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IL SOLE e IL PARLAMENTO

due giornali nella Napoli luogotenenziale

Zenone di Elea - 20 Luglio 2019

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Possiamo fare tutte le recriminazioni possibili sui guasti della piemontesizzazione ma un fatto è certo: il governo moderato si trovò a lottare contro delle opposizioni formidabili e la sua azione fu continuamente ostacolata. Non è giustificazionismo ma solo una presa d’atto della realtà, poi si possono fare tutte le considerazioni critiche sulle luogotenenze, sulle consorterie e chi più ne ha più ne metta.

Parlare di limiti della rivoluzione borghese come fa certa sinistra da decenni è assolutamente fuorviante rispetto alla dinamica degli eventi che ci portarono al disastro totale, da cui non siamo ancora usciti e non si sa quando e se ne usciremo.

La opposizione antimoderata – o, se preferite, anticavourriana – ebbe fondamentalmente tre facce:

Queste opposizioni riguardarono tutto il regno, anche se le ricostruzioni di parte liberale limitano quella armata alle provincie continentali. Se partiamo dai fatti di Bronte alla rivolta contro i «cutrara» di Castellammare del Golfo, ai primi di gennaio 1862 (1), per giungere poi alla rivolta del sette mezzo di Palermo, diventa veramente una tesi peregrina descrivere la Sicilia come una oasi in cui dominava la pax piemontese.

Mettiamo a disposizione di amici e naviganti due giornali pubblicati a Napoli durante la luogotenenza (2) nella primavera-estate del 1861:

Nella tabella riportiamo alcuni stralci dai due giornali per darvi una idea sommaria dell’approccio assolutamente diverso che avevano nei confronti delle misure adottate dal governo nelle provincie napolitane.


IL SOLE

IL PARLAMENTO

N. 1 – L’opera egregia della formazione di una Potenza Italiana uscita dal campo sentimentale delle aspirazioni, ed entrata nello stadio laborioso della realtà, richiede oggi il nostro concorso, la nostra abnegazione, i nostri maggiori sacrifizii.

[...] Le nostre meridionali provincie sono cadute in uno stato di languore, che facilita immensamente le mene perverse de’ nostri eterni nemici: la sicurezza, e la tranquillità vi sono compromesse con scandalo in Europa, e con danno d’Italia.

[...] I borbonici ed i clericali, esagerando il numero e l'importanza di queste orde di masnadieri, non temono di appellare i briganti: i salvatori della patria, i difensori del dritto divino, ed un giornale reazionario, che si pubblica in Napoli, addivenne così spudorato da chiamarli valorosi guerrieri che difendono il principio della nazionalità oppressa dai piemontesi…

[…] Altri per vece gittan la colpa di questi mali tutta sul governo e dicono che fu grave errore l'aver congedato i soldati; gravissimo aver voluto stringer lega co’ borbonici. Ma la prima querela non ci sembra gran fatto vera, poiché la maggior parte de’ soldati non furono congedati dal governo ma dalla rivoluzione.

N. 2 – Noi, nemici di sterili declamazioni pubblicheremo i fatti, ed i nomi di tutti coloro, che essendo in uffizio, non adempiranno esattamente a loro obblighi, e principalmente di quelli, che mancheranno di fiducia nelle proprie forze, e si lasceranno governare da colpe le trepidazione.

Che tutt'i pubblici funzionarii stieno al loro posto, che il governo ve li metta subito, e non precariamente, o come di passaggio; che non si trattenga a miniare opere perfette, le quali infine riescono tanto più goffe quanto più presuntuosamente annunciate.

N. 3 – Similmente la polizia che fino ad ieri ha lasciato fare, senza accorgersene, al Cardinale ed a’ legittimisti di Portici, tutto quel che volevano, non credo che si sia accorta che per Napoli bazzicano molti degli antichi uffiziali Svizzeri? Se dunque non se né era accorta, si tenga ora per avvertita; altrimenti sapete voi che né avverrà? Quando questi uniti a tanti altri teneri dell'antica polizia, riuscissero a far qual che cosa, subito la Settimana, l'Araldo, la Gazzetta del Mezzodì, l’Unità Cattolica vi scriveranno che il paese stanco dell’usurpatore, chiama a gran voce i suoi Borboni, e subito l'Unione i giornali di Roma lo ripeteranno…

[…] Il Pungolo negli ultimi numeri si fa un’altra volta a sostenere una tesi non meno strana. Egli dice. Voi volete governare da Torino, o uomini del Potere, e questo è falso sistema. Se non potete andare a Roma, venite a Napoli. Ora qui pria d’ogni altro, il Pungolo scorda che in fino ad ora noi non fummo governati da altri che da Napoletani ed in Napoli. I nostri consiglieri, segretarii ed altro ebbero tutto il potere nelle mani. Ma né han male, usato, esclamerà il Pungolo; è vero, ma la colpa non è dunque perché da Torino si voglia governar Napoli. E poi questo argomento potrebbero farlo Milano, Firenze e Palermo, e noi torneremmo alle discordie, alle guerre civili, alla divisione.

N. 4 – Ora che l’Italia Meridionale si è unita alla Settentrionale è di necessità venuto che ogni lieve modificazione legislativa operata in queste provincie, ogni legge promulgata ha fatto subito gridare tutti, ed a coro biasimare il governo. Tutto questo vuol dire che il sentimento Municipale si ridesta in tutti i suoi pregiudizi e si manifesta in ogni più lieve cosa.

[…] Il governo ha certo gravi colpe, ma non quelle che gli addebitano i municipali. L'autonomia significa la schiavitù, significa il ritorno di Francesco Borbone, vuol dire la morte di un popolo. Immaginate per poco che avesse potuto aver luogo una confederazione.

N. 1 – Questo hanno fatto i Governanti nell'Italia del mezzogiorno. La luogotenenza ha fatto subire l’ascia e la pialla alla Nazione: il Generale Fanti è passato come il Simoun su quanto vi era di glorioso nel suo cammino. Qual è, quale sarà la risposta delle nostre contrade? Una: Fermezza ed Unità.

Se essi ci offesero, e noi dimentichiamo per carità di patria l'offesa, se essi ci disarmarono, e noi dimanderemo unanimemente di armarci: se essi sospettarono di noi, mostreremo quanto ingiusto ed ingeneroso fu il sospetto: se ci credessero inferiori alla prova, e noi dimostreremo come abbiam dimostrato, che queste regioni stigmatizzate, dal martirio, le prima sempre ad insorgere per la patria, insorsero anche una volta e sepper tutto vincere: anche la ingratitudine.

N. 5 – Ma se i mezzi all’armamento, atteso il dissesto che dicesi esistere nelle Finanze Napolitano, dovranno ottenersi per nuovi prestiti, d’onde l’aumento de’ pesi esistenti o l'introduzione di nuovi dazi, maggiore sarà lo scontento, maggiore il malessere, maggiore la sfiducia nel Governo; imperocché il lavoro mancato. il numerario ristagnato o fuori circolazione interna, la miseria cresciuta, son cose poco o nulla concilianti.

N. 6 – Non si umilii la dignità del paese, e si ricordi che Napoli è la terza Capitale, di Europa, ed è la Regina delle Città italiane. Non si abbia la smania di sostituir leggi nuove a quelle del paese, senza preventiva discussione nel Parlamento.

N.7 – Si autorizzino lavori, nell'interesse generale, su tutti i Comuni del Regno, a prescindere. da’ lavori particolari, che ciascun Comune potrà animare a seconda de’ suoi maggiori mezzi e più urgenti bisogni. La rettificazione de’ Catasti sarebbe il lavoro più urgente, il più generale ed il più utile; vi potrebbero essere adibiti tutti gli Ingegnieri, Architetti, Agrimensori e periti Civili e quelli di Ponti e Strade. Ne’ rapporti di economia, si proporrebbe un sistema che di niun peso avrebbe gravata la Finanza.

N. 8 – L'Italia, secundum Camillum primum, s'ha da cucinare alla piemontese – a Napoli è un manicaretto troppo delizioso, perchè si potesse permettere che seguitasse a venir cucinato come piace al gusto dei Napoletani.

N. 9 – Da che quell'Uomo straordinario dei cui fatti la posterità dubiterà come gli increduli hanno dubitato di quelli del Cristo, quel Vivente che oltrepassa l'immaginazione de' poeti ne' loro tipi più elevati della sublimità e del Bello, traversò queste contrade come un apparizione sovrannaturale, la stupida creta si scosse, e l'uomo volgare credette poter divenire un'eroe.


N. 27 – Fanti rappresenta il dualismo, e il dualismo è fatale alla Italia. Fanti personifica in sé la ingratitudine ed il principio retrivo, e finché egli sta al potere, la conciliazione dello elemento combattente è impossibile.

[...] Fate un passo verso Caprera, e quell'uomo fatto ad immagine del Nazareno vi verrà incontro con le aperte braccia. Oh non vi s'innalza l'anima pensando che quell'Essere tanto oltraggia to sarà il primo de' vostri amici, il vostro fratello? Invocatelo! invocatelo a tempo! Ch'egli lanci di nuovo la sua parola fra queste genti, che il suo piede benedetto ricalchi la sua orma tra noi e la vita della nazione balzerà in piè, come se questa sincope mortale non fosse avvenuta.



1 Scrive Salvatore Costanza nel suo ottimo libro, LA PATRIA ARMATA, che vi invitiamo a leggere per intero: “L'opposizione alla leva e l'organizzarsi delle bande armate di renitenti e disertori preparavano cosi una situazione di aperta ribellione. Si accusava il filoborbonismo locale, in combutta con gli esuli di Malta, di spingere i ceti inferiori alla reazione contro i liberali. Non solo la debolezza degli organi preposti alla sicurezza pubblica, ma anche l'acquiescenza del governo verso certi intrighi della parte retriva del paese, avrebbero costituito un implicito sostegno all'opera sediziosa di quest'ultima.

A Palermo l'Associazione Unitaria, ispirata al programma garibaldino, aveva già protestato per le crescenti manifestazioni della parte borbonica. Alla fine di novembre del 1861 si era avuto anche un forte intervento della questura palermitana contro alcuni elementi accusati di cospirazione. E l'Associazione aveva espresso in tale circostanza il suo plauso alle autorità. Francesco Borruso, comandante della Guardia Nazionale di Castellammare, fu forse incoraggiato da questi segni di energia e di attenzione per scrivere alla «Campana della Gancia», che dell'Associazione Unitaria era l'organo ufficiale, chiedendo pronte ed energiche misure repressive contro il filoborbonismo che rialzava la testa. Erano preoccupazioni tangibili, che si giustificavano appieno nell'agitato e confuso clima creatosi per il malcontento del paese.

L'inquietudine popolare aveva però ragioni più profonde e reali per manifestarsi contro quei pochi notabili che nel Comune si contendevano demani, uffici e appalti. Nuovi motivi di scontento derivavano, infatti, dalla condotta rapace della borghesia agraria, che si accingeva proprio allora alla curée del patrimonio demaniale ed ecclesiastico.”

2 La carica di Luogotenente Generale nelle Provincie Napolitane fu affidata al Cavaliere Luigi Carlo Farini (10 novembre 1860), al principe Eugenio di Carignano (7 gennaio 1861), al conte Gustavo Ponza di san Martino (21 maggio 1861), al Generale Enrico Cialdini (15 luglio 1861).  Con REGIO DECRETO 9 ottobre 1861, n. 271 fu soppressa la Luogotenenza Generale di Napoli.


















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