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STORIA CIVILE E MILITARE DEL REGNODELLE DUE SICILIE

SOTTO IL GOVERNO DI FERDINANDO II dal 1830 al 1849

DI MAURO MUSCI

DEDICATA A S. A. R. IL DUCA DI CALABRIA PRINCIPE EREDITARIO DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

VOLUME SECONDO

NAPOLI

STABILIMENTO TIPOGRAFICO DI PASQUALE ANDROSIO - Strada Banchinuovi n. 13 p. p.

1855

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STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 1 6 NAPOLI 1855


LIBRO QUARTO

Primi atti del novello Sovrano — Sguardo sul Regno delle Due Sicilie col venire al Trono di Ferdinando II —Quel che era il Reame — Quali mezzi intraprese ei per rifarlo— Pubbliche contentezze di otto milioni di uomini — L'Europa e Ferdinando II.

CAPITOLO XXXIV

Ferdinando II, il Reame delle Due Sicilie, le tre Monarchie, il 1830, le prime parole del giovine Re.

Le speranze di otto milioni di uomini eran compiute. La mano di Dio che tulio sostiene e muove, volea cancellare alla fine quarant’anni di sventure, che l’Europa sconvolta in mille guise,frenando i moli dolenti del suo cuore figliale, asciuga per un istante le lagrime che versava con la inconsolabile sua augusta famiglia, sul feretro del genitore; e corre ad adempiere i suoi obblighi innanzi a Dio ed alle sue genti, proclamandosi Re del Regno delle Due Sicilie. Avea il cuore in tumulto per compiere i doveri di figlio; ma l'anima in calma per compiere i mandati di Sovrano.

A venti anni una corona, mentre l'Europa traballa in diversi punti, fra le ribellioni politiche e la temenza di una guerra generale! A venti anni una corona, in un'epoca che i Sovrani sono costretti a veder tutto da loro e far tutto da loro! A venti anni una corona, mentre è d’uopo rimarginare ad ogni modo nel nostro paese le non ancor guarite piaghe sociali del novantanove, del decennio, e del novilunio della carboneria! A venti anni una corona, mentre l’esperienza politica avea fatto vedere esservi già bisogno nel nostro paese d un perfetto obblio su (ante diverse sciagure, onde tolte le funeste divergenze de' partili, ottenersi potessero compatte le masse per l’avvenire elio Stato. Era esausto intanto il pubblico erario, e si sentiva l’uopo di una novella amministrazione finanziera, di un pronto sistema di economia politica per creare fonti capaci alla dotazione dello Stato non solo, ma a soddisfare eziandio all’estero ingenti somme; e quel che più era importante, per far ricco l’erario, rianimare il debito pubblico, dar credito nell’Europa alla finanza delle Due Sicilie, e rinvigorire l’interno ed esterno commercio a pro della nostra popolazione. A venti anni una corona, mentre due patrie armate, divise da tempi e vittorie diverse, da diverse glorie, colpabilità e sventure, si sono già fuse in un solo esercito, mercé le sue cure, e attendono vederlo Sovrano per obbliare il passato, e spingersi come un sol uomo sul sentiero dell’onore. Ripetiamo in ultimo, a venti anni una corona, mentre da molto le genti tutte del Reame attendono dal giovine Sire un’epoca nuova di prosperità, di confidenza, di abbondanza, di pace, di sicurtà; e mentre sentesi ripetere fra la gioia universale, il desiderio di un avvenire più adulto e più opportuno ancora che quello di Carlo III. Tutti questi desiri e bisogni, a soddisfare i quali non basta un secolo di energia per un Governo su di una nazione culla, intelligente e troppo vivace e cupida di novità, 3ual’è la nostra, si presentano al Principe della gioventù! Ebbene, nuovo Re è appena sul Trono; e tutti i desiri sono sodisfatti colla velocità del pensiero; tutte le speranze corrono all'adempimento. Se ne faccia pure un appello al Reame ed all'Europa. La verità attestata da' con temporanei sarà la più bella ed autentica pruova cui potremo ben affidarci, scrivendo questa prima gloriosa pagina, che qual pietra angolare della Storia del nostro paese; dolenti solo di non averla trascritta con quella penna che si fa bisogno nel ricordare tanta sublimità di circostanze, siam contenti appellarla: Prima pagina della Monarchia di Ferdinando II.

Se dopo un secolo si volesse scrivere così, il senno umano griderebbe, all’adulazione, all’incredutità. Il vantaggio è nostro, di avere una generazione vivente, che, accreditando il nostro dire, può accusarci solamente di aver detto poco.

Se queste felici contrade, dopo la venuta di Carlo Borbone, non avessero preso parte fragorosa ed intempestiva allo sciupo politico e morale, cui si spinse la Francia nell'ultimo periodo dello scorso secolo, traendo dietro al leggiero, brioso, giulivo e saltellante carro del suo perpetuo volubile progresso, l'Europa tutta; se questa non si fosse lasciata sedurre ne’ più reconditi recessi de' tabernacoli di pace, di sapienza, di religione e di nazionalità, correndo ad animosa crociata su i lidi della Senna, e bevendo l'onda contaminala di quella caustica filosofia che sperava fra suoi gorghi precipitare al naufragio nientemeno che diciotto secoli dell’Evangelo; come avea fidanza di render cadavere il patrimonio civile delle genti, che posa sul senno antico, sulle ali della tradizione de' secoli, sul diritto internazionale e infine sulla prudenza de' tempi. Se tutto questo non avveniva; gli eredi dell’invitto e magnanimo Carlo, continuando solamente a percorrere il luminoso sentiero tracciato dall’avo augusto, un poco per volta, da età in età, con lieve fatica avrebbero renduto il Reame delle Due Sicilie una gemma brillantissima tra le prosperevoli nazioni europee; giacché le fondamenta eran valide, i mezzi a dovizia, le nostre genti alte a percorrere luminosi sentieri, perché culti, talentasi, intraprendenti, energici, validi di mente e di corpo, moderati per virtù avita, governabili per costumi; e perché il sole benefico è il primo coltivatore de' nostri ubertosi piani, delle fertili valli, de' frondosi monti; mentre gli Appennini in lunga catena seggono a guardia boreale delle provincie, ed il Tirreno, il Jonio e 1 Adriatico, tre mari bellissimi circondano le nostre terre, ed arricchiscono i mercati d’innumerevoli città che siedono a' lidi del mezzogiorno, dell’oriente e del settentrione della nostra patria, vaghissimo lembo della formosa itala penisola.

Al contrario avvenne. Potrei assimilare il trono di Carlo III, pari ad una mole superba che si costruisce sopra macerie, e con materiali raccolti da varie smantellate rocche nemiche, le quali, benché rovesciale con mano ardila, conservano tuttavia l’impronta rivale ed una ostile ricordanza. Voglio intendere per rocche nemiche e per macerie ostili e rivali, la condizione durissima di provincia in cui stavasi il paese, la tristizia che si ereditava fra noi da generazione in generazione, perché il patrio suolo da secoli spesso era bagnato di sangue per le guerre di successione, col venire di gente straniera a toglierci un marchio di servitù per imprimerne un altro; dietro battaglie senza onoranza, e dietro l’accanimento delle sfavillanti ire municipali che, struggendo ogni virtù di domesticità, aprivano il varco alle discordie civiche. In ultimo intender devesi per macerie, il rovinìo che si ebbe il feudalismo fra noi, insieme a quell’accozzaglia di leggi che spesso affogavano in un pelago di quisquilie la proprietà ed il possessore, il magistrato e l’avvocato, l’offesa e l’offensore, il giusto ed il reo; come se legge alcuna non si avesse. Una conquista gloriosa, la fondazione novella di un solio su di illustra monarchia aulica, una sapienza governativa alta a rovesciar tanto d'indecoroso, per quanto di decoro sentiva uopo un paese che sorgeva adulto ad uno stato di sospirata nazionalità; ecco il triplice carattere della corona di Carlo III, ecco le tre magnificenze reali che ricordano un’età sì rimarchevole nella patria storia. Se tanta vigoria e senno avesse potato durare non dico che per,un moderalo giro di anni, il carattere politico e morale de' nostri popoli avrebbe avuto il tempo di radicare insitamente il grandioso principio governativo del Re Carlo; e così un poco per volta fondere in un solo virtuoso ed onoralo interesse civico e monarchico, dinastico e nazionale, tutte quelle antiche tendenze che da qualche secolo regolavano bene o male le genti nostre. Allora si sarebbero vedute,, opera degli anni, unirsi fra loro quelle tali macerie ostili, quegli avanzi nemici di diversi e multiplici poteri ed interessi, riacquistando alla fine un solo colorito di possanza nazionale, di amor patrio, di concorde ubbidienza ad un principe glorioso che scioglieva da tanti infausti legami queste terre, che unite un tempo formarono una illustre monarchia sotto l’imperio di due nomi illustri, Guiscardo e Ruggiero.

Dopo aver dipinto a grandi tratti la monarchia di Carlo III e de' suoi tempi, soffermiamoci a notomizzare per poco la vetusta monarchia ai Ferdinando 1, che abbraccia le più nobili e dolenti rimembranze della patria nostra a sì lunga distanza di anni e di persone, da potersi appellare senza rimproveri il Governo di due secoli.

Chiamato Carlo III al trono delle Spagne, il reame fu colpito come da una calamità, e ne avea ben a' onde. I colossali edifici riescono meravigliosi, quando la mano che ne gitta le fondamenta ha tempo bastevole per vederli condotti al gran completo. Ogni autore genioso scolpisce in sull'opera l’impronta magnanima del suo carattere per dirsi originale dell’intuito. Ma ecco che nel bel meglio una sempre timida e difficile reggenza, succede ad un soglio giovane ma energico. Una reggenza sotto l’incubo d’una aristocrazia che battagliava scissa in due schiere sdegnose, mentre un regolo audace, qual’era il ministro Tanucci,con una mano assorbiva della reggenza medesima la volontà, e con L’altra feriva la scissa aristocrazia. Assorbiva i poteri della reggenza con lo slancio d’un movimento troppo celere che dava al progresso delle genti nostre, prendendo motivo dal lustro moderalo che Carlo iniziato area; colpiva l’aristocrazia, menando porzione di questa a sciupare dell’intutto le feudali attribuzioni per virtù progressiva e non per legge dello Stato, mentre un’altra porzione si rendeva renitente di troppo a cedere un palmo di que’ poteri antichi, sol perché non più la mano del Monarca legislatore lo volea, ma si dovea solamente per spirito di moda, per vantati interessi umanitari, e per impegno d'un ministro filosofo. Ed ecco come il novello sentiero governativo traccialo dal fondatore della monarchia, nella minore età di Ferdinando I poi, si rendeva or troppo alpestre e perciò poco praticabile al cammino, or troppo aperto per segnarsi orme stabili o perciò più che facile a smarrire la traccia. E come no? l’aristocrazia progressista col dar troppo della sua possanza antica, oltre che superava il volere delle leggi, offendeva le medesime col rendersi debole per se tutta ad un tratto, e sfiacchiva il Governo spingendosi troppo innanzi alle sue inchieste; mentre un altra falange aristocratica avendo ceduto tanto de' suoi poteri, per quanto il Governo l’avea chiesto, or trovandosi in collisione con l’altra parte di séche tutto dava, offesa al paragone, più offesa perché un ministro la umiliava di troppo, si rendea ribelle pel tanto che avea concesso. Da ciò la sorgente di quelle fatali scissure che demoralizzarono i costumi politici e l’andamento unitivo del novello progresso, a cui si era data la monarchia con generosi interessi.

Da qui ne venne l’iniziativa di quel colluttamento morale tra la classi adulte ch’erano le aristocratiche, e fece sorgere l’astuzia di salir oltre al medio ceto, ed alla plebe lo smodato movimento di elevarsi alla distinzione di popolo; ed alla filosofia in ultimo l’artificioso impegno di metter mano sulle quistioni canoniche, onde garrire colla Chiesa e propinare lo scandalo sulla cieca moltitudine.

Da tutto questo si scorge, il magnanimo Ferdinando I in quali durissime pruove trovar si dovette nel primo periodo del suo regnare; mentre la rivoluzione francese rimbombava co’ suoi feroci conati dalle Alpi al Reno. La rivoluzione avvenne, o le gerarchie sociali invece ai essere puntello al trono, furono (l’inciampo a loro ed al trono medesimo; perché scisse nella pace, si urtarono a morte nella guerra. L’aristocrazia e la democrazia si sprigionarono senza opprimersi insieme, per non avere altra forza se non quella di escludersi vicenda; giacché la prima s’indeboliva nel battagliare, col voler tornare troppo indietro,. la seconda si sfiacchiva per voler camminare troppo innanzi, mentre una terza Falange sen renne in lizza per ischiacciare i combattenti; cioè la falange delle classi medie, ma su questa capitanarono a volo le classi operaie. Ed in tale collisione, l’ultimo pervenuto se vince non rimane al campo, perché altre schiere corrono al cimento, le schiere della borghesia, armate de' teoremi sociali più difficili onde pugnare per la metempsicosi della proprietà; ma benché la gran soluzione è difficile, perché la potente guerra del la borghesia è guerra a' morte, mercé il principio esclusivo di audacia, di pretensione e di possesso, pure i suoi voli di vittoria vengono strozzati spesso dalle moltitudini plebee, sotto la ditta di popolo. In ultimo dopo che tanti partiti si cozzarono insieme, ognun di essi gridando vittoria, sopraggiunse l’ardire militare con Napoleone alla lesta, e mise alla catena le quistioni tutte, i vinti e vincitori, le pretese e i pretensori, mercé il grido prestigioso delle battaglie.

Ecco in quanti lolle gigantesche seder dovette con Fronte imperturbabile il Re Ferdinando I fino alle catastrofi del 1815. Ma dopo il 1815 il garrire de' partili riprese il livore antico; anzi con maggior copia ai sdegno, come suole avvenire spesso tra combattenti che per una forza maggiore non potettero decidere ad ultimo sangue la pugna. Né la possanza de' trattati europei, né la pace sopraggiunta a medela d’una stanchezza generale, né il perdono sovrano sceso a medicare gli antichi spergiuri e tradimenti, né l'obblio su d’opinioni esagerale, né il rispetto legale che si diede a' nuovi proprietari, né il favore delle leggi nuove sancite dal Re; insomma nulla di tutto ciò ebbe forza o imperio di smorzare le antiche e sempre nuove dispute, e riunire in solo accordo le antiche classi dominanti con le novelle classi preponderanti; pel gran motivo che queste ultime ottenevano appena un rispetto ai circostanza, mentre le prime smodatamente e collo sguardo di livore ricalcavano le orme primiere. Intanto il Governo sedeva isolato in mezzo a' contendenti, senza poter colpire il momento di sfasciar tutto dietro a se ed elevarsi potentissimo sulla giustizia di ognuno. Da ciò le sette, le rivoltare, le guerre, le disfalle, che invece di creare novella energia alla monarchia ed al paese, creano invece dubbi, sospetti, minuti e continui rigori; e perciò novelli attriti che fanno nascere scambievoli debolezze! e fra tutte queste circostanze miravasi il cozzo di due elementi contradittori, cioè che il continente del Reame tumultuava onde con statuti liberali rovesciare a mano salva il residuo dell’antica aristocrazia, mentre la Sicilia si ribellava onde ottenere eguali statuti per rinfiorare sull’isola l’oligarchia feudale.

Il Re Francesco infine ebbe tanto breve imperio da non poter far altro che sostenere con mano ferma i due puntellati edifici in lolla, gravidi sempre di rovina; cioè l’aristocratico che nel suo dritto volea risalire al suo apice; ed il borghese che minaccialo ognora di discendere dal suo posto, con corruccio si mostrava pronto piuttosto a cadere io rovina con fracasso.

Tutti questi tratti' daranno il colorito opportuno e naturale per pingere la gran tela della monarchia del giovane sire Ferdinando IL Passeranno i secoli, ma la storia patria e con essa la storia dell’Europa tutta, saranno testimoni incrollabili de prodigi governativi che seppe oprare il giovinetto Sire, rifondendo sul trono sul quale saliva la magnanimità creatrice di Carlo III, la fermezza politica e la popolarità sovrana di Ferdinando I, la mitezza paciere e la paternale semplicità di Francesco I; e con queste virtù antiche degli avi suoi’, imprese ligare in bella fidanza col suo scettro, la religione e la giustizia, la clemenza e la rettitudine,, l'energia e la confidenza..

Potrei dire che prese a molto del suo Governo le parole del gran Luigi XIV «Lo Stato sono io» ma con mire più virtuose e magnanime. Questo molto volea esprimere sulle labbra di Ferdinando II, non più scissure gerarchiche, io solo sono il Re, dame emana la legge e la giustizia. Lo Stato sono io, onde le gare le colpabilità antiche che di tanti malanni eran seme fra noi t si covrissero di obblio e per sempre. Lo Stato sono io, onde appalesare che il suo imperio non amava altro che fondere io un solo elemento di perdono, di calma e di prosperità le opinioni che furono, così traendo all’utile della monarchia tutte le persone culle che i trascorsi tempi avevano precipitato nel pelago delle sociali tempeste. Lo Stato sono io, onde spegnere le discordie municipali, i dispotismi amministrativi, e tutta la sequela di malanni che reca con se l’imperdonabile garrire politico di genti suddite di un eguale potere, che perturbano i Governi colla mania di ricordare nella pace, con lena d’insulto i rimproveri della guerra. Lo Stato sono io, onde infine poter insinuarsi nell'animo del reo pentito col perdono, dar prezzo al merito senza distinzione, ascoltare i dolori de' poveri, asciugare le lagrime della vedova, correre in cerca de' pupilli divenuti vittime delle venali tutele, insinuarsi severo nella giustizia de' tribunali, farsi temere presente ognora nelle varie amministrazioni delle provincie; insomma Ferdinando colla parola Lo Stato sono io, volle salendo al Trono far consapevoli i popoli del Reame che il sole sta in Lui, onde ognuno nelle bisogna ne cercasse la luce indipendentemente da altri.

Con questo coraggioso impulso il giovine Re fece un gran passo Terso la pace sociale tanto attesa e sospirala nel Regno. Cosi riunì in bel modo e con impero fiducioso, le antiche classi dominanti e le nuove preponderanti, mercé le due gran molte governative, la sicurtà ed il movimento. Così seppe moderatamente dall'unità politica far rinascere l’unità nazionale, e far trovare ad ogni elemento sociale la parte spellante che in egual tempo soddisfi ai bisogni di tutti, obbligando ciascuno a sedere nell’ubbidienza de' suoi limiti. Così sciogliendo il gran problema morale di Montesquieu quando dice che e il Principe imprime il carattere del suo spirito alla Corte, la Corte alla città, la città alle provincie. L’anima del Sovrano insomma è una stampa che dà la forma a tutte le altre. Infatti ne sia pruova il primiero allo Sovrano che Ferdinando emanava il giorno otto novembre del 183o.

«Avendoci chiamato Iddio ad occupare il Trono de' nostri au e gusti antenati, in conseguenza della morte del nostro amatissimo Padre e Re Francesco I, di gloriosa memoria; nell’atto e che il nostro cuore è vivamente penetrato della gravissima per dita che abbiamo fatto, sentiamo ancora l’enorme peso che il Supremo dispensatore dei Regni ha voluto imporre sulle nostre spalle, nell’affidarci il Governo di questo Regno. Siamo persuasi che Iddio nell’investirci della sua Autorità, non intende cheresti inutile nelle nostre mani; siccome neppur vuole che ne abusiamo. Vuole che il nostro Regno sia un Regno di giustizia, di vigilanza e di saviezza, e che adempiamo verso i nostri e sudditi alle cure paterne della sua Provvidenza.

«Convinti intimamente de' disegni di Dio sopra di Noi, e risoluti di adempierli, rivolgeremo tutte le nostre attenzioni a' biso ogni principali dello stato e de' nostri amatissimi sudditi, e fa remo tutti gli sforzi per rammarginare quelle piaghe che già da più anni affliggono questo Regno.

«In primo luogo essendo convinti che la nostra Santa Cattolica Religione è la fonte principale della felicità de' Regni e dei Popoli, perciò la prima e principale nostra cura sarà quella diconservarla sostenerla intatta in tutti i nostri Stati, e di procurare con tutti i mezzi l’esalta osservanza de' suoi divini Precetti. E siccome i Vescovi per la speciale missione che hanno avuto da Gesù Cristo, sono i principali ministri e custodi della stessaReligione, così abbiamo tutta la fiducia che seconderanno col loro zelo le nostre giuste intenzioni e che adempiranno esattamente i doveri del loro Episcopato.

«In secondo luogo, non potendo esservi nel mondo alcuna benordinata società senza retta ed imparziale amministrazione del la Giustizia, così sarà questa il secondo scopo al quale rivolgeremo le nostre più attente sollecitudini. Noi vogliamo che i e nostri Tribunali siano tanti santuarii i quali non devono mai e essere profanati dagli intrighi, dalle proiezioni ingiuste, né daqualunque umano riguardo o interesse. AGLI OCCHI DELLA LEGGE TUTTI I NOSTRI SUDDITI SONO EGUALI, e procureremo che a tutti e sia resa imparzialmente la giustizia.

«Finalmente il ramo delle Finanze richiama le nostre particolari attenzioni, essendo quello che dà moto e vita a tutto il Regno. Noi non ignoriamo esservi in questo ramo delle piagheprofonde che devono curarsi; e che il nostro popolo aspetta danoi qualche alleviamento dei pesi a' quali per le passate vertigini è stato sottoposto. Speriamo coll’aiuto e coll’assistenza delSignore di soddisfare a questi due oggetti tanto preziosi al paterno nostro cuore; e siamo pronti a fare ogni sagrificio per e vederli adempiuti. Speriamo che tutti imiteranno per quanto e possono il nostro esempio, alfine di restituire al Regno quella e prosperità, che dev’essere l'oggetto de' desiderii diluite le persone virtuose ed oneste.

Riguardo poi alla nostra Armata, alla quale già da diversianni abbiamo consecrato le particolari nostre cure, siccome colla sua disciplina ed ottima condotta già si è resa degna della nostra stima e particolare compiacenza, così dichiariamo che nonlasceremo di occuparci di essa e del suo bene, sperando che dal suo canto ci darà in tutte le occasioni le prove della sua e inviolabile fedeltà, e che non macchierà mai l’onore delle sue e bandiere.

Firmato — Ferdinando


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CAPITOLO XXXV

Ferdinando II — Tesori di clemenza che illustrano il suo salire al trono.

La demenza è la virtù eminente d'ogni uomo; d’ogni famiglia, d’ogni politico governo. La clemenza è la carità divina. Iddio la usò col primo ribelle, Adamo, e da quel giorno nefasto alla nostra specie, la clemenza, virtù del Cielo, albergò sulla terra, medico e medicina della pervertila creazione umana. La burbanza degli uomini, per giro di secoli, annientò questa virtù di Dio, colla impudenza ai farla credere una virtù umana: e spesse fiale fu confusa colla impunità della colpa onde elevare su di un medesimo sgabello, fa reità e l’innocenza. Le passioni sociali la derubarono de' suoi raggi, lo scudo della giustizia ch’esser deve giammai disgiunto dalla clemenza, gli tolsero, onde indebolirla, per incensarla prima e flagellarla poi; e così messagli la benda innanzi agli occhi, alla porpora di luce eterna che la covriva, gli adattarono i luridi cenci de' pravi affetti. Resa povera, l’appellarono debolezza. Resa debole, la chiamarono viltà.

Resa vile, la denunziarono colpa del cuore. Resa colpevole, venne criminata per vizio. Resa viziosa, fu necessità bandirla. Resa esule, ritornò a Dio; e l’uomo e la famiglia ed i novatori si lodarono di perderne la memoria nel cuore e nella mente fra le leggi domestiche, fra i codici delle nazioni. Che potea crear l’uomo in sua vece? risuscitò Caino. Gli diede culto, e ’I fratricidio passeggiò la terra, legislatore di vendetta, maestro di odio, duce ai pena, conquistatore di morte; non mai pel giusto rigore della lesa maestà governativa e dell’offesa società,ma il più delle volle (rammemoriamo le vicissitudini europee del 1848) per mano istessa dei progressisti che la pia e santa clemenza convertirono nella licenza e nell’anarchia.

Ma al mondo facea bisogno estremo della bandita clemenza. La redenzione umana avvenne co) perdono di Dio, e questo sole di bontà rinacque sulla terra per non avere più tramonto. La xroce dal Golgota spiccò i suoi voli di pace e alla sua base scrisse Con sangue divino la legge del perdono. Il sacerdozio cristiano addivenne un apostolato di progresso e di civiltà; e la Croce con le sue virtù celestiali si rese emblema del sapere e del potere, delle leggi e de' legislatori. I Sovrani non più arbitri dei popoli per capriccio, ma custodi de' popoli per volere di Dio, nel nome del quale regnano e governano, sovrano eterno; segnarono per distintivo de' loro diademi la croce possanza e perdono; e d’allora non vi ànno virtù per un Re se non possiede la virtù prima, ch’è la clemenza, non disgiunta dalla giustizia.

Me felice, che esordisco con tanta pompa d’idee, la storia della clemenza di Ferdinando II, salendo al trono. I contemporanei delle Due Sicilie nell'auguroso anno 183o, scrissero lauto, e tanto dissero al cospetto dell'Europa per gloriare la impareggiabile clemenza del giovinetto Re, da farmi perdonare questa pagina ch’io scrivo a monumento incrollabile della patria storia, onde frenare i moti dell’entusiasmo che mi accendano l’animo a sì eroiche reminiscenze civili, per poter con maggior pacatezza venire alla narrativa di fatti immortali.

L’abbiamo detto più volte: ripetiamolo ancora. Il Reame delle Due Sicilie era colmo di sventure da ben quarant’anni. Scossa l'Europa fin dalle sue fondamenta per moti politici e sociali, i nostri popoli presero parte a que’ moti. Un trascino di sventure, di colpe, di glorie senza scopo e di vittorie senza onoranza; mercé innovazioni d’idee, moti rivoluzionarii, guerre civili, estere occupazioni, avea reso il nostro paese pari ad un infermo che giunto allo stadio di convalescenza, ricade in novelle malattie che dan temenza di guarigione.

Vi era bisogno di vita, e per vivere sano e robusto facessi uopo di risanarlo nell’assieme, mai più nelle parli. Si era tentato più volle, cioè nelle parti, ma era stata opera vana. Mentre si guariva un bisogno, l’altro peggiorava. Viene Ferdinando II al trono, avendo appena quattro lustri di età. Comprende che egli non solo dev’essere il continuatore della sua dinastia, ma il rigeneratore benanche; e si slancia per esserlo. Basta un giorno, e le dispiacenze di tanti anni non sono più. Basta una parola, e otto milioni di sudditi, quasi tocchi da elettrica scintilla, rinascono ad una prosperità, che per conquistarsi non bastavano secoli. Tutti eguali innanzi alla legge! — ecco la parola che spense gare, ire, distinzioni, raggiri, traviamenti e colpe. Sia gloria al presente, obblio al passalo.

Ed ecco che per corona di tanta vita novella, per suggello di quel palio solleone che rendeva eguale d innanzi alla legge i sudditi tutti, quasi figli d’un sol padre, bisogna che il merito non rimanga stazionario — si faccia avanti ogni meritevole che l’eroismo del novello Sire à reso eguale agli altri d'innanzi alla legge, e ottenga il suo guiderdone. Ma è duopo non obbliare, che questo eroismo ottenne grati risultamenti, perché fu un libero atto del Sovrano, non coartalo dai clamori, non per effetto di maligna adulazione lodativa dei partiti, non come conseguenza di una vicina rivoluzione; perché in questi casi la clemenza è facile che partorisca' disgrazie ai Re ed ai popoli.

Ed ecco, che cingono novellamente le impavido spade i veterani di un tempo. Ritornano ai quadri del rinato esercito, le bandiere sventolano ricche di nuova luce marziale— Iddio ed il Re, si giura, e l’avvenire dà pruova del valor loro, se è degno di tanta clemenza.

Rivestono le dimesse toghe que’ magistrati, gloria giovane dell’antico sapere della napolitana giurisprudenza. I tribunali aspettano, deh! che il paese gli ammira esecutori imparziali della giustizia che il giovine Sire vuole e comanda di darsi per pane sostanziale della vita civile e morale de' popoli suoi.

Avvanzano animosi, tanti degni eredi de' fasti forensi del napolitano reame, e tornano a far parte di quelle virtuose falangi alle quali furono un tempo di decoro, nella nobile difesa delle sostanze del povero, degli interessi delle vedove e de' pupilli, e della vita di quei disgraziati che con eloquenza magica strapparono molte volte all’estremo supplizio, rei di sangue. Accorrono — la clemenza Sovrana segnerà un’epoca ammiranda tra i progressi penali dell’Europa; giacché il cuore magnanimo del Principe negli anni tutti del suo governo, salverà mille di mille teste dalle mani della giustizia.

Ed eccone le pruove gloriose.

Pubblicasi un real decreto nel dì 18 dicembre dell’auguroso 183o, col quale si perdonano le colpe per reità di Stato, accadute in varie epoche delle patrie vicissitudini; sciogliendo ogni reo, o condannato, o sotto giudizio, o in esilio, o nelle isole, o in prigione, o inabilitalo all’esercizio di pubbliche cariche; nella paterna speranza (sue parole!) che i perdonati daranno da oggi pruove evidenti della loro gratitudine al trono, alla pace del paese, ed all'ordine pubblico!

Così, è condonata la metà della pena residuale a tutti coloro che trovansi condannati per reità di Stato; e la pena de' condannati all’ergastolo discende al maximum del secondo grado di ferri.

E commutala nella semplice relegazione la pena, che i condannati per le reità suddette dovrebbero espiare ne’ ferri o nella reclusione.

La pena di esilio perpetuo dal Regno pe’ condannati medesimi, è ridotta a quella di cinque anni di esilio, da decorrere dal giorno 8 novembre 183o; e facendo godere dello stesso beneficio della riduzione a cinque anni, anche ai condannati all'esilio temporaneo, che doveano espiare una pena maggiore.

Abolisce l'azione penale per tutt’i reati di Stato, commessi fino all’indicato giorno della sua salila al Trono.

Abilita coloro che per interesse pubblico trovavamo in linea di prevenzione politica, nelle isole, in esilio, o in prigione.

Rimuove ogni ostacolo derivante dalle vicende politiche fino al glorioso giorno 8 novembre 183o, onde tornare agl'impieghi gli amnistiati o ridurre i perdonati a poter aspirare a pubbliche cariche di qualunque sorta, avendone però i corrispondenti requisiti.

Ogni impiegato destituito per politiche conseguenze venne egual mente abilitato all’esercizio delle pubbliche cariche.

I militari destituiti per eguali vicissitudini,ed attualmente in sussidio, vennero compresi nella divisata abilitazione, potendo così del pari concorrere essi pure alla provista delle cariche civili ed amministrative; giacché trovandosi in quell’anno l’esercito al completo il clementissimo Tito novello, diè promessa, che poco dopo mantenne di prendere particolari determinazioni per quelli tra' i militari destituiti che potessero essere richiamati sotto le bandiere.

I regolamenti fino allora in vigore per la spedizione de' permessi di armi, vennero ampiamente modificati in quanto agli ostacoli derivanti da politiche vicende; ed in preferenza pe’ proprietari.

Prima di questo magnanimo decreto, con data de' 29 novembre 183o, avea amnistiato 1 giudicati condannati dalla Corte Suprema di giustizia a camere riunite per effetto di speciale delegazione Sovrana nel 16 luglio dell’anno medesimo, per incolpazioni relative alla causa di Raffaele Renda e di altri giudicati della commissione militare di Catanzaro nel 24 marzo del 1823; cosiché questi rei di Stato furono i primi ad ottenere la libertà, e fra questi il ben noto Nicola de Matteis.

Con munificente decreto de' 7 gennaio 1831, avendo intesa la decisione della commissione suprema per i reali di Stato in Palermo, per individui condannati per associazione settaria; fece piena grazia al sacerdote Filippo Bartolomeo di Reggio ed a Francesco Sabatelli di Napoli, condannati alla pena di morte, ed a molti altri individui di Messina condannati ai ferri.

Con altro decreto, motu proprio, emanato il dì 3o maggio 1831volendo aggiungere novelli tratti di clemenza verso coloro che rei, nella funesta causa di Monteforte (1820), si trovavano espiando la loro pena, e volendo comprendere ne’ tratti medesimi di clemenza quelli benanche, che per posteriori colpe trovavansi tuttavia in esilio o espatriati, onde così dileguare le dolorose tracce degli abberramenti di quella infausta epoca,e de' giusti rigori che ne conseguirono; certo il suo bell’animo,che la memoria delle sofferte sventure e gli effetti della clemenza, valevoli fossero a rendere più proficua la lezione del passato, più vivo il pentimento, figlio della gratitudine, e solida la rigenerazione de' sentimenti di devozione e di fede; accordò piena ed assoluta libertà agl'individui tutti. condannati per la così detta causa di Monteforte e che trovavansi allora nei ferri o in altro luogo di espiazione; altresì accordò la abilitazione a poter riedere in seno delle loro famiglie agli esuli ed espatriali all’estero.

Ed in ultimo ci piace ricordare il perdono,che accordò, ad un certo Flavio Ruffo, reo di Stato condannato alla detenzione nella Cittadella di Messina, onde registrare in questa pagina un altro tratto distintivo dell’animo di Ferdinando, che vien espresso nel decreto colle seguenti memorande parole volendo noi per impulso di nostra Real Clemenza preferire la misericordia al rigore della giustizia.

Ma tante straordinarie indulgenze non sono tutte quelle che rifulsero sul novello Trono del Reame delle Due Sicilie. Egli creatore del giovine esercito, credè a questo donare altri uomini eminenti,che si trovavano sciolti dal cingolo militare fin dopo la catastrofe del 182 r, e restituire alla vita delle armi tanti altri individui, che per eguali ragioni si eran dati alla vita privata, e a non pochi mancavano i mezzi di sussistenza Infatti con decreto degli ti gennaio 1831, vigilia dell’anniversario della sua nascita, richiamando in considerazione il suo alto Sovrano de' 18 dicembre 183o, con motu proprio nomina a far parte della Reale armata di terra Ire tenenti generali, due marescialli di campo, quattro colonnelli, cinque tenenti colonnelli, tre maggiori, ventisei capitani, ventisei primi tenenti, e quarantatré secondi tenenti.

E questo non basta —nel 3o maggio del 1831, volendo che il giorno sacro al suo nome, venisse decoralo da novelli atti di clemenza, richiama sotto le bandiere dell'esercito altri cinque colonnelli, selle tenenti colonnelli, selle maggiori, altri cinquanta capitani, undici primi tenenti, dodici secondi tenenti, otto commissarii di guerra; e parecchi uffiziali destituiti ripristina al Real Ministero e Segreteria di Stato di Guerra e Marina.

Con egual data restituisce agl'impieghi dell’armata di mare non pochi uffiziali, che per simili circostanze trovavansi destituiti, tanto nel corpo della marina navigante, quanto nel corpo de' marinai cannonieri, in quello del parco d artiglieria, ed in quello della fanteria di marina.

Enarrando i tratti tutti di clemenza, che segnalarono la salita al Trono di Ferdinando II, non bisogna obbliare il decreto de' 20 dicembre 183o,col quale ricordar si volle benanche dei condannati per delitti comuni, tanto ne’ reali domini al di qua del Faro, quanto in quei al di là del Faro.

Così condonar volle la pena, che i giudicati rispettivamente aveano ricevuto della prigionia, del confine e dell’esilio correzionale.

Minorò di anni 3 così la pena della reclusione, come quella della relegazione.

Volle solamente mostrarsi legislatore severo, escludendo dalle citale indulgenze, i recidivi, i condannati per furto,i giudicali con forme sommarie o con minorazione di pena 0 col metodo abbreviativo di mandato.

Minorò egualmente di un anno la pena de' ferri, così nel bagno come nel presidio.

Tutte queste cose, fatte come a volo di uccello, con una rapidità prodigiosa, con un impulso tutto proprio d’anima grande ed energica, con un disinteresse senza pari, con una bontà di cuore incomparabilmente clementissima; riproducono in mezzo a otto milioni d’individui la scintilla creatrice d’ogni benessere civile e morale. La gratitudine di popolazioni entusiaste come le nostre, circuisce il rifulgente trono del Sire novello, di quell’aureola luminosa,che glorifica fra continue benedizioni le monarchie generose. La devozione rinasce fra tutte le classi, fra tutte le opinioni, perché i partiti sono spenti, mercé il contegno paternale e l’energia sovrana di Ferdinando; e perciò altro non si ravvisa nel reame, che un sol pensiero, un solo impegno, una sola unica ed indivisa volontà, ch’è quella di vivere come massa di granito a sostegno d’una corona, che nascendo, seppe far tanto di bene per quanto non si era ottenuto per più di mezzo secolo, Ira le novazioni progressiste e le occupazioni prestigiose Ah sì! — le generazioni si succederanno, i tempi varcheranno il loro mare or quieto or tempestoso, le passioni umane si accavalleranno fra la luce e le tenebre de' secoli, le movenze sociali attraverseranno i loro giri fra l'età dell’oro e delle barbarie; ma la Storia di Ferdinando II, vivrà raggiante nel cerchio del tempo, testimone eroico di sì preclara virtù; finché vi saranno codici fra i popoli, in cij brilla la legge consolatrice del generoso perdono.


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CAPITOLO XXXVI

Ferdinando II. —tesori di abnegazione che illustrano il suo salire al Trono, e come da questi tesori di abnegazione rinascano nel reame frutti immensi di economia pubblica e privata, duplice sorgente di ricchezza comune.

Se la clemenza è la virtù eminente d ogni uomo, d’ogni famiglia, d’ogni politico governo, perchéla è una emanazione divina — se questa virtù è tutta insita nelle monarchie cattoliche, dapoiché i Sovrani cattolici regnano e governano nel nome di Dio e della sua croce si coronano, quale emblema di possanza e di perdono; a tanto eroismo della vita privata e della pubblica, un altro si rinviene eminentemente cattolico, e perciò appellabile virtù civica, (essendo il solo cattolicismo fonte ed origine d’ogni civiltà); quest’altro merito sociale si è al certo l’abnegazione, virtù che comunemente si chiama fra gli uomini, sacrificio di se stesso o disinteresse personale innanzi alla pubblica utilità.

Ed ecco che avendo noi preso di mira a voler dare un saggio storico delle virtù governative appalesatesi in Ferdinando II, salendo al Trono delle Due Sicilie, dopo aver fatto rifulgere i suoi alti di clemenza dinnanzi ai contemporanei pe’ quali scriviamo in prima, amiamo soffermarci in secondo luogo a far noto i suoi atti primieri di abnegazione; onde dai sacrifici propri, dal suo personale disiate resse, veder sviluppare in mezzo alle classi tutte de' suoi popoli, il vero patriottismo a risorgimento delle pubbliche finanze, quanto delle private; mercé un tesoro di economiche risorse nel Reame.

Sollevatosi il grandioso novello edificio governativo del Re Ferdinando, colla mitezza e col perdono, onde schiacciare il garrire di tanti anni fra popolazioni suddite d’un solo potere, mercé quella energica e dispensiera giustizia, che emanò dal Trono qual primiera parola,che dovea ricreare fin dalle fondamenta il Reame: ben vide che appresso ai tesori sparsi della sovrana indulgenza si dovea aprire una sorgente vasta e continua di economici lavacri, onde inaffiare il disseccato erario dello Stato non solo, quanto rinvigorire le aziende comunali, rovesciale sotto il peso d’immensi balzelli, e redimere infine le popolazioni gravale da enormi imposizioni; cause e conseguenze delle passale rivoltare politiche e sociali.

Per eseguire tutto questo, onde riparare i debiti,che il Governo avea contrailo all’estero, onde suffragare con le pubbliche entrate le annuali obbligazioni, ma con tutto ciò restringere le pubbliche imposte non solo, come far scomparire quel funesto e misterioso debito galleggiante, anello primo dei rovesci delle nostre finanze; ripeto,che per eseguire tutte queste importanze statistiche, facessi necessità dì quella virtù di abnegazione, che Ferdinando volle far nascere da se come esempio primo di dovere e di disinteresse, per metter mano alle pubbliche economiche riparazioni.

Bello esempio di abnegazione, quanto difficile, altrettanto necessario,che fu quello idealo dal giovinetto Sire delle Due Sicilie, salendo al trono! Eroico Principe! siccome dal sole che nasce si valuta la bellezza del giorno fecondatore, cosi egli dai personali suoi sagrificì, ama far nascere l’impulso a quei sagrificì comuni, che abbisognano a benessere comune. Non bada al lusso che deve circondare il trono e perciò ad ingrandire le sue finanze di Corte—nò egli ama, che da se nasca la virtù abnegativa, che deve salvare io Stato. Non pensa che la Real sua casa si trova per moltiplici motivi priva di una prospera azienda— nò, egli ama su tutto,che l’erario pubblico risorga a ricchezza de' suoi popoli, mercé l’esempio della propria abnegazione.

Infatti, noi per commentare questa magnifica pagina della storia contemporanea del reame, non facciamo altro, che riportare alla parola i decreti suoi.

«Fin da' primi momenti del, nostro avvenimento al trono, Noi dichiarammo esservi nelle Finanze delle piaghe profonde.

«Promettemmo di applicarci a curarle, e recare nel tempo stesso qualunque alleviamento a' pubblici pesi. Le conseguenze fatali della straniera usurpazione, gli avvenimenti disgraziati del 1820, hanno in prima rivolto le nostre cure alla parte de' nostri domini al di qua del Faro. Questa preferenza era comandala dalla situazione in cui abbiam trovalo questa Tesoreria Generale, dal disquilibrio in cui trovavansi le sue risorse, e le sue obbligazioni al cominciar del corrente anno. I nostri domini di là del Faro, ugualmente a Noi cari, hanno simultaneamente richiamato tutta la nostra attenzione. Il nostro amato real Fratello, Luogotenente generale in Sicilia, nel suo vicino arrivo in quella parte de' nostri domini, ci proporrà i mezzi più opportuni per renderne prospera l’amministrazione. Rivestito della nostra confidenza egli seconderà con caldo, e laborioso impegno le istruzioni che gli abbiam date. Tranquilli su quest’oggetto, Noi abbiam voluto conoscere in tutta la sua nudità lo stato di situazione della Tesoreria generale di Napoli. Per quanto trista essa sia, non ne faremo un mistero. Questa leale franchezza sarà degna di Noi, sarà degna del popolo genero so di cui la Divina Provvidenza ci ha confidato il governo. Il decreto dei 28 di maggio 1826 avea fatto sperare uno stabile equilibrio tra le rendite ed i pesi ne’ domini al di qua del Faro. Queste speranze rimasero deluse. Per le conseguenze degli avvenimenti del 1820 esisteva un deficit, che di anno in anno si aumentava per gl'interessi di cui era gravato. Sotto il titolo misterioso di debito galleggiante ammesso dalle nuove teorie di finanze, non lascia di essere un debito; e tanto più grave, tanto più molesto, perché non trova ne’ fondi di ammortizzazione un perenne presidio, perché le sue scadenze non sempre possono differirsi. La somma ne ascende a ducati 4345251, e gr. 50. Il primo passo indispensabile alla prosperità delle finanze è quello di estinguerlo a gradi. Posta così al nudo la cosa, il vuoto effettivo, che esiste nello Stato Discusso da formarsi pel 1831, inclusa una parte del pagamento, del debito galleggiante di sopra indicato,

è di ducati 1,128,167.

«Noi ne fummo profondamente rattristati, ma non disanimali. Confidando nel Divino aiuto, che abbiamo invocato al cominciar del nostro regno, e nell’amore del nostro popolo, Noi siamo sicuri che con ferma costanza godremo di un avvenire più lieto.

«Fedeli alle nostre promesse di fare ogni personale sagrificio,Noi abbiamo già conceduto un rilascio dalla nostra

borsa privata di ducati 180,000.

«Altro ne facciamo dall’assegnamento della

nostra Real Casa di ducati 190,000.

Conciliando il mantenimento, ed il ben essere di tutte le nostre attuali forze di terra e di mare, col perfetto ordine in cui sono stati rimessi i rami di Marina e Guerra, abbiamo ottenuto

una diminuzione di ducati 340.000.

«La severa riforma fatta negli esili de diversi Ministeri ha prodotto una economia di ducati 531,667.

Pari a ducati 1,241,667.

Restano ducati n3,5oo.

«Pareggiati in tal modo gl'introiti, e le spese dello Stato Discusso pel 183t, rimanendovi una somma disponibile di ducati 1135oo. Noi ci siamo proposti d’impiegarla al sollievo della parte più bisognosa del nostro popolo. Il dazio sul macino imposto col citalo decreto dei 28 di maggio 1826 richiamava la nostra prima attenzione. Ma questa imposta ascendendo a duc. 1,253,000, non avrebbe in tal modo ricevuto, che un poco sensibile alleviamento. Non potendo chiedere né alla proprietà, né all’industria altri sagrifizi, senza portare grave ferita a queste sorgenti della pubblica prosperità, ci siamo per necessità rivolti ad una nuova ritenuta su’ soldi, e su’ godenti le pensioni di grazia e di giustizia. Essendo questa classe particolarmente rivestita della nostra fiducia, godendo le preminenze della pubblica considerazione, degli onori, delle beneficenze, e de' soldi che le danno più facili mezzi di sussistenza, Noi non faremo a questa classe il torto di crederla poco impegnata al pubblico bene. Questa nuova ritenuta non toccherà gl’impiegati ed i pensionisti, che godono un appannaggio di duc. 25 mensuali in sotto, crescerà con moderate proporzioni per le classi ascendenti, e se parrà grave per gl'impiegati ed i pensionisti, che trovatisi alle sommità, in risultato la somma che loro rimane non sarà certo inferiore agli antichi soldi, alle antiche pensioni della Monarchia delle Due Sicilie; ed allorché le vecchie costumanze di uno stato possono utilmente rivivere, è prudente cosa il farlo, ed è indispensabile nella nostra posizione attuale.

«Riconosciuta la necessità di queste misure, dopo maturamente esaminate nel nostro Consiglio ordinario di Stato, se n’è a Noi rassegnalo il corrispondente progetto.

«Considerando che i soprassoldi, le gratificazioni, le indennità comulate a' soldi sono un favore di eccezione, che per qualunque titolo conceduto non può essere continuato ne’ gravissimi bisogni dello Stato; che debbono pur nondimeno esser conservati i soprassoldi militari destinati solo a distinguere il servizio attivo dal servizio sedentaneo o di riforma, le indennità di alloggio de' militari medesimi, come del pari le semplici, e necessarie indennità di scrittoio;

«Considerando che l'unione di diversi uffizi in una stessa persona non concede pe' regolamenti in vigore, se non che la scelta del soldo maggiore; e che avendo onorala origine da un attestato di nostra fiducia nei talenti e nello zelo degl’impiegati, dà ad essi un titolo alla nostra Sovrana considerazione negli ascensi;

«Considerando che gli attuali soldi, avendo ottenuto nella prosperità di cui lo Stato godeva prima delle fatali vicende del 1820, un considerabile aumento relativamente agli antichi soldi, possono, oltre della ritenuta già esistente, soffrirne una nuova;

«Considerando che nelle nuove ritenute giovi esentarne gli averi cumulati non maggiori di duc. a5 mensuali, convenga proporzionatamente lassar gli altri in modo, che il peso maggiore ricada su di quelli che sono più elevati;

«Considerando essere opportuna una nuova ritenuta sulle spese di materiale;

«Considerando che le pensioni di giustizia possono esser tassate colla stessa proporzione de' soldi, e quelli di grazia possono soffrire un peso maggiore;

«Considerando che nell’alleviamento promesso ai nostri sudditi l’imposta sul macinato richiamate nostre prime cure,essendo quella, che grave è per sua natura alla classe più bisognosa, e più povera;

«Abbiamo risoluto di decretare.

«Art. 1.° Sono abolite le cumulazioni tutte di soldi con soprassoldi, pensioni, ed altri averi per qualsiasi titolo conceduti, e sotto qualsivoglia denominazione, la cui somma riunita oltrepassi i duc. 25 per mese, dimodoché restino conservati per tutte le diverse spettanze i predetti duc. 25 mensuali.

«Sono da questa disposizione eccettuati i soprassoldi ed indennità di alloggio e mobilio dei militari, del pari che le indennità di scrittoio.

«Art. 2.° I soldi e le pensioni di giustizia, che non oltrepassano duc. 25 mensuali, saranno esenti dalla nuova ritenuta, a' termini dell'art. 1, la quale per le classi ascendenti da duc. 25 ed un grano verrà regolata giusta la seguente tariffa.

«Da mensuali Ducati 25 ed 01 a Ducati 5o, al 2. 5o per 1oo.
Da » 50 ed 01 a » 100 al 5.
Da » 100 ed 01 a » 150 al 7,50.
Da » 150 ed 01 a » 200 al 10.
Da » 200 ed 01 a » 300 al 15.
Da » 300 ed 01 a » 400 al 20.
Da » 400 ed 01 a » 500 al 25.
Da » 500 ed 01 a » 700 al 30.
Da » 700 ed 01 a » innanzi al 40.

«Art. 3.° Le ritenute nelle pensioni di grazia (osservate le prescrizioni dell’Art. 1.° saranno fatte al doppio della tariffa contenuta nell’Articolo precedente.

Art. 4 ° Sarà ritenuta una seconda decima sulle spese di materiale.

«Art. 5.° Il decimo che in alto si paga sulle pensioni, e su’ soldi, ed in generale sugli esiti tutti della Tesoreria continuerà a ritenersi. Le ritenute sopraindicate sono state approssimativamente

calcolale per ducati 474032.

i quali uniti a ducati 113500

ed all’avanzo precedente, formano la somma di ducati 587,532

«Art. 6. Il dazio sul macino imposto a' termini degli art. 7 ed 8, cap. 3. del decreto dei 28 di maggio 1826, calcolato allora per duc.1,320,000 ma che dà effettivamente duc. 1,253,000, è diminuito per metà, seguendosi la ripartizione fattane in esecuzione del citato Real Decreto.

«Art. 7. Essendo l’importo della metà del dazio sul macino che si sopprime in duc. 626500, la somma che manca in duc. 38968 sarà prelevata dalle economie che nel corso dell’anno si eseguiranno da nostri Ministri ne’ rispettivi dipartimenti.

«Napoli, li 11 Gennajo 1831.»

Firmato– FERDINANDO

A questo decreto se ne unisce un altro pubblicato colla data medesima, e che noi trascriviamo qui appresso, qual continuazione degli atti sapientissimi emanati da Ferdinando, per far risorgere come per incanto la rovinata finanza del Reame, ed insieme ristorare le aziende comunali, e sgravare le popolazioni dai funesti gravami di dazi straordinarii. Gioverà riportarlo per intero.

«Avendo noi con Decreto di questo stesso giorno diminuito per metà il dazio sul macino, imposto a' termini degli articoli 7 ed 8, capitolo III del decreto del 28 di maggio 1826:

«Considerando che i pesi di cui tuttavia rimangono gravali i comuni de' Nostri reali domini di qua dal Faro, sono tali che richieggono le nostre particolari cure, onde apportare loro ogni altro sollievo con la economia delle spese;

«Abbiamo risoluto di decretare:

«Art. i.° Gli stipendi e gli emolumenti delle cariche comunali, determinali nel capitolo I, titolo V, e titolo VIII della Legge organica dell’amministrazione civile de' 12 di dicembre 1816, saranno equamente. moderati a tenore delle risorse, e de' bisogni particolari de' comuni del Regno.

«Autorizziamo perciò sovranamente il Nostro Ministro Segretario di Stato degli affari interni ad effettuare questa riforma negli stati discussi comunali del 1831, ed estenderla ancora agli stati discussi dei comuni maggiori, ancorché si trovassero da Noi approvati. La stessa autorizzazione è accordata per le spese comunali di ogni natura. Questa deroga alle disposizioni relative della legge de' 12 di dicembre 1816 sarà limitala al tempo di 5 anni, al termine de' quali il detto Ministro proporrà alla Nostra approvazione un nuovo regolamento che l’esperienza proverà essere più utile all’amministrazione ed al ben essere de' comuni.

«Art. 2.(0) Nei comuni di 2. e 3. classe, mediante un moderalo compenso,potrà essere incaricato il parroco della scuola de' fanciulli.

«Non si ammetterà trattamento di maestra delle fanciulle in quei comuni, ove non se ne trovi alcuna che sappia leggere e scrivere, ed abbia mezzi non volgari d’istruzione.

«Questa spesa sarà anche sospesa, ove i bisogni de' comuni non la permettano.

«Art. 3.° Previa l'approvazione dell’ordinario, ne’ comuni di 2. e 3. classe il parroco o altro idoneo ecclesiastico del comune, potrà mediante moderato compenso, assumere il peso delle prediche quaresimali o degli esercizi spirituali che vi sono sostituiti; quante volte però il comune sia stato solito di sopportare la spesa per la predica quaresimale di un sacerdote diverso dal parroco.

«Art. 4 ° I dritti di contabilità che i comuni pagano attualmente per lo mantenimento delle Segreterie d'intendenza, saranno ridotti alla metà.

«Art. 5.° La spesa delle feste civili a carico de comuni è permessa solamente nelle capitali delle provincie, e per qualunque ragione non può oltrepassare la somma di annui duc. 3o.

«Art. 6.° Le sole capitali delle provincie, ed i comuni che hanno una popolazione maggiore di diecimila anime, potranno ne’ loro stati discussi avere una spesa di sovvenzione al mantenimento delle compagnie comiche ne' teatri. Per nessuna ragione questa spesa oltrepasserà duc. 100 annui.

«Art. 7.° I guardiani urbani e rurali saranno soppressi in quei comuni, ove non saranno giudicati necessari.

«Art. 8.° Il Nostro Ministro Segretario di Stato degli affari interni è autorizzalo ad accordare per la costruzione de' camposanti quel le dilazioni e quelle sospensioni che secondo le circostanze de comuni stimerà opportune. Questa deroga alle prescrizioni del decreto de' 12 dicembre 1828 su i camposanti sarà limitala al tempo di cinque anni.

«Art. 9.° Tutte le economie, che da queste disposizioni emergeranno, saranno applicale alla diminuzione de' dazi comunali i più gravosi alla classe bisognosa.

«Art. io.° Nel corso del corrente anno il Nostro Ministro degli affari inferni ci presenterà un rapporto, ove per ciascuna provincia sarà dato conto nel modo il più chiaro ed esalto delle economie ottenute, e de' dazi diminuiti.

Napoli, 11 Gennaio 1831.

Firmato —FERDINANDO

E non è tutto. La grandiosa ed ammiranda virtù abnegativa di Ferdinando non à limiti ancora. S’egli à creduto dare il bell'esempio di abnegazione, togliendo dal suo erario privato ingenti somme annuali, per dote del pubblico erario da restaurare; s’egli si è elevato al di sopra della grandezza sovrana, spogliandosi de' raggi della propria maestà, coll’abolire le spese delle sue feste civili a carico dei comuni, e restringerle solamente ne’ capiluoghi delle provincie, e per qualunque ragione non poter oltrepassare la somma di annui ducati trenta: a questi preclari alti patemi il Principe magnanimo e generoso, liga altri tratti di personale abnegazione, privandosi per sino degl’innocenti piaceri della caccia.

Infatti nel dì undici di novembre 183o il ministro di casa reale, marchese Buffo, mette a pubblica ragione che il Re, rivolgendo sempre più le sue cure al ben andare dell’agricoltura e della pastorizia, dalle quali grandissimi vantaggi possono ricavare i suoi amatissimi sudditi, ha ordinato che restino abolite le reali cacce di Persano, di Venafro, di Mondragone, del Real Demanio di Calvi e della Volla; e che perciò si restituissero ai proprietarii le terre finora tenute in fitto per tale oggetto.

Dopo pochi giorni, mostrandosi ognora più pronto ai suoi voleri di abnegazione, onde l'economia pubblica ricevesse continuati immegliamenti, abolisce la real caccia di Licola, e restringe grandemente i così detti migli di rispetto della real riserva di Capodimonte; così togliendo tanti ubertosi terreni da una certa servitù prediale, ed allargando nell’istesso tempo i diletti della caccia, che per se toglie, alla napoletana popolazione.

Dopo altri giorni, avendo risoluto, in continuazione di sua prodigalità pel bene pubblico, chele razze del real sito di Carditello vadano ne’ tempi estivi a pascolare ne terreni di sua real proprietà nel Demanio di Calvi; dispose che quella parte del monte laburno, la quale tenevasi in alcuni mesi dell’anno in riserva pe’ pascoli estivi degli armenti di Carditello, si rendesse interamente a' comuni di Frasso, Fagiano, Vitulano, Mojano, ed a qualunque altro potesse vantarvi diritto legale di proprietà. In conseguenza le ubertose contrade denominate Piano di Cardito, Colli di Serralonga, Coste di Pietra Sola, Piano Cerreto, Coste e Toppi delle Serratole, Piano di Trellica, Piano di Cepino colle coste di Radola e Valle Oscura, Piani di Tellacarola, Serra de' Carpini verso ponente, Piano di Orlando e delle Pesciche, Piano Canale, una parte del Piano di Pozzillo, Punta delle Coste, Tuoro Secco, Piano dei Sambuco, Punta del Colle Tuoroverre, Casino Vecchio, Colle Tuoroalto, Piana del Trivio, Piana e Coste de dieci Faggi, e Piana maestra di Fagiano, restarono con quest'atto di sovrana abnegazione totalmente a disposizione de' comuni, a' quali appartenevano, per farne l’uso permesso dalle leggi e da' regolamenti.

Ma spogliandosi di queste ricche tenute il giovinetto Principe, ebbe solo interesse di mantenere le terre tenute in riserva per Io mantenimento delle sorgive del Fizzo, che somministrano le acque alle monumentali regie delizie di Caserta ed alla città di Napoli; saggiamente pensando, che se amava rinunziare a quelle terre che destinavansi ai piaceri ed all'utile della real sua casa, dovea in pari tempomostrarsi geloso a cautelare coll’antico divieto il perimetro di questa seconda riserva, sì atta a garantire incolume le sorgenti di quelle acque, che dopo aver abbellite in mille modi la colossale cascala del regio bosco di Caserta, si rendono a Napoli di utilità pubblica, mercé lo sbocco di magnifiche fontane,e di utilità privata, dando vena di continua fonte ad innumere vasche private ne’ più popolosi quartieri della capitale E per la medesima ragione stimò far rimanere intatta nelle stabilite riserve, la difesa di Porcapiena, la quale tanto influisce sulla incolumità delle anzidette sorgive del Fizzo; salvo a determinarsi il compenso dovuto all’antico suo proprietario, Conte di Bucciano.

Prima di spirare l’anno 183o, non avendo che altro donare alla prosperità della patria agricoltura e pastorizia, abolir volle la riserva del Sommacco, restituendo a chi spettassero le terra racchiuse nel segnato perimetro E non contento della cessione, ordinò non solo che fossero renduti ai rispettivi proprietari! gl'interessi per le migliorie che abbiano potuto farsi, ma eziandio che si togliesse ogni divieto sopra i terreni de' comuni e de' particolari inclusi nel cennato perimetro dell’abolita riserva.

Solo volle esigere rispetto (per perpetuare la dolce memoria dei suoi avi, a ricordo di famiglia e di domestici possessi) sulle terre che sono di privata proprietà della sua real casa, come sulle altre messe nelle montagne della Tocca, che fin dal 1787 vennero prescelte per la piantagione del Sommacco per regie cure onde perfezionare l’industria del concime delle pelli nel reame,' e che furono in seguito ampliate con altre aggregazioni.

In pari data, non avendoli generoso Re di che altro privarsi pel pubblico utile, cercò restringere i limiti della real riserva di Caserta, escludendo tutti i terreni che formano angolo verso S. Nicola della Strada; gli altri che sono messi alla parte destra dello stradone detto degli Olmi, che precede quel Real Palazzo, e la intera città di Caserta; in modo che le mura, onde è cinto il real bosco dal lato d’Oriente, ne formino i limiti da quella parte.

Questi magnifici doni fatti da Ferdinando all'utile ed incremento dell’agricoltura e pastorizia, come brevemente abbiamo commendato, non lo praticò solamente nelle provincie napoletane, ma benanche e con più dovizia lo eseguì su tutte le reali cacce e riserve che i suoi avi possedevano nella Sicilia.

In ultimo amiamo trascrivere un fatto, che fra tanti venne ammirato nel reame con commovente interesse. Salilo appena sul trono il giovinetto Principe in mezzo a un mare di benedizioni e disperanze, com’è costume,ogni municipio stimò spedire ala capitale una deputazione, onde presentare un indirizzo di omaggio a' piedi del soglio di Ferdinando, pensando solo al trapazzo che assumeva tanta gente da più lontani paesi, e gli esiti che portavano i comuni tutti del Regno, con affettuoso real rescritto, ringrazia di cuore e prega ciascuno di astenersi da sì lunghi viaggi, promettendo invece di recarsi personalmente egli a fare una visita di famiglia per tutte le provincie. Eppure era Re da pochi giorni, e non avea che venti anni!Parrebbe troppo il fin qui esposto, per voler decantare con la più alla scrupolosità ed esattezza storica, il gran principio della virtù di abnegazione appalesatasi nella mente governativa ai Ferdinando II, appena salì il Trono delle Due Sicilie, per ricreare fin dalle fonda menta questa rovinala ma sempre preziosa nazione Eppure non abbiamo che abbozzala la vasta tela di questo prodigioso quadro contemporaneo. Ben altro avremo a raccontare mano mano, secondo che c’inoltreremo negli anni del suo governo; non solo per quel tanto che si appaleserà nei pubblici atti del Principe glorioso, quanto negli atti domestici che appartengono al magnifico governo della sua casa e come Re, e come figlio, e come fratello, e come sposo, e come padre, e come privato, tarli la storia contemporanea con voce franca e sveli alle generazioni presenti ed avvenire i pregi tutti che la modestia del buon Principe mantiene celato per virtù troppo nota in Ferdinando o la scaltrezza dei riottosi ha sperato nascondere sotto il. velo dei più pravi indegni propositi.

Oh! sì — è duopo che si perpetuino colla mano della storia patria i stupendi benefici che questo reame si ebbe dal dì primiero che Ferdinando ascese al Trono. Un Re che dai suoi personali sacrificii brama far prosperare la pubblica finanza; che collo spoglio delle sue sovrane grandezze ama medicare le piaghe delle casse comunali; che colla privazione dei suoi piaceri e delle sue proprietà, vuole accrescere il lavoro e l’utile del popolo, cedendo tanti terreni all’agricoltura ed alla pastorizia; e tutto questo nel più verde degli anni, mentre la vita à il suo incanto e le sue lusinghe, specialmente con un potere sovrano nelle mani; e tutto questo ripeto ei lo esegue con slancio di cuore, con prontezza che rifugge al calcolo, con libera volontà e con impegno tutto proprio d’un animo deliberalo ad eseguire quel pubblico bene che fa uopo alle pubbliche bisogna. Oh! sì—che questi alti caratteristici dipingono a grandi tratti il Sire delle Due Sicilie, e innanzi a tanta luce di circostanze, la verità sovrana inconcussa delle menti umane, si eleva su tutte le opinioni; e come stella marina ch’è guida ai nocchieri nella calma e nella tempesta, da sé mena al lido della ragione quella giustizia contemporanea ch’è l'ancora sola, a cui possa affidarsi sul mare di tanta gloria un Re che pari al nostro potesse vantare il possesso di una virtù abnegativa pari a quella da noi ammirata.


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CAPITOLO XXXVII

Ferdinando II: tesori di giustizia che illustrano il suo salire al Trono; e come da questa giustizia si vede nascere la morale, nel pubblico e nel privato.
Dicevamo che la clemenza è la virtù eminente d'ogni uomo, d'ogni famiglia, d'ogni politico governo. Sì è vero, la clemenza è il cuore della società, e le umane misericordie sono i palpiti più belli di questo cuore sociale.

Dicevamo dippiù che se alla clemenza può aversi consorte la virtù dell'abnegazione; l'uomo, la famiglia, ed ogni governo, si costituiscono eminentemente civile, perché cattolico, giacché dal Vangelo è surta questa piramide smisurata che tiene per sua base il mondo, per suo vertice il Cielo; o vale meglio dire che sa ligare in un armonico anello di fidanza l’uomo e Dio, mercé il sagrificio di se al bene diluiti— è vero, la nostra idea è santa, noi la riteniamo, e perciò la virtù abnegativa costituisce le viscere alimentatrici della vita sociale.

Ma àvvi una virtù per l’uomo e per la società che forma la base più perfetta della razionale nostra natura — che è il solo pane che nutre i popoli ed è pane di vita; ch'è trono e codice, sentiero e guida, possanza e sapienza, ricchezza e gioia, luce perpetua e mercede esattissima—e questa sfolgorante virtù, che appelleremo anima dell’uomo, della società, e dei governi, è nientemeno che la giustizia.

Iddio la incise nella nostra mente a caratteri eterni. Noi la sentiamo in noi. La troviamo ripetuta ogni istante,dalla bocca del legislatore fino a quella della feminetta. Noi la troviamo sensibile ed ardita in noi stessi e fuori di noi; cosicché volendo aspirare ad ogni bene civile e morale, mercé d’essa vi arriviamo, e l’adopriamo sì spesso che quasi costituisce il primo patrimonio vitale, usandola nella gioia e nel dolore, e invocando' gli uomini e invocando Iddio. Simile alla speranza, ad essa ci affidiamo nei contenti e negli infortunii, e con diritto innato la chiediamo come ombra indivisa dei pensieri e delle azioni, dalla culla al sepolcro.

Ma se l’uomo vive per essa, se la società per essa si sostiene equilibrata nelle innumere sue membra, se ogni governo politico non cade nelle ribellioni, e dalle ribellioni nell’anarchia, e dall’anarchia nelle barbarie, e dalle barbarie alla consumazione di se e dei popoli, fino che la giustizia gli è scudo; questo avviene perché Iddio è un ente illimitatamente giusto, e questa sua giustizia, fuori di se l’à scolpita su tutte le catene di contrasti ed armonie che per legge sostengono l’universo, e la riserba io se stesso, quasi Tesser giusto valesse a dire esser Dio E tanto che le virtù tutte che possiede ed emana, sembrano altrettanti rivoli che scaturiscono dalla sorgente massima ch’è la giustizia.

Avendo messo tanto sfoggio nel dipingere questa immensurabile virtù che da Dio emana all’uomo, l’abbiamo fatto per illustrare questo tribunale della vita dei popoli, onde scandagliare colla severità della storia quel lustro che la giustizia si ebbe fra noi, col salire al Trono di Ferdinando II; ed avendo rammemorato ai contemporanei la sua virtù di clemenza, la sua virtù di abnegazione, ed i tesori che da queste due sorgenti scaturirono mercé sua su i nostri popoli: or ci conviene rammemorare ai medesimi quei tesori di giustizia che seppe largire al reame, appena successe a Re.

É natura insita di ogni rivoluzione politica e sociale, che il fango di tutte le opinioni si agita e viene a galla per disturbare la serenità d’ogni governo. La. giustizia allora perde l’equilibrio della sua bilancia, perché viene agitala dalla melma di tutte le passioni; e mentre in simili periodi eccezionali della vita de' popoli si predica fino alla nausea il merito della giustizia; la giustizia scompare tra i fluiti delle ribellioni, ed il fango asceso alla superficie di questo mare la macchia in tutte le membra, e la sconforma in mille modi, a. seconda del giro e l'oggetto de' suoi pravi interessi.

La rivoluzione viene spenta, dopo la lolla; ma la giustizia rimane tuttavia disquilibrata, e finché la calma degli stati non attraversa la seconda via,non men scabrosa della prima,cioè la via della restaurazione; questa magnifica base su cui si sostiene ogni governo ed ogni società, rimane come una inferma che nella vittrice sua convalescenza ricorda gli spasimi ed i dolori febbrili che si ebbe nella battaglia della sua funesta infermità Questo gran principio della vita sociale è una verità inconcussa. Se lo ricordano i novatori, rimanga a memoria di tutte le opinioni, se vuoisi squarciare il velo alle esagerazioni de' partiti.

Or ecco che Ferdinando II, venendo al Trono delle due Sicilie, fra tante scabrosità governative che lo circondavano e che seppe eroicamente distruggere, rinvenne benanche un rastro di quella fatale debolezza governativa, figliuola delle passate rivoluzioni, che nella pace istessa fanno ricordare i dissapori della guerra; e che l’energia ed il tempo può allontanare dell’intutto. Giacché è un idea che mi governa la mente, esser impossibile in uno Stato l’ubbidienza individuale, e l’armonia unisona delle gerarchie, che costituiscono le masse pari ad un sol uomo, se dopo la lotta, il Governo che pe? legge rimane sempre vittorioso, non dispensi la giustizia su i vinti e i vincitori, su i perdonati e i castigati, su gli amici di oggi e i nemici di jeri; la giustizia dico, con tutta quella rigorosa distribuzione legislativa. Né può farsi a meno, stando che le classi tutte rimangono sotto l’egida delle medesime leggi, sudditi tutti di un solo ed indiviso Governo. Infatti l’Europa contemporanea stupì nel veder nascere questa incomparabile verità politica, dalla mente del quadrilustre Ferdinando II; verità che salvò otto milioni d’individui, verità che fece rinascere ad una vita giubilosa, progressiva, e morale questo beato regno, come se jeri Don fosse stato ed oggi fosse surto quasi per incanto, slanciandosi in una sola movenza un ne ed un popolo, sul sentiero di pace, di forza, di unione, di sapere, di abbondanza e di ricchezza.

Eppure è un gran piacere per uno storico che detta glorie patrie, sì stupende da stimarsi non immuni di paradosso,mentre ad ogni paro la può egli invocare la testimonianza di otto milioni di persone Non è la tradizione de' nostri avi che ci mena a tali conoscenze; non è la penna talentosa di autore in esilio che ci racconta sì lusinghiere cose, non è la forza d’un Governo arbitrario che ci obbliga a credere fatti insussistenti; ma la Dio mercé, siamo noi stessi che ripetiamo a memoria, quel tanto che abbiam veduto, ed abbiam tocco con le mani.

Ma come fece? chi lo mise a sì allo consiglio? chi gli apprese questa sapienza di creare uno Stato in tutte le sue parti, egli che non avea mai abbandonato la reggia e la più devota sottomissione ai voleri paterni? Se la gran parola, il far da sé, (l’abbiamo detto altra fiata) non fosse stata di troppo contaminata nell’Italia, a discapito positivo dell’onore Italia no, dei suoi Principi e dei suoi popoli; se questo molto che tutto dice e tanto racchiude in se, non si tosse usato dai guastamestieri uggiosi de' nostri giorni, per pingere inganni, menzogne, paradossi ed ogni malanno politico e sociale, civile e religioso; direi che Ferdinando nostro apprese tutto da se, 'e fece tutto da se Ne sia pruova che distrusse ogni partito antico e novello nel reame; mentre se a qualche scuola o consiglio si fosse dato, invece di ricreare i suoi Stati, avrebbe elevato una classe a rovina di un’altra, ed. avrebbe garentito un principio isolalo per camminare irresoluto a discapito della monarchia e de' sudditi. Questo prova che vide da séquel che bisognava, si addisse a farlo, e fidandosi della giustizia, lo fece Fu primiera sua cura voler vedere tutto co’ propri occhi, e toccare colle proprie mani i bisogni dello Stato, le emanazioni del suo Governo.

 

STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 17 NAPOLI 1855

S. A. R. D. FRANCESCO DI PAOLA - Conte di Trapani

S. A. R. D. FRANCESCO DI PAOLA

 Conte di Trapani


Fino a tanto che bisognava improntare la sua immagine e la sua energia nell’andamento degli affari pubblici, or all’impensata si facea vedere ne’ varii servigli militari, e sorprendendo, vigilava, ordinava, osservava; e il premio ed il gastigo gli correva appresso. Or di notte tempo con veste da privato si metteva a correre i quartieri della capitale per appurare che si dicea de' capi di amministrazioni e de' governi diversi; orsi mischiava nella folla per scrutinare i bisogni del povero, e se la rettitudine rinvenivasi ne’ suoi soggetti, e se la giustizia sedeva bene ne’ tribunali, nelle officine, ne’ dicasteri; e tosto il dì seguente la punizione improvvisa ed il premio inaspettato, compariva negli atti del suo Governo.

Ciò eseguendo in mille modi diversi ed in ogni branca di affari, dopo qualche breve tempo fece acquistare a Lui stesso l'abitudine del ben vedere e del ben ordinare, ed ai soggetti impiegati quella del regolare andamento della pubblica bisogna, e quell’andare onesto e sollecito nel disbrigo delle funzioni; cosicché il movimento e la fermezza, l’equità e il disinteresse, senza briga, senza odio di parte e senza venalità, tutte queste movenze della gran ruota dello Stato, presero l’impronta del carattere governativo di Ferdinando, e la giustizia aprendo la foce ai suoi tesori di pubblica morale, si elevò regina sul trono dell’augusto Sovrano.

Non passa un giorno, e del giorno non passa un’ora, che non si applica alle cose dello Stato. Non tutt’ i ministri si sanno persuadere del novello andamento delle cose. Non sanno capire come un giovine Re, libero la prima volta dalla soggezione paterna, si sapesse tanto dare al lavoro. Eppure non vi à tempo da perdere. Come indovina un bisogno pubblico, tosto convoca i ministri. É sciolto il consiglio; ma se dopo un'ora o gli giunge un qualche ricorso sul malandare di una tale branca di amministrazione, o indovina nelle sue perpetue meditazioni un nuovo progetto da attuarsi, o una riforma da eseguirsi, o un mezzo efficace da perfezionarsi pel meglio dello Stato e de' suoi popoli; immantinenti è richiamato il consiglio, e se non basta o altre urgenze si succedano la sera, la sera istessa i ministri sono richiamati dal Re a novello consiglio.

Si stupiva dal pubblico, i ministri sembravano sentinelle avanzate per giungere ad una vittoria; e la vittoria avvenne, mercé tanta solerzia incessante, e mercé lo studio continuo delle faccende governative.

Dell'antico ministero di suo padre, ritiene il marchese Tommasi, interino presidente del consiglio de' ministri e ministro di grazia e giustizia e degli affari ecclesiastici, il marchese Ruffo ministro di casa reale e degli ordini cavallereschi, il marchese Intenti ministro della polizia generale, il tenente generale Fardelli ministro di guerra e marina, ed il principe del Cassavo ministro degli affari esteri. Solamente dimette il dì 21 novembre 183o, per suoi alti e giusti bisogni il Marchese Amati ministro degli affari interni, ed in sua vece eleva a questo posto, il cullo e savio marchese di Pietracatella; e nel dì medesimo dimette per eguali ragioni Camillo Caropreso da ministro delle Finanze, ed in sua vece eleva il marchese d'Andrea; e l’avvocato generale della Gran Corte de' Conti Pietro d’Urso, nel dì 15 dicembre 183o, mette momentaneamente all'immediazione del novello ministro delle Finanze, onde a suo giudizio lo adoperi ne’ disimpegni di servizio, potendo ancora commettergli la firma del ministero, qualora il ministro si trovasse occupate in altri affari. Coglie un tal movimento personale nel ministero, per ridurre il soldo dei ministri ad annui ducati 6,000; così dando pruove di giustizia distribuitiva alle varie gerarchie degl'impiegati; stantechè nella generale economia attuata dai Re nello Stato, cominciando da se, era duopo diffalcare la metà almeno degli stipendi, che percepivano i ministri.

Considerando poi che la grave età e gli acciacchi di salute mal permettevano al marchese Tommasi la direzione simultanea del ministero di grazia e giustizia, oltre quello degli affari ecclesiastici e della presidenza del consiglio de' ministri; anche pel bene dell'andamento dei pubblici interessi; promuove nel dì 16 febbraio 1831, lo stesso a proprietario presidente del consiglio de' ministri, facendogli ritenere bea anche il ministero degli affari ecclesiastici, ed eleva a ministro di grazia e giustizia, il consultore Nicola Parisio, il cui nome costituirà sempre un elogio nella storia legislativa del nostro paese.

Per giusti motivi, che i posteri e non i contemporanei giudicheranno, fa cessare nel dì 16 febbraio dell’anno medesimo il marchese Nicola Intenti dalla carica di ministro della polizia generale, serbandogli il soldo che avea, ed onorando il suo allontanamento all’occhio del pubblico con una missione reale a Vienna; ed in sua vece affida quel ministero al marchese del Carrello. È sta od oche questo si trovava già ispettore e comandante della gendarmeria, e con decreto in pari data, Ferdinando avea stabilito che l’ispezione ed il comando medesimo per il maggior utile del servizio fosse unito al ministero della polizia; così del Garretto prese le redini di entrambi.

Ma siccome la salute del marchese Tommasi rendessi grave ogni giorno più; così, onde il servizio non incontrasse ristagno, nel di 11 marzo del 1831 accordò un congedo di sei mesi al Tommasi, ed il consigliere di Stato duca di Gualtieri t ebbe incarico del portafoglio della presidenza ed il ministro d’Andrea ebbe quello degli affari ecclesiastici; cariche che poi ritennero per la morte del Tommasi avvenuta nel 19 marzo medesimo.

Finalmente al cadere dell'anno 1831 e propriamente nel di 25 dicembre il ministero medesimo ebbe altre modifiche. Il duca di Gualtieri ebbe la proprietà del portafoglio della presidenza, il marchese di Pietracatella da ministro Segretario di Stato per l'interno, venne promosso a consigliere di Stato ed a presidente della consulta generale del regno; e Nicola Santangelo da intendente di Capitanala, venne elevato a ministro dell'interno.

Mirando a colpo d'occhio lo stato della Sicilia, nulla soddisfacente pel Governo personale che vi esisteva; nel di medesimo della sua venuta al trono, quale elettrica scintilla, ordinava la giusta dimissione di quel luogotenente marchese delle Favare, ed elevava al governo dell’isola il suo fratello terzogenito, Leopoldo Gente di Siracusa, al quale conferiva tutte le facoltà annesse alla carica di luogotenente. Ma non potendo il nominato Principe recarsi immediatamente in Sicilia, per causa del dolore e del lutto di famiglia; avendo elevate del pari per giusti motivi nel di medesimo 8 novembre 183o, benanche a provvisorio comandante generale delle armi nell’isola il tenente generate marchese Nunziante, affida al medesimo, anche provvisoriamente, il governo della luogotenenza. Il maresciallo di campo marchese di S. Pasquale che avea il comando delle armi, cessa puranche dalla carica, e rimane come capo subalterno.

Non è a dirsi, quale gran veduta fu questa di dare tante onore con tanta giustizia a quella parte del reame, che ne sentiva bisogno positivo. Noi avremo tempo parlarne. Solo ci piace ricordare come alla sfuggita, la sorpresa Io stupore, la gioia e le benedizioni che ne avvennero per tutta l'isola, e specialmente in Palermo, quando giunse il battello a vapore che annunciava nel medesimo tempo la disgrazia per la morte di Francesco ed il contento della salita al trono di Ferdinando; che messo il piede appena sul soglio, si ricordava con tante cuore dei gravi bisogni di giustizia, che facea ivi necessità, e della grandiosa riparazione che facea seguire. Il vecchio benemerito Nunziante fu portatore di sì salutari provvidenze.

Ma non contento ancora di aver prestato tenti mezzi ben adatti pel meglio della giustizia governativa nella Sicilia, e volendo sempre più dimostrare a' suoi popoli al di là del Faro, la fiducia che riponeva nel merito della lor devozione e nella lealtà della loro fedeltà; eleva un ministero di Stato per la Sicilia, presso il luogotenente generale, Leopoldo Conte di Siracusa. Il cav. Antonio Mastropaolo, siculo, è elevato a ministro segretario di Stato, a seconda dell’articolo 6 e 7 della legge pubblicata il dì 12 dicembre 1816 da Ferdinando I; e gli si assegna il soldo di annui ducati 6,000, come agli altri ministri. Nomina di più due direttori presso il detto ministro, e sotto gli ordini medesimi del suo fratello Leopoldo. L'uno di questi fa il duca di S. Martino per il dipartimento degli affari interni, delle finanze, della polizia e degli affari esteri col soldo annuo di ducati 4,000 e cogli onori e grado di ministro segretariadi Stato; l’altro si fu l’avvocato generale pressa la gran corto dei conti, residente in Palermo, Gaetano Scovazzo, avendo il dipartimento di grazia e giustizia ed affari ecclesiastici, col soldo di ducati 3,000; entrambi siciliani Finalmente per gli affari di guerra e marina, ordinò che il comandante generale delle armi di Sicilia dovesse riferire pel ramo, come un ministra dipendente, al Luogotenente generale.

Così, mano mano la equa ed energica distribuzione delle faccende pubbliche riprese su tutto il reame, quell'andare regolare, secondo i più interi principii di giustizia e di morale. Ed avendo un giorno preinteso, che non pochi funzionari per uso fatto, e perchè cogliendo la circostanza della sua elevazione al Trono, trovavansi lontani dalle rispettive residenze; fece emanare dal ministra di grazia e giustizia suoi ordini sovrani precisi ed immutabili. Infatti era necessità, onde il sistema governativo da lui si gagliardamente fatto risorgere, non soffrisse per l’assenza de' funzionari alterazione o ritardo a danno de' pubblici e dei privati interessi; e cosi venne rigorosamente ingiunto a tutte le autorità sì ecclesiastiche, che civili che ànno l’esercizio delle loro funzioni ne’ diversi luoghi delle province del Regno, come sono gli Arcivescovi, i Vescovi, gli altri capi Ecclesiastici, i magistrati d’ogni giurisdizione, gli intendenti, i direttori e i capi di amministrazione e tutti i funzionari dei diversi rami, noumeno che gl'impiegati di lor dipendenza, che non si allontanino da’ prescritti loro posti; e que’ che se ne trovassero lungi, immantinenti vi si restituissero. Ma intanto fece noto a tutti, con la medesima ordinanza, che que’ funzionari di ogni grado che avessero in particolari casi, delle gravi e giuste ragioni per rimanere fuori della loro residenza, non altrimenti ne abbiano la facoltà che mediante espressa sovrana autorizzazione, da ottenersi per l'organo de' diversi ministri di Stato, da cui dipendono.

Quest’altro rigore di giustizia, che l’ultima mano ad agevolare il sollecito andamento degli affari nelle classi tutte della gerarchia del governo, cosicché la giustizia del giovinetto Sire, balenò temuta e rispettala da per ovunque nelle province del reame e lo Stato riprese quella contentezza che è tutta propria de' progressivi Governi, ove ognuno sedendo nel perimetro della sfera che gli appartiene, fa nascere quel giusto armonico nell’andamento degli affari. La mora le che è l’ombra della giustizia, in tanta perfettibilità, si rende palladio di tutti, con soddisfazione del legislatore e delle leggi, de' Re c dei popoli Non bastava al suo cuore benefico che il perdono fosse sceso nelle prigioni, mettendo in libertà tanti e poi tanti individui; volle benanche che il sistema penitenziario ottenesse delle utili riforme a cautela della salute dei detenuti, e che nel medesimo tempo la giustizia criminale riprendesse il merito della sua legale istituzione che consiste nella celerità del disbrigo delle cause, ad utile de' giudicabili e de' giudicati. La religione, Ingiustizia, la morale e la civiltà de' tempi lo esige.

Infatti convoca un consiglio di Stato nel di 17 aprile del 1831 per occuparsi esclusivamente c subitaneamente della cosa.

Chiede al ministro di polizia un’esatta e sollecita rassegna di tutti i detenuti che si trovavano si nelle prigioni di Napoli che in quelle di tutte le provincie dei reame, per disposizioni di polizia, o per ritardo di giudizio, onde avuto soli occhio un tale specchio dettagliato, dare i suoi provvedimenti. Per i detenuti a causa di ritardo di giudizio, impone in pari tempo al ministro di grazia e giustizia che emettesse in suo real nome ordine a' rispettivi procuratori generali, inculcando loro in modo speciale la celere e regolare spedizione delle cause de' detenuti giudicabili Dispone che avendo avuto conoscenza, per ordini già emessi, dal ministro di guerra c marina, esservi bastevole locale nei bagni c nelle fortezze; così i condannali ai ferri ed ai presidii, senza ulteriore ritardo fossero inviali ai loro destini. In tal guisa venissero tolti da un modo di custodia più grave ad essi, di quel che lo sarebbe la naturai pena che doveano espiare; oltre che, più si affretta l’espiazione medesima, più si accelera il tempo della loro liberazione.

È tutto questo non gli basta. Dispone in pari tempo che venissero tosto spediti nelle isole, a secondo della capienza, coloro che si trovavano condannali alla rilegazione. Ma per un principio di raffinata giustizia ordina al ministro cui spettava che al più presto gli venisse proposta la minorazione della pena, in proporzione del tempo nel quale questi individui avessero sofferto (pel ritardo di spedizione al luogo da espiar la pena) la reclusione invece della relegazione, a cui erano stati condannati o nel quale avrebber dovuto soffrirla; fino a tanto che non venissero mandali al proprio destino.

Si era molto declamalo contro la doppia pena che si faceva soffrire a’ condannali, allorché quella inflitta loro dalle leggi veniva ritardata. Ma giunto queste reclamo all’orecchio di Ferdinando, ecco a volo di uccello, che lo ripara, e lo ripara co’ modi più ricchi di giustizia; per esser la monarchia in se stessa simile ad una piramide che dal vertice, volendo, puossi gittare uno sguardo fino alla base, e con un atto riparare quel bisogno che necessita.

Né convinto ancora d’aver esaurito tutti i mezzi di giustizia che spettava al malandato sistema penitenza rio, prima di sciogliere il detto consiglio di Stato, cercando ogni modo più acconcio ad addolcire la condizione de detenuti e di provvedere che non fossero d’allora innanzi, le carceri di insalubrità e di contagio trista e deplorabile cagione; dispone, che per mettere un riparo subitaneo, si fosse dato l’incarico a personaggi per probità molto chiari, di recarsi a visitarle prigioni tutte, che sono sì ne’ capoluoghi che ne’ comuni delle province del regno, a fine di riferire schiettamente lo stato delle medesime, e concedendosi loro nel tempo stesso la facoltà di dare tutte quelle temporanee provvidenze, che reputassero urgenti, tanto per la sicurezza de detenuti, quanto per la salubrità de' luoghi di detenzione

In ultimo volle prescegliere di propria volontà i soggetti a ciò destinati, sì nella parte continentale del reame, che nella insulare. Infatti trovo scritte (moggi che le persone commissionate dal Re nelle province al di qua del Faro, furono, pe’ tre Abruzzi il generale d’Escamard, per le tre Calabrie il commissario dei Re intendente Liguori, per Molise, Principato Ulteriore e Capitanata l’intendente Santangelo, per Terra di Bari e Terra d’Otranto il marchese di Montrone, per la Basilicata il marchese di S. Bramo, e per Terra di Lavoro e Principato Citeriore il marchese del Vasto.

Queste benefiche disposizioni non eran date che da più di un mese, e già pareva troppa alt suo cuore magnanimo, che la giustizia emanata a cura degl'infelici colpiti dalla mano severa della, legge, non potesse ancora vedersi esaurita con la velocità delle sue intenzioni generose; giacché riguarda vasi nientemeno che d’una riforma generate su tutte le prigioni del reame e sii tutti i detenuti. Ed ecco che mosso dall’ansia ardente del bene dell’umanità e della giustizia, ordina al novello ministro Parisio, che emanasse un suo reale rescritto al ministro dell’interno, onde pria che le visite ordinale per le prigioni avessero nn effetto completo, si prendessero altre misure più subitanee pel meglio dei detenuti.

Per vie più far brillare quest’atto munificentissimo della giustizia di Ferdinando II, stimiamo riportarlo in queste pagine, nelle precise parole che venne scritto; onde il commento e la lode non alteri il nello di un documento contemporaneo, che tanta luce di verità spande sul mite e progressivo governare del giovine Re.

«Ministero e Rea! Segreteria di Stato di Grazia c Giustizia

«Eccellenza

«Pria che le visite delle prigioni commesse già da S. M. a scelti eriguardevoli, personaggi, si compiano, e pria che le nuove operedisposte dall'alta sapienza del Re pe’ miglioramenti de' luoghi di detenzione giungano al loro perfezionamento: l’animo indulgente e benefico della Maestà Sua si è rivolto a correggere un abuso (già non è isfuggito al certo a V E.)che fa’ di que’ luoghi di custodia, un mezzo di pena la più affliggente.

Informato S Al. della esistenza nel carcere di Castel Capuano deicosì detti criminali, riprovati anche dalle antiche leggi del Regno,e volendo che simili luoghi di orrore vengano generalmente provi scritti; ba comandate che sian chiusi con massi di fabbriche, pervietarne perpetuamente l’uso.

Inoltre vuole la Maestà Sua, che senza indugio e senz’attendere i ragguagli delle visite, si esegua l’enunciata misura, e che io comunichi lai sovrani ordini all’E. V., nelle attribuzioni del cui Ministero sono le opere pubbliche delle prigioni, per le parti che lariguardano.

Nel Real nome partecipo tutto ciò a V E. per Fuso conveniente).

Firmato—Nicola Parisio.

Napoli 11 Giugno 1831 Ma noi non la finiremmo, se in questo capitolo si volesse compendiare il racconto degli alti tutti di giustizia, che illustrarono la salita al trono di Ferdinando II. Se andiam superbi di parlare a’ contemporanei; ad essi ci affidiamo per ricordare, leggendo queste pagine, tutte quelle altre memorabili circostanze, che furono emanazioni preziose di quella faustissima epoca, le quali avvenute in mezzo ai popoli nostri, tuttavia si sentono ripetere colla voce della meraviglia, come avvenute jeri, e già costituiscono il patrimonio tradizionale che noi medesimi già prepariamo in eredità di amor patrio e di lustro nazionale, alle generazioni venture. E queste, scevre di passioni ed arricchite di un sì pingue materiale, innalzeranno un monumento di gratitudine e di riverenza alla memoria del nostro Re; invidiando a noi la sorte che ci toccò di aver menalo una vita civile c morale, appo un soglio, ove fra tante virtù avean cullo la pia clemenza, l’eroica abnegazione, la sacrosanta giustizia.

Se la giustizia c la madre affettuosa del genere umano; se da essa emana, come da fonte perpetua, la pubblica morale; se la morale ò lo scudo infrangibile de' governi e de popoli: dobbiamo con intemerata coscienza ripetere, che tali ricchezze della fila politica e sociale, vennero emanate su noi dalla provvida saggezza di Ferdinando II.

La monumentale sua promessa di elevare i popoli nostri al merito sociale di esser tutti eguali d’innanzi alla legge, ebbe un'eco di entusiasmo e di riconoscenza in ogni petto; e tutti i cuori da quell’istante felice credano e sperano in ogni bisogno sociale in ogni infrangente pubblico e domestico, in ogni soppruso individuale, in ogni atto di legge offesa, di avere una riparazione ed un patrocinio in Ferdinando; e l’avranno ognora. Ed è un fatto inconcusso la fiducia che serbano le province tutte del reame nel cuore di Ferdinando. Io vidi, e nella pace e nella guerra, e nelle disgrazie e nelle avventure che questi popoli divisi l’un dall'altro da poco mare, fin nella lotta delle civili discordie, che alla sola comparsa del Re i leoni sono addivenuti agnelli; giacché le fazioni politiche potranno garrire nell’atto dell’effervescenza delle loro esagerate passioni, ma su d’ogni labbro ò inteso sempre ripetere la lode del Re, ed ò ravvisalo rasserenarsi ogni volto concitato adira, al solo vederlo passare in sulla via; per la potentissima ragione, che la gran fama che diede di se Ferdinando, salendo al trono, è radicala sì profondamente in ogni classe, che neanche la tabe demagogica à potuto per un solo istante macularne l’opinione. Non vi à partito nel nostro reame, che non lo ami. Ho avvicinato gl’individui di tutte le opinioni, ed ognuno mi à detto «il Re è buono»: Se è buono, lo è perchè è pio e clemente, perchè disinteressato, perchè giusto.

Ma guai a quei Giuda, che sotto il manto di apostoli osassero nascondere l’immane pensiero di tarpare sì gigantesco edificio civile e morale, elevato dalle auguste cure del giovine Sire delle Due Sicilie, per furare a noi ed a Ferdinando tanto bene e tanta gloria E scritto, che il male contrasterà sempre per muover guerra al bene, sol perchè dalla pugna suol nascere la villoria e dalla vittoria la luce sfolgorante, che irradia l'orrore ispiralo dalla iniquità debellala; così apprendere alle menti insane che l'apostolato civile (se è lecito di così parlare) sta solo nei Governi dediti alla giustizia e nelle Monarchie veramente cattoliche e disinteressate, pari a quel Governo ed a quella Monarchia, che i contemporanei appellano di Ferdinando II. Convinti di tal verità, la patria mia sì bella, sì ricca, sì colta, a difesa d(1) un tanto monarca, laverà con civiche eroiche azioni le macchie impure de' futuri baci di Giuda.


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CAPITOLO XXXVIII

Costumi religiosi de' Re delle Due Sicilie9 salendo al Trono; e narrativa della prima comparsa pubblica di Ferdinando II nel giorno 11 di gennajo 1831. Festa civile pel giorno genetliaco di Ferdinando II, avvenuta nel giorno 12 di gennajo 1831 in Napoli, e narrazione della costumanza di Corte pel primo giorno che salì sul Trono in rito Sovrano.— Feste popolari del giorno 13 gennaio 1831, per l’entrata pubblica del Re Ferdinando II, Che ricorda la tradizione della venuta di Carlo III in Napoli.

I costumi religiosi d’ogni nazione, rappresentano oltre la tradizione storica d’un popolo, attraverso il corso de' secoli, benanche il tipo della pubblica morale, dalla quale emana ogni testimonianzasicura di civiltà sociale.

Dicevamo nel capitolo VII di questa storia, cheil costume religioso di andare ogni Re delle Due Sicilie alla Chiesa metropolitana per venerare le reliquie del Santo Gennaro,ricorda Ruggiero, primo fondatore della nostra monarchia; e che d’allora (moggi, tutt'i Principi che ànno stretto tra le mani lo scettro di questo reame, seguirono inalterabilmente lo stesso esempio.

Or Ferdinando II vedendosi alla vigilia del suo giorno natalizio, giorno che i popoli suoi attendevano, onde togliere le gramaglie luttuose, che la corte e ‘l reame indossavano per la morie avvenuta del Re Francesco I; si prepara a sì gran festa di famiglia, co’ riti della cattolica religione.

Amando seguire l’esempio de' suoi antecessori, nel dì 11 di gennajo 1831 si reca in forma pubblica al duomo, per implorare da Dio, Santo de Santi, e dal gran martire proteggitore di Napoli, assistenza e consiglio, por render prosperi i popoli suoi.

Già le salve de' castelli, al far dell’alba, co’ spessi tiri del cannone, annunziavano a Napoli la festa reale. Fin dalle ore otto di Francia, le strade che per Toledo, porla Alba e per le chiese del Purgatorio e de' Gerolomini menano all'arcivescovado, vedeansi guernite da ambi i lati delle reali truppe. Un battaglionedella guardia reale crasi schierato sullo spianato, che è innanzi la porla maggiore del duomo. E fin da quell'ora stessa, a mal grado del cattivo tempo e della pioggia, nelle vie per le quali il Re doveva passare e sulle ringhiere de' palagi si andava riunendo genie d’ogni classe, ansiosa di ossequiare il giovine Sire, oggetto di tanta speranza e di lauti, voli, che per la prima volta mostravasi da Re, al suo popolo. Una nuova salva di artiglieria dopo due ore, annunziò l’uscita dal palazzo reale, del Re col principe di Capua, col conte di Siracusa, col conte di Lecce, e col principe, di Salerno.

Mosse il corteggio così. Quattro battitori de' cavalleggieri della guardia reale, quattro plotoni di alabardieri col loro tenente, quattro battitori della guardia del corpo, la carrozza di rispettò, due carrozze con maggiordomi di settimana, sei carrozze con gentiluomini di camera, di prima e seconda guardia, ed una carrozza col Somigliere del Re, duca di Sangro: quattro battitori delle guardie del corpo, il paggio di valigia, sei volanti, e la carrozza di gran gala tirala da otto cavalli, ove andava il Re, avendo rimpetto a se il solo maggiordomo maggiore principe di Bisignano, per l’indisposizione del duca di Miranda cavallerizzo maggiore, che secondo il programma dovea intervenire. Dieci paggi di torcia a piedi presso gli sportelli della carrozza, il capitano delle guardie del corpo duca di S. Valentino a dritta della carrozza, ed il tenente delle medesime, maresciallo di campo Paolo Caracciolo, a sinistra, ambirà cavallo, a lato de' paggi.

Veniva appresso il tenente generale Saluzzi che comandava in capo i corpi della parata, il quale era seguito dal capo dello stato maggiore colonnello Garzia e dai capitani dello stato maggiore generale, a destra un cavallerizzo di campo a cavallo, vicino la ruota piccola della carrozza gli esenti delle guardie del corpo, col sottotenente brigadiere Vincenzo di Gaeta, dietro la carrozza medesima. Un picchetto delle guardie del corpo chiudeva il seguito.

Venivano poi due battitori de' cavalleggieri della guardia, una carrozza coi reali fratelli principe di Capua e conte di Siracusa, col cavaliere di compagnia, tenente colonnello Tarallo; e la seguivano l’esente, un cavallerizzo di campo ed un picchetto de cavalleggieri della guardia comandata da un. tenente. In seguito a’ loro rispettivi posti due battitori de' cavalleggieri della guardia, una carrozza col conte di Lecce c’1 suo cavaliere di compagnia Gaetano Capece Minutolo. In ultimo veniva la crrozza del principe di Salerno col suo maggiordomo marchese Brancaccio:inegual seguito, che le carrozze antecedenti. Chiudeva l’intero corteggio uno squadrone de' cavalleggieri della guardia con due trombe.

Fermatasi la carrozza reale innanzi la porta del monistero dei Girolomini dirimpetto al duomo; il Re discese e venne accolto sotto il pallio dal corpo della città di Napoli.

In quel punto medesimo stavano ad attendere il Re, il cerimoniere di corte commendator Pignatelli ed il capitano degli alabardieri maresciallo di campo principe di Camporeale, ed a loro si unirono tutti i maggiordomi di settimana e i gentiluomini di camera che aveano nel corteggio preceduto il sovrano. Le reali guardie del corpo trovavansi ivi egualmente per accompagnare il e, facendo ala fino agli scalini della cona dell’altare maggiore. Postosi Ferdinando sollo al pallio portalo dagli eletti di città, andò fino alla porla della chiesa nel seguente modo.

Precedeva l’usciere maggiore con due uscieri di camera, indi il cerimoniere di corte, poi il maggiordomo maggiore ed infine il Re sollo al pallio. Dietro il Re andavano il capitano delle guardie del corpo ed il sindaco della città duca di Laurino, ai lati esterni del pallio le guardie del corpo, c dopo il Re i principi di famiglia coi loro cavalieri di compagnia, il somigliere, il capitano degli alabardieri, tutti i gentiluomini di camera c maggiordomi di settimana e gli esenti delle guardie del corpo.

Sull’atrio avanti la porta maggioro della chiesa era disteso un tappeto di tela d’oro, sul quale eravi un cuscino per inginocchiarsi il Re. Sull’atrio istesso trovavansi i canonici dell’arcivescovado e la deputazione della cappella del Tesoro di S. Gennaro. Giunto il Re agli scalini della chiesa, monsignor vicario, che faceva le veci dell’arcivescovo assente, con mitra c con pastorale, accompagnato dal rimanente del capitolo, uscito dalla chiesa nell’atrio avanti alla sopraindicata porta maggiore, si tolse la mitra, e depose il pastorale. Allora il Re pervenuto sull’altro s’inginocchiò, rimanendo in piedi i principi del sangue; e monsignor vicario con alto di ossequio gli diede a baciare il legno d'olla santa croce, dopo di che il Re si alzò per avviarsi all’altare maggiore. II cappellano maggiore monsignor Gravina, per l’assenza el cardinale arcivescovo, gli diede l’acqua benedetta; e dopo ai reali principi, entrati appena in chiesa. Il corteggio s’incamminò benanche io questa guisa verso Fallare maggiore; l’usciere maggiore, quattro araldi col re delle armi, il capitolo con la croce, il cerimoniere di Corte, il maggiordomo maggioro, il Re accompagnato dal celebrante, che stava alla sua sinistra, il capitano delle Guardie del corpo, che gli andava appresso. Venivan quindi i principi reali e poi tutti gli altri del corteggio a seconda del rispettivo loro grado. La deputazione della cappella del tesoro di S Gennaro, faceva anch’essa ala al Re; e giunta alla linea della della cappella, si ritirò.

Delle grandi orchestre espressamente costrutte fra gli scalini della cona e la navata della chiesa diedero canto al versetto Deus fortis meus, sperabo in eum ece. ecc. n. Il duomo era apparato in modo corrispondente' alla sollennità della circostanza. Due tribune vennero erette alle due parli della navata della chiesa, una pel corpo diplomatico e forestieri presentali a corte, l’altra per la nobiltà. Presso all’altare maggiore (in cornu evangelii) era innalzato il trono con una sedia ad inginocchiatoio pel Re, ed ai due lati vi erano due guardie del corpo in sentinella. Rimpetto al trono stesso vedevasi preparato un palchetto riccamente guernito per le persone reali, sotto del quale vi erano due guardie del corpo benanche in sentinella. Dal lato stesso alquanto più presso all’affare maggiore, era collocala una predella coperta di panno rosso, sopra la quale posava il faldistorio pel celebrante. Vi erano i cordoni degli alabardieri nella navata di mezzo della chiesa.

Pervenuto Ferdinando all’altare maggiore, salì sul trono, inginocchiandosi sotto al real tosello. I reali principi coloro cavalieri di compagnia si andarono a collocare nell'anzidetto palebetto. Dietro la sedia del Re prese posto il maggiordomo maggiore ed il capitano delle guardie del corpo. Alla destra del trono, ma abbasso, ebbero luogo il somiglierò, il capitano degli alabardieri, ed i gentiluomini di camera di prima e seconda guardia. Dirimpetto al trono, sotto il palchetto delle persone reali, vi era l’usciere maggiore, co’ quattro araldi e re delle armi. In tutto lo spazio che rimaneva dal palchetto agli scalini della cona, dalla parte opposta al trono, stavano i gentiluomini di camera ed i maggiordomi di settimana. Il corpo di città prese posto negli spazii fra gli scalini della cona e gli scalini della navata, dalla parte opposta al trono. I generali nello stesso spazio dalla parte del trono, e gli uffiziali dell’esercito da colonnello in sotto eran situali nella navata fino ai due primi scalini; ed in ultimo il cerimoniere di corte st avasi in mezzo Ira il trono e gli araldi.

Collocato cosi ciascuno, il celebrante cogli assistenti si recò verso il faldistorio, e disse il versetto: «Salvum fac Regem nostrum Ferdinandum» al che risposero le voci delle orchestre, come di uso. Si recitò poscia l’orazione «Deus cui omnia potestatis». Quindi si celebrò la messa sollenne dello Spirito Santo colleconsuete cerimonie: al Vangelo, otto paggi colle torce accese si posarono quattro da una parte e quattro dall'altra, al lato del cerimoniere di corte, praticando lo stesso all’elevazione ed alla benedizione. Terminata la gran messa, si espose il Santissimo, ed il celebrante intuonò il Te Deum, che venne cantato dalle voci delle orchestre, con convenevole accompagnamento strumentale. Si replicò allora la salva delle artiglierie dai forti, al cui rimbombo si unì il suono di tutte le campane della capitale.

Dopo il Te Deum la maestà del Re preceduto dal cerimoniere di corte, e seguita dal solo maggiordomo maggiore e capitano delle guardie, andò ad inginocchiarsi avanti all’altare maggiore, e quindi delle le preci consuete, gli venne data la benedizione. Dopo questa si avviò alla cappella del Tesoro di 8. Gennaro, riccamente anche essa parala, ove trovavasi esposta la testa del santo. Seguirono il Re le persone del sangue, e dopo queste, tutto il corteggio nonché i canonici. Rimpetto alla porta del Tesoro venne accollo dalla deputazione della anzidetto cappella, e quindi co' reali principi s’inginocchiò nel presbitero dell’altare maggiore.

Durante l’atto di venerazione del Re verso il santo, il maggiordomo maggiore, ricevuti gli ordini, consegnò, com’è stato costume di tutti i Sovrani delle Due Sicilie, al deputato del Tesoro che serba la chiave della custodia dove si conservano le ampolle del sangue, una offerta per S. Gennaro, la quale venne passata dal deputato anzidetto nelle mani del cappellano tesoriere. Indi il Re e sua famiglia baciarono il sangue del santo.

In ultimo, accompagnalo Ferdinando dai deputati che gli presentarono il mazzetto di fiori, come fu sempre di uso e gli baciarono la mano prima di uscir dalla cappella, giunto nella navata della chiesa, gli venne baciata la mano dai canonici,che presentarono, anche di uso, un mazzetto di fiori; e così circondato dal corpo di città c dal seguito fino alla carrozza, riprese a battere di nuovo la medesima via fatta nel venire. I castelli fecero sentire il rimbombo delle loro artiglierie, ma il grido unanime dell’affollata popolazione tutto superava, e non altro si avvertiva, che la palese commozione del giovinetto Ferdinando, ed il trasporto di gioia scolpito sul volto di tutta quella innumerevole moltitudine.

Bella è la pietà che sfavilla sul volto augusto d’un giovine Re, che alza le mani a Dio, onde rischiari la sua mente colla verità, ne fortifichi il cuore colla virtù, e colmi di benedizioni i suoi popoli. Ferdinando II, volle cominciar dal Cielo il suo Governo. E certamente, nello spettacolo grandioso che presentava in quel giorno il nipote di, S. Luigi a’ piedi degli altari, mille pegni racchiudevansi di future prosperità pel reame di Ruggiero, di Federico, di Alfonso e di Carlo III. Egli che avea dato pruove gigantesche di clemenza; di abnegazione e di giustizia, salendo al Trono; volle con ciò autenticarle col dar solenne pruova benanche di para e cattolica religiosità.

Dalle teste religiose passiamo a far parola in secondo Irrogo delle feste civili. lx prime di già narrate avvennero il dì 11 di gennaio 1831, le seconde; che intraprendiamo a dire, avvennero il d seguente sacro ai natali di Ferdinando II.

Il giorno avanti egli si era mostrato da Re innanzi a Dio; il giorno seguente egli si mostrò per la prima volta in Trono alla sua famiglia, ai rappresentanti delle potenze estere, alla sua Corte, alle più ragguardevoli gerarchie de suoi Stati. Spettacolo nuovo e toccante fu quello, degno che la storia lo registri a monumento glorioso di Ferdinando II.

Nientemeno in quel di s’incontrava riunita novellamente a piè del soglio di Carlo III, quell’aristocrazia scissa da tanti anni, da tanti anni divisa per funeste vicissitudini politiche; ed ora dalla clemenza e dalla magnanimità del giovine Principe, ravvicinata fra le sue parti, e convocata di nuovo alle grandezze, agli usi ed alle feste di Corte. Il giorno innanzi Ferdinando avea promosso a cavalieri dell’ordine di S. Gennaro diciassette distinti individui; avea chiamalo ventuno altri a suoi gentiluomini di camera con esercizio, altri venti a suoi maggiordomi di settimana, e tre altri a gentiluomini di camera di entrata, e nove signore a dame di corte, pel ramo aristocratico;' ed avea decoralo dell’insigne ordine cavalleresco Costantiniano, e di quelli di 8 Ferdinando e del Merito, di S Giorgio della riunione, e di Francesco I, molti militari e civili, per meriti eminenti. Così agli antichi invitali a Corte si unirono tutti questi altri novelli, trascelti senza distinzione fra personaggi appartenenti a tutte le passate vicissitudini del reame; quasi Ferdinando avesse aspiralo a riunire intorno alla sua monarchia tutti quei nomi,che un giorno ossequiarono Re, l’avo suo Carlo III. Ed è da immaginarsi il brio, l’esultanza e la gratitudine che dovea scorgersi in quel dodici di gennaio nelle aule della reggia.

Or ecco che alle ore dieci di Francia, il Re co’ reali principi, dopo aver ricevuto i complimenti del Cappellano maggiore, monsignor Gravina e del clero palatino, nella stanza antecedente alla galleria, uscì io questa, ove si trovarono i gentiluomini di camera, i maggiordomi di settimana, lo dame di Corte e tutti quei,che per uso sono ammessi a tali cerimonie. Ivi il Re, ricevuti gli omaggi de' capi di Corte, s’incamminò seguito da’ reali principi, e preceduto dal ceremoniere e dal maggiordomo maggiore c dal capitano delle guardie del corpo, verso la stanza del Trono; e mentre traversava la galleria, le dame di corte gli baciarono la mano, oltre le dame di onore che stavano alla destra della galleria stessa, ed i gentiluomini di camera e maggiordomi di settimana, che si trovavano dalla parte opposta; come pure gli amministratori de' reali siti, i capi subalterni della real casa ed i cavallerizzi di campo, i quali eran situati sul termine dell'anzi detta galleria, verso le stanze del trono.

Appena il Re salì sul trono, ponendosi in piedi avanti la sedia, i principi del sangue si situarono avanti le sedie preparate sopra uno strato alla sinistra del trono medesimo. Stavano dietro la sedia del Re, il maggiordomo maggiore ed il capitano delle guardie del corpo. Dietro le sedie de' principi fratelli del Re, si posero, il precettore incaricato dell’educazione monsignor Agostino Olivieri Arcivescovo di Aretusa, ed i cavalieri di compagnia tenente colonnello Tarallo, e commendatore Gaetano Capece Minutolo; e dietro la sedia in ultimo del principe di Salerno situossi il suo maggiordomo marchese Brancaccio.

A destra del trono si collocarono poi indistintamente il somigliere e gli altri capi onorari della Corte, il corpo diplomatico, i consiglieri ministri di Stato, i ministri segretari di Stato, i direttori delle reali segreterie e ministeri di stato in attività, i cavalieri gran croce dell'ordine di S. Ferdinando, i cavalieri di S. Gennaro, il capitano degli alabardieri, i gentiluomini di camera ed i maggiordomi di settimana. Alla sinistra del Trono, ma più abbasso vi erano le dame, le mogli dei componenti il corpo diplomatico, e le altre dame estere presentale a Corte. In fondo della stanza i generali dell'esercito, e dietro di essi i paggi. Alle due porte della galleria anzidetto, verso le antica mere, vennero messi due guardie del corpo in sentinella, e ad una porta chiusa verso la sala delle guardie del corpo, un usciere di camera.

Distribuiti così i posti, il Re sul trono si pose il cappello, e subito se lo posero ancora gli ambasciatori, tutti i cavalieri gran croci del l’ordine di S. Ferdinando, ed i grandi di Spagna ch’erano stati coverti (come suol dirsi). I generali principiarono il baciamano al Re ed ai reali principi, e dopo aver tanto eseguito ritornarono al posto che, prima occupavano. Dopo de' generali vennero a baciar la mano i paggi, e indi la consulto generale del regno, che avea alla lesta Monsignor d’Antoni, funzionante da presidente.

Situatosi questo in mezzo alla galleria, avendo a suoi fianchi i consultori, e dietro di questi il segretario generale cogli altri due segretari, si avvanzò a un passo verso il trono e indirizzò un discorso adattato per sì sollenne circostanza, al quale il Re rispose con vivaci parole ed espressivi sentimenti analoghi. Dopo, il presidente si accostò a baciar, la mano al Re ed ai principi, e appresso a lui il corpo intero della consulta, a così uscirono dalla sala. Entrò quindi il corpo della città di Napoli, preceduto dal sindaco duca di Laurino, e dietro questi gli eletti. Il sindaco si fece in mezzo ed avanzate un passo, felicitò il Re in nome della città per la sua assunzione al Trono. Il Re rispose con affettuose parole; e dopo il baciamano dell'intera corporazione, la stessa si ritirò.

Principiò quindi il pubblico baciamano, eseguito nel modo seguente? fili arcivescovi e vescovi, la compagnia delle reali guardie del corpo, gli uffiziali maggiori degli alabardieri, il generale comandante la guardia reale con gli uffiziali della medesima, il tenente generale Selvaggi funzionante da comandante generale delle armi al di qua del Faro col capo dello stato maggiore generale; il governatore militare della piazza e provincia di Napoli, maresciallo conte Giovanni Statella, e tutta la classe degli uffiziali della stessa guarnigione; la real deputazione dell’ordine di S. Giorgio della riunione, la real deputazione dell’ordine di Francesco I, quella dell’ordine Costantiniano, la deputazione del Tesoro di S. Gennaro, l’intendente della provincia di Napoli, il prefetto di polizia, la suprema corte di giustizia, la gran corte civile e quella criminale, il tribunale civile, i giudici istruttori e quei de' dodici circondari della capitale, i commissari di polizia cogli onori della toga; il tribunale di commercio, i direttori generali cogli amministratori rispettivi, ed i loro ispettori e segretari generali; la direzione generale de' ponti e strade ecc. ecc.; il reggente de' banchi, co’ presidenti e governatori de' medesimi, i capi d'ufficio della tesoreria generale; il sopraintendente generale degli archivi; gli uffiziali delle reali segreterie e ministeri di Stato; gli uffiziali della segreteria della consulta del regno; i cavalieri del libro d’oro e del registro, e quelli dell’ordine di Francesco I; il rettore ed i cinque decani della regia università degli studi; il presidente e segretario della società Borbonica, i presidenti e segretari delle tre accademie costituenti la delta società Borbonica, e la giunta della real biblioteca Borbonica; il presidente ed i due segretari dell’istituto d’incoraggiamento; la commissione ed il direttore della stamperia reale; il direttore del real museo Borbonico; ed i capi delle religioni monastiche, co’ loro compagni. Terminato il baciamano, il Re ed i principi reali ritornarono in galleria, e quivi si trattennero col corpo diplomatico e dopo rientrarono negli appartamenti.

La sera un mite cielo del mese xli gennaio, sì spesso a vedersi nel solo nostro clima, favorì le feste e le esultazioni d una popolazione, che giunta all'entusiasmo, sa presentare una gioja tutta propria del suo carattere ilare e paciero. Ed è da supporsi, che intese e che fece la città di Napoli per ima sì straordinaria circostanza.

Se vi polca essere un area capace di contenere i popoli delle Due Sicilie e vi si fosse mostrato Ferdinando, avrebbe egli così conosciuto in un punto, se la gratitudine dell’intiera nazione, ch’egli avea chiamata generosa, sapea corrispondere, a quei benefica che seppe largire salendo al Trono. Ma un saggio ben grande si ebbe per altro quella sera da lui, nel massimo teatro S. Carlo. È indicibile la folla elle persone d’ogni classe che copriva la platea e riempiva le logge di quel teatro, cbe sempre a ragione si è dello vasto, e che ciò nondimeno parve in tale congiuntura troppo angusto al desiderio della popolazione, che volea assistere intera. Notavansi in quella immensa, moltitudine i personaggi più cospicui, e la luce che rischiarava questo quadro, contrastava col giorno. Quel che era scritto nel cuore di tutti, cioè: evviva Ferdinando II; leggevasi in grandi cifre tra’ festoni di fiori, che abbellivano intorno gli ordini intermedi delle logge.

Al prima comparire del Re coi principi del sangue, l’entusiasmo pubblico che avea bisogno di sfogarsi, proruppe in applausi unanimi, vivissimi, crescenti, e congiunti al grido di viva il Re, viva Ferdinando. Ferdinando commosso, corrispondeva co’ saluti a quegli applausi, e la sua affabilità era un novello incitamento a più energiche e più rumorose acclamazioni. Non era quello un semplice omaggio di rispetto, ma la manifestazione d’un sentimento profondo di ammirazione ed un trasporto di piena riconoscenza ed in questo entusiasmo si vide calar dal più a|to del teatro una pioggia di fogli volanti, offerta de' migliori ingegni di Napoli, che con componimenti poetici vollero portare il loro contributo a tanta festa di famiglia,

Riconoscente e sensibile, come sempre il popolo napoletano nelle sue feste e nelle sue gioie, prese parte il giorno seguente ad una pubblica comparsa del Re, che andando a passar rivista ad un corpo d’armata sulla strada di Foria,stimò ripetere il costume patrio allusivo all’entrata di Carlo III. Così la popolazione avida mai sempre dell’aspetto del suo Re, ansiosa di manifestargli sempre più i suoi grati sensi, potè vederlo da presso, seguirlo, circondarle, soddisfar all’imperioso bisogno di acclamarlo.

I corpi che presero parte alla parata, erano ripartiti in quattro divisioni, comandate da quattro marescialli di campo, Pastore, de Majo, Statella e del Carretto. Le quattro divisioni erano composte di otto brigate, sotto gli ordini de brigadieri Dusmet, Gaetani, Helguero, Lecca, Lucchesi ed Echaniz; e dei colonnelli de Sonemberg e Wonderweid. Comandava in capo il tenente generale Selvaggi. Le schiere si trovarono alle 11 a. m. disposte in una linea,appoggiando la dritta al palazzo del'Museo Borbonico e proseguendo lungo la Strada di Foria, per quella del Campo

Ricordiamolo pure con giusta superbia: quelle soldatesche nella loro gran tenuta, per quelle ampie strade in ordine di battaglia schierate, ed animate dall'idea sempre lusinghiera di meritare un guardo di favore dal Re ch'era stato il loro riformatore e comandante, non aveano presentate in nessun altra parata uno spettacolo sì interessante.

Ma la parata, che l’amore del popolo preparalo area a Ferdinan do, la parata de sudditi pieni il cuore di lui, era d’una tal tenerezza, che la penna più ardila non oserebbe trascriverla. Dal real palazzo e fino a tutta la strada ov’erano schierate le truppe, il popolo affollalo attendea il suo passaggio; sì che in veder a tal segno folte di gente le vie, rimaneasi poi meravigliato a trovarne tanta pure addensata sui terrazzi ed alle ringhiere de' palazzi, tutte adorne di sventolanti arazzi di vario colore.

Verso le ore 11 a. m. il Re uscì a cavallo dalla porta grande dei palazzo reale, in gran gala e in forma pubblica militare, accompagnalo nel seguente modo. Era preceduto da quattro battitori delle guardie del corpo. Egli veniva dopo col suo fratello conte di Lecce aiutante reale (vedasi la litografia in testa al fascicolo sedicesimo); indi il ministro di guerra e marina, tenente generale Fardella, il capitano delle guardie del corpo duca di S. Valentino e l’aiutante generale tenente generale Salluzzo; dopo questi,tutto il corpo de' generali in due righe, la prima di tenenti generali c di marescialli di campo, la seconda di brigadieri; in seguito il colonnello Scarola uffiziale all’immediazione del Re, i capitani dello stato maggiore dell’esercito e gli uffiziali di ordinanza; in ultimo quattro cavallerizzi di campo, gli aiutanti di campo de' menzionali generali, uno squadrone delle guardie del corpo, il piccadore maggiore del Re e suoi aiutanti, i cavalli a mano, dodici palafrenieri montali in due righe; e chiudeva la linea uno squadrone di ordinanza della gendarmeria scelta.

L’uscita del Re da palazzo fu annunziala da una salva de' castelli, e de' legni da guerra ancorali sulla rada.Alla desiderala vista del Re il pubblico entusiasmo non ebbe freno. Vedeansi ad un tempo migliaia e migliaia di braccia tese nell’aria, ed ove agitar bianchi faccioletti, ed ove berretti e cappelli. Si udiva il fragore di mille e mille voci confondersi in un sol grido altissimo e ripetuto sempre con rinascente fervore, di viva il Re!

Non vi erano guardie che respingessero il popolo, anzi tutto il popolo sembrava essere la sua guardia, sì da presso il circondava, festeggiandolo in cari modi. Era una vista tutta nuova, quella di un Re giovane, avvenente, le cui forme più brillavano sotto i militari abbigliamenti, fatto più bello dalla viva compiacenza dell’amore che gli esprimeva il suo popolo; in mezzo a questo popolo istesso che lo colmava di applausi e di benedizioni, e lo salutava come il genio riparatore de' suoi mali. L'omaggio della riconoscenza è sempre bello ed onora sempre il cuore che lo rende; ma la riconoscenza di uomini d’ogni condizione, e d’ogni classe d’una popolazione intera, animato da questo solo sentimento, verso un principe eminentemente virtuoso per clemenza, per abnegazione e per giustizia, è al certo uno spettacolo degno dello sguardo istesso di Dio.

Esistono al mondo talune verità che non vi à forza umana a reprimere e sorvolano sulle ali de' secoli per palesarsi alle generazioni tutte. Questa festa ricordava in quel giorno l’entrala pubblica in Na 5oli del magnanimo Carlo III; ma quanto diversa dalla venuta al trono di Ferdinando II. Il primo col coraggio della conquista, veniva benedetto a rialzare la monarchia delle Due Sicilie, da età crollala e resa una larva sotto il governo provinciale d’una vice-reggenza, facea risorgere io spirito patrio, costituendo il nostro paese a nazione riconosciuta ed indipendente; ma Carlo, rinveniva rovine ed avea libero il campo ad ergere un edificio novello come meglio gli facea talento. Ma non così pel giovine Ferdinando II. Egli più glorioso del primo dovette lottare per rianimare un edificio governativo, che sostenevasi tra le odiosità di partiti umiliati e non depressi, di opinioni vinte ma non spente, e sedersi in mezzo ad annose quanto triste ricordanze patrie, che costituivano una incurabile piaga sociale, che col proprio malanno sfiacchiva sempre più se stessa, a malessere dello Stato e delle popolazioni. Dunque gli convenne fondere coll’amore e coll’obblio ogni scontento passato, c lavando ogni traccia dolente degli anni che furono, ringiovanire un Governo, che minacciava precipizi novelli sui precipizi antichi.

Perciò l’entusiasmo addimostrato nella festa del gennaio 1831 dal popolo napolitano, anzi diciamolo francamente, (giacche altri vocaboli non raggiungerebbero la verità), quel delirio d’amore che facea nascere Ferdinando II ne’ suoi sudditi, si manifestò, giusto per la ricordanza della pubblica entrata di Carlo III suo avo, più vivo c più caldo delle feste del dì undici e dodici gennaio, precedenti. N’era causa l’eroico paragone d’una patria tradizione. Oh! come era tenero in quel dì, vederlo nel caro imbarazzo di non sapere come dividere i suoi affettuosi saluti, ed i segni del suo gradimento, fra la calca che il circondava in sulle vie e quella che dall'alto de' palazzi festosamente lo acclamava.

Se vi fosse tra lontani posteri chi potesse il fin qui detto credere un’esagerazione, sappia che questa pagina storica giurala dalla testimonianza di milioni di persone, sfiderà il corso dell’età venture, e le lagrime di tenerezza,che i nostri vecchi sparsero io quel giorno memorabile,costituirono già un monumento ereditario che noi, giovani figli e testimoni insieme, tramanderemo in patrimonio ai nati, pria di scendere nella tomba; perché la tradizione s impossessi dei fasti nazionali di questo suolo fecondo di gente bennata. Il Re, per finirla, ricalcando le orme istesse che area battuto nel recarsi alla parala, giunto sul davanti del real palazzo, vide sfilare innanzi a se il corpo d'armata, e commosso quanto il popolo suo, si ritirò nella reggia.

Ecco le tre feste memorabili che illustrarono la venuta al trono di Ferdinando II, nella città metropoli del reame delle Due Sicilie. Nella prima trionfò il di Lui carattere religioso; nella seconda il suo potere sovrano; nella terza il popolo e Tarmala gli rappresentarono con l’amore e la fiducia dovutagli, la più divota gratitudine, che sinceramente godevano di tributargli.


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CAPITOLO XXXIX

Esultanza ammirabile delle intere popolazioni nel reame, per la venuta al Trono di Ferdinando II. Disinteresse pubblicò e privata per la istallazione delle novelle due feste civili sacre al Re nel dì 12 gennaio e nel dì 30 maggio. Contentezza della Sicilia pel nuovo Luogotenente. Partenza da Napoli del oolite di Siracusa per Palermo e feste che vi ebbero luogo.

Il periodo sublime della tristezza e della gioia de' popoli à un carattere il sorprendente, sì compatto, sì unitivo ed universale, che sfida ogni forza umana a reprimerlo, ogni distinta penna a narra rio ogni forbita menzogna ad oscurarlo., ed ogni enfatica adulazione,che volesse tergiversare la verità su cui un immensa massa di gente si è potuta eleva re; mossa, come un solo uomo, per trascrivere una pagina immortale, cara all’onore della patria comune; o che enarri un dolore smisurato, o che enarri nn contento unico nella sfera della sua vita sociale.

Pari alla luce che per dilatare, sull’universo le indomite falangi de' vivaci suoi raggi, sfida con rapide movenze le tenebre, che le contrastano il cammino; e coll’energia d’una vittoria giubilante,, si sprigiona altera della propria vita ’sulle balze d’Oriente, vita comunicando ad ogni essere che gli si para innanzi; azzardosa nella foga del suo fulgore, come più si eleva sull’orizzonte, più cura tiene au immedesimare se stessa, onde ogni oggetto, rivestasi del sorriso de suoi raggi, testimone dell'imperio letizioso delle sua presenza; fino a tanto che avendo spinto il carro fastoso del giorno nel più alto del suo corso, possa sollazzarsi nel vasto campo de' suoi piaceri e delle sue brillanti movenze.Ad un simile paragone, potrei assimilare la gioia, che si appalesò in tutte le province del reame, per festeggiare con sentita gratitudine la salita al trono di Ferdinando II. — Infatti se è legge universale ed eterna, che per essere amato bisogna amare; l’amore dei popoli delle Due Sicilie già pienamente dovea corrispondere alla verace, alla somma benevolenza spiegata in loro vantaggio dal Sire novello. Ottenutosi lauto bene, (pianto ne tacca bisogno per guarire i malanni sociali e politici,che ci sovrastavano da luogo periodo di anni; le popolazioni s’intesero soddisfatte; e perchè soddisfatte giubilarono in quell’entusiasmo, che non à limite, e che la sola verità con testimonianza dell’universale, à potuto trascrivere qual monumento incrollabile della patria storia.

I nostri popoli, moderali per costume natio e per indole ben nata, ad altro non amavano elevarsi che al patrimonio della giustizia; e questa l’ottennero doviziosamente. Non altro ambivano che la concordia e 1 armonia tra le classi tutte dello Staio; e su questo livello vennero elevati coll'eguaglianza comune innanzi alle leggi. Non attendevano ad altro che a covrire di un velo le patrie sciagure degli anni decorsi, onde raccordo tra i sudditi ed il Sovrano ringiovanir potesse una nazione, che sa sostenersi florida anche nelle calamità; e la clemenza venne a distendere il suo velo. Tutto questo ottenutosi, ogni cuore aprir dovea la foga dei suoi palpiti sul mare delle venture speranze. Sì universale tripudio saria scoppiato fin dal dì 8 novembre del faustissimo 183o; se le convenienze di lutto di famiglia non avessero trattenuto un entusiasmo, che si rese più esteso quanto più venne compresso, e nella prima festa civile del 12 gennaio 1831 prese le sue espansioni. Chi conosce i giulivi costumi delle nostre provincie, i sollazzevoli modi dei cordiali nostri popoli, può solamente farsi un quadro della meraviglia che rappresentar potè quella pubblica esultanza. Dalle fastose città ai più piccoli villaggi, dai palagi dei ricchi agli abituri dei poverelli, la festa si dilatò come elettrica fiamma, che alto scoppio del baleno irradia di vivida luce immense contrade. La scienza offrì i suoi doni per aver un posto a tanta gioia. Le lettere lussureggiarono dei parli più brillanti, e la poesia, astro vivido della balda gioventù nostra, in cento ritmi diversi fece echeggiare de' suoi inni le accademie. Le belle arti sì ricche nel nostro paese pennellarono e scolpirono ne’ più cari modi l’immagine del principe della nostra gioventù, causa di sì straordinaria letizia. Le società economiche d'ogni provincia, le agrarie, le industriali, le commerciali, gareggiarono per feste peculiari. La beneficenza spiegò le sue amorevolezze cattoliche ed evangeliche, onde il consuolo degli afflitti si fosse sublimato alla gioia dei potenti. La gara delle pompe superò gli argini d’ogni aspettativa; e Palermo, Messina, Catania e Siracusa, città civilissime della Sicilia cifra, si slanciarono in quelle feste con un brio tutto tradizionale, lussureggiando con Napoli e con le città che vivono dagli Abruzzi all’estrema Calabria. Le abnegazioni di Ferdinando stimolarono lo classi agiate alla prodigalità; e le orfana ebbero asilo di sicurezza, le fidanzate povere si ebbero maritaggi, i mendici ottennero vestimento, i banchetti vennero imbanditi nelle squallide prigioni; riti cari che da quell'anno finoggi, quasi costume ereditario, si ripetono in ogni civica festa, sacra ai Re nostro. In ultimo, le carceri dischiuse, l’esilio rotto, le relegazioni infrante, spinsero in mezzo all’universale tripudio una schiera immensa di perdonati, che reduci alle sconsolate famiglie, rivedendo i patri lari, dopo tanti anni di dolori e sventure, arrecarono come fuoco al fuoco, letizia a letizia, le benedizioni alle benedizioni sacre pel giovinetto Sovrano che si elevava sublime a muovere un sorriso universale da tanti anni lontano dalle nostre amenissime contrade.

Quel tanto che abbiamo lievemente descritto riguardo alla gioia comune spiegatasi nel reame pel dì 12 gennaio, egualmente anzi con maggior calore ritornò a vedersi nella seconda festa civile dell'anno medesimo nel dì 3o maggio. Non poche città cospicue del regno aspirarono all’onore di elevare a spese comuni dei monumenti nelle pubbliche piazze, con statue scolpite in marmo o fuse in bronzo rappresentanti Ferdinando II; e specialmente l’entusiastica città di Lecce, capoluogo dell’antica e classica terra della Japigia, non che quella di Scilla nella seconda Calabria ulteriore, città memorabile che ricorda ne reali fasti calabri del decennio, le eroiche maraviglie di Sparta. Ma il Re modesto in tanta gloria non lasciò modo onde attestare la sua riconoscenza per tali ovazioni, ed amò meglio che quelle somme riunite per simile causa, tutta sua, venissero spese per opere pie e per sollievo della classe più bisognosa dei rispettivi comuni.

Abbiamo noi detto che il giovine Sire nel prescrivere delle economie sull’amministrazione dei Comuni, avea con ispontanea magnanimità di animo, vietato le feste civili sacre a lui a carico dei comuni medesimi. Ma qui cade in acconcio il bel motto del ministro degli affari interni di allora Giuseppe Ceva Grimaldi marchese di Pietracatella; costui presentando il suo rapporto nel dì 26 aprile del 1831 onde addimostrare al Sovrano i risultati ottenuti nelle provincie dalle sue provvide leggi di economia amministrativa, si espresse, in questi termini memorabili, parlando sulle feste civili — È questa, o signore, la sola riforma, a cui i vostri sudditi non hanno fatto plauso, perchè il sincero culto d’amore che le han consegrato, n’era rimasto dolente. —

Di fatti se una bella prova di questa verità enunciata nel rapporto del ministro venne offerta d’allora finoggi dall’amore de' popoli nostri, verso Ferdinando II; quest’amore medesimo A sciolto il problema di serbare l’obbedienza dovuta agli ordinamenti sovrani, e di presentare nel tempo stesso al monarca il grato tributo di devozione, che la riconoscenza imponeva loro Non si ebbe bisogno di ricorrere alle casse comunali per adempiere feste sì straordinarie; altra cassa espressa mente si vide sorgete dalle cure private, nella quale l’oro del ricco coll'obolo del povero andò confuso.

L’esercito, opera grande e meravigliosa sorta dalle sue mani, non è a dirsi quali testimonianze di esultanza spiegò sotto le sue bandiere, in quelle primiere due feste civili; tanto più che sì nell’una che nell’altra, la clemenza del Re ridonò alla vita delle arme, lungo novero di veterani, vittime de' passati commovimenti politici e sociali. Specialmente è da ricordarsi la parata che si tenne a Napoli nel dì 3o maggio del 1831 lungo la ridente riviera di Chiaja, alla quale presero parte ventuno battaglioni di fanteria, dieci squadroni di cavalleria e tre batterie da montagna; è da non obbliare la bella comparsa che faceano i due reggimenti siciliani, composti di strenui giovani volontari di quella parte del reame.

Il Re intervenne a quella parata, circondato di tanta gioia pubblica, come se quel giorno comparisse per la prima volta. Il popolo e l’armata si disputavano la gara dell’entusiasmo. I nostri anziani, presenti a tante mutazioni di tempi e di fortune in questo reame, non ricordavano scene consimili di pubbliche contentezze; giacche la gioia elevatasi su d’un cielo di più pura esultanza, era giunta al delirio.

La nostra penna, calda semprepiù di amor patrio, vorrebbe dilungarsi di troppo nella narrazione memorabile di quelle scene affettuose, che onorano Ferdinando ed i suoi popoli; ma timida del suo amor proprio, e gelosa dell’onore del subietto che tratta, si astiene di oltre progredire. L’adulazione, sempre esagerala nelle sue lodi, perchè nel circolo del vero si troverebbe sterile e malagiata, à reso sì comune il magnificare i Principi, che a lodarne quelli poi, i quali per alle virtù sorgono straordinari è ormai forza quasi il dire men del vero per esser creduto. L’antica Roma giunta alla corruzione delle grandezze latine, abusò tanto nel decretare onori divini a suoi Imperatori, che quando Trajano ed Antonino vennero davvero quai numi a ristorarla da immensi malanni, si stimò delitto di gratitudine assimilarli agli dei; ma l’uno proclamarono ottimo Principe e l’altro, Principe pio.

Ma è d’uopo ritornare a dire qualche altra cosa sulle feste e sulle esultanze della Sicilia, e specialmente del buon popolo della buona città di Palermo.

Quella gente naturalmente entusiasta più d’ogni altra, non faceapassar via lo più lievi delle circostanze, per prorompere in evviva al novello Re. Appena si vedea comparire ai lidi di Palermo il real pacchetto a vapore che periodicamente partiva da Napoli, era un affollarsi di popolo sulla riva, un dimandar nuove sulla salute del giovine Re e far tesoro di notizie su i novelli atti del suo Governo; c si ritornava in città tra le acclamazioni festanti a Ferdinando II. Quel legno a vapore veniva guardalo come un’ arca dell’alleanza, come il palladio della giustizia e della clemenza che era opera risorta del giovinetto Sovrano a pro de' suoi stati ereditari; giacche per mezzo del dello naviglio era arrivata la nuova de' magnanimi alti emanati da Lui a pro della Sicilia intera. Cosicché da quel giorno in poi, la palermitana popolazione, come la Sicilia tutta, presentava il più bello ed il più interessante degli spettacoli. Gli spiriti elevati da straordinario trasporlo di gioia, ormai più non si occupavano che di un solo oggetto così ne’ circoli delle persone distinte, come nelle basse riunioni della plebe; e a tante belle circostanze, si univa la dolce speranza di veder giungere da un momento all’altro il fratello del Re a Luogotenente nell’isola.

Il tenente generale marchese Nunziante, si trovò dolcemente obbligalo a dar parte al Sovrano ed all’augusto fratello di sì straordinaria gara di allegrezze che si spandea sempre più fra quelle popolazioni, a che il principe Leopoldo rispose con una sentila lettera al Nunziante, che riportiamo qui appresso.

«Caro Generale

«Sono ben sensibile allo interesse che prendono tutti i buoni siciliani nella mia elezione a Luogotenente del Re mio Sovrano e mio Augusto Fratello; e ringrazio voi che vi siete incaricato di manifestarmi i loro sentimenti. Vi prego di assicurar tutti, che il mio costante impegno sarà quello del buon servizio del a Re medesimo, e del bene della Sicilia, mia cara patria; oche questi due oggetti cari al mio cuore richiameranno tutte le mie attenzioni.

«Napoli 17 novembre 183o

«Il vostro affezionatissimo

Leopoldo».

Ed ecco che nel giorno ventuno febbrajo dell’anno medesimo, i dignitari della Corte e dello Stato, si recarono ad augurare ogni felicitazione al giovinetto Conte di Siracusa che si movea a recarsi in Palermo, sua residenza di Luogotenente.

Il dì sci marzo poi preso egli commiato dalla Regina vedova, e madre sua c dalle sue germane, imbarcandosi, fra lo sparo d’una salva reale, sulla fregala Regina Isabella. Il Re cogli altri suoi fratelli, io compagnia del principe di Bisignano, suo maggiordomo maggiore, e col seguito di cavalieri e di uffiziali imbarcatosi sopra una lancia reale al Molosiglio, ove stavano di servizio ad attenderlo i retroammiragli Balsamo e Staiti ed il capitano di Vascello de Blasi, si recò a bordo della suddetta fregata. Quivi dopo qualche trattenimento, il giovine principe prese commiato dall'angusto Sovrano e fratello, e dal rimanente dei suoi germani, ne’ modi più commoventi. Indi il Re discese dal legno co’ suoi, in mezzo al tiro giulivo de' cannoni; e la fregata sciolse le vele per Palermo, in conserva del brigantino Principe Carlo, della goletta Oceano, e di due pacchetti a vapore Leone e S. Antonio,All'annunzio che si ebbe in Palermo di aver dato fondo la squadra che recava il Real Principe, non è a dirsi la folla giubilante che. corse ad incontrarlo a festa, facendo echeggiar l’aria con ogni trasporto di tenerezza delle grida festanti, di viva il Re, viva Ferdinando IL Le milizie parate, e le autorità costituite in questa splendida città, accorsero a riceverlo; così ripetendo in sì felice circostanza, di bel nuovo, la letizia spiegata per onorare la salita al trono di Ferdinando II. E la Sicilia tutta si mise in gara di gioia, simile a Palermo, onde testimoniare la gratitudine e la riconoscenza pel dono che il Re le rendea, accordando un suo fratello per Luogotenente.

Oh sì! ripetiamolo sempre, che la Sicilia è eminentemente monarchica e dinastica, attraverso le infauste vicissitudini che mano perfida ed insidiatrice, più e più volte seppe scatenare per corrompere lo spirito delle masse di quelle vivaci e sensibili provincie.

Giunto appena il Conte di Siracusa a Palermo, il tenente generale marchese Nunziante cessò da’ suoi incarichi provvisori su quel go verno civile e militare, e fece ritorno a Napoli.


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CAPITOLO XL

Il Re adempie alla sua promessa di visitare le provincie del reame; e visitandole, migliora la condizione civile e morale delle popolazioni, c fa risorgere su più valida base la giustizia governativa. Viaggio pel Principato Citra, per la Basilicata, per Terra di Bari, per la Capitanata e pel Principato Ultra.

Avea promesso solennemente Ferdinando II, salendo appena sul Trono delle Due Sicilie, elevare il suo Stato ad un governo di giustizia, di vigilanza e di saviezza. Non ancora erano scorsi sei mesi ed i più stupendi miglioramenti eransi attuati come per incanto, in tutte le branche dello Stato. Ma tutto questo non gli basta. Egli, dopo aver nella calma delle meditazioni stabilite le basi tutte della prosperità novella nelle provincie, brama ardentemente conoscere da vicino i bisogni de' suoi popoli imperocché tiene a cuore la sua sacra parola emanata, giunto appena sul Trono, di non far rimanere inutile fra le sue mani l'autorità benefica, che Iddio gli avea confidato.

Egli si mette in cammino, ma si protesta di andare non ad altro che ad eseguire una visita di famiglia al popolo suo; e perciò non vuole che gli si dia la pompa esterna della Sovranità. La quercia sollo la quale S. Luigi ascoltava le domande de' suoi sudditi, e rendeva loro giustizia; il volo di Enrico IV di andare a vedere nel giorno del riposo l’umile desco del contadina coverto di una vivanda più lieta; la diminuzione de' pubblici balzelli che fece meritare a Luigi XII il nome di padre del popolo; Io sviluppo progressivo degl’interessi religiosi e materiali, che fece dare a. Luigi XIV, contemporaneo di Bossuet e di Colbert, il nome suo ad un secolo gravido di avvenimenti; ecco i nobili esempi che il giovane Sire credè attingere nella Storia dei suoi avi augusti, onde modellare il suo cuore. Intanto impone al ministro degli affari interni che ordinasse alle comunità tutte che egli non permette alcuna pubblica dimostrazione, e che non si faccia la minima spesa sollo qualunque pretesto, a carico de comuni. Dispone che nessuna autorità o intendente o altro funzionario che sia, si allontani dalla propria, residenza per andargli incontro o perfesteggiarlo. Destina per suoi alloggi le abitazioni degl’intendenti, de sotto intendenti, le case comunali; ed in mancanza quelle dei vescovi e de conventi, onde non dispendiare chicchessia. Il suo trattamento dev’essere a cura delle persone del suo seguito. La direzione generale delle poste viene incaricata del numero de cavalli di cui fa bisogno per tre sole carrozze. Dà ordini che non desidera altra custodia che cittadina, e che le guardie urbane ne assumessero l’incarico. Ora non fu questa una visita di famiglia? Un sì nobile proponimento del giovane Sovrano non venne in tal modo coronato della più viva luce di gloria; mentre il suo scopo eroico non tende ad altro che ad accorrere senza fasto e senza squadre ad ascoltare indistintamente e da padre le domande dei suoi sudditi, conoscerne i veri bisogni e così poter provvedere alla loro prosperità?

La nostra penna a ragione si empie di entusiasmo nello scrivere queste pagine, sì pel subbietto eroico di cui si narrano i fasti, sì pel bel motivo, raro al mondo per uno scrittore di storia patria con temporanea, che ciocche narra si ripete tutto dì da’ più vecchi e da’ più giovani nostri contemporanei, con tale e tanto trasporto, da costituire un infrangibile ed inconcussa testimonianza, già in possesso della patria tradizione, come un fatto glorioso d’un era antica ed immaginosa; mentre siamo noi che l’abbiamo veduto co’ nostri occhi!

Ed ecco che all’alba del giorno tre maggio del 1831 Ferdinando si mosse al viaggio partendo dalla capitale. Giunto a Nocera de' Pagani, riunì i vari corpi di quella guarnigione a delle manovre al campo, onde non oltrepassare quel paese senza praticare un’ operazione, ed indi si diresse alla città di Salerno, cospicua da tanti secoli per le più chiare memorie storiche di questo reame, ed oggi civilissimo capo luogo della provincia di Principato Citra. Quivi giunto, la sorpresa e la commozione sua oltrepassò ogni limite, tanta folla entusiasta e giubiIosa di popolo gli andiede incontro. Disceso il Re al palazzo dell’Intendenza, venne accollo da tutte le autorità civili, militari ed ecclesiastiche. Indi iniziandosi al metodo intrapreso di non muover passo senza beneficare ed emanare giustizia, attraversando a piedi, per quanto dolcemente era possibile, la calca del popolo che ripetutamente lo acclamava Eroe di clemenza e di giustizia, si recò a visitare il Reale Orfanotrofio civile sotto il titolo di S. Ferdinando che sorge in certo luogo di una estrema parte della città, da dove polca distinguere a colpo d’occhio il brulicare di tanta gente che lo seguiva, confusa e compatta, di condizione, di sesso c di età. Visitarvolle minutamente quello stabilimento, accompagnato da quell’intendente Cito, dal colonnello Castellana comandante della provincia e dal segretario generale di quella intendenza duca di Malvita. Osservato minutamente il locale fin nell'infermeria, si diede a rivistare il trattamento che si dava ai reclusi, a prender conoscenza del metodo col quale vi si esercitavano le arti, e come contribuivasi all’istruzione ed alla morale: e dando delle energiche disposizioni per riparare quelle inconvenienze che potè scorgere, fece ritorno al palazzo di sua abitazione. Quivi accolse i voti di tutte le autorità e pubblici funzionari, diede pubblica udienza a chiunque aspirava ad ottenere clemenza o giustizia; chiese conto sulle più ergenti bisogne di pubblica amministrazione, a colpo d'occhio emanando le più savie ed energiche disposizioni; corse a quella famosa basilica per fare i suoi atti di religione; ordinò al tenente generale marchese Nunziante, che da Nocera lo avea a000mpagna to a Salerno, d'ispezionare severamente l’igiene di quelle prigioni centrali e dimandare in suo nome a’ prigionieri, di quali bisogni legali faceano necessità; e tutto ciò in poche ore. La popolazione continuava nel suo entusiasmo; ed il giovine Re, pari a cometa lucentissima che fugacemente compare, lasciando Salerno stordita e giubilante prosegui il suo cammino. Intanto largì ducati 400 detenuti io quelle prigioni, e la somma di ducati 1000 mise nelle mani di quell’intendente, onde fosse dispensata fra gl’indigenti di quella città. E ciò non bastando al magnanimo suo cuore, pria di partire vergò un atto Sovrano, le di cui determinazioni furono le seguenti.

«Art. 1. L’azione penale nascente da delitti comuni, incolpata a detenuti in questa provincia, rimane abolita.

«Art. 2. Le pene correzionali che nella provincia medesima trovatisi applicate per delitti comuni a coloro, che attualmente le subiscono, sono condonate.

«Art. 5. Nell’indulgenza accordata co’ precedenti articoli, non vengono compresi i giudicabili e condannati per furto, per falsa testimonianza, per Calunnia, e per reato costitutivo di misfatto per Sua natura, ancorché portasse a pene correzionali, sia per cagione attenuante, sia per altro motivo».

Uscito dalla gioia del popolo Salernitano, si diresse a Campagna, città capo distretto; e da Salerno a Campagna, la strada per più miglia si vedea ingombra di genti de' convicini paesi, mosse dal desio di tributare i loro grati omaggi all’ottimo Principe, ch’erasi renduto palladio de' suoi popoli. Il Re non negò di fermarsi di tratto in tratto per riceversi le suppliche che gli si presentavano e cosi continuando il suo viaggio veramente trionfale, giunse a Campagna tra le festanti grida de' naturali del luogo e delle intere popolazioni venute da’ comuni circostanti. Quivi prese stanza nella casa del sottointendente, dopo essere stato ricevuto da quell'arcivescovo e clero sotto il pallio,.recandosi in chiesa a prendere la benedizione. La massa della gente per l’intiera notte si diede ai (ripudio per festeggiarlo, Ira le luminarie e le grida ognor ripetute di evviva. Levatosi dal letto allo spuntar del giorno Ferdinando, ricevé le autorità tutte del luogo, diede pubblica udienza, ordinò al tenente generale, Salluzzo di visitare le prigioni e l’ospedale del luogo; fece molte grazie, mise nelle mani di quel sotto intendente la somma di duc. 600 per distribuirla ai poveri, agli infermi, ed ai detenuti indigenti; elogiò lo zelo di taluni naturali dei luogo pe servizi che gli aveano egregiamente prestati, specialmente al barone Campanino ed al tenente ritirato Gennaro Zappo Ili; e dando un addio a quella città, si mosse per la volta di Melfi, traendo dietro a’ suoi passi e per lungo spazio la gente del luogo.

Partito da Campagna alle ore undici a. m. del giorno quattro, amava poter giungere la sera a Molli, giusta il suo itinerario; ma venne amorevolmente trattenuto lungo le vie che percorreva dalla confluenza delle comunità convicine, slanciatesi incontro per vederlo, onorarlo e rassegnare i propri bisogni privati e pubblici; ma fattosi tardi, non potè la sera oltrepassare il comune di Muro della Basilicata, ove scelse a suo alloggio il convento de' PP. Cappuccini.

Era bello vedere qual panorama si succedea ad ogni tratto per que’ montuosi luoghi. Ora Ferdinando alzava trono di udienza sulle rive di un fiume, or sulla vetta di un monte, or fra le querce d’un bosco, ora sul limitare d’una chiesuola romita,ed ora appo l’atrio della capanna del povero. Tutti ascoltava, ad ognuno largiva giustizia e clemenza, né si allontanava dalla gente che avea intesa in udienza, senza d aver dato tutti que’ provvedimenti esecutivi, che faceano uopo alle avanzate dimando.

Le guardie urbane che sentivano vivamente tulio L’alto prezzo della Sovrana disposizione,colla quale il Re amò affidare loro la sua custodia d’onore nella visita per le provincie; il loro zelo ed il loro entusiasmo non avea limite nel servizio che rendevano sotto gli occhi di un Re militare. Fra Laviano e Muro buona parte di esse schierale in battaglia, lungo la strada, avean lascialo sopra un poggio i fasci d’arme al passare di Ferdinando; col felice pensiero di voler mostrare che non dalle arme, ma dall’amore de' sudditi, era la tranquillità pubblica guarentita.

All’alba del dì seguente il Re partì da Muro, lasciando ducati 100 per elemosina al convento in cui aveva passalo la notte, preferendolo ai ricchi appartamenti ne' quali avrebbe potuto albergare; Transitando per Barile, ove lo attendeva il generale Lecca, venne nel più energico modo acclamalo dagli abitanti di quel comune e da altri convicini.

Al passo del fiume Olivento, volle scendere di carrozza; e montando sul primo cavallo ohe gli occorse alla vista, quello di un gendarme, così continuò il cammino fino a Melfi, capo luogo dei distretto. Quivi l’intera popolazione con la guardia urbana composta delle persone più distiate del comune, un buon tratto lontano dalle mura, era corsa festante a riceverlo. Amò vedere I’ antico castello che racchiude laide gesta illustri del reame, aprì al solito nna pubblica udienza pel popolo della città, e per le deputazioni di non pochi comuni della provincia di Basilicata, accordò un ampio indulto a detenuti della provincia, simile a quello emanato nel Principato Citeriore, si diede a tutt’uomo a riparare circostanze che gli si offrivano pel meglio delle comunità municipali e delle povere famiglie, e non prese riposo la notte, se prima non largì più di ducati 100 ai detenuti di Melfi, che mandò in suo nome a visitare; una forte somma diede per dispensarsi a’ poveri di quel distretto, 0 largì una somma particolare per dotazione di due misere don selle del comune di Bella, perchè seppe la onestà loro e i pericolo del loro pudore. Il dì seguente tra la maraviglia comune e le universali benedizioni, lasciò Melfi avviandosi per la strada che lo do» vèa portare nelle Puglie.

Era il dì sei di maggio allorché dirigendosi per le Puglie, prese la via che mena alla città di Andria. Passando pel comune di Canosa; paese che ricorda i fasti e le sventure dell’antica Canne, e il sepolcro dell’illustre crociato Boemoudo, lo trovò riccamente addobbalo a festa, per la sola speranza ché vi passasse; e quivi al solito lasciò tracce brillanti del suo momentaneo soggiorno.

Al cader del sole giunse poi in Andria, distintissima città, fra le tutte cospicue e civilissime città Baresi; città che à un nome altamente storico presso la dinastia regnante, per lo spartanismo nazionale e Borbonico spiegato innanzi alla burbanza delle arme francesi nel guidale dall’indefinibile suo duca e barone. Una deputazione della città stessa con un treno di carrozze andò verso il confine di quel lenimento all'incontro del benatteso Principe, per offrire i primi omaggi in nome della popolazione. La deputazione era stata benanche preceduta da eletta gioventù a cavallo. Ferdinando si mostrò grato di ogni cosa, e concesse loro di accompagnarlo come guardia di onore fino all'ingrosso della città, appo della quale era costruito un magnifico arco trionfale. Lungo la strada un coro d’innocenti giovanetti salutava con analoghi cantici l’arrivo del giovane monarca, con quel rito come taluni popoli sogliono salutare lo spuntar del maggior astro apportatore del giorno e della vita. Altro stuolo di giovani svelti attendeva ad un miglio di distanza da Andria, divisando nella pienezza del suo entusiasmo, di staccare i cavalli. dalla real carrozza, e tirar la stessa fin là dove sarebbe piaciuto al Sire di smontare; ma essendovisi il Re recato a cavallo da Melfi,. tale brioso proponimento rimase senza effetto. Giunto sotto l’arco trionfale, si fa cero innanzi le autorità civili di quel municipio, presentando in ossequio le chiavi della città; circostanza che nella storia patria non testimoniava una pompa vana, ma un pegno di stimabile quanto eroica tradizione.

Dalla porla della città alla chiesa cattedrale, i palagi erano parati di ricchi arazzi; ed al passare del Re, un nembo continuo di fiori cadeva dall’alto, mentre gli evviva ripetuti covrivano l’aria della città della fedele per fatti eclatanti. Presa la benedizione del Santissimo, sì diresse al palagio trascelto per alloggiarlo, ed un altra deputazione di nobili ebbe l’onore di riceverlo a’ piedi della scala, mentre lo sparo d’innumeri mortaletti, salutavano il suo salire. La sera la città pareva in fiamme, tanti lumi la faceano splendida; eletta musica serenava sotto il palazzo del Re, alternandosi colle grida di giubilo dell’intera popolazione. La mattina seguente si portò a piedi a visitare l’ospedale, arrecando colle proprie mani soccorsi agli infermi, delegò persona a passar visita alle prigioni, largendo in suo nome grazie e munificenze; e dopo d’essersi occupato ad una pubblica udienza, i frutti della quale disbrigar volle all’istante, lasciando somme vistose per gl'indigenti e pel pudore pericolante; prese commiato dalla sempre fedele città di Andria, ed accompagnato per lungo tratto di via dalla calca del popolo e dalla guardia urbana a cavallo, si diresse alla città di Corato, lenendo spesso udienza a drappelli di persone di altri paesi che lo attendevano sulla consolare, e passando per quelle terre che tuttavia parlano alla mente ed al cuore dell’antico onore Italiano, di quell’onore eroico, onesto ed immortale de' tempi che furono e non sono più, ove accadde la famosa sfida, cui fu capo Ettore Fieramosca.

Giunto in Corato, si fermò ad osservare le varie razze de' cavalli, che forma un ramo della nostra industria, per esservi in quei giorno la fiera annuale. Il giovine Ferdinando si confuse tra la folla giubilante, e soddisfece con famigliarità inarrivabile, a tutt'i desideri della gente; e tosto ne usci, prendendo la via della città di Ruvo, la seco lare RYPE o RYBA de' Greci, fondata, al dir di Plinio e di Stra bone, dalle genti del Peloponneso, guidati da Peucezio figlio di Licone, prima della fondazione di Troja; indi addivenne l'antica Rubos dei Romani, di cui parla Orazio, i cui scavi rendonsi tutto di famosi per le reliquie archeologiche e specialmente pe' vasellami speciosi all'Etrusca, che si rinvengono sotto le rovine di lunghi secoli.


STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 18 NAPOLI 1855

Sua Eccellenza - Il Tenente Generale Cav. D. Giobattista Fardella - Ministro Segretario di Stato della Guerra e Marina

Sua Eccellenza

Il Tenente Generale Cav. D. Giobattista Fardella

 Ministro Segretario di Stato della Guerra e Marina

Attraverso quella bellissima via consolare, via Appia dell'antica Roma, messa sul docile pendio delle Murcie, ultimo sfiocco della catena degli Appennici, da dove si guarda il non lontano Adriatico colle sue brune e romoreggianti onde, coronalo di città i suoi lidi, e spalleggiato per non poche miglia da pomposi olezzanti giardini, quasi verdoso drappo che gli arricchisce i porti commerciali, di fruita, di olio, di vino e di mandorle. Benché di passaggio in Ruro, cedé all'esultanza di quel popolo, coll'attraversare a piedi e processionalmente la città e coll'ascoltare i suoi bisogni, esauditi a volo di uccello.

Una simile condiscendenza ebbe pure il Re per gli abitanti della gentile città di Terlizzi, l'antica Turricium di cui parla l'Alicarnasso, e che l'insigne Mazzocchi chiama illustre sotto l'impero di Trajano: quivi l'entusiasmo tocco gli estremi, mentre egli scorse la città stessa in mezzo al popolo, che col giulivo affollamento intorno a lui, arrecava un caro indugio al suo cammino. Eguali pruove di spontaneo affetto si ebbe, passando per la città di Bitonto, luogo che ricorda le nostre glorie campali nelle giornate di guerra (1734) dalle ispane e dalle nazionali armi, sollo la gloriosa conquista del reame per Carlo III; la quale battaglia fu di, prefazione a quella più famosa di Velletri, a segnale dell'indipendenza della patria nostra, sotto la gloriosa Borbonica dinastia.

Finalmente nel medesimo giorno, giunse in Bari, capoluogo della provincia cui dà il nome, e città famosa sopra tutto per essere stata una volta a capo del ducato di Puglia. Qui il Re fu ricevuto da quell'insigne Arcivescovo Clary col clero, e dalle autorità civili e militari, avendo alla tesla un uomo assai chiaro nelle armi e nelle lettere, die voglio l'intendente marchese di Montrone, mentre l'antico castello, che racchiude tante gesta e tanti nomi, fino a quello di Federico Barbarossa, facea sentire il ribombo delle sue artiglierie. La sera accolse al palazzo dell'intendenza le autorità Tutte, non che le diverse amministrazioni; e recatosi al teatro, ricevé gli attestati di esultanza e di gioia dell'intera popolazione; e nell'usci re, dopo aver inteso cantare un inno sacro alla circostanza del suo arrivo in quella città venne accompagnato alla residenza dalla popolazione medesima, che lo seguia con torchi accesi nelle mani, facendo echeggiar l’aria de' ripetuti evviva al. giovine Eroe.

Al far del giorno del dì seguente recossi Ferdinando alla monumentale real Basilica di S. Nicola; e fu tenera scena il vederlo investito del primo canonicato di quel capitolo, in vigore di secolare instituzione che rimonta a' tempi di Carlo II; pia cerimonia eseguita da Francesco e da Ferdinando, ed anche dal rifondatone della nostra monarchia, dir voglio da Carlo III, allorché si recò a Bari colla sua consorte nel 1741. Indi compì la venerazione delle reliquie di quel glorioso eroe del Vangelo, S. Nicola Vescovo di Mira, scendendo in quel vasto soccorpo, ove ebbe molto da ammirare.

Dalla Basilica si recò al real Liceo; e dopo essersi colà minutamente di tutto informato, trattenendosi co precettori e cogli alunni su svariale circostanze appartenenti allo stabilimento, si restituì al palagio, ove si diede per molte ore ad una pubblica udienza; mentre spiccava i generali Salluzzi e Lecca a visitare in. suo nome le prigioni e gli ospedali, quivi dispensando delle somme. Nel giorno poi volle portarsi nel vicino comune di Capurso, a visitare il Santuario della Vergine della del ‘Pozzo. La sera riunì a se l’intendente egli amministratori provinciali, informandosi di tutte le particolarità che riguardavano il più importante ramo di pubblica utilità; e non interruppe per poco queste sue occupazioni, che per osservare da un verone del palazzo la principal festa della città, che ricadeva appunto in quel giorno.

Trattenendosi iu Bari Ferdinando, quivi si recò il presidente de) consiglio provinciale della Terra d’Otranto a presentare gli omaggi degli abitanti di quella provincia, ed a manifestargli l’entusiastico desiderio della Leccese popolazione per vederlo attraversare quelle immaginose contrade. Il Re accolse con amore quelle testimonianze d'anello, e come per allora gli affari di Stato lo affrettavano a riedere a Napoli, promise che avrebbe fra poco sodisfatto al desio di quella culla provincia.

Intanto il giorno nove maggio Ferdinando, di buon mattino prese commiato, dopo altra pubblica udienza, dalla commossa popolazione Barese; e lasciando di se testimonianze di beneficenza verso i poveri, di clemenza verso i detenuti per colpe comuni dell’intiera provincia, e di giustizia verso chi ne mostrò bisogno; si avviò a percorrere le civilissime città sorelle,, che siedono sulle famose rive dell’Adriatico.

La prima città che s’incontra sulla riviera anzidetto dopo Bari è Giovinazzo. Quivi le dimostrazioni non furono seconde ad altra comunità verso il giovanetto Sovrano. Egli scese e volle visitare l’orfanotrofio della provincia ed opificio insieme, che porta il nome di Francesco I. Venne ricevuto al suono di banda militare. Prese colà di ogni bisogno minuto conto; e dando ascolto ai reclami di quella gioventù meccanica ed artistica, emanò sul luogo severi provvedimenti per supplire a talune mancanze e per reprimere quegli abusi, che richiamarono la sua attenzione; e quindi diede ascolto di clemenza e di giustizia alla popolazione del paeseDopo breve distanza da Giovinazzo, giunse a Molfetta, città anche troppo nota pel suo commercio e per gli svegliati ingegni, di cui fu sempre ricca nelle scienze, nelle lettere e nelle arti Essa sorge appo l’antica Respa, e la cronaca vuole che venisse edificata da' seguaci di Costantino che furono ad ergere Costantinopoli su le rovine di Bisanzio. Scese al Duomo, quindi si recò a visitare quel sempre illustre seminario, che fra tanti preclari nomi ricorda un Poli ed un Giovine; e rendendo soddisfatti di ogni Sovrano volere quella giubilante popolazione, fra le acclamazioni universali ne parti.

Sempre costeggiando il lido Adriatico, dopo cinque miglia giunse a Bisceglie, città antica la cui origine si perde be’ secoli più lontani, che vanta l’albero della quercia datogli da Roma per emblema del municipio; a cagione che se era legge latina onorare d’un serto di quercia ogni cittadino, che salvalo avea la vita ad un uomo; or l’antica Viqilia, o Vescelle (dista oggi dall’Ofanto quanto distava negli anni di Plinio, che ne parla come città forte a' tempi della battaglia di Canne, lib. III, cap. XI), sedendo a cavaliere di quella riviera, ed avendo costume di far la veglia sulla costa di mare alle città vicine per le incursioni de' nemici e delle razze barbare, venne onorata da Roma antica dell’anzidetto illustre civico distintivo. Tuttavia la sua giacitura non ismentisce la sua origine. Circuita di mura, di merli, di castella, di bastioni ciclopei, uno de' quali fondato da Federico II Svevo, quivi sbarcando reduce felicemente dalla Crociata, come di tre torri e del castello orientale, fatti costruire da Pietro il Normanno nel 105o; ed una di queste torri si ammira tuttavia svelta e gareggiante colle nuvole, dalla di cui sommità l’occhio governa più che l'intera provincia e moltissime leghe di mare; potrebbe essere pel Regno una posizione strategica nelle Puglie ed una valida cittadella marittima, come sentinella su quei mari. Dico potrebbe essere, giacché fra pochi altri. anni non io potrà essere più; per una certa smania vandalica di taluni naturali del luogo che ogni giorno più riducono a rovina quelle gigantesche muraglie, meraviglia degli oltramontani, per la miserrima idea di elevare meschinissime case; mentre quella città tuttogiorno è gravata di balzelli per pagare il prezzo delle sue mura a taluni antichi proprietari del luogo, ed à motivo di gratitudine all’energica giustizia di Ferdinando Il, che à ristretto di molto le pretensioni esagerate dei creditori, che ambivano allo spoglio totale de' redditi di questo comune, non à che qualche anno. Mi si perdoni questa digressione: l’amor di patria è santo, il benessere del loco natio è un sentimento, che non à guerra dalla tarla dell'oblio, specialmente quando si parla di utilità municipale, e di utilità del Real Governo.

Ritornando a raccontare il prosieguo del glorioso viaggio del Monarca, che giunse a Bisceglie; questa città ridente pe’ suoi poggi e pe’ suoi giardini, questa città che fu libera dalla servito Romana pe’ suoi privilegi, che fu sempre reggia nell’età feudataria, e sempre devota negli anni più difficili alla dinastia, che ci governa; accolse il suo Re con un trasporto di esultanza tutto proprio del vivace carattere di quei naturali. Chi conosce il vastissimo largo, che à quel paese circuito da' moderni edificii, può farsi un’idea come una intera popolazione composta di diciotto mila abitanti, attendesse Ferdinando, emanando un grido di evviva ripetuto con frastuono di gioia indicibile più e più liete. Non parlo dell’arco trionfale, della guardia urbana trascelta fra i notabili del paese, e dei tanti altri mezzi di ossequio che erano preparali pel passaggio del Re; ma intendo solamente tener parola di quella innumerevole popolazione riunita in un sol punto, in che gioia si stava per palesare 1 amor suo al giovine Monarca. E quando Egli si mostrò compiacente di attraversare la città e di vedere quel porlo, ricco emporio un tempo del commercio tra il Levante gli altri Stati d’Italia, ed ora degno di miglior sorte; il Re non à potuto dimenticare, che circondalo da tanta gente non era passabile toccar la ferra nel cammino, e che un quadro consimile di esultanza e di devozione, se non è unico, è raro. Ed io che mi onoro oggi di scrivere queste pagine, garzoncello allora a nove anni, fui testimone di quel magnifico quadro, ignaro della fortuna mia, e della clemenza senza limiti del Sovrano a mio riguardo IL’arcivescovo di Trani, l’ottimissimo de Francia, un tempo maestro di Ferdinando, si recò a Bisceglie ad incontrare il Re, e con esso giunse nella città di Tram, che vanta la sua origine greca da Tirreno, che fu polente a' tempi di Trajano; illustre pe’ fasti Borbonici nel 1799, ed illustre ancora fin dal io53, ch’era sede dei conti Normanni, ove tuttodì si ammira l’antico castello edificalo da Federico II, e destinato da Cario 1 d’Angiò ad accogliere in se le merci allora più ricercale e più rare; ove la sua chiesa metropolita, di sveltezza gotica, col suo campanile torreggiente, fantastico e di una elevatezza incredibile, venne eretta nel 1071; e dove l'antico porto rimembra i fasti italici, quando da esso partirono i campioni, che mossero alla conquista de' luoghi Santi, e da dove benanche mossero le innumeri navi ch’ebbero ad ardito condottiero quell'invitto Normanno, che seppe sfiacchire l’alterigia del Greco Imperatore.

Nell'arrivare a Trani il Re, fu accolto dai magistrati di quei tribunali e dalle autorità tutte civili e militari, e dal fedelissimo popolo di quella città. Scese alla chiesa metropolita per fare le sue orazioni, indi volle visitare il cennato castello, e poi si ritirò al Palazzo arcivescovile di sua residenza. La sera volle attraversare a città illuminala a giorno nonché il porto circuito di infinite fa celle. Il municipio Tranese per onorare la venuta del Principe avea preparata una splendida festa da ballo, invitando le cospicue famiglie del luogo, oltre quelle delle città vicine. Il Re volle intervenirvi, prendendo parte alle danze; e non è a ridire l’entusiasmo, che accrebbe al brio del convito.

La mattina seguente de' dieci, il Re accompagnato dal duca d’Ascoli e dai generali partì per Barletta, capoluogo del distretto di cui porta il nome. Illustre è quest'altra città per i nostri annali, specialmente per la coronazione ivi seguita dell’Aragonese Ferdinando, per l’assedio da quel Re sostenuto contro le armi di Renato guidale dal Piccinino, e per la special cura che ne prese l’imperatore Eraclio, cui si deve l’edificazione di quel porto, e di cui si serba ancora in quella città il colossale simulacro. Quella popolazione e quelle autorità accolsero il Sovrano fuori la porta della città; e le feste, e i ricchi parati, e le luminarie e lo giubilo si successero nelle più profuse maniere. Dopo aver visitalo le fortezze, il quartiere di artiglieria, e dopo aver chiesto conto ai direttori del genio e delle artiglierie d’ogni facendo militare, fece una scorsa per la città, soddisfacendo al desiderio dell’entusiasmato popolo, a! quale largì ogni possibile favore di clemenza e di giustizia. Visitato in ultimo il Lavoretto e l’ospedale, alle due ore dopo mezzogiorno si restituì in Trani.

Quivi recossi ad osservare l’edificio de' tribunali, e spedì in sua nome alle prigioni centrati i generali, arrecando grazie d’ogni maniera. Dopo questo, si mise a raccogliere indistintamente le suppliche di dii facea bisogno, non solo per Trani ma per altre città, decretando nel giorno istesso le dimande ricevute. Là sera prese parte ai tripudi, che quella gente esultante gli apparecchiava nel teatro»

Nel mattino seguente, cioè, degli undici maggio, lasciò Trani nella maniera la più affettuosa, e si rimise sulla strada di Barletta. Al ponte dell'Ofanto montò a cavallo e proseguì il cammino per' la sua proprietà di Tressanti. Per istrada, volendo il Re cedere alle brame del comune di Casal Trinità, onde vederlo tra le sue mura, vi acconsentì; e trovò di che commuoversi nella letizia di quella popolazione, che poi nel partire del Monarca in folla lo volle accompagnare per tutto il cammino, e dopo miglia a sua istanza lo lasciò.

Recatosi a Tressanti, si mise a girare quella vasta tenuta di sua privata proprietà; osservò le razze de' cavalli; si occupò ad altri rilevanti oggetti di quella amministrazione coi marchese Cappelli, che la dirigeva, e la sera si restituì in Barletta, incontrando sulla via oltre a 400 carrozze con cerei accesi, chele persone di dentro recavano. Le mura ed i bastioni della città erano illuminati; ed un fuoco artificiale rallegrò il giungere del Re, dando così l’avviso del suo ritorno a quella giubilante popolazione, che in un attimo rese illuminata la città e corse ad incontrarlo, tra gli evviva. Una magnifica festa da ballo cui il Re volle assistere, arricchì benanche delle ave gioie quella notte. La mattina seguente, 12 maggio, si diede il giovinetto Principe ad altra pubblica udienza, ed a riparare con coraggio e con serenità, tutti que’ bisogni di giustizia e di pubblica amministrazione, che urgevano ira le popolazioni del distretto e della città. Trascorso il mezzodì, accompagnalo da' generali Salluzzo e Gaetani, non che dall’intendente della Provincia; volle vedere le Reali Saline, ove si ammira specialmente un canale ingegnosamente costrutto per guarentire le nuove e le vecchie saline dalle formidabili innondazioni del fiume Ofanto. Si rinvenne quella strada adorna di festoni e di archi trionfali, il cav. de Gemmis, direttore del luogo, corse co’ suoi subalterni ad incontrarlo unitamente agli abitanti di quella contrada. Il Re percorse a piedi quel luogo, volle vedere le operazioni della confezione de' sali, ed accolse con interesse le suppliche di que’ lavoranti, onde rimettesse i lavori sospesi di quell’anno. Ma quel che più ricorda la gita di Ferdinando alle Saline, si è lo stato miserevole di que’ travagliatori colle loro famiglie. Questa gente meschina abitava sotto deboli capanne, esposta a' rigori dell’inverno ed a' calori estivi, ove per lungo tratto di strada i miasmi del disseccato fiume erano cagioni di malattie mortali in ogni anno. Ferdinando fin d’allora meditò il grande pensiero di far sorgere un paese, che raccogliesse queste famiglie; e già da molti anni la Real Colonia di S. Ferdinando (già grossa borgata) è surta come per incanto a tutela di migliaia di persone; ed oggi che scrivo, cresce ne suoi miglioramenti di fabbriche e di pubblica economia, mercé le solerti cure amministrative del sotto intendente di Barletta, che la dirige per sovrana benemerenza, il cullo ed onesto giovane Nicola Santoro. La sera il Re fece ritorno a Barletta.

Una deputazione del municipio di Cerignola avea supplicalo il Re fin da Trani, onde avesse felicitalo di sua presenza quel Comune. Il Re vi accondiscese; ed il giorno 13 maggio si avviò da Barletta per Cerignola di buon mattino. Giunto al bivio, ove una strada mena alla città e l'altra a Tressanti, quivi volle far ritorno, onde meglio perfezionare quell’amministrazione di sua casa. Verso il giorno giunse a Cerignola, ove l’attendeva il suo seguito. Venne ricevuto dalla guardia urbana a cavallo, e le esultanze della popolazione non furono seconde ad altre. La città s’illuminò la sera; le feste e le gioie furono di massimo lusso in un comune, ove l’industria fa ricca la classe de proprietari. Il Re al solito, dopo aver preso pensiero de' carcerati e de' poveri, si diede a sentire i bisogni di quel popolo esultante.

Oltre Casal Trinità e Cerignola, anche il comune di Ascoli chiese, ed ottenne promessa dal Re di esser visitato, essendo questi paesi non segnati nell’itinerario del suo primo viaggio. Infatti appena fu giorno nel dì seguente, Ferdinando accompagnato dall’entusiasmo del buon popolo di Cerignola fino al luogo detto S. Giovanni, si accommiatò intenerito da tanta divozione. Quivi amò vedere le rinomate razze di cavalli de' fratelli Zezza, memore di quelle che avea osservate in Bisaccia. Indi poi montò a cavallo col suo seguito, ed in tal modo giunse in Ascoli, ove venne accollo da quella popolazione, avente alla testa il Duca che si nomina da quel paese, e che accompagnava qual cavaliere la Maestà Reale, m unione del sotto intendente di Bovino e delle autorità di quel municipio e del clero. La città era parata di verdi intrecci di quercia e ai alloro; e non è a dire il giubilo di quella gente nel vedere il Re girare, confuso in mezzo ad essa, i sili migliori della comunità, finché si ritirò nell’antico ed isterico palazzo ducate. lì Re volle, girare quelle campagne, per vedere l'industria di que’ luoghi; e fra l’altro animò con parole lusinghiere que proprietari, che si erano dati alle razze de cavalli, onde veder prosperare questo ramo tanto utile e necessario. Fece visitare in suo nome le prigioni, l’orfanotrofio e l’ospedale di quella pubblica e prospera beneficenza, largendo grazie e soccorsi. La sera si occupò a ricevere le dimanda di chi aveva bisogno del sovrano potere; e la mattina del t5 maggio se ne partì pel real sito di Santa Cecilia, onde riparare a varie urgenze amministrative di sua proprietà.

Il giorno istesso Ferdinando si recò a Foggia, capoluogo della provincia di Capitanata. Questa ricca città sorge presso le ruine dell'antica Argirippa o Arpi, della quale veggonsi ancora le reliquie a qualche distanza. Essa è poeta in mezzo a vasta pianura, arrendo ad Oriente il mare; e divisa da questo quasi rocca infrangibile, dal monte Gargano, che la natura arise come muro divisionale tra le onde dell’Adriatico, e le onde delle biade che si muovono ora verdi, ora dorate per molte miglia su quel vasto piano. Ad Occidente guarda il fiume Cervaro, al Mezzodì i monti della Basilicata, ed a Settentrione i monti del Sannio e degli Abbruzzi. Foggia può dirsi il più abbondante granaio di Europa, ed il più gran magazzino di formaggi e di lane, che sia in Italia. La sua industria di ammali, ed in ispecie di vacche, pecore e cavalli, attira gli esteri negoziatori a’ suoi mercati. L’imperatore Federico la elesse sua sede, ed ivi convocò nel 1240 i Baroni del Regno, i quali vennero anche ivi convocati nel 148o da Ferdinando I d’Aragona. Carlo I d'Angiò (X Re di Napoli) fece pur residenza in questa città, dopo i disastri del Vespero Siciliano, e dopo la perdita di una battaglia navale in Sicilia per mano di Ruggiero da Loria, che fece prigioniero, il Principe di Salerno sue figlio, in olocausto della prigionia che soffriva Beatrice figliuola di Manfredi; e quivi mori a 7 di gennaio del 1285. In Foggia benanche si tenue l'incoronazione del Re Manfredi; e le feste che vi si diedero lussuose, vengono descritte dal Malaspina. Il municipio di questa città cercò ripetere simili isteriche feste nel giungere di Ferdinando Il, mentre, per fortuna correva la fiera nominata, ricca d’innumeri forestieri.

Accolto il Re in mezzo alla calca di gente dalle autorità primarie del luogo, ebbe primo pensiero di visitare quella Basilica di S. Maria Icona Vetere, antica e chiara abbastanza. Essa Cu fondata da Roberto Guiscardo ed abbellita da Guglielmo II. la essa si onorano le ossa degli eroi della fede Guglielmo e Pellegrino. Sul limitare del tempio otto decurioni lo accolsero sotto al pallio con quel clero, e dopo presa la benedizione del Divinissimo, volle orare nella cappella della Icona Volere, ove già nel 28 giugno del 1797 erano state solleunizzate le prime nozze dell’augusto suo paure Francesco I.

Bisognerebbe avere un’idea della città di Foggia nei giorni di fiere, per poter trascrivere adeguatamente il quadro spettacoloso che presentava tanta gioia di immenso popolo unito insieme.

Il Re prese stanza nel palazzo reale, come chiamasi il fabbricato ov’è stabilita oggi l’intendenza, per essere stato il locale che da lustri i Sovrani Ferdinando I e Francesco I, in varie epoche e circostanze aveano dimorato.

La sera ricevé i funzionari d’ogni grado, il clero, le comunità religiose ed i notabili, mentre le luminarie rischiaravano a giorno la città. Prese pensiero al solito de' poveri e de' detenuti. Dopo si recò a quel magnifico teatro, lustro della civiltà Foggiana, ove a fausta memoria venne dato un allegorico spettacolo, al terminar del quale comparve in vago trasparente la sua effigie in atto di sollevare l’agricoltura e la pastorizia, mentre un nembo di fiori e di poesie laudative fu gittato dall’alto, in mezzo a stuoli di uccelli messi in libertà.

Nel giorno seguente, 16 maggio, il Re uscì a cavallo col suo seguito, onde attraversare il piano della fiera. Quivi si diede alla conoscenza di tutt'i rami della patria industria, prendendo la parola con la gente che trafficava ne negozi, e così immedesimandosi in ogni bisogno o miglioramento che facea uopo della mano potente del real Governo; e contentò ognuno che per pubblici o privati affari gli presentava suppliche. Dopo fece una gita a sei miglia distante, onde venerare il rinomato Santuario dell’Incoronata.

Nelle ore vespertine voile percorrere la pubblica villa, delizioso Stabilimento che adorna quella città, e poi assisté da un padiglione espressamente costrutto, a due corse di cavalli, che si eseguirono al lieto suono di banda musicale. La sera riprese il disbrigo degli affari amministrativi della provincia, nonché delle pubbliche udienze a chiunque si presentava; in ultimo ricevé le deputazioni de' comuni diversi, e si trattenne in peculiar modo con quella del municipio di Sansevero, essendo delta città su d’ogni altra memorabile per istraordinari fatti, che la contraddistinsero per principi monarchici e nazionali ben disimpegnali nel 1799, col tener fronte all’audacia di straniera occupazione armata; e si mostrò dispiaciuto, che per la brevità del tempo non potea visitarla.

La mattina del 17 maggio si recò a Lucera, la città illustre sotto tutte le dinastie che anno avuto scettro in questo Reame. Avvenne a Lucera, per accogliere degnamente il Re, quel tanto di lusso e di brio avvenuto nelle altre cospicue città pugliesi; e solo non possiamo passar sotto silenzio un vaghissimo orto pensile eretto sullo spianato della cattedrale, bellamente fregiato di statue e trofei. Fu prima cura di Ferdinando mandar i generali in unione del procuratore generale di quella corte criminale a far visita in suo nome alle prigioni centrati, ed a spargere consolazioni alle derelitte famiglie. Dopo aver visitato la lucerina Basilica, si portò il Re ad osservare quel magnifico castello, che dopo tanti secoli, nei suoi diruti avanzi tutto giorno appalesa ed il pregio romano e la possanza Sveva. Quivi si trattenne a fare le sue accurate osservazioni militari, paragonando l’interesse di guerra difensiva della gagliardìa latina e della forza del medio evo, sulle opere di fortificazioni, co’ tempi attuali. Accolse prima a se d’intorno, la magistratura di quella provincia, le autorità tutte civili militane religiose, indi si occupò d’una pubblica udienza. In ultimo,dopo aver visitalo il collegio ed aver messe le sue cure per gli studi e la morale di que’ giovani, diede un lieto commiato a quella popolazione ritornando a Foggia, ove ricominciò le udienze per soddisfare a' bisogni de' co munì, che non potea visitare.

La mattina de' 18 si recò a Manfredonia, stupenda posizione marittima del nostro Adriatico, e città che ricorda l’antica Siponto, appo cui la eresse il Re Manfredi, eternando il suo nome. Venne accolto dal popolo e dalle autorità con quell'entusiasmo, che era nato nel reame tutto, appena ascese al Trono. Dopo aver compiuto i suoi alti religiosi, volle visitare il castello ed il porto, e tra lo acclamazioni salì di là al Monte S. Angelo, per recarsi al comune di questo nome, celebratissimo pel santuario dell'Arcangelo S. Michele. Da che la strada si rese rotabile, Ferdinando fu il primo Sovrano, che la battesse; ed era spettacoloso guardare dal basso le popolazioni montanine, che ansiose attendevano da su quelle alle rocce il loro amalo Re. Visitato quel Santuario, ricevé il clero e le autorità del luogo, e tenne una pubblica udienza per chi no facea istanza. Si occupò quindi degli affari amministrativi, vedendone bisogno; e colmò la universale letizia per aver trovato i mezzi più adatti a disgravare co’ fondi comunali, quel municipio, della metà del dazio sul macino, che rimaneva ancora, dopo l’abolizione dell’altra metà in virtù del decreto degli n di gennaio 1831.

La mattina de' 19 maggio il Re si restituì in Manfredonia, ove intese in udienza altre persone; e lasciando. suoi ricordi ai poveri, ritorno fece in Foggia, ove assistette ad altre feste,che quegli abitanti gli offrirono: indi prima di muoversi a partenza, volle dare un’altra pubblica udienza, e benedetto ed acclamato proseguì il suo cammino, accompagnato dai notabili della città di Troia,che aveano ottenuto dal Re di poterlo seguire a cavallo come guardia di onore.

La popolazione di Bovino, capo luogo di Distretto, avea eretto al ponte nella via regia un magnifico arco trionfale; ed a tre miglia dall’abitalo crasi colle autorità locali recala ad attendere il Re, il quale non potendo più alterare il corso del suo venire a Napoli, si limitò ad accogliere i voli e i bisogni di quei naturali, e se ne parli Ira le acclamazioni universali.

Nel giungere ad Ariano, capo luogo di distretto del Principato Ultra, vide quella popolazione montanina corrergli intorno con rami di ulivo. Entrando la città, un ricco padiglione fiancheggiato da archi e piramidi, accolse il Sovrano ed ivi ricevette gli omaggi delle autorità: nella sera de' 19 maggio vi fu grande illuminazione. Il giovine Monarca si trattenne a dare udienza pubblica, prendendo cura de' bisognosi e de' carcerati, non che delle parli del ramo amministrativo ai quel distretto.

Con non minore impazienza veniva egli atteso, presso la cappella di. S. Michele dal comune di Mirabella. In quel sito erasi formata una porta, su cui vedeasi rappresentato il campo Mirabellano, sormontato da una regia bandiera. Alla distanza di cinquanta passi sorgeva un militar padiglione adorno di verdosi pampini; in altro luogo un trionfo di colonne e di archi a sottiI lavoro di bianchissima paglia,ed in istucco si distinguevano indicati vari trionfi; indi succedevano diverse scene colorate, che menavano ad un passaggio di villa. Dopo qualche tratto eravi una specie di anfiteatro in cui si osservava una galleria ed un Trono, con paramenti a damasco, con veli ricamali a frange d’oro. Eleganti apposite iscrizioni fregiavano questo parato. Spari di allegria, musica, fiori a nembo, volo di globi areostatici ed altro, copiosamente venne ivi eseguito per. ben accogliere il novello Sire. E Ferdinando fu commosso di cuore nel mirare la pompa, che offri vagli con. tanto trasporlo quel piccolo comune!

Da Mirabella a Grottaminarda, la via consolare vedeasi gremita di popolazioni scese da' monti vicini, vestite a festa, con fiori e rami di olivo nelle mani, alternando i più entusiasti voti di affetto e di speranza. In quest'altro paese eransi recali i notabili dei comuni appartenenti al distretto di S. Angelo de' Lombardi e di altri luoghi adiacenti. All’entrare del municipio vedeasi formato un arco ai trionfo, e varie macchine erette lungo la via, che dovea percorrere il Re; leggiadra era una villa sparsa di fontane, che parte acqua e parte vino versavano, opera privata della distintissima famiglia Ciaburri de' baroni di Ginestra, già tradizionale per l’attaccamento illimitato alla dinastia Borbonica, da più generazioni, con preclari fatti. Le pubbliche udienze, le grazie e le beneficenze di Ferdinando sparse su tutti, furono le ricompense di tanto pubblico interesse.

I proprietari di Montefredine corsero pure all’incontro del Re, ed eressero un arco trionfale nel luogo della strada consolare.

Con eguale zelo i possidenti di Atripalda e de luoghi di quel circondario costrussero anche sulla strada un arco maestoso di gotica architettura, con altri piccoli archi, il tutto fregiato d'iscrizioni e di ghirlande. Una compagnia di persone ragguardevoli a cavallo, unitamente alle autorità, mosse all’incontro, ed ottenne il piacere di accompagnarlo fino ad Avellino.

Non è a dirsi gli apparecchi e le feste,che si ebbe il Re in questa civilissima città,che rappresenta il Principato Ultra. L’intera popolazione corse ad incontrare l’amalo Monarca, preceduta da quell’intendente, dalla magistratura di que tribunali e dalle primarie famiglie. La sera intervenne al teatro, ove il municipio avea chiamato appositamente da Napoli la drammatica compagnia dei fiorentini. A nulla valse la rinomanza di quegli artisti. Il pubblico non prendeva altro interesse, che guardare il suo Re ed acclamarlo ad ogni momento. Ferdinando benefico sempre, non partì da Avellino senza aver consolato i carcerali; lasciò una vistosa somma ai poveri della provincia,un ampio indulto emanò pe’ detenuti di questa medesima provincia,come avea praticato per le altre che avea visitate; e dopo d’aver inteso e soddisfallo ai bisogni di chiunque erasi presentato, prese la via per giungere alla capitale.

Dando termine a questo capitolo de primi viaggi del Re Ferdinando II, nelle province del reame, non crediamo obliare un altro particolare, per dir tutto intero il racconto.

Nella supposizione che il Re da Avellino si fosse restituito alla capitale nel giorno 21 maggio, l’abate generale, ordinario di Montevergine si era preparalo a trovarsi nel cammino regio di quella giurisdizione, prossimo al comune di Mercogliano che a quello di Avellino scende, per incontrare il Sovrano con la sua religiosa famiglia e i clero di Mercogliano, Valle ed Ospedaletto, in unione de' pubblici funzionari e delle rispettive popolazioni. Molli apparecchi di festa eransi usati; ma essendo sopraggiunto l’annunzio che il Re nella sera stessa del 20 sarebbe partito da Avellino, così l'abate. seguito da notabili ecclesiastici,si recò a presentare nel capo luogo della provincia i suoi voti, a nome di quelle popolazioni.

La nostra penna è tentala di riepilogare le impressioni famose d’un Re, entusiasta pel pubblico incremento, e di tante popolazioni civilissime,che gareggiarono giustamente nell’accoglierlo in mezzo ad esse; non che riunire i gloriosi risultamenti, che si ebbero, come bella conseguenza d’un sì importante proponimento di Ferdinando II. Ma amiamo riserbare questo quadro toccantissimo per se stesso, dopo che avremo enarrato distesamente la continuazione di questa ricca visita di famiglia, per altre province del Regno.


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CAPITOLO XLI

Prosieguo de' viaggi del Re nelle province del Reame. — Utile proponimento di visitare la Sicilia ultra Faro. — Arrivo a Palermo, commozione ed entusiasmo di quel popolo, festa di S. Rosalia, funzioni del Re nella chiesa metropolita, incremento civile e militare che adduce la sua visita a quella città. —Gita a Trapani. — Sua visita a Messina. —Sbarco a Catania. — Da Catania a Siracusa. Indi a Reggio di Calabria. Di bel nuovo a Messina, passando per Milazzo, e ritorno a Napoli.
Caldo ancora il petto delle dolcissime rimembranze raccolte dal giovinetto Sire delle Due Sicilie nella sua visita di famiglia, fatta a ben cinque province de' suoi Stati; convinto dell'immensurabile profitto che trae un Monarca nel recarsi di persona a medicare i bisogni de' suoi popoli, e dell'utile che riceve la possa morale su cui si eleva lo spirito pubblico, specialmente appo un Governo, colmo di vita, di progresso e di giustizia, pari a quello ch'egli per istudio tutto proprio avea fatto sorgere salendo sul Trono; appena ebbe preso riposo dopo sì lunga e defatigata corsa del suo primo viaggio da noi ammirato, si mosse senza fasto e senza avviso di sorta per la Sicilia Cisfarana.

Recò con se il fratello Principe di Capoa, il ministro della guerra e marina Fardella, il tenente generale Salluzzo, i brigadieri Gaetani e Lecca, due uffiziali di ordinanza capitani Statella e di Sangro, un capitano dello Stato Maggiore, e 'l suo segretario Caprioli: due cavalieri, Tarallo e Sancesareo, seguirono il suo fratello. Dopo i primi giorni di luglio del 1831 s’imbarcò col breve suo seguito sul vascello il Vesuvio, e avviandosi per le acque di Palermo.

La Sicilia è la terra classica per lunghi secoli nella storia. Regina de! Tirreno, valida cittadella delMediterraneo, sentinella avanzata dell’italiana penisola, è un corpo necessario all’integrità ed indipendenza del napoletano reame e di se stessa. Le sue città sono memorabili per fasti antichi di valore e per glorie civili del presente. I suoi porti, le sue fortezze, i suoi monumenti, i suoi poggi ridenti, le sue ubertose campagne, il suo tremendo Vulcano che gitta fuoco sulle nevose creste alpine, mentre si circonda di fragranti giardini alle spalle fino ai piedi suoi, ove giace signora del mure la gentile Catania: tutte queste cose insieme, costituiscono le maraviglie di quella vasta isola. Ma la meraviglia maggiore di quella nostra terra sorella, sta nell'immaginoso popolo che Tabi fa, ne’ superbi ingegni che à sempre donato alle scienze alle lettere ed alle arti belle, dall’immortale Archimede al dolcissimo abbate Mele, poeta del cuore, e precursore del genio armonico di Vincenzo Bellini e della tenera lirica di Felice Bisazza. Peccalo che una gente sì gagliarda e sensibile possa avere nemici inesorabili che spesse fiate la urlano su di una meta letale a' propri interessi, attraverso il prisma ingannevole delle utopie, velate di gemme politiche, per indi tradirla ed abbandonarla, dopo di averla insanguinata e resa povera repulsa, sull'orlo di un abisso di sciagure. Né io, né la storia di tutti i secoli, facciamo meraviglia di ciò che è una legge. Ed è legge che ogni beltà è soggetta alla seduzione; mentre la venusta Sicilia è troppo bella per se stessa da non rimanere sedotta, serbando sempre però un cuore degno di ricalcare orme virtuose, rotto il fascino dell'inesorabile che la sedusse.

E Ferdinando, animato da nobilissimi proponimenti governativi si muove per rivedere Palermo, la città' capitale di tante vicissitudini e di tante gloriose dinastie; la terra che lo. vide nascerenon & che venti anni; dove sono riunite le più soavi rimembranze della sua infanzia, mentre un popolo fedele alle sventure del suo Re, ed un Re coraggioso ed immutabile per la sorte e per l’indipendenza del suo popolo, con eroici scambievoli sacrifici per quasi due lustri (1806, 1815) seppero star fermi innanzi a due colossi,, uno de' quali gli cruciava internamente, e l’altro gli sfidava dalle vicine Calabrie e dalla lontana Spagna.

Ed ecco che il Vascello il Vesuvio giunto venti, miglia distante da Palermo, per mancanza di vento non può muoversi. Fu allora che la città avvertì la sorpresa che amava farle il Monarca, e inun baleno la notizia corse su tutta la Sicilia, e si vide (spettacolo incredibile) le città più lontane levarsi a festa e correre ai templi per render grazie a Dio del favore che il giovine Re, palladio di tutti i cuori, facea, avvicinandosi a Palermo; e prima eh egli vi giungesse, da tutti i punti dell’isola si spedivano da' municipi deputazioni per complimentarlo, a nome delle popolazioni.

Palermo già erasi accresciuta di abitanti; e l’intera popolazione si stava agglomerala sulla marina trasferita materialmente, mentre ogni sguardo con italiana e meridionale impazienza, era fisso sul legno lontano che non vedeasi avvicinare. Ma all’alba del giorno 11 di luglio la smania universale si rendeva eccessiva, giacche erano scorsi tre lunghi giorni estivi, senza che un vento amico spingesse alla festante riviera il vascello., che tuttavia distava venti miglia. Quando, giungendo da Messina il periodico pacchetto a vapore il Francesco I, tosto il Principe Luogotenente, spinto anch’egli da fraterna impazienza, s’imbarca sullo stesso, che non dipende dagli elementi, e muove tra le acclamazioni di tutti, incontro al Re: mentre Ferdinando, impaziente egli medesimo di noa poter arrivare a Palermo da più giorni per mancanza di vento, si era già arrischiato su d’una lancia, che il legno a vapore raggiunse, e così potè in breve ora metter piede sulla terra nativa.

Non può esprimersi con parole l’istante, che il Re giunse a quella capitale. Già centinaia di barchette stivale di persone d’ogni condizione, eran corse ad incontrarlo tra le grida più affettuose, e divise in due gruppi accompagnarono fino allo sbarcatojo il legno à desiato, in un modo più che trionfale, mentre lo giubilo dai mare si ripeteva sul lido, e dal lido su tutta la città.

Il Senato prestò i primi alti di ossequio al giovinetto Re, mentre le primarie autorità di Stato l’aveano fatto prima, accompagnando il Principe Leopoldo sul vapore. Ma l'indicibile calca di popolo, che s'impossessò caramente di Ferdinando, ed il quadro inesprimibile, che presentava quella scena, non so se il pennello più ardito è capace di ritrarre, ma conosco, che la parola non può giungere a descriverlo. Diciamo solo che ad onta di ogni mezzo praticatosi per impedire che si togliessero i cavalli dalla carrozza del Re, la calca vinse; ed in un attimo i cavalli disparvero ad ogni sguardo, e la carrozza venne tratta, si può dire, più dall’impeto della massa compatta, che a mano della stessa, fino alla chiesa metropolitana, ove il Re ed i suoi fratelli presero la benedizione. Terminala la pia cerimonia, nulla valse a trattenere la moltitudine dal rinnovar quell’alto di verace trasporto di amore, e la carrozza venne anche dall’arcivescovado tratta nel modo stesso al Palazzo Reale.

Quivi pervenuto, venne obbligato dagli evviva a mostrarsi sulle logge, da dove scorse sul volto della moltitudine fedele, stretta nel vasto sottoposto piano, la gioia universale, mista alla gratitudine la più sentita in animi naturalmente sensibili ed entusiasti. Ma ecco che Ferdinando non si fa vincere dalle feste; né ivi si recò per esigere solamente i meritati applausi. La legge che à imposto a se stesso è farsi ricco del tempo, mercé il moto e la fatica. Prese lieve riposo, montò a cavallo co’ fratelli e col suo seguito e corse ad ispezionare i vari corpi dell’armata quivi stanziati; e dopo esalto e minuto esame, fermatosi sotto la statua dell’augusto suo padre, che sorge sul corso della marina, fece sfilare innanzi a se le colonne. La folla spettatrice era immensa; e quando il po polo dalla sponda del mare volle passare all’altra parte por circondarlo ed acclamarlo, egli con un cenno rimosse gli ostacoli che mettevano i soldati, volendo rimaner solo in mezzo al popolo per più tempo.

La sera ricevé gli omaggi della Real Camera e del Senato. La città ad un tratto si vide illuminata, cosi ogni famiglia poter appalesare esternamente l’interna compiacenza per l’arrivo del Re; e avendo voluto assistere al teatro di musica, il pubblico non gli fece ascoltare altra rappresentazione se non che i suoi continui evviva.

La mattina del 12 luglio, all’alba si recò a cavallo al campo d’istruzione, ove volle far manovrare la cavalleria; indi passò ad ispezionare l’ospedale militare di S. Francesco Saverio ed il quartiere di S. Giacomo. Inopinatamente giunto, volle chieder conto dell’amministrazione e del governo de' medesimi. Esaminò scrupolosamente il vestiario, e la nutrizione del soldato, così nello stato di sanità come in quello di malattia. Premiò e corresse le cose a seconda di ciò che la disciplina e la giustizia imponeva, senza riguardo di chicchessia.

Compenetrato intanto il suo cuore dalla gioia ed affezione del buon popolo della buona città di Palermo, appalesata in modo straordinario nel suo arrivo in quella. città, per suo atto di grata memoria, decretò che l’azione penale nascente da' delitti comuni, incolpati ai detenuti della valle di Palermo, rimanesse abolita; e che le pene correzionali le quali nella valle medesima trovavansi applicale per delitti comuni a coloro che attualmente le subivano, erano condonate; escludendo da tale disposizione, i giudicabili e condannabili per furto per calunnia ed altro, sempre saviamente in simili decreti non considerali. A quest’atto di clemenza, unì quello di spedire in suo nome a visitare tutte le carceri di Palermo, nonché il bagno nell’arsenale, e persino le correzionali e l’ospedale civile, due suoi generali, arrecando costoro delle somme pe’ detenuti bisognosi, e raccogliendo delle suppliche per motivi di giustizia, e confortando con soccorsi gl’infermi poveri. Per non ripeterlo più fiate, questi generosi atti sovrani vennero emanati benanche nelle altre province della Sicilia visitale dal Re dopo Palermo, come diremo, e persino nella provincia della Calabria Reggiana.

La mattina del 13 luglio il Re, seguito ognora dal popolo Testante, in unione de' suoi fratelli si recò prima a Bocca di Falco, indi a Monreale, celebre soprattutto per l’antico suo duomo, per le tombe de' Re che dalla fondazione della nostra monarchia regnarono in Palermo, e del famoso archivio sul quale terrem discorso altrove. Indi ritornato in città visitar volle lo stabilimento Pantolfina. E siccome in quel giorno si dava principio alle famose feste di S. Rosalia, così uscì a cavallo recandosi al palazzo del Duca d’Angiò per godere la sera il fuoco artificiale e prender parte alle religiose tradizioni del popolo.

La mattina del 14 dopo di avere ispezionalo il quartiere del Treno, passò a vedere l’Albergo de poveri, opera stupenda di Carlo III, e la Casa de' matti, filantropico monumento della pietà di suo padre Francesco I, rimanendo l'animo suo soddisfatto della esatta amministrazione che portavano innanzi i governatori dell’Albergo, come del metodo umanissimo del barone Pisani nel dirigere il secondo stabilimento; e nell’interesse del merito, ordinò che una pubblica lode in suo real nome si facesse ai governatori ed al Pisani. Il giorno 15 dal palazzo arcivescovile fu a vedere la corsa de' cavalli e la discesa del carro. La sera poi andiede a venerare le reliquie della Santa; indi la meravigliosa illuminazione della Villa della Marina del Foro Borbonico e della Strada Toledo, il giorno 16 si occupò prima di cose militari e passò rivista al corpo de' cacciatori della guardia reale. Visitò poscia il Real collegio Ferdinando, la casa de' Gesuiti, il Museo, il Gabinetto anatomico dell'Università e la Biblioteca di Casa Professa, tutto osservando, dando le più atte, risoluzioni, e con manierose parole incoraggiando la gioventù agli studi ed alla morale. La sera ritornò a prender parte al prosieguo delle feste religiose, indi colmò il brio d’una gran festa da ballo;11 giorno 17, in compagnia de' suoi fratelli, volle rivedere l’Albergo de' Poveri, indi lo stabilimento santo ed umano de' projetti, Poi la scuola di musica; e la sera assisté alla pia processione della santa patrona della città.

Intanto, dopo sedici anni (facendo un passo indietro, cioè al dì 15 luglio) la città di Palermo vide novellamente sotto le volte di quel tempio dove si consacravano i nostri Re, assiso sul Trono ivi eretto dai magnanimi Normanni, un successore di Ruggiero, un pronipote di Carlo III, circondato di tutta la pompa della Sovranità, assistere alla più sublime ed alla più solenne delle cerimonie, 1 privilegi esercitando in quel giorno che alla Monarchia Siciliana sono inerenti. Sarebbe colpa la nostra, rimaner vuota una storia contemporanea di notizie patrie tradizionali.

Tornando a dire, la mattina de' 15 luglio è il giorno festivo di S. Rosalia. Il Re si recò al tempio in treno magnifico, seguito dai suoi fratelli collo stesso corredo solito delle forme pubbliche descritto lira volta.

Sulla porta della chiesa fu ricevuto dal Pretore con tutto il Senato, da gentiluomini di camera e da altri grandi di Corte, ed il capitolo gli offrì l’acqua benedetta. Così entrò nel duomo e salì sul Trono che venne circondato ne' suoi vari gradini dalle differenti dignità di Corte presenti in Palermo. 1 fratelli si situarono in una tribuna dirimpetto al Trono, e ’l Pretore col Senato si mise sulla linea della tribuna.

Incominciala la messa, il Re s’inginocchiò e rispondea a bassa voce all’introito che il diacono assistente recitava al suo banco: quindi alla gloria si pose a sedere, e rialzatosi stiede in piedi fino all’epistola; durante la quale sedé di bel nuovo. Dovendosi cantare il vangelo, sei paggi con torce accese si posero innanzi al soglio, il Re stiede in piedi per tutto il canto, e dopo baciò il sacro libro recatogli dal diacono assistente. Al credo si sedé novellamente, ponendosi in ginocchio soltanto alle parole et incarnata, ecc. Dopo il credo si alzò dalla sedia, e ’l diacono assi stente col maestro di cerimonia della cappella si avanzò dinnanzi a’ gradini del Trono per dar l’incenso, il Re allora si pose il cappello in testa (una volta il diadema), e ricevé il saluto col capo coverto. Dopo di aver ricevuto l’incenso, si tolse il cappello, ed il diacono partì dopo fatti i saluti, e si portò a dare l’incenso a' Reali Principi. Al sanctus s’inginocchiò, ed all’elevazione scese dal Trono, e seguito dal Pretore, dal Senato, dal maggiordomo di settimana funzionante da maggiordomo maggiore e dal capitano delle guardie del corpo, andiede ad inginocchiarsi rimpetto all’altare su apposito genuflessorio. Risalì al Trono, e al pax Domini il canonico diacono portò sul soglio la sacra reliquia, e ricevé la pace, baciandola. Terminata questa cerimonia il Re si alzò l'ultima volta, stando in piedi fino al termine! della messa, e quindi il diacono recogli a baciare il corporale. Indi il clero lo accompagnò sul limitare della porta; e ‘l Pretore col Senato fino allo sportello della carrozza. Ripetendo noi questo rito della messa reale nel duomo palermitano, crediamo acchiudere in questa pagina la storia di più secoli della Monarchia del Reame. L’abbiamo detto e lo ripetiamo di nuovo, la visita di Ferdinando in Sicilia non ebbe a scopo un passatempo ed un vivere a lieto diporto, Le feste che si ebbe dalla città di Palermo eran vietate per suoi ordini, ma il pubblico volle vincere la. modestia sua. E se si accomunò alle letizie di que' giorni, lo fece per unirsi gratamente alla pubblica gioia ed alle feste religiose del popolo. Ma con tutto ciò non volle perdere un sol momento per contentare i bisogni privati e pubblici della gente siciliana.

La milizia venne ispezionata minutamente sotto tutti i rapporti di amministrazione, di disciplina, d'istruzione e di quant altro facea uopo vedersi da intelligente capo d'un’armata ch'è surta dal le sue cure. E dopo si diede a suffragare a tutte le inchieste legali d'ogni uffiziale o soldato. Volle sentire i reclami di tutte le deputazioni venute da' comuni dell'isola, mettendo a celere disbrigo governativo i bisogni e le lagnanze presentategli. Fino nei giorni delle feste di S. Rosalia, non vi fu una sera che fosse andato a letto senza d’aver inteso in pubblica udienza moltissime persone, ricordandosi di ognuno con miracoli di memoria (ben nota a' nostri contemporanei) e delle petizioni loro; cosicché era da non credersi come tanto lavoro e tante cure diverse si poteano praticare da un Re sì giovine, sì vivace, in mezzo all’incanto seducente che spiegava al bel vivere, l’aristocrazia palermitana e ’l popolo insieme. Ma terminate le feste, le sue cure governative superarono ogni metodo umano. Da mane a sera, col suo fratello,, col consigliere di Stato principe di Campofranco e con altri ministri e direttori, occupavasi ad avviare ogni necessitosa pubblica faccenda,, esaminando ad opera, infinite dimando raccolte da' sudditi e da' comuni. Eppure spesso si vedea girare Palermo, rivista re ogni pubblico stabilimento, e con esame rigoroso ed intelligente compartire la lode e 'I premio, la censura ed il rimedio.

Non gli lasciava altro ad osservare che la famosa abbadia cassinese di S. Martino vicino Palermo;. e si recò prima di partire ad ammirare quel vasto deposito di scienze ed arti antiche, cioè nei 21. luglio. In quel giorno istesso volte salire alla celebre specola astronomica che ricorda l’utile amicizia di Ferdinando I e del Piazzi; e minutamente si diede a chieder spiega del celebralo Cerchio dì Ramsdam dal direttore signor. Cacciatore, da. noi. descritto altra fiata. Dopo, si recò. a rovistare la fortezza di Castellammare, ispezionando il, locale, lo stato degli attrezzi, del presidio, delle munizioni e dell’approviggionamento. La sera prese parte ad uno straordinario e lussuoso festino che l'aristocrazia palermitana unita in gara di ossequio volle dargli e dopo la festa, mentre ognuno andava gioioso e stanco delle più vive emozioni, al riposo ed al sonno, Ferdinando parli dalle sale luminose di fiaccole, di lusso e di attrattive, con i suoi ministri e direttori, e si recò, al real palazzo pel disbrigo di taluni affari amministrativi, a cui dava molta dovuta importanza. Dopo preso lieve sonno, fatto giorno, s’imbarcò per arrivare a Trapani.

Il mare della città era coverto di pavesale barchette, quando giunse il leggo a. vapore che' conduceva il ben atteso Sovrano, fra le acclamazioni di quel popolo spinto su quei facili palischermi ad incontrarlo. Sbarcalo sotto un ricco serico padiglione, ricevé gli omaggi delle autorità del luogo, e dopo di aver orato nella chiesa de carmeliti, volle percorrere la città passando per un magnifico arco trionfale eretto da negozianti ed artigiani trapanesi. Rinvenne le strade, tappezzate di nobili arredi, e volle mettere stanza nel quartiere militare, ove si diede a far contento ogni individuo che volea esporre sue inchieste di giustizia o di grazia. Visitò poi i tribunali, la quadreria comunale, l’accademia degli studi, la chiesa di S. Lorenzo, l’arsenale, l’ospedal militare, le caserme della gendarmeria. Intanto volendosi dare ai pubblici affari, mandò i suoi fratelli a visitare le saline in compagnia del nobile trapanese tenente generale Fardella Ministra di Guerra e Marina, e spiccò altri generali in suo nome a recar grazie e soccorsi all’ospedale grande del comune, all’altro detto degli incurabili, allo stabilimento delle proietto, ed alle prigioni. Il giorno, dopo il disbriga dogli affari, volle osservare le fortificazioni della città, e la sera fra le universali luminarie, prese parte ad una gaia festa di ballo offerta dalla nobiltà e dai funzionari nel palazzo Senatorio. Nel di seguente (24 luglio) volle ammirare la biblioteca comunale, la scuola delle fanciulle, il lazzaretto e la fabbrica de coralli; ritornò a dare pubblica udienza, passò in rivista la guarnigione, e tra gli applausi commoventi dell’esultante popolazione di quell’estrema città italiana che guarda i lidi dell'Affrica, s’imbarcò, restituendosi a Palermo.

Ora un quadro ben diverso da quello degli 11 luglio si vede nella brillante popolazione della città di Palermo. 1 personaggi sono gli stessi, gli afflitti loro partono dall'istessa sorgente, ma le circostanze essendo opposte al primo, danno altro colorito alle loro posizioni, altro carattere alle loro fisionomie. Oh! la diversità. — Duecento mila persone erano giorni sono impazienti che il vento nemico non facea giungere col pensiero il vascello il Vesuvio al lido; ed ora ogni sguardo vorrebbe incatenarlo alla riva, mentre i venti gonfiano le vele! Allora si attendeva il Re, adesso il Re se ne parte. Ed il popolo palermitano mesto e silenzioso, svelava nel giorno 20 luglio 1831 il suo tipo assolutamente monarchico, dinastico e Borbonico, per poter rispondere anche al fatale anno 184 8, che il carattere a un popolo si può colla seduzione maligna maltrattare, distruggere non è possibile. — I contemporanei di Sicilia possono testimoniare oggi, che l’intiero popolo di Palermo fu tristo, pianse come a giorno di lutto vedendo partire Ferdinando II. — Sia di lezione una volta agli idrofobi politici d’oltremare, onde lasciarci in pace co’ nostri costumi lieti, colle incantale nostre riviere, co’ nostri giardini ubertosi, colla voluttà dei nostri roseti, coll’azzurro del nostro cielo, colla vita del nostro Sole.

Il giorno 26 luglio Ferdinando, commosso più che mai di animo e di cuore per la innarrivabile affezione della gente palermitana a suo riguardo, si approssimava alla cospicua città di Messina, in unione de' suoi fratelli, sul vapore Francesco I. — La folla di persone di quella popolazione, accresciuta delle genti dei borghi e della vicina Calabria, si era di buon ora stretta su quel l’ampio teatro marittimo. Il divieto che avea il comune dal Re, di non dispendiarsi per alcuna lesta a suo riguardo, fu di stimolo alla popolazione di festeggiarlo ne’ più splendidi modi. Uno straricco padiglione erasi eretto sullo sbarcatoio; e tutti gl'innumeri legni mercantili ancorati nel porlo si erano pavesali, e le ciurme rispettive vestite alla gondoliere, da su i pennoni ossequiarono il Re, mentre il suo vapore attraversava lo spazio di Porto Reale.

L'intendente, i generali, i capi della milizia e del civile, in compagnia del Senato della città, ossequiarono il cavalleresco Monarca allo sbarco, tra il rimbombo delle artiglierie de forti, e della Medusa Ira le opere di guerra, l’invincibile Cittadella, mentre il vocio delle masse compatte, contrastava col giulivo clamore, il tuono successivo de' bronzi di Marte.

Ma il più delicato spettacolo che colpiva l’arrivo in Messina del novello Sire, si fu che tutti que giovani implicati nella processore del 1828, i quali vennero condannati in Palermo dalla suprema commissione pe’ reati di Stato e che noi abbiam ietto amnistiati da Ferdinando salito appena sul Trono; questi tali piangenti di grandissima gioia vollero a forza staccare 1 cavalli dalla carrozza e condussero il real cocchio alla chiesa arcivescovile e indi al real palazzo, in mezzo alla calca di popolo con rami di olivo nelle mani e sotto una pioggia di fiori e rose che scendevano a nembi dalle finestre de' palazzi, addobbale di bianchi fini e rosse stoffe.

Il giorno si occupò il Re ad andar vedendo con i solerti suoi modi, i pubblici stabilimenti; e fra questi, il collegio d arti per la minuta gente; il palazzo comunale, (ove consentaneo sempre a principi di savia economia, ordinò che si fossero traslocale le segreterie dell'Intendenza e del consiglio generale degli ospizi); la reale accademia Carolina de pubblici studi nella quale osservò la pubblica biblioteca e il musco Peloritano; il nuovo ospizio de' stroppi, grand’opera di pietà di quel civilissimo municipio; ed il grande civico ospedale, parte del quale è destinata agli infermi militari; e dopo si fece ad ispezionare le grandi fortezze di quella piazza d’arme. La sera si diede al pubblico ricevimento, ad accogliere le dimande ed a tener pensiero delle cure amministrative e di giustizia.

Null'altro mancando a festeggiare il soggiorno del Re in quella ricca e prospera città, si volle far scendere la famosa macchina dell’Assunta, detta la bara, rito religioso di antica tradizione, su cui torneremo altra fiata di proposito. Intanto, al solito, l’aiutante generale Sai tozzi e ’l brigadiere Lecca comandante in secondo della gendarmeria, recarono nelle prigioni centrati i reali soccorsi e le grazie pubblicate in Palermo. In ultimo ricevé le deputazioni del clero e della città di Reggio nonché quella del distretto di Monteleone.

Da Messina gli corse la premura di vedere la cortese e lieta città di Catania, ove per via di mare giunse la mattina del 28. luglio. L’arrivo del Re in quella città venne contrassegnato da gioie e feste eguali a quelle descritte per le altre comunità siciliane. Il senato ed il popolo si disputarono il tripudio e i festosi mezzi usati per felicitare l’arrivo io quelle mura del giovinetto Sovrano. Le luminarie, gli archi trionfali, le feste religiose, i magnifici festini de' naturali del luogo, garrirono con la clemenza di cui si mostrò propizio il Principe pe’ detenuti, con la pietà che spiegò, per le povere famiglie, per le grazie e gli atti di giustizia che accordò indistintamente a chi facea uopo averne, ed in fine con le provvidenze governative che attuò operosamente su tutti i bisogni della provincia; fissando di mettere in opera fra poco ogni energico mezzo per esaudire i lunghi voli della popolazione Catanese, colla costruzione del porla marittimo. I pubblici edifici vennero esaminali pe’ loro incrementi venturi, le opere militari ispezionate, e le prigioni fatte visitare in suo nome.

Il di 29 luglio benedetto da tanti cuori, s’imbarcò da Catania per Siracusa, la città che conta le glorie antiche nel cerchio dei più remoti secoli, ove i ruderi li dipingono la sua grandezza e magnificenza d’un tempo, oh quanto lontano da noi. All'avvicinarsi del battello a vapore, quel mare si covrì di liete barchette divise in due ali, mentre la popolazione prorompeva in evviva da sa i spaldi delle batterie, ogni persona sventolando una bianca bandendola. Le feste furono stupende e stupende furono benanche le consolazioni largite dall'instancabile Principe. Dopo le cure pubbliche pel meglio della provincia, e terminale le affollate udienze; il Re si volle occupare a ragione di quella importante piazza di guerra e della guarnigione che l’occupava.

Indi non volle non ammirare quelle preziose antichità che a dovizia sono sparse in quelle vicinanze. Prese cura di migliorare la sorte di quell’orfanotrofio che non rinvenne asseconda le sue idee; ed applaudito ed ammirato, salpò l’ancora da quel porto, inviandosi verso il Faro, amando dare una dolce sorpresa alla città di Reggio, capo di provincia della Calabria Ultra prima, ove giunse all’alba del di 3 settembre. La sorpresa, la gioia, il caro tumulto di quella popolazione non è da dirsi; ed è troppo noto il brillante e sensitivo carattere calabrese, per pingere l’esultanza e le feste che avvennero. Fu a visitare il Castello, il Forte Nuovo, le caserme, il real collegio e l’orfanotrofio. Condonò la pena a' molti detenuti; concesse a poveri della città la somma di ducati. 600, altri duc. 200 fece pervenire al comune di Melito, ove intese esservi una fatale penuria; diede un ampia udienza, lasciò non pochi ricordi di giustizia, ed alle due ore dopo il mezzo giorno, si restituì a Messina fra novelli tripudi di quella gente. Passò le prime ore a ri vistare i corpi di guarnigione, e fece eseguire delle manovre. Accordò un'udienza ai soldati, indi ritornò a sentire altri petenti del luogo, e rimanendo meravigliata la gente, come un giovine potea tanto occuparsi di diversissime cose senza mostrar mai desiderio di, riposo e di liete e garrule cure; s'imbarcò per Melazzo co’ suoi fratelli, arrivando il giorno seguente; e dopo d’aver soddisfatto ad ogni desio di quell’altra città, prese imbarco sul vascello il Vesuvio col Principe di Capua, facendo partire sul Francesco I, per Palermo, il Conte di Siracusa: e tranquillo e sereno di animo, come non avesse fatto altro che adempito ad un altro dovere, senza insuperbire di se, ritornò a Napoli, valido di mente e di corpo, e come reduce da lieve diporto, avendo dovuto affrontare sì lungo andare e sì operose fatiche. La città di Napoli amava appalesare il suo giubilo pel ritorno dell’amato Sovrano nella capitale de' suoi domini con degne feste, ma ciò il Re prevedendo, Io proibì assoluta mente; La sera però, pensando alla smania che il pubblico avea di ossequiarlo (4 settembre 1831), non badò alla stanchezza che lo possedea e intervenne a S. Carlo. Appena ne corse la voce per la città, quel vasto teatro fu pieno di plaudenti spettatori che in mille modi spiegarono la loro gioia nel rivederlo.

Le somme largite dal Re a beneficio de bisognosi in Sicilia, almeno quelle che passarono per le mani delle rispettive autorità, senza poter conoscere le largizioni private; furono:

A Palermo duc. 3,000. A Messina duc. 1,000. A Catania duc. 1,000 A. Trapani duc. 600. A Siracusa duc. 6o0.

Dopo il fin qui detto, chiamando a testimoni del nostro racconto, i contemporanei delle province Ultra Faro; eleviamo un problema di altissimo diritto sociale ed internazionale; cioè, vi à gente più monarchica, dinastica e Borbonica della Sicilia e i fatti enarrati il dimostrano, a dispetto delle infide straniere, immani speranze.


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CAPITOLO XLII

Prosieguo de primi viaggi del Re nelle province del Reame. — Visita per la provincia di Terra di Lavoro; da Napoli a Teano, indi ad Arce, per Arpino ed Isola. — Abruzzo Aquilano; da Civita d’Antino all’Emissario di Claudio, passando per Avezzano e Tagliacozzo; indi da Civita Ducate nello Stato Romano, e infine ad Aquila. — Abruzzo Teramano; da Montarlo a Cervaro, e di bel nuovo nella Romagna; Teramo; indi Civitella del Tronto e Nereto. —Abruzzo Chietino; Chieti, suo distretto, Pescara, ritorno a Chieti. — Roccaraso, e Castel di Sangro; indi Rionero ed Isernia di. Molise — Ritorno a Napoli.
Reduce nella capitale delle Due Sicilie il cavalleresco nostro Principe, si diede a tutt'uomo per mettere in opera d’immegliamento governativo presso i suoi Stati ogni bisogno civile e morale che avea visto mancare dell’intuito nelle comunità da lui visitate, o almeno che avea rinvenuto mal regelato o coverto di oblio nelle istituzioni fondamentali. Scorso meno di un anno, amò riprendere le sue gite che tanto utile ai popoli ed allo Stato aveano di già rendute. Il sole di luglio è ardente, le giornate son lunghe e scottanti, le notti brevissime; ma che monta? il progresso de' suoi popoli merita ogni sacrificio d’innanzi a se, ed egli s’incamina, avendo a legge immutabile del suo cuore, il lavoro e l’attitudine.

Ed ecco che il dì io luglio del 183a partì da Napoli per la provincia di Terra di Lavoro, e la sera fu nel comune di Teano. A due miglia distante trovò le autorità ed i notabili del comune con carrozze e cavalli. Le popolazioni vicine bivaccavano giubilose sulla strada con grandi fuochi accesi, onde rischiarare il cammino al Re; e ne patri costumi quei villici, fra danze e canzoni alternavano gli evviva all’amato Sovrano. Era bello guardare, come ad antico anfiteatro, la triplice rampa del principale ingresso della città, coverta di popolo con cerei accesi nelle mani, plaudire alla visita del Principe della patria gioventù. La sera istessa Ferdinando si diede ad una pubblica udienza, volle sentire di che facea bisogno il comune, soccorse i poverelli, si riposò alquanto nel palazzo privato del marchese di S. Agapito, allora intendente di quella provincia; e la mattina del giorno 11, dopo altra udienza partì per la volta di S. Germano.

Quivi fra ricchi parati festivi, venne accollo dall’abate generale idi Montecassino e dalle autorità civili e militari e dal lieto popolo.

Prese cura della cosa pubblica, de' detenuti, de' poverelli, degli infermi e di chiunque avea necessità di lui per offesa giustizia o sospirala grazia; indi si avviò per Arce, ove entrò a cavallo col sue seguito. Satisfece da Monarca ad ogni pubblica o privata urgenza, e proseguì la strada recandosi ad Arpino, famosa per aver ato i natali a Cicerone. Visitar volle il collegio Tuttiano, e gli altri stabilimenti della città; osservò poi minutamente le fabbriche de' panni, incoraggiando quegli operai e que’ capi di opificio a migliori cose; ricevé ed esaudì le dimande. presentategli dal popolo, e proseguì la sera il viaggio fino al comune di Isola, giungendo fra le acclamazioni di molta gente scesa da' convicini paesi di quelle incantevoli contrade; e perché stanco, prese stanza in casa di Lefèvre, distintissimo francese che da tanti anni à saputo mettere a lauta contribuzione le proficue acque del Liri e del Fibreno, facendo animare le molte e ben congegnate macchine per la fabbricazione della carta.

La mattina de' 12 veder volle la cartiera del Fibreno di proprietà del Lefèvre, trattenendosi a prender notizia delle grandi macchine ch’ivi esistono, e fu largo di lode ad ognuno. Passò in seguito a visitare gli altri due stabilimenti nel luogo detto Camello, l’uno cartiera di proprietà dell'anzidetto Lefèvre,e l’altro lanificio di Lorenzo Zino, ove fece colazione fra gli evviva degli operai. Quindi discese al comune d’Isola, ove soddisfece a' reclami di chi si fece innanzi. Ma la patria industria le stava a cuore in que’ proficui luoghi, e ai portò a visitare benanche le fabbriche di lana negli opifici diversi di Polsinelli, di Carlo Lambert e di Gioacchino Manna. In ultimo volle guardare le magnifiche cascate di acqua che scendono nel Liri e nel Fibreno e che si sono rendute di tanta pubblica utilità in quella provincia.

Al giorno si recò col suo seguito a Sora capoluogo di distretto, ove venne accolto dal vescovo e clero, nonché dalle autorità. Si diede tosto a chieder conto dell'amministrazione del distretto medesimo, tenne lunga udienza; e concedendo perdono ai detenuti e largizioni ai bisognosi, la sera volle partire per Civitadantino, primo comune del secondo Abruzzo Ultra, giungendovi dopo la mezzanotte. Ma per giungervi doveasi attraversare la lunga e pittoresca valle di Roveto al più bel chiarore di luna. I comuni di Balsorano, di S. Giovanni, di S. Vincenzo e di altri, messi sulla manca e dritta via della valle, non potendo avere il consuolo di vedere il Re, le popolazioni serenavano su quei colli, tenendo accesi fuochi di gioia, e tra gli evviva, facean sentire i loro canti pastorali, e danzavano le villanelle appo i fuochi al suono delle zampogne, delle arpe e di altri campestri istrumenti, sì teneri a sentirsi di notte in questa terra dell'armonia. E fra gli inni e le ballate alternavano con cuore puro come il cielo di que’ luoghi, il viva il Re!

Era scena che per a gioia facea piangere. Il Re il giorno appresso, mandò delle somme ai buoni villani della valle di Roveto, in premio di quel le innocenti feste notturne.

La mattina de' 13 luglio prima di partire dal comune di Civitadantino, mise nelle mani del proprietario Antonio Ferrante una somma per distribuirsi alle famiglie bisognose. Le notte istessa avea ascoltato ed esaudito le istanze di quel paese, che come fosse giorno avea festeggiato il suo Monarca ne modi più entusiasti.

La premura del Re, prendendo quella via, era di recarsi ad osservare il prosieguo de' lavori che il Giura ispettore de ponti e strade dirigeva per lo sgombro dell’Emissario di Claudio, da noi descritto altrove. Ne rimase soddisfallo sul prosieguo de lavori gli esauriti per più di un miglio e mezzo; e volle veder travagliare le due macchine di estrazione de' materiali di sgombro, fatte costruire dal Giura onde diminuire la spesa ed il tempo. Indi salendo a piedi il Monte Salviano, vide con piacere la incantevole scena che al l’affacciarsi dalla cima presenta il maestoso Fucino e la ridentissima valle di Celano.

Ma fu dolce necessità il discendere, sentendo i clamorosi inviti che partivano dalla popolazione di Avezzano, con una impazienza che superava ogni limite; tanto che il Re disceso e messo in carrozza per giungere all’atteso comune, si trovò circondato il legno da tanta folla di gente entusiasmata onde vederlo, che fu impossibile per più tempo avanzare un passo, o poter dire una parola. Abberrati i sensi di quella calca dalla letizia, non sapean far altro che gridare, piangere di tenerezza, e guardare in viso al giovine Sire ne’ modi i più affettuosi, senza potersi andar innanzi per entrare in città. Finalmente vi si potè giungere a stento fino alla chiesa, attraversando strade riccamente addobbate. Ma in chiesa vi era altra calca di popolo, che senza dare ascolto alle docili insinuazioni del clero, né pensando che una grande orchestra incominciato avea l’alternare de' canti religiosi con benadatta musica, volle prorom pere nelle sue acclamazioni, che ripetute senza posa, formavano un coro più lieto ed armonioso, perché era il concerto spontaneo di tanti cuori che alla presenza di Dio appalesavano l’amor loro, e la loro gratitudine al clementissimo Monarca. Benché da tutti oggi è risaputo il rito ammirabile del nostro Monarca nel disbrigare scrupolosamente i bisogni de' comuni che visita; pure è da credersi Pani mo suo sensibile con quali cure potè compensare l’amorevolezza straordinaria di quella genie. Eppure, dopo aver descritto approssimativamente il modo come venne accolto il Re nell’entrare ad Avezzano, ora la nostra penna non si stima capace di trascrivere le scene che accaddero quando ne volle andar via. Si dovette lottare tra i pianti e le preghiere di un popolo intero, e potè aprirsi una strada al solo patto che la Colla lo potesse accompagnare al comune di Tagliacozzo, ove si giunse a stento a due ore di notte; ma sembrava non il giungere d’un Sovrano, ma l’arrivo d’un popolo che emigrava dal suo paese.

Una parola morale, che non è storia. — Dimando ai democrati, se con le loro utopie, puole strapparsi dal cuore de' nostri popoli il gran principio dinastico e monarchico? — attendo la risposta.

Attraversando il comune di Scurcola, eseguito da altra calca di gente giunse a Taglia cozzo che rinvenne illuminata a giorno, ed ebbe stanza in casa del ricevitore distrettuale, Tommaso Resta. La mattina del 14, dopo aver largito de' soccorsi ai bisognosi di tutti, i comuni percorsi il. giorno innanzi, e dopo lungo sfogo di udienza e di sbrigo di affari, proseguì il suo cammino già reso trionfale. Transitò pe’ paesi di Scansano e S. Stefano, e fece riposo in Valle Vaccaro., ove si trattenne due ore fra le genti che eransi riunite da' luoghi convicini. Dopo montò a cavallo ed attraversò di notte ma schiariti di faci i paesi di Leofreni, Castollucio, Rocca Berardi, ed il piccolo comune di Borgo S. Pietro, ove si fermò alquanto a riposarsi e a beneficare ed. esaudire altre popolazioni accorse; dopo la mezzanotte riprese a. cavallo il cammino in compagnia d'innumere persone de' contorni con faci accese Delle mani, perché alpestre il sentiero, finché giunse di buon mattino al capo distretto di Cittaducate, e £u a prender riposo nel palazzo del sottintendente; ove dopo d’essersi riposalo per più ore, si diede al solito alle pubbliche faccende di quel distretto. Cittaducate, civilissimo paese, spiegò ogni gran segno d’una gente sensibile e grata per esternare il suo gaudio a Ferdinando.

Quivi si recarono per volere del Sommo Pontefice Gregorio XVI, Gabriele de' conti Ferretti allora Vescovo di Rieti e ’l delegato apostolico Monsignor Carafa di Trajetto, a complimentare il nostro e ed invitarlo a fare una scorsa. negli stati Pontifici. A questi si unirono le distinto persone Rietine, avendo alla tosta il chiaro Angelo M. Rieci nativo del reame. Il Re non potè negarsi a tante istanze,e visi recò col seguito. Rotto appena il confine,rio venne due compagnie di cacciatori, due pezzi d’artiglieria ed uno squadrone di dragoni, oltre il rinforzo della gendarmeria, per rendergli i dovuti onori. Rieti festeggiò il nostra Monarca in modi lusinghieri. Le autorità locali e le persone distinte furono a complimentarlo. il Re fu io casa di Ricci ad osservare la sua quadreria, e dopo volle andare a vedere la famosa cascala delle Marmore t ove si fecero trovare altre autorità pontificie ed un distaccamento di carabinieri; e rinvenendo una colazione preparata, faccettò di buon garbo sedendo a quel desinare col suo seguito e le autorità dello Stato. Quindi volle giungere pel villaggio di Papigni alla bella città di Terni e quivi il vescovo Niccola Massoni venne ad incontrarlo, e gli fu guida nell’osservare la città e quell’anfiteatro; ricevé ogni persona che amava ossequiarlo, e dopo i più squisiti complimenti di quella gente, fece ritorno a Rieti, ove sedé a splendida mensa, con moltissimi convitati, nel palazzo del conte Vincenti, che si era offerto fra molti premurosi. Al giorno si restituì a Cittaducate, tra lo sparo di artiglieria pontificia e le felicitazioni del popolo Rietino, tra la soldatesca parata a festa e la cavalleria che al galoppo volle accompagnarlo ai confini.

Un ora dopo montò a cavallo e prese commiato da Cittaducate avviandosi per Borghetto ove l'entusiastica popolazione lo seguì per la via fino ad Androdoco; appena ebbe soddisfatto agli utili interessi di quell'estremo municipio del Regno, si avviò a cavallo per Aquila.

Pervenuto in Civitatomassa, ritrovò una deputazione del decurionato aquilano con ricco treno per il Re e 'l suo seguito. Ma il giovine Sovrano ringraziò i venuti, e volle giungere a cavallo i mattina del 16 luglio. Quivi la magistratura della provincia, le autorità civili e militari, gli uffiziali di guarnigione e 'l maresciallo di campo commissario del Re ne’ tre Abruzzi, Lucchesi Palli di Campofranco,seguiti da immenso popolo si portarono a ricevere col più tenero brio il giovinetto Sovrano. Le feste di Aquila, per quasi quattro giorni che il Re vi tenne stanza, furono degne di quella città culta, progressiva e gentile in tutto e su tutto—particolarizzarle sarebbe offèndere ciocché è noto a tutti, esser quel popolo della più fina civiltà e del più dolce costume, pari al clima, sensibile che abita. Diremo solo che riposatosi Ferdinando il resto della giornata del 16 luglio, la mattina del 17 si diede al più energico disbrigo degli affari di giustizia e di amministrazione, e prestando l’orecchio benigno sulle inchieste di chiunque gli si avvicinava. Volle colle autorità andar nella chiesa maggiore ove cantassi un Te Deum,in ringraziamento del suo operoso viaggio fra' suoi popoli, e si nell'andare che nel venire,la folla accalcata per la via del corso e della gran piazza fino al Duomo istesso, prorompea in ogni istante viva il Re. Dopo, volle osservare il castello, architettura del secolo XVI, e poi passò rivista al 6° cacciatori ivi di stanza; La mattina del 18 riaprì le udienze. Rivistò la caserma della gendarmeria e l’ospedale civile, ove accostandosi al letto de' malati poveri, chiese di loro conto su tutto, e non mancò di osservare i cibi che si preparavano nella cucina, riparando ogni inconveniente sul luogo. Col seguito delle primarie autorità, volle ammirare i capi lavori del risorgimento delle belle arti in Italia nel vasto tempio dedicato all'apostolo italiano S. Bernardino da Siena. Qui i profusi marmi e la dilicatezza degli intagli, ricordano il celebre scultore aquilano Silvestre Salvato, e l’architetto Cola Amatrice che elevò la magnifica facciata del dello tempio a somiglianza dell’Anfiteatro Flavio in Roma. Una deputazione di cavalieri aquilani ricevé il Re sul limitare del tempio.

Indi passò a visitare la non meno rinomata Basilica di S. Maria di Colle Maggiore, ove altra deputazione di cavalieri lo accolse. Ivi il lusso de' marmi, le celebrate pitture fiamminghe e la gotica architettura, costituiscono una meraviglia nata in lontani secoli. In questa chiesa si conserva il corpo del Papa S. Celestino V, che nel luogo istesso venne incoronalo coll’assistenza di Carlo lì d’Angiò e di Carlo Re d'Ungheria; quale punto storico trovasi dipinto in un gran quadro; e in un altro consimile è dipinta l’assistenza del Santo, mentre la città venne assediata, e ’l popolo aquilano seppe abbattere Tarmata del famoso capitano di ventura Braccio da Montino. La sera intervenne a una festa datasi nella Sala Olimpica a forma d’anfiteatro. Il giorno 19 dopo altro disbrigo d’affari e di udienza, fece visita al real Liceo dei tre Abruzzi, ove prese conto degli studi, del vitto de' convittori, e della morale del luogo; volle vedere la biblioteca, prendendo conto degli acquisti annuali di libri che si facea, ed accettando vari componimenti poetici da quegli alunni in sua lode, amò guardare da sul loggiato una festa nazionale, che correva in quei giorno, detta la corta de barbari Fece recare duc. 200 a' carcerati poveri, e a non pochi detenuti accordò l’assoluto perdono; ed i poveri della città ottennero delle copiose largizioni nella somma di duc. 4oo; altri 45o mise nelle mani dell’intendente Zuroli, per distribuirsi ai poveri de comuni da Tagliacozzo io poi; duc. 15o per i miseri di Cittaducate; e infine largì duc. 57, 60 a' ventiquattro infermi dell’ospedale aquilano. Il giorno del 20 luglio lasciò quella città gratamente commossa, mentre la calca che circuiva la sua carrozza non curava pericoli per poterlo avvicinare a baciargli la mano.

Attraversando quei paesi messi sulla linea della pubblica strada fece alto a Montereale,sempre trovandosi in mezzo ad esultanti popolazioni che gli correvano appresso,o lo attendevano sulla via, e indi giunse ad Amatrice ove si diede a raccogliere dimande e a largire soccorsi ai concorrenti, e quivi pernottò. Oltrepassata la mezza notte si rimise in viaggio, e ricevuto a festa da altre comunità, a giorno oltrepassò novellamente la frontiera per lo Stato Romano, obbligatovi dal disegno che fin dal principio del viaggio erasi prefisso di osservare cioè la zona o linea estrema della frontiera degli Abruzzi, disegno, dalla catena de monti impedito di eseguirsi sempre sul terreno del Regno.

Vezzano ed Arquata furono i primi paesi dello Stato che passò il Re, ove i Gonfalonieri rispettivi e le autorità papaline si fecero incontro servendolo di tutto quanto poteva bisognargli. Prima di giungere ad Ascoli, cinque miglia distante, trovò un ricco treno di carrozze con tutte le autorità ecclesiastiche, civili e militari di quella città romana, che con analoghi discorsi, in nome del Santo Padre lo complimentarono, pregandolo di visitare Ascoli e di onorarla passandovi la notte. Graziosamente il Re accolse questi voli, ma si negò di pernottare, dovendo terminar di percorrere la linea confinaria, per indi proseguire il cammino, trovandosi di dover far visita ad altre provincie de suoi Stati. Non volle intanto esser restio di farsi vedere dai cortesi Ascolani. Ivi giunto fu salutato dal forte co’ tiri di cannone, ed entrò in città fra i plausi di quella popolazione, nonché delle popolazioni de' convicini comuni, uscita fuori ad incontrarlo al suono di banda musicale. Fu ricevuto dai più distinti personaggi al palazzo vescovile ove venne servilo di rinfreschi, nel qual tempo accolse le visite che si affacciavano delle comunità municipali e religiose. Nel sortire di città gli riusciva difficile farsi strada per la fitta calca degli astanti che ingombrava i passi, tanto che la soldatesca fu necessitata levare un cordone, sì grande era la meraviglia che facea a quegli esteri la sua tenera età e le grandi emanazioni governative di cui si commendava autore fin dal bel momento che pervenne al trono. Si diresse a Civitella del Tronto, accompagnato ai confini dal Delegato, dal Gonfaloniere e da altre autorità; ove giunse la sera del 21 luglio.

Quivi i ricevimenti non furono secondi ad altra città, né l'instancabile Principe trascurò occasione onde rimanere memoria di sé in quest’altro comune. Ebbe stanza la notte in casa di Luigi Franchi. La mattina del 22 in compagnia del comandante della provincia di Teramo in cui era entrato (Abruzzo ult. 1.) colonnello Flugy e del comandante del forte tenente colonnello Biondelli, si recò a rivistare quella piazza d’arme, che ricorda i nostri fasti militari al cadere del secolo scorso. Notò le sue osservazioni topografiche e strategiche sul da farsi per migliorare quelle importanti opere di guerra; e prima dell’alba del dì 23 partì da Civitella del Tronto pel comune di S. Andrea e di altri paeselli, e seguito dalle rispettive popolazioni giunse a Nereto ove prese stanza presso il cav. Guido Baldo, e qui aprì le sue udienze e disbrigò e pubbliche faccende. Al giorno proseguì per Corropoli ed altri comuni fino alla linea del delizioso municipio di Colonnella, onde compiere lo sguardo continualo sulla traccia estrema della frontiera, fino alla foce del Tronto e del paese limitrofo ad essa. Al cader del sole arrivò a Colonnella sotto una dirotta pioggia, circostanza che si tenne in quell’entusiasmata popolazione come un gratissimo auspicio, per l’aridità che soffrivano quelle campagne da più mesi. Da su quel paese è bello vedere il panorama delle sottoposte Marche Fermana ed Ascolana ed il patrio Tronto colle maestose sue correnti fino al mare. La mattina del 24 partì per la volta di Martinsicuro, da dove si diresse per Giulianova, riposandosi in casa del Duca d’Atri. Questa nostra città confinaria, di civili costumi ricca e di devozione alla regnante dinastia, non ebbe che altro fare per dar pompa del suo giubilo alla visita del Re; e lo stesso, commosso, colmò quegli abitanti d’ogni sua affettuosa premura. Da Giulia si avviò a Teramo, ove la popolazione naturale triplicala da' vicini paesi e da molti romagnuoli scesi dalle Marche per accrescere il tripudio, sembrava uno spettacolo improvvisato dall’amore é dalla gratitudine di sì grande stuolo di gente pei giovinetto Re, altissima speranza di tutti i cuori.

Questa città fece tanto nelle sue feste in onore della presenza del Re, da gareggiare con quella di Aquila. Era il giorno luglio quando egli vi giunse. Le danze brillanti, le luminarie copiose, i ricchi addobbi delle strade che transitava, le acclamazioni affettuose, i lieti spari, tutto, tutto addimostrava l’affettuosità di quel municipio che siede a capo di quella provincia. Ferdinando intanto, dopo aver preso pensiero dell’amministrazione e della giustizia, della istruzione e della industria dell'anzidetto città e provincia colle sue stupende misure a consolare i popoli; e dopo le solite sue grazie ai detenuti e largizione ai bisognosi, nella notte del 26 partì da Teramo. É nulla ricordare la illuminazione di quella notte non solo per la città ma per tutte le campagne che transitar dovea; cosicché le fiaccole splendeano su le ville de' ricchi e sulle pagliaje de poveri contadini che ad ogni passo facean sentire nell’armonico linguaggio abruzzese i più lieti ossequi alla Maestà del loro Principe. I diversi fiumi che si passavano in quella lieta notte, privi di ponti per le vicissitudini de' tempi e per vedute strategiche, essendo questi confinari al reame, si trovavano illuminati a giorno ed affollati di villici; che a mezzo della persona nell’acqua, usavano tutti i modi per ispezzare le correnti e far rie scire comodo e sicuro il transito del Monarca. É duopo consacrarlo alla storia, che le premure e le affettuosità di quelle tre province per Ferdinando II, sono di un’espressione si marcata da crederle esagerate, se io non iscrivessi sulle testimonianze de' contemporanei. All’alba si giunse in Civita S. Angelo, sorpresa in un’ora in cui non si attendeva il Be, e ’l dimostrava un magnifico arco trionfale che si costruiva ancora a piè della salila per oggetto di farlo riposare. Ma l’amore à la velocità dell’elettricismo, cosicché quella popolazione all’annunzio di un tanto sospirato arrivo, fu desta in un istante, e si passò dal sonno alle liete acclamazioni. In quel momento istesso Ferdinando riunì a se le autorità del luogo on de spiare i bisogni del comune, diede udienza, largì soccorsi; e fra lo stupore e le benedizioni si volse per la città di Penne, ove nuove scene di giubilo l’attendevano, e fra queste il difficile modo di farsi una strada in mezzo al popolo, benché a cavallo, per percorrere le vie del municipio. Quivi ebbe riposo e pranzo; e dopo aver appagato di tutto que’ naturali, superando le novelle amorevoli difficoltà nell’uscire di mezzo alla folla de' plaudenti sudditi, si diresse al capoluogo della provincia di Abruzzo Citra, qual'è la gentile ed amena città di Chieti.

Partendo per la città di Chieti, di tanto in quanto la sua marcia trovò inciampo lungo la via, pe’ comuni che attraversava o per le popolazioni di altri, che scendendo da' convicini monti lo fermavano per festeggiarlo, sulla pubblica strada; e così progredendo giunse al cader del giorno alla scafa di Villanova per passare il fiume la Pescara. Sulla sponda opposta rinvenne un galantissimo treno di carrozze, con le primarie autorità di Chieti e con uno squadrone di urbani volontari a cavallo, in bel modo montati e vestiti con militare attitudine. La non breve e tortuosa salita di Chieti, quantunque tutta campestre, era gajamente illuminata ed ingombra per tanta lunghezza da indicibile popolazione festosa e plaudente. Un ricco arco trionfale, il più bello di tutti gli altri bì elevava alla sommità della salita, ove il Re venne accollo dal municipio, dalla magistratura della provincia e dall'uffizialità della guarnigione, mentre gli evviva del popolo, si confondevano col suono delle bande musicali e collo squillo festivo delle campane.

STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 19 NAPOLI 1855

PALAZZO REALE

PALAZZO REALE

Il palazzo dell’intendenza lo accolse; ove stanco a più non poterne, si diede al riposo. All'alba (27 luglio) venne desto caramente dalla popolazione stivata, nel largo del palazzo ansiosa di vederlo. Fa duopo mostrarsi sulle loggie, e dopo si trovò stretto in mezzo della popolazione, volendo, arrivare alla vicina città e piazza forte di Pescara. Quivi giunto da privato e senza onori militari che negò ricevere, passò rivista al battaglione di presidio e poi ai diede ad osservare con massimo studio tutte le Opere di quella importante fortezza, ricca di fasti nazionali. Notò il da farsi, ed impaziente di metterlo in opera, si fece recare dagli uffiziali del genio, i progetti fatti per ridurre quella piazza nell'antico suo stato di difesa e di offesa in caso di assedio, e. con alacre discernimento ed a colpo d’occhio, ordinò immantinenti la costruzione che bisognava eseguirsi.

Al giorno si restituì in Chieti, ma appena giunto chiamò a séd’’intorno le autorità tutte della provincia. Indi si recò al duomo, trovando lungo la via schierati due battaglioni di cacciatori ed un battaglione ed uno squadrone di gendarmeria. Uscito di chiesa rivistò, i detti corpi, gli fece manovrare in varii modi, e dopo g]i vide defilare per la strada S. Andrea- La sera assisté nella villa Nolli, sotto magnifico padiglione, all’incendio d’una macchina pirotecnica costruita nella villa Frtgerj. Le sottoposte campagne erano tutte illuminate; nonché la città, che insieme davano l’idea d’ un vasto anfiteatro.

La strada di S.. Andrea era adorna di fiaccole e di fanali, metricamente disposti ne’ viali ed alberi che la fiancheggiano. Terminato il fuoco artificiale, volarono dodici macchine aerostatiche, formando un’aerea illuminazione, in armonia della città e delle campagne. Dopo si diede mano ad una sfarzosa festa di ballo nella villa istessa; ove il Re commosse prese parte; mentre, nella, villa medesima si ammiravano delle attraenti scene campestri, mercé de' balli patrii ne’ quali i contadini e le villanelle, vestite a costume delle terre Abruzzesi, danzavano in cento modi gai, al suono de' strumenti villerecci, esternando in ogni istante, le letizie della circostanza.

La mattina del 28 si levò da letto per tempo e diede principio alle pubbliche udienze, soddisfacendo nel giorno istesso alle giuste dimande di chicchessia. Questa udienza durò fino a dopo il mezzo giorno. Terminata, volle occuparsi degli affari della provincia, riparando ad ogni circostanza irregolare che rinveniva. Indi volle girare pe’ pubblici stabilimenti, trattenendosi con peculiar modo nel collegio, della provincia. Mentre eseguiva queste cose, i suoi generali visitavano le prigioni e gli ospedali. I poveri di Chieti e della provincia, ebbero de' vistosi soccorsi. Il perdono entrò nelle carceri. La pioggia che sopravvenne, fece mancare altre feste che l'affezzionata popolazione Chietina volea proseguire a dare al suo Re, ed il Re istesso non potè far eseguire un simulacro di guerra alle truppe della guarnigione e ad altre che avea riunite da’ vicini accantonamenti. La sera intervenne al teatro S. Ferdinando, sotto una pioggia di fiori e di poetici componimenti, ed applaudito e venerato, dopo il teatro parti da Chieti, dirigendosi per Popoli e Sulmona.

Le due zattere con le quali è duopo traghettar la Pescara, per giungere a Popoli, le rinvenne illuminate, ed illuminate erano le sponde del fiume, e ricchi di facelle e di fochi splendevano i lieti paeselli d'intorno, tanto da poter dare un idea più vantaggiosa de' notturni incantevoli viaggi dell'imperatrice Caterina nella Crimea, asseconda narra con meraviglia la storia. In Popoli venne accolto con modi lusinghieri, ed ebbe stanza in casa di Lugaro, ove diede udienza, ricevé le autorità e prese cura dei miseri. Rimessosi in viaggio e giunto alla traversa che conduce alla badia di Sulmona, si recò a visitarla. Indi giunse a Sulmona, città capo di distretto, incontrato da lieta popolazione, e da villici danzanti per l’ebbrezza dell’esultanza. Non mise passo da questa città, senza aver tesoreggiato di giustizia e di demenza, verso i privati ed il comune del municipio, e nelle ore pomeridiane mosse pel paese di Pettorano, aprendo udienza in casa di Pietro Vitto. Da quivi si recò a Roccarasa, Casteldisangro e Rionero, ultimi paesi abrutini, ed in Rionero mise piede nella provincia di Molise, ed a notte inoltrata giunse, atteso con smania di lietissima esultanza, nella città d’Isernia, ove diede termine, restituendosi nella capitale ai fasti civili di quest’altro suo viaggio nel Regno.


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CAPITOLO XLIII

Prosieguo de' primi viaggi del Re nelle Province — Terra di Lavoro — Molise — i due distretti di Abruzzo Citra, Lanciano e Vasto.
Non riposa il pensiero, nell'animo del giovine Monarca, quando l’utile de' suoi popoli lo chiede con ansia a proseguire le tesoreggianti sue visite di fa miglia, nelle altre regioni del Reame. Ed egli nel dì 12 settembre del 1832, si volge al cammino dalla capitale, e per. la provincia di Terra di Lavoro, si reca alla provincia di Molise, e rientra di bel nuovo nell'Abruzzo Citra, sol perché nell'altro viaggio non avea visitato i distretti di Lanciano e Vasto. Lo ripeteremo a sua gloria, le sue visite ànno i caratteri splendidi di grandiose emanazioni governative, onde colla. sua presenza rianimare la giustizia, riparare ai bisogni dell'universale, far ricco di grazia e di clemenza, chiunque ne avesse bisogno.

Giunto sul fiume Calore, ove la sua. mente già stima di ergere. colossale ponte di ferro, vien ricevuto dall'intendente della provincia e dalle primarie autorità civili e militari, e che per maggior utile degli amministrali e non per pompa Sovrana, accompagnano il Re, fino ai limiti territoriali del dipartimento. Al di là del ponte, detto di Solopaca, si rinvenne un padiglione, ove Ferdinando si beò vedersi in mezzo alle riunite popolazioni di Solopaca, S. Lorenzo Maggiore e Cerreto; le quali benché avessero trascelte delle distinte deputazioni, onde presentare i rispettivi omaggi al Principe, tuttavia erano accorse giubilanti, per allietarsi appo lo stesso. Atti di giustizia e di clemenza, sparse il Re su quella gente gremita, così affetto con affetto, reciprocamente figli e padre si scambiarono con la gioia di vidersi insieme. Da quivi giunto al comune di Guardia Sanfromonte, ultimo municipio della provincia, venne accolto dalle autorità messe alla testa del popolo festante e così trionfalmente attraversò il paese, ove su due piedi diedesi a cura de pubblici e privati bisogni, e dopo aver ricevuto la deputazione di S. Lorenzo Minore, si diresse per Santo Lupo, primo paese della provincia di Molise.

Questo comune, intese anticipatamente tutto l’impegno che assumeva nel festeggiare il Re, per essere il primo della famiglia Sannitica, di quel popolo, eroico in molte pagini della patria storia. I sfoggi ai lusso e di gioja che emise, saranno ognora degni di ricordo, se non altro per la gara preintesa di un mandato sollenne quasi di dover rappresentare al Monarca, la prima pagina di gratitudine della provincia che onorava di sua visita. Il Re comprese nell'animo suo commosso, l’onore che assumevasi quel popolo sensibile, e seppe retribuirlo.

A corona di tanta gioja, si presentarono in Santo Lupo, le deputazioni di Vitulano e Pescolomazzo, i quali comuni, benché appartengono al Principato Ultra, pure si credettero nel dovere ai presentare i loro voti al Re, pel solo motivo, che eran messi troppo vicini al suo passaggio. Fu ammirevole in ultimo la scena, che mentre egli in compagnia di popolo proseguiva il cammino, videsi trattenuto dalle deputazioni de' comuni di Campolattaro e Ponte-Lantolfo, che avendo inteso il Monarca in Santo Lupo, colla rapidità del pensiero, le due limitrofe popolazioni, desiarono inviare i loro affettuosi ossequii. Il Re espresse ne’ più cari modi i suoi ringraziamenti e chiese loro spiega su qualsivoglia bisogno di giustizia o di clemenza, che que’ suoi sudditi faceano bisogno. . .

Presso il comune di Morcone, e nel luogo detto la Pianura, fu egli ricevuto sotto archi trionfali, dal clero e dalle civiche autorità; ed un eguale brillante accoglimento ebbesi sul limitare de' comuni di Sepino, di S. Giuliano e di Baranello, le deputazioni de' quali si recavano incontro con processioni di folla plaudente, precedute dalle Guardie Urbane, messe in assai bella tenuta.

I primi viaggi del nostra Re, serbano la magia più sovrumana, per così esprimermi; giacché mentre compiono uno scopo operosissimo di somma utilità pubblica e privata, fra popolazioni moltiplici e succedenti, mantengono la rapidità dell’uccello nella corsa, nel disimpegno, nel disbrigo, nel moto e nel tempo che impiega. Stupende virtù del giovine Ferdinando, il quale spiegal’arduo teorema d un Re operoso, che si comprende nelle parole, lavoro, impegno, assiduità.

Ed eccolo già, nelle ore vespertine del dì 12 settembre, giunto in Campobasso, quasi (dopo aver assistito a tante feste e a tanti affari) egli avesse battuto una corsa da Napoli alla città capoluogo della provincia del Sannio.

La popolazione della città, quadruplicata, (come fiume regale da circostanti confluenti) dalle genti accorse dai convicini paesi, quasi esercito schieralo che attende il duce della sua gloria, accolse il Re, avendo alla testa il vescovo, l’intendente, e ‘l comandante militare della provincia; e l’entusiasmo non ebbe confine alla gioja comune. Sulla maggior porta rinvenne vivace e distinta gioventù a cavallo, con le assise militari ornata, per guardia nobile del Monarca, e con si caro trionfo, popolo e Sovrano, entrarono in città.

A piè della scala del palazzo dell'intendente, venne accolto dalle autorità giudiziarie, amministrative, militari ed ecclesiastiche della provincia. Il riposarsi del Principe, dopo lunga corsa, fu sì breve che la popolazione non l’avvertì, tanto impegno egli ebbe di mettersi a tutt’uopo alla grand’opera della cosa pubblica, con udienze generali e convocando intorno a se le autorità, onde ocularmente esaminare i bisogni o gl'immegliamenti più. urgenti della giustizia e dell’amministrazione della provincia.

Il giorno medesimo, visitar volle gli studii del collegio Sannitico, ove la gioventù letteraria lo salutò co’ più commoventi componimenti poetici.

E mi si perdona, se per poco abbandonando il grande subbierò del racconto storico, sfoghi una grata verità del mio animo, per la civiltà mentale degli alpini popoli, di si tradizionale provincia degli antichi fasti della patria comune. Questa gente che abita in un cerchio di alpestri monti, con paesi e città, messe fra boschi, su roccie altissime, in riva a' torrenti, priva di marina e bastionata da catene di monti di altre province che la chiudono nel mezzo; ove per la rigidezza del clima, per la topografia poco comunicabile dei lochi, e per le non molte strade consolari che la intersecano, sembra meno data al progresso degli altri lussuosi dipartimenti amministrativi del reame; ma tutto ciò è un inganno per chi lo crede.

L’educazione della mente è il primo lustro d’un popolo, e i naturali sveltissimi talenti della provincia del Sannio, sono si coltivali ad ogni disciplina di scienze e di lettere, da garrire ad un primate, se la quiete che godesi fra innocui costumi in questa pittorica Elvezia delle Due Sicilie, venisse distolta dai queruli bisbigli della superficialità capricciosa della moda, che più del dovere allieta altre nostre regioni. Ultima pruova sia, che gli esteri e nazionali librai, utilizano quivi più che altrove i loro negozi; ed io, non appena misi mano a questi ardui e cimentosi studi storici contemporanei, ne ebbi pratica pruova, del culto che avvi fra i Sanniti ai libri.

Ferdinando intanto, dopo la visita agli alunni del collegio Sannitico, fece un giro per l’Orlo Botanico, per le Caserme Militari, e pe’ pubblici stabilimenti, assegnando maggior lustro, ove il bi sogno lo chiedea; e queste visite si eseguirono a piedi e col sussieguo giubilante di calca di popolo. La sera assister volle allo spettacolo d’un fuoco artificiale, e ad un inno cantato su grande orchestra, memorando la lieta circostanza; e mentre a sì briosi trattenimenti si slava il giovane Sire, di già la clemenza era discesa nelle prigioni, e la carità munificente, paterna e cattolica, nel regai nome avea fatto il giro fra le classi bisognose, onde il tripudio era universale, tra gli evviva, le luminarie, i simbolici trasparenti, le affettuose lapidarie iscrizioni ed i concerti musicali.

La mattina vegnente (13 settembre) diedesi a pubblica udienza, allietando di giustizia e di favori 1 petenti. Il giorno, preceduto da calca amorosa di popolo fu a vedere lo spianato, detto fino allora della Libera, e che da quel momento la città ottenne che si chiamasse, a memoria fausta, Piazza Ferdinando; e quivi assisté a costumanze del luogo, cioè ad osservare dodeci macchine industriosamente conteste e con interni ingegni di ferro occulti alla vista, delle quali si valgono in quella città per formar de' gruppi rappresentativi in talune sacre funzioni. La sera prese parte a giulivo e splendido festino di ballo, offerto dal distintissimo cav: Carlo de Capua, personaggio che più e più fiate, darà virtuoso motivo di venir menzionato in queste pagine.

Il cavalleresco Principe, prese parte alle danze, comunicò brio ed allegrezza ai convitati, fu cortese e gentile con ognuno, grato con speciali modi al de Capua.

Dopo la festa, continuar volle il viaggio, e la popolazione si commosse, quasi a partenza di carissimo amato padre, ed alle due ore del 14 settembre, esci dalle mura di Campobasso, benedetto ed ammirato, avendo depositalo nelle mani dell'intendente, significanti somme pe’ poveri della provincia, non che pei detenuti. L’oscurità della notte, venne irradiata lungo la strada, fino all’osteria, delta Centocelle, da faci messe sulla via, e da cerei nelle mani de' distinti cittadini, che a cavallo lo vollero accompagnare, empiendo di evviva l’aria ad ogni piè sospinto. A tanta gente si univano le succedenti popolazioni de' paesi messi sulla strada o convicini a questa, e l’eco della gioja propagavasi così, come elettrica scintilla, da moltitudine in moltitudine. Di tratto in tratto incontravansi archi trionfali, presso i quali stava maggior massa di gente, superba di esternare al Principe, il sentito suo amore.

A Centocelle, ricevé, gli omaggi delle guardie urbane de' comuni di S. Elia e Monacilione, e degli abitanti in folla de' paesi medesimi. Fra le giubilanti parole di gioia, raccolse petizioni, offrì soccorsi a' miserelli, emanò provvidenze pe’ bisogni di chisupplicava. In detto luogo il Re, discese dalla carrozza e montò a cavallo col suo seguito, coll’intendente e colla guardia di onore di Campobasso, che avea chiesta ed ottenuta di andar avanti, fino ai termini della provincia. Così si arrivò a Casacalenda, incontrato dalle guardie urbane e dalla popolazione, entusiasta fuori ogni limite per tanto giungere, e riunendo colla sua emozione un altra pagina, ai fasti che brevemente narriamo. Si recò in chiesa a far le sue preci, e dopo preso stanza nel palazzo del Duca, che prende titolo del comune, ammise intorno a se chiunque lo dimandava de' naturali del loco e delle deputazioni venute da paesi limitrofi, dando sfogo subitaneo alle inchieste d’immegliamento pubblico e privato.

Eguale spettacolo si ebbe col giungere al mezzodì in Larino, capoluogo di distretto. Già una deputazione de' più eletti cittadini crasi portata in Campobasso a complimentare il Sovrano, cosicché gli apparecchi di gala che si spesero in città per festeggiarlo, sono degni di memoria. Non seconde ad altro municipio, furono le cure spese dal Principe pel bene di questa popolazione e suo municipio.

Nelle ore vespertine, mosse fra calca per la via di Guglionesi, ricevuto da brillante guardia a cavallo di detto paese, nonché dalle guardie orbane de' circostanti comuni Albanesi di Ururi, di Campomarino, di Portocannone, di Chienti e di Montecilione. Il marziale aspetto e le varie assise militari di queste moltiplici civiche milizie, assicuravano non esser tralignato in que’ popoli, il germe guerriero de' magnanimi loro avi, compagni dell'impavido Scanderebek. La sera fece riposo nel palazzo ducate di questo municipio, prendendo lietissima parte alle feste inditte dal popolo, occupandosi, senza più dirlo, de' comuni bisogni ed interessi di chiunque lo volle avvicinare. Così, benedetto da ogni labbro,all’alba, 15 settembre) tra la calca di gente accorsa, proseguì il viaggio per Termoli.

A Termoli, eguali feste, eguali gioie ed eguali provvidenze ammiravansi. Termoli è città confine della provincia di Molise, per passare negli Abruzzi. Dopo aver dato sfogo a quella gente, il Re si accomiatò dall'intendente e dalle autorità della provincia, nonché dalle guardie di onore di Campobasso. Gli addii furono commoventi, i Sanniti elitti cosparsero di calde lagrime, la mano del giovine Ferdinando nel licenziarsi; la magia, del Monarca, tanto sapea trarre dietro a se lo spirito pubblico de suoi popoli!Ed eccolo a compiere i suoi voli, mettendo piede per la visita non fatta, ai due distretti abrutini di Vasto e Lanciano. Ai confini della provincia dell'Abruzzo Citeriore, venne accolto dalle civili e militari autorità, senza dire dalle deputazioni di molti paesi e da gremite popolazioni diverse, e da eletti drappelli di bramosa gioventù, offertasi a guardia nobile. Sta vasi ancor molto lungi dalla città del Vasto, e sembrava essersi giunto, sì affollalo parea l’andare e ‘l venire, l’incontrarsi di persone a piedi e a cavallo, su sfarzosi cocchi, covrendo il cielo di plaudendi saluti al Sire,. foco magnanimo che scaldava il desio dell’universale; e con si fragoroso ed ebbro esercito di crescente popolazione, entrò in città, prendendo stanza nel monumentale palazzo, ricco di glorie storiche, de' Marchesi del Vasto. Quivi venne accolto dal sindaco e decurioni e dalla nobiltà, e dopo brevi cerimonie, chiamò a se le autorità del distretto, occupandosi de' pubblici affari; mentre sue persone accorrevano ad. allietare nel Real nome, i poveri ed i carcerali.

Dalle faccende pubbliche, passando ai bisogni che occorrer potevano ai privati, apri pubblica udienza. La sera tra i concerti musicali, le luminarie, i lieti spari de legni mercantili ancorali nel porto, recossi il Principe al teatro Real Borbone, a compiere così lo sfogo d’esultanza della popolazione fedele.

La mattina del 16 settembre, lasciando nelle mani del sottointendente, del denaro pe’ poveri del distretto, se ne partì con quella medesima plaudente compagnia colla quale era entrato, e si diresse al distretto, di Lanciano.

I primi paesi che incontrò sulla via, furono quei di Paglieta e di Torino, con le quali intere popolazioni venne in compagnia fino al fiume Sangro, ove con specialità i Torinesi aveano eretto un ponte. Su questo fiume il Re prese comiato dalle autorità e popolazioni del distretto del Vasto, e fu ricevuto all’opposta sponda, fra indicibili tripudii, delle autorità, delle civiche schiere elilte, e delle genti del distretto di Lanciano. Nelle ore vespertine giunse a Lanciano, con egual fasto di gioja universale che lo accolse in città di Vasto; e dopo aver orato nella magnifica chiesa maggiore di Lanciano, prese stanza nel palazzo del Barone de Virgiliis.

Le provvide cure di giustizia, di amministrazione e di clemenza, suoi perpetui tesori cosparsi a larga mano in questi viaggi, egli dispensò benanche per il distretto intero, nelle ore che si trattenne in Lanciano.

La sera dopo le cure pubbliche e le udienze, passeggiò le strade incantevoli per gàjezza di vocio continuo, (evviva al suo. nome) per sfarzo di luminarie, per ingegnosi fochi artificiali e per concerti musicali.

Indi intervenne alle danze che il municipio dedicava in splendido appartamento, alla sua visita, riunendo insieme il brio, il lusso, la moda non disgiunta dalle arti e dall'industria, e la bellezza e la gioventù, e ’l civile lustro degli abitanti più culli e gentili di Lanciano.

La mattina del ai diciassette settembre partì da Lanciano. Gli abitanti di Castelnuovo, di S. Euschio e di Casoli, si trovarono a schiere giubilanti sullo stradale per salutare il Re, che dirige vasi a Palena. Nel luogo detto Fiume Verde, e propriamente nella pianura denominata Faro S. Martino, sotto la Majella, il Monarca volle riposare un ora, circondato da innumeri persone, e volgendo la parola e le consolazioni a chiunque desiava avvicinarlo.

Il comune di Pescocostanzo, che avea con deputazione ossequiato il Re in Lanciano, eresse degli archi trionfali, sulla strada che dovea transitare, non lontana dal municipio, e inviando all’incontro delle guardie d’onore, la popolazione attese sulla consolare il ben amalo Ferdinando per festeggiarlo. Un padiglione s’innalzava benanche,-ove il Re accettò riposo e rinfreschi.

Le popolazioni de' paesi di Civitella, di Lama, di Taranta ed altri, accorsero sulla medesima via a complimentare il Sovrano. Ed egli da buon padre, volle osservare coi proprii occhi nell’ultimo degli indicali comuni, i grandi guasti cagionali dalle acque, ed accolse e soddisfece i bisogni ai quei sconsolati abitanti che invocarono a loro sollievo, efficaci provvedimenti.

La strada da Lanciano a Palena, era in assai cattiva condizione, e venne accomodata a pubblico uso, dopo il passaggio del Principe. Pervenne in Palena nelle ore del giorno, accollo dalle autorità e dal popolo, sul ponte, ove il Re passò per arco trionfale fra un mare di evviva. Quivi fu ricco benanche dei suoi soliti doni, e quivi diede termine al suo viaggio nei due distretti degli Abruzzi.

Una omissione occorsa, parlando de' viaggi del Re negli Abruzzi, fa sì che noi ritorniamo per un momento in Aquila.

Il corpo decurionale dì questa città, in nome della popolazione avea con indirizzo ottenuto dal Re la permissione di tramandare a' posteri con un solo monumento, e la memoria dei benefici compartiti a quella città dal suo Avo Ferdinando I. e quella dalla visita di Ferdinando II. Ne trascriviamo la egregia iscrizione lapidaria (1) che rammemora il viaggio del Re per l’Aquila; riserbando di riparlare del monumento in altro apposito luogo.

Prendendo le mosse per restituirsi alla capitale del regno, di tratto in tratto lungo le strade che percorreva, accolse deputazioni di con vicini paesi e di popolazioni festeggiami. Arrivalo in Isernia, di ritorno, rinvenne sulla piazza il 2° battaglione del 3° reggimento di linea Principessa, che era colà di passaggio. Da Isernia giunto a Venafro, ebbe l’onore delle armi dal 1.° battaglione del medesimo reggimento, comandato dal Colonnello Masci. La mattina del 18 settembre 1832, il re si restituì in Napoli.

Qualunque comento lodativo noi volessimo, nella qualità di storico, trascrivere dopo questo capitolo, si renderebbe di minor pregio, al paragone delle parole monumentali che registriamo, delle dal Re Ferdinando con talento superiore agli anni, ad alcune autorità amministrative di singoli comuni che visitò.

«Signore, egli disse, sono oltremodo convinto che il benessere di queste popolazioni dipende da una esalta amministrazione e dalla perfetta unione, e concorrenza di tutte le autorità chiamate all'oggetto. Per assicurarmi dunque della felicitò dei miei sudditi, percorro le province del mio regno, e nulla curando le stagioni ed i trapazzi a cui vassi incontronei viaggi; e con queste visite semprepiù mi convinco, chein quei comuni dove le autorità municipali non sono tra loro scisse, ma si occupano con zelo e scevro di passioni, alla amministrazione pubblica, i cittadini ottengono i vantaggi di che abbisognano e si rendono felici».


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CAPITOLO XLIV

Prosieguo de' primi viaggi del Re nelle province del Regno. Pel Principato Citra e per la Basilicata, giunge nelle Calabrie. — Provincia di Cosenza — Provincia di Reggio — Andata a Messina — Ritorno in Calabria — Qualche cenno sulle miniere e stabilimenti militari della Mongiana — Provincia di Catanzaro.
Urgenza di sventure pubbliche, raddoppia l’impegno del giovine Sire a muovere frettoloso per le Calabrie. Egli anela far visita di famiglia a quelle tre province benanche, ma i disastri del terremoto accaduti nel 1832 lo animano vie più a questa gita. Vistose somme private, oltre le risorse di governo e pubbliche collette, egli à speso per lenire le piaghe di quei malanni, ma non bastano. Egli accorre di persona nei luoghi, per verificare ocularmente i mali ed i provvedimenti emanati, onde meglio prender pensiero degl’infelici. Nulla lo trattiene, e neanche l’affettuoso pensiero di esser già sposo da poco tempo, giovane a giovanella principessa, bella e cara, virtuosa ed affettuosa, Maria Cristina di Savoia.

Siamo appena al mese di aprile del 1833.

Ed ecco che abbandona Napoli la notte del di selle dell'indicato mese, e parte. Nelle prime ore vespertine, giunge nella città di Sala. Una deputazione delle autorità giudiziarie ed amministrative le và incontro; il clero lo attende alle porte della città. Sala, benché visitala altra fiata, il suo giungere, nell’entusiasmo della popolazione, pare per la prima volta. Feste, acclamazioni e luminarie succedono la sera, ed egli paga si bello e perpetuo affetto di quella popolazione, con spendersi a cure pubbliche del luogo e del distretto, ed a consolare i poveri.

Parie da Sala il giorno 9 aprile, ed ama visitare l’insigne. Certosa di S. Lorenzo di Padula. La popolazione corse ad incontrarlo, e dopo aver ammirato 'quel vasto locale, si diede a pubblica udienza. Indi accettato un rifocillamento da quei monaci, proseguì fra la calca il suo viaggio, fermandosi à Lagonegro, città capo distretto della Basilicata. Quivi rinvenne, oltre le autorità del luogo, benanche l'intendente della provincia, Conte Ferdinando Gaetani de' Duchi di Laurenzana, il Segretario Generale, Com. Giuseppe de Marco, il comandante di provincia, colonnello Arena. Apposito padiglione lo ricevé all’ingresso della città, accolto dai capi ai municipio, e indi entrò processionalmente col clero e vescovo di Policastro. Dopo aver riunito intorno a se tutte le autorità, pel disbrigo di affari della provincia, aprì pubblica udienza, onde conoscere i bisogni individuali de' suoi sudditi.

Oltre le guardie urbane de' comuni lungo la strada percorsa da Sala a Lagonegro, ebbesi una guardia di onore a cavallo, composta de' più distinti proprietari de' comuni di S. Arcangelo, di Senise e di Castronuovo.

Partendo da Lagonegro, oltre le tante cure di governo spese a profitto comune de' luoghi, lasciò la somma di duc. 500 pe’ poveri del distretto, in mano al sotto intendente Barone Ballifarano, benanche duc. 400 per la chiesa di Castronuovo che faceva uopo di accomodi.

Il dì appresso (10 aprile) l’instancabile Monarca, riprese il viaggio per Castrovillari, così mettendo piede sul suolo del. le Calabrie.

Non una, ma più e più fiate, per diverse circostanze antiche e moderne, abbiamo dato il nostro giudizio sul tipo morale dei popoli calabresi, per doverlo ripetere un altra volta nella congiuntura della visita di Ferdinando IL Diremo solo; P annunzio che il giovine Re. era entralo su quel classico suolo, bastò per muovere a festa in modo si sorprendente le popolazioni, in tutti i celi e ranghi, che quell'aureola di inattesa luce nel fitto tenebrio di tempesta, fu capace far scomparire le triste rimembranze delle sofferte sciagure. La povertà e l’opulenza garrirono in affettuosi modi, talmente da sorpassare i tripudii di tempi felicissimi. Egli viene — era la parola d’ordine che proferivasi da ogni labbro. Egli viene — era la spinta ad ogni passo per incontrarlo, e tutti si muovevano. Egli viene — era la medicina che sanava i poveri da' loro bisogni, i carcerati dalle loro pene, i disgraziati dai guai del terremoto; e le scienze e le lettere e le arti, e la magica vibrata poesia degli intelletti baldi degli animi calabresi, si congregavano nel tempio della loro antica e moderna civiltà, per preparare i doni più gentili del caldo ingegno, dell’immaginoso cuore, fra gente ove il foco dell’anima è germe del sole cocente e delle ignee e vulcaniche terre, che abitano.

Cosicché parea il movimento generale di quei popoli, dalle città alle ville, da' paeselli alle montagne, e perfino dalle inospite e temute boscaglie della Sila, una perpetua e lieta emigrazione; egli viene, e tutti accorreano incontro all’oggetto che movea ognuno — Ferdinando ISul principiare il territorio della Calabria Citeriore, trovò quaranta giovani vestiti da lancieri ed a cavallo, scelti volontariamente nel distretto di Castrovillari, i quali si offrirono al servizio del Re. La guardia urbana e le popolazioni di Mormanno, di Lainoborgo e Morano, che sono lungo la strada, inviarono deputazioni per felicitarlo.

All’ingresso di Castrovillari fu ricevuto dalle autorità e funzionari! del distretto. I«a plaudente folla di cittadini lo chiuse in mezzo per acclamarlo, mentre il vescovo di Cassano col clero, processionalmente lo condusse nella chiesa di S. Chiara. Dopo gli alti religiosi si diede alle cure del distretto ed alle udienze. Largì delle somme in soccorso degli infelici, e al giorno mosse per Lungro, paese albanese, passando per S. Basile, per Saracena, ambi comuni che si emularono per la gioia spiegata al suo transito. Vedendosi dai Lungresi che il Re giungeva a sera, le più distinte persone a cavallo con cerei accesi corsero all'incontro e con maniera di trionfo entrò nel paese. Prese stanza alla casa del Sindaco, e quivi aprì per quella popolazione e per altre accorse, le sorgenti vive di clemenza e di giustizia, verso chi De avea bisogno.

La mattina del giorno seguente (11 aprile) volle visitare le Reali Saline. Vi erano 450 operai a cui accordò giornata di festa e gli esentò dalla visita che ricevono ogni qualvolta sortono da quello stabilimento; cosicché ne escivano provvisti di sale.

Accolse e gradì de cibbi in casa del direttore dello Reale stabilimento, Clemente Miggiani. Da su quella casa avendo veduto la pubblica cerimonia d’un matrimonio eseguito con riti e costumi albanesi, donò una somma per dote della giovane che era del basso popolo. Dopo; prese comiato dai fedeli lungresi e mosse a cavallo per Maratea, ove si rimise per la via consolare che mena a Cosenza, udendo innanzi e dietro i suoi passi le grida commoventi di popoli affettuosi e grati. Lungo la strada, ad ogni breve tratto incontravansi archi trionfali con allusive iscrizioni lapidie, e quivi bisognava fermarsi onde accogliere le deputazioni d'innumeri municipi, con le rispettive popolazioni vestite a festa, ne’ loro varii costumi montanini, o albanesi; el giovane instancabile Sire, contentava a tutti, raccoglieva le dimande di ognuno, e i poveri di tutti i lochi erano gl’indimenticabili e carissimi ad ogni sua fermata. Così bisognò fare pe’ comuni in ispecie di Spezzano, Tarsia, San Marco, Cervicali, Bisignano, Mongrassano, Cerzeto, Lattarico, San Benedetto, Luzzi, Rose, Montalto, Rendi, e Marano Marchesato, ecc. ecc. cc.

Nel ravvicinarsi, verso le ore pomeridiane del medesimo giorno, alla volta di Cosenza, il primo incontro che ebbesi fu quello d’un scelto drappello di giovani cavalieri in arnese di milizia, che veniva ad offrirsi a guardia nobile del Re, proferendo a coro, entusiasti evviva, che ripetuti dalla gente che gremiva la strada, si propagava fino dentro la città capo luogo.

L’intendente, Com: Petiti, col seguito di tutti i ranghi di funzionarli amministrativi, il comandante di Provincia col suo stato maggiore, i collegi dei tribunali, ed il clero con le autorità del municipio, con gli elitti deputati fra cittadini, processionalmente attesero il Re sul Largo del Carmine,onde arringare i discorsi allusivi per complimentare il Sovrano. Ma fu tempo perduto, giacché la popolazione Cosentina, centuplicata in numero dalle genti accorse dai molti paesi che seggono intorno Cosenza,elevarono al cielo tali grida festanti, plaudenti e continue, che neanche il rombo del cannone potea contrastare il lieto frastuono. Fu carissimamente giuoco forza a stento poter progredire, per la strada che mena all'Arcivescovato. II Re compiaciuto fino alle lagrime, allontanava la forza pubblica che volea allargare la strada a' suoi passi, e si contentava abbandonarsi alla corrente del molo popolare, per regola del suo cammino. Eguali dolcissimi intoppi rinvenne nell'uscire dalla chiesa arcivescovile, movendo al palazzo dell'intendenza. Quivi ebbesi a guardia improvisati lancieri, ma il popolo non era ancor sazio di acclamarlo, e convenne farsi vedere più volle da su una ringhiera del palazzo, cosi dare uno sfogo ai calabri; anime che sentono la gioia fino all’entusiasmo, e che si elevano su i loro affetti colla verità della luce, e col trasporto del baleno.

Mentre l'elettricismo della gioia propagavasi fra le luminarie della città, il Re colse il destro di riunire le autorità della provincia. onde darsi alacremente ai bisogni del pubblico.

La sera intervenne al Teatro Real Ferdinando, ove una cantala analoga alla circostanza si fece, e tra il batter di mani esci, per ritirarsi a riposo. Nembo di poesie scese dal ciclo del teatro, e mentre muovevasi ad andare, la deputazione degli spettacoli, presentò alle sue mani in aurei fogli una copia raccolta de' tanti componimenti. La città era splendida di facelle da per ovunque. I palazzi pubblici e le magioni de' distinti cosentini sfolgoravano di cerei, ornali di eleganti quadri trasparenti, ed echegianti di musiche melodie. I magazzeni d’industria e di commercio, si erano ornali di tapezzerie. Le casette de' poveri avean lumi ne’ vicoli più deserti. Primeggiavano su tutto, un arco trionfale ed un obelisco di elegante architettura. I villici accorsi dalle adiacenti campagne colle loro donne e famigliuole, danzavano a costume sulle piazze, a lieto bivacco, onde col giorno venturo riacclamare di bel nuovo il Re, vederlo un altra fiala, come oggetto sacro, e riedire ai solinghi lavori de' campi.

La mattina, (12 aprile) appena l’alba, il Re fu desto e pronto ai lavori di Governo per la provincia. Accolse le deputazioni, che lo invitavano ne rispettivi municipii; e fra tante, quella di Monteleone, di Catanzaro, di Paola, di Amandea,di Bel monte, di Serradileo e di Acri di Scigliano. Indi apri le pubbliche udienze, largbegiando di provvidenze a' petenti, nel medesimo giorno.

Intanto il Maresciallo Conte Gaetani, aiutante Reale del Re, nel Real nome fu a visitare l'ospedale si civico che militare; e ’l Maresciallo Com: Demetrio Lecca venne adibito per volere sovrano a visitare la caserma di Gendarmeria e ad arrecar perdono e soccorsi nelle prigioni. Al giorno poi il Re di persona rivisitar volle l’orfanotrofio ed il collegio della provincia. La sera assisté ai novelli tripudii della città tuttavia mossa a festività, e rallegrala da fochi artificiali. Indi si recò al Teatro. All’alba non appena, egli sperò escire di città isolato e senza guida. Ma invece rinvenne le vie da percorrere, stivale di calca che lo salutava piangente pel presto partire, e drappelli di civici lancieri montali su briosi destrieri, che lo accompagnarono fino a Covaci di Golosimo, termine territoriale della provincia. Gli ultimi doni del Re per quelle genti furono ducati 2,000 pe’ bisognosi, e 300 pe’ detenuti nel carcere centrale; somme consegnale all'intendente.

Era la mattina de' 13 aprile che il Re lasciò Cosenza. Sul cammino, rinvenne altre popolazioni plaudenti ad ogni tratto, archi trionfali, deputazioni di vicini e lontani paesi,tutti mossi da uguali affetti, da unico e solo movente; evviva al Re!Gli abitanti di S. Stefano, di Cuti, di Rogliano, di Marzi, ed altri paesi perché messi sulla consolare, ottennero udienze dal Re, fino a che giunse alla città del Pizzo. Accollo con le più fervorose compiacenze, si trattenne colle autorità municipali del luogo a chieder conto degli immegliamenti comunali, intese molti che lo supplicarono, e dato al Sindaco duc. 300 pe bisognosi, mosse per Monteleone, città civilissima e capo distretto della provincia di Calabria ultra seconda.

Una schiera di dodeci giovani cospicui, addobbati a milizia di cavalleria, uscì incontro al giovine amalo Principe. All’ingresso della città, le autorità ed il vescovo di Mileto, il clero e il popolo festante ridersi all’incontro, per i dovuti omaggi. Era già sera, ed uno splendido e decoralo arco trionfale videsi nell'entrare in città. Da questo mettea capo lunga via, ornata di piramidi, illuminata e coperta di verdi festoni. Le altre strade eran chiare di lumi e di stoffe di seta; e le botteghe aperte ed adorne e ricche di cerei. Una folla di reali bandiere sventolava innanzi al Re fino a che giunse in chiesa. Le allegre musiche, i sacri bronzi suonanti a festa, gli evviva reiterali e continui, e lo spesso sparo dei mortaletti insieme costituivano un nuovo genere di accorai un, concento di cara fragorosa armonia.

La casa del Marchese Gagliardi fu preparata ad alloggio del Re. Qui. dopo momentaneo riposo riunì a se il Vescovo, le autorità civili e militari, i componenti il tribunale di commercio, il corpo municipale, il direttore del Real collegio, e si occupò di affari pubblici, indagando quel che bisognava al distretto. Indi accolse le deputazioni, di Reggio, di Tropea, di Stilo e di altre città, nonché distinte persone.

La mattina seguente (14 aprile) si diede alle udienze di chi facea bisogno di lui, si ricordò de' poveri e de' carcerali; e colla scorta de' civici soldati ditti, di Monteleone, accorsi a riceverlo nel venire, uscendo a capo il signor Mariano de' Marchesi Francia, dopo aver percorsa la città, partì per Tropea e Nicotera.

Giunto in Tropea, lo accolse la lieta popolazione, avendo alla testa il municipio e Monsignor vescovo Franchini. Nella casa vescovile si stiede colle autorità e con le persone che amavano supplicarlo, e indi passò a visitare il collegio e la chiesa dei Liguorini. Da Tropea mosse per Nicotera, e giunse sulle prime a S. Ferdinando, dove pernottò. Quivi erasi fatto trovare appositamente un figlio del Marchese Nunziante, per esser questa famiglia proprietaria del luogo, e così per divozione e per onore di famiglia, il Nunziante preparò delle feste in quel luogo, e fra le altre cose, ammiravasi uno stradone di verdura con diverse macchine, e due fontane a perenne getto di vino, ove ognuno del popolo ne potea raccogliere.

Da S. Ferdinando si proseguì il di 15 aprile per Palme, ove Guglielmo Romeo ed il Barone Rodinò, in deputazione, pregarono il Re per l'onoro di sua visita alla città di Nicotera; e con la deputazione venne a S. Ferdinando una guardia a cavallo. La città di Nicotera accolse il Re con entusiasmo eguale agli altri luoghi di Calabria, e la festante popolazione corse ad incontrarlo, con bandiere e rami di olivi fra le mani. Diede udienza pubblica, e cosparse di favori quella gente; indi proseguì per Bagnara, ove venne acclamato ed ove non mancò di lasciare traccie di munificenza. Da Bagnara fu a Scilla, e verso sera da Scilla a Reggio, capitale della provincia di Calabria ultra prima.

Benché Reggio avea accolta altra fiata il Monarca, non fu seconda ad emulare le sue feste in questa novella visita. Immensa folla di persone di ogni ceto l’accompagnò, da' vicini villaggi, fino al palazzo dell’intendenza, con fiaccole accese e dimostrazioni di gioia. La città parea in fiamme, tant’era illuminata. La sera si volle dare ai bisogni di giustizia e di amministrazione per la provincia, e ’l dì seguente aprì udienze a chiunque lo volle. Al meglio delle ore avanti il mezzogiorno, giunse da Messina il Conte di Siracusa, fratello e luogotenente generale del Re nella Sicilia citra Faro; ed il giorno i Reali fratelli salparono uniti per Messina.

Alle tante provvide cure sparse dal Re in Reggio, pel meglio universale di quelle popolazioni, si ricorda benanche d’aver dato all’intendente duc. 1,100 pe’ bisognosi della provincia e duc. 100 pe’ carcerati; e lasciò nelle mani dell’Arcivescovo duc. 200 pe’ due conservatorii detti, le Verginelle e S. Margherita.

I plausi e le benedizioni, echeggiarono col viva il Re, dalle sponde Calabre, alle Sicule.

Nell’approssimarsi a Messina, fu ricevuto appo il Lazzaretto dalla guarnigione schierata, dal Maresciallo Carrafa comandante delle arme e dal Brigadiere Santanna. Il Senato della città, a le autorità tutte intervennero a riceverlo; e memori delle feste e delle acclamazioni per. la prima visita del Monarca a questa città, diciamo solamente che si ripeterono, non potendo farsi più di allora, da quella popolazione. Il palazzo detto del Priorato di Malta, accolse il Re, che avendo sempre a fianco il fratello, si diede la sera, congregate le autorità, al disbrigo de' bisogni della città e dell'isola. Indi accolse 1 invito d’una testa di ballo, data dal Principe di Colle Reale. La mattina (17 aprile) ripresele cure di governo, ascoltò molti che lo vollero avvicinare; e poi volle segnare sul luogo, delle utili provvidenze per migliorare le condizioni del Lazzaretto, stante in quell’anno cordone sani tario nel Reame. Fra le sue cure, riunì ad evoluzioni sul Piano di Terranova la truppa, onde sperimentare i progressi suoi nel l’istruzione di campo, e dopo diedesi con scrupolosa esattezza a rivistare l'amministrazione di guerra, tanto pel personale mi filare, quanto pel materiale di quella piazza d arme. Fu rigoroso, giusto e lodativo, in questa importante branca di faccende governative.

Il giorno seguente(18aprile) riprese le cure di stato, la sera accettò una festa che la nobiltà messinese volle dargli. Accordò grazie a' condannati, sussidi a' miseri; e nella notte tra il 18 e ’l 19 aprile salpò da Messina, per Bagnara in Calabria.

A Bagnara, altri applausi a lui, altre sue grazie a quel popolo; e tosto ripartì per Palme. Quivi novelle feste, novelli tripudi, e novelle sue beneficenze.

Le guardie urbane a cavallo attesero il Re su i piani della Corona, grerpiti da popolazioni di molti diversi paesi, che con giojose grida accompagnavano la sua carrozza fino a Salice, ove altre popolazioni con bandiere e con banda musicale, si trovarono per festeggiarlo.

Con sì lieta e succedente compagnia, egli proseguì il cammino per Gioja, transitando pe paeselli di S. Martino, Rodicene ecc. ecc. fino a Casalnuovo, ove giunse nelle ore vespertine. Salì al palazzo del Principe di Gerace, attraversando fitta calca di gente entusiasmata. Quivi si presentarono le deputazioni di molti altri comuni per presentare i voti delle rispettive popolazioni.

All'alba del giorno 20 aprile, il Re partì a visitare i stabilimenti militari e le miniere della Mongiana, battendo la strada della montagna, in compagnia di distinte guardie di onore; e dopo varie Termale tra deputazioni di comuni, e popolazioni accorse sul suo cammino, trascorso nove ore, giunse alla Mongiana.

Il Re incominciò la sua visita dalla fonderia, ed osservò lo stallaggio di projettili vuoti, girelle per affusti ed altro, entrando ne’ più minuti particolari. Quindi assistette dopo il ripulimento del crogiuolo a varie piccole fusioni, come di projettili e di oggetti per uso di commercio, col mezzo delle cucchiaie e dei fornelli mobili. Si eseguì pure una fusione di oggetti di grossa mole, come affusti per mortai ed altro. Egli volle osservare ed esaminare con ogni diligenza il meccanismo delle trombe della Cassa di Eolo e del condotto di quest'ultimo, sino al punto dellosviluppo del fluido elastico,per animare la combustione dell’alto forno. Salì poscia sul piano delle canalette delle trombe, ove osservò come l’acqua introducendosi in queste ultime, trascina con se l’aria mercé l'aiuto de' trombini.

Ritornalo al piano della fonderia, si recò all'officina della ribatteria a mano, e quindi a quella del martinetto, destinato a levigare i projettili pieni. Volle riconoscere per mezzo della macchina di Monge, la tenacità della ghisa, e ne rimase soddisfallo, essendosi spezzato il parallelepipedo con cantaja nove e rotola cinquanta di peso; e notò inoltre con sommo discernimento la qualità della grana. Volle in seguito portarsi alla più prossima elle quattro raffinerie, ove si tirarono varie spranghe di dimensioni diverse e le più favorevoli pel commercio. Passò ad osservare la sala di esposizione de' lavori eseguiti finora per la Real Marina, per l’Artiglieria e pe’ privati. Di là alla sala dei modelli di legno, di bronzo ed alla sega ad acqua, e continuando il giro dello stabilimento e l’ispezione delle manifatture; si recò al più prossimo de' tre maglietti, ove esternò la sua Sovrana approvazione per le dimensioni e qualità de' ferri ottenuti. Salito quindi al laminiere, si tirarono delle lamine di 1/6 di linea che ilRe trovò utile per l’armata.

Siccome fin dal 1830 lo stabilimento cominciò a fare dei tentativi per la costruzione de' ferri tondi e quadri, tirati con cilindri laminatori scannellali; e siccome da quell'epoca fin’allora si eran fatti de' miglioramenti, attese che si fossero smontati i cilindri laminatorj, e accavallali quei solcati; così assistette finché si fossero tirati dodici qualità di ferri assortiti e tre tondi, giusta le mostre che ordinò di approntarsi. In fine volle ispezionare anche i locali della sospesa fabbrica d’armi, e di là ritornò al magazzino de' ferri maglietti nella quale è riposta la macchina per tirare ferri, venuta dall’Inghilterra.

Restituitosi alla sua abitazione, volle esternare la sua compiacenza al direttore dello stabilimento, ai commessari di guerra ed agli uffiziali d’artiglieria ed impiegati e macchinisti e lavoratori, ammettendo tutti alla sua presenza, e segnando norme d’immegliamenti per quell'opificio. La sera si trattenne ad una rappresentanza teatrale, eseguita dai figli degli uffiziali, allegorica alla felice circostanza.

La mattina del 21 aprile, abbandonò la Mongiana, avviandosi per la città di Catanzaro, capitale della Calabria Ultra seconda, soliti trattenimenti giubilosi per la via, fino a Squillace; ove fu accollo con eguali trasporli festivi.

Dopo due ore di trattenimento, per contentare i desideri di giustizia e di grazia di quella popolazione, prosegui il viaggio.

Giunto il Re a Palermo, comune distante ben diciotto miglia da Catanzaro, rinvenne una guardia d’onore di della città, che era andata si oltre ad incontrarlo; e seguì il cammino a cavallo, fino al fiume Cornee, dove rinvenne una deputazione del la città con lussuose carrozze al servizio reale. Rimessosi sulla strada rotabile, trovò Questa, coverta di gioiose acclamanti popolazioni, che faceano duplice spalliera. Più e più fiate, nell’entusiasmo della letizia, tentarono staccare i cavalli alla carrozza del Re, onde tirarla a mano, in alto di trionfo, ma il sensibile animo del Principe, non lo permise, commosso.

Alla distanza di quattro miglia dalla città, intese il tiro del cannone io Catanzaro, qual segno dell’approssimarsi del Monarca, e con tal segno le genti de' convicini paesi, quai torrenti straripati, covrirono le terre prossime alla strada, e le voci loro empivano l’aria, in lontananza, d’un suono indicibile a descriversi; ed eran voti affettuosi, di saluto al giovine Sire.

In Catanzaro e ne’ suoi prossimi comuni, si mantenevano ancora le tende, a riparo delle risorgenti abitazioni, rovinate dal terremoto dell'anno prima; ma in quei giorni, l'affettuosità sensibile de' forti e vivaci calabresi, scomparir fece ogni traccia di sventura, ed ogni comunità o individuo, rivaleggiar volle nell’onorare il Re, cogli individui e comunità delle altre due province calabre, di già percorse.

Ed ecco che un monumento architettonico, sulla entrata della città, a man dritta, erasi innalzato. Sei colonne di stile ionico, disposte a cintolo, sostenevano una volta sferica; ed in mezzo un piedistallo, portante il busto del Re. A breve tratto del monumento, sorgeva un gran padiglione su basi poligone, elevato a piramide, nella sua covertura, ove riunite le alte autorità della provincia e del municipio, attendevano il giungere. del Re. Le strade interne della città ornate erano di ben conteste spallegiature di mirto, e l’abitazione destinata ad accogliere il Monarca, vedevasi contornata di trasparenti. Nel mezzo ella spianata, crasi costruito ad uso pubblico, una nuova fontana, che per la prima volta nel dì 21 aprile 1833, a monumentale ricordo del giungere di Ferdinando II, aprì i suoi getti.

Il Re giunse nell'abitalo, al cader del sole. L’intendente de Liguori, lo accolse con breve discorso, e dopo il sindaco con la sua decuria, compì l’atto di presentare al Sire le chiavi della città, quelle stesse che nel 1735 furono presentate all'immortale suo bisavolo Carlo, III.

Prese stanza in una casa baraccata, costrutta dopo il terremoto per dimora dell'intendenza; e mentre vi giungeva, un battaglione di cacciatori, presentava le armi. Pel grande impegno, col quale era giunto in Catanzaro, onde ocularmente occuparsi de(1) sofferti guai della provincia, volea non accettare l’invito del municipio ad una festa di ballo, in suo onore.

Ma, fu forza cedere alle esprimibili premure d ognuno, e mentre la popolazione acclamavalo, fino a notte avvanzata, per le vie e adiacenti campagne, illuminate. a giorno; mille sguardi lietissimi, fra il brio delle danze, stavan con lui, commossi a tenerezza scambievole.

Il dì venturo (22 aprile) aprì le sorgenti della sua meravigliosa operosità governativa, riparando con efficaci modi le trascorse pubbliche disgrazie. Indi si trattenne col consiglio provinciale di già riunito all'uopo, e colle deputazioni de comuni del distretto, e con quelle di Cotrone e di Nicastro. In fine si abbandonò con cuore di padre alle pubbliche udienze, persuaso che quelle popolazioni faceano bisogno più d’ogni altra,delle sue regali munificenze.

Dopo, una salva del forte, annunziò che il Re usciva per andare alla chiesa cattedrale, e tutta la popolazione si affollò sulle vie, e venne ricevuto dal Vescovo e da numeroso clero. Il grandioso tempio, era rivestito con magnificenza, di damasco e di stoffa. Vide in seguito il Real collegio, in breve tempo, riaccomodalo ad uso de' studi, poi il locale de' tribunali, l'orfanotrofio, e gli ospedali. Restituendosi alla baracca, ordinò che il generale Lecca col procuratore generale della Gran Corte criminale, si recassero in suo nome alle prigioni, apportando grazie di perdono e paterni soccorsi in denaro.

Il giorno ispezionò la milizia e la guardia di onore, e la sera, dopo carissimo commiato, alla fedele città, fu ad una seconda festa di danze. All’alba del dì 23 aprile, si mosse per la volta di Cotrone, scortalo da' più distinti giovani a cavallo, e riesci va impossibile aprirsi una strada attraverso la folla, che mettea figliale indugio al suo cammino, onde accomiatarlo con amorevoli evviva.

Oltre i soccorsi largiti nelle udienze, depositò nelle mani del l'intendente, pe’ bisognosi della provincia, ben 4,000 ducati, oltre duc. 100 pe’ carcerati poveri, e duc. 18 pe’ pochi malati che rinvenne nella visita all'ospedale civico.

Nelle ore vespertine del medesimo giorno, il Re giunse in Cotrone,fedelissima e civile città, ricca di memorie antiche fra' secoli, ed oggi memorabile pel suo fiorente commercio ed industria. Una guardia di onore escì all'incontro. La popolazione vi accorse tutta, e splendide feste si attuarono per tutta la notte. Si diede alle udienze ed agli affari, visitò il castello, le fortificazioni ed il porto, e la sera accolse un pranzo offerto dal Barone Baracca, ed in sua casa ebbe alloggio.

Il dì vegnente (24 aprile) si diresse per Cariati. Al fiume Nieto, ove giunse per strade alpestri, (rese, per incanto della devota gente di campagna, praticabili ed adatte alla corsa) un benemerito cittadino di Strongoli, per nome Nicola Giunti, eresse a sue spese, un comodo ponte sul detto fiume, pel passaggio di Ferdinando II.

Prese stanza in casa del Vescovo in Cariati, da dove proseguì il cammino per Rossano il giorno venturo, (25 aprile) e non partì senza rimanere ricordi di se nella città.

In Rossano i tripudi furono immensi ma brevi, giacché il Re, dopo aver usato ad utile del comune e del suo distretto, efficaci provvidenze governative, se ne parti per Cassano, ove la sera ebbe stanza in casa del duca che ne porta il nome.

Nel comune di Bovalino, ebbe feste a private spese del Sindaco, Domenico Antonio Grillo, autore benanche di un applaudito inno musicale, cantato per la fausta circostanza.

Fra i consueti universali tripudi, al dì 26 aprile avvanzò strada per Policastro, prendendo alloggio in casa del Principe di Gerace che per tant'onore eravisi recato. Quivi diede gli ultimi tratti delle benevoli sue cure a pro delle Calabrie, lasciando nelle mani del Principe di Gerace la somma di 1900 ducati, da dispensarsi pe' bisognosi de' comuni di Policastro, Roccaimperiale, Trebisacce, Casalnuovo, Plattici, Castroregio e Rotondella, paese primo di Basilicata, confinario alle Calabrie.

La mattina del 27 aprile, costeggiando le terre ed i comuni della Basilicata, appo il mare Jonio, ed in unione delle autorità di detta provincia, giunse fra le incessanti benedizioni de' popoli suoi, l'instancabile Monarca, ai confini della provincia di Terra d'Otranto.

Non stimiamo, attenendoci alla critica verità storica, narrando le scene entusiaste de' popoli calabresi avvenute ne' primi viaggi del Re, in quelle classiche terre, di aver descritto quanto conveniva. Il tema del nostro lavoro, con rapide ali c'incalza innanzi ad ogni fermata ricordevole, mentre faria bisogno d'un volume a parte onde trascrivere appuntino quelle feste, quei tripudi.

Molti paesi perciò, moltissimi interessanti ricordi, e non poche distinte persone, non sono da noi. segnale alla posterità. Amo registrare solamente al termine di questo capitolo un nome di giovane gagliardo ingegno, rapito innanzi sera al lustro presente della letteratura nelle Calabrie, intender voglio, Alessandro d'Alessandria di Monteleone. La tenera lirica che questo valido ingegno arpeggiò ad immortali canti, per festeggiare la visita del giovane aire alla sua città natia; ritenea la nostra storia contemporanea, come un palladio di civiltà, allo sfoggio, che la poetica, innata su quel suolo, diede in quei giorni sacri a' ricordi patrii; mercé il cullo immortale che i geniosi animi calabri, risentono ognor più ognor sempre, alle italiane lettere.


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CAPITOLO XLV

Primi viaggi del Re nelle province del Regno. Provincia di Terra d Otranto —Rivede la provincia di Bari — quella della Capitanata — quella del Principato ultra — ritorno a Napoli.

La civile e fervida terra Leccese, che nel cerchio de' secoli non seppe far perdere alle genti che l'abitano, la vivacità dello sguardo e della parola, il brio allo spirito entusiasta e la vibrata tenacità agli affetti; da che il Principe della gioventù, dopo appena salito al Trono,corse a far visita a' suoi popoli, fino alla città di Bari; dir voglio la estrema provincia delle Puglie, chiamata Terra d'Otranto, spedì eletta rappresentanza fra suoi cittadini, onde invitare il Sire a prolungare la sua visita a Lecce, essendo indicibile il desio di quella gente per ossequiarlo.

Noi dicemmo che il Re gradì tanto l’impegno de' Leccesi, e promise adempiere il loro volo in altra circostanza. Se ne ricorda ora, e benché è trafelato per lungo viaggio nelle Calabrie, aspira compiere il voto di quella provincia, e sulla traccia orientale della Basilicata, nel dì 27 aprile rompendo la linea confinaria di detta provincia, giunse al primo paese di Terra d'Otranto, detto Palagiano.

Il Duca di Montease, intendente della provincia, il Colonnello Frascolla comandante delle armi e Monsignor Lepore Vescovo di Castellaneta, nonché il Sottointendente del distretto di Taranto, attesero il giovine Sovrano in detto comune, presentando i voti della Provincia Leccese. Si mise in camino per Taranto, e benché sopravvenisse dirotta pioggia, tuttavia le popolazioni de' convicini paesi alla strada, corsero ad incontrarlo in lietissimi modi.

La popolazione di Massafra, lo ricevé sotto arco trionfale. Finalmente nelle ultime ore del giorno giunse in Taranto, città cospicua per le sue secolari memorie e patria del massimo Archita, ove i pochi avvanzi della sua grandezza che fu, rimembrano tutto dì il lustro e la gloria antica, ben ligata alla civiltà e gentilezza moderna che la distinguono fra le altre. Siede, quasi grandioso vascello in mare, e le sue mura da per ogni dove, vengono bagnate dalle acque.

Il mare Jonio che si estende rimpello ad essa sul mezzogiorno, la situa a guardia del golfo che giunge alle Calabrie, e la sua parte nordica, quasi cerchio, chiude il così dello mare piccolo, (che à sedici miglia di circuito e selle miglia e un quarto di lunghezza) un tempo gigantesco porto militare, ove migliaia di carene della possanza Greca e Romana gittavano l’ancoraggio; ed ora è la peschiera più fruttifera del Regno e dell'Europa, in cui a cumulo vivono con leggi d’arte, scritte in volume antico, detto Libro Rosso, crostacei di ogni natura, molluschi di cento e cento razze diverse, testacei moltiplici, e miriadi di saporosi pesci, che a schiere ed in segnati giorni emigrano da diverse spiaggia, e fanno quivi la loro entrala. Due ponti, quasi gomene ligate a pile, la uniscono alla terra, da occidente ad oriente.

Fu sempre ed è tuttavia una piazza d’armi d importanza, sul mare Jonio. L’aspetto severo de' suoi bastioni, del suo vetusto castello, della Cittadella che ricordale guerre puniche, le vittorie di Alessandro, il coraggio di Pirro, la fermezza di Fabio Massimo, la spada di Annibale, e lo scudo adamantino di Boemondo vincitore, nulla ànno tolto ai gentili costumi de suoi abitanti, che dalle greche fisionomie delle sue donne, rimembrasi la tradizionale sua origine, tanto fatale ai Duci Ellenici nel loro ritorno in patria, dopo la distruzione di Troia, fra le contese degli Eroi di Omero.

Il popolo festante e la guarnigione militare sotto le armi, ricevettero il Re che prese abitazione nel palazzo Arcivescovile, ed in quella stanza ebbe letto, io cui nel 1797 dormì il suo avo Ferdinando I.

Visitò la monumentale chiesa metropolita. Indi ricevé il clero e le autorità militari, amministrative e giudiziarie, e dopo aprì le sale a pubblica udienza. A notte intervenne ad una magnifica festa di ballo, prendendo parte alle danze.

Il giorno seguente (28 aprile) di buon ora si occupò di faccende militari, importanti in una piazza d armi, rivistando minutamente tutto quanto facea uopo. Soddisfato largamente ad ogni pubblica e privata inchiesta, montò in carrozza coll'intendente della provincia e continuò il camino per Lecce. Immensa fu la gente de paesi limitrofi, che accorreva sul suo camino, a festeggiarlo in trionfo. Lungo là strada attraversò i comuni di Monteparano, Sava, Manturia, S. Pancrazio, Guagnano e Campi, ove si ammiravano con lusso e ricercata architettura degli archi trionfali con iscrizioni analoghe alla circostanza. Le autorità municipali e le popolazioni garrivano nell'esprimere i sentimenti della reciproca affezione al giovine Monarca.

Nelle prime ore vespertine finalmente si avvicinò alla città di Lecce, che avea spiegata le ali alla gioja, ed al lusso della sua naturale progressiva civiltà, onde accogliere nelle sue mura il Principe, cura instancabile de' suo voti da ben tre anni.

Infatti vedeasi alla distanza di un miglio eretto arco trionfale, e dal quale punto fino alle mura della città, una gran calca di popolo accorsa, si pose a seguire il Re con inaudito giubilo e replicate acclamazioni. Giunto il Re alla porta della città il Sindaco ed il corpo municipale gli presentarono le chiavi, e con esse gli omaggi di devozione del popolo Leccese. Indi incamminatosi verso la Cattedrale venne accolto dal Vescovo Monsignor Caputo e dal Cavaliere Schipani segretario generale dell'intendenza.

Uscendo dal Duomo sulla vasta piazza, ebbe 1 onore delle armi da 5° battaglione de' cacciatori nonché dalla gendarmeria, e fra gli evviva di entusiasmo salì al palazzo dell’intendenza, vasto e magnifico edificio. Le dritte strade della città si vedeano addobbate di arazzi ed echeggiami di armoniose melodie.

La sera riunì a se le autorità tutte, per intendersi sugli imbrigliamenti da attuarsi nella provincia. Indi da una ringhiera del suo reale albergo, volle godere la festa campestre preparata nella sottoposta pubblica villa. Su centosessanta colonne che la circondano, eranvi collocati altrettanti globi trasparenti, a svariali colori, in mezzo ai quali vedovasi collocalo un giglio. Da tutti gli alberi verdeggianti pendevano globetti fiammanti, mentre si svariale miriadi di lumi, facevano rilevare alcune tende formate à costume Cinese, ed altre a forma rustica, ed altre in vari punti erette con baracche per uso di caffè e sorbettiere. Finalmente il giulivo spettacolo ebbe termine con il volo di grandiosa macchina arcostatica elegantemente ornata, e con uno sparo di fuoco bencalese, che fra succedenti ricami di variopinti lumi, offrì il ritratto del Re e della. Regina, col motto «Numina favelli».

L’instancabile Ferdinando, dopo il disbrigo di pubblici affari, si diede a contentare ognuno con pubblica udienza e si trattenne benanche ad ascoltarci voti delle moltiplici deputazioni de' municipii del distretto.

Andiede a visitare il palazzo de' Tribunali, osservando il grandioso edificio in ogni sua parte. Venne ricevuto da componenti il collegio della Gran Corte Criminale, e dopo aver attenta njente osservata la buona tenuta dell'Archivio e quant’altro era vi di maggior interesse, estrinsecò particolarmente la sua soddisfazione al Procuratore Generale Loasses. Eguali cure ebbe nella visita al collegio del Tribunale Civile, esternando il suo compiacimento a quei Procuratore del Re.

Si conferì dopo alla visita del collegio dei pp. Gesuiti, ed in ultimo al pubblico orto agrario.

Contemporaneamente ebbe pensiero che il generale Lecca in unione del Procuratore Generale andasse a recare grazie e munificenza, nel suo real nome, ai detenuti nelle prigioni centrali della provincia. Da per ogni dove fu sempre in mezzo a folla di popolo festante, e restituendosi al palazzo venne preceduto da bande musicali e de fragorosi evviva di moltitudine.

Nelle prime ore del giorno, riunì la guarnigione a militari manovre, e dopo in compagnia delle guardie d’onore, volle fare una passeggiata per le campagne intorno alla città. La sera la real villa venne di bel nuovo illuminata, e ’l popolo diedesi ad altre feste in onoranza del Re ospite. Lussereggiante trattenimento di ballo occupò la notte, e il Re n’ebbe invito di distinta deputazione trascelta all’uopo, e le danze furono aperte dai suoi modi cortesi e cavallereschi, verso ogni dama ed ogni invitalo.

Al dì seguente (29 aprile) si spinse ad una visita, fino alla città di Gallipoli, estrema terra del Regno, ove le onde che bagnano il lido, bagnano le opposte sponde dell'Affrica da una parte, mentre dall'altra guardansi come nubi in lontananza, i monti Acroccrauni delle isole Jonie.

Lunco lo stradale, venne incontrato dal vescovo di Nardò col suo clero e dal sotto intendente del distretto, cav: d’Elia, e dalle guardie urbane e dagli ufficiali municipali e dalle deputazioni di molti comuni, e dalle festive popolazioni accorse da per ogni dove. Traversò i paesi di San Cesareo, di Parabita e di Galatona.

Giunto appo le mura di Gallipoli, il popolo staccar volea i cavalli dalla carrozza, onde a braccia tirarla in città, ma il modesto giovine Monarca, con sentili ringraziamenti noi permise. Fu a visitare quel porto mercantile, primo emporio di commercio col Levante, prendendo nota delle migliorie da praticarsi. Osservò le fortificazioni ed il Castello, e passando per i diversi archi trionfali, si riposò a nella casa della sotto intendenza, ove volle riunire, a pubblico utile, le autorità del distretto, ed accolse le dimande di chiunque volle presentarsi. Nelle ore del giorno si restituì in Lecce. Nel comune di Lequile, trovò quaranta fastose carrozze, oltre una lunga fila di popolo, e con si splendido corteo rientrò fra novelli evviva nella città.

Il dì primo maggio, volle fare una gita alla silente e vetusta città di Otranto, che pare, qual vedova in mestissimo aspetto, fosse ancor dispiaciuta del lustro antico che più non l'abbella fra' secoli; è tanta la malinconia che la ricovre fra i neregianti spaldi del le sue mura, che ricordano le guerre latine, le greche, e le curve scimitarre ottomane, quando la barbara bandiera dell'Orifiamma islamita, s'innalberò un giorno tinta del sangue de' prodi martiri otrantini. Per la strada di Vernole, Melendagno e Borgagne, venne accolto dalle feste popolari de' comuni anco convicini.

Giunto il Re in Otranto, i primi passi furono diretti alla chiesa arcivescovile, e ne avea ben donde, essendo quel tempio la pagina più gloriosa della militante religione cattolica del Reame! Nell'arcivescovile palazzo volle stanza, e quivi diedesi alle critiche bisogna di quella popolazione, tanto per migliorare le sorti di quel porto commerciale, prima posata del mare Adriatico in faccia ad Oriente; come per le singoli emergenze degli abitanti. E men tre sedeva a pranzo largì duc. 500 ai bisognosi, in suffragio de' disastri sofferti dall'uragano de' dieci settembre 1832. Ah chi puole enarrare le benedizioni di quel popolo, mentre il pietoso principe, mosse per riedire in Lecce? chi conosce il sensibile specialissimo carattere delle popolazioni di quella vivace provincia, può solo comprendere la possa di mie parole.

Reduce a Lecce, e pronto a partire all'alba del di vegnente, riunì intorno a se, per la seconda volta le autorità costituite della provincia, attuando maniere di utilità pubblica, e alto raccomandando la giustizia e la incorrotta amministrazione, da tenersi a duplice palladio di felicità e di civiltà pe' popoli suoi. Ora non credendoci capaci di poter pincere co' colori della penna, le scene sensibili della culta e bella città capitale di Terra d'Otranto, nell'accomiatarsi dal suo Re; passiamo a proseguire il racconto de' viaggi, segnando solo, che la mattina del due maggio 1833, Ferdinando colle lagrime della più sentita commozione, retribuì la gratitudine del popolo leccese, e si volse sulla via di Brindisi.

Ducati 1400, diede il Re pe' poverelli della provincia, ducati 100 pe’ carcerali miseri.

Al mezzodì, arrivò nella monumentale città di Brindisi, altra pagina gloriosa della storia delle nostre patrie regioni. Distante tre miglia dall'abitalo, eran corse le popolazioni convicine, caramente gelose della onoranza de' Brindisini, ed il Re venne accolto tra palme e fiori.

Alla noria della città, incontrò le autorità municipali e distrettuali. Al duomo lo ricevé sotto al pallio l’esimio Arcivescovo Consiglio coll'intero capitolo, e indi volle fare il Siro della città in mezzo al tripudio della fedele popolazione, magnifico e vasto porto, ricchezza un tempo del commercio antico, e colmo delle più preziose ricordanze dei fasti che si ligano a secoli, ad imperi ed a eroi, e da tempo sì negletto e abbandonato; attirò la visita specialissima di Ferdinando II, divisando fin d’allora, restituire al lustro primiero questa miniera della marineria mercantile del regno, e delle cinque parti del mondo, come discorreremo in apposito capitolo. Passò indi al Castello di terra, in cui è stabilito un bagno pe’ servi di pena, esaminando ogni bisogno del luogo. Si recò quindi al palazzo della sotto intendenza, per intendersela colle autorità. Spedì i suoi generali a consolare i poveri e i carcerati. Ricevé la deputazione di Brindisi medesima, presieduta dall'Arcivescovo, che da quel momento, per le peculiari virtù che lo adornavano, si rese molto accetto al giovine Re; e dopo, altre deputazioni de' comuni del distretto, e fra le prime quelle di S. Vito e di Oria. In ultimo si occupò delle udienze, e terminate che furono si affacciò da una terrazza sulla sottoposta piazza, nel cui mezzo ergevasi una macchina con diversi archi trionfali, a modo di anfiteatro. Quivi accolse in massa gli evviva della popolazione; e mosse per Ostuni in compagnia dell'Arcivescovo Consiglio, dell'intendente, del sotto intendente e del comandante di provincia.

La casa del medesimo Arcivescovo ebbesi, e quivi pranzò con le autorità anzidetto. Accolse 1e liete premure d’affetto della dotta Ostuni, ricevé ogni persona, che ne facea bisogno. Il dì seguente si volse per Bari, accompagnato dai medesimi personaggi e dalla guardia di onore di Lecce, che l’avea sempre seguito, fino a rasano primo comune della Terra di Bari, e quivi si accomiatarono dal magnanimo Principe.

Il segretario generale della intendenza Barese, Carlo Cipriani, lo ricevé ai confini. Le popolazioni di S. Vito, di Cisternino, di Locorotondo e Fasano, con le rispettive deputazioni, e con guardie a cavallo in elegante tenuta, benché discosti dalla strada per cui transitava il Re, vi accorsero, per festeggiarlo — e chi avrebbe potuto trattenerli?

Prolungata la corsa fino alla commerciale ed industre città di Monopoli (primo porlo mercantile della riviera Barese sull’Adriatico, dopo Polignano), qui vi altre feste, non secondi tripudii di popolo. Da Monopoli giunto a Mola di Bari, rinvenne 1 egregio Marchese di Montrone, intendente della provincia, ed il Vescovo di Conversano, con deputazione. Lungo il tratto di strada fino a Bari, a brevi distanze eranvi archi trionfali con le deputazioni di Rutigliano, di Noja e di Trigiano, con la folla festante delle rispettive popolazioni.

Nelle ore pomeridiane, del tre maggio, giunse a Bari incontrato da squadre di guardie d'onore e calca di popolo di quella vasta città, ingrandita dalle confluenze di persone, d'innumeri paeselli che la circondano.

Era una seconda visita che il Re facea alla civilissima Bari e parea fosse la prima volta, sì straordinarii apparecchi di gioja presentava. Il clero sotto al pallio lo ricevé sul limitare del paese, uscito che fu da magnifico padiglione ove le autorità tutte unite le aveano prestato omaggio; e così processionalmente giunse al duomo, ricevuto da quell'insigne Arcivescovo Basilio Clary. Indi si. portò al palazzo dell'intendenza.

Nel salire la scala, il suo sguardo si fermò su lapidea iscrizione mormorea, che il sindaco Marchese de Angelis, a monumento patrio avea fatta ergere, rammemorativa della prima visita del Re alla città di Bari.

Chiamò a se d’intorno il consiglio provinciale, allora per legge riunito, discutendo co singoli consiglieri gl’immegliamenti da proporseli, pel vantaggio civile della provincia, accolse varie deputazioni ed autorità. Assisté alle feste popolari e la sera ad uno splendido festino nelle sale comunali, finito il quale nel ritirarsi a piedi, preceduto da due ale di personaggi distinti con torchi accesi nelle mani, osservò nella così detta, gran piazza del commercio, un arco trionfale, un tosello ed un obelisco.

Molte opere pie si praticarono in onore della visita del Re, e fra queste, l’Arcivescovo sorteggiò sette maritaggi a donzelle povere, e la beneficenza vestì e diede pranzo a duecento persone. Delle somme consegnò il Re pe’ bisognosi.

Il giorno 4 maggio, dopo aver riunito a circolo le autorità, i funzionari e i gentiluomini e le dame di città, si occupò ad una pubblica udienza; mentre il generale Lecca visitava le prigioni ed i pubblici stabilimenti in suo nome. A mezzanotte fra i plausi e le benedizioni, se ne partì con viaggio rapido sulla via delle città percorse altra fiala, e solo in Giovinazzo si fermò alquanto a visitare l’Ospizio detto di Francesco I; e poi trasse fino alle sue tenute di famiglia, in Tresanti.

Messo piede alle rive dell’Ofanto, che divide la terra di Bari dalla Capitanata, l'intendente di questa cav:Lotti lo accolse con offerta votiva della provincia ed in ispecie della città di Foggia, bramosa di possedere il Re per qualche giorno. Dal ponte che vi à sul fiume, Ferdinando fece una scorsa alla proprietà di Tresanti, e dopo lieve trattenimento si diresse alla volta di Foggia.

Al ponto dell'Incoronata, che dista tre miglia dalia città, fu ricevuto dal Sindaco e dalla decuria. Al silo, Cappa delle tre miglia, stavano raccolte le autorità civili e militari, seguite da immensa popolazione e da lungo corteo di cocchi e ai scelta guardia civile a cavallo. Ben conoscea in altra circostanza il giovine Re, 1 affezione del popolo Foggiano, ma questa replica festiva, lo commosse tanto, da frenare con grato animo per qualche altro giorno il suo giungere a Napoli, ove famiglia e Stato lo attendevano di già. Presso l’Orto di Gesù e Maria, il capitolo dalla Basilica con la croce inalberata accolse l’Augusto, e processionalmente lo accompagnò in chiesa, fra la calca della moltitudine giubilosa, il di cui entusiasmò non è possibile trascriversi; tant era al colmo.

Monsignor Vescovo ed una deputazione municipale lo ricevé sul limitare del duomo, e dopo prese stanza al Palazzo Reale; dimora dell’intendenza.

All’indomani, (6 maggio) si recò con l’intendente e col suo seguito alla villa comunale percorrendo ed osservando quel pubblico stabilimento. Indi passò a vedere la nuova strada che cinge l’Abitato, e finalmente volle assistere a due corse di cavalli, che ebbero luogo in un torneo, appositamente formato al di là della villa, con un leggiadro padiglione, dal quale il Re godeva lo spettacolo. Concenti musicali e commoventi evviva, si alternavano per più rallegrarlo.

Terminato il divertimento, si diede alle pubbliche udienze, ed agli affari della interessante amministrazione di quella provincia.

Luminarie e fuochi chinesi succedettero la sera, sul vasto spianalo della fiera, colla presenza dei Re sulla casa comunale; e dopo onorò di sua presenta la festa da ballo che il municipio offri riccamente sulle apposite gallerie del Teatro, e la gioia e la decenza e 1 lusso, fece trascorrere brillantemente le non lunghe ore d'una notte del mese di maggio.

La città sorteggiò dieci maritaggi per povere donzelle; ed il Re nel partire diè somma pe’ bisognosi.

Alla dimane (7 maggio) progredì pel ritorno a Napoli.

Penetrato fra i monti del Principato Ultra, in Ariano ebbe ricevi menti si acclamanti che il Re più volte volle esternarne il compia cimento. A Dentecane trovò una deputazione della città di Avellino, supplichevole onde si trattenesse alquanto in quel capoluogo, essendo tale il desio della popolazione. Da carissimi ad affettuosissimi intoppi al cammino, avvanzavasi il Monarca per la capitale. Infatti all’approssimarsi della città, l'intendente e ’l generale Cicconi comandante la provincia,accorsero i primi a riceverlo, mentre il 2. battaglione del 4. reggimento Svizzero e la gendarmeria a cavallo si schieravano al suo passaggio. Vasta mole di popolazione, accresciuta da paesi convicini, seguiva, con rami di olivo nelle mani, e con bianche bandiere fregiale dei molti e Re Clemente — Idolo del suo popolo.

Si portò alla Cattedrale,ricevute dal clero col suo vescovo, e indi trionfalmente giunse al palazzo dell'intendenza, da su del quale fu giuoco forza affacciarsi su d’una ringhiera più fiale, per contentare la plaudente folla che gremiva la sottoposta piazza. Riunì a se d'intorno le autorità, tenne lunga udienza, forgi ducati mille ai bisognosi; e dopo finalmente riedì in Napoli, sedendo il di appresso nei consigli di State,quasi che mancasse al riposo da poche ore!

Non rimane che tener discorso della sua visita a Potenza capitala della Lucania; (avendo il Re visitato l’intero Reame delle due Sicilie) e che noi a più adatto luogo ci serbiamo discorrerne, incalzati ora da altre interessanti materie.

Qui converrebbe per legge storica riassumere in un sol quadro a moralità dei fatti narrati, gli utili e gli immegliamenti produttivi di questi primi viaggi del Re nelle province. Ma siccome ogni buona semenza à bisogno del tempo per produrre i suoi ubertosi frutti, così noi al termine di questo volume, diffusamente e a vivaci tinte ne segneremo Io sviluppo.

Per ora non abbiamo altra gioia che ripetere a memoria de' posteri; che è bello un lavoro storico, ricco di si splendidi fatti, (onore al Re ed ai popoli suoi) quando vien difeso dalla patria testimonianza de' contemporanei.

STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 20 NAPOLI 1855

Storiografo del Real Governo di FERDINANDO II Cav. Mauro Musci

Storiografo del Real Governo di 

FERDINANDO II

Cav. Mauro Musci


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CAPITOLO XLVI

Primo documento delle Sovrane promesse, effettuate sugli alleviamenti di pubbliche imposte.

SENZA contento di sorta, mentre la verità parla da se, non facciamo che trascrivere il rapporto primo del ministro degli affari interni al Re, riguardando i felici risultati del voler suo, salendo al Trono. Ogni altra parola si rende frustranea.

MINISTERO E REAL SEGRETERIA DI STATO DEGLI AFFARI INTERNI

Rapporto di S. E. Il Ministro Segretario di Stato degli Affari Interni A SUA MAESTÀ S. R. M.

«Signore,

«Nell'ascendere al Trono V. M. promise al suo popolo qual che alleviamento de' pesi, a' quali per le passate vertigini erastato sottoposto. Le sue clementi promesse sono tutte egualmente una verità: le Province di qua del Faro hanno già goduto una diminuzione de' Dazii comunali nella somma di Ducati 1,192,743. 51. — V. M. ha comandato di effettuare lo stesso per la Sicilia, nella formazione degli stati discussi del venturo anno. La Sicilia, raccoglierà il frutto di questa utile esperienza, il cui risultato è tutto alla M. V. dovuto.

«L’amministrazione Civile del Regno fu stabilita dalla Legge Organica de' 12 Dicembre 1816: ma le Leggi Amministrative, regolando le relazioni degl’individui tra loro e con lo Stato, sono in molti casi variabili, secondo le circostanze; essendo queste relazioni anch'esse variabili, secondo che l'interesse generale lo comanda.

«Questo principio che non può da alcuno disdirsi, ha regolate le riforme sovranamente presentite nell’amministrazione comunale,se non che somma diligenza voleva aversi nello sceglier quelle, che convenivano, conciliando i progressi che la scienza amministrativa ha fatto da mezzo secolo in quà. con le nostre buone antiche costumanze. Ed in vero se là filosofia non può concedere che noi disdegniamo tutta la civiltà presente per chiamarci cittadini di età lontane, la filosofia medesima non può permettere, come noi ripudiando tutta la saggezza de' nostri vecchi, abborriamo e tenghiamo a schifo tutto ciò che non è lisciato alla moderna. La restaurazione, che impose termine alla straniera invasione di dieci anni, era il pegno della nostra ricchezza, della floridezza del nostro commercio e del ben essere dell'universale. Ma le fatali vicende che in appresso sconvolsero il Regno, ci gittarono in un abisso di mali, di cui tuttavia profonde sono le piaghe. 1 bisogni del Governo l’obbligarono a richiedere a' comuni novelli sacrifizi: l’aumento de' dazi comunali ne fu la trista conseguenza. Vostra Maestà nel degnarsi di confidarmi il portafoglio degli Affari Interni, mi diede l’ordine di occuparmi del disgravio sollecito di questi pesi, e dopo di avere effettuita la diminuzione di metà del macino, come quello che gravissimo era per sua natura alla classe più povera e più bisognosa.

«Varie non dimeno sarebbero state le mie cure, se V. M. con personali sacrifizi, rilasciando dalla sua Real Casa ducati 370,000; ricavando ducati 340,000 dalle economie su’ i rami di Guerra e Marina (economia che nella qualità di Principe Reale, nel suo militar reggimento avea preparate), non avesse spianata la via a tale difficile impresa.

«Il decreto degli 11 gennajo di quest’anno,, monumento immortale di quella generosa e leale franchezza, di cui solo V. M. M. potea concepire il disegno e dettare le espressioni; sciolse il difficile problema di stabilire sopra salde basi lo stato discusso del Regno, di estinguere una parte del debito galleggiante, e di far dono a' comuni della metà del dazio sul macino in ducati 626,500.

«L’altro Real Decreto dello stesso giorno, che ne fu la conseguenza, prescrivendo con convenienti economie sull'Amministrazione de' comuni, assicurò il compimento de' suoi clementi desideri. — V. AI. nel discutere maturamente il lavoro, che a tale oggetto il Consiglio le presentava, si degnò fra gli altri articoli, dettar quello che vieta le feste civili, a carico de' comuni; meno che nelle capitali di province, e ne limitò la spesa. E chi di noi avrebbe osalo proporla? E questa, o Signore, la sola riforma a cui i vostri sudditi non han fatto plauso; il sincero cullo di amore, che le han consegrato, n’era contristato.

«V. M. ha ripetuto questo divieto nell'occasione della visita, di che ha beata una parte del Regno, ma in ciò solo non poteva essere ubbidita, e questa colpa felice onora il Suo popolo. Le feste con le quali è stata accolla, non hanno imposta è vero alcun sacrifizio a' comuni: i ricchi, con volontarie e generose offerte; il povero con le sue braccia, ricusando di ricevere il prezzo del suo lavoro, sono concorsi a quelle giulive dimostrazioni, le quali quasi per incanto, hanno riunite cinque popolose province, in una festa sola.

«Le altre riforme prescritte, presentavano nella esecuzione, grandi malagevolezze. —V. M. mi comandò rassegnarle le istruzioni che potevano allontanarle, non isdegnando eziandio di discendere in particolari: volle osservare sino i modelli degli Stati suppletori,e di questi i più minuti calcoli. M’impose di pubblicar colle stampe le diminuzioni progressive de' Dazi, e le somme che destinavansi a' pubblici lavori, che volle inviolati, perché mentre preparano la prosperità della nazione, prestano facili mezzi di sussistenza, alla povera gente.

«Questo lavoro prescritto da V. AI. nel dì della sua nascita, è al suo termine in quello del suo nome. il ritorno di questi lietissimi giorni sarà ormai pel suo popolo il pegno di nuovi sacrifizi, il Suo grande animo potrà solo bastare a tante speranze.

«In tale faustissima circostanza, non oserò al certo fare sterile pomba di nozioni amministrative. Se si degnerà permettermelo, essendo Sua volontà di fare alla Sicilia uguali beneficenze, io pubblicherò colle stampe i metodi impiegati. —V. M. ripone laSua gloria ne’ fatti: io mi limito dunque ad esporle un fatto.

«I comuni de' Reali Domini di quà dal Faro, esclusa Napoli, per la quale le sarà umiliata un particolare rapporto, hanno goduto una diminuzione di dazii, in ducati 1,192,743. 51.

«Togliendone per lo rilascio fatto dalla Tesoreria, sul macino, ducati 626,500.

«Rimangono provvenienti dalle economie fatte sull’amministrazione comunale, ducati 566,243. 51.

«Non debba però lasciarsi inosservato, che in realtà il prodotto di queste economie, fia di molto maggiore. Ed in prima alcuni comuni, ricchi de' beni patrimoniali e popolosi, non avean dazi di maniera alcuna. Pagano essi il macino cogli avvanzi delle rendite. Negli stati pubblicati per mezzo del giornale uffiziale, questa circostanza è stata avvertita: quindi la parte spellata a questi comuni più fortunali, non ha potuto entrare nel calcolo de' dazi diminuiti, la cui somma apparisce perciò minore dell'effettiva. Né una eccezione poteva farsi, giacche il beneficio Sovrano era indistintamente fatto a tutti i comuni; se non che quelli che non avean dazj, han potuto convertire ad opere di loro utilità, la rata del macino, che avanzi pagavano. Al che aggiunse, che la somma di meglio che ducati 566,243. 51, delle riforme ottenute, deve accrescersi del profitto che gli appaltatori de' dazj facevano: profitto che la esperienza fà ascendere al sesto, vale a dire circa ducati 100,000. Che se per disdire questo calcolo voglia opporsi, che non tutti’ i dazi soppressi e diminuiti, erano esalti con appalto, ma bensì molti col metodo di transazione; si ponga mente, che questo mezzo fecondo, per sua natura d’ingiusto arbitrio, e vietato dal l'interesse de' ricchi, produce per avventura maggior gravezza e dispendio alla classe indigente. Debbe eziandio porsi a calcolo, che di già per l’anno corrente, molte erano le richieste fatte per imposizione di novelli dazj Comunali. Quantunque al cader dell'anno scorso si fosse vietato agl’intendenti di far simili proposte, nondimeno alcune trovavansi rimesse alla Consulta, ed altre n’erano già state approvale. Il che si farà solenne argomento a conoscere quanto grande sia stato il vantaggio ottenuto. Ma perchè si vegga che il primo, il principale bisogno de' Comuni del Regno, quello delle opere pubbliche interne ed esterne, non sia stato negletto, si ravviserà, che la somma che vi è stata destinata, è ascesa a ducati 705, 654. 28. Quale somma è indipendente da altri ducati 373,802. 49, che i comuni contribuiscono per opere pubbliche provinciali. Le quali due somme riunite dimostrano avere i confini consagrati sulle loro particolari risorse, in questo anno ad opere pubbliche, ducati 1,079,456. 77.

«Gli stati giustificativi, da' quali il presente umile rapporto è accompagnalo, esibiscono le altre seguenti notizie.

«I Comuni che hanno interamente abolito i dazj sul macino, sono al num. 996.

«Quelli che hanno abolito il detto dazio, al di là della metà, 659.

«Quelli meno fortunati che non hanno oltrepassato la metà del disgravio 142.

«I Comuni che non hanno in atto, dazj di sorta alcuna, 325.

«Ed è d’avvertirsi che di questi ultimi, soli 47 non avevan dazi nel 1830.

«V. M. mi permetta in fine un rapido cenno sulla riforma degli, stipendi.

«È questa apparsa alquanto severa; ma poche riflessioni basteranno a provare il contrario.

«Sino a tutto il 1809, moderati erano gli stipendi Comunali. Politiche mire mossero gl'invasori a largamente dotarli. Alla Restaurazione, tutti gli auguri di prosperità (che senza la sempre deplorata rivolta del 1820, sarebbero stati compiuti) consigliarono a non diminuirli. Ma le circostanze attuali de Comuni imperiosamente esigevano questo provvedimento. E perché molti amano di appoggiare i giudizi loro ad autorità ed esempli: ed il silenzio darebbe a queste voci un'aria di verità; si è creduto conveniente l'aggiungere agli stati giustificativi un altro, che, con documenti diligentemente estratti dal Grande Archivio, forma il paragone tra gli stipendi Comunali, prima del 1809 e gli attuali.

«Or da questo confronto (nel quale si sono scelti i Comuni più ricchi e popolosi) risultano due non negabili fatti: il primo: che gli dispendi individualmente considerati sono, anche dopo le attuali riforme, maggiori per lo più di quelli, che prima della militare occupazione erano a peso de' Comuni: il secondo: che gli stipendi stessi presi in massa, presentano in allo una somma cinque volte superiore a quella, che prima del 1809 si erogava.

«Supplico V. M. ad accogliere con clemenza l'omaggio del profondo ossequio, con cui ò l’alto onore di segnarmi.

Della Vostra Sacra Real Maestà.

Umilia: Ubb: servo e suddito

Ministro Segretario di Stato

degli Affari Interni.

Firmato GIUSEPPE CEVA GRIMALDI

Napoli 26 maggio 1831.


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CAPITOLO XLVII

Il Reame delle Due Sicilie, l’Europa e Ferdinando II.

Verità e giustizia, ligate con nodi indissolubili, si pre (1) sentano allo sguardo della storia, col nome del Re Ferdinando II. E noi scevri da ogni passione, spogli dell'intutto d’ogni umana preoccupazione, severi con noi stessi, (benché il cuore commosso cel vieta), d’ogni lode o interesse sociale, politico e personale; dopo aver gittate lo sguardo su quel tanto narrato, nel quarto libro della nostra opera, convochiamo per un momento i popoli del Reame delle Due Sicilie e i contemporanei dell’Europa, onde unire i loro voti, come, tanti raggi di luce che schiarino un cerchio, nel cui contorno ripeteremo le due grandi parole — Verità e giustizia—e nel mezzo il nome, di Ferdinando, e la cifra 8 novembre 1830. Le impressioni nostre, come scappano dalla penna, rimarranno quali voci critiche del universale. Ciò che noi scriviamo, saranno le pagini sacre al lustro emulatore, dei posteri della patria comune.

I governi, come le nazioni, anno bisogno di lunga età per improntare un carattere di forza, di possanza, di unione, onde progredire con lustro morale e civile, fra le genti.

Il tempo, autore d ogni umana e sociale movenza fra' popoli, allorquando cammina grave e lento ne’ passi, lo è per calcolo di stabilità perfezionativa nelle operazioni poco facili, troppo alpestri, grandemente intrigale delle movenze sue, su d’un oceano fluttuante di moltiplici, succedenti e contraddittori desiri, qual fu sempre il pubblico volere, sedente alle aurate vitali catene d’ogni illuminata società, le cui anella si compongono così: doveri e dritti, e giustizia inconcussa, su i diritti e su i doveri.

Questo teorema venne fissato, discusso e risoluto, fin da che nacque la società, volente Iddio Massimo. E d’allora finoggi, tutti i secoli lo predicano alle generazioni, dal loro oriente di comparsa, finché tramontano coll’incalzo inresistibile delle altre che si avvanzano come schiera a schiera, sull’umano campo di battaglia; o detto col gran nome, sul sentiero della vita.

Questo magnifico principio, di rado scappa dalla mente della società. Ma se scappa, allora è segno che la lebbre ribelle ad ogni unione, tiene inferma la infelice, per le mortifere epidemiche ingemmate medele, che le apprestano i filosofi slogicanti, ed i sempre sempre smentiti apostoli delle rigenerazioni chimeriche de' popoli, create a volo di uccello, ed a volo medesimo annullate. Il tempo, dopo simili infermità, riprende di bel nuovo e con invulnerabile pazienza, il suo regolo, movendo innanzi a se, la guarita inferma, la società.

Non neghiamo che talune fiate, il tempo si rende rapidissimo nel suo andare, svolgendo con miracoli di sviluppo, dietro a se, governi e nazioni. Ma in tal caso eccezionale fra le' leggi fisse, si ammira alto providenziale, pel quale sorge un uomo designalo a grandi destini; e costui in un giorno è capace di cambiare aspetto ad una generazione, imprimere un principio splendido di progresso e di civiltà in un istante su 'un popolo, e fissare un arringo glorioso, ove con lui, uniti insieme da cari nodi, si avviano a mela immortale, falangi scisse, opinioni rivali, amici e nemici; come una sola persona.

Allora l'orizzonte della vita comune si schiara d’ogni sventura trascorsa, e la luce d’un avvenire colmo delle più rosee speranze, siede a felicità d’ognuno, senza tema di tramonto.

Queste epoche stupende, rinvengonsi nella storia. Noi le a mettiamo, si bene con prudenza, onde i volubili riflessi delle splendide comete, errami nel firmamento politico, non vadano confusi co’ pianeti di luce fissa, che sanno farsi distinguere nel bel mezzo di miriadi di stelle.

A noi le conseguenze di tante coordinale riflessioni.

Il Reame di Napoli e di Sicilia, dietro i moti universali della filosofia politica del secolo scorso, si mosse ancor egli. Le tradizioni, i principii, la religione, le abitudini, le proprietà, i dritti pubblici, i pubblici doveri, le leggi, i costumi, e perfino le nazionalità, rovinarono da per ovunque I popoli nostri aspirarono ancor essi al fatale rovinoso progresso; e più volte da noi discusso, torniamo a ripetere, che l’impronta geniosa della civiltà rapida e providenziale, surta a vita fra le nostre genti, dall’immortale senno di Carlo III, si adombrò nel 1786, addivenne traballante nel 1792, (grazie al regicidio parigino) si rovesciò dell’intuito nel 1799, (mercé la repubblica partenopea) e nel 1806 si smarrirono persino i ruderi gloriosi d’un edificio nazionale che bisognava ergere ognor più con braccia e senno patrio. Invece, mentre la Sicilia otteneva novelle istituzioni politiche nella bilancia aritmetica dell’egoismo Brittanico; Napoli, la patria di Vico, di Filangieri e di Genovese e di altri sommi pubblicisti, giurisperiti, economisti e filosofi, s'inchinava ossequiosa ed umile, quasi popolo nomade dell'Oceanica, ad accettare il progresso francese, con leggi e costumi, bandiera e governo; prestigiose cose se volete, illustri se lo stimate, ma gemme largite da estranea mano, come a misero e famelico un pane, nulla avendo, forse di mena luce, ma caro di patrio concorso. Il governo cessò, (1815) le leggi rimasero, e costumi ed abitudini rivali si unirono insieme ed uomini figli d’un suolo medesimo, ma da anni lontani; mercé la prudenza il perdono ed il senno del vecchio Re Ferdinando I, si videro uniti. Il tempo, sperò a passo di piombo farsi innanzi e tranquillamente,. e con sagace pacatezza fondere di bel nuovo ogni cosa, colla sola ed unica colla cittadina nelle ardue rivalità; il santo amore di patria.

Non siamo noi il giudice, per decidere se il tempo avrebbe ottenuto vittoria su tante difficoltà. Diciamo solo per regola di storica cronologia, che le nostre genti, esulceranti ancora delle politiche e sociali piaghe antiche, avendo in mezzo ad esse gli energumeni delle insaziabilità governative,ed i paradossi molesti di tutte le opinioni, cioè i rachitici alle opere ed energici solamente alle inarrivabili ricompense sociali; ripeto, le nostre genti o cacciate innanzi dalla petulanza degli ambiziosi, o anelanti esse pure di elevarsi alla magnitudine di novelle comuni calamità, vollero far gustare alla madre patria, il crucio barbaro di altri dolori per novello parto, e medici imperiti, la sfiacchirono non ad altro che ad un bugiardo abborto. La pronuba infelice, ebbe due tagli mortali, mercé duplice rivoluzione, civili luna, militare l’altra; e così martirizzala nelle più vitali sue membra, diede alla luce il nonilunio del 1820. Indi dalla culla al sepolcro. Dopo questo avvennero, disfatte, armate straniere di occupazione, magrezze nell’erario pubblico e perciò novelli debiti all’estero e novelle pubbliche imposte per pagarli, armata spergiura, disciolta e riorganizzata sotto de' vessilli Austriaci, le strade aperte a scampo con la fuga e con l’esilio, le prigioni colme di settarii, le odiosità favorite dalla denuncia anonima e perciò cieca e letale ostilità comune fra reprobi, le famiglie impoverite per la perdita dall’impiego pubblico del sostegno di essa, i tribunali di Stato eretti a legale necessità; in ultimo, dubbi, sospetti, tristizie, e tutto quel codazzo d’infermità sociale che trascina con sé, il termine di una rivoluzione.

Tante, si diverse, moltiplici e succedenti sventure di governo è di nazione, di pubblico e privato interesse, dopo le ultime febbri della Carboneria, non terminarono fra noi, perché colla sola forza del tempo, erasi disceso a sedere su d’un suolo si spinoso e sterile, che se le rivoluzioni politiche erano scomparse,quelle più fatali,per la nostra maniera di vedere, più rovinose e di sinistri auspicii, ripullulavano ognor crescenti, come inconcusse conseguenze che emanano da principii stabili. Cioè a dire che le leggi necessarie di reazione, se perdurano in un paese più del tempo della cessata rivoluzione, o quanto à potuto essere lo stadio di questa; (dovendo avere il colpo di rimbalzo, minor forza di quello di proiezione), nasce da per se un altro periodo di movimento che noi altra fiala abbiamo appellato, rivoluzione morale. E questa lentissima febbre, ignota all’occhio del volgo, scrutinata da sguardo studioso ed atto a saper leggere in fondo allo spirito pubblico sulle masse, è tale nelle sue sorde pulsazioni, da mantenere una noia, un fastidio, un crepacuore, un indolenza, un eloquente non so che, un generale nonnulla, che pari ad una ditta anonima, si muove, si avverte, si sente, ma è ombra e non corpo, mentre agisce da sega invisibile, che lacera. ogni stabilità, ogni bene governativo, ogni immegliamento. Persino è capace a non far più sentire come merita, il lustro delle leggi, la saviezza degli atti Sovrani, le Reali indulgenze, la clemenza,

Il perdono, la generosa giustizia, la vita scampata dal patibolo. Era questue non altra la difficile base morale, su cui stavasi il Governo dinastico delle Due Sicilie. Che venga un uomo providenziale e coll’impronta del genio creatore, rieda a vita novella, otto milioni di gente. Qualunque altro specifico è nulla, è vano; darà vita, ma le piaghe comuni avranno appena risorsa di tregua, guarigione non mai!

I nostri contemporanei fanno eco con l’Europa alla mia tesi ardua e scabrosa. Tal era la corona che adagiava il giovine Principe sul (onero suo capo. Era questa e non altra, l’eredità grave e difficile che rinveniva, salendo al Trono. Ove più? que’ miracoli di Stato, che con immensi sagrificii,non si potettero far nascere per più età fra noi; con un atto, un volere, si ottennero a dovizia.

Fu vero? le pruove sono i fatti medesimi da noi narrati, coll'innegabile testimonianza della vivente generazione patria, conia meraviglia de' governi di Europa, o d’ogni popolo civile.

FINE DEL LIBRO QUARTO.


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LIBRO QUINTO

La famiglia ed i principi Reali. — Governo, Amministrazione e Regime della Casa del Re.—Matrimonio di due Principesse. — Viaggio del Re in Roma, in Toscana, in Piemonte. — Sponsali del Re con Maria Cristina di Savoja. — La novella Regina, innanzi ai popoli delle Due Sicilie. — Feste Religiose e Civili. Principi Esteri in Napoli, — Diplomazie, e feste diplomatiche. — Vani tentativi di emergenze nel Reame. — Saviezza, potenza e magnanimità del Re: — Spirito pubblico. — Movimento politico e sociale nell'Europa. -- Le dinastie Borboniche.- Quadro retrospettivo.

CAPITOLO XLVIII

La Famiglia Reale — Amore del Re per la sua madre, Regina Maria Isabella — Premure che egli à per le sue sorelle — Come costituisce intorno a se 1 fratelli,Carlo Principe di Capoa,Leopoldo Conte di Siracusa e Antonio Conte di Lecce—Migliora l’avvenire de' Suoi fratelli Luigi Conte di Aquila e Francesco di Paola Conte di Trapani—Istruzione ed educazione di questi ultimi due Principi.

Amore de' suoi popoli, fu la bandiera lietissima ed augurosa, che strinse collo scettro il giovine Sire, salendo al Trono; cosicché la preziosa virtù della clemenza, in nobile gara con la giustizia, salutarono insieme otto milioni di sudditi, arrecando gioia universale, sul bel paese, bagnato dalle cerulee onde del mar Tirreno, dell’Jonio e dell’Adriatico.

Amore della sua famiglia, fu lo scudo affettuoso che precinse innanzi al cuore, e a regolo presente ed avvenire dei suoi passi. Per qualunque altro giovinetto Principe che trovavasi di quattro lustri appena, ad esser Sovrano; la posizione domestica di Ferdinando, sarebbe stata ardua, cimentosa e difficile. Ma al suo cuore entusiasta e ben corredato, da doveri umani, civili e cattolici, fissare un novello assieme di lustro, di splendore, di armonia e di cari legami di santa reciprocanza, fra lui e i membri tutti di sua regia famiglia; fu la cosa facile, la facendo di un momento, la riescita più magnifica. Il pubblico affetto per lui, ammirò ed applaudì, a questi novelli trionfi augurativi del suo regno.

Ed in prima, le sue cure di figlio e i suoi impegni di Re, furono rivolti alla felicità dell’augusta sua genitrice, alla figlia di Re, alla vedova di Re, alla madre di lui già Re.

La buona, la eccelsa, la pia, la lolla cuore Maria Isabella Borbone, benché ricca di florida figliolanza,che le facea corona; troppo giovane ell’era per discendere si presto dal Trono. Ma se la ragion di Stato e la legge di successione, a ciò volle astringerla; lo speciale amore e ’l sublime rispetto di Ferdinando suo figlio e suddito fino a ieri, suo figlio e Re da ora in poi, verso, di lei, avea un orizzonte si vasto e si splendido di riverenza, di rispetto, e di trasporto, che non saprei bilanciare se la Regina, regnando, avesse avuta, più da desiderare in Trono, e più venerala e glorificala fosse pria nella Reggia, di tutto quello che con delicato studio, egli seppe fare per lei. E se fosse possibile ad uno storico, poter rompere per un momento la cronologia degli anni, noi quasi compendio dell'amore d’una tanta madre per un lauto figlio, segneressimo fatti recentissimi che anderanno sviluppati nella narranza dell’anno 1848, colla cifra 29 gennaio, 3 aprile, 15 maggio, 8 settembre, — episodii di affetto che illustreranno fra i contemporanei efra i posteri, il cuore di Isabella verso il suo diletto Ferdinando. Come, per compendio dell’amore di un tanto figlio, verso tanta madre, spiegheressimo quel che avvenne dalla Reggia di Napoli a quella di Portici, dal dì dodici al dì tredici settembre del medesimo anno;mentre Maria Isabella sedeva sul letto di agonia. (2) Queste splendide narranze, furono da me. raccolte,onoralo testimone di vista.

Ma tali racconti, dovranno stare in altra pagina, e pel momento, passando dalla Reggia sulle pubbliche strade, specialmente della città di Napoli e di quella di Palermo, assolderemo alla testimonianza del dir nostro i popoli entusiasti di queste due illustri città, onde conoscere in cento modi diversi, quali pruove di tenero amore non solo nel privato, ma anco nell’universale o gnora à consacrato il Re alla madre sua, da poter servire di tipo, verso ogni famiglia ed ogni figlio. Non vi era altra pruova da significare rispetto, che non fu rassegnata, da Ferdinando: Fino

fra i splendori de' circoli di Corte, egli che saliva sul Trono per raccogliere omaggi, ogni volta non mettea piede, se omaggi non compartiva egli il primo alla sua genitrice, innanzi ad illustre corteo. Fino, se slava al Campo di Marte e giungeva la Regina Madre, terminava la manovra, ordinava per lei tutti gli onori delle armi, e sferzando al galoppo il cavallo, accorrea ad ossequiarla, e la carezzava (fino all'ultimo anno che visse) quasi ragazzetto che si trasTutta con la madre sua; eran tante le parole affezzionate, i sorrisi, i motti giulivi, le carezze che sapea fare. Non fu visto mai al cospetto di lei, anco ne’ momenti più difficili di cure di Stato, con volto chiuso, distratto e men giulivo del solito. Fino, se la incontrava pe’ pubblici passeggi, lungo le vie più popolose, fermava il cocchio, discendeva, ed accorrendo al cocchio della madre, col cappello giù dal capo, le baciava la destra, non una, non dieci, ma cento e cento volle. Non si ricorda nella Regia Famiglia, da che Ferdinando fosse Re, di aver avvicinala una sola fiata la genitrice, senza aver chinata la sua fronte coronata, per chiedere la materna potentissima benedizione. Ma noi avremo altre pagini per simili memorie, onorevoli per la storia di un Monarca, modello di civiltà e di religione.

Cosicché a tanto amore, a tante onoranze, seppe unire uno splendido appannaggio il novello Re, per la prima persona della Regia sua Famiglia.

Molti figli e figlie, si tenevano ligati alla vedova di Francesco I. Cosicché, dopo la Duchessa di Berry, e Maria Carlotta già consorte a D. Francesco di Paola, e Maria Cristina Regina di Spagna; Ferdinando salendo a Sovrano, avea quasi suoi coetanei i fratelli Carlo e Leopoldo, le sorelle Maria Antonietta e Maria Amalia. Veniano appresso in età minore, Antonio, Maria Carolina, Maria Teresa; indi il giovinetto Luigi, in ultimo Francesco di Paola, che il Re Francesco I,morendo avea lasciato poco più che nelle fascie. Quanti differenti impegni di famiglia, quante cure diverse, pel Re Ferdinando II, che aspira a dare un impronta novella alla Regal sua Casa, un carattere speciale di accordo nelle parli, di concordia nell’assieme, onde trarre tutti i suoi, dietro a se; motore principale, del lustro, del progresso e della gloria dinastica, monarchica e nazionale, ch’egli con maggiore slancio vuol fissare sul Trono immortale di Carlo III.

Ed ecco che dopo dellamadre, prende impegno carissimo delle sorelle sue, virtuosissime Principesse Reali, speranze prossime e lontane di futuri Reami e nazioni, ove Dio à destinato che un giorno andassero spose; con l’eccezione onorevole chele auguste donzelle de' Borboni di Napoli, venissero spesse elette a far dettare di loro, lunghe pagini alla storia. Infatti Maria Carolina Ferdinanda, vedova del Duca di Berry, à pagini bianche ancora di se e del suo primo nato, ignorandosi quando e come si. scriveranno. Lunga è la storia contemporanea di Maria Cristina, vedova di Ferdinando VII, Re di Spagna. Preziosa di civiche virtù è la vita di Maria Antonietta, augusta della gentile Toscana. Non minore di preggi abnegativi e rassegnanti a un avvenire di trionfo, mercé inconcussi vitali principi politici, si è al certo il vivere di Amalia, consorte dell’Infante Sebastiano. Grandioso avvenire il nuovo mondo, prepara all'affettuosa e tenera Maria Teresa Imperatrice del Brasile, fra lauti, a solo titolo di assicurare colla sua fecondità, l’avvenire alla grande nazione, surta a vita da Pedro di Braganza. E Maria Carolina, la pia per eccellenza, è pur essa antisegnata nel silenzio de' suoi giorni, a portare un nome che potrebbe un dì esser adorno de' più fastosi titoli.

Tutte queste cose avverranno, ma Ferdinando salendo al Trono, non ammira nelle sue sorelle che quella quiete e modesta semplicità educativa, appresa alla Corte di suo padre. Non fa altro che ligare con maggiori modi di affetto a sé le sorelle, e donando ad esse l’amore di fratello, a questo unisce le premure di padre e ’l patrocinio di Re. Da che fu Re, fino a quanto le Principesse passarono a marito, là mensa fu una fra esso e loro; e si potrebbe dire che Ferdinando fu sì accorto all'educazione nobile e religiosa delle Principesse (specialmente delle due ultime, Maria Carolina a dieci anni, e Maria Teresa a olio) che sembravano più figlie che sorelle.

Pe’ fratelli poi, brama che con le maggiori cariche dello Stato, lo coadiuvassero allo splendore del Trono. Riconferma il suo primo fratello Carlo, au Ammiraglio della Real Marina, ed altri mandati in più circostanze gli assegna nelle facendo di Corte. Eleva Leopoldo a Maresciallo di Campo e lo invia suo Luogotenente in Sicilia. Antonio, benché di quindici anni, lo investo della divisa di Capitano de' Lancieri, e nelle parate militari si volle cavalcare al suo lato, con le insegne di Aiutante Reale.

Un solo pensiere preoccupa l’animo del Re, ed e quello dell’avvenire de' suoi ultimi due fratelli, Luigi e Francesco di Paola, ragazzo l’uno a sei anni, bambolo l’altro a tre anni.

Francesco avea avuto tempo di migliorare la condizione dei suoi figli, Carlo, Leopoldo od Antonio, costituendo per essi dei maggiorati, indipendenti dai mensili assegni di famiglia, secondo le leggi di Casa Reale. Ma non vecchio ancora, mentre moriva, non avea basalo eguali fortune per gli ultimi suoi due nati, Luigi e Francesco di Paola. Ferdinando intanto scorge la disparità delle risorse tra fratelli, e pensando alle piaghe dell’azienda del Governo, non h idea di costituir egli con delle alienazioni di beni dello Stato, i maggiorati mancanti a fratelli ultimi. Ama questi, ed ama anco il paese. Entrambi gli affetti sono potenti nel cuore del fratello e del Re, e senza che l’uno lo facesse più preponderare per l’altro, scioglie da se l’arduo problema e salva con dignità le cure di Capo di famiglia, e quelle di Capo dello Stato, con sacrifico proprj.

Nulla toglie allo Stato per ingrandire i suoi piccoli fratelli, e solo aumenta indistintamente a tutti i principi di casa sua l’assegno mensile, da 4,000 ducati, avvanzandolo a 6,000. Ma non basta — mette sullo stipendio suo privato, quanto bisogna pe’ due piccoli fratelli Luigi e Francesco di Paola, ed ammortizza mensilmente gli averi di questi, sul Gran Libro, accumulando ogni anno capitali ed interessi; e così, fino a quanto i due Principi sono passali a matrimonio, convivendo sulla casa del Re, anno potuto formarsi de' pinqui capitali, da non guardare con occhio parziale i maggiorali degli altri tre fratelli.

Ciò dello, esclamo con giustissima superbia, ai contemporanei: ecco Ferdinando II, a venti anni!Ma queste stupende cure di famiglia, pe’ due ultimi fratelli, non sono le sole. Il ne aspira, modellare, ne’ suoi impegni educativi per questi teneri fanciulli, il tipo di famiglia pe’ vegnenti suoi figli.

In fatti,tenero ancora di anni,addice Luigi al servizio della Real Marina di Guerra, e da semplice uffiziale lo imbarca, lo mette a partenza, sotto la severa custodia di vecchi e culli capitani, a spirando a tre grandi conseguenze. Ottenere un adatta istruzione scientifica, una pratica applicata alle teorie del mestiere nobilissimo e difficile a cui s’incamminava, ed una educazione bene impressa agli usi, alle abitudini, ai pericoli, ai cimenti d’un perfetto marino; di un Principe che dopo pochi altri anni, deve attraversare l’Occano, facendo sventolare sul pennone del legno ammiraglio, la bandiera delle Due Sicilie, per i più lontani lidi, fino alla baja di Rio Janeiro.

Abbiam veduto crescere sotto gli occhi de' napoletani, questo giovanissimo uffiziale, scorgendo le promozioni ai grado che il Re largiva, asseconda de' suoi studii, asseconda i rapporti che otteneva da' propri educatori. Non altro mancava ad apice di severità educativa per questo Principe, che distaccarlo tutto per tulio degli aggi di Corte, facendolo dormire a bordo d’un legno da guerra. Il giovinetto Luigi Conte di Aquila, per più anni e fino a che non addivenne marito e capo d’una nascente famiglia; dopo i piaceri convenevoli al suo posto di Principe e di uffiziale di Marina, à avuto alloggio su d’una fregala.

L’ultimo nato poi, Francesco di Paola Conte di Trapani, imberbe ancora, Ferdinando scorgendo in lui un animo gentile e studioso, e volendo apprezzare in questo oggetto carissimo al suo cuore, che avea bambolegiato nelle fascie, vestito con bruni veli, in lutto della morte del padre; volendo apprezzare dì cca i talenti che appalesava, e amando in lui, così giovane e senza padre, una massima perfettibilità educativa, lo esibì poco più di privato, nell'illustre Collegio Romano, diretto da PP. Gesuiti. Il giovinetto ubbidì a' voleri fraterni, e addivenne in Roma il modello degli alunni, fu tanto l’amor proprio del figlio di Re nel trovarsi alla subordinazione ed all’eguaglianza d’un collegio. E testimoni oculari assicurano, che il giovanissimo Conte di Trapani, sapea si ben figurare per docilità ed ubbidienza,innanzi a' maestri, si bene stare fra i colleghi di studio, da essere il buon discepolo, il buon convittore, senza far scorgere per burbanza e senza far obbliare per dignità, l’Altezza Reale che lo fregiava.

L’abbiam veduto, reduce da Roma, espletato gli studi, giovane tuttavia, galoppare presso il fratello Ferdinando, coll’assisa di capitano dello stato maggiore dell'Esercito, ed aiutante Reale, e fare i suoi ascenzi nella milizia fino a generale; posto che ottenne dopo che vide la guerra e stiede impavido appo le napoletane artiglierie su i campi di Velletri. quasicché il rombo del cannone non fosse mai sgrado a lui, qual discendente di Carlo III, che in quella valle memorabile seppe col valor suo,suggellare innanzi allo straniero, la Monarchia e lallazione dei popoli delle Due Sicilie.

Non altro rimane, che il buon zio, dir voglio Leopoldo Principe di Salerno. Il giovine Re, rispettalo lui tutti i titoli ed i comandi che à Dell'Esercito; oltre tutti gli averi di Principe di famiglia; oltre quelli che da lunghi anni gli pervenivano per titoli ai maggiorali e di comende. Le virtù ed il cuore di questo Principe, ricevono un eco Dell’animo del Re suo nipote. A tempo altro sviluppo su quanto spelta alla Storia.

Ed ecco come Ferdinando II. seppe costituire la sua famiglia, salendo al Trono. Ogni elogio sarebbe un ingiustizia, appo la narranza di fatti accennali innanzi alla testimonianza contemporanea di due popoli civilissimi. La storia avrà plausi dalle età venture, dopo l'ammirazione comune de' viventi.


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CAPITOLO XLIX

Governo, amministrazione e regime novello nella essa del Re. —Costumi morali, nuovo personale di Corte—Abolizione del Ministero di Casa Reale e degli Ordini Cavallereschi—Novella e severa distribuzione d’impieghi di Stato e di Corte —Commissione peritoli di nobiltà. —Novelle feste civili,e novelli alti di clemenza sulle passate vicissitudini politiche del Reame — Medaglia monumentale. Atti di civile e cristiana beneficenza di Ferdinando II,in favo re del pauperismo.

Tutto è nuovo di luce civile e di giustizia morale, sotto l'orizzonte governativo di Ferdinando, giacché il ma Regnammo principe aspira a togliere ogni possibile circostanza che potesse rimanere a dispiacenza o a ricordo del passato, nella vita pubblica dello Stato. E siccome è una grande verità sociale e morale insieme, chedal governo della propria casa, si scorge nell’uomo pubblico, il talento che à a governare i popoli per cui è dato a regnare. Cosicché egli, mentre apre le sorgenti di clemenza, di giustizia, di abnegazione e di personali economie, onde far risorgere a vita di progresso i popoli suoi; nel tempo medesimo si volge a migliorar il governo, l’amministrazione ed il regime della sua Casa.

Se per giungere alle grandi economie di Stato, egli si asside con propri sacrificii alla testa di sì salutare movimento; ragion vuole che togliendo vistose ammirate somme dalla sua cassa privata e dagli assegni della sua lista civile, in favore delle piaghe profonde del pubblico erario e dei pesi gravitanti sulle classi tutte del Reame, senza ecclissare il lustro e lo splendore duna Reggia, egli svolge intorno a se novelle leggi di privata economia. Economia che adegui le già diminuite risorse di Corte, e sperde per sempre le superfluità di dispendio e le profuse spese, non più confacenti all’eroica abnegazione d’un Principe, che Iddio chiama a redimere felicemente una Monarchia dalle sue fondamenta. Economi e che noi toccheremo appena in questo capitolo e che riserbiamo sviluppare innanzi alla giustizia contemporanea, quando eleveremo tribunale severo, contro un libro che sorse dalle bolge della più ingrata menzogna, (1847) mentre la giovine Italia, reclutava infaustamente sotto gl'ingannevoli seducenti suoi stendardi, i creduti di spiritò; falangi antesignate nel mistero della demagogia, a scavare la tomba della società. Economie che si versano su di se stesso, non mai sul personale della Corte; giacche niun impiegato addetto a quel servizio perde il suo soldo, niun beneficato smarrisce i beneficii della Reggia, niun pensionato, niuna vedova, ni una orfana, niun infelice vien casso da penzione; ma solamente con talentoso andamento di giustizia, di equità distribuitivi ne’ dispendi, di moderazione nei stipendii, di regola negli appannaggi, e di semplicità di modi e di centratizzazione di governo dalle più piccole fino alle più grandi classi di servizio; distruggesi ogni monopolio, si colmano i vuoti di cassa che da anni aveano ridotta la Casa a debiti, si tolgono questi, ed una floridezza d’erario si ammira dopo qualche anno nella cassa privata del Re. Così, ove tutto divoravasi, ed ove non bastava una lista civile duplicala di quanto l'à ridotta Ferdinando, a far fronte alle annuali spese, ove contraevansi debiti mensili, nasce un superfluo di avvanzi, che il Sire à serbato neanche a se o a' suoi figli, ma a noi, ai perpetui beneficii co’ quali allaga ogni privato bisogno, de' popoli suoi, come meglio diremo, appena ci sarà dato rimuovere il velo di cattolica modestia, che tiene «Suggelli virtuosi del silenzio, le grandi opere sue.

Il premio a cui aspiro, dopo tante fatiche, si è quello, di poter essere smentito in una sola parola di queste pagini sacro alla gratitudine, che la patria contemporanea, eleva mercé questa Storia, a Ferdinando II. Siam dolenti che qualsivoglia nemico, non ardirà discendere sull'arena ove noi l'attendiamo. Bella vittoria saria la nostra, smascherare con si chiara luce di verità, l’ipocrisia politica degli energumeni sociali.

Spogliatosi il giovine Monarca di vistosa somma mensile sulla lista civile. Ceduto allo Stato tanti luoghi di piaceri della caccia e della pesca, alla pubblica agricoltura moltissime terre di regie riserve. Occupalo al bene de' suoi fratelli e della madre sua. Datosi a perpetui lavori di Stato, a cure incessanti di Governo, a correre le province del Regno in tutela oculare de' suoi popoli, a far riedire i perdonati ingegni civili e militari, al tribunale, al foro, all’ufficina, all’armata; gli esuli politici alle desolate famiglie, i condannati di Stato, alla vita sociale; altre glorie egli eleva intorno a se, fra gli splendori della Corte.

Il meno facile per attuare tante novità necessarie appo la sua Corte, si è la scelta di un capo che avesse il talento di comprendere la eroica volontà del Sire novello, onde attuare tante necessarie risorse di famiglia. Un personaggio, che unisse al colpo d'occhio per si ardue glorie domestiche, una coscienza senza rimproveri, una probità senza pari, una volontà ferma decisa abuegata ad una giustizia che parte da sé stesso, onde imprimersi nelle gerarchie di Corte; e che valutizza la beneficenza ed il lustro d’un Re, non nella dissipazione delle munificenze e «logli onori, ma nella retribuzione moderativa de' favori e del posto, asseconda i tempi, gli uomini, i bisogni, i servizi e le circostanze. Di costui elevammo un quadro morale, parlando di Ferdinando Principe Ereditario, mentre venia scelto a suo cavaliere di compagnia; questo personaggio, si comprende, è Pietro Antonio Sanseverino Principe di Bisignano. Costui lo troveremo spesso sul sentiero della nostra Storia. Scelta migliore,non potea farsi. L’adulazione non lo può offendere, mentre i fatti lo raccomandano al giudizio pubblico. Se nemici egli à, noi auguriamo le sue inimicizie ad ogni dignitario pubblico; giacché egli, siccome Ferdinando per guarire le piaghe dello Stato, si costituisce esso il primo economico, innanzi alle risorse venture; così il Principe di Bisignano, per compiere i voleri Sovrani, onde assodare i vuoti della cassa di Corte; si costituisce esso il primo ec000mo di se stesso, rinunciando a non poche spettanze grandiose d'un Capo supremo di Corte. Parlavamo di suoi nemici. Felici rimproveri, a un uomo severo più con se stesso che verso altrui. Essi brillano d'una luce quasi sempre desiata da molti, da pochi coltivata; la giusti zia equilibrata che non cede, né per timore, né per seduzione, né per adulazione, né per utile proprio.

Ed ecco che nel 13 novembre del 1830, il Principe di Bisignano, da cavaliere di compagnia di Ferdinando Principe Ereditaria viene elevato, da Ferdinando Re a suo Maggiordomo MaggioreIl distintissimo Maggiordomo Maggiore di Francesco I, Antonio Lucchesi Palli Principe di Campofranco, viene perciò esonerato, e la giusta magnanimità del Re gli lascia gli onori ed il soldo della carica, chiamandolo ad altri elevati impieghi. Infatti nel 6 aprile del 1831, in merito, lo eleva a Ministro Consigliera di. Stato, fino a che lo vedremo in seguito, con dignità di Ministro, all’immediazione del Conte di Siracusa Luogotenente Generale in Sicilia.

Un altra testimonianza chiediamo ai contemporanei, ed è quella di predicare non una lode, ma una giustizia, su i costumi morali del viver pubblico e privato del giovine Monarca.

Egli allegro, gioviale, di cortesi maniere, buon cavaliere, religioso d’animo e di cuore senza ipocrisia, perfetto cattolico senza superstizione, ebbe il gran vanto di serbare dai più teneri anni, in mezzo ai poteri Sovrani, fra lo seduzioni più liete d’un Re amalo fino alla follia e libero assolutamente di se; di serbare di cea una morale incorrotta e costumi illibati, da servir di modello verso chicchessia, o principe o privato.

E siccome, dicevamo altra volta con Montesquieu, che nelle monarchie, il Re imprime il carattere alla Corte; cosicché i costumi integerrimi di Ferdinando II, servirono di tipo alla sua Corte, fino al dì d’oggi, e la nobiltà di cavalieri e dame che più ottenne i sovrani favori, fu sempre quella di più specchiala morale.

Come nelle pubbliche cariche, di Stato, così negli ufficii di Corte, chiama a se dintorno con magnificenza d’obblio, personaggi che eran privati de' distintivi di gentiluomini di camera, di maggiordomi, di cavalieri, mercé lauti fatali disturbi politici delle età passale. Le dame che per eguali macchie di famiglia, non godevano più lo splendore del Trono, a questo si avvicinano, liete de' ripresi titoli di Corte. Un velo covre il passalo e su questo innalzasi una magnifica fusione di principii, ligati da gratissimo affetto di novello giuramento al Re generoso, infrangibile, quanto l’onore che sà attirare a se d’intorno.

Una splendida e numerosa Corte, eleva in Napoli. Un’altra in Palermo, onde avere un servizio al suo andare, ed uno perenne presso il fratello Leopoldo, ivi suo Luogotenente; così attutire gare aristocratiche tra la nobiltà dell'isola con quella del continente. Anzi di più, crea una guardia d’onore trascelta tra la civile borghesia, surta col secolo a competere la nobiltà, che rivaleggia colla guardia del corpo tutta di nobili. Legioni di strenui cavalieri, costituisce di «delta guardia d’onore, in Napoli, ed in Sicilia, fedele con eguali assise, diversa soltanto di coloro. Quei di Napoli invita a seguirlo con le guardie del corpo nelle pubbliche feste, quelle delle province del continente lo scortano ne’ suoi viaggi. Quelle della Sicilia, mentr’egli vi risiede, e danna regal servizio al Principe Luogotenente che lo rappresenta..

Anzi, per dar pruove ai Siciliani, ch’egli à memoria delle glorie monarchiche della città di Palermo, informato che il locale della Real Cappella Palatina, dove si conservano gli originali diplomi de' Principi Normanni e Svevi e de' loro successori, è poco adatta a garentirli dalle ingiurie del tempo, dispone che l’Archivio abbia un locale adatto con dei forzieri ad uso della paleografia, con ordine e con distinzione.

Due amministrazioni di Siti Reali, due palazzi, e due servizii distinti tra Napoli e Palermo.

Niun altro segnale potea dare di clemenza, di fiducia, e di obblio sul passato, che scegliere alla grande dignità di Corte qual Capitano delle Guardie del Corpo, Lucio Caracciolo Duca i Roccaromana, di già restituito anticipatamente all’esercito col grado antico di tenente generale.

Non lasciando di continuamente occuparsi a migliorare le amministrazioni dello Stato, e provocare le più ben intese economie a vantaggio della Tesoreria Generale, a semplificare l'andamento degli affari e a renderlo più regolare e spedito; con legge del dì nove settembre 1832 va a disfare d’altre cure e d’altro posto la sua Regia Casa. E senza boria, cerca con parole moderate non dir altro nel decreto senonché voler segregare l’amministrazione degli affari particolari della Casa Reale, da quelli che si appartengono al reggimento dello Stato — chi l’avria fatto, quest’altro sacrificio di grandezza Sovrana? E egli sopprime il Ministero e Real Segreteria di Stato di Casa Reale e degli Ordini Cavallereschi.

Così gli affari appartenenti alla sua Casa, siti, beni e proprietà, saranno amministrali non altro che da un Maggiordomo Maggiore, che unirà il titolo di Sopraintendente Generale di Casa Reale, con speciale regolamento.

Il ramo degli scavi, musei, società e biblioteca Borbonica (fondazioni private di Carlo III, e di Ferdinando I, ed eredità di questi dalla illustre materna famiglia Farnese) istituto di belle arti ed officine de' papi ri, cede a far parte del Ministero di Stato degli affari interni.

Il Ministro degli affari interni solamente avrà cura che gli oggetti tutti di regia proprietà particolare che trovansi in delti istituti e gli altri che potrebbero esservi destinati per Sovrana disposizione, a vantaggio della pubblica istruzione, o per soddisfare la dotta curiosità dogli eruditi nazionali e stranieri, fossero separatamente inventariali e custoditi.

I titoli di nobiltà a quando riguarda questa classe primaria dello Stato, dipenderanno d’allora in poi dal Ministero di Grazia e Giustizia.

Gli ordini cavallereschi, i più illustri fra questi, eredità ed istallazione di Carlo III, vanno aggregali al Ministero di Stato della Presidenza de' Ministri, spogliandosi con questi, il generoso Ferdinando, dell'amministrazione de' beni e delle rendite di detti ordini.

Intanto bada che gl’impiegati dell'abolito Ministero, per le nuove sue disposizioni, venghino ripartili ne' tre anzidetti Ministeri, e nella sopraintendenza generale di Casa Reale, senza lesione alcuna di soldo e di anzianità a promozioni.

Il Marchese Girolamo Ruffo Ministro di tal dicastero, in merito ai lunghi servizi, il Sire lo chiama a far parte del Consiglio ordinario di Stato, nella qualità di semplice Consigliere Ministro di Stato, senza portafogli.

E l’altro, Marchese Giuseppe Ruffo, già Direttore dell’abolito Ministero, eligge a suo Incaricato d’Affari presso la Corte di Danimarca, in luogo del Principe di Palazzuolo che resta in attenzione di altro destino.

In tal guisa, essendo che il maggiordomo maggiore, deve con se unire la carica di sopraintendente generale; con egual data del trascritto decreto, il duca di Miranda Onorato Gaetani, qual Cavallerizzo Maggiore e più antico Capo di Corte, nel Real nome, così scrive al Principe di Bisignano.

«Eccellenza. —Avendo Sua Maestà con Suo Real Decreto diquesta data, abolito il Ministero e Real Segreteria di Stato diCasa Reale e degli Ordini Cavallereschi, ha ordinalo elio tuttigli affari particolari della Sua Real Casa, fossero affidati all’amministrazione di un Maggiordomo Maggiore SopraintendenteGenerale.

«Volendo quindi provvedere un tal posto con un personaggio di sua fiducia, e dare nel tempo stesso a Vostra Eccellenza un attestato del conto in cui tiene i di lei meriti e servizi, si è degnata nominarla a tal carica».

Quest’altra ammirabile abnegazione del Re in favore dell’economia del pubblico tesoro, polca ingenerare delle confusioni o delle pretenzioni ultranie nel ramo de' molti impieghi d’un sì esteso Ministero abolito; così per dar lucri a più individui ed occupazioni a maggior numero di persone, mercé imparziale giustizia vi provvede con legge degli otto novembre 1832. E volendo che resti in avvenire interamente segregala l’amministrazione della Real Casa da quella dello Stato; dispone per legge Esser vietalo a qualunque impiegato della Real Casa, o di quella degli individui della Real Famiglia, che ànno amministrazione separata, di aspirare ad impieghi dello Stato, nel tempo stesso ad impieghi di Casa Reale.

In caso che il bene del Real servizio lo esigesse, egli dispenserà e questa regola che inibisce un tal passaggio, ma dovrà l'individuo rinunciare allora all'impiego che à coverto per lo innanzi, onde resti illesa la massima, di non poter cumular due impieghi di due diversi rami.

Le semplici cariche di Gentiluomini di Camera e di Maggiordomi di settimana, senza soldo, essendo Tutte onorifiche, non saranno di impedimento a coloro che ne fossero rivestili, di poter aspirare ad impieghi dello Stato.

I soli militari che saranno chiamati ad impieghi nella Real Casa, conserveranno il grado ed il soldo dal ramo di Guerra e Marina, e godranno il dippiù dal ramo di Casa Reale; qualora all'impiego che in essa ànno ottenuto, vi fosse annesso un soldo maggiore.

Tutti coloro poi, che avranno liquidata la loro penzione di ritiro, per impiego esercitato nel Ramo dello Stato; venendo promossi ad impieghi di Casa Reale, dovranno rinunciare la loro penzione di ritiro, per mettersi in possesso del loro soldo, e così viceversa pe’ ritirati in impieghi dello Stato.

Rende però salvo a costoro, con saviezza e morale di legislatore, il diritto di cumulare gli anni di servizio prestali ne’ due diversi rami, e liquidare nuovamente la loro pensione sul soldo maggio re, da essi loro goduto almeno per due anni.

La nobiltà, col rovescio assoluto che ebbe fra noi il feudalismo, mercé i primi passi di civile progresso, iniziato da Carlo III e da Ferdinando 1, nonché in virtù dell’attuale nostra legislazione; è una gerarchia di Corte, non più di Stato e di Governo, non avendo più privileggi o poteri innanzi alle leggi, né più una casta, potendo appartenervi, ogni distintissimo per virtù civiche o guerriere.

Coll’abolizione del Ministero di Casa Reale, il giovane Principe assegnò il ramo di nobiltà al ripartimento di Stato di Grazia e Giustizia, fino a tanto che apposita legge, assegnasse più alta destinazione a un simile ramo, non scevro di lustro e di gloria nella società.

Il Re se rie occupa e con decreto de' 23 marzo 1833, stabilisce una Commissione, al di qua e al di là del Faro, pe’ titoli di nobiltà, da avere residenza ove risiede il Sovrano, riunendo a farne parte, individui metà Napolitani, metà Siciliani. Un presidente, un vice presidente, sette consiglieri ed un ministero pubblico, la compongono. Il Procuratore Generale del Re, presso la Suprema Corte di Giustizia, di Napoli o di Palermo, asseconda trovasi il Monarca di residenza, esercitar deve le funzioni di pubblico Ministero presso detta commissione; in caso di mancanza di questi, potranno supplire gli Avvocati Generali delle medesime Supreme Corti. Detta commissione di titoli, à nelle sue attribuzioni, tutto quello che in fatti di nobiltà apparteneva alle antiche autorità censorie. Deve occuparsi con specialità, in tutti i casi ne’ quali trattasi di passaggio o trasmissione di titoli di nobiltà; però se nell’esame a farsi, presentasi alcuna quistione di Stato, o di prossimità di grado, questa sarà preventivamente decisa dal magistrato ordinario. La commissione à facoltà altresì di chieder conto se alcuno sia legalmente investito del titolo di cui si trova d’usare, il ministero pubblico, dovrà essere necessariamente sentito in tutti gli affari. Le deliberazioni definitive non possono eseguirsi, senza la sanzione Sovrana. Niuno puoi cominciare a far uso di alcun titolo di nobiltà per dritto di successione o per altro motivo, giusta le leggi del Regno, se pria la commissione non ne dichiara il diritto legittimo, ed il Re non impartisca il beneplacito.

Immensi risultati, arrecò questa legge.

Segniamo e memoria della Storia i componenti primi della Commissione. — Il Principe di Scilla, Duca di Santa Cristina, Fulco Ruffo di Calabria, presidente — Il Principe di Camporeale, Domenico Boccadelli di Bologna, vice presidente — Per consiglieri, Duca di Miranda Onorato Gaetani, Duca di Bruzzano Gennaro Carafa, Principe di Satriano Carlo Filangieri, Marchese di Castellentini Tommaso Gargallo, Vice Ammiraglio graduato Francesco Lucchesi Palli, Conte Giovanni Statella, e Principe di Torella Giuseppe Caracciolo.

Già siamo all'alba dell’anniversario della festa civile, sacra alla sua nascita, cioè a' 12 gennaio 1832. Ogni anima già dedita alla speranza di ulteriori munificenze, si allieta, attendendo dal cuore del Principe, ulteriori favori pubblici e privati. La gioja universale, de' nostri vivaci e sensibili popoli, quasi elettrica scintilla, traspariva sul volto, agli alti, alle parole, alle feste, alle private opere di beneficenza.

Era quel dì, un offerta votiva di gratitudine immensa. Ogni cuore palpitava al ricordo delle generosità del Re, sparse nello anno primo; e la clemenza facea preconizzare altri miracoli di perdono.

Così fu. Ferdinando, mentre lo sparo de' castelli di Napoli, salutava l'aurora del suo giorno natalizio, facea pubblicare per la città e segnalare colla celerità del telegrafo nelle province, i novelli atti di sua munificenza. Fra queste primeggiavano due attese speranze. La prima: promozione estesa negli impieghi civili e militari, onde la virtù civile e 'l merito guerriero, ottenessero premi di giustizia; legge inviolabile di emulazione. La seconda: perdono, su nuova lista, oltre i fanti già aggraziati, pel ramo de' delitti comuni, mercé diminuzione di pene o libertà assoluta; perdono ad altro numero di esuli politici, onde riedissero ai patrii focolari; perdono a molti relegati su isole, della classe de rei di Stato; perdono ad altro numero di magistrati ed impiegati destituiti. e richiamo alle bandiere dell’esercito d’altra schiera numerosa di uffiziali, da tenente generale fino a sotto tenente, nel ramo di guerra; e da retro ammiraglio fino a pilota, nel ramo di marina (come più diffusamente terrem notizia, nel Libro Sesto della Storia). Ed ecco, con quali continui auspicii di prosperità, proseguiva Ferdinando II, il suo provvidenziale salire al Trono.

E non fu questa la sola gioja universale dell’anno 1832—altra ne avvenne più splendida ancora della prima, nel dì sacro al nome augusto del Monarca, 30 maggio. Novelle speranze adempiute, novelli tripudii di riconoscenza, furono i scambievoli trasporti dal Re ai sudditi, dai sudditi al Re. Modello perfetto d’una cara famiglia, ove il padre ed i figli, partecipano insieme ad una festa, avendo tutti, un voto, un desio, un amore; esser felici, occupandosi a tracciare ognor più, un sentiero di comune prosperità.

Altra festa civile si addisse, con rito annuale, nel dì 30 maggio, consacrato al lustro progressivo delle belle arti, e delle industrie, manifatture nazionali; alternandosi pubblica esposizione d’un mese, or un anno, or un altro, dell'industria e manifatture una volta, delle belle arti l’altra fiata; dipendente la prima dal Real Istituto d'incoraggiamento, dalla Reale Accademia Borbonica di belle arti, la seconda. Medaglie positamente coniate d’oro e di argento, portando ognuna inciso il nome del benemerito, costituiscono varie classi di premiati; emulazione a migliore incremento. Intatti, nel 1832 s inaugurò la pubblica mostra dell’industria e manifatture, nelle sale più vaste. messe sotto al porticato della Real Basilica di S. Francesco da Paola, allora non terminata pel cullo divino. Il Re si recò il dì primo agosto a visitare l'esposizione. Maggiori circostanze ci richiameranno alla memoria, queste due istituzioni, mentre la storia si occuperà delle speciali rassegne sullo scibile pubblico nel Reame, dal 1830 al 1849.

La vigilia della festa civile da noi annunziata, venne augurata da altra monumentale rimembranza. Il Reggente del Banco Com: De Rosa, e ’I Direttor Generale della Regia Zecca Cavalier Filippo Bega, presentarono al Re una grande medaglia, coniala pel suo felice avvenimento al Trono.

Questa medaglia sarebbe stata anche molto tempo prima recala e termine, se gl’incisori dell’indicato gabinetto non avessero dovuto tutti dedicarsi a formare, solo effigie del Re, pe’ nuovi conii di ogni specie di monete, da porsi in circolazione di commercio.

L’idea della medaglia si deve interamente al Rega. É giusto intanto che la storia ne parli.

Vi à da una parte l’effigie del Monarca, maestrevolmente scolpita dal professore Vincenzo Catenacci, colla leggenda intorno: Ferdinandus II Regni Utriusgue Siciliae et Hjerusatem Rex. Nel rovescio si veggono tre figure di prospetto, cioè l’immagine dei Sovrano vestito all’Eroica, avente ai lati, quelle della Religione e della Giustizia, col molto intorno = fusi ilio ac Pietate comite inivil Imperium. Anno MDCCCXX.

Questo rovescio fu opera del valente giovine incisore trapanese Michele Laudicino. Achille Arnaud professore elegante nelle sue fatture, compose i caratteri, non meno che altri accessorii della Medaglia. In una parola, la monumentale medaglia fece grande onore al gabinetto d’incisione, fondato, (compiva allora il secondo anno), nella Regia Zecca, dietro le assidue cure dell’encomiabile De Rosa, che ne ottenne la istallazione dal Re Francesco l, e. n'ebbe l’acconsentimento, confermato poscia a proposta del Ministro delle Finanze Marchese d’Andrea, da Ferdinando II. dopo a sceso a regnare.

Il pauperismo nella vita sociale, non è una piaga, bensì una classe nella gerarchia umana.

I pubblicisti e gli economisti, specialmente del secolo attualo, anno scritti immensi volumi, i progressisti anno attuato delle grandi rivoluzioni, e finalmente il comunismo ed il socialismo si sono elevati con possa formidabile in garentia del anzidetto pauperismo. Il pauperismo à esistito sempre ed esisterà sempre, perché sempre esisteranno vizi e disgrazie nella umana società. L’unico rimedio per mitigarlo ne’ suoi dolori è nato col cristianesimo, e vivrà pel solo impulso del vangelo cattolico, che impone soccorrere i miseri, i bisognosi, come virtù primaria e dovere altissimo; senza che il beneficato potesse arrossire o avere ad ingiuria il beneficio.

All'animo del nostro giovine Principe non sfugge ogni più. alto desio, onde attuare delle migliorie pel pauperismo, in ispecie che ammorba una vasta città qual e Napoli. Noi segneremo, come primo augurio del suo venire al Trono, appena tre marcabili circostanze all'uopo; riserbando altrove, ulteriori sviluppi su di una simile materia.

Cosicché con legge del 4 gennaio 1831, volendo che la classe degli indigenti di Napoli, possa rinvenire un certo luogo di convenio ai soccorsi che brama apprestare la benefica mano del Governo del Re, senza essere obbligata di ricorrere al Real Palagio e di andar vagando nei locali dei ministeri di Stato e di altri pubblici edifici, come vedeasi fin allora. Volendo nel tempo stesso provvedere che tali soccorsi venghino somministrali alla vera indigenza, distribuiti colla maggiore carità e proporzione possibile, da persone che non conoscono in ciò altro interesse, che quello del dovere cattolico è della probità civile; ordina.

Che venghi istituita in Napoli nel locale di Monteoliveto una Real Commissione di Beneficenza, presieduta dal Confessore protempore del Re, e composta dal Duca' di Ventignano, dal Cavaliere Francesco Patrizi, dal Marchese di Villarosa, dall'esimio Angelantonio Scotti. La Commissione medesima ricever deve gli ordini del Re per la via del Consigliere di stato Presidente de' Ministri. Intanto dispone che la Commissione medesima invia un dettaglio con piano di regolamento alla sua approvazione, su quando giudicherà necessario di doversi stabilire, onde poter assicurare e rendere facile e spedita, la esecuzione delle sovrane intenzioni.

Essendo stato informato ed avendo ocularmente visto girare per le più popolose vie della città di Napoli, un numero esteso di mendichi, la cui incerta esistenza e dubbio domicilio, facealo sfuggire alle sue pietose sovvenzioni; nel di 30 marzo del 1831,mette nelle mani del Marchese Delcarrettto Ministro di Polizia, la somma di ducati 3,000.

Perche intanto la detta somma venisse adoperata in ragione de' bisogni effettivi di ciascuno individuo di questa più che infelice parte de' poverelli, e con sistema ed ordinamento corrispondente allo scopo dall’alto benefico; mette in accordo col Ministro di Polizia il Marchese di Pietracatella Ministro dell’interno, onde in unione del Sopraintendente del Reale Albergo de' poveri, Com: Sangio, si preparassero degli adatti locali in quel vasto stabilimento, onde collocarvi que’ mendici che l’età grave o positivi malanni; allontanassero dalle risorse future del lavoro. Immantinenti questa illustre munificenza venne messa in esecuzione; per quanto possa riuscirsi in simili circostanze, ove non vi a riparo che basta, cura che giunger possa «ad una mela consimile, essendo il pauperismo un organo della società, ridotto a problema insolubile, qualunque fosse lo sfoggio dalla pietà cristiana e dei teoremi sociali.

Finalmente nel Consiglio ordinario di Stato del 5 agosto 1831, volendo proporre novelle utilità alla classe anzidetto, istituisce una cassa centrate di sussidio. Delta cassa, avere per sorgente gli avvanzi delle rendite de' luoghi pii, degli stati discussi de' Consigli degli Ospizi, dagli aumenti de' monti frumentari, e da una somma provocabile da fondi provinciali.

Questo novello slancio del magnanimo Sovrano, ebbe un eco nelle classi agiate delle province tutte del Reame, ed ognuno trasse a vanto concorrere alla volontà del Principe, con spontanee offerte, ad un opera qu into sacra altrettanto gloriosa.

E già al cadere dell’anno 1831 le largizioni private costituivano una vittoria morale sullo spirito civile delle popolazioni. La sola provincia di Basilicata, in meno di tre mesi, aveva incassato la somma di 1551, 85; oltre a tomoli 93 di grano, a 16 di legumi ed alle somministrazioni di medicine, di pasta lavorata e di vestimento. In altro luogo più estese spieghe su questa grandiosa istituzione di Ferdinando II.


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CAPITOLO L

Matrimonio della sorella di Ferdinando II Maria Amalia Principessa delle Due Sicilie, con l’infante di Spagna D. Sebastiano Gabriele — Cerimonie di Corte con riti spagnuoli — Partenza da Napoli e consegna dell’Augusta sposa in Barcellona — Feste in Barcellona, e ritorno della squadra navale napoletana a Napoli—Onorificenze cavalleresche.

LA Spagna chiama, dopo breve tempo, la terza figlia di Francesco I e di Maria Isabella, a matrimonio di quella Corte, da cui ne venne il fondatore della Monarchia e della nazione delle Due Sicilie. Siamo agli albori del mille ottocento trentadue, e Spagna, dinastia e paese, sono ancora tranquilli e felici, da darsi a feste tutte proprie di quella sensibile e calda nazione. E noi severi con noi stessi, trascriviamo i riti di quest'altro benaugurato sposalizio di famiglia, senza preoccuparci a pensare, che un vulcano sta per erompere in quella deliziosa regione, per emanare lave bollenti e cruciose di desolata guerra dinastica, mista a guerra civile e militare. Infatti tranquillamente e con prosperevoli auspicii, trascriviamo le lussuose cerimonie, per si Della e virtuosa unione di Principi.

La mattina del 1 gennajo 1832 il Marchese di Bassecourt, Inviato Straordinario e Ministro Plenipotenziario di S. M. Cattolica, fece in pubblica udienza la sollenne richiesta della mano della Principessa D. Maria Amalia, Augusta germana del Re del Regno delle Due Sicilie, per l’Infante di Spagna D. Sebastiano Gabriele.

Si recò a tal uopo alle dieci antimeridiane, una col Segretario e Gentiluomini della Legazione al Real Palazzo, ove trovò a piè della scala un usciere di Camera che lo precede col seguito, al salire. Alla porta dell’appartamento del Re, trovò l’usciere maggiore che lo condusse nella prima anticamera, ove lo ricevé il cerimoniere di Corte Com: Pignatelli, Introduttore degli Ambasciatori, e l’accompagnò sino all’ultima anticamera, immediata alla camera di udienza.

Nella seconda delle indicate anticamere, ricevé i complimenti del Gentiluomo di camera di guardia, che portò l’avviso al Re del suo arrivo. Indi fu aperta la soglia della camera di udienza, nella quale il Re stava in piedi sopra uno strato innanzi ad una sedia e con un tavolino a lato. Erano collocali dietro quella sedia, il Maggiordomo Maggiore Principe di Bisignano, ed il Capitano delle Reali Guardie del Corpo Duca di S. Valentino. Stavano a destra gli altri Capi di Corte, i cavalieri Gran Croce del l'Ordine di S. Ferdinando, i Cavalieri dell’Ordine di S. Gennaro, i Ministri di Stato; a sinistra i Gentiluomini di Camera con esercizio, i Maggiordomi di settimana, i Gentiluomi di Camera di entrata.

Il Plenipotenziario si avvanzò prima tra il Gentiluomo di Camera ed il Cerimoniere, facondo i convenevoli inchini, e poscia inoltratosi solo fino allo strato, pronunziò il seguente discorso, in idioma Spagnuolo.

«Sire.

«Premuroso il Re mio Augusto Sovrano della felicità della sua Real famiglia, nulla obbliando di quanto può contribuire ad un sì importante oggetto, e per aumentar sempre più i vincoli e 'I reciproco affetto che avventurosamente sussistono da circa un secolo, fra le Reali Case di Spagna e di Napoli; ha sentito con piacere veramente paterno, la manifestazione che il suo nipote, il Serenissimo Infante di Spagna D. Sebastiano gli ha fatto, del desiderio di contrar matrimonio con S. A. R. la Principessa D. Maria Amalia, si per l’affezione che professa a V. M. alla Regina Vostra Augusta Madre ed alla Principessa, come ancora per le qualità ed educazione ammirevoli di S. A. e pei continuali esempli de' Vostri Augusti antenati, e che la stessa M. V. non ha restalo di darle, inspirandole le domestiche virtù, tanto essenziali per la felicità de' Principi.

«Il Re mio Augusto Sovrano è sicuro che la sorella di V. M. renderà felice il suo nipote e che S. A. R. incontrerà la fonte medesima da parte di uno Sposo giovane amabile; e degno de' suoi Eccelsi antecessori. Si è perciò S. M. benignata di affidarmi l’onorevole incarico di chiedere nel suo Real Nome a V. M. la mano di S. A. R. pel Serenissimo Infante, come ho l’onore di stare nella persuasione che la M. V. aderirà volentierosa ad una tale richiesta, potendo esser sicura V. M. della soddisfazione che ne avrà il Vostro Augusto Zio, il Re mio signore, la di lui Augusta Consorte, e tutta la sua Reni Famiglia ecc. ecc. ecc. Posto fine al dire, il Marchese Bassecourt, chiese a S. M. la permissione di fare entrare il Segretario di Legazione, il quale avvanzandosi consegnò le credenziali. Il Ministro presentolle al Re, che in questo modo rispose in italiano al suo discorso.

STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 21 NAPOLI 1855

INCONTRO DI FERDINANDO II COL GRAN DUCA DI TOSCANA - Nelle Gallerie del Palazzo Pitti in Firenze

INCONTRO DI FERDINANDO II

COL GRAN DUCA DI TOSCANA

Nelle Gallerie del Palazzo Pitti in Firenze

«Signore.

«La fraterna premura di S. A. R. Infante D. Sebastiano, e le pregevoli qualità di cui va adorno questo giovane Principe,, mi fanno con sommo contento accogliere la domanda che Ella, sig. Marchese, viene a farmi in nome del suo Augusto Sovrano.

«Son sicuro che la mia cara Genitrice concorrerà col suo materno consenso, a questa avventurosa unione.

«Formo voti perché l’onnipotente la benedica, ed allora la mia amala sorella, regolandosi coi principii avuti nella sua educazione, e cogli esempii di virtù che troverà nella Real Famiglia di Spagna, proverà coi fatti al suo sposo di essere caduta bene la sua scelta: al Re Cattolico di avere un’altra Nipote, obbidiente, affezionala e rispettosa: alla Nazione Spagnuola, che anch’essa è meritevole della sua stima, e darà a noi la consolazione di veder riuniti in Madrid tre nostre Principesse, e più che mai stretti così quei vingoli di parentela e di amicizia sincera, che da più tempo esistono tra le due Monarchie ecc. ecc. ecc.»

Il Ministro domandò allora al Re il permesso di presentargli il Segretario della Legazione sig: Commendatore de Mon ed i Gentiluomini, i quali con le debile formatità si avvanzarono.

Terminata l’udienza, il Ministro fu condotto all’appartamento della Regina Madre, dalle stesse persone e nel modo stesso onde in quello del Re, era stato introdotto.

Giunto il Ministro all'appartamento della Regina, un Maggior domo di Settimana uscì a complimentarlo e poi entrò ad annunziarne l'arrivo. Si aperse allora la porta della Camera di Udienza, e vi si trovò la Regina impiedi avanti ad una sedia, dietro la quale stavano il Gentiluomo di Camera con Esercizio, il Principe di Caramanica, incaricalo di fare in la) congiuntura da Maggiordomo Maggiore della Regina, ed un Esente delle Guardie del Corpo. Collocato si vedevano al lato destro la Dama di Corte ed al sinistro il Duca di Bruzzano Gentiluomo di Camera con Esercizio, incaricato di fare in questa occasione da Cavallerizzo Maggiore della Regina, i Gentiluomini di Camera con esercizio, i Maggiordomi di Settimana ed i Gentiluomini di Camera di entrata.

L’Inviato, fatto le riverenze d’uso, diresse anche alla Regina in ispagnuolo un discorso, del quale segniamo alcuni brani.

«Signora.

«Le virtù e le qualità eminenti che fregiano la Serenissima Principessa Maria Amalia figlia di V. M. doni proprii della Dinastia Augusta dei Borboni, han richiamato l'attenzione del Serenissimo Infante di Spagna D. Sebastiano, e con l’intimo convincimento che S. A. possa formare la sua felicità, han dimandato ai suo Zio il Re mio Augusto Sovrano, il consenso per contrar matrimonio con S. A. R. La M. S. la quale si gloria di contribuire ad aumentare e consolidar sempre più i vincoli che uniscono le due Reali famiglie, e danno a V. M. costanti ripruove dell’amore, e del rispetto che tanto teneramente le professa, ha sentila la più grande compiacenza nell’accordarglielo, non dubitando che V. M. presterà anche il suo concorso perché si effettui una tale unione. Con questa, sarà fortunata la Serenissima Principessa e nelle braccia di un tenero sposo dotato delle più commendevoli doti, nonché della sua preziosa sorella la Regina mia Augusta Signora, di S. M. il Re, di carattere e di ani mo veramente Reale, godrà del più felice avvenire, ecc. ecc.»

Il Ministro pregò la Regina ai permettergli di presentare alla Principessa D. Maria Amalia il ritrailo del Reale Sposo. La Regina intanto in questa guisa gli rispose nella patria sua lingua.

«Marchese di Bassecourt.

«Con somma gioia del mio materno cuore, sento l’onorevole vostra missione e permetto alla mia dilettissima figlia D. Maria Amalia, avendone ottenuta Ella il consenso dal Re Ferdinando II di Napoli suo Augusto fratello, che si unisca in matrimonio col Serenissimo Infante di Spagna D. Sebastiano.

«La scelta di questo degnissimo principe è per me tanto più lusinghiera, quanto che io ho conosciuto da vicino e potalo ammirare la rare qualità e virtù che lo adornano, e son del pari sicura che la mia cara figlia Amalia, seguendo le orme dellesue due maggiori germane, farà completa la felicità del suo Rea le Sposo.

«Rendo infinite grazie al Re, mio augusto e diletto fratello, per aver egli dato il suo consenso a queste nozze, e raccomando a Lui, alla Real Famiglia, ed a tutta la generosa e leale nazione Spagnuola, questo terzo pegno del mio amore, verso la sua Famiglia e cara mia Patria.»

Quindi avendo la Regina conceduto al ministro, con segno di molto gradimento, il chiesto permesso, quegli fece allora un cenno al gentiluomo che portava il ritratto; e questi avvanzandosi coi dovuti inchini, consegnò il ritratto medesimo, e ritirossi.

La Regina ordinò poi alla funzionante da cameriera maggiore, la Duchessa di Salandra, di far venire la Principessa.

La giovanetta nell'uscire in compagnia dell'aja, Contessa de la Tour, fece al Re ed all'Augusta Genitrice una profonda riverenza, ed un saluto all'Inviato, indi si pose a sinistra della madre, collocandosi l'aja alla sinistra della cameriera maggiore funzionante.

Il signor Marchese di Bassecourt parlò allora alla Principessa, al la quale egli le presentò il ritratto dell'Augusto Sposo, ed ottenuta dal Re e dalla madre l'implorata permissione di accettarlo, lo ac colse dalle mani dell'Inviato, e le venne immediatamente sospeso al petto, dalla prelodata dama funzionante da cameriera maggiore.

La R. Principessa manifestò intanto al Marchese, i suoi sensi con genti le risposta.

Terminata l'udienza, il plenipotenziario venne ricondotto fino a piè delle scale del Real Palagio, nella guisa istessa con cui era stato ricevuto.

I capitoli matrimoniali tra i fidanzati, erano già stati sottoscritti in Madrid fin dal dì 6 di febbrajo, per parte del Re di Napoli dal Barone Emilio Antonini, rivestito per questa occasione del carattere d'Inviato straordinario e Ministro Plenipotenziario, e per parte del Re di Spagna da Francesco Taddeo Cilomante ministro di grazia e giustizia.

La mattina del primo aprile, alla presenza del nostro Re e del la Regina Madre, la sposa ed il Principe di Capoa rappresentante per procura l'Infante D. Sebastiano, sottoscrissero l'atto civile del matrimonio, formulato dal Sindaco di Napoli Duca di Laurino.

Intervennero a questo atto quali testimoni, il Marchese Ruffo ministro di Casa Reale, il Principe di Bisignano Maggiordomo Maggiore, il Principe di Campofranco consigliere di Stato, il Duca di Sangro Somigliere del Re, il Duca di S. Valentino capitano delle guardie del corpo, e il Duca d'Ascoli cavaliere di compagnia del Re.

Dopo seguì il solito atto di rinuncia della Principessa alla successione del Trono, e presenti il Re e la Famiglia Reale, il ministro di grazia e giustizia, sottopose quest'atto alla firma della Principessa Sposa, e dopo che vi fu apposto il grande suggello dal Maggiordomo Maggiore, il Marchese di Bassecourt lo sottoscrisse, facendo da testimoni il Duca di Gualtieri presidente del consiglio de' ministri, e gli altri capi di Corte detti di sopra. L'atto infine venne autenticato dal ministro di grazia e giustizia, funzionante da Protonotario del Regno.

Il dì 7 del mese medesimo poi, venne celebrato lo sposalizio, giusta il rito cattolico.

Fu eretto a tal uopo nella Real cappella palatina, a destra del l'altare maggiore, il Trono per il Re, ed incontro una tribuna per la Regina Madre accompagnata dalla Duchessa di Salandra e seguito. I Reali Principi e Principesse assistettero alla funzione dalla tribuna di mezzo, col corrispondente loro seguito.

Il Re vi si recò con la sorella sposa e col fratello Principe di Capoa procuratore dello sposo. Precedevano il Re, l'usciere maggiore, i gentiluomini di camera e di entrata, i maggiordomi di settimana, i gentiluomini di camera con esercizio, i cavalieri gran croce dell'ordine di S. Ferdinando, i ministri di Stato, l'Inviato straordinario e Ministro Plenipotenziario di S. M. Cattolica ed il cerimoniere di Corte. Lo seguivano il cavallerizzo maggiore, il somigliere, il capitano delle Reali guardie del corpo, ecc. ecc. il maggiordomo amministratore della casa del Principe di Capoa, l’aja della Principessa, ed il cavalier Paolo Marulli, destinato maggiordomo di settimana presso l'augusta sposa.

Ricevuto il Re dal cappellano maggiore Monsignor Gravina, salì sul Trono ed il Principe di Capoa e l'Infanta Amalia si collocarono alla sua sinistra. Nello spazio della Real cappella, compreso fra i pilastri, vicino alla porta d'ingresso e gli angoli degli scalini del presbiterio, eran collocati vari ordini di persone, cioè il corpo diplomatico, i forestieri presentati a corte, le dame di corte, le dame del corpo diplomatico, la consulta generale del Regno, i generali de' Reali eserciti. Dal lato opposto, i ministri di Stato, i cavalieri gran croce di S. Ferdinando, i gentiluomini di camera, i maggiordomi di settimana, l'intendente di Napoli, il corpo di Città, i presidenti e procuratori generali della suprema corte di giustizia, della gran corte de' conti, e della gran corte civile. Nel la cappella prossima a quella di S. Anna si collocarono i capi subalterni della Real casa, i cavallerizzi di campo e gli ajutanti di camera; ed in quella dirimpetto, le asafatte e le cameriste. Nelle tribune superiori dal lato destro, stavano i cavalieri di Città ammessi ai baciamani, ed al sinistro le dame di Città egualmente ammesse ai baciamani.

Stando così tutti disposti, dopo, il cerimoniere di corte Pignatelli, invitò gli sposi ad avvanzarsi all'altare, seguiti dal maggiordomo amministratore, dall'aja e dal maggiordomo di settimana e dagli esenti di guardia. Allora un cappellano di camera, come presbitero assistente, lesse il breve pontificio della dispensa pel ramo di consanguineità.

Quindi il ministro degli affari esteri, stando alla destra del celebrante, unitamente al ministro di grazia e giustizia, lesse la procura dell'Infante D. Sebastiano incaricando il Principe di Capoa a contrarre il matrimonio. Indi si eseguì il matrimonio medesimo co' riti della Chiesa, e solamente al momento di dare la sua adesione la sposa, inchinò per l'assentimento il Re e la Regina Madre. Il cappellano maggiore pro seguì le sue orazioni, e benedisse l'anello nuziale entro una guantiera in mezzo a ripiegato fazzoletto tenuto dal maggiordomo di settima na, che lo passò in mano del celebrante, il quale lo porse al Reale pro curatore dello sposo, che lo adattò al dito dell'augusta sposa.

Le salve dei castelli annunziarono le compiute nozze alla città, e le gale e le illuminazioni festive, completarono nel pubblico le gioje della Reggia.

Il Principe di Scilla Duca di S. Cristina Fulco Ruffo di Calabria, venne destinato dal Re a Commissario Plenipotenziario, onde accompagnare l'Augusta Sposa nella Spagna e darne legale consegna alla persona autorizzata da S. MI. Cattolica e dal Serenissimo Sposo. Il com: Ottavio di Marsiglio uffiziale di ripartimento del ministero degli affari esteri, fu destinato come segretario della commissione di consegna.

La giovine Augusta Sposa, partì da Napoli il giorno 25 aprile per recarsi a Barcellona, sulla fregata la Regina Isabella di conserva col Real pacchetto a vapore il S. Antonio. Oltre i summenzionati individui, venne accompagnata dalla marchesa del Vasto qual dama di Corte e dal cavaliere Paolo Marulli qual maggiordomo di settimana, dal cav. Giuseppe Cheli uffiziale di maggiordomia il più antico, onde disporre le cerimonie nell'atto della consegna, ed altre persone del seguito.

Non è a descriversi la commozione della folla accorsa al Molosiglio; chi conosce il popolo napolitano può dirlo. ll Re, l'Augusta Genitrice e l'intera Famiglia la condussero a bordo, tra le salve de' legni da guerra e de' castelli. Il concedo fu commovente.

I Reali legni, tra le salve de' castelli, le parate militari, e le gioie d'un popolo festante, approdarono a Barcellona il 10 del mese di maggio. La Principessa venne accolta dalla Corte Spagnuola a lei ad detta, nell'officio della Sanità, dove se ne effettuò la consegna, collo formatità che sono di uso, Due golette ed un brigantino da guerra della marina Spagnuola, andarono incontro alla Principessa e si scambiarono delle salve coi mostri legni. Salirono a bordo a complimentare l'Infante sposa, il Conte di Espagne capitan generale della Catalogna ed il Conte di Bornosy Murillo destinato da Ferdinando VII e da Sebastiano col carattere di Plenipotenziario, avendo in loro compagnia il Barone Antonini Regio rappresentante della Corte delle Due Sicilie a Madrid.

Sopraggiunta la notte, fu trasferita al dì seguente la consegna della sposa. Infatti in una tenda al luogo preparata sulla banchina del Molo, per non infrangere la contumacia, venne accolta la giovinetta Amalia col suo seguito, composto dall'anzidetto Principe di Scilla, dalla dama Marchesa del Vasto, dal cavalier Marulli maggiordomo di settimana, dal comm: Marsilio segretario per l'atto della consegna, dal Duca di Guardia Lombarda aggiunto alla Commissione, da Marino Caracciolo de' Principi di Torchiarolo comandante della Real fregata che per la circostanza dovea funzionare da esente delle guardie del corpo, e dalle guardie marine che facevano da guardie del corpo, e da altri del seguito.

Il centro dell'indicata tenda fu stabilito per limite de' due Regni. Il seguito napoletano della Principessa prese posto da un lato, e la sua corte spagnuola dall'altro, aventi alla testa i rispettivi commissari plenipotenziari. La, Real Principessa si assise ad una sedia a bracciuoli dal canto de' napoletani. Così disposte le cose, il com: Matteo de Erro segretario per l'atto della consegna, lesse i pieni poteri del Conte di Bornos autorizzato dal Re di Spagna a riceverla; ed il com: de Marsilio praticò altrettanto per quelli del Principe di Scilla. Terminata la funzione, il Principe di Scilla prese rispettosamente per mano l'Infanta Amalia e l'avvicinò al Conte di Bornos, che la fece sedere dal lato de gli spagnuoli; e così fu completa la consegna.

Indi la Regia sposa si recò in carrozza, col detto Conte e colla Marchesa di Villamaina dama di corte Spagnuola, al palazzo destinato, in mezzo alle acclamazioni di affollato popolo ed a' battaglioni schiera ti sulla via. I summenzionati individui della Corte di Napoli, ottennero delle decorazioni dal Re di Spagna, ed il Re di Napoli compensò gl'individui spagnuoli con altre decorazioni; così coronare di memoria la lieta circostanza.

La mattina del 18 maggio la Principessa partì da Barcellona per Aranjuez, onde unirsi al suo sposo.

l Reali Legni con i personaggi della commissione e seguito, salparono da Barcellona, dopo la partenza della Principessa, e rientrarono nel nostro porto il giorno 25 dello stesso mese di maggio.



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CAPITOLO LI

Scelta del Re, per un atteso matrimonio dai popoli delle Due Sicilie. — Real famiglia di Sardegna. — Egli parte per isposare la Principessa di Savoja, Maria Cristina. — Giunge a Roma, visita il Papa, gira per la città eterna, letizie de' Romani pel giovine Re. — S’avvia per la Toscana, suo incognito a Firenze, incontro ch’egli fa col Gran Duca Leopoldo per le gallerie del Palazzo de' Pitti. — Giunge a Genova, Reali di Sardegna, la Principessa Maria Cristina, eseguito matrimonio in Voltò. — Studio militare di Ferdinando sulla grandiosa piazza d’armi di Genova. —Rassegne e manovre sulle sponde del Bisagno. — Entusiasmo Genovese, feste pubbliche è private della città. — Partenza da Genova de' Reali Sposi, sulla squadra Sarda napoletana.

Mentre la pace, la prosperità, il progresso degl’interessi morali e materiali, la concordia, l’unione e l’amore reciproco, virtù unite, fiorivano a (5) dovizia intorno al Trono rinato del Reame delle Due Sicilie, mercé il governo di Ferdinando II; la gratitudine de' nostri popoli, per soverchio affetto al Principe, aspira ansante a vederlo unito in matrimonio, con sposa degna del suo cuore, onde assicurare al più presto una valida e legittima successione dinastica.

In fatti egli scegliesi per moglie, il più bel fiore della Real famiglia Sabauda, erede straricca delle virtù eminenti d’una stirpe di eroi e di santi; la discendente degli Amedei, dei Filiberti, dei Vittorii e degli Eugenii di Savoia; la nipote della pia Clotilde, la figlia del defunto Re di Sardegna Vittorio Emmanuele e della Regina Maria Teresa; Maria Cristina.

Questa giovinetta principessa era la quarta figlia. La prima, Maria Beatrice Vittoria, nata ai 6 dicembre 1792, avea sposato Francesco IV Duca di Modena. La seconda, Maria Teresa Ferdinanda, nata il 19 settembre 1803 era sposa del Duca di Lucca, Carlo Ludovico Ferdinando Infante di Spagna, indi Duca di Parma. La terza sorella, (nata gemella colla seconda) Maria Anna, era passata a nozze col Principe ereditario d’Austria, poi Imperatore Ferdinando. Maria Cristina Carolina Giuseppa Gaetana Elisa, era nata a' 14 novembre 1812.

Morto il Re Vittorio Emmanuele piissimo Sovrano, senza macchia e senza rimproveri, ne! 10 gennaio 1824, e non avendo erede maschile al Trono, per legge di famiglia, salì a regnare l’altro suo fratello Carlo Felice, sposato a 7 di marzo 1803 con Maria Cristina di Borbone, Principessa delle Due Sicilie, figliuola di Ferdinando IV poi I, e di Maria Carolina.

La vedova di Vittorio Emmanuele, religiosa di animo e di esemplare modestia, si ritirò a Roma con le sue due ultime figlie Maria Anna e Maria Cristina, educando le auguste giovinette nel silenzio del chiostro, fra pratiche di pietà cristiana e di carità evangelica. Scelta Maria Anna per futura Imperatrice d’Austria, Maria Cristina si ritirò in Piemonte, ove poco dopo rimase priva della buona sua madre.

I suoi zìi Re Carlo Felice e Maria Cristina Regina, la tennero qual figlia. Ma morto quest’ultimo Sovrano del ramo di Savoja, senza erede alcuno, la Corona Sabauda passò al ramo Savoja Carignano, nella persona di Carlo Amedeo Alberto, Principe di Carignano, nato il 2 ottobre 1798.

La Regina vedova di Carlo Felice, strinse più alletto alla pia nipote e conoscitrice delle eminenti virtù che possedea, venne a Napoli per unirla in matrimonio al giovine Re suo nipote. Niun’altra fama, era precorsa mai di questa giovinetta, se non la semplice e cattolica educazione che possedea, unita a una bontà di cuore e ad una bellezza di persona. Maria Cristina delle Due Sicilie, conscia della vita intemerata e de' severi costumi del suo nipote Re Ferdinando, conchiuse un simile connubio, assicurando al Trono de' suoi avi, alla patria sua, ai popoli del Reame, una Regina, una sposa, una madre, modello d’ogni carissima speranza. Le popolazioni nostre plaudirono alla scelta del Re e con quell’entusiasmo meridionale, cominciarono ad attendere la Sovrana con augurii inesprimibili, numerando i giorni e le ore di vederla.

Ferdinando intraprender volle un viaggio, onde portarsi a sposare la Principessa; e senza fasto, e con un titolo di signore privato passò la frontiera del Regno, per lo Stato Romano.

Rifugge da ogni grandezza Sovrana ed ama nel più stretto incognito, viaggiando, istruirsi ed arricchire vieppiù la sua mente con studio su memorie antiche di civiltà, su’ costumi di altri popoli, e sulle altrui maniere di governo.

Eccolo in Roma il dì dieci novembre 1832, col piccolo seguito di un gentiluomo privato, prendere stanza alla locanda Serny in Piazza di Spagna; mentre il monumentale palazzo Farnese è sua proprietà di famiglia. Ma una stanza al palazzo Farnese, avrebbe palesato a Roma

il Re delle Duo Sicilie, ed egli non brama di essere che uno studioso viaggiatore. Nel suo incognito, à primario pensiero di visitare il capo visibile dell'unità cattolica, e recasi con l’intero suo servizio (come è costume e privilegio de' Re di Napoli) al Valicano. Gregorio XVI, da poco eletto Pontefice, riceve il giovine Monarca con trasporti, e lunga conversazione si apro fra' due Sovrani; e oltre la fama che a vea precorsa l’opinione di Ferdinando, il Papa ammira nel suo discor rere una maniera sì atta al Governo, corroborata da purezza religiosa e da equità di giustizia, che confessa dopo a' più eminenti uomini di Stato, le meraviglie sue.

Il giorno seguente, si dà con tutta possa a percorrere i monumenti dell’alma città, visitando il tempio del Vaticano onde prostrarsi alla tomba de' SS. Apostoli Pietro e Paolo; dovere santissimo d’ogni cat lotico. Indi passa a S. Giovanni in Laterano, a S. Paolo, a S. Maria Maggiore, al Colosseo, al Campidoglio, alle Terme di Diocleziano, al Foro, e ad ogni altro luogo splendido di rimembranze; per quanto ce lo permette la brevità del tempo. Il giovine Re, non potè più serbare l’incognito, e l’opinione anticipata che ogni stato straniero godeva di lui, mercé i miracoli di governo, praticali fin dal venire al Trono, e per la limitata vicinanza nostra alle province latine, più che altrove, spiegò in Roma la sua venuta; e 'l popolo Romano, accorse da per ovunque, onde conoscere da vicino il principe, appalesargli la sua simpatia, acclamarlo, e apprendere con piacere ogni motto, che proferiva, ogni aneddoto che accadea alle fermate che faceva pe’ monumenti; cosicché dopo ore, in ogni loco della vasta città proferivasi il suo nome, si parlava di lui, con una interessante maniera di popolarità.

La mattina del giorno dodici novembre, partì da Roma per la volta della Toscana, e per Siena e San Chierico, giunse in Firenze la sera del 13, sempre in incognito, albergando alla locanda Sneider.

Il dì appresso si diede a percorrete la città dell'Amo, onde osservare impreziosì monumenti di questa terra illustre che fu patria a cento grandi ingegni, fra' quali si chiamano giganti i nomi sommi di Dante Alighieri e di Michelangelo Buonarroti. Fu a S. Maria del Fiore ad ammirare gli affreschi celebri, ed a S. Croce, a visitare le tombe de primi ingegni italiani. Indi volle studiare le insigni scuole artistiche, nelle gallerie classiche del Palazzo de' Pitti.

Ora conviene alla storia contemporanea fermarsi alquanto, onde pennellare un episodio, che schiara due nomi contemporanei t cioè quello del nostro Re, e di Leopoldo Granduca di Toscana.

É costumanza del buon Principe Leopoldo, percorrere Firenze, quasi sempre a piedi, e senza molestia raggirarsi fra quella popolazione,tipo di gentilezza italiana. Il di 14 novembre di quell'anno, il Granduca ignaro dell'illustre ospite che visitava la sua città capitale, vestito a bruno, per lutto di fresca vedovanza, se ne stava a percorrere le gallerie pubbliche del Palazzo de' Pitti, immerso ne’ suoi pensieri, allorché giunse il Re Ferdinando.

Leopoldo vide l’incognito giovane e dalla maniera pronta, vivace e speculativa che avea nel prendere notizie su’ quadri più famosi che osservava; ebbe interesse, simpatia, trasporto, pel studioso viaggiatore, con quella illimitata garbatezza tutta di Leopoldo, mista alla somma civiltà d’un fiorentino, gli si avvicinò e gli si offerse guida del loco, e Mentore onde illustrargli con atte spieghe ogni artistica inchiesta. Ferdinando, cortesemente accolse una tale guida e certo di trovare in lui un direttore del museo, apri con esso un’animato conversare.

In verun luogo, quanto nella Toscana, la pronunzia italiana d’altre regioni, si appalesa diversa. Leopoldo avvertì di trovarsi con un italiano del mezzogiorno, e cortesemente disse a Ferdinando.

«Il signore è di Napoli?»

«Di Napoli a servirla» rispose Ferdinando.

«Oh che fortuna mi si presenta, di trovare in lei sì giovane e si studioso di belle arti, un suddito di Ferdinando II. Che fa il Re, sta bene, da quando non lo vedete, venite ora da Napoli?»

«Vengo da Napoli, il Re sta bene, e vi ringrazio della bontà che avete. per un suo suddito, e della stima che fate di lui.»

«È un dovere, dar lode ad un Sovrano, che in sì tenera età ed in tempi non lieti, à saputo tanto bene conquistare la più lusinghiera opinione di sé nell’Europa, e sì grandemente felicitare i suoi popoli, con atti di clemenza sorprendenti davvero. Felice voi, amate di cuore, il vostro generoso Principe, che lo merita, e l’amore de' vostri popoli per lui, addiverrà una caparra ubertosa di progresso, di civiltà e di pace, pel bel paese che abitate.»

Ferdinando alla sorpresa di sì lusinghiero elogio che ricevea di se stesso con maniere tanto sensibili, diretto non ad altro che a un suo suddito, su terra straniera, si commosse nell'animo e quasi, scovrendo se stesso all'incognito, ebbe agio solo di soggiungere:

«Siete ancor voi felice, col vostro Principe. Leopoldo, è buono, è padre de' suoi Stati, le sue dolci maniere, il suo vivere pe’ suoi popoli, costituiscono un ricco patrimonio, a governo della gentile Toscana. Come sta il Granduca in salute? che fa egli ora?»

«Sta bene. E’ qui, (commosso ancor egli, rispose svelandosi senza volerlo), e’ qui passa un’ora di riposo dopo le cure di Stato, in ogni giorno studiando su’ patrii monumenti, le antiche memorie de' suoi popoli.

«E qui Leopoldo l'e lo sareste voi?»

«Per servirla...»

«Oh!.. sappiate allora, che io sono Ferdinando di Napoli...»

E non è ad esprimersi, i due incogniti, resi noti l’un l’altro, che fecero, che dissero, tra la sorpresa, la meraviglia, il piacere. I due cugini Sovrani, che si ammiravano l’un l’altro da lontano, si strinsero fra le braccia e piansero di piacere, pel modo eccezionale, del come si conobbero.

Il Granduca di Toscana, nell'uscire dal Palazzo de' Pitti, col suo Reale cugino, bramava onorare di pubblica pompa il Re del Regno delle Due Sicilie. Ma Ferdinando con prieghi nol permise, volendo meglio godersi Firenze da incognito non più, che noi potea, ma almeno da privato. Leopoldo, comprese il nobile pensiero del suo ospite, e si limitò ad offrirgli un pranzo di famiglia, che Ferdinando accettò di buon grado. La sera intervenne al Teatro della Pergola, anco da privato, nel palchetto del suo Incaricato d’Affari presso la Corte Toscana, Conte Grifeo. Il sensibile popolo fiorentino, ebbe a cuore quel procedere senza sussieguo d’un giovine Monarca, bramoso a far tesoro da per ovunque di costumi e governo di regioni estere, e mostrargli la più lieta gratitudine in modi e maniere cortesi ed amabili. II giorno appresso, ammirar volle le mura bastionate ed i castelli della città, opera insigne di quel massimo genio che uni nelle sue mani con impareggiabile arte, le opero più gigantesche per pittura, per scultura e per architettura (il quadro del giudizio universale, la statua di Mosè, e la cupola del Vaticano), dir voglio il Buonarroti. Indi nel di seguente'(16 novembre) prosegui la corsa, per la sua meta di viaggio; in Genova.

L’ammirabile incontro di Ferdinando con Leopoldo, per le gallerie de' Pitti, costituirà fra breve, un nodo maggiore di famiglia, mercé la scelta del Granduca per una seconda compagna, tra le sorelle del Re di Napoli; effetto dell’amore e della stima di quel Sovrano, pel nostro Monarca.

Ecco Ferdinando che scorga la bella città di Genova, la quale, quasi una seconda Napoli, si stende da' colli verdeggianti ed ubertosi, su ricca e magnifica riviera; pari ad anfiteatro. Non è più il Principe incognito, ma il Re atteso, che entra nella memorabile città reina del Mediterraneo, nella città de duchi, de' più illustri capitani, de' più ammirati marini; nella città di Andrea Doria, nella patria di Cristoforo Colombo. Le sue mura costituiscono una storia di fatti celebri per guerre famose che si ligano fra i periodi più memorabili di età illustri, fino al cadere del secolo passato e 'l principio del secolo presente, colla memoria di un assedio da giganti, in cui brilla il nome illustre del soldato di Nizza, il generale Massena. Quel porto che si stende sulla rada, à raccolto un tempo le antenne che gonfiarono le vele per le crociate in Oriente. Da ivi più fiate, mossero quelle temute galere, che un giorno da Napoli a Sicilia percorsero Uniti di sangue, di glorie e di conquiste. Da ivi sventolarono le bandiere ligure terrore de' pirati, lustro e civiltà, ovunque ed a qualunque lido barbaro si presentarono; è fu da quel por lo che il Colombo, volea partire in cerca di un nuovo mondo, onde offrirlo alla sua illustre città; che noi volle.

Quel popolo che gli accorre incontro, è pur esso la discendenza di avi magnanimi, rammemorati in molte pagine. Quel palazzo Ducate che accoglie il Re di Napoli fidanzato ad una principessa della non meno celebre Casa di Savoja, è il compendio della gloria genovese, d’un tempo che fu.

Fra la plaudente popolazione e le schiere di soldati in parata il giovane benemerito Ferdinando, giunse nel Beale ostello al far della sera del 18 novembre. La mattina vegnente, giorno memorabile pel suo cuore, si recò a far visita a Carlo Alberto, già addivenuto Redi Piemonte, alla Regina regnante, all'augusta sua zia Maria Cristina di Borbone Regina vedova; ed alla presenza di questi Reali di Sardegna, gli venne innanzi la sposa, la giovine Principessa Cristina.

Vaga, gentile e pudica giovanotta, avea quasi due anni meno di Ferdinando. Le maniere della futura Regina, incantavano. Lo sguardo vivace, serbava quella serenità che caratterizza il pudore d’un anima intemerata. La sua beltà rapiva, non per la seducente espressione, ma pel candore verecondo che l’arricchiva. La parola, il sorriso, il gesto, arcano del sorprendente del meraviglioso, non per l’arte lusinghiera di vezzosa giovanetta, ma per quell'insieme di bontà, di modestia, di decoro, di semplicità, di pacatezza e di tenera sensibilità ai doveri di cuore, agli affetti domestici, all'amore; quali virtù insite che si appalesavano per incanto morale, in ogni sua mossa, senza che ella dava a se stessa conoscenza di possedere tanti pregi insieme, e perciò brillavano più, allo sguardo di chi ravvicinava. È questo il colorito primiero che da su la riviera della Liguria, noi tratteggiamo, alla vergine di Casa Sabauda, tuttavia fidanzata del Re nostro; per quanto uno storico contemporaneo à saputo trarre conoscenza di lei, da' distintissimi e culti personaggi che l’arcano valutata.

Genova, venne visitata dal nostro Re, in tutto quanto la rende ammirabile e distinta, per monumenti di gloria antica e di civiltà moderna. Fra le altre visite, fu con Carlo Alberto ad osservare il magnifico arsenale, deposito un giorno della potenza ligure che dominava temuta su d’ogni lido del mondo,e in arti guerresche o in proficui mezzi ed utili interessi d'industria e di commercio. Indi a cavallo percorrer volle l'estesissime fortificazioni della città,studiando insieme i talenti antichi per la guerra di città munite, con la tattica presente, alta a bastionare per terra e per mare, mura capaci di sostenere onorandi assedii, con profusi mezzi strategici di difesa e di offesa in emergenze nemiche. In ultimo Carlo Alberto, avendo noto i talenti militari del Re Ferdinando, riunì a campo la guarnigione di Genova sulle memorabili sponde del Bisagno; ed ivi volle che dopo una rassegna, il Sovrano cavalleresco delle Due Sicilie, ordinasse delle manovre per evoluzioni di guerra.

Finalmente, nel giorno ventuno novembre dell’avventuroso anno 1832, Ferdinando II e Maria Cristina di Savoja, furono uniti in matrimonio, dal Cardinale Marozzo Arcivescovo di Novara, in Voltri, paese vicino Genova. Furon testimoni, i Sovrani di Piemonte con l’intiera loro real famiglia, l’augusta zia degli sposi la regina vedova di Sardegna Maria Cristina di Borbone, unitamente alle corti di dame o cavalieri, a' dignitarii più distinti, ed alla nobiltà genovese. L'intero regno di Piemonte ebbe festa pubblica, e la illustre città di Genova, in tre giornate consecutive, spiegò tutte le sue pompe di gioja, per concorrere a festeggiare gli sponsali de' benaugurati giovani,Ferdinando e Cristina.

Fra le altre feste, si distinse il corpo decurionale di città, augurando quel giorno con una dotazione a dodici zitelle povere, estratte dai sindaci, da triplice lista, formata dalle dame così delle della Misericordia, e dai parrochi. Il medesimo corpo di città, emulò la universale esultanza, con decorala illuminazione per l’intera cinta delle prime e delle seconde mura, non che del porto e de' fabbricali che lo circondano, ed altra a cerei lungo lo stradale che mena all'antico e storico Palazzo Ducale, ora Regio Palazzo. Nel Teatro massimo detto di Carlo Felice, illuminato a giorno, presente gli augusti sposi, venne cantato un inno dettato per la circostanza, dall'illustre ed unico lirico del tempo, il rinomato Felice Romani, e pel quale il poeta si rese grandemente l’interprete de' sentimenti della Liguria, verso i giovani sposi.

Le società commerciali di Genova, sì per l’affetto gentile che nutrivano per la sposa Sabauda, sì per la grata memoria al giovine Re delle Due Sicilie, che tanto slancio avea già dato al commercio del Mediterraneo, vollero da parte loro contribuire alle dimostrazioni di festa e di esultanza.

Innalzarono per questo, sul disegno dell’architetto Cardella, una grandiosa macchina trasparente, sulla Piazza di Banchi, rappresentante un magnifico tempio d’ordine corintio. Primeggiavano nel tempio, fra i diversi emblemi, le cifre iniziali de' nomi degli augusti sposi, e nel fregio dei cornicione, leggevasi «Il Commercio di Genova, in segno di esultanza.»

Dopo tonte allegrezze e tanti tripudii, spesi a larga mano dalle popolazioni della Liguria, in onoro di sì lieto ed auguroso matrimonio; Ferdinando e la Regina novella del Regno delle Due Sicilie Maria Cristina di Savoja, nelle ore vespertine presero commiato dai reali congiunti e s’imbarcarono nel dì 25 di novembre sulla Real fregata napoletana, La Maria Isabella, che andava di conserva co’ nazionali regii legni, il brigh detto l'Aquila ed il vapore chiamato il Leone; i quali seguiti da' regii legni Sardi, cioè dalle due fregate dette l’una il Carlo Felice, e l’altra l'Euridice, e con venti prosperi, in meno di quattro giorni, dai lidi genovesi si appressarono alla nostra riviera Partenopea. E noi, dopo aver rapidamente consacrate alla storia patria contemporanea, le feste inditte a Ferdinando e Cristina per la loro unione, sulla terra ligure; ci accingiamo alla narranza storica delle feste e delle gioje de' nostri popoli, appena posarono il piede sul suolo di Napoli. Sarà rapida, vivace, immaginosa, universale, colma di scene uniche, inarrivabili ed incredibili; ma noi, siam noi i testimoni infallibili, delle contentezze comuni, per sì cara, rarissima circostanza.


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CAPITOLO LII

Annunzio a Napoli dell'eseguito matrimonio e feste civiche e religiose che si ad dissero da questa città, a tutto il Reame. — Arrivo della squadra napolitana sarda, co' Reali sposi. — Gita del Re e della Regina al Duomo, presentazione a Corte, discorsi della Consulta e del Senato di Città, feste pubbliche per Napoli, ed affetto straordinario della città per la Regina Cristina.

Non appena la lieta novella degli eseguiti sponsali di Ferdinando e Cristina giunsero a Napoli, che la città capitale si vestì a festa, e quale elettrica scintilla comunicò la sua gioja alle province tutte di qua e di là dal Faro. L'amore universale, unico, inaudito, eccedente ogni possibile umano affetto, che questa giovine Regina dovea col tempo, mercé le preclari rarissime virtù di cuore e di mente, conquistare su tutte le classi e su tutte le opinioni dei popoli delle Due Sicilie; ebbe il fausto e sincero presagio di andivedersi pria del suo arrivo a' nostri lidi, come un amore arcano, come un miracolo di tendenze.

Svilupperemo co’ fatti contemporanei, simili straordinarii successi.

La mattina del 21 novembre giunse in Napoli il com: Capriola, segretario privato del Re, spedito da Genova dal Sovrano, onde annunziare alla Real Famiglia, al Governo ed al Reame, il già eseguito sposalizio. A questa nuova, Napoli si commosse, il pubblico iniziò feste per la città, la folla accorse nelle chiese, le campane suonarono a gaudio, e per le province tutte si ripeté lo stesso.

Nel giorno seguente l’Arcivescovo di Melitene Monsignor Gravina Cappellano Maggiore, tenne pontificale nella chiesa palatina; assistito dal clero regio, e coll’intervento della Regina madre, e de' principi e principesse del sangue, non che dalla camera de' gentiluomini, delle dame e del corpo diplomatico: ed i castelli con lieti tiri di cannone salutarono le bandiere Reali. La sera, non è a dirsi come le case private rivaleggiaróno co’ pubblici edificii, tra sfarzose luminarie; ed i teatri, e fra questi il massimo S. Carlo, con quintuplicata illuminazione, accolsero il pubblico festante,che accorse per plaudire con lieti evviva, i nomi degli augusti sposi lontani.

Il dì appresso poi, per la stessa faustissima occasione, si cantò altro solenne Te Deum nel duomo, al quale atto di pubbliche grazie, celebrato dal Canonico Michele Savarese, (qual Vicario Capitolare per l’avvenuta morte del Cardinale Arcivescovo Luigi Ruffo di Calabria, accaduta nel giorno 16 del mese medesimo, come ne parleremo a luogo) coll’assistenza del clero; intervennero tutte le autorità civili e militari, i Ministri Consiglieri e Segretarii di Stato, lo Stato Maggiore dell’Esercito, la Consulta, il Corpo di Città oc. ecc. ecc. Il pomposo apparata di sì vasto tempio, la riunione di tanti eminenti personaggi ia gran gala, il concorso di affollalo popolo affettuoso e giulivo; ebbero a ricordo de' sacri riti, una sceltissima orchestra, regolata in tale congiuntura dal Nestore dell’armonia napoletana, dal rinomato Zingarelli, il quale ('ultime note di sì alla celebrità nazionale) avea espressamente composta la musica che vi si eseguì.

Il Conte di Siracusa, chiese ed ottenne permesso dal Ile e fratello di trovarsi in Napoli, per l’avventura del matrimonio; e Ferdinanda emanò decreto, che per la sua assenza da Palermo, il Principe di Campofranco tenesse mano alla luogotenenza in Sicilia.

Ed ecco che la mattina del 29 si scorgono alcuni legni da guerra sul mare di Napoli a ponente, per avviso del telegrafo d’Ischia, segnalando la distanza di 25 miglia da quell’isola.

La popolazione avvertita la notizia, dal movimento della Real Famiglia, assiepò la lunga riviera da Mergellina al Carmine; e quasi i regii sposi fossero già al lido, miriadi di palischermi si gremirono di gente anelante e giubilosa, onde accorrere a festeggiare la novella Regina.

Le Altezze del Principe di Capoa e del Conte di Siracusa, impazienti, s’imbarcarono su vapore da guerra e si avviarono all’incontro della segnalata squadra.

Ma sì universali desiose speranze, non vennero compite che al dì seguente 30 novembre, alle due ore dopo il mezzogiorno. Appena la squadra napoletana sarda, dopo quasi quattro giorni dì felice viaggio, gittò l'ancora innanzi al porto con spessi tiri di cannone, e tutte le batterie della città ripeterono alla lunga il saluto. E benché ciclo rotto a pioggia si addensava su Napoli, la sterminala folla di questa capitale starasi già sulla marina.

La Regina madre co’ reali Principi e Principesse, eransi recato al Molosiglio, pel ricevimento degli sposi. Il Ministro di guerra e marina, il comandante generale delle armi al di qua del Faro, i capi di corte ed i generali di marina, trovaronsi uniti sul medesimo luogo, per rendere omaggi a' Sovrani, che tra le affettuosità di famiglia e gli evviva del pubblico, salirono al Real Palazzo.

Il dì appresso, primo dicembre, gli augusti sposi volendo seguire la pietà de' loro antenati, incominciando dal Cielo la loro vita conjugale, pria d’ogni altra cerimonia di corte, vollero recarsi al tempio metropolita della città. All’alba infatti, l’aere da burrascosa si rese brillante del più vago nostro sole di autunno. Il corpo d’armata di guarnigione a Napoli, si schierò in doppia ala dalla Reggia al lontano Arcivescovado, e le batterie de' castelli, diedero il segnale della pia funzione che andava a compiersi da' giovani Sovrani.

La circostanza era per se stessa commovente,ed insieme avea il carattere affettuoso, della presentazione che facea Ferdinando al popolo, della già dal popolo amatissima Regina. La moltitudine che si era affollata in Toledo e nelle altre strade che doveansi percorrere dal gran treno del Re e della Regina e dell’intera Real Famiglia, e quella eh'e rasi situata su le ringhiere de' palaggi, tutte sfarzosamente adorne di arazzi e di bianchi lini, formavano uno spettacolo, degno veramente della circostanza e del cuore sensibile ed unico di questi abitanti partenopei. La commozione poi, che la popolazione sentì all’apparire della pia Sovrana, dai contemporanei istessi non si potria oggi ancora né tutta, né in parte, spiegar con parole; sono momenti solenni che le moltitudini sentono nell'animo, mentre dal voto universale si appalesa una verità, da rimanere tradizionale fra' secoli.

Le virtù pellegrine della Principessa, pria di giungere, eran volate su tutto il reame, e ripeteansi già sul labbro d’ognuno, e fin rallegravano, come patrimonio ricco di una beneficenza di novello acquisto, le solinghe dimore delle più povere feminette di provincia, nel rigido inverno d’una capanna, in preda a' venti, alle piogge, alla neve ed al digiuno, fra boscaglie, su burroni, su straripate fiumane; ed il caro nome si proferiva a tutela ventura degli infelici, e l’immagine sua non nota ancora, si appalesava alla niente de' miseri, con la fisonomia di un angiolo, sorridere a tutti e spargere conforti su d’ogni anima fuori speranza. Ora è da supporsi la felice impressione che si ebbe, al vederla per la prima volta, dalle affollate moltitudini. La rara beltà ed avvenenza della giovane sposa, di gran lunga superiore alla fama, teneva gli animi in grata ammirazione. Ognuno scorgeva la bontà dei cuore, scolpita con non dubbi caratteri sull'ingenuo volto. Tutti notavano la somma affabilità ne’ saluti che dirigeva al popolo acclamante. A voto unanime venia benedetta colle lagrime di tenerezza, ed ogni labbro pronunziava una lode, del come si convenivano l’un l’altro gli augusti sposi, ambo nell'età fiorente, ambo della stessa umanissima indole, ambo amabilissimi di forme e di maniere, fatti per essere l’un dell'altro delizia, e tutti e due apparivano come patto novello di paceprosperità nel Reame, e felicità e gloria ed amore de popoli loro. In ultimo fra tanti diversi universali affetti, brillava un altro sul voi to de' napoletani, ed era quello d’un sentimento di civico orgoglio, giacche interessati a tutto ciò che riguarda il lustro del loro Monarca, essi già andavano superbi, che la sua scelta avesse sorpassata la comune aspettativa.

Giunto il corteggio al duomo, magnificamente parato per tanta solennità, le Maestà vennero accolte dal vicario, dal capitolo, dal cerimoniere di corte, dal capitano delle guardie, e da tutti i cavalieri del corteggio medesimo, facendo ala alle reali persone il corpo di città, e la nobile deputazione del Tesoro di S. Gennaro. Collocatesi sul Trono, espressamente ivi eretto, ed i principi su apposita tribuna, e preso ciascuno de' personaggi del seguito il convenevole posto, si cantò l’inno Ambrosiano, in mezzo aduna nuova salva d’artiglieria delle squadre da guerra e de' castelli, e all'eco delle campane di. tutta la metropoli. Seguì la benedizione col divinissimo; e quindi le reali persone passarono alla cappella del Tesoro di S. Gennaro, riccamente addobbala, ove trovavansi esposte le miracolose reliquie del gran taumaturgo. Colà, dopo breve orazione, baciarono le reliquie medesime, e indi rimesse sul treno di forma pubblica, si restituirono Mia Reggia, ricevendo replicali applausi e più vive ovazioni. La sera altro spettacolo magnifico, si ammirò nel Real teatro S. Carlo, e fu un colpo d’occhio unico al mondo.

Infatti per darne una idea bisognerebbe dire, (ad un paragone), che chi si fosse trovato nel teatro S. Carlo la sera del 12 gennaio 1831, allorché festeggiavasi il faustissimo avvenimento al Trono di Ferdinando II, avrebbe creduto impossibile che si avesse potuto mostrar maggior brio, maggiore entusiasmo in altra congiuntura. Eppure quel sorprendente spettacolo degno di storia, che va tra le più care memorie del nostro popolo, ebbe una rara competenza per la comparsa di Maria Cristina. Tutti gli ordini de' palchi e l’ampia platea, erano angusti agli affollati spettatori che in ricca gala riempivano ed ornavano insieme il teatro, i cui quintuplici lumi riverberavano con balenanti raggi ne’ lucidi metalli e nelle preziose gioie di che vi era gran copia sugli abiti delle sfarzose dame e degli uffiziali dell’esercito e cavalieri di città in assise di gran lusso; così aggiungendo magnificenza e vaghezza ad un quadro per se stesso grandioso. Le persone più elevate per dignità e per caricaci si vedevano quasi tutte a colpo d’occhio. Intanto gli sguardi di sì nobile moltitudine, eran rivolti al gran palco d’etichetta, ove si attendeva la real famiglia ed in mezzo ad essa Cristina; e tutti impazienti si stavano, essendo già al colmo l’entusiasmo da esternarsi da ognuno.

Difatti, appena gli sposi Sovrani comparvero, gli evviva ed il batter le mani fu indicibile, e mentre allegorica rappresentanza musicale eseguivasi sulle scene, gli occhi dogli spettatori stava» fissi sulla idolatrala Regina, e al termine dello spettacolo, eguali e senza numero furono gli applausi ripetuti.

Dalle feste religiose, passando a quelle di Corte, vogliamo trattenerci alquanto a far parola del ricevimento che si tenne a Palazzo il giorno appresso.

I reali sposi con la Regina madre e co’ principi e principesse del sangue, dopo aver ricevuto in apposite sale le felicitazioni del clero palatino, passarono nella gran galleria, dove si trovavano i capi di corte. Entrarono poscia nella sala del Trono, ove si situarono secondo il rito di cerimonia, da noi in altra circostanza dettagliato. A destra del Trono collocaronsi il somiglierò e gli altri capi di corte, il corpo diplomatico, i consiglieri ministri di Stato, i consiglieri di Stato, i ministri segretari di Stato, i cavalieri gran croce di S. Ferdinando e dì S. Gennaro, il capitano degli alabardieri, i gentiluomini di camera ed i maggiordomi di settimana. A sinistra del Trono, le dame di corte e quelle estere, presentate a corte. In fondo della stanza, i generali dcl 1 esercito, gli aiutanti generali, gli aiutanti reali, Io stato maggiore e gli uffiziali di ordinanza ed i. reali paggi. Questi personaggi furono i primi a complimentare i Sovrani.

Entrò poi la consulta generale del regno, avendo alla lesta il suo presidente, ministro consigliere di Stato, marchese di Pietracatella, il quale diresse al Re, un discorso, che la circostanza ci obbliga tramandare alla storia.

«Sire

«La Consulta Generale del Regno, nell'umiliare alla M. V. ed alla Sua Augusta Sposa, i suoi omaggi e le rispettose felicitazioni, è oggi lietissima dell’alto onore, che l’è conceduto. Oh! quanto, o Sire, ci siete ora più caro, pel nostro tenero affetto verso una illustre Regina, di cui le grazie giovanili, fanno maggiormente risplendere tutte le virtù; e la pietà che abbellisco e adorna l’istessa bellezza, è quasi raggio di luce divina.

«All’esultare sincero, universale, V. M. ravvisa, come queste faustissime nozze hanno compiuti i voti di tutti i suoi sudditi, i voti che le hanno ottenuta dal Cielo si dolce compenso, alle sollecitudini ed alle pene che prova un buon Re, quando non respira che per la felicità dei suoi popoli.

«V. M. ascendeva questo Trono, che sette secoli han fregiato di tutte le glorie, e non ostante le malagevolezze de' tempi (onde non mai un’anima forte si turba e si spaventa) prometteva di rammarginare le piaghe profonde, che sventurate circostanze ci avean fatte; e già l’aurora del Suo felicissimo impero, era irradiala da magnanimo perdono, che copriva di obblio il passato.

«La Religione, pura figlia del Cielo, compiacciasi nel veder V. M. rivolgere i Suoi primi pensieri a provveder le Chiese di zelanti Pastori, e ad aumentare lo splendore del Divino culto: e sorrideva alla Sovrana vigilanza sull'amministrazione della giustizia, sacro deposito che l’Eterno confida ai Re.

«Mentre la M. V. stabiliva l’ordine dell'erario, generosa, faceva in prima, personali sacrifici, che consacrava al sollievo della classe povera e laboriosa. Senza pompa reale visitava i Suoi Stati, per conoscere i veri bisogni, e nel Suo viaggio stesso, Sovranamente vi provedeva; facendo tesoro di quelle nozioni di fatto, che sono tanto preziose nel reggimento de' popoli.

«V. M. era larga de' soccorsi alla Calabria, desolata da funestissimo tremuoto, ed il suo piissimo invito alla patria carità, trovava un eco universale. E mentre accordava il Suo Regio favore alle scienze, alle preziose arti ed alla industria, disciplinava nelle armi il Suo esercito.

«Ed è a tutti mirabile il considerare, come V. M. sull’esempio dei Grandi Principi, non limita le Sue gravissime cure al presente, ma sull’avvenire eziandio, gitta i provvidi Suoi sguardi.

«La divota riconoscenza de' Suoi popoli, a tanti benefici, si palesa negli auguri concordi di ogni più cara prosperità, al nodo avventuroso che con lieti animi festeggiamo, e che è il pegno eziandio della prosperità nostra. E preghiamo il sommo Dio di spargere le sue celesti benedizioni sulla M. V. sulla Regina Sua Augusta Sposa, sull'Augusta Regina Madre e su tutta la Real FamigliaIl Re, commosso, potè appena rispondere a simile discorso, colle parole seguenti.

«Son molto grato all'interesse che prende la Consulta per la mia felicità. Essa non potrà mai essere separala da quella de' miei popoli, ed a quest'oggetto, raccomando caldamente al di lei zelo, gli affari commessi al suo esame».

Escita dalla stanza del Trono, la Consulta Generale del Regno,dopo aver bacialo le mani alle Maestà ed ai Principi Reali, vi entrò il Senato della Città di Napoli, preceduto dal Sindaco, che tenne benanche un discorso così:

«Sire

«Viveano i popoli delle Due Sicilie all'ombra della felicità che il Vostro Impero, seppe loro procurare. Essi però non erano ancor paghi, e bramavano ardentemente vedere insieme colla M. V. assisi sul Trono de' Vostri Augusti Maggiori. una giovane sposa che possedendo il Vostro cuore e le Vostre virtù, divisa avesse l’amore pe’ sudditi, che riguardate come Vostri figli. Questo voto è compito sotto i più felici auspico, poiché la Vostra scelta cadde su di una illustre Principessa, delle cui sublimi doti, la fama precedette l’arrivo.

«Un’unione così formata,, và a rendervi sposo felice e fortunato. Della felicità Vostra, gioiscono i Vostri sudditi, e particolarmente quelli della Capitale, che noi abbiamo l’onore di rappresentare.

«Preghiamo quindi la M. V. e l'Augusta Consorte, di accogliere con Sovrana Clemenza le felicitazioni sincere che il Senato di Napoli, in sì fausta circostanza esprime a' piedi del Real Trono, ed alle quali unisce gli omaggi del più profondo rispetto.»

Il Re rispose.

«Accolgo con piacere le felicitazioni che mi presentate in nome de' buoni Napoletani. Fate loro conoscere, che questo mi sono tante accette, quanto nota mi è la sincerità del loro cuore, il loro attaccamento alla mia Dinastia».

Compiutasi la cerimonia del Corpo di Città, incominciò il baciamano di tutte le corporazioni,autorità ed impiegati. Poscia prestarono lo stesso omaggio le dame di città, i cavalieri del Libro d’Oro e del Registro, avendo alla loro testa la deputazione di S. Gennaro. Infine i cavalieri dell’ordine Costantiniano, di Francesco Primo, e gli altri personaggi ammessi a' reali baciamani.

Terminato questo atto solenne, il Re e la Regina, ripassando per la galleria, vi si trattennero graziosamente col corpo diplomatico, coi ministero di Stato e colle dame 0 forestieri presentati a Corte; ed indi si ritirarono ne’ loro appartamenti.

Questa gran cerimonia, pel numero de' personaggi concorsi’, e pel brio, riesci una delle più memorabili che siansi vedute alla nostra Corte.

Gli Augusti Sposi, con la Real famiglia, onorarono la sera (seconda de' tre dì festivi) il Teatro de' Fiorentini, che già si era dall'esterno all’interno, adornalo con un fasto sorprendente. Non fu mai visto quel drammatico Teatro così pieno di persone, che in un sol plauso ammirante, accolsero l’eccelsa coppia. Quella sempre chiara compagnia artistica, rappresentò in questa occasione un drammatico componimento di Vincenzo Pinto, noto per altri lavori teatrali, espressamente da lui scritto per la lieta congiuntura. Vedeail in esso la Fama discendere negli Elisi. Essa annunziava a Filippo V, a sua moglie Luigia di Savoja, a Carlo III e ad Enrico IV, l’avventurosissimo nodo, con Napoli colma di letizia, facendo l’elogio de' giovani Augusti sposi, e mostrando infine nel suo Tempio le loro immagini. La vista di questi, rieccitò i pubblici applausi, nell’alto che dal ciclo del teatro, venne fuori aggirandosi ai palchi, quantità di uccelletti, tra i quali due tortorelle recarono al palco Reale, le copie in istampa del componimento rappresentato. Al sortire la Real coppia dal teatro, fu contrasegnata da nuove ed egualmente energiche acclamazioni.

La terza sera delle pubbliche feste, si ripeté a San Carlo la grandiosa riunione di sì esteso pubblico, e quasi fosso la prima comparsa di Ferdinando e di Cristina, si volle manifestare la gioja, fino al delirio.

Lo spettacolo che vi si rappresentò, espressamente composto per la felicissima occasione, tra le finzioni delle arti, essendo espressi i sentimenti veri che il fortunato nodo avea destato negli animi di coloro che vi assistevano, dava nelle immagini di giubilo che offriva la rappresentazione, un nuovo alimento a quello che vivo era ne’ loro petti.

Tale spettacolo, era una cantata in due parti, avendo titolo «Il Felice Imeneo». Il pensiero lo diede il cav. Nicolini direttore del Reale Istituto di Belle Arti, i versi vennero poetati da Gaetano Rossi, e la musica fu ispirazione dolcissima del mellifluo maestro concittadino cav. Pacini. Non solo tutti gli artisti d’ogni grado e d’ogni ramo, addetti alle rappresentazioni de' Reali Teatri, vennero chiamati dall’impresa a farne parte: ma vi furono invitali benanche gli alunni del Real Conservatorio di Musica.

Nella prima parte di questo componimento, tra personaggi allegorici e reali, e tra canti e danze che si alternavano, si festeggiava nel Piemonte il lietissimo avvenimento, mostrandosi gli abitanti di quelle italiane regioni, ne’ loro costumi ed abbigliamenti. Nella seconda parte, l’azione era su i lidi stessi di Partenope, essendo questa e Minerva, i personaggi principali de' quadri simbolici che rappresentava la cantata. Riesci poi di magnifico innarivabile effetto, l'ultima scena, rappresentante magnifica sala vagamente ornata di ghirlande e di emblemi analoghi, preparata per festeggiare il Regio Imeneo. La scena era tanto estesa, per quanto è l’intero palco scenico di sì massimo Teatro. Vi si vedea in mezzo un ara, sulla quale varii genii ed amorini, spargevano fiori. Osservavansi, in ordine disposti, i dignitarii nobili di tutte le province del Regno, a costumi ed usanze nazionali, colle loro damigelle e paggi, gli antichi magistrali e guerrieri di esse, presso le loro rispettive insegne, e con questi, guardie ed araldi in lucide armature e costumanze. Infine, ad un cenno di Minerva, si apriva quel fondo, o vi ei scorgevano le immagini degli Augusti Sovrani, cingiate in vivissimo disco di luce. AI mostrarsi di quelle immagini, cessando lo spettacolo, i cari ed affettuosi clamori del pubblico, sorpassarono le stelle; ed un nembo di poesie in dorati fogli svolazzava], tra piogge di fiori, dal ciclo del teatro, cadendo a nubi.

È duopo astenerci a voler essere audaci inutilmente, nel poter descrivere con positivi colori lo spirito pubblico della capitale del Regno, appalesatosi nelle tre giornate da noi parlate, in ogni maniera di espansione, di tripudio e di gala, onde onorare la grata premura dell’universale, per vedere contento il proprio Monarca, e per isfoggiare ognuno il gaudio e la simpatia, per sì vaga e pia Sovrana novella. Chi conosce coni’ è tradizionale l’entusiasmo de) popolo napoletano per le sue profonde ed intime affezioni, e come riesce impossibile alla più elegante penna poterlo tratteggiare al completo; farà stima del silenzio che intimiamo a noi medesimi, senza la effimera burbanza, d’un cimento fuori meta. E con ciò, serbiamo colorire di volo, nel capitolo che segue, fra le pubbliche e private luminarie che sulla vasta città si eseguirono per le tre sere, a lietissima veglia, di quei tre memorandi ed indimenticabili giorni; le più speciali clemenze Sovrane emanate, e le miriadi di vaghi concerti di facelle, di trasparenti e di architettonici adornamenti, e di eroici atti di beneficenza, sparsi su’ bisognosi.

Questa storia è per se stessa un contemporaneo lavoro, di arduo arringo. Ma il nostro tema più cimentoso, che umilia il nostro qualsivoglia talento è quello di poter aspirare a descrivere, anco in parte, l’amore del popolo uno delle Due Sicilie, verso la sua Regina; Maria Cristina di Savoja. Le generazioni si succederanno dai palagi agli abituri fra le nostre famiglie; i secoli, colle volubili loro ali, attraverseranno questo bel paese fiore d’Italia, tra fiumi di luce e di tenebre, fra nubi di pace e di guerra, su sentieri di vita e di morte; ma sarà per i presenti e pe’ futuri, un camino senza metà, all'audace che vorrà prender la penna, per narrare due affetti giganti, indissolubili, eterni; l’affetto di otto milioni di viventi,dal Faro al Garigliano, per la Regina Cristina, e l’affetto della Regina Cristina pe’ popoli delle Due Sicilie.

Ai posteri l’arduo tema: ai contemporanei, la difesa di sì solenne verità.


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CAPITOLO LIII

Munificenze Sovrane del Re verso i popoli delle Due Sicilie, per la fausta ricorrenza degli sponsali con Maria Cristina di Savoja. — Particolari di feste private nella città di Napoli e province del reame. —Grata riconoscenza della Regina Cristina per si universale tripudio. —Virtuoso desiderio di Ferdinando, esternato ai popoli, di convertire in atti di beneficenza verso i bisognosi, le somme che per impulso spontaneo si spandevano per festeggiare il matrimonio. In qual modo accolsero si virtuoso desiderio, i popoli medesimi.

Grato fino all’intimo dell’anima, Ferdinando, verso i suoi popoli, mercé la gioja universale spiegatasi su quanto è il Reame, onde appalesare ognuno l’amore pel felice suo matrimonio, con sì pia, sì pudica e virtuosa Signora; contribuir volle, co’ suoi poteri Sovrani, alla letizia comune, con atti solenni dimunificenza.

Infatti, con decreto del 30 novembre 1832, dispone: la somma di ducati novemila all’anno che per effetto di suo altro decreto si prelevava dalla massa degl'introiti d’allora, dell’Orfanotrofio militare, ond’esscre impiegata per corrispondere i sussidi mensili a trecento orfane, nella proporzione stabilita con altro decreto, (5 febbraio 1831) nonché per pagare de' soccorsi straordinari ed i maritaggi di ducati quaranta l’uno, a quelle di esse orfane che trovandosi in istato di bisogno passano a marito; la volle aumentare a ducati diecimilatrecentoventisei annui. Coi suddetti, si pagassero i sussidi fissi mensili, nel quantitativo e nel modo prescritto nei regolamenti, a numero trecentocinquanta orfane militari; cioè dieciassette di uffiziali generali, ottantotto di uffiziali superiori, e duecentoquarantacinque di uffiziali subalterni, e il dippiù da esser riserbato per pagarsi in ciascun anno i consueti maritaggi, e per qualche soccorso straordinario.

Con altro decreto del primo decembre 1832, volendo contrasegnare l’avvenimento del suo matrimonio, con tratti diretti specialmente al sollievo de' bisognosi; considerando che gran parte delle multe ed ammende, e de' piccoli debiti di varia specie verso le casse regie, non erano state ancora riscosse, per le infelici circostanze dei debitori; come, considerando che molti imprigionati per crediti fiscali, trovavansi da più tempo privi di libertà, senza che avessero potuto soddisfare le somme future; ordina: che fossero condonale tutte le multe ed ammende di qualunque specie, non maggiori di ducati venti, dovute alle casse finanziere, sino al giorno di tal legge. Che fossero rilasciati di più, tutti i crediti di ducati dieci o meno, rappresentati dalla Real Tesoreria Generale, o da qual si voglia amministrazione finanziera, tranne quelle nascenti da contribuzione fondiaria, da malversazioni, da canoni enfiteutici, o di affitti non ancora terminati. Che fossero eccettuati dal beneficio delle anzidctle munificenze, le multe, le ammende ed i crediti, che comunque non eccedessero pei momento le indicate somme, trovavansi così ridotte, per effetto di transazioni di somme maggiori, o di rilascio; e fossero eccettuati pure i crediti derivanti da significatone per cause diverse la malversazione sempreché, essendo essi varia carico dello stesso individuo, superino nell'insieme la somma di ducati venti. In ultimo che fossero messi in libertà, coloro che trovavansi imprigionati pel credito del ramo finanzierò in linea civile, non eccedenti la somma di ducati duecento, e purché il di loro arresto non fosse stato per malversazione. Ma la destra generosa di Ferdinando non si rattiene ad emanare altre leggi d’indulgenza a prò degli infelici, onde semprepiù coronare di ricordanza il suo matrimonio, e sempre più, gareggiare co’ popoli suoi., nelle universali letizie della circostanza.

Ed ecco che con decreto del primo dicembre 1832, volendo far degni di grazia gl’incolpati ed i condannati, così in questa, come nell’altra parte de' reali domini, dispone, con le parole che trascriviamo.

«L’azione penale per contravvenzioni e per delitti anteriori alla data di detto decreto è abolita:

«Nella classe de' delitti menzionali nell’articolo precedente, non entrano i fatti', che sibbene punibili correzionalmente, per motivi attenuanti o perche involontarii, pure costituendo per lóro natura, misfatti che son giudicabili dalla Gran Corte Criminale, uniformemente all’articolo 248 delle leggi di procedura nei giudizii penali:

«Le pene di semplice polizia, e le pene correzionali di prigionia, di confine, di esilio e di ammende proferite pe’ reati anteriori a questo decreto, sono condonate. Non sono compresi nella condonazione, i condannati in giudizio con forme sommarie e diminuzione di pene, ovvero col metodo abbreviativo de mandato. Riceverà per esso l’enunciala pena, la diminuzione di anni duc.

«Le pene di reclusione e di relegazione inflitte ad individui che trovami nell’epoca di questo decreto ad espiarle, saranno diminuite di anni tre, quando non siansi pronunziato nei giudizii con forme sommarie,con diminuzione di pene, ovvero col metodo abbreviativo de mandato.

«In questi ultimi casi le peno pronunziale, saranno diminuite di un anno;

«La pena dei ferri, sia ne’ bagni, sia nel presidio, e diminuita di due anni:

«Sono compresi ne’ precedenti articoli 4.° e 5.° i condannati che hanno impugnala la condanna, sul cui ricorso non si trova nell'epoca di questo decreto, deciso dalla Corte Suprema di Giustizia, purché però essi rinunciano al ricorso:a Non entreranno nell'indulgenza gl’incolpati ed i condannati per furto qualificato e ricettazione di oggetti con essi involali, (purché non si tratti di furti modici, di commestibili, commessi senza violenza), per falsità di moneta, di carte bancali o di scritture autentiche, per calunnia, per falsa testimonianza o per subornazione di testimoni, per resistenza o via di fatto, contra gl’individui della forza pubblica, e contro gli agenti della pubblica autorità, per misfatti capitali, la cui pena si trova congiunta in temporanea, in forza di grazia, per recidiva ne’ misfatti».

Né si arresta ancora la munificenza del giovine Monarca. Per sempre più contrasegnare questa sì fausta circostanza, oltre alle somme che largisce ai bisognosi dal suo scrigno privato; prescrive ancora una largizione ai poveri, in tutta l’estensione del Reame, sui fondi di ciascuna amministrazione diocesana, passandone i convenevoli ordini, per mezzo del ministro degli affari ecclesiastici, a tutti gli Ordinarii.

Intanto la nostra lena si sente infeconda, a poter scrivere, anco in sbozzo, tutto quanto di lieto, di giubiloso e di festante, si praticò nell’intero Reame, onde appalesare, il gaudio universale delle popolazioni nostre, ad augurio del possesso felice della Regina Maria Cristina di Savoja. Se i limiti circoscritti del nostro lavoro il permettessero, la narrativa meriterebbe un libro a parte, colmo di indimenticabili circostanze, straricco di preziose pagine, indimenticabili fra i presenti e fra i futuri di questo nostro affettuoso e bel paese.

Ma Napoli, la buona metropoli del Regno, seppe dare sì nobile ed indimenticabile impulso al Reame, per quelle feste, da costituirsi modello fra le più sensibili e gentili città.

Infatti dalla Reggia, lungo la magnifica strada di Toledo, fino al lontano Real Albergo de' Poveri, attraversando la spaziosa via di Foria; ammiraronsi i più ricchi, splendidi ed architettonici meccanismi di illuminazione. La Basilica di S. Francesco da Paola, la Piazza di Monteoliveto, il Largo dello Spirito Santo (detto comunemente Mercatello), l’edificio del Musco Borbonico, i giardini del Real Orto Botanico, e l'immenso edificio dell’anzidetto Albergo de' Poveri, studiarono sfoggi rari per luminarie, per dipinti trasparenti, per vaghezza di disegni, per lusso di ornati, di stoffe, di cerei, e per brio di concenti musicali. Eguali fasti di gioja ammiraronsi per la Real Villa, lungo la incantevole Riviera di Chiaja: così dal largo del Castello, per la strada della marina fino al Mercato, ove il campanile del Carmine torreggiava smallato di vivide riammette, e dal Mercato alla piazza del Pendino, e da questa alla torre della chiesa di S. Lorenzo maggiore, la folla giubilante di popolo, succedeasi come onda a onda; per curiosare i parati festivi. Citiamo questi sili come i più marcatili fra mille, ma per quanta è vasta la città, si ebbero festeggiamenti, in cui garrivano le classi tutte della popolazione, dalle aule de' magnali, alle soglie. dei poveri, dalle strade a vicoli, dalle ricche piazze a' miseri chiazzuoli dei bassi quartieri, e dalle ringhiere degli aristocratici, alle meschine finestre della plebe; ove per tre notti consecutive, si volle appalesar la gioja, con facele, e con affetto, e tra queste, ammiravansi le effigie auguste degli amati Sovrani.

Anco il corpo d’armata di guarnigione in Napoli praticò le sue feste per la nuova Sovrana, ed ebbe desio giubiloso di vederla ed acclamarla, fra lo sventolar delle bandiere, fra le tenute di gala, le parate, le evoluzioni e gli onori delle armi. Ed ecco che il terzo dì di dicembre le schiere di fanti e cavalieri co’ rispettivi treni di artiglieria, a passo di belliche armonie, ebbero ordine di marciare sul campo di Marte ove alla presenza del loro Duce e Re, e della Regina sposa, eseguirono, a letizia del giorno, un simulacro di guerra. Indi entusiasmale di letizia, defilarono avanti agli Augusti Sovrani, pria di dar termine alla loro festa militare, per augurio della sposa del Re, Maria. Cristina.

Il Re intanto, colmo il cuore di compiacimento e di gratitudine per gl'immensi attestati di affetto usati dalle popolazioni tutte del Reame, onde sollennizzare il suo sposalizio con Maria Cristina, ma educato alla scuola del benessere sociale, con animo privo di alterigia e di vanità, ma ricco di religione e di abnegazione, non avendo più la cara possanza di frenare le spese che tuttodì da ogni classe cittadina si prodigavano per liete feste; e volendo almeno ottenere che si utilizzassero tante somme a profitto de' bisognosi, commutando le pubbliche gioie in opere di pietà e di utile per gl’infelici, anco per secondare l’animo pio e cattolico della giovine Regina.

Ed essendo difficile perciò contenere gli slanci della riconoscenza e dell’amore, fra preparativi gli anticipati con impulso di voti pubblici, fino dal dì che il Re si mosse per la partenza in Balia; a porre perciò l’accordo questo tenero dovere, con quello di secondarne la mente cattolica di Ferdinando, e dirigere questo sì lodevole spirito, che animava le popolazioni e lo amministrazioni tutte verso lo scopo delle sovrane intenzioni; il Ministro Segretario di Stato degli affari intorni credè opportuno esprimere ne’ seguenti termini in ima sua circolare diretta agli Intendenti delle province, ed ai presidenti de' consigli degli Ospizi.

«Non è negli ordinari segnali della pubblica gioia che il nostro buon Re pone il suo compiacimento. Felice, quanto lo sono i suoi suoi sudditi, il nipote di S. Luigi e di Errico IV, nel sollievo dei bisognosi, e negli aiuti che si danno agl'infelici, trova tutta la sua soddisfazione.

«A questo scopo appunto io la prego di rivolgere tutte le di lei cure, onde secondare ad un tempo i voli dei suoi amministrati, e le paterne intenzioni del Re. Amministratore d'una provincia, che racchiude non pochi stabilimenti di beneficenza, ella di accordo col consiglio generale degli Ospizi, preparerà i fondi necessari per dotare dello bisognose ed oneste donzelle, per vestire gl’indigenti, per apprestare straordinari soccorsi a coloro, che la malsanìa o la sventura fan gemere fra la miseria e il dolore.

«Il di lei occhio sagace o provvido non mancherà di ravvisare fra lo squallore delle prigioni, chi meriti di ottenere un sollievo; come non trascurerà di migliorare la condizione degli asili tutti dei detenuti. La voce delle benedizioni, che in tutti gli angoli del regno pei benefizi che andranno a riavere, si eleverà da molti infelici, e sarà la più bella espansione della pubblica gioia nella fausta circostanza del ritorno di Ferdinando Secondo, e niun altro al pari d'essa potrebbe più lusingare il cuore virtuoso di un monarca sì amato».

Un voto sì bello e sì caro per so stesso, videsi adempiuto colla velocità dell'uccello, su quanto è il reame. Le opere di beneficenza sursero a mille, senza diminuirsi le intraprese feste e gioie per le città, pe’ paesi e per le ville delle province tutte. Un rapido sguardo più su queste civiche gesta, ed indi daremo un sunto rapido sulle sollennizzate festività delle province, che troppo prolungandosi, si fusero alle gioie del susseguente 12 gennaio, anniversario della nascita del Re. Ed ecco che il corpo municipale di Napoli accordò cento maritaggi, che cogli altri straordinariamente eseguiti da luoghi pii e dalle spirituali congregazioni, formarono il numero di 240. Venne inoltre eseguita la vestizione di 630 poveri e detenuti. Da' medesimi rami si distribuirono ducati 3021 in limosine a mendici, in pari tempo uno co’ fondi de' rami stessi vennero restituiti tutt'i pegni che erano nel banco, da carlini dieci in sotto, nel numero, di circa 2200.

Il conservatorio dello Spirito Santo ammise altre dieci nuove alunne al di là dei numero co i preso nello stato discusso: locché aumento un esito annuale di circa 3900 ducati.

Per conto del convitto del Carminello si distribuirono sei maritaggi straordinari per altrettante alunne, ed accordate due altre piazze ab di là dello stato discusso di detto stabili culo.

Il ritiro di S. Vincenzo Ferreri alla Sanità aggiunse sei altre piazze, senza scemare il numero di quelle che periodicamente si riceveano allora nell’aumento di stato discusso ogni anno.

Il conservatorio di S. Maria Antesaccula vestì ei donzelle povere nel proprio quartiere, lavorandosi gli abiti dalle religiose medesime.

Il conservatorio della Concezione di Montecalvario, rilasciò la somma di ducati 212 a notti poveri ed infelici debitori.

Il Monte della Misericordia somministrò ducati 1009 por le escarcerazioni de debitori di piccole somme.

Il conservatorio dello Splendore e quello del Soccorso rilasciarono ducati 84,40 a diversi debitori di somme tenui.

Il conservatorio de' SS. Pietro. e Paolo compartì tre maritaggi a povere donzelle orfane.

Il conservatorio di S. Nicola a Nilo rilasciò, la somma di ducati 96 a varie pernottanti per pigione di stanze, ed esentò alcune altre dal pagamento ed entrata.

Il collegio di Costantinopoli somministrò le doti a 44 donzelle povere, in esso esistenti.

Una pia confraternita, si diede a vestire i detenuti più bisognosi nelle prigioni, oltre un lauto pranzo a tutti i detenuti, per cura di generosi privati. Si spedirono delle vestimenta per i carcerati al bagno di Procida, oltre che venne loro imbandito pranzo straordinario. Al comune poi di questo nome, vennero dati de' lieti soccorsi a' miseri, e quattro maritaggi ad orfane.

Il conservatorio delle Pentite alla Pignasecca, malgrado la ristrettezza delle sue rendite, condona la somma di ducati 220,18 ad alcuni debitori, caduti in grave miseria.

Il conservatorio del SS. Rosario a Portamedina, per eguali motivi, rilasciò la somma di ducati 214,09;.

Il conservatorio del SS. Rosario al Largo delle Pigne, condonò la somma di duc. 446,31, a quaranta debitori infelici.

Il conservatorio di Santa Maria de' Settedolori fuori Portalba, largì duc. 25, a delle recluse vecchie e afflitte da malattie croniche.

Il Real Albergo dei Poveri e stabilimenti riuniti manifestò un ardore degno dei più grandi elogi: molte centinaja d’individui dell'uno e dell’altro sesso vennero straordinariamente ammessi negl'indicati stabilimenti. Decentissime vesti furono somministrate a quelle fanciulle del locale albergo, alle quali spettarono in sorte la dote conceduta dal municipio. A tutti i reclusi negli stabilimenti medesimi, si apprestò un lauto trattamento.

Ma è d’uopo far sosta ad inoltrarci in ulteriori e più minuti ragguagli sulle opere di beneficenza praticale nella capitale, onde gloriare il venire a noi della Regina Cristina, sì perché son tante da non potersi abbracciare col volo rapido di un indice, come per dar luogo ad altri celeri ragguagli sulle opere emulatrici di cattolica e civile carità, largite con islancio eroico sulle popolazioni delle altre province. Solo non istimiamo covrire col velo dell’obblio la dimenticata circostanza occorsa fra mille e mille nell'andata pubblica della Regina Cristina alla Chiesa Arcivescovile, da noi minutamente descritta. Ed è, che ammiravansi ai laterali della porta principale del tempio due ricchi palchi situati a scaloni, su i quali stavano collocato cento donzelle povere, vestile di bianco, cui eran toccate i mari (aggi. Esse plaudirono con voci commosse all’arrivo degli Augusti Sposi; quasi volessero innalzare un inno di gratitudine all’Altissimo, che fra tante miniere di carità pe’ bisognosi in mezzo alla Real famiglia de' Borboni, era surta mercé la pia, la eccelsa Sovrana novella delle Due Sicilie, una sorgente inesiccabile di benefici verso i languenti non solo, quanto una madre del pudore in pericolo. Le opere venture dell’Augusta di Savoja faran vedere se quel coro plaudente delle cento orfanelle, fosse stato una pompa i rito, o una magnifica idea preconcetta, del cuore angelico della Regina Cristina.

E prima di lasciar Napoli in mezzo al plauso triduano delle sue gioie e delle sue beneficenze, registro alla storia contemporanea un nome rispettabile e celebre per le sue virtù, e per i suoi talenti; ed è quello della contessa Gaetani di Laurenzana. Culta com’è nell'italica poesia, volle iniziare nelle sue aule una scelta riunione di vaghi ingegni, e fra questi della non men celebre poetessa Giuseppina Guacci, o così dall’impulso della Gaetani,si ammirarono su quanta è la capitale, i frutti più speciosi e distinti d’italiane lettere, in omaggio alla lieta ventura del regno.

Se una troppo rispettosa amicizia non mi ligasse con figliale affetto verso la celebre donna, questo rapido cenno sarebbe stato colmo di maggiori elogi. Ma facciam voto di aver presenti i suoi meriti contemporanei, in una pagina più atta fra questi nostri lavori, a splendide memorie letterarie del nostro gentile paese.

Avanziamoci intanto a percorrere le province del Reame.

La provincia di Terra di Lavoro, vasta, culta e prosperevole ne' suoi incrementi di civile progresso, fra lo opere di pietà inaugurate per la circostanza dei Reali Sposalizi, trasse a sorteggio trecento maritaggi fra le donzelle povere: vestì settecento individui; rilasciò dai Monti di pegni gli interessi per le somme di carlini quindici in sotto, e dispose la creazione di un nuovo Monte di pegni nel comune di Gaeta. Trecento vestiti e trecento camice, si largirono a' detenuti delle prigioni con frati.

Caserta si distinse in quei tre dì memorabili per feste civili e religiose. L’Intendente della provincia riunì a splendido pranzo le autorità tutte, ove si elevarono evviva alla Coppia augusta. Capua, la città contradistinta per la sua divozione alla regnante dinastia, riunì quanto ha di più elevato nel ramo civile, militare ed ecclesiastico, onde particolarmente sollevarsi lieta all’augurio dei regi sponsali. Si improvvisarono compagnie filarmoniche, per trasfondere la gioia universale nella bastionata città, con inni è suoni. Da società private si istallarono undici maritaggi a misere giovanette; si vestirono non pochi poveri, e molte largizioni si dispensarono alle famiglie indigenti. Fuvvi anco un’allegorica cantata sul teatro; opera del sindaco Biagio Pellegrino.

Nola, altra distinta città di dotta provincia, si distinse benanche per le sue feste. Concorsero a cittadini, i reggimenti Re e Regina cavalleria, ivi di guarnigione Gli entusiasmali soldati, dopo le parate militari e religiose, per auspici a' Sovrani sposi, vollero con abnegazione da bravi, cedere ai poveri la loro zuppa, il vino ed il pane d’una giornata. Era da commuoversi per tenerezza, nell’ammirare que’ bravi militi, acclamando gli augusti nomi, imbandire le mense innanzi al Quartiere nuovo, pe’ poveri riuniti, ed essi servirli a tavola; mentre i loro uffiziali dispensavano de' soccorsi alle vedove ed agli orfani di soldati che trovavansi in città.

Notiamo in seguito fra' comuni più distinti in tale congiuntura, di questa vasta provincia, quello di Arce, ove nelle diurne e notturne feste, si ammirò quel Sindaco Giuseppe Quattucci, far dono ai poveri del loco,di cinque libre di pane e di una misura di vino a persona; ed il comandante del distretto, largì carlini due a indigente e un prest doppio ai militari della Gendarmeria Reale.

La città di Sora, con l’abate di Montecassino, ordinario diocesano, meritano anco eccezionale ricordanza.

La provincia animosa di Principato Citeriore, si mosse colle sue letizie e colle sue beneficenze per la lieta circostanza, da rendersi innarrivabilc, Infatti nel giungere a Salerno l’avviso dell'arrivo dello Maestà in Napoli, che la popolazione nel massimo brio, corse al palazzo dell’intendenza, facendo echeggiar l'aria di ripetuti evviva. Nella sera l’entusiasmo pubblico, si manifestò in una universale illuminazione. Nei comuni tutti della provincia, eguale fu il festeggiamento; e già fra le opere di beneficenza, si distribuirono 248 maritaggi e 424 poveri vennero vestiti, e s’inaugurò la istituzione l'un nuovo Monte di pegni. Ma appena giunse l'ufficio, quale esprimea la pia volontà Sovrana, bramare che lo spese per le feste si convertissero in opere di beneficenza; sursero a volo, altre magnanime deputazioni fra' cittadini, e mentre si duplicarono le feste, onde soddisfare di più il pubblico affetto; si duplicarono gli atti di beneficenza, per compiere la caritatevole volontà del Principe. Infatti le doti per povere giovanetto si elevarono al numero di 550, i miseri, le vedove, gli orfani, su più ampia scala, si ebbero generosi soccorsi l'ogni maniera.

La provincia del Principato Ulteriore, offrì anche il suo volo imi versale onde auspiciare il venire a noi della Regina Cristina, Avellino, capoluogo del dipartimento, colle sue brillanti gioie comuni, dilatò le feste per l'intera provincia. Concorsero quelle popolazioni benanche ai Sovrani voleri, e senza far sosta alle allegrie giubilose, i ricchi, le autorità, i parrochi si unirono, ed allietarono le classi bisognose con cattolici soccorsi. Dodici povere orfanelle ebbero doti nella città di Avellino, ed altre quaranta nel perimetro della provincia;, settantacinque poveri furono vestiti; letti e camice alle misere donne; infermi e carcerati ottennero sussidi. Oltre a ciò, 300poveri vennero riuniti a pranzo nel palazzo dell'intendenza, e l’eletto municipale di Avellino, Matteo de Conciliis, diede allegra cena in una sua casa di campagna, a tutti i poveri che vi concorsero, ove molti distinti galantuomini assistettero quasi fino all'alba, a comune tripudio.

Gl'impiegati primari della provincia, avendo alla, testa l’operoso intendente, riunirono la somma di ducati 395, che dispensarono. in opere pie.

Fra gli eroismi civili, in gara di affettuosità per i regi sposi, si distinse su d’ogn’altro municipio, quello, di Bonito. Ivi il consigliere provinciale di quell'anno, Federico Cassidi, diede l'impulso a grandi cose e per le feste e per le beneficenze. Aprì la sua. casa ad ogni povero che fa con bisogno, di pane, e così col motto, di viva il Re, la generosità ebbe consorti benanche i benemeriti di quel comune, Giuseppe Greco, Romualdo Cassini, Michele Miietti, Felice Miletti ed Antonio Capozzi.

E questi, non avendo più che fare, onde eternare la cara circostanza de' giorni, e adempiere al religioso desio del Re, da pie in pie opere, giunsero al sublime atto di assegnare un pranzo giornaliero ai poveri del comune, dal dì dell'arrivo in Napoli di Maria Cristina, fino al mese di marzo, termine della rigida stagione. E non per associazione, ma per turno giornaliero,! poveri si riunivano a pranzo nella casa d’ogni segnato individuo. Questi generosi, e su d’ogn’altro il loro promotore bene fico, Federico Cassini, si abbiano una lode non peritura, tra i fasti contemporanei di questo Regno.

Merita una parola d’encomio l’abate generale ed ordinario di Monte vergine, Monsignor Morales. Dopo aver convocata la sua cenobitica famiglia a preci e ad inni a Dio, riunir volle cento poveri a pranzo, lui presente e servili da' quei religiosi; e dopo apprestò a medesimi, vestimenta alte a mitigare la rigidezza invernale fra i monti di quella provincia. Que' cento infelici, colle lagrime di caldo affetto, benedicevano la coppia augusta, fonte dei loro gaudio.

La provincia di Molise, non si mostrò seconda alle altre del Regno, pe’ suoi festeggiamenti, onde onorare le nozze di Ferdinando e Cristina. Campobasso diè la scintilla emulatrice, a tutti i municipii del Sannio, e per molti giorni, si alternarono con ripetute veglie, sensibili dimostrazioni di pura letizia. A primo impulso generoso, si estrassero dall’urna cinquanta maritaggi per povere fanciulle si vestirono cento poveri, e mille infelici vennero convitati a banchetto allegrissimo. Indi, intesa la volontà del Re, si rianimarono gli alti caritatevoli, il cav. de Capua in Campobasso, riunì a pranzo 500 poveri, ed altre deputazioni private concorsero in soccorsi pecuniari, in altri maritaggi, e in altre sovvenzioni per li ospedali e per le prigioni. La Società Economica della provincia si riunì, per celebrare con poetici componimenti l’avvenimento felicissimo; indi altre venti orfane vennero dotate.

I capiluoghi de' distretti d’Isernia e Larino, si emularono in atti generosi, e ciascun di essi ebbe un supplemento dì altri quindici maritaggi per ciascuno, oltre vestimenta a' poveri, e soccorsi ai detenuti, ed accademie poetiche da per ovunque. I comuni di Agnone, Cantalupo e Capracotta, si distinsero su tutti, e su questi quello di Boiano. Il tema diffusivo che trattiamo, ritiene la penna da ulteriori ragguagli.

La provincia di Capitanata fu ricca anch'essa di splendidi festeggiamenti per la universale esultanza. A primiero atto, si mosse a dotare 118 orfanelle, vestì 140 miseri, e dispose per la creazione di un novello Monte di pegni.

La città di Foggia, tradizionale per le sue feste Reali, primeggiò di magnifici apparati di giubilo, fra tutte le città della provincia. Fra molte dimostranze, ne registriamo una che superò le altre. In quei cari giorni, nel maggior viale della Real Villa, imbandì sontuoso banchetto a più di 500 poveri, rallegrato da musicali concerti. I nomi degli augusti sposi pronunziavansi da' commensali tra le benedizioni e le voci di evviva, le quali trovavano eco nella riguardante moltitudine che ingombrava gli altri stradali del giardino di delizia, ed era un vocio commovente, un coro che Roteasi Udirò a molta distanza. Nella basilica, altre caritatevoli deputazioni, sorteggiarono altri quindici maritaggi, e ' sulla porta della medesima si equipaggiarono altri ventiquattro poveri ignudi. Il comune di Bovino, ove era sotto intendente il benemerito barone Petitti, si eccezioni» fra gli altri, per opere benefiche, in nome degli augusti sposi.

La provincia di Terra di Bari,c Bari cospicua città capitale della provincia medesima, sì nelle feste che negli alti di beneficenza, dimostrarono uno zelo ed una carità tutta eccezionale. Oltre le illuminazioni di che per tre sere consecutive vivacemente brillarono le abitazioni dei privati ed i luoghi pubblici; bande musicali percorsero ne tre giorni festivi le strade di quelle tante città, empiendo l’aere di giulivi concenti. Globi areostatici vennero lanciati, i quali facevan poi dall’alto cadere componimenti poetici, alla fausta circostanza allusivi. Ove gioconde veglie, scorse fra danze e canti. Ove analoghe rappresentazioni ne’ teatri, splendidi di vivide illuminazioni. Ove giuochi di usi popolari antichi. Ove giuochi artificiali, e per tutto liete salve, erano affetti giulivi, e di gioja in pari tempo, piacevoli incitamenti. Le autorità nel recarsi alle chiese per assistere al settenne Te Deum, sempre da folto popolo venivano accompagnati, che festante non cessava ripetere, «Viva il Re, Vita la Regina Cristina». Gli atti di carità civile e cattolica, praticali da questa civilissima provincia, onde adempiere il volere del Sire, superarono ogni aspettativa. Infatti, a carico del Consiglio Generale degli Ospizi, sorteggiaronsi 37 maritaggi, in tutto dell’importo di ducati 740. — A carico de' luoghi pii della provincia, altre 277 dotazioni, nella somma di ducati 7019, 69; ciocche pe’ soli maritaggi si esitarono ducati 7759, 69. —A carico del Consiglio, vestironsi 332 poveri d’ambo i sessi, col fondo di ducati 1,280; e ducati 2000 vennero versati in altri caritatevoli soccorsi;dal che si deduce essere state le largizioni della Beneficenza provinciale in ducati 11,036,69. — Dalle Amministrazioni comunali poi, si dotarono 122 fanciulle povere, colla somma di ducati 1675. — Col prodotto infine dello offerte volontarie degli abitanti, si fecero distribuzioni di danaro, di pane, di camice, di lenzuola, di letti agli indigenti, somministrandosi eziandio rurali strumenti a' coltivatori delle campagne, del che non avrebbero potuto per la loro miseria provvedersi.

La provincia di Terra d’Otranto, che à a capitale, la civilissima città di Lecce, non è ad esprimersi, colla sensibile vivacità del suo carattere, le feste che praticò in sì universale esultanza, onde elevarsi degna di sé, nel novero di ogni altro dipartimento del Reame.

L’esultanza pubblica, spiegossi in mille modi affettuosi, su quantisono i briosi abitanti, dalla voluttuosa Taranto alla commerciante Gallipoli, che quasi Faro estremo della penisola italiana, si bagna dalle onde che i venti menano dai lidi di Affrica.

Ogni città o paese, ogni palagio o capanna spiegò la sua gioja, e la misericordia cattolica aleggiò con le suo ali operose.

Infatti fra luminarie ed inni, la pietà pubblica sorteggiò 311 maritaggi a donzelle povere; ducati 250 si somministrarono ai carcerati bisognosi; la vistosa somma di 1, 500 ducati si erogò per limosino agii indigenti; ed a maggior copia di fiori sì fragranti di civiltà cristiana, si spesero altri ducati 632 per la vestizione decente e riservata di talune famiglie ed individui, che la sventura rendea più mortificati, per la condizione comoda a cui appartennero un tempo nella società.

La Basilicata, antica Lucania, dalla sua città capitale all’ultimo villaggio che siede sulle cime rocciose do’ suoi monti, entrò splendida ancor essa di feste pubbliche, di opere pie, in sì storica e monumentale ricorrenza delle Due Sicilie.

Si aprì infatti la pubblica gioja col dotare 33 infelici donzelle, in pericolo di pudore per la loro estrema miseria; e le membra di 38 indigenti non trovaronsi più esposte alle ingiurie della stagione rigida, mercé la pubblica beneficenza. Sursero de' monti di pegni, in garg d’altre province. La città di Vietri di Potenza votò per un ospedale civile. Quella di Barile mise in opera un orfanotrofio per fanciulle, unendo alle largizioni comuni la eredità largita da una pia donna, per tale stabilimento.

STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 22 NAPOLI 1855

S. A. R. D. FRANCESCO DI PAOLA - Conte di Trapani

S. E. IL TENENTE GENERALE

LUCIO CARACCIOLO 

DUCA DI ROCCAROMANA

Capitano della Compagnia delle Guardia del Corpo

I componenti de' tribunali criminale e civile dotarono a loro speso due orfane; il vescovo com. Marolda dotò un’altra fanciulla; un’altra ottenne eguale beneficio dall’intendente, ed un’altra benanche dal giudice regio. Il ceto de' negozianti concorse anch’egli con molte opere di carità, e ne’ tre giorni festivi, sacri alla sposa Regina dello Due Sicilie, non mise argine ad ogni maniera di beneficenza.

Uno sguardo alle Calabrie.

Quelle tre. animose province, serbavano in quell’anno cruenti piaghe pubbliche e private pe' disastri sofferti dal terremoto, e sì lieta congiuntura sembrava non dover ivi sfolgorare pari agli altri dipartimenti del Regno. Non fu così. Gloria non peritura accordi la storia a quei baldi popoli, che per gli sponsali di Ferdinando con Cristina, gittando via i bruni veli della calamità, rivaleggiar vollero fra i primi. Sfioreremo perciò qualche tratto di gioja e di beneficenza, fra mille che si ammirarono.

Fra le briosissime feste della città di Cosenza, capoluogo della Calabria Citeriore, si notarono che quindici donzelle ebbero la dote, cioè sei di ducati 50 e nove di ducati 25 ognuna. Si addobbarono di vestimenta 150 poveri di ambo i sessi. Si distribuirono pubbliche elemosine a tutti i poveri della provincia, ed altri 95 maritaggi si sorteggiarono per diversi comuni, ed altri 1350 poveri ottennero abiti.

Il paese di Spezzano albanese si distinse collo stabilire un monte di pietà.

La città di Paola à rimasto ricordo della gioja spiegata; e tra le feste sacre e civili, imbandì, il primo de' tre dì festivi, mensa a 50 poveri dopo d'averli vestiti; e l'ultimo giorno altri 36 bisognosi ebbero vestimento e pranzo, dal sottointendente e da altri generosi: ai carcerati diedesi cibo e camicie; e la poesia sì ben coltivala dal signor Zigari, sfoggiò le sue metodi, accompagnate dalla carità del culto autore, che dispensar volle, dopo un’accademia, un pano ad ogni povero.

La città di Rossano emulò, per non ripetere, quella di Paola.

La città di Cassano rivaleggiò benanche colle summenzionate, e ‘l vescovo Bombini maritò sette poverelle: il vicario del duca di Cassano-Serra signor de Filippis ne dotò un’altra, ed equipaggiò quattro poveri, e diede pane a tutti i bisognosi del luogo: il capo urbano Domenico Nola largì due maritaggi, ed un altro la signora Angela Minieri.

Ma non si finirebbe la narrativa, se citar si volessero i paesi tutti della Calabria Citeriore, nel concorso di quelle feste. Non stimiamo per altro passar sotto silenzio il (ripudio smisurato del popolo albanese nella città di Lungro, in unione dogli operai di quelle Saline, col percorrere più di due miglia, onde recare il ritratto del Re dallo stabilimento delle Saline nella chiesa del comune, e dalla chiesa restituirlo allo stabilimento. Il signor Migiani direttore di quel regio opificio, ne à lasciato memoria con un suo rapporto, descrivendo l’emigrazione festiva d’ima popolazione compatta, nel suo costume greco, colle sue gioje nazionali, con gli speciali riti che sorba, onde poter festeggiare la lietissima circostanza, presente l'immagine dell’amato Monarca.

La prima Calabria ulteriore, che à la civilissima città di Reggio a suo capoluogo, non fu seconda alla Calabria citra nell’universale tripudio.

Infatti, tra le festività di non tre ma di ben sci fastose giornate (cioè dal dì 6 al dì 11 dicembre), in Reggio 45 zitelle ebbero le doti per matrimonio, e 56 meschini si vestirono, e la pietà pubblica si allietò coll’imbandire, in tutti i sci dì, allegro pranzo nello prigioni centrali della provincia, nel conservatorio detto delle Verginelle, e nell’ospizio de' projetti. Il pio arcivescovo vestì 30 poveri, e largì biancheria agl’infermi dell’ospedale civile. Il cav: Plotino ed altri generosi si distinsero nel dotare tredici orfanello, e nel dare un pano ad ogni povero.

La pia arciconfraternita delta di Gesù e Maria volle superare ogni festa con la sua splendida festività chiesastica e misericordiosa, tra musiche, luminarie, e con pranzi, che i fratelli si onorarono recare di persona in ogni desolata stanza.

In Palmi, la beneficenza privata fu larga coi miseri e coi detenuti nelle prigioni distrettuali e su d’ogni altro luogo;ed il barone Rodino, si distinse coll’offrire lauto banchetto alle autorità tutte, mentre nel cortile del suo palazzo un pranzo di tre portale ristorava 200 poveri, e gli evviva al Re ed alla sposa Regina si alternavano e si confondevano in un coro unanime dalla mensa dei ricchi a quella degl’infelici, ebbri di comun gaudio, in un medesimo luogo.

E chi puote non ripetere le medesime cose pe' comuni di Bagnara, di Gallina, di Casalnuovo, di Fiumara, di Licopoli, di Bovalino, di S. Luca, di Ciffone, di Terrazzano, di Luganari e specialmente di Castelvetero, e di tutti quanti sono i comuni della reggiana provincia?Il tema è senza sponde, ma il tempo ci toglie la favella, sperando di mettere un argine alla narrativa di festa si universale nel Reame.

Eccoci intanto a Catanzaro, la città capitale della seconda Calabria ultra, addobbala a festa come per incanto, dal sinistro languore che l’affliggeva, perché era stata centro di battaglie dell’anzidetta pubblica calamità.

Inni, luminarie, concenti e voli espansivi all’Altissimo da per ogni dove. E per non rimanere ultima fra le province tutte del Regno, la pubblica beneficenza si fece innanzi con 36 maritaggi ad oneste ma povere giovinette. La città di Catanzaro oltre di dotazioni per matrimonio, equipaggiò venti infelici ciechi e storpii, inviando all’ospedale per gli infermi poveri 300 canne di tela; e per mezzo d’una distinta deputazione si distribuirono sovvenzioni pecuniarie per le case, a famiglie, cui natural verecondia tratteneva dall’implorare l’altrui soccorso. I negozianti rimisero 50 camicie ai detenuti ed eseguirono abbondanti elemosine. Il celo degli avvocati offrì 100 canne di tela per le recluso del conservatorio di S. Maria della Stella; ed un lauto pranzo venne imbandito dai proprietarii per gl’infermi nell’ospedale civile, e per le vergini nell'anzidetto conservatorio.

Monteleone, Nicastro, Cotrone, città che sono a capo de' distretti di quella provincia, presentarono in simile rincontro un eguale quadro di esultanza e di alti benefici. E per non avere spazio a numerare i paesi tutti, ne registriamo un solo, ed è quello di S. Andrea. Quivi dopo la sacra cerimonia eseguila con ogni possibile pompa si elargirono a 40 infelici dei soccorsi, e ’l sindaco Francesco Maria Calabritto gli convitò in sua casa, ove ad essi e ad altri accorsi preparò lieto pranzo. In una parola, in questa provincia, 156 individui necessitosi di abili gli ebbero completamente: 63 fanciulle favorite dalla sorte conseguirono le doli: 1000 e più ducati furono distribuiti in elemosine. Non è da trasandarsi, per finirla, che nella città del Pizzo il cav. Francesco Alcalà vicario del duca dell’Infantado, compartì a nome di questo personaggio ducati 100 per maritaggi ad alcune orfane del comune.

Tocchiamo di volo le tre province opratine.

L’Abruzzo Citra che à Chieti sua città capoluogo, e ne’ suoi 141 comuni che la costituiscono, ebbe più che altrettanti maritaggi per dono privato, più che 1000 poveri vennero addobbati, all’infuori delle beneficenze attuate dall'amministrazione civile.

In Chieti specialmente, tralasciando la narrativa delle feste religiose e civili che furono più splendide, si trassero dall’urna i nomi di dieci donzelle dotate. La guardia urbana fece una lunga distribuzione di pane ai poveretti: la magistratura distribuì anche molto pane; i generosi imbandirono pranzo a 90 donzelle recluse nel conservatorio delle Pentite, ed una refezione a 45 infermi nell’ospedale civile; e nell’ultimo giorno delle feste altri 1000 pani si somministrarono ai bisognosi, e la Beneficenza apprestò banchetto ne conservatorii delle Orfane e di S. Maria Maddalena.

Ne’ distretti di Lanciano e Tasto altre sei poverelle ebbero mezzi per passare a marito.

Il sottintendente di Lanciano cav. Chiarini somministrò di conto proprio il pranzo ai carcerati distrettuali nel numero di 79, e con ducati 50 dotò due giovinette orfane.

La città di Vasto, oltre le sovvenzioni della Beneficenza, sorteggiò quattro maritaggi coll'economia de fondi comunali: distribuì abili e letti ai miseri, e ducati 131 raccolti da offerte per sovvenzioni; e ‘l sottintendente Coletti, mentre riuniva nella sua residenza elette famiglie a lieta veglia, elevò mensa ai detenuti ed agli infermi poveri. Si distinse nel comune di Fresagrandinaria l’arciprete Giuseppe Cieri, che a corona dell’esultanza del suo paese largì ducati 100 per maritaggi di povere orfanelle.

L’Abruzzo teramano… ma questo capitolo abbraccerebbe l’estensione d’un volume, se non ligassimo la nostra penna assolutamente a! silenzio, spinti come siamo da altre materie. Conchiudiamo perciò che le altre due provincie aprutine colle loro città cospicue di Teramo e di Aquila gareggiarono In magnifiche feste, in copiosi atti di beneficenza; e basta.

E volendo ridurre a cifra totale la semplice manifestazione di alti misericordiosi, resi per le auguste nozze di Ferdinando e Cristina, noia alle autorità del Regno, senza aver l'ardire di dare un valore a tutte le generosità che i privati eseguirono spontaneamente in sì unico gaudio di nove milioni d’individui, riduciamo il quadro alle seguenti categorie, per le sole province continentali.

Si ebbero 2448 maritaggi per povere giovinette: — 6780 abiti completi sottrassero alla nudità altrettanti bisognosi dell’uno e dell’altro sesso, compresi 1460 detenuti i più miserabili: — ducati 12,000 vennero distribuiti ai poveri: — 14 nuovi monti di pegni furono eretti in quei comuni di Terra di Lavoro, di Principato Citeriore, di Capitanata, di Terra di Bari, del Primo e Secondo Abruzzo Ulteriore, di Basilicata e di Calabria Cifra, ne’ quali maggiormente scorgevasi il bisogno di stabilimenti sì utili.

Dopo la rapida e brillante rassegna tratteggiata sulle feste universali del Reame continentale per la venula a noi della sposa del Re, Maria Cristina; ci rimane a ridire quant'altro avvenne nella parte isolana. Ma il nostro argomento si prolungherebbe all'infinito se la più ristretta cronaca segnar volessimo. Basta ricordare la suscettibilità siciliana spiegata all’arrivo del Re Ferdinando nell'isola, da noi narrata, per avere un quadro luminoso delle feste e delle beneficenze ivi spiegate per sì augurosi sponsali; e specialmente nelle città di Palermo, di Messina, di Catania, di Siracusa, di Trapani, di Girgenti ecc. ccc., ove si à cuore caldo di affetti come il cielo che le covre. E al segno solo di quel tripudio straordinario e unico, le deputazioni civiche percorsero il mare, onde presentare gli omaggi e le felicitazioni al Trono del Monarca. Le vestizioni ai poveri, le doti alle giovinette orfane, le sovvenzioni d’ogni maniera agli infelici, le escarcerazioni per detenuti a causa di debiti, in pia gara de' creditori co' misericordiosi, presero una scala non mai vista.

Tuttavia potrà sembrare gara o distinzione di municipio, l’aver trascritte benché a volo le esultanze della parte del Regno citra Faro, e in sommario compendio quelle appalesatesi in ogni maniera nella parte della Monarchia ultra Faro. No, alle esposte ragioni' del nostro motivo aggiungiamo un’altra, ed è quella che dovendo tener vivaci ed espansive parole sull’andata in Sicilia degli Augusti Sposi, coglieremo quel la lieta circostanza per meglio far rifulgere l’esultanza universale dell'isola per la Regina Cristina.

Sarebbe uopo trarre una splendida e prestigiosa conseguenza pel narralo affetto non mai visto e sì universale tra nove milioni di popoli ed una Sovrana che giunge a noi dalla più lontana regione d’Italia; ma la riserbiamo, forse ad altro capitolo, che farà parte di altro libro della Storia. Solo terminiamo il nostro argomento, con le parole tolte da un nostro libro (3) di recente pubblicazione all’estero, cioè:

«Si abbia la spiega, dopo che la Cattedra eterna di Pietro avrà pronunciato il suo giudizio su questa Pia; ed allora si comprenderanno quegli arcani umani citati di sopra....»


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CAPITOLO LIV

Matrimonio della Principessa delle Due Sicilie Maria Antonietta col Gran Duca di Toscana Leopoldo II — Ambasciata per gli sponsali — Arrivo del Gran Duca — Riti di corte e di religione—Esultanze—Partenza degli augusti sposi per la Toscana — Feste nel ducato e generosità dei Principe — Reminiscenza dopo un annodi matrimonio per la nascita in Firenze della futura Contessa di Trapani—. Visita di Leopoldo ad Ercolano e Pompei.

Come un astro lucentissimo che attraversa il cielo civile e morale degli esultanti popoli del Regno delle Due Sicilie in quegli anni indimenticabili fra noi, contemporanei, appare lo sposalizio della nostra gentile Principessa Maria Antonietta con l’ottimo fra i regnanti Leopoldo di Toscana.

E noi, come per raccogliere un fiore fragrante di pubblica letizia, nel roseto prosperevole e giubilante di quel primo periodo del regnare di Ferdinando II, rompendo il prezioso filo dell'argomento che riguarda la breve comparsa a noi di quell’angiolella indimenticabile qual'era in mezzo alla famiglia Colitica e sociale de' nostri popoli, Maria Cristina; vogliamo occuparci a narrare l'unione di due esseri, che mercé di Dio, allietano tuttora il Trono granducale della toscana gente.

Dicevamo, discorrendo ne’ procedenti capitoli, che l’incontro singolare e sorprendente avvenuto nelle gallerie del palazzo Pitti a Firenze tra Ferdinando di Napoli e Leopoldo di Toscana, dovea far nascere maggiori e novelli legami di amicizia e di parentela fra i due Sovrani; ed eccoci alle pruove.

Era il mattino del 23 maggio 1833, che la città di Napoli si affollò lieta e curiosa nello spazio del largo del Real Palazzo, onde vedere la prima pompa di lieta ventura. Ed ecco su sfarzoso real cocchio entrare nella reggia il principe Tommaso Corsini, onde presentare al nostro Re in udienza, le lettere credenziali pel suo venire appo la Corte delle Due Sicilie, in qualità d’inviato straordinario del Granduca di Toscana.

Dopo tre altri giorni, cioè al dì 25, il medesimo principe in forma pubblica e col sussieguo completo della brillante Corte delle Due Sicilie, si presentò al Re a chiedere la mano della Principessa Maria Antonietta, pel suo sovrano Leopoldo II. Senza ripetere la galante etichetta di quel ricevimento sontuoso, avendo noi trascritto il cerimoniale che si usa, narrando gli sponsali dell’altra Principessa Maria Amalia con l’Infante Sebastiano di Borbone e Braganza (vedi cap: L.), crediamo non mostrarci tediosi a' nostri lettori trascrivendo i discorsi detti al Re ed all’angusta fidanzata dall’inviato Corsini, per essere splendidi documenti storici contemporanei e ricordi espansivi fra due famiglie regnanti e due Stati italiani, e non usuali sermoni di nozze reali.

Ed ecco che il principe Corsini diresse al nostro Re le seguenti«Maestà,

«Il Granduca di Toscana, Principe Reale di Ungheria e di Boemia, Arciduca d’Austria, mio Signore, m’invia presso la M. V. per chieder la mano della Principessa Reale D.(a) Maria Antonia Sua diletta sorella; ed è sommo l’onore che ho, ed il gradimento che provo nell’eseguire questo sovrano comando.

«Formò già la felicità della mia patria, e meritò il più rispettoso attaccamento de' Toscani l’Augusta Granduchessa Maria Luisa (4) zia di V. M. prescelta in consorte del Granduca Ferdinando III, e fu questa real Principessa che dette alla luce quel Sovrano che siede ora sul Trono della Toscana: e che per un mite, savio ed illuminato governo, è il più tenero oggetto dei suoi fedelissimi sudditi.

«Egli nel rammentare le virtù dell’Augusta sua madre, virtù che sono proprie de' Principi e delle Principesse della real Famiglia di V. M. desidera di vederle di nuovo rispondere al suo Iato.

«La Principessa D.(a) Maria Antonia congiungendo al sangue illustre che scorre nelle sue vene, alla venustà delle forme, alle grazie dcl sesso e dell’età, uno spirito rollo ed un cuore benefico, assicura al Granduca e alla Toscana tutta una costante felicità.

«Se la M. V. si degna condiscendere al giusto desiderio del mio Sovrano, la Principessa D. Maria Antonia vivrà contenta con l’augusto sposo, giusto ammiratore delle sue virtù, e dividerà con lui la venerazione, la felicità e l’amore de' Toscani.

«Si congiungeranno così con più stretto nodo le due Reali Famiglie, già da gran tempo ligate co' sacri vincoli di parentela e di amicizia, e si otterrà il compimento di quegli avventurosi presagi che si sono formati da popoli, che hanno la fortuna di vivere sotto il dolce governo dei duo loro amati Sovrani». .

A tali espansivi sentimenti, Ferdinando rispose degne parole, colme di affetto e di sensibilità. Indi il principe Corsini passò all’appartamento della Regina Isabella, chiedendo il materno consenso con analogo e ben degno discorso, che per brevità ommettiamo, e dopo le cerimonie di uso, venne chiamala l’augusta fidanzala resa più bella dal pudore di una circostanza sì splendida e nuova per le quieti sue cure; e ci piace notare quanto, disse a lei rivolta, e prima di offrirle il ritratto dello sposo in gemmala teca, il nobile inviato, per essere stati quei sentimenti espressi, ben comprovati finoggi dai fatti.

«Altezza Reale

«Le virtù delle quali V. A. R. è adorna e che in lei si ammirano unite ai pregi particolari di natura che il Cielo le ba prodigati, fecero a ragione presceglierla dal Granduca di Toscana mio Signore in sua sposa.

«Dopo l’ottenuto consenso dell’augusto fratello il Re e dell’augusta Madre di V. A. R. per questa unione, io ho l'onore di presentarmi al1 A. V. quale interprete fedele de' sentimenti che animano il mio Sovrano ed i Toscani tutti.

«S. A. V. R. il Granduca crede giustamente di ritrovare in questo bel nodo il compimento di sua felicità, e gli amati suoi sudditi ravvisano già nell’A. V. una Sovrana benefica ed affettuosa.

«L’A. V. R. può essere sicura di ritrovare nel Granduca uno sposo saggio e tenero, e ricolmo di tutte le più belle qualità sociali e famigliari, e ne’ Toscani riconoscerà quella rispettosa ubbidienza, e quel costante attaccamento ch’ebbero già per l’augusta Granduchessa Maria Luisa, zia di V. A. R.

«La soavità del clima, l’amenità delle ridenti e ben colte campagne, la educazione del popolo, l’amore che vi si nutre per le arti belle e per i buoni studii, renderanno V. A. R. contenta di quel tranquillo e lieto soggiorno.

«E saranno appagati e coronati del più felice successo quei fervidi voti che sono indirizzali al Ciclo dalle due Reali Famiglie, e dai popoli ad esse soggetti, per una cotanto desiderata unione».

La Principessa Antonietta con sensibile vece rispose a sì lusinghiere parole:

«Son grata alla domanda dalla mia mano fatta da lei, Signor Principe, in nome del suo Sovrano il Granduca di Toscana, i di cui pregi e qualità non mi lasciano che unire il mio consenso a quello del Re mio Fratello e della Regina mia augusta Madre carissima, riconoscendo con gratitudine dover solo alle loro affettuose cure la felicità che mi promette con questa unione, tanto più lusinghiera al mio cuore, che non mi allontanerà di molto dalla mia cara famiglia.

«Desidero vivamente trovare in quella di S. A. I. R. (della quale vado a far parte) l’amore che lascio; come spero che seguendo le massime di famiglia, che mi sono state ispirate dai primi giorni della mia età, potrà meritarmi l’affetto della buona e culta nazione Toscana, così commendovole pel suo attaccamento ai suoi Sovrani».

Così ebbe termine una funzione della real Casa di Napoli, cui è uso partecipare con meridionale esultanza la vasta capitale delle Due Sicilie.

Ferdinando intanto avendo inteso la nuova che Leopoldo di Toscana veniva a Napoli pel conchiuso suo matrimonio, spinto dal piacere di tanta visita, corse incontro al magnanimo cugino fino a Gaeta, ed insieme giunsero nella capitale la sera del 28 maggio. Non è ad esprimersi l’esultanza di famiglia, nel momento che la Regina Cristina, la Regina Madre e tutti i Reali Principi e Principesse si recarono nella Casina del Chiatamone a far visita all’imperiale fidanzalo, il quale possiede tutti i numeri per godere le simpatie domestiche e pubbliche.

Il buon Leopoldo dalla gentile quiete della sua Firenze ebbe a commuoversi nello scorgere l’esultanza briosa che appalesava la vasta Napoli, per esprimere le proprie simpatie a un sì ben auspicato matrimonio; e come il carattere nazionale di questo popolo nostro, sa di tutto cuore spiegare i cari legami che l’uniscono alle gioje dinastiche della Monarchia Borbonica. E questa lusinghiera circostanza venne ammirata dal Granduca in una sequela di svariate feste pubbliche, stante che prese parte alla festa civile dell’onomastico del Re nel 30 maggio, e a quella del Corpus Domini, Intanto il principe Corsini, adempita la onorevole missione del matrimonio del suo Sovrano, volle coronare l’avvenimento con sontuoso pranzo, invitando il corpo diplomatico, il ministero di Stato, i capi di corte, e i più distinti personaggi, il giorno due giugno.

A questo pranzo successero due sorprendenti festini, come sogliono darsi a Napoli, sotto un cielo di smallo e colla concorrenza unica nel mondo di tutti i fiori d’una primavera perpetua, e in mezzo ai gusti uniti dei maturi fruiti delle quattro stagioni. Il primo di questi Festini venne dato dal ministro d’Austria Conte di Lebtzenter la sera del tre giugno, ed il secondo dal medesimo principe Corsini la sera del cinque. Intervennero i nostri Sovrani con tutti i membri della Real Famiglia, unita mente al Granduca Leopoldo, nonché alla Granduchessa di Baden ed al Principe Reale di Oldenburg, che rattrovavansi in Napoli. Non è a dirsi il numero e la scelta degl'invitati napoletani e stranieri, né il brio che si sfoggiò in due sì straordinarie feste di ballo, nientemeno che al cadere d’una primavera partenopea.

I capitoli matrimoniali tra la Principessa Antonietta e Leopoldo II, erano stati già stabiliti. Rimasto così conchiuso il trattato delle nozze, il giorno cinque giugno, la Reale sposa foce formatmente la consueta rinunzia, innanzi il Re e la Regina. Il cav: Parisio ministro di grazia e giustizia sottopose l’alto alla firma di Maria Antonietta, e dopo apposto il real suggello dal maggiordomo maggiore Principe di Bisignano, venne sottoscritto dal Principe Corsini, ed autenticato dal ministro napoletano qual protonotario del Regno. Il giorno medesimo il Sindaco di Napoli duca di Laurino formulò 1 atto civile del matrimonio, che firmato dagli augusti sposi, venne segnalo dal Principe di Bisignano e da quattro testimoni, cioè dal duca di Miranda cavallerizzo maggiore, dal duca di Ascoli somigliere del corpo, dal duca di S. Valentino capitano delle guardie del corpo, e dal principe di Camporeale capitano degli Alabardieri.

Compiuto così civilmente il trattato del matrimonio il giorno 7 giugno, vennero le nozze celebralo giusto il rito cattolico e con quello splendido sussieguo di cerimonie da noi altrove descritte, e che la nostra Corte conserva in duplice eredità di famiglia, che ti rimena al pensiero Luigi XIV e Versailles, e Filippo I e l’Escariale, per la maestà de' riti cattolici e per la magnificenza de riti sovrani.

Eseguito lo sposalizio così, Leopoldo prese parte alle felicitazioni dell’intero nobile ricevimento diplomatico civile e militare, a cui intervenne per la prima volta l'uffizialità delle guardie d’onore e della guardia l’interna sicurezza, da poco create dal giovine Re fra le classi cittadine de' suoi sudditi devotissimi.

Napoli per quanto è vasta era in movimento di giubilo; la sera brillò di faci da per ovunque; e se il buon Leopoldo null'altro vorrà rammentarsi di quei giorni, di quelle feste e della città di Napoli, ricorda almeno la serata che passò al Real teatro di S. Carlo, fra gli evviva al Re ed agli augusti sposi, d’una gente che ama la dinastia ed à troppo cuore per esprimere gli affetti suoi.

Il Granduca e la Granduchessa di Toscana il giorno appresso, dopo aver preso commiato da Reali congiunti di Napoli, s’imbarcarono sulla fregala napoletana la Sirena, co' cavalieri e dame di loro seguito, e col duca di Serracapriola, destinato dal Re ad accompagnarli. Tra il lieto tiro de' cannoni de' castelli e de' legni da guerra, e tra le commoventi affettuosità della real famiglia e del popolo napoletano affollato dallaReggia al Molosillo e sparso su barchette, Leopoldo od Antonietta da sì duplice e cara dimostrazione inteneriti fino alle lagrime, salparono l'Ancora dal voluttuoso nostro golfo, avviandosi per Livorno, colla scorta d’onore d’altri legni da guerra della real Marina.

Non vi erano parole per pennellare veridicamente le feste che seguirono gli augusti sposi da Livorno a Firenze. Si formi un concetto colui che conosce la suscettibilità naturale di quell’altra bella parte d’Italia che dicesi la Toscana, e l’amore che sente quel paese per Leopoldo II. Il Granduca intanto non avendo più modi affettuosi per esprimere la sua gratitudine al Granducato, largì per povero donzelle 560 maritaggi, de' quali 207 a nomina di scudi 20 ognuno, e 353 per estrazione, di scudi 15 ognuno.

Stimiamo chiudere questa pagina con una reminiscenza.

Era il dì 24 maggio 1834 e Napoli quasi all’anniversario di sì eccelsi sponsali, intese il rimbombo delle salve de' castelli, e vide il civile e il militare della capitale in assisa di gran gala: la sera, pubblica illuminazione, e i teatri quintuplicatamente splendenti. Quale gioja esprimeva la Reggia e la Città? Era giunta staffetta da Firenze che notificava essersi sgravata la Granduchessa Maria Antonietta di una bambina il dì 21 del mese stesso, alla quale si erano dati i nomi di Maria Isabella Annunziata. Umani presagi! chi dovea dire al Re e alla città di Napoli, che quella pargoletta per la quale in eccezional modo si festeggiava la nascita, dopo 15 anni addivenir dovea Principessa delle Due Sicilie, sposando il benamato Francesco di Paola Conte di Trapani? Quasi che la Provvidenza nelle 6ue leggi arcane serbato avesse questo primo frutto del matrimonio di Leopoldo II ed Antonietta, sì altamente gradito e festeggiato dal Re e da' suoi popoli, qual pegno di grata memoria alla dinastia ed al Reame delle Due Sicilie?

Sembrerà strano a taluni nostri lettori, che un capitolo di reminiscenze per un matrimonio di due reali persone, vada a finire con una distinta narrativa di monumenti patrii e di belle arti. Eppure stranezza non è se per poco rifletter si voglia che Fattuale lustro artistico della Toscana e del Reame delle Due Sicilie, si liga come gemma a gemma all’incoraggiamento donato con ispeciali cure dalla dinastia di Lorena a quello Stato, dalla dinastia di Borbone al nostro. Ora essendo la Toscana e le Due Sicilie parti prolifiche d’Italia per monumenti e per arti belle, vi à conseguenza ragionevolissima, che siccome Ferdinando II giunto a Firenze si affretta a visitare il palazzo Pitti e la chiesa di S. Croce; così Leopoldo II, giunto in Napoli, à premura di vedere il palazzo del Museo Borbonico e le città dissepolte di Ercolano e di Pompei.

Or noi tralasciando per altra circostanza la narrativa del Museo Borbonico, accompagnar vogliamo Leopoldo ad Ercolano e Pompei, facendo onorato dono alla storia patria contemporanea dette reminiscenze tutte che si raccolsero in quella visita da un Sovrano, che à mente e cuore per apprezzare il bello artistico, se non altro, per essere un fiorentino.

Ed ecco che Leopoldo II il dì i giugno 1833 si avvia per le radivi' ve due città, i di cui monumenti dissepolti dopo quasi venti secoli per le cure indimenticabili de' Borboni, ne additano non pure i prodigi delle arti, ma sibbene gli usi, le pratiche, le istituzioni e le costumanze degli antichi abitatori di quelle famigerate contrade.

Che se tali monumenti, anco ne’ cuori meno accessibili alle impressioni del bello, ridestar sogliono trasporti spontanei di delizioso stupore, è ben facile comprendere qual nobile entusiasmo abbiano risveglia? Io nell'animo dell’illustre osservatore, in cui finezza d’intendimento, vastità di erudizione e squisitezza di gusto, mirabilmente concorrono a divulgarlo amatore appassionato ed estimatore critico delle arti belle.

Facevan corteggio al Granduca, il suo gran ciamberlano e consigliere di Stato cav. Ginori; il ciamberlano marchese bali Incontri; il comandante delle guardie del corpo cav. Sproni; il duca di Serracapriola qual cavaliere di compagnia destinatogli dal Re; il com. Ramirez direttore delle imperiali e reali gallerie in Firenze e presidente di quell'accademia di belle arti; il professore di storia naturale Savi; il professore di architettura Silvestri, ed il pittore paesista Angiolini.

Giunto in Resina verso le otto di mattina, e desideroso di contemplare gli avanzi dell'antica Ercolano, si recò ad osservare le escavazioni ivi allora non guari intraprese. Portando lo sguardo su’ tagliamenti che si eseguivano, esaminò con occhio indagatore i diversi materiali che compongono la massa dell’interrimento. Percorse l’intercolunoio dell'edificio scavato a destra dell’antica stradetta; e nel visitare gli altri non men rimarchevoli edificii, fissò la sua attenzione sul legno di abete carbonizzato, che scorgesi negli architravi di tutte le porte. Spingendo innanzi la sua disamina, si avvide che molte pietre derivanti dalle vesuviane esplosioni, erano stato impiegate in quelle antiche fabbriche; dal che saviamente conchiuse, aver altre eruzioni preceduto quella così famosa del 79 dell’era cristiana; e restò infine preso da meraviglia, nel mirare il gran riempimento di materie vulcaniche, cagionato dalla ridetta eruzione per l’altezza di palmi quarantadue.

Di là proseguendo il viaggio, arrivò in Pompei, e smontato nella parte della città che guarda il levante, fu ricevuto dal nostro ministro degli interni e dall'architetto direttore degli scavi cav. Bianchi.

Maestoso sorge in quel punto l’anfiteatro, addossato gran parte alle mura della città, che formano on sol piano colla sommità della gran cava; e Leopoldo affissando lo sguardo di ammirazione su quel magnifico edificio, notò con avvedimento, che se altri anfiteatri lo sorpassano in ampiezza, non vi à chi lo pareggi nel vanto di bella e perfetta conservazione. Quel sito, che sotto un lucidissimo cielo vagheggia a ponente l’incantevole golfo di Napoli, ed a cui fon corona gli ameni colli di Castellammare, della Cava e di Sarno, riceve un risalto di sublime bellezza dall’aspetto del vicino Vesuvio, che superbamente si estolle in mezzo a soggiacenti fertilissimi piani. Meravigliava a tal vista il Granduca, e nell’esternare a' distinti personaggi cheto circondavano le gratissime sensazioni ond’era compreso, ragionava in fatto di scienze naturali e di belle arti con tale sagacia e accorgimento da far trasparire, nella modestia che lo informa, la cognizione profonda che avea, così delle une, come delle altre.

Infatti, pria di osservare ciascuna delle parti di che componesi l’anfiteatro, esaminò accuratamente la natura del suolo. Indi percorse gli ambulacri superiori e le scale di svariata foggia costrutte, per le quali discese su rispettivi scalari; ed introdottosi in una delle grandi porte delle macchine, si trovò in mezzo all’arena. Quivi soffermossi a guardare il podio e le pruinzioni che separano i cunei dell’intero edificio, nei quali prendeano posto gli spettatori. Entrò poscia nell’ambulacro inferiore, donde per uno de' tanti vomitorii che vi si veggono, salì sul podio anzidetto, ch’era il più distinto luogo dell’edificio. Lasciando questo monumento, traversò buona parte della città interrata, e giunto al tempio d’Iside n’esaminò minutamente le particolarità.

Restò sorpreso oltremodo benanche nel trovarsi senza prevenzione alcuna sulle mura del gran Teatro, di cui percorse ogni parte con sommo compiacimento; ed in tal rincontro ebbe vaghezza di farne il confronto con altro attiguo di minor mole, denominato Odeon. Si recò poi dietro la scena per vedere il Foro Nundinario; e di là montata la scala di comunicazione, si ritrovò sul ridentissimo Portico triangolare, dove osservò i frammenti dell’antico tempio di Ercole ed il piccolo peristilio annesso al divisato portico, che credesi aver servilo un tempo ad uso di Ginnasio.

Escito pel propileo, dello stesso portico, si avviò lungo la strada fiancheggiata da botteghe, che mena al gran Foro Civile. Quivi giunto, rimase attonito nell’ammirare quel rarissimo aggregato di tanti sontuosi edificii pubblici, nonché la grande area rettangolare della piazza interna, in cui giacciono di qua e di là disseminati piedistalli addetti per 10 addietro a sorreggere statue di uomini prestantissimi ed assai della loro patria benemeriti. Esaminò poi il Calcidico e Portico della Concordia Augusta con la Cripta, edificio nobilissimo, che a spese della sacerdotessa Eumachia fu innalzato per comodo de' mercanti. Vide successivamente le grandi sale dell’Erario, gli Archirii, la Curia, la celebre Basilica causidica, i templi di Venere, di Giove e di Mercurio, la sala del Decurionato ed il contiguo tempio degli Augustali.

Uscì dal Foro pel grande Arco di Trionfo, e passando per la via detta della Fortuna s’intrattenne a vedere il tempio di questa diva. Continuando poi il cammino per la strada detta di Mercurio, osservò l’interessantissimo edificio della Fullonica, le due case adorne di fontane vagamente rivestilo di conchiglie e di pietruzze colorate, e le altre due non meno importanti dette l’una di Castore e Polluce e l’altra di Meleagro. Indi si trasferì al rinomato edificio delle pubbliche Termo, ove trovò imbandita splendidissima mensa, alla quale Leopoldo con la affabilità che possiede, ammise tutto il suo seguito, ed il ministro degli interni col direttore degli scavi.

Finito il desinare, si recò a vedere le case che allora da poco tempo erano state scoverte sul lato destro della via della Fortuna; e di là passando al lato sinistro, s’introdusse nella famosissima e non mai abbastanza decantata Casa del Fauno. Visitatala con singolare solerzia in. ogni sua parte, dimostrò esser quella la più grandiosa, la più regolare e la più conforme a quanto ne vien detto da Vitruvio intorno alle abitazioni degli antichi. Si arrestò poi per lunga pezza a pascere curioso lo sguardo in quel sorprendente musaico (5) raffigurante una pugna tra i Greci ed i persiani, capolavoro veramente unico nel suo genere, la eui spiegazione infervorando la mente de' più chiari archeologi nazionali ed esteri della dotta Europa, à eccitalo d’allora e per molto tempo aneora nobilissima gara d’ingegno, di dialettica e di dottrina. Intanto Leopoldo seppe ben meditare questo classico monumento, notando a parte a parte i pregi; ed ora encomiava la maestà della composizione ora la gagliardia dello stile, or la franchezza del tono ed or l'animata espressione delle figure. Le quali riflessioni non erano già espresse con quelle generali maniere di dire che son dettate d’ordinario dal buon senso congiunto ad una superficiale coltura, ma erano talmente sensate, sode e giudiziose,, che bastavano a chiarirlo esimio archeologo non meno che peritissimo conoscitore di belle arti.

All’uscir di quella casa fu il Granduca ricondotto sulla strada della Fortuna, dove in sua presenza si eseguirono varii scavamenti. Il primo di essi fu praticato nella grande stanza a sinistra della casa de' capitelli colonnati, ed ivi si rinvennero in bronzo tre scibbe e due billici di porta con piastrine, ed in Cerro diversi chiodi. Si passò in seguito nel peristilio della quarta casa sul lato destro della indicata strada, dove siscopri una fontana di bella architettura, tutta ornata di conchiglie e rivestita a musaico con vetri di vario colore. La nicchia soprastante alla vasca conteneva uoa granosa statuetta di Sileno in marmo e due piccoli caproni di materia tenera colorata di verde. Nella bottega a destra dei. l'ingresso della quinta casa, sull'anzidetto lato, venner fuori tre scheletri, un piccolo anello di oro con pietra sardonica sulla quale era inciso un delfino sormontato da un genietto e dalla parte opposta un volatile, una conca rotta nella pancia e con manici dissaldati, due piccoli vasi con collo lungo, una lucerna ad un lume, ed un piccolo istrumento di chirurgia, tutto di bronzo.

Nella bottega a sinistra si. raccolsero in bronzo diversi pezzetti spot tanti a finimenti di cavallo, una forma di pasticceria, una cassa di serratura con quattro corridoi, un vaso grande con manico dissaldato un piccolo oliavo, tre vasetti, due piccolissime scibbe, un piccol manico di secchia, cinque anelli per guarnigione in uno de' quali scorgevansi quattro pezzetti di catenella attondigliala, tre piccoli piedi per ornamento di mobili ed una casseruola alquanto danneggiata; in vetro una boccia a palla con bel manico scannellalo e con collo lungo, un’altra boccettina senza manico, due tazze di diversa grandezza ed una tazzina di colore oscuro un po’ rotta nel labbro; in lava una tazza piana per macinare col suo macinatore; in terra cotta sei vasellini di varia forma e grandezza, un piattino infranto nel labbro, un piatto concavo più grande ed una tazzina scannellata di rara sottigliezza; in ferro un accetta ossidala ed un chiodo aderente ad un pezzo di legno, ed in osso quattro pezzetti cilindrici forali ed un dente di cignale.

Dopo di avere per più ore Leopoldo assistito a tali scavamenti, dando segno di vivo tripudio, ogni qualvolta venivangli presentati oggetti sepolti da venti secoli, passò a vedere la casa del Poeta Tragico e l’altra di Cajo Pansa, col forno pubblico e gli annessi mulini a grano. Oltrepassato quindi i due bivii, entrò nella casa di Sallustio e nell’altra contigua di Alteore, dove si fermò piacevolmente ad esaminare l’elegante modello che di tali case si stava allora formando con somma maestria, per volere ed uso della Regina di Spagna Maria Cristina.

Escito dalla porta principale della città, e rivolgendo lo sguardo sulle grandi linee delle mura esteriori così bene conservale, visitò ad uno ad uno i tanti sepolcri di svariata architettura che fiancheggiano quel meraviglioso sobborgo. Giunto alla casa di campagna, così delta di Diomede, ne osservò partitamente i varii membri, fino al cadere del giorno.

Era già sera, allorché salito su quelle logge superiori, rimase assorto innanzi all'imponente spettacolo che gli si parò allo sguardo. L'aspetto del minaccioso e torreggiante vulcano, dal cui vertice uscivan fuori a quando a quando vivide fiamme miste a globi di densissimo fumo, parea risvegliasse alla memoria quel di tremendo del totale esterminio di quella città fastosa. Di rincontro apparsa allora la luna nell'orizzonte, con un cielo ingombro in parte di fitte nuvole e spandendo la sua pallida luce su quei vetusti monumenti, solo alle grandi masse dava rilievo e nelle tenebre le parti secondarie involgeva. Aggiungasi il cupo silenzio della notte e la solitudine di quelle contrade cosi feconde di secolari reminiscenze, e si avrà l’abbozzo di una delle sere più sentimentali e classiche, che sieno state mai consagrate nei campi della immaginazione.

Commosso l’illustre osservatore dalla sensazione che un quadro tanto incantevole suscitata avea nell’animo suo, schiettamente confessò: «molto esserglisi detto delle meraviglie di questa classica terra; ma essersi convinto, che per acquistarne adeguata idea, uopo sia contemplarla da vicino, troppo deboli essendo le parole a trarne viva e fedele l'immagine».


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CAPITOLO LV

Re conduco Maria Cristina In Palermo—entusiasmo illimitato de' palermitani per la Regina — la Sicilia tutta si appalesa commossa —foste universali. Proficuo soggiorno del Re in Palermo, e rassegna storica del progresso industriale, intellettivo e morale della Sicilia, fra antiche memorie e contemporanee utilità, che si ligano al luminoso governare di Ferdinando II. — Il Re crea un istituto pe' sordi-muli. Ferdinando Ile Maria Cristina in Roma — feste ed acclamazioni che riscuotono— convenzione colla Santa Sede.
Quella invenzione sublime (6), per cui il nostro Sovrano trasferir si potè in poche ore dall’una al£$ l’altra parte del suo Regno, traversando il maggior tratto di mare che disgiunge la Sicilia dal continente, ed in specialità Napoli da Palermo, ha prodotto jeri uno spiacevole effetto, pel maggior numero forse degli abitanti di questa capitale, cui non fu dato il contento di trovarsi opportunamente sul luogo donde avesser potuto contemplare ed accogliere il Re e la sposa augusta Maria Cristina.

Trascrivendo a parola il primo annunzio che da Palermo si spiccò a Napoli intorno al bramato ma non atteso arrivo del Re e della Regina in Sicilia, stimiamo far dono alla patria storia contemporanea di un argomento splendidissimo, a prova intangibile dell’amore ognor crescente della Sicilia per Ferdinando, e dell’amore novello, surto per provvidenziale incanto, anche oltre il Faro per la pia giovane Regina Cristina.

Se il continente del Reame si riunì in Napoli, come a popolo compatto, onde rappresentare il suo affetto arcano per la Reale Principessa di Savoja, Ferdinando stimò far giustizia alla Sicilia sì altamente in gara di eguale affetto per la sposa Regina; e siccome l’amore per tanto connubio, con le ali del baleno avea percorso in luminosa e rara prova di unico tripudio sociale, il mare che divide le opposte sponde delle Due Sicilie; Palermo, come centro e cuore dell'isola, posseder doveabenanche l'oggetto dell’universale entusiasmo di nove e più milioni di persone.

Sicché la mattina del 8 giugno 1834, Ferdinando e Cristina, in compagnia del Principe di Capua, del Conte di Lecce e del Principe e Principessa di Salerno, s’imbarcarono sul piroscafo Francesco I, movendo in Sicilia. ed approdando a Palermo alle ore sette di mattina del giorno 19. La città avvertila dalle salve de' forti, ecco gli abitanti tutti, che ignorando il momento della partenza de' Reali da Napoli, supponevano più tardi la entrata del piroscafo nel porto, slanciaronsi invano nelle vie che i cari oggetti delle loro premure doveano percorrere; poiché il momentaneo intervallo tra il saluto, lo sbarco e lo ingresso del Re, deluse le loro speranze; e quindi la folla de' più solleciti, andò a concentrarsi nell'ambito della cattedrale e nel largo del Real Palazzo.

E così Ferdinando, sdegnando qualunque pompa o dimostrazione apparente, superflua per un Monarca che regna sul cuore de' suoi popoli, non volle e non attese le grandiose funzioni ed accompagnamenti che Palermo serbava pel momento dello sbarco. Ma lo spirito pubblico frenalo dalle norme di semplicità e d’improvviso del Re, colpito dal repentino suo arrivo, commosso alla idea del favore di questa seconda vigila, occupato in contemplare un nuovo oggetto della sua venerazione nella Regina Cristina, ed assorto dalle rimembranze di tanti Principi Reali, nati e cresciuti sotto i suoi sguardi, esprimer volle tutto il cumulo di questi sentimenti diversi, elevando voci entusiaste di giubilo, con la sobrietà che va inerente al rispetto. Da porta Felice, per Toledo, fino al Duomo, le vie si abbellirono istantaneamente; ma dal Duomo alla Reggia si ammirò il completo corteggio di lieta massa di gente che acclamando il Re, si commoveva nel volto, nella parola, ossequiando la giovine Regina. Così proseguendo si arrivò al Palazzo Reale.

Era in quel silo appunto, che il massimo della popolazione accorsa da tutte le parli della città, assediala si ora per vedere cogli occhi, ciocché in tante anticipale feste, stampata avea nella mente e nel cuore;la persona di Cristina. Non qual vana curiosità del momento, ma qual soddisfazione appassionala d’un affetto che come sul continente, nato era nell’isola senza infanzia ed in proporzioni gigantesche. Né bastò averla acclamata e vista attraverso la calca, duopo fu che il Re si presentasse colla sospirata Consorte da sulle ringhiere della Reggia, onde acquietare tanto amore e sì rara aspettativa; e non può descriversi in quali evviva proruppe, quel mare di popolo, a tanto ottenuto favore.

La sera, il ricevimento fu splendido pel concorso di tutte le gerarchie della Corte e dello Stato, mentre la bella città parea trasformata in un torrente di luce, eran sì infinite le facelle che splendeano dal palazzo del ricco all’abituro del povero. Il Re intanto e la Regina Cristina, in compagnia di tutte le auguste persone, per dare un segno della sensibilità loro, a tanto ricevimento, passeggiarono per la città, passarono al teatro; e le vie percorse c’i teatro visitalo, rappresentarono la continuazione delle masse giubilanti, d’una gente sì calda e sì espansiva nelle sue passioni. E se la prima sera, le luminarie e le feste furon sì splendide, benché improvvisate al momento, non è a dirsi legare di fasto e di lusso che spiegò Palermo nelle altre due sere consecutive, in unione de' convicini suburbi! e della china che mena allo storico Monreale, che quai corpi staccati annunziavano a tutta la palermitana provincia, il gaudio racchiuso nella città capitale.

Non stimiamo obliare un’altra scena affettuosa, che onora Palermo, nelle triduane festività spontanee, mercé le quali stimarono appalesare il pubblico gaudio perla novella Sovrana Maria Cristina. Era il terzo dì dell’esultanza cittadina, che il Re in compagnia de' fratelli Conte di Siracusa (luogotenente nell’isola), Principe di Capua, Conte di Lecce, e dogli zii Principe e Principessa di Salerno, si recò nelle ore vespertino a percorrere la via di Toledo, nel tempo che la popolazione vi era più affollata, e indi per la Marina accomunarsi alla fila d’innumeri cocchi e dì eserciti di pedoni, pel già allora completalo Foro Borbonico, ameno e voluttuoso giardino che guarda il mare. Era un quadro degno d’esser ritratto su tela quel delizioso luogo di pubblico passeggio, in un giorno di universale tripudio, adorno di naturali ed artificiali bellezze, e formicolante di gente ed echeggiante di evviva per il tratto spazioso de' suoi cinque seducenti viali, della sponda marmorea sino all’alto parterre, mentre il Re e le auguste persone percorrevano tutti i siti. Intanto un’ansietà evidente scorgevasi nell’universale. Parca che qualche oggetto mancava al compimento di quella scena magnifica, e che lo sguardo d’ognuno andasse incontro a ciò ch’era oggetto del pubblico volo. Mancava infatti Maria Cristina. Ma la tanto amata Regina filialmente comparve. Oh! arcano amore di popolo! la sensazione, da tale arrivo prodotto, fu tale, che la universale sensibilità si appalesò, come un mormorio di vento che agita un vasto campo al primo soffio che spira; né altro sappiam dire per esprimere quel che si provò.

Con le feste, si largheggiò in opere misericordiose verso le classi bisognose, da Palermo all’ultimo paesello dell’isola. E con le feste di Palermo la intera isola, colle sue città e co' suoi paesi e co' suoi villaggi, si vestì a festa; e le luminarie della capitale si successero in tutti i comuni, ed ogni famiglia, anco a 300 miglia dalla capitale, intese il dovere di sollennizzarc in modi diversi ma tutti affettuosi la visita di Cristina a Palermo. Conosce l’Europa qual dose di suscettibilità patria o municipale possiede quella parte del Reame, per convincersi, che ogni paese stimò di aver ottenuto la grazia di possedere la tanto amata Regina, sol perché l’augusta si trovava in Palermo. Perciò i tripudi!, gl'indirizzi, le solennità civili, le feste, furono in gara della città capitale. Figurisi il lettore, come si duplicò la popolazione palermitana pel concorso delle persone che potettero da vicini e lontani luoghi dell'isola recarsi alla capitale; ed immagini pure, quali raggi di gioja arrecarono al ritorno ne’ luoghi nativi, col solo vanto di aver visto in Palermo, Maria Cristina. Basta sapere, che gl’indirizzi de comuni e degli stati e delle corporazioni, presentali ai Sovrani da folla di deputazioni, giunsero a un numero si grande, che la stampa officiale e le effemeridi officiose, si astennero dalla pubblicazione de' medesimi.

Accompagniamo per un momento la giovine Regina su Monreale.

Questa vetusta città, una volta sede dei fondatori della Monarchia delle Due Sicilie, sovrasta Palermo come una tenda di padiglione, per la sua posizione eminente sul mare e sull’ampio cratere che lo cinge. Maria Cristina in unione de' Principi Reali, un giorno volle visitarla, per visitare l’antico palazzo arcivescovile, e il non men vetusto monastero de' Benedettini, là dove sorgo l’antica Reggia de' successori dell’immortale Ruggiero, e quel tempio famoso eretto dalla pietà di Guglielmo; e dove con altri della sua stirpe, le ceneri di lui superbamente riposano—monumenti che all’idea richiamano i trionfi e le glorie de Normanni.

L'augusta nostra Sovrana ed i Reali congiunti, avendo per guida l’illustre Principe di Campofranco, in quel tempo ministro di Stato presso il luogotenente generale, non lasciarono di ammirare que’ vetusti testimoni della patria storia, e su d'ogni altro la magnifica struttura del tempio e la restaurazione di esso, allora compiuta, dietro quel disastroso incendio che lo avea quasi distrutto, come ne parlammo altra volta, memorando le largizioni di Ferdinando I, in favore più di lotto de' musaici che arricchiscono il tempio. Videro i cenotaffi magnifici de' Guglielmi e quelli degli altri Principi che ivi riposano — abbenché apertisi questi, non si fosse potuto più scorgere, dopo tanti traslocamenti e vicende, lo stato ammirevole d’integrità di corpo e di vestiti, in cui quasi dormendo, dopo molti secoli, e specialmente il primo Guglielmo, trovavansi; allorché le tombe furono infrante e vennero aperte, dopo il succennato incendio. Osservarono con gradimento il palazzo arcivescovile, cui tanto decoro esterno e morale raggiunto avea in quegli anni il distinto prelato locale Monsignor Balzamo; ed usciti sul loggiato, videro l’incantevole panorama che si domina, cioè il mare, Palermo con la sua ubertosa pianura, è i cenvicini ridentissimi colli. Non vi sono parole atte ad esprimere l'esultanza di quella popolazione per la visita di si amata Regina, e come si affollava giubilante e fuori di se vicino ad essa. Il piacere non fu completo, per la mancanza del Re, occupato com’era in Palermo, a cure pubbliche, o specialmente a mettere in opera i miglioramenti necessarii e proficui degli stabilimenti educativi di Sicilia tutta, come noi diremo sommariamente in questo capitolo.

Alla scena di Monreale, nniamone un’altra, avvenuta nel giro di quei giorni. La pia Regina ardeva di desìo, onde visitare l’asilo della vergine eremita sul Monte Pellegrino, Santa Rosalia. Scottava il sole in cielo, ma non per questo Ferdinando e Cristina dietreggiarono d’intraprendere il religioso pellegrinaggio, e giunsero sull'erta all’ora dei tra monto. Venerarono le reliquie della gran protettrice della città di Palermo, osservarono l’asilo in cui ella visse e dove si rinvennero le sue ossa, e dopo si condussero per aspri sentieri, sin dove ne sorge la statua che sovrasta al mare e ad un orizzonte estesissimo. Si era innoltrata la sera, ed ecco che molti informati della gita de' Sovrani al Pellegrino, si nascosero per quelle alture, e fatta sera comparvero sulla via con fiaccole accese. Viste le fiaccole dalla città su quelle alture, ecco succedere un’emigrazione di popolo per quelle vette con lumi nelle mani, e processionalmente tra infinite fiaccole render giorno (se può dirsi) la notte, fino a che gli augusti si restituirono alla Reggia. Rammemorando tal cose, stimiamo far giustizia a que’ nostri popoli ultra faro, sull'orgoglio nazionale che possiedono nel far trionfare un principio dinasta, che guerreggiato da eserciti di utopie politiche sociali dell'epoca, è sempre il suo lume di civiltà, l’egida dell’ordine, il centro della forza, il nodo che armonizza al cammino le classi tutte della società.

Dicevamo poco innanzi che il Re giunto in Palermo si addisse ad un’ampia riforma sul pubblico insegnamento e su gli istituti di educazione e su quanti sono in Sicilia gli utili stabilimenti di cure benefiche. Lo ripetiamo non per tenerne parola, dovendo meglio discorrerne in luoghi più alti della storia contemporanea; e solamente, come por reminiscenza della proficua dimora di Ferdinando in Palermo, quasi una interessante rassegna, illustrar vogliamo questo capitolo delle visite che gli augusti praticarono, in taluni stabilimenti della capitale dell’isola.

Quell’importante Istituto diincoraggiamento colle sue dipendenti Società economiche, che eleva Napoli qual centro dello sviluppo giornaliero della industria, della meccanica, dell’agricoltura e di quant’altro si liga a questi sociali interessi, e come altrettanti raggi si spande nelle province continentali del Regno; la storia rammenta la sua gratitudine ai Re Ferdinando I e Francesco I (7). Tutto ciò mancava in Sicilia, e Ferdinando II, dopo un anno appena che sedeva in Trono, (8) a utile di quegli svegliali ingegni dell’isola, ed a gara de' duc popoli, divisi da poco maro, stabilì e l'Istituto per Palermo e le Società per le province.

Ed ecco che l’industria siciliana, volendo dar pruove al Re, che la legge mercé la quale era surto l’istituto d'incoraggiamento in Palermo già presentava i suoi primi saggi, mercé una pubblica esposizione; al giungere di Ferdinando in Sicilia, la esposizione primiera ebbe luogo. Infatti il principe di Villafranca presidente dell’Istituto, e l’abate Vaccaro segretario del medesimo, e 1 direttore di classe Ferdinando Malvica, ed i socii principe di Trabia, duca di Serradifalco e barone Turrisi, si recarono al Rea! Palazzo per invitare il Sovrano a voler vedere i primi frutti d’una istituzione creata da lui, e come in sà breve tempo la Sicilia avea saputo corrispondere alla grandiosa idea di Ferdinando. Il Re compiaciuto oltre modo, vi si recò con la Regina e co' Reali congiunti nel locale dello stabili mento, e con l'accompagnamento del ministro Principe di Campofranco e de' direttori de' ministeri in Palermo, duca di S. Martino e duca di Cumia.

Entrando nelle sale Ferdinando e volgendo nell'interno lo sguardo, parve colpito da quel sentimento che costituisce la piena delizia di chi esercita l’alto potere, quello cioè di conoscere come da un suo cenno dipende lo elevar la fortuna e stabilire la grandezza di milioni di uomini, col dare agli spiriti quelle direzioni felici, dalle quali risulta la pubblica prosperità. Qui già si univano ben 500 articoli circa di opere dell’industria Siciliana, sortiti ad un solo suo impulso dall’oscurità che li tenne negletti e che ne avrebbe arrestato per sempre il progresso, se un atto Sovrano non li avesse elevati al merito loro. E così questi passi primieri di sviluppo industriale, già adulti nella loro infanzia, annunziano fin d’allora che nelle arti la Sicilia non era in molte cose men culta al paragone di altri popoli civili, mercé le cure della Monarchia Borbonica, e specialmente dell'attuale Re Ferdinando II (9); riflettendo con santa ambizione il Principe, che quel popolo isolano, baldo ed espansivo, il quale appartiene a lui come Sovrano, ed ivi egli stesso appartiene come individuo, era degno di perpetuare un nome illustre, che attraversa moltissimi secoli e si perde nelle tenebre della dotta mitologia; rivendicando ognora con la pace, da cui emanano l’attività e l’ingegno, un lustro eguale ad altre nazioni che l’acquistarono dopo immense generazioni, dacché la Sicilia lo era.

Il Re intanto si trattenne alla disamina degli oggetti esposti, ripetendo quelle lusinghiere e rallegranti espressioni che sono al di là di tutti i premi, e che sorpassano i più efficaci stimoli d’incoraggiamento, peraver provato oltre la sua aspettativa, bellissimo quel saggio della siciliana industria e più stimabile ancora per essere il primo. Il solo avvanzo di questa benigna dichiarazione del Re, per una gente culta e sensibile, era bastevole a fondare le basi della prosperità dell’isola, per la emulazione che andava ad eccitare negli animi, onde offrire in progresso, -de' simili ma più soddisfacenti spettacoli agli sguardi del Monarca. Guidalo intanto da quella saggezza (nota all’universale) e profondità di discernimento, si occupò più degli oggetti che apportano utilità solida e generale che di cose che servono al piacere; così l’attenzione sua si arrestò sopra i cuoi e le pelli delle fabbriche de' fratelli Ottaviani da Messina e di Corrado Morano da Catania. Lodando gli uni e gli altri come preferibili in perfezionamento a quelli di Napoli, e diede la preferenza al Morano dichiarando che l’istituto dovesse premiare costui della medaglia d’oro. Eguale approvazione riportarono i bordi fiorali degli scialli di Cachemir dello stabilimento di S. Spirito. Elogiò il fabbricante della gomena di ferro battuto, e così delle cartiere di Torrisi. Chiese le seterie di Catania, e non trovandole si dispiacque, dal perché que’ tessuti stimati da per ovunque non gareggiassero nella esposizione; e per non esprimere un ordine su tanto giusto desiderio, disse gentilmente, che tutte le industrie di Catania doveano concorrere al lustro del progresso siciliano. Chiese anche conto della mancanza degli eccellenti lavori di ebano che si fanno in Sicilia; e per incoraggiare quest’altro articolo d’industria, soggiunse «non avranno creduto gli artisti di formarne argomento di pubblica ammirazione». Si commosse nello scorgere degli svariati oggetti, lavoro de' pazzi; e si congratulò col barone Pisani che sì proficuamente dirigeva il manicomio. In ultimo, fra gli oggetti più marcabili, encomiò i saggi di perfettissimo fior di zolfo che faceva estrarre quel venerando ed operoso soldato, marchese Vito Nunziante, del pari che lo allume e l’acido borico che facea raccogliere e manipolare.

La Regina pose la sua attenzione su’ lavori di oro e di argento degli abilissimi Pampilonia e Figarolla, e specialmente per gli anelli smallali e per le fibbie rabescate, emulando con mezzi minori le simili opere provenienti dalla Francia, e lasciò i suoi encomii alle signore Agata Stefania Rinaldi per dei fiori di conchiglie, e per un quadro di S. Pietro di sciniglia.

Avremo tempo e luogo per dollaro delle splendide pagine, sugli utili effetti arrecali dal giovine Re all’industria siciliana per questa sua prima visita; allorquando ci occuperemo delle rassegne industriali nel reame di qua e di là dal Faro.

Uscendo, gli augusti, dalle sale di esposizione passarono al collegio di arti e mestieri, utile stabilimento, diretto allora dal principe di Fitalia. Al certo un Re che sa ben calcolare i gradi d’importanza e di utilità a tutte le cose, mostrar deve la predilezione sua e la sua premura per un istituto simile; giacché sono interessale in esso 1 umanità e la società, offerendosi in un tal luogo sussistenza e soccorso a tanti esseri sventurati che sono ignari della loro origine, e per circostanze fatali, esposti alla miseria. La morale cattolica glorifica anco con la sua luce eternale tali asili, ove si sottraggono dalla corruzione di spirito e di corpo tanti fanciulli, membri sociali ma senza legami con la società; e con la morale cattolica, vi à interessato l’ordine pubblico e l’economia politica, onde togliere il vagabondaggio e creare così degli utili individui nati nella comunanza della popolazione.

Il Re infatti spiegò la massima attenzione nel migliorarlo, e ’l tenente generale principe di Satriano che facea parte del seguito augusto, incoraggiò co suoi lumi tali grandiose mire. Istituì delle riforme sa i regolamenti del luogo, onde escissero da quegli individui un giorno dei soldati disciplinati ed esperii nel maneggio dello anni e ben istruiti nello scrivere, nella calligrafia e nell’aritmetica; come pure coltivati nella musica per addirsi alle bande de reggimenti. Riformò l’insegnamento meccanico, con de' maestri ottimi nelle arti utili alla società.

Or se il mantenimento e la educazione de' fanciulli esposti, formò un oggetto di allo interesse per l’animo di Ferdinando, ebbe a doppia premura di occuparsi dello stabilimento ove si racchiudono e s’istruiscono le donzelle che sono nella condizione medesima, e che a cagione del loro sesso, avrebbero minori mezzi al vivere sociale, mentre a maggiori pericoli anderebbero esposte; ed eccolo in compagnia della pia Regina far lunga ed operosa visita allo stabilimento di S. Spirito, chiamando intorno a se i personaggi più illuminati di Palermo, oltre i locali governatori d’allora, conte di Sommatino, cav: Xaxa e marchese S. Giovanni. Non è a dirsi la buona Maria Cristina con quel suo cuore sì lucido di pietà, come si unì alFinteresse spiegato dal Re onde veder migliorato l’andamento di quelle orfane e nell’indiriduale interesse e nella istruzione feminea. Gli augusti Sovrani, escirono da S. Spirito, colmi delle commoventi benedizioni di quelle infelici; preziose benedizioni!

Carlo III, il cui nome è una storia monumentale per l’intero Reame delle Due Sicilie, oltre di aver elevato uno splendido colossale asilo pei poveri nella metropoli continentale de' suoi dominj (come ne parleremo), un altro ne creò a favore della Sicilia in Palermo appellato ancora, Reale Albergo de' Poveri, Nella rassegna di voler migliorare i pubblici stabilimenti dell’isola, Ferdinando non mancò di recarsi a quest’altro filantropico asilo, eretto dalla grandiosa munificenza dell’immortale suo avo, e’l culto cav. Ignazio Vassallo Palcologo soprintendente del luogo, fu guida alla visita.

Né stimi il lettore questa visita in sì filantropico stabilimento di Carlo III, pel Re Ferdinando, un diletto o una cura momentanea di pio Monarca per pio istituto. No: il real Albergo de' poveri in Palermo, fin dal 1834, e prima di quest’epoca e dopo l’augusta visita, può sedere, a fianco de' migliori opificii educativi ed industriali di Europa. Infatti il Re dové spendere svariate cure per migliorare, come avea scopo, le sorti varie d’un istituto, ove, oltre la cultura dello scibile per quanto tasta a perfetti artieri, esistono scuole per filature di lino lana canape e cotone; telai per ogni tessuto, all’oso siciliano o svizierò; lavori per ricami, e tutto quant’altro abbraccia questo diffuso ramo d’industria. Oltre a ciò àvvi un opificio per la seta, con le sue sale per la nutrizione de' bachi, per l’estrazione della seta dai bozzoli, per le macchine idrauliche ad uso di filanda, di doppiaggio, d’incannatojo e di spannatojo, oltre gli addetti telai per tessere drappi e stoffe di qualunque lavoro e disegno. Altre macchine idrauliche, vi ànno ancora per la macera dei lino e del canape, per lo imbiancamento de' tessuti, per cilindrarli. E per finirla, l’insigne albergo de' poveri in Palermo, dopo di posseder tanto per concorrere sol campo dell’industria delle Due Sicilie e dell’estero, non mette bisogno ai lavori del proprio vitto giornaliero, possedendo pel mantenimento del luogo un mulino ad acqua per la macina di frumento in farina o in semola, forni per panizzare, e lavora delle ricercate paste per uso proprio e del pubblico, così dette alla siciliana ed alla genovese.

Non sono ad esprimersi adeguatamente le cure che occuparono di proposito il giovine Sovrano nel veder di perfezionare su più sviluppata scala di miglioramenti uno stabilimento sì grandioso, ove i sudditi più infelici di Sicilia, non solo trovano sussistenza e ricovero, ma divenuti membri operosi della società, giovano alla patria, glorificano la Dinastia, accrescono decoro alla nazione, emettendo de' lavori che nella maggior parte sostengono il confronto di quelli dell’industria straniera. Valutino sempre il loro onorevolissimo mandalo, coloro, che trascelti sono a dirigere ed a governare stabilimenti sì insigni, che memorando alle generazioni il nome sempre immortale del ricostruttore della Monarchia del Regno delle Due Sicilie, Carlo III di Borbone, segnano nella storia il lustro civile de' due popoli, per sì uniche opere cattoliche.

Continuiamo intanto la splendida rassegna del Re per quella civilissima capitale, trattenendoci per altro sulle più marcatoli memorie antiche e contemporanee utilità, che si ligano al luminoso governo di Ferdinando II.

I giovani Sovrani vollero vedere i due principali Monti di Pignorazione in Palermo, vetusti scogli di Stati cattolici, ove la famelica usura rompe le sue reti, e il domestico bisogno sociale d’un popolo, nelle private angustie, rinviene un conforto riparatore, con tenuissimi sacrificii e colla garentia governativa sul deposito della mobile sua proprietà.I deputati di quegli stabilimenti accolsero gli augusti, che esaminarono con attenzione quegli empii locali, chiedendo le più esatto informazioni su tutto ciò che potea riguardare l'amministrazione esalta di sì utili istituii, sul metodo della conservazione degli oggetti messi a pegno, e sulla forma della corrispettiva scrittura per la pubblica cautela. Dopo questa visita la sempre pia Sovrana Maria Cristina, in unione della Principesse di Salerno e della di costei figlia, si condusse a soddisfare l’ansia supplice di taluni cospicui monasteri di donne, che ricordano illustri ed antiche memorie cattoliche di Palermo; e su di ogni altro notiamo quelli del Salvadore e di S. Caterina. Chi può narrare l'esultanza e la casta gioja che recò in quei luoghi di pace evangelica quell’anima bella della Regina nostra? Trattenendosi in famigliari oolloquii colle religiose, facea ad esse conoscere tutti i pregi cattolici del suo spinto e del suo cuore, lasciando impresso un sentimento profondo di rispetto per le sue virtù più che umane, e di trasporto per le modeste q semplici sue qualità, appunto in quei luoghi consacrali alla religione, dove la virtù è abituale, e dove le qualità dell’animo esser sogliono le più perfette, lungi dall’attrito sociale, e in mezzo ai profumi degli altari, e all’eco di candide preci, tra il silenzio meditativo e, la melodia degli organi o dei salterii.

Accompagniamo i Sovrani alla visita del Giardino Botanico, stimalo dai dotti fra i primi delle città più cospicue. In mezzo a corteggio di personaggi culti nella scienza, passeggiarono per tutti i sentieri di quell’ampio ed ameno recinto, additando loro la copia immensa che ivi esiste di piante raccolte da vari punti della terra e dove la natura à riposto delle secreto virtù che l’umana perspicacia à sorpresa; il compartimento, gli ornamenti e gli edifici che rendon vago quel luogo, o sopratutto la magnifica stufa, dono memorabile della Regina Carolina d’Austria, nome sì storico in Sicilia. I Sovrani esaminando tutto, si compiacquero osservare le piante esotiche, cui il clima palermitano è tanto omogeneo, e gradendo con sorpresa il prezioso frutto di caffè già maturo e in loro presenza raccolto.

Palermo è città splendida per istituti educativi, la maggior parto dei quali vennero istallali sotto le cure di ordini religiosi, e tuttavia si conservano; sì perché la Sicilia non soffrì coll'emcrgenze decennali la manomissione anti-cattolica sulle sue corporazioni monastiche;sì perché i Sovrani nostri, e specialmente l’attuale Monarca, in mezzo a un diluvio di civiltà corrutrice, ànno serbato il privilegio del vero progresso so ciak, cioè che senza religione non vi à sapere, e senza la iuleinerala morale cattolica non òvvi educazione.

Nella ristrettezza d’un capitolo, non crediamo al cerio enumerare l’origine, cì progresso de' luoghi educativi dell’isola; ma cennarc quei soli, coi Ferdinando in quell’anno stimò visitare, serbando ad altro luogo, quel che su tale rubrica, spella alla storia contemporanea.

Il Re nel prosieguo delle operose sue visite, si recò benanche al Collegio nuovo de' Gesuiti, osservando tutte le scuole che vi esistono, la pubblica biblioteca, il museo e quant’altro racchiude di più pregevole, quell’edificio dedicalo alla utilità pubblica, e di cui que’ religiosi, mondiali, impiegano sempre con successo le loro fatiche. Eguale visita si ebbe il convitto Real Ferdinando (10) che sta sotto le cure medesime, e ‘l Re approfondi le sue indagini e la sua sollecitudine per la educazione degli allievi, i quali appartenendo alle classi primarie, àvvi maggior interesse sociale che riescano alti un giorno por concorrere alle primarie cariche, nel servizio del Re e dello Stato. Quei convittori, riconoscenti alle sovrane premure, rallegrarono la presenza del Re con offerte di ben degne poesie.

In ultimo, volle vedere e migliorare, in gara di quelli del continente del Reame, il collegio nautico stabilito nella capitale della Sicilia. (11)Il conservatorio di musica, dello del Buon Pastore (12) venne anco guardato dalle visite del Monarca, e strenui alunni del medesimo, improvisorono trattenimenti armoniosi de' più proprii, per compenso di tant’onore; e non azzardiamo registrare un giudizio su quei concenti, per esser la Sicilia la terra classica dell'armonia e la patria di Vincenzo Bellini.

La real consorte del Principe, per dir tutto r non dimenticò nelle sue visite speciali per donneschi istituti, quella al nobile educandato, detto real Carolino. (13)

Or mentre la città di Palermo si godeva del bene dì poter mostrare direttamente al Re e alla sposa amata Regina, quello spirito di attaccamento e di rispetto che l’animava per tanto ambito possesso; mentre la palermitana accademia di scienze e belle lettere riunivasi in istraordinaria seduta nell'aula senatoria per celebrare fra inni ed allocuzioni la visita di Ferdinando e Cristina; da tutte le parti dell’isola si udiva una voce unisona a quella della capitale, e quindi le popolazioni in generale e ciascun collegio o funzionario in particolare, non potendo godere della presenza de' Sovrani e conoscere da vicino il cuore di tutti i cuori, Maria Cristina; venivano a soddisfare (come accennammo) al loro voto per mezzo di deputazioni espressamente a ciò nominate, o per via d’indirizzi, contenenti la più energica e sincera espressione de' loro sentimenti, la più calda passione de' loro animi, per la memoria di tanta visita. Gli augusti, commossi, accolsero siffatti attestati di omaggio e di amore; e non avendo la possa di appalesare ad ogni comunità, corporazione o individuo i loro sentimenti, per organo del Ministero e della stampa officiale fecero palesi i loro gradimenti affettuosi. Si ebbe il pensiero di pubblicare pel giornale officiale di Palermo gl’indirizzi; ma mancò la lena per la mole voluminosa che costituivano. Ed oh! se i posteri vorranno elevare un monumento incrollabile dì storica ricordanza, per esprimere il fascino che le virtuosa Cristina spiegò anco, in Sicilia, non dovranno che mcttore in luce tutti quegli indirizzi che giunsero da tutti i punti dell'isola in un punte sofo, nella Reggia cioè di Palermo— quali preziosi documenti — chi contrasterà quelle pagine molte, che esprimono in infiniti modi diversi un affetto solo, un sol vote, un amore unanime, per un nome che scrivesi «la Regina Cristina?»

Brameremmo, pria di dar termine a questo capitolo, descrivere il rito sovrano che tenne Ferdinando II, nel dare per delegazione delta Santa Sede il berretto cardinalizio all’Arcivescovo di Palermo Gaetano Trigona, eletto principe del Sacro Collegio nel concistoro de' 23 giugno deiranno 834, nell’epoca appunto in cui Ferdinando rnltrovavasi in Palermo; ma siccome nel piano del nostro lavoro rattrovasi in Palermo; ma siccome nel piano del nostro lavoro rallrovasi rubricata un'eguale funzione pel cardinalato dell’arcivescovo di Napoli Filippo Caracciolo; cosi per non ripetere ci asteniamo di scrivere due volte uoa festa, incalzati cosse siamo dalia ricca corrente di un raccon- lo contemporaneo.

Ma pria che i Sovrani si allontanano da Palermo, quasi ultima brillante scena d’un gran quadro luminoso per se stesso, registriamo a duratura memoria il dono della più nobile fra le civili istituzioni del se colo, che Ferdinando II largisce in Palermo alla Sicilia.

Pria che il padre Ottavio Assereni (14), ispirato da una luce ignota alla terra (ripeteremo col distinto Chiossoni), volgesse lo sguardo sulle meste fronti de' genovesi fanciulli privati dell’udito e della loquela, questi, come tutti gli altri sordi-muti italiani, erano abbandonati a se stessi nel vasto deserto della vita, privi di quel bene infinito ch'è la favella mai tentando di esprimere la foga della loro anima ardente, inscienti quasi di ciò che si operava intorno ad essi, privi delta pagina del passato, inutili nel presente, senza delta speranza dell’avvenire.

La Francia, e prima della Francia la Spagna, aveano additato una strada agli institutori cui stava a cuore l’infortunio altrui, e i nomi del Pereira e del De l’Epèe, erano segnalali per tutta Europa; ma l’Italia taceva ammirando, senonché un umile figlio del Catasanzio, anima ingenita e soavissima, vegliava nel silenzio delta sua cameretta dì e notte, all’oggetto di sopperire al bisogno sentilo e lamentato dall’umanità verso il cadere del 1801. Finalmente vi riuscì; e raccolti sei fanciulli sordi-muti nella sua cella, con istenti e cure applicò il metodo studiato onde istruirli, e in pochi mesi vide progredire nello scrivere e in quant’altro gli dava ad apprendere. Cosi l’Italia, da Genova, ebbe l’iniziativa mirabile per gl’istituti de' sordi-muli, e Napoli nostra, mercé i Principi Borboni, concorse in sì nobile virtuosa palestra.

Or ecco che il giovine Re Ferdinando II, volendo sempre che Palermo per novelle istituzioni non andasse seconda a Napoli, donar volle alla sua città nativa sì grande per sé stessa, un Reale Istituto dei sordi-muti, appena vi giunse, mercé decreto de' 28 di giugno 1834, e con statuti atti ad istruire i ragazzi sordi-muti nelle lettere nella pronunzia artificiale e nelle arti meccaniche e manuali.

E con sì monumentale donativo, che, fra molti, brilla di luce cattolica e civile nella capitale della Sicilia, rendendo immortale il nome del donatore; ammiriamo novellamente quel mare di popolo palermitano, che non più giulivo ed entusiasta, ma commosso e dispiaciuto si affolla dalla reggia al mare onde esprimere i suoi addii a Ferdinando ed a Cristina; ed ecco i Sovrani nelle ore vespertine del giorno due agosto restituirsi in Napoli, e colla loro presenza riempire il vuoto visibile di questa nostra stragrande città, che triplica il suo brio connaturale, possedendo in séil proprio Re.

A un altro brevissimo spettacolo invito i miei lettori, od è quello di accompagnare la nostra amata Regina in Roma, durante i giorni santi. Roma non era la città nuova per l’augusta delle Due Sicilie. Se ricordale quel che abbiamo scritto, non sono che pochi capitoli, rivedendo Cristina nell'alma città, non vi à differenza se non quella, che prima vi dimorava qual pudica donzella di real casa Savoja in compagnia di altra sorella e sotto i pii sguardi materni; ed'ora si trattiene dei giorni qual Regina, sposa di un Re italiano pari a lei.

Ed ecco che nel dì 19 di Marzo 1834 Ferdinando e Cristina, senza lusso e grandezza Sovrana si avviano a Roma, ove nella settimana maggioro di ogni anno vi accorre mio straordinario pellegrinaggio di credenti dell’orbe cattolico; e quello splendido carattere cattolico che Roma ricordava anni prima di aver visto brillare negli alti pii e nelle evangeliche azioni, della discendente Sabauda, rivide in lei medesima qual Regina del Regno delle Due Sicilie. Il tempo c’incalza per trascrivere tanti illustri fatti di fede divina operati in quel giro di giorni dalla Sovrana nostra; o registriamo solamente, che non mancò rivedere l’antico sodalizio, ove colla madre augusta era ascritta, cioè delle Sorelle dell'Arciconfraternita della SS. Trinità de' Pellegrini, in cui le più alle dame e principesse Reali, si onorano compiere opere senili e lavare i piedi ai pellegrini che capitano nella Santa Città.

In quell’anno gli augusti regnanti di Napoli rinvennero a Roma una Principessa Reale di Danimarca, ed il Principe o la Principessa Augusta Amalia di Leuchtenberg. A maggior consuolo di Ferdinando e Cristina, trovarono io Roma Isabella Regina madre, il Principe e la Principessa di Salerno che venivano da Vienna, e il Principe di Capua che gli rag giunse da Napoli.

La popolarità prestigiosa che gode il nostro Re in Europa, e l’inclito nome di pio che distingueva per universale opinione la Regina; fecero sì che in Roma si ammirò un interesse straordinario pe' Sovrani di Napoli. E tanto, che il conte Costantino di Ludolf, nostro ministro plenipotenziario appo la Sede Apostolica, tener volle una radunanza nel palazzo Farnese, ove Ferdinando e Cristina co’ suoi congiunti intervenendo; e vi accorsero a porgere ossequj, oltre il corpo diplomatico attaccato al Papa, l'aristocrazia della città e i più distinti esteri che in quei giorni si recarono in Roma. Il ricevimento fu numeroso ed eccezionale. Dopo i giorni 6anti, il Principe e la Principessa Borghese fecero dono ai nostri Monarchi di una magnifica festa, con straordinario invito. Dopo qualche giorno, il Principe e la Principessa Massimo, in gara de' Borghese, nel loro palazzo alle Colonne, iniziarono una stupenda accademia di musica in onore de' nostri Sovrani ancora.

La sera del 31 marzo la nobile famiglia Torlonia, volle dare la sua festa da ballo, a Ferdinando e Cristina, nelle sale contigue al suo teatro ja via Torlonia, anco con lussuoso invito; e ciò credendo non bastevole, la sera seguente altra festa inaugurò nel proprio palazzo in Piazza di Venezia, con scelto invito, dopo la quale un asiatico e ricco banchetto fu imbandito agli augusti, acclamati dal fiore della nobiltà romana ed europeo.

Il dì due di aprile, quasi a corona di (ante dimostrazioni di stima pei napoletani Monarchi, un’altra festa colma di sontuosità ed eleganza si ammirò,. per glorificargli, e questa venne offerta dall’ambasciatore francese a Roma, marchese Lalour Maobourg; la parola non può mostrare il brio e la gioja spiegala al comparire di Ferdinando e Cristina.

Dicevamo che questa festa davasi a corona di tutto quanto le altre, ma non fu così.

Benché i nostri Principi al dì tre aprile erano sulle mosso di partire da Roma, un’altra per essi si preparava la sera, e fu d’uopo intervenire. La festa ultima data ad onore de' nostri augusti nell’alma città, la diede l’ambasciatore straordinario della Corte Austriaca presso la Santa Sede, nelle ampie e secolari sale del Palazzo di Venezia.

E giacché scriviamo una storia contemporanea, con patrio orgoglio alziamo la voce, esclamando: ecco Ferdinando II al cospetto dell’Italia e dell’Europa, avendo appena l’età di 24 anni!

Forse ogni lettore cattolico avrà creduto in noi uno scrittone dottrinario (Dio non voglia), che favellando della dimora del Re e della Regina in Roma, Sovrani eminentemente religiosi, i medesimi gli & ritratti tra feste ed ovazioni» senza neanche proferire il nome dell’eterno Vaticano.

Abbiamo avuto il nostro scopo.

Eccolo.

Favellando in prima di circostanze cospicue, abbiamo stimato favellare in ultimo di circostanze eminenti.

Infatti, Ferdinando e Cristina, come giunti a Roma, non mancarono di prostrarsi a' piedi di Gregorio XVI, e a prostrarsi sulla tomba degli Apostoli Pietro e Paolo—dovere santissimo di ogni anima che crede, ove è Pietro ivi è Cristo.

E non una, ma più fiate, Ferdinando fu al Valicano in ispeciali colloqui! col Pontefice, che lo guardava sì giovine e sì religioso, come un prediletto incoronato della Casa di Dio; giacché per me stà che ogni Re iniziatore della vera civiltà fra suoi popoli, esser deve Re cattolico.

Soscriviamo perciò i risultati di quei colloquii.

Il Papa ottenne dal pio Monarca, e ’I pio Monarca dal Papa, una convenzione amichevole di disciplina ecclesiastica, la quale aggiunta al Con cordato, venne poi pubblicata pel Reame il dì 10 settembre 1839. La sottoscrissero il cardinale Tommaso Bernetti e i nostro plenipotenziario conte Costantino de Ludolf. Essa contiene questi cinque articoli:— 1.° l’immunità personale — 2.° la prigione separata per gli ecclesiastici — 3.° l’arresto vietato del reo in chiesa — 4.° la camera di correzione permessa ad ogni vescovo per gli ecclesiastici — 5.° e la de gradazione di un ecclesiastico, previa conoscenza del delitto al proprio vescovo.

Il dì quattro di aprile, la sera, Ferdinando e Cristina si restituirono in Napoli, in unione del Principe di Capua, e del Principe e Principessa di Salerno.

STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 23 NAPOLI 1855

S. A. R. D. FRANCESCO DI PAOLA - Conte di Trapani

S. A. R. ENRICO DI BORBONE

Duca di Bordeaux 

attualmente Conte di Chambord


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CAPITOLO LVI

Cronaca del dì 8 novembre 830, al 31 dicembre 1836. — Primarie cariche dello Stato. Movimento di luogotenenti in Sicilia. — Movimento ministeriale. — Movimento diplomatico delle legazioni estere appo la Corte del Regno, e delle legazioni napoletane, attaccate presso le Corti estere — Alunnato diplomatico. — Vertenze e trattati internazionali dal 830 al 1836. — Utilità delle riforme su i consolati, e sue immediate conseguenze pel commercio delle Due Sicilie. — Appendice al capitolo, come una prefazione allo sviluppo ed al credito de' negoziati delle Due Sicilie, mercé la casa Rotschild a Napoli. — I Rothschild.

Avendo fissato racchiudere in questa seconda parte della nostra storia. patria contemporanea, il periodo dei governo di Ferdinando II, dal suo avvenimento al Trono fino a tutto il 1836; compendiar vogliamo in distinte serie cronologiche il movimento avvenuto nelle primarie cariche dello Stato, onde il lettore conservasse a colpo d’occhio una guida primaria pel racconto degli annali delle Due Sicilie.

Il marchese delle Favare, Pietro Ugo, vien dimesso dalla carica di luogotenente generale del Re in Sicilia, ed il Principe Leopoldo Conte di Siracusa lo rimpiazza (8 di novembre 1830).

Il principe della Scaletta, già ministro di guerra e marina, vien nominato Consigliere di Stato (16 novembre 1830). Il tenente generale Fardello è chiamato a ministro segretario di Stato di guerra e marina.

Il marchese di Pietracatella, consultore della Consulta generale di quà dal Faro, è elevato a ministro segretario di Stato degli affari interni, in luogo del marchese Amali ritirato. Il cav: Camillo Caropreso vien dimesso da ministro delle Finanze, ed è nominato consultore. Il marchese d’Andrea è fatto ministro delle Finanze (21 novembre 1830). Pietro d’Urso avvocato generale presso la G. C. dei Conti in Napoli vien chiamato all’immediazione del ministro delle Finanze (11 dicembre 1830).

Il cav. Antonino Mastropaolo è chiamato a ministro segretario di Stato, presso il luogotenente in Sicilia. È nominato direttore di ministero pei dipartimenti d egli interni, finanze, polizia ed affari esteri, presso il luogotenente, e cogli onori di ministro segretario di Stato il duca di S. Martino. L’avvocato generale presso la G. C. dei Conti in Palermo, Gaetano Scovazzo, è anco eletto presso la luogotenenza, qual direttore di ministero pe' dipartimenti di grazia e giustizia ed altari ecclesiastici (4 gennajo 1831).

Il marchese Donalo Tommasi, ministro di grazia e giustizia e degli affari ecclesiastici, ritiene solo quest’ultimo portafogli, ed è promosso a presidente del consiglio de' ministri. Il consultore Nicola Parisio viene eletto a ministro segretario di Stato di grazia e giustizia. Il marchese Nicola Intenti cessa dalla carica di ministro di polizia, ed è destinato per un disimpegno di real servizio a Vienna. Il maresciallo di campo marchese Francesco Saverio Delcarretto vien chiamalo a ministro segretario di Stato della polizia generale; e l’ispezione e comando della gendarmeria reale vengono uniti al detto ministero (16 febbraio 1831). Il marchese Tommasi perché gravemente infermo, vien chiamato alla presidenza de' ministri il consigliere di Stato, duca di Gualtieri; ed il ministro d’Andrea prende il dipartimento degli ecclesiastici (11 marzo 1831). Il ministro Tommasi muore il di 19 marzo del medesimo anno.

Il duca di Fioridia (vedi movimento diplomatico), ed il principe di Campofranco Antonio Lucchesi Palli, sono nominati consiglieri di Stato (6 aprile 1831). Il medesimo principe di Campofranco, una volta luogotenente generale e maggiordomo maggiore, sotto Francesco I, viene dal Re destinato all’immediazione del Conte di Siracusa luogotenente in Palermo (10 aprile 1831).

Il tenente generale marchese Vito Nunziante riceve il grado e gli onori di ministro segretario di Stato (30 maggio 1831).

Pel meglio dell’andamento degli affari presso il luogotenente Conte di Siracusa in Palermo, ai due direttori di ministero ai è unite un terzo pei dipartimenti di grazia e giustizia, degli affari ecclesiastici e della polizia; ritenendo il direttore duca di S. Martino Asolo incarico degli interni e degli affari esteri, mentre il direttore Scovano ritiene quello delle finanze (9 giugno 1831).

Il brigadiere Giuseppe Blocchetti, cessando dalla carica di direttore del ministero di guerra e marina in Napoli, continuerà nell'esercizio d’ispettore del Real Officio topografico, ritenendo II soldo di direttore (1 luglio 1831). Indi vien promosso a consultore.

Il tenente generale Filippo Saluzzo de duchi di Corigliano, ajutante generale del Re vien chiamato a consigliere di Stato (6 luglio 1831).

Il duca di Gualtieri in merito di lunghi servizi è nominato presidente effettivo del consiglio de ministri. Il marchese di Pietracatella, ministro segretario di Stato degl’interni è promosso a consigliere ministro di Stato senza dipartimento, ed è nominato a presidente della consulta generale del Regno al di quà del Faro. Il cav: Nicola Santangelo intendente della provincia di Capitanata, è nominato ministro segretario di Stato degli affari interni (25 dicembre 1831).

Il distinto personaggio duca di Laurenzana viene elevato dal Re a ministro segretario di Stato senza portafogli, nell'intendimento degli utili servisi che può prestare colte sua opera a vantaggio del Reame (31 dicembre 18. 31).

Il marchese Girolamo Ruffo, abolito il ministero di Cosa Reale e degli ordini cavallereschi, del quale era capo, come abbiam detto altrove, rimane a far parie del Consiglio di Stato (9 settembre 1832).

Or ecco che con decreto de' 19 gennajo 1833, il Sovrano, occupato ognor più al progredire felice della Sicilia, stabilisce delle nuove leggi organiche per le Segreterie di Stato.

Per la latitudine nella difficile scelta de' migliori personaggi, le cariche di consiglieri ministri di Stato, di ministri segretarii di Stato e di direttori di segreteria in Napoli ed in Palermo, saranno libere di darsi promiscuamente a persone di qua e di là dal Faro, abrogando la legge degli 11 di dicembre 1816.

Ripristina perciò presso la sua persona, pari alla legge de' 26 di maggio 1821, un ministro segretario di Stato, abolendo le sezioni de gli alteri di Sicilia presso i ministeri di Napoli, e riunendo gli impiegati addetti al novello ministero fino a nuova legge, che stabilisce crearsi nuovi impiegati siciliani sulla proposta dei luogotenente generale in Sicili a.

Stabilisce che ogni qualvolta un Principe Reale occupi nell'isola la carica di luogotenente generale, deve avere presso di se un ministro segretario di Stato. Questo ministro ed i direttori di segreteria in Palermo debbono formare il consiglio del Principe luogotenente; e dare i loro avvisi in consiglio medesimo, ed in caso di disparità, dovranno sottoscrivere il loro parere per unirlo al protocollo.

Dietro questo nuovo organico, si ebbe il seguente movimento.

Il cav. Antonio Mastropaolo, cessando di avere il portafogli pe’ dipartimenti di grazia e giustizia, ecclesiastico e polizia, vico chiamato a ministro segretario di Stato, all’immediazione del luogotenente generale in Palermo.

Il principe di Campofranco, consigliere ministro segretario di Stato presso il luogotenente, riunir deve nelle sue mani i dipartimenti degli esteri, di finanza, ecclesiastici, interni, grazia e giustizia e polizia generale.

Il cav. Antonio Franco, da direttore di ministero presso il luogotenente, vita elevato a ministro per gli alteri di Sicilia presso il Re.

Il duca di Cumia, Marcello Fardella, vien promosso appo il luogo, tenente, a direttore degli ecclesiastici e della polizia.

Il com: Giustino Fortunato, procuratore generale appo la G. C. dei Conti, vien promosso a direttore di ministero per le finanze in Sicilia.

Gaetano Scovazzo fino allora direttore presso il luogotenente pel dipartimento delle finanze, è eletto consultore presso la consulta in Sicilia.

In ultimo, Carlo Vecchioni vicepresidente della Suprema Corto di Giustizia in Napoli, viene scelto, in Palermo, a direttore di ministero pel dipartimento di grazia e giustizia.

Il Conte di Siracusa viene ritirato dalla carica di luogotenente generale del Re in Sicilia, ed il principe di Campofranco io sostituisce (29 agosto 1835).

Morto il duca di Gualtieri; il marchese Girolamo Ruffo consigliere ministro di Stato. è destinato presidente provvisorio del consiglio dei ministri (18 maggio 1836).

Morto il tenente generale Fardella, il consultore, maresciallo di campo Giuseppe Brocchelli. vien richiamato alla carica di direttore del ministero di guerra e marina (9 novembre 1836).

Movimento diplomatico.

Il principe del Cassaro, ministro segretario di Stato degli esteri, presentava a Corte il marchese de la Tour Maubourg, quale ambasciatore in Napoli del Re de' Francesi Luigi Filippo. Il giorno medesimo, il conte di Lebzellern inviato straordinario e ministro plenipotenziario dell’Imperatore d’Austria, fece valere le sue credenziali in udienza (12 dicembre 1830).

Il generale Alvarez de Toledo presentò le lettere di credenza al nostro Re, quale invialo straordinario e ministro plenipotenziario di S. M. Cattolica (26 dicembre 1830).

La lettera di credito presentò anco il conte di Lattum in nome del Re di Prussia, qual ministro plenipotenziario appo le Due Sicilie (8 gennajo 1831).

I diplomatici degli altri Stati italiani, e Monsignor Amat Nunzio in Napoli, presentarono anco le loro credenziali al Re Ferdinando II (dicembre 1830).

Il conte di Stackelberg praticò lo stesso qual invialo straordinario e ministro plenipotenziario dell'imperatore di Russia, presso il Regno delle Due Sicilie (25 gennajo 1831).

Avendo rassegnato, Vincenzo Grifeo duca di Floridia, principe di Partanna, di non poter più continuare nella carriera diplomatica, per interessi di famiglia, ottenne dal Re la dimissione di ambasciatore straordinario presso il Re di Spagna, ed in merito, la nomina di consigliere ministro di Stato (4 gennajo 1831).

L’Imperatore di Russia, onde appalesare a Ferdinando II la stima che ne avea qual Re delle Due Sicilie, ordinò al principe Gagarin suo ministro a Roma di recarsi a Napoli, onde congratularsi da sua parte col giovine Monarca per la salita al Trono, e porgergli autografo lettera.

Il nostro Re ricevette l'ambasciata con distinzione di onorificenza (25 febbrajo 1831).

Morto Pio VIII, e salilo al Pontificato Gregorio XVI, Monsignor Amat di S. Filippo, Arcivescovo di Nicea, Nunzio presso la Corte di Napoli, presentò le nuove credenziali al Re (22 maggio 1831).

Il generale Alvarez di Toledo presentò al Re le lettere di richiamo dal Re di Spagna nella sua qualità di ministro plenipotenziario, rimanendo nella qualità di incaricato d’affari il com: de Mon(23 maggio 1831).

L’Inghilterra e le altre potenze rappresentale presso la nostra Corte, nel giro de' primi mesi del 1831, accreditarono i rispettivi loro diplomatici.

Il conte Costantino de Ludolf, è nominato inviato straordinario e ministro pieni potenziarlo, presso la Santa Sede (31 dicembre 1831).

John Nelson giunto in Napoli quale incaricato di affari degli Stati Uniti di America, venne ricevuto dal Re per presentare le sue credenziali (29 gennajo 1832).

Nel dicembre del 1832 sir Hyll inviato straordinario e ministro plenipotenziario di S. M. Brittanica presso la nostra Corte, presentò al Re le sue lettere di richiamo, e lord Ponsoby che con lo stesso carattererimpiazzò, fece la tensione per presentare le proprio credenziali.

Informato Ferdinando II di quanto aveano praticato le grandi potenze di Europa, riconobbe il nuovo Stato Belgico, e quindi il Re Leopoldo I, già principe di Sassonia-Coburgo, fe’ giungere in Napoli il visconte Carlo Vilain XIV quale inviato straordinario e ministro plenipotenziario, onde presentargli la lettera partecipativa dell’avvenimento al Trono — Ciò avvenne il di 20 di dicembre 1832, e nel consiglio di Stato del 4 gennajo 1833, il Re nostro stabili i rapporti col Belgio, eguali a quelli esistenti colle altre potenze.

Il dì 13 di marzo 1833 la legazione inglese in Napoli subì altro mutamento, pel nuovo ministro plenipotenziario presentato al Re, nella persona del cav. Temple, distinto diplomatico, che vedremo per molti anni di residenza presso il nostro Re.

Nell’aprile dell’anno in parola, anco la legazione francese mutò ambasciatore colla venuta di Durand, Barone di Marevyl, pari di Francia.

Il Re Ottone, come salì al Trono della Grecia, volle diplomaticamente annunciare a Ferdinando il lieto avvenimento, nell’aprile del 1833.

Il nostro Sovrano 9pedì a felicitarlo, con missione speciale, il principe di Botera suo gentiluomo di camera e cavaliere di S. Gennaro, recando a S. M. Greca, le insegne del Real Ordine di S. Ferdinando.

Nel 14 di settembre poi, il principe del Cassero presentò pi Re rinvialo in Napoli da S. N. Greca, principe di Canadia consigliere di Stato ellenico, con tutti i riguardi dovuti a quell’eroico Reame ed al suo ottimo Principe.

il Nonio Luigi Amat vien richiamato da Napoli, perché accreditalo presso la Corte di Spagna, e Monsignore Gabriele Ferretti, arcivescovo di Seleucia, presenta ai Re le credenziali qual nuovo Nunzio. Vi ebbe splendido ricevimento a Corte, ed il suo nome occuperà una pagina nei nostri annali (10 settembre 1833).

Il Barone Antonini è nominato nostro ministro plenipotenziario presso la Corte di Francia (11 ottobre 1833).

Il movimento diplomatico pel 1834 ebbe l'iniziativa con un decreto emanato dal Re nel dì 4 di dicembre 1833.

Con tal decreto Ferdinando stimò dare un miglioramento alla carriera diplomatica, mercé la formazione di un alunnato per sì difficile ed onorevole impiego, ammettendo a concorso otto giovani da 16 a' 24 anni, napolitani e siciliani; i quali dopo d’aver assistito al servizio del ministero degli esteri nel Regno, doveano recarsi alle Legazioni dette Due Sicilie in Parigi, Londra, Vienna, Madrid, Pietroburgo, Roma, Torino e Berlino, come aggiunti diplomatici, onde dalla riescita distinta ottener merito per ufficii maggiori.

Con altri decreti del medesimo anno, Giorgio Wilding principe di Butera, fu chiamato ad ambasciatore straordinario presso il Re de' Francesi, in luogo del barone Antonini — Domenico Severino Lungo, marchese di Gugliati, allora ministro plenipotenziario in Torino, fu elevato ad inviato straordinario e a ministro plenipotenziario presso l’Imperatore d’Austria —Paolo Ruffo, principe di Castelcicala, allora ministro plenipotenziario appo la Confederazione Elvetica, benché nell'anno in parola fosse stato elevato a inviato straordinario e ministro plenipotenziario presso la Corte di Vienna, questa carica medesima l’andò ad esercitare presso l’imperatore di tutte le Russie— Ilcom: Vincenzo Ramirez, già incaricato d’affari all’Aja, venne promosso ad inviato straordinario e ministro plenipotenziario presso il Re di Prussia—Fulco Ruffo di Calabria, principe di Palazzolo, già incaricato di affari in Danimarca, ebbe nomina (in attenzione di destino) d’inviato straordinario e ministro plenipotenziario presso la Corte di Prussia.

I quattro alunni diplomatici di quel tempo, Giuseppe Pescara duca di Calvizzano, Giovanni de' marchesi Filiasi, Vincenzo de Vito Piscicelli, e Nicola Grutilier principe di Sanseverino, ad aggiunti di legazione.

Il com: Ottavio de Marsiglio, ufficiale di ripartimento nel ministero degli esteri, venie promosso ad incaricato d’affari {presso la Sublime Porta.

Il Re di Sardegna avendo accordato onorevole riposo al marchese di Sansaturnino suo invialo straordinario e ministro plenipotenziario, residente in Napoli, nella medesima qualità venne accreditato presso le Due Sicilie il cav. gran croce Venceslao Arborio di Brente (1834).

Il Barone Durand de Marevyl, tessalo dalle sue funzioni diplomatiche del governo francese, subentra nella stessa qualità, appo la nostra Corte, il tenente generale conte Orazio Sebastiani de la Porta (13 novembre 1834).

Il cav. de Drammont presento a Corte le sue lettere di credenza, mercé le quali veniva chiamato ad incaricato d’affari dell’Imperatore del Brasile presso il Re (li marzo 1835).

Giunse in Napoli il conte Stefano Zichy, ciamberlano e consigliere intimo dell'Imperatore d’Austria Ferdinando, avendo missione diplomatica di annunciare al nostro Re, la morie dell’Imperatore Francesco I e la sua salita al Trono. Il nostro Sovrano ricevé quest'ambasciatore co' più solenni riti di corte, onde appalesare il piace re per l'avvenimento di suo cognate al Trono d’Austria (12 aprite 1835). Ed il principe detta Scaletta, consigliere ministro di State, gran croce degli ordini cavallereschi del Regno, gentiluomo di camera e tenente generate de' Reali eserciti, reame tosto spedito come ambasciatore straordinario a Vienna, onde in nome del Re delle Due Sicilie, felicitare l’Imperatore d’Austria Ferdinando I, recando anco le lettere di famiglia della Regina Cristina per Maria Anna sua sorella, addivenuta Imperatrice (27 aprite, idem).

Venne presentato a Corte un nuovo invialo straordinario e ministro plenipotenziario del Re di Prussia, netta persona del cav: de Kuster (20 aprite 1835).

L’Imperatore di Rosaio inviò un novello suo ministro plenipotenziario alla sua legazione in Napoli, nella persona del conte di Matuszewich, che presentò al Re le credenziali (9 marzo 1836).

Vacante te legazione francese del Ministro titolare, conte Sebastiani, ebbesi per qualche tempo un incaricato d’affari nella persona del conte di Bearo. A questo successe un altro incaricato, cav. Tuffano;, che venne ricevuto dal Re in udienza (13 maggio 1836).

Vennero presentate ai Re te lettere di richiamo del cavaliere di Brente, inviato straordinario e ministro plenipotenziario del Re di Sardegna; e nel tempo stesso venne accreditalo con egual carattere il barene di Vignet. (Agosto 1836).

Aggiunger vogliamo al movimento diplomatico, anco le vertenze e trattati internazionali da novembre 1830 a tutto l’anno 1836.

Correva il periodo dell'occupazione militare nella parte continentale del Regno (28 agosto 1810), e Murai ne’ suoi inutili tentativi di recar guerra in Sicilia al Re legittimo, apparecchia una flotta. Confisca perciò de' bastimenti giunti in Napoli degli Stati Uniti di America per aumento di navi alla squadra, sotto promessa di restituzione!... Gli Stati Uniti soffrirono, e ne mostrarono, in varie epoche, diritto di riparazione per quei tali legni poco restituiti. La quistione internazionale si rinnovò con apparati di inimicizia; e Ferdinando II, a tutela del traffico de' suoi popoli per le regioni americane, venne a patti con quel governo, pagando debiti non suoi. Perciò si addivenne ad una convenziono che stabilì per indennizzo agli Stati Uniti, la somara di duc. 2,115,000; in nove anni per rate eguali, coll'interesse al quattro per cento.

Ferdinando II, avendo in mente utilizzare con ogni suo meno il negozialo marittimo de' suoi popoli, volle aderire ai trattati conchiusi tra la Francia e le Reggenze Barbaresche nel volgerò del 830, ottenendo così libera navigazione, rinunciandosi d’ambo le parli al diritto di corso, (11 dicembre 1831).

Ma novelle vertenze sursero nel corso del 833.

Allo spirar del febbraio, il cav: Girardi console generale in Tunisi, spiccò rapporto in Napoli, che i regii sudditi al servizio di quel Bey, per ordine del Pascià Mahmhud, erano stati atrocemente battuti, e che indarno si erano avvanzati dei reclami, i quali avevano risultato risposte arroganti e poco convenienti alla dignità della Real Bandiera delle Due Sicilie.

Il Re volendo che i suoi sudditi godessero la più ampia protezione all’estero, immantinenti allestir fece una squadra navale, onde ottenere sodisfazione.

Gli Stati Sardi, contemporaneamente a noi, si dispiacevano d’insulti ricevuti alla propria bandiera in Tunisi, e contro la lede dei trattati. Così le due corono di Napoli e di Torino, subitaneamente stipularono un trattalo T alleanza offensiva e difensiva, onde ottenere riparazione alle offese, e novelle garentie da quella Reggenza.

Videsi allora inaspettatamente sventolare nella rada di Tunisi le bandiere unite d’una sufficiente flotta napoletana-piemontese; e fu bello «scorgere anticipatamente i segni di nobile gara e generosa fra le due flotte italiane, di corrispondere onoratamente al lodevole e glorioso scopo di lor missione, al cui prospero termine non si mancava né in attività, né in previdenza, né in profusione d’ogni attrezzo guerresco e di ogni aspetto di valore.

Ma fu in pari tempo inviato in detta Reggenza il com: Marino Caracciolo de' prìncipi di Torchiarolo, Uffiziale superiore dell’ammiragliato, con istruzioni, onde far rilevare la ferma giustizia, e non l'arbitrio capriccioso, che à formato sempre del nostro Ferdinando, il primo e pii bello ornamento; imperocché risultava da un si cavalleresco procedere del Re, che pria di por mano a misure ostili, si operasse una somma minutezza e scrupolosità, e veramente dalla parte del Bey di Tunisi, stesse il torto; né si venisse alle armi, che tentale pria non fossero le vie tutte di conciliazione e di amichevole componimento (23 marzo 1833).

Intanto, mentre Napoli e ‘l Reame stavano nell'ansietà di udire quali fossero stati i risultamenti di sifatta spedizione, ecco gittar l’ancora in questa rada la goletta il Lampo, apportatrice, che le mentovate vertenze erano state composte nei modo per noi più dignitoso e soddisfacente.

Dopoché il Bey avea solennemente dichiarato a voce ed in iscritto, esservi stato equivoco nella intelligenza della sua verbale risposta al console, colla quale egli non intese mai di offendere né anco menomamente la Maestà d’un Sovrano, del quale rispetterà ed avrà sempre in pregio l’amicizia e la buona armonia, ed aver fatte le dovute riprensioni al suo Pascià Mahmud, origine prima delle insorte differenze; aggiungendo, che invierebbe spontaneamente un ambasciatore straordinario presso il Re Ferdinando, per dileguare ogni dubbio che rimaner potesse nell’animo Reale, a miglior intelligenza delle sue parole, e stipulare cosi de' novelli trattati di migliore amicizia. Ed a maggior pruova, il Bey diede la destituzione al suo ministro, per prima soddisfazione a Ferdinando. Ed ecco pennellala anco in questa vertenza, mentre due flotte da guerra aveano accese le miccie su i cannoni, l’equità e la magnanimità morale del Re nostro, in qualsivoglia vertenza diplomatica (24 maggio 1833).La squadra Sarda, avendo in nome del suo Re, Cario Alberto, seguita la medesima condotta del nostro Monarca, dignitosamente ottenne anco prospero intento alle sue vertenze, ampliando i trattati che avea con Tunisi.

Ed ecco il di 8 di luglio del medesimo anno, giungere in Napoli la nave tunisina il Ceno, recando il colonnello di fanteria Selim Agà, scelto soggetto di quella reggenza, spedito dal Bey, ambasciatore a Ferdinando. il medesimo, rivestito delle qualità d’inviato, incaricato di presentare g| Re una lettera del suo Sovrano e di verbalmente ancora esprimere i sud sentimenti, stipulò il nuovo duplice trattato tra le Due Sicilie e la Reggenza di Tunisi.

Il giorno 9 luglio scese a terra, stante in quell’anno la quarantena, e tosto si recò dal nostro ministro degli affari esteri;ed il giorno 22 ebbe udienza a Corte, ricevendolo il Re nella sala di etichetta, presente il corpo diplomatico, i ministri ed i gentiluomini. Selim Agà in compagnia dell’interprete e del suo seguito, Icone discorso al Re (15); indi sì recò a complimentare la Regina, che per fare onore all'ambasciata, la ricevé in ricca sala, circondata dalle sue dame e dalle dignità della sua Corte.

Il capitano di fregata Marino Caracciolo, che sì bene area raggiunto lo scopo in Tunisi per la pace, ebbe i pieni poteri per le convenzioni da finalizzarsi con Selim Agà; le quali ratificate dal Re e dal Bey, vennero pubblicate nel dì li di giugno 1834.

La prima determinò le norme da ovviare qualunque disturbo fra i due Stati, col fissare che i sudditi del Reame al servizio del Bey e de suoi dipendenti, o stabiliti nella reggenza, commettendo delle mancanze lievi, rimarranno sotto la giurisdizione locale; ma trattandosi di colpe gravi, dovranno esser tradotti nel consolalo generale delle Due Sicilie, per esser giudicati a seconda le leggi del nostro codice. Ognuno comprende il gran che di simile convenzione, onde allontanare i nostri da pene barbare e dalle gelosie maomettane, che quasi sempre producevano le battiture o la morte.

La seconda convenzione è tutta dedita agli utili commerciali ne’ due Stati, cioè sul libero traffico fra le due marine, sulla protezione scambievole della bandiera, delle persone e de' negoziati, al livello delle più amiche e favorite nazioni; rinunciandosi per sempre dalla reggenza barbaresca a' diritti di tasse, di tributi e di tutte quante erano un tempo per noi e per altre nazioni di Europa, le vessazioni, onde scansare la pirateria.

Or per guanto nell’anno in parola il nostro, governo potè riuscire a scansare vertenze con Tunisi, nacquero quistioni col Marocco, che per quella secolare maniera irosa di avvicinare le nazioni di Europa per un nonnulla avea esclusa da' suoi porti la nostra real bandiera, e adattati ostili provvedimenti contro la stessa, armando in corso due suoi brigantini. Avutasi la nuova (15 di maggio 1834), il Re spedì immantinenti quattro navi da guerra sotto gli ordini del retro ammiraglio. Staiti, onde ottenere soddisfazione, e dare alla nostra marina mercantile in quegli scali, ogni dovuta protezione. Contemporaneamente il capitano di vascello Raffaele de Cosa venne spedito ne’ mari mediterraneidella Sicilia, sulla fregata Maria Isabella, onde ispezionare quelle acque fino all’arcipelago, visitando tutti quei legni delle coste di Affrica, che dassero sospetto di pirateria; missione che adempì con energia e valore, senza aver avuto occasione di rinvenir traccia alcuna di nave equivoca, malgrado di aver chiesto conto ad ogni bastimento mercantile italiano che incontrava, affrontando impetuosi venti e le difficili correnti di que paraggi.

Il Sultano di Marocco, avendo scorto questo nostro apparato navale, desisté da' suoi disegni ostili (12 giugno 1834); ma il retroammiraglio Giovanbattista Staiti, in esecuzione de' suoi mandali, ottenne che im plenipotenziario marocchino lo seguisse in Gibilterra, ove dietro conferenze, sottoscrissero un’utile convenzione, richiamando la conferma de trattati del 1782 (25 giugno 1834).

Movimento consolare e sue immediate conseguenze.

Nel 1834, mercé logge organica che à la data del 4 dicembre 1833, l’operoso Monarca volle darsi ad immegliare la istituzione del Consolato, tanto necessario alla vita commerciale de' nostri popoli, come utile alla proiezione immediata de' naturali del Regno che possono trovarsi nelle regioni estere. Sicché oltre ad un decoroso alunnato che istituì, fissar volle che i consoli di prima e seconda classe fossero destinati in quei luoghi che per la loro posizione si appalesano atti ad esercitare la maggior influenza sulla prosperità ed incremento del nostro commercio. Fissò l’età non meno di anni 25. Prescrisse, che i detti consoli di prima e seconda classe non potessero esercitare direttamente o indirettamente il commercia; ovviando così ogni influenza privata nell’esercizio di pubblico impiego. Per incoraggiamento di carriera stabilì che i consoli. di prima classe, debbano escire da quei di seconda classe e dal rango degli uffiziali del ministero degli affari esteri; e che quei di seconda classe (non meno che il viceconsole in Bona) venissero esclusivamente eletti tra i quattro alunni consolari, fissali a prestar servizio nei consolati di Trieste, Marsiglia, Genova e Livorno, col nome di viceconsoli. L’alunnato consolare venne fissato per concorso, tra giovani capaci ad intraprendere una simile carriera; e nell'esercizio del rispettivo alunnato, servendo eglino sotto la direzione de' rispettivi consoli generali, dovessero attendere non solo ad acquistare la perizia negli affari, che un giorno dovranno essi soli trattare, ma ad ampliare il cerchio delle loro conoscenze, versandosi sopra ogni altra cosa nella scienza della pubblica economia, ed apprendere qualche altra lingua, oltre l’italiana e la francese; e da simili profitti dipendere gli ascensi al consolalo di seconda classe. Io ultima fissò che la scelta de' consoli di terza classe fosse di nomina regia, proposta dal ministro degli esteri, fra individui proti, o negozianti o regnicoli o esteri, residenti in quei luoghi ove necessità lo esige; e che i viceconsoli, meno i cinque succennati, si elevassero per nomina dei consoli, i quali acquistano una responsabilità sulla loro condotta, nel decoroso disimpegno delle funzioni, senza che i medesimi acquistino diritto per addivenir consoli.

Nell'anno medesimo, ricordasi il primo movimento consolare, nelle persone seguenti. Giacomo de Martino venne chiamato a console generale di seconda classe nella reggenza di Tripoli, con residenza in Tripoli. Francesco Sioy fino allora console in Ancona, a console generale di prima classe negli Stati Sardi di terraferma ed insulari, con residenza in Genova. Saverio de Martino, fin allora console generale in Tripoli, a console in Tunisi. Il cav: Antonio Girardi, già console in Tunisi, a console di prima classe ne porti, baje e marine dipendenti da Algieri, in luogo di Gennaro Magliulo richiamato.

Non è da obliarsi benanche, che dopo il novello organico consolare, avendo inteso il Re che l’utile commerciale e della marina mercantile dello Stato sentiva il bisogno di un consolato generale sulle coste della Francia sull’Oceano, e con residenza in Bordeaux, ed un altro nel novello regno del Belgio con residenza in Anversa; affidò il primo a Giorgio Federico Megger, ed il secondo a Luigi Falcon. E in quest'epoca ancora venne eretto per bisogno de' bastimenti mercantili anco unviceconsolato in Sfax appo la reggenza di Tunisi.

Ecco che le società di assicurazioni marittime di Napoli, onde mostrarsi grate all'incoraggiamento ottennio dal Re, intraprendono per la prima volta il traffico col Brasile e Rio della Plata. Il dì 5 giugno 1832 i due brigantini 1 Unione ed il Nuoto Raffaele, carichi de' migliori prodotti regnicoli, fanno vela per l’Oceano, fra le acclamazioni di una vera festa nazionale. E Ferdinando fa imbarcare sull’Unione, Gennaro Merolla console generale, onde inaugurare con questo primo viaggio la protezione Sovrana della real Bandiera io quei lontani luoghi.

Nel 1833 a maggiore assistenza dei traffichi in Danimarca, forma unconsolato generale nella più importante residenza di quel Regno, cioè in Elscoeur, chiamando alla carica Ferdinando Clark; e costituisce tre viceconsolati in Allona, Copenaghen e Thisted. Conta egual data il primo nostro console generale in Grecia, nella persona di Rocco Martuscelli, con residenza allora in Napoli di Romania, come ripeteremo io questa cronaca.

Nell’aprile dell’anno in discorso il Belgio elevò il primo suo consolalo appo noi, eleggendo alla carica Alessandro Sepolina.

La Grecia istallò il suo consolato in Napoli, chiamando a reggerlo il cav: Gaetano Bellotti console di Baviera.

È degno di ricordo in quest'anno medesimo l'ulteriore incoraggiamento, che Ferdinando concesse alla marina mercantile del Regno, onde animarla al lungo corso. Troviamo infatti che al principiar del 1834 accordò ai legni di Real bandiera che recavansi per una seconda volta al Baltico, anco pel secondo viaggio, il beneficio del dieci per cento su i dazii di esportazione e d'immissione, purché imbarchino produzioni del Regno e conducano generi da quei luoghi — cosi affezionare il traffico allo scambio de' più lontani prodotti. Eguali protezioni accordò pe' porti di Odessa fino alla Crimea nel Mar nero; ed un consolato stabilì anco a Pietroburgo.

In fatti il nostro console in Odessa, non guari dopo, notificò che il bastimento di real bandiera, il Federico, era giunto in quel porto da Gallipoli, caricò d'olio, e in seguito altri tre legni carichi, e che la meraviglia di quel mercato era stata di grande incoraggiamento al consumo del nostro genere.

Eguale incoraggiamento accordò Ferdinando per iniziare il traffico colle Indie, fissando il venti per cento di risparmio, su i generi che caricavano nel Regno e su quei che sdaziavano col ritorno (16 giugno1835).

Più energici provvedimenti assegnò al traffico per gli Stati Uniti di America, elevando consolati in quelle primarie città, e ricordiamo che la sola Sicilia, nel primo trimestre dell’anno 1834, spedì carichi otto legni a Nuova Jorck, diciassette a Boston, ed altri a Baltimora e a Norfolk.

Troviamo anco in quest'anno aumentato il traffico oceanico tra il Reame e l’impero del Brasile, mercé incoraggiamenti operosi del Re. Infatti il nostro console da Rio-Janeiro scrivea al ministero degli esteri:

«Jéri partì per Napoli e forse toccherà Marsiglia il brigantino di real Bandiera l'Unione carico di derrate americane. — É arrivato in Fernambucco il brigantino di real bandiera Flavio Gioja, carico di liquidi proveniente da Napoli e Pozzuoli in 403 giorni — Il Ferdinando II, brigantino di real bandiera, e carica in Bahja per Montevideo —Il Gettono brigantino di real bandiera da Bahja a Capo-Verde per caricar sale e per ritornare a Bahja — Il Ferreri, anco di real bandiera, è sotto carico in Rio-Janeiro per Trieste, ecc. ecc.» — Oggi che lo sviluppo de' piroscafi dispone di tutti i lidi, pare poca cosa un tale avviso consolare. Ma se si pensa che dal 1833 al 1834 i bastimenti a vela rifuggivano ancora di passare la linea, si benedirà al nome di Ferdinando II, che salendo al Trono, patrocinò sì altamente il traffico de' suoi Stati, da veder la sua bandiera bianca su tutti i lidi di America. Infatti il nostro console avvisava al real governo che i prodotti delle Due Sicilie incontravano molto smercio nel Brasile. Che si potea contare su 18 a 24,000 botte di vino all’anno; e se i nostri vini si addolcivano come quei di Oporto, la nostra concorrenza avrebbe smaltito il doppio delle bolli, superando il traffico genovese ed inglese. Così degli olii, e specialmente quei di Calabria e di Cefalù in Sicilia. Così lo spirito di lino, le seterie, e molti altri nostri prodotti; e fino i nostri grani ottenevano grande smercio, non ricevendo il Brasile in quegli anni i cereali che dall’America del nord.

Proseguiamo la rubrica del nostro movimento consolare pel 1834, con la rubrica seguente.

Il nostro console nel già costituito Regno della Grecia, si affrettò a dar nuova al governo, che i negozianti ellenici si erano molto invogliati di commerciare nel nostro Reame, e elle per mantenerlo già si allestivano due piroscafi per una regolare corrispondenza sullo smercio delle scambievoli derrate. Infatti uno di questi legni partendo da Napoli di Romania giunse a Messina ed indi a Livorno, e viceversa; e l'altro da Patrasso a Brindisi e di là a Trieste, e viceversa; ed oltre delle derrate, recavano la corrispondenza ed i viaggiatori. Sicché la Sicilia e ‘l continente, periodicamente trafficavano col nuovo Stato; e ’l Re a tale invito abolì il rifiuto ch’esisteva nel Reame poi le greche derivazioni, motivato anni prima per cause politiche e di pirateria. Infatti, la posizione del novello Reame di Grecia rispetto alle Due Sicilie, presenta tutta la convenienza per un traffico attivo. Il Re intanto ad utile sempre de' suoi popoli, incaricò subito i consolati napoletani su quei lidi, nel rapportare a norma del patrio commercio, lo stato di quella nascente industria, dopo la guerra dell’indipendenza, i prodotti che suole asportare, quelli che lì si possono da noi spedire, i diritti d’immissione e di straregnazione, ed un ragguaglio de' pesi, misure e monete allora adottate. Così il Governo greco stabilì subito in Napoli un consolalo generale, e covrì i migliori porti del napoletano e del siciliano di molti consolali.

Un altro interessante consolato si stabilì nel Regno di Prussia con residenza in Stettino.

Da questi fugaci cenni, il lettore si attenderà esatte e copioso rubriche sullo sviluppo commerciale delle due Sicilie, mercé le cure di Ferdinando II.

Ma giacché abbiamo sparso i primi raggi di patria civiltà, mercé i grandi sviluppi di economia pubblica attuati dal governo di Ferdinando II; non stimiamo fuor di proposito, illustrare la nostra rubrica con un appendice su i banchieri Rothschild, centri benefici in Europa di utile e onesto negoziato. E siccome Napoli ebbe la fortuna di possedere una di queste case, che nobilita, accredita sostiene ed incoraggisce il numerario de' cambj, dal quale promana la sorgente de' traffichi; e sic come questa istallazione nacque con un debito che il real Governo con trasse co' Rothschild, e si radicò mercé lo splendido pagamento del medesimo esaurito da Ferdinando II, con meraviglia mondiale de' primati finanzieri; e siccome questa casa si utile al Reame ed a Napoli, à preso maggior latitudine ai nostri pubblici e privati interessi, mercé le nobili simpatie che i Rothschild serbano pel Re e per la persona di Ferdinando, si energico, intemerato, progressivo e proficuo sulle sorti economiche de' suoi popoli; consacriamo per ora una rubrica, che à titolo:

I Rothschild.

Esiste in Europa una casa, la quale, per mezzo di una giusta valutazione delle vie che molti possono seguire, di un genio intraprendente beo in leso, di una profonda conoscenza degli uomini e delle cose, di uno spirito di perseveranza, di un’esattezza, e soprattutto di una grande probità, della moderazione ne’ guadagni, risultanti da immensi affari; si è elevata da una sfera inferiore ad una grandezza, prosperità ed importanza senza esempio.

In conseguenza di certi dati, si può affermare, che i diversi rami di questa casa (i cinque fratelli), possedano in comune l’immensa fortuna di 140 milioni di franchi, e possono per mezzo del loro credito e delle loro relazioni, disporre oltre i 300 milioni. Badi bene il lettore che la nostra cronaca abbraccia il periodo storico dal 1830 al 1836, giacché oggi la fortuna de' Rothschild è di altra maggiore cifra.

Il patriarca e fondatore di questo casa, Mayer Anselmo Rothschild, padre de' cinque fratelli, nacque in Francoforte sul Meno nel 1734. Egli aveva appena undici anni, allorché perdette i suoi genitori, senza fortuna, fu come gl’israeliti poveri, di cui tal è ancora la sorte in Alemagna, destinato all’insegnamento, che lasciò dopo pochi anni, cominciando per istinto un piccol commercio.

Il gusto dominante de grandi è delle persone ricche, per le collezioni di medaglie, apriva a quell’epoca ad uomo intelligente una abbondante sorgente di guadagno. Egli abbandonò allora il suo primo commercio e si occupò esclusivamente di numismatica, ciò che lo pose in istato di fare conoscenza di persone distinte, che gli furono poscia di grande utilità, e contribuirono a procurargli una convenevole sussistenza.

Esercitandosi in pari tempo nelle scienze della mercatura e del cambio, egli si fece un gran nome in una casa di banca dell’Annover, dove lavorò per molti anni, ed acquistò colla sua assiduità ed economia, un piccolo capitale.

Ritornò a Francoforte, prese moglie e fondò la casa che tuttora sussiste. In poco tempo la sua attività, le sue conoscenze e la sua probità, gli meritarono un credito ed una fiducia sempre più estesa. Il suo cerchio d’operazioni prese un accrescimento notabile, allorché il langravio d’Assia, che in occasione d’una compra di medaglie aveva avuto luogo di conoscere già in lui molta intelligenza e probità, lo nominò nel 1804 agente nella sua Corte. In tal qualità egli rese importanti servigi al successore di questo principe, specialmente allorché dovette nel 1800 ritirarsi all’avvicinamento dell’armata francese, non portando con lui che poche somme in oro, ch’egli potesse realizzare al momento stesso, ed a cui riducevasi l’intera sua fortuna. In questa circostanza Rothschild pervenne col suo coraggio e la sua abilità a salvarne la più gran parte, sebbene non senza pericolo per lui, e l’amministrò quindi con tutta probità per conto del principe.

Fu circa quell’epoca che gli affari finanzieri della casa Rothschild cominciarono a prendere il più grande sviluppo, in occasione dell’impronto di dieci milioni di fiorini, che concluse con essa, la Corte di Danimarca.

Sarebbe molto imbarazzante, per non dire impossibile, il seguire questa casa passo passo in ognuna delle sue operazioni, e quindi noi ci contenteremo di far osservare, che nello spazio di quindici anni, si sono negoziati per mezzo suo, in impronti od in pagamenti di sussidii, più di due miliardi e 400 milioni di franchi, per conto di varii Sovrani d’Europa.

Il cardine de' principii che ànno diretto i cinque fratelli, è stato quello d’intraprendere tutti i loro affari in comunione non interrotta; e fu questa la pietra filosofale che il loro padre morendo, loro avea trasmesso. Dopo la sua morte, qualunque proposizione, da qualsivoglia parte venisse, è stato il soggetto di scambievoli deliberazioni. Qualsiasi operazione, anche poco importante che fosse, è stata regolata in seguito di un piano concertato in comune. Essi la spingono con tutti i loro sforzi riuniti e combinati, e quindi la parte al successo i risultata sempre eguale.

Sebbene da varii anni essi siano co’ loro domicilii rispettivi, lontani l’uno dagli altri, questa circostanza nondimeno non h potuto nuocere alla loro concordia, ed à dato ad essi al contrario il vantaggio d’essere perfettamente i primi informati della situazione delle piazze principali d’Europa, per mezzo d’un continuo scambio di corrieri, che precedono sovente quelli de' governi.

La seconda regola che s’imposero è quella di non aspirar mai a guadagni esagerati in una intrapresa, e di restare in tutte le operazioni, ne’ limiti che si ànno in principio tracciati; cioè guadagnare moderatamente, a seconda le leggi fissate dal loro padre.

I servizii de' Rothschild sono stati ricompensati pubblicamente da molte Corti. Oltre varie decorazioni cavalleresche loro accordale, i cinque fratelli insieme furono nominati nel 1813, dal Re di Prussia, membri del consiglio privato del commercio; e nel 1815, membri del consiglio d Assia, e consiglieri particolari delle finanze del Gran Duca regnante nell’epoca in cui versa la nostra storia.

L’Imperatore d’Austria inviò loro nel 1815 lettere di nobiltà, e nel 1822 il titolo di baroni austriaci. Inoltre quegli de' cinque fratelli stabilito a Londra fu nominato console, ed Indi console generale. Egualmente nel 1822, quegli che dimora a Parigi venne nominato alle stesse funzioni ed elevato a membro della legion d’onore. Quello in Napoli chiamalo a banchiere della Corte delle Due Sicilie. Non aggiungiamo di più per non interrompere il periodo della cronaca.

I fratelli Rothschild si stabilirono nelle seguenti città, ove le loro case tuttavia esistono, benché la successione è avvenuta per essi.

Amschel, o Anselmo, il primo de' cinque fratelli, nato il 12 giugno 1773, fissò la casa bancaria nella città nativa di Francoforte sul Meno, ove si distende l’inventario generale su quelli particolari inviali dalle quattro altre case, e dove le grandi riunioni di famiglia si tengono.

Salomone il secondo fratello, nato il 9 settembre 1774, stabilita sua dimora dal 1846 in poi, da Berlino a Vienna; nondimeno in quest’ultima città è il centro della casa che rappresenta.

Nathan, il terzo fratello, nato il 16 settembre 1777 (padre dell’attuale membro della camera de' comuni in Inghilterra), uomo che per la sua grande perspicacia, la sua abitudine negli affari e per importanti servizi, à saputo meritare la confidenza de' primi uomini di Stato nell’impero brittanico; si fissò a Londra nel 1798.

Carlo, il quarto fratello, nato il 1788, si stabilì in Napoli nel 1824.

Giacobbe, l’ultimo de' cinque, nacque il 15 maggio 1792, maritato colla figlia del suo secondo fratello, prese stanza a Parigi nel 1812.

Ulteriori ragguagli, in altri periodi della storia contemporanea.


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CAPITOLO LVII

Cronaca dal dì 8 novembre del 1880 a tutto Tanno 1836. — Sovrani e Principi esteri nel Regno. — Sovrani e Principi delle Due Sicilie ab l’estero. — Legge su i matrimonii e su i viaggi all'estero de Principi della real Famiglia delle Due Sicilie. — Morte di personaggi Reali. — Movimento di alte cariche a Corte — Movimento di decorazioni cavalleresche. — Feste di Corte di diplomazia e di eminenti personaggi ecc. ecc. — Appendice al capitolo — La Filarmonica—La Reale Accademia di musica e di ballo.

Proseguendo la cronaca che abbraccia il periodo del Regno di Ferdinantlo II, dalla sua ascensione al Trono fino al compimento dell'anno 1830, ci piace trattenere il lettore su novelle rubriche.

Sovrani e Principi esteri nel Regno.

Alla molò di giugno del 1831, su vascelli francesi, giunse in Napoli il futuro ammiraglio Francesco Ferdinando Borbone d’Orleans, Principe di Joinville, con distinto seguito. Fratello cugino del nostro Re, si ebbe tutti gli onori dovuti, e le feste di famiglia si successero brillantemente; e fra queste registriamo quella offertasi nel nostro, allora gigante fra i teatri, S. Carlo, ove si rappresentavano ancora le opere dell'immortale Rossini, con la Malibran e la de Begnis.

Ebbe cura di visitare i monumenti eccelsi di Napoli, le città redivive, di Ercolano e Pompei, e in unione del Principe di Capua fu a Pozzuoli per ammirare il famoso tempio di Serapide, gli avanzi del porto romano, l'anfiteatro e tulio quanto è di meraviglioso.

Il virtuoso Principe volle assistere alle evoluzioni dell'armata sul campo di Marte, ammirando quelle nostre schiere, nate dal Duca di Calabria, ora Re delle Due Sicilie, e progredenti su quella scala che le darà un giorno nome storico fra gli eserciti contemporanei.

Fra i patrii monumenti ebbe a stupire nella visita del Musco Borbonico, memoria indimenticabile di Carlo III, ed unica miniera di meraviglie al mondo, per essere uniche le sorgenti delle sue preziosità antiche. che ogni dì accrescono il suo lustro; Ercolano e Pompei.

Il Re recar volle il suo cugino alle delizie di Casella, ammirando nel palazzo la seconda Versailles, e ne' Ponti della Valle l’emulazione li Carlo III e Vanvitelli con l'ardimento delle meraviglie Ialine, creando aerei acquedotti, e obbligando fiumi e sorgive a deviare i naturali corsi per salire cime di monti e chiudersi in meati, per sortirne in ispumanti cascale, ove la magnificenza del Monarca costruiva reggia ed opificio M nuova cavalleria, della de' lancieri, riceveva l’augusto di Francia in Caserta, con parate ed evoluzioni.

Si salì ai Camaldoli, si ascese al Vesuvio, si deliziò in Portici, si discese negli scavi di Ercolano, si corse fra le ombre fresche di Quisisana, si fe’ visita al cantiere di Castellamare, si eseguirono de' preziosi scavi a Pompei:— ov’è una capitale al mondo, che può offrire a un personaggio, tanto di bello e di meraviglioso, se non la sola Napoli?Al dì 25 del mese medesimo il Borbone di Francia prese commiato da' suoi congiunti, e dalla Reggia per la Darsena, visitando i depositi della nostra marina di guerra, la real famiglia pranzò col congiunto sull’Artemisia, fregata francese, tra lo sparo de' nostri legni, le gale di bandiere e l’armonia di musicali concenti.

Il terzogenito di Luigi Filippo salpando l'ancora da Napoli, si avviò a Palermo, città che serba moltissime ricordanze dell’attuale cosa d'Orleans; e che il nobile giovine ebbe missione materna di visitare.

Dopo cinque giorni, al 29 giugno, eccolo nella capitale siciliana, in mezzo a quel caldo popolo, fra le braccia di suo fratello, conte di Siracusa. Palermo fu sensibile d’una visita che non poche memorie le rimembra.

Messo piede in quella Reggia, intenerito, volle vedere le stanze abitate un tempo dalla sua madre, la buona Maria Amalia; e quando poi scese nella cappella palatina, luogo magnifico e rimarchevole per la fondazione sua, per la sua vetustà e per la sua struttura, corse a fermarsi con emozione d’innanzi all’altare dove i suoi genitori, in anni di guerre e di esilio si unirono in matrimonio, e depose un prezioso ostensorio che la pia Regina de' Francesi, dalle Tuglierie, offriva alla sua chiesa reale di Palermo.

Allievo della gloriosa marineria francese, Joinville, salir volle alla specola astronomica, opera del Piazzi, e che in allora avea per distinto dirigente il Cacciatore.

Il dì seguente si recò al Duomo, coevo alla fondazione della Monarchia Normanna, colle sue preziosità storiche e colle sue tombe degli Svevi ed Aragonesi.

Fu al palazzo, proprietà di suo padre, ed ove nacquero il primo fratello e le due sorelle sue, Luisa (futura Regimi del Belgio) e Cristina Carolina, indi Principessa di Wurtemberg.

Il dì medesimo salì a Monreale a visitare l’antica basilica gotica, istoriata di preziosi musaici, opera di Guglielmo il Buono. Ivi si conservano, in nobile nicchia, le viscere di S. Luigi Re di Francia. Esaminò il famoso quadro di Pietro Novelli, capo d’opera dell’arte, che si vede nella scala del monistero Cassinese. Nello scendere da Monreale il Principe, chiese di molti luoghi di cui la genitrice dimandava contezza, e visitò per questo la villa di Camastra del principe di Butera e quella del marchese di Santacroce. Indi il giorno appresso, per la succennata missione materna, girò per i contorni della città in traccia di monumenti de Normanni, e degli avanzi della dominazione Saracena nell’isola, e specialmente visitò il Castello della Zisa, integro tuttavia aprivo solamente de' voluttuosi parchi e delle peschiere che lo adornavano ai tempi che lo abitavano gli Emiri. Infine ammirò la villa del principe di Butera e ‘l convento de' Cappuccini, ove esiste, può dirsi, la città de morti, o la Palermo degli estinti.

Il dì 2 luglio, commosso il giovine di casa d’Orleans, salpò da Palermo, recando nuove alla buona Madre sua delle rimembranze affettuose, che attraverso di tante vicissitudini, sa conservare per la patria sua, una Principessa delle Due Sicilie!Il dì 27 giugno le fortezze di Napoli, con tiri di cannone, salutarono la bandiera Sarda sulle fregate Carlo Felice ed Euridice. I Reali legni piemontesi conducevano in Napoli, la Principessa delle Due Sicilie, già addivenuta Regina vedova del Re Carlo Felice, di Sardegna, Maria Cristina. Il nostro Sovrano, con l'intera sua famiglia, preceduto dal conte di Latour gentiluomo di camera, si recò immantinenti a bordo, per stringere fra le braccia la dolente zia, e con ogni convenienza di grado, l’accompagnò nel real Palazzo della Foresteria. Molto tempo si trattenne la Regina Cristina in Napoli, Tra le quiete abitudini della sua antica casa; e la storia contemporanea del Reame, non dimenticherà il suo nome augusto, ad oggetto che quella sua dimora a Napoli, apri la strada al connubio avventuroso di Ferdinando H colta Principessa di Savoja, nipote della vedova Sovrana.

Un solo avvenimento turbò l’animo della vedova Cristina nella sua dimora a Napoli, e fu, la morte del cavaliere d'onore al suo servizio, generale piemontese, Tommaso Ferrerò della Marmora, personaggio insignito de' supremi, ordini cavallereschi sì nazionali che stranieri. Ciò accadde al dì 16 febbrajo 1832. Per onorare la memoria di questo insigne personaggio, il Re nostro, fece celebrare nella Reale chiesa di S. Ferdinando un solenne funebre ufficio, pontificato da monsignor Giunta Arcivescovo di Amyda, ed a maggior onoranza, coll'intervento delle primarie cariche dello Stato e della Corte, nonché degli ordini cavallereschi.

Al dì 13 luglio 1832 riparli la Regina vedova di Sardegna alla volta di Genova.

L’eroica Principessa delle Due Sicilie, vedova Duchessa di Berry, portando il nome privato di Contessa di Savona, giunse in Napoli, come in seno alla sua famiglia il dì 18 novembre del 1831 per la via di Roma; — e ripartì da Napoli ai giorno dieci dicembre dell’anno medesimo, per la volta di Lucca.

Il dì 15 di marzo 1832 giunsero in Napoli, il Duca e la Duchessa di Baviera, cugino il primo, sorella la seconda del Re Ludovico. Indi a poco giunse il Principe Ereditario di quel Regno, Duca Massimiliano. Il dì 17 aprile poi, vi arrivò anco il Re di Baviera, Ludovico. I ricevimenti e le affezioni tra i due Sovrani e tra i Principi di Baviera e i nostri, furono cordiali, per le antiche simpatie che ligano queste famiglie regnanti. Passando sopra alle occupazioni di studio artistico degli augusti bavaresi nella nostra città, sol perché troppo noto il loro amore alle belle arti, e lo spesso viaggiare in Italia e nelle Due Sicilie; registriamo solamente la parata al campo di Marte che il giovine nostro Sovrano praticò in onoranza del Principe Ereditario Massimiliano, ove giunse a Banco di Ferdinando, entrambi alla testa di splendida cavalcata di generali e di uffiziali di stato maggiore, in una dolce giornata al cadere di marzo dell’anno in parola.

Al finire di maggio, i primi a prender commiato dalla nostra Corte, furono il Duca e la Duchessa di Baviera. In seguito ripartirono il Re Ludovico ed il Principe Ereditario.

Ai primi giorni dell’anno 1833 il Principe Ereditario di Baviera rivide Napoli, in compagnia di suo fratello Ottooe, già riconosciuto Re della Grecia. Ferdinando non risparmiò quanto era in lui, onde testimoniare al novello Sovrano le simpatie che provava per sì nobile avvenimento, e la nostra Reggia, benché in carattere privato (giacché Ottone e Massimiliano viaggiavano da incogniti), brillò per feste di famiglia, onde onorare gli augusti fratelli. Anzi, dopo che Ottone percorse Napoli e sue adiacenze storiche, nel dì undici gennajo mosso a partire per la Grecia, si ebbe dal Re il piroscafo Francesco Primo, che lo condusse in unione del Duca Massimiliano, lino a Brindisi, ove eran postati i legni di speciale servizio per S. M. Greca. Il Principe fratello, da Brindisi per via di terra e con ufficiale servizio si restituì in Napoli.

Coll’arrivo del Re di Grecia, la nostra Corte accolse anco il Principe Augusto di Prussia.

La sera de' 29 gennajo, tanto il Principe di Baviera che quello di Prussia, presero parte allo splendido festino dato dal Re nelle maggiori aule della Reggia, come alle successive feste notturne, date per due volte dal conte Lebtelzettern ministro d’Austria, nonché da LadyDrummond, da Lord Nertfyld, ecc. ecc. ognora in compagnia del Re e della real famiglia.

Il Principe di Prussia parli per Roma nel dì nove febbrajo. il Principe di Baviera prese commiato al di sedici di aprile, partendo sul vapore che facea in quegli anni da Napoli, il giro della Grecia e della Turchia.

In maggio vi giunse il Granduca di Toscana Leopoldo II (vedi capit. LIV).

Nel maggio del medesimo anno giunsero in Napoli e vi si trattennero a diporto la Granduchessa di Baden, ed il Principe di Oldenburg.

Ecco di bel nuovo nel Regno la Principessa delle Due Sicilie, la vedova del Duca di Berry, Maria Carolina, l’eroica figlia di stirpe Borbone. L’Europa politica e sociale guarda i suoi passi, mentre l’indomabile fedeltà de' popoli della Vandea anno chiesto rinnovellare le meraviglie trascorse, e dare novelle pagine alla storia contemporanea. Ma noi non vogliamo in questa fugace cronaca trascrivere quei fatti memorandi. Sarebbe rubare un raggio alla luce; e la luce che splende sulle nobili cause, glorifica il volume del tempo, a dispetto delle volubilità sociali, de capricci umani e delle pigmee rivalità politiche. i burbanzosi potranno incendiare il mondo colle fiamme civili, traile dal fuoco delle passioni sfrenate; ma la storia (fenice delle generazioni), è usa risorgere dalle macerie. Sicché i nostri lettori potranno leggere la storia francese dell’epoca di cui ci occupiamo, mentre noi, senza distoglierci dal subbietto del lavoro tutto patrio, da semplici cronisti ci conduciamo sulle rive della città di Palermo, per veder lo sbarco della sorella primogenita del nostro Re, che vi giunge dalla Francia su squadra francese.

Sì — una squadra di legni francesi (impero difficile de' liberi tempi nostri) quasi a custodia della Principessa la guarda. — Custodia?... Meschina ironia de' dottrinarii delle barricate di luglio!... e non vedano gli ebbri, che se Madama, mercé loro, non risale le Tuilleries, àvvi una Reggia in Palermo che l’attende, ed è la Reggia del nipote di Luigi XIV, Carlo III? — Custodia, dissi? ebbene mentre il popolo siciliano accorre per ricevere la nipote di Ferdinando I, la figliuola primogenita di Francesco I, la sorella di Ferdinando I; il generale Bucheaud che la scorta, commosso dalla dignità che splende sulla fisonomia della vedova di Berry, fa pavesare i legni, le ciurme de' marinai salgono su i pennoni, tuonano le artiglierie per salutarla, e mentre la lancia Reale del Conte di Siracusa (luogotenente), sta per ricevere l’augusta, l'uffizialità francese si stima nel diritto di farla scendere su lancia della squadra che la conduce a terra; — su quella. terra, ove sventola la bandiera bianca de' Borboni, e che per secoli fu la bandiera che fe’ scrivere i più fastosi annali della Francia!

Perdonisi a questa rapida reminiscenza — non siam noi, è la storia che cl trascina a... —ma basta fin qui.

La buona Principessa, nel dì 6 luglio del 1833, sbarca a Palermo, e percorrendo pel giro di molti giorni tutti quei luoghi che richiamano alla sua mente la primiera gioventù sua; nel dì 8 agosto rivede Napoli, giungendo sul vapore Francesco I, in unione di Massimiliano Principe Ereditario di Baviera, e nel 19 dello stesso mese si accomiatò dalla sua famiglia Reale in Napoli, e per via di terra si condusse a Firenze. Il nostro dovere di cronista è compiuto; — lasciamo a chi spella, il dovere di storico.

L’Infante di Spagna D. Sebastiano Gabriele, dopo la morte di Ferdinando VII, scorgendo una attuazione lesiva a' diritti dinastici della real Casa Borbone di Spagna, senza rimprovero alla propria coscienza, si allontana da Madrid, e imbarcatosi a Barcellona, giunge a Napoli con la sua consorte Maria Amalia Principessa delle Due Sicilie (5 settembre 1834). Chiamato dai doveri di famiglia, per essersi la Spagna, nella maggioranza, dichiarata per la successione a quel trono nella persona di Don Carlo, fratello dell’estinto Re, parte da Napoli in unione di sua moglie (1 giugno 1835).

La Regina vedova di Sardegna Maria Cristina Borbone ritorna a Napoli; rinviene una tomba ed una culla, cioè la nostra Regina estinta ed il Principe ereditario in fasce!... (1 giugno 1836).

Viaggi all’estero de' Principi delle Due Sicilie.

Il Principe e la Principessa di Salerno ritornano da Vienna a Napoli appena salilo al trono Ferdinando II (16 novembre 1830) e poco dopo ripartono per la medesima residenza (16 gennaio 1831).

La Principessa Maria Amalia, sposata all’infante di Spagna Don Sebastiano, parte da Napoli per le Spagna (vedi cap. L. 25 aprile 1832).

Il Re Ferdinando II parte da Napoli per Genova (vedi cap. LI. 8 novembre 1832) e ritorna in Napoli non guari dopo con la sposa Maria Cristina (vedi cap. idem, il 30 novembre 1832).

Ritorno del Principe e Principessa di Salerno da Vienna a Napoli (28 maggio 1833).

La Principessa delle Due Sicilie, Maria Antonietta, addivenuta Granduchessa di Toscana, parte da Napoli per Firenze, in unione del suo sposo (vedi cap. LIV. 8 giugno 1833).

Lo Regina madre del Re, parte per l’alta Italia (6 marzo 1834). Il Re Ferdinando e la Regina Cristina partono da Napoli per Roma (vedi cap. LV. 20 marzo 1834). Il Principe di Capua, ’ed il Principe e la Principessa di Salerno partono anco per Roma (23 id. id.). Il Re e la Regina ritornano in Napoli, e dopo due giorni ritornano i su menzionati Principi (4 e 6 aprile 1834). La Regina madre si restituisce in Napoli (6 ottobre 1834). La Regina medesima viaggia per Firenze (21 giugno 1835); e ritorna a Napoli dopo quattro mesi (12 ottobre id.).

Il Principe di Capua Carlo Borbone, parte da Napoli per l'Inghilterra (13 gennajo 1836).

Il Re Ferdinando II, parte da Napoli per Roma, Ancona, Modena, Firenze, e pel Lombardo Veneto giunge a Vienna, indi a Parigi (18 maggio 1836). Da Tolone si restituisce a Napoli (1 settembre id.).

Il Principe e la Principessa di Salerno partono da Napoli por Vienna (5 giugno id.).

Richiamando alla memoria del lettore, le prammatiche riportate nel corso della storia, su i matrimonii de' Principi Reali di casa Borbone (vedi capit. XXIX), ora il dovere di storiografo ci chiama a registrare quest'altra, emanata da Ferdinando II, per imperioso motivo di famiglia, che auguriamo al nostro contemporaneo lavoro, di non dovere scendere a trattarne come rubrica, pria di compiere lo storico assunto; bastandoci quel che ne abbiamo scritto in altro libro (16). Sicché il nostro Monarca, ai 12 marzo del 1836, emanò Atto Sovrano, col quale stabilì, che niuno de' membri della Real Famiglia, puote contrarre matrimonio legittimo e capace di produrre effetti civili, senza il beneplacito del Re; né uscire dal Regno, senza il Sovrano permesso.

Un simile Atto Sovrano, riscosse lode, appo tutti i Governi di Europa, non per esser nuovo presso la dinastia delle Due Sicilie, o presso le dinastie tutte di Europa; ma per appalesarsi nel 1836, come un suggello di morale e di giustizia, emanato da Ferdinando II, a tutela delle successioni dinastiche ed a quiete di ogni monarchico governo.

Quadro de' personaggi Reali, morti dal 1830 a tutto l'anno 1836 e che ànno dato interesse di l utto alla Dinastia delle Due Sicilie.

Francesco I, Re del Regno delle Due Sicilie, morto il dì 8 di novembre 1830.

Ferdinando II, pio Monarca, fa prendere il lutto alla Corte ed al Regno, per l’avvenuta morte del Sommo Pontefice Pio VIII, a' 30 novembre 1830.

Dopo pochi mesi dacché Carlo Felice Re di Sardegna area con solenne pompa funerea celebrala la morte di suo cognato Francesco I, Re delle Due Sicilie, se ne muore anch’egli, compianto da' suoi popoli; e perché estinta la dinastia maschile del ramo di Savoja, l’Altezza Serenissima del Principe di Carignano, Carlo Alberto, sale al trono (27 aprile 1831). La nostra Corte prese il lutto per due mesi.

Per la morte del Granduca di Russia Costantino, la Corte à lutto di dodici giorni (19 agosto 1831).

Per l'avvenuta morte di Maria Anna Carolina di Sassonia, Granduchessa di Toscana, si ebbero nelle Due Sicilie quattro settimane di lutto 9 (aprile 1832).

Eguale lutto si ebbe per la morte della Regina di Sardegna Maria Teresa d’Austria, vedova del Re Vittorio Emmanuele, zia del Re Ferdinando II; e che vivendo, sarebbe addivenuta suocera dopo mesi, giacche era la pia e religiosa Sovrana, madre della nostra Regina Maria Cristina (11 aprile 1832).

Ed egual lutto benanche per la morte dell’Arciduchessa d’Austria Carolina Ferdinanda, consorte del Principe correggente di Sassonia, e cugina del Re (24 giugno 1832).

Quattro mesi di lutto si ordinarono per la morte del Re di Spagna Ferdinando VII Borbone, zio e cognato del Re, avvenuta il 29 settembre (15 di ottobre 1833).

Per la morte dell’infanta di Spagna D.(a) Francesca d’Assisi, zia del Re, si prese il lutto per due mesi (26 ottobre 1834).

Il giorno 2 marzo 1835 morì a Vienna l’imperatore d’Austria, Francesco I. Era nato in Firenze il 12 febbrajo 1768, e dichiarato Imperatore il 1.° marzo 1792; il 14 luglio del medesimo anno venne incoronato a Francoforte, e negli 11 agosto del 1804, sciolto l’impero germanico, si proclamò Imperatore d’Austria Re d’Ungheria ecc. ecc. Fu un Sovrano capace di lottare in 42 anni d’imperio, con le più straordinarie e gigantesche vicissitudini de' tempi; ma l’Europa deve alla sua tenacità, l’equilibrio, la pace e l’ordine. Zio del nostro Re, la Corte delle Due Sicilie si ebbe quattro mesi di lutto (10 marzo 1835).

Nella durata di questo lutto di Corte, si ebbe un altro di due mesi, per l’avvenuta morte dell’Arciduca d’Austria Antonio (16 aprile 1835).

Finalmente chiudiamo la cronologia del nostro periodo storico necrologico, dal 1830 al 1836, con la morte di Carlo X Borbone, Re di Francia e di Navarra. Era il mese di novembre del 1836, e Carlo X faceasi le sue lunghissime passeggiate giornaliere ne’ dintorni di Gorizia (Illiria), ove da poco erosi condotto da Praga, Lintz e Clangefurth. Il signor Clermont-Tonnerre, un tempo ministro delta guerra, era giunto da Parigi per visitare l’esule augusto, giusto alla vigilia della festa di San Carlo (4 novembre), e non sapea saziarsi di ammirare la bella vecchiezza del Monarca, ultimo fratello del martire Luigi XVI, in cui scorgea una sanità ben più robusta che nel 1830, quando egli lo avea veduto per l’ultima volta. La malattia fatale si dichiarò il di seguente al suo giorno onomastico, che rapidamente lo estinse. Le ultime sue parole furon degne dei campioni illustri di questa casa di Re, di santi, di capitani e di dotti, che si spazia nella storia della Francia e dell’Europa, alla distanza di secoli, sempre con un aureola di fermezza e di dignità, all’apice del potere o della sventura. L’Arcivescovo di Ermopoli, nell’amministrargli i Sacramenti estremi, pianse nel mirare la cattolica serenità del Re in agonia. Egli disse, con voce senza rimproveri: «Io perdono di buon cuore coloro che sonosi fatti miei nemici; tanto più a quelli che furon soltanto traviati: io ho loro perdonato da gran tempo davanti a Dio. Ai miei eredi apparlerrà la felicità e la gloria di perdonar loro davanti agli uomini. L’Onnipotente protegga la Francia....» e spirò.

Il conte di Saint Aulaire, ministro di Francia a Vienna, spiccò immantinenti a Parigi un addetto di legazione, qual corriere di gabinetto, e prese parte col corpo diplomatico ai funerali ordinati a palazzo dall’imperatore Ferdinando I.

Luigi Filippo, alle Tuilleries, appena intese la morte, sospese i preparativi per andare la sera con la famiglia al teatro. La sua Corte prese il lotto particolarmente e non pubblicamente, o come dicesi di etichetta Sovrana; stantechè la famiglia del Re defunto non avea fatto ufficiale partecipazione alla famiglia d’Orleans. Lo dovea? Si dimandi alla storia.

La Francia, meno i dottrinarii al potere, mostrò in modi diversi il suo lutto. Tutti i Sovrani di Europa ordinarono il bruno, e ’l Re Ferdinando II, per quattro settimane (24 novembre 1836). Egli era nato a' 9 novembre del 1757. A’ 6 di novembre del 1773 sposò Maria Teresa di Savoja, figlia del Re Vittorio Amedeo III. A’ 6 di novembre 1836 mori.

Movimento primario di Corte.

Il principe di Bisignano, Pietro Antonio Sanseverino, carotiere di compagnia di Ferdinando, vien elevato a Maggiordomo Maggiore; ed il principe di Campofranco conserva il titolo ed il soldo della detta carica che esercitava, vivendo Francesco I.

Abolito il ministero di Casa Reale e degli ordini cavallereschi, il medesimo Principe di Bisignano, viene anche elevato a Soprintendente Generale della real Casa (9 settembre 1832).

Il tenente generale Capece Minutolo, duca di S. Valentino, vien chiamalo a capitano delle Guardie del Corpo (12 gennajo 1831). Onorato Gaetani, duca di Miranda a cavallerizzo maggiore (novembre 1830). Duca Nicola de' Sangro a Somigliere dei Corpo (id. id.) il quale sen muore nel 1833.

Il richiamato alle bandiere, tenente generale duca di Roccaromana, Lucio Caracciolo, per la morte del duca di S. Valentino venne scelto alla nobile carica di capitano delle Reali guardie del corpo (settembre 1833). L'illustre guerriero, onorato da si inesauribile clemenza ed obblio del Re, risponde al latore del dispaccio: la mia vita non à più che desiderare. Il regno stupisce per sì classico avvenimento, l’Europa fa plauso a sì sublime fiducia e perdono di Ferdinando II.

Il maresciallo di campo, principe di Camporeale, Domenico Beccadelli di Bologna, già capitano degli aboliti Alabardieri, vien chiamato a Cavallerizzo Maggiore soprannumerario (24 luglio 1833).

Morto il cerimoniere di Corte, com: Nicola Luigi Pignatelli di Cerchiare, vien elevate a questa carica, il maggiordomo di settimana, cav. Alfonso d’Avalos (ora marchese) de' marchesi di Pescara e Vasto (novembre 1833).

Il cappellano maggiore, monsignor Gabriele Maria Gravina, Arcivescovo di Melitene, viene elevato a capo di corte (9 settembre 1834), e da allora ogni cappellano maggiore fa parte de' cinque capi di Corte.

Il Duca d’Ascoli Sebastiano Marulli, vien chiamalo a cavaliere di com pagaia del Re (1831).

Progredendo la nostra cronaca al suo compimento, ecco che registriamo le più eminenti epoche de primi anni della salita ai Trono del magnanimo Sire; cioè — 12 gennajo del 1831-32-33; — 36 maggio del 1831-32-33; —in ultimo, il ritorno da Genova con la sposa Regina Maria Cristina di Savoja. In queste augurose primarie feste civili dello Stato e della Corte, il generoso Principe squarcia i veli politici che frastagliavano negli onori appo il Trono, l'aristocrazia del Reame, e 1 unisce tutta intorno a sé; e con la luce del perdono liga gli animi al suo sovrano splendore. Sicché senza più distinzioni, chiama a gentiluomini di camera ed a maggiordomi di settimana, tutti quei nobili, che per le vicissitudini trascorse, dal 1799, al 1820 più non entravano a Palazzo; e con questi anco eleva a dame di Corte tutte quelle signore, che per colpabilità di famiglie non erano più insignite da molti anni. E non avendo ove più distendere la gloriosa sua clemenza, si circuisce nelle più eminenti cariche del Trono, de' perdonati, e con eguale corredo crea la novella Corte della sposa Regina. Se talune stolte individualità sociali e politiche, del paese e dell’estero, oggi sperano mettere in non cale queste glorie civili; forse la storia può cancellare fasti sì europei? Simili pagine non si lacerano dalla bile caustica delle passioni smodate, e rimangono intatte di luce finché dura il mondo morale.

A questa sì eclatante categoria uniamo quest’ultra che segue, sul movimento decorativo del merito civile e militare.

Movimento dogli insigniti di ordini cavallereschi distinti, si nazionali che stranieri, dal dì 8 novembre 1830 a tutto Fanno 1836.

Iniziamo questa rubrica storica commemorare la solenne funzione a cui si diè luogo nella Reggia il giorno i agosto 1832.

Il conte di Lebzellern, ministro plenipotenziario d’Austria a Napoli, presentò al Re Ferdinando II, la gran decorazione dell’ordine di S. Stefano d’Ungheria, conferitagli dall’imperatore Francesco I, qual sensibilissimo contrassegno di stima e di affezione. Antecedentemente avea ricevuto attestali consimili dal Re di Prussia con le grandi decorazioni degli ordini dell’Aquila Rossa e dell’Aquila Nera, presentategli dal conte di Westinch; e dal Re di Baviera, quelli dell’Oriente e di S. Uberto. Valga il ciò detto come una reminiscenza storica e nient’altro; giacché egli, oltre che fra i cavalieri coronati è il Gran Maestro dei distinti ordini delle Due Sicilie, di S. Gennaro, di S. Ferdinando, di S. Giorgio Costantiniano, di S. Giorgio della Riunione e di Francesco I; è benanche cavaliere di diritto degli ordini insigni di S. Luigi e detto Spirito Santo, come un dì, ogni Delfino di Francia e di Navarra; è cavaliere di famiglia, del Toson d’oro, come Infante di Spagna;è gran cavaliere di Malta, come Re del Regno delle Due Sicilie e di Gerusatemme.

La clemenza è un mare di amore, e questo mare ne’ cuori eminentemente virtuosi non à sponde. Che più potea fare Ferdinando II e noi fece, per cementare i suoi popoli in un affetto solo intorno a se? esaurì tutto. Aprì perciò i tesori dell’emulazione con fregiare il petto d’ogni meritevole personaggio dello Stato delle croci cavalleresche di tutti i distinti suoi Ordini, da quello dì S. Gennaro a quello di Francesco I; guardando non più all’opinione, ma al merito, cercando non più le epoche e le vicissitudini trascorse, ma l’età avventurosa che iniziava il suo avvenimento al trono. E prego il lettore di leggere l’ultimo capitatolo di questo secondo volume, sotto la ditta di: lista per cariche di Corte e decorazioni cavalleresche al merito civile e militare, ed ammirerà nomi sociali preclarissimi e dimenticanze politiche le più straordinarie, dal dì 8 novembre 1830 a tutto l’anno 1836.

Per essere cronista esalto, come siamo scrupoloso storico, non vogliamo dar termine al capitolo, senza registrare sommariamente le feste di corte e di diplomazia, quelle municipali e di provincia, che si successero nel cerchio del tempo da noi trattato, o apprestate dal giovine Re nella Reggia dì Napoli o di quella di Palermo, o coll'intervento del Re e de' Reali Principi nelle sale de' ministri esteri e de' personaggi più eminenti della capitale, o di quelle offerte all’idolatrato Monarca dalle, città di Messina, di Catania, di Bari, di Lecce, di Foggia, di Aquila, di Chieti ecc. ecc.

E come no?un Sovrano, che usa i più eminenti mezzi politici sociali per unire intorno al suo Trono, in prosperevoli modi, le classi tutte de' suoi popoli, ù d’uopo di veder brillare nel lusso e fasto della Corte i felicitati suoi sudditi; come la diplomazia Osterà accreditata appo un Re, che sì bene liga la sua politica influente all'influenza della pace e della prosperità di Europa, fa necessità acclamarlo tra feste che lo mostrino nel suo lustro appo i forestieri, che giornalmente si accalcano a Napoli, ed esprimere presso lui così un voto di fiducia, de' Sovrani e delle nazioni che rappresentano; — come in ultimo, lo città capitali delle province, elevate mercé Ferdinando II, a centro e sviluppo dell’amministrazione dipartimentale, decorate dalle sue visite, si affrettano ogni volta che lo posseggono, a riunirgli d’intorno il più elevato personale di tutte le comunità municipali, e goderlo tra le danze e i concenti di una veglia notturna.

E Ferdinando allo spesso à riunito nello splendore d’una Reggia il fiore dell’aristocrazia e della borghesia, patria e straniera, a veglie rischiarate da torrenti di luce, ed egli il primo, perfetto cavaliere, à inizialo le gioje di mille e mille intervenuti. I ministri di Francia, di Austria, di Sardegna, di Prussia, di Spagna, d’Inghilterra ecc. ecc. facevano a gara per magnifici festini, coll'intervento del Re, primaria gioja del convito; ma il conte di Lebzettern ministro austriaco, il marchese di S. Saturnino ministro sardo e ’l cavaliere Guglielmo Temple ministro inglese, si distinguevano, nei sei anni in parola, e pel numero e per la ricercatezza delle feste di ballo, e de' sontuosi banchetti. Vi concorreva l’aristocrazia siciliana e napoletana ancora, e Napoli vide il lusso mondiale nelle veglie offerte al Re dal barone Carlo Rothschild. In ultimo, le veglie delle province al giungere del Re, erano sì distinte e precise, da sembrare, in gara di città, rubato il lusso a Napoli e trasfuso nelle notturne feste da' capiluoghi dipartimentali; e tanto che la città di Foggia su d’ogni altra elevò un edificio di pianta, onde avere un’accademia di ballo e musica, per ben festeggiare il Re, ogni qualvolta vi andava; e dopo Foggia molte altre città.

Appendice.

Ma giacché nominato abbiamo la erezione a Foggia d’un locale per musica e ballo, aspiriamo a voler consacrare in questo capitolo, come appendice, le due splendidissime accademie, surte in gara della città di Napoli con Ferdinando II, e di Ferdinando II con la città, di Napoli; cioè, la Filarmonica e l'Accademia Reale, di musica e ballo. E parafrasando il pensiero di Dante, ch'è caro ricordarsi i bei giorni felici’, in giorni di noja, di paradossi e di indifferentismo civile, nella patria nostra, per Ferdinando II, slanciala su d’un progresso altamente italiano; dettiamo ai pigmei del giorno un rimprovero sociale, onde scuoterli dalle nuvolosità effimere che ottenebrano l’intelletto e 1 cuore, e rendon muti i dolci e naturali effetti di questo cielo di smallo ceruleo che ci covre, cioè, il brio, la socievolezza, la fiducia (palladio primo d’ogni politica civilizzazione) e con queste doti del cuore, lo sviluppo dello scibile, su i fiorili ed ubertosi solchi della terra patria; le scienze, le lettere, le arti belle.

E noi elevando queste due patrie istituzioni della capitale del Regno, al decoro di ottenere pagine storiche; quasi posteri studiosi d’un lustro che è contemporaneo all’età giovane che abbiamo, non aspiriamo ad altro lavoro, che riprodurre per istimolo nobile a giovani annojati che ci vengono appresso, esaminatori critici su tutto e di ognuno, senza posseder il diritto di esserli; riprodurre in prima il programma costitutivo della Filarmonica, onde mettere in parallelo i costumi culti delle società civili di Napoli, non sono che anni, con quei di oggi, che corrono al massimo teatro per fischiare, e studiano la musica ed il dramma all’eco de' sibili, delle risa e degli sbadigli; effetti poco suscettibili di esame critico, e che gelano le sorgive affettuose d’un popolo, nato per l’armonia e per istudiarla.

«Questa nostra meridionale Italia, più giustamente di ogni altra regione, merita di essere denominata la patria del canto. Qui l’albergo delle Sirene; qui Pitagora e la sua scuola; qui musiche gare. Nel teatro di Napoli veniva un signor del mondo a fare pubblico esperimento della sua voce, e a meritarsi il premio de' solenni cantori. Il sacro culto, e quando delirava col gentilesimo e quando divenne cristiano, mai non fu in questi luoghi scompagnato dalle armoniche note. Risorsero le arti, e quella della musica in Napoli pose il suo trono; in Napoli consacrate le furono quelle quattro scuole maravigliose, e dove ella stessa per così dire iniziava ne’ suoi secreti gli Scarlatti, i Porpora, i Leo, i Pergolesi, i Durante, i Jommelli, e Sacchini e Piccioni e Guglielmi, e ’I gran Cimarosa, ed il maestro di lui Fenaroli, e l’autore della Nino; in Napoli infine, alla voce del magnanimo Carlo III, sorgeva a lei nel teatro massimo, il suo più splendido tempio.

«Eppure in questa tutta musicale città, ove il popolo canta sì care metodie o novelle di continuo ne inventa, né altrimenti danza che le sue canzoni a ballo accoppiando coi suono de' cembali; ove l’orecchio dell’universale è sì fino giudice e sì difficile; ove come il pane ed il circo pei Romani, il pane ed il teatro sembrano i soli generali bisogni; mancano al tutto di quelle adunanze tanto altrove frequenti e sì note, sotto il titolo di accademie filarmoniche. Ma invero, appo noi, ne tenevano luogo ne lieti anni pacifici della rinnovala Monarchia delle Sicilie, quei nostri conservatorii; e quali più eccellenti accademie di musica in Europa, che gli Orfanelli ai Gerolamini, S. Maria di Loreto, S. Onofrio e la Pietà de' Turchini? quali migliori concerti che quelli de' loro alunni a vicenda emulantisi e gareggianti? Volsero di poi e guerre e politiche tempeste, e sovversioni; lo spirito di parte annuvolò questo beato cielo, e quel funesto soffio non fu al tutto dissipato, che dall’aurora del Regno di Ferdinando II. In questa novella era di concordia e di riposato vivere, potea solamente ne’ pelli de' napoletani ridestarsi la voglia delle musiche riunioni, ed ormai solo da essi dipende il soddisfarla. Al che non valgono a supplire né il Regio Conservatorio di Musica da altre discipline regolato, né i Reali Teatri, né le private accademie. Il pubblico ne profitta senza dubbio; ma vieppiù ne è anzi incitalo ad ottenere per se uno di quei grandi stabilimenti di sua creazione, ove siagli dato coltivare in comune e godersi nel miglior modo quella bellissima arte, a somiglianza di quanto praticano in Roma, in Torino, in Bologna e in tante altre città d’Italia, per lacere di Vienna, di Pietroburgo e d’altre grandi metropoli. E poiché i motivi che potevano farvi contrasto sono per buona ventura cessati, confortiamoci nel pensiero che saremo in grado alla fine di conseguirlo, sol che veramente il vogliamo.

«Il disegno d’una Società Filarmonica Napoletana è già formato, la pubblica opinione vi applaude; le autorità Io consentono; l’EccelIentissimo Ministro Segretario di Stato per gli affari interni si adopera con ogni studio a favorirla; infine il Re nostro Signore, appena informatone, si degnò approvarne con real Rescritto de' 20 del corrente giugno (1834) gli statuti. Ma perché possano i cittadini concorrere dalla lor parte, a mandare ad effetto tal disegno, è d’uopo esporre loro le norme secondo le quali vanno condotte.

«Gli ordinatori della novella società, allargandone i limiti, intesero che non solo fosse istituita a promuovere Ira noi i progressi della buona musica, ma che accogliesse ancora le arti sorelle, ed apprestasse grato ed onorevole trattenimento a più ordini di gentili persone. Possono perciò parteciparne tutte quelle che sono ragguardevoli per nascita, per pubblici ufficii, per militare. grado, per professione di scienze lettere e belle arti, per esercizio di grandi industrie, per decorosa fortuna. De’ socii, altri sono ordinarli, altri onorarti; questi nel numero al più di quaranta eletti, fra i chiari letterali ed artisti napoletani e stranieri, cui la società voglia dare pubblica testimonianza d’onore; quelli di numero indeterminato, ammessi dopo richiesta loro a' voli segreti da una deputazione nominata dall’adunanza generale de' socii, che una volta l’anno si unisce a trattar le faccende di maggior rilievo e di comune interesse. Per questa prima deputazione, cui non poteva applicarsi tal forma di elezione, S. M. il Re si è degnala approvare che fosse composta nel modo seguente: il signor Maresciallo di Campo Conte Gaetani Ajutante Generale della Maestà Sua, presidente; i signori Duca di Melito, Duca di Torà, Duca di Bagnoli, Marchese Branda, Cav: Francesco Branda, Raffaele Liberatore, Francesco Falconetti, deputati, Carlo Colombo deputato e segretario.

«Esercitazioni di musica vocale ed istrumentale, rappresentazioni di drammi musicali, di tragedie e commedie in teatro stabile, quattro o sei balli al carnevale; due feste in occasione de' giorni onomastici de' nostri Sovrani; ecco i divertimenti che offre la Società Filarmonica a coloro che ne faranno parte. Le sue sale saranno ancora aperte ai poeti estemporanei ed a' pittori, scultori ed altri artisti che volessero esporvi le nuove opere loro. In somma la sua casa debb’essere come un asilo di tutte le arti belle, ma principalmente dell'arte musicale.

«Per gli esercisti della quale vi avranno dieci maestri direttori della musica, stipendiali dalla Società, che alterneranno tra essi le loro incombenze; vi avrà un direttore dell’orchestra, oltre a due ispettori e quattro censori scelti fra i socii: a' quali censori sarà commesso per turno il disporre e far mettere ad esecuzione nella miglior guisa quanto possa concernere agli esercizii, concerti e rappresentazioni musicali per mezzo di dilettanti che appartengono alla società, e di artisti da lei invitali a cooperarvi.

Ommettiamo lo module di pagamento per associazione ecc. ecc. ecc.

«Compiuto il numero de' primi dugento promotori, la deputazione si farà un dovere di rassegnarne la lista alla Maestà del Monarca, siccome quegli che con lieta fronte accolse la proposta della nuova Socie-. là, le cui Filarmoniche adunanze promise onorare pure talvolta della sua Augusta presenza. Ma un nobile guiderdone darà ai primi socii, e principalmente a' mentovali promotori, la stessa onorata opera cui daran mano; perciocché al loro amore per le arti belle, al loro zelo per l'incremento della gentilezza e civiltà napoletana, andrà massimamente dovuta l’istituzione di cui è parola. Della quale nessuno oserà negare che gran bene verrà alla nostra Napoli, a cui Tesserne oggi priva, dà una certa macchia, onde par che abbia a scomparire al paragone con le altre italiane metropoli, per avventura in ogni altro pregio ad essa inferiori. E perciò è da sperare, che tra le tante bennate e collo e cortesi persone, di cui ella si onora, almeno quel piccol numero se ne riunisca, del quale è bisogno, per incominciare l’impresa».

Il programma venne coverto di firme. L’entusiasmo elettrizzò le più colte e comode classi della città. Le più ampie sale del colossale palazzo del principe della Rocca si addobbarono con lusso e ricercatezza. Il Re frequentò sempre le feste con la Regina Cristina, e con la Regina madre. I Principi e le Principesse Reali spesse fiate allietarono le riunioni.

I più distinti personaggi esteri ed estere dame si onorarono, nel soggiornare a Napoli, di accorrervi ed anco di appartenervi. Le armonie e le lettere sfolgorarono di emulazione fra innumeri dilettanti. La matita, il pennello e lo scalpello offrirono i loro tributi, come al merito di un alto congresso di gusto e di civiltà; — e così Ferdinando II, seppe ognora con affettuosi e nobili sociali vincoli, slanciare ognor più sul pacifico progresso della pace europea questi popoli suoi, da lustri, scissi, dolenti, divisi, ostili, per tutte quelle politiche fantasmagorie, che lo stranièro spesso sparge appo noi e negli altri Stati d'Italia, per annuvolare quello splendore di cui son gelosi, e per rubarci quei doni che Dio ottimo massimo fra noi creò a miniera. Spesso seduce ancora — ali! e i sedotti non mediteranno mai la storia della perfidia straniera? gli anni volano, i secoli si precipitano l'un sull'altro nella voragine inconfinabile del tempo; e le Due Sicilie, sì nobili, espansive, talentose ed onorate, conserveranno ancora de' sedotti? Un solo che cede, lo appelli la storia, Caino o Giuda.

Ma non basta questa civile reminiscenza patria. Questa non è che una virtuosa gara tra la città di Napoli ed il suo Re. Da giugno 1834 avanziamo a gennaio 1835, e consacriamo alla storia la seconda promessa ricordanza, cioè, la virtuosa gara tra il Re e la sua città capitale. La Filarmonica è già ne’ suoi lieti divertimenti.

STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 24 NAPOLI 1855

S. E. IL TENENTE GENERALE MARCHESE VITO NUNZIANTE

S. E. IL TENENTE GENERALE

MARCHESE VITO NUNZIANTE

Il dì 24 gennajo 1835 aprì le sue tornate di gioja e d’incanto, presente il Re e la sua famiglia, presente il corpo diplomatico ed il ministero, presente l’aristocrazia e la borghesia del paese in gara di giovialità e di gentilezza, mentre le ultime note musicali di Nicola Zingarelli (come un addio estremo dell’armonia antica, alla moderna musica napoletana), si sposano su parole inneggiate dalla bella vena di Pier Angelo Fiorentino, in grato omaggio a Ferdinando II, autore della Filarmonica.

Ma ciò non basta alla inesauribile virtù del giovine Re, nel voler tutta ringiovanire la società de' suoi popoli. Ed ecco che eleva un'altra splendida istituzione, della Accademia Reale di Musica e Ballo.

Simile Accademia creala da Ferdinando, non è che un’altra più elevata radunanza di persone, un crocchio brillante, onorato dalla presenza del Sovrano e de' suoi augusti congiunti, aggiungendo così un incanto indefinibile ai piaceri di privata società. Quivi senza ostentazione e senza impaccio, senza pretensione o etichetta, senza contegno, ma senza soverchia famigliarità, senza ledere alcuna convenienza, ma al tempo stesso senza consultare il codice severo delle Corti, senza essere preceduto da ambizione o da speranza, né seguito da timore, ciascuno deve unirsi per amare ciò che la istituzione prescrive di amare.

Fu questo al certo il miglior mezzo per unire insieme sentimenti che le diverse attitudini sociali generano talora oppostamente a quanto vorrehbesi o a quanto dovrebbesi, non vedendo le cose che da vicino, non estimandole pel giusto loro valore; e non essendo dappresso, né a fronte per conoscere e giudicare.

Non istimi il lettore questo nostro dire, un esordio, parlando dell’Accademia Beale, che merita essere riconosciuta dalla storia civile delle Sicilie, perché è unica ancora nel suo genere ed utilissima nello scopo, a cui volle il Re che mirasse, sol perché non abbiamo comincialo a favellarvi della sua istituzione organica, del luogo ove si stimò di riunirla. Noi feci, non per seguire la scuola dell’età attuale, che vuol comprendere, indovinare e giudicare precipitosamente d’ogni faccenda, esclamando che ogni cosa c'incalza(!) senza pigliar lena, ma piuttosto per ismarrimento d’idee, innanzi all'onore d una si prestigiosa istituzione sovrana e nazionale.

Erasi stimato fino al cadere del 1834, che il recinto del teatro San Carlo fosse esclusivamente il tempio delle Muse. Che la sua rinomanza si dovesse al suo vasto edificio, alle sue volte dorate, all’incanto delle sue decorazioni, a tutti quei primarii artisti che recavansi un tempo a cogliere la prima palma musicale di Europa, sulle scene del primo teatro del mondo (S. Carlo), erede di quell’antica rinomanza de' Circoli di Partenope. Che à conferito fino a pochi anni or sono, i diplomi delle grandi riputazioni teatrali, diplomi di gran momento pe’ virtuosi, giacche essi soli forzavano il giudizio di tutti i paesi, a rimettersi a questo supremo areopago del vero genio musicale; S. Carlo, diciamo, forma parte del palazzo de' nostri Re. É un teatro Reale, e non lungi dalle sue volle reali, in cui tante fiate risuonarono le armoniche voci di Semiramide, di Tito, di Trajano, di Elisabetta e di Norma, udivansi pure gli accenti degli Augusti Prìncipi che conquistarono questo Regno e lo ebbero in retaggio dinastico. Ammiravasi perciò da una banda il vero diadema, il vero scettro in mano di quei Re, che aveano emancipato le due Sicilie; di quei Re dal cui labbro uscivano civiltà, indipendenza, nazionalità. Vedevasi dall’altro lato il Trono eretto sulla scena; basato sopra assi mobili, sostenuti dalla finzione e dalla menzogna, un Trono di poche ore, che rovesciavasi al cadere del sipario e allo sparir delle Muse. Là rispettarsi la porpora di Carlo III, Re illustre e fra' primi del secolo XVIII, dopo Luigi XIV suo avolo; quà miravasi l'ermellino disseminalo di false gioje per adornare i monarchi della favola e di un’ora, e proteggere una bella illusione con 1incantesimo dei suoni ed il prestigio della scena e la voluttà della danza. Quindi in un medesimo recinto vedevasi la Maestà Reale con la sua magnificenza, al pari che lo splendore del potere fittizio e ’l prestigio delle finzioni.

Pure la storia rimembra un periodo di violenza fortunata, allorquando il continente del Reame invaso da prestigi stranieri e da stranieri esercito e governo, vide scelte a stabiliti giuochi di azzardo quelle lunghe e vaste gallerie superiori al teatro.... la scena massima del mondo e la Reggia in mezzo ad un ridotto!E in quelle sale colme dell’eco di angoscie, di sospiri e disperazioni, allorquando la fortuna d’un uomo, le sostanze d'un padre, il patrimonio di famiglia, venivano furati dal capriccio della carta; purificandole di morale e civiltà, accolse Ferdinando II ed istallò la sua Reale Accademia — fastoso sociale riscatto!Volle il Re che nel suo stesso palazzo convenisse il fiore de' suoi popoli, nobili, decorati, in carica, o che un merito naturale li distinguesse nella moltitudine per genio e talenti; e volle che fosse anche lecito agli stranieri godere de' piaceri di sì scelta adunanza, per giudicare e valutare il lustro progressivo della società napoletana, onde quegli stenografi europei, colle loro mille bocche affaccendate in tutti i saloni del bel mondo, recassero in giro universale le impressioni raccolte in mezzo alla patria civiltà; e poter esclamare: ciò non arriva a' quel che vedemmo nella Reale Accademia di Napoli.

Forse chi mi legge stona azzardoso e superbo il mio racconto. Perché tanto prestigio? vi à forse più sfoggio, più fasto, più lusso, più adornamento in quest'accademia, che nelle grandi riunioni degli altri paesi? forse vi à più ricercatezza, più gente riunita che a Londra a Parigi a Vienna a Pietroburgo? No, non è su questo il primato della Reale Accademia, bensì che in Napoli, tra S. Carlo e la Reggia, e nella Reggia e in S. Carlo, il Re con la sua augusta famiglia à elevato un luogo, ove viene a mischiarsi in mezzo alle classi della società, e a diletto ed istruzione comune, amabilmente presiede sull’adunanza, mentre i convenuti, osi a recare omaggi alla persona medesima appo il propinquo splendore del Trono, invece tra piaceri e sollazzi lo circondano come in famiglia, e spesso lo veggono compagno alla danza, al gioco, alla conversazione, al divertimento musicale.

Si confronti ora e si cerchi per tutta Europa una eguale istituzione grandiosa e proficua. Altrove troveranno costantemente i Monarchi o seduti su fulgidi sogli, o assistere essi medesimi a grandi festeggiamenti, dare anch'essi magnifici spettacoli, riunire sotto il loro letto maestoso, adorno di allori, ornalo di fregi d’oro e di monumenti di avi, il fiore de' loro sudditi, nella magnificenza de' foro abili, nel recinto di quegli incantati palazzi, dove le arti di tutti i secoli gareggiano tra loro come a straricca esposizione; là dove tutto è rimembranza, tutta è storia, tutto commozione, si ammira ripeto, il lusso delle Corti sfoggiami la pompa di un convito. Ma vedere il Re assistere ad un’adunanza ove affollano il gentiluomo ed il magistrato, il letterato ed il banchiere, l’uomo grave ed il giovinetto, la dama e la borghese, virtuose insieme all'eminenza del suono del canto e della danza; e tutti quei viaggiatori infine che recansi quotidianamente a portare il tributo di ammirazione e di entusiasmo nella città delle mille bellezze, de' mille incallì, delle mille curiosità; vedere quegli Augusti personaggi partecipare alte gioje di privata riunione con bontà che seduce ed incanta; ciò, dà all'Accademia Reale una impronta tutta eccezionale, che merita le pagine della storia.

Ora se uno straniero nel primo anno dell’accademia, vi fosse stato invitato, entrando in quelle sale, avesse voluto da se stesso indovinare il rango delle dame che si offrivano a' suoi sguardi e non fidarsi alla prima impressione, anteponeva l’aspettar che potesse paragonare ond’esser sicuro di non ingannarsi nel giudizio suo; questo straniero, interrogalo, vi avrebbe risposto senza esitare: ecco la Regina. Ecco come brilla, sol perché non ama brillare; eccola cinta di prestigio in un luogo, ove n’è giunta spogliata, ma è la modestia e la soavità cristiana che la irradia e la rende incantevole in ogni luogo, ed è eguale a se stessa, o quivi o sul trono o alla chiesa. Ella giudicata Regina della festa, regina delle grazie, già quasi con un presagio, ogni convitato ravvicinava le parlava, attraverso un rispetto che avea del culto, noo perché era nata Regina de' cuori, pria che Regina salisse sul soglio delle Due Sicilie; ma perché vaticinava con un’influenza arcana che soffiava in petto altrui, non esser che di breve dimora fra noi, oggetto che non tocca la terra che di passaggio, per esser prossima la sua partenza in Cielo, ov’era il Regno di possesso per si rara donna.

Ecco in mezzo al ballo le sorelle del Re in unione delle loro compagne di quadriglie, come cercano di celarsi invece di presentarsi col contegno del loro grado in mezzo a quel gruppo di persone che volteggiano valsando, te une coll’immobilità alemanna, te altre colla pieghevolezza francese, e molte con te grazie italiane, miste al brio napoletano. Ecco là seduta Isabella la Regina madre, qual centro e nido di affabilità e di affettuosità del convenio, ella che noi chiamiamo per storica antonomasia, la signora del cuore. Ecco il Principe di Salerno, ultimo erede de' Borboni del secolo scorso, altro centro di virtù senza rivali, plautine, incoraggiare, ed infondere ne’ suoi vicini, l’ilarità, con la voce e con la fisonomia.

Or in fine, mettiamo lo straniero esaminatore critico, a rinvenire fra centinaja di cavalieri, il Re Ferdinando il, l’autore della festa. Al certo l’avrebbe scorto in un giovine alto della persona e attivo in ogni movenza, or passeggiare te sale con sostenutezza militari, ora piegarsi al servizio delle dame con l'arrendevolezza d’un preciso cavaliere, mai voler comparire da Re, meno per la dignità che sì bene sa usare e Bel pubblico e nel privato, al cospetto di amici e di nemici; ma quella dignità insomma che chiama a sée non allontana o rattiene la persona distanza. E mentre vuol essere un privato tra privati, la sacra qualità che lo fregia, la smaltisce altrui come un entusiasmo e nulla più, o che prende piacere ai piaceri alle danze altrui, o che danza con le signore in giro e con invito di etichetta, o ritiralo in un angolo della sala si trattiene in severe discussioni di lettere, di arti belle, di scienze, di finanze, di governo (giacché quest’accademia spesso costituiva un portavoce officioso tra i sudditi ed il Re); o l’avrebbe trovato a fianco d’un diplomatico in discussioni altissime, o d’una madre di famiglia, interessandosi degli usi e dell’andamento d’una casa, o sotto al braccio d’un luogotenente della guardia reale, o sotto quello d’un giovine artista, d’uno scrittore, o in ultimo d’un novizio del gran mondo.

Abbiamo detto più innanzi, che l’Accademia Beale era una istituzione utile nel suo scopo, e lo prova al certo il fin qui detto. Gli uomini, (é chi lo ignora?) conservano l’abitudine delle affezioni. Essi prendono ad amare gli esseri che veggono spesse, gl’individui i quali in certi momenti con alti pieni di nobile delicatezza, bramano di far sparire quella distanza che la società à giustamente messa fra chi comanda e chi ubbidisce. Ognun comprende che si formano simpatie, secondo lo idee che ciascuno carezza, quando non è forzato dì fare ragionamenti astratti; e che questa idee nascono dai rapporti che stabiliscono con le persone le quali ànno in loro mani gran parte alla felicità della nostra sociale esistenza. Certe prevenzioni si elevano, perché non abbiamo il destro di comunicar con quelli che possonsi temere o amare; ognuno allora se li rappresenta secondo il giudizio degli altri, o secondo quello crealo nella propria immaginazione, fidando in un calcolo che può essere erroneo. Or qual mezzo più glorioso pe' Principi di preservare i loro sudditi dal pericolo di nutrirsi d’idee false, che quello di mostrarsi a scoperto nelle circostanze in cui possono gustare le delizie della vita privata, per riposarsi dalle occupazioni e dai doveri del loro grado? Ecco, a tanti altri speciosi mezzi stabiliti da Ferdinando, per esser sempre in meteo a' popoli, quello della istallazione dell’Accademia; cosi evitando gli estremi, collegando quel che può addirsi all’interesse delle cose e alla dignità dell’individuo, preservandosi dai duo grandi scogli del secolo attuale, uno di negare ogni cosa, l’altro di concedere soverchiamente; perché, evitando, ripeto, di porsi o troppo su in cima a ripidi sassi, o troppo giù in mezzo al fango, si perviene a convertire il dovere in amore, l’ubbidienza io cullo, la fedeltà in opinione inviolabile. Chi più atto al mondo di Ferdinando II nel farsi amare? me ne appello ai traviali, a quei che diconsi nemici, ma non sono che dei sedotti.

Nemici non à il nostro Re. Sia il più sinistro, il più mal prevenuto—ebbene? presentatelo al suo cospetto, e dopo chiedete a costui che sen le per Ferdinando II. E se non sembrasse una certa vanità, fare appello allo spesso ad altri nostri lavori, azzarderei invitare ogni lettore della storia, a procurarsi il nostro libro che à titolo Lettere Retrospettive ecc. ecc. (17), onde meglio rinvenire una spiega al nostro dire; tanto più che in Italia come in Francia ed a Londra, il nostro citato libro é stato letto più dai nemici di opinioni che da amici; e mercé Dio e la verità che ci accredita appo lo straniero, in ogni lavoro, dettato per irradiare talune prevenzioni, le lettere retrospettive contano molte edizioni, e mena controversia oppugnatrice.

Torniamo all'accademia, giacché questa utile appendice potrebbe addivenir più lunga del capitolo che la sostiene.

L’Accademia ebbe un presidente tra i gentiluomini di camera con esercizio, per legge, e ’l primo fu il duca di Serracapriola. I primi deputati furono, principe di Ottajano, cav: Riccardo Acton, principe di Leporano figlio, principe Diego Pignatelli, duca di Campomele e com: Antonio Spinelli.

Sarebbe stato vano il rintracciare un luogo più alto per le riunioni, delle belle sale del corpo avveniate del teatro S. Carlo, il quale ben si annunzia anco allo esterno, per grandioso intercolunnio che orna ad un tempo e caratterizza l’edificio medesimo. La intera distribuzione delle parli è semplice, quanto confacente alle rispettive destinazioni. Una vasta galleria dedicala al ballo ed alla musica sta in mezzo a due ordini di camere che la fiancheggiano; cosicché vicendevolmente si avvicinano con le loro comunicazioni, formando un variato giro intorno all’enunciata galleria, come a centro comune. Questa, di figura approssimando al quadrato, è nobilitata da quattro grandi ben ornale colonne, le quali servono a sostenere l’ampia soffitta, come a dare alla sala una foggia che la distingue. Gli ornamenti, altrettanto ricchi quanto eleganti, le danno altresì un’apparenza sempre nuova e gradevole, perché smaltati di lucida e bianca scagliola, e arricchita al basso da un ordine continuato di specchi, i quali ripetendo e moltiplicando tutti gli oggetti e la brillante illuminazione di 500 ceri disposti in nove eleganti lampadari di cristallo, raddoppiano la vastità del locale, nonché il brio delle feste: ed al di sopra, un fregio di scherzevoli amorini in basso rilievo, ed il tutto arricchito da semplici e graziosi intagli dorati, assicurano che siffatto genere di decorazione non andrà soggetto alla volubilità della moda.

Ferdinando tolte poi. aggiungere munificentemente al descritto loca le, addobbi preziosi, sì in belle tavole di ricchi marmi, sì in vaghi tappeti, come in bellissimi quadri. Ma ciò che sorpassò ogni pregio e renderà per sempre memoria del giovine Sire, auspice di sì illustre stabilimento, si è, il vedere che non solo i mobili sono di manifatture napoletane, ma i quadri eziandio, sono opere de' nostri artisti contemporanei; sicché possiamo tuttodì ben a-ragione essere ambiziosi di una gloria tutta nazionale, quando nel recinto di sì magnifico ritrovo, circondalo ognuno si vede da oggetti che sì strettamente l’appartengono. Quest'ambizione poi a buon diritto di giustizia si trasmuta in eco di patria riconoscenza, al pensiero che lo splendore che rende eloquenti i prodotti della napoletana industria, non è se non la luce civile che irradia il Re nostro, da cui ogni nazionale progresso à vita e cammino.

E per dir tutto, la storia ricordar deve il nome di Nicolini, architetto Reale e professore del Reale Istituto di Belle Arti, che diresse ed inventò le decorazioni.

Vera festa napoletana, perché danziamo sopra un vulcano, vaticinava il dotto Salvandy nel maggio del 1830 a Parigi, presente Francesco ed Isabella di Napoli, alla festa del Palais-Royal di casa d’Orleans (leggi cap. XXII). Ma intorno a Ferdinando il, i convenuti alla Reale Accademia in S. Carlo, poteano ripetere il motto nel dì inaugurale, «vera festa napoletana, danziamo appo un vulcano», ma senza temere altre eruzioni, che quelle della gioja, del gusto, della concordia, della gratitudine..

Pe’ riottosi di oggi, se un tanto Re e una sì cara patria ne possiedono ancora, esclamerò a' quattro venti della pubblica morale nelle Due Sicilie; voi, o illustri, che vi fole chiamare i pressanti dell'era, perché pressayi dalla sapienza della Grande Idea, nulla di bene taceste alla patria, nulla di utile saprete farle — ite sulla terra degli ignavi e degli ambiziosi a coltivar paradossi politici-sociali, e lasciate in pace nove milioni d’individui, che dall'alba felice e monumentale del Regno di Ferdinando II, per Ferdinando II e con Ferdinando II, seppero splendere agli sguardi del mondo intellettivo, di morale cattolica e di cattolica civiltà.


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CAPITOLO LVIII

Sguardo retrospettivo sull'Italia politica, e grandi verità sociali che l’appartengono; come per guida alla storia contemporanea delle Due Sicilie. — Nascita infausta della setta, chiamata la Giovine Italia. Sua Origine nell'infanzia, suo alimento per rendersi adulta. — Primo pellegrinaggio della medesima in Modena, in Romagna, in Toscana, in Genova ed in Savoja — indi da Napoli a Palermo — le Due Sicilie. — Ferdinando II, innanzi alla storia, tra la religione e la civiltà.

E per dar termine al quinto libro della Storia Civile e Militare del Regno delle Due Sicilie, sotto il Governo di Ferdinando II, sentiamo il dovere di sogguardare con rapido cenno politico-sociale l’Italia, promettendo com'è nostro uso, registrare al termine del secondo volume un quadro generale del movimenti all’Europa, lungo lo spazio che si chiude nella vitade' governi e de' popoli dal 1831 al 1836; proseguendo cosi la rubrica iniziata da noi al termine del volume, primo della storia patria.

E per illustrare con maggiore utilità del lettore questo capitolo, non facciamo che racchiudere in esso de' brevi ragionamenti, su quelle tali lusinghe disastrose che spesso seducono la gioventù, con danno della religione cattolica, con ingratitudine alla gloriosa Monarchia dinastica che ci governa, e che rende illustre e decorosa avanti l'Europa questa regione che abitiamo, e con isperpero in ultimo della patria civiltà. Noi intanto non curiamo di manomettere un nostro interessante lavoro che va a pubblicarsi per le stampe, onde con taluni squarci che dal medesimo togliamo, impinguare lo studio storico contemporaneo del Regno delle Due Sicilie.

Le verità che esponiamo, sono conseguenze dalle quali non rifugge chi à senno. E chi le scrive, se è nolo nel Regno, nell’Italia, nell’Europa, di sostenere una bandiera sulla quale rifulge il molto Iddio ed il Re; pure à la coscienza di non avere mai volto il dorso alla verità, di non aver mai lusingate le passioni, e perciò ogni libro che detta lo affida (con diritto) nelle numi de' suoi amici non solo, ma de suoi ne miei benanche; senza timore e senza rimprovero. Le conseguenze elio otterremo dalle esposte verità riverberano di civil gloria al Re Ferdinando II, pel decoro e per la dignità politica in cui elevò il Reame delle Due Sicilie, scansandolo da ogni tempesta che rugge in Italia, mossa dallo spirito di disordine, come il leone, quaerens quem devoret.

L’Europa riposava per istanchezza, seguite alle lolle erculee del primo impero Francese. I governi e i popoli, le famiglie e gl'individui, tutti aspiravano alla pace e alla quiete; e l’Italia su d’ogni altra regione, per gl’intermittenti disturbi sofferti dalla carboneria, apparsa, come una infermità sociale, su d’un corpo politico in convalescenza.

La gentile Toscana (dopo i trattati del 1815) erasi costituita sotto il suo elemento civile all’ombra della dinastia di Lorena, già resa connaturale a' costumi ed alle tendenze sue. Il Piemonte si era ingrandito, senza sperarlo, della Liguria e di talune terre Nizzarde, oltre la Savoja antico feudo de' suoi duchi, già legittimati Re di Sardegna in Europa, fin dallo scorso secolo; il Piemonte, dicea, dopo il Reame delle Due Sicilie, e dopo rimpinguato Regno Lombardo, mercé la unione del Veneto, appariva per estensione territoriale e per statistica di popolo, terzo Stato nella penisola, con la distintiva di guardiano d’Italia (finché i francesi non giungano a Susa o gli austriaci non gittano ponti sul Ticino). Milano, che non altra era stata se non un simulacro delle attualità napoleonidi o come presidenza della repubblica alpina, o come capitale del Regno della Corona di Ferro; sol perché ai francesi facea uopo lusingarla, onde possedere un campo trincerato tra il Ticino e l’Isonzo, e un quartier generale per sovvenire nelle incidenze di guerra, Mantova e Verona; due teste pensanti per la strategia esatta del 1.° Napoleone. Sicché non fece che cambiar padrone, e da austriaca addivenne francese, con sperpero (al paragone) delle sue finanze, de' suoi uomini, e del suo areopago secolare, per scienze lettere e belle arti. Venezia e Genova, ingojare moralmente nella loro antica supremazia, dalla creazione in Europa delle potenze colossali con eserciti permanenti, dopo d’aver visto le proprie flotte consumarsi come due roghi espiativi nelle battaglie navali di Abouckir e di Trafalgar; esposte entrambi agli amori brittanici, addivennero l’una ducato sardo, l’altra metà di regno dell'impero austriaco m Italia; e se Genova perdè poco (come dicesi) in interessi nazionali, Venezia guadagnò molto in interessi materiali, perché elevata ad emporio marittimo d’un vasto impero. Parma dovette attendere la sua dinastia Borbonica, dopo la morte dell’ex Imperatrice de' francesi, Luisa, costituite Sovrana usufruttuaria di questo ducato. Modena riebbe la sua casa Estense maritata in Augsburgo. La repubblica in miniatura di Lucca, venne fatta ducato temporaneo ai Borboni di Parma, per indi fondersi alla Toscana. Roma, città del mondo e non della Romagna, riebbe il patrimonio di S. Pietro, meno qualche convenzione militare, e la perdita di Avignone, che il pubblicista Capefigue chiama la vecchia Cibele dalle sue torri, o un Oasi in mezzo a provincia francese. E in ultimo il Regno delle Due Sicilie, forse lo Stato più percosso dalle vicissitudini europee ed italiane che si ligano dalle rivoluzioni del 1799 a quella del 1820; si elevò avventuroso per la salita al Trono del Re Ferdinando II, che fra le meraviglie di tutti i popoli, seppe ricostruire la società del suo Reame, mercé l'obblio e la clemenza, mercé la pace e la fermezza, mercé la giustizia e la civiltà, e mercé il decoro cattolico, elevato a bandiera del patrio progresso.

Le scienze rifiorivano, le lettere si equilibravano novellamente al valore antico dell’ilala terra, le belle arti si andavano riscattando appena, dopo anni ed anni di frastuoni di guerre e di tumulti, e parea in Italia, mercé i naturali suoi elementi di vita, la pace, già risorta l’alba d’un secolo d’oro.

Ma la Francia, scintilla di bene e di male nel mondo civile dell’Europa, si mosse, o per meglio esprimermi, venne mossa da un esercito microscopico di accademici, mercé le schiere di fogli volanti, impressi su piombi tipografici (cioè con te diffusiva eruzione della quotidiana stampa giornalista): come abbiamo scritto nel nostro libro delle Ombre Politiche Sociali, ottenendo plausi oggi in Parigi, forse da taluni dotti che in allora figurarono complici del movimento fatale delle barricate di luglio 1830.

Ora una rivoluzione a Parigi non è solamente una disgrazia locale, ma è una sventura europea; giacche i popoli tutti, dalla lingua allo stomaco e dai capelli alle scarpe, si sono costituiti servi umilissimi delle novità di quel paese. E siccome con la favella e co' costumi, s’ingenerano le idee, l’elettricità politica-sociale di quel gran popolo, facilmente. scende dalle Alpi in Italia, e valicando il Reno invade la Germania e sue adiacenze. Gli Stati Italiani, aggregali di popoli vivaci ed espansivi, a una novità di Parigi si scuotono e si allarmano; e non mancando fra questi, degli ambiziosi e degli scaltri, come dei seduttori e de' sedotti, con poco onore nazionale si concettano delle rivoluzioni democratiche, imbellettale da' più simpatici titoli, per dolciume ai gonzi; e invece di riunire gli animi li dividono, invece di sostenere i governi che ànno i mezzi di civilizzare gli Stati, rendono i medesimi diffidenti, scoraggiali al bene, rigorosi nel prevenire ulteriori cimenti. Or se la filosofia ebbe culla in Italia, come mai per semplice forza di raziocinio, possono persuadersi taluni, che con parziali movimenti ribelli si arrivi a costituire una nazionalità, una democrazia, una indipendenza?

Su d’ogn’altro:

1.° Le nazioni per costituirei o debbano nascere da un embrione unitivo e mercé il cemento de' secoli (come l’antica Roma), elevarsi, ingrandirsi, dilatarsi; o (come la Francia Borbonica) ottenere un governo dinastico e conquistatore, ohe man mano, da epoca in epoca, a seconda de' rovesci di fortuna altrui, con la guerra e i trattali non parziali ma europei, alla monotona distanza di secoli, sempre aspirare ad no vasto aggregato di popoli, i quali non mai con i tumulti delle rivotazioni, con il corruccio delle guerre civili, con la ciarlataneria dei tribuni, con gli statuti democratici, si fondano o si conquistano, bensì con le circostanze straordinarie ed universali, purché vi à un governo assoluto, dittatorio e dinastico che val dire assicurato di successione. Assoluto, perché fa d’uopo di energia e di vigore per istaccare no paese dalle sue municipalità ed abitudini; dinastico, onde non far sperare che la morte di un Re possa rovesciar la conquista, e per godere l’influenza d’un parentado nell’Europa politica a guardia de' nuovi possessi; fino a quando il tempo organizzi il rimanente. Leggasi la storia del popolo romano dal suo nascere al suo massimo vigore; e leggasi la storia francese, nel solo periodo della dinastia Borbonica, e basta, senza aggiungere erudizione, tediosa a' nostri giorni. La storia è l’uomo. Chi la nega distrugge il suo motore, che è l’uomo stesso.

2.° Non parlo di costituzioni democratiche, per essere sogni da folli questi desiderii a' tempi nostri. Roma (antica) ebbe la democrazia, appena visibile nella breve circoscrizione puramente latina; e altrove non si appalesò che pari ad un impero assoluto, anzi dittatorio e arbitrario bella fisonomia politica. L’America (moderna) degli Stati Uniti, per esempio, non è democratica neanche nell’aula legislativa, ove il presidente vien sfregiato da non liberi topolini, e i senatori, spesso, dalla irosa personalità vocale, passano tra loro a personalità di lottatori. E se vive colla sua repubblica, questa non siede che a cavalcioni d’una bilancia in alternativa continuata; cioè, o la licenza prende il posto della libertà legale, o la dittatura succede internamente per comprimere le municipali guerre civili, o esce conquistatrice della libertà de' convicini Stati (per esempio, ora, del Messico e di Cuba), osi fa rappresentare altrove (come a Costa-Bica, Montevideo e Buenos-Aires) da' liheri suoi figli, sotto la ditta ignominiosa di filibustieri. Siccità Roma e l’America del nord, alla distanza di circa trenta secoli, vi esclamano, che la democrazia fu sempre inattuabile presso le grandi aggregazioni di popoli. Oggi poi sembra impossibilitata anche a sostenersi nelle piccole periferie sociali, sol perché la democrazia à bisogno di costumi pubblici integerrimi, di abnegazione passiva, di morale incorrotta; e i costumi odierni sono resi schiavi dello sviluppo industriale, che li perseguita senza fermata nella corsa della vita, con i bollettini di moda; l'abnegazione assoluta non può reggere in una società che si crea alla giornata miriadi di bisogni pubblici e privati; e la morale si è resa larva quasi appena più visibile, fra schiere di passioni smodate che l'assediano. Dunque quei tentativi democratici che spesso stridono come cardini arrugginiti sulla porta del tempo, non sono che scaramucce alla bersaglierà, che gli ambiziosi di tutti i paesi improvisano, onde sotto la toga consolare, nascondere a loro utile i poteri de' Re e la giustizia de' popoli. E se da mane a sera, ne’ tempi nostri, vi giunge all’orecchio, in eco continuata, il motto d’ordine, espresso con le gravi parole: siamo ira' soprusi, non vi à giustizia ec, ec battete le mani alle loro verità. Verità son queste che vi addimostrano che la democrazia non solamente non è più fattibile, ma che i governi assoluti di oggi, anno d’uopo di maggior repressione per arginare la corrente immorale, che straripa ognora più ed allaga la vita sociale, tabefatta non altrimenti che dagli uomini che la formano. Ma basta — giacché io dissi esser inutile tener parola della democrazia.

3.° La indipendenza italiana. Ecco la terza burla che i liberi del tempo susurrano da mane a sera alle fantasie sociali della penisola. Se per indipendenza vuole intendersi il primate della dotta favella che possediamo; il primate sulle belle arti, ell'è unica eredità de' nostri popoli; il primate per monumenti antichi e moderni; il primate del cielo vaghissimo che ci covre, della terra che calpestiamo, unica per venustà, degli svegliati ingegni che sorgono come le rose delle quattro stagioni, de' costumi affettuosi e della balda fisonomia che ci distingue; il primate cattolico che ci aggioria, per avere Iddio stabilita la città del mondo (Roma) come cuore d’Italia; questa italiana indipendenza è nostra, e finché il Vangelo e la civiltà che dal Vangelo emana, splenderà su questa formosa regione, nessuno al mondo la toglierà: — dimandatelo alla Storia.

Ma se per indipendenza italiana si vuole intendere ciò che le passioni dell'era desiano; alternativa — o io ed il mio lettore abbiam sofferto al cervello, o il lettore ed io aspiriamo a commetterci una burla vicendevole. Ditemi, dimando agli irosi, quando mai fu l’Italia indipendente? lo fu, mentre conquistò il mondo conosciuto. Cessata la sua previdenziale missione politica e sociale, l’autonomia disparve, né fu possibile più rintracciarla. Ma allora l'Inghilterra non era che uno scoglio arido, ove i Romani praticavano i porti militari, per giungere con fermata alla Gallia dei nord. La Francia non era che un aggregato di tribù militari, e l’impero alemanno, oggi Alta Austria e Germania, starasi con le sue cento razze in guerra, coverta dal più denso velo delle barbarie; sicché in Occidente l’imperio latino o italico oggi, si elevavamaestro e dominatore, ove più si estendeva la sua spada e’I suo codice.

Co’ rovesci dell'impero d'Occidente, sursero nella bilancia del tempo altri dominatori politici e novelli interessi sociali. Ebbene? a stento potettero sorgere dopo epoche fatali di barbarie, divisi e suddivisi principali e frazionate repubbliche in Italia; che dopo rapida libertà municipale, mercé le ambizioni, le sommosse e le guerre civili, discesero preda della feudalità da un lato, e preda dall’altro di tre nuovo potenze conquistatrici, la tedesca, la spagnuola e la francese; le quali vennero ognora e per lunga stagione non solo a dominarla collettivamente, ma spesso a farsi guerra, dalle Alpi a Sicilia, e da Sicilia all’estrema Puglia. Il secolo XVIII sorse, ed equilibrando l’Europa politica a triangolo esteso, elevò all’alto dominio d’Occidente, la Francia, l’Alemagna e l'Inghilterra, con estesi territorii, con onnipotenti forze navali, e con poderosi eserciti stabili. In questo frattempo, nacque la Prussia, come l’antica Roma, dalle spoglie de' convicini. Il ducato di Savoja e di Piemonte aspirò non all’indipendenza della penisola, ma solamente ad arrotondarsi appo il lombardo suolo, e per sì lieve speranza cambiò quattro battesimi politici, cioè: fu francese nell'esercito di Luigi XV contro l’Austria; fu austriaco negli eserciti cesarei della gran Teresa; fu spagnuolo negli eserciti dell’infante Carlo; e fu brittanica mentre le navi inglesi or osteggiavano Germania, ora Spagna odora Francia, in quella medusa di guerre di successione; e con tanto andare e venire, appena ottenne poca terra (il piccolissimo ducato di Novara), e l’isola da cui gli si concesse il titolo di Regno. Venne in ultimo l’era napoleonica, e a speso di immani e cruenti sacrifici!, l’Italia si ebbe la ironia ludibriosa, di mutar forme di governo, di scindersi ne’ suoi Stati, ma di rappresentare o in repubblica o in regno o in impero, pure divisioni dipartimentali della Francia.

Mercé il congresso di Vienna (1815), l’Italia, a spese di novelli sacrifici! necessarii, se volete, ebbe un andamento nella bilancia di Europa, insperabile dopo tanti rivolgimenti e tante guerre. Non vi fu Sovrano d’Italia, rappresentato nel congresso di Vienna, e neanche il nostro venne chiamato, dopo di essersi compromesso innanzi alle coalizioni armate contro la Francia. La nuova autonomia politica di Europa intanto, non istimando più alle alla fisonomia d’Italia le sue ultime repubbliche del secolo scorso; Genova con le sue riviere ingrandì il Piemonte, e Lucca costituì un temporale ducato, per indi dilatare la Toscana. Non vi parlo di Venezia, perché sparpagliata e manomessa dalla Francia, quasi come mobile, Napoleone l’offrì dopo all’Austria, mercede d’un trattato; e l’Austria, vasto impero, ne facea uopo per uno scalo marittimo di prima sfera. E meglio così, giacché l’Inghilterra nelle napoleonidi convulsioni europee ne bramava il possesso, e ognuno al mondo sa se quella nazione è usa a cedere terre sulle quali alza bandiera; e; valuti il lettore come il mare Adriatico, reso un lago brittannico da Corfù a Venezia, a quali altre incalcolabili conseguenze avrebbe spinta l’Italia, e ne’ traffichi e nell’industria e nel commercio, proporzionando solo la concorrenza decapitali brillanta, su’ mercati che da Otranto per le Puglie, per gli Abruzzi e per le Marche, si stendono fino a Venezia.

Fin qui veruno elemento appare che l’Italia potesse non dico attuare, ma travedere in lontananza almeno un crepuscolo solo di costituirsi indipendente.

Ma siamo già ad una prima lezione pratica; l'epoca cioè del 1820-21. I novatori italiani, dal Sebeto alla Dora, irruppero in rivoluzione militare e civile. Ebbene? eserciti austriaci invasero le Due Sicilie ed il Piemonte. Né ci si dica, fuvvi un tradimento ad Antrodoco, e ’l combinato d’Italia non irruppe unito come un sol uomo. Menzogne. La santa alleanza, al primo telegramma di rivoluzione in Italia, concatenò le 6ue movenze; come appare qual dogma politico dai Documenti Diplomatici, rarità preziosa da noi pubblicata dopo i prolegomeni del primo volume di questa storia. Cosa si scorge dai dispacci di Vienna, di Troppau, di Lubiana e di Verona? che gli eserciti austriaci in Italia non costituivano per quella conflagrazione, se non l’avanguardia della coalizione armata da scendere in Italia, se la rivoluzione si estendeva o se resisteva; giacché dopo l’armata austriaca, messa in movimento nel Titolo, la Landwher prussiana era in armi per venire appresso, e già sulla Vistola le squadre russe alzavano le tende del bivacco illustripreludii, per bilanciare la portata della indipendenza italiana!!!

Corollarii politici.

1.° I possedimenti austriaci in Italia non si reggono solamente col. diritto di conquista, e colla pressione governativa. Essi oggi conservano un’opinione nazionale, che in pace costituisce un sentimento austriaco, in guerra si eleva a sentimento tedesco. Lo vedremo nel ragionare del 1848, passando rivista morale agli studenti delle barricate di Vienna, che marciano di avanguardia alle vittorie di Novara. Piano (oggi dicesi), la Prussia e non l’Austria raffigura l’autonomia tedesca. Ed io rispondo ai politici di consimili quistioni: l’Austria e non la Prussia rappresenta la nazionalità tedesca. Perché? l’Austria rappresenta il vigore politico della Germania, perché la Germania non può temere che la sola influenza morale dell’Austria su di se; mentre teme grandemente la Prussia, stato tradizionale che nutresi di spoglie opime, ed à moderna origine per metempsicosi attuata sulle razze slave e tedesche. Primo corollario. L’Italia che muove guerra all’Austria, sdegna tutte le innumere razze tedesche.

2.° I possedimenti Inglesi da Malta alle isole Jonie, per non rovesciarsi, non possono anco ideare l'indipendenza italiana. Un'Italia, Stato, circuita da' più interessanti golfi, da' più utili scali, ricca di prodotti naturali, avendo grandi isole per avanguardia della sua topografia commerciale e militare, con i più destri uomini di mare a dovizia, con boschi pieni di legname da costruzione, con antichi e moderni porti, con miniere, con ferriere, con opificii, con eminenza agricola, con geniosa industria manifatturiera, che potrebbe da quel che è oggi centuplicarsi, ecc. ecc. ecc. —la calcolatrice Inghilterra politica e sociale, manifatturiera e militare, potrebbe permettere l'indipendenza politica della nostra penisola, se per cortesia volesse favorirci a imbarcare la sua Londra e i suoi colossali stabilimenti, e dando un addio allo stretto della Manica, andarsi a fissare nell’Indostan, per secoli. La esperienza al contrario fa vedere che quella nazione non permette neanche l’indipendenza in Italia ai suoi sparti governi, e che da mane a sera egli si deve cedere qualche vantaggio commerciale, o bisogna soffrire la guardia impassibile de' suoi vascelli, da Napoli fino a Genova e Nizza.

Una rimembranza! — Correva l’anno 1831 (come ne parleremo) e appo il mare di Sciacca (Sicilia) si elevò un vulcano sottomarino, che distese la sua lava bituminosa sopra il livello del mare a più d’un miglio di circuito. Il mare ora di Sicilia (Italia), perciò il nostro real Governo diede degli espedienti, e l’isoletta vulcanica prese il nome di Ferdinandea. Fortuna che dopo giorni scomparve. Giacché l’Inghilterra aspirava al dominio, e i suoi leggisti già compilavano, per un po’ di lava surta in mezzo alle acque, un'appendice al diritto delle genti. Sono scorsi molti anni, e l’ammiragliato inglese in ogni stagione spedisce legni per istudio idrografico su quelle acque, e trovando qualche elevazione di fondo, lascia de' segnali!... E questa lezione sia utile alla sedotta gioventù, alla quale si dice: l’indipendenza italiana è manodotta dall'Inghilterra!!!

3.° Ecco la Francia, scoglio di sirene, per FI Calia, fin dal cadere del passalo secolo. Centomila seduzioni scesero dalle Alpi è vero, ma quale si attuò? nessuna, anzi ogni male politico ci venne di là, senza risparmio di sacrificii; giacché per legge fissa nella storia, ogni qualvolta la bandiera francese sventolò in Italia, l'Europa subì una catastrofe. Quella barriera, le Alpi, pare una destinazione providenziale per la separazione de' due paesi.

E la Francia medesima, quale è, sembra un paese il più circoscritto da' naturali confini. i Borboni, a cui solamente la Francia deve la sua potenza e’1 suo ingrandimento; i Borboni dicea, conquistando, conquistando, non dilatarono l’autonomia della loro patria se non dove la topografia naturale si estendeva, cioè fin sotto le Alpi di quà, fin sotto i Pirenei di là, e Luigi XV diede l'ultima mano, avvicinandosi sulla rimanente linea del Reno, colla conquista della Lorena e del ducato di Bar. Sicché la grande nazione francese, prescritti i suoi limiti naturali, ovunque ulteriormente aspirasse a sboccare, rovescierebbe sopra se stesso l’equilibrio dell'Europa. E ‘l Regno del Belgio istesso, che taluni utopisti politici spesso chiamano continuazione della Francia, commettono un grave sbaglio; poiché taluni piccoli Stati sembrano stabiliti per un intermedio pacifico tra le grandi nazioni. Infatti, la storia della dotta diplomazia del XVII e XVIII secolo c’istruisce, che le lunghe e gravi ire tra. la Francia e l’Austria si accendevano, allorquando il Belgio costituiva una provincia austriaca (o alemanna per serbare lo stile del tempo). Viceversa addiverrebbe, ora, se la Francia dominasse il Belgio, troppo avvicinandosi all'Austria, all'Olanda e alla Germania.

Ora la Francia, impossibilitata ad un qualunque possedimento in Italia, puole avere desio di trovarsi a lato (Stato o nazione) un’Italia? potrei rispondere, me ne appello ai fatti storici. Ma siccome per gli ambiziosi o seduttori, i fatti più lucidi si sanno vestire d’illazioni ideologiche, conviene elevare un qualche rapido ragionamento.

La Francia, chiusa ne’ suoi limiti naturali, fra due mari (dal nord al mezzogiorno), fra due giogaje che la mettono fra l’Italia e la Spagna, percorrendo il fiume Reno che la separa e l’unisce a' grandi e piccoli stati settentrionali, rimarrebbe soverchiamente prigioniera dal più libero suo lato, ch’è il meridionale (il mare Mediterraneo), se una grande nazione pari all'Italia sorgesse in vita. La sua sorte attuale duplicherebbe quella che avea un dì, allorquando la Spagna, sua confinaria all'opposto lato, era h signora assoluta de mari e conquistava a se il nuovo mondo. Cos’era allora la Francia? uno Stato di terz’ordine o peggio; e la onnipotente e non più vista dottrina politica del cardinale di Richelieu, fra luoghe e sanguinose guerre, in mezzo a profondi studi!ed energici risultali diplomatici, potè bastare alla salvezza della Francia, oppressa in tutta e per tutta dalla fiancheggiante vicina potenza; e ottenne appena di farla libera da influenza politica, ma soggiacque ancora per anni alla suggezione de' mari, ed alla concorrenza spagnola, sulle risorse sociali della Francia.

L’Italia, una, costituirebbe per la Francia doppio rovescio, perché non come la Spagna, penisola d’una sola frontiera e prossima ad un mare comune qual’è l’Oceano; ma penisola circuita dai più ricchi golfi; di Europa, in assoluta concorrenza su degli scali, vicini emporii della Germania, vicini emporii delle prossime terre d’Oriente, con una vicinanza massima all’Affrica, e su d’ogni conseguenza influente sociale o politica con molte vie che la rappresenterebbero in Asia ecc. ecc. ecc., Or se alla Francia manca verso Italia quel che i politici appellano egoismo brittanico o utilità di dominio austriaco; la Francia dico, conserva una virtù nota ali universale e non fatta per favorire l’Italia, ed è, l’unica suscettibilità nazionale ai inondo, il più febbrile degli amori pel luogo nativo, l’entusiasmo pel nome francese, per la dignità, per la potenza, per la conservazione della gran patria.

Conclusione. i francesi ameranno l’indipendenza italiana, quando non saranno più francesi.

4.° Ma l’Italia non baita da sé? Questo quarto corollario (o follia di nessun onore italiano), lo discuteremo diffusamente in altro periodo della Storia; sicché il fin qui dello costituisce non altro che una serie di schizzi, di piccole figure, di semplici e staccali modelli per le straordinarie scene a cui si prepara questo arduo ed azzardoso lavoro contemporaneo. Approfitti il lettore intanto delle verità sommarie, traccialo appena, come una guida e non altro, al prosieguo della Storia Civile e Militare del Regno delle Due Sicilie, sotto il providenziale Governo di Ferdinando II, degno al certo d'altro scrittore per pennellare la giustizia storica che l’Europa gli deve; e degno ancora di vivere in un’età meno egoista e meno mendace dell’attuale.

Dal fin qui esposto, ripeto, ninna favilla appare, che nel 1830 l’Italia avesse potuto sognare di nazionalizzarsi, di democratizzarsi, di elevarsi ad una indipendenza politica. Se avvi epoca più oscura pe' voli d’Icaro, era al certo quella. Ma uno scandalo avea rattristata la Europa politica e sociale; le barricate di luglio a Parigi.

Questo scandalo a Parigi, in sacrificio della pace europea, presto 0 lardi si legalizzò dalla politica dei gabinetti più influenti, e benché con formolo di aspettativa di futuri avvenimenti, per redimerlo; lo scandalo non solo rimase padrone del campo, ma moralmente s’insinuò da per ovunque; mercé quelle tali schiere citate di sopra, cioè di fogli t volanti, impressi su piombi tipografici — la stampa quotidiana già addivenuta sulla Senna signora della vittoria (18).

Una rivoluzione vittoriosa, anche chiacchierando, chiede e ottiene di rovesciare e demolire tutto quanto gli dà impaccio; — chiede e ottiene d’inocularsi in mezzo ad altri popoli, onde il proprio trionfo si consolidasse e perdesse il timore dell'isolamento, mercé della propaganda;—chiede e ottiene trasfondere in casa altrui, la resistenza materiale (19), onde la colpa civile da cui nacque, mercé il concorso di colpe consimili, ottenesse credito e rispetto innanzi alle gemi. Perciò, guerra alla religione, alla morale, al cattolico insegnamento. Perciò, seduzione all’estero, con utopie irradiate, onde gli appetiti indignativi, propinassero la divisione, l’inimicizia, l’allarme tra i governi e i governali, tra i Re e i sudditi, in mezzo a Stati nascenti o cadenti, tra ire dinastiche o guerre di successione, e anco in mezzo a pacifiche e secolari democrazie (la Svizzera). Perciò, motto d’ordine per altre sette politiche, le quali collo slancio delle rivoluzioni parziali appo ogni estero Stato, legalizzassero la madre origine, cioè la resistenza materiale, ad ogni stabilita legge.

Or gli avanzi della carboneria italiana da una parte, i reduci dal campo dell’indipendenza greca dall’altra, i parabolici testimoni di vista, delle intese e non viste barricate parigine, seducono la espansiva gioventù italiana come l’agnello al patibolo, propinando su i bollenti loro cuori il veleno del mistero anti-politico ed anti-sociale, (raddolcito alla superficie del vaso, colmo di violenze e d’impossibilità, di egoismo e di ambizione, di ateismo religioso dal quale promana l’ateismo politico), sotto una pioggia seduttrice di teoremi di pura fede cattolica, di casto amore di patria, di trionfo nuovissimo pe' Re e per le Monarchie d’Italia. La rete fu piena di volanti uccelletti, l’angelo del disordine e della ribellione sorrise: l’ara dell’ABBASSO, eretta dal sedotto Adamo qual primo ribelle, si ricostrusse da altre novelle mani sedotte: ed ecco sorgere il vero Adamo d’Italia, l’onesto e devoto giovinetto genovese, sì pio e morigerato, fruito virtuoso di cattolici genitori... Giuseppe Mazzini! gustare il pomo fino al midollo, e: noi saremo come Dii, saremo come i Re, saremo come i grandi, come i ricchi cc. ecc. e ripetendo in cuore pria, indi sulla stampa, infine sulle piazze, il novello abbasso, la Giovine Italia, ebbe vita; Mazzini, l’Adamo d’Italia, peggiore del primo, perché scevro di rimorsi e mai guardando alla nudità disonorevole della rovesciata sua virtù, si elevò a capo, a duce, a vita, di questa nuova piaga della nostra penisola, (la Giovine Italia) il di cui contatto, vedremo in prosieguo, mietere tanti uomini, quanto la più letale delle pestilenze. Ah! padri di famiglia, guardate i vostri figli, come se il brigante ve li sgozzasse a tradimento. La strage degli innocenti durò un giorno, ma la Giovine Italia, con potentissima seduzione, liga intorno a se i più odoriferi fiori civili, e poi, e poi, gli mostra a spavento di Europa, col pugnale alla destra e col revolver alla sinistra... orrore e maledizione del mondo intero!!!

Igrandi governi, videro sbucciare in Italia, cioè dalla Francia in Italia, e sbucciare su d’ogni punto della società di Europa, simili immani e detestabili consorterie; ma non le curarono, come poca e folle cosa (allora), e anzi dalle di costoro spavalderie, pari agli automi sulla scena, credettero aver mezzi pronti onde da tali movenze, aver sottocchio lo spirito pubblico de' popoli, eguale ai dadi dello scacchiere. Così sarebbe stato, se la Francia non avesse legalizzala le barricate di luglio, astro malefico da cui s’irradiavano i dottrinarii europei, onde colla face della guerra civile, passeggiare sulle teste delle moltitudini.

E studii con noi il lettore, il matematico cammino, di Europa, per non smarrirsi nella ricerca della verità storica.

Parigi, ne’ primi anni della rivoluzione al potere, avea presa la fisonomia morale di una nuova Babele. Tutto era lecito, e contro Cristo e i suoi sacerdoti, e contro i governi e le leggi, e contro la morale ed il pudore; ma scherzando, celiando, attraverso le piccole sommosse, in mozzo alle colonne de' giornali, sotto la pioggia amena di libretti di gusto, da uomini stivati ed ebbri nelle sale accademiche, illustrate dal titolo di comitati e fino il regicidio (ultimo periodo di barbarie socia le) quasi una novità, erasi elevato ad ordine del giorno.

Le potenze del trattato di Vienna, si avvidero del mal passo, ma era tardi. La parabola del male prescrivea rapida la sua corsa; e mentre si pensava allo scandalo di Parigi, un altro ne avveniva in Polonia, ' atti febbrili sommovevano l’Italia dal napoletano alla Savoja; il Belgio (benché per causa nobile) si ribellava all'Olanda, il Portogallo e la Spagna mercé guerre dinastiche aprivano gli argini alle discordie civili La santa alleanza, rimase barricata da' dottrinarii. Dilemma; se l’intervento armato proseguiva le sue energiche guarigioni sociali, ovunque il male alzava bandiera, la Francia di luglio come escluderla, se già riconosciuta dai gabinetti? ma come averla consocia d’intervento, senza ribellare l'Europa? se ne fece un saggio dall’Austria, a quietare l’Italia, e la Francia a volo scese in Ancona, sfida o ajuto dell’ordine, non è definito ancora in diplomazia. L'Inghilterra accorse propizia dall’ordine in Portogallo; Austria e Prussia riguardarono allenta l’autonomia olandese da loro creala, ed ecco la Francia passare il Reno e mitragliare la bandiera olandese in Anversa. Spettacolo non mai visto, negli studii severi della severa diplomazia! la sfida era ad oltranza tra l’ordine e’I disordine, tra la pace e la guerra europea. Come cancellare le prime pagine del fatale volume apertosi in luglio del 1830 a Parigi, da noi chiamato, libro delle transazioni? Parigi, che valutava la sua importanza momentosa, rispondeva all’Europa, interveniamo di concerto — vai dire (secondo i dottrinarii al potere) voi recate le bajonette e noi le idee. Come negarsi, senza una guerra generale? — allora fu che la diplomazia dottrinaria, diè conio a un altro vocabolo «Il non intervento». Cioè, se le simpatie di luglio non volete farle signoreggiare altrove, ogni popolo che si ribella, lasciatelo fare, e diplomaticamente si vedrà. Moralità critica. Finché si discute, se le fiamme ànno vigore, pria di chiudere i protocolli, vedremo il trionfo rivoluzionario all’apogeo del potere. Infatti avvenne, che ovunque i governi non seppero resistere, il male ebbe vittoria. Dopo anni, la Francia medesima cercò modificare il sinistro ritrovato, ma era tardi. Il medico e la medicina, non valsero piò a un infermo (la società) a cui non apprestando energici rimedi per sanarlo da una febbre acuta, si era fatto scendere ad ano stadio di febbre cronica; perciò il memorabile anno 1848!.. che seppe iniziare i rovesci, da quel luogo, ove diciotto anni prima, si erano creati-; e i dottrinarii scomparvero, preda del maleficio cresciuto ed impingualo, ad inciampo di Europa. Oh! come è visibile Dio nella storia...

Allevata a sì fangose ma potenti sorgive, la Giovine Italia e compagnie, deh! come non crescere, come non vedovare le più decorose famiglie d’Italia, con la sua seduzione? Le transazioni erano come lo scudo dietro il quale Lucifero seduttore, nascondeva i malanni politici sociali; ovunque apparivano. E per non recare spavento la esiziale teoria, Casimiro Perier, il patriarca del luglio francese, rivestì il ritrovato con un altro ritrovato, appellandolo «il giusto mezzo». Oggi questa novella virtù mondiale messa a getto a Parigi, è di scherno ovunque ed in Francia. Ma quando nacque, percorse in trionfo l’orbita di milioni di cervelli, fissando un entusiastico principio. A che valeva più la giustizia di Dio e degli uomini, al cospetto del giusto mezzo, vita novella d’ogni progresso politico e sociale? In fatti l’elasticità del giusto mezzo, poteva benissimo ligare il globo, senza punto spezzarsi. Fiancheggiate l’uomo tra il bene ed il male, tra la virtù ed il vizio, ecc. ecc.; intersecale in linea retta questi due estremi nemici imprigionati a' fianchi della ragione, e ammirate che si rinviene più nell’uomo, a che si riduce il primo essere della creazione del mondo!!!Bologna, Ferrara, Ancona, Rimini ecc., si ribellano al Papa, mettono a sacco ed a sangue lo città, chiamano sulla patria l’intervento straniero di Austria e Francia; e chi scappa ottiene un apoteosi a Parigi. Modena, si solleva al grido del più ingrato fra gli uomini, Ciro Menotti, il sangue scorre per le vie, dal modenese si giunge a recare la rivoluzione in Toscana; e chi à modo di fuggire, approda a Marsiglia, perché convinto del benvenuto. Genova è liberata da orribili preparati rivoluzionarii, ed ecco Mazzini, Garibaldi, Anzani e consorti, fuggire, perché un tetto e un pane glorioso appresta loro la Francia dottrinaria, Ramorino, Fanti e socii, dopo d'aver ribellata la Savoia sperando come uffiziali ribellare le truppe piemontesi da Alessandria a Chambery; attraversano le Alpi e in Francia sono come in un castello difeso. A Napoli, a Nola, ad Ariano, ad Aquila (come ne discorreremo), a Palermo ed a Catania, si improvvisano delle ridicole più che terribili rivoluzioni, e se il demone tenta questi idrofobi politici, ne à causa il fatai luglio di Parigi.

Il cielo mi guardi, che sotto i benigni e clementi auspici! della storia contemporanea di Ferdinando II, io ardissi elevarmi carnefice della sventura. No, non è contro l’esule, contro il fuggitivo ch’io mi scaglio severo. Bensì, contro la pestilenziale dottrina del tempo, che laureando ogni ribelle in esilio nella distintiva di martire e di eroe, snatura la colpa ed il colpevole, e invece di redimere un traviato, innanzi alla legge e alla società del proprio paese, lo nutrisce come un leone famelico, per indi slanciarlo a preda maggiore, contro la patria.

Terminiamo.

Non bastava l’asilo protezionista della Francia dottrinaria, ad ogni setta politica sociale, per incrudelirla nelle future sue risorse (20). Non bastava quell'alito di entusiasmo, quell’aureola dissipatrice, che il partito dottrinario soffiava o largiva ad ogni azione ribelle su di ogni punto d’Europa, e in Parigi stesso, ove non vi era giorno (dal 1830 al 1833 specialmente), senza sommossa, privo di grida sediziose, fuori minaccia di barricate (21). Ma trovavansi in quell’epoca ben altre fonti anarchiche, ad impinguare le nascenti sette politiche e sociali.

La Grecia era caduta sotto uno stadio di provvisorio, e l’anarchia di quella nobile causa, si alimentava coll’arrivo quotidiano de' rivoluzionari! polacchi o italiani; e tanto, che un furente radicalismo giunse a massacrare sulla pubblica via il virtuoso conte di Capodistria, il be ne fattore dell’indipendenza greca, il vero padre della patria (21 agosto 1834); l’Europa si spaventò, e la stampa dottrinaria a Parigi sperò legalizzare quello spietato parricidio sociale (22).

Il Belgio, per motivi cattolici e nazionali si ribella dalla luterana Olanda, e la Giovine Italia corse in quei cimenti piena di voluttà, al solo pensiero che la Francia essendo intervenuta armata in quella vertenza e favorevole al Belgio; quel tale passaggio del dio termine (il fiume Reno), appariva per la setta come un’eruzione universale in Europa.

Ramorino (l’eroe futuro di Novara) capitanando tutti i sedotti piemontesi, dopo d’aver tentala la fede militare in Savoja, eccolo duce della rivoluzione polacca con gli esuli italiani. Avviene la rivoluzione di Portogallo e i membri della Giovine Italia offrono il loro valore agli eserciti combattenti di D. Miguel e di D. Pedro, e in quelle ire di parte, ogni profugo à una spada che recherà esperta alle future rivoluzioni italiane. La Spagna apre l’era alla sua bilustre guerra civile, e gli affigliati italiani si contano tra le fila de' progressisti, laureandosi al nonpiù oltre della scienza demagogica, che Ignazio Ribotti (rivoluzionario mondiale) sperimenterà poi a Milano, a Roma, a Messina, nelle Calabrie; fino a che lo Stromboli (nostro vapore da guerra), spezzerà quella sua rovinatrice corrente elettrica. Si ripetono le barricate a Parigi più volte, e tra i morti e i prigionieri delle famose giornale si rinvengono gli esuli d'Italia. Quei che scappano dall’Europa, attraversano l’Oceano, ed ecco Garibaldi capitano degli itali, rappresentare la Giovine Italia in America. Un mese al Brasile, e a Garibaldi bastò iniziare una sedizione. Scappa co' suoi nel Messico, ed accende magneticamente la guerra civile. Fugge di là, e ovunque appare la legione italiana, o la rivoluzione è all’apice, o Garibaldi la crea; come a Montevideo. Rimaneva la Svizzera, difesa da' suoi monti, dal suo secolare patriottismo, da' suoi nazionali costumi; ma Mazzini à scelta l’Elvezia per sua patria provvisoria. E siccome ove è l’aquila ivi è il nido, i proletarii italiani, come alla Mecca, eseguono il pellegrinaggio, per santificarsi nello studio detta grande idea che smaltisce il Profeta (Adamo della povera Italia); e in breve tempo quel pacifico paese è scisso da ire religiose e municipali, finché il radicalismo sociale e politico, rovescia gli altari, manomette la libertà, spianta leggi e diritti, ed insanguina con armi fratricide quelle liete contrade. Intanto. l’Italia la vedremo riposare, sol perché l’Europa politica sopraffatta da tanti malanni insieme, riposa anch'essa, come uomo che siede e stà, per rassegnare al pensiero il novero de' suoi nemici; ignorando se lo attaccheranno, come lo attaccheranno e quando. Si attenda ancora, il libro delle transazioni si redigge e non vi à giorno che pagine bianche non addiventino scritte: pazienza, attenderemo l’indice che c’indichi la materia esaurita, e allora il volume sarà completo. Allora il lettore ci sarà grato di questo nostro studio. Allora è il tempo che la storia del 1848, che adesso mi si dice impossibile a scriversi, mi sarà facile. Allora convocheremo innanzi al severo tribunale del tempo tre eserciti co' suoi tre capitani, cioè Lucifero, Adamo e Caino; cioè Gioberti, Mazzini e Garibaldi; cioè la mente, il cuore e la spada della rivoluzione italiana; cioè la filosofia rivoluzionaria, la morale rivoluzionaria e la forza rivoluzionaria.

Moralità del racconto.

La nobile Francia, assediata dal maleficio d’un pugno di suoi figli, la maggior parte de' quali già pentiti ed animali all'espiazione con atti virtuosi, cosa polca fare e noi fece per redimersi? Tentò ogni mezzo, incoraggiò la colonizzazione, onde allontanare nell’Oceano e nell’Affrica i nazionali e i profughi più contaminali di peste antipolitica ed antisociale; stabilì nell’Algeria le legioni straniere, onde moralizzare colla disciplina, col valore e con la morte i proletari! italiani ed europei che girandolavano la Francia come alle locuste. Tempo perduto i La parabola del giusto mezzo, delle transazioni e del non intervento v saliva ognor più lo stadio maligno e lugubre, al suo cospetto non solo, ma al cospetto dell’Europa politica, non colpevole di altro peccato, che in sacrificio della pace universale erasi per un momento inchinata innanzi alle barricate di luglio!Spettacolo non mai visto! Parigi era addivenuta la testa inferma dell’intero corpo sociale di Europa. Le lotte e i tumulti di strada, giravano quotidianamente quella vasta città, come le feste de' quartieri. Ne’ teatri e nell’aula legislativa, il popolo accorreva per chiassare. Il rispetto si estinse per i sacri e civili palazzi; e appo le Tuglierie si appiattano i regicidi, l’Arcivescovado vien messo a sacco e a fuoco, il palazzo dell’ambasciata di Russia viene insultalo tra fischi ed ironie (23); da quivi si appicca la ribellione fino alla scuola militare di Saint-Cyr, e fino a Lione, e or di qua ed or di là. Parigi! e i più vicini e i più lontani dipartimenti francesi, e le popolazioni di tutti gli Stati di Europa, e i gabinetti diplomatici, per anni, non aveano altra dimanda ansiosa da fare ai telegrafi, ai corrieri, alle corrispondenze postali: che fa Parigi? stà quieta Parigi?... E se le piccole ed isolale ribellioni accadevano, in Europa, erano aborti concepiti da vere o immaginate nuove di Parigi. Se i speculatori di borsa, aspiravano a screditare i fondi pubblici, non improvisavano altro spettro per ribasso della rendita, se non una lei tera giunta da Parigi. Se nei saloni, ne’ ritrovi, ne’ caffè, nelle feste, negl’inviti, qualche loquace indiscreto, anco per celia, proferiva «corre una nuova di Parigi» — tutti gli sguardi e tutte le orecchie si fissavano sull’importuno, pari a congiunti sospettosi che pendono dalle parole del medico, che à visitato un malato, su coi temesi la morte ad ora ad ora, ed una morte produttiva per essi di sinistre conseguenze. E ad un tanto ginnasio, si educano i sommi uomini, che dopo diciotto anni attueranno la libertà e la indipendenza in Italia.

La Giovine Italia, intanto, cresce nella più lista floridezza, e Gioberti geme a Parigi co' torchi tipografici. Mazzini a Marsiglia tra lo vele, le antenne e ’l fumo de' piroscafi reduci da Palermo, Napoli, Civitavecchia, Livorno, Genova e Nizza, stabilisco il suo comitato generale; e Giovanbattista la Cecilia, futuro capo di ripartimento del ministero degli interni a Napoli è l’Acate, allorquando eleva tribunale per pugnalare chi de' suoi indietreggia.

L’Ambasciatore Pozzo di Borgo, rispose ai ministri francesi che accorsero a chiedergli scuse «Il mio Imperatore à ottenuto il compenso per aver riconosciuto lo barricato di luglio....»

Scena gigantesca! Duecento e più milioni di europei, per diciotto anni assistere con altalena a un dramma, la cui catastrofe dovea manomettere dalle fondamenta l’intero edificio sociale. Possedere un contagio di morie che dilatavasi ad ogni ora, e non aver più mezzi a scacciarlo; mentre iroso e tabefatto, contaminava il suo loco di residenza (Francia), e ovunque fiatava, macchiava; e ovunque andava, distruggea!... Intanto, Iddio Ottimo Massimo, nella sua dominatrice giustizia, attendeva il giorno maturo per passare a rigorosa rassegna questa generazione; —ed il giorno verdi, allorquando l’Europa (pari allo stomaco del sibarita) sarà sazia de' suoi interessi materiali da non più oltre; e ‘l 1848 farà proferire in Parigi a Proudhon, il novello abbasso a Dio come nell’Eden —(:) la non ancor proferita empietà al mondo.., che la mano trema a trascrivere.. —allora Iddio à fissato il giorno della sociale politica rassegna — mediteremo come conviene questo giornata d’ira!Ferdinando II.

Rassereniamo alquanto lo spirito, al certo molto rattristato a simili reminiscenze, tuttavia contemporanee, avvicinando il prestigioso governo dei nostro giovine Re.

Qual Sovrano non si sarebbe smarrito, a voler ricostruire so progressive basi gli scissi suoi popoli, mentre una si infausta lava incendia la Francia, e riverbera con parziali fiamme ribelli sugli altri Stati d’Italia! Non vi parlo delle larve d’ingratitudine apparse anco nelle due Sicilie nel primo periodo di governo, sol perché sono larve. Ma l’Europa è scossa, l’Italia rivoluzionata, e le tinte che avvivano il quadro della vita pubblica, sono fosche per sospetti presenti, per timori di aspettativa. Potrei dire che la società dottrinaria si era assunto il mandato di scavare la tomba futura di Europa; con un audacia ed un fanatismo, degno di miglior causa.

Ferdinando non si spaventa per tutto questo e valutando il positivo bisogno che ànno i suoi popoli, di clemenza, di obblio, di utili riforme, di illuminata economia, di miglior vivere sociale, di più progredizzante sviluppo intellettivo onde il Re ed i popoli, lo stato e la nazione, tracciassero con forza unita uno stadio novello di pubblica e privata esistenza, degna di onoranza in Europa; si eleva superiore ai tempi, e supera la gloria della conquista di Carlo III, perché non con la guerra, ma con la pace, statuisce il Trono de' suoi avi.

Spettacolo prestigioso! l’Italia con gli altri suoi Stati eleva la pressione politica, come legge doverosa di ardue circostanze, mentre nelle Due Sicilie, per sola gloria di Ferdinando II, ogni pressione scompare. Ferdinando mentre slancia i suoi popoli alle sorgenti dell’amore e del perdono; nelle altre regioni italiane, s’iniziano i rigori e l’esilio, mercé delle rivoluzioni. Ferdinando, mentre fa mostra all’Italia ed all’Europa d’un impavido esercito nazionale, sua speciale creazione, degno di conservare la dignità del paese innanzi all’estero ed al paese medesimo; gli austriaci e i francesi, scendono a dar guarnigione in Italia.

Oh! bello è l’amore di patria che s’innesta, come gemma a gemma, all’amore dinastico, rimembrando fasti gloriosi di sapienza civile. Questo Regno delle Due Sicilie, aggregalo di storiche razze, assiepato da monumenti onoranti di tutte l'età, straricco di tradizioni secolari, Stato primo e primaria Monarchia in Italia alla distanza di circa otto secoli, mentre il Piemonte non era che un breve ducato, e gli altri itali governi, o monarchie o repubbliche, non erano che delimitali Stati. Questo Regno, rinvigorito in potenza e civiltà dal terzo Carlo Borbone, primo ad avere un codice ed una scienza di diritto in Italia; primo ad accomunarsi al primato della nuova legislazione francese, signora, oggi del mondo morale; primo ad ampliare e nazionalizzare un corpo di leggi da sedere al livello della più splendida gloria legislativa in Europa; primo in Italia per la gerarchia di tribunali; unico fino a pochi anni or sono in Malia, nel merito della pubblica discussione di giustizia amministrativa civile e penale; unico in Italia a possedere ne’ tre diritti citati, tre fori differenti ne’ differenziali procedimenti, e questi chiamali alla pubblica disamina e difesa; e tutto ciò, mentre aprivasi più lato incremento sotto gli auspicii di Ferdinando II salito al Trono, circuito da schiere di pubblicisti, delle Due Sicilie, Michele Agresti con opere di economia civile, Niccola Nicolini con opere di economia penale, Ludovico Bianchini (giovine allora) con le sue opere di economia amministrativa, seguiti da Cantalupo, da Pietro Ulloa, da Roberto e Giacomo Savarese, da d’Agustinis, e da tanti altri, i quali richiamavano in Europa la gloria antica della patria di Vico, di Genovesi e di Filangieri, della patria di Zurlo, di Ricciardi e di de Medici; e nel superbo areopago legislativo di Parigi apprestavano lena a discussioni ed a plausi, quasicché Napoli sola in Italia non con studii teoretici solamente, ma con la pratica delle patrie istituzioni governative, salir potea nell’arringo del progresso delle scienze di diritto e di economia.

E noi eravamo tutto questo in Italia, avendo al Trono Ferdinando II, mentre i soli due Stati più legislativi nella penisola, Toscana e Piemonte, non serbavano nel fatto che luce di un ordine inferiore al paragone. Troviamo al certo la Toscana culta sì, ma non bastevole all’avvanzamento politico-sociale con le legislazioni giuseppine, e leopoldine, -nate in epoca di prefazione ai novello sviluppo europeo del secolo scorso, e troppo improntate di metafisica, di stizza e di passione, nel bilancio de' poteri canonici-civili (24). Nel Piemonte poi esisteva uncorpo di leggi, ove si se irte ozi a va ancora il supplizio della ruota, (25) la pena di morte per furti semplici, per furti domestici ecc. ecc. l'abbruciamento del cadavere del condannato, l’esemplarità delle tenaglie ecc. ecc.;e una legislazione che serba simili principi», benché modificata, deve salir troppo per giungere a quella delle Due Sicilie, anco oggi; me ne appello ai dotti.

E rimembrando sì dolci ed espansive glorie patrio, scrivendo la storia contemporanea del governo di Ferdinando II, dalla gioja passando come lampo all'ira generosa, contro le ridicole e triviali passioni del giorno, deponendo un istante la severità dello storico, sento il bisogno di rivolgere la parola agli Ercoli in sedicesimo, che chiassano di lontano contro il deposito della gloria delle Due Sicilie.

Con un principio dinastico, appo il quale si ligano le più belle e nobili glorie patrie; innanzi a un paese di nove milioni e più d’individui, nutriti ai tesori più validi di Monarchia indipendente e nazionale in faccia all’estero, di Stato che enumera le sue risorse, col giornaliero sviluppo della sua sapienza, coltivala con patrocinio dall'Augusto, come padre in mezzo ai figli. Con istituzioni fondamentali, d’una monarchia che non à più che invidiare in Europa in ordine morale e civile, per sedere decorosa e in prima riga fra gli Stati progressivi senza utopie sociali e ciarlatanerie politiche; e con tutte questo incrollabili verità, si è l’ardire da chi noi deve perché noi puole, di stimare la Monarchia e ‘l Reame delle Due Sicilie come un oggetto da civilizzare, come cosuccia da ligure ad altro carro? Ercoli in sedicesimo! la storia contemporanea delle Due Sicilie v’intima a gittar lo sguardo in casa propria; perché il paradosso solamente fa ridere i viventi, ma il ridicolo, eleva lo scandalo e il ribrezzo in tutte le generazioni.

Meditate quel poco che spetta per ora a Ferdinando II innanzi alla Storia del 1831 al 1836. È molto; ma non è che una parte della sua gloria contemporanea. Gloria che si elevò, mentre l’età noi comportava, sol perché il giovine Re, volle far progredire i suoi popoli, per mezzo a una civiltà cattolica. La civiltà filosofica, al salire al Trono del Re delle due Sicilie, apriva i solchi al libertinaggio mascherato di libertà pel mondo politico, ed egli onde non confondere il bene reale col bene fittizio, che brilla molto ma in un’ora, e per serbare intatto il rispetto sociale de' popoli suoi, troppo creduti e troppo sventurati in altre epoche; aprir volle le sorgenti limpide del viver civile, ma illuminale ognora e con ogni possa d’un Re, dai raggi eternali che solo possono scaturire dalla benefica religione cattolica. Molti Stati contemporanei mutarono civiltà e ne mutano ognora, senza posa, mendicando direi e avendo ognora appetito; mentre il Regno delle Due Sicilie colla sua civiltà cattolica, meno i brevi urti nemici, percorre lo stadio della vita del tempo, con una prosperità, non sempre valutata dai pochi, ma sempre eguale e costante nel suo procedere. Se tutto è mutabile altrove, e appo noi tutto è permanente, segno è che la patria civiltà iniziata dal secondo Ferdinando, è verace perché cattolica, è cattolica perciò luminosa, è matura perciò degna di essere. Se questa base non serbasse, oh, da quando si sarebbe rovesciata da se, pari alle creazioni zoppicanti, imperfette, ideologiche e non reali, applicate a' popoli troppo presto o troppo tardi. Ma una civiltà che si regge nel suo progresso come la nostra, già di quasi sei lustri nel bilancio del naturale suo equilibrio, mentre il mondo morale è assedialo da eserciti di smodate passioni, volubili tutte a brevissima distanza; andiamo superbi, senza jattanza di questo Re, non solo perché è il nostro Re, ma pel merito d’una straordinaria verità che assiste il Re ed il suo Regno.

Se il Gioì vorrà, che questi nostri difficili lavori, detti lavori storici, mentre per la difficoltà de' tempi ànno la fisonomia di un corpo di diritto dinastico nazionale, giunger potranno al compimento; e noi senza jattanza, possiamo non far altro che compendiare tutte le decorose quistioni che da anni noi gittiamo sulla stampa di Europa, ricavando se non plausi almeno la giustizia eia verità per la Monarchia nazionale delle Due Sicilie, appo le passioni straniere: apriremo il varco ad ogni onesto o traviato cittadino, a disamina di paragoni politici-sociali, tra il contemporaneo Reame delle Sicilie e l’alta Italia, da satollare ogni santo amore di patria, e da guarire ogni infermo, travialo o mal pervenuto.

Oli! qual premio otterrebbe così, la nostra esistenza, tanto laboriosa pel patrio onore, e sì modesta in tutto, all’infuori che del vero coraggio civile.


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CAPITOLO LIX

Tentativi di rivoluzioni nel Reame delle Due Sicilie. — Molo ribelle in Palermo. — I rivoltosi delle vicinanze di Noia e di Ariano si riuniscono sul nionlc Taurano vicino al comune di Lauro. — Cospirazione di un uflìzialee di due sotto-ufliziali.. — La clemenza di Ferdinando. — giunge fin sotto il patibolo. — Spirito pubblico del Reame per tali circostanze. — Ferdinando II, al cospetto dell'opinione pubblica in Europa.

Ferdinando II, è sul Trono delle Due Sicilie, e la prima parola che proferisce a' suoi popoli, è quella del PERDONO. Le prigioni si spalancano, e migliaja di persone rivedono le vedovate famiglie. Gli ergastoli si aprono, e i morii viventi risorgono novellamente in mezzo alla comunanza sociale. 1 confini si rompono, e gli esuli ritornano in patria. Tesoro della sua magica ed onnipotente parola! Ma ciò non è tutto il prestigio del primo accento del Re Ferdinando. Egli obblia con sovrumano cuore ogni rancore di dinastia e di Stato, di politica e di milizia, e, alla Corte, al Governo, a' pubblici impieghi, alle Reali bandiere richiama ogni perdonalo; sicché le opinioni rivali, di Ironia e più anni, si fondono in un solo affetto, in un ora. L’Europa stupisce a si straordinaria magnanimità, e amici e nemici battono le mani a plauso unanime e continuato; la stampa europea, sì irosa in quegli anni e sì caustica, è tutta per aggloriare nel mondo il nome augusto del giovine Re. Il Reame delle Due Sicilie intanto, pari a famiglia elevata a straricca eredità, si allieta d’un gaudio non mai inteso da anni ed anni; ed il nome di Ferdinando, nel cuore de' suoi popoli, individualmente, costituisce un’eco continuata, incapace ad ogni valido scrittore a pennellare. Siamo contemporanei dell’assertiva prestigiosa.

Ebbene, quali desii dispiacevoli, potevano conturbare gli spiriti novatori, per legalizzare la sempre illegale ribellione cittadina, in mezzo a sì fausto governo? Ciò valga a lezione de' giovani sedotti, a' quali si dice, che le rivoluzioni si fanno per effetto di mal governo. Qual’era il mal governo di Ferdinando II, al cospetto di sì eclatanti virtù? ebbene, come la nube che spera oscurare la luce del sole nel suo massimo splendore, la idrofobia settaria già nata di bel nuovo in Italia, crucciavasi a vedere un Re ed un popolo slanciati al più nobile plauso mondiale, stretti dai più indimenticabili legami di civile felicità; e non avendo forza per rovesciare sì valido. edificio politico-sociale nelle Due Sicilie, si sforza almeno con ridicoli tentativi, ad appalesare la sua detestabile gelosia.

Esponiamo brevemente i tre episodii ribelli che si succedono a breve distanza tra loro, ne’ primi anni del governo di Ferdinando II, non curando le altre microscopiche movenze, fino a tutto il 1836, pari ad atomi spazianti nel vuoto delle follie educatine della ben nota a noi Giovane Italia.

Eran trascorsi appena due mesi, dacché il clemente Ferdinando, non avendo più dove stendere il suo perdono, avea condonata ogni pena a ventidue individui settarii, arrestali in Messina per delitto di cospirazione (11 giugno 1831); ed ecco di repente, lungi da ogni aspettativa, nella notte del primo settembre dell'anno in parola, trenta persone radunate fuori Palermo nel fosso di S. Erasmo, entrano in città sperando di sollevare il popolo con grida sediziose, di mettere a soqquadro la capitale siciliana e di ottenere proseliti.

Si presentano alla caserma doganale al Ponte delle Feste, ne disarmano i custodi, e quindi irrompono per la porta di Termini in Palermo, correndo di qua di là, tirando colpi di fucile all'impazzata; ma niuno risponde loro se non l'eco del chiasso e delle fucilate medesime. Vedendo ogni loro sforzo e furore non produrre alcun desiato effetto, elevati in massima irascibilità, chiamandosi traditi da' compagni fattiglisi credere numerosissimi (sempre così), sfogano la loro vendetta democratica ed italiana, su’ primi che incontrano, e tre ne uccidono, molti ne feriscono, a capo di varie strade che percossero, fra' quali stesero morto un chirurgo che ritiravasi in carrozza, giunto che fu al palazzo del barone Pastore.

Le pattuglie di polizia, specialmente quella dell'ispettore Romano con due gendarmi, il quale riportò ferite nella strada S. Carlo, frenano gli omicidii che commettevano alla cieca, e mentre unitamente ad alcuni soldati reduci da una sacra festa notturna, incalzano i ribelli, questi per la porta S. Agata, favoriti dall’oscurità, riescono a fuggire per la campagna, inseguiti non guari dopo dalla cavalleria.

Tanto trambusto si sarebbe reso per sé stesso ridicolo, là dove non avesse costato la vita ad alcuno, e non avesse appalesata la scellerata idea di manomettere di notte tempo una vasta città, che per equivoco solamente di paura o salvezza, potea scendere a guerra civile, fra le tenebre e la sorpresa.

La polizia uvea fiutato un qualche sentore anticipatamente, arrestando tre individui sospetti, per misure di prevenzione. I fuggiaschi furono man mano arrestati, e l'ultimo fra gli sconsigliati, capo de' medesimi, fu Domenico di Marco, che cadde ne’ lacci della giustizia, la sera del 15 settembre istesso, ritrovato sotto al letto in casa della madre, dimorante in Palermo, quartiere di Palazzo Reale, al largo de' SS. Quaranta Martiri, mercé delle cure vigili degli uffiziali di polizia A vini e Basile.

Lode alla verità, la popolazione Palermitana, fedele al Re ed all’ordine, rimase impassibile all'avvenimento; come è da rendere giustizia al corpo municipale, per le vigili cure spese a prò del pubblico, il dì seguente, onde i mercati di commestibili ed il consueto traffico della città non venissero sospesi o interrotti de' vani timori, per l'avvenimento della notte.

La clemenza del Re è momentaneamente interrotta, sol perché non trattasi di offesa isolatamente diretta alla sua persona ed al suo governo, ma ad una città pacifica ed inerme, e per omicidi! e ferite recate a privati individui, che ritiravansi tranquilli alle loro famiglie. Perciò fu dovere di giustizia, abbandonare i rei al rigore delle leggi, e undici individui furono dannati a morte e ventuno a pene minori, dalla commissione militare di Palermo, dietro accurato giudizio ed assoluta convinzione de' rei (24 novembre 1831).

Ma la Giovane Italia, che abbiamo appreso d’esser nata, sentiasi morire per la pace universale che Ferdinando a non più oltre, avea sparsa nelle due Sicilie. Fallito il disonorevole e micidiale tentativo di Palermo, sussurrò in mille modi, ma inutilmente, nella parte continentale del Reame, ove le masse furono, sono e saranno ognora dell’ordine e della dinastia, perché nutrite ognora alle vive sorgenti della civiltà cattolica (26). Ma non guari dopo fra milioni di persone, rinvenne un pugno di sedotti, e per maggior ludibrio della faccenda, due amnistiati rei di Stato reduci dall'esilio, ed un perdonalo militare, destituito e reintegrato, capitanarono la famosa schiera nemica, di venti e più contrabandieri noti nel Principato Ultra, e avendo per codazzo alla titanica impresa un fraticello francescano, non degno da molto della serafica divisa per costumi riprovevoli. Costoro serpeggiando come la biscia su i fertili prati, campeggiarono nel mistero da Napoli a Nola e da Nola fino ad Ariano. Speranzosi del desio di Catilina, certi di avere milioni al loro seguito, si unirono sol monte Taurano nelle adiacenze di Lauro, al cadere del giorno 19 agosto 1832; spiegarono bandiera ribelle, promulgarono un proclama sedizioso dettato a. cambiar la forma del real governo, strepitarono fra quei boschi, quasicché ogni quercia fosse un uomo, tentarono di svaligiare il procaccio delle Paglie che veniva a Napoli (splendidi auspici! di libertà!!!); ma vedendosi isolati alla rappresentanza di sì ridicola comedia, dopo circa ventiquattrore, alla vista de' gendarmi si dispersero.

La polizia diramò i più validi mezzi di assicurare allo giustizia gli Ertoli della favola; e l’ultimo, il laico francescano diè ripruove di zelo alle autorità per rinvenirsi, finché l’energico funzionario Luigi de' duchi Morbilli, riuscì ad arrestarlo nel convento della Sanità (27).

Elevatasi una commissione militare nella Provincia di Terra di Lavoro, istruì coscienzioso processo e i dibattimenti furono di ragion pubblica, o i più strenui avvocati criminali, si ebbero i rei alla difesa. Fu volere magnanimo del Re che i detenuti, lungi dal soffrire rigori di carcere, fossero co' più indulgenti modi trattali, e godessero di tutti i favori conciliabili colla gravezza del loro delitto; tal che quei forsennati ne furono sì scossi, che impetrarono di poterne esternare la gratitudine eoo poesie e con prose, al cuore generoso del Re.

I principali fautori di questo attentato, Vitale avvocato, Luigi Ascoli proprietario, Angelo Peluro frate laico, e Domenico Morici destituito capitano del genio dopo il 1820 e reintegrato dal giovine Rifurono rei convinti della ribellione. La commissione militare in Capua però, condannò alla pena di morte, frate Angelo, Vitale ed Ascoli; ed altri ventano a pene minori. Ferdinando, clemente ognora e generoso sempre, diminuì a tutti i rei la pena di un grado.

Il sentimento pubblico nel Reame, che mostravasi sì intimamente ligato ad amare il Re ed a fruire de' suoi perenni tesoreggianti beneficii, appalesò il più alto disgusto contro questi nemici della prosperità de' popoli, e il nome del frate discolo, entrò in ogni racconto popolare come la befana e dilatando in ogni cuore l’illimitato affetto pel Sovrano.

STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 25 NAPOLI 1855

Veduta del Palazzo Reale di Napoli da Piazza San Carlo

Veduta del Palazzo Reale di Napoli 

da Piazza San Carlo

La propaganda non mancò di proclamare trionfi per questa faccenda, e siccome negli altri Stati d’Italia esisteano de' movimenti sellarli, da noi esposti, si sperò ad una apoteosi sciagurata, ad una conflagrazione generale nelle Sicilie, a barricate, a sangue e ad ogni malanno pubblico e privato; cose che sì bene mettono la gioja e la voluttà demoniaca, nel cuore de' novatori, diluiti i tempi, ma pare molto di più nei detestabili tempi nostri.

Ma l’Europa non curò simile faccenda, eia stampa francese sì caustica in quei tempi e sì espansiva per moti liberticidi, pure seppe assegnare il giusto valore al dramma del monte Taurano, e noi ci facciamo uno scrupoloso dovere di prevenire alcuni mendaci! asseriti, riproducendo in nota documentale, l’opinione espressa a Parigi dai più bollenti giornali di allora. (28)

Ma non erano sufficienti questi episodii, soffiati dalla sinistra propaganda, per tentare un rovescio alla paciere civiltà surta splendida di se nel Reame delle Due Sicilie, col venire al trono Ferdinando II. Non scorsero che mesi, dal tentativo ribelle sul monte Taurano; istruivasì ancora il processo pel fallito criminoso fatto, ed ecco che l’occhio vigile della Provvidenza, libera i nostri popoli da una sciagura irreparabile.

Chi l’avrebbe detto? le Sicilie, che videro sorgere come por incanto un esercito nazionale, per opera di Ferdinando, pria di esser Re. Quell’esercito che noi in questa storia abbiamo ammirato nascere dalle cure del giovinetto Ferdinando, pari ad un embrione di famiglia. Quell’esercito che abbiamo già ravvisalo, dal suo duce appena addivenuto Re, mercé il perdono e l’obblio, compaginato come un prezioso volume, dalle sue annose e sparte pagine, e con sorte assicurata pe' suoi futuri gloriosi destini. Quell’esercito, primo ad appellarsi fra lo armate di Europa, con patria superbia, esercito del Regno delle Due Sicilie. Quell’esercito che conserva il prestigio raro di avere il proprio Re, qual primo soldato delle proprie bandiere; ed essere ligato a lui solo coi doppii vincoli di sudditanza è di disciplina. Quell’esercito che vide dal 1830 in poi, offrire alle sue schiere i più strenui giovani civili del reame, col prestigio di volontarii, sol perché il Re è il dace e’1 compagno del soldato; e che seppe sperdere le abitudini di famiglie nelle province, si lagrimose e desolate un tempo dopo il sorteggio di leva, e quindi rassicurate e contente nel veder partire i proprii figli ai servizio militare, sol perché il proprio Re ritrovano a loro capitano supreno, o vigile custode dell’onore de' campi, o severo ed infatioabiie maestro e valutatore delle loro gioje e de' loro quotidiani travagli: ah! Sì, è troppo prestigiosa in Europa, là nascita dell’attuale nostro esercito, per potersene parlare, e sentirsi battere il patrio cuore di nobile meraviglia.

Ebbene, la nostra storia à il dispiacevole mandato di registrare un episodio delittuoso, che senza robbare un sol raggio alla virtù severe del patrio esercito, dà motivo ad elevare Ferdinando II, al culmine più eminente della benemerenza sociale nel mondo civile.

Ai primi di giugno dell’anno 1833, tre individui del nostro esercito che avea già reso nel Reame il servizio militare, il più nobile delle carriere; tre individui, i di cui nomi consacriamo all’obbrobrio di tatti gli onorali stendardi del mondo, Francesco Angelotti luogotenente, e Cesare Rossaroll e Vito Romano sotto-uffiziali di cavalleria, congiurano di attentare alla preziosa vita del Re; ma vinti dall'enormità del fatto, cercano darsi la morte a vicenda, e Romano cade estinte i Bossaroll ferito. La commissione stabilita pe' reati di Stato, condanna alla morte de' parricidi gli esecrati Angelotti e Rossaroll, i quali coverti di veste nera ed a piè nudi, pentiti del delitto immane ed apparecchiati a ben morire, si avvanzano alle forche; ma piano, ecco giunger rapido il tenente generale Salluzzo con dispaccio insperabile, innanzi al delitto ed al raccapriccio sensibile dell’esercito, ed al dolore di milioni di sudditi; e, il Re Ferdinando à aggraziato della vita i saliendi il patibolo, commutando la pena in 25 anni di ferri. Che più? esaminiamo con giudizio critico lo spirito pubblico delle Sicilie e dell’Europa, per questa duplice imponente circostanza; la colpa ed il perdono.

Ah! questi esseri maligni erano i beneficati con distinzione dal giovane Monarca — quale splendida morale si possiede da uomini che vogliono felicitare la società!!!

Ma erano appena visibili nel numero, al cospetto d’un intemerato esercito... — che importa? il rivoluzionario, calunniando il genere umano, lo suppone della sua specie ed in sì iniqua lusinga, sì’ muove e si aggita, per aggitare e commuovere il mondo.

Ma basta, avvanziamo dire.

Allorquando i vincoli dell’amore, promanano per una parte da' beneficii e per l’altra detta gratitudine, fortemente congiungono la sorte di un popolo a quella del suo Re; e ciò che la perfidia può immaginar di più iniquo per spezzarli, non riesce che a più rinvigorirli ed animarli.

Or l’impressione provala dai popoli nostri, all’immaginato annunzio dell’empia trama, fu tale, che quasi saremmo indotti ad appellare fausto un tale avvenimento, e fausto sì da potersi per esso, ampiamente rivelare l’immenso affetto, l’attaccamento deciso, che possentemente à ligato ognora e liga i cuori degli abitanti delle Due Sicilie, per Ferdinando e pel suo Trono.

Lo stupore ingombrò gli animi al primo annunzio. Non si credeva possibile l’accaduto. Troppo nero, troppo sacrilego era il proponimento, e rifuggiva all’amore per Ferdinando e agli onorali naturali costumi de' popoli nostri, l’idea ch’esister potessero uomini simili. Infatti, gli affettuosi e cattolici nostri costumi, serbano un prestigio troppo degno per la monarchia nazionale. Fate comparire Ferdinando II, per Napoli, come per le Calabrie, come per le più inospite terre di Sicilia e, è il sole che spunta ovunque passa, il Re, e — non esistono più opinioni—è l’angelo benefattore, è una visibile emanazione dell'Eterno che passeggia per le contrade. Ma i schifiltosi? sono i più ligati al Re, si perché fan parte della naturale famiglia, si perché sono ambiziosi, ed ogni vocabolo democratico in bocca a questi, è l’aspirazione ad un impiego; — avremo tempo ad avvicinarli.

Sicché accertati, un grido di raccapriccio si alzò ed un fremito di alto risentimento scosse ogni petto. Le diverse classi, i celi tutti si confusero per un momento in un solo, ravvicinali da conformi sentimenti che loro ispirava una nuova si inaspettata. Ognuno ricordava il mare de beneficii pubblici e privati, sparsi dal Re; ognuno, si ricordava d’averlo avvicinato, d’avergli parlato, d’aver ottenuto una grazia. Come al Re? contro quel Re che viene di persona, da provincia in provincia, da città in città, da paese in paese, per dimandar contezza de' nostri bisogni, e viene solo e senza squadre, quasi un privato alla visita della sua famiglia?.. Feste religioso, feste civili, indirizzi, monumenti votivi, si successero di quà, di là del Faro, pari al balene. E di qua di là, ogni provincia aspirava a possedere il Re, onde munirlo della loro difesa, quasi il pericolo d’un istante continuasse ancora. Ma fra tante e tante vivide immagini di entusiasmo, non crediamo privare la storia, d’un commoventissimo episodio che tanto onora le Calabrie e quei baldi e sensibili popoli.

In quel giorno che la sinistra notizia arrivò in Cosenza, erari Mercato, in cui convengono quasi tutte le Calabrie. Che espansiva ribellione si ammirò! quel motto antico «possa aver le mani agili come lingue calabre» si attuò nella più lata maniera. Infinite voci acclamarono r intendente, onde scrivesse al Re di venirsene nelle Calabrie, ove troverebbe eserciti di uomini pronti a morire per lui nel difenderlo ad ultimo sangue; e il secolo attuale conosce bene, un giuramento calabrese per la dinastia di Carlo III, quanto pesa.

E chi può comparare il fremito e il voto dell’esercito, del vecchio esercito richiamato a vita da Ferdinando, del giovane esercito sorto per sua opera e ricco de più strenui volontarii, doni carissimi dello nobili e civili famiglie del Reame? Facea uopo in quei giorni avere mia forte armata nemica a fronte, per testimoniare 1 amore per Ferdinando. Il severo generale Fardella, ministro di guerra e marina, uomo che non commoveva la mitraglia, dové piangere di tenerezza nel raccogliere gli unanimi sentimenti che per corpi e per individui, esprimer vollero a voce ed in iscritto, l’esercito e l’armata di mare.

Ecco dunque come le abberrazioni stesse di pochi, confermano sempre più i popoli sulla retta via del ben vivere morale e civile, e come la Sapienza unica del Moderatore dell'Universo, confonde l’empietà, e fa che sorge più luminoso il trionfo della virtù, dalle basse insidie dei vizio, facendo nascere una nobile compensazione ai proficui beneficii sparsi su tutti i ceti da Ferdinando II mostrandogli dopo più che due anni di Regno, evidentemente non esistere più partiti nelle Due Sicilie, meno uno solo che è quello di amarlo; e le considerazioni morali che scaturirono da tutti i punti del Reame, come da una sola sorgente d’interessi politici, dinastici e sociali, appalesarono fin d’allora (lezione a' stolti), che tanti anni di trista esperienza e di sciagura, non potevano più riedere a vita fra noi, e che Ferdinando ll, avea ad esse e per sempre scavate la sepoltura naturale, alla profondità di secoli.

Riportiamo in nota un energico rapporto, fra tanti, di un intendente di provincia, personaggio antico e che avea la possa di bilanciare l’opinione pubblica del Regno, mentr’era alla testa del suo dipartimento; e costituisce pel lettore un prezioso documento storico contemporaneo, degno di meditazione anche oggi. (29)

Progrediamo nella morale de' fatti. «Il giorno 14 dicembre 1833, giorno di gloria pel Re e di giubilo pe' suoi popoli, brillerà di eterna luce, ne' fasti della magnanimità. Surto per vedere un atto di reclamata giustizia, tramontò dopo avere illuminato un atto di straordinaria clemenza, e la festa di un popolo civilizzato, intorno ad un patibolo.»

Con queste memorabili e monumentali parole, i testimoni di vista, ci ànno tramandato la giornata in cui Angellotti e Rosaroll, si avviarono in Napoli per soffrire l'estremo supplizio.

Questi esseri, che scoverti appena nel loro immane concepimento, valutandone l’enormità, aspiravano a recar nella tomba il delitto, senza aver forza di ripeterlo avanti la giustizia umana; il di 13 del mese di dicembre (avendosi dovuto attendere la guarigione del Kosaroll, ferito a morte da Vito Romano rimasto estinto dal primo), la suprema commissione pei reati di Stato, gli condannò a morte, col terzo grado di pubblico esempioli di 14, il palco eran innalzate. Intorno ad esso si era già schierata le soldatesca destinata ad assistervi, e vi si erano affollati (numerabili spettatori. II lugubre corteggio de' condannati erari giunto, l’intima persuasione della giustizia del gastigo, era scolpita in tutti i volti, ed in qualche modo facea sentire meno il natural ribrezzo che si à pel sangue; il capo de' delinquenti era già nelle mani del carnefice...

Ecco giungere al galoppo su spumante destriero un nunzio del Sovrano, come un messaggio di perdono volato dal Cielo, e, grazia, prozia... e l’esecuzione è sospesa!

Grazia, replicarono mille e mille labbra di soldati e di popolo, e quel grido immenso, parea la voce di un solo. Viva il Re!... mille anni viva.., fu la parola dell'anima che a quella successe, ed il berretto del popolano e ‘l cappello del galantuomo, e quello piumato del generale e lo sciaccò del soldato, s’incontrarono insieme in un istante nell’aria; lagrime di cara tenerezza apparvero sugli occhi di tutti; il carnefice istesso proruppe in pianto!

Nel trionfo della clemenza del Re, nella gioia universale, la parola manca per compiere questa commovente narrativa, aspirando a voler pennellare lo stato degli aggraziati in quel momento solenne, passando dalla morto alla vita, mentre fa vita era già in mano della morte. La parola non vale, e ci rimettiamo al cuore umano d’ogni lettore.La fama del novello atto della magnanimità di Ferdinando, colle sue elettriche ali, incominciò a spandersi per la vasta città, e siccome niuno avea avuto pensiero della grazia, stante l’esasperamento degli animi, come giunse sulla popolata via di Toledo, videsi la medesima brulicar di gente che univa» a piccoli crocchi, spiandosi della voce corsa. Ha la certezza dell'avvenimento non tardò a spandersi da per ovunque, e allora non vi furono sulle labbra dell'universale, che benedizioni al nome dell'eroico Principe.

Allora avvenne, che in tutti i cuori s’intese il bisogno di vedere il Re, di acclamarlo; era lo sfogo di un entusiasmo di giustizia. Comparve inatteso in quella sera nel teatro de' Fiorentini. La sua comparsa cagionò in tutti quei spettatori la più forte delle emozioni; e gli applausi e l’esultanza, furono così espansivi, cosi generali e crescenti e superiori tanto ad ogni descrizione, che quell’esultanza, quell’entusiasmo, quegli inesprimibili applausi non sembravano ma erano i rappresentanti di quelli dell'intero Regno; e tanto che intesi sulle vie adiacenti al teatro, si propagarono in un eco di gioja, ed era troppo caro, quella tras; missione elettrica di gratissimo affetto, nel veder battere le mani ed alzar la voce agli evviva, tutte le persone che attraversavano per combinazione quelle popolate adiacenze della città.

Questo giubilo universale intanto, non partiva già da' riflessi sulle qualità dei graziati: ma sorgeva dalla sublime abnegazione cattolica del Re, e da un profondo sentimento civile, di ciò che poteva e doveva attendersi il Reame da tra Monarca capace di cotanti eroismi.

Ah! è vero al mondo — che il Cielo guarda i Re, cogli occhi dei loro popoli....

Il delitto avea fatto il giro dell’Europa, e noi avendo ora investigala la stampa estera di quegli anni, abbiamo rinvenuto pagine dolenti e polemiche sensibili in disfavore dei rei e della letale propaganda.

Oh! ci manca la lena a compendiare le lodi meravigliose che s’intesero e si scrissero pel Sovrano delle Due Sicilie nel mondo civile all’avviso della grazia fatta a piè del palco di morte ai due militari felloni, quasi una continuazione de' speciali beneficii che i medesimi aveano ricevuti nell’onorata carriera delle armi dalle mani del Principe, e come Re e come duce supremo delle napoletane schiere. Ma intanto, essendo giunti al termine del quinto libro della storia, ci riserbiamo valutare Ferdinando II, al cospetto dell’Europa, allorché ci occuperemo a seguire col racconto il viaggio del Re, nell’Europa medesima, ed al cospetto de' popoli e degli eserciti di Austria, di Germania e di Francia. Per ora, passando ad altre non meno interessanti materie contemporanee, posiamo la penna, ripetendo il motto.

Il Cielo guarda i Re, cogli occhi de loro popoli.

FINE DEL QUINTO LIBRO.


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LIBRO SESTO

Sguardo sull'esercito e sull'annata di mare—Riforme, personale. leggi promozioni —Evoluzioni di guerra, parale. — Simulacro d’assedio in Capua. per glorificare il compimento de' 100 anni dalla battaglia di Bitonto. per antonomasia il secolo di Metri. —Istituti militari. Orfanotrofi ecc. ecc. — Creazione delle Guardie d Onore nelle province di quà e di là del Faro: la guardia d’interna Sicurezza. —Parate di Piedigrotta. -Istituzione novella dell’esercito e d. visione di corpi. L’Artiglieria littorale. i Pombieri di città. -Legislazione militare. Necrologia militare. fino all'anno 1836.

CAPITOLO LX

L’Esercito del Regno alla salita al Trono di Ferdinando II. — Giuramento. — Abolizione del comando generale ed istituzione di nuove riforme supreme, ed istallazione dello stato maggiore. — Novelle divise militari. — Funerali dell’esercito pel defunto Re Francesco I.

Piacevolissime reminiscenze d’una gioventù tutta militare, accompagnarono Ferdinando II al Trono dinastico delle Due Sicilie. Pochi avvanzi di ricostituito esercito rinvenne egli, elevato dal padre Francesco I alla dignità di comandante supremo delle regie squadre, appena il dì dopo che Tarmala austriaca abbandonò di presidiare il Regno.

Avvanzi io dissi, di sparti corpi trascelti dalla doverosa necessità dei tempi, fra le meno contaminate schiere del 1820; avvanzi senza prestigio pel mestiere onorato che andavano a riprendere, senza confidenza assoluta pel governo e pel paese di cui riassumevano la difesa, senza dignità al cospetto della politica e degli eserciti stranieri; giacché la difficile e gloriosa vita delle armi, non è che un limpido e poro specchio morale, agli occhi della società, e macchiato appena la prestigiosa luce che irradia un armata al cospetto religioso del sacro giuramento alle bandiere, tutto si sfuma il corredo virtuale della nobile assisa militare, e non appare altro, a sinistro ricordo, se non l’inconfidenza, il disprezzo, il sarcasmo, l'ironia del più mottegiante sorriso, delle moltitudini.

Abbiamo ammirato con patria superbia, i mezzi usati dal giovinetto Duca di Calabria, per togliere il difficile obblio che covriva la professione militare nei paese, e quali splendidi mezzi egli usò, per soffiare la vita alla spenta vita guerriera del soldato; talché mano mano, alla distanza breve di meno che cinque anni, dal di del suo comando a quello del suo venire a Re, la storia contemporanea puole presentare al cospetto del Monarca novello del Regno delle Due Sicilie, se non un perfetto esercito, nel di 8 novembre 1830, un esercito già animato del corredo prezioso che posseder deve, per degnamente serbare questo nome nel R 'amo e nel mondo civile; ma à duopo di molto ancora per poter dire all’Europa militare. «Io vivo, io esisto, datemi il posto di onore che spettami nel tempio della gloria, appo l’ara della fede inconcussa per la religione de' giuramenti, all’ombra delle bandiere per le quali si versa il sangue, si muore, ma non si cedono.»

Ed è questo il secondo periodo di gloria militare delle Sicilie, che iniziamo in questo sesto libro della storia, che s’intitola del Re Ferdinando II. Il lettore lo mediterà con ogni possibile attenzione, giacché non vi fu mai vero amor di patria, senza vero amore alle patrie schiere, dalle quali promanano, su d’ogni savia ad onoranda Monarchia nazionale, il lustro, la forza, il decoro, la potenza, il rispetto, e la gloria ne’ pericoli comuni, e ne’ comuni interessi.

Ed ecco il patrio esercito, apparecchiarsi a prestare il suo giuramento al Re Ferdinando, come dovere di legge, mentre da anni un ‘giuramento d’affetto di gratitudine per lui serbava in cuore, dettalo dal dominio assoluto che gode un degno capo d’armata sulle schiero che comanda. Era un appello questo, nuovissimo e fuori uso, perché ogni soldato chiamato a giurare, proferendo il Viva il ile, provava la nobile compiacenza di salutare Re, il compagno prestigioso della sua nobile carriera.

Ecco a un’ora dopo il mezzo giorno, mentre Napoli vestivasi a festa, (19 novembre 1830) la guarnigione schieravasi in battaglia lungo la strada del largo delle Pigne e Foria, formata in tre divisioni. Questa linea appoggiava la dritta all’angolo del real museo Borbonico, prolungandosi fino alla strada del Campo di Marte. Disposte così le schiere, il comandante in capo delle medesime, tenente generale graduato,. Selvaggi, fece battere il bando da tutti i corpi e ricevé al centro della inca i generali comandanti le divisioni e brigate, i quali al cominciare a leggersi la formula del giuramento dall’anzidetto tenente generale, abbassarono la punta delle loro spade. Indi Selvaggi pronunziò ad essi il seguente discorso.

«Il giuramento di fedeltà da voi prestato a S. M. il Re Francesco I di gloriosa memoria) c’impone la obbligazione medesima, verso il suo erede e successore al Regno delle Due Sicilie, il Re Ferdinando II, no Biro Augusto Monarca.

«Io sono sicuro che questo sacro giuramento, è così indelebilmente scolpito dell’animo di tutti voi, come nel mio.

«Infrangibili od inalterabili sono i doveri che abbiamo solennemente contralti: costante dunque ed inviolabile del pari dev'essere e, sarà la nostra devozione al Trono.

«Una scia voce sia l’inteprete verace del nostro interno irremovibile sentimento, un solo grido echeggi da per tutto: fedeltà al nostro, inclito Re Ferdinando II. Viva il Re!»

A questo tutti i generali insieme risposero ad alta voce: lo giuriamo, viva il Re! e rialzarono le loro spade.

I generali di brigate poi, riunirono egualmente al centro di esse i rispettivi comandanti di corpi, ai quali ripeterouo con equal formola il riferito discorso.

I capi de' corpi praticarono altrettanto co' loro uffiziali superiori ed i comandanti de' battaglioni fecero colle formatità d’uso prestare il giuramento agli ufficiali.

Fin qui la scena era tenera, ma giunta la funzione sulla linea delle compagnie o squadroni, si rese commovente da strappare le lagrime ai più duri di cuore. Appena ai soldati fu letto il giuramento e i tamburi e le trombe toccarono il segnalerà parola Viva il Re, covrì l’aria di un entusiasmo indicibile, che ripetuto su tuttala estesa linea, produsse un eco sì gagliarda sull’affollata moltitudine, e questa invasa del medesimo grido di gioja, sorpassò l’entusiasmo istesso delle schiere.

Terminala la funzione, il generale in capo diede gli ordini onde rompere per plutoni a dritta e marciare. Giunta la colonna per Toledo appo la chiesa di S. Ferdinando, defilò innanzi al suo comandante, per restituirsi ciascun corpo alla propria caserma.

Eguale funzione si ebbe a Palermo, sotto il comando del tenente generale Vito Nunziante, ivi giunto qual comandante supremo provvisori e luogo tenente generale. E così mano mano, praticossi da tutte le guarnigioni militari del Regno.

E una gran pagina monumentale, questa militare funzione per la nostra storia, per la base del nostro storico edificio contemporaneo; per, ché, sono già ventotto anni, mentre scriviamo, e la Dio mercé, al cospetto del mondo militare, questo giuramento dell’esercito delle Due Sicilie, si mantenne ognora e si mantiene sempre, non solo costante, ma crescente ne’ suoi altissimi doveri di onore, innanzi al Re, al Regno ed all'Europa. Ammireremo in prosieguo del nostro racconto, che questo indomabile giuramento un dì, fu unico tra gli eserciti a serbarsi intatto e limpido non solo ma glorificato dalla fame dal sangue e dalla morte, al cospetto di una conflagrazione europea. Sì, sì—-è una gemma patria troppo preziosa, quest’esercito di Ferdinando II — e lo storico, enarrando i suoi fasti, può avere la penna rapida, senza intoppi allo scrivere, serbandola ognora intinta nell’inchiostro della fedeltà, del valore, della gloria. Simile costante ventura, vantiamola, è sola nostra, è sola delle Sicilie, attraverso gli squallidi anni trascorsi, del comun vivere sociale.

Trascriviamo a memoria degli intelligenti della scienza costituitiva degli eserciti permanenti, la prima legge fondamentale che Ferdinando emanò salito al Regno, per fissare gli ulteriori sviluppi delle milizie da da lui create.

«Considerando che dal mese di maggio 1821, principio della istallazione del Comando generale dell’Esercito in poi colle continue ed indefesse sollecitudini e fatiche adoperate, si giunse non solo a stabilire per le Reali Truppe il loro benessere, tanto a migliorare la nutrizione del soldato, il suo vestire militare, l’armamento e gli alloggiamenti, quanto perché si conseguì il nobile scopo di elevarle ad un aspetto più imponente, ed a dar loro una solida esistenza; ma si provocò una legge per gli ascensi, mercé la quale svanì ogni arbitrio ed equilibrandosi l’anzianità ed i talenti, si ottennero allo Esercito uffiziali, istruiti e di. maturi servizi, talché uscendosi dalle circoscritte e parziali evoluzioni de' Corpi, furono dei campi in questa capitale, nonché ne’ vasti terreni delle altre guarnigioni de' nostri Reali Domini, riunite le varie arati che mutualmente combinandosi, si eseguirono frequentemente in nostra presenza delle grandi manovre;

«Considerando che per perfezionare le istituzioni organiche del nostro Reale Esercito, fa duopo semplificare l’azione del Comando da tutto ciò che può distrarlo dall’utile fine cui è destinato, cioè nelle istruzioni, ne’ celeri movimenti e nelle operazioni militari — Abbiamo risoluto di decretare;

«Articolo 1.° — Il Comando Generale del real Esercito terminerà colla fine del 1830.

«Al primo gennaio 831, tutto lo Stato militare rimarrà costituito in quattro distinti rami; cioè: Comando delle Reali Troppe, Ispezione delle medesime non che del materiale dell’Esercito, Intendenza Generale, e giurisdizione penale militare; tutti sotto all'immediata dipendenza della nostra real Segreteria e Ministero di Stato della Guerra, per lo di cui organo ci vengono rassegnati gli oggetti militari, e si emanano le nostre Sovrane risoluzioni.

«Art. 2. — Le nostre Reali Truppe, saranno divise in tempo di pace in due eserciti di guarnigione, uno pe' domini al di quà, l’altro per quelli al di là del Faro, e verranno comandati in capo da due Comandanti generali delle Armi, uno residente in Napoli e Poltro in Palermo. Questi dirameranno i di loro ordini per mezzo de' Governatori e Comandanti di Province o Valli, i quali per via de' Comandanti delle piazze, Siano aperte chiuse permanenti eventuali, li faranno pervenire a Corpi delle loro rispettive guarnigioni.

«Art. 3.° — Ci riserbiamo di formare delle Brigate, o anche delle Divisioni d'istruzione, ed i Generali che ne avranno il comando, dipenderanno direttamente dal Comandante Generale delle Armi, di quei dominj ove si troveranno e non saranno tenuti verso i Comandanti territoriali, se non che a dar loro conoscenza della forza de' Corpi che entrino o che sortano dal rispettivo lor territorio, o che vi si trovino allo spirar di ciascun mese.

«Art. 4.° — i Brigadieri che attualmente comandano le brigate di fanteria e cavalleria del nostro Esercito, saranno al 1.° gennaio 1831, divisi nelle piazze di numerosa guarnigione per comandanti delle brigate eventuali, sotto gli ordini de' governatori o comandanti di esse piazze.

«Art. 5 In tempi di guerra nomineremo un Generale in capo pel nostro esercito di operazione, il quale dipenderà unicamente dal nostro Ministro della Guerra, e diramerà i suoi ordini per mezzo de Generali comandanti le divisioni e le brigate.

«Art. 6 Vi sarà uno Stato Maggiore dello Esercito, composto da due Uffiziali superiori e dodici capitani. Di essi, il primo con otto capitani saranno destinati presso il Comandante Generale delle Armi al di quà del Faro, ed il secondo con quattro capitani presso il Comandante generale al di là dal Faro. Ogni Comando Generale, avrà una cancelleria sotto la direzione del rispettivo capo di Stato Maggiore.

«Art. 7.° — La nostra Guardia Reale verrà comandata da un Colonnello generale che ne sarà anche l'Ispettore, il quale dipenderà direttamente da noi, ’per mezzo dei Ministro della Guerra. Quando poi giudicheremo che qualche Corpo della medesima, debba far parte degli eserciti di guarnigione, o di quello di operazione, uscirà da quel momento su i Corpi menzionati, il comando del Colonnello Generale, senza però cessarne l'ispezione, e vi subentrerà quello de' Comandanti territoriali, o de Generali dell'Esercito di operazione.

«Art. 8.°—La Gendarmeria, senza venir distratta dal servizio che rende alla Polizia a' sensi della sua speciale ordinanza; sarà per lo servizio militare, dipendente dai Comandanti territoriali, come ogni altro corpo dell'Esercito.

«Art. 9.° — L'Ispezione delle nostre Reali Troppe sarà esercitata in ciascun Arma da un Ispettore. La Fanteria può averne più di uno. Nel Genio e noti’ Artiglieria, continueranno a portare il nome di Direttori Generali, a causa de' materiali inerenti a dette Armi.

«Art. 10.°— A somiglianza del Direttore Generale della sanitàmilibre e dall'Ispettore della rimonta, noi destineremo uno o più Ispettori, per le altre parli del materiale dell'Esercito.

«Art. 11.(0) — Gl'Ispettori non avranno più il comando, ma la sola ispezione dell'Arma commessa alla loro cura. I Direttori Generali dei Corpi facoltativi eserciteranno su di essi, tutte le facoltà attribuite loro dalle rispettive ordinanze, senza cedere però le attribuzioni de' Comandanti territoriali, o quelle degenerali dello esercito di operazione.

«Art. 12.° — L’Intendenza Generale dell’Esercito, riprendendo tutto ciò che si appartiene all’amministrazione militare, e che è di sua spettanza, dipenderà unicamente dal Ministero e real Segreteria di Stato della Guerra.

«Art. 13.° — La Vice Intendenza dell’Esercito residente in Messi? na, è abolita. Resterà quella ell'è in Palermo, dove si riconcentrerà tutto il servizio di sua attribuzione.

«Art. 14.° — La giurisdizione militare a' termini dello statuto penale militare, sarà esercitato dall’Alla Corte Militare, e da diversi Consigli di Guerra, e dipenderà unicamente dal nostro Ministero e real Segreteria di Stato della Guerra.

«Art. 15.° — Tutti i decreti, le disposizioni e i regolamenti che si oppongono al presente decreto, restano abrogali, ecc. oc.»

«Napoli 11 dicembre 1830.»

Da questa primiera legge organica del nostro esercito, emanata da Ferdinando addivenuto Re, il lettore anco non intelligente di milizia, avverte in quale stato di disappunto era ridotta l’organizzazione militare nel Regno, e di quali energiche e grandi istituzioni facea duopo.

Venne ordinato ancora che a complemento di distintivo personale (ogni militare da soldato a colonnello, per ordinanza, crescesse le basette (mustacchi); meno gli uffiziali della marina di guerra (Portici 13 novembre 1830).

Non guari dopo (Napoli 6 dicembre 1830), emanò un primo regolamento, onde iniziare un’assoluta riforma a quella nobile assisa militare, che tanto si attaglia al patrio esercito.

Ciascun capitan generale, tenente generale, maresciallo di campo e brigadiere, qualunque sia l’arma o destinazione addetta, deve tanto sui piccoli che sul grande uniforme portare due spalline a seconda l’ordinanza di vestiario che contemporaneamente prescrisse (eguale a quelli di oggi ancora), e in argento per soli brigadieri, in oro per gli altri tre ordini di generalato; e avendo sullo scudo delle medesime, il capitan generale tre gigli a piramide sormontali da corona reale, il tenente generale duo gigli e la corona, il maresciallo di campo un giglio e corona, e a tutti questi, in argento; il brigadiere sulle spalline d’argento un giglio e corona di oro.

I colonnelli Repenti colonnelli e maggiori, si ebbero anco le spalline, di oro o di argento, come oggi sono, à seconda di oro ò di argento, fosse il bottone della divisa, e con tre due o un solo giglio sormontati da corona, in opposto sempre al colore della spallina medesima; ad eccezione sempre della fanteria della guardia reale, che à spallina di argento, mentre il bottone dei vestiario è di oro.

Do questa legge vennero esentali gli uffiziali superiori de' reggimenti cavalleggieri della guardia (oggi ussari) non comportando spalline la foggia del loro addobbo; ed a questi ed ai lancieri, venne accordalo il distintivo del grado su i caschi o schapkos, con gradazione di talloncini.

E per tali migliorie si abolirono i galloni su i paramani degli abiti elio prima servivano per insegne di grado.

Conservando sui cappelli de' generali l'antico gallone, tal quale lo vediamo oggi a punto di Spagna, così dello, e la ciarpa intessuta di argento e seta scarlata; venne inibito agli uffiziali superiori della guardia ed a quei de reggimenti svizzeri, il gallone medesimo fatto a merli, ed ebbero quello pari agli altri corpi, come tuttavia si scorge; e gli uffiziali superiori di marina, del gonio militare di terra e di mare, cambiarono anco a' loro cappelli il gallone di punto di Spagna, e si uniformarono benanche a quei dell'intera armata.

Gli uffiziali superiori di tutti i corpi, gli esenti delle guardie del corpo, gli uffiziali subalterni di ogni arma, non che quei di tutti i corpi militari della real Marina, si ebbero a ornamento la ciarpa eguale a quella degli uffiziali della fanteria di linea, tessuta di seta bianca e scartata, meno i cavalleggieri, che conservarono quella più alta all’assisa loro. Gli ajutanti sotto uffiziali che abusivamente cingevano un distintivo tulio proprio dell’uffiziale ne’ diversi servizi, cioè la ciarpa, con rigoroso ordinamento le venne vietata.

Sulle spalline de' capitoni tenenti di marina di artiglieria, e che serbavano ancore, gruppi di palle ed altro, venne comunemente fìssato il giglio o di oro o di argento.

Si ebbe in seguito anco la spallina mozze Ila, per compimento de' tenenti ed alfieri uffiziali, su i loro uniformi.

Vennero aboliti e violali i bastoni che portavansi dai primi sergenti a caporali, tanto per l’esercito di terra, quanto por l’armata di mare.

Un altra legge venne contemporaneamente fuori, dichiarando che chiunque non sia militare, non deve far uso di qualunque siasi distintivo militare. Immediatamente ordinò cambiarsi i bottoni negli uniformi civili, che l'aveano simili a quelli de' generali. Proibì benanche di portar cogli uniformi civili, i fiocchi alla spada ed al cappello, simili a quelli degli uffiziali dell’esercito, come anche il bordo al cappello o qualsivoglia altro accessorio che possa confondersi co' distintivi militari.

E con questi ed altri provvedimenti, il giovine Re inizia la nuova vita delle armi appo noi. che ne avevamo perduto l’assieme spettante a stabili e dignitosi eserciti. Questi primi dati, gli abbiano trascritti, non per altro, perché segnano quella vita metodica e speculativa e talentosa, tracciata da Ferdinando per creare un’armata, degna di essere in Europa, al confronto delle altre; inoculando mano mano oltre la istruzione propria dell’onorevole mestiere, gli usi, i costumi, l’unitivo, l’assieme, le abitudini, l’amore e lo slancio alla militare carriera; ed in ultimo semplicizzare decorosamente il vario ed omogeneo vestire dei corpi, profittando di quanto è proprio del soldato napoletano, per natura, per temperamento, per clima e per situazione del paese, utilizzando su lo sviluppo degli altri eserciti in Europa, e badando sempre che il nostro, si appalesasse non plageario degli altri, ma atto a concorrere nel nobile arringo delle più avvanzate milizie degli altri stati. Sembrerà poca e facile cosa questo lavoro di Ferdinando II. Ma è il più difficile, per quanto è il più glorioso; e riflettendo che tutto è in uso far da séper riescirci a dovere, senza mai abbandonare le cure di Stato e di governo. Il prosieguo del nostro racconto, farà ammirare 1 arduità del lavoro, e come il giovine Sire fu uso ognora dalla manovra al campo, passare al consiglio di Stato; e dalla rivista d’una divisione, sedersi poi ad un lavoro diplomatico; e da una minuta ispezione in un opificio di guerra, entrare ad una pubblica, esposizione di belle-arti;come viaggiando spesso per le province del Regno, si à fatto seguire da una colonna mobile, e manovrare colla medesima, chiamare spesso ogni soldato a nome con memoria mitridatica, e da un’ora all’altra del giorno, chieder conto alle autorità di province dell'amministrazione pubblica, provedere a' suoi miglioramenti, ordinare lavori monumentali e dare udienza a folla di popolo, sbrigando le supplicate grazie.

Non è un panegirico questo di vanagloria che intessiamo al Re, perché quel tanto che scriviamo, cade d’allora fino oggi sotto lo sguardo di noi tutti contemporanei testimoni di visto.

Sentiamo il dovere storico di chiudere questo primo capitolo del sesto libro della patria storia, trascrivendo una funzione religiosa dell’esercito, per compiere il suo lutto con funerali all’augusta memoria del padre del Re, la Maestà di Francesco I. Se il primo corredo che statuì Ferdinando II pel suo esercito, si fu l’elemento cattolico; il primo atto religioso che l’esercito mise in opera al cospetto del nuovo Re, si fu quello di un funerale espiativo all’anima del defunto Monarca.

Il giorno 22 dicembre 1830 l’esercito di terra e Tarmata di mare con solenne pompa compirono il funerale nella vasta chiesa dello Spirito Santo in Napoli.

Invitarono ad intervenire, il corpo diplomatico, il ministero, la camera de' gentiluomini, ed ogni più alto collocato dignitario del Regno. Ricevé alla porta del tempio, questo ragguardevole invito, una commissione di generali e colonnelli, presieduta dal conte Giovanni Statella, Governatore militare di Napoli, sotto a cui ordini erano stati posti gli allievi degli istituii militari, destinati al servizio interno della chiesa.

Alle ore nove di mattina la guarnigione della capitale, in gran tenuta, comandata dal tenente generale Salluzzo, seguito dagli uffiziali dello stato maggiore generale, trovossi schierata io battaglia, lungo la via di Toledo, formata in tre divisioni. La prima divisione comandala dal tenente generale Selvaggi, avendo a suoi ordini i brigadieri Dusmet e Vial; la seconda comandata dal maresciallo di campo Pastore, che avea a suoi ordini i brigadieri Helguero e Lecca, la terza veniva comandata dal maresciallo di campo Delcarrelto, avendo il brigadiere Lucchesi Palli a' suoi ordini.

I castelli inalberarono a mezz’asta la bandiera, e innanzi alla porta del tempio annunziatosi il rito religioso dal tamburo, i corpi schierati ed i castelli, fecero una scarica; che ripeterono all’elevazione ed al termine della messa.

Quel vasto tempio si trasformò in quattro padiglioni, sorgendo nel mezzo del terzo un grande obelisco. I primi tre di questi padiglioni, erano di figura esagonale, il quarto più ampio degli altri, era di figura quadrata ed in corrispondenza della cupola della chiesa, copri va la grande tribuna destinata per gli alti inviati. Seguiva poi il presbitero competentemente elevato dal pavimento del tempio con l’altare ed il trono arcivescovile, e con triplicato ordine di panche di rincontro a questo, desti nate pe' vescovi invitali. Al di dietro in ultimo, e superiormente all’altare suddetto, stava l’orchestra in cinque ordini diposti in figura piramidale.

Era l’obelisco composto di armi di ogni genero e di diversi utensili di guerra in variata guisa congegnati ed in modo da seguire la sagoma dell’obelisco. La cella sepolcrale trovavasi collocata io alto, e vi si ve? devano dalle due facce principali del sarcofago, col Reale manto gli altri emblemi della sovranità. Dieci trofei militari di vario disegno, erano posti all'ingresso delle cappelle laterali, rassembranti altrettante grandi nicchie.

L’illuminazione veniva prodotta non già da candelabri o ceri, ma d$ fiaccole somiglianti a fascine accese, disposte sopra intrecci di rami a foglie di diversa figura, a differenti altezze e simetricamente collocate.

La gran messa venne celebrala da monsignor Gravina, arcivescovi di Militene, cappellano maggiore dell'esercito o del clero palatino; assistito nelle assoluzioni intorno al tumulo, da monsignor Porta confessore del Principe di Salerno, da monsignor d’Anioni vice presidente, della consulta, e dai consultori monsignor Rosici e monsignor Rossi. Le eleganti iscrizioni lapidarie, vennero dettate dal chiaro Domenico Guarracini; il cav. Luigi Marigliani, cappellano di camera del Re, pronunziò il discorso funebre.


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CAPITOLO LXI

Primarie promozioni nell’esercito di terra e nell'armata di mare, da servire pe' primi quadri della nuova composizione delle diverse milizie— Riforma radicale sul personale de' corpi e delle diverse armi, dalla quale ne viene anche una promozione di Ufficiati sedentanei. — Richiamo alle bandiere di molte gerarchie militari, dal tenente generale al semplice luogotenente; e dal retroammiraglio all’alfiere di vascello. — Spettacolo dignitoso e altamente storico, di Ferdinando II, al cospetto morale della giovane e della vecchia milizia delle Due Sicilie.

Onde aprire ogni via certa al concorso di tutti gli elementi necessarii per creare un esercito degno di tal nome, Ferdinando stimò occuparsi a stabilire i nuovi quadri delle differenti armi mercé la scelta di uffiziali alti al novello andamento da lui prefisso;e senza mettere sulla via non pochi personaggi cagionati di salute, vecchi assai, o privi dei caratteri necessari! per conservarsi nell’attiva e difficile carriera militare.

Perciò si diede a riorganizzare de' corpi, aprendo due risorse all'esercito, l’una con una estesa promozione ne' disimpegni attivi, l’altra con una promozione negli impieghi sedentanei, così accarezzando quei che non potevano più percorrere il sentiero prestigioso de' campi. A questi mercé un avanzamento di grado, assegnò un riposo compatibile, ai primi aprì le sorgenti d’un avvenire colmo di speranza e di gloria. Magnifica duplice idea, per ringiovanire e rendere robusti e validi i quadri del futuro esercito delle Duo Sicilie.

E noi enumerando in questo capitolo quelle prime promozioni radicali delle patrie armi, non solo aspiriamo a registrare queste rubriche storiche, coi né a mettere sotto l’occhio dei giovani militari i nomi di quei tanti uffiziali che allora ebbero un avanzamento di grado, e che oggi mercé condotta, attaccamento e onore, si trovano nel novero dei nostri generali, o almeno de' capi di corpo; ad emulazione nobilissima della carriera più nobile. Sembrerà tediosa alquanto la esposizione, ma noi con ostinazione la vogliamo tenere, sì per dare una rassegna storica del personale della pallia milizia, sì per far apprendere ai lettori lo stato di servizio di moltissimi nomi che spesso ci occuperanno nel prosieguo del racconto, sì per avere sott'occhio oggi l’origine individuale dei capi delle napolitano schiere; e sì anco per interessare mercé i loro nomi, ogni amor proprio di patria o di famiglia.

Vennero nominati tenenti generali effettivi, i graduati Luigi Barrici di Villanova, Filippo Salluzzo elevato anche ad ajutante generale, Ferdinando Capece Minutolo duca di S. Valentino, Massimo Selvaggi e Ferdinando Macry. — Ebbero la graduazione di tenenti generali, i marescialli di campo, Lattanzio Sergaidi, Francesco Milano duca di S. Paolo, Domenico Beccadelli di Bologna principe di Camporeale, Francesco Lucchesi e Carlo Vienna. — Ebbero la graduazione di marescialli di campo, i brigadieri Luigi Pouscel e Alessandro Lucchesi Palli. — Furono elevati a brigadieri, i colonnelli, Giuseppe della Valle, Antonio Alvarez y Lobo, Filippo Cella del reggimento Regina cavalleria, Roberto de Saugel comandante la brigata d’istruzione e Luigi de Sonnenberg del1.° svizzero. — Ebbero la graduazione di brigadieri, i colonnelli, Giovanbattista Maiilhonè, Domenico Callarteo, Giovanni Prichard e Raffaele Hueber. — Il brigadiere conte Luigi Gaetani di Laurenzana venne elevato ad ajutante generale. — Il capitano ajutante maggiore, conio Giuseppe Statella del reggimento principessa, ed il capitano conte Riccardo de Sangro del primo granatieri della guardia, vennero chiamali ad uffiziali di ordinanza presso la casa militare del Re (11 gennajo 1831).

Nella gendarmeria, vennero promossi o destinati. — A maggiori, i capitani, Paolo Simoneschi ed Alessandro Ducarne. — A capitani, il capitano graduato Raffaele Conca, il 1.° tenente di cavalleria Emmanuele Caracciolo di S. Vito, i tenenti di fanteria Gaetano Principe, Vincenzo Clarv e Nicola Astuti, ed il capitan tenente Raffaele Colcoliano d'Aragona. — A capitan tenenti i 1.° tenenti di cavalleria Giovanni Carrelli e Antonio Valles. — Al? tenenti di cavalleria, i secondi tenenti Giuseppe Sabatini, Antonio Cutelli e Francesco Grimaldi. — A primi tenenti di fanteria i secondi tenenti Giovanni Falangola, Giuseppe de Meis, Vincenzo Rescigno e Filippo Corbyons. — A secondi tenenti di cavalleria, gli alfieri Gaetano Albasio ed Enrico Padovano. — A secondi tenenti di fanteria Antonio de Torrebruna (tenente sedentaneo) e gli alfieri Luigi Nunziante, Raffaele Labriola, Carlo Battista e Giovanni Ramirez. — Ad Alfieri di cavalleria Gaetano del Pomo e Felice Fiorentini. — In ultimo ad Alfieri di fanteria, Antonio Barbali, Ferdinando Incordino e i primo sergenti Galli, Briglia e Cuscinà. (11 gennajo 1831).

Nel corpo di Artiglieria, vennero promossi. —A colonnello, il tenente colonnello Gaetano Mezzacapo. — A tenenti colonnelli, i maggiori Vincenzo Mensingher, Gennaro Poljzzi e Giovali Andrea Maurìgi. ~ A maggiori, i capitani comandanti, Nicola Merola, Giuseppe Scala e Giovanni Rinaldi. —A capitani comandanti, i capitan tenenti Nicola Regnieri, Donato Laudi, Giuseppe Schellembrid e Ferdinando Simeoni. —A capitani tenenti, i primi tenenti Vitagliano Pugliese, Andrea de Benedicite, Salvadore Balsamo e Artidoro Montier. — A primi tenenti i secondi, Tommaso de Angelis, Raffaele Rodinò. —Il capitan comandante Gaetano Garofalo venne promosso a maggiore, colle funzioni di capo dello stato maggiore al di là del Faro. — Il capitano comandante coll'onorificenza di maggiore Gaetano Schmid addetto all’ufficio topografico, e il capitano comandante Pasquale del Re, ajutante di campo, andarono a far parte, il primo del reggimento Regina artiglieria ed il secondo della brigata artefici. — Il primo tenente Camillo Buonopane addetto all’ufficio topografico, andiede a far parte del reggimento Ré artiglieria. —I secondi tenenti graduati di primi, della brigata artiglieria veterani, Francesco Gagliardi e Giuseppe Amirante, vennero destinati ad uffiziali di dettaglio (11 gennajo 1831).

Gli alunni del collegio militare, Pietro Prichard, Errico Cortada, Girolamo Ulloa, Francesco Mezzacapo, Vincenzo Polisti, Errico Balsamo, Raffaele Massone, Gaetano Gaudianoe Carlo Dupuv, furono nominati alfieri, ed in qualità di alunni alfieri, Prichard e Cortada ebbero destino al genio e gli altri all’artiglieria. (11 gennajo 1831)Nel battaglione zappatori, vennero promossi. — A capitano Raffaele. de Comò, a primo tenente Antonio Recchia a' secondo tenente Raffaele Salmieri e ad alfieri gli ajutanti Tadonio, Palumbo e Zinani, e i sergenti Perris e Huebcr (11 gennajo 1831).

Nella cavalleria diede la seguente promozione. — A colonnello, il tenente colonnello Emmanuele Gaeta ed i maggiori Giuseppe Scarda (rimanendo all’immediazione del Re), e Luigi Pinedo. —A tenenti colonnelli, i maggiori Ferdinando Nunziante, Michele Rossi, Francesco Castagna. — A maggiori, I capitani Giuseppe Pinedo, Giovanni Bolognini, Domenico Pisanelli, Ferdinando Lanza, Nicola de Marco, Gennaro Carabba. — Promosse ad ajutanti maggiori tre capitani (30); a capitani undici primi tenenti (31); — a primi tenenti, olio secondi tenenti (32); — a secondi tenenti, quattro alfieri (33); — ad alfieri, otto ajutanti, due porta stendardi, due guardia del corpo, e un 2.° sergente (34); oltre de' passaggi di corpo (35) (11 gennajo 1831).

In egual data emanò promozioni, anco nel corpo del treno.

Destinò con egual data, circa cento e più uffiziali ad impieghi sedentari, con promozione di grado o di classe o d’impiego o di residenza.

Nella marina di guerra promosse: — Il vice ammiraglio graduato, Giovan Ballista de Sterlich, ad effettivo. — Il brigadiere Domenico Almagro. il capitano di vascello graduato brigadiere Giovan Ballista Staiti, ed il capitano di vascello Giovan Battista Balsamo, al grado di retro ammiragli. —! capitani di fregala Francesco Rodriquez, Francesco Porco, Giuseppe Tarallo e Francesco Avarna, a capitani di vascello. — I tenenti di vascello Raffaele Cacace, Girolamo Valguarnera, Nicola Scalfari e Giuseppe Masi, a capitani di fregata. Gli alfieri di vascello, Pasquale Vaglieco, Ranunzio de Gregorio, Pietro Costantini, Giuseppe Frigeri, Giuseppe Migliaccio e Raffaele Padella, a tenenti di vascello. — I guardia marina, Vincenzo Lettieri, Ferdinando Rodriquez, Napoleone Scrugli, Giovanni Carbonelli, Domenico Ferrante e Vincenzo Guillamat, ad alfieri di vascello. — L’alfiere di vascello Francesco Dusmel venne nominato capitano al seguito della fanteria di marina; e in ultimo dispose che per i futuri avanzamenti di alfieri a tenenti di vascello, si serbasse una gradazione per taluni individui, in ordine di antichità (36).

Conta il medesimo giorno, la chiamata sovrana alle ringiovanite bandiere de' distinti militari che notiamo, in prosieguo della contemporanea cronologica rassegna.

A tenente generale;—Carlo Filangieri principe di Satriano, Lucio Caracciolo duca di Roccaromana, e Florestano Pepe.

A marescialli di campo; — Girolamo Pignatelli principe di Moliterno, ed Alessandro Begani.

A colonnelli—Francesco Casella. Luigi Verdinois, Ferdinando Visconti e Giuseppe Vollaro. —A tenenti colonnelli. Corrado Bene, Filippo Guarasci, Francesco Antonio Wispcare, Alberto della Valle e Raimondo Canudo.

A maggiori. —Luigi Allegro, Nicola Fortunato e Francesco Rossarol.

A capitani, ventisei individui, aprimi tenenti ventiquattro, a secondi tenenti quarantatré (37).

Vennero promossi nella fanteria. — A tenenti colonnelli, Samuele Grossi, Carlo Busacca, e Carlo Nicoletti. — A maggiori, Angelo de Michele, Gennaro Coluto, Francesco Pescara, Ciro Ziza, Gennaro Salerni, Luigi Scalfaro, Francesco Milon, Antonio Denise, Gaetano Franchini, Gaetano Jovanc, Francesco Saverio Anfora, Domenico Zelada — Ad ajutanti maggiori, nove capitani (38). — A capitani, diciassette primi tenenti. (39) — A primo tenente un secondo tenente (40). —Ad alberi tre sotto uffiziali (41) (30 maggio 1831).

Un altro rilevante numero di uffiziali, da colonnello in giù, per miglior organizzazione dell’esercito, mise ad impieghi sedentanei, a seconda la personale capacità.

Fuvvi (in egual giorno) grande promozione nella divisione svizzera, che per brevità si omette.

Nel corpo del genio, vennero promossi — A colonnelli, i tenenti colonnelli, Giovanni Melorio, Salvatore Tavassi (rimanendo istitutore de' Reali Principi), Carlo Ferdinando Dolce, Luigi Cosenz e Paolo Novi. — A tenenti colonnelli, i maggiori, Nicola Zizzi, Michele Galluzzo e Gennaro Russo. — A maggiori, i capitani, Francesco Traversa, Michele Garzia, e Cesare Mori; e quattro capitan tenenti passarono a capitani (42); quattro primi tenenti, a capitan tenenti; (43) tre secondi tenenti, a primi tenenti (44): in oltre vi fu una promozione di regolamento per gli uffiziali dell’arma istessa, addetti all’officio topografico (45).

Il brigadiere graduato, Giovanni Prichard vien promosso a brigadiere effettivo, seguitando ad essere ispettore degl'istituti militari di educazione.

Nel battaglione de' zappalori, vien promosso a maggiore Giovanni Bonetti' oltre gli altri avanzamenti che per prosieguo della cronaca, segniamo in nota (46); come segniamo ivi in nota altri promossi nell'artiglieria (47) (30 maggio 1831).

Con egual data, altre promozioni si ebbero nella cavalleria (48), nella guardia reale (49), e nella marina di guerra (50).

Pattiamo tnlanlo al movimenta de richiamati «ll'ttttdtodi'tem e allarmala di mare» che data «eoo nel giorno 30 maggio 1831.

In fatti, rientrano a far parte del giovane esercito, sei colonnelli. (51) sette tenenti colonnelli (52), sette maggiori (53), cinquanta capitari (54), dieci primi tenenti (55), dodici secondi tenenti (56) ed otto commissari di guerra, oltre dei notali uffisiali amministrativi (57).

Nell’armata di mare, tre capitani di vascello, un capitano di fregala, due alfieri di vascello; due capitani, tre primi tenenti, due secondi tenenti de' cannonieri di marina; quattro capitani, dee primi tenenti e tre secondi tenenti della fanteria di marina (58).

Dopo unanno della sua salila et Troni), Ferdinando, iniziò altre stragrandi promozioni, e richiamò alle bandiere un altro ben lungo numero di ex uffiziali; cosi mettendo al completo, il nuovo suo esercito ben composto dalle sue mani, con il personale della giovine e della vecchia annata delle Due Sicilie. Completeremo la nostra cronaca contemporanea, dando un'occhiata al 12 gennajo ed al 30 maggio del 1832.

A marescialli di campo effettivi, i brigadieri Alessandro Lucchesi Palli e Luigi Conte Gaetani. — A marescialli di campo graduati, i brigadieri Giuseppe di Brocchetti, Gregorio Labrano e Gabriele Tanzia. — A brigadieri i colonnelli, Giuseppe Buffo Scilla, Carlo Emmanuele. de Wonderweid, Giuseppe Santanna, Errico Conte Statella. In egual giorno venne richiamato a maresciallo di campo, Luigi Caraffa di Noja; ed il colonnello Luigi Pessima con gli onori di brigadiere.

Nella fanteria (59) e nella cavalleria (60) della guardia reale furonvi le giù annotate premozioni e destinazioni.

Nella fanteria della gendarmeria benanche (61).

Ne’ corpi delta fanteria di linea, vennero promossi a colonnelli, i tenenti colonnelli, Paolo Pronio, Luigi Mosci, Francesco dello Rocca, Pasquale Odeven, Antonio Gout. — A tenenti colonnelli, i maggiori,

Andrei Aurisicchio, Raffaele Basilo, Federico Lancia. — A maggióri, i capitani ajutanti maggiori, Giuseppe Diversi, Giacinto Abate, Carlo de Carolis, Giuseppe Magie, Fridolino Schmid, Luigi de Custeven (62). i reggimenti di cavalleria di linea, onde piazzare tantiuffiziali aggraziali (da noi esposti nelle note aolecedenli) (63) vennero aumentati di uno squadrone per ogni reggimento; olite le promozioni dell’arma (64).

Vennero anche chiamati in attività di servizio, i commissarii di guerra, aggraziali Tanno prima, ma residenti alla terza classe sedentanea (65).

Richiamò alle bandiere nel 12 gennajo 1832 in discorso, a mare scialli di campo Alfonso duca Crivelli, Lorenzo barone Monlemajor. — A colonnelli, Giuseppe Luigi Chateauneuf-Landini, e Carlo Capobian co. — A tenenti colonnelli, Giuseppe Lombardi, Luigi Calenda, e Giovai) Mario Ritucci. — A maggiori Francesco Lombardi, Carlo Carré ras, Francesco de Bcaumont, Antonio Guillamat, Michele della Vega, Antonio Carascosa, Raffaele Chateauneuf, Gaetano Arcovilo, e Luigi Cianciulli. — A capitani quaranta individui (66), a primi tenenti sei (67), a secondi tenenti nove (68).

Nell'annata di mare accordò la graduazione di retroammiraglio, a capitani di vascello Giuseppe de Diasi e Ferdinando Anguissola.

Nella marina istessa richiamò, a tenente di vascello Nicola Santorelli e Michele d Orso; ed altri segnati in nota. (69)

Nella ricorrenza della festa civile del 30 maggio, anno medesimo, rinveniamo quest’altro quadro del patrio movimento militare.

Richiamato nell'esercito di terra, a tenente generale, 'Vincenzo Pignatelli Strongoli; — a colonnelli, Francesco Orticoni, Diego Genoino;— a tenenti colonnelli, Errico Alò, Marco Celentani, Giov. Bali, Mugnoz, Giovan Battista Pace, Emmanuele Pignalyer, Raffaele Carascosa, Nicola Lungo, Nicola Zeno — a maggiore Gaetano Prete.

Nella classe degli uffiziali subalterni, segniamo in nota l’elenco dei richiamati. (70)

Non à mancato da anno in anno, richiamare degli altri individui alle bandiere, appartenenti a tutte le gerarchie dell’esercito sciolto nel 1821; tanto che non àvvi più traccia visibile, di quella dolorosa catastrofe militare.

Ora avendo voluto noi tenere una personale rivista delle giovani e delle vecchie schiere delle Due Sicilie; la giustizia storica c’ invita a moralizzare per un istante, la persona di Ferdinando II, in mezzo a queste due armale patrie.

Se la fortuna ci avesse arriso, e questo arduo nostro lavoro, si fosse scritto in epoca di assoluta calma politica e sociale, pel mondo. In epoca scevra di passioni smodate, e più morale innanzi all'intangibile giustizia della vita del tempo; questo nome augusto di Ferdinando II, alla gloria che lo assiste al cospetto della storia, avrebbe meritato dal giudizio critico de' contemporanei un apoteosi civile gigantesca, perché egli è solo nella serie de' Re e de' governi costituiti, a meritarla.

Siamo sinceri. Il soldato, colle sue insegne rappresentala forza morale d’un governo, e con l’arma che il governo medesimo gemette in mano, raffigura la forza materiale dei governo;dunque nell’esercizio de' suoi mandali, il soldato non è che la legge. E perché rappresentante della duplice forza su cui elevasi e si sostiene in vita ogni governo, il soldato, politicamente e socialmente guardandosi, raffigura la sovranità del Re, lo splendore del Trono, la forza dello Stato, il rispetto interna ed estero d’una nazione, l’onore della bandiera senza del quale non àvvi società al mondo, la fede al giuramento, la fiducia alla vita pubblica dei popoli, la sicurezza alla vita privata delle famiglie, l’adempimento della giustizia, la custodia ad ogni morale e civile incremento del diritto delle genti. Tutto questo ed altro ancora è il soldato nella vite politica e sociale del mondo morale e civile.

Ma se tante e tante straordinarie qualità riunisce il soldato in se, di quanti doveri non si eleva responsabile quest'essere che segregandosi dulia famiglia d un popolo, s’innalza a rappresentare un Re, uno Stato, nei suoi diritti, e perciò lo si adorna del cingolo di onoranza, gli si affibia la spada al fianco e gli si mette la sacra bandiera In mano, immagine del Re e del Regno, della religione e della giustizia, della gloria e. del valore?...

Svolgiamo la storia la più antica, la più moderna, la più contemporanea., dalle legioni di Cesare per esempio a quelle de' giorni nostri, nelle cinque parli del mondo. Ebbene, dalla fede militare ammirasi, la civiltà degli Stati nascere e progredire. Al rovescio, dallo spergiuro militare, sorgere l’anarchia, la guerra civile, e periodi di barbarie. Non basta. Ogni governo ed ogni nazione, appena videro mancar la fede al giuramenti guerrieri, gli eserciti vennero sciolti, o se resistenti, guerreggiati come a briganti. Non basta ancora. Ogni milite spergiuro (Pepe o Marato) che sia, ottenne sempre la sfiducia d’ogni capo dello Stato, come di ogni rivoluzione. Una dinastia esclama: «che farne più d’una spada infedele?»—e la rivoluzione dopo il primo sfumo di ebbrietà anarchica, risponde e se tradì il Re, tradirà me ancora» —E fino il volgo, che spesso nutre compassione per l’omicida e pel rivoluzionario civile, si appalesa inesorabile pel soldato disertore o spergiuro — «chi è? ah! sì, fuggì dal campo, — si ribellò al Re, dunque tradisce tutti» — ecco fin’anco il giudizio del volgo, contro quell’uomo aratalo che il dì innanzi amava e temeva. Sicché una macchia ch'è facile a lavarsi sulla veste civile dell'uomo pubblico, rimana macchia ognora detestabilissima sull’assisa militare; perché? oltraggiata appena dal soldato la religione del proprio giuramento, la forza morale che lo adorna ai spegno, e la legge egli uomini, lo guardano, come a filibustiere in agguato.

Grazie al cielo, sì enormi estremi non accaddero mai appo il nostro passato esercito, meno per le individualità. Ma l’esercito del 1815, venne sciolto, al 1821; che farne più d’un esercito sciolto? qual potere al mondo e qual paese volete che si affidi a rimettere la spada che si tolse al milite e richiedergli un secondo giuramento? Siano qual si vogliano le giustificazioni, l’atmosfera in cui vive un’armata stabile è si pura all’occhio dell’universale, che la più lieve nuvola di sospetto l’adombra, il più debole vento di sfiducia l’ammorba. Rimarrà inferma, o per sempre, o fino a quando, Dio, eleverà per la medesima un essere ricreatore che possegga la virtù di guarire la incurabile (71).

E pria che Ferdinando addivenisse Re, quale ornai deplorabile quadro non fa di séla sciolta armata patria del novilunio della Carboneria?

Giovani, adulti e vecchi uomini d’armi, pregiati un dì per valore o bravura, con in petto i nastri della gloria, coverti di onorate cicatrici, ognuno più o meno ricco di memorie guerriere, procacciatesi col sangue passeggiando l’Europa o sotto le insegne Borboniche da Campotenese a Maida a Ischia a Malta a Valenza a Tarragona a Saragozza, ed alle più onorande campagne di Spagna, fino a Genova, e dalla Liguria alla Toscana, sotto i comandi inglesi; — o sotto i vessilli francesi, nelle Spagne medesime ed in opposti campi, ed in Prussia, io Sassonia, in Mosca, in Wilna, sulla Beresina, e, a Bologna, e ad Ancona sul Panaro e sulla Trebbia e sul Po, ecc. ecc. Ebbene, tante vivide e prestigiose memorie, fuse insieme all’ombra degli stendardi riuniti del Reame delle Due Sicilie, scomparvero sotto il velo della ribellione del tradimento.

Monteforte ed Antrodoco, cioè un principio insano ed una fine ignominiosa, furono i due foghi accesi, che consumarono tra spregevoli fiamme morali, tanti nomi e tante bravure; e l'Europa politica sociale e militare, sparse ai quattro venti della storia le ceneri derise dello scomparso nostro esercito, senza pietà e senza perdono; e per anni (ci piange il cuore a scriverlo), la napoletana bandiera e ‘l napoletano soldato, addivennero— ah! non abbiam forza a registrare nella storia quel che addivennero, nell’opinione dell’universale esclamiamosolamente, che addivennero senza nomi! ed era sì radicato il pregiudizio estero (e patrio anco), che dopo diciotto anni di fede e di disciplina incontaminata delle nostre schiere, mercé una vita spesa a prove gigantesche dal Re Ferdinando II; tuttora i fantasmi de' campi Filippi, cioè le sinistre memorie di Monteforte e di Antrodoco, mettevano un attico sorriso sulle labbra parlandosi delle odierne patrie squadre, e ’l mondo politico sociale e militare, per lavare quelle macchie, ebbe duopo del sangue eroico, sparso a Messina a Taormina a Catania dall’esercito delle Sicilie! Da ciò studia ogni militare che mi legge, come la società è inesorabile a perdonare la colpa al soldato.

Monteforte ed Antrodoco! e una severa commissione d’inchiesta, surse dopo lo scioglimento dell’esercito, come pane largito a chi giocò allo scacco i suoi diritti di esistenza, la quale scelse e compose i soli frantumi dell’esercito rovesciato, ma al prezzo di cingere novellamente le spade, sotto il presidio di armata estera; pari a screditati prigionieri di guerra, a' quali ai cede l’arma, ma colla guardia a lato.

E questi frantumi stessi, furono almeno i più avventurosi. Ma gli altri molti? la galera, l’ergastolo, la relegazione, l’esilio. All’estero, qual nume poleaue recare tonti disgraziati? Monteforte ed Antrodoco, serbavano moleste fisionomie nelle opinioni. La libertà? ma questa parola Salassa, forse perdonabile dopo quella febbre ideologica all’assisa avile, non serbava pudore per l’abito militare— più, Monteforte disonorava la religione de' giuramenti, Antrodoco dissonorava. la virtù del valore e della disciplina.

Ma i rivoltosi e i traditori di quei due episodii furon pochi — concedo—chi. può negare che l’onore e ’l disonore di corporazione, colpisce: 1 assieme, mai le individualità? E ciò valga per quei nomi che col tempo furon degni della munificenza del giovine Sire. Non ardisco seguir, le traete degli imperdonati, che unendosi co' confratelli di Piemonte. e di Spagna, si diedero allo studio eccidioso di Lucifero caduto. Questi tali dissonorano le opinioni di tutti i secoli, sol perché il loro, colore politico-sociale è quello di non averne alcuno; meno la bandiera di Cromwello o di Robespierre.

E dall’estero passando a quei tanti che, rimasero nel Regno, quali altri dolori non si scorsero? a qual mestiere puolsi dare l’uomo d’armi, all’infuori di quello delle armi? chi fidavasi di accettare il servizio privato non d’un ex mi I ilare, ma d'un militare, non più degno di servire il Re ed il paese? quale prudenza e circospezione facea uopo, anco nel lavoro privato, ad esseri simili? uomini alteri per educazione, franchi per abitudini, onde vivere alla giornata, chi sa a quanti rancori, a quanti palpiti amari, a quali rimbrotti acerbi, dovettero assoggettarsi?

Ah! non fa duopo gittar consigli, fra giovani nostri militari, tutti, onorevolissimi. Ma per moralizzare questo capitolo un altro istante, esclamiamo, che i due fatali episodii di Monteforte e di Antrodoco, abbino-ognora e sempre in mezzo al nostro esercito, come ad ogn’altro esercito di Europa, un’eco continuata; onde il fumo delle passioni antipolitiche ed anti-sociali, giammai annebbiano, anco per un istante le giurale bandiere. E così ogni uomo di spada, difendendo ogni Re che governa e regna per Dio, goder possa dai viventi e dai tardi nepoti, il plauso dovuto, a chi conserva una vita sacra al proprio governo ed al proprio paese.

E sempre più notomizzando la contemporanea storia militare delle Sicilie, sempre più enumeriamo la straordinaria fede e gratitudine che

Ferdinando ottiene, ed à diritto di ottenere dal patrio esercito, da' vecchi e da giovani militari; creazione sovrana attuata con l’animo potente e clemente d'un Re, col cuore fiducioso ed impavido d’un soldato.

E fra tante glorie monumentali, in mezzo alle quali vediam progredire fin dall’infanzia, del Re nostro, il patrio esercito; la giustizia storica, altamente comanda che le squadre delle Sicilie, nacquero novellamente appo noi con il fondatore della nostra monarchia nazionale Carlo III di Borbone, e che si ricostituirono più valide col ristoratore della Monarchia medesima Ferdinando II. Il tempo di mezzo, che divide l’epoca di questi due Sovrani, non serba veri eserciti nazionali appo noi e perciò non verace indipendenza di Stato, sol perché le triste fiumane di quegli anni, manodussero sulla corrente dogli inganni la onorata vita militare; e perciò Napoli e Sicilia vidersi più fiate conquistate o presidiate da armate inglese, francese ed austriaca. E siccome non vi ànno oggi popoli in Europa, che serbano maggiori vincoli politici-sociali di verace gratitudine verso le rispettivo dinastie, quanto quei delle Sicilie alla dinastia nazionale ed indipendente de' Borboni; la storia h pagine molte per scrivere, che l'esercito nostro saprà vivere, combattere, morire, pel suo Re e fondatore Ferdinando II. (72).

Se In altre epoche, ogni soldato napoletano, avesse saputo seppellirsi sotto i gradini del soglio di Ferdinando I, ben due volte assalito dalla furia de' tempi, quanti fasti patrii non ricorderebbe la nostra cronaca militare, ceduta per anni alte glorie straniere, senza merito, senta ricordanza storica, meno di guai e sciagure?Le cause dinastiche, sono altamente cause nazionali. Anco nelle sventure, ogni soldato à la fronte alta, e 'I mondo politico e sociale, non chiuse mai la porta del soccorso e della lode, ai difensori del proprio Re.

STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 26 NAPOLI 1855

S. E. IL TENENTE GENERALE CARLO FILANGIERI Principe di Satriano Duca di Taormina

S. E. IL TENENTE GENERALE

CARLO FILANGIERI

Principe di Satriano Duca di Taormina


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CAPITOLO LXII

Riunione militare al rampo di Sessa, e primi studii tattici strategici dell’esercito, sotto il comando del Ile. — Evoluzioni nelle vicinanze di Salerno ecc. ecc. — Colonne mobili. sotto i comandi dei militari richiamati, per commendevole fiducia del Re, e morali conseguenze di si nobili maniere. — Prime parate militari sotto il comando del Re, e benedizione degli Stendardi pe' nuovi squadroni di cavalleria. Una festa militare a Capua.

Una è la bandiera, uno il Re, una la patria de' due popoli divisi da brevissimo stretto marino. Ma, dal 1796 al 1831, non sono scorsi che pochi anni nella vita del tempo, per due generazioni tra la vecchiaja e la gioventù umana, e pare che due secoli almeno ci si parassero innanzi, colmi di dissapori, di tristezze, di molte glorie donale altrui, e di moltissime sventure rimaste alla rubrica militare delle due Sicilie (73).

Gli anni, pe' rancori sociali, non sanano le ferite morali; anzi le disacerbano col succedersi, fino a quando si elevano a patrimonio di successione fra i popoli. Gli anni, per le dispiacenze di Stato, non sono usi a indietreggiare, ma a progredire, onde il potere de' Governi resti più saldo, colla pressione legale su’ traviati, ad esempio dei deboli e dei buoni. E aggiungasi, se questi rancori, queste dispiacenze, scaturirono un tempo. da una ribellione militare, dalla mancata fede al giuramento, dall'abuso dell'arma commesso dall'uomo macchina, sotto l’incubo doveroso della disciplina, che esiste, che temesi, che onorasi, che brilla di gloria, sol perché non à volontà.

Non vi à scampo, innanzi a sì letali querele, né pe governi traditi, né per le armate traditrici. Chi è capace di restituir la spada all'offensore, e restituirla onde la custodisse? — e dall’offensore privato, eleviamola mente, all’offesa Monarchia e società d uno Stato, e sfido chiunque ad assegnarmi un rimprovero.

Ma al caso nostro, ripeto, non tutti mancarono, non tutti ebbero le colpe attribuite, la rivoluzione è come fiume straripato che spinge innanzi chi trova ecc. ecc. — cedo e concedo — Ma era ognuno in un’armata contaminala? dopo il contagio, ritenne ognuno la sua arma, il suogrado, il suo posto? — ebbene il codice civile medita e sceglie, il codice militare non deve e non puole essere umano in tali catastrofi — perdonerà l'uomo, ma non puoie ne deve perdonare il soldato.

Fortuna por le nostre armi, che diede al Regno Ferdinando II, che perdonando l’uomo come Re, era nato soldato per assolvere il sol dato, con gli slanci della strenua e gloriosa vita militare, co' mezzi tutti che solo può possedere non un Re, ma un Re militare.

Il perdono alle antiche squadre delle due Sicilie, sale al Trono unitamente al nuovo Re. Nobile e strenuo perdono, ma non basta, — col perdono è d’uopo aprire un’era militare per chiunque à una spada a lato, onde fondere nel prestigio de' campi guerreschi gli sparti elementi; onde con lo studio, colla fatica e con la febbre delle evoluzioni, smorzare le gare d’un tempo, e l’ombra della bandiera d’un Re militare, adagiasse le schiere tutte, ad una fede dinastica, che brillar deve nuova di entusiasmo, perché nuova al perdono.

Ecco il primo, e secondo campo di Sessa. Ecco le prime parale militari. Quante spade diverse marciano alla lesta delle patrie schiere! le enumeremo noi? sì — ma non oggi, — bensì, dopo diciotto anni, al 13 maggio, a Messina, a Catania, a Taormina, a Velletri, nelle Calabrie... Il perdono di Ferdinando II fu straordinario, ma la ricompensa militare fu incalcolabile. Dirà la storia: nel dì della prova non mancò uno alla chiamala — gli aggraziali dal 1831 e 1832 seppero pagare il loro debito straordinario. Forse fra mille superstiti, ebbesi uno o duegranello di arena—non fuvvi un Giuda fra dodici eletti?Ma basta, eccoci al campo di Sessa, ove il Re à riunito il primo accampamento!E noi, abbandonando in questo sesto libro il fraseggio civile, dalle discussioni politiche, diplomatiche, letterarie, forensi ed artistiche, parleremo la lingua tecnica de' campi e delle manovre, sperando ligare insieme, come in una tela preziosa, i fili d’oro di più età, che appartengono alla gloria delle nostre armi, risorte oggi e riunite insieme dal gonio militare del nostro Re. Il lettore, sposso è. stato compiacente a questa nostra trasformazione doverosa, e lo sarà anco adesso, anco in seguito del nostro racconto; allorquando la distribuzione cronologica delle materie storiche contemporanee, seguendo il nostro sistema prestabilito (bene o mal diretto non sappiamo), la necessità c’invita, da uomini qual siamo di pacifiche cure, trovarci ad essere persone di guerra per mestiere; quasicché la spada ci ballasse al manco lato, e ritornali fossimo or ora dal passo cadenzalo d’una marcia.

Oggi che lo sviluppo della scienza militare progredisce come ogni bene ed ogni male del secol nostro, forse farà apparire ai militari delle Sicilie troppo viete talune teorie ed evoluzioni. Ma ricordandosi ognun di loro, ch'io scrivo dopo ventotto anni, ciocche avea no essi medesimi per le mani nell'epoca che svolgiamo, invece dovranno plaudire che iniziando dalle passale cose, si à lo scopo di non tradire le epoche, di raccontare ogni progresso di milizia patria man mano fino ad oggi; e si à lo scopo di non manomettere il titolo dell'opera «Storia Civile e Miniare dal 1830 al 1849.»

Prescritta la riunione ne’ comuni circostanti a quello di Sesso, e quivi medesimo, di molti battaglioni e squadroni, con la corrispondente artiglieria, onde esercitarsi nelle evoluzioni e nelle pratiche di guerra di ogni genere, su terreni cotanto adatti a simili palestre, e già famosi per la vittoria riportata nelle vicinanze dal gran capitano di Cordova, che minacciando di fronte l’armata francese all'attualpasso del Garigliano; e quindi gittando un ponte di sorpresa a Sujo, per Traetto, la prese di fianco ed obbligolla in rotta alla ritirala, che sarebbe riuscita di csterminio, senza il valore erculeo di Bajardo sul ponte di Castellone: chevalier sans peur et sans reproche.

Le gole di Cascano presentano i tanti vari oggetti del colpo d’occhio, che l’idealismo di mestiere del Folard, raccolse in un quadro nel suo spirito sopra Polibio. I piani di Santa Maria a Sessa, tagliati a grandi distanze da burroni e rovine, e cosparsi di boscosità e di macchieti, riuniscono tutti gli accidenti, che senza impedire le grandi evoluzioni di guerra, si prestano al varialo esercizio delle armate in studi strategici. Finalmente la valle di Garigliano sulla diritta di Sessa medesima, per la quale, se dannosa non fosse ad indebolire la forza della Gola e delle posizioni di Cascano, utilissima riuscirebbe una strada per Rocca di Evandro, che col linguaggio tecnico militare chiameremmo parallela (cotanto desiderate queste linee nelle guerre difensive), lascia a| genio la scelta delle marce di fianco e di cambiamento di base di operazioni, per recarsi nell’altro angolo strategico di Mignano a San Germano, da cui per calle di non difficile riduzione si piomba sulla strada degli Abruzzi a Venafro; punto quasi vertice o nodo del terzo scacchiere alle frontiere del Regno. Nodo, diciamo, che colle due rimanenti strade di San Germano di Cascano e di Teano, si riunisce a Spartivento, al cospetto di Capua e del Volturno.

Non diremo l’utile che da simili esercitamenti risulta, al paragone de' non sempre sufficienti campi d’istruzione, in piano uniformi e limitati, e di poche ore intercalali, perché son cose viete ad ognuno per poco istrutto nello studio militare della storia romana, o per dir meglio degli autori delle cose militari, scritte all’epoca di quell’unico popolo, per grandezza e sapere, per senno e prodigi. Ma non sarà male il ricordare che in Potsdam il genio del gran Federico preparò l’immortalità del suo nome e la grandezza della Prussia. Ivi in. quei campi ebbe luogo la rivoluzione dell'arte, che la bacchetta di ferro a fucili ed il passo cadenzalo recarono, istrumenti non ultimi della gloria prussiana, ignoti alle armate invitte di Turenna e Condè, in giubbe e corsaletti. Ivi il principe Errico Scheverin e Seidlitz, ivi evoluzioni provarono di battaglioni e di squadroni per sorprendere ed inviluppare il nemico. E pure come ne assicura il dotto strategico Jomini, noti non erano a quel tempo i piegamenti e gli spiegamenti, che rendono in oggi facili edovvi i più grandi e complicali movimenti d’armata.

Guiber, dice Jomini, à provato nell’elogio del Re di Prussia, che la sua tattica era ignota in Europa: ma la conoscea egli stesso meglio, allorché consacrava una penna degna di un più grande oggetto, insegnandoci degli spiegamenti che quel gran capitano non fece mai alla guerra? Gittando noi uno sguardo sugli ordini di marcia dell'armata prussiana a Kóllin a Rosback a Leulhen, vedremo senz’altro che essa marciava a quei tempi in colonne pel fianco, rompendo a diritta o n sinistra per plutoni, e che esse riprendevano l’ordine di battaglia col meno della stessa conversione per plotoni, senza spiegamento.

Non ricorderemo neppure i famosi campi di Boulogne, nell’impero del primo Napoleone, dove i soldati di quel massimo capitano, simili alle legioni di Cesare, da sotto le tende e dalle evoluzioni di fucili e di sciabole, passavano a condurre co' remi e con la manovra delle vele, le navi che trasportar dovevanli a nuove spiagge; dove nacque la grand’idea de' corpi d’armata; dove all’ultima espressione di semplicità furono ridotte le pristine ordinanze e i grandi movimenti; e dove per prodigio d’ingegno, fu un armata di cento mila uomini, disposto in una sol massa semicircolare, onde giunger potesse alle orecchie di tutti l’aringa pronunziata al valore, ed agli occhi la mostra delle decorazioni che largivano» al merito.

Fu ivi che deciso venne il gran problema tattico, se in tre o in due righe, formata esser deve la fanteria. Napoleone foce formare la sua fanteria in due righe alla battaglia di Leipzick, ed essa continuò a combattere così, fino al termine di quelle guerre gigantesche. Si legge infatti nelle di lui memorie il passo seguente, relativo a questa lattica.

«Il fuoco della terza riga è riconosciuto imperfettissimo ed anche nocivo a quello delle due prime. Si è prescritto alla prima riga, di a mettere il ginocchio a terra nel fuoco di battaglione e nel fuoco a volontà, mentre la terza, carica i fucili alla seconda riga. Questo sistema è cattivo; la fanteria non deve formarsi che in due righe, perché il fucile non permette di tirare che in quest'ordine. »

E Jomini nel suo trattato delle grandi operazioni della guerra, statuisce che l’ordine di fuoco è in due righe, l’ordine di attacco in colonna serrala. Ma non vi sarebbe un mezzo da conciliare le vedute dell’ordine in dire righe, con l’altro in tre? questo era uno degli studii del giovine Re, ne’ ludi marziali che iniziò, al cospetto della vecchia e della giovane armata napoletana, già fusa in un solo esercito.

E meditando colla pratica quell'epopea militare del primo impero napoleonico, a questo riuniva le osservazioni tattiche che giungevano in que li anni dai bollettini strategici delle armi francesi, riunite io ogni stagione nelle vicinanze di Saint Omer, al rassembramento di divisioni di fanteria e cavalleria, rettificando ognor più le manovre di ambo le armi e provarne delle nuove. E da Saint Onier, Ferdinando traduceva in mezzo ai nostri accampamenti, le nuove e sempre nuove riforme su i quadrali obliqui o alla pelet; i più accurati miglioramenti di allora nulle colonne di battaglioni schierati, su gli spiegamenti o piegamenti colla massima velocità, diminuendo le lunghe manovre; su i progressi dei livrets de' comandanti per la cavalleria; e su la progredente scienza dell’artiglieria di Francia, che fino a quegli anni si vantava d’esser retaggio illustre del Gribual, modello per lunga pezza in Europa colle britanna, e ricche delle memorie fragorose di Torres Vedras e di Waterloo, che già cedevano alle riforme ingegnose e combattute del generale Ali.

E Ferdinando, non obbliando da Re i suoi anni di vita tutta militare allorché non era che un principe ereditario; anzi rinvigorendo quelle memorie e quelle abitudini, giunto sul Trono, sancisce ogni legge per se doverosa, onde donare alle due Sicilie un commendevole patrio esercito.

Ed eccolo alla prima pruova, ove noi lo seguiamo in Sessa. Eccolo sì giovane e sì gravato dalle cure di Stato, rimettersi da Re alla testa della fanteria, perfezionandola, come incanutito veterano, a piegarsi in colonna ed a spiegarsi in battaglia con silenzio di morte, e colla rapidità del lampo onde guadagnar tempo al nemico. A collocarsi in ordine aperto o serrato, sotto i dettami della posizione, ed apprendere così, come un dì la Grande Armata bravava nelle gelide o infuocate pianure di Russia e di Egitto, contro i cosacchi e i mammalucchi, con quadrali e colonne, difesi da fuochi rullanti o dalle bajonette in resta. Dalla fanteria, passare alla manovra delle napoletane truppe leggiere, nascenti allora come embrioni degli innarrivabili nostri cacciatori di oggi, (predilezione speciale di Ferdinando II), ed avviarli a tutti quei propri movimenti, che con genio impiegati e con destrezza, confondano qualunque armata, e che in ordine aperto e circolare, piombar possono sulle batterie e prendere i ridotti (non era in voga in quegli anni ancora la ginnastica alla tiragliatore). Riprendere con più calore la istruzione della sua prima arma prediletta, la cavalleria, e fra i vecchi dragoni e i giovani lancieri, starsi lunghe giornate a mantenere in linea esattamente le distanze e le tre distinte velocità, a movimenti semplici epronti, ed esercitarla ad ordinate cariche, qual torrente chiuso e fluttuante di lunghe spade e di bandierate lance. E finalmente ad avere a cuore l'antico nome dell’artiglieria napoletana, che in un secolo (dal 1744 al 1849) per ben due volte, tuonando a Velletri, à prodotto un eco in Europa.

Questa difficile e talentosa arma si prestigiosa oggi appo noi, per testimonianza d’ogni intelligente straniero, e che nel salire ai Trono di Ferdinando II, molto assai le bisognava, per quelle mille ardue leggi, e nell'essere prontamente servila, e pel giusto tiro, e pel sollecito distinguere le distanze a precisione matematica, ed esser pronta a riparare e a ricambiare senza confusione a cento e a mille subitanei accidenti. E specialmente 1 artiglieria a cavallo, movibile ne’ suoi fuochi e ne’ suoi tiri, rapida ad attaccare il nemico o a sostenere un corpo d armala, passando da un ala all'altra, o dalla riserva in prima linea; e come lampo, pria che il nemico si avveda d’esser giunta, opprimerlo in più modi. Perciò la solenne sentenza: che, l’artigliere a cavallo esser deve unitamente, ottimo cannoniere ed eccellente cavaliere, per corrispondere alla sua istituzione.

Con si nobili ed alti disimpegni guerreschi, Ferdinando inaugurò su i campi di Sessa, la vita tutta militare del rinvigorito quanto ringiovanito suo esercito.

E per fissare un ricordo storico in queste pagine, a memoria di quel campo, che appelliamo giustamente, avanguardia della contemporanea vita militare nelle due Sicilie; tralasciando la narrativa di tutte le evoluzioni praticatesi con molta riuscita, ne compendiamo una sola, se non altro, a ricordo de nostri giovani luogotenenti e soldati volontarii di quegli anni, oggi generali, colonnelli e uffiziali, per rapida carriera, colma di onori e bravure.

Il giorno 20 aprile 1831, i corpi accantonati nelle vicinanze di Sessa, (74) eseguirono una delle periodiche manovre a fuoco, diretta dal Re. Si suppose che il nemico riunisse tutte le sue forze, per riprendere il terreno perduto il giorno prima (in cui venne eseguito altro simulacro di guerra anco diretto dal Re), e però la linea degli avanposti e le truppe di sostegno, furono chiamate a ritirato, ma in ordine facendo fuoco; e cedendo con lentezza le posizioni alla prossimità della prima linea in battaglia, no sgombrarono il fronte, onde incominciarpotesse a far fuoco, venendo sostenuta da una batteria d'artiglieria, opportunamente collocala.

Ma nella mira di stare il nemico su terreno più acconcio e favorevole, cessò il fuoco ed eseguì un passaggio di linea, ma acceleratamente, onde evitare i pericoli cui è sempre soggetta questa operazione a prossimità del nemico.

Si avanzò subito, dopo questa operazione ardita, sulla seconda linea, che lo ricevette con un fuoco di tutto il fronte, ed allora il Re ordinò di sortire da un bosco, al quale l’ala sinistra della seconda linea poggiavasi, la riserva in colonna serrala, e smascherando anco una batteria, le quali presero di fianco il nemico e lo disordinarono; e indi ordinò alle due linee di formarsi subito in colonna di attacco e di avanzare alla bajonetta. L’attacco venne espletalo (con che ebbe termine il simulacro), da una carica di tre reggimenti di cavalleria, i quali in tre masse erano sboccati dagli intervalli delle colonne di attacco che aveano fatto allo.

Un sensibile ordine del giorno, proclamato pei battaglioni, messi a momentaneo bivacco, che termine con speciali elogi alla giornata, assegnando ad ogni individuo doppia diaria.

il giorno seguente, i corpi accampali mangiarono l’ordinario in campagna ed eseguirono una marcia sul nuovo ponte di ferro in costruzione sul Garigliano del quale parleremo a luogo proprio narrando le evoluzioni dell’anno appresso.

Le piogge sospesero alquanto quei ludi, fino a che obbligarono l’augusto duce a sciogliere il campo. Non per questo il Re abbandonò la soldatesca, ma seguendo la sua ritirata, ispezionando ogni militare bisogno nelle marcio, dividendo i bivacchi colla medesima, adattandosi a tutte le eventualità cui sta soggetta una colonna di soldati, essendo stato suo costume da che lo abbiam visto comandante generale pria di esser Re, non curare nella vita militare né la pioggia né il sole scottante; si ritirò in Napoli, appena i varii corpi si restituirono alle rispettive caserme.

Eccolo nel dì tredici ottobre del medesimo anno, tenero altre evoluzioni di guerra nelle adiacenze di Montecorvino, ove riunivansi molti accidenti di pianure e di montagne per operazioni strategiche, molto differenti da quelle di Sessa.

Recasi perciò in Salerno col Conte di Lecce suo aiutante reale, ispeziona i corpi ivi giunti, anticipa da ivi le manovre che va a compiere sul campo, indi alla lesta della colonna si reca sul terreno, lo studia, e vi tiene tre differenti simulacri di guerra, per suo studio di lattica e per il suo esercito. Indi leva il campo, si restituisce in Salerno, tra le acclamazioni del popolo festante; e come giunto fosse da una festa, apre pubblica udienza per ogni petente, s’interessa d’ogni bisogno amministrativo, locale e della provincia intera. Appena restituito in Napoli, emana un ordine del giorno datato in Salerno, per retribuzione ai corpi intervenuti al simulacro, e per emulazione a quei rima sii nelle lontane guarnigioni (75). Ecco come è nato l’esercito contemporaneo del Regno delle Due Sicilie.

Diamo termine a questa rubrica dell'educazione militare del patrio esercito, ritornando per poco su i campi di Sessa l’anno appresso, cioèaprile del 1832.

È scorso appena un anno, ma lo studio militare à progredito rapidamente, mercé l’influenza morale d'un Re soldato, d’un Re che rinvigorisce co) suo genio guerresco, l’onore della spada che per secoli fu eccezionale nella famiglia Borbone, ove basta citare Errico IV, Luigi XIV, Luigi XV, e tutti i Borboni del ramo Condé.

Le nostre schiere che andiamo a ritrovare al secondo campo di Sessa, sono aumentate per numero di distinti volontarii, e per vecchie spade richiamate alle bandiere. Nobile assieme, che man mano si dilatava nell’esercito del Regno, e che pel giovine Sire, costituiva un apoteosi altamente storica, a meditare le reminiscenze diverse e tutte patrie, che pareano non più doversi riunire insieme, avendo un eguale coccarda ed un solo inviolabile giuramento!...

Il Re parte per Sessa al 24 di aprile, ed alza la sua tende in mezzo alle tende del campo, e si ripetono gli studi dell’anno scorso, se ne stabiliscono de' nuovi. Si apprende ne’ primi giorni, quanto à d’uopo un corpo d’armata in campagna. Non simulacri, ma riviste, ispezioni, collo camenti di corpi, levata di campo da un luogo in un altro, maneggi di armi, sparto manovre come di guarnigioni, e riunione di capi di corpo sotto i suoi comandi, per intendersi e discutere sulle giornaliere operazioni di tattica. Stabilisce un ospedale militare e mette a pruova quanto fa duopo pel servizio sanitario in caso di guerra. Eleva un commissarialo di provianda, per esercitare il ramo amministrativo dell’esercito, su quanto è estesa e difficile un’intendenza militare che precede un corpo d’armata in marcia, onde nulla mancasse al soldato e pel villo e pel vestiario e per la paga. Ogni notte, solo o con la scorta d’un ufficiale di ordinanza, visita ed ispeziona il campo, onde il soldato si adattasse nel servizio notturno a vedere il proprio comandante: e con queste visite si trova al servizio di ronda, nelle moltiplici sue cure. Finalmente apre la tattica agli allarmi notturni, che elevano la disciplina e l’istruzione militare al massimo perfezionamento; — dormendo, svegliarsi al tamburo, vestirsi ed armarsi in pochi minuti; — conservare il silenzio, onde il chiasso non rechi confusione, a volo mettersi ognuno al proprio pesto, marciare, eseguirsi le ricognizioni, attaccare il nemico, o ritirarsi atta tenda dopo di essersi assicurato con leggi tattiche che l’allarme è stato falso; — ritornare al sonno e spesso riudire dopo un ora altro allarme. ecc. ecc. ecc.

Così passarono molti utili giorni nel secondo campo di Sessa, colla maraviglia d’ogni soldato, nel trovarsi ogni notte il Re in servizio per gli accampamenti, mentre al giorno, udiva al bivacco: «Il Re è a Napoli al consiglio di Stato, il Re è in Sessa per affari di governo, il Re à dato udienza paesana in tutta la giornata: dunque questa notte non Io vedremo, non vi saranno allarmi ecc. ecc.» — e la notte al contrario, Ferdinando se la passava ai più difficili studii di accampamento, ed eseguiva la ronda maggiore.

Un giorno, fra mille episodii che inondavano di gioja l’animo del soldato, il Re abbandonò il campo e andò a Gaeta, dopo la parata della guardia, col seguito degenerali. Qui giunto', ispezionò il nuovi lavori ohe fin d’allora iniziava a quella monumentale piazza d’armi, e specialmente le opere che praticava sul luogo detto Contro guardia. Chiamò il reggimento Re comandato dal colonnello Pronio a rivista, indi lo mise in manovra a Montesecco. Militi che da Gaeta giunsero a Sessa all'ultim’ora, assicurarono che il Re rimaneva a Gaeta per ri tornare il domani col 4° di linea. La nuova si sparse, ed ogni soldato fu convinto che Ferdinandino (così intendevasi il Re nell'esercito) non slava al campo la notte. Dorinivasi, e Ferdinandino fece battere la generale — chi è? chi non è? era il Re, che senza stanchezza di sorta, non volle perdere una nottata d'istruzione al campo — figurasi il brio ed i molti del soldato.

Un colossale ponte di ferro, erasi costruito sul Garigliano (come ne parleremo) e nell'epoca del secondo campo a Sessa videsi compiuto. Il Re stima valutarne la fermezza, nel giorno 10 maggio, recandonsi alla testa di una colonna. Si fissa nel centro del ponte, ed ordina che lo passassero al galoppo, ben quattro squadroni di lancieri; e non contento, stante sempre egli nel mezzo del ponte, vi fa marciare l’artiglieria. Assicuratosi del felice esito del ponte di ferro, che dopo sì ardua prova era rimasto qual’era, ritornò al campo.

Dal giorno 30 aprile al 10 maggio, inaugurò i grandi simulacri di guerra, spaziandosi sul nuovo terreno scelto, detto della Trovata completando i lavori di tattica, per progressivo andamento dell’esercito. Noi intanto, per serbare la cronaca e non mancare al rapido disimpegno d una storia contemporanea, trascriveremo nel modo più breve che si può, l’ultimo simulacro, a cui concorsero la capitale e tutti gli stranieri di passaggio in Napoli, oltre le adiacenti popolazioni del luogo.

La mattina del 19 maggio, le schiere accampate levarono le tende alla diana e si sparsero sul terreno, a seconda il piano immaginato, disposto e comandato dal Re, che al giudizio di tutti i militari di Europa e fuori, accorsi da Napoli a Sessa, ottenne plausi straordinarii, e pel concetto e per una delle più belle tenute pompeggiate dai corpi, e per quel genio militare ch’egli appalesò ne’ giovanili anni, colla matura esperienza de' veterani, al comando delle armi ed alle evoluzioni de' campi.

Il simulacro di battaglia, s’iniziò a breve distanza dal campo, e quindi si estese fino alte famose posizioni in cui un tempo brillò la gloria del gran capitano Consalvo di Cordova, sostenendo egli lo scettro del suo Re, e dove compì l’ultimo sforzo contro i nemici, che combattendo dall'estrema Calabria (dalla battaglia di Seminare) cacciò sempre innanzi a se. La maggior parte delle prodi falangi di Consalvo eran napoletane, e la storia dell'epoca ce le mostra colme di glorie e di valore, pari a quelle nostre schiere più antiche, guidate dal Crociato di Valéry, tanto immortali per bravure spese su’ celebri campi Patentini, contro imponente e ribattuta armata straniera d’invasione; le di cui manovre annunziano conoscersi fin d’allora dagli uomini di genio, il sistema delle riserve, che à deciso tante battaglie degli ultimi tempi.

Sicché i nostri battaglioni, dopo che corpi leggieri eransi avanzati; fra burroni e gruppi d’alberi, a rischiarare la marcia delle colonne sboccanti in bell'ordine, e colla successione e rapporto delle armi al terreno, frastagliato in più siti e non sempre piano. E simulato avendo esse di scuotere con un fuoco nutrito e ben appoggiato ad opportuni siti, la linea nemica che indicata era stata, come esistente rimpetto, a sinistre ed a diritta piegando in varii modi ed intervalli, per dar giusto tempo alla colonna di giungere; aprirono il fianco ad un corpo di cavalleria, che si porto in avanti, più per nascondere la direzione delle colonne di fanteria, che per aver opportunità ad una carica; e benanche por dar tempo alle artiglierie di stabilire una batteria sulla sinistra della linea, obliqua verso dritta, per offendere in maggior estensione la linea contraria. In fatti, ciò effettuito, ripiegò esso corpo per gl’intervalli delle due lince in colonne, che si avanzarono prestamente; la prima delle quali si spiegò sollecita poggiando alla batteria, e successivamente come le diverse prossimità sinuose della supposta linea nemica, richiudevano, principiò un fuoco di metà di battaglioni e quindi rullante; quale fu eseguito con ammirabile precisione, benché il terreno fosse fangoso por pioggia sopraggiunta e solcato in tutti i punti, tanto è vero che la manovra ben intesa e prescritta, rende agevolo ogni difficoltà.

Questa prima linea fu rilevala dalla seconda, attendendo in colonne a giusta distanza, che celeramente portatesi innanzi e sviluppatesi, rincalzarono il loro fuoco per un attacco successivo. Quantunque la prima linea ripiegata per gl'intervalli, avesse aspetto di ritirata di necessità, era essa in iscaltro divisamento concepita; porcili coprendosi nei ripieghi che presentava il terreno, recossi in colonne che sollecitamente formò a rinforzare su più masse I’ ala sinistra e la batteria verso cui, supponendo credersi dall’avversario, esistere la chiave delle posizioni, si avanzava con forze imponenti. Questa raccolta e formazione di masse, ed il loro esalto e ben ordinalo agglomeramento in immediata riserva, fu uno studio tattico felicissimo e veramente strategico, fra tutti gli altri pur felici e di interessante concepimento.

Il fuoco di quella parte di linea così rassicuralo, fu perciò più nudrito, continuo e fermo, in modo da rendere vano ogni attacco nemico. In ritirata quindi supponendo questo, pel non riescito divisamento, la riserva di cavalleria, immobile fino allora, di lancieri e cavalleggieri, si avvanzò per gl'intervalli della linea di fanteria che dall'ordine in battaglia di volo si formò in colonna. Una ben ordinata carica sopravenne, cui seguì la marcia di tutte le colonne di fanteria e dell'artiglieria di sinistra e di dritta, che avrebbe messo termine al simulacro, se una seconda supposizione del nemico colla sua sinistra per inviluppar la diritta, che trovar dovea debole per gli sforzi incontrali dalla sua diritta sulla sinistra, come abbiamo di sopra espresso, non avesse presentato nuova ipotesi per altre manovre. Queste ebbero effettivamente luogo sulle indicate posizioni già celebri di Consalvo. Le colonne di fanteria allora, mentre la cavalleria sosteneva! suo terreno con successive cariche, furono le più prossime, prima inclinate a diritta» onde incontrare (sull’esempio di Rosback e Marengo) il nemico, ed anche oltrepassare l’ala che girar voleva.

Il terreno allora prestandosi bene a' varii movimenti, quali sempre appoggiali dall’artiglieria collocatasi a diritta, a sinistra e nel centro, dove in somma monticoli o spaltati siti si presentavano, ebbero luogo alternativi attacchi di linea e di cacciatori, fino all'impadronimento di una casina all’estrema sinistra del supposto nemico girante; perlocché reso anche inutile il suo ultimo tentativo, ebbe termine il simulacro, che non mancò dell'invio di qualche squadrone sulla strada principalmente ch'era nel mezzo del Ironie di battaglia, in estrema sequela dei nemico in piena ritirata.

Uno di quei tali ordine del giorno, che affrancano da ogni passata fatica il 'soldato, coronò lo studio strategico tattico delle seconde evoluzioni del campo di Sessa (76).

È così man mano, come noi dettaglieremo, l’esercito scosso dalle assidue e nobili cure di Ferdinando II, ottenne la sorte di fissarsi sull’arringo delle migliori armate di Europa, per ottenere dopo anni ilposto politico che nel mondo militare, per mille precorse sventure patrie, area rimasto vuoto. Non mancheremo di tenergli il passo, in ogni suo spedale incremento.

Dai campi di evoluzioni, passando agli altri mezzi istruttivi iniziali anni prima da Ferdinando, ecco ch’egli riprende con più calore l’ottimo divisamento delle colonne mobili; onde istruire il soldato sulla giacitura topografica del Regno, ed averlo per abitudine agile e pronto alle lunghe marce. E fu commovente e prestigioso il ritrovato, di mettere alla testa delle prime colonne mobili del suo Regno (1831, 1832) quei militari richiamati alle bandiere; e siccome in quei primi anni, il Governo ebbe d’uopo di stabilire un allo commissariato militare di frontiera, avendo a capo negli Abruzzi, il maresciallo di Campo d’Escamardi, ed il brigadiere Vial in Terra di Lavoro, mise ne’ più fiduciosi sili militari gli uffiziali della rubrica medesima.

Per esempio: il colonnello Francesco Casella, ebbesi il comando di una colonna movente per gli Abruzzi; i tenenti colonnelli Winspeare e Benz vennero al comando de' due distretti di frontiera, Sora e Gaeta; il tenente colonnello della Valle occupò il comando del distretto frontiera di Avezzano, e i colonnello Verdinois il comando della provincia di Basilicata, e così via via.

Generosità ubertosa, fu questa rara confidenza del cavalleresco Monarca, che ottenne risultali di attaccamento inviolabile per sempre. Infatti, quei militari messi in sulla via da dieci anni, che non sapevano più adattarsi alle abitudini civili, mentre non poteano più appellarsi ciocché erano stati, attraverso una laboriosa carriera qual’è quella del soldato; poi in un baleno, rivedersi equipaggiali della loro cara divisa, senza perdere o diminuire l’antico grado, ritrovarsi di bel nuovo la spada ai fianco, precinti al cospetto del proprio Re e del proprio paese del nobile cingolo dell’onore e del valore, dal quale erano stati sciolti, e, per sempre; poter di nuovo serbare un giuramento di vita o di morte, possedere una bandiera da difendere, cose tutte che costituiscono l’incanto dell’esistenza per gli uomini di guerra e stabiliscono quel culmine di febbrili affetti, ignoti al volgo civile ed alla ciurma de' ciarlatani e degli ambiziosi libertini; ed a corona di questi lucidi doni, vedersi in un tratto alla lesta de' corpi, seder vigile alla custodia di delicate posizioni militari — ah! io mi rivolgo alla sapienza politica di Europa, e mi affido alla sua giustizia contemporanea, per laureare insieme con essa d’un serto immortale questo nostro Re militare, e dalla sua gloria imperitura scandagliare l’attaccamento morale che serbar deve e che serberà ognora, l’esercito napoletano pel dinasta Ferdinando II.

Ne’ primi anni del venire a Re di Ferdinando II, in ogni festa civile del 30 maggio sacra al suo dì onomastico, la guarnigione di Napoli si schierava in parata lungo la voluttuosa riviera di Chiaja; costumanza che serbasi ognora dalle altre guarnigioni e da quella messa in Palei mo, eseguendo fuochi di gioja.

Or noi sentiamo il bisogno di trattenerci alquanto su di una di queste prime parale, compitasi in Napoli al 30 maggio del 1832, per la sacra funzione a cui diede luogo.

Eccoci adunque sulla riviera di Chiaja, tra estesa fila di battaglioni e mare, di popolo su tutti i punti.

Le truppe venivano comandate dal tenente generale Nunsiante, comandante generale delle armi al di qua del Faro, assistito dal colonnello Garzia capo di stato maggiore con gli uffiziali tutti di ordinanza. Le schiere dividevansi in quattro. comandate dal tenente generale Salluzzo e dai marescialli di campo Pastore, Statella (Giovanni) e de Majo. Le otto brigate composte di fanteria, cavalleria, artiglieria e collegi militari, aveano alla testa i brigadieri Dusmct, Helguero, Statella (Errico), De Sauget, De Sonnemberg, Wonderweid, Echaniz e Ruffo Scilla.

Il corpo d’armata in linea col fronte al mare, avendo la cavalleria alla dritta e poggiando la sinistra al palazzo Satriano, prolungavasi verso Posilipo; tranne i quinti e sesti squadroni di Re e Regina cavalleria, che da prima presero terreno sullo spianato avanti la chiesa della Vittoria in tre lati di rettangolo, ed il quarto verso la chiesa medesima, rimasto all’uopo sguernito. L’artiglieria si riunì davanti al centro della linea.

Di che trattasi? di benedire gli stendardi de' nuovi squadroni, creati dal clementissimo Re, onde mettere in attività di servizio gli uffiziali richiamati di cavalleria.

Disposti così i corpi, le bande suonarono l’inno, Dio salvi il Re, e quindi su tutta la linea, ogn’arma per tre volte eseguì fuoco di gioja, a cui risposero le salve de' pavesati legni da guerra, ancorati sul mare della Villa; e dalle ciurme su i pennoni e dai corpi schierati, si ripeté per tre volte a Viva il Re, acclamazione ripetuta dal popolo commosso.

Dopo questo, il Re sortì a cavallo dalla Reggia, col seguito del Principe di Capua e del Conte di Lecce, di Fardella ministro di guerra, de' suoi ajutanti generali e dall'intero suo stato maggiore militare; recandosi alla chiesa della Vittoria.

Quivi il cappellano maggiore Gravina Arcivescovo di Militene pontificò e benedisse gli stendardi de' quattro squadroni. Il tenente colonnello Ferdinando Nunziante, comandante de' detti squadroni, unitamente ai capi degli squadroni rispettivi, prestarono ivi alla presenza del Re il debito giuramento, toccando colle spade snudale il libro degli

Evangeli. L’ajutante generale conte Gaetani di Laurenzana, presentò al Me i quattro stendardi, e ’l giovine Sire fregiò le medesime colle proprie mani, delle cravatte presentate dal real Conte di Lecce in guantiera di argento.

Il Re quindi consegnò nelle mani del tenente colonnello Nunziante, Fan dopo l’altro gli stendardi, che questo passò ai capi squadroni. Ferdinando invece di un allocuzione, disse con forte voce agli ufficiali; Io ve le consegno!... e le lagrime inumidirono gli occhi a tutti e specialmente ai capi squadroni... erano de' richiamati! Furono io ultimo, colle forme di uso da noi descritte altrove (vedi cap. XIV), affidati agli squadroni rispettivi, con un entusiasmo accolti, degno di ogni onore guerriero. Gli squadroni, superbi del possesso prestigioso, andarono ad unirsi cogli altri corpi di cavalleria.

Allora il Re percorse tutta la linea, nell’entusiasmo reso febbrile. in ogni soldato, e quindi alla testa del corpo d’armata che si formò in colonna successivamente dalla dritta per sfilare a sinistra, e giunto alla Reggia, ivi fermatosi, vide difilare innanzi a se tutti i corpi, allegri, militari in tutto, e raccogliendo dalla popolazione plausi per la tenuta, per la nettezza, per le movenze, e per tutto quell’assieme che costituisce un’armata; abitudini care, che la capitale delle, Due Sicilie avea obbliate, e che rivedeva dopo tanti anni, per opera del suo giovine Re. Non era ultima la pubblica tenerezza, nel vedere in mezzo a' battaglioni, con l’arma alla mano, tanti congiunti che per anni aveano menata una vita di dimenticanza o di sventura.

Cessala la funzione militare, il Re salì al ricevimento di Corte, ritrovando già uniti negli splendidi saloni del Palazzo Reale tante e tante persone diverse, civili e militari, che da anni non più s’incontravano in quel luogo; e che a un suo accento, ricche di onoranza e di assise, vi risalivano, avvicinandosi al Trono, tra il lusso diplomatico e i raggi gerarchici delle primarie cariche di Stato. Giuro a Dio, che né questa né le venture generazioni, possano aver cuore senza palpiti sacri a Ferdinando II, al solo rimembrare sì altissime emanate provvidenze.

Un ordine del giorno, colmo di preziosi ricordi emanò il Re per guiderdone ai ventiquattro battaglioni di fanteria, ai venti squadroni di cavalleria ed all'artiglieria, che intervennero alla parata; un presto doppio, lodi meritale, e molte speranze per avvenire.

Terminiamo quest’altro capitolo, tutto militare, facondo menzione di una festa avvenuta in Capua, anco militare, con l’intervento del Re, al dì venti di febbrajo 1831.

Per disposizione del Re, si ebbe in Capua una nuova porta, più alta alla piazza d’armi. A tale uopo, nel giorno citato la guarnigione di Capua, triplicata, mercé quelle di S. Maria e di Caserta, in gran parate attese il Re, che vi giunse a cavallo, insieme co generali Salluzzo e Gaetani, col colonnello Scarola (indi suo ajutante Reale) e de due capitani d’ordinanza, Statella e de Sangro.

Il Re percorse la linea, ricevendo gli onori delle armi, mentre la piana tuonava da suoi spalti.

Indi il generale Castelnuovo Landini, governatore di Capta, presentò le chiavi al Sovrano (era la prima visita che facea a Capua da Re), che le accolse, esprimendo al vecchio comandante nel restituirle, che ben erano depositate in mani di chi area per lunga stagione date alte pruove di fedeltà alla regnante dinastia, il generale volte rispondere, ma te lagrime del veterano fedele al cospetto del sto giovanissimo Re militare, troncarono ogni parola. Dopo accolse gli omaggi delle autorità civili e militari della città, ed abbassandosi il nuovo ponte, mentre che gli zappatori distruggevano il vecchio, Ferdinando entrò per la nuova porta nella piazza, avviandosi al duomo, fra gli applausi della popolazione. Quivi l’arcivescovo Serra ed il clero lo ricevettero, sotto baldacchino sostenuto dal sindaco ed ufficiali municipali, cori accompagnandolo fino al Trono, mentre otto officiali subalterni presero servizio di guardie del corpo. Dopo il Te Deum e la benedizione, il Re salì a cavallo, e si ricondusse a Caserta, da dove era partito.

Come ognuno vede, la nostra scrupolosità storica nella parte civile, non lascia in obblio un solo ricordo militare, spettante a un contemporaneo racconto.  


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CAPITOLO LXIII

Abolizione di taluni corpi militari di Casa Reale, ed organizzazione della gendarmeria scelta al servizio del Palazzo Reale —Novella formazione de' corpi degli zappatori minatori, e de' pionieri. — La festa religiosa de' lancieri: formazione del 2° reggimento di quest’arma. — Novella riforma radicale di tutti i corpi militari, detti facoltativi, colle proprie dipendenze. — Ufficio Topografico, collegi militari. — Organizzazione generale dell’esercito di terra, nelle diverse sue parti, in tempo di pace ed in tempo di guerra. — Nomi e distintivi de' corpi, per arma. — Intendenza generale dell'esercito; Commissariato di guerra. — Una verità storica pe' reggimenti così detti siciliani, che poi presero nome di 11° e 12° di linea. — Funzione delle bandiere, pe' nuovi due reggimenti, 9° Real Puglia, e 10° di linea real Abruzzo, in Messina ed in Gaeta.

Moltissimo vi à da farsi per elevare le nostre armi alla dignità politica che posseder deve un esercito in Europa. E Ferdinando, oltre lo studio intrapreso sul personale militare del regno, oltre Io studio di evoluzioni, a cui si addice instancabilmente colle patrie milizie; allo studio giornaliero si dona ancora per costituire su valide basi l'esercito medesimo, organandolo a seconda dei trattali europei in pace o in guerra, a seconda i bisogni e le risorse del paese, ed a seconda i più pregiati modelli del mondo militare.

Già le riforme militari le inizia dalla sua casa, tosto salito al Trono. Rinviene un corpo di pionieri e cacciatori a cavallo per il servizio delle cacce Reali, per scorta del Re a diporto nelle campagne e per altri servizj della Reggia. Un Re militare non fa d’uopo di simili corporazioni, e perciò le scioglie, in utile dell’esercito (12 dicembre 1830). Come più tardi, abolisce la mezza brigata di artiglieria a cavallo della guardia reale, unitamente alla divisione di treno detto di Casa Reale, ed organizza invece un nuovo corpo di artiglieria a cavallo, che mentre fa parte dell’esercito, presta servizio al palazzo del Re (23 marzo 1833). Eravi una compagnia delta di polizia del real Palazzo, composta d’individui a termine di carriera, non atta ad esercitare il servizio a cui venia chiamala e non validamente organizzala per la missione fiduciosa da esercitare. Invece, costituisce una scelta di gendarmeria a cavallo ed a piedi, che ne prende il servizio (dicembre 1830). E per gloria storica contemporanea, iniziamo una lode di giustizia a questa decorosa e polente istituzione del Re. e alle cure spese dal ministro di polizia, generale Delcarretto, come avremo maggior latitudine per maggiori encomi! altrove. E cosi nacque quella encomiabile istituzione di servizio politico-militare, che per tanti unni à serbata un lustro ed una dignità degna della piena fiducia che le largisce il Principe. Dignità e lustro che non seppero adombrare le tempeste sociali, e che col titolo di gendarmeria scelta, di carabinieri scelti, ed oggi di carabinieri dello stato maggiore dell’esercito, sempre e sempre conserva la bontà della sua origine, e ’l plauso al suo organatore, quest’arma in discorso.

Indi vediamo formarsi il battaglione degli zappatori minatori, con tutti gli alti mezzi che costituir devono un’arma si culta per la scienza militare; e dopo questo, la seconda arma del genio, il battaglione cosi dello de' pionieri, corpo dipendente, ma distinto nelle sue attribuzioni da quello degli ingegneri militari.

Eccoci innanzi il giovane corpo de' lancieri, arma prediletta de! Re e suo autore, arma colma di civili memorie pel Reame, serbando ne’ suoi ranghi i più strenui volontarii delle province.

Questo corpo che nascendo ebbe il titolo di real Ferdinando,lo trovo in Caserta sotto il comando del proprio colonnello, Luigi Pinedo, al dì 15 agosto del 1832, messo in gran tenuta, co' suoi alti pennacchi bianchi, avviarsi alla chiesa, onde sollennizzare il giorno sacro alla protettrice del proprio reggimento, Maria SS. Assunta. Che brillante cavalleria, e per età, e per assisa e per contegno; è religiosa intanto per quanto è tutta militare. La sera, la vedo riunita sott’ampio padiglione eretto in mezzo a vasta piazza, modellato a rettangolo, con pilastri intrecciali di bandierate lance, messe in mezzo a festoni di mirti. Un temporaneo tempio sorgeva in un lato del rettangolo, colla immagine in un trasparente della Celeste Protettrice, e rimpetto il Trono Reale ov’era collocato il busto del Re. Ivi al suono di musicali concenti, il reggimento cantava inni alla Madonna, formando voli pel giovine Re, suo comandante. A convenevole distanza appariva copiosa mensa, per ricevere i soldati a lauta cena. A quale cena? ecco. In due campi di evoluzioni, per due volte, aveano ricevuti due preti doppj dal Re, per l’ottima manovra. Ora, dopo la festa, anno fissalo di riunire le doppie paghe, e banchettare alla salute del Re, mentre affollata popolazione, godeva nel mirare questo giovine reggimento, tanto religioso e militare insieme. Così è rinato il nostro contemporaneo esercito. Iddio e il Re, la religione ed il valore: ecco la divisa, che gli adattò Ferdinando II. E l’esercito la sostenne e la sostiene, in pace e in guerra, ne’ lieti e ne’ tristi giorni, al cospetto di tutti i deliri dell'età presente.

Non passano se non che dei mesi (da agosto 1832, a maggio 1833), ed ecco che questo corpo di cavalleria, detto Lancieri Real Ferdinando, ottiene un secondo reggimento dell’arma medesima, organizzato in Nola. e quivi riceve con sempre commovente funzione religiosa e militare, il suo palladio da difendere in vita e in morte; i Reali stendardi.

Ma lo studio organizzatore del patrio esercito progredisce, mercé le cure ed i lavori assidui del Re. Siamo giù alla disamina delle nuove rubriche, che riformano radicalmente e riuniscono sotto una sola direzione, i corpi tutti, detti facoltativi, colle sue dipendenze varie, coll’ufficio topografico della guerra, e co' collegi e scuole militari; specie d'armi, che in ogni esercito ànno d'uopo di grandiose istituzioni, perché, anima direi d’ogni stabilita armata, sono adatte alle più grandi cose nella guerra e nella pace d'ogni Stato.

Or Ferdinando, dopo maturo esame, in data del due settembre 1832, emana la seguente legge.

«Volendo unire tutti i corpi facoltativi del nostro Esercito, sotto di una Direzione Generale, la quale ne dirigga l’andamento per via di Generali, che presi indistintamente nel Genio e nell’Artiglieria, cumulino nella loro persona il servizio di queste due armi: ordiniamo.

«Art. l.° i corpi dipendenti dall’attuai Direzione Generale di Artiglieria, quelli che appartengono all’attual direzione generale del Genio, l'Ufficio Topografico con le sue dipendenze, e gl’istituti di educazione militare, vengon messi sotto una Direzione Generale de' Corpi facoltativi.

«Art. 2.° 11 Direttore Generale dei Corpi facoltativi, sarà un Maresciallo di Campo o Tenente-Generale, proveniente dal Genio o dall’Artiglieria.

«Art. 3.° Avrà sotto a' suoi ordini tre Brigadieri, uno per Ispettore del personale e del materiale del Genio, e dell’Artiglieria al di qua del Faro, uno con lo stesso incarico ne’ Reali Dominj al di là del Faro, ed uno per Ispettore del Real officio Topografico e degli Istituti di educazione militare.

«Art. 4.° La Direzione Generale de' Corpi facoltativi, avrà un Maggiore di dettaglio, che sarà preso dall'Artiglieria, quando il Direttore Generale sarà proveniente dal Genio, o viceversa.

«Art. 5.° Le Ispezioni avranno, ciascuna, un capitano di dettaglio, che sarà preso tra i capitani-tenenti del Genio, quando l’ispettore provenga dall'Artiglieria, o viceversa.

«Art. 6.° Intanto il suddetto maggiore di dettaglio presso la Direzione Generale, quanto i mentovali capitani-tenenti presso le Ispezioni, formeranno parte delle rispettive armi eui appartengono, senza punto portarsi aumento alle piante organiche delle medesime.

«Art. 1 Le Direzioni locali del Genio, dovendo da ora innanzi corrispondere perfettamente con quelle. dell’Artiglieria, rimane soppressa la Direzione del Genio della fionderà, e lo sotto Direzioni che ne dipendono, saranno divise tra la Direzione del Tirrene e quella dell’Adriatico, seguendo le medesime norme dello corrispondenti sotto Direzioni di Artiglieria».

Emanala questa legge fondamentale per i corpi facoltativi dell’esercito, ecco farsi innanzi alla storia militare contemporanea, un nome a cui apparterranno ben molte pagine del nostro lavoro, or seguendo la cronaca di pace, or quella di guerra ed or quella di diplomazia; Carlo Filangieri, principe di Satriano, tenente-generale delle ringiovanite nostre armi. Basta per ora di averlo nominato. Anticipare un elogio, anco breve, sarebbe lo stesso che prevenire la giustizia storica che lo precede co' prestigi civili e militari, nella vita pubblica; e specialmente accanto all'ombra fiduciosa del Trono augusto di Ferdinando II. E Ferdinando II, sapientemente eleva a primo direttore generale dei riorganizzati corpi facoltativi, pria in interino, poi in proprietà, il tenente-generale Filangieri, che noi rivedremo novellamente, appena cresciute adulte le armi scientifiche. a cui si mette a capo: cioè, non in questo sesto libro, che appena abbraccia il 1830 al 1836, ma negli altri libri di rubrica militare, che possono offrirci sode materie per luminose riviste storiche, e pel personale delle armi, e per i magnifici stabilimenti ed opificii militari che Ferdinando, unicamente va a possedere in Italia non solo, ma degni ancora di barricare la concorrenza di Europa al bisogno dell'esercito di terra e dell’armala di mare, e per gli arsenali e pe' cantieri da costruzione.

Per ora adattiamo al capitolo, un sunto rapido, di quanto acchiudesi nelle dotte corporazioni da guerra nel Regno delle Due Sicilie, mercé i perenni auspici! del nostro Re contemporaneo.

Il nostro corpo di artiglieria già ricomposto di due sotto ispezioni, di quattordici direzioni, di un opificio pirotecnico in Capua (Pietrarsa non esisteva ancora); cioè cinque delle prime, sono stabilimenti manifatturieri, oltre l'opificio, e le altre sono puramente direzioni locali, oltre una scuola pratico-scientifica, eretta in Capua per la istruzione de' giovani ufficiali e sotto ufficiali dell’arma. La prima direzione comprendo l'arsenale di Napoli, ove man mano si è giunto a far compiere tutte le costruzioni necessarie in macchine spettanti al servizio di artiglieria in campagna, negli assedii e nelle piazze forti; come anco ne’ trasporti e bagagli dell'armala, e somministra le munizioni da guerra per tutti i corpi dell’esercito. La seconda comprende la fonderia e la barena stabilita in Napoli anco, ed esegue perciò la fusione delle diverse bocche la fuoco in bronzo o in ferro, e le altre fusioni tanto in bronzo che in ferro, di quei mille e mille piccoli oggetti ed utensili, al servizio degli altri stabilimenti e dipendenze. La terza, anco in Napoli, comprende la sala e montatura d’armi, avendo per oggetto la costruzione de' tenieri, le diverse guarnizioni, e quant’altro avvi d'uopo per la montatura di armi portatili, bianche o da fuoco; avendone deposito in apposita sala d'anni per uso dell'esercito. La quarta, in Torre Annunciata, abbraccia la fabbrica delle canne, piastrine, bajonette, bacchette per armi da fuoco, e costruisce armi bianche per munizione de' corpi diversi; ed à varie officine dipendenti, in Poggioreale, in Sparanise ed in Lancusi. La quinta (quinta fino all'epoca che trattiamo, 1836) è stabilimento in Mongiana, quale grande stabilimento metallurgico che somministra le artiglierie, i projettili, i ferri colali o forgiati, bisognanti al ramo di guerra e di marina; e rappresenta una vera colonia militare, col governo d’impiegati, con soldati, e travagliatori. Oltre a questo, la Mongiana abbraccia le miniere di ferro presso Pozzano, e quella di grafite presso Olivadi; la fonderia così delta di Mongiana, l’altra chiamata di Ferdinandea, una fabbrica d’armi, i boschi di Donami e Stilo, le macchine idrauliche per quattro raffinerie, due maglioni ed un laminiero, ogni manifattura in ferro colalo e duttile per uso della guerra e del commercio; oltre che fa uso di strade, fiumi e canali corrispondenti. Non parliamo delle altre nove por essere puramente direzioni locali.

Il corpo del genio, ebbesi un apposito e speciale organico (21 giugno 1833). Gli obblighi in generale de' suoi ufficiali, consistono, per la parie del materiale, nella compilazione de' progetti per le fortificazioni e per gli edificii militari. Nella istruzione de' corpi che ne dipendono in tutte le speciali operazioni, di cui i corpi stessi possano essere incaricati, tanto in guarnigione che in tempo di guerra. Ed in ultimo nel disimpegno di tutte quelle commissioni scientifiche, che il Re o il ministero di guerra crede di affidare. Il servizio del materiale si divide in due sotto ispezioni, da Napoli a Palermo, in undeci direzioni locali; in diciotto circondarli, ed à dodeci alunni alfieri in servizio d’istruzione per le pratiche del mestiere; ed in ultimo, oltre la gerarchia intera degli ufficiali ripartitii in cure diverse, à quarantotto guardie del genio per la sorveglianza de' lavori. I due sotto ispettori sono addetti alla formazione di grandi progetti, alla revisione di quelli inoltrati da' direttori locali, della ispezione de' lavori e di tutti gl’incarichi in cui richiedesi la presenza dell’autorità sul luogo, e anno facoltà di approvare talune categorie di lavori urgenti, senza attendere oracoli ministeriali.

L’Officio topografico (che noi abbiamo visitalo altravolta, vedi cap. XVII) à in complesso la parte scientifica esecutiva, ed è diviso in tre sezioni, esistenti nell’edificio in Napoli, detto di Pizzofalcone. La prima sezione abbraccia i calcoli astronomici e geodetici, il disegno d’ogni specie e la incisione, l’osservatorio astronomico, il gabinetto de' calcoli, quello delle diverse macchine ed istrumenti astronomici, geodetici e grafici, il deposito degli utensili di campagna, e le sale de' modelli, del disegno e della incisione. La seconda sezione ritiene la tipografia, la litografia, la calcografia, la ligatoria, l’officina di dettaglio, e i diversi depositi pe' rami incisi e non incisi, per le diverse specie di carta in bianco e per la conservazione e smercio degli oggetti a ciò destinati. La terza sezione s’incarica delle operazioni geodetiche e topografiche sul terreno. Vi à una ricca biblioteca militare. Un professore di astronomia e di geodesia è addetto alla direzione dell'osservatorio astronomico, e della formazione e conservazione de' calcoli astronomici e geodetici. Vengono addetti otto ufficiali del genio, nove ingegneri, otto aspiranti ingegneri, undeci disegnatori, tre disegnatori litografici, undeci incisori, e dieci sopranumeri; un generale è l’ispettore, un uffiziale superiore presiede agli ufficii, tre capitani alle sezioni.

Il collegio militare, a seconda lo troviamo ridotto fino al 1836, è istituito per fornire ufficiali al genio ed all’artiglieria, come anche alla fanteria ed alla cavalleria; e ciò per ordine e merito di esami e di talenti, all’età di anni diciotto. Gli alunni vengono istruiti nella parte letteraria, scientifica e facoltativa; nella cavallerizza, nella scherma ed altre arti cavalleresche Tredici professori vi ànno e tredici maestri. Vi à una biblioteca, ricca di carte e modelli; un gabinetto di macchine. Si esercitano gli alunni alle teoriche militari ed agli esercizii delle armi, e la vita disciplinare è tutta militare. L’intera custodia e servizio del luogo S fidata a militari sedentanei o in commissione.

Non trascuriamo, per notare ogni cosa, che per legge del 30 dicembre 830, la seconda scuola militare in Monreale (Sicilia) venne abolita, ed incorporata alla prima scuola militare in Napoli;scuola scientifica che forniva degli ottimi sotto ufficiali all'esercito, ed anco de' gassaggi al collegio militare, mercé Tesarne di speciali talenti.

Ecco segnati come in uno specchio primario i differenti corpi, riuniti dal decreto del Re in data del 2 settembre 1832 sotto una direzione generale, per semplicizzare ed utilizzare queste confinarie corporazioni militari, e rimane alla critica della storia disaminare il progresso delle su menzionate istituzioni di milizia scientifica, a seconda i nuovi organici, studio e impegno d’un giovane Re militare.

Ora finalmente avviciniamo il racconto della istituzione formate dell’esercito, distintamente organato per corpi, per armi e per nomenclatura di reggimenti. Ciò avvenne con legge del 21 giugno 1833.

Valutando i bisogni e le risorse del Reame, nell’epoca d'allora, il nostro esercito venne fissato a 36,000 uomini io tempo di pace, ed a 64, 000in tempo di guerra, mercé l’aumento de' terzi battaglioni per ogni reggimento. Si fissarono per organico, non più capitani generali, autorità di lusso in un’armata consimile e non di visibile bisogno; ma solamente sei tenenti generati, quattordici marescialli di campo, e trenta brigadieri.

Ogni reggimento di fanti, avendo due battaglioni, (in tempo di pace) dodici compagnie, quattro ufficiali maggiori, un ajutante maggiore, dodici capitani, dodici primi tenenti, altrettanti secondi tenenti ed egual numero di alfieri ecc. cc. Ne’ reggimenti di cavalleria, due battaglioni e quattro squadroni, con le rispettive categorie di ufficiali. Le promozioni por corpo e per arma, a seconda che riguarda la linea di cavalleria o di fanteria, i corpi facoltativi, o quelli di guardia reale. Gli avanzamenti, per anzianità e per esame, meno una terza parte d’ufficiali che il Re può disporre in tutti i corpi, elevando ad alfieri individui delle guardie del corpo a cavallo, gli alunni del collegio militare, e degli individui, anco soldati semplici, per merito o per valore.

Abolisce la paggeria, i cui allievi uscivano nell’esercito secondi tenenti. Non più caste perciò, non più favori, ma merito, talenti e anzianità.

Abolisce anco il corpo degli alabardieri ed eleva due compagnie di guardie del corpo. La prima di cavalleria con personaggi nobili del paese, e la seconda di fanteria con sotto ufficiali benemeriti per termine di carriera, ma scelti per salute e personale.

Compone la fanteria. — Di tre reggimenti della guardia Reale; due di granatieri ed uno di cacciatori: — Di dodici reggimenti di linea, assegnando il numero a ciascuno, da uno a dodici, ed il nome, così: 1" di linea, reggimento Re, Regina, Principe, Principessa, Borbone, Farnese, Napoli, Calabria, Puglia, 10° Abruzzo, 11° Palermo, 12° Messina. Mula perciò il bollono agli uniformi, segnando il rispedivo numero. Le divise de' reggimenti della guardia, di color scartato con i brandeburgo, e quelle della linea, turchino scuro, con le mostre diverse ma eguali per brigata, e con bottoniera e spallette di oro al reggimento di prima mezza brigata, di argento a quello della seconda.

Sei battaglioni di cacciatori, col rispedivo numero d’ordine, con mostra gialla su giacca verde-scura, di sei compagnie ciascuno, comandato ognuno da un maggiore o tenente colonnello e con egual numero di ufficiali minori, come ad ogni battaglione di fanteria.

Infine, quadro reggimenti Svizzeri, col rispedivo numero d’ordine, serbando alla tedesca il nome del rispedivo colonnello per nome del reggimento; e con assisa rossa e con i brandeburgo d’oro.

Compone la cavalleria, di due reggimenti di cavalleggieri della guardia, indi ussari con assoluto cambiamento di vestiario, due reggimenti di lancieri col consueto costume polacco, e tre reggimenti di cavalleria pesante, detti primo, secondo e terzo dragoni, con elmo in lesta ed assisa semplice e grave, varianti dalla mostriatura dell'uniforme e dal numero di Re, Regina e Principe; e di un quarto dragoni, in tempo di guerra (26 giugno 1833).

Il corpo d’artiglieria (26 giugno 1833) vien organato di due reggi menti, il primo col nome di Re ed il secondo di Regina; di una compagnia di artiglieria a cavallo; di un battaglione di artefici; di an battaglione del treno; di un corpo politecnico militare, e di un corpo di artiglieri littorali, de' quali parleremo; con quindici batterie montate, pel servizio delle quali, le compagnie inservienti, vengono tratte da' suddetti reggimenti di artiglieria, avendo i conduttori e gli animali, dal battaglione del treno. Aboliti i capitan-tenenti in tutte le armi, bisognando ni diversi servizi di artiglieria gran numero di ufficiali, dopo gli alfieri, vengono i primi tenenti, e dopo questi, classi distinte di capitani. Vi à ancora un forte numero di ufficiali superiori, per comando delle divisioni e degli stabilimenti ed opificii.

Il corpo del genio serba eguali categorie di ufficiali subalterni, e un numero elevato di ufficiali superiori, per le medesime ragioni dell'artiglieria; ed à un battaglione d’individui, dio oltre il servizio dell’arma, esercita mestieri capaci alle tante risorse che fan d’uopo in pace e in guerra.

Il battaglione de' pionieri, benché è una dipendenza del genio, conserva gli avanzamenti nel corpo proprio, ed è addetto a utili lavori di arte, alla costruzione di ponti militari su i fiumi ecc. ecc.

La gendarmeria reale, con legge de' 13 maggio 1833 venne elevata a nove squadroni di cavalleria, e a otto battaglioni di fanteria; con uno squadrone scelto, due compagnie scelte, ed otto sezioni di gendarmi veterani.

In ultimo, qual primo corpo dell’esercito, si organizza su tasi nuovo un reggimento di veterani, onde assicurare il riposo al soldato fedele; oltre ad un corpo d’invalidi.

E per dir tutto, segniamo un fugace cenno sul novello sistema perfezionato dal Re Ferdinando per la intendenza generale dell’esercito, e nel commessariato di guerra; utilissime e primarie istituzioni, che manoducono ad ogni stabilità amministrativa un esercito, e dalle cui imperfezioni ogni esercito rimane difettoso.

L’intendenza medesima, venne incaricala del servizio di tutti i fondi che si amministrano dal ramo di guerra, della spedizione degli ordinativi di pagamento, della contabilità del vestiario, di quella de' presidiarli, di quella de' corpi dell’esercito, della formazione dello stato discusso annuale, e del rendiconto in ogni anno alla Gran Corte de' Conti. Sono di sua spettanza benanche, gli estesi e complicati servizii del materiale dell’esercito, casermaggio, provviste di riserba, diarie, viveri e foraggi. La contabilità dell’artiglieria e del genio, i conti dell’officio topografico, delle stampe, delle indennità de(1) consigli di guerra e dei disertori; oltre gli affari concernente il personale dell'intendenza e vice-intendenza, quello de"commissarii di guerra, e di altre dipendenze del ministero di guerra. I protocolli, la collezione de' decreti, e la comunicazione de' medesimi. La verifica degli aggiusti, così di danaro, come di provvisioni de' corpi tutti dell’esercito.

Il commissarialo di guerra, venne riformato, con commissarii ordinatori e con commissarii di prima e seconda classe. Gli ordinatori riseggono, uno in Palermo, funzionante da vice-intendente dell’esercito, gli altri in Napoli, ove uno di essi esercita le funzioni di capo dell’ufficio di verifica degli aggiusti di corpi, è membro della giunta generale decontratti militari, e ritiene l’incarico di commissario del Re, presso la direzione generale degli ospedali militari. Due altri fanno parte, quali membri della giunta generale decontratti militari, e gli altri due sono addetti al servizio delle sussistenze militari, e l’altro al servizio de' casermaggi militari. I medesimi anno sovente dal Re l’incarico di passare le riviste inopinate e di rigore, ai diversi rami dell’amministrazione militare per modo che vengono adibiti nelle cose di maggior rilievo. I commissarii di guerra poi, risiedono parte in Napoli, parte in Palermo, e parte nelle province di qua e di là dal Faro; e ad ognuno è ripartilo l’incarico locale de' diversi servizii del personale e del materiale dell’esercito. Tutti questi commissarii, dipendono dall’intendente generale, il quale regola, ordina e dispone ogni ramo di servizio.

Lode al merito, se l’esercito nostro sì bene prospera, o ne’ quartieri o in campagna, o in pace o in guerra, devesi all’eminenza in cui il Re à saputo costituire questi due ufficii, non secondi ad altri eserciti, e senza eguali in Italia. Vestite bene il soldato, pagatelo prontamente, nutritelo sanamente ovunque trovasi, casermatelo con nettezza ed igiene, regolale scrupolosamente la sua salute, se infermo; ed avrete l’individuo, ove lo vorrete, capace di elevarsi a grandi cose, perché mai lagnoso de' diritti suoi, mentre compie i proprii doveri.

Essendo Re Francesco I, e stimandosi dare una maggior latitudine alla fanteria di linea, senza gravare le finanze dello Stato, in quegli anni molto esauste; il governo reale organizzò un reggimento, al quale poi successe un altro, usandosi la legge a guisa inglese, cioè mettendo in vendila i posti degli uffiziali subalterni, fino a quei di capitano. Le somme unite, affrontarono le spese della istallazione. I due anzidetti reggimenti si dissero, siciliani, perché composti di uomini dell’isola, e di benemeriti volontarii; stante che la Sicilia, non offre leva militare all’esercito. È vero che detti impieghi caddero su giovani di distinte famiglie, la maggior parte appartenenti a milizia.. Ma è vero ancora che questi fortunati giovanetti, anno saputo, seguendo poi le orme militari d’un giovane Re militare, mostrarsi altamente riconoscenti alla nobile carriera in cui si trovarono, con una spallina o due; ed oggi, la maggior parlo già salili a generali, costituiscono una rubrica di stato maggiore, giovane sì, ma ricca di onore, di talenti militari, di fede al Ile; di amore al lustro vero del Reame, di bravure ne’ cimenti: e parecchi di essi già videro il fuoco delle battaglie, el prestigio della vittoria. Vorrei nominarli tutti, almeno uno che con anticipazione gli rappresentasse nella storia; ma amico della loro modestia, non proferisco alcun nome, sol perché gl’incontreremo spesso nelle future rubriche dei contemporaneo lavoro. Non niego che questi due reggimenti, ne’ primi anni di loro istallazione, ebbero soldati non fatli per la disciplina, e che diedero origine a quello storico ordine del giorno del valoroso e severo generale Begani, in Capua, diretto a quel severo e non men valoroso colonnello Palma;ma è verità che purgata col tempo questa brigata, ottenne ognora benemerenza nella fanteria di linea, per distinzione di nettezza nelle parate e di allo perfezionamento nella carriera militare. E questo valga anche per quei tanti volontari! distinti che tennero da Sicilia questi due corpi, oggi quasi tutti decorosi ufficiali, sparsi su quanta è la fanteria dell’esercito.

Il lettore, forse vorrà spiarci, del perché abbiamo gittato questo periodo, come un episodio nel capitolo; e noi rispondiamo, d’averlo fatto nascere per una circostanza di giustizia, che al momento non siamo cortesi di gittare sul tappeto della storia patria. Ma il motivo vi à.

Ora, quale splendida appendice del capitolo, aspiriamo a consacrare alla storia la funzione delle bandiere, date in nome del Re a' due nuovi reggimenti avutisi, per l’organico del quale abbiam parlato più avanti; cioè al 9° reggimento. Puglia ed al 10" Abruzzo. Tutti gli altri corpi della fanteria di linea, esistevano allora, e non ottennero dalla nuova legge, che degli speciali organici. Ma il nono e decimo, vennero istallali di pianta.

Il decimo, si formò in Gaeta dal benemerito colonnello Ruiz, il quale in breve tempo seppe sì bene organizzarlo, da meravigliare il Re, che per modello di emulazione, lo spedì in Sicilia.

Il quattordici novembre 1833, giorno sacro all’onomastico della Regina Cristina, il decimo di linea si apparecchiò alla più grandiosa funzione d’un reggimento, ch’è (fucila di ricevere le proprie bandiere. Il tenente generale, duca di S. Paolo, governatore della piazza di Gaeta, venne delegalo dal Re a dare le bandiere al nuovo corpo. Uscito il reggimento dal Castello, entrò nella chiesa dell’Annunciata, presente tutta la corte militare e civile del luogo. L’arcivescovo Parisio benedisse le bandiere, e dopo la funzione, il vecchio governatore nel presentare i sacri stendardi al corpo, diresse con maschia eloquenza un’allocuzione ai soldati, onde prepararli alla nobile circostanza del giorno; e seppe ottener lagrime di gioja dall’universale degli astanti. ìndi passò rivista almedesimo, unitamente che al quarto di linea ed al battaglione degli zappatori minatori, ivi di guarnigione.

Lauto pranzo, offerto dal governatore medesimo all'ufficialità del corpo e a quei di guarnigione e ad altre autorità, coronò il brio della giornata. Ed è bello il ricordare come nel mezzo della mensa su d’un gran vaso di fiori si rinvennero dagli invitali, i modellli delle due bandiere del novello reggimento; e quando fu dato il Viva il Re, s’intesero tuonare le artiglierie da' bastioni e dalla corvetta Amalia, pavesala alla riva. In altro giorno il colonnello del corpo, offrì in onore del suo reggimento, una splendida festa da ballo.

Nel giorno 30 dicembre dell’anno medesimo, il nono di linea, organizzalo in. Messina, ottenne le sue bandiere del delegato Reale, maresciallo di Campo Carata Noja, comandante quella provincia. Il colonnello Meringh tu il capo del corpo. La funzione eseguissi nella chiesa di S. Giovanni Gerosolimitano. Quell’altro veterano di Carata Noja, volle arringare i soldati benanche, usando parole di gratitudine e di giustizia ai Re, e valutando al cuore del soldato il valore che si racchiude nella bandiera, per la religione, pel Trono e per la patria. Messina, con festa universale coronò la giornata, ed il generale comandante del vallo, generoso qual’era, imbandì pomposa mensa a scelto e numeroso convito; mentre tra gli evviva al Re, la formidabile Cittadella, tuonava co' suoi bronzi, per onore del giorno.

E così proseguendo, nulla ommettiamo, che non giunga grato alla cronaca militare delle Sicilie.


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CAPITOLO LXIV

Organizzazione ed arrotamento degli artiglieri littorali. — Istallazione di noie squadroni di Guardie d’Onore, nella parte continentale del Reame; uno pei Napoli ed otto per le province. Egual onorificenza riceve la Sicilia con la istituzione di quattro squadroni. — Formazione in Napoli di una Guardia d'interna Sicurezza, composta di dodici battaglioni. — Palermo ottiene eguale istituzione. — Istituzione in Sicilia d’una guardia urbana, delta di Sorvegliatori d'interna sicurezza; e riorganizzazione delle cosi dette compagnie d’armi. — Utile istituzione de' Pompieri di città in Napoli.

Questo nostro vaghissimo Reame, considerato nel 'suo continente, quale Stato politico, raffigura, se ci si permette la distinzione, una perfetta penisola, dell'italiana penisola.

Circuito da tre mari, se al sistema antico di fortificazione, si unisse la nuova scienza di difesa; in guerra, il nostro littorale, e specialmente quello che specchiasi nell'Adriatico, raffigurerebbe una linea prolungata di staccate cittadelle, che si danno la mano l'un l’altra a breve distanza, per quante sono le città che da Otranto, per le tre Puglie si stendono fino negli Abruzzi. Mura gigantesche, castelli ciclopei, torrioni merlati di pietra viva, torri (specialmente a Bisceglie) che sollevano la loro cima alle nubi. Ma la moderna progressiva scienza della guerra, non ama tanto chiudersi in mura, oggi fattibilissime ad espugnarsi (dopo Sebastopoli), e sceglie invece la guerra aperta, ove il talento ed il valore si misurano alla pruova.

Pure, non vi à paese che abbia bisogno di maggiore milizia di artiglieria, quanto il nostro Reame. E Ferdinando, senza aggravare l’erario, crea a volo una numerosa landwerh, con la istallazione degli artiglieri littoriali. i nostri uomini, nati tra il Vesuvio e l’Etna, sono capacissimi ad apprendere la difficile arte di servire il cannone, e la sveltezza naturale, coadiuva le membra all'elasticità della manovra e alla giustezza del tiro.

Or guardiamo la nobile idea del Re e lo spirito pubblico del reame, per tutto quanto è militare, sotto la influenza d’un Monarca militare.

Per brevità, seguiamo in nota il regolamento organico (77) di dettalegge, perché degno di far parte delle rubriche documentali della nostra storia contemporanea civile e militare.

Concede l’esenzione di leva ai nuovi franchi artiglieri, assicura delle pensioni dopo l’elasso di trent’anni di servigio, l’onorificenza e la graduazione militare, ma volontaria l’ascrizione. In ogni paese marittimo del Regno intero, non esclusa Napoli, si ammira in giorno di festa, strenui pagani, addestrarsi ne' furti alla manovra militare, con entusiasmo e con riuscita.

All’anno appresso il Re, per meglio retribuire questa cittadina artiglieria, emana nuova legge «per tutti gl’individui che nel corso di un biennio, a contare dalla data del presente decreto, si arrolleranno voce lontanamente nel Corpo degli Artiglieri Littorali, tanto ne’ Reali Dominii al di qua quanto in quelli al di là del Faro, la durata del servizio a effettivo, per aver diritto al ritiro con la corrispondente pensione di «giustizia, fissata dall’Art. 30 del regolamento, sarà ridotta a soli venuti anni ed un giorno. La stessa concessione dovrà valere per tutti a coloro che vi si saranno arrollati volontariamente in esso corpo, fino «al giorno dell'emanazione del presente decreto».

(«Napoli 24 Giugno 1832.»)

Simile istituzione, fece il giro dell’Europa, con plauso alla nobile fiducia che metteva il Re ne’ suoi popoli, ed alla gara civile de popoli istessi nel farsi innanzi ad ogni inchiesta militare del real governo.

STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 27 NAPOLI 1855

IL MARESCIALLO DI CAMPO Paolo Pronio

IL MARESCIALLO DI CAMPO

Paolo Pronio

Non era cessata questa prima meraviglia, ed eccone comparire un’altra, non men fiduciosa e nobile, mercé la creazione del corpo di cavalleria civica, della delle Guardie d'Onore.

Questa istituzione tecnicamente civile e militare insieme, nacque poi da una vera e sublime scambievolezza d’affetti, tra il Re ed i suoi popoli. Ferdinando, giovane, tutto militare, animatore novello della scintilla geniosa della vita delle armi, da Napoli, moveasi solo e senza squadre per tutti i luoghi delle province. La gioventù del Reame, ammirando il suo amore di padre per le popolazioni, si diede ad improvisare delle squadre di onore per scortare il Principe da un paese ad un altro che transitava, e vestivasi da lancieri e con altre guise militari, onde farla da guardia del corpo, e manifestare l’amore di dargli compagnia, e perche Re militare, addobbatasi a modello di cavalleria: come noi abbiamo ammirato discorrendo su i primi viaggi del Re nelle province. Finalmente la balda nostra gioventù. avanzò istanza al Sovrano, onde si compiacesse di istituire in mezzo ad essa, una cavalleria cittadina per le province tutte, pronta a dar servizio di onore al Re, come che viaggiasse fuori dalla capitale.

E Ferdinando, il più fiducioso Re contemporaneo dell'epoca, verso popoli degni di valutare il prezzo di sì reciproca fidanza: con logge emanata nella gran festa civile del Reame del 30 maggio 1833, statuisce una cavalleria civica, col nome di guardia di onore, scolla tra i nobili, i civili ed i ricchi borghesi del napoletano. Talentoso pel mestiere delle armi, sceglie addobbi militari pe' suoi novelli cavalieri di guida, tra i più strenui, i più marcati, i più ben formati. Un plauso di cuore s’intese nelle popolazioni, ogni giovane del Reame si fece innanzi animoso, gli altri popoli d’Italia n’ebbero virtuosa gelosia, e ’l mondo sociale e militare, continuò a far le sue meraviglie, per questo Re e per queste suo genti.

Dopo breve tempo la civica milizia, prese servizio a fianco al Re per le province, si unì alla parata annuale di Piedigrotta in Napoli, co' suoi squadroni; emulando in tenuta, aspetto e manovra, la cavalleria dell'esercito e lo squadrone di Napoli, bello di se, in ogni comparsa pubblica del Re e dell’augusta sua famiglia, iniziò a dividere il servizio delle Guardie del Corpo, con universale compiacenza.

Ma le province isolane del Regno, non vollero rimanere seconde in sì virtuosa gara di quelle del continente; e il Re nostro, aspirando sempre a concedere alla Sicilia, quel tanto che à usufruttuato Napoli dalla sovrana potenza, istituì una Guardia di Onore, anco per l’isola, e con eguale assisa, scambiando solo per distinguerla la mostriatura dell'abito. A quella di Napoli su verde assisa i colori amaranti, a quella di Sicilia un cilestro su d’ogual colore verde.

Sicché le Guardie d'Onore pe' dipartimenti di quà del Faro, vennero organizzati in nove» indi in quindici squadroni» de' quali uno per Napoli; e dipendenti dal ministero della guerra, mediante l’organo d’un comandante generale che risiede in Napoli» il quale è incaricato del dettaglio e dell'ispezione e dell’organizzazione, e de' comandanti militari per le province (78). Pe’ dipartimenti di là del Faro, vennero organizzali quattro squadroni (16 gennajo 1834), egualmente composti, e dipendenti dal luogotenente generale, il quale emana gli ordini per Porgano anco de' comandanti militari delle province (79).

I capoluoghi del rispettivo comando per lo province di quà del Faro, sono fissati dal comandante superiore» colla possibile centralità, per la riunione e per la trasmissione degli ordini, e sono approvati dal ministro della guerra; ed in Sicilia dal luogotenente generale, inteso il comandante superiore.

Dette Guardie d'Onore, nella riunione co' corpi dell’esercito, prendono rango, come primo corpo di cavalleria della guardia Beale (80).

Ogni individuo viene per legge esentato da leva militare. Per fame parte à bisogno di avere una proprietà» una convenevole statura e complessione, e un’età non minore di venti anni, né maggiore di cinquanta.

Tutte le cariche, nella istallazione, vennero provvedute dal Re, a proposta degl’intendenti e de' comandanti militari nelle province rispettive, uniti e accordi di parere, sempre prescegliendosi i capi, pe' loro titoli di possidenza e per le buono qualità personali.

Completati poi gli squadroni le cariche vacanti sono state e sono tuttavia provvedute a proposta de' capo squadroni, metà per anzianità, e metà per scelta del Re.

Le proposte sono sempre rimesse al comandante superiore, e questi pe’ dominii di qua del Faro, le fa pervenire colle sue osservazioni, al ministero della guerra, per quindi rassegnarsi al Re, e pe' domini di là del Faro, le trasmette al luogotenente generale, da cui col suo parere, pervengono al Re, per organo del ministero anzidetto.

Le Guardie debbono vestirsi e montarsi a loro spese, meno i trombetti, che si equipaggiano a carico di ciascuna provincia; e l’armamento, in generale, vien somministralo dalia Real Sala d'Armi.

In ultimo la legge stabilisce, che quante volle il Ileo il luogotenente generale, o alcuno delle persone della real famiglia, si rechino nelle province del Reame, le Guardie d'Onore fanno il servizio delle Guardie del Corpo.

Nell’anno medesimo (19 settembre 1833), la città di Napoli, tanto ligata a Ferdinando II, testimone continua della prodigiosa vita governativa del suo Re, osti matrice prima de' suoi alti Sovrani, patria se non di nascila, della sua gioventù almeno; la città insomma che appellar si poteva e si puole il libro più splendido della storia giornaliera del suo Principe, dal 1820 in poi, ottenne una inconfinabile ricompensa dì fiducia, nell’anno su citalo, con queste memorabili parole, espresse in nuova legge:

«Considerando gli utili servizi!, clic in diverse epoche ha renduto la Guardia d’Interna sicurezza della Città di Napoli;

«Visti quelli che attualmente si stanno rendendo nelle province di qua del Faro dalle Guardie Urbane;

«Volendo istituire una Guardia d’Interna Sicurezza, per dare ai buoni abitanti della Città di Napoli una pruova della nostra fiducia, ed assicurare in qualunque siasi evento la pubblica tranquillità e la proprietà de' cittadini; Ordiniamo:

«Art. 1? Sarà formata nella nostra capitale una Guardia d’Interna Sicurezza.

«Art. 2.° I componenti di essa, saranno scelti tra le classi de' nobili, de' proprictarii, degl’impiegati, de' negozianti, de' professori di arti liberali, de' capi d’arte, e de' maestri di bottega, i quali abbiano da' 24 a' 50 anni completi, e che siano noli per la loro probità, attaccamento al Trono, ed all’ordine pubblico.

«Art. 3.° Avrà questa Guardia per comandante in capo, un personaggio ragguardevole, che goda la nostra piena fiducia.

«Art. 4.° La Guardia d’interna Sicurezza, sarà divisa in forza d quartieri e di sezioni ecc. ecc. ecc.»

Ecco segnata nella patria storia contemporanea la commendevole istituzione di questa urbana civica della metropoli del Regno. Quella civica che facea ricordare di sé, cospicua e monumentale cronaca, quale scudo dell'ordine pubblico in epoche fatali al paese. Quella che un giorno fu degna di fregiare il petto de' suoi individui, della medaglia civile istituita per essa dal primo Ferdinando. Quella civica ch’era degna un tempo di prendere la guardia alla Reggia, nelle feste del dodici gennajo e trenta maggio, onde il Re avo del nostro Augusto di oggi, appalesasse alla medesima la piena fede che serbava a tanto nome, chiamandola ne’ giorni più splendidi del Reame, a custodia del Trono, della dimora del Monarca e della Reale famiglia. E in tali giorni delta guardia, a tanto onore di servizio, ascrivea il piacere di banchettare lietamente nel real Palazzo, il pranzo che il Re le apprestava.

Virtuose gare, nobilissime patrie ricordanze son queste, colme di affetto reciproco di dinastia e di sudditanza. che Ferdinando II volle novellamente chiamare ad esistenza, nella maturità della pace e della civile prosperità novella della città di Napoli, mercé del suo progressivo governo.

E la chiamata giunse opportuna per ogni classe d’individui. Non era una novità per Napoli, bensì un richiamo novello d’un’antica istituzione; un pegno di sicurezza che il giovine Re sperimentar volea sotto i suoi auspicii, da' figli della guardia napoletana di altre epoche clamorose, commendevole della fiducia dinastica. E in ogni famiglia di Napoli vivea un individuo dell'antica guardia col palladio della Borbonica medaglia di onore a nastro rosso; e se morto, ogni giovane erede conservava le tradizioni dolcissime di famiglia, per andarsi a volo ad ascrivere sul ruolo del proprio quartiere, quale Guardia d Interna Sicurezza, Il movimento delta capitale, nel leggere il decreto, fu unanime, commovente, universale; e siccome la legge di organizzazione non fissava il tempo della chiamala in attività, questo giorno venne atteso con ansia di trasporlo di popolo civilmente italiano e meridionale. L’Europa, non più meravigliò per la novità, ma stupì, ed alzò la mento ogn’animo ben nato, ove Ferdinando II potrebbe slanciare il suo Reame, se i popoli suoi lo rendessero semprepiù estimatore di alta confidenza nel loro vivere morale o sociale.

«In ciascun quartiere della città di Napoli, la forza sarà composta d'individui domiciliali nel quartiere stesso. Questa, in caso di bisogno baderà a mantener l’ordine, custodire gli edificii e stabilimenti pubblici del proprio quartiere», E il mandato verrà adempito in non pochi rincontri. E l’estero e ‘l paesano, ammireranno questa nuova landwerh della città di Napoli, accorrere ad ogni chiamata del Re, come ad una festa, lieta, marziale, disciplinata ed aspirante al termine del suo servizio, quasi ad un tesoro, non ad altro compenso, che a un ordine del fiorita, in cui Ferdinando esprima il molto cavalleresco, RINGRAZIAMO LA GUARDIA D'INTERNA SICUREZZA, E SIAMO RIMASTI SODDISFATTI ECC. ECC.

«I comandanti ed i capi di sezione saranno da Noi nominati, con la proposizione del comandante in capo.

«I comandanti, di concerto co capi di sezione, proporranno al comandante in capo le cariche delle rispettive sezioni. Queste riunite dal rispettivo capo, procederanno alla scelta delle guardie semplici.

«II comandante in capo sottoporrà alla Nostra approvazione un regolamento di servizio, che provvedendo a tutti i possibili casi, stabilisca un sistema di correlativa disciplina».

Ed ecco come prosegue la istallazione di questo comizio civile e militare della città di Napoli, sotto la tutela accurata d’un Re, che nelle parate farà marciare i dodici battaglioni urbani alla testa de' suoi reggimenti di fanteria di linea, ed al cospetto della plaudente Europa viaggiatrice che ogni giorno otto di settembre, si troverà in questa nostra capitale per battere le mani al Re ed al maneggio d’armi ed al passo cadenzato delle civiche squadre; nobile assieme di aristocratici di scienziati di letterati di artisti di artieri e di capi di arte, che nel dì innanzi non erano che de' pacifici individui, e in un’ora si sanno trasformare per incanto, in strenui militi.

Ma un personaggio facea d’uopo donarsi dal Re a capo supremo delle napoletane guardie, capace di saper creare lo spirito di corpo, l’amore d’istituzione, la gara e l’emulazione gerarchica; uno di quegli esseri in somma che è la vita della vita morale d’ogni corporazione che cinge la spada ed à una coccarda sul cappello. Ferdinando à promesso nella legge trascegliere questo personaggio distintissimo, e nel giorno istesso emana all’uopo un decreto, cosi:

«Volendo dare alla Guardia d’interna Sicurezza della nostra capitale una pruova della fiducia che riponghiamo nel suo zelo e nella sua alacrità, per Io mantenimento dell’ordine pubblico;

«Considerando che il personaggio più eminente che possiamo mettere alla lesta di questa forza urbana, sia il nostro amatissimo zio Principe di Salerno, Colonnello Generale della nostra Guardia Reale;

«Volendo dare alla nominata Altezza Sua Reale una testimonianza del sommo apprezzo in cui teniamo il suo attaccamento per noi, e tutte le altre lodevoli qualità che lo rendono tanto caro alla nostra Reale Persona;

«Abbiamo risoluto:

«Art. 1.° S. A. R. il Principe di Salerno, Colonnello Generale della nostra Guardia Reale, è destinato a Comandante in Capo della Guardia d’interna Sicurezza, della nostra Capitale».

E con altro decreto, finalmente:

«Destiniamo per Generale di dettaglio della Guardia d’interna Sicurezza, il Maresciallo al ritiro D. Luigi Pouscet.

«Questo Ufficiale Generale sarà sotto gli ordini immediati del nostro amatissimo zio, Principe di Salerno, Comandante in Capo della Guardia d’interna Sicurezza, e firmerà tutte le carte che emaneranno dal dello Comandante in Capo, meno quelle che vorrà firmare S. A. R. medesima». (19 settembre 1833)

Con legge del dì quattro luglio del 1835, la Guardia civica di Napoli si mise in attività.

In ultimo, per dir tutto della Guardia d’interna Sicurezza fino all’anno 1836, faccioni menzione di un'altra legge che ebbesi (20 dicembre 1835).

Questa leggo riguardava taluni di essi, i quali benché forniti de' titoli fissati nell’organico d’istallazione, pure o per ragione reale di salute ben costatata, o per la natura delle funzioni di cui trovavansi rivestiti in servizio dello Stato; e in ultimo per elevare un fondo analogo a suo proprio uso, onde supplire a tutte le spese che le occorrevano, si stabilì una classe di guardie contribuenti.

Oh! se quella testa bella di virtuosa canizie, potesse sorgere un istante dal sepolcro, per vedere che la sua opera di predilezione, la sua Guardia d’interna Sicurezza, già salo a prendere luminosa sede nella contemporanea storia civile e militare del suo Re e nipote; esprimerebbe innanzi alla vita del tempo un gaudio straordinario e degno del cuore unico di quell'uomo. Ed io mentre assumevami l’onorevolissimo e pesante incarico di storiografo contemporaneo delle Sicilie, mi sovviene delle sue auguste parole, pensando che un giorno sarei stato nel caso di far risplendere questa istituzione pregiata, nel volume della posterità, «Ti darò io la narrativa della Guardia d’Interna Sicurezza; sentirai a me, è cosa che mi riguarda».

Così compiacevasi ordinarmi più volte, quasi faccenda propria di delicato riguardo, quel magnanimo signore di. casa Borbone, gemma preziosa del Re, della Roggia e del Reame. Non onde qui sproposito la narranza delle strenne e continuate cure spese da Leopoldo per la Guardia civica; ma noi le valuteremo a tempo proprio. Vogliamo esclamare solamente, che questo Principe ne’ suoi viaggi, avea recata la grandezza Sovrana di questa istituzione, presso le più allo sfere di Europa politica e militare, con lode prestigiosa. Che questo Principe, quasi raggio di vita di questa urbana armata, non dovea mai distaccarsi dal comandarla, per feria esistere nel suo splendore di origine. E che questo Principe, rapito dalla morte al desio dell'universale, se scese nel sepolcro col corredo di speciali e privilegiate virtù, non ebbe umane dispiacenze nel distacco della vita del tempo, ma recò seco;un solo dolore, nato dal pensiero di aver testimoniato una catastrofe insperabile e luttuosa della sua Guardia d’interna Sicurezza, estinta ignominiosamente nella luce civile che l’irradiava, nientemeno che sul palco del tumulto dell’anarchia e dalla guerra cittadina; spenta nientemeno, nella fiducia del Re, nella confidenza pubblica e nel nome di Europa, sul più detestabile de' campi sociali della difficile era in cui viviamo.... le barricate! Nata per tutela dell’ordine pubblico, il suo titolo ricco di patria rinomanza, venne con il otto nel nome, se non ne’ suoi individui, a suicidarsi moralmente, iniziando la letale tutela del pubblico disordine!Ed io, che in vita e in morte serbo legami eterni di doverosa gratitudine all'augusta e cara memoria di Leopoldo di Borbone Principe di Salerno, consacrerò nel prosieguo del lavoro affettuose sofferenze del Comandante in capo della civica napoletana per sì delittuose emergenze, e solamente da tali racconti la storia valuterà l’amore e le cure dell’augusto, spese in tanti anni per far splendere nel Regno, in Italia, ovunque, la civile milizia della capitale delle Due Sicilie.

E Ferdinando II, non volendo ne’ suoi due popoli del napoletano e del siciliano, distinzione di istituzioni e di onoranze, bensì nobile gara di politico e sociale incremento tra i domini del continente e quei dell’isola, come tra Napoli e Palermo, non mancò far sorgere a seconda de' pubblici bisogni, delle cittadine milizie benanche.

Infatti, alla Sicilia mancava la napoletana istituzione delle guardie urbane per ogni rispettivo paese o città, e con legge del nove giugno 1833, crea una guardia civile pe' comuni tutti dell’isola, col nome di Sorvegliatori d'interna Sicurezza. Come per decreto del 19 settembre dell’anno su citato, organizza in Palermo una Guardia d'Interna Sicurezza. E finalmente forma anco un’altra civica organizzazione, delta delle compagnie d'armi, che prestano servizio militare per l’ordine pubblico, nelle città o paesi che non ànno guarnigione di truppa.

E se queste segnato urbane milizie non sempre ottennero quello sviluppo ammirato sul continente del Reame; colpa non è del Re e del suo governo, ma delle vicissitudini pubbliche, che spesso accaddero in Sicilia, come vedremo nel prosieguo della Storia.

Ecco farsi innanzi alla gloria patria contemporanea un’altra plaudita istituzione, civilissima ed umanitaria per se stessa, cioè la Compagnia de' pompieri di città, per servizio di Napoli.

Napoli, terza città di Europa per estensione di fabbricati e per numero di abitanti, sede di grandiosi e monumentali edifieii pubblici, sentiva il bisogno d’una guardia per gl’incendii, pari ad altre famose capitali estere; e Ferdinando II riempì un tal vuoto con legge del 13 novembre 1833. E dando alla medesima istituzione un organamento tutto militare, la disciplina istcssa è stata quella di aver elevata questa utile corporazione ad ogni più meritevole distinzione e progresso, nel difficile mandalo che assume in una sì estesa e crescente città. E noi incalzali in questo sesto libro da molte interessanti rubriche, valutando la necessità storica di trasmettere allo studio del lettore l’intera logge costitutiva de' pompieri di Napoli, segniamo in rubrica di nota i proprii regolamenti fondamentali, serbandoci in altra epoca di encomiare i fatti distinti che li riguardano, per moltiplici riparati disastri (81).

Ebbene — dicevamo a ragion veduta, nel capitolo di chiusura al quinto libro della storia, che ogni altro Stato d’Italia, dal venire alTrono Ferdinando II, avea ed à sol diritto d’ingelosirsi delle istituzioni che non possedea e non possiede, e che le Sicilie serbavano, ed aumentano con rapidità di tempo. E ciò valga non a garrire con chicchessia, ma sempre ad appalesare ai torbidi ambiziosi, che nel Reame delle Due Sicilie si viene a scuola del ben vivere politico-sociale, e che siam ricchi di troppo per contemporanea civiltà, da nulla desiderare da casa forestiera; oche estraneo è a noi, ogni sedicente microscopio Atlante, che per laurearsi di ridicolo, senza prima giungere a satollar se stesso di pubblici immegliamenti, aspira a sollevare sulle sue spalle la nostra patria fiorente cultura, sublimata nella grande famiglia de' popoli dal Re Ferdinando II.


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CAPITOLO LXV

Nuove istituzioni militari. — Orfanotrofio militare, orfanotrofio della marina di guerra, che illustrano Ferdinando II, per la loro speciale riforma, istallazione e miglioramento. — Riforme del corpo sanitario militare, tanto dell'esercito di terra che dell'armata di mare. —Istallazione della biblioteca nell'ospedale maggiore della Trinità. Istituti educativi di marina. — Nuovo organico della compagnia delle guardie del corpo. — Nuove basi sulle piazze d'armi e luoghi forti. — Primarie leggi fisse sul calibro delle artiglierie. — Appendice. — Servizio militare, termine di carriera e medaglia d’onore.

Fedele il giovane Monarca al suo speciale mandato, di sublimare il Reale esercito al livello d'ogni nitro in Europa, studia sempre più ogni mezzo possibile per creare o migliorare istituzioni alle al suo immegliamento, e fra queste, non ultima è da stimarsi quella di assicurare ogni onorala sussistenza alle errane de' militari, in prova di morale incoraggiamento, a chiunque cinge la spada, sacra al Re ed al paese. Infatti, generalmente parlando, ogni uomo d'armi compendia il suo patrimonio sull'onorato mestiere che esercita; ed abnegalo ad ogni sociale privala utilità, avendo la sua vita in espiazione di giornalieri pericoli e in pace e in guerra; uomo di cuore o di febbricitanti affetti, guardando la propria famiglia in continuati addii che le da, per sempre impensate ed improvvise partenze, non uso a veder la lagrima su i suoi occhi per tenacità di educazione, la tempesta de' palpiti la nasconde di certo sotto l'assisa del valore e della gloria, e, — chi recherà l'usato pano a' figli miei? — e questa idea, una guerra arcana offrir deve all'uomo di guerra, non compresa, nò valutata dal volgo civile. Ma assicurando la sussistenza alla famiglia del soldato, l'uomo d'armi eleva al gran completo il suo spirito. Avendo la sua vita largita in dono alla propria bandiera, e la vita de' figli tutelata nell'avvenire, allorché egli muore; il tumulto de' naturali affetti domestici si tranquillizza, e sotto il tetto de' suoi cari la farà da uomo, e sotto la tenda del campo, da soldato.

Ed ecco il Re nostro, assunto appena al Trono, si volse a migliorare l’avvenire delle orfane militari; ed emanò sua legge, per questa doverosa istituzione, in data del dì cinque febbrajo 1831, che principia così:

«Considerando di essersi molto aumentato il numero delle orfane de' militari, e volendo secondare i moti della nostra Real munificenza, per lo sollievo di questa parte delle Famiglie superstiti di benemeriti ufficiali di ogni grado del nostro Reale esercito; ecc. ecc.»

E con questa legge, statuisce che la somma di ducati 6,000 fanno che si prelevava allora dalle masse degli introiti annuali dell’orfanotrofio militare, per impiegarsi in sussidii mensili a duecento orfane, nella proporzione stabilita, oltre de' soccorsi straordinarii, e de' maritaggi, allorquando le medesime passano a marito; fosse aumentala a ducati 9, 000. E co' suddetti duc. 9, 000 annui si pagassero i sussidii fissi mensili, non più a duecento ma a trecento orfane militari, delle quali quindici di ufficiali generati, settantacinque di ufficiali superiori, e duecentodieci di capitani ed ufficiali subalterni; ed il dippiù fosse riserbalo per pagarsi in ciascun anno un maggior numero di maritaggi, di quello che si pagava fino allora, oltre qualche soccorso straordinario.

Con altro decreto in data de' 30 novembre 1832, eleva la cifra di ducati 9, 000, a quella di ducati 10,326, per sempre più sussidiare l’aumentato numero delle orfane dell'esercito di terra.

E dopo le orfane dell’esercito, si occupò ad interessarsi di quelle dei militari di marina, di quegli uomini che oltre l’esercizio del mestiere della guerra, sono addetti a lottare o in pace o in guerra coll’incostante elemento, ch’è il mare. E noi non sappiamo plaudir meglio a queste altre cure del secondo Ferdinando, che riportando il decreto che stabilisce un orfanotrofio di marina; perché il subbietto per se stesso è storicamente comendevole.

«Considerando che le orfane de' padri che servirono nella real Marina, non fruiscono degli stessi vantaggi che godono quelle del nostro Reale Esercito. Considerando che le nostro benefiche cure debbonsi estendere anche sulle prime. Considerando essersi ornai riuniti i cespiti onde stabilire un orfanotrofio per divisate donzelle: Ordiniamo.

«E stabilito un orfanotrofio di soccorsi per le orfane degl’individui della nostra real Marina, il quale comincerò ad essere in esercizio dal dì primo del venturo mese di gennaro 1832.

«Gl’interessi dell'orfanotrofio di Marina, saranno separali da quelli dell’Esercito, e vi si destinerà un uffiziale superiore della stessa Marina onde regolare sotto la direzione del presidente, quanto concerne, pagamenti, rendile, affitti, e il di più dell'andamento che richiede la prosperità del medesimo stabilimento.» (16 settembre 1831).

Col regolamento che accompagna questo decreto in pari data, venne fissalo che l’orfanotrofio di marina l'osso unito per l’amministrazione con quello dell'esercito, mercé eguali regolamenti e prerogative, lauto pei soccorsi mensili, che per gli straordinari!, e pe' maritaggi.

E oltre ai cespiti assegnali per la fondazione di questo pio e necessario stabilimento, Ferdinando volle accrescerne la rendita, colla utile colonizzazione de' terreni dell’isola di S. Stefano, mercé legge del 26 agosto 1832.

«Volendo mettere a coltura in beneficio dell’orfanotrofio della nostra real Marina, circa cinquanta moggia di terreno incolto nell'isola di S. Stefano, ad esclusione di altre venti moggia circa, occupate dallo ergastolo, ecc. ecc. Ordiniamo.

«Saranno poste a coltura le suddette cinquanta moggia di terreno esistenti nella citata isola di S. Stefano, compresi in essi tre piccoli giardini che ora si tengono dal Comandante e dal Cappellano di quel bagno, a profitto dell’orfanotrofio della nostra real Marina, salvo rimanendo le prescrizioni delle leggi forestali.

«Pel dissodamento delle terre, onde ridurre a coltura il terreno suddetto, saranno addetti quaranta forzati di quel bagno di bassa condanna, ed un uomo libero, esperto al mestiere di campagna, dandosi mercede; ecc. ecc.

«Tutte le suddette spese, nonché quelle che concorreranno per acquisto di utensili ed altro bisognevole per l’indicata coltura, saranno a carico dell'orfanotrofio suddetto, a beneficio dei quale anderà poi il profitto che si ricaverà dall’affitto di quei terreni.

Stabilito cosi l’orfanotrofio della Real Marina, con altro decreto del 23 giugno 1832, fissa il numero delle orfane che goder devono i primi fondi riuniti, a 50; cioè, quattro di ufficiali generali, sedici di ufficiali superiori, e trenta di capitani ed ufficiali subalterni.

Altri utilissimi organici militari ci si parano innanzi al plauso della storia contemporanea ne’ primi due anni del Regno di Ferdinando II, e sono dediti al servizio sanitario dell’esercito di terra e dell’armata di mare. Pel primo esaminiamo il decreto del 16 settembre 1831, per la seconda quello de' 26 agosto 1832. Infatti, non vi à lode sufficiente per leggi che tutelano la salute e la vita di uomini tanto benemeriti ad ogni civil comunanza, e che in pace o in guerra, ànno d'uopo d’un sistema vigile per preservare la salute e nella loro individualità e nel loro assieme, e da cui succede ogni utile e propizio servizio militare.

«Volendo che il servizio sanitario della nostra reale armata di terra proceda da ora in poi ne’ suoi diversi rami colla dovuta uniformità, onde tutti gli uffiziali di salute, riuniti in un sol corpo e sotto le medesime discipline, possono essere più utilmente adibiti ne’ diversi bisogni delle reali troppe, a seconda de' loro talenti e personali circostanze, o perché siano con leggi a tutti comuni, agevolali sempreppiù i loro regolari ascensi, ecc. ecc.

«Tutti i chirurgi militari, che siano addetti agli ospedali, o che si trovano a servire ne’ varii corpi del reale esercito, o ne’ depositi di reclutazione, o ne collegi, o in altra commissione temporanea che potrà esser loro affidata per oggetti del real servizio, saranno riuniti in un corpo solo, e verranno allistati in un ruolo che avrà per titolo, ruolo degli uffiziali di salute attivi. Gli altri addetti alle piazze, o alle classi, o ad altre commissioni scdentanee, saranno compresi in un secondo ruolo che si chiamerà degli uffiziali di salute sedentanei. Rimangano soppressi i diversi metodi finora praticati nelle promozioni de' chirurgi de' corpi, e di quelli degli ospedali militari. Per la prima ammessione de' nuovi terzi chirurgi, dovrà esigersi, secondo l’attuale sistema, rigorosissimo esame in concorso. L’ascenso da terzo a secondo chirurgo sarà regolato dall’antichità. L’ascenso da secondo a primo dovrà aver luogo, dietro un nuovo esame, al quale potranno concorrere per ogni vacanza i sei più antichi secondi chirurgi, a norma di quanto trovasi prescritto dalle Reali ordinanze, per le promozioni degli uffiziali del real esercito. Tutti gli uffiziali di salute per riguardo al servizio sanitario, alla disciplina, agli ascensi ed alle traslocazioni, saranno dipendenti dalla direzione generale degli ospedali militari. Le norme attualmente in vigore per la provvista de' medici militari occorrenti agli ospedali, rimarranno nel loro pieno vigore, e per conseguenza saranno nominati a tali posti i terzi chirurgi che lo bramano, ovunque possano trovarsi destinati, e che riuniscano le altre condizioni richieste dall’art. 338 dell’ordinanza amministrativa militare».

E per la marina di guerra, di tutti i chirurgi stabilisce due ruoli distinti, il primo cioè col titolo di uffiziali di salute attivi comprendendo quelli destinati alla navigazione, ai corpi di truppe, a' collegi, negli arsenali e ne’ bagni; il secondo denominato degli uffiziali di salute sedentanei composto di tutti i chirurgi addetti, al servizio degli ospedali dell’arma medesima o che trovatisi alle classi. Le norme per gli ascensi, comuni a tutti quei compresi ne’ due fissali ruoli. La prima ammissione de' nuovi terzi chirurgi, dopo la legge in parola, da eseguirsi mediante esame in concorso fra pratici ed alunni degli ospedali di marina che allora trovavansi servendo, dandosi la preferenza in parità di merito ai. ]i ù antichi, e senza pregiudizio di altri già esposti ed approvati per concorso. Estinta la classe de' pratici ed alunni, la provista de' terzi chirurgi dover farsi solamente per esame in 'pubblico concorso, onde promuoversi i più meritevoli. L’ascenso del terzo a secondo chirurgo regolarsi dall'antichità, salvo i casi di eccezione, in cui concorrer potesse il merito personale; come l’ascenso da secondo a primo chirurgo fa d’uopo di novelli esami. Gli ascessi esser devono comuni ne due diversi ruoli, pe' soli chirurgi di terza a seconda classe, e circo, scritti in ciascuno de' ruoli, pe' passaggi dalla seconda alla prima; beninteso che la promozione nel ruolo sedentaneo non avrà luogo quando la vacanza possa esser coverta da uno de' primi chirurgi che dal primo ruolo dovesse passare al secondo per non potere ulteriormente servire nell'attivo. Stabilisce per massima che tutti i professori di salute, tanto dei primo che del secondo ruolo, allorché non abbiano una particolare destinazione, debbano prestare il loro servizio giornaliero nello spedale centrale. Per la provista de' medici poi, allora non si provide a miglioramenti, per trovarsi le ordinanze prescritte, regolari a dare ottimi professori.

Con questi due esposti decreti, Ferdinando stabilisce un edificio sanitario alle armi del Regno, decente, convenevole, utile e degno diogni altro consimile istituto appo gli eserciti e le marine militari di Europa; derimendo ogni difetto d’istituzione, ed affidando alla scienza la salute e la vita del militare. Tutto questo o mancava o non presentavasi convenevolmente organato appo noi, per dire che avevamo nelle due milizie proficui istituti sanitarii, con soggetti scelti dalla concorrenza del sapere scientifico e dalla pratica clinica. Era un vuoto dispiacevole, e se qualche individuo ottimo vi appartenea, otteneva anch'egli discredito, per la volgare nominanza che si dava ai professor i in generale.

E fu si benefica questa radicale riforma emessa nel servizio sanitario delle due armi di tèrra e di mare, e sì ricchi di ottimi requisiti i primi concorsi che si ebbero; che il giovine Re proveder volle nel massimo ospedale militare di Napoli, la facoltà medica-chirurgica, d’una ben degna biblioteca e di alte scuole fisiche; che già ne seguì solleone inaugurazione nel giorno dodici del mese di gennajo 1833.

Inaugurazione splendida, in cui convennero i due istituti sanitarii di terra e di mare, presieduti dal generale ispettore, e dopo d’avere ogni professore recitato nella sala della biblioteca un componimento di gioja alla salute e prosperità del Monarca, unitamente al grido di Viva il Re, discesero nella propinqua chiesa a dar termine alla funzione inaugurativa con canti e festa religiosa.

E benché noi nel venturo capitolo, abbiamo stabilito di parlare estesamente di quanto riguarda la pianta organica della marina di guerra del Regno delle Due Sicilie, colle rispettive modifiche d’immegliamento che promanano dalle assidue cure di Ferdinando II, fino all’anno 1836, periodo storico del secondo volume del nostro lavoro; pure abbiamo stimato favellare di varii istituti di marina nel capitolo attuale, sicché dopo la istallazione dell’orfanotrofio, dopo la nuova organizzazione sanitaria, segniamo una legge che riguarda il secondo collegio di marina, per indi notarne un'altra che riflette le scuole nautiche di Meta e Carotta.

Vigeva il decreto de' 5 maggio 1827, relativo alla organizzazione della così della allora, Beale Accademia di Marina, col quale si stabiliva il numero di trenta piazze franche per alunni del secondo collegio della stessa accademia (ora detta de' pilotini); e stimando il Re, con legge de' 15 ottobre 1832, che il numero de' suddetti piloti ed alunni, addivenisse più omogeneo ai bisogni ed alle circostanze dell’arma; e volendo promuovere nel tempo stesso l’emulazione fra gli alunni del dello secondo collegio non solo, quanto di quei del seminario nautico di Palermo e delle scuole nautiche di Mela e Carotta, di Messina, di Trapani e di Reggio, col farsi educare non solo per concorrere alla carriera del pilotaggio della marina di guerra, quanto per fornire giovani istituiti nella navigazione di commercio; e volendo perciò che la scella di coloro che prevenir devono nel pilotaggio della marina Reale, si facesse sopra una più estesa concorrenza e non limitarla a' soli alunni del così dello secondo collegio, per aver così uomini veramente istituiti ed alti a disimpegnarc lodevolmente l’interessante mestiere a cui sono chiamati: e incaricandosi in ultimo di voler dare una rimunerazione alla lunga carriera marittima de' piloti di prima classe, graduati di uffiziali più anziani; decreta.

Le classi ed il numero de' piloti della marina di guerra saranno nel numero di quindici piloti di prima classe, trentadue di seconda classe e quarantotto di terza classe. Abolisce la classe pe' nuovi pilotini e gli esistenti promuove a piloti di terza classe, previo esame. Fissa gli ascensi nelle classi per esame e con preferenza al merito ed all’anzianità. Riduce a venti le trenta piazze franche, e rimane a trenta quelle a pagamento, in utile di quei che volessero far educare ed istruire i giovani lino all’età di anni diciotto, per uso commerciale, ed ottenendo un certificalo degli studii fatti, come titolo a concorrere nella professione marittima; ed eguale certificalo autorizza a rilasciarsi agli alunni di tutte le scuole nautiche, i quali in caso di vacanza nel pilotaggio da guerra, servisse di titolo per ascriversi agli esami. Vi anno molte altre distinte rubriche nel citalo decreto, he omettiamo per brevità, ma tutte riferibili ad incoraggiare il pilotaggio di guerra e di commercio, rendendo i giovani liberi nella scelta del mestiere, e capaci tutti a concorrere agli esami, e nell’una e nell’altra categoria.

Fra gl’istituii nautici del Reame, la scuola di Meta e Carotta parea deviala dalla sua utile istituzione, tanto da non poter più offrire uomini capaci al mestiere. E Ferdinando, salendo al Trono vi si occupa di proposito per riformarla su solida organizzazione, con legge del 28 ottobre 1831.

Ecco le sue parole.

«Essendo divenuto indispensabile di riformare il sistema amministrativo e disciplinare delle scuole nautiche di Meta e Carotta, onde ottenersi non solamente che le di loro rendile siano sufficienti al corrispondente mantenimento delle scuole stesse, ma eziandio che colla disciplina da imporsi tanto ai maestri che agli alunni delle rispettive scuole si ottenga il maggior vantaggio possibile per la istruzione di quelle popolazioni marittime: ordiniamo.

«Sarà scelto un primo pilota della nostra real Marina, tra i più e s per li, e destinato colla qualità di direttore, a vigilare su tutti i maestri delle due scuole analogamente al regolamento che all'uopo farà stabilire il nostro Ministro Segretario di Stato di Guerra e Marina, d’accordo con quello degli Affari Interni».

Fissa così gli studii e le spese da erogarsi, e stabilisce che in ogni quattro mesi si spedisse un uffiziale superiore della marina di guerra, per ispezionare le dette scuole e fame conoscere il risultato.

Come accennammo, le guardie del corpo e gli alabardieri ottennero delle essenziali modifiche, nella organizzazione generalo dell'esercito. Venne con la comun legge disposto, che pel servizio delle reali persone e de' reali appartamenti vi dev’essere una compagnia di guardie del corpo, e questa divisa in guardie del corpo a cavallo e guardie a piedi. La medesima fu data a fornire i varii servizii fino a quell'epoca prestali dalle prime guardie del corpo e dagli alabardieri di Napoli e di Sicilia. E perciò modificata nelle singole sue parti, si ricompose nel modo seguente.

1° capitano, tenente generale o maresciallo di campo; 1 primo tenente, brigadiere o maresciallo di campo onorario; 1 secondo tenente, colonnello o brigadiere onorario; 4 primi esenti, tenenti colonnelli onorarii; 4 secondi esenti, maggiori onorare; 1 cappellano; 1 primo chirurgo; 1 secondo chirurgo (in Sicilia) — guardia a cavallo —; 4 brigadieri, capitani onorarii; 8 sottobrigadieri, primi tenenti onorarti; 50 guardie, alfieri onorarij, con 48 cavalli di regio conto. — Guardia a piedi —; 2 primi brigadieri, ufficiali subalterni presi tra i sedeetanei, di cui uno in Sicilia; 4 brigadieri ajutanti, de quali uno in Sicilia; 8 sottobrigadieri, primi sergenti, de quali due in Sicilia; 400 guardie, secondi sergenti, de' quali trenta in Sicilia (24 giugno 1833).

La detta compagnia delle guardie del corpo tanto a cavallo che a piedi, ebbesi come legge, anco un regolamento relativo all'amministrazione del vestiario, cuoiame, bardatura, dotazione e casermaggio; e così questa corporazione sì distinta pel suo servizio, si appalesò completa, dando all'esercito cogli anni de benemeriti uffiziali specialmente di cavalleria.

Le piazze d'armi, e i forti dell'intero Reame, ebbero la loro nuova situazione, a seconda la giacitura, lo sviluppo e 1 interesse militare che il Re coi consiglio d’una giunta di generali, seppe vedere, dopo elaborato studio di tattica e strategica militare, onde il sistema di diresa offrisse i suoi utili, senza errore di calcolo, o inutilità di posizione, riducendo a batteria taluni, annullando degli altri.

Eccone la classifica.

Piazze e forti di 1. classe; Napoli, Gaeta, Capua, Palermo, Messina, Siracusa. — Di 2. classe — Forte S. EImo, Forte Nuovo, Pescara, Taranto, Civilella del Tronto, Forte di Castellammare in Palermo, Cittadella di Messina, Trapani, Augusta — Di 3. classe — Forte dell’Ovo, Forte del Carmine, Porto d’Ischia, Forte di Daja, Isola di Capri, Isola di Ponza, Melazzo, Isola di Ustica, Isola di Pantelleria, Forte di Termini, Isola di Favignana, Mola di Girgenti, Isola di Lipari. —Di 4. classe — Gallipoli, Brindisi (Forte a Mare), Manfredonia, Isola di Tremili, Barletta, Aquila, Cotrone, Granatello, Ventotene, Forte SS. Salvatore in Messina, Torre di Faro, Castello di Licata, Castello di Colombaja, Castello di Capopassero, Castello del Molo di Palermo, Forte Conzaga, Forte di S. Caterina, Forte di S. Giacomo, Forte di S. Leonardo, Forte Pozzalla.

Il forte di Viesti, venne conservato come batteria, similmente a quello di Otranto; e si abolirono le piazze di Reggio, di Taormina, di Brucala, di Mazzara e di S. Alessio.

Così venne fissalo, che i comandi di dette piazze venissero affidati, a generali quei di prima classe, a colonnelli quelli di seconda, ad uffiziali superiori quelli di terza classe, e a capitani quei di quarta, (21 giugno 1833).

Fra le universali cure spiegate da Ferdinando por la creazione del patrio esercito, si ebbe quella di far nascere un’artiglieria,. degna del nome napoletano. Infatti, troviamo una legge del 6 giugno 1831, che ampiamente svolge il nuovo sistema d’adottarsi su i più precisi modelli delle armate di Europa, riguardo a determinare i diversi calibri nell’artiglieria di terra, onde stabilire i venti pe' calibri medesimi, e determinare i cilindri calibratori e le lunette, fissare le dimensioni delle bombe e delle granate, e la tolleranza nel loro ricevimento, i tubi a mitraglia d’ogni specie, le dimensioni delle rispettive palle, delle lunette ecc. ec; e determinare così le diverso cariche di polvere por le bocche a fuoco, bombe e granate. A questa savia e necessaria riforma per l’artiglieria, unisce anco le più alte novazioni onde precisare su d’un omogeneo sistema il diametro ed il peso delle palle di piombo, del pari che le cariche de' cartocci fucilieri por l’intiero esercito. Non crediamo sprecar tempo pel momento, a dettagliare i grandi studii tattici che una simile legge produce nelle armi delle due Sicilie, onde poter con più agio passar rivista, nel prosieguo del lavoro storico, agli, stabilimenti militari, creati o migliorati dal nostro cavalleresco Sovrano.

Diamo termine a questo capitolo., esponendo la legge regolamentare sull’anzianità di servizio nel Reale esercito, e sulla istituzione d’una medaglia di onore per compensarne la lodevole durata (23 dicembre 1834).

Risorto il patrio esercito per opera d’un Re militare, su quel livello cui seder dovea con nuovissima fama, fra le armate di Europa; uopo era a corona d’ogni assidua cura, coltivare la suscettibilità del soldato onde la disciplina che lo investe e lo adorna, non avesse la sua movenza dal solo amore pel capo o dal solo timore della pena; ma da una molta di utile morale, per rimanere incolume nel servizio delle armi, e nella domesticità delle caserme.

Ed ecco che fissa per legge l’anzianità di servizio che deve dar. diritto a un soprassoldo per ogni sottouffiziale da primo sergente inclusivamente in sotto, e per ogni tamburo, piffero, trombetta, artefice, e soldato, divisa in tre periodi, i di cui termini, compensi e distintivi segniamo in nota (82).

E a questo stimolo d’interesse, volendo unire anco un incoraggiamento morale alla virtù propria dell’uomo d’armi, e dar un premio e coloro che dopo essersi renduti meritevoli de distintivi corrispondenti ai tre periodi detti di sopra (83), proseguano con crescente lode i di loro servizii; istituisce una medaglia di onore in ricompensa di venticinque anni di servizio clìcUìvo senza interruzione e senza macchia. Tale medaglia esser deve di bronzo, avendo sul diritto il busto del Re in mezzo a trofei militari, e sul rovescio la leggenda «lodevole servizio militare di venticinque anni»; e vi si corrisponde il compenso di un grano di più al giorno, delle grana due fissate pel terzo periodo. Questa medaglia d'onore, ad esempio altrui, dopo la morte del possessore, dev'essere restituita a cura de' consigli di amministrazione de' corpi, e de' comandanti delle piazze, per rimanere depositala nella Real Casa degl'Invalidi, attaccata ad una tavoletta, nella quale si legga il nome del militare che l’abbia posseduta (84).


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CAPITOLO LXVI

Marina di guerra — movimento dall’anno 1831, a 1836. — Riforme amministrative sulla marina di guerra. — Istituzione del reggimento dei fanti di marina, abolizione della promiscuità d'uffiziali con quei dei naviganti. —Nuova pianta degli artefici di arsenale — Compenso al pilota del Faro di Messina— Servizio di guardia su’ legni da guerra nel porto di Napoli, e nel cantiere di Castellamare— Nuovo corso de' pagamenti — Corte marziale marittima—Nuovi incoraggiamenti alle scuole nautiche di Siracusa e di Giarre — I bagni di Sicilia — li bagno di Nisida per quanto riguarda la detenzione degli ecclesiastici — Abolizione dei comando generale di marina — Novella organizzazione del personale della marina di guerra — Soppressione dell’accademia di marina — Il Conte di Aquila inizia la sua carriera da Guardia Marina. — Spese di uffizio per le ispezioni di marina— Comandi degli ospedali di bagno. — Tariffa pe' noli de' generi che spedisconsi su’ pacchetti della marina militare —Pene per le armi introdotte ne’ bagni— L’abolito consiglio sanitario di marina vien rimpiazzato dal consiglio sanitario centrale dell’esercito — Si prescrive che l'intendente generale della marina faccia parte integrale del consiglio della stessa—ecc. ecc.

Eleviamo uno sguardo rapido e puramente cronologico su i movimenti subiti nelle sue migliorie dalla Real Marina di guerra, nel suo periodo storico che si estende dal 1831 al 1836; rimettendo al terzo volume del patrio racconto contemporaneo, la rivista retrospettiva ai suoi fasti, ai suoi arsenali, alle sue individualità degne di ricordo.

Per sua cura primiera il Re si rivolge ad alle riforme radicalisulla parte amministrativa della real Marina di guerra, fissando leggi in data de' 24 gennajo 1832.

Infatti ricompone l’amministrazione della marina di guerra de' seguenti ufficii: 1.° Intendenza generale e segretariato: 2.° Verifica e contabilità in danaro ed in genere: 3.° Archivio generale: 4.° Ruoli e rassegne, viveri ed ospedali, e personale de' telegrafi: 5.° Materiale di arsenale e parco di artiglieria! 6.° Costruzioni, risarcimento, servi di pena e porti: 1.° Giunta de' contralti: 8.° Pagatoria del dipartimento di Napoli: 9.°Cantiere di Castellammare: 10.° Dipartimento di Palermo: 11.° Dipartimento di Messina.

Riunisce perciò tutte le attribuzioni assegnate dalle ordinanze generali del ramo di marina, nelle mani di un intendente per gli organi d’un segretariato.

Il servizio dell(1) ufficio della verifica e contabilità in danaro ed in genere comprender deve tutto quanta fino allora era di attribuzione dell’ufficio del controllo, in rimpiazzo del controloro esistente; tutto ciò che spelta al commissariato de' fondi; il rimanente del servizio per la verifica delle spese di prima, seconda e terza classe, prendendo a modello per quanto è possibile, i savii organici già stabiliti nella intendenza generale dell’esercito; mentre per ciò che riguarda materiale fissa un chiaro e preciso regolamento, alto ad assicurare gli interessi d’un armata marittima.

Ferma, sotto la immediata sorveglianza del commissario incaricalo delle funzioni di contadore principale, il servizio dello archivio generale, che va ad abbracciare tutto quanto è previsto dalle reali ordinanze.

Tanto il servizio de ruoli e rassegne, quanto de' vi veri, degli ospedali e del personale telegrafico riunir deve tutto ciò ch'è prescritto dalle ordinanze, riguardando i rami medesimi.

Il servizio del materiale di arsenale e parco di artiglieria comprender deve quanto trovasi attribuito dalle ordinanze generali al commissariato del magazzino generale e del parco di artiglieria, unendovi ancora le prescrizioni che riguardano il materiale telegrafico ed i guarda-magazzini al numero di sette pe' seguenti depositi, cioè: — veleria e tappezzeria; —corderia; — attrezzatura; — legname; — minutenze; generi di altr’uso ed inutili; — parco di artiglieria.

Il servizio delle costruzioni, risarcimenti, bagni de' forzati e porti, riunir deve non solamente tutto ciò che era di attribuzione del commissarialo de' cantieri, ma finanche quanto vien prescritto dalle ordinanze, riguardo i porti e i bagni.

Eleva le attribuzioni della girata di contratti, al livello di quanto à prescritto nelle ordinanze amministrative militari.

Il servizio della pagatoria del dipartimento di Napoli rimane fissato su quanto è detto nella legge del 28 settembre 1826, ed il pagatore dipender deve dal commissario incaricalo delle funzioni di contador principale, e da' commissari de' ruoli e rassegne e delle costruzioni per la parte che rispettivamente potrà loro riguardare per le attribuzioni e servizio, tanto dell'ufficio della verifica, quanto de' suddetti commissariali.

Le attribuzioni dell’ufficio del cantiere di Castellammare, fissa su quanto è previsto dalle ordinanze; e al detto ufficio incardina il guarda magazzino, che col suo giornale e saldaconto darà alimento alle operazioni

dell'immediato suo superiore, ed a quelle dell'ufficio della verifica del dipartimento generale.

Riforma il servizio del commissarialo del dipartimento di Palermo, oltre a quanto prescrivono le ordinanze, con aumento d’impiegati ed attribuzioni; ed altrettanto fissa pel dipartimento di Messina.

Pe’ descritti ufficii amministrativi, eleva il seguente personale: — 1, intendente generale, uffiziale generale di marina; — 1, commissario di prima classe incaricato delle funzioni di contador principale; — 3, commissarii di prima classe;—3, commissarii di seconda classe; —14, uffiziali di prima classe; — 20, uffiziali di seconda classe; — 22, uffiziali di terza classe; — 16. soprannumeri.

Pel servizio poi degli ospedali di marina in Napoli ed in Castellamare, fissa degli impiegati amministrativi, cioè, per quello di Napoli: —controloro di prima classe, — 1, uffiziale di prima classe; — 2, uffiziali di seconda classe; — 3, di terza classe: per quello di Castellamare, — 2, uffiziali uno di prima e l’altro di terza classe.

Statuisce in ultimo un numero d’impiegati meritorii, con esame ed esperimento di capacità, come un alunnato di carriera amministrativa della marina di guerra, oltre degli altri utili provvedimenti che per brevità si ommettono. E fin qui, le primiere basi stabilite da Ferdinandoper un’alta ed omogenea amministrazione di quella marina di guerra, che tanto vediamo progredire e lussureggiare di se, tra le glorie contemporanee delle Sicilie.

Quel reggimento di marina, che da molti anni ammettiamo far parte del patrio esercito, senza abbandonare le ordinanze che lo ligano a tanti e diversi uffici! marittimi di guerra; al venire a Re Ferdinando II, era appena un battaglione, e scevro di quell'attitudine distinta che Oggi lo situa tra i migliori corpi della nostra fanteria. Assistiamo brevemente al suo primiero sviluppo.

Il battaglione della fanteria di marina, serbava due compagnie sedentanee, addette al servizio de' bagni de' servi di pena; e ciascuna di esse ebbesi un aumento di quaranta comuni, con legge de' 14 febbrajo 1831.

Con legge poi del 16 settembre 1831, le sei compagnie attive del battaglione di marina fanteria onde meglio compiere il faticoso servizio di mare e di terra, ottenne un aumento di dieci individui per compagnia.

Ecco finalmente il decreto che eleva il battaglione a reggimento, datato il di 12 febbraio 1832.

«Volendo dare al battaglione real marina, ed alle due compagnie sedentanee al medesimo aggregale, una organizzazione più regolare e adattata a' bisogni e servizii della nostra real marina; decretiamo:

«Il nuovo reggimento Real Marina sarà composto di uno stato maggiore, uno stato minore ed otto compagnie (85). E quindi l’intera forza del nuovo reggimento sarà di mille trecentotrenta uomini».

Poco dopo il reggimento stesso si ebbe un novello aumento di trecento venti persone, cioè, di due caporali, due sotto caporali e trentasei comuni per compagnia, per sempre più supplire al proprio mandato (decretò de' 15 ottobre 1832).

Prima della elevazione a reggimento, la nostra fanteria di marina, appalesava il difetto di avere promiscuo l'uffizialità tra il corpo navigante e quello di fanteria, e facilmente un alfiere di vascello vedeasi destinato ad una compagnia di fanti e viceversa, mentre soffrir ne doveano e la natura e le abitudini de' differenti incarichi. Ferdinando perciò, nel decreto che costituisce a reggimento il battaglione di fanti di marina, saviamente separa ne’ differenziali impieghi l'uffizialità, con la seguente legge.

«I tenenti e gli alfieri di vascello che saranno impiegati diffinitivamente nel citato nuovo reggimento secondo le basi da noi approvate e comunicale al comandarne generale della nostra real marina, non faranno più parte del corpo degli uffiziali naviganti, e percepiranno il soldo e gli averi a seconda del loro nuovo impiego».

Nel prosieguo della storia, segneremo altri sviluppi che il Re assegna al meglio andare di questo bravo corpo, oggi, del nostro esercito.

Volendo segnare nella storia contemporanea ogni ulteriore incremento dato da Ferdinando II al ramo di marina di guerra (oltre la parte legislativa, che detteremo nel capitolo, legislazione militare). non ci staremo a far altro per ora, che a segnare anno per anno le utili riforme di economia e d’incremento, per un’arma, che oggi tanto plauso fa dar di se in Europa.

E cronologicamente proseguendo, troviamo in data de' 10 agosto 1832, un decreto di severa economia, mercé il quale si fissa una riduzione nel numero degli artefici cannonieri della marina di guerra, ai proprii bisogni: ed in pari data un altro decreto che stabilisce la nuovapianta organica degli artefici fissi dell'arsenale, così sgravando l’erario di pesi soverchi, ed accrescere la dote invece ad opere utili che man mano abbiam visto sorgere negli stabilimenti della marina (86).

Quello stretto marino che divide brevemente le due Sicilie, spesso si rende pericoloso anco ai vascelli da guerra, e veruno studio idrografico è possibile per la traversata in taluni giorni, all’infuori della pratica che serbasi da' piloti siculi che menano la vita al luogo così detto Torre del Faro. E questi solamente conoscono le tremende evoluzioni del Faro di Messina, quasi per eredità di persone. Mancava però una legge che regolarizzasse l’indennizzo da darsi ai piloti dello stretto, nel momento che si chiedono dai legni da guerra.

Così nel dì 16 ottobre del 1832 si ebbe un decreto fissando anco la norma pel pagamento della gratificazione al pilota pratico del Faro di Messina da corrispondersi da' Reali legni da guerra che Tan bisogno di chiamarlo; togliendo gli abusi che accadevano fino allora, per non esservi una norma fissa a tale servizio (87).

Nel corso del 1833, non altro movimento si vide nella Real marina di guerra, se non quanto qui registriamo.

Una legge che affida al capitano del porto di Napoli, il comando ed il servizi del bastimento di guardia nel molo; mentre prima per riguardo all’articolo 114 sezione III del titolo III delle ordinanze generali della real marina, un ufiìziale superiore della medesima nominavasi per turno in ogni bimestre ad eguale servizio. (Napoli 13 novembre 1833).

Un’altra, portante riduzione alla indennità stabilita per l’uffiziale di dettaglio e per ogni altro uffiziale destinato di servizio nel Real cantiere di Castellamare; per effetto degli analoghi cambiamenti avvenuti nelpersonale assegnalo dalle ordinanze di marina al citato cantiere. (Napoli 13 novembre 1833).

Abolita viene una prescrizione delle, ordinanze generali di Marina, circa l’assistenza d’un uffiziale superiore ne’ giorni in cui si effettua il pagamento del personale; per essersi stabilito che ogni paga emana dalla Tesoreria Generale delle Finanze e con carta di banco. (Napoli 13 Novembre 1833).

Un decreto portante una disposizione relativa a' componenti della corte marziale marittima. Vedi il capitolo in seguito, che à titolo: Legislazione di guerra e marina. (Napoli 13 novembre 1833).

In ultimo, si ebbe un decreto col quale gli alunni delle scuole nautiche di Siracusa, e di Giarrc Riposto in Sicilia, possano fruire della legge de' 15 ottobre 1832, che concede, (come no abbiamo discorso nel cap. LXV) agli alunni del seminario nautico di Palermo, ed allo scuole nautiche di Meta, Carotto, Messina, Trapani e Reggio, il vantaggio di poter nelle vacanze concorrere agli esami per la provvista delle piazze di terzi piloti della marina di guerra (Napoli 23 novembre 1833).

Fin dall’anno 1833, Ferdinando rivolse le sue cure por migliorare i luoghi penali della Sicilia, riducendoli con apposite leggi e regolamenti, al livello di quei di terra ferma. Infatti i bagni vennero messi sotto la custodia ed amministrazione del ramo di marina, ed i presidii sotto la direzione del ramo di guerra, mentre prima non l’erano, con svantaggio de' detenuti, che dipendevano nell’espiazione della pena comminala dalle leggi, da differenti autorità civili in modi e consuetudini diverse, e con maggiore sposa del pubblico erario.

Modificata dalla sua clemenza, la legislazione penale, come no abbiano discorso e ne torneremo a parlare a luogo proprio, conveniva assegnare più omogenea amministrazione ai luoghi, che racchiudono nell’isola la famiglia de' rei, ed ai rei medesimi. E anco nell’anno appresso, emanò altro decreto portante l’organizzazione degl'individui da dover essere addetti alla custodia ed al servizio interno de' luoghi penali della Sicilia, eguale a quei di Napoli, compartendo i detenuti in stabilimenti marittimi di bagni e luoghi penali, come a dire nell’arsenale di Palermo, in Termini, S. Caterina alla Favignana, in Siracusa, in Augusta, nella Cittadella di Messina, nel luogo detto (idem) del SS. Salvatore, in Milazzo, in Trapani ed in Girgenti; senza obbliare le cure morali, igieniche ed il lavoro utile (10 agosto 1834).

E con altra legge (18 dicembre 1831), si occupa a fissar la dotazione, per detti luoghi, dividendo gli anzidetti bagni in due dipendenze. La prima, cioè quella di Palermo, compone de' bagni di Palermo, Termini, Trapani, Santa Caterina alla Favignana e Girgenti, e questa sotto la immediata direzione del comandante del dipartimento di Palermo sottispettore 1e’ bagni della Sicilia. La seconda, cioè quella di Messina, composta de' bagni della Cittadella e SS. Salvatore in Messina, Milano, Siracusa ed Augusta, sotto la immediata direzione del comandante del dipartimento di Messina il quale deve per questa parte di servizio esser considerato qual delegalo del sottispettore de' bagni della Sicilia, e con esso corrispondere.

E fra le leggi che Ferdinando II, emana nel corso di quest'anno, utili e vantaggiose tutte al sistema penitenziario nella Sicilia ultra Faro, nobile e degna di storica ricordanza si è quella emanata a' 22 settembre dell’anno in parola, riguardando la disciplina l’ordine e la cura degli ecclesiastici condannati ad espiar la pena nel bagno di Nisita. Segnando noi in nota il regolamento sovrano che accompagna detta legge, eleviamo sempre più l'argomento virtuoso del culto del nostro Me, in vantaggio della cattolica religione, spontaneamente e non per via di concordati colla Santa Sede (88).

In questa Reale ordinanza si ammira la delicatezza d’un Monarca cristiano, e il rispetto morale d'un legislatore cattolico, studiando ogni mezzo di rispetto verso sacerdoti colpiti dal rigore della giustizia, senza punto manomettere la solennità dei giudizi penali.

Non rimane ad aver memoria del movimento della real Marina a tutto l’anno 1834, se non d’un decreto datato al dì 19 dicembre. mercé il quale si abolisce il Comando Generale della marina medesima, riunendosene le attribuzioni al Ministero di tal ramo, onde centralizzare ogni suo alto interesse nelle persone più prossime alla Corona, e riconcentrare i supremi poteri nelle mani di un solo, semplicizzando sempre più ogni pronto andamento.

Nell'Anno 1835 con legge in data de' 10 marzo, trovasi la nuova organizzazione della marina militare, non come oggi la vediamo, ma come conveniva fissarla mercé la mente provvida del Re, guardando la pubblica economia dello Stato, i mezzi da accumularsi previdentemente onde il naviglio da guerra si aumentasse pria in proporzione della giacitura isolana e peninsulare del Regno, e riunir mezzi da animare cantieri ed arsenali che tante sinistre pruove avean sofferti dalla età trascorsa.

Perciò fissa il corpo degli Uffiziali di guerra della marina, a 4 uffiziali generali, a 8 capitani di vascello, a 16 capitani di fregata, a 36 tenenti di vascello, a 48 alfieri di vascello, ed a 15 guardie marine. I suddetti uffiziali di guerra distinse in attivi e sedentanei. I soli attivi adibiti a giro negli imbarchi; alle destinazioni di terra addice indistintamente gli uffiziali sedentanei e quelli attivi che non si trovano imbarcati.

Ripartisce il servizio di marina in tre ispezioni, affidata ciascuna ad un uffiziale generale. Alla prima da nome d’Ispezione del personale e Maggioria generale, riunendo in essa il servizio riguardante il personale della suddetta marina, tanto per le. diverse classi naviganti e sedentanee, quanto de' corpi militaci; del pari che delle scuole nautiche, ed i movimenti di qualunque natura de' nostri legni da guerra. La seconda, detta Ispezione dal materiale, unisce le sotto ispezioni degli armamenti, delle costruzioni, del parco d'artiglieria, e de' lavori idraulici. Alla terza clic assegna il nome d'Ispezione de' rami alieni, addice il servizio telegrafico, quello de' servi di pena negli ergastoli e ne’ Lagni, e quello de' poni e della navigazione di commercio. Ordina che l'ispettore di tal ramo rimpiazzi il maggior generale nc!l' intervento al supremo magistrato di salute, e nella direzione generale della navigazione di cominci ciò. In ultimo, mette mano alle destinazioni di terra degli uffiziali di guerra, assegnando una scala distribuitiva di servizio,con organizzazione pronta, efficace e lungi da confusione, come per talune rubriche si osservava ne’ tempi anteriori a detta legge. (89)

Pe’ reali dominii oltre il Faro costituisce un solo dipartimento di marina invece di due, ed in Palermo, oltre dell'uffiziale superiore (leggasi la nota) destina per la concorrenza nella parte amministrativa, un uffiziale dell’amministrazione della marina. Permette che particolari decreti manifesteranno la nuova organizzazione de' cannonieri e marinari di pianta, ed ulteriori modifiche all'organico del reggimento di fanteria di marina, come se ne parlerà a luogo proprio nel terzo volume. Ed al meglio andare della nuova organizzazione discorsa, eleva una giunta composta da tutti i generali di marina e preseduta dal più graduato e anziano, la quale destina a proporgli quegli uffiziali di guerra che meritano di rimanere come attivi o sedentanei, e quelli che per età, salute ed altre circostanze possano passare al ritiro o venire immobilizzali alla 3. classe.

All'economia necessitosa de' varii personali della marina, con decreto in egual data, aggiunge quella della soppressione della reale accademia di marina. Quindi le guardie marine estivano perciò in quei primi anni dal collegio militare, e fino a tanto il tempo non diede agio a Ferdinando II di riaprire su valide basi un nuovo collegio per quest'arma. Rimase intanto il solo collegio degli alunni marinari, che collo svolgimento de' futuri organici di marina, subir vedremo nuovissime riforme.

Ci crediamo in obbligo registrare nella storia l'inizio della carriera militare del Principe Luigi, col semplice e modesto grado di Guardia Marina, mercé decreto de' 3 gennaio 1831.

Seguiamo le ulteriori leggi emanate nel corso dell'anno 1835.

Un decreto che fissa la gratificazione per ispese di ufficio da corrispondersi a ciascuno de' tre ispettori della marina Reale. (Napoli 4 maggio 1835 ).

Prendendo in considerazione che lo spedale destinato po' serri di pena del bagno di Procida trovavasi diviso dal bagno medesimo, in modo da non poter restare sotto la disciplina dello stesso comandante del bagno, come si pratica per altri simili luoghi di detenzione, per provvedersi al regolar servizio e per mantenervi la disciplina, ottenendosi un miglior trattamento degli infermi con buona amministrazione; lo unisce alla marina di guerra, affidandone il comando ad un tenente o alfiere di vascello. (Napoli 23 giugno 1835).

Come anche affida ad un uffiziale di marina il comando dello spedale de' servi di pena nell'isola d'Ischia, clic con poco riguardo militare e con intralcio di amministrazione trovavasi fuso in uno coll’ospedale de' soldati veterani. (Napoli 21 settembre 1835).

Per agevolare il traffico tra il continente e l'isola del Reame, da anni il Re permetteva che su' pacchetti della Real marina si conducessero de' generi di trasporto, ma a regola fissa di tale pubblica utilità emana legge approvante la tariffa de' prezzi pel nolo de' diversi oggetti che s'imbarcano. Ciò vuoi dire che non esistevano ancora delle società vapor ere, come oggi. (Napoli 9 ottobre 1835).

L'ultimo provvedimento da ragistrarsi nell'anno in discorsa, si è quello d'una legge severa emanata da Ferdinando contro il prescritto divieto d'introdurre ne' bagni o nell'ergastolo, armi o {strumenti da taglio o da punta.

E volendo essere esalti cronisti per dar termine alla materia, segniamo due altri decreti che appartengono all'anno 1836, cosi tutto avendo percorso il movimento subito dalla marina militare del Regno, ne' primi sei anni d'imperio del nostro Re contemporaneo.

L'abolito consiglio sanitario di marina, vien rimpiazzato dal consiglio generale dell'esercito. (Leggasi il capitolo seguente).

Si prescrive che l'intendente generale della marina, faccia parte integrale del consiglio della stessa.

Ritorniamo a parlare dell'esercito di terra.


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CAPITOLO LXVII

Esercito di terra — movimento ulteriore del gli esposte, (tali rateo 1881 al 1880. — Emolumenti del capo e setto capo dello Stato Maggiore. Starativi digli uffiziali all'immediazione o di ordinanza della casa militare del Re— Ispezione e comando della Gendarmeria Reale — Soprassoldo ai nuovi alfieri della Guardia Reale — Aggiunzione d’una compagnia al reggimento Siciliano —Aumento di due farmacisti alt organico per la verifica della contabilità farmaceutica presso l’intendenza dell'esercito — Alunni amministrativi — Aumento de' guarda- magazzini di artiglieria — Direzione generalo de' corpi facoltativi — Divieto ad onorificenze militari per taluni impiegati civili — Compagnie di dotazione per le isole del Regno— Nuove tabelle pe' generi di vestiario dell'esercito —Corpi ed individui da dipendere dalle truppe 6edentanee — Indennità ai sotto ispettori di artiglieria e genio— Disposizioni per gli zappatori minatori— Sottouffiziali degli zappatori minatori e de' pionieri — Nuovo stato organico degli uffiziali sedentanei — Aumento de' revisori d’armi — Chirurgi per gl'invalidi— Numero definitivo de chirurgi militari. — Appendice — Novello andamento pel collegio militare, onde immegliare la educazione.
(1) Procediamo alla rassegna di ogni ulteriore movimento apportato dal Re Ferdinando al suo esercito nel periodo storico dall'anno 1831 al 1836, onde istruire il lettore di quante fatiche, cure e pensieri si fece uopo, per far possedere alle due Sicilie un’armata degna oggi di questo nome: e per registrare sempre più nella storia, quanto si deve all'operoso Monarca che ci regge.

Conservando il sistema di cronista invece di storico, lo facciamo per brevità, e per preparare materie alle proseguenti disamine critiche.

Ricostruito per novella forma il corpo dello stato maggiore dell’esercito, si ebbe ragione a stabilire che il capo e sottocapo, oltre gli averi che sono loro dovuti per la legge datata al dì primo gennajo 1831, percepissero anco le razioni di foraggio corrispondenti al loro grado, come effettivi uffiziali superiori di cavalleria (Napoli 3 gennajo 1831).

Ricordiamo, per semplice varietà storica militare, che gli uffiziali di ordinanza ed all’immediazione della persona dei Re, di qualunque arma e grado, per distinguersi si ebbero sull’uniforme una ciarpa scarlatto di seta così detta gres di Napoli, la quale cingeva la parte superiore del braccio sinistro, avendo sulla parte superiore un nodo formato dalla striscia della stolta medesima, alle di cui punte pendenti venne attaccata una frangia a fili di ora o di argento, secondo i distintivi dei corpi cui appartenevano (Napoli 11 gennajo 1831). Allorquando discorreremo dell'attuale bella assisa dello stato maggioro, terremo a memoria questo non più usato distintivo.

Quella nobilissima arma della Gendarmeria reale, si ebbe la ispezione e comando annessi al ministero di Polizia, per dare agli affari di quel dicastero un andamento più semplice, meglio armonizzato e celere (Napoli 16 febbrajo, 1831). L’ajutante di campo dell’ispettore comandante della gendarmeria medesima, si ebbe legge, di dover far parte di una delle compagnie di questo corpo come si pratica per tutti gli altri che appartengono a' diversi corpi dell’esercito (Napoli 14 giugno 1834).

Abolite le piazze di capitani tenenti nella guardia reale, come ne abbiam discorso, e perciò creali gli uffiziali alfieri, a' medesimi venne assegnato il soprassoldo di ducati sette mensuali (Napoli 18 febbrajo 1831).

Più fiate abbiamo tenuto parola del reggimento detto siciliano, da cui si ebbe l’esercito poi i distinti reggimenti 11° e 12° di linea; e più fiale abbiam discorso delle difficoltà sorte per causa di talune individualità poco suscettibili alla disciplina che avea ne' suoi ranghi. Per esattezza severa di questo capitolo di cronaca registriamo, che la previggenza del Re, dalle sedici compagnie che un tempo lo componeano, ne aggiunse un’altra per correzione del corpo, detta ausiliaria, e la stazionò all’isola di Capri, comandala da' sottouffiziali de' veterani in commissione. La della compagnia vestì assisa bianca con mostra scarlatta e calzone celeste. Il provvedimento produsse ottimi risultati (Napoli 3 marzo 1831).

La magnifica organizzazione dell’intendenza generale dell’Esercito, operala da Ferdinando, e da cui abbiam discorso altrove dipende la vita d’un’armata, si ebbe sulla pianta organica degli ospedali militari di terra, un primo ed un secondo farmacista, per la esalta verifica della contabilità farmaceutica. Ottima idea del Re (Napoli 6 giugno 1831).

Il numero degli alunni amministrativi negli ospedali militari, rimane a seconda de' bisogni sanitari, a disposizione del ministro di guerra e marina (Napoli 31 marzo 1832).

STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 28 NAPOLI 1855

S. E. Nicola Parisio - Ministro Segretario di Stato di Grazia e Giustizia

S. E. Nicola Parisio - Ministro Segretario

di Stato di Grazia e Giustizia

Convenendo modificarsi l’art. 25 del decreto organico de' lì dicembre 1826 per l'artiglieria, circa la composizione del corpo politico di quest’arma; il Re abolisce i due abitanti primo e secondo del guarda-magazzini principale dell’arsenale di artiglieria, ed aumenta invece di altri due i guarda-magazzini di seconda classe della stess’arma, portandosi questi da quindici a diciassette (Napoli 18 dicembre 1832).

Prendendosi in considerazione che l’ispettore del genio e di artiglieria ne’ dominii di qua del Faro, dove esistono tutte le manifatture militari e l'arsenale di costruzione, non poteva arrivare per l'ispezione de' corpi suddetti; il direttore generale de' corpi facoltativi venne incaricato d’ispezionare i corpi appartenenti al genio ed all’artiglieria che trovansi sul continente, rimanendo derogato per questa parte l’art. 3 del decreto de' 2 settembre 1832 da noi esposto in altro capitolo. (Napoli 4 gennajo 1833.)

Agli impiegati della tesoreria generale di Napoli e Sicilia, venne inibito di presentar diritto come prima, a rango e ad onorificenze militari; con decreto reale, de' 15 gennajo 1833.

Le antiche compagnie militari, dette di dotazioni sulle isole, da Ferdinando man mano vedremo togliere, per motivi di cui farem tesoro altrove; e già nell’anno in discorso abolisce quella dell’isola d’Ischia collocandovi i veterani dell'esercito, e beninteso con surrogazione di servizio (Napoli 23 marzo 1833. Così di tratto in tratto, abolisce le altre che restavano a Ponza, alla Favignana, alla Pantelleria, a Lipari ed Ustica, collocandovi sempre de' veterani, per maggior decoro ed utile del servizio.

Segniamo nel corso cronologico delle emanazioni Sovrane, il decreto sulle nuove tabelle pe' generi di vestiario de' diversi corpi dell’esercito e per la durata de' medesimi, riserbandoci in altre pagine, dare ampia spiega sullo studio emesso da Ferdinando per tanta legge, che mentre assicurò un'economia allo Stato, provide al completo equipaggio del soldato, senza far mancare oggetto al di là del bisogno e del lusso decente d'ogni assisa (Napoli 2 giugno 1833).

Sentissi il bisogno nel patrio esercito d’una legge che dichiarasse quali fossero i corpi e gl'individui che debbano dipendere dalle truppe sedentanee, e Ferdinando ne vide la necessità organando una tale rubrica così:

«Dipenderanno dalla ispezione delle truppe sedentanee, non solo la real Casa degl'Invalidi, il Reggimento de' Veterani e le compagnie di dotazione delle isole, ma benanche tutto il personale militare appartenente allo stato maggiore territoriale, e gli altri individui che senza far parte di alcun arma del real esercito, sono impiegati nelle diverse commissioni sedentanee, ne’ tribunali militari, nelle varie giunte, negli ospedali militari e ne’ depositi de' presidiarli, sia come comandanti, sia come membri de' rispettivi Consigli di Amministrazione; negl’istituti di educazione e nell'ufficio topografico; come pure gli uffiziali di terza e quarta classe in aspettativa di destino sedentaneo; ben vero però che tale dipendenza per gli uffiziali impiegati in alcuno degli stabilimenti suindicati, come gli ospedali, gli istituti di educazione, e l'officio topografico, dee restringersi alla sola parte personale ed alla proposta di rimpiazzi nel caso di vacanze». (Napoli 21 giugno 1833).

I sotto ispettori di artiglieria e del genio, ottengono per spese d’officio ducati 25 mensuali, senza avvanzare alcuna pretensione di altri utili (Napoli 20 agosto 1833).

I ventiquattro zappatori di prima classe assegnati col decreto de' 21 giugno 1833 (come noi abbiam segnato in altro capitolo) per ogni compagnia del battaglione zappatori minatori, vengono per maggior ordine di classe suddivisi in dodici minatori ed altrettanti primi zappatori; e per distintivo, i minatori porteranno l’insegna di trina rossa sull’uniforme, onde distinguerli dagli zappatori che la portavano bianca, rimanendo eguale la paga per gli uni e gli altri (Napoli 4 febbraio 1834).

Volendo intanto Ferdinando apprezzare la valuta de' travagli straordinari, o anco civili» cui questi due corpi tecnici de' pionieri e zappatori possino per Sovrani voleri essere adibiti, fissa delle giornaliere mercedi da corrispondersi agl’individui medesimi, quando sono adibiti in qualsivoglia specie di lavori, non esclusi quelli relativi a' trasporli, cavameli e riempimenti di terre (90) (Napoli 4 febbraio 1834).

Registriamo un altro decreto che riguarda i due corpi scientifici suindicati, col quale il Re prescrive che per lo ascenso ad ajutante ne’ due battaglioni di pionieri e di zappatori minatori, concorrano i primi sergenti d’ambedue i corpi (Napoli 6 marzo 1834).

Il crescente numero degli uffiziali sedentanei causato dalle radicali utilità arrecate all'esercito mostrò il bisogno di stabilire un organico certo ed un ruolo stabile, fissando gli impieghi ed il numero degl’impiegati a favore de' medesimi. Infatti ne stabilisce il numero a 525; cioè 34 colonnelli, 10 tenenti colonnelli o maggiori, 152 capitani, 210 subalterni (Napoli 11 febbraio 1834).

Coll’organico sull’esercito, del 21 di giugno 1833, venne fissato a quattro il numero de' revisori d’armi. Ma dopo mesi, dietro gli impulsi del Re, avendo ricevuti un insignificante aumento i lavori nelle nostre manifatture d’armi d’artiglierìa, venne aumentalo a cinque il numero degli anzidetti revisori (Napoli, 18 marzo 1331).

Completiamola cronaca dell’anno 1834, con i ricordi pregevolissimi che encomiano il Re, apprezzatoli della salute del soldato.

Infatti, non bastava aver assegnato col decreto organico del 1833, alla Casa degl'Invalidi, un primo chirurgo, un secondo chirurgo ed un medico; ma ad agevolazione maggiore del servizio sanitario di questi vecchi soldati, che tanto devono alle cure di Ferdinando, invece di un secondo chirurgo, assegna loro due terzi chirurgi (Napoli 21 maggio 1834).

E per le cure sanitarie degli invalidi, volendo accrescere il numero de' chirurgi, anco presso l’esercito attivo, lo fissa al numero di centosessanta; cioè trentotto primi chirurgi, trenta secondi e novantadue terzi chirurgi, spartuiti tra i corpi attivi e gli ospedali militari del Regno (Palermo 29 giugno 1834).

E finalmente troviamo altro decreto che riduce a trenta i trentotto primi chirurgi, ammettendo la promiscuità di classe nelle destinazioni, e da novantadue aumenta a cento i terzi chirurgi (Napoli 23 novembre 1834).

Chiudiamo la rubrica cronologica di questo capitolo, con un appendice sul primario istituto educativo del Reale esercito, cioè del collegio militare.

Nel periodo storico, cui versa la storia, non troviamo che due decreti Sovrani, riguardando questo stabilimento, su del quale abbiamo tenuto altrove discorso.

Col primo decreto, Ferdinando fissa provvisoriamente e fino a nuova disposizione, il numero degli alunni del real collegio militare a cento; cioè dieci a piazza franca a carico della tesoreria generale del Regno, quaranta a piazza franca a carico dell’orfanotrofio militare, e cinquanta a piazza a pagamento a carico delle rispettive famiglie.

Gli alunni medesimi dell’istituto tecnico divide per classi e per età, in tre compagnie, avendo ciascuna, un capitano, un primo luogotenente e due secondi luogotenenti, e di questi, quei della prima compagnia, da venir prescelti fra quelli facoltativi. Vi stabilisce in ultimo altri impieghi militari, pel meglio dell'andamento crescente di detto collegio (Napoli 17 aprile 1832).

Se ogni branca del patrio esercito à ricevuto vita ed impulso dalla mente militare del Re, non polca rimanere stazionario il collegio militare in discorso, utile e proficuo semeuzajo di uffiziali scientifici per le armi delle Sicilie.

Ed ecco il secondo decreto elaboralo dallo studio proprio di Ferdinando, e che per la utilità che promana, lo registriamo alla lettera nella patria storia.

«Oltre del consiglio d’istruzione stabilito coll’art. 38 del regolamento del dì 14 di marzo 1823 concernente gl'istituti di educazione militare, vi sarà nel real Collegio Militare, un consiglio di perfezionamento.

«Questo consiglio sarà composto dall’ispettore del Real Collegio Militare, da quattro professori che il consiglio d'istruzione sceglierà annualmente a maggioranza di voli fra quelli del Real Collegio; dal direttore dell'officio topografico; da uno degl’ispettori generali, o ispettori di acqua e strade, che il consiglio generale dello stesso corpo sceglierà annualmente a maggioranza di voti; da due membri della Società Beale Borbonica, che la Società stessa sceglierà annualmente a maggioranza di voti nella classe delle scienze matematiche e fisiche; e da un uffiziale generale che sarà da Noi annualmente a ciò destinato.

«Presederà al consiglio, l’ispettore o l’uffiziale generale, se quest'ultimo fosse più elevato di grado, ed a grado eguale il più antico.

«Il consiglio nella sua prima riunione sceglierà a maggioranza di voti fra i quattro professori ed i due accademici, chi debba per quell’anno assumere le funzioni di segretario.

«Il consiglio si riunirà al primo di ottobre di ogni anno, e durerà fino a che si creda nel caso di potere adempiere compiutamente il suo scopo.

«Esso ha l’incarico; — di assicurarsi so tutte le disposizioni e tutti i regolamenti pel Real Collegio sieno stati scrupolosamente eseguili; 2 — di esaminare quali risultamenti l’osservanza di queste leggi abbia prodotto, sotto il doppio aspetto dell’educazione fisica e morale, e de' progressi nella istruzione; 3 — di esporre in un rapporto generale e completo le sue osservazioni intorno agli abusi ed incovenienti che potrebbe aver ravvisati nel Real Collegio, sia per l’insegnamento, sia per la disciplina, sia per l’amministrazione, sia per qualunque altra parte che riguardi questo istituto: nello stesso rapporto saranno indicati i mezzi che si credano i più opportuni onde eliminare tali abusi ed inconvenienti; 4 — di proporre in ultimo tutte le utili innovazioni che il corso progressivo delle scienze sarà per suggerire, additando le migliori opere su di ogni materia, che servir possono allo insegnamento, ecc. ecc.» (Napoli 25 giugno 1832).

Passiamo intanto a riassumere sommariamente in un capitolo, il movimento legislativo militare, avvenuto dal 1831 al 1836.


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CAPITOLO LXVIII

Movimento legislativo militare avvenuto dall’anno 1831 al 1836 nell'esercito di terra e nell'armata di mare. — Legge sulle attribuzioni e doveri di designati uffiziali superiori dell’esercito—Legge pel governo, pel servizio e per la disciplina delle truppe nelle piazzo—Legge su i matrimonii de' militari — Legge su d'ogni anno di servizio per gl’individui della real Marina, computato per diciotto mesi — Legge sulla distanza de' fabbricali civili, presso i luoghi fortificati — Legge sul passaggio de' marinari di nuova leva, alla pianta— Legge che punisce i marinai di guerra, colla riduzione de' diciotto mesi a dodeci, per ogni anno di servizio—Legge organica riguardo a promozioni, esami ecc. cc. degli uffiziali — Legge che fissa gli averi per gli uffiziali destinati a' consigli di guerra di guarnigione Legge che riunisce alle attribuzioni dell'alta corte militare, quelle della giunta di anzianità che rimane abolita — Legge che modifica il personale de' consigli di guerra di guarnigione—Legge che approva la novella ordinanza per gli esercizii e le evoluzioni — Legge sulla corte marziale marittima pe' reali commessi ne’ bagni—Legge risolvente un dubbio sulle ordinanze di Gendarmeria—Legge su’ reali contro il soldato in sentinella ed il gendarme in servizio— Legge per lo reclutamento de' corpi nazionali dell'armata — Legge su i reali de' militari lontani da' loro corpi — Legge sugli alloggi degli uffiziali.

Creare un esercito nazionale con antichi e moderni elementi, fra onorande ma scabrose memorie patrie, in mezzo a un personale adulto o senile ch'è memore di abitudini differenzia li, colto di straniere opposte istituzioni, avendo a fianco una gioventù animosa che ossequia appo un Trono ringiovanitodi glorie civili e di prestigi militari, ossequia dicea grandi nomi di spada, ma urtanlisi nelle tradizioni di guerra o gagliardamente vinti o gagliardamente vincitori; fo appello alla coscienza contemporanea dell’Europa, se per creare una omogenea arma patria, appo un paese scevro d’elementi politici sociali per possederla, fino al venire a Re Ferdinando II, Ferdinando II non à il merito incalcolabile di aver reso nelle Sicilie possibile l’impossibile, e un fatto vivente ciò ch’era giunto ad essere un ricordo passato.

Infatti fra tante e poi tante scabrosità che rinviene, urtanti tutte per creare un esercito, e che noi abbiamo meditalo man mano, vi erano delle radicali che si ligavano alle leggi, alle ordinanze, agli statuti, insomma a quell'assieme di dritti e doveri che armonizza la società e la manoduce come sostiene e guida l’assieme e l’individualità d’ogni esercito stabile, cioè un corpo di legislazione puramente militare.

E la legislazione militare che rinvenne Ferdinando II nelle Sicilie, serbava un’accozzaglia straniera, e, reliquie spagnuole, pervenienza brittanica del decennio in Sicilia, ruderi francesi de' trattati di Casalanza, spirito austriaco fuso da due occupazioni tedesche nel Reame, e dilatato su d’ogni punto sensibile del militare statuto, credo con buona volontà, dal generale Nugent, negli anni fatali del suo capitanato appo noi.

Or dunque se le leggi sono i freni sociali che promanano dalle naturali abitudini, dai patrii costumi, dalle suscettibilità speciali che distinguono un popolo da un altro, dai bisogni pubblici bene allacciati alle consuetudini domestiche e personali, e fino alle caratteristiche di temperamento, di carattere, di linguaggio, di credenze, e anco di clima; si figura il lettore quale ammasso indigesto rinvenne Ferdinando, alla creazione del patrio esercito. La sua clemenza è vero che fu capace di ricomporre le armi col beneficio lodevole d’ogni sparto elemento. Il suo spirito guerresco, è vero che. seppe inoculare nelle vecchie e giovani squadre l’influsso prestigioso della vita onorevolissima del soldato. Ma a che prò, se a quest’assieme d’uomini senza volontà, mancava una legislazione, non spagnola, non inglese, non francese, non tedesca, ma napoletana?

Rovesciare a volo l’antico edificio non istava bene, se le nostre armi si ricomponevano di uomini appartenenti a due secoli, e di questi, molti invecchiati nelle antiche nostre abitudini militari, molti dimentichi di tutto perché richiamati dopo anni, a ricingere le loro polverose o rotte spade. Perciò, non fece che man mano addirsi a rifar la legislazione militare, e dopo aver formato la plastica dell'esercito patrio coi suoi talenti personali, dopo avergli fusa l’anima col perdono e coll’elevarsi a suo capo; perché nato a bene stare alla testa d’un esercito, volle e lo potè addivenire del medesimo, legislatore. Ma non di quei che dettano leggi al tavolo de' sofisti e degl’ideologici, ma di quei savii capitani che dopo d’aver studiato il soldato nelle moltiformi sue core, nelle speciali attinenze della vita de campi e delle caserme, nelle castella, nelle parate, e alla manovra, sa a questo assegnare la spettanza legale de' suoi diritti e de' suoi doveri, e come individuo sociale e come uomo politico, e come cittadino civile e come persona a cui le si affida un’arma.

Così noi in questi capitoli di semplice rivista cronologica, amiamo registrare al lettore il movimento legislativo tutto nazionale che Ferdinando seppe dare dal 1831 all’anno 1836, al patrio esercito del suo Reame.

Ed ecco che fa primaria sua legge, elaborata fra le cure di semplice comandante dell’esercito prima di salire a Re, quella di emanare un regolamento rubricativo che su estesa scala fissa le attribuzioni e i doveri de' comandanti generali delle armi, de' comandanti di piazze, de' comandanti di brigate eventuali, de' comandanti le divisioni e brigate di istruzione, del pari che degl'ispettori e direttori generali del genio e dell'artiglieria: insomma un prontuario legale de' diritti gerarchici delle primarie sfere d’un esercito, ed insieme un manuale di polizia militare con cui ogni capo possa stendere l’occhio vigile su de' regolamenti, su de' giornalieri movimenti in tempo di pace o di guerra, e sul personale de' rispettivi corpi, promovendo il merito, togliendo gli abusi, allontanare i vizzi ed i viziosi, distinguere la pigrizia dalla inutilità ecc. ecc. (Napoli 21 gennajo 1831).

Ma la maraviglia di questa essenziale legge d’un giovinetto Re, emanata dopo tre mesi di regno, cede alla meraviglia maggiore che produce un’altra essenziale legge datala in egual mese, e che abbraccia la intera autonomia politica dell’esercito, pubblicata in un esteso volume, e atta tutta a svolgere il movimento del soldato in ogni sua speciale funzione, e questa intitola Ordinanza pel governo, pel servizio e per la disciplina delle Reali Truppe nelle piazze. E duopo credere che Ferdinando II, si fosse molto occupato da Principe ereditario, per sì presto svolgere su nuove basi la legislazione militare; giacche questo volume di sì alto interesse e tutto improntato di spirito nazionale, non serba altra data che del dì 2G gennajo 1831. E noi per dare una sommaria estimativa storica di sì grande lavoro, abbiamo stimato segnare in noia i soli capi delle progressive rubriche che racchiude, come per guida ad ognuno che avaro si mostrasse di credenza (91).

Una legge che autorizza o che nega il superiore pernotto a' militari ebo contraggono matrimonio, fu sempre lo scoglio delle legislazioni militari e specialmente per eserciti cattolici. E nell’un verso e nell’altro, si parano difficoltà da calcolarsi. Ora Ferdinando avendo voluto metter mano a questa rubrica, rinvenne non poche molestie, che seppe con de' riguardi morali e militari insieme riuscire ad una equa proporzionabilità.

«Considerando che già esiste una legge, mercé la quale non si accordano permessi di matrimonio agli uffiziali del Reale esercito, se non quando abbiano essi immobilizzata sul Gran Libro del debito pubblico una rendila annuale che dia loro più facili mezzi per la sussistenza delle rispettive famiglie, e quando la civile condizione e la buona condotta delle donne che intendono sposare siano state chiaramente riconosciute, e debitamente contestale; — considerando che questa provvida legge viene sovente elusa coll’ascenso al grado di uffiziale di molti sottouffiziali che già si trovano ammogliali prima di essere soggetti ai rigori della legge medesima; — volendo d’altronde che il decoro e la dignità corrispondente al grado d'uffiziale si estenda non solo agl’individui che di tal grado sono rivestili, ma benanche sulle loro rispettive famiglie; ordiniamo:«Art. l.° — Da ora in poi sarà espressamente vietato d’accordare permessi di matrimonio ai sottouffiziali tutti, che in forza de' regolamenti in vigore possono quando che sia divenire uffiziali; meno che i medesimi per ottenere un tal permesso rinunziasscro all’ascenso di uffiziale, con una formate dichiarazione in scritto da essi firmata. — 2.° — La stessa inibizione dovrà aver luogo anco pei soldati, fuorché nel caso che dichiarino nel modo indicalo di sopra, di rinunciare all’ascenso a sottouffiziali; ed anche in questo caso il numero degli ammogliati per ogni corpo non potrà eccedere quello già stabilito dalle reali ordinanze. —3.° — Gli ajutanti e portastendardi o portabandiere che in allo si trovano ammogliati, potranno essere promossi ad alfieri, come pure i sergenti, i caporali o caporal-forieri ed i soldati che si trovano ora ammogliali, potranno essere ammessi agli esami per ascendere al grado immediato, a norma de' regolamenti, nel solo caso in cui la civil condiziono e la lodevole morale o condotta delle rispettivo mogli, siaassicurato dai comandanti de' corpi cui appartengono, sotto la loro più stretta responsabilità, ecc. ecc.» (Napoli 7 marzo 1832).

Una simile legge produsse e produce de grandi risultali di morale e di decoro nell’esercito; ed il Re si appalesa benigno in ogni anno, presso un dato numero d’individui d’ogni grado, petenti permesso di matrimonio.

Dalle rubriche dell’esercito di terra, passando a quelle dell’annata di mare, percorrendo l’anno 1832, troviamo tre leggi consecutive che riformano il servizio de' marini e nel tempo stesso creano l’emulazione.

Esisteva un articolo di legge de' 16 di settembre 1816, col quale prescriveasi che ogni anno di servizio prestato dagli individui della marina di guerra, fosse valutato per diciotto mesi. Era troppo generica questa legge nella sua applicazione. Sicché volendo il secondo Ferdinando che una tale concessione si fruisse soltanto da coloro che prestano servizio circuivo sopra i Reali legni, stabilisce quanto segue.

«Ferma restando la prescrizione contenuta nel decreto de' 16 settembre 1816 a favore degli individui di tutte la classi della nostra Real Marina che ne sono in possesso fino ai 5 di dicembre 1831; dai 6 dello stesso mese, tutti gl’individui che imbarcheranno sopra i nostri Reali legni da guerra per dotazione de' medesimi o per servizio da prestarvi, pel solo tempo del loro imbarco, ogni anno di servizio sarà valutalo per diciotto mesi nella liquidazione della corrispondente pensione di ritiro e vedovile: nell'intelligenza che l’anno d'imbarco cominciato e non finito sarà valutalo per un anno intero, e produrrà parimenti l'aumento di sei mesi. Non godranno dell’indicato aumento i marinari di nuova leva, ai quali, a tenore del mentovato decreto de' 6 settembre 1816, nelle liquidazioni delle suddette pensioni si continuerà a valutare il solo servizio effettivo che presteranno, senza verun aumento. E agl’interpetri, segnalatori ed allievi telegrafici, per causa dei pericoli e delle straordinarie privazioni alle quali sono soggetti nel disimpegno dei rispettivi incarichi sarà nelle liquidazioni di sopra indicate valutato per quindeci mesi ogn’anno di servizio che presteranno.» (Napoli 17 aprile 1832).

Ed a perfezionamento della disciplina e dell’attività nel servizio di mare, emana un’altra legge.

«Veduto il nostro real decreto de' 17 aprile ultimo, col quale venne prescritto che tutti gl’individui che imbarcheranno sopra i Reali legni da guerra per dotazione de medesimi o per servizio da prestarvi, pel solo tempo del di loro imbarco ogn’anno di servizio sia valutato per diciotto mesi nella corrispondente pensione di ritiro o vedovile; e volendo che tate benefica concessione sia intesa a spingere sempre più la emulazione degl’individui della nostra armata di mare a ben servire imbarcato, ed a serbare quella rigorosa disciplina che non è mai abbastanza raccomandata sopra i legni da guerre; ordiniamo:

«Qualunque individuo della nostra Rea! marina, il quale disbarcherà dai legni della stessa per dimostrata poca buona volontà di navigare ed oscitanza, ovvero per punizione, dovrà perdere il beneficio dello aumento di sei mesi, per ogni anno che gli sarebbe spettato dal giorno dell'ultimo suo imbarco sino a quello del disbarco.

«(Napoli 19 agosto 1832).

Ecco la terza legge sul personale de marinai di guerra fatta per sempre più mantenere l'emulazione del servizio:

«Essendo necessario al bene del servizio della nostra real marina, che il passaggio de' marinari di nuova leva alla pianta, sia regolalo in modo da eccitare l’emulazione de' medesimi per ottenerlo.

«Nelle promozioni da Farsi nella marineria di pianta, i marinari di nuova leva che avranno le circostanze prescritte dalle nostre Reali ordinanze di marina, passeranno alla pianta nella stessa classe in cui si trovano; beninteso però che nelle promozioni da farsi nella seconda e prima classe di pianta, un sol terzo dovrà esser preso da' marinari di nuova leva della classe corrispondente, e gli altri due terzi della classe inferiore immediata della pianta medesima. In oltre se un marinaro di nuova leva sarà contento di passare dalla classe in cui si trova, in una classe inferiore immediata della pianta, il medesimo dovrà essere preferito a quello di nuova leva di classe uguale a quella che si dovrà provvedere, purché in esso concorrano le qualità volute dalle suddette nostre Reali ordinanze.» (Napoli 12 febbrajo 1832).

I castelli e le piazze forti del Reame, aveano sofferto degli anni di negligenza, in quanto alle esigenze militari che riflettono la distanza che passar deve da un luogo fortificato agli edificii civili. Ferdinando, nel movimento generale che accordato avea ad ogni rubrica militare da che salì al Trono degli avi suoi, ebbe cura di sorvegliare a non poche sconvenienze accadute ergendo private fabbriche nelle adiacenze proibite dei castelli, mercé la legge seguente.

«Il comandante di qualunque piazza di guerra, forte, o castello, venuto che sarà in cognizione che in fra la distanza stabilita di 500 lese dal sopracciglio del parapetto dei camini coperti più avvanzati nella campagna, si vogliano aprire canali, fossi o edificare edificii proibiti dall’ordinanza di piazza da Noi approvata ai 26 di gennajo 1831, potrà impedire queste opere, restando all’autorità giudiziaria il definire, previa l'effettiva misura, coll'assistenza dell'uffiziale del genio, o dove questi mancasse, coll'intervento di altro militare della piazza di guerra, del forte o castello, se debbono tali opere continuare a demolirsi. Nel caso poi che i suddetti edificii o altre opere si trovino già compite, dovrà il comandante della piazza di guerra del forte o castello, passarne avviso all’autorità giudiziaria, la quale coll’anticipata relazione dei periti tanto militari quanto civili, e coll