, viveri ed armi. Quante queste son parole, altrettanti si contano mendacii. Questo magniloquente storico, (per la penna di Gino Capponi, e Pietro Giordani) non sa neppur egli che cosa vuol dire riscattar la fama per danaro, cavalli ecc. La fama si riscatta con le buone opere e non già col danaro e simil cosa. Nonpertanto, dato e non concesso che Monteleone avesse riscattata la fama in quel modo che egli ci assicura, ciò prova, che le masse capitanate dal Ruffo operavano con disciplina e militarmente, il contrario cioè di quello che vuol dimostrare il poco veridico storiografo rivoluzionario.

Il Cardinale, trovandosi in Monteleone pensò di conferire alle masse armate un’organizzazione militare. Avea presso di sé pochi uffiziali dello sbandato esercito, ma gran numero di sott’uffiziali e soldati. Formò tre battaglioni di fanteria; il comando del primo lo affidò al colonnello de' Sanctis, il secondo a Francesco Gulli, il terzo al tenente Francesco Perez. Avendo ricevuto da Sicilia due pezzi di cannone, li unì a quelli lasciati dai rivoluzionarii in Monteleone; e così formò anche l'artiglieria, dandone il comando al caporal de' Rosa, già artigliere dello sbandato esercito regio. In seguito avendo trovato altri due cannoni nella Torre del Pizzo, li riunì agli altri, e tutti li denominò «batteria di Campagna». Per organizzare il corpo del Genio, tanto necessario per aprir sentieri e strade, dovendo marciare militarmente, riunì molti villici zappatori, che mise sotto gli ordini di due architetti civili, cioè don Giuseppe Vinci di Monteleone e don Giuseppe Olivieri di Zinopoli. In ultimo provvide per la cibaria e pel vestiario; commissionò viveri, scarpe, camice e tutto il necessario per quell'esercito; che, da quel momento, lasciò il nome di armata della Santafede, e s'intitolò armata cristiana.

Quell'esercito fu divisò in tre parti; una venne diretta verso le montagne di Girifalco, per minacciar Catanzaro, un’altra alla volta di Cosenza, per la via di Nicastro e la terza con l'artiglieria rimase sotto l’immediato comando del cardinale, per dirigersi ove più il bisogno lo avesse richiesto.

Quel cardinale ricevé varie deputazioni dai paesi della Calabria, che gli significarono la loro devozione e sottomissione al re, e tra S ii altri una deputazione di distinti cittadini el Pizzo, che fu ricevuta con apparato solenne. Essendosi recato immediatamente in quella città, fu festeggiato da tutti i cittadini; è da colà scrisse al vescovo di Policastro, monsignor Lodovici, dandogli pieni poteri a nome del re, ed incaricandolo di dirigere la insurrezione realista del Cilento. Gli. mandò eziandio munizioni ed una lettera commendatizia pel comandante la squadra inglese, onde coadiuvarlo all’occasione.

Dopo un giorno di dimora al Pizzo, partì per Maida; appena giunto colà ricevé una deputazione di catanzaresi, la quale lo pregava di accorrere in quella città, ove si era fatta la controrivoluzione aiutata dalle masse realiste; e sebbene de’ repubblicani parte fossero stati uccisi, e parte messi in fuga, nonpertanto vi regnava desolante anarchia. Ruffo scrisse a don Francesco Gigli, che trovavasi alla marina di Catanzaro alla testa di pareo chic bande realiste, e gli ordinò di recarsi subito in quella città, e rimettervi l'ordine; dapoiché, dicea, essere volere del re farsi la guerra a’ rivoluzionarii, ma salvare i cittadini da’ disastri della guerra civile. Gigli adempì bene la sua missione: recandosi in Catanzaro vi espulse gli anarchici, e vi rimise i magistrati regii.

Dopo che Gigli entrò in Catanzaro, il cardinale si avanzò sino alla marina di questa città, ove si occupò a riordinare l’amministrazione di tutti que’ paesi che si erano dichiarati per la causa regia. Non molto lungi da Catanzaro sorge Cotrone, città fortificata, allora in potere de’ repubblicani, che tenevano guarnigione nel piccolo castello; a costoro si erano uniti 32 sott’uffiziali francesi, con un tenente colonnello ed un chirurgo, che, in quei giorni, erano ritornati dall’Egitto. Quelli stranieri faceano di tutto per indurre i cotronesi alla resistenza contro le armi regie.

Ruffo, conoscendo la necessità d’impadronirsi di Cotrone per proseguire le sue орет razioni militari in avanti, il 21 marzo, spedì il tenente colonnello Perez de' Vera con due mila uomini di milizia regolare e tre cannoni per assediarla. Quella forza nella marcia si accrebbe d’innumerevoli masse armate. Contemporaneamente mandò il capitano Dardano in qualità di parlamentario con credenziali, per intimare a Cotrone ed al suo forte di rendersi, offrendo a’ francesi i mezzi come farli ritornare in patria ed a’ rivoluzionarii del Regno il perdono del re. Dardano, chiesto il libero passo, entrò in Cotrone; appena espose la sua missione fu arrestato, messo in segreta, e condannato a morte. Quello stesso giorno fu arrestato, da’ repubblicani, l’antico comandante regio di quella piazza, Fogliar, e il barone Farina perché tutti e due sospettati borbonici; vennero messi in segreta e condannati anche a morte.

Perez, non vedendo ritornare il parlamentario Bardano, la mattina del 22, gettò una granata dentro Cotrone. Quel proiettile arrecò la costernazione e lo spavento; tutti i cotronesi pregarono il tenente colonnello francese di approfittare delle concessioni del cardinale, cedendogli la piazza, che non potea resistere lungo tempo. Quell’uffiziale straniero, poco curandosi dei danni che avrebbero potuto soffrire la città ed i cittadini, volle fare una sortita contro i regii, che chiamava vili briganti, e cercando di sorprenderli, fu invece sorpreso! Appena uscito dalla piazza, venne attaccato vigorosamente, e retrocesse con tutti i suoi; i regii entrarono in Cotrone frammischiati a’ repubblicani, e pochi di costoro, correndo, ebbero la fortuna di salvarsi nel castello ed alzare il ponte. Perez fece occupare le case attigue a quel forte, ed ordinò all’artiglieria di. trarre contro. In quel castello si trovavano anche varii soldati del disciolto esercito napoletano, i quali presero i 17 francesi, rimasti in vita, i più ostinati repubblicani e li chiusero in prigione, dando la libertà al parlamentario Capitano Dardano, all’antico comandante Fogliar e al barone Farina; tutti e tre doveano esser fucilati quello stesso giorno.

Insieme alla milizia regolare organizzata da Ruffo, entrarono in Cotrone le masse armate; e bisogna pur dirlo, quella sventurata città fu teatro del più orribile saccheggio. И cardinale, avendo inteso la presa e il saccheggio di Cotrone, trovandosi alla marina di Catanzaro, frettoloso accorse sul luogo del disordine; e la sua presenza bastò a dar finò a’ mali degl’infelici cotronesi. Il saccheggia di Cotrone poco mancò non fosse stata la causa di non far riuscire la spedizione militare del cardinal Ruffo; conciossiaché quelle masse, non che buon numero di soldati regolari, per mettere in salvo il bottino, о per ischivare la meritata punizione, si sciolsero, ritornando a’ loro paesi. Ruffo rimase in Cotrone con poca forza: però, animoso, fece usa di arditi espedienti, scrisse ai vescovi calabri, a’ ricchi ed a' baroni di parte regia, che si cooperassero a mandargli uomini armali. In effetti, siccome le popolazioni егаno realiste e nemiche de’ giacobini, si armarono e corsero a Cotrone; onde in pochi giorni si riunirono più armi ed armati di prima.

I fatti di Monteleone, Catanzaro e Cotrone avvennero quali l'ho raccontati. Il Colletta non si vergognò d’inventar fatti non mai esistiti, che nella sola sua fantasia esaltata, per vituperare i suoi concittadini e difendere i rivoluzionarii e gli stranieri. Dice che Cotrone volea rendersi, e il cardinale, non avendo danaro per pagar le sue bande, volle assaltarla e saccheggiarla. Menzogna spudorata indegna di un militare suo pari: si sa che col saccheggio non si fa danaro, ma si dissipa, specialmente quando i saccheggiatori sono masse disordinate. Nulla dice dei 32 francesi ostinati a voler combattere, malgrado le tante preghiere dei cittadini cotronesi per. persuaderli ad andarsene via; nulla del parlamentario Dardano, del comandante Fogliar e del barone Farina. Accenna soltanto quelle circostanze vituperevoli, che avvalorano i giudizii di lui; e per colmo di malignità, tace la interessante circostanza che Ruffo trovavasi alla marina di Catanzaro, quando Cotrone fu espugnata. Ciò gli giovava per far la descrizione della messa celebrata sulle rovine della città saccheggiata, e le assoluzioni e benedizioni largite dal cardinale a’ saccheggiatori: ma stolido od ignorante, neppure si ricordò che quel porporato non era sacerdote! Basta questa sola circostanza per dimostrar la calunnia del Colletta. Costui dice inoltre che Catanzaro fu ceduta per capitolazione, e ne inventa persino i patti, inoltre; asserisce. che questa città si arrese dopo Cotrone. È questo un errore imperdonabile per un generale d'ingegneria, ministro e scrittore di storie patrie (16), ed io aggiungo, che egli dopo di essere stato intendente della Calabria Ultra, neppure sapea la posizione strategica di Catanzaro e Cotrone; cioè che non potersi espugnar questa città, se prima l’armata cristiana, provveniente da Monteleone, non si fosse resa padrona di quella. Ecco come scrivono la storia i nemici dei troni e della Chiesa! Ed intanto vi sono de’ gonzi, ed in tutti i partiti politici, che non leggono, no, ma divorano siffatte storiacce travisate e calunniose, e vi giurano all’occasione; e ciò senza leggere altri autori e confrontarli fra loro; senza far uso di quel poco di buon senso che la provvida natura ci impartì, ritenendo così a priori, quegli autori-libellisti come cime di onestà, di verità, insomma come altrettanti evangelisti.

Avverto di bel nuovo i miei benevoli lettori, che farò poco caso degli altri autori calunniosi di storia patria, che narrarono (a modo loro!) gli avvenimenti di quel tempo; dapoicché altro non han fatto, che copiare alla lettera il Colletta, e tutti aggravandone più о meno le tinte. Leggete la storia-libello di Dumas, è quella del La Cecilia, e vi convincerete dell’epigrafe messa a questo libro: Il y a des choses que tout le monde dit, parce qu'elles ont été dites une fois.

Il cardinal Ruffo dimorò qualche giorno in Cotrone; ed elesse a governatore di quella città don Pasquale Governa, uomo adorno di rare qualità ed affezionato alla causa del re. Lasciò a costui un battaglione di soldati, e condusse seco la guarnigione della piazza: co’ cannoni del castello accrebbe il suo parco di artiglieria.

Le vittorie che i borbonici riportarono in Calabria, destarono grande entusiasmo nel resto del Regno; il Cilento era in armi, così la Basilicata. Gli Abruzzi, dopo il passaggio dell’esercito francese, si erano sollevati a favore del legittimo sovrano; avendo cacciati i repubblicani, alzarono i patrii stemmi, cioè quelli de’ Borboni. Ad onta delle terribili rappresaglie fatte da giacobini indigeni e dai francesi; le Puglie gridarono guerra contro la così detta repubblica partenopea. Navi russe, inglesi e turche correano i littorali del mar Tirreno, Ionio ed Adriatico, incoraggiando la rivincita contro i francesi e contro i loro aderenti.

Il Direttorio della repubblica partenopea pregò il generale in capo francese a marciare contro i proprii connazionali ed esterminarli con uomini ed armi straniere. Per la qual cosa si fecero due spedizioni, una per la Puglia, capitanata dal general Duhesme, e l'altra per la Calabria, contro il cardinal Ruffo, condotta dal generale Olivieri, anche francese. Ettore Caraffa, conte di Ruvo, alla testa di una legione napoletana, accompagnò Duhesme in Puglia. Erar costui giovane ardente ed impetuoso, uscito dal collegio militare della Nunziatella; e vedi stranezza de’ casi 1 suo padre si trovava primo maggiordomo del re Ferdinando IV. Essendosi immischiato nelle congiure (17) per rovesciare i Borboni di Napoli, scoperto, venne arrestato e condotto nel Castel S. Elmo; donde fuggi con avere ingannata una giovanotta figlia di un custode. Si recò a Milano, ove piacque al generale francese Ioubert; il quale lo trattenne presso di se, per servirsene nella designata invasione del Regno di Napoli.

Ritornato poi in patria co’ francesi, a’ quali si diede anima e corpo, perpetrò nelle Puglie, come tra non guari dirò, atti di ributtante vandalismo.

Olivieri fu accompagnato in Calabria da Giuseppe Schipani, nobile calabrese, che avea militato sotto le bandiere di Ferdinando IV, e che poi si diede agli stranieri, tiranni e spoliatori della sua patria. I generali francesi conducendo con loro due nobili del Reame, uno in Puglia l'altro nelle Calabrie, supponeano d’imporre a quelle popolazioni e sottometterle. Però avvenne tutto al contrario, vegliando sulle scelleratezze umane quella giustizia di Dio, che può tardare sì, ma fallire giammai.

Le Puglie erano sollevate contro i repubblicani per opera di quattro corsi, mandati dagl'inglesi per accompagnare le zie dell'infelice re di Francia, Luigi XVI, onde farle imbarcare per Palermo in qualche porto dell’Adriatico. Que’ corsi si nominavano: de' Gasare, Boccheciampe, Carbonara e Colonna; tutti e quattro si buttarono nel partito borbonico, dopo che adempirono fedelmente la missione a loro affidata dagl’inglesi. Per meglio sollevare le popolazioni, Carbonara si spacciava pel principe ereditario Francesco di Borbone, avendovi qualche somiglianza; Colonna pel contestabile suo cavaliere, de' Cesare pel duca di Sassonia, Boccheciampe pel fratello del re di Spagna. Costoro, così camuffati, alla testa delle popolazioni in armi, da Taranto marciarono per Mesagne, ove furono raggiunti da un certo Gerunda, gran partigiano de’ Borboni; infatti, appena costui vide il Carbonara, gli si gettò a’ piedi, credendolo il principe ereditario; gli offerse la sua valevole cooperazione, le sue sostanze e la vita: il supposto principe lo ringraziò, e cavallerescamente gli strinse la mano.

Le masse armate sotto gli ordini di Carbonara, sbaragliarono i repubblicani di Brindisi, e poi tutti quelli che incontrarono in quel distretto. Il supposto principe ereditario, temendo di essere scoperto quel che era realmente, dichiarò generale di divisione il Gerunda, ed annunciò che sarebbe andato in Palermo per pregare il re suo padre di mandar milizie nelle Puglie; ed in effetti partì per la Sicilia.

La spedizione francese contro le Puglie venne divisa in tre colonne. Duhesme e Caraffa presero Rocca d’Arce e Scigliano, incendiarono Lauro, soggiogarono Bovino e Troia: Lucera e Guardiagrele, che si opposero alla loro marcia furono bruciate; ed in quest’ultimo paese vennero uccisi cinquanta cittadini, tra combattenti, donne e fanciulli. Ortona fu incendiata, la stessa sorte toccò a Cerignola, ove si sparse molto sangue. Tutti i fuggiaschi de’ paesi soggiogati о incendiati si recarono in Sansevero, posizione veramente militare. Però quelle masse, che si batteano tanto valorosamente, erano mal dirette; di fatti, appena videro i francesi avanzarsi, uscirono fuori la città, e li attaccarono rabbiosamente ed in disordine: locché importò che fossero circondati, ed allora non fuvvi più combattimento, ma un vero macello di cittadini. I francesi dopo di aver fatto quel massacro, entrarono in Sansevero e trucidarono circa mille persone d’ogni età e d’ogni sesso. Quella carneficina sarebbe durata a lungo, se le donne non avessero sprezzato il pericolo, e non si fossero recate dal Duhesme per supplicarlo di risparmiare tante vittime innocenti. Quel generale infatti diede l’ordine di darsi fine a tanto sterminio, e con sommo dispiacere di Ettore Caraffa conte di Ruvo; il quale avrebbe voluto esterminare tutta intiera quella popolazione, perché i capimassa aveano rifiutati i parlamentarii.

La fama de’ massacri di Sansevero fece sottomettere a’ francesi i paesi circonvicini; escluso però Trani, Andria e Molfetta, dove eransi ricoverati gli avanzi delle massacrate bande realiste; le quali resistevano perché erano incoraggiate dalle navi russe, inglesi e turche, che bordeggiavano nel vicino mare.

Duhesme e Carafa decisero d’impossessarsi d’Andria e quindi di Foggia. I borbonici opposero in Andria una resistenza eroica, e si sarebbero sostenuti, se una porta della città, quella di Trani, non fosse stata atterrata dal continuo trarre a mitraglia contro di essa. Il primo ad entrare in Andria fu Ettore Caraffa alla testa della legione napoletana. I realisti, d’ogni casa fecero riparo e baluardo; era un far pagar assai cara la vittoria a’ nemici. Una casa difesa da otto persone, tenne a segno un battaglione francese, finché durò loro la munizione. Le bande, sebbene combattessero in disordine, cagionarono serii danni al nemico; furono sopraffatte quando non ebbero più cartucce; e nondimeno combatteano corpo a corpo con daghe e sciabole, sino agli ultimi estremi.

I duci francesi e giacobini erano irritati per tanta resistenza e pei danni sofferti, e quindi anelavano il momento di vendicarsene. Il Colletta, пеl raccontare la presa d’Andria, conchiude in questo modo: «Soggiacque alla fine la città d’Andria, feudo una volta, ed allora pingue possesso di quel medesimo Ettore Caraffa che la espugnò, e diede avviso nel Consiglio (maravigliosa virtù o vence detta), che si bruciasse. La quale sentenza, seguita dagli altri, e comandata dal capo dell’esercito, tante morti danni e lagrime produsse che sarebbe a raccontarle troppa mestizia».

Avrebbe dovuto dire, che sarebbe stata troppo vergogna per lui e pe’ suoi amici giacobini far conoscere a’ contemporanei ed a’ posteri, che Ettore Caraffa conte di Ruvo, alla testa della legione napoletana e francese, in poco d’ora passò a fil di spada più di duemila innocui cittadini, non risparmiando né condizione, né vecchi, né donne, né fanciulli. Ma no; Colletta si atteggia ad umanitario e filantropo nel raccontare minutamente i massacri delle Calabrie e della Basilicata, perpetrati, secondo lui, dalle bande di Ruffo, è con ¡spudorate menzogna, descrivendo infamie che giammai avvennero.

Per quella iena sitibonda di umano sangue che era Ettore Carafa, conte di Ruvo, altro non trova a dire: maravigliosa virtù e vendetta! lasciando il leggitore indeciso se questo sia un biasimo, quantunque sembri piuttosto un elogio. Ecco come scrive la storia il Colletta; non pago di alterare о inventare i fatti, quando non può occultare i vituperii e le infamie dei suoi amici, ce le presenta quali maravigliose virtù! Tutto al contrario pe’ nemici suoi; costoro sono vituperati in tutt’i modi, aggravando su loro le tinte ed inventando circostanze che sono un controsenso storico, drammatico, etico ed estetico.

Il governo repubblicano di Napoli, imbaldanzito dai successi favorevoli delle Puglie, spedì altri soldati negli Abruzzi, i quali entrarono in Aquila senza opposizione alcuna; nonpertanto uccisero duecento cittadini, trai quali ventisette frati de’ Minori Osservanti. Il nostro imparziale storico Colletta neppure dice verbo di questi altri massacri! Rimanea nelle Puglie da espugnare la città di Trani, altra piazza ben difesa; francesi e napoletani condotti sempre da Ettore Carafa, l'assalirono da varii punti, ma furono respinti con gravi perdite, essendo presidiata da seimila uomini di parte regia. Gli assedianti perdettero la speranza d’impossessarsene subito; però alcuni soldati francesi, tragittando a nuoto un tratto di mare, s’impadronirono del fortino di cinta. Avvertiti quelli di fuori, diedero un generale assalto alla città, ed in quella riuscì loro, con l'aiuto dei soldati già in possesso del fortino, di abbattere una porta ed introdurvisi. Le carneficine di Trani superarono per crudeltà quelle di Andría: i giacobini quando non ebbero più nemici da combattere, fucilarono tutti gli uomini atti a portar le armi; tra gli altri il comandante l’artiglieria, capitano Giacomo Caravoglio. Ettore Carafa, conte di Ruvo, fu colui che consigliò di bruciare Trani; e questa infelice città fu ridotta senza abitatori ed un mucchio di fumanti ed insanguinate rovine. Lo stesso Colletta non può fare a meno di esclamare: «Trani fu presa e ridotta, per secondo esempio, non di castigo, ma di furore, a cumuli di cadaveri e di rovine». Tace però i particolari di que’ cumuli di cadaveri e di rovine, mentre si compiace molto a raccontarli e descriverli, trattandosi di vituperare i regi suoi compatriotti ed i suoi compagni d’armi.

I repubblicani, dopocchò sfogarono la loro rabbia in quel modo che si è detto, abbandonarono le rovine di Trani, e si diressero a Ceglie e poi a Carbonara, ove rinnovarono altre rapine, altri incendii, altre uccisioni! Le città ed i paesi delle Puglie, spaventati dalle crudeltà di que’ bestiali giacobini, si sottomisero all’infausto impero della repubblica partenopea, ad eccezione di Bitetto e Rutiglia, ove si erano riuniti gli avanzi delle schiere borboniche.

Le orde repubblicane, seguendo la loro sanguinosa marcia, entrarono senza ostacoli in Bari; e proseguendo il cammino incontrarono le bande di de' Cesare e Boccaciampe, che facilmente dispersero. Il 5 aprile giunsero in Brindisi, e s’impossessarono di quel castello, facendo prigioniero lo stesso Boccheciampe, ivi ricoverato.

Iddio, che permette talora l’apparente trionfo dell’iniquità pe suoi imperscrutabili fini, avea segnato a Brindisi la barriera insormontabile delle selvagge vittorie de' giacobini del Napoletano.

Schipani, mandato in Calabria a combattere Ruffo, fu battuto dalle popolazioni, avendole indegnate i soprusi e le arroganze di lui.

Convenne dunque che egli retrocedesse all'infretta à Napoli, onde porsi sotto la protezione delle armi straniere, perché inseguito da Sciarpa. Ritiratesi le bande condotte da Schipani, quelle realiste de’ Principati e delle Puglie ebbero libera la via di congiungersi con l'esercito di Ruffo. Il quale si avanzava imperterito dalle Calabrie raccogliendo sempre armi ed armati, ad onta di tutte le arti che usassero i giacobini, e il governo della repubblica per farlo massacrare da’ sicarii, da loro a bella posta mandati in Calabria.

La stella rivoluzionaria già cominciava ad ecclissarsi, ed altro non le restava che contemplare ancora un’altra vittoria de’ giacobini in questo Regno, accompagnata dagl’indispensabili massacri.

Già si buccinava che l’esercito francese avrebbe lasciato questo Reame per accorrere nell’alta Italia, ove gli affari francesi andavano alla rotta, e che sarebbero sbarcati qui russi, inglesi e turchi per aiutare le popolazioni contro i repubblicani. Difatti navi inglesi sbarcarono soldati napoletani e siculi sulle isole di Procida e d’Ischia, poco lontane da Napoli; le quali erano occupate da’ soldati del legittimo re ed erano un pericolo per la repubblica partenopea.

Francesco Caracciolo famoso uffiziale di marina regia, dopo di avere accompagnato Ferdinando IV in Palermo, fu licenziato dal servizio del re per le mene gelose ed invide dell’ammiraglio Nelson, come appresso meglio si spiegherà. Ritornato in Napoli, о volle о fu costretto servire la repubblica. Avea egli un gran desiderio di assalire gl’inglesi in Procida e in Ischia, ma non avea navi per soddisfare quella sua belligera voglia; conciossiaché i francesi e i patrioti napoletani, intenti a far quattrini, invece di restaurare l’antica marina militare, vendettero gli avanzi della stessa. Nondimeno quel valente marino armò alla meglio alcune barcacce mercantili ed affrontò gl’inglesi; i quali sarebbero stati battuti, ed avrebbero perduto le isole, se nel meglio della lotta il vento non si fosse voltato contro l'improvvisata e piccola flotta di Caracciolo. Però costui ritornò in Napoli trionfante, avendo arrecato serii danni agl’inglesi; ma le sue barcacce aveano eziandio molto sofferto e tanto da non poter ritentare l’ardita prova.

Gl’inglesi, padroni del golfo di Napoli, occuparono Castellammare e s’impadronirono del fortino di quella città, mettendovi guarnigione napoletana e siciliana. Il generale Macdonald comandante in capo le armi francesi. in questo Regno, dopo il richiamò di Championnet, conobbe essere un pericolo pei suoi e per la repubblica partenopea, il trovarsi vicino ad un nemico tanto forte di mezzi. Difatti in Napoli il partito realista baldanzoso alzava la testa; perlocché si argomentò cacciar da Castellammare gl’inglesi ed i loro alleati. Riunì le milizie che avea disponibili fece avanzare per la via di Cava i soldati; che erano andati in soccorso di Schìpani, e facendo l’ultimo sforzo, piombò sopra Castellammare, ed espugnò quella città il 28 aprile di quell’anno 1799. Gl’inglesi furono vinti, ed imbarcandosi all'infretta, lasciarono in potere de’ francesi armi, munizioni e tre bandiere, una del re Giorgio d’Inghilterra, due di Ferdinando IV. Il generale francese Vatrin non diede quartiere a’ prigionieri; fece uccidere duecento soldati tra napoletani e siciliani, risparmiandone alcuni per farli giudicare dal tribunali e fucilarli come pubblico esempio di terrore.

Per imparzialità di racconto, è giustizia dire che la ripresa di Castellammare diè argomento a lode vera del valore francese sussidiato dall’ardimento de' giacobini napoletani. Questi ultimi fecero sforzi da superare quelli de’ francesi; ed io trovo, in una cronaca di quel tempo, narrati fatti, che superano ogni possibile audacia guerriera. Erano napoletani che combatteano contro napoletani, gli uni appoggiati da’ francesi, altri dagli inglesi: sventura della nostra patria, condannata ad esser serva, о vincitrice о vinta!

Gli inglesi tentarono altri sbarchi vicino al capo Miseno, ma senza felici risultati: e qui han fine le vittorie e i facili successi de' patrioti e de' francesi. Iddio misericordiosissimo disse: Basta: e da quel giorno cominciarono i rovesci de' giacobini, e le rapide vittorie de’ regii.

Il ministro Acton, per consiglio degl’inglesi, e non si sa per qual fine occulto e malvagio, fece sbarcare in Calabria un gran numero di servi di pena siciliani, e con l’apparente ragione che costoro avrebbero con più accanimento combattuto i giacobini. Ma avvenne invece ciò che era prevedibile; cioè che que’ masnadieri, invece di combattere contro i nemici del re e della patria, facessero guerra alle proprietà de’ calabresi, tanto che le bande di Ruffo voleano sciogliersi per ritornare a’ loro paesi, e difendervi le loro famiglie e le sostanze.

Il cardinale adoperò tutta la sua accortezza ed autorità per trattener presso di sé quei cittadini armati; e scrisse lettere circolari a tutti i parrochi, vescovi ed autorità calabre, esortando tutti ad armare altri cittadini dare addosso a que' briganti venuti in foggia di ausiliarii. Quelle disposizioni sortirono esito felicissimo: i servi di pena parte furono distrutti e parte arrestati; ed un buon numero, che non erano ladri, e che appena sbarcati avevano raggiunto le bande realiste, furono costituiti in una legione, comandata da Nicola Gualterio, detto Panedigrano, anche servo di pena, ma amnistiato.

Ruffo affrettò la sua marcia sopra Napoli, sapendo che i francesi avrebbero lasciato;il Regno; perché le armi de’ confederati erano vittoriose nell'alta Italia. Trovandosi in Cortona, scese al capo Alici, e da colà sen venne a Corigliano ove pubblicò, a nome del re, un Editto, col quale accordava amnistia a tutti i repubblicani, che non farebbero più guerra all'armata cristiana, Da Corigliano si diresse a Cosenza per riordinare in quella provincia il. regio governo; e poi continuò la marcia per la Basilicata. Tutti que' paesi atterrarono gli «alberi della libertà» ed alzarono la candida bandiera de’ gigli.

L’armata cristiana, forte di settemila cittadini armati, e di diecimila soldati dello sbandato esercito, proseguì la marcia in avanti; il 4 maggio giunse in Matera, ove fu incontrata dal de' Cesare, uno de' quattro corsi; costui conduceva più di cento uomini a cavallo, due pezzi di cannoni e munizioni. Il de' Cesare, pe’ servizii resi alla causa del re, fu fatto generale da Ruffo.

Vicino Matera, quasi tra confini della Basilicata e delle Puglie, sorge la città di Altamura sopra una posizione elevata. Allora copiava una popolazione di diciassettemila. anime, ed era eziandio addivenuta il covo di tutti i repubblicani di quelle province. Comandavano ivi due generali improvvisati dal governo della repubblica partenopea; un certo Mastrangelo ed un tal Palumbo.

Giunta, sotto Altamura, l’armata cristiana, i due ingegneri, Vinci ed Olivieri, si spinsero sino alle porte della città per fare una esatta ricognizione; ma più non ritornarono. Il cardinale, persuaso che i giacobini volessero far resistenza, per non far soffrire ad Altamura la sorte di Cotrone, mandò parlamentario Raffaele Vecchione, onde indurre Mastrangelo e Palombo a rendersi senza versare sangue, promettendo perdono per essi e pe’ loro dipendenti: ma neppure Vecchione ritornò a rendere risposta. Allora si risolvette prendere con la forza quella città. Per la qual cosa, l’8 maggio, il Ruffo fece stringerla di assedio dalle sue milizie regolari e dalle bande armate.

Gli assediati opposero una lunga resistenza, e mancando loro le cariche per la mitraglia, metteano pe’ tiri monete di rame. Mastrangelo e Palumbo, che aveano fatto i prodi con gl’ingegneri e col parlamentario, furono i primi ad abbandonare Altamura; mentre i loro dipendenti continuavano a difendersi disperatamente. Tutto ad un tratto il fuoco degli assediati cessò, sentendosi invece dei colpi di fucili dentro la città; indi fu silenzio.

La notte seguente, una pattuglia, avvicinandosi alla porta, detta di Matera, la bruciò e ne diede avviso al cardinale; costui corse sul luogo, ed ordinò che nessuno entrasse in città, onde salvarla dal saccheggio, intanto regnava un profondo inesplicabile silenzio: a indagare la causa fu ordinato a tre compagnie di cacciatori di entrare caute in Altamura. Ma qual fu la sorpresa nel trovare quella città vuota di abitatori! Non solo era stata abbandonata dagli armati, ma da tutta la popolazione; restandovi pochi vecchi, donne è fanciulli. Gli abitanti di Altamura erano fuggiti prima che fosse cominciata il regolare assedio, portandosi il meglio che aveano; conciossiaché sapendo pur troppo la stolti ostinazione de’ giacobini in volersi difendere, capirono che avrebbero sofferto saccheggio ed eccidii, come era altrove avvenuto. In tanto, per parte sua, il Ruffo, avendo sempre presente i tristi casi di Cotrone, e non dimenticando come il saccheggio di quella città fosse stata la causa del dissolvimento della sua armata, ordinò che questa si allontanasse d’Altamura, e che le tre compagnie de’ cacciatori andassero in cerca degli ingegneri Vinci ed Olivieri, non che del parlamentario Vecchione. Que' cacciatori, dopo lunga ricerca, rinvennero nel cimitero di S. Francesco quarantaquattro realisti incatenati a due a due e fucilati. Alcuni di que’ miseri erano morti, altri davano tuttavia segni di vita; e tra quest’ultimi erano il parlamentario Vecchione, un Padre domenicano ed Emmanuele Marzio di Matera.

Alla vista di quell’immane spettacolo, i cacciatori imbestialirono, ed il grido della loro esecrazione fu tale e sì irresistibile da giungere insino al proprio campo. Non valsero severi divieti, minaccio, ardenti preghiere; soldati e bande entrarono furibondi in Altamura ove si sbizzarrirono alla vendetta con saccheggi ed incendii.

Il solito storico-libellista Pietro Colletta, bugiardo sempre, trattandosi di vituperare i regii racconta l’assalto e la difesa di Altamura in un modo tra il romanzesco ed il poetico, senza difetto di malignità: naturalmente in una giustificata rappresaglia non gli mancarono argomenti. Dice che i regii fecero carneficina di vecchi, donne e fanciulli; che un monastero di vergini fu violato; ed a questo quadro mette la solita cornice cioè che il cardinale assolse e benedisse quelle nefandezze. Nel raccontare i fatti guerreschi del. cardinal Ruffo mi sono servito de' documenti di quel tempo, di storici veridici e contemporanei, che videro coi proprii occhi que' fatti; e più di tutti fra essi l’abate Sacchinelli; il quale accompagnò Ruffo in quella campagna militare e scrisse sul luogo degli avvenimenti. Sacchinelli non è dotto, ma è semplice e veridico; gli avvenimenti che racconta han tutt'i caratteri della verità. Egli ha narrato la difesa e l'assalto di Altamura, quali io l'ho raccontati; quindi le creazioni del Colletta, non che le calunnie cadono da sé. In Altamura non avvennero, per parte dei regii veri massacri, e il solo Colletta asserisce che fu violato un monastero di vergini; altri che scrissero prima o contemporaneamente a lui, nulla di ciò ci han detto. Quello storico però non parla mai di violazioni e libidini nel raccontare gli incendi e le uccisioni perpetrate da' repubblicani: costoro erano altri uomini! Si comprende facilmente che negli eccessi di un bellico furore avvengono violenze che la fredda ragione severamente condanna; ma calcar sempre la mano su' nemici politici e scusare gli amici non è da storico imparziale. Io che scrivo non so iscagionare le accuse a' regii, ove le trovo vere; e mi è ributtante sentire un Colletta accusar sempre i suoi compatriotti di parte regia, e poi difendere gli stranieri che straziavano la patria.

L'abate Sacchinelli, dice, che gli abitanti di Altamura ritornarono in città, mentre trovavansi ivi i borbonici; e che le donne fecero smettere l'odio e la fierezza a' bravi calabresi; i quali non solo restituirono la roba saccheggiata, ma vi aggiunsero quel peculio che aveano, frutto de' loro stessi risparmi sulla paga che esigevano nell'armata cristiana.

In quanto poi a Ruffo è da notarsi, che sebbene a costui si addicesse meglio l'uniforme da generale che la porpora cardinalizia, non gli si potrà negar mai essere egli stato un uomo di onore, cavaliere nato e generoso;: ed io lo proverò co' fatti tra non guari.

Il cardinale dimorò 14 giorni in Altamura per disbrigare varie faccende e per riordinare l'amministrazione di quella provincia. Scrisse lettere al re, dandogli conto di tutto quella che fino allora era avvenuto; accordò decorazioni e gradi a parecchi militari; ed una pingue pensione alle famiglia degli ingegneri Vinci ed Olivieri assassinati da' patrioti.

Una nave che ritornava dall'Egitto, sbattuta dalla tempesta, ricoverò nel porto di Taranto; vi era a bordo il celebre geologo e mineralogista Granet de' Dolomieu, assieme al naturalista Cordier ed a due generali francesi, Dumas e Monscour. Dolomieu scrisse a Ruffo e gli chiese i passaporti per lui e pei suoi compagni, onde continuare il viaggio per la Francia. Questi risposegli, che sarebbe stato pericoloso traversare il Regno in mezzo alle popolazioni insorte contro i francesi, e che non avea facoltà di rilasciare i chiesti passaporti. In seguito ordinò, che quo' francesi sbarcati a Taranto fossero condotti nella cittadella di Messina a disposizione del re: e furono poi restituiti alla Francia dopo che fu conchiusa la pace tra questa e Ferdinando IV.

I soliti storici-libellisti ci vogliono far credere che tutta l'Europa si fosse sollevata contro Ruffo e contro il re, e quindi stigmatizzano acremente quelle disposizioni. perchè avrebbero voluto, che lutti si fossero inchinati a que' grand'uomini francesi e avesser fatta la loro volontà. Ed io rifletto, che appunto perchè erano grandi uomini si vollero tenere prigioni, onde poter liberale altri di parte regia, caduti in potere de' repubblicani.

Alessandro Dumas, figlio del generale prigioniero, sfoggia tutta la sua eloquenza ciarlatanesca per descriverci le innumerevoli crudeltà che Ferdinando IV fece subire a que' quattro grand'uomini; mentre costoro, nella cittadella di Messina furono trattati da veri principi. Colletta dice che in Agosta (in Sicilia) sbarcarono altri 40 soldati francesi ciechi da malattia presa in Africa; e ci descrive gli agostani come tanti selvaggi montati sopra piroghe che assaltano que' ciechi e quelli ammalati, uccidendoli tutti, senza essere impediti dalle autorità: calunnie, sempre calunnie! La città di Agosta fu ed è ospitaliera e pietosa verso gl'infelici.


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CAPITOLO XII

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SOMMARIO

Le milizie francesi partono da questo regno, e son battute nella loro ritirata. I giacobini napoletani armano. Carestia. Azioni buone e cattive de’ patrioti. Sbarco de’ russi. Esercito delle Puglie. Si congiunge con Ruffo in Ascoli. Marcia sulla capitale. Si arresta per ordine del re, e riceve altri rinforzi. Congiura di Backer. Stato deplorevole di Napoli. Ruffo assedia da vicino questa città. Prime scaramucce.

Dopo i fatti di Altamura, la repubblica partenopea si era ristretta nella sola provincia di Napoli. Pronio, Mammone, Sciarpa, Salomone e Musei dominavano gli Abruzzi, ad eccezione di Pescara; e puossi asserire che in quelle provincie non allignò mai il governo giacobinesco, perché le popolazioni erano guarentite da’ cacciatori, detti di frontiera, organizzati dai marchese de' Torre. A tutti questi fatti contrarii alla repubblica, se ne aggiunse. un altro, che fu il vero colpo di grazia contro quel settario governo, cioè che i francesi, essendo stati battuti nell’alta Italia da’ confederati, Scherer, capo supremo delle forze. della penisola, avea ordinato a Macdonald di abbandonare il Regno di Napoli e congiungersi a lui. Macdonald dapprincipio occultò quell’ordine; annunciò soltanto che ai sarebbe accampato in Caserta, perché essendo Napoli città molte e deliziosa, alterava la disciplina de’ suoi soldati.

Quando però fu costretto ordinare la partenza, per occultare ha vera causa, l'orpellò con un manifesto che dicea: «Essere oramai tempo che la repubblica partenopea, pienamente godendo di sua libertà, con le sue proprie forze si sostenesse.» Consigliava infine di riordinarsi la Guardia Nazionale e le milizie regolari, per terminare una rivoluzione incominciata con si felici auspizi.

La vera causa di quella partenza già si conosceva, e il partito regio si disponeva ad attaccare i francesi nella loro ritirata. Macdonald, avendo ciò saputo, pubblicò un rabbioso manifesto, minacciando taglie di guerra, confische, fucilazioni e rovine, anche contro gli spargitori di notizie contrarie alla repubblica, gaudente Quel manifesto ora principalmente diretto contro il clero, perlocché obbligava i parrochi e i vescovi di leggerlo dal pulpito. Povero uomo: si era elevato ad autocrata! Ciò indicava il principio di una causa perduta, e il timore che le popolazioni in armi gli avessero fatto pagare col sangue le prepotenze che avea perpetrate contro di esse. Dopo che il duce francese pubblicò quelle minacce, più da selvaggio che da gallo, non potendo più prolungare la sua dimora nel Regno, a causa degli ordini del generale Scherer, che erano precisi e pressanti, ordinò che settecento francesi presidiassero castel S Elmo, duemila Capua ed ottocento Gaeta; Pescara e Ci vitella del Tronto le diede in potere di Ettore Carafa, che si era ritirato frettoloso negli estremi Abruzzi al partire dei francesi e all’avanzarsi dell’armata cristiana.

Macdonald, la notte dell’8 maggio, tolse il campo da Caserta e si avviò alla volta di Roma, dividendo la sua gente in tre colonne; una la diresse alla volta di Aquila, l’altra per Sora, la tersa per Terracina. Quelle tre colonne furono aggredite dalle popolazioni insorte. Sulle montagne di Fondi fu necessità aprirsi un passaggio con la forza, lasciando i francesi, in potere delle popolazioni, morti, feriti, armi e bagagli. Peggio avvenne alla colonna diretta verso Sora, comandata da' generali Olivieri e Vatrin. In S. Germano fu attaccata rabbiosamente; questo paese fu distrutto, e i francesi, per vendicarsi, saccheggiarono anche Montecassino. Scappati costoro da S. Germana, trovarono altra più valida resistenza al passaggio del fiume Liri, vicino Ito letta; ove avvenne un massacro di popolani e francesi, e quest'altro paese fu bruciato da coloro che erano venuti in questo Regno per portarci la civilizzazione e la libertà.

Il più terribile rovescio toccò alla colonna che marciava per la via di Aquila. Masci, che imperava in quella provincia, conoscendo che tremila francesi doveano passare da que' luoghi, mandò ordini a' suoi subalterni, e tutti si riunirono presso Antrodoco, ponendosi in agguato in Rocca di Corno. I francesi, ignari del male che loro si era preparato, passarono da quel sito senza precauzioni, e furono attaccati e circondati. Cominciò allora tuta vera carneficina, che crebbe più per gli ufficiali, malgrado che costoro si dichiarasse prigionieri di guerra, a’ briganti!... Di quella colonna di tremila uomini, se ne salvarono mille con la fuga, lasciando armi e bagagli; e vennero inseguiti a schioppettate e a colpi di pietre fino al Velino. Quegl’infelici francesi, sfuggiti al macello di Rocca di Corno, giunsero a Rieti in uno stato che faceano pietà; molti erano feriti e quasi tutti disarmati.

Macdonald, scrivendo da Montefiascone, la Toscana, al generale Moreau, il 19 maggio, non gli dice la gran disfatta da' suoi subita in quella terribile ritirata, ma non gli nasconde che: «l’esercito arriva dopo una marcia lunga e penosa, avendo costantemente combattuto sino alle frontiere. napoletane per aprirsi un passaggio, senza alcun riposo, FACENDO DA 25 a 30 miglia al giorno (lo stesso che fuggire!) L’esercito, soggiungeva, ha bisogno di cinque giorni di riposo per tutto riparare artiglierie, scarpe, (anche queste lasciarono negli Abruzzi!) armi e per ferrare i cavalli».

Tutto questo dimostra che al Regno di Napoli si volea imporre un governo odiato dalle popolazioni, mentre queste erano devote e fedeli al loro legittimo re Ferdinando IV di Borbone. Mi si dirà, che erano briganti tutti coloro che combatteano i francesi e la repubblica partenopea. Chiamateli come volete, io vi rispondo, il nome non. cambia la sostanza delle cose, e neppure gli accidenti: il certo si è che i cosi detti briganti formavano la maggioranza del popolo. Se poi per briganti si volesse intendere associazioni di malfattori, risponderei, che nessuna di quelle associazioni ha mai sbaragliato un corpo un esercito di soldati valorosi e ben diretti; come erano i francesi, e giammai questa sorta di briganti han riconquistato un Regno al loro legittimo sovrano.

Lo stesso Colletta accenna soltanto i massacri, i saccheggi, gl’incendii ed altre nefandezze perpetrate dai francesi ad Isola (Isoletta); ma senza una parola amara contro quegli stranieri, anzi sembra scusarli con dire, che si erano ubbriacati, avendo scassinate le cantine di quel disgraziato paese; egli si riserva i vituperii pe’ suoi compatriotti combattenti contro gli invasori della sua patria. Della rotta de' suoi amici giacobini, in Rocca di Corno, non dice verbo; vi pare potea far conoscere che i briganti abruzzesi 'distrussero militarmente un corpo di esercito de” più valorosi soldati del mondo?

I giacobini, che dirigevano la repubblica partenopea, rimasti senza il potente aiuto de’ francesi, loro tutori e padroni, previdero fa prossima catastrofe, e fecero di tutto per Scongiurarla. Prima misero fuori un proclama, che ordinava di armarsi tutti i cittadini da 17 a 40 anni, e correre contro le bande di Ruffo, usando melate parole di perdono verso tutti coloro che aveano combattuto contro la repubblica. Visto che quel proclama non produsse l’effetto desiderato, anzi fu pubblicamente deriso, mostrarono la loro natura ferina, minacciando esilii, carceri e fucilazioni a tutti quelli che non si fossero mostrati saldi giacobini. A forza di minacce, soprusi e violenze formarono tre legioni di Guardia Nazionale, detta di sicurezza pubblica interna, ove furono ammessi cittadini da 40 a 60 anni, è doveano eziandio presidiare i castelli. Avendo raccolto buon numero di giovani con la coscrizione, e presi a forza molti soldati del disciolto esercito organizzarono tre battaglioni di milizia, e ne diedero il comando allo Schipani. In seguito formarono altri battaglioni e li posero sotto gli ordini de’ generali Spanò e Wirtz, già uffiziali del re Ferdinando. Al generale Roccaromana diedero l'incarico di formare un reggimento di cavalleria; ma questi, come appresso dirò, non trovavasi più in buone relazioni co’ repubblicani.

Que' padri della patria vollero pure organizzare una flottiglia di barcacce per difesa del golfo di questa Capitale, e l’incarico ne fu dato al capitano di vascello Francesco Caracciolo.

I giacobini, com’è costume di tutti i rivoluzionarii, in quei momenti di terribile crisi sociale, si baloccavano con discussioni infinite sul colore dell’uniforme della truppa; ed in tanta miseria, invitarono i più rinomati architetti nazionali ed esteri, per erigere un Pantheon, ove si leggessero i nomi di de' Deo, Vitagliano e Galiani. Di più decretarono un monumento a Tasso in Sorrento, ed un altro ove giacciono le ceneri di Virgilio. Coniavano moneta di sei tornesi, (circa. 13 cent.) con la leggenda: anno settimo della libertà. Vedete quanto servilismo liberalesco! mentre dichiaravano la repubblica partenopea indipendente da quella francese, non contavano gli anni della propria libertà, ma quelli della Francia, e cominciando dall’assassinio. dell'infelice re Luigi XVI!

Intanto la carestia si facea sentire in Napoli, a causa che le provincia non spedivano più viveri; il mare era guardato dagl’inglesi, i quali impedivano qualunque commercio estero con questa città; quindi fu suprema necessità che il governo settario si occupasse seriamente a sollevare la miseria pubblica. In verità, in quella circostanza parecchi patrioti si mostrarono umani e caritatevoli; tra altri il Cirillo che fece stabilire una cassa di soccorsi per la gente più povera; egli il primo diede una buona somma di danaro, acquistata con la sua professione, essendo stato: uno de’ più dotti medici di quel tempo. La letterata Eleonora Fonseca Pimentel, che scriveva allora il Monitore, giornale poco veridico, perché magnificava sempre le cose della repubblica, occultando i rovesci della stessa, di è anche esempio di generosità; e sensibile com’ era a’ mali che arrecava la carestia, scrisse articoli sentimentali e pietosi per indurre i ricchi a soccorrere i poveri della stessa repubblica. Due signore aristocratiche la duchessa di Gassano e quella. di Popoli, ornate di tutte le grazie della giovanezza, non avendo mai sofferto i bisogni del povero, pensavano piuttosto a soccorrere la patria pericolante. Aprirono una sottoscrizione ed esse personalmente si recavano presso i ricchi per indurli a dare l’obolo patriottico. Questo esempio fu imitato da altre signore; e tutte raccolsero una non disprezzabile somma, ma troppo tenue a’ grandi bisogni della repubblica. I governanti, per sopperire alle spese della guerra, vendettero i beni del patrimonio reale; роsег fuori le cedole del Banco, le quali furono rifiutate e disprezzate, perché ognuno prevedeva che tra non guari non avrebbero più alcun valore.

L“arcivescovo di Napoli, sorpreso da patrioti in sottana о senza, о pur costretto dal governo della repubblica, pubblicò una circolare che in sostanza dicea: «Essere perii venuto a sua conoscenza l’orribile notizia comunicatagli dal governo (della repubblica), che il cardinal Ruffo assunto avesse in Calabria il nome di romano Pontefice e con l’abuso di questa autorità si affrettasse a sedurre i popoli a delitti d'ogni genere, e alla più sanguinosa strage incitandoli. Avvertire pertanto che quel mascherato Pontefice dalla comunione cattolica era separato, quindi che deponessero le armi tutti coloro che lo seguivano.» Per onore di quel povero arcivescovo, debbo supporre, che la circolare suddetta fosse stata purè resa al pubblico contro la stessa volontà del medesimo, od anche a sita in saputa ancora. Certo però che quella circolare non produsse alcuno effetto contro Ruffo, perché il vero popolo ha sempre il buon senso di conoscere da qual parte è la verità. Intanto è curioso sentire i soliti storici rivoluzionari con quanta sicumera ragionano di quella scomunica perché giovava a' loro fratelli, mentre poi fingono ridersene quando sono, essi veramente scomunicati da chi ha potestà in cielo ed in terra.

Mentre in Napoli avvenivano le cose di sopra narrate, le navi russe sbarcarono in Bari i primi 450 soldati co' corrispondenti uffizi ali. Trovandosi assieme alle medesime una corvetta, che conducen Micheroux plenipotenziario regio; questi scese a terra con cento soldati napoletani e guidò i russi comandati dal capitano Baill. Da Bari passarono a Barletta, e lasciarono in quel castello una piccola guarnigione. Trovandosi colà il conte Traiano Marulli, caldo realista, accolse cordialmente il Micheroux, antico suo compagno d'armi nel disciolto esercito regio. Tutti e due decisero raccogliere i soldati sbandati o ingrossare quel piccolo esercito e marciare sopra Napoli. Micheroux e i russi si recarono a Foggia, città in possesso de' repubblicani, e senza ostilità, anzi con la cooperazione degli stessi governanti, se ne resero padroni a доте del re legittimo. Intanto il conte Marulli, pon la sua popolarità e col suo danaro, raccolse mille soldati, che, quasi tutti, si presentarono con le divise e le armi, alcuni anche co' cavalli che teneano occultati. Avendo aggiunto al suo piccolo esercito sessanta cavalieri e due pezzi di cannoni presi dal castello di Barletta, marciò con la sua gente per Cerignola, ingrossandosi per via con altri cittadini armati. Raggiunse Micheroux e Baill in Montecavallo; e tutti uniti con rapida marcia si diressero ad Ariano, ove giunsero il 10 maggio.

Il generale Federici, già uffiziale della cavalleria regia, che si avanzava da Napoli alla testa di una colonna di repubblicani, giunte presso Ariano, retrocesse a Capua, temendo di essere circondato, non solo dalle truppe che si avanzavano dalle Puglie, ma dalle masse armate che brulicavano in tutti quei paesi.

I regii in Ariano, ebbero tutto il tempo di organizzarsi ed ingrossare le loro file coi soldati, sott’uffiziali ed uffiziali dello sbandato esercito regio. Si formarono eziandio due squadroni di cavalleria mercè le cure di don Filippo Albanese, di Ariano, già cappellano del reggimento Principe; il quale Albanese, zelante per la causa del re, procurò cavalli, selle ed arnesi. Que' due squadroni di cavalleria, accresciuti dip poi con altri venuti da Sicilia, formarono un reggimento denominato l’aldinato. L’artiglieria venne aumentata d'altri cannoni, dandosene il comando all'uffiziale Domenico Marulli, fratello del conte Trajano.

Il cardinale Fabrizio Ruffo, dopo di avere sistemato varii affari urgenti in Altamura, marciò con la sua gente per Menù e Poggio Ursini, indi ad Ascoli; ove la sua presenza salvò non pochi giacobini che la plebe volea uccidere. Ivi ricevé un messo di Pronto, che gli domandava istruzioni, e gli ordinò di assediare le fortezze di Pescara e Gaeta. In Ascoli ricevé eziandio gl’inviti del Gran-Visir, il quale gli manifestava, che in conseguenza del trattato di alleanza, avrebbe potuto fare sbarcare alcune migliaia di turchi per congiungersi l’armata cristiana. Questa offerta fu imbarazzante pel cardinale, che»on trovava conveniente congiungere la Mezzaluna di Maometto con le insegne cristiane Però, non volendo, dare un’assoluta negativa, rispose; Che il soccorso mandato dal Granvisir era assai utile ed opportuno, ma che sarebbe stato meglio sbarcare i turchi vicino Napoli, ansi che farli marciare per quelle montagne, ove non vi erano strade comode.

Lettori benevoli, dalla possibile unione dei turchi coi cristiani in quella guerra del 1799, potete supporre quante catilinarie scrivessero i soliti storici diffamatori, atteggiati in tal circostanza a zelatori del nome cristiano. Ma essi non vedevano о non voleano vedere più lungi dal loro naso; l'intervento de' turchi in quell’anno, in aiuto dei cattolici, dimostra che Dio si serve spesso dei suoi stessi nemici per abbatterne altri, specialmente quando si tratta del trionfo della Cattolica Chiesa e del Vicario del suo divino Figliuolo; ma di ciò in appresso ragionerò più a lungo. In Ascoli si tenne un gran Consiglio tra Ruffes Micheroux, Marulli, Carbone e Baill, e fu stabilito il modo di marciare sopra la Kapitale. L’armata cristiana fu divisa in parecchie colonne; il conte Marulli marciò ab l’Avanguardia alla direzione di Benevento per giungersi con de' Cesare in Capitanata. Ruffo, dopo di avere ordinalo alle bande del Rilento di avanzarsi nel Salernitano, marciò реr la valle di Bovino e giunto ad Ariano, ricevé don Scipione la Marra, che era stato mandato dal re, consegnandogli alcune istruzioni scritte dal medesimo sovrano, ed una bandiera ricamata dalla regina e dalle principesse reali. Da un lato di quella bandiera erano le armi regie con l’epigrafe in lettere di oro, Ai brani Calabresi dall’altro la croce col motto: In hoc signo vinces. L’inviato regio era anche latore di una lettera, scritta a nome della regina, delle principesse reali e del principe ereditario, e diretta allarmata cristiana nella quale si lodava la bravura e la fedeltà, esprimendo il compiacimento e la riconoscenza del l’augusta famiglia.

Ruffo in Ariano ricevé la sottomissione di varie città e paesi. Benevento, sotto l’impero repubblicano, all'apparire delle schiere borboniche, alzò gli stemmi del re e del Papa.

Il duca di Rocca romana che tanto valorosamente avea combattuto nell'esercito regio contro i francesi, rimasto in Napoli, si era cooperato a salvar questa città dall’anarchia; fu scelto da Championnet a formare un reggimento di cavalleria, il primo corpo regolare di truppa napoletana che si ebbe la repubblica partenopea. Quel duca, essendo ben veduto dai francesi, perché valoroso e popolare nelle masse, si attirò l’odio de' suoi emuli, e fu accusato che avesse lavorato pel legittimo sovrano; per la qual cosa si ritirò nelle sue terre. Quando intese che il cardinal Ruffo si avanzava sopra Napoli, si presentò allo stesso, offrendo i suoi servizii: fu accolto con piacere, e destinato a tenere a segno i francesi chiusi in Capua, adempiendo a maraviglia quella commissione. Pietro Colletta lo accusa di avere egli assoldato una legione di cavalleria a spese della repubblica e di averla poi consegnata ai Ruffo. Ciò non è vero, Roccaromana aveva assoldato una legione a proprie spese; è certo però che nella vita politica di costui si trova qualche lacuna.

Già l’armata cristiana stringeva più da vicino la capitale; i soldati e le masse campeggiavano tra Massa, Avellino, Nola e Caserta. Grandi aiuti giungevano d'armi e di armati ed era tutto pronto per una decisiva battaglia, quando giunse a Ruffo una lettera del Re, con la quale gli si ordinava, sospendere la marcia sopra Napoli, per la ragione che il principe ereditario si era imbarcato sopra un vascello inglese per recarsi nel porto di questa città; ove la squadra d’Inghilterra unita all’altra del Portogallo farebbero una dimostrazione ostile, sperando che i giacobini si rendessero, senza esporsi alle conseguenze di un regolare assedio, о ad uno assalto. Questo desiderio di Ferdinando IV dimostra il suo buon cuore; egli volea impossessarsi di Napoli, abborrendo le devastazioni e il sangue Ruffo obbedì: l’armata cristiana arrestò la sua marcia e prese posizioni convenevoli a qualunque evento.

In quella sosta dell’esercito borbonico, altri armati si unirono al medesimo. La flotta turca, partita da Corfú, avendo inteso che i Tassi erano sbarcati nelle Puglie, fece anche essa sbarcare parecchi suoi soldati marinari, che a marce forzate raggiunsero i regi a Nola. Leon del Toro, ricco possidente di quelle contrade, avendo raccolto popolani e soldati sbandati, li armò a proprie spese e si uni al conte Marulli. Lo stesso fece il giovane Vito Nunziante, già alfiere nel disciolta reggimento Lucania, ove Tanno precedente si era battuto da valoroso contro i francesi; raccolse, armò e vesti a sue spese gran numero di soldati del disciolto esercito, ne formò un reggimento detto Montefusco. Tutta quella gente fu messa sotto gli ordini del colonnello Luigi de' Gambs, già nominato brigadiere, al quale fu imposto di guardare lè spalle all’armata cristiana, nel caso che i francesi, racchiusi in Gaeta ed in Capua (uscissero per tentare qualche diversione.

Napoli, bloccata da mare e stretta di assedio da terra, soffriva il più terribile flagella de’ popoli, la fame! Il partito giacobino, già discreditato per le sventure che soffriva la patria, era causa che i borbonici di questa città alzassero baldanzosi la testa, ed oprassero per la restaurazione del legittimo principe. Un Vincenzo Bruno detto il cristallaro, arruolava lazzari per opporli a’ rivoluzionari, un Tonfano, fatto capo di congiurati, si era messo in relazione col cardinale Ruffo, e preparava l'estremo colpo alla morente repubblica. Un Backer, svizzero dimorante in Napoli, avea ordita la più terribile delle congiure, non dissimile de’ Vespri siciliani: avea fatto segnare le case de' giacobini più arrabbiati, per ucciderli nel momento che le squadre inglese e portoghese fossero arrivate nella rada di questa capitale. A causa di quest'ultima congiura accaddero due casi miserandi, uno a danno della parte giacobina, che fece e fa ancora sbraitare i cosi detti liberali.

Tutti i congiurati ed amici di Backer si ebbero un giglio in ricamo, per conoscersi nel momento del massacro. Quel segnale di riconoscenza naturalmente fu anche dato al capitano Backer fratello del capo della congiura; il quale, volendo salvare una giovane ch’egli amava, Luigia Sanfelice, diede a costei il giglio ed incauto le svelò la congiura.

La Sanfelice però avea un altro amante, mentre Backer dovea sposarla, ed era un certo Ferri di parte repubblicana; sia per salvarlo о per farsi merito presso i giacobini, svelò a costui quanto aveale confidato il Backer. Avvertiti quindi i governanti da Ferri, fecero arrestare i fratelli Backer ed altri congiurati, che furono fatti dippoi assassinare sotto un arco di Caste ¡nuovo La Sanfelice, che a qualunque costo avrebbe dovuto tacere il nome di colui che amandola troppo intendeva salvarla, spietatamente lo accusò e così il fece massacrare, mentre essa veniva dalle turbe assassine proclamata madre della patria. Misera madre se tradisce i figli! Qual fu la sorte di costei lo dirò a suo tempo.

I repubblicani, in cambio di unirsi e scongiurare la imminente catastrofe, si bisticciavano tra loro; voleano uccidere alcuni perché gli erano mostrati ligi a' francesi, ed altri perche aristocratici, sebbene avessero servita la repubblica. Si doveano far morire Pignatelli, Monteleone, Bruno, Doria ed altri; e fu gran fortuna per costero ottenere in grazia l’ostracismo. Si destituirono quasi tutti gl'impiegati e funzionarti, per surrogarli con altri che non aveano ancora gustato il banchetto della repubblica. In que’ giorni i poveri giacobini aveano perduto il ben dell’intelletto; imponevano a' preti e frati di predicare ai lazzaroni che Cristo e i suoi santi fossero stati repubblicani come essi si declamavano per le vie e per le piazze le tragedie di Alfieri, allora allora pubblicate. Si perseguita vano coloro che si chiamavano Ferdinando, Francesco о Carolina, se non avessero cambiato il nome in quello di Bruto, Cassio, Masaniello, Veturia о Cornelia. Per colmo di pazzia si aperse una sottoscrizione pubblica, ove i più arrabbiati repubblicani andarono a segnare il loro none, con aggiungere epiteti odiosi contro il re, e minacce di massacrarlo assieme alla real famiglia.

I capi della repubblica nulla trascurarono per. accrescere quel baccano, e per mettere maggior confusione e spavento nella città. Di fatti, scimiottando sempre i fratelli giacobini dì Francia, eressero un tribunale rivoluzionario, il quale procedeva cogli stessi principii e colla stessa tessitura di processo del terribile comitato di salute pubblica eretto in Parigi da Robespierre. Lo storico. Vincenzo Coco, che si atteggia ad umanitario, trattan dosi di repubblicani suoi fratelli, quasi deplora che quel terribile tribunale si fosse eretto in Napoli troppo tardi.

Il governo giacobinesco ordinò, che la popolazione si ritirasse nelle proprie case, al terzo colpo del cannone tirât«» da Castelnuovo, dando la facoltà alle pattuglie di uccidere i cittadini che trovassero per le vie dopo quel segnale stabilito. Decretò il sequestro de’ beni di tutte quelle persone che si trovavano in Palermo presso il re; imprigionò i parenti del cardinal Ruffo, non che i sospetti di borbonismo. Di costoro si fece una retata, ma si doveano mettere in prigione quasi tutti i napoletani! Quindi, si videro nobili signori e signore, arrestati e trascinati da' manigoldi a Castelnuovo. Al povero Cardinal Fabrizio Ruffo era stato già messo un grave taglione sul capo, sin da quando sbarcò in Calabria; ed in que’ giorni, si rinnovò quella legge tanto civile, soltanto lecita redentori della patria.

In quell'orrendo baccano, salta fuori il generale Matera, ritornato in patria co’ francesi, soldato valoroso, ma spietato e sanguinario, e fa un feroce progetto per assalire l’armata cristiana con le milizie repubblicane, rinforzate da' francesi, che si trovavano in castel S. Elmo, a capo de’ quali era un Mégéan. Costui, venale com'era, chiese mezzo milione di ducati per battersi contro i regi. Matera gli promise quella somma; ma i governanti si negarono di pagarla, per la semplice ragione che non l'aveano. Allora costui fece un altro progetto infame e bestiale, non avendo ritegno di proporre: «Fatemi padrone della vita di dodici persone a mia scelta, ed io mi obbligo pagare il mezzo milione chiesto da Mégéan, e di consegnare alle casse della finanza altri trecento mila ducati per le spese della guerra.» Altro che Manzi e Pilone…!

Quell'infame progetto fece inorridire gli stessi ascoltanti, forse i meno feroci; e suppongo che non avesse avuto effetto, perché mancò ¡1 tempo; dappoiché il Ruffa era giunta alle porte di Napoli. Manthoné ò rispose da; prosuntuoso spavaldo al discorso di Matera dicendo: «Non abbisognare francesi per com u battere i nemici della patria; un repubblicano valere por dieci regi — Frase copiata poi da Garibaldi al 1860! La direzione e i mezzi per difender Napoli, furono affidati al supremo generale Manthoné;. Il quale avea organizzata una legione di calabresi, che erano stati ben picchiati in Calabria, ed aveano odii e vergogne da vendicare; perché sulla loro bandiera aveano scritto; Vincere, vendicarsi, morire. Dopoché il supremo generale arringò l'esercito; con grande apparato marziale e con l'intervento de’ governanti, si recò alla piazza del Mercatello, conducendo i prigionieri borbonici ben ligati; ivi si bruciarono le bandiere del re Ferdinando ed alcune fedi bancali. Il Colletta assicura che quelle fedi ascendevano alla somma di un milione e seicentomila ducati (19). I prigionieri, che attendevano rassegnati la stessa sorte delle bandiere e della fedi bancali, furono invece messi in libertà, con grande gioia ed applausi della popolazione. Dopo quella funzione, detta patriottica, Tunica e sola fatta da’ giacobini, si can tò, si ballò intorno all’albero della libertà, e si contrassero matrimonii civili, cioè pagani.

Finita la festa patriottica, Manthonè divise così le milizie repubblicane: Wirtz, con la legione ca labra e parte della Guardia Nazionale, fu destinato a custodire la città; Schipani fu mandato alla Tolta di Salerno contro Sciarpa e de' Curtís, Bassetti contro Mammone e Fra Diavolo dalla parte di Capodichino, Spanò contro de' Cesare che si avanzava da Caserta, ed egli marciò contro Ruffo.

Il cardinale, trovandosi in Noia, aspettava la comparsa della flotta anglo-portoghese per far nella rada di Napoli la promessa dimostrazione di ostilità, onde costringere i repubblicani a rendersi senza versar sangue e senza recar danni alla città, Non volendo rimanere inoperoso, ché sarebbe stato fatale alla disciplina delle sue bande. armate, si decise a stringere più da vicino la capitale; e così mettersi in relazione co’ capi della promessa flotta. Levò il campo da Nola e si diresse a Resina; colà intese che la progettata dimostrazione navale non avea più luogo, perché le navi inglesi erano ancora lungi da questi paraggi; ma gli fu annunziato invece, che erano sbarcati a Sorrento cinquecento granatieri mandati da Palermo; e che la fregata inglese Sea-Horse e l’altra siciliana la Minerva, appoggerebbero dalla parte di mare, le operazioni dell’armata cristiana.

Ruffo, da Resina la sera del 12 giugno, emanò le opportune disposizioni per investire la capitale il mattino seguente; e siccome Schipani si trovava alle spalle de’ regii, ordinò a Sciarpa e Panedigrano che si avanzassero da Salerno per attaccarlo di fronte, e alla milizia di Castellammare, comandata dal colonnello Tschudy, di prenderlo di rovescio. Queste disposizioni non ottennero un totale risultato; conciosiaché né Tschudy era giunto a Castellammare, né Sciarpa a Salerno. Schipani, indovinando il pensiero di Ruffo, e prevedendo di essere circondato di nemici, si decise ritirarsi a Napoli a qualunque costo. Mandò innanzi una numerosa schiera per sorprendere e rompere i re rii, accampati in Resina, e così aprirsi la ritirata. Ma fu assalito da Panedigrano quando meno sé l'aspettava; i suoi l'abbandonarono, alcuni si unirono al medesimo Panedigrano, altri fuggirono lasciando un cannone, e si salvarono con lo stesso Schipani tra Torre Annunziata, e Torre del Greco.

Manthonè, con tremila uomini, uscì da Napoli; giunto alla Barra fu assalito da’ cittadini in armi postati a’ balconi e sopra i tetti: scemato d’uomini e di ardire, ritornò vinto in città. Anche Bassetti fu respinto sopra Napoli da fra Diavolo; che si avanzava da Capodichino.

Quello stesso giorno 12 giugno, la fregata inglese e l'altra siciliana cannoneggiarono il forte del Granatello, mentre dp Filippis, comandante de’ calabresi borbonici, assaltava i repubblicani fortificati nel palazzo reale di Portici; i quali vedendosi assalire da mare e da terra, fuggirono per mettersi in salvo al di la del Ponte della Maddalena.


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CAPITOLO XIII

SOMMARIO

Giornata del 13 luglio 1799. Presa del forte del Carmine. Disfatta di Schipani. Saccheggi ed Orrori in Napoli. Il 15 la città è occupata quasi intiera da’ regii. Altri combattimenti, disordini e saccheggi. Editto di Ruffo. Dopo varii combattimenti, i repubblicani capitolano.

Sorgeva il nuovo sole del 13 giugno 1799, epoca memoranda per questa città! I borbonici bivaccavano in varii campi, e cominciarono ad avanzarsi sopra Napoli; quando giunsero nel largo di S. Giovanni a Teduccio furono fulminati dall'artiglieria del forte Vigliena, e da un fortino di trentatré cannoni e. due mortai, eretto provvisoriamente innanzi il ponte della Maddalena; perlocché furono costretti ad arrestare la loro marcia. Però i valorosi calabresi, comandati dall’intrepido colonnello Francesco Rapini intolleranti dello indugio, si slanciarono contro il forte Vigliena, ad onta che fossero in pari tempo decimati dalla flottiglia comandata da Francesco Caracciolo. Quell’assalto fu sanguinoso; assaliti si difendevano con furente ostinazione di partigiani; uguale era il valore degli assalitori; i fratelli combatteano i fratelli; erano calabri contro calabri! Orrenda sventura delle guerre civili! Non avendo quel forte alte mura» i borbonici spazzarono a fucilate la cortina, e l’uno sulle spalle dell'altro scalarono quelle mura. Allora, la mischia divenne sanguinosissima cd accanita, perché si combattea corpo a corpo, e nessuno volea cedere. Però gli assaliti, conosciuta inutile la difesa, vollero risparmiarsi per rinforzare il campo repubblicano; quindi si gettarono dalle mura é fuggirono nondimeno parecchi perirono sotto quel forte, che da valorosi aveano difeso. I regii, appena di venuti padroni del luogo contrastato, abbate terono la bandiera tricolore, ed issarono quella regia. Erano rimasti sul terreno di quella cruenta lotta i feriti regii e repubblicani, e tra questi ultimi eravi il prete Antonio Toscani di S. Caterina, in Calabria, che il Colletta dice di Cosenza.

Costui si strascina insino alla polveriera, e preso da disperato furore, di fuoco alle polveri. Salta in aria il forte, e con esso quanti erano in quelle mura, amici e nemici (20). Checche ne dica il Colletta, lo scoppio del forte Vigliena, in cambio d'incoraggiare i repubblicani li sbalordì: ed invero«è naturale, un forte che va a soqquadro arreca più spavento agli aderenti di coloro che lo difendono, anzi che a’ partigiani di quelli che lo assaltano. In effetti, appena avvenuta quella catastrofe, Caracciolo rientrò nel porto cón taita la flottiglia, e la maggior parte dei repubblicani, che combatteаnо al Ponte della Maddalena si diedero a precipitosa fuga.

Le schiere russe, alla carica, si resero padroni del fortino e dei ridotto eretto innanzi a quel ponte; ed usando l'artiglieria leggiera, arrecarono gravi danni a' difensori già sbalorditi ed in fuga. I borbonici cominciarono attera ad avanzarsi baldanzosi sulla destra sponda del fiume, e primo di tutti, il colonnello Carbone, alla testa del reggimento real Calabria; giunto sul ponte vi trovò una residenza inattesa. il generale repubblicano Wirtz ci era lanciato in mezzo a' fuggiaschi, e con minacce e preghiere aveali fatti ritornare alla difesa del ponte. Luigi Serio, vecchio di 67 anni, onore dei foro napoletano, e poeta estemporaneo, si era unito a Wirtz per rianimare i fuggitivi con la parola e con l'esempio. Era egli quasi cieco, e alla cieca si spinse contro i regii, conducendo una mano di armati; ma fu ucciso vicino al ponte assieme ad un suo nipote. Mentre il generale Wirtz combattea valorosamente, cadde anch’egli mortalmente ferito; venne condotto a Castel nuovo ove spirò. I suoi dipendenti, tutti calabresi, soccorsi da quelli lasciali a guardia della città, non avviliti della perdita del toro prode generale, continuarono a contrastare la marcia de' regii. Però i borbonici di dentro Napoli, uniti a' lazzaroni, sprezzando gli ordini de’ capi della repubblica, uscirono dalle loro case gridando: Viva il re! attaccarono i calabresi alle spalle e ne fecero un vero macello.

Ruffo, profittando di quel diversivo e di que’ disordini, si avanzò con la sua geni fino al principio della via della Marinella, Fra Diavolo e Mammone, da Capodichino inseguivano Bassetti, già ferito, che si ricoverò pure in Castelnuovo; altri fuggiaschi repubblicani voleano salvarsi in S. Elmo e furono, respinti da’ francesi.

Tutt i giacobini, in quell’ora nefasta per essi, fuggivano e la maggior parte cercava asilo ne’ castelli della città. Nel Castelnuovo si rifugiarono i ministri, i quinque viri del Direttorio e molti partigiani; appena giunti colà, per libidine di vendetta e senza scopo, fucilarono i fratelli Bacher ed altri complicati nella congiura svelata dalla Sanfelice; e cosi finirono, le stragi di quel memorando giorno 13 giugno del 1799.

Quella sera, i regi si accamparono sulla sinistra riva del fiume Sebeto; l’artiglieria russa venne situata sul potile della Maddalena; molti turchi e calabresi bivaccarono sulla sponda destra del medesimo fiume, per guarentire l'artiglieria e il campo da, qualsiasi sorpresa.

I repubblicani erano in possesso de’ castelli della città, e quelli che furono respinti da S. Elmo da’ fratelli francesi, si fortificarono nel vicino monastero di S. Martino; altri occuparono il quartiere di S.(a) Lucia e quello di Pizzofalcone. II popolaccio, lasciato libero, fece man bassa sopra i giacobini che incontrava alla spicciolata, saccheggiando anche le case di costoro. Le devastazioni e i massacri più orribili avvennero in Napoli prima che i regi fossero penetrati nell'interno. È ben naturale, che gli scrittori di parte avversa, attribuiscono a' borbonici ciò che di crudele si perpetrò in questa capitale nella notte del 13 al 14 giugno di quell'anno nefasto. Il certo è che leggendo Coco e Colletta, si rivela chiara la contraddizione de' medesimi; mentre essi ci assicurano che i regi rimasero fuori la città la notte del 13 giugno, vogliono poi addebitare a costoro tutto quello che successe di turpe e di crudele in quella medesima rotte. Il Colletta ci assicura eziandio, che il cardinale volle rimaner fuori, per tema che le tenebre aiutassero preparate insidie del nemico, e che il popolo festeggiava la vittoria de' borbonici con luminarie e plausi, soltanto disturbati dalle cannonate tirate dai castelli contro i festeggianti e dalle uscite de’ repubblicani da’ forti per farli tacere a colpi di moschetto e di baionetta. Dopo tutto ciò, non so capire come si possa addebitare a’ regi quel che avvenne in questa città la notte del 13 al 14 giugno.

Se questi due storici avessero scritto senza spirito partigiano avrebbero dovuto dire, che la causa vera di tutti i mali, che soffrì Napoli in quelle luttuose circostanze, furono i giacobini, i quali voleano prolungare una lotta che non poteva oramai avere più speranza di riuscita per essi.

I sovrani veramente amanti della loro patria si sono piuttosto contentati perdere il treno anzi che esporre la capitale a’ furori di un assalto di milizie straniere о alla guerra civile. Tutto il contrario oprano i redentori de' popoli, il cui amor dì patria si riduce a sfrontatissima ambizione, e quindi non retrocedono in faccia alla distruzione de’ grandi centri di popolazione, quando tutto per loro è irremissibilmente perduto.

Cosi facendo adempiono i precetti della setta, la quale prescrive a' suoi adepti: «Quando le città non possono esser nostre, che sieno distrutte, о da noi о dal nemico i«stesso; almeno ci resterà il vanto di farlo regnare nelle rovine, e di chiamarlo barbaro distruttore della patria.» Questo precetto settario fu anche messo in esecuzione in Parigi nel 1870! Ho detto altrove che Coco e Colletta dicono spesso delle verità perché trascinati dall’evidenza dei fatti, e quindi non di rado si contradicono. Difatti ecco quanto narra il primo a proposito de’ saccheggi e degli assassini! di Napoli nel suo Saggio storico sulla Rivoluzione di Napoli del 1199 § XLVIII:

«Il partito migliore sarebbe stato quello di abbandonar la città, e, fatta una colonna di patrioti, che allora forse per la necessità sarebbe divenuta numerosissima, guadagnar Capua per la via di Aversa о Pozzuoli. Questo era stato il progetto di Girardon, che comandava in Capua le poche forze francesi rimaste nei territorio della repubblica napoletana. Se questo progetto fosse stato eseguito, Napoli non sarebbe divenuta come addivenne teatro di stragi, d'incendi, di scelleraggini e di crudeltà, ed ora non piangeremmo la perdita di tanti cittadini.»

Tutto ciò prova quel che ho detto di sopra cioè che la causa primaria delle stragi, dеgl'incendii, delle scelleraggini e delle crudeltà furono i così detti patrioti, che vollero rendere la Capitale un campo di battaglia, senza alcuna speranza di vincere. E dopo che si stampano simili brani, senza badare alla contraddizione in cui si cade, si addebita al solo cardinal Ruffo tutto quello che successe in Napoli di scellerato e di turpe nel giugno del 1799!

la stessa sera di quel giorno 13, il cardinale ricevé la notizia che i suoi parenti, tenuti in ostaggio a Monteoliveto erano fuggiti, e gli cadde nelle mani una lettera che il generalissimo Manthonè scriveva a Schipani, nella quale gli ordinava di assalire i regi alle spalle, mentre egli li avrebbe attaccati di fronte, coadiuvato da’ francesi di S. Elmo e di Capua.

Ruffo, per non essere preso di rovescio, diè subito le disposizioni occorrenti per tendere un’imboscata a’ nemici che voleano sorprenderlo; ordinò all’ispettore di guerra in Portici di tenere d’occhio Schipani, e quando costui si fosse avanzato, sorprenderlo di ¿anco e alle spalle. Spedì sulla via di Aversa parecchie bande armate, per oprar lo stesso co’ francesi, se veramente costoro fossero usciti da Capua per correre sopra Napoli.

Mentre si prendevano siffatte misure, s’intese un allarme dalla parte della Marinella, accompagnato, da un fuoco di fucileria ben nudrito. Questo nuovo avvenimento conturbò il cardinale; ma immediatamente gli si fé conoscere che i calabresi ed i turchi, accampati sulla destra del Sebeto, consigliati e diretti da’ paesani, aveano sorpreso il forte dei Carmine e se n’erano resi padroni.

Quel fatto, sebbene dispiacque al porporato, perché eseguito senza suo ordine, non pertanto fu da lui riconosciuto vantaggioso essendo quel forte utile alle operazioni militari ed atto a tenere a segno le navi nemiche che trovavansi net porto.

Al primo sorgere del sole del 14 giugno si osservò che castel S. Elmo facea continui segnali a Caste In uovo; Ruffo fu avvertito che Schipani si avanzava da Torre del Greco con numerose masse; immediatamente spedi il generale de' Sectis con forte colonna dì calabresi. Schipani davvero si avanzava e senza precauzione; perlocché fu sorpreso presso Resina e disfatto totalmente, perdendo anche l'artiglieria. La maggior parte de' suoi si diedero a’ regi; egli fuggì con pochi compagni, ma venne arrestato da paesani presso Salerno e condotto a Procida per essere giudicato, essendovi colà una Giunta di Stato che giudicava i rei di fellonia.

Il cardinale non si spinse quel giorno sopra Napoli, perché sospettava di essere attaccato dalla guarnigione francese di Capua, e più di tutto perché avea iniziate pratiche per far desistere i repubblicani da nuove ed inutili offese. Egli non volea prendere di assalto la città, temendo che le sue bande si abbandonassero al saccheggio. Ma i giacobini, nulla curando i mali che arrecava quella guerra, erano decisi a continuar la pazza letta; anzi le offerte fatte a loro vantaggio per capitolare le giudicarono un effetto del cattivo stato in cui si trovassero i regi, lusingandosi che da un momento all’altro fosse giunta nella rada la squadra gallo-ispana per soccorrerli.

Mentre Ruffo tenea la sua gente raccolta fuori Napoli, i lazzaroni, uniti ad un gran numero di persone de' paesi circonvicini ed entrate per porta Nolana, diedero il sacco a quella parte dell'infelice città e non vi fu iniquità che non si commise.

Si sparse la voce che i repubblicani avessero delle corde per ¡strangolare i lazzaroni ed educare i figli di costoro senza religione. Per quanto stupida e maligna fosse questa diceria, prova perd in quale concetto si tenessero dal popolo i liberali di allora. Quindi si assaltarono le case sospette e guai ove si fossero trovate corde! Un certo Cristofaro, macellaio, che ne avea un deposito in casa per uso del suo mestiere, fu inesorabilmente assassinato e la sua testa, portata in trionfo sulla punta di una baionetta. Si rubava e si uccideva alla cieca ed anche furono vittime non pochi caldi borbonici.

11 cardinale non potea al. certo impedire quelle iniquità, trovandosi fuori Napoli; e con ragione temea che fosse entrato con la forza, essendo sicuro che non poche delle sue bande si sarebbero unite a' saccheggiatori e a' manigoldi. L'abate Sacchinelli, nel narrarci la campagna di Ruffo, non ci occulta che tra quelle bande armate si trovasse non poca gente che volea pescare nel torbido; si ¿-perciò che il cardinale temporeggiava ad entrare in Napoli e volea indurre i giacobini a capitolare. Mi si potrebbe dire: — Giacché quel porporato conoscea avere nella sua armata cristiana simile gente pericolosa, perché non cacciarla via? — È facile ciò a dirsi, ma difficile, anzi direi quasi impossibile a mettersi in esecuzione; quella gente malintenzionata avrebbe fatto per lo meno una rivolta, si sarebbe unita a’ giacobini contro di lui, e Napoli sarebbe stata messa a soqquadro con più furore. Mi si potrebbe anche obbiettare:— Perché dunque condusse quella gente fin dalle Calabrie? —La condusse, rispondo, perché non la conoscea e non potea conoscerla; e se nella sua eccezionale posizione avesse voluto inquirere sul passato e sugl’istinti di tutti coloro che lo seguirono, non gli sarebbe bastata tutta la sua vita. Fece egli una guerra di popolo contro i rivoluzionarii, ed era nella dura necessità di accettar tutti quelli che lo seguivano, non trovandoli in flagrante delitto. Si è gridato e si grida ancora contro il cardinal Ruffo pe’ saccheggi ed i massacri avvenuti in Napoli dal 13 giugno al 16, mentre egli non ha colpa alcuna, anzi fece di tutto, come vedremo, per impedirli, e con la compromissione di farsi sfuggire dalle mani la vittoria.

Del resto, se vogliamo ricordarci la storia di tutt’i tempi e di tutte le nazioni, non ci recherà maraviglia che Napoli avesse soffertosaccheggi e peggio nel giugno del 1799. Se le città conquistate a viva forza dalle truppe regolari, ben disciplinate e meglio dirette, han sofferto sempre danni d’ogni maniera, come volete che questa gran capitale presa di assalto da truppe raccogliticce e da bande armate fosse stata preservata dalla sorte comune, quando ferveano le passioni civili le più sbrigliate? A chi sono imputabili i mali di quella guerra, già l'ho detto e non occorre ripeterlo.

Mentre in Napoli si rubava e si assassinava, il cardinale ricevé un corriere mandato da Palermo, con una lettera autografa del re; il quale lo avvertiva che una numerosa squadra gallo-ispana, con truppa di sbarco, era entrata nel Mediterraneo, e che probabilmente si sarebbe diretta a Napoli per soccorrere i repubblicani; quindi gli ordinava di non avanzarsi nella provincia di Napoli, ma prendere posizione in qualche luogo sicuro.. Quando il re scrisse quella lettera, Ruffo trovavasi ancora nelle Puglie, e per un felice sbaglio, il corriere si diresse alla volta di quelle province, facendo la via delle Calabrie e Basilicata; se fosse giunto a tempo, l'armata cristiana sarebbe rimasta tra Ariano e Benevento. Quell’ordine sovrano non era più eseguibile, dato pure che fosse giunta la. squadra gallo-ispana, il retrocedere avrebbe arrecato lo sbandamento di quell'armata; si è perciò che il cardinale si decise rimanere alle porte di Napoli, e far di tutto per entrarvi senza più versar sangue.

Nella notte del 14, dispose la sua gente in modo, da essere occupata tutta intiera la città nel mattino seguente. La divisione di Panedigrano prese posizione alla Madonna dei Sette Dolori, S. Lucia al Monte e S. Nicola Tolentino, e ciò per tenere a segno i francesi racchiusi in S. Elmo. L altra divisione di de' Filippis si estendeva da Montecalvario al Ponte di Ghiaia; la strada Toledo fu occupata dai russi e da quattro battaglioni di fanteria napoletana. de' Sectis occupò la stra del Piliero, Piazza di Porto e quella di S. Giuseppe, per sorvegliare Castelnuovo; Micheroux e Carbone, con un’altra divisione ata va no in sostegno di de' Sectis e de’ russi lungo Toledo. Tschudy, con un reggimento fu destinato alla Riviera di Ghiaia; e il capitano Foothe eresse colà un fortino per bat tere il Castello dell’Uovo. La flottiglia ebbe l’incarico di guardare il porto, per non far uscire о entrare navi nemiche.

La mattina del 15, i repubblicani, chiusi in Castelnuovo, si spaventarono nel sentire che Napoli era quasi tutta occupata da regi, ed alcuni avrebbero voluto approfittare delle proposte di pace, che erano state fatte dal cardinale; però prevalse l’opinione del generalissimo Manthonè e d’altri capi, cioè da non cedere, ma battersi ad oltranza; e di fatti si cominciarono le ostilità con disperate furore. I patrioti erano battuti dovunque e quelli che cadeano nelle mani del popolaccio, venivano straziati e messi a morte. I lazzari ed altra simile gente, profittando di quel disordine, ricominciarono i saccheggi delle case de' giacobini e de' borbonici.

Il cardinale dolentissimo per quella feroce anarchia. consigliato dal marchese Simonetti, nominò una Giunta di Stato per giudicare i ribelli; ma il vero scopo era quello di punire i saccheggiatori e gli assassini. Per la qual cosa pubblicò un severo Editto, col quale dicea: che al popolo era lecito usar la forza contro quelli chiusi ne Castelli, che tuttavia persistevano nella ribellione, e contro gli altri che resistessero contro le armi di S. M. il re. Ma tutti colore che non sono attualmente con le armi alla mano, e che non fanno alcuna resistenza a ingiuria, quantunque per lo passato avessero ciò fatto, non si dovranno ulteriormente offendere sotto le più gravi pene da estendersi eziandio alla pena di morte. Intanto Coco e Colletta, non che quelli che li copiarono, ebbero l'impudenza di asserire, che il cardinal Ruffo incitasse le bande e il popolaccio al saccheggio e all'assassinio, mentre essi conosceano il. documento di sopra riportato! Tant'è, cosi si scrive la storia da patrioti; e quel ch’è peggio si è, che vi sono de' gonzi, di tutti i partiti, che tutto credono; e pappagalli in ferma umana ripetono con gran sicumera te calunnie sfacciatissime di que’ cantambanchi.

La mattina del 16, i repubblicani di Castelnuovo aprirono un fuoco vivissimo contro i regi, i quali rispondeano energicamente con grossa artiglieria. Il cardinale, per evitare altro spargimento di sangue, mandò un parlamentano per intimare i cinque del Direttorio di rendersi, e facendo loro conoscere, che era inutile la resistenza, ed in poche ore avrebbe aperta la breccia; e che presi per assalto, non sarebbe più in suo potere salvarli dal furore de’ soldati. La maggior parte di que’ repubblicani inclinavi a rendersi, ma i più influenti, tra gli altri il Manthonè, sperando sempre nell’arrivo della flotta gallo-ispana, voleano prolungare la difesa; perlocché domandarono due giorni di tempo per decidersi: il cardinale accordò loro sole due ore, che poi si prolungarono di più e fece cessare le ostilità.

La notte del 16, i giacobini dì Pizzofaleone ricominciarono la lotta con assalire il colonnello de' Filippis bivaccato col suo reggimento nel piano di S. Maria degli angeli, e ne ebbero la peggio; furono costretti a sloggiare da quel quartiere, e rotolarsi per le rampe del Chiatamone, lasciando in potere de' regi molte armi e due cannoni. Nel medesimo tempo quelli fortificati nel monastero di S. Martino, scesero pel Petraio al largo del Vasto, ed assalirono la batteria, eretta alla Riviera di Chiaja, per battere Castel dell’Uovo. Uccisero le sentinelle, arsero gli ordigni di guerra, inchiodarono i cannoni, e alla corsa ritornarono donde erano venuti. Il 17 giugno surse per Napoli più sanguinoso de’ quattro giorni precedenti; si combattea in tutti i punti della città; da S. Elmo si tiravano cannonate ove si vedeva attruppamento di gente, senza badare se fossero regi, о semplici cittadini; Castel dell’Uovo facea lo stesso. Essendosi erette delle batterie a Piazza di Porto, i borbonici aprirono un fuoco micidiale contro Castelnuovo ed aveano sfondata la prima porta, la seconda era prossima a cedere. Quando era già disposto l’assalto, quel Castello issò la bandiera parlamentare. Ruffo fece subito cessare il fuoco. Il generale repubblicano Massa, comandante di Castelnuovo, domandò un armistizio per discutere la capitolazione; il cardinale rispose, che con piacere avrebbe acconsentito alla domanda, se l’edifizio del Fondo, il palazzo dell'antica posta, le posizioni dello Spirito Santo e di S. Luigi di Palazzo fossero occupate dalle sue truppe. Senza ancor ricevere risposta, quel porporato mandò Micheroux a trattare l’armistizio; ma i repubblicani voleano prender tempo, speranzosi sempre dell’arrivo della flotta gallo-ispana. Per la qual cosa il generale Massa volle conferire con Mégéan, comandante del forte S. Elmo, e Ruffo disapprovò Micheroux di aver permessa quella conferenza tra’ due comandanti de’ principali Castelli di Napoli. In effetti, siccome si trattava d’includere nella progettata capitolazione anche le piazze di Capua, Gaeta, Pescara e Civitella, Mégéan, imbeccato da Massa, chiese un tempo sufficiente per iscrivere a’ comandanti di quelle piazze.

I repubblicani voleano giuocare di furberia, ma Ruffo non era uomo da farsi corbellare, avendo capito le speranze e lo scopo che li facea operare in quel modo; quindi si preparò ad assalire Castelnuovo, malgrado che temesse per tanti personaggi che ivi trovavansi in potere de’ giacobini. Costoro, visti i preparativi contro il Castello, tennero consiglio, ed avendo chiesto a Massa il suo parere, questi, dopo di avere descritto lo stato. miserevole degli assediati, conchiuse: «Se mutate le veci, io fossi assalitore del Castello, saprei espugnarlo in due ore». Finiva con dire che accetterebbe la capitolazione a condizioni onorate pel governo e sicure per lo Stato. Allora tutti aderirono per la capitolazione, il solo Manthonè fu sempre negativo; di tal che le due parti belligeranti si unirono il 19 giugno nell'abitazione del cardinale.

I repubblicani vollero guarentiti i patti della capitolazione da' condottieri russi e turchi, non che dal comandante la flottiglia inglese e de' Mégéan. Quella pretesa sembrò insultante al cardinale e volea respingerla; però il generale Massa, secondo afferma Colletta, assicurò che se fosse stata respinta, gli ostaggi sarebbero stati massacrati, i castelli avrebbero imitato l'eroismo del forte Vigliena, e di Napoli si sarebbe detto: qui fu...! Questi discorsi di Massa, che al solo leggerli farebbero rabbrividire un Attila, Colletta li chiama: non audaci, sicuri e proponimenti terribili, —senza altro dire, solamente soggiunge che que' discorsi—fecero declinare la superbia del porporato. Fecero declinare la superbia del porporato! Ê questo il più bello elogio del cardinal Ruffo, fatto da’ suoi nemici allo scopo di vituperarlo. Costui sacrificò il suo amor proprio, e direi la sua dignità, per salvar tante vittime; sapendo che i giacobini erano capaci di qualunque misfatto; quindi aderì a quanto si volea da quelli arrabbiati settarii; non fu in lui debolezza о paura, ma carità di patria, amore all’umanità. Nemmeno potrebbe dirsi che declinò la superbia per salvare i suoi parenti, mentre costoro, come già ho detto, erano fuggiti da Monteoliveto, ove erano stati imprigionati, fin dalla sera del 13 giugno.

Intanto, se leggete gli scrittori rivoluzionarli, se sentite parlare i soliti pappagalli in forma umana, apprenderete, che il cardinale Buffo era un vandalo e peggio, i repubblicani del 1799 erano gli umanitarü, i veri amatori della patria, i progressisti, gli eroi; mentre voleano assassinare tanti distinti ed innocenti ostaggi, e distruggere la più bella città d'Italia per una futile guarentigia, che alla fin fine altro scopo non avea se non quello di salvar loro la pelle.

Non credo necessario trascrivere il lungo testo di quella capitolazione, ma ne darò un compendio. I repubblicani tutto cedettero ai regi, e costoro concessero que’ patti che si sogliono accordare ad un esercito riconosciuto per belligerante. I presidii di Castelnuovo e quello dell’Uovo doveano uscire con gli onori di guerra, guarentiti nella persona, ne' beni mobili ed immobili; liberi se avessero voluto rimanere nel Regno. In quanto poi a quelli individui che avessero voluto espatriare, resterebbero ne’ castelli fino a che si preparassero le navi per condurli a Tolone. L’arcivescovo di Salerno, il vescovo di Avellino, Micheroux, cugino del generale dello stesso nome, e Pillon furono dati in ostaggio a Mégéan comandante di S. Elmo, fino a che non giungesse da Tolone la notizia dell’arrivo in quella città de’ repubblicani espatriati.

Quella capitolazione fu firmata, la notte del 21 giugno 1799, dal cardinale Fabrizio Buffo e Micheroux per la parte de' borbonici, dal capitano Foothe per l'Inghilterra, dal capitano Baill per la Russia e dal capitano Acmet per la Turchia. Pe’ repubblicani firmarono il generale Massa, comandante di Castelnuovo, Aurora comandante del castel dell'Uovo e Mégéan per la Francia.

Il cardinale dopo che fu firmata la capitolazione delle due parti contraenti, scrisse una lunga lettera al re, dandogli dettagliate notizie della sua bellicosa missione e de' patti della capitolazione de’ castelli, con mandargliene una copia. Il capitano inglese Foothe si offerse al Ruffo di recarsi a Palermo e portare al sovrano la lettera e la copia della capitolazione; partì quindi da Napoli il 22 giugno. Prego i benevoli lettori di tenere bene a memoria questa data, che più tardi addiviene di un supremo interesse.


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CAPITOLO XIV

SOMMARIO

Arrivo della flotta inglese nella rada di Napoli. Questioni tra Ruffo e Nelson. Questi finge cedere. I? ammiraglio napolitano Francesco Caracciolo. Chi fu il vero autore della non eseguita capitolazione de’ castelli di Napoli.

Il cardinale quantunque in grandi faccende per riordinare l'amministrazione dello Stato, avea nonpertanto approntate le navi pel trasporto de’ repubblicani che aveano scelto recarsi in Francia, trovandosi tutti imbarcati, ma non partiti a causa de’ venti contrarii.

La mattina del 24 giugno, presso l'isola di Capri comparve una numerosa flotta, che a piene vele si dirigeva alla volta di Napoli. Quell’apparizione costernò il popolo, ed ai patrioti fece maledire la firmata capitolazione; dappoiché tutti credeano esser quella la tanto aspettata flotta gallo-ispana; ma invece era quella inglese comandata dall’ammiraglio Giorgio Nelson. Giunto costui in rada alle 3 pomeridiane, fece scrivere una lettera da William Hamilton, plenipotenziario inglese presso S. M. Siciliana, diretta al cardinal Ruffo nella quale gli dicea: Che Nelson, avendo incontrato il capitano Foothe, comandante la fregata Sea-Horse, questi gli comunicò una copia della capitolazione fatta co’ repubblicani, dichiarandogli che la disapprovava intieramente, ed era risolutissimo di non rimanere indifferente in tale affare, ma che farebbe uso della rispettabile forza che avea l'onore di comandare. Si augurava però che il cardinale avesse il suo stesso scopo, cioè quello di abbattere il nemico comune e sottometterlo alla clemenza sovrana. Questa lettera che riporterò appresso nel suo testo ed altre, che Nelson fece scrivere da Hamilton furono pubblicate dall'abate Sacchinelli, cha si trovava allora presso Ruffo; e pubblicò eziandio il fac-simile delle lettere autografe che io ho sott’occhi.

Il cardinale, supponendo che l'ammiraglio Nelson si fosse offeso perché non si attese lui per capitolare, si recò a bordo la nave ammiraglia, il Fulminante, per esporgli le sue ragioni; ma si avvide, con sua grande maraviglia, che lo scopo di quell'ammiraglio era di sacrificare al suo egoismo gran parte de' repubblicani, per farsi un falso merito о per altre occulte ragioni. In effetti costui si limitò a dirgli, per mezzo dell'interprete Hamilton, che i sovrani non capitolano coi sudditi ribelli; il cardinale rispose, che la capitolazione, essendo firmata da’ rappresentanti dell'altre nazioni alleate, egli non avrebbe potuto cassarla. Nelson, perché non avea valide ragioni da opporre, rispose che non conoscendo l'italiano, sarebbe stato inutilе questionare più a lungo, essendo deciso rimaner fermo nella presa risoluzione.

Gli altri firmatarii della capitolazione furono oltre modo sorpresi nel sentire la pretensione di Nelson, e quindi protestarono in contrario a nome di quella nazione che rappresentavano, facendo conoscere le ragioni per cui l'aveano segnata. L’inglese ammiraglio nulla volle più sentire, e volea riprendere e continuare le ostilità.

Il cardinale, spiaciutissimo della parte che gli si volea far rappresentare, scrisse al generale repubblicano Massa, comunicandogli che gl’inglesi non voleano riconoscere la capitolazione, e quindi gli facea il progetto dì recarsi in Francia, assieme a' suoi compagni, per la via di terra, come già aveano praticato gli altri repubblicani accampati sopra S. Martino. Massa, temendo un agguato del Ruffo, rispose con una lettera insultante, in cui dicea, che i repubblicani non avrebbero paura di ricominciare le ostilità; che per dargli una risposta decisiva, avrebbe dovuto conferire col comandante Mégéan in S. Elmo.

Siffatte questioni tra il porporato e Nelson furon causa che si rinnovassero i saccheggi della città, i disordini e l'anarchia. La plebaglia, istigata ed armata dagli stessi inglesi, si spinse nuovamente al sacco ed a' massacri, ed i capi della bruzzaglia, Michele il Pazzo e Pagliuchella, volendovisi ad ogni costo opporre, furono trucidati; lo stesso cardinale fu proclamato giacobino. Costui, volendo riparare a tanto disordine, emanò editti severissimi contro gli anarchici, e scrisse a' Nelson usando un linguaggio fermo e risoluto: infatti gli diceva: «Giacché non volete riconoscere la capitolazione, firmata anche da un rappresentante di S. M. Britannica, resta a voi tutta la responsabilità; in quanto alla parte che mi riguarda, lascerò il nemico nelle posizioni in cui era prima della capitolazione, e mi ritirerò con le mie truppe in quelle che occupava, lasciando agl’inglesi di vincere lo stesso nemico con le proprie forze». Questa lettera disturbò i piani di Nelson, non avendo forze di sbarco sufficienti a misurarsi co’ repubblicani; per la qual cosa usò la furberia e l’inganno più riprovevole.

Sarebbe conveniente trascrivere qui tutto il carteggio scambiato tra Ruffo e Nelson, che ho sott’occhi, per far conoscere quanta dissimulazione ed iniquità usò quell'ammiraglio per riuscire nel suo riprovevolissimo intento, cioè di annullare la capitolazione; ma per amore di brevità riporterò una lettera soltanto e nel suo testo originale, che vale per tutti, eccola: «A bord le Foudrovant dans le Golfe de' Naples 26 Juin 1799. Eminence. Milord Nelson me prie d’assurer vostre Eminence qu’il est résolu de' rien faire qui puisse rompre l’armistice que votre Eminence a accordé aux chateaux de Naples. J’ai l’honneur d’être de' voie tre Eminence le tres humble ecc. W. Hamilton. (21)

Questa lettera venne recata a Ruffo da’ capitani Frowbridge e Ball inglesi, ed in prova della loro missione scrissero: «Il controammiraglio Nelson non impedisce che si esegua la capitolazione de’ castelli Nuovo e dell'Uovo.»

Il cardinale, contentissimo di avere ottenuto quanto desiderava da Nelson, cioè che costui non si fosse opposto alla capitolazione, affrettò la partenza de’ capitolati, che aveano dichiarato di volersi recare all’estero. Scrisse a Rodio che annunziasse al conte Ettore Carafa gli avvenimenti di Napoli, e lo invitasse a cedere Civitella e Pescara per godere i vantaggi della capitolazione del 21 giugno. Carafa cedé quelle Piazze forti e si recò a Napoli per espatriare assieme agli altri suoi compagni.

Castelnuovo e quel dell’Uovo furono ceduti secondo i patti; nel primo erano 129 individui, 95 dichiararono che voleano partire per l'estero, 34 di rimanere nel Regno. Siccome i primi imbarcati per recarsi a Tolone non erano partiti, come altrove ho detto, a causa del vento contrario, sulle stesse navi si fecero imbarcare i repubblicani di Castelnuovo, quelli che aveano dichiarato di volere espatriare. Mentre queste cose avvenivano, il cardinale, a nome del re, pubblicò un Editto, di perdona per tutti i compromessi politici.

Era il giorno 29 giugno quando Ruffo ricevé un reclamo con firma di un certo Albanesi, un altro simile fu diretto al generale, Micheroux, ed un terzo al comandante delle truppe russe. Nel reclamo diretto al cardinale ecco quanto si dicea: «La guarnigione de’ castelli capitolati da due giorni trovavasi nel porto, ed ancora non si erano fatti gli approvisionamenti. per l’intiero viaggio, e che il giorno precedente erano stati presi dagl’inglesi da sopra le Tartane, e condotti sul vascello di Nelson, i generali Manthonè, Massa e Bassetti, il presidente della commissione esecutiva Ercole Agnese, e quello della commissione legislativa Domenico Cirillo, ed altri individui, tra’ quali Emmanuele Borgià e Piatti.» Conchiudeva quel reclama con appellarsi alla lealtà del cardinale per lo adempimento della capitolazione.

Il povero Ruffo cadde dalle nuvole nel leggere quel reclamo, e corrucciato per l'infame tradimento dell’ammiraglio Nelson, mandò Micheroux per richiamarlo a' patti, facendogli noto che correrebbero rischio della vita i quattro illustri personaggi dati in ostaggio al comandante il castel S. Elmo. Quell’ammiraglio fu inesorabile, e a nulla valsero le forti rimostranze del porporato. Gli ostaggi non furono molestati, perché il comandante francese Mégéan poco si curava de’ repubblicani trovandosi costoro nella sventura.

Nelson, mentre riteneva abusivamente priesso di sé i repubblicani di sopra nominati, le sue mire e i suoi tranelli erano diretti particolarmente contro l'ammiraglio Francesco Caracciolo, suo emulo anzi maestro, per vendicarsi vilmente, reputandosi a costui in tutto inferiore. Ê necessario far conóscere in che si credette offeso l'ammiraglio inglese da quello napoletano; e son sicuro che i miei benevoli lettori saranno contenti, se io ragionerò un poco più a lungo di un nostro illustre compatriotta.

Francesco Caracciolo, nato nei 1748, ancor giovanetto, si ascrisse alla regia marina napoletana, cominciando la carriera da' primi gradi; essendosi conosciuti i suoi non comuni talenti, fu mandato a servire l'Inghilterra per completare la sua istruzione di distinto marino. Tra quella gente audace in mare e posseditrice della prima flotta del mondo, sviluppò un’intelligenza, e mostrò un coraggio che lo fecero ammirare ed encomiare oltre ogni dire, tanto che risvegliò la turpe gelosia de' più rinomati marini di que’ tempi. Fu egli uno di quelli che poi si distinse più di tutti nell’assedio di Tolone, ed in tutti gli incontri che ebbe con le navi francesi, ove fece conoscere i suoi gran talenti e il suo straordinario coraggio che spingevasi fino all’audacia.

Nelson cominciò ad odiar Caracciolo dacché lo intese celebrare come il primo marino di que' tempi e dotato di un sangue freddo senza esempio; ond’egli per dimostrare non esser tale il suo emulo, immaginò ed eseguì una burla, restando egli medesimo burlato ed umiliato: ecco il fatto da pochi conosciuto. Un giorno Nelson invitò Caracciolo a pranzo sulla sua nave ammiraglia, assieme ad altri uffiziali della real marina napoletana; in fine del pranzo gli diresse un brindisi e questi riempì il bicchiere di vino, si alzò e rispose agli augurii e gentilezze del suo collega. Quando avvicinò il bicchiere alle labbra, ad un segno convenuto da Nelson, sparò come un sol colpo una fianconata di tutt’i cannoni della nave ammiraglia. La sorpresa fu generale ed i commensali trabalzarono rovesciandosi l’un sopra l’altro; il solo Caracciolo rimase impassibile, votando deliziosamente il suo bicchiere, come se nulla fosse avvenuto di straordinario. Nonpertanto, avendo indovinato la malizia e lo scopo dell’inglese ammiraglio, giurò in cor suo rendergli con usura la pariglia.

Dopo non molto tempo, Caracciolo invitò il suo amico e collega a pranzar con lui sulla nave ammiraglia napoletana; questi accettò, ma stava guardigno e sospettoso, aspettandosi qualche non piacevole sorpresa. Finito il pranzo l'ammiraglio napoletano invitò quello inglese a girare la nave; in ultimo lo condusse nella S. Barbara, ove trovavansi le polveri uscite dalla riserva, parte gittate a terra e sciolte, il resto formavano due muraglie alte più di un metro, lasciando in mezzo uno stretto passaggio. Quando i due ammiragli giunsero al centro di quella viuzza improvvisata, Caracciolo cacciò due sigari, prese la lanterna, che serve in simili casi, avendo occhi di pesci trasparenti invece di cristalli, (per non frangersi) l'aprì sbadatamente, ed accese il sigaro, dando l'altro a Nelson, invitandolo ad accenderlo e fumare. Alla vista di quel tremendo ed imminente pericolo, la faccia dell’ammiraglio inglese divenne quella di un cadavere, gli venne meno il coraggio, non potè accendere il sigaro, malgrado che tentasse padroneggiare la sua non mai provata emozione, le sue mani tremavano, le sue labbra balbutivano parole incoerenti ed inintelligibili, ed i suoi occhi si volgevano supplichevoli al Caracciolo per farlo desistere da quella spaventevole burla. La quale, se fu di cattivissimo genere, valse però ad umiliare quel superbo inglese, che non si vergognò poi di vendicarsi con l’arme del codardo.

Ferdinando IV, conoscendo i meriti di Caracciolo, gli avea affidata la flotta, e quando si ritirò in Sicilia a causa dell’invasione francese, questi si lusingava che si fosse imbarcato sulla nave da lui guidata; invece, per una necessaria politica, s’imbarcò sul vascello il Fulminante comandato da Nelson. Lo scopo di questa preferenza sovrana allo straniero, non fu compresa né da’ marini né dal capo, e quindi arrecò in tutti costoro; grandi dispiacenze.

La flotta inglese e l'altra napoletana che accompagnavano il re in Sicilia, appena uscite dal Golfo di Napoli. furono assalite da una furiosa tempesta, che facea disperare della salvezza di tutt’i naviganti. Le navi inglesi, sbattute e guaste dai marosi, andavano alla ventura, e furono ad un punto per perdersi sulle coste della Sicilia, non esclusa quella guidata da Nelson, ov’era imbarcato il re; la quale teneva il mare a stento, avendo avuto spezzato un albero e franta l'antenna. Al contrario, la flotta napoletana navigava regolarmente senza avarie e baldanzosa, lottando con quella terribile tempesta; e più di tutti il vascello ammiraglio, guidato da Caracciolo, sembrava dominare i venti e le onde. Si vuole che Ferdinando avesse fatto osservare a Nelson l'abilità del suo ammiraglio. Costui, che avrebbe potuto arrivare assai prima di tutti nella rada di Palermo, si contentò star vicino al vascello inglese che conduceva il re, quasi a proteggerlo e salvarlo in una già possibile disgrazia.

Quando la flotta giunse a vista di Palermo, ove il mare è meno sicuro, e l'entrata nel porto difficile, il capitano Giovanni Bausan, che trovavasi sulla spiaggia, avendo conosciuto dalla bandiera, che il sovrano si trovasse a bordo della nave più sbattuta e danneggiata, messosi in mare e sopra piccola barca, si condusse presso il suo sovrano, offrendosi pilota in quel mare difficile. Nelson gli cedette volentieri il comando. La nave ammiraglia inglese, mercé la perizia del capitano Bausan, entrò felicemente in porto, e contemporaneamente arrivò Caracciolo sopra il suo illeso vascello.

All’arrivo delle navi brittanniche, i marini napoletani non risparmiarono a quegl'inglesi baie, motteggi e sarcasmi; Nelson fu umiliato e deriso, ma finse non accorgersene; e forse da quel momento giurò in cor suo vendicarsi di Caracciolo, non solo per essere stato umiliato, quanto più per essersi conosciuto a questo inferiore e che potea farla a lui da maestro.

Intanto il perfido Nelson, per mezzo del ministro Acton, tutto inglese, di altri aderenti, fece dire al re che Caracciolo l’avea fatto insultare dall’equipaggio napoletano assieme a tútt’i suoi dipendenti, e per colmo di viltà, non tralasciò di mettere in dubbio la fede politica dell’ammiraglio napoletano. Ferdinando ingannato da que’ vili, ricevé male Caracciolo, e gli fece sentire che potea ritornarsene a Napoli; questi immantinenti partì, e non esitò di militare sotto la bandiera repubblicana.

L’ammiraglio Giorgio Nelson, non contento di avere rovinato il suo emulo nell’opinione del re, volle spingere la sua vendetta sino all’assassinio; assassinio che disonora e deturpa la memoria del vincitore di Aboukir e di Trafalgar; son sicuro che tutta la premura, anzi la smania che mostrò per annullare la capitolazione fatta da Ruffo co’ repubblicani, altro principale scopo non avea, se non quello di liberarsi per sempre di Caracciolo. In effetti, prima che si fosse impossessato de’ capi della repubblica che doveano partire per Tolone, avea già scatenati i suoi sgherri per trovare ed arrestare l'ammiraglio napoletano; il quale venne catturato in un villaggio vicino Napoli dalla parte di Somma da alcuni contadini comprati dagl’inglesi. Per evitarsi il passaggio dal ponte della Maddalena, ov’era il Cardinal Ruffo, si fece imbarcare alla spiaggia del Granatello, e fu condotto sulla nave ammiraglia inglese il Fulminante, e dippoi sulla fregata napoletana la Minerva.

Nelson delegò il conte Thurn ed altri cinque uffiziali anziani per formare un consiglio di guerra e giudicare immediatamente Caracciolo. Costui, chiamato alla presenza dei suoi giudici, non negò di aver servito la repubblica, adducendo però per sua difesa, l’essere stato cacciato da Palermo per gli intrighi degl’inglesi, e che giunto a Napoli fu minacciato di fucilazione, se non avesse servita la repubblica partenopea. Non negò le operazioni da lui eseguite sul mare per arrecar danno alle armi regie, ma che ciò era stata una conseguenza del posto che avea dovuto accettare. Interrogato dal Presidente dei Consiglio di guerra, perché non si era condotto a Procida, e colà tenersi nelle armi di Sua Maestà e sottrarsi alle vessazioni del governo repubblicano, rispose, non averlo fatto per la tema che fosse stato male ricevuto. Il presidente Thurn, malgrado di essere stato uno de' nemici di Caracciolo, nondimeno volea sentire i testimoni a discolpa; Nelson gli fece sentire, che non v’era tempo da perdere; per la qual cosa Francesco Caracciolo, ammiraglio napoletano, fu condannato dagl'inglesi a perpetua prigionia. Ciò non bastò a Giorgio Nelson, ammiraglio inglese, e questo scellerato ov’era scritto perpetua prigionia fece scrivere morte!

Alle cinque pomeridiane del 29 giugno Nelson ordinò che il reo fosse impiccato al pennone del trinchetto della fregata Minerva, quella stessa nave che fu guidata alla vittoria dall’infelice Caracciolo. Quest’uomo di genio, che sarebbe stato la gloria non solo del nome napoletano ma benanche di quello italiano, fu vittima delle sue stesse virtù, invidiate da vili stranieri. Quando gli fu annunziata la sua sorte, indifferente continuò a ragionare sulla particolare costruzione delle navi inglesi. Un marinaio, che era stato suo dipendente, avea ricevuto l’ordine di mettergli il capestro... piangeva ed esitava... Caracciolo gli disse piacevolmente: Sbrigati. Oh! è ben grazioso; mentre io debbo morire, tu debba piangere.

La fregata la Minerva, alla cui antenna fu appiccato l'ammiraglio Francesco Caracciolo, era ancorata sotto S. Lucia, e Nelson per una raffinata vendetta e crudeltà inaudita, volle che i parenti dell’illustre assassinato vedessero il corpo di quell’infelice sospeso in aria! abitando essi in quella contrada. Il cadavere rimase colà.... e al cadere del giorno, tagliato il capestro cadde in mare, restando sott’acqua più giorni. Quando Ferdinando IV ritornò a Napoli, quel cadavere comparve a galla proprio a’ fianchi della nave regia; il re, rattristrato a quella inattesa vista, e rammentando le virtù dell’estinto, ordinò che gli si rendessero gli ultimi onori e gli si desse sepoltura. I marinari di quel, rione raccolsero il frale del compianto Caracciolo, e dopo splendidi funerali fu sepolto nella medesima chiesa di S. Lucia. L’estinto si ebbe tributo di lagrime dal popolo napoletano, e particolarmente da’ poveri marinari di S. Lucia, che lo proclamarono loro amico e benefattore. Bel tributo di lagrime e di laudi reso ad un tant’uomo, che sarà di eterna vergogna e maledizione al suo vile assassino, Giorno Nelson. Caracciolo e Nelson vivono e vivranno nella memoria degli uomini, finché la virtù sarà in pregio e l’infamia esecrata.

Lo storico Pietro Colletta — e quelli che lo copiarono—ci vuol far credere che la capitolazione fatta da’ repubblicani col cardinale Ruffo, fu annullata per volontà del re e della regina Maria Carolina. In effetti, al principio del V libro della Storia del Reame di Napoli, il medesimo Colletta ci racconta, che la regina, avendo letto in Palermo quella capitolazione, vide sparire le sue vendette; e che mandò a Napoli Emma Leona, moglie di William Hamilton, plenipotenziario inglese presso S. M. Siciliana, ed amica di Nelson, per indurre costui a non riconoscere, anzi annullare la suddetta capitolazione.

Tutte queste particolarità storiche, come anche quella dell’apparizione del cadavere di Caracciolo sotto la regia nave, il Colletta le copiò da Vincenzo Coco; egli poi aggiunse quel che giovava al suo assunto, e da storico si trasformò in romanziere e poeta. Difatti non tralascia di regalarci i discorsi confidenziali che la regina fece in Palermo a Lady Hamilton, avendoli egli intesi da Napoli (che Mago!).

Che costei partì sopra un legno scorritore, e giunse Nelson quando questi entrava nel Golfo di Napoli; che, destata la gioia ed vute le carezze del non atteso arrivo, (che felicità, anche questo vide da Napoli!) presentò le lettere di Carolina al suo amico Nelson. Il quale, per istinto di giustizia e di fede, sentì raccapriccio dell'avuto incarico e rifiutava; ma vinto dalle moine dell'amata donna, l'uomo sino allora onoratissimo, non vergognò farsi vile ministro di voglie spergiuro e tiranne. Tornò indietro il legno di Miledy, apportatore alla regina di nuove felici. Emma guiderdone della vergogna, (è sempre Colletta che parla) restò con Nelson. E stavano insieme quando egli, arrivato in porto, pubblicando i decreti del Re, consumò, come ho accennato nel IV libro, il tradimento.

Come ho già detto, questo tratto romantico il Colletta lo attinse da Coco nel Saggio Storico della Rivoluzione di Napoli, scritto da questo autore nel 1800 e propriamente da queste parole del Paragrafo XLVIII, eccole: «appena la regina seppe l'occupazione di Napoli, inviò da Palermo Lady Hamilton a raggiungere Nelson: voglio prima perdere, (avea detto la regina ad Hamilton) tutti e due i regni, che avvilirmi a capitolare coi ribelli, (Anche costui è un mago, intese pure i discorsi della regina!).

A questo tratto storico del Coco, già sapete il romanzetto aggiunto dal Colletta. Intanto è da osservarsi che Coco si contradice; difatti al paragrafo XLIX dello stesso Saggio storico, ecco quanto afferma: «Dicesi che la regina non volesse la capitolazione, ma che fatta una volta ne volesse l’osservanza; difatti era inutile coprirsi di obbrobrio per perdere due о trecento individui.» Questo secondo brano storico del nostro Coco, distrugge totalmente il primo, cioè che la regina avesse mandato Lady Hamilton per non fare eseguire la capitolazione, e quindi cade il romanzetto dell’amata donna e delle moine di costei prodigate al suo amico Nelson, e tutto il resto, che ci ha regalato il Colletta a questo proposito.

Ma esaminiamo chi fu veramente colui che non volle eseguita la capitolazione fatta dai repubblicani col cardinale Ruffo. Notate prima di tutto, lettori miei, la mala fede di Coco e di Colletta, i quali riportano il testo della capitolazione in parola, il primo al § XLVIII del suo Saggio Storico ecc, e il secondo al libro IV § XXVII, ed omettono maliziosamente il giorno, mese ed anno che fu firmata da’ contraenti; circostanza non mai omessa da alcuno scrittore di storia, e nemmeno da’ due nostri storici in altre circostanze; come neppure dicono il giorno che Nelson arrivò nel porto di Napoli, e pubblicò i decreti reali contro i capitolati repubblicani. Ciò era necessario dovendoci raccontare i discorsi confidenziali della regina fatti a Lady Hamilton, l’arrivo di costei nel golfo di Napoli, che sono la base delle calunnie lanciate contro Ferdinando IV e Carolina, addebitando loro la non eseguita capitolazione.

Prima di tutto non è verosimile che Emma rimanesse in Palermo, dopo che fosse partite con Nelson il suo consorte Sir Hamilton; maggiormente che la regina dovea recarsi a Vienna. Ma veniamo alla parte più essenziale, che fa cadere inesorabilmente il romanzo di Coco, bene abbellito dal Colletta. Dopo la capitolazione de’ Castelli, Ruffo scrisse al re, esponendogli tutto quello che avea fatto; e come ho già detto altrove, gli mandó la lettera ed una copia della suddetta capitolazione, per lo mezzo del capitano di fregata inglese Foothe, il quale partì da Napoli per Palermo il 22 giugno. Nelson incontrò quel capitano suo subalterno in rotta per Palermo, ed apprese dallo stesso gli ultimi avvenimenti di Napoli; essendosi impossessato della lettera del cardinale diretta al re, venne a conoscenza, che il porporato volea adempiere lealmente i patti della capitolazione. Giunto nel porto di Napoli il 24 giugno, cioè dopo non più di 30 ore che era partito il capitano Foothe, e non più di 40 dacché era firmata la capitolazione, scrisse al Ruffo quel giorno stesso la lettera che ho riportata in compendio, e che giova riportarla qui tutta intiera nel suo testo originale, onde cada, tutto il Castello in aria innalzato da Coco, Colletta e compagni copiatori.

«A’ bord le Foudrovant 24 Juin 1799. Trois heures après midi dans le Golfe de' Naples.

«Eminence — Milord Nelson me prie d'informer V. E. qu’il à reçu du capitaine Foote the comandant la fregate Sea-Horse une copie de la capitulation que votre Eminence a jugé à propos de' faire avec les commandants des Châteaux de' Santelme, Castel Nuovo e Castel dell’Ovo, qu'il désapprouve entièrement, et qu’il est très-résolu de' ne point rester neutre avec la force respectable qu'il a l'honneur de' commander; qu'il a détaché vers votre Eminence les capitaines Trowbridg et Ball commandants des Vaisseaux de' S. M. Brittannique, le Culleden et l'Alexandre. Les capitaines sont pleinement informés des sentiments de' Milord Nelson et auront l’honneur de' les expliquer à son Éminence. Milord espère que Monsieur le Cardinal Ruffo sera de' son sentiment, et qu’à la pointe du jour demain il pourra agir de' concert avec son Éminence; Leurs objets ne peuvent être que les mêmes, c’est à dire de' réduire l'ennemi commun et de' soumettre à la clémence de' Sa Majestè sicilienne ses sujets rebelles. l'ai l'honneur d’être de' votre Éminence le très humble et très obéissant serviteur. W. Hamilton, envoyé et ex. Plen. de' S. M. Brittannique près de' S. M. Sicilienne.»

Da questa lettera chiaro si rileva che quando fu scritta non era passato il tempo necessario di giungere a Palermo il capitano Foothe, di consegnare i plichi del cardinale, di far partire Lady Hamilton e di raggiungere Nelson, quando costui giungeva nel Golfo di Napoli, non essendo passate più di 30 ore dalla partenza da questa di quel capitano e l'arrivo dell’ammiraglio; si sa che allora non vi erano né vapori né telegrafi. Inoltre si sa pure, che la traversata da Palermo era allora lunga e pericolosa. Dalla riportata lettera di Hamilton si rileva eziandio, che Nel son seppe gli avvenimenti di Napoli dal capitano Foothe, avendogli costui data la lettera ¿el cardinale diretta al re e la copia della capitolazione de’ castelli della capitale.

In quella lettera di Hamilton diretta al cardinale, non si fa alcun cenno de' voleri dei re о della regina per annullare la capitolazione; figuratevi qual pompa ne avrebbe fatto Nelson per far tacere il porporato e mettere in salvo il suo onore. Nella suddetta, lettera neppure si fa cenno dell’editto del re pubblicato da quell'ammiraglio, (22) col quale dichiarava: «I re non patteggiare coi sudditi; essere abusivi e nulli gli atti del suo vicario; voler egli, (il re) esercitare la piena regia autorità sopra i ribelli.» Come mai il cardinale si sarebbe opposto a simili ordini del re, mentre lo stesso Colletta, in più luoghi della sua storia ci dice, che Ruffo ALTRO SCOPO NON AVEA CHE PIACERE AL SUO SOVRANO? Come mai avrebbe potuto scrivere al generale Massa di far partire i capitolati per terra onde recarsi all’estero, giacché Nelson si opponea di farli partire per mare, se costui operava secondo i voleri del re? Come mai il Ruffo avrebbe pubblicata l'amnistia dopo l'arrivo di Nelson, in opposizione all’Editto sovrano? Il modo come quell'ammiraglio assassinò Caracciolo dimostra che operò senza ordini sovrani, in diverso caso non avrebbe usate tante vili astuzie, sarebbe Stato sufficiente dire al cardinale: il re così vuole.

Lo storico Coco, al § XLVIII del suo saggio storico, afferma: «Nelson col resto della flotta giunse nel porto di Napoli durante l'armistizio e dichiarò che un trattato fatto senza di lui, ch’era ammiraglio in capo, non dovea esser valido.» Qui non vi è alcuna sillaba che alluda agli ordini del re о della regina.

Da tutto ciò risulta, come rilevasi dal carteggio, che l'ammiraglio inglese operava per conto proprio, al più per secondare la politica del suo governo.

Taluni, che vogliono a forza accusare il re e la regina per la non eseguita capitolazione, vorrebbero conciliare le ragioni di sopra esposte, con quello che asserisce Colletta e gli altri storici di simile risma. Essi dicono, che Ruffo prima di capitolare avesse mandato un corriere a Palermo per ¡scandagliare la volontà del re ed assicurarsi se dovesse о no trattare co' ribelli; e che questi, avendo inteso le intenzioni concilianti di quello, avesse spedito Nelson per annullare la capitolazione. Questa gratuita supposizione non regge punto; conciosiaché la sera del 14 giugno si profferì la prima volta la parola capitolazione, cioè dopoché i repubblicani si chiusero ne’ castelli. Mandandosi in quel giorno stesso un corriere a Palermo, non si sarebbe potuto spedire per la via di mare, perché si sapea essere il Mediterraneo corso dalla flotta gallo-ispana, e che da un momento all'altro si aspettava in Napoli, secondo assicura lo stesso Colletta, e come lo stesso re avea avvertito il medesimo cardinale, ordinandogli di ritirarsi nell'interno del Regno. Perlocché il corriere avrebbe dovuto partire per la via di terra, traversando il Salernitano, il Cilento e le Calabrie, indi passare il Faro e da Messina condursi a Palermo; viaggio che allora e senza incidenti in contrario, non poteasi compire in meno di dodici о quindici giorni; si vede chiaro che questa supposizione cade da sè. Aggiungo di più, che Nelson, in quel tempo, non trovavasi neghittoso nel porto di Palermo, о si limitava a traversare il canale tra quella città e Napoli, ma scorrea il Mediterraneo in cerca della squadra gallo-ispana, dopo l'avviso che avea ricevuto da Lord S. Vincent; il quale, da Gibilterra, gli avea manifestato i suoi timori, cioè che quella flotta avrebbe potuto impossessarsi dell'Isola di Minorca о di altre isole in possesso degli inglesi. Si sa che in mare non avvi quartier generale, e Ferdinando IV non sapea ove si trovasse Nelson e che il 24 giugno fossé giunto nella rada di Napoli.

Del resto, in qualunque modo si volesse conciliare un affare inconciliabile, sorgerebbe sempre quella gran ragione in contrario, cioè che Nelson non avrebbe scritto a nome proprio per annullare la capitolazione de’ cartelli; ma invece avrebbe manifestato i voleri del re, per troncare qualunque dissidio tra lui ed il porporato e mettere in salvo la sua responsabilità. In effetti, quando il 9 luglio,: giunse Ferdinando nella rada di Napoli, Ruffo ri recò immediatamente presso di lui, e gli espose la sconvenienza di non eseguirsi lealmente la capitolazione, facendogli noti i reclami de’ repubblicani capitolati. Quel sovrano, inchinevole alla clemenza, e perché nessuno editto in contrario avea fatto pubblicare, fece plauso alle parole del cardinale; ma nulla potendo far da sé in quelle fatali circostanze, gli convenne sentire il parere dell’inglese ministro Hamilton e dell’ammiraglio Nelson. Fu allora che costoro risposero: «Che i sovrani non capitolano co’ sudditi ribelli, e che bisognava estirpare il male dalla radice, per impedire nuove sciagure».

Lo stesso storico Carlo Botta, anche patriota, ma che non avea motivi di svelenirsi contro i Borboni, getta tutta la colpa della non eseguita capitolazione sopra l’ammiraglio Nelson, dicendo parole amare e severe contro di costui. In quanto a Ferdinando IV ecco quel che dice nel libro XVIII della sua Storia d'Italia dal 1189 al 48Í4: «Il re, che era sul vascello inglese il Fulminante, non soffrendogli l’animo di vedere i supplizi che si preparavano, se ne ritornò in Sicilia». Soggiunge poi: «Chi volea grazie pe’ condannati, non ricorrea al re, ma a Nelson». Anche Coco afferma la medesima cosa; difatti questo storico, presente e parte di quel che racconta, e che spesso cade in contraddizione per la smania di vituperare Ferdinando IV, nel citato suo Saggio Storico al § XLIX, dice queste testuali e sentenziose parole: «Nelson unico autore dell’infrazione del trattato; quell’istesso Nelson che avea condotto il re in Sicilia, lo ricondusse in Napoli, sempre prigioniero; né partendo о ritornando ebbe cura dell’onor di lui».

E nello stesso § soggiunge: «Il maggior numero degli ufficiali della flotta inglese compresero quanta infamia si sarebbe rovesciata sulla loro nazione, giacché il loro ammiraglio era il vero, l’unico autore di tanta violazione del dritto delle genti, e si misero in aperta sedizione.»

Non volendosi tener conto di tutto quello che di sopra si è detto, dopo una testimonianza tanto chiara e solenne, fatta da uno storico presente a’ fatti che racconta, implicato ne’ medesimi, e che è la fonte ove tutti altri scrittori rivoluzionarii hanno attinto i loro errori a danno de’ Borboni, è una sfacciata impudenza, una slealtà senza pari volere ancora accusar Ferdinando IV e Maria Carolina come causa della non eseguita capitolazione del 21 giugno 1799 e delle conseguenze che ne derivarono.. Quel sovrano non approvò quanto Nelson avea fatto e facea contro i capitolati repubblicani, ma subì la prepotenza dell’Inghilterra, la quale temendo che avesse potuto divenire alleato della Francia, come avea fatto suo fratello Carlo di Spagna, per tenerlo ligio a sé, lo volle compromettere in faccia a giacobini francesi e napoletani.

È da osservarsi, che i nemici de’ Borboni e i rivoluzionarii di questo Regno aveano creato tale posizione a Ferdinando IV, che costui non potea né allontanarsi dalla politica brittannica, né mostrar dispiacere di tutto quello che gl’inglesi faceano in suo nome. Se a quel sovrano gli fosse venuto meno l’appoggio dell'Inghilterra, la flotta gallo-ispana, che allora scorrea il Mediterraneo, avrebbe assalito il Regno anche al di là del Faro, bombardando le città marittime ed arrecando da per tutto l'esterminio e l'abbominazione.

Erano quelli tempi eccezionali; la cattolica Spagna, dopo tanta opposizione, per non essere totalmente manomessa e debellata da' giacobini francesi, fu costretta inchinarsi a costoro, facendosi non alleata, ma serva. Cosa potea fare il re delle Due Sicilie con un piccolo Regno, messo in mezzo a tre mari, senza flotta, senza esercito, e con tanti sleali nemici interni ed esterni? non altro che far la volontà degl'inglesi per salvarsi assieme a' suoi popoli e alla sua famiglia.

Colletta per isvelenirsi contro i Borboni orpella ed occulta la verità ingannando i poco accorti lettori e coloro che amano di esserlo per ispirito di parte. Egli, il gran patriota, per incolpare Ferdinando IV della non eseguita capitolazione, vuol difendere il vero colpevole, Nelson, l'assassino del suo e nostro illustre compatriotta Francesco Caracciolo! anzi in varii luoghi della sua storia lo elogia.

Difatti nel brano di sopra citato dice: «La fatal donna (Lady Hamilton) giunse sul vascello di Nelson; destata la gioia, avute le carezze del non atteso arrivo presentò i fogli a lui, die per istinto di giustizia e di fede, sentì raccapriccio dell'avuto incarico e rifiutava. Ma vinto dalle moine dell'amata donna, l'uomo sino allora onoratissimo, chiaro in guerra, non vergognò farsi vile ministro di voglie spergiure e tiranne. Emma, guiderdone della vergogna, restò con Nelson, e stavano insieme quando egli arrivato in porto ecc.»

Oltre di essere falso questo racconto collettiano, come già si è dimostrato, manca di senso comune e di convenienza; non essendo degno neppure di occupare un posto nei romanzi delle Mille ed una Notte o delle Novelle Persiane. Assieme a Nelson, sullo stesso vascello trovavasi William Hamilton, ministro brittannico e marito di Emma. Non si potrebbe dire, che costui fosse stato in differente alle qualità di sua moglie; dappoichè lo stesso Colletta ci racconta nel capitolo 1° del libro V della sua storia, che Hamilton sacrificò gran parte della sua ricca fortuna per isposare Emma, maraviyliato e poi preso di amore della non mai vista bellezza. Or se il nostro poco onesto storico ci vuol far credere simili strafalcioni, che per conoscerli tali non occorre consultar libri e documenti, ma basta interrogare il proprio cuore, e quel la dignità che non fa difetto anche nella gente più misera, come volete poi che non ci regalasse calunnie contro Ferdinando IV, narrandoci avvenimenti da pochi conosciuti?

E pare inverosimile che Nelson in un affare di tanta importanza, qual era quello della capitolazione de' castelli di Napoli, si lasciasse sedurre dalle moine dell'amata donna; non era egli uno sbarbatello, un collegiale per compromettere il suo onore e quello della sua nazione in faccia a' contemporanei ed a' posteri, e per quattro carezze leziose di una Frine. Del resto, è ben conosciuta la freddezza ed egoismo inglese trattando affari di politica. Nelson volle annullata la capitolazione perché agiva in conformità delle istruzioni ricevute dal suo governo, e perché conveniva a lui, approfittandosi della circostanza favorevole per assassinare il suo emulo, Francesco Caracciolo.

È speciosissima poi la conclusione del brano sopra citato, ove il Colletta dice: Emma, guiderdone della vergogna, restò con Nelson: ed Hamilton?! Ê curioso che Maria Carolina avesse preso il posto del marito, facendosi arbitra de’ favori di Milady!

Ho voluto trattenermi più a lungo sul supposto arrivo di Emma sul vascello di Nelson Come apportatrice degli ordini sovrani contro i capitolati de’ castelli di Napoli, perché abbattuto questo romanzo immaginato da Coco ed abbellito da Colletta, cade tutto l’edifizio innalzato per calunniare Ferdinando IV e l’augusta regina Maria Carolina, circa la non eseguita capitolazioni del 21 giugno 1799.

Colletta il più efferato calunniatore de’ Borboni, quando scriveva i fatti avvenuti in Napoli nei 1799, sapea di mentire, e per provarlo riporterò qui un documento scritto e firmato dallo, stesso Colletta, documento conosciuto da pochi. Sotto il così detto Regno di Giuseppe Bonaparte, un giornale inglese intitolato Saint James Chronicle, accusò i napoletani quali mancatori di fede circa la capitolazione fatta da’ repubblicani del 1799 col cardinal Ruffo. Colletta rispose a quel giornale con un articolo inserito nel Monitore Napoletano, in data di martedì 1° aprile 1806; ecco come egli si esprime:.... «Infine la capitale fu occupata dal Cardinal Ruffo. Una solenne capitolazione fu stipulata, e il comandante delle truppe inglesi vi pose la sua segnatura. Ma Nelson arrivò nel porto con una flotta. Nelson l'eroe della Gran Brettagna opinò l'infrazione del trattato; e la fede giurata dai rappresentanti delle nazioni le più potenti, si vide calpestata la prima volta dopo tanti secoli, che ci dividono dalle barbarie.»

In questo articolo, il Colletta dice, che Nelson giunto nel porto di Napoli opinò l’infrazione del trattato ecc, dunque non fu sedotto dalle moine di Lady Hamilton, mandata a questo scopo da Maria Carolina? dunque non è vero che l'onesto Nelson sentì raccapriccio dell'avuto incarico, e rifiutava per istinto di giustizia e di fede? dunque il fatto dell’arrivo improvviso di Lady presso Nelson fu una romantica creazione, о abbellimento di quanto avea detto Coco, escogitato nell’esilio di Firenze, ove scrisse la Storia-romanzo del Reame di Napoli? La verità non ammette orpello, e quando si vuole occultare о travisare, necessariamente si dovrà cadere in madornali e vergognose contraddizioni.


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CAPITOLO XV

SOMMARIO

Il re giunge nella rada di Napoli. Si dedica alla riordinazione dello Stato. Acton e Nelson ottengono dallo stesso di mettere sotto giudizio i più compro messi repubblicani. Il re ritorna a Palermo. Giudizii e condanne. La Pimentel e la Sanfelice. Assedio e capitolazione di castel S. Elmo, Capua e Gaeta. Spedizione di milizia napoletana negli Stati della chiesa. Morte di Papa Pio VI. Fine del secolo XVIII Morte di uomini illustri. Opere pubblicate.

Ferdinando IV allorché seppe essere la capitale in potere delle sue truppe, s’imbarcò sopra un vascello inglese, assieme al ministro Acton e al principe Castelcicala, e parti per Napoli; e come già si è detto, giunse il 9 luglio nel canale di Procida, ove il legno che lo conduceva si pose alla cappa: volle vedere Nelson, e costui fu sollecito incontrarlo. Saputosi l’arrivo del re, tutta la popolazione corse chi alla Riviera di Ghiaia, e chi si spinse sino al capo Posillipo; e molte barche, cariche di cittadini andarono incontro al sovrano. La mattina del 10, passò sul vascello il Fulminante, comandato dallo stesso Nelson, si avvicinò alla rada di questa città, e restandovi si diede con ogni sollecitudine alle cure della riordinazione del Regno.

Il cardinal Ruffo fu nominato capitan generale e luogotenente del Regno al di quà del Faro nell'assenza del re, da governare però con una Giunta composta di probi e distinti cittadini, della quale fecero parte due vescovi.

Con decreto del 22 luglio si riordinarono le segreterie di Stato, e con un altro del 23 si davano le norme per la riorganizzazione dell’esercito, scegliendo gli uffiziali che erano rimasti fedeli, ed ordinando di mettersi sotto giudizio tutti quelli che aveano servito la repubblica, о presi con le armi alle mani per combattere il legittimo sovrano. Altre disposizioni si diedero per l'amministrazione delle province; in alcuni luoghi furono traslocati i funzionarii, e molti di costoro anche promossi. Si abolirono i così detti Sedili della città di Napoli, che rappresentavano la municipalità, e ciò in pena di essersi mostrati assai caldi partigiani de’ francesi.

Colletta grida contro Ferdinando IV per quest’altra disposizione, regalandoci la storia di que’ Sedili e de’ loro privilegi accordati dagli altri sovrani, conchiudendo essere stato quel decreto abusivo e tirannico.

Quanto sia illogico pretendere che un sovrano rispettasse i privilegi concessi da’ suoi antecessori, quando que’ medesimi privilegi si rivolgono a danno della regia potestà, lo lascio alla considerazione de’ miei benevoli lettori. Ed aggiungete di più, che i Sedili di Napoli agevolarono il dominio dello straniero in questo Regno, ad onta delle aspirazioni dell’immensa maggioranza de’ cittadini.

Trovandosi il re ancora nella rada di Napoli, Acton e Nelson, coadiuvati dal principe di Castelcicala, tanta pressione fecero sull'animo di Ferdinando IV che lo indussero ad ordinare una Giunta di Stato per giudicare i rei di ribellione e di fellonia, non che i capi della repubblica partenopea, e di questi ultimi, secondo Colletta se ne misero sotto giudizio ottantaquattro. Quel sovrano avrebbe voluto perdonar tutt’i suoi nemici, ma sottomesso alla pressione inglese, per quelle ragioni altrove esposte, dovette aderire ad una misura di terribile rigore, contraria al paterno suo cuore. Però non tutt’i capi della repubblica subirono quella sorte che gl'Inglesi avean loro destinata; buon numero de’ più compromessi erano già partiti per Francia, alcuni per la via di mare, altri per quella di terra, e ciò in grazia della lodevole cooperazione del cardinal Ruffo.

La Giunta di Stato, istituita per esaminare e condannare i capi della repubblica, era composta da Felice Damiani presidente, dal barone Giuseppe Guidobaldi fiscale, da giudici Antonio della Rossa, Angelo Fiore, Gaetano Sambutí, Vincenzo Speciale e Salvatore di Giovanni segretario; difensori de’ rei Vanvitelli e Moles, procuratore de’ medesimi rei Alessandro Navas. In quella Giunta erano tre siciliani, cioè Damiani, Sambutí e Speciale, quest’ultimo era un’anima spietata, un mostro di crudeltà; si assicura che qualche volta avesse persino alterati i processi per provar supposti delitti! Dopo la pubblicazione de’ sopraccennati deereti l'il 4 agosto, il re partì per Palermo, e come ben disse lo storico Carlo Botta: non soffrendogli l’animo di vedere i supplizi che si preparavano. Rimase il campo libero a coloro che vollero sangue, cioè agl’inglesi, ed a capo de’ quali l'ammiraglio Giorgio Nelson.

Vi erano allora nel Regno al di quà del Faro circa ottomila carcerati, designati come giacobini, rei di Stato e traditori. Il re da Palermo, in data del 7 settembre, volle che Acton scrivesse un dispaccio diretto al cardinal Ruffo, luogotenente generale in Napoli, e per quanto le circostanze e la pressione inglese glielo permisero, con lo stesso addolcì quella severità con la quale erano giudicati i rei di Stato.

Il mio programma nello scrivere questo qualunque siasi lavoro, come già ho detto altrove, è quello di lodare e difendere la verità e la virtù dovunque la trovo, come del pari stigmatizzare il vizio, le infamie e le non lodevoli azioni che son passate nel dominio della storia. Si è perciò che non voglio tralasciar di dire, che il cardinale Fabrizio Ruffo, fece malissimo di accettare la carica di luogotenente del Regno al di quà del Faro, una volta che non si volle riconoscere la capitolazione da lui firmata a pro de’ repubblicani. Egli dovea ecclissarsi totalmente; l’avere accettato quell’eminente posto, mentre si perseguitavano i suoi protetti capitolati, si rese correo delle infamie inglesi. Ferdinando IV è scusabile se aderì alla pressione di quei potenti stranieri, in caso contrario avrebbe compromesso il Regno per salvar pochi rei. Ruffo potea ritornare alla vita privata senza nulla compromettere, anzi avrebbe reso il suo nome veramente glorioso. Ma i grandi errori son merce degli uomini grandi!

La Giunta di Stato si riunì nel monastero di Monteoliveto ed ivi condannò a morte centocinque individui, sei dei quali ottennero grazia; duecentoventidue furono condannati all’ergastolo, trecentoventidue a diverse pene temporanee, duecentottantotto all’esportazione, sessantasette all’esilio; in tutto mille e quattro persone ebbero pena, gli altri carcerati vennero messi in libertà. Ê qui da notarsi, che tutti quei rei di Stato, ad eccezione dei novantanove giustiziati, nel 1801, ottennero grazia e ritornarono in patria, cioè quando Ferdinando IV si era un poco emancipato dalla pressione inglese.

In quei novantanove giustiziati erano uomini distinti per talenti, ma illusi da una falsa libertà; tra’ quali un Ercole d’Agnese, un Domenico Cirillo, un Mario Pagano, un Francesco Conforti, un Baffi, un Marcello, ed altri sommi per dottrina e virtù cittadine. Ve n’erano però che avrebbero meritato mille volte la morte, e più di tutti quella iena sitibonda di sangue umano, Ettore Carafa conte di Ruvo, che avea massacrati innumerevoli cittadini pugliesi, e quel ch’è più innocenti...

Tra’ ghigliottinati furono due donne, Eleonora Fonzeca Pimentel e Luigia Sanfelice. Non so spiegarmi perché la prima non fosse stata la settima tra quelli che ottennero grazia, malgrado che scrivendo il Monitore Napoletano avesse predicata la rivoluzione, ed eruttate calunnie e vituperii contro il re e la real famiglia. Debbo supporre, che quella letterata, amica e lodata dal Metastasio, fosse stata mandata al patibolo per le solite prepotenze e vendette di Nelson; dappoiché la Pimentel non risparmiò di flagellarlo e metterlo alla gogna assieme al governo inglese.

Le ragioni sciorinate dal romanziere Francesco Mastriani circa la condanna della Fonzeca nel suo romanzo Due feste al Mercato, memorie del 1799, pubblicato in appendice del giornale Roma nell’anno 1876, destano l'ilarità ad un Democrito, gettando la colpa sul cardinale perché adirato di certe negative fatte dalla Fonzeca. Questo romanzatore, invece di copiare le invenzioni del La Cecilia e le fantasticherie di Dumas, aggravandone le tinte, non avrebbe fatto meglio a rivelarci qualche appetitoso fattarello, avvenuto nella Prefettura di polizia borbonica, quando egli vi bazzicava in ilio tempore? Si sa da tutti che l'illustre Francesco Mastriani, dal settembre 1848 al 1850, fu redattore ordinario del giornale officioso il Tempo, che predicava a piena voce la reazione. Si sa pure, che il medesimo Mastriani, pieno di meriti e virtù, nel 1850, fu assunto a redattore dei Giornale officiale di Napoli; e ne’ suoi aurei articoli finiva sempre con uno elogio all’augusto, al clemente, all'ottimo massimo re Ferdinando II. Era tale e tanta la fiducia che la polizia borbonica avea in Mastriani, che lo elevò a revisore della stampa; e chi non sa a qual punto giunse la revisione degli scritti dopo il 1849?

Io provai non per me, ma per lo scritto di un mio amico, e lo zelo pel governo borbonico del sullodato Mastriani mi edificò! Oggi tutt’altro, l'illustre romanzatore napoletano cambiò livrea; leggete il suo romanzo i Vermi, o l’altro le Ombre, e troverete il liberale sempre probo, caritatevole, indiffettibile: il borbonico, il prete misericordia!. la sintesi di tutti i vizii e le infamie. О Mastriani! a che ti giovarono tante evoluzioni, come le chiamerebbe il devoto di S. Oronzo, il deputato Morelli? Tutti dobbiamo vivere, ma si sa, che ne' grandi bisogni, tutto si baratta fuor che l'onore e la coscienza. E tu oggi vuoi vituperare i Borboni, abbruciando ciò che adorasti, e adorando quello che bruciasti? Sta male, malissimo! Lettori miei, che cosa volete? Certi esseri, talora, per una sudicia carta moneta, son capaci di calunniare la memoria de’ propri padri, l'onore delle loro mogli.

In quanto alla Sanfelice si sono scritte nenie e declamazioni, che giova chiarire per convincerci se costei avesse veramente meritato la morte. Il delitto di questa infelice donna non era politico, ma comune ed il più abominevole: essa svelò i secreti dell'amore, e giovandosi di quell'affetto che dovrebbe nobilitare la donna, sacrificò colui che l'amava fino al delirio. Amando d'impuro amore il repubblicano Ferri, per dargliene un attestato solenne, gli svelò la congiura che il suo fidanzato, capitano Backer, aveàle rivelata per salvarla, facendolo assassinare assieme ad altri: ed è questa la gran virtù patriottica della Sanfelice, per la quale fu proclamata da’ giacobini madre della patria! Si proclamò tiranno Ferdinando IV anche perché non fece grazia a questa donna; ma quel sovrano non potea perdonarla, non essendo egli l'offeso direttamente. Lo stesso Colletta dice: congiunti degli uccisi Backer dimandavano vendetta ai tribunali di Stato e nella reggia; trovandosi in contraddizione con la scena che ci racconta, al libro V, capo II § XIX, avvenuta nella Reggia di Palermo tra il re e sua nuora la principessa ereditaria, Maria Clementina.

La Sanfelice fu dunque condannata a morte, e sarebbe stata giustiziata immediatamente, se non avesse svelato gli effetti del suo impudico amore col repubblicano Ferri, già fuggito in Francia.

Alcuni scrittori, che han voluto fare della Sanfelice una eroina da teatro, negano lo stato interessante e vergognoso, in cui ella trovavasi allora; ma il medesimo Colletta dice, che: «Fu menata in orrendo carcere, e, per la legge che diceva reo di morte chi avesse mostrato empietà in pro della repubblica, fu ella condannata a morte, e subito moriva se non diceva di esser gravida; osservata e creduta, fu sospeso il giudizio. (23)

Tutte le altre circostanze, e principalmente il tremendo sdegno del re contro la Sanfelice, sono favole inventate dal Colletta, il quale come uno spirito folletto assisté ai discorsi confidenziali della real famiglia borbonica di Napoli. Quelle favole poi vennero copiate da La Cecilia, Dumas, Mastriani ed altri aggravandone le tinte.

Coco, nel narrarci la condanna della Sanfelice (al Paragrafo XLIX del suo Saggio Storico) dice: Essa non avea altro delitto che quello di aver rivelato al governo la congiura di Backer quando era sul punto di scoppiare. Dice inoltre che fu messa tre volte in cappella, e che fu giustiziata dopo un anno senza delitto, ma non fa cenno di tutte l'altre romantiche invenzioni del Colletta; quello storico ne potea saper più di costui; ma non era poetastro, come il suo continuatore.

Leggendo i sopra citati scrittori circa i fatti del nefasto 1799, vi sarà da raccapricciare; essi vorrebbero far credere che in Napoli si fece un massacro di tutti i repubblicani e con le forme giuridiche della Giunta di Stato. Lo stesso Carlo Botta, che copiò Coco, non è lontano dal farci credere le medesime sanguinose condanne. Colletta, non contento di descriverci gli alzati patiboli, afferma: «Tante leggi tiranniche e fatti atroci risuscitarono le furie della plebe, vedessi a dì 8 luglio nella piazza della Reggia ardere un rogo, gettare in esso cinque uomini viventi, e poi abbrustoliti gustarne le carni. E stava il re nel porto con Acton e Nelson ecc.».

Intanto non ci nomina quelle cinque vittime come fa per tutti gli altri giustiziati. Volete una prova che il Colletta calunnia senza badare al tempo al luogo e alle circostanze? egli dice, che il di 8 luglio — quando si abbrustolivano i repubblicani — il re stava nel porto di Napoli, mentre giunse nel canale di Procida il 9 di quel mese!

Intanto i fatti son là, e contro la potente eloquenza di essi, la rettorica con tutte le sue metafore e traslati, non altro che declamazioni potrebbe aggiungere. Nel 1799 furono giustiziati novantanove persone per causa politica; le declamazioni, le menzogne e le calunnie non ne potrebbero aggiungere uno di più. Recatevi sulla piazza del Municipio di Napoli; ivi sulla gran porta di quel magnifico palazzo, leggerete i nomi di tutti que’ rivoluzzionarii che furono giustiziati sotto il Regno dei re Borboni, non escluso l'ultimo, Agesilao Milano. Quei nomi furono raggranellati, or sono più anni, da un Municipio rivoluzionario, e la totale cifra ascende a CENTOSEDICI. Con incidere sul marmo que' nomi si è creduto vituperare i Borboni di Napoli e si è fatto agli stessi il più bello elogio di moderazione e di clemenza. Una dinastia che regnò per 126 anni, ne' quali si compirono le più orribili e selvagge rivoluzioni che ricorda la storia dell'umanità, quella stessa dinastia abbandona soltanto alla giustizia punitiva centosedici rei di Stato in tutto il tempo che regnò! lo deploro la sorte di que' miseri giustiziati, ma più di tutto deploro quella di migliaia e migliaia di rispettabili ed innocenti cittadini sgozzati la maggior parte senza forme giuridiche, da quelli stessi rivoluzionari che si fanno scrupolo pel sangue versato da' tribunali competenti sotto i legittimi sovrani. Se leggete gli atti uffiziali del Pais lamento di Torino, dopo il 1860 troverete che circa quindicimila cittadini vennero fucilati senza forme giuridiche, ma pel solo capriccio di un duce piemontese о di un caporale. Di que' massacri non se ne tien conto dagli umanitarii liberali; perché a' redentori della patria è tutto lecito, non esclusa la violazione di tutte le leggi umane e divine; e quando costoro oprano in questo modo pre tendono di più di essere ringraziati ed encomiati!

Ê necessario ritornare un poco indietro per dir qualche cosa de’ castelli e piazze presidiati da’ soldati francesi. Ruffo presentò a Nelson lo stato della forza dell'armata cristiana, e pregollo di mettersi con lui di accordo per espugnare quelle fortezze che ancor restavano in potere de' nemici. Perloché fu messo l'assedio al castel S. Elmo, coadiuvandovi ottocento inglesi sotto gli ordini del Commodoro Trowbridge; vi erano inoltre le truppe russe, comandate dal capitano Baill; duce supremo degli assedianti il capitan generale duca delIa Salandra. il castello venne investito dalla parte della montagna, e ciò per non compromettere la città; Trowbridge, per disbrigare quell'assedio, volea minare castel S. Elmo, e si oppose il cardinale Ruffo ad un progetto tanto inumano.

Il comandante degli assediati, il francese generale Mégéan, conoscendo che non avrebbe potuto opporre una valida e lunga resistenza, alzò bandiera bianca e mandò un parlamentare, facendo conoscere agli assedianti, che sarebbe pronto cedere il castello, però mediante un pourboire di un milione di ducati, se no, avrebbe bombardato e distrutto Napoli. Ecco che cosa erano gli stranieri apportatori di libertà, a cui i patrioti napoletani aveano consegnata la patria! Il comandante duca della Salandra gli rispose, per mezzo del parlamentare, che la guerra si facea con le armi tra nazioni civili e non mai col danaro come fanno i briganti ricattatori; che il comandante degli assediati, secondo le leggi di guerra, dovea dirigere i suoi colpi ove partissero le offese contro di lui; e se a ciò non si fosse uniformato, sarebbe responsabile la di lui testa e la vita di tutt’i soldati dì presidio in S. Elmo. Quella dignitosa e ferma risposta produsse il suo effetto, quel venale giacobino si limitò a ribattere i colpi degli assedianti, e il 10 luglio, alzò bandiera bianca chiedendo di capitolare. Gli furono accordati onorevoli patti, con la condizione però che gli assediati doveano consegnare gli oggetti saccheggiati a’ napoletani.

La guarnigione francese di S. Elmo fu imbarcata sopra i legni della squadra inglese e condotta a Tolone, e quel castello fu occupato dagl’inglesi. Mégéan non chiese alcuno articolo favorevole pe' patrioti napoletani rifugiati presso di lui, e che l'aveano assistito in quell’assedio; anzi, avendo ricevuto grosse somme di danaro per far vestire que’ napoletani con l'uniforme francese onde non fossero conosciuti, appena quegl’infelici uscirono dal castello; gli additava agli assedianti svelando l'inganno.

Neppure risparmiò il generale Matera, che sebbene napoletano, avea militato in Francia sin dal 1793.

Nel medesimo tempo che s’investiva Castel S. Elmo, si diedero le disposizioni per assediarsi la piazza di Capua, ove comandava il francese generale Girardon, la quale era già circondata dalle truppe comandate dal duca di Roccaromana, dal conte Marulli e dal colonnello Vito Nunziante; in seguito si aggiunsero altre milizie comandate dal maresciallo Bouchard, e poi parte di quelle russe ed ottomane. Dopo non pochi combattimenti, gli assediati chiesero di capitolare, perché le batterie erette contro la piazza dal capitano di artiglieria Marulli e dell’altro capitano del genio Rignalwer, vi arrecavano l’esterminio. Capua si arrese il 28 luglio; i patti della capitolazione furono simili a quelli accordati al presidio di castel S. Elmo.

Rimanea la piazza di Gaeta, bloccata dallo bande armate dirette da Michele Pezza, detto fra Diavolo. La guarnigione di questa piazza forte, scoraggiata per tanti rovesci repubblicani, e vessata dalla fame, capitolò il 31 luglio. Il re volle accordare a questi altri capitolali patti più onorevoli; permise loro di portarsi i fucili, baionette, spade e cartucciere; ed ordinò che non fossero mandati in Francia con le condizioni di prigionieri. Gli inglesi voleano opporsi a questa generosità sovrana; e la fecero passare perché aveano ottenuto tutto quello che era loro politicamente più necessario, quindi non federo forti opposizioni ad un fatto che giudicarono di poco momento.

Dopo la capitolazione di Gaeta, il Regno intiero rimase in potere del legittimo sovrano; dappoiché tutti i paesi e le città del Reame fecero a gara per sottomettersi al governo di Ferdinando IV. Ed è da notarsi, che i governi rivoluzionarii, sebbene sembrano costituiti, spesso cadono come corpo morto cade, non appena ricevono il primo rovescio. Ciò non dee maravigliarci perché essi sussistendo con la forza bruta e con la violenza, Tuna e l’altra non essendo lo stato normale della civile società, al primo urto s’infrangono e si dileguano.

Tutti coloro che cooperarono. a rialzare il trono di Napoli furono ricompensati. II re, grato ai servizi del cardinal Ruffo, gli diede in libera proprietà la rendita di quindicimila ducati annui in tanti beni fondi. Al fratello del cardinale duca di Bar&niello e successori cedé il diritto di patronato che avea sulla Badia di S. Sofia di Benevento; all’altro fratello Don Francesco diè una pensione vitalizia di ducati tremila annui. Le milizie dell’armata cristiana ebbero doppio soldo; gli stranieri furono ben ricompensati; e quello che sempre mi ha addolorato si è, che l'ammiraglio Giorgio Nelson fu nominato-duca di Bronte con la rendita di diciottomila ducati annui in beni fondi nella medesima città di Bronte; e il dominio del nuovo duca fu sempre causa di prepotenze e suhugli popolari.

Quando l'esercito si riordinò, tutti coloro che aveano ben servito e si erano distinti nel propugnare la causa del paese e del rei ebbero onori, gradi e taluni anche danaro. Con dispaccio del 16 settembre di quell’anno, Francesco de' Cesare fu confirmato nel grado di generale; i capi massa Paolo Pronto, Gaetano Mammone, Michele Pezza (fra Diavolo), Giambattista Rodio, Gerardo Curci, detto Sciarpa, Carbone ed altri ebbero tutti il grado di colonnello.

Gli scrittori patrioti non tralasciarono di scrivere catilinarie conti о Ferdinando IV per avere costui ricompensato tutti que' che coadiuvarono a ristabilire il trono di Napoli. Quegli scrittori pretenderebbero che i re si mostrassero sconoscenti ed ingrati per far piacere a loro, e all'occorrenza flagellarli eziandio sulla sconoscenza ed ingratitudine. Mi si dirà, che tra’ compensati di quel sovrano erano individui di dubbia fama; ciò che importa? Volete togliere all'uomo, che spesso per fatali circostanze si è degradato, la cara e dolce speranza di riabilitarsi combattendo a favore del suo re e della sua patria? Que’ capimassa, divenuti uffiziali superiori, furono modello di onore e di fedeltà; e Pronio, che morì vecchio maresciallo di campo, lasciò ricordi di fede onorevolissima nell’esercito napoletano. Quanti di dubbia vita e degradati, non ha riabilitato, a modo suo, la rivoluzione? Oh! se qui volessi farla un poco da biografo di tanti generali, ministri e magnati patrioti, farei strabiliare i miei lettori: altro che fra Diavolo e Marni mone! almeno costoro non erano ladri, ma veri patrioti nemici degli stranieri invasori della patria; furono calunniati dagli storiografi della rivoluzione e più di tutto per denigrare Ferdinando IV.

Prima di chiudere quest’anno 1799, tanto fecondo di strepitosi avvenimenti e ricordi per questo Regno principalmente, è necessario dir qualche cosa circa la spedizione delle truppe napoletane nello stato della Chiesa, per cacciare i francesi che colà ancor padroneggiavano.

La vicinanza di costoro non rendea sicuro questo Reame; il re Ferdinando non ignorava che il direttorio francese avrebbe approfittato di qualsiasi favorevole circostanza per impossessarsi di nuovo di queste nostre contrade italiane come non ignorava che i generali della repubblica Cisalpina, Lahoz e Pino, faticavano alacremente per proclamare una. repubblica italiana, ed emanciparla poi dalla Francia. Mammone, de' Donatis, Sciabolone, Cellini e Vanni, già capimassa, aveano fatto delle scorrerie nelle Marche a danno de' francesi. Per la qual cosa, Ruffo per secondare i voleri del re, conoscendo propizie le circostanze, preparò una spedizione di truppe disponibili; si vuole che fossero dodicimila uomini, e li mandò nello Stato Pontificio, sotto gli ordini di Giambattista Rodio, essendo costui molto intelligente e il più moderato di tutti i capimassa, dandogli per segretario ed aiutante generale Giuseppe Clary.

Rodio si diresse a Sora, e proseguendo la marcia, il 10 agosto entrò negli Stati della Chiesa, respingendo i posti avanzati de’ patrioti, giunse a Frascati, ove si congiunse con un corpo di milizie comandate dal duca di Roccaromana, e passando poi ad Albano minacciava Roma.

Il generale francese Garnier, che comandava in quella Metropoli, fece di tutto per aprir negoziati co’ napoletani, e non avendo ottenuto alcun favorevole risultato, si decise dar battaglia presso Monterotondo, ove i regi furono dispersi, ma poi si raggranellarono sopra i vicini monti. Giunsero a tempo Michele Pezza e Salomone conducendo masse armate, e riuniti tutt’i napoletani in Frascati, tennero fronte a’ francesi ed a patrioti. Il cardinal Ruffo, avendo conosciuto gli avvenimenti di Monterotondo, spedì un corpo di milizie regolari alla volta di Roma, sotto gli ordini del maresciallo Emmanuele de' Bouchard, appoggiato da una squadra inglese, comandata dal commodoro Trowbridge; il quale giunto a Civitavecchia, sbarcò varii drappelli di soldati della real marina brittannica.

Il generale Garnier, non riordinato ancora, dopo il fatto d’armi di Monterotondo, vedendo avanzare numerosi i napoletani di fronte, e minacciato alle ¿palle dall’austriaco generale Froelick, si ritirò in Roma. I regi si avanzarono sino a Porta Romana e a Ponte Molle; gli austriaci occuparono la Storta. Garnier, considerando che non potea sostenersi a fronte di tanti nemici, si decise capitolare a tempo opportuno, per ottenere patti vantaggiosi per sé e pe’ patrioti che aveano seguita la sua causa.

Quindi si diresse all’inglese Trowbridge, e per mezzo di costui ottenne agevolazioni, cioè che i francesi non fossero prigionieri di guerra, ma potersi ritirare in Corsica о in Francia con le armi; i patrioti liberi di seguire l’esercito francese, e quelli che avessero voluto rimanere in patria non sarebbero stati molestati per tutto quello che aveano fatto contro il governo pontificio.

Dopo la capitolazione, l'austriaco generale avviossi verso Ancona per assediare quella piazza forte, ancora in potere de’ francesi. Il maresciallo Bouchard entrò in Roma il 1° ottobre; però il popolaccio di quella città, sotto pretesto di perseguitare i giacobini, rapinava e dava sfogo a vendette private. Quel maresciallo impedì quegli eccessi, comuni in tutti gli Stati ove cede una signoria e ne sorge un’altra; istituì una Giunta di Stato per punire tutti coloro che rubassero о turbassero l'ordine pubblico.

Il 19 agosto di quell’anno 1799, moriva in Valenza, nel Delfinato, prigioniero de' giacobini, il sommo Pontefice Pio VI, dell’illustre famiglia Braschi, in età di anni 81, mesi 8 e giorni 2, dopo di avere regnato anni 24, mesi 6 e giorni 14. Egli morì non affranto dagli anni, ma straziato da tanti mali morali che gli fecero soffrile i proclamatori de’ dritti dell’uomo, gli umanitarii patrioti; e nel morire si vendicò con la vendetta dell’uomo generoso e santo, cioè perdonando e benedicendo i suoi persecutori e carnefici.

La morte del Papa, in quelle fatali circostanze per la chiesa, avea spaventato i cattolici di poca fede, giudicandosi da tutti assai difficile la riunione del sacro Collegio dei cardinali per eleggersi il nuovo Pontefice. Ma Dio benedetto, che veglia sulla chiesa fondala nel prezioso sangue del suo diletto Figliuolo, per confusione degl’empiì, volle che gli stessi inglesi protestanti, i russi scismatici, i turchi infedeli si cooperassero per riunire in Venezia i cardinali, onde costoro dessero alla chiesa vedovata il supremo Gerarca. Per una causa di tanta importanza, il cardinal Ruffo lasciò l'alto posto che occupava in Napoli, e il 5 novembre partì per Venezia; ove il 1° dicembre si riunirono trentaquattro cardinali, numero sufficiente per eleggersi il sommo Pontefice. In fatti il 12 marzo del 1800 fu eletto Papa il cardinale Barnaba Chiaramonte di Cesena e prese il nome di Pio VII.

Dopo la partenza di Ruffo da Napoli, rimase luogotenente interino il marchese Simonetti, essendo stato eletto luogotenente e capitan generale del Regno al di qua del Faro, Francesco Statella principe di Cassaro, il quale trovavasi allora in Palermo segretario di Stato di grazia e giustizia. Era egli siciliano, discendente di antica ed illustre famiglia, cioè del regio sangue de’ duchi di Borgogna, e giunta in Sicilia nel secolo XIV col re Martino I. Il principe di Cassaro partì da Palermo il 15 novembre, ed arrivò a Napoli il 24 dello stesso mese, ove ricevé onori veramente sovrani.

Аll’Immacolatella si era eretto un ponte da sbarco, ed ivi fu ricevuto da’ generali Spinelli e Ripa, non che da un immenso popolo che acclamavalo con segni di straordinaria gioia e rispetto. Nella Reggia fu ricevuto dal maresciallo di campo Logerot, da monsignor Terrüsio in luogo del cardinale arcivescovo assente e da’ direttori di varie segreterie. La dimane si recò al Duomo ove fu ricevuto dal clero e da’ nobili con tutti gli onori sovrani.

Il principe di Cassaro corrispose a maraviglia alle speranze ed accoglienze de’ napoletani, dappoiché era adorno di tutte quelle qualità che formano un vero signore, un perfetto cavaliere; buon cattolico, bene istruito, generoso, affabile e pietoso. Riordinò tutti i rami dell'amministrazione dello Stato, che erano in grande disordine a causa delle passate tristissime vicende; sollevò tanti infelici, mitigò i rigori della Giunta di Stato, tacendo anche sparire i segni delle passate punizioni; e governò tanto bene, che gli stessi nemici della monarchia, non escluso Colletta (24), non trovarono in che biasimarlo, anzi furono costretti tributargli meritate laudi.

Così finiva quell’anno memorabile del 1799, e con esso il secolo XVIII! Oh! quello che lo seguì, proclamato secolo de’ lumi, se è vero che ci ha apportato qualche vantaggio nelle scienze naturali, ci ha spaventato però col suo egoismo e con la sua miscredenza.

Il secolo XVIII e il secolo XIX, l'un contro l'altro armato, lottarono e lottano ancora; il giovane, fatto oramai vecchio, sembra vincitore, ma la sua vittoria sleale e sanguinosa доп è che precaria. Auguriamoci una perfetta pace tra i due contendenti; il primo Che riconosca le buone conquiste del giova«ne, da lui stesso già iniziate, e questi che s’inchini alla maestosa canizie e alle inconcusse credenze ed opinioni del suo predecessore.

Ecco gli uomini più insigni che cessarono di vivere dal 1794 al 1800: nel 1794 Francesco Serrao celebre medico ed archeologo, morto in Napoli dell’età di anni 90. Nel 1795 marchese Giuseppe Spiriti di Cosenza distinto economista, morto in patria. Nel 1796 Padre Bernardino di Ucria, in Sicilia, dottissimo botanico, restauratore dell'Orto botanico di Palermo. Pietro dell’Aquila di Palermo, grande nelle belle arti e specialmente nella pittura e nell’incisione. Nel 1797 Monsignor Giuseppe Rossi vescovo titolare di Nicosia, confessore del re, e precettore delle reali principesse, letterato e teologo insigne. Nel 1798 marchese Basilio Palmieri nato in Montignano, consigliere della real Camera di S. Chiara, pubblicista e letterato. Nel 1799 Mario Pagano di Brienza, chiarissimo giureconsulto; Domenico Cirillo di Grumo, illustre medico e botanico; Nicola Falconieri filosofo; Pasquale Baffi filologo e letterato; ammiraglio Francesco Caracciolo di Napoli.

Ecco le opere più rimarchevoli che si pubblicarono dal 1794 al 1800: nel 1 94 Prediche del P. Zanetti domenicano; Elementi di storia universale dell'Ab. Orazio Lupis, e Le Notti Cassinesi di Giovambattista Grossi. Nel 1796 Elementi di astronomia di Giuseppe Rosati, e Trattato delle Virtù e de’ Premii di Giàcinto Dragonetti. Nel 1797 Institutionen iuris Regni juxta ordinem Pandeciarum di Pasquale napo dano, Elementi di agricoltura di Ferdinando Pistilli, I dritti dell'uomo di Nicola Spedalieri, e la Filosofia del Cristianesimo di Giuseppe de' Luca; nel 1798 La giustizia dette leggi prevenienti i delitti di Pasquale Gamardella. Nei 1799 La giurisprudenza del commercio di Michele de' Jorio; Itinerario della Spedizione del Cardinal Ruffo di Antonio Cimbalo.


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CAPITOLO XVI

SOMMARIO

Stato dell'Europa. Indulto pe’ rei di Stato. Riorganizzazione del Peser cito. Istituzione del Real Ordine di S. Ferdinando. Si ritirano le fedi bancali. Presa di Malta. Le milizie napoletane in Toscana. Sedicimila francesi occupano parte di questo. Regno. Pace di Amiens. I napoletani inr Malta. Riordinamento delle finanze. La compagnia di Gesù ristabilita in questo Reame.

Al principio di questo secolo la rivoluzione parea abbattuta, ma essa era più forte е orgogliosa; conciosiaché l'altro secolo, in una isola italiana, avea veduto nascere un uomo; straordinario, guerriero e politico e la rivoluzione si era in lui incarnata. Napoleone. Bonaparte, essendosi impossessato della terribile spada della Francia, meditava l'impero di Occidente, la spoliazione e il servaggio dell’Europa. Egli, dopo di essere stato il figlio della più selvaggia rivoluzione che rammenta la storia, addivenne il despota della stessa, ed insieme il flagello de' popoli e dei troni legittimi, riunendo in sé i mali della demagogia e quelli del principato tirannico. Per la qual cosa ben lo definì madama di. Stael chiamandolo Robespierre à cheval.

Perché giovava alla sua politica rialzò gli altari del Signore, manomessi ed abbattuti dalla miscredenza e dalle sètte; ma quando vide che la chiesa, sebbene riconosca qualunque forma di governo regolare, non transige co' principii eterni del suo dritto, cominciò a perseguitarla, volendo ridurre il sommo Pontefice suo suddito e suo strumento, per imperare eziandio sulle coscienze.

I potentati di Europa, conoscendo le mire ambiziose del dittatore della Senna, negl’intervalli di una effimera pace, raccolsero poderosi eserciti, armarono formidabili fortezze e si unirono tra loro per conquidere il nemico comune. Ma tutto riuscì inutile; la giornata di Marengo segnò il servaggio delle nazioni e de’ re. Napoleone Bonaparte abbatté e troni e popoli; e dopo di aver traversato fiumi e laghi di sangue, orgoglioso si assise sopra un trono di teschi umani!

Gli anni che precessero il dominio napoleonico nel Regno di Napoli, furono eziandio interessanti per estraordinarii avvenimenti, i quali erano prodromi di quello che avvenir dovea dopo sei anni; ed invero se da una parte si lavorava per ¡scongiurarlo, dall’altra, con più potenti mezzi si facea di tutto per accelerarlo.

Ferdinando IV, vinta la rivoluzione ne’ suoi Stati, il 30 maggio 1800, suo giorno onomastico, pubblicò l’indulto pe' delitti di Stato e disse: «Essere tempo di riposo e bramare» che i sudditi fossero come figli suoi tenuti, fe tra loro come fratelli si amassero; e perciò sospendere e cancellare i giudizii di Stato, vietare le accuse, le denunzie e perdonare, obbliare, rimettere i delitti di lesa maestà.»

In conseguenza di ciò elesse reggente della polizia il duca d’Ascoli, uomo moderatissimo e benigno. Quello stesso giorno,30 maggio, si abolì il corpo degli eletti della città di Napoli, ed invece venne istituito un Senato composto da un presidente ed otto senatori.

Quel sovrano ben sapea che il suo trono e il benessere de’ suoi popoli erano di continuo insidiati dalla rivoluzione francese, quindi pensò a premunirsi con riorganizzare l’esercito. Dell’antico rimaneano poche truppe che si trovavano in Sicilia, sin da quando egli riparò in Palermo; i reggimenti, che. militato aveano sotto Ruffo, non erano ben disciplinati; vi erano sì uffiziali valorosi, ma poco istruiti nell'arte della guerra. Gli uffiziali dell’artiglieria e del genio la maggior parte si erano dati al nemico, quindi quali espulsi dal servizio e quali emigrati in Francia. Nella composizione del nuovo esercito fu dunque necessario servirsi degli antichi uffiziali rimasti fedeli e di quelli improvvisati( )nel 1799; i primi non erano tutti ben visti da' soldati, accusandoli or di codardia or di tradimento. Un altra circostanza rendea difficile la formazione dell’esercito, cioè non eranvi più materiali per l’artiglieria, né più cavalli per la cavalleria e l'erario esausto. Nonpertanto il 10 marzo di quell’anno 1800, con un dispaccio si diedero delle istruzioni al principe di Trabia, ministro della guerra, per formare il nuovo esercito con gli elementi che si trovavano allora.

Si organizzarono dodici reggimenti di fanteria, ciascuno composto di tre battaglioni, uno di fucilieri e due di granatieri; in tutto quattordici compagnie di cento uomini cadauna, inclusi gli uffiziali. Si diede incarico al tenente-generale Bourcard, che trovavasi a Roma, di formare colà sei battaglioni di cacciatori, e al colonnello Rusciano di radunare gli uomini e i cavalli dell'antica cavalleria, de’ quali si formarono sei reggimenti, ciascuno composto di quattro squadroni; e questi di 150 cavalieri. L’artiglieria si organizzò alla meglio con que’ materiali che vi erano.

Il re, desideroso di conferire nuovi onori a tutti coloro che si erano ben distinti nel difendere il trono e la patria, il 1° aprile del 1800, istituì l'insigne Ordine di San Ferdinando e del merito, dichiarandosene esso medesimo il gran maestro. Quell’ordine è diviso in tre classi, cioè cavalieri gran croce, cavalieri commendatori e cavalieri di piccola croce.

Una solenne riparazione finanziaria fu fatta nel 1800 da Ferdinando IV, dimostrandosi sempre più degno figlio di Carlo III di Borbone. I lettori già sanno che sin dal 1796, circolavano nel Regno ventiquattro milioni di ducati in fedi bancali; debito fatto dallo Stata, per difendere la patria nostra dall’invasione francese. Quelle fedi bancali, come ben dice il chiarissimo barone Giacomo Savarese, in un dotto opuscolo pubblicato nel 1840 (25), non erano nel 1800 una questione puramente di finanza, ma bensì una questione più che governativa, più che politica, più che sociale, una questione di giustizia e di moralità. Per la qual cosa, il re, con Editto del 25 aprile 1800, ordinò che si ritirassero quei ventiquattro milioni di ducati in fedi bancali, e l’ordine fu eseguito in quattro mesi. Fu allora che la moneta ritornò ad essere Eunice agente legale della circolazione; e con la fiducia generale, il commercio e l’industria ripresero il loro corso ordinario. Il ministro della finanza, Giuseppe Zurlo, fu lodatissimo da’ suoi contemporanei, perché si cooperò all’esecuzione di quell’editto, e Ferdinando IV volea fargli un regalo dr sessantamila ducati, che egli lodevolmente rifiutò dicendo: non volere che a lui cittadino venisse da una pubblica sventura alcun utile privato. Cosi allora pensavano i ministri codini di un Borbone! Oggi sarebbe un controsenso dopo gli attuali principii dell’89, che ci han fatto liberi e progressisti.

Desidererei trascriver qui tutto intiero l’Editto del 25 aprile 1800, essendo un capolavoro di scienza economica, ma è troppo lungo, e temo d’infastidire buon numero de’ miei lettori. Però prego i nostri attuali ministri, i quali — in apparenza —fanno progetti e contro progetti per ritirare il miliardo di carta moneta, che hanno regalato a noi redenti italiani, di lasciar per poco i principii della nuova scienza dell’economia politica, ed invece procurarsi il citato opuscolo del Savarese, ove tra le tante dottrine di economia, troveranno eziandio l’Editto del 25 aprile 1800, per ¡studiarlo profondamente, dovendoci liberare dal terribile flagello della carta moneta.

Mentre nel Regno si riorganizzava l'esercito e l’amministrazione, due mila soldati napoletani, comandati dal brigadiere Fardella, uniti agl’inglesi, assediavano l’isola di Malta in potere de’ francesi, sotto gli ordini dell’intrepido generale Vuabois. Questi, dopo di aver lottato con estraordinario coraggio ed avvedutezza, non fu vinto dalle armi collegate, ma dalla penuria de’ viveri e dalle malattie, che decimavano i suoi soldati. Capitolò il 5 settembre: napoletani ed inglesi occuparono quell’isola.

Napoleone Bonaparte, dopo la battaglia di Marengo, si dichiarò primo Console, ossia dittatore della Francia; e siccome questa nazione avea gran bisogno di ristorarsi del sangue versato da’ suoi figli, quel primo console offerse pace all’Imperatore d’Austria, che pure aveane bisogno a causa delle sofferte perdite. La regina Maria Carolina, moglie di Ferdinando IV, profittando della circostanza, era corsa a Vienna per patrocinare la causa di questo Regno; ma il ministro austriaco Thugut le fu contrario, perché sobillato dagl’inglesi a’ quali quella pace non era profittevole.

Malgrado ciò, essendo stanche le due parti belligeranti, si firmò un nuovo armistizio ad Hohelinden; indi ambasciatori francesi ed austriaci, non che inglesi, si riunirono nella città di Luneville; ma nulla conchiusero, giovando alla Granbrettagna la guerra, nella quale nulla avea da perdere e tutto da guadagnare. Per la qual cosa Bonaparte mosse i suoi eserciti, ed uno lo mandò in Italia sotto il comando del generale Brume. Dall’altra parte l'Austria spedi un corpo di esercito, anche in Italia capitanato dal generale Bellegarde, e chiese al governo di Napoli gli aiuti secondo il trattato di alleanza. Re Ferdinando IV spedi ottomila uomini alla volta di Roma sotto gli ordini del generale Damas, per inoltrarsi nella Toscana e congiungersi con una divisione di seimila austriaci che occupavano le Marche.

Sul finire il primo anno di questo secolo, s’introdusse in questo Regno la vaccinazione importata dall'inglese Marshall; ed essendosene conosciuti i benefici effetti, il re fece stabilire officii ed uffiziali di vaccinazione, e la prescrisse all’esercito, agli ospedali, ai luoghi pii ed alla colonia di S. Leucio.

Ad onta de’ rumori di guerra che si faceano sentire nell’alta Italia, l’anno 1801 sorgea benigno pe’ napoletani. Costoro, abituati a veder sempre in questa città la real famiglia, erano dolenti dell’allontanamento della stessa, e quindi aveano fatto suppliche perchó il re ritornasse in Napoli. Ferdinando, per contentare il desiderio de’ suoi sudditi al di quà del Faro, mandò il principe ereditario in qualità di suo vicario generale; e costui giunse in questa capitale il 30 gennaio, accompagnato dalla sua augusta consorte, e il piccolo principe Ferdinando, che poi morì quasi assieme alla sua genitrice. Nella felice ricorrenza di quel ritorno in questo Regno si fecero feste sontuose e splendide; la gioia de’ napoletani fu immensa. AI porto erasi eretto un magnifico ponte per lo sbarco del principe, il quale fu ricevuto colà da’ capi della milizia, dalla magistratura, dal Senato e dal popolo entusiasta e plaudente. Le feste in città durarono tre giorni; si eressero archi di trionfo allusivi, rappresentanti le dodici province del Napoletano. Il Senato, per accrescere il giubilo della popolazione, dispensò quaranta maritaggi di cinquanta ducati ciascuno, oltre delle vestimenta per le donzelle povere ed orfane; e quelle favorite dalla sorte, ¡1 2 febbraro, furono messe sopra varii carri, bellamente ornati ed accompagnati dalla musica, girarono la città. L'ultimo giorno delle feste si cantò il Te Deum in Santa Chiara, e il principe vicario pubblicò l'indulto per gli emigrati politici, che liberi ritornarono nel Regno e nelle braccia de' loro parenti.

Mentre queste dimostrazioni di giubilo allietavano Napoli dopo tante sofferte sventure, le milizie mandate in Toscana a combattere i francesi, si avanzarono fino a Siena; tre reggimenti costrinsero una brigata di truppa cisalpina, comandata dal generale Pino, a ricoverarsi nel castello di quella città, e dopo qualche giorno rendersi prigioniera di guerra. Il generale francese Miollis, che comandava in Toscana, avendo inteso i rovesci repubblicani di Siena, retrocedette; sguarnì Livorno, e con celerità si ridusse a Pisa per ritirarsi nel Modenese. Intanto gli austriaci erano battuti da francesi nell’alta Italia, e furono costretti a domandare un armistizio, che fu loro accordato e firmato in Treviso senza darsi carico degli alleati napoletani. Appena firmato quell'armistizio, due corpi di esercito piombarono sopra i soldati di Napoli, uno della Cisalpina, l'altro di Francia; a’ quali si aggiunsero altri dodicimila francesi capitanati dal generale Gioacchino Murat, allora sceso in Italia dalle Alpi Cozie. L’armistizio di Treviso avea dato in mano de' repubblicani Ferrara ed Ancona, quindi fu facile per Murat prendere la via di questo Regno, avendo unito altri ventimila uomini a' suoi dodicimila.

II generale napoletano Damas, appena ebbe conoscenza dell'armistizio di Treviso, fece sentire al generale in capo Brume, che la sospensione d’armi dovea valere anche per lui, essendo sotto gli ordini dell’austriaco duce Bellegarde; ma queste ragioni non valsero ad arrestare la marcia del nemico.

Re Ferdinando avea intrapresa quella guerra ad istigazione della Granbrettagna e dell’Austria, e tutte e due l’abbandonarono nel momento del pericolo. Maria Carolina, che trovavasi allora in Vienna, conoscendo il pericolo che correva il Regno a causa degl’inglesi, rapida corse a Pietroburgo, e pregò Paolo I già rappattumato col primo console, per intromettersi come mediatore tra questi e suo marito, a ciò questo Regno non fosse invaso da’ francesi; e quindi un armistizio di. un mese fu firmato in Foligno, il 18 febbraio, tra Murat e Micheroux Questi due generali stabilirono, che i napoletani si ritirassero nel Regno; che i porti delle Due Sicilie fossero chiusi agl’inglesi ed a’ turchi per essere aperti a' francesi; che 'il governo di Napoli dovesse mettere in libertà i reduci d’Egitto, e che fosse abolito ogni rigore pe’ condannati politici;—e ciò quando si era di già accordala ampia amnistia.

In forza di quell'armistizio le milizie napoletane si ritirarono nel Regno, e il 28 marzo, si riunirono in Firenze il ministro di Francia Alquir e Micheroux pel re di Napoli, stipulando un definitivo trattato di pace con le stesse condizioni dell’armistizio di Foligno. Però la Francia volle aggiunte 'altre condizioni gravosissime, cioè che questo Regno pagasse mezzo milione di franchi per darsi a' francesi danneggiati nella guerra del 1799; che il re rinunziasse a tutt’i dritti che avea sopra la Toscana; che quattromila francesi occupassero gli Abruzzi sino a Sangro, ed altri dodicimila prendessero posizione nella provincia di Lecce, ove resterebbero fino alla pace tra la Francia Turchia ed Inghilterra. In ultimo si volle l’altra gravosissima condizione, che il governo dovesse somministrare il grano pel mantenimento delle truppe francesi, e dare a' medesimi mezzo milione di franchi al mese pel soldo; quella pace era peggiore della guerra I In adempimento del trattato di Firenze, in aprile dell’anno 1801, entrarono nel Regno sedicimila francesi, comandati dal generale Soult. In quella circostanza, il generale Gioacchino Murat, dopo di aver visitato Roma, ove fu bene accolto dal Papa Pio VII, si recò a Napoli, dove fu ben ricevuto e festeggiato. Il popolo lo ammirava per la foggia e magnificenza del vestire; ed egli si compiaceva di essere ammirato e festeggiato da’ napoletani. Pria che partisse, il principe ereditario, a nome del re, gli fece il regalo di una ricchissima spada, e fu quello un dono funesto, che poi usò contro il donatore! In quello stesso anno, re Ferdinando volle esaudire i voti e le suppliche de’ napoletani, i quali desideravano che ritornasse in mezzo a loro. In effetti il 26 giugno comparve nel golfo di Napoli il vascello napoletano, Sannita, che riconducea in questi dominii il desiderato sovrano.

Costui, invece di sbarcare in questo porto, si diresse alla rada di Portici e sbarcò presso la villa della Favorita; ove fu ricevuto dal principe ereditario, da tutti i corpi dello Stato, dal Senato e da un popolo immenso accorsovi da Napoli e dai paesi circonvicini. Quando entrò a cavallo in questa capitale fu sinceramente acclamato, e si fecero archi di trionfo, illuminazioni e gale per tre giorni. Dopo quelle feste pubblicò un indulto generale pe condannati politici, e dispensò gradi ed onori a tutti coloro che aveano ben servito. Scorsi pochi giorni che il re trovavasi in Napoli, giunse la regina col principe Leopoldo suo figlio e colle reali principesse reduci tutti da Vienna.

In quel tempo la real famiglia di Napoli fu allietata per doppie nozze, poiché il vedovo principe ereditario sposò l'Infanta di Spagna Isabella, giovanetta di 14 anni, e Ferdinando principe delle Asturie Maria Antonietta, principessa reale di Napoli. Però, in quello stesso anno la corte e l'intiera città furono addolorate per la morte della santa regina di Sardegna, Maria Clotilde; la quale si trovava in Napoli assieme all’augusto re suo sposo, tutti e due in esilio a causa dell’invasione francese nel Piemonte. La regina Maria Clotilde, nata Borbone, passò la sua vita in esercizii di cristiana pietà; mori il 7 marzo 1802, e fu seppellita nella chiesa di S. Caterina a Ghiaia. Dopo sei anni il Sommo Pontefice Pio VII la dichiarò venerabile, ed ordinò che si fosse cominciata la causa per la beatificazione di Lei.

Il 27 marzo 1802, in Amiens si conchiuse la pace tra tutti i potentati di Europa. Riguardo al Regno di Napoli fu stabilita la neutralità dell’isola di Malta, e s’invitò re Ferdinando a farla presidiare dalle sue truppe, finché l'Ordine Gerosolimitano, cui quell’isola apparteneva, non avesse milizie proprie; che i francesi doveano ritirarsi da questo Regno e dallo Stato pontificio, e gl’inglesi da Porto«ferrajo e da tutti i porti che occupavano nel Mediterraneo e nell’Adriatico. In conseguenza di que’ patti gl’inglesi doveano sgombrar Malta per occuparla i napoletani. Per la qual cosa il re spedì duemila uomini in quell’isola. Però i prepotenti inglesi rimasero colà, poco curandosi de’ patti di Amiens che preparavausi a lacerare, fecero sbarcare i napoletani, rimanendo essi al comando di Malta. Ferdinando IV fece le sue lagnanze per quest’altra prepotenza e malafede brittannica, e da Londra gli si rispose con futili pretesti.

L’anno seguente, i napoletani lasciarono agl’inglesi quell’Isola, e ritornarono nel Regno e l’Ordine Gerosolimitano si stabilì in Catania. L’anno 1803 sembrava apportatore di pace e di ricostituzione europea, perché gl’inglesi non si mostravano ostili alla Francia, e Napoleone Bonaparte lasciava in pace l’Europa, dovendo congiurare nel suo paese per farsi console a vita e poi imperatore.

Il travagliato Regno di Napoli già sgombrato dalle truppe francesi godea di una calma apparente, dopo di aver versato tante lagrime e tanto sangue a causa dell’ambizione de’ patrioti indigeni e dell’ingordigia de’ rivoluzionarii francesi. Re Ferdinando, profittando di quella tregua, si dedicò a riordinare la depauperata finanza, ridotta in quello stato deplorevole per le grosse somme che si erano dovute pagare, prima a causa delle rivoluzioni e poi alla repubblica francese. Il ministro di finanza Zurlo, sebbene avesse fatto rinascere la fiducia ne’ Banchi e nel commercio, non pertanto avea fatto fronte a tante spese con replicati prestiti, perlocché il credito dello Stato cominciava a decadere un’altra volta, e non sapeasi ove trovar risorse; fu quindi esonerato, sostituendolo un Consiglio di finanza, presidente del quale venne nominato il cav. Luigi de' Medici. Questi, abile in tutto, ristabilì il credito della finanza napoletana con mezzi straordinarii sino allora sconosciuti; concepì una cassa di sconti, propose al re tali provvedimenti finanziari, che le polizze ebbero il valore stesso della moneta sonante; ed in quel modo sparì il vuoto de’ Banchi ascendente a tredici milioni. Il cav. de Medici dimostrò essere un grande economista, conoscitore profondo delle dottrine dell’economia politica, applicandole spoglie della parte burocratica e delle vane illusioni, e cosi ne ottenne felici risultati a pro del governo e de’ contribuenti. Tutto al contrario degli economisti moderni, i quali altra sapienza non ci han saputo dimostrare, che far debiti, far carta moneta, metter nuove tasse e duplicare le antiche, riducendo la finanza all’orlo della bancarotta. Gli economisti alla moderna hanno inventato una scienza economica sui generis e paradossale, e ce la sciorinano come un trovato peregrino e sublime. Le nazioni, essi dicono, tanto più son ricche quanto più debiti hanno; son più ricche quanto più tasse pagano;—son sicuro che gli uomini di buon senso abominino simili ricchezze.

Un altro atto di solenne riparazione fu fatto da Ferdinando IV nel 1804. Ho già detto che quel sovrano non avea abolito la Compagnia di Gesù per propria volontà, ma perché era stato ingannato dal Tanucci e forzato da consigli, anzi ordini, del suo genitore Carlo III di Spagna. Avendo però conosciuto, che dopo l’abolizione di que’ benemeriti Padri, si erano moltiplicati i liberi pensatori ed i scapestrati, che attentavano a dissolvere la civile società, si argomentò rimettere nel suo Regno gli zelanti figli di S. Ignazio Lojola, per istruire la gioventù ne buoni e severi studii, ed istillare nella stessa que’ principii di santissima morale evangelica, che sono il fon¿amento del vivere sociale ed onesto. Il Padre Angiolini era ritornato dalla Russia, ove si erano rifugiati i Gesuiti, dopo la Bolla dì abolizione de’ medesimi, emanata da Clemente XIV, per ristabilire in Roma quella Compagnia; e il re Ferdinando lo invitò a recarsi a Napoli per rimetterla eziandio in questo Regno. Il governo di Madrid, da vero peccatore ostinato, scrisse note sopra note diplomatiche per persuadere questo di Napoli a non rimettere i Gesuiti; il sovrano delle Due Sicilie, conoscendone il bisogno, lasciò che quel governo, già in potere de’ settari, sbraitasse a suo talento, e fu fermo nella sua lodevolissima risoluzione.

Papa Pio VII, tenendo conto delle suppliche di Ferdinando IV, delle ragioni addotte dall’Angiolini, e dall’insistenza di Paolo I imperatore di Russia, il quale sebbene scismatico desiderava i Gesuiti nel suo impero, avendone riconosciuta la grande utilità, il 29 luglio 1804 emanò il seguente Breve: «Per condiscendere alle petizioni di Paolo I, imperatore di Russia, nel 1801 ristabilito abbiamo la Compagnia di Gesù nel suo impero. Ora Ferdinando re delle Due Sicilie ci ha fatto esporre, che a di lui giudizio, moltissimo gioverà nelle circostanze de’ presenti tempi, per formare i buoni costumi della gioventù del suo Regno, ed istruirla con dovute e sane dottrine, stabilire nei di lui dominii come si fece nell’impero di Russia la stessa Congregazione; nella quale, tra, principali doveri degl’individui, quello si annovera d’istruire i giovani nelle i scuole e ne’ collegi. E Noi, secondando i desiderii di quel monarca, estendiamo al Regno delle Due Sicilie il Breve in ciò emanato per l’impero russo, ed aggreghiamo alla Compagnia di Gesù stabilita in quell’Impero, tutti coloro che nel divisato Regno si uniranno sotto la regola di S. Ignaziо».

La compagnia di Gesù ritornò in questo Regno, e fu bene accolta e festeggiata da tutti i buoni cittadini; da costoro e dal governo fu aiutata a ristabilire varie case e collegi, che arrecarono immenso bene alla gioventù diretta da que’ dotti e zelanti religiosi. Chi può sconoscere il gran vantaggio scientifico e morale che arreca la Compagnia di Gesù, convenendone gli stessi liberi pensatori? lo stesso odio di costoro contro la stessa manifesta il merito che essa effettivamente possiede. I rivoluzionari, non di rado, trascinati dall’evidenza de’ fatti, dicono delle grandi verità. In effetti il già ministro della pubblica istruzione del Regno d’Italia, il letterato Bonghi, non è gran tempo, in un suo discorso recitato al collegio Romano, alla presenza del principe Umberto, fece il più bello elogio de' Gesuiti, conchiudendo il suo dire, che il governo italiano rispetta lo scienziato qualunque sia l'opinione politica di lui. Io non so che cosa intenda dire il sig. Bonghi, parlando de’ Gesuiti, quando asserisce, che il governo italiano rispetta lo scienziato qualunque sia l’opinione di lui.

Crede egli forse che i gesuiti siano stati rispettati dal governo italiano perché questo non li ha mandati tutti in galera? È un bel rispetto per que’ venerandi padri toglier loro una pensione di dritto che si è accordata agli altri ordini religiosi! È veramente un gran rispetto negare a que' dotti figli di Lojola il dritto che ha ogùi cittadino di concorrere alle cattedre, ed anche a’ posti di maestri elementari, mettendoli così nella dura necessità di farli morir di fame! Credete forse, sig. Bonghi, che la vostra letteratura e la vostra potenza ministeriale vi dessero il dritto di slogicare in questo modo? Al più, e per essere benigni, possiamo dire, che il vostro discorso si potrebbe riassumere in quel noto verso di Ovidio: Video meliora proboque deteriora eequor.


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CAPITOLO XVII

SOMMARIO

Le milizie francesi occupano di nuovo questo Regno. Straordinarii cambiamenti in Francia ed in Italia. Napoleone in forza di un subdolo trattato, ritira le sue milizie dal Napoletano. Sbarco degli alleati in Napoli. Il re è costretto ad accettar la lega, ed arma. Infelici risultati, di quella lega. Gli alleati si ritirano. I francesi marciano contro Napoli. Il re istituisce una Reggenza e parte per Palermo. Lo segue la real famiglia. La reggenza fa uso de’ pieni poteri.

L’Inghilterra, manchevole a’ patti della pace di Amiens, riteneva l’isola di Malta; e siccome avea firmato una nuova lega con altri potentati, dichiarò guerra alla Francia. Il primo console accettòla sfida, e dispose un campo a Boulogne per minacciare quella irrequieta nazione. Re Ferdinando IV, essendosi dichiarato neutrale, proibì a’ suoi sudditi di servire sotto le bandiere de’ belligeranti. Ciononpertanto Napoleone volle di nuovo occupare il Regno di Napoli in forza del trattato di Firenze, che non avea più ragion di esistere; in effetti mandò due divisioni di milizie francesi sotto gli ordini del generale Verdier ed altri cinquemila uomini di truppe della repubblica Cisalpina, condotti dal generale Lecchi; duce in capo Gouvion Saint-Cyr, ed occuparono le coste dell'Adriatico dal Tronto a Taranto. Saint-Cyr si recò a Napoli, e credendosi in dritto, obbligò il governo, a nome del primo console, al mantenimento di tutta la sua soldatesca.

I tempi erano già maturi per appagare la ambizione dell’uomo fatale; difatti Napoleone avea distrutta la repubblica in Francia, e per farsi sovrano altro non gli restava, che stendere la mano, afferrare la corona di Carlomagno e posarsela sul capo. Egli non era uomo da farsi sfuggire l'occasione, e la nuova guerra intimatagli dalla Granbrettagna rendendolo più popolare, gliene offri il mezzo. Conoscendo lo spirito entusiasta e leggiero de’ francesi, si atteggiò prima a gran vittima de’ partiti interni, e poi a salvatore della Francia. Vuoisi che avesse fatto combinare delle finte congiure contro la sua stessa vita dalla polizia di Parigi; per la qual cosa, oltre di avere ottenuto compatimento e destato entusiasmo in suo favore, si liberò da tre uomini potentissimi che gli erano d’inciampo per salire sul trono. Il generale Pichegru implicato in quella falsa congiura, fu arrestato e poi fatto strangolare in carcere, cosi George Cadoudal; e il celebre generale Moreau, che fu cacciato in esilio, e poi passò nel campo de’ nemici alleati, il 26 agosto 1813, morì nella battaglia di Dresda per un proiettile di cannone, che gli portò via tutte e due le gambe, puntato dallo stesso Napoleone.

Il partito repubblicano francese, non avendo più forza e prestigio, per tante infamie che avea perpetrate, si diede alla calunnia, accusando il primo console, che perseguitava i repubblicani, perché volea imitare il generale inglese Monk; il quale si giovò del potere che aveagli dato l'Inghilterra per rimettere sul trono il sovrano legittimo Carlo II. Napoleone, per mondarsi di quella stupida accusa, e perché giovava a’ suoi fini, commise il più turpe e crudele delitto, che basterebbe da sé solo ad oscurare tutta la sua gloria acquistata in tante strepitose vittorie. Fece arrestare, nel Granducato di Baden, contiguo alla Francia, ma indipendente dalla stessa, il duca di Enghien, nipote del re legittimo Luigi XVIII, lo fece condurre di notte ne' fossati del forte Vincennes, presso Parigi; ed ivi radunato un Consiglio, non di giudici ma di assassini, ordinò a costoro che lo condannassero a morte. La esecuzione fu affidata al generale Gioacchino Murat, già cognato del primo console, e quel generale, per farsi merito adempì bene la parte di sicario, facendo fucilare al buio l'innocuo e cavalleresco giovine duca di Enghien con una lanterna sul petto. Dopo questi crudeli delitti perpetrati dal Bonaparte, il partito moderato repubblicano, divenuto vilissimo schiavo di quel despota, con un decreto dei Senato, il 3 maggio 1804, ebbe la servilità di eleggerlo imperatore ereditario: e questi, carico di delitti ed asperso di sangue innocente, tremendo salì sul trono di Francia! Questo straordinario avvenimento commosse l’Europa, destando varii timori e sperante ne’ potentati; si oppose la sola Inghilterra e senza alcun risultato favorevole: il governo di Napoli, avendo in casa i francesi, attese in silenzio e rassegnato il corso degli avvenimenti. In conseguenza dell’impero francese, caddero le repubbliche italiane, le quali elessero Napoleone re d’Italia, senza che la Corona di Francia potesse essere unita all’italiana, ma questa invece dóveasi cedere ad uno de’ figli dell’imperatore Napoleone. Costui il 25 marzo 1805, si coronò re d’Italia in Milano, e volendo imitare Carlo XII, afferrò la Corona da sull’altare e se la pose sul capo, dicendo: Dio me la diede, guai a chi la tocca! vanitas vanitatum, et omnia vanitas; nessuno più di lui provò poi questa gran verità!

Il nuovo imperatore cominciò a dispensar corone; elesse suo figliastro Eugenio Beauharnais viceré d’Italia, diede il Principato di Piombino a sua sorella Elisa, e al marito di costei, generale Baciocchi, conferì il titolo di principe francese. Infine, per formare la felicità de' suoi popoli, come esso dicea, riunì per allora il Genovesato alla Francia, distruggendo un’antica ed illustre repubblica, che fece onore all’Italia non che all’Europa: ecco ove va a finire il liberalismo settario!

Tutti i sovrani di Europa, ad eccezione di quello inglese, si affrettarono a mandare ambasciatori al parvenu, cioè a Napoleone imperatore, per fargli i complimenti d’uso; la Corte di Napoli mandò il principe di Cardito. Il Bonaparte, tutto che fosse un uomo di straordinario ingegno, facilmente inebbriavasi de’ suoi fortunati successi, e spesso mancava di forme e di convenienze. Difatti quando l’ambasciatore napoletano gli fece i complimenti d’uso a nome del suo sovrano, gli rispose: «Dite alla vostra regina che io sò le sue brighe contro la Francia, ch’ella andrà maledetta da’ suoi figli, perché in pena de’ suoi mancamenti, non lascerò a lei, né alla sua casa tanto poco di terra quanto la copra nel sepolcro.»

Gli stessi suoi ammiratori inorridirono a quel discorso, degno di un triviale tiranno e non di un guerriero glorioso.

L’Inghilterra, che era la più minacciata dalle armi francesi, pensò allontanare da sé la tempesta con farla scoppiare sul continente europeo. Dopo l’avvenimento di Napoleone ad imperatore, salì al ministero inglese il celebre Pitt; il quale fini di formare la iniziata lega continentale contro la Francia, tra la Russia, Svezia, Austria, Turchia ed Inghilterra; la Prussia ed il Regno di Napoli rimasero neutrali, attendendo gli avvenimenti per far parte di quella lega. Napoleone, che tutto calcolava e conoscea quanto si operasse contro di lui, prevedendo che appena fosse scoppiata la guerra, gl’inglesi e i turchi sarebbero sbarcati sul littorale di questo Regno per attaccare i francesi che l’occupavano, ordinò al comandante in capo Saint-Cyr, che appena cominciate le ostilità sul Reno, senza aspettare che gl’inglesi e i turchi sbarcassero sul littorale dell’Adriatico e dell’Jonio, annientasse la truppa napoletana per non trovarsi in mezzo a due nemici. Gli ordinò inoltre, che s’impossessasse de’ castelli di questa capitale per minarli, ed occorrendo, mandarli in aria, (per conseguenza anche tutta la città!) Però questo vandalico disegno di guerra non ebbe effetto, perché Napoleone, ne’ suoi piani di strategia sprezzava le piccole guerre, ed invece mirava sempre alla testa ed al cuore del nemico più forte; essendo ben persuaso, che abbattuta la parte che da vita al corpo, i membri di questo cadono in conseguenza. Avendo egli bisogno di que’ francesi, che occupavano una gran parte del Regno di Napoli, brigò in modo, per mezzo del marchese del Gallo, ambasciatore del re presso di lui, da indurre Ferdinando IV a dichiarare la sua neutralità, con un trattato firmato in Parigi l’11 settembre 1805, e con l’obbligo eziandio di respingere gli sbarchi delle truppe alleate sul littorale napoletano; egli si obbligava ritirare i ventimila uomini che occupavano il Regno dal Tronto a Taranto.

Napoleone ottenne due vantaggi col trattato di Parigi, il primo che utilizzò un corpo di esercito a lui necessario in quella grossa guerra; il secondo che compromise il sovrano delle Due Sicilie co’ nemici di lui. Oltre di che, non potendosi impedire gli sbarchi degli alleati contro la Francia, sarebbe stato quello un facile pretesto per dichiarargli la guerra ed impossessarsi anche di questo Reame. In esecuzione di quel trattato, i francesi abbandonarono le Puglie e gli Abruzzi; contro i patti stabiliti tennero presidii nella Piazza di Pescara, che fortificarono, e munirono di gran materiale di guerra. Questo primo ed essenziale patto non adempiuto, indegnò Ferdinando IV e lo fece accorto che Napoleone avea operato di malafede; ed avrebbe di nuovo invaso il Regno appena le circostanze della guerra sul Reno glielo avessero permesso.

Gli uomini politici di que' tempi, ad eccezione del marchese del Gallo, che poi vesti la livrea napoleonica, consigliavano il re a non tener conto del trattato di Parigi, giacché il primo a non adempirlo era stato lo stesso Bonaparte. Diceano, inoltre, che tosto о tardi dovea romperla con quel despota, essendo quella tregua un tranello e più micidiale della guerra dichiarata. Meglio cadere, essi soggiungevano, con le armi in pugno e collegati con quasi tutta l'Europa, che di «gustarsi questa, e rimaner poi facile preda di un nemico ingeneroso e fedifrago. Il re, malgrado l'aperta malafede del Sire francese, non si decise a rompere la neutralità; però fuvvi costretto, il 19 novembre di quell'anno 1805, da uno sbarco in Castellammare ed in Napoli di ventimila tra russi, turchi e montenegrini: anche volendolo non avrebbe avuto forze sufficienti per respingerli.

Lo storico Pietro Colletta, per la smania di calunniar sempre i Borboni, e difendere gli stranieri che si divoravano questo Regno, dice che Ferdinando IV avesse stipulato un trattato di alleanza in Vienna con le potenze unite contro la Francia; e ciò dopo 15 giorni che avea ratificato quello fatto con Napoleone.

Non contento di ciò quello storico, per far meglio risaltare la malafede del sovrano delle Due Sicilie, quel trattato lo fa precedere allo sbarco delle truppe estere in Castellammare ed in Napoli. Egli per ingannare i suoi lettori, critica e calunnia quel re, senza far cenno della difficile posizione in cui trovavasi questo Reame a bella posta creatagli da Napoleone. In questo modo è assai facile dipingere un individuo qualunque siasi per un mostro, cioè aggravando le tinte delle colpe ed occultando le circostanze attenuanti, che spesso cambiano totalmente in lode l’accusa. Il re delle Due Sicilie non fece alcun trattato in Vienna il 26 settembre di quell'anno, come gratuitamente afferma il Colletta, ma fu costretto a subire la forza delle circostanze, aderendo agli altri stipulati antecedentemente con le potenze alleate. Avrebbe forse preteso il nostro storico, che Ferdinando IV si fosse opposto con la poca soldatesca che allora avea, contro ventimila uomini tra inglesi, russi e montenegrini? Avrebbe forse voluto che avesse fatto bombardar Napoli dalle flotte di due formidabili potenze, per far piacere a lui ed a’ suoi fratelli di Francia?

Il governo del re, avendo dovuto accettare l'alleanza proposta da’ nemici del despota della Francia, fu anche costretto ad accrescere quella poca truppa che avea. Perloché il 4 dicembre, si pubblicò un decreto, col quale si dicea: «Tutt’i sudditi dell’età di anni venti fino a cinquanta, atti a portar le armi, saranno reputati soldati e pronti alla difesa dello Stato.» Si riunì un corpo di esercito di trentamila uomini tra inglesi, russi, montenegrini e napoletani; la maggior parte di questi ultimi erano reclute, e quindi poco atti ad affrontare una disastrosa guerra. Duce in capo fu eletto il generale russo Lascy, Hoppermann capo dello Stato maggiore. Il disegno di guerra di Lascy era di marciare dagli Abruzzi in Toscana, unirsi a’ sollevati di Parma e Piemonte, passare il Po, prendendo alle spalle il generale francese Massena; e se la fortuna delle armi gli fosse stata propizia, congiungersi con l’arciduca Carlo, che comandava un torte esercito austriaco.

L’ambasciatore francese Alquier, quando vide sbarcati in Napoli gli alleati e i preparativi di guerra, fece alla Corte le sue rimostranze con modi arroganti, abbassò gli stemmi imperiali del suo palazzo e partì, conducendo seco tutto il personale dell’ambasciata ed anche il console. Giunto a Roma, avverti di tutto il viceré d’Italia residente in Milano, e scrisse al generale Verdier, che trovavasi in Livorno, informandolo di quello che era avvenuto in Napoli; gli svelava i disegni di guerra del generale Lascy, affastellando notizie vere e false; tra quest’ultime diceagli che in Manfredonia erano sbarcati ottomila cavalieri austriaci. Il giorno seguente che partì Alquier da questa capitale, si pubblicò un manifesto reale che garentiva tutti i beni de’ francesi e de’ loro alleati, permettendo continuarsi il commercio reciproco.

Intanto il russo generale Lascy, duce supremo degli alleati in Napoli, poco perito nell’arte della guerra, assai prosuntuoso, alla testa dell'esercito che comandava marciò per gli Abruzzi; stabilì il quartier generale a Teano, occupò Venafro, Mignano, S. Germano ed Itri con quel tratto di terreno che si estende da Popoli all’Adriatico.

Mentre queste cose si faceano nel Regno, giunse alla Corte la notizia della battaglia di Austerlitz, vinta da’ francesi capitanati da Napoleone, i disastri dell’esercito austriaco comandato dall’arciduca Ferdinando d’Este, e la cessione dell'importantissima piazza forte di Ulma fatta dal generale Mack — quello stesso che nel 1798 avea fatto sbandare l'esercito napoletano — ed ove rimasero prigionieri de’ francesi 40 generali, 2000 uffiziali, e 36000 soldati austriaci, con la perdita di 50 bandiere ed un immenso materiale di guerra. Giunse in pari tempo alla medesima Corte la notizia della pace di Presburg, nella quale non si facea cenno del re di Napoli uno degli alleati; ed infine un’altra notizia più sconfortante, cioè che un corpo di esercito francese marciava contro questo Regno.

Quelle notizie si diffusero in un baleno e spaventarono i cittadini di questo Reame.

La regina Maria Carolina, d’animo veramente virile, propose la difesa ad oltranza, dicendo che il cedere senza combattere escluderebbe non solo la speranza d’intavolare dei negoziati co' francesi, ma sarebbe una viltà militaré e cittadina.

Il generale in capo Lascy, che temporeggiava negli Abruzzi, mentre avea detto che rapidamente si sarebbe spinte in Toscana e congiunto con l'arciduca Carlo, appena intese le vittorie francesi in Germania, riunì un consigliò di generali russi ed inglesi, escludendo i napoletani, e lo fece decidere per la ritirata, lasciando il Regno facile preda del nemico che si avanzava. Le ragioni di quella ritirata motivate dal consiglio erano speciose e futili, e sarebbero valse anche prima della battaglia di Austerlitz. In quel consiglio un solo fece sentire la voce dell'onore; il generale russo Andres, il quale conchiuse il suo discorso dicendo: «La storia imparziale dirà che io sedeva fra voi a questa deliberazione, ma che non partecipai alle vostre non eque risoluzioni.» E la storia gli ha tributato quella lode che meritò un tanto leale soldato.

Il duce Lascy fece intendere al governo di Napoli che si ritirava dagli Abruzzi per prendere miglior posizione militare tra Gravina e Matera. Intanto il 26 dicembre giungeva un corriere mandato dall’imperatore di Russia, che ordinava a Lascy di ritirarsi in Corfú per difendere quell’Isola e le altre del mare Ionio. Contemporaneamente il ministro russo presso la Corte di Napoli dichiarava al re, a nome del suo imperatore: «Le truppe russe, essendo sbarcate negli Stati napoletani come ausiliari dell“Austria, trovarsi esse costrette a partirsene stante la cessazione delle ostilità tra l’Austria e la Francia. Considerarsi dunque ristabilita la neutralità delle Due Sicilie». Questa conclusione era una vera ironia, un epigramma lanciato slealmente alla vittima! Le potenze alleate, dopo di avere forzato Ferdinando IV a rompere la neutralità con la Francia, conchiusero un trattato di pace in Presburg senza mettere una clausola che salvasse quel sovrano loro alleato; e quando questi rimanea preda del comune nemico, si dichiara ristabilita la neutralità delle Due Sicilie!

La storia dell'umanità altro non è che la ripetizione delle medesime infamie, e di pochissime virtù quasi sempre frammiste a qualche delitto. Sin dal principio del mondo fin’oggi i governi sono stati e saranno gli stessi, cioè egoisti sempre, virtuosi a lontanissimi intervalli. Questo disgraziato Reame sia monarchico temperato о costituzionale, sia costituito a repubblica, sia che faccia parte del Regno d’Italia, fu e sarà sempre vittima dell’ingordigia e degl’inganni stranieri!

Gli storici rivoluzionari si mostrano contentissimi per quest’altro disastro toccato ai Borboni di Napoli, e dicono essere un meritato castigo a Ferdinando IV ed a Maria Carolina, avendo essi rotta la fede di un trattato conchiuso con la Francia due mesi prima in Parigi. Già ho dimostrato altrove che quei trattato fu un tranello teso al re delle Due Sicilie da Napoleone; che costui fu il primo a romperlo, ritenendo a sé la piazza forte di Pescara, e che re Ferdinando, volendolo, non avrebbe avuto forze sufficienti per impedire lo sbarco de' russi e degli inglesi, anzi avrebbe esposto questa capitale ad un bombardamento opponendosi a due formidabili nazioni, per mantenere la fede di un trattato che più non esisteva, essendo stato rotto da una parte contraente. Ov’è qui la mancanza di fede, quando quel sovrano è la vittima della malafede de' nemici e degli amici? Si dica piuttosto francamente che si vuol calunniare un patriotta monarca per una idea preconcetta, cioè quella di non aver fatto buon viso a' settarii, anzi di averli tenuti a segno. Il re di Spagna, fratello di Ferdinando di Napoli, adempì a tutti i patti stipulati con la Francia, si rese umile servitore prima della repubblica e poi dell’impero, prodigò i suoi tesori e sacrificò la sua rispettabile flotta per far piacere a Napoleone, e costui lo detronizzò poi con la slealtà la più ributtante, perché avea deciso detronizzare tutti i Borboni, sia con l’inganno о con la forza aperta. Almeno il Borbone di Napoli cadde dal trono di questo Reame al di quà del Faro con le armi in pugno, e non fece la figura imbelle 'come suo fratello di Spagna.

I russi e gl’inglesi partirono da questo Regno in un modo che sembrava fuga anzi che ritirata; bruciarono le barche e il ponte del Garigliano, come se avessero sentita la baionetta nemica appuntata alle loro reni, e ciò mentre i francesi si trovavano ancora ben lungi dalle nostre frontiere. Per colmo di perfidia tentarono con l’inganno impadronirsi della piazza di Gaeta, e non riuscirono perché comandava colà il principe d’Hassia Philipstadt. Il quale, visto che gli alleati non voleano lasciare i dintorni di quella piazza, ad onta delle ragioni da lui esposte a' medesimi in una sua lettera, li fece partire all’infretta facendo uso del cannone.

Non è difficile immaginare in quale stato poco rassicurante rimanesse il piccolo esercito nazionale; vedendosi abbandonato in un modo tanto disleale dagli alleati russi ed inglesi, dopo che costoro l'aveano compromesso con un potente nemico vittorioso che si avanzava sul Regno.

La Corte, considerando avere appena quindicimila uomini, la maggior parte novelli soldati, a' quali sarebbe stato difficile vincere un nemico superiore di numero, agguerrito e col prestigio di recente e strepitosa vittoria, tentò negoziati per ottener qualche cosa. A tale scopo mandò il cardinal Ruffo a Roma, onde pregare il Papa, acciò questi placasse Tira dell’imperatore Napoleone contro il re e la regina di Napoli. Ma lo sdegno e l’ira di quell’imperatore erano pretesti, egli volea questo Reame per mettervi sul trono quella marmotta di suo fratello Giuseppe, col titolo apparente di re, ed in realtà come semplice suo prefetto. Ruffo, che avea ricevuto eziandio la missione di recarsi a Parigi, venne ricevuto male da tutti i ministri francesi residenti in Italia, e fu costretto ritornare indietro. La Corte di Napoli supponendo, che avesse nociuto il nome del porporato pe’ fatti del 1799, spedì al campo francese il duca di S. Teodoro, nome non conosciuto perché non implicato in alcun partito politico. Fu questi ricevuto bene da Giuseppe Bonaparte, re in erba, ma quando costui intese lo scopo della visita, ruppe ¡’udienza, dichiarando non voler sentire giustificazioni in favore del re di Napoli, né alcuno accordo.

Il duca di S. Teodoro ritornò un altra volta presso il Bonaparte, e nulla ottenne. Allora il re si decise a ritirarsi in Sicilia; e siccome riteneva esser lui e. la regina la causa dello sdegno napoleonico, lasciò in Napoli il principe ereditario con estesi poteri, lusingandosi che abdicando in persona dell’erede della corona, si sarebbe estinto quello sdegno. Ma, come ho detto di sopra, lo scopo dell’invasione francese in questo Regno partiva da un principio ben diverso da quello che il re supponea.

Ferdinando IV, il 23 gennaio 1806, fu costretto a lasciare un’altra volta questo Regno, a causa della prepotenza napoleonica. Pria di partire istituì una Reggenza pei dominii al di qua dei Faro, della quale faceano parte il tenente-generale Pietro Naselli Aragona, il principe di Canosa padre, Michelangelo Cianciulli, Domenico Sofia e presidente il principe ereditario.

A proposta della regina fu ordinato che Gaeta non cedesse, essendo ben presidiata; in pari tempo si diede ordine al generale Damas di concentrare tutte le milizie napoletane in Calabria.

Il principe ereditario e suo fratello D. Leopoldo, visto che la partenza del loro genitore per Sicilia, in nulla cambiava il proponimento de’ francesi circa la conquista di questo Regno, l’8 febbraio anche essi mossero per le Calabrie, imbarcandosi sopra una fregata regia, accompagnati da’ ministri Colajanni e Medici. Prima di partire, il 6 dello stesso mese, il principe ereditario pubblicò un manifesto nel quale dicea, che il nemico con futili pretesti si avanzava poderoso per invadere il Regno, ad onta di avergli offerto pace, sacrificando tanti interessi. Quel manifesto conchiudeva con queste belle parole degne di essere ricordate a’ posteri: eccole: «Piegate quindi con me insieme la testa al Dio degli eserciti, e alla forza che ci opprime, né punto vi ci opporrete. Conservate nei vostri petti e per sempre quella ben nota fedeltà altre volte sperimentata, e ricordatevi che i legittimi sovrani, da Dio costituiti, in qualunque luogo potranno essere, sempre gli occhi su voi avranno rivolti, e saranno per tentar tutto onde trovarsi di nuovo tra voi.»

La fregata che conducea i reali principi li sbarcò a Sapri, assieme agli altri personaggi del loro seguito. Due reggimenti di linea, partiti da Napoli per terra, uno comandato dal maggiore Selvaggi e l'altro dai colonnello Sergardi, accompagnarono que’ due principi lungo le coste del tirreno.

L'ultima a lasciar Napoli fu la regina Maria Carolina; la quale, dopo di aver raccolto ed imbarcato le cose più preziose che avea Napoli di antichità e belle arti, VII febbraio, s'imbarcò sopra un vascello napoletano insiero colle figlie e colla principessa ereditaria e partì per Palermo. Quella nobile regina, tanto calunniata dai settarii, nel lasciare il trono di Napoli fece tali generosissime largizioni che le diresti di un sovrano che acquista un Regno.

Appena partita la real famiglia tutti i carcerati, che erano nelle prigioni di Napoli, fecero un tentativo per evadere, e più di tutti quelli ritenuti nel reale Albergo de’ poveri; pochi soldati fucilieri, aiutati da' buoni cittadini, scongiurarono un immenso danno a questa bella e popolosa capitale.

La partenza della real famiglia avea recato dolore e spavento a tutti i pacifici ed onesti cittadini; il tentativo dell’evasione de’ carcerati destò un panico indescrivibile, essendo fresca la ricordanza degli orrori del 1799. Per la qual cosa varie ragguardevoli persone Si presentarono a’ signori della Reggenza e li supplicarono di organizzare una Guardia civica, per tenere il buon’ordine in città. La petizione fu immediatamente accolta e provveduta; in effetti, lo stesso giorno Il febbraio si stabilirono le norme per quella Guardia, e si raccomandò sopratutto a’ giudici di polizia d’ogni quartiere di scegliere cittadini probi e possidenti. La Guardia civica rese immensi servizii all’ordine pubblico, e fu valida diga alle irrompenti passioni anarchiche e spoliatrici.

Le persone ragguardevoli, che proposero alla Reggenza la formazione della Guardia civica, furono i generali Pignatelli e Fonzeca, il capitano di vascello Maurizio. Intanto Pietro Colletta ci racconta nell’ultimo paragrafo del libro l della sua Storia, che quella proposta fu fatta da un partigiano de' francesi, senza dirci il nome; e con quella finta modestia, ci vuol far credere essere stato lui il partigiano francese. Ma si sa che in quel tempo il Colletta poltriva nell’ozio, ne’ vizii e speculava sul giuoco, nulla pensando a’ mali della patria; e se avesse fatta la proposta che si vuole appropriare, nessuno gli avrebbe dato ascolto, conoscendosi la poco sua lodevole condotta.

La Reggenza, avendo pieni poteri, mandò il duca di Campochiaro e il marchese di Malaspina, per chiedere un armistizio a Giuseppe Bonaparte, ed avendo ricevuta un’assoluta negativa, lo pregò di affrettare la marcia per salvare la città da qualche disgrazia simile a quella del 1799. A tutte queste pratiche si era opposto il solo Michelangelo Cianciulli, uno de’ membri della Reggenza, dichiarandole basse e vili, come se i cittadini non fossero stati sufficienti a tenere a segno i tristi.


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CAPITOLO XVIII

SOMMARIO

Entrata delle truppe francesi in Napoli. Il dì seguente entra Giuseppe Bonaparte. Proclami e nuovo Ministero. Mezzi barbarissimi per sottomettere i borbonici. Fatti d’armi tra milizie napoletane e francesi. Quelli si ritirano nella bassa Calabria. Giuseppe trovandosi in Calabria riceve il decreto col quale è eletto da Napoleone re delle Due Sicilie. Per primo atto di autorità sovrana fa fucilare il generale Rodio.

I francesi già marciavano rapidamente sopra la capitale non trovando che pochi ostacoli; il solo Michele Pezza (Fra Diavolo) si oppose validamente in Terra di Lavoro e ne arrestò per qualche tempo la marcia. La Reggenza, per mezzo de’ due messi mandati a Giuseppe Bonaparte, stipulò una convenzione, con la quale, non solo cedeva Napoli, ma tutte le fortezze del Regno, e alla sola guarnigione di Gaeta si accordava l’onore di non rimanere prigioniera di guerra. L ordine di cedere le piazze forti fu comunicato a' rispettivi comandanti, tutti stranieri, e si opposero soltanto, come appresso meglio dirò, quello di Civitella del Tronto e l’altro di Gaeta. Il. generale francese Partonneaux, con una brigata, occupò tranquillamente la piazza di Capua; e siccome si attendea un corpo di esercito in Napoli, la Reggenza pubblicò un manifesto col quale dicea: che attese le circostanze, avea fatto uso de' pieni poteri conferitele dal re, e quindi avea disposto di fare occupare la capitale dalle milizie comandate dal principe Giuseppe Bonaparte; raccomandando e minacciando i cittadini di non opporre alcuna resistenza, e ciò per evitare ulteriori mali.

Il popolo napoletano era addolorato per la partenza del re, prevedendo sciagure e disastri; e fiaccato da tante disgrazie subite nel breve giro di pochi anni, si attendea quei mali inevitabili che suol portar con sé l'occupazione straniera; sapendo per prova che le catastrofi della borbonica dinastia sono state sempre di sciagura a questo Regno.

I patrioti, conoscendo che il loro tempo era finito e cominciava un governo ferreo di nuova Signoria, cambiarono subito livrea, rinnegando la loro repubblica, perché prevedevano che sarebbero stati perseguitati ad oltranza più de’ borbonici, se non avessero applaudito e sorretto il nuovo ordine di cose, che facea luccicare a’ loro occhi ricchezze e potenza.

Non pochi aristocratici, dimenticando i benefizi ricevuti dal legittimo principe, vilmente lo rinnegarono; essi per quanto si erano mostrati provocanti borbonici, tanto più si mostrarono abbietti servi dello straniero; oprarono in questo modo per quell'innata ingordigia di non perdere i vantaggi che goduti aveano sotto il passato governo. La storia di questi burbanzosi langravii si ripete sempre la stessa; eglino seguirono i Borboni nell'esilio fin che ebbero speranza nel ritorno di costoro, quando questa lor venne meno, come mandria d’idolatri, si voltarono per adorare il sol nascente, commettendo viltà ed abbiettezze. Oggi appunto tanti beneficati aristocratici, che son nobili e ricchi in grazia della legittima dinastia, ci danno lo spettacolo il più ributtante d’ingratitudine e servilismo, da farsi disprezzare da quelli che ora incensano, mentre un tempo li perseguitarono. E son questi i nobili in cui dovrebbe specchiarsi il popolo? Oh! se son questi, mi contento esser nato da onesta famiglia popolana anzi che discendere da magnanimi lombi. Tra non guari dirò a quale stato degradante si ridussero taluni aristocratici per far piacere ad un istrione coronato.

V avanguardia francese, che contava ottomila uomini scelti, comandata dal generale Partonneaux, la mattina del 14 febbraio 1806, si avanzò finó a Secondigliano; e dopo che fu assicurata delle pacifiche disposizioni dei. napoletani, fece le sua entrata in città alle 3 pomeridiane di quello stesso giorno per la strada di Foria, e senza ostacoli bivaccò nel largo del palazzo reale e sue adiacenze.

Le guarnigioni de’ castelli uscirono con gli onori di guerra e depositarono le armi, restando prigioniere; a’ soli uffiziali fu lasciata la spada e la propria roba.

L’avversa fortuna, non sazia ancora di perseguitare i borbonici, scatenò i venti e le tempeste; perlocché, il 15 febbraio, le navi che accompagnarono la regina in Sicilia, cariche de’ più preziosi oggetti della real famiglia, e de’ capolavori d’arti appartenenti a Napoli, furono costrette a ritornare in questo Golfo; la fregata Cerere ed una corvetta di conserva si ridussero sotto il cannone di Castelnuovo, già occupato da’ francesi. Il comandante di questo castello, non tenendo conto che quelle navi stavano per essere inghiottite dalle onde, cominciò a cannoneggiarle, e la fregata ricevé una palla che la forò da una parte all’altra. I francesi s’impossessarono di tutti gli oggetti di cui erano cariche quelle navi, e condussero in carcere tutti coloro che aveano seguito in Sicilia la real famiglia. Lo stesso fecero con le altre ventisette barche sbalzate dalla tempesta sulle coste di Castellammare e nella Baia. Giuseppe Bonaparte, dopo di essersi impossessato, non solo della roba appartenente ai Borboni e degli oggetti d’arte, ma di quella de’ seguaci della dinastia, fece il magnanimo verso i naufraghi con metterli in libertà; dopo la spoliazione la clemenza del parvenu!

Quello stesso di 15 febbraio, Giuseppe Bonaparte, allora luogotenente dell’imperatore suo fratello, fece la sua entrata in Napoli; e la truppa, che era giunta il giorno precedente, si schierò dalla chiesa dello Spirito Santo sino all’albergo de’ poveri per riceverlo e fargli onore. Erano le 3 pomeridiane, ed egli entrò in questa città, per la strada di Foria, circondato dal suo Stato maggiore, avendo al suo fianco il general Massena, comandante effettivo dell’esercito. Per la via fu tanto poco applaudito che se ne dolse dippoi: vedete pretensione di un parvenu! qual dovere, qual riconoscenza, qual convenienza obbligava i napoletani ad acclamarlo? Giunto alla Reggia fu ricevuto da tre personaggi che faceano parie della Reggenza lasciata dal re, ed erano Naselli, Canosa e Cianciulli; i quali aveano tutto preparato per ricevere convenevolmente il nuovo padrone. Appena giunto al palazzo reale ricevé il Senato e la magistratura; chiese notizie sullo stato del Regno, ed a tutti assicurò che non intendea cambiare il personale dell'amministrazione; quindi fece pubblicare un manifesto a nome del generale Berthier, nel quale si ordinava che tutte le autorità civili del Regno continuassero ad esercitare le loro funzioni. È questo un altro tranello, usato sempre da tutte le nuove signorie, maggiormente straniere, cioè di lasciare al potere gli antichi impiegati e funzionarli fin che esse non si siano ben costituite nella suprema autorità, per cacciarli poi con futili pretesti, e spesso col mandarli in esilio о in carcere per surrogarli co’ loro aderenti affamati.

La mattina del 16, il Bonaparte si recò ai Duomo; dopo la Messa celebrata dal cardinale Luigi Ruffo Scilla, e il canto del Te Deum, passò nella Cappella di S. Gennaro; ivi, facendo la scimia a’ Borboni, donò a questo Santo protettore di Napoli due collane di oro tempestate di smeraldi e brillanti. Tutto queste ipocrisie, suggerite dall'imperatore fratello, non illusero i napoletani, perché costoro si ricordarono, che il generale Championnet fece la medesima funzione e poi spogliò uomini e Santi.

Il luogotenente di Napoleone pubblicò un altro manifesto, che altro non era che una spudorata accusa contro i Borboni; tra le altre cose dicea che costoro avevano spogliati i napoletani i— meno male che veniva egli per vestirli! — e che si aveano rubato gli oggetti di antichità e di belle arti — senza dire che li aveano portati in Sicilia per salvarli dalla rapacità francese—Assicurava che avrebbe ridonata l’antica prosperità — forse quella goduta sotto i vicereami stranieri?! — ed infine facea una interessante promessa che non adempì, affermando: «Io non imporrò alcuna contribuzione di guerra: io non soffrirò che le vostre proprietà sieno lese in modo alcuno».

Contemporaneamente a questo spudorato ed ampolloso manifesto, il generale Partonneaux pubblicava l’ordine del disarmo; a’ detentori morosi d’armi minacciava punirli con l’esempio più rigoroso. Quell’ordine fu emanato a causa delle continue risse tra napoletani e francesi; i quali facendola da conquistatori, credevano tutto lecito, anche insultar le donne.

Si organizzò il ministero; il principe di Bisignano fu eletto ministro della finanza, il duca di Cassano del culto, Michelangelo Cianoiulli della giustizia, Miot francese della guerra e Cristofaro Saliceti della polizia. Era costui nato corso e caldo giacobino con gl’istinti di atroce birro; venuto a Napoli per organizzare la polizia all’uso francese, inventata in Parigi dal celebre giacobino conte Carlo Cochon (Cochon in francese suona porco!) e poi perfezionata da un altro giacobino l’ex-prete Fouché. Saliceti organizzò la polizia come oggi la vediamo, ed ebbe dal luogotenente Giuseppe Bonaparte estesissimi poteri sulla libertà dei cittadini. Basti dire che potea arrestare e tenere in carcere per un tempo indefinito le persone sospette per opinioni, senza darne conto al potere giudiziario. Sotto il governo del Bonaparte, la polizia di questo Regno ebbe poteri sopra tutto e sopra tutti, ed avendo stretto un perfetto connubio col potere militare regnò sovrana e tiranna. I rivoluzionarii si lagnavano con nenie e catilinarie contro la polizia de' legittimi governi, fingendo d’ignorare che costoro rappresero da’ loro fratelli, essendo una istituzione giacobinesca. In seguito s'istituì il ministero dell'interno che riuniva varii rami di amministrazione sparsi in diverse segreterie, e fu eletto a ministro Miot, avendolo sostituito il generale Dumas nel ministero della guerra. Si emanarono parecchie disposizioni che vantaggiarono la finanza, ed alcune tanto bene a proposito, che diedero il credito a’ Banchi, negoziandosi le fedi bancali pel valore nominale.

Il Bonaparte e i suoi aderenti si avvidero che il Reame era tutto pel legittimo sovrano; difatti la reazione scoppiava terribile in varie province, per la qual cosa, con un decreto, si conferirono amplissime facoltà al generale Massena, dandogli le norme le più atroci per la repressione. Quel generale istituì tante commissioni militari per quanti erano i corpi di armata. Agl’imputati di delitto di Stato, che per la prima volta si chiamarono col vocabolo francese briganti, non era permesso appellarsi, ma doveano essere fucilati in 24 ore. Queste orribili disposizioni erano in conformità dell’accennato decreto di colui che era venuto per ridonare a questo Regno l'antica prosperità!

Lo stesso Pietro Colletta, partigiano dei francesi, dice al libro VI § XV della sua Storia del Reame di Napoli: «Piene le prigioni di colpevoli e d’infelici, le commissioni militari non bastavano al tristo ufficio di giudicarli; le morti per condanne о comando non erano numerate né numerevoli; i modi di giustiziare varii, nuovi, terribili, e quasi non bastassero l’archibugio, la mannaia, il capestro, in Monteleone, città capo di provincia, fu appeso al muro un uomo vivente e fatto morire lapidato dal popolo; in Lagonegro, piccola città di Basilicata, io vidi un misero conficcato al palo con barbarie ottomana.» E Colletta che sapea e vide tutto questo, si vantava di essere partigiano francese ed elogia poi il governo dei così detti re francesi! Egli che dichiara il governo di Ferdinando IV un eccesso di tirannide, perché questo sovrano nel 1799 permise che fossero condannati da tribunali regolari i capi della rivoluzione di quell’anno; mentre sapea che i giustiziati non erano innumerevoli, ma ne furono messi a morte 99 senza la decisa volontà del re, ma perche Nelson così opiné.

Mentre i duci francesi usavano quelle rappresaglie con barbarie ottomana contro coloro che non s’inchinavano ai nuovi padroni, il generale Massena si argomentò estirpare la reazione dalla radice; avendo visto che il piccolo esercito napoletano si era ritirato nelle Calabrie, bene accolto dalle popolazioni, si accinse a distruggerlo. Fece venire da Parigi il generale Saint-Cyr e lo mandò con seimila uomini nella Terra d’Otranto, ove costui aveva dimorato molto tempo, ed avea fama di prudente duce in quelle contrade; inoltre spedi il generale Regnier con altri ottomila uomini con cavalleria ed artiglieria alla volta delle Calabrie. Questo generale, appena giunto al fiume Sele, presso Salerno, fu assalito valorosamente dal famoso Sciarpa, e non venne sbaragliato perché i borbonici assalitori erano assai inferiori in numero, i quali dopo di avergli recato serii danni si ritirarono col loro capo nelle Calabrie ove si congiunsero co’ soldati napoletani.

Il generale Damas, prode soldato ma pessimo capitano, alla testa di 11 battaglioni, 8 squadroni di cavalleria, e la corrispondente artiglieria, avea preso posizione in Castrovillari, ed era coadiuvato dal generale Rodio a capo di alcune masse armate. Il maresciallo Minutólo, con una seconda schiera di 12 battaglioni,8 squadroni di cavalleria e poca artiglieria, costeggiava il mar Tirreno per seguire i reali principi, che andavano in Calabria per la via di mare. Giunto a Roseto prese posizione e si fortificò. Però i suoi dipendenti erano quasi tutti novelli soldati, la maggior parte neppure indossavano l'uniforme militare, e doveano lottare col freddo, bivaccando sulla neve, in attesa di battersi con un nemico più forte di numero, agguerrito, ben diretto ed in tutto equipaggiato.

Damas, come ho già detto, era un valoroso soldato, ma non avea tutte le qualità necessarie ad un conduttore di eserciti. Consultando il solo suo valore, volle attendere il nemico per battersi, mentre sarebbe stato utilissimo licenziare le reclute, lasciar guarnigioni ne’ castelli, e ritirarsi in Sicilia col resto de’ vecchi soldati, attendendo tempi migliori per ritornare in quelle province; cioè quando i francesi si fossero resi insopportabili a’ popoli a causa delle loro prepotenze e del mal governo che arrecavano dovunque.

I principi reali, dopo di essere sbarcati a Sapri, si recarono a Roseto per visitare le fortificazioni di quello stretto; nel ritornare a Cassano, il principe D. Leopoldo infermò e rimase in quel paese. Il principe ereditario proseguì il cammino per Cosenza, ove giunto, per consiglio di alcuni capi calabresi, il 19 marzo, diè fuori una proclamazione, con la quale animava le popolazioni ad armarsi ed opporsi allo straniero invasore del Regno, promettendo gradi a tutti coloro che si sarebbero distinti ed esenzioni da alcuni dazii per sollevare la popolazione. Difatti abolì il dazio sul sale, che si era imposto per pagare le contribuzioni di guerra a’ francesi, in quel tempo che costoro occuparono le Puglie.

Il generale francese Regnier, dopo il fatto d’armi del fiume Sele, rapido si avanzò sulla Calabria; al ponte di Campestrino sorprese le bande comandale dal colonnello Curci; e dopo di aver superato quel passo difficile, marciò contro Lagonegro. Il general Minutolo, che malamente avea disposta la sua gente, fu sorpreso dal nemico fin dentro il paese, ove avvenne un sanguinoso conflitto con la peggio de' regi, de’ quali molti furono fatti prigionieri. Il resto delle milizie che guardavano Lagonegro si unirono con quelle comandate dal brigadiere Tschudy che stava in Castelluccio, e tutti si ritirarono nel piano di Campotenese, congiungendosi con le altre sotto gli ordini del generale Damas. Questi si decise ad attendere colà i francesi e dar loro battaglia; ma dispose male la sua gente e cadde negli stessi errori del suo subalterno Minutólo, lasciando inoperosa una divisione comandata dal generale Rosenheim.

La mattina del 9 marzo, Regnier si avanzò con seimila uomini contro Campotenese, ed a causa delle cattive strade, avea lasciato indietro la cavalleria. Damas, in cambio di approfittare del disordine del nemico, facendolo caricare dalla sua cavalleria, trovandosi in un piano, rimase inoperoso; e quando fu assalito oppose due reggimenti ed un battaglione, che arrestarono lo slancio de’ francesi, respingendoli più volte. Siccome l'aere era annebbiato, Regnier, profittando della poco accortezza de' borbonici, spedi una brigata dietro un monte per prenderli di rovescio. Quella manovra gli riuscì a maraviglia, ad onta che si opponesse con valore un battaglione comandato dal brigadiere Ricci. I napoletani furono circondati, la loro cavalleria rimase inattiva, perché condotta in luoghi impraticabili; e fu allora che Damas ordinò la ritirata, ed egli si ritirò con la cavalleria. La fanteria lo segui, ma fu attaccata di fronte dai francesi che aveano girato il monte, é quindi venne costretta a salvarsi sopra le prossime colline.

Il fatto d’armi di Campotenese, per la poca scienza militare e per la testardaggine di Damas, costò a’ napoletani 250 uomini morti, 1900 tra feriti e prigionieri con 180 uffiziali, tra’ quali i brigadieri Ricci, Tschudy, Colonna e Rotke. I francesi perdettero 400 uomini tra morti e feriti; il resto entrarono in Morano frammisti co’ napoletani, e la sera bivaccarono in quel paese.

Il generale Rosenhein, lasciato inoperoso da Damas, appena intese la perdita di Campotenese, raccolse le sbandate truppe, e marciò per la Calabria Ultra. Il brigadiere Fardella, che si era ben distinto, marciava di retroguardia, sempre alle prese col nemico; giunto a Costile trovò il ponte rotto, retrocesse sino a Cotrone, combattendo i francesi, colà imbarcò la fanteria; e spingendosi arditamente con 200 cavalieri tra la linea dei nemici» raggiunse il resto delle truppe in ritirata.

Dopo la rotta di Campotenese, i generali ad altro non pensarono che a ritirarsi in fretta nella bassa Calabria. I soldati, digiuni, affranti di fatiche e disagi, seguivano le patrie bandiere con ammirabile costanza; il 18 marzo giunsero a Bagnara, ove s’imbarcarono per Sicilia, essendo ivi giunto il principe ereditario col principe D. Leopoldo, già migliorato in salute.

Damas, chiamato a dar conto de’ suoi errori militari, gittò la colpa sopra i generali fatti prigionieri da’ francesi; ma Regnier dichiarò la causa del rovescio di Campotenese essere stata l’imperizia del capo, mentre i soldati si erano battuti con gran sangue freddo ed intrepidezza. I rovesci dell’esercito delle Due Sicilie ebbero sempre la medesima causa dal 1798 al 1860!

I francesi invasero le tre Calabrie non avendo a fronte alcun corpo di esercito regolare; pero non migliorarono le loro condizioni, perché furono costretti a sostenersi contro un’accanita guerra di popolo in armi. I soldati sbandati e molti cittadini calabresi si riunirono in bande, diretti da capi valorosi e protetti dalle popolazioni, cominciarono a recar danni incalcolabili a quegli stranieri invasori; tanto che il generale Regnier, scrivendo all’imperatore Napoleone, gli dicea: «Essere completa l'invasione, sembrar soggettate le province, ma i francesi non potersi chiamar padroni se non del terreno che calpestavano.»

Di fatti le Calabrie, nel 1806, diedero il primo esempio delle guerriglie, tanto fatali all’esercito francese, che poi furono imitate dagli spagnuoli, ed in Ispagna cominciarono i rovesci del colosso napoleonico.

Giuseppe Bonaparte, per contentare i desiderii dell’imperiale fratello, il 3 aprile, parti da Napoli per visitare le milizie, che occupavano quelle province; venne scortato da quattro compagnie di granatieri e da uno squadrone di cavalleria; da’ popoli si ebbe riverenza e non amore; il rispetto dimostratogli era figlio della paura. Dopo di aver visitato Pesto, Persano e Cosenza, superate le montagne della Sila, il 13 giunse a Scigliano, ove ricevé un decreto dell’imperatore Napoleone, che lo nominava re delle Due Sicilie. Quel decreto, in data di Parigi del 30 marzo, dicea: che l'imperatore fratello, essendo per legittimo diritto di conquista, Signore dei due Reami, vi nominava re Giuseppe Napoleone; regolava la successione dinastica, mantenendo a costui il dritto di successione al trono di Francia, nel caso che egli fosse morto senza figli maschi. Dichiarava questo Regno (in parole) indipendente dalla corona francese; intanto si riserbava due milioni e duecentoquarantamila franchi annui e sei feudi, col titolo di Ducati, per gratificare i più meritevoli dell'esercito e de’ suoi ministri; e quei feudi erano anche dichiarati indipendenti a perpetuità dal grande impero.

Il novello re, appena ricevé quel decreto, ritornò frettoloso a Napoli, ove giunse l'11 maggio, ed ebbe onori veramente sovrani da tutti i corpi dello Stato, da’ ministri esteri ed ambasciatori venuti a bella posta da Parigi, e da un gran numero di abbietti nobili napoletani. Il popolo però, che ha più buon senso di costoro e di quelli che si dicono uomini politici, rimase muto, altro non vedendo in Giuseppe Bonaparte che un re di commedia. In occasione di quelle feste, i prigionieri fatti in Calabria, che giurarono fedeltà al novello sovrano, ebbero libertà; si fece una sola eccezione pel marchese generale Rodio, fatto prigioniero sulle montagne di Pomarico nella medesima Calabria.

Quel generale era nato da nobile ed agiata famiglia, avea più volte battuto i francesi ed impedito saccheggi e massacri di costoro e delle bande, servendo con incomparabile zelo il legittimo principe; delitti imperdonabili agli occhi degl’invasori di questo Regno. Rodio fu messo sotto un terribile processo, e per lui s’istituì una Commissione militare onde condannarlo a morte senza appello. Le accuse furono pretesti, cioè che avea sommossi i popoli alle spalle de’ francesi; ed è questo il più bello elogio di patriottismo fatto da’ suoi stessi nemici. Malgrado tante prevenzioni, la Commissione militare Io dichiarò incolpevole. Vergogna! il novello re insistette che si fucilasse il general Rodio per ragion di Stato, e fece riunire un’altra Commissione militare non di giudici, ma di assassini, la quale Io condannò ad essere fucilato alle spalle. Quell’immanità arrecò dolore e spavento, perché ognuno vide in quell'assassinio, che il Bonaparte volea regnare col terrore, col capriccio e col versare sangue innocente, chiamando la più truce tirannia ragion di Stato, che metteva in derisione tutte le leggi umane e divine.

Molti di questo Regno, perché non vollero giurare fedeltà a Giuseppe, furono esonerati dagl’impieghi che aveano, ed alcuni mandati in esilio. Il cardinale Luigi Ruffo Scilla, il 26 maggio venne espulso da Napoli perché non volle prestar giuramento al Bonaparte. Quel povero cardinale, inconseguente a sé stesso, meritò il dovuto castigo; egli che avea ricevuto, in abito pontificale e circondato da tutto il clero, il novello re sotto un arco trionfale al Mercatello, che avea cantata la Messa ed il Te Deum per tale felice ricorrenza, si negò poi di giurar fedeltà a quello stesso sovrano che avea festeggiato, benedetto e quindi riconosciuto col fatto. Simili omaggi, se sono scusabili sotto l’aspetto politico, non si debbono fare a metà; perché è lo stesso che compromettersi con l’opinione pubblica e con le due parti avverse.


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CAPITOLO XIX

SOMMARIO

Gl’inglesi s'impossessano dell’Isole di Capri e di Ponza. Inopportuno lusso del sedicente re. Largizioni napoleoniche a danno di questo Regno. Congiura. contro la vita di Giuseppe Bonaparte. Civitella del Tronto. Battaglia di Maida e sue conseguenze. Assedio e resa di Gaeta.

Re Ferdinando IV e Maria Carolina, dopo tante sofferte sventure e rovesci, speravano sempre riacquistare il perduto Reame; e ciò a dispetto delle circostanze e de’ tempi contrarii a’ sovrani legittimi e favorevoli a’ Napoleonidi. Si trovava allora in Palermo, al comando della flotta inglese, il grande agitatore, l'ammiraglio Sidney Smith, nemico acerrimo di Napoleone, ed avendolo battuto in Abouhir, sperava batterlo eziandio ne’ mari di Europa. Ad un uomo tale, ed. a cui piacevano le imprese avventurose, furono rivolti gli occhi e l'attenzione de’ sovrani di Sicilia. Smith non si fece pregare per accettare una missione contro i francesi, appena gli si fece il progetto partì da Palermo con quattro vascelli, due fregate ed altri legni minori; si diresse a Gaeta, già assediata da’ francesi, sbarcò in quella Piazza armi, munizioni e viveri; lasciò in rada dodici scialuppe cannoniere, sotto il comando del capitano Richardsol per aiutare gli assediati, ed egli col resto della flotta volse a Napoli, per fare un diversivo e turbare le feste che si faceano allora ai nuovo sovrano. Giunse nel Golfo di questa città lo stesso giorno che Giuseppe Bonaparte, reduce dalle Calabrie, faceva la sua entrata solenne col titolo di re.

La vista di quella flotta nemica turbò gli animi di tutti; se Smith avesse lanciato delle bombe, lo scompiglio sarebbe stato in supremo grado, e il povero parvenu non avrebbe potuto godere di que’ primi onori e trionfi sovrani, di cui era tanto ghiotto. Quell’ammiraglio si astenne dal far fuoco sopra Napoli per non danneggiare gl’innocenti cittadini, invece si accostò all'isola di Capri, ed intimò la resa di quella guarnigione; il governatore si negò, ed oppose una valida resistenza. Mentre le navi cannoneggiavano i soldati francesi accorsi sulla spiaggia, si eseguì lo sbarco, e la lotta fu sanguinosa, perché gli assaliti aveano presa una posizione inespugnabile, e si arresero quando furono uccisi quasi tutti gli uffiziali. Smith, generosamente, accordò gli onori di guerra a’ superstiti di quella guarnigione e il libero ritorno a Napoli. Lasciò in quell’Isola buon numero di soldati, a capo de’ quali il celebre colonnello Lowe.

Sistemati gli affari di Capri, quell’ammiraglio volse a Ponza con tutta la flotta, e s’impossessò di quest’altra isola dopo una debole resistenza fatta da quel presidio, e vi lasciò il principe di Canosa figlio, a capo di una guarnigione siciliana. La conquista di quelle isole rendette gl’inglesi padroni del Golfo di Napoli e del piccolo commercio marittimo di questa città, l'unico che allora le fosse rimasto; quindi gran vergogna e disagio pei francesi dominatori e pel re di commedia. Smith, dopo di avere costeggiato i lidi del Salernitano e delle Calabrie, incoraggiando ed esortando que’ popoli a tener duro contro gl’invasori, volse a Palermo, ove giunto, persuase il generale Stuart, comandante le truppe inglesi in Sicilia, a preparare un colpo di mano nelle Calabrie.

L'uomo che dal basso stato sale in alto diviene esigente, quasi volesse compensarsi le penurie passate; e quando non ha meriti né proprii né ereditarli vuol supplirli col fasto e con l’esteriore apparenza: è questo il gran difetto di tutti i favoriti della fortuna, dei parvenus. Giuseppe Bonaparte, già fornisore dell’esercito francese in Italia, nel 1796, proclamato re delle Due Sicilie, per la grazia di suo fratello Napoleone, facea pompa di un lusso e di una ridevole burbanza fino alla caricatura; lusso e pompe superiori a quelle dei despoti orientali. Nella Corte di quel sedicente sovrano, le spese erano di gran lunga eccedenti le povere risorse dello Stato; e quel che più monta si è, che essendo egli un uomo vano e di poca levatura, quelli che lo circondavano, facevano pure spese pazze, dicendo che voleano fare onore a quella ridevole sovranità, mentrecché impinguavano le loro finanze a danno del Regno.

Sebbene si fossero dati due importanti e lussuosi posti a’ napoletani marchese del Gallo e duca S. Teodoro, avendo tutti e due cambiato livrea, gli altri posti ed impieghi erano stati ghermiti da’ francesi, cioè quelli stranieri che coadiuvarono alla grandezza napoleonica. Per maggior danno di questo disgraziato regno, in conseguenza del decreto di Napoleone, in aprile di quell’anno 1806, i sei feudi col titolo di Ducati si diedero agli stranieri; cioè il ducato di Gaeta fu dato a Gaudin, ministro delle finanze di Francia; quello di Otranto all’ex-prete Fouché, ministro di polizia anche in Francia; quello di Taranto al generale Macdonald e quell’altro di Reggio al generale Audinot; que’ Ducati si diedero col dritto di possederli in piena proprietà e di trasmetterli a’ loro primogeniti. In seguito fu dato al maresciallo Bernadotte il ducato di Pontecorvo e l’altro di Benevento al ministro degli affari esteri di Francia, ex-vescovo Talleyrand. Essendo quest’ultimo Ducato ne’ possedimenti del Papa, l’averlo dato ad un vescovo apostata, ebbe dell’insulto e dell’epigramma.

Intanto lo stato del Regno era in pessime condizioni, gli stessi soldati francesi non erano punto soddisfatti; essi, abituati a larghe ricompense, dopo di aver vinto strepitose battaglie. erano qui mal retribuiti, perché tutto arruffavano i loro capi, ed erano costretti a far marce e contromarce per inseguire le bande borboniche; e si destinarono eziandio a far da esattori, da birri ed un poco da boia.

Le popolazioni vessate in tutti i modi per la prodigalità della Corte, e perché governate da stranieri prepotenti ed ingiusti, si preparavano alla riscossa. Fu allora che comparvero numeroso bande borboniche, condotte dagli audaci capi del 1799 e d’altri uomini risoluti e valorosi: fra Diavolo, Sciabolone, Panedigrano, Santoro e Dedonatis si mostrarono di nuovo sul teatro della guerra. A costoro fecero seguito i capibanda Piccoli, Recco, Falsetti, fra Antonio da Curro, Zoccolante Calabrese, Mollica, Sommella ed altri. Tutti questi capi aveano corrispondenze co’ borbonici di Napoli, ed aveano ordita una terribile congiura per uccidere Giuseppe Bonaparte. Un Michele Albanese tradì i congiurati, che furono immediatamente arrestati per ordine del ministro di polizia Saliceti, condotti nel Castel dell’Uovo, e fucilati dopo 24 ore. Queste sommarie repressioni più esaltavano lo spirito pubblico a vendicarsi de’ francesi e del re di commedia; il quale, mentre gavazzava ne’ vizii e nel lusso più che orientale col danaro spremuto dal sudore del povero, pubblicava leggi draconiane contro chi non volea sottomettersi alla sua burlevole sovranità.

Gl’inglesi, padroni delle Isole adiacenti a Napoli, soffiavano nel fuoco della rivolta; scorrendo i mari che bagnano le coste di questo Reame, recando armi e munizioni, davano consigli ed incoraggiamenti. Per la qual cosa nel Salernitano, nella Basilicata e nelle Calabrie avvennero scontri sanguinosi con la peggio degli stranieri; ed in varii paesi si alzarono gli stemmi borbonici. Vi accorse il generale Francesco Pignatelli Strongoli, conducendo soldati francesi contro i proprii compatriotti; ed in effetti usò repressioni degne de’ padroni che serviva (26).

L’ordine de’ tempi mi porta a ragionare di Civitella del Tronto. È questa una spicola città forte di duemila abitanti, cinque miglia lontana dal fiume Tronto; sta quasi a vedetta sulle frontiere del Regno dalla parte dello Stato Pontificio. Sebbene ha poche opere esterne, nonpertanto la rende forte la posizione elevata e la ripidezza della montagna su cui s’innalza il castello circondato d’inaccessibili rocce. La parte debole della fortezza è quella ove le sue opere esterne si congiungono con la città. Comandava allora Civitella del Tronto il maggiore Matteo Wade, militare valoroso ed onorato. Avea egli sotto i suoi ordini 300 soldati di milizia provinciale, 15 sott’uffiziali, due aiutanti, un capitano, tre altri uffiziali, un chirurgo e un cappellano. Il 22 gennaio di quell’anno 1806, gli fu intimato di cedere Civitella dal generale francese Miollis, ed egli rispose, che avendo munizioni e vettovaglie, sarebbe stata viltà arrendersi, e che era deciso di difendersi fino agli estremi. In febbraio andò al comanda degli Abruzzi il generale Lecchi in cambio di Miollis, ed offerse al Wade onorata capitolazione; questi la rifiutò e Civitella fu stretta di assedio.

I paesani coadiuvarono in tutto e per tutto il presidio del castello, anche attaccando alle spalle il nemico; e Lecchi, non trovando altro mezzo di guerra per impadronirsi della Piazza, scelse il più comodo e il più feroce.

Il 25 aprile gittò in quella piccola città quattrocento bombe, rovinando case, uccidendo innocui cittadini, donne e fanciulli. Mentre si eseguiva quel barbaro bombardamento, la truppa francese si avanzò per sorprendere Civitella; fu respinta dagli stessi cittadini armati e costretta a prendere la fuga, lasciando parecchi morti e feriti. Wade, co’ suoi pochi uomini di guarnigione, stava in riserva per accorrere ove fosse maggiore il pericolo. Il bombardamento proseguì accanito giorno e notte; Lecchi, per disbrigarsi al più presto possibile, pensò di tentare la scalata della città, ed una volta impadronito di questa, minare il castello e mandarlo in aria. Perlocché fece preparare 200 scale con uncini di ferro; e in una notte oscura, sul finire di aprile, col massimo silenzio, ordinò che un reggimento scalasse le mura, e s’introducesse tutto intiero in Civitella. Le sentinelle furono uccise, accorsero. i cittadini e vennero respinti; i francesi invasero le case e si diedero ai saccheggio e ad ogni specie di turpitudine. Il maggiore Wade, profittando che i nemici erano sparpagliati ed in disordine, uscì dal castello e li attaccò vigorosamente col piccolo suo presidio; aiutato da’ cittadini, parte li mise in fuga, e il maggior numero fu ucciso. Il comandante di. quel reggimento, 'che tentò riordinare i suoi dipendenti, fu anch’egli ucciso, e quindi la fuga divenire generale; chi non trovò scala appesa a’ baluardi, si gettò giù senza guardar l'altezza, rotolandone molti tra’ precipizi!.

Non essendo riusciti i mezzi vandalici del bombardamento, né la sorpresa notturna, i francesi usarono quelli regolari, cioè alzarono batterie e disposero tutto per aprir la breccia. Intanto il tempo passava e le provvisioni del castello cominciarono a mancare; quindi il comandante Wade restrinse la razione de’ viveri per prolungare l'assedio. I soldati del piccolo presidio, molestati dalla fame ed affranti dalle fatiche, cominciarono a disertare; alla metà di maggio, non rimaneano a quel comandante che settanta dipendenti invalidi, tra quali quaranta feriti: i difensori del castello di Civitella del Tronto si ridussero dunque a trenta i Wade, per occultare agli assedianti il poco numero de’ suoi soldati, usava varii stratagemmi affine di farli comparire assai numerosi, e tra gli altri quello di far vestire le sentinelle. con gli abiti di varii reggimenti.

I francesi aveano perduto 700 uomini sotto Civitella e non pochi valorosi uffiziali; quindi erano in furore contro gli assediati a causa di quella eroica resistenza. Il 21 maggio dopo di avere aperta la breccia, assaltarono la città e la presero, perché non trovarono i soliti cittadini che la difendevano; dappoiché costoro, molestati in tutto, se ne erano fuggiti, eludendo la sorveglianza del nemico. Civitella fu messa a sacco, e il sangue degl’innocui abitanti, ivi rimasti, senza distinzione di età e di sesso, allagava le strade. I pochi uomini, chiusi nel castello, si aspettavano da un momento all'altro о di saltare in aria a causa di qualche mina, о di essere passati a fil di spada appena fossero caduti in potere de’ francesi. Wade riunì quel valoroso presidio, lo ringraziò dell’eroica resistenza che avea fatto a’ dominatori di Europa, combattendo meno di due contro cento; disse che non avea compensi da largire, ma che avendo essi raggiunto ir colmo della gloria militare, era questa la più bella ricompensa a tante loro fatiche e all’indomabile costanza e valore dimostrato. Disse infine che il nemico avrebbe passati tutti a fil di spada, quindi proponea di metter fuoco alla polveriera, per involgere nella comune rovina i feroci avversarii. Tutto il presidio fece plauso a quella troppo ardita e disperata proposta, ed ognuno si dispose a morire. Wade però volle tentare Vultimo mezzo che gli restava per salvare i suoi valorosi dipendenti; mandò l'aiutante maggiore Pardi ai duce francese per proporgli la resa del castello; e questi, ignorando che trovavasi colà un sì poco numero di difensori, temendo di vederseli piombare addosso da un momento all’altro, accettò la proposta, accordando al presidio di uscire con gli onori di guerra, e se il volesse potrebbe andarsene in Sicilia.

Il 22 maggio uscivano i difensori del castello di Civitella del Tronto; erano undici artiglieri, dieci soldati, otto ufficiali, oltre del glorioso maggior comandante Wade! Quel presidio marciava con la fronte alta e baldanzoso; il seguiva la nipote del comandante, avendo tra le braccia un gatto! I francesi, a quella vista, furono compresi d’onta e vergogna; né davansi pace che sì poco numero di prodi napoletani avessero tenuto in disagio per quattro mesi ed arrecato tanto danno ad un corpo di esercito di quattromila uomini, allora reputati i primi soldati di Europa. La bandiera borbonica, che secondo i patti doveasi consegnare al nemico, era portata da un veterano cieco, condotto per la mano da un suo commilitone. Il duce francese, domandò al comandante Wade, perché avea affidato ad un cieco quella bandiera, e questi risoluto rispose: «Tutti volemmo sottrarci all’onta di dare in vostra mano quel glorioso vessillo della nostra patria, che abbiamo difeso fino a che potemmo; né alcuno di quei prodi si sarebbe piegato a consegnarlo al vincitore dopo di averlo difeso con tanta fede e coraggio; epperò quegli fu scelto, che ignorando a chi lo consegnasse, fosse risparmiato dal dolore di vedere il compiacente sogghigno dello straniero vincitore».

Il generale Frégeville, capo degli assedianti, che sostituito avea Lecchi, non persuaso. ancora di quanto vedea, corrucciato domandò a Wade, ove fosse la guarnigione del castello, e costui gli additò i 29 veterani! Allora quel triviale duce, con ferocia e dispetto stracciò la capitolazione, e disse: Mai non credetti che avessi a patteggiare con pochi briganti. Bestia di un generale ex giacobino! egli, ingegnoso nemico, dopo di essere stato umiliato dal trionfo dei vinto, a chi avrebbe mostrato quella capitolazione?

Wade e i suoi dipendenti furono trattati peggio che briganti; vennero strascinati a piedi in varie fortezze italiane, finalmente condotti nella piazza forte di Alessandria in Piemonte: ivi rimasero per otto anni a penare, respingendo tutte le seduzioni di servire Napoleone. A Wade, prigioniero in Francia; si offerse il grado di generale, che sdegnoso respinse. Alla caduta del despota di Europa, nel 1814, tutti que' valorosi furono messi in libertà, e largamente compensati dal loro legittimo sovrano. Il quale tra le altre beneficenze che largì a' difensori di Civitella, volle che una lapide commemorativa fosse collocata nel castello di quella città, a ciò i posteri non ignorassero i nomi de’ trenta valorosi che difeso aveano una piccola Piazza contro più di quattromila uomini di quella. truppa che allora facea tremare l'Europa. Gloria al maggiore Wade e a’ suoi 29 commilitoni. Ohi come son di conforto al patrio orgoglio simili atti di fede e di valore.

Ricorderò qui i soli nomi degli uffiziali, che nel 1806 difesero Civitella del Tronto: Solimene, Sangan, Fontana, Pardi, Marcellosi, Salamone e i due fratelli Sebastiani. Francesco I di Borbone fece erigere, nel castello di Civitella, un Cenotafio per onorare e rammentare a’ posteri que’ prodi gloriosamente caduti nel difendere quel castello. Il principe di Assia Philipstadt con pari fede e valore difendeva la piazza di Gaeta, stretta da assedio da’ francesi, ed era deciso non cederla che agli estremi. Re Ferdinando, profittando che la maggior parte delle truppe dell’invasore si trovavano a quell’assedio, o, che il malcontento del Regno, al di qua del Faro erasi fatto gigante, risolvette tentare la riconquista, ed in ciò era istigato dal grande agitatore Smith, ed anche dal comandante le truppe inglesi in Sicilia, Lord Stuart. Perlocché si riunirono in Messina molte barcacce da trasporto, protette dalla flotta inglese, ed il 1° luglio di quell'anno 1806, sbarcarono nel. golfo di S. Eufemia cinquemila inglesi, e tremila siciliani, comandati tutti dal medesimo Lord Stuart. Il quale avea divisato recarsi a marce forzate a Catanzaro, per isolare il generale Regnier nella Calabria ulteriore, intercettandogli le comunicazioni con l'altre province.

Sopra S. Eufemia è il villaggio di Maida, ove si trovavano circa seimila francesi con artiglieria e molta cavalleria, ed altri tremila erano in marcia per rinforzarli. Stuart, da capitano accorto, si affrettò ad attaccare il nemico prima che gli giungessero que’ rinforzi; quindi con audacia si spinse sopra Maida, luogo forte per sua natura. Regnier, credendo facile la vittoria de’ suoi, in cambio di rimanere nella forte posizione che occupava, scese alla pianura, lusingandosi che sarebbe stata sufficiente la sola sua cavalleria per ¡sbaragliare gli anglo-siculi. Tra Stuart e Regnier vi erano conti vecchi da saldare, il primo avea battuto il secondo in Egitto, e questi credeva giunto il tempo di prendersi la rivincita.

Il generale Camporet, che conducea l’avanguardia francese, fu assalito da’ siciliani con ammirabile slancio; sbalordito di trovare tanto valore in costoro, retrocedette, chiamando in soccorso altri battaglioni, ed avendoli avuti, ritornò all’assalto; d’allora la mischia divenne sanguinosa. Nella battaglia di Maida i siciliani si coprirono di gloria, e dimostrarono che ben guidati possono vincere i primi soldati dei mondo. Difatti dopo una accanita lotta, i francesi cominciarono a ripiegare in confusione. Regnier, veduto lo stato delle cose a lui-sfavorevole, corre con la riserva nel momento che i suoi soldati fuggivano in disordine, disordine che comunicarono a coloro che si avanzavano per soccorrerli. Già i francesi correvano alla rinfusa inseguiti da’ siciliani, quando Regnier, per ultima risorsa, fece avanzare la cavalleria; ma questa fu ricevuta a piè fermo, e costretta a voltar briglia a causa de’ grandi danni patiti.

Il duce francese, vergognoso di esser vinto da soldati novelli, figli di una terra che non vanta recenti glorie militari, tentò l'estremo. sforzo; riunì alla meglio la sperperata cavalleria, ed ordinò che attaccasse i siciliani, non più di. fronte ma di fianco e di rovescio, permettendolo la peculiare posizione di quei luoghi, ed egli, con tutt’i battaglioni, che avea potuto riunire, assali nello stesso tempo di fronte. La posizione de' siciliani divenne pericolosa; essi pochi di numero erano quasi circondati dal doppio de’ nemici, e si sostenevano per un estremo valore contro le replicate cariche' di quelli arrabbiati cavalieri, che voleano. cancellare le patite onte. I siciliani si sarebbero da soli sostenuti, e per meno avrebbero provveduto alla ritirata, ma giunse in loro soccorso un reggimento scozzese. I francesi furono rotti ed inseguiti; la ritirata precipitosa della loro stessa cavalleria, fu per essi di maggior confusione e danno; con grande difficoltà, dal sottoposto piano di Maida, si salvarono sopra i monti di Nicastro e quelli strategici di Tiriolo.

Nella battaglia di Maida morirono 700 francesi e 2000 furono fatti prigionieri, tra’ quali general Camporet, ferito in Una coscia; rimanendo in poter degli anglo-siculi i bagagli e i cannoni del nemico. Regnier, molestato sempre nella sua precipitosa ritirata dalle popolazioni insorte, giunse a Catanzaro, ove potè raccogliere gli avanzi del suo esercito, che pochi giorni prima era tanto florido e burbanzoso.

La nuova della vittoria di Maida, riportata dagli anglo-siculi, fu accolta con gioia da’ calabresi; i quali si armano per dare addosso a tutt’i francesi. Il generale Verdier, trovandosi in Cosenza con duemila soldati, fu battuto dalle masse nella precipitosa ritirata che fece alla volta di Matera; e, se non fosse stato per la semi-energia del general Pignatelli Strongoli, comandante in Basilicata, né Verdier si sarebbe salvato in Matera, né Regnier in Catanzaro. Pignatelli, con tutti i Soldati che comandava in quella provincia, e co’ partigiani de’ francesi potè arginar per poco il torrente delle masse armate, e dar tempo a que’ due generali di mettersi in salvo.

Regnier ebbe l'ordine di ritirarsi da Catanzaro, appena si seppe in Napoli la sua semi-disfatta; e nell'eseguire quella ritirata per la volta di Cassano, fu assalito dalle bande calabresi, che gli tolsero tutt’i bagagli ed i mezzi di trasporto.

In Cotrone lasciò i feriti e gli ammalati nel castello e proseguì la sua marcia; gl’insorti assediarono quel castello, e lor fu facile farlo rendere a discrezione. Giunto Regnier al villaggio di Strongoli, chiese viveri per la sua derelitta soldatesca, ed i paesani gli risposero a schioppettate; nacque un sanguinoso conflitto; quel villaggio fu incendiato, ma i francesi partirono digiuni. In Ciro ebbe vettovaglie, e questo paese venne devastato dalle masse per aver soccorsi gli stranieri. Regnier, nel ritirarsi, lasciava le tracce della devastazione e de’ massacri: perlocché non pochi de’ suoi soldati erano uccisi in varii e barbari modi. Quando giunse presso Corigliano, seppe che questo paese si preparava a riceverlo a schioppettate; e siccome avea bisogno di vettovaglie, mandò un parlamentare con la solita cedola requisitoria: il capo della comune scrisse per risposta in calce a quel foglio: venite a prendervi i viveri. Irritato per tanto ardire assalì Corigliano, ove i cittadini lo accolsero con un fuoco di fucileria ben nutrito respingendo. più volte gli assalitori. Però, esaltati da que’ vantaggi a danno degli stranieri, inconsideratamente uscirono fuori l’abitato per inseguirli. I francesi, riordinati e con abili manovre, l'investirono di nuovo, e alla corsa entrarono in Corigliano, che saccheggiarono e bruciarono, dopo aver fatto un immenso bottino; in una sola casa trovarono ottantamila ducati. Dopo tanti incendii e massacri, Regnier giunse a Cassano, carico di bottino sì, ma stremato di uomini e di ardire: ed ivi si condusse l'altro generale Verdier con le reliquie della sua divisione.

Tutti i rovesci francesi avvenuti nelle Calabrie, aveano spaventata la Corte di Napoli; e il re di commedia, timoroso più di tutti, pensava abbandonare la capitale per ritirarsi negli estremi Abruzzi per attendere colà altre milizie da Francia; ma la fortuna venne in suo soccorso per maggior disgrazia di questo Regno. Se il generale Stuart avesse inseguito i francesi, co’ suoi settemila e più uomini vittoriosi, dopo di averli distrutti, avesse marciato sopra Napoli, coadiuvato da quelle imponenti masse borboniche, il trono del parvenu sarebbe stato spazzato meglio che la repubblica partenopea. Quel generale volle rimanere inoperoso sotto Maida, malgrado le premure di marciare in avanti, fatte da' suoi subalterni; tanta ostinazione parve inesplicabile. Però si seppe poi che la cambiata politica del gabinetto di Londra era stata la causa che lord Stuart non avesse approfittato della vittoria. In quel tempo salì a capo del ministero inglese Carlo Fox del partito Whig, e volle mettere in esecuzione que' principii che avea difeso da deputato nel Parlamento brittannico. Per la qual cosa, avendo iniziate delle pratiche per una completa pace con la Francia, che poi non ebbe effetto, si assicura che avesse ordinato al medesimo generale Stuart di arrestare la sua marcia sopra Napoli; così si sacrificavano sempre le sostanze e il sangue de’ cittadini di questo Reame alla ingordigia ed evoluzioni inglesi!

Andrei troppo per le lunghe se volessi narrare tutte le vittorie riportate da’ bravi calabresi contro gli agguerriti eserciti di Francia. Le bande borboniche s’impossessarono delle coste del Tirreno; assediando fortezze difese da’ francesi e costringendoli a capitolare a discrezione. Amantea, Scalea, l'isoletta di Dina, Maratea, Sapri, Camerata e Palinuro furono riconquistate da quelle valorose bande. Ogni giorno avvenivano scontri sanguinosi tra calabresi e francesi, spesso con la peggio di quest’ultimi, perché i medesimi non trovavano spie fedeli; ed, ignoranti de' luoghi, erano sorpresi quando meno se l’aspettavano.

Giuseppe Bonaparte, impotente a battere od a sedare la rivolta, per mezzo del suo ministro di polizia Saliceti, facea e pubblicava altre leggi draconiane contro i cittadini sospetti di Borbonismo: segno non dubbio della debolezza del governo e d’animo crudele di chi vi regna. In conseguenza dì quelle leggi, si scatenò uno stuolo esecrando di delatori, che spiavano le opere e i pensieri d’ogni cittadino; le carceri erano piene di colpevoli ed innocenti, e costoro erano dannati a morte sulla semplice denunzia di un delatore pagato dalla stessa polizia. Un sol tribunale esisteva nel Regno, le Commissioni militari, che giudicavano sul tamburo e inappellabilmente senza ammettere testimoni a discolpa degli. accusati. Lo spavento regnava sovrano e da per tutto, perché l’oprare in quel modo dal governo, chiaro facea conoscere che si volessero assassinare tutti coloro che non fossero partigiani de’ francesi о che si sospettassero borbonici. Tutto ciò veniva confermato dal modo come il Saliceli trattava coloro che faceva arrestare per supposti delitti di Stato; quando non potea farli condannare dalle Commissioni militari, fingeva mandarli in altri luoghi, e per la via li facea massacrare da’ suoi sgherri, col pretesto che i detenuti si fossero ribellati alla forza pubblica, e questa per difendersi avesse dovuto usar le armi. Per meglio far credere quest’altra immanità giacobinesca, si lasciavano sul luogo dell’eccidio gli assassinati atteggiati in varie posizioni, come se avessero lottato contro i loro custodi; e si buccinava poi che taluni di costoro avessero anche ricevuto ferite a morte.

La piazza forte di Gaeta, assediata fin da febbraio di quell’anno 1806, era di grave pensiero ai dominatori di questo Regno; costoro ben conoscevano che non avrebbero potuto far guerra a' calabresi se prima non si fossero impossessati di quella Piazza, essendo un grande diversivo ed un punto di appoggio per le sollevate province, protette dalla squadra inglese. Varii generali si erano succeduti nella direzione di quell’assedio, il quale era stato lento fino ai primi di maggio. Le opere d'importanza degli assedianti cominciarono nel principio di giugno; mancando il legname, i francesi non si fecero scrupolo diroccar case e chiese nel vicino Borgo per giovarsi. del materiale. Si alzarono alcune batterie d’approccio a Montesecco; si formò la prima parallela, e si cominciò a tirare al bastione Cappelletti e al fianco basso della cittadella per aprirsi la breccia; però gli assedianti, da difensori, venivano molestati e ritardati nelle loro operazioni. Allora l’offesa era in ragion diretta della difesa; non così nel 1860 e 61; conciossiaché la rivoluzione, personificata nell’esercito piemontese, capitanato dal generale Enrico Cialdini, disponendo di tutti i mezzi inventati dal progresso della scienza balistica, e l’artiglieria assediante alzò le ultime batterie contro la Piazza, ove nel 1806 fu eretta la prima.

Comandava la piazza di Gaeta il principe di Hassia Philipstadt, ed avea sotto i suoi ordini circa cinquemila uomini, che spesso facea esercitare nelle sortite per guastare le opere di assedio. Il comandante degli assediarti gli fece prima giungere l'ordine della Reggenza per cedere Gaeta, ed egli rispose, che non riconoscea altra autorità se non quella del suo sovrano Ferdinando IV di Borbone. Inseguito, ricevé or preghiere ed or minacce per cedere, e riuscirono sempre vane le une e l'altre.

Il colonnello Michele Pezza, (fra Diavolo), che trovavasi allora in Gaeta, alla testa dei suoi più prodi compagni, si era reso il terrore degli assedianti, perché li sorprendeva attaccandoli all’improvviso e con una audacia senza esempio: egli compariva e spariva come uno spirito folletto. Il generale francese Valentini fece ogni possibile per averlo nelle sue mani, ma i suoi poco leali e reiterati sforzi riuscirono sempre inutili.

Un fatto straordinario accadde in quell’assedio, ed io lo credo degno di essere raccontato. Una giovane popolana di Gaeta, Maria Scarnico, si presenta al governatore Philipstadt, e si offre uscire dalla Piazza per inchiodare i cannoni del nemico. Quell’offerta fa stupire il governatore, ma questi vedendola ardita e risoluta, le da il bisognevole, e la fa condurre da una barchetta sulla spiaggia d’Ariana. La Scarnico si arrampica per una scoscesa rupe, sorprende ed uccide una sentinella, ed inchioda cinque cannoni. Si grida all’armi, corrono battaglioni e squadroni di cavalleria, e si tirano fucilate alla cieca, senza vedere il nemico. La coraggiosa giovane è colpita nel capo da una palla di moschetto, e per non cadere in mano de’ nemici si nasconde; quando cessa il trambusto, guatta guatta ritorna in Gaeta, ove è condotta in trionfo e largamente rimunerata. Maria Scarnico in tutto il tempo dell’assedio combatté al fianco de’ più intrepidi soldati, e rese importanti servizii in quella Piazza; quando questa capitolò volle seguire la guarnigione a Palermo; colà fu ricompensata dalla sovrana generosità, destando emulazione ne’ soldati, e desiderio di esser vista anche da personaggi distinti.

Era supremo bisogno de’ francesi impossessarsi di quella Piazza, trovandosi colà diciassettemila uomini che l'assediavano, e tanto necessarii nel resto del Regno, maggiormente dopo la rotta di Maida.

Per accelerarsi i lavori dell’assedio fa mandato al comando degli assedianti il generale Massena, il quale corrispose all’opinione che si avea di lui; fece erigere altre batterie più vicine a Gaeta, e cominciò a recar non lievi danni alla stessa. Parecchi scontri avvennero in quel tempo tra le due parti belligeranti, e la notte del 4 luglio ebbe luogo una vera battaglia navale sotto Mola. Massena intimò più volte a Philipstadt di cedere la Piazza, proponendogli onorevoli e vantaggiosi patti, e questi fu sempre negativo: perlocché il duce francese risolvette aprire la breccia e prenderla di assalto.

Erano in questo stato le cose, quando il 10 luglio accadde grande sciagura agli assediati; trovandosi il governatore sopra una batteria di fronte di terra, che oggi ha nome Philipstadt, e stava tutto intento a dare le disposizioni per la difesa, fu percosso da più palle di moschetto e rimase sepolto sotto i rottami di un muro, che crollò in quel momento, a causa dello scoppio di una bomba nemica. Quando venne estratto da quelle macerie appena dava segni di vita e fu trasportato sopra un legno da guerra. Questa disgrazia arrecò la costernazione ne’ difensori di Gaeta, avendo tutti gran fiducia nell’abilità e nel valore di tanto generale. Prese il comando il colonnello Horz, come il più anziano; era costui valoroso, ma ispirava poca fiducia a' suoi subalterni, per la qual cosa lo spirito guerriero de’ soldati cominciò a venir meno; non pertanto costoro proseguirono a fare il loro dovere.

Massena, quando seppe la disgrazia che avea colpito gli assediati, offerse ancora una volta patti onorevoli per capitolare; il novello governatore Horz si negò; quindi gli assedianti fecero gli ultimi supremi sforzi per aprire la breccia ed assaltar la Piazza. Difatti una breccia fu aperta a piè della cittadella ed altra al bastione Cappelletti; erano tanto larghe da poter passare 16 uomini di fronte; è Massena avea disposto l’assalto. Il governatore Horz, che non volea esporre circa cinquemila uomini alle conseguenze di una piazza presa di assalto, pensò conservarli per altre imprese contro lo stesso nemico. Riunì il Consiglio di difesa ed espose il suo parere, per la resa; dopo varie questioni, fu deciso di capitolare, dettando i patti gli stessi assediati: Massena li confermò con qualche modifica.

Quella capitolazione venne firmata d’ambe le parti belligeranti il 18 luglio 1806, alle ore Il della sera; il secondo articolo dicea: «Tutta la guarnigione possa imbarcarsi con armi, bagagli, viveri e tutto il treno di campagna». Massena volle aggiunto: «che non potesse combattere per un anno conte tro la Francia ed i suoi alleati». Il quarto articolo assicurava: «Che gl’impiegati civili e militari non fossero molestati, ma liberi se avessero voluto servire il nuovo governo, о ritirarsi in Sicilia.» Degli assediati ne morirono 900 e 1900 degli assedianti; fu ferito il generale governatore di Gaeta Philipstadt, de’ francesi il generale Vallelonque, e mori dopo tre giorni; l’altro generale Grigoy ebbe mozzato il capo da una palla da sedici.

Sull’assedio di Gaeta del 1806 faccio due brevi riflessioni, la prima che quella Piazza fu assediata regolarmente, come dovrebbe farsi tra nazioni civili» senza usare que’ mezzi vandalici che furono messi in opera nell’altro assedio del 1860 e 61. La seconda che il francese Massena fu moderato nella vittoria; non si mostrò corrucciato, come l'italianissimo generale Enrico Cialdini, per l'eroica difesa degli assediati, anzi volle scrivere al secondo articolo della capitolazione: «Attesa la valorosa difesa fatta dalla guarnigione di Gaeta, è accordato alla medesima la facoltà d’imbarcarsi con armi e bagagli ecc.» Massena era un valoroso soldato e distinto generale, avea vinto tante volte i nemici della rivoluzione francese, quindi perché prode ammirava il. valor militare degli stessi avversarii stranieri, non essendo briaco di vittorie comprate con la corruzione e il tradimento. Infine, non voglio tacere, che i francesi stranieri adempirono a tutti i patti della capitolazione del 1806; non così i piemontesi dicentesi italiani, e che vennero in questo Regno nel 1860 per ristabilire l’ordine morale.

I difensori di Gaeta furono condotti in Sicilia; Ferdinando IV, per ricompensare quei valorosi, creò una medaglia dì onore, nella quale, da un lato eravi l'effigie del re, dall'altro la veduta scenografica di Gaeta con le seguenti parole: Merito et fidei Cajetae difensorum 1806 e nel giro: Ferdinando IV D. G. Siciliarum rex. Ai principe Philipstadt concesse la Gran Croce di S Ferdinando.


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CAPITOLO XX

SOMMARIO

Decreto alla Tamerlano di Giuseppe Bonaparte, eseguito dal general Massena. Gesta e fine di Fra Diavolo. Assedio e capitolazione di Maratea ed Amanza. Combatti mentó di Pentimele. Presa del Castello di Fiumefreddo. Battaglia di Mileto. Assalto e ritirata de’ francesi da Reggio. Assedio e presa di Cotrone. Resa di Reggio. Presa di Scilla. Ordine cavalleresco delle Due Sicilie.

I diciassettemila soldati francesi assedianti Gaeta furono mandati in Calabria per istrozzare le aspirazioni di quel popolo generoso, che volea il suo legittimo sovrano. Massena fu destinato proconsole assoluto di quelle province; a quale oggetto, quella sconcia figura di Giuseppe Bonaparte, dicentesi re, fece un decreto, in data del 31 luglio, il dettato del quale lo dichiara un novello Tamerlano, un tiranno dell’Abissinia. Con quel decreto egli dava a Massena facoltà di saccheggiare, assassinare ed esterminare tutti que' calabresi che non si fossero inchinati al suo ridevole scettro, e quelli che non avessero coadiuvata l'opera vandalica del suo generale. Quel decreto, calpestando tutte le leggi umane e divine, innalzava. un duce al disopra di quelle stesse leggi, che i popoli selvaggi non han mai sconosciute.

Massena, dopo di aver dato avviso della sua missione a’ due generali Regnier e Verdier, marciò contro le Calabrie; Giuseppe Bonaparte lo seguiva da vicino per godere delle stragi da lui ordinate. In Lauria avvenne uno scontro di fucilate, tra le bande ivi raccolte ed i francesi; quelle fuggirono, e costoro saccheggiarono ed incendiarono quel paese. Gli abitanti, che non potettero fuggire, о perché ammalati о innocenti, furono arsi vivi da’ redentori stranieri. Dopo quell'esempio di severità, come lo definì il re di commedia, l’esercito francese proseguì la marcia lenta e pericolosa, molestato sempre dalle bande, le quali lo decimavano in varii modi. Il Bonaparte, dopo di aver goduto di quei massacri cittadini, ritornò lieto ed orgoglioso in Napoli, cerne se avesse vinta una battaglia simile a quella di Austerlitz.

Massena, giunto a Monteleone, stabilì ivi il suo quartier generale; fece delle continue escursioni sulle coste dell'Adriatico, e si diè a fortificare la città di Lagonegro in Basilicata, per avere un punto sicuro a tenere aperte le comunicazioni con Napoli, già interrotte dalle borboniche bande. Il celebre Capobanda Recco assaltò quella città, mentre si fortificava e se ne impossessò. Ma vi accorse molta truppa francese, e fu costretto ritirarsi dopo di averle arrecato gravi danni. L'altro capobanda Raffaele Falsetti, ingannato dal suo amico Camillo Serri, venduto al Bonaparte, entrò in Mongrassano, ed ivi fu proditoriamente assalito ed ucciso da' partigiani de’ francesi; però di costoro ne peri un gran numero nel conflitto. II maggiore Guarriglia avea riunite molte bande in Camerota; il 7 settembre, il generale francese Lamarque volle assaltarle, e venne respinto con gravi perdite. Allora fece avanzare le guardie civiche di Castel di Abate e di Pisciotta, e que' lucani, per far piacere agli stranieri, con un coraggio degno di miglior causa, scalarono le mura di Camerata, dopo di essere stati decimati dal fuoco de’ borbonici, la presero e la saccheggiarono. Guarriglia si salvò insieme a molti suoi dipendenti, e tutti s'imbarcarono sulle navi inglesi che trovavansi nella prossima marina. (27) Michele Pezza (Fra Diavolo), prima che Gaeta capitolasse, era partito per Palermo; ivi avendo inteso i fatti di Calabria, volle fare un diversivo negli Abruzzi. Il 20 settembre sbarcò sulla costa presso Terracina, ed avendo riunito 300 uomini risoluti, che l’attendeano, si diresse ad Itri sua patria, ove assalì la guarnigione francese, costringendola a ritirarsi in Gaeta. Dopo che riunì altra gente, marciò verso Sora, arrecando il terrore a’ francesi stanziati in Terra di Lavoro e negli Abruzzi. Alla notizia che il terribile Fra Diavolo era ritornato sul continente, il governo di Napoli si commosse, e riunì tutta la soldatesca che avea disponibile; oltre di che ordinò che si congiungesse in un sol corpo con l’altra che trovavasi in quelle province: un corpo di esercito francese corse ansante per investire un Fra Diavolo! Costui fu assalito in Sora, e tenne fermo con le poche forze che guidava, opponendole allo slancio francese. Il comandante la colonna, vedendo senza effetto tutti i suoi, sforzi, riunì le Guardie provinciali, e si determinò investir Sora dalla porta di Napoli, come punto più debole. La lotta fu cruenta, il luogo era coperto di cadaveri; i francesi furono più volte rotti e inseguiti, e rinnovavano l’assalto con nuove truppe: i borbonici erano sempre gli stessi che combatteano, quindi cominciarono a cedere per perdite e per istanchezza. La prigionia di Fra Diavolo sembrava certa, ma questi, quando vide che i nemici cominciavano a penetrare in città, raccoglie buon numero dei suoi dipendenti, e con uno slancio maraviglioso si spinge sopra la brigata comandata dal colonnello Forastier, la disperde, passa sul corpo di que’ soldati, e come una saetta si slancia nella valle di Roseto, rifugiandosi poi sulle montagne di Miranda. Fu inseguito, ma non avendo lasciato tracce della sua ritirata, i francesi lo cercarono invano per varie direzioni.

Fra Diavolo ricompare più formidabile coi suoi improvvisi e rapidi attacchi, la maggior parte coronati da felici successi; il governo di Napoli fremea di rabbia non potendo assoggettare quel valoroso partigiano che chiamava brigante.

Già le Gazzette di varii Stati europei pubblicavano le gesta strepitose di tutti i capi dell’insurrezione napoletana, e con particolarità quelle di Fra Diavolo. Il dittatore di quasi tutta l'Europa, Napoleone Bonaparte, intese il ridicolo e l’onta che si spargea sopra i francesi, e previde i mali di un futuro non molto lontano, quindi scrisse al fratello re di Napoli: «che avesse fatto tacere i fogli periodici su tale argomento, che comunque presentati i fatti del brigantaggio, svelavano chiaramente i danni delle sue truppe, e servivano di un esempio contagioso agli altri popoli, che la sola forza teneva sotto il suo dominio.

Giuseppe, in esecuzione degli ordini del magno fratello e signore, pose il bavaglio alla stampa napoletana, e poco mancò che non avesse fatto fucilare i redattori de’ giornali che allora si pubblicavano in questo Regno. D’altra parte riunì il resto della milizia che avea disponibile, cioè altri quattromila soldati di linea, con la corrispondente artiglieria e cavalleria, la mandò in Terra di lavoro sotto il comando del colonnello Hugo per distruggere Fra Diavolo. Il ministro di polizia Saliceti sguinzagliò tutte le spie, e ne avea Un esercito, e le mise a disposizione del comando militare per coadiuvarlo in quella spedizione più poliziesca' che militare.

Fra Diavolo si era inselvato fra’ boschi ed i monti. interposti fra il Garigliano e gli Stati della chiesa; spesso sorprendeva i francesi arrecando loro serii danni, impossessandosi delle armi e delle munizioni de’ medesimi, indi rapido ritornava a' suoi monti. Oltre del generale Hugo co’ suoi quattro mila uomini destinati a perseguitare quel famoso capobanda, eravi il generale Dushesme con una divisione dalla parte dello Stato Pontificio, da Sora il generale Gulu con una brigata, e i(generale Valentini con un’altra dalla parte del littorale che da Gaeta corre sino a’ confini romani; oltre delle guardie civiche che coadiuvavano i francesi in quella spedizione troppo umiliante per la grande nazione. La quale avea messo in campagna più di ventimila uomini per combattere un uomo, cui dava il titolo di brigante. Costui, vedendosi inseguito e poi quasi accerchiato da’ francesi, divise la sua gente in piccole bande, e al capo di ognuna ordinò che prendesse il suo nome; di modo che le relazioni che giungevano a’ generali erano contraddittorie. Una spia assicurava, di averlo veduto nelle vicinanze di Gaeta, un’altra in S. Germano nello stesso giorno ed ora, e così di seguito: era un far perdere la testa a que’ duci stranieri.

Fra Diavolo intanto si dirigeva a Vinchiaturo, in provincia di Molise, ove trovò la guardia nazionale che gli disputava il passaggio del fiume Biferno; ma fu battuta, e sarebbe stata disfatta se non fosse stata soccorsa dal colonnello Hugo che conducea tutta la sua gente. Dopo di aver passato sopra i cadaveri di quelle guardie, valicò il fiume e posesi in salvo; però, ascrivendo a somma vergogna volgere le spalle al nemico, in cambio di proseguire la ritirata, raccolse duecento de’ suoi compagni, e prese posizione in un luogo vicino Baiano, sfidando i bonapartisti a battaglia, e costoro accettarono la sfida. La lotta fu disuguale è vero, ma sanguinosa, perché si venne corpo a corpo; spezzati i fucili si combattea con le pietre ed a pugni. Dopo sei ore di una mischia originale ed ostinata, Fra Diavolo si ritirò verso Benevento, lasciando più di cinquanta suoi compagni, parte uccisi, e parte annegati nel fiume. I francesi pagarono ben cara quella che essi chiamarono vittoria; ne morirono quattrocento, oltre un gran numero di feriti. Ciò sembra esagerato, ma l’attestano i documenti di quel tempo, cioè i rapporti militari che tutt ora esistono originalmente in varii archivii. La soldatesca del colonnello Hugo era talmente stanca del continuo correre, lacera e senza scarpe, che pregò il suo comandante di accordarle un sol giorno di riposo, anche per mettere in salvo i feriti; ma non le si volle concedere neppure due ore por riposarsi e prender cibo; e ciò per non perdersi le tracce di Fra Diavolo. Questi, dopo di aver passato il fiume Calore, si era diretto su Montevergine, e giunto ad Avellino riposò.

Hugo l’avea inseguito da vicino, ed avendo ricevuto altri soldati da Napoli lo sorprese. Dopo un furioso combattimento, quando credea aver tra le mani il celebre capobanda, questi gli sfuggì con trenta compagni e prese la via delle Puglie, sempre inseguito da un reggimento di cavalleria leggiera, che presso Avellino giunse a circondarlo. Allora i suoi compagni si tennero perduti, ma egli, fecondo di espedienti, disse a' suoi commilitoni: legatemi insieme al mio uffiziale Vito Aderlizzi, e direte a' francesi che siete Guardie nazionali, che ci avete arrestati supponendoci della banda di Fra Diavolo. Dopo qualche difficoltà, l’ordine venne eseguito; i due arrestati furono condotti in mezzo a’ francesi i quali fecero varie domande in fretta, ed avendo in mira il capo della banda, poco si curarono de’ due prigionieri fatti dalla supposta Guardia. Quando la cavalleria si allontanò, si ebbe addosso una scarica di fucilate partita donde non potea inseguire gli offensori, che si svelarono per la banda da essa inseguita con tanto accanimento.

Hugo, dolente di quel triste e vergognoso risultamento, inseguì quella banda, e la raggiunse vicino Lettere, ove uccise la maggior parte di coloro che la componevano. In quell’incontro Fra Diavolo fu ferito; mentre cercava un ricovero, era perseguitato ad oltranza da varie pattuglie e colonne mobili. Egli, stanco e sanguinante, si diresse alla volta di Salerno, aggirandosi solo in mezzo a tutti quei suoi nemici. La notte del 27 ottobre si ricoverò in una capanna di pastori, per cibarsi e medicare le sue tre ferite, riportate negli ultimi combattimenti. Mentre godea di un riposo sin da lungo tempo desiderato, la capanna fu invasa da quattro veri briganti, che gli presero le armi, tutto quello che avea addosso e lo condussero secoloro sopra una montagna, ove l'abbandonarono mezzo morto, senza sospettare chi fosse.

Fra Diavolo rimase colà senz’armi, scalzo, lacerò, digiunò e sanguinante; e siccome la sua volontà era superiore alle sue forze fisiche, con estrema difficoltà, la prossima notte, si strascinò al villaggio di Baronissi, e non reggendosi più in piedi si gittò sulla neve. La mattina fu veduto dal farmacista Vito Galdi; il quale, avendolo riconosciuto e chiamato per nome, l'abbracciò e lo condusse alla sua abitazione, ove lo confortò di tutto, perché, nel 1799, quel derelitto aveagli salvata la vita.

Vito Galdi avea l'anima di fango, era uno di que’ rettili, che mentre strisciano e ti lambiscono i piedi, ferocemente ti mordono e ti uccidono. Senza riguardo per un tale uomo e pel suo valore, senza pietà e senza rimorso d'ingratitudine, avvertì la guardia, per mezzo di una sua fantesca, e Fra Diavolo fu arrestato, condotto a Salerno e poi a Napoli, ove venne condannato a morte e giustiziato l’11 novembre 1806.

Michele Pezza, detto Fra Diavolo, nato in Itri, non era un brigante, un malfattore, come si scrisse e tutt ora si crede; era egli umano e caritatevole, non fece mai male alle innocue popolazioni, anzi queste l'acclamavano perché fu sempre il terrore de’ ladri e della gente prepotente. Perché nemico degli stranieri invasori, si dichiarò caldo partigiano de’ Borboni; e si sà che i settarii largiscono l'ingiuria di briganti a’ legittimisti ed a tutti coloro che li battono di santa ragione, addebitando agli stessi, saccheggi, incendii, massacri e nefandezze. Se quel valoroso e scaltro capomassa fosse stato un settario, sarebbe stato proclamato un grande eroe dal partito rivoluzionario; come questo ha proclamato più che semidei altri uomini di poca levatura e carichi di delitti.

Che Michele Pezza non era un brigante, lo prova la offerta fatta allo stesso dal ministro di polizia Saliceti a nome di Giuseppe Bonaparte pochi momenti prima di essere giustiziato; cioè «che se avesse voluto servire nell’armata francese gli avrebbe conferito il grado di colonnello di gendarmeria; titolo, pensioni ed ogni altra cosa conceduta da re Ferdinando; con l’obbligo però di mantenere l’interna tranquillità del Regno.»— Fra Diavolo rispose — «Datemi mille morti, anzi che servire voi e mancar di fede al mio sovrano.» Ed a quest’uomo si da del brigante! Ciò serva di risposta al solito storico Pietro Colletta, il quale afferma, che Fra Diavolo morì bestemmiando la regina Carolina.

Per Michele Pezza in Palermo si fecero splendidi funerali nella chiesa di S. Giovanni de’ Napoletani, a’ quali intervennero le truppe napoletane, siciliane ed inglesi, con tutta l'offìcialità non escluso lo stesso capitangenerale.

Massena, trovandosi in Monteleone, fu chiamato a Parigi da Napoleone per condurre in Polonia l'esercito francese. Prima di partire dalle Calabrie, raccomandò al generale Verdier di espugnare le due fortezze cioè quella di Maratea in Basilicata e l’altra di Amantea in Calabria, tutte e due sul littorale del Mar Tirreno; ove gl’inglesi sbarcavano armi e munizioni, ed erano un punto di appoggio per la insurrezione di quelle province. Il general Lamarque venne destinato all'espugnazione di Maratea; trovandosi in. Lagonegro, con marce rapide e manovre ben combinale, costrinse duemila, insorti a chiudersi in quella Piazza. Egli vi giunse il 15 dicembre, con circa seimila uomini e la investì con una batteria di grossi cannoni che сon estrema fatica avea fatto trascinare da Salerno. Non avendo ottenuto que’ risultati che si sperava, si avvicinò di più alla città; e cominciò i lavori di mina per farla saltare in aria. Gli assediati si avvidero del pericolo che li minacciava, e per salvarsi fecero una sortita, battendosi da valorosi, e tentando di guastare i lavori cominciati, cioè i cammini coperti, sotto i quali si eseguivano i lavori di mina; però, sopraffatti dal numero, furono costretti a ritirarsi. L’assedio di Maratea fu una serie non interrotta di sanguinosi combattimenti; i cittadini, le stesse donne di quella patriottica città fecero sommo onore al nome Lucano, battendosi da valorosi. Dopo 22 giorni di continue lotte, visto che il pericolo di saltare in aria era imminente, la carità di patria li fece capitolare.

Il vice-preside Alessandro Mandarino uomo d“ingegno, di ardire e di fermi propositi e gl’inglesi furono mandati in Sicilia, due mila uomini rimasero prigionieri. Gli abitanti di Maratea parte furono uccisi, non poche donne insultate, e tutti patirono crudeltà ed infamie dagli stranieri invasori.

L'altro generale Verdier venne destinato ad impossessarsi di Amantea, ove giunse il 3 dicembre. Questa città è fabbricata sopra una rupe a' cono, alta 60 piedi sul mare ed era allora abitata da tremila anime. Comandava gli assediati il colonnello Mirabelli nate nella stessa Amantea e ricco proprietario; avea sotto i suoi ordini 20 soldati borbonici dell’antica milizia, 6 artiglieri e pochi micheletti; era però coadiuvato dalla popolazione, e tutti decisi a difendersi ad oltranza. Verdier cinse di assedio Amantea con più di quattromila uomini, artiglierie ed attrezzi di guerra; alzò batterie e diè replicati assalti alla stessa senza nulla ottenere. Tentò sorprenderla di notte con far salire alcuni solati da un lato scosceso, il meno guardato; scoperti da un fanciullo, questi diè il grido di allarme, e gli assalitori, dopo di essere stati ben picchiati, la maggior parte giunsero sfracellati a piè della rupe.

Gli assedianti erano seriamente molestati de’ terrazzani armati e diretti dal dottor Salvadori, e da fra Michele Ala. Più di tutti si distinse contro i francesi, nell'assedio di Amantea, la coraggiosa baronessa Laura Fava, nata in Procida, e nemica d'ogni straniera dominazione; montata a cavallo, alla testa dei suoi domestici e terrazzani, investì più volte gli assedianti di Amantea, arrecando a' medesimi scompiglio e danni non lievi.

Verdier, persuaso di essere inutili i suoi inganni ed i suoi sforzi, e perché assai molestato dalle bande, pieno di rabbia, levò lo assedio e ritornò a Cosenza. Perché rimproverato dal ministro della guerra, che stava comodamente in Napoli, vi ritornò nel principio di gennaio 1807, conducendo seco il colonnello Amato, nativo di Amantea, ed amico del colonnello Mirabelli. Questi due afficiali, nati in una stessa patria, amici d'infanzia e di giovanezza, si trovarono a fronte con le armi in pugno, il primo per coadiuvare gli stranieri onde metterli in possesso del luogo che lo vide nascere, e quindi più tristo di Coriolano, perché nessuna offesa avea ricevuto dalla sua patria; il secondo per difenderla a qualunque costo. Si scambiarono fra loro varie lettere. Amato consigliava cedere Amantea, sciorinando ragioni orpellate di patriottismo; Mirabelli si negava adducendo in suo favore, essere un controsenso cedere la patria agli stranieri per patriottismo.

Verdier, persuaso e convinto, che Mirabelli non era né venale né timoroso, alzò parecchie batterie, e dopo pochi giorni del continuo trarre cannonate aprì la breccia, che assaltò per ben quattro volte, e per altre tante fu respinto da' pochi valorosi assediati. Non riuscendogli questo mezzo, ne usò un altro vandalico; si avanzò per cammini coperti e ruinó una parte della città assediata. Un bastione, andò per aria arrecando lo spavento e la morte; e quando i francesi si avanzarono, credendo accessibile quella Piazza e facile il possesso, trovarono altre fortificazioni di nuova costruzione, dietro le quali il Mirabili co’ suoi pochi soldati e co’ cittadini in armi. La lotta s'impegnò allora corpo a corpo, e gli assalitori furono respinti dagli assaliti, malgrado che costoro altro non avessero per opporre alla grossa artiglieria nemica, che tre cannoni vecchissimi. La burbanza francese sarebbe stata fiaccata una seconda volta sotto Amantea; ma dopo 40 giorni di assedio, senza tener conto del primo, quella Piazza si arrese per fame, non avendo più viveri, capitolò il 15 febbraio e con patti onorevoli. Quei piccolo presidio, circa 50 uomini, ritornò libero in Sicilia, con la sola promessa di non battersi per un anno contro i francesi.

Regnier comandante le Calabrie, dopo che il suo dipendente Verdier soggiogò Amantea, si risolvette assalire il castello di Scilla, impossessarsi di Reggio e tentare il passaggio in Sicilia; a quale scopo vi mandò il generale Abbé con una brigata.

Per ordine del generale Stuart, trovavasi in quella provincia il colonnello Vito Nunziante al comando del reggimento Real Sanniti, di uno squadrone di cavalleria e di mçzza batteria di montagna. Quel colonnello dopo di avere ben munito il castello di Reggio, si condusse con la sua gente nel piano di Melia, e respinse la brigata francese che marciava contro di lui; obbligandola a ritirarsi a Seminara. Corse lo stesso Regnier per battere Nunziante, e costui, il 24 dicembre, non solo si difese con accorgimento e bravura nella posizione di Pentimele, ma l'obbligò a ritirarsi a Monteleone; perlocché la provincia di Reggio rimase in potere de' borbonici.

Regnier da Monteleone si diresse a Cosenza, ed avendo inteso che in S. Lucido era una grande riunione di bande, vi spedì contro un reggimento e un battaglione di Guardia Nazionale. Questa gente attaccò gl’insorti, il combattimento fu ostinato e micidiale; i fratelli uccidevano i fratelli per far piacere ai dominatori stranieri!

In risultato, francesi e Guardie nazionali furono rotti' ed inseguiti fino a Cosenza. Il duce francese spedi il generale Peyri per assediare il castello di Fiumefreddo, ove erasi ricoverato il governatore delle Calabrie de' Micheli, già mandato dal re Ferdinando. Quel castello oppose una eroica resistenza, quando finirono i viveri, volea capitolare. Pevri intimò la resa a discrezione, e gli assediati si prepararono a morire sotto le rovine di quelle crollanti mura. Trovandosi dentro il castello molti codardi, per salvar la vita, calarono il ponte e fecero entrare i nemici. Costoro compensarono i traditori, con dar loro la libertà, e fucilarono il governatore de' Micheli con 25 uffiziali.

Regnier ritornò a Monteleone, ed i suoi dipendenti si estendevano fino a Seminara e Palmi; mise in giro per quella provincia varie colonne mobili; per la qual cosa avvennero tanti scontri sanguinosi, ove campeggiava sempre la più feroce barbarie or da l’una or dall’altra parte de’ combattenti. Verso la fine di febbraio di quell’anno 1807, i partigiani borbonici, non essendo più soccorsi, perché allora gl’inglesi aveano altri interessi a salvaguardare, cominciarono a ritirarsi.

L’imperatore Napoleone, dopo che vinse la battaglia di Iena a l’altra di Averstaedt, spedi ventimila uomini nel Regno di Napoli, solo punto in Europa, oltre della Spagna, ove i suoi soldati non erano completamente vittoriosi, anzi spesso battuti. L’Inghilterra, che suscitavagli contro grandi e piccole guerre, consigliò Ferdinando IV a fare un’altra spedizione in Calabria. Il re dapprima si negò, non volendo avventurare il suo piccolo esercito di buoni soldati in una guerra disastrosa ed assai incerta; maggiormente perché avea ben conosciuto che gl’inglesi operavano col più sfacciato egoismo, abbandonandolo nel meglio dell’impresa quando loro giovava, come fece il generale Stuart dopo la battaglia di Maida. Nonpertanto, per seguire la politica di una potente nasone, che diceasi alleata e la facea da padrona, si decise a far qualche cosa per non disgustarsela, non potendosi sostenere senza la protezione della stessa neppure in Sicilia contro la potenza della Francia.

Trovandosi in Palermo il principe generale Philipstadt, reduce da Gaeta e guarito delle ferite riportate nell’assedio di quella Piazza, il re gli propose di prendere il comando della spedizione calabra; quel principe, essendo animoso, accettò con piacere la proposta. Philipstadt parti da Palermo conducendo circa quattromila uomini, tra’ quali 400 cavalieri e 126 artiglieri, con una batteria di montagna, e giunse in Reggio il dì 11 maggio 1807; ivi si riunì con la piccola brigata, sotto gli ordini del colonnello Vito Nunziante, e tutta quella milizia non contava più di cinquemila soldati. Dopo che il generale in capo dispose la sua gente, spedì delle spie per conoscere la posizione del nemico; ma fu mal servito; seppe soltanto che i francesi si fossero fortificati su gli alti piani della Corona e si decise assalirli. Lasciò una piccola guarnigione nel castello di Reggio, e prese posizione sotto Fiumara di Nuro. Il colonnello Nunziante, con una piccola brigata si spinse sopra Aspromonte, e per mancanza del commissario di guerra, che non gli fornì a tempo la cibaria pe’ suoi soldati, giunse con tre ore di ritardo al luogo designato: in quelle tre ore i francesi aveano ricevuto un grande rinforzo. Altra piccola brigata siciliana si era diretta a Solano per attaccare il nemico sul monte della Corona, che appena assalito, senza combattere si ritirò sopra Monteleone, ove si erano raccolti seimila fanti, quattrocento cavalieri, oltre delle milizie civiche.

Philipstadt intendea assalire il nemico in Monteleone; e marciò per Mileto, ma ignorava il numero de’ nemici che trovavansi in quella città.

Invece il general Regnier, conoscendo che i borbonici erano pochi, si decise prendere l'offensiva e li assalì in Mileto all’alba del 28 maggio. Sulle prime i francesi dispersero i corpi avanzati de’ siciliani, e costoro, essendosi riuniti, fecero impeto, li disordinarono prendendo molti prigionieri, tra cui il tenente-colonnello Laborice. La vittoria sembrava sorridere a’ borbonici, ma Regnier, superiore in numero, avea una forte riserva, che slanciò a tempo opportuno. Le sorti di quella battaglia cambiarono, e il piccolo esercito di Philipstadt sarebbe stato disfatto, se il reggimento Real Sanniti, comandato dal Nunziante, non fosse venuto in soccorso, opponendo una resistenza maravigliosa, dandogli il tempo di ritirarsi sopra Rosano.

Nella battaglia di Mileto, i francesi perdettero seicento uomini tra morti e feriti, oltre di trecento prigionieri. Philipstadt si batté da valoroso soldato, ed operò da istruito capitano; ma perdé la battaglia perché fu sopraffatto dal numero de’ nemici. Il colonnello Vito Nunziante, comandante i reali Sanniti, in quella giornata di Mileto si coprì di gloria, e meritamente venne promosso a brigadiere. Il Moore, comandante supremo della squadra inglese del Mediterraneo, in data del 7 giugno scriveva al Nunziante una lettera assai lusinghiera, e conchiudeva: «Abbiamo sentito vero compiacimento nel rendere giustizia al reggimento Sanniti, che in realtà a sommo onor vostro torna, per averlo si egregiamente retto ed esaltato.»

L’esercito siculo si ritirò a Reggio, i francesi l’inseguirono. Philipstadt passò a Messina per mandar barcacce e lancioni onde imbarcare la sua gente e mandar munizioni pel castello di quella città, lasciando il brigadiere Nunziante a capo di quelle milizie. Mentre questi trovavasi sopra i legni, ove s’imbarcava la cavalleria, comparvero i francesi ed assalirono i borbonici dentro Reggio. Corse egli in mezzo a' suoi soldati, seguito da quattro uffiziali, li rianimò e li mise in ordine da far fronte al nemico; nel medesimo tempo li facea retrocedere sempre combattendo, e cosi li condusse sulla spianata del castello.

II 31 maggio, Regnier investi il castello di Reggio, ma i suoi cannoni furono smontati; mandò una lettera al Nunziante con preghiere e minacce di cedere alle armi francesi, proponendogli buoni patti; costui rispose ringraziandolo delle sue offerte; nel medesimo tempo gli significava, che era deciso battersi fino all’ultimo co’ suoi valorosi sanniti. La domani, 1° giugno, i francesi, invece di proseguire a battere il castello, lasciarono Reggio e si diressero alla volta di Gerace.

È dovuto al coraggio ed a’ talenti militari del brigadiere Vito Nunziante, se le truppe condotte in Calabria da Philipstadt non rimasero preda del nemico; egli non solo salvò quelle che si erano riunite in Reggio, ma raccolse l'altre disperse dopo la battaglia di Mileto. Se non si fosse opposto alla rapida marcia di Regnier, о avesse ceduto il castello, quel piccolo corpo di esercito, con tutto il materiale di guerra sarebbe stato perduto. È da notarsi che mentre il Nunziante operava in quel modo contro i francesi, costoro tenevano in ostaggio quattro suoi figli e la sua giovane ed amata consorte, Camilla Barrese, nata in Lipari da nobili e ricchi genitori. Del brigadiere Vito Nunziante, poi tenente-generale e marchese, altri onorevolissimi fatti dovrò registrare in queste pagine, essendo egli una brillante e simpatica figura storica di que’ tempi, assai distinta per bravura e fedeltà. Oh! s’egli potesse oggi alzare il maestoso suo capo da quella onorata polvere che lo ricopre, son sicuro che lancerebbe un'amara rampogna, una orribile maledizione contro colui, che nel 1860, fece di tutto per contaminare il suo bel nome; io non vorrei trovarmi al posto di qualche suo figlio..... ! il 7 giugno s'imbarcarono in Reggio una buona quantità di soldati, sotto gli ordini del maggiore Angellotti e furono condotti a Cotrone, onde presidiare il castello di quella città; nella quale comandava il capobanda Corem-Cantor, essendosi impossessato della stessa nel tempo, che Regnier raccogliea la sua gente dalla parte del Tirreno per far guerra, a Philipstadt. Il duce francese, dopo la battaglia di Mileto, mandò il generale Peyri per assediar Cotrone: i francesi soffersero molto in. quell'assedio che durò 40 giorni, ed avendo aperta la breccia si disponevano all'assalto. Corem-Cantor sapea che sarebbe stato fucilato, assieme a' suoi compagni, quindi tentò un mezzo alla Fra Diavolo per salvarsi: raccolse i suoi dipendenti e piombò come un fulmine sopra gli assedianti; passò sopra i corpi di costoro, e co’ suoi si diresse alla marina, ove trovò le navi pronte, e s’imbarcò. I francesi, sbalorditi di quell'inatteso e repentino assalto, neppure inseguirono i fuggitivi! Rimanevano nei Regno di Napoli due sole fortezze in potere de’ borbonici, Scilla e Reggio; Napoleone avea ordinato a suo fratello di farla finita con l'insurrezione calabra, e di cacciare о sottomettere a. qualunque costo tutt’i legittimisti di quelle province. Per la qual cosa, sul finire del 1807, il 13 dicembre, Regnier, con forte schiera, Si mosse da Monteleone per assediare Scilla e Reggio; e siccome temea che le masse armate gli avessero intercettata la comunicazione con la capitale fece accantonare quattromila uomini tra Catanzaro e Nicastro, mettendoli sotto gli ordini del generale Soligny. Gli si rese molto difficoltoso condurre la grossa artiglieria su pe monti e fu necessario far costruire due strade carreggiabili ed alzar ponti sopra varii torrenti. Quelle operazioni furono spesso contrariate da borbonici, i quali, appiattati tra burroni e valli, fecero continui massacri di francesi, quelle strade costarono molta spesa e fatica, ed appena costruite per un tratto venivano distrutte dagl’insorti.

Dopo tanta fatica e tanto sangue versato, i francesi aveano quasi compita una strada fino a Melia, bivio che conduce a Scilla e a Reggio; ivi dopo una gagliarda resistenza, dispersero le masse armate, le quali aveano preso posizione in quel bivio. La soldatesca di Francia per ispingersi avanti, dovea lottare non solo con la difficoltà de’ luoghi, ma più di tutto contro i partigiani del legittimo principe, non che co’ soldati borbonici, che si trovavano in quelle vicinanze, e con gl’inglesi, che li cannoneggiavano dalla parte di mare. Dopo tante fatiche e lotte, la strada si prolungò sino a Campo, e Regnier, con la grossa artiglieria, si avanzò per espugnare il castello di Reggio, presidiato da ottocento soldati, sotto gli ordini del colonnello Sandier, il quale avea fatto barricare anche le vie di quella città.

Lo spirito di que' soldati non era più quello di prima, quando i medesimi erano comandati dal brigadiere Nunziante, che era stato chiamato in Sicilia per comandare altre truppe in Milazzo: sbaglio enorme in quelle difficili circostanze. Nonpertanto la guarnigione di Reggio fece il suo dovere; difatti, il 30 gennaio del 1808, Regnier l’assali e dopo una valida resistenza la scompigliò, perché mal divisa e peggio diretta; si spinse alla corsa fin sotto il castello, ove eresse batterie di cannoni e cominciò a percuoterlo. La resistenza degli assediati fu ammirevole; essi fecero anche delle sortite arrecando grave danno a' nemici; perché pochi, erano costretti ritornar subito dietro i ripari. Nel castello erano nove cannoni, e quasi tutti smontati dall’avversario; allora Sandier mandò un parlamentare al duce francese con la proposta di arrendersi, che fu accettata, secondo i patti chiesti da’ napoletani. Il 7 febbraio uscirono da quel castello seicento soldati e sessantasette uffiziali con gli onori di guerra; deposte le armi s’imbarcarono per Sicilia; quasi tutti i napoletani furono mandati a Napoli.

Dopo la capitolazione del castello di Reggio, Regnier retrocedette a Scilla, ove di già si erano cominciate ad innalzare delle batterie sin dal 4 febbraio per espugnare quell’altro forte presidiato dagl’inglesi. Scilla è una città fabbricata sull’alta vetta di una rocca, che si estende nel mare, accessibile da una scala intagliata nel vivo sasso, non veduta d'alcun punto della costa; perlocché la guarnigione può commerciare co’ legni della sottoposta marina, senza essere offesa in tempo di assedio. L’8 febbraio fu assalita dal generale francese Abbè; trecento terrazzani fecero una valorosa resistenza a due reggimenti guidati da quel generale; e quando furono sopraffatti dal numero sempre crescente de’ nemici, scesero alla marina e s'imbarcarono sopra varii legni siciliani, rimanendo colà i soli inglesi ch’erano pochi.

Il 12 cominciò ad oprare l'artiglieria degli assedianti, ma fu in poco tempo smontata da quella degli assediati: il 15 si collocarono altri cannoni per aprir la breccia.

La squadra britannica del Faro, per soccorrere i suoi connazionali chiusi in Scilla, corse numerosa, ma il cattivo tempo impediva l'azione di quel soccorso. Gli assediati, per non capitolare, scesero la scala e s’Imbarcarono sopra piccole barche, venute dal capo Faro, che non dista più di quattro miglia dall’opposta riva calabra.

Dopo la presa di Scilla, tutto il Regno di Napoli rimase in potere de’ francesi, ad eccezione dell’isole di Capri, di Ventatene e di Ponza, occupate dagl’inglesi e da’ siciliani, non che molti luoghi delle Calabrie, ove gli stranieri dominatori furono sempre tribolati e combattuti da’ cittadini in armi.

Giuseppe Bonaparte abolì con un tratta di penna tutti gli ordini cavallereschi istituiti da’ re Borboni, e per compensare con nuovi onori i suoi partigiani, facendo la scimia all’imperial fratello, volle istituire un ordine cavalleresco detto delle Due Sicilie, che dopa pochi anni fu abolito, come appresso dirò.


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CAPITOLO XXI

SOMMARIO

Opere pubbliche di Giuseppe Bonaparte e di Ferdinando IV. Il Codice detto napoleonico e l’amministrazione alla francese sono tradotti in questo Regno. Incameramento de(7) beni ecclesiastici. Abolizione de’ Conventi. Contraddizioni, del governo di Giuseppe Bonaparte. Esecuzioni capitali io Napoli. Congiura contro il ministro di polizia Saliceti. Giuseppe Bonaparte è traslocato in Ispagna. Morte di uomini illustri e Bibliografia.

Avendo ragionato a lungo de’ fatti guerre» schi e delle sommosse popolari, è oramai tempo di dire qualche cosa circa la pubblica istruzione, le opere pubbliche e le leggi promulgate in questo Regno da Giuseppe Bonaparte. Gli adulatori di costui ce lo presentano qual cultore di lettere latine, italiane e francesi; ciò faceva supporre che egli avesse avvantaggiato la pubblica istruzione, ma in realtà altro non fece che proseguire quello che ancora non avea compito Ferdinando IV, dandogli un indirizzo falso, come falsi per gl italiani furono, sono e saranno i sistemi importati dagli stranieri.

Tra le opere pubbliche fatte sotto Giuseppe Bonaparte, le più interessanti sono, l'apertura della strada di Capodimonte e la costruzione del ponte della Sanità, che costarono molti milioni. all’erario, co’ quali si arricchirono non pochi francesi architetti, costruttori ed intraprenditori, piombati in Napoli come locuste e cavallette. Le altre opere pubbliche sono, la grande scuderia de’ duchi di Frigio, nel largo del Castello, trasformata in teatro, detto della Fenice l’ingrandimento della real Piazza della Reggia, con abbattere l'antica chiesa di S. Francesco di Paola; l'Orto Botanico da Monteoliveto trasportato nel Borgo S. Antonio Abate; l'abbellimento di varie camere del Palazzo di Caserta, ed il decreto di fondazione un educandato per le nobili fanciulle in Aversa. Tutte le opere pubbliche di Giuseppe le continuò poi Murat, ma non le finì.

A’ tempi del Bonaparte, la città di Napoli fu quasi intieramente illuminata con mille e novecento fanali; opera cominciata da Ferdinando IV, come altrove si è detto. Questo sovrano, tutto che senza mezzi, in que’ tre anni incompiti, fece in Sicilia più opere pubbliche di quelle fatte in Napoli da Giuseppe; in effetti fu il primo ad attuare in quell’isola il telegrafo ad asta, ancora non conosciuto in Italia. Apri altre strade carreggiabili, restaurò varii porti, e fece mettere in coltura tante terre abbandonate, dando i mezzi agli intraprenditori di quella pubblica ricchezza. Circa 'istruzione pubblica migliorò l'università di Palermo; creò collegi nautici in Trapani, in Cefalù e in Monreale; quest’ultimo era destinato all’istruzione militare pe’ figli degli uffiziali e de’ sott’uffiziali dell’esercito permanente.

Nel triennio bonapartesco, s'introdusse nel Regno di Napoli il codice detto napoleonico, e non pochi miglioramenti nell'amministrazione pubblica, ed erano quelli stessi di Francia, poi adottati da' medesimi Borboni, e con ottime modifiche. Conciossiaché le leggi francesi tendevano alla centralizzazione amministrativa e politica, efficacissimo mezzo per restringere il potere de’ comuni ed ampliar quello del sovrano, ed i re di casa Borbone, proclamati — da settarii — assolutisti e peggio, l’abborrivano perchó nocevole a' dritti ed interessi de’ loro popoli. Taluni politici da caffè credono, che la costituzione politica, come oggi la vediamo, sia il non plus ultra della libertà de’ popoli, mentre in fatto è una derisione. — La libertà di un popolo qualunque dovrebbe cominciare prima da quella della famiglia, poi dall'altra de’ comuni; ed il governo dovrebbe essere il vigile guardiano e tutore di questa libertà. Tutto Il contrario accade con le costituzioni ammodernate, si hanno le forme apparenti che sembrano libere, in realtà non esistono né nella famiglia, né nei comuni; il governo centralizza tutto in sé e diviene il dio stato.

Sotto il regime di Giuseppe si abolirono i parlamenti del popolo, anche per le semplici nomine delle cariche e degli ufficii comunali. Furono smessi i presidi ne' capiluoghi di provincia e surrogati dagl'intendenti con più ristretti poteri; gli assessori ne’ distretti furono cambiati co’ sottintendenti ed a' governatori de' comuni si sostituirono i sindaci, restringendo a tutti i poteri che aveano sotto i Borboni. Per la qual cosa si assegnarono ¡. consigli provinciali, distrettuali e decurionali tutti dipendenti da un tribunale amministrativo detto Corte de’ Conti; fu sostituito alla regia camera sommaria, il consiglio di Stato emanazioni tutte del regio potere, unica potenza dello Stato.

Come ho già detto, il codice napoleonico fu adottato da Borboni, macón ottime modificazioni, fatte da giureconsulti napoletani. I francesi, credendo perfette le loro cose, fecero dello spirito nel sentire che in Napoli si erano fatte quelle correzioni; però, avendole trovate sapientissime, le adottarono anche per loro.

Sotto il governo del Bonaparte la finanza, peggiorò in tutto, oltre delle pazze spese fatte per mantenere il lusso orientale del parvenu, i seguaci di costui pensavano a far quattrini, e divenire grossi proprietarii. Si abolirono alcuni dazii diretti di poco momento, e s’impose il tributo sopra i poderi rustici ed urbani, e fu detto fondiaria, a quale oggetto si fece il catasto, male eseguito, e pessimamente distribuito. Il dazio del sale s’impose per testatico, cioè cinque rotoli all’anno per ogni individuo, di modo che colpiva le famiglie numerose. Ogni rendita si trovò gravata di tasse, e si vide la prima volta la carta bollata come la vediamo oggi, tanto esosa alle liti, alle contrattazioni e al commercio. Infine, con decreto del 20 novembre 1807, tutte le contribuzioni furono aumentate di un terzo.

Con decreto del 13 febbraio dello stesso anno furono aboliti i conventi, si confiscarono le abazie, i vescovati, le prelature, le commende, i legati pii e le cappellanie.

I primi Ordini religiosi ad esser colpiti furono i più ricchi, cioè i Benedettini, i Verginiani, gli Olivetani, i Certosini, i Camaldolesi, i Cirsterciensi ed i Celestini; a’ padri, si diede una pensione vitalizia di ducati 120 annui, a' laici di 60. I beni ecclesiastici, in cambio d’impinguare la cassa dello Stato, furono sperperati in vario modo tra francesi e napoletani bonapartisti, restando al popolo il peso di pagare le pensioni e gli oneri; giusta come è avvenuto dopo 59 anni! Gli esattori ed amministratori, la maggior parte erano francesi, inesperti ed ignoranti de' nostri costumi, quindi menavano bastonate alla cieca; avidi di rapide fortune, usavano fraudi e da superbi conquistatori angariavano i poveri contribuenti. Per colmo di sventura, il 20 febbraio 1807, fu imposto a questo Regno, da Napoleone, il sistema continentale di coalizione con tutte le potenze europee per escludere da’ proprii Stati il commercio inglese.

La feudalità, distrutta di fatto sotto i Borboni, fu abolita con un decreto di Giuseppe, non già per vantaggiare i popoli, ma per accrescere il potere dello Stato. Lo stesso storico Pietro Colletta, (28) partigiano de’ francesi, ragionando dell’abolito feudalismo, ecco quel che dice: «Carlo (III) incivili i baroni surrogando gli onori e il fasto alla potenza feudale; progredì la civiltà sotto Ferdinando, (IV) (dunque costui non era nemico del progresso?) i dritti ingiuriosi all’umanità disusarono per costumi più che per leggi.»

Ciò non dee farci maraviglia è proprio dei buoni governi di formare prima i costumi, e poi pubblicare quelle leggi che si dicono di progresso. Tutto il contrario fanno i governi rivoluzionarii, con un decreto ti distruggono la storia di un popolo, credendo che con le leggi si formano in un giorno i costumi; i risultati sono stati e saranno sempre, ché quelle leggi о restano lettera morta, о imposte con la violenza«, arrecano confusione, perché non comprese e ritardano il vero progresso de' popoli. È poi da notarsi che, mentre si aboliva l’antica feudalità, si creava quella surta da’ Sanculotti della rivoluzione francese; ed è questa la solita contraddizione de’ così detti democratici!

Il Regno di Giuseppe Bonaparte fu una vera anomalia ed in tutto; si abolì la feudalità e si crearono nello stesso tempo sei feudi col titolo di Ducati per ricompensare tanti rivoluzionari francesi divenuti assolutisti ed umili servitori di Robespierre a cheval. Si pubblicò il nuovo sistema giudiziario, migliore dell’antico per le guarentigie che dava agli accusati, e si confiscavano i beni de’ borbonici che seguirono la Corte in Palermo, creandosi commissioni militari e tribunali eccezionali per giudicare i cittadini con procedure e leggi barbarissime, applicate da giudici peggiori di un Vanni e di uno Speciale. La polizia, oltre di essere il primo potere dello Staio, era inquisitoria in tutto, sospettosa, crudele, illogica, infame; essa addebitava ai suoi nemici politici delitti non esistenti, ma che creava essa medesima. Per far conoscere quale uso facea il còrso Saliceti della polizia, mi limito a rivelare un fatto conosciuto da pochi.

Un capo di divisione di quella trista polizia, straniero, di acuto ingegno e perverso di costumi, soprannominato da tutti il Tartufo, avendo nelle sue mani alcune lettere autografe ed innocue della regina Carolina, trovate nelle case de’ borbonici, nelle tante visite fatte dalla polizia, pensò trarne scellerato profitto, rovinando tante distinte ed innocenti famiglie napoletane. Avea egli un impiegato subalterno, certo Abussi, destro imitatore di scritture, gli consegnò le lettere autografe della regina, ed altre da lui scritte a nome della medesima, dirette a varii importanti personaggi in odore di Borbonismo. In quelle lettere si parlava di orribili congiure contro lo Stato e contro la vita di Giuseppe Bonaparte, e fece copiarle con carattere simile a quelle autografe di Maria Carolina. Abussi esegui a maraviglia. quella orribile commissione; e le finte lettere furono consegnate a domicilio a chi erano dirette da un finto marinaio.

Immediatamente corse la polizia a rovistare quelle case, e s’impossessò con gran chiasso di quelle lettere che essa avea scritto e mandate. Furono arrestati parecchi personaggi, tra gli altri il duca Filomarino, il marchese Palmieri, il barone Zona e la marchesa Lizzane; si fece il processo ed i primi due tennero condannati a morte.

Pasquale Borrelli, segretario della prefettura di polizia, indovinò la manovra di Tartufo, ed essendo poco amico di costui, chiamò a sé Abussi e lo costrinse a svelare l’infamia che avea commessa per ordine del suo capo. Quando fece conoscere a chi di dritto la scelleraggine ordita a danno degl’innocenti condannati, gli si obbiettò, che quelle lettere da lui dichiarate apocrife erano state da varii periti calligrafi giudicate genuine. Allora Abussi, che sosteneva la parte del Borrelli, dichiarò che ne avrebbe scritte altre, e promettes che mischiate con quelle autografe non le avrebbe fatto punto distinguere.

Le triste manovre di Tartufo già denudavansi, il quale, sostenuto da uomini potentissimi, non si perdè d’animo: promise la impunità al duca Filomarino se avesse dichiarato che la lettera ricevuta era stata mandata dalla regina Carolina; e siccome questi si negò inorridito, gli mandò la sorella nel carcere; e costei, con preghiere e pianti, indusse il fratello a dichiararsi reo di una colpa che под avea commessa. Ciò fu sufficiente a Tartufo per giustificarsi e trionfare con l'ordita infamia; in conseguenza di che il marchese Palmieri fu decapitato, il 9 luglio 1807, nel largo del castello, in mezzo ad una sommossa popolare repressa, giustiziando dîppoi i capi di essa. Il duca Filomarino, a cui si era promossa l'impunità di un delitto che non avea commesso, subì la stessa sorte di Palmieri il 12 dello stesso mese.

Agostino Mosca imputato di Volere uccidere Giuseppe Bonaparte era stato decapitato il 1° luglio di quell'anno, e lo stesso Abussi avea dichiarato di essere stata scritta da lui la lettera in forza della quale quegli fu condannato a morte.

Si tenevano in carcere per la stessa causa donne di onoratissima fama, preti, frati e il vescovo di Sessa de' Felice, come pure il maresciallo Micheroux, il principe Runo Spinosa, il conte Beilazzi, il conte Gaetani, Luigia de' Medici, Matilde Gavez, donne appartenenti alla più alta aristocrazia napoletana. Il magistrato Vecchione, consigliere di Stato, venne confinato in Torino, e Luigi Giorgi, nobile e ricco, morì in carcere di stenti e di dolori.

Ho letto il rapporto che fece l'ex-giacobino ministro di polizia, Cristofaro Saliceti, a Giuseppe Bonaparte in occasione del tentato assassinio di Mosca, della supposta congiura del marchese Palmieri e duca Filomarino, ed è stomachevole per le basse adulazioni prodigate a quel truce e sanguinario re di commedia. Quel rapporto è corredato di varie lettere autografe della regina Carolina, della marchesa Villatranfo, de' principi Philipstadt e di Canosa figlio, del marchese Luigi Palmieri ed altri. La maggior parte di quelle lettere, con le quali si volle provare la congiura a danno del Bonaparte, furono scritte dalla stessa polizia e per ordine dello stesso ministro Saliceti.

Costui avendo scoperto per mezzo di un traditore, Agostino Iovane di Capri, in relazione con Salvatore Bruno, comandante una flottiglia siciliana, che si volea tentare una riscossa per cacciar dal Regno i francesi, delegò il duca di Laurenzana, allora commissario generale in Napoli, a mettersi in relazione co’ congiurati; fingendosi borbonico, per guidarli, scoprir tutto e rapportarlo alla polizia. Quel nobile duca non si vergognò servire il birro còrso a danno de' suoi compatriotti e del suo legittimo sovrano; egli fu causa delle esecuzioni capitali, delle carcerazioni è degli esilii di tanti distinti personaggi legittimisti.

Varii scrittori, che si son copiati l’un l’altro, asseriscono che al ritorno in Napoli di Ferdinando IV, nei 1815, il ministro Canosa, per ordine del re, avesse domandato agli eredi del giustiziato marchese Luigi Palmieri per causa borbonica, le spese di giudizio della condanna e della mannaia che gli mozzò il capo; spese che i così detti re francesi non aveano domandate. Questa terribile accusa non è una invenzione di quelli scrittori, ma costoro la lanciarono con la più turpe malafede; conciossiaché non doveano ignorare essere stato vero che gli eredi Palmieri fossero stati intimati a pagar quelle spese, ma che avendo ricorso al ministro Canosa, di cui si fingeva partisse quell’intima a pagare, questi rispose in iscritto, dichiarando che né egli né i suoi colleghi aveano ordinato una sì orribile infamia. Questo documento trovasi presso gli stessi eredi del marchese Palmieri; e quindi prova che i settarii, i gallofili oprarono in quel modo credendo infamare i Borboni di una si terribile ed inaudita ingratitudine. I Borboni ebbero il solo torto di non avere compensato come si conveniva i figli del decapitato marchese Luigi Palmieri, e di aver fatto poi luogotenente di Sicilia il duca di Laurenzana!

Il regno di Giuseppe Bonaparte fu una continua guerra civile, una seguela di tribunali militari, di leggi eccezionali, di carcerazioni, di esilii, fucilazioni e crudeltà senza esempio. Quel governo riducessi alla sola polizia, la quale era provocatrice, tiranna, empia; non trovando elementi per condannare i borbonici, li creava con una sfacciataggine e col cinismo più sfrontato.

I rivoluzionari, scrivendo nenie e catilinarie, ricordano soltanto i loro confratelli politici convinti rei da' tribunali sotto i re di Casa Borbone, e con la più sfacciata malafede neppure fan menzione di tanti distinti cittadini strozzati da' re francesi! La ragione si è perché, essendo egoisti ed ambiziosi, credono giustizia e. scienza di governo tutto ciò che torna a loro vantaggio; negando ragione ed equità agli avversarii, che non più uomini da essi son calcolati, ma vili bestie e peggio: ecco l’eterna logica de’ settarii!

A causa di tante inaudite infamie perpetrate dalla polizia bonapartesca, il 30 gennaio 1807, successe caso miserando, che i malevoli scrittori vollero attribuirne la colpa alla regina Maria Carolina, mentre fu un'atroce vendetta di coloro che erano stati infamati e perseguitati da quella stessa esecrabile polizia, che non lasciava riposo a ehi non si fosse inchinato al ridevole scettro dell’antico fornitore di scarpe e di viveri a' soldati francesi scesi in Italia nel 1796.

Il ministro Saliceti abitava alla Riviera di Chiaia, nel palazzo Serracapriola; le sue vittime, о i parenti di queste, tramarono la più terribile vendetta per perderlo. Situarono, sotto la scala interna di quel palazzo, una macchina di corde intrise nel catrame, che contenea trenta rotoli di polvere. Quando quel ministro si ritirò alla sua abitazione, mentre saliva lo scale, i congiurati diedero fuoco alla macchina, ma quella non bruciò subito, ed era egli giunto al suo appartamento quando avvenne scoppio: in conseguenza del quale rovinarono ventidue camere, dalla parte ove dormiva la figlia di Saliceti insieme al marito, duca di Lavello.

Il ministro rimase illeso, e corse subito con un servo in cerca della figlia, che chiamava con ¡strazianti grida; ad un tratto gli manca il suolo e precipita col servo; questi si spezzò le gambe, ed egli restò ferito. In quello stato ¡stesso, non tralasciò di cercar la figlia; la quale venne dissotterrata da quelle rovine; sembrava fosse morta, ed appena potè parlare chiese del marito, dal quale era stata divisa nella caduta. Si cercò il duca di Lavello e non si rinvenne; essendoci però bene esaminato un uomo nudo, che era stato buttato nella via insieme cogli altri, perché sembravano già morti, si riconobbe esser quello personaggio che si ricercava con tanta premura e cure speciali. Il duca di Lavello e la moglie prodigiosamente si riebbero, e di cinquantadue persone ferite, morì un sol servo.

I nemici di Saliceti, che bazzicavano in Corte, atrocemente risero per l’avventura del ministro di polizia, che se l’avea fatta fare sotto i baffi; perloché la sbirraglia imbestialì e carcerò tanti innocenti cittadini, mettendoli, tutti alla tortura, e senza alcun criterio. I sospetti cadevano sopra il farmacista Viscardi, che avea il negozio sotto il palazzo Serracapriola, ed era reputato legittimista: bastò questa sola caratteristica per essere messo in carcere ed orribilmente seviziato. Il Viscardi, per liberarsi di que' tormenti, imputò un suo figliuolo che trovavasi in Palermo; ciò non bastando alla polizia, gli si promise l’impunità se avesse rivelata tutta la congiura e svelati tutti i congiurati. Egli, conoscendo che si voleano implicare alti personaggi, per non soffrir di nuovo la tortura, dichiarò, che il palazzo di Serracapriola era stato minato e distrutto, per un ordine della regina Carolina, comunicato al principe di Canosa figlio, allora residente nell'isola di Ventatene presso Ponza. Non contento ancora il Saliceti di quelle false rivelazioni, perché non potea versar sangue ed isfogare la sua vendetta, costrinse Viscardi a nominare altri voluti congiurati presenti in Napoli; e costui, se pure è vero quanta asserisce il Colletta, accusò due suoi figli ed altri cinque rei, che, dopo un giudizio appassionata e crudele, furono giustiziati.

Intanto, dopo l'assassinio di quelle sette persone, strozzate sulla piazza del Mercato ed altri supposti congiurati condannati chi alla galera e chi all’ergastolo, Antonio Manghella, prefetto di polizia, dipendente da Saliceti, venne a conoscenza, che i veri rei erano fuggiti in Sicilia e che i condannati a morte erano innocenti. Ebbe egli tutte le prove materiali del misfatto confermate da testimoni concordi, avendo avuto ancora nelle sue mani il modello della macchina che rovinò il palazzo Serracapriola. Di tutto questo nulla ci dice il solito storico del Reame di Napoli?

Pietro Colletta, il quale fu uno de' più feroci giudici che istruì il processo e condannò a morte que’ sette innocenti vittime del furore poliziesco. Il Colletta volle condannare a morte que’ supposti rei, ad onta dell'altro giudice, il general francese Campredon, che gli fece delle sennate ed inappuntabili osservazioni in contrario. Ecco come il sicofante Colletta amministrava la giustizia, per far piacere ad un birro còrso oppressore della sua patria; nonpertanto i rivoluzionarii lo tengono in pregio, avendolo dichiarato un gran patriota, un martire della tirannia borbonica; e il municipio napoletano gli eresse una statua in marmo nella Villa nazionale! Ciò non dee recarci maraviglia, il mondo è andato sempre a un modo; anche il Senato romano, ne’ tempi della sua decadenza, eresse un tempio in Roma, dedicandolo ad Annia Valeria Faustina, impudica moglie dell’imperatore Antonino Pio, appellandola Diva Faustina!

Il Colletta, non contento di aver tolta la vita agli innocenti fratelli Viscardi, calpestando ogni nozione di giustizia, tentò anche infamarli dopo morte, nella sua storia-libello.

Saliceti, vergognoso dell'operato da lui, e della sua polizia, anche dalla ferocia de’ giudici, in cambio di riparare in parte alla commessa ingiustizia, almeno col mettere in libertà i condannati alle galere e all'ergastolo, si contentò imporre il più rigoroso silenzio, circa l'attentato del 30 gennaio. Però il prefetto di polizia Manghella, forse per darsi vanto della sua sagace scoperta, propalò e fece propalare tutto quello che si volea occultare.

Napoleone Bonaparte, dopo le memorabili giornate di Eylau e di Friedland, avea raggiunto l'apice della potenza in Europa. Alessandro imperatore di tutte le Russie gli stese la mano sull’isoletta del fiume Niemen e lo chiamò caro fratello. Si vuole che i due imperatori, in quell'abboccamento sul Niemen, avessero convenuto dividersi l'Europa in due parti, uno per regnare all'oriente, l'altro all'occidente. Iddio sa, se la guerra che oggi ferve in Turchia, non abbia lo stesso scopo; e lo Czar attuale invece di compiere il prediletta programma de’ suoi antenati con un potente Sire francese, volesse effettuirlo con la potente Prussia. Alessandro 1° riconobbe tutte le conquiste che avea fatte e dovea fare il caro fratello; riconobbe Giuseppe Bonaparte re di Napoli, Luigi e Girolamo, fratelli di Napoleone, il primo re di Olanda, il secondo di Vestfalia, ove quest'ultimo apportò sul trono lo scandalo e l'abominazione, a segno di essere stato bastonato dal maggior fratello dispensatore de' troni di Europa.

Rimaneano altri regni posseduti da' re legittimi, e Napoleone si decise spodestarne alcuni, e darli a' suoi parenti e compagni d'armi. Rivolse allora la sua attenzione sut Portogallo, e fece fuggire da colò il principe reggente della real casa di Braganza, ed a costui imputò poi a gran colpa quella fuga, mentre aveagli mandato contro trenta mila soldati sotto gli ordini del generale Junot.

Un solo Borbone rimanea sopra uno de’ troni di Europa, Carlo IV re di Spagna, fratello di Ferdinando IV di Napoli. Quel re tutto avea sacrificato, prima per la rivoluzione francese, e poi per Napoleone; e pure questi lo detronizzò in un modo il più infame. Quel potente imperatore, dopo di aver messa la discordia tra il re di Spagna ed il figlio Ferdinando, principe ereditario di quella monarchia, li chiamò a sé col pretesto di pacificarli. Quando furono, in suo potere, fece intimare dal suo birro generale Savary: «Avere irrevocabilmente stabilito che i Borboni non regnassero più in Ispagna, quindi padre e figlio. rinunziassero assolutamente quella corona.» Il padre, consigliato dal suo favorito ministro, Emmanuele Godoy, venduto al Bonaparte, cedette a costui i suoi dritti che avea sul trono di Spagna e delle Indie, e fu mandato á Marsiglia; il figlio, perché non voile rinunziare, venne condotto prigioniero, insieme con due suoi fratelli ed uno zio, nel castello di Valencay. Il ministro degli esteri di Frància, Talleyrand, avea sconsigliato questo passo impolitico a quel feroce despota di Napoleone; ed in un memorandum, scritto sul finire di luglio 1808, gli predisse tutti que' mali che poi meritamente lo colpirono.

Gioacchino Murat, prode guerriero, già maresciallo dell’impero, gran duca di Berg e Cleves, cognato dell’imperatore, fu destinato luogotenente della Spagna. Siccome questa sì sollevò contro i francesi per vendicare l’infamia perpetrata contro i suoi principi, e perché abborriva il dominio straniero, Gioacchino fece agli spagnuoli una guerra crudele, soffocando nel sangue le aspirazioni di quel popolo generoso e facendo un immenso bottino. Per quella guerra, il governo di Napoli mandò un contingente di truppe nazionali onde combattere battaglie senza gloria e contro i veri interessi di questo Reame. Non è mio compito narrare i fatti dell’insurrezione spagnuola del 1808, in cui si sacrificò una illustre nazione, amante della sua indipendenza, scagliandole contro le più valorose ed agguerrite legioni di Francia; dirò soltanto che queste non potettero rendersi padrone della Spagna, e che quella guerra diè principio a’ rovesci del colosso napoleonico.

Murat ritenea per certo che sarebbe stato fatto re di Spagna dal cognato; sia perché si era reso odioso agli spagnuoli con la spoliazione e co’ massacri sia perché Napoleone volle far la scimia a’ Borboni, invece, ad esempio di Carlo III, traslocò suo fratello Giuseppe da Napoli trono di Spagna e delle Indie. Il possente imperatore spesso profetava dicendo: Tra non pochi anni la mia dinastia diverrà la più antica in Europa. Quella profezia si sarebbe avverata, se un altro infinitamente più possente di lui, dopo pochi anni, non avesse detto: Basta.

Giuseppe Bonaparte trovavasi in Francia ov’era stato chiamato dall’imperiale fratello; 28 essendosi recato a Bayonne, il 20 luglio 1808, da quella città annunziò a' napoletani la sua traslocazione al trono di Spagna e delle Indie. Nel medesimo tempo, con un editto largiva una costituzione politica al Regno delle Due Sicilie, che poi non ebbe effetto. La costituzione, о lo Statuto di Bayonne, come poi si disse, nel sentirsi promulgare in Napoli, sembrò una burla, dappoiché era limitatissimo nella rappresentanza elettiva ed assai circospetto nel dichiarare la sovranità popolare. Buffone! dopo di aver regnato in queste contrade italiane or da Nerone or da Sardanapalo, quando più nulla gli costava, facea largizioni politiche che non doveano mai attuarsi.

Arrecò scandalo in Europa la disputa tra Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat sul possesso delle gioie della corona di Spagna, e di molti oggetti preziosi e di arte involati a Madrid e trasportati a Bayonne. Il primo li chiedeva come re di Spagna, il secondo come conquistatore di quel Regno. Quell'affare sarebbe finito male, se Napoleone non avesse troncata la questione col prendersi la maggior parte di quegli oggetti preziosi, dandone il resto a' litiganti.

La moglie di Giuseppe, Giulia Clary, figlia di un droghiere di Marsiglia, dopo tre mesi di soggiorno in questo Reame, il 7 luglio di quell’anno, partì per Francia insieme con due sue figlie e accompagnata da molti signori e signore dell’aristocrazia napoletana; dei quali alcuni furono accomiatati d’Aversa, altri a Capua ed altri dagli Abruzzi. Però il principe d’Angri, la marchesa del Gallo, la duchessa Cassano e la principessa Doria Avellino l'accompagnarono in tutto il viaggio; fu questo un altro tratto di politica furbesca di Napoleone, per far credere agli spagnuoli aristocratici, che suo fratello era stato bene accolto ed ossequiato dalla classe dei magnati napoletani.

Questi nostri nobiloni, perchó trattavasi di aver potenza ed alti impieghi, dimenticando i doveri di gratitudine verso la legittima dinastia, obbliando le affumicate immagini degli avi, i vecchi stemmi, i corrosi diplomi, non si vergognarono far corteggio ad un re ed una regina, il primo fornitore di vettovaglie, la seconda venditrice di droghe e medicinali!

Giuseppe Bonaparte, prima che suo fratello scendesse in Italia, nel 1796, stentava la vita in Marsiglia; migliorati un poco i suoi affari, sposando la Clary, seguì l’esercito francese con la qualità di fornitore, come ho già detto; e fu allora che accomodò per benino le sue finanze.

Quando l’imperiale fratello volle crearlo re, egli tale si reputò anche per dritto divino; ma fu sempre re di commedia, nonpertanto crudele e sanguinario. I suoi adulatori lo proclamarono cultore di lettere latine, francesi ed italiane, ma era ignorante, prosuntuoso e reputavasi gran politico.

Era egli avido di ricchezze e di lauto vivere, difetto di tutti i nullatenenti che per un giuoco di fortuna sono sbalzati in alto. Taccio per decenza le orgie di Capodímonte e di Caserta, ove eseguivasi il così detto ballo dell'orso dalle signore aristocratiche vestite in costume da cacciatrici e pescatrici; le quali erano invitate da quell’istrione coronato, escludendo dall’invito i mariti, e guai se costoro si fossero negati di mandar sole, le, loro donne!

Talune di quelle signore si fecero un pregio della loro vergogna, vantandosi chi più di esse ricevuto avea particolari favori da Giuseppe negli ameni e fronzuti boschetti di Capodimonte e di Caserta; io non le nomino perché i loro discendenti vivono oggi onestamente.

Quel re da burla lasciò in Napoli amari e sanguinosi ricordi; e questa città benedisse la Provvidenza quando fu liberata da quel ridevole e scostumato saltimbanco. In lspagna fece anche peggio, mostrandosi più disumano, ma da quella dignitosa aristocrazia fu disprezzato; ivi trovò il castigo ove sperava la felicità.

Non godette un giorno di pace; tutte le volte che l’insurrezione spagnuola avea il di sopra, egli, vile, fuggiva con la truppa francese; nondimeno ebbe tanta impudenza da reputarsi re dopo la caduti di suo fratello Napoleone. Lo storico francese Capefigue dice, che quando le potenze alleate spazzarono i troni de’ Napoleonidi, proibirono a costoro i titoli di sovranità, e quella sconcia figura storica di Giuseppe Bonaparte pregò i suoi servitori, che almeno in occulto, gli dessero il titolo di Maestà!

Ecco gli uomini più illustri morti dal 1806 al 1808. Nel 1806, Federico Gravina di Palermo, ammiraglio spagnuolo, ferito nella battaglia navale di Trafalgar; Alessandro Filangieri principe di Cutò; ab. Antonio Minasi di Scilla, filosofo e naturalista.

Nel 1807, monsignor Gaetano Capece teatino vescovo di Pozzuoli, esimio letterato; monsignor Domenico Coppola di Napoli vescovo titolare di Mira, celebre teologo.

Nel 1808 Bartolomeo Forteguerri distinto ammiraglio e segretario di Stato di guerra e marina; Vincenzo Pastore maestro di disegno, direttore dell’accademia di disegno in Parigi.

Dal 1806 al 1808 si pubblicarono le seguenti principali opere. Nel 1806, Principi del codice penale, opera postuma di Mario Pagano; Detto spirito della medicina di Domenico Cotogno, e si pubblicò il primo foglio del governo di Napoli col titolo di Gazzetta uffiziale del Regno di Napoli. Nel 1807, Exercitatio de' veritate divinarum scripturarum dell'ab. Gaetano de' Fulgore; La caduta di Adamo, poema di Francesco Ricciardi.

Nel 1808, Lezioni di fisica sperimentale ristampate di Giuseppe Poli; Storia del Regno di Napoli di Nicola Vivenzio; Archeologia militare del generale Giuseppe Parisi; Saggi di chirurgia legale di Felice Pasqualone.


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CAPITOLO XXII

SOMMARIO

Gioacchino Murat destinato re di Napoli. Suoi antecedenti. Giunge in Napoli ed è seguito dalia moglie. Antecedenti e carattere di costei. Espugnazione dell’isola di Capri. Cose buone e cattive fatte in questo Regno da Murat. Armamenti e feste militari. Altra spedizione anglo-sicula per riacquistare questo Regno. Battaglia navale nel Golfo di Napoli.

Infelice risultato di quella spedizione. Arresto del Papa Pio VII. Primi dissapori tra Murat e Napoleone. Morte di Saliceti. Ferdinando IV ritira in Sicilia le guarnigioni di Ponza e Ventotene.

Rimasto vuoto il trono di Napoli, in Parigi, nella Corte bonapartista, intrigavasi dall’imperatrice Giuseppina, già vedova del generale Beauharnais, per farlo dare a suo figlio Eugenio: Carolina Bonaparte, gran duchessa di Berg e Cleves, sorella dell’imperatore, lo chiedea per suo marito Gioacchino Murat; la vinse costei, perché amata a preferenza dal fratello, e perché questi sperava che il valoroso cognato gli sarebbe stato sempre del voto e sottomesso. Quel despota, dispensatore de’ troni di Europa, con decreto in data di Bayonne, del 15 luglio 1808, dicea: «Concediamo a Gioacchino Napoleone, nostro amatissimo cognato, Gran duca di Berg e Cleves, il trono di Napoli e Sicilia, (che non ebbe mai,) restato vacante per l'avvenimento di Giuseppe Napoleone al trono di Spagna e delle Indie.»

Quel decreto regolava la discendenza sempre in linea maschile e nel caso che Gioacchino premorisse alla moglie, questa gli sarebbe succeduta prima del figlio; mancando la stirpe di Murat, la corona delle Due Sicilie tornasse all'impero francese. Che Gioacchino avesse il titolo di grande ammiraglio dell'impero e che governasse con lo statuto di Bayonne.

Gioacchino Murat nacque nel 1771 alla Bastide vicino Cahors da un povero locandiere; fatto grandetto, il padre lo vestì abatino e volea farlo prete; però mancavagli la vocazione, essendo ardimentoso ed irrequieto, tanto che indossando sottana, l'abate Gioacchino Mwrat commise pubblica leggerezza e scandalo; per la qualсоsа il padre lo destinò a governare i cavalli di posta che trovavansi al rilievo di Cahors. Appena scoppiata la rivoluzione francese del 1789, egli fuggì dalla casa paterna, recandosi a Tolosa, ivi s ingaggiò nel 12° reggimento di cavalleria, mostrandosi esagerato repubblicano, e per più mesi cambiò il suo nome in quello di Marat, celebre demagogo francese di que’ tempi e grande scellerato, che morì pugnalato nel bagno per opera dalla giovinetta Charlotte Corday.

Alcuni biografi italiani e francesi, poco benevoli, addebitano a Gioacchino qualche vergognosa azione nello inizio della sua carriera militare, giungendo a dire che fosse stato espulso da quel reggimento, e che si fosse ridotto a Parigi nella cucina del duca di Orleans a far da marmiton (gualtero). Dichiaro che queste accuse, per lo meno, mi sembrano esagerate, avendo riguardo al suo carattere cavalleresco ed alla sua brillante carriera militare. Egli sebbene avesse ordinate le stragi dì Madrid, e poi quelle delle Calabrie, non può negarglisi che ebbe modi generosissimi, e ché si meritò il sopannome, per la sua intrepidezza e coraggio, di Achille dell’esercito francese.

Murat nel 1794 divenne luogotenente colonnello di cavalleria, e Napoleone, avendo notato il valore di lui, gli si strinse amico. Il 3 termidoro furono tutti e due destituiti dalla Convenzione Nazionale, e riabilitati il 13 vendemiare. Divenuto Gioacchino aiutante di campo del generale Bonaparte, lo segui in Italia e in Egitto, e l'aiutò potentemente a compiere il colpo di Stato del 18 brumaio, avendo spazzata a calata baionetta co’ granatieri, la sala de’ Cinquecento che si opponeva alla dittatura del Bonaparte. Questi, appena afferrò il potere, per ricompensamelo, lo elesse comandante la guardia consolare, e gli diede in isposa sua sorella Carolina: d’allora la fortuna di Murat fu assicurata.

Dopo la battaglia di Marengo, ove comandava la cavalleria, venne nominato governatore della repubblica Cisalpina, e nel 1804 governatore di Parigi, cioè quando fece assassinare, per ordine di suo cognato, il cavalleresco duca di Enghien, nipote del re di Francia Luigi XVIII. Allorquando Napoleone si proclamò imperatore, Murat fu nominato maresciallo dell’impero ed ebbe il titolo di principe. Prese gran parte in tutte le guerre della Germania nel 1805, e si coprì di gloria nella giornata di Austerlitz. Questo intrepido soldato, cosa strana, s’impossessava de' ridotti e financo delle piazze forti con la sola cavalleria dipendente da suoi ordini.

Un di Napoleone così gli scrisse: «Giacché voi prendete le piazze forti con la sola cavallona, io licenzierò gli uffiziali del genia, e farò fondere per altro uso i miei grossi cannoni.»

L’anno seguente, 1806, fu nominato gran duca di Berg e Cleves, e nel 1808 ebbe da Napoleone la commissione di recarsi in Ispagna per persuadere Carlo IV a recarsi a Bayonne, ove il Bonaparte fece a quel sovrano il turpe tradimento che ho innanzi accennato. Fu Gioacchino Murat che in Madrid soffocò nel sangue e nelle stragi la rivoluzione spagnuola, dalla quale ricavò tante ricchezze per quanto perdè di fama.

Murat era alto di persona, bello di aspetto, si compiaceva del vestire elegante e sfarzoso, facendo gran conto del gran pennacchio che portava sempre al cappello; una volta glielo portò via il vento fino nel campo nemico, nell'assedio di S. Giovanni d'Acri in Egitto, ed il Pascià lo conservò qual trofeo della gloriosa difesa di quella Piazza.

All’annunzio che un padrone era stato imposto dal Bonaparte a' napoletani, costoro ansiosi si domandavano l’un l’altro, i natali e l'indole del novello re; alcuni temeano che l'animo guerriero di Murat inaugurasse un governo duro, militare, irrequieto ed i fatti di Spagna avvaloravano quel timore; ma la maggior parte diceano che non potea essere più poliziesco e sanguinario di Giuseppe; quindi speravano sollievo nel cambiar di mali.

Il nuovo sovrano, per la grazia di Napoleone Bonaparte, partì alla volta di Napoli, facendo un viaggio lento e sfarzoso per le città d’Italia. Lo precedeva una enfatica proclamazione diretta a’ suoi popoli, con la quale promettra tutto il ben di Dio a questo derelitto Regno; e tra le altre promesse assicurava che avrebbe attuata la Costituzione di Bayonne. Dopo di essere stato incontrato al confine pontificio da una deputazione mandata dal clero e dalla nobiltà, il 16 settembre 1808, giunse a Napoli. Alla piazza di Foria si era eretta a bella posta una porta ed ivi ricevé le chiavi della città. Era questa parata a festa; eranvi archi, trofei e statue allusive, non mancando quella equestre di Napoleone, alzata nella piazza del Mercatello e l'altra di Carolina Murat sotto le forme di Giunone, eretta sullo spiazzo del palazzo reale.

Gioacchino fece la sua entrata in città a cavallo, indossando abito militare e magnifico, non tralasciando lo storico pennacchio. Si diresse alla chiesa dello Spirito Santo, ivi tenendosi in piedi su di un trono eretto per la circostanza, ricevé la benedizione del cardinal Firrao. Finita quella cerimonia religiosa, prosegui il cammino alla volta della Reggia, e colà fu ricevuto da’ generali, da’ magistrati, da’ nobili e da’ ciambellani con tutto quel cerimoniale che seppero inventare i superbi re spagnuoli. Egli corrispose con tanta e tale disinvoltura, come se fosse nato e cresciuto in mezzo a quelle grandezze a quegli omaggi ed opulenze sovrane.

Le feste durarono più giorni; Gioacchino foce doni veramente da re a parecchi personaggi distinti, e largì soccorsi a’ militari poveri in ritiro. Non erano finite quelle feste per la venuta di lui, che si cominciarono quelle pel sopraggiungere della regina Carolina sua moglie. Costei era ammirala per la sua bellezza, e perché sorella prediletta del dominatore di Europa, come colei che portava in dote il più bel trono d’Italia; era accompagnata da quattro figli in tenera età. Le feste, se furono meno splendide di quelle fatte al suo sposo, non però furono più cordiali, essendo i napoletani molto cavallereschi.

Vicende della sorte t Carolina Murat, nata Bonaparte, era la sorella più piccola di Napoleone; la sua prima educazione fu assai trascurata; ella, sul finire del secolo passato, vi ve a in Marsiglia con la madre e colle due sorelle maggiori. Lo storico francese Capefigue dice, che quella povera Carolina, quando era giovanetta con le scarpe rotte e la sporta al braccio, girava le piazze di Marsiglia e facea la spesa giornaliera per la famiglia. Lo stesso storico assicura, che le sorelle le davano spesso delle commissioni pericolose, che servirono poi a’ malevoli frizzi dell’imperatrice Giuseppina e di sua figlia Ortensia. Quello che vi è di vero io non oso affermarlo, ma i frizzi di quelle due donne, e qualche rimprovero, fatto poi dall’imperatore alte auguste sorelle maggiori, son fatti incontra— instabili. Circa quanto pubblicò Victor Hugo, nel suo libro intitolato Les Nuits de' Saint-Cloud mi sembra un po’ troppo esagerato; del resto dirò quel che dissi a questo proposito riguardo alle calunnie lanciate contro i Borboni di Napoli, cioè che non è mio debito trattenermi sulla vita privata di chicchessia, non essendogli compito della vera storia.

Quelle grandezze e straordinaria fortuna — ch’era follia sperar—toccata in sorte a Carolina Bonaparte, la petite ménagère de' Marseille, le fece girar la testa, e divenne superba, esigente ed ingiusta. Ella non dava confidenza alla nobiltà napoletana, e su di ciò facea benissimo, perché questa si era mostrata vile ed abbietta, essendosi troppo insudiciata con Giuseppe suo fratello; era però manierosa co’ francesi che l'aveano accompagnata, e con quelli venuti nel Regno prima di lei. Si fece a capo di un partito di Corte, ed obbligava il marito a dar le prime cariche dello Stato a’ suoi connazionali, dichiarando che in Napoli non vi erano capacità per porsi alla direzione di affari interessanti. Gioacchino, dal momento che giunse nel Regno, simpatizzò co’ napoletani, e volea darsi tutto in braccio a’ medesimi, ed opponendosi la moglie, cominciarono sin d’allora gli screzii tra gli augusti sposi.

Carolina, per ottenere il suo intento, mandò a Parigi il birro Saliceti con una memoria diretta all’imperatore fratello, a fine di ottenere da costui quel che ingiustamente desiderava. Saliceti difese l’opinione di Carolina, perché era cortigiano, e perché straniero vi trovava il suo tornaconto. Napoleone, sebbene papesse ed avesse avuto prove di capacità da’ napoletani a disimpegnare le alte cariche dello Stato, in apparenza non volle decidere la quistione, ma scrisse al cognato, dicendogli che lasciava al suo giudizio il come dovesse regolarsi in quella faccenda; gli raccomandava però, che non si allontanasse' dall’opinione della moglie; ciò fu sufficiente per sopraffare il carattere pieghevole di Gioacchino. Il partito francese trionfò, e gli stranieri ghermirono quasi tutti gl’impieghi, e più di tutto le primarie cariche della Corte e del governo.

Murat, uniformandosi a’ re predecessori, il 9 ottobre, si recò alla Cattedrale, insieme colla moglie, e donò a S. Gennaro una sfera contornata di brillanti. Aumentò la rendita dei cappellani del tesoro di quel Santo Martire, con la concessione di una Badia di due. 260 annui; e concedette a’ medesimi una medaglia di oro con l’effigie del S. Patrono, da portarsi appesa al collo, con nastro colore scarlatto, ornato di azzurro. Però, in caso di morte de’ decorati, gli eredi erano in obbligo di restituire la medaglia all’istitutore.

Appena Gioacchino entrò nella Reggia di Napoli e si affacciò a’ balconi che guardano il mare, domandò come si chiamasse l'isola in fondo del Golfo, ed intese essere Capri, e che fosse presidiata dagl’inglesi; da quel momento decise iraposessarsene a qualunque. costo, non soffrendo che un re guerriero vedesse sventolare, da’ balconi del suo Palazzo, la bandiera del suo più mortale nemico. Volle inaugurare il suo Regno con un fatto clamoroso; cioè con istrappare agì inglesi quell’Isola; avendo manifestata la sua idea a' suoi più. fidi, costoro gli presentarono varii progetti per impossessarsene. Cosa strana, fu preferito quello di un impiegato civile, cioè di Tito Manzi, nativo di Pisa, giureconsulto ed impiegato nella polizia. Manzi avea molte relazioni in Capri; ei conoscea minutamente come fosse distribuita la guarnigione inglese, tutto quello che questa facesse nelle ore della giornata e della notte e come fossero distribuite le batterie per guarentirla.

L’isola di Capri fu il teatro delle dissolutezze dell’imperatore Tiberio; dista da Napoli 26 miglia,9 da Sorrento e 3 dal Capo della Campanella, ch’è l’estrema sinistra del Golfo; è lunga tre miglia, due incirca di larghezza e nove di circonferenza. La sua parte più elevata s’innalza 700 piedi sul mare; si distinguono tre punti principali, Capri, Anacapri e Torre de’ Segnali; è abitata da seimila persone. Quell’Isola era allora presidiata da duemila vecchi soldati inglesi, e il comandante Sir Hudson Lowe l'aveva fortificata con 40 cannoni, avendo eziandio guarentito i luoghi scoscesi; tanto che promettea una ghinea di regalo a chi si fosse introdotto nell’isola senza esser veduto dalle sentinelle.

La espugnazione di Capri si rendea più difficile pe’ francesi, perché gl’inglesi aveano. in Ponza una flotta e da colà -si sente il cannone di quell’isola; quindi di doppio pericolo per gli assalitori, che non aveano flotta da contrapporre a quella anglo-sicula. La polizia s’incaricò di dare una esatta cognizione di Capri, e si adibì il capitano Pietro Colletta, l'autore della Storia del Reame di Napoli, per verificare se la pianta dell’Isola presentata da Manzi corrispondesse alla realtà e fu trovata perfetta a maraviglia.

La spedizione di Capri richiedeva un rigoroso silenzio; se gli agenti inglesi in Napoli ne avessero avuto qualche sospetto, sarebbe finita per gli assalitori. Il 3 ottobre, Gioacchino ordinò una grande rivista militare, che protrasse fino a sera; quando le truppe si erano ritirate in quartiere, diè l'ordine di mettere l'embarco sopra tutti i bastimenti che erano nel porto di Napoli; e la notte di quello stesso giorno s’imbarcarono nella Darsena, sopra 180 piccoli navicelli, guidati dal capitano Bausan, mille e cinquecento soldati scelti tra francesi e napoletani. Un’altra piccola spedizione partì la stessa notte da Salerno; di modo che tutta quella soldatesca non oltrepassava i duemila uomini, recando mille e duecento scale, quelle stesse che servivano per accendere i fanali della città, e che Manzi avea fatto trasportare da diversi punti nella Darsena e alla stessa ora.

Le due spedizioni erano agli ordini del generale francese Lamarque e del generale napoletano Francesco Pignatelli Strongoli, comandante in secondo. Giunsero verso mezzo giorno del 4 del mese ottobre ed investirono Capri immediatamente da tre punti; due erano attacchi finti, e quello meno impetuoso dalla parte di Anacapri era il vero. I primi sbarcati si fecero strada salendo quelli scogli e quelle rupi con le scale, tirándole ¡a sé per salire sempre più sii; tra quali eravi, come esso dice, Pietro Colletta, e tutti non oltrepassavano un centinaio di uomini, bene armati e risoluti; il resto dei saldati, appena presero tetra, seguirono quelli che già si erano avanzati.

Le sentinelle inglesi nulla aveano visto e scoprirono i nemici, quando costoro si erano introdotti nell’Isola, sicché Lowe. avrebbe dovuto regalare molte ghinee, a seconda й premio che avea promesso a chi si fosse introdotto non visto in Capri, ma invece, fu. co' stretto consegnar poi tutte quelle che possedea: la guarnigione di Anacapri, in cambio di fare una difesa ad oltranza, tirò poche fucilate( )e si ritirò, chiedendo soccorso, all’altra guarnigione di Capri.

Intanto il mare divenne procelloso e le. piccole barche franco-napoletane presero il largo; una, che tentò avvicinarsi alla costa, fu sommersa dalle onde. Tutti gli sbarcati non oltrepassavano i cinquecento ed erano troppo pochi per tentare un colpo ardito; arrogi che già contavano sette morti e cento trentacinque feriti, la maggior parte a causa delle precipitose cadute di sopra quelle rodee in giù. Approfittando che si era fatto notte, si occultarono dietro le grosse pietre di quei burroni ed attesero ansiosi il giorno. Il comandante inglese Lowe, poco esperto militare, li lasciò tranquilli, invece divise e suddivise tutti i suoi dipendenti, arrecando dovunque confusione ne’ difensori di quell’Isola.

Gli assalitori, fatti audaci pel peco senno di quel comandante, appena si alzò la luna, si divisero in due piccole colonne ed «assalirono la guarnigione di Anacapri con grida strepitose, schioppettate e suoni di tamburi.

La maggior parte de' difensori caddero prigionieri, il resto corse a chiudersi nel castello, detto di S. Maria a Citriglia, restaurato dagli stessi inglesi. I franco-napolitani, la stessa notte, occuparono la testa della scala che da Anacapri conduce a Capri, e la mattina intimarono al presidio di quel castello di rendersi a discrezione, minacciandogli una sorte deplorevole, se avesse resistito più a lungo: in effetti si arrese. Erano trecento soldati inglesi, ed uniti ad altri quattrocento, fatti prigionieri nella notte precedente, li mandarono in trionfo a Napoli, e giunsero quando già si buccinava in questa città, che gli assalitori dell’isola di Capri fossero stati tutti disfatti.

Il resto de’ franco-napoletani sbarcarono la notte del 5 e si diressero sopra Capri, aspettando ogni momento di essere assaliti dagli inglesi; ma Lowe, con più di mille uomini, si era chiuso in quel piccolo paese, nel quale rimase assediato la mattina del 6 ottobre.

Mentre durava l'azione in quell’Isola, corsero da Ponza le navi inglesi, e si cominciò uh doppio assalto contro i franco-napoletani; i quali, per controbattere quelle navi, che tiravano su di essi apatia piena ed a mitraglia, alzarono una batteria di cannoni tolti ai nemici.

Lo scambiò delle offese durò sino al 17 ottobre; e quando da un momento all'altro si aspettavano altre navi da Sicilia con truppe da sbarco, e la posizione degli assalitori dell'Isola era divenuta pericolosissima, il comandante Lowe alzò bandiera di pace, e il 18 segui la capitolazione.

Senza togliere alcun merito a' franco-napoletani, che nell’assalire Visóla di Capri mostrarono gran coraggio e temerità, deesi però attribuire a fortuna se se ne resero padroni, dappoiché trovarono un comandante famigerato birro, ma ignorante e codardo, anzi che prode ed accorto militare. Un altro al posto di lui avrebbe difesa l’isola di Capri consoli cento uomini a fronte di un corpo di esercito, non solo per la posizione formidabile della stessa, ma per gli aiuti che potea ricevere da Ponza e da Sicilia in potere degli inglesi, i quali disponevano di una imponente flotta e di truppe da sbarco.

In forza della capitolazione furono consegnati a' franco-napoletani tutti i magazzini e gli attrezzi di guerra; il presidio inglese rimase prigioniero, e fu mandato in Sicilia con la promessa di non combattere contro la Francia ed i suoi alleati per un anno ed un giorno. Tutti i compromessi napoletani e siciliani, che trovavansi in Capri, si erano già imbarcati sopra navi inglesi prima della capitolazione. Appena sgombrata l'Isola dal presidio inglese, giunsero da Sicilia altre navi da guerra con mezzi formidabili per offendere i nemici, ma era troppo tardi; la viltà di Lowe avea precipitato gli avvenimenti (29).

Quando fu assalita Capri, re Gioacchino guardava da balconi della Reggia di Napoli, e spediva aiuti, ordini e consigli; però impaziente di trovarsi lontano dal teatro della guerra, si recò al Capo Campanella, che ò la parte del continente più vicino a quell'isola. Contento del felice risultalo della spedizione da lui designala, si mostrò generoso qual'era; premiò gli assalitori di Capri, e volendo togliere le vestigia del rigore lasciato da Giuseppe, la dimane della riportata vittoria, pubblicò un decreto col quale ordinava: «Tutti i napoletani esiliati per misure di polizia potessero ritornar liberi in seno alle loro famiglie; si togliesse il sequestro sopra tutti i beni mobili ed immobili di coloro che nel 1806 aveano seguito i Borboni in Sicilia». Quel decreto fu acclamato e benedetto da tanti infelici fatti dal re di commedia Giuseppe Bonaparte; molti esuli ritornarono in patria riacquistando i loro beni e tutti si videro liberati da tante angarie e vessazioni.

Nei primi tempi dei governo murattiano varie cose buone, frammiste però alle cattive si fecero a vantaggio dell’amministrazione dello Stato; s’introdusse il Codice di commercio; s istituirono i maggioraschi per sorreggere la nobiltà ereditaria, rimasta senza base dopo l'abolizione della feudalità. Non contento di ciò re Gioacchino, ad esempio di Francia, ordinò che si aprisse il registro delle ipoteche; per la qual cosa, le proprietà furono chiarite ed i creditori assicurati. Volle che il registro delle nascite, de' matrimonii e de' morti fosse tolto a’ parrochi e confidata a’ magistrali municipali. Prescrisse che il matrimonio si celebrasse prima come contratto sociale nella Casa della Comune, e poi in Chiesa come Sacramento; in conseguenza di che istallò i municipii in tutte le Comuni del Regno.

Essendo stato soppresso il Banco di Napoli se ne stabilì un altro nazionale, detto Banco delle Due Sicilie con un capitale di due milioni di ducati, divisi in quattrocento azioni.

Si stabilì una ritenuta del due per cento sopra tutti i soldi degl’impiegati a fine di formare la cassa delle pensioni di ritiro e vedovili. Volle Gioacchino che si restringessero gli estesi poteri che avea la polizia, e riordinò la magistratura giudiziaria, ordinando che questa rientrasse in tutti i suoi diritti, sospesi dal suo predecessore Giuseppe. Formò nelle province le Guardie civiche, ed in Napoli le Guardie di onore; queste ultime erano tutti giovani appartenenti a famiglie ricche e nobili. Promosse varii impiegati meritevoli; e tante altre buone ed utili riforme fece, che dippoi vennero ritenute ed adottate da’ Borboni. Il 15 novembre di quell’anno 1808 partì da Napoli per visitare le Calabrie ed ivi fu ricevuto, con dimostrazioni se non di amore, al certo di riverenza. Aboli le Commissioni militaci, e tolse lo stato di assedio che tanto travagliava quelle province.

Ma Gioacchino Murat, essendo un re eminentemente guerriero, la pace non era il suo elemento; egli avea bisogno sentire l'odore della polvere, il rombo del cannone e lo strepito delle cariche della cavalleria; eran queste attraenti scene che gli davano la vita e il buon umore; quindi altro pabolo non trovò a soddisfare la sua bellica passione, che disporre una invasione in Sicilia.

La Corte di Palermo, che avea preveduta questa risoluzione in quell'uomo irrequieto, si era disposta alla di lesa, facendo una convenzione con l'Inghilterra per essere guarentita in quell'Isola; oltre di che aumentò le truppe e le dispose in que' luoghi ove i franco-napoletani avrebbero potuto tentare qualche, sbarco. Però Murat fu costretto ad aggiornare l'invasione di Sicilia a causa d’impreveduti avvenimenti, cioè perché gli affari di Europa s’imbrogliavano seriamente. Suo cognato Napoleone trovavasi impicciato per domare la rivoluzione spagnuola, e gli domandava soldati per mandarli colà, essendo minacciato dall'Austria, la quale avea levato potente esercito, mettendolo sotto gli ordini dell’arciduca Carlo, uno de' primi capitani di questo secolo, e gli suscitava contro l'Italia, l’Olanda, la Russia e i piccoli Stati della Germania, tutti scontenti del dominio francese. In esecuzione degli ordini dell’imperial cognato, fu costretto mandare a Parigi una parte de' reggimenti francesi, e più della metà di quelli napoletani; e quest’ultimi furono spediti in Ispagna in sostituzione de’ veterani francesi mandati in Germania.

Murat non era uomo da contentarsi di poche milizie, ed allora, gliene erano rimaste una quantità insufficiente per guarentire il Regno, perlocché si decise aumentarle a qualunque coste; ed essendo poco scrupoloso, trattandosi di affari militari, bandi numerosa leva. Dapprincipio formò un corpo di cavalleria che fu nominato Veliti a cavallo; in se güito aumentò l’esercito fino a quarantottomila uomini. In conseguenza di che si faceva sentire il malcontento delle popolazioni e Napoli era divenuta il centro di tutti i preparativi guerreschi, sembrando un quartier generale, un vero arsenale.

Essendo quel re assai vano, volle fare una festa militare, che chiamò festa delle bandiere. Fece alzare magnifico trono alla Riviera di Chiaia, ordinò che le truppe di Capua e di Salerno si riunissero in Napoli, ed egli con gran pompa, il 25 marzo, montò sul trono, eretto alla medesima Riviera. Ivi consegnò le bandiere a’ reggimenti di' nuova formazione¿ dopo che queste furono benedette dal cardinale Ferrao, vestito in abiti pontificali: e tutto questo avveniva mentre le fortezze della capitale, faceano salve di. artiglieria. Quella giornata dapprincipio surse piovosa, ma nel momento che si distribuirono le bandiere, divenne serena, ed il bel sole di Napoli splendé con tutta la sua luce e maestà: gli adulatori di quel re non tralasciarono di dichiarare quella eventuale circostanza, un augurio di Regno, felice. La sera vi furono giuochi, conviti, teatri, balli e baldorie. In memoria di quella festa delle bandiere, si coniò una medaglia di argento, avente da un lato l’effigie di Gioacchino, dall'altro quindici bandiere che simboleggiavano le quindici province di questo Regno.

Dall'altra parte, re Ferdinando IV non rimanea ozioso in Sicilia in quella quinta coalizione contro Napoleone. Fece un trattato con l’Inghilterra, firmato in Palermo il 13 marzo U quell’anno 1809, col quale aumentò i sussidìi da darsi alle truppe inglesi in tempo di guerra, e si stabilì che gli anglo-siculi, comandati dal generale Stuart, doveano fare un diversivo nel Regno al di quà del Faro, ove i popoli erano impazienti di scuotere il giogo de' Napoleonidi. Difatti l'aura popolare acquistata da Murat ne’ primi mesi del Regno era svanita, non solo perché le popolazioni trovavansi troppo vessate a causa delle numerose leve di coscritti, ma perché Gioacchino non avea adempiute le sue promesse, cioè non avea attuato lo Statuto di Bayonne; gl'impieghi invece di darli a' napoletani, dati li avea a' francesi, ed i dazii imposti dal suo predecessore, che doveano essere ridotti, vennero aumentati. Vi era un’altra causa di malcontento contro Murat, le riforme di costui, anche quelle utili, non furono bene accolte dalla gran maggioranza della popolazione, perché dapprincipio arrecarono confusione e danni, e non essendosi capita ancora l’utilità, delle stesse.

Appena gli inglesi diedero il segnale della rivolta, le province di Basilicata e di Salerno si sollevarono. contro il dominio straniero, Gioacchino, per premunirsi contro gli attacchi interni ed esterni, stabili varii campi lungo le coste del Regno ed intorno alla capitale; sequestrò le navi mercantili austriache che si trovavano nel porto di Napoli; in pari tempo ordinò che tutti, gli austriaci uscissero da' suoi Stati, ed i napoletani, dimoranti all’estero, rientrassero infra due mesi in patria, sotto pena della confisca de’ loro beni. Questo decreto distrusse l'altro pubblicato dopo la vittoria di Capri!

L’11 giugno partì da Palermo la spedizione anglo-sicula per riacquistare il Regno di Napoli, e per fare un diversivo alla grossa guerra che allora ei combattea in Germania; Stuart comandava ottomila inglesi, e il generale napoletano Bourcard dodicimila tra siciliani e napoletani. Facevano parte di quella spedizione il principe reale D. Leopoldo figlio del re Ferdinando IV, il conte Troiano Marulli, il duca d’Ascoli il principe di Leporano, il duca della Foresta, il marchese S. Clair, il brigadiere Vito Nunziante e altri distinti personaggi. Il generale Stuart portava a bordo ventimila fucili ed altrettanti uniformi per formar subito de’ reggimenti di que' calabresi sollevati, che avessero voluto far parte della, milizia regolare. Il suo disegno di guerra era di aiutare la rivolta, calabra, minacciare, i presidi] francesi colà stanziati, marciar rapido presso Napoli, ed operare secondo l'opportunità. Per adempiere al primo scopo della sua missione guerresca, sbarcò nal Reggiano quattrocento calabresi rifugiati in Sicilia, i quali.

Assalirono e presero la città di Reggio, stabilendovi il governo di re Ferdinando. Colletta chiama briganti que’ quattrocento calabresi; se fossero stati tali, non avrebbero assalita foia rispettabile città di trentamila abitanti per impossessarsene dopo un regolare attacco, stabilendovi il governo del legittimo principe. Si eseguirono altri piccoli sbarchi sul littorale calabro per ispargervi proclami a sollevare le popolazioni contro i francesi; dopo queste operazioni, la flotta inglese prosegui la sua rotta per Napoli.

Re Gioacchino, avuta conoscenza del disegno di guerra di Stuart, come ho già detto, preparò la difesa; avea egli egual numero di forze per opporle al nemico, e sebbene non pochi de’ suoi soldati fossero reclute, nonpertanto suppliva la buona direzione e la bravura degli uffiziali. Ordinò al generale Partonneaux, che comandava cinquemila soldati in Calabria, di concentrarli tutti in Castrovillari; e quella ritirata fu seguita dalle autorità civili e militari; alcune si rifugiarono in Саtanzaro, altre si diressero a Napoli.

Spedi la sua piccola flotta a Gaeta; la stessa era composta di una fregata, una corvetta e trentotto barche cannoniere. Dispose che la sua famiglia si recasse in quella fortezza per essere in salvo d’ogni evento a lui contrario A quest'ultima disposizione si oppose il ministro Saliceti e sua moglie Carolina, facendogli riflettere che avrebbe scoraggiato tutt’i partigiani de’ francesi; Gioacchino, che era eccessivo in tutte le sue cose, non solo sospese la partenza della sua famiglia per Gaeta, ma ordinò che la flottiglia colà, mandata ritornasse a Napoli, e ciò malgrado le osservazioni in contrario fatte dal capitano, di vascello Roberti e dal generale Pignatelli Strongoli, dicendogli che quella piccola flotta sarebbe stata facile preda del nemico,

Il 24 giugno, la flotta inglese comparve nel golfo di Napoli, e dopo avere bordeggiata lungo tempo, avendo a bordo la cavalleria, la quale richiedeva qualche ristoro, si diresse alle isole di Procida e di Ischia. La prima di queste isole si arrese senza bruciare una cartuccia, la seconda, ove comandava Colonna Stigliano, fece una debole resistenza ed anche si arrese: le vinte guarnigioni furono, mandate prigioniere in Sicilia. In conseguenza degli ordini di Murat la flottiglia di Gaeta ritornava a Napoli, e il capitano Bausán che la conducea, incontrossi con le navi inglesi. Simulò un attacco sotto Pozzuoli con la fregata, la corvetta e poche barche cannoniere, e ciò a fine di attirare a sé l'attenzione del nemico, dando tempo al resto della flottiglia di passare il canale di Procida. Gl’inglesi circondarono i legni comandati dal capitano Bausan, e si cominciò un combattimento disuguale; questi dopo di aver fatto prodigi di valore, fu costretto rifugiarsi nel porto di Baia. Le altre barche cannoniere si avanzarono per forzare il passaggio del canale di Procida, ma ne furono impediti dalle navi inglesi ed il combattimento divenne furioso.

L’uffiziale Caracciolo, (forse parente dell'infelice ammiraglio di questo nome) che comandava sei barche cannoniere, affrontò il nemico con una intrepidezza che avea della temerità, recandogli assai danni e difendendosi cotti una tenacità senza esempio. Gli inglesi combatteano col vantaggio del numero esorbitante di grosse navi ed artiglieria corrispondente; i napoletani erano solamente appoggiati da una batteria di cannoni postata presso il capo Miseno, e propriamente sulla spiaggia di Miliscola.

In quel combattimento; che durò due ore vi furono serii danni dall’una parte e dall’altra, Della flottiglia napoletana furono affondate otto barche cannoniere, cinque predate e diciotto tirate a terra sotto la batteria di Miliscola. Della flotta inglese furono affondate ¿úe piccole barche, ed una grossa nave ricevé assai danni. L’intrepido Caracciolo, sebbene avesse perduto tre barche delle sei che comandava, forzò il passo del canale di Procida e si condusse a Napoli.

Mentre si combattea sotto il capo Miseno, Murat, accompagnato da’ generali Campredon, Strongoli e Destrès, si recò sulla spiaggia di Miliscola, e dirigeva quella batteria che fu di grande aiuto alla flottiglia napoletana.

Il capitano Bausán, ardimentoso qual’era, dopo di avere riparato in fretta le danneggiate due navi, usci dal porto di Baia, e profittando che il vento spirava propizio, volse risoluto a Napoli; ciò sembrò agl’inglesi non temerità, ma pazzia manifesta. Fu assalito da tutta la flotta nemica, e si difese da eroe, avvicinandosi sempre versò Capo Posillipo.

Da Napoli si sentiva il rombo del cannone, dippoi il combattimento navale si ridusse sotto la Riviera di Ghiaia; l'immensa popolazione di questa città, dalle spiagge, da’ balconi e da’ terrazzi, fu spettatrice di quella lotta disuguale, perloché incoraggiava i proprii connazionali con grida e sventolando bianchi lini La regina Carolina, montata in carrozza, insieme a' suoi quattro figli, si recò al passeggio della suddetta Riviera; essa fu imitata da cortigiani per calcolo, dal popolò per quella curiosità che non. fa difetto nei napoletani; quindi quel passeggio divenne affollatissimo, malgrado che si corresse rischio di non lontano pericolo.

Gioacchino, che si trovava nel. suo elemento, correva la spiaggia da Posillipo al Chiatamone, e seguendo la marcia dei combattenti, si ridusse fino al castel dell’Ovo; ivi montato sopra la più alti batteria, incoraggiava i combattenti napoletani, coll’аgitare in alto il suo storico cappello piumato.

Quando le navi napoletane giunsero sotto il cannone del Castel dell’Ovo, finirono le serie offese del nemico. Quella flottiglia entrò in porto con gli alberi rotti, le pareli forate tutte dalle palle nemiche, disordinata i attrezzeria, ma fieri e gloriosi erano i combattenti. Grida di gioia e battimenti di mani fragorosi accolsero que’ prodi ed audaci marini. Murat, fuor di sé a quell’entusiasmo popolare, figlio di decoroso orgoglio nazionale, che facea tacere i calunniosi frizzi dei francesi, corse sulla fregata, diretta dal capitano Bausan; compianse gli estinti, arrecò soccorso a’ feriti e lodò la. bravura di tutti.

Nominò barone un valoroso capitano, con una rendita di seimila franchi annui; rimunerò gli altri con gradi né onori, e le vedove e gli orfani degli estinti ebbero soccorsi e pensioni.

Lettori, son sicuro che il giusto vostro orgoglio nazionale» al pari del mio, è rimasto soddisfatto nel sentire il modo come combattettero i nostri nazionali soldati contro la flotta inglese, ad onta che essi non pugnassero pe’ veri interessi della nostra patria. Voi non siete come i rivoluzionarii, che occultano о travisano i trionfi nazionali, sol perché non fanno i loro interessi; al contrario si mostrano essi soddisfatti delle umiliazioni patrie a loro favorevoli; e nel. descriverle aggravano le tinte dichiarando vili e peggio i proprii concittadini, ed esaltano il valore, la moderazione ed anche la generosità dello straniero, che saccheggia le nostre case e si appropria del nostro terreno. Oh, i settarii non hanno né cuore né patria!

Mentre si combattea nel Golfo di Napoli, altri fatti avvenivano in Calabria. Le dimostrazioni ostili della flotta inglese sulla spiaggia, di Policastro, aveano attirato in que’ luoghi la soldatesca francese, comandata dal generale Partonneaux; Stuart, che trovavasi in que’ paraggi, ordinò uno sbarco, ma di pochi soldati. I quali furono assaliti da’ francesi l’aiutati da’ calabri partigiani dello straniero, e sopraffatti dal numero, retrocedettero e s’imbarcarono in fretta lasciando a terra il parco della grossa artiglieria, che aveano sbarcata, munizioni e parecchie botti di carne salata. Duecento cavalieri, che si erano più di tutti internati in que' luoghi, rimasero prigionieri.

Il generale inglese Stuart, comandante in capo la spedizione anglo-sicula, mentre guerreggiava la truppa e la flottiglia murattiana, teneva principalmente occhio alla guerra che si combattea in Germania sul Danubio. Appena egli intese la battaglia di Wagram, del luglio, vinta da’ francesi contro gli austriaci, e l’armistizio di Zenaim, si affrettò a ritornare a Palermo con tutta la flotta e le truppe da sbarco; né valsero a ritenerlo tutte le ragioni in contrario esposte dal principe reale D. Leopoldo, e da tutti que' distinti generali che lo accompagnavano. Stuart, perché operava secondo le istruzioni del governo inglese, dettate dal più turpe egoismo, fu inesorabile della presa risoluzione; il 24 luglio fece vela per Sicilia. Così ebbe fine quella spedizione preparata e sostenuta col sudore e col sangue de' siciliani. Infelici que' governi e que’ popoli che han bisogno della protezione e del braccio straniero per sostenere о riconquistare i loro dritti.

Causa di tanti mali, io lo ripeto, sono stati e saranno i settarii; i quali abbattono i legittimi governi per afferrare il potere, ed a forza di magnificare le utopie le più strane, si arricchiscono, qualunque si siano le funeste conseguenze in oui travolgono e popolo e patria. Essi poco curandosi de’ mali de’ loro concittadini innocenti, quando han fatto bene i loro affari, a tante pubbliche sventure, rispondono con lo stoico detto: après nous le déluge).

Come già ho detto di sopra, varie province si erano ribellate contro il governo murattino, cioè quando videro apparire la flotta anglo-sicula; però abbandonate a sé stesse, riuscì facile a’ francesi sottometterle, maggiormente che i possidenti ed i buoni cittadini erano vessati da un branco di veri briganti, che taglieggiavano ed uccidevano i ricchi, dichiarandoti partigiani de’ francesi. Le bande brigantesche, dirette dal famigerato Bizzarro e dall’altro Francatrippa, perpetrarono tali e tanti delitti, che i borbonici furono costretti unirsi a’ francesi per estirparle. Perlocché i soldati di. Murat ripresero tutte Je Calabrie, disperdendo e battendo anche i compromessi politici condotti da Scalone, e gli altri. che aveano alzato gli stemmi borbonici in Basilicata.

Dopo l'abbandono di Scilla dagl’inglesi e senza colpo ferire, Gioacchino rimase padrone incontrastato de’ dominii al di quà del Faro. Quel sovrano non tralasciò di aumentar sempre più il suo esercito e la flotta, con detrimento della finanza, ridotta in deplorevoli condizioni. Egli, che si era mostrato tanto clemente e magnanimo in tempo di pace, lo vedremo tra breve dettar leggi, crudeli ed insensate, superando quelle del suo predecessore Giuseppe, a fine di soffogare nelle lagrime e nel sangue le aspirazioni de’ calabresi.

Sebbene ciò che son per narrare non faccia parte della storia del Reame di Napoli, nonpertanto essendo un fatto di somma importanza, che commosse l’Europa, in cui Gioacchino Murat ebbe molta ingerenza, è necessario che sia noto a’ miei lettori. Nel 1808, Napoleone volle occupare Roma pel dritto del più forte, e a dispetto del clero francese, che Pavea coadiuvato ad afferrare la corona di Carlomagno, commettendo la più turpe ingratitudine verso il Sommo Pontefice Pio VII, che erasi mostrato benigno e favorevole verso di lui. Oltre di che quel Santo Pontefice, per far cosa grata al medesimo Napoleone, nel 1804, si era recato a Parigi? Per incoronarlo insieme all’imperatrice Giuseppina (30) sposata allora col solo contratta civile.

Quel potente imperatore, ebbro della sua potenza e gloria guerriera, volle far guerra alla chiesa di Cristo, credendo d'imperare eziandio sopra le coscienze; non già come Enrico Vili d’Inghilterra, ma servendosi del Sommo Gerarca come suo dipendente e schiavo.

Trovandosi quel despota in Vienna, dopo la battaglia di Wagram, decretò, la esautorazione del potere temporale del Papa; e non avendo pretesti, almeno speciosi, usò quelli impudenti e sfacciati della favola di Esopo tra il lupo e l'agnello. Dapprima intimò a Pío VII, che infra due mesi, accedesse alla confederazione degli Stati d'Italia, in caso contrario avrebbe considerata come non avvenuta la donazione di Carlomagno fatta alla ¿blesa romana; indi ordinò che il Papa avesse fatto delle novità esiziali nell'amministrazione dello Stato. Pio VII, uniformandosi a’ suoi predecessori, gelosi della loro indipendenza, bon modi pacati ma dignitosi, si negò recisamente. La guarnigione francese, residente ha Roma, profittando che i trasteverini di quella città, si preparavano a sostenere le ragioni del Papa, suscitarono anche nelle province de' moti insurrezionali a favore del medesimo. I francesi usavano que’ mezzi per avère il pretesto di atteggiarsi a vittime della Corte romana, e nel medesimo tempo voleano profittare della circostanza per arrestare e fucilare i cittadini devoti alla Santa Sede.

Pio VII protestò contro quelle mene e violenze, svelando i tranelli, le insussistenti accuse e calunnie laudate contro di lui dagli agenti del Bonaparte. Fu allora che costui diè Verdine di arrestare il cardinal Pacca, Come colui che consigliasse la resistenza contro di esso, ed il Papa corse a strappare quel benemerito cardinale dalle mani de' birri francesi. Trovandosi in Roma il generale Miollis con pochi battaglioni franco-italiani, non sufficienti ad eseguire quanto il suo padrone volea perpetrare a danno del Sommo Pontefice, fece ordinare a Marat che mandasse a Roma tutti que' reggimenti che avea disponibili, e questi eseguì puntualmente l’ordine venutogli dal cognato.

Il 10 giugno 1809, si pubblicò in Roma il decreto napoleonico, che spogliava il Papa del potere temporale, dichiarando la Metropoli del mondo cattolico Città libera; e designava sei persone, tra quali il ministro Saliceti, per formare un governo provvisorio detto Consulta straordinaria.

Pio VII, dopo di avere protestato contro quella sacrilega usurpazione, pubblicò, la celebre Bolla Quantum memoranda illa die, con la quale scomunicava tutti coloro che avessero preso possesso del governo di Rema a nome dell’imperatore Napoleone. Costui, quando intese che il Papa avealo scomunicato, domandò ironicamente: La scomunica del Papa farà cadere le armi di mano amici soldati? Infelice!... quella domanda fu una vera profezia, e dopo tre anni, ne furono testimoni le lande della Russia e le sponde della Beresina, donde ebbero principio i suoi rovesci e le sue umiliazioni, che lo condussero infine a morire sul remoto scoglio di S. Elena!

Napoleone ordinò l'arresto del Cardinal Pacca, supposto consigliere della scomunica, e quello dello stesso Papa!... Fu incaricato ad eseguirlo il generale Radet, il quale si prestò, mal volentieri, e volle un ordine in iscritto dal generale in capo Miollis. La notte del 5 luglio, dopo che giunsero a Roma i battaglioni mandati da Murat, si assaltò il Quirinale da varii punti; e Radei, accompagnato da una coorte di soldati, s’introdusse nella. camera del Papa. Vergognoso della sua inqualificabile missione, ed interdetto dalla maestà del sommo Gerarca, non seppe arti«colar sillaba. Perlocché, dopo rispettose e tronche parole, deplorando l’ordine ricevuto, finì con intimargli l'arresto insieme al Cardinal Pacca, ed in nome dell’imperatore. Gli eccelsi prigionieri furono messi in una carrozza, a bella posta preparata. Radei montò in serpa, ed immediatamente il legno parti a tutta corsa, prendendo la strada ria, voltò a sinistra per porta Salara, e scese fuori porta del Popolo, dirigendosi verso ponte Milvio. Presso Porta Salara, il Papa domandò al Cardinal Pacca: avete danaro.? Questi cercò nelle saccocce, e mostrò un papetto— poco’ più di una lira. Pio Vii, frugate le sue tasche, mostrò al cardinale quindici baiocchi — circa 85 Centesimi — e soggiunse: Ecco tutto quello che mi porto dal mio Principato civile? (31)

Il Papa fu trascinato per varie città d’Italia, sofferente ed ammalato, tanto che volle confortarsi col SS. Viatico. I toscani, avendo inteso che passava il Sommo Pontefice prigioniero, correvano in folla per essere benedetti ed acclamarlo, ad onta della prepotenza m napoleonica che li tenea soggetti. Spesso la; carrozza che conducealo era stretta in mezzo ad un’onda di popolo, il quale volea liberato il Papa. Radet, con la faccia di un cadavere per la paura, pregava l’augusto prigioniero di acquietare lo sdegno popolare e dar ordine. che lasciassero libero il passaggio. Quel Sommo, appena pregava i suoi figli, che voleano strapparlo dalle mani di Erode, di lasciarlo nelle catene, immediatamente l’onda popolare si apriva e lasciava libero il passaggio.

Quel viaggio fu lungo e penoso; il rapa passò da Radicofani, fu alla Certosa di Firenze, poi a Sarzana, indi imbarcato a. Lárice e sbarcato a Chiavari; di colà condotto a S. Pietro all’Arena» quindi ad Alessandria. Ripreso il viaggio passò il monte Cenisio; giunto a Grenoble, in Francia, per maggior dolore, fu diviso dal suo affettuoso compagno e figlio, il cardinal Pacca; il quale, per ordine di Napoleone venne condotto nella fortezza delle Finestrelle. Pio VII, ammalato e quasi moribondo, prosegui solo il viaggio; accompagnato sempre da Radet; passò da Valenza e fu condotto a Savona.

Altri dolori e trionfi dovrò raccontare ancora di quei santo Pontefice, ma se i miei benevoli lettori desiderassero conoscere tutte le circostanze dell’arresto e prigionia del medesimo, che durò cinque anni, potrebbero leggere Le Memorie Storiche del cardinal Pacca e la Storia di Pio VII scritta dal cav. Artaud, che in quel tempo si trovava in Roma incaricato degli affari di Francia.

Napoleone, avendo poi intesa la riprovazione generale pel modo sacrilego come avea trattato il Vicario di Gesù Cristo, fece di tutto per buttar la colpa sopra Gioacchino Murat, dichiarando, costui precipitoso ed eccessivo in tutte le sue risoluzioni. Difatti le creature ed i servitori di quel despota, avendo ricevuta l’imbeccata, scrissero e pubblicarono, che l’imperatore non avea ordinato l'arresto del Papa, ma che fu una soperchieria fatta da Murat. Tanto osò scrivere nelle sue Memorie il cosiddetto allora duca di Rovigo» il tipo di tutt’i birri, il generale Savary, già ministro di polizia in Francia, ed uno dei coadiutori dell'assassinio del duca di Enghien. Lo stesso scrissero e pubblicarono altre anime vendute al Bonaparte, cioè il Montholon nelle sue Memorie, il Predt ne’ Quattro concordati ed altri. Lo stesso Lascases, nel memoriale di S. Elena, fa dire a Napoleone, che Pio VII fu arrestato senza suo ordine, e che fu una risoluzione presa da un ufficiale, credendola unico mezzo per evitare altri pericoli; e che egli diè poi ordine in contrario. Bugiardo ed imprudente...! e poi perché lo trattenne per cinque anni prigioniero, trattandolo come ¿h malfattore ed insultandolo come fece più volte nel palazzo di Fontainebleau?

Ové son’oggi gli eredi di quel potentissimo imperatore? chi lo sa! ov’è il successore del povero prigioniero di Savona e di Fontainebleau? Miratelo sul trono di Augusto, inerire ed impavido; fatto più possente e glorioso per altre sofferte persecuzioni. Mentre taluni suoi snaturati figli credono abbattuta la sua soprannaturale potenza, ad una parola, ad un cenno di Lui si prostrano umili e riverenti più di duecento milioni di veri credenti; ed i suoi nemici cinti d’innumerevoli armi ed armati allibiscono e tremano.

I nemici del Papato, se non soit persuasi che nè süldba di Dia mai si cancella, perché animalis homo non percipiy ca quae sunt spiritus, dovrebbero almeno credere a diciannove secoli di storia.

Dopo la battaglia di Wagram e l’armistizio di Zenaind, il 14 ottobre di quell’anno 1809, si firmò in Vienna un trattato di pace tra la Francia e l'Austria; tra gli altri patti eravi quello che l’imperatore austriaco dovea riconoscere Gioacchino Murat, re di Napoli.

Si assicura da varii scrittori, che sebbene Napoleone avesse l'arrière pensée di sciogliere il suo matrimonio con Giuseppina, sin da quando si fece primo console, nonpertanto iniziò le prime pratiche a tale scopo, quando sottomise l’Austria dopo la battaglia di Wagram, e fu allora che costrinse l’imperatore Francesco I a dargli in isposa la propria figlia, l'arciduchessa Maria Luigia, giovanetta a 15 anni. Per la qual cosa riunì in Parigi i suoi parenti per prendere consiglio, circa lo scioglimento del suo matrimonio e la con trattazione del secondo con una principessa imperiale; tutti aderirono conoscendo il suo desiderio; si disse che il solo Murat si fosse opposto, sempre però in modo da' non urtare la volontà del potente cognato.

Re Gioacchino, al ritorno da Parigi, passò da Roma, ed in qualità di luogotenente dell'imperatore Napoleone, effettuò la riunione dello Stato pontificio alla Francia. Quando egli giunse a Napoli fu costretto dalia forza delle circostanze a dar principio ad una opposizione a' voleri di quel despota imperatore.

Costui ordinò che l'erario napoletano avesse pagato la rendita annua di quattro Ducati da lui fondati a favore de’ quattro francesi, suoi servitori, e che avesse somministrate le paghe a' soldati napoletani combattenti in Ispagna per sorreggere il trono di suo fratello Giuseppe Murat, viste le depauperate finanze del suo Regne, e calcolando l'impopolarità di quelle disposizioni, si decise rispondere negativamente agli ordini del Sire della Senna. Fece egli osservare all’imperiale cognato che i soldati combattenti in Ispagna dovea pagarli chi avea interesse tenerli colà; in quanto alla rendita de’ quattro Ducati, obbiettava, che la Francia non avea ancora rimborsato l'erario di Napoli per la spedizione francese dalle Puglie a Corfú fatta nel 1807. Quelle questioni d’interessi, per allora si accomodarono alla meglio, ma lasciarono uri fomite di disgusti, che non furono poi l’ultima causa della rottura fra Murat e Napoleone.

Sul finire dell’anno, il 24 dicembre, morì in Napoli il ministro di polizia Cristofaro Saliceti, e si sospettò che l'avesse avvelenato il prefetto di polizia Maghella avendo pranzato alla tavola di costui il giorno precedente alla sua morte. Quel prefetto, per giustificarsi, volle che si facesse un pubblico esperimento sul cadavere del defunto e tra gli altri medici fu chiamato il dotto ed integerrimo professore Domenico Cotogno. Fatto l’esperimento, tutti i medici dichiararono che la causa della morte di Saliceti era stata un accesso di bile. Intanto lo storico Colletta, neppure tn un fatto tanto notorio, volle dire’ la verità; ma ci lasciò scritto, che Saliceti di tifo maligno mori...

Il portafoglio del ministro di polizia fu dato medesimo Maghella, che poi divenne consigliere di Stato; insieme allo storico Vincenzo Coco e Giuseppe Raffaeli.

L’ultimo avvenimento di quell’anno 1809 fu la evacuazione delle truppe anglo-sicule dell’isola di Ponza e Ventotene. Re Ferdinando, conoscendo che la potenza napoleonica si era consolidata in Europa, e che sarebbe stato inutile per allora tenere a sé quelle due Isole, come sentinelle avanzate per ispiare il momento di riacquistare questo Regno, si decise abbandonarle, maggiormente che erano un gran peso alla siciliana finanza. Ad onta delle osservazioni in contrario del generale Stuart, il 28 novembre, trenta navi imbarcarono tutti i soldati, e tutto il materiale di guerra che si trovava in quelle isole, per transportar tutto in Sicilia. Colletta dice che quelle navi furono assalite da una furiosa tempesta, che qualcheduna naufragò, molte si ricoverarono ne porti e nelle spiagge, del Regno al di quà del Faro, e che il solo principe di Canosa, già comandante di Ponza e Ventotene, con poche barche, arrivò in Sicilia. Pero, mentre sembra compiacersi di quest’altra disgrazia sofferta da’ suoi connazionali, per deferenza. agli stranieri, nulla dice che que’ poveri naufraghi furono fatti prigionieri, e il governo murattiano fece loro subire sevizie inaudite.

Sul finire di quell’anno la Corte di Sicilia fu rallegrata pel matrimonio tra il duca, di Orleans Luigi Filippo e la principessa Maria Amalia, figlia del re Ferdinando, celebrato nella Cappella Palatina di Palermo il dì 25 novembre.


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CAPITOLO XXIII

SOMMARIO

Nascita dì Ferdinando II. Ferdinando IV migliora le condizioni della Sicilia. Murai, insieme a sua moglie parte per Parigi. Al suo ritorno assale la Sicilia. Infelici risultati. Manhes in Calabria. Altri serii dissapori tra Gioacchino e Napoleone. Il primo si sottomette. Mene del Bonaparte per ingannare Ferdinando IV. Gl’inglesi usano prepotenze contro i Borboni di Sicilia. Costituzione all’inglese. Antica Costituzione Siciliana.

L’anno 1810 cominciò con un fausto avvenimento; il 12 gennaio, la principessa ereditaria Maria Elisabetta dava alla luce un erede ai trono delle Due Sicilie. Il regalo infante nacque nel palazzo reale di Boccadifalco, presso Palermo, e gli fu dato il nome del nonno, Ferdinando, che poi s’intitolò secondo di quel nome. Ferdinando II è una figura storica assai interessante, e a suo tempo m'ingegnerò di metterla in rilievo, per far conoscere a' miei lettori qual bene e qual male fece quel sovrano a questo Regno, essendo stato assai calunniato e poco lodato.

Nel 1810, Ferdinando IV, a proposta del Parlamento di Sicilia, nominò una commissione di giureconsulti per riformare il codice criminale, non più confacente a’ lumi del secolo, mostrandosi più progressista di coloro che lo accusavano di retrogrado, perché egli volea H vero progresso graduale, e non per salto. Oltre di che, in marzo di quell'anno, si dedicò a migliorare lo stato agricolo della Sicilia. Difatti istituì una società di agricoltura per rendere vantaggiosa la condizione di que’ feraci terreni, dando i mezzi opportuni per la coltura de’ boschi, e per arginare i fiumi. Fu in quel tempo che si misero a coltura varii boschi e terreni abbandonati, trai quali quelli della Ficuzza e di Boccadifalco. In quel medesimo anno, per opera del principe ereditario, si cominciò la bellissima e magnifica Flora di Palermo, ch’è uno dei migliori giardini pubblici d’Italia.

Il 14 febbraio del 1816, venne istituito in Sicilia il catasto ed in settembre fu messa la tassa fondiaria. É questa una importazione francese, e come ho già detto, il primo a regalarla a’ napoletani fu Giuseppe Bonaparte nel 1806. Però quella tassa sotto i re francesi, si pagava alla ragione del venti per cento, cioè il quinto sulla rendita; quattro anni dopo, quando fu imposta a’ siciliani da Ferdinando IV, si pagava il cinque per cento sulla rendita effettiva.

Il 12 marzo, Gioacchino Murat e sua moglie, partirono per Parigi, a fine di assistere al matrimonio dell’imperatore Napoleone con Maria Luigia arciduchessa d’Austria, figlia dell’imperatore Francesco I. Nella celebrazione di. quel matrimonio, il parvenu volle che s’imitasse tutto il cerimoniale de’ re francesi, specialmente quello di Luigi XIV. In quella straordinaria solennità, le due sorelle maggiori di Bonaparte furono destinate da costui a fare da caudatarie al l’imperatrice; ma credendosi aneli esse sovrane davvero, si negarono con alterigia, e fu allora che Napoleone, al colmo dell’irritazione, disse pubblicamente alle auguste sorelle: Cet office est très honorable pour les filles de' joie de' Marseille!

Dopo le feste, Murat espose al cognato la sua determinazione di assalire la Sicilia e conquistarla; Napoleone l'approvò, giudicando quella spedizione un diversivo agl’inglesi combattenti in Ispagna e nel Portogallo; ove i francesi; lottavano allora, non solo contro le guerriglie spagnuole, ma di più contro i soldati d’Inghilterra guidati dal tanto celebre generale lord Wellington.

Murat ritornò a Napoli il 22 aprile, sua moglie rimase in Parigi; ed appena giunto, manifestò il disegno di assaltare la Sicilia. Però, quel colpo di mano, era approvato da alcuni, da altri disapprovato, e specialmente da generali francesi. Il 2 maggio, comparve nel golfo di Napoli un vascello inglese di cinquanta cannoni, quasi a sfidare la flottiglia murattiana; uscirono dal porto la fregata, la corvetta, un brick e sei barche cannoniere, sotto il comando del capitano di vascello Romalvelle. Il vascello inglese fu assalito, e sul principio della lotta, quel capitano ebbe spezzato un braccio; prese il comando il comandante in secondo, capitano Barentin, e dopo pochi istanti, colpito da una palla, cadde morto; quindi prose il comando Scafati, ma senza un feline risultalo perché la flottiglia avea ricevuto serti danni, Allora Murat, che assisteva da vicino a quel combattimento, a bordo, di una piccola ¿an’&ía, ordinò la ritirata; i franco-napoletani ebbero 50 morti e 100 feriti. Quell’infelice risultato guerresco diè stimolo a vendetta, e Gioacchino decise irrevocabilmente la spedizione in Sicilia, per prenderai una solenne rivincita sopra gl’inglesi.

Quel sovrano, il 16 maggio, parti, per le Calabrie, accompagnato da. ministri Zurlo ed Agar, e da varii gentiluomini. Il generale Granier, capo dello stato maggiore, avealo preceduto in quelle province alla testa di sedicimila uomini, bene, equipaggiati, e trecento piccoli legni da guerra e da trasporto furono mandati tra Scilla e Reggio, Murat, per aver mezzi onde eseguire quella spedizione, fece requisizioni dispotiche; confiscò varie navi mercantili nazionali ed americane, che si, trovavano nel porto di Napoli costrinse la generalità de’ negozianti delle province a mandargli barche; obbligò gl’impiegati a lasciare parte del loro soldo, ed i proprietarii a far donativi in danaro. Stabilì il suo quartiere generale sul Colle, dei Piale nel Reggiano, e poco lungi dal mare ove fece alzare magnifica tenda pel suo alloggio.

L’esercito anglo-siculo si estendeva da. Messina a. Torre del Faro; erano dodicimila soldati inglesi e diecimila tra siciliani e napoletani, la maggior parte di costoro stavano in seconda linea sopra i monti colà vicini.

Quattro combattimenti navali precedettero Io sbarco de’ franco-napoletani in Sicilia; il primo avvenni il 29 giugno nelle acque di Scilla, il secondo il luglio presso il Pizzo, il terzo il 25 agrieto un’altra volta sotto Scilla, e l'ultimo nel Faro il 10 settembre.

Murat, dal momento che giunse al quartier generale, volea -tentar lo sbarco della sua soldatesca presso Messina, ma si opponeva il genérale Tráncese Granier, al quale facevano eco gli altri due generali, anche francesi, Partonneaux ebamarque. Si vuole che l'opposizione K costoro fosse in conseguenti di Uh ordine secreto di Napoleone; il quale, avendo sposata una nipote della regina Maria Carolina d’Austria, avesse promesso di non fer molestare la zia in Sicilia; e che permise a Murat quella dimostrazione ostile, a solo scopo di attirar colà le truppe inglesi, che avrebbero potuto combattere in Portogallo ed in Ispagna. Gioacchino, che ignorava quell’intrigo, strepitava, e non poteva comprendere come un Granìer reputasse difficile il passaggio dal Reggiano in Messina, mentre egli ne vedea l'agevolezza. Fuor di sé per tanta ostinata opposizione, e per dimostrare che lo sbarco nell’isola fosse facile, secondo i suoi piani, il 10 settembre, nella cala di Pentimele, fece preparare un numero sufficiente di navi per trasportare mille e seicento soldati in Sicilia. Granier proibì ai francesi d’imbarcarsi, e Murat Imbarcò i napoletani soltanto, mettendoli sotto gli ordini del generate Cavaignac, ordinando che passassero il canale e sbarcassero alla Scaletta, dirigendosi sopra Messina per la via di S. Stefano. Promise a' soldati di quella prima spedizione, che il resto dell’esercito, sbarcherebbe all’altra parte opposta, cioè a Torre del Faro.

I soldati, guidati da Cavaignac, sbarcarono alla Scaletta, e furono assaliti da forze maggiori; non essendo stati seguiti d’altra spedizione, dopo una pugna disuguale e crudele, la maggior parte rimasero morti, feriti e prigionieri. I superstiti corsero alla spiaggia e s’imbarcarono in confusione, perseguitati a cannonate dalla squadra inglese; e non furono tutti affondati, perché spirando vento contrario si salvarono a forza di remi. Be Gioacchino lodò quei fatti guerreschi con un’ordine del giorno, del 26 settembre, e dimostrava facile lo sbarco presso Messina.

Napoleone, quando intese che suo cognato volea ad ogni costo invadere la Sicilia, 'fece ritornar subito a Napoli sua sorella Carolina; incaricandola di opporsi alle pazzie di Gioacchino. Per la qual cosa tra marito e moglie avvennero disgusti serii, che furono interpretati in diverso modo; però in occasiona dell’anniversario dell’incoronazione dell’imperatore, i cortigiani misero pace tra gli augusti sposi.

Nel tempo che Murat trovavasi in Calabria, la rivolta infieriva contro le truppe francesi, e costoro erano assaltati fin dentro il campo e vessati in tutti i modi; i sollevati delle Calabrie, del 1810, furono tutti qualificati briganti dal governo murattiano. In verità vi erano comitive armate, che non combatteano gli stranieri invasori, ma la gente ricca; nonpertanto vi erano eziandio innumerevoli bande che si batteano per iscopopolitico; e quindi maliziosamente si han voluto sempre qualificare di briganti tutti coloro che in questo Regno han combattuto le signorie straniere.

Un giorno fu arrestato un vero brigante; presentato a Murat, francamente gli disse che era un ladro, un assassino; ma che meritava di essere perdonato, perché il giorno precedente avrebbe potuto ucciderlo sopra i monti di Scilla; ei soggiunse dicendogli: «Avea preparato l'arme, ma mi trattenne il vostro aspetto maestoso e regio: Maestà, se ieri uccideva il re, oggi non sarei in arresto e vicino a morte.»

Murat, che amava le adulazioni dirette alla sua persona e alla sua sovranità, fece grazia a quel brigante e libero lo mandò via. Son portato a credere che l’avrebbe fatto fucilare, se quel tristo soggetto non fosse stato tale, ma un semplice partigiano de’ Borboni; dappoiché quel novello sovrano era soltanto crudele contro tutti coloro che osavano contrastare il suo regio potere.

Gioacchino, volendola finire a qualunque costo con le bande borboniche, diè amplissime facoltà al generale Manhes per distruggerle, qualificandole quali comitive brigantesche. Manhes era francese, giovane e di bello aspetto, assiduo al lavoro ed attaccato al suo dovere; ma era un mostro di crudeltà; egli reputava la vita degli uomini non più' interessante di quella degl’insetti che ci molestano. Perlocché, nel 1810, pubblicò leggi in Calabria che fanno fremere l’umanità; ei le fece eseguire, con una efferatezza inimitabile, ad onta che il male è molto facile ad imitarsi dall'umana malizia. 'Pubblicò la lista di tutti coloro che supponea briganti, per la sola ragione che non Si trovavano in seno alle loro famiglie, e dïé ordine a’ cittadini di ucciderli in qualunque siasi modo. Fece trasportare il gregge in luoghi chiusi e guardati; sospese i lavori agricoli per togliere a' così detti briganti r mezzi di sussistenza, e di ricevere soccorsi dagli amici e parenti; così facendo, toglieá i mezzi di Sussistenza ad intiere ed innocenti popolazioni!

Ordinò, sotto pena di morte, al padre di accusare il figlio, alla madre i figli creduti briganti; e tutti i cittadini minacciati di fucilazioni se non avessero denunziato о avessero corrispondenze innocue con gli stessi. Insomma, Manhes, co' suoi editti, sciolse i vincoli sociali e quelli della stessa natura! Tutte quelle leggi ed ordini furono eseguiti con un rigore spaventevole da far raccapricciare l’animo più perfido, e al confronto far desiderare la stessa immanità de’ cannibali. Basta leggere gli Annali di Calabria Citeriore dal 1806 al 1810 per Luigi Maria Greco, per rimanere spaventati e quasi increduli, cioè che gli uomini giungessero a tanto eccesso di efferatezza contro i loro simili, qualunque si fassero i delitti di costoro. Lo stesso Colletta, allora intendente di Monteleone, nella sua Storia del Reame di Napoli (32), racconta crudeltà perpetrate da Manhes, da spaventarci; io ne accennerò alcune da questi ed altri storici contemporanei, per darne una pallida idea a’ miei lettori..

Una povera donna di Nicastro, perché raccolse un bambino, figlio di genitori fuggitivi, fu fatta seviziare e poi uccidere da Manhes. Costui facea orribilmente mutilare i così detti briganti о aderenti, e poi li facea uccidere con modi i più spietati. Cinque individui furono uccisi per ordine di quel generale, sol perché erano parenti di un brigante; due erano donne, la moglie e la madre del suddetto brigante, gli altri i fratelli e il vecchio padre. Certo Gambacorta di Cosenza, tenente di gendarmeria, braccio destro di Manhes, incontrò undici individui tra donne e fanciulli, che si recavano in una masseria per faticare, e perché portavano un poco di pane per isfamarsi, supponendo il Gambacorta che lo portassero a' briganti, li fè tutti assassinare. Una giovane madre tra quelli undici uccisi, si era offerta ad essere martirizzata per salvar, la vita ad un suo figliuoletto; Gambacorta in risposta, squarta con le sue mani il fanciullo alla presenza della madre supplichevole, e poi uccide costei (33).

Un Lorenzo Benincasa, veramente capo di una comitiva brigantesca, si presentò con 12 compagni al comandante militare, profittando di un finto editto di perdonanza. Ma fu quello un pretesto per ritornar libero in Lambiase sua patria, ed assassinare il Sindaco di quel paese, signor Cataldi, insieme a due fratelli, che prima seviziò, ed avendoli uccisi, li appese ad alcuni alberi di olivi. Manhes, trovandosi allora in Nicastro, appena intese quei fatti, corse a Lambíase; ed avendo in corpo la fucilomania, in cambio d'inseguire la banda di Benincasa, fece fucilare il capo della milizia urbana, signor Funano, e l’arciprete signor Grasso, tutti e due vitt me innocenti. Benincasa venne arrestato mentre dormiva nel bosco di Cassano, essendo stato tradito da un suo dipendente; fu condotto a Cosenza, ove ebbe mozzate ambe le mani senza dare un lamento, invece celiava co' suoi custodi circa la bella figura che facevano le sue braccia senza mani! Condotto in S. Giovanni in Fiore, fu appeso alle forche e mori con brutale intrepidezza.

Un tal Parafanti di Scigliano, divenuto brigante perché, compromesso co’ francesi ed inseguito ad oltranza da’ medesimi, era capo di una facinorosa comitiva armata, conducendo seco la moglie, la quale combattea con un coraggio di gran lunga superiore al suo sesso. Fu egli sorpreso nel bosco di Nicastro da’ militi, mandati da Manhes, a’ quali fece una lunga e disperata resistenza. Gli caddero morti a’ suoi fianchi quasi tutti i suoi compagni e la sua donna; ed egli resisté solo e terribile a’ suoi nemici; caddi però quando una palla di moschetto gl’infranse una gamba. Benché si supponesse morto, nessuno dei militi osava avvicinarlo; uno di costoro per l’ingordigia di spogliarlo di quanto avea addosso, si gettò sul caduto; Parafanti l'afferra con un braccio e lo stringe a sé, con l'altra mano, caccia un lungo stile, l'appunta alle spalle del suo aggressore, lo Spinge tanto furiosamente e con forza che trapassa il corpo del milite ed Ц suo...! Que’ due fieri nemici, forse senza conoscersi e senza individuali rancori, spirano bestemmiando in orrendo amplesso!

Non la finirei più se qui volessi dire la millesima parte delle immanità che perpetrarono le bande calabresi degenerate in comitive brigantesche, e più di tutto quanto di crudele e di orribilmente inumano fece Manhes per distruggere quelle bande, ed assassinare i pacifici ed innocenti cittadini. Basta dire, ch’egli, dopo di aver ricevuto cordiale ospitalità e pranzato alta tavola di qualche ricco calabrese, in odore di carbonarismo, lo facea dippoi fucilare in casa propria, alla presenza della moglie e de’ figli!

Oh! l'anima più spietata non potrebbe reggere al racconto di quelle efferatezze ed atroci delitti consumati, nel 1810 da un generalo straniero in tre nobili province di questo sventurato Reame. Per non attristare di troppo i miei benevoli lettori, giova stendere un velo sopra quelle scene da cannibali ripetendo; est Deus in Israel. Attendiamo altri pochi anni, e sentiremo rumoreggiar la sua terribile folgore per colpire gl inumani potenti che insanguinarono due secoli!

Manhes acquietò le Calabrie, come i turchi acquietarono una delle più gloriose città della Grecia moderna, Missolungi! Fu lodato e premiato da Gioacchino Murat; questo soldato re, già l’ho detto, era umano, era generoso e cavalleresco, quando però non gli si contrastava il suo regio potere. Egli, cresciuto ed abituato a' massacri de' soldati su campi di battaglia, alle stragi de' popoli di Spagna, ai dolori e all’esterminio dell'umanità, tutto ciò riguardava qual vero sgabello per salir sublime.

Carolina Murat era un agente di suo fratello Napoleone per mantenere questo Regno sotto la dipendenza della Francia; subito che si rappacificò con suo marito, ritentò la prova di escludere dagli alti impieghi e cariche que' pochissimi napoletani che ne aveano.

Gioacchino era un valoroso guerriero, già cominciava ad amare i suoi soggetti, ma non era un uomo di forti convinzioni, quindi aderì in parte alle insinuazioni della sua donna, la quale gli ripetea spesso: Nulla valere senza la compagnia de’ suoi connazionali. In conseguenza di che, si profusero ricchezze, onori ed impieghi a’ francesi residenti in questo Regno; si diedero maggiorati, baronie e terre libere a' medesimi; si conferirono titoli di duchi e di conti a varii generali e colonnelli stranieri, dandosi loro i primi posti dell’esercito, del ministero e della Corte, escludendosi tanti napoletani meritevoli. Già si parlava di ridurre a Guardia civica la truppa napoletana; per la qual cosa vi si fecero amare lagnanze ed energiche proteste, che per allora rimasero senza alcun risultato.

In occasione della nascita del figlio di Napoleone, cui egli volle dare il titolo di re di Rота, Murat si recò a Parigi, ove giunse il 3 giugno dei 1811, e ritornò subito, senza assistere al battesimo del reale infante, perché disgustato con l’imperatore. Il quale gli rinnovò la domanda degli annui due milioni e duecentoquarantamila franchi, che si era riservati nel cedere il Regno di Napoli; oltre di che, facea forti lagnanze perché il cognato non avea soddisfatto l’onorario annesso a’ sei Ducati, stabiliti nel Napoletano a vantaggio de’ francesi sue creature; e volea che si pagassero dal medesimo Murat i soldi alle truppe napoletane guerreggianti per lui nelle Spagne.

Gioacchino, quando ritornò a Napoli per far dispetto a quel despota imperatore, che lo riguardava come un semplice suo prefetto, pubblicò un decreto, col quale ordinava, che tutti gli esteri che avessero impieghi civili e militari in questo Regno, dovessero presentare in due mesi le domande per ottenere la cittadinanza napoletana, elassi i quali si considererebbero dimissionarii volontarii. Quel decreto suscitò l'ira di tutti i francesi e quella di Carolina Murat, la quale, fingendosi ammalata si ritirò in Castellammare.

I francesi, qui residenti, pretendevano di essere onorati e ben pasciuti dominando i napoletani senza rinunziare alla cittadinanza francese; visto che Murat volea fare il re davvero, molti dichiararono di non voler servire un principe che si volea rendere indipendente dalla Francia. I generali Partonneaux e Lamarque, a capo de' loro connazionali malcontenti, e sostenuti da Carolina, fecero proteste e chiassi. Dall’altra parte il decreto di Gioacchino arrecò altri inconvenienti, cioè piombarono sopra Napoli stormi di stranieri senza merito e senza occupazioni ne’ loro paesi, domandando la cittadinanza napoletana come mezzo di ottenere impieghi.

I cortegiani, che circondavano il re, andavano spacciando che costui si fosse inimicato l’imperatore perché avrebbe voluto l'indipendenza e il benessere di questo Regno; e difatti, in quel tempo, varie disposizioni pubblicò tendenti a questo scopo. Eliminò la bandiera francese, sostituendola con un’altra che chiamò nazionale ed era di color celeste, in mezzo della quale furon messe le armi di Murat, gli estremi erano adorni di una doppia bordatura a scacchiera con quadretti uguali di colore amaranto e bianco; ed ordinò che questi due colori fossero riguardati come nazionali anche nelle coccarde. Cambiò i nomi dei' corpi dell’esercito, intitolando reggimenti le legioni, i generali di divisioni tenenti generali, quelli di brigata marescialli di campo; ed emanò una legge sul sistema monetario; cose tutte che dimostravano lo spirito di volersi emancipare dalla Francia.

Murat si mostrò in quel tempo vero re nazionale, avendo eseguite varie riforme tendenti sempre ad opporsi al duro comandare del cognato. Costui, perché scaltro, tacea, avendo allora sulle braccia la terribile guerra popolare di Spagna, che lo tenea come sopra un letto di Procuste. Si limitò soltanto a schizzare un poco di veleno, pungendo Gioacchino in un messaggio diretto al corpo legislativo francese, dichiarando il real cognato negligente, perché, secondo i trattati, non avea approntati sei vascelli ed altrettante fregate. Più chiaro si spiegò in un decreto circa gl’impiegati francesi in Napoli: ecco come si esprimeva: «Considerando che il Regno di Napoli fa parte del grande impero, che il principe che regna in esso esce dalle file dell’armata francese, dichiariamo che i cittadini francesi sono di dritto cittadini delle Due Sicilie».

Giacché le Due Sicilie facevano parte del grande impero, i napoletani avrebbero dovuto godere eziandio della cittadinanza francese, col dritto di occupare gl’impieghi anche in Francia; ma ciò non si accordava da quel despota, dovendo questo Regno servirgli di comodino soltanto.

Murat, nel sentire quel messaggio, e quel decreto imperiale, andò sulle furie; non volle più far uso né del nastro né della croce della Legion di onore. Tolse al generale Granier, ligio al Bonaparte, il carico di capo delle Stato maggiore, e per la rabbia infermò, e si fece condurre, al palazzo reale del Chiatamone, oggi Hôtel Washington! Quel povere Gioacchino, nuovo re per la grazia di Napoleone, non potea tirare tanto a lungo quella opposizione contro il Giove tonante della Senna; anzi si era troppo spinto e compromesso, e la penitenza fu esemplare. In effetti, per addolcire il cognato delle manifestate utopie d’indipendenza, permise che la piazza di Gaeta fosse presidiata da’ soli francesi, adombrando questa sottomissione con far pubblicare nel Monitore Napoletano, che una formidabile spedizione anglo-sicula già correa il Mediterraneo per piombare sopra il Regno. Nessuno credette quella frottola, perché si sapea che gl'inglesi si trovavano allora occupati a guerreggiare i francesi in Ispagna e tutti sospettarono la vera causa: Carolina, considerando che i dissidii tra il marito e il fratello cominciavano a degenerare in aperta rottura, malgrado la sottomissione di Gioacchino col dar Gaeta a’ francesi, smise la superbia, e da Castellammare si recò al palazzo del Chiatamone, facendo conoscere allo sposo la falsa via in cui si era messo, e parti subito per Parigi, onde placare il gran despota. Ella, che avea tanto impero sull’animo del fratelio, lo rappacificò col marito; nonpertanto, dopo quelle quistioni di sopra accennate, la fiducia tra Napoleone e Gioacchino. non fu completa. Per togliersi la causa di altri dissidii, si stabili che i due milioni e duecentoquarantamila franchi, che l’imperatore si era riservati nel cedere questo Regno, sarebbero compensati da’ beni che Murat avea in Francia, obbligandosi di più di far costruire dodici navi maggiori, che secondo i trattati dovea approntare ne’ bisogni del cognato. La emenda di Gioacchino fu completa: egli volle sottomettersi in tutto a’ voleri di Napoleone, pubblicando un altro decreto in opposizione al primó, circa i francesi dimoranti in questo Regno, a' quali accordava la cittadinanza napoletana, senza che i medesimi avessero rinunziato a quella francese. Ad insinuazione della moglie, nominò il generale Tugny, ex-frate Cappuccino, ministro di guerra e marina, e Maghella ministro di polizia, tutti e due bene accetti al Bonaparte.

Mentre Murat facea solenne emenda per aver mostrato di volersi rendere indipendente dalla Francia, i superstiti delle vittime del general Manhes, ordirono una terribile congiura per ucciderlo; a capo della quale eravi un tal Giusto. Si vuole che que’ congiurati fossero iniziati ne’ misteri della sètta Carbonara, già introdotta in questo Regno, merce importata dagli stessi francesi; e voleano disfarsi di Gioacchino perché costui intendea regnare da sovrano assoluto, non avendo adempito alle sue promesse con attuare lo Statuto di Bayonne. Dovea egli essere ucciso quando si fosse recato alla caccia di Mondragone; e quando tutto era pronto per consumarsi il regicidio, uno de’ congiurati scoprì la congiura; perlocché furono arrestati ventotto individui, che per ordine regio vennero giudicati con forme libere e pubblicamente. Il procuratore generale avea conchiusa la sua accusa col domandare l'estremo supplizio per sette acculali, e per gli altri ventuno l'ergastolo; in quella giunse un messaggio reale che facea grazia a tutti ventotto mettendoli in assoluta libertà.

Come già ho detto di sopra, si vuole che Napoleone, quando sposò Maria Luigia d’Austria, avesse fatte delle promesse di non molestare Ferdinando IV in Sicilia. Intanto avrebbe voluto che questo sovrano l’avesse rotta con gl’inglesi; risoluzione che non potea e non dovea prendere, attese le circostanze in cui la rivoluzione l'avea ridotto.

Il gran despota non avendo trovato altri mezzi per riuscire nel suo intento, ricorse agl’intrighi per far venir meno la confidenza tra Ferdinando e l’Inghilterra, giovandosi de’ risultati. Perlocché mandò emissarii a Palermo, fingendosi disgustato con Murat, promettra indirettamente che avrebbe restituito questo regno al re legittimo, quante volte la corte siciliana si fosse mostrata ostile agli alleati' britannici.

Si assicura che la regina Maria Carolina fosse caduta in quell’agguato napoleonico, e per questa ragione l’avesse rotta con gl’inglesi. Ciò non è verosimile, attesi i talenti e la scaltrezza di quella regal donna. Ella si oppose a lord Bentinck, per un sentimento di dignità sovrana, giacché quel lord volea fare il vero re di Sicilia, usando modi volgari e prepotenze. Il certo però si è, che nel 1811, gl’inglesi cominciarono a far rappresaglie contro i Borboni di quell'isola; prima con istigare i baroni a protestare contro il dazio, messo in quell’anno, dell’uno per cento sopra ogni pagamento; poi col richiamare da Palermo Sir John Stuart, comandante generale delle truppe in Sicilia ed amico personale di Ferdinando; in fine col nominare lord Bentinck comandante quelle truppe e ministro. plenipotenziario presso il re. Bentinck si dichiarò apertamente ostile alla Corte, e riunì attorno a sé tutti i baroni malcontenti e faziosi, facendo di tutto per muovere i siciliani alla rivolta contro il legittimo principe; ma quegli isolani, avendo conosciuto lo scopo degl’inglesi e de’ langravii palermitani, sprezzarono le suggestioni di costoro.

Il marchese di Circello, allora Ministro degli affari esteri di Sicilia, diresse una nota diplomatica al plenipotenziario Bentinck, dichiarando di essere un malinteso, od un effetto di occulte macchinazioni di tristi soggetti, l'opposizione della Corte di Palermo a quella di Londra, e che re Ferdinando sarebbe stato sempre l'alleato e l'amico dell’Inghilterra. Questa dichiarazione tanto esplicita non contentò quel plenipotenziario, perché sapea non esservi in realtà alcuna opposizione dalla parte della Corte, ma egli, secondo le istruzioni del suo governo, dovea pescar nel torbido e per fini poco leali.

Il re, avendo conosciuto che a nulla valevano le ragioni per persuadere gli inglesi della sua amicizia, e che sempre più si suscitavano i baroni contro di lui, ordinò l'arresto di costoro, mandandoli in esilio in varie isole. Tra quelli aristocratici arrestali era il principe di Belmonte Ventimiglia, il principe di Villafranca, già colonnello de’ dragoni, il Principe di Jaci, già aiutante di campo del re, il principe di Villermosa Castronuovo e il duca d'Angiò. que' signori avrebbero meritato castighi più severi, conciosiaché, oltre di essere stati ingrati al loro sovrano, operando in quel modo, distruggevamo l’indipendenza della Sicilia. Eglino non capirono, о meglio non vollero capire Io scopo della rivoluzione e de’ governi ammodernati, e quindi voleano far la scimia al famoso conte Mirabeau e ad altri della nobiltà francese; buon per loro che dopo pochi anni, non tutti si ebbero il medesimo guiderdone dalla plebaglia palermitana.

All’arresto dizque’ magnati, Bentinck sperava una rivolta popolare, e i palermitani invece applaudirono la energica misura presa dal re. Per la qual cosa, pieno di rabbia, per allora altro non potè fare, che recarsi presso Ferdinando e domandar grazia pe’ suoi protetti; ma nulla ottenne; quindi gli dichiarò che sarebbe partito per Londra, onde informare il suo governo circa lo spirito pubblico della Sicilia. Diffatti, dopo pochi giorni, partì, lasciando in sua vece il generale Campbell; il quale pubblicò un manifesto che dicea: Che lord Bentinck si era recato in Inghilterra per affari di somma importanza e che sarebbero conosciuti al ritorno dello stesso.

Già in Sicilia si era sparsa la voce de’ dissensi tra l'Inghilterra e la Corte; il popolo applaudiva questa, perché avea fatto esperienza che gli inglesi opravano sempre per egoismo. Fu soppressa la Gazzetta Britannica che si stampava in Palermo, ed arrestato il direttore, che era un siciliano, perché calunniava ií re, la regina e la nazione. I messinesi già cominciavano a guardare in cagnesco la guarnigione inglese colà accantonata; e il comandante la stessa, generale Maitland, pubblicò un ordine nel quale s’intravedeva la prepotenza britannica, e la paura che avea dei siciliani. Per mettere un poco di paura fece arrestare il Capitano Andrea Rossaroll, incaricato per la polizia ed altri siciliani, quali congiuratori contro l’Inghilterra, ed in relazione col governo di Murat. Il segretario militare Taynton, in un proclama, amplificò talmente quella supposta, о meglio inventata congiura, che Rossaroll fu condannato a morte ed altri alla galera. Gl’inglesi sapeano non esistere alcuna congiura contro di loro, ma giovava inventarla per operare contro il re e contro gli affezionati sudditi di lui.

Lord Bentinck, giunto a Londra descrisse con foschi colori a quel governo lo stato anarchico della Sicilia, ed assicurò allo stesso che la Corte di Palermo sì era alleata con Napoleone. In un consiglio di Ministri britannici si stabilì, che si dovea infrenare la tracotanza di Ferdinando IV e di Maria Carolina, essendosi già fatti l'uno e l'altra giacobini — risum teneatis amici! — antisociali ed usurpatori; e che l'Inghilterra, avendo somministrati i mezzi per la difesa della Sicilia si reputava la vera proprietaria della stessa. In conseguenza di che si diè ordine a Lord Bentinck di ritornare a Palermo, ed operare in conformità a quanto area deciso quel consiglio di ministri. I quali ridevano sotto i baffi a causa delle supposte accuse lanciate contro il re Ferdinando, sapendo di non meritarle, ma che giovava farle credere, per effettuare i loro malvagi piani.

L’imbeccata fu data a’ giornali di Londra, i quali eruttarono vituperii contro i Borboni di Palermo; e nel nominare Napoleone, lo designavano chiamandolo: il prediletto nipote di Maria Carolina d’Austria; mentre il Bonaparte chiamava quella regina Fredegonda (34).

Lord Bentinck, appena giunse a Palermo, si presentò al re, e con audacia chiese il richiamo de’ baroni esiliati; inoltre volle che si attuasse un’altra forma di governo, per calmare, egli dicea, la spirito pubblico, un ministero siciliano da lui scelto, che le truppe siciliane fossero anche messe sotto il suo comando, ed infine l'allontanamento dagli affari della regina Maria Carolina. Era tutto ciò una vera esautorazione dell'autorità di quel sovrano! Il quale non potendo lottare non la prepotenza brittannica per salvare la sua regia dignità, il 16 gennaio 1812, pubblicò un decreto col quale affidava il governo di Sicilia a suo figlio, il principe ereditario, conferendogli il titolo di vicario del Regno; egli, insieme alla regina, si ritirò in Termini, dichiarandosi malsano in salute. In seguito andò ad abitare alla casina reale della Ficuzza presso Corleone, e Maria Carolina a Santa Margherita nella parte meridionale dell’Isola; dippoi si avvicinò a Castelvetrano in compagnia del figlio, il principe D. Leopoldo. Varii libri si stamparono circa la persecuzione degl’inglesi a danno di quell’augusta donna; si descrissero peregrinazioni di costei, s'inventarono intrighi ed episodii, tutto roba da romanzo.

Il più ingrato e turpe congiurato contro la real famiglia, era lo stesso genero del re, Luigi Filippo d’Orleans, rifugiato in Palermo e bene accolto dalla Corte. Egli intrigava, con l’aiuto inglese, a danno de’ suoi congiunti, sperando di far proclamare re il piccolo Ferdinando, figlio del principe ereditario, ed egli farla da reggente della Sicilia; simili manovre orléaniste durano da più di due secoli.

Lord Bentinck ottenne tutto quello che volle dal vicario: si revocò l’ordine di esilio contro i baroni e il decreto della tassa dell’uno per cento sopra tutti i pagamenti, che era stato il pretesto delle iré britanniche. Si sciolse l’antico ministero, e. fecero parte del nuovo i rimpatriati baroni. Belmonte si ebbe il ministero degli affari esteri; Villermosa quello delle finanze ed Jaci quello di guerra e. marina. Bentinck si fece dichiarare capitan generale; il suo primo atto di potere fu quello di fare occupare Palermo dalle truppe inglesi.

Mentre la capitale della Sicilia era occupata militarmente da un esercito straniero, il 10 luglio 1812, si convocò il Parlamento siciliano per chiedere al re uno Statuto politico niente nazionale, invece tutto inglese; perché i cosi detti liberali nulla credono perfetto se non il fango che ci viene importato dalla Senna о dal Tamigi, ed oggi più di tutto dalla Sprea. Gli italiani dell’Italia centrale e meridionale, che sono stati sempre i maestri delle altre nazioni di Europa, oggi pel servilismo settario, son divenuti gli umili discepoli di quelli stessi popoli che incivilirono con le leggi, con le scienze, con le belle arti, e più di tutto con la religione cattolica. Perché i nostri settarii hanno in corpo la Straniomanìa, e l'odio contro la religione di Gesù Cristo, ci han regalato leggi, istituzioni, tasse ecc. niente conformi a' nostri costumi, all’indole nostra, a’ nostri bisogni economici e morali. Ê questa la ragione per la quale i governi ammodernati, han ridotto il popolo, e le altre classi della società, meno dei monopolisti, alla miseria e alla disperazione.

Invece di regalare a’ siciliani la costituzione brittannica, si avrebbe potuto lor mantener quella che possedea quell’isola fin da quando si fondò la monarchia dalle Due Sicilie; ed era quella costituzione, nel giusto senso liberalissima, e non già esiziale a' popoli come le moderne. Per dimostrare co’ fatti quanto sono insipienti e di malafede i liberali moderni, voglio qui accennare per sommi capi le basi dell’antica costituzione politica della Sicilia; acciò se ne faccia un confronto con le moderne, e si vedrà che i nostri politici, informati a' principii dell’89, altro non han fatto che progredire nel male, cioè che le loro costituzioni giovano a’ pochi, e son or la burla ed or la disperazione del popolo sovrano.

Il parlamento siciliano si componea di tre Camere dette Bracci, cioè camera de’ baroni, quella de' prelati e l'altra de' deputati; si apriva dal re о dal viceré ogni tre anni — almeno non si sentivano continue ciarle e scandali! — Salvo in casi straordinarii, nei quali veniva aperto due volte all’anno. Il re, о il viceré esponeva per mezzo del protonotaro i bisogni dello Stato, e domandava le somme necessarie alle spese de' differenti rami dell'amministrazione nell’intervallo da un Parlamento all'altro. Domandava eziandio una somma pe’ bisogni del sovrano, a titolo di donativo quasi che fosse, come di fatto era, un atto di generosità della nazione, e non un dovere: la somma del donativo, la stabiliva il Parlamento, secondo le circostanze.

Il medesimo Parlamento approvava о rigettava le proposte del re; nel caso che concedeva le somme domandate, prescriveva il modo d’imporre le tasse, e distribuirle secondo la ricchezza ed il commercio delle province. Per ogni altro bisogno riguardante, l’amministrazione dello Stato, il Parlamento facea le proposte, le discuteva e poi le presentava alla sanzione sovrana. Il re potea rigettarle о modificarle fino ad un certo punto, e quando vi apponeva la formola Placet Regiae Majestati, aveano forza di legge, e non poteano essere derogate о modificate, se non che dall’Assemblea nazionale. Pria di sciogliersi il Parlamento, lo stesso sceglieva una Deputazione del Regno, composta di 12 membri, cioè quattro per ogni Camera, che formavano, il Comitato permanente del medesimo Parlamento, duraturo per tutto l'intervallo delle vacanza parlamentari. Quel Comitato esercitava in dritto ed in fatto una parte la più interessante del potere esecutivo, ed avea il dritto d'impedire qualunque ordinanza, о decreto del re, che fosse stato contrario alle franchigie ed ai dritti della nazione. Dippiù sopraintendeva alla riscossione e ripartizione delle tasse per risultare eque secondo le circostanze e le possibilità locali; pagava i debiti dello Stato, è teneva l'occhio vigilante sopra ogni stabilimento di proprietà nazionale. Era in fine proibito fare alcuna levata di truppe senza il consentimento di quel Comitato permanente; di modo che il dritto che avea il sovrano di far la guerra era limitatissimo.

Eravi poi il tremendo magistrato di Sindacatura, istituito dal re Martino, che garentìva alle popolazioni la retta amministrazione. della giustizia; il giudizio dell’esame e della condotta di qualunque impiegato о magistrato stava nelle mani de' Sindaci, tutti uomini di legge; i quali, come tanti tribuni della plebe, ricevevano le accuse di qualunque individuo contro gFimpiegati о magistrati; e gli esami si faceano con tanta severità, che il Parlamento fu obbligato mitigarne il rigore. Ai lettori lascio dì fare i commenti alla siciliana costituzione ed il confronto della stessa con quelle ammodernate (35).

Il popolo siciliano si dichiarò avverso alla nuova costituzione all’inglese, perché troppo aristocratica e perché voluta da Bentinck’, dal quale si aspettava qualche tranello a danno dell’indipendenza dell’Isola. Dopo che fu riunito il Parlamento in Palermo, non essendo £îû di alcun vantaggio a’ fini di Bentinck, costui lo fece sciogliere, senza aver conchiuso cosa alcuna d’interessante.


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CAPITOLO XXIV

SOMMARIO

Napoleone sì prepara a fiaccare la potenza russa. Spedizione di Russia. Prodezze di Murat. L’esercito francese si ritira, soffrendo inauditi disastri. Murat ritorna a Napoli. Altri serii disgusti tra lui e Napoleone. Pratiche tra Murat e lord Bentinck. Murat parte per la Germania e combatte pe’ francesi. Dopo i rovesci di quella guerra ritorna a Napoli. Vuol farsi re d’Italia Spedisce truppe tra Roma è Bologna.

Napoleone, nel 1812, avea raggiunto l’apice della sua potenza; i suoi più ambiziosi desiderio sarebbero stati soddisfatti, se fosse Stato un uomo da contentarsi pel momento di quello sterminato dominio che avea acquistato. Egli dominava piùdi mezza Europa; i suoi eserciti si estendevano dagli estremi confini della Prussia del Nord alla Dalmazia meridionale, dal Danubio al Tago. Avea creato sovrani i suoi fratelli, le sue sorelle, i suoi compagni d’armi ed anche i suoi servitori. Desiderò il divorzio con una donna, che era stata il principio della sua fortuna, e l'ottenne; volle contaminare una figlia de’ Cesari della Germania, e gli fu concesso; desiderava un erede, e gli fu largito; tutto, tutto avea ottenuto quell’uomo straordinario, e non era contento. Condizione fatale de' traviati figli della colpa!

Oh, i fulmini del Vaticano lo spingevano alla rovina! Napoleone, in tanta potenza e gloria militare, era avvelenato dal pensiero di non avere sottomessa l’Inghilterra e resa serva la Russia; questo colosso continentale intorbidava i suoi sogni di maggior gloria e potenza. Il trattato di Tilsitt più non lo soddisfaceva, l’avea tante volte violato, malgrado che fosse stato tutto a lui favorevole; desiderava nondimeno cancellarlo con la punta della sua spada, e rendersi padrone di tutto il continente europeo. Avrebbe voluto impossessarsi delle Indie inglesi per fiaccare la potenza brittannica, togliendole il commercio, giacché non potea invaderla con piombare, sopra Londra, vietandolo la inesorabile natura, con mettere tra lui e la sua eterna rivale 18 miglia di un elemento a lui sempre contrario, il Passo di Calais! Dall’altra parte, la Russia, istigata dall’Inghilterra, e perché sospettosa della sterminata potenza ed ambizione del Bonaparte, si preparava alla difesa con rapidi e maravigliosi armamenti. Risoluti i due imperatori a venire ad una lotta gigantesca, cominciarono dapprincipio a contendere tra loro circa fatti о pretesti di poca importanza, per giungere ad una aperta rottura, che era il vero, scopo di quelle puerili contese, le quali occulta vano il desiderio di distruggersi l’un l’altro, non potendo tutti e due vivere più insieme sul vasto continente europeo.

Il primo e più serio disgusto tra la Francia e la Russia si manifestò in Napoli il di 1° gennaio 1812, in occasione del ricevimento fatto da re Gioacchino dei ministri esteri. Quello di Russia e l’altro di Francia vennero a contesa, chi di loro il primo dovesse presentare gli omaggi a quel sovrano; e' costui fu costretto ad intervenire per acquietare i due contendenti, lodando il loro zelo senza però dar ragione о torto all’uno о al l'altro. Quella contesa fu causa di un duello tra quei due ministri, eseguito nel tempio di Serapide in Pozzuoli. L’imperatore Alessandro, per allora, dichiarò personale quella contesa, e richiamò a Pietroburgo il suo ministro residente in Napoli; ma da quel momento i due imperatori si prepararono apertamente alla gran lotta.

Non è mio compito narrare i fatti che precedettero la totale rottura dell’apparente amicizia di Napoleone e di Alessandro; dirò soltanto, e con rapido cenno, la parte che prese questo Regno e Gioacchino Murat nella guerra contro la Russia.

Gioacchino fu invitato dal suo imperial cognato a comandare trentamila cavalieri in quella guerra; esitò dapprima ad accettare l'invito a causa de’ disgusti avuti con Napoleone, ma spinto dal suo genio guerriero, si recò in Francia conducendo secolui dodicimila soldati napoletani e giunse in Fontainebleau il 4 maggio. In Napoli lasciò reggente la moglie.

L’esercito francese, coadiuvato da polacchi, prussiani, tedeschi di tutta la Germania, spagnuoli ed italiani, si avanzò contro la Russia; ebbe da Napoleone il nome di grande armata. Gli eserciti russi accampavano sulla estrema frontiera dell’Ovest, di contro stava l’oste napoleonica; il re di Napoli marciava all’avanguardia. La figura storica di Gioacchino Murat, nella guerra di Russia, è attraente e sublime; quei soldato re era sempre il primo ad attaccare il nemico e con uno slancio maraviglioso; del pari nella ritirata trovandosi in retroguardia, era sempre alle prese co’ cosacchi. Le prodezze di Murat in tutti i combattimenti ebbero del maraviglioso; egli non ebbe rivali; lo stesso Napoleone, benché lodasse poco, ed in quel tempo poco benevolo col cognato, nel bollettino XXVI della guerra scrisse: «Il re di Napoli in questa battaglia ha mostrato, quel che possono la presenza di spirito, il valore e l'abitudine della guerra. In tutta la campagna di Russia, questo principe si è dimostrato degno del supremo grado di re.»

Il 12 giugno del 1812, Murat fu il primo a valicare il fiume Niemen, assaltò la città di Vilna e la prese. Il nemico fuggì ed egli lo perseguitò con la cavalleria; espugnò Witesk, indi si avanzò sopra Smolensko incendiata e disertata da' russi. Costoro si ritirarono distruggendo paesi e città, lasciando un deserto sulla marcia de’ francesi.

Gioacchino era di opinione di arrestare quella marcia a Smolensko, perché si approssimava la stagione invernale, e proseguir poi le operazioni guerresche nella primavera. Napoleone fu di contrario parere, volle proseguire la guerra, sperando nella pace dopo una definitiva battaglia. Per la qual cosa, il re di Napoli si avanzò sopra Viazma e la prese; si spinse sulle sponde della Moskowa, ove ebbe luogo una sanguinosa battaglia con grave danno de’ russi; il 7 settembre, intrepido e valoroso, inseguì il nemico fin sulla Nura, a venti leghe lontano da Mosca.

Allora sorse speranza di pace, Napoleone si lusingava venire a patti con l'imperatore Alessandro, ma questi aspettava l’inverno per conquiderlo. Passarono 13 giorni senza combattimenti; nel quale tempo Mosca fu incendiata dallo stesso, governatore Rostopchin. I francesi entrarono in quella un di florida città, antica capitale dell’impero moscovita e trovarono un mucchio di cenere.

Intanto l'inverno si avanzava, anticipando i rigori del freddo; Napoleone ordinò la ritirata, e da quel momento cominciarono i terribili rovesci del suo esercito. L’ultima battaglia combattuta con vantaggio de’ francesi fu quella di Voronoswo, ed ivi morì Dury, amico di Murat e sposo di nobile signora napoletana.

Gioacchino fu prode, fu grande anché nella disastrosa ritirata della Russia; e siccome era stato il primo nella marcia in avanti, rimase alla retroguardia per arginare quel torrente di russi e di cosacchi che perseguitava quel disgraziato esercito francese mentre ritiravasi.

L’inverno inacerbiva, il termometro scese 18 gradi sotto lo zero e poi si abbassò sino a 27; in una sola notte morirono trentamila cavalli della grande armata, ridotta a grande cimitero; gli equipaggi, L’artiglieria ed il tesoro furono abbandonati. Dapprincipio marciavano a piedi i cavalieri, in seguito i colonnelli e i generali, tutti nudi, digiuni ed assiderati dal freddo; perlocché lor caddero le armi dalle mani.... (36) Spari l'ordine, la confusione divenne generale; nessuno comandava о pensava a’ bisogni del soldato; ognuno badava a mitigare le proprie sventure, ed a salvarsi la vita in qualunque modo. Pochi cosacchi faceano prigioniere intiere divisioni francesi senza la minima resistenza.

Si riunì una legione detta sacra, perché facea la guardia all’imperatore ed era com posta di generali. Varii atti di egoismo si raccontano del Bonaparte in quella disastrosa ritirata, e basterebbero per definirlo il più tristo de’ tiranni, l'uomo senza umanità e senza cuore.

Il danno maggiore, la grande armata lo soffrì al passaggio del fiume della Beresina, ove i francesi e gli altri eserciti alleati perirono a migliaia, parte sotto il ferro e parte sotto il piombo cosacco ed altri annegati in quel fiume.

Al passaggio della Beresina, un pezzo di ghiaccio, trasportato dalla corrente, rovesciò e sommerse una zattera improvvisata, su della quale eransi agglomerati oltre a sessanta persone di differenti corpi e varii gradi. Tutti perirono, ed a molti che tentarono salvarsi nuotando, alcuni pezzi di ghiaccio, a guisa di affilata mannaia, recideva il collo. Un solo di que' naufraghi visse, ed ancor vive, ed è di queste nostre contrade, il quale or vecchissimo piange e si esalta al racconto di quelle sventure. Le reliquie di quella florida grande armata furono inseguite al di la della Beresina; e quegli infelici soldati, vittima dell'ambizione e dell’egoismo napoleonico, trovarono, dietro l’Oder, cibo per isfamarsi ed un corpo di esercito francese, che arrestò l’avanzarsi dei cosacchi.

Il 5 dicembre, quando ancora sul Niemen si combattea, Napoleone, muovendo per Parigi, lasciò suo luogotenente Gioacchino Murat. Questi, dopo di aver dato riparo alla defezione del generale Iorek, comandante le truppe prussiane, e dopo di avere condotto gli avanzi della grande armata in luoghi comodi e sicuri dalle sorprese de’ russi, il 20 gennaio, depose il comando nelle mani del viceré di Italia, Eugenio Beauharnais, e parti per Napoli, facendosi seguire da’ pochi soldati napoletani rimasti in vita dopo quella memoranda catastrofe militare.

Taluni storici han censurato Murat, perché abbandonò l'esercito francese e mosse per Napoli; trovo appassionate ed ingiuste quelle censure о accuse. La sua presenza non era più necessaria in quell’esercito ed i suoi interessi lo chiamavano in questo Regno; il primo esempio l'avea dato lo stesso Napoleone coll'abbandonare i suoi soldati quando ancora combatteano contro i russi, e quella precipitosa sua partenza per Parigi, fu causa della defezione de’ prussiani e di altre catastrofi. Se il Bonaparte avea interesse di ritornar subito a Parigi, anche Murat ne avea per ritornare a Napoli; quindi non sò con quanta buonafede si è voluto censurât costui per avere lasciato in luoghi sicuri le reliquie della grande armata. La quale, nello stato in cui si trovava nel momento della partenza di Gioacchino, non avea più bisognò di grandi capitani, ma di panni, pane e medici.

Quando Bonaparte intese la partenza di Murat per Napoli, obliando il valore ed i servizii del cognato, lo fece censurare, acremente dal Giornale ufficiale di Parigi, non tralasciando, per maggior vendetta, di far lodare il viceré d’Italia. Ferita terribile all’orgoglio di Gioacchino, il quale si credette sempre ed ingiustamente meno stimato di quel viceré.

Napoleone non contento di quella pubblica vendetta, credendosi in dritto di vituperare i compagni della sua gloria, scrisse una lettera a sua sorella Carolina piena d’ingiurie contro Gioacchino, chiamandolo, mancatore, ingrato, inetto alla politica, più debole di un monaco о di una femminuccia, fuori i campi di battaglia, indegno del suo parentado, degno per le sue macchinazioni di pubblico castigo. Non contento ancora di queste contumelie e minacce, scrisse un’altra lettera allo stesso Murat, e con la seguente conchiusione: «Il titolo di re v’ha fatto girar la testa, se desiderate conservarlo, conducetevi bene».

Murat, indignato per quegl’insulti, scrisse a Napoleone la seguente lettera, che gli fece giungere con persona sicura:

«Sire! la ferita al mio onore, è già fatta, non è in potere di V. M. il medicarla. Voi avete ingiuriato un antico compagno d’armi, fedele a voi ne’ vostri pericoli, non piccolo mezzo delle vostre vittorie, sostegno della vostra grandezza, rianimatore del vostro smarrito coraggio il giorno 18 Brumaio. Quando si ha l’onore, Ella dice, di appartenete alla sua illustre famiglia, nulla debbe farsi che ne arrischi l'interesse о ne adombri lo splendore. Ed io, Sire, le dico in risposta, che la sua famiglia ha ricevuto da me tanto onore quanto ne ha dato collegandomi in matrimonio alla Carolina. Mille volte, benché io sia re, sospiro i tempi in cui, essendo Semplice uffiziale, io aveva superiori e non padroni. Divenuto re, ma in questo grado supremo tiranneggiato da V. M. e dominato in famiglia, ho sentito più che mai bisogno d’indipendenza e sete di libertà. Cosi Voi affliggete, così sacrificate a vostro sospetto gli uomini più fidi a voi, e che meglio vi hanno servito nello stupendo cammino della vostra gloria. Cosi Fouché fu immolato a Savary, Talleyrand a Champagny, questi a Bassano, e Murat a Beauharnais, che presso di voi ha il solo merito della muta obbedienza, e l’altro più gradito, perché più servile, di avere lietamente annunziato al Senato, di Francia il ripudio di sua madre. Da quanto ho detto di V. M. e di me, deriva che la scambievole fiducia è alterata. Ella farà ciò ché più le aggrada, ma qualunque siano i suoi torti, io sono ancora suo fratello e fedel cognato — Gioacchino Murat.»

Dopo che mandò quella lettera, supponendo terribile lo sdegno del gran despota, si preparò alla difesa; la moglie però fece da paciera, e Napoleone finse placarsi, perché si trovava in una posizione difficile dopo la ritirata dalla Russia, e non potea farsi nemico aperto il valoroso Gioacchino Murat, re di Napoli.

Napoleone erasi creati molti nemici implacabili e personali, a causa de’ suoi modi tirannici e poco civili, che usava con personaggi distintissimi; facea pubblicare contumelie nel Monitore di Parigi, attaccando la vita privata di Lord Castelreagh, del conte Stadion, del barone Sterni, della regina di Prussia, di Maria Carolina d’Austria ed altri. Non pochi di costoro si ricordarono poi nel primo e secondo trattato di Parigi, e gli resero brutti servizii. Quell’uomo di genio sui campi di battaglia, era poi il. più ruvido ed insultante nelle conversazioni; usava parole ed atteggiamenti indecentissimi; varie volte insultò con parole villane Metternich, madama di Stael e la sventurata regina di Prussia. Lo storico Capefigue, nel suo Consolato e l’Impero, raccolta degli aneddoti che sembrerebbero inverosimili se non fossero confermati d’altri scrittori. Napoleone non risparmiava de' suoi plateali insulti nemmeno la povera vittima, la sua seconda moglie, Maria Luigia d’Austria, oprando verso costei alla soldatesca, non esclusa la prima volta che la conobbe...

Murat avea scritto all’imperiale cognato che la ferita al suo onore era fatta ed insanabile; a questa esacerbazione dell’animo suo si aggiunse l'ambizione per farlo rivoltare contro la sua madre patria, la Francia. Varii cortegiani gli fecero capire facile la riunione dell'Italia sotto il sao scettro, ma che fosse stato necessario avere amica l'Inghilterra. Dopo di essere stato contrastato dal rimorso di ribellarsi alla Francia e dall’ambizione di farsi re d’Italia, la vinse quest’ultimo sentimento tanto predominante in quell'uomo di forte braccio ma di poca levatura in affari di politica. Per la qual cosa apri pratiche con Lord Bentinck; e costui, per allontanarlo da Napoleone aderì a quanto desiderava; col patto però di rinunziare al possesso della Sicilia, di dare in pegno la piazza di Gaeta, e di es sere coadiuvato da venticinquemila inglesi per cacciare i francesi dall’Italia. Queste condizioni sembrarono troppo dure a Gioacchino, maggiormente le due ultime; dare in pegno la principale fortezza del Regno ad una potenza come l'Inghilterra, sarebbe stata una risoluzione pericolosa; pericolosissima çoi guerreggiare a fianco di venticinquemila, inglesi, che gli avrebbero potuto fare qualche brutto tiro. Non pertanto quella povera testa di Murat, esaltata dall'ambizione di un grande diadema, poco rifletteva a questi ed altri pericoli a cui andava incontro.

Gioacchino, dopo di avere consultati coloro che erano del suo parere, mandò a Ronza, ove si teneano que’ conciliaboli, altro segreto ambasciatore con la missione di ottenere altre migliori condizioni, e nel caso contrario,. che cedesse a quelle volute da Bentinck. Questi non volle cedere in nulla e si convenne sopra le condizioni già annunziate; dopo di che spedi, a Londra una nave per ottenere la sanzione del trattato suddetto. Intanto Murat era sempre agitato da' suoi rimorsi e dalla sua ambizione; per principii e rimembranze era amico di Bonaparte, per lunga abitudine nemico degl’inglesi, per natura ambizioso e precipitoso. Quindi or si rimproverava le sue macchinazioni che ordiva contro la Francia e contro il suo antico compagno d’armi, suo duce e benefattore; or si entusiasmava all’idea della corona italica, or temeva l'amicizia dell’infida Albione; e il suo cuore sanguinava al pensiero che avesse dovuto combattere a fianco degl’inglesi, contro i suoi antichi compagni d'armi; egli francese contro i francesi! Napoleone, perché avea bisogno del cognato nella nuova guerra che andava ad intraprendere, e forse in sospetto che costui congiurava a danno suo, si finse totalmente placato mercé le lettere a lui scritte dalla sorella Carolina e lo invitò per comandare la cavalleria. Il maresciallo Ney e Fouché scrissero lettere lusinghiere a Murat, tra le altre cose gli diceano, che la cavalleria lo chiamava a grandi grida, e che forse sarebbe egli il salvatore della Francia. Gioacchino, abbagliato di quelle lodi, e fiacco sempre nelle sue risoluzioni, si reputò un nuovo Achille nell’isola di Sciro, e vergognoso di rimaner nell’ozio, quando tutta l’Europa correa alle armi, si decise e parti per Francia, lasciando incaricata la moglie di continuare le trattatile con lord Bentick, la quale finse di accettare. Il nobile lord, avendo saputo la partenza di Murat nel campo francese, rimase corrucciato, e non parlò più delle trattative di Ponza.

Gioacchino raggiunse Napoleone a Dresda e fu ricevuto cordialmente; il comune pericolo sopiva i loro odii. Già la stella napoleonica cominciava ad ecclissarsi, dopo di avere mandata una luce funesta sopra l’Europa; la grande armata, che avea vinto ad Austerlitz a Jena ed Averstaedt, era stata distrutta dai geli della Russia, dalla fame e dal ferro cosacco (37). La Francia era sazia di gloria militare, e desiderava la pace a qualunque costo, i suoi generali, fatti nobili e ricchi, voleano tranquillamente godersi quello che aveano acquistato. Dall’altra parte, i rivoluzionarii di tutta Europa desideravano sbarazzarsi di colui che l’avea traditi e perseguitati, dopo di avere raccolta quella eredità che essi aveano acquistata con tante congiure, con fiumi di sangue, con inauditi tradimenti ed infamie. Gli studenti della Germania, guidati da’ loro precettori, si armarono e prendendo, i colori dell’amata ed oltraggiata regina di Prussia, scesero in campo per combattere il leone della Senna, che non giudicarono più invincibile. Dalla Russia scendevano torrenti di armati, l’imperatore Alessandro I era deciso combattere ad oltranza il. suo amico di Tilsitt e del Niemen. La Prussia, Ta più di tutti umiliata a Jena ed a Averstaedt, poderosa scendea in campo, per combattere colui che l’avea spogliata ed oppressa. L’Austria, da mediatrice armata, aspettava il momento propizio per vendicare il bombardamento di Vienna e la vergognosa pace d’Altenburg, ove fa sacrificata una arciduchessa dell’imperiale famiglia. Tutti gli altri Stati di Germania, ad eccezione del re di Sassonia, aspettavano il momento favorevole per rivolgere le armi contro il cosi detto protettore della Confederazione del Reno. La stessa Svezia, ove regnava un principe francese — il generale Bernadotte — salito sopra quel trono col favore delle armi della sua patria, abbracciò il partito della generale riscossa; e tutti erano guidati del desio di vendetta e dall'amore dell’indipendenza.

A quel torrente d’armi e di armati di varie lingue, il gran capitano, l’oppressore dell’Europa, altro non potea opporre che trecentomila uomini, levati in fretta, e la maggior parte giovanetti sotto i venti anni; i terribili granatieri della Guardia, dai baffi irsuti, aveano trovata la tomba ne’ geli della Russia! Nonpertanto i francesi vinsero a Lutzen, a Bautzen e Wörtchen, avanzandosi fino all’Oder; ivi trovarono quel terribile Basta?

imposto da colui, che con un semplice atto di volontà precipitò negli eterni abissi innumerevoli angeli ribelli.

Murat, alla testa della cavalleria, fece prodigi di valore, coprendosi dell’ultima gloria militare, foriera de’ suoi grandi infortunii. I francesi erano sempre assaliti da forze superiori e fresche, perlocché cominciarono i rovesci ad onta della strategia napoleonica e del valore e dell’accortezza di Murat, di Ney e di Saint Cyr. L’esercito francese retrocedette á Dresda, per abbandonarla dopo poco tempo, ripiegando sopra Lipsia ove fu assalito dagli alleati e quasi disfatto.

Quando Gioacchino Murat vide l’imperiale cognato ridotto dentro i confini della Francia, e minacciato di perdere anche il dominio di questa, giudicò opportuno il momento per ritornare a Napoli e ricominciare le interrotte negoziazioni con l’Inghilterra per farsi re d’Italia.

Che disgrazia! un uomo tanto accorto e valoroso su’ campi di battaglia, posseder ei poco cervello in fatto di politica. Si accomiatò da Napoleone, e fu l'ultima volta che si videro, promettendo che sarebbe tornato in suo soccorso con altre truppe napoletane, e partì per Napoli, ove giunse il 5 novembre. Passando per Lodi e per Milano, si abboccò con i capi di coloro che voleano riunire l’Italia sotto un sol sovrano; i quali gli proposero di mettersi alla testa del movimento unitario essendo propizio il tempo. Eglino, diceano che trovandosi i francesi e gli austriaci occupati a combattere sul Reno, altro non mancava che un uomo illustre ed audace per rompere le barriere de’ diversi Stati della Penisola, la quale era già riunita moralmente, avendo interessi e leggi eguali dalle Alpi all’estrema Calabria. Murat, facile a farsi illudere dalla sua indomabile ambizione, ritenne l’affare per fatto; appena giunse a Napoli, spedi un ambasciatore a lord Bentinck, cui mandò in dono una ricca spada, e lo invitò a proseguire le cominciate pratiche di alleanza; costui accettò il dono, ma non volle più sentir parlare di progetti murattiani.

Gioacchino Murat, nel 1813 e 14, si mostrò l'uomo il più doppio e fedifrago; difatti mentre facea di tutto per ¡stringer lega con l'Inghilterra e quindi con l'Austria, spediva truppe tra Roma e Bologna per congiungersi alle altre che ritornavano dalla Germania, onde far guerra al viceré d’Italia; intanto facea sentire a Napoleone che quelle sue truppe servivano per assalire l'Austria. Al viceré, Eugenio Beauharnais facea progetti per dividersi l'Italia, staccandosi dal Bonaparte, e facendo guerra agli austriaci per conto proprio. Tutte queste male arti, le chiamava sapienza di Regno, politica necessaria allo stato in cui si trovava l'Europa; vedremo tra non guari qual frutto ne raccolse. Beauharnais si era negato di allearsi con l'Austria, la quale gli avea promesso riconoscerlo re d'Italia ma quando vide vacillante la potenza napoleonica, tentò di farsi proclamare re dagli stessi italiani. Costoro; sebbene l'amassero pel suo temperamento dolce, non voleano però affidarsi a lui, perché ritenevano che avrebbe fatto sempre gl'interessi della Francia; per la qual cosa i caporioni dell’unitarismo si decisero gettarsi dalla parte di Murat.

Mentre quest’intrighi accadevano tra i due principi francesi, gli alleati aveano disposto che l'Austria mandasse un. forte esercito, comandato dal generale Hiller a' confini dell'Italia, cioè dalla parte dell’Isonzo e del. Tagliamento; che gl’inglesi, riuniti in Malta, attaccassero i francesi nella Dalmazia e nell’Illiria; quelli stanziati in Palermo, uniti alle. truppe siciliane, sbarcassero sul littorale della Toscana; gli altri guerreggianti in Ispagna andassero a congiungersi col generale lord Wellington, che già era penetrato in Francia. D’altra parte, conoscendo la vanità di Murat, i suoi fini ambiziosi e le sue titubanze, per non averlo contrario, lo invitarono ad unirsi con loro.

Murat, oltre delle truppe che avea mandate tra Roma e Bologna, sotto gli ordini del generale Pignatelli Strongoli, spedi altre due divisioni guidate dal generale Carascosa. Questi fu ricevuto con apparente amicizia dal generale Miollis, comandante la soldatesca francese. Altra divisione, sotto gli ordini del generalo d’Ambrosio la mandò alla volta di Ancona; ed essendo entrata in quella città, il comandante francese Barbou, avvertito dal viceré di stare in guardia su’ movimenti dei napoletani, si chiuse nella Cittadella con mille e cinquecento uomini che avea e vi si fortificò. I generali comandanti le divisioni napoletane non aveano istruzioni precise da Murat, quindi non sapeano, se avessero dovuto combattere contro gli austriaci о contro i francesi, perlocché destarono i sospetti e la diffidenza degli uni e degli altri.


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CAPITOLO XXV

SOMMARIO

Lord Bentinck usa altre maggiori violenze contro la Corte di Palermo. La regina Maria Carolina è cacciata da Sicilia per ordine di Bentinck, suo penoso viaggio per l’Austria, ove muore. Parlamento Siciliano e risultati dello stesso Murat si decide a far guerra contro i francesi. Sue incertezze e suoi combattimenti nell’alta Italia. Abdicazione di Napoleone. OH anglo-siculi nel Genovesato.

Per uniformare questa narrazione secondo i tempi in cui succedettero gli avvenimenti, e per meglio intenderne le cause che li produssero, è necessario ritornare un poco indietro.

Come già si è accennato di sopra, il Parlamento siciliano si apri il 12 luglio 1812 con l'intervento del principe ereditario, in qualità di vicario del re suo padre. Quasi tutta la nazione siciliana abborriva una Costituzione all’inglese, direi ottima nelle sue basi in quanto alla divisione de’ poteri dello Stato, alla ripartizione de’ tributi e alla libertà della stampa. Tutto ciò è ottimo in teoria, cioè simile alla repubblica di Platone; in fatto poi si fece e si prosegue a fare una trista esperienza, maggiormente per noi italiani; e più di tutto poiché gli ordini rappresentativi sono manipolati da uomini che non agognano il bene generale, ma quello di un partito, coalizzato a danno de’ popoli. Oltre di che, quella Costituzione largita a' siciliani dall’inglese lord Bentinck, pe’ suoi fini poco onesti, in nulla restringeva i poteri feudali; si fingeva abolire la feudalità e la si lasciava negli usi e ne’ possessi, e fu questa una malizia inglese bene accetta a’ liberaloni della nobiltà siciliana. La quale avea voluto quella Costituzione aristocratica, non già pel "vantaggio del popolo, ma per restringere i poteri sovrani ed allargare i proprii; credendo che cosi avrebbe potuto meglio dispotizzare ad onta del sovrano. Imbecilli! pretendeano libertà e larghi poteri per essi a danno del popolo e del legittimo principe sotto il dominio di un prepotente straniero! In effetti i risultati furono che costui oppresse tutti, cioè i democratici, gli aristocratici e la corte. Quello statuto all'inglese venne presentato al re e questi, per evitare mali peggiori lo sanzionò con decreto del 10 agosto del medesimo anno 1812.

Re Ferdinando, conoscendo cambiate le condizioni dell’Europa, e perché migliorato in salute, si determinò ripigliare il regio potere; il 9 marzo 1813, improvvisamente si recò a Palermo, e dichiarò fa sua volontà al figlio, vicario del Regno ed a’ ministri; dopo di che si mise in esercizio della sua sovranità. Lord Bentinck, sbalordito da quel repentino cambiamento, si tacque per allora; fatti dippoi meglio i suoi calcoli, finse supporre essere quello un intrigo della regina. Carolina. Perlocché si mostrò adirato, e fece occupar Palermo militarmente da dodicimila inglesi come città nemica, arrecando disagio e terrore a tutt'i cittadini.

Il re chiese spiegazioni per quell'apparato di forze straniere, e Bentinck ironicamente risposegli, che festeggiava la ricuperata salute del sovrano. Quel prepotente inglese si era deciso far violenza allo stesso re per ottenere quanto desiderava; ma, con tutti i suoi dodicimila soldati, vedendo l'atteggiamento del popolo, temea venire a vie di fatto. Sul finire di marzo, Ferdinando si ritirò alla villa della Favorita, e Bentinck gli fece circondare il palazzo dalla sua soldatesca, intimandogli che abdicasse assolutamente la corona. Però nulla ottenne, poiché il re consigliato da' suoi fedeli, e con più calore dal duca di Sangro, estimatore del regio decoro e dell'indipendenza della nazione, tenne fermo contro le prepotenze di un duce straniero, che volea farla da assoluto padrone in casa altrui. Intanto, sia che il re veramente si fosse ammalato pe' dispiaceri sofferti, sia che avesse voluto evitare complicazioni e nuovi mali al suo popolo, dopo 20 giorni che avea ripreso il potere, scrisse al figlio, principe ereditario, e lo incaricò di ripigliare le redini dei governo. col titolo di suo vicario.

Bentinck, che temea sempre i talenti e trascendente di Maria Carolina, usando l’estremo della violenza, l'avea allontanata dalla Corte e dall’augusto suo sposo, come già si è detto, mandandola prima in S. Margherita e poi in Castelvetrano, 80 miglia lungi da Palermo, ove la facea guardare a vista da’ suoi soldati e dalle sue spie. Non contento di tutte quelle violenze, sul finire di marzo di quell’anno, le intimò lo sfratto dalla Sicilia; e quella nobile e sventurata sovrana, il 14 maggio, s’imbarcò in Mazzara, insieme col figlio, principe D. Leopoldo, per recarsi a Vienna.

Maria Carolina corse infiniti pericoli e disagi nel viaggio; ella si dirigeva a Trieste; ed i venti spinsero la nave che la conduceva prima a Zante, poi a Costantinopoli, indi ad Odessa, ove sbarcò. Dopo un lungo penare, giunse a Vienna, ed ebbe il conforto di rivedere i parenti, e trovar cambiata la politica di quella Corte, secondo ella desiderava. Andò ad abitare nel castello di Zegendros presso Vienna; il 7 settembre 1814, fu colpita di apoplessia, e mori in età di 63 anni, quando suo fratello l’imperatore d’Austria avea fatto una finta alleanza con Murat, come appresso si dirà.

Quella nobile regina avea talenti non comuni al suo sesso; fu severa, fu generosa, fu giusta; di ciò ne conviene lo stesso Colletta. Avea animo virile, forse avrebbe dominato gli avvenimenti de’ due secoli, se si fosse trovata sovrana di grande nazione. Fu poco lodata, con severità biasimata e calunniata in un modo eccessivo ed impudente.

Si disse da taluni che Maria Carolina non fosse ben salda ne’ principii del Cattolicismo; ed anch’io non sono stato immune di questo sospetto; però l'essersi ella cooperata alla conversione di varie dame protestanti, e più di tutto a quella di un turco, prova tutto il contrario. Difatti, per accennare un sol fatto, dico, che trovavasi in Corte un maomettano della Schiavonia, nato da riguardevole famiglia, ed era destinato alla guardia de’ reali appartamenti, la regina vedealo spesso, lo esortava ad abbandonare una stupida credenza ed abbracciare la cattolica religione; non isdegnando venire con lo stesso a qualche discussione religiosa, fino che lo persuase a battezzarsi, facendo essa da madrina, mettendogli il nome di Carlo Ferdinando Illuminato.

In seguito gli diè per moglie un'ottima giovane di S. Maria Capua Vetere, ed ogni figlio nato da costei faceagli de’ generosi regali, proteggendolo, poi fatto grandetto. I re Borboni non tralasciarono, fino a re Francesco II, di beneficare e proteggere i discendenti di Carlo Ferdinando Illuminato, da' quali tuttora vive un usciere al riposo della reale Amministrazione di Caserta, di nome Leopoldo.

Quel capo ameno del sig. Giovanni La Cecilia trascrive, nelle sue Storie secrete dei Borboni di Napoli, l’ultima confessione di Maria Carolina; e come potete immaginare, lettori miei, è una terribile requisitoria contro quella sovrana, condita però di triviali ed indecenti buffonate. Interpellato il signor La Cecilia, da un suo amico, come mai avesse potuto. sapere quella confessione con tutte le minime circostanze, rispose: per mezzo dello spiritismo. Questa risposta non fa onore ai talenti del sig. La Cecilia, sendo un madornale errore filosofico e teologico. Del resto s’egli crede allo spiritismo, dovrebbe ammettere quelle verità che nega in varie storie e storielle che ci ha regalate. Ma che cosa potete aspettarvi da simili scrittori? contraddizioni e non altroché contraddizioni. Basta leggere siffatta ultima sacramentale confessione di Maria Carolina per dichiarare le Storie secrete del La Cecilia un parto di mente, istruita sì, ma bislacca, mal prevenuta, e che si vuol prender giuoco de’ suoi lettori Due mesi e venti giorni dopo che morì Maria Carolina, il 27 novembre 1814, Ferdinando IV sposò, con matrimonio di coscienza, una sua soggetta, Lucia Migliaccio di Siracusa, figlia del duca di Fioridia, vedova del principe di Partanna e madre di molti figli. Quella nobile signora si fece ammirare per la sua modestia, non avendo mai abusato dell'affetto del suo augusto sposo per intrigare negli affari dei Regno; e se varie volte lo pregò per qualche grazia, lo fece pel bene della giustizia о per salvare qualche innocente.

Il 1° aprile 1813, il vicario generale del re aprì il Parlamento siciliano e fece il discorso d'uso; nelle diverse tornate successero tumulti popolari e fu necessaria la forza per sedarli. Il popolo mal soffriva quelle ferme di governo costituzionale, perché stava peggio di quando era governato dal suo sovrano. Al contrario i nobili e i deputati demaniali erano divenuti provocanti e burbanzosi, facendosi scudo dell'inviolabilità e della protezione di Bentinck per far maggiori prepotenze e rovinare i loro nemici; perlocché si formò tra la nobiltà e il popolo un dualismo pericoloso alla quiete dello Stato. Tutti coloro che erano aderenti al nuovo ordine di cose, cioè agl’inglesi, furono detti Cronisti, perché un giornale di Palermo detto La Cronaca propugnava la Costituzione e difendeva Bentinck, tutti i contrarii si dissero anti-cronisti.

Fu Bentinck che fece Cadere nel discredito la Costituzione, detta del 1812, anché presso la classe intelligente, cioè la media, avendo fatto eleggere a deputati, uomini discreditati e privi d’ingegno, ma devoti a lui. Quel Parlamento nominò una Commissione per compilare un nuovo Codice, che non fu mai pubblicato; elesse un Comitato per riordinare le finanze; il quale, con rapporto del 16 agosto, dimostrò che il potere esecutivo avea diviso male i tributi, pagati quasi tutti dal popolo, e pochissimi da nobili, e percepiti con modi irregolari; altro rimedio non seppe indicare che la rettifica del catasto.

Il parlamento, in cui primeggiavano gli aristocratici, neppure volle eseguire il suggerimento del Comitato, appunto perché non facea gli interessi de’ nobili.

Costoro, dicendosi l'espressione del popolo siciliano, in cambio di discutere i veri interessi della nazione, si baloccavano a questionare sopra affari di niun conto; e tutto ciò faceano perché era stato da loro ottenuto quell’intento a cui agognavano, cioè di dominare popolo e sovrano. Però il vicario del, re, non potendo più soffrire l’impudenza di que’ langravii, e malgrado che costoro fossero protetti dagl’Inglesi, mandò in Parlamento il principe di Cattolica, in qualità di regio commissario, a far lagnanze perché nulla avea fatto quel consesso a vantaggio del paese, sprecando il tempo in frivole questioni, mentre lo Stato andava in dissoluzione: conchiudeva con la minaccia di scioglierlo per farne eleggere un altro dalla nazione. Le lagnanze e le minacce del vicario del re furono tanto giuste ed inappuntabili, che lo stesso Bentick, protettore di que’ ciarlatani, nulla potè opporre in contrario, anzi con un manifesto confermò quanto avea detto il medesimo vicario. Quel Parlamento siculo, parto di vendetta britannica, continuò le sue tornate senza arrecare alcun bene alla Sicilia, anzi dividendola in partiti, ed opprimendola con prepotenze e con tasse; cadde poi inonorato, come appresso dirò.

Dal fin qui detto chiaro emerge quanto dissi altrove, cioè che la nobiltà, tanto carezzata e protetta da’ sovrani, ha fatto la rivoluzione contro i. medesimi per dominarli ed opprimere maggiormente il popolo. Il mezzo ceto altro non ha fatto che approfittare de’ madornali errori e dell’insipienza degli aristocratici per elevarsi a quell'importanza in cui oggi lo vediamo; mentre prima del 1799 era condannato a servire i burbanzosi ed ignoranti storici langravii.

La Carboneria, introdotta in questo Regno nel 1807, avea di già alzata la testa nel 1813, essendosi infiltrata in tutte le classi della società. Murat, trovandosi in quel tempo, come il naufrago che cerca di grancire qualunque corpo solido per salvarsi, la volle proteggere per farsene un’alleata, ad onta che fosse stato consiglialo in contrario. I carbonari l'odiavano perché erano stati perseguitati da Manhes, sotto la speciosa qualifica di briganti; e non poteano perdonare al novello re di Napoli, che si era mostrato meno liberale di quello di Sicilia. Difatti la Costituzione di quell’isola arrecò un controcolpo a’ popoli al di qua del Faro; la cambiata politica di Ferdinando IV, gli sperati beni di quel governo rappresentativo, accesero le fantasie napoletane, credendoli il non plus ultra di tutte le libertà civili.

Bentinck, profittando della disposizione dei napoletani) teneva continuo carteggio co’ carbonari al di qua del Faro, ansimandoli a fare opposizione al governo di Murat. Veramente era troppo vergognoso per costui, surto dalla rivoluzione, voler regnare e governare da re assoluto, dopo che avea promessa quella larva di Costituzione, detta di Bayonne, voluta dallo stesso Napoleone e non mai attuata: mentre Ferdinando IV di Borbone, sia per amore о per forza, avea conceduta una Costituzione, reputata liberalissima dagli stessi carbonari. Gioacchino, invece di sorpassare in liberalismo il suo emulo di Sicilia, proscrisse la Carboneria, che avea voluto proteggere e farsela alleata, avendola giudicata come quella che avesse voluto attentare a' suoi sovrani dritti; e quindi ordinò al suo governo che raddoppiasse di rigore contro i carbonari, e contro coloro che si mostrassero partigiani della Costituzione siciliana. Per la qual cosa si pubblicarono ordinanze asprissime e draconiane contro i liberali di questo Regno, qualificandosi sempre veri briganti. I cosi detti patrioti, non tenendosi più sicuri sotto il governo di Murat, dichiarato da loro assoluto e tirannico, si recavano in Sicilia per salvarsi delle persecuzioni e per respirare; le aure di libertà sotto lo scettro di un Borbone.

Sul finire del 1813, mentre l'opinione pubblica di questo Regno era contraria a Murat e favorevole a' Borboni, gli affari della guerra d'Italia cominciavano a farsi serii. Napoleone, battuto dagli alleati e ridotto a difendere le frontiere della Francia, nulla volea cedere sulla Confederazione renana e sulla Penisola italica, ed i sovrani confederati ei decisero ad occupare questa, come già si erano impossessati di quella.

L’Austria conoscea che Murat era un grande ostacolo nella guerra che stava per intraprendere contro il viceré d’Italia, quindi gli offerse alleanza offensiva e difensiva; ed a questo scopo mandò a Napoli il generale Neiperg. Gioacchino, sempre titubante nelle sue decisioni, convocò un consiglio di mini stri e di generali; ma nulla ottenne perché i pareri di costoro si divisero; alcuni de’ medesimi consigliavano di restar fedele all'imperiale cognato, gli altri di allearsi con l’Austria per salvare la sua corona, e tra questi ultimi, consiglieri eravi lo storico generale Pietro Colletta, che facea. più le sue parti che quelle della sua malmenata patria. Quell’ambizioso e poco accorto sovrano si decise ad allearsi con l'Austria, quando il marchese del Gallo e sua moglie gli fecero riflettere che se avesse accettata l'alleanza austriaca non avrebbe corso alcun pericolo di essere detronizzato da’ sovrani confederati; come del pari non lo sarebbe stato Napoleone, se fosse vinto, perché non l'avrebbe permesso l'imperatore austriaco, avendogli data in moglie una sua figlia. Bastarono queste speciose ragioni per farlo decidere ad avvicinarsi all’Austria.

L’11 gennaio 1814, si firmò in Napoli un trattato di alleanza, nel quale fu stabilito, che Murat si obbligava a mandare trentamila uomini nell’Alta Italia per combattere le truppe francesi ed italiane del viceré, fissandosi poi un compenso pe ser vizii prestati in quella guerra; e di ciò si rendeva garante l'Austria presso i sovrani alleati. Quel trattato non ottenne que’ risultati che si speravano; conciosiaché l’Inghilterra ad altro non addivenne che ad un armistizio col Regno di Napoli, comprendendovi la Sicilia. L’imperatore di Russia mandò presso Gioacchino il generale Bolacheff, per mezzo del quale gli fece conoscere, che se avesse combattuto con la solita sua energia contro i francesi, avrebbe acceduto al trattato dell’11 gennaio, stipulato con l'Austria; ma che declinava qualunque guarentigia circa i compensi territoriali, attesa la troppa distanza del suo Impero.

Murat, sempre travagliato dalla sua ambizione e dal rimorso di combattere contro la Francia, lo ¿tesso giorno che firmò l'armistizio con l'Inghilterra e il trattato con l'Austria, scrisse a Napoleone dicendogli: «Non ignorare i doveri della sua riconoscenza verso di lui, rincrescergli dovere abbandonare le antiche relazioni, ma essere forzato dalla necessità di accettare le proposte che gli faceano l’Austria e l'Inghilterra». Dopo che scrisse questa lettera mandò l'ordine al generale Pignatelli Strongoli, che si trovava in Bologna, di congiungersi con gli alleati; al generale Filangieri ordinò di recarsi a Ferrara ed intimare alle truppe del viceré di ritirarsi al di la del Po, evitando sempre di provocarle a battaglia, ma se assalito si difendesse. Infine altri urgenti ordini fece giungere al generale Carrascosa per occupare Modena, ed egli, il 23 gennaio partì da Napoli per recarsi sul teatro della guerra.

Come già si è detto di sopra, non tutti quei generali aveano ordini chiari e precisi, se veramente avessero dovuto combattere la soldatesca del viceré о quella dell’Austria; difatti Pignatelli Strongoli occupò ostilmente il dipartimento del piccolo Reno, già in potere dei generale austriaco. In conseguenza di quell’atteggiamento dalla parte de’ napoletani, un battaglione italiano del viceré, credendo che Murat guerreggiasse per l'indipendenza italiana, si diè a Filangieri, che lo fece retrocedere a Bologna, e poi, a' reclami del medesimo viceré, fu restituito per ordine dello stesso Gioacchino. Quest’uomo, senza convinzioni e senza testa, in quella per lui malaugurata guerra, si fece nemici gli amici, senza farsi amici gli avversarii.

I romani credendo che Murat fosse tenero della libertà ed indipendenza italiana, gli mandarono una deputazione per invitarlo a prendere possesso di Roma. Il generale francese Lavaugovon, al servizio della truppa napoletana, occupò quella città mentre i presidii francesi senza ostacoli ai ritirarono nel castel S. Angelo; soltanto quelli di Civitavecchia, avendo veduto il maresciallo Pietro Colletta, già direttore del genio, che designava approcci e trincee sotto quel castello, gli tirarono varie cannonate, perché noto istigatore di Murat ad intraprendere quella guerra con tro la Francia. Gioacchino, il 26 gennaio si recò a Roma e fu ricevuto come sovrano; distribuì decorazioni, onorificenze e gradi a tutti coloro che si mostrarono caldi unitari. Fece uscire dal monastero di S. Sisto, Maria Luisa regina di Etruria, che sei anni prima avea cacciata da Madrid; e pregò il generale francese Miollis di cedergli castel S. Angelo e la fortezza di Civitavecchia, promettendogli di far ritornare in Francia tutt'i francesi con armi e bagagli, ma quel generale si negò.

Il generale austriaco Bellegarde avea annunziato in un ordine del giorno che il re di Napoli facea parte della lega contro la Francia; Murat non potendosi più mascherare con un altro ordine del giorno, fece manifesto al suo esercito, che essendosi chiarito essere Napoleone nemico della pace europea, egli si era determinato unirsi a’ sovrani confederati contro quel disturbatore, e ciò per non tradire i veri interessi della Francia e quelli del suo Regno. Gioacchino Murat ebbe l'impudenza di conchiudere quell'ordine del giorno con le seguenti espressioni: «Due sole bandiere trovatisi in Europa, in una leggonsi le parole religione, costume, giustizia, leggi, pace, felicità (era quella degli alleati ch’egli avea combattuta per 24 anni), nell’altra persecuzione, arti imi, violenze, tirannide, guerra e lutto.» Questa seconda bandiera era quella della rivoluzione e poi di Napoleone, ch’egli avea difeso per altri 24 anni! Ecco che cosa sono tutti i politici ed i governanti surti dalle sètte; il bene e il male, il giusto e l'ingiusto variano secondo le loro vedute, e più di tutto secondo i loro personali interessi.

Napoleone, quando lesse l’ordine del giorno pubblicato da Murat, esclamò: Il est difficile de' se séparer du malheur avec plus de' brutalité, et de' courir avec plus d'impudence au devant d'une nouvelle fortune (((38))).

I francesi, che facevano parte dell’esercito napoletano, all’udire quell’ordine del giorno, cominciarono a ribellarsi; Gioacchino fece lor capire essere una commedia l’alleanza con l'Austria, e che sul Po avrebbe dimostrato co’ fatti di chi fosse amico: non pgr tanto molti uffiziali e soldati vollero ritornare in Francia.

Altre truppe napoletane, comandate dal generale Lecchi, si avanzarono in Toscana, e la cognata di Murat, sorella di Napoleone, Elisa Baciocchi fuggì a Lucca accompagnata dalle maledizioni de’ toscani. Gioacchino, da Roma, il 28 gennaio, si recò ad Ancona, ove ebbe un abboccamento con l'aiutante di campo di lord Bentinck; indi partì per Bologna, e colà fu molto acclamato dagli unitarii italiani. I quali voleano servirsi del braccio di lui per emanciparsi da' francesi e da' tedeschi, e per fargli poi il gambetto a tempo opportuno, avendo irrefragabili prove che il loro idolo del giorno era ambizioso, volubile, fermo soltanto nel voler regnare con l'assolutismo.

L’esercito napoletano era diviso in questo modo: quattro battaglioni ad Ancona, due divisioni di fanteria ed una di cavalleria tra Bologna e Modena, circa cinquemila uomini in Toscana ed una brigata in Roma. Gli austriaci occupavano Ravenna, Forlì, Faenza e tutta la linea da Rosella a Buonporto sul Panaro.

Il viceré, che trovavasi sull'Adige con la sua soldatesca, fu obbligato ritirarsi dietro il Mincio; ei con un ordine del giorno dichiarò, che il consentire del re di Napoli alla lega contro Napoleone, fosse. la causa della sua ritirata. Dicea dippiù delle parole amare contro quel re ed invitava i francesi ad abbandonarlo passando sotto le sue bandiere che erano quelle della Francia. Murat gli fece sentire che dipendeva da Napoleone averlo amico; se costui gli avesse concesso la sovranità della bassa Italia, egli abbandonerebbe gli alleati. Il viceré usò la scaltrezza di tenerlo a bada, facendogli capire, che il Bonaparte acconsentirebbe a quanto egli desiderava. Ciò fu causa che Gioacchino si mostrasse indeciso e fiacco nel guerreggiare i francesi sul Po; e gli alleati si confermarono ch’egli facea due parti in quella tragicommedia. Per la qual cosa il generale Bellegarde per togliere a Murat la speranza di ghermire la corona d’Italia, e per acquietare le dimostrazioni degli unitarii, pubblicò un manifesto nel quale dicea: «Avere di già deciso le potenze alleate, che il re di Sardegna ritornasse in Piemonte, il granduca di Toscana in Firenze, il Papa in Roma». Dopo la pubblicazione di quel manifesto, il re di Napoli, consigliato da Pietro Colletta a seguire quella politica subdola, fedifraga, fatale, rimase mortificato quando credeva di aver canzonato gli alleati, il viceré Beauharnais e gli unitarii; e quel che più lo afflisse si fu, Tessersi convinto che nessuno si fidava di lui.

Il generale Bellegarde invitò Murat ad assalire con le sue forze il viceré accampato sul Mincio; ma questi si negò, dichiarando essere più vantaggioso rimanere presso Bqrgoforte; ei fece allo stesso forti lagnanze perché gli anglo-siculi erano sbarcati in Livorno e si avanzavano sulla Toscana e sul Modenese, ov’erano le sue truppe. Quel generale gli rispose, che gli anglo-siculi aveano, come tutti gli altri alleati, il diritto dei transito.

Gli austriaci assalirono il viceré sul Mincio, e questi combinò i suoi movimenti strategici come se le truppe napoletane sul suo fianco non fossero nemiche, circostanza che fu ben notata da Bellegarde. La battaglia del Mincio non ebbe grandi risultati, le parti belligeranti tutte e due vantarono vittoria ed in effetti rimasero nelle medesime posizioni che prima occupavano.

Murat mandò il generale Pignatelli Strongoli al campo degli alleati; questi, al ritorno gli portò cattive notizie; cioè che i sovrani confederati non erano contenti della sua condotta, avendo suscitato in Italia una rivoluzione in senso unitario, promettendo a tutti i settarii della Penisola di riunirli sotto il suo scettro; che nulla avea fatto contro i francesi comandati dal viceré; che gli eserciti alleati marciavano contro la Francia e che l'Austria non avrebbe potuto salvare Napoleone dall’estrema rovina, cioè di farlo abdicare per restaurare il legittimo sovrano Luigi XVIII di Borbone. Gioacchino, all’udire quelle sconfortanti notizie esclamò: S’il tombe, je ne puis pas me sauver! gran verità che avrebbe dovuto conoscere sin dapprincipio; quindi non trovando altro mezzo per salvarsi si decise combattere ad oltranza il viceré ed i suoi disgraziati connazionali.

Il 26 febbraio, spedì un forte distaccamento a Piacenza ed un altro a Castel maggiore, che respinse i francesi sulla riva destra del Po. Egli, il 4 marzo, alla testa di due reggimenti, passò il Po a Borgoforte e si diresse a Guastalla; il 6 dello stesso mese, unito agli austriaci, combatté a Reggio contro i francesi; costoro furono disfatti, e perdettero mille e duecento uomini. Fu troppo straziante al cuore di Gioacchino vedere uno squadrone di cavalleria francese e due compagnie di Volteggiatori, assalite vicino Rubiera da forze superiori condotte dall’austriaco generale Stharemberg, combattere valorosamente, respingendo la numerosa cavalleria nemica, e rimanere impassibili al fuoco dell'artiglieria; si arresero quando furono ridotte allo stremo di forze. Murat, esaltato nel vedere tanto valore ne suoi antichi compagni d’arme, e vedendoli maltrattati da’ tedeschi, forse tormentato dal rimorso, furente si gittò nella mischia per difendere i suoi disgraziati connazionali, preservandoli dal furore della cavalleria austriaca: infelice condizione di quel povero matto ambizioso!

Un altro grave fatto d’armi ebbe luogo al ponte di S. Maurizio presso Modena, tra Napoletani e francesi; il generale austriaco avea dato principio a quell’attacco, e il generale Carascosa, unito allo stesso, fu costretto assaltare il ponte. La mischia fu ostinata e sanguinosa, i napoletani sarebbero stati sopraffatti dal numero de’ nemici, se non fosse stato pel generale Pepe, che accorse in aiuto del medesimi, conducendo due battaglioni e pochi lancieri. Mentre ancora si combattea sopraggiunse Murat e rimproverò i suoi generali per avere combattuto contro i francesi; avendo inteso che il colonnello Palma era corso con un reggimento per tagliare la ritirata al nemico sulle sponde del Naviglio, Io richiamò e spedì a Reggio un suo aiutante di campo, per convenire col generale tedesco Hamburg di lasciar libera la ritirata alle truppe franco-italiane; lo quali, l’8 marzo, si ritirarono dietro l'Enza.

Il viceré, Eugenio Beauharnais, scrisse a Murat tentandolo per l’ultima volta perché si unisse a lui, per far guerra agli alleati, facendogli conoscere che uniti avrebbero potuto salvare Napoleone e l’Impero di Francia, Gioacchino, esaltato da questa idea, gli spedì subito un generale di sua fiducia per trattare un’altra alleanza, diametralmente opposta a quella che allora sosteneva; ma nulla si conchiuse, perché il Beauharnais non volle far promesse di compensi territoriali. Varii generali napoletani, avendo conosciuto que' negoziati, si recarono dal loro re, e lo pregarono caldamente di abbandonare il pensiero di collegarsi co’ francesi, ma che invece adempisse i suoi obblighi verso i nuovi alleati; in caso diverso, diceano, attirerebbe guai e sventure su di lui e sul Regno. Nel medesimo tempo, Murat ricevette due lettere, una della moglie, l’altra del suo primogenito Achille, con le quali, tutti e due, gli ricordavano i doveri di re, e quindi di tenersi fedele agli alleati sovrani per salvare la sua dinastia. Povero Gioacchino, non sapea decidersi a nulla! Però si decise a prendere risolutamente un partito, quando ricevette una lettera dal principe Borghese, governatore del Piemonte, che lo informava dell'entrata degli alleati in Parigi, i quali aveano dichiarato Napoleone Bonaparte decaduto dal trono di Francia, ed abolito il dritto di eredità nella sua famiglia; e tutto ciò con l'adesione del Corpo legislativo francese. Аll’udire quelle terribili notizie si affrettò a raccogliere le sue truppe per assalire il viceré sul Taro, e cosi farsi merito con gli alleati. Difatti, il dieci aprile, si avanzò con tre divisioni, comandate da’ generali Carascosa, Filangieri e d'Ambrosio; attaccò e vinse i francesi sul Po ed in Piacenza, diretti dal generale Mancun.

Mentre si preparavano altri combattimenti, il 14 aprile, giunse un corriere al generale austriaco Bellegarde, con la notizia officiale dell’abdicazione di Napoleone, e con l'ordine dell’imperatore d’Austria d’invitare il viceré d’Italia ad un armistizio, a fine di evitare un inutile spargimento di sangue: si fu subito accettato. Il 16 aprile si firmò quell’armistizio, che in realtà altro non era, che la dedizione dell'esercito del viceré ad un altro padrone; in effetti il 27 dello stesso mese, il generale Granier, che lo comandava, ebbe l’ordine di farlo fregiare della coccarda bianca de’ Borboni di Francia.

Murat si trovava in Piacenza quando intese gli ordini dell’imperatore d’Austria; si mostro addolorato e sconfortato da’ casi avvenuti in Francia, e più di tutto perché temea per sé. Il generale Pietro Colletta, istigatore di quella guerra contro i francesi, tentò consolarlo e non fu ascoltato; invece diè l’ordine che gli si fosse approntata una carrozza, e partì per Bologna, ove fu visto mesto e solitario.

Seimila siciliani, uniti ad altri diecimila inglesi, e tutti sotto gli ordini di lord Bentinck, furono di grande aiuto per cacciare i francesi dall’Italia, specialmente dal Genovesato. Essi combattettero con bravura, sulle alture di Nervi, sulla Sturla e sul monte delle Fasce; dalle quali fortissime posizioni sloggiarono i franco-italiani, e il 17 aprile s’impossessarono de' forti di Richelieu e di Santa Tecla. Tutti que’ combattimenti erano diretti dallo Stato maggiore siciliano; e si distinsero più di tutti per operosità, intelligenza e coraggio il capitano Pietro Vial, reduce dalla guerra di Spagna, l'altro capitano Roberto Desauget e il maggiore della Rocca. Questi tre uffiziali si ebbero ineritati elogi da’ generali inglesi e dallo stesso lord Bentinck. Il 18 aprile, Genova fu stretta di assedio dagli anglo siculi; i genovesi, conoscendo che gli alleati erano entrati in Parigi, e che Napoleone avea abdicato, volevano arrendersi, ma si oppose il generale Frisia, che comandava in quella città. Per la qual cosa il popolo si rivoltò contro quel generale, alzò la bandiera di pace e volle capitolare con lord Bentinck.

Appena si firmò quella capitolazione, fu spedito il maggiore della Rocca con due battaglioni di siciliani e mezza batteria per impossessarsi di Savona. Il comandante di quella città non volle arrendersi, ed i siciliani la investirono, e spingendosi dentro obbligarono la guarnigione francese a chiudersi nel castello, che poi capitolò il 25 dello stesso mese. Dopo la presa di Savona, il Genovesato rimase in potere degli anglo-siculi, che mano mano ritornarono in Sicilia; e pria di partire, i siciliani ebbero la consolazione e l’onore, di essere i primi ad incontrare il Papa Pio VII che ritornava a Roma.

Lo Stato maggiore siciliano fu l’ultimo ad imbarcarsi insieme alla cavalleria è. all’artiglieria, cioè il 24 giugno. Così ebbe fine la celebre guerra europea del 1814, guerra, se mi fosse lecito il dirlo, direi benefica, perché distrusse coloro che insanguinarono due secoli, che saccheggiarono l'Europa, e che perseguitarono il Papa — i Napoleonidi! Di costoro rimase sul trono il solo Murat; ma per poco, come tra breve vedremo.


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CAPITOLO XXVI

SOMMARIO

Re Gioacchino, dopo la caduta di Napoleone, spera dell'amicizia dell'Austria. In Bologna, è visitato dai Papa Pio VU che ritorna a Roma, É contrariato da’ popoli, da’ suoi generali e dalle potenze allear: te. Suoi madornali errori. Opere pubbliche e miglioramenti introdotti in questo Regno dal 1808 al 1814.

Gioacchino Murat, rimasto re nuovo in mezzo a vecchi sovrani, conobbe la sua falsa condizione, aggravata dalla sua condotta poco leale nella guerra sostenuta con gli alleati; perlocché si mostrò condiscendente co’ medesimi, e facendo della necessita virtù, abbandonò all'Austria la cura della sua posizione, considerandosi unito, al sistema di quella potenza. In conseguenza di che diè ordine al generale Lecchi di ritirarsi con le sue truppe dalla Toscana, dovendo rientrare in quello Stato il granduca Ferdinando. Lecchi, non solo abbandonò la Toscana, ma pure i Presidii, ove il Reame di Napoli avea dritto di tener guarnigione: e fu quello un gravissimo errore ed una perdita per le Due Sicilie. Lucca fu sgombrata dalla soldatesca napoletana, sotto gli ordini del generale Minutólo, e consegnata all’austriaco generale Stharemburg. Al Papa furono consegnate le Legazioni, il Parmigiano e l'Urbinate, già occupati da’ napoletani.

Dopo la celebre battaglia di Lipsia, che fu detta battaglia dette nazioni, come già ho accennato di sopra, l'esercito francese venne respinta sopra le frontiere della Francia. Fu allora che Napoleone volea aprire delle trattative col Papa Pio VII per restituirgli i soli dipartimenti di Roma e del Trasimeno, e ciò volea fare prima che gli fosse imposto dai sovrani confederati. Il Santo Pontefice dichiarò, che la restituzione degli Stati della Chiesa, fatta a Lui come capo della stessa, era un atto di giustizia, per cui non erano necessarii né trattati né formole; che egli, dopo cinque anni di prigionia, fattagli soffrire dall'Imperatore, altro non desiderava che ritornare a Roma per governare liberamente la Chiesa di Gesù Cristo.

Quella mansueta e ferma dichiarazione non. piacque al despota e sacrilego Bonaparte; essendo ancora acciecato dalla passata potenza, non si avvedeva di essere Il li per naufragare, quindi andò in furore, e perpetrò altre violenze sacrileghe contro il Papa. Avrebbe egli voluto, che il Capo visibile della Chiesa universale si fosse assoggettato alla sua gita sovranità. con un trattato, nell’atto che gli restituiva i due dipartimenti. Per la qual cosa, quando vide che gli alleati erano decisi di marciare sopra Parigi, dopo l'inutile congresso di Châtillon, diè l'ordine che Pio VII fosse di nuovo trasferito a Savona, e lo fece partire all’infretta il 23 gennaio 1814, accompagnato da gendarmi! Il Papa, da Fontainebleau fino a Savona fu acclamato e benedetto da’ popoli, che si affollavano sul suo cammino per vederlo ed essere benedetti; intese le maledizioni de' medesimi contro il suo spietato aguzzino, e vide eziandio strascinare nel fango le statue del potente imperatore che tanto l'avea tribolato insieme alla cattolica Chiesa. Giunse in Savona il 16 febbraio, e da questa città parli libero il 19 marzo, quando già il colosso da’ piedi di argilla si dimenava ancor rabbioso sotto le unghie de’ cavalli degli alleati. Fu ricevuto sul Taro dalle truppe siciliane, come già si è detto, e poi da quelle inglesi e tedesche Prosegui il viaggio per Bologna, passando da Reggio; ove fu incontrato dal generale Carascosa, mandato da Murat, per indurlo con futili pretesti a non recarsi a Roma; ma nulla ottenne. In effetti quel generale, ritornato dal suo re, lo consigliò a cedere alla forza delle circostanze, potea dirgli a’ decreti della Provvidenza, che avea profferito il tanto desiderato; Basta.

Appena il Sommo Pontefice giunse in Bologna, visitò re Gioacchino; costui fece di tutto per dissuaderlo dal recarsi a Roma e vedendolo deciso a proseguire il viaggio gli disse: «Vostra Santità vuol recarsi a Roma contro il volere de’ romani?—Noi, rispose «il Papa, non v’intendiamo.» Allora Murat soggiunse: «I più riguardevoli e ricchi cittadini di Roma mi han fatto giungere una supplica, da essi sottoscritta, con la quale mi chiedono di essere governati da un principe secolare; ed una copia di quella supplica l’ho mandata all’imperatore d’Austria: ecco l'originale, che Vostra Santità potrà leggere non escluse le firme.» Pio VII, appena ebbe nelle sue mani quella filastrocca, ossia la pretesa supplica, senza leggerla la gittò nel caminetto, ove ardeva un mediocre fuoco; quando la vide consumata dalle fiamme, si voltò verso Gioacchino e gli disse sorridente: Ora nulla si oppone alla Nostra andata a Roma. Queste parole del Papa indicavano l'intrigo col quale erano state raccolte le firme apposte alla supplica, e il suo perdono a’ firmatarii. Murat rimase attonito a tanta mansuetudine e fermezza di quel povero vecchio senza cortigiani e senza esercito; essendosi poi recato presso i suoi generali per aver consiglio, costoro lo pregarono di coltivarsi l’amicizia del Sommo Pontefice, dal quale potea ottenere molti vantaggi anche presso i sovrani confederati. Persuaso di aver ricevuto un salutare consiglio, si affrettò a restituire la visita al Papa; però da peccatore ostinato, dapprima pretendea che gli si cedesse parte del patrimonio della chiesa; avendo ricevuto una assoluta negativa, si limitò a domandare che almeno fosse riconosciuto re di Napoli dal Sommo Gerarca. Questi gli rispose, che prima dovea egli riconoscere i dritti della Santa Sede sul Reame delle Due Sicilie, e poi parlare del desiderato riconoscimento.

Quando Murat si convinse che nulla potea ottenere da Pio VII, smise le sue poco leali sorprese, anche per non compromettersi dippiù con le potenze alleate, invece gli dichiarò che potea continuare il suo viaggio per Roma, e che gli avrebbe restituito il dipartimento di questa città, l'altro del Trasimeno e parte delle Umbrie. In conseguenza di che, fu mandato a Roma dal Papa il prelato Rivarolо, in qualità di delegato pontificio al presidente Macedonio, amministratore generale dello Stato Romano; il quale al giungere di Rivarolo, Il maggio, dichiarò cessato il governo del re di Napoli ed andò via, Pio VII, dopo di essere stato festeggiato e benedetto da’ suoi popoli delle Romagna delle Umbrie, il 24 maggio 1814, fece il suo solenne ingresso nella sua diletta Roma. Colà fu anche acclamato e benedetto da coloro che aveano firmata la supplica diretta a Murat, perché si era già conosciuto per mezzo di un monsignore, in qual modo era caduta nelle. mani del Papa e qual uso ne avea fatto il loro mansueto e clemente sovrano.

Appena Pio VII giunse in Roma si dedicò a riparare i guasti fatti dalla rivoluzione e da’ re intrusi о da quelli trascinati dalla corrente de’ malvagi esempii. Il più solenne atto di riparazione lo iniziò con la Bolla del 7 agosto di quell’anno 1814 ripristinando la benemerita Compagnia di Gesù per urbem et orbem.

Quel Santo Pontefice fu l’unico sovrano in Europa che accolse ne suoi Stati la famiglia Bonaparte, profuga e perseguitata da’ popoli e da’ re; costoro che si erano onorati dell’amicizia di quella potente famiglia, e che tante volte l’aveano festeggiata, nella meritata sventura della stessa, non la vollero ne loro regni о imperi, anzi la perseguitarono dappertutto. Pio VII operò tutto al contrario dopo dì essere stato spogliato, strascinato in carcere, disprezzato duramente da' Napoleonidi, in segno di fargli desiderare il bisognevole, non solo li accolse e li ospitò ne‘ suoi Stati, ma li difese in faccia a’ sovrani, da' quali era. minacciato, perché aveali accolti presso di sé. Come un Bonaparte avesse ricompensato i successori di quel Papa, lo vedremo nel. scorso di questo lavoro.

Le notizie, che Murat non si trovasse bene con le potenze alleate, né con la stessa Austria, e che il suo trono era divenuto problematico dopo la caduta di Napoleone, già. circolavano in questo Regno; e tutti i nemici di quel re cominciarono a creargli difficoltà in tutt’i modi; più degli altri si distinguevano i carbonari, perché erano stati crudelmente perseguitati. Varii paesi e città degli Abruzzi si rivoltarono chiedendo una Costituzione politica simile a quella di Sicilia; a Pescara, a Vasto, a Chieti, a Civita S. Angelo, ed a Penne fu necessario la truppa per disperdere e comprimere le dimostrazioni armate, che facevano man bassa contro gli impiegati e funzionari francesi. Gioacchino, essendo stato consigliato dal barone Nolli, mandò in Abruzzo il maresciallo Florestano Pepe per acquietare quelle popolazioni, e questi era riuscito senza spargere sangue, ma con la persuasione e le buone maniere. Indi a poco fu sostituito dal francese maresciallo Montigny; il quale, invece di seguire le orme del suo predecessore, cominciò a rilegare, carcerare e fucilare i così detti ribelli, non escluso l’intendente di Chieti, duca di Montejase, che, per ¡speciale grazia, non fu fucilato, ma in cambio destituito. I timori, che più tenevano agitato Murat erano cagionati dalla nuova politica degli alleati, dopo la caduta dell’impero francese. Sarei troppo prolisso se volessi soltanto accennare tutte le fasi di quella politica, cominciando dalla convenzione di Troyes del 15 febbraio di quell’anno 1814, ove l'Austria, la Russia, la Prussia e l'Inghilterra aveano deciso di dare al re Ferdinando IV un compenso territoriale, dovendo Murat rimanere sul trono di Napoli fino alla dichiarazione del 2 giugno del medesimo anno, atta dallo stesso Ferdinando, con la quale questi dichiarava alle potenze alleate essere incontrastabili i suoi dritti sul Regno al dì qua del Faro, e che non avrebbe accettato in cambio alcun compenso. Sebbene in Troyes le potenze alleate avessero dimostrato di non voler molestare il re di Napoli, nonpertanto non poteano vederlo di buon occhio, perché surto dalla rivoluzione, dalla quale aveano ricevuto guerre e sconfitte. A tutto ciò si aggiunga che la Francia, ritornata sotto il suo legittimino sovrano, era divenuta doppiamente nemica di Murat, perché costui avea combattutoci suoi figli sopra i campi lombardi. Rifatti nel trattato di Parigi neppure si era nominato il re di Napoli; e costui, considerando quanto importava un tal silenzio a suo danno, per dar prova di voler divenire un sovrano come tutti gli altri, dichiarò che avrebbe restituite le Marche al Papa, che poi ritenne per sé, e domandò allo stesso l’investitura del Regno secondo i trattati con la Santa Sede. Povero Gioacchino avendo osservato che l'era felice de’ nuovi re era già finita, e che si volea togliere l’ultimo vestigio napoleonico che rimanea in questa città, si abbassò a mendicar protezioni dall'Inghilterra, con far promesse alla stessa che non potea fare, e soffrendo tante umiliazioni, che dovettero essere troppo sensibili al suo orgoglio. Dopo tanti maneggi e pratiche fu convenuto tra ministri delle potenze confederate che le questioni del Regno di Napoli fossero rimesse al prossimo Congresso di Vienna.

Altre non minori contrarietà minacciavano Gioacchino Murat; tra le altre, dovea temere de’ suoi generali più affezionati; Carascosa, Guglielmo Pepe, Filangieri e d’Ambrosio si riunirono in Borgo S. Donnino e decisero costringerlo a dare libere istituzioni al Regno di Napoli. Que’ quattro generali, per meglio conseguire ij loro intento, si rivolsero a lord Bentinck, il nemico più accanito del loro sovrano; quel nobile lord rispose, che se eglino avessero espulso il loro re e proclamato Ferdinando IV, l'Inghilterra avrebbe garentita a questo Regno una Costituzione simile a quella siciliana. Questa risposta non piacque a’ signori generali murattiani, perché, occupando alti gradi, è varii di essi, avendo titolo di barone è baronie, non sapeano se avessero potuto conservarle col cambiar di livrea.

Ad istanza di Pepe si firmò un indirizzo dai quattro generali, diretto a re Gioacchino, e fu mandato a Napoli per essere firmato dagli altri, e così costringere il sovrano a dare le libere istituzioni. Quelle pratiche furono conosciute dal ministro della guerra Macdonald, a causa delle imprudenze del medesimo Pepe; il quale ricevé l’ordine di costituirsi prigioniero in Castel S. Elmo, per essere sottoposto ad un Consiglio di guerra, che poi non ebbe effetto. Gioacchino però conobbe che neppure potea fidarsi de’ suoi più affezionati generali. Questo sovrano, che tutto dovea alla rivoluzione ed a’ rivoluzionarii, odiava l’una e gli altri; nonpertanto subbugli del Regno, le proteste e le intemperanze de’ carbonari, le mene de’ suoi generati, gli fecero conoscere che si voleano riforme politiche, cioè una Costituzione all’inglese; egli contro sua voglia aderì, sempre con la speranza che fosse un'ancora con la quale potesse salvare il suo vacillante trono. Il 22 maggio, trovandosi ancora in Bologna promise a’ suoi popoli delle Due Sicilie uno Statuto costituzionale. Ritornato a Napoli, dopo le grandi feste che si fecero per adulazione e per far capire al popolo che oramai la dinastia murattiana fosse consolidata, nel ricevere il Consiglio di Stato, dichiarò l’indipendenza del Regno essere assicurata, essendosi determinato di assicurare la felicità de’ suoi sudditi con una Costituzione che divenisse la salvaguardia del trono e de’ popoli. Quella promessa Costituzione, tanto decantata, guardiana del trono e del popolo, non fu mai attuata!

Quel re, conoscendo che la saldezza de suo trono non era più poggiata sulla Francia, e che i napoletani mal soffrivano che le più importanti cariche fossero occupate da’ francesi, ordinò che i soli suoi sudditi fruissero di quelle cariche, non che degl’impieghi subalterni; in quanto poi agli stranieri, che non potessero occupare qualsiasi carica, se prima non avessero domandata in due mesi la cittadinanza napoletana. Carolina Murat, umiliata, perché la sua famiglia nulla valeva più in Europa, a quell’ordine del marito non fece alcuna opposizione, anzi si mostrò manierosa ed amabile co' napoletani — della sorte al cambiar cambiansi i cuori! — Però il risultato di quell’ordine di Gioacchino fu che tutti gli stranieri residenti in questo Regno, domandarono la cittadinanza napoletana, e quelli che erano impiegati rimasero a’ loro posti, non esclusi gli oppressori delle province, e coloro che erano stati condannati quali appropriatovi del pubblico danaro. Quel che più indegno la popolazione, fu il vedere messi a capo delle divisioni territoriali tutti i generali francesi, non escluso il celebre Manhes, che rimase a capo della polizia militare, essendo allora la prima autorità dello Stato. Da ciò si conobbe che Gioacchino non facea a fidanza co’ suoi soggetti, e che si preparava, per tutt’i possibili eventi contro i medesimi. Fingendo di volere adempiere la sua promessa circa le libere istituzioni, con gran pompa, riunì per ben quattro volle un’adunanza che chiamò rappresentativa nazionale, ed espose alla stessa di averla chiamata in aiuto per riformare i codici, le finanze, l’esercito, pregandola di non correre ciecamente verso il passato: ecco fin dove giunsero le riforme politiche di un figlio della rivoluzione, che avea proclamati i dritti dell’uomo!

Sul finire del 1814, la guerra parea inevitabile tra le stesse potenze alleate. L’imperatore di Russia avrebbe voluto prendere il posto di Napoleone per dominare l’Europa; tra le altre pretensioni avea quella di voler conservare per sé l'intiera Polonia; la Prussia desiderava annettersi la Sassonia, e quindi non si opponeva al potentissimo suo vicino. Però a tutte quelle pretensioni e desiderii si Opponevano l’Inghilterra, la Francia e l’Austria, quest’ultima più delle altre. Per la qual cosa vi fu un momento che la guerra si giudicò inevitabile, e gli eserciti russi ed austriaci corsero minacciosi su’ loro confini. Il dissidio delle potenze alleate sarebbe stato un avvenimento favorevolissimo per Murat, se costui fosse stato meno indeciso, ed avesse saputo approfittare delle circostanze, smettendo le sue utopie di farsi re di tutta l’italia. Difatti l’imperatore d’Austria gli scrisse una lettera amichevole per averlo alleato contro la Russia e lo Czar fece delle pratiche per averlo amico. Egli accettò l’alleanza dell’Austria; e propose all’uopo un trattato. Mentre discutevansi fra loro i patti, profittando che la sua alleata trovavasi impicciata per difendersi al Nord de’ suoi Stati, egli soffiava al sud nel fuoco della rivoluzione per ribellarle il Milanese, sollecitando una generale rivolta in Francia, e tenendo una misteriosa corrispondenza con Napoleone all’isola dell’Elba; e la messaggiera del carteggio tra' due cognati era Paolina Bonaparte, che viaggiava da quell'isola a Napoli e viceversa.

Ben presto l'imperatore austriaco scoprì gl’intrighi di Murat, ed ebbe nelle sue mani le prove delle cooperazioni di costui per ribellargli contro gli Stati italiani. Indegnato per tanta slealtà, e perché le divergenze con la Russia erano state già appianate, sul finire di quell’anno, imperioso rinnovò le premure di restituire al Papa le Marche, dicendogli: Le potenze riguardano il potere temporale. del Pontefice re come un affare della più alta importanza, e sotto tutti i riguardi. Gioacchino tentò scusarsi, ma i fatti erano ben chiarì; mal consigliato, prese la risoluzione di accrescere le guarnigioni nelle Márche, di fortificare Ancona, e di mandare emissarii nello Stato Romano per ribellare que’ popoli contro il Papa. Non voglio tralasciare di far qui una breve riflessione, che oggi, come suol dirsi è palpitante; cioè le potenze si mostrano indifferenti e qualche volta contrarie circa il potere temporale dei Papi, specialmente quando si trovano impicciate in qualche loro interessante affare; però appena son libere, e giova alle medesime, siano cattoliche о scismatiche, protestanti о turche, intimano senza cerimonie agli usurpatori del patrimonio della Chiesa, che il Pontefice re è un affare della più alta importanza e sotto tutti i riguardi. Disgraziatamente le grandi potenze non han voluto far tesoro degli ammaestramenti della storia, la quale ci ha sempre ripetuto, che i loro impicci han costane principio con la caduta del potere temporale de' papi, e che dovrebbero cominciare a rialzare l’autorità dei Pontefice re, manomessa dalla forza bruta, per avere esse pace nei proprii Stati: insomma. dovrebbero cominciare d’onde finiscono. Però Iddio benedetto permette spesso la cecità de’ governi e il trionfo dell’iniquità, pel bene di quella religione che fondò col sangue del suo diletto Figliuolo. Perlocché oggi siam noi spettatori maravigliati de’ miracolosi portenti che si compiono sulla inconcussa rocca del Vaticano.

Mentre pendeva la spada di Damocle sul collo di Gioacchino Murat, nondimeno costui ostentava una fidanza ed una pace, che non avea nel suo cuore, che non esisteva nel Regno, ed in quelli ch’egli chiamava suoi alleati. Quel re simulava una gioia indecorosa e di baccante tra feste, balli e cacce; e tutto ciò in mezzo a’ travagli e le lagrime di un popolo ammiserito ed insanguinato da’ suoi connazionali. Per dare una grande idea della sua Corte, riceveva con fasto orientale illustri personaggi inglesi, francesi e russi; tra gli altri ricevé la principessa di Galles e la contessa Valesky, madre del figlio naturale di Napoleone; la quale fu bene accetta da Carolina, ed ottenne quarantamila franchi annui di rendita, sopra i due milioni e quarantamila riservati dal Bonaparte nel cedere questo Regno a’ suoi parenti. Era il lusso e la prodigalità di cui fa sfoggio il negoziante alla vigilia del fallimento!

Prima di chiudere questo capitolo è necessario che accenni le opere pubbliche ed i miglioramenti fatti da Murat dal 1810 al 1814; conciossiaché gli avvenimenti, che mi restano á raccontare di quest’infelice soldato re, sono talmente incalzanti e rapidi, fino alla totale catastrofe, che non credo conveniente interromperli.

Nel 1810 Gioacchino Murat cominciò la piazza della Reggia e il prospetto del Teatro S. Carlo; migliorò ha strada di Foria, fece la piazza ai largo delle Pigne, e diè principio ad un ponte sul Garígliano. Nello stesso anno volle che si costruisse un vascello, nel cantiere di Castellammare, che nominò Capri. Nel 1811, continuò gli scavi di Pompei; apri il primo mercato di commestibili in Monteoliveto; comprò alcuni terreni in Capodichino per fare un campo militare, che fu detto di Marte, ed era allora di novecento moggia. Fondò in Napoli il collegio medico-cerusico nell’ospedale degl’Incurabili, con centoventi convittori, cinquantotto de’ quali a piazze franche; e riordinò la scuola politecnica nel collegio militare della Nunziatella. Fece con gran pompa la solenne inaugurazione dell’Università degli Studii, assoggettando alla stessa i collegi de’ dottori in teologia.

Nel mese di giugno di quello stesso anno, al suo ritorno di Parigi, diè ordine che fossero demolite le barracche di legno nel quartiere di S. Lucia sopra Toledo, ed in tutti gli altri quartieri le tettoie soprapposte alle. botteghe, essendo d’ingombro e contrarie al bell’ornamento della città. Fondò una scuola dì applicazione dì Ponti e strade; aprì in Aversa, nel convento della Maddalena, il Morotrofio, ordinando che si trasportassero colà i dementi che trovavansi nell’ospedale degl’Incurabili. Fece cingere la villa della Riviera di Chiaia d'inferriate; che si tolsero davanti le Chiese di Napoli, e la prolungò in forma di giardino inglese. Infine hon trascurò l'incremento delle manifatture nazionali, istituendo all'uopo una Giunta per studiarle e promuoverne il miglioramento.

Nel 1812, per opera di Gennaro Aveta fu eretta la fontana nella strada del Piliero di Napoli, e si aprì una strada che da Foria corre al colle Lantrech, unendosi a quella di Capodichino. Ma la strada più deliziosa, che si fece sotto il Regno di Murat, è quel magico passeggio che da Mergellina corre a Posillipo, e poi raggiunge la pianura de' Bagnoli. In quello stesso anno si varò un vascello costruito nel cantiere di Castellammare, e fu nominato Gioacchino; inoltre nella darsena di Napoli si vararono due fregate, una ebbe il nome di Cerere, l’altra di Letizia—come chiamavasi la madre di Napoleone.

Nel 1813 si stabilì, nel convento dell’ospedaletto, una compagnia di pompieri, provveduta di macchine per ismorzare gl’incendii. S’intraprese un secondo osservatorio astronomico sopra la collina di Miradois, con disegno del barone Zack; e s’istituì la casa di correzione nel soppresso convento di S Francesco di Sales.

Nel 1814, due sole opere pubbliche fece Murat e furono le ultime, cioè intraprese la costruzione di un molo nell'isoletta di Nisida, che dovea congiungerla col Lazzaretto. Nel dicembre di quell'anno si diè principio all'apertura di una strada che dal Grottone di Palazzo menasse a quella di Ghiaia e fu denominata strada Carolina. È da osservarsi che Gioacchino continuò le opere pubbliche о cominciate о decretate da Giuseppe; però poco о nulla fece a vantaggio delle province.

Quel sovrano arrecò non pochi miglioramenti nell’amministrazione dello Stato; determinò gli obblighi del supremo tribunale della Cassazione, quelli delle corti criminali e di pace, stabilendo le giurisdizioni ed i doveri del tribunale di commercio e della corte de’ conti. Riordinò il potere giudiziario, introdusse, come già si è detto altrove, il codice penale francese, ed istituì una camera notarile per ogni provincia del Regno. Ma tutto ad imitazione della Francia; imitazione che spesso riusciva di danno; dappoiché si prescrivevano leggi ed usanze straniere senza le dovute modifiche, necessarie ai costumi e al carattere di questi popoli meridionali. Il codice penale francese avea forme libere, e dava delle guarentigie all’accusato; ma sotto il Regno di Gioacchino gli imputati per causa politica furono quasi sempre giudicati dalle commissioni militari straordinarie. Murat abolì le servitù prediali e le commissioni feudali, istituendo un consiglio pe’ maggioraschi; i particolari, che ne avessero voluto istituire, doveano farne domanda a quel consiglio, e la rendita non potea essere più di ventiquattromila ducati annui, non meno di seimila.

Il più bel dono, che Gioacchino Murat fece a’ napoletani, fu quando ripristinò la processione del Corpus Domini, introdotta, in Napoli dal dotto re Roberto, e proibita dal re saltimbanco Giuseppe Bonaparte.


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CAPITOLO XXVII

SOMMARIO

Congresso di Vienna. Ferdinando IV riprende l’autorità in Sicilia. Rappresaglie reciproche tra’ governi di Napoli e di Palermo. Ritorno in Francia di Napoleone. Murat dichiara la guerra all’Austria. Dopo piccole vittorie è sbaragliato da’ tedeschi; che lo insieguono, combattendolo sempre nella ritirata sul Regno. Flotta inglese nel Golfo di Napoli. La reggente Carolina Murat firma una capitolazione col Commodoro inglese. Capitolazione di Casalanza. Partenza da Napoli di Murat. La plebaglia commette disordini. Entrata de’ tedeschi in Napoli. Feste in questa Città pel ritorno de’ Borboni. Indulti e decreti.

I sovrani confederati, dopo di avere abbattuta la potenza napoleonica, si decisero riunire un Congresso europeo in Vienna, che si apri il 1° novembre 1814. Tutti i potentati di Europa mandarono colà i loro plenipotenziarii; Murat mandò il duca di Campochiaro ed il principe di Cariati, Ferdinando IV il comm. Alvaro Ruffo, il duca di Serracapriola e il cav. de' Medici. Erano più che difficili le questioni che si doveano trattare e risolvere in quel magno Congresso, dovendosi ristabilire l'equilibrio politico, e decidere sulla sorte di varii Stati. A proposta del plenipotenziario Talleyrand, inviato dal re di Francia Luigi XVIII, si formò un Consiglio di plenipotenziarii delle cinque grandi potenze, cioè di Russia, Prussia, Austria, Francia ed Inghilterra, acciò eglino discutessero gli affari in generale e chiamassero poi alle deliberazioni gli altri plenipotenziarii delle potenze secondarie. Presidente del Congresso fu dichiarato l'austriaco principe di Metternich, e vi intervennero varii sovrani, tra i quali quello di Russia.

L’ex-vescovo Talleyrand, fatto diplomatico dalla rivoluzione, dal Bonaparte e poi dai Borboni di Francia, sostenne nel Congrego di Vienna, che le questioni ivi discusse erano ridotte al dilemma, о dinastie legittime о repubblica universale — sapientissima riflessione! — Quindi opinava di togliere Napoleone dall’isola dell’Elba, vicino alla Toscana, e condurlo in quella di S. Elena nei mari dell’Africa meridionale, onde venisse meno ogni speranza di nuova riscossa da parte de’ Napoleonidi. Opinava infine che si togliesse il Ducato di Parma al figlio di Bonaparte, che si cacciasse Murat da Napoli, restituendo il Regno a Ferdinando IV.

Non è mio compito scrivere la storia del Congresso di Vienna, dirò soltanto che il principio di legittimità divenne, in quella riunione, la regola della politica europea; stabilendosi un reciproco aiuto tra gli Stati vicini, per guarentirsi contro la rivoluzione; e tutto ciò fu riconosciuto come base di ordine sociale in uno de’ 121 articoli di quel Congresso. In quanto all'Italia non tutto si rimise come trovavasi nel 1796, ma si riconobbero validi alquanti mutamenti fatti dalla rivoluzione. Rimasero spente due antiche e benemerite repubbliche cristiane, quella di Genova fu annessa al Piemonte e l'altra di Venezia, già venduta a Campoformio dall’italiano Bonaparte, rimase all’Austria. L’isola di Malta, tolta da’ francesi a’ cavalieri gerosolimitani, conquistata poi dagli anglo-siculi, l’Inghilterra la ritenne per sé: e così dopo che l'Italia soffri più degli altri Stati di Europa, a causa della rivoluzione, pagò le spese di questa, e di più le si regalarono altri due padroni stranieri!

Per quello poi che riguarda il Regno delle Due Sicilie, è necessario conoscersi, che nell'articolo 104 di quel solenne stipulato, fu deciso il ritorno di Ferdinando IV di Borbone a Napoli. Però il Congresso di Vienna fece una ingiustizia inqualificabile a questo sovrano, che avea sofferto più di tutti sotto il debaccare della rivoluzione, e che si era non meno degli altri cooperato per abbatterla; non solo non gli si diedero compensi territoriali, al pari del re di Sardegna, che nulla avea fatto, ma neppure si vollero restituire i presidii di Toscana. In oltre quel Congresso commise la più ingiusta delle prepotenze, obbligando il re delle Due Sicilie a dare dei compensi territoriali, cioè un distretto contenente cinquantamila abitanti, al principe Eugenio Beauharnais, figliastro di Napoleone ed ex viceré d’Italia: tutta questa particolarità per quest’altro parvenu, forse in considerazione che avea sposata la figlia del re di Baviera.

Non ho mai potuto capire, ad onta delle speciose ragioni di alcuni che si dicono politici, perché si scelse proprio il sovrano delle Due Sicilie per dare un compenso territoriale ad un Napoleonide, col quale non avea avuto mai conti о relazioni. Re Ferdinando si oppose energicamente a quella sfacciata soperchieria; ma poi per contentare l’Inghilterra, che facea da mediatrice in quella brutta faccenda, in cambio di cedere un distretto di questo Regno, venne stabilito che desse al Beauharnais cinque milioni di franchi. Questo vampiro, non bastandogli quelli che si portò da Milano, volle assaggiare i milioncini napoletani; ed i sovrani per la grazia di Dio dissero: amen!

Or che ho detto quanto basta a sapersi del Congresso di Vienna, è necessario rivolgere lo sguardo su gli affari della Sicilia, ove la politica interna progrediva in modo da fare uno scandaloso contrasto con l’assolutismo di Murat in Napoli. Re Ferdinando, animato e contento della restaurazione de’ sovrani di Francia e di Spagna, e consigliato dal duca di Sangro, il 15 luglio 1814, riprese l’esercizio della regia autorità. Lord Bentinck questa volta non vi si oppose; i tempi erano cambiati per tutti, anche per lui; in effetti il ministro degli esteri dell’Inghilterra Castelreagh era tutto pe’ Borboni; il 18 di quello stesso mese, il nobile lord si dimise dal comando generale delle truppe siciliane, e fu surrogato dal principe ereditario. Questi, fin dal mese di marzo, in qualità di Vicario del Regno, avea intimata la convocazione del Parlamento; però esistendo discordia tra’ deputati, mandò a costoro il principe di Trabia, qual commissario regio, con un messaggio, col quale motivava lo scioglimento di quel consesso nazionale, per convocarne un altro. Rifatti il nuovo Parlamento si riunì il 22 ottobre, facendo il vicario la solenne apertura, ed inculcando a que’ rappresentanti di perfezionare la Costituzione, essendovi varii articoli della stessa discordanti tra il vecchio e nuovo sistema. Li pregò che sostenessero con decoro la loro dignità ed i dritti della nazione siciliana; e raccomandò più di tutto ai medesimi il credito del governo e il riordinamento delle finanze.

Mentre in Sicilia si badava a perfezionare il governo rappresentativo, Murat, essendosi dichiarato nemico aperto dell’Inghilterra, proibì l'ammissione delle navi commerciali inglesi e siciliane ne’ porti del napoletano; per conseguenza anche Ferdinando vietò il commercio col Regno al di qua del Faro. Quella misura presa da Gioacchino avea l'occulto scopo di togliere le relazioni tra’ due Regni, per cosi non far propagare in Napoli e nelle province di terraferma le notizie delle riforme politiche che allora si faceano in Sicilia.

Come già si è detto, Gioacchino Murat, consapevole delle determinazioni del Congresso di Vienna, ostentava sicurezza, ma si apparecchiava all'ultima guerra, suscitando rivoluzioni in Italia, opponendosi alle giuste domande del Sommo Pontefice, riunendo armi ed armati, e tenendo una continua corrispondenza con suo cognato all’isola dell’Elba.

Una notizia, che con la rapidità del fulmine si propagò in tutta Europa, arrecò speranze, timori, baldanza e spaventi. Napoleone Воnaparte, lasciando tra carole e tripudii quelli da lui invitati a gran festa, s'imbarcò co’ più fidi e valenti della sua vecchia guardia, fuggendo dall'isola dell'Elba, ed approdò a Freius. Con lui erano i generali Ducrot, Cambronne e Bertrand, che l'aveano accompagnato in quell'Isola. I quattrocento granatieri della guardia, che conduceva secolui, non aveano che tre pezzi di cannoni comprati in Algieri, e poche munizioni ricevute da Napoli. Fu quella spedizione un audace errore del gran capitano de' due secoli; conciesiaché, sebbene le potenze alleate avessero sgombrata la Francia de' loro eserciti, nonpertanto li tenevano ancora sul piede di guerra; ed il Congresso di Vienna era la per gettare quel tremendo grido di allarme che scosse troni e popoli. Napoleone fu dichiarato da quel Congresso perturbatore della pace di Europa, e pubblico nemico; per la qual cosa gli eserciti de' sovrani confederati ripresero risoluti la via di Parigi.

Murat, che si pregiava di far pompa di una politica alla Machiavelli, appena intese lo sbarco del cognato sul suolo francese, mandò alcuni suoi confidenti presso le corti d’Austria e d'Inghilterra, dichiarando a que’ sovrani, ch’egli sarebbe stato ligio a' trattati, qualunque si fosse la sorte dell'Imperatore Napoleone. Dall'altra parte mandò ambasciatori all'evaso dell’Elba, per assicurarlo che avrebbe aiutato nella sua impresa, e così avrebbe cancellata la sua ingratitudine verso la Francia e verso l'Imperatore.

In pari tempo spedì emissarii in tutta l'Italia per sollecitare una rivoluzione in suo favore. L’Austria e l'Inghilterra, che non ignoravano le pratiche del re di Napoli, per allora si finsero ignari di tutto quello che ben sapeano. Murat, col capo pieno di utopie e speranze, riunì un consiglio di ministri e generali, ai quali magnificò le sue forze, gli aiuti pronti e poderosi degli italiani, e parlò a' medesimi per la prima volta delle decisioni del Congresso di Vienna contro di lui; quindi, in cambio di essere consigliato, decise di far guerra all’Austria, ad onta del parere in contrario di varii ministri e generali; però ad eccezione del maresciallo Colletta, divenuto genio malefico di quel valoroso a metà matto sovrano.

Decisa la guerra contro l’Austria, Gioacchino mandò il suo aiutante di campo Beaufremont a Napoleone, che trovò ad Auxerre, e gli fece sentire, che egli avrebbe assalito gli eserciti austriaci in Italia, per aiutarlo nelle operazioni militari che dovea eseguire in Francia contro gli alleati. Bonaparte, il 17 marzo, gli rispose, che si preparasse alla guerra, ma non cominciasse le ostilità senza suo. avviso. Era questo un salutare consiglio; ma Gioacchino, per la smania di combatter subito, precipitò gli avvenimenti. In effetti, il 12 di quel mese avea fatto avanzare i primi tremila uomini, nello Stato pontificio, il 16 avea dichiarato guerra all’Austria e si era messo alla testa del suo esercito per condurlo in Lombardia. Il Papa gli negò il passaggio pe’ suoi Stati, ed egli ordinò che fosse arrestato e condotto a Gaeta; ma Pio VII, avendo inteso la nuova procella che lo minacciava, fuggì a Firenze. Roma fu invasa dalla soldatesca napoletana; Murat si diresse verso le Marche, e il 21 marzo giunse ad Ancona conducendo sessantamila uomini. Dopo pochi giorni assali una divisione austriaca in Forlì, facendo un gran numero di prigionieri, ed impossessandosi dell’artiglieria del nemico. Allora pubblicò un manifesto a’ popoli delle Legazioni, per armarsi ed unirsi a lui, qual propugnatore dell’unità ed indipendenza italiana. Parecchi giovani illusi si arruolarono nell’esercito napoletano, ed egli baldanzoso entrò in Bologna il 30 marzo, ove fece cinquecento tedeschi prigionieri. Si avanzò fino a Porto S. Lazzaro; gli austriaci retrocedevano sempre, ed egli il giorno appresso occupò Ferrara. Da questa città spedì tremila uomini a Milano, già in istato -di assedio e pronta a ribellarsi contro l’Austria. Altre truppe napoletane marciarono alla volta di Modena e Reggio; il quartier generale si stabilì a Faenza ov’erano trentaquattromila uomini. Le truppe austriache trovavansi tra Modena è Reggio, ed aveano formato un campo chiuso, aspettando altri rinforzi.

Il 5 aprile ricominciarono le ostilità; i napoletani assalirono gli austriaci fortificati sul ponte del fiume Tanaro; ivi fecero prodigi di valore, e là fu ferito il generale Carlo Filangieri. L’ultima carica la diede Murat, espugnò il ponte ed inseguì il nemico fino a Modena, ove si fermò. Da questa città spedi due reggimenti a Cremona per minacciar Mantova, ove dicea di voler piantare la bandiera dell’indipendenza italiana. Ottenne altri vantaggi in varii attacchi, e il 6 di quel mese volle investire il ponte di Occhiobello, e fu respinto dopo sei brillanti assalti, perdendo non pochi soldati e molti uffiziali. Intanto tutto quello che Murat avea assicurato ne’ suoi discorsi e proclami, non si effettuava, anzi verificavasi tutto al rovescio. Avea egli promesso che gl’italiani, al suo primo apparire si sarebbero sollevati come un sol uomo contro l’Austria, ed eglino altro non fecero che qualche innocua dimostrazione, promossa dagl’illusi, e non poche bellissime poesie; i tedeschi, che doveano fuggire al solo apparire delle truppe napoletane, invece guerreggiavan e con estraordinaria tenacità: ciò fece cattiva impressione in tutti i suoi partigiani.

Mentre sì guerreggiava nell’alta Italia, un corpo di esercito napoletano, comandato dal generale Pignatelli Strongoli, entrava in Firenze; e il 7 aprile il generale austriaco Nugent retrocedeva a Pistoia, ed in seguito fu battuto presso Carpi. Qui finiscono le vittorie di Murat!... questo valorosissimo guerriero che erasi coperto d’imperitura gloria militare in tante strepitose battaglie e vittorie, diè l’ultima brillante carica, sul ponte del fiume Tanaro, e il 7 aprile i suoi dipendenti vinsero in Carpi; d’allora altro non vide che rovesci militari a suo danno, e soffrì sventure che a rammentarle straziano il cuore ancche de' suoi più crudeli nemici. Gli austriaci, avendo ricevuto poderosi rinforzi, presero l’offensiva; il 12 aprile vinsero ad Occhiobello presso Ferrara, e d’allora cominciò la confusione e la ritirata dell’esercito napoletano; il quale, il 14 marzo, retrocedette a Bologna in grande disordine. il corpo di esercito di Toscana, sotto gli ordini di Pignatelli Strongoli, già vincitore, non ebbe migliore fortuna; presso Correggia perdette quattrocento uomini fatti prigionieri ed abbandonò Firenze sotto il fuoco delle truppe di Nugent, con la perdita di tremila soldati tra morti, feriti e prigionieri, tra quali due generali, oltre a dodicimila uomini che si sbandarono. Il generale Strongoli, col resto della sua gente, traversò la Toscana sempre inseguito dagli austriaci e, per la via di Foligno, si ritirò verso Ancona.

Il 16 aprile, il generale Bianchi, alla testa di quarantamila tedeschi, entrò in Bologna; i napoletani, dopo una debole resistenza, abbandonacono quella città e Murat fu ferito leggermente. Costui si ritirò ad Ancona con tutto l'esercito, ed era accompagnato da quell’altro saltimbanco di suo cognato Girolamo Bonaparte, il quale volea persuadere gl’italiani ad essere fedeli all'unico sovrano che aveano, cioè suo fratello Napoleone. Bianchi inseguì i franco-napoletani, e marciò celere afta volta di Foligno per tagliar loro la ritirata sul Regno di Napoli.

Murat si difese a Ronco, e poi battuto, domandò, un armistizio che gli si negò; d’allora la sua ritirata divenne disastrosa. Il 3 maggio, il generale Neippeger lo assalì in Tolentino, ed ivi caddero feriti ed estinti mille uomini di ciascuna parte e rimasero prigionieri duecento napoletani. Il 5 gli austriaci assalirono Macerata e le truppe di Napoli valorosamente si aprirono un varco alla ritirata passando sopra i corpi de' nemici, ma furono costretti di rientrare in disordine nel Regno.

Altri combattimenti ebbero luogo sul Liri e negli Abruzzi, e sempre con la peggio dei murattiani. Il generale Manhes, tanto bravo con le pacifiche popolazioni calabre, fuggì da vile quando dovea combattere i tedeschi; altri generali francesi, in quell'ultima guerra, si mostrarono non più que' di prima, ma fiacchi ed avviliti. Gli avanzi di quell'esercito furono condotti sotto Capua, ove la maggior parte de' soldati abbandonò le bandiere.

Mentre succedevano queste sventure murattiane una flotta anglo-sicula, guidata dal Commodoro inglese Campbell, comparve nel Golfo di Napoli; minacciando di bombardar questa città se non le fossero consegnati i legni da guerra e gli arsenali.

La reggente Carolina Murat, conoscendo le triste condizioni, dell'esercito capitanato da suo marito, segnò una capitolazione con quel Commodoro per mezzo dei principe di Cariati; con la quale fu convenuta la consegna de' legni da guerra e degli arsenali; chela regina con la sua famiglia, persone e robe di sua scelta, avessero imbarco e sicurezza sopra un vascello inglese, e che sua madre Letizia, sua sorella Paolina e suo zio il cardinal Fiesch, che si erano rifugiati in Napoli, avessero libero passaggio per recarsi in Francia.

Murat, prima che fossero avvenuti gli ultimi rovesci militari, si ricordò della Costituzione di Bayonne, la fece pubblicare in Napoli con le solite formole, sperando che il popolo alla vista di quel gingillo si fosse levato in massa per salvarlo dall’estrema rovina; ma era troppo tardi. Dopo di aver delegato il comando dell'esercito al generalo Carascosa, il 17 maggio, si recò a S. Leucio; ivi avendo conosciuto io stato deplorevole in chi trovavasi l’esercito, che i tedeschi erano giunti a Capua, ed andar con essi il principe D. Leopoldo di Borbone, che manifestava sensi di perdono e di clemenza, che sei province obbedivano al legittimo re, temendo di esser fatto prigioniero, da sconosciuto si recò a Napoli. Il 19 di quel mese, presentandosi a sua moglie, le disse: Madama tutta è perduto: ed io... non ho potuto farmi uccidere!... Destinò i generali Carascosa e Colletta per recarsi al campo nemico e capitolare col tedesco generale Bianchi, non più pel suo interesse, egli dicea, ma per quello del suo popolo. Que’ due negoziatori di pace, il 20 maggio, si riunirono' con Bianchi, e l'altro generale austriaco Neippeger, trovandosi anche lord Burghersh rappresentante dell’Inghilterra, in una casa del proprietario Lanza.. Ivi discussero e firmarono quel trattato che prese il nome di Casalanza.

Si convenne tra’ generali delle due parti, pace tra l’esercito austriaco e murattiano; le fortezze, ad eccezione di Ancona, Pescara e Gaeta, fossero consegnate agli alleati statu quo; resa di Capua in 24 ore, la capitale coi castelli in tre giorni, quindi il resto del Regno. I prigionieri rispettivi si dovessero consegnare; la nueva nobiltà fosse conservata, (anche queste pel bene del popolo!?) non che gli onori, i gradi, le onorificenze e le pensioni militari. Garentito il debito pubblico, mantenute e riconosciute le vendite dello State. il generale Bianchi, aggiunse a quel trattato che re Ferdinando IV concedeva perdono ad ogni compromesso politico, riabilitando i suoi sudditi ribelli ad occupare officii civili e militari del Regno; e che l'imperatore d’Austria avvalorava quei trattato con la sua formale garanzia.

I collegati voleano che Murat avesse abdicato alla Corona, Colletta dichiarò non avere facoltà di trattar su di ciò; anzi prepose che al suo re si assicurasse un libero ritorno in Francia; ma ricusando i. contrarii, di lui non si disse motto in quel trattato.

Quando Gioacchino ebbe contezza di tutto quello che si era stabilito in Casalanza, rimunerò i suoi fedeli con doni da vero sovrano, essendosi mostrato più generoso e magnifico quando scese dal trono che quando vi salì. La sera del 21 maggio uscì dal palazzo reale a piedi e sconosciuto, dirigendosi a Miliscola rimpetto Baia, ove l'attendea il maggiore Malceswhi con due battelli; in uno de’ quali s’imbarcò insieme al duca di Roccaromana, al principe Ischitella, al colonnello Beaufremont, a’ suoi due nipoti, uno maresciallo, l'altro colonnello Bonafaux e al suo segretario Coney, che erano destinati a seguirlo. Nell’altro battello fu imbarcata una gran quantità di gioie, ed assai moneta in oro; taluni dissero che non oltrepassava la somma di centomila franchi, altri assicurarono che ammontasse a più milioni: al certo chi lo scrisse non la numerò.

Gioacchino ordinò di far vela per Ischia; colà dimorò un giorno, indi si diresse a Gaeta, ov’erano i suoi figli, per combattere in quella Piazza da disperato; ma non potò entrare perché bloccata dagli inglesi, e il maggiore Malceswhi che tentò introdursi per aver notizie de' reali principi, rimase prigioniero de' medesimi inglesi: perlocché Murat ritornò in Ischia.

La notte seguente partì per Francia a bordo di una nave danese, che sua nipote, la duchessa di Corigliano, avea noleggiata per sé; de’ napoletani l'accompagnò il solo duca di Roccaromana. La mattina seguente, avendo raggiunto un bastimento che conducea in Francia il generale Manhes con la sua famiglia ed alcuni napoletani, fu ricevuto a bordo col suo seguito e già s’intende, co' danari e con le gioie. In seguito passò sopra un altro bastimento che andava anche in Francia; egli cambiava spesso bastimenti, perché temea di essere fatto prigioniero.

Appena si conobbe in Napoli la capitolazione di Casalanza, molte maschere caddero dal viso; quelli, che si erano mostrati i più caldi murattiani, furono i primi ad abbattere e calpestare gli stemmi di Murat, ed alzare quelli de’ Borboni, gridando viva a costoro, morte quello; è stata sempre questa, e lo sarà, la condotta de' politici di occasione, che sono la gente più abbietta della società. La plebaglia, per amore del guadagno e del saccheggio, fece baccano e baldoria, minacciare do saccheggi e massacri. Sia detto ad onore della reggente Carolina Murat, la quale, dimenticando i suoi dolori, divisa dal marito e da’ figli, con animo virile, provvide al buon ordine della città. Scrisse al Commodoro Campbell, che facesse scendere a terra una buona quantità d’inglesi per tenere a segno il popolaccio che già sbizzarriva. Quel Commodoro mandò trecento soldati, che uniti alle guardie di pubblica sicurezza, misero a dovere, ma per poco, tutti coloro che voleano pescare nel torbido. Però quel popolaccio, imbestialito all’odore del saccheggio, osservando che gl’inglesi erano pochi, tentò di fare evadere i carcerati per aver maggior forza e compagni nel pubblico disordine; о vedendosi superiore a’ custodi della città, ricominciò a. far man bassa sopra i cittadini di qualunque fede politica e sulle sostanze dei medesimi; sempre sotto lo specioso pretesto di punirli come nemici de’ Borboni.

Il corpo della città, alla vista di tanto disordine, quando ancora trovavasi nella Reggia Carolina Murat, mandò ambasciatori al principe reale, D. Leopoldo, che trovavasi in Teano, pregandolo che affrettasse la sua marcia per liberare Napoli dall'anarchia; La reggente, avendo inteso la risoluzione presa dal corpo della città, si affrettò a ritirarsi nel Castel dell'Ovo, ed indi s'imbarcò sul vascello inglese il Tremenda, portandosi grandi tesori, e cambiando il nome in quello di duchessa di Lipona, anagramma di Napoli. Era accompagnata da varii personaggi, i quali aveano la coscienza nera, e si metteano in salvo non già dalla vendetta de’ Borboni, ma da quella di coloro che aveano spogliati e tiranneggiati in tutti i modi. Fu pure seguita da’ ministri Agar, Zurlo e Macdonald.

La notte del 21 al 22 maggio giunse a Napoli l'austriaco generale Neipperger, conducan de' due reggimenti con cavalleria ed artiglieria, ed unitosi alle guardie di pubblica sicurezza ed a' trecento inglesi, mise a dovere i ladri e gli anarchici, avendone molti fucilati con giustizia sommaria; misura terribile, che lo stesso Colletta non giudicò tirannica о abusiva.

Il giorno seguente entrarono in Napoli ventiduemila tedeschi, che seguivano il principe reale D. Leopoldo di Borbone; il quale in mezzo ad uno splendido e numeroso corteggio, avendo a lato il generale Bianchi e lord Borgbersh, allegro e cortese, rispondeva ai saluti e alle acclamazioni popolari. Vi furono feste e grandi dimostrazioni di verace gioia, la quale si accrebbe alla pubblicazione di un proclama di quel principe, col quale assicurava i popoli di questo Regno a nome dell'augusto suo genitore, la totale dimenticanza del passato, accogliendo tutti come sudditi fedeli, a qualunque partito avessero appartenuto per l'addietro.

Tutta la città era parata a festa, e le navi che si trovavano in rada erano tutte imbandierate in segno di gioia non escluso il Tremendo, ove trovavasi imbarcata Carolina Murat, spettatrice dolente di quelle feste e tripudii che si faceano pel ritorno de’ Borboni a Napoli. Quello però che dovette addolorare ogni anima nobile si è, che taluni dell’infima pie» be, recandosi in barchetta sotto il Tremendo, insultavano quella derelitta con parole sconce e cantando canzonacce ingiuriose ed indecenti: Campbell è da riprovarsi per aver permesso che si fosse insultata la sventura.

Il 23 maggio, arrivò nel porto di Napoli una squadra anglo-sicula, conducendo dalla Sicilia varii reggimenti di truppa inglese e napoletana. L’arrivo de’ soldati napoletani in questa città fu il colmo dell’esultanza d’ogni ceto di cittadini; costoro in due giorni riebbero quello che aveano perduto in 10 anni, patria, dinastia nazionale e parenti; e il loro contento era più sensibile, perché la speranza si era dileguata da' loro cuori di godere quelle gioie cittadine e domestiche. Chi rivedeva l'amico della giovanezza, chi il padre e la madre divenuti curvi dagli anni e dalle sofferte sventure, chi il figlio fatto già adulto. Oh! trista condizione de’ figli della colpa, che per provare il piacere debbono prima essere avvelenati da’ mali. Intanto il solito storico Pietro Colletta, che assisteva a quelle pure e sante gioie, come Satana a quelle de’ nostri progenitori, ci vuol far credere tutto il contrario. Oh! è troppo stomachevole quello scrittore partigiano; egli ci presenta l'uomo più tristo di quel ch’è, svisando que’ dolci e santi affetti, che il benefico creatore indelebilmente impresse ne’ nostri cuori.

Il 24 maggio, il principe D. Leopoldo si recò al Duomo per visitar S. Gennaro; il dì seguente, accompagnato da tutte le autorità, si condusse alla chiesa dello Spirito Santo, ove si cantò il Tedeum in rendimento di grazie pel felice ritorno della dinastia.

Il sig. Giovanni La Cecilia asserisce (((39))), che i Borboni sono entrati sempre in Napoli tra le bagaglie degli eserciti invasori; in questa asserzione evvi inganno e malafede. Già abbiamo veduto, che nel 1799, i popoli in armi restaurarono il trono delle Due Sicilie; chiamateli pure briganti che io vi ripeterò quel che dissi altrove, cioè che il nome nulla cambia, è che i briganti non han mai riconquistato il trono al legittimo sovrano. Mi si dirà, che quell'autore, al luogo citato, intende alludere alle restaurazioni del 1815 e 1821; ed allora, io soggiungo, non dovea ficcarvi quel sempre nella frase riportata. Del resto neppure alludendo a quelle due epoche ha dette la verità, conciossiaché i Borboni di Napoli dal 1806 al 1815 coadiuvarono, col loro piccolo esercito i sovrani collegati per abbattere i dominatori settarii dell'Europa, combattendo in Italia ed in Ispagna, e con lo stesso non poteano ritornare a Napoli, essendovi un valoroso e fortunato guerriero che governava col terrorismo, avendo sotto i suoi ordini, più di sessantamila soldati, la maggior parte stranieri. Per la qual cosa, siccome i Borboni aveano aiutato gli alleati sovrani, costoro erano nell’obbligo di coadiuvarli nel cacciare da questo Regno il nemico comune. Il quale, appena ricevette il primo rovescio, la popolazioni si dichiararono pel legittimo re, ad eccezione di taluni generali, uffiziali, ed impiegati, gaudenti e venduti allo straniero.

Circa la restaurazione del 1821, i Borboni, come appresso dimostrerò meglio, non rientrarono tra le bagaglie degli eserciti invasori, ma trovavansi in Napoli, donde non si mossero, ad eccezione del re, che si recò al Congresso de’ sovrani in Lubiana, e col permesso del Parlamento. Anzi il principe ereditaria, vicario generale del Regno, checché si dica in contrario, sia per amore о per forza, organizzò la difesa e si era recato al quartier generale per combattere insieme al fratello D. Leopoldo, contro gli eserciti invasori, che secondo quello scrittore, tra le loro bagaglie portavano i Borboni. Le ragioni, per cui questo Regno fu invaso ai 1821 dagli eserciti invasori, le dirò a suo tempo e dimostrerò di chi, fu la colpa.

Ricordo al sig. La Cecilia, giacché finge di averlo dimenticato, che i Borboni di Napoli sono stati cacciati sempre da questo Regno, non da’ popoli ma dagli eserciti invasori. I quali han portato sempre tra le loro bagaglie i rivoluzionarii, i traditori della patria, venduti agli stranieri, i veri briganti, il disprezzo per tutti i napoletani, la spoliazione, il mal costume e la persecuzione contro la religione de’ padri nostri.

Il medesimo autore, nelle citate memorie, osa dire a pag. 9: »Eppure per questa ingrata ed abbietta (!?) stirpe di Capetto trovansi ancora partitanti in Francia, nella Spagna ed in Napoli. Egli dovrebbe ringraziare la Provvidenza perché trovansi ancora que' partitanti, e per quelle ragioni ch’egli ben sa e molti sanno, e che a me non conviene pubblicare in quest'Appendice. Fa poi maraviglia, che il medesimo autore, sapendo tutto ciò, e dopo tanti suoi personali disinganni, ha voluto regalarci, l’anno passato, il primo volume delle sue Memorie ecc, scritte contro i Borboni, contro il Papa e contro il Cattolicismo, e con tutto il fiele della sua gioventù: Adolescens juxta viam suam, etiam cum senuerit non recedet ab ea.

Il 28 maggio, il principe reale D. Leopoldo di Borbone, fece pubblicare un decreto che arrecò immensa consolazione a’ napoletani, perché, con lo stesso, furono destituiti tutti gli stranieri che aveano impieghi ed officii pubblici in questo Regno. Lo storico Pietro Colletta, il grande patriota, che meritò di avere innalzata la sua statua nella Villa Reale da un Municipio insipiente, si scaglia contro quel decreto del 28 maggio 1815, e poco manca di qualificarlo tirannico: ecco le tirannie borboniche! Egli avrebbe voluto che tanti suoi concittadini, privati d’impiego nel 1806 perché fedeli al legittimo principe, fossero rimasti nell’onorata miseria, e che i Borboni avessero fatto continuar la cuccagna a favore de’ francesi ed altri stranieri d’ogni lingua. Si consola però (((40))) che i conventi erano disciolti, la religione indebolita, le credenze derise e sbandite. Meno male, io soggiungo pel nostro storico, si era almeno raggiunto uno de’ principali scopi de’ settarii. Intanto nel paragrafò che segue, sbadatamente soggiunge: Si trovavano magistrati più abili degli antichi, più giusti, onesti: — e si è inteso mai che. i re tiranni mettano al potere magistrati abiti, giusti ed onesti? О santa logica, è provvidenziale il tuo divorzio da simili storici!


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CAPITOLO XXVIII

SOMMARIO

Abolizione di fatto della Costituzione siciliana. Ferdinando IV ritorna a Napoli. Feste etraordinarie. Indulti e benefiche disposizioni di quel sovrano. Riorganizzazione dell’esercito. Capitolano la piazza, i forti di Pescara, Ancona e Gaeta. Peste di Nola.

Ferdinando IV, sin dall'autunno dell'anno precedente,1814, giudicando prossimo il suo ritorno a Napoli, in vista degli errori di Murat, avea preparato tutto secondo i previsti avvenimenti. Radunò in ottobre il Parlamento siciliano a fine di far perfezionare la Costituzione, riordinare le finanze e compilare il nuovo codice civile. La Camera de’ deputati» in cambio di discutere le leggi necessarie al bene della nazione, proseguiva a baloccarsi con far discussioni di nessuna importanza, e suscitare discordie infinite; e facea ciò ad onta che fosse stata più volte avvertita dal re con replicati messaggi per dedicarsi alte questioni urgenti dello Stato. Il 30 aprile 1816, Ferdinando, essendosi recato in mezzo a quella adunanza nazionale, si dolse che nulla ella ancora avesse fatto di quanto egli e la. Sicilia aspettavano dalla medesima; conchiudeva con domandar de’ sussidii per la guerra che sostener dovea contro Murat. Il parlamento votò all’unanimità la somma di un milione di onze— circa tredici milioni di lire—grandissimo sforzo per la povera Sicilia in que’ tempi di calamità! ed i deputati di tutti i tempi, trattandosi del danaro de’ contribuenti, si mostrano sempre prodighi e poco scrupolosi.

Il Parlamento siculo, punto sul vivo delle lagnanze sovrane, pensò adempiere i suoi obblighi in effetti d'allora discusse varie leggi utili per migliorare la Costituzione, ed elesse una commissione per compilare il codice civile stante la grande confusione che eravi nelle antiche leggi. E mentre tutti i deputati erano dediti a far quello che non aveano fatto fino allora, il 5 maggio, si presentò in quel consesso il principe di Campofranco, in qualità di commissario regio, ed annunziò, che il re, dovendo partire per Napoli, non potea 'permettere che il Parlamento di Sicilia restasse aperto, quindi ordinava che si chiudesse.

Quel commissario regio, a nome sempre del sovrano, fece le solite lagnanze per lo sciopero di varii deputati, e per la lentezza di tutti nel discutere gli affari interessanti della r nazione; promettes, che a completare gli enunciati lavori, si sarebbe nominata una commissione di ragguardevoli siciliani; la quale avrebbe avuto l'incarico di lavorarci con sollecitudine. Quel Parlamento fu sciolto, per non esser più convocato, e dopo che avea votato i sussidii bisognevoli pel ritorno della dinastia a Napoli!

Io rispetto tutte le opinioni oneste, però ahbomino i governi detti misti, non essendovi in fatta responsabilità né del potere legislativo, né di quello esecutivo. I governi costituzionali come li vediamo oggi sono un misto di democrazia, aristocrazia e monarchia; sembrano ottimi in teoria, come la repubblica di Platone, e riescono gessimi in pratica. Nulla poi dico de’ grandi mali che arrecano quando il potere esecutivo domina quello giudiziario, ed intriga sulla nomina de’ deputati; allora sì, divengono col fatta pessimi. Se io avessi la disgrazia di esser re, e volessi tiranneggiare il mio popolo, darei una costituzione, combinata in modo che i miei ministri potessero intrigare per l'elezioni politiche e dominare la magistratura; così potrei tiranneggiare il popolo a nome dello stesso popolo. Fatta questa mia professione di fede politica circa i governi rappresentativi, or dirò che Ferdinando IV di Borbone fu pessimamente consigliato a togliere alla Sicilia il governo rappresentativo, cioè quello che era stato imposto dalla superba Albione, non pel bene de’ siciliani, ma pei poco leali fini di quella prepotente nazione. Togliere quella Costituzione in quel modo ed in quel tempo fu un errore gravissimo, e direi uno scandalo. È pur vero, come appresso dirò, che al re fu imposto dalle potenze alleate; ma dico pure che quella misura fu troppo precoce, cioè non si avrebbe dovuto chiudere il Parlamento siculo, se prima non si fosse pubblicato il trattato che discutevasi allora e che si firmò poi il 2 giugno 1815, tra il governo di Ferdinando IV e quello di Francesco I d’Austria. Parecchie distinte persone, ignare di tatti gli avvenimenti di que’ tempi, credono ancora che fu tolto alla Sicilia il governo rappresentativo per la sola volontà di Ferdinando IV, mentre costui fu la vittima de’ nemici e degli amici.

I consiglieri di quel sovrano non si limitarono a questo soltanto, che del resto sarebbe un errore giustificato dalle ragioni di sopra esposte, e dagl’indirizzi di quasi tutti i comuni dell’Isola, dimostranti i mali che arrecava quella Costituzione senza alcun compenso. Il fatto che più indegnò i siciliani si è perché furono abbandonati dalla Corte, e la Sicilia ridotta a provincia dopo che fu restaurato il trono di Napoli. E tutto questo avvenne dopo che quella eroica e fedelissima Isola mantenne il suo amato re e tutti coloro che lo seguirono, pagando soldi ed onorami; tante volte diè le sue sostanze ed il sangue de’ suoi figli a ciò il suo legittimo principe riacquistasse il Regno al di qua del Faro. Quell’errore non si volle correggere, si proseguì a trattar la Sicilia, come se ella avesse fatta la rivoluzione; e dopo quarantacinque anni si raccolsero que' frutti amari ed avvelenati di quel malaugurato procedere. «La Sicilia è stata sempre disgraziata sotto tutte le dinastie e forme di governo, meno ne’ tempi moderni, sotto i Borboni, e più di tutto sotto coloro che la ingannarono promettendole ricchezze, indipendenza e redenzione dal servaggio. Guardate il suo terribile Vulcano, esso è l’immagine de’ suoi figli, non tuona spesso о erutta fiamme e lava come il Vesuvio; ma quando le sue ignee viscere si commuovono, arreca danni incalcolabili e spaventevoli.

Re Ferdinando, dopo di avere creata una Commissione di diciotto individui pel governo della Sicilia, e lasciato per luogotenente il principe ereditario, il 15 maggio, s’imbarcò sul vascello inglese The-Queen, e partì per Messina. Appena giunse in quella città, diresse un proclama a’ napoletani, col quale accordava piena amnistia a’ compromessi politici; e con uno editto del 22 dello stesso mese, ordinò che tutte le autorità e leggi, esistenti allora, dovessero rimanere nello statu quo, onde non soffrisse danno l’amministrazione della giustizia e l'andamento della cosa pubblica. Il 31 maggio partì per Napoli, scortato d’altre navi inglesi e siciliane, che portavano a bordo la Guardia reale e l'artiglieria; giunse il 2 giugno nel porto di Baia.

Colletta ci racconta, che Carolina Murat, dopo che partì da Napoli, si recò a Gaeta, per prendersi i suoi figli, indi si diresse a Trieste, imbarcata sempre sul vascello inglese il Tremendo, e che nella rotta avesse incontrato re Ferdinando. Il comandante di quel vascello, apprestando i consueti omaggi all'incontro del sovrano, sotto specie di bontà per dileggio avesse detto alla Murat, che non avesse spavento del tiro del cannone non essendo che a salva, per festeggiare rincontro del re di Napoli Ferdinando IV di Borbone: e colei avesse risposto: Non essere al Bonaparte nuovo né ingrato quel rumore. Quell’incontro e quel dialogo lo trovo nel solo Colletta, ed in coloro che lo copiarono. Non è la prima volta che questo storico ci rivela simili dialoghi a bordo de’ vascelli inglesi; questo però tra Carolina e il comandante del Tremendo, non è né calunnioso, né inverosimile, come l’altro che ci raccontò tra Lady Hamilton e Nelson a bordo del Fulminante.

Il re si trattenne, nel porto di Baia fino al 7 giugno; il 4 di quel mese, a bordo del vascello The-Queen, nominò i componenti il nuovo ministero di Stato per Napoli, che fu formato di personaggi di provata fede borbonica; cioè il marchese Circello ministro segretario di Stato per gli affari esteri, il cav. de' Medici per le finanze ed interinamente per la polizia, il marchese. Donato Tommasi per grazia e giustizia ed affari ecclesiastici ed incaricato pel ministero dell’interno. Quest’ultimo dicastero fu dato poi, il 44 dello stesso mese, al convn. D. Emmanuele Parisi di Galati, in Sicilia, essendo già stato direttore di grazia e giustizia nel 1802. Il marchese Capitelli fu nominato ministro dr Casa reale e degli ordini cavallereschi.; e siccome non si era ancora riordinato il dicastero della guerra, venne incaricato al disimpegno di' questo il marchesa Saint-Clair, sotto gli ordini del principe reale D. Leopoldo. Furono nominati capi di Corte il principe di Cassaro maggiordomo maggiore, il duca di Sangro somigliere del Corpo, il duca d’Ascoli cavallerizzo maggiore, il principe di Ruoti capitano delle reali Guardie del Corpo e il duca di Miranda cacciatore maggiore.

Colletta, che rarissime volte trova mediocre quel che fece Ferdinando IV, non approva la scelta di que’ ministri; a quel che pare, avrebbe voluto che il sovrano avesse nominato un ministero di murattiani e lui ministro della guerra. Difatti chiama il Circello veterano della monarchia assoluta, in dotto scolare della moglie; di Tommasi fa una biografia disonorante, non tralasciando di dargli del monopolista e ladro; il Parisi, (ch’egli chiama Parise) assicura di essere stato inasperto, ignorante, nemico delle nuove cose, schernitore delle belle arti e scienze. Del cav. de' Medici dice pochissimo male frammisto a molti elogi che spesso largisce a questo ministro. Che si fosse messo paura di qualche rivelazione di costui? che fosse vero quanto asserì Pasquale Borrelli ed altri, circa il tradimento fatto dal Colletta a Murat col farlo sbarcare in Calabria in cambio di Salerno?

Il 7 giugno, Ferdinando si recò a Portici, ove accorse mezza Napoli e gran popolazione de’ paesi circonvicini, per vederlo e festeggiarlo; non pochi impiegati e magistrati murattiani furono i primi a tributargli servili. omaggi; egli accolse tutti benignamente. Ricevé eziandio i generali di Murat; Colletta che era del bel numero uno, dice nella sua storia: «Lo sguardo del re scòrrea sopra tutti u benigno e uguale, ma le due parti bieca«mente guatavansi e dispettose; scambiavansi occultamente le false ingiurie d'infedeltà e di servaggio; all’ambizione degli uni parea intoppo la nuova politica del re, all’ambizione degli altri il suo vecchio furore.

«Erano uguali tra loro l'odio e il disprezzo. Ma furono quelli, a cui si gettavano le false ingiurie d’infedeltà che dopo cinque, anni si dichiararono traditori e taluni si coprirono di vituperio, altri di viltà e tutti di ingratitudine. Era poi una sfacciata, impudenza gettar l'ingiuria di servaggio agli uffiziali che seguirono il re e le patrie bandiere in Sicilia, essendo stato Murat il re. più assolutista di que' tempi.

Il 17 giugno, re Ferdinando fece la sua solenne entrata in Napoli e fu per Lui un vero trionfo; egli era a cavallo in mezzo ai generali austriaci e napoletani; cavalcava al suo fianco il principe D. Leopoldo. I soldati austriaci, inglesi e napoletani erano sotto le armi vestiti a gala e schierati sul cammino del sovrano. Tutte le navi, che erano nel porto ed in rada trovavansi imbandierate, e faceano fuoco di gioia insieme a tutt'i castelli di questa capitale. Le finestre, i balconi, i magazzini eran tutti parati con drappi serici e co’ colori de’ Borboni. La calca del popolo era immensa, estendevasi per cinque miglia, da Portici a Napoli, ed era gente di tutt'i ceti, lì corteggio reale procedeva lento, a causa di quell’onda popolare che si accalcava l'una sull'altra; le grida di gioia, gli evviva, l'entusiasmo non ebbero limiti; fu quello uno spettacolo sorprendente e tenero; est osservò che re Ferdinando avea gli occhi pregni di lagrime. Giunt0 al palazzo reale, per contentare la popolazione, si mostrò più volte al balcone, e fu salutato ed acclamato fino al delirio. Povero popolo! Al certo fu quella la vera espressione del tuo cuore versa im sovrano nazionale, nato 'e cresciuto in mezzo a te, e dal quale altro non avevi ricevuto che. agiatezza ed affetto paterno; ma quante volte i tuoi nemici ti han simulato per applaudire chi dovea spogliarti e disprezzarti?

Il Te Deum, in rendimento di grazie pel ritorno dell’amato principe, si cantò nella cappella Palatina del palazzo reale, ove intervenne il re con tutto il suo seguito. Napoli per tre sere fu illuminata in un modo mai visto in simili circostanze; per la città altro non si vedevano che ritratti di Cariò III è di Ferdinando IV. Il municipio innalzò avanti la Reggia una macchina allusiva, esprimente i voti della popolazione pel fausto ritorno dei legittimo sovrano.

La clemenza del re non si limitò soltanto a perdonare i rei di Stato, fece eziandio, grazia a’ condannati a pene correzionali, escludendo i ladri. Abolì la pena infamante del così detto marchio, che si soleva infliggere col ferro rovente a' condannati per furto о falsità. La legge del divorzio fu anche abolita, avendo arrecato tanti rovesci e scandali nelle ricche e nelle oneste famiglie di questo Regno; e si ordinò che i divorziati non potessero contrarre un nuovo matrimonio durante la vita de’ coniugi. Si restituirono i beni agli emigrati, sequestrati da re francesi; e furono del pari restituite le pensioni e le commende a chi ne godea prima dell'invasione straniera. Furono revocate le donazioni de’ beni dello Stato, che aveano fatte que’ due re, dando però un compenso a coloro che li aveano comprale. Si riconobbero le rendite iscritte sul debito pubblico, qualunque ne fosse stata l'origine. Al Monte della Misericordia di Napoli furono assegnati ventimila ducati annui', in compenso delle perdite che avea fatto sotto il dominio straniero. Il sistema dell’espropriazione fu tolto. Si permise soltanto di potersi staccare dal patrimonio del debitore la somma corrispondente al debito. La tassa sulla fondiaria venne ribassata, come pure quella sulla carta bollata e del registro e bollo. Si tolse il dazio sulle patenti de’ venditori e de' maestri di bottega, l'altro su dritti detti di Bilancia, quello sui grani, vini, olii, canapi ed altri prodotti del Regno. Infine fu abolito il gravoso e danne vole impedimento della esportazione di quei generi. Però è da conoscersi, che sotto i redi casa Borbone si potea esportare soltanto quella quantità di generi giudicati superflui a’ bisogni della popolazione; non essendovi allora il peregrino ritrovato del libero scambio, che ci ha ridotto á comprare il bisognevole alla vita al tasso di Parigi e di Londra, arricchendo esclusivamente i vampiri del monopolio, come vediamo oggi sotto. il dominio de' nostri redentori.

La polizia delle province fu restituita agl’intendenti, ne’ distretti a(?) sottintendenti, ne’ comuni a giudici circondariali, ne’ piccoli paesi a’ sindaci. A’ parrochi fu prescritto che doveano opporre, sugli atti di nascita dello Stato civile, la indicazione del battesimo, ed in quel modo doveansi rilasciare gli estratti. Si abolì il decreto di Murat, dal 19 novembre 1810, circa gli ordini sacri, danno a tutti la facoltà di ascendere al sacerdozio о incardinarsi agli ordini religiosi non escluse le donne; e csi venne restituita quella libertà vera che dovrebbe godere ogni cittadino, scegliendo quello ¿tao to che più si confà alla sua indole о vocazione.

Re Ferdinando IV di Borbone confermò negl’impieghi tutti coloro che vietavano, e senza distinzione di colore politico, tanto nella) magistratura, come nel ramo militare: tal quale han fatto gli attuali rigeneratori! cioè mettendo sui lastrico tanti onorati e solerti magistrati ed uffiziali; intanto secondo essi quel sovrana fu un tiranno ed eglino la sintesi di tutte le virtù cittadine. Furono destinati ne' posti vacanti tutti quelli che si mantennero fedeli al legittimo principe e che erano stati destituiti da. 're francesi.

Dopo che il re dedicò le prime sue cure alle cose più urgenti che richiedeva lo stato del Regno, volse il pensiero a riordinare l'esercito. Elesse un supremo Consiglio di guerra presieduto dal principe reale D. Leopoldo, vice-presidente il generale marchese di Sainte Clair. Faceano parte di quel Consiglio quattro generali, due murattiani e due reduci dalla Sicilia; de’ primi Carascosa e Filangieri, dei secondi Minichini e Fardella, aggiungendovi quattro relatori.

L'esercito di Murat si fuse con quello di Ferdinando, se non di principii almeno l'istituzione e divisa militare. Si formarono cinque’ reggimenti di fanteria, cioè Re, Regina, real Borbone, real Farnese e reale Estero. Si organizzò una compagnia di Guardie di polizia del real Palazzo, ed un'altra di Alabardieri di cento venti soldati, e quella delle Guardie del Corpo di centoquarantotto individui, scelti tra la classe aristocratica. Si pompose un corpo scelto di fanteria e cavalleria de’ soldati reduci dalla Sicilia, e fu denominato Fanteria e cavalleria della Guardia. Da' medesimi soldati si formarono due compagnie di pionieri, altre due di cacciatori a cavallo ed uno squadrone di artiglieri anche a cavallo. In seguito si formarono altri sei reggimenti, cioè Principe, Principessa, real Palermo, Principe Leopoldo e real Corona. Si riordinò un corpo di treno ed una brigata di cavalleria; un reggimento si denominò Principe reale, l’altro real Borbone. In ultimo si organizzarono due reggimenti di zappatori minatori, un altro detto real marina ed un terzo di marinari cannonieri. Con decreto del 15 agosto 1815, si fondò in Aversa un convitto di allievi militari, e si accordò il dritto ad ogni provincia di mandarvi due allievi a piazza franca; quel convitto fu nominato Scuola di Marte.

Rimaneano ancora tre fortezze in potere de' murattiani non incluse nella capitolazione di Casalanza, cioè Ancona, Pescara e Gaeta; ed era uno spettacolo curioso vedere che ancora in Italia sventolassero tre bandiere di Murai, mentre questi era profugo e perseguitato nella stessa Francia sua patria. Pescara, ove. comandava il generale Napoletani, (41) si arrese a' tedeschi il 28 maggio senza alcuna resistenza. Colletta asserisce che dopo la resa furono smantellate le fortificazioni di quella Piazza, per oltraggio a re amico sospetto di novelle guerre, e provvedimento per futura conquista. Ancona, comandata dal maresciallo Montemaior, era stata cinta di assedio fin da’ primi giorni di maggio, e dopo varii combattimenti capitolò il 29 dello stesso mese. Rimanea la Piazza di Gaeta, comandata dal maresciallo Begani, napoletano, con un presidio di duemila uomini e dieci lance cannoniere sotto gli ordini di Sancaprè. Quel comandante, non tenendo conto della capitolazione di Casalanza, niente curando che tutto il Regno fosse ritornato all’obbedienza del legittimo principe, e che il suo sovrano Murat trovavasi in Francia profugo e perseguitato da’ nemici e dagli amici, non volle ceder Gaeta, malgrado che gli si offersero patti onorevoli. Taluni suoi dipendenti, conoscendo la inutilità. di quella resistenza, si ribellarono contro di lui, ed egli ne fece fucilare parecchi, ed armò i servi di pena per averli favorevoli alla causa che con tanta tenacità difendeva. Il 7 luglio si seppero i risultati della battaglia di Waterloo, vinta dagli alleati, che Napoleone era stato fatto prigioniero e mandato all’isola di S. Elena, essendo ritornato a Parigi il legittimo sovrano Luigi XVIII. Ad onta di tutto ciò, Begani si ostinò a non voler cedere Gaeta; la quale fu bombardata per ordine del generale Lever, comandante gli assedianti di quella Piazza. Però re Ferdinando proibì di recarsi ulteriori danni alla medesima, e cosi risparmiò tante vittime di quel bellico furore, che si addimanda onor militare.

Il 7 agosto, Begani condiscese a capitolare con patti onorevolissimi, che furono scrupolosamente adempiti dal re; anzi costui fece di più, raccomandò i soldati esteri, difensori di Gaeta, a’ loro sovrani per impiegarli nei loro eserciti, non sapendo adempiere altro mestiere se non quello delle armi.

Begani, appena firmata la capitolazione, fece atto di sottomissione al re; il quale non solo lo perdonò, ma diedegli pensione di ritiro; volle però che uscisse dal Regno: del pari diè pensione alla moglie e figlie di quel maresciallo.

Begani fu giudicato in vario modo dagli storici, circa la sua ostinazione a voler difendere Gaeta, quando non eravi più speranza alcuna in favore del suo sovrano Murat. In quanto a me dico, non tenendo conto di avere egli abbandonato le bandiere del suo legittimo sovrano per battersi in favore de' Napoleonidi, che è ammirevole soltanto perché seppe sostener la parte di Murat fino all’ultimo, adempiendo quel precetto militare, cioè che un comandante di una Piazza forte non dee veder più lungi del tiro de’ suoi cannoni.

Begani ritornò nel Regno con gli amnistiati del 1820, e si ribellò di nuovo contro colui che avealo beneficato insieme alla sua famiglia.

I rivoluzionari son sempre gli stessi, anzi i beneficati divengono gli acerrimi nemici de' sovrani benefattori; e guai se castoro sono tanto insipienti da metterli al potere! Nonpertanto dopo la morte di quel maresciallo, re Ferdinando II onorò la vedova e le figlie, dando financo alle stesse la pensione di grazia.

La bandiera, che fu innalzata in Parigi il 14 luglio 1789, dopo di aver fatto il giro delle capitali del continente europeo e dell’Africa del Nord fu lacerata nelle steppe della Russia, abbattuta in Parigi, ove sventolò la prima volta, calpestata e distrutta in Waterloo; e per l'ostinazione di un duce napoletano, giudicato in vario modo, rifletté la sua ultima luce maligna sopra uno scoglio celebre di questo Regno, in Gaeta!

Quando quella bandiera fu distrutta ebbe fine quella orribile Iliade che insanguinò l’Europa per venticinque anni; ma sventuratamente non furono distrutti con essa i principii che rappresentava. Dopo il volgere di 15 anni risorse in apparenza meno funesta, ma fu apportatrice d’altri infiniti mali, che l’Europa ancor deplora.

Dopo 22 anni, che era risorta, cadde nelle mani di un galeotto, e ciò a causa della fatuità francese; e se pel passato era stata segno di grandezza e di strepitose vittorie per la Francia, divenne poi il vessillo dell’intrigo settario, de' tradimenti diplomatici, e se volete anche della viltà. Basta fin qui, né giova anticipar gli avvenimenti che mi restano a raccontare.

Quell'anno 1815, venne funestato da un flagello, che sarebbe stato fatale a questo Regno, forse all'Italia e all’Europa, se il governo di Ferdinando IV non avesse messi pronti ed energici ripari.

Il 23 novembre comparve in Noia, piccola città del Barese, una malattia epidemica, che dapprincipio non fu conosciuta da medici; in seguito si osservò essere un terribile tifo orientale, eminentemente contagioso, più col contatto delle robe, che con quello delle persone; ed era stato introdotto da talune merci provenienti dalla Dalmazia о da Smirne, ove infieriva quel fatal morbo. I sintomi del quale erano spaventevoli; il corpo rimanea immobile, sete ardente, comparivano bubboni all’inguine e alle ascelle: se dolorosi erano benigni, se pallidi e scomparenti segno di morte. Gli ammorbati si curavano col chinino e con gli eccitanti; quella letale epidemia fu poi detta Peste di Noia.

Il governo mandò in quella città il generale Mirabelli, con soldati ed altri mezzi, per impedire che il morbo si propagasse fuori di Noia. La quale fu barricata nell'interno, per dividere que' che non erano affetti dal male; si proibì quindi ogni commercio interno; le stesse chiese furono chiuse e si uccisero tutti gli animali lanuti, supposti favorevoli alla propagazione dell’epidemia.

Fu cinta con tre circoli di fossati, e per essere la notte ben guardati dalla truppa, si accendevano gran quantità di fuochi; pena di morte a chi avesse tentato uscire da quel de' solato luogo. Il morbo fu rigorosamente circoscritto, e durò duo a’ 7 di giugno, cioè sei mesi e mezzo: il numero de’ morti ascese a settecento, de’ guariti a seicentodieci.


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CAPITOLO XXIX

SOMMARIO

Ultimi casi di Gioacchino Murat. Accuse contro Ferdinando IV. Lettera de’ figli dell’assassinate marchese Luigi Palmieri.

Prima che io finisca di narrare gli avvenimenti del memorabile anno 1815, è necessario far conoscere a’ miei benevoli lettori l'ultima catastrofe di un valoroso figlio della rivoluzione. Il quale per — l'ansia di un cor ¿he indocile — ferve pensando al Regno, si rivoltò contro i principii rivoluzionarii, contro i suoi compagni d’armi e contro la sua stessa patria.

Gioacchino Murat, dopo che partì d’Ischia, il 28 maggio sbarcò a Frejus; ove era approdato due mesi prima il celebre prigioniero dell'Elba. Oh! quante strazianti rimembranze dovettero assalire il povero ramingo: la gloria che passò, il perduto diadema, i rimorsi di aver combattuto contro la sua patria, i timori dell'avvenire, che presentavasi tristissimo sotto tutti gli aspetti. Invece di proseguire il viaggio per Parigi si fermò in Tolone: non osava presentarsi a suo cognato, allora risalito sul trono di Francia; la sua condotta dell'anno precedente glielo vietava. Scrisse a Fouché suo amico nella prosperità, allora ministro di Napoleone, e si scusava di aver fatto guerra alla, sua patria, unito con gli austriaci e con gl’inglesi; offriva il suo valevole braccio all’imperatore per combattere nell'imminente guerra che costui dovea sostenere contro tutta l'Europa in armi. La lettera di Gioacchino fu consegnata da Fouché al suo padrone; il quale, da vendicativo, irónicamente domandò al suo ministro: Quale trattato di pace avete fatto col re di Napoli dopo la guerra del 1814?

Murat, addolorato per quella cruda ironia del suo compagno d'armi, dei suo duce, del suo congiunto, rimase in Tolone, e dopò la battaglia di Waterloo, cominciò ad essere perseguitato da’ legittimisti e cercato da’ manigoldi per essere ucciso; dappoiché si sapea che portasse danaro e preziose gioie con sé. Per la qual cosa in costretto a’ nascondersi, e più volte fu sul punto di essere trovato dai suoi persecutori ed assassinato. Scrisse di nuovo a Fouché, che avendo cambiato livrea, era stato fatto ministro da Luigi XVIII, e lo pregava di mandargli un passaporto per l’Inghilterra, promettendo di vivere colà deprivato; quel ministro non gli rispose. Scrisse a Maceroni, suo uffiziale di ordinanza, rimastogli fedele, e questi, perché sospetto alla polizia, fu messo in carcere. Diresse lettere senza data al re di Francia, e nulla ottenne; allora si argomentò di presentarsi a’ re collegati, sicuro che sarebbe stato bene accolto pe suoi fasti militari, e perché que’ sovrani, tante volte si erano onorati della sua amicizia.

Noleggiò una nave per Havre de' Grace, donde poi recarsi a Parigi senza pericoli, trovandosi allora in grandi subugli il mezzogiorno della Francia. Ma quella nave mancò al dato appuntamento; ed egli che l’avea attesa per più ore sulla spiaggia designata, fatto giorno, temendo di essere riconosciuto, s'internò nelle campagne ed in que’ vigneti, ove corse serii pericoli. Si salvò da’ ladri, che lo cercavano, occultandosi sotto un fronzuto cespuglio, donde sentiva parlare i suoi persecutori, che non si davano pace per averlo perduto di vista. Povero Gioacchino, quante umiliazioni dopo tanta gloria!

Abbattuto da tanta contrarietà, si decise ad imbarcarsi per la Corsica sopra piccola nave, accompagnato da pochi amici, ove sperava sicurezza e riposo. Ma le sventure sono calamitate, l’una attira l'altra inesorabilmente; dopo due giorni di navigazione, fu assalito da furiosa tempesta, e corse per due giorni in balla de’ venti e dell'avversa fortuna. Già la navicella era sdrucita, senza vele e con gli alberi rotti; non potea più tenere il mare prossima ad essere ingoiata dal furor delle Onde. Gioacchino scoprì una nave che veleggiava verso Francia, avendo chiesto aiuto alla stessa, promettendo largo compenso, gli fu barbaramente negato. Indi a poco lo raggiunse la nave corriera, che andava a Bastia, in Corsica, appena si manifestò a que' nocchieri, fu ricevuto a bordo e festeggiato. Sul cominciare del settembre, sbarcò a Bastia, ove fu bene accolto da quella ospitale popolazione, e per maggior sicurezza, passò a Vescovato: colà ebbe cordiale ricevimento, ed alloggiò nella casa dello stesso maire, sig. Còccoli Colonna.

Murat, vedendosi bene accolto in quell’isola, la sua povera testa cominciò a fantasticare conquiste e glorie militari; quindi si determinò riunire i suoi uffiziali e soldati, che si trovavano in Corsica, о di passaggio dopo la capitolazione di Gaeta, allo scopo di tentare uno sbarco in questo Regno e conquistarlo. Mentre preparava quella spedizione, giunse a Vescovato Maceroni, già messo in libertà dalla polizia di Parigi, e gli consegnò un permesso dell’imperatore d’Austria col quale potea recarsi in una città della Boemia о della Moravia, o dell’alta Austria, e colà vivere da privato, sottoposto alle leggi dell’impero. Tutti i suoi dipendenti credeano che avrebbe accettato l'offerta dell’imperatore, e che egli avea tanto sollecitata, anche per riunirsi alla sua famiglia, che trovavasi in Trieste. Ma s’ingannarono, perché, Gioacchino esclamò: Or dunque una prigione è il mio asilo! prigione è tomba, ed a re caduto dal trono non ramane che morir da soldato. Dopo questa esclamazione, con la quale dimostrava la superbia di non volersi contentare di quello di cui si sono contentati tutti i re nati e caduti dal trono, manifestò la necessità e il dritto che avea di riconquistare il Regno di Napoli, e prosegui i preparativi della spedizione.

L’oprare imprudente di Gioacchino in quell'isola attirò l’attenzione del cav. Verrier comandante la 23(a) divisione militare; il quale con un ordine del giorno del 15 settembre svelava i preparativi e le mene di Murat, aiutato dal, maire del Vescovato. Conchiudeva quell’ordine del giorno con dire, che sarebbero, puniti come ribelli e traditori tutti co' loro i quali si arrollassero od aiutassero l’ex-re, di Napoli per qualunque siasi spedizione militare.

Murat, vedendo scoperte le sue macchinazioni, da Vescovato si trasferì al villaggio di Chiffòni, e colà continuò i suoi preparativi per portar nel Regno di Napoli la guerra civile. Dopo che raccolse seicento soldati dell’antica sua truppa, si trasferì ad Aiaccio, e non avendo potuto avere più di sei battelli, il 29 settembre, s’imbarcò con duecento uomini bene armati 30 uffiziali, de’ suoi più fidi, e parti dalla Corsica, dirigendosi alla volta di questo Regno.

Lo storico maresciallo Pietro Colletta (42) ci racconta che il governo napoletano conoscea le speranze e la spedizione di Murat, avendo mandato in Corsica un Carabelli, oriundo còrso; ed essendosi costui avvicinato a Gioacchino, seppe le speranze gli apparecchi e le mosse della spedizione, ma che nulla potè sapere circa il luogo dello sbarco. Qui è necessario far noto a’ miei lettori di quanto si disse è si pubblicò con le stampe riguardo a questo fatto ed a carico di quello storico. Si asserisce che il cav. de' Medici si fosse servito del medesimo Colletta per sapere le speranze, gli apparecchi e le mosse di Murat. Pasquale Borrelli, che in quel tempo era segretario generate della Prefettura di polizia, nel suo Saggio sul romanzo storico di Pietro Colletta, nel primo quesito dice queste tremende parole: «Ma egli (il Colletta) ebbe gran parte ad indirizzare il misero Murat alle coste della Calabria, e ricuperare in tal modo la grazia del ministero, perlocché venne spedito al comando della provincia di Salerno».

Si vuole che Murat dovea sbarcare a Salerno, ove trovavasi uri gran deposito di soldati ed uffiziali murattiani, che l'avrebbero potuto aiutare nella sua intrapresa; e che Pietro Colletta, storico e generale anche murattiano, ad istigazione del ministro cav. Medici gli avesse consigliato lo sbarco in Calabria ove non si trovavano che soldati borbonici. A queste fatto alludono le parole del Borrelli, il quale anche assicura, che il Colletta in compenso del suo tradimento si ebbe eziandio dal governo napoletano una casina, con giardino inglese, sulla strada di Capodimonte; e che poi si vendette per tredicimila ducati, cioè quando trovavasi nell’esilio di Firenze; e ciò anche si rileva da una lettera del marchese Ruffo in data del 7 marzo 1827.

Quello storico ci lasciò scritto nella sua Storia del Reame di Napoli, al paragrafo citate di sopra, che Gioacchino dovea sbarcare a Sa terno, ma che una tempesta divisa i suoi le gai, e quello che lo conducea, errava nei golfo di S. Eufemia; soggiungendo le seguenti. riflessioni: «Il pensiero di sbarcare a Salerno impedirono i cieli benigni, perciocché quelle armi non erano assai potenti, né cosi deboli da restare oppresse però bastavano a versar sangue nel Regno, discordie civili e lutto. L’animo di Gioacchino si arrestò dubbioso, e poi, disperato ed audace, stabili approdare al Pizzo».

Checché vi sia di vero e di falso in queste terribili accuse lanciate contro Colletta, io nulla oso affermare о negare Il certo petà si è che egli finge maliziosamente ignorare i distorsi e gli ordini del giorno di Murat, coi quali costui facea noto a’ suoi dipendenti, che dovea sbarcare non già a Salerno, ma in Calabria; e da ciò rilevasi di essere stata non intenzione del nostro storico, per orpellane la verità di quelli avvenimenti, la supposta tempesta che divise i legni murattiani. In altre non dico, prosieguo quindi a narrare l'ultima catastrofe di un prode ed infelice soldato, che fu vittima di tutte le più turpi passioni umane, ricavandone i particolari dal processo originale compitato al Pizzo: nell'ottobre del 1815.

Il 7 ottobre, Gioacchino Murat sbarcò alla marina di S. Lucido in Calabria, e fu attaccato da un piccolo manipolo di soldati borbonici, costringendolo a rimbarcarsi all’infretta, lasciando a terra due de’ suoi compagni. Allora dispose sbarcare al Pizzo, ove arrivò in un giorno festivo e scese a terra verso le 10 del mattino, con soli 28 seguaci; tra’ quali il tenente-generale Franceschetti e il maresciallo Natali. Sali sul paese tra le acclamazioni de’ suoi, che gridavano: viva re Gioacchino; ed essendosi fatto conoscere, tentò sedurre la guardia legionaria e il popolo. Nessuno fece eco a quelle acclamazioni; chi lo guardava maravigliato e chi fuggiva. Consigliato da un suo seguace, il capitano Pernice, a piedi si diresse a Monteleone, distante sei miglia dal Pizzo, ove sperava migliore accoglienza.

Trovavasi al Pizzo il capitano Trentacapilli, che da poco era ritornato da Sicilia, e che il dì seguente dovea partire per Cosenza; stando in casa di un suo amico, al sentire quelle grida, scese in Piazza, ed avendo inteso di che cosa trattavasi, corse appresso a Murat con pochi popolani armati. Gioacchino marciava a lento passo, in mezzo a cinque persone, gli altri sbarcati faceano da fiancheggiatori. Trentacapilli gl’intimò l'arresto, ed egli invece lo chiamò benignamente a sé, ma quello stette saldo, e gli rinnovò l’intima di rendersi prigioniero. Già i popolani armati, impazienti di quell’indugio, cominciarono da lungi a tirar fucilate contro Gioacchino, ed i fiancheggiatori, in cambio di difenderlo, si appiattarono in quelle vallate. Murat, vedendo che il suo piano non potea avere più effetto, prese la via che conduceva al mare per mettersi in salvo sulla sua nave, in compagnia de’ soli cinque uomini che lo circondavano. Si precipitò per quelle balze e giunse alta marina, chiamando ad alta voce il capitano Barbara, comandante della barca che avealo condotto al Pizzo, per rimbarcarsi insieme co' suoi compagni. Quel capitano, vista la mala parata, e siccome a bordo avea il danaro e le gioie di Gioacchino, invece di accostarsi al lido, prese il largo (((43))).

Il disgraziato Gioacchino tradito per avarizia di chi tanto avea beneficato, per salvarsi da coloro che lo inseguivano, tentò mettere in mare una barchetta di pescatori; ma le sue forze non glielo permisero e fu raggiunto da Trentacapilli. È purtroppo doloroso il rammentare, che quel prode guerriero fu fatto segno a maltrattamenti e con parole e con percosse; coloro che seguivano il Trentacapilli, mentre l’arrestarono, lo percossero anche sul viso a colpi di pugni!.... in quella mischia cadde ucciso il capitano Pernice e due altri; Franceschetti e Natali rimasero feriti; e i superstiti furono condotti nel piccolo castello del Pizzo.

Si rinvenne sulla persona di Murat un passaporto per andare a Trieste, sotto il nome di duca di Lipona, ed era quello stesso che gli avea portato Maceroni in Corsica. Gli si ritrovò eziandio un decreto postillato di suo proprie carattere, e cambiate le frasi ivi contenute per varie volte; era in data di ottobre 1815; col quale mettea fuori legge i ministri di Ferdinando IV e tutti i primarii impiegati, che non si fossero mostrati aderenti alla sua causa. Dippiù gli si rinvenne un proclama, anche in data di ottobre, eccitante i popoli atta ribellione, alla guerra civile; dicendo che Ferdinando eta decaduto dal troné, perché avea Insultato il suo esercito in una lettera ( )diretta all’austriaco generale Bianchi. Facea palese in quel proclama, la Storia dell'ultima sua disfatta, assicurando che non era state vinto, ma tradito dall’Inghilterra e dall’Austria. In fine gli si trovò addosso la propria bandiera.

All'annunzio dell'arresto di Murat, che non tutti voleano credere, il generale Vito Nunziante, che allora comandava le Calabrie, trovandosi in Monteleone, spedi al Pizzo il capitano Stratti con pochi soldati. Quel capitano si recò al castello per iscrivere i nomi dei prigionieri e rimase maravigliato quando domandò del nome al terzo prigioniero, e si intese rispondere: Gioacchino Murat re di Napoli. Con rispettoso contegno lo fece passare i» una stanza più comoda e gli prodigi ogni possibile favore. Quando giunse il generale Nunziante, provvide a tutto il bisognevole dei detenuti e si comportò tanto bene, in questa difficilissima circostanza, che lo stesso storico Pietro Colletta dice: «Quel generale nella prigionia di Gioacchino conciliò (difficile opera) la fede al re Borbone e la riverenza all’alta sventura del re Murat» (((44))).

Il governo di Napoli seppe i casi del Pizzo, per telegrafo e per corrieri, ed ordinò al gênerai Nunziante, che trattasse i prigionieri, qualunque si fossero, secondo la legge, cioè di nominare una commissione militare e giudicarli. Quel generate, munito d'alter-ego,compase la commissione in questo modo: presidente Giuseppe Fasulo aiutante generale e cepo dello stato maggiore delle Calabrie; colonnello Raffaele Scafati, tenente-colonnello Lattario Natali, tenente-colonnello Gennaro Lancetta, capitano Matteo Camillo, capitano Francesco de' Vonge e luogotenente Francesco Paolo Martillan giudici. Il luogotenente Francesco Froio fu destinato relatore, ma con l'assiste ma del sig. Giovanni Camera, procuratore generale della Calabria inferiore, e Francesco Paparossi segretario.

Tre giudici ed il procuratore della legge erano creature di Murat, carichi di onori e gradi largiti loro dallo stesso. Fu incaricato il capitano Starace per difendere Gioacchino, e questi glielo proibì espressamente. Parò è falso, tutto quello che racconta Colletta, cioè il pianto di Murat, le parole che gli fa dire al Nunziante, allo Starace e al giudice relatore. Oltre di essere quel pianto e quelle parole poco onorevoli ed inverosimili, atteso il carattere di quel valorose, io non le trovo registrate negli altri autori che scrissero der gli ultimi casi di Murat, immediatamente dopo la morte di costui. Il cav. Francesco de' Angeli, che pubblicò la sua Storia del Regno di Napoli nel 1816, racconta la prigionia e la morte di Gioacchino, con tutte le minime particolarità e non fa cenno né di pianto, né di quelle parole che il Colletta vuole attribuire al suo antico padrone, né tampoco rilevasi dal processo, ma da questo risulta che Murat dichiarò soltanto di essere sbarcato la Pizzo, perché costrettovi dal mare tempestoso, mentre proseguiva, la rotta per Trieste ed ivi riunirsi alla sua famiglia.

Quando il general Nunziante, composto a dolore, annunziò all'illustre prigioniero, che dovea essere giudicato da un subitaneo consiglio di guerra, Gioacchino, avendo capito che già era stato condannato a morte, chiese ed ottenne dal medesimo Nunziante di scrivere una pietosa e straziante lettera a sua moglie ed a' suoi figli, eccola: «Mia cara Carolina— L'ultima mia ora è suonata: tra pochi istanti io avrò cessato di vivere, e tu di aver marito. Non obbliarmi giammai, io moro innocente, la mia vita non è macchiata di alcuna ingiustizia. Addio mio Achille, addio mia Letizia, addio mio Luciano, addio mia Luisa, mostratevi al mondo degni di me. Io vi lascio senza regno e senza beni, tra numerosi nemici. Siate uniti e maggiori dell’infortunio, pensate a ciò che siete, e non a quel che foste, e iddio benedirà la vostra modestia. Non maledite la mia memoria. Sappiate che il mio maggior tormento in questi estremi di vita è il morire lontano da’ miei figli. Ricevete la mia paterna benedizione, ricevete i miei abbracciamenti e le mie lagrime. Ognora presente alla vostra memoria sia il vostro infelice padre. Gioacchino. Pizzo 13 ottobre 1815.»

Si recise una ciocca di capelli e l’accluse in quella lettera, che consegnò allo stesso general Nunziante. Il quale con tutta sollecitudine la mandò in Trieste a Carolina Murat, unita al ritratto di Gioacchino ed a quelli che costui avea nelle mani quando venne fucilato. Carolina scrisse al Nunziante una compitissima lettera in risposta, accettando le scuse del medesimo per essersi accidentalmente trovato nella dura necessità di eseguire una sentenza sommaria contro il marito. In pari tempo lo ringraziava di avere egli usato modi umani e rispettosi all’infelice consorte, in momenti tanto terribili. Mi si assicura che quella lettera autografa trovasi in potere di un figlio del generale Vito Nunziante, ed io ne avrei fatto un regalo ai miei lettori, se avessi giudicato facile ottenerne una copia.

Gioacchino Murat, con sentenza del 12 ottobre 1815, fu condannato a morte dalla Commissione militare straordinaria riunita nel castello del Pizzo. Sarebbe troppo lungo trascrivere tutti i considerando di quella fatale sentenza; egli fu giudicato e condannato col solo titolo di generale francese, e gli fu applicata quella stessa legge da lui fatta nel 1810, con la quale condannava a morte tutti coloro, che fossero sbarcati in questa Regno, ed avessero eccitato i popoli alla guerra civile-per rovesciare il governo costituito, senza fare distinzione di titoli о di persone reali. Quel decreto era stato fatto a bella posta, in que’ tempi quando il principe ereditario Francesco di Borbone e suo fratello D. Leopoldo si trovavano in Calabria alla testa delle popolazioni in armi. Quella legge si applicò contro di colui che l’avea fatta, non già per maggiore scherno di fortuna, come asserisce il Colletta, ma perché Ferdinando IV, con plauso degli stessi rivoluzionarii e gallofili, avea mantenuto in vigore le leggi del decennio, pubblicate da Napoleonidi.

Murat morì da cattolico, essendo stato assistito dal sacerdote Mesdea; a richiesta di costui, scrisse in idioma francese: Dichiaro di morir buon cristiano. G. M. La sentenza di morte fu udita dall’illustre condannato con calma e disdegno. Indi fu condotto in un piccolo recinto del fastello è colà trovò un pelottone di soldati divisi in due file. Non volle che gli si bendassero gli occhi; e si atteggiò in modo da ricevete i colpi ai cuore, tenendo nelle mani i ritratti de' suoi figli e di sua moglie. Osservò freddamente l’apparecchio delle armi, che doveano finirlo e prima che i soldati gli avessero fatto fuoco addosso, disse a’ medesimi: Salvateci viso, mirate al cuore: indi cadde!...

Questa fine si ebbe Gioacchino Murat nel quonantesimoquario anno della sua età: fu sepolto nella chiesa del Pizzo. Аll’aspetto di quella tomba inonorata e derelitta del duce ambizioso, che ordinò le stragi di Madrid e delle Calabrie, che perseguitò Pio VII, siamo costretti a chinare umili la fronte e riconoscere il dito di Dio. Ma noi, dimentichi de’ torti di colui che subì uno de’ più tremendi castighi, riservato costantemente dalla Divina giustizia a tutti i persecutori del vicario di Cristo, verseremo una lagrima sulle ceneri dell’uomo più volte generoso, del brillante e valoroso soldato.

Quando giovanetto cominciai a leggere i fasti e i tristi delle umane vicende, la figura storica di Gioacchino Murat, più d’ogni altra, colpì la mia giovanile fantasia. Avrei desiderate conoscere quel valoroso di persona, ma sendo suo postero, dovetti contentarmi contemplar le sue effigie nelle monete e ne’ ritratti. Nel 1861, essendo anch’io ramingo, nel condurmi a Napoli passai dal Pizzo, e volli visitare i luoghi che furono teatro di quella tragedia. Mi fu indicato il sito dello sbarco, ove Gioacchino si presentò a’ legionarii e al popolo per sedurli; volli vedere il luogo ove fu raggiunto da Trentacapilli, e tentai scendere que’ dirupi che egli precipitosamente discese per condursi in salvo alla marina. Ad onta che io fossi abituato a percorrere burroni e precipizii, non mi fu possibile calcare le antiche orme di quell'illustre perseguitato. Mi recai al castello, volli vedere la stanzetta ove dormì il povero Gioacchino, e che fu testimone de’ suoi ultimi e mesti pensieri. Vidi l'altra camera ove si riunì la commissione militaresche lo condannò a morte, e il piccolo recinto ove fu fucilato. Mi si fece osservare che tutt’ora, nel muro sono le impronte delle palle di moschetto che non lo ferirono. Quel valoroso, quando affrontava la inerte in mezzo agli eccidii delle battaglie, solea dire, a chi gli consigliava di esser prudente nell’esporsi alle offese nemiche: La palla che dovrà uccidermi non è ancora fusa— ed io rifletteva, si fuse poi a Napoli per finirlo al Pizzo!

Uscii da quel castello col cuore affranto, corsi alla chiesa ove son deposte le ceneri di quell’infelice soldato, e prostratomi su quegli avanzi, sentii affacciarmisi le lagrime» Un giovane mio compagno di viaggio, informato ad altri principii, che non erano i miei, conoscendo le mie opinioni, e giudicando alla carlona, si maravigliava e rideva pel mio dolore!

Fu ingiusta la condanna inflitta a Gioacchino Murat? — Come uomo la deploro, come suo giudice mi sarei trovato in una posizione la più penosa e terribile. Carlo d’Angiò fu lodato di aver fatto decapitare, sul mercato di Napoli, il giovanetto Corradino lo Svevo, che vantava incontrastabili dritti su questo Regno, e ciò per quella suprema ragione di aver preservati i popoli della guerra civile. Murat innalzato a re di Napoli pel solo dritto della forza delle armi straniero, abbattute queste, tornò privato; e volendo riconquistare questo Reame, allora di sei milioni di abitanti, con soli ventotto seguaci, dovea necessariamente promuovere la guerra civile, uno de’ più terribili flagelli dell’umanità. Egli, operando in quel modo, mancò eziandio. di generosità, anzi si svelò egoista, non essendo dirette le sue mire a vantaggio di coloro che chiamava suoi cari sudditi, ma al proprio. Quindi si sono ingannati tutti coloro che han qualificata tirannica о ingiusta quella sentenza, poggiata sulle stesse leggi fatte e pubblicate dal medesimo condannato.

Vediamo adesso se quella sentenza tu opportuna. Dicono taluni: la morte di Murat non era necessaria: ed io domando, cosa dunque dovea fare il governo di Napoli? mi si risponderà: о fargli proseguire il viaggio per Trieste, o al più chiuderlo in una fortezza — 0 l’uno o l’altro provvedimento sarebbe stato pericoloso alla pace dello Stato. Se Murai fosse stato mandato a Trieste, sotto buona scorta, attesa la sua grande audacia e l'indomabile sua ambizione, avrebbe ritentata la prova con altri e migliori mezzi, gettando il Regno di Napoli nella guerra civile e nell’anarchia. Se quell’intrepido ed avventuroso condottiero invece di sbarcare al Pizzo, fosse approdato nel Salernitano, ove erano i depositi degli antichi suoi soldati ed uffiziali, son d'avviso che sarebbe qui avvenuto qual che avvenne in Francia, dopo lo sbarco in Frejus di Napoleone; e si sa quanto costarono, a quella allora derelitta nazione, i cento giorni del secondo dominio napoleonico.

Se il governo di Napoli avesse chiuso Murât in una delle fortezze del Regno, i partigiani di costui non si sarebbero acquietati; avrebbero invece create delle serie difficoltà al medesimo governo; ed in tutti i subugli popolari, l'illustre prigioniero sarebbe stato la bandiera e il grido della rivolta anche repubblicana. La storia, che è la maestra della vita, ci apprende che simili detenuti sono stati sempre pericolosi e fatali, e sono fuggiti per incanto ricomparendo poi per opprimere i loro oppressori ed i Regni che li custodivano. Son morti fanti innocenti per la causa del popolo e Murat non era tale.

Varii scrittori affermano che Ferdinando IV, avesse fatto segnalare al general Nunziante di risparmiare la vita di Gioacchino Murat, e che la segnalazione, comunicata col telegrafo ad asta, non fosse giunta a tempo, perché l’aria era fosca. Io non affermo questa benevola asserzione, sol perché mi mancano i documenti per sostenerla; però la trovo verosimile, attesa (checché si dica in contrario da’ malevoli) la troppo clemenza de’ re Borboni a pro de’ loro più sleali ed accaniti nemici. A questo proposito dico, che un gran rivoluzionario, compromesso in varie ribellioni, ed amnistiato, oggi al potere ed il factotum, del Regno d’Italia, ha ripetuto più volte a’ suoi amici: Quanto fu bestia quel Ferdinando II, che mi lasciò la testa sulle spalle! Ecco le tirannie de’ Borboni di Napoli per confessione de’ loro stessi nemici! La benevola asserzione che Ferdinando IV avesse voluto risparmiar la vita di Murat, lo prova il fatto, che i compagni di costui furono messi tutti in libertà.

Taluni non credettero la morte di Gioacchino Murat, come non si voile credere quella di Corradino lo Svevo; ed un certo Stock macellaio ne rappresentò, per qualche tempo il personaggio, assicurando che sul parco del Mercato di Napoli, invece di quel pretendente, fosse stato giustiziato un reo.

La morte di Murat poco interessò la gran maggioranza de’ napoletani, né alterò punto la pace e l’amministrazione pubblica; il solo Colletta ci vuol far credere che vi fosse stato il finimondo. Varii comuni del Regno e tutti quelli di Basilicata, diressero vivi ringraziamenti al re Ferdinando per aver saputo, nella maniera più pronta, estinguere il fuoco della guerra civile che si sarebbe acceso in tutto lo Stato. L’imperatore di Russia regalò cento zecchini al corriere di gabinetto Bezzo, per avergli portata la notizia dell’arresto e della morte di Murat. L’imperatore d’Austria, il re di Francia, quello d’Inghilterra e tutti gli altri sovrani di Europa, dimostrarono a Ferdinando IV, con lettere particolari e per mezzo de’ loro ministri, la loro approvazione per aver fatto condannar colui, che avea tentato di accendere un’altra volta la guerra in Italia. Va così nelle umane vicende: si loda il trionfo e il palco ferale, la gloria e l'ignominia e si lodano anche da’ popolò о vincitori о vinti!

Varie cose si dissero sulla morte di Murat, tra le altre, che gli fu recisa la testa per ordine del principe di Canosa, allora ministro di polizia; e che costui fosse andato fino a Lagonegro per incontrar quelli che la portavano a Napoli. Si disse pure che quella testa fosse stata occultata nel palazzo della prefettura di polizia, allora al largo di Fontana Medina; e che, nel 1851, fosse stata trovata mentre si demoliva una camera di quel palazzo. Taluni scrittori nemmeno meritano di essere confutati о nominati, asserendo fatti senza scopo e senza senso comune.

Conchiudo questa memorabile epoca del 1815 con dire, che gli scrittori poco benevoli a Ferdinando IV di Borbone, circa i fatti di quel tempo, gli addebitano l'altro torto di non avere attuata quella Costituzione politica, che avea promessa in un suo proclama diretto a’ napoletani, datato da Messina sotto il dì 1° maggio 1815. Ê questa un’accusa la più spudorata tra le tante che se ne sono scagliate contro quel sovrano; mentre questi non promise alcuna Costituzione politica al Regno di qua del Faro; e ne fan fede tutti i proclami e decreti pubblicati in que’ tempi; e chi desiderasse convincersene potrebbe ricorrerà agli archivii pubblici, ove trovarsi i documenti di quel tempo. Il Dumas, che scrisse la storia—romanzo, non de’ Borboni, ma contro i Borboni, dice: che nel 1860, gli furono aperti tutti gli archivii del Regno, e trovò tanti esiziali documenti contro gli stessi Borboni. Io son d’avviso che quel contastorie, se veramente gli fu aperto il nostro grande archivio di Napoli, altro non vide che il bel locale, e il vetusto albero che ivi da secoli verdeggia; ma son sicurissimo che non lesse i proclami ed i decreti di Ferdinando IV, in caso diverso, (supponendolo meno disonesto) non avrebbe dette tutte quelle corbellerie che regalò a’ poveri gonzi associati al suo giornale l'Indipendente.

Il gallo Dumas non si sobbarcò alla fatica di cercare negli archivii i documenti contro i Borboni, ma tutte le stramberie che egli ci sciorina nella sua storia-romanzo, le copiò da Giovanni La Cecilia. Costui, il più esagerato di tutti gli scrittori, nelle sue Storie secrete de' Borboni dì Napoli, fa distribuire dal canuto Borbone un proclama nelle Calabrie, in data del 1° maggio 1815, e fa dire a quel sovrano ciò che non potea dire e promettere, come appresso dimostrerò.

Se il sig. La Cecilia volesse leggere il proclama di Ferdinando IV, in data del. 1° maggio 1815, potrebbe trovarlo ne’ pregevoli Ragguagli storici del Regno delle Due Sicilie del conte Gennaro Marulli (45); e gli potrei far leggere anche, quello originale, fatto stampare dal medesimo re. In quel proclama non vi leggerà le parole: il popolo è sovrano ed il principe il depositario, detterà la più energica e la più desiderabile delle costituzioni; come non vi si trovano tutte l'altre asserzioni che egli vi volle aggiungere per contentare e corbellare i suoi malevoli lettori.

Io voglio supporre che questo autore delle Storie Segrete non abbia letto nella Storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta, al libro VIII Capo 1° § II, le seguenti parole circa i proclami di Ferdinando IV diretti ai popoli del Napoletano nel 1815: eccole: «Parlavasi di leggi fondamentali dello Stato, di libertà civile, di formali guarentigie, e così vi stava adombrata la Costituzione, senza profferirla.»

La Cecilia che copiò le calunnie del Colletta, dovette sorvolare sulle parole di costui da me riportate. È assai comodo e facile allo storico lodare о vituperare, foggiando a suo modo i documenti: ecco, lettori miei, quel che si fece, da’ patrioti, da’ liberali per dimostrare che i Borboni sono stati fedifraghi!

Ferdinando IV non era libero, nel 1815, di promettere una Costituzione politica, a questo Regno; perché glielo avrebbero vietato le potenze alleate, e lo prova la chiusura del Parlamento di Sicilia. Di fatti nel trattato di alleanza tra l'Austria e il Reame delle Due Sicilie, firmato il 2 giugno, di quell’anno, la prima volle inserita il seguente articolo: «Il re delle due Sicilie, ripigliando il governo del suo Regno, non introdurrebbe cambiamenti, i quali non potessero combinarsi sia con Le antiche Costituzioni monarchiche, sia coi principii adottati dall’imperatore d’Austria nel regime interno delle sue province d'Italia».

Questi trattati sono le conseguenze delle rivoluzioni! Le potenze alleate, nel 1815, non voleano che Luigi XVIII mantenesse la Costituzione in Francia; fu l'Inghilterra che si ostinò a mantenerla, con lo scopo di avere più facili i mezzi di sconvolgere quella nazione, quando ad essa, fosse tornato utile. Fu quella una misura notevole, cioè che a’ francesi vinti si desse quella Costituzione che non vollero per sé i vincitori.

Non voglio passar sotto silenzio un’altra accusa lanciata contro Ferdinando IV da’ suoi detrattori, per far conoscere sempre più la malafede e lo spirito partigiano de’ medesimi. Varii scrittori lo accusano perché non impedì lo sfratto dalla, Sicilia della sua augusta consorte Maria Carolina. Ma se eglino affermano con marcata compiacenza, che il re era prigioniero di Bentinck, come mai avrebbe po tuto opporsi? Ê ben facile criticare ed accusare quel sovrano non tenendo conto della posizione in cui avealo messo la rivoluzione salita su’ troni di Europa. Nonpertanto, taluni dicono: dovea almeno protestare contro quello sfratto. Ed io rispondo, che sappiamo quanto valgono simili proteste fatte da coloro che non hanno cannoni e sufficienti eserciti.

Infine soggiungono: avrebbe però dovuto abbandonare la Sicilia e seguir la moglie. — Bella veramente questa risoluzione! Quest’accusa ha del casareccio e del triviale per un re che ha la missione e il dovere di sacrificar tutto al bene del suo popolo. Del resto, se Ferdinando IV fosse partito con Maria Carolina, l’avrebbe data vinta a Bentinck, perché costui altro non desiderava che quella partenza, per dichiararlo anche decaduto dal trono di Sicilia. Coloro che scagliano simili accuse, о son di malafede о ignorano che gl’inglesi, nel 1812, opravano in quel modo contra la Corte di Palermo, per occulto scopo di trovar pretesti onde impossessarsi definitivamente della Sicilia come si erano impossessati di Malta; se ciò non avvenne per quell’isola, si dovrà ascrivere alla circostanza; della cambiata politica europea, e più di tutto, perché salì al ministero inglese lord Castelreagh, tanto benevolo a’ Borboni. Per essere indipendente ed imparziale asserii, nel capitolo XXI, di questo volume a pag. 430, ragionando del marchese Luigi Palmieri, decapitato dal re da commedia, Giuseppe Bonaparte, che i «Bomboni ebbero il solo torto di non avere compensato come si conveniva i figli di quel benemerito marchese».

A mia grande soddisfazione mi giunse una lettera de’ figli del suddetto marchese, D. Federico e D. Giuseppe; i quali gentilmente rettificano il mio giudizio. È quindi necessario che io riporti qui quella lettera, almeno i brani più salienti, cioè quelli che distruggono la stupida ed invereconda accusa lanciata contro Ferdinando IV, designandolo come colui che avesse chiesto a’ figli di Palmieri le spese del giudizio e della mannaia che mozzò il capo al loro padre; non che stampare eziandio que’ brani della medesima lettera che modificano о rettificano il mio giudizio di sopra espresso.

Ecco la lettera: «Al sig. G. B. autore del patrio racconto: I Borboni di Napoli al cospetto di due secoli. Signore — Fin qui noi sottoscritti, figli del colonnello Luigi Palmieri, marchese di Monferrato, assassinato nel 1807, vigente un governo di un pervenuto, abbiamo taciuto senza opporre il e vero alle svariate storie ed opuscoli che riguardano i fatti del nostro amatissima genitore, per essere que’ racconti un ammasso di mendacii e contumelie, ove son profuse lodi e vituperii, or da poetastri or da partigiani, alla testa de’ quali vi è Pietro Colletta. Ma ora che ella scrive una storia imparziale e veritiera di quell’epoca, ci sentiamo nel dovere aggiungere alle sue leali affermative qualche cosa di più preciso, che potrebbe portare in nota nel suo pregiatissimo racconto, se diversamente non opina.

«La disposizione, che da noi si fossero pagate le spese di giudizio e di condanna di nostro padre, non potea mai partire dal principe di Canosa, come dicono que’ racconti, essendo stati questi un distinto cavaliere, non soltanto intimo amico della nostra famiglia, quanto che occupando posto elevato in Corte e nella polizia, quindi per amicizia, carica e dignità non si sarebbe immischiato in fatti amministrativi e di procedura penale, che per nulla gli riguardavano.

«Verissimo è che al ritorno de' Borboni a dalla Sicilia, nostra madre ebbe quell’avviso, ma dalla cancelleria del Fisco. Epperò, appena se ne fece esposto al ministero, fu tosto ordinato che quella spesa rima, messe a carico dello Stato. Il re poi, per mezzo del ministro Saint-Clair, fece confortare nostra madre, chiedendole scusa per quella inavvedutezza di scrittura.

«Intanto noi non lasciamo di credere, come Ella giustamente osserva, che quell'avviso a pagare fosse stato spiccato ad arte più che a caso; giusto per discreditare quel sovrano e il fido suo suddito principe di Canosa.

«E con questo, speriamo accoglierà pure con garbo altro breve racconto, che dobbiamo opporre alla severità e laconismo da lei tenuto nel fine del periodo che ci riguarda; increscendoci molto nella canizie a della nostra vita, lasciar passare in una Storia perfetta, detti tanto severi e tenaci, de’ quali non potrebbe esserne incolpato, perché s’ignora da tutti quello che noi sappiamo.

«Il principe reale D. Leopoldo fu il primo che nel 1815 giunse in Napoli e prese a stanza in Portici, accompagnato da Saint-Clair, dal colonnello Brancaccio di Ruffano e da Pignatelli Monteleone. Avvisata di ciò nostra madre fu sollecita recarsi con noi dal principe reale; ed i sopra nominati signori, tipo di cavallerismo, sì fecero un pregio presentarla subito a sua Altezza. Noi allora fanciulli, nondimeno rammentiamo benissimo, che quel benefico principe, nel vederci, ci prese dalle mani di Pignatelli, che ci conducea, e singhiozzando ci strinse nelle sue braccia; volgendosi poi a nostra madre, disse queste precise. parole: Marchesa, siate tranquilla, questi ragazzi ora, son figli nostri. Fu quella una scena veramente sovrana di sentito affetto: tutti gli astanti, non escluso l’usciere piangevano! Da ciò vedasi quali distinti personaggi avvicinavano i Borboni in quell’epoca.

«Le parole di Don Leopoldo di Borbone, principe di Salerno, non rimasero senza effetto; appena giunse a Napoli Ferdinando IV, domandò a nostra madre, che cosa desiderasse pe figli; per non dilungarci, diremo, che pel momento provvide alla nostra educazione col collocarci nella Paggeria, ove fummo condotti in carrozza di corte, mandataci dal duca d'Ascoli cavallerizzo maggiore dì Sua Maestà. Dalla Paggeria uscimmo uffiziali a 18 anni, uno nel 1823, l’altro nel 1824, e fummo destinati alla cavalleria della guardia reale.

«Di ciò chiaro rilevasi la bella disposizione che aveano i Borboni di sollevare una famiglia tanto bistrattata.»

I sottoscritti marchesi Palmieri prosieguono a raccontare, che da Ferdinando П furono ben visti e stimati; sebbene uno di essi, Federico, perché troppa vivace, e perché trovansi spesso invidiosi cortigiani presso i re, si ritirò dal servizio militare da tenente.

L’altro fratello Giuseppe, essendo più calmo e riflessivo, continuò la carriera militare fino a generale; nel 1860 seguì le sorti di Francesco II ed oggi vive vita privata e tranquilla.

La lettera conchiude col dirmi: «Ella giustamente scrisse con espressioni molto incise su quel fatto, perché vissuto lungi dalla corte; ma noi che vi fummo allevati dall’infanzia, e con occhio vigile e scrutatore ne osservavamo l'andamento, dobbiamo constatare, che i Borboni non furono ingrati con noi; ci amavano, e molto avrebbero fatto a nostro vantaggio, se non ne fossero stati distolti da persone equivoche che con le lora arti seppero guadagnarsi i loro cuori.

«Quindi è che ripetiamo le nostre istanze, perché la pregiata storia non mancasse di una nota che corroborasse i suoi princípii.

«Con stima ci dichiariamo —Napoli 28 giugno 1877 — Di Lei — ammiratori — Federico e Giuseppe Palmieri.

Ed io ringrazio cordialmente questi distinti signori, non solo per le troppo benevole espressioni prodigate al mio povero lavoro storico, ma più di tutto perché raddrizzarono un mio giudizio severo si, ma imparziale; non essendomi stato; mai discaro ricevere degli appunti, quando nella mia assoluta indipendenza ed imparzialità manifesto qualche idea, non favorevole’ a chicchessia e principalmente a’ Borboni di Napoli.

«Però debbo dire, che quel mio giudizio è in parte confermato dai medesimi signori marchesi fratelli Palmieri, nell’ultimo periodo del penultimo brano, già sottolineato, della lettera di sopra riportata; non avendolo altro asserito, al luogo citato, se non che «i Borboni ebbero il solo torto di non avere compensato come si conveniva i figli del decapitato marchese Palmieri.»

Gli uomini più illustri, che cessarono di vivere dal 1810 al 1815, sono i seguenti: Rosario de' Gregorio di Palermo, sommo storico ed archeologo, morto di anni 56 in Siracusa. Andrea Savarese di Napoli, medico e naturalista. Nel 1811 Giovanni Acton Inglese, capitan generale e consigliere di Stato, morto in Palermo. Nel 1812 ab. Giovanni di Blasi di Palermo, sommo storico e letterato. Nel 1813 monsignor Annibale de' Leo, arcivescovo di Brindisi, storico e letterato; Luigi Castriota di Taranto, poeta oratore e filologo. Nel 1814 Andrea Gallo di Messina, matematico, fisico ed archeologo; ab. Cesare Crispo di Monteleone, teologo, legista ed oratore; ab. Salvatore de' Blasi di Palermo benedettino, antiquario e storiografo. Nel 1815 ab. Giovanni Meli di Palermo, celebre poeta siciliano, il nuovo Teocrito e l'ameno Anacreonte della Sicilia, morto in patria di anni 75; Carmelo Controsceri di Naso, sommo giureconsulto, il primo che introdusse in Sicilia la scienza del Dritto naturale.

Le opere più interessanti pubblicate dal 1809 al 1815 sono; Nel 1809 Istitutiones Theologicae ad usum studiosae juventutis del can. Gaetatto de' Fulgure e Trattato di Giurisprudenza naturale di Carmelo Controsceri. Nel 1810 Geometria solida del capitano Alfano. Nói 18 tl Storia degli abusi feudali di David Winspeare. Nei 1812 Corso di procedura penale del Regno di Napoli di Nicola Nicolini, ed il Vaiuolo vaccino di Nicola Maglietta. Nel 1813 Geografia fisica e politica di Luigi Galanti. Nel 1814 Saggio sulla giurisprudenza penale del Regno di Napoli di Pasquale Liberatore, Le Poesie siciliane dell’ab. Giovanni Meli, e Lo specchio della Scienza, giornate enciclopedico di Palermo. Nel 1815 Apologia cattolica sull'indissolubilità del matrimonio cristiano dell’ab. Michele Lupoli. Nel medesimo anno 1815 il generale Napoletano Vincenzo d’Escamard rettificò, con nuovi processi, la polvere del cannone, ed assicurò la portata del tiro da 90 a 120 tese.


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CAPITOLO XXX

SOMMARIO

Incendio del teatro S. Carlo. Flagelli che afflissero questo Regno. Trattati di commercio. Matrimonii in Corte. Si edifica la Chiesa di S. Francesco di Paola rimpetto la Reggia di Napoli. Provvedimenti sull’istruzione pubblica e sull(7) Amministrazione dello Stato. Si promulgano leggi fondamentali. Banda brigantesca de’ Vardarelli. Partenza delle truppe tedesche da questo Regno. Concordato con la S. Sede. Il re va a Roma. Ordine Cavalleresco di S. Giorgio la Riunione. Si pubblica il Codice napoletano. Morte di uomini illustri. Bibliografia.

Nel 1816 cominciò la vera ricostituzione di quésto Regno; ma quell'anno fu eziandio apportatore di altre disgrazie senza colpa. degli uomini, ed arrecò molto bene per l’opera de’ governanti. Assai fecero costoro per riordinare l'esercito, per modificare le leggi civili e criminali pubblicate nel decennio, e per ampliare l'industria ed il commercio.

La sera del 13 febbraio, accidentalmente si apprese il fuoco al vasto teatro di S. Carlo, mentre eseguivansi le prove di un dramma. Fecesi di tutto per estinguere quell’incendio, ma nulla giovò; in quattro ore, cioè dalle 10 della sera alle 2 del mattino, le fiamme distrussero quel magnifico monumento ch’è un patrio orgoglio. Sparirono i superbi dipinti del Nicolini, l'immensa mole del tetto rovinò; i marmi, gli stessi graniti furono calcinati, fusi i vetri ed i metalli. La mattina del 14 febbraio, quel recinto delle arti e dell’eleganza destava malinconia e dolore a guardarlo, presentava nelle sue rovine l'idea degli avanzi di Ercolano e di Pompei!

Il munificentissimo Ferdinando IV di Borbone volle che quella gloria napoletana, opera del suo immortale, genitore Carlo III, qual novella fenice, risorgesse più bella dalle sue ceneri; e. risorse stupenda nel breve spazio di quattro. mesi. Lo stesso Pietro Colletta (46) non potè farne a meno di esclamare: lasciò incerto qual de' due re dovesse averne maggior lode, il padre о il figlio.

Il maggiore flagello di quell’anno fu la scarsezza del raccolto, e quindi la carestia e la fame venne accresciuta da’ soliti speculatori sulle pubbliche sventure. Il grano giunse a vendersi a venti ducati il quintale; prezzo enorme e favoloso, maggiormente in quei tempi che il danaro avea un gran valore. Il governo del re fu prodigo di soccorsi; aboli qualunque dazio che gravasse sul pane, e proibì l’esportazione all’estero delle granaglie. Parecchi monopolisti fallirono nell’anno seguente, avendo fatto incetta di grano comprato ad alto prezzo, sperando che la carestia fosse continuata. La povera gente delle campagne si cibava di soli erbaggi conditi col sale soltanto; lo che fu causa di febbri epidemiche, che si svilupparono anche in Napoli ed arrecarono non poca mortalità di persone povere.

Anche il Vesuvio volle dare, in quell’anno, il solito spettacolo di vomitar ceneri e lava, distruggendo varii poderi dalla parte di S.(a )Anastasia. In tante disgrazie, anche il governo degli Stati-Uniti di America volle affliggere di più questo Regno, col mandare nel porto di Napoli una flotta, per essere indennizzato da questo erario di alcune navi sequestrate da Murat nel 1810. Re Ferdinando dignitosamente resistette, né volle devenire ad alcuna compensazione, restituì soltanto tre navi non ancor vendute.

Que’ flagelli del 1816, furono in parte compensati dal trattato di pace conchiuso tra il governo di Napoli e le Reggenze di Algeri e di Tunisi; obbligandosi questo nostro Regno a pagare quarantamila colonnati di tributo, per non essere più infestato dalle scorrerie di que' barbari, e per essere consegnati allo stesso 347 schiavi napoletani e siciliani, fatti in diversi incontri da’ barbareschi. Que’ poveri captivi ritornarono in patria il 28 maggio di quell’anno, e sebbene non fossero più riconoscibili dagli stessi amici e parenti, purtuttavia il contento e la gioia del loro ritorno fu grande ed universale. È da notarsi, che veramente l'abitudine forma nell’uomo una i seconda natura; imperocché molti di que redenti alla patria e alle famiglie, volontarii vollero ritornare in quelle Reggenze inospitali, ove aveano tanto patito!

Taluni a. ragione diranno, essere stata una vergogna per questo Regno assoggettarsi a quell’umiliante tributo a vantaggio di due governi barbareschi. Deesi però riflettere che ciò fu fatto principalmente per liberare gli schiavi napoletani e siciliani, e che allora altri Regni, più potenti di quello di Napoli, pagavano eziandio simili tributi. Quella vergogna di allora ricade tutta sopra l’Inghilterra, la quale proteggeva le scorrerie di quei ladroni di mare, per impedire il commercio marittimo all'altre nazioni, ed averne essa soltanto il monopolio.

Re Ferdinando pubblicò una nuova ed utilissima legge per la navigazione, e conchiuse vantaggiosi trattati di commercio con le primarie potenze di Europa, cioè con l’Austria, Francia, Spagna ed Inghilterra, e ridusse il dazio che si pagava sull’approdo delle navi, estere. Però il trattato di commercio conchiuso con l’Inghilterra, nel 1817, fu causa, dopo 23 anni, di una controversia che sarebbe degenerata in una terribile guerra con la prepotente Albione, se la Francia non si fosse fatta mediatrice.

In quell’anno 1816, il re iniziò delle trattative col governo di Roma, per incorporare à questo Regno le città pontificie di Benevento e Pontecorvo; trattative rimaste senza effetto, perché quel governo chiedeva l’equivalente in territorio, e il re l'offriva in danaro.

Nel 1816, la corte di Napoli fu lieta per la contrattazione di due matrimonii. La principessa reale Maria Carolina, primogenita del principe ereditario, contrasse matrimonio con Carlo Ferdinando duca di Berry, figlio del duca di Artois, poi Carlo X di Franerà; e il principe reale D. Leopoldo sposò l'arciduchessa Maria Clementina, figlia dell’imperatore d’Austria.

Sotto il Regno di Murat, come ho già detto altrove, si demolì la chiesa di S. Francesco di Paola per ingrandire il piano del palazzo reale. Ferdinando IV, trovandosi allora in Sicilia, quando intese la distruzione di quella chiesa, fece voto di rifabbricarla più bella e maestosa appena sarebbe ritornato a Napoli, e nel 1816 volle sciogliere quel voto. Fece invitare varii architetti per presentare i disegni del tempio, e fu scelto Pietro Bianchi di Lugano. Si assicura che il re avesse detto: «Un Bianchi mi conquistò il Regno, un altro Bianchi farà la Chiesa di S. Francesco di Paola.» Per la qual cosa il Colletta va sulle furie, e critica con amarezza quella scelta. Il 17 giugno fu messa la prima pietra dallo stesso re, e fu eretto quel magnifico tempio e quell’imponente colonnato, che oggi ammiriamo, servendo quest’ultimo a' nche di passeggio ne’ giorni piovosi. In agosto dello stesso anno si diè principio al bel palazzo della Foresteria — oggi dimora del prefetto della provincia — per ridurre simmetrico il gran piano della Reggia.

In ottobre si pubblicò la legge organica della truppa di fanteria, la quale dovea comporsi di dieci reggimenti e quattro battaglioni di cacciatori. Si organizzò in seguito la gendarmeria a cavallo, una brigata di pionieri-pontonieri, un corpo del genio per le fortificazioni, un altro di artiglieria, istituendosi la giunta di rimonta pec la cavalleria ed un reggimento di veterani. Le bandiere di quel novello esercito furono benedette con gran pompa nella chiesa di S. Ferdinando e consegnate a’ rispettivi corpi.

L“anno seguente, il 6 marzo 1817, si pubblicò il decreto del servizio militare obbligatorio, detto leva. Furono obbligati al servizio militare i giovani da 20 a 26 anni, estratti a sorte; escludendosi gli ammogliati, i figli unici, i laureati, gli artisti che avessero riportato il premio annuale dalle accademie, ed i giovani studenti che aveano ottenuto de’ gradi accademici. Tutte queste eccezioni provano, che Ferdinando IV, non era nemico dell'intelligenza come spudoratamente asseriscono i suoi detrattori, ma invece l'agevolava e la premiava in ogni modo. Tutto al contrario fanno i governi detti liberali e riparatori; i quali troncano nel meglio la carriera degli. studii a’ giovani che promettono onorar la patria co’ Ioni talenti, tanto nelle scienze che nelle belle arti. Ê da osservarsi eziandio, che quel sovrano, come pure i suoi successori, rendevano mite la legge sulla leva, con accordare all’uopo la grazia dell’esenzione al servizio militare, permettendo il cambio, о concedendolo dagli stabilimenti de’ poveri, educati a peso dello Stato.

Le province del Regno si ripartirono in sei divisioni militari, oltre di quella della capitale, e vennero destinati al comando delle medesime divisioni i tenenti generali Carascosa, Amato, Caracciolo, i marescialli di campo de' Gregorio, Nunziante e Roth. Il tenente-generale d’Ambrosio fu destinato ispettore di tre province, e l’altro tenente-generale Filangieri dell’altre tre. La maggior parte di que’ generali erano murattiani; intanto il Colletta ha la sfacciataggine di asserire, che il re trascurava i militari che servivano in forza dei trattato di Casalanza!

Oh! se il nostro poca onesto storico fosse vissuto fin dopo la capitolazione di Gaeta, nel 1861, suppongo, che si sarebbe vergognato di avere scritto, che Ferdinando IV avesse maltrattato i capitolati di Casalanza del 1815. Sarebbe qui a proposito ristampar due pregevoli articoli, riportati dal giornale la Escussione, in data del 6 marzo e 22 aprile 1876, scritti dal chiarissimo cav. Giovanni de’ Torrenteros, uffiziale superiore dello Stato maggiore del disciolto esercito napoletano; ma hasta citare il seguente brano per far fremere le patriottiche ceneri del Colletta: «Ed invocando le leggi e la giustizia — i capitolati di Gaeta del 1861 — ed anche la grazia e l'onestà del governo (riparatore) che tollera lo sgradevole spettacolo di vedere militari onestissimi CHIEDERE L’OBOLO DELL’ELEMOSINA, NON per altra colpa, che quella di essere nati in epoca diversa, e vissuti sotto altro regime, al quale serbarono riconoscenza.»

Vi è di più: i rigeneratori dell’attuale Italia unita, ebbero la patriottica idea di spedire mandati di arresto a vari capitolati di Gaeta per farli fuggire all’estero. Quando que’ profughi furono assoluti da’ tribunali, si presentarono per goder di que’ vantaggi che loro accordava quella capitolazione; e fu lor risposto, che ne aveano perduto il beneficio, per la ragione che erano stati più di 15 giorni fuori del Regno senza regolare permesso governativo. Vennero rigettate le ragioni di que’ perseguitati innocenti, dicendosi a’ medesimi: Checché si dica, la legge è questa. Conservo un documento che prova il mio asserto.

Ê un fatto, costante, che i rivoluzionarii al potere fanno peggio di quanto già aveano attribuito di tirannico e di turpe a’ sovrani; e guai a voi se non li acclamate!

Il 15 maggio 1816 si pubblicò la legge riguardante le pensioni militari e civili; la quale stabiliva, che dopo venti anni ed un giorno di servizio, si ottenea il dritto al terzo del soldo, a venticinque la metà, dopo trenta a due terzi, dopo trentacinque a cinque sesti, dopo quaranta alla totalità. Ê da osservarsi ancora, che tutti i re di Casa Borbone rare volte davano a’ militari ritirati, come agl’impiegati civili, il solo soldo di dritto ma aggiungevano quasi sempre quello di grazia ed a seconda delle circostanze.

Il 22 agosto dello stesso anno, il re istituì una Medaglia di onore per decorare tutt’i militari che lo seguirono in Sicilia, non esclusi quelli fatti prigionieri da’ francesi e restituiti nel 1815.

Nel restaurare il trono di Napoli non si trascurò l'istruzione pubblica. Si fondarono le scuole lancastriane, si aprirono cinque licei, cioè in Napoli, Salerno, Bari, Aquila e Catanzaro e s’istituì la Società Reale Borbonica. Quest’ultima riuniva tre accademie di scienze e belle arti; la prima si componeva di venti socii, la seconda di' trenta, la terza di dieci e tutte e tre aveano de’ socii onorarii, corrispondenti nazionali ed esteri. Fu istallata la Biblioteca pubblica di città, sotto l’amministrazione della R. Università degli Studi; e nell’ospedale degl’incurabili venne fondata una cattedra di oftalmiatria, dandosi al celebre oculista Giovambattista Quadri. Altre società letterarie ed accademiche si fondarono in quell’anno; ma quello che più arrecò bene materiale, fu il decreto, che poi ài pubblicò il 18 novembre 1818, col quale s’istituirono varie scuole di agricoltura pratica, tanto necessarie in una nazione agricola come la nostra.

Con decreto del 1° maggio 1816, si stabili la divisione territoriale del Regno in quindici province; la provincia di Calabria ulteriore fu divisa in due, cioè ulteriore I(a) e ulteriore 2(a). Una legge del 24 dicembre ordinava la convocazione annuale de’ Consigli provinciali e distrettuali per l'amministrazione interna di ogni provincia. Nel 1818, la Sicilia venne divisa in sette province; i governatori presero il titolo d’intendenti. Si organizzò un supremo Consiglio di Cancelleria, per preparare le discussioni degli affari più rilevanti dello Stato; esso si componeva di quindici consiglieri ed otto referendarii, che aveano voto consultivo.

Re Ferdinando IV di Borbone, l’8 dicembre 1816, emanò una legge fondamentale dello Stato, con la quale riuniva in un sol Reame i dominii al di. qua e al di la del Faro, costituendo il Regno delle Due Sicilie; cambiando egli il titolo di IV di Napoli e III di Sicilia, in quello di Ferdinando I re del Regno delle Due Sicilie.

Quella legge fondamentale dello Stato e quel novello titolo giovò a' dominii di terraferma, ma pel la Sicilia fu un gran danno. Quell’Isola decadde dal privilegio accordatole da Ruggiero il Normanno, confermato da tutte le signorie straniere, e da Carlo III di Borbone; e così il governo di Napoli acquistò il dritto di governarla co’ luogotenenti del re, che poi si ridussero a veri passa-lettere. Ad esempio dei re normanni, il primogenito del sovrano del Regno delle Due Sicilie, si ebbe il titolo di duca delle Calabrie, il secondogenito quello di principe di Capua: meri titoli senza terre о dominii.

Si stabili che, tutti gl’impieghi e magistrature della Sicilia, fossero dati a’ soli siciliani, non potendo i medesimi occuparne nei dominii al di qua del Faro; ma doveano darsi la quarta parte delle grandi cariche di corte, di Casa reale, dell'esercito e del ministero. Infine si dicea in quella legge, detta organica, che, risiedendo il sovrano in Napoli il governo défia Sicilia sarebbe stato affidato ad un luogotenente del re, scelto tra’ principi reali. Come furono adempite quelle leggi e promosse a favore de’ siciliani lo vedremo nel corso di questo lavoro. Per ora basta sapersi, che in quell’anno 1816 fu confermato luogotenente il principe ereditario; però nel giugno del 1820, Si volle surrogare col gelierais Diego Naselli, che Colletta qualifica ignorante ed imbecille; nella rivoluzione di quell’anno quel, luogotenente si mostrò quelle l'avea qualificato quello storico.

L’amministrazione dello Stato, nel 1817, fu riordinata assai meglio dell’anno precedente, e così per gli altri anni successivi, fino al 1820. Ed in vero il 6 gennaio del 1817, il re stabilì un consiglio di Stato, composto di un gran numero di consiglieri, che costituivano la prima dignità del Regno, e la prima assemblea del governo; però soli dodici godeano il soldo di tremila ducati annui per ciascheduno, nove erano napoletani, tre siciliani. Le reali segreteria di stato furono meglio riordinate, e determinate le attribuzioni. delle medesime, dividendosi in otto ripartimenti, cioè affari esteri, grazia e giustizia, affari ecclesiastici, finanze, affari interni, guerra e marina, affari di Sicilia e cancelleria generale del Regno, Con altre leggi si diè un andamento più regolare e spigliato all’amministrazione della giustizia, separandosi il contenzioso giudiziario dall’amministrativo, e determinandosi le attribuzioni del supremo tribunale della gran Corte de’ conti. Per agevolare le province si istallarono nuovi tribunali ne’ capoluoghi, rendendo così più facile e meno dispendioso il disbrigo degli affari giudiziarii. Le dogane furono riordinate con una legge; organica; la quale toglieva tanti abusi e rendeva più agevole il commercio, cosi all’interno che all'estero. Non si trascurò l'igiene pubblica, essendosi ordinato, che ogni comune avesse un Camposanto, un miglio fuori l'abitato; si pubblicarono leggi e regolamenti opportuni riguardanti la nettezza delle città e de' paesi.

Con decreto del 7 décembre di quell’anno 1817, fu stabilito un solo cappellano maggiore, residente in Napoli; e la scelta del medesimo dovea esser fatta per tre volte di seguito tra gli ecclesiastici napoletani ed una volta tra quelli siciliani. Monsignor Gabriele Gravina de’ principi di Montevago, vescovo di Catania, fu nominato cappellano maggiore del Regno.

In quell’anno fu distrutta la banda brigantesca di Gaetano Vardarelli di Foggia. Era stato costui soldato di Ferdinando e di Gioacchino e disertato dalle bandiere dell’uno e dell’altro; avendo riunito cinquanta malfattori a cavallo, se ne fece capo e si rese il terrore delle Puglie, commettendovi furti, assassinii e nefandezze. Sia che il governo non fosse riuscito a sottomettere quella banda, sia che non avesse voluto rinnovare le scene di Manhes in Calabria, si contentò di adescare que’ banditi col perdono, e col prometter loro di riconoscerli come forza governativa, pagandoli bene, a patto però di sottomettersi a’ comandanti militari delle Puglie ed obbligandoci dippiù a purgare quelle province de’ ladri di compagnia. Vardarelli accettò le paghe governative per sé e pe’ suoi, ma schivò sempre sottomettersi a’ comandanti militari; in cambio, insieme a’ suoi scherani, proseguì a rubare. ed assassinare peggio di prima; soltanto dava la caccia a qualche ladruncolo di campagna. Fu allora che il governo usò l'astuzia per disfarsi di quella terribile banda brigantesca; astuzia che non fu da tutti approvata. Ed in vero, un governo non dee venir mai a patti con simile genia funesta alla società, come non dee usare l’inganno per distruggerla, avendo i mezzi legali nelle sue mani.

Il generale Amato, comandante delle Puglie, manovrò in modo da indurre il Vardarelli, con la sua gente, a condursi in Foggia per una rivista, mentre in quella città avea fatto occultare buon numero di soldati scelti. I quali, ad un dato segnale, piombarono sopra i banditi, che stavano in gran sospetto presso i loro, cavalli, con le armi in pugno; essendosi, ivi recati, come si vantavano, per bravare la truppa, quante volte questa l'avesse assaliti. I soldati, dopo che intimarono il disarmo a tutta quella banda, furono costretti a far uso delle armi, perché a quella intimazione, i briganti risposero con una scarica di fucilate; ma di quest'ultimi, sopraffatti dalla forza maggiore, nove caddero uccisi, gli altri lasciarono i cavalli e si rifugiarono in un vecchio palazzo, donde всего fuoco addosso a’ loro persecutori. Fu allora che si diè fuoco a quello edifizio, facendovi morire il Vardarelli ed i suoi compagni.

Questa misura del governo per disfarsi di una banda di ladri ed assassini, che era il terrore delle Puglie, è amaramente deplorata dal Colletta, (47) e da coloro che lo copiarono, raccontando quell’avvenimento, che egli chiama assassinio, colf alterare i fatti per dimostrar sempre tiranno il governo del re ed innocente la comitiva Vardarelli.

Io non intendo in tutto giustificare i mezzi che si usarono per liberare tre province da tanti mali, cagionati da uomini divenuti il vero flagello della civile società; dico però che il governo non volea venire a quegli estremi, e il generale Amato fu costretto; dopo che s’impegnò la lotta, quindi scusabile. È poi stomachevole sentire un Colletta accusare un governo qual mancator di patti a favore de’ più ladri e sanguinarii briganti; egli che approva le orribili carneficine ordinate da Murat a Manhes in Calabria, ove si mancava a’ patir co’ sospetti di borbonismo, cogl’innocenti cittadini, e che si fucilavano donne e fanciulli, perché costoro si portavano in campagna un tozzo di pane per ¡sfamarsi. Egli il Colletta, giudice iniquo, che volle condannare a morte i fratelli Viscardi ed altri cinque infelici, riconosciuti poi innocenti, e che tentò infamarli nella sua storia-libello, non vi desta la nausea e l'orrore nel sentirlo piagnucolare perché si distrusse un branco di veri briganti, che erano il flagello di tre ricche province? Tant è, il suo programma di diffamazione e calunnia, cóntro i Borbonidi Napoli, dovea effettuirlo, poco curandosi delle convenienze, delle circostanze, della necessità ed anche della contraddizione!

L'altro avvenimento importante di quell’anno fu la partenza delle truppe austriache dal Regno, già ridotte a dodicimila, avvenuta il 30 luglio, lasciando buona fama di ordine e di disciplina. Ferdinando I, or lo chiamerò col novello titolo, ricompensò il generale in capo, Bianchi, nominandolo duca di Casalanza, aggiungendovi la rendita di dodicimila ducati annui. né qui mancano i piagnistei, le critiche e l'invettive contro quel sovrano, perché questi rimunerò i servizii dell’austriaco duce. I rivoluzionarii, tra le altre impudenti pretensioni, han quella che i re, per far loro piacere dovrebbero mostrarsi sconoscenti ed ingrati verso le persone che han ben servito lo Stato, sol perché non fanno i loro interessi. Il solito nostro storico Pietro Colletta ci vorrebbe far credere che le finanze napoletane si ridussero in deplorevoli condizioni, perché pagarono un piccolo tributo di riconoscenza a chi avea saputo meritarlo. Intanto mentre inveisce contro un Borbone, perché costui da una pensione ad un generale tedesco, avendo reso segnalati servizii, non trova a dir nulla contro i cosi detti re francesi che facevano divorare questo Regno dagli stranieri: nemmeno contro Napoleone, il quale creava Ducati e Principati nel Reame di Napoli con vistose pensioni ereditarie per gratificare gli stranieri, sol perché costoro aveano servita la rivoluzione e poi quel despota. Oh, lo spirito partigiano quanti strafalcioni e contraddizioni fa eruttare! Se i lettori leggessero senza prevenzione le storie e le storielle pubblicate contro i Borboni di Napoli, e facessero i dovuti e necessarii confronti, troverebbero che sono scritte con la più spudorata malafede, con le pretensioni più iliogiche e rivoltanti e con le contraddizioni più palpabili.

Gli avvenimenti più interessanti che precedettero la rivoluzione militare del 1820, furono il Concordato conchiuso tra il governo di Napoli e la Santa Sede apostolica, la gita del re a Roma e la pubblicazione de’ nuovi Codici. Il 16 febbraio 1818, dopo di essere stato discusso, fu firmato in Terracina un Concordato tendente a rassicurare le coscienze de’ cattolici di questo Regno; per negoziatori furono scelti due-uomini sommi, il cavaliere Luigi de' Medici per parte del re e il cardinal Ercole Consalvi pel Papa. Quel Concordato, rettificato poi il 21 dello stesso mese, contiene 35 articoli, che determinano la disciplina ecclesiastica. Il re dovea nominare gli individui destinati a godere de’ beneficii ecclesiastici e il Papa avea il dritto di scegliere fra tre proposti dal sovrano era eziandio sanzionato che le rendite delle, chiese fossero affidate all’amministrazione diocesana. Furono abolite le immunità reali e personali, eccettuatene cinque, cioè le Badie di Montecassino, di Montevergine e della Cava, e le prelature di S. Nicola di Bari e di S. Maria La Menna di Altamura. Fu concesso alla chiesa di acquistare; venne confermato il regio exequatur, il tribunale della regia monarchia di Sicilia e le chiese esenti della Nunziatura in Napoli.

Le diocesi del Napoletano furono ristrette ed. aumentate quelle ne’ dominii al di la del Faro gli Ordini religiosi vennero ripristinati, e poi secondo il Concordato, con decreto del 19 agosto 1819 furono restituite a’ medesimi tutti i beni non venduti da’ re francesi nel decennio.

Il Sommo Pontefice Pio VII, il dì IO marzo del 1818, motu proprio, tolse 1 osservanza di alcuni giorni di festa, e così sciolse i fedeli di questo Regno dall’obbligo di ascoltar la Messa in varii giorni festivi dell’anno (48). Ridusse i digiuni a’ soli venerdì e sabati dell’Avvento, dispensando quelli delle vigilie de’ SS. Apostoli e di S. Lorenzo martire.

Nel Concistoro del 25 maggio, secondo la nomina regia о sia terna, il Papa propose quindici vescovi alle sedi vacanti di questo Regno. Il 27 giugno si pubblicò la circoscrizione delle diocesi, abolendosene cinquantasette, che furono riunite a quelle vicine non abolite. In Sicilia furono erette a diocesi la città di Caltagirone, quella di Nicosia e l’altra di Piazza (49).

Fra Napoli e Roma si conchiuse un trattato, in forza del quale doveano consegnarsi reciprocamente gl’imputati di delitti comuni, rifugiati ne’ rispettivi Stati, a questo trattato aderì il Piemonte.

Nel 1819, re Ferdinando conchiuse altri trattati di commercio con variò potenze europee; ed in quell’anno fu intieramente abilito l’albinaggio, cioè quel dritto che ha il fisco a' beni di uno straniero che muore in un paese ove non fu naturalizzato.

Il 6 ottobre, il re, in unione della moglie, del principe e principessa ereditaria, si recò a, Roma per inchinare il Sommo Pontefice Pio VII, dal quale fu ricevuto con distinzione ed amorevolezza. Al ritorno a Napoli condusse seco il fratello Carlo IV, già re di Spagna, residente in Roma, dopo che era salito al trono suo figlio Ferdinando VII. I due augusti fratelli si fecero ammirare per la cordiale affezione che regnava tra loro

Re Ferdinando al ritorno da Roma, fece grazia a 10 napoletani espatriati per seguire Murat, tra quali il conte Zurlo, il barone Poerio, il duca di Roccaromana e Davide Winspeare, restituendoli ne’ loro gradi ed onorificenze....

In quel tempo il re infermò e si temé per la sua vita; il fratello Carlo l'assistette con tenere cure. Guarì prodigiosamente, e quella guarigione recò immensa gioia, e fu festeggiata in tutto, il Regno con poesie ed indirizzi affettuosi da tutti i comuni del Napoletano e della Sicilia. Fu notato, che appena guarì, si recise il codino (50), ed i liberali andarono in visibilio per l'allegrezza, ritenendo quel taglio un segno di futura Costituzione, che buffoni...!

Altri però non s’illusero, perché ricordavano, che egli l(v)avea reciso anche nel 1799, i più l'attribuirono ad un consiglio della moglie. Checché vi sia stato di vero in tutte quelle supposizioni e speranze, io nol sò e nulla giova saperlo;, il certo si è che Ferdinando I di Borbone, nel 1819, si recise quel terribile codino, che facea tanta paura a’ liberali!

Cariò IV di Spagna, dopo di aver molto sofferto dalla rivoluzione, mentre avrebbe potuto godere un poco di pac¿e nell'antica sua patria, presso l'augusto fratello, infermò, e, dopo sette giorni di malattia, mori in questa città il 20 gennaio 1819. Nonpertanto quello stesso anno la corte fu allietata pel matrimonio contratto dalla principessa reale D. Maria Luigia con l'Infante di Spagna D. Francesco di Paola e per l'arrivo in Napoli di varii sovrani, tra gli altri dell'imperatore di Austria insieme coll'augusta consorte e figlia, a' quali facea seguito il principe di Metternich.

Come già si è detto altrove, il re di commedia, Giuseppe Bonaparte, avea istituito l’Ordine cavalleresco delle Due Sicilie; alla restaurazione del 1815 pon fu abolito, perchè riconosciuto nella capitolazione di Casalanza. Molti insigniti di quell’ordine non vollero più fregiarsene, e di che pochi, aveano la smania di farne uso, erano soggetti a' frizzi degli ufficiali reduci dalla Sicilia e degli stessi soldati; si è perciò che l’Ordine delle Due Sicilie era divenuto causa di una fatale distinzione, e nocevole alla disciplina militare. Per la qual cosa, il re si decise non abolirlo, ma riunirlo ad altro ordine cavalleresco che avea in animo d'istituire per compensare i servizi ed il valore militare. Con decreto del 1° gennaio 1819 istituì l’Ordine cavalleresco di San Giorgio della Riunione; raggiunto Riunione indicava la fusione de’ due ordini, cioè quello ideato dal re e l’altro delle Due Sicilie. Era rappresentato da una stella color rubino e bianco, con l'effigie del Santo, ed attorno stava scritto: In hoc signo vinces, alla parte opposta, Virtuti; il nastro era turchino orlato di giallo. Il re era il gran maestro dell’Ordine, il principe ereditario gran contestabile, i generali più graduati gran Collane, gran Croci gli altri generali, e così di seguito commendatori, uffiziali e cavalieri; pe’ sott’uffiziali e soldati si diede la medaglia di argento, о di oro che fatti uffiziali quest’ultima veniva commutata nella Croce di grazia dello stesso Ordine. Furono decorati i militari borbonici e murattiani, e cosi sparve quella nocevole distinzione che dividea in due opposti partiti l'esercito dello stesso sovrano.

Il 26 marzo 1819 segna per questo Regno un’epoca memorabile, essendosi abolito il codice francese, pubblicato il 20 maggio 1806 e sostituito da quello napoletano. Questo codice, In gran parte era quello stesso detto Napoleonico, però con assai modifiche, prima derise da’ giureconsulti francesi, ma che poi avendole eglino trovate utilissime e sapienti, l’encomiarono e le adottarono in quella Francia che ha la smania di credersi superiore in tutto alle altre nazioni. Il codice napoletano era diviso in cinque parti, cioè 1° leggi civili, 2° leggi criminali, 3° leggi di proceduta pe’ giudizi civili, 4° leggi di procedura {rei giudizi criminali, 5° leggi di eccezione per gli affari di commercio. Il 30 dello stesso mese si pubblicò lo statuto penale militare; essendosi di già pubblicato, l'anno precedente, il codice diplomatico.

Le differenze tra il codice civile Napoleonico e il nostro erano molte, essendo queste espressione de' nostri usi costumi e credenze: dirò le più interessanti. Il matrimonio fu dichiarato indissolubile secondo il precetto di Gésù Cristo cioè: Quod Deus çoniunxit homo non separet; fu accresciuta la paterna potestà, già( )derisa e disprezzata da tanti giovinastri imbevuti de’ principii rivoluzionarii proclamati in Francia nel 1789. Aggiunta la volontaria carcerazione per ragion civile; moderate lo leggi di successioni; abolite le confische e migliorato il sistema ipotecario. Circa poi il codice penale Napoletano fu modificato in modo da quello Napoleonico, che a buon dritto potea dirsi, il migliore che avesse l’Europa, in quanto che dava all’accusato tutte le guarentigie possibili.

In conseguenza della pubblicazione del nuovo codice, furono riordinati i tribunali in Sicilia, è si emanò una legge organica pel ramo giudiziario. Fu istallata la suprema Corte di giustizia in Palermo, e si riordinarono le Camere notarili, dettandosi leggi e regolamenti opportuni pel notariato.

Il cosi detto quinquennio, cioè da maggio 1815, a luglio 1820, fu il vero riordinatore e restauratore di tutto quello che aveano travisato e distrutto i così detti re francesi; ma eccoti la rivoluzione del 1820 che mette tutto a soqquadro!

Rammenterò gli uomini più illustri che cessarono di vivere dal 1816 al 1819. Nel 1816 Giovanni Paisiello di Taranto, celebre compositore di musica, maestro di camera e Cappella Palatina, morto in Napoli di 75 anni. Nel 1817, Luigi Quattromani di Napoli, poeta estemporaneo. Nel 1818, ab. Emmanuele Caputo Cassinense, lettore emerito di diploma zia nella R. Università degli Studii di Napoli; Emmanuele Parisi di Galati, Consigliere di Stato, ministro dell’interno, ed integerrimo magistrato. 1819, Michelangelo Cianciulli di Napoli distinto giureconsulto; Tommaso di Francia di Monteleone, filosofo e letterato.

Accennerò le principali opere che si pubblicarono in que' quattro anni. Nel 1816, Storia del Regno di Napoli di Nicola Vivenzio; Ragioni sugli assalti del moderno filosofismo di Vincenzo Meóla. Nel 1817, Lezioni elementari di astronomia del P. Giuseppe Piazzi. Nel 1818, L’arte di ragionare, ed istituzioni metafisiche di Tommaso Troise. Nel 1819, Principii del Codice penale e logica de’ probabili, opera postuma di-Mario Pagano; Elementi di filosofia e Saggio filosofico sulla critica della conoscenza di Pasquale Galluppi.

CAPITOLO XXXI

SOMMARIO

Perche si fece la rivoluzione del 1820. Campo di Sessa. Avvenimenti rivoluzionarii dell’Avellinese. Rivoluzione di Foggia. Varii reggimenti non si vogliono battere contro i carbonari Infruttuose disposizioni del Ministro della guerra. Diserzioni. Napoli isolata dalle province, il re è costretto ed accordare una Costituzione politica simile a quella di Spagna. Trionfo grottesco de’ felloni e de' carbonari. Il re giura la Costituzione. Stato deplorevole di Napoli.

Già siam giunti al memorabile 1820! gli avvenimenti di quell'anno presentano un solo lato che non disgusta il vero patriota, cioè che la rivoluzione allora compiuta non fu un servilismo allo straniero. Dall’altra parte però è troppo dispiacevole il rammentare, che quella classe della civile società istituita a guarentigia dell’ordine pubblico, si sia fatta strumento di sètta e di disordini. La rivoluzione del 1820 fu una bassa e dannevole vendetta di quasi tutti i murattiani, acquistati dalla sètta de’ carbonari, e da questa istruiti e diretti. Gli uffiziali subalterni e superiori si reputarono sempre maltrattati da Ferdinando 1°, che aveano combattuto sotto un capo surto dalla rivoluzione e straniero; gli stessi benefizii ricevuti dal re legittimo, li ascrivevano ad insulto, ad umiliazione ed a vituperio. Che far potea quel sovrano per contentarli? avea riconosciuto i loro gradi, pensioni ed onorificenze; avea lor dato i più distinti poeti nell'esercito, tanto da suscitare lagnanze e dispetti negli uffiziali che l'aveano seguito in Sicilia, e che aveano combattuto i re francesi del decennio. Altro non avrebbe potuto fare che destituire que’ suoi fedeli e darsi in totale balla de’ murattiani; se ciò avesse fatto, costoro neppure sarebbero rimasti contenti. Eglino odiavano Ferdinando I(o) con insensata rabbia; e non si può affermare perché egli non fosse liberale, non essendolo stato mai il loro idolo Murat; neppure perché maltrattasse i popoli più de’ re francesi; né anche poteano accusarlo di servilismo allo straniero dopo che Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat altro non furono che prefetti di Napoleone.

Dunque perché tant odio? Oh! è questo un gran problema per chi non conosce il cuore umano: l'uomo superbo, vinto e perdonato, è irreconciliabile con colui che lo vinse, lo perdonò e gli fece del bene; i benefizii che riceve dal suo generoso avversario di un tempo, sono per lui insulti, umiliazioni e degradazioni. Questa malvagità degli uomini superbi, per non dire dell’umana natura, sarebbe troppo sconfortante, se il «redente, informato allo spirito evangelico, non riflettesse, che appunto per questa ragione le virtù del perdono e di beneficare il nemico son le più sublimi azioni del cattolico; il quale le apprese dal divin maestro, che le predicò con l'esempio fin dall’alto del Golgota.

Ho ragionato nel VI capitolo dell’origine, progresso e fine ultimo della sètta de’ carbonari, trasformazione della madre massoneria e del come s’introdusse in questo Regno. I carbonari, perché aveano avversato Murat, alla restaurazione del 1815, furono carezzati, ed occuparono varii posti interessanti in tutti i rami dell’amministrazione dello Stato? ma non rimasero contenti, perché aspiravano sempre a ghermire il potere, e rendersi indipendenti da qualunque sovrano assoluto о costituzionale per regnare e governare a modo loro. Nel quinquennio, servendosi di quello stesso potere ricevuto dal re, lavoravano alacremente contro di lui. Eglino eransi già accorti, che le loro insinuazioni non trovavano più ascolto nel vero popolo, avendo lo stesso fatto mala esperienza de’ governi settarii. Per la qual cosa si rivolsero a quella parte dell’esercito murattiano, nella quale trovarono aderenti ed affiliati, facendone dei nuovi con molta agevolezza, perché que’ militari erano rosi dal dispetto e dalla rabbia di servire, pel bisogno della loro sussistenza, un sovrano che aveano combattuto e disprezzato, ad onta de' benefizii che aveano ricevuto dopo la restaurazione. Onde sia conosciuto da tutti quale gente trista ed abbietta fossero i carbonari, io invito i miei lettori a leggere il libro VIII Capo III, § XLIX della Storia del Reame di Napoli del settario Pietro Colletta, il quale ci fa sapere, che la carbonería raccolse i suoi adepti negli eterni malcontenti e nella classe di quelle persone che vogliono pescar nel torbido per far fortuna a danno della civile società. Ecco un brano del luogo sopra citato: «Si ascrissero settarii tutti i colpevoli, e coloro che volgevano in mente alcun delitto, le prigioni si trasformarono in vendite; i calderari, mutata veste, aspiravano all’onore dell’opposta sètta: TUTTI CUI NEQUIZIA E MALA COSCIENZA AGITAVANO FURONO CARBONARI.»

Ed egli, che era del bel numer’uno, e che da’ carbonari fu mandato a Palermo per far colà da boia, scrisse poi in questo modo, perché i suoi consettarii fecero mala riuscita, e cosi accusandoli, credè purgarsi della taccia di carbonaro.

Intanto con questi elementi, ben descritti dal Colletta, si fece la rivoluzione del 1820, per redimere il popolo dalla schiavitù borbonica, regalandogli la libertà, come fecero prima ed han fatto poi i nostri redentori!

Or vediamo qual fu, almeno l'apparente causa, per cui i carbonari vollero fare quella rivoluzione. Ve lo dice il sopra citato storico (51); «I governanti erano benigni, la finanza ricca, s’imprendevano lavori di pietà ed utilità pubblica, prosperava lo Stato, felice il presente, felicissimo si mostrava l’avvenire; Napoli era tra’ regni di Europa meglio governati, E CHE PIÙ LARGA PARTE SERBASSE DEL PATRIMONIO DELLE IDEE NUOVE.» Giacché il governo di Ferdinando I di Borbone era un’immagine dell’età dell’oro secondo Colletta, perché dunque si volle abbattere? Ecco come risponde il medesimo autore: «Credendo (i settarii) che le buone leggi decadessero, la Monarchia modesta volgesse all’assoluta (mentre felicissimo si mostrava l’avvenire!) i liberali temevano della persona i possidenti dei nuovi acquisti; (che aveano ghermiti con pochi soldi о rubati) e stimolo alla rivoluzione non era il mal essere ma il sospetto».

Belle e logiche ragioni veramente! per le quali, io suppongo, che il municipio progressista di Napoli gli abbia alzato la statua nella Villa nazionale. Lettori miei, secondo la logica del nostro storico e compagni, ci dovremmo sbarazzare de’ buoni e fedeli servitori e de’ più affettuosi amici, pel sospetto che costoro ci potrebbero tradire о farci qualche brutto tiro. Sarebbe anche necessario rivoltarci contro nostro padre, che ci ama e che nulla ci fa mancare, pel sospetto, che potesse non amarci più о ci assottigliasse la razione. I mariti poi, che han la gran fortuna di avere una moglie affettuosa e fedele, non dovrebbero star tranquilli, ma sarebbe prudenza disfarsene in qualunque siasi modo, pel sospetto di essere traditi e così di seguito; sempre per quel sospetto per cui i settarii fanno la rivoluzione contro i buoni governi. Insomma, secondo la logica settaria, si dovrebbe rinunziare ad un bene certo, per andare in cerca di un altro problematico, mettendo a soqquadro la famiglia e la civile società, per tema che un. governò, il migliore amministrato fra tutti gli Stati di Europa, volgesse all’assoluto. Guai all'umanità, se questa adottasse simili principii, pe’ quali i settarii, ossia i redentori de’ popoli fanno le rivoluzioni!

Dal fin qui detto, chiaro emerge l'egoismo de’ settarii e de’ cosi detti liberali, i quali fanno le rivoluzioni pel proprio vantaggio, e detestano quel bene che il popolo gode sotto i benevoli sovrani: e che le pretensioni e le impudenze degli scrittori liberaleschi son tali e tante, che credono anche lecita per essi la contraddizione più palpabile.

La sètta Carbonara avea incaricato gli ufficiali superiori murattiani, suoi adepti, che, nell’organizzazione delle guardie provinciali, dette militi, facessero entrare quanti più carbonari avessero potuto, per trovarseli pronti al bisogno; e che facessero propaganda nelle loro brigate e divisioni contro il governo del re. Quegli uffiziali corrisposero a maraviglia a’ desiderii della sètta, e più di tutti si distinse in fellonia il tenente-colonnello Lorenzo De' Concilj, ricco possidente di Avellino, ove funzionava da capo dello Stato maggiore; avendo tutti i mezzi per servire la carbonería, e la conoscenza degl’individui di quella provincia. In effetti nell’organizzazione della truppa provinciale fu scrupolosissimo di non ammettere al servizio che carbonari о quelli che erano disposti a divenir tali. Egli facea con buoni risultati propaganda rivoluzionaria; a’ proprietarii dicea, che si pagavano troppi dazii, agli artisti che le arti erano disprezzate dal governo, a’ devoti che la religione era manomessa, e così di seguito con le altre classi della società.

Egli era in relazione col tenente-generale Guglielmo Pepe, il quale trovavasi allora in Napoli, sebbene comandasse la, divisione idi Avellino; ed era trattenuto in questa città perché dovea esser mandato a comandare le Calabrie. De' Concilj si carteggiava eziandio con l'altro tenente-generale Pietro Colletta, comandante la provincia di Salerno, (mandato dopo la fucilazione di Murat...) richiamato a Napoli, forse perché si sospettasse delta sua fede, essendo allora involto negl’intrighi settarii di quella provincia. Egli nulla ci dice nella sua storia, circa il sospetto che avea il governo sulla sua condotta politica, giovandogli di non dichiararsi carbonaro quando già la carbonería si era svergognata. Intanto vi sono due lettere di Ferdinando I, una in data del 17, l'altra del 22 giugno, dirette al tenente generale Vito Nunziante con le quali prima lo prega e poi gli ordina di recarsi subito a Salerno e prendere il Comando di quella Provincia.

De Concilj, oltre de’ due tenenti-generali soprannominati, era in relazioni con varii paesi dell’Avellinese, e con altri uffiziali in diverse province del Regno: cioè in Foggia col colonnello de' Rosa, e col maggiore Pisa, in Bari con Luigi dei Vecchio, intraprendente ed audace carbonaro, in Avella con Modestino Bianchi, in Nola con Luciani, antico sottuffiziale di cavalleria. Egli viaggiava in quei paesi sotto varii pretesti, soffiando nel fuoco della rivo!azione e promettendo onori, gradi ed a tutti l'eia dell’oro.

Di già i primi moti rivoluzionari erano scoppiati nella provincia di Lecce fin dal 31 settembre del 1819, e ciò per troppa fretta di alcuni giovani carbonari. Il governo spedi il generale Church, qual commissario con l’alter-ego, e costui rimise la quiete con grande, e giusto rigore.

La sètta Carbonara, malgrado che avesse a' sé la maggior parte degli uffiziali murattiani, nonpertanto temea la polizia; maggiormente che ne era ministro il principe di Canosa, uomo fedele al re, attivissimo e scaltro. I carbonari, che erano potenti anche in Corte, si maneggiarono in modo da ottenere la esonerazione di quel ministro; in cambio del quale fecero mettere a quel posto Francesco Patrizio, capriccioso e sfrenato, rendendo la polizia fiacca e derisa; era quanto si desiderava. Ecco come si fanno le rivoluzioni, cioè servendosi dell’autorità de’ medesimi sovrani che si dovranno opprimere! Da allora cominciarono a comparir proclami, che incitavano il popolò alla ribellione, e si faccene giungere nelle mani dello stesso re taluni scritti, co’ quali lo si minacciava di morte, se non avesse accordata una libera Costituzione.

Nel mese di marzo di quello stesso anno 1820, si formarono cinque reggimenti di fanteria co’ nomi, Real Messima, Catania; Siracusa, Trapani e Girgenti; ed i generali murattiani fecero entrare in que' corpi una gran quantità di carbonari. Siccome non tutto l’еsercito era carbonaro, la sètta lo volle riunito in un luogo determinato per corromperlo intieramente, e l’ottenne mercé la cooperazione de’ suoi adepti; i quali fecero conoscere al re la necessità di stabilirsi un campo nelle pianure di Sessa, a ciò la soldatesca ne apprendesse le manovre militari. Quel campo fu ordinato con decreto del 24 aprile, e colà si fini di seminare quel germe che dovea germogliare e produrre amarissimi frutti.

Voci sconfortanti correano. sulla disposizione di que’ soldati riuniti nel campo di Sessa; si dicea, che avrebbero chiesto una libera Costituzione ad esempio di quella di Spagna. Ferdinando I, sprezzando quelle dicerie e fiducioso nella sua buona coscienza, si recò in mezzo a quelle schiere. I settarii allibirono a tanto coraggio di un vecchio sovrano, e siccome la malvagità è sempre sospettosa, credettero che egli fosse sicuro del fatto suo, anche di coloro che giudicavano fedeli alla causa della Carboneria; perloché sospesero l’imminente scoppio della rivolta.

Erano già trascorsi circa due mesi da che la soldatesca era riunita nel campo di Sessa, e il De' Concilj, riflettendo che non rimanea più tempo a lentezza, e che questa potea essergli fatale, diè principio all’esecuzione del suo ardito e fellonesco progetto. Spedì ad Avella due emissari, nativi di Mercogliano, Preziosi e Bianchi, per combinare con Luciani lo scoppio della rivoluzione militare. A questi tre congiurati se ne aggiunse un altro, certo Pepere; che dopo di avere confabulato a lungo tra loro, tutti e quattro si diresseno a Nola. Era dì guarnigione in quella città il reggimento di cavalleria Borbone, del quale facea parte il calabro tenente Morelli, arnese di sètta e giovane temerario. Luciani, che lo conoscea, essendo stato sott’ufficiale in quel corpo, gli espose gl'intendimenti ed i piani del tenente colonnello De' Concilj. Però il Morelli non volle risolversi ad alzare la bandiera della rivolta alle sole assicurazioni di Luciani; e fu allora che il de Concilj mandò a Nola il tenente Fresenga, del reggimento cavalleria Re, per animarlo ad oprare risolo lamente, facendogli noti tutt i preparativi, e che altro non si aspettava dalle altre province, che il segnale d’Avellino, per insorgere al grido di Viva la Costituzione.

La sera del 1° luglio, il tenente Morelli, con l’aiuto dell'altro tenente Silvati, e dell'aiutante Sciscolo, riunì centotrenta sott’uffiziali e soldati del reggimento cavalleria Borbone, non tutti consapevoli della fellonia che andavano a perpetrare, e li dispose a marciare per un designato luogo da pochi conosciuto. A quel poco numero di ribelli, volle unirsi un prete di Nola, certo Luigi Minichini, insieme ad un Antonio Montano, tutti e due a parte delle secrete cose di De' Concilj, conducendo altri 15 carbonari armati, e tutti si diressero sulle alture di Monteforte per proclamare la Costituzione.

Quando De' Concilj seppe, per mezzo del tenente Vito Pelosi, che Morelli avea eseguiti i suoi ordini, gli mandò il sergente Politi, per consigliarlo di prender quartiere in Mercogliano in cambio di Monteforte, ove trovavasi in aperta campagna, e che si prestava poco per ristorare la sua gente. Dispose che il tenente Linguiti con uno squadrone andasse a raggiungere i ribelli, come pure il capitano Preziosi con una compagnia di militi. Infine scrisse ad un tal Bianco, alito fior di sètta, sindaco di Mercogliano, per somministrare il bisognevole a que’ cugini — Cosi chiamavansi i carbonari tra loro.

La mattina del 2 luglio, passò da Avellino il tenente del genio de' Donato, che recavasi a Foggia; de' Concilj gli svelò tutto quello che avea fatto per la causa della Costituzione, e lo premurò a recarsi subito al suo destino, per pregare il colonnello de' Rosa, che inducesse il suo collega Giovanni Russo, comandante il reggimento , a proclamare in Foggia la costituzione, essendovi in quel corpo molti cugini.

De Donato partì immantinente, e giunto in quella città, si abboccò col maggiore Pisa, e tutti e due andarono a trovare il de' Rosa nella propria abitazione. Colà si riunirono Francesco Paolo e Carmelo Iacuzzo, Paolo Raimondo e Vincenzo Muscio. Dopo che spedirono varii corrieri in diversi paesi della provincia, si recarono presso il colonnello Russo il quale non si fece molto pregare per aderire a quanto desideravano. La mattina del 3 luglio, al suono di bellici strumenti, si proclamò la Costituzione nel largo del palazzo di città, e fu inalberata la bandiera costituzionale, cucita all’infretta da Marianna Conca, moglie del tenente de' Donato. Il giorno seguente, si riunirono in Foggia circa seimila uomini armati tra militi carbonari. I settarii dell’altre province attendeano i risultati della spedizione di Monteforte per insorgere; essendosi stabilito, che Avellino dovea essere il centro della rivolta, e dovea darne il segnale al resto del Regno.

De Concilj, attivo ed infaticabile pensava a tutto; e temendo che l'opera della sua fellonia potesse soffrir qualche rovescio, volle un abboccamento con Morelli tra Monteforte ed Avellino, e questi, si recò al designato luogo insieme al sindaco di Mercogliano e Modestinо Bianchi. Avvertì di fortificare le gole di Gaudio, donde poteano essere assaliti dalla truppa mandata da. Napoli; a quale scopo mandò due compagnie di militi, mettendole sotto gli ordini del capitano Preziosi. Ritornato ad Avellino col tenente di gendarmeria Gian nattas io, spedi a Napoli il capitano Cirillo, aiutante di campo del generale Guglielmo Pepe, per avvertir costui dello stato, in cui si trovavano gli affari del la-rivolta, pregandolo che concorresse subito con 1 opera sua. In pari tempo mandò a Nocera Modestino Santangelo per indurre la soldatesca del reggimento di cavalleria Principe a far la causa de' carbonari.

Già in Avellino accorrevano, da’ paesi circonvicini, gli affiliati alla Carboneria, tutti armati strascinando seco loro altra gente anche in armi. De' Concilj dispose la difesa alla meglio, e, stringendo il tempo, si recò al. campo di Mercogliano«accompagnato dal sole sergente Politi; colà arringò que’ soldati disertori, e per meglio animarli, fece sfoggio de' soliti argomenti di cui si servono i rivoluzionarii in simili circostanze, cioè disse à quella soldatesca, che in Napoli era scoppiata la rivoluzione, alla quale aveano aderito tutte le province del Regno; e quindi confortava que’ suoi amici e dipendenti a tenersi pronti per oprare energicamente, onde compiere la cominciata impresa della redenzione della serva patria. Indi si recò a Forino, riunì tutt’i militi che ivi trovò e li dispose a marciare sopra Avellino, nel caso che quella città fosse assalita dalla truppa mandata da Napoli. Scrisse una imperiosa lettera al generale Colonna, che allora comandava la provincia di Avellino in sostituzione di Pepe e gliela mandò per un soldato; nella quale da una parte lo pregáva ad associarsi al movimento rivoluzionario, dall'altra lo minacciava se avesse oprato in senso contrario. Quel generale, in tanto subuglio, trovavasi a desinare tranquillamente con l'intendente di Avellino quando ricevé quella lettera che lo sbalordì: per la qual cosa rimase inoperoso insieme al suo commensale. De' Concilj, che tutto prevedeva, corse al telegrafo di Materdomini, fece segnalare la scoppiata rivoluzione in tutte le province del Regno, e tagliò poi quel telegrafo. Immediatamente si condusse a Forino, e colà ordinò al capitano Anzuoni di occupare co' ribelli le alture di Turcio dalla parte di Solofra, come in seconda linea di resistenza. Spiccò ordine a Morelli di lasciar Mercogliano per recarsi subito a Monteforte: quel settario in un giorno corse a cavallo più di cinquanta miglia!

Al declinare di quel giorno, 2 luglio, gli impiegati, i funzionarii e il resto della truppa di Avellino erano irresoluti se dovessero seguire il movimento rivoluzionario о attendere; quando la sera videro il De' Concilj che ritornava in città, lo consultarono del come avessero dovuto regolarsi in quella difficile congiuntura. Questi consigliò tutti ad unirsi con lui e gridare: viva la Costituzione, e disporsi alla difesa nel caso che il governo volesse assalirli. Si trovavano in Avellino trecento soldati del reggimento Sanniti, comandati dai maggiore Galiani, e non si erano ancora manifestati, perché attendeano gli avvenimenti; tra essi distinguevasi per fellonia il capitano Paolella. Vi erano in oltre cinquanta gendarmi a cavallo, ben disposti a favorire la rivoluzione, perché sobillati dal loro superiore, il calabrese capitano Prestipino, ed un piccolo deposito del reggimento Principessa, pronto a rivoltarsi mercé la insinuazione del tenente Colangelo.

Dopo tutto quello che ho detto del tenente-colonnello De' Concilj, e che l’ho attinto nei giornali, negli opuscoli e nelle storie pubblicate nel 1820, confermato da persone ancor viventi, cosa direste, lettori miei, se vi dicessi, che lo storico Colletta, amico e consettario di quel tenente-colonnello, ce lo vorrebbe far credere estraneo a tutti i fatti di quella rivoluzione? ebbe egli l’impudenza di pubblicare nella sua Storia: del Regno di Napoli (52): «De Concilj. restava incerto tra il secondare Morelli о combatterlo, avea il pensiero volto al governo.» Ecco come scriveva la storia colui che taluni ritengono come un quinto evangelo. I miei benevoli lettori per accertarsi che Colletta scrisse per occultare la verità storica e calunniare i suoi contrarii, raccontando fatti secondo il suo scopo, potrebbero leggere la Storia della rivoluzione del 1820, di Giorgio Gamboa, pubblicata in quell’anno stesso; era costui amico di De' Concilj e dello stesso Colletta, uno dei più esaltati partigiani della rivoluzione. Se poi volessero prendersi la pena di recarsi nella Biblioteca di S. Giacomo, qui in Napoli, troverebbero un infinità di opuscoli e varii giornali, che si pubblicavano in quel tempo, e che raccontano gli avvenimenti del 1820 e 21, tutto al contrario del come ce li lasciò scritti il nostro poco onesto storiografo della risoluzione.

Il 2 luglio, alle dieci del mattino, giunse a Napoli la notizia della diserzione di Morelli e compagni; i ministri Circello, de' Medici, de' Tommasi e Nugent, (come spesso accadeva in questo disgraziato Regno in simili avvenimenti) al sentire i fatti avvenuti in Avellino, Nola e Mercogliano, perdettero la testa, non ragionarono più, e parlando spropositavano.

Il male serio per essi era, che pochi giorni prima aveano assicurato il re, essere il Regno contentissimo di lui e di loro. In quanto alla Carboneria, eglino diceano, essere divenuta un innocuo trastullo di cervelli balzani. Trovandosi in quella falsa posizione dopo, i fatti dell’Avellinese, profittando che in quel giorno fosse arrivato da Sicilia il principe ereditario con la famiglia, si decisero far comunicare da costui al re la brutta notizia della rivolta. Però con l'assicurazione di essere un affare di cinquanta gendarmi per mettere a dovere un pazzarello di tenente, che con pochi cavalieri se ne era scappato sopra Monteforte, per chiedere una Costituzione politica, credendo cosi di far la scimia al popolo romano, che si ritirò sull’Aventino per avere i suoi tribuni ed attuare la legge agraria.

Mentre in Napoli i ministri del re erano avviliti, e non sapeano a qual partito appigliarsi, altri fatti importanti avvenivano in Avellino. La mattina del 3, giunsero in quella città cinquecento militi, sotto gli ordini del maggiore Pionati; De' Concilj li mandò a rinforzare il campo di Monteforte. Le autorità di Avellino erano tutte desiderose di prendere un partito, anzi che rimanere inoperose, e ciò per non farsi nemico il governo e la rivoluzione; si riunirono nel palazzo dell’intendente, ma la irresoluzione ed il timore erano generali. De' Concilj, prevedendo che quella riunione sarebbe stata irresoluta e timorosa, perché conoscea essere di gente senza mente e senza cuore, avea mandato ordine a Morelli di avanzarsi rapidamente sopra Avellino; e quel capo d’insorti giunse in quella città alla testa della sua gente, preceduto da carbonari armati, a capo de' quali il prete Minichini, gridando tutti: viva il re, viva la Costituzione!

Fu quello il colpo di grazia: tutti si dichiararono per la rivolta, non escluso l’intendente. La bandiera rivoluzionaria fu innalzata dal capitano Preziosi: era di tre colori, rosso, nero e celeste, cioè i colori adottati da’ carbonari.

Il tenente Morelli depose il comando della sua gente nelle mani del tenente-colonnello De' Concilj, e si atteggiò verso costui a subordinato. L'uno e l'altro furono proclamati dalla folla, bene imbeccata da’ capi, redentori della patria, De' Concilj novello Quiroga napoletano, Morelli novello Riego (53))). Quello, già capo della rivoluzione, volle assicurar tutti delle sue buone intenzioni con una arringa e poi con un proclama, col quale dichiarava il suo attaccamento al re e alla Costituzione. Prometteva premii a’ veri patrioti, castighi esemplari a’ disturbatori dell’ordine pubblico, e rinunziava a’ gradi conferitigli da’ suoi subalterni. Quell’arringa e quel proclama furono applauditi fino al delirio; e la truppa, i militi insieme a tutti gl’impiegati e funzionarii di Avellino giurarono fedeltà alla Costituzione, non escluso l’intendente ed il vescovo.

Il ministro della guerra, generale Nugent, dopo che si rimise un poco in calma dallo sbalordimento provato pe’ moti dell’Avellinese, altro miglior partito non seppe ideare per domarli, se non quello di mandar loro contro il generale Guglielmo Pepe. Però, avendo comunicata questa risoluzione al Consiglio dei ministri, costoro ebbero almeno il buon senso di opporsi, perché sospettavano quel generale non estraneo a’ fatti rivoluzionarii di Avellino. Nugent, che avea di già ordinato al medesimo Pepe di star pronto a partire per domare la rivolta, non sapea come ritirare quell’ordine; e costui, con la coscienza di traditore, osservando quel temporeggiare dei ministro, stava sospettoso e guardingo.

Nugent, dopo molto esitare, destinò l’altro generale murattiano Carascosa per domare i ribelli, ed in qualità di comandante della provincia di Avellino; lo fece partire per Nola il 3 luglio, ma senza dargli soldati. Carascosa si fermò a Marigliano, donde sperava corrompere i capi della rivolta, mediante grosse somme di danaro e con la promessa di farli partire liberi dal Regno. Di tutte quelle pratiche nulla ottenne, anzi fu consigliato dal maggiore Lombardi, di ritirarsi subito a Napoli, dappoiché i soldati di Monteforte erano decisi di farlo prigioniero. Al sentire tal notizia si turbò, e scrisse a Nugent lu stato delle cose, pregandolo di mandargli sufficiente truppa, mentre sarebbe stato inconsolabile se fosse Stato fatto prigioniero, potendosi supporre che si fosse fatto prendere volontariamente. da’ ribelli. Il ministro gli mandò seimila uomini secondo i giornali di quel tempo Gamboa assicura che gli spedi una forte divisione, il Colletta afferma che gli furono mandati seicento soldati; vi sarà errore di cifra; il certo si è che il governo avea poca truppa sicura e disponibile. Difatti un reggimento della Guardia reale si negò di combattere contro i ribelli, un altro di cavalleria di guarnigione in Nocera era disertato con bandiere spiegate e con musica in testa; e quello che trovavasi in Castellammare tumultuava.

In quella vergognosa rivoluzione militare due soli generali tentarono battersi per la causa del re il tenente-generale marchese Vito Nunziante e il principe general Campana. Quest’ultimo fu più fortunato del primo, dappoiché, partito da Salerno, incontrò i ribelli nelle vicinanze di Misciano, condotti