Eleaml


SUL COMMERCIO DELL’OLIO DI OLIVE DELLE DUE SICILIE


BIBLIOTECA DI COMMERCIO

COMPILATA PER CURA DI G. BURSOTTI

Anno I.

STATISTICA COMMERCIALE EC. EC.

VOL. II.

NAPOLI

CARO BATELLI E COMP.°

1842.

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)


Agosto 2018

STATISTICA COMMERCIALE

COMMERCIO DEGLI OLI DI OLIVE DELLE DUE SICILIE

L’olio di oliva, ha tenuto e tiene incontrastabilmènte un luogo principale tra le produzioni agricole di questo suolo cotanto Favorito dalla natura. Basti il ricordare come colai derrata, dopo di aver Fornito interamente alla consumazione interna, costituisce pe' Domini continentali non meno della metà del valore di tutte quante le svariate merci le quali cava da noi il commercio straniero; e come, a traverso di molte vicende, e non ostante le cause non poche di depressione, ha essa avuto incremento notabile, comparandola con lo stato degli anni decorsi.

Agli oli le provincie di Bari e di Terra d’Otranto debbono la più parte della loro ricchezza territoriale, gli oli pure in gran copia prosperano nelle Calabrie, e ve ne ha negli Apruzzi, in Terra di Lavoro, in Campagna d'Eboli, in Sorrento, ec.

L’importanza di questo prodotto per se stesso, pe' Gioiti e gravi interessi che vi si ricongiungono, per l'incertezza delle sue sorti Future, tra le speranze di un maggiore e più saldo progresso, e i timori di un notevole abbassamento; tutto questo ci ha Fatto reputare opera utile il trattarne come della derrata che potrebbe dirsi rappresentar per eccellenza la nostra ricchezza agricola che alimenta l'esterno commercio.

Noi toccheremo brevemente della produzione annuale degli oli, delle vicende di lor coltura e fabbricazione; discorreremo la storia di questa branca del nostro commercio esterno dando gli specchi che potremo su l'esportazione di siffatta derrata, e considerando il suo andamento, il suo stato presente, e ’l probabile avvenire, in relazione con le principali cause che possono spiegarvi la loro efficacia dentro e Fuori del regno, ed in ispezie degli effetti della concorrenza degli oli di olive degli altri paesi, e de'  surrogali che principalmente da alcuni anni in qua sono entrati a divider con essi la loro] parte ne’ processi dell'industrie.

Certo egli è che il primo elemento da premettere in una Fatica risguardante questa preziosa derrata, sia la notizia della quantità precisa degli oli che annualmente si producono dalle nostre provincie; ma il dar questi particolari in uno specchio esatto importerebbe essersi compiuta gran parte del lavoro della statistica agricola del Regno, cosa per verità del maggior momento per un paese come il regno di Napoli. Ma somiglianti lavori saper&n le forze di un privalo, e son di (anta difficoltà che le stesse pubbliche amministrazioni non han potuto altrove venirne a capo con successo avanti che tutto sia gradatamente preparalo per simili ricerche, tanto in ordine agli elementi onde s’abbia a costruire il lavoro, quanto rispetto agli uomini deputati ad eseguirlo (*) D’altra nello stato in cui è pervenuta oggidì la statistica, volendosi da essa cifre vere le quali esprimano lo stato reale del paese, non sapremmo affidarci a poche imperfette ed isolate notizie per avventurar uno di quei soliti calcoli fondati sopra tale o tal altra congettura, e su quer argomentar per analogia da una città, e talvolta da un borgo e da un semplice paese, per determinar la produzione di un regno intero, come se le abitudini, le gradazioni del clima, le condizioni sovente diametralmente opposte di civiltà tra l'una e l'altra provincia del regno medesimo, la svariatezza della qualità negli stessi prodotti identici, la maggiore o minor proporzione nel numero di adulti, di bambini o di donne, potessero per via di risultamene identici, dar delle cifre che fossero per tenere il luogo di verità.

Per buona ventura il precipuo scopo del nostro lavoro essendo dirizzato all’esterno commercio, ci dispensa dal debito di una statistica esalta dell'interna produzione, e contentandoci di dame un’idea approssimativa che basti al soggetto della presente fatica, non crediamo inopportuno il notare, intorno alla produzione de'  nostri oli al 1835 ne' domini di quà del faro, la cifra a cui veniva estimata secondo gli elementi forniti all’offizio del censimento, pubblicati nel giornale officiale del 22 dicembre 1837.

Il ricolto si faceva montare a cant. 674,652, ed il consumo a cant. 502,942. Dal 1835 Gnora la produzione ha molto progredito, e secondo le opinioni delle persone versate nel traffico degli oli del Regno, il coacervo di più anni e prossimente estimato ad una quantità annuale di quasi cant. 900. 000, delle quali circa tre quinti son o assorbiti dall'interna consumazione, e 'l rimanente sopperisce all'esterno commercio, e ad un deposito annuale considerevole abbastanza per accorrere a’ bisogni del consumo e del commercio in un' annata di cattiva raccolta.

Come la rinomanza di questa produzione rimonta a tempi i più remoti, abbiamo da Columella e Varrone chiare testimonianze del suo accurato stato di coltura e di fabbricazione, quando i delicati oli Campani, Pentri, Irpini, Lucani, Calabri, Turi, Tarantini e Salentini soddisfacevano al gusto e al fasto de'  Romani e di altri Italiani. E per ciò che io ispecie concerne a'  metodi di fattura de’ nostri oli, Columella stesso ce ne ha tramandalo la descrizione, la quale è chiarita e rafforzata dalla macina ch'è stata nel decorso secolo disotterrata dalle rovine di Pompei.

Ma scaduta era affatto la coltivazione degli ulivi col volger degli anni, e perduti i buoni metodi di fattura, dietro le tristi conseguenze del lunghissimo governo viceregnale, della barbarie, de'  ceppi e delle angustie onde per opera della feudalità e di quei politici ordinamenti, la proprietà e la libera coltivazione delle (erre erano travagliate. Non. sarà inopportuno all’uopo inserire qui appresso un luogo del Galanti della sua opera intitolata, Descrizione geografica e politica delle Sicilie, Napoli 1789, tomo III pag. 221.

«Ulivi. Grano, vino ed olio sono i principali prodotti del nostro regno. Ma l'olio sopra i primi due ci rende creditori nati de'  popoli settentrionali. Gli ulivi nascono in a tutte le provincie, eccetto ne’ luoghi troppo freddi degli Abruzzi, del Sannio e della Basilicata. Si trovano nella parte marittima dell'Abruzzo e della Basilicata. Nella Capitanata è scarsissima questa coltivazione, in grazia della Dogana di Foggia, de'  demani, de’ feudi, delle comunità e delle badie. Nelle provincie di Calabria e di Puglia questi e alberi sono di una mole maggiore delle quercie. Le provincia di Bari è tutta ingombra a vicenda di alberi di ulivi e di mandorle. Vi sono olive che sono dolci e si mangiate no senza conciarsi. Nella Terra di Otranto e di Bari, nella parte occidentale della Calabria ulteriore questa pianta è propria del suolo, poiché circa due terzi sono coperti di boschi di ulivi. Del prezioso liquore che se n’estrae si fa ampio e ricco commercio e in Gallipoli, dove si trasporta quasi tutto l'olio della provincia.

E lo stesso autore, dopo di aver parlato della diligenza adoprata dagli antichi nel trarre l'olio, che serviva non soltanto alle mense, ma ad uso di unguenti, querelandosi dello stato in cui era caduta quella fabbricazione, soggiugne: «Nelle provincie di Puglia e di Calabria, non avendo i cittadini la libertà di macinar le olive come sono mature a cagione del diritto esclusivo de'  trappeti feudali, si lasciano lungamente pel suolo a fermentare e imputridire, per cui danno un olio guasto e di cattivo sapore.

Non son revocati in dubbio l’invilimento e l’imperfezione della coltura e de’ metodi di que' tempi, in ordine a'  nostri oli, non ostante l’importanza con cui eran considerati, di modo che, come ci narra lo stesso Galanti, il Signor Presta di Gallipoli per aver fatto diversi saggi ed esperienze di oli con molta spesa e cura, ricevette particolari incoraggiamenti dal Governo, una medaglia d’oro ed una pensione di annui ducati 300.

Quel che reca per verità meraviglia si è il vedere si lungamente perdurare siffatto stato deplorevole, anche dopo i migliorameli seguiti nell’amministrazione civile e l'abolizione della feudalità, che districavan da tanti vincoli la proprietà e l’agricoltura; ed ecco come il Signor Mauro Luigi Rotondo, dopo di aver giudiziosamente parlato dell’imperfetta coltivazione, si esprime intorno a’ procedimenti di fabbricazione, nel suo Saggio politico su la popolazione e le pubbliche contribuzioni del Regno delle due Sicilie di qua del Faro, messo a stampa nel 1834, pag. 309.

«I barbari con la di loro devastazione cancellarono finanche la memoria di questo meccanismo, iu modo che la descrizione di Columella non si è resa intelligibile che doli po la scoverta negli scavamenti di Pompei delle antiche mole destinale a quest’uso. I nostri trappeti sono tuttavia formati secondo la rozzezza de'  secoli barbari, e il di loro macchinismo non si è spinto al di là del gusto e de’ mezzi grossolani del medio evo, in guisa che possiamo francamente asserire che in questo genere noi non abbiamo ancora per nulla profittato né delle scoverte degli antichi metodi, né de'  lumi della scienza meccanica.

Pare che appena da alcuni anni in qua, scosso il sopore e la negligenza de'  nostri agricoltori che in più luoghi del regno quasi niuna cura davano agli alberi di olive per potagione e governo, ninna alla terra per fecondarla e ravvivarla al bisogno con ingrassi ed irrigamenti, un miglior metodo di coltivazione cominci a recare i suoi frutti; e dobbiamo ancora essere grati al sig. Ravanas per la introduzione di un novello sistema di macinare e premer la pasta delle olivo, per effetto del quale ottengonsi risparmio di tempo e di spesa di produzione, miglior qualità nel genere. Comecché i di lui primi saggi nella provincia di Bari rimontino al 1825, i risultamene se ne sono resi notevoli da dieci anni a questa parie, e segnatamente nell'ultimo quinquennio. Già nel 1838, quando si procedeva ad un'inchiesta per rischiarare il real Governo su la convenienza di un mutamento nelle tariffe doganali, consultandosi uomini speciali dediti all'industria, al commercio alla marineria le cui risposte presentavansi al giudizio di sperimentati funzionari, si additarono i buoni effetti fin d'allora conseguiti mercé i nuovi processi del Ravanas. ed in ispezie l'aumento di circa un sesto sul prezzo degli oli ne' tenimenti di Bari e Monopoli, ove maggiore era stata l'applicazione di que metodi, rimpetto agli oli comuni della stessa provincia, non altrimenti che del rimanente del regno.

Uno degli effetti di questo miglioramento è stato quello di ottenere dalla provincia di Bari una qualità di oli che prima non si aveva (i commestibili) ed abbiamo dallo stesso Ravanas che già la quantità esportatane annualmente può sommare a circa 30 o 40 mila cantaia. Non ci rimane che ad esprimere il voto perché i metodi a lui dovuti, e che tanto meritamente gli valsero la medaglia dell’incoraggiamento, si spandano bentosto in tutte le provincia olearie del regno, con utilità del loro uso anche per gli oli comuni. (*)

Non crediamo che pel soggetto della nostra fatica faccia mestieri dilungarsi in pia particolarità sa la coltura e fabbricazione degli oli per entrare a ragionar di questa produzione per que’ punti che riflettono l'esterno commercio.

Quando noveravano appena poche proprietà libere, e quasi tutte o fendali erano, o sottoposte a legami fedecommessari, a servitù e dritti di pascolo, le cause stesse generali che opponevansi alla prosperità dell’agricoltura, che inceppavano il libero esercizio dell’industria, la cattiva coltivazione e fattura, e per giunta un dazio grave imposto all’esportazione; tolto questo impediva senza dubbio che la produzione e 'l commercio avesser potato aggiungere a quel grado di floridezza e a tutto quell'aggrandimento di cui eran suscettivi.

Ciò nulla manco, come appare da’ prospetti commerciali del 1771, i nostri oli fin d allora poco erano al di sotto della metà della valuta delle intere esportazioni; spedivansi ne' paesi settentrionali, e per considerevole quantità sopratutto in Marsiglia, dove entra vano per la parte massima nella consumazione totale di questa derrata ad uso della fabbricazione de’ saponi. Quel che più monta sono i prezzi di quell'epoca non minori di ducati 30 a 32 per salma. E siffatto stato di cose, se si pon mente agli ostacoli sopra discorsi, e all’abbassamento subito dal prezzo dell’argento, è a tenersi gran fatto vantaggioso: e vuoisi ripeterlo dalle naturali favorevoli disposizioni del nostro regno per coteste derrana, dall'avere noi allora pochi concorrenti nella produzione degli oli di olive, dal non esservi peranco sospetto della esistenza di tutti quei surrogati che hanno ai dì nostri acquistata tanta, e sì inattesa importanza.

Nel decennio lo stato di guerra, il blocco continentale, turbarono le naturali nostre relazioni di commercio; la qual cosa di rimbalzo veniva a ferire gravemente anche l'interna produzione. Ricordinsi i prezzi degli oli di qaei tempi, e ’l loro invilimento deporrà meglio che ogni altro argomento del languore in coi eran cadute la produzione e 'l commercio, essendo scesi perfino a duc. 10 o 12 per salma.

Non meno straordinarie, ma per cagioni diverse, voglionsi considerare ne’ primi anni della Restaurazione le condizioni dell’olio e di presso eh e tutte le nostre derrate in generale. Nel 1816 e 1817 quasi una carestia si patì ne’ grani ed altri cereali, e segnatamente nel 1816 fu mancanza notabile di ricolto. Possono all’uopo ricordarsi i divieti di estrazione e i favori concessi all’immissione con vari Decreti di quell’epoca.

La guerra ancora avea fatto mancare ne’ soliti luoghi di consumazione i nostri oli, le nostre sete, ed altri oggetti di nostra produzione, laonde si ebbero straordinarie commissioni che produssero ancora prezzi straordinari, i quali andavano declinando a misura che man mano i primi bisogni delle piazze di consumo soddisfatti, facean scemare le richieste, e che d’altra parte maggior copia di derrate si aveva dai nostri luoghi di produzione allo equilibrarsi di questa con le richieste.

Segnatamente per gli oli, tanta era stata, durante il decennio, la noncuranza per le produzione, e tali nel 1816 e 1817 le ricerche dello straniero, che si videro i prezzi salire tra’ duc. 32, e 33 fino a duc. 62 la salma.

A conferma di ciò vanno additati i seguenti Decreti: del 26 luglio 1815 che sospese il caricamento dell’olio per resterò—del 28 agosto 1816, ch'esentò gli oli esteri da ogni dazio di estrazione — del 14 gennaio 1817, che concesse per un dato periodo il premio di carlini 10 a cantaio su gli oli esteri immessi per via di mare—del 9 settembre 1817, che permetteva l’estrazione per quelle tali quantità che il Ministro delle Finanze avrebbe giudicato convenienti.

Non prima del 13 gennaio 1818 fu emanato real Decreto con cui permetteasi la libera esportazione degli oli, quando andava già a ripristinarsi un certo equilibrio e per le nostre assuete relazioni di commercio e per la produzione stessa del Regno. Ciò seguiva per gli oli, quasi non altrimenti che per tutte le altre produzioni agricole in generale.

Certamente la pace generale, e massime per noi la pacificazione coi barbareschi, ridonando tutta la libertà e sicurezza al commercio, ci permetteano di raccogliere quel frutto grandissimo che dovevamo attendere dai miglioramenti già operali nella nostra interna amministrazione, e che ci era dato sperare da un incremento progressivo de’ cambi con altri paesi per opera del commercio generale sempre crescente. Non pertanto conveniva esser preparati ad una concorrenza che prima non avevamo avuto.

Avanti il 1815 può dirsi che tutte le isole del Mediterraneo all’oriente della Sicilia, perche occupate da’ Turchi, non altrimenti che la Barberia, l’Egitto, il Bosforo, il Marnerò, erano fnori del commercio de’ Cristiani, ed appena i Marsigliesi vi aveano degli stabilimenti, delle fattorie, note sotto il nome di scale del Levante; gli Ebrei, e sopra tutto quei di Livorno, vi aveano delle relazioni, e qualche bandiera di talune isole dell’Arcipelago sotto il nome di bandiere di Gerusalemme vi facea il commercio.

Coteste contrade intanto ove in generale erano produzioni agrarie simili a quelle delle due Sicilie, cominciavano ad essere frequentate dai Cristiani.

La Russia inoltre, allargate le sue conquiste, rendette agricoltori tanti popoli che viveano al modo de’ Tartari, e la penisola della Crimea era giunta a versare prodigiosa quantità di grani su i mercati Europei.

Ciò si passava nell’Oriente, quando nell’Occidente la Spagna, priva delle sue colonie di America, s'indusse a coltivare le sue terre le quali teneva prima abbandonate, ed era stata nella necessità di provvedersi da fuori.

La Francia, per la divisione maggiore della proprietà durante la rivoluzione, avea pur grandemente esteso le sue coltivazioni. Altri Stati ancora sottraevansi al bisogno di quelle produzioni agricole che per Io innanzi solean trarre da noi, ottenendole invece dal progresso della propria agricoltura per le occasioni che il blocco continentale avea dato quasi da per tutto di promuovere ogni branca d’interne industrie, ancora che fattizie.

Per tal modo noi ch'eravamo, secondo i nostri antichi economisti, i creditori nati degli stranieri pei grani e principalmente per gli oli, incontravamo sol mercato generale la concorrenza di tanti emuli novelli, concorrenza che col progresso del tempo e dell’incivilimento è tutto-giorno divenuta di maggior momento.

Siam noi lontani dal secondare le opinioni di coloro i quali esagerano le conseguenze di cotal concorrenza, e vagheggiando il ritorno agli alti prezzi che si fecero nel 1816 e 1817, senza tener conto delle straordinarie condizioni che li causarono, menano gran lamento del nostro stato attuale, e della voluta miseria del paese rimpetto a’ (empi andati. Senza addentrarci in una quistione la quale, comecché importantissima, ci svierebbe per ora dal nostro soggetto, direm, quanto a noi, che non ci sembra pur permesso il dubitare del cammino progressivo della nostra pubblica ricchezza; ed osserviamo che se le indigene derrate hanno ora a competere con quelle di tanti altri novelli produttori, i bisogni gran fatto cresciuti con le industrie, con la civiltà e con l’aumento generale della popolazione, il campo più largo che si è aperto il commercio, offrono bene i modi da rifarci con usura contro la concorrenza altrui. Oltre di che questa è stata forse troppo esagerata in ciò ch’attiensi in ispecie a’ generi di sussistenza, poiché i mezzi di sussistenza creando chi li consuma, sono assorbiti dall’interno mercato sul luogo stesso della produzione per una quantità ben maggiore di quella che ne avanzi per versarla su l’esterno mercato.

Malgrado tutto ciò, chi saprebbe assennatamente contraddire che quando più paesi recar possono sul mercato generale produzioni simili alle proprie, quando l’industria ingegnosissima, operosa, e riluttante a subire il giogo di ogni ostacolo, si mostra a’ giorni nostri così pronta ed atta a scuoterlo per via di novelli trovati onde sostituisce un elemento di produzione ad un altro; quando in sostanza non puossi più godere del tranquillo non contrastato benefizio del monopolio, tutte le ragioni e tutti gl’interessi potentemente consigliar debbano a fare ogni sforzo a fin che si pervenga ad assicurare ai prodotti propri una meritala preferenza sul campo della libera concorrenza? E questa preferenza valer debbe non solo a guarentirne dallo scapito che sovrasta pe’ concorrenti che si hanno ma per essere i primi a conquistare delle posizioni favorevoli, e quella parte maggiore dei profitti che può sperarsi nel campo di un commercio più esteso.

Molti paesi si trovarono, dopo il 1815, in simiglianti condizioni al sorger di tanto 2 manifatture eguali a quelle che essi quasi esclusivamente producevano per innanzi; ed allora uno studio principale, un pensiero costante e seguito è stato quello di chiamare io soccorso la meccanica, la chimica, la fisica per migliorare i metodi di manifattura, per iscemare le spese di produzione, a fine di vincerla in mezzo alla concorrenza altrui. Cosi le industrie di un paese sonosi perfezionate ed aggrandite a petto della concorrenza stessa di altri paesi che minacciava di chiudere gli antichi sbocchi, ed uno Stato ha spesso trovalo un mercato più abbondevole in quella stessa contrada la quale è surta emula in alcune sue manifatture, perocché col crescere delle industrie e della ricchezza di un paese scaturiscono bisogni novelli, e molliplicansi i cambi da popolo a popolo a misura che cresce la loro prosperità.

E stato inoltre oggetto di special sollecitudine de’ Governi, sopra tutto in questi ultimi anni, qualunque si fosse stato il loro sistema economico, liberale o protettore per l'industria interna, il fare sparire quanto è stato possibile, e coi sistemi generali, e con le transazioni diplomatiche, tutti quegli ostacoli che avessero presentato delle limitazioni per la estrazione delle indigene produzioni sia agli stranieri che venissero a cavarle da’ propri porti, sia ai nazionali nel recarle che farebbero da per tutto ove la convenienza suggerisse di condurle. Oltre di che finalmente tanto i Governi con le loro istituzioni, quanto il commercio con la sua industria, si sono sforzali, e si sforzano di sgravare il trasporto della produzione da tutte le spese delle piazze intermedie, ponendo in diretta comunicazione i luoghi di consumo con quelli di produzione.

Il medesimo ad un di presso, e con gran fondamento, sarebbe a noi spettato di fare nella ridondanza in cui eravamo de’ generi di produzione agraria, e stante il notabile aaìnento che questa medesima potea ricevere.

Ma il miglioramento dell'agricoltura, primo e principale espediente cui avrem dovuto appigliarci, incontrava l’ostacolo della tenacità degli agricoltori alle loro vecchie pratiche) Scontrava sopra tutto l’ignoranza, e quella tale disposizione all'indolenza, ci si condoni il confessarlo, a coi molli nostri proprietari erano abbandonati per la stessa coscienza della feracità delle nostre terre. Cosi presso di noi l'uffizio degli agricoltori per lunghissimo trat. lo è sembrato in generale doversi limitare a raccogliere i fruiti che quasi spontanei la natura riproduce, anziché sforzar la terra, fecondarla con la propria industria e moltiplicare con la fatica la produzione del suolo, per modo che la primitiva forza produttiva della terra diventi quasi spregevole rimpetto a quella che vi abbia aggiunto il lavoro dell’uomo, lavoro che in altri paesi mettendo quasi l’arte al di sopra della natura ha spinto l’agricoltura ad una prosperità immensa malgrado la sterilità del suolo (*).

 Riconducendoci ora ai nostro discorso su gli oli di olive, notiamo che gli ostacoli al commercio ed alla produzione non erano soltanto nelle condizioni generali dell’agricoltura, ma venivano dalla legislazione doganale.

Il dazio di esportazione sa gli oli, retaggio de’ nostri antichi sistemi, serbavasi nel 1815 in tutta la sua forza quale era stato anteriormente al 1806, cioè per la via di mare grana 42 a staio e per la via di terra grana 35. Ciò non ostante, benché gravissimo tal dazio, aveva poco richiamato l’attenzione per gli alti prezzi de’ primi anni dopo il 1815.

«Ma la tassa di estraregnazione degli oli che era stata sempre obliata (come ci vien detto nel Saggio politico, pag. 447) cominciò nel 1820 a destare le sollecitudini del «Governo, ed era quella l’epoca in cui risvegliar si dovea la più vigile attenzione. Dal e 1806 prendono origine i miglioramenti economici che favorirono le produzioni agrarie, e da quel tempo cominciarono ancora a prosperare le coltivazioni dell'ulivo nelle Spagne e nell’Affrica. L’ulivo è un albero che richiede non pochi anni per dare il suo pieno frutto; ma già nel 1820 le nuove produzioni di tutti i paesi facevano avvertire de'  movimenti insoliti nel commercio, ed i nostri oli nel mercato generale incontravano una minorazione di prezzi. La tassa de’ dritti cominciava perciò ad essere esorbitante, e non era difficile il ravvisare ch'essa era di ostacolo non solo al commercio, ma alla t produzione degli oli.»

Aggiungerem noi soltanto che cotal tassa, esorbitante per se stessa, Io diveniva di più per le conseguenze forse imprevedute ed inattese che derivarono dalla legge del 30 marzo 1818, la quale concedendo alle bandiere inglesi, francesi, e spagnuole esclusivamente una diminuzione del 10 per 100 su le merci importate da’ rispettivi paesi; e riducendo ad una maniera di monopolio esercitato da poche bandiere il traffico d'immissione, recava di rimbalzo delle notevoli restrizioni e limitazioni al nostro commercio di estrazione, poiché la facoltà di vendere ristretta a pochi restringeva essenzialmente quella di comprare.

Il real Governo che avea sempre seguitato il corso e le vicende de’ prezzi degli olt, temperò pel momento la gravezza della tassa, concedendo parziali diminuzioni di dazio sino a che il 12 Marzo 1822, per la prima volta, venivasi a ridurre il dazio per via di terra a grana 24 e per via di mare a grana 28 lo staio. Cotal diminuzione, comecché temporanea, fu sempre prorogata, e la tariffa stabilita col Decreto del 15 dicembre 1823 modificava nel modo seguente, per misura generale, il dazio di estraregnazione degli oli:

Per terra, lo staio, grana 24
Per mare, con bastimento nazionale, grana 28
con bastimento estero, grana 42

Al 30 novembre 1824 fu pubblicata l’ultima tariffa che è in vigore, e si dispose un1 altra riduzione, cioè:
per terra, Io staio, grana 15
per mare, con bastimento nazionale, grana 20
con bastimento estero, grana 30

Questi dazi furono ordinati ne' Reali Domini di quà del Faro, poiché per la Sicilia l’estrazione dell'olio fa sottoposta soltanto alla tassa di grana 67 a staio con bastimento nazionale, e un ducato con bastimento estero.

La diminuzione del dazio recava ad alto un pensiero che da più tempo il Governo avea avuto in mira, di ridurre le tasse a misura che le condizioni di questa produzione lo avrebbero richiesto. Queste tasse però differenziali per la bandiera nazionale ed estera di cui avanti non era stato mai esempio presso di noi, non sorsero che con lo spirito del novello sistema che si volle ordinare con le tariffe del 1823 e 1824; le quali furono dirizzate primamente a chiamare la bandiera nazionale a parte della diminuzione del 10 per 100 alfiramessione, concessa già nel 1818 alle tre mentovate Potenze senza che si fosse cominciato come sarebbe stato più regolare e convenevole dal dare alla bandiera propria questo favore per assimilar poi le altre a quella; ma intesero a fermare un sistema protettore per le industrie nazionali; intesero a favorire per tante vie la marina mercantile.

Quanto all’esportazione, il Governo con molta lode, salvo poche eccezioni, proclamò la franchigia assoluta; ed in realtà per le produzioni agrarie che son quelle di cui noi facciamo estrazione, essendo la terra già sottoposta al peso fondiario, un dazio di estraregnazione torna più degli altri gravoso, poiché tranne il caso di straordinaria domanda ove la quantità richiesta superasse l’offerta, il dazio ne’ tempi ordinar! può dirsi pagato dallo stesso produttore il quale perciò soggiacerebbe ad una doppia imposta.

Vivamente ne incresce che una delle eccezioni a quel saggio principio, sia caduta su gli oli; ma poiché il Governo erasi mostrato prodigo nell’imporre sacrifizi al tesoro per promuovere e favorire la produzione e ’l commercio, è forza convenire che le viste finanziere allora non poterono permettere ancora di rinunziare interamente all'entrata che assicurava il dazio degli oli.

Gran bene non pertanto far doveva l’alleviamento dell’imposta rispetto a quella antica di gr. 42. per via di mare e 35 per via di terra; se non che la tassa differenziale introdotta, quel terzo di meno che pagavano i legni nazionali a differenza degli stranieri con l’intendimento di assicurare alla propria marina una preferenza pe’ noleggi nell’esportazione degli oli, impediva forse per questa ragione medesima di raccoglier tutt’i frutti eh"erano da attendersi da un dazio assai più mite, sia per le gravezze o deviazioni che il commercio de’ nostri oli incontrava per trattamenti eccezionali o differenziali in più porti stranieri, sia per quelle conseguenze inseparabili da ogni limitazione all’estrazione delle proprie derrate, e dalla condizione che quasi ne’ nostri porli subiva la produzione di essere estratta per una via anziché per molle con pari facilità, con la bandiera sola nazionale anziché con quella di tutti gli altri paesi.

Ad onore del vero è a dirsi che il real Governo non erasi indotto a somiglianti tariffe protettrici che nella esistenza delle convenzioni pubblicate con la legge del 1818, e rimpetto ai tanti incoraggiamenti e premi che le leggi daziarie degli altri paesi concedevano alla propria industria, ed alla propria marina. In Francia p. e., ed era questa nna delle nazioni che godeva presso di noi il benefizio del 10 per 100 non retribuito, i nostri oli appunto come quelli importati da altri legni stranieri pagavano ad un di presso un carlino di più a staio dei legni francesi.

Premesse le narrate cose generali su le vicende del commercio degli oli di olive, sarà questo il luogo di entrare ne' suoi particolari con l'aiuto delle cifre che ne rappresentano l'esportazione, e che sovra ogni altro valer debbono a spander luce sul soggetto. Noi qui ci abbatteremo nel solito scoglio in cui va ad urtare ogni fatica qualunque in cui accada di dover porre a confronto lo stato attuale di alcuna branca del nostro commercio con quello precedente. Manchiamo degli elementi di una statistica commerciale che risalendo agli anni decorsi, giungesse fino a dì nostri. La qual cosa è senza dubbio un male, e massimamente per la storia della economia politica del Regno e delle sue relazioni di commercio. Ma egli è vero d'altra parte che gli antichi bilanci di commercio, ravvicinati a presenti, non potrebbero che fino a certo grado servire di ragionevole comparazione per la differenza delle condizioni tra il nostro stato anteriore al 1806 e quello in cui il Regno è attualmente, senza i vincoli e le gravezze che una volta han travagliato il diritto di proprietà e l'interna circolazione delle merci, con una popolazione maggiore di un quarto dell’antica; sotto ordinamenti civili affatto diversi da precedenti, e quando per l'applicazione più immediata della meccanica all’agricoltura, per effetto dell'incivilimento maggiore, e per tante altre cause che lungo sarebbe di enumerare, può alla produzione in generale esser dato quell’incitamento da spingerla ad un progresso veramente ignoto a'  nostri maggiori.

Così chi volesse estimare lo stato attuale delle nostre produzioni, meglio che rimontare all'epoca anteriore all’occupazione decennale, quando certamente non crediamo la ricchezza pubblica essere stata maggiore della presente, dovrebbe misurarlo dal grado di progresso cui questa fecondissima terra è suscettiva di pervenire, da quello cui altre nazioni[son pervenute avendo ancora minori elementi naturali di prosperità.

In mezzo a tante tenebre spande alcun raggio di luce la citala Descrizione delle Sicilie del Calanti, opera commendevole sopra tutto se si pon mente alla imperfezione delle nozioni statistiche di quei lampi, e ch'è una delle tante pregiate fatiche le quali in fatto di cose pubbliche comparvero allato ad opere scientifiche di gran momento in un'epoca in coi la civiltà napolitana, forte di se stessa, e con passo sicuro spingevasi in nna via di avanzamento tutto propria.

Il Galanti ci ha lasciato lo specchio del commercio esterno nel 1771, e la cifra che troviamo notala per la estrazione degli oli, è di salme 87 mila, pari a staia 1,362,000. La qual quantità a duc. 3o la salma, era estimata duc. 2,610,000.

Egli però giudicava il contrabbando per la estrazione non meno che al 20 p. %; di tal che ove in ispezie potesse farsene l’applicazione agli oli, l’estrazione effettiva avrebbe potuto estimarsi per salme 102,400 pari a staia 1,638,400, del valore di duc. 3,072,000.

Il Galanti procedeva per ordine del Re a formare un bilancio del commercio per dieci anni, e ne spiace vivamente che le difficoltà a lui affacciatosi nella esecuzione lo abbian fatto desistere dall’impresa fatica.

Altro bilancio incontrasi per il 1784, donde si hanno soltanto notizie isolate circa l'estrazione degli oli per i principali paesi; ed è a notare che in quell’anno l’olio veniva estimato a duc. 32 la salma.

Par che sia comune opinione che l'esportazione siasi mantenuta stazionaria fino al 1806, tra le restrizioni della nostra interna amministrazione e ‘l poco aumento nel consumo degli altri paesi quando le industrie non avevano avuto il movimento così rapido degli anni seguenti. Ma che l’ordinaria estraregnazione di allora debba intendersi ristretta alle cifre del 1771, le sole che si abbiano avanti il 1806; non sapremmo pensarlo, perocché mal potrebbe dall’esportazione di un solo anno dedursi un giudizio adeguato, trattandosi massimamente di una produzione soggetta a tante vicende, che esser suole biennale, e che tante volte ancora non dà un buon ricotto prima di tre o quattro annate.

Dal 1806 al 1820, secondo la testimonianza del Sig. Rotondo, l'esportazioni coacervate davano una media di salme 100,000 l’anno, malgrado le straordinarie circostanze del nostro commercio prima per le vicende della guerra continentale, e poi dopo il 1815 pe’ vari casi sopra discorsi che ne fecero o impedire l'estrazione o permetterla con limitazione.

Le più accurate notizie cominciano dal 1821, e man mano si seguitano (ino al 1840.

Lo specchio che inseriremo alla pag. 16, (*) mostra le quantità esportate in ciascuno de’ 20 anni, con la distinzione tra bandiera nazionale ed estera dal momento in cui il dazio differenziale è stato introdotto; più la indicazione del dazio per ciascun anno. L’esame di questo specchio offre i seguenti resultamenti, coacervando ciascuno de’ quinquenni:

Per mare con band. a per terra Totale



nazionale estera




1821 25 anno medio staia 1,871,662 7,281 1,878,943
1826 30 2,359,156 537,956 23,086 2,920,198
1831 35 2,314,339 273,695 47,469 2,635,493
1836 40 3,163,223 288,982 37,959 3,490,174

Nel primo quinquennio la media non si eleva che per Xf1 incirca su le salme 100 mila che si ebbero ne’ quindici precedenti anni durante lo stato di abbattimento in cui era allora il commercio. Avremo ad un di presso le stesse proporzioni, risalendo al paragone della cifra del 1771 r compresa la parte che il Sig. Galanti dava al contrabbando, il quale in realtà noi crediamo che per gli oli fosse allora stato superiore a quello che può esser fatto attualmente. Ma se si guarda al prezzo degli oli nel 1771 per D. 30 la salma, ed a quello del 1821 al 1825 di Duc. 22 la salma, si vedrà che la minor quantità del 1771 rappresenta una massa di valori ben superiore alle staia 1,878,943 a cui ascende la quantità media del detto quinquennio.

Nel secondo quinquennio al parallelo del primo scorgesi un aumento di circa 3s; ed è a notare che questo aumento cotanto notevole risulta in gran parte dall'esportazione del 1828 quando l'abbondanza del ricotto fu tale da indurre il real Governo ad agevolar l'uscita dell'olio con lo scemamelo a metà del dazio. Per tal modo la quantità estraregnata in quell’anno non fu minore di staia 4,523,117, cifra che un'altra volta soltanto nel giro di 20 anni è stata raggiunta; cioè nel 1836.

La media del terzo quinquennio presenta una differenza in meno del nono, rispetto al secondo quinquennio.

Nell'ultimo quinquennio osserviamo un quarto di più rimpetto alle quantità esportate nel quinquennio precedente, e rimontando al primo quinquennio abbiamo che manca ’9 perché ne formasse il doppio. Possiam poi ben considerar duplicata l’esportazione, per annata media, dal 1836 al 1840 se la paragoniamo alle quantità estraregnate avanti il 1815, almeno secando le notizie che di quell'epoca si hanno.

Ci siam noi fermati a'  quattro quinquenni dal 1821 al 1840 per trarne gli elementi di un giudizio sul cammino progressivo del commercio degli oli; non lasceremo però d’indicare che nel 1841, la quantità estraregnata e di staia 1,663,686 cifra così lieve che non si è in alcun altro anno incontrata dal 1823 fino ad oggi, e rappresenta guasi l’ammontare medesimo delle quantità che compariscono negli anni precedenti il 1815.

Non manca certo d’importanza la notizia del prezzo medio degli oli dopo il 1820 Dal 1821 al 1835 non estimavasi oltre i D. 22 la salma, e non si è veduto ascendere a D. 28 che dal 1836 al 1842, giusta la media di questi ultimi cinque anni.

(Sarà continuato)


PROSPETTO DEGLI OLI ESPORTATI

DA’ REALI DOMINI DI QUA E DI LÀ DAL FARO,

DAL I GENNAIO 1835 A TUTTO MAGGIO 1839

estratto da lavoro pubblicato a cura,

PEL REAL MINISTERO DELLE FINANZE

nella fine del 1839.

Nota. Abbiam creduto seguitare nel presente estratto l'espressione delle quantità in staio, napoletane secondo che leggesi nel lavoro originale, e secondo che son calcolati i valori corrispondenti allo staio, e ’l dazio riscosso così per la bandiera nazionale conte per l’estera.

Non altrimenti pe valori sonosi serbati quelli notati nel testo, conformi alla varia valuta del genere a prezzo di piazza.

Giusta la legge del 6 aprile 1840 l'olio di olive va calcolato a cantaia, ed un cantalo risponde a stai a napoletane 9 21/21 Dietro real Rescritto dello dicembre 1840 il rapporto tra lo staio adoperato sotto l'antico sistema e i cantalo che serve ora di base alla percezione del dazio e stabilito nel modo seguente:

Per ogni staio di rot. 10 1/3 con bandiera nazionale, grana 20—a cantaio duc. 1,94

Per ogni staio, ——— con bandiera estera, grana 30 ——— duc. 2,91.


__________________________________________________

Seguito dell'inchiesta su le tariffe doganali britanniche

__________________________________________________

GRAN BRETAGNA

TARIFFE DOGANALI.

MAC. GREGOR ESQ. —INCHIESTA II. 9 LUGLIO 1840.

Presidente. Oltre le merci che enumeraste nell'ultima tornata della commessione, potete voi indicarne altre su coi sono imposti dazi per proteggere le manifatture nel Regno-Unito?— Delle 349 specie di merci gravate di tassa nelle tariffe, le quali rendono soltanto da 1 sc. fino al di qua di £. 100, solamente sette danno una rendita maggiore di £. 90.

Volete voi passar ora ad indicare quali sono le merci manifatturate segnate nella seconda schedala, su le quali gravitano dazi protettori, e che rendono più di £. 100? — Sono nella tariffa 132 merci che rendono da £. 100 fino al di qua di £. 500, fra le quali vi ha 30 merci manifatturate che producono insieme £ 6,530. (Di queste 30 merci poche soltanto son soggette ad un dazio protettore). Venendo poscia alle merci che rendono da £. 500 a £. 1,000, notate nella terza schedula, osservo esser nella tariffa 42 merci che danno una rendita da £. 500 a £. 1,000 ciascuna, fra le quali son 14 merci manifatturate, e queste 14 merci producono una rendita netta di £. 9,856.

Può egli desumersi dall’assoluta mancanza di rendita che l'enorme dazio di £. 3, sc. 16, den. 9 imposta sopra ogni oncia di lavori di oro (grana 69 il trappeso) sia stata una compiuta proibizione della merce?—Sì, se non vi fosse contrabbando.

Qual premio fa guadagnare al controbbandiere sopra ogni libbra di oreria siffatto dazio di £. 3 sc. 16 den. 9 l’oncia?— £. 61 incirca per ogni libbra di 16 once, ed io son ben sicuro che si fa contrabbando di oreria, ed anche di argenteria, avendomi detto un orefice in Milano eh egli industriavasi di mandar lavori d’oro e d’argento ad una casa in Londra senza verun dazio, salvo il premio al contrabbandiere. Ei venne da me a Milano per domandarmi se vi era qualche probabilità di diminuzione di dazio su ta’ lavori, ed io gli risposi che non credeva ve ne fosse alcuna. Immediatamente prima di ciò erasi fatto da noi un cangiamento con introdurre tal merce senza schiacciarla; e poiché la Corte austriaca allora appunto avea ratificato il trattato, quel manifattore ritornò per sapere se noi avevamo in alcun modo minorato il dazio su l’oreria e (argenteria; ed io gli dissi di no, e che temeva che noi faremmo per qualche tempo. «Ebbene, diss’egli, se venite da me, vi farò vedere un bel mucchio di scatole che proccurerò di mandare a Londra. Ei pagò circa il 10 per % a contrabbandieri, e un premio di assicurazione alquanto maggiore di quello che avrebbe pagato in altra congiuntura; e questa fu tutta la spesa che fece pel rischio della perdila.

Ne hanno forse impedito questi dazi proibitivi di ottenere preziosi lavori di oreficeria della più squisita fattura, i quali altrimenti ne sarebbero stati arrecati dal continente? — Non vi ha dubbio, ed io medesimo mi avrei procacciato dell'argenteria; ma vidi che noi potea senza rendermi colpevole di contrabbando, o pagare un dazio ch'era proibitivo Su l'argenteria dorata il dazio è di sc. 6 den. 4 per ogni oncia (grana 5 3 il trappeso), e la rendita £. 56; su l'argenteria in parte dorata il dazio è di sc. 6 l'oncia, e la rendita £. 38; su l'argento disdorato il dazio è di sc. 4 e den. 6, eh rendita £. 98,

Qual e la classe che vien appresso? — È quella delle merci che rendono da £. 1,000 a £. 5,000, e sono 107 che insieme danno £. 244,733 di rendita, e fra esse ve ne ha 30 manifatturate, le quali producono soltanto £. 65,920.

Nelle negoziazioni che trattaste in Austria, in Francia, negli Stati tedeschi, e negli italiani come commessario del Governo nell'aggiustamento delle cose commerciali, quale è stata l’opinione generalmente espressa in ordine alla nostra tariffa, e qual effetto ha essa prodotto rispetto alle vostre negoziazioni?—Nelle negoziazioni dirette ad ottenere un abbassamento di dazi su le merci di manifattura britannica da importare in qualcuno di quei paesi, i dazi su le loro produzioni da importare in Inghilterra formavano in ogni occasione il soggetto della discussione; ed io in ciascun di quei paesi era costretto a riconoscere che i dazi da noi imposti su le loro produzioni, erano, generalmente parlando, molto più alti dei dazi imposti da essi su le nostre manifatture; ed ogni volta che io mi faceva a disputare su lo scemamento delle loro tariffe, essi invariabilmente mi opponevano la nostra.

In quale stato è la nostra tariffa su le merci importate in Inghilterra paragonata con la tariffa di qualcuno di que paesi, rispetto al numero delle merci ed alla ragione de'  dazi? — La più semplice tariffa che sia sul Continente è quella dell'Unione doganale germanica.

Intendete voi ciò dire rispetto al numero delle merci, o rispetto alla ragione dei dazi? — Così pel numero delle merci come per la semplificazione de’ dazi. Nella tariffa prua stana il numero de'  vari dazi è di circa 43.

Quanti ve ne ha nella tariffa inglese? — 1,150.

Qual è nell’Unione germanica il dazio più alto riscosso alla ragione di un tanto per 100 sul valor delle merci? —la base della tariffa prussiana si calcolò essere un dazio ad valorem del 10 per % su ciascuna merce, eccettuatene quelle che si adoperano nelle manifatture, ammettendosi ogni sorta di materiali grezzi con piena franchigia o con un dazio nominale eguale a quello che i francesi chiamano droit de'  balance, od un dazio sufficiente a pagar le spese bisognevoli pe’ registri e pe' conti, e per accertare in pari tempo la quantità delle merci importate; ma essendo imposti a ragion del peso i dazi su le manifatture, essi variano dal 2 incirca per % ad valorem fino all’80 per % in alcuni casi sopra merci della più grossolana manifattura.

Sig. Villiers. Non è egli vero che i dazi riscossi sotto la tariffa prussiana non sono stati riscossi perfettamente come noi ci aspettavamo? — Era stata generale credenza che la nuova tariffa prussiana si fosse al bel primo abbracciata dalla intera popolazione dell'unione, di circa 27,000,000 di anime; ma precedentemente alla Lega germanica delle dogane, ba avuto lungo tempo vigore in Prussia sa le pannine ed altre merci una tariffa più alta della presente. Ed altri Stati, come la Baviera, con una popolazione di quasi 5 milioni, il Wurtenberg con 1,700,000, l'Assia Elettorale con 700,000, ed il ducato d’Assia con 800,000, che insieme con la Prussia formano una popolazione di 23,700,000, aveano dazi quasi eguali a quelli della presente tariffa, e per talune merci anche più alti. Negli altri Stati, aventi insieme la rimanente popolazione di 3,300,000, i dazi erano minori de’ presenti; nel ducato di Baden e di Nassau molto più bassi, e nella città libera di Francfort non erano dazi, tranne i dritti di città (town-dues). Nella Sassonia, con una popolazione di più di un milione e mezzo, i dazi d importazione erano tenuissimi; ed è un fatto rilevante nella legislazione commerciale che nella Sassonia, paese affatto sprovveduto di ricchezze naturali, le manifatture di ogni maniera, benché non protette in modo veruno, si sono avanzate più che in ogni altra parte del continente europeo.

Presidente. Intendete voi dire che la Sassonia, fra tutti gli Stati tedeschi che or fanno parte della Lega, avea i dazi d'importazione su le merci manifatturate più bassi, e che le sue manifatture prosperavano meglio?—La sola Sassonia aveva dazi meramente nominali senza verun dazio protettore, eppure le manifatture di lana, di cotone e di lino erano giunte nella Sassonia ad un grado di perfezione sconosciuto in ogni altra parte del continente europeo.

Sig. Villiers. V’ha egli differenza tra’ l presente modo di riscuotere il dazio e quello che venne proposto o si ebbe intenzione di proporre, e segnatamente perché il dazio si riscuote a ragion del peso e non ad valorem?—L'intenzione fu di porre il 10 per % per base de’ dazi; ma quando si andò al partito di riscuotere il dazio per tutti gli Stati della Lega, fu preferita la riscossione a ragion del peso, perciocché tutti gli Stati non hanno ora che una sola dogana, e ciascun di essi riceve dalla somma delle rendite raccolte una parte proporzionale alla sua attuale popolazione per esempio, per ogni 100 dollari o fiorini raccolta la sola Prussia ne riceve 55, e de’ rimanenti 45 gli altri Stati ricevono la parte lor dovuta proporzionalmente alla loro popolazione. La Prussia e la Sassonia ed alcuni altri Stati ebber timore che negli Stati confinanti con la Francia e con la Svizzera la imposizione de'  dazi ad valorem sarebbe stato un motivo di corruzione per gl impiegati delle frontiere, i quali avrebbero potuto ammettere le mercanzie ad un valore più basso del valor reale; e finalmente decisero che per tutte le merci soggette a contrabbando il dazio sarebbe riscosso a ragion del peso, dal che è derivato, sopra merci ordinarie di poco valore, un dazio che corrisponde all'80 per % incirca.

Presidente. Potete voi spiegare come mai la Sassonia, a malgrado che le sue manifatture non godessero alcuna protezione, si trovava al tempo della Lega in uno stato migliore di ogni altro paese?—La ragione addottamene nella Sassonia e nella Svizzera, come pur nella Boemia, fu puramente questa che or vi dico: non solo i manifattori sassoni e svizzeri, ma altri ancora co’ quali mi vidi in que’ paesi, teneano per fermo che le manifatture stabilite o promosse per via della protezione, erano generalmente in cattivo stato, in quanto che eran sostenute da una protezione fittizio, la quale le metteva fuori della posizione naturale che avrebbero tenuta, se si fosse cominciato, come nella Svizzera, meramente dal produrre al minor prezzo possibile, merce dell’industria e di un economico modo di vivere. I Sassoni e gli Svizzeri si tengono gli uni e gli altri al principio che se sono essi nello stato di lavorare senz'alcuna protezione, possono ben pure mandare le loro mercanzie a’ mercati degli altri paesi, siccome han fatto; e la Sassonia in tutt’i tempi, ed a dispetto del sistema proibitivo dell’Austria, si è trovata nel grado di mandare il soperchio delle sue manifatture nella Boemia, e dalla Boemia si han fatto strada nell’Ungheria, a Vienna e negli Stati italiani.

Non ha l’Austria per molti anni ricusato l’ammissione della più parte di quelle manifatture, eccettoché con dazi altissimi?— Insino al tempo della mia messione a Vienna, la introduzione di quasi ogni specie di manifattura era assolutamente proibita dalla tariffa austriaca.

Qual effetto produsse in ordine alle manifatture dell'Austria la compiuta protezione che ebbero fino al tempo che voi dite?—Quando le leggi proibitive di Maria Teresa e di Giuseppe II furono interamente elevate a principio, ciò si fece con l’intendimento che la diminuzione dei dazi si sarebbe fatta gradatamente, a misura che quelle manifatture sotto di essi avesser progredito; e solo domanda vasi una sufficiente protezione per dar tempo alle medesime di pervenire fino a que’ ché chiamato stato naturale; e si fece con l'intendimento altresì che il dazio massimo non andrebbe mai al di là del 20 per % sopra qualunque specie di manifattura. Ma è mia opinione che i Sassoni che abitano la Boemia, i quali sono ivi i principali manifattori, si faranno ben tosto a gridare anche contra un dazio del 20 per °0, e brameranno che il dazio non sia né maggiore né minore della somma del premio che si paga pel controbbando; ed io scorgo esser questa un’opinione molto generale. Una parte della Boemia è abitata da razza sassone, la quale è gente manifattrice, ma la parte maggiore da razza schiavona dedita principalmente all’agricoltura ed alla pastorizia.

Potete voi indicare se i dazi protettori che hanno avuto un così esteso vigore in Austria, vi abbian prodotte manifatture di miglior qualità ed in maggior copia che non si sarebbero avute senza di essi?—No: non solo non hanno essi ciò operato, ma i manifattori non facevano che languire in uno stato di meschina esistenza, mentreché i manifattori delle povere contrade della Sassonia, immediatamente al di là delle frontiere, erano nella più fiorente condizione: anzi a mero scorno e dispetto delle proibizioni, si vedea la popolazione sassone della Boemia, notabile per l’economiche sue abitudini e per l’industria, esser nella possibilità di vivere in Austria.

Voi avete menzionato la Svizzera come un paese che ba seguito gli stessi principi della Sassonia: avea forse anch’essa de’ dazi protettori?—Nessunissimo.

Qual effetto ha ciò prodotto nelle manifatture della Svizzera, e qual fu lo stato di esse sotto tale sistema?—Può ben dirsi che non si sono stabilite le manifatture nella Svizzera se non dopo la pace del 1813; imperocché durante la guerra francese e prima, quel paese fu per modo disturbato, che non era possibile stabilirvi alcun genere di manifattura salvo il filare e il tessere che si faceva molto dozzinalmente nelle case dei contadini, e fin dopo il 1814 gli Svizzeri mai non volsero l'animo alle manifatture in grande. Essi non si ebbero mai alcuna proiezione, ma si attennero al principio, molto da lor ben inteso, che senza lavorare a buon prezzo e vendere a buon prezzo, non potrebbero giammai esportare le proprie manifatture.

Qual è ora lo stato delle loro manifatture cominciando da quando vi attesero in più special maniera insino al presente? — Lo stato delle manifatture svizzere è tale ora, che le loro cotonerie entrano in competenza con le nostre, incontrandoci con moltissimo vantaggio oe’ nostri mercati orientali; e se ne spedisce anche assai gran copia agli Stati Uniti ed al Brasile.

Per quai mezzi di trasporto ricevono essi il cotone onde son formate quelle manifatture? — In ciò si trovan molto male, perocché tal è la difficoltà del trasporto, che il cotone dee costar loro, trasportato al luogo dove si lavora, almeno il doppio di quel che costa al manifattore del Lancashire o di Lanark: la spesa di trasporlo nella Svizzera ò enorme.

Adunque, non ostante la grande spesa del trasporto del cotone dal mare alla Svizzera, eia mancanza di ogni protezione contro le importazioni da qualunque altro paese, gli Svizzeri son pure in istato di esportare ed entrare in competenza coi manifattori britannici? — Sì, segnatamente per le manifatture di cotone.

Sig. Villiers. Voi alludete alla Svizzera per mostrare che le manifatture prosperano meglio in quel paese senza protezione che non altrove protette?—Certamente; e non solo nella Svizzera, ma anche nella Sassonia e nella Boemia. I Boemi stessi dichiaravano che la gran difficoltà contra cui aveano a lottare era appunto il sistema protettore. Le parole delle loro petizioni indiritte al Governo austriaco nel tempo cui accenno, eran queste: «Noi possiamo competere con l’onesto negoziante, ma non possiamo sperar mai di competere col contrabbando.» Quando andai a Vienna nel 1836, al primo abboccarmi col principe di Metternich, ei si fece subito a dirmi essersi mollo straordinariamente cangiate le opinioni sul proposito, giacché sin dalla formazione della Lega germanica delle dogane i manifattori boemi avean dichiarato nelle loro petizioni aver bensì essi speranza di poter competere con l’onesto negoziante, ma che non avrebbero mai potuto competere col contrabbando.

Presidente. E ciò fu cagione de'  cangiamenti che si fecero? — Ciò fu la cagion principale de'  cangiamenti che si fecero dipoi. Un curioso fatto si osservò nel 1836, durante il congresso de’ delegati de’ vari Stati della Lega germanica a Monaco, mentre io era colà. I Sassoni si lagnavano fortemente della tariffa prussiana, e d'essersi imposti i dazi a ragion del peso, dicendo che ciò distruggeva la loro competenza, e che quanto più alti erano i dazi, tanto più la loro competenza ne risentiva.

Sig. Williers. Intendete voi dire che i Sassoni si lagnavano della tariffa germanica? — Essi si lagnavano dei dazi alti, e diceano: «I dazi alti distruggeranno i nostri mercati; se i dazi alti danno qualche protezione, la daranno ai nuovi stabilimenti di Berlino, di Baden, di Wurtemberg.»

Sig. Williams. Come mai l’alta ragione del dazio potrebbe pregiudicare alle loro manifatture?—L’alta ragione del dazio fe’ crescere per quel tempo le richieste del lavoro negli altri Stati della Lega, ed essi querelavansi che tal lavoro sarebbe entrato fittiziamente in competenza del loro.

Non vi ha molti dazi nella tariffa prussiana così alti da equivalere ad una compiuta proibizione?—Ve n’ha senza dubbio, e son quegli imposti sopra mercanzie ordinarie di poco valore le quali non possono essere importate di contrabbando; ma, in quanto alle fine, i Francesi s'industriano di mandarne in gran quantità pel consumo.

Non equivale forse ad una proibizione il dazio imposto sopra quasi ogni merce manifatturata di cotone?—Non è affatto cosi; se non che sopra le mossoline bianche ordinarie (shirlings) che in Inghilterra valgono 2 o 3 den. il yard, (grana 13 a 20 la canna) il dazio va sino al 60,70 ed 80 per 100.

Volete voi parlare di qualche manifattura di cotone che è or ammessa al consumo sotto la Lega prussiana?—Non è il dazio su le cotonerie fine che lor impedisce di entrar nel consumo. Il fatto è che, sebbene le fabbriche prussiane non producono manifatture da poter entrar nel consumo del Regno Unito, nondimeno le producono esse a così buon patto che vengono in competenza con le nostre negli altri mercati del mondo. Esse ora producono una sovrabbondanza di mercanzie leggere dello stesso genere di quelle che noi manderemmo in Prussia; epperò, provveduti come sono così abbondevolmente delle propie, non richieggono le nostre, e non vogliono averle. Parlando in prima della popolazione dell'Unione germanica, essa in tutt’i tempi è stata solita di lavorare il canape ed il lino, formandone manifatture ordinarie pel domestico consumo, manifatture che sono state in tutt’i tempi menate innanzi nelle proprie loro case. Fino al 1814 la Germania fu sì agitala dalle guerre, che non ebbe né tempo né sicurezza per volger la sua attenzione alle manifatture in grande; ma dopo gli anni 1813 e 1814, quando cioè i popoli della Germania, in luogo di esser ingaggiati nella milizia, furon costretti a divenire agricoli, nello spazio di due in tre anni raccolsero una quantità soprabbondante di prodotti dell'agricoltura, e non potendo trovar mercati per la loro produzione né in Inghilterra né in Francia, donde gli alti dazi la respingevano, l'eccesso del lavoro impiegato da prima nella guerra, e poscia nell'agricoltura, si rivolse alle manifatture di Westphalia e di Slesia. L'argomento il quale mi si ponea innanzi in ogni occasione, così in Prussia, come in Sassonia, e negli Stati renani, e particolarmente nei due congressi tenutisi in Monaco ed in Dresda, era questo: «Voi ne costringeste a divenir manifattori, perciocché noi non abbiamo miniere di oro né di argento, e voi non volevate prendervi quel che noi avevamo da vendervi. Se voi vi aveste preso quelle derrate che noi avevamo da dare, avremmo noi così avuto un mercato per esse, e continualo quindi a produrle; ma poiché voi non volevate prenderle, il nostro popolo fu spinto dalla necessità a cercare un’altra occupazione, ed assai intelligente come era, dirizzò tutta la sua attenzione alle manifatture, sicché ora il negoziante d'animali tedesco dà il suo bestiame ed il suo bue da lavoro al manifattore del paese, ed il negoziante di grani ed il mugnaio lo provveggono di pane, e ricevono in cambio da lui le sue manifatture, e ne fanno uso». Questo era il parlare comune in Prussia, ove ogni uomo è intelligente, e dove ogni uomo pensa, e dove non appena si vede un effetto, se ne investiga immediatamente la causa.

Presidente. Che cosa li pone in istato di produrre ad un prezzo tanto più basso che noi non facciamo, avuto rispetto ai tanti vantaggi che a noi danno il carbone, le macchine e l’abilità?—La ragione perch’eglino per lo più producono così a buon prezzo come noi, non deriva, a mio avviso, da altro se non dall'aver essi fra loro medesimi un’abbondanza di tulio ciò ch’è necessario alla vita; e, dirigendosi la loro industria alle manifatture, essi sono più independenti dagli altri paesi di quelli che non hanno un abbondanza di viveri, né di legna onde riscaldarsi e fabbricarsi le loro case.

Sig. Williers. Voi intendete dire che colà si vive a minor prezzo che in Inghilterra?—Sì, perciocché essi hanno abbondanza di pane, sufficiente nutrimento di animali, ed altre cose le quali formano le prime necessità del consumo; sicché Partigiano impiegato nelle manifatture di cotone può viver bene in Germania con la metà della spesa onde abbisogna l’artigiano inglese per mantenersi in egual modo; ed in Westphalia, ne’ dintorni di Francfort, in Baviera ed in Austria, con meno della metà.

Presidente. Se il grano, la carne e le altre robe bisognevoli al vivere potessero aversi mediante un libero traffico, presso a poco al medesimo prezzo in Inghilterra ed in Germania, qual effetto ciò produrrebbe, secondo voi, su le manifatture ivi esistenti?—Per me non v’ha dubbio che in tal caso diminuirebbero in quei paesi le domande di lavoro in manifatture, ed aumenterebbero le domande di lavoro in agricoltura.

Volete voi spiegare come mai avverrebbe la diminuzione di quelle domande, e come essa opererebbe su le domande in questo paese?—Tal diminuzione avverrebbe dacché gli operai, in quei paesi, non potrebbero lavorare pel medesimo salario pel quale lavorano al presente; e quindi molti di loro sarebbero mandati via dagli stabilimenti di manifatture, ed andrebbero in cerca di altro lavoro; donde procederebbe, ponendo le cose allo stesso livello, che i salari, in luogo di esser più alti come son ora, diverrebbero più bassi per mancanza di lavoro.

L'aumento nel prezzo dei viveri in quei paesi non causerebbe forse un aumento nel prezzo delle manifatture che ora gareggiano con le manifatture inglesi io altre parli del mondo?— Senz’alcun dubbio.

Non risulterebbe da ciò, per una conseguenza necessaria, che la somma delle manifatture decrescerebbe colà, ed aumenterebbe qui la richiesta delle manifatture inglesi?— Senz’alcun dubbio. Sapete voi che le calze di Germania, e le manifatture di seta e di lana, son molto richieste in America, e s’incontrano con le nostre in quel mercato medesimo?— Si, lo so pur troppo.

Sig. Thornely. E questo un fatto di fresco occorso? — No, son già dicci anni da che va avanti.

Sig. Chapman. Non sarebb’egli conveniente, secondo voi, che le manifatture straniere d’ogni specie si ammettessero in questo paese con la medesima ragion di dazio che é imposta dalla nostra tassa interna su le manifatture britanniche, e col medesimo principio di reciprocanza che è ora applicato alla marina britannica ed alla straniera? — Questa è la mia opinione; ma la mia esperienza mi farebbe andare un po’ più innanzi: voglio dire che, quando la tassa dogli altri paesi imposta su le mercanzie è così alla da superar di molto un’equa tassa da rendita, e qualora anche la nostra si tenga così alta, in tal caso, se noi da ambe le parti mantenghiamo quegli alti dazi reciproci, non facciamo né più né meno che tener accesa una guerra d’interessi materiali, e guerreggiamo l’un contra l’altro. Ma, quanto al principio di reciprocanza su la base de’ soli dazi da rendita, siamo perfettamente di accordo.

Sig. Villiers. Voi volete dire che dovrebbe imporsi sopra ana merce straniera un dazio corrispondente a quello che è imposte so la stessa merce prodotta nel paese? — Sì, porche entrambi non sieno più alti di un equo dazio da rendita.

Sig. Williams. Potete voi aspettarvi che gli operai di questo paese, dovendo pagare per tassa più della metà de’ loro salari, possano in un modo o in un altro entrare in competenza con gli operai di altri paesi i quali pagan su’ loro salari una tassa mollo leggera?— No, certamente, se pagano essi su’ loro salari una tassa sì forte, e que’ degli altri paesi una sì tenue....

Se in Sassonia un operaio, il quale è quasi del tutto esente dalla tassa, può vivere con. 5 sc. la settimana, moneta inglese, egualmente bene che un artigiano inglese con 9, supponendoli entrambi della stessa abilità, è certo che l'operaio sassone dee produrre le merci, in quanto concerne il lavoro, per quasi la metà del prezzo onde le produrrebbe l'operaio inglese: in tal caso terreste voi il lavoro all’operaio inglese, lasciandolo morir di fame, ove non abbia altri mezzi, per darlo all’operaio sassone? — In ordine al privar di lavoro l’operaio inglese, ciò interverrà sino a che voi non siate nel grado d’impedire che l’operaio sassone mandi in questo paese le sue mercanzie per esservi consumate; ma se ¥ ammissione delle mercanzie sassoni togliesse il lavoro all’operaio inglese, ne seguirebbe non essere per noi mica utile il provarci a produrre manifatture per esportarle in altri paesi, dove l'operaio sassone, essendo in istato di lavorare ad un prezzo cotanto minore ciò che potremmo far noi, ne incontrerebbe con pari vantaggio in un mercato straniero; di tal che, secondo le stesse circostanze supposte nella presente quistione, egli ne debbe incontrare con un vantaggio del 40 a 50 per %.

Presidente. Sorgerebbe dunque la competenza, sia che noi ammettiamo le sue mercanzie, sia che no? — Sì, nell’uno e nell’altro caso; e la conchiusione a cui vengo, sarebbe: che l'operaio manifattore britannico verrebbe messo fuori d’impiego, pel traffico di esportazione, da quella stessa operazione di produzione, con un vantaggio in favore dell’operaio straniero del 40 al 50 per % sul costo del sostentamento.

Sig. Williams. Per chiarir la cosa ponete il caso di un manifattore di calze, branca di manifatture nella quale i Sassoni sono in particolar modo divenuti abili, e per la quale essici han tolto quasi tutt'i mercati stranieri: direste voi esser sano principio quello di ammettere l’importazione delle calze lavorate in Sassonia con franchigia di dazio in questo paese, il che naturalmente ne farebbe cessare al tutte il traffico in Leicester, Nottingham, e in altre parti d'Inghilterra, ove si fanno calze?—lo al certo le ammetterei con un dazio equo, non eccedente il 10 per °o, sia che ne venisse distrutto o pur no il traffico a Leicester e a Nottingham; ma, ancora quando ciò fosse, io direi che sarebbe meglio per l’intero paese il sostentare tutta quella gente che è ora impiegata fra noi in tal manifattura, anziché seguitar a tenere in perpetuo una tassa su questo paese; e ciò sarebbe un tratto di umanità verso gli stessi manifattori.

Credete voi essere una politica onesta verso gli operai di questo paese il lasciar che jl loro lavoro fosse tolto ad essi e trasferito in paesi stranieri?—Voi non avete il potere di ciò impedire.

Volete voi spiegare perché credete non esser possibile l’impedir ciò? —Voi non potete impedire che la domanda del lavoro dell’artigiano di questo paese venga trasferita in altro paese, sia qualunque il dazio o la restrizione che voi vi faceste ad imporre sa di quel le merci le quali vengono in questo paese per esservi consumate; né potete impedire che i paesi stranieri mandino le loro produzioni a tali altri paesi stranieri che da quelli le vogliono ricevere, e specialmente quando lo stato di cotali manifatture è divenuto sì florido da far temere dell'ammissione di quelle mercanzie in questo paese pel consumo; ed è benancora per noi impossibile impedire che altre nazioni vadano a comprare quelle manifatture ad un prezzo minore di quello a cui possono acquistar le nostre. Dall’altra parte noi non possiamo con alcun dazio proibitivo o protettore impedire che i nostri manifattori perdano il loro lavoro, perciocché, qualunque sia quel dazio, se esso tende a sostenere il prezzo delle manifatture in questo paese, ciò è a spesa di ogni persona che consuma le manifatture prodotte; donde segue che, gravando di tassa le ricchezze generali del paese, voi ne limiterete la consumazione; sicché, se io non sono in istato di portar due o tre abiti in un anno, se voi con la tassa mi restringete i mezzi di acquistar due abiti nuovi, ne debbo portar un solo. Voi dunque non potete impedire Io scemamento del lavoro col restringere la consumazione.

Sig. Villiers. Pensate voi che i nostri presenti dazi protettori operino per modo da far che altri paesi non divenisser manifattori?—Tal era lo scopo di essi, ma l'effetto n'è totalmente diverso. I manifattori di cotone e i manifattori di seta sul Continente di nulla han maggior timore che dell'abbassar che noi potremmo fare i nostri dazi, non dico su le manifatture solamente, ma sopra ogni cosa. Infatti, se noi abbassiamo i nostri dazi tanto da ammettere le mercanzie straniere di cui qui abbisogniamo ad un prezzo quasi eguale a quello che esse hanno in altri paesi, noi allora entreremmo in uno stato naturale, nel quale il commercio si manterrebbe, e non saremmo esposti a quelle fluttuazioni cui son soggetti tutt’i traffichi protetti. E posso assicurare il comitato che i manifattori tedeschi specialmente temono la rivocazione delle nostre leggi frumentarie più di qualunque altra cosa possiam noi fare. Al che vuoisi aggiungere le pubbliche podestà in Germania non averci per nulla richiesto giammai di torre qualche dazio di sopra le merci manifatturate, ma le loro grandi istanze sono state di esentare dal dazio il legname da costruzione ed i grani.

Sig. Williers. Voi ci daste una lista di merci su cui i dazi furono imposti per fine di protezione: quale considerate voi che sia generalmente l'effetto di tali dazi?— Pensate voi ch'essi incoraggiano qui il traffico particolare di quelle merci, e che tale traffico sarebbe perduto ove quei dazi fossero tolti?—No, certamente.

Dunque voi pensate che, sebbene essi fossero stati imposti per viste di protezione, non son però riusciti a raggiungere tale scopo?—Non vi son riusciti indubitabilmente.

Pensate voi che noi abbiamo in questo paese un così grande vantaggio nel produrre quelle merci come l’avrebbero gli stranieri?—No, noi non ne abbiamo per nulla; ma i vantaggi e gli svantaggi non han niente che fare coi dazi protettori su le merci manifatturate.

Volete voi dire che tali merci potrebbero prodursi negli altri paesi a più basso prezzo che noi sono in questo?— Sotto un differente sistema di legislazione commerciale, io credo non potevi esse produrre altrove a così buon prezzo come posson esser prodotte qui.

Il dazio protettore imposto su di una merce non può forse occasionar difficoltà nella produzione di qualche altra merce?—Non v’ha dubbio alcuno.

Non pensate voi che tutta la proiezione si riduce ad una tassa su l’intera massa dei consumatori?—Certamente; ciò è evidentissimo.

È questo insilo alla produzione?— Senza dubbio.

Ed in conseguenza, la tassa di protezione sopra nna merce rincara il costo della produzione di un’altra?—Certamente: non v’ ha dubbio alcuno.

Ed in conseguenza s'impone talora un dazio di proiezione sopra una merce, perché già ne abbiamo protetta qualche altra?—Certamente, ed è non solo un dazio isolalo imposto per protezione sopra una merce, ma è un dazio di proiezione connesso anche con un altro dazio protettore il quale ad esso si appoggia. Un dazio protettore può esser non solamente, quel che è sempre, una tassa cioè generale, ma una lassa particolare altresì su qualche altra specie di manifattura, sicché, per esempio, il dazio protettore sui commestibili, è una tassa generale su la nazione, ed una tassa particolare sul lavoro de’ manifattori, la marineria, ec.

Le difficoltà dunque che incontriamo nel venire in competenza con altri paesi nascono spesse volte tanto dalle tasse protettrici quanto dalle lasse da rendita?—Certamente, più che dalle lasse da rendita imposte su le mercanzie.

Le tasse imposte sui materiali grezzi, per fine di protezione, credete voi che darebbero grandi impedimenti alla produzione di altre merci?— Non v’ ha alcun dubbio.

Sig. Ewart. Ponendo che il costo de'  viveri e de’ materiali grezzi sia lo stesso qui che negli altri paesi, credete voi che vi sarebbe pericolo che questi vendessero le loro manifatture a miglior mercato di noi? — No certamente, atteso i vantaggi naturali della nostra posizione, che niun altro paese possiede in egual grado, ed atteso anche la intelligenza e l’industria degl’inglesi; e benché gl’inglesi non sieno cosi economici cometa gente degli altri paesi, nondimeno coi vantaggi de’ nostri capitali e della nostra abilità, potendo noi cangiare il nostro sistema di legislazione, ogni nostra manifattura sarà bene in grado di affrontare le manifatture straniere in tutt’ i mercati del mondo. I manifattori degli altri paesi temono soltanto che noi forse cangiamo il nostro sistema di tassare i commestibili; e ciò dico de’ soli manifattori, poiché i consumatori giudicano diversamente.

Opinate voi che, essendo le altre cose eguali, il lavoro costi meno qui che in ogni altro paese del mondo? — Quanto al lavoro in questo paese, voi dovete considerarlo o rispetto al prezzo pecuniario del lavoro, o rispetto a ciò che l’operaio può guadagnare pel suo lavoro, ossia ciò che può guadagnare pel prezzo pecuniario del suo lavoro. Rispetto al salario reale dell’operaio in questo paese, è desso minore che in Sassonia.

Non bastando la sola ragione del salario a provare il minor costo della produzione, debbono anche mettersi a calcolo i vantaggi de’ capitali e delle macchine? — Non solo i capitali e le macchine, ma altre cose ancora, come il carbone ed il ferro, del pari che i vantaggi che offrono i nostri porti per la esportazione, e molli altri vantaggi interni in quanto al trasporto ed alla corrispondenza. La conchiusione a cui son pervenuto, dopo laboriose investigazioni da me fatte in ciascun paese dell’Europa, si è quella in sostanza che noi non dovremmo aver altro che una lassa fiscale, vale a dire solamente dazi da rendila. Fate dunque di non aver protezione di sort’alcuna, ma cercate bensì di fermare sopra uniformi ed equi principi il vostro sistema di tassare il popolo per cagion di rendita, e voi allora vedrete le vostre manifatture star a fronte di quelle di ogni altra nazione in ogni paese del mondo, e venderete la più parte delle merci a minor prezzo degli altri.

Sig. Chapman. Quando voi dite che il lavoro è in Sassonia, e generalmente sul Continente, più caro in realtà che non è in questo paese, intendete voi applicar ciò anche al lavoro marittimo? — No, strettamente parlando, non lo applico al lavoro marittimo; anzi son tanto lontano dal farlo in quanto che il vettóvagliar le navi costa molto meno sul Continente; per modo che, posto pure che i proprietari di bastimenti di colà dessero, il che non fanno, gli stessi salari che danno qui i nostri, essi ciò non ostante menerebbero sempre innanzi la loro navigazione a minor prezzo di noi, perciocché le vettovaglie di che il proprietario di bastimento provvede il suo equipaggio formano una parte essenziale del salario. Oltre di che, se un Olandese o un Prussiano fosse costretto a mantener la sua famiglia, a terra, con la stessa spesa che si paga in Inghilterra, il suo salario allora non gli varrebbe più della metà di ciò che lo stesso salario gli vale in Prussia; ma poiché egli mantiene la sua famiglia in Prussia, il basso salario da lui riscosso, atteso il buon mercato de’ commestibili in quel paese, lo mette in istato di vivere egualmente bene che un marinaio inglese il quale mantiene la sua famiglia in Inghilterra.

Presidente. Le circostanze da voi indicate non son perciò mollo nocevoli a'  proprietari di bastimento inglesi, nella lor competenza pe’ trasporti, in ogni parte del mondo? — Non v’ha dubbio alcuno.

Non avete voi scorto, in qualunque parte d'Europa siete stato, esser quel maggior dispendio quasi la sola cagione la quale impedisce a’ proprietari di bastimento inglesi di divenire i trasportatori generali del mondo? — Non v’ha alcun dubbio. Uno de'  grandi vantaggi che hanno i bastimenti di America e di Amburgo su’ bastimenti di questo paese, é che costa mollo meno il vettovagliar quelli che i nostri. Ed io mi son dato molta pena per accertarmi in qual proporzione sono fra loro i salari di un bastimento e la spesa necessaria a vettovagliarlo, perciocché molti nel calcolare i salari de’ marinai non trattano la quistione come lor converrebbe fare, non aggiungendo a salari la spesa occorrente a vettovagliare il bastimento, la quale è, in tutta la forza del termine, una parte de’ salari, e questi son per appunto ciò contra cui i proprietari di bastimento inglesi hanno grande. mente a competere; per modo che, ove costoro potessero vettovagliare ed equipaggiare i loro bastimenti al medesimo prezzo degli Amburghesi, potrebbero con molto successo entrar con essi in competenza..

Dunque, posto mente a siffatte cose,non istimereste voi conveniente, se non rimane alcuna protezione, il tor via tutte le restrizioni dalla marineria britannica?— In quanto alla marineria britannica, io direi: togliete via ogni restrizione rispetto a’ materiali inservienti alla costruzione de’ bastimenti, e rispetto alle vettovaglie, e rispetto a’ salari dei marinai.

Presidente. E dopo ciò, voi siete sicuro che ne verrebbe gran prò a’ proprietari di bastimento inglesi, e che aumenterebbe il loro traffico? Non v’ha alcun dubbio. Voi ben vedete ciò che i proprietari di bastimento inglesi son capaci di fare a dispetto delle difficoltà che li circondano, in conseguenza, se con la loro più che ordinaria abilità marittima, in riguardo alla direzione che danno a’ loro navigli, essi riescono al presente così bene e lottano contro la competenza degli stranieri, io son persuaso che ove voi toglieste via quelle restrizioni, il tonnellaggio dell'Inghilterra diverrebbe bentosto il doppio di quel che è oggidì.

Sig. Williams. Dond’è che, tranne la Boemia, la Svizzera e la Sassonia, i Governi degli altri paesi da voi visitati non han mai abbracciato. il sentimento che voi dite esser così generale contro i dazi proibitivi?— I Governi di quasi tutt'i paesi, tranne la Svizzera, la Sassonia e l’Olanda, furon presi dal visionario splendore di potersi da se provvedere ne' loro propri paesi di quanto fosse lor bisognevole. Cominciò questo in Francia sotto Colbert, e fu imitato da altri monarchi, ma il fatto è che que’ paesi in coi sono state compiutamente stabilite le protezioni, non hanno in verun modo prosperato dopo lo stabilimento delle stesse; e se han prosperato in qualche parte, è stato anzi a dispetto di esse; ed io ho in mio potere nna rappresentanza de'  manifattori di seta di Lione e di altre parti della Francia, i quali bramano di non aver protezione alcuna per le loro manifatture di seta.

 

 

COMMERCIO DEGLI OLI DI OLIVE DELLE DUE SICILIE

(Seguito e conchiusione).

Dispensa VIII. pag. 8.

Da’ generali scendendo mano a mano ne’ particolari del commercio esterno degli oli, cominceremo a recar l’attenzione so la parte che prendono in tal traffico la bandiera nazionale e la bandiera estera, senza parlare del quinquennio dal 1821 al 1825, perocché ne’ primi anni non essendovi stata differenza di dazio non si è avuto elemento da stabilire differenza di bandiera.

Or dal 1826 al 1830 la bandiera nazionale entrava per circa 5/6, e la bandiera estera per 1/6 all’incirca.

Dal 1831 al 1835 per circa 9/10 la nostra bandiera, e per 1/10 la bandiera estera.

Dal 1835 al 1840 la bandiera nazionale non ha lasciato all’estera che la dodicesima parte.

Son queste le proporzioni generali che si hanno dada media di ciascuno de’ tre quinquenni ricavata dallo specchio inserito nella pag. 16 della precedente dispensa.

Vedremo ora in quali proporzioni ciascun paese e la sua bandiera concorrono nell’esportazione dell’olio, con por mente al quadro qui appresso, formato sul periodo dal 1835 al 1840, diviso in due trienni. E bisogna contentarsi di tali notizie, stante che per mala ventura ne mancan tutte le altre le quali pur sarebbero importantissime per quegli altri anni anteriori di cui abbiam presentato il reassunto generale.

Parte che han preso gli Stati nell’esportazione dell’olio da dominidi quà del Faro, distinta con bandiera nazionale ed estera.

1835—37 1838—40




nazionale estera Totale nazionale estera Totale
Francia e Sardegna St. 3,690,521 160,966 3,851,487 4,070,365 152,373 ¾ 4,222,733 ½
Austria 3,218,981 ½ 13,544 3,232,525 ½ 3,567,782 ½ 13,290 3,581,072 ½
Inghilterra 253,533 563,239 816,772 335,599 507,737 ¾ 843,336 ¾
Stati del Nord (*) 709,747 101,732 811,479 1,154,003 ½ 53,128 ¾ 1,207,131 ½
Stati diversi 327,458 9,020 336,478 263,460 ½ 5,200 268,661
Totale 8,200,240 ½ 848,501 9,048,741 ½ 3,391,211 ¼ 7 31,730 10,122,941 ¼
Media per anno Francia e Sardegna 1,283,829 1,407,579


Austria 1,077,509 1,193,690



Inghilterra 272,257 281,112



Stati del Nord 270,493 402,377



Altri Stati 112,159 89,553



Totale 3,016,247 2,374,311



(*) Importa chiarire che sotto questa denominazione trovansi qui riuniti, oltre i paesi tutti bagnati dal Baltico, l’Olanda e il Belgio.

Questo specchio offre pel primo triennio, prendendo per base la cifra 100, le seguenti proporzioni circa la quantità esportala dalle diverse potenze:

La Francia 42,6
L’Austria 35,8
L’Inghilterra 9, —
Gli Stati del Nord 8,8
Altri Stati 3, 8
100

Nel secondo triennio le proporzioni sono state le seguenti:

Francia 41, 7
Austria 35, 3
Stati del Nord 11,9
Inghilterra 8,3
Altri Stati 2,8
100

Quanto all’ordine d’importanza delle potenze medesime, e all’andamento del rispettivo commercio nell’esportazione degli oli, ecco le osservazioni che ci si affacciano: In tutto il sessennio la Francia ha tenuto il primo luogo, e quantunque nel secondo triennio avesse esportato un decimo quasi di più del primo, nella massa totale delle nostre esportazioni è entrata per un ottavo di meno che nel precedente.

L’Austria ha serbato il secondo luogo per ragion d’importanza, e comecché il principal progresso dell’esportazioni per quel paese non è a ricercarsi che nel paragone del sessennio con gli anni avanti il 1835, v’ha pure dal 1838 al 1840 un aumento per altro poco notevole rispetto alla quantità esportata dal 1835 al 1837. L’Inghilterra, dal terzo luogo è discesa al quarto nel secondo triennio, e mentre ha avuto un lievissimo aumento nella quantità rispetto al primo triennio, é scesa di un dodicesimo per la parte presa nell’intera esportazione. Gli Stati del Nord che seguivano l’Inghilterra nel primo triennio, la precedono [nel secondo, e 'l paragone tra le quantità esportate ne’ due trienni dà un aumento come 2 a 3 all’incirca. Su la massa totale l’aumento è stato di 4 a 5 circa.

Alla pagina 15 ci siam ristretti a dar la notizia della quantità totale esportata nel 1841 senza che poi fossimo entrati nelle particolarità, perocché abbiam voluto considerare siccome anormale la cifra di staia 1,663,686,, che ci riconduce a quella degli anni anteriori al 1815, e perfino alle quantità del 1771. Pure le particolarità dell’anno 1841 rivelano un fatto assai importante per la tendenza dell’aumento dell’estrazione di questa derrata per l’Austria, essendone stata spedita per quel destino oltre la metà della quantità totale, cosicché forse per la prima volta nel 1841 l’Austria ha tenuto il primo luogo tra tutt’i paesi che hanno esportato olio da’ domini continentali, compreso la Francia.

Ciascuna delle bandiere delle dette potenze nell’esportazione degli oli, rimpetto alla bandiera nazionale, ha avuto la parte seguente, pigliando la media su l’intero sessennio.

Nazionale Estera Totale
Francia e Sardegna. 40,4 1,6 42,
Austria 35,4 1 36,5
Stati del Nord 9,7 8 10,5
Inghilterra 3,1 5,5 8,6
Stati diversi 3,1 3 3,4
91,7 8,3 100

Notiamo che nella intera quantità che comparisce sotto Francia e Sardegna 15,5 è fatta con commercio diretto, diviso tra la bandiera francese e la napolitana. Il resto è importato da legni napoletani in Nizza e Genova per risparmiare appunto la differenza di dazio nel porlo di Marsiglia, dove dagli Stati sardi lo trabalzano legni di bandiera francese.

La bandiera inglese è la sola che nel coacervo prende nna parte maggiore nella esportazione degli oli; e la principal ragione sta nella somma delle spese che un legno inglese ed un legno napoletano della stessa portala incontrano ne' due paesi, messe a calcolo le tasse differenziali per la estrazione dell’olio e pel dritto di tonnellaggio (a).

(a) Un legno dì bandiera inglese, di 240 tonnellate, che da un porto dai reali domini continentali importasse in Inghilterra un carico di olio, il quale per un legno di tal portata può esser calcolato a circa staia 21,000, paga per diritto di estrazione, alla ragione di grana 30 a staio duc. 6300
Dritto di tonnellaggio nei porti del regno, a ragione di grana 40 a tonnellata 99
Spese occorrenti nel porto di Londra ad un bastimento di tal portata 402
Dazio d'importazione in Inghilterra, a ragione di D. 1,20 a cantaio 2,594
Totale 9,392

Per un legno napoletano della stessa portata:

Diritto di estrazione, alla ragione di grana 20 a staio duc. 420,00
Diritto di tonnellaggio nei porti del regno, di grana 4 a tonnellata 9.60
Spese occorrenti nel porto di Londra 537,40
Dazio d'importazione in Inghilterra, a ragione di D.2,40 a cant. 5,188,00
Totale 9,935,00
Differenza in più rispetto al primo bastimento 543,00

Ecco i principali porti del Regno, e la proporzione che togliendo anormale cifra 100 questi prendono nell'esportazione degli oli per lo straniero:

Gallipoli 26
Gioia 13,8
Bari 13,3
Monopoli 8,9
Moffetta 7,7
Taranto 4,6
Altri porti 24,7
100

Secondo siffatte notizie, i principali caricatoi di questa parte de’ Reali Domini sono: Gallipoli per l'Adriatico, Gioia pel Tirreno, luoghi dove si trovano costrutti magazzini di deposito provveduti di tutto; e segnatamente Gallipoli è chiaro per le sue cisterne e per la qualità che loro suole essere attribuita di purificare l’olio, di tal che vanno ivi a depositarsene talvolta anche di quelli de'  lontani punti del regno.

Le principali esportazioni pei paesi al di là dello stretto di Gibilterra, e massimamente per l'Inghilterra, avvengono in Gallipoli, la qual cosa ne dimostra perché in quel porto la proporzione nell'esportazione tra la bandiera nazionale e l'estera offresi favorevole a quest’ultima. La bandiera inglese vi esercita il suo maggior commercio di esportazione, ed abbiam dianzi additato le condizioni di preferenza che le rinvengono su la bandiera nazionale nella somma delle tasse differenziali de’ due paesi.

Da Gioia seguono le principali esportazioni per Marsiglia.

Da Bari quelle per gli Stati Austriaci.

Le cose fin qui da noi dette su la produzione degli oli, su lo stato di coltura, sul cammino progressivo di questa branca dell'esterno commercio, si restringono alla parte ‘ continentale del Regno, stantecché ci mancan finora le notizie che avremmo desiderato per offerire un cenno simile intorno alla parte insulare del regno.

Caviamo soltanto dal lavoro pubblicato nel 1839 dal ministero delle Finanze il seguente specchietto dell'esportazione degli oli dalla Sicilia dal 1835 al 1838.

L'ammontare totale delle quantità estraregnate è distinto per bandiera nazionale e per bandiera estera, e le proporzioni tra l'una e l'altra son meritevoli di particolare attenzione, poiché in opposizione de'  fatti che si sono osservati sul commercio degli oli nei domini di quà del Faro, in quelli al di là non la bandiera nazionale ma Pesterà esporta la quantità maggiore, entrando la prima nella massa totale per una sola terza parte, e la seconda per due terze parti all'incirca.

Esportazione dell'olio di olive dalla Sicilia dal 1835 38.

COACERVO MEDIA




STATI con bandiera Totale con bandiera Totale

nazionale estera nazionale estera























Francia... Staja 72,278 466,838 539. 136 18,069 116,715 134,784
Sardegna 227,473 72,354 299,827 56,868 18,088 74,956
Inghilterra 209. 483 486,305 695,788 52,371 121,576 173,947
Austria 103. 312 99,486 202,798 25,828 24,871 50,699
Stali del Nord 43,535 159,882 203,417 10,883 39,971 50,854
Altri Stati 34,314 237,201 291,515 13,578 59. 300 72,878
Totale 710,395 1,522,086 2,232,481 177,597 380,521 | 558,118

Abbiamo osservato il cammino che ha avolo il commercio degli oli e'1 suo sfato attuale, ma per rendersi ragione delle sue vicende, e spingere quanto sia possibile lo sguardo nell’avvenire, sarà certamente pregio dell'opera il considerare ('andamento dj questo commercio presso i paesi principali di consumo, e considerare gli oli delle Sicilie in concorrenza non soltanto degli oli di olive degli altri paesi) ma benancora de’ surrogati che da parecchi anni hanno incontrato negli oli di palma e in tutti quelli cavati e che tutto giorno cavansi da'  frutti e semi oleaginosi.

Con tale intendimento non crediamo potere far meglio che dirizzare le nostre osservazioni in ispezie verso la Francia e la Inghilterra, pei quali due paesi ancora si hanno tante notizie che ci mancherebbero per gli altri.

La Francia, sopra tutto, secondo che già il cennammo, ha sempre formato il nostro principale e più costante mercato per l’olio bisognevole alla fattura del sapone, antichissima e importantissima in Marsiglia; e chi percorresse i regolamenti dati fuori da quel Governo prima del 1789 per regolare questa industria, troverebbe tra le altre restrizioni e di vieti Tessersi proibito di far uso nella fabbricazione di grassi ed oli diversi dall'olio di olive. Se avessimo per gli anni avanti il 1806 lutte le notizie di una statistica commerciale esatta, sia pel regno di Napoli, sia per la Francia, leggeremmo chiaramente che allora il più dell’olio estraregnato da Napoli e Sicilia era destinato alla consumazione di Marsiglia; che in questa consumazione noi prendevamo la parte massima, oltre la quantità somministratane dalia Provenza.

In uno specchio delle merci immesse nel porto di Marsiglia nel 1782, contenuto nella citata opera del Galanti, si osserva la somma dell'importazioni dell’olio da Napoli e Sicilia per quel porto essere stata di valore uguale a franchi 7,831,142 (D. 1,779,805); e comecché non abbiamo per l’anno stesso la cifra che ne rappresenti la consumazione generale di Marsiglia, è detto nel Dictionnaire des Marchandises, art. Savori, che le fabbriche di sapone nel 1789 adopravano una quantità di olio pel valore di fr: 14,400,000, donde sottratta la parte degli oli di Provenza per fr: 3,137,000, risulterebbe per la somma delle importazioni da'  paesi esteri nna cifra maggiore in tutto per tre decimi della valuta degli oli che soltanto da Napoli e Sicilia eransi introdotti nel 1782; ed avvertiamo che in quell'epoca si parla soltanto di oli di olive, e non di altri che fossero entrati compagni nella fabbricazione del sapone.

La particolare attenzione la quale, il ripetiamo, sembra a noi doversi volgere a questa branca del nostro commercio con la Francia, dovrà far accogliere con gradimento lo specchio che inseriamo qui appresso, ov'è notata l'esportazione in Francia degli oli di olive di tutte le provvenienze dal 1827 al 1841, e vi è aggiunta la notizia della ragion del dazio d'importazione per tutto l'indicato periodo.

Nel difetto di nostre notizie sa i particolari dell’esportazioni delle Sicilie in olio con destino pei vari paesi esteri anteriormente al 1835, lo specchio anzidetto formato su documenti officiali pubblicati dall’amministrazione francese t ci rappresenterebbe nel cammino seguito dal commercio degli oli in Francia pel giro di 15 anni la parte che noi avremmo preso sa la totalità degli oli, e le vicende di questa branca di nostro commercio dal 1827 al 1841, se sventuratamente le tortuosità che travia incontra quella nostra derrata, dirigendosi per la più parte in Genova e Nizza con bastimenti napoletani a fin di trabalzarsi in Marsiglia con legni francesi, non fossero di ostacolo alla giusta ed esatta estimazione delle quantità che noi somministriamo alla Francia.

Abbiamo, egli è vero, quando si è trattato di presentare questo commercio sa gli elementi de’ nostri prospetti doganali, arrischiato di fondere nella quantità delle esportazioni dirette per la Francia quella ancora spedita dal Regno per la Sardegna, siccome destinata diffinitivamente per la Francia. E quantunque non potessero tutte esser colà trabalzale le quantità inviate in Sardegna ricevendo per avventura altre destinazioni, spregevoli sonosi da noi reputate le quantità che avessero potuto essere indirizzate altrove, e perciò non ne abbiam tenuto conto. Di fatti dalla Sardegna le importazioni massime in olio non vanno che in Francia.

Non del pari, e con uguale presunzione di ravvicinarci alla verità, ci sarebbe dato definire la somma delle quantità degli oli delle due Sicilie importate in Francia, facendola rappresentare dalle quantità intere che appaiono colà importate dalla Sardegna, essendo che le importazioni dalla Sardegna comprendono e gli oli delle due Sicilie e quelli che per non lieve quantità dalla riviera di Genova si mandano in Francia.

Per aver dunque alcune cifre meno esatte della parte che gli oli delle due Sicilie prendono sa la totalità delle importazioni in Francia, dovremmo contentarci di quelle che si. hanno per gli anni 1835-36-37 e 38, ravvicinando le cifre desunte dai nostri prospetti doganali con quelle che leggonsi nello specchio più innanzi inserito, e che noi qui appresso ricordiamo.


Quantità

ridotte in staia napolitane delle importazioni totali dell’olio di olive in Francia.

Quantità

spedite dalle Due Sicilie in Francia, anche per via di Sardegna.





Anno 1835 staia 3,047,918 Anno 1835 staia 922,426
1836 3,722,035 1836 2,208,771

1837 3,776,211 1837 1,465,939

1838 3,767,033 1838 1,444,760

Totale 14,313,197 Totale 6,041,896

Media 3,578,299 Media 1,510,474


Secondo il calcolo fatto su quel quadriennio, il nostro olio entrava per 4/10 nell'importazione. Per la qual cosa se volessimo porre a confronto le proporzioni in cui prima del 1805 ed oggi i nostri olì stanno nella consumazione della Francia, il paralello risulta a favore del passato, poiché in sostanza può aversi per vero che una volta davamo prossimamente i 7/10 su la quantità totale, ed ora soltanto 4/10.

Ad ogni modo è notevole come, lasciando stare le proporzioni rispetto agli altri paesi) la quantità degli oli del regno importata in Francia è grandemente cresciuta al paragone delle cifre notate dal Galanti. Quel che importerebbe fermare, sarebbero le vicende delle nostre esportazioni per quel destino segnatamente dal 1827 al 1841; e poiché per le ragioni dette un giudizio esatto su l'intero periodo de’ 15 anni tornerebbe impossibile, per approssimazione semplicemente ci sarà concesso desumerlo dal seguente specchietto d’onde raccogliesi, che la. somma riunita delle importazioni in Francia dalle due Sicilie e dalla Sardegna non pre senta notevole varietà dal secondo quinquennio al primo, ma che nel terzo quinquennio osserva rispetto al primo ed al secondo coacervati una diminuzione di presso che 1/7

Media dei coacervi del



1.°

Quinquennio

2.°

Quinquennio

3.°

Quinquennio



Spagna Staia 638,575 534,382 522,588
Sardegna e due Sicilie 2,889,279 2,813,182 2,468,492
Toscana 25;965 82,010 102,488
Stati Barbareschi 309,918 558,844 210,044
Turchia 214,615 185,347 607,723
Altri Stati 71,458 98,987 67,374
Totali 4,149,810 4,272,752 3,978,709

Esaminando su lo specchietto medesimo il cammino del commercio degli altri paesi durante lo stesso periodo di tempo, vedremmo l'importazione dalla Spagna abbastanza ragguardevole nel 1°. quinquennio (e nel 1831 avea sola assorbito i 3/10 della intera quantità introdotta in Francia) decrescere nel 2°. quinquennio di /6, e nell’ultimo quinquennio di 1/5 in circa.

Gli Stati Barbareschi nell'ultimo quinquennio sono scemati di 1/3 rispetto al 1. quinquennio, e rispetto al secondo sono scemati per modo che non costituiscono più di 1/3 di quello che erano nel quinquennio precedente. Ed avvertiamo sotto la denominatone di Stati Barbareschi essersi da noi compreso anche Algeri che poco o nulla ha contribuito in quest’ultimi anni al consumo di Marsiglia.

La Turchia è il paese pel quale incontriamo il più deciso anniento nell’importazioni in Francia; la media dell’ultimo quinquennio è più del triplo della media degli altri due quinquenni coacervati; e se si volge lo sguardo all’altro specchio da noi più sopra riprodottoci si scorge nel solo anno 1841 una quantità superiore per sé sola alla somma tutta coacervata di ciascuno de’ quinquenni precedenti, cioè Kilogrammi 10,509,034, i quali costituiscono oltre il terzo della massa intera delle importazioni in Francia per quell’anno.

Nella totalità de’ diversi paesi esteri (tranne Sardegna e due Sicilie) l’ultimo quinquennio rispetto al primo e secondo coacervati offre quell’aumento di a7. all'incirca che si è veduto di meno nelle importazioni da Sardegna e Due Sicilie.

Finalmente se si volesse dare uno sguardo generale alla quantità complessiva degli oli importati in Francia dal 1827 al 1841, se ne trarebbe lo scorpamento che questo commercio ha subito nell’ultimo quinquennio, quantunque di poco rilievo, rimpetto al primo ed al secondo quinquennio.

Eccoci ora all’Inghilterra.

Il traffico dell’olio, di lieve momento una volta per noi secondo le cifre tramandateci dal Galanti, essendosene nel 1784 estratte dal regno di Napoli per quella destinazione non più che salme 3,000 (staia 48,000), ha acquistato una non lieve importanza ai dì nostri fino al punto che, malgrado le misure eccezionali alle quali nel 1828, e massime nel 1834, gli oli di questo regno soggiacquero nei porli inglesi, non han mai lasciato di dare nel consumo di quel paese una parte assai larga.

Prima di scendere in particolari su cotal branca del nostro commercio con il Regno Unito, sarà bene presentare nel seguente specchio le somme totali delle quantità ivi impor tate in ciascuno degli anni 1820 al 1841. Una notizia importante si leggerà in siffatto specchio, quella delle vicende che hanno avuto le tasse d’immissione per gli oli di olive, lasse tanta generali quanto speciali per la produzione e la bandiera delle Due Sicilie.

Quantità espressa in galloni Quantità espressa in staia



1820 499,289



1821 634,766 Con qualunque

bandiera  

dazio per tonnel-lata £ 18,15,7 277,853 daz. per St D 1,07
1822 920,812 403,061


1823 869,770 380,719


1824 880,673 385,491


1825 1,581,074 id » 8, 8— 692,072 idem  — 52
1826 724,719 317,320


1827 1,028,174 450,056


Con qualunque




1828 2,336,001 bandiera dazio £ 8,8— 1,022,523 idem » —52
napolitana  » 9, 9— idem » —54


Con ogni bandiera 8,8— 505,061 idem » —52

1829 1,153,835 napolitana 10, 10— idem » —65
1830 2,791,057 1,221,712


1831 4,158,917 1,820,457


1832 110,882 48,632


1833 1,891,918 867,532


Per ogni bandiera dazio £ 4,4— idem » —26


1834 2,318,142 o provenienza 1,014,712 idem » —52
Olio di Napoli dazio £ 8,8— idem » —65


con bandiera nap dazio £ 10,10—



1835 606,166 265,333


1836 2,682,016 1,173,982


1837 1,721,914 753,722


1838 2,009,110 879,435


1839 1,793,920 785,144


1840 2,213,436  968,873


1841 1,143,124; Per ogni provenienza daz.  £ 4,4— 500,372 idem » —26
1842 Band. napolitana   6,6— idem » —40

Nuova tariffa Per ogni prov 2— idem » —12
Band. napolitana   4— idem » —24



Sarebbe del più gran momento il poter determinare per l’intero periodo dal 1820 al 1811 la parte che in ogni anno le nostre importazioni in Inghilterra han preso su le quantità totali.

Da’ nostri prospetti doganali non possiamo desumere che i chiarimenti per gli stessi anni in cui gli abbiamo avuti per la Francia, cioè dal 1835 al 1838, ravvicinando lo cifre delle nostre importazioni in Inghilterra per quel periodo alle importazioni totali per gli stessi quattro anni. Cosi coacervando pel quatriennio le quantità totali in staia 7,072,473, e le quantità degli oli spediti dalle Due Sicilie nel Regnounito, (tranne però Malta e Gibilterra) avremmo, per media delle importazioni totali, galloni imperiali 1,754,801, pari a staia 768,118, e per media delle importazioni delle Due Sicilie staia 391,859 per modo che il nostro regno dal 1835 al 1838 entrava nella importazione generale per circa una metà.

A fin di conoscere poi, rispetto a quel quatriennio, qual sia stata la proporzione del nostro commercio negli anni precedenti allora quando niuna o minori erano state le tasse differenziali a danno di questo nostro commercio, le statistiche inglesi a cui dobbiamo rivolgerci non potranno adeguatamente sopperire all’uopo. In queste le quantità provenienti dalle Due Sicilie non son poste in nna categoria a parte, ma son tutte complessivamente raccolte sotto Tunica denominazione d’Italia, laonde il por mente soltanto che tra gli oli spedili dall’Italia quelli di Napoli assorbono la parte massima, può farci stabilire un calcolo di semplice approssimazione per giudicare dell’andamento del commercio delle Due Sicilie in Inghilterra desumendolo dalle cifre dell’Italia.

Ora il coacervo degli anni 1828 al 1834 delle importazioni dall’Italia monta a galloni 10,120,349, pari a staia 4,429,917, e la media è di staia 632,845.

Coacervando poi le annate dal 1836 al 1839 per galloni 4,870,099, pari a staia 2,131,758, si ha una media di staia 532,939.

Quindi scemamente di circa un sesto per le importazioni dall’Italia, e conseguentemente da questo regno dopo quei provvedimenti eccezionali che, oltre la sopra lassa per la bandiera, colpivano la produzione delle Due Sicilie in Inghilterra di un dazio doppio di quelle imposto su gli oli di qualunque altra derivazione.

In quest’ultimo tempo la sopratassa su la produzione in £ 4,4 a tonnellata essendo stata tolta, o ’l dazio posteriormente adottato con la recente tariffa essendo stato ridotto a non più che £ 2,2 a tonnellata, rimasta solo in piedi la tassa differenziale per la nostra bandiera in £ 2,2, importerebbe mollo il vedere l’andamento del commercio degli oli delle Sicilie in quel paese dopo le successive facilitazioni che vi ha ricevuto.

Noi manchiamo per ora di notizie compiute per esporre ampiamente i risultamenti delle novelle disposizioni daziarie. Certo è però che il traffico dell’olio di olive nel Regnounito, compresso nel suo sviluppo e sviato in gran parte dal natural suo corso per effetto delle misure legislative, deve ripigliare una maggiore importanza, e rispondono a tale espettazione le notizie che si hanno per questo anno 1842, segnatamente per l’aumento de’ caricamenti da Gallipoli con destinazione pe’ porti inglesi.

Volendo inoltre dare uno sguardo alle vicende degli altri paesi che ci fanno concorrenza sul mercato britannico, cioè la Spagna, il Levante, il Portogallo,ec., scorgeremmo, al pari che in Francia, le importazioni dalla Spagna in Inghilterra esser venute declinando. Difatti, gli anni coacervati dal 1828 al 1834 avean dato per media annuale galloni 486,694, pari a staia 213,037, e nel quatriennio dal 1836 al 1839 s’incontra una media di non più che gal. 326,546, pari a st. 144,908; diminuzione quindi di circa un terzo. In generale una tendenza all’aumento osservasi nelle cifre delle importazioni del Levante, guardandone il loro stato nello stesso quatriennio fino al 1839, consideralo rimpetto agli anni precedenti. Notevole però sopra ogni altro si è mostrato l’incremento nelle importazioni dal Portogallo. La somma di queste nei sette anni dal 1828 al 1834 non aveva superato in complesso i galloni 24,488, pari a st. 10,719, laddove pei dal coacervo del quatriennio dal 1836 al 1839 abbiamo avuto una media di gal. 277,585, pari a st. 121,505.

A considerare poi nella totalità le importazioni nel Regnounito da diversi paesi di produzione, tranne l'Italia, ci si offre per gli anni 1828 al 1834 la media annuale di galloni 662,992, pari a staia 290,207, e per gli anni 1836 al 1839 la media di galloni 834,215, pari a staia 365,155; quindi un notevole aumento nelle importazioni dagli altri paesi, fuori le Due Sicilie, nella proporzione di 'u.

Ma qual’è stato per ultimo l’andamento generale di questo commercio degli oli in Inghilterra rispetto alla massa totale delle importazioni? A tale domanda risponde per sé stesso lo specchio dianzi inserito per gli anni 1820 al 1841.

Risalendo al primo quinquennio, il coacervo degli anni 1820 al 1824, allora che l’enorme dazio di. £ 18,15,7, a tonn. non era stato ancora scemato, dava una media annuale da non superare i galloni 900 mila.

Dal 1825 la quantità si è più che duplicata, e qualche volta come nel 1831 una sola annata ha presentato una quantità maggiore del coacervo del primo quinquennio.

Ma questa progressione ascendente non si è però mantenuta negli ultimi anni, per modo che paragonando il coacervo dell’ultimo settennio dal 1835 al. 1841 col coacervo de'  sette precedenti anni, abbiamo nell’ultimo settennio una media di gall. 723,089 a fronte di galloni 923,852; diminuzione perciò di circa 1/5.

Vero è che le notizie che si hanno del 1842, dopo le notevoli riduzioni generali delle tasse d'importazione dell’olio in Inghilterra, fanno credere tale aumento nella immissione da superare tutte le cifre de’ precedenti anni, eccetto quelle del 1831.

Noi appena che ne avremo gli elementi, non mancheremo di dare a disteso il movimento del commercio degli oli nel 1842, movimento ben degno di esser considerato appunto in connessione con la efficacia che hanno avuto su di esso le leggi doganali.

Il fatto meritevole di attenzione il quale vien fuori dall'esame delle statistiche francesi ed inglesi, si è quello di non veder negli ultimi anni progredito il commercio degli oli di olive malgrado il grande aumento negli usi e nei bisogni degli oli per le industrie e per le manifatture. Questa osservazione basterebbe a far fede della importanza grande che han dovuto prendere i succedanei, quando non risultasse pure da cifre positive che si hanno dagli specchi doganali.

Noi cominceremo dalla Francia. I semi oleaginosi entrando perfettamente nella coltura alterna con i cereali, han preso luogo tra le grandi colture e dividono oggi giorno quasi esclusivamente con l'ulivo la produzione degli oli necessari all'economia domestica e alle fabbriche (a).

Questi semi sono: il colsat (ravizzone), il cosi detto oglietto o olio di papavero; il lino, il cotone, il canape, il rapette (trifoglio), l’arachide, la giuggiolena o sesamo.

Non parleremo già dell'olio di colsat e dell’oglietto che sono stati i surrogati più noti, molto introdotti nell'uso dell’illuminazione e delle fabbriche di sapone, oli i cui semi si hanno abbondevolmente dalla interna coltura della Francia (b); ma ci restringeremo a dar quelle notizie che chiare ci si attestano dagli specchi officiali del commercio esterno, e che varranno a farci estimare l’importanza attuale e 'l cammino progressivo dell’uso de'  semi oleaginosi, almeno per quelle quantità che la Francia ne cava dai paesi stranieri.

Inseriamo all'uopo qui appresso uno specchietto che rappresenta le quantità importate in quel regno dal 1827 al 1841, secondo le pubblicazioni officiali dell’Amministrazione della Dogana; al quale specchietto altro ne aggiungiamo sul movimento de’ semi oleaginosi nel solo porto di Marsiglia durante l'anno 1842, compilato questo sopra particolari elementi, comecché di buona sorgente, a noi pervenuti.

I.

Semi oleaginosi importati in Francia dal 1827 al 184

V. Dictionnaire des marchandises, litri le rie grame

Dal rapporto al re del ministro del commercio sul 4.° vol. di statistica della Francia risguardante l’agricoltura, si ha che ne’ soli 43 dipartimenti della Francia orientale il colsat occupa almeno 116 mila ettari che danno 1,500,000 ettolitri di semi (3,700,000 circa tomoli napolitani).

II.

Semi oleaginosi importati in Marsiglia nell'anno 1842.

Le medie de’ tre quinquenni dal 1827 al 1841, secondo che scorgesi nello specchietto primo, ne addimostrano (al progressivo incremento nell’importazione de’ semi oleaginosi, che nel terzo quinquennio è salita alla proporzione presso che di un quadruplo dell’ammontare del primo quinquennio, cioè chilog. 39,832,943, pari a cant. 446,925.

Leggiamo nell’altro specchietto la quantità de'  semi oleaginosi importati in Marsiglia nel 1842 essere stata non minore di quintali metrici 430,343, uguale a cantaia 482,842; e quel che più monta si è la notizia che vi s'incontra ancora della produzione che siffatta quantità di semi ha dato in olio, cioè quint. met. 144,851, pari a staia nap. 1,572,879; il che importa che l’olio estratto da quei diversi semi oleaginosi risponde ad un terzo della quantità de’ semi stessi. Questo è nel coacervo delle quantità degli svariati semi, poiché in ragione de’ semi diversi Polio che se ne cava è in quantità maggiore o minore secondo che leggesi nello specchietto medesimo, dove tra le altre cose osservasi la rapida e impreveduta importanza de'  semi di giuggiolena (ed aggiungiamo non soltanto per la quantità importata, ma benancora per la qualità e prezzo dell’olio che se ne ri cava) malgrado che, non è gran tempo, nel 1838, poco o niun conto facevasi in Francia di questa specie di semi (a).

(a) Nel citato Dìctionnaire des marchandisesv sotto l'articolo huile de'  sesame, si parla di questi remi e dell’olio commestibile usato in oriente fin dalla più remota antichità, preferendolo gli arabi all'olio di olive. Si parla del suo uso per l'illuminazione, e si aggiunge e on a importé des graines de'  sèsamo en France vera Pannée l'28 ou 1829 pour essayer l’extraction de'  cet huile; il parait que les resultats n’ont pas été satisfaisants, car cette affaire n’a pas eu de'  suite.

Una delle cose che qui cade molto a proposito di notare si è la quantità d'olio di olive importato in Marsiglia da’ paesi esteri nell’anno 1842: di migliarole 376,300, pari a……………………………………………… St. 2,394. 632

Alla qual quantità aggiunta quella dell’olio estratto da semi oleaginosi in

………………………………………………………………………………...St. 1,572,839

Abbiamo in tutto………………………………………………………..St. 3,967,471.

Le quali cifre tutte ci offrono la quantità intera de’ diversi semi importali in Marsiglia, e le proporzioni nelle quali sono entrali in tale quantità gli oli di olive (non compresi quelli della Provenza e della Corsica) e gli oli de’ semi oleaginosi, venuti dallo straniero cioè i primi per 6/10 ed i secondi per 4/10.

Comecché la proporzione di un terzo di olio rispetto alla quantità intera de’ semi risultasse dal coacervo delle particolari proporzioni per quei tali semi importali in Marsiglia nel 1842, questo elemento servir potrebbe ad un calcolo comunque approssimativo per applicarlo ancora alla quantità de’ semi oleaginosi importati in Francia dal 182741, giusta lo specchietto I, ed inferirne che i chilog. 39,839,943 pari a cant,446,925 che costituiscono la media dell’ultimo quinquennio, han dovuto fruttare in olio la quantità in circa di un milione e mezzo di staia, di tal che paragonando questa media a quella del primo quinquennio che ne offriva un quarto appena, sarebbesi ottenuto da’ semi oleaginosi una quantità di più di 1,106,307, il quale aumento è parte di quella estensione che gli oli han ricevuto negli usi domestici e delle industrie, e che non può apparire nello specchio alla pagina 92 risguardante il commercio segnatamente degli oli di olive. Difatti,se ponghiamo a confronto e raccogliamole cifre dell’importazione dell’olio di olive e quelle delle quantità di semi oleaginosi importale dal 1827-41, ne vien fuori la conseguenza di un aumento che negli oli in generale si é avvertilo per oltre un quarto paragonando l’ultimo quinquennio dal 1837-41 agli anni precedenti. E notiamo che cioè senza tener conto dell'olio di colsat e di papavero somministrati dall’interna produzione, senza comprendervi, in fatto di surrogati, altri oli fuori quelli estratti da’ semi oleaginosi, senza comprendervi i grassi.

D’altra parte è pure introdotto in Francia l’uso dell’olio di palma e di cocco, il quale, ancorché in quel regno non fosse di gran rilievo, ci si presenta non pertanto nelle statistiche commerciali con una costante tendenza all’aumento. Nel 1827 comparisce su gli specchi appena per chilog. 63; nel 1830 era già di chilog. 29,000, e nel 1839 aveva raggiunto i chilog. 665,536.

Una delle cose che non è da preterire discorrendo dei surrogati e delle sostanze che si mescolano agli oli nei processi delle industrie, sarebbe senza dubbio il ragionar dei grassi.

Questi tra gli altri usi onde sono adoprali entrano nella manifattura di talune specie di saponi; (a) ed a dar un’idea del loro rapido e ragguardevole progresso, additeremo i resultamenti che si hanno dalle poche seguenti cifre delle importazioni dai paesi stranieri dal 1827 al 1841. Or le quantità di grassi importate durante il decennio dal 1827 al 1836 non furono nella loro totalità maggiori di kilogrammi 30,516,127, uguali a cantaia 342,390, laddove poi le quantità risultanti dal coacervo del solo susseguente quinquennio dal 1837 al 1841 sono ascese alla somma di kilogrammi 36,726,560 pari a cantaia 412,072; e conseguentemente nell’ultimo quinquenni) apparisce l’importazione de’ grassi con tale aumento, che la sua media annuale corrisponde a kilogrammi 7,345,312 pari a cantaio 82,416 rimpetto alla media del precedente decennio non maggiore di kilogrammi 3,051,611 uguali a cantaia 34,239.

Eccone a toccar dell'Inghilterra, il che farem brevemente non avendo notizie adeguate su Toso de’ semi oleaginosi, il quale per verità in Francia ha la sua importanza massima dall’estesa fabbricazione de'  saponi.

Ciò nullamanco, a deporre dell’aumento che in breve tempo han quivi compiuto i surrogati, invadendo il luogo degli oli di olive, non farem che guardar all’olio di palma, bastando il dire che nel 1820 l'importazione di quest’olio nel Regnounito montava appena a quint. 17,546, pari a cantaia 10,000. Nel 1827 già cresceva a quint. 94,456. Nel 1836 toccava ormai la cifra di quintali 277,017. Nel 1839 non era meno di quint. 343,760, pari a circa cantaia 200,000, cioè staia 1,900,000. Or si aggiunga a questa sola quantità quella degli oli di olive, e si avrà quasi triplicato l'uso degli oli rispetto agli anni precedenti.

Seguire fil filo il cammino ulteriore de’ sorrogati in Inghilterra in sino ad ora, egli è cosa del più gran momento dopo che le tasse su gli oli di olive sono state alleviate così nel loro ammontare generale come ne’ diritti differenziali, per vedere appunto i resultamenti che han quelle operato su gli oli di ogni specie, e noi ci studieremo indagare in progresso questi fatti per darne contezza nella nostra Biblioteca.

Dopo di aver ragionato del cammino progressivo e dello stato attuale del commercio degli oli di olive e degli altri surrogati per la Francia e per l’Inghilterra, avremmo desiderato di fare il medesimo per tutti gli altri paesi di consumazione con l’aiuto di specchi simili che comprendessero del pari on periodo di più anni; ma nel difetto in che per ora siamo di tutti gli elementi all’uopo bisognevoli, e con la speranza di poter presentare in progresso somiglianti notizie, almeno per i paesi in coi le compilazioni pubblicate

(a) Nel Dictionnaire des raarchandises leggesi all’articolo Graisses—«On les mèle aux huìles pour la fabrication des savons; on en fait aussi des savons spéciaux dits savons de'  suif, et enfin des savons mixtes de'  sujf, et arcanson, dits savons de'  résine ou gavons jaunes—.

da’ governi vi si prestano, non manchiamo qui di cennare in generale che la consumazione degli oli in questi ultimi anni ha avuto incremento notevole in Germania, Austria, negli Stati del Nord ec.; che siffatto incremento si è sopratutto e presso che interamente sperimentato per gli oli di olive, avendo in quei paesi Gnora i surrogati avuto poca o ninna importanza; e qui ancora cade in acconcio il ricordare che segnatamente su le importazioni in quei paesi dal regno di Napoli dell’olio di olive è stato di gran rilievo l’accrescimento tutto giorno osservatosi.

In sostanza può aversi per fermo che l’uso degli oli negli ultimi anni ha avuto nell’economia domestica e nelle industrie quel grande aumento che risponde al generale incremento delle popolazioni ed ai novelli e moltiplici bisogni che il progresso e l'estensione industriale han tratto seco, se non che in Francia ed in Inghilterra a siffatto aumento han sopperito per grandi quantità gli oli estratti datemi oleaginosi ed altri surrogali anzicché quelli di olive, i quali al contrario negli altri paesi rappresentano quasi intero l’aumento nell’uso degli oli. La qual cosa ne rende ancora ragione del perché in Francia ed in Inghilterra il commercio degli oli delle Sicilie è andato declinando, laddove per allra parte lo abbiam veduto progredire notevolmente in Austria, nel rimanente della Germania, negli Stati del Nord ec, Uno de’ punti che non sarebbe di lieve momento il chiarire, sono le cagioni che han promosso tanto da alcuni anni a questa parte l’uso de’ surrogati degli oli di olive, e come questo fatto si sia presentato principalmente in Inghilterra ed in Francia.

Parecchie per certo sono a tenersi le cause di questo progresso de'  surrogati, cioè l.° lo spirito industrioso de'  giorni nostri, che incitato e stretto dalla necessità di conquistare il vantaggio nella concorrenza mediante lo scemamento delle spese di produzione, si affatica tutto giorno verso questo scopo; 2.° ancora forse un bisogno nella consumazione cresciuto con tal rapidità, che l’olio di olive non ha potuto soddisfare all’approvvigionamento per la scarsezza delle raccolte e per la perdita che delle calamitose circostanze han fatto sperimentare sul mercato generale da parte di (alone contrade mercé l’opera de’ disordini politici, delle guerre, delle devastazioni; mentre è noto che l’albero di olive abbisogna di molto tempo per estenderne la coltivazione ed averne i frutti; 3.° a parer nostro una delle cagioni di questo aumento ne’ surrogati, e cagione principale, è da ravvisarsi nell'efficacia degli ordinamenti legislativi per le tasse d’importazione su gli oli di olive rimpetto a quelle stabilite pei surrogati e pei semi da cui questi si cavano; e per verità nello scorrere le tariffe de’ principali paesi di consumo abbiamo queste tasse, in quanto agli oli di olive, essere state gravissime in Inghilterra e tali tutto giorno serbarsi ancora in Francia.

Non prima del 1825 l’Inghilterra raddolciva la tassa enorme di £ 18,15,7 a tonnellata eguale nientemeno che a D. 1,07 lo staio; e pur la tassa sminuita nel 1825 non era minore di £ 8,8 a tonnellata, ciò che vuol dire gr. 52 a staio, la qual tassa segnatamente a danno della bandiera napolitana nel 1829 trovavasi già cresciuta di una sovraimposta di £ 2,2 a tonnellata cosicché gli oli delle Sicilie importati con propria bandiera pagavano £ 10,10 a tonnellata, cioè gr. 65 a staia; dazi questi che per la produzione e per la bandiera del regno sonosi mantenuti in vigore siccome eccezionali provvedimenti anche dopo la diminuzione operatasi nel 1834 per gli oli di tutte le altre origini a £ 4,4 a tonnellata, secondo che meglio può scorgersi dallo specchio inserito alla pagina 95 ove sono indicate anche le successive riduzioni.

In Francia poi questo dazio su gli oli di olive, secondo che lo dimostra Io specchio alla pagina 92, mantiensi tutt’ora in ragione da rispondere a gr. 52 1/2 o 58 1/2 a staio quando è importato con bastimenti francesi, e gr. 65 5/5 quando è importato con bastimenti esteri; anzi è da notare che questo dazio medesimo è ancora elevato di un decimo addizionale, oltre un sesto incirca per la tara, essendoché le tasse d’importazione sopra indicate sono ivi riscosse sul peso lordo.

D'altra parte è da considerare che rimpetto a tasse cosi gravi ne’ due primi paesi per gli oli di olive, i surrogati son trattati con assai maggior dolcezza. Così l’olio di palma in Inghilterra ha goduto il Favore nell’importazione di un dazio assai più lieve di quello imposto su gli oli di olive; e principalmente poi basta volger Io sguardo alle tariffe francesi per convincerci del favore che riviene agli oli estratti da semi dalla tenuità delle tasse su i semi medesimi. Di fatti i semi oleosi (meno quelli di ricino e di lino) pagano con bastimenti francesi fr. 2,50 per 100 chil., gr. 50 a cantaio. E se si entra nelle particolarità delle proporzioni in cui le quantità di olio estratte dai diversi semi stanno rispetto ai semi stessi, si avrà in tal ani casi un dazio assai tenue come principalmente per l’olio di sesamo,il quale ha dato di recente, tra i surrogati, la parte massima nel consumo di Marsiglia; perocché l’olio estratto dal sesamo o giuggiolena stando alla quantità dei semi quasi come 50 a 100, ne conseguita che il dazio su l'olio di sesamo è uguale a grana 12 a staio, cioè alla sesta parte appena del dazio che pagano gli oli di olive, compreso il decimo che su di essi riscuotesi.

A fronte delle tasse enormi che colpiscono in Francia gli oli di olive, vediamone alcuna di quelle fermate nelle tariffe doganali di altri paesi. Nell’Austria il dazio d’importazione è di fiorini 4. al centinaio cioè grana 39 a staio; e comecché questo dazio non fosse tenuissimo, è a notarsi per noi che la più parte degli oli che partono dal Regno per Trieste son definitivamente diretti per l'interno della Germania; e secondo la tariffa degli Stati della Lega germanica, il dazio d’importazione è di tallero 1,20 il quintale, cioè grana 25 lo staio. Nel Belgio il dazio d’importazione risponde a grana 5 a staio all’incirca, e tale ad un di presso è la tassa della tariffa di Olanda.

Epilogando le cose tutte finora narrate intorno al commercio degli oli di olive, e facendone in ispezie l'applicazione a quelli dui Regno delle due Sicilie, ricorderemo che avanti il 1806 l'esportazione annuale pei paesi esteri può prossimamente estimarsi a salme centomila, uguali a staia 1,600,000; e il prezzo di questa derrata, secondo le notizie del Galanti del 1771 e 1782, era di ducati 30 a 32 per salma, prezzo come già notammo a suo luogo abbastanza vantaggioso stante la Valuta che aveva allora l’argento E siffatte condizioni, cosi per le quantità esportate, come pei prezzi, erano a tenersi oltre molto prosperose se si pon mente non soltanto ai mali della amministrazione, dell’agricoltura, e dello stato di fattura,© della tassa grave di esportazione che pesava sugli oli, ma ben ancora ai confini della consumazione di questa derrata su' mercati stranieri in rag one delle condizioni dei tempi così per la popolazione degli Stati d Europa, minore dell’attuale per4lo in circa, come per lo stato delle industrie del lusso e della civiltà a comparazione dei giorni nostri. Dicemmo già come cotali vantaggi si dovessero ripetere da una concorrenza assai più circoscritta che gli altri paesi ne presentavano, e questa concorrenza stessa era soltanto per gli oli di olive, perciocché i surrogali, lungi di esser venuti a competere coi primi, trovavano allora ostacoli e divieti nelle leggi economiche anzicché incoraggiamento e favori come al presente; siffattamente che i nostri vantaggi riposavano sopra un certo privilegio di monopolio di cui eravamo in possesso, e che assicurandone una quasi necessaria preferenza poco avvertir facea gli effetti de'  vizi dell'interna amministrazione, de’ metodi di agricoltura, delle forti tasse di esportazione.

Cennavamo altresì come malgrado i miglioramenti che per opera delle novelle leggi su la proprietà e la interna circolazione gli oli dovean ritrarre, lento era nel 1815 il 14 perfezionamento tanto da desiderarsi nello stato di coltura e di fabbricazione degli oli, è quel che più monta il quasi tranquillo benefizio del loro monopolio sfumava per noi dopo la pacificazione generale, a petto della concorrenza de’ novelli emuli non soltanto per gli ufi di olive, che ormai coi nostri venivano notabilmente competendo sul mercato generale, ma di quegli altri eziandio che spuntavano col nascimento de'  succedanei, i quali col tempo crescer doveano con tutta la rapidità e nelle grandi proporzioni che poco innanzi abbiam noi delineate. Aggiungiamo le osservazioni già additate alle pag. 11 e 12 della precedente dispensa su le restrizioni del commercio esterno con iscapito dello spaccio delle nostre merci, procedenti dalle convenzioni del 1818, e dalle conseguenti tariffe daziarie del 1823 e del 1824.

Queste tariffe, è vero, aveano alleggerito il carico delle grana 42 a staio che prima era imposto all’esportazione de’ nostri oli, riducendone la tassa a grana 20 o 30, secondoché l’estraregnazione seguisse con bandiera razionale o con bandiera straniera; ma senza tornare sul proposito della poca giustizia di gravarsi di una tassa di uscita le produzioni del suolo che aveano già pagata quella dell’imposta diretta, egli è agevol cosa il comprendere che se l’alto balzello di grana 42 a staio potea essere comportabile con le condizioni di preferenza che in questo commercio abbiamo una volta goduto, diveniva grave sopra ogni credere e pericolosa una tassa anche più tenue quando colpiva i nostri oli in sul punto di doversi presentare in aringo con le produzioni simili di molli altri paesi, ch’eran forse in condizioni migliori per più liberali ordinamenti commerciali;e pure questo male sarebbe stato meno a temere, se nello scemarsi il dazio si fosse serbata, come era stato nelle nostre antiche tariffe, la parità di condizione tra tutte le bandiere per dar campo libero a’ compratori di estrarre alle stesse condizioni e senza limitazione alcuna i prodotti dell’industria olearia di questo Regno, anziché sviare da’ nostri mercati e da’ no stri porti le richieste e 'I naviglio degli altri paesi, facendo sorger la necessità di rivolgersi ad altri luoghi di produzione i quali, comeché posti a maggiori distanze, offrissero più attrattive all'esterno commercio col favore di più moderati o benevoli ordinamenti daziari.

Ma la differenza di bandiera alla gravezza del dazio per se medesima, alle restrizioni onde raccorciava o impacciava le nostre transazioni commerciali, aggiungeva i danni che in linea di lasse compensative o rappresaglie venivano a ferire questa nostra derrata allo importarsi negli altri paesi, non risparmiando la stessa nostra marina il cui special favore appunto le leggi doganali aveano avuto in mira nello introdurre quel trattamento differenziale. Valgano qui gli esempi che raccolgonsi dal cenno storico da noi dato delle vicende che la tariffa britannica ha presentato nelle lasse d'importazione rispetto agli oli delle Due Sicilie, e la notizia delle tasse differenziali fermate dalla tariffo francese, senza ch’entrassimo in ragionamenti intorno ad altri paesi, ove più tenui essendo le lasse differenziali contro la bandiera straniera, poco ne sono state sentite da noi le conseguenze, in grazia sopra tutto de’ vantaggi che per buon mercato ed altri meriti si hanno pei noleggi i bastimenti napoletani. Per la Francia e per l’Inghilterra, paesi per noi oltremodo importanti per tal commercio stante [ampiezza, stabilità ed importanza del mercato loro, e stante ancora il profitto che vi è a smerciare in cambio le proprie derrate principalmente a que paesi che maggiori vendite fanno nel Regno per l'abbondanza delle loro importazioni, vedemmo come le tasse eccezionali o differenziali in detrimento della nostra produzione e della nostra marina ne’ porli di quegli Stati, non valgono i favori che noi qui concediamo nei porti del regno; che malgrado i bisogni tuttodì crescenti in quei due Stati nella consumazione degli oli, il nostro spaccio in questi ultimi anni ivi non soltanto non ha avuto incremento secondo vi era da attendersi, ma e andato da alcun tempo scemando, e divertendo da quelle vie che potean dirsi naturali per tal traffico, astretto spesso a privarsi de’ benefici del commercio diretto improntando un porto intermedio per eludere, o temperare almeno, gli effetti delle ostilità daziarie. Né giova il dire che competente compenso a tanto male ci si offra in quei pochi altri paesi ove non sono tasse differenziali all'importazione degli oli, poiché lasciando stare che la necessità imposta alla merce di battere un cammino anziché un altro, ed indirizzarsi per tale o tal altro porto, senza potersi presentare in lutti alla concorrenza sul mercato generale, farebbe restringere e limitare tra determinati e angusti confini il campo delle commerciali transazioni, chi non vede che anche quando si pervenga di recare in taluni pochi porli esteri la merce senza lo scapito di tasse differenziali, nonne sarebbe mai risparmiata la nostra marina mercantile? Difatti, trattavi questa sopra tutto dall’adescamento del premio di un carlino a staio nell'esportazione degli oli a differenza delle bandiere straniere, paga quasi da per tutto diritti di navigazione differenziali, poiché i sistemi da noi finora seguili essendosi rifiutati di far partecipare alla marina altrui il trattamento concesso alla propria, i bastimenti di real bandiera non godono in niun porto estero i favori dell’assimilazione alla bandiera nazionale. Né d altra parte i bastimenti napoletani possono esser rifatti di queste gravezze col benefizio che godono nei porti di questo regno su diritti di tonnellaggio, pagando grana 4 a tonnellata in luogo di grana 40, quante ne pagano i bastimenti stranieri, imperocché cotal differenza di grana 36 a tonnellata in lor favore agguagliar non suole la differenza in eccesso che nei paesi esteri, ove nella maggior parte v’ha più alti dritti di porto, sono obbligati di pagare rimpetto ai bastimenti nazionali. Oltre di che, se il bastimento napolitano ad occasione di un viaggio allo straniero può fluire una volta sola in un porto del regno di quel benefizio sul tonnellaggio secondo le nostre leggi di navigazione, sarà forza che paghi due, tre, quattro e più volte nei paesi esteri lasse differenziali di tonnellaggio, e spesso più gravi, per altrettante fiate che gli accada dover toccare e far delle operazioni di commercio in più paesi esteri nel corso di un medesimo e lungo viaggio, di tal che risparmierà uno per esempio, per pagarne due, tre, quattro e più.

Comunque perciò vogliasi considerare la doppia nostra tariffa per le tasse di esportazione su gli oli, maggiori e più rilevanti de’ vantaggi che tende ad assicurare a’ basti menti di real bandiera si hanno a reputare i danni e i disfavori che nella somma delle co se attira contro i nostri bastimenti stessi oltre il gran detrimento per la produzione; né crediamo esagerato di aggiungere che le alterazioni a cui è stato esposto il commercio degli oli delle Due Sicilie nelle relazioni coi paesi che da noi principalmente erano provveduti, sieno entrate per buona parte nel far incoraggiare e promuovere i tentativi e procedimenti adoprati per la introduzione e diffusione dei surrogati.

Le condizioni diverse e men favorevoli in cui si son trovali i nostri oli kan certamente spiegato la loro efficacia su i prezzi di essi, cosicché per non parlare de’ casi di straordinario invilimento, ricordiamo che i prezzi correnti nel periodo dal 1821 al 1835 non han superato la media annuale di ducati 22 a salma, i quali pur non risponderei boro, come notammo, alla stessa somma ne' tempi del Galanti, atteso la diminuzione nella valuta del metallo. Dal 1836 in poi erano questi prezzi per verità saliti,cosicché han dato una media annuale di duc. 28; ma ora sonosi veduti scender di nuovo raggirandosi in torno a'  ducati 24 per salma.

In ordine alle quantità esportate osservammo partitamente le vicende del nostro commercio oleario ne’ diversi paesi esteri, ed in ispezie l'abbassamento che ha avuto nei porti dell'Inghilterra e della Francia, ma osservammo che nella totalità dell'esportazioni d ii 1821 al 1825 erasi avuta la media annuale di staia 1,878,942, dal 1826 al 1830 quella di staia 2,920,198; dal 1831 al 1835 la media fu di staia 2,635,499, e dal 1836 al 1840 questa media salì alla cifra di staia 3,190,174. Il quale aumento dell’ultimo quinquennio assai notabile e rispetto alle cifre anteriori al 1806 e rispetto a quelle de'  precedenti quinquenni, farebbe maraviglia come abbia potuto conseguirsi malgrado la novella e sempre crescente concorrenza degli oli olive e de'  surrogali, e l’efficacia degli altri ostacoli sopra discorsi, se non si ponesse mente alla grande estensione che ha avuto la popolazione degli Stati di Europa ed alla molti pi icità de’ bisogni no velli venuti in mezzo col progresso e con la diffusione della civiltà e del lusso, con l’immenso aumento delle industrie e de’ prò essi ohe queste han domandalo.

Vero è altresì ohe all1 infuori di colali cause generali altre particolari ed eventuali?ou valute per qualche tempo a favorire straordinariamente I estraregnazione dei nostri oli di olive per esser mancala o sminuita la concorrenza di alcuni altri paesi produttori della stessa derrata. La qual cosa (oltre gli accidenti di cattive raccolte in alcuni paesi di produzione) intervenne per la Grecia, la quale nell'ultima guerra con il Turco vide distrutte e divorale dal ferro e dal fuoco nemico le dovizie de'  suoi feracissimi oliveti, ed è intervenuto in alcun modo per la Spagna la quale nella produzione e nel commercio degli oli non ha potuto sottrarsi a'  tristi inevitabili effetti delle guerre civili e delle politiche convulsioni che da più anni tanto crudelmente la travagliano, Tra le circostanze propizie a'  nostri oli una al certo si è quella che, cresciuta abbondevolmente come già si disse, la consumazione degli oli di olive in Austria, nel rimanente della Germania, negli Stati del Nord, la dolcezza delle tasse e la tenuità o difetto di dritti differenziali, ha fatto trovarci aperte quelle nuove vie e que1 novelli mercati da rifarci con usura delle perdite che affrontavano ne’ porti d'Inghilterra e di Francia.

Finalmente tra le cause che han giovato alla nostra esportazione non ostante gli ostacoli che le si opponevano, non dobbiam tralasciare il ricordo di que’ naturali vantaggi di ubertosità delle nostre regioni, e di qualità del prodotto; de’ miglioramenti sperimentati negli ultimi anni rispetto ai metodi di coltura e massime di fattura che nelle Puglie han per cosi dire dischiusa una sorgente novella di ricchezze da presentare al commercio straniero mediante la quantità di oli da tavola ottenuti co' processi del Signor Ravanas, e che or costituisce una parte non dispregevole della estraregnazione. E grande è stato a parer nostro il benefizio di questa novella qualità di oli che ci si è dato di poter recare sul mercato generale, se si consideri che i surrogali, prima della recente introduzione del sesamo, non erano stati adoperati che per servire alle fabbriche soltanto senza che fossero pervenuti ad entrar in concorrenza con gli oli per uso di bocca.

Dalle quali rose tutte dobbiamo inferire che, a par e delle cause di depressione e di disfavore le quali han travagliato il commercio de’ nostri oli di olive, quelle di prosperità sono state così potenti benefiche ed efficaci, che, se non han potuto impedire la diminuzione de" prezzi e lo scadimento del nostro commercio in alcuni paesi esteri, per altro assai importanti per i loro mercati, son però valute a non farne restringere nella totalità la somma delle nostre esportazioni, le quali anzi sonosi accresciute secondo che poco innanzi si è da noi rammentato.

Siccome però siffatto accrescimento non si è conseguito altrimenti che non ostante gli ostacoli, chi potrà primieramente revocare in dubbio che senza quegli ostacoli sarebbe stata maggiore l’impulsione del commercio de’ nostri oli, e più fiorente il suo stato? Ma qualunque sia stato l'accrescimento ottenuto, fosse pur esso non vacillante e precario com'è a tenersi, pongasi mente che molte delle cause di prosperità siccome passeggere e temporanee possono affievolirsi o venir meno in tutto, laddove le cause contrarie acquistan tutto giorno la più seria e gigantesca importanza! Tutti coloro che han meditato sul commercio de'  nostri oli si sono preoccupati del depreziamento di questa derrata, delle gravezze ed ostilità che dentro e fuori la colpiscono, della grande eventualità delle nostre esportazioni, de’ rimedi che sarebbero ad apprestarsi. Rimandiamo i nostri lettori alle osservazioni avvedute che su lo stato d allora di lai commercio, e sul suo probabile non lieto avvenire, su le conseguenze della nostra tariffa di esportazione, sono state esposte nel 1834 nella citala opera del Signor Luigi Mauro Rotondo (pag. 441 e seguenti); né giudichiam discaro di aggiugnere qui ciò che nel 1838 il nostro comitato d'inchiesta osservava, cioè:

«Che di tutti gli oggetti che possono richiamare le cure del real Governo non ve n’è alcuno più interessante l’economia agraria del Regno della estrazione dell’olio..

«Che diverse cause, aumento e migliorazione di coltura di olivi, coltura di altri vegetabili, palma ec. fanno temere, e bisogna esser preparali a vedere in un giorno o l’altro, sensibilmente diminuite le richieste di quel prezioso prodotto non ostante l’aumento generale del consumo a cui siam chiamati in larga concorrenza a supplire.

«Che verrà il momento, e adesso nulla saprebbe indicarne l’immediata necessità, quando per conservarci nella posizione che ora tenghiamo rispetto alle concorrenti rivali produzioni e mantenerci nel possesso dello smaltimento che ci occorre, la real Tesoreria dovrà fare il sagrificio di una porzione del dazio, e di una porzione forse considerabile, per esser efficace, se accadesse nella riduzione generale de’ prezzi, a farci continuare la lolla sul mercato generale senza veder deperire le proprietà, o per meglio dire le provincie olearie.

«Che attualmente, perché ciò si allontani e la nostra produzione godesse di tutto il favore che la natura e l’opinione le guarentiscono, sarebbe di un’importanza maggiore ed urgente riaprirci su le antiche proporzioni il mercato del Regno Un to, ottenendo dal Governo britannico di far cessare le ostilità che, motivate in origine per viste di mera navigazione, sono degenerate in ostilità positiva al primo prodotto di questo Regno, osti' li là che nel fatto, per circostanze diverse fortunatamente finora sono nascite più pregiudizievoli alle fabbriche inglesi che alla nostra ricchezza. Che l’esperienza avendo dimostrato che la nostra marina si trovi attualmente non favorita, ma danneggiata dalla differenza di bandiere che la tariffa del 1824 ritenne per l'esportazione dell’olio, e d’altra parte che tale differenza sia stata la causa vera degli aggravi che incontrano i nostri legni negli altri porti, e specialmente in Inghilterra ed in Francia; «Che abolita tale differenza, un ostacolo di meno si troverebbe all’esportazione, e così favorita nelle attuali circostanze (nel 1838) di nna raccolta abbondante e di largo deposito esistente, equivale per gli effetti in vantaggio de’ proprietari, ad una riduzione di dazio, senza intanto nuocere ma profittando alla stessa Tesoreria. Noi però crediamo che ciò che la prudenza raccomandava nel 1834, ed ancora più nel 1838, la necessità sia per comandarlo nelle circostanze attuali in coi più imponenti o vicini sono i pericoli che ne premono per la doppia concorrenza degli oli di olive e dei surrogati, e a parer nostro il momento può esser giunto, non soltanto per l’abolizione della differenza di bandiera, ma pel sacrifizio già preveduto da parte dell’erario del dazio di esportazione, se sacrifizio può addomandarsi un provvedimento che tenderebbe a premunire la produzione e l' commercio di questa nostra doviziosa derrata dalla incalcolabile rovina che le sovrasta, nell'alto medesimo che aprirebbe all’amministrazione pubblica cento vie da rifarsi della perdita parziale di una data branca di rendila nel favorire e promuovere i grandi interessi della produzione e della ricchezza nazionale.

Quanto agli oli di olive, per non parlar della Grecia, che già rimargina le sue profonde ferite; della Spagna, che per quanto è stata più lacerala da’ suoi politici disordini, tanto meno dovrebbe esser lontana dal ricondursi nel suo stato normale; dell'Algeria, che ci apparecchia nna seria novella concorrenza appena che la coltura generale e i metodi introdotti con tanto assiduo zelo dall'amministrazione francese, faran raccogliere i frutti di una ben diretta agricoltura in quella feracissima contrada; noi chiamerem l’attenzione sul fatto presente, e sopra ogni altro rilevante della Turchia, le coi esportazioni secondo lo specchio alla pag. 94 sonosi allargate cotanto, che nel quinquennio dal 1837 al 1841 l’estraregnazione degli oli di olive dalla Turchia per la Francia era stata più del triplo della media de'  due precedenti quinquenni coacervati, e tale segnatamente è stato l’aumento nel 1842 che la Turchia sola ha somministrato la terza parte delle quantità totali in olio di olive importate in Marsiglia per questo anno. E siffatto aumento è a credersi che debba tuttodì proceder oltre, quanto più il tempo farà sentir gli effetti che la produzione interna e ’l commercio ritraggono dalle utili riforme operate dal Governo ottomano, e massime da’ recenti trattati stipulati con l’Inghilterra la Francia e le altre Potenze, i quali affrancando da’ monopoli inveterati, e da straordinari gravi balzelli l’interna circolazione, rendendo libere le commerciali transazioni, riducendo a regola ed a moderazione le tasse interne, perverranno a dare all'agricoltura ogni maggiore sviluppo di cui quella regione h suscettiva per le sue prospere condizioni naturali.

In ordine alla concorrenza de’ succedanei, le specchio inserito alla pag. 98 per gli anni 1827 a 1841 addimostra abbastanza che, se progressivo costantemente è stato in Francia il cammino de'  surrogati ed in ispezie di quelli tratti da’ semi oleosi, straordinario offresi (aumento dell’ultimo quinquennio dal 1837 al 1841;ed appunto nel 1841 l’importazione de'  semi in chilogrammi 70,048218 è stata così notevole che la troviamo nella proporzione di 7 ad 1 paragonandola alla media del quinquennio dal 1827 al 1831, e di 5 ad 1 se vogliam compararla alla media dal 1832 al 1836. Momento che procede dalla impreveduta, rapida, ed imponente introduzione dell’olio di sesamo, del quale abbiam presentato le cifre anche per l’anno 1842. E l’introduzione di questo novello surrogato è attenersi come un fatto veramente notevole quando veggiamo che a differenza degli altri succedanei per lo innanzi noti, l’efficacia de’ quali erasi circoscritta a tale o tal’altro uso e sempre per le fabbriche, l’olio cavato dal sesamo può servire a un tempo e a’ bisogni dell’industria ed a quelli dell’economia domestica, quasi potesse prendere il luogo dell’olio di olive nelle sue svariate funzioni, ove la convenienza del prezzo il consigli. E questa convenienza par che si fosse ravvisata dietro i primi sperimenti, perché le ubertose terre dell’Egitto possono somministrare la semenza della giuggiolena ad assai buon patto; porche ancora la quantità di olio che si estrae da queste semenze risponde al 50 per 100, laddove gli altri semi non avean dato che il 15, il 20 e il 30 per 100 in prodotto d’olio; perché finalmente a queste condizioni favorevoli naturali aggiugnesi quella specie di premio che le tariffe doganali francesi senza volerlo son venute ad accordargli rimpetto all’olio di olive, pagando gli uni in sostanza come più sopra leggemmo grana 12 a staia, vale a dire la sesta parte di quanto pagano gli altri.

L’apparizione de’ semi di giuggiolena e la larga quantità per la quale gli oli che se ne sono cavati son venuti a divider la concorrenza con gli oli di oliva nella consumazione de'  la Francia per gli anni 1841 e 1842, han destato da una bandai timori e perfino lo sgomento de’ produttori di oli di olive, ed han dall’altro fatto raccomandare la coltivazione del sesamo nei paesi che vi potrebbero essere alti, come quello che sostituir potrebbe con successo l’olio di olive negli usi delle fabbriche, di bocca, e nelle illuminazioni ancora. Certo è che se gli oli di olive ceder dovessero il luogo a quelli di sesamo, sarebbe questo un avvenimento fecondo di gravi conseguenze per le provincie olearie del regno, e per la finanza stessa che ne raccoglie una parte sì larga della imposta diretta; né sappiamo se l’introduzione presso di noi delle piantagioni del sesamo, quando le nostre terre vi fossero accomodate, il che non siamo alieni dal credere, e quando le nostre condizioni permettessero di ottenerlo a così vii prezzo come in Egitto, della qual cosa dubitiamo, sarebbe mai per compensare nei calcoli della ricchezza nazionale i profitti dell’antichissima piantagione degli oliveti delle Puglie e delle Calabrie pei quali da sì lunghi anni il Regno di Napoli può dirsi essere in possesso del primo luogo tra i paesi produttori degli oli di olive.

Del rimanente questi grandi rivolgimenti non son nuovi nella storia dell'industria 6 del commercio, sono inevitabili allorché lungi dal discendere da cause effimere si fondano su la natura delle cose, e se tale pur fosse un rivolgimento per gli oli, anche recando danno ad alcuni privali interessi noi non vi ravviseremmo che le utilità generali per la economia domestica e per le industrie; i benefici del miglior patto di questa sostanza cotanto necessaria all’una ed alle altre.

Ma per verità il giudizio sa le condizioni di preferenza che si attribuirebbero agli oli di sesamo sa quegli di oliva pare a noi al presente arrischiato, perché non siam certi che gli ultimi sperimenti di quest'olio per gli usi di fabbriche e di bocca siano risultati cosi favorevoli come erasi credulo sul bel principio; perché ancora l'invasione, che così vuoisi chiamarla, de’ semi di giuggiolena in Marsiglia può ben considerarsi come forzala dalla straordinaria protezione che ha incontrata nelle tariffe generali di dogana, dalle quali è stata aiutata a contendere con gli oli di olive col favore di un dazio che è appena come notammo la sesta parte della tassa che pesa so gli oli di olive.

Non pertanto la più seria, la più pericolosa concorrenza alla quale siensi finora trovali esposti gli oli di olive, è certamente quella del sesamo, e perciò dicevamo ch’era per noi oggi necessità imperiosa il far quello che pur una giusta prudenza consigliava nel 1834 e nel 1838.

Or il primo interesse del Regno di Napoli, comune questo con tutti gli altri paesi produttori d’olio di olive, sarebbe al certo ottenere che ne’ paesi esteri, e segnatamente in Francia, l’interferenza delle leggi daziarie non ne peggiorasse la condizione rispetto ai surrogati, concedendo a quest'ultimi una protezione ingiusta ed essenzialmente nocevole alla libera concorrenza de’ primi. Per questa parte è a confidarsi su la giustizi del Governo francese, non altrimenti che su le viste finanziere per lo scemamento della rendita di dogana su gli oli di olive, e sul danno ancora che gli oli di oglietto somministrati da’ dipartimenti del Nord han sofferto dall’impreveduta concorrenza del sesamo, perché conduca a condizioni di parità gli oli di olive e quelli di sesamo, sia elevando convenevolmente la ragion dell’imposta pei secondi, sia temperando pei primi il dazio attuale d’importazione, il quale pur supera le tasse d’immissione che incontransi nelle tariffe doganali di tutti gli altri Stati di Europa.

Questo fatto però dipende da un’altra amministrazione, da un Governo straniero, e noi non potremmo che affrettarlo co’ nostri voti, salvo a’ Governi degli stati produttori d’oli di olive, il farne oggetto di rappresentanze e di analoghe transazioni diplomatiche. Quanto a noi le nostre ricerche non debbono dirizzarsi che a’ mali ch'è in poter nostro di causare, a’ rimedi che a noi può esser dato di apprestare; ed in realtà, se già gli oli di sesamo godono di tanto favore per effetto delle tariffe francesi sol dazio d’immissione a scapito degli oli di olive, qual consiglio sarebbe mai quello di mantenere pel fatto nostro ano stato di cose che mentre accresce quel favore per gli oli di sesamo, e dà loro un vantaggio di più da farli anteporre agli oli delle Due Sicilie, produce altra conseguenza di collocar questi in una posizione inferiore a quella degli stessi oli di olive degli altri paesi? Or ciascuno agevolmente ravvisa non altro esser l’effetto della nostra attuale tariffa. Laddove altri paesi produttori d’oli di olive non hanno dazi all’uscita di questo prodotto, o ne hanno assai tenui, laddove presso niuno di questi paesi è stato ed è esempio di tasse differenziali all’uscita (cagioni di tanto danno ed ostilità alla produzione ed al commercio,) noi manteniamo in piedi nna tassa sì elevata la quale, oltre tutti gl’inconvenienti della differenza di bandiera, aggrava i nostri oli all’esportazione di un dritto che supera le tasse medesime d’importazione di parecchi Stati di Europa, ed aggiugne una sovrimposta del terzo incirca al dazio già per 83 stesso altissimo delle tariffe franco Ili si. Cosi gli oli delle Sicilie saran condannali a lottare per esempio in Marsiglia con 10 gradi di disfavore con quelli di sesamo, anziché con 7 come la Spagna, la Grecia e tanti altri paesi produttori; e la Spagna, la Grecia e tutti i paesi i quali son nostri competitori, ne tempi ordinari in cui fosse generalmente abbondevole il ricolto avranno sul mercato generale un indubitato vantaggio di preferenza sopra gli oli delle Sicilie per la straordinaria gravezza che noi imponiamo su di essi con la tassa di estraregnazione, e con la differenza di bandiera.

Non pare quindi che faccia mestieri di più minute dimostrazioni per penetrarsi della convenevolezza degli espedienti coi, senza por tempo in mezzo, avremmo ad appigliarci per lo bene della produzione e del commercio degli oli di olive del nostro regno; cercare cioè di affrancarli, se fosse possibile, da ogni tassa di uscita; ed ove le circostanze dell’erario non consentissero di farlo immediatamente, venire almeno perora ad una riduzione di tassa, quanto non faccia scapitare questa derrata nella concorrenza degli oli di olive di altri paesi tenuto anche conto di quella certa superiorità di prezzi che la qualità del nostro prodotto pur ci assicura sopra molli. Nel 1828, a favorire l'esportazione degli oli da’ porli del regno, venne siccome provvedimento temporaneo a scemarsi a metà il dritto di estrazione, nel qual anno fu tale la quantità estraregnata che, malgrado il dazio a metà, ebbesi nell’ammontare della rendita una somma maggiore di quella riscossa in tutti i precedenti anni dopo il 1821 (vedi lo specchio alla pag. 16 della dispensa 8.°). Forse questa riduzione a mela sarebbe quella che potrebbe nelle condizioni attuali esser praticata acconciamente ed utilmente; e noi non disperiamo che stante il probabile aumento dell’esportazioni, e lo scemamento ancora maggiore del contrabbando, a capo di qualche tempo colai branca di rendita doganale non sarà per soffrirne. Ne conforta l'esempio che gli oli stessi ci presentano, perocché negli anni 1821,1822,1823, quando il dazio non era minore di grana 42 a staio per tutte le bandiere, la media del triennio non ha dato di rendita annualmente più di ducati 365,679. E quando dopo il 1824 il dazio percepito non ha superalo le grana 20 a staio per la bandiera nazionale, e le grana 30 per l’estera, abbiamo, pel grande aumento dell'estraregnazione, ottenuto una rendita semprepiù rilevante, di tal che dal 1836 al 1840 la media annuale del dazio si è quasi addoppiata, essendo stata di ducati 719,340. Ed avvertasi che su le quantità totali esportate nel quinquennio un decimo appena estratto con bandiera estera ha soddisfatto grana 30 a staio, ed il rimanente soltanto grana 20.

Vero è che de'  provvedimenti che faccia al caso adottare niuno esser potrà miglior giudice della pubblica Amministrazione; e, volto che vi abbia la sua attenzione, ne rallegra il pensare alla generosità di cui ha dato sì chiare pruove nel promuovere l'estrazione delle derrate indigene, e in tante altre occasioni in cui si è trattato provvedere a grandi interessi della prosperità nazionale, come per l'abolizione del dritto del macino, ec. Così dobbiam confidare che non soltanto nna riduzione di tasse all’uscita dell'olio, ma eziandio l'abbandono intero del dritto possano ottenersene, ove gl interessi reali di questa preziosa derrata sieno per domandarlo.

A ogni modo non dubitiamo che il provvedimento delle tasse differenziali vorrà innanzi tutto farsi sparire dalle nostre tariffe, almeno per que’ paesi che alla lor volta aboliranno del pari i dritti differenziali all’importazione de’ nostri oli; né qui accade ripetere quanto ciò sia per importare al bene della nostra produzione, del nostro commercio e della marina stessa delle Due Sicilie, non dovendo fra le altre cose fuggirci di mente che perdurando nell’attual sistema, non potrem sempre trovare aperti quei mercati ne’ quali i nostri oli, premuti dalle tasse gravi ed eccezionali della Francia e dell’Inghilterra, han potuto invece presentarsi con profitto per la dolcezza delle tasse d’importazione e per la mancanza di dritti differenziali. Quasi da per tutto ove questi dritti differenziali non sono, si van raccomandando in linea di tasse compensative o rappresaglie; e segnatamente in Trieste questo principio è stato ardentemente sostenuto in alcuni articoli non è guari pubblicati nel giornale del Lloyd Austriaco, comecché da compilatori di esso combattuti.

In conchiusione dunque, se modificate come dianzi è detto le nostre tariffe di esportazione si perviene a sottrarre il commercio degli oli di olive del Regno alle attuali condizioni di disparità rispetto a quelli degli altri paesi, nell’atto medesimo che si andrebbe per questa via ad attenuare il vantaggio de’ surrogati sopra i nostri oli di olive; se si procede oltre nella via de’ miglioramenti impresi nell’agricoltura e nella fabbricazione degli oli nostri, per modo da far loro conquistare titoli essenziali di preferenza per qualità e per prezzo; se i proprietari, anzicché correr dietro a vane illusioni di alti prezzi, si persuadano che nelle presenti condizioni il loro guadagno e il loro interesse durevole stia nel costringere la terra a dare maggior copia di prodotto, e nel conseguire una miglior fattura con minori spese di produzione, in maniera che possano produrre quantità più larghe a prezzi più moderati (vero mezzo questo da vibrare un colpo letale nell’industria dei surrogati, la cui quantità vediamo crescere in Marsiglia a misura che sonosi veduti più alti i prezzi degli oli di olive); se l’ebbrezza de’ prosperosi eventi che non ostante la concorrenza degli oli di olive e de’ surrogati han fatto in questi anni allargare le nostre esportazioni, non ci rattiene dall’antivenire i disastri che ne minacciano senza attendere che avessimo ad esserne colpiti alla sprovvista e subirne le dure conseguenze; noi entriamo fermamente in lusinga che l’olio di olive delle due Sicilie non solo possa preservarsi da ogni scadimento, ma sostener con vantaggio la lotta nella concorrenza degli oli di olive degli altri paesi, non altrimenti che de'  succedanei, e pervenire ancora a quel maggiore e più stabile progresso del quale dobbiamo crederlo suscettivo per la dovizia e possanza dei suoi naturali vantaggi che han recato i loro frutti anche a dispetto delle tante cause di depressione e degli ostacoli da’ quali è stato ed è tuttavia travagliato.

SUL COMMERCIO ESTERNO DELLA GRAN BRETAGNA

In un lavoro come la nostra Biblioteca, destinato specialmente a rappresentare il movimento commerciale de'  vari paesi del mondo, le notizie sul traffico esterno della Gran Bretagna meritano un luogo distinto, ed a quelle che qui sul soggetto saremo per raccogliere reputiamo non discaro pe’ nostri lettori il premettere alcune osservazioni del sig. Porter sul modo onde egli giudica dell’importanza di tal commercio.

«Ei ci ha pochi paesi cosi costituiti per rispetto delle qualità del suolo e del clima da essere indipendenti da tutti gli altri per fornirsi di molli di que’ prodotti i quali servono almeno a rendere confortevole la vita de’ loro abitanti, se non sono indispensabilmente richiesti al loro ben essere.

«L’Inghilterra non è al certo nel numero di questi paesi, sicché il commercio esterno) pei suoi abitanti è di una necessita sociale se non fisica. Ma per il nostro traffico di prodotti stranieri, anche il commercio interno dell’Inghilterra sarebbe privo di una gran parte della sua grande attività, poiché per ciò che riguarda quello che è prodotto del nostro suolo, ogni parte del regno o quasi indipendente dall'altra. 11 mezzodì non ha bisogno di chiedere il grano dal settentrione, e l'occidente non domanda il bestiame allevato nell’oriente. Quanto a’ minerali, anche una gran parte di questi trovasi in diverse e distanti regioni dell’isola, cosicché quasi in ogni genere quella parte del prodotto della nostra industria che eccede in ciascuna branca particolare i bisogni della popolazione dee cercare uno smercio altrove, ed esservi cambiata con tali oggetti di lusso che la natura ci nega di farne trarre dal nostro suolo con sufficiente buon prezzo ed abbondanza.

«La posizione geografica e le condizioni dell’Inghilterra le danno dei vantaggi per coltivare questo commercio esterno assai maggiori di quelli che si abbia mai avuti alcuno altro paese d’uguale estensione. A questi vantaggi noi abbiamo aggiunto uno spirito d'industria nudrito dalla natura stessa delle nostre istituzioni, e un grado di commerciali intraprese superiore a quello d’ogni altro antico o moderno popolo, all'in fuora forse della sola recente eccezione degli Stati Uniti di America. Ma sebbene l’insieme del nostro commercio esterno è maggiore di quello di altri paesi, e’ non ne conseguita punto che esso sia così grande come dovrebbe essere, e come sarebbe di ventato da gran tempo, se fosse stato abbandonato al suo libero corso. Anzi, considerando tutt’i naturali e acquistati vantaggi che noi abbiamo su tal proposito, si dovrebbe più v presto esser maravigliati che il nostro commercio sia così piccolo che sorprendersi perché è si grande».

Nulla aggiunger sapremmo a quel che l’autore acconciamente narra de’ grandi elementi di prosperità per l’esterno commercio che sono inerenti al suolo, alla geografica posizione, alle istituzioni di questo paese, la cui vita e politica potenza é pur si strettamente collegala ai suoi commerciali interessi; e concorriamo ne’ pensieri, qui cennati dall’autore, ed altrove più ampiamente esposti, che, almeno nelle condizioni presenti in cui sono l'industria e 'l commercio della Gran Bretagna e quello degli altri paesi, niuna cosa più potentemente contrasti con l’aggrandimento ulteriore delle sue industrie e del suo commercio, e faccia temere maggiori rovesci per gl’interessi materiali della Gran Bretagna, quanto quella di persistere negli antichi sistemi di dogane restrittivi ed esclusivi.

Ma dopo le parziali modificazioni già man mano introdotte nel vecchio edifizio della politica commerciale britannica, abbiamo già avuto la recente tariffa doganale, la quale se non reca ad atto tutt’i voti per lo affrancamento delle restrizioni e del monopolio, segna certamente un fatto importantissimo nelle riforme di massime commerciali più liberali e più eque, e che non potrà mancare di dar frutti grandissimi.

Noi qui restringendoci a presentare le nostre notizie sino al 1839 e 1840, ci riserbiamo darne il seguito per gli anni posteriori sino al ponto da poter contrapporre ai (alti commerciali che ci si appresentano sotto l’antico sistema, quelli che saran per rivelarci i resultamenti de’ più sani principi applicati nelle ultime riforme daziarie.

Daremo dunque qui appresso uno specchio che è a tenersi come il più esatto da essere ricavato da'  documenti officiali delle dogane inglesi, e che giunge appunto al 1840 prendendo le mosse dal 1.° anno del presente secolo.

In tale specchio sono indicati da una banda i valori officiali della totalità delle merci importate, dall'altra le merci estere coloniali riesportate espresse anche in valori officiali, le merci inoltre esportate che sono il prodotto del suolo e delle industrie con duplice estimazione tanto in valori officiali, quanto in valori dichiarati.

Avvertiamo che i valori officiali sono determinati da un'antica tariffa del 1664, la quale non è stata mai alterata perché si è considerata siccome la misura della quantità comparativa delle merci che costituiscono le annue relazioni commerciali dell’Inghilterra con altri paesi. Ognun comprende di leggieri che, dopo le vicende di circa 180 anni, siffatta estimazione non può rispondere a’ prezzi attuali correnti delle merci. Così all’esportazione si è cercato supplirvi con una estimazione che può aversi come più prossima al vero, mediante il valor dichiarato che in ogni anno è determinato su le dichiarazioni che fanno i negozianti intorno alla valuta delle merci che esportano. Quanto alla importazione, le ragioni de’ valori sono perfettamente le stesse che quelle fermate nella tariffa del 1664, e quantunque perciò non possano tenersi siccome l'espressione esatta de’ prezzi attuali, è nonostante da considerare che assai minori sono state le variazioni de'  prezzi per le merci importate rispetto a quelle esportate, consistendo le prime in materie grezze o che abbiano ricevuto un primo grado di preparazione.

La notizia che gioverebbe incontrare allato alla cifra de'  prodotti del suolo e dell'industria esportati, sarebbe quella de'  valori segnatamente delle merci entrate nell'interno consumo; e siffatta notizia manca nel nostro specchietto. Ove, senza volerla con esattezza per ciascun anno, ci contentassimo ricercarla per approssimazione in periodi di più anni, crediamo che si potesse desumere in qualche modo dalle somme che offrono la differenza tra le merci totali importate e le merci estere e coloniali riesportate. Con questo disegno è formato il seguente reassunto delle importa2iooi ed esportazioni della. Gran Bretagna, disposto in quattro decenni per gli anni dal 1801 al 1840.

Media per decenn. Valore officiale Valore dei prodotti del suolo

e dell’industria esportati.




importazioni riesportazioni differenza officiale dichiarato
1801-10

1811-20

182130

1831-40

29,600,678 30,864,535 42,661,132 54,099,398 9,085,533 11,769,703 9,686,185 12,089,040 20,524,145 19,096,832 32,974,947 42,010,358 40,737,970 40,484,461 36,597,623 45,258,826 25,856,048 35,525,775 47,811,059 80,425,347

Esaminando il cammino del commercio esterno della Gran Bretagna sa la media annuale de’ quattro decenni, vediamo le importazioni totali nell’ultimo di essi cresciute 40 per 100 rispetto al terzo decennio dal 1821 al 1830.

Perciò che concerne temerci entrate nell’interno consumo, detraendole, come abbiano detto, dalle cifre notate nella terza colonna del reassunto, avremmo un aumento progressivo che risponde oltre al 100 per 100 comparandosi il quarto decennio al primo.

Quanto all’esportazioni de’ prodotti indigeni (che nel 1801 erano già aumentate del 150 per 100, se si risalisse alle cifre del 1770: di lire 10,013,803), hanno avolo un accrescimento simile in un egual periodo di 30 anni, cioè dal 1801 al 1830. Finalmente nel breve periodo dal 1830 al 1840, nel giro di 10 anni appena, l’aumento non è stato minore del 80 per 100.

Gota! ragionamento è fondato su l’elemento de’ valori officiali e perché non ostante la poca esattezza ch'essi presentano come l’espressione de’ prezzi correnti, costituiscono pure una misura approssimativa delle quantità, possiam cavarne per agevole conseguenza che la massa della produzione esportata dal Regno Unito dal 1770 al 1840 ha progredito per modo da versare su’ mercati esteri a capo di 70 anni quantità dieci volte maggiori.

Ove poi vogliam considerare sotto un altro aspetto il commercio di esportazione del Regno Unito, cioè in ordine all’importanza de’ valori estraregnati, osserveremo che le cifre de’ valori dichiarati mostrano pressoché stazionario il commercio nel secondo decennio al paragone del primo; scaduto nel terzo decennio rispetto ai due precedenti di un decimo in circa; e cresciuto nel decennio dal 1831 al 1840 nella proporzione di 1/3 rispetto a’ due primi decenni, e di ¼ rispetto al decennio precedente dal 1821 al 1830.

Degno di attenzione è il confronto de’ valori officiali e de’ valori dichiarati dei prodotti del suolo e dell'industria ne’ diversi periodi de’ 40 anni. Dal 1801 al 1819, e massime ne primi 10 anni, la somma de’ valori dichiarati si è mantenuta superiore a quella de’ valori officiali talvolta fino al 60 per 100; dal 1821 al 1840 il Fatto si è presentato perfettamente al rovescio, perocché crescendo sempre l’ammontare de'  valori officiali a petto de'  dichiarati, nel 1840 l’ammontare de'  primi è pervenuto ad essere il doppio di quello de’ secondi. (Veggasi lo specchio alla pagina precedente). E siffatte osservazioni a noi paiono del maggior momento per ritrarre la differenza delle condizioni in cui sono state le industrie e'1 commercio dell’Inghilterra nel lasso de'  40 anni, quando cioè era stata essa nel grado di profittare de’ vantaggi del monopolio su’ mercati europei che tante cause ordinarie e straordinarie le avean fatto esercitare, e quando poscia esposta alla operosa crescente concorrenza degli altri Stati, e dopo il grande abbassamento dei prezzi delle merci manifatturate, sospinto dall’applicazione delle macchine e del vapore a’ processi delle industrie, ha dovuto cangiar di politica commerciale ricercando il suo profitto in mezzo alla libera concorrenza dall’aumento potentissimo della produzione e dal buon prezzo.

Venendo poscia a discorrere dell'andamento e dello stato attuale della navigazione britannica, ne avremo la migliore e più eloquente dimostrazione nel seguente specchietto, in cui è indicato il tonnellaggio dei bastimenti inglesi e de'  bastimenti esteri usciti dai porti della Gran Bretagna dall'anno 1663 all'anno 1839.

Anni Ton. ingl. Ton. stran. Totale Anni Ton. ingl. Ton. stran. Totale
1663 95,266 47,634 142,900 1814 1,271,951 602,941 1,874,892
1688 190,533 95,267 285.800 1818 1,715,488 734.649 2,450,137
1709 243,693 45,625 289,318 1820 1,549,508 433,328 1,982,836
1714 421,431 26,573 448,004 1825 1,793,994 905,520 2,699,514
1727 432,832 23,651 456,483 1830 2,102,147 758,368 2,860,515
1750 609,798 51,386 661,184 1831 2,300,731 896,051 3,196,782
1760 471,241 102,727 573,978 1834 2,296,325 852,827 3,149,152
1770 705,495 57,476 760,971 1835 2,419,941 905,270 3,225,211
1780 619,462 134,515 753,977 1836 1,828,501 667,016 2,495,517
1787 1,104,711 132,243 1,236,954 1837 1,861,121 717,897 2,578,018
1790 1,260,828 144,132 1,404,960 1838 2.058,240 858,062 2,976,302
1800 1,269,329 654,713 1,924,042 1839 2,197,014 988,738 3,085,752

Dall'anno 1663 al 1787, cioè nel lasso di 125 anni, l'aumento del tonnellaggio ne’ porti della Gran Bretagna, seguendo il corso del rapido e straordinario progresso di questa gran Potenza, è stato del 900 per 100 circa.

Dal 1787 al 1820, cioè in capo a 33 anni, l'aumento è stato del 50 per 100. E notevole come quest’aumento dal 1820 al 1839 non è stato minore del 55 per 100, cioè in un periodo non maggiore di anni 19, e quando dopo la pace generale l’Inghilterra si è trovata a fronte della concorrenza della marina di tanti altri paesi oltre quella, direi quasi impreveduta e gigantesca, degli Stati Uniti di America. Tanto contro le cause contrarie è valuto alla Gran Bretagna l'applicazione di massime più larghe nell'esterno commercio, temperando in questi ultimi anni man mano i rigori del suo atto di navigazione, e stringendosi con trattati di reciprocala alla più parte delle Potenze di Europa e delle Americhe! Vero è che paragonando l’anno 1787 all’anno 1839, il tonnellaggio britannico lasciava una volta un nono appena alla bandiera straniera, laddove al presente questa è pervenuta ormai a concorrere con la britannica nella proporzione di 3/10 all’incirca. Ma quando anche sotto il novello ordine di cose la marina inglese avesse perduto alcun che, il suo commercio vi avrebbe guadagnato immensamente. In realtà poi la navigazione inglese è stata ben lontana dallo scadere nella sua operosità, perché, lasciando stare la maggiore estensione che ha dovuto incontrare ne’ porti esteri mercé i favori che in questi le venivano assicurati in iscambio delle condizioni di reciprocanza a cui ammetteva ne’ porti propri la marina straniera, le cifre dello specchietto rivelano abbastanza che malgrado il cangiamento nella proporzione tra il tonnellaggio inglese e 'l britannico, quest'ultimo nel 1839 era salilo a 2,197,014, laddove nel 1787 con tutto il monopolio aperto che esercitava su le bandiere estere non era stato maggiore di 1,104,711.

Dopo i pochi cenni generali che precedono sul commercio della Gran Bretagna, giova entrare nelle sue particolarità, e crediamo che acconciamente serviranno all'oggetto le due tavole nelle quali presenteremo con ampiezza il traffico delle importazioni e dell’esportazioni per l'anno 1839 secondo i documenti officiali pubblicali dal governo britannico nel 1841.

Da siffatte tavole raccogliesi che nell'importazione sono in primo luogo il cotone, la lana, la seta, il sego, il lino, la stoppa di canape e lino, e in generale tutte le materie grezze o con qualche primo grado di fabbricazione, le quali son destinate appunto ad alimentare le colossali manifatture del Regno Unito. E tra le materie grezze primeggia certamente il cotone, il quale costituisce 5 all’incirca del valore totale delle importazioni, ed è somministrato nella massima parte dagli Stati Uniti di America.

E inutile il dire come pochi e di lieve momento sieno alcuni articoli di manifatture estere importati nel Regno Unito.

Tra gli obietti di consumo, all'infuori del grano, rilevante si è l'importazione dello zucchero, del caffè, del vino ec.

Passando all'esportazione, ci si parano innanzi tutt'i tesori dell'industria che il valore dell'uomo cava dalla sua applicazione alla materia grezza. Ne basta citare il cotone importato nello stato grezzo durante l'anno 1839 per la somma di fr. 317,622,200, il quale ridotto in manifatture, soccorre ai bisogni di un’ingente consumazione interna e reca una quantità su i mercati stranieri ch'esso solo è quattro volte maggiore del valore della detta materia grezza importata, cioè fr. 1,462,902,400. (*)

Non è da lasciarsi inosservata la larga quantità dell'esportazioni in ferro e carbon fossile, di questi due prodotti delle miniere britanniche, che somministrando la principal materia l'uno alla costruzione delle strade ferrate, l'altro alla navigazione a vapore, concorrono sì potentemente a ravvicinare le distanze e moltiplicare le relazioni di commercio da popolo a popolo, con tanto frutto specialmente della industria britannica, la cui produzione cresciuta a dismisura abbisogna di uno straordinario impulso ed aggrandimento del commercio per crearsi tutto giorno novelli consumatori.

Negli specchi anzidetti si vedrà per ciascuno articolo la parte che ogni paese prende all’importazione ed all'esportazione. Lo specchietto che segue mostra come la massa dei valori della esportazione è ripartita pe’ vari paesi esteri nel 1839.

(*) L’estimazione io franchi (valori officiali) è tratta dal Bulletin du Commerce.

Specchio dell’esportazioni totali de'  prodotti del molo e dell’industria del Regno Unito per l’anno 1839 in valore dichiarato, e della parte che ogni Stato vi ha preso.
EUROPA ASIA

Russia L. st. 1,776,426 Arabia 3,680
Svezia 121,850 Territori orientali della
Norvegia 81,584 Compagnia Indie e Ceilan  4,748,607
Danimarca 243,732 China 851,969
Prussia   206,866 Sumatra e Giara  292,731
Germania  5,215,155 Isole Filippine  43,443
Olanda  3,563,792 Terre del Van Diemen   1,679,390
Belgio 881,831 Isole della nuova Zelanda
Francia 2,298,307 e del mare del sud 23,459
Portogallo  1,133,926 L. st, 7,643,279
Azore 47,065 (Duc 43,719,556)
Madera 33,493

Spagna e isole Baleari 262,231 AMERICA
Canarie 47,710

Gibilterra  1,170,702 Colonie inglesi America Sett. 3,047,671
Italia e sue isole   2,079,010 delle Indie Occidentali 3,986,598
Malta 125,388 Haiti 392,763
Isole Jonie  64,010 Cuba e possessioni estere
Isole Guernsey Jersey Alderney 340,444 delle Indie Occidentali 891,826
Turchia e continente Grecia 1,178,712 Stati Uniti di America 8,839,204
Morea e isole grecite 23,122 Messico 660,170
L. st. 20,797,904 Guatemala 627
(Duc. 118,964,041) Columbia 267,112
Brasile 2,650,713

AFFRICA Stati del Rio della Plata 710,524
Chili 1,103,073

Siria e Palestina 251,109 Perù 635,058
Egitto (porti mediterraneo) 123,859 L. st. 23,185,339
Tripoli Barberia e Marocco 74,073 (Duc 132,620,139)
Coste occidentali dell’Affrica 468,370

Capo di Buono Speranza 464,130
L. st. 53233580
Porti affricani del Mar-rosso 196 (Duc. 303,496,077)
Isola dell’Ascensione 333

Isola del Capo Verde 589

Sant’Elena  12,668

Isole Maurizio 211,731

L. st. 1,607,038


(Duc. 9,192,372)


Da tale specchio rilevasi che il continente Europeo non ha il primo luogo nell’esportazioni della Gran Bretagna, a differenza di ciò ch’era stato pe’ tempi andati. Le maggiori esportazioni ora sono per le Americhe; e la tendenza attuale dell’aumento è per quelle regioni e per l’Asia. Segnatamente per la Cina ci riserbiamo aggiungere degli appositi chiarimenti degni della maggiore considerazione dopo gli ultimi fatti e i risultamenti che fan quelli prevedere non soltanto pel traffico della Gran Bretagna, ma nell’interesse del commercio Europeo.

I particolari sul movimento della navigazione ne’ porti della Gran Bretagna si desumono dallo specchietto seguente.

Movimento della navigazione nei porti della Gran Bretagna durante l’anno 1839

ENTRATA USCITA



BASTIM. TONNELL. BASTIM. TONNELL.

Regno Unito e dipend.  14,348 2,756,533 11,952 2,197014
Prussia 1,165 222,258 556 98517
Francia 1,508 102123 1,675 136,923
Svezia e Novergia 1,176 162701 416 42,055
Danimarca 1,557 110,723 1,254 86,064
Germania (Stali di) 1,571 83,267 757 55,051
EUROPA Olanda,  731 61923 513 48830
Russia 259 73012 133 36,828
Belgio 313 42,141 359 52567
Italia (Stali d’) 168 40026 119 26,633
Spagna  68 7,732 52 6,221
Portogallo 63 6,872 55 6,021
Altri Stati 1 200 2 418
AMER ASIA Stati Uniti 579 286,658 579 291,586
E AFFRICA Altri paesi 7 1,290 5 1,024
Totali 23,144 3,957,468 18,423 3085,752

Alle tavole d'importazione e di esportazione del commercio britannico del 1839 crediamo bene far seguire due specchi sul commercio d’importazione e di esportazione del Regno Unito co’ Reali domini di qua del faro per gli anni 1838, 1839, 1840,1841.

Avranno a riuscire tanto più accette queste notizie in quanto che ne’ lavori inglesi il regno delle due Sicilie è compreso nella generale denominazione di stati d’Italia. Ne raccoglierà il lettore, sul coacervo delle somme degli anni 1840 e 1841 paragonati al coacervo de'  due anni precedenti, l'aumento che hanno avuto tanto le importazioni quanto l’esportazioni di questi Reali Domini con la Gran Bretagna. Su la inferiorità dei valori esportati rimpetto a quelli esportati, ci astenghiamo da comenti per non involgerci nelle trite controversie della bilancia commerciale; ma notiamo nonpertanto il nostro commercio di esportazione non esser certamente quello che avrebbe potuto addivenire senza le restrizioni risultanti dalle leggi generali di dogana dell’Inghilterra, segnatamente prima della novella tariffa; senza le condizioni di disparità in cui trovasi il nostro commercio e la nostra navigazione ne' porti inglesi in paragone di altri paesi che vi godono de'  trattamenti di reciprocanza; senza le vicende speciali incontrate dalla principal derrata di nostra esportazione qual si è l’olio di olive (V. pag. 87 e seg. in questa medesima dispensa).

Non sarà senza interesse finalmente lo specchio della navigazione delle due Sicilie ne’ porti della Gran Bretagna durante l'anno 182 che daremo alla pag. t3v, non essendo stato il numero de’ nostri bastimenti minore di 67, laddove nell'anno 1838 erano stati soltanto 18 (Vedi la dispensa V. della Biblioteca, pag. 89). E siffatto aumento comecché favorita da una straordinaria estraregnazione di grani, essendo accaduto malgrado gli ostacoli e la non favorevole nastra condizione ne’ porti inglesi, nell’atto che depone della importanza maggiore che per le nostre derrate può acquistare il mercato britannico, e degli elementi di prosperità che sono inerenti a'  bastimenti delle due Sicilie, ne avverte ancora della gran convenienza che ['Inghilterra presenta pe’ noleggi della nostra marina nella posizione in cui ci è dato incontrarla siccome ira via nel cammino del traffico operoso che i legni di real Bandiera da alcuni anni in qua fanno nei paesi bagnati dal Baltico.

Commercio delle due Sicilie con la Francia

Eccoci ora al commercio specialmente del regno delle due Sicilie con quello di Francia. Negli specchi I, II, XI e XII (pag. 248, 249, 257, 258 e 259) noi ne abbiam veduto le cifre tratte da'  lavori officiali della Francia,cosi per l'anno 1842,come per i tre precedenti quinquenni. Avrem desiderato, nell'imprendere a ragionare dei particolari di tal commercio, presentar qui una fatica compilata su gli elementi delle nostre amministrazioni doganali, che riunisse non meno il commercio dei domini continentali che de’ domini insulari; e senza arrestarci al 1827, sarebbe assai importato riandare gii anni che immediatamente precedettero il 1824, quando venne presso di noi ordinato il sistema dell’attual tariffa di protezione che ha spiegato una glande efficacia su le relazioni dei nostri traffici con i paesi esteri; ma intorno a’ motivi che si oppongono al successo di tali ricerche, ben degne di eccitare la seria curiosità dell'economista e dell’uomo di stato, rimandiamo il lettore alle osservazioni preliminari sul commercio de’ domini continentali del 1840 (pag. 171 e seg. della dispensa XI). Così ci siam ristretti a presentar negli specchi dalla pag. 264 a 270 le tavole delle merci importate ed esportate ne’ e da'  domini continentali dal 1838 al 1842,e quanto a'  domini insulari quelle soltanto del 1837 e 1838.

Per l'anno 1838 le importazioni ed esportazioni per le due parti del regno, furono le seguenti:


Importatone Esportazione
Domini continentali.. duc. 4,419,077 duc. 3,086,008
Domini insulari 251,959 2,888,918
Totale 4,671,036 5,974,926
Olio esportato da'  domini continentali per via di Nizza 977,028
Totale 6,951,954

Leggendosi gli specchi delle statistiche francesi per lo stesso anno 1838, si ha la somma delle merci importate nel regno delle due Sicilie dalla Francia uguale a frane. 13,544,568, pari a duc. 3,078,311.

La somma delle merci esportate (non compreso il valore degli oli spediti per via di Nizza) è calcolata a frane. 22,475,830, pari a duc. 5,974,946.

La gran differenza che si osserva tra le cifre delle due statistiche per il medesimo anno 1838, è a ripetersi dal vario metodo di valutazione adottato dalle due amministrazioni; ed in ispecie intorno a'  valori delle merci importate nel regno, i quali secondo la statistica di Napoli compariscono superiori per circa un milione e 600 mila ducati, ricordiamo quel che notammo (pag. 179 e 180 della dispensa XI) su la esagerazione de'  prezzi della nostra tariffa normale per talune merci manifatturate. Bisogna inoltre avvertire che i nostri specchi statistici comprendono il numerario, registrato a parte negli specchi francesi.

Ragionando su le cifre che abbiamo, e limitando la nostra analisi ai domini continentali pe’ quali si è potuto riunir gli elementi di un quinquennio dal 1838 al 1842 additeremo qui appresso la media quinquennale, così all’importazione come all’esportazione, distinta per bandiere nazionale ed estera (V. la riepilogazione alla pag. 270, N. III).

Importazione Esportazione
band. naz. band. est. Totale band. naz. band. est. Totale
Media 3,513,690 1,071,617 4,585,306 1,921,484 1,377,272 3,298,756

L’esportazione appare da tali cifre inferiore all’importazione per 16/100 all'incirca a differenza di ciò che suol raccogliersi dalle statistiche francesi. In realtà noi crediamo che le esportazioni avanzano le importazioni ove si riducesse a più giusta ragione la valuta delle prime, e massime aggiungendovi i valori degli oli spediti in Francia per via di Nizza da noi denotati allo specchietto IV della pagina citata.

Ravvicinando le cifre di ciascun anno alla media quinquennale, cosi alla importazione come all’esportazione (non compresi in quest’ultima gli oli mandati in Nizza) non potremmo che desumerne argomento di progressione ne’ cambi tra i due paesi.

Le proporzioni tra il naviglio nazionale e lo straniero per la parte rispettiva che han preso nei trasporti, risultano dalla media quinquennale favorevoli alla nostra bandiera, che sul totale prende all’importazione 77 centesimi circa di più, ed all’esportazione 58 centesimi. Nel breve giro de'  cinque anni non pertanto la condizione della bandiera estera è andata sempre migliorando, e sopra tutto all’importazione è rimarchevole che, laddove nel 1838 la bandiera estera entrava su la somma totale per centesimi 6 appena, e nell'anno 1839 per cent. 17, nei successivi anni 1840, 1841 e 1842 ha preso rispettivamente centesimi 33, 34, 21. All'esportazione in qualche anno, come nel 1840, il vantaggio è stato ancora da parte della bandiera estera, e per circa un quarto.

Non potendo aver notizie per gli anni anteriori al 1824 co’ quali avremmo voluto stabilire un paragone per le ragioni dette, non sarà forse inutile pel curioso lettore il ricordare le cifre che Giuseppe Galanti assegnava al nostro commercio con la Francia nell’anno 1784, cioè all’importazione ducati 1,692,864, ed all’esportazione duc. 2,974,498.

L’imperfezione delle ricerche del Galanti, sopra tutto circa le cifre della importazione, essendovi talune merci i cui valori e quantità calcolaronsi in un modo ch’egli stesso dicea congetturale; i dubbi ch'ei medesimo annunziava sul suo lavoro, divisando essere al di sotto del vero la somma che additava doversi aggiungere per merci introdotte ed uscite in contrabbando, cioè all’importazione il 15 per 100 ed all'esportazione il 30 per 100 (il che avrebbe fatto salir le cifre indicate per l’importazione a circa due milioni di due., e per l’esportazione a ducati tre milioni e 866 mila); la poca relazione tra i metodi di valutazione da lui seguiti e quelli attualmente applicati dalla nostra dogana; tutte queste cose non ci farebbero arrischiare qui un paragone esatto tra lo stato delle nostre relazioni commerciali con la Francia di quell’epoca ed il presente. Tuttavolta, se per mera approssimazione volessimo ravvicinare le cifre del 1784 agli anni 1838 a 1842 secondo che queste leggonsi alla pag. 270, posto mente che nelle cifre de'  cinque anni son compresi all’importazione notevoli valori di argento in verghe e monetato che non appariscono affatto tra le merci registrate dal nostro autore, e tenendo pur conto delle condizioni presenti del nostro regno la cui popolazione è già cresciuta di un quarto circa; non potremmo tirarne che conseguenze di scadimento per lo stato attuale del commercio de’ domini continentali con la Francia. Quanto a noi per verità non pensiamo ch’esso sia in quello stato fiorente che risponde ai tanti favorevoli elementi su cui è fondato il cambio delle produzioni dei due paesi, ed a cui potremmo augurarci di vederlo pervenire, tolte di mezzo le restrizioni attuali, e con l’opera di quei favori che tornerebbe a comun vantaggio di concedersi vicendevolmente.

Al presente, per effetto della legge del 30 marzo 1818 il commercio francese nelle relazioni col regno gode della bonifica del 10 per 100 su dritti d’immissione nelle merci importate ne’ reali domini (bonifica per la quale non si ha reciprocazione in prò delle merci napoletane importate in Francia), ed ha inoltre per sé il benefizio di tutte le tasse differenziali e privilegi esclusivi che, secondo i suoi sistemi generali, sono attribuiti in Francia alla marina propria. Il commercio dello due Sicilie d’altra parte ha per sé soltanto le bonifiche e i privilegi che alla marina nazionale sono stati assicurati ne’ porti del regno per tutelarla dalle conseguenze de’ favori da noi concessi ad altri paesi senza retribuzione, e rifarla delle tasse differenziali che incontra ne porti esteri.

Ricondurre le relazioni del commercio tra’ due Stati su le basi di trattamenti benevoli e conformi ai principi di naturale equilibrio ed equità, senza di cui non ravvisiamo verace e stabile utilità nelle relazioni di commercio internazionale, è il voto che qui formiamo pel bene comune, e con la coscienza de'  grandi vantaggi che l'aumento de’ cambi tra i due paesi possono farne sperare.

La Francia manda nel regno prodotti della sua industria; e se parecchi tra questi, che noi o non produciamo o non possiam produrre con ugual profitto, potrebbero bentosto senza difficoltà sperimentare il benefizio di una minorazione su' dritti doganali esistenti, per le altre merci manifatturate sottoposte all’attual tariffa protettrice, la Francia sarebbe la prima a raccogliere i frutti di una benintesa riforma di riduzione a cui la saggezza della nostra pubblica amministrazione dovrebbe per avventura trovar opportuno di sottoporre le tasse vigenti nello stesso interesse delle industrie che vogliono proteggersi quando sono già pervenute al punto di aver bisogno del beuefico stimolo della concorrenza, e di essere gagliardamente garentite dai danni di uno sfrenato contrabbando.

La Francia altronde non tira da noi che merci necessarie alle sue manifatture, e le dolcezze che arrecar potrebbe nelle sue tasse d'immissione, al profitto per la estrazione delle nostre indigene produzioni congiungerebbero quello, per lei principalmente importante, di scemare le spese di produzione delle industrie proprie. Segnatamente per gli oli noi già notammo alle dispense Vili e IX quale e quanta fosse l’altezza delle tasse d’immissione in Francia, superiore a quella che osservasi in ogni altra tariffa doganale, ed aggravata da’ dritti differenziali che, facendo improntare un porto intermedio come Nizza, travagliano la condizione di una merce necessaria alle stesse industrie francesi, e restringono a’ limitati benefizi di un cabotaggio la parte che i bastimenti francesi sarebbero chiamati a prendere nel campo più largo delle dirette comunicazioni tra i due paesi.

I particolari delle merci importate ed esportate sono negli specchi pag. 26469; e noi reputiamo beo fatto presentarne qui appresso un sunto ove a colpo d’occhio si scorge la proporzione in più o in meno che ciascuna merce ha avuto ne’ cinque anni.

Circa il movimento de’ bastimenti francesi nei porti delle due Sicilie crediamo che bastasse il chiamare l’attenzione del lettore mi le notizie che abbiam raccolte alla pagina 271 e 272. Vi si leggerà, ove si formi la media su’ cinque anni coacervati dal 1838 al 1842, il movimento annuale della navigazione francese nei porti de’ domini continentali essere stato alr entrata di bastimenti 58, tonnellate 9116; all’uscita di bastimenti 52, tonnellate 9269; movimento certo di lieve importanza, ed è notevole che le notizie del Galanti pel 1784 ci danno come arrivati in quell’anno nel solo porto di Napoli 93 bastimenti francesi, e come partiti dal porto stesso 89; cifre queste assai superiori alle attuali, né allora la Francia godeva la diminuzione del 10 per 100 su dritti d’immissione ne’ reali domini, né v’era scambio tra’ due paesi di tasse protettrici differenziali sopra tutto sul commercio degli oli.

Si vedrà inoltre sfavorevoli essere le proporzioni de’ bastimenti francesi rimpetto a'  napoletani per la parte che rispettivamente prendono nel movimento totale; e ciò non ostante se sale cifre che abbiamo attinto dagli stessi lavori officiali francesi dal 1827 al 1842 vogliam seguire il cammino progressivo degli uni e degli altri, troveremo in armonia di ciò che indicavamo alla pag. 144 essere andata mano a mano migliorando negli ultimi anni la proporzione pe’ bastimenti francesi. Di fatti, riunendo le tonnellate de’ legni entrati ed usciti, i francesi da una banda e napoletani dall’altra, e ponendo a confronto il coacervo de’ primi otto anni 1827-34 con quello degli ultimi otto anni 1835-42, avremo che nell’un periodo di tempo i legni napoletani entravano per 81 centesimi e i legni francesi per 19; nel secondo periodo i legni napoletani per 74 centesimi e i legni francesi per 26.

COMMERCIO ESTERNO DELLA FRANCIA PER L’ANNO 1842

e per i tre quinquenni 1827-31, 1832-36 e 1837-41

paragonati con l’anno 1842

Ripetiamo qui le stesse avvertenze poste innanzi al commercio esterno della Francia per l’amo 1840 nella dispensa l'della nostra Biblioteca, pag. 105.

Commercio generale, Commercio speciale. — Il Commercio generale racchiude quanto all’importazione, tutto ciò ch'è arrivato per terra e per mare, senza tenersi conto della destinazione ulteriore delle merci, sia per consumo sia per entrepót, così per riesportazione come per transito; il Commercio speciale comprende soltanto le merci entrate per il consumo interno.

Il Commercio generale si compone, quanto all'esportazione di tutte le merci che passano allo straniero, senza distinzione se sieno nazionali o straniere; il Commercio speciale contiene solamente le merci straniere e quelle che avendo soddisfatto i diritti di entrata fossero poscia esportate.

Classificazioni delle merci. — Le merci non son disposte negli specchi di commercio per ordine alfabetico, ma sibbene secondo le quattro categorie della tariffa generale di dogana,cioè: materie animali, materie vegetali, materie minerali, e oggetti lavorati (fabrications); e siffatte categorie si suddividono negli articoli indicati ne' reassunti che seguitano N.° III e IV.

Nei sunti che nella statistica originale precedono i così detti specchi di développement incontransi i resultamenti delle importazioni ed esportazioni presentati ancora sotto un altro aspetto, ordinando cioè le merci, per l’importazione, sotto le categorie di materie necessarie all’industria—oggetti di consumo naturalioggetti di consumo lavorati; e, per l'esportazione, sotto quello di prodotti naturali oggetti mani fatturati.

Valori. —I valori cosi detti officiali, di cui si fa l'applicazione negli specchi di commercio, son determinati da una tariffa normale formata su prezzi medi delle merci che si ebbero dalle informazioni raccolte nel 1826, ed approvata con reale ordinanza.

I.

REASSUNTO PER PAESI DI PROVENIENZA

Importazione                             Anno 1842

INDICAZIONE

dei

PAESI DI PROVENIENZA

VALORI BELLE MERCANZIE





ARRIVATE

Commercio

generale

poste in consumo (Commercio speciale)





MATERIE

necessarie

all'industria

OGGETTI DI CONSUMO totale




naturali manifatturati





franchi fr. fr. fr. fr.


Europa Settentrionale Russia 82222, ibi 19,188649 23,433487 131,380 42,753,522
Svezia e Norvegia 19,730,201 18,932,371 32428 91,951 19076,930

Danimarca 3,037,403 439,610 2,520,315 490 2,980,415

Inghilterra e dipendenze 133,603949 89,333,238 4,027,069 18,839,458 112,199,785

Centrale Lega com. germanica 81814123 38,844,919 14,680,089 5,818,876 59,379,884
Mecklenbourg Schwer 13,733 13,733 13,7331



Città Anseatiche 6,733,028 4,224,909 1784,993 252,244 6,262,146

Annover 102,404 1,079 129,302
130,3811

Paesi Bassi 26,591,416 8,669,502 4,350,912 554,505 13,574,979

Belgio 98,470600 58,548,450 12,864,199 16,918,556 88,331,205

Svizierà 07 961,889 14,053,068 2,010,045 7,804,097 24,467,210

Portogallo 1,418,496 484751 572,948 10,030 1,088,329

Spagna 39 003,692 24,837,053 4,806,480 1,253,678 30,897,211

Austria 9,484,710 7,303,284 558,004 124,869 7,980,157

Stati Sardi 79,062614 47,308,803 11,148,069 993,789 59,511,201

Meridionale Toscana 20,212,720 11,089,228 480,572 3,345,394 14915,094
St.Pont., Lncca, Monaco 2,870,377 1,784,978 383,037 62,250 2,230,263

Due Sicilie 24,761,773 11,100,381 2,429,323 80,318 16,610,022

Grecia e isole dell’arc. 598,228 64,571 156,518 54 221,1631

Turchia 48,117,998 22,109,664 8,768,620 111,028 30989,312

Egitto 14,196996 5,772,831 5,027,754 10039 10,810,024

Stati barbareschi 7129,167 0,359,238 74,886 27300 6,461,484

Algeria 3263590 2,353,275 68,008 46426 2,467,709

Coste occidentali 746,486 747,300 21,435 8 216 777,157

Possedimenti inglesi 108248 90,238 686 4647 95,5711

Altri paesi 596,969 243,019 198,164 3,267 4144 301

Asia Indie Inglesi 31,487,887 25,134,918 2,173,841 187909 27,496 668
Fattorie Olandesi 5,763,779 308,932 3,321,181 26,662 2,713,673
Filippine 1493 112,875 158,293 23)71 273,242

China, Cochinchina, Oceanica 1,053286 33241 1,008,105 43,710 1,145,056

Stati-Uniti 170,036,968 132,973,083 1,920,141 152,314 135,015538

Texas 74,144 17,994 17,994



Messico 8 283 627 8,495 875 642,063 9 125 4,147 063

Centrale Guatemala 433,656 220681 200 220 8841

Nuova Granata 897,606 534,343 4,992 4 060 543 401

Meri-dionale Venezuela 3,142099 1,469,098 1,393,31 8459 2,870,8761
Brasile 12,890012 5,343,837 3,129,191 29984 6,503 012

Uruguay 8,481187 8,209,353 1,321 2,881 8,273,327

Rio della Plata 12256771 8,477,540 3,792 11908 8 493 240

lEqualore 4,592 12,530 47 122



Perù (Basso-Perù) 1,983,696 1,717825 9728 2,m 1,818,270

Bolivia (Alto-Perù) 3,124 6314 9,468



Chilì 4,463,889 3,663,298 182,239 14 606 3,800 143

Antille Haiti 6,938,789 2,332,013 3331,266 6987 5 670 266
Spagnuole 16,619,148 1,030 542 5,411,570 1,093,725 7,541 843

Inglesi 107837 85781 3 932 3,451 93,164

Danesi 824,851 112 731 267,998 4367 485 096

Olandesi 81
81 81


Possedimenti franc. nelle Indie 3326,895 1,892,614 194,254 9,135 2,086,003

COLONIE FRANCESI 65,938,937 8,295,725 61,074,727 163 178 09333 630

Generi abbandonati e naufragali 1,381 1 94,029 712784 272,746 1,079,531

Totale 1,142,033,203 602,787,681 185,213,803 58,573,394 846,006,940

II.

REASSUNTO PER PAESI DI DESTINAZIONE

Esportazione                                                       Anno 1842

INDICAZIONE

dei

PAESI

DI DESTINAZIONE

VALORI DELLE MERCANZIE




FRANCESI

E STRANIERE

FRANCESI

(Commercio speciale)

TOTALE



Comm. generico PRODOTTI

naturali

OGGETTI

manifatturati





franchi fr. fr. fr.


Europa Settentrionale Russia 18,603,660 3,830273 0,038,166 14,768,441
Svezia e Norvegia 3,803,768 2,464,378 889,938 3,334,530

Danimarca 2,336,648 1008,037 948,322 1,956,959

Inghilterra e dipendenze 138,873,572 43,383,132 9,026,156 92,411,303

Centrale Lega com. germanica 34,193,348 13038,763 36,282,686 49,321,431
Mecklenbourg Schwer 471,967 434,639 32,014 466,633

Città Anseatiche 20,739,333 7,472902 9,132,242 16,603,144

Annover  436,9 5 318,081 14,304 332,383

Paesi Bassi 21,08,621 8,248,401 9,239,391 17,307,792

Belgio 61,002451 17,917,037 26225,394 44,142,431

Sviziera 93,836,479 11,837,213 28268,029 40,103,244

Portogallo 2,840621 98,000 1,428,843 1,326,851

Spagna 71,492,321 8,390,079 49,736,023 38,132,701

Austria 11,187,241 1,066,142 1,833,196 2919,338

Stati Sardi 05,274,384 8,347,112 30,349,283 30,096,395

Meridionale Toscana 19,404973 1,764,819 9,348,670 11,313,495
St.Pont., Lncca, Monaco 3,026,862 313,343 1,704,490 2,019,833

Due Sicilie 13,441,031 912,607 6,541,215 7,453,822

Grecia e isole dell’arc. 2,013,988 418,130 1,088,865 1,536,993

Turchia 17,439,828 1,393,828 1,089,090 11,424,918

Africa Egitto 4,465,323 307,317 2,263,128 2,572,443
Stati barbareschi 4773,286 333,057 2,619,028 2,954,095

Algeria 44,890,402 10,964,231 22,631,462 33,593,713

Coste occidentali 1,743,662 193,350 368,666 362,038

Possedimenti inglesi 3,314,960 2,133,649 2,665,769 4,801,418

Altri paesi 281,523 97,581 160,433 238,031

Asia Indie Inglesi 6,063,918 1,473,683 8,599,887 3,073,372
Fattorie Olandesi 1,108,301 338,321 662,863 1,021518
Filippine 314,222 70,733 130,999 237,734

China, Cochinchina, Oceanica 045,113 20,306 593 021 013,327

Stati-Uniti 02,343,693 6,261,542 41,844,265 48,103,817

Texas 320 303 43,194 173,641 216,833

Messico 11,407,305 810,299 7,490,779 9,301,078

Centrale Guatemala 139,371 14,667 71,701 86,368
Nuova Granata 1,412,869 148,434 912,802 1,061,230

Meri-dionale Venezuela 3,348,933 312,30 2,230,975 2,743,487
Brasile 23,543,011 2,701,661 12,490,449 15,198,110

Uruguay Monte-Video 12,417,183 3,03,903 7,991,837 11,043,710

Rio della Plata B-Ayres 4,637,601 1,136,326 2,037,003 3,773,989

Equatore 430,780 112,454 237,890 370,344

Perù (Basso-Perù) 3,017,984 229,194 2,030,508 2,259,702

Bolivia (Alto-Perù) 37,330 1,333,203 37,330 37,330

Chilì 11,608,733 223,514 8,882,370 10233,373

Antille Haiti 3,300,303 2,067,462 2,290,976

Spagnuole 9,010,389 893,525 4,522,985 3,416,510

Inglesi 065,733 183,830 462,982 040,832

Danesi 4,933,333 089,084 3,616,204 4,303,288

Olandesi 12,697




Possedimenti franc. nelle Indie 036,160 161,149 394,602 353,731

COLONIE FRANCESI 61,703013 17,077421 42,138,784 59,216,203

Totale 40,250,887 16,466,600 487,498,077 43,901 fili

III.

REASSUNTO PER CLASSE DI MERCANZIE

Importazioni                                                         Anno 1842

CLASSI

delle

MERCANZIE

IMPORTAZIONI





MERCANZIE ARRIVATE

(Commercio generale )

MERCANZIE

MESSE IN CONSUMO

Commercio penile







CON BASTIMENTI per terra TOTALE valori Diritti

riscossi




francesi Stranieri





franchi fr. fr. fr. fr. fr.

Materie animali Animali visvi 283,068 634,783 17,106,371 18,044,222 18,044222 2,879,868
Prodotti e spoglie di animali 02,008,938 47,001,220 105,763,563 214,775,741 156,027,010 13,331,203
Pesca 12,313,785 3,363,403 1,383,722 17,264,906 16,675,233 298 513
Sostanze atte alla medicina ed alla farmacia 4,013,065 626,394 388,316 2,030,173 1,633,498 137,116
Materie dure da taglio 2,904,097 928,963 359,473 4,192,535 4,162,219 167,883
Materie vegetali Farinacei per alimenti 8,180081 23,565,217 6142,912 37,888,810 18,885,388 3 382,922
Frutti 13,413489 4928637 9,120,371 73,820,197 70,264,443 3401,308
Derrate coloniali 98,424,933 34101,233 861,391 133,387,781 103,651073 39,213,990
Succhi vegetali 28,431,706 6,083,250 1,978,340 36,313,296 30,781,763 10,159,969
Spezie medicinali 2,660,623 331,278 571,113 3383,018 2,319,398 274,519
Legni comuni 4,313,363 29587,669 17,719,892 49621,126 43324993 833727
Legni esotici 5,02', 130 780,131 94,171 6,498,432 5,898,313 1,021,763
Frulli, steli c filamenti a lavorare 24,936,374 128,599,201 2,270,056 133,823,691 113,800,797 13,501, 438
Sostanze per tinture o conce 2,867,391 1,070,322 363,611 4,501,524 3,147,317 174,352
Prodotti ed avanzi diversi 107,604 469,347 2,237,894 2,833,045 2,776,862 674,490
Materie minerali Pietre, terre ed altri fossili 2,490254 8,809,527 22,528,438 33828,219 33,121,239 4913,893
Metalli 18,747819 37,811,982 14,135686 70695,487 64,123,033 3,379,389
Oggetti lavorati Prodotti chimici 5,132,0 4 4 3,139,338 687,386 8,938,788 6,923,268 2,018218
Tinture preparate 37,030,061 1,981072 600,630 39,611,783 31,783,508 1,198,835

Colori 149,437 327,183 369,069 843,711 643,073 102,920

Composizioni diverse 2226,250 1,564,308 2,983,707 6,776,465 1,195,090 24,216

Bevande 1,337378 464,938 178,034 2,180,330 1,493234 565,222

Vetrificazioni 313,067 434,832 670,839 1,418,738 669,823 262,899

Fili 886,4 42 48,393,099 2,897,937 52,179,498 49,636,773 5,568,454

Tessuti e feltri 13,983,601 46,323,339 57,536,706 117,865,726 32,022,181 5,213,112

Carla e sue applicazioni 341,928 898,346 928,433 2,168,909 1,288,033 81,666

Lavori in materie diverse 6,981,383 14,920,926 23,818,701 43,721010 28,088,930 3,370,191

Totale 336,343,235 491,744,560 293,943,408 1,142,033,203 840,606,940 137,436,602

IV.

REASSUNTO PER CLASSE DI MERCANZIE

Esportazioni                                                       Anno 1842

CLASSI

delle

MERCANZIE

IMPORTAZIONI





MERCANZIE ARRIVATE

(Commercio generale )

MERCANZIE

MESSE IN CONSUMO

Commercio penile







CON BASTIMENTI per terra TOTALE valori Diritti

riscossi




francesi Stranieri





franchi fr. fr. fr. fr. fr.

Materie animali Animali vivi 1,486,833 1,393,526 7,549,685 10,429,744 10,428,777 92,560
Prodotti e spoglie di animali 17,263,614 55,007,431 10,348,092 82,619,137 20,311,332 323,177
Pesca 2,337,400 404,610 350,085 3,092,095 2,773,896 292
Sostanze atte alla medicina ed alla farmacia 147,334 212,270 112,025 471,629 823,866 297
Materie dure da taglio 61,024 82,764 33,687 147,445 47,110 8,296
Materie vegetali Farinacei per alimenti 18,279,320 24,167,386 5,069,963 44,516,671 21,069,419 297,878
Frutti 2,005,648 6,178,607 3,126,669 11,310,944 9,380,625 59,542
Derrate coloniali 11, 27, 320 11,687,313 6,486,636 29,453,269 1,558,972 8,070
Succhi vegetali 4,694,238 6,115,145 3,576,675 14,386,058 7,556,547 12,853
Spezie medicinali 881,398 1435,207 220,533 1,937,135 687,991 927
Legni comuni 1,469,028 2,894,504 3,140,433 7,503,962 4,493,181 34,589
Legni esotici 474,146 914,060 120,493 1,506,691 49,602 523
Frulli, steli c filamenti a lavorare 3,419,355 7,626,951 21,811,465 32,550,771 1,682,496 3,714
Sostanze per tinture o conce 398,133 10,066,022 5,253,684 15,718,039 14,455,393 66,795
Prodotti ed avanzi diversi 674,686 2,779,006 2,336,034 5,769,820 5,648,422 163,252
Materie minerali Pietre, terre ed altri fossili 1,679,882 2,087,656 3,726,109 7,693,347 7,015,810 72,134
Metalli 2,639,861 4,519,062 4,606,165 11,865,708 6,220,434 11,235
Oggetti lavorati Prodotti chimici 2,801,936 5,155,476 2,842,211 10,799,623 9,392,840 25,203
Tinture preparate 2,608,481 2,334,813 2,995,526 7,938,792 1,471,057 781
Colori 1,386,644 845,397 1,139,120 3,343,161 3,192,294 2,036
Composizioni diverse 16,072,932 5,801,820 7,458,971 29,333,423 33,852,483 6,423
Bevande 24,911,350 33,807,817 6,610,429 65,359,596 64,669,817 41,764
Vetrificazioni 9,322,772 4,840,708 3,501,186 17,664,663 16,756,054 47,148
Fili 676,062 1,170,691 2,847,832 4,694,285 3,297,978 533
Tessuti e feltri 116,036,626 137,464,416 116,788,726 370,256,668 275,544,379 15,112
Carla e sue applicazioni 9,542,515 5,516,103 5,011,396 20,070,014 19,324,614 15,138
Lavori in materie diverse 86,148,633 37,640,305 36,102,259 129,791,197 112,'336,524 110,071
Totale 305,466,159 371,718,747 1263,065,961 940,250,887 643,961,677 1,437,339

V.

REASSUNTO

SCALE FRANCHE                                                     Anno 1842

INDICAZIONI

delle

SCALE FRANCHE

entrepots

QUANTITA’





In entrepots al 31 dicembre

1841

ENTRATE IN ENTREPOTS

durante l’anno 1842

ESTRATTA DAGLI ENTREPOTS

durante l’anno 1842

In entrepots al 31 dicembre

1842





Per importazione diretta e indiretta, per mare, per terra, e cambiamento di entrepots TOTALE per

il

consumo

Per riesportazione diretta ed indiretta per mare, per terra e cambiamento di entrepots TOTALE


Abbeville franchi fr. fr. fr. fr. fr. fr.
106,001 3,707 201,708 79,010 3,330 81,340 117,210
Agde 331,183 1,303,381 1,024,361 1,180,676 324,667 1,811,343 110,221
Baionna 1,330,053 3,611,720 3,141,773 2,171115 1,183,212 3,357,657 1781,116
Bordeaux 31,650110 37,221,886 88,002005 12,321877 10,105,175 61,720,332 27,181,633
Caen 160177 1,378,332 1,738,720 1,245,653 6306 1,252,00 486,680
Calais 273,310 1,104,687 1,378,027 012726 427,602 1,070,418 307,600
Cannes 117,411 317,781 463108 101,016 13,252 207,108 238,000
Celle 711,217 4,037,336 4,781,373 2,400,363 1,270,027 3,670,302 1,102,181
Cberbourg 06,121 108,481 204,203 165,877 23,276 180,153 103,132
I)ieppe 186,611 341,821 728,133 4 47 000 90,171 637,261 101,171
Bunkerque 1,002,00 8,116,748 0508,752 6,030086 1,636,500 7,686,303 4,822137
Granville 77,180 00600 176,870 38,176 33,053 03,520 83,330’
Honfleur 383,006 3,010,081 3,605087 2,680,436 205,256 2,883,702 718,205
Le Havre 66,110,120 227832,127 293,012,556 160,463,834 56,807,670 217,271,524 76,671,032
Le Léguè 91,012 240,485 340,407 204,883 201883 133,614
Lorient 82,180 181,310 267,320 109,033 HO 023 137,301
Lione 8,230,710 36,668,010 4 4028,620 30,553,567 10,067,830 40,621,106 4,307,223
Marsiglia 66,230,207 211708,713 281018,020 133,063,405 83,335306 218,308,711 62,430 200
Metz 461,371 2,540,617 3,001,991 2,176,032 373,300 2,531,341 450,650
Mulhausen 368,137 1,303,333 2,161,470 1,366,312 02,735 1,430247 702,223
Nantes 6,211,777 17,148,060 23389,837 13,321,124 2,073,588 16,297,712 7,002,123
Orleans 137,018 589,700 616,808 301,378 1,143 305,821 210,087
Parigi 8,363,010 31,823,000 40,386,010 23,237,400 3,076,871 20,214,301 11,172,5-16
Porto-Vcudres 21,100 373,840 308030 168,802 38,772 227,664 170,378
Rouen 1,867,271 10,770,865 12616,136 8,003147 086,820 0,980,276 2,665860
S Maio 269,028 611,832 010,880 366,275 368,347 734,822 176,058
S. Valery- sur Somme 13,606 460,169 474,165 201,858 9,432 301,310 172,838
Strasburgo 018,331 2663,102 3611,723 2217,502 814838 3,032,360 570,363
Tolone 698,033 2,377363 3,073616 1,103,066 1,234348 2,428,514 647,102
Tolosa 203,076 1,172010 1,466,505 1,187,052 101,232 1,280,184 177,111
Altre 30 scale franche 732,412 3,011,304 3,763,043 1,833,108 736,128 2301,326 1,072,6
Totale 108,721,188 636,387,083 835,308,271 4 43,413,031 188,583,747 631,998,778 203,309,493

Nota — Per le merci in entrepôts, la somma dì fr 636,587,083, procede per fr. 11,880,014 da importazione diretta, e per fr. 707,o69 da indiretta, come mutazione di entrepôts e transito, de’ quali fr. 11,530,680 per mare, e fr 94,178, 409, per terra.

Similmente per quelle uscite dagli entrepôts, la somma di fr. 188,583,747 si compone di riesportazione diretta per fr. 92,377,212 e indiretta per fr. 96,206,535, cioè: fr. 22,226,490 per mare, e fr. 73,070,043 per terra

Secondo poi le classi delle merci, cioè: materie

Erano in entrepôts, el 31 dicembre 1841, franchi

Entrata durante F anno 1812

Totale

Estratta durante V anno 1812

Beata in entrepôts, al 31 dicembre 1812,

animali 29,931,014 121,899,643 vegetali

113,407,379

409,926,277

minerali

8,757,081

21,638,648

manifattur.

46,638,814

89,123,513

131,800,639, 121,494,293 823,333,836

400,249,012

30,392,729

21,337,878

129,781,027

88,917,893


30306364 123954844 9084831 40863434
VI.

COMMERCIO DI TRANSITO

Mercanzie estere che, spedite in transito per la Francia,

hanno compiuto la loro destinazione durante l’ anno 1842

À

REASSUNTO PER PAESI

DI PROVENIENZA E DI DESTINAZIONE

REASSUNTO PER CLASSI

DI MERCANZIE





INDICAZIONE DEI PAESI TOTALE DEI VALORI

PER PAESI

INDICAZIONE DELLE MERCI VALORE

di provenienza di destinazione



Europa Russia 261,239 763,638 materie ammali
Svezia 83,33 10,380


Norvegia 13,014 2,732 Fr.

Danimarca 6,779 Prodotti e spoglie di 48,984,981

Inghilterra e dipendenze 31,689,01 44,782,714 Pesche 92199
Confeder Germanica 20,893,34 5,325,199 Sostarne per la medicina e per 41,234
Città Anseatiche 252,926 313,396 profumeria 41,234
nnover 258 Materie dure da taglio 7,288

Paesi Bassi 323,821 227,277


Belgio 9,002,918 3,831,098 MATERIE VEGETALI

Svizzera 52,159,966 55,331,434


Portogallo 6,385 761,537


Spagna 1,733,368 6,314,890 Farinacei per Alimenti 22,046
Austria 76,557 366 Frutti 535,083
Stati Sardi 29,268,333 9,893,591 Derrate coloniali 6,378,589
Toscana 2,551,630 4,131,453 Succhi vegetali 2,033,953
Stato Pontif Lucca, Monaco 190,659 134,084 Spezie medicinali 182,836
Due Sicilie 6,866,887 2,738,339 Legni comuni 922,701
Grecia 89,714 43,962 Legni esotici 102,704
Turchia 2,255,644 2,740,770 Frutti steli e filamenti da lavorare 20,692,787
Africa Egitto 1,115,001 941,175 Sostanze per tinture e per conce 602,429
Stati barbareschi 29,284 81,085 Prodotti residui diversi 65,488
Algeria 2,073 975,125


Coste occidentali 60 114,929 MATERIE MINERALI

Possedimenti inglesi 423 140,370 Pietre, terre ed altri fossili 32,275
Altri paesi 331 6,270 Metalli 2,777,618
Asia Indie Inglesi 446,513 401,631

Fattorie Olandesi 31,972 101,234


Filippine 61,812



China Cochincina Oceanica 71,659 52,391


America Stati Uniti 20,267,887 28,500,058

Texas 92,378



Messico 923791 2,099,183 MATERIE MANIFATTURATE

Guatimala 7,069 52,302


Nuova Granata 46,575 254,414


Venezuela 135,187 256,743 Prodotti chimici 315,571
Brasile 1,621,561 8796,123 Tintura preparate 2,288,088
Uruguay 170,361 796,882 Colori 57,015
Rio della Piata 277,258 786,234 Composizioni diverse 3,516,966
Equatore 2,142 30,806 Bevande 96,214
Perù 27,821 181,944 Vetrificazioni 189,880
Chili 94,220 784,172 Fili 794,191
Haiti 157,023 190,287 Tessuti e feltri 83,785,688
Spagnuole 2,936,325 2,752,162 Carta c sue diverse applicazioni 396,369
Inglesi 16,555 9,488 Lavori in materie diverte 11,426,861
Danesi 78,126 481,149


Olandesi 3,611



Possedim. francesi nelle Indie 103,99 11335


Colonie francesi 166,472 37,449


Totale 186,330,750 186,330,780 Totale 186,330,780

IX, Sunto per paesi di provenienza t destinazione formato su le medie
de’ quinquenni dal 1827-3,, 1832-36, 1837-41, e su l'anno 1842

PAESI DI PROVENIENZA COMM. GENERALE COM.. SPECIALE






Valori espressi in milioni Valori espressi in milioni







Media quinquennale ANNO 1842 Media quinquennale ANNO 1842





1827-31 1832-1836 1837-1841 1827-31 1832-1836 1837-1841



EUROPA Russia 21.9 23.0 30,1 32 2 19.4 20,4 25.9 42.7
Svezia e Norvegia 10.9 14.0 16,6 19.3 10.6 13.8 16.1 19.0
Inghilterra e dipendenze 23.0 33.4 103.9 183. 13,3 28,9 70,2 112,2
Confederazione Germanica 02.2 67.3 72.5 819 42 2 37,8 413 39.89
Città Anseatiche 0.4 76.0 116 11.3 8.7 3,7 7 6 7.4 0.3
Paesi Bassi 7.3 21.6 26.6 06.8 6.0 14.8 13,6

Belgio 72.0 89,7 98.3

68 0

57.9 77,4 88.3


Svizzera 19.9 47’2 69.7 10.2 13.6 19.8 24,5

Spagna 290 36.3 37.8 39,0 21.8 24.6 29,1 30,9
Austria 33.2 40.7 9.5 9.5 3.4 5,4 9.9 8,q
Stati Sardi 63

68.7

07.2 103.4 79.1 88.8 70.8 74,4 59.5
Toscana 12.9 17.4 20,2 7.6 8,8 42.9 14.9

Stato Pontif. Lucca, Monaco 2.0 2.9 1.4 2.2




Due Sicilie 130

14,4

18.5

13,0

21.0 24.8 9.8 ia.3 14.2 16
Grecia 0.8 0.6 11.6 13,5 0,6 0.2


Turchia 31.0 48.1 20,3 3




Altri paesi 2.1 34 3,9 4.5 2.6 2.4 4,1

AFRICA Algeria 3.8 2.2 2.2 3.3 3,2 1,3 1.3 2.3
Stati barbareschi 3.0 3.9 7.1 4,5 4.9 6,3


Altri paesi 6.9 8.8 3.8 15.6 f 4.4 7.2 4.2 42.1
ASIA Indie Inglesi 19.3 32,6 33.2 38.4 15,0 20,0 27.6 34.6
AMERICA Stati Uniti 68,1 99.2 136.5 176.1 83,7 73.7 102.7 135.0
Altri paesi 43,9 39 5 67.5 80.2 23.2 23.5 40,1 53,8
Colonie francesi 60.2 77.9 83.0 56,9 39.6 66.4 69,6

Totale 388.2 746,3 973.2 1,142.0 442.9 5170 683,6 846.6
Russia 8.6 11.6 15A 18.6 7.2 8.4 11.6 14.8,
Svezia e Norvegia 2 8 3.0 3.0 3.8 2.4 2.6 3,6 3.4,
Inghilterra e dipendenze 107.7 05.3 144,4 158.6 66.2 64.6 94.0 92.4,
Confederazione Germanica 45.1 40.0 60.4 54.6 41.1 44.1 45.5 40.7 U
Città Anseatiche 11.4

47.2

17.2

18.2

21.7 20.7 9.0

47.9

12.8 10.0 1^.6|
Paesi Bassi 20.2 21.1 14.2 15.9 17.51



Belgio 47.2 51.0 81.61 38,3 42.6 44.ll


Svizzera 40.0 68.8 84.8 05.9 26.6 32.7 37.5 40jl
EUROPA Spagna 51.6 654 86.8 71.5 38.0 39.6 630 58.2,
Austria 5.7 7.2 7.9 11.2 3.4 3.8 3.7 2.9,
Stati Sardi 39.2 40.0

12.5

61.2 65.3 25.6

7.5

29.8 360 3#.ll
Toscana 0.5 16.3 194 8.6 10.3 11.3,


Stato Pontif. Lucca, Monaco 2.7 3.0 1.7 2.0




Due Sicilie 8.0 0.8 12.4 13.5 6.5 6.9 6:3 7.5,
Grecia 10.5 17.5 2.2 2.0 6.8 12.3 1.8 1.5,
Turchia 3.7 5.4 14.0 5.3 3.2 9.5 11.4,


Altri paesi 6.8 5.4 44.9 3.3 4.9 4.1 4.01

AFRICA Algeria 14.4 28.0 4.8 0.9 19.6 33.6

Stati barbareschi 2.8 4.2 1.9 2.7 3.0



Altri paesi 6.0 8.1 10.3 11.8 4.0 5.8 8.1 8.21
ASIA Indie Inglesi 6,6 6.7 6,4 8.2 6,6 5.5 5.2 6.91
AMERICA Stati Uniti 87.1 154.1 158.7 82.3 77.4 109.8 100.2 48.1
Altri Paesi 55,5 71.0 88.1 93.0 51.7 52.8 65.1 68.5,
COLONIE FRANCESI 506 52.2 ! 63.2 6i.7 500 46.4 69.3 60.2
Totale 602.2 704.1 958.7 940.3 486.1 554.7 661.3 644,o

COMMERCIO E NAVIGAZIONE

del Regno delle Due Sicilie con la Francia (*)

COMMERCIO DE' DOMINI CONTINENTALI CON L'ALGERIA

e movimento de’ bastimenti di real bandiera in que’ porti

PESCA DEL CORALLO

e movimento delle barche coralline di real bandiera ed estere ne’ mari d’Algeria

(*) Quantunque la nuova legge metrica del 6 luglio 1840 non fosse comune alla Sicilia dove è in vigore tuttavia il sistema legale fermato con legge del 31 dicembre 1809 (Vedi Dispensa V., pag. 124 e 129), abbiam creduto di regolare su la prima la riduzione, per presentare le quantità delle merci importate ed esportate nelle due parti del regno sopra un elemento uniforme e comune di comparazione.

PRINCIPALI MERCI IMPORTATE DALLA FRANCIA NEI DOMINI CONTINENTALI NEGLI ANNI 1838-42, e NEI DOMINI INSULARI NEGLI ANNI 1837 e 1838

Con riduzione delle quantità per tutti gli anni, e per le due parti del regno secondo la nuova Legge metrica del 6 luglio 1840 e con l'indicazione dei valori nel modo che son determinati nelle rispettive statistiche doganali di Napoli e di Palermo.

I. (bis) PRINCIPALI MERCI IMPORTATE

II. MERCI ESPORTATE PER LA FRANCIA DA DOMINI CONTINENTALI NEGLI ANNI 1838-42, e DA DOMINI INSULARI NEGLI ANNI 1837 e 1838

Con la riduzione delle quantità e la indicazione dei valori

secondo che si è detto nello specchio precedente.

III. RIEPILOGAZIONE

(per valori e titoli)

Del commercio d’importazione ed esportazione dei domini continentalicon la Francia per gli anni 1838-42.

ANNI IMPORTAZIONE ESPORTAZIONE



con bandiera

nazionale

con bandiera

estera

TOTALE. con bandiera

nazionale

con bandiera

estera

TOTALE.
1838

1839

1840

1841

1842

D. G.

4,136,778 98 2,706,025 79 3,864,37 1 38 2,701,905 95 4,169,367 56

D, G.

282,297 77 576,874 77 1,969,309 65 1,419,142 10 1,110,662 95

D. G.

4,419,076 75 3,280,700 56 5,833,680 73 4,121,048 05 5,270,030 61

D. G.

1,649,464 03 1,889,621 18 969,308 98 2,636,852 36 2,462,276 51

D. G.

1,436,643 83 636,427 82 1,215,779 60 2,115,892 66 1,481,715 81

D. G.

3,086,007 86 2,625,949 — 2,185,088 58 4,762,744 94 3,943,992 32

IV.

Le anzidette somme dei valori annuali esportati per la Francia cresceranno nelle seguenti proporzioni se vi si aggiungono i valori degli oli spediti da domini continentali per gli Stati Sardi, d’onde sono trabalzati presso che interamente in Francia.

ANNI ESPORTAZIONE

DIRETTA

Valore degli oli esportati in Francia per via degli Stati Sardi TOTALE
1838

1839

1840

1841

1842

D. G,

3,086,007 86

2,525,949—

2,185,088 58

4,752,744 91

3,943,992 32

D. G.

977,028 —

2,026,164 80

1,626,310 40

830,563 36

820,474 06

D. G.

4,063,035 86

4,532,113 30

3,711,398 98

5,083,308 27

4,764,466 38

Nota. Si avverta che questolio è quasi tutto spedito

pel porto di Nizza con bastimenti di real bandiera.

V.

DOMINI INSULARI

importazione esportazione
D. G. D. G.
1837 252,285 55 1,267,993 76
1838 251,958 94 2,888,917 84

NAVIGAZIONE

______

MOVIMENTO DE’ BASTIMENTI FRANCESI NE PORTI DELLE DUE SICILIEE DE' BASTIMENTI DELLE DUE SICILIE NEI PORTI DELLA FRANCIA

Lo notizie le quali possiamo per ora qui somministrare sul movimento dei legni francesi presso di noi, sono le seguenti:

Bastimenti francesi approdati ne' domini continentali

(carichi e vuoti, a vapore ed a vela)


ENTRATI USCITI
Anni Bastimenti tonnellate Bastimenti tonnellate
1838 55 7,383 15 8,011
1839 63 9,488 76 10,999
1810 58 8.733 56 5,338
1841 69 13,014 69 14,495
1842 43 6.763 44 7,504

Queste cifro risguardano il movimento dei bastimenti francesi nei soli porti de’ domini continentali; e noi già altrove (a) abbiamo notato quanto il difetto di notizie di questa natura, concernenti del pari i domini insulari che i domini continentali, nuocesse al giudizio complessivo au le condizioni economiche, au lo stato del commercio e della navigazione del regno intero,

Da un lavoro sul movimento della marina mercantile in Sicilia nel 1839, inserito nel numero 16 del giornale di statistica di Palermo, di recente venuto fuori, tragghiamo le seguenti cifre intorno alla navigazione francese in quella parte del regno nel detto anno 1839;

Bastimenti francesi


ENTRATI USCITI

Bastim. Tonnell. Bastim. Tonnell.
Carichi 23 2,279 60 8,830
In savorra 44 6,469 2 231

(a) V. le osservazioni preliminari sol commercio de’ domini continentali del 1840, pag. 171 e seg.

Così abbiamo il movimento totale della marina mercantile francese nelle due parti del regno durante il 1839 essere stato: all’entrata di bastimenti 130, della portata di tonnellate 18,236; all’uscita di bastimenti 138, di tonnellate 20,060.

Speriamo, raccogliendone gli elementi da noi desiderati, di potere altra volta supplire alla fatica più ampia e meno imperfetta che noi avevamo ideata, tale cioè che per Napoli ugualmente che per La Sicilia sopra un dato periodo di anni offrisse il movimento della navigazione de legni francesi nel regno, con la utile distinzione tra bastimenti carichi e bastimenti in savorra, tra bastimenti a vela e bastimenti a vapore, e offrisse ancora la notizia tanto de’ bastimenti di real bandiera quanto di quelli di bandiere estere che in ciascun anno, io concorrenza dei bastimenti Francesi, avessero diviso i trasporli nei commerci tra il regno delle due Sicilie e la Francia.

Non dovrà esser discaro lo spicchio che diamo qui appresso, estratto da'  documenti officiali francesi, contenente il periodo dal 1827 al 1842.

Anni ENTRATI USCITI










FRANCESI NAPOLITANI FRANCESI NAPOLITANI









Bast. Equip. Tonn. Bast. Equip. Tonn. Bast. Equip. Tonn. Bast. Equip. Tonn.

1827 00 859 7,930 132 1,828 28,316 31 281 3,930 91 1,241 18,797
1828 30 29.3 3,923 137 1,831 29,332 33 230 3,259 91 1,216 18,633
1829 43 330 4,141 131 1,822 29,332 30 232 3,031 115 1,343 22,231
1830 46 394 5,927 200 2,717 42,601 26 213 2,891 90 1,113 15,070
1831 81 908 10,010 217 3,111 80,281 81 791 0,901 100 1,503 22,509
1832 77 991 11.030 233 3,383 57,009 19 193 2.291 48 002 8,013
1833 72 1.001 10,719 171 2,208 37,378 59 803 8,280 101 1,390 20,073
1834 119 1,886 18,338 208 2,889 46.983 66 977 9,182 148 1,996 30,133
1835 43 830 7,349 203 2,383 43,038 13 182 2,111 49 368 8,303
1836 111 1.031 22,801 334 4,630 01,328 53 801 9,331 112 2,462 32.290
1837 119 1,209 19,713 180 2,102 37,996 30 307 5,002 117 2,031 23,131
1838 138 1,869 21,344 293 4,031 63,009 60 871 10,779 131 2,308 30,280
1839 88 1,370 10,332 229 3,019 44,710 69 1,007 11,622 139 2,291 27,270
1840 131 1,406 17,273 221 2,831 43,737 57 1,020 10,03 97 1,374 13,033
1811 90 1,721 11,011 234 2,918 42,369 08 1,613 12,108 145 1,881 20,833
1812 100 1,380 13,191 239 3,614 31,017 63 979 8,076 108 1,793 11,033

Questo specchio presenta il movimento dei legni carichi di real bandiera e francesi adoprati nel traffico tra i due paesi.

Aggiungiamo per l’anno 1842 quelle particolarità che appunto più sopra mostravamo l'utilità di darsi nel lavoro annunziato; particolarità che trovansi con ogni precisione indicate negli specchi annuali della Francia, i quali in questa parte lasciano ben poco a desiderare, e son degni di accendere il desiderio che !i togliesse ad esempio ogni amministrazione doganale che sappia abbastanza pregiare l’importanza di cotal lavori statistici.

Bastimenti entrati ne’ porti di Francia provenienti dalle due Sicilie

BASTIMENTI A VELA BASTIMENTI A VAPORE TOTALI

De’ bastimenti a vola e a vapore.








CARICHI IN SAVORRA CARICHI IN SAVORRA





Bast. Tonn. Bast. Tonn. Bast. Tonn. Bast. Tonn. Bast. Tonn.
Con bandiera francese delle due Sicilie

terza bandiera

106 13,491 1 36 27 8,028 134 18,885
289 81,047 21 321 42 9,139 322 60,827

129 19,344 89 14,218 218 33,562



Totale 494 83,882 22 387 188 28,408 674 112,644
Bastimenti uscili da'  parti di Francia e diretti per le due Sicilie

Con bandiera francese delle due Sicilie

terza bandiera

63 8,076 111 9,738 261 4,764 200 22,875

108 11,033 120 18,881 41 8,611 1 221 270 38,746
103 17,313 79 18,003 91 14,480 273 49,796


TOTALE 274 36,422 340 46,619 188 27,858 1 221 743 111,117
Legni di real bandiera approdati ne' porti dell’ Algeria nell’anno 1842

PORTI DI ALGERI ORANO BONA TOTALI







PROVENIENZA Bast. Eqoip Tonn. Bast. Eqoip Tonn. Bast. Eqoip Tonn. Bast. Eqoip Tonn.
Napoli 28 340 6,432 7 80 4,335 2 14 91 37 434 7,878
Torre del Greco 14 134 384 1 7 42 13 141 626


Castel lamina 19 228 3,324 12 163 3,481 4 38 238 33 431 7,043
Altri porti de’ domini continentali 2 26 634 3 41 1,017 1 7 24 6 74 1,693
Palermo 2 49 208 1 14 299 3 33 507


Girgenti 5 50 883 1 13 329 6 63 1,212


Licata 2 27 467 1 15 323 3 42 792


Altri porti de’ domini insulari 3 36 576 2 28 559 1 3 15 6 69 1,130
Terracina 20 237 6,424 7 94 2,334 1 10 86 28 361 7,843
Civitavecchia 9 414 2,209 9 114 2 209





Altri porti dello Stato Pont. 3 33 599 1 12 248 4 47 '847


Malta 5 37 1,283 3 40 922 3 27 228 11 124 2,435
Altri porti di Europa 13 124 3,040 2 29 637 6 77 1,128 21 230 4,805
Porti d’Affrica 17 198 2,871 12 151 2,965 8 78 1,334 37 427 7,170
Totale 142 1645 28556 52 682 14471 27 263 3,185 221 2590 46,212
l bastimenti di real bandiera entrati ne’ porti di Algeria,

come si scorge dallo specchio suddetto, provengono, cioè:

Bast. Equip. Tonn.
Da’ porti delle due Sicilie 111 1,287 20,903
Da altri porti 110 1,303 23,309
I bastimenti usciti sono, cioè:

Bast. Equip. Tonn.
Da’ porti delle due Sicilie 54 810 14,018
Da altri porti 98 1,125 19,643
All’entrata i bastimenti anzidetti si distinguono in:

Bast. Equip. Tonn.
Carichi 202 2,368 42,392
In savorra 19 222 3,820
All’uscita i bastimenti anzidetti si distinguono in:

Bast. Equip. Tonn.
Carichi 9 99 1,788
In savorra 143 1,836 31,873

Nello specchio dato qui sopra non son compose le barche coralline, le quali si vedranno indicate nel seguente specchio risguardante la pesca del corallo.

PESCA DEL CORALLO NE' MARI DELL'ALGERIA

Giusta le dichiarazioni fatte da padroni corollari alla dogana, additiamo qui appresso le quantità e i valori del corallo pescato ne' tre seguenti anni:

QUANTITÀ VALORE


Peso francese riduzione Moneta francese riduzione
1839 Kilò 32,890 Cant. 369,03 fr. 1,973,400 Duc. 448,800
1840 13,690 183,00 682,000 186,000
1841 13,289 149,10 666,460 161,406

Movimento delle barche coralline di real bandiera ed estere

ne’ mari dell’Algeria nel decennio 1832-42

ANNI Bandiere TOTALE



Due Sicilie Toscana Sarda Francese Tunisina

1832 26 23 12 2 62
1833 49 23 28 2 99
1834 62 36 28 8 134
1833 82 43 17 8 150
1836 122 70 31 10 1 243
1837 114 82 13 10 1 220
1838 163 63 17 1 4 245
1839 79 24 18 118

1840 43 28 13 1 1 83
1841 40 28 13 1 1 92
1842 84 36 20 1 141
TOTALE 872 462 204 43 6 1,587
Media decennale Proporz. su la cifra




Barche delle due Sicilie 87 55,1



Toscane 46 29,1



Sarde 20 12,7



Francesi 4 2,8



Tunisine 1 0,6



TOTALE 158 100



GRAN BRETAGNA TARIFFE DOGANALI

(Continuazione e fine, Vedi, Disp. I, p. 75 Disp. V, p. 146. Disp. VI, p. 201 Disp. VIII, p. 45.)

MAC GRECOR— INCHIESTA III, DEL 13 LUGLIO 1840

Presidente Volete voi indicare al Comitato quali sono i dazi stati imposti a proteggere i prodotti coloniali? — V’ha gravi dazi i quali nel fatto equivalgono a proibizioni, cioè, quanto al pesce, il forestiero, all’infuora di poche eccezioni, è proibito; il prodotto della pesca delle colonie inglesi è quasi tutto ammesso esente da dazio. Tra gli altri principali dazi vi ha quello su lo zucchero grezzo importato dalle possessioni coloniali di 24 sc. per cwt. (duc. 12 il cantato) e su quello proveniente da altri paesi di 3 L. st. 3 sc. (duc. 31. 50 il cantaio) se non raffinato, e di 8 L. st. 8 sc. (duc. 84 il cantaio) se raffinato.

Non v’ ha egli alcune delle nostre colonie produttrici di zucchero cui sia permesso di raffinarlo? La gravezza del dazio loro lo impedisce, né esse ora usano zucchero raffinato di loro produzione, ma sibbene usano il forestiero raffinato qui in entrepót, del Brasile e di Cuba, lavorato dagli schiavi.

Fino a che punto ha luogo questa esportazione alle altre colonie?—Le altre colonie tutte sono interamente fornite di zucchero straniero, prodotto del lavoro degli schiavi, e raffinato qui in entrepót.

M. Villiers — Tutte le altre colonie non produttrici di zucchero ne sono esse provvedute dall'Inghilterra? — Si; di zucchero raffinato.

Costringiamo noi le altre nostre colonie a prendersi da noi lo zucchero? — SI.

Sig. G. Clerk Potete voi dimostrare che quantità di zucchero straniero è entrata per la consumazione interna con quel grave dazio di 63 sc. (duc. 31 e gr. 50 a cantaio)? — Fino alla settimana terminata il 5 di questo mese non era entrato zucchero straniero per la consumazione, e in quella settimana ne furon comperati ben 415 cwt. (237 cantaia) pagando il dazio di 66 sc. 2 d., (duc. 33. 08 il cantaio) cioè 63 sc. per dritto, e 3 sc. e qualche cosa per la sopratassa del 5 per cento (a).

Presidente — Siffatta tassa differenziale ha operato fino ad ora come una compiuta proibizione? — Certo sì.

M. Villiers — Se venisse concesso di far introdurre questo zucchero straniero nel Regnounito con un dazio più basso, qual ne sarebbe l’effetto sul prezzo di esso in quei paesi che lo producono? Avrebbe ciò l'effetto di sollevare il prezzo? —

(a) La tariffa inglese, oltre il dritto prescritto per ciascun articolo, stabilisce su tutte le merci importale una sopratassa eguale al 5 per cento.

Certo lo innalzerebbe in proporzione delle cresciute domande; ma non lo innalzerebbe a quel punto che generalmente si crede, poiché ci ha vari Stati in Europa con popolazioni che giungono a quasi 100 milioni, e che non comprano altro zucchero se non quello che vien prodotto dal lavoro degli schiavi.

Se i prezzi fossero innalzati nel Brasile, non faciliterebbe questo gli Stati ove libero è il lavoro a poter meglio competer con essi? — Certo questo aumenterebbe il prezzo. Col diminuire i dazi due effetti si produrrebbero; il prezzo dello zucchero forestiero crescerebbe, ma non di molto; e per l’accrescimento del prezzo vi sarebbe un aumento nella concorrenza.

L’altezza del prezzo in questo paese vi limita la consumazione? — Certamente; se il prezzo è moderato, la consumazione dev’essere più del doppio di quello che è ora.

Presidente—Quali sono le derrate sottoposte a restrizioni nelle colonie, a fin di proteggerne lo spaccio da questo paese? — Le derrate sottoposte a restrizioni per proteggere lo spaccio da questo paese, sono: i salami di ogni maniera, un dazio di 12 sc. per cwt. [(duc. 6 il cantato) su la carne di porco e di bue, e un dazio anche grave sul fiore di farina; e in vero tutte le derrate di provvigione son più o meno tassale o proibite, ed è proibito il pesce salato e secco proveniente da paesi stranieri.

M. Blake—Il legno ed il legname da costruzione sono altresì protetti? — Certamente. — Per ciò poi che concerne il nutrimento, i coloni delle Indie occidentali si lagnano di esser costretti a procacciarsi operai da altri luoghi, e specialmente. dagli Stati Uniti di America, i quali sono avvezzi ad esser nudriti diversamente da’ negri sotto il sistema della schiavitù, e che ora da quando son costretti ad aver libero lavoro, riguardano come un'oppressione il non potere avere il loro nudrimento al minor prezzo possibile.

Presidente — Potete indicare in qual proporzione le aumentate gravezze delle tasse protettrici e proibitive, elevando il prezzo delle richieste derrate, saran per pesare su la manifattura dello zucchero? — Io non ne ho fatto il conto; ma il dazio imposto sul nudrimento essendo in realtà imposto sul salario, dee produrre assai dannosi effetti nelle Indie occidentali, specialmente sotto il sistema libero.

E questa una tassa imposta sopra una colonia per proteggerne un’altra?—Certo si, ed ancora per proteggere gl’interessi dell’agricoltura inglese.

Importano essi fior di farina dall’Inghilterra? — Essi importano pane, del pari che carne di bue e di maiale.

Sig. Clerk — E pescagioni? — SI; aringhe, credo.

Non è escluso dalle colonie ogni pesce, eccetto quello della Gran Bretagna? Si.

Vi si può importar fiore di farina diretto dagli Stati Uniti? — SI; ma pagando un dazio di 5 sc. il barrei (duc. 1. 50 il cantaio.)

M. Thornely — Avete voi ricevuto alcuna notizia che l’alto prezzo dello zucchero sia per essere un impedimento alla solita conserva di frutta di questa stagione?— Pur troppo.

Credete voi che una gran quantità di frutti perderebbesi per questo alto prezzo?—Io credo che ove dell’ordinaria quantità di frutta si facesse quest’anno conserva, tanto zucchero sarebbe tolto alla consumazione da elevarsene il prezzo a 1 sc. 6 d. per libbra (duc. 12. 63 il rotolo), e che solo i ricchi potrebbero consumarne a questo prezzo.

M. Villiers — Dubitate voi che il dazio protettore su lo zucchero sia la cagione dell’innalzamento del suo prezzo? — Non vi ha dubbio; la differenza tra lo zucchero coloniale e altri zuccheri è semplicemente questa, che gli zuccheri coloniali sì vendono ad un prezzo da giustificare la differenza del dazio di più di 40 sc. che si paga sul consumo dello zucchero straniero.

Sig. Blake —Supponendo che venisse da noi scemato il dazio su lo zucchero straniero, e che in conseguenza ne crescessero le richieste, non sarebbe ciò d’incitamento ad aumentare nei paesi stranieri la produzione di tale zucchero? —Certamente; ma non quanto generalmente si crede. Io altronde osservo che generalmente noi facciamo i nostri calcoli come se fossimo noi i soli consumatori di zucchero, mentreché sul continente d’ Europa, esclusa la Francia, v’ha pressoché 100 milioni di bocche che non consumano se non zucchero lavorato da schiavi; e le nostre domande straordinarie sarebbero soltanto la differenza della quantità che per noi si richiederebbe fra quel che ci somministrerebbero le nostre colonie e la quantità totale che consumeremmo.

M. Villiers — Avete voi mai considerato che perdita fa ogni anno la rendita per questo dazio di protezione? — Io la reputo almeno di circa 3,000,000 di L. st.

Presidente — Intendete voi di dire che la consumazione sarebbe di tanto aumentata, ove il dazio su lo zucchero forestiero fosse diminuito?— Sì; la consumazione dello zucchero, prendendo la totalità della popolazione, è di tre quarti di oncia il giorno per ciascuno individuo: i computi fatti quando io era a Vienna, ed anche quando fui a Parigi, erano che ogni individuo il quale bevea caffè e thè due volte il giorno, consumava due once e mezzo, che è più del doppio della quantità che noi abbiamo consumata; e tutto questo è oltre di quella che si richiede, ed assai largamente, per le conserve de’ frutti, pasticcerie, e ogni altra preparazione in cui entri lo zucchero.

M. Villiers — Aveste voi, quando eravate in Austria, alcuna occasione di osservare qual si fu l’effetto del togliere il monopolio dello zucchero? — L'effetto dell’aver tolto questo special monopolio, fu straordinario, perché in poco tempo se ne ritrasse maggior rendita di quella che prima le intere rendile nette della dogana non avean dato.

Presidente — Potreste indicare quali furono le circostanze che cagionarono un sì grande aumento della rendita? — Prima del tempo in cui il commercio sia stato aperto a tutti, il che fu nel 1838, tutto il commercio dello zucchero raffinato nei domini Austriaci era nelle mani di pochi privilegiati importatori e venditori, il cui privilegio non pure personalmente era stato loro conferito, ma sibbene come una concessione ereditaria fatta loro da Maria Teresa; in virtù della quale aveano la privativa d’importare tutti i loro zuccheri per la consumazione interna, limitandosi l’importazione a questa sola importazione protetta. Di qui la conseguenza che non potendo da sé soli, per mancanza di capitali o per altre ragioni, sopperire a tutte le domande di zucchero nel paese, cercavano col favore di quei privilegi d’introdume un’immensa quantità, onde venne loro grandissimo guadagno. La natura del cambiamento stava nell'aprire tutto il commercio dello zucchero nel paese non soltanto agl'indigeni, ma anche agli stranieri; salvo una protezione di sc. 7, conceduta dipoi, pel zucchero destinato a raffinarsi. La conseguenza di questo si fu che essendosi ridotto il dazio su tutto lo zucchero straniero da 22 fiorini per centner di 123 libbre quanto era prima, a 15 fiorini (da duc. 21 a duc. 14 31 il cantato); aperto che fu a tutti il commercio, e ridotto altresì a 18 fiorini per centner (duc. 17 18t7 cantato) il dazio su lo zucchero raffinato, la rendila crebbe, e il contrabbando diminuì per modo da dare sul solo zucchero una rendita netta assai maggiore di quella che prima si era la rendita netta dell’intera dogana.

Presidente — Considerate voi che l'abbassamento del prezzo dello zucchero in Inghilterra avrebbe prodotto non solo un aumento di entrata di 3,000,000 L. st. allo Sta to, ma ancora tutti que’ benefizi derivanti dalla consumazione grandemente aumentata? — Io non ne dubito; il mio calcolo è di 3,000,000 L. st. di più.

M. Ewart — Avete voi ancora calcolato la somma che pagasi da’ consumatori sotto il presente monopolio della vendita dello zucchero?—11 consumatore paga ora circa il 50 per cento di più.

M. Blake — La consumazione nell’Inghilterra in proporzione con la popolazione non è maggiore che nella più parte de’ paesi stranieri? — E maggiore fra’ ricchi, ma certamente molto minore fra’ poveri.

La consumazione del thè e del caffè non si è testà estesa nella classe media e nelle classi povere in luogo de’ liquori spiritosi? — Sì.

E però, siccome pel thè e pel caffè si richiedé lo zucchero, non è ciò sotto un punto di veduta morale cosa molto importante? — Certamente.

M. Ewart — Per coloro che sono disposti a far distinzione fra il dazio sul lavoro de’ liberi e quello degli schiavi, sarebbe lor possibile ciò fare sotto i trattati esistenti? — No, noi potrebbero fino al 1844, prima della qual epoca non spira il trattato col Brasile.

Ci costringe questo trattato a prendere i loro prodotti? — Noi abbiamo in virtù di esso stipulato che tutti i prodotti e le manifatture inglesi saranno ricevute per la consumazione nel Brasile con un dazio che non può superar mai il 15 per cento. Non abbiamo veruna special stipulazione rispetto all'importazione de’ loro prodotti nel Regnounito, eccetto che quanto al non dover essi pagare più gravi dazi o diversi da quelli che pagano le più favorite nazioni. Desiderano però i Brasiliani di rompere il trattato, e con ciò avvertirci che essi proibiranno interamente tutte le nostre manifatture, ove noi non vogliamo ricevere il loro zucchero.

Presidente — Sapete voi a quanto ascende il valore delle nostre manifatture che vanno nel Brasile? — Quasi al valore di cinque milioni l’anno..

M. Villiers — E il Brasile il miglior mercato per le nostre manifatture di cotone? — Sì; e, all’infuora degli Stati Uniti, per tutte le manifatture.

Presidente — Se noi non riceviamo le loro produzioni con ragionevoli dazi, proibiranno essi l’introduzione delle nostre manifatture? — Sì, ovvero imporranno su quelle tali dazi da interdir loro l’entrata appena che il presente trattato sia spirato.

L’esclusione dal Brasile delle manifattore di Glasgow, Manchester e Birmingham sarebbe mai per produrre gran danno in questo paese? — Certamente è un genera le scontento.

Vedete voi la possibilità che quegli artigiani del Regnounito che sono ora impiegati nelle manifatture consumate interamente nel Brasile, avrebbero più occupazioni se quel mercato fosse chiuso a noi. — Considerando la competenza che ci si offre in ogni altro mercato, certamente in conseguenza di una proibizione delle nostre manifatture nel Brasile noi distruggeremmo le richieste per la stessa quantità di lavoro ch'è ora impiegato nel produrre quelle manifatture.

M. Villiers — £ la condizione de’ nostri operai sarebbe peggiore che quella degli schiavi del Brasile? — SI; poiché gli schiavi, comunque sia deplorabile d’altra parte la loro condizione, son però sempre provveduti di forte nudrimento, di vesti e di abitazione, laddove i nostri operai non possono esser sicuri di alcun mantenimento se non fosse per la tassa de'  poveri che è una delle più grandi fra le tasse generali ed è sopra tu Ito cagionata dai nostri dazi protettori.

Sig. Blake — Credete voi che, ove noi ammettessimo zucchero forestiero da’ paesi di libero lavoro questo non toglierebbe altrettanto zucchero di libero lavoro da'  generali mercati del mondo?—No; questo accrescerebbe solo le richieste per lo zucchero straniero e grandemente aumenterebbe la consumazione ed i vantaggi del nostro popolo. Per poter supplire il generai mercato dello zucchero così tolto ad esso vi sarebbe egli un aumento di richieste pel zucchero lavorato dagli schiavi? — Secondo i comuni principi di commercio dove è sottratta una porzione di quello che fa bisogno al consumo se voi potete ottener la medesima derrata altrove voi andreste a cercarla dove si può acquistarla al miglior patto; ed io credo che voi accrescereste la consumazione dello zucchero di libero lavoro col comprare ogni zucchero ne’ mercati del più basso prezzo. Ogni restrizione nel comprare e nel vendere i una dispotica interferenza nella libertà delle industrie e delle intraprese.

Ciò premesso se noi tentassimo di scoraggiare lo zucchero di lavoro degli schiavi col permettere unicamente l’importazione di quello di libero lavoro non andremmo noi incontro a vedere i nostri sforzi delusi per effetto del ricordato principio? ~Compiutamente.

M. Villiers — Credete voi dunque che le nostre Indie occidentali non potranno mai competere co’ paesi di libero lavoro? — Quanto alle Indie occidentali ben tenue esser potrebbe la protezione loro necessaria purché permettiate loro di acquistar le loro provigioni senza imporre dazi su di esse e di avere il lavoro di operai salariati dovunque possano trovarlo al minor prezzo.

M. Ewart — Non è egli a temere che un9 opposizione fatta alla libertà del commercio anche secondo un principio morale potrebbe ritorcersi contro di noi medesimi? — Ogni opposizione alla generale libertà del commercio è a temere ed è sempre contraria non pure alla morale ma alla prosperità di que9 paesi.

E se noi facessimo una distinzione fra lo zucchero di lavoro degli schiavi e quello di lavoro libero non sarebbe essa infin de'  conti per aver buon successo? —Non lo avrà mai; né fiorisce il commercio come dovrebbe se voi chiudete le sue vie naturali.

M. Blake — So lo zacchera straniero fosse ammesso ad ana libera competenza con quello delle Indie occidentali, non ne deriverebbe in que paesi un grande scoraggiamento? — Io credo che, nelle presenti condizioni, se voi lo ammetteste coi medesimi dazi, distruggereste il mercato di zuccheri delle Indio occidentali.

Credete voi dunque che questa diminuzione di prezzo non cagionerebbe come uno scoraggiamento alla produzione dello zucchero nel mercato delle Indie occidentali? — Se voi aumentaste le altre facilitazioni e vantaggi che io ho indicato per le Indie occidentali (e senza di questo non credo che potreste fare la riduzione) stimo che allora gl’Indiani dell’occidente sarebbero in un assai prospero stato, e forse più che non sono ora, cioè se concedete loro di proccurarsi il loro lavoro libero eie loro provigioni e derrate di consumo dovunque possano averne a minor prezzo. Al presente voi tassate il consumatore inglese di zucchero con due opposte tasse: l'una per proteggere le Indie occidentali con alti dazi su’ zuccheri stranieri; l'altra col tassare la produzione delle ìndie occidentali, rendendo caro il lavoro per ©pera delle restrizioni su'mezzi da procacciarsi il lavoro salariato e de'  dazi imposti su gli oggetti di sussistenza degli operai.

Raccogliam noi quattro milioni su lo zucchero delle Iudie occidentali? — La rendita può considerarsi come di quattro milioni e mezzo in circaNon credete voi che potremmo pur raccogliere co tal somma dallo zucchero straniero senza imporre alcun dazio su lo zucchero delle Indie occidentali? — Io credo che no; lo zucchero dell'lndie occidentali entrerebbe in consumo ? e voi acquistereste solamente tanto zucchero straniero quanto basterebbe per pagarvi la differenza dell9 aumento su lo zucchero dell9 Indie occidentali, il quale rende ora più di quattro milioni.

Sig. Ewart — Potete voi indicare quel che pagano le Indie occidentali per lo zucchero raffinato, paragonato col prezzo che noi paghiamo per lo zucchero della stessa qualità? — Esse pagano una metà incirca di ciò che noi paghiamo per lo zucchero raffinato della stessa qualità. Credete voi che un lieve scemamente di dazio non produrrà un aumento di rendita abbastanza rilevante? — Rispetto allo zucchero ed di thè, son questi differenti da quasi ogni altra merce di consumo. Quando lo zucchero è a basso prezzo, la classe degli operai ne consuma una gran quantità; quando è caro, essi sono interamente esclusi dal consumarne. Gli operai sogliono comprarlo da'  venditori a minuto in quarti di libbra e in once, e a men che voi non iscemiate il dazio ad un denaro per libbra, non possono essi nelle piccole quantità che ne comprano trovarne alcun vantaggio. Non così pe9 consumatori ricchi i quali consumano tanto zucchero ora quanto in ogni altro tempo.

INCHIESTA IV DI MAC GREGOR — 15 LUGLIO 1840

Presidente — Nell’ultima tornata voi manifestaste alcune vostre idee risguardanti ai dazi su lo zucchero: avete ora voi ad osservar altro intorno all’effetto che l9 alto dazio su tal merce produce sul suo prezzo in questo mercato, e sul suo consumo? — Fin dall’ultima tornata ho saputo che la diminuzione di consumo fra gli operai d’’ogni classe, ed anche fra gli artigiani, è stata davvero assai grande; e che i venditori generalmente trovano le vendite in picciole quantità esser diminuite oltremodo. Mi si è osservato altresì da vari trafficanti di zucchero che i prezzi in luogo di scemare debbono inevitabilmente rincarire; e parecchie partite ne sono state vendute nel corso dell’ultima settimana dopo aver pagato le 3 L. st. e 3 sc. (duc. 31,50 a cantalo) ed il 5 per 100 come dazio addizionale.

Volete voi indicare qual è stato l’effetto dell’alto dazio differenziale sul caffè? — L’effetto dell’alto dazio differenziale sul caffè è stato di eludere legalmente la legge in principio circa il modo d’introdurre il caffè in questo paese.

Sig. Thomély—È egli vero che dal Regnounito e da altri porti del Continente d’Europa si son mandati de’ carichi di caffè a disbarcarsi al Capo di Buona Speranza per esser quindi riportati nel Regnounito col disegno di sopperire al necessario consumo in questo paese? — Sì: dal 26 di aprile 1838 fino al 24 di marzo 1840, si desume da’ registri di dogana che 81 carichi importanti meglio che 21,000,000 libbre di caffè straniero, (cant. 106,864) arrivarono nel Regnounito dal Capo di Buona Speranza (che gode gli stessi privilegi accordali alla Compagnia delle Indie orientali); e ciò avviene dacché il dazio imposto sul caffè importato in siffatto modo è di 9 den. la libbra (grana 43 il rotolo), cioè meno di quel che si pagherebbe se il caffè s'importasse direttamente da paesi stranieri. Se l'importazione si fosse fatta da’ paesi in cui erasi prodotta la più parte di quel caffè, la somma del dazio ascenderebbe a L. st. 1,750,000: il dazio risparmiato con la importazione indiretta sarebbe di L. st. 750,000, supponendo che foss’ entrato tutto per consumo.

Presidente — Quel forte aumento di spese vai forse a sostenere il prezzo del caffè in questo paese? — Due ne sono gli effetti: la spesa per la spedizione del caffè al Capo di Buona Speranza è di circa un soldo (pennv); ed in conseguenza esso arriva in questo paese con un dazio circa 5 den. minore che se venisse direttamente da’ paesi di produzione. Ma se i dazi fossero ridotti ad un equo principio fiscale, tal merce si avrebbe a minor prezzo, e se ne vedrebbe qui senza dubbio aumentare enormemente il consumo.

Sig. Villiers Avete voi fatto alcun calcolo su la perdita che fa ora la rendita pel dazio differenziale sul caffè? — La perdita nominale della rendita al presente debb’essere di circa L. st. 250,000.

Il rifiuto da parte dell’Inghilterra di prender caffè dal Brasile limita forse molto l’introduzione delle manifatture britanniche in quel paese? — Negli ultimi tre o quattro anni la limitazione è andata avanzandosi; non perché la quantità dell’esportazioni siasi diminuita, ma perché non si son desse aumentate come dovrebbe naturalmente avvenire in tutt’ i paesi nuovi siccome il Brasile. I Brasiliani consumano al presente le merci manifatturate di Germania, d’Austria, di Francia e di Svizzera; ed è ben certo che un tal consumo andrà anche di molto accrescendosi con una proporzionata esclusione delle manifatture inglesi.

Presidente Le facilità concesse all’importazione del caffè ed altri prodotti del Brasile nelle parti settentrionali d’Europa, tendono forse a crear ivi gradatamente una marineria mercantile, a cui avrebbe supplito ('Inghilterra se avesse avuto un sistema libero?—Io credo che la più gran parte del commercio intero del Brasile col settentrione d Europa sarebbe stato fatto dall’Inghilterra se il commercio fosse stato libero.

Sapreste dirne quale sia il prezzo del caffè negli altri Stati di Europa paragonato con quello ch’è in Inghilterra?—La differenza del prezzo, compreso il pagamento del dazio, è dell’80 per cento.

Avete voi osservazioni a fare intorno al dazio differenziale imposto su’ liquori spiritosi delle Colonie?— La differenza di dazio fra’ liquori spiritosi delle Colonie e que’ del Continente ha in ispecial modo nociuto al nostro commercio con la Francia; e sou sicuro che se da noi venisse scemato il dazio su le acquavite francesi, i Francesi dal loro canto scemerebbero il dazio su molle delle nostre manifatture Parlando de’ liquori spiritosi delle Colonie, vi par egli che vi sia alcuna ragione perché quelli che sono importati dall’India non dovessero esser tassati come quelli che s’importano dalla Giammaica? «— No: anzi ho io sempre avvisato che ad essi dovesse imporsi un dazio perfettamente uguale.

Sul legname da costruzione gravita un dazio differenziale, in guisa che su quello che ci viene dalle Colonie è di 5 scellini (duc. 18,68 la canna cu&a) pel legno duro, e 10 scellini (duc. 37,36 la canna cuba) pel pino e per l’abete, mentre su quello che ci viene da paesi stranieri è di 2. L. st. e 15 scellini (duc. 205,48 la canna cuba); e quindi vi ha una protezione differenziale del 450 per cento. Or quali osservazioni avete a fare su ciò? — La mia opinione si è che il dazio differenziale che pesa sul legname da costruzione straniero e su quello delle Colonie è eccessivamente nocevole agl’interessi delle nostre manifatture, ed indirettamente anche della nostra navigazione, in quantoché ne vieue impedito di permutare con que’ paesi stranieri le nostre manifatture, le quali essi prenderebbero quasi nella stessa proporzione che noi il loro legname e gli altri prodotti di cui posson fornirci.

Può mai quest’alto dazio differenziale porre i costruttori di navi ed altri che in Inghilterra fanno uso di legname da costruzione, nella necessità di comprare a carissimo prezzo legname di qualità inferiore? — Certamente, e di ogni specie.

Qual effetto produrrebbe su la rendita l’eguagliare i dazi sul legno da costruzione straniero e sul coloniale? — É mia opinione che abbassando od eguagliando i dazi,. voi ne fareste salire la rendita, che ora è di L. st. 1,603,194, per lo meno a L. st. 2,500,000.

In qual modo effettuereste voi ciò? — Su lutto il legname da costruzione delle Colonie, ad eccezione della quercia, del legno teak, dell'olmo, del cedro e del ginepro ed altro legno necessario alla fabbricazione delle navi, io fisserei il dazio a 10 sc. per ogni 50 piedi cubici, di misura (duc. 37,36 la canna cuba), comprendendovi le tavole di abete e le doghe su le quali aggiungerei il 5 per 100 per rendita come quelle che sono in parte manifatturate. D’altra parte abbasserei a L. st. l'e sc. 10 (duc. 112,08 la canna cuba) il dazio sul legname da costruzione straniero: non già ch'io consideri questo come ottimo provvedimento, ma considero essere la miglior cosa che possiate fare sotto il presente sistema. Io preferirei 7 sc. e 6 den. per carico di 50 piedi cubici (duc. 28,05 la canna cuba) sul legname da costruzione delle Colonie, e 22 sc. e 6 den. (duc. 84,07 la canna cuba) so lo straniero; il che naturalmente tornerebbe di gran vantaggio ad ogni genere di persone, essendo tal legname si necessario per ogni maniera di fabbriche, da'  più grandi edifici fino al tugurio del povero, e per tanti strumenti ed altri innumerabili usi. Che se il dazio si avesse a riscuotere ad valorem, anche alla stessa ragione, esso nella somma sarebbe sempre più alto sul legname straniero, atteso il maggior valore del medesimo.

Siffatto cangiamento non riuscirebbe forse pregiudizievole alle nostre Colonie? — Io credo che no, qualora voi togliate via le iuutili restrizioni con che inceppiamo il loro commercio.

Non avete voi riseduto nel Canada, ed avuta l’opportunità di giudicare qual sarebbe l’effetto d’un aumento di dazio sul legname da costruzione del Canada? — Io ho riseduto in tutte le Colonie britanniche dell’America Settentrionale, ed è mia opinione che se noi liberiamo il loro commercio dalle nostre restrizioni, non ci sarà più necessario di continuare a tener dazi protettori di sorte alcuna. Ma finché durano le nostre restrizioni coloniali, noi saremo obbligati a mantener tuttora fermi alcuni di tai dazi protettori, e ciò perché, attesa la nostra legislazione, negozianti ed altre persone si trovano d'aver impiegato in varie intraprese i loro capitali, cui ingiusto sarebbe distruggere con un’altra legislazione che non fosse fondata sopra equi principi.

Quali sono le restrizioni a cui voi alludete, e che dovrebbero rimuoversi per ammettere il legname a questa più bassa ragion di dazio? —Le restrizioni stanno principalmente in que’ limiti da noi posti in certa guisa al commercio ed alla navigazione delle Colonie.

Vorreste voi dunque indicar quali restrizioni, secondo voi dite, dovrebbero togliersi? — Quanto a me, io rimuoverci tutte le dogane britanniche dalle Colonie.

Avete voi mai considerato qual effetto ciò produrrebbe su la marineria mercantile inglese? — Io considero che il rimuovere quelle restrizioni non arrecherebbe alcun disvantaggio alla marineria mercantile, in quantoché se voi aumentate la marineria mercantile delle Colonie, aumentate la britannica; perciocché la navigazione di que paesi può servire nel modo stesso che quella della madrepatria a fornir di marinai la marina britannica. Nè da tal cagione può mai nascere inconveniente o svantaggio veruno.

Dee dunque intendere il comitato che il cangiamento che voi proponete nel rimuovere le restrizioni dalle Colonie britanniche dell’America Settentrionale, e nel diminuire il dazio sul legname da costruzione straniero provegnente dal Baltico, tornerebbe vantaggioso così all’Inghilterra come al Canadà? — Io credo che sì. La sola provincia del Nuovo Brunswick, attese le sue condizioni (perché ivi il lavoro e l’industria del paese sonosi volti assai più alla sega e taglio del legname che all’agricoltura), ne proverebbe inconvenienti e perdile, contro cui la equità esigerebbe che fosse per qualche tempo garentita; ma niun’altra Colonia ne soffrirebbe danni di molto rilievo. Alcune case in particolare, sì; ma sarebbe un’economia per questo paese, e non si farebbe che la mera giustizia a compensarle delle loro perdite, quando da noi si effettuasse un cangiamento che ne darebbe almeno un milione di rendita di più, ed offrirebbe inoltre vie maggiori vantaggi alle nostre manifattore ai costruttori di navi ed alla intera popolazione.

Sig. Villiers — Considerate voi che il commercio del legname da costruzione è di grande importanza a tutte quelle Colonie? — Soltanto alla Colonia del Nuovo Brunswick ed a poche case mercantili di Quebec e di Montreal.

Avete voi posto mai mente alla politica d’incoraggiarli ad impiegare i loro capitali nel commercio di tal legname? — Moralmente io l’ho riguardata come perniciosa; ma non penserei mai di restringere la industria o le intraprese.

Avete voi mai osservato quanto ciò loro impedisce d’impiegare i propri capitali nell’agricoltura? — SI; ed è mio avviso che il commercio del legname, salvo occasionalmente per aversi un’occupazione ne’ primi anni di colonizzazione, ha recalo danno all’agricoltura del paese.

Presidente Senza entrar ne’ particolari di tutti i dazi differenziali di cui avete dato l’elenco, volete voi dirne fin dove, secondo voi, le produzioni coloniali in generale dovrebbero esser protette?— Debbo ripetere quel che ho già detto, cioè, che finché noi continuiamo a mantener quelle restrizioni sul commercio delle Colonie, saremo obbligati di serbare una protezione verso di esse in qualche modo equivalente alle restrizioni suddette. E rispetto alle navi britanniche che trafficano con lo possessioni britanniche, si vedrà essere assolutamente necessario che a coloro i quali le costruiscono, le armano e le vettovagliano, sia dato il farlo, quanto a’ materiali da costruzione, agli attrezzi ed alle vettovaglie, senza quelle restrizioni dazi e proibizioni che impediscono di costruirle ed armarle con una spesa che più si approssimi a quella che si fa nello straniero per la costruzione e l’armamento delle navi.

Voi dunque avvisate che quella protezione che noi abbiam data, e quelle restrizioni che sono state imposte alle Colonie, son riuscite attualmente nocevoli alle Colonie del pari che all’Inghillerra? — Certamente; e ne addurrò un esempio: non è permesso alle Colonie d’importare una sola libbra di thè dagli Stati Uniti d’America, ma o sei fanno venire direttamente da questo paese, o dagli Stati Uniti per contrabbando. E ne adduco un altro esempio: mandano esse le loro navi a Madera o ad altri porti con carichi di pesce, ma non possono riportarsene direttamente i vini senza pagare un dazio differenziale di L. st. 7 e sc. 10. (7 V2 p)

INCHIESTA DI M. GREGOR — 16 LUGLIO 1840.

Presidente— Se un carico di pesce è mandato a Madera o Cadice, può una nave britannica, ritornando a Newfoundland o ad alcuna delle colonie dell’America settentrionale, riportar vini senza pagar il dazio differenziale? — No; bisogna pagare L. st. 7. 10 sc.

Potete indicare con quale scopo questo dazio fu imposto? — Si è inteso proteggere con esso la navigazione britannica.

Adunque il commercio delle nostre colonie vicn ad esser gravato di quell1 intero dazio? — Sì, di tutte le 7 L. st. 10 sc.

Si dolgono di questo le colonie?— Han fatto, massime per il passato, rimostranze contro queste imposte.

Pensate voi che i coloni stessi sarebbero favorevoli al toglier queste restrizioni? — Son certo che non solo sarebbero favorevoli alla loro abolizione, ma che l'avrebbero come uno de’ maggiori benefici che possiamo far loro. Fin dal 1834 gli abitanti del Ganadà espressero chiaramente la loro opinione: «togliete via queste restrizioni e proibizioni, e voi potrete far quelle leggi che stimate più sagge ed opportune intorno al dazio del legname da costruzione».

Quali effetti credete voi che queste restrizioni producono su la marineria mercantile inglese, tendono esse ad estenderla? —Ben poco; perché tutte quelle mercatanzie pagano il dazio medesimo, ancorché importate da straniere navi in quelle contrade. Crederei che non producano favorevoli effetti. Assai speciali argomentazioni possono su ciò farsi, ma praticamente parlando, io credo che no: Non dobbiamo aspettarci da ogni rallentamento nelle attuali restrizioni del commercio che il paese il quale ha la più estesa navigazione, cioè l’Inghilterra, dovrà raccogliere la maggiore utilità? — lo credo che ogni rallentamento di restrizioni è vantaggioso airinghilterra. Di più io penso che se (Inghilterra facesse leggi fondate sul puro ed equo principio d’imporre unicamente dazi da rendita, e non ne imponesse alcuno per protezione, allora tutti gli altri paesi del mondo potrebbero ben porre proibizioni e tasse a lor piacimento, e le manifatture inglesi ciò non pertanto troverebbero assai più esteso spaccio che al presente, in ogni altro paese.

Nelle vostre relazioni con le diverse parti del Continente avete voi trovato alcuna disposizione a rimuovere quelle restrizioni, che mantengonsi da sì lungo tempo?— Viaggiando in vari Stati del Continente, e stando alle Corti di quegli Stati, la tariffa inglese erami sempre citata contro in ogni occasione in cui si disputasse del commercio e delle relazioni internazionali.

Quale è il dazio differenziale sul pesce e l'olio straniero importato nell'Inghilterra l'— Il dazio su l'olio di coda di balena, grasso, spermaceto, prodotto di pesce e di animali marini presi da’ marinari di legni inglesi, ed importati direttamente dal luogo della pesca o da qualunque possessione britannica su legno inglese, è di sc. l'la tonnellata (grana 2 & il cantalo) ma è di 26 L. st. e 12 sc. (duc. 13,36 ti cantalo) per quelli presi o preparati in bastimenti stranieri.

Questa grave imposta alzar non dee il prezzo di tutti gli oli di balena e di pesce, e tornar molto grave alle manifatture del paese l'— Non è punto a dubitarne.

Sig. Thornely—Non dee questo in ugual proporzione alzare il prezzo delle manifatture quando son prodotte in questo paese? — Tutti gli oggetti richiesti nelle manifatture debbono nell’estensione del loro valore, e nell’estensione del prezzo fittizio in luogo del reale, alterare il prezzo delle manifatture.

Presidente — Adunque secondo le vostre prime opinioni questo dazio dovrebbe essere al tutto tolto o di molto diminuito? — Dovrebbe, siccome ogni altro dazio che io riterrei, essere puramente un dazio da rendita, secondo i sani principi fiscali e mercantili.

Quali sono i dazi e le proibizioni imposte per proteggere l'agricoltura e la pastorizia britannica? — Io ho fatto una lista de’ principali articoli, la quale ora presento.

(Si presenta il documento che vieti letto ed è del tenor seguente)

Per proteggere gl’interessi dell'agricoltura e della pastorizia britannica son proibite le seguenti derrate.

11 grano, il fiore e le farine d’ogni maniera son colpiti di dazi proibitivi, fuorché quando il prezzo giunge a quello che direbbesi prezzo di carestia in altri paesi; l’orzo preparalo per la birra (nutlt), la carne di bue e di maiale fresca o leggermente salata; la carne di agnello e di montone; il bestiame, le pecore e i porci.

Gravi dazi sono imposti su le seguenti derrate per proteggere gl’interessi dell’agricoltura e della pastorizia inglese: lingue 3 dea. l’una (grana 7); ventresca 28 sc. per cwt (duc. 14 il cant.); carne di porco salata 12 sc. per cwt. {duc. 6 il cant.); salsicce 4 d. per libbra (grana 19 il nt.); patate 2 sc. per cwt. (dvc. l'il cant.); birra 3 L. st. l'se. l'd. il barrei (di 32 galloni) o circa 2 sc. il gallone (ducati 5,23 il barile); ale(specie particolare di birra) 2 L. st. 13 sc. (duc. 4,54) il barile) fagioli 10 d. il bushel (grana 36 il tomolo); frutti, dazi diversi; sidro 21 L. st. 10 sc. la tonnellata (duc. 56,23 la botte); fieno 24 sc. per ogni carico di 36 fasci, (18 quintali in tutto) grana 67 il cantaio; lardo 8 sc. per cwt (duc. 4 il cant.); cipolle,3 sc. il bushel (duc. 4,04 il tomolo); lenticchie 10 d. il bushel (grana 36 il tomolo); farro di Germania 17 sc. 6 d. il cwt (duc. 8,75 il cantaio); seme di senape carvi, e diverse altre semenze.

Quale è l’effetto di questi dazi sul prezzo di ciascuna derrata della medesima specie prodotta nel Regnounito? — L’effetto di questi dazi e proibizioni è doppio; l’uno si è l’esclusione in quanto al pane e alle merci salale, eccetto che quando il prezzo giunge a quello che potrebbe dirsi prezzo di carestia; l’altro è di tener allo generalmente il prezzo delle medesime derrate in Inghilterra.

Cosi adoperando non si viene ad imporre una tassa su’ consumatori di questo paese uguale alla differenza del prezzo di tutte queste derrate? — Essendo necessarie alla vita, impongono su luti’ i consumatori nel Regnounito la maggior tassa a cui essi sono sottoposti.

Sig. Villiers—Tutto quello che si aggiunge al costo del vivere è tolto all’opulenza del paese? — Non vi ha dubbio.

Avete voi udito mai fare alcun calcolo di questo per rispetto al pane ed al fiore?— Quanto al pane ed al fiore la differenza che l'operaio paga in moneta è del 40 all’80 per cento di più di quel che paga il consumatore straniero.

Presidente—Voi avete detto che il prezzo addizionale ascende alla più grave tassa che il popolo Inglese ha a pagare; avete in questo accennato alla somma generale delle tasse che pagansi al Tesoro? — No, io ho inteso di parlar solo dell’ammontare generale delle tasse e degli altri pesi a cui son sottomessi le rendile e i salari, perché ci ha molte tasse che non vanno al tesoro, come la tassa pe’ poveri, quelle per le chiese, ed altre che son tasse su le rendile o su i salart.

Ponendo la rendita intera pagata al tesoro a 50,000,000 L. st. l’anno, avete potu37

to farvi un’idea qual sarebbe la proporzione di questa tassa addizionale su’ viveri del paese io credo che questa tassa imposta sul paese nella produzione delle ricchezze per mezzo del lavoro e dello ingegno, con le nostre imposte sul grano e su le provigioni e con le proibizioni, è molto maggiore e probabilmente è assai più che «l doppio della tassa pagata al Tesoro..

Sig. Villiers—Fa questo che la tassa da rendita è sentila qui vie più che negli altri paesi? SI; e le altre tasse son grandemente accresciute da questa; quella de’ poveri in fatti è grandemente aumentata. # Ma la tassa da rendita ha forse una somma determinata? — Certo.

Laonde quanto minori sono i mezzi che ha il popolo per pagare questa tassa, tanto più esso deve sentirla? — Senza dubbio.

Quanto più è alla la tassa su’ viveri e le merci di necessario consumo, tanto debbono essere minori i suoi mezzi per pagare questa tassa di rendita? — Certamente, una gran tassa straordinaria occasionata dal prezzo de’ viveri è quella di togliere a popolo le occupazioni, impedirgli di guadagnare alcuna cosa e del non avere altra speranza pel suo mantenimento che nelle tasse pei poveri che pesano su tutte le proprietà. Le rendile de’ fondi nelle città credo che sien gravate dalla tassa de’ pòveri assai più che non sono le rendite agricole. Diminuisce questo il capitale bisognevole a salariare il lavoro? — Certo; e’ sembra contraddittorio, eppure è un fatto indubitato, che quando il prezzo de’ viveri è alto in questo paese, allora trovate un maggior numero di operai senza occupazione; ma v’ba di più, che il salario di quelli che lavorano, essendovi tanti altri esclusi dal lavoro, è minore che quando i viveri sono abbondanti. Ora al presente nei distretti agricoli di SommersetShire, Devonshire, Staffordshire, and Warwichshire, i salari son minori di quello che si sa essere stati per parecchi anni.

L’abbondanza delle occupazioni si è generalmente osservato esser maggiore quando più basso è il prezzo de’ viveri? — Si; in tuli’ i paesi, in Francia, è avvenuto costantemente cosi, e così pure per quanto io ho potuto scovrire è sempre avvenuto negli Stati austriaci. #..

Recare economia nelle spese di produzione, e porre il popolo in istato di consumare a più basso prezzo le derrate, non fa egli aumentare le ricchezze del paese e le domande del lavoro? — Certo; e per rispetto a’ viveri a basso prezzo, questo è uno de’ grandi principi di pubblica ed interna economia nei paesi dove il popolo è stato sempre occupatissimo; valgano ad esempio le Fiandre e l'Olanda.

Presidente —Vorreste voi spiegare come questi dazi proibitivi producano una grande fluttuazione nelle domande di lavoro, e per conseguenza quella miseria che a quando a quando affligge gli operai? — Queste fluttuazioni nel Regnounito son derivate principalmente da scarse raccolte, e non essendovi nell’Inghilterra una domanda stabile pei prodotti agricoli degli altri paesi, questi non sono in ogni tempo preparali a provvedercene, perciocché in conseguenza del nostro sistema di tariffa graduale si ha sempre nel Continente della incertezza intorno al mercato inglese. La scarsezza delle derrate che ne conseguita tra noi cagionando il caro del prezzo del pane e di altri viveri, diminuisce i mezzi di procacciarsi e pagare altre merci per il consumo interno, mentre l’aumento del prezzo dei viveri diminuisce nello stesso tempo l’impiego nel lavoro delle manifatture destinate all’esportazione per altri paesi, e la domanda di lavoro vien pure ad essere diminuita dallo scemarsi della quantità bisognevole per il consumo interno, lasciando un gran supero di manifatture da essere esportato. La costanza del moderalo prezzo de'  viveri, la costanza, delle domande di lavoro e di manifatture che ne deriva, il maggiore o minore bisogno di ricorrere alla tassa de’ poveri, per quelli che sono occupali ovvero privi di occupazione; tutto ciò è fatto dalle nostre leggi non già sopra alcuna regola di certezza, ma su le mutazioni del vento e su l'innalzarsi ed abbassarsi del barometro.

Vale a dire che, se tanta parte del salario è assorbita dalla spesa de’ viveri, rendesi impossibile lo acquistare altre merci necessarie, e però rimanendo queste invendute, i fabbricanti sono costretti di cercar per esse uno sbocco nello straniero? — Certamente.

Or cotesto non produce un apparente accrescimento della quantità delle merci esportate, mentre i nostri fabbricanti possono soffrire da ciò una gran perdita e gli operai cadere in uno stato di grave miseria? — Senza fallo. La cresciuta quantità delle esportazioni non può esser considerata sempre come una pruova di aumentata produzione né come una pruova di cresciute domande nei mercati stranieri. La gran quantità di esportazioni che si ebbero nel passato anno (1839) componeasi di mercatanzie ch’erano state manifatturate per il consumo interno, e che venivano mandate nei paesi stranieri con lo scopo di trovare un mercato, e non già perché fossero state commesse o preparate per tal fine.

Tutte cosiffatte esportazioni adunque non sono esse cagione di perdita pev fabbricanti più tosto che di guadagno siccome quando il commercio è in buono stato? — Certo; e si ha ancora un altro grave male che ne deriva, cioè che queste derrate le quali, secondo il valore dichiarato, potrebbero apparire di esser quasi uguali al valore del grano importato nelle annate scarse, pur non vanno a pagare quel grano. Verghe d’oro e di argento sono mandate fuori del paese, perché il grano è costantemente pagato in moneta nell’estero, e quelle merci che sono esportate per paesi stranieri, in generale noi sono state per quei paesi da cui il grano è venuto a vendersi qui, ma per altri.

Sig. Villiers—Cotesto voi attribuite al modo con cui il dazio è imposto in questo paese, e non già ad una necessità che deriva dal commercio co’ paesi produttori di grano? — No; se vi fosse un dazio fisso, per quanto esso potesse esser soggetto ad obiezioni, si avrebbe qualche cosa di certo nel commercio del grano fra l’Inghilterra e i paesi stranieri.

Presidente—Se vi fosse un dazio fisso, ancora quando quel dazio fisso potesse aumentare il prezzo del grano in Inghilterra, pure col creare un commercio di grano con lo straniero, non indurrebbe esso que’ paesi a prendere in pagamento obbietti delle nostre manifatture quando si potessero trovar convenienti a’ loro usi? — Certo; in tal caso questo commercio sarebbe, siccome quasi tutti gli altri, non già sottomesso ad variabili e incerte restrizioni, ma produrrebbe un più naturale cambio di merci fra’ due paesi; il grano sarebbe cambialo con le manifatture.

Il presente sistema con cagiona delle improvvise domande di grano, il quale non può venir pagato che in denaro?— Senza dubbio.

Quale avvisate che sarebbe l’effetto del ridurre questi dazi protettori ad una tal somma da farli considerare come dazi da rendita, in modo da ammettere un generale continuato commercio per tutte le merci? — Le spese del solo trasporlo del grano dalla più parte de'  paesi di Europa a questo paese debbono considerarsi come abbastanza protettrici de’ nostri interessi agricoli. Ma un moderato dazio da rendita di 4 sc. ed al massimo 8 il quarler [grana 46 il tomolo), e io direi 4 [grana 23 il tomolo) farebbe si che né le domande di lavoro, né il prezzo de’ viveri sarebber soggetti a quelle fluttuazioni produttrici di miseria, a cui di tempo in tempo è esposto il Regnounito; ma v'ha di più, che atteso i nostri mezzi di manifatturare ci metterebbe in istalo di far competere con vantaggio le nostre manifatture, in tutti i mercati del mondo, con quelle degli altri paesi.

11 presente stato adunque delle leggi proibitive obbliga il nostro popolo a pagare una doppia tassa, luna allo Stato, e l'altra al produttore di queste derrate? — Non pure una doppia tassa, ma una assai maggiore, perché questa veramente è una tassa su’ produttori stessi e su gli stessi proprietari di terre.

Cosi dunque tutte le classi del popolo soffrono per tal sistema? — Si, e specialmente i proprietari di terre.

Che mutamenti quindi proporreste voi nella presente scala di dazi doganali perché il nostro commercio continuasse a farsi su principi equi o fiscali.? — Io proporrei di rivocare interamente le presenti leggi su' grani e su’ generi di sussistenza.

E quali voi vi sostituireste? — Se fosse necessario di avere una tassa da rendita, io mi sforzerei di fissare tal tassa tla rendita alla più bassa ragione possibile Per ora, ed avendo considerazione a varie altre cose, io sarei contento come una prima riforma anche di 8 sc. per quarter (grana 46 t'f tomolo) sul frumento, ma non penso affatto che questi 8 sc. potrebbero continuare a pesare sul grano.

Sig. Thornely—Preferite voi un determinato dazio ad una tariffa graduale? — Certo; una tariffa graduale sarebbe in qualunque maniera di un vantaggio meramente temporaneo; un dazio determinato è una certezza e produrrebbe un più regolare commercio con tutti gli altri paesi.

Sig. Villiers—Parmi che una tariffa graduale sia un sistema di dazi non imposto sovra altra derrata che sul frumento. Non è cosi?— Certamente.

Potreste dire che una gran rendita si farebbe, ove si avesse un leggero dazio fisso imposto sul frumento e altre provigioni? — SI certo; la più gran rendita che noi raccogliamo proviene da quelle merci che vie più si consumano, ed il frumento è senza dubbio quello che più si consuma dal popolo. Guardate la gran quantità di pane che i Francesi, i Belgi e i Tedeschi mangiano.

E questo renderebbe men gravi al popolo i dazi imposti su altre derrate e renderebbegli più agevole il procacciarsi e vino e provigioni? — Senza fallo; né questo è pur tutto; per me son certo che con le presenti leggi frumentarie sarà impossibile di sostenere le attuali rendite delle terre, atteso che se continuano le medesime leggi frumentarie, la conseguenza inevitabile sarà che coloro i quali hanno capitali io questo paese e gli uomini industriosi faranno quello che i proprietari di fondi non possono fare; cioè se ne anderanno in altri paesi co’ loro capitali e con la loro industria; mentreché le terre non si possono trasportare altrove. E se voi allontanate l’industria manifatturiera da’ dintorni de’ fondi agricoli, diminuirete le rendite di questi fondi siccome è avvenuto in ogni paese del mondo in simiglianti congiunture. Cosi ne’ dintorni di molte città commerciali, come ad esempio, Liverpool e Manchester, le terre che pagano una rendite da 3 a 6 L. st. per acre [duc. 2,96 a duc. 5,92 a moggio) sarebbero appena considerate come adatte ad alcuna maniera di coltivazione in luoghi distanti dalle sedi del commercio e dell’industria; e però queste. terre finiranno per divenire, come già erano una volta, proprie solo per conigliare. In più luoghi di Germania le rendite non sono ora la decima parte di quello che erano cento anni fa, solo a cagione dell’esservi venute meno le manifatture. Ne’ contorni di Augusta, per esempio, la quale fu un tempo un assai florida città dell’impero, le rendite erano allora immense, e i proprietari di poderi al tempo della prosperità del commercio e delle manifatture edificavano i più be’ palagi d’Europa, che ora son deserti e comertiti quale in poste e quale in albergo ovvero in caserme ed ospedali; né alcuno vive in quei palagi delle famiglie di coloro che gli edificarono. E lo stesso vuol dirsi d’ ogni città ove una volta le manifatture abbian fiorito, e le cattive leggi e il cattivo reggimento le han distrutte. La desolazione è stata la conseguenza della distruzione della fiorente industria; e lo stesso si vedrà in ogni altro paese e in tutt’i periodi della storia dell’umanità nelle medesime condizioni.

Direste voi che negli anni decorsi hanno avuto i capitalisti e i manifatturieri una gran tendenza a lasciar questo paese e stabilirsi altrove? — Grandissima, per modo che tutte le fattorie di cotone nelle vicinanze di Vienna, atteso il basso prezzo delle provigioni, sono in assai prosperevole stato; ma i direttori e maestri di queste fabbriche son la più parte Inglesi e Scozzesi, andati colà dalle fabbriche di cotone di Glasgow e Manchester. In Francia vedesi che i principali maestri nelle fabbriche di cotone sono di Lancashire; il medesimo vedesi nel Belgio, in Olanda e ne’ dintorni di Liege; i capitali inglesi vanno nel Belgio, in Francia e in Germania in gran copia, e questi capitali son colà impiegali a produrre manifatture che noi troviamo nei mercati del Mediterraneo, degli Stati Uniti, di Cuba, di Porto Rico, dell’America meridionale e delle Indie Orientali. Il basso prezzo delle provigioni nei paesi stranieri induce molti che non sono consecrati al commercio a lasciar questo paese e stabilirsi in quelli; tanto ivi il vivere costa assai men caro che qui? — Quattro o cinque milioni delle rendile d'Inghilterra sono annualmente spese in Francia, e una gran quantità in Italia, e principalmente in Napoli.

Presidente — Credete dunque che se il commercio è regolato co' principi che voi raccomandate, il costo del vivere in questo paese si avvicinerebbe a quello delle altre contrade?— L’effetto a parer mio da attendersene si è che i nostri prezzi delle cose di necessità si avvicinerebbero assai a quelli del Continente; che voi alzereste i prezzi nel Continente e li abbassereste nell’Inghilterra, e che ancora quando vi fosse alcuna diminuzione nelle rendite della terra e de’ fondi, vi sarebbe a ristorarsene con usura mediante il buon mercato e ’l notevole incremento di consumo in tutto quello che è di necessità o di lusso nella vita.

Sig. Villiers E riterremmo noi nel medesimo tempo tutt’i nostri naturali vantaggi, e quello di un gran capitale? — Certamente. _ Presidente— E questo ci farebbe sicuramente conservar la nostra preminenza come il paese più ricco e manifatturiero dell’Europa? — Certamente. E senza questo salutare e vilal cambiamento nella nostra legislazione io temo che il nostro commercio la nostra navigazione e le nostre manifatture debbono inevitabilmente scadere.

Voi avete dimostrato il gran numero di merci che sono nella tariffa doganale d Inghilterra, la complicazione di questa tariffa, la difficoltà d’intenderla per gli stranieri, e avete medesimamente fatto vedere la semplicità di quella che è in vigore nella Germania; siete voi preparato ad indicar quali mutazioni proporreste nelle attuali leggi doganali d’Inghilterra sopra buoni e giusti principi, come quelli a quali voi avete accennato nel corso dell’inchiesta? — Io ho esaminalo con gran cura quello che stimo sarebbe l’effetto di un benefico cambiamento nelle nostre tavole de’ dazi di dogana sopra basi più eque e più fiscali; e trovando che assai poche merci pagano quasi tutta la rendita che ricava il Tesoro dalle dogane, considero presso che tutti gli altri dazi come gravezze restrizioni e ostacoli all’industria ed alla prosperità del paese. Io ho fatto un nuovo modello di tavola o tariffo ", non che io la reputi come strettamente giusta, ma la reputo tale che nelle presenti condizioni noi possiamo adottarla co’ maggiori vantaggi e la maggior possibile sicurezza, io ho ridotto tutta la tariffa a 20 capi principali in luogo di 1150 articoli lassati.

Volete dire che la vostra tariffa consiste in 20 capi, con 20 sole diverse maniere di dazi per l’introduzione di tutte quelle merci che ora entrano sotto 1150 capi? — Venti diverse maniere di dazi, con assai picciola variazione; ma su la gran massa delle importazioni non più che cinque o sei diversi dazi. Che principio avete voi seguito nella vostra tariffa? Ho seguilo quello di fermare al 10 per 100 il maximum di tutti i dazi su le manifatture. Quale è il vostro principio rispetto alle materie grezze o quelle necessarie alle nostre manifatture? — Io sottoporrei le materie grezze e le manifatture in generale alla medesima ragione di dazio; ma siccome non possiamo tassare le materie grezze al 10 per 100, ed impraticabile credo al presente il diminuire il dazio su le manifatture al di sotto del 10 per 100, così per le materie grezze ho adottato un differente dazio. Ad eccezione de’ soli legni per tintura su cui ritengo il 5 per 100, come dazio da rendila su tutte le altre materie grezze di qualsiasi genere, necessarie per le manifatture, per le scienze e per le arti, propongo imporsi un dazio del 2 % per 100 ad vaìorem. Queste merci producono ora solo 351,000 L. st. di rendita, e alcune di esse non pagano dazio. Ma io riterrei quello che in Francia chiamano droit de'  balance; cioè un dazio per assicurar la quantità dell’importazione registrata.

Avete voi seguito il principio del dazio ad vaìorem, ovvero ammettete le mercanzie secondo il peso e la quantità?— Il dazio ad vaìorem, salvo poche eccezioni; e queste eccezioni le ritengo per viste di rendila soltanto. _ Prendendo le quantità delle diverse merci importate nel passalo anno, a cui alludea la vostra precedente deposizione, avete voi calcolalo a che ascenderebbe l'entrata secondo questa novella tariffa di dazi ridotti da voi preparata? — Ho calcolato che co1 cambiamenti da me proposti sul frumento e sul legno da costruzione ed altre merci, in luogo di 22,962,610 L. st. quanto fu l’entrata lo scorso anno, sarebbe di 28,850,000 L. st.

Ammettendo le manifatture con un dazio non mai maggiore del 10 per 100, e le materie grezze, all'infuora di una o due eccezioni, con uno del 2 % per 100, vi sarebbe un aumento di entrata di tre o quattro milioni? Sei milioni io potrei anticipare, ma ho fatto alcune poche eccezioni per le manifatture. Ho ritenuto per ora quelle che sono state tassate sotto un fittizio sistema di protezione al 20 per 100, siccome sono le manifatture di cristallo, seta, cuoio, carta, lino e canape.

Nell’amministrazione delle dogane qual sarebbe l’effetto in quanto alla spesa? — L’effetto sarebbe un più semplice ordinamento, e per conseguente nel giro di pochi anni una gran diminuzione di spesa.

Nella presente tariffa ci ha delle mercatanzie che sono state tassate, ma che non danno alcuna entrata ovvero una piccolissima; che pensate intorno ad esse? — Le mercatanzie che danno o niuna o una piccola entrata, son di due maniere: alcune sono ammesse senza dazio, ed altre ne hanno uno si grave che non entrano per la consumazione, stante che sono obietti che non si potrebbero facilmente introdurre per contrabbando, e non potendo introdursi per contrabbando non entrano affatto a cagione del grave dazio.

Nella vostra tavola li avete presi tutti in considerazione? — Certamente, e ne ho fatto una lista che presento.

Qui si presenta il progetto (Vedi la nota alla pag. 295.)

Sig. Blake Stimate voi il prodotto della vostra nuova tariffa al di sopra di 28,500,000 L. st.; questo calcolo non è fondato in parte sopra congetture? — No; io guardo l’aumento di consumazione che deve inevitabilmente derivare dal cambiamento che io propongo pel dazio su lo zucchero e da quello pel dazio sul legno da costruzione; dall’abolizione delle proibizioni, e dalle modificazioni nelle leggi frumentarie e nei dazi su le provigioni. Io ho fatto assai moderati calcoli secondo il consumo e secondo la popolazione.

II vostro calcolo non è in parte fondato su la fiducia che vi sarà aumento nella consumazione di alcune merci in conseguenza della diminuzione del loro prezzo?— Senza fallo; ma io ho preso per base quello che l’esperienza mi ha mostrato essere intervenuto nel farsi presso che somiglianti cambiamenti in altri paesi, e particolarmente nell’Austria.

Il perché, fondandovi su questa esperienza, siete condotto a riporre gran fede in questo calcolo? — Sì; Non solo vi ho gran fede, ma anzi credo che ho ristretto il mio calcolo, il quale è poggiato sul resultamento di faticose ricerche, a meno di quello che le entrate delle dogane produrrebbero in pochi anni. Non intendo già dire che in un anno si avrebbe questa somma.

Che effetto avrebbe la proposta tariffa su l’industria interna di questo paese? — La mia opinione si è che, se voi adottate la tariffa, non solo proccurereste una grande occupazione ad ogni persona di buona salute delle classi industriose, ma che di struggereste interamente, all’infuora che fra gl’infermi e quelli che non possono lavorare, le domande per la tassa de’ poveri; sopra tatto se stabilite sai frumento il dazio di 4 sc. in vece di 8 sc. per ogni quarter, e riducete il dazio su le altre specie di grano di fiore e di farina, secondo la medesima proporzione.

Non vi sarebbero molte branche di manifattura inglese le quali verrebbero ad esser pregiudicate dalla concorrenza con le straniere ove la vostra tariffa fosse adottata? — Io credo di no, e quando bene cosi fosse, si potrebbe siccome il migliore e più economico partito assegnare una pensione a tutti coloro che attualmente sarebbero danneggiati, come a’ sempre protetti lavoratori di seta di Spitalfields, i quali non pertanto sono i più miserabili ch’io m’abbia mai visto, né credo che altri ne sarebbero pregiudicati. La miseria fra’ lavoratori io attribuisco unicamente al sistema protettore; senza cosiffatte fittizie protezioni essi sarebbero stati meglio e più sanamente occupali; sicché la somma de’ dazi protettori non è altro in sostanza, a ben intenderci, che una via la quale mena alla miseria.

Presidente —E gl’inconvenienti che potranno sorgere sotto la vostra tariffa, se pure alcuno può sorgerne, per gl'interessi mercantili del paese, saranno essi minori di quelli che ora si provano nell’al temati va dell’abbondanza e del difetto di occupazione ne’ nostri distretti manifatturieri? — Certamente; ma io potrei ripetere che i lavoratori di cotone in altri paesi temono di ogni riduzione che noi potremmo fare alla nostra tariffa de’ viveri come di cosa ad essi nocevole; essi non han bisogno del mercato inglese per le loro manifatture, ma desiderano di poter con le loro fabbriche venire con vantaggio in concorrenza con l’Inghilterra negli altri mercati del mondo.

Sig. Blake — Credete voi che il cambiamento da voi proposto pe’ dazi su’ prodotti dell’agricoltura importati da fuori, pregiudicherebbe all’agricoltura britannica? — No; noi credo affatto.

Credete che diminuirebbe la produzione del grano in questo paese? — Io credo che la produzione del grano in alcuni luoghi i quali sono stati costretti a coltivarlo, scemerebbe, ma non in altro modo.

Sig. Villiers— Credete voi che il terreno cesserà di essere coltivato? — No; credo che le rendite delle terre, generalmente parlando, crescerebbero gradatamente in questo paese in conseguenza delle maggiori domande di lavoro, il che produce maggiori domande e facilità di pagare le derrate fresche o in erba che servono al vitto, e massime il vitto degli animali.

Sig. Blake — Dagl’incoraggiamenti che vi aspettate che la vostra tariffa darebbe al commercio ed alla manifatture, vi promettete voi che la popolazione e la ricchezza ne verrebbero rapidamente aumentate in questo paese? — Certo mel prometto. Son sicuro che per questo cambiamento ne’ dazi diminuiranno le emigrazioni, e si avran~ no molte occupazioni in questo paese; e considero la maggior quantità di pane addizionale che in questo caso si consumerà. Il popolo inglese non mangia un terzo del pane che dovrebbe, né il popolo irlandese uua ventesima parte che il popolo di Francia.

Credete voi che in conseguenza di questo aumento di popolazione e di ricchezza, il popolo di questo paese potrà consumare una maggior copia di frumento importato senza diminuir le domande de'  prodotti agricoli del nostro paese? — Così credo, avuto riguardo a ogni genere di prodotto agricolo. Nel corso di dieci anni voi avreste bisogno almeno di dieci milioni di quarter (52 milioni di tomola di grano addizionale, se aveste da produrne tanto quanto avete fatto negli ultimi sei anni nel Regnounito; ma allora voi non ne produrreste tanto, e tramutereste una gran quantità di terre in pascoli ed orli. Dieci milioni sembrano una gran quantità da introdurre nell’attuale popolazione che noi abbiamo, e pure non è poco che più di un terzo di quarter per ciascuno individuo. Quando feci questo calcolo posi un quarto meno di pane ad ogni individuo in questo paese di quello che è in Francia.

Nota del compilatore. Qui chiudiamo il nostro estratto del pregevole lavoro delle inchieste su le tariffe doganali britanniche, cioè al punto in cui si presentava al Comitato nel 1840 il progetto della novella tariffa indicata alla pag. 293.

Alla prossima dispensa di statistiche commerciali, ec., nel reassumer che faremo l'estratto da noi dato, riprodurremo il tenore di quel progetto di tariffa, ponendovi allato da una parte le rispettive ragioni di dazi contenute nella tariffa in vigore nel 1840, e dall'altra quelle della tariffa sanzionata dal Governo britannico in luglio 1842, con tutte le sopravvenute modificazioni di dazi.






















vai su









Ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilità del materiale e del Webm@ster.