Eleaml - Nuovi Eleatici


Guerra ad oriente dalla guerra di Crimea alla guerra d’Ucraina di Zenone di Elea

CARLO MARIANI

LUOGOTENENTE-COLONNELLO

LE GUERRE DELL’INDIPENDENZA ITALIANA DAL 1848 AL 1870

STORIA POLITICAE MILITARE

VOLUME SECONDO

1882

ROUX E FAVALE

TORINO

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LA GUERRA DI CRIMEA (1853-1856) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO
VOLUME II - CAPITOLO IX
Toscana, Parma, Modena, Napoli

VOLUME II - CAPITOLO X
Francia e Crimea
VOLUME III - CAPITOLO III
La Sardegna nella guerra di Crimea
NOTE


VOLUME II - CAPITOLO IX

Toscana, Parma, Modena, Napoli

Domenico Guerrazzi e la Dittatura. — Conflitti tra Fiorentini e Livornesi; restaurazione della monarchia in Firenze. — Livorno; sue resistenze alle armi austriache; sua caduta. — Leopoldo II rientra in Toscana; bandisce il perdono dei crimini politici. — H concordato tra Roma e Toscana. Il Granduca trasforma la Toscana in provincia austriaca. — I Ministri di Toscana e Cavour. — E 1859; Leopoldo II lascia la Toscana. — I casi di Parma e Modena. — I Napolitani fanno l’impresa di Catania; loro atti di dissolutezza e ferocia. — Palermo apparecchia le resistenze. — Tentativo d’accordo pacifico. — Combattimento del 7, 8 e 9 maggi 1849 presso Palermo; sommessione della Sicilia. — Gladstone rivela all’Europa le nequizie del Governo borbonico. — Bentivegna tenta novità in Sicilia. Attentato di Agesilao Milano contra il re Ferdinando. — Pisacane, Nicotera e la spedizione di Sapri. Morte del re Ferdinando II.

Correva la notte del 27 al 28 marzo 1849, quando i Triumviri toscani convocavano a Parlamento i Deputati, per comunicar loro l’infausta novella del disastro di Novara e della rinunzia di Carlo Alberto al trono; in oltre per discutere e deliberare sollecitamente su quanto convenisse operare in quei momenti solenni e pieni di pericoli. Domenico Guerrazzi, reputando essere propizia l’occasione a compiere la meditata restaurazione monarchica, prendeva a discorrere delle condizioni in cui trovavansi le cose civili e militari del paese; e le dipinse con sì neri colori, che l’Assemblea rimase grandemente impaurita; in verità esse erano deplorevoli, non però quali le aveva per li suoi fini rappresentate lo scaltro Ministro. Riconosciuta da tutti la necessità di un Governo munito dei più larghi poteri, il quale valesse a provvedere con la massima prestezza e forza ai bisogni della guerra e alla salute della patria, Guerrazzi metteva innanzi la creazione di una dittatura limitata, che dovesse stare in officio sino al finire delle ostilità. La scelta del Dittatore cadde naturalmente su Domenico Guerrazzi, il quale, dopo fiera lotta sostenuta con gli avversari suoi — i fautori più ardenti d’un governo di popolo — ottenne quanto era nei voti suoi. Da prima mostrossi ritroso ad accettare quell’onorevole, ma arduo incarico, non volendo sapere d’una autorità, i cui strettissimi confini potevanla rendere non molto efficace; e la ritenne di poi, quando l’Assemblea gliela offerse piena e intiera, e ch’egli promise di adoperarla non per offendere la libertà, sibbene per difendere il paese. — La patria era in pericolo! che faceva allora il Dittatore per salvarla? Geloso di Montanelli, il quale godeva di molta aura popolare, lo inviava ambasciatore straordinario presso il Governo di Francia e la Corte d’Inghilterra; così allontanava da sé quell’uomo intemerato, che avrebbe potuto giovarlo di savi consigli. In luogo di gridare la immediata unione con Roma e levare in su l’arme i popoli di Toscana e delle Romagne per la comune difesa, Guerrazzi accontentossi di volgersi agli amanti della patria, chiamandoli ad afforzare l’esercito, che tra breve tempo doveva recarsi ai confini contra gli Austriaci, già minaccianti invasione. Il suo poco fervido appello ebbe tiepidissima risposta; avvegnaché picciola schiera di Toscani si scrivesse nei ruoli della milizia, pochissimi poi entrassero in essa. Fu in tale chiamata alle armi, che il Dittatore chiari i suoi disegni di rifacimento del trono granducale, e che, parlando di Leopoldo II, esprimesse, in favore del principe, i suoi sentimenti cosi: «Se vi ha anche taluno che negli ultimi precordi faccia voti per la restaurazione, si rammenti che il suo principe non difendesse la frontiera, ma spingesse i Toscani alla guerra di Lombardia; che dove il voto del suo cuore si compisse, il suo principe gli direbbe: perché hai consentito che mi venissero tolte la Lunigiana e Massa e Carrara? Di queste frontiere ha bisogno la Toscana, se non intende rimanere esposta al primo invasore; io lasciai più vasto lo Stato, per la tua codardia lo trovo diminuito; va, tu non sei un servo fedele; tu mi stai addosso come l’insetto sopra la pianta.»

L’Arcivescovo di Firenze — il quale, temendo insulti dal popolo per essersi rifiutato di cantare un Te Deum per la elezione della nuova Assemblea, area di quei giorni lasciata la città — tornava allora alla sua sedia, a patto però che gli venissero consegnati due sacerdoti propugnatori coraggiosi di libertà; vilissimo patto che gettò il vituperio su chi l’aveva proposto e su chi l’aveva accettato; il quale turpe fatto mosse a sdegno i cittadini. Il Dittatore finse di non addarsene e tirò via, ch’egli tempo non aveva a perdere in cose di sì lieve importanza; la restaurazione signoreggiava tutti i pensieri suoi e ad essa soltanto intendeva ogni cura. Partigiani del Granduca e costituzionali, che senza stringersi in lega trovavansi allora uniti dal comune desiderio di riporre sul trono il principe transfuga, prendevano a commuovere le popolazioni non già per ispingerle a magnanima impresa, sibbene por prepararle a vergognosa mutazione di Stato. La patria abbisogna di pace e sicurezza, gridavano essi; la sita indipendenza, le sue libertà sono minacciate dagli Austriaci; per allontanare dal paese le armi straniere, già quasi prementi, l’unico ed efficace espediente consiste nei tornare alla devozione di Leopoldo. — I faccendieri dell» restaurazione accordatisi insieme, senza curarsi delle aspirazioni del paese, inviavano a Gaeta il conte Serristori, amicissimo del Granduca, per indurlo a volgere alla Toscana parole di conciliazione e pace; atto questo di onorevole franchezza, il quale, mentre avrebbe posto in bella luce la benignità dell'animo suo, avrebbe rimesso il principe nell’amore dei sudditi, e resogli facile il racquisto del trono paterno. Alla missione di Serristori non sorti l’esito sperato. Leopoldo, che voleva riprendere lo Stato con la forza soltanto, fatto ornai securo dell’appoggio delle armi austriache — a Novara vincitrici dell’emulo suo — rimandava l’inviato toscano senza nulla promettere; il principe, la cui clemenza e bontà di cuore erano state tanto celebrate in tutta Italia, agognava allora a vendette di sangue.

Mentre Guerrazzi studiavasi di ricondurre il Granduca a Firenze mediante il suffragio dell’Assemblea Costituente,che dovea riunirsi il 15 aprile, la parte moderata maneggiavasi a suscitare nei contadi nuove ribellioni contra il Governo dittatoriale. I favoreggiatori del principe e la parte avversa a libertà dovevano essere validamente aiutati nella brutta impresa dagli odi, che un di aveano diviso due nobilissime città, Firenze e Livorno, allora ridestatisi, se dai tristi o dal caso non saprei affermare. Comunque sia stata la cosa, la parte moderata profittò delle inimicizie antiche per far nascere nuove ire, e diedesi con ogni sua possa a soffiare nel fuoco della discordia. — Di quei giorni trovavansi in Firenze grosse bande di Livornesi, venutevi a prendere armi, assisa, militare ordinamento e ammaestramento, breve però, avvegnaché imperioso fosse il bisogno d'afforzare l’esercito campeggiante i confini dello Stato, alle cui difese intendeva allora il generale D’Apice, capo supremo delle milizie toscane (1). I Fiorentini, i quali vedevano di male occhio quella gente, per vendicarsi delle ruberie commesse e degli oltraggi fatti alle loro donne d’alcuni di essa — uomini di scarriera che del soldato possedevano soltanto l’assisa — più e più volte avevano assalito i Livornesi con la peggiore di questi. Il Dittatore, saputo dello atteggiarsi minaccevole dei cittadini e avvisato che le genti di Livorno apprestavansi a vendicare le battiture sofferte, credendo di rimettere ogni cosa nella quiete usata con lo allontanare da Firenze parte della milizia livornese, comandava alla schiera di Guarducci di condursi a Prato. — Era l'11 aprile; il popolo eccitato a tumulto da alcuni cagnotti di Baldasseroni — i quali, come corse allora la fama, da quel vecchio Ministro di Leopoldo erano stati travestiti da guardie municipali di Livorno — insultava e assaliva il battaglione di Guarducci nello attraversare che faceva la città per recarsi al nuovo presidio assegnatogli da Guerrazzi. Alla sanguinosa disfida gli assaliti rispondevano con le armi, che volgevano altresì contra i Veliti (2), i quali avevano preso ad appoggiare il popolo. La pugna, che diventò furiosa in su la piazza di Santa Maria Novella, sarebbe indubitabilmente tornata micidialissima alle genti di Guarducci — avvegnaché i cittadini dalle loro case e i frati dal campanile della chiesa traessero vivamente contra quelle — se il Dittatore, sollecito recatosi in mezzo ai combattitori, con parole di concordia e pace non avesseli indotti a mettere giù le armi parricide.

Non gli riesci però di far loro posare le ire e gli sdegni; avvegnaché, appena cessata la pugna, Veliti e popolo ponessero a morte alcuni Livornesi venuti a lor mano, e ferissero con pietra Domenico Guerrazzi; il quale, non giunto in tempo a salvare quei miseri, avea mosso acerbo rimprovero agli ucciditori. La parte moderata, giudicando essere quello il momento opportuno a sollevare le popolazioni del contado, da lunga pezza preparate a levarsi contra il Governo, chiamavanle alle armi per mezzo di fuochi accesi sui campanili, cui subito rispondevano altri accesi su le colline. Al nuovo giorno — il 12 aprile — bande numerose di contadini armati di schioppi e di rurali attrezzi invadono la città, ne corrono le vie assieme al popolo e, con le insegne del Granduca alla mano, atterrano gli alberi della libertà gridando: Viva Leopoldo, morte a Guerrazzi; in verità, barbaro grido, ma degno di coloro che lo innalzavano, e del principe cui era dedicato! A frenare i sollevati, che per eccitamento dei partigiani del Granduca e della parte moderata minacciavano rovina alle case di quanti erano in voce di liberali, quali provvedimenti davansi dal Dittatore, dall'Assemblea Costituente e dal supremo Maestrato di Firenze? Su le guardie cittadine— che da sole avrebbero bastato a restaurare l’ordine sconvolto — non potevasi fare fondamento veruno; però che avessero udito con indifferenza vergognosa i gridi di morte di una gente più che briaca, feroce; e veduto con impassibilità vituperevole abbattere da essa gli alberi della libertà. Non potevano essere di presidio securo al Governo quei soldati, che avevano rivolto contra i propri fratelli le armi loro affidate dalla patria per combattere i nimici. I suoi disegni di restaurazione monarchica avevano allontanato da Guerrazzi quanti parteggiavano per la repubblica ed erano amatori di libero reggimento; e i modi di governo del Dittatore avevangli reso nimicissimi i monarchici, non ostante il suo trovarsi d’accordo su la ricostituzione del principato civile. Abbandonato da tutti, nulla egli potè operare in quei momenti solennemente difficili. Il supremo Maestrato della città, cui per malattia del gonfaloniere Ubaldino Peruzzi allora presiedeva Orazio Ricasoli primo priore, deliberava di eleggere nel suo seno una Commissione, la quale avesse ad assumere in nome del Granduca la direzione delle faccende dello Stato sino al restaurarsi della monarchia costituzionale. La parte moderata, smaniosa di avere il maneggio degli affari per metterli su la via che più le convenisse, obbligava la Commissione ad associarsi cinque dei suoi, Gino Capponi, Bettino Ricasoli, Luigi Serristori, Carlo Torrigiani e Cesare Capoquadri (1).

In un manifesto ai cittadini la Commissione faceva conoscere gli intenti suoi con le seguenti parole: = Avere assunto il reggimento della cosa pubblica per assecondare al voto espresso dalla intiera popolazione; attendere da questa e dalle guardie cittadine la conservazione dell’ordine; volere che alla monarchia costituzionale, al cui ristabilimento egli intendeva, andassero compagne le istituzioni liberali. = Intanto i Deputati, che trovavansi in Firenze, eransi riuniti a parlamento per provvedere col Dittatore e coi Ministri alle imperiose bisogne del momento, soprattutto al modo di affermare la sicurezza del paese fortemente minacciata dai nimici interni e dal vicino premere degli Austriaci. Mossi a sdegno contra il Maestrato dei cittadini, che aveva offeso l’autorità dell’Assemblea e usurpatine i poteri col creare una Giunta di Governo, essi stavano per protestare, allora che una moltitudine innumerevole di popolo, dopo avere per alquanto tempo furiosamente ondeggiato dinnanzi al palazzo di quella, irrompeva in mezzo ai Deputati con ferocissime grida di morte al Dittatore; presi da spavento, cercarono salvezza nella fuga. Guerrazzi, che non s’era mosso di là, veniva allora tradotto da Ricasoli e da Dignv nella fortezza di San Giorgio; in apparenza, per sottrarlo all’ira popolare; in realtà poi, per tenerlo prigioniero in lor mano; però che, pretessendo avere egli in alcuni scritti offeso il Granduca, non lo rimettessero più in libertà. — Alla Dittatura succedette una Commissione governativa, che Orazio Ricasoli annunciò a Firenze composta dal colonnello Belluomini, da Fornetti, Allegretti, Martini, Duchoqué e Tabarrini; allora acclamossi la restaurazione del principato costituzionale di Leopoldo d’Austria.

Nel Lucchese la sollevazione in favore della monarchia ebbe luogo il 12 aprile; e primi a ribellarsi al Governo dittatoriale furono gli abitatori delle campagne circostanti a Lucca. Il suonare a stormo dei sacri bronzi chiamava in quel giorno alle armi i terrazzani di Picciorana, Porcari, Lammari e San Filippo. Il presidio della città — nel quale contavansi da novecento volontari — ito per comandamento del Prefetto a combattere i sollevati, in breve ora mettevali in pezzi. La novella dei casi di Firenze e della piena vittoria ivi riportata dai fautori della monarchia, pervenuta ai Lucchesi il mattino del 13, turbò gravemente la città, già commossa per la ribellione armata dei campagnuoli; i quali, sbaragliati il dì innanzi, udito lo scampanare festevole di Lucca, vi si recavano in folla da ogni terra; e in compagnia delle guardie cittadine ne correvano le vie innalzando dovunque le insegne del Granduca, e abbattendo gli alberi della libertà tra gridi feroci di morte, quasi che il massimo dei doni di Dio, e che i potenti della terra d’ogni età e d’ogni luogo tentarono soventissimo, ma sempre indarno di spegnere, potesse cadere al solo gridare d’un pugno di gente, che dir non saprebbesi se più stolta o vituperevole. Il sommo Maestrato lasciava allora l’officio suo ad uomini devoti all’antico reggimento e a Leopoldo II, e ai quali Antonio Mazzarosa, eletto Gonfaloniere di Lucca, veniva chiamato a presiedere. Il giorno appresso, i volontari fiorentini erano rimandati alla loro città, e alle guardie municipali tolte le armi.

Presto e senza contrasto compivasi la restaurazione granducale; e la Commissione creata a reggere Lucca subito annunziava, e festante come per vittoria acquistata, che le soldatesche Austro-Estensi eransi impadronite di Massa e Carrara in nome del Duca di Modena, e di Pontremoli per quel di Parma, senza spargimento di sangue, però che non fosse possibile al generale D’Apice d'impedir loro quella impresa; in oltre la Commissione assicurava i cittadini, che Farmi imperiali non calerebbero a Toscana, se tornata alla obbedienza del legittimo principe. — All’udire i mutamenti di Firenze. Siena, devotissima a Leopoldo, restaurava il principato del Lorenese, senza incontrare opposizione di sorta; Pisa, di nottetempo e per sorpresa occupata per comandamento della Commissione fiorentina da una schiera di soldati del generale D’Apice, rifacevasi monarchica; e subito dopo Pistoia veniva, con l’inganno, in potere della parte moderata. Guarducci, che la teneva con un grosso battaglione di fanti, tratto fraudolentemente in errore dai Commessari mandatigli dal Maestrato pisano — i quali avevanlo assicurato che il contado erasi levato a romore, e che milizie numerose e devote al Granduca stavano raccolte in Pisa — lasciava Pistoia e riducevasi a Livorno. Tutte le altre terre di Toscana tornarono allora alla obbedienza dellasignoria antica, eccetto Livorno, il cui popolo, ricordando d’essere italiano, mantenne alta, con grande sua gloria, la bandiera della patria, sino a che, oppresso dal numero, non superato dal valore degli stranieri invaditori, cadeva, come aveva combattuto, da forte: per lui fu salvo l’onore del nome toscano. I Livornesi, all’annunzio dell’eccidio dei loro concittadini in Firenze e della restaurazione della monarchia in tutto lo Stato, levavansi a tumulto; e non volendo saper di governo granducale davansi a provvedere armi, a ordinare soldatesche, ad accrescere le difese contra gli Austriaci, già prementi sui confini; la loro resistenza, se non valse a risvegliare nei Toscani quell’ardore di guerra, e riaccendere in essi quella virtù, di cui avevano dato splendide prove a Curtatone e a Montanara, onde sarebbersi avvantaggiate le sorti dell’Italia, servi almeno di coraggiosa protesta all’invasione nimica.

Chi mai volle questa? chi a danno della patria fu chiamatore dello straniero, se non Leopoldo? — Agli inviati dai restauratori di sua sovranità, supplicanti di riedere presto in mezzo ai sudditi per salvarli dalla signoria dell’imperio absburghese e conservare loro le libertà nazionali, già da lui largite e giurate, egli rispondeva mandando a reggere la Toscana in suo nome e con piena autorità il conte Luigi Serristori, tristissimo strumento di tirannide e in tutto degno del principe che doveva rappresentare. — Il 4 maggio l’alto Commissario metteva fuora un manifesto di Leopoldo, nel quale, taciuto lo intervenire armato dell’Austria, diceva di voler ricondurre il paese alla osservanza delle leggi; di assicurare il ristabilimento dell'ordine e preparare la più solida restaurazione del reggimento costituzionale. Per ottenere da Vienna aiuti valevoli al racquisto della corona il Granduca aveva, non soltanto promesso di fare tutto quanto sarebbe piaciuto al Governo dell'imperatore, ma erasi persino scusato di ciò che aveva operato a favore della libertà italiana — addebitatogli a colpa dal Sire austriaco — con lo affermare, che i bisogni dei nuovi tempi e lo atteggiarsi minaccioso dei sudditi aveanlo, suo malgrado, costretto a concedere riforme e franchigie costituzionali ed eziandio a mandare sue genti alla impresa di Lombardia. — Egli, che aveva respinto il sussidio delTarmi sabaude e che le proprie non bastavano a racquistargli il trono, erasi trovato nella necessità d’implorare il soccorso dell’imperio (1). Troppo vile per riedere da solo e con lealtà a quel paese da lui lasciato nella speranza che avesse a cadere nell’anarchia, ei voleva rientrare ne’ suoi domìni con grande accompagnatura di soldatesche austriache, la cui missione era di opprimere la parte liberale, ritornargli in potestà la ribelle Livorno e assicurargli la corona.

Correva il 30 aprile, quando l’Assemblea livornese costituitasi, poco appresso il compiersi dei casi di Firenze, coi più notevoli cittadini d’ogni ordine e di ogni condizione, riunivasi per discutere su le difese più efficaci a prendersi contra gli Austriaci, i quali, duce il luogotenente maresciallo D’Aspre (2), giunti a Pietrasanta, pareva mirassero a Lucca. I membri di quella eleggevano un Comitato di pubblica sicurezza, cui preponevano Guarducci, uomo animoso, soldato risoluto e della patria amantissimo; per opera sua mettevansi in istato di resistere il forte di Marzocco e le mura; munivansi d’artiglierie le porte della città, e di questa asserragliavansi le vie. Intanto D’Aspre portatosi a Lucca — e fu il 5 maggio — con una grida invitava i Toscani ad accogliere lui e i suoi soldati quali amici e fratelli, venuti a tutelare i diritti del legittimo signore; a dar loro sicurezza e quiete, e a rimettere la costituzione di governo civile; affermava poi che l’esercito suo — mantenitore severo dell’ordine e della militare disciplina — arrecherebbe al paese nuova èra di pace e di ricchezza. — Alle belle parole del capitano austriaco seguirono tristi fatti, però ch’egli subito licenziasse le guardie cittadine e si impadronisse di tutte le armi che trovavansi in Lucca. L’opera codarda del maresciallo D’Aspre commuove e agita i Fiorentini; allora il supremo Maestrato della città, interprete dei loro voti, scrive a Serristori, biasimando gli atti di colui che si fa lecito di trattare quale terra di conquista quella che poco prima avevalo accolto come amico. Le guardie cittadine protestano contra tanto vituperio; ma il Commessario del Granduca, che innanzi lo invadere degli Austriaci erasi indettato col capitano degli imperiali sui modi di condurre l’impresa, non si dà pensiero dei reggitori municipali, e meno ancora del protestare delle guardie cittadine. — Il 6 di quel mese di maggio i nimici invaditori portavano i loro alloggiamenti a Pisa; e due giorni appresso recatisi ad oste sopra Livorno, e posti i campi intorno a questa città preparavano gli assalti.

Primi alle offese corrono i bersaglieri del capitano Piva fuor di porta al mare, i quali valorosamente rispondono con le armi a chi aveva fatto la chiamata alla città e concessole ventiquattro ore per darglisi a discrezione. — D’Aspre, venuto l'11 maggio con tutto lo sforzo di guerra — ventimila allo incirca Austro-Estensi — a tentare Livorno, la quale contava appena due mila cinquecento difensori, dopo essere stato tre volte ributtato riusciva al fine a recarsi in mano il forte Marzocco. Caduta porta al mare in potere degli assalitori, Emilio Demi, uno della Commissione governativa, allo intento di salvare Livorno dagli orrori d’una presa per assalto, riconosciuto impossibile resistere più a lungo, alzava su la cattedrale bandiera bianca. A tale vista il popolo infuria, protestando di voler continuare le resistenze sino allo estremo; ma tra i suoi generosi gridi di guerra, e i gridi di pace de. partigiani del Granduca, gli Austriaci entrano in Livorno. Al giugnere in su la maggiore piazza alcuni d’essi cadon feriti da una moschettata tratta lor contra dai cittadini nascosti nelle case vicine alla piazza. D’Aspre, cui la natura era stata avarissima di sensi umani e nobili, vie più inferocito da quella offesa, fu allora spietatamente crudele e le sue genti mostraronsi degne di nazione barbara, non di nazione incivilita.

Per comandamento del Iodi duce supremo mandarono a morte molti cittadini; misera a fuoco e a sacco parecchie case; e se non fosse stato del Console americano, il quale interpose i suoi buoni offici presso il generale austriaco, la città sarebbe andata a rubamento e a guasto. Posta sotto il governo delle leggi militari, Livorno vede allora la bandiera dei tre colori surrogata dall'imperiale e licenziarsi le sue guardie cittadine; costretta a rimettere le armi al vincitore, la misera città viene tutta in balia d’un soldato, la cui spada erasi già mutata in ferro di assassino: la tirannide con la rapidità del fulmine allaga quindi la Toscana. Fu detto che il Granduca altamente disapprovasse le feroci uccisioni, le violenze e i rubamenti del generale D’Aspre; ma poteva muovere lamenti egli, chiamatore dello straniero? Erangli ben noti i modi che dal Governo di Vienna adoperavansi per ridurre alla obbedienza i popoli ribellatisi alla sua autorità e che avevano scosso il suo giogo; ed eragli noto altresì come restaurava gli ordini sconvolti. Leopoldo n, sapendo essere costumanza antica di quel Governo di spegnere nel sangue le sedizioni dei sudditi, doveva bene aspettarsi di vedere dai Ministri dell’Austria trattata la Toscana — che essi consideravano quale Stato dell'imperio (1)come già aveano trattato Milano, la Gallizia, l’Ungaria e la stessa Vienna, sino a quei giorni mantenutasi religiosamente in fede agli Absburghesi e allora piena di tumulti. A torto dunque il Granduca lagnossi del capitano austriaco; a torto deplorò le miserie e le sciagure che affliggevano lo Stato suo, tristissime conseguenze dell’invasione da lui voluta e replicatameli te richiesta. Il 25 maggio D’Aspre, con grossa schiera di imperiali occupò Firenze (2), il cui popolo, non ostante il maneggiarsi dei partigiani del principe e della parte moderata — i quali tutti avevano desiderato di festeggiarne l'entrata in modo solenne — accolse con manifesti segni d’odio e di sprezzo lo invaditore straniero, che ebbe soltanto pochi applausi dalla più spregevole plebaglia. Come a Livorno, a Lucca, a Pistoia e in tutte le terre di Toscana, cosi nella metropoli vennero, senza por tempo in mezzo, licenziate le guardie cittadine, ricercate e sequestrate le armi e abbattuta la bandiera nazionale, dovunque poi perseguitata la parte liberale e riempita di lutti e di dolori con le morti e le più fiere violenze.

In quel torno giugnevano in Firenze Giovanni Baldasseroni, Leonida Landucci, Cesare Capoquadri, il duca di Casigliano, Jacopo Mazzei, Cesare Boccella e il generale De Laugier, Ministri eletti da Leopoldo a reggere il paese; i quali nel manifesto del 5 giugno al popolo affermavano, che il Governo di Toscana sarebbe staio di monarchia temperata da costituzione; e questa consistere nello Statuto fondamentale concesso il 15 febbraio 1848 dal Granduca, il quale, sempre fedele alle sue promesse, voleva mantenerlo, sebbene da altri violato, e che essi avevano deliberato di difendere dagli assalti d'ogni partito e di conservare quale base delle oneste libertà civili e di elemento d'ordine, — Queste parole gridavansi dai Ministri in nome di Leopoldo II; che, offeso da prima lo Statutocon la chiamata dello straniero (1), restringeva di lì a non molto la libertà della stampa e aboliva l’officio dei giurati di giudizio; e tornato poco di poi a Toscana e a Firenze — ove entrava il 28 luglio festosamente ricevuto dal popolo, che lusingavasi di veder partire gli Austriaci il giorno stesso del giugnere di Leopoldo — spediva suo oratore alla Corte di Vienna Ottavio Lenzoni, allo scopo di ottenere dallTmperatore un esercito ausiliare di dodici mila uomini a presidio della Toscana per tempo. indeterminato; con l’aiuto del quale egli sperava di dare stabilità e sicurezza al proprio trono, e tenere in freno la parte liberale, che indubitabilmente ritenterebbe, al presentarsi di occasione favorevole, di abbattere quello e sconvolgere nuovamente gli ordini dello Stato, quando però gli Austriaci non occupassero più la Toscana.

Tale domanda venne accolta con molto favore dalla Corte imperiale di Vienna, che pienamente esaudivala allo scopo di estendere la sua autorità nella penisola. Recatosi poscia alla metropoli austriaca, Leopoldo riconciliavasi con lo Imperatore, che serbavagli rancore per avere l’anno innanzi mossegli contra le armi (2). Fu allora che il Granduca con l'augusto suo parente e alleato indettassi intorno ai modi di governare lo Stato e all’abolizione delle liberta costituzionali, non vergognandosi di nuovamente spergiurare cosi dinnanzi a Dio e a' sudditi suoi. — Fatto ritorno a Firenze egli prese a reggere la Toscana con moderazione e con l’usata mitezza, che un tempo avevangli valso l’amore dei popoli soggetti e per le quali era in tutta Europa venuto in grido di principe clemente e liberale. A racquistare la rinomanza di un giorno il Granduca migliorava l’amministrazione pubblica; manteneva il Parlamento in onore, in apparenza però; metteva fuora buone leggi di sicurezza e ordinava quella municipale. L’astuto principe intendevacon ciò addormentare i sudditi suoi e far loro porre in dimenticanza le libertà un tempo largite, e che di spegnere aveva promesso all’imperatore, in ricompensa degli aiuti datigli per la recuperazione del trono avito, e le cui baionette dovevano appoggiarlo nella impresa parricida (1). E quale fosse la generosità di Leopoldo II e quanta la clemenza sua le vediamo nel perdono accordato, al suo riedere in Toscana, ai colpevoli di lesa maestà; avvegnaché fossero in quello tante e tante le esclusioni da non mandare assolto e libero nessuno degli incolpati! fu dunque un perdono per gli innocenti.

La benignità e la pietà del principe a prova conoscendo, avevano quelli, innanzi il ritorno del Granduca, lasciata la Toscana; ma le colpe di tutti vennero espiate da Domenico Guerrazzi; il quale, come sopra scrivemmo, fidando se stesso alla lealtà di Ricasoli e Dignv, scontò lungo tempo in carcere il delitto d’avere molto amato la patria. Dalle bugiarde accuse, onde i nimici non solamente di parte moderata, ma eziandio diparte repubblicana, aveanlo fatto segno, Guerrazzi si difese con molta sapienza e grande forza di argomentazione. Sebbene gli riescisse di mettere in piena luce la falsità delle accuse, stette quattro anni in dura prigionia, nel corso dei quali ebbe a soffrire non poche torture morali. I giudici, troppo ligi alla potestà suprema, inspirati da odio di parte, non da amor di giustizia, condannaronlo a quindici anni di galera; più umano fu il Granduca; il quale, reputando tale pena sproporzionata alle colpe addebitate a Guerrazzi, mutavala poi in esilio. Turpissimo fu il processo, però che svelasse vergogne, che carità di patria avrebbe dovuto consigliare di nascondere agli occhi di tutti. La fama del fiero Dittatore non uscì dal processo proprio immaculata; quella «lei nimici suoi, non senza infamia.

Nel maggio del vegnente anno, il 1850, tra il Governo austriaco e il toscano fermossi un trattato per le milizie ausiliarie concedute dall’Imperatore d’Austria al Granduca, In virtù degli accordi in esso patteggiati, Toscana obbligossi di fornire, a proprie spese, ai presidi imperiali tutto quanto fossero por abbisognare, tranne il soldo e il militare corredo; grave fatto, che nel periodo di brevi anni costò al paese da trenta milioni di lire! — Contra tale convenzione, fatta subito conoscere a tutti i Governi di Europa, la sola Sardegna protestò, come quella convenzione che accordando all’Austria il diritto di tenere campi di sue armi ned cuore d’Italia, ne mettesse in pericolo la indipendenza (1). Credutosi ornai pienamente securo dagli assalti della parte liberale per lo appoggio delle baionette straniere, Leopoldo II si tolse la maschera, mostrandosi quale veramente egli era. Ai Fiorentini, chiedenti licenze di celebrare offici per li caduti a Montanara e a Curtatone — come avevano già fatto l’anno innanzi — rispondeva: = Non voler ciò concedere per tema di offendere le soldatesche austriache presidianti la città. = Ma il principe di Liechtenstein, duce supremo di queste, a togliere ogni ostacolo al sacro rito, sollecito al generale De Laugier, Ministro sopra le armi, scriveva in queste sentenze: Sarebbe dolentissimo se, per cagion sua, non avesse luogo la religiosa funebre commemorazione per coloro che combatterono e perirono da forti Egli, che già ne aveva in campo ammirato il valore, terrebbe a onore, come soldato, d’assistere a quella; astenersene soltanto per non porgere occasione agli stolti di dare senso diverso al vero sentimento militare.» — Il rifiuto del Granduca offese grandemente i Toscani; i quali, indovinato l’intento cui mirava, presero ad avversarne il Governo e non lasciarono pii passare occasione veruna per fare palesemente conoscere la loro avversione al principe e alla sua casa. — Era il maggio del 1851 quando i Fiorentini, non ostante il divieto dei Ministri, numerosi raccoglievansi in Santa Croce( )per l’anniversaria commemorazione dei caduti nella guerra di Lombardia.

Mentre alcuni di quelli stavano per appendere corone alle tavole portanti i nomi dei morti combattendo per la indipendenza patria, tentava strapparle lor di mano un uomo di quel Magistrato civile, che, invece di vigilare alla sicurezza pubblica, si fa tal fiata promovitore di disordini: onde non di rado è malvisto dalle popolazioni in tutti i reggimenti despotici, costituzionali e repubblicani. L’atto oltraggioso del birro provoca lo sdegno e la resistenza dei cittadini congregati nel tempio per la pietosa ceremonia; allora sovr’essi precipitansi molti carabinieri, che stavansi nascosti in Santa Croce. Al gridar del popolo, per volontà del religioso Leopoldo assassinato nella casa del Dio della pace, accorrono gli Austriaci, di stanza nel vicino convento; e questi, che du«(i )anni innanzi hanno fatto strazio di Livorno, frenano in quel di gli sgherri del Granduca, che hanno tratto le armi contra i fratelli. Il Governo, pigliando il pretesto da quella resistenza con arte malvagia da lui stesso suscitata, si dà a perseguitare quanti erano in fama di liberali, allo scopo di far nascere più gravi tumulti, che devono preparargli la via alla abolizione dello Statuto, che già soltanto di nome esisteva.

Un mese dopo la sanguinosa scena di Santa Croce, e precisamente il 30 giugno di quell’anno 1851, promulgavasi in Firenze il Concordato conchiuso e sottoscritto il 25 aprile in Roma dal cardinale Antonelli e dal ministro Giovanni Baldasseroni — che presiedeva al Governo granducale —e dallo stesso Sommo Pontefice vivamente sollecitato (1). Il Concordato accrebbe il malcontento universale e turbò persino le coscienze timorate, causa le esorbitanze della Curia romana, la quale, per allargare l’autorità propria in Toscana, aveva di questa offeso la legislazione giurisdizionale: ciò che faceva nascere non molto di poi gravi contrasti tra i Governi dei due Stati. Il Bargagli, orator di Toscana in Corte di Roma, lamentossi in nome del suo principe delle eccessive pretensioni dei Curiali; allora questi, che non volevano scontentare chi era stato con loro si prodigo nel concedere, fecero atto d’umiltà scusandosi col dire, che monsignor Massoni, legato pontificia in Corte del Granduca, nel protestare contra le lettere circolari messe fuora dal Governo di Firenze su lo exequatur regio e sopra le affissioni esterne, aveva operato di suo talento. — Leopoldo, a mostrare quanto fosse soddisfatto di tale riparazione, fece altre concessioni al Vaticano; delle quali la romana Curia subito abusò; avvegnaché, non solamente si facesse lecito di pubblicare nella Toscana le sentenze dell’Inquisizione di Roma, ma desse persino ai tribunali del granducato il carico di mandare a effetto quelle che toccavano i sudditi del principe. — Nel Concordato fu convenuto e fermato: = La potestà ecclesiastica, pienamente libera nel suo ministerio, deve essere protetta dalla potestà civile; alla quale corre pur l’obbligo di impedire e rimuovere gli scandali che offendono il culto e la religione, e di dare lo appoggio suo alla Chiesa per lo esercizio della potestà episcopale. I Vescovi sono liberi nel pubblicare tutto ciò che spetta al loro ministerio. È riserbata agli Ordinari la censura preventiva delle opere e degli scritti che trattano di materie religiose; rimanendo però libera ai Vescovi l’autorità di premunire e allontanare i fedeli dalla lettura di libri perniciosi alla religione e alla morale. È concesso ai Vescovi e ai fedeli di comunicare con la Santa Sede; la quale acconsente che vengano portate ai tribunali laici le cause civili delle persone e dei beni degli ecclesiastici, o toccanti il patrimonio della Chiesa; e quelle appartenenti alla Fede e ai Sacramenti, alle sacre funzioni e ai diritti annessi al sacro ministerio e le cause di lor natura spirituali o ecclesiastiche spettano esclusivamente al giudizio dell’autorità chiesastica a norma dei sacri canoni.

La Santa Sede consente altresì, che ove trattisi di Giuspatronato laicale, i tribunali laici conoscano le quistioni su la successione al patronato medesimo. I tribunali ecclesiastici giudicano delle cause matrimoniali giusta il canone del Sacro Concilio di Trento. Rispetto agli sponsali, giusta il decreto tridentino e la Bolla «Auctorem fidei» la potestà ecclesiastica giudica della loro esistenza e valore all’effetto del vincolo che ne deriva e degli impedimenti che potrebbero nascere; e per gli effetti civili i tribunali laici conosceranno in separato giudizio le cause degli sponsali. La Santa Sede lascia che le cause criminali degli Ecclesiastici, per tutti i delitti estranei alla Religione sieno portate ai tribunali laici, che devono dar le pene prescritte dalle leggi dello Stato (1). Nelle contravvenzioni alle leggi i tribunali laici puniranno con pena pecuniaria gli ecclesiastici, non mai con altra corporale; i quali poi deggiono essere trattati come conviensi al loro sacro carattere quando sono sotto processo. I beni ecclesiastici sono liberamente amministrati dai Vescovi e dai Rettori delle Parrocchie e Benefizi durante il possesso dei medesimi; e nel caso di vacanza vengono amministrati sotto la protezione e assistenza del Governo, da una Commissione di ecclesiastici e laici presieduta dal Vescovo. Quando trattasi di Legati pii e di permutare lo impiego dei beni ecclesiastici, le due potestà civile ed ecclesiastica si accorderanno, e, se abbisogna, impetreranno l’assenso dalla Santa Sede. = Questi patti del Concordato, sebbene stati già discussi dal Pontefice, dai Cardinali e dal Granduca sino dal 1849 nel ritrovo di Gaeta, pure non appagarono pienamente la Curia romana, che avrebbe voluto ancor più larghe concessioni alla potestà chiesastica; né soddisfecero al Governo di Firenze, il quale, dalle esorbitanze della setta clericale (2), vedeva minacciata la propria legislazione giurisdizionale, la più bella gloria di Toscana; e temeva altresì, avessero quelle ad accrescere il malcontento destatosi nei popoli al negoziarsi del Concordato.

Correva il maggio del 1852. Gravi mutamenti erano in quel tempo avvenuti in Europa: vinta dovunque la partiliberale — perché poco concorde negli intenti suoi e meno ancora nei mezzi di raggiugnerli — i regnanti avevano ripreso l’usata potestà assoluta, cui quattro anni innanzi una dura necessità aveva costretti ad abdicare, e facevano altresì ogni sforzo per ricondurre i popoli alle idee di un passato, morto per sempre, e per impedire l’avanzarsi della nuova civiltà. da una parte la menzogna e la prepotenza monarchica, cosi Emilio Visconti Venosta (1), dall’altra il diritto e il sacrificio repubblicano; questo lo spettacolo che allora offriva l’Europa.» — In Francia la libertà agonizzava; ivi il nepote del gran capitano preparavasi, non a rinnovare il primo imperio — ch’egli potenza di genio non possedeva per sì grande impresa — sibbene a creare un secondo col più nero tradimento. In Germania l’ordine e la tranquillità erano state ristabilite con la forza delle armi, e con questa i prìncipi tedeschi aveano assicurato la legittimità del loro potere e i diritti sacri delle loro corone.


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L’Austria, domata la sollevazione magiara con gli eserciti poderosi di Russia e rifatte le catene poco prima spezzate dai popoli soggetti, aveva abolito la Costituzione; in fine, nella penisola italiana Pontefice e Borbone signoreggiavano Roma e Napoli con autorità despotica; la Sardegna reggevasi a governo costituzionale; e il suo Re, che aveva dato prove luminose di molta fermezza, mostrava chiaramente di voler mantenuto con lealtà e in tutta sua pienezza lo Statuto giurato al salire sul trono avito; e Leopoldo di Toscana? già spergiuro una volta, non volendo essere principe italiano, ma solamente Arciduca austriaco, rompeva nuovamente fede ai sudditi suoi; e dal Vaticano prosciolto dal giuramento fatto a Dio, il 6 di quel mese di maggio revocava lo Statuto fondamentale dello Stato, già da tempo sospeso. — «Quando in mezzo agli straordinari avvenimenti, scriveva il Granduca nello editto d'abolizione, che in Italia e fuor si compievano, noi deliberammo di concedere alla diletta nostra Toscana più larghe istituzioni politiche, promulgando il 15 febbraio 1848 lo Statuto fondamentale, non altro desiderio ci mosse se non quello di preservare il paese dalle commozioni onde era minacciato, di confermare la nostra maniera di governo con quella, che in altri Stati vicini al tempo stesso adottavasi, e di contribuire col nuovo sistema alla maggiore prosperità dei nostri amatissimi sudditi. Ma l’esito non rispose ai desideri comuni.

I benefizi sperati non si raccolsero; i mali temuti non si sfuggirono; e l’autorità nostra, disconosciuta da prima, e resa inabile a operare il bene, dovette poi cedere alle violenze di una rivoluzione, la quale abbatté lo Statuto, e gittò la Toscana in mezzo alle più deplorabili calamità. Ristabilito indi a poco dal coraggio dei Toscani rimasti a noi fedeli il governo legittimo, noi ringraziando la Provvidenza, che consolava cosi le amarezze del nostro esilio, accettammo il generoso fatto, riserbandoci a restaurare, non ostante la dolorosa esperienza, l’ordinamento politico da noi fondato nel febbraio 1848, in guisa per altro che non avesse a temersi la rinnovazione dei passati disordini. A raffrenare nondimeno le macchinazioni dei faziosi, sconcertate si, ma non dome dal felice successo del 12 aprile 1849, fu necessario assicurare la quiete dello Stato con mezzi straordinari; e a provvedere di poi in modo spedito ed efficace alla migliore amministrazione del paese, noi dovemmo riprendere l’esercizio di ogni potere, fino a tanto che le circostanze generali d’Europa e le condizioni particolari di Toscana e d’Italia non consentissero di restaurare quel sistema di governo costituzionale.Frattanto gravissimi avvenimenti si sono succeduti in Europa. La società, ove più, ove meno minacciata nelle sue basi, ha cercato e cerca la propria salvezza nel ripararsi sotto il principio della autorità libera e forte. E mentre già nella più grande parte d’Italia non resta ornai traccia di governi costituzionali, noi possiamo andar persuasi che la maggioranza stessa dei Toscani, ricorditrice della quiete e della prosperità lungamente godute, e ammaestrata dall’infelice esempio, senta più presto il bisogno di sperare nel consolidamento della potestà e dell’ordine lo svolgersi d’ogni benessere dei paese, di quello che desideri di veder risorgere forme di governo, le quali non consuonano né con le patrie istituzioni, né con le abitudini del nostro popolo, e fecero di sé mala prova nel breve periodo di loro esistenza.

Ora, poiché il vero bene del paese esige e le condizioni generali richiedono, che il Governo dello Stato si costituisca sopra le basi stesse, su le quali procedé fino al 1848, noi, venuti perciò con animo tranquillo nella determinazione di promulgare le seguenti disposizioni, assicuriamo i Toscani che continuerà ad essere, fin che la vita ci basti, la prima e più dolce cura per noi quella di promuovere nel nostro diletto paese ogni maniera di morali e civili vantaggi. Cosi Iddio ci soccorra e ci afforzi ogni di più la concorde fiducia dei nostri amatissimi popoli, mentre siamo consapevoli che col nuovo ordinamento politico della Toscana tornando ad ampliarsi le prerogative del potere, viene a farsi più grave il peso dei nostri doveri.» — Allo editto d’abolizione della legge fondamentale dello Stato — e nel quale il Granduca aveva invocato il soccorso di quel Dio, innanzi cui erasi fatto spergiuro — segui l’abolizione delle guardie civiche, il restrignersi della libertà della stampa, per guarentire efficacemente il rispetto dovuto alla religione, alla morale e all'ordine pubblico; si diminuirono le franchigie comunali: e d’allora i Ministri resero conto del loro operato al principe soltanto. Cosi a poco a poco la Toscana andava mutando i politici suoi ordinamenti per trasformarsi in provincia austriaca, e che Leopoldo II prendeva a reggerla, non da regnante indipendente, ma da luogotenente dell’Imperatore, gli interessi del quale egli non erasi vergognato di mettere innanzi agli interessi dei sudditi suoi.

A compiere tale brutta trasformazione il Granduca dava alle milizie toscane l’assisa dei soldati dell’Austria; e per ammaestrarle negli ordini e negli armeggiamenti di questi, la Corte di Vienna mandavagli un colonnello suo, Ferrari da Grado, che Leopoldo creava generale e comandante supremo di tutte le forze armate dello Stato; le quali, scritte nei ruoli, contavano dodici mila uomini; numero che però non fu raggiunto mai. Da quel tempo le soldatesche di Toscana vennero considerate proprio come una divisione dell’esercito austriaco; ciò che feri al vivo il sentimento nazionale del paese. — Sicuri dello appoggio e della fiducia del loro principe, i Ministri, più che a governare, diedersi a spadroneggiare; essi cacciarono dallo Stato gli usciti di Napoli e di Roma; perseguitarono e imprigionarono chi, fatta rinunzia al cristianesimo, erasi ascritto alla comunità dei riformati; e costrinsero persino il Granduca a ristabilire la pena di morte; la quale, abolita nell’anno 1786 da Pietro Leopoldo; rimessa nel 1795; nuovamente cancellata nel 1848 dal codice penale da Leopoldo II, il 12 novembre 1852 veniva da questi ancora ristabilita per delitto di pubblica violenza contra il Governo e contra la religione, di lesa Maestà, di omicidio premeditato e di furto violento.

Il tentativo di Mazzini del 6 febbraio 1853 commosse vivamente le popolazioni della Toscana, ma non ne turbò la quiete, avvegnaché a bene mantenerla vigilassero attentamente i presidi imperiali. Livorno era bensì preparata a levarsi a guerra nazionale; ma, giusta il comando di lui, che aveva ordito la congiura, dovendo aspettare l’esito della sollevazione di Milano, e questa essendo stata spenta in sul nascere, stette tranquilla. — La signoria straniera, che durava da quasi sei anni, era divenuta insopportabile; oltre recare forte offesa alla indipendenza dei Toscani e al loro sentimento nazionale, gravando quella di molto su l’erario pubblico, dava origine a nuovo malcontento: onde il Granduca, credendo ornai assicurato il trono per sé e per la sua casa, ristabilito l’ordine e la tranquillità del paese e allontanate le cause, che un tempo avevano sconvolto lo Stato, per mezzo di Lenzoni, orator di Toscana in Corte di Vienna, pregava lo Imperatore a richiamare dal granducato Farmi austriache che lo presidiavano, promettendogli di conservare Fusata amicizia e di accordarsi col suo Governo in tutto quanto poteva contribuire a mantenere la quiete nell'Italia e antivenire a qualunque sconvolgimento politico nella medesima.

L’Austria, sollecitata da Francia e da Inghilterra, le quali vedevano di male occhio, avesse a durare più a lungo il padroneggiar dell’imperio suo nella Toscana; in oltre, impensierita della guerra di Crimea, che aveva già messo sossopra tutta l’Europa, faceva sgombrare il granducato dalle sue soldatesche; sgombramento che pienamente compivasi nel maggio del 1855. — Nell’anno appresso Leopoldo II veniva in gravi timori per le audaci parole del gran Ministro del Re di Sardegna, il conte Cavour, il quale, con somma eloquenza e fino accorgimento, avea, nel Congresso di Parigi, chiamata l’attenzione dei rappresentanti dei grandi Stati d’Europa, in quello siedenti, su le miserrime condizioni dell’Italia, e vivamente censurato il contegno dell’Austria verso quella; dell’Austria, che sino dal 1849 occupando Parma e le Legazioni, spadroneggiava nella penisola, come fosse dominio suo. A dissipare i timori del principe e le apprensioni de' suoi consiglieri, il conte Buoi, nel maggio di quell’anno 1856, scriveva di Vienna al barone Hugel, oratore austriaco in Firenze, per far conoscere a quelli gli intendimenti e i propositi del suo Sovrano; il quale aveva risoluto di proseguire nella penisola l’usata politica, senza darsi pensiero delle accuse mosse nel Congresso parigino al Governo dell’imperatore dal rappresentante di Sardegna, Camillo Cavour, cui egli niegava il diritto di parlare in nome di tutta l’Italia e di levarsi in censore privilegiato di quanto operavano gli Stati indipendenti di essa.

Noi stessi, affermava il conte Buoi, abbiamo consigliato savie riforme ai Governi della penisola nei limiti di una sana pratica e con tutti i rispetti alla loro dignità e indipendenza giustamente dovuti Ma siamo convinti che i distruggitori dell’ordine non cesseranno di drizzare lor macchine di guerra contra i Governi legittimi dell’Italia sino a quando vi saranno paesi che li appoggiano e li proteggono, e uomini di Stato, i quali non temono di fare appello alle passioni e agli sforzi, che hanno per iscopo di abbattere l’ordine nella penisola. Noi non vogliamo lasciarci sviare dalla direzione del nostro contegno e aspettiamo risoluti gli avvenimenti, convinti che lo atteggiamento dei Governi, stati come noi l’oggetto degli assalti del conte Cavour, non differirà dal nostro. Pronti ad approvare le riforme bene intese, a incoraggiare ogni miglioramento utile, emanato dalla volontà libera e illuminata dei Governi italiani, a offrir loro la nostra cooperazione morale per lo svolgimento della loro prosperità, l’Austria è deliberata di adoperare tutte le sue forze per respingere gli ingiusti assalti da qualsiasi parte essi vengano, e a render vani, dove può, i conati di coloro che vorranno turbare il paese e favorire l’anarchia» (1). — Rassicurati dalle parole del Ministro imperiale, il Granduca e i suoi consiglieri a Cavour — il quale, per togliere al vassallaggio dell’Austria la Toscana, avea proposto di avvicinar questa alla Sardegna — non soltanto superbamente rimandarono l’onorevole proposta sua, ma fecersi ad accusarlo di voler turbare l'ordine e la tranquillità,che allora godevansi dall’Italia.

A respingere le maligne insinuazioni di quei consiglieri dissennati, Cavour sollecito, in uno scritto da lui fatto di pubblica ragione, rispondeva loro: = Non da ragionevole e temperato esercizio di una libertà moderata pigliare nascimento le sollevazioni e i perturbamenti; la storia della Sardegna di quegli ultimi anni chiaramente provarlo. Il Governo granducale sapere per prova avere, in molte circostanze, la Sardegna assai efficacemente cooperato a impedire torbidi nello interno e fuora, e non essere certamente nel momento in cui esce da una guerra cruenta e dispendiosa, impresa per la causa dell’ordine, che possa accusarsi di fomentare il disordine intorno a se. Il Governo del Re, conoscendo gli obblighi che lo legano agli Stati vicini, li compie scrupolosamente.

Le concessioni e le riforme introdotte nelle amministrazioni governative del Lombardo-Veneto dall’imperatore Francesco Giuseppe, quando dimorava in Milano — e fu correndo il 1857 — costringevano a temperare i modi di governo i prìncipi d’Italia, che seguivano la politica dell’Austria; la quale, a compensare la loro servilità, accordava ad essi la sua protezione — che doveva poi perderli — e, alla bisogna, lo aiuto di sue armi. I miglioramenti portati nel civile reggimento degli Stati essendo di assai lieve importanza, e non sincera la moderazione dei regnanti, non valsero ad accontentare i popoli, nei quali ogni di più il sentimento nazionale andava affermandosi e cresceva a potenza. Sperò il Granduca ricevere manifestazioni di affetto dai sudditi, quando in compagnia del Pontefice percorse le terre dello Stato; ma Leopoldo e Pio IX ebbero fredda accoglienza dalle popolazioni toscane; le quali, se recaronsi numerosi sul loro passaggio, fu solamente per vederli da vicino, non per festeggiarli.

«La memoria lasciata allora dal Papa in Toscana, scrisse Antonio Zobi (1), fu quella delle spese dal suo viaggio cagionate alla Corte e allo Stato.» — Dopo la restaurazione il Granduca fece ogni possa per alienarsi l’amore dei sudditi; nel tempo corso dal ritorno di Gaeta al secondo lasciar la corona — che non dovea più ripigliare — il contegno suo e il suo governo furono tali da rendere per sempre impossibile il racquisto del trono alla dinastia austro-lorenese, la quale avea per centoventidue anni regnato sopra Toscana (2). — La spedizione del colonnello Pisacane contra Napoli e l’attentato di Felice Orsini su Napoleone Buonaparte avevano chiarito quanta passione bollisse di quei giorni in Italia. Avvertiti dal Governo di Francia della congiura ordita da Mazzini, quei della penisola poterono con lieve sforzo opprimere, in sul nascere, le sollevazioni di Genova e Livorno — delle quali diremo nel corso di quest’istorie (1) — e mandare a vuoto il tentativo del colonnello Pisacane. Il Granduca, sempre pieno di paura e di sospetti, tolse occasione dal moto di Livorno per tornare agli antichi rigori, che, come poco sopra scrivemmo, era stato dall’Austria non molto innanzi costretto di allentare: orni allora il malcontento delle moltitudini mutossi in ira, e crebbe l’odio verso lui, verso sua casa nella parte liberale, al quale odio il Granduca con pari odio rispose.

Il 1858 avvicinavasi al suo fine, quando il raffreddarsi dell’amicizia, che per lo addietro aveva legato insieme i Governi di Napoleone Buonaparte e di Francesco Giuseppe e il crescere altresì dei mali umori dell’Austria verse la Sardegna facevano nascere nel cuore degli Italiani la speranza di prossima guerra tra quei due potentissimi in Europa. Dei popoli della penisola ultimi non furono i Toscani a commuoversi e ad accostarsi alla Società Nazionalela quale, costituitasi sotto gli auspici e per opera di Daniele Manin, Giorgio Pallavicino e Giuseppe La Farina, ferventi apostoli di libertà — andava allora allargandosi in tutta Italia gridando la indipendenza e la unifica: della patria con libero reggimento e con la casa di Savoia. I Ministri di Leopoldo, appena si avvidero del maneggiarsi di quella Società e dello agitarsi del popolo, credettero di potere allontanare la tempesta — già romoreggiante sul trono del Granduca — temperando alquanto lor modi di governo; ma era tardi, avvegnaché, se alcuni, tenerissimi dell’autonomia toscana e devoti al principe, tenessero

per la monarchia del Lorenese — da rinnovarsi però costituzionalmente e civilmente come volevano i nuovi tempi — la parte maggiore delle popolazioni, seguendo la bandiera della Società Nazionale, mirasse alla Sardegna e al suo Re, che soli potevano raggiugnere lo scopo universalmente desiderato. E quando Napoleone Buonaparte all’oratore austriaco nel solenne ricevimento del primo gennaio 1859 parlò con severa giustizia del Governo di Vienna, e pochi giorni dopo Vittorio Emanuele, inaugurando la sessione parlamentare, ai rappresentanti della nazione e ai senatori raccolti in Assemblea, nel dire dei gridi di dolore che alzavano a lui gli Italiani oppressi da tirannici reggimenti, pronunciò animose e forti parole, i più generosi di quella nobilissima terra, che fu sempre la Toscana, corsero a scriversi nello esercito sardo, allora lutto intento a ordinarsi per la terza riscossa.

Il conte di Cavour, il quale attentissimo vigilava per cogliere qualsiasi occasione che potesse aiutarlo nella impresa disegnata e risoluta contra l’Austria, accortosi dei gravi timori in cui di quei giorni erano venuti i timidi consiglieri del Granduca, causa il manifestarsi minaccioso della opinione pubblica, diedesi a tentarne gli animi; e per Carlo Boncompagni, oratore regio presso il Governo di Firenze, posti innanzi a quelli i pericoli che il loro principe correrebbe se nel caso di guerra si mantenesse neutrale — guerra che reputavasi proprio inevitabile contra la signoria straniera — e i vantaggi che Leopoldo potrebbe trarre da una lega con la Sardegna, studiossi di indurli a far causa comune centra il comune nimico. Consigliavali anche a ciò il Governo francese; il quale, sebbene credesse che la Toscana, avendo in animo di prender parte alla guerra, si trovasse tra quegli Stati, che il diritto pubblico considera Muralmente neutri (1), pure, desiderando esso ardentemente il bene di quel paese e della famiglia granducale, desiderava si accordasse con Francia (2). Né dello invito di Cavour (3), né dei consigli, che in nome dell’imperatore Napoleone aveva lor dato Walewski, curaronsi i Ministri del Granduca; i quali, sia che non reputassero vicinissimo il rompersi della guerra sul Ticino, sia che ponessero fede illimitata nella mediazione inglese e nella neutralità che di serbare scrupolosamente affermavano, non soltanto lasciarono liberamente passare in Sardegna volontari d’ogni condizione e classe di cittadini, ma concederono anche a Vincenzo Malenchini di ordinarne una grossa compagnia in Livorno e, ammaestrata ch’ei l’ebbe nel maneggio delle armi, di condurla a Genova.

Appena Carlo Boncompagni seppe dal suo Governo della superba intimazione dell’Austria alla Sardegna, senza por tempo in mezzo domandò, per lettere, ai Ministri del Granduca, avesse questi a stringersi in lega con Vittorio Emanuele per combattere insieme agli eserciti di Francia l’oppressore d’Italia; assicurandoli che dal Re rispettava# l'autonomia degli Stati, aventi lor ragione di essere nella configurazione del territorio, nelle tradizioni della storia, negli interessi dei popoli italiani. Che nello accingersi all'impresa — la quale, se riescisse, sarebbe la più grande di quante la storia d'Italia serba ricordanza — la Sardegna non ambisce la propria preponderanza, sebbene il vantaggio comune dei principati e dei popoli della penisola; che se poi gli altri Stati erano in condizioni tali da non dare speranza veruna di lor cooperazione, la Sardegna amava conservare la fiducia che la Toscana trovavasi in condizioni migliori (1). Il ministro Lenzoni, cui almeno per ragione di urbanità correva obbligo di rispondere a Boncompagni, si tacque forse per tema di mettere, scrivendogli, il nome e il credito suo a repentaglio; e nemmeno Leopoldo diedesi per inteso di quel sollecitar di lega dell’oratore di Sardegna, forse per la sicurezza piena e intiera da lui riposta nella fedeltà e devozione dei soldati suoi; né per quanto i principali dei Fiorentini lo pregassero a cedere alle necessità dei tempi, e, col far paghi i voti del popolo, salvare a sé la corona e al paese la tranquillità e la pace, egli non solamente stette fermo ne’ suoi propositi di resistenza, ma chiarissi pronto a ricorre alle armi per punire gli amatori di novità, quando tentassero offendere i suoi diritti di principe.

Il Granduca e i Ministri eransi cosi stupidamente incaponiti nelle fatte deliberazioni ritenendosi forti tanto da piegare le cose alla loro volontà — mentre essi stessi avrebbero dovuto piegare 1 animo alle esigenze veramente imperiose del momento — da non pigliarsi pensiero dello affratellarsi dei soldati coi cittadini allora pubblicamente avvenuto. Dio, che voleva perderli, aveali accecati sul pericolo, al quale per la insensata loro ostinazione andavano incontro: non i giorni, ma le ore per la casa di Lorena erano contate! — Il 27 aprile Alessandro Danzini, maggiore nelle artiglierie, e Alessandro Capellini, comandante della cavalleria, portavansi di buon mattino al ‘Granduca per avvertirlo della forte agitazione in cui trovavasi allora la milizia, su la cui devozione alla dinastia, affermavano essi, non potevasi fare fondamento veruno. Leopoldo, che non aveva voluto venisser quelli in sua presenza, per mezzo del generale Ferrari da Grado comandò loro di fare sollecitamente noto ai soldati: essere egli pronto a operare quanto dai tempi eragli richiesto. Danzini e Capellini, tornati di li a poco con altri officiali al palazzo granducale, a Leopoldo — che aveva dovuto a suo dispetto riceverli — fattogli con franche parole conoscere il vero stato delle cose, sforzaronsi di indurlo a soddisfare ai desidèri del popolo; il quale, risoluto di levarsi a tumulto, raccoltosi numerosissimo in su la piazza di Barbano, già fortemente romoreggiava. Stretto dalla necessità del momento il Granduca tutto concedé al popolo, che allo apparire della bandiera dei tre colori posò ogni minaccia. L’arciduca Carlo — secondogenito di Leopoldo — il quale poco prima aveva condotto la granduchessa e i fratelli minori in Belvedere (1) — fortezza ben munita, dalla quale potevasi fulminare Firenze — chiamati a sé gli officiali del presidio, faceva lor leggere uno scritto del comandante supremo, Ferrari da Grado, in cui questo antiveggente generale aveva dettato, sino dall’anno innanzi, le norme per bombardare efficacemente la città nel caso di ribellione popolesca.

Terminata la lettura, il luogotenente nelle artiglierie Dario Angelini all’Arciduca, che ingiugnevagli di tenersi pronto con sue artiglierie, con la più lodevole franchezza rispondeva: = Impossibile compiere quanto era stato dettato dal generale, essendo tutti i soldati fermissimi a non trarre contra il popolo, col quale dividevano lo entusiasmo per la guerra nazionale, e che essi desideravano ardentemente di combattere; il Sovrano e la famiglia sua essere stati ingannati da chi aveva fatto lor credere il contrario. Pochi istanti dopo la bandiera italiana innalzossi su la fortezza di Belvedere, salutata del presidio con gridi di gioia; e salda vi stette, non ostante il protestare dell’Arciduca e il comando suo di toglierla di là: erano allora le undici antimeridiane. Non paga delle concessioni di Leopoldo, la parte liberale domandava l’abdicazione del principe in favore de) figliuolo Ferdinando; la rimozione dei Ministri, del generale e degli officiali chiaritisi avversi alla volontà della nazione; l’alleanza con la Sardegna; la pronta cooperazione alla guerra di tutte le forze armate della Toscana sotto il comando di Gerolamo Ulloa e l’ordinamento delle libertà costituzionali. — Leopoldo II, affermando che l’abdicazione alla corona eragli vietata dalla coscienza e dall'onor suo, e dichiarando irriti e nulli gli ordini che da qualsiasi potestà venissero sino da quel momento emanati, disse di volersi subito allontanare dallo Stato con tutta la famiglia sua; e in fatto, poche ore dopo lasciò Firenze, lasciò Toscana, ch’ei non doveva più rivedere (2). Per consigliola sua partenza venne in grande allegrezza il popolo, che ito al palazzo della legazione sarda acclamò a Vittorio Emanuele e alla Sardegna, scendenti in campo contra l’oppressore d’Italia. E Boncompagni dal balcone di sua stanza in nome del Re e della Sardegna, fatto plauso al nobile e civile contegno dei Fiorentini, invitolli a osservare le foggi; a rispettare le persone e le proprietà pubbliche e private; a mantenere la quiete, e i soldati anche la militare disciplina; e dopo aver detto che a quanti desideravano combattere per la patria era loro aperto il campo, conchiudeva il suo concionare con queste sentenze:

«Il Re, cui stanno sommamente a cuore le sorti della Toscana, provvederebbe alla sicurezza dello Stato e alle necessità della guerra, senza preoccupare il definitivo assettamento del paese, però che la Sardegna muovesse le armi per la indipendenza patria, non per ambiziosa conquista; si ricordassero, che la indipendenza e la libertà ottengonsi per virtù di sacrifizi, di concordia e disciplina. —A reggere lo Stato, avendo tutti i Ministri lasciato l’officio loro, il Magistrato dei Priori alle sei pomeridiane di quel giorno 27 aprile creò un triumvirato, chiamando a comporlo Ubaldino Peruzzi, l’avvocato Vincenzo Malenchini e il maggiore nelle artiglierie Alessandro Danzini (1); i quali, in un manifesto pubblicato nella sera, parlarono così ai Toscani: «Il Granduca e il suo Governo, anziché soddisfare ai giusti desideri in tanti modi e da tanto tempo manifestati dal paese, lo hanno lasciato a se stesso. In questi frangenti il Municipio di Firenze, solo elemento di autorità qui rimasto, adunatosi straordinariamente, volendo provvedere alla suprema necessità di non lasciare la Toscana senza Governo, ha nominato i sottoscritti a reggerla temporaneamente. Toscani! Noi abbiamo assunto questo grave incarico pel solo tempo necessario a S. M. il Re Vittorio Emanuele di provvedere tosto, e durante il tempo della guerra, a reggere la Toscana in modo che essa concorra efficacemente al riscatto nazionale. Confidiamo nell’amore della patria italiana che anima il nostro paese, affinché l’ordine e la tranquillità vengano mantenuti; con l’ordine e la disciplina soltanto si giugne a rigenerare le nazioni e a vincere in guerra.»

Uscito di Firenze, Leopoldo prese la via di Bologna, scortato da molti officiali di ogni grado e da una presa di gente d’arme, e seguito dalle carrozze delle legazioni straniere entro cui stavano i segretari di quelle. Da Bologna il Granduca portossi a Ferrara, ove di moto proprio scrisse una vivissima protesta, nella quale, dopo avere accusata la Sardegna di eccitazione alla ribellione della Toscana, disse delle violenze usategli, che avevano per iscopo di obbligarlo a consentire ad atti contrari alla sua volontà, al decoro della sua persona come Sovrano e a dichiarare la guerra all'Austria, offendendo così il primo diritto di sua sovranità: onde avea dovuto lasciare la Toscana amata e cercare asilo in uno Stato amico. Il mattino del 27 aprile avere egli già protestato solennemente in Firenze, dinnanzi a rappresentanti dei Governi amici, contra tali violenze, e dichiarati irriti e nulli gli atti stessi (sic); protestare nuovamente in quel giorno, primo maggio, contra le violenze usategli e confermare la nullità di quegli atti, tendenti ad abbattere lo stato delle cose, sanzionato dal trattato di Vienna del 1815 e guarentito dagli Stati d'Europa. — Il giorno appresso a quel della partenza di Leopoldo II, i Triumviri scrivevano al conte di Cavour pregandolo di far si, che il re Vittorio Emanuele avesse ad assumere la dittatura della Toscana durante la guerra. «Il sentimento della indipendenza nazionale, dicevano essi, e l’ardente desiderio di concorrere a riscattarla nella lotta che si sta preparando, hanno dato luogo a un movimento irresistibile, cui tutte le classi dei cittadini con entusiasmo presero parte... La grande mutazione di cose avvenuta nel loro paese ha dunque proceduto da un solo movente; il desiderio di concorrere alla guerra dell’indipendenza italiana e di partecipare ai sacrifizi di essa e alla gloria del nazionale riscatto.

Questo essendo stato il carattere esclusivo del movimento compiutosi in Toscana, a chi meglio potrebbero temporaneamente affidarne i destini, se non al Governo del Re di Sardegna, che a si nobile causa tante prove ha già dato di sua lealtà?... La Toscana conserverebbe frattanto, anche in questo periodo transitorio, la sua autonomia, una amministrazione indipendente da quella della Sardegna e il suo assetto definitivo dovrebbe aver luogo a guerra finita, e quando si sarà proceduto all’ordinamento generale d’Italia. È una specie di tutela che si invoca non solamente nello interesse della Toscana, ma della causa comune...» — Alla lettera dei Triumviri sollecito rispose il gran Ministro di Sardegna (1); il quale — chiaramente veggendo come i Toscani volessero bensì la indipendenza della patria italiana e intendessero cooperare con le armi allo acquisto di essa, senza però rinunciare alla propria autonomia — significò a quelli: non potere il Re, per ragione d'alta convenienza politica, accettare la dittatura offertagli nella forma messagli innanzi. Per dare unità al governo della guerra assumere egli il comando supremo della milizia toscana e l'autorità necessaria a bene ordinarla e a provvedere ciò che necessario fosse per condurre a buon fine l'impresa. Assumere eziandio la protezione del Governo toscano, a tale uopo delegando la necessaria potestà al suo rappresentante in Firenze, il ministro Boncompagni, il qualesarebbe d'allora anche Commissario straordinario del Re per la guerra di indipendenza. Ed ecco come il conte di Cavour con l’usata sua sottilissima arte alla dittatura condizionataseppe surrogare un protettorato diplomatico. In verità questo non sarebbesi voluto dai Triumviri, cui soprastava Ubaldino Peruzzi; il quale, per essere di parte moderata e fautore caldissimo della autonomia toscana, dovunque gli tornò possibile fece prevalere le idee della sua parte.

Una delle prime cure del Triumvirato fu quella dell’ordinamento e accrescimento della milizia, il comando della quale conferì a Gerolamo Ulloa, proprio di quei giorni chiamato dal Governo sardo a capitanare la legione dei Cacciatori degli Appennini, che allora mettevasi assieme per la imminente guerra. Ma il lavoro di quel generale fu si lento, che parte nessuna alle militari operazioni di Lombardia venne presa dalla milizia stanziale di Toscana, né dai volontari, schieratisi sotto le insegne nazionali in numero si grande, da far credere ai Triumviri non necessario levar nuovi soldati; la quale cosa chiari la insipienza somma del Governo nelle faccende della guerra. Né questo fu l’ultimo de' suoi atti insipienti, avvegnaché poco appresso, per togliere di prigionia e richiamare dall’esilio in patria coloro che dalla passata dominazione erano stati condannati a quella o a questo, concedesse piena amnistia; la quale parola solamente si usa da Sovrano che abbia patito ingiuria o offesa! — In sul cominciare di maggio i Triumviri lasciarono l’officio d’accordo col commessario regio Boncompagni; che ebbe ad affermare: il Governo temporaneo, avendo compiuto sua missione, dover trasferire in lui i poteri tenuti sino allora, e che egli eserciterebbe in virtù della autorità conferitagli dal Re, in modo però da serbare alla Toscana tutta la sua indipendenza (1). Ciò fatto Boncompagni, a comporre il nuovo reggimento, chiamò Bettino Ricasoli al governo delle cose interne; Cosimo Ridolfì a quello della istruzione pubblica e, temporaneamente, anche degli affari esteriori; volle Ministro sopra le rendite dello Stato Raffaele Busacca; sopra la giustizia Enrico Poggi; sopra le armi Vincenzo Malenchini, e su le faccende del Culto Vincenzo Salvagnoli. Alli 11 maggio poi in un manifesto alle popolazioni fece conoscere d'avere decretata la instituzione dì una Consulta di Governo, la quale doveva riunirsi in assemblea ogni mese per esaminare le cose più importanti dell'amministrazione e convocarsi anche dal Governo, quando lo reputasse opportuno (2). — Qui sospendiamo il racconto dei casi di Toscana per narrare quelli dei Ducati padani.


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Parma e Piacenza, Modena e Reggio — divenute per la fuga dei loro principi libere e padrone dei propri destini — quando videro il re Carlo Alberto intendere alla costituzione di un forte regno nell’alta Italia, univansi alla Sardegna; al cui esercito sin già dal cominciare della guerra di Lombardia avevano congiunto lor soldatesche. Caduta nell’agosto del 1848 la fortuna delle armi sabaude presso Milano, Radetzky faceva invadere da sue genti i Ducati del Po; e, rimessivi gli antichi ordini, tornavali in potestà di Carlo III di Borbone e dello estense Francesco V, la signoria dei quali veniva, pochi mesi di poi, affermata dalla vittoria degli Austriaci a Novara. — Tristissimi per Parma e Piacenza corsero i primi anni della restaurazione borbonica. Carlo III (1), principe dissoluto e malvagio, in breve tempo riempi lo Stato di sue brutture e di guai; inchinevole per natura a disonestà, ei non vergognossi di fomentarla negli altri; tiranneggiò sempre, non governò mai; il suo volere tenne in conto di legge; le cause politiche fece trattare non da tribunali civili, sibbene da tribunali militari, nei quali siedettero giudici i soldati dell’Austria. Un dei primi atti del suo governo fu la chiusura delle scuole universitarie, che sotto il regno suo non vennero riaperte mai.

Per vie più assicurarsi il trono — non bastandogli lo appoggio delle baionette austriache — pose lo Stato sotto lo imperio delle leggi militari, non ostante la tranquillità del paese, il buon contegno delle popolazioni e la promessa data solennemente nel manifesto ai sudditi, del 18 maggio 1849, di voler mettere con cura sollecita le basi per uno Statuto consentaneo alle esigenze di una sana politica. Bene egli concedé libero il ritorno ne’ domini suoi agli usciti per gli ultimi rivolgimenti politici (2), dando fede che non avrebbero a soffrire molestia di sorta; ma subito dopo aver bandito il perdono il Duca inferocì con le persecuzioni e le spogliazioni a danno di cittadini onestissimi; e giunse persino a punire col bastone e con le verghe — seguendo in ciò l’esempio inumano dell’Austria — uomini di ogni età e condizione, che infami delatori, per sete di oro e privata vendetta, avevano incolpato di atti di disprezzo all’autorità ducale, di censure al Governo, e d’avere risposto con beffe ai soldati e agli officiali (3) che a bello studio avevanli con le più triviali insolenze provocati.

Né il Duca rispettò la casta ecclesiastica, avvegnaché nel settembre 1849 non più tollerasse l'ordine religioso dei Benedettini, e pochi mesi dopo chiudesse il ricchissimo collegio Alberoniano di San Lazzaro presso Piacenza dei Padri Missionari, e i beni di questi e dei Benedettini egli dèsse da amministrare allo Stato: né di ciò la Corte papale fece proteste o mosse lamenti. A rendere vie più odioso un governo tanto aspro e ingiusto, Carlo III nel 1851 creava una Giunta sindacatrice della vita morale e politica dei pubblici officiali, medici, notai e degli avvocati ed anche dal comportarsi nello esercizio dei loro doveri e della loro professione. A rifornire poi lo erario impoverito dalle insensate sue dilapidazioni accresceva il prezzo annualmente pagato dai fittaiuoli per li poderi che erano patrimonio dello Stato; e nell’anno appresso — il 1852 — sentenziando essere tutte le miniere del ducato proprietà dello Stato, serbavasi il diritto di accordarle, per le escavazioni, a chi meglio gli piacesse, a patto d’annuo tributo. A vantaggio delle industrie austriache, ma a gravissimo danno delle paesane, Carlo III, per comandamento del Governo di Vienna, stringeva nel medesimo anno con l’imperio una lega doganale, già messa innanzi da quel Governo sino dal 1849. — Le violenze e le continue ingiurie ai cittadini, la dissolutezza dei costumi e le disoneste azioni del principe furono punite dal ferro di un assassino; il quale, per vendicare un oltraggio da lui ricevuto, il 26 marzo 1854 in Parma scontratolo per via a tradigione l’uccise (1).

La vedova sua, Luisa di Borbone (2), prese allora le redini del governo per Roberto, suo primogenito, che contava sei anni appena, subito volgendo tutte sue cure a sanare le piaghe arrecate allo Stato dalla cattiva amministrazione; impresa assai ardua, avvegnaché fossero gli ordini tutti pieni di confusione o sconvolti. I saggi provvedimenti della Reggente, sebbene non bastevoli a compiutamente rimediare ai mali onde erano afflitti i popoli soggetti, meritarongli lode non poca; e avrebbe avuto lode maggiore e con efficacia provveduto alla felicità dei sudditi, se — allontanati i tristi consiglieri inviati a lei da quella Corte, che mirava farla odiosa al paese — avesse impedito, come facilmente poteva, la ribellione la quale nel luglio 1854 turbò Parma; essa al contrario preferì attenderne lo scoppio, allo intento di spegnerla poscia nel sangue (3). La Duchessa, resa crudele dai timori di nuovi sollevamenti dei ribelli venuti a sua mano condannava a morte i capi, gli altri mandava alle carceri di Mantova, e metteva il dominio suo sotto lo imperio delle leggi militari.

Vinto il debole tentativo di sollevazione e tornata la quiete allo Stato, Luisa di Borbone temperò alquanto i modi di governo, senza però racquistare lo affetto dei sudditi, avvegnaché si fosse chiarita nimicissima persino alla libertà più moderata e mostratasi, più che alleata, vassalla dell’Austria. — Nel giugno del 1855 nuove condanne di morte e prigionia funestarono Parma, e furono di cittadini innocenti di un tentativo d’omicidio loro attribuito dal scelleratissimo Anviti, che il castigo di sua malvagità di li a non molto scontò con la vita: ed ecco il rio caso. Nello aprile di quell’anno al luogotenente colonnello conte Luigi Anviti — già amico e compagno di Carlo III nelle sue tristizie, ond’era da tutti odiato — veniva tratto un colpo di pistola, che però falli. Su le deposizioni o testimonianze d’Anviti alcuni cittadini furono imprigionati e condotti dinnanzi ai tribunali militari; i quali, mentre ne condannavano due al supplizio estremo — Andrea Carini e Francesco Panizza — e un terzo a venti anni di carcere — Giuseppe Isola — mancando le prove legali e persino gli indizi dell’assassinio loro ascritto, caldamente raccomandavanli per una commutazione di pena alla clemenza e al cuore magnanimo della Reggente; la quale rispondeva confermando la sentenza di morte per Carini e mandando Panizza in perpetuo alla galera.

Un altro incolpato fu rinvenuto strangolato in carcere, e si disse per mano degli sgherri del conte Anviti; e da moltissimi affermossi altresì che quell’uomo nefando, allo scopo di crescere favore della Corte e farsi credere personaggio d’alto affare, avesse ordito quel finto attentato alla sua vita. — Poco dopo i tristissimi casi ora narrati Luisa di Borbone ripose lo Stato sotto il dominio delle leggi civili; e tolti gli eccessi e i rigori del governo militare straniero studiossi di frenare le esorbitanze dei luogotenenti imperiali. Se ne offese Crenneville, comandante supremo delle armi austriache presidianti il ducato: il quale, colta l’occasione di una contenzione levatasi sui diritti del tribunale di guerra — che pretendeva devoluto a sua potestà il giudicare gli ucciditori di Carlo III — la ruppe con la Reggente; né il buono accordo tornò se non quando intervenne lo imperatore Francesco Giuseppe. Fu allora che la Duchessa, deliberata di togliersi alla tutela dell’Austria, diedesi a reggere con maggiore mitezza lo Stato e accostossi a Napoleone Buonaparte per avere nella Francia un valido appoggio; che però non ottenne mai: onde nel 1859 essa cadde nella rovina che incolse tutti i principi despotici d’Italia. Luisa di Borbone avrebbe amato starsi neutrale nella guerra inditta dall’Austria contra la Sardegna e la Francia insieme federatesi; ma parecchi officiali delle armi parmensi, fatta risoluzione di unirsi alla Lega, chiesero alla Reggente licenza di recarsi al campo sardo-francese; la quale, spaventatasi per si audace domanda, fidato ai Ministri suoi il reggimento dello Stato, si ridusse coi figliuoli a Mantova.

Di sua partenza esultarono i Parmigiani, che subito fecersi ad acclamare all’Italia e a Vittorio Emanuele: onde i Ministri della Duchessa, temendo insulti dalle popolazioni, cui ben sapevano d’essere in odio, rinunciarono all'officio loro; che cittadini spettabilissimi, costituitisi in Giunta di Governo, raccolsero affermando di tenerlo sino al giugnere del Commessario del Re di Sardegna, al quale scopo solleciti spedirono degli oratori al conte di Cavour, che festosamente li ricevette. Mentre gli inviati di Parma recavansi a Torino, la milizia, per istigazione dei partigiani di Luisa di Borbone, tumultuò e gridando la Reggente ne restaurò l’autorità; allora la Giunta di Governo, minacciata dal colonnello Da Vico, si sciolse; e gli antichi Ministri della Duchessa ripresero l’usato officio: lo che accadde il 3 maggio.

Il giorno appresso Luisa di Borbone rientrò in Parma, e il 5 di quel mese diede fuora un manifesto ai sudditi, nel quale, dopo aver detto d'essere ritornata in mezzo a loro per lo ardente voto espressole dal Municipio, dai più notabili del paese e dalla fedele sua milizia, parlò in queste sentenze: Qui mi fermo coraggiosa e fidente nella lealtà dei soldati e della popolazione, in quell’attitudine di aspetta mento, che è per noi di assoluta necessità. Poiché, mentre mi è permesso dal vero spirito dei trattati, debb’essere la migliore salvaguardia del paese; non potendo l’alta giustizia e civiltà degli Stati guerreggianti offendere chi non offende, e compie intanto il proprio dovere mantenendo l’ordine sino a quelle risoluzioni con cui la sapienza dell’Europa saprà ricondurre e stabilire in modo permanente la pace. Pochi giorni dopo voltasi a tutti i regnanti in Europa lor significava: = Trovarsi essa legata all'Austria da un trattato d'alleanza di difesa, da' suoi predecessori fermato con l'imperio sino dal 1848. Non volere né violare la fede data, né ricorrere al trattato a fine di impedire maggiori complicazioni di cose tra i due Stati vicini a' suoi domìni; onde avere risoluto di mantenersi neutrale nella guerra prossima a rompersi sul Ticino. = Però, quando s’awide non potere la neutralità salvarla dalla rovina, che le correva incontro, chiese presidio d’armi ai Ministri di Francesco Giuseppe; ma questi le risposero: = Sarebbe essa al certo costretta a lasciare momentaneamente lo Stato, del quale ritornerebbe più tardi in possesso. = La tempesta che la minacciava, e dalla Reggente tanto temuta, di lì a non molto scoppiava.

Le novelle delle vittorie riportate dai Franco-Sardi a Montebello e due volte a Palestro avevano vivamente commosso i Parmigiani e riempito di spavento la Duchessa; la quale, allora che seppe gli Austriaci, sbaragliati in una grande giornata a Magenta, indietreggiare verso il Mincio, e Napoleone e Vittorio Emanuele tenere Milano coi vittoriosi loro eserciti, venuta in grave timore di un sollevamento popolesco, in su l’albeggiare del 9 giugno fuggi di Parma, non senza però aver raccomandato al Municipio la nomina di una Commissione di Governo per tutela dell'ordine, delle persone e delle cose, per l'amministrazione pubblica, per un congruo provvedimento alla milizia ducale e per quelle altre provvidenze che venissero comandate dalle circostanze (1). A reggere il Ducato sino all’arrivare del Commessario che Vittorio Emanuele invierebbe loro, furono eletti dal Municipio Pietro Bruni, un magistrato onestissimo, l’ingegnere Evaristo Armani e il conte Gerolamo Cantelli, già familiare dei Borboni, ma dai quali negli ultimi tempi erasi allontanato. Il mattino del 14 giugno venne a Parma il generale Ribotti alla testa della picciola legione dei Cacciatori della Magra e una presa di fanti della reale marineria sarda; e tre giorni di poi il conte Diodato Panieri assunse il governo dello Stato in nome del Re, al quale oratori di Parma e Piacenza erano iti a rinnovare la dedizione delle loro città e del Ducato alla casa sabauda, già fatta sino dal 17 marzo 1848: cosi aveva fine la signoria borbonica negli Stati parmensi.

Come a Parma, cosi a Modena la dinastia regnante al prosperare della fortuna d’Italia aveva perduto lo Stato: era naturale ciò, avvegnaché le stesse cause partoriscano sempre i medesimi effetti. Francesco V, riavuto il principato dopo le infauste tregue di Milano, fece ai popoli suoi larghe promesse di riforme civili e di libere istituzioni; e vennero le une e le altre; i pesi, ond’erano tanto gravati i sudditi furono allora alquanto diminuiti; riordinate le leggi del paese; e ciò, che fece tutti altamente maravigliare, il Duca con nessuna vendetta funestò lo Stato. Grande e universale fu la contentezza al primo apparire di quelle; ma d’assai maggiore fu la scontentezza dei popoli, quando si avvidero che le riformagioni accordate nulla aveano mutato di sostanziale negli antichi ordinamenti di governo. Consigliera al Duca di liberali promesse per rendersi benevoli i popoli era stata, nell’autunno del 1848, la paura: però che le armi guerreggienti fossero non posate, ma sospese, e il re Carlo Alberto attendesse con somma operosità a rifare l’esercito e ad accrescerlo per uscire poscia alla riscossa contra l’Austria, e le sorti della seconda guerra potessero eziandio tornare avverse all’imperio. Ma vinta nuovamente la Sardegna, la paura svanì nell’Estense; il quale, rifattosi dèspota, diedesi a tiranneggiare i popoli, rinnovando nello Stato suo i tempi infelici della signoria di Francesco IV, suo padre, da meno di lui per ingegno e accortezza, ma eguale per la ferocia d'animo (2).

Precursore del suo ritorno a Modena, dopo l’infausta giornata di Novara, fu un manifesto ai sudditi, bandito da Brescello il 29 marzo 1849, nel quale parlò della pace onorevole e duratura che, tra breve fermata, toglierebbe lo Stato alla penosa incertezza in cui trovavasi da un anno; invitò gli amici dell’ordine e del legittimo governo a deporre ogni timore e a dare opera efficace al mantenimento della tranquillità pubblica e privata. Disse di una Commissione militare da eleggersi per giudicare chi commise o eccitò a commettere atti di ribellione contra la sua autorità legittima e chi violò le proprietà altrui, o che offese le persone. Espresse la riconoscenza sua alle popolazioni campagnuole e a coloro che in tempi cosi difficili eransi a lui mantenuti in fede; in fine, lodò il contegno della milizia ducale, sul coraggio della quale era certo di poter fare fondamento securo in ogni evento. — Nello aprile di quell’anno con parte de' suoi soldati e con gli Austriaci capitanati dal generale D’Aspre — che, passato l’Appennino, scendeva a Toscana per restaurarvi la potestà del Granduca — Francesco I riprendevasi Massa e Carrara, e le provincie della Garfagnana e della Lunigiana estense, i cui popoli nell’anno innanzi eransi dati spontaneamente e con voce unanime alla vicina Toscana.

La Commissione di governo, la quale allora reggeva in nome di Leopoldo II il Granducato, vivamente protestò contra la ingiusta occupazione di quei territori; ma il duca di Modena non curossi di tale protesta, e rimise quelle città e provincie sotto la propria autorità e signoria. Nell’anno appresso, il 1850, Francesco I richiamava ne’ suoi domini i Gesuiti — che il Governo temporaneo del 1848 aveva espulsi dal ducato — concedendo di riaprire i loro antichi collegi e le scuole in Modena, Reggio e Massa, nel medesimo tempo rimettendoli in possesso dei beni già posseduti; e i Gesuiti negli Stati estensi, come altrove e per lo addietro sempre avevano fatto, arrogaronsi padronanza quasi assoluta su gli uomini e su le cose per li fini loro, non religiosi, ma tutti mondani.

La lega doganale, con cui il Governo austriaco aveva mirato a maggiormente rendersi vassalli i signori di Modena e Parma — se possibile fosse più di quello che erano già — e ad avvantaggiare i traffici e le industrie della monarchia, tornò assai dura a Francesco V, avvegnaché da quella lega sapesse venire nocumento non poco a sé e allo Stato suo. Bene egli aveva tentato di non accettare si dannosa imposizione — che tale era veramente — o almeno di ottenere patti meno gravosi, ma invano: onde allora all’inviato modenese, il quale in nome suo doveva soscrivere la convenzione, comandò che nello accettarla protestasse di cedere per alte considerazioni e allo scopo di evitare a se stesso disturbi e allo Stato suo maggiori danni.

Nemmeno tale protesta gli fu conceduta d’inserire nel trattato, il principe di Schwarzenberg — che allora presiedeva ai Ministri dell’imperatore — essendosi opposto a che venisse scritta in quello, perché offendeva la dignità del Governo austriaco e dell’estense. — Correva il 1854, quando i tentativi di Mazzini sopra Sarzana e la Spezia, e i disegni suoi di sollevare la Lunigiana — di cui diremo più innanzi — commuovevano i cittadini di Carrara; ma falliti quei tentativi, Francesco I mise sotto l’imperio della spada quella città, soltanto perché avea sperato di potersi togliere al suo giogo aborrito. Per la guerra d’Oriente, venuta poco di poi, impensierissi il principe e soprammodo quando vide l’imperatore d’Austria stringersi in amicizia col Sire dei Francesi, che il Duca menava vanto d'essere sole in Europa a non aver riconosciuto, e ch’egli chiamava brigante, e baracca buonapartista l’imperio napoleonico; e rassicurassi allora soltanto che seppe della pace fermata a Parigi; la quale se fece posare le armi, lasciò però insoluta la quistione d’Oriente.

Credutosi securo sopra il trono, Francesco I diedesi a infierire contra i sudditi, crebbe gli usati rigori e sotto il governo militare ripose i Carraresi, per vendicarsi di loro che nutrivano sensi italianissimi. E a ministro di sue scellerate vendette ebbe dall’Austria certo Leopoldo Wiederkhern, maggiore nell’esercito imperiale; uomo bestialmente crudele e indegno di capitanare soldati, degnissimo però di comandare a carnefici, anzi carnefice egli stesso dei più brutali; il quale, bene indovinati i desidèri del principe tiranno, in mille guise torturò l’infelice Carrara. — Non molto di poi venuto in gravi timori della Sardegna — la quale al Congresso di Parigi aveva altamente parlato del governo tirannico de' suoi prìncipi e delle afflizioni che l’Italia pativa — vedendo il re Vittorio Emanuele prepararsi alla guerra contra l’Austria, securo degli aiuti validissimi di Francia, Francesco I diedesi a visitare le Corti della penisola allo scopo di stringerne in lega i regnanti per la comune difesa del trono. In verità a ciò fare egli fu proprio indotto dalla Corte di Vienna, che sarebbesi certamente messa a capo della lega per governarla a tutto suo vantaggio.

Se non che il Pontefice, il Borbone di Napoli e il Granduca di Toscana, indovinate le secreto mire del Governo austriaco e non dividendo essi con Francesco di Modena il timore che tanto l’agitava, respinsero i disegni dello estense. Visitato da prima il Sire d’Absburgo nella sua imperiale Vienna, il Duca, in sul cominciare del 1859, fece ritorno a' suoi domini, che trovò in grande commozione per le novelle giunte allora allora di Parigi e di Torino. Montato per ciò in furore, prese a perseguitare quanti erano in fama di liberali; e siccome di tutti sospettava, cosi per tema che un giorno si tentasse di liberare i condannati per crimine di lesa maestà, gementi nelle prigioni del ducato, mandolli alla fortezza di Mantova: cosi l’imperatore d’Austria facevasi carceriere dei condannati politici di Francesco di Modena! Espediva pure di li a poco a Mantova non solamente quanto di suo possedeva, ma quanto di più prezioso trovavasi nel ducale palazzo, e che suo non era, od anche i lini e gli arazzi; in oltre tolse per sé alla biblioteca Palatina codici e autografi di molto valore, e dal gabinetto numismatico tutte le monete e medaglie d’oro e argento; in fine, veggendo prossimo il rompersi della guerra di Sardegna e Francia contra l’Austria, comandò di riscuotere anticipatamente le imposte di maggio e togliere a prestanza un milione di lire. — Massa e Carrara,

Quando seppero delle ostilità cominciate su l’alto Po e su la Sesia, levaronsi a tumulto, e fu il 28 maggio; e siccome le milizie estensi — che per lo addietro avevanle presidiate — raccoltesi a Fivizzano al primo romoreggiare della guerra, minacciavano calare sopra quelle città, cosi a loro difesa ordinaronsi i volontari del paese; i quali poi, afforzatisi delle Guardie Nazionali ivi accorse da Sarzana e sin da Genova, occuparono le alture di Ceserano e Fosdinovo dinnanzi al campo delle soldatesche ducali capitanate dal colonnello Casoni. Il quale, dopo qualche badaluccare coi volontari, fatta deliberazione d’assaltare Carrara e riunite a tale scopo tutte le sue forze armate e le sue artiglierie, mandava innanzi alquanti soldati a speculare la contrada; ma avvertito che dal generale Ignazio Ribotti — un vecchio soldato della libertà — tenevasi Carrara con grossa schiera di volontari — i Cacciatori della Magra — il colonnello Casoni, dopo avere tratto contra il nimico pochi colpi di moschetto, tornava a' suoi campi. — Non molto innanzi il compiersi di tali fatti era giunto a Massa e Carrara Vincenzo Giusti (1), quale Commessario del Governo sardo, con ufficio di reggerle in nome di Vittorio Emanuele; e con lo aiuto di Enrico Brizzolari, egregio cittadino carrarese, bene ricompose la cosa pubblica. Francesco V, irritato per lo intervenire della Sardegna nelle faccende sue, intervenzione ch’ei diceva violare e usurpare i territori estensi, protestò, nel tempo stesso movendo acerbo rimprovero al Governo del Re che, non offeso, offendeva.

Vennegli risposto: = Massa e Carrara, levatesi spontaneamente per la causa nazionale, avere gridata la dittatura di Vittorio Emanuele; e il Governo, ritenendosi in guerra col Duca di Modena, avere inviato sue armi a proteggervi le popolazioni minacciate da soldatesche estensi. = Il passaggio del Ticino di poderosissimo esercito austriaco e lo allargarsi di questo nelle provincie orientali del regno subalpino avevano destato nel Duca di Modena gli ardori di guerra, tanto che con sue genti e una brigata di fanti imperiali avanzossi verso l’Appennino in cerca del nimico ch’egli ben sapeva non avrebbe mai incontrato. Ma quando seppe delle disfatte patite da Giulay — il generalissimo delle armi austriache in Italia — due volte a Palestro, e di quella sanguinosissima di Magenta—ond’era stato costretto a indietreggiare verso il Mincio — Francesco I sollecito condusse i suoi a Brescello e a Guastalla; unendosi a lui, in Brescello, il generale Crotti con le milizie parmensi mantenutesi in fede alla duchessa reggente di Parma (2); le quali poi andavano a campeggiare Gualtieri. Nel lasciare Modena — e fu il mattino dell’11 giugno — il Duca, in un editto bandito dal suo palazzo, nominò una Reggenza, la quale doveva in sua lontananza governare lo Stato in nome suo; a tutelare vie più la sicurezza pubblica e privata istituì una Guardia Urbana sotto il comando del maggiore Stanzani; e dichiarò sin d'allora nulli gli atti e gli ordini, che potessero emanare da qualsiasi Governo usurpatore, chiamando mallevadori, anche in futuro, quelli che si facessero autori, istrumenti o complici di atti illegali e lesivi de suoi diritti, o a danno e offesa de suoi sudditi fedeli (1).

Le sconfitte di Magenta e Melegnano costringendo Giulay a portarsi al Mincio e a raccogliervi tutte le sue forze armate, il battaglione di fanti, che ancora teneva Modena, ripassava speditamente il Po: onde Francesco V, fatte venire a sé le milizie estensi, portavasi con queste a Mantova; e, dopo averle poste sotto il comando di Liechtenstein — il quale stava a capo del secondo corpo d’esercito austriaco — egli andò a Verona presso l’imperatore Francesco Giuseppe, sceso in quel mezzo a Italia per assumere la direzione suprema della guerra. — I Modenesi, appena seppero della partenza degli Austriaci dalla loro città — e fu il mattino del 13 giugno — chiamarono a governare lo Stato Pietro Muratori, Giuseppe Tirelli, Egidio Boni, Emilio Nardi e Giovanni Montanari; i quali due giorni di poi insegnarono l’officio, temporaneamente assunto, all’avvocato Luigi Zini — un loro concittadino esule sin dal 1848 — Commessane per Vittorio Emanuele, deputato a reggere la cosa pubblica nel ducato, fino al vero ordinamento di esso. Nel brevissimo tempo di sua reggenza fece molto e bene; avvegnaché, armata la guardia cittadina, licenziasse la milizia di campagna, devota agli Estensi; comandasse ai Gesuiti di lasciare le provincie modenesi, e i beni che tenevano dal Duca consecrasse alla pubblica istruzione; e, a guarentire i crediti dello Stato, sequestrasse il patrimonio di Francesco V. — Il 21 giugno Carlo Luigi Farini — un esule romagnuolo, già Ministro sopra l’istruzione pubblica nel regno subalpino — dal re Vittorio Emanuele deputato a governare in suo nome le provincie modenesi, in un bando, che importa qui riportare in tutta interezza, ai popoli di quelle provincie parlava cosi: «Voi avete rinnovato il voto dell’unione col regno di Sardegna; Vittorio Emanuele mi manda a governarvi.

L’esempio del primo soldato dell’indipendenza insegna a me e a voi la via del dovere. Primo dovere di tutti gli Italiani è oggi quello di esser larghi alla patria dell’avere e del sangue: primo dovere di un governo nazionale il mantenere severamente l’ordine civile, e il rifornire l’esercito d’uomini e di danaro. Io farò il mio, voi non mancherete al dover vostro. In queste provincie furon sempre ingegni elevati e animi forti, che per egregie qualità e fatti preclari salirono in fama. Voi continuerete a far prova di quel senno civile che è necessario a fondare libero reggimento, e di quella costanza che nei duri partiti della guerra non abbandona gli animi robusti. Dopo lunghi secoli di dolore l’Italia ha una occasione nuovissima di liberarsi dalla dominazione straniera. Il re Vittorio Emanuele scioglie il voto fatto su la tomba del suo magnanimo Padre, esponendo la vita ove maggiore è il pericolo delle battaglie. L’Imperatore della più forte fra le nazioni latine, combattendo i nostri nimici con generosità maravigliosa, accresce lo splendore di un nome, al quale pareva che né il genio, né la fortuna potessero aggiugnere gloria. Italiani delle provincie modenesi! Io ho fatto sicurtà per voi al Governo del Re, che mostrerete riconoscenza all’imperatore e all’eroica Nazione francese, gareggiando di virtù coi popoli subalpini; i quali, provati da molte sventure, non perdonarono a fatiche né a sacrifizi per assecondare Vittorio Emanuele nel disegno di condurre a buon fine la grande impresa.

Aiutatemi voi del consiglio e dell’opera; siate uniti e concordi; ché per vincere i nimici d’Italia bisogna vincere le nostre passioni, levar via gli sdegni, por giù le borie municipali, avere in cima dei pensieri l’indipendenza, l’unione e la grandezza della patria, della quale vogliamo essere liberi cittadini. — Alle parole dell’onesto Farini risposero largamente e sapientemente le opere; però che egli subito provvedesse allo ordinamento della milizia cittadina; accordasse libertà alla stampa; abolisse le pene corporali che dal Magistrato civile potevansi infliggere (1); rendesse ai Comuni le franchigie un di godute, e decretasse il riaprimento dell’antica scuola degli ingegneri militari, istituita in Modena dal grande Napoleone, la quale aveva dato all’esercito italico officiali illustri nelle scienze belliche (2). — Questo il fine della mala signoria di Francesco I d’Este; che, soltanto de' suoi soldati amante — alla cui fedeltà aveva fidato sé e il trono — trattò sempre con superbo disprezzo tutti gli ordini dei cittadini, tenendoli in conto di servi, non di sudditi. Il timore che, stanchi del giogo loro imposto, avessero un giorno a ribellarglisi, lo rese oltremodo sospettoso, e lo spinse a sempre nuove crudeltà; e giunse persino ad annullare parecchie sentenze dei tribunali civili, se troppo miti: onde ebbe sovente a rimproverare i giudici del poco uso che facevano della pena di morte, tanto opportuna e salutare; ciò che molto onora la magistratura estense. Sotto la dominazione sua perdettero la vita sul patibolo giovanetti non ancora diciottenni, per avere quel principe disumano fatto grazia di anni a chi, in virtù delle leggi, sarebbe stato salvo dal supplizio estremo. Persecutore fierissimo di quanti erano in fama di liberali, il Duca giunse persino a decretare la pena di morte a colui che avesse osato discutere i diritti di sua potestà assoluta; la prigionia, i digiuni e il bastone, queste le pene per le colpe minori! Il suo governo di terrore gli fruttò la perdita del trono.

Il Parlamento siciliano, poco innanzi il disdirsi delle tregue con Napoli, decretava lo spartimento dell’isola in due comandi militari, il primo componendo con le province di Palermo, Trapani, Girgenti e Caltanisetta l’altro con quelle di Messina, Catania e Siracusa; quello da governarsi da De Trobriand, il secondo da Mieroslawskì. Ambizioso di primeggiare, il generale polacco otteneva, mediante bassi intrighi e prepotenti istanze, d’essere preposto all’emulo per potersi affrontare col nimico al subito rompersi della guerra. Sicilia, con piccolo esercito, possedeva due capitani supremi, tra loro indipendentissimi; onde non esisteva unità di comando, indispensabile al buono andamento d’ogni militare impresa; obbedivano pero al Ministro sopra le armi; se non che Mariano Stabile, che allora teneva quell’alto officio, era affatto ignaro di scienza bellica! Le milizie regolari, le quali sotto il governo di Mieroslawski stavansi sul cadere di marzo raccolte in Catania e nelle provincie a sua autorità soggette, contavano settemila settecento uomini con undici artiglierie.

Presidiavano Catania tre battaglioni di fanti leggeri, uno di cacciatori, due compagnie di guardie municipali e cinque cannoni; trovavansi in Siracusa due battaglioni di fanti leggeri e una brigata d’artiglieri; tenevano Taormina due battaglioni di volontari; e Augusta, due compagnie di fanti leggeri con una batteria d’artiglierie da campo; la quale per colpa di chi la comandava, il luogotenente colonnello Medina, non prese parte alla guerra (1). In aiuto a queste forze armate il Governo aveva spedito da Palermo una bella schiera di soldati, capitanata dal colonnello di Santa Rosalia (2), che veniva creato comandante generale della provincia messinese. Avevano i Ministri risoluto di far l’impresa di Messina; disegno audace messo innanzi da Mieroslawski, combattuto da molti, ma da quelli accettato. Fu gravissimo errore lo assaltare con poche e non ordinate genti una città validamente fortificata e munita di presidio numeroso; fu pure grave errore del generale polacco far base di guerra Catania, le cui difese consistevano in pochi asserragliamenti, nel campo trincerato di Misterbianco e in quattro batterie, ciascuna di quindici cannoni, che proteggevano dalla parte del mare; e fu non meno grave errore lo scegliere a linea delle militari operazioni la via che corre la marina da Catania all’obbietto dell’impresa; però che si trovasse esposta alle offese dell’armata napolitana.

— Se i Siciliani avevano deliberato di togliere Messina al nimico, Filandri aveva risoluto di insignorirsi di Catania; al quale intento, presidiata Messina, sua base di guerra, con quattro mila soldati muoveva all’impresa col grosso dell’esercito — sedici mila uomini allo incirca — composto di sette reggimenti di fanti napolitani e due di svizzeri, di cinque battaglioni di cacciatori, due reggimenti di cavalleria, un battaglione di guastatori, tre batterie di artiglierie ila campo e tre da montagna; esso correva la via del litorale per avvantaggiarsi dell’armata regia, la quale contava diciotto navi a vapore — fregate e corvette — tre fregate a vela e molte barche cannoniere. — Il 30 marzo ili quell’anno 1849 Mieroslawski e Filangeri avanzarono l'un contra l’altro i loro campi per la marina di Catania e di Messina. Contra questa città alcune compagnie di fanti siciliani con tre cannoni, duce il colonnello Sant’Antonio, muovevano da Patti lungo il litorale per volgersi quindi a Castroreale, mentre due battaglioni di volontari, guidati dal colonnello Pracanica, procedevano innanzi per impadronirsi del capo Santo Alessio e di Scaletta che siedono su la marina del mar Jonio. Queste schiere di armati dovevano poscia avanzarsi da Castroreale e da Scaletta verso l’obbietto dell’impresa, percorrendo i versanti dei monti, e, per sostenersi a vicenda, assicurarsi dei passi di quelli.

Ad appoggiare tali mosse Mieroslawski prometteva di condurre in Taormina cinque battaglioni di fanti, uno squadrone di cavalleria e cinque cannoni. Pracanica non potè compiere gli ordini avuti; avvegnaché le poche sue soldatesche fossero state costrette a indietreggiare da grossa mano di regi, che con armi preponderanti di molto alle sue da Scaletta erasi avanzata verso capo Santo Alessio, sostenuta a sinistra in suo cammino dalle navi napolitano, le quali ne avevano seguite le mosse con soldatesche da sbarco, e a destra appoggiata da tre battaglioni di cacciatori, percorrenti i monti che signoreggiano la spiaggia ionica. Offesi dai cannoni di una nave borbonica e oppressi dal numero soverchiante dei nimici, i battaglioni di Pracanica e parte della gente del colonnello Santa Rosalia corsa in loro aiuto, dovettero cedere il campo e cacciarsi tra i monti: lo che avvenne il primo aprile di quell’anno 1849. Il dì appresso i regi assaltavano Taormina; ma difesa da scarsissimo presidio, dopo brevi ore di contrasto cadeva in potere dei nimici; i quali, usando la vittoria giusta 1 modi loro consueti, mettevano quella terra a ruba e a fuoco. Il generale polacco, appena seppe della perdita di Taormina, indietreggiò verso Botteghelle; di poi recossi a campeggiare Piedimonte, ove il raggiunsero parte delle sue genti; quelle di Pracanica, per comando suo, portaronsi a Randazzo.

Se non che, bene a ragione reputando essere quelle posture troppo pericolose e temendo di vedersi levata dai Napolitani la ritratta sopra Catania, subito si tolse da quei campi, e corse a difendere la sua base di guerra; eh'egli però sapeva di non potervi fare lunga resistenza allo sforzo dei regi per essere tutta aperta e debolmente presidiata. Non ostante lo speditissimo suo camminare, avendo preso la via di Randazzo, Bronte e Adernò — via che gira attorno ai piedi dell’Etna — per agevolare l’unirsi a lui de' suoi che stavano tra i monti, non gli fu dato di condurre a Catania fuorché due battaglioni di fanti, uno squadrone di cavalli e cinque artiglierie da montagna, nella quale città entravano il cinque aprile (1). Il mattino di questo stesso giorno la restante parte dell’esercito di Mieroslawski — ch’erasi raccolta entro Randazzo — muoveva alla volta di Catania sotto il comando di Santa Rosalia. In questo mezzo i regi, i quali avevano fatto l’impresa di Taormina, congiuntisi a quelli messi a terra dall’armata borbonica su la marina di Riposto — che insieme sommavano a dodici mila con trentadue artiglierie — il 5 di quel mese recavansi in mano Acireale. Al loro avvicinarsi il battaglione di cacciatori siciliani, che vi stava a guardia, ritraevasi a Catania; la quale in quel giorno si vigorosamente rispondeva al fulminare di quattro navi a vapore napolitane da rimandarne dal combattimento due assai malconcie.

Era sorto da poco il 6 aprile, quando le campane di Catania suonavano a martello per chiamare i cittadini in su l’arme contra i nimici, che per la via di Aci avanzavansi a grandi passi; i quali, senza colpo ferire, recavansi in mano le belle posture elevantisi non lungi dalle mura catanesi, da Mieroslawski non occupate: fatale inconsideratezza, che precipitò la rovina di quella città animosa. Lo strepito delle armi l’ha avvertita, avere da quella pane i regi cominciati gli assalti; allora i cittadini corrono alle difese; e cinque compagnie di vecchi soldati — i licenziati dall’esercito borbonico — seguite da mezza batteria di cannoni da campo, insofferenti di indugio — però che gli ordini del generale tardassero a giugnere — corrono ad affrontare i nimici, che con impeto furioso assalgono tra Battiati e San Giovanni la Punta, combattendolo con coraggio straordinario. Oppressi dal numero, avvegnaché i regi sieno sei volte tanto, indietreggiano verso Battiati; ove, trovati in ordinanza gli aiuti condottivi da Mieroslawski — due battaglioni di fanti e uno squadrone di cavalli — voltano nuovamente la faccia ai nimici; allora la pugna rinnovasi più feroce di prima, e per otto ore continue e senza riposo la si combatte. Le perdite sono gravissime dalla parte dei Siciliani, ma non li scoraggiano, e, facendo prove di sempre nuovo valore, resistono nello aspettamento della schiera di Santa Rosalia, cui il generale aveva spedito l’ordine di affrettare sua venuta a Catania.

Svanita la speranza di quel soccorso, dopo aver visto cadere la terza parte de' suoi, Mieroslawski indietreggia fino alle mura della città. Incalzati da presso dai Borboni, i Siciliani riappiccano audacemente la pugna; ma affranti dalla fatica e dal numero soverchiante dei nimici minacciati di totale eccidio, sono di lì a poco costretti a ripararsi entro Catania e con essi quanti cittadini erano corsi alle difese. Rotte le ordinanze, la confusione è in ogni parte; fulminate dal cannone dei regi, molte case sono preda delle fiamme: onde il generale comanda alle sue genti, abbiano a raccogliersi sollecite nel trincerone; le quali vi si recano a drappelli; ma non trovandovi chi le rannodi e le riordini, subito ne escono — pochissime eccettuate — e pigliano la via di Palermo. Allora i Napolitani per la porta di Aci invadono Catania; ma dopo breve avanzare veggonsi impedito il passo dal popolo e dal battaglione di fanti leggeri, in quel mezzo rientrato in città dopo essersi tutto il giorno sostenuto a Lognina contra l’armata borbonica, la quale co’ suoi grossi e numerosi cannoni aveva distrutto le batterie, che difendevano Catania dalla parte del mare, e distrutto pure il trinceramento di Lognina. Assaliti gagliardamente di fronte e alle spalle, i Napolitani cedono il campo e sono ributtati fuor della porta; furiosamente perseguiti, indietreggiano fin quasi al piano di Gioeni lasciando due cannoni in potere dei Siciliani.

Anche dalla via di San Giovanni i regi vengono aspramente respinti da picciola schiera di soldatesche sicule. Se tutte le genti di Mieroslawski si fossero trovate in quel momento raccolte attorno a Catania; se in quell’ora, che favorevolissima correva alle armi siciliane, Santa Rosalia fosse caduto sul fianco destro dell’esercito napolitano, questo sarebbe stato rotto e cacciato in mare. Ma Santa Rosalia — il quale, per avere indovinati i disegni dei nimici, levato il campo da Randazzo erasi posto per via il 5, giorno innanzi a quello fissatogli dal generale — non potè giugnere però in tempo a salvare Catania. Ricevuto al suo arrivare in Adernò — e fu nella sera del 5 stesso — l’ordine di Mieroslawski di scendere sollecito sopra Gravina contra i regi, accordate poche ore di riposo ai soldati, che in quel di avevano percorso ventiquattro miglia, si rimise in cammino, e per Beipasso e Camporotondo venuto in sul cadere del 6 aprile a Malacusia vi pose il campo. All’albeggiare del giorno appresso prese la via di Gravina; ma giunto a breve distanza da questa terra, avvisato dei tristi casi sortiti a Catania volse i passi al trincerone.

I Borboni, i quali, dopo essersi sui piani di Gioeni rifatti e afforzati d’altre armi, in sul cadere della notte erano tornati agli assalti, superate le porte della città, nuovamente vi entravano conquistandola palmo a palmo, però che il popolo e i pochi soldati rimastivi loro la contendessero combattendo sino al mattino del 7 aprile. Santa Rosalia, non avendo trovato nel campo di Misterbianco Mieroslawski con le sue genti, recossi a Paternò, su la via di Palermo, contra il desiderio de' suoi, i quali avrebbero amato scendere sopra Catania per tentarne la impresa; ma il generale polacco, ferito nelle ultime difese della città, erasi recato a Palermo, e il suo picciolo esercito a Castrogiovanni, ove sperava far buona resistenza ai nimici, se vi si fossero portati ad assalirlo, Catania non sarebbe venuta in potere dei Borboni, o avrebbe certamente a questi potuto resistere più a lungo, se Mieroslawski fosse stato capitano esperto, diligente, operoso; egli possedeva il coraggio del soldato, non le virtù d’un capo d’esercitot Grave errore commise il Governo nel porre la somma della guerra in chi non conosceva a pieno; ebbe pur torto il generale polacco di assumere 'quel carico, che ingegno bastevole non avea per compierne gli obblighi, difficili sempre, più difficili poi nelle condizioni in cui allora trovavasi la Sicilia. Poche e male esperimentate alle armi erano le milizie dell’isola rimpetto alle napolitano; pure, se Mieroslawski avesse saputo combattere i nimici con tutto lo sforzo delle sue genti; se, più prudente e accorto, avesse in sua ritratta da Taormina su la base della guerra difeso le militari posture, che stanno dinnanzi a Catania, buona fortuna sarebbe toccata alle sue armi, valorosissime e piene d’entusiasmo. Ma, avendole tenute sempre sparse, egli non potè presentare una giornata al nimico, dinnanzi al quale non condusse mai più di tre battaglioni.

Come a Messina, cosi a Catania i Napolitani e chi li capitanava — il generale Filangeri, principe di Satriano — mostraronsi in tutto degni del re Ferdinando. Non paghi d’aver mandato la città a ferro, a fuoco e a ruba, essi commisero atti di tale dissolutezza e tanta ferocia, che il capitano inglese Kev ebbe ad affermare: le età più barbare e le nazioni più selvagge non offrire esempi così orribili e ributtanti. Egli scrisse a Filangeri: non essersi mai vedute simili scene in una terra senza fortificazioni, senza difese; appellarsi alla sua umanità! Vana preghiera, inutile appello! ai venduti alla tirannide l’umanitàè virtù sconosciuta. Il principe di Satriano non frenò il saccheggio, non fece cessare l’opera di distruzione; che anzi quello e questa continuarono vandalicamente sotto gli occhi degli officiali napolitani, indifferenti a tanto strazio e a tanta rovina: testimoni di ciò furono gli Inglesi della nave il Bulldog.

L’eroica resistenza di Catania non fu imitata da Siracusa; quella cadde con onore, questa con vituperio per gli intrighi di alcuni cittadini di parte borbonica; i quali, tosto che seppero avere i regi espugnata Catania, fecersi a ricordare ai Siracusani le stragi, i saccheggi e gli incendi di Messina, e i recenti atti di efferatezza compiuti dal nimico nello impadronirsi di quella terra, che aveva osato resistergli; in oltre dissero loro essere impossibile resistere all'esercito napolitano potente per numero d’uomini e per armi, e per essere debolissime le difese della città e scarso 1 presidio: onde gli animi di tutti riempironsi di tanto Errore, che popolo e soldati — i quali poco innanzi avevano giurato di combattere sino allo estremo — allo scopo di risparmiare inutile spargimento di sangue chiesero li rendere la terra alla chiamata dei regi. E questi la fecero e l’ottennero, e senza colpo ferire entrarono in Siracusa nel momento in cui ne usciva il presidio, serbatosi in fedi alla patria, per recarsi al campo di Castrogiovanni; verso il quale erasi pur diretto quello d’Augusta — due compagnie di fanti — che all’avvicinarsi dei Borboni avevano lasciato la città.

All’udire i tristi casi di Catania e la brutta dedizione di Siracusa, molti tra i più notevoli diPalermo caddero in tale abbattimento d’animo, che, disperando ornai della libertà e della indipendenza, per togliere la metropoli e le altre terre dell’isola al ferro, al fuoco e alle brutalità delle soldatesche napolitane, mostraronsi inclinare agli accordi col nimico e fecero intendere parole di pace. Ma il popolo, magnanimo sempre, più grande nell’ora del pericolo e quando il tradimento minaccia di danni la patria, alzatosi animoso gridò: voler piuttosto la morte che i Borboni; generoso proposito che doveva essere combattuto e vinto con le arti di Giuda dai partigiani dei Re. I quali, con lo accettare i buoni offici di Baudin, ammiraglio francese, per lo accomodamento delti affari di Sicilia, forzavano i Ministri a rinunziare al loro officio. Noi eravamo Ministri per fare la guerra, diceva il principe di Bufera il 14 aprile all’Assemblea dei Deputati sebbene le condizioni non sieno state felici per noi, lascia cosa che avremmo potuto fare sarebbe stata di riferirla alla Camera...»

E il Ministro sopra le armi, Mariano Stabile, cosi parlava: «A quelli che ci lessero la lettera con la quale ci si offriva la mediazione, abbiamo soggiunto che, accettandosi questa, i mediatori avrebbero a trattare con altre persone.» In fatto, accolta la intervenzione di Francia, ai Ministri rinunziatori succedevano i baroni Grasso e Canalotti e Salvatore Vigo, uomini prontissimi a ricevere le condizioni, anche le più umilianti, che il re. Ferdinando sarebbesi compiaciuto di imporre alla Sicilia. Essi presero da soli a reggere la cosa pubblica, non essendo stato possibile trovare altri che volessero associarsi a Grasso e a Canalotti, troppo sfacciatamente favoreggiatori del Borbone, e a Vigo, cittadino bensì onesto, ma di natura timido, e di carattere debole. Soccorrevanli di consiglio il barone Riso e il marchese Spaccaforno; il primo, per li interessi suoi particolari, «avvegnaché, come scrisse La Farina (1), vedendo pericolare le sorti della rivoluzione, altra cura e altro intento non avesse che salvare sé e il danaro offerto alla Sicilia, quando offrirlo era gloria e vantaggio sicuro; e il secondo, per ambizione congiurava in favore del Re; e i cittadini suoi, reputandolo uomo onesto, creavanlo Pretore di Palermo.

— Prima che venisse posta innanzi la mediazione di Francia, lo atteggiarsi minaccioso dei Palermitani — i quali, non volendo più saper di signoria borbonica, andavano per le vie gridando ferro e fuoco — avevano costretto i Ministri a provvedere solleciti all'ordinamento delle Guardie nazionali della valle di Palermo, che tutte dovevano raccogliersi nella metropoli o in Termini, e avere a capitani quegli uomini soprammodo segnalatisi nella sollevazione del 12 gennaio e nei rivolgimenti politici che la seguirono. I cittadini di Palermo, veggendo per tale deliberazione il Governo a preparare nuova resistenza e la guerra di popolo, e affidare a questo le armi salvatrici della patria, pieni di speranze per lo avvenire, si quietarono; allora i timidi presero coraggio; gli abbattuti, forza e lena per operare; negli animosi crebbe l’ardire; in tutti poi, l’alacrità del fare.

Allo invito dei supremi reggitori, nelle campagne e. sui monti numerosi fevavansi in su l’arme i Siciliani; ma vedevansi poscia dalle Guardie nazionali di Palermo impedito lo entrare nella città, nella quale dovevano ordinarsi per la sua difesa. Ingannate o sedotte dai loro capi, segnatamente dal barone Riso, le Guardie nazionali erano divenute strumento della tirannide borbonica prima che questa venisse restaurata nell’isola. Esse, allo scopo di condurre il popolo alla loro parte, spargevano per la città le più impudenti menzogne; chiamavano traditori i Ministri passati, al cui governo attribuivano il deplorevole stato della Sicilia; dicevano, Catania e Siracusa perdute per tradigione dei soldati; affermavano essere ornai impossibile la guerra; se le armi siciliane avessero superate le borboniche, non duraturi sarebbero per essere i vantaggi della vittoria, però che l’Austria, di quei giorni vincitrice della Sardegna a Novara, non tarderebbe a spedire aiuto di sue genti a Ferdinando; ogni spargimento di sangue tornar quindi ìi danno, non di vantaggio alla patria; miglior consiglio venire, per opera dei buoni offici di Francia, a pace col Re, il quale, assicuravano, essere pronto a concedere alla Sicilia onorevoli patti.

— I traditori in fatto esistevano, ma tra i Deputati e i Pari; trovavansi nelle file delle Guardie nazionali, che niegavano di combattere il nimico già minaccioso soprastante a Palermo, come asserivasi allora dal barone Riso, loro supremo comandante; non vergognavansi di correre con le armi le vie della città, quasi fosse sotto l’imperio delle leggi militari; in fine, respingevano i contadini e i montanari recantisi alla metropoli per iscriversi soldati sotto le patrie insegne. Non tutte però furono vili; avvegnaché se ne vedessero moltissime svestire quella assisa, la quale, poco innanzi nobile e onorata, erasi di quei giorni, per l’opera turpissima di alcuni pochi venduti alla tirannide, d’immenso vituperio bruttata. — I Ministri, i quali capitanavano la parte borbonica, non più frenati dal Parlamento, che il 17 aprile aveva prorogato le sue riunioni, maneggiaronsi a tutta possa allo scopo d’agevolare il ritorno della signoria di Ferdinando. Non chiesti, mandarono passaporti a quelli che, godendo il favore del popolo, e avendo credito e superiorità sovr’esso, avrebbero potuto muoverlo a romore e levarlo in su l’arme contra la loro autorità e il loro potere. Non osando licenziare l’esercito, ne dispersero i soldati, e spedirono lettera-circolare ai Comuni dell’isola per sospendere lo invio delle Guardie nazionali a Palermo (1). Rifiutarono di ricevere la polvere da fuoco e le armi giunte in quel mezzo a Trapani, dai loro antecessori comperate per la guerra; in fine, la legione universitaria, la quale, duce La Farina, in sul cadere del marzo erasi portata alle stanze di Misilmeri, subito lasciate per recarsi a Catania, da prima richiamarono, poscia ordinarono a La Farina di dare licenza ai legionari di tornare alle loro case; i quali, al comando del ministro Grosso, rispondevano recandosi a Palermo e ponendovisi a quartiere nel palazzo dell'Università.

Correva la sera del 20 aprile, allora che il Presidente del Governo, Ruggero Settimo, chiamava a sé i Ministri, molti Pari e rappresentanti del popolo, il comandante supremo e gli ufficiali più alti in grado delle Guardie nazionali, e i capi delle milizie presidianti Palermo, per far loro conoscere le concessioni promesse da Ferdinando alla Sicilia, quando spontaneamente posasse le armi, e per deliberare su l’accettazione o il rifiuto di esse. Accordavasi dal Re ai Siciliani: «Una costituzione in conformità dell’atto di Gaeta del 28 febbraio; il figlio primogenito, o altro principe reale, e in mancanza, un grande personaggio per Viceré; Guardia nazionale per Palermo con una legge che ne stabilirebbe l’ordinamento; liberazione dei prigionieri siculi, fatti negli avvenimenti di Calabria, eccetto i capi, che manderebbersi in esilio per un tempo determinato; amnistia generale, esclusi però i capi e li autori della rivoluzione; riconoscimento del debito pubblico fatto dal Governo della rivoluzione» (1). I più dei riuniti a consulta, inclinando a pace, affermavano: = Il popolo, stanco di rivolgimenti, desiderare un governo stabile; le Guardie nazionali di Palermo, cui principalmente spettava la difesa della città, avere risoluto di non combattere più; le forze armate essere per la guerra troppo scarse e disanimate; se queste volessero continuare le resistenze, toccherebbero alla città le sorti dolorose di Messina e Catania; = conchiudevano in fine, che potevansi accettare le condizioni offerte dal Re, perché onorevoli.

— Rispondevano loro gli officiali dell’esercito in questi termini: = I soldati essere desiderosi di far nuove prove dell’armi; se le Guardie nazionali di Palermo rifiutavansi di combattere, la patria poteva far sicuro fondamento su quelle delle altre città dell’isola, che allo invito del Governo aveano generosamente risposto; non dover quindi disperare della causa di Sicilia, avvegnaché impresa non difficile fosse il rimetterla in buono stato. = Queste generose parole, che provavano la falsità della parte avversa a libertà, sgomentarono i Ministri; i quali, temendo che i partigiani del Borbone, per vergogna di comparire traditori non osassero opporsi al riprendersi della guerra, rinunziarono al loro officio. Nulla fu deliberato in quella sera. Il dimani, i più animosi della parte liberale, i volenti la continuazione delle resistenze sino allo estremo, raccoglievansi intorno a Ruggero Settimo; cui La Farina, nell’offrire la Dittatura, proponeva il licenziamento delle Guardie nazionali di Palermo e la chiamata alle armi del popolo di questa città e delle genti del contado e dei monti.

Il capo del Governo non accettò tali proposte, nella tema avessero a spingere i Siciliani a combattersi in lotta civile: Io sono pronto a tutto, disse egli a La Farina, per la salute della patria; qualunque sacrificio non mi è grave; qualunque periglio non mi sgomenta; ma non proponetemi di versare sangue cittadino; io voglio ad ogni costo evitare la guerra civile.» Innanzi di abdicare all’autorità suprema, egli tentò ancora una volta gli animi delle Guardie nazionali; ma avendo trovato moltissimi inchinare a pace, pochi alle resistenze, deposto il potere supremo nelle mani del Municipio, il 25 aprile — tredici giorni dopo la prima riunione del Parlamento siciliano — lasciava l’isola e rifugiavasi a Malta (2). — Appena il supremo Maestrato della città ebbe assunto il governo della Sicilia, una deputazione di cinque cittadini, nella notte salita sul Palermo,nave a vapore da guerra, recavasi a Catania presso il principe di Satriano a porgergli Tatto di sommessione del comune di Palermo; portava bandiera parlamentaria e per guarentigia propria erasi fatta accompagnare da un officiale francese. Non trovato in Catania il generale Filangeri — il quale aveva mosso l’esercito verso la metropoli — la deputazione recavasi a Caltanisetta, ove il capitano dei Borboni teneva il campo; consegnatogli l’atto di cui era portatrice, e ricevuta da lui la promessa di un pieno perdono faceva ritorno a Palermo. Mentre tanta vituperevole missione si compiva, la squadra napolitana — sei fregate a (v)cla e cinque legni a vapore — il mattino del 26 aprile minacciosa appariva nelle acque di Palermo.

Alla vista delle navi nimiche e alla novella giunta poco appresso ravvicinarsi di Filangeri con tutta la sua potenza a piedi e a cavallo, scoverti gli inganni di cui era stata vittima, levossi a romore gridando morte ai traditori: colti da spavento i membri della Commissione di governo si nascondevano; e il marchese Spaccaforno fuggiva, cercando salvezza a bordo di una nave francese. Il giorno dopo, il 30 aprile, la consulta dei cittadini, raccoltasi nel palazzo del Pretorio, eleggeva il nuovo Magistrato; e il popolo, chieste e ottenute le armi, davasi a restaurare e a munire le difese. Gli si univano nell’opera e prendevano a far causa con esso molte Guardie nazionali, intendendo con ciò riparare, in parte almeno, al brutto contegno che avevano tenuto nei giorni addietro. Nella notte del 30 aprile e nel mattino del primo maggio le artiglierie del forte Mondello e di quelli di Castellamare tiravano contra i legni napolitani, accostatisi alla rada di Palermo, con intendimento ostile, e obbligavano ad allontanarsene.

Nel medesimo giorno il barone Riso, che presiedeva alla nuova Commissione di governo, coi cittadini Turrisi, Raffaele, Cangemi e con un officiale francese, saliva a bordo del Tancredi, entrato allora in porto, per conferire col luogotenente colonnello Nunziante, inviato da Filangeri allo scopo di ordinare col Pretore le stanze dell’esercito regio fuora della città in modo da impedire qualsiasi ostilità tra i soldati e le popolazioni. Ai Deputati, che facevano conoscere la necessità d’ottenere, anzi tutto un perdono generale, il parlamentario borbonico rispondeva: — Non avere facoltà d’accordarlo; metterebbe però tutta l’opera sua per lo esaudimento di tale domanda; assicurarli, che fra tre o quattro giorni giugnerebbe la risposta, che auguravasi favorevole. = Mentre i reggitori di Palermo con arti ingannatrici apparecchiavansi ad aprire le porte ai regi, il popolo intendeva con somma alacrità alla guerra; e quando seppe, avere i Napolitani portato il campo a Misilmeri, a mezza giornata dalla città — e fu il 5 maggio — non ostante la promessa del principe di Satriano di non affrettare il movimento dell'esercito sopra Palermo, allo intento di concorrere per quanto fosse in poter suo alla pacificazione di Sicilia, alzata bandiera rossa, segnale di lotta a tutta oltranza, gridò: guerra ai nimici, morte ai traditori! Il supremo Maestrato dei cittadini, a rattenere il popolo dal commettere atti che potessero mettere a repentaglio i poco onesti suoi disegni, volgevagli queste parole: Si attende il legno a vapore da Napoli con la risposta.

Popolo generoso mostra al solito la tua sobrietà; risolverai dopo avere consigliato bene sul tuo interesse. I tuoi rappresentanti non saranno che l’eco della tua voce.» Ma il popolo, non avendo più fede ne’ suoi rappresentanti e, sapendo riposare in sua mano i destini della patria, rispondeva a quell’invito consecrandosi tutto e con mirabile ardore ai preparamenti di difesa e d’offesa. Spaventata dal suo terribile atteggiarsi, e veggendo di non poterlo più signoreggiare, la Commissione di governo lasciò l’officio, eccetto Turrisi e Raffaele, i quali vi si mantennero saldi.

Erano le due pomeridiane del 7 maggio, allora che il toccare dell’arma chiamava cittadini e soldati a combattere il nimico; il quale da' suoi campi di Misilmeri erasi mosso ad assaltare Palermo; e i Palermitani, impazienti di affrontarlo, non l’attesero di piè fermo, ma, usciti alla campagna, gli corsero incontro pieni di entusiasmo, gridando: guerra, guerra, guerra! Poco innanzi il cadere del giorno i Siciliani assalgono i regi, ordinati su le alture di Gibilrossa; il subito sopravvenire della notte ponendo fine alla pugna, fa che di lieve momento sieno le perdite dei combattenti; i quali raccolgonsi sui luoghi occupati innanzi il cominciare della zuffa; che il mattino del dimani si riprende per durare senza posa e fierissima tutto il giorno. Stanno dalla parte dei Borboni i buoni ordini, la militare disciplina, armi numerose e capitani esperti e provati in guerra: e dalla parte dei Siciliani sta il coraggio individuale soltanto; eppure l’esito della pugna tornò favorevole non a quelli, ma a questi; i quali avrebbero compiutamente debellato il nimico se bene condotti e se unità di comando avesse presieduto al governo della giornata. Allo albeggiare del 9 il combattere si riaccese con l’usato furore.

Satriano, reputando impresa difficile assai domare il nimico, che faceva strenuissima resistenza e andava sempre più ingrossando per gli aiuti che giugnevangli dalle terre vicine, raccolse l’esercito, il quale, durante la notte, erasi allargato sino ai villaggi di Mezzagno e Villabate; poscia tentava gli animi dei Siciliani, mettendo fuora, per mezzo del Console di Francia «la spontanea e magnanima determinazione del Re di concedere il perdono a tutti i reati comuni di qualunque natura commessi sino a quel giorno; esclusi però dalla sovrana beneficenza coloro che avevano architettata la rivoluzione.» Nuovo inganno e nuova perfidia celavasi nell’atto di Ferdinando Borbone; avvegnaché col tacere in quel perdono i nomi degli architettori dei rivolgimenti di Sicilia egli potesse allora e sempre, senza rompere la fede data, infierire a suo arbitrio contra i sudditi e disporne della vita e degli averi a suo talento. Ma il popolo, indovinata l’artifiziosa insidia, prosegui la pugna sin quasi al cadere del giorno, e giurò eziandio di riprenderla al di seguente, se i regi non si riducessero ai campi tenuti il 7 di quel mese di maggio, e Filangeri non pubblicasse i nomi degli esclusi dalla regia generosa amnistia.


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Il Maestrato supremo di Palermo, che ad ogni costo voleva metter fine alla guerra, spediva una deputazione di cittadini al generale Satriano in Misilmeri per fargli conoscere le domande del popolo; e le appagò subito il Filangeri; il quale, se non disperava della vittoria, la prevedeva però ancor lontana e molto sanguinosa. Fatto indietreggiare l’esercito da Palermo, il principe di Satriano consegnava ai deputati a lui spediti dal Municipio un foglio, su cui stavano scritti i nomi delle persone non ammesse al reale perdono; erano quarantatré. Il popolo, rassicurato dai partigiani del Borbone, che un combattere di due giorni tanto onorevolmente sostenuto coi nimici, e il pieno soddisfacimento dato da questi a quanto esso aveva richiesto, facevano salvo l’onore e lo avvenire suo politico, si quietò; ma depose le armi soltanto allora che ottenne libera la uscita dall’isola agli stranieri e ai Napolitani — i quali, disertati dalle bandiere borboniche, erano passati sotto quelle di Sicilia — ed ebbe promessa dal generale Satriano che i regi avrebbero presidiato i forti di Castellamare e presa stanza fuor di Palermo, la cui sicurezza interna doveva affidarsi alle Guardie nazionali.

— Il 15 maggio 1819 l'antica bandiera dei Borboni veniva alzata sui forti e su le mura di Palermo; Sicilia vedeva allora la sua libertà cadere per opera di quei soldati che un anno innanzi in Napoli aveanla spenta nel sangue di tanti cittadini. Come a Messina e a Catania, cosi a Mezzagno, a Villabate le milizie di Ferdinando II, interpreti fedeli della volontà del loro padrone, commisero orribili atti di barbarie, segnando i loro passi con gli incendi e le ruberie, e compiendo la nefanda impresa con uccisioni di vecchi e di infermi, di donne e di fanciulli. Dei quali turpissimi fatti addussero a scusa la gagliarda resistenza incontrata nello insignorirsi di quei villaggi; ma i regi mandarono a ruba anche la terra di Misilmeri, recatasi in mano senza colpo ferire! (1).

Il re Ferdinando, riaffermata la propria signoria nell’isola più col terrore, che per virtù di sue armi, non curandosi della fede data ai Siciliani di un generale perdono e della conservazione dei loro diritti, prese a opprimere quanti erano in fama di liberali; per la quale cosa, non essendovi più sicurezza di vita e libertà, moltissimi esularono. I patti, fermati il 14 maggio dal barone Riso e dal generale Filangeri, guarentivano ai Palermitani la inviolabilità della loro città — patto che l’ammiraglio Baudin avea già messo innanzi in nome del Re — e la conservazione delle Guardie nazionali. Ma cinque giorni dopo il fermarsi della convenzione di Misilmeri, il principe di Satriano invadeva Palermo con sue genti, e dieci giorni appresso licenziava le Guardie nazionali, costringendole a consegnare le armi; pena la morte il disobbedire; eppure Filangeri, nel suo manifesto del 22 di quel mese di maggio ai Siciliani, ne aveva encomiata la libertà.

Il Governo borbonico pesò allora con mano di ferro su quella terra generosa; la quale, prima, non solamente in Italia, ma in Europa tutta, avea alzata la bandiera della libertà, e prima eziandio a bandire la guerra contra la tirannide; gli iniquissimi Ministri di Ferdinando II diedersi a perseguitare i popoli e a torturarli in mille guise. Era in quelli incessante lo affannarsi per trovare motivi d’imprigionare, di condannare; e, mancando tali motivi, i tristi satelliti del Borbone li creavano, e con le arti più vili ne preparavano le occasioni. Il Re, tormentato sempre dai dubbi di nuove cospirazioni e sospettoso di tutti, non rare volte indicò le vittime; e i giudici, non trovandole colpevoli, le punirono per la parte avuta nella passata sollevazione e persino per la intenzione di congiurare a danno della monarchia: onde chiaro appariva, essere stata l’amnistia di Ferdinando la più vituperevole delle insidie. Dovunque la giustizia venne, da chi l’amministrava, apertamente violata; eppure il Borbone, a un infelice che supplicavaio di clemenza, osò rispondere: La giustizia deve seguire il suo corso; raccomandatevi alla Madonna.

Sommessa la Sicilia e pacificata (1) — in quale turpissimo modo fu or ora da noi narrato — il Borbone, temendo che la libertà romana non avesse a destare nuovi incendi nel suo reame, a vendicarsi delle vergogne toccategli a Palestrina e a Velletri (2), davasi a infierire contra l’associazione della Unità Italiana, la quale aveva il doppio intento, di combattere la tirannide e di riunire le membra sparse della patria. Sorta dopo gli eccidi di Napoli dell’anno innanzi per opera d’alcuni rappresentanti del popolo, in breve tempo erasi diffusa in molte parti della penisola. Dividevasi essa in Circoli, i cui capi chiamavansi unitari; uniti, i semplici soci; l’obbedienza a chi li governava era assoluta e cieca; tutti giuravano il secreto della loro istituzione; al traditore davasi la morte, la quale pena potevasi mandare a effetto da qualunque dei soci.

Il Magistrato civile di Napoli, venuto in sospetto dell’esistenza di tale associazione, tanto e si abilmente maneggiossi da fare ascrivere a quella alcuni degli sgherri suoi, che dovevano, non solamente denunziarne le opere, ma eziandio spingerla a moti inconsulti: disonesto scopo che egli con tali disonestissimi mezzi non tardò a raggiugnere. Le delazioni degli sgherri aveano già mandato alle prigioni alcuni membri dell’associazione, allora che lo accendersi di poca polvere (3) forni l’occasione a quel Magistrato di imprigionarne degli altri. Il processo di questi infelici fu, oltre ogni dire, iniquo quanto i giudici eletti a comporre il tribunale, i quali, violando ogni principio di giustizia, non ostante la mancanza assoluta di prove, sentenziaronli colpevoli di attentato alla vita del Re e agli ordini dello Stato. Se nessuno di essi venne mandato al supplizio estremo, ebbero però tutti a patire durissima prigionia.

Il processo — lungo e pieno di strazi morali e fisici — e le feroci condanne emanate dal tribunale commossero non solamente 11 reame ma tutta l’Europa, e si fattamente che i Governi d’Inghilterra e di Francia vidersi costretti a muovere aspri rimproveri al Re Borbone; il quale, non potendo niegare gli atti vituperevoli commessi da' suoi Ministri — cui però di crudeltà e d’infamia egli era maestro — scusossi dicendo di nulla saperne; e allo invito di riparare al suo male operato Ferdinando rispose col licenziare alcuni dei consiglieri suoi, ma senza restituire a libertà gli innocenti, che gemevano in carcere. E fu soltanto dopo sofferenze infinite e lunga prigionia eh egli ruppe ad alcuni di essi le catene ridonandoli alle loro famiglie, e ad altri mutò il carcere in esilio (1).

Il mal governo che il Borbone faceva della Sicilia, a lui sottomessasi a patti — quasi al tempo stesso fermati e infranti — induceva a vive rimostranze e a protesta l’Inghilterra; = i Palermitani essersi assoggettati alla sua signoria, così parlava l’oratore britanno in Corte di Napoli il 16 settembre 1849, su la fede lor data dal Re di universale perdono; sperar quindi di non vedere violata la reale parola. Avere essi diritto alla Costituzione del 1812; ricordargli, che la sospensione continuata di tale anticoe incontrastabile diritto, oltre mantenere nell'isola un malcontento dannoso agli interessi comuni, spingerebbe i Siciliani a nuova guerra contra Napoli. — Stizzito dello inframmettersi di Bretagna in sue faccende, Ferdinando II, per mezzo del ministro Fortunato subito rispondeva: Tutti i provvedimenti con saggezza adottati dal principe di Satriano, sin dopo la sommessione di Palermo, sono stati sempre dettati da sentimenti di umanità e dal compiuto oblio del passato.

Nessuna idea di vendetta è venuta nell’animo del Governo del Re in quell’isola. V. E. deve conoscere che fino ad oggi nessuna sentenza di morte ha avuto luogo per delitti politici, e che la legge non ha usato rigori fuorché verso gli assassini e i perturbatori dell’ordine pubblico. Sebbene il Re insista pienamente sul principio che niun Governo straniero abbia il diritto d’intervenire nell’amministrazione interna d’un altro paese, pure io non posso privarmi del piacere di far noto al Governo di uno Stato amico e alleato, che la Sicilia in questo momento gode di una perfetta tranquillità; che gli abitanti sono lieti d’essere tornati sotto la protezione del loro legittimo Sovrano; e che se alcuno agente esterno non tenta turbare la pace che attualmente regna nell’isola, il Re è sicuro che tutti i suoi sudditi saranno uniti in un legame indissolubile di affetto e fedeltà al loro Sovrano legittimo.»

— Con quanta saviezza e moderazione il principe di Satriano reggesse la Sicilia e come egli avesse rispettato i patti della convenzione di Misilmeri e il perdono promesso a quelli che avevano preso parte ai moti dell’isola, il dicemmo più sopra. Le parole del Ministro borbonico erano quindi bugiarde; e la perfetta tranquillità, nella quale, come francamente asseriva, trovavansi di quei giorni i Siciliani, non provava il loro contento d’essere rieduti sotto la signoria borbonica; ma era un morale abbattimento, conseguenza delle passate sventure, dei dolori e delle persecuzioni che tuttavia soffrivano. In fatto, appena gli isolani riavuti gli spiriti d’un tempo, si rialzarono, ripresero a tentare novità: ciò che accadde in Palermo in sul cominciamento del 1850. Il Governo, pigliando pretesto da quel moto popolare — che combattuto in sul suo nascere facilmente fu vinto — diedesi di bel nuovo a perseguitare e imprigionare i cittadini più onorevoli; e il Re colse sollecito quell’occasione, tanto favorevole, quanto desiderata, per togliere ai popoli suoi lo Statuto, e senza darsi pensiero del giuramento dato, tornare il reame all’usato despotico reggimento. Ed egli che avea abolito il privilegio del pubblico insegnamento, sino a quei giorni goduto dagli ecclesiastici, fermava allora con Roma un concordato per ristabilire i princìpi di sua regale autorità, profondamente scossi dai passati rivolgimenti e avere nel Pontefice e nel Clero un forte sussidio nei tempi di perturbazione e di tumulto, che prevedeva non lontani. E Pio IX premiava Ferdinando II di sua tanta sommessione e riverenza a lui e a Roma, sciogliendolo dal legame feudale verso la Chiesa e dal tributo della chinea dovuto ad essa, contra il quale legame e vincolo la Corte di Napoli sino da Carlo Borbone aveva protestato nella festività di San Pietro (1).

Gli anni, che dalla sommessione di Sicilia corsero sino allo aprirsi delle conferenze di Parigi nella primavera del 1855, furono di regno tranquillo per Ferdinando II; il quale, sempre irridendosi delle rimostranze e dei consigli di Bretagna e Francia, elio avrebbero voluto inchinevole a governo mite e onesto, ostinossi in suo perseguitare la parte liberale, credendo di assicurare cosi il trono a sé e alla sua casa, e mantenere gli ordini e la quiete nel reame. Ma da quella sicurezza in cui egli tanto si cullava lo tolsero il rompersi della guerra di Russia contra Turchia per la quistione d’Oriente e la Lega degli Occidentali; e soprammodo turbaronlo le parole di Cavour su le condizioni politiche d'Italia ai rappresentanti dei grandi Stati, sigienti a Parigi in quel Congresso che da prima fece sospendere le armi combattenti nella Tauride e diede poscia la pace all'Europa; e grandemente impensierirono il Borbone le buone accoglienze fatte dagli oratori d’Inghilterra e di Francia alle proposte del Ministro sardo, su la necessità di provvedere con sollecitudine all’Italia, allora piena di pericoli per lo mal governo de' suoi principi, in ispecie del Pontefice e del Re napolitano (1).

Lord Clarendon, nello appoggiare le parole di Cavour, affermava: = Essere necessario occuparsi di Napoli. — Le quali proposte e affermazioni inducevano i Ministri del Re a protestare dinnanzi alle Corti di Vienna, di Parigi, di Londra e di Pietroburgo contra lo inframmettersi del Congresso nelle faccende interne della penisola, specialmente dello Stato di Ferdinando II, loro signore; in pari tempo accusavano la Sardegna di turbare l’Italia con sue mire ambiziose. E siccome essi facevano grande fondamento su l’Austria, cosi al ministro Walewski — che reputavano il meno cattivo della canaglia componente la Corte e il Governo di Napoleone (2) — il quale avvertivate che le condizioni in cui di quei giorni trovavansi Napoli e Sicilia, costituivano un serio pericolo per la tranquillità d’Italia e per la pace d’Europa, superbamente rispondevano: La clemenza e generosità usate sempre dal Re verso i ribelli alla sua autorità, essendo rimaste senza efficacia, egli aveva allora dovuto servirsi di mezzi severi bensì, ma giusti, per tutelare gli ordini dello Stato e la quiete de' suoi popoli; in oltre, essendo il loro Signore solo giudice dei bisogni dei sudditi, egli avrebbe sempre respinto qualunque intervento straniero.»

— Alle parole dei Ministri borbonici, altiere e fermissime, Francia e Inghilterra, non volendo romperla con Napoli, facevano moderatissima replica; che cioè sarebbersi tenute paghe se il Re accordasse il perdono a chi glielo chiedesse. Ma avendo ricevuto dal Borbone un assoluto diniego e avvertite ch’egli di nuove difese afforzava le coste, Capua e Gaeta; e che, pretessendo i mali umori in quel mezzo destatisi in Sicilia, portava a numero i reggimenti dei mercenari svizzeri e riordinava l’esercito, esse da prima richiamavano da Napoli i loro ambasciatori, di poi licenziavano quei di Ferdinando, che stavano in Corte di Parigi e di Londra. Le rimostranze di simpatia degli Stati occidentali verso l’Italia, e lo atteggiarsi di essi ostile al Borbone incoraggiarono alcuni Siciliani a tentare novita nell’isola; i quali, in numero di dugento allo incirca, duce il barone Francesco Bentivegna da Corleone, giovane audacissimo (1), il 22 novembre di quell’anno 1856 alzavano la bandiera italiana dei tre colori gridando: Viva la libertà, viva la costituzione del 1812; e da Mezzojuso correvano a Villafrate, Ciminna e Ventimiglia su quel di Termini, mettendo in fuga la gente d’arme e le guardie urbane ite loro incontro per combatterli.

La schiera di Francesco Guarneri nella sera del 26 impadronissi di Cefalii e subito aperse le prigioni ai condannati politici che là si trovavano. Ma l’impresa, non assecondata dalle popolazioni, cadde a vuoto; e i sollevati vennero in parte dispersi, in parte fatti prigionieri, tra questi il barone Bentivegna per tradimento di certo Milone, un giorno amico suo. Condotto a Palermo, egli fu da un tribunale militare condannato al supplizio estremo, che sopportò con animo forte in Mezzojuso il 23 dicembre di quell’anno; come certo Spinuzza, un dei capi dell’impresa, perdette la vita in Cefalù; ai loro compagni toccarono le galere. — Pochi giorni dopo il moto di Sicilia, spento in sul suo nascere, un giovane soldato, Agesilao Milano, attentava alla vita di Ferdinando, allora che sul campo di Marte passava in rassegna il presidio di Napoli. Era l'8 dicembre, giorno della Immacolata Concezione.

Mentre il terzo battaglione dei cacciatori — fanti leggeri — giugneva dinnanzi al Re, Agesilao Milano, uscito dalle file, con la baionetta innastata scagliavasi contra il Borbone, il quale però ebbe a patire soltanto una leggera scalfittura, per avere la sella sviata da lui l’arma omicida; il feritore avrebbe rinnovato il colpo, se non fosse stato gettato a terra da un colonnello degli ussari. Tratto davanti al tribunale confessò avere da molto tempo risoluto di uccidere il Re, contra al quale, perché fedifrago, nel 1848 avea combattuto; dannato nel capo, sopportò coraggiosamente la pena inflittagli (2). Non ostante la affermazione del tribunale non essersi trovati complici nell'attentato di Agesilao Milano, pure il Maestrato civile della città, sempre in sospetto di cospirazioni e di congiure, fece ricerche diligentissime, ma tutte invano, per trovarne i correi: onde le prigioni riempironsi di nuove vittime.

Sgraziatamente confermavanlo ne’ suoi sospetti il comporsi di bande armate nelle Calabrie e il minacciar che queste facevano di ribellare il paese tutto contra l’autorità regia; in oltre, lo accendersi delle polveri da guerra, avvenuto a mezzo il giorno 17 dicembre, mentre toglievansi da una nave (1), e lo scoppiare della Santa Barbara d’una fregata a vapore — il Carlo III (2) — allora che stava per trasportare armi a Palermo; del prender fuoco di quelle polveri — che molti spense e moltissimi ferì — il Governo affermò essere opera della parte liberale, non del caso. Il Borbone, che poco prima avea sdegnosamente niegato d’avvicinarsi alla Sardegna — proposta fatta da Cavour a Canofari, oratore di Ferdinando II in Corte di Torino (3) — venuto allora in gravi timori per Io abbandono di Francia e d’Inghilterra, cercava i buoni offici della Prussia per rinnovare con la Bretagna le antiche amichevoli relazioni, rotte poco innanzi del superbo suo contegno. Se non che il Governo di Londra chiedendogli la riparazione d’ingiurie sofferte (4) e nel reggimento dei popoli quella moderazione, che in prìncipi onesti sempre s’accompagna alla giustizia, e non volendo il re Ferdinando ottemperare ai savi consigli di quel Governo, del cui appoggio tanto abbisognava, né cedere alle sue eque domande, non fu possibile stabilire il desiderato accordo.

Il Borbone vedevasi allora lasciato tutto a se stesso, però che fondamento veruno egli potesse fare su la Russia, la cui grande lontananza rendevano inefficace l’alleanza; e pochissimo su l’Austria, la quale non passerebbe il Po con sue armi se non quando un generale sollevamento minacciasse la Lombardia e le Venezie. A provvedere alla sicurezza interna del reame, Ferdinando II accostossi maggiormente al Clero, certo di trovare in esso un valido appoggio nelle perturbazioni popolari. A tale intento fecegli concessioni di somma importanza, tra le quali ricorderemo lo affrancamento della Chiesa dalla potestà civile, la secrétezza nei processi degli ecclesiastici e la mutazione della pena se richiesta dai vedovi; a questi lo invigilare su le scuole pubbliche e primate, la censura preventiva (sic); in fine libero accordò al Clero il diritto di raccogliersi a concilio e di pubblicare i loro atti.

In quel mezzo Giuseppe Mazzini ordiva nuove cospirazioni per sollevare l’Italia. Assicurato dagli usciti napolitani che le Due Sicilie avrebbero generosamente risposto al suo appello, egli deliberava di tentare prima quel reame; impresa ardua assai e piena di pericoli, che egli fidava a Carlo Pisacane, soldato intrepido, quanto intelligente. Il quale, con venticinque compagni al pari di lui audacissimi, il 25 giugno saliva a bordo del Cagliari, legno mercatantesco a vapore della Società Rubattino, mentre stava per imprendere l’ordinario suo viaggio da Genova a Tunisi; poco lontano dal porto da sessanta armati, avvicinatisigli sopra barche leggiere, salivano su quello, indi Pisacane costringeva il comandante del legno a volgere la prua all’isola di Ponza. Appena arrivatovi liberava di prigionia trecentoventisette condannati — la maggiore parte per crimine di Stato — e dopo aver dato loro le armi, seco portate da Genova, rientrava sollecito in mare con la sua banda, facendo cammino verso Sapri, picciola terra che siede sul golfo di Policastro. Pervenuto a quelle spiaggie Pisacane vi scendeva coi suoi; e, gridando viva all'Italia e alla repubblica, chiamavano all’impresa gli abitatori; ma pochi d’essi fecero eco a quei gridi, pochissimi corsero a ingrossare l’ardimentosa schiera, la quale con armi tanto impari all’audace impresa osava sfidare tutta la potenza borbonica.

Assalita dai regi, fu forza gettarsi sui vicini monti, ove credeva potersi difendere con vantaggio sino al ricevere degli aiuti, che le Calabi le non avrebbero tardato a inviarle. Vivamente perseguita da presso, dovette sostenere nuovi affronti; e il 2 luglio, sui piani di Sanza, toccò piena battitura e sconfitta; molti di essa furono uccisi o feriti; tra quelli, il Pisacane, e tra i secondi, Giovanni Nicotera da Nicastro, giovane di nobile sangue e intrepido quanto l’amico, che governava la spedizione. Alcuni dei loro, caduti in potere dei Borboni, vennero subito mandati a morte (1); la rimanente parte di quella schiera andò dispersa o riparossi sul Cagliari, che, fuggito con buona fortuna dai lidi napolitani, era in alto mare catturato dalle regie fregate Tancredi ed Ettore Fieramosca, le quali lo trassero a Napoli. — Questo il fine della spedizione di Sapri, che alla patria costò tante nobilissime vite, senza che si avvantaggiasse la causa sua e il principio nazionale (1).

In verità, se la parte moderata giudicò troppo severamente il tentativo di Mazzini di levare in su Tarme al medesimo tempo Genova, Livorno e il Napolitano con un pugno di gente e pochissime armi, è però molto da centrarsi il modo col quale il grande agitatore procedette nella disegnata impresa. Con troppa leggerezza egli prestò fede alle parole degli usciti di Sicilia e di Napoli, che affermavano essere il loro paese impaziente di togliersi di dosso il giogo borbonico e aspettare con ansia febbrile l’ora propizia a sollevarsi contr’esso: onde Mazzini, nella certezza che picciola favilla basterebbe ad accendere il fuoco in tutta l’Italia, mandò Pisacane con un pugno di coraggiosi a chiamare in su l’arme i popoli del mezzogiorno d’Italia; il cospiratore genovese non crasi avveduto i tempi non correre favorevoli all’impresa. Il moto di Sicilia del Bentivegna, l’attentato d’Agesilao Milano e lo accendersi delle polveri di due navi da guerra, confermando i sospetti concepiti dal Re su lo agitarsi della parte liberale, inducevano i suoi Ministri a crescere di vigilanza per la sicurezza dello Stato.

La Sardegna aveva allora bisogno della massima quiete per potere combattere con vantaggio la politica subdola e provocatrice dell’Austria; e il tentativo mazziniano contra Napoli non solamente spinse i nimici suoi a muoverle accusa di debolezza inconciliabile con gli obblighi verso l’altre nazioni (1), ma eziandio la pose in lite col Governo borbonico per la cattura del Cagliari. Le deposizioni di testimoni avendo provato essere questa avvenuta in alto mare, la Sardegna, nel protestare contra quell’atto violatore del diritto delle genti, domandò a Napoli la immediata restituzione del legno catturato e la libertà delle persone prese con esso (2). Niegatole dal Ministri di Ferdinando il soddisfacimento di sue giuste richieste, la Sardegna fece rimettere agli Stati amici un memorandum,nel quale dimostrò, che quella cattura fatta in alto mare offendeva i principi del diritto pubblico, in tempo di pace legittima soltanto contra i pirati. Siccome nel Congresso di Parigi era stato sancito il principio, che la bandiera copre la merce in pace e in guerra, cosi Francia e Bretagna dovettero in tale contesa sostenere la Sardegna: ciò che fecero vigorosamente da prima, debolmente di poi: onde la quistione andò molto a lungo. Venne però risoluta secondo giustizia; il Cagliari fu restituito dopo due anni dalla sua presa, e quando il re Ferdinando era passato di vita (3).

— Se per la cattura del Cagliari eransi non poco rallentate le relazioni tra Napoli e Torino, l’ostinarsi del Borbone nel malo reggimento dello Stato avea vie più raffreddata la sua amicizia con le Corti di Parigi e di Londra. Fu allora che la Prussia, temendo la parte liberale avesse da quei disaccordi a prendere animo per ritentare novità, mise innanzi gli offici suoi all'intento di ravvicinare Napoli alla Bretagna; ma gli sforzi suoi caddero a vuoto, niegandosi da Ferdinando II il perdono ai condannati e agli usciti politici; ad ottenere il quale Francia e Inghilterra avevano fatto, presso il Governo del Re, le più vive istanze. Il Borbone, che voleva sgombrare le prigioni per rinchiudervi altre vittime, come ebbe poi ad affermare lord Palmerston alla Camera dei Comuni, propose alla repubblica Argentina di consegnarle i condannati; ma questa, che assai volontieri avrebbeli ricevuti quali coloni se consenzienti e pienamente liberi, ricusò accettarli, quando si avvide che il Re intendeva fare della repubblica una casa di pena per quegli infelici.

— Ferdinando II, trovatosi ornai a se stesso lasciato, senza amici né alleati, pieno di timori e di tutti sospettoso, cresceva ogni dì più nei rigori e nelle persecuzioni; e quasi fosse minacciato d’armi nimiche, nel 1858 scriveva nello esercito un numero di soldati maggiore dell’usato. — Correva quell’anno verso il suo fine, allora che le prigioni dello Stato aprivansi a novantasei condannati per crimini politici (1), cui il Re in sua grande clemenza aveva commutata la pena in esilio perpetuo dal reame. Con tale atto di grazia sovrana Ferdinando II intese festeggiare le nozze fortunate di Francesco duca di Calabria, suo primogenito, con Maria Sofia, figliuola al duca Massimiliano della casa di Baviera, e sorella all’imperatrice d’Austria; avvenimento questo annunciato ai popoli delle Due Sicilie il 4 gennaio 1859. L’esilio ai graziati dal Re venne dai Ministri cambiato in dolorosissima relegazione nell’America settentrionale (2).

Su lo Stromboli, scortato dal Fieramosca — che Enrico Brocchetti governava — in sul cadere di quel mese di gennaio giugnevano a Cadice; ove il 19 febbraio passavano sul David Stewart, legno americano mercatantesco noleggiato per Nuova York dal barone Brocchetti, il quale, dopo averlo con la regia fregata condotto al capo San Vincenzo, rifaceva il cammino alla volta del reame. Gli esuli, i quali invanamente avevano in Napoli protestato contra la violenza dei Ministri, che offendeva la grazia sovrana, e altresì invano protestato in Cadice, quando videro allontanato il Fieramosca, tanto fecero e minacciarono da indurre il capitano della nave americana a volgere le antenne alla Irlanda; e dopo quindici giorni di cammino scesero a Cork, terra di quell’isola. — Il 27 dicembre 1858 — in cui il Re dava in Caserta la grazia ai condannati politici — allo intento di tutelare sempre più in avvenire la tranquillità interna dello Stato decretava: i tribunali militari subitanei avessero a giudicare coloro che venissero colti nell’atto di attentare alla vita del Sovrano o agli ordini dello Stato; il quale decreto pubblicavasi il 13 gennaio dell’anno appresso e quando il reame trovavasi in festa per le fauste nozze dello erede al trono.

— Il 3 febbraio 1859 da Trieste, per l’Adriatico e sopra navi napolitane da guerra, Maria Sofia di Baviera arrivava a Bari, salutata dal Re, dalla Regina dallo sposo e dai prìncipi venutivi a incontrarla. Benedette dall’Arcivescovo della città, le nozze celebraronsi con grande pompa, ma le feste che le accompagnarono non furono liete; avvegnaché il bando perpetuo dei graziati politici, la loro relegazione nelle lontane Americhe e lo editto che dava ai tribunali militari il giudizio dei crimini di Stato avessero immalinconito il popolo; e la malattia, che da tempo consumava Ferdinando Borbone, di quei giorni fattasi più tormentosa, avesse chiuso l’anima della famiglia reale e dei cortigiani alla serenità della gioia. — La malattia del Borbone ogni di più aggravandosi, deliberossi di trasportarlo a Caserta. Lasciata Bari il 7 marzo l’augusto infermo entrava in mare a bordo del Ruggero— una fregata da guerra — e due giorni dopo, sceso alla Favorita, presso Napoli, senza por tempo in mezzo per la via ferrata recavasi alla sua Caserta.

Ad accrescere le tristezza della Corte e ad amareggiare l’anima del Re — che letal morbo andava disfacendo — giugnevano le novelle della Lega di Francia con la Sardegna contra l’Austria, e della guerra, che, già inditta dall’imperio alla rivale, era vicinissima a combattersi. Il male, che nei primi giorni del ritorno di Ferdinando alla prediletta sua reggia aveva scemato alquanto di intensità, riprese allora violentissimo e sì fattamente che il 12 aprile gli si amministrò il viatico; dal quale giorno sempre progredì da trarre lo infermo alla tomba. Il 22 maggio Ferdinando II Borbone, soprannomato il Bombardatore, si spense (1); egli avea contato cinquantanove anni di vita, ventotto di regno. Prima di scendere nella eternità udì il romoreggiare di quella guerra, che dovea rivendicare il bel Paese alla libertà da lui sempre osteggiata; e indovinandone le vittorie consigliò al figliuolo, successore suo, moderazione nel governo dei popoli, virtù che egli non aveva posseduto mai. I cortigiani piansero allora la perdita di un Monarca grande e pio e di meriti tanto sublimi da non potersi celebrare abbastanza; ma tutta Europa — cui poco innanzi Gladstone avealo fatto segno a giusta esecrazione — rallegrossi di vedere per quella morte liberato dalla più barbara tirannide un popolo civile.


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VOLUME II - CAPITOLO X

Francia e Crimea

I Buonapartisti. Carlo Luigi Napoleone Buonaparte. Le officine nazionali. — Il 22, 23 e 24 giugno. — Luigi Napoleone è chiamato dal suffragio universale a presiedere alla repubblica. — Trama di Stato del 2 dicembre 1851. I complici di Buonaparte. — Il 2 dicembre 1852 e l’imperio. — Russia e Turchia. Quistione dei Luoghi Santi. — I primi affronti sul Danubio. Sinope e Citate. — L'armata anglo-francese nel Baltico. — Sollevazione dei Greci; i Francesi al Pireo e in Atene. — Austria e Prussia; Svezia e Danimarca. — Bazardschik e Silistria; l’imperatore Napoleone disegna l’impresa di Crimea. — Bomarsund; i confederati scendono a Crimea; Alma Balaklava e Inkermann. — Napoleone visita in Londra la resina Vittoria. La grande mostra delle arti e delle industrie in Parigi La regina d'Inghilterra visita l'imperatore in Parigi. — Felice Orsini attenta alla vita di Napoleone. — Plombières; il primo d'anno 1859; l'imperatore va con sue armi in aiuto alla Sardegna.

I moti sediziosi del 15 maggio 1848 a Parigi avevano scoperti i subdoli intrighi dei partigiani d’Enrico V, dei Napoleonidi e loro amici. Ingannato da essi — che per interesse proprio e per la propria ambizione volevano restaurare la sovranità regia o l’imperiale — il popolo erasi lasciato condurre ad attentare contra la repubblica; ed eziandio fuorviato da coloro i quali, pure avendo fede repubblicana, professavano principi, che non potevano porsi in essere, perché non basati sul vero, e, diciamolo francamente, poco onesti. Inconscio di quel che faceva, il popolo avea allora cercato distruggere quanto, a prezzo del suo sangue e di tanti sacrifizi, poco innanzi aveva edificato, ad abbattere cioè la sovrana sua autorità. Quietati gli animi, non però spente le passioni, sempre minaccianti di allagare del loro fuoco tutta la Francia, la Commissione del potere esecutivo (1) proponeva all'Assemblea nazionale di soccorrere all’Italia, la quale, per la fuga del Pontefice e la tradigione di Ferdinando di Napoli, volgeva allora in miserrime condizioni. «Il momento è venuto, cosi Lamartine ai rappresentanti della nazione, d’ordinare all’esercito delle Alpi d’avanzarsi; bisogna salvare l’Italia e rendere la sicurezza alla Francia con una diversione patriottica (sic) offerta alle passioni ostili.

Ma siccome lo intervenire armato per la indipendenza del bel Paese avrebbe potuto dai regnanti in Europa interpretarsi quale pretesto di conquista, onde risveglierebbersi a danno della Francia le antiche gelosie, sopite, ma non dimenticate, cosi l’Assemblea deliberava di uscire alla guerra contra l’Austria, quando l’esercito di Carlo Alberto fosse stato vinto su l’Adige e sul Mincio, e che dall’Italia le fosse giunto il grido d’aiuto. Intanto i Buonapartisti tentavano tutte le vie per ottenere lo scopo tanto desiderato, il compimento dei loro ardenti voti; e ricordando le vittorie e i trionfi del primo imperio, le cui armi avevano corsa gloriosamente tutta l’Europa; memorando la potenza e la grandezza, cui il genio del vincitore di Marengo, d’Austerlitz e di Jena aveva sollevata la Francia, facevano ogni sforzo per risvegliare nel popolo l’antico entusiasmo per la famiglia del prigioniero di Sant’Elena.

Rimessi in patria dall’Assemblea nazionale, i membri di quella, mentre protestavansi devoti alla repubblica e pronti a servirla, cercavano con finissime arti di fare in tutti i partiti dei proseliti alla loro causa; in oltre, simulando avere soltanto di mira la salute e il bene della patria e parlando della possibilità di un secondo imperio, mettevano innanzi se stessi. Soprammodo poi Luigi Napoleone, efficacemente secondato da amici al par di lui audaci e intriganti, maneggiavasi per avere aderenti nell’esercito, nel quale tuttavia mantenevasi vivissima la memoria dell’eroe leggendario e di sue vittoriose imprese. In breve tempo i segreti raggiri dei Buonapartisti mutaronsi in aperta cospirazione contra la repubblica; e siccome il primo passo di Luigi Napoleone all’imperio doveva essere l’ascendere all'officio di presidente del Governo, cosi allora tutti i loro sforzi si volsero a conquistargli quell’alto carico.

I partigiani di Enrico V, degli Orléans e del Buonaparte e i socialisti, nello affaticarsi alla buona riuscita della loro causa, pareva si fossero data la mano per opprimere la parte repubblicana — che sola poteva condurre la patria alla grandezza — e per trarre il paese a guerra civile. Assai più fortunato dei legittimisti e dei fautori degli Orléans fu Luigi Napoleone; però che moltissimi, sinceramente repubblicani, nella credenza che il di lui nome associato a quello della repubblica, darebbe stabilità e fermezza al governo di popolo, che allora reggeva la Francia, avessero preso a parteggiare per quel principe; il quale poi dal canto suo affermava di nutrire fede e sentimenti repubblicani. Posta innanzi la sua candidatura a rappresentante della nazione nell'Assemblea patria, il suo nome venne gridato nei Comizi della Senna, dell’Yonne, dell’Aube e della Charente inferiore; e fu questa la prima vittoria di lui, che pochi mesi appresso ebbe a tenere in sua mano la suprema autorità, e non molto di poi a impadronirsi del potere assoluto e della imperiale dignità in Francia. Era chiaro, che nella elezione del Buonaparte non dovevasi vedere quella di un semplice rappresentante del popolo; e siccome i tentativi di Strasbourg e Boulogne aveano rivelate le mire ambiziose di quel principe, cosi la Commissione della potestà esecutiva, indovinato il pericolo che soprastava alla repubblica, vigilò attenta su gli amici e i partigiani di Luigi Napoleone; e quando seppe bandire essi apertamente i diritti di lui, che allora mettevasi innanzi quale erede del grande Imperatore e delle tradizioni imperiali, ordinò ai Prefetti dei dipartimenti marittimi di arrestare il pretendente al suo scendere sul territorio francese. — Reputiamo necessario spendere alcune parole, che facciano conoscere l’uomo, il quale tenne per molti anni in sua mano le sorti d'Europa.

Luigi Napoleone Buonaparte ebbe i natali in Parigi il 20 aprile 1808 dalla regina Ortensia Beauharnais. Luigi, Re d’Olanda, fratello al primo dei Napoleonidi e marito a Ortensia non fu il padre del prigioniero di Ham, avvegnaché egli sia nato da illegittimi amori. Nel 1816 costretto a lasciare la Francia, ove i tempi allora correvano avversi alla sua famiglia, riparossi con la madre da prima in Baviera, di poi nella Svizzera, indi a Roma. Vinta dalle armi austriache la sollevazione delle Romagne nel 1831, alla quale Luigi Napoleone aveva preso parte, recossi a Parigi; che subito lasciò per essergli stato niegato da Luigi Filippo d’entrare, semplice gregario, nell’esercito francese; e dopo aver passato alcuni mesi in Inghilterra, fece ritorno in Isvizzera, ponendo stabile dimora nel castello di Arnenberg. Volontario frequentatore della scuola militare di Thun, dedicossi in modo speciale agli studi dell’artiglieria, della quale mise fuora per le stampe un manuale per gli officiali della repubblica, che meritogli dal Governo di Berna il grado di capitano nelle artiglierie.

Sempre desideroso di servire la Francia come cittadino e come soldato, e fisso in suo pensiero d’abbattere il Governo di luglio — il quale, giusta le sue affermazioni nelle sue Meditazioni politiche (1), allontanò dal suo scopo legittimo la rivoluzione del 1830 e ne tradì la causa per sostenere il solo reggimento atto a porre in effetto i grandi princìpi del 1789 — il 29 ottobre 1836 tentava l’impresa a Strasbourg con lo appoggio d’alcuni amici, ch’egli contava nell’esercito. Alle sei del mattino di quel giorno il Buonaparte recavasi al quartiere d’Austerlitz, ove stanziava un reggimento d’artiglieri, i quali salutavanlo Imperatore; ito poscia con essi al quartiere Finkematt, sede di un reggimento di fanti, veniva da questi arrestato, e dopo alquanti giorni tradotto a Parigi; la clemenza di Luigi Filippo, implorata dalla regina Ortensia, esiliavate agli Stati Uniti.

Dopo breve soggiorno lasciava l’America per riedere al suo castello di Arnenberg. dal quale presto allontanavasi per impedire la guerra tra Francia e Svizzera; però che quella, reputando la vicinanza del principe pericolosa alla tranquillità sua. chiestone al Governo della repubblica la cacciata dal suo territorio e ottenuto un diniego, avesse raccolto grosso nerbo di armati presso i confini elvetici; e la Svizzera, a buon diritto altiera di sua indipendenza, alla provocazione francese rispondesse inviando ventimila de' suoi alle frontiere minacciate. — Il 4 agosto 1840 Luigi Buonaparte. imbarcatosi a Londra, muoveva verso Boulogne, e due giorni appresso con sessanta de' suoi fidi scendeva su la marina di Wimereux, a quattro chilometri da quella città A Boulogne, come a Strasbourg, egli affermava di venire non già ad abbattere un Governo ch’erasi imposto alla Francia e che non godeva del favor popolare, sibbene a chiedere per sé l'autorità imperiale. «Queste imprese, cosi Giulio Favre, erano criminose, avvegnaché tendessero a destare, in nome di un uomo, la guerra civile in un paese libero» (1).

Portatosi con la picciola sua schiera a Boulogne, Napoleone tentava da prima guadagnare alla sua causa alquante compagnie di fanti, che la presidiavano (2); respinto, cercava di impadronirsi della città; ma tornatogli vano lo assalto, per essersi le Guardie nazionali chiaritesi a lui avverse, lasciata l’impresa, riedeva a Wimereux per risalire a sua nave; se non che, essendosi di essa insignorito il capitano del porto, il Buonaparte cadeva con sue genti prigioniero. Appena condotto a Parigi, convocavasi la Corte dei Pari, la quale condannavalo a prigionia perpetua nel castello di Ham, ove veniva portato il 7 ottobre di quell’anno 1840. La cattività di Ham mutò, non in realtà, ma in apparenza, le opinioni e le speranze politiche di Luigi Napoleone. Lasciati gli amici e i complici di Strasbourg e di Boulogne — adoratori delle tradizioni imperiali — cerconne altri nella democrazia; egli avea compreso o simulava di comprendere, che i tempi d’allora andavano pieni di idee democratiche.

I repubblicani, cui egli erasi accostato, volontieri lo ascrissero alla loro parte, persuasi che il nome suo — il quale, non ostante gli errori commessi per lo addietro, godeva tuttavia molto favore nel popolo — gioverebbe certamente alla loro causa. «Sia il nome del Buonaparte la bandiera della repubblica, null’altro fuorché una bandiera; se voi volete essere di più, non fate su me fondamento veruno;» così aveagli parlato Peauger, uno de' capi della parte repubblicana, venuto a trovarlo al castello di Ham. E il principe rispondevagli: = Non essere in lui ambizione di persona; desiderare di consacrarsi unicamente alla causa popolare. = Bugiarda affermazione, però che di li a poco chiarisse sua libidine d’imperio nel discutere con Luigi Blanc su la parte che verrebbegli assegnata nella repubblica, non volendo egli, capo del potere esecutivo, sommettersi all’autorità dei Comitati o dell’Assemblea nazionale.

— Nel febbraio 1846, avvisato che i giorni del padre suo erano minacciati da grave malattia, il principe chiedeva istantemente al Governo di recarsi in Italia per assisterlo nell’ora estrema; promettendo riedere a sua prigionia, appena fosse quegli passato di vita. Ma esigendosi da lui parole di guarentigia, ch’egli dar non voleva per non mettere a rischio l’avvenir suo, lasciò che il padre morisse, senza il conforto degli abbracci suoi; l’ambizione aveva soffocato in cuore del venturiero di Strasbourg e di Boulogne gli affetti figliali! D’allora non pensò più che alla fuga, mandata, pochi mesi di poi, felicemente a effetto, con la sola cooperazione di un servo e del medico Conneau (1); i quali, sebbene avessero già compiuto il tempo di loro prigionia, pure non avevano voluto allontanarsi dal padrone e dall’amico che molto amavano.

— Era il 25 maggio di quell’anno 1846, quando Luigi Napoleone, travestito da muratore, fuggiva dal castello di Ham, e per la via del Belgio portavasi a Londra, ove, appena giunto, a Saint-Aulair, oratore di Francia presso il Governo britannico, scriveva così: «Io vengo a dichiarare con franchezza all’uomo che fu l’amico della madre mia, che nel fuggire di mia prigionia, io non ho ceduto a verun disegno di rinnovare contra il Governo francese tentativi, che ci sono stati assai disastrosi, ma al solo pensiero di rivedere il mio vecchio padre. Prima di risolvermi allo estremo partito della fuga, ho esaurito tutti i mezzi di sollecitazione per ottenere la permissione di recarmi a Firenze, offrendo le guarentigie compatibili con l’onor mio. Respinte quelle, io feci ciò che fecero già i duchi di Guise e di Nemours, sotto il regno di Enrico IV in circostanze simili. Io vi prego, o signore, di far conoscere al Governo francese gli intendimenti miei pacifici, e spero che tale spontanea dichiarazione servirà ad abbreviare la cattività degli amici miei che trovansi ancora in prigione.»

Alla notizia della sollevazione di Parigi del febbraio 1848 Luigi Napoleone recavasi in Francia. Il Governo temporaneo, temendo potesse la sua presenza commuovere o agitare il paese, invitavate a tornare in Inghilterra e a rimanervi sino a che la repubblica fosse bene costituita; al quale invito il principe sollecito ottemperava. La sua elezione a rappresentante del popolo gli apriva non molto di poi le porte della Francia; questo fu per lui il primo passo all’imperio; per la repubblica, il primo verso la rovina. — Preso animo da quella vittoria, i Buonapartisti diedersi apertamente a combattere il Governo e la Commissione del potere esecutivo, e fecero ciò con armi sleali in modo proprio degno della causa che sostenevano.

Profittando del malcontento delle classi operaie — dalla mancanza di lavoro gettate nella miseria — le spinsero alla ribellione. Il 6 giugno a Rennes esse abbattevano l’albero della libertà; a Rognonas — terra delle Bocche del Rodano —alzavano la bandiera bianca acclamando Enrico V; nel dipartimento di Vaucluse gridavano: Enrico Vo la morte. fi 9 giugno i cittadini di Charleville venivano chiamati alle armi per abbattere la nuova tirannia — dai Buonapartisti detta più infame e più ipocrita della passata, perché nascosta sotto il velo della democrazia — e per elevare all’autorità suprema Luigi Napoleone, che salutavano Imperatore.Ciò parimenti accadeva il 10 a Nancy.

A San Giovanni d’Angely essi spargevano scritti sediziosi a danno della repubblica e in favore del principe pretendente; il 15 a Nimes alle grida di viva Enrico Ii Buonapartisti rispondevano acclamando Luigi Napoleone; indi con le armi alla mano portavansi minacciosi alla dimora del Prefetto, il quale a fatica riconducevali alla quiete a Rouen tentavano guadagnar con l’oro i soldati a favore dell'imperio. Dovunque i nimici alla repubblica soffiavano nel fuoco delle passioni che in modo diverso agitavano la Francia; e seminando odio e predicando la ribellione chiamavano i popoli in su l’arme contra il Governo. Quali mezzi adottavansi allora dalla Commissione del potere esecutivo per reprimere tante congiure?

Veggendo impossibile ogni conciliazione con le fazioni — che, sebbene per fini diversissimi, osteggiavano il nuovo ordine di cose — i rappresentanti della nazione a quella consigliavano d’operare con vigore, audacia e forza; ma essa, che era pur risoluta a difendere la repubblica fino allo estremo, respingeva ogni consiglio violento, deliberata di rispettare e far rispettate la libertà, l’eguaglianza e la fratellanzapoco innanzi acclamate da tutta la Francia. Per sostentare le classi operaie, ridotte in cattive condizioni, causa la sospensione delle industrie e dei traffici, il Governo aveva istituite delle grandi officine nazionali (1); ma costando somme enormi, né ottenendosi da esse i risultamenti sperati; in oltre, più che a bene ordinare i lavori dell’indù stria privata tendendo quelle a disordinarli, l’Assemblea con suffragio quasi unanime deliberò di disfarle, a gradi a gradi però, inviando gli operai nei dipartimenti, ove sarebbersi subito ripresi i lavori da darsi loro in cottimo, non a giornata; al quale scopo il Governo ricomprerebbe le strade ferrate.

Era il 22 giugno, allora che numerose schiere d’operai correvano tumultuanti le vie di Parigi; i quali, mentre acclamavano Luigi Napoleone, protestavano di non voler lasciare le loro officine, né la città: i Buonapartisti e i nimici alla repubblica avevanli mossi a romore in nome del diritto d'esistenza (2). Siccome tutte le cure del Governo erano intese alla ricerca dei mezzi efficaci ad assicurar loro un sostentamento onesto, cosi gli agitatori, risoluto di impedire a ogni costo all’Assemblea l’approvazione della legge del racquisto delle vie ferrate, facevano prendere le armi al popolo il giorno fissato alla discussione di essa. Ih sul cadere della notte lo atteggiamento dei sollevati erasi fatto oltremodo minaccioso; sebbene paresse imminente lo scoppiare della tempesta, non essendovi stata provocazione veruna, la notte passò, bensì piena di trepidazione, ma senza atti ostili.

Alle sei del mattino del di appresso grossa moltitudine di operai delle officine nazionali invadeva la piazza del Pantheon; trovavansi tra essi alcune guardie mobilitate in assisa militare e non pochi Buonapartisti veduti il giorno innanzi alla testa dei tumultuanti. In su le prime quell’assembramento non mostrò intendimenti d’offendere; ma dopo brevi ore una voce alzossi in mezzo ad esso, la quale, gridata la ribellione al Governo, chiamò il popolo alle armi per abbatterlo; e gli operai risposero a quello invito asserragliando le vie e prendendo le armi. Poco prima del mezzogiorno cominciò il combattere tra i sollevati e le Guardie nazionali, le quali, senza l’appoggio dell’esercito, rovinarono serragli, guadagnando così del campo. Il popolo, che ha indovinato le mene degli agitatori, mostrasi avverso alla sollevazione, la quale subito si chiarisce tutta politica e fatta nello interesse di un pretendente — orleanista, legittimista o buonapartista — non già per quello più nobile del lavoro: dietro alla bandiera della ribellione il popolo ha veduto schierarsi quanti sono contrari alla repubblica.

— Mentre la sollevazione va allagando la città, i rappresentarti della nazione, raccolti a parlamento, discutono sul pacifico scioglimento delle officine nazionali; che da alcuni vorrebbe fatto senza por tempo in mezzo: e da altri, quando la tranquillità fosse tornata a Parigi e alla Francia. «Sciogliere le officine quando il paese è sconvolto, cosi Garnier-Pagès, sarebbe dar ragione ai raggiratori e giustificare più che mai i lamenti legittimi, il grido della ribellione; sarebbe gettare la massa degli operai nella miseria e spingerli alle resistenze» (1). La discussione fu lunga, fu viva; però nessuna deliberazione venne presa su lo scioglimento delle officine, che tutti ritenevano necessario, ma che discordavano nei modi e nel tempo di mandarlo a effetto. — Lo intervenire dell’esercito fece la lotta più sanguinosa; assaliti vigorosamente, i sollevati fieramente difendevansi: e se costretti a lasciare i loro serragli, indietreggiavano pugnando sempre e facendo pagar caro al vincitore il terreno conquistato. La notte rallentò il combattere, ma non fece posare le armi; che anzi i sollevati profittarono di essa per apprestare nuove resistenze.


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Il mattino del 24 l’Assemblea nazionale, fatta persuasa che per finirla con la sollevazione, restaurare l’ordine e assicurare la repubblica da ulteriori offese abbisognava conferire a un capo militare ampia potestà e mettere Parigi sotto l’imperio delle leggi di guerra, delegava al generale Cavaignac i sommi poteri; il quale, se al cominciare della ribellione avesse usato di quella sapiente operosità e gagliardia, delle quali erasi servito quando ebbe in sua mano piena autorità di fare, la sollevazione sarebbe stata spenta in sul suo nascere. La sorte della pugna allora era varia; però che mentre in una parte della città l’armi della repubblica felicemente combattessero, nell’altra prosperassero l’armi dei ribelli, i cui sforzi erano soprammodo rivolti contra il palazzo municipale. Ma il buon andamento dato all’impresa dal generale Cavaignac e il giugnere delle Guardie nazionali delle vicine terre volsero di lì a poco le sorti della pugna in favore dei repubblicani e assicurarono a questi la vittoria finale. La lotta, sospesa per lo scendere della notte, il mattino del 25 riaccendesi d’ambe le parti con l’usata ferocia.

L’Assemblea, che non vuol lasciare intentata nessuna via per condurrò a concordia e a pace i concittadini suoi, fa gettare in mezzo ai sollevati un suo manifesto, tutto inspirato a sentimenti di conciliazione; col quale, mentre li invita a sottomettersi alle leggi, li assicura che le braccia della repubblica sono aperte per riceverli; in oltre promette loro di aiutare chi, vivendo del lavoro giornaliero, trovasi in bisogno di sussidio (1). — In quel mezzo monsignor Aspre, Arcivescovo di Parigi, che, come già scrivemmo, avea fatto piena adesione alla repubblica, recavasi in mezzo ai combattenti per chiamarli a pace. Sacerdote giusta lo spirito di Dio, ei sentiva il dovere di quella missione di carità cristiana; buon pastore ei voleva dare la vita per le sue pecorelle, cosi rispondea il pio prelato al colonnello Bertrand, che, al suo giugnere in su la piazza dell’arsenale, avevalo avvertito dei pericoli cui andava incontro.

Preceduto da un popolano portante un ramo verde, simbolo di pace, e accompagnato da due Vicari, l’Arcivescovo, attraversata la piazza della Bastiglia, viene al primo serraglio del sobborgo Sant’Antonio e lo sale; al suo appressarsi la lotta si sospende. Ha il pietoso sacerdote appena cominciato a parlare, che, mortalmente ferito, cade nelle braccia di chi gli sta a fianco; la palla omicida eragli stata tirata da una casa della vicina piazza della Bastiglia. Ricoverato nel presbiterio della chiesa di Sant’Antonio, riceveva i conforti di quella religione di cui era ministro degnissimo; trasportato poco di poi nel palazzo arcivescovile, il di appresso spirava l’anima immortale! Fu una perdita irreparabile che immerse nel lutto tutta Parigi (2). A questo doloroso episodio della guerra civile succedeva poche ore dopo un atto di barbarie inaudita, l’assassinio del generale Brea.

Spinto da carità patria, allo scopo di impedire ogni ulteriore spargimento di sangue, egli erasi coraggiosamente gettato in mezzo ai sollevati per legger loro il manifesto dell’Assemblea e invitarli a concordia. La sua parola franca e soprammodo la confidenza che mostrava porre nella lealtà e nell’onore dei nimici, venendo a mettersi in loro mano, avevano vinte le resistenze delle difese di San Giacomo, della Salute e dell’inferno; ma a quelle di Fontainebleau fatto prigione, dopo avere sofferto con animo invitto gli insulti i più atroci, fu barbaramente ucciso dai ribelli col capitano Mangin, il quale non erasi tolto mai dal fianco del suo generale (1).

— Verso le tre pomeridiane di quel giorno 25 giugno Cavaignac con tutto lo sforzo di sue soldatesche e grosse schiere di Guardie nazionali mosse vigorosamente ad assalire i sollevati; i quali, sopraffatti non dal numero ma dalla potenza delle armi repubblicane, dovettero indietreggiare da ogni parte; la unita di comando, la perizia di chi governava l’impresa e la ferma volontà di farla presto finita, venuta nel generale allora che teneva l’autorità suprema, portarono buoni frutti. Le speranze dei ribelli stavano tutte nel sobborgo di Sant’Antonio; il quale, per la copia grande dei difensori e per li validi serragli di cui era stato munito, poteva considerarsi formidabile rocca.

Cavaignac, alla chiamata di rendersi a discrezione avendogli i sollevati risposto niegativamente, e l’Assemblea non volendo scendere a patteggiare con chi a buon diritto riteneva ribelli alla sua autorità, imprese ad assediarli. La lotta, che il calare della notte avea fatto sospendere, ricominciò il mattino del giorno appresso, il 26; e gli assalti dell’armi repubblicane furono si bene ordinati, si armonicamente condotti e con tanta forza eseguiti, che i sollevati, reputando vano il resistere più oltre, lasciate le difese, o si sottomisero, o fuggirono e con questi i capi e i promovitori della sollevazione. Disfatti i serragli e levato ogni impedimento dagli stessi abitatori del sobborgo, i soldati della repubblica vi entrarono e l’occuparono.

Innanzi il cadere del giorno tutta Parigi era pacificata, ma durò lunga fatica a riprendere la quiete usata; avvegnaché il prolungarsi dell’imperio delle leggi di guerra sovr’essa, se serviva a dare sicurezza ai cittadini, ne irritasse però gli animi, e in verità non potevano riconciliarli al Governo gli apprestamenti militari ch’egli andava facendo, onde la città mutavasi in un campo soldatesco. — Finito il combattere cominciarono i processi e, conseguenza di questi, le relegazioni in lontane terre; la Commissione, eletta per ricercare le cause dell’attentato del 15 maggio e della ribellione del giugno, lasciossi trasportare a private e basse vendette; scoprire le ragioni di quello e di questo, trovare i veri colpevoli, tale doveva essere l’opera sua. — Dopo i danni della guerra civile, Parigi ebbe a soffrire Tonta di vergognose vendette; e pure il Governo col suo manifesto del 25 giugno aveva affermato: «la repubblica starsi con le braccia aperte per accogliere i figli che alle sue leggi si sommetterebbero;» il perdono promesso fu dunque un inganno dei supremi reggitori (2).

Vinti i nimici della repubblica, non però posate le armi che aveanli combattuti, Cavaignac rendeva all’Assemblea il potere dittatoriale, che essa nell’ora del pericolo aveagli conferito; ma i rappresentanti della nazione, riconoscenti a lui salvatore della patria, confermavanlo nella suprema autorità e posto in sua forte mano il potere chiamavamo a presiedere ai Ministri. Brevi giorni dopo, il 3 luglio, il Governo decretava lo scioglimento delle officine nazionali, cause di tanti disordini, e ritirava la legge, messa poco prima innanzi, del racquisto delle vie ferrate; provvedendo però nel medesimo tempo ai bisogni degli operai — cui il chiudere di quelle officine avea tolto ogni lavoro — col dar loro pane e brodo, e fornir danaro all’industrie nazionali.

Degli avversari alla repubblica — orleanisti, legittimisti e buonapartisti — quelli che non ismarrironsi d’animo per la sconfitta allora toccata furono i partigiani di Luigi Napoleone; i quali anzi, traendo da essa novello ardore per la riscossa, che speravano vicino il giorno di vendicare la battitura sofferta, diedersi a cospirare con tutte le loro forze, non più apertamente, ma in segreto, e a far proseliti alla causa del principe in tutte le classi dei cittadini, soprammodo nel clero e tra gli operai. Nella quale impresa lavorò eziandio con operosità somma il pretendente, quando chiamato dai comizi del settembre a siedere nell’Assemblea nazionale rientrava in Francia, contento di accettare l'onorevole ufficio di rappresentante del popolo, essendo allora stato ad evidenza dimostrato, la sua elezione non doversi a brogli, né a brighe politiche, cui erosi tenuto affatto estraneo (1). Non lo rattennero dal congiurare a suo vantaggio e a danno della repubblica — per la cui felicità egli faceva ardenti voti (2) — le dure leggi di guerra con le quali reggevasi allora Parigi, né la dittatura di un soldato, che con autorità assoluta governava la Francia.

Il 26 settembre Napoleone Buonaparte venne per la prima volta all’Assemblea, e vi disse parole generose e piene d’amor patrio. Di li a pochi giorni ponevasi innanzi la quistione su la nomina del supremo maestrato nella repubblica, se ciò far si dovesse dai rappresentanti della nazione, o da questa stessa con suffragio universale; dopo essere stato luminosamente provato da Lamartine non potersi tenere quell’alto officio da Luigi Napoleone, né da alcuno dei prìncipi delle espulse dinastie borboniche, posti a partito quei due modi di elezione, vinse quello del suffragio universale. Quando poi un rappresentante del popolo — il quale bene prevedeva a Quanti pericoli andrebbero incontro le libertà repubblicane, se l’ambizioso nepote del grande Imperatore salisse al seggio presidenziale — instava caldamente che verun membro delle famiglie, le quali aveano regnato in Francia, potesse venir chiamato alla presidenza o vice-presidenza della repubblica (1), il Buonaparte parlò cosi: = Molto dolergli di dover dire ancora di sé, moltissimo di vedere l’Assemblea mettere in un canto i gravi interessi della patria per trattare quistioni personali.

Venire egli accusato d’accettare una candidatura che, non cercata, eragli offerta dal sentimento popolare; essere per accoglierla, perché onorifica; perché tre volte chiamato nei comizi elettorali a rappresentare la nazione; in fine, perché il decreto unanime dell’Assemblea contra la proscrizione della sua famiglia facevagli credere, tenere la Francia il nome ch’egli portava atto a rimettere in buono stato la società, che l’ultime perturbazioni aveano scossa dai fondamenti, ed eziandio a dare stabilità e prosperità alla repubblica. Chi lo incolpava d’ambizione mostrare di non conoscere il suo cuore. Il paese aver bisogno d’un governo fermo, intelligente e saggio, non vendicatore, ma salvatore; di un governo il quale abbia a combattere le teoriche non basate su la esperienza e la ragione. Essere egli deliberato a seguire il cammino tracciatosi, senza arrestarsi mai; nulla poter fargli scordare gli obblighi del suo officio; volersi mantenere irremovibile contra gli assalti de' suoi nimici, e impassibile alle loro calunnie. = Finito il suo parlare l’Assemblea decretava: l'elezione del Presidente doversi fare il 10 dicembre.Il solo che potesse contendere a Luigi Napoleone il seggio presidenziale della repubblica era il generale Cavaignac, che godeva del favore dell’Assemblea e di tutti i partigiani del Governo; e forse l’avrebbe vinta sul principe, se a questo non si fossero accostati gli orleanisti e i legittimisti; i quali, per odio alla repubblica, avevano risoluto di sostenerlo nella lotta elettorale: onde certa divenne la vittoria del Buonaparte.

A vie più assicurargliela valse non poco la pubblicazione dei suoi lavori; tra cui quello su la estinzione della mendicità, da lui scritto in sua prigionia di Ham, servi potentemente a rendere popolare il nome suo (2). Cavaignac, per guadagnarsi l’appoggio del clero, ordinava al comandante lo esercito delle Alpi di spedire sollecitamente a Roma, per la via di mare, una brigata di fanti in difesa della vita e della libertà del Sommo Pontefice, cui inviava altresì il signor De Corcelles per offrirgli onorevole asilo in Francia; in oltre, per tenersi amica la parte repubblicana il generale aveva risoluto di mandare alcuni legni da guerra e mille soldati in aiuto a Venezia. Ma né l’una né l’altra delle designate spedizioni ebbe luogo; avvegnaché l’impresa di Roma venisse rivocata, allora che le navi apportatrici dei soccorsi al Papa apprestavansi a entrare in mare, causa la fuga di Pio IX a Gaeta; e la spedizione di Venezia non fosse mandata a effetto, a motivo delle gravi rimostranze del Governo inglese, che a Cavaignac avea scritto in questi termini:

Su tale via l’Inghilterra non può seguire la Francia, né assecondarla, avvegnaché da affare di poco momento e tutto accessorio potrebbe venire una guerra universale e lo intervenire armato della Russia nelle quistioni d’Occidente.» Dal canto loro, Luigi Napoleone e i partigiani suoi lavoravano con operosità instancabile per raggiugnere il primo intento prefissosi, che doveva poi condurli alla desiderata restaurazione dell’imperio. Intanto che i Buonapartisti, col rammentare al popolo i tempi gloriosi del Consolato e gli splendidi del grande imperio napoleonico, risvegliavano in esso l’entusiasmo per l’erede del vincitore di Marengo e d’Austerlitz, il pretendente metteva sé innanzi all’officio presidenziale della repubblica; in oltre, per ingraziarsi il clero facevasi a biasimare, in una lettera al Nunzio apostolico, il contegno del cugino Carlo Buonaparte, principe di Canino, che di corteggiatore della romana Curia erasi allora mutato in suo acerrimo nimico, nel medesimo tempo protestando di non essere complice del suo male operare; in fine,scrivea al Costituzionale, diario di Parigi, gravi parole di censura alla spedizione di Roma ordinata da Cavaignac, nella quale egli vedeva non già una protezione disinteressata del Pontefice, sibbene un brutto intrigo elettorale.

Mentre Luigi Napoleone affermava di volere tutto quanto valesse a guarentire la libertà e l’autorità del Papa, affermava altresì essere quell'impresa a un tempo pericolosa ai sacri interessi che volevansi difendere e alla pace di Europa. — Il 10 dicembre sette milioni trecentoventisei mila trecentottanta Francesi venivano chiamati a deliberare su la sorte loro avvenire, che proprio tutta dipendeva dalla nomina del capo della repubblica. Raccolti i suffragi trovossi che Napoleone Buonaparte aveva vinto il partito; egli era stato eletto Presidente da cinque milioni trecentotrentaquattro mila dugentoventisei suoi concittadini; questo fu il secondo passo di Luigi Napoleone allo imperio, che nessuno, emulo o rivale, avrebbe ornai potuto contrastargli; e questa elezione pienamente chiari la popolarità del suo nome (1), che politicamente rappresentava tutto un sistema. Il 20 dicembre Armando Marrast nella Assemblea costituente, cui presiedeva, gridava, in nome del popolo francese e in virtù degli articoli 47 e 48 della Costituzione, il cittadino Carlo Luigi Napoleone Buonaparte, nato a Parigi, Presidente della repubblica da quel giorno sino alla seconda domenica di maggio del 1852.

Salito alla tribuna — su la quale stavano scritte le memorande date: 22, 23, 24 febbraio, e le non meno memorabili parole; libertà, uguaglianza, fratellanza — lo eletto dalla nazione alla suprema potestà con voce forte e ferma giurava innanzi a Dio e innanzi al popolo francese fedeltàalla repubblica democratica una e indivisibile, e di adempiere tutti i doveri impostigli dalla Costituzione.Il principe, non pago d’aver dato sua fede alle istituzioni del paese, faceva conoscere i sentimenti di conciliazione, di ordine e di pace da lui nutriti parlando all'Assemblea cosi: = Volere egli rimettere la società su le sue basi e affermare le istituzioni democratiche; intenti suoi, sollevare il popolo, che aveagli dato prova luminosa di fiducia, dalle miserie che lo affliggono e sanare le ferite, che i passati rivolgimenti aveano recato alla patria.

Ritenere nimico a questa chi tentasse mutare con mezzi illegali quanto dalla Francia tutta era stato allora stabilito. Essere molto a lodarsi nel generale Cavaignac la lealtà di carattere e di quel sentimento del dovere, che costituisce la prima qualitàdel capo di uno Stato. = Quando il Presidente ebbe posto fine al suo dire, i rappresentanti della nazione, levatisi come un sol uomo, gridarono: Pira la repubblica! Il giuramento di fedeltà dato dal principe alla patria venne dalla parte sinceramente repubblicana accolto con palese diffidenza; dagli amici di lui, con piena fiducia; Boulay, il quale conosceva Luigi Napoleone sino dall’infanzia, aveva affermato, che, da onesto uomo quale era, il manterrebbe; quanta fede serbò il Buonaparte alla repubblica, quanta alle promesse fatte in luogo e in modo sì solenne lo disse il 2 dicembre 1851.

Per lo acclamarsi della repubblica romana più vive eransi fatte in Parigi le antiche simpatie per la indipendenza e la libertà d’Italia; ma se gli inviati di quella trovavano grazia e favore presso il popolo francese, venivano però assai freddamente ricevuti dal Presidente e da' suoi Ministri; i quali niegavano riconoscere e appoggiare il nuovo ordine di cose stabilitosi, secondo giustizia, in Roma, per tema d’uscire a guerra, che di lì a poco combatterono per restaurare una potestà, la quale, sotto la protezione della bandiera di Francia, dovea non governare, ma tiranneggiare i popoli soggetti. Correva allora il febbraio del 1849. Già da qualche tempo l’opinione pubblica, per la mala opera di Luigi Buonaparte e degli amici suoi, andava manifestando idee ostili a quelle della rivoluzione del febbraio e alla democrazia; il 10 dicembre, dicevano essi, ha tornato il paese all’ordine e alla tranquillità; ora è d’uopo assicurargli stabile pace; per questa racquisterà in Europa quella preponderanza di cui in epoca non lontana aveva goduta; l'imperio doveva essere la pace. — Ricondurre la Francia all’antica sua potenza e prosperità era officio nobilissimo: grande l’impresa d’affermare quella repubblica banditrice di libertà, d’uguaglianza e di fratellanza ai popoli; officio e impresa che avrebbero potuto soddisfare all’uomo più ambizioso, ma che non bastarono a lui, che ardentemente agognava a potestà despotica.

— La giornata di Novara, nella quale cadde, ma per poco, la fortuna d’Italia, commosse la nazione, e riempì di dolore la parte sinceramente repubblicana, ma non destò in cuore del Presidente e dei suoi Ministri verun sentimento generoso per gli Italiani, che, con occhio indifferente videro perdersi da questi le libertà poco innanzi comprate a prezzo di tanto sangue e di gravi sacrifizi. La Lombardia e la terraferma veneta erano allora ricadute in potere dell’Austria; Parma e Modena, Toscana e Sicilia, sotto la signoria dei loro antichi tiranni; solo reggevansi indipendenti e libere Venezia e Roma; a quella aveva la Francia già niegato lo aiuto implorato delle sue armi, a questa, sotto colore di protezione, doveva, di lì a brevi giorni, mandare i suoi eserciti per rimetterla nella servitù antica.

— Le voci che in quel mezzo correvano dello intervenire armato dell'Austria nelle faccende della Chiesa, le quali voci venivano ogni di più a confermarsi dallo ingrossare degli imperiali sul basso Po, inducevanoil Buonaparte — cosi egli ebbe ad affermare — a fare l'impresa di Roma per conservare alla Francia quel credito, anzi, quella superiorità ch’essa da lungo tempo, ma sovente per fini diversissimi, teneva nella patria nostra. Dimenticando le forti censure lanciate nel dicembre contra quella impresa, allora che l’aveva risoluta il generale Cavaignac, Luigi Napoleone crasi segretamente accordato con la Corte li Vienna d'invadere da Civitavecchia gli Stati della Chiesa e poscia recarsi in mano Roma per ristabilirvi l’autorità del Pontefice, mentre gli Austriaci occuperebbero le Legazioni e le Marche. La spedizione trovò nell’Assemblea fieri oppositori.

Consentita dai legittimisti e dagli orleanisti per odio alla repubblica, e dagli amici del Buonaparte, che non volevano s’avesse a stabilire in terra italiana l’ordine di cose, che già apprestavansi ad abbattere nella loro patria, quella spedizione veniva avversata dai repubblicani, per li quali il vittoriare della romana repubblica doveva essere pegno di certa vittoria a Venezia e alla parte liberale di Germania e d’Ungaria, di quei giorni in su l’arme contra gli oppressori suoi, e che avrebbe affermata altresì su la Senna la libertà, al cui danno allora si congiurava; mandata a partito, l’impresa di Roma vinse la prova. Con lo acquisto della città eterna e la restituzione della potestà papale avrebbe dovuto aver fine lo scopo della spedizione francese negli Stati pontifici; ma non fu cosi; avvegnaché Luigi Napoleone mantenesse in Roma, e per lunghi anni, la militare signoria della Francia, sotto pretesto di difendere Pio IX, il quale, lasciato alle sole sue forze, sarebbe stato presto riassalito dai repubblicani italiani; ed eziandio per concedere tempo ai Ministri suoi di riordinare le amministrazioni pubbliche e riformarle, giusta i nuovi bisogni dei popoli. D’armi straniere videsi allora allagata l’Italia; quelle dell’Austria campeggiavano Lombardia e le Venezie, Toscana e i Ducati, le Legazioni e la Marca Anconitana; quelle di Francia tenevano Roma e il patrimonio di San Pietro.

Il 1851 volgeva al suo fine, quando dal Buonaparte compivasi una vituperevolissima trama di Stato, che veniva approvata dai principi e dai Governi despotici e da quanti odiavano la libertà; ma alla quale trama imprecarono tutti quelli che per la libertà avevano una religione e un culto. I partigiani del Duca di Bordeaux e del Conte di Parigi — i legittimisti e gli orleanisti — i quali, perché odiatori della repubblica avevano favoreggiata la elezione di Luigi Napoleone alla suprema magistratura, indovinati gli intrighi dell’ambizioso principe, diedersi apertamente a combatterlo, e apparecchiaronsi a contendergli la potestà suprema, il cui termine scadeva nel maggio dell’anno appresso. Di fronte a quelli stavano gli amici del Buonaparte, pronti a sostenerlo anche con armi sleali e con arti poco oneste; intendo dire le arti della seduzione, per prolungargli quei poteri che dovevano condurlo all’imperio; e siccome a ciò ostava la Costituzione, messa innanzi la necessita di modificarla a loro vantaggio, ne facevano la proposta alla Assemblea nazionale.

Il respingersi di essa non disanimò il principe presidente; il quale, risoluto di raggiungere a ogni costo lo intento desiderato, deliberò di non aspettare l’esito della nuova elezione per affermare in sua mano il potere, che i nimici volevano togliergli. Egli non attese che gli si intimasse la guerra, ma fu primo alle offese contra la parte avversaria, non preparata a sostenere lo assalto improvviso. Il Buonaparte riportò facilmente la vittoria; avvegnaché lo spergiuro, gli assassini avessero all’opera parricida appianata la via. Strasbourg e Boulogne aveangli fruttato l’esilio e la prigionia; il 2 dicembre doveva guadagnargli un trono; là era stato un volgare cospiratore o un avventuriere; a Parigi doveva essere un traditore, un fellone!

Per assicurare buona riesciti alla impresa, da lungo tempo meditata e disegnata, nulla era stato ommesso dal principe che valesse ad accrescergli lo amore dei soldati e il favore del popolo, il quale aveva luilevato al più alto officio della repubblica; sommamente poi col mostrarsi curantissimo del benessere di quelli e sollecito di migliorare le condizioni delle classi operaie. Il suo ordire trame a danno della repubblica chiaro appalesossi quando, in sul cominciare dell’autunno, chiamò presso di sé i generali a lui più devoti, e accrebbe il presidio di Parigi dei reggimenti, nei quali vivissima tuttavia mantenevasi la memoria del grande capitano (1). Rivelavano la mente del Buonaparte e accennavano anche a prossime mutazioni negli ordini dello Stato, le parole da esso rivolte ai premiati della mostra mondiale, d’arti, mestieri e industria di Londra. «Veggonsi oggidì uomini, diceva egli, un tempo promovitori delle prerogative regie, farsi convenzionali per abbattere il potere creato dal suffragio popolare; veggonsi altresì coloro, che tanto patirono per li passati rivolgimenti politici, provocarne altri allo scopo di sottrarsi alla volontà della nazione e d’impedire al moto trasformatore della società di seguire un pacifico corso…

Prima di separarmi da voi, permettete che io vi incoraggi a nuovi lavori; ponetevi all’opera, senza temere di nulla; non prendetevi pensiero dell’avvenire; qualunque cosa avvenga, la quiete sarà mantenuta; però che un Governo il quale si appoggia alla nazione tutta, che non ha altro motore fuor del bene pubblico ed è animato da fede ardente — guida secura anche attraverso gli spazi, ove non esiste traccia di via — compirà la propria missione, avendo in sé quel diritto che viene dal popolo, e quella forza che viene da Dio.» — Il dire del principe avrebbe dovuto rendere avvertiti i repubblicani del pericolo che lor soprastava; ma' sia che non temessero il venturiere cospiratoredi Strasbourg e di Boulogne, o che reputassero ancora lontan lontano il giorno della lotta, continuarono a tenersi in quella sicurezza, nella quale assai imprudentemente cullavansi sino dalla elezione del Buonaparte a capo dello Stato (1).

Era appena sorta l’alba del 2 dicembre — anniversario della gloriosa giornata d’Austerlitz e della consecrazione a Imperatore del gran capitano — quando il nepote suo, Luigi Napoleone, faceva arrestare i principali della parte a lui nimica, come quelli che avrebbero potuto mandare a vuoto i suoi tentativi contra la repubblica; tra essi, i più celebrati generali di Francia, Cavaignac, Changarnier, Leflò, Lamoricière e Bedeau, il colonnello Charras e lo illustre storico del Consolato e dell'imperio, l’orleanista Adolfo Thiers (1). Nel medesimo tempo il Presidente bandiva dall’Eliseo un decreto, col quale licenziava l’Assemblea nazionale e la Consulta di Stato (1); convocava il popolo nei suoi Comizi e metteva Parigi sotto il governo delle leggi militari.

Per onestare Fatto che uccideva la libertà della patria, Napoleone Buonaparte accompagnavano il decreto con un manifesto alla nazione, nel quale affermava essere stato costretto a far ciò dal contegno turbolento dell’Assemblea, che soffiava nel fuoco di passioni pericolose alla quiete della Francia; e siccome crasi essa mutata in un focolare di congiure e di guerra civile, e fatta assalitrice del potere venutogli dal popolo, cosi l’aveva licenziata, e in pari tempo chiamato il paese a giudice dell’operar suo, e deliberare di quella. — Scopo della Costituzione, diceva il principe-presidente nel suo manifesto, essere di indebolire il potere che la Francia stava per affidargli; la quale aveva già con suffragio splendidissimo protestato contra l’Assemblea stessa. Avere egli sempre fedelmente rispettatoli patto fondamentale, di continuo invocato da chi sfacciatamente lo violava. Coloro che avevano mandato a ruina due monarchie volergli ora legare le mani per abbattere la repubblica; essere quindi dover suo sventarne le perfide mire, mantenere quella e salvare il paese, invocando il giudizio del popolo, il solo sovrano ch’egli riconosceva in Francia.

Se il popolo vuole conservare questo stato di malessere, che mette a repentaglio il nostro avvenire, scelga a suo capo un altro uomo, però che io non possa accettare una autorità impotente a fare il bene, impotente a condurre a salvamento la nave dello Stato, la quale corre verso l’abisso; ma se ha fede in me, mi accordi i mezzi di compiere la grande missione già affidatami, che deve chiudere l'era delle rivoluzioni, appagare i legittimi bisogni del popolo e proteggerlo contra le passioni sconvolgitrici dell’ordine, fondare istituzioni che abbiano a sopravvivere agli uomini e sieno basi saldissime a opere durature. Proporre egli a basi fondamentali d’una Costituzione la creazione d’un capo supremo — nominato per dieci anni e mallevadore del proprio operare — con Ministri soggetti al solo potere esecutivo; in oltre, una Consulta di Stato, cui spetti preparare le leggi e sostenerle davanti all’Assemblea nazionale, eletta dal suffragio universale, il cui primo dovere sia di discuterle, approvarle o respingerle; in fine, una seconda Assemblea, composta dagli uomini più illustri del paese, la quale abbia a custodire il patto fondamentale e le libertà pubbliche.

Tale sistema, creato dal primo Consolo in sul cominciare del secolo nostro, poter dare, come aveva già dato allora alla patria, la quiete e la prosperità. Di ciò essere egli profondamente convinto; se i Francesi lo fossero del pari, provassero coi loro suffragi; se poi preferissero un governo senza forza — monarchico o repubblicano — rispondessero niegativamente. Qualora egli non venisse confermato nel potere, raccoglierebbe una nuova Assemblea, cui rimetterebbe il mandato ricevuto dal popolo; ma se questo reputasse la causa — della quale il suo nome è simbolo — quella della patria comune, vale a dire la Francia rigenerata dalla rivoluzione dell’ottantanove e ordinata dal grande Imperatore, lui acclamasse, consecrando la potestà, che ad esso chiedeva; in tal modo l'Europa sarebbe salva dall’anarchia, e tutti rispetterebbero nella sentenza del popolo i decreti della Provvidenza. ~ Al manifesto rivolto alla nazione, il Buonaparte faceva tener dietro un appello ai soldati; Siate superbi, diceva loro, della vostra missione! (1). Voi salverete la patria; forte dell’appoggio vostro io farò rispettata la sovranità nazionale, di cui sono legittimo rappresentante.

Nel 1830, come nel 1818, foste trattati da vinti, eppure siete la parte eletta del paese; ma oggi, ma in questo momento solenne, voi farete udire la vostra voce. Come liberi cittadini darete liberamente il vostro suffragio; ma, come soldati, obbedirete al capo del Governo; a me solo, mallevadore del mio operare in faccia al popolo, spetta il diritto di adoperare quei mezzi, che reputerò necessari al bene pubblico. — Se le parole indirizzate alla nazione valevano a rassicurare gli animi dei più timorosi, quelle dirette all’esercito dovevano certamente turbare anche i più fidenti nel principe: il quale, col ricordare ai soldati la militare disciplina, tendeva a far d’essi uno strumento di sua ambizione e tirannide, mentre dovrebberlo essere in ogni tempo di indipendenza e libertà. La metropoli e molti dipartimenti della Francia, levaronsi a romore, protestando contra l’atto del 2 dicembre e contra lo imprigionamento dei loro rappresentanti; ma l’esercito represse con la violenza il manifestarsi dell’opinione popolare, bruttando, con suo vituperio, di sangue cittadino le armi, che la patria aveagli dato per difenderla dai nimici esterni.

Intanto che alcuni rappresentanti del popolo recavansi presso Luigi Napoleone a offrirgli il loro appoggio nell’impresa parricida, moltissimi altri, gridato il Buonaparte decaduto dall’officio di Presidente in forza della stessa Costituzione (2), correvano Parigi, eccitandone gli abitanti a levarsi contra quell’ambizioso, che mirava a impadronirsi della potestà assoluta, e l’alta Corte di giustizia, sollecitamente riunitasi, dichiarava colpevole del delitto d’alto tradimento Luigi Napoleone, Presidente della repubblica. La parte dei cittadini tennesi tranquilla— sia perché reputasse impossibile di resistere con vantaggio alle forze armate del Presidente, sia che di buon grado accettasse il nuovo sistema di politico reggimento che esso voleva inaugurare — l’altra parte di quelli ordinossi alla lotta, che dovea governarsi da un Comitato di resistenza formatosi nella sera stessa del 2 dicembre dai rappresentanti del popolo Carnot, de Flotte, Giulio Favre, Madier de Montjau, Michele di Bourges, Scheelcher e Vittore Hugo. I difenditori della repubblica combatterono per due giorni, da prima con prospera, da ultimo con avversa fortuna; sopraffatti dal numero, al cadere del 4 luglio posavano le armi.


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— Durante il combattimento le soldatesche del Buonaparte commisero atti d’orrenda barbarie; essi uccisero vecchi e giovanetti, donne e bambini, gente tutta impotente a difendersi del pari che a offendere (1). Corse allora fama, e fu altresì scritto di poi, che il principe avesse mandato alla pugna i soldati ebbri di vino! Alcuni cadaveri giacquero tutto il dimani su le vie della città; moltissimi vennero seppelliti nei cimiteri con la testa fuor della terra, e non pochi là deposti gli uni accanto agli altri; orribile spettacolo certamente ordito ad arte da Luigi Napoleone a' suoi concittadini per incutere un salutare spavento di sua potenza e farli avvertiti d'essere egli a tutto preparato e da nulla rifuggire per raggiugnere gli intenti suoi. Non seppesi mai il numero dei caduti a Parigi e nelle Provincie — ma fu assai considerevole — per quella trama di Stato, che la storia registrò in sue pagine tra le più basse tradigioni e i delitti più vituperevoli che siansi compiuti da' reggitori di popoli. Buonaparte gettò le tenebre sul numero dei morti, cosi scrisse Vittore Hugo; tale è l’abitudine degli ucciditori di uomini.» Agli assassini, avvenuti nei giorni della lotta, tenne dietro il moschettarsi dei prigionieri, eseguito segretamente e nella oscurità delle notti; vennero quindi le carcerazioni e le proscrizioni; poscia lo esilio e la relegazione perpetua in terre lontane lontane dalla patria; per ultimo i sequestri e i confiscamenti dei beni (2).

«Chi resiste, abbia il supplizio estremo in nome della società in legittima difesa;» cosi scriveva il generale Saint Arnaud, allora Ministro sopra le armi, ai proconsoli militari nelle provincie sollevate, che mandavano a morte quanti con le armi alla mano venivano in lor potere; con mezzi cotali restauravasi l’ordine sconvolto da chi aveva avuto la missione di tutelarlo (1). Nella sua brutta impresa Luigi Napoleone ebbe complici di molti; promettendo onori, alti offici e ricchezze ne trovò in tutte le classi dei cittadini; e tutti gli si mantennero fedeli, perché egli aveva saputo assai astutamente legarli al carro della sua fortuna (2).

— Il 20 dicembre di quell’anno 1851 il popolo, riunito nei Comizi, accettava il mantenimento dell’autorità del Buonaparte e delegatagli i poteri necessari a fare una Costituzione su le basi messe innanzi nel manifesto del 2 dicembre.Raccolti i suffragi trovossi che sette milioni quattrocentotrentanove mila e dugento sedici aveano risposto affermativamente a quella domanda; seicentoquarantamila settecento trentasette, niegativamente. — Né libero, né spontaneo fu quel suffragio, però che avesse sofferto violenze non poche; in alcuni villaggi arrestaronsi quanti sospettavansi contrari a Luigi Napoleone; in altri, le genti d’arme minacciarono chi voleva niegare il suffragio al principe; e si videro anche noti faccendieri dare ai contadini il cartellino col sì; come poi corresse la cosa nell’esercito, è più facile indovinare che dire (1).

Il 31 dicembre i Commessari incaricati della verificazione dei suffragi — erano Baroche, Rouher, Pieri, Maupas e Troplong — annunziavano al principe la sua rielezione al supremo officio; il quale ai loro auguri rispondeva: — I Francesi, bene indovinando essere egli uscito dalle vie legali, se non per entrare in quelle del diritto, averlo assolto e giustificato di quell’atto, che dovea risparmiare alla patria, forse anche all’Europa, molti anni di perturbamento e di guai Comprendere egli tutta la grandezza della sua nuova missione; tenersi sicuro di superare i gravi ostacoli, che quella attraversavano, con la rettitudine del suo cuore, l’aiuto degli uomini onesti, la fedeltà dell’esercito e la protezione del cielo. Volere assicurare le sorti della Francia mediante istituzioni rispondenti alle aspirazioni democratiche della nazione e al desiderio universalmente espresso d’un governo forte e rispettato.

— Se il 2 dicembre 1851 aveva chiarito essere il Buonaparte per nulla coscienzioso in fatto di onestà, il 2 dicembre dell’anno appresso dovea provare, come ei fosse per nulla scrupoloso mantenitore della fede e delle promesse date! — Il primo del 1852 Luigi Napoleone recavasi al maggior tempio della metropoli, ove veniva solennemente cantato il Te Deum in ringraziamento al Signore Iddio di sua rielezione al seggio presidenziale. A mezzo gennaio pubblicavasi la nuova Costituzione, lavoro del Presidente; il quale, affermando che da cinquanta anni in poi la Francia non era progredita se non mercé gli antichi ordinamenti amministrativi del Consolato e dell'imperio, aveva tratto quella dalla Costituzione dell’anno ottavo; ma nel rendere omaggio e nel confermare i grandi principi acclamati dalla rivoluzione del 1789 egli chiudeva in limiti assai angusti la libertà individuale e quella altresì della stampa.

Dal giorno in cui Luigi Napoleone ricevette dal suffragio popolare la suprema potestà nella repubblica, palesò con audacia — che offendeva ogni convenienza — i suoi disegni alla restaurazione dell'imperio; né lasciando occasione mai di ricordarne le memorie gloriose e i benefizi, ridestava a suo vantaggio le simpatie un tempo vivamente sentite per quel Grande, che aveva fatto la Francia forte, rispettata, temuta. «Io chiederò alla nazione, per la quiete della patria, un nuovo titolo, che abbia a fissare irrevocabilmente sul mio capo il potere da essa già concedutomi, quando i nimici al mio Governo mettessero a repentaglio l’avvenire del paese...» parole queste piene di minaccia che il 29 marzo 1852 rivolse ai Senatori e Deputati raccolti la prima volta in assemblea. Il 10 maggio diede all'esercito le antiche insegne dell’aquila imperiale — che sotto il primo Napoleone aveano corso vittoriosamente l'Europa — e allora dal principe chiamate simbolo d'autorità e di gloria.

Nell’estate di quell’anno 1852, recatosi a visitare le provincie del mezzogiorno allo scopo di attirarne a sé le popolazioni e decidere l'opinione pubblica in favore dell’imperio, ei faceva ritorno a Parigi già salutato Imperatore.A Lione dinnanzi alla statua equestre del gran Capitano — che, lui presente, inauguravasi — parlando di sé ai cittadini, nomossi l’erede di Napoleone; e poco di poi a quelli di Bordeaux diceva: = L’imperio essere la pace, perché la Francia lo desidera; essa soddisfatta, nessuna guerra poter turbare il mondo; eletto Imperatore, molto conquisterebbe; ma le sue conquiste sarebbero tutte morali. — Sventuratamente per la Francia e per lui l’imperio fu proprio la guerra; ce lo affermano il Messico e Sédan, due vergogne che di maggiori, né di eguali non toccarono mai a popolo civile! l’imperio fu altresì l’invasione straniera, il vituperio di Metz, il disastro di Parigi!

— Era il 4 novembre 1852, quando il Presidente faceva conoscere ai Senatori: = La volontà della nazione essersi chiarita per la restaurazione dell’imperio; sempre rispettando la costituzione, il mutarsi degli ordini repubblicani in monarchici toccare la forma, non le basi fondamentali di quella. Il popolo troverebbe nell’imperio una i guarentigia secura agli interessi suoi e una soddisfazione al suo giusto orgoglio; in oltre, nel conservare le conquiste gloriose del 1789, chiuderebbe l'era delle rivoluzioni politiche. = Tre giorni dopo il Senato deliberava di proporre alla nazione il ristabilimento della dignità imperiate nella persona di Luigi Napoleone, con la eredità nella sua discendenza diretta, legittima o adottiva. Il 21 e 22 novembre i Francesi, chiamati ai loro comizi per l’accettazione di tale proposta, rispondeano con quasi otto milioni di voci favorevoli, con dugencinquantamila contrarie.

La sera del primo annunziossi al principe la sua nuova vittoria; il quale subito, con la corona, prese il nome di Napoleone III, in omaggio a quel grande, che col genio suo avea scritto le pagine più belle della storia moderna. Il dimane, dopo essere stato acclamato davanti alle Guardie nazionali e al presidio di Parigi Imperatore dei Francesi per la grazia di Dio e volontà della nazione, lasciò l’Eliseo per recarsi alle stanze imperiali delle Tuileries. Questa la fine, in verità ingloriosa, della repubblica del febbraio 1848! Di sua caduta molto addoloraronsi i popoli, molto rallegraronsi i despoti d’Europa; i quali, sebbene non vedessero di buon occhio la dinastia napoleonica signoreggiare in quella regia, dalla quale un di erano usciti i fulmini di Jena, di Friedland e d’Austerlitz, non tardarono però a riconoscere il novello imperio levatosi su le mine di quella tribuna, che ricordava le tante sconfitte toccate ai loro eserciti sul Danubio, a Marengo e su l’Adige!

La pace d’Europa, che allora parve per lunga pezza assicurata, fu di li a poco turbata dalle ambizioni di Niccolò, lo Czar di Russia; che reputando esser quello momento opportuno ai disegni vasti e audaci di Pietro il Grande, preparava le armi per assaltare l’imperio musulmano; pretesto della guerra — che arder dovea terribile e sanguinosa sul Danubio e nella Tauride — diceva lo Czar essere l’obbligo suo di proteggere in Oriente gli interessi dei Greci; ma in realtà era la smania irrefrenabile di signoreggiare sul Bosforo; era altresì il desiderio, in vero onesto, di rimandare là, donde eran venuti, i figli dell’IsIam — negazione di ogni civile progresso — da secoli campeggiane una delle contrade più belle d’Europa, con vituperio dei prìncipi cristiani e della stessa cristianità per lo addietro più volte dai seguaci di Maometto minacciata di distruzione (1).

«Avvicinarsi a Costantinopoli e alle Indie...; chi regnerà su queste sarà il vero Sovrano dell’universo... Smembrata la Svezia, vinta la Persia, sommessa la Polonia, conquistata la Turchia, riuniti gli eserciti russi da navi russe, corse le acque del Baltico e del mar Nero, bisognerà tentare segretamente da prima Versailles, di poi Vienna per lo spartimento dell’imperio del mondo;... cosi testava il fondatore dell’imperio moscovita, Pietro il Grande; e a compiere la vastissima opera da lui sì bene disegnata e tanto felicemente cominciata avevano rivolti tutti gli sforzi loro i successori suoi — Nel 1828 lo czar Niccolò, veduti riuscire vani i tentativi di Mahmoud per infondere nuova vita nella razza degli Osmanli (2), un di forte e gagliarda, allora molto infiacchita, apparecchiossi al conquisto di Costantinopoli; al quale scopo richiese a Francia l’appoggio suo, promettendole le desiderate frontiere del Reno.

Il respingersi da Carlo X l’offerta dello Czar — il cui stabilirsi a cavaliere del Bosforo riteneva grave pericolo all’indipendenza d’Europa — salvò da certa rovina il vacillante imperio turchesco (1), e costrinse l’ambizioso despota di Russia a rinunziare all’impresa da lunga pezza risoluta. Il disputare, che da tempo immemorabile facevasi da Greci e da Latini intorno il possesso de' Luoghi Santi di Gerusalemme, di Bethlem e di Nazareth, di que’ giorni rinfocolatosi più che mai, forniva al vigile Czar occasione favorevole a inframmettersi nelle faccende d'Oriente per sostenere i diritti dei Greci, sui quali suoi correligionari, sebbene soggetti alla Sublime Porta, ei voleva estendere sua autorità di Pontefice supremo della Chiesa ortodossa. Ai tempi di Francesco I e di Solimano il Magnifico era stato da Francia e da Turchia convenuto di riconsegnare i Luoghi Santi ai Latini, come quelli che prima avevanli tenuti. Verso la metà del secolo passato per differenze sorte tra cattolici e scismatici — differenze suscitate da passioni di due caste nimiche, e non da vero interesse di religione — dovettesi addivenire a nuove concessioni e fermare un nuovo trattato; ma non essendosi nemmeno allora potuto determinare in modo assoluto a chi proprio per diritto spettasse il possedimento de' Luoghi Santi, ridestavansi non molto di poi le mal sopite contese.

Nel 1848 il furto commesso dai Greci d'una stella d'argento, stata posta dai Latini nella grotta di Bethlem, inasprì gli animi di questi, e agli odi antichi altri e di maggiori allora s’aggiunsero. Non potendo essi ottenere giustizia dal Governo turco, volgevansi a Francia; la quale, per l’oratore suo in Corte di Costantinopoli, chiedeva al Soldano, facesse rendere dai Greci la stella rubata e quanto per lo innanzi avevano tolto al clero cattolico; in oltre, si restituisse al culto del cattolicesimo la grande chiesa di Bethlem e il Sepolcro della Vergine. Contra tali pretensioni i scismatici protestarono avanti alla Sublime Porta; la quale, non osando respingere le giuste domande di Francia, né condannare i Greci protetti dallo Czar, lasciava di buon grado a una Commissione mista di Latini e Greci il carico d’esaminare e definire i diritti dei contendenti, n giudizio dei Commessari non accontentò i primi e venne compiutamente rigettato dai secondi, perché securi dell’appoggio di Niccolò;, il quale, mentre nel febbraio 1853 per difendere gli interessi e i diritti dei Greci, inviava al Soldano l’ammiraglio principe di Menschikoff, raccoglieva nella Bessarabia grosso nerbo di soldatesche e riuniva nelle acque di Sebastopoli tutta la marineria di guerra del Mar Nero; apparecchi questi, che chiarivano gli intendimenti guerreschi della Russia. Menschikoff, in nome del suo Signore, faceva proposte al Soldano, le quali non solo ne offendevano la dignità, ma ne mettevano in pericolo l’indipendenza. Voleva l’oratore russo che la Sublime Porta, allontanandosi dall’amicizia di Francia e d’Inghilterra, fermasse un trattato con la Russia; in virtù del quale lo Czar manderebbe eserciti e armate in aiuto alla sua alleata, quando venisse assaltata dagli Stati occidentali; in compenso di tale aiuto la Chiesa ortodossa d’Oriente e i Greci soggetti alla Turchia verrebbero sotto la protezione sua (1).

Niccolò, con obbligare il Soldano a ricorrere a lui in tutte le sue contese con gli Stati d’Europa, mirava a renderselo soggetto, per poscia far suo quell’imperio, ch’egli, già da tempo ritenendolo gravemente malato, affermava non lontana la sua caduta. Respinte le domande del Governo moscovita, la Sublime Porta, in sul finire di maggio, volgevasi ai rappresentanti di Francia, di Bretagna, d’Austria e di Prussia per far loro conoscere le esigenze, veramente oltraggiose a sua dignità, e le minaccie di guerra dello Czar; in oltre, li avvertiva della deliberazione presa d’apprestare, senza por tempo in mezzo, le resistenze su terra e su mare, avvegnaché la Russia fosse pronta già ad assalire, a offendere. — Menschikoff aveva già da parecchi giorni abbandonata Costantinopoli coi principali della legazione russa, allora che, il 9 giugno, Rechid Pachà — luogotenente dell’imperio turchesco — riceveva da Nesselrode un ultimatum; col quale il gran Cancelliere di Russia l'avvisava, che se il Soldano si ostinasse a rigettare le domande, inspirate a moderazione e a giustizia, di Niccolò, tra brevi settimane gli eserciti moscoviti invaderebbero la Turchia, non per rompere guerra, ma per ottenere da essa guarentigie secure in favore del culto ortodosso d’Oriente. Con nobile fermezza rispondeva Rechid Pachà di non poter soddisfare ai desideri dello Czar, perché ledevano i diritti dell’autorità sovrana del suo Signore.

Mentre le armate di Francia e d’Inghilterra, lasciate le acque del Mediterraneo, navigavano verso la baia di Besika, che giace presso l’entrata dei Dardanelli, ove dovevano arrivare a mezzo il giugno, i Ministri di Francia, di Bretagna, d’Austria e di Prussia eransi riuniti a consulta in Vienna per trovare modo di comporre quella contesa, che poteva far divampare di fuoco e di guerra tutta Europa. Se non che la Russia, la quale per li suoi fini voleva definire la quistione con le armi, il 3 luglio, superato il Pruth con gli eserciti suoi, invadeva i principati Danubiani, Moldavia e Valacchia (2). — Il Governo musulmano subito protestò contra quella violazione del suo territorio, ma con assai moderazione, che in vero tornò a suo grande elogio; né volle fare di essa un casus belli, nella speranza che gli Stati mediatori potessero condurre lo Czar a sensi più miti, a consigli più saggi; e solo quando seppe respinte dalla Corte di Pietroburgo le proposte di pacifico componimento messe innanzi dal congresso di Vienna, intimava la guerra all’invaditore, nel medesimo tempo volgendosi per aiuti a' suoi potenti alleati; lo che accadeva il 25 settembre.

Al suo invito Francia e Inghilterra dovevano presto rispondere con armi poderose, e più tardi anche la bellicosa Sardegna; ma gliele niegavano allora e sempre Austria e Prussia. — Il 3 ottobre in Varsavia convenivano per rinnovare e fermare insieme intimissimo accordo lo Czar, l’imperatore d’Austria e il Re di Prussia; di quanto venne da essi discusso e deliberato, nulla si seppe allora né di poi; parlarono forse di pace? no, però che la guerra di lì a poco scoppiasse terribile e grossa; trattarono forse di collegare lor forze armate contra Bretagna e Francia? no, avvegnaché la Russia non abbia avuto mai nella lotta, che fu lunga e disastrosa, soccorso veruno d’alleati. A difendere sua politica, veramente infida, l’Austria diceva: = Essere stata sempre conservatrice e ciò per la sua postura geografica in Europa, i cui interessi ebbe ognora tutelati e difesi. Amicissima di Russia — che considerava come argine saldissimo contra le sedizioni e le popolari sollevazioni — se non aveva potuto impedire l’occupazione militare dei principati Danubiani, studiavasi però sempre di condurla a moderazione; consigliera di pace, essa non doveva aggiugnere fuoco a fuoco entrando con sue armi nella contesa.

Nella quale sua deliberazione di neutralità assoluta, confortavate la parola dello Czar, di non volere far guerra di conquista: onde il felice contrappeso degli Stati d’Europa non correva pericolo d’essere turbato. — A provare poi come l’Austria non sarebbe per aiutare mai con le armi l’una parte o l’altra, il Governo di Vienna riduceva di numero l’esercito suo; e mentre con tale provvedimento intendeva rassicurare i Governi amici sul procedere suo in quei momenti, in verità difficilissimi, mirava eziandio al soddisfacimento dei bisogni economici dell'imperio. — Il giorno 8 di ottobre Omer Pachà, generalissimo dell’armi musulmane, dai suoi alloggiamenti di Choumla scriveva a Gortschakoff comandante supremo dell’esercito russo che teneva stanza in Bukarest, invitandolo a lasciare i principati infra quindici di; tale invito era l’ultima espressione dei sentimenti pacifici della Sublime Porta. Il 12 rispondevagli il principe Gortschakoff di non avere avuto dall’imperatore, suo Signore, te potestà di trattare della pace, della guerra o dello sgombramento delle provincie Moldo-Valacche.

— Le forze armate della Turchia, allora campeggianti la Bulgaria, sommavano a centrentacinque mite uomini e quaranta batterie di cannoni, ed erano divise in quattro corpi di esercito. Il primo di essi, di cinquantamila uomini, trovavasi a Ghoumla sotto il comando diretto di Omer Pachà; il secondo, di venticinque mila, stava a Baba-Dagh nella Dobrutscha sul basso Danubio, e aveva a capo Alim Pachà: capitanavasi il terzo, di trenta mite uomini, da Mustaphà Pachà, il quale teneva i suoi campi da Roustchouk a Sistow; il quarto, di trenta mila, sotto il governo dìsmail Pachà, stendeasi da Sistow a Widdin; inoltre, grossi presìdi di soldatesche stavano in Varna, Pravardin, Tirnova e nei forti costrutti a difesa de' passi dei Balkan; in fine, la riscossa, cinquanta mila uomini all’incirca, comandata da Rifaat Pachà campeggiava nei dintorni di Sofia, dove la grande strada di Costantinopoli a Belgrado viene attraversata da quella che da Bukarest conduce al regno di Grecia (1).

Nell’Asia la Turchia teneva in su l’arme cencinquanta mila uomini lungo le spiaggie del Mar Nero e le frontiere del Caucaso, ordinati in due corpi d’esercito, il primo comandato da Abdi Pachà, il secondo da Selim Pachà. Le forze armate della Russia, che trovavansi nei principati sotto il governo supremo di Gortschakoff, componevansi del corpo d’esercito di Dannenberg, di parte del corpo di Luders — i quali nell'ordinamento militare dell’imperio numeravansi quarto e quinto — e da quattordici reggimenti di Cosacchi del Don con le loro batterie di cannoni; in tutto, cenventi mila uomini, seguiti da grosse artiglierie per gli assedi; la riscossa, il corpo d’esercito d’Osten-Saken, trovatasi in Bessarabia dietro il Pruth. Woronzoff capitanava nel Caucaso cencinquantamila Russi; con questo esercito egli aveva a combattere non solamente le soldatesche musulmane dell’Asia, ma eziandio le popolazioni di quella contrada non domata mai, e che allora, sotto Schamvl, preparavansi ad uscire alla campagna con forze poderose per dar mano ai Turchi nelle militari operazioni contra il comune nimico.

I primi affronti, che furono di lieve momento, ebbero luogo a Isatcha, non lungi dalla foce del Pruth nel Danubio, e presso Turtukoi dinnanzi a Oltenitza. Rotta la guerra, Omer Pachà risolveva di costringere i Russi a sgombrare le provincie occupate dal nimico. Il 27 ottobre egli entra nella picciola Valacchia; il primo novembre tenta passare il Danubio a Rustciuk, invano però; due giorni dopo riesce a superarlo con poco più di nove mila uomini a Oltenitza; il dì seguente va sopra i Russi, di lui più forti in numero; i quali, dopo aver patite gravi perdite, indietreggiano verso Bukarest. Il vincitore non li insegue; pago di tale vittoria si raccoglie in Oltenitza ad aspettarvi il nimico, che tiene per certo abbia a venire a lui per vendicare la sconfitta sofferta; attesolo invano alquanti giorni, torna con sue genti su la destra del Danubio; lo che eseguisce il di 11 novembre.

In Asia, come in Europa, la guerra cominciava felicemente per le armi musulmane; le quali, il 28 ottobre impadronivansi del forte Chekvetil, chiamato dai Russi San Niccolò, che siede sul Mar Nero a difesa del confine di Georgia, e il 18 novembre combattevano vittoriosamente la squadra russa, venuta al racquisto di quel forte; ma dopo dieci ore di combattimento dovevano togliersi giù dall’impresa; e a mezzo novembre i Turchi stringevano Alessandropoli, fortezza che giace a cavaliere della via di Tiflis. Ma pochi giorni di poi, costretti a lasciar quell’assedio, il 26 novembre ad Akhalzick e il due dicembre a Basch-Radisck-Lar erano messi in rotta per causa del tumultuario assalire delle milizie irregolari, le quali, respinte, avevano, nello indietreggiare, disordinato il campo; ciò che diede ai Russi la vittoria.

— Gli infelici successi allora sortiti alle armi moscovite sul Danubio e nella Georgia, se non avevano queste scoraggiate, avevano però negli animi loro prodotto assai triste impressioni; a cancellar le quali, Io Czar ordinava a Nakimoff, vice-ammiraglio della squadra russa nel Mar Nero, distruggesse la nimica, che in quel mare aveva il carico di tener libere le comunicazioni tra Costantinopoli e l’esercito turchesco dell’Asia. Osman Pachà, che la comandava, prestando fede alla parola di Niccolò, che non avrebbe rotte le ostilità sino a che gli Stati mediatori trattassero di pace, tenevasi in imprudente sicurezza nella rada di Sinope, citta posta su la marina dell’Asia Minore rimpetto alla Crimea. Era il 30 novembre, quando Nakimoff giugneva innanzi a quella con la sua squadra; e appena s’ebbe ordinato alla pugna, intimava a Osman Pachi di abbassare la bandiera e di rendersi a lui; alla oltraggiante chiamata, l’ammiraglio turco rispondeva con le artiglierie della sua fregata; in meno che non balena, d’ambe le parti le navi vomitavano fuoco e ferro.

Dopo tre ore di combattimento, la squadra ottomana più non esisteva! due fregate, allora che trovaronsi li li per venire a mano dei Russi, dato fuoco alle polveri, con orrendo scoppio saltavano in aria; le altre, squarciati i fianchi dal cannone nimico, si sommergevano e con esse circa tre mila marinai; centoventi di questi con Osman Pachà cadevano prigionieri dei Russi; quattrocento, gettatisi in mare, salvavawsi a nuoto. Nakimoff, oltre il tradimento commesso per comando del suo Signore, compiva allora un atto di fiera barbarie: fu l’incendio di Sinope, i cui abitatori, come ebbe egli stesso a confessare, non avevangli recato offesa veruna (1). La giornata di Sinope, che proprio non tornò a gloria dell’armi moscovite, scrisse allora una pagina splendidissima nella storia militare di Turchia; avvegnaché per l’onore della nazionale bandiera migliaia di Musulmani andassero incontro a certa morte, accettando la pugna offerta da un nimico di molto preponderante in forze alle loro (2).

Il disastro di Sinope — la cui novella veniva il 3 dicembre portata a Costantinopoli dal Taif, legno a vapore spedito al Soldano da Osman durante il combattimento stesso — non iscoraggì i Musulmani, ma accrebbe anzi in essi forza e lena di operare, e l’entusiasmo per la guerra; e destò eziandio in tutta Europa dolore misto a sdegno. L’eccidio di Sinope ebbe grande importanza, però che a Francia e a Bretagna facesse comprendere essere giunto il momento di soccorrere a quell’imperio, alla rovina del quale lo Czar aveva mosso armi poderose, e i cui modi di guerreggiare, mostravanlo di poco umani sentimenti; vuoisi però avvertire, in omaggio alla verità, che l’assalto di Sinope non era contrario alle leggi della guerra. Il 3 gennaio 1854 le squadre d’Inghilterra e di Francia — la prima comandata dall’ammiraglio Hamelin (1) — lasciate le acque di Besika e di Therapia entravano nel Bosforo e tre giorni di poi nel Mar Nero, seguite da alcune navi turchesche, portanti soldati, armi e vettovaglie ai presidi di Trebisonda, di Batoum e del forte di Chekvetil.

Dopo avere percorso quel mare senza incontrare l’armata nimica e senza toccare i porti delle spiaggie russe, le squadre collegato gettavano l’ancora nella rada di Sinope; se non che, reputandola poco secura, il 22 gennaio facevano ritorno al Bosforo. Il loro entrare nel Mar Nero non fu ritenuto dallo Czar come un caso di guerra; ei disse però che tal fatto, rompendo la fede dei trattati, lui scioglieva da ogni obbligo verso i medesimi. Agli schiarimenti su quello intervenire armati chiesti a Parigi e a Londra, essendo stato risposto in modo poco amichevole, gli ambasciatori russi lasciavano quelle metropoli: lo che avveniva il 6 febbraio di quell’anno 1854. Fu allora che l’Austria davasi a raccogliere armi numerose nella Voivodina e nel banato di Temes, e ciò per ragion di prudenza, affermava essa, essendosi la guerra ingrossata presso le sue frontiere, e la vicina Serbia, minacciando di levarsi a romore per l’opera di agitatori russi e musulmani, che volevano trarla a lor parte.

In questo mezzo i Russi facevano deliberazione d’impadronirsi di Kalafat, la prima guardia del campo turchesco di Widin, su la sinistra del Danubio, che lor chiudeva il passo nella Servia. Indovinati i disegni del nimico, Ismail Pachà con tredici battaglioni di fanti, tre reggimenti di cavalli e venti cannoni — undici mila uomini all’incirca — al cadere del 5 gennaio portavasi da Kalafat a Citate, villaggio posto su la via di Bukarest a Widin, presso il quale trovavasi a campo grossa schiera di Russi. All’albeggiare del nuovo giorno i Turchi mossero alle offese; e dopo contrasto ostinatissimo, insignoritisi di Citate stavano per assaltare il ridotto alzato dal nimico sopra un«poggio signoreggiante quella via, quando, a rimettere la fortuna dell’armi, giugnevano ai Russi aiuti poderosi di fanti, di cavalli e di cannoni, che il romore della pugna aveva tratto a quel luogo dai vicini alloggiamenti di Boilechti e di Motzetzei (1).

Non isgomentati dal numero delle forze nimiche — per quei soccorsi accresciute del doppio — anzi, prendendo consiglio dal proprio ardire, i Musulmani voltaronsi contra le sorvegnenti battaglie; e si vigorosamente le affrontarono da costringerle in breve ora a cercare salvezza nel ridotto; dal quale si tolsero nella notte, per tema di vedersi dal vincitore impedito il ritorno ai loro alloggiamenti. In quella giornata i Russi perdettero da tre mila uomini morti o feriti, molte armi e munizioni di guerra; i Turchi, poco più di mille: Kalafat e Citate, avevano, in parte almeno, vendicato il tradimento di Sinope!

Riuscite a vuoto le pratiche dei plenipotenziari dei grandi Stati d’Occidente per ricondurre a concordia e a pace Russia e Turchia, il Signor de' Francesi, innanzi di uscire alla guerra con l’amica Bretagna per difendere l’imperio Ottomano, alla cui integrità lo Czar attentava con tutta la potenza delle sue armi, il 29 gennaio scriveva al Sire moscovita, invitandolo ad abbandonare quell'impresa — dall’opinione pubblica condannata perché contra giustizia — la quale minacciava il riposo d’Europa (2). Le parole di Napoleone erano piene di dignità e al tempo stesso severe; nel mostrarsi inspirato a sentimenti di conciliazione, egli francamente chiarivasi pronto alle armi, qualora si respingessero sue proposte d’accordo. «Il cannone di Sinope, cosi nella sua lettera, risuonò dolorosamente nel cuore di quanti in Inghilterra e in Francia sentono vivamente la dignità nazionale, e con voce unanime si gridò: Sin dove i nostri cannoni possono ferire, i nostri alleati devono essere rispettati.» — Il 9 febbraio l’imperatore Niccolò rispondeva cosi: — Per la conservazione della pace avere egli fatte tutte le concessioni permessegli dal suo onore. I diritti e i privilegi de' suoi correligionari in Turchia — un giorno lor confermati a prezzo di sangue russo — venire ad essi da trattati antichi. Se si fosse lasciata la Porta a se stessa, la quistione de' Luoghi Santi sarebbe già stata definita.

L’invio ai Dardanelli della squadra franco-inglese avere incoraggiati i Turchi alla guerra e invalidato altresì il negoziare dei plenipotenziari congregati in Vienna. Francia e Bretagna, se fossero state amanti di pace, avrebbero dovuto impedire al Governo ottomano d’intimargli la guerra; o, se rotta, fermarne le ostilità sul Danubio. Il fatto d’arme di Sinope essere stato la conseguenza dello assalire dei Turchi il suo territorio asiatico e del contegno minaccioso dei due grandi Stati alleati. Se il cannone di Sinope in Francia e in Inghilterra ferì il sentimento della dignità nazionale, l’entrare nel Bosforo e nell’Eusino dell’armata franco-britanna, offese quello della nazione russa, della quale ei difende l’onore: non accettare quindi le proposte d’accordo messegli innanzi. = Perduta l’ultima speranza d’un pacifico componimento, che tutta riposava nella arrendevolezza del Governo di Pietroburgo e nei sentimenti di moderazione dello Czar, ai quali Napoleone aveva fatto un sincero appello, Francia e Bretagna diedersi sollecite a raccogliere armi e armati per soccorrere a quell’imperio, che Niccolò, più che opprimere, tendeva mandare a rovina per farne sue le ricche spoglie, pur sempre protestando di non avere fatti suoi i disegni e i sogni di Caterina, né di volere insignorirsi di Costantinopoli (1).

— Mentre dai grandi Stati d’Occidente preparavansi le armi per la guerra in aiuto della minacciata Turchia, l’imperatore Napoleone ritentava l’animo del Sire Absburghese, promettendogli di tener congiunte le sue bandiere a quelle dell’Austria in Grecia e su le Alpi, se allora si fossero unite sul Danubio e sul Mar Nero; le quali parole mostrano chiaramente i sentimenti del Napoleonide per la Grecia e l’Italia, e le simpatie di que’ giorni da lui nutrite per la libertà!! (2). — L’imperatore d’Austria — che poco innanzi, a chi sollecitavate d’entrar nella lega di Francia e d’Inghilterra, aveva risposto di non poter concedere a questi Stati quanto aveva niegato alla Russia (3) — di li a poco faceva conoscere all’Europa, che la integrità dell’imperio turchesco e l'indipendenza sua essendo necessarie al mantenimento degli Stati. l’Austria, quale avanguardia della Germania dalla parte dell’oriente, doveva tenersi pronta a tutti gli eventi, e armarsi per la conservazione dell’ordine delle cose esistenti.


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— Egli, che non molto prima aveva protestato di conservarsi neutrale nella contesa, allora apertamente affermava: = Non ritenere ancora necessario il suo intervento per tutelare gli interessi dell’imperio; dover però apparecchiare le armi per osservare, se fosse del caso, i precetti di sua tradizionale politica, d'opporsi cioè all'ingrandimento territoriale della Russia di qua del Pruth, — Questa la gratitudine sua a lui che nel 1849 avevalo salvato in Ungaria! — L’esercito di Francia designato all’impresa, e al cui governo era stato preposto il maresciallo Saint-Arnaud, contava quarantamila uomini; trentamila, duce lord Raglan, quello d’Inghilterra; la quale mandava altresì nelle acque del Baltico una forte squadra sotto il comando dell’ammiraglio Napier, per chiudere alle navi russe l’uscita dai canali di quel mare che menano all’Atlantico.

Molti altri legni raggiungevano per via, portandola cosi a numero; e quando presentassi ai nimici erasi fatta un’armata formidabile; però che avesse a bordo ventiduemila uomini e duemila quattrocento cannoni all’incirca. Superata il Cattegat, il 26 marzo entrava nel Gran Belt; due giorni dopo mettevasi all’ancora davanti a Kiel; il vegnente avviavasi a Kioge, porta dell’isola Seeland, che il 5 aprile lasciava per recarsi all’isola di Bornholm, la quale sorge dal Baltico tra l’estrema terra della Svezia meridionale e la spiaggia prussiana di Kolberg. Napier, venuto il 15 aprile al golfo di Finlandia, volgevasi da prima contra Helsingfors, e di poi contra Revel per combattervi le navi nimiche, che dicevasi trovarsi riunite in quei porti; ma sendo dai ghiacci sbarrata la via, tornossene addietro. Divisa allora l’armata in tre squadre, Napier mandava la prima a incrociare nelle acque di Curlandia da Windau a Libau; ordinava alla seconda di portarsi nel golfo di Livonia e porsi all’ancora dinnanzi a Riga; ed ei teneva la terza all’entrata del golfo di Finlandia.

Al didiacciarsi del mare le navi inglesi venivano a raccogliersi nelle acque di Gottskasandon, a settentrione dell’isola di Gothland — terra dei Goti — che giace all’altezza del golfo di Livonia. Il 13 maggio l’armata britanna, tutta riunita, aspettava il giugnere di quella di Francia per muovere insieme contra le squadre nimiche, indi assaltare Kronstad — forte antemurale di Pietroburgo — obbietta primo dell’impresa del Baltico. Esplorando il golfo di Finlandia, nel quale era stato fatto tutto quanto il genio della difesa aveva potuto inventare, Napier riconosceva l’impossibilità di tentare Kronstad, senza battelli piatti per correre i bassi fondi, che circondano quella fortezza, pieni altresì di scogli sottomarini, e d’espugnarla senza l’aiuto di grossa schiera di soldati da mettere a terra. Mentre a ciò provvedevasi dagli Stati alleati e nello aspettamento dell’armata di Francia, l’ammiraglio inglese spediva sue navi a correre le spiaggie di Hangoe; le quali, con le loro artiglierie recarono danni gravissimi ai forti che la difendevano (1). Il 13 giugno, l’armata francese — duce l’ammiraglio Parseval-Deschesnes — uscita di Brest il 20 aprile, univasi alla britanna presso Baroesund a poche leghe di Sweaborg, per la sua forza soprannomata Gibilterra del settentrione. Insieme congiunte le armate confederate contavano settanta legni all’incirca; tra i quali diciotto vascelli inglesi e nove francesi; nel golfo di Finlandia le navi russe sommavano a quarantaquattro, tra cui venti vascelli.

Mentre cosi avevano cominciamento le nimistà nel Baltico, più grossa facevasi la guerra sul Danubio. Innanzi di narrarne le militari operazioni, è necessario dire brevi parole intorno la sollevazione greca e il contegno che Prussia ed Austria presero rimpetto agli Stati della Lega e allo Czar. — I Montenegrini (1), nimicissimi sempre alla Turchia, e i Greci delle provincie soggette a questa, tosto che seppero dello invadere dei Russi nei principati danubiani, davano mano alle armi per togliersi alla signoria straniera. Dai messi di Niccolò fatti securi dello appoggio di Russia ed eziandio dell’aiuto d’Ottone di Grecia — il quale aveva accordato, non palesemente però, ad alcuni officiali dell’esercito suo di capitanare i sollevati — assalivano i presidi turcheschi d’Epiro, di Tessaglia, di Macedonia e d’Albania.

I Greci del reame, pieni d’entusiasmo per l’impresa di indipendenza, raccolgono danari e armi per aiutarla; e vergendo Francia e Inghilterra, un giorno ad essi amicissime e allora avverse, volgonsi a Germania, che sebbene neutrale nella contesa russo-turca, sanno però amica sempre allo Czar. Invero era vana speranza lo attendere la libertà da quei prìncipi che opprimono i loro soggetti! — I Governi di Parigi e di Londra fanno vive proteste contra il procedere del Sire ellenico; il quale, sognando la restaurazione dell’antico imperio bisantino, mentre lasciavasi dal popolo suo acclamare Imperatore d’Oriente, rispondeva a quei Governi di non potere respingere le rimostranze d’affetto de' sudditi suoi, né vietar loro un soccorso ai fratelli combattenti per la propria religione e per l’indipendenza patria. — A impedire il congiungersi dei Greci sollevati coi Montenegrini, la Sublime Porta, nel febbraio 1854, spediva contra questi una grossa schiera di sue genti, la quale veniva sconfitta a Vassoeva. Vincitori ad Arta e a Giannina, il 28 marzo i sollevati patiscono grave battitura nell’Epiro; non però cedono le armi, che anzi ogni dì più la sollevazione si allarga, si afforza (2).

Il giorno 8 aprile i consoli di Francia e d’Inghilterra in Prevesa pubblicavano un manifesto ai cristiani ribelli; nei quale, dopo avere confessato, che le enormità commesse in Paramita, Margarini e Phanaris dalla soldatesca ottomana, bestiale e sfrenata, erano state, con giusta indignazione udite non solo dal Governo del Soldano, ma altresì da tutta l’Europa, invitavanli a posare la guerra, avvegnaché Francia e Bretagna dovessero, in virtù dei trattati fermati con la Sublime Porta, difendere i diritti di sovranità del Soldano e la integrità dell'imperio suo. — Ed ecco due nazioni civilissime farsi sostegno di un Governo, i cui soldati, giusta la loro confessione, erano bestialmente e sfrenatamente inumani! un Governo che allora allora aveva condannato al supplizio del palo, senza processo, in Cavaja d’Albania, tre Greci, venutivi per eccitare i cristiani alla impresa di indipendenza.

— A far finita quella guerra, che combattesi con varia fortuna, ma con pari ferocia, Francia e Bretagna risolvono di costringere con le armi il re Ottone a togliere l’appoggio, che segretamente da prima, e allora apertamente concedeva ai sollevati. A tale scopo comandano al vice-ammiraglio Bruat. il quale con la sua squadra portava a Gallipoli la quarte divisione dell’esercito francese d’Oriente, capitanata da Forey, e un reggimento inglese, di recarsi al Pireo. Il mattino del 25 maggio il generale Forey scende a terra con parte di sue genti e si impadronisce di quel porto;# il dì vegnente da un drappello de' suoi fa scortare gli oratori di Francia e di Bretagna recantisi alla vicina Atene presso il re Ottone per imporgli la volontà dei loro Sovrani; il quale, non avendo forza bastevole da resistere a sì fatta violenza, deve dar fede di tenersi in avvenire nella assoluta e più stretta neutralità verso la Turchia; il quale atto, che dir non saprebbesi se più ingiusto o insensato, obbligava i Ministri di Ottone a rinunziare ai loro offici (1).

Lasciato al Pireo un buon presidio d’armi francesi, il 28 di quel mese di maggio, Forey col rimanente della sua divisione entrato in mare continuava la via verso Gallipoli (2). Ridotta cosi alle sole sue forze la sollevazione epirota non potè reggersi a lungo; il numero assai preponderante dei nimici, non il valore di essi, faceva ai generosi ribelli posare le gloriose loro armi.

La quistione de' Luoghi Santi, primo pretesto delle nimistà di Russia contra Turchia, aveva a poco a poco dato luogo ad altra, invero assai grave; però che allora si trattasse dell’imperio musulmano sul Bosforo, dalla cui esistenza o caduta dipendeva la conservazione o il rompersi del contrappeso politico d’Europa, fermato nel 1815 dal Congresso viennese. La guerra, accesasi sul Danubio, doveva allargare sua sede per lo intervenire armato di Francia e di Bretagna; i quali Stati, chiamati dal cannone di Sinope, che aveva chiariti gli intendimenti dello Czar, nel collegarsi por difendere la Turchia, affermarne la potenza e risolvere in modo assoluto le faccende d’Oriente, eransi data fede reciproca di fare l’impresa senza mira alcuna d’ingrandimento territoriale (2).

Innanzi d’uscire alla campagna i due grandi Stati d’Occidente tentavano trarre, come già accennammo, nella loro lega l’Austria e la Prussia; le quali venivano nel medesimo tempo sollecitate da Niccolò d’unirsi a lui. Berlino mostrossi da prima inchinare ai desideri dello Czar; ma quando seppe avere il Governo di Vienna risoluto di tenersi neutrale in quella contesa, si accostò all’Austria; e ordinati gli eserciti lungo le frontiere de' loro Stati per impedire ai guerreggianti di violarne le terre, i regnanti di Berlino e di Vienna gridarono la neutralità in armi. — Le provincie orientali dell’Austria e i confini prussiani della Polonia e del Reno mutaronsi allora in formidabili campi di guerra. Contra si potenti apprestamenti di forze armate, che parevano, più che a difesa, mirare a offesa, quali guarentigie avevano domandato i Governi di Parigi e di Londra? nessuna; a quali condizioni avevano essi accettata la neutralità in armi d’Austria e di Prussia, cui subito accostaronsi gli Stati minori della Germania? a nessuna. Se a Francia, se a Bretagna fosse sortita contraria la fortuna della guerra, gli eserciti austro-prussiani insieme collegati avrebbero indubitabilmente imposta lor volontà a tutta Europa e levata la Germania ad alto grado di potenza e di autorità. In omaggio alla verità dobbiamo dire, che la diplomazia tedesca e l’austriaca mostraronsi allora in accortezza e sagacità superiori di molto alla francese e alla britanna.

— Svezia e Danimarca, le cui squadre dalle loro forti posture del Cattegat e del Sund avrebbero facilmente potuto chiudere i passi del Baltico alle armate di Russia e degli Stati della Lega, bandirono pur esse la più assoluta neutralità, non ostante il vivissimo sollecitare dei guerreggianti per averle ausiliarie nella lotta; i quali Stati assai volontieri sarebbero entrati nella Lega occidentale, se Francia e Inghilterra avessero assicurato alla Danimarca i suoi possedimenti germanici e, al posare delle armi in Oriente, avessero aiutata la Svezia a rivendicarsi le antiche provincie di Finlandia, delle quali in tempi non lontani era stata spogliata dalla Russia. Ma i Governi di Parigi e di Londra intendevano solamente a salvare l’imperio maomettano minacciato nella sua integrità dalla Russia invadente, non già a mutare confini territoriali di qualsiasi Stato, o a far restituire terre ingiustamente tolte ai legittimi loro Signori; né ciò per rispetto ai trattati del 1815 tante volte violati, sibbene per non rendere più grave la già difficile situazione politica dell’Europa. Francia e Bretagna assunsero quindi da sole l’ardua impresa di tutelare gli interessi di tutti gli Stati d’Europa; i quali, dicendosi svisceratissimi per la pace, avevano niegato alla Lega lo aiuto di quegli eserciti che stavano poderosi lungo le loro frontiere.

Gortschakoff — il cui esercito avea, durante il verno, ricevuto forti sussidi — col grosso di esso avvicinatosi nel marzo al basso Danubio, il 22 di quel mese tentava valicarlo a Ibraila e ad Ismail; respinto, con maggiori forze rinnovava il di appresso la prova. Protetti dalle batterie costrutte nelle isole del fiume — il quale poco innanzi di metter foce in sul mare dividesi in sette bracci — e appoggiati altresì da alcune barche cannoniere, i Russi giugnevano a superare quei passi, non ostante il fiero contrastare dei Turchi. Padrone della destra del Danubio nella Dobrutscha, Gortschakoff deliberava di recarsi in mano Silistria, per fare poscia di questa fortezza la base di sue militari operazioni. Mentre il generale Krouloff tutto all’intorno di Silistria innalzava valli e batterie, e la fulminava con trarre incessante di numerosi cannoni. Gortschakoff con settantamila uomini portavasi sul vaste piano di Rassova, stendendo la destra de' suoi campi versa la fortezza assediata e la sinistra sin presso Bazardschik, terra situata ai piedi dei Balcani, su la via di Choumla e d’Andrinopoli. Di fronte al generale russo e con armi quasi eguali alle russe trovavasi Omer Pachi; che bramosissimo d’assaggiarsi coi nimici in campo aperto, subito con essi si azzuffava.

Da prima egli ebbe avversa la fortuna; ma rifattosi con le genti della riscossa e tornato alla pugna recuperò il terreno poco innanzi perduto e costrinse i Russi a indietreggiare. Dalla giornata di Bazardschik del 19 aprile — che fu assai sanguinosa — nessuno dei combattenti usci vittorioso; cessata la pugna tutti riprendevano le posture dianzi occupate. Il maresciallo Paskiewitch — di quei giorni assunto al governo supremo della guerra, al quale sommamente premeva di valicare i Balcani avanti il giugnere delle genti della Lega — deliberava allora di stringere da vicino Silistria, il cui possesso doveva rendergli meno difficile il passo di quei monti. A tale scopo ragunava intorno ad essa armi poderose e ravvicinava i corpi d’esercito, che i pochi saggi suoi luogotenenti aveano sparso in larga contrada e in luoghi poco opportuni alla impresa; il quale grave errore impedì ai Russi di raccogliere sui campi di Bazardschik forze maggiori, che non fu ad essi possibile il giorno della pugna. Ma i disegni di Paskiewitch dovevano essere rotti dalla strenuissima resistenza del presidio di Silistria; il quale, alle offese gagliarde degli assediatori, oppose sempre vigorose difese; onde gli toccò la vittoria.

— Mentre l’armata franco-britanna del Mar Nero, dopo avere bombardata Odessa — e fu il 22 aprile — per punirla di un insulto fatto alla bandiera parlamentaria d’una nave inglese (1) correva le coste di quel mare, senza però incontrare mai la nimica, la quale tenevasi sotto la protezione delle batterie di Sebastopoli, o nello stretto di Kaffa, gli eserciti della Lega pigliavano terra a Gallipoli, città posta alla estremità settentrionale dei Dardanelli. il 21 maggio Saint-Arnaud e Raglan, Hamelin e Dundas, Riza Pachà, Ministro sopra le armi musulmane, e Omer Pachà riunivansi a consulta di guerra in Varna per discutere su quanto conveniva operare per liberar Silistria dall’assedio e difendere i passi dei Balcani (2). Pochi giorni dopo l’esercito anglo-francese, in virtù delle deliberazioni prese in quella consulta, portava i suoi campi di Gallipoli a Varna. Al loro avvicinarsi i Russi toglievansi giù dall’impresa di Silistria; ma prima di levare l’assedio da quella fortezza, per tre giorni e tre notti fulminaronla con tutta la potenza delle artiglierie piantate dinnanzi ad essa.

Fu questa proprio una brutta vendetta sopra una città, che aveva saputo valorosamente resistere quasi due mesi a un assaltare senza tregua del nimico; non fu una guerra, ma un’opera di vandalica distruzione, che cominciata a Silistria prosieguirono i Russi nella loro ritratta; fuoco, saccheggio e sangue segnarono le vie ch'essi percorsero! Seguironli da presso i Turchi, che li combatterono e li sbaragliarono tre volte, a Giurgevo, a Kama, a Tchernawoda; le quali vittorie ricondussero a Bukarest Omer Pachà, proprio in quella che l’Austria occupava con sue armi la Valacchia e la Moldavia. Nuovamente sollecitato da Francia e da Bretagna, il Governo di Vienna accostavasi alla Lega; di poi fermava un trattato con la Sublime Porta (1), in virtù del quale l’Austria mandava gli eserciti suoi nei Principati a surrogare quei di Turchia e dei confederati (2).

Con la quale sottile politica, ma ingannevole politica, i Ministri di Francesco Giuseppe, mentre col loro intervenire armato nella contesa — senza però voler prendere parte alla guerra — facevansi credere amici a Francia e a Bretagna e alla causa altresì che quegli Stati avevano impreso a proteggere, servivano assai efficacemente agli interessi dello Czar; avvegnaché gli Austriaci, ponendosi a campo sul,basso Danubio e sul Pruth, più che a guardia, si mettessero a difesa delle frontiere di Russia. Il ritrarsi del nimico dai Principali e l’occupazione di questi fatta dagli eserciti dell’Austria doveano di necessità mutare i disegni di guerra discussi e risoluti nella consulta di guerra tenuta a Varna, e dalla postura dell’armi del Sire Absburghese nella Moldavia e Valacchia mutarsi affatto la condizione delle faccende militari in Turchia. Un’altra impresa mettevasi allora innanzi da Napoleone, la quale, giusta l’avviso suo, avrebbe indubitabilmente affrettato il finire della lotta: era il conquisto di Sebastopoli e della Crimea; era la distruzione dell’armata russa nel Mar Nero. Il Signore di Francia, prima di deliberare quella impresa — per la quale la guerra di difesa sarebbesi mutata in guerra d’offesa — aveva egli considerato tutti gli ostacoli che potevansi incontrare in quella spedizione di oltremare? aveva egli preso a disamina tutte le combinazioni strategiche di quell’invasione di contrada nimica? è quanto apparirà dalla narrazione che noi faremo della gigantesca lotta che fu combattuta sui campi della penisola Taurica, ed è quanto noi verremo esponendo tra breve.

Fu concepimento audace il suo, ma non commendevole; però che l’esercito confederato avrebbe potuto, per fortune di mare, trovarsi separato dalla sua prima base della guerra, la penisola di Gallipoli. Certamente l’imperatore si sarà ricordato, allora che studiava l’impresa, il modo di guerreggiare dei Russi, i quali usano devastare il paese che il nimico ha da correre e da campeggiare. Provvide egli ai casi, non difficili ad avverarsi, in cui tempeste e turbini avessero a far perdere o impedire per lungo tempo l’approdo a Crimea delle navi portanti vettovaglie all’esercito? no. — La spedizione della Tauride, che aveva per iscopo la distruzione della armata russa nell’Eusino, incontrò il favore degli Inglesi e dei Turchi; dei primi, per ragione de' loro traffici; dei secondi, per la sicurezza di Costantinopoli; e piacque eziandio al Governo Austriaco, per quella (spedizione allontanandosi da' suoi confini d’Ungaria e di Polonia la bandiera francese; e il motivo è facile a indovinarsi.

— Ricevuto il comando d’apprestare l’impresa, Saint-Arnaud in sul cominciare d’agosto riuniva a consulta di guerra in Varna i primari ufficiali delle armate e degli eserciti della Lega, allo intento di discutere intorno ai modi di governarla. «È necessario, così parlava il maresciallo in nome dell’imperatore, conoscere con esattezza le forze armate di Russia nella Crimea; se poco numerose, prenderemo terra a Kaffa, adatta a servire di base alle nostre militari operazioni nella penisola, e la cui vasta e comoda rada offre un asilo securo alle squadre confederate. Padroni di Kaffa, ci recheremo poscia in mano Simferopoli, centro strategico della Tauride; indi ci avanzeremo verso l’oggetto dell’impresa, Sebastopoli. Assai probabilmente innanzi di giugnere a questa fortezza faremo la giornata col nimico; vinti, retrocederemo a Kaffa per rifarci; vincitori, stringeremo Sebastopoli, che necessariamente (sic) ci si arrenderà dopo breve assedio.» L’impresa ideata e proposta da Napoleone ebbe in quella consulta vivissima opposizione; Raglan e Hamelin reputavanla arrischiata di troppo, non conoscendosi le strade, il corso e la natura dei fiumi e gli ostacoli che presenterebbe la contrada, su la quale avevasi a guerreggiare.

Gli eserciti prenderanno terra, diceva l’ammiraglio francese, protetti dall’armata; ma questa dovrà di li a poco abbandonarli a loro stessi per cercarsi in qualche rada secura un rifugio contra i non lontani venti equinoziali, che sollevano nel Mar Nero tempeste furiosissime.» — Il più ardente oppositore alla spedizione fu il principe Napoleone, il quale dopo aver fatto conoscere i gravi pericoli che l’accompagnavano — ond'era costretto a condannarla nel suo principio e nei modi di condurla e di reggerla — proponeva di portare la guerra sul Pruth e in Bessarabia. Non ostante le sennate osservazioni degli oppositori, l’impresa, mandata a partito, vinceva la prova; l’avevano respinta il Buonaparte e il Duca di Cambridge, Hamelin e Dundas.

In questo mezzo il generale Baraguey d’Hilliers erasi unito con la sua divisione — diecimila uomini all’incirca — all’armata anglo-francese del Baltico, la quale, come sopra scrivemmo, abbisognava di soldatesche per tentare la formidabile Kronstad. Prima d’innoltrarsi nel golfo di Finlandia, gli ammiragli Napier e Parseval-Deschénes de liberavano d’impadronirsi di Bomarsund, fortezza delle isole Aland, per fare di essa un appoggio alle loro guerresche operazioni in quel golfo (1). Otto giorni bastarono a tale impresa. Il giorno 8 di agosto le genti di Baraguev-d’Hilliers scendevano nell’isola; il 12 aprivano le trincere contra Bomarsund; la quale fulminata da terra e da mare quattro giorni dopo rendevasi a discrezione; il presidio suo andava prigioniero a Bretagna e a Francia (2).

L’appressarsi del verno e soprammodo l'infuriare dei venti d’equinozio che rendevano pericolosa la navigazione del Baltico, soprattutto de' suoi golfi, forzavano le squadre confederate a rinunziare a qualunque operazione di guerra; onde, distrutte le fortificazioni di Bomarsund e quante difese trovavansi nell’isole d’Aland, facevano ritorno ai loro porti. — Nell’Asia Minore la guerra combattevasi con varia fortuna. I Turchi, dopo avere perduto Bajazid, pativano aspra battitura a Karsh; ma rifattisi, di li a poco sbaragliavano presso Alessandropoli i Russi; i quali, saputo dello scendere di Sciamyl dal Caucaso, precipitosamente ritraevansi da Bajazid. — Gli eserciti della Lega, dal loro prendere terra a Gallipoli sino al giorno in cui risalivano le navi per recarsi a Crimea, s’erano assottigliati di molto; non il fuoco, non il ferro dei nimici, coi quali non eransi ancora assaggiati, ne avevano stremate le file, sibbene il cholèra, le tante privazioni sofferte nei campi di Varna e l’infelice spedizione del generale Espinasse nella Dobrutscha, ordinata da Saint-Arnaud per accontentare i suoi soldati, oltre ogni dire impazienti di cimentarsi coi Russi (1).

La notizia dell’impresa di Crimea venne dall’universale dei soldati accolta con gioia indicibile: era tempo! però che i lunghi ozi castrensi e più ancora il patire senza gloria avessero rallentata la militare disciplina: era dunque tempo di operare. Allora gli animi abbattuti si rialzarono; tornò la lena, tornò la forza del fare; e i campi, che un fiero morbo pareva avesse mutati in cimiteri, ripresero l’usata gaiezza e risuonarono di canti guerrieri; a tutti sorrise la speranza della vittoria (2). — Ai primi giorni del settembre l’esercito anglo-francese e una divisione ottomana, che insieme contavano sessantadue mila uomini (3), da Varna e da Baltschik entravano in mare; e la sera del 13 giugnevano dinnanzi ad Eupatoria (1), su la cui spiaggia incontrastata e non lungi dal capo Baba scendevano il mattino del di seguente (2).

Menschikoff, il quale comandava le forze russe nella penisola, con quanta gente poteva tener la campagna — trentacinque mila uomini all’incirca — erasi posto alle difese sopra le alture della sinistra dell’Alma, non lungi dal suo mettere foce in sul mare. Il 20 faceva la giornata coi nimici. Gagliardamente assalito e sopravanzato alla sinistra delle sue battaglie — i cui fianchi erano minacciati altresì dai cannoni dell’armata anglo-francese ancorata presso la spiaggia — per non esporsi al pericolo di perdere la via di comunicazione con Sebastopoli, abbandonava le forti posture dell’Alma, coperte di quasi sei mila de' suoi morti o feriti; non incalzato dai vincitori, i quali avevano parimenti sofferto gravi danni — di tre mila uomini (3) — portavasi dietro la Tschernaia ponendo i suoi campi non lungi di Sebastopoli; di poi, rivalicato questo fiume a Traktir, andava sopra Mackensie per assicurare la grande via di Bakchi-Sarai ai soccorsi, che per l’istmo di Perekop dalle provincie calavano a grandi giornate nella penisola.

Due giorni appresso la vittoria dell’Alma Saint Arnaud recavasi sul Belbek, la cui riva sinistra era stata dai Russi già munita di valide difese; indi scendeva a Balaklava per tentare da questa parte Sebastopoli, di cui lusingavasi impadronirsi con assalto improvviso. La quale impresa non potè compiere; però che, vinto da crudel morbo, che da lunga pezza il tormentava e sempre da lui sopportato con forza d’animo straordinaria, fatta rinunzia al comando supremo dell’esercito, il 27 di quel mese di settembre abbandonasse la Crimea per tornare a Costantinopoli; e due giorni dopo morisse a bordo del Berthollet,che trasportava poscia in Francia le mortali sue spoglie. Canrobert — cui lo stesso Saint-Arnaud aveva commesso il governo dell’armi francesi (4) — credendo impossibile e vano ogni tentativo per terra e per mare contra Sebastopoli, avvegnaché Menschikoff campeggi sul Belbek non lungi da essa con l’esercito, il quale ogni di più s’afforza di nuovi aiuti che gli vengono da Odessa e abbia mandato a fondo sette navi all’entrata della rada per chiuderla alle squadre nimiche, Canrobert, io dico, muta il disegno di guerra di Saint-Arnaud; e, assicurati i suoi campi, al cominciare dell’ottobre, pianta l’assedio intorno a quella città dal genio di Totleben presto mutata in fortezza formidabilissima, e il 17 di quel mese prende a trarre contra essa con artiglierie numerose, continuando senza posa il fuoco sino al 24 (1).

Se portare la guerra in Crimea — che avrebbe dovuto combattersi sul Pruth— era stato un grave errore militare, il modo di governarla del generate Canrobert faceva quell’errore gravissimo; capitano valoroso, Canrobert fu allora più che mediocre comandante supremo. All’albeggiare del di seguente ventidue mila Russi usciti d’improvviso dalla valle di Kadikoi, duce il generale Liprandi, assaltavano gagliardamente la destra del campo inglese a Balaklava e recavansi in mano i quattro ridotti che li difendevano; respinti di li a breve ora conducevan seco, in loro ritratta, i cannoni che li munivano. Un comando di Raglan, tanto assoluto, quanto insensato, imponeva alla sua cavalleria leggera, comandata dal generale Lucan, d’investire tutto ciò che stavagli davanti: erano numerose batterie d’artiglierie! la quale valorosa e intrepida gente con impeto si rapido e violento cadeva su quelle da costringerle a indietreggiare precipitosamente; ma Eliminata poscia da ogni parte, la cavalleria inglese veniva quasi distrutta; a pochi cavalieri fu dato di salvarsi da quella strage; alla quale Raglan e Canrobert assistevano, impotenti a impedirla. La cavalleria francese, che trovavasi a sinistra dell’ordinanza inglese, ben s’avanzò per appoggiarne la ritratta; ma di poco aiuto fu ad essa, che in nessun modo potè riordinarsi. Dal combattimento di Balaklava nessuno de' guerreggianti usci vittorioso o vinto; Raglan, sebbene assai malconcio, mantennesi nei suoi campi; e Liprandi, ito a vuoto il tentativo di cacciarneli per liberare da quella parte la fortezza assediata, ripassò la Tschernaia; e da quel di più nulla dai Russi s’imprese contra Balaklava.

— Menschikoff, che attento vigilava le mosse dei ni mici, avvertito della deliberazione presa da essi d’assaltare Sebastopoli con tutto lo sforzo di guerra subito dopo averla ben bene battuta con le grosse artiglierie delle loro navi, con le quali artiglierie erano state munite le opere d'offesa costruite attorno attorno alla città, dal burrone della (Quarantenasino al monte Sapoun,e visti eziandio gli Inglesi far mala guardia nei loro campi, il 5 novembre calato dalle alture, che da Inkermann costeggiano la Tschernaia sino e Tchorgoun, muoveva ad assalirli con armi poderose (2). Quella giornata, ch’ebbe il nome d’Inkermann, è delle più gloriose che abbiano combattuto mai i soldati d’Inghilterra; essi la sostennero per lunghe ore contra forze tre volte tanto più numerose delle loro, e mostraronsi fortissimi d’animo e di coraggio veramente singolare.

Quando tutta l’oste nimica si serrò sovr’essi, vennero con gli assalitori a pugna manesca, la quale fu piena di rabbia e di ferocia; rotte le baionette si difesero coi calci degli schioppi e persino coi sassi; e sarebbero lor toccate perdite rovinosissime — avvegnaché quei forti di cuore e di mano avessero deliberato di morire piuttosto che cedere il terreno, non pensando essi a ritrarsi, ma solo a combattere — se i Francesi non fossero fiorai ad appoggiarli (1); e con l’impeto usato spingendosi «entra i Russi, non li avessero costretti a indietreggiare: 'rivalicata la Tschernaia a lnkermann, Menschikoff si ridusse presso Sebastopoli. D’ambe le parti, assai gravi i -danni; l’esercito confederato contò più di sei mila de' suoi morti o feriti; l’inimico, otto mila all’incirca. Due giorni dopo la giornata d’Inkermann i generali della Lega riunivansi a consulta per discutere intorno quanto meglio Convenisse operare; e riconosciuta da tutti l’impossibilità d'avere la fortezza per assalto violento e improvviso fino a che Menschikoff tenesse la campagna, risolvevano di differirlo sino al giugnere degli aiuti promessi dai loro Governi e all'arrivare di stagione propizia— che il verno già facevali soffrire co’ suoi rigori — e intanto dare opera ad accrescere le difese dei campi e a proseguire i lavori dell’assedio.

Mentre cosi guerreggiavasi nella penisola Taurica, l’armi ‘musulmane posavano sul Danubio. A togliere sue genti dagli ozi vergognosi del campo e per aiutare efficacemente l'impresa di Crimea, Omer Pachà ideava d’invadere la Bessarabia; savio disegno, col quale ei mirava raggiungere il doppio intento di allargare la sede della guerra e di richiamare Sub Pruth buon numero almeno delle molte soldatesche; che lo Czar, tenendosi da quella parte securo d’ogni nimica offesa per l’occupazione austriaca di Moldavia

Valacchia, aveva tolto all’esercito già combattente sul Danubio per afforzare il presidio di Sebastopoli. Ma l’Austria affermando che, se i Principati fossero divenuti base delle militari operazioni dei Turchi contra la Bessarabia, la Russia avrebbela certamente assaltata, si oppose a quella invasione; avvertiva però Omer Pachà, che se essa era risoluta a contrastargli con la forza il Sereth, non sarebbe per impedirgli mai di valicare il basso Danubio; col restringere in limiti assai angusti il campo di sue belliche operazioni, il Governo di Vienna intese a rendere impossibile il disegno del generale musulmano (1).

Fu allora che il Soldano, dai confederati richiesto d’aiuti, comandava a Omer Pachà di recarsi nella Tauride con quanto più poteva di sue genti; ond’egli sollecito nel gennaio del nuovo anno, il 1855, entrava in mare; e senza patire molestie dal nimico in sul cadere di quel mese prendeva terra a Eupatoria con quasi trenta mila de' suoi, gli eletti dell’esercito, che sul Danubio aveva fatto prove mirabili di valore e di fermezza. Da prima i Russi accontentavansi di spiare le mosse del campo turchesco e cercavano di chiudergli la via a quei della Lega; ma di poi, avuto comandamento dallo Czar di combatterlo, nella notte del 16 al 17 febbraio accostavansi a Eupatoria; e col favore delle tenebre aperta una parallela e piantatevi alcune batterie, il mattino del vegnente procedevano arditamente all’assalto. Un ostacolo — il fosso ch’era pieno d’acqua — lo mandò a vuoto; arrestati dal non previsto impedimento, gli assalitori mostraronsi alquanto incerti e irresoluti sul da fare; tale esitazione li perdette! i Turchi, già usciti in forte schiera alla campagna, veggendoli turbati e tentennanti, fatto impeto in loro, ributtaronli lontan lontano dalle mura con grande uccisione; e i Russi, fallito quel tentativo di sorpresa, partironsi di là.


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— Un avvenimento, tanto grande quanto inaspettato, apriva allora i cuori a speranze di pace; la morte di Niccolò I, avvenuta il mattino del 2 marzo — per la cui ambizione erasi accesa in Oriente asprissima guerra — e l’esaltamento al trono d’Alessandro IL che dicevasi nutrire sensi di moderazione, avrebbero potuto ricondurre a concordia l’Europa, se la diplomazia fosse stata più accorta, più leale e, diciamolo francamente, anche più onesta. Ma la guerra doveva farsi sempre più sanguinosa per l’accrescersi delle forze dei combattenti; però che di Russia scendessero di continuo a Crimea grosse schiere d'armati, e Francia e Bretagna ai propri sussidi aggiugnessero quei di Sardegna; la quale, entrata in quel mezzo nella Lega, mandava di li a poco nella Tauride più di quindici mila de' suoi soldati, duce Alfonso Lamarmora. Ben trattavano allora di pace — nelle conferenze di Vienna, da tempo aperte — i plenipotenziari d’Austria, d'Inghilterra e di Francia, che pieni di fervore per essa sforzavansi di fare accettare allo inviato di Russia le tanto famose guarentigie, messe innanzi sino dal dicembre dell’anno innanzi. Se non che lo Czar, il quale tenevasi certo, non essere le conferenze per approdare a buon porto, affrettava l'ordinamento, già decretato dal padre suo, della milizia generale dell'imperio, con cui Niccolò, in sua giusta fierezza, aveva inteso rispondere alle pretensioni — per loro esorbitanza offensive — dei grandi Stati d’Occidente (1).

— Il 20 marzo arrivava a Sebastopoli il maresciallo Gortschakoff, cui Menschikoff rimetteva il comando supremo dell’esercito russo, da lui lasciato a cagione di sua malferma salute. Due mesi dopo anche l’esercito francese mutava il suo capo, il generale Canrobert; il quale, veggendo i suoi disegni di guerra male accolti da Raglan e da Omer Pachi, giustamente avvisando come in tanta e si imperiosa necessità di cose soprammodo importasse la concordia tra i comandanti dell’armi confederate, offriva da prima l’autorità suprema al generale inglese; e non avendola questi accettata, il 19 maggio la cedeva, col consentimento pieno e intero di Napoleone, a Pelissier, che stava al governo del primo corpo d’esercito (2); cosi l’alta capitananza della guerra, dalle mani d’un generale prudente troppo, veniva a quelle di un generale sempre impetuosamente audace (3).

— Dalla giornata d’Inkermann sino a mezzo il maggio del 1855 fu continuo il trarre delle artiglierie dei forti di Sebastopoli contra i campi dei nimici per impedirne lo avanzarsi; fu incessante il badaluccare; e furono senza tregua le uscite notturne dei Russi per guastare i lavori dell’assedio e scavalcare i cannoni delle batterie. Nelle quali fazioni non di rado accadde di trovarsi assalitori e assaliti si fattamente stretti insieme da non poter fare uso dell’armi; ond’essi s’accapigliavano e manescamente combattevano; e certo non saprebbesi dire se allora fosse maggiore la ferocia di chi assaliva, o la rabbia di chi si difendeva (4). E qui sospendiamo la narrazione sommaria della guerra di Crimea, per riprenderla e narrarla con maggiore larghezza, allora che dovremo dire della Sardegna, dell’entrare di essa nella lega dei grandi Stati d’Occidente e della parte che ebbero in quella i soldati di Vittorio Emanuele.

In sul cominciare del 1855 era corsa voce per tutta Europa, che l’imperatore Napoleone, poco soddisfatto dello avviamento dato alla guerra dai generali della Lega e del poco vigore col quale la conducevano, fosse per recarsi in Crimea allo aprirsi della stagione primaverile, per assumervi il comando supremo del valoroso suo esercito, che egli, testimonio degli eroici suoi sforzi, sarebbe stato superbo di capitanare. Ma quando gli vennero saputi i mali umori destatisi in Corte di Londra e le gelosie nate negli uomini militari inglesi per quella deliberazione sua — che in vero avrebbe fatto prendere alla Bretagna una parte secondaria nella guerra — rinunziò, sebbene a malincuore, al disegno suo già bandito al paese. E di tale rinunzia giustificossi poi innanzi ai rappresentanti della nazione con lo addurre le gravi questioni che agitavansi allo esterno, irresolute sempre, e la natura delle circostanze, le quali allo interno domandavano nuovi e importanti provvedimenti (1).

Fu allora che il Buonaparte fece deliberazione di visitare la regina Vittoria, allo scopo di stringerei vie più i legami strettisi tra Francia e Bretagna per le» faccende d’Oriente, ed eziandio per togliere l’ultime diffidenze e, diremo anche, l’ultime vestigie delle gelosie che un tempo erano esistite tra i Governi di que’ due Stati. Il 15 aprile Napoleone, poche ore innanzi di lasciare Parigi, ai rappresentanti della nazione, venuti in sua Corte a porgergli le leggi allora approvate, parlava in. questi termini: «Io sarò l’interprete de' vostri sentimenti verso i Ministri di Sua Maestà Britannica, e li assicurerò, tener voi in grandissimo pregio l’amicizia inglese. Noi tutti vogliamo la pace, ma soltanto a condizioni onorevoli; se dovremo continuare la guerra, io m’appoggerò a voi.» La sera di quel giorno l’imperatore e l’imperatrice giugnevano a Calais; il mattino del vegnente entravano in mare, e in sul mezzodì prendevano terra a Douvres, accolti dal principe Alberto, lo sposo della Regina; alle sei del pomeriggio entravano in Londra; breve ora di poi scendevano al palazzo di Windsor, sempre con entusiasmo salutati dal popolo accorso numeroso sul loro passaggio.

Splendidissime feste vennero date in onore degli ospiti augusti; la città di Londra offri un banchetto a Napoleone; il quale, al lord Sindaco (1), che avevagli indirizzate parole cortesissime, parlò cosi: «Io conservai sul trono per la nazione inglese i sentimenti di stima e simpatia da me professati nell’esilio, allora che qui godeva della ospitalità della Regina e porterò in Francia l’impressione profonda, che lascia nelle anime fatte per comprenderlo lo spettacolo ammirando che offre l’Inghilterra, ove la virtù sul trono regge le sorti del paese sotto l’imperio d’una libertà senza pericolo per la sua grandezza. Il mattino del 21 aprile l’Imperatore e l’imperatrice lasciavano Londra, accompagnati in lor viaggio sino a Douvres dal principe Alberto; quando uscivan dal porto, Tarmata inglese, tutta parata a festa, salutavali con tutti i suoi cannoni; la sera del 23 erano di ritorno a Parigi.

Se la buona riescita dell’impresa di Crimea stava a capo dei pensieri del Buonaparte, stavagli pur sommamente a cuore la grande Mostra di Parigi dell’arti e delle industrie, che, studiata e risoluta nel 1853, quando l’Europa godeva benefiche aure di pace, inauguravasi da lui il 15 maggio; nella quale solenne occasione egli ebbe a parlare cosi: Con vero piacere io apro questo tempio della pace, che invita tutti i popoli alla concordia.» Con tali parole, piene di conforto e di speranze, l’imperatore intese non soltanto a tranquillare gli animi de' sudditi suoi e dei moltissimi accorsi da ogni parte del mondo alla metropoli di Francia ad ammirarvi le produzioni dell’umano ingegno, ma altresì a far credere essere le conferenze di Vienna non lontane dal raggiugnere lo scopo desiderato. Ma quelle conferenze, come vedremo più innanzi, non dovevano risolvere la quistione d’Oriente, né metter fine alla guerra disastrosissima che si combatteva nell’estrema Europa; anzi il rompersi di esse ebbe a creare nuove difficoltà al conseguimento della pace, e il contegno tenuto allora dal Sire Absburghese rallentò d’assai i legami d’amicizia, che il patto del 2 dicembre avea stretti tra l’Austria, la Francia e la Bretagna (2).

Riusciti inefficaci gli sforzi della diplomazia a condurre i guerreggianti alla concordia, la quistione turco-russa non poteva più venire risoluta se non dalle armi; e siccome per continuare la guerra Francia abbisognava ancora d’uomini e di danaro, cosi l’imperatore chiedevali ai due Parlamenti da lui convocati il 2 luglio. Le conferenze di Vienna, diceva loro — state impotenti di menare a pace — hanno messo in piena luce gli intendimenti ambiziosi della Corte di Pietroburgo; per condurre la guerra a onore noi dobbiamo opporre alle nuove e gagliarde resistenze, che dalla Russia or si preparano, ancora più gagliarde offese; ma per ciò fare occorrono altri sacrifizi, ch’io domando al vostro amore di patria (3).

I due Parlamenti rispondevangli accordando nuove leve e un prestito di settecentocinquanta milioni di lire. — Allora che tutta la Francia era piena di gioia per la vittoria della Tschernaia, la Regina d’Inghilterra recavasi a Parigi per visitare gli augusti suoi ospiti di Windsor e dar prova di fiducia e stima alla nazione francese. Imbarcatasi a Osborne il 17 agosto col principe Alberto, suo sposo, col principe e la principessa di Galles, il mattino del 18 scendeva a Boulogne, ove l’imperatore era corso a riceverla; la sera stessa giugneva a Parigi e poco dopo a Saint Cloud. Il 27 faceva ritorno alla sua Inghilterra, dall’imperatore e dal principe Napoleone accompagnata sino al mare. Se le feste civili — le quali furono oltre ogni dire sontuose — ebbero fine in Parigi, le feste militari seguirono la regina Vittoria fino a Boulogne; e l’ultima ebbe luogo su quelle spiaggie, cinquantanni innanzi allo incirca campeggiate da esercito formidabile, raccoltovi dal gran capitano contra Bretagna.

Brevi giorni dopo la vittoria di Traktir, altra e d’assai più gloriosa guadagnavasi dai soldati di Francia, i quali, il dì 8 settembre espugnavano la fortissima torre di Malakoff, onde veniva a mano de' confederati la parte meridionale di Sebastopoli; e di lì a non molto anche la fortezza di Kinburn, che giace non lungi dalla foce del Dnieper nel Mar Nero. Mentre sì fattamente prosperavano in Crimea le armi della Lega, l’imperatore Napoleone il 16 novembre chiudeva con grande solennità nella sua Parigi quella Mostra, che aveva rivelato al mondo le maraviglie del lavoro umano nelle arti e nelle industrie. Nel discorso allora da lui pronunziato parlò del bisogno d'una pace pronta e durevole; «per essere pronta, deve risolvere chiaramente e francamente la quistione, che diede origine alla guerra d’Oriente; e per essere durevole bisogna che l’Europa faccia conoscere il proprio modo di pensare su quella quistione; senza ciò la lotta, che or si combatte tra i grandi Stati, minaccia di prolungarsi. Nei tempi civili, in cui viviamo, la vittoria guadagnata con le armi, sebbene splendidissima, è sempre passaggera; è l’opinione pubblica che vince la vittoria finale…

La Mostra dell’arti e delle industrie, che sta per chiudersi, ha dato uno spettacolo veramente grande; avvegnaché, mentre combattevasi e tuttavia si combatte una guerra sanguinosissima, d’ogni parte del mondo sieno qui accorsi gli uomini più chiari nelle scienze, nelle arti e nelle industrie; onde io penso essere universale il convincimento, che la guerra attuale minacci solo chi la provocò, e l’Europa, ben lungi dal vedere in essa un pericolo alla sua indipendenza e securtà, vi trovi un pegno di quella e di questa.» Le quali savie parole — salutate con entusiasmo dalla moltitudine dei cittadini venuti alla festa — rivelarono tutta la mente di lui, che avevale pronunciate. Alla solenne ceremonia della chiusura della Mostra artistica e industriale tennero dietro le feste date in onore del re Vittorio Emanuele di Sardegna, venuto a visitare nella sua metropoli l’illustre suo alleato, allo intento di stringere vie più l’amicizia che a lui già il legavano, la quale, in un vicino avvenire, doveva tornare tanto vantaggiosa all’Italia nostra. In sul cadere dell’anno (1) tornavano di Crimea a Parigi la Guardia imperiale e alcuni reggimenti di fanti d’ordinanza, quelli che nella guerra avevano sofferto i maggiori danni, di là chiamati dall’imperatore per rifarli delle perdite patite.

Mosso a incontrarli, Napoleone dava loro il buon ritorno cosi: Soldati, io vengo a voi, come un tempo il Senato romano muoveva alle porte dell’alma città a incontrarvi le vittoriose sue legioni; io vengo a dirvi, che voi avete bene meritato della patria.» — Le condizioni d’Europa eransi in quel mezzo cambiate di molto. Non ostante il nuovo e poderoso armarsi di Russia e degli Stati della Lega — ciò che induceva a credere volere essi continuare la guerra sino allo estremo — pure voci di pace correvano per ogni dove. Caduta la cittadella dell’imperio moscovita nel Mar Nero, sommersa o distrutta dal fuoco quell’armata, di cui a ragione la Russia andava superba, la diplomazia poteva rinnovare l’opera sua e riprendere le pratiche di accordo rotte a Vienna; e in fatto, quella rinnovò, e queste riprese, auspice l’Austria; la quale, attenta a cogliere la buona occasione per far finita la guerra — il cui romoreggiare, sebbene lontano di sue provincie, turbavale però sempre i sonni — aveva già tentato l’animo del Sire francese. Napoleone, che era pur desideroso di pace, avvertito non essere lo Czar alieno da essa, invitollo agli accordi; e avendo questi acconsentito di trattarli, sospese l’armi in Crimea, il Buonaparte chiamava a congresso in Parigi i rappresentanti degli Stati guerreggianti, cui univansi quelli d’Austria e di Prussia. Il negoziare di pace — che ebbe cominciamento il 25 febbraio 1856 — questa volta approdava a buon porto; il trattato del 20 marzo faceva posare la guerra in Oriente, assicurava all’Europa il politico suo contrappeso e alla Turchia la propria indipendenza.

Dal bandirsi della pace all’attentato di Felice Orsini alla vita di Napoleone passarono due anni, senza che nulla avvenisse di notevole in Francia. L’imperio pareva ornai assicurato ai Buonaparte; i sentimenti di moderazione mostrati dallo Imperatore nella contesa turco-russa e durante la guerra d’Oriente, e il leale suo trattare di pace avevangli guadagnata la stima dell’universale; e le parole da lui pronunciate nel 1854 innanzi a' due Parlamenti dello Stato: il tempo delle conquiste essere passato per sempre. avevangli valsa l’amicizia de' regnanti in Europa (1). A vie più affermare la dinastia de' Napoleonidi sul trono, l’Imperatrice nella notte del 15 al 16 marzo dava alla luce un figlio, che Troplong, Presidente del Senato, salutava figlio della Francia: il cui battesimo venne celebrato nel maggior tempio della città il 14 giugno; e in nome di Pio IX — che volle esserne il padrino — fu levato dal sacro fonte dal cardinale Patrizi, Vescovo d’Albano e Legato del Pontefice.

L’impresa fortunata di Crimea, la pace che la segui — in virtù della quale le mire ambiziose della Russia nel Bosforo venivano raffrenate, e contenute ne’ limiti fissati dagli antichi trattatile forze navali di essa — in fine, la nascita dell’erede all’imperio inducevano a credere, sarebbe per perpetuarsi in Francia il sistema nazionale del terzo Napoleone, che ritenevasi la guarentigia più secura degli interessi del paese (2); ma non doveva essere così. — Correva la notte del 14 gennaio 1858, quando seguiva in Parigi un aspro caso, una congiura che dir non saprei se più audace o più insensatamente temeraria! se ad essa fosse sortito l’esito voluto dai cospiratori, Francia sarebbesi riempita di tumulti, fors’anche di guerra civile; fu l’attentato d’Orsini, che destò in Europa sensi diversi, muovendo a un tempo ira, pietà e orrore; né certo andiamo errati affermando avere eccitato eziandio sensi d’ammirazione per l’ardimentoso capo della cospirazione, invero uomo non volgare, anzi degno di sorte migliore che non gli toccò.

Chi egli fosse, quale la vita, dirò brevemente. Felice Orsini ebbe nel dicembre 1819 i natali in Meldola, terra del forlivese. Il padre — che aveva militato sotto le bandiere del gran capitano — caduto il regno italico davasi a congiurare contra i tiranni della patria; tornate a male le sollevazioni e le trame ordite per levare in su l’arme la penisola, cercato a morte, salvatasi con la fuga; come il padre, cosi fu il figliuolo fermo sempre nell’odio allo straniero e nell’amore all’Italia. Nel 1835 cospirando in Romagna contra la signoria papale, che le baionette dell’Austria proteggevano e sostenevano, egli è preso e dannato a prigionia perpetua. Schiusogli l’ergastolo dall’amnistia di Pio IX, recasi a Firenze; venuto in sospetto al Governo granducale, da prima vien posto in carcere, di poi cacciato di Toscana. La guerra di Lombardia del 1848 trova in lui un soldato valoroso e istrutto nell’arte bellica, alla quale da giovane aveva rivolto gli studi suoi. Posate le armi regie sul Ticino, Felice Orsini portasi a Roma, ove quelle della repubblica si ordinano alla difesa e all’offesa.

Dopo avere quietate le cose nelle provincie d’Imola e d’Ascoli — dai nimici alla libertà con mala arte messe sossopra — egli entra nella Costituente.Restaurata la potestà pontificia, Orsini va a Nizza da prima, di poi a Sarzana per muoverla a romore; ma fallitagli l’impresa viene a mano del magistrato civile, che il caccia dal reame. In Londra, ove si è rifugiato, disegna con Mazzini di sollevare tutta Italia; primo obbietto sua la Lunigiana; qui deve principiar la ribellione: qui, la guerra per bande, la quale ha da allagare con la celerità massima la penisola intera e l’estrema Sicilia. Nel 1854 Felice Orsini, venuto con la solita audacia all’impresa, scende alle foci della Magra con pochi amici e alquanti compagni; ma non efficacemente assecondato da questi e dalle genti del paese, è costretto a togliersi giù da quella e a ripararsi a Francia, indi a Ginevra. Non iscoraggiato dal mal successo della Lunigiana, tenta di li a poco la Valtellina; ma gli Austriaci, che la presidiano e vi fanno buona guardia, avvertiti della trama, raddoppiando di vigilanza riescono a rompere i disegni dei congiuratori.


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L’anno vegnente Felice Orsini sotto nome mentito recasi a Vienna allo scopo di entrare nell’esercito austriaco, a militando nei reggimenti italiani, spargervi i semi di ribellione; ma non potendo raggiungere l’intento suo portavasi a Hermanstad; ove preso e riconosciuto è tradotto alle prigioni di Mantova, dalle quali gli vien dato di fuggire calandosi di nottetempo da una finestra coi lenzuoli del suo letto — proprio allora che sta per essere tratto al supplizio estremo — e riparasi nuovamente a Londra. Persuaso, non poter l’Italia tornare padrona di sé fino a che imperasse su Francia il Buonaparte — ch’egli crede nimico alla libertà e alla indipendenza della sua patria e sostenitore della potestà temporale dei Pontefici — fatta deliberazione di spegnerlo, recasi a Parigi. Con Andrea Pieri di Lucca, Carlo Rudio veneto, Antonio Gomez napolitano e Simone Francesco Bernard francese, soci nella cospirazione disegnata, in sul cadere del 14 gennaio 1858 portatosi innanzi il vestibolo del teatro, all’arrivarvi dell’imperatore lancia verso la carrozza sua tre bombe, le quali al battere contra la terra scoppiano con orrendo fracasso (1) e uccidono e feriscono molti cittadini e alcuni del seguito di Napoleone, il quale, rimasto illeso, entra in teatro con passo franco e volto tranquillo, ma certamente con animo agitato; però che il tristissimo caso non possa a meno d’averlo profondamente commosso e accorato. È ornai noto a tutti essere egli stato maestro sempre nell’arte di simulare e abilissimo a nascondere le ragioni supreme del suo operare.

I cospiratori caddero subito in mano del Magistrato civile, eccetto il Bernard. Non ostante la difesa eloquentissima di Giulio Favre, il quale, dopo aver lamentato come la fatale illusione di poter salvare la patria col togliere di vita l’imperatore avesse tratto quegli uomini, più infelici che colpevoli, al sanguinoso attentato, ebbe respinto l’accusa delle vittime di esso — avvegnaché non siavi delitto ove manca la volontà di delinquere — Orsini, Pieri e Rudio venivano condannati al supplizio estremo, Gomez a prigionia perpetua. Orsini parlò ai giudici parole dignitose e franche, le quali misero in chiara luce tutta l’elevatezza del carattere e la fortezza dell’animo suo. Disse delle cospirazioni alle quali aveva preso parte; e narrando i casi di Roma favellò cosi: Allora che le soldatesche di Francia, che la democrazia di Italia reputava amiche alla sua causa, scesero a Civitavecchia, noi porgemmo ad esse la mano; ma esse ci risposero col ferro e col fuoco. Credendo fossero state condotte a combatterci contra l’animo loro, noi rendemmo a libertà i prigionieri fatti nei primi assalti, e nel lasciarli li salutammo gridando: Viva la Francia! Viva l’Italia!

Che fecero allora i soldati di Francia? in qual modo risposero alla nostra generosità? sospese le armi per lunghi giorni allo scopo di rifarsi da una sconfitta sofferta, riederono alle offese, quando Oudinot ebbe l’esercito afforzato dai sussidi d’uomini e di macchine per l’assedio in copia grande mandatigli dal suo Governo; allora i difensori di Roma furono giuridicamente assassinati. Posata la guerra sul Tevere, cercai sollevare Sarzana; riescita vana la prova, disegnai e deliberai con Giuseppe Mazzini l’impresa di Lunigiana da prima, di poi quella di Valtellina, che parimenti tornarono a male. Fermo sempre nella persuasione mia di non lasciare nulla d’intentato per levare armi contra l’Austria, fui in Ungaria e a Vienna allo scopo di accordarmi con la democrazia magiara e tedesca intorno a quanto dovevasi operare per raggiungere il compimento dei desideri nostri, la libertà. Son note la mia cattura e la mia fuga dalle prigioni di Mantova; è noto altresì come io, in Londra, la rompessi con Mazzini, disapprovando i suoi modi d’operare e d’agitare i popoli.

Studiando le condizioni politiche dei Governi d’Europa, vidi in Napoleone, divenuto oltrapotente, il solo uomo che potesse aiutare l’Italia al racquisto di sua indipendenza e libertà; se non che convinto, o almeno persuaso dal suo passato, ch’egli non solamente sarebbe mai per fare impresa si generosa e grande, ma osteggerebbe certamente gli Italiani, quando si levassero in su l’arme a far novelle prove della fortuna — tante volte tentata già — risolvetti di toglier via l’imperatore. A tale intento, associatimi alcuni uomini, cui erano conosciuti i disegni miei, venni a Parigi. — Dal carcere di Mazas, ove quel forte piangeva, non su la sorte che l’aspettava, sibbene su le miserie della patria tanto amata, il 21 febbraio Felice Orsini scriveva a Napoleone cosi: «Quanto io dissi ai giudici dell’attentato politico del 14 gennaio basta per farmi condannare alla morte, che sopporterò senza supplicare grazia per non umiliarmi innanzi a voi, che avete spento la nascente libertà d’Italia. Giunto al fine di mia mortale carriera, voglio ancor tentare un ultimo sforzo per la patria mia, per la cui indipendenza andai incontro a mille pericoli; per essa, che formò sempre l’oggetto d’ogni mio affetto. A mantenere il presente contrappeso europeo abbisogna rendere l’Italia indipendente o stringere maggiormente le catene del servaggio austriaco. Io non chieggo, abbia la Francia a versare per la sua redenzione il sangue dei propri figli; l’Italia domanda che essa non abbia a intervenire a suo danno, né che Allemagna soccorra con le sue armi all’Austria nella guerra, forse non lontana a rompersi.

E tale cosa può farsi dalla Maestà vostra; da ciò pende la felicità o la sventura della mia patria, la vita o la morte d'una nazione, cui l'Europa deve moltissima parte di sua civiltà. Questa è la preghiera che dal mio carcere a voi sollevo, non disperando ch’essa abbia ad essere esaudita. Io vi scongiuro di rendere all’Italia l'indipendenza perduta da' suoi figli noi 1819 per colpa del Governo francese. Ricordatevi che gli Italiani, tra' quali il padre mio, diedero con gioia il loro sangue per Napoleone il Grande, dovunque gli piacque condurli; rammentatevi, che essi gli rimasero fedeli sino alla sua caduta; non dimenticate che la tranquillità d’Europa e la vostra correranno sempre gravi pericoli sino a che l’Italia non avrà acquistata la indipendenza. Non respingete la voce suprema di chi sta per salire il patibolo! liberate la mia patria, e le benedizioni di venticinque milioni di cittadini vi accompagneranno nella posterità.»

— Le quali nobili parole d’un uomo vicino a morte, rivelando tutta la generosità e, siami lecito dire, la virtù, degli intendimenti suoi, facevano nascere negli animi di quanti nutrivano sensi di umanità la speranza di vedere graziato l’Orsini della vita (1); ma il cuore dell'imperatore rimase chiuso a ogni sentimento di clemenza; bene scrisse l’Anelli, che i Re possono sopportare i ladri e gli scellerati, non chi attenta alla loro vita per amor di patria (2). Francia godeva allora della massima tranquillità allo interno; in oltre, essa era rispettata e temuta al di fuora: onde la morte di Felice Orsini non poteva esser richiesta da ragione di Stato, sovente invocata dai principi per onestare le loro opere poco leali e scusare i più neri delitti, quando l'ombra del trono non basta a coprirli, — La paura, sempre vilissima consigliera, spinse Napoleone a segnare la sentenza di morte di lui che amor di patria, grande tanto da toccare il delirio, aveva trascinato ad attentare ai giorni dell’imperatore; di lui, che irrefrenabile impazienza per la libertà aveva indotto a mal fare; in fine, di lui che. dopo essersi rimproverata l’offesa arrecata al principio morale, erasi pieno di fede rivolto a chi aveva voluto uccidere per implorare grazia a favor dell’Italia.

Il 13 marzo Felice Orsini perdè sul patibolo la vita, che sin da fanciullo ebbe tutta consecrata alla patria, e che allora dava in espiazione del suo misfatto; spirando egli gridò: l’ira l'Italia! viva la Francia! Con lui venne morto Andrea Pieri; a Rudio la clemenza imperiale mutava la pena d: morte in quella delle galere in vita. Alcuni scrittori francesi, certo poco benevoli all’Italia, dissero di questo nostre paese — tanto grande, quanto infelice — tutto il male che poterono; quasi che esso soltanto partorisca gli ucciditori di principi, e il caso del loro nascere abbia a gettare luce sinistra su tutta una nazione! La storia di tutti i popoli pur troppo è piena d’assassini politici! Quegli scrittori francesi avevano dimenticato — scrivendo di noi — l’ucciditore d’Enrico IV, Ravaillac; avevano parimenti scordato che dei tanti assassini, i quali attentarono alla vita di Luigi Filippo, uno solo era italiano, il còrso Fieschi; gli altri tutti erano nativi di Francia!(1).

È forza convincerci, che tali delitti non fecero progredire mai la società ma sempre indietreggiaronla; ciò che sarebbe avvenuto, se Napoleone fosse rimasto vittima di quell'attentato. — Pieno di paure e sospettando altre insidie e macchinazioni, l’imperatore facevasi allora a domandare alla Inghilterra, al Belgio, alla Svizzera e alla Sardegna leggi e provvedimenti che valessero a impedire nuove congiure a suo danno e a turbare la tranquillità della Francia. Palmerston, che stava a capo del Governo britanno, mostrossi favorevole alla richiesta dei Ministri imperiali, da lui ritenuta secondo giustizia; ma quando furon noti gli intendimenti degli amici al Buonaparte, i quali volevano si punissero con le armi gli Stati che osassero ancor dare ricovero ai macchinatori di congiura contra i principi, il Parlamento inglese, reputando da quelle minaccio offeso il sentimento nazionale, mosse grave censura a Palmerston per essersi piegato alle esorbitanti pretensioni del Buonaparte: ond'egli era costretto a lasciare l’ufficio, che veniva allora assunto da lord Derby. Agli schiarimenti con dignità richiesti dal ministro inglese, degnamente rispose quello dell’imperatore, il Walewski; e siccome né Francia, né Inghilterra volevano rompere le relazioni di lor buona amicizia, tanto lealmente cementata sui campi di Crimea, cosi i Governi di Parigi e di Londra mettevan fine alla controversia (2).

Dal Belgio e dalla Svizzera ottenne il Buonaparte l’adempimento pieno e intiero della sua volontà; per lui il Belgio bandi una legge speciale contra le offese fatte per la stampa al capo di uno Stato straniero; e la Svizzera allontanò dai confini dell’imperio gli usciti di Francia e d’Italia, soprammodo da Ginevra, ove trovavansi i più audaci e i più violenti. Cavour, primo de' consiglieri di Vittorio Emanuele, accolse senza mostrare sdegno, né ira l’invito, in verità temperato nelle parole, del ministro francese; e seppe cosi maestrevolmente destreggiarsi da poter di li a brevi giorni ottemperare ai desideri di Napoleone, senza offendere la dignità del suo Re e della nazione, quando rinnovata la domanda dal Governo di Versailles, ebbe essa la forma più d’una preghiera che di un comando (3).

Era il luglio di quell’anno 1858, quando il conte di Cavour recavasi al castello di Plombières, chiamatovi dall’imperatore Napoleone. Se nulla trapelò di quanto venne discusso e deliberato in quel convegno dal Buonaparte e dal grande Ministro del re Vittorio Emanuele, molto però si potè indovinare; avvegnaché gli intendimenti del Sire di Francia a favore dell’Italia avessero cominciato a chiarirsi nel Congresso di Parigi, che diede la pace all’Europa. Dal convegno di Plombières usci una nuova lega dell’imperio con la Sardegna, di lì a brevi mesi maggiormente affermata dalle nozze del principe Napoleone, cugino all'Imperatore, con la principessa Clotilde, figliuola di Vittorio Emanuele; conseguenza di quella lega, la fortunata guerra di Lombardia.

Si disse che a Plombières tra il negoziatore regio e il Monarca francese si stipulasse: = Che la Sardegna, posate le armi e fatta la pace, si aggregherebbe il Lombardo-Veneto, i Ducati padani e il Trentino, e cederebbe a Francia la Savoia; che formerebbesi il regno di Etruria con Toscana e le Legazioni pontificie per Napoleone, il figliuolo del vecchio re Girolamo; che darebbesi Napoli a Murat, e Sicilia a un principe di casa Savoia; in fine, che gli Stati italiani unirebbersi in federazione, presieduta dal romano Pontefice. = Si scrisse allora altresì: —Avere l’imperatore consigliato al Ministro del Re di costringere l'Austria a romper guerra alla Sardegna; né la verità di tali parole può mettersi in dubbio, se si osserva il contegno assai provocante tenuto da Cavour, dopo il colloquio di Plombières, verso il Governo di Vienna per ispingerlo ad atti ostili e a offese, che dovevano servire di pretesto alla Francia per intervenire con sue armi in aiuto alla Sardegna minacciata nella sua indipendenza dall’invasione degli eserciti austriaci. — L’amicizia tra i Governi di Versailles e di Vienna andava di que’ giorni notevolmente scemando: tre principalissime le cause.

Prima, la quistione dei Principati Danubiani, il cui ricostituirsi era stato condotto a termine con gravissime difficoltà e senza che pienamente si rispondesse alle legittime aspirazioni dei Moldo-Valacchi, aspirazioni vivamente sostenute da Francia e da Sardegna e ostinatamente dal Governo di Vienna combattute. — Seconda causa era il movimento de' Serbi, contra i quali l’Austria, in accordo con la Turchia, apprestava armi e armati per rimettere sul trono il principe Alessandro — una creatura del Sire Absburghese — da quelli deposto per innalzare alla potestà suprema Milosch, che soprammodo predileggevano. —In fine la terza causa, e certo la più grave, era il brutale spadroneggiare dei generali austriaci in Lombardia e nelle Venezie, che, mentre accresceva a dismisura nelle popolazioni l’odio alla signoria straniera, facevasi promovitore di tumulti e di congiure.

Il duro reggimento de' Ministri pontifici — di tutti il più esoso agli Italiani — minacciando turbare non solo la pace dei soggetti all’autorità papale, ma quella eziandio della intiera penisola, impensieriva non poco il Buonaparte; il quale, risoluto di condurre i consiglieri di Pio IX a modi di governo più savi, più prudenti, e, diciamolo francamente, anche più umani, chiamava l’Austria a compagna nell’impresa. Ma l’Austria, che aveva coi regnanti in Roma, in Napoli e in Firenze comuni gli interessi e gli intenti, e vedeva di buon occhio maltrattare i sudditi più che da essa non facevasi, niegava aderire all’invito del Sire di Francia: onde maggiormente raffreddavano tra i due Governi le relazioni di buona amicizia. E allora che il primo giorno del 1859 gli oratori degli Stati stranieri in Corte di Parigi vennero all’imperatore per gli usati omaggi e auguri di prosperità, Napoleone all’ambasciatore austriaco, il barone Hubner, parlò cosi:

«Duolmi che le nostre relazioni col vostro Governo non sieno buone come per lo passato; vi prego però di significare all’imperatore, che i miei sentimenti personali verso di lui non si sono mutati.» Le quali parole, piene di minaccio di guerra, variamente commossero le Corti, i Governi e i popoli d’Europa. L’Italia e quanti amavano la libertà si rallegrarono di quel dire, che loro prometteva aiuto validissimo di armi a difesa della più santa delle cause umane; Francia da prima impensierissi per l’imminenza di nuovi pericoli, ché essa credevasi non preparata ad affrontare; ma di poi, fidando nella saviezza di chi la reggeva, accettò il carico di quell’impresa con vero entusiasmo, e proprio degno di nazione grande e generosa; e l’Austria, cui quelle parole erano state rivolte, venuta in timore per le sue provincie di Lombardia e delle Venezie, senza por tempo in mezzo mandò grosse schiere di sue genti ad accrescerne i già forti presidi. — Napoleone, nella tema di vedere rompersi le nimistà innanzi l’ora in sua mente fermata, cerca allora di ingannare i Governi d’Europa intorno gli intendimenti suoi, e soprammodo di acchetare la Corte di Vienna, tutta piena d’ire e di sdegni contra lui, mitigando il significato delle sue parole al barone Hùbner con queste ch’egli pronunziò il 7 febbraio alla solenne inaugurazione della nuova sessione dell’Assemblea legislativa: La commozione che testé succedeva senza l’imminenza apparente di pericoli, invero a buon diritto ci sorprende; però che essa dia segno di troppa diffidenza e al tempo stesso di troppo sgomento. Pare che da una parte si dubiti di quella moderazione, di cui diedi già tante prove; e dall’altra, non si abbia molta fede nella potenza della Francia; fortunatamente la maggior parte del popolo non dubita di me, né delle sue forze...

Il Governo di Vienna e il mio, spiacenti dirlo, si trovarono spesso dissenzienti intorno gravi quistioni politiche... Già da qualche tempo lo. stato dell’Italia e le condizioni sue, in cui l’ordine non può essere mantenuto fuorché da soldatesche straniere, inquietano giustamente tutti i Governi; ma questo non è motivo bastevole per far credere alla guerra. Sia che gli uni la invochino senza legittime ragioni; sia che gli altri con paure esagerate vogliano mostrare alla Francia i pericoli d’una nuova Lega a noi nimica, io rimarrò fermo nella via del diritto, della giustizia, dell’onore nazionale; e il mio Governo non si lascerà strascinare, né impaurire: avvegnaché la mia politica non sia per essere mai pusillanime, né provocatrice.» — A far meglio conoscere la mente del Sire di Francia il Laguerronière pubblicava in quel torno uno scritto picciolo di mole, ma grande di pregio e d’importanza — Napoleone III e l’Italia;— il quale, per essere apparso anonimo fu in sulle prime creduto dello stesso Imperatore; e seppesi solo molto tempo di poi averlo egli inspirato, non dettato.

Nello scioglimento della quistione italiana — scioglimento stato già da tempo trovato e tante volte posto innanzi dal senso comune — affermavasi, in quell’opuscolo, tutta riposare la tranquillità d’Europa; per ottenerlo, doversi ordinare a federazione gli Stati della penisola — escluso però lo straniero; — preside di essa il sommo Pontefice; e ciò, non per guerre o popolari scilerazioni, sibbene per quegli accordi, che l’opinione pubblica aveva chiarito di volere; a raggiungere i quali dovevano tutti i Governi prestare i lor buoni uffici. I grandi Stati d’Europa, bensì desiderosi di vedere ammigliorate le condizioni degli Italiani, riconosciute tristissime, mi nel medesimo tempo gelosi della preponderanza che Napoleone andava allora acquistando nella penisola, de' cui interessi erasi fatto propugnatore caldissimo, i grandi Stati, io dico, deliberavano di definire la quistione italiana non con la forza delle armi, ma per accordi pacifici; al quale intento proponevano un nuovo Congresso. L’Austria acconsentì, a patto che non vi intervenisse la Sardegna e avesse questa a licenziare subito le leve di que’ giorni chiamate all’esercito.

Il Ministro di Vittorio Emanuele protestò con forte ragionare contra le ingiuste pretensioni del Governo di Vienna; il quale, non veggendosi appoggiato dai grandi Stati, fecesi a chiedere il disarmamento simultaneo e girale. Russia, Bretagna e Francia accettarono tale proposta, la quale però non era senza pericoli; e accettolla pure la Sardegna, a condizione d’intervenire al Congresso, e sempre che il licenziare quelle leve e l’ordinarsi dell’esercito a pace non avessero a incoraggire i noti agitatori a tentare novità in Italia, già tanto facile a commuoversi. L’Austria rimanendo irremovibile in sue deliberazioni, i grandi Stati, per non lasciare intentata nessuna via che potesse condurre a buono accordo, proponevano d’ammettere al Congresso i rappresentanti di tutti quelli d’Italia.

Già stava esso per raccogliersi, quando l'imperatore Francesco Giuseppe, mutata opinione, mandava a intimare al Governa di Torino il disarmamento immediato o la guerra; tempo a deliberare concedevagli tre giorni; e guerra rispondeva Cavour il 26 aprile. Bretagna volle tentare ancora uno sforzo per impedirla; accordatasi con Russia e Prussia, mentre protestava contra le deliberazioni della Corte di Vienna — le quali potevano sconvolgere tutta l’Europa —spediva un orator suo a Giulay, comandante supremo degli eserciti imperiali in Lombardia, a pregarlo di non muovere i campi sino al ricevere di nuovi ordini dal suo Governo; ma siccome il buon esito della guerra tutto dipendeva da un celere e vigoroso operare, e quegli ordini tardando di troppo a giugnere, cosi il maresciallo venne con sue genti al Ticino, che superò senza contrasto.

Napoleone, appena seppe della intimazione di guerra, corse in aiuto del suo nobile alleato; e Francia, poco innanzi a quella apertamente contraria, alla chiamata del suo capo, rispose con entusiasmo. Per rialzare la patria e cercare di tornarla alla grandezza del primo imperio — toltale dalle paci umilianti impostele dalla Santa Alleanza e dal tanto famoso trattato di Vienna del 1814 e 1815 — l’Imperatore aveva da un pezzo designato in sua mente di porre freno alla preponderanza dell’Austria, ognora più invadente l’Italia, su la quale padroneggiava con potestà assoluta. Le esorbitanze della Corte austriaca offersero al Monarca francese occasione favorevole di muoverle con giustizia la guerra, per la quale soltanto ei poteva mandare a effetto i disegni meditati; guerra, che prima d’allora non gli era stato possibile di rompere senza ingelosire i potentati d’Europa e di ridestare in essi i sospetti di mire conquistatrici.

Rappresentanti della nazione nell’Assemblea e pubblicisti illustri — tra' quali primissimi Favre e Legouvé, nomi cari all’Italia — con loro parola eloquente appoggiando lTmperatore, concorsero sommamente a rendere in Francia popolare la guerra. «La politica del Governo, cosi Giulio Favre al Parlamento nazionale, deve essere quella tradizionale della patria nostra; questa sarà potente, allora che l’Italia avrà racquistate le sue libertà. Spezzare le catene alle genti schiave, cacciare le signorie straniere che le opprimono, ecco la nostra missione.» — Da quattro mesi, scriveva Legouvé al Siecle, noi, Italiani di pensiero e d’anima, teniamo la mano sul cuore per impedire che scoppi in grido di esecrazione contra l’Austria e di simpatia ardente per l’Italia… Oggi che la nimica eterna della Francia esce alla guerra, e che a sue malvagità unisce la provocazione sfidando l’Europa a strappargli la sua conquista, ci sia concesso di mettere, per un momento, davanti al carnefice la sua vittima.Dolorosa cosa è la conquista; ma la usurpazione dei diritti di un popolo è sempre un delitto; esse non si possono giustificare, ma solamente spiegare, quando difendono la causa della civiltà e allontanano dalla barbarie…

Dove è qui la barbarie, dove la civiltà? Chi rappresenta dinnanzi a Dio e agli uomini gli eletti della intelligenza, il popolo conquistatoreo il conquistato? Chi fece maggior bene al mondo, Vienna o Roma, Venezia, Genova, Milano e Firenze? Chi oserà mai porre a confronto i barbari del secolo decimonono, i quali nel 1859 scrissero nel loro codice la flagellazione della donna, con un popolo scelto da Dio, al quale noi andiamo debitori di ciò che siamo? Io lascio da parte l’antichità che ci ha nutriti, e che è pure italiana, per dire dell’età nostra. Guardate! non è forse l’Italia che apre al mondo la via delle cose grandi? italiano è il primo poeta epico-moderno, Dante; il primo poeta lirico, Petrarca; il primo poeta cavalleresco, Tasso; il primo poeta di immaginazione, Ariosto; il primo narratore, Boccaccio:il primo pittore, Raffaello; il primo statuario, Michelangiolo; il primo storico politico, Machiavelli; il primo storico filosofo, Vico; il primo conquistatore del nuovo mondo, Colombo; il primo dimostratore delle leggi del cielo, Galileo.

Su tutti i gradini del tempio del genio dal dodicesimo secolo a noi vedesi sempre un figlio d’Italia. Nell’età a noi vicine, mentre le altre nazioni lavorano per continuare questa serie d’uomini immortali, l’Italia di tempo in tempo getta in mezzo al mondo un colosso che supera tutti. Oggi, il più grande artista vivente non è forse Rossini?Non è forse figlio d’Italia il gigante dominatore del secolo, che di sua luce tutto lo illumina, Napoleone? In verità, pare, che quando la Provvidenza vuol dare alla umanità una guida o un capo, è da questa terra privilegiata che trae un grand’uomo. Ma ciò che in Italia troviamo più sublime del suo genio è la sua sventura, dirò meglio, la sua disperazione e il suo furore per liberarsi.Fu chiamata terra dei mortisì, però come il suolo della favola, che metteva fuora incessantemente nuovi combattitori per vederli inghiottiti sempre.

Da quarant’anni la rivoluzionecorre sotto quella contraila vulcanica, aprendo dovunque nuovi crateri. Gli Italiani, non iscoraggiati dalle disfatte, dai supplizi, dagli esili e dalle confische, dopo quarant’anni di lotte e di rovesci levansi oggi più risoluti che mai a racquistare con le armi il titolo di nazione, che nessuno ha il diritto di niegar loro. Si diceva un tempo che l’Italia non era degna di libertà per non avere il coraggio di conseguirla, la costanza di mantenerla se ottenuta, la saviezza di governarla; a ciò Milano rispose nel 1848 togliendo le armi agli Austriaci e cacciandoli dalle sue mura; rispose Venezia nel 1819 sostenendo un assedio di diciannove mesi; risponde in fine la Sardegna da dieci anni, mostrando all’Europa il modello di un ordinamento libero e moderato, democratico e costituzionale. Nulla più si può dire contra l’Italia; il Governo nostro stendendole la mano fa il debito suo, e paga il debito di tutta Europa. A noi, Francesi, nazione e individui, spetta fare il dover nostro, la difesa della più santa delle cause, la indipendenza d’Italia. Non è una guerra, ma una crociata.»

Russia, Inghilterra e Prussia, dopo avere francamente condannato il contegno dell’Austria, la sua politica perturbatrice di pace, e la ingiusta mossa d’armi contra la Sardegna, gridarono la loro neutralità, e con esse la Svizzera, ed ebbero ragione; gridaronla parimenti i regnanti in Italia, e questi ebbero torto; avvegnaché, ciò facendo, sé e lo Stato perdessero; abbandonata da tutti, l’Austria trovossi sola nella lotta contra Francia e Sardegna. Vide essa altresì ingrossarsi di molto i presidi russi alle frontiere sue; però che lo Czar, non ostante la fede data di non immischiarsi in quella contesa, vi facesse forte radunata di armi, per tenere a freno gli Stati minori della Germania, i quali avevano preso un contegno, se non minaccioso, certamente però poco amichevole verso la Francia (1)

— Risoluta la guerra, il 2 maggio di quell’anno 1859. Hubner e Bonneville lasciavano i loro offici di oratori quello in Corte di Parigi, l’altro in Corte di Vienna; il di appresso Napoleone parlava ai Francesi in queste sentenze: «L’Austria, con lo invadere de' suoi eserciti il territorio del Re sardo, nostro alleato, indice a noi la guerra; minacciando le nostre frontiere, viola i trattati r la giustizia. Tutti i grandi Stati protestarono contra tale repentina invasione. La Sardegna, che ebbe accettate le condizioni, le quali dovevano assicurare la pace, chiede ragione di quella; essa consiste in ciò, che l’Austria condusse le cose a tale estremità da dover signoreggiare sino all’Alpi, o da far l’Italia libera sino all’Adriatico. Finora la moderazione fu norma al mio governo; adesso è mio dovere operare vigorosamente.

Che la Francia si armi e dica all’Europa di non voler conquiste, ma soltanto intendere a conservare la sua politica nazionale e tradizionale: d’essere pronta a osservare i trattati, a patto che non siano violati a suo danno: di rispettare i territori e i diritti degli altri Stati, ma d’avere simpatia per un popolo, la cui storia confondesi con la sua, e che geme sotto l’oppressione straniera. Francia odia l’anarchia; essa volle già darmi potere bastevolmente forte a frenare i fautori di disordine e le fazioni che parteggiano coi nimici nostri: non per questo rinunziava alla sua missione incivilitrice. Alleati suoi furono sempre quanti vogliono il perfezionamento della umanità; e quando essa pon mano alla spada, non è per signoreggiare, ma per liberare. Scopo di questa guerra è restituire l’Italia a se stessa, non già mutarle padrone; e noi avremo ai nostri confini un popolo amico, che andrà debitore sempre di sua indipendenza alla Francia.

Noi non andiamo in Italia a promuovervi disordini, o a scuotervi la potestà papale, che un di restaurammo; bensì per toglierla alla signoria straniera, che si aggrava su tutta la penisola, e aiutare a rimettere l’ordine sopra interessi legittimi e soddisfatti. Andiamo in fine in quella classica terra, illustre per tante vittorie, a ritrovare le orme dei nostri padri; ci faccia Dio degni di loro. Tra breve io mi porrò a capo del mio esercito, lasciando in Francia l’imperatrice e mio figlio; secondata dal senno e dalla esperienza dell’ultimo fratello dell’Imperatore, essa saprà porsi all’altezza della sua missione. Io li affido al valore dell’esercito che lascio in Francia a custodia delle nostre frontiere; li affido alle Guardie nazionali e al popolo tutto, che avranno per essi quell’amore che nutrono per me. Coraggio e concordia! il nostro paese sta per mostrare al mondo di non avere degenerato. La Provvidenza benedirà gli sforzi nostri, però che santa sia la causa che poggia su la giustizia, su la umanità, su l’amore della patria. — Le quali generose parole di Napoleone, mentre levavano in tutta la Francia il più grande entusiasmo per la guerra che doveva rendere l’Italia a se stessa, faceva svanire i molti timori che l’alleanza franco-sarda aveva destati nelle Corti e nei Governi d’Europa.

L’armi designate all’impresa d’Italia portavansi allora rapidamente alle Alpi, e, valicatele, correvano al Po per mettere argine all’invasione austriaca — con forze poderose già allagante la contrada che stendesi tra il Ticino, la Sesia e la Scrivia — e impedire a quella d’opprimere 1 esercito sardo, che da solo non avrebbe potuto resistere a lungo alla piena dei nimici. 11 10 maggio l’imperatore lasciava Parigi, salutato da moltitudine innumerevole di cittadini plaudenti a lui, che aveva impugnato la spada, per la indipendenza e la libertà di una nazione sorella. Anche le popolazioni delle campagne portaronsi in folla al suo passare per festeggiarlo; tutta la Francia accompagnollo co’ suoi voti alla grande impresa. A mezzo del seguente giorno Napoleone giugneva a Marsiglia; e due ore dopo sul yacht imperiale la Regina Ortensia entrava in mare — scortato dalla fregata da guerra il Vauban— drizzando le antenne verso Genova; ove, sceso il di appresso — 12 maggio — riceveva accoglimento degno di lui, degno del popolo che egli veniva ad aiutare nella impresa di sua indipendenza. Assunto subito il governo supremo degli eserciti collegati — governo da esso vanto ambito — ai soldati, che allora doveva guidare alla vittoria, in un suo manifesto di guerra, pubblicato prima di muovere il campo, parlava cosi: «Io vengo a pormi alla vostra testa per condurvi alla pugna.

Noi andiamo ad appoggiare la lotta d’un popolo rivendicante sua indipendenza e toglierlo alla oppressione straniera; questa è una causa santa, la quale ha le simpatie del mondo civile. Io non ho bisogno di stimolare il vostro ardore: ogni giorno di cammino vi ricorderà una vittoria. Nella via Sacra di Roma antica le inscrizioni ponevansi sul marmo per rammentare al popolo le alte sue geste; lo stesso oggidì, passando per Mondovi, Marengo, Lodi, Castiglione, Arcole, Rivoli, voi percorrerete un’altra via Sacra, in mezzo a ricordi gloriosi. Conservate la militare disciplina, che è l’onore dell’esercito. Non dimenticate che qui altri nimici non sono, tranne quelli che combattono contra vol. Nella pugna rimanete compatti e non lasciate le file vostre per correre avanti (1). Diffidate di un troppo grande impeto e di troppa foga, è la sola cosa che io temo. Le nuove armi di precisione non sono pericolose, fuorché di lontano; esse non impediranno alla baionetta d’essere, come già altre volte, l’arma terribile delle fanterie francesi. Soldati! facciamo tutti il dovere nostro, e riponiamo in Dio la nostra confidenza. La patria molto aspetta da vol. Di già da una estremità all’altra della Francia suona un felice augurio: Il nuovo esercito d’Italia sarà degno del primogenito suo, il grand’esercito!»

In quale modo degnissimo i soldati di Francia rispondessero allo invito del loro Imperatore e duce, il vedremo tra breve.


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CARLO MARIANI

LUOGOTENENTECOLONNELLO

LE GUERRE DELL’INDIPENDENZA ITALIANA DAL 1848 AL 1870

STORIA POLITICAE MILITARE

VOLUME SECONDO

1882

ROUX E FAVALE

TORINO

VOLUME III - CAPITOLO III

La Sardegna nella guerra di Crimea

Il Governo sardo protesta contra il sequestro dei beni mobili e immobili posseduti in Lombardia dai profughi — Vittorio Emanuele corre pericolo di naufragare; tumulte in Torino; Rattazzi tra i consiglieri della Corona; il Re inaugura la quinta legislatura; moto di Val d’Aosta. — Quistione turco-russa; Lega anglo-francese; la Sardegna entra nella Lega. Morte dello czar Niccolò. — Lutti in Corte di Torino. La legge sopra le comunità monastiche. — Partenza de' Sardi per la Crimea; Sebastopoli assediata; Spedizione del mar d'Azof. Assalto e presa del Poggio Verde; il 18 giugno i Russi respingono Francesi e Inglesi, che hanno tentato Malakoffe il Gran Dente. — Il 16 agosto i Russi assaltano i campi della Lega su la Tschernaia e sono sconfitti dai confederati; considerazioni su la giornata della Tschernaia. — L’8 settembre l’esercito della Lega espugna Malakoff; i Russi lasciano la parte meridionale di Sebastopoli. — Fatti d'armi presso Eupatoria; presa di Kinburn; presa di Sweaborg. — n re Vittorio Emanuele recasi a Parigi e a Londra. — Congresso di Parigi; il 30 marzo 1856 è bandita la pace; la Quistione italiana; sdegni dell’Austria; memoriale dei plenipotenziari sardi a Walewski e a Clarendon. — Discussioni sul Congresso di Parigi ne' due Parlamenti subalpini; l’esercito sardo torna di Crimea in patria. — Considerazioni su la guerra di Crimea.

Mentre tali casi succedevansi in Lombardia e per questa tanto infelice paese i giorni correvan pieni di lutti, di tristezze e d’angoscie, in Sardegna le istituzioni costituzionali, poco innanzi pericolanti, andavano ogni di più affermandosi mercé l’opera savia e prudentemente audace di Cavour, che sin d’allora metteva i fondamenti di quella grandezza, cui l’Italia in breve volger di anni dovea salire. Deliberato, non solo di conservare, ma d'allargare altresì le civili libertà, delle quali godeva il regno sabaudo, quando fu securo dell’appoggio della parte costituzionalmenteliberale, cui erasi unito con l’usata franchezza e in modo apertissimo, il gran Ministro mostrossi, allo interno, risoluto di frenare a ogni costo le intemperanze clericali e de' più avventati della parte repubblicana — i quali tutti sebbene con fini opposti continuavano ad agitare il paese — e, all’esterno, di resistere alle esorbitanti pretensioni di Roma, di tenere alta la bandiera nazionale di fronte all’Austria, altera sempre di sue vittorie, e di procacciarsi con reggimento sennato e dignitoso l’amicizia dei Governi e dei regnanti più potenti d’Europa, per raggiungere — come in fatto splendidamente raggiunse — l'indipendenza patria.

Di tutto e di tutti giovandosi, con molta accortezza chiamò a sé i più chiari per ingegno e i più pratici delle faccende pubbliche dei fuorusciti lombardo-veneti, cui la Sardegna era stata larga d'ospitalità, e dovea di li a poco esser loro generosa d’aiuti: in tal modo Cavour venne in fama di uomo schiettamente liberale. Con lo staggire i beni mobili e immobili dei profughi politici di Lombardia e delle Venezie Francesco Giuseppe aveva inteso non soltanto punir questi delta compartecipazione —non provata però — al tentativo del 6 febbraio,ma eziandio vendicarsi di chi avevali ospitati. Mosso a sdegno contra l’Imperatore, violatore della fede giurata e del diritto delle genti a danno di tanti, che, prosciolti dai vincoli della cittadinanza austriaca, aveano ottenuta la naturalità sarda, il Governo del Re, per mezzo dell’orator suo in Corte di Vienna, il conte di Revel, protestava davanti il Governo imperiale contra quel decreto offensivo al diritto delle genti. Il ministro De Buol, per la intromessionedel conte Appony, oratore austriaco in Corte di Torino, il 9 marzo a quella protesta rispondeva cosi: = Nella pienezza di sua potestà aver l’Imperatore decretato il sequestro, altamente domandato dalla sicurezza pubblica e dalla conservazione della monarchia; avvegnaché i fuorusciti avessero usate le rendite de' loro beni di Lombardia per mantenere quivi il malcontento e l’agitazione, per secondare il congiurar di Mazzini e le sollevazioni popolari.

Chiedere egli ai ministri del Re cosa aveano fatto per impedire i criminosi tentativi degli usciti lombardi a danno dell’Austria, e qual freno imposto alla stampa eccitatrice di ribellioni? E siccome ei sapeva essersi tra loro i profughi obbligati in solido, cosi non poteva ammettere di essi distinzione veruna. = Speciose, non giuste, le ragioni di Buol, alle quali dal Governo sardo il 20 marzo replicavasi in questi termini: = Il proscioglimento della cittadinanza austriaca essendo stato acconsentito dal trattato di pace dell’agosto 1849 a tutti i profughi, e acconsentito altresì dal decreto imperiale del dicembre 1850 a chi non avevalo richiesto, dovevansi considerare legittimi sudditi del Re quelli i quali, dopo essere stati sciolti da ogni dovere verso l’Austria, avevano ottenuta la naturalità sarda. Il trattato di commercio del 1851 concedendo loro la facoltà di possedere in Lombardia beni mobili e immobili, non potevansi questi staggire se non in forza di un processo e d’una condanna. Essere ingiusta l’accusa mossagli di non aver saputo cogliere il filo della congiura ordita dai rifugiati, mentre l’Austria stessa l’aveva conosciuta solamente quando scoppiava a Milano. L’avere impedito a non pochi di essi di passar la frontiera nei giorni degli ultimi casi del febbraio e l’espulsione di chi aveva abusato dell’ospitalità ricevuta, erano prove chiarissime del suo buon volere.

Consegnare gli incolpati di crimine d’alta j tradigione, come l’Austria allor pretendeva in virtù del trattato di pace, non essere più degli odierni costumi civili; e il non avere essa protestato contra l’interpretazione del Parlamento subalpino, dal ministro d’Azeglio richiesto su ciò, mostrava implicitamente d’averla accettata. Se poi nel sequestro fosse anche uno scopo d’inimicizia verso il Governo del Re, ei non saprebbe con quali ragioni plausibili potrebbesi allora giustificare. = Il 7 aprile il Ministro imperiale rispondeva: = Considerare ribelli i profughi esclusi dal perdono a molti accordato, e quelli eziandio che non aveano profittato di esso; il proscioglimento della sudditanza austriaca a tanti conceduto non assolvendoli dal delitto di lesa Maestà, non potrebbero tornare a Lombardia senza arrischiare d’essere tratti davanti al tribunale. Il Governo del Re dando loro la naturalità sarda accettava tutte le conseguenze di tale atto; preferire l’esilio al sommettersi, respingendo il perdono offerte, essere prova irrefragabile de' loro sentimenti ostili all’Austria, che giustificavano i sospetti di lor complicità nella congiura del 6 febbraio.

Nessun rimprovero di partecipazione a questa muovere egli al Governo del Re; ma la niegatagli consegna degli imputati di quella congiura per non esser più ne' costumi d'oggidì,averlo costretto a staggirne le rendite per impedirne l’uso a danno dell’imperio. = I ministri del Re, indovinando che soddisfacimento nessuno alla loro giusta protesta sarebbero per ottenere mai, richiamavano da Vienna il conte di Revel, e nel tempo stesso mandavano a Parigi e a Londra, per Drouyn de Lhuys e Clarendon, un memorandum;nel quale, dopo aver fatte conoscere le pratiche tentate col Governo imperiale per risolvere onorevolmente la vertenza del sequestro, violazione vituperevolissima dei diritti delle genti; dopo aver difese la causa degli usciti lombardi e le libertà costituzionali dello Stato, e difeso altresì il Governo del Re contra l’ingiuste accuse lanciategli da De Buol, invocavano i buoni officidei Sovrani alleati e amici. — Francia e Inghilterra, bene apprezzando il memoriale dei ministri sardi, studiaronsi di comporre la contesa in modo che senza ventre a vera pace, ornai impossibile tra Sardegna ed Austria, questa soddisfacesse alle oneste domande dell’altra senza offendere la dignità propria.

Gli sforzi però non approdarono a Vienna, non approdarono a Pietroburgo, ove avevanli pur volti nella speranza che lo Czar — la cui voce dopo l’impresa d’Ungaria era divenuta autorevolissima in Corte di Vienna — avesse voluto interporre sua mediazione. Ma Niccolò tenevasi per l’Austria; la quale a Francia e a Inghilterra, prementi sempre, rispondeva in questi termini: = Di sequestro soltanto, non di confisca, voler puniti allora tutti i profughi; reintegrerebbe ne’ suoi beni chi dalle Corti, chiamate a indagare la complicità dei profughi nella ribellione dei 6 febbraio, venisse chiarito innocente. = Al memoranduminviato a Parigi e a Londra nulla replicò; tanto, perché non potevano essere oggetto di negoziazioni i provvedimenti presi entro la sovranità territoriale dello Stato a tutela dei cittadini; quanto, perché i motivi posti innanzi contr'essi erano già stati bastevolmente discussi e validamente impugnati. — Cosi avea fine quella contesa di vergogna per l’Austria, di dolore per la Sardegna. A tanta ingiustizia e a si basso insulto dell’Imperatore — avvegnaché quel sequestro, come sopra vedemmo, fosse tutta opera' sua — il re Vittorio Emanuele rispondeva facendo chiedere in nome suo da Cavour e ottenendo dai Parlamenti subalpini quattrocento mila lire a sussidio dei profughi politici divenuti sudditi sardi.

Di que’ giorni gravi e moltissime erano le necessità dei paese; l’esercito abbisognava d’armi; l’armata, di navi; lo Stato, di difese; il trafficare, allora cresciuto di molto, di vie ferrate; in fine, le tasse prediali, con non giusta eguaglianza ripartite su le varie provincie, domandavano un altro catasto. A soddisfare a si imperiose necessità Cavour, dopo averle fatte conoscere ai rappresentanti della nazione, cercava nuovi sacrifizi, nei medesimo tempo assicurandoli, che lo aumentarsi delle industrie cittadine e lo allargarsi dei traffici presto li compenserebbero e largamente. Ottenuto da quelli e dal Senato quanto aveva richiesto, il Ministro dava mano alle riformagioni interne del regno, le quali dovevano avvantaggiarlo moralmente e materialmente; con l’aiuto suo le industrie e l’agricoltura si ammeglioravano, e il mercanteggiare s’allargava assai rapidamente; e le forze del paese, aumentandosi in virtù del principio d’associazione da lui caldamente sostenuto, producevano maggiori ricchezze con grande profitto dell’erario: di tale maniera le riforme economiche di Cavour raggiungevano lo scopo ch’ei s’era prefisso.

La Sardegna viveva allora di una vita nuova ed efficace; per l’operosità instancabile de suoi reggitori, vedeva le sue contrade corse in ogni parte da vie ferrate; le sue navi a vapore solcare tutti i mari e portar le industrie paesane nelle lontane Americhe; vedeva rinnovarsi l’esercito — presidio e decoro suo — munirsi Casale di opere fortificatorie, restaurarsi le difese d’Alessandria; vedeva in fine stringersi vie più i vincoli d’amicizia con Francia e con Bretagna: ciò che le prometteva un avvenire felice e proprio quale era nei voti suoi. — Il30 luglio Vittorio Emanuele nel riedere, a bordo del Governolo,dalle caccie dell’isola di Maddalena,pericolava di naufragare, non per fortuna di mare, sibbene per l’imperizia del conte Persano, comandante quel legno a vapore. Giunto presso gli scogli di Santa Maria, il Duca di Genova, che viaggiava col Re, dal color verdastro del fondo indovinando trovarsi il Governoloin basse acque, ne avvertiva Persano; il quale non curandosi di ciò continuava tranquillo la sua via; poco di poi il legno con terribile urto dava in secco. Dopo un lavoro pronto e spedito delle trombe idrauliche e gli sforzi poderosi dei marinai veniva tolto di là; se non che, navigando esso a malo stento, il Re passava sul Tripoli.Tradotto innanzi il tribunale di guerra, i giudici, ritenendo il Persano colpevole di imprudenza e di non osservanza dei regolamenti marittimi, non però di imperizia e negligenza, condannavanlo alla retrocessione di un grado per sel mesi;la quale sentenza annullavasi poscia dalla Corte di Cassazione di Genova con lo affermare: essere il fatto del Persano non punibile da legge umana.

Il caro del pane — conseguenza della somma penuria dei grani, che di quei giorni affliggeva tutta Europa — turbava allora la quiete delle popolazioni subalpine; le quali, se avevano generosamente risposto ai sacrifizi lor chiesti da' ministri per le urgenti necessità del paese, credendo quella opera dei ricercatori di grano — mala razza di gente che suole trafficar su la fame — in molte città e in non poche campagne muovevansi a romore. Il Governo, tosto ch’ebbe frenati i moti sediziosi, diminuiva il dazio d’entrata dei grani; savia provvidenza, che sarebbe riescita efficacissima a quietare le moltitudini, se i nimici a Cavour — non ultimi i clericali — soffiando nel fuoco del popolare malcontento non le avessero eccitate a nuovi tumulti. Correva la sera del 18 ottobre, allora che turbe confuse di popolani guidate da uomini di cattivo affare portavansi alla casa di Cavour, e imprecando a lui — ritenuto ammassatore di grani e perciò cagion vera dell’universale miseria — atterratane la porta, quella invadevano; e se buona mano di soldati non vi fosse sollecitamente accorsa, avrebbero fatta irruzione nelle stanze di lui, certo con sinistro fine. In su le prime i tumultuanti niegavano obbedire all’intimazioni di sperdersi; ma quando i soldati cominciarono a far uso delle armi, in brevi momenti si sbandarono, non senza però lasciare parecchi de' loro feriti e prigionieri.

Cessarono i tumulti, non i malumori; e le moltitudini, facili ognora a commuoversi e ad agitarsi, aizzate da certi giornaliche d'imparzialeavevano soltanto il nome, seguitavano ne’ lamenti usati e in loro ingiuste accuse contra il Ministro; il quale con passo risoluto e sicuro prosegui la via da lui stesso tracciatasi, che doveva fargli raggiungere lo scopo tanto sospirato da tutti; e il popolo — facilmente voltabile si, ma generoso sempre — presto l’ire posò e, rivoltosi a lui, ebbelo di poi in grande estimazione e in non meno grande amore. L’impresa sua era difficile; ma saldo sostenitore e appoggio ei s’avea in Vittorio Emanuele, nel quale lealtà e valor soldatesco accompagnavansi alla fede nei destini della patria e al desiderio ardente di levarla a grandezza. All’aiuto del principe, certo potentissimo, aggiugnevasi quello della parte monarchico-liberale,in tutta Sardegna assai preponderante, e dei cittadini d’ogni provincia della penisola, che amavano l’indipendenza d’Italia; ed è facile comprendere come sebbene lontani potessero coadiuvare all’opera del grande Ministro del re Vittorio Emanuele. Aderivano parimenti a Cavour i repubblicani onesti, i quali, non facendo quistione di forma di reggimento, ponevano al di sopra di tutte cose quel supremo dei beni che è la libertà. Non mancavano però a lui forti oppositori e detrattori non pochi; ed erano i settari clericali e i più arrabbiati della parte repubblicana, che, sebbene con intente diversissimo, camminavano d’accordo nel combattere il Governo; invero connubio vergognoso!

Fu allora che a vie più guadagnarsi l’aura popolare Cavour chiamava tra i consiglieri della Corona Urbano Rattazzi, giureconsulto eminente non solo in Sardegna, ma in tutta Italia; oratore abilissimo; in politica audacemente accorto e al bisogno sottilmente artifizioso; alla monarchia sabauda affezionato; non difficile a piegarsi ai potenti, coi quali a tempo sapeva esser franco, a tempo dissimulare; di carattere non sempre fermo e si euro; mutabile al mutare delle circostanze; per li principi professati, in fama di liberale; differiva da Cavour anche in ciò che, mentre questi avrebbe con entusiasmo sacrificato ogni cosa per l’idea italiana,egli — il Rattazzi — avrebbe volute salvare ogni cosa a furia di maneggi e anche d’intrighi, talvolta poco onesti. La novella del suo entrare tra i ministri in surrogazione di Boncompagni, che stava sopra la giustizia, venne accolta con favore dai Deputati della Sinistra parlamentare,ch’egli capitanava, i più de' quali accostavansi allora a Cavour: onde il Governo s’afforzava di molto.

Ma se l’Assemblea dei rappresentanti della nazione mostravasi bene disposta ad appoggiarlo in sue riforme, il Senato chiarivasi a lui avversissimo; e quando poco di poi metteva innanzi ad esso il disegno di legge tendente ad affidare l'officio della Tesoreria alla Banca Sarda,vedeva reietta la sua proposta. Tale rifiuto non isgomenta Cavour; il quale, fermo ne’ suoi forti propositi e risoluto altresì di combattere il nimico con l’arma potente dell’opinione pubblica, il 20 novembre di quell’anno 1853 licenzia l’Assemblea legislativa e con le elezioni generali interroga la nazione (1); la quale ne’ comizi dell’11dicembre risponde degnamente a chi le si è francamente appellato. Otto giorni dopo il re Vittorio Emanuele, ai due Parlamenti riuniti per la solenne inaugurazione della quinta legislatura, parlava in questi termini: «Nel dar principio ad una nuova legislatura io rammento con giusto orgoglio come è presso a compiersi il sesto anno, dacché l’augusto mio Genitore inaugurava in questa antica Monarchia le libertà costituzionali.

La Nazione le accolse con esultanza, ne usò con saviezza, e, camminando in istretta confidente unione col suo Re, si mostrò conscia de' suoi veri interessi, degna de' suoi destini. A questa indissolubile unione, resa più splendida dal nobile contegno del Paese, è dovuta la crescente simpatia dei popoli più civili, l’ognora più stretta amicizia dei Governi più illuminati d’Europa. In questa unione il mio Governo trovò forza bastante per mantenere incolume, in circostanze dolorose e difficili, la dignità nazionale, per preservare da ogni insulto il nobile principio d’indipendenza, che sta in cima de' miei e de' vostri affetti. La Camera eletta nel 1849 aveva già in corso una lunga e faticosa carriera: chiamata a riparare alle conseguenze di gravi e non meritati disastri, aveva compiuto, col concorso dell’altro ramo del Parlamento, la sua penosa missione, consentendo quelle tasse, che inevitabile necessità forzava il mio Governo a domandare. Ma essa approvò a un tempo giuste riforme economiche, rinforzò e accelerò il moto industriale e commerciale, inaugurò l’apertura di quella grande rete di vie ferrate, che riunisce fin d'ora i Liguri ai Subalpini, e stare monumento della potenza e grandezza del genio italiano. Al Parlamento, che vengo quest’oggi ad aprire, spetteràun mandato non meno importante.

Recato a compimento l’edifizio del quasi restaurato erario,procederà alacremente nella via delle riforme economiche, fatta ornai sicura dai lumi di non dubbie esperienze; ed estendendo ai prodotti del suolo i principi fecondi del libero scambio, fornire ai proprietari largo compenso con la riforma del catasto e con istituzioni di credito, innanzi alle quali verrà a dileguarsi l’usura. Assicurata l’indipendenza del potere civile, esso proseguire nel limite dell’azione che gli compete l’opera delle imprese riforme, intese queste ad accrescere, non a menomare l’affetto e la riverenza dei popoli per la Religione degli avi nostri, a rendere più efficace, non ad infievolire la sua salutare azione. Dovrà provvedere affinché meglio si conformino coi nuovi ordini il reggimento e l’amministrazione dei Comuni e delle Provincie, si compia la riforma dei Godici, si tuteli la pubblica sicurezza, si costituisca la Magistrature, si riformino le varie parti del pubblico insegnamento.

Il valoroso nostro esercito, che si va continuamente segnalando per nuovo progresso, sarà eziandio oggetto delle vostre sollecitudini. Signori Senatori, signori Deputati: nel compiere questa missione io confido in Dio, nella saviezza e concordia dei grandi poteri dello Stato, nel buon senso e amor patrio di cui la Nazione ha dato si nobilie si recenti prove. Fidate voi in me, e uniti coroneremo il grande edifizio che la mano di mio Padre innalzava, e che la mia saprà difendere e conservare.» Le parole del Re che parlavan d’unione e di concordia, ed erano promettitrici di nuove riforme, venivano con sinceri applausi salutate da quel nobile consesso; e gli applausi di dentro ebbero eco fragorosa al di fuora, però che la moltitudine innumerevole di popolo, accalcantesi su la piazza e nelle vie che menavano alla reggia, al passare di Vittorio Emanuele con festosissime grida lo acclamavano.

— Pochi giorni innanzi il cadere dell’anno gli abitatori d’alcune terre di Val d’Aosta levavansi a romore per eccitazione dei noti settari clericali, che, avversissimi al nuovo ordine di cose, spingevano quelle genti senza malizia e d’ogni cosa ignoranti ad aperta ribellione contra il Governo, cui davan colpa, per suggestione di quei tristi, del penuriare dei viveri. Raccoltisi in armi nei dintorni di Verrès, il mattino del 27 dicembre i rivoltosi occupavano da prima questa terra, di poi Chatillon gridando: non più costituzione, non più imposte, ma soltanto viva il Re. Ingrossati da molte bande di montanari calate dalle loro montagne allo strepito della sollevazione — da esse aspettata — camminavano contra Aosta per impadronirsene, allora che, non lungi di questa città, assaliti da forte mano di soldatesche venute d’Ivrea, cadevano prigioni ed eran fugati. Dal processo — che fu lungo tanto da perdere ogni efficacia — si conobbero i promovitori di quel moto; il Governo, usando di savia moderazione, voile che i giudici sentenziassero con mitezza i rivoltosi; e fece bene; e il Re da parte sua volle temperar tanto con l’usata sua bontà le miti sentenze dei Tribunali, che i condannati tornavano presto a libertà; e il Re fece benissimo (1).

In quel mezzo una terribile tempesta s’addensava sopra l’Europa, minacciando trarla tutta in grossa guerra; la quale poi, se arse soltanto sul Danubio e nella Tauride, e se l’Europa fu salva da rovina, lo si deve alla saggezza dei supremi reggitori di Francia e d’Inghilterra; che, sebbene intervenissero con le armi nella lotta turco-russa, seppero nondimeno contenerla nei giusti, nei naturali suoi confini. Il protettorato de' Luoghi Santi di Gerusalemme e quello altresì della Chiesa Greca nell’imperio ottomano furono per lo Czar il pretesto di romperla con la Turchia (2); ma le cause vere furono la secolare ambizione dei successori di Pietro il Grande e la libidine di maggiore signoria di Niccolò, e fu eziandio la conquista d’Istamboultanto agognata da lui, che sino dal 1844 aveva contato i giorni dell’imperio turchesco in Europa, ch’egli chiamava: un uomo gravemente malato e quasi cadavere.


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Vedemmo più sopra con quanta dignità e fermezza la Sublime Porta si governasse in si difficile quistione; per non venire alle armi essa faceva da prima alcune concessioni alla Russia (3); ma quando lo Czar volle imporre umilianti condizioni di pace, dopo avere invaso con gli eserciti suoi Moldavia e Valacchia pur sempre affermando di volere mantenuta la pace, il Soldano indicevagli la guerra; e, gridatala santa,faceva sventolare su la moschea di Santa Sofia la bandiera del Profeta; bandiera di sangue la quale, se in altri tempi e giusta il comandamento del Corano, sarebbe stata segnale d’esterminio dei giaurri,doveva di quei giorni esserlo solo dei Russi: ciò era naturale cosa, contando allora la Turchia tra gli alleati suoi genti cristiane; però che Francia e Inghilterra le avessero promesso appoggio d’armi e d’armati; al quale, in tempo vicinissimo, dovevasi aggiugnere altresì l’aiuto della bellicosa Sardegna.

Correva il febbraio 1854, quando dai re Vittorio Emanuele e dalla Corte sua inauguravasi solennemente la via ferrata, che uni va le due maggiori città del regno, Torino e Genova; opera veramente grande per se stessa e grandissima eziandio per li vantaggi che doveva arrecare ai traffici e alle industrie del paese; cui, altri benefici e di altissimo momento sarebbero per venire da quella, già prossima a compiersi, di Torino a Novara. I Genovesi ricevettero Vittorio Emanuele assai festosamente e con sincere rimostranze d’affetto; le accoglienze da essi fatte ai ministri furono liete e cortesi, e piene d’entusiasmo e, direi quasi, trionfali a Cavour; il quale aveva già risoluto la via attraverso il Cenisio. — I nimici del grande Ministro, attenti sempre ad afferrare anche la più picciola occasione per vendicarsi di lui, che tante volte aveali confusi, gridavangli la croce addosso quando, dopo il tentativo mazziniano del maggio presso la Spezia — il cui intente di levare a ribellione la Lunigiana era fallito per la vigilanza oltre ogni credere sollecita e perseverante del Governo — egli aveva imbarcato per le Americhe i più audaci cospiratori, che di continuo agitavano le popolazioni; Cavour, permettendo a' suoi detrattori di gridare quanto più a loro paresse e piacesse, proseguiva la sua via, pronto però a sventare le macchinazioni dell’agitator genovese, tenacissimo sempre de' suoi fieri propositi (1).

— L’anno 1854 volgeva al suo fine, quando Francia e Bretagna, nella speranza che l’intervenire dell’Austria avrebbe presto indotto la Russia a fermare la pace, facevano istanze vivissime a Francesco Giuseppe, perché avesse a entrare con sue armi nella guerra. IlSire absburghese che, se non voleva inimicarsi con un rifiuto quegli Stati potentissimi, non intendeva però guastarsi con lo Czar, il 2dicembre segnava coi Governi di Parigi e di Londra un trattato, in virtù del quale obbligavasi a non accordarsi con la Corte di Pietroburgo innanzi aver deliberato in comune con essi; e di proteggere Moldavia e Valacchia — già occupate dagli eserciti suoi — contra il ritorno dei Russi, affinché l’armi dei confederati potessero, al bisogno, recarsi tutte sui territorio nimico. Dai canto loro Francia e Inghilterra promettevano soccorrere all’Austria, se venisse assaltata dalla Russia; di deliberare senza ritardo intorno i mezzi più efficaci a ottenere la pace; e di invitare la Prussia ad accedere alla Lega. Invero, se l’Austria si fosse a questa sinceramente accostata e avesse preso parte alla guerra, la Prussia certo non avrebbe tardato a seguirne l’esempio; e lo Czar, trovandosi per tale intervento nella impossibilità di resistere allo sforzo armato di tutti i grandi Stati d'Europa, sarebbe calato agli accordi, concedendo alla Turchia quanto da prima aveale niegato, e dando alla Lega le guarentigie, ch’ebbe poi chieste a Gortschakoff, in sul cadere dell’anno venuto a Vienna per domandare in nome dei suo Signore, ai confederati le basi dei futuri negoziati (1).

Ma l’Austria, la quale, per avere sempre menato vanto del suo grande amorealla pace, era stata costretta a entrare nella Lega, con l’usate sue arti conducendosi nelle conferenze — in quel mezzo apertesi e che duraronosino al maggio 1855 — fece si che questo a nulla approdassero; cosi, né allora, né poi l’armi austriache trovaronsi di fronte alle legioni moscovite. Il trattato del 2dicembre, che aveva fatto sperare in un mutamento della politica europea — mutante tutto in favore della pace — lasciava le cose proprio come aveale trovate (1); avvegnaché l’Austria, sebbene in apparenza inchinevole ai grandi Stati occidentali, non avesse voluto rompere la catena della Santa Alleanza del 1815, né allontanarsi dalla Russia. Però, con l’abbandonare a se stessa quella nazione, che quattro anni innanzi ebbe salvata in Ungaria la pericolante sovranità absburghese, commettova un atto sleale, una vituperevole ingratitudine; con l’occupazione poi de' Principati danubiani — la quale, più che a proteggere da quella parte gli eserciti confederati, tondeva ad assicurare contra ogni offesa le armi russe, dagli ultimi casi della guerra costrette a ripararsi dietro il Pruth — l’Austria aveva avuto per intente di far cambiare ai Francesi e agli Inglesi i primi disegni di guerra (2), e impedire loro cosi d’invadere da quella parte l’imperio moscovite e d’avvicinarsi alla Polonia, inquieta sempre; ciò che dovea tornare, come in fatto tornò, a pieno beneficio della Russia.

— Il Governo britannico,già da qualche tempo venuto in sospetto delle pratiche intimissime che passavansi tra le Corti di Parigi e di Vienna, aveva sin dal novembre cercato di trarre la Sardegna nella Lega, formata con Francia il 10 aprile di quell’anno 1854; e siccome erangli note le gravi strettezze in cui essa trovavasi, cosi proponevale di condurre agli stipendi suoi quante soldatesche avrebbe potuto dare alla guerra d’Oriente. Ma Cavour, il quale attente spiava l’occasione propizia per levare in alto stato la patria sua e ridare all’armi sabaude l’antico prestigio — caduto, non per loro colpa, a Novara — dovessero pur quelle combattere a fianco dell’austriache confederate a Bretagna e a Francia, Cavour, io dico, respinta la proposta del Governo inglese (3), dicevasi pronto a entrare nella Lega; e il re Vittorio Emanuele, sposate le idee del suo grande Ministro, dopo aver fatto adesione al trattato di Londra dell’aprile 1854, firmava il 26 gennaio 1855 una convenzione militare con l’Imperatore dei Francesi e la Regina d’Inghilterra, in forza della quale egli obbligavasi di fornire il più presto possibile alla guerra d’Oriente un corpo d’esercito di quindici mila uomini, ordinati in cinque brigate, in giuste proporzioni di fanti, cavalli e artiglierie, e provvedendolo di soldo e di viveri. Dal canto loro l’Imperatore e la Regina guarentivano al Re di Sardegna l’integrità degli Stati suoi, in pari tempo promettendogli di difenderli contra ogni assalto esterno durante quella guerra (1).

— Una convenzione speciale fermavasi altresì da Cavour e da Hudson, l’oratore inglese in Corte del Re, in virtù della quale la Bretagna doveva dare a prestito alla Sardegna un milione di lire sterline; un altre milione poi, se dopo un anno dal pagamento del primo le armi ancor non posassero; in oltre, assumevasi il carico di trasportare a proprie spese in Crimea l’esercito di spedizione. Il Ministro di Vittorio Emanuele avea pur chiesto a Inghilterra e a Francia, che si studiassero di indurre l’Austria a togliere il sequestro ai beni degli usciti di Lombardia e delle Venezie; se non che, avvertito essere il Governo di Vienna risoluto a nulla concedere, recedette di sua domanda per non mettere a repentaglio quell’alleanza, nella quale egli, a buon diritto, avea riposto tante speranze per la patria. Il di stesso in cui segnavasi in Torino la convenzione militare tra Sardegna, Francia e Bretagna — e fu, come abbiam dette, il 26 gennaio 1855 (2)

— Cavour, nel metterla innanzi al Parlamento dei rappresentanti della nazione, parlava in queste sentenze: «La guerra d’Oriente, chiamando a conflitto sul campo della politica nuovi interessi, ha resi indispensabili altresì nuove alleanze. n corso delle antiche tradizioni diplomatiche venne a un tratto interrotto; e nell’attenta considerazione d’un presente gravissimo e d’un future del quale una somma prudenza può solo antivenire i pericoli, fu chiaro ad ogni Governo che, a fronte di complicazioni cosi inaspettate su la scena del mondo, era da cercarsi un sistema che procacciasse forza, appoggi e rimedi atti a prowedere alle mutate circostanze. Llnghilterra e la Francia diedero prime al mondo il generoso esempio del più compiuto obblio di loro gare secolari, scendendo unità sul campo ove si combatte la guerra della giustizia e del diritto comune delle nazioni. Gli altri Governi intenti al rapido volo degli eventi, tutti si dispongono a prendervi quella parte che richiedono la necessità o la convenienza della loro politica.

3In cosi serie considerazioni e in mezzo ad apparecchi tanto generali, il Governo del Re avrebbe gravementefallito ai suoi doveri se non avesse attentamente considerato esso pure qual fosse il miglior partitoda scegliersi pel bene del Re e dello Stato e se, fissata la scelta, non l’avesse risolutamente mandata a effetto. I partiti erano due: Neutralità, vale a dire isolamento; alleanza con gli Stati occidentali. La neutralità, talvolta possibile ai grandi Stati, lo è rare volte agli Stati secondari, ove sieno collocati in circostanze politiche e geografiche speciali. La storia però raramente ci mostra felice la neutralità, il cui men tristo frutto è farvi in ultimo bersaglio ai sospetti o agli sdegni d’ambe le parti. Al Piemonte poi, cui l’alto cuore de' suoi Re impresse in ogni tempo una politica risoluta, giovarono assai più le alleanze. Il Piemonte è giunto a farsi tenere in conto all’Europa più che non sembrerebbe chiederlo la sua limitata estensione, perché al giorno del comune pericolo seppe sempre affrontare la sorte comune: come altresì perché nei tempi tranquilli fu nei principi di Savoia la rara sapienza di venir passo passo informando le leggi politiche e civili ai nuovi desideri, ai nuovi bisogni, naturale conseguenza delle incessanti conquiste della civiltà. Poté, èvero, a quando a quando venir per poco travolto dalla furia degli eventi; ma, se cadde, risorse; non fu mai tenuto in dispregio o posto da canto, non mai sprezzato il vincolo che lo lega a' suoi Re, e trovò sempre la sua salute nella fiducia e nella stima che aveva saputo ispirare. Nuovo attestato d’ambedue fu la proposta d’un’alleanza venuta al Governo di S. M. per parte di quelli di S. M. la regina Vittoria e dell’Imperatore dei Francesi.

Gli esempi della storia, l’antiveggenza del futuro, le nobili tradizioni della casa di Savoia, tutto s’univa a scostare il Governo da una politica timida, neghittosa, e condurlo invece per l’antica via seguita dai nostri padri, i quali conobbero la vera prudenza stare nell’onore d’esser partecipe ai sacrifizi e ai pericoli incontrati per la giustizia, affine d’essere a parte poi della cresciuta riputazione, ovvero dei beneficio dopo la vittoria. D’ordine dei Re, che in questa occasione come sempre si mostrò pari alla grandezza degli eventi e alla virtù della sua casa, venne fatta formale accessione al trattato dei 10 aprile 1854, e insieme furono strette due convenzioni dirette a regolare il modo di concorso da prestarsi dalla Sardegna, in dipendenza di quell’atto. Veniamo ora a sottoporla alla vostra approvazione. Frutto d’una prudenza che tende all'ardito e al generoso, confidiamo che questo trattato possa ottenere il vostro assenso, assai meglio che non l’avrebbe se fosse invece suggerito da una prudenza timida e calcolatrice.

Voi, eletti di un popolo che ebbe sempre un cuor solo co’ suoi principi, quando trattossi di seguirli su la via dei sacrificio e dell’onore, non potete avere cuore diverso di quel popolo. Alla croce di Savoia, come a quella di Genova, son note le vie dell’Oriente. Ambedue si spiegarono vittoriose in quei campi, che rivedono oggi rifuse in una sola sui colori della nostra bandiera. Posta ora fra i gloriosi stendardi d’Inghilterra e di Francia, saprà mostrarsi degna di cosi alta compagnia, e la benedirà quel Dio che resse da otto secoli la fortezza e la fede della dinastia di Savoia.» — Cavour, il quale aveva durata somma fatica a vincere i dubbi e le esitazioni dei ministri colleghi — da prima contrari alla guerra, di cui credevano certi i danni, e incerti i benefizi (1) — ebbe a durare non minore fatica per rendere accetta ai due Parlamenti la convenzione militare, da lai già formata in nome del Re con Francia e con Bretagna (2). Strenuissimi erano gli oppositori, gravi le ragioni messe innanzi per combatterla!

Clericali e conservatoriosteggiavano la Lega contra lo Czar, che in Europa rappresentava l’autorità despotica, sotto la quale essi avrebbero volute ricondurre il paese; avversavala la parte moderataa cagione delle nuove gravezze che per la guerra sarebbersi dovute imporre alla nazione; della parte liberalealcuni erano contrari alla politica di Cavour, ma i più, che ne aveano indovinata la mente, l’appoggiavano e la difendevano. —11'3 febbraio nell’Assemblea dei rappresentanti del popolo la discussione fu vivissima; si videro allora i capi delle parti estreme — Sineo e Valerio, La Margherita e Menabrea — sebbene con diverso intente, stare insieme contra la Lega, che sostenevanla poi con forti argomenti Farini e Correnti, e con più forti ancora il generale Giacomo Durando. Prese questi a disaminare la quistione sotto tutti i punti di vista, e, dissipati i dubbi e i timori di molti su l’esito dell’impresa, rinfrancati gli incerti e i timidi, rispondea valorosamente a chi gli aveva domandato: Cosa andiamo noi a fare in Oriente e quali principi a difendervi? Sono forse in pericolo l'indipendenza nazionale e le nostre istituzioni? —«La guerra, cui siamo chiamati a partecipare, cosi Durando, è guerra di indipendenza e di libertà, e non contraddice alla politica tradizionale che noi da più di tre secoli seguiamo.»

Dopo avere accennato alle antiche preponderanze di Francia, di Spagna e d’Austria, cagioni di tanti danni alla patria, e a quella del primo dei Napoleonidi, parlava della preponderanza russa sorta da poco e di grave pericolo all’Europa. «Conviene rifare ciò che male si fece nel 1815, proseguiva l’oratore; conviene costituire una nuova federazione europea contraria affatto a quel principio, virtualmente inchiuso nel trattato di Vienna come vi saremo noi ammessi, se ora, che il pericolo incalza, stiamo neghittosi? se quando l’Europa ci chiama in aiuto, noi le rifiutiamo il nostro aiuto? L’Europa ci dirà: voi siete uno Stato inutile; vi abbandoniamo quindi alla sorte degli Stati inutili alla salvezza comune.»

Ricordato poscia con brevissime parole come il vecchio Piemonte si fosse costituito seguendo non già la grande politica, ma la transitoria con guerre anche poetiche,diceva, aver esso mutata la sua politica transalpina in subalpina dopo le aggregazioni di Saluzzo, Asti e Vercelli; e, dopo quelle fortunatissime di Sicilia, delle terre che il conducevano al Ticino e della Liguria, avere mutata la politica subalpina in politica tutta italiana. Starsi neutrali nella contesa per valersi poi dell'alleanza russa come di potente aiuto al risorgimento italiano essere oggidì una utopia; trionfatrice della Lega lo Czar certo sarebbe per volgersi all'Oriente, ove è la via segnata da Pietro il Grande e da Caterina. Lasciar che l’Austria abbia a consumare sue forze nella presente guerra per prendere quindi il partito più convergente agli interessi nostri, o volere attendere che più grossa diventi la guerra per trattare con Francia e Bretagna a migliori patti il nostro intervento armato, ciò non ci verrà concesso mai.

«Approvate, cosi conchiudeva Durando il suo dire, o signori, questo trattato con fiducia, con ardore; pensate che se in tanto movimento di tutta l’Europa, quando essa vi apre le braccia voi la respingete; se inoperosi rimanete; se acclamate una politica di neutralità, a cui nessuno presterà fede, voi forse politicamente vivrete; ma i vostri figli o i figli dei figli vostri moriranno inonorati ai piedi delle Alpi, e con essi saranno sepolte l’ultime speranze d’Italia.» — Nell’Assemblea del 6 febbraio Cavour vittoriosamente confutava le obbiezioni degli oppositori, e mettendo innanzi le ragioni che avevano indotto il Governo del Re ad accostarsi e a entrar nella Lega, ne difendeva l’operato. «Una cosa è incontestabile, cosi parlava egli; se Russia trionfa, se Parmi sue occupano Costantinopoli, essa diventa irresistibilmente preponderante in Europa e acquista il predominio assoluto nel Mediterraneo, esizialissimo agli interessi nostri e dell’Italia; le libere istituzioni, di cui godiamo, correrebbero allora grave pericolo…

In Germania gli uomini rimasti fedeli alle idee del 1848 e 1849 caldeggiano la guerra; la parte liberale di tutta Europa vivamente la sostiene; se noi, proprio contra gli interessi nostri, rifiutiamo di prendervi parte, ora che fummo ad essa invitati, perderemo non poco della stima, che nutrono per noi gli uomini più chiari, e molto eziandio scapiteremo nell’opinione pubblica, questa signora del mondo che ora spira a noi favorevole... E poiché la neutralità ha conseguenze funestissime per noi, l’alleanza ci è indispensabile. Certo noi dovremo gravare il paese di nuove imposizioni; ma le condizioni economiche in cui esso si trova, non possono farci disperare dell’avvenire; né i traffici nostri in Oriente soffriranno per la guerra, che da noi si imprendere, danni maggiori di quelli che ora patiscono; però che gli Stati della Lega abbiano già chiusi i porti del mar Nero e del mar d’Azof; e lo Czar abbia bandito sino dal rompere di quella, che rispetterebbe i beni e le persone soggette ai guerreggianti. Si afferma essere l’Austria altresì entrata nella Lega; e quando ciò fosse, sarebbe segno dei mutati suoi principi; mentre noi entreremo in essa con tutti i nostri sentimenti, con tutti i nostri principi senza niegare il nostro passato e tenendo alta e spiegata la bandiera nazionale.


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Con lo associarsi a Francia e a Bretagna noi diamo prova chiarissima che l’Italia ha tanta sapienza civile da potersi governare con libertà, e che in essa il valor militare è lo stesso del tempo dei nostri antenati. E siccome già da sotte anni mostriamo che gli Italiani sanno reggersi con prudenza, lealtà e saviezza, cosi è necessario nuovamente provare lor valentia in guerra; più assai del declamare gioverà all’avvenire d’Italia la gloria che i nostri soldati riporteranno dai lidi d’Oriente.» — Il 10 febbraio nel Parlamento dei rappresentanti del popolo il trattato d’alleanza, messo a partito, vinceva la prova con cento e una voce favorevole e sessanta contrarie; e il 3 marzo in Senato, dopo flero contraste, otteneva sessantatré voci favorevoli e ventisette contrarie (1).

Cavour, il quale aveva vinti i dubbi dei colleghi con lo appoggio del Re, trionfò allora splendidamente nei Parlamenti con l’aiuto dell’opinione pubblica? La Sardegna era entrata nella Lega con tutta lealtà; non cosi l’Austria, che in apparenza stava per Francia, stava per Bretagna, ma in verità per Russia. Se Francesco Giuseppe fosse uscito alla campagna, la quistione d’Oriente sarebbesi subito mutata in quistione europea; ed egli avrebbe avuto allora non più a combattere per l’imperio degli Osmanli, né per difendere i diritti della Chiesa Greca in Turchia, sibbene per la conservazione del contrappeso degli Stati d'Europaall’Austria tanto necessario. A impedire una conflagrazione universale, pericolosa alla integrità della sua monarchia, il Sire absburghese occupava — come sopra narrammo — con esercito poderoso Moldavia e Valacchia e ciò con vantaggio proprio e dello Czar; avvegnaché per tale occupazione la guerra venisse ad allontanarsi dai confini dell’imperio, e ad allontanarsi altresì dal Pruth e dalla vicina Polonia russa — non quieta mai — costringendo la Lega a portare le sue armi nella lontana Crimea. D partecipare della Sardegna all'impresa d’Oriente punse al vivo il Governo di Vienna, il quale, per mezzo de suoi diari sfogava sua rabbia dicendo: = I piccioli Stati, cui non toccano mai le grandi quistioni, esistendo solo in virtù del diritto pubblico, non già per la forza propria, essere in obbligo di cercare lor sicurezza nel rispetto dei diritti altrui; né dover quindi essi minacciare alcuno, per non venire minacciati mai.

— Dopo averle rimproverata il troppo fondamento su l’appoggio d’Inghilterra, l’avvertiva, che questo Stato la proteggerebbe sino a quando il proteggerla fosse negli interessi suoi; e che l’abbandonerebbe alla sua sorte, allora che ciò tornasse utile alle sue mire. Il Governo di Pietroburgo — il quale, vigilantissimo sempre, aveva da tempo sapute le pratiche di Francia e di Bretagna per attirar nella lega la Sardegna, e indovinato altresì che questa le si sarebbe accostata — sin dal 17 febbraio in una lettera circolare a tutti i suoi rappresentanti presso le Corti d’Europa aveva mosso aspra bensì, ma non affatto ingiusta censura al Governo di Vittorio Emanuele, che senza indir la guerra stava per romperla a uno Stato amico, dal quale in momenti difficili aveva ricevuto importanti benefizi. Ricordatogli come un giorno l’armi di Russia avevano valiche le Alpi per difendere la Sardegna e che allo czar Alessandro, di gloriosa memoria, andava quella debitrice di sua indipendenza e la casa di Savoia del riacquisto del trono avito,proseguiva cosi:

«È d’uopo inoltre rammentare, che se Genova venne riunita al regno sabaudo, lo fu perché il Governo di Russia aveva riconosciuta la necessità d’assicurare al medesimo tempo la prosperità e la grandezza del paese, che lo Czar aveva potentemente concorso a liberare dalla signoria straniera... Spetteràsoprattutto agli Stati della Lega di giudicare il contegno della Corte di Torino, che volge le armi contra noi nel momento stesso in cui a Vienna entriamo in una deliberazione, che deve schiudere la via alla pace. I voti che tendono a questa sono stati ora disconosciuti in modo strano dal Governo sardo; avvegnaché, mentre i grandi Stati dell’Europa di mezzo vietano il soldarsi in essi di legioni per la guerra allo intentodi far rispettate lor neutralità e indipendenza, la Sardegna meno avara del sangue d’Italia, si prepari a versarlo per causa estranea a' suoi interessi politici e religiosi.» — Alla lettera circolare di Nesselrode, con cui intimava guerra alla Sardegna, rispondeva Cavour col manifeste del 4 marzo; col quale, dopo avere respinte se non tutte, certo per la maggiore parte le gravi censure del Ministro di Niccolò, bandiva la guerra alla Russia.

«Da gran tempo, cosi Cavour, l’Europa guarda con giusto e geloso sospetto nel continuo ingrandirsi della Russia in Oriente la progressiva applicazione di quel sistema che, inaugurato da Pietro il Grande, maturato nella nazione più forse ancora che nei Sovrani Moscoviti, tende con tutte le forze occulte e palesi alla conquista di Costantinopoli, non come a scopo finale, ma come a principio e scala di nuove e più smisurate ambizioni. Questi disegni della Russia sovversivi del contrappeso degli Stati d’Europa, minacciosi per la libertà dei popoli e l'indipendenza delle nazioni, non si rivelarono forse mai con tanta evidenza quanto nell’ingiusta invasione dei Principati Danubiani, e negli atti diplomatici che la precedettero e seguitarono. Ond’è che a buon diritto la Francia e l’Inghilterra, dopo un lungo e inutile esperimento dei mezzi di conciliazione, ricorsero alle armi, e pigliarono a sostenere l’imperio ottomano contra l’assaltare del suo prepotente vicino. Dalla risoluzione della quistione d’Oriente pendono i destini non immediati, ma prevedibili d’Europa e d’Asia, e più direttamente e prossimamente quelli degli Stati contermini al mare Mediterraneo, i quali perciò non possono rimanersi spettatori indifferenti di una lotta, in cui s’agitano i loro più vitali interessi, cui si contende per sapere se rimarranno liberi e indipendenti, oppure vassalli, se non di nome, almeno di fatto, dei colossale imperio russo.

La giustizia della causa propugnata dai generosi difensori della Sublime Porta, le considerazioni si potenti sempre sul cuore dei Re, della dignità e indipendenza nazionale hanno determinato S. M. il Re di Sardegna, dopo il formate invito che ne ha ricevuto dai due grandi Stati occidentali, ad accedere, per atto dei 12 dello scorso gennaio, al trattato d’alleanza offensiva e difensiva, stipulatoil 10 aprile 1854, tra le LL. MM. l’Imperatore de' Francesi e la Regina dei regno unito della Grande Bretagna e Irlanda. Ma assai prima che tale atto ricevesse l’indispensabile suo legale compimento mercé il cambio delle ratificazioni, prima perciò che potesse avere un principio qualunque d'esecuzione,l’imperatore Niccolò lagnandosi con linguaggio non senza amarezza che da noi sia stato offeso il diritto delle genti, nell’essersi, come egli suppone, senza prima dichiarare la guerra, fatta una spedizione contra la Crimea; accusando in oltre il Re d’ingratitudine per aver dimenticate antiche prove d'amicizia e di simpatia date dalla Russia alla Sardegna, s’affrettava a dichiararci egli stesso la guerra.

Senza arrestarci alla supposta violazione dei diritto delle genti, che non può essere che un errore della cancelleria, osserveremo che nelle antiche memorie d’amichevoli corrispondenze passate tra i predecessori di S. M. I. e quelli di S. M. Sarda, l’Imperatore avrebbe potuto contrapporre altre memorie più recenti e personali sul contegno che egli tenue da otto anni in qua verso i re Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II. Ma prima di tutto avrebbe dovuto persuaderai che S. M. si è accostata a questa alleanza non per dimenticanza di antiche amicizie, né per risentimento di recenti offese, ma per ferma convinzione d’esservi spinta imperiosamente dagli interessi generali d’Europa e dai particolari della nazione, di cui la divina Provvidenza le ha affidato i destini.

Ed è perciò che nei pigliare parte a una gravissima guerra il Re punto non dubita che rispondano al suo appello con l'antica fede gli amati suoi popoli, i prodi suoi soldati; confidando, come egli confida, nella protezione di quel Dio che nel corso di oltre otto secoli ha tante volte sorretto fra duri cimenti e guidato a gloriosi eventi la monarchia di Savoia, S. M. è sicura nella coscienza d’avere adempiuto un dovere; né per quanto lo travaglino crudeli afflizioni sarà meno risoluto e costante nel difendere con tutte le sue forze contra qualunque assalto i sacri interessi dei popoli, i diritti imprescrittibili della corona, mentre il Re fa voti a che si rendano fruttuose le trattative di pace pur testé iniziate nella città di Vienna, adempiendo intanto gli obblighi contratti verso la Francia, l'Inghilterra e la Turchia, ha ordinato al Ministro sottoscritto di dichiarare come in virtù dell’atto d'accessione prementovato le sue forze armate di terra e di mare sono in istato di guerra nell’imperio russo. Il sottoscritto dichiara inoltre d’ordine di S. M. l’exequaturaccordato ai consoli russi dei regi Stati rivocato; che le proprietà e le persone dei sudditi russi saranno nondimeno scrupolosamente rispettate, e che si concederà alle navi russe il tempo necessario a lasciare gli Stati sardi.»

— In quella che Russia e Sardegna indicevansi vicendevolmente la guerra, caso gravissimo seguiva in Pietroburgo. Il 2 marzo Niccolò — la mente più vasta della Russia e nella quale da quasi trent’anni agitavansi le tradizioni gloriose di Pietro il Grande e di Caterina — era disceso nella tomba! A caso tanto inaspettato, quanto grave, l’Europa si commosse; i cuori di tutti aprironsi a nuove speranze di pace, le quali però dovevano subito svanire; avvegnaché Alessandro n, fatta sua quella grandezza storica, che tanto ammiravasi nel padre suo, intieramente si volgesse alla guerra. Ben è vero che in su le prime la voce pubblica dicevalo partigiano della giovane Russia,perciò inchinevole a pace; e di natura mite, conciliativa, onde facile cosa accordarsi con lui; ma le parole ch’ei pronunciò al suo salire al trono e i primi atti del suo governo chiarironlo un principe risoluto a mandare a effetto i disegni di Pietro, di Caterina e del suo genitore; non a sconfessare, sibbene a seguire la politica de suoi grandi avi, né ad abdicare alla secolare tradizione de' suoi antecessori. Al carattere puramente nazionaledella guerra, Alessandro aggiunse quello altresì di una crociata;essa ebbe quindi il carattere eminentemente civile de' nostri tempi ed eminentemente religiosodel medio evo; per la quale cosa, se il suo fuoco era di quei giorni già tremendo, di li a non molto doveva ancor più fortemente divampare. L’ardore per la guerra diventò universale nella nazione; avealo eccitato il Sacro Sinodocon un manifeste ai fedeli della Chiesa ortodossa, manifeste che fu un appello alle armi per condurre a buon fine l’impresa, alla quale erano stati chiamati dall'unto del Signore, che abitava nelle regioni celesti, da Niccolò:santa era dunque la guerra che i Russi dovevano combattere per compiere la loro missione.

In questo torno di tempo la morte aveva mietuto tre vite, a tutti carissime, riempiendo di lutti la Corte di Torino e immergendo nell’afflizione i popoli della Sardegna! La buona Maria Teresa di Toscana, la vedova del martire d’Oporto, il 22 gennaio di quell’anno erasi spenta; otto giorni dopo seguita nella tomba da Maria Adelaide d’Austria, la gentile consorte del re Vittorio Emanuele; la quale, alle tante cristiane virtù di cui andava adorna, mirabilmente univa quelle di sposa e di madre. Pochi di appresso, voglio dire nella notte del 10 all’11febbraio, spirava la grande anima sua Ferdinando di Savoia, Duca di Genova, il soldato strenuissimo di Sommacampagna e di Custoza (1), il capitano sapiente e audace di Novara. In brevissimo giro di tempo i sepolcri di Superga tre volte eransi aperti con indicibile strazio del cuore di Vittorio Emanuele; e quasi non bastassero perdite si crudeli a martoriarlo, la fazione clericale gli si metteva d’attorno per dirgli: essere quelle tre morti un castigo di Dio, che cosi punivalo delle leggi da lui sancite a danno dei diritti delta Chiesa romana.

Se non che Dio — il quale punisce soltanto gli spergiuri, non chi mantiene fede ai giuramenti fatti innanzi a Lui —rendevalo di poi felice con l’amore de popoli suoi; onde per questi potè condurre la patria alla unità sospirata. I mali umori tra la Curia papale e il Governo di Torino, che da qualche tempo aveano fatto tregua, di quei giorni risvegliavansi e facevansi vivi più che mai; i ministri del Re sarebbero venuti volontieri agli accordi con alcune concessioni, salvi però sempre i diritti e la dignità della nazione; ma Roma, la quale voleva recuperar tutto, senza cedere in cosa veruna, mirava a mutare la quistione religiosa in politica, a turbare il paese con iscandali e a inimicare il popolo a' supremi reggitori suoi allo intento di offendere le libertà costituzionali. A far conoscere in tutta sua pienezza la ingiustizia de euriali pontifici, basti il dire, avere essi allora niegato a Sardegna quella indipendenza già da lunga pezza goduta dagli altri Stati d’Italia, e persino quella di cui la Sardegna stessa aveva fruito dall’anno 1800 al 1814. La legge per l’abolizione degli ordini religiosi, eccetto però quelli che son consecrati alla predicazione, all’educazione o all’assistenza dei malati — di quei giorni messa in campo — accendeva nuove ire in Corte di Roma ed eccitava il clero di Sardegna a guerra aperta contra i ministri di Vittorio Emanuele.

Già il Sommo Pontefice nel Concistorio segreto del 22 gennaio aveva condannato quella legge, la quale offendeva la Chiesa e l’autorità suprema delta Santa Sede ed era repugnante al diritto naturale, divino e sociale e avversa al bene dell’umanità;in oltre Pio IX aveva allora minacciate le pene e le censure stabilità dalle costituzioni apostoliche e dai canoni dei sacri Concilii, specie del Tridentino, a quanti fossero per favoreggiare, approvare e sancire la legge(1). — Nei giorni corsi da quello della presentazione della legge per l’abolizione di alcune società monastiche al Parlamento subalpino — e fu il 26 dicembre 1854 — al di fissato per la discussione di essa — ed era il 9 gennaio del 1855 — parecchi monaci di ordini diversi chiedevano ai rappresentanti della nazione l’abolizione de’ loro monisteri; con tale domanda anticipavano il protestare degli avversari alla legge, da questi chiamata ingiustissima spogliazione. Se il Governo del Re sapeva, che per mandarla a effetto avrebbe dovuto superare serii ostacoli messigli innanzi dal clero maggiore (2), sapevasi però d’altra parte confortato non solamente dall’opinione pubblica, chiaritasi a lui favorevole, ma altresì da non pochi del clero inferiore, cui la nuova legge dovea tornare utile; avvegnaché ai molti parrochi meschinamente retribuiti si provvedesse da quella in modo degno: ciò era secondo giustizia.

A difendere e sostenere la legge, Cavour trovavasi spinto anche dalle necessità dell’erario, il quale per essa sarebbe subito sgravato dal peso di quasi un milione di lire, annuo sussidio al clero povero. Lo incameramento poi dei beni posseduti dalle comunità religiose, che dovevansi abolire, era eziandio per arrecare notevolissimi vantaggi economici al paese; però che diventerebbero assai più produttivi nelle mani de' cittadini, cui perverrebbero in virtù della vendita di essi. La discussione su la legge tanto controversa, sospesa a mezzo gennaio a cagione dei lutti della famiglia reale, ripigliavasi il 16 febbraio. La disputa fu viva, fa calorosa; la combatterono o l’appoggiarono i più savi oratori del Parlamento; tra questi Camillo Cavour, il quale ebbe allora luminosamente provato, che gli ordini religiosi — nella loro origine rispondenti a un bisogno sociale — essendo rimasti immobili sempre in mezzo al mondo, che sempre avanzava, erano divenuti contrariagli intendimenti de' loro istitutori e d’ostacolo al progredire della Società. Se dopo le invasionidel Barbari,cosi il Ministro, nel loro sacri asili e sotto la protezione della croce essi avevano potuto conservare le scienze e le arti della civiltà romana, oggidì, per essere troppo legati al culto delle tradizioniantiche, non più cooperando al perfezionamento di quelle, aveano cessato d’essere benemeriti della società civile e della religione stessa(1).

A lunga discussione tenne dietro pur lungo dibattimento, non sempre tranquillo, non sempre pacato, come avviene in tutto ciò che tocca al sentimento religioso; e quando si reputò bastantemente chiarita la quistione, la legge mandata a partito — e fa sui primi del marzo — vinse la prova con pluralità di voci. Se i ministri del Re avevano incontrato dure resistenze nel Parlamento dei rappresentanti della nazione, d’assai più dure e più difficili a superare dovevano essi incontrare in quello de Senatori; e la lotta fa si aspra e si gravi gli ostacoli alzati dagli avversari contra la legge, che fa forza ai ministri di lasciare i loro offici; per breve tempo però, avvegnaché li riprendessero richiamativi dal Re, come or narreremo. Alle violenti accuse e alle oltraggiose parole volte dai Senatori della fazione clericale ai consiglieri di Vittorio Emanuele seguiva la condanna della legge, gridata nimica alla religione e violatrice del diritto di proprietà e dei patti un giorno solennemente fermati tra laChiesa e la Sardegna.

Trovavasi la discussione nei momento suo più vivo, quando monsignor Calabiana, vescovo di Casale, in nome dell’Episcopato sardo e consenziente il Pontefice, offriva di lasciare a favore dello Stato le novecentoventotto mila lire, che esso pagava annualmente ai parrochi bisognosi in virtù dei concordatodei 1828 tra la Chiesa e la Sardegna; in oltre, di sgravar quello da ogni spesa di culto, pur che rinunciasse ai redditi dei benefizi vacanti e rispettasse gli ordini monastici. Sorpreso da proposta si inaspettata, Cavour domandava e otteneva dai Senato di sospendere la discussione per potere disaminare l’offerta fattagli coi colleghi suoi, cui egli stava a capo; i quali, reputando toccare essa la dignità dello Stato — come quella che tendeva farne mercato dei diritti — e avvertiti che il Re, oppresso dalle tante e dolorose perdite poco innanzi patite, cedendo al premere di chi ripetongli di continuo le morti de' suoi cari essere una punizione di Dio,mostravasi allora inchinevole alla proposta dei Vescovo di Casale per togliersi alle scomuniche minacciategli dai Vaticano, i ministri, io dico, rinunziavano al loro officio (2).

Per la quale cosa Vittorio Emanuele fidava il carico di comporre una nuova amministrazione al generale Giacomo Durando, di quei giorni eletto Ministro sopra le armi per l’andata a Crimea d’Alfonso Lamarmora. Ma per quanto ei s’adoperasse e per quante pratiche tentasse con uomini d’autorità e senno, non gli riesci di trovar chi volesse mettere in non cale sua dignità e quella della nazione altresì per soddisfare alle esigenze, invero ingiuste, della romana Curia a danno di riforma civilissima dai tempi imperiosamente richiesta. E siccome il ritirarsi di Cavour per le contrarietà, o, dirò meglio, per li cattivi umori dei Senato, aveva profondamente commosso il paese, tenuto eziandio in forte agitazione dalle irresolutezze dei Principe, cosi funecessità al Re di rivolgersi ancora a Cavour: l’opinione pubblica ebbe allora trionfato di tutti e di tutto. Securo dell’appoggio del suo sovrano — che l’usata fortezza dell’animo rendeva subito allora e manteneva di poi e sempre tetragono alle avversità del fortunoso suo regnare — il conte Ministro, tornato alla lotta, combatteva e vittoriava; la legge, alquanto mitigata nel suo rigore, il 25 maggio in Senato vinceva il partito, e quattro giorni appresso pubblicavasi il decreto regio, in virtù del quale trentaquattro ordini religiosi cessavano d’esistere giuridicamente (1).

Con la legge su le comunità monastiche — la quale invero, che che dire si voglia a sua scusa, ledeva il diritto di proprietà — i ministri di Vittorio Emanuele aveansi compiutamente inimicati i curiali romani e chiusa ogni via anche di lontano accordo con la Santa Sede (1); e dal canto suo il Ponteflce, per romperla affatto con Torino e la sua Corte, il 22 luglio in concistorio segreto fulminava le censure e le pene ecclesiastiche agli autori, favoreggiatori ed esecutori di quella legge. Avvertito della scomunica papale il Governo del Re sollecito invitava i reggitori delle provincie ad attenersi alle prescrizionidella sua lettera circolare del 4passato febbraio. Il clero maggiore bene avrebbe voluto costringere il clero inferiore a nulla accettare dal Governo regio; ma siccome il Pontefice avevalo lasciato pienamente libero, cosi i chierici non isdegnarono di ricevere i sussidi, di cui proprio abbisognavano.

Correva il 14 aprile, allora che Vittorio Emanuele consegnava ai reggimenti temporanei della spedizione di Crimea — raccolti in Alessandria — le bandiere benedette dal Vicario capitolare della città; nella quale solenne occasione il Ministro sopra le armi, generale Durando, in nome del Re parlava loro queste parole: «Una guerra giusta, dalla quale dipendono la tranquillità dell’Europa e le sorti del nostro paese, vi chiama in Oriente. Vedrete lontane terre, dove la Croce di Savoia non è ignota; vedrete popoli ed eserciti valorosi, la cui fama riempie il mondo. Vi sia di stimolo il loro esempio, e mostrate a tutti, come in voi non sia venuto meno il valore de' nostri padri. Io vi condussi altre volte sul campo dell’onore, e, lo rammento con orgoglio, divisi con voi perigli e fatiche. Dolente di separarmi da voi per qualche tempo, il mio pensiero vi seguirà dappertutto, e sarà un giorno felice per me quello in cui mi verrà data di riunirmi a voi. Soldati! eccovi le vostre bandiere! generosamente spiegate dal Magnanimo Carlo Alberto, vi ricordino la patria lontana e otto secoli di nobili tradizioni. Sappiate diffonderle; riportatele coronate di nuova gloria, e i vostri sacrifizi saranno benedetti dalle presenti e dalle future generazioni» (2).

— Il corpo d’esercito di Crimea contava venti battaglioni di fanti d’ordinanza (3), costituenti dieci reggimenti temporanei;cinque battaglioni di veliti o bersaglieri;un reggimento di cavalleggieri di cinque squadroni; sei batterie di cannoni da campo (4); quattro compagnie d’artiglieri di fortezza; e un battaglione di soldati degli ingegneri militari; tutte le quali armi erano ordinate in due divisioni militari e in una brigata di riscossa. Ogni divisione constava di due brigate — ciascuna di queste, di due reggimenti di fanti — di un battaglione di bersaglieri, di due batterie d’artiglierie e d’uno squadrone di cavalli; e la brigata di riscossa componevasi d’un reggimento di fanti, d’un battaglione di bersaglieri, di due batterie di cannoni e d’uno squadrone di cavalli.


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Generalissimo della spedizione era Alfonso Lamarmora; capo dello Stato maggior generale il colonnello Petitti; Giovanni Durando e Alessandro Lamarmora, luogotenenti generali, stavano al governo delle due divisioni; loro brigadieri il maggior generale Fanti e i colonnelli Cialdini, Montevecchio, Mollard; il maggior generale Ansaldi comandava la brigata di riscossa; i colonnelli Valfrè, Staglieno, Sanpietro e Savoiroux tenevano il comando supremo delle artiglierie, degli ingegneri militari, de' bersaglieri e dei cavalleggieri (1). Lasciata Alessandria l’esercito raccoglievasi in Genova, nel cui porto il 20 aprile, per un ponte di barche allora allora costrutto al Passo Nuovo sotto la Porta Lanterna, cominciava a imbarcarsi su navi nazionali e inglesi; le quali, man mano che avevano a bordo quanto doveano trasportare d’uomini e cavalli, di salmerie e carri, entravano in mare. Gravissima disgrazia funestò le prime partenze! Il 24 aprile il Creso,legno a vapore di grave mole, sui quale, oltre. i marinai, trovavansi dugento ottantasette soldati e copia grandissima di vettovaglie, un’ora e mezzo dopo sua uscita dai porto prendeva fuoco — e fu detto per troppo calore della tromba — che in brevi istanti talmente allargossi da non potersi più spegnere; onde il comandante di essa dirigevala verso il seno di San Fruttuoso, che sta ai piedi di Portofino, e vi dava in secco (2).

La nave, le vettovaglie e quante cose portava furono consunte dalle fiamme o affondarono; i marinai e i soldati salvaronsi, tranne alcuni di questi ultimi, i quali s’eran gettati in mare prima che il Cresoavesse a giugnere su la secca. Il 29 aprile Alfonso Lamarmora, lasciata Genova, a bordo del Governolocamminava verso la Tauride, su’ cui lidi, e a Balaklava, la sera dell’8 maggio scendeva con quattro mila dei suoi. A maggiore chiarezza dell’istoria nostra, giova qui riassumere con brevissime parole le imprese di guerra compiute in Oriente dalle armi della Lega contra la Russia dai rompersi di quella sino al giugnere a Crimea dell’esercito, imprese da noi con bastevole larghezza narrate al capitolo decimo del volume secondo di queste istorie,

Fatta secura del validissimo presidio di Francia e d’Inghilterra la Sublime Porta era animosamente uscita alla campagna contra gli eserciti invaditori di Russia; la quale doveva sostenere da sola tutto il peso d’una lotta gigantesca, e che invero sostenne con animo invitto e grande; avvegnaché Austria e Prussia avessero deliberato di serbarsi neutrali nella contesa. Se la Turchia combatté sul Danubio la guerra santacol furore religioso degli antichi Osmanli, la Russia combatté in Crimea la guerra nazionalecon l’entusiasmo de' vecchi Moscoviti, e la seppe condurre sempre con onore. — Contra la violazione del suo territorio il Sultano aveva altamente protestato e minacciato la guerra allo Czar, qualora entro quindici giorni non si ritirassero dai Principati. Francia e Bretagna, Austria e Prussia, temendo avesse a uscire da quella una conflagrazione europea, pregata la Turchia a sospendere per alcun poco ancora le armi sue, volgevansi a Niccolò per tentarne l’animo e menarlo a consiglio più mite, più savio; se non che respinte a Pietroburgo lor proposte di accordo, a mezzo ottobre di quell’anno 1853 la guerra rompevasi in Europa, rompevasi in Asia.

Sul Danubio, a Turtokoi, a Kalafat, dinnanzi a Vidino, e su le frontiere asiatiche a San Nicola i Turchi vittoriavano; ma in sul cadere del novembre nel Transcaucaso, ad Akhaltzik e a Basch-Kadyk-Lar erano vinti dai Russi, i quali sul mar Nero a Sinope, il 30 di quel mese, distruggevano compiutamente l’armata ottomana. La rovina di Sinope — il 6 gennaio 1854 vendicata da Omer Pachà a Citate — induceva Francia e Inghilterra a soccorrere l’imperio turchesco, la cui caduta, tornando allora tutta a vantaggio della Russia, romperebbe il contrappeso degli Stati in Europa. La squadra anglo-francese — da tempo in su l’ancore nelle acque di Besica e di Therapia — in sui primi di quel mese entrava nel mar Nero; e dopo averlo corso senza incontrare la nimica, il 22 gennaio riedeva al Bosforo. I Governi di Parigi e di Londra, stretta nelmarzo una lega col Soldano, intimavano allo Czar lo sgombramento dei Principati Danubiani; e lo Czar — che aveva già gridato contra lo intervenir loro in quella contesa che non li toccava — rispondeva indicendo ad essi la guerra.

Allora Francia e Bretagna sollecite inviavano loro armi in Oriente contra i Russi invaditori di Turchia; i quali allo appressarsi delle genti della Lega toglievansi giù dall’assedio di Silistria e rivalicavano il Danubio. Con forze poderose seguivali Omer Pachà, il quale giugneva a Bukarest proprio in quella che l’Austria, accostatasi alla Lega, invadeva con gli eserciti suoi i Principati Danubiani. Il quale intervento — in apparenza, come dissi più sopra, a danno, in verità poi a vantaggio della Russia, assicurando a questa la frontiera dei Pruth — costringeva i confederati a portare la guerra in Crimea contra Sebastopoli, obbietto primo della nuova impresa. Levati i campi di Varna entravano essi in mare e il 14 settembre scendevano sui lidi incontrastati d’Eupatoria; il 20 combattevano e sbaragliavano il nimico campeggiante le alture dell’Alma; indi portavansi a Balaklava per tentare Sebastopoli con assalto improvviso; se non che, riconosciuta l’impossibilità d’averla per sorpresa, deliberavano di recarsela in mano per assedio formale. Il 17 ottobre i confederati prendevano a fulminarla con loro artiglierie, cui rispondeva il nimico assai vivamente, recando non lievi danni alle offese degli assedianti e alle navi delle loro armate, le quali dalla baia di Streleska, ov’eransi ancorate, battevano i forti dei Lazzeretto,d’Alessandroe le picciole opere di Costantinoe delTelegrafo,che proteggevano l’entrata della grande rada di Sebastopoli.

Giace Sebastopoli su la marina occidentale della Crimea presso il capo Chersoneso, e sopra le due rive d’una baia profonda, che apresi a mezzogiorno delvasto suo porto (1). Aquella città fanno capo tre grandi vie, per le quali essa comunica con l’interno della penisola e con le provincie dell’imperio. La prima, correndo lungo la baia, conduce a Bakchi-Sarai e a Simferopoli, da dove volgendo alquanto a sinistra sale a Perekop; la seconda mena da Sebastopoli a Bakchi-Sarai, e da qui voltandosi a sinistra va ad Eupatoria; poscia piegando verso settentrione raggiunge ad Aibar la via di Simferopoli all’istmo di Perekop (2); la terza in fine — chiamata di Woronzoff—è quella di Balaklava; e per Baidar, avvicinandosi alla spiaggia meridionale della Tauride, questa percorre sino ad Alupka e ad Alushta; e da Alushta per l’alto monte del Chatir-Dagh — o Tent — scende nella valle del Selgir e va a Simferopoli. Numerosi forti, muniti di cannoni di grosso calibro, difendevano l’entrata del porto di Sebastopoli (3); la quale città, in sul cominciare dell’assedio per la maggiore parte protetta da semplice cinta, dovea poi diventare fortezza formidabilissima per virtù di Totleben, officiale nel corpo degli ingegneri militari, in modo speciale già segnalatosi all’assedio di Silistria. In breve tempo e nei luoghi più importanti a tenersi egli faceva costruire opere fortificatorie chiuse; alzava batterie, bastioni, lunette; il tutto legando in valido sistema di difesa e munendo con l’artiglierie della marineria di guerra, di cui alcune navi erano state colate a fondo all’entrata del porto per chiuderla alle armate nimiche (4).

Dal capo Chersoneso — posto all’angolo austro-ponente della penisola taurica — stendesi verso la Tschernaia un altipiano triangolare; la cui base s’appoggia al mare e corre dai capo Chersoneso a Balaklava; e i due lati, formati a destra dai monti che elevansi dinnanzi la Tschernaia e a sinistre dai mare, congiungonsi in Sebastopoli, vertice di questa vastissimo triangolo. Se il grande preponderare delle forze navali di Francia e d’Inghilterra su quelle dei Russi in pedi sempre a questi d’offendere gli assedianti dalla parte del mare, la Tschernaia rendette a Menschikoff ardua l’impresa di tentare i campi degli alleati dalla parte di terra; avvegnaché quel fiume, che da Baidar scende alla baia di Sebastopoli, entro cui mette foce, corra ai piedi di montagne dirupate: onde sue rive riescono oltremodo malagevoli a superarsi.

Tre ponti stavano allora a cavaliere della Tschernaia; il primo nella valle di Baidar al passo della via WoronzofT,o di Balaklava ad Alushta; a valle di esso quello di Traktir, al passo della via che da Balaklava conduce a Makensie e a Simferopoli; il terzo ponte, non lungi dalla foce della Tschernaia in su la grande baia di Sebastopoli e presso Inkermann, ove passa la via la quale per BakchiSarai e Simferopoli mena a Perekop. Il terreno, che stendesi davanti a Sebastopoli, s'eleva gradatamente ai piedi dell’alta catena de' monti, la quale va da Balaklava sino all'amplissima baia di Kaffa (1), poco scostandosi dalla spiaggia meridionale della penisola. Esso è disuguale, variato e attraversato da burroni e in molte parti diviso da baie; avvegnaché, oltre la grande di Sebastopoli e quella del porto di guerra — su le cui rive, come già dicemmo, siede la città — altre minori spingonsi entro terra, e sono le baie dell’Arsenale,del Carenaggio —o di Kilene— a destra della città; e a sinistra, le baie del Lazzeretto,di Streleska,di Peschana,di Kamiesche di Kazatchpresso il Capo Chersoneso. Il qual terreno, che fu sede della guerra combattuta dalle armi della Lega contra gli eserciti di Russia, è diviso in due zone — orientale e occidentale — dal burrone detto il Laboratorio,che dalla estremità della baia porto militaredi Sebastopoli corre sin presso i monti di Balaklava.

Stava l’esercito della Lega intento a' suoi lavori d’assedio, allora che il mattino del 25 ottobre il generale Liprandycon ventidue mila Russi cadeva improvvisamente su la destra dei campi inglesi a Balaklava e la rompeva; nella quale giornata la cavalleria leggera inglese, da lord Raglan con insano consiglio lanciata contra le batterie d’artiglierie russe, veniva quasi distrutta. Il 5 novembre Menschikoff pativa a Inkermann danni gravissimi da quel nimico, che pochi di innanzi egli aveva oppresso, ma non vinto a Balaklava. Romperne l’ala destra per impadronirsi delle posture occupate dagli Inglesi e fortificarsi, questo l’obbietto dell’impresa sua; alla quale non sorti esito felice, cause li mali ordini del generale russo, le strenue resistenze degli assaliti e l’appoggio validissimo dato a questi dalla divisione francese di Bosquet.

— Dalla sanguinosa giornata di Inkermann del 5 novembre 1854, nella quale Russi e Inglesi fecero prova di disperato valore, sino a mezzo il maggio dell’anno appresso non ebbero luogo combattimenti o grossi affronti tra' guerreggianti, ma furono senza tregua i badalucchi e le notturne uscite dei Russi per rovinare o sconciare i lavori d’assedio, che avanzavano, lentamente si, ma securi contra la fortezza, la cui cerchia di fuoco per que’ lavori ogni di più si stringeva. Obbietto primissimo delle militari operazioni dei confederati era la torre di Malakoff e il suo bastione elevantisi circa a metà delle difese orientali di Sebastopoli e davanti al sobborgo di Karabelnaia; onde obbietto primissimo dei Russi doveva essere, come in fatto lo fu, il mantenersi forti in quella torre e in quel bastione, dal cui possesso pendeva la salvezza della città e fors’anche l’esito della guerra.

Egli è per ciò, che Totleben, il genio della difesa, sapientemente acconciandosi alla natura del sito, aveva di opere si bene afforzata Malakoff e le posture attorno ad essa, da renderle formidabili e atte a vigorose ed efficaci resistenze. — Sorgeva l’alba del 17 febbraio di quell’anno 1855 quando ventimila Russi — non avvertiti, non visti — assaltavano improvvisamente Eupatoria, alla quale in sul finire del gennaio Omer Pachà era venuto da suoi campi del Danubio con quasi trenta mila Turchi. Fu breve la pugna; però che, profittando d’un momento d’irresolutezza degli assalitori cagionata da un ostacolo non preveduto, i difensori, fatto impeto sovr’essi, ne rompessero gli ordini e li scompigliassero. Non ostante gli sforzi più gagliardi per restaurare il combattimento, i Russi — cui le artiglierie delle fortificazioni d’Eupatoria e le poderosissime delle navi, che sorgevano in su l’àncore nella vicina rada, avevano fatto patire gravi perdite — erano costretti a togliersi giù dall’impresa.

— Giugnevano intanto ai confederati validi sussidi di armi e di armati; Francia aveali chiamati d’Algeria; Bretagna, dalle Indie, tutti d’uomini provati alle fatiche, alle privazioni, ai pericoli della guerra: la Sardegna poi, in quel mezzo entrata nella Lega, aveva inviato a Crimea un esercito fioritissimo di diciassette mila e più de' suoi soldati; de' quali, come dicemmo già, quattro mila con Alfonso Lamarmora la sera dell’8 maggio erano discesi a Balaklava; dove parimenti gli altri a brevi intervalli di tempo prendevano terra. Essi andavano subito a campeggiare Kadikoi, posturaimportantissima; avvegnaché da essa il nimico con lieve sforzo potesse cacciarsi tra i campi dei confederati; posturasino a quel di imprudentemente negletta, e la cui difesa, perché difficile e arrischiata, il generalissimo dei Sardi chiedeva per sé, per sue genti; e quel de' Francesi assai di buon grado affidavala a lui,capitano vigilante e infaticabile, e nel quale prudenza e audacia mirabilmente s’accompagnavano.

Pélissier, appena assunto alla capitananza suprema dell’esercito confederale (1), senza por tempo in mezzo chiamavalo a vigorose, a forti imprese; e prima fu la spedizione del mare d’Azof: intente di questa, lo impadronirsi di Kertch e di Yenikalé — città signoreggianti lo stretto che di Kertch ha il nome (2) — e cosi togliere ai Russi la via a quel mare, dai quale traevano copia grandissima di vettovaglie per gli eserciti loro e per Sebastopoli. Risoluta da Canrobert e caldeggiata da Raglan, poscia non curata più da chi l’aveva disegnata, riprendevasi allora da Pélissier. Nella nottedel 21 al 22 le soldatesche chiamate all'impresa imbarcavansi su le squadre riunite di Francia e d’Inghilterra, ancorate nella rada di Kamiesch; il contr’ammiraglio Bruat, francese, aveva di queste il comando supremo; sotte di lui il contr’ammiraglio Lyone governava la britanna. Trovavansi a bordo di esse le genti del generale D’Autemarre, da otto mila uomini; il generale inglese Brown con tre mila; e un de' luogotenenti d’Omer Pachà con quattro mila Turchi.

Alle otto pomeridiane del 22 maggio mettevansi per via, le prore volte verso Kaffa; poco innanzi il mezzogiorno del 24 giugnevano nelle acque di KamishBurun, che sta a dieci chilometri da Kertch. Protetti dai cannoni delle squadre, i soldati vi prendevano terra senza incontrare resistenza, e il di appresso portavansi su Kertch. I presidi russi — i quali contavano poco più di cinque mila uomini (1) — non preparati alle difese e sbigottiti dallo improvviso apparire di tante armi nimiche, si partirono di là, dopo però avere rovinate le fortificazioni, distrutte lor riposte di vettovaglie, date fuoco alle polveri e a quattro navi da guerra: Kertch e Yenikalé, incontrastate, venivano allora a mano de' confederati con molte artiglierie. Il mattino del primo giugno i legni più leggeri delle squadre — quelli che poco immergevansi nell’acqua — lasciata Yenikalé muovevano verso il mare d’Azof; il di vegnente, superato felicemente lo stretto, entravano in quello; e il 3 s’ancoravano a brevissima distanza da Taganrok, città importantissima per li traffici di granaglie, che trovasi a venti miglia dall'imboccatura del Don nel mar d’Azof (2).

Fatta la chiamata e niegando essa d’arrendersi, i confederati prendevano a fulminarla con le artiglierie, in breve ora distruggendo le grandi riposte di vettovaglie e di vestimenta là raccolte dalla provveditoria russa per l’esercito di Crimea. Compiuta l’opera di distruzione, i legni anglo-francesi il giorno appresso rifacevan la via; giunti davanti a Marionpol, già dal presidio russo abbandonata, sostavano; e avendo i cittadini il mattino del 5 alzata bandiera bianca, i confederati scendevano a terra; rovinati gli edifizi e i magazzini del nimico risalivano su loro navi e riedevano a Kertch (3). Raggiunto cosi lo scopo propostosi — scopo di saccheggio e d’esterminio! — la spedizione, presidiata Yenikalé di Turchi, di Francesi e Inglesi e lasciate alcune navi a vapore a guardia dello stretto di Kertch, riedeva là dond’era pochi giorni innanzi partita: il 14 e il 15 di quel mese di giugno le genti di Brown e di D’Autemarre tornavano ai loro campi sotto Sebastopoli. — Nell’impresa del mar d’Azof i soldati di Bretagna e di Francia commisero atti della più crudele barbarie contra gli abitatori di terre, che non avevano ad essi opposto resistenza veruna. A’ più osceni delitti, ai più turpi oltraggi fecero seguire i più feroci assassinii! ai saccheggi, le più vandaliche devastazioni! Fu allora che nelParlamentoinglese, alla voce di Clarendon protestante contra le stragi di Hongò fece eco quella chiedente ragione a Palmerston dei misfatti di Crimea; e fu allora che in Londra si scrisse generosamente cosi:

3«Tra gli eccessi dei saccheggio il più deplorevole è certamente la distruzione delMuseo di Kertch, ove il Governo russo teneva raccolte tutte le antichità di quel paese, celebre nella storia antica da Toante e Ifigenia sino a Mitridate, ultimo de' suoi re... Su la porta di quelle sale, messe a ruba, lo sdegno di un Francese o di un Russo ha scritto le seguenti parole: = Nello entrare in questo tempio, in cui riposano le memorie dei secoli passati, ho riconosciuto le traccie di una invasione di Vandali. Ahimè! Francesi e Inglesi, fate la guerra alla posterità, non alla storia; e se avete l’orgoglio d’essere nazioni civili, non fate la guerra da Barbari!» (1).

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La notte stessa in cui le squadre confederate lasciavano la rada di Kamiesch per l’impresa dei mar d’Azof — e fu la notte dei 22 maggio — Pélissier, deliberato di recarsi in mano il forte vallo, di que’ giorni alzato dai nimico per congiungere il bastione di mezzo all’estremità della baia dei Lazzeretto e al lato maggiore dei cimitero, facevalo assaltare dai generale De Salles. Impetuosi e gagliardi furono gli assalti dei Francesi; tenaci e gagliarde le resistenze dei Russi, e altresì ferocissimo d’ambe le parti il combattere. Battuti per cortina dalle artiglierie dei bastione di mezzo, i Francesi dovettero da quella parte abbandonare il vallo, di cui s’erano in su le prime impadroniti; ma fu lor dato di mantenersi in quella vicino al cimitero e alle fortificazioni dei Lazzeretto. Siccome assaissimo importava toglierlo compiutamente al nimico, avvegnaché dietro ad esso — che formava un vasto trincerone — ei potesse ordinare in tutta securità le sue schiere per uscir poscia alle offese contra gli assediatori, cosi nella vegnente notte De Salles tornava agli assalti, ai quali sortiva esito pienamente felice; venuto tutto a mano dei Francesi il vallo, dai vincitori si voltava contra coloro stessi che l’aveano costruito.

Gravi perdite toccarono a Pélissier in questi due notturni combattimenti; gravissime quelle patite dai Russi; i quali lasciarono numero si grande di morti sul terreno d’essere costretti, per seppellirli, a chiedere una sospensione d'armi. Ad allargare, alla destra de' suoi campi, le offese contra Sebastopoli e profittare dei grassi pascoli dell’ubertosa valle della Tschernaia, Pélissier deliberava, con una vigorosa mossa verso quel fiume, di cacciare da quella il nimico e rendersi padrone delle belle posture ch’ivi teneva; alla quale impresa mandava le divisioni Canrobert e Brunet di fanti, la cavalleria di Morris e d’Allonville, e le brigate Fanti e Ansaldi di fanterie sarde, che il 25 maggio compivanla cosi. Mentre i Francesi avvicinavansi al ponte di Traktir su la Tschernaia, Lamarmora con quelle brigate per la via di Tschorgoun procedeva sollecito per assalire i Russi alle spalle; i quali appena videro li squadroni francesi valicare il ponte, e saputo l’avanzarsi minaccioso dei Sardi, lasciavano senza contrasta le loro posture indietreggiando verso Mackensie.

Né pago di ciò Pélissier, a vie meglio assicurarsi il possesso della sinistra della Tschernaia, il 3 giugno faceva occupare dal generale Morris le valli di Vornoutcha e di Baidar; la quale mossa — che non trovò contraste veruno — venne appoggiata da buona mano di Sardi, di Inglesi, di Turchi. Mentre i confederati con operosità mirabile spingevano innanzi i lavori d’assedio, a premunirsi contra un disastro, che sebbene difficilmente avrebbero però potuto soffrire sotto le mura di Sebastopoli, avevano in quel mezzo chiusa Kamiesch — lor base di militari operazioni con una fossa e afforzata eziandio di sette ridotti. In guerra, chi opera prudentemente ma con vigore, ben di rado soccombe a un disastro, le cui conseguenze sono sempre attenuate di molto da quel capitano che sa antivederle. «La sicurezza, scrisse Federico di Prussia (1), è sempre pericolosa in guerra, e vale meglio prendere delle precauzioni superflue, che negligentare le necessarie.»

I fortunati assalti del 22 e 23 maggio e la militare operazione felicemente allora allora compiutasi su la Tschernaia accrescendo vie più l’ardore guerriere di Pélissier capitano animosissimo, nel quale lo ardire toccò non di rado la temerità, onde non fu sempre a lodarsi — inducevanlo a tentare con sue genti la lunetta Kamschatka, situata sul Poggio Verderimpetto a Malakoff, e a recarsi in mano le Opere Bianche,o bastione Volinia,posta alla sinistra di quella lunetta presso la rada maggiore di Sebastopoli; in oltre, a dare agli Inglesi il carico d’impadronirsi delle difese che trovavansi dinnanzi al Gran Dente, fortificazione questa di grave momento, che stava alla destra della torre di Malakoff e appoggiavasi al burrone del Laboratorio. All’albeggiare del 7 giugno e al trarre vivissimo delle artiglierie assediatrici, il generale Bosquet che da Pélissier avea ricevuto il governo di quella impresa — procedeva agli assalti con le fanterie delle divisioni Mayran, Camou, Dulac e Brunet I Russi, i quali notte e giorno attentissimi vegliavano sui campi nimici, prendevano subito a fulminarle coi loro cannoni e loro moschetti; ciò non ostante quelle schiere di prodi avanzavano imperterrite, e, con l’impeto usato ogni ostacolo e ogni resistenza superando, giugnevano a occupare il bastione Voliniae la lunetta Kamschatka; né di ciò paghi a destra i fanti di Mayran, spingendosi audacemente innanzi, toglievano al nimico una forte batteria; e al centro quelli di Camou, nella foga d’incalzare i fuggitivi, arrivavano sin presso le difese di Malakoff e quivi combattevano per entrarvi coi Russi; se non che le poderose riscosse di questi, d’ogni parte accorse a rinfrescare la pugna, facevano indietreggiare i troppo audaci assalitori.

Venato alle Opere Blanche —il bastione Volinia —Mayran, dopo fiera resistenza, vi fermava il piede; ma le genti di Camou, oppresse dal numero dei nimici, perdevano il Poggio Verde,poco prima conquistato, e continuavano a retrocedere, sempre però combattendo; e quando vidersi appoggiate dalla divisione del generale Brunet — mandata in loro aiuto da Bosquet, che ad ogni costo voleva compiere l’impresa affidatagli — rifattesi, tornavano all’assalto e riprendevano la lunetta Kamschatkaper non più lasciarla. Gli Inglesi, i quali eransi dopo duro contrasto impadroniti delle opere esteriori al Gran Dente,allora che seppero trovarsi i Francesi presso Malakoff, avanzavansi contra quello per tentare di recarselo in mano;ma non potendo vincere la resistenza dei Russi, che in gran numero stavano in quella fortissima opera, tornarono alle difese, poco innanzi tolte al nimico. Ebbe fine cosi la giornata del 7giugno, tanto gloriosa per le armi di Francia e d’Inghilterra e di sommo vantaggio agli eserciti affaticantisi con abnegazione nobilissima in quel memorabile assedio! I disegni, bene ideati da Pélissier, avevano avuto compimento pieno e intiero, mercé la singolare perizia di Bosquet e la strenuità dei generali e soldati che avevano fatto l’impresa. Alle gravi perdite sofferte dai combattenti in quel di stesso altra s’aggiunse gravissima, irreparabile, la quale tutti afflisse e contristòla vittoria: Alessandro Lamarmora, nel suo campo di Kadikoi, era passato di vita! (1); l’aveva spento quel morbo terribile —il cholera — già da qualche tempo serpeggiante nei campi dei Sardi e che doveva mietervi numero grandissimo di vittime! (2).

— Col possesso del Poggio Verdee del bastione Volinia,frutti della vittoria del 7 giugno, l’esercito della Lega trovossi avvicinato di molto alle difese orientali di Sebastopoli, di cui Malakoff era la formidabile chiave. Contra di esso Pélissier diedesi allora a spingere più che mai i lavori d’assedio, risoluto di presto assaltarlo, bene a ragione tenendosi securo che, padrone di quella posture, la città sarebbe subito caduta in sue mani, e i forti elevantisi su la destra della grande rada, venendo per ciò a loro stessi abbandonati, non avrebbero potuto più resistergli, quando col grosso di sue armi ei si fosse posto a cavaliere delle vie di comunicazione di quelli con Perekop: il qual disegno da lui già ideato fu eseguito felicemente di poi. L’impresa di Malakoff, fidata al generale Régnault de Saint-Jean d’Angelv, di que’ giorni arrivato di Francia, era stata da Pélissier ordinata cosi: All’albeggiare del 18 giugno la prima brigata della divisione Mayran doveva assaltare il Picciolo Dentee la seconda volgersi a sinistra per fare spalla alle divisioni di Brunet e D’Autemarre, le quali in due schiere serrate — ciascuna con la prima brigata in testa — dovevano assaltare il bastione di Malakoff; una divisione della Guardia imperiale costituiva la loro riscossa; due reggimenti di volatori — o veliti — pur della Guardia, componevano quella di Mayran.

Il generale Brown con tre divisioni doveva tentare il Gran Dente, England, con la sua, impadronirsi delle difese russe situate alla estremità della baia meridionale e presso il burronedel Laboratorio; la riscossa — una divisione — doveva collocarsi entro le trincee. A proteggere la destra dei campi francesi contra qualunque tentativo de' nimici, i Sardi — i quali pochi di innanzi avevano occupato il villaggio di Alzu-Diamù, non lungi dai torrente Suaja, e costrutto un ponte su la Tschernaia — il 17 con tre brigate di fanti per le alture di Ghorguna portavansi sopra Sciuliù. Questa mossa degli Italiani e il trarre vivissimo delle artiglierie assediatrici, con le quali per tutto quel giorno era stata dai confederati battuta Sebastopoli, avevano soprammodo chiamata la vigilanza dei Russi sui campi della Lega, che, prevedendo vicino un assalto, nella notte stessa mettevansi in su l’arme e molto innanzi il levarsi del nuovo di uscivano numerosi alla campagna per esplorare gli andamenti del nimico dalla parte del burrone del Carenaggio. Guidati dai generale Kronleff i Russi, dopo breve cammino, urtavano forte sopra le prime ascolte della divisione di Myvran; la quale con le altre tutte che dovevano fare l’impresa trovavansi già da tempo a lor posti di combattimento (1).

Al grido di a l'armedato dalle scolte, Myvran va sollecito con sue genti sopra il nimico, che, sorpreso di trovare i Francesi preparati alla pugna, presto rifà la via percorsa ed entro sue difese si ripara. Gli tien dietro Myvran; ma dai suo ardore guerriero spinto troppo vicino a quelle, vede in brevi istanti assottigliate di molto le file della sua divisione dalle artiglierie nimiche, le quali, dai bastioni della fortezza e da alcune navi ancorate presso la baia del Carenaggio, orribilmente la feriscono di fronte e per fianco. Quella divisione, che non ha indietreggiato con Myvran, ferito a morte il suo generale, retrocedé con de Failly; il quale, veggendo di nulla poter tentare da solo contra i nimici, che da lor formidabili difese e con lieve lor danno menano orrendo strazio di sua gente, ritirasi, saviamente prendendo vantaggio del terreno che gli sta dietro; e ivi la riordina e l’afforza di quattro battaglioni di volatori della Guardia imperiale della sua riscossa, accorsi a lui al cominciare della pugna.

Pélissier al primo romoreggiare del cannone bene indovinando il pericolo in cui trovavasi Myvran, con razzi di fuoco dà a tutte le divisioni il segnale di procedere all’assalto; le quali con celere passo e con risolutezza avanzansi sotto una tempesta di palle, che più d’ogni altra percuote la schiera di Brunet, avvegnaché i Russi, ributtate le genti di Myvran, abbiano contra quella volte anche le artiglierie del Picciolo Dente. Ferito a morte, Brunet lascia il comando della sua divisione al generale La Font de Villiers; che non potendo dar la scalata alla cortina, che unisce il bastione di Malakoff'al Picciolo Dente,indietreggia sin dove per l’ineguaglianza del terreno i suoi soldati trovansi al securo delle offese nimiche. D’Autemarre, il quale, impadronitosi della batteria Gervais— situata in vicinanza del cimitero ove principia il burrone di Karabelnaia — erasi in questo mezzo audacemente cacciato entro le’ difese dei Russi e a destra e sinistra allagatele delle sue soldatesche, trovasi d’un tratto oppresso da Kronleff; il quale, respinto Brunet, eragli andato sopra con battaglioni poderosi.

D’Autemarre, dopo sforzi eroici, vedutosi nell’impossibilità di resistergli con vantaggio, non trovandosi spalleggiato dagli Inglesi, lascia il terreno poco prima conquistato; e postosi dietro un vecchio riparo del nimico continua il combattere. Mentre cosi valorosamente, ma tanto infelicemente pugnavasi dai soldati di Francia, gli Inglesi, vittoriosi da prima, venivano ributtati di poi dal Gran Dentech’essi avevano tentato; afforzato delle sue riscosse Brown rinnovava gli assalti; invano però, avvegnaché i Russi, che avevano già trionfato di Myvran, di Brunet e D’Autemarre, costringessero a indietreggiare lui pure, colpevole in parte del disastro di quella giornata — tanto infelice, quanto gloriosa per la strenuità mostrata dai Francesi — per essere egli venuto con tardo passo alle offese e non aver quindi potuto fare spalla alla divisione D’Autemarre, allora che vittoriosamente avanzavasi entro la batteria Gervais.La giornata dei 18 giugno, nella quale gli eserciti di Francia e d’Inghilterra versarono copia grandissima di generoso sangue, non profittò agli assediati, né agli assediatori. La sorpresa, disegnata da Pélissier, venne meno per lo invigilare diligente dei Russi, che a buona ragione temendola, erano usciti, come dicemmo, per tempissimo dalla fortezza a spiare le mosse dei nimici e avevanli trovati in su l’arme. Riesciti a vuoto gli assalti, Francesi e Inglesi tornavano ai loro campi; e Kronleff, pago d’averli malconci e respinti dalle mura di Sebastopoli, non li molestava in loro ritratta; che se vigorosamente avesseli perseguiti, certo non sarebbegli tornato difficile impresa togliere ai nimici i frutti della vittoria dell’8 giugno e rovinare i lavori d'assedio, i quali ogni di più facevansi minacciosi alla fortezza assediata.

Mentre in Crimea camminavano cosi le faccende della guerra, il 4 giugno chiudevansi le conferenze di Vienna, senza che ai plenipotenziari della Lega dopo il maneggiarsi di tanti e tanti mesi fosse dato di rendere bene accetta allo Czar la terzadelle quattro guarentigie, di cui già sopra parlammo (1), a lui richieste dai grandi Stati per la pace d’Europa. E invero, se quelle non ferivano il sentimento nazionale e l’onor militare dell’imperio moscovite, toccavanli però si da presso, che la vecchiae la giovaneRussia non avrebbero potuto sopportarle mai. La quistione dei Luoghi Santi era stata per Niccolò il pretesto di romperla con la Turchia; e allora che fu quella accomodata, lo Czar, il quale voleva ad ogni costo aprirsi l’entrata nel Bosforo allo intente di spadroneggiare in Costantinopoli, mutando la quistione d’Oriente di religiosa in politica, ebbe nuovi pretesti alla guerra turchesca. Francia e Bretagna, a' cui interessi il preponderare di Russia su Costantinopoli e sul Mediterraneo portava gravissima offesa, avevan da tempo chiesto allo Czar di limitare sue forze navali nel mar Nero e di modificare il trattato da lui formate con la Sublime Porta il 13 luglio 1841, affinché la Turchia avesse a prender sua parte nel contrappeso degli Stati d’Europa.

Su questo punto d’altissimo momento non essendo stato possibile di venire agli ’accordi, le conferenze di Vienna si chiusero; e, come sempre accade, del fallito negoziar di pace gli Stati della Lega gettarono la colpa tutta su le ambizioni smodate della Corte di Pietroburgo; e la Russia la gettò sopra il mal volere delle Corti di Parigi e di Londra. — Francia e Bretagna, ornai secure di dover combattere una guerra mortale e sapendo come lo Czar avesse con nuove leve portati a numero e accresciuti gli eserciti suoi, si volsero per aiuti all’Austria; e Francesco Giuseppe da Lemberg il 24 giugno metteva fuora un decreto, nel quale leggevansi queste parole: Con gioia colgo il primo momento possibile per rimandare ai loro focolari e alle loro famiglie i chiamati un giorno su l’arme per portare a numero il mio terzo e il mio quarto corpo d’esercito.»

Ecco in qual modo l’Austria, l’alleata del 2 dicembre, rispondeva alla aspettazione degli Stati d’Occidente! i quali su le coste della Tauride versavano il sangue de' loro soldati e profondevano tesori per conquistare la pace all’Europa. Col licenziar parte dell'esercito l’Austria,cosi scrivevano le penne ad essa vendute, mentre economicamente si avvantaggia, dà al mondo tutto la più bella arra di pace. La sua maniera di governarsi nelle faccende d’Oriente — alla quale pur s'accostò la Federazione Germanica — ha morta e per sempre la Santa Alleanza, che fu per l'Europa di mezzo il sacrificio di molli interessi speciali; sacrificio generosamente compiuto per salvare l'esistenza degli Stati minacciata dalle idee di conquista e di politiche sollevazioni! —Alla slealtà de' non mantenuti accordi l’Austria aggiungeva allora un oltraggioso scherno! In apparenza vincolato con la Lega, Francesco Giuseppe era in verità amico alla Russia e in certo qual modo la favoreggiava; però che, col licenziare buona parte dell’esercito suo, ei permettesse allo Czar di mandare alla guerra di Crimea i presidi che teneva in Polonia e lungo i confini dell’Austria.

Il fatal morbo, che aveva già assottigliate di molto le file degli eserciti confederati, il 29 di quel mese di giugno toglieva di vita lord Raglan, il generale supremo dell’armi inglesi in Crimea: era un veterano di Waterloo, nella quale memorabile giornata avea perduto un braccio.

«L’eroico suo coraggio, cosi parlava allora a' suoi soldati Alfonso Lamarmora, e l’esemplare costanza con la quale sopportò col suo esercito le dure prove e gli stenti d’una guerra d’inverno, rendono la sua perdita una grave avventura... Compiangiamone la morte e veneriamone la memoria.»

Brevi giorni di poi il campo de' Sardi riempivasi di dolore e di lutto: il generale Ansaldi, colto dai morbo asiatico, dopo orribili sofferenze il 2 luglio spirava l’anima immortale! Sebbene innoltrato d’assai negli anni, Lamarmora, che sommamente stimavalo, chiamatolo all’impresa di Crimea, aveagli dato il comando della brigata di riscossa. Al cholera,che sempre infieriva menando orrenda strage di soldati, altre e non meno gravi malattie s’aggiunsero; erano la dissenteria e il tifo, conseguenze dei calori infocati del giorno e del freddo umido della notte; e quasi che esse non bastassero ad affliggere quella gente, i tanti patimenti, che con animo forte sopportava, venivano ad accrescersi dalla cecità notturna. —Pélissier, dopo l’infelice giornata del 18 giugno — la quale aveagli rivelata tutta la potenza delle fortificazioni di Sebastopoli — davasi alacremente a stringere vie più con nuove opere lo assedio; e mentre rimpetto a Malakoff apriva la quinta parallela, le già costrutte batterie afforzava ed altre ergeva munendole di cannoni poderosi.

Dal canto suo il generale James Simpson — che per la morte di Raglan aveva assunto il governo supremo dell’armi d’Inghilterra in Crimea — con non minore alacrità spingeva innanzi le sue offese contra il Gran Dente. Alla sicurezza dei campi anglo-francesi e a proteggerne i lavori d’assedio vegliavano pure i Turchi, i quali tenevano le valli di Varnoutka e di Baidar; e vigilava eziandio Alfonso Lamarmora, capitano diligentissimo e accorto, che dalla destra della Tschernaia mandava di continuo de' stracorridori suoi a esplorare il terreno sino alle strette di Chiuliù e di Makensie, e pigliar lingua del nimico. La novella della vittoria di Malakoff, corsa velocissima dalla Tauride per tutto l’imperio moscovita, e gli osanna di quella gridati dagli strenui difensori di Sebastopoli, avevano fatto più baldo il giovane Imperatore, insuperbita la casta militare — potentissima in Corte — rialzati gli animi de' Russi e aperto il cuore di tutti alla speranza di maggiori e più splendide vittorie. Fu allora che lo Czàr inviava a Gortchakoff il generale Wreswski per invitarlo ad assaltare con lo sforzo di sue armi i campi della Lega, a fine di liberare la città dall’assedio, che già tanto la serrava da presso, o almeno di rovinarne i lavori;e operando cosi egli avrebbe mutato l’assedio in ossidione ed eziandio potuto rifornire Sebastopoli di vettovaglie, di cui grandemente penuriava, e prolungare di molto e con vantaggio le resistenze; tenendosi securo che all’avvicinarsi della stagione invernale i nimici toglierebbersi giù da quell’impresa e darebbero un’altra direzione alla guerra, qualora si ostinassero a continuarla.


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— Sino dai primi giorni dell’agosto alcune prese di soldati franco-sardi, mandate fuora a speculare la contrada, avevano riferito che l’esercito moscovita attendato sopra le alture di Makensie ogni di più si ingrossava; che ne’ suoi campi regnava una operosità insolita e forti vi si facevano gli apprestamenti di armi; le quali relazioni degli esploratori, sempre a pieno confermate dai disertori russi, annunciando vicinissimo un assalto del nimico su la Tschernaia, obbligarono Pélissier e Lamarmora a far più diligenti guardie per non venire colti all’improvviso. Il generale Herbillon, cui Pélissier aveva fidata la difesa della Tschernaia, con la sua e le divisioni di Faucheux e Camou occupava due poggi — noti sotto il nome di monti Fediukhine —che innalzansi su la sinistra di quel fiume e in mezzo a' quali passa la grande via di Balaklava a Simferopoli (1).

La prima brigata di Faucheux stava attendata sui poggio di destra; la seconda, su quel di sinistra; cui seguivano le due di Camou quasi rimpetto al ponte di Traktir. Una brigata della divisione Herbillon con cinque batterie di cannoni tenevasi in seconda ordinanza alla riscossa; l'altra erasi collocata a metà altezza dell’altipiano d’Inkermann. n generale Morris campeggiava co suoi quattro reggimenti di. cavalli — i cacciatori d’Africa — dietro la destra e ai piedi di quei colli. Lamarmora con l’esercito sardo trovavasi raccolto nei campi fortificati di Kamara, che scendevano sino alla Tschernaia; esso aveva posto le prime sue guardie sopra il colle, detto Zigzag,che si eleva alla destra del fiume dinnanzi a Chorgùn, e dai quale correvano a scernere lontan lontano gli andamenti del nimico (1). Dalla sinistra della Tschernaia e quasi dirimpetto alla foce del Chiuliù esce un canale, che, dopo aver bagnato il piede orientale dei colli Fediukhine porta sue acque in picciololago posto tra questi colli e il monte Sapoun (2).

La via, che mena da Balaklava a Simferopoli, attraversa sopra ponti di pietra il canale e la Tschernaia al villaggio di Traktir (3), che tre mesi innanzi i Francesi avevano fortificato e munito di presidio a difesa della destra de' loro campi; difesa fatta più forte da un canale — non largo, ma profondo — il quale, uscito dalla Tschernaia dinnanzi il campo de' Sardi e alquanti chilometri a monte di Traktir, vi rientrava alcuni chilometri a valle di quel villaggio, che trovavasi cosi nell’isolotto stretto e lungo formato dal fiume e dal canale. Il generale D’Allonville — che con la sua divisione di cavalleria da tempo stava ad oste nella valle di Baidar col carico di spiare da quella parte il nimico — il 15 agosto avvertiva Herbillon essere vicinissimo un assalto de' Russi, di cui grosse schiere di fanti — giusta il riferire de' suoi speculatori — muovevano sopra Ozenbask, e molte di cavalleria camminavano verso Cardonabel; il quale avviso, sebbene di poche ore precedesse l’assalto, bastò nondimeno a impedire la sorpresa. Nel silenzio della notte del 15 al 16 agosto — oscurissima per nebbia grave e fitta che copriva la valle della Tschernaia — Gortchakoff con l’esercito ordinato in due schiere — che insieme contavano sei divisioni di fanti, centottanta cannoni e da sessanta squadroni di cavalleria — calava dalle alture di Makensie verso quel fiume e il Ghiuliù (4).

La quinta, la settima e la dodicesima divisione formavano la schiera di destra capitanata dal generale Read; da Liprandyquella di sinistra, composta dalla quarta, sesta e diciassettesima. In su le quattro del mattino quarantamila uomini all’incirca eran calati al piano, Read già fronteggiando i colli di Fediukhine e Liprandyquelli di Chorgùn. Al romoreggiare del cannone nimico i confederati corsero ad attelarsi a' loro posti di combattimento; il quale cominciò primamente a trarre contra la difesa del colle Zigzag,un debole riparo di terra, che trecento Sardi per tre quarti d’ora strenuamente contrastarono agli sforzi d’una intera divisione nimica — la diciassettesima — e che lasciarono solamente quando vidersi quasi attorniati dagli assalitori; i quali, superato il riparo col mezzo di scale, eranvi discesi numerosissimi minacciando togliere a difensori la via alla ritratta. Appoggiati da un battaglione di bersaglieri, loro inviato da Lamarmora per aiutarli nella difesa della postura occupata, i Sardi nello indietreggiare verso la Tschernaia seppero tenere testa ai Russi tanto da frenarne l’impeto e il gagliardo incalzare.

Venuti quelli alla seconda difesa — un vallo costrutto sopra un poggio elevantesi presso il fiume — entro si raccolsero e coi pochi, che il presidiavano, rattennero il nimico — che mirava a valicar la Tschernaia — tanto tempo quanto ne bisognava alle artiglierie sarde e alle ottomane, che stavano ad Alsu, per collocarsi ne luoghi opportuni a contrabbattere assai vantaggiosamente di fronte e per cortina le poderose batterie russe, le quali dalle alture di Ghorgùn recavano grave molestia ai difensori della Tschernaia. La sesta divisione russa, avanzatasi in questo mezzo sin presso il fiume, erasi collocata davanti alle posture dei Sardi senza trarre contr’esse né con le artiglierie, né coi moschetti; per muovere alle offese aspettava di conoscere l’esito degli assalti di Read ai campi francesi. Rotti gli ordini e assottigliate sue file per le perdite patite in una breve, ma accanita zuffa, la settima divisione riparasi sotto la protezione della batteria Bilboquet,che i Russi avevano costruita non lungi di Traktir su la via di Makensie. In questo mezzo il generale Read assaltava il ponte della Tschernaia con la dodicesima divisione spalleggiata dalla quinta, che a sinistra di quella erasi ordinata in iscaglioni.

I fuochi delle batterie francesi collocate in modo da incrocicchiarsi dinnanzi al villaggio di Traktir non bastavano a rattenere il nimico, il quale, appoggiato da numerose artiglierie, veniva al fiume, e valicatolo a monte e a valle dei ponte, superava con leggero contraste anche il canale mediante tavoloni seco portati; indi, respinti i presidi francesi, che non ostante la loro pochezza sforzavansi di arrestarne l’avanzarsi, saliva il poggio campeggiato da Faucheux. Erano le sette dei mattino: Lamarmora che, per lo alzarsi della nebbia, avea scorto la diciassettesima divisione dei Russi calar dalle alture di Chorgùn, indi superare la Tschernaia non lungi da' suoi campi e procedeva contra l'estrema destra dell’ordinanza francese, già di fronte alle mani col nimico, Lamarmora, dico, comandava al generale Trotti — allora con sua divisione postato sul canale — di collocare l’artiglierie sue in modo da battere per fianco i Russi e spedire quanto più poteva di sue genti in aiuto a Faucheux.

Il quale, allora che vide la dodicesima divisione satire il poggio da lui tenuto, con De Failly— un de' suoi generali di brigata — senza por tempo in mezzo mosse ad affrontarla; e mentre quegli urtava di fronte la schiera assalitrice e rovinosamente la percuoteva, l’altro la feriva di fianco; e insieme poi respingevanla al di là dei ponte. E quando rifatti gli ordini, ritentato Traktir e riconquistatone il ponte, stava per rivalicare la Tschernaia con la quinta divisione corsa in suo aiuto, De Failltcadeva lor sopra con tanto impeto da ricacciarla in brevi momenti al di là dei fiume; e fulminata poi furiosamente dai cannoni di sette batterie, che il generale Herbillon aveva fatto avanzare, esse dovettero togliersi giù dall'impresa e indietreggiare. Aveva Faucheux appena respinto i nimici di fronte, quando vedeva d’improvviso alla sua destra apparire minacciosa la diciassettesima divisione dei Russi; la quale, superata la Tschernaia, saliva arditamente il suo poggio. Rattenuta essa per un istante in suo avanzare da un battaglione francese, allora che venne afforzata d'un altro reggimento di fanti corso ad appoggiarla, riprese il satire.

Grave pericolo soprasta a Faucheux! Se ai nimici non è dato di vincerlo in valore, può facilmente però opprimerlo col numero! Assottigliate dalla potenza dell’armi russe, le file dell’ordinanza di Faucheux stavano per rompersi, quando la brigata di riscossa, guidata dal generale Gler, giugneva a rinfrancarla e a mutare la difesa in offesa vigorosa e gagliarda, in questa aiutata validamente dalle artiglierie sarde e inglesi (1), da una brigata di fanti e dai bersaglieri del generale Trotti, che con fuoco vivo e incessante fulminavano per fianco le schiere assalitrici dei Russi. — Ricacciata anche la diciassettesima divisione al di là della Tschernaia, Gortchakoff — avvisato dello arrivare di una poderosa riscossa francese, le divisioni Levaillant e Dulac, e la Guardia imperiale, al cominciar della pugna avanza tesi verso i monti Fediukhine — comandava a sue genti di indietreggiare e portarsi sopra Makensie (2); le quali, protette dalle loro artiglierie e da numerosi squadroni di cavalli ordinatisi nel piano, compivano la ritratta senza patir molestie dai vincitori.

Lamarmora, cui ardore di guerra e foga di combattere eran cresciuti pugnando, avrebbe voluto tener dietro ai nimici; ma glielo impediva Pélissier, che veggendo quanto l'avversario, sebbene sconfitto, fosse tuttavia potente su l’arme, non voile, per qualche presa di prigionieri, arrischiare di perdere il frutto di quella giornata, la quale avevalo a pieno vendicato del fallito assalto del 18 giugno a Malakoff. E qui dobbiam dire che Pélissier non mostrò allora l’usata audacia; avvegnaché egli avrebbe dovuto spingere contra le divisioni dei Russi i generali Morris e Scarlett, i quali con la loro cavalleria trovavansi ai piedi de poggi di Fediukhine e di Kamara pronti sin dai principiare della pugna a correre sopra il nimico alla chiamata di Herbillon, invano attesa sempre. — Gravissime perditetoccarono ai Russi, cui molto ebbero nuociuto le troppo grosse schiere tratte a combattere sopra terreno, che non concedeva loro di muoversi liberamente e di bene ordinarsi agli assalti. Sui campi della Tschernaia Gortchakoff vide morti da tremila trecento de suoi coi generali Read, Wreswski e di Weiman, e feriti più di due mila, de' quali millesecento venire a mano de' Francesi; quattrocento poi cadere prigionieri durante la zuffa, Herbillon ebbe dugento morti e mille feriti; e Lamarmora, trentasei morti e censettanta feriti; tra questi il generale Montevecchio, il quale spegnevasi il 12 ottobre nell’ospedale di Balaklava (1).

— La mossa di Gortchakoff nella valle della Tschernaia e gli assalti da lui dati alle posture occupato dai Francesi e dai Sardi su la sinistra di quel fiume avevano avuto per intento — come già dissi — di guastare i lavori d’offesa dei nimici e mutar l’assedio in ossidione. Vittorioso a Traktir sarebbegli stata facile l’impresa di separare i Sardi dai loro alleati, e, portandosi sopra Balaklava, minacciare fortementea tergo i campi degli assediatori. Non ostante il combattere strenuo e gagliardo dei Russi, non ostante la forza poderosa delle armi con le quali urtarono i nimici, essi furono vinti e soffrirono immense perdite per avere le loro divisioni assaltate le posture di Herbillon e di Lamarmora non insieme, ma successivamente: l’errore commesso da Pélissier il 18 giugno all’impresa di Malakoff, era stato ripetuto da Gortchakoff a quella della Tschernaia. Vincitore, questi avrebbe potuto prolungare di molto le resistenze di Sebastopoli;vinto, i giorni del propugnacolo russo nel mar Nero furono contati.

— La vittoria di Traktir — la cui novella corse rapidamente tutta Europa levando di sé fama romorosa — venne ingrandita, anzi magnificata di molto oltre il vero suo merito; avvegnaché per essa le condizioni degli assediatori e degli assediati né avvantaggiarono, né peggiorarono le difficoltà dell’offesa e della difesa. Securi ornai dell’esito i confederati, cui sommamente importava insignorirsi di Sebastopoli innanzi il giugnere della stagione autunnale, diedersi a lavorare con la alacrità massima alle opere d’assedio; e siccome il possesso della torre di Malakoff, chiave fortissima alla guardia della città, abbisognava all’impresa, cosi contra di essa volsero i maggiori loro sforzi. — Il modo col quale i Sardi comportaronsi nella gloriosa giornata del 16 agosto destò tale e tanta ammirazione che i Francesi, non sempre larghi lodatori del valore altrui, furono questa volta pur essi nei loro diari generosi di encomi. E Pélissier ebbe a parlare a Lamarmora cosi: «Ilvostro esercito fuveramente ammirabile; ei bene sostenne l’antica sua fama; io mi congratulo d’avervi per alleati; l’Imperatore e la Francia sapranno il bel contegno delle soldatesche sarde alla giornata della Tschernaia.» E il generale Simpson, nel suo ordine del giorno 17 all’esercito, ebbe a scrivere in questi termini: «I nostri coraggiosi alleati con la loro intrepidezza e audacia hanno accresciuto splendore alle nostre armi; e i Sardi in questa giornata, nella quale per la prima volta hanno affrontato il nimico, si sono dimostrati degni di combattere a fianco della più grande nazione militare d’Europa.

Mentre gli alleati andavano ogni ora più avvicinandosi alla temuta torre di Malakoff e le moltiplicate offese di potentissime artiglierie munivano (2), i Russi con operosità sorprendente accrescevano le loro difese e di numerosissimi mortai le provvedevano; onde il trarre di quelle e il rispondere di questi — che dalla giornata di Traktir fulminavansi a vicenda senza posar mai — riempivano di morti e di feriti i campi degli assediatori e la città assediata. Nella notte del 23 al 24 agosto i Francesi impadronivansi di alcune imboscate russe fatte su gli spalti di Malakoff (1); dalle quali feritori ralenti, senza temere nimico insulto, uccidevano gli artiglieri delle batterie assediatrici. Gortchakoff, bene indovinando avrebbe presto a sostenere un assalto generale, del cui esito a ragione disperava, per assicurare una via di ritratta alle sue armi presidianti la parte meridionale della città, gettava un ponte galleggiante di sessanta barche attraverso il golfo di Sebastopoli, il quale correva dai forte San Paolo al capo della Sawernaja misurando settecentocinquanta metri in lunghezza.

Giunti il 3 settembre con l’ultime offese dai trenta ai sessanta metri all'incirca a sinistra dai bastione Centralee da quello dell'Albero,a destra da Malakoff e dai Picciolo Dente,e dai cencinquanta ai dugento dal Gran Dente,i generali della Lega deliberavano d’assaltare le difese dei Russi con lo sforzo dell’armi loro; obbietto primissimo di Pélissier, il conquisto di Malakoff; di Simpson, quello del Gran Dente (2). A preparare l’impresa — che dovevasi fare l'8 di quel mese di settembre — il capitano supremo dei Francesi ordinava che le artiglierie di tutte le batterie d’assedio (3) il mattino del 5 prendessero a fulminare vivamente quelle del nimico; il fuoco di esse cesserebbe a intervalli, ch’egli fisserebbe di per di allo scopo di ingannare Gortchakoff intorno il vero giorno e l’ora vera dello assai to: e fu proprio cosi, che i Russi diedero nella rete lor tesa. La bombardata durò tre di con orrendo fracasso e con gravissimo danno delle difese di Sebastopoli; il 5 un vascello a tre ponti, ancorato nella rada, arse per una bomba in mezzo al quale era caduta; il 6 il fuoco mantennesi d’ambe le parti con eguale fora e vivacità; in fine, il 7 le artiglierie francesi guastarono irreparabilmente i ridotti di Malakoff e del Picciolo Dente, ed entro lo stesso Malakoff e in una fregata altresì destarono nella notte un incendio. All’albeggiare dell’8 — il giorno dell’assalto generale — sino alle nove del mattino tutte le artiglierie d’assedio fulminarono con grande furia le batterie nimiche, soprammodo di Malakoff e del Dente.

Alle undici e tre quarti ripresero il fuoco; quelle che tiravano contra le batterie delle prime difese lo sospesero di bel nuovo al mezzodì, l’ora fissata alla impresa; le altre artiglierie lo continuarono, per sospenderlo allora soltanto che corressero pericolo d’offendere le schiere assalitrici. Le quali sotto il comando di Bosquet, Codrington e De Salles trovavansi, poco innanzi il mezzogiorno, entro le ultime parallele, pronte a uscir fuora contra il nimico al segnale che lor darebbe Pélissier dal Poggio Verde,ove erasi postato per governare l’impresa da lui ordinata cosi. A destra il generale Bosquet doveva assaltare il Picciolo Pente,la cortina che questo legava al bastione Malakoff e la torre ai Malakoffcon la divisione Dulac — brigate Saint-Pol e Bisson — con la divisione La Motterouge — brigate Bourbaki e Picard — e quella di MacMahon — brigate Decaen e Vinoy—; dietro ad esse stavano alla riscossa la brigata De Marolles con un battaglione di fanti leggeri della Guardia Imperiale; la divisione Mellinet pur della Guardia — brigate Pontevès e De Failly—; in fine, la brigata Wimpffen e due battaglioni di Zuavi, e quella e questi parimenti della Guardia.

Al centro, il generale Codrington, allora che il bastione Malakofffosse venuto a mano de' Francesi, doveva tentare e impadronirsi dei Gran Dentecon una divisione di fanti leggeri e una di fanti d’ordinanza. A sinistra poi, De Salles, al comando di Pélissier e, come Codrington, quando Malakoff fosse espugnato, doveva assaltare da prima il bastione Centralecon la divisione Levaillant — brigate Couston e Trochu —, indi il bastione dell’Albero(1) con la divisione D’Autemarre — brigate Niol e Breton — e la brigata sarda dei generale Cialdini. Le divisioni di Bouat e Pâtà — la prima composta delle brigate Lefèvre e De la Roquette — componevano la riscossa di De Salles; il quale, a proteggere il fianco sinistro delle sue schiere d’assalto, collocava non lungi dai forti dei Lazzeretto due reggimenti d’ordinanza venuti a lui dal presidio di Kamiesch. A vie meglio assicurarai dai pericoli d’improvvisa uscita dei nimico, Pélissier afforzava i flanchi delle sue offese con quattro batterie di cannoni da campagna a destra e altrettante a sinistra di quelle; in oltre, poneva a guardia della via di Inkermann una brigata di fanti; chiamava dalla valle di Baidar al ponte di Kreutzen la cavalleria dei generale D’allon ville; ingiugneva a Herbillon di attelare le sue genti ai loro posti di combattimento su la Tschernaia; in fine» nel far conoscere a Lamarmora gli ordinamenti dell’impresa e il modo da lui disegnato per condurla, invitavalo ad apparecchiare l’oste sua alla pugna.

Suonava il mezzogiorno quando il colonnello Decaen con la prima brigata della divisione MacMahon, superato il vallo dietro cui erasi ordinato, correva sopra la faccia sinistra dell’angolo sinistro del bastione Malakoff. Primo ad azzuffarsi col nimico è il primo reggimento dei Zuavi — che cammina alla testa della schiera assaltatrice — il quale velocissimo scende nel fosso, sale imperterrito sui parapetti senza curarsi della tempesta di palle che piove sovr’esso e assottiglia sue file, e da quelli si precipita per mescolarsi coi difensori che d’ogni parte vi accorrono. All'urto impetuoso di quei soldati cedono le falangi moscovite (1), e sono in brevi istanti rovesciate e poste in fuga: la bandiera francese sventola allora su la postura conquistata. Il rimanente della brigata Decaen — il settimo reggimento di fanti d'ordinanza — avanzatosi per girare a sinistra la torre di Malakofl, scalati i parapetti, scende nel ridotto e vittoriosamente vi combatte; ma ne sarebbe poi stato cacciato da una poderosa schiera di sussidio russo, venutavi a ristorare la pugna, se Vinoycon la sua brigata — la seconda della divisione MacMahon — non fosse accorso ad appoggiare i soldati di Decaen.


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Entrato nel ridotto dopo sforzi inauditi, egli deve sostenere una zuffa ferocissima; avvegnaché i Russi, veggendo dover cadere al gagliardo assaltare del nimico, intendessero far pagare ad assai caro prezzo l'acquisto di Malakoff, resistendogli sino allo estremo. Sempre ingrossati di nuovi sussidi, tre volte tentarono di ricuperare quella formidabile postura — la quale, come già dicemmo, era la chiave delle fortificazioni di Sebastopoli — e tre volte vennero respinti con gravi perdite: la bandiera piantatavi dai soldati di Francia non doveva più discendere di là. — mentre cosi combattevasi al bastione Malakoff, la brigata del colonnello Picard — della divisione La Motterouge — assaltava la grande cortina che univa il Picciolo Dentea quel bastione, e dopo contraste sanguinoso se ne impadroniva, nel momento stesso in cui il generale Saint-Pol con la sua conquistava il Picciolo Dente.

Spinti dallo ardor di combattere, il focoso Picard e l'audacissimo Saint-Pol cacciansi innanzi per insignorirsi delle seconde difese; se non che fulminati in loro avanzarsi dalle batterie russe, sono costretti a indietreggiare. Picard, sostenuto dai generale Mellinet, accorso a lui con due reggimenti di granatieri della Guardia, al giugnere su la cortina volgesi al nimico, lo combatte; ributtatolo lontano da sé ferma su quella il piede; ma Saint-Pol, non appoggiato dalla riscossa, deve rifugiarsi entro le sue trincee; rifattosi, torna all’assalto, riacquista il Picciolo Dente, ma perde la vita; oppressa dalla piena de' nimici la sua brigata nuovamente indietreggia, per riedere però subito all’offese e riprendere quello per la terza volta. Al giugnere degli aiuti tanto sospirati, il generale Dulac rinnova la pugna; ma per quanti e vigorosi sforzi ei faccia non può riescire nell’impresa per la potenza stragrande dell’armi avversarie (1); onde si riconduce entro le sue trincee, mettendovisi a buona guardia contra i Russi; i quali sarebbero certamente usciti alla campagna, se le gagliarde loro resistenze al bastione di Malakoff avessero superato l’impetuoso assaltare dei Francesi.

— La divisione de' veliti di Codrington, appena vide sventolare su l’alto del ridotto di Malakoff l’insegna di Francia, mosse dalle sue trincee ad assaltare il Gran Dente;e sebbene fieramente percossa dalle artiglierie del forte, pure con passo franco camminò per cencinquanta metri, che tanti correvano dall’ultima sua parallela all’angolo sporgente di quello. Calati nel fosso i veliti, con le scale seco portate, salivano sui parapetti non ostante lo spesso grandinare d’archibugiate russe ed entravano nelle difese nimiche, intanto che il colonnello Windhamm con parte d’una divisione di fanti d’ordinanza giugneva sul parapetto della faccia sinistra dell’angolo sporgente del Gran Dente,il quale dopo ferocissima zuffa veniva a mano degli Inglesi; cui però subito toglievanlo i Russi, accorsi in grosse schiere ad assalire gli assalitori e a opprimere col numero, chi poco innanzi aveva trionfato col valore della propria persona; ributtati da quello, rjparavansi entro le loro parallele. Bene avrebbesi voluto rinnovare l’assalto con la riscossa — gli Scozzesi di Colin Campbell — e la divisione del generale Eyre; ma non fu possibile ordinarlo, causa la tanta confusione che regnava nelle trincee.

— De Salles, avuto il segnale della presa di Malakoff faceva immantinente assaltare il bastione Centraledalla brigata Trochu, e da quella di Couston la lunetta che trovavasi alla sinistra di esso. I Russi, già apparecchiati alle difese, tosto che le videro uscir fuora dall’ultima parallela, si furiosamente tempestaronle con l’artiglierie e coi moschetti,che la via percorsa dagli assalitori per giugnere ai piedi delle fortificazioni nimiche — ed era di cento metri — fa coperta di morti e feriti. Superati i parapetti e calati nella lunetta e nel bastione, in brevi momenti i Francesi con la baionetta spazzavano quella e questo dai difensori, costringendoli a cercare salvezza dietro alcune traverse saviamente erette per accrescervi la resistenza. Afforzati di sussidi poderosi ne uscivano poco di poi contra gli assaltatori; i quali, mal reggendo alla piena dei nimici, piombata loro addosso d'improvviso, e offesi per fianco dalle artiglierie russe, che tiravano a scaglia, vedevansi costretti a lasciare quei luoghi conquistati breve ora avanti con molta uccisione di loro (2). Il generale De Salles, deliberato di ritentare l’impresa, chiama allora a sé la divisione D’Autemarre; ma nel momento in cui sta per gettarsi all’assalto, riceve ordine da Pélissier di sospendere le armi e rientrare con sue genti nelle trincee e la brigata Barda di Cialdini, che doveva assaltare il bastione dell’Albero;la quale tornava il dimani a' suoi campi (1).

Alle cinque del pomeriggio le offese erano posate; ma le artiglierie d’assedio — ridottesi appena le schiere assaltatrici dietro i loro valli e nelle parallele — ripigliavano il fuoco contra Sebastopoli, cui debolmente rispondevano da prima e poco appresso tacevano l’artiglierie dei nimici; ciò che rivelava in questi l’intenzione di ritirarsi dalla città. In fatto il generalissimo dei Russi, perduta Malakoff — la maggiore delle difese di Sebastopoli, dalla quale signoreggiavansi l’altre tutte e potevasi distruggere il ponte di barche, gettato, come sopra dicemmo, su la grande rada, la sola via di ritratta del presidio ai forti della parte settentrionale della città — aveva risoluto di portare tutte le sue forze armate in quelli per resistere agli invaditori sino allo estremò. AI quale intente e senza por tempo in mezzo comandava, che durante la notte si distruggessero le opere dal nimico assediate col dar fuoco alle polveri riposte nei cuniculi già preparati; che si incendiasse la città e si mandassero a picco le navida guerra (2), che tuttavia nel golfo sorgevano su l’àncore.

In sul cadere del giorno per lo accendersi, a intervalli, delle polveri disfacevansi con orrendi scoppi le difese dei Russi, arrecando gravi danni ai Francesi; avvegnaché spinti dalla naturale lor furia — che li rende insofferenti sempre di indugio — si fossero troppo presto avvicinati a quelle per occuparle. Sul far della notte due divisioni di fanti, una d’Inglesi e l’altra di Francesi, entravano nel borgo di Karabelnaja e in Sebastopoli non senza combattere, però che gli ultimi retroguardi del nimico ne corressero ancora le vie. A mezzanotte Parmi posavano; l’opera di distruzione era continuata solo dal fuoco, il quale illuminava di tristissima luce rovine sanguinose e una delle più orribili scene che la storia di città assediate ricordi. In quattro ore di quella pugna ferocissima e proprio gigantesca — nella quale assaltatori e assaliti mostraronsi eguali in valore — caddero morti o feriti da ventimila uomini; dei quali settemila cinquecento Francesi (3); due mila Inglesi; diecimila e cinquecento Russi; da quaranta Sardi (4). Il 10 settembre la bandiera bianca sventolava su la torre di Malakoff e sul maggiore dei forti dei nimico, il forte a Stellao la cittadella;il cannone taceva e silenziosi erano i campi dei guerreggianti, però che Gortchakoff avesse chiesto e ottenuto da Pélissier una breve sospensione d'armi.

Padroni di Malakoff (1) e della parte meridionale di Sebastopoli, che far dovevano i generali della Lega? due partiti presentavansi ad essi: insignorirsi de' forti settentrionali di quella città e della penisola taurica, o riportare la guerra sul basso Danubio, che non avrebbero dovuto lasciar mai: di que’ due al peggiore s’appigliarono. Pélissier da prima disegnava di conquistare la Crimea, che egli intendeva correre con cento mila uomini; di poi, mutato consiglio, volgevasi all’espugnazione de' forti di Sebastopoli. E al generalissimo de' Russi, perduta Malakoff, pur due partiti si paravano dinnanzi: difendersi sino allo estremo in que’ forti, o uscire alla campagna contra l'esercito invaditore con tutta la sua gente da piedi e da cavallo a contrastargli la Crimea. Gortchakoff, che non volea arrischiare tutta la fortuna sua in una guerra campale, risolveva di temporeggiarla, non solo per dar tempo ai sussidi che preparavansi per lui di scendere alla penisola, ma eziandio allo scopo di stancare l’avversario in una guerra di trattenimento.

Stare su le difese piuttosto che su le offese, e assalire solo allora che si è sicuro di vincere, questo il miglior partito a prendere — e che in fatto egli prese — contra un nimico strenuissimo, forte per numero e potente per armi; baldo, e a ragione, per recente luminosa vittoria; e governato da capitano audace e provatissimo in guerra. Già da tempo i Russi avevano dato mano a fortificare le alture che si innalzano al di sopra di Sebastopoli e vanno a Makensie; e di que’ giorni pur munivano d’opere fortificatorie quelle, che dai metter foce della Tschernaia in su la grande baia della città corrono sino al Balbek. Tra le molte difese, che allora ergevansi sopra i siti strategicamente importanti e su le vie di comunicazione di Sebastopoli con l’imperio, di sommo momento erano quelle di Nikolajeff, della quale città lo Czar voleva fare un propugnacolo marittimo valido tanto da compensare la perdita di Malakoff e da surrogarlo nelle bisogne della guerra (2).

I grandi armamenti, proprio allora decretati in Russia, chiarivano la mente d’Alessandro, e luminosamente provavano com'egli, lungi dall'inchinare a pace — che nemmeno offertagli accetterebbe subito dopo una sconfitta — si apparecchiasse alle resistenze estreme, e che solo per forza d’armi cederebbe la Crimea; intorno la quale già discutevasi se andar dovesse a Bretagna o ad Austria; ad Austria, che nulla aveva operato a vantaggio della Lega!E quando di li a poco voci d’accordo corsero tutta Europa — cui il viaggio del conte Colloredo a Parigi aveva dato un colore di verità (1) — lo Czar, il 3 ottobre da Nikolajeff, decretava il levarsi di poderosissimo esercito (2), rispondendo in tal modo a quanti affermavano — ed erano i più — il colosso del settentrione essere ornai prossimo a rovina; ma le armi della Lega aveanlo bensi vinto a Sebastopoli, non però prostrato, né domo.

— Posta la città conquistata sotto il governo di Bazaine, e tenuta presso di sé la Guardia imperiale (3), Pélissier mandava De Salles col primo corpo d’esercito a campeggiare la valle di Baidar e Camou col secondo su la Tschernaia; il quale ultimo, appoggiata sua destra ai forti. alloggiamenti de' Sardi, tuttavia in Kamara e ne’ dintorni, scendeva con la sinistra fin sopra i piani d'Inkermann; gli Inglesi, come i Sardi, non dovevano muoversi dai loro campi. allo intente di togliere al nimico ogni via di comunicazione con Perekop e impedirgli le vettovaglie e i sussidi di armi, che in tutto l’imperio andavansi di que’ giorni raccogliendo e ordinando, Pélissier il 17 di quel mese di settembre comandava al generale D’Allonville di recarsi con buona parte della cavalleria e quattro batterie di cannoni per mare ad Eupatoria — dai Russi allora minacciata — per tentare Simferopoli e operare alle spalle dell’esercito moscovita campeggiante sui Balbek. Sceso a terra, e fuil 22 settembre, D’Allonville senza por tempo in mezzo davasi a prendere lingua del nimico; e, conosciutene le forze e le posture occupate, muoveva ad affrontarlo con parte del presidio — ch’era di Turchi e di Egiziani — e con tutte le sue genti, ordinate in tre schiere; le quali prima dell’albeggiare del 29 uscivano dalla fortezza per fare l’impresa.

La schiera di destra, composta della divisione de' fanti egiziani, per la via di Simferopoli — che attraversa in tutta sua lunghezza l’istmo di Sasik (1) — camminava verso il villaggio di Sak; quella di mezzo, composta di tre reggimenti di cavalleria francese, procedeva innanzi su la via di Perekop; e l’ultima, quella di sinistra, di fanti e cavalli turchi, portavasi sopra Ortanamay. Al primo loro avanzarsi, i Russi indietreggiarono; ma poco di poi gli squadroni d’ulani del generale Korf, ritornati sui loro passi, voltavansi contra la schiera di destra per impedirle il ritorno ad Eupatoria. Accortosi di ciò D’Allonville mandava sollecito ad affrontarli un reggimento de' suoi cavalli — quello degli ussari — seguito da presso dai due reggimenti di dragoni; i quali, raggiunta a Khanguill la cavalleria di Korf e urtatala con grande impeto, la disfacevano e uccidevano gli artiglieri su gli stessi cannoni, che da una altura appoggiavano col loro fuoco le mosse dei Russi; i quali a salvarsi da piena sconfitta sbandavansi fuggendo a squadroni per vie diverse. Nel combattimento di Khanguill, che liberò Eupatoria dai pericolo di un assalto, D’Allonville perdette da cinquanta de' suoi, morti o feriti; e il nimico più di cento, lasciando eziandio in mano al vincitore censettanta prigionieri, dugencinquanta cavalli, sei cannoni e molti carri di munizioni di guerra.

— Accresciuto l’esercito di una divisione de' fanti francesi e di una brigata di cavalleria inglese, quella condottagli dal generale De Failly e l’altra dal generale Padjet, D’Allonville muoveva nuovamente ad affrontare i Russi, che tenevano Tchobotar, terra signoreggiante la via di Simferopoli e a brevi chilometri di Sak. Ordinate intorno a questo villaggio tre divisioni di fanterie, egli portavasi sopra Tchobotar con tutto lo sforzo suo a cavallo, provocando alla pugna i numerosi squadroni nimici; che non volendo accettarla su quella postura indietreggiavano sin dove le loro artiglierie stavansi coperte col terreno innanzi; le quali allo arrivare di D’Allonville a giusto tiro scoprivansi, prendendo a trarre furiosamente contra lui. Con la cavalleria, che seco aveva, non potendo egli assalire con vantaggio i Russi, forti per numero d’armi e per natura di sito alla difesa acconcio, tornava indietro con ordine; e venuto a Sak, collocava l’esercito a cavaliere della via di Simferopoli, appoggiando la sinistra delle sue battaglie al lago di Sasik, la destra al mare, n di appresso recavasi nuovamente co’ suoi squadroni a Tchobotar; ma non potendo trarre a combattere con lui la cavalleria nimica — la quale tenevasi immobile sotto la protezione delle sue artiglierie — riedeva a Eupatoria.

— Davanti a Sebastopoli la guerra conducevasi da Pélissier con poco vigore; avvegnaché, non osando egli porsi a grosse imprese, allora che a grandi passi avvicinavasi l’inverno, avesse ristretto le militari sue operazioni a picciole correrie sul nimico — che menavano a leggeri badalucchi — e a ricognizioni; di cui voglionsi qui ricordate quelle del 13 ottobre fatte dai Francesi sul Belbek e, alla loro destra, dai Sardi su l’alto Chiuliù; i quali ultimi, guidati da Lamarmora, e seguiti da una divisione inglese capitanata da Campbell, impadronivansi del villaggio di Chiuliù e delle sue strette poco contrastatedai Russi, che nello indietreggiare guastavano le strade per ritardare l’avanzarsi dei Sardi e render loro faticoso il camminare. — Giusta gli ordini dell’imperatore Napoleone, il generalissimo dei confederati aveva poco innanzi chiamati a consulta il generale Simpson e gli ammiragli delle squadre unite, Bruat e Lyone per disegnare insieme l’impresa di Kinburn, fortezza la quale, signoreggiando l’estrema parte della terra che separa il mar Nero dal Liman — lago formate dalle acque dei Dnieper e dei Bug — assicurava all’esercito russo campeggiante Sebastopoli e il Belbek la via di comunicazione con Nikolaieff (1).

La spedizione, apparecchiata a Kamiesch e entrata in mare il 7 ottobre, giugneva il 14 dinnanzi a Kinburn; nella notte nove barche cannoniere, superato a viva forza il passo, correvano le acque dei Liman. Il vegnente Bazaine — che governava l’impresa — scendevaa terra con sue genti; e, fatta riconoscere la fortezza, nella notte dei 17 apriva la trincea e piantava le artiglierie, che il mattino dei 18 traevano contra Kinburn insieme a quelle di tre batterie galleggianti e delle barche cannoniere. In sul mezzogiorno la squadra anglo-francese, vinto il passo di Otchakoff — forte situato a settentrione di Kinburn su l’opposta spiaggia della baia — con sue poderose artiglierie ne prendeva a rovescio le difese; le quali, in breve ora, dalle palle fulminate venivano mandate a rovina e con esse i cannoni di cui eran munite: onde il generale Kokonowitch, reputando inutile ogni ulteriore resistenza, a fine di togliere la terra agli orrori d’una presa per assalto e salvarla altresì da totale distruzione, calava agli accordi; e ottenuti per sé e per sue genti gli onori di guerra, salve le persone e le robe, arrendeva Kinburn ai confederati e davasi col presidio loro prigioniero (2).

«lo attribuisco, cosi scriveva allora l'ammiraglio Bruat, il pronto e favorevole esito da noi ottenuto, in primo luogo al pieno investimento della fortezza dalla parte di terra e dal mare; in secondo luogo, al fuoco delle batterie galleggianti, le quali avevano già fatto nelle mura molte aperture facili a salirsi, e il cui tiro, aggiustato con ammirabile precisione, avrebbe bastato a rovesciare più solide muraglie» (3). Il danno patito a Kinburn. veniva, in parte almenocompensatoai Russi dalla vittoria di Karsh; la quale importantissima fortezza dell’Anatolia il 20 novembre cadeva nelle mani del generale Muravieff, non ostante l’accorrere di Omer Pachà, il cui esercito ingrossava di molto Parmi turchesche allora combattenti nell’Asia Minore.

Dopo la fortunata impresa di Bomarsund — compiuta il 16 settembre 1854 e della quale dicemmo al cap. Xdel vol. 2° di queste istorie — le squadre d’Inghilterra e di Francia, degli ammiragli Napier e Parseval-Deschénes, lasciavano il golfo di Finlandia, per l’avvicinarsi della stagione invernale che rendeva loro impossibile di navigare in quelle acque. Ma appena la nuova primavera ebbe rotti e sciolti i ghiacci, la squadra francese e la britannica drizzavano per la seconda volta le antenne verso quel golfo e vi entravano in sul cadere del maggio 1855 per tentare Sweaborg, Helsinfors e la fortissima Kronstad, la Gibilterra del Balticorusso, la quale con sue formidabili e numerose artiglierie difende e chiude, anche all'armata più poderosa, i due passaggi a Pietroburgo: onde questa città non è per mare assaltabile.

Dopo aver corso il golfo finlandico e aver uavigato persino nelle acque di Kronstad allo intento di riconoscerne le nuove difese (1), il mattino del 9 agosto lesquadre confederate prendevano a percuotere furiosamente Sweaborg; in brevi ore la città soffri gravi danni per gli incendi destati dallo scoppiare della tempesta di granate piovutele addosso, e non mono gravi danni patirono le fortificazioni, le quali in molte parti rovinarono per le palle fulminate contra esse. Il di vegnente primi alle offese furono i Russi, al cui fuoco vivissimo le squadre assaltatrici risposero con fuoco, come quello del giorno innanzi furioso e incessante, onde nuovi incendi e nuove devastazioni; e la bombardata, continuando il terzo di, mandava la terra e le fortificazioni tutte in rovine, le riempiva di morti e di feriti (2) e guastava molte navi che nel porto sorgevano in su l’àncore.


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Compiuta la loro opera di distruzione, le squadre confederate allontanavansi da Sweaborg per volgersi ad altra impresa; ma nulla potendo tentare contra quel validissimo propugnacolo di Pietroburgo, che era Kronstad (3); in oltre, l’inverno in quelle regioni settentrionali già co’ suoi rigori quasi soprastando, in sul principiare del novembre lasciato il Baltico riducevansi ai loro porti di Bretagna e di Francia. — L’11 novembre tutto era festa nei campi dei Sardi a Kamara e su la Tschernaia; i vincitori di Traktir, dato il saluto a' nuovi soldati venuti a Crimea per ristorare la gente per le malattie e la guerra mancata all’esercito, stavano in quel di tutti insieme raccolti e in belle ordinanze schierati su quei campi testimoni del valore italiano, per essere rassegnati dal loro generale supremo, Alfonso Lamarmora (1).

Intanto il verno co’ suoi rigori e con le sue asprezze avvicinavasi a grandi passi; i Sardi, sicuri di doverlo passare su quella contrada, di cui uomini e cose erano a tutti apertamente contrari, con cura sollecita davano mano a costruirsi ricoveri, che valessero a salvarli, almeno in parte, dalle intemperie della stagione, e a provvedersi di quanto potesse rendere loro meno dura la vita del campo. In fatto, in breve tempo e quasi per incanto sorgevano ripari o casotti di forme diverse, ne’ quali avevano saputo riunire l’utile al dolce, avvegnaché alle comodità dello abitare andassero mæstrevolmente congiunte certa grazia e certa eleganza, che rendevali alla vista gradevolissimi; né contenti di ciò quei soldati industriosi aprivano vie attraverso i loro campi, e questi di giardini e di orti abbellivano e arricchivano.

Mentre l’esercito sardo preparavasi cosi a svernare in Crimea, il re Vittorio Emanuele, per consiglio di quel Ministro che tanto s’intendeva dello Stato, recavasi a Parigi e a Londra non solo per affermare con l’imperatore Napoleone e la regina Vittoria gli antichi legami d’amicizia, ma eziandio per conoscere cosa in quelle Corti si pensasse della Sardegna, allo scopo di sapersi ben condurre nelle future conferenze di pace. Innanzi di partire ei voile inaugurare la sessione legislativa (2), e fu il 12 novembre; nella quale solenne occasione parlò a' Senatori e rappresentanti della nazione in questi termini: «L’anno che è presso a finire fu pel mio cuore un tempo di prove crudeli; le alleviò bensì il vedere le lagrime dell’intera nazione associate ai lutti della mia casa; ma in mezzo ai dolori Dio mi sostenne nell’adempimento de' miei doveri.

Volto lo sguardo alla grande lotta che ferve da due anni in Oriente, non esitai ad unire le mie armi a quella parte che combatte per la causa della giustizia e della civiltà, e per la indipendenza delle nazioni. A ciò mi spingevano il desiderio di concorrere al trionfo de' principi medesimi che noi propugniamo, e i generosi istinti dei popoli subalpini e le tradizioni della mia famiglia. I nostri soldati uniti ai valorosi eserciti di Francia, d’Inghilterra e di Turchia, secondati dallo zelo e dall’operosità della nostra marineria da guerra hanno diviso con loro pericoli e glorie, e accresciuta l’antica fama di queste bellicose contrade. Voglia Dio coronare con sempre maggiori successi gli sforzi comuni e rendere presto possibile una pace durevole, assicurando a ciascuna nazione i suoi legittimi diritti. Le spese della guerra renderanno necessario un nuovo prestito.

La scarsità dei raccolti, il rinnovato flagello del cholera unità ad altre inaspettate circostanze scemarono le pubbliche rendite; se contra al voto del mio cuore la necessità ci costrinse a chiedere nuovi sacrifizi alla nazione, il mio Governo per altro cercò di rendere più sopportabile il peso d’alcune imposte. Esso vi sottoporrà disegni di legge, per vie meglio ordinarne la distribuzione nella parte specialmente che gravita su la classe meno agiata. Altre leggi volte a migliorare l’amministrazione politica ed economica dello Stato, l’ordinamento giudiziario, la pubblica istruzione saranno di nuovo proposte alla vostra discussione. Nell’ardua missione che vi è affidata, voi proseguirete a dar prova di quella prudenza e operosità, di quell’affetto costante agli interessi del paese per cui vi siete segnalati finora. Noi continueremo il nobile esempio di un Re e di una nazione legati da vincoli indissolubili di amore e di fede, nella gioia come nel dolore, e sempre concordi nel mantenere illese le due grandi basi della felicità pubblica: Ordine e Libertà.»

— Il 20 novembre Vittorio Emanuele entrava in mare a Genova su la fregata Carlo Alberto: stavano con lui Camillo Cavour e Massimo d’Azeglio, che il Présidente de' ministri avea voluto con seco per non dare a quel viaggio un carattere troppo politico. Il mattino del 22 il cannone di Marsiglia annunciava il giugnere del Sire di Sardegna ai cittadini, che numerosi accorrevano a salutarlo al porto, ove il colonnello Edgardo Nev, in nome dell'Imperatore, davagli il benvenuto. A Lione — arrivatovi nella sera di quel giorno stesso — ricevevalo il maresciallo Di Castellane; e alle quattro pomeridiane del vegnento entrava in Parigi. n popolo, che in folla accalcavasi sul suo passaggio, con sommo entusiasmo acclamava a lui e all'esercito; l’Imperatore assai cordialmente l’accoglieva ai piedi dello scalone del suo palazzo, e l’Imperatrice con l’usata gentilezza su l’alto del medesimo. Sette giorni dimorò Vittorio Emanuele in Parigi e furono tutti pieni di esultanze, di feste e di piaceri; le rimostranze d’affetto che riceveva, allora che usciva per lo vie della città, mostravano quanto il popolo francese si compiacesse d’avere ospite suo il Re cittadino-soldato.

Il primo dicembre, lasciata Parigi, Vittorio Emanuele per Calais e Douvres portavasi a Londra presso la regina Vittoria. La città e la reggia fecerlo lieto di belle accoglienze e lo festeggiarono; e i molti onori a lui resi dal popolo inglese e dalla Regina non furono semplici rimostranze di cortesia, sibbene testimonianza e segno dell’alta stima in cui tenevano il Re galantuomo.Il quale, alle cortesi felicitazioni e agli auguri per l’avvenire del suo regno rivoltegli dal supremo Magistrato dei cittadini, rispondeva: = L’accoglienza trovata in Londra, patria della libertà costituzionale,essergli chiara prova della simpatia, che inspira la politica da lui seguita e nella quale persevererà costantemente. La fede, che unisce le due più potenti nazioni della terra — or da lui visitato — onorare la sapienza dei principi che le reggono e il carattere dei loro popoli, i quali preferirono una amicizia profittevole alle antiche rivalità. In questa alleanza, trionfo della civiltà, essere egli entrato per aver sempre la Casa di Savoia tratta la spada, quando si combatte per la libertà e l’indipendenza. Se agli alleati suoi ei presta le forze d’un regno non vasto, porta però la potenza d’una lealtà, della quale nessuno ha dubitato mai, appoggiata al valore d'un esercito, che segui dovunque fedele la bandiera de' suoi Re.

Non poter deporre le armi prima d’avere ottenuto una pace onorevole e quindi duratura, cui si giugnerà con l’aiuto dell’Onnipossente, cercando concordi il trionfo dei veri diritti e de' giusti desideri d’ogni nazione. mentre gli si parla dell’avvenire del suo regno, a lui è caro di poter parlare del presente, felicitando il supremo Magistrato dell’alto grado nel quale si è collocata l’Inghilterra, dovuto al nobile e libero carattere della nazione e alle virtù della sua Regina. = Partitosi di Londra, il 6 di quel mese. di dicembre riedeva a Parigi; e fu in questa sua seconda dimora nella metropoli di Francia — dimora la quale durò tre giorni appena — che l’Imperatore, discorrendo e ragionando delle cose italiane in un intimo colloquio con Vittorio Emanuele, ebbe domandato al leale suo alleato, che far si potesse per l’Italia;parole queste di grave momento — avvegnaché suonassero una minaccia all'Austria — e di altissimo significato, specialmente allora che Napoleone, già inchinevole a trattare d’accordi con Russia, si fosse nuovamente accostato a Francesco Giuseppe; il quale, non per amore alla pace d’Europa, ma per la sicurezza della sua monarchia, aveva proprio, di quei giorni, tentato l’animo dello Czar a favore di quella.

— Preso commiato dall’Imperatore il Sire di Sardegna per la via di Lione, di Chambery e di Susa faceva ritorno alla regale Torino, ove giugneva l'11 dicembre. Il viaggio a Parigi e a Londra fu per quel Re galantuomoun vero trionfo e per Cavour una splendida confermazione de' suoi principi politici, cui già da tempo aveva informato i modi di governo con gli altri Stati; e sebbene e’ non avesse inteso di dare al viaggio di Vittorio Emanuele un carattere politico, pure l’ebbe e si alto da impensierire di molto la Corte di Vienna (1).

In sul cadere del 1855 notizie di pace correvano tutta Europa; la desiderava ardentemente l’Austria, la quale, sospettando nuove sollevazioni in Italia e in Ungaria, per l’orator suo a Pietroburgo aveva di quei giorni proposto al Governo russo d’entrare mediatrice nella contesa, e al tempo stesso fatto rimettere allo Czar un suo memorialecon le basi della pace, minacciandolo di voltarsegli contra, se rifiutasse accettarle. Era parimenti quella dalla Turchia sospiratissima, avvegnaché la grossa guerra, che da due anni combatteva ora con prospera ora con avversa fortuna, l’avesse esausta di forze (2).

Bretagna e Sardegna volevano, non si posassero ancora le armi; quella, perché essendosi acquistata poca gloria militare sui campi di Crimea, intendeva vittoriare nel Baltico e con la vittoria raggiungere lo scopo suo, la distruzione piena e intera della possanza moscovita in quel mare; e l’altra poi, per raggiugnere il compimento delle speranze concepite al suo entrare in lega coi grandi Stati d’Occidente. Ma al voler loro opponevasi la Francia, la quale, oltre il sopportare della guerra il maggior peso, temeva avesse questa ad allargarsi di troppo; o opponevansi loro altresì i diplomatici tutti, i quali, se non avevano saputo impedirne lo scoppio, eransi nondimeno sempre studiati di trovare i modi che valessero a menare i guerreggianti a concordia, senza però riescirvi mai (1).

Dalcanto suo lo Czar mostravasi deliberato a proseguire la guerra con tutte le sue forze — le quali erano poderosissime e fiorite — piuttosto che lasciarsi imporre condizioni di pace meno che dignitose e oneste; ma le basi su cui trattare gli accordi messegli innanzi dall’Austria non offendendo l’onor suo e della nazione, egli le accettò (2): onde in sui principiare del nuovo anno, il 1856, fu tregua in Crimea e nell’Asia fra i guerreggianti, che doveva durare sino al cader del marzo di quell’anno 1856 (3). — Il 25 febbraio in Parigi, città designata a sede del Congresso, raccoglievansi gli inviati di Francia, di Bretagna, di Sardegna, di Turchia, di Russia e d’Austria, e poco di poi giugneanvi quei di Prussia, invitata alle conferenze per avere essa soscritto il trattato del 13 luglio 1841, che allora dovevasi modificare. Rappresentanti di Francia erano Walewski e Bourqueney; d’Inghilterra, Clarendon e Cowley; di Sardegna, Cavour e Villamarina; di Turchia, Mohamed Ali Pachà e Mohamed Djenil Bey; di Russia, Orloff e Brunow; d’Austria, Buol de Schauenstein e Hübner; e di Prussia, Manteuffel e Hatzfeld (4); ilpresiedette Walewski, a taleonorevole offizio chiamato, con voce unanime, dai congregati. Invero non fu ardua impresa il mettorsi d’accordo su le condizioni e i patti della pace, avvegnaché, caduta Sebastopoli e distrutta l’armata russa dei mar Nero, non più esistessero le gravi difficoltà, cause dei rompersi delle conferenze viennesi, e il Congresso trovasse quindi innanzi a sé il problema della quistione d’Oriente in grande parte risoluto. Ispirati a sentimenti di conciliazione, i congregati poterono, con reciproche concessioni, prestamente accordarsi.

Consentito lo scambio dei prigionieri e lo sgombro delle terre allora occupate dall’esercito della Lega, ammettevano l’imperio turchesco nei diritto europeo, guarentendogli l'Integrità de' suoi domini; statuita la libertà di navigazione sul Danubio e stabilita altresì la neutralità assoluta dei mar Nero, deliberavano in fine che questo mare dovesse ritenersi libero alle navi da merci, ma chiuso a quelle di guerra di tutte le nazioni, e concesso soltanto alle finitime di correrlo con piccioli legni armati per la sicurezza delle loro coste.

Conseguenza di tanto saggio consiglio fu la consacrazione di un nuovo diritto marittimo, che dovea assicurare, in tempo di guerra, i neutrali contra le prepotenze delle maggiori nazioni (1), e dei quale proponevansi allora le basi. Rispetto ai principati Danubiani i rappresentanti di Francia e d’Inghilterra eran d’avviso d’unirli in uno Stato; al contrario Cavour proponeva di darli ai Duchi di Modena e Parma e d’aggiugnere alla Sardegna le signorie di questi principi. Ma tali proposte venivano dopo breve discussione messe da parte, perché combattute, la prima dai plenipotenziari d’Austria e di Turchia per ragioni facili a indovinarsi, e la seconda da quei di Bretagna e d’Austria: onde confermavano e guarentivano a Moldavia e a Valacchia gli antichi privilegi e il nuovo ordinamento d’armi proprie a difesa del loro territorio, salva sempre l’alta sovranità del Soldano; e assicuravano parimenti alla Serbia le usate franchigie mantenendola però sempre nella dipendenza della Sublime Porta.

Stava il Congresso per gridare la pace, quando grave discussione sorgeva nel suo seno provocata da Cavour, il quale, a parlare delle tristissime condizioni in cui trovavasi allora l’Italia incoraggiato dall’imperatore Napoleone – già chiaritosi benevolo ad essa e desideroso di giovarle – levavasi a dire cosi: = Per dare all’Europa pace duratura e veramente efficace essere necessario porre rimedio ai mali che affliggono da lungo tempo gli Italiani, mali ben sovente fomiti di tumulti, di perturbazioni e incitatori di sommosse armate; volessero i rappresentanti degli Stati raccolti a congresso darsi pensiero di quanto aveva loro esposto. Le parole franche e coraggiose del negoziatore sardo suonarono acerbe all’orecchio di Buol, le quali, mentre riprendevano il mal governo dell’Austria in Lombardia e nelle Venezie, facevano conoscere di quanto pericolo fosse all’Italia la signoria militare austriaca nelle Legazioni Pontificie e nella Marca Anconitana.

Walewski e Clarendon, riconoscendo la verità e la giustezza del dire di Cavour e convinti essere omaitempo di metter fine a quella, invitavano i plenipotenziari di Sardegna a esporre in un memoriale i provvedimenti, che riputassero efficaci a rendere la quiete e la sicurezza all’Italia. E il 27 marzo presentavano ai colleghi del Congresso il memoriale da essi dettato in questi termini: «Nel momento in cui gli sforzi gloriosi degli Stati Occidentali intendono assicurare all’Europa i benefizi della pace, le condizioni deplorevoli delle provincie sommesse alla Santa Sede e soprammodo delle Legazioni, invocano l’attenzione tutta dei Governi di Bretagna e di Francia. Le Legazioni sono occupate dall’armi austriache sino dal 1849, e d’allora e senza interruzione poste sotto l’imperio delle leggi militari, n Governo pontificio vi esiste soltanto di nome, avvegnaché al di sopra de' suoi Legati stia un generale austriaco, il quale prende il titolo di governatore civile e militare, e ne esercita l'ufficio.

Nulla fa presagire che tale stato di cose abbia ad aver fine, poiché il Governo papale, come oggidì si trova, è convinto della propria impotenza a conservare l’ordine pubblico come al primo giorno della sua restaurazione, e l’Austria non domanda nulla di meglio di rendere perpetua quella militare occupazione. Ecco i fatti quali si presentano; stato deplorabile, che ogni di più peggiora, d’un paese nobilmente dotato e nel quale abbondano gli elementi conservatori; impotenza del Sovrano legittimo a governarlo, pericolo continuo di disordine e d’anarchia nel cuor dell’Italia; allargamento della dominazione austriaca nella penisola assai al di là di quanto i trattati del 1815 le hanno accordato. Le legazioni, prima della rivoluzione francese, erano sotto l’alta sovranità del Papa; ma godevano dei privilegi e delle franchigie che rendevanle, almeno nella amministrazione interna, quasi indipendenti. Non portante la signoria clericale eravi sin d’allora in tanta antipatia, che gli eserciti francesi furonvi ricevuti nel 1796 con entusiasmo. Separate dalla Santa Sede in virtù del trattato di Tolentino, quelle provincie fecero parte della repubblica, poscia del regno italico sino al 1814.


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Il genio ordinatore di Napoleone cambiò come per incanto l’aspetto loro; le leggi, le istituzioni dell’amministrazione francese vi crearono in brevi anni il benessere e la civiltà. Cosi in queste provincie, tutte le simpatie e le tradizioni connettonsi a quest’epoca; il Governo napoleonico è il solo che mantiensi nella memoria, non solo delle classi istruite, ma anche del popolo; il suo ricordo ci rammenta una giustizia imparziale, una amministrazione forte, in fine, uno stato di prosperità, di ricchezza e di grandezza militare. Al Congresso di Vienna si esitò lunga pezza a riporre le Legazioni sotto il Governo pontificio; gli uomini di Stato che in esso siedevano, sebbene pieni del pensiero di restaurare dovunque l’antico ordine di cose, bene sapevano che lascerebbesi cosi un focolare di disordini nel cuore dell’Italia. La difficoltà nello scegliere il Sovrano cui dare quelle provincie e le rivalità che nascerebbero per la possessione loro, fecero pendere la bilancia in favore del Papa, e il cardinale Consalvi ottenne, ma solo dopo la giornata di Waterloo, tale insperata concessione. Il Governo pontificio, alla restaurazione sua, non tenne verun conto del progresso che avevano fatto l’idee, né dei profondi mutamenti che il reggimento francese aveva introdotti in questa parte degli Stati papali; d’allora diventava inevitabile una lotta tra il popolo e il Governo.

Le Legazioni furono in preda a una agitazione più o meno latente, ma che ad ogni opportunità di tempi e d’occasioni scoppiò in ribellioni e sollevazioni; tre volte l’Austria ebbe a intervenire con sue armi per restaurare l’autorità del Papa costantemente sconosciuta da' sudditi suoi. Al secondo intervenire dell’Austria, la Francia rispose occupando Ancona; alla terza, con l’impresa di Roma. Ogni volta che la Francia trovossi innanzi a tali avvenimenti, senti la necessità di metter fine a tale stato di cose, che è uno scandalo per l’Europa e un grave ostacolo alla pacificazione dell’Italia Il memorandodel 1831 provava lo stato deplorabile del paese, la necessità e l’urgenza di riformagioni amministrative; i carteggi diplomatici di Gaeta e di Portici hanno l’impronta stessa. Le riforme iniziate dallo stesso Pio IX nel 1846 erano il frutto del suo lungo soggiorno a Imola, ove egli aveva potuto vedere co’ suoi propri occhi e giudicare gli effetti del governo miserabile imposto a quelle provincie.

Disgraziatamente i consigli degli Stati amici e il buon volere del Papa si ruppero contra gli ostacoli dall’ordinamento cléricale opposti ad ogni innovazione. Se havvi un fatto il quale emerga chiaramente dalla storia degli ultimi anni, è la difficoltà, diciamo più esattamente, l'impossibilità di una riformagione compiutamente del Governo pontificale, che risponda al tempo e ai giusti desideri delle popolazioni. L’imperatore Napoleone III, con quel veder giusto e sicuro che è proprio tutto suo, aveva colto nel segno e chiaramente insegnato nella sua lettera al colonnello Nev lo scioglimento del problema secolarizzazione e codice napoleonico. Ma egli è evidente che la Corte di Roma lotterà sino allo estremo e con tutte le sue arti contra lo eseguimento della proposta di Napoleone. Bene comprendesi che possa in apparenza accettare riforme civili e anche politiche, salvo poi a renderle illusorie nel mandarle a effetto; ma essa sa troppo bene che la secolarizzazione e il codice napoleonicointrodotti in Roma stessa, là ove l’edificio di sua potenza temporale riposa, lo zapperebbero alla sua base e lo manderebbero a rovina togliendogli i suoi più saldi sostegni: i privilegi del Clero e il diritto canonico.

Nondimeno se puossi sperare d’introdurre una vera riforma là dove l’autorità temporale tanto confondesi col potere spirituale da non sapere compiutamente separarla senza correre pericolo d’offenderli, non potrebbesi almeno ottenerla in una parte che sopporti con minore rassegnazione il giogo clericale, focolare perpetuo di perturbamenti e d’anarchia, che dà agli Austriaci il pretesto della militare occupazione, fa nascere complicazioni diplomatiche e altera il contrappeso degli Stati europei? Noi crediamo sia ciò possibile, però a condizione di separare da Roma, almeno amministrativamente, questa parte dello Stato, formando delle Legazioni un principato apostolico sotto l’alta signoria del Papa, ma retto con leggi proprie e con tribunali suoi, suo erario e sue armi. Noi crediamo che legando questo nuovo ordinamento, quanto è possibile, alle tradizioni del regno napoleonico, certo otterrebbesi subito un effetto morale assai considerevole, e farebbesi un gran passo per tornare a quiete queste popolazioni.

Senza lusingarci che accordo si fatto possa durare eternamente, siamo di parere nondimeno ch’esso basterà per lungo tempo allo scopo propostoci: pacificare queste provincie e dare soddisfacimento legittimo ai bisogni dei popoli, e con ciò assicurare il Governo temporale della Santa Sede senza la necessità d’una occupazione straniera stabile; e avrà in oltre il vantaggio di rendere agli Stati alleati grande e benefico il credito loro nel cuore dell’Italia. Noi indicheremo sommariamente i punti sostanziali del disegno nostro e i mezzi altresì di mandarlo a effetto. — I. Le provincie dello Stato romano situate tra il Po, l’Adriatico e gli Apennini — dalla provincia d’Ancona a quella di Ferrara — rimanendo sempre sotto l’alta dominazione della Santa Sede, sarebbero compiutamente secolarizzate e, rispetto alla civile e militare amministrazione, rispetto all’amministrazione della giustizia e dell’erario, ordinate in modo d’essere interamente separate e indipendenti dalla restante parte dello Stato; le attinenze diplomatiche e religiose rimarrebbero tuttavia di giurisdizione della Corte romana.

— II. L’ordinamento territoriale e amministrativo di questo principato apostolico verrebbe stabilito in armonia a ciò che esisteva sotto il regno del primo Napoleone sino al 1814; il codice napoleonico sarebbevi promulgato con le modificazioni necessarie nei titoli che toccano alle relazioni tra la Chiesa e lo Stato. — III. Un vicario pontificio laico governerebbe queste provincie con l’aiuto di ministri e d’una Consulta di Stato. n vicario eletto dai Papa, sarebbe guarentito nello esercizio del suo officio, e dovrebbe durare dieci anni almeno. I ministri, i consiglieri di Stato e tutti gli officiali pubblici sarebbero nominati dai vicario pontificio; la loro potestà legislativa ed esecutiva non potrebbe estendersi mai a cose di religione, né a faccende miste che verrebbero prima determinate, né in fine a ciò che toccherebbe alle relazioni politiche con altre nazioni. —IV. Queste provincie dovrebbero concorrere in giusta proporzione al mantenimento della Corte romana e al servizio dei debito pubblico oggidì esistente. — V. Armi proprie sarebbero senza por tempo in mezzo ordinate con la leva. — VI. Oltre i Consigli comunali e provinciali vi sarebbe un Consiglio generale che fisserebbe le imposte e sindacherebbe le spese.

— Ora, se voglionsi prendere a esame i mezzi di mandare tutte ciò a effetto, si vedrà ch’essi non presentano tali difficoltà che sarebbesi tentato di supporlo a prima vista. L’idea d’una separazioneamministrativadelle Legazioni non è nuova a Roma; essa fu più volte messa avanti dai diplomatici ed eziandio predicato da alcuni membri dei Sacro Collegio, in limiti però assai più ristretti dei necessari a farne un'opera seria e duratura. La volontà irrevocabile degli Stati e la loro deliberazione di far cessare senza indugio l’occupazione dell’armi straniere sarebbero i motivi che persuaderebbero la Corte romana ad accettare questo disegno, il quale, alla fin fine, rispetta il suo poter temporale e lascia intatto l’organamento presente al centro e nella maggiore parte degli Stati suoi. Se non che ammesso il principio, bisogna fidare a un alto Commissario, eletto dagli Stati, lo eseguimento dei disegno; avvegnaché ben si comprende, che se tale opera fosse lasciata al Governo pontificio, egli troverebbe, nei suo sistema tradizionale, il modo di non condurlo mai a fine e falsare lo spiritodella nuova istituzione.

3 Ora, non puossi dissimulare che, se l’occupazione d’armi straniere dovesse cessare innanzi il mandare francamente a effetto queste riforme e prima dell’ordinamento d’una forza armata pubblica, vi sarebbe ragione di temere vicino il rinnovarsi di turbolenze e d’agitazioni politiche, seguite tosto tosto dagli eserciti austriaci. Tale avvenimento sarebbe tanto più da compiangersi, in quanto che le conseguenze sembrerebbero condannare già ogni tentativo di miglioramento; è dunque alle sole condizioni sopra e messe, che noi comprendiamo il cessare della occupazione straniera, la quale potré compiersi cosi. Il Governo pontificio tiene ora agli stipendi suoi due reggimenti di fanti svizzeri e due di indigeni, che insieme contano da otto mila uomini; la quale soldatesca basta a mantenere l’ordine in Roma e nelle provincie non comprese nella separazione amministrativa di cui parlammo; la nuova forza armata, che si ordinerebbe facendo leve nelle provincie secolarizzate, ne assicurerebbero la tranquillità; i Francesi potrebbero lasciar Roma; gli Austriaci, le Legazioni. L’armi di Francia, nel tornare in patria per la via di terra, dovrebbero nel loro passare per le provincie separate farvi una temporanea dimora; esse vi rimarrebbero per un tempo determinato da prima e strettamente necessario alla formazione della nuova milizia paesana, la quale ordinerebbesi con l’aiuto loro.»

Questo memoriale dei negoziatori sardi venne favorevolmente accolto da quei di Francia e di Bretagna; tornò amarissimo a Buol e a Hübner; agli altri, in fine, riesci poco gradito, perché creduto inopportuno. Chiamati a congresso per comporre la contesa d’Oriente o meglio chiarirla, i rappresentanti de' grandi Stati d’Europa e della Sardegna doveano rivolgere i loro sforzi unicamente a quella, dalla cui soluzione pendevano le sorti della aspra guerra, che da due anni combattevasi sul Danubio e nella penisola taurica, se cioè avesse a posare o a proseguire. Ma Cavour — annuente il Signor de' Francesi, come abbiamo gié detto — nel trattare la questione russo-turca avendo con arte sottile fatto cadere il discorso su l’Italia e su le miserrime sue condizioni, fu necessità parlare di quella e di queste; né per quanto gli oratori dell’Austria si studiassero d’evitarne la discussione, vidersi nonpertanto costretti ad accettarla, pur protestando di non voler sapere di essa; e la discussione, vivissima e agitatissima fu degna dell’alto suo argomento, come or narreremo.

— Bandita il 30 marzo la pace — in verità più onorevole per la Russia, che per la Lega, che, giurata eterna, dovea però durar ben poco — il Presidentedel Congresso, il conte Walewski, innanzi di congedarsi dai colleghi, chiamava questi a nuove conferenze, nelle quali avessero a scambiarsi le loro idee sopra altre quistioni, rischiararle e avvisare ai modi più efficaci a impedire complicazioni diplomatiche, e allo scopo d’assicurare per lo avvenire la pace del mondo, disperdendo, prima di farsi minacciose, le nubi che spuntavano già su l'orizzonte politico(1). — Era l'8 aprile quando l’oratorefrancese, dopo aver parlato brevi parole delle tristissime condizioni della Grecia ed espresso il desiderio suo di veder questa libera dalle armi straniere (2), prendeva a dire dello Stato Pontificio, che pur trovavasi in condizioni infelicissime. = Per non lasciarla in preda alla licenza, cosi Walewski, avere la Francia presidiata Roma, aver l’Austria tenute con sue soldatesche le Legazioni (3).

Se con ciò erasi bene provveduto alla loro tranquillità — dalla quale dipende quella dell’Italia e che tocca da vicino l’ordine europeo — essere però sconvenevole, che armi straniere abbiano a sostenere uno Stato inetto a reggersi da sè. Staro certamente nei voti di tutti lo affermarsi e assodarsi del Governo papale, affinché i soldati di Francia e d’Austria possano, senza inconveniente veruno, sgombrare Roma e leLegazioni; un voto del Congresso e le assicurazioni d’Austria e di Francia in tal senso saranno indubitabilmente per arrecare dovunque benefici effetti. Augurarsi che certi Governi della penisola italiana abbiano, con atti di clemenza bene intesa, a richiamare a sé i traviati e non pervertiti, mettendo cosi fine a quel modo di reggimento, il quale, mentre li indebolisce, accresce le forze della demagogia. Illuminare il Governo delle Due Sicilie, allo intento di fargli lasciare la via che ora percorre, è rendere un servigio segnalato a lui e all’Italia; sicuro che i Ministri del re Ferdinando accetteranno i consigli dei rappresentanti i grandi Stati d’Europa, lor dati con intendimenti sinceri e leali.

Chiamare egli per ultimo l’attenzione del Congresso su la stampa belga, ingiuriosa sempre e ostile alla Francia e a' reggitori suoi, la quale predica apertamente la ribellione e l’assassinio politico. Non potendo il Governo di Brusselle reprimere le intemperanze della stampa — la costituzione del regno non consentendogli di toccarne le libertà — proporre ai colleghi d’invitare il Belgio a modificare la sua legislazione in modo da far rispettati i doveri reciproci. = Conchiudeva poi Walewski il suo parlare ponendo innanzi il disegno d’un nuovo diritto marittimo, che costituirebbe un progresso notevolissimo nel diritto delle genti. «Il Congresso di Westfalia, cosi l’oratore di Francia, ha consacrata la libertà di coscienza; quel di Vienna, la libertà di navigazione dei fiumi e l’abolizione del traffico dei Neri; sarebbe cosa degna del Congresso di Parigi di metter le basi d’un diritto marittimo per li tempi della guerra.» — Taciutosi il Ministro del Buonaparte, levossi Clarendon, l’orator di Bretagna, e disse: = Desiderare l’Inghilterra quanto la Francia di sgombrare di sue armi la Grecia; ma per ciò fare, essere necessarie alcune guarentigie per la sua tranquillità e l’ordine delle cose.

Per rendere duratura la pace, da pochi giorni formata, dovere il Congresso metterla al sicuro d’ogni pericolo in Italia, di cui molte provincie son piene d’armi straniere. Non credere utile di ricercare oggi le cause, che un di condussero negli Stati della Chiesa gli eserciti di Francia e d’Austria: pure ammettendole legittime, se necessità di quelle occupazioni militari non è ora più imperiosa, esse devono cessare. Ma ciò sarà possibile allora soltanto che, secolarizzato il Governo ecclesiastico, l’ordinamento amministrativo, avendo per iscopo il benessere del popolo, risponderà ai bisogni de' nuovi tempi; allontanate poi dalle sue città i presidi stranieri, il Governo pontificio racquisterà l’indipendenza da tanti anni perduta. Esser vero, che tale riformagione avrebbe in questo momento a vincere gravi difficoltà in Roma; non cosi nelle Legazioni ove i mutamenti desiderati più facilmente potrebbersi mandare a effetto, senza tema di agitazioni e sommosse.

Rispetto al reame di Napoli, ossequente in generale al principio del non intervento nelle faccende interne d’uno Stato, ritenendo far quel regno una eccezione alla regola, crede dovere il Congresso per diritto intervenire in Napoli; al cui Re, espresso primamente il voto per lo ammeglioramento della sua amministrazione, abbia poscia a chiedere il perdono a favore dei condannati per delitti politici. Pur riconoscendo le esorbitanze della stampa belga, non poter però egli — quale rappresentante d’un paese in cui la stampa libera e indipendente è una istituzione fondamentale — associarsi al provvedimento messo innanzi da Walewski; del quale poi accettava la proposta di un nuovo diritto marittimo. = Terminatocosi il parlar suo, s’assise; allora alzossi l’inviato di Russia, Orloff, solo per far conoscere ai colleghi di non poter prendere parte a discussioni di faccende estranee al suo mandate. Favellò quindi e a lungo il plenipotenziario d’Austria, il quale, dopo essersi felicitato con Francia e con Bretagna per saperle pronte a ritirare le loro armi dalla Grecia, porgeva i voti più sinceri del Governo suo per la felicità di quel regno, e in pari tempo esprimevane il desiderio di veder presto i paesi di Europa indipendenti e prosperi sotte la protezione del diritto pubblico.

Esser egli securo, tale condizione di cose riposar tutta nella saviezza d’una legislazione atta a impedire le violenze della stampa, a ragione biasimate da Walewski parlando di uno Stato vicino a Francia; sperare fermamente che i Governi del continente sapranno trovar modo di tenerla in giusti limiti, a fine d’evitare nuovi avvolgimenti tra le nazioni. Rispetto al nuovo diritto marittimo, da lui altamente apprezzato, non avendo autorità di sentenziare sopra affare di tanto momento, doveva restringersi a far noto ai congregati d’essere pronto a sollecitare gli ordini dei suo Sovrano. L’opera dei Congresso aver dunque qui Une; avvegnaché non potesse intrattenersi delle faccende interne di Stati indipendenti non rappresentati in quelle conferenze, avendo esso avuto per mandate di definire la quistione d’Oriente. Raggiunto lo scopo di lor missione i plenipotenziari dell’Austria credersi in obbligo d’astenersi da qualsiasi discussione che non toccasse alla pace; che se essi associavansi a quanto aveva dette l’oratore di Francia su l’occupazione militare. delle Legazioni pontificie, rifiutavansi però di dare gli schiarimenti richiesti da Clarendon intorno la durata di quella. = A Walewski, che allora avverti, non trattarsi di deliberare, né d’assumersi degli obblighi e ancor meno d’immischiarsi negli affari interni d’altri Governi, ma solo d’affermare vie più la pace, cercando modo di togliersi ai pericoli di nuovi avvolgimenti politici, rispondeva Hübner cosi: = I commissari austriaci non avere ricevuta facoltà d’esprimere voti; il Governo loro sgombrerà di sue armi le Legazioni, quando il crederà opportuno. = Manteuffel, l’inviato prussiano, parlò poscia in questi termini: = Desiderare vivamente di soscrivere a tutto che mirasse ad ammettere nei diritto pubblico europeo il nuovo diritto marittimo propugnato da Walewski in seno al Congresso, tenuto sempre in onore dalla Prussia.

Pur conoscendo l’importanza delle altre quistioni discusse, pensa essere debitosuo chiamare l’attenzione dei colleghi sopra faccenda d'interesse maggiore per la sua Corte e per l’Europa, sopra Neuchatel, ove regna un potere rivoltoso, che non si cura dei diritti dei suo principe: ond’ei chiede abbiasi a porre tale quistione nei numero di quelle trattate. Il Re, suo Sovrano, mentre desidera di vedere scomparire le cause, le quali ebbero già a provocare l’occupazione armata della Grecia, fa voti per la prosperità degli Elleni. Rispetto alle esortazioni e ai consigli che reputerebbersi utili al Governo delle Due Sicilie, terne che abbiano a suscitare nel paese forte opposizione ed anche moti sediziosi. Per quanto spetta agli Stati pontifici, esprimere egli il desiderio di vederli posti in condizioni tali da rendere inutili i presidi di soldatesche straniere. Per ultimo, giudicando necessario di farla finita con la stampa che inneggia all’assassinio e alla ribellione, prenderebbe volontieri a esame i provvedimenti ritenuti efficaci a reprimerne le esorbitanze. = Appena l’oratore di Prussia si tacque, il gran Ministro di Sardegna, Cavour, prendeva a ragionare cosi: = Non egli contestare a nessuno de colleghi il diritto d’astenersi dalla discussione di quistioni estranee a quella d’Oriente; essere però della più alta importanza di accennare negli atti del Congresso gli intendimenti d’alcuni Stati intorno l’occupazione militare dei domini della Chiesa; la settenaria degli Austriaci nelle Legazioni — che ogni di più assume il carattere di signoria stabile — non aver fatto ancora cessare le cause che ve la promossero; tanto che l’Austria ècostretta a tener Bologna sotto l’imperio delle leggi militari. L’armi sue in quelle provincie e nella ducea di Parma distruggere il contrappeso politico nella penisola e costituire per la Sardegna un vero pericolo.

Rispetto a Napoli accettare egli i provvedimenti messi innanzi dagli oratori di Francia e d’Inghilterra; i quali, calmando le passioni, agevolerebbero di molto il regolare andamento delle cose in tutti gli altri Stati d’Italia. = A Cavour rispondeva Hübner cosi: _ avere esso parlato solo della signoria austriaca nelle Legazioni e passato sotto silenzio la francese in Roma, avvenute al medesimo tempo e per lo stesso scopo. Trovarsi tuttavia Bologna sotto l’imperio delle leggi militari e libere da esso Roma e Ancona per essere in questa città l’animo delle popolazioni migliorato di molto. Ricordare al Ministro di Vittorio Emanuele starsi da bene otto anni l’armi di Sardegna in Mentone e Roccabruna, terre del principato di Monaco, contra la volontà del lor Signore; mentre quelle di Francia e d’Austria essere intervenute in Roma e nelle Legazioni per invito del Sommo Pontefice. = Replicava l’oratore sardo a Hübner in questi termini: = Bramare di veder presto tolte vie di Roma Parmi di Francia, quanto dalle Legazioni le soldatesche dell’Austria; ritener però della signoria francese essere assai più pericolosa l’austriaca alla indipendenza degli Stati italiani; avvegnaché il debole presidio di Roma in sua tanta lontananza di Francia non sia di minaccia a nessuno; mentre fortementecommuova i popoli della penisola vedere l’Austria, appoggiata a Ferrara e a Piacenza, stendere gli eserciti suoi lungo l’Adriatico in sino ad Ancona. Rispetto a Mentone essere egli pronto a ritirare i cinquanta soldati che la presidiano, qualora, senza pericolo, possa riedere agli Stati suoi il Principe, cui nel 1848 fu dato di conservare e far rispettata l’autorità propria nella sola Monaco. = Ciò detto s’assise senza aver notato, come correvagli debito, a Hübner, che esso — certo non per malizia, ma per ignoranza, non iscusabile in nessuno e assai meno in lui, rappresentante dell'Austria —aveva nel suo discorso affermato, essere Ancona stata già tolta all’imperio della spada,mentre in tutto il suo rigore pesava tuttavia su quella città. Ultimo a parlare fu Brunow, oratore di Russia, che della Grecia brevemente disse cosi: = Il ristabilirsi della amicizia fra le tre Corti sovrane protettrici del regno Ellenico rendere facile l’accordarsi intorno i provvedimenti valevoli a ritornare la Grecia alle antiche sue buone condizioni e a liberarla dall'armi straniere, entrate in essa ai tempi della guerra.

Essere i rappresentanti della Russia lietissimi di far conoscere al loro Governo gli intendimenti di Francia e di Bretagna, ai quali volontieri si associerà la Russia allo scopo di migliorare le sorti di quel regno che insieme avevano istituito. = La conferenza dell’8 aprile ebbe fine con le più vive dichiarazioni di Walewski ai colleghi, i quali, con molto senno discutendo sopra quistioni d’alto interesse per l’Europa, avevano luminosamente provata ta necessità di migliorare le condizioni della Grecia e di sgombrare i domini pontifici dalle armi di Francia e d’Austria, tosto che far potrebbesi senza pericolo del passe e dell’autorità papale;comprovata pure l'efficacia d’un Governo clemente in alcuni Stati d'Italia e soprammodo in quel di Napoli;riconosciuto il bisogno di frenare la stampa dissolutae ammessi i principi d'un nuovo diritto marittimo per li tempi di guerra, da approvarsi nella prossima conferenza. —In questa, che ebbe luogo il 14 aprile, i plenipotenziari, avuta facoltà dai loro Governi, ponevano le basi del nuovo diritto marittimo disegnato da Walewski. Ciò fatto, Clarendon, chiesta licenza di mettere innanzi una proposta, ch’ei riteneva verrebbe favorevolmente accolta, alzossi a dire cosi: = A evitare per l’avvenire le calamità della guerra, doversi cercare i mezzi valevoli a impedire l’accendersi di essa.


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Nel trattato di pace, allora allora conchiuso, essersi stipulato di ricorrere ai buoni offici d’un Governo amico, prima di venire alle armi, nel caso di nuova discordia tra la Turchia e gli Stati, che avevano sottoscritto quel trattato; e allargando cosi tale innovazione impedirebbersi non poche conflagrazioni, le quali sovente avvengono solo perché non fu possibile spiegarsi prima per intendersi poi. Invitare egli quindi il Congresso a risolvere la proposta sua, in modo d’assicurare la pace, senza offendere l’indipendenza dei Governi. = Walewski l’appoggiò e si disse pronto a inserire nel protocollo di quella conferenza tanto benefico voto,che nel rispondere ai bisogni dell’epoca, rispetterebbe sempre la libertà degli Stati; e, se in forma di semplice voto,anche Buol accetterebbe il deliberato del Congresso, ma senza prendere obblighi, i quali avessero a restringere i limiti dell’indipendenza del suo Governo. All’orator d’Austria rispose Clarendon cosi: = Ogni Stato essere il solo giudice di ciò che tocca al proprio onore e ai propri interessi; non volere egli circoscrivere l’autorità dei Governi, sibbene far che non abbiano a correre alle armi, quando per vie pacifiche potranno comporre lor dissensioni. = Alle idee del rappresentante d’Inghilterra aderiva pure Manteuffel, per saperle pienamente divise dal Re, suo Signore; ma Orloff, mentre rendeva omaggio alla savia proposta di Clarendon, reputava però debitosuo di riferirla allo Czar, innanzi d’esprimere l’opinione sua. allora il Ministro di Vittorio Emanuele facevasi a chiedere se l’oratore britanno intendeva estendere il vote del Congresso agli interventi armati d’uno Stato contra i Governi di fatto,come fu quello degli Austriaci nel reame di Napoli nel 1821.

E Clarendon a lui: = Il vota del Congresso doversi il più possibilmente allargare; se i buoni offici di due Stati amici avessero potuto indurre la Grecia a rispettare la neutralità, l’armi della Lega non sarebbero entrate nel Pireo. = Soggiungea poi Walewski: = Non trattarsi di affermare un diritto, né d’assumere un obbligo; il votodel Congresso non dovendo offendere mai la libertà di giudizio degli Stati indipendenti, che in cose si fatte deggiono serbarsi, pericolo veruno si correrebbe a renderlo universale. = Buol, non datosi vinto, replicava cosi: = Nella conferenza dell’8 aprile l’oratore di Sardegna, parlando della signoria austriaca nelle Legazioni, dimenticò, altre armi straniere essere state chiamate nei domini pontifici; e oggi, parlando dello intervenire dell’Austria nel reame di Napoli nel 1821, dimentica ciò essere avvenuto in virtù d’accordi presi dai cinque grandi Stati d’Europa in quell’anno raccolti a congresso in Lubiana; tale intervento trovarsi quindi nelle idee messe qui innanzi dal plenipotenziario d’Inghilterra. Casi simili potendo facilmente rinnovarsi, ei non ammette che un intervento armato convenuto tra' grandi Stati abbia ad essere oggetto delle lamentanze d’un picciolo Stato. Far plauso alla proposta da Clarendon presentata per iscopo di umanità; respingerla però, se si volesse allargarla di troppo, o trarne conseguenze favorevoli ai Governi di fattoe dottrine dalle quali ei rifuggerebbe. Desiderare in fine, che il Congresso, allora che sta per dare termine a suoi lavori, non sia costretto a trattare quistioni perturbatrici dell’armonia perfetta, regnata sempre tra i plenipotenziari. = Il rappresentante di Sardegna, soddisfatto delle dichiarazioni dell’oratore d’Austria, aderiva alla proposta di Clarendon; onde il Congresso esprimeva il voto,che gli Stati, per grave contesa inimicatisi, prima di ventre alle armi, invocassero i buoniofficid’uno Stato amico.

Il 16 aprile tennesi l’ultima conferenza; letti e unanimemente approvati i canoni del nuovo diritto marittimo, e nulla più rimanendo a trattare, fu chiuso il Congresso; 'ei rappresentanti degli Stati, che avevanlo composte, andarono a render conto ai loro Governi di quanto avevano operato in esso (1). Quei di Sardegna però, innanzi lasciar Parigi, rimettevano ai plenipotenziari di Francia e d’Inghilterra un memoriale, in cui, acerbamente si ma con giustizia, censuravano il violente governo che da sette anni l’Austria faceva nelle sue provincie d’Italia e in quelle altresì occupato con sue armi. L’importanza di tale documento, il quale, come bene a ragione ebbe a dire un dotto scrittore, contiene in germe tutte le quistioni, che condussero la Sardegna alla terza guerra d'indipendenza(2), mi obbliga di riportarlo in queste nostre istorie in tutta sua interezza.

— «I sottoscritti plenipotenziari di S. M. il Re di Sardegna, pieni di fiducia nei sentimenti di giustizia dei Governi di Francia e d’Inghilterra e nell’amicizia che professano per quello Stato, dal di in cui si apersero le conferenze, sperarono che il Congresso di Parigi non si scioglierebbe senza aver prese in attente esame le condizioni dell’Italia e provveduto ai mezzi di rimediarvi restaurandone il contrappeso politico, turbate dalla signoria d’eserciti stranieri in molte provincie della penisola. Sicuri dell’appoggio dei loro alleati, non potevano credere che gli altri Stati, dopo aver manifestato interesse si vivo e si generoso per la sorte dei Cristiani d’Oriente, appartenenti alle razze slave e greche, rifiuterebbero di prendersi cura alcuna dei popoli di razza latina, molto più infelici perché, per ragione di maggiore civiltà, sentono assai più al vivo le conseguenze di un cattivo reggimento: ma fummo delusi nelle nostre speranze.

Non ostante il buon volere dell’Inghilterra edella Francia, non ostante i loro sforzi benevoli, l’ostinazione dell’Austria a voler che le discussioni dei Congresso si mantenessero entro il limite delle quistioni determinate innanzi il raccogliersi di quello, è la causa che tale Assemblea — su la quale stavano rivolti gli occhi di tutta Europa — ora si scioglie, non solamente senza che essa abbia portato il più picciolo sollievo ai mali dell’Italia, ma eziandio senza aver fatto splendere al di là delle Alpi un raggio di speranza per lo avvenire, efficace a calmare gli animi e a far loro sopportare con rassegnazione le condizioni presenti.

La condizione specialedell’Austria in seno dei Congresso rendeva forse inevitabile tal deplorevole risultato, che i plenipotenziari sardi sono costretti a riconoscere; per la quale cosa, senza volgere il menomo rimprovero ai loro alleati, credonsi in dovere di chiamare la loro seria attenzione su la conseguenza funesta che può avere per l’Europa, per l’Italia e soprammodo per la Sardegna. Sarebbe superfluo dar qui un quadro esatto dell’Italia; però che sia noto all'universale quanto avviene da parecchi anni in questa contrada. Il sistema di compressione e il rioperar violento inaugurato nei 1848 e 1849, i quali giustificavanoall’origine loro i moti rivoltosi che venivano compressi, durano tuttavia e nella primiera crudezza, e, poche eccezioni fatte, con maggior rigore. Giammai le prigioni e gli ergastoli furono si pieni come oggi di condannati per cause politiche, né cosi grande il numero dei proscritti; giammai il magistrato civile fu più vessatore, né più feroce l’imperio delle leggi militari: ciò che accade oggigiorno in Parma f a fede di quanta asseriamo (1).

Tanta sgoverno deve per necessità mantenere i popoli in uno stato di continua irritazione e di agitazione rivoltosa: e tale condizione di cose dura in Italia da ben sette anni. Tuttavia in questi ultimi tempi lo agitarsi del popolo pareva assai calmato. Gli Italiani, veggendo un de' principi nazionali unito in lega coi grandi Stati d’Occidente per far trionfare i principi del diritto e della giustizia e ammegliorare la sorte de loro correligionari in Oriente, concepirono la speranza che la pace non si fermerebbe senza un sollievo ai loro mali: e fu tale speranza che li rese quieti e rassegnati. Ma quando essi conosceranno il risultato del Congresso di Parigi e sapranno che l’Austria, non ostante i buoni offici di Francia e d’Inghilterra, respinse ogni discussione, e non voile nemmeno prendere in esame ciò che avrebbe potuto rimediare a si trista condizione di cose, certo l’irritazione assopita si risveglierà tra essi più violenta che mai. Convinti di non aver più nulla ad attendere dalla diplomazia e dagli sforzi degli Stati che si interessano alla sorte loro, si rigetteranno con ardore meridionale nelle file della parte rivoltosa e sovvertitrice, e l’Italia ritornerà focolare di cospirazioni e di disordini, che si comprimeranno forse con un raddoppiamento di rigori, ma che alla più leggera commozione europea si risveglieranno più violenti che mai.

Tale funesta condizione di cose, se merita di attirare l’attenzione dei Governi di Francia e di Bretagna — cui del pari importa la conservazione dell’ordine pubblico e il regolare accrescersi della civiltà — deve naturalmente stare soprammodo a cuore del Governo del Re di Sardegna. Ilrisvegliarsi delle passioni sommovitrici in tutti i paesi che attorniano la Sardegna, per lo effetto di cause tali da eccitare le più vive simpatie popolari, l’espone a pericoli gravissimi, i quali possono mettere a rischio questa politica ferma e moderata, che ottenne risultamenti felicissimi allo interno, e acquistossi la simpatia e la stima dell’Europa illuminata. Ma non è questo il solo pericolo che minaccia la Sardegna; uno più grande ancora è la conseguenza dei mezzi che l’Austria adopera per opprimere la fermentazione rivoltosa in Italia. Chiamata dai Sovrani dei piccioli Stati della penisola — impotenti a frenare il malcontento de' loro sudditi — l’Austria signoreggia militarmente la parte maggiore della valle del Po e dell’Italia di mezzo, e la superiorità sua si fa irresistibilmente sentire eziandio là dove non ha presidio di sue armi. Appoggiata da un lato a Ferrara e a Bologna, l’esercito suo allagala contrada tutta sino ad Ancona lungo l’Adriatico, divenuto quasi un lago austriaco; dall’altro lato, padrona di Piacenza — che, in opposizione allo spiritose non alla lettera dei trattati di Vienna, s’affatica a mutare in forte di grado superiore — essa presidia Parma di sue genti e preparasi stendere gli eserciti suoi lungo la frontiera sarda del Po sino al sommo dello Appennino.

Queste stabili occupazioni militari dell’Austria di territori che non le appartengono, la fanno signora assoluta di quasi tutta Italia, rompendo cosi il contrappeso politico ordinato dal trattato di Vienna e sono di minaccia continua alla Sardegna Circondata in certa maniera d’ogni parte dagli Austriaci, veggendo lungo i suoi confini orientali, compiutamente aperti, distendersi le armi d’uno Stato di sentimenti ad essa poco benevoli, la Sardegna trovasi in continua apprensione, che la costringe a tenersi in su le difese e sempre armata con grave danno dell’erario suo, già tanto aggravato per li casi del 1848 e 1849 e per la guerra d’Oriente. I fatti, dai sottoscritti qui esposti, bastano a far conoscere i pericoli che dal Governo del Re di Sardegna ora si corrono. Turbato allo interno da passioni rivoltose suscitategli intorno da un sistema di compressione violenta e dalla militare occupazione straniera, minacciato dalloestendersi della potenza dell’Austria, può da un momento all’altro essere costretto da necessità inevitabile a partiti estremi, di cui è impossibile calcolare le conseguenze. I sottoscritti non dubitano che tale stato di cose non ecciti la sollecitudine dei Governi di Bretagna e di Francia, non solamente per l’amicizia sincera e la vera simpatia ch’essi nutrono per Vittorio Emanuele che solo tra tutti i regnanti, nel momento in cui l'esito era incertissimo, chiarissi apertamente lor favorevole, ma soprammodo perché costituisce un vero pericolo per l’Europa.

La Sardegna è il solo Stato d’Italia che abbia potuto alzare una barriera insuperabile allo spiritodi ribellione e serbarsi nel medesimo tempo indipendente dall’Austria, ed è l’unico ostacolo altresì allo allargarsi della sua superiorità nella penisola. Se la Sardegna soccombesse e venisse abbandonata dagli alleati suoi; se fosse eziandio costretta a sottomettersi all’Austria, la conquista dell’Italia sarebbe compiuta. Dopo ottenuto, senza il menomo sacrificio, l’immenso benefizio della libertà di navigazione del Danubio e della neutralità del mar Nero, l’Austria diventerebbe preponderante in Occidente; ed è ciò che Francia e Inghilterra non vorranno, né permetteranno mai. I sottoscritti sono convinti che i Governi di Londra e di Parigi, prendendo in seria considerazione lo stato dell’Italia, avviseranno, d’accordo con la Sardegna, ai mezzi d’apportarvi un rimedio efficace. — Questo memoriale, dagli oratori sardi dettato con nobile e coraggiosa franchezza, tornò ingratissimo ai supremi reggitori dell’Austria; avvegnaché in modo solenne palesasse della casa d'Asburgo le mire sfrenate di maggiore signoria nella penisola, i cui principati voleva o interamente soggetti, o almeno a sua autorità obbedienti; in oltre, ne facesse noto il mal governo nelle sue provincie italiane; il quale, eccitando passioni sommovitrici, era di grande pericolo alla tranquillità della Sardegna.

Accordatosi con Villamarina intorno la politicacui i consiglieri di Vittorio Emanuele dovevano per lo avvenire informarsi, Cavour, lasciato il collega oratoresardo in Code di Napoleone imperatore, tornava a Torino ad assumere la presidenza del Governo e gli uffici di ministre sopra gli affari esteri e le rendite dello Stato (1). Se il Re festosamente accoglievalo e donavagli le insegne dell’ordine equestre della SS. Annunciata per mostrargli in quanto pregio tenesse l’operato suo nel Congresso di Parigi, non accoglievasi festosamente il grande Ministro dai cittadini. di lui malcontenti perché non aveva saputo ottenere unallargamento di territorio al regno subalpino in compensa dei gravi sacrifizi da esso sopportati per la guerra Oriente;ampliamento di territorio che sarebbe tornato eziandio di beneficio all’Italia (2).

Chiamato il 6 maggio al Parlamento dei rappresentanti della nazione a dar ragione dell’opera sua in quel Congresso, a Buffa il quale, dopo aver ricordato il memoriale a Walewski e a Clarendon, interrogavalo su le fortificazioni che attorno a Piacenza s’innalzavano dall’Austria, e l’interpellava altresì su la militare signoria di questa nelle Legazioni, sopra le condizioni infelici de' popoli italiani e, in fine, su’ lagni mossi alla stampa belga, che, parevagli, toccassero anche alla subalpina, Cavour rispondeva in questi termini: = allo entrare nella Lega Occidentale il Governo del Re non aver stimato opportuno di stabilire il posto che la Sardegna avrebbe dovuto prendere nel Congresso della pace, tenendosi pago di partecipare al fermarsi di essa: ciò che avvenne senza serio contrasto. La missione dei plenipotenziari sardi a Parigi aver avuto due intenti: concorrere coi loro alleati all'opera della pace con la Russia; tirare l'attenzione dei confederati e dell’Europa sopra le condizioni d'Italia, e cercar modo di alleviarne i mali che l'affliggono.I sentimenti di conciliazione, cui erano ispirati i plenipotenziari tutti, avere agevolato il raggiungimento del primo scopo; avvegnaché il trattato di pace favorisca le popolazioni cristiane soggette all'imperio ottomano; guarentisca di questo l’esistenza e l’integrità dei domini; e assicuri la libertà di navigazione del Danubio e la neutralità assoluta del mar Nero, ciò che avvantaggerà non poco i traffici dei mercatanti sardi. La consacrazione solenne del nuovo diritto marittimo, frutto pur del trattato, tornar di vantaggio a tutti gli Stati, soprammodo alla Sardegna, che non possiede armata bastevole a difendersi dalle prepotenze di quelle delle maggiori nazioni.

Ma assai più di questi vantaggi materiali valere i vantaggi morali venuti ad essa dal trattato di Parigi, cioè la sua ammessione al Congresso e l’essere stata posta innanzi ai grandi Stati d'Europa rappresentati in quello la quistione italiana. Il primo di tali vantaggi avere innalzata nella stima delle altre nazioni la Sardegna e procacciatale una riputazione che il senno del suo Governo e la virtù del suo popolo sapranno mantenere; il secondo aver portata la causa d’Italia al tribunale dell’opinione pubblica. Rispetto al provvedimento proposto da Walewski per frenare le intemperanze della stampa belga, la quale predica l’assassinio politico, essersi egli associato all’avviso di Clarendon, l’orator di Bretagna, favorevole al principio della libertà della stampa. Dopo aver detto dell'Italia e della signoria militare dell’Austria nelle Legazioni e in Parma, essere stato invitato dai rappresentanti di Francia e di Bretagna a esporre in un memoriale i provvedimenti opportuni a far cessare quella, di agitazioni e di sommosse causa primissima.

Al memoriale, da lui dettato in pieno accordo col Villamarina, avere interamente aderito gli oratori d’Inghilterra; ai principi suoi, anche que’ di Francia, non però alla applicazione voluta dai negoziatori sardi; e ciò per li rispetti dovuti al Sommo Pontefice, capo religioso della cattolica Francia. Alla deliberazione dei Governi di Parigi e di Londra di porre innanzi al Congresso la quistione italiana essersi opposti i plenipotenziari dell’Austria per non avere ricevuta da Vienna la potestà di trattarla; ma costrettivi dalla importanza dell’argomento, avere essi propugnata con molta forza la dottrina della intervenzione, poter cioè uno Stato intervenire nelle faccende interne d'un altro, se chiamatovi dal Governo legittimo di esso:la quale dottrina, non ammessa dalla Francia, fu vivamente contrastata dall’Inghilterra. Walewski e Clarendon avere mostrata grande simpatia per gli Italiani e propugnata con argomenti validissimi la necessità di migliorarne le condizioni. Obbietto di forte protesta e di reclamo dei rappresentanti sardi essere state le fortificazioni di Piacenza, che gli Austriaci vanno ogni giorno più innalzando contra la Sardegna.

La quistione italiana non esser giunta a risultamenti positivi,ma avere ottenuti due vantaggi d’importanza altissima: il solenne denunziamento delle condizioni d’Italia fatto in seno al Congresso da statisti insigni, usi a consultare assai più la voce della ragione, che a seguire gli impulsi del cuore;e la franca loro dichiarazione del bisogno di arrecare qualche rimedio ai mali d’Italia, non solo nello interesse di questa, ma ben anche nell’interesse d’Europa. Non aver potuto il Congresso ravvicinare la Sardegna all'Austria, essendo le politichedei due Stati più lontane che mai dallo accordarsi e inconciliabili i principi da essi professati; conseguenza questa dei governo libere e leale inaugurato da Vittorio Emanuele al suo ascendere al trono. Per la prima volta essere stata oggi messa innanzi e discussa la quistione d’Italia in un Congresso, non come quel di Lubiana edi Verona con lo intento d’aggravarne i mali e ribadirne le catene, sibbene con lo intendimento, altamente manifestato, di portare qualche rimedio alle sue piaghe. La lotta potere esser lunga e piena di accidenti ora prosperi, ora avversi; ma fidenti nella giustizia della causa nostra, dover noi attenderne con fiducia l’esito finale. = Buffa, ringraziato il Ministrodegli schiarimenti dati e soprammodo grato di non avere neiCongresso rimpicciolita la grande causa affidatagli promovendo vantaggi materiali alla Sardegna in particolare,prese a dire cosi:

«Il più bello, il più nobile premio, che da noi potevasi conseguire coi nostri sacrifizi e con la gloria dei nostro esercito, fu l’acquisto dei diritto di parlare davanti all’Europa in nome di tutta Italia. Se i grandi Stati sono ora convinti della gravita de' suoi mali e dei bisogno d’un rimedio pronto ed efficace, la causa della giustizia ha acquistata quella forza oggidì importantissima, la quale viene dalla opinione e quella autorità che accompagna sempre la potenza. Il convincimento de' Governi d’Europa che non puossi sperare dall’Austria un riparo ai mali d’Italia, è per noi un altro risultamento di alto valore; ma affinché le simpatie di Francia e d’Inghilterra abbiano ad essere un beneficio per la causa nostra è necessario insistere per farle diventare praticamenteefficaci. Per l’addietro il contrappeso degli Stati europei pendeva unicamente dalla quistione d’Oriente; da pochi anni sorse la quistione italiana, che può ferir quello più direttamente nei cuore; se dunque i Governi che hanno tanto interesse alla conservazione sua non pongono mente ai progressi dell’Austria nella penisola, ben presto la quistione italiana darà loro da studiare più assai di quella d’Oriente...

Se si concede all'Austria d’allagare sempre più di sue armi l’Italia, noi non potremo a lungo mantenerci indipendenti; e quando la Sardegna avrà perduta la propria indipendenza, tutta l’Italia diventerà austriaca: allora il sacro romano imperio sarà ricostituito e rotto il contrappeso degli Stati d’Europa. Che il Governo di Vienna non possa civilmentereggere le provincie di Lombardia e delle Venezie, lo dicono le continue condanne di morte e di prigionia per crimini politici, lo staggimento degli averi ai fuorusciti; lo imperare su quelle delle leggi militari ci prova luminosamente, che per tenerle soggette gli abbisognano la violenza e la forza. Che dire di un Governo, il quale non può lasciare le sue sentinelle in mezzo alle città più popolose e civili e in pieno giorno senza difenderle da cancelli di ferro, vere gabbie? Io ringraziai già il conte di Cavour per quanto opere nel Congresso; ma havvi un uomo al quale io sono assai più grato che al nostro Ministro, e quest’uomo è il conte di Buol, che con le sue pretensioni esagerate di intervento in Italia, col respingere ogni miglioramento ragionevole e moderato, e col ricusare persino di discutere i "rimedi da portarsi ai mali dell’Italia, ha mostrato a tutta Europa che i mezzi di conciliazione non fanno buona prova con l’Austria, e le ragioni di moderazione, giustizia e umanità non valgono; havvi quindi con essa una sola via buona, quella tenuta sin qui dalla Sardegna, resistere in tutto e sempre. È tempo ormai di insistere presso i nostri alleati, perché abbiano a cessare le fortificazioni che l’Austria innalza in terre non sue, e che ci provocano, e quelle sue militari signorie che intorno ci stringono e il suo mal governo che mantiene viva ai nostri confini l’agitazione e la ribellione; in fine, che l’Austria sia chiamata all’osservanza dei trattati, ciò che varrà a rimettere il giusto contrappeso fra gli Stati d’Italia.

Dirò per ultimo ai ministri nostri, di non diminuire d’un sol uomo l’esercito; e al Parlamento, di mettere in accusa chi l’osasse. = Terminato il suo parlare, Buffa s'assise; Solaro Della Margarita levossi allora a ragionare in questi termini: = Non essere egli per lodare l’operato dei plenipotenziari sardi nel Congresso di Parigi, né il famoso memorialenel quale essi si fecero accusatori e censori d’altri Governi; ma non credere che il conte di Cavour abbia voluto farsi interprete di quella parte che si pasce d’illusioni, e tende a perpetuare fra noi le discordie e a tornare a vita le memorie funeste dell’ire guelfe e ghibelline. avere egli avversato in seno al Congresso l'intervento armato,senza però dire che la cagione, per cui dura, è la pertinacia di fazioni traviate dall’idea sovvertitrice di una falsa libertà, né certamente aver potuto confessare che lo atteggiarsi nimico del Governo nostro agli altri Stati d’Italia fomenta la baldanza e il delirio di quelle. Aderire all’intervento diplomatico in Napoli, vale aderire all’intervento diplomatico in Torino; se si chiederanno a Napoli atti di clemenza e governo temperato, perché non potranno chiedersi a noi una savia libertà e una giustizia riparatrice dei mali onde siamo afflitti. Sonvi interventi giustificati da una estrema necessità di difesa; e sono giusti se richiesti e consentiti dal Sovrano legittimo, come quello del 1821 nel reame di Napoli.


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L'Inghilterra, antica alleata di Casa Savoia, ne difendere sempre i diritti, ma non saràmai per ammettere pretensioni dagli altri Stati non approvate; e la Francia, arnica all'Italia, sta ferma in volere che essa sia quale è oggidì; in fine, nelle grandi contese delle nazioni, può l’Italia servire di sostegno ad altri interessi; ma per solo amore di farla più poderosa, nessuno dei grandi Stati trarre il ferro dalla guaina o tardare di un giorno a conchiudere la pace (1). La Russia e la Prussia, sebbene non riconoscano l’autorità spirituale del Pontefice, prenderanno senza esitanza, ove fosse d’uopo, la difesa dei suoi diritti contra ogni attentato, amando assai più il Governo del Papa quale è, che vedere l’Italia prender posto tra i grandi Stati. La Sardegna aver nella guerra profuso i suoi tesori e versato il suo sangue, beneficio nessuno ottenuto nella pace; la quistione italiana, argomento di poche parole, essere rimasta quale era. Il plenipotenziario sardo, mostratosi nel Congresso non amico ai Governi né ai popoli, avere sancito e approvato l’intervento negli Stati altrui, per conseguenza sancito e approvato nel nostro; in tal modo egli difese e provvide all’indipendenza d’Italia.

Nel Congresso avere egli dovuto udire assai amare verità e sancire principi tali da eccitare i fremiti nei cuori devoti alla libertà. Sotto il punto di vista conservatore dell’ordine, della quiete e dell’unione con tutti i Governi la causa italiana essere stata deplorabilmente abbandonata; e la causa poi del trionfo delle idee moderne e della libertà non aver fatto un passo: questi i trionfi del conte di Cavour a Parigi! Piangere egli su le sconfitte della patria, e confortarlo soltanto il pensiero, non essere spento il valore dei soldati; di ciò far fede gli allori colti da essi nella Tauride. = Alle aspre e ingiuste censure, che Solaro Della Margarita mosse all’operato del grande Ministro, tennero dietro le violenti accuse di Brofferio, il quale cercò provare, ma senza riescire, che la guerra non aveva raggiunto lo scopo sperato e che l’aspettazione del paese era stata tradita nel Congresso della pace. = Dalla guerra, diceva egli, combattuta per sostenere il cadente imperio turchesco, salutata guerra di civiltà, di progresso, e costata all’Europa da mezzo milione di soldati e tesori immensi, ottennesi la libertà di navigazione del Danubio, la neutralità del mar Nero e l’abolizione del corseggiare; prima a godere i vantaggi dei traffici è l’Austria, che non trasse la spada. Il trattato apportatore di pace all’Europa lascia tuttavia nella schiavitù la Grecia e la Polonia, l’Ungaria e l’Italia; lascia altresì città distrutte, campi devastati, sepolcri popolati, discordie, oppressioni e rovine; e alla Moldavia e Valacchia, le quali innanzi il rompere della guerra avevano due protettori, diede sei padroni.

Dei sacrifizi sopportati, la Sardegna non ebbe compenso veruno; non allargamento di territorio, non accrescimento di potenza e neppure la deliberazione di sequestro degli averi dei fuorusciti lombardi e veneti; ne fosse venuto almeno qualche buon frutto all'Italia! ma di questa non fecesi parola alcuna nel trattato di pace. Bene è vero che nel Congresso si propose di invitare il Borbone di Napoli ad atti di clemenza, il Papa a secolarizzare il governo suo nelle Legazioni, e si espresse il desiderio di veder presto cessare le militari signorie straniere nella Grecia e negli Stati della Chiesa; ma poscia si conchiuse di continuarle ancora. Gravissime censure mosse il plenipotenziario di Francia alle violenze della stampa del Belgio, il quale, allo intento di far rispettati i doveri reciproci tra le nazioni, ebbe allora messo innanzi il disegno di invitarne il Governo a modificare la sua legislazione. In vero assai brutta proposta, che però Cavour voile giustificare dicendo, non egli condannare la libertà della stampa, ma solamente le intemperanze sue.

Non ammettere egli tale distinzione; la stampa, se è libera, commette eccessi, che le leggi e i Tribunali reprimono; non potersene toccare la libertà senza ucciderla. Clarendon e Cavour aver propugnata nel Congresso la secolarizzazione del Governo pontificio nelle Legazioni soltanto; perché non in tutti gli Stati della Chiesa, come la consigliava Guizot nel 1831 e il Buonaparte, Presidente della repubblica francese, nel 1849? (1). Rispetto allo invitare il Borbone di Napoli alla clemenza e al perdono, mi sia lecito chiedere chi è il colpevole nel reame, il tradito o il traditore? Rispetto poi allo intervento armato, il conte Buol, per giustificare quello dell’armi austriache avvenuto nel 1821 nel regno di Napoli, diceva essere stato risoluto dai cinque grandi Statid'Europa raccolti a congresso in Lubiana, contra la cui deliberazione non potersi tollerare abbia a levarsi uno Stato secondario;alle quali superbe parole il conte di Cavour rispondeva dicendosi soddisfatto degli schiarimenti avuti;mentre avrebbe dovuto rispondere in nessun Congresso nessun grande Stato, per quanta forte,può legittimare l’usurpazione; che il Borbone, chiamando lo straniero a danno della patria, distruggeva la costituzione giurata; ed egli, che otteneva licenza dal Parlamento di recarsi a Lubiana, con promessa sopra i Santi Evangeli, per propugnare la causa patria e impedirvi l’intervento dell’armi straniere, commetteva un delitto chiamando l’Austria ad assassinare l'Itala...

Ai Congressi del 1814 e 1815 la Sardegna non prese parte; eppure ebbe un compenso di ventiquattro milioni dalla Francia, la Liguria e la restituzione delle provincie toltele; a quello del 1856 intervenne senza nulla ottenere. Il conte di Cavour ci disse, aver questa volta l’Italia fatta udire la sua voce per mezzo d’uomini di grande credito nei Congressi d’Europa; ma è da otto secoli che la voce d’Italia si fa udire da' suoi proscritti, da' suoi martiri, da' suoi guerrieri e dagli scrittori suoi perseguitati; essa suonò per tutta la terra sul labbro di Alighieri, di Petrarca, di Machiavelli, di Alfieri; ed è voce che durerà immortale. La voce d’Italia venne altamente suscitata in Roma da Cola da Rienzo, in Palermo da Giovanni di Procida, in Napoli da Masaniello, in Firenze da frate Savonarola, in Venezia da Enrico Dandolo, in Genova da Andrea Doria; essa fu eloquente sui serragli di Milano, di Palermo, di Messina, di Catania, di Brescia, di Bologna; fu sublime sui campi di Goito, di Pastrengo, di Santa Lucia, di Peschiera; e, se per umana ingratitudine, la dimenticassero i vivi, la rammenterebbero i morti dalla polvere dei loro sepolcri.

La libertà d’Italia non sorgerà mai dai sinedri diplomatici; né l’indipendenza italiana sarà mai dono della Prussia, della Russia, della Francia, dell’Inghilterra; l'Italiasi scuoteràdal sonno della tomba, quando la sveglieranno gli Italiani. = A Della Margarita e a Brofferio replicò Cavour – con minore arte oratoria, ma con più sodi ragionamenti – per chiarire la quistione dello intervento. = avere egli domandato a Clarendon,cosi parlava il Ministro, se ei voleva esteso lo intervenire armato fra due nazioni dissidenti anche ai Governi di fatto e a richiesta di un Sovrano legittimo:e l’oratore d'Inghilterra rispondeva affermativamente; al contrario Buol sosteneva essere inutile cercar mediazioni per impedire una guerra decretata dai cinque grandi Stati d’Europa; verità spiacevole questa, ma pur sempre una verità;ond’egli allora significava a Clarendon e a Walewski, che, dopo gli schiarimenti dati da essi, accettava il principio. Essere portante contentissimo dell’osservazione sua tutta favorevole ai Governi di fatto e contra gli interventi; della quale osservazione il plenipotenziario di Bretagna ebbelo vivamente ringraziato.

«Sarà per noi una ragione di più, cosi Clarendon, d’alzare la voce ogniqualvolta un Governo vorrà inframmettersi negli affari altrui; quella osservazione è forse la migliore esposta nel Congresso.»

Dal conte Della Margarita essere stata accusata la diplomazia sarda di soverchia timidità, d’aver piegato il capo alla diplomazia straniera; rispetto agli interventi, d’essersi fatta complice di dottrine pericolose; d’avere coi diplomatici inglesi denunziata la condizione delle cose negli Stati pontifici e sancita la violazione del principio del diritto pubblico, mantenendo la legittimità dell’occupazione di picciolo Stato con soldatesche di Sardegna. In vero non essersi aspettato da un deputato della estrema destra del Parlamento il rimprovero di soverchia timidità con la diplomazia estera e soprammodo con l’austriaca; riservato nella forma, il parlar suo essere stato rigoroso nella sostanza. Contra il principio dell’interventosostenuto fortemente dall’Austria, aver la Sardegna e l’Inghilterra e, sino a certo punto, la Francia insieme combattuto; ammettere bensì l’indipendenza dei Governi, ma non riconoscere a un Governo il diritto d’intervenire in uno Stato estero, anche se richiesto.

Nessuno aver mai condannata la sollecitudine degli Stati cristiani e civili verso le popolazioni cristiane soggette al dominio ottomano; non potersi quindi biasimare la premura dimostrata da Francia e da Bretagna per quelle del reame di Napoli. Per ciò che tocca alla quistione romana, essere egli sempre stato nel Congresso e fuora rispettoso verso il capo della religione cattolica; aver però creduto opportuno d’associarsi al giudizio dell’Inghilterra su le condizioni politiche degli Stati papali; migliorando le quali, gioverebbesi non poco alla religione stessa. Rispetto a Mentone essere prontissimo a lasciarvi tornare il Principe, pur che tale ritorno avvenga senza aiuto d’armi straniere; i plenipotenziari tutti aver diviso questa sua opinione. — Il giorno appresso, 7 luglio, continuando la discussione, Terenzio Mamiani prese a favellare in questi termini: = Le conferenze di Parigi aver posto il suggello a un fatto certissimo, irrepugnabile; cioè, che la Russia, vinta nella prova delle armi, ha dovuto accettare i patti della pace, quali eranle stati proposti, e chiarita nell’ultima guerra l’interna sua debolezza. L’abbassamento suo voler dire la dissipazione degli avanzi della Santa Alleanza e il crollare di quel fondamento primo cui appoggiavansi le monarchie assolute per frenare e osteggiare il moto delle idee e delle istituzioni liberali; in fine, il cadere, senza restaurazione possibile del superbo patrocinio della Russia esercitato su tutta la Germania, alla cui vera e progressiva emancipazione il trattato di Parigi ha, per conseguenza indiretta, date cominciamento.

Commossa e riscossa dalla guerra passata, la Bretagna — avvedutasi, che nessuna nazione, per formidabile e doviziosa che sia, non può vivere solitaria e senza amicizie potenti e sicure — essersi gettata nelle braccia della Francia; e con sostanziale mutazione dell’ordine delle cose avere oggi queste due civili e più poderose nazioni dei mondo stretto un patto di lega saldo, duraturo, fecondo. Le conferenze di Parigi aver dato una testimonianza splendidissima e accertatissima delprogredire della causa nello spirito dei popoli e nella opinione dei più moderati e conservativi d’ogni nazione... e l’opinione è oggi la regina dei mondo. NelCongresso essersi discorso poco della Grecia e dei Belgio, molto dell’Italia; tema questo più d’ogni altro implicato e difficile, e materia pericolosa tanto da risvegliare in taluno dei presenti grave indignazione e dispetto. Perché trattossi tale tema? perché i destini della penisola sono maturi e spinti innanzi dall’opinione pubblica; lo zelo e l’abilità dell’inviato di Sardegna essersene altamente giovato e con opportunità fruttuosa. I casi straordinari dei 1848, la nuova e specchiata vita politica della Sardegna e soprattutto la comparsa onorata dei nostro vessillo tricolore in mezzo alle schiere francesi e britanne avere attratto lo sguardo dei mondo civile; e la stampa di qual che sia paese, massimamente dallo scoppiare della guerra, essersi sempre occupata e preoccupata delle sorti nostre...

Al di là della Manica il capo stesso dei tories,lord Lindhurst, apparecchiarsi oggi a caldeggiare la causa italiana con la facondia e l’autorità della sua parola; e ieri medesimo i ministri della Regina aver patrocinato quella causa nei Parlamento inglese. Questa la segreta e potente cagione che introduceva nelle Conferenze di Parigi la questione italiana, non ostante il vivo opporsi dei plenipotenziario di Vienna. Il conte di Cavour aver saputo ad essa sgombrare gli aditi, spalancate le porte e fatto echeggiare là dentro le mille voci d’ogni parte gridanti: Salve magna parens! essere tempo che la primogenita delle nazioni d’occidente, che la figliuola di Roma sottragga il capo al giogo indegnissimo e cessi di vivere in tormentosa e perpetua contraddizione con le leggi della giustizia e della natura. Questa espressione della coscienza universale e dichiarazione del diritto echeggiate in mezzo a un congresso di diplomatici essere cosa d’alto momento e tornare di vantaggio alla patria.

Il rappresentante d’un Governo italiano avere oggi sieduto a deliberare coi massimi potentati d’Europa con eguale dignità ed eguale diritto di suffragio; avere discusso con essi le cose d’Oriente e apparecchiare insieme ai colleghi la costituzione finale delle provincie Danubiane. Oggi, nelle Conferenze di Parigi, aver la Sardegna chiamato a severo giudizio i suoi antichi querelanti, esposte le enormezze e tirannidi loro, e nessuno essersi levato a difenderli e a negare le tremende incolpazioni; tanto che il novello accusatore, pieno di fede nella giustizia di Dio, aspetta con sicurezza e serenità la sentenza finale… Il conte di Cavour, con felice ardimento inspiratogli da alto e primitive) diritto, avere assunto nel Congresso l'officio pietoso di rappresentare e patrocinare tutte le oppresse popolazioni italiane, e quell'officio non aver trovato là che poca e parziale contraddizione e, al di fuora, l’opinione più illuminata di Europa plaudente e pienamente conformante. Quel nobile officio di rappresentanza e di patrocinio non essere per fuggire mai dalle mani del nostro Principe e del Governo nostro; e a chi cercasse ai ministri di profferire la caria del geloso mandato, risponderanno: averlo avuto dalla natura stessa ed essere stato scritto e segnato dal sanguedei Sardi caduti gloriosamente nelle valli lombarde e sotto le mura di Sebastopoli:questo il frutto delle conferenze, del partecipare alla lega, del cooperare alla guerra.

Le cose essere ornai trascorse a un termine, che alla Casa di Savoia è forza o retrocedere o sommettersi, o esercitare con franchezza e fierezza d’effetto la legittima egemonia assegnatale dalla buona fortuna d’Italia, anzi dalla visibile mano di Dio. = Taciutosi Mamiani, Brofferio prese nuovamente a parlare per combattere i ragionamenti dell’oratore, che dicevasi soddisfatto dell’operato di Cavour in seno al Congresso; e con logica, qualche volta più speciosa che giusta, voile provare, nessuna debolezza aver rivelata nella guerra passata la Russia, che per quasi due anni stancò tre dei più potenti Stati d’Europa; che se la Santa Alleanza del 1814 e 1815 più non esisteva, il trattato del 1856 aveva ricostrutta una nuova area d alleanza; che la lega tra la Francia e l’Inghilterra era da deplorarsi, avvegnaché i benefizi venuti alla libertà dei popoli sieno per la massima parte derivati dai contratti tra que’ due grandi Stati. Disse ancora il Brofferio, nessuno ignorare come i Piemontesi godano da tempo antico fama di bellicosi, fama pienamente confermata dalle giornate di Guastalla, delI’Assietta di San Quintino, e dell’assedio di Torino; non aver quindi avuto bisogno di vincere in Crimea per recuperare decoro e dignità; del disastro di Novara doversi dar colpa alle discordie civili, alle dissensioni politiche del paese

Le alleanze dei piccioli e dei deboli coi potenti e coi forti essere pericolose sempre; se quelle or formate dalla Sardegna saranno una lieta ventura, lo dire l’avvenire. L’opinione d’Europa sui dolori e su le speranze d’Italia essere frutto di lunghi e bene sostenuti patimenti, del genio e del martirio italiano... Non a porte aperte, ma a grande fatica essere l’idea italiana penetrata nel Congresso per li buoni offici degli oratori di Francia e di Bretagna, e poi appena tollerata e biecamente guardata... Per guarentire l'integrità del territorio ottomano avere, il 15 aprile, i Governi di Parigi, di Londra e di Vienna conchiuso un trattato in supplemento a quello del 30 marzo; l’Austria senza combattere avervi avuta sua parte; la Sardegna, che guerreggiò, esserne stata esclusa. = A dileguare le sinistre nubisollevate dalle ultime parole di Brofferio, Cavour leggeva il memoriale rimesso il 16 aprile a Walewski e a Clarendon — da noi giàriportato in queste istorie (1) —; indi a Cadorna, che avevalo interpellatosu pratiche fatte o che sarebbersi per fare con la Corte romana, rispondeva, che egli non aveva accettato il consiglio datogli da persone autorevolissime di riaprire trattative con Roma, non nutrendo speranza veruna di accordi plausibili, né reputando momento opportuno a tentar ciò, avvegnaché i due paesi non si trovassero in condizioni favorevoli a trattative di conciliazione. = Cadorna, lodato da prima l’operato dei plenipotenziari di Sardegna nel Congresso di Parigi, proponeva poscia al Parlamento d’approvarla e di confortare il Governo del Re a perseverare nella politica nazionale seguita in quel Congresso.

= Lorenzo Valerio facevasi allora a chiedere quale contegno prenderebbero il Governo e gli Stati, di cui Cavour aveva promesso la cooperazione dinnanzi ad avvenimenti, che riteneva prossimi e vedeva gravi per la Sardegna e più gravi ancora per le parti d'Italia sottoposte a una giustizia che deve cessare;e Revel, dalle cose dette credendo sorta l’idea di non lontana guerra con uno Stato vicino, facevasi a domandare al Ministro una parola che valesse a confermare quell'idea o a scemare l’inquietudine nata in molti per ciò che era stato esposto nella discussione;dicendosi pronto ad accordare, nel caso di un conflitto, i trenta milioni di lire, che il Governo aveva avuto licenza di contrattare al suo entrare in lega con Francia e Bretagna. = E Cavour agli interpellanti: — Dovere egli usare circospezione di molta nel rispondere ad essi. avere egli esposto senza reticenza l’operato dei plenipotenziari Sardi al Congresso di Parigi, in seno al quale rappresentò i principi della politica loro. Non aver detto prossima una rottura con l'Austria...

Dalle discussioni seguite in quello, più chiaramente assai che per lo addietro, essersi manifestata la differenza radicale,che passa tra i sistemi di politica dei due paesi. Impossibile cosa prevedere le conseguenze che saranno per derivare dalla diversità di quei sistemi; impossibile quindi poter dire al Parlamento, al paese, all’Italia il contegno del Governo del Re in certi possibili casi; assicurar però tutti, essere il Governo per seguire sempre la via che più direttamente conduce al maggior bene d’Italia... Rispetto alla nuova prestanza di trenta milioni, una picciola parte soltantosarà necessario mandare a effetto. = Chiusa la discussione, mettevasi a partito la proposta di Cadorna, la quale veniva approvata con voce quasi unanime.

— Due giorni dopo la solenne approvazione dei rappresentanti della nazione all’operato di Cavour nel Congresso di Parigi, il Parlamento, in modo non meno solenne, quale interpreta e partecipe del sentimento universale e in nome di tutti gli ordini dei cittadini «ringraziava l'esercito, l'armata e il generale supremo della nobile e valorosa loro condotta nella guerra d’Oriente», e li gridava benemeriti della patria. Bella attestazione di lode e gratitudine, che davasi parimenti dal Senato il di appresso, il 10 maggio, rendendo esso altresì omaggio alla memoria di coloro che avevano speso la vita a pro della patria.


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Nel quale giorno, dopo una discussione sostenuta con parola viva ed efficace da Massimo d’Azeglio in favore dei deputati sardi alle Conferenze della pace, con parola prudente e sennata da Castagneto — che, avverso da prima allo intervenire armato di Sardegna in Crimea, voleva allora la concordia per la dignità e l’onore del paese — e per ultimo da Musio con parola caldissima, il Senato subalpino, unanime, approvava la politica del Governo del Re e l'opera de' sud rappresentanti al Congresso ed esprimeva la sua pena adesione. — Nelle Conferenze di Parigi il Ministro di Vittorio Emanuele aveva, in nome dell’Italia, rivelato ai rappresentanti dei grandi Stati d’Europa lo strazio che di essa facevano l’Austria e i regnanti nella penisola, più che ossequenti, soggetti ai voleri del Sire absburghese. Nello accusare i ministri di Francesco Giuseppe del loro mal governo — sempre provocatore di agitazioni, di tumulti e di sommosse — Cavour aveva portato la causa patria innanzi il tribunale della opinione pubblica della civile Europa, e, con la difesa di quella, eziandio assunto il protettorato politicod’Italia; difesa e protettorato che dall'Assemblea elettiva e dal Senato del regno subalpino vedemmo or ora ottenere ampia conforma (1).

Ilcannone, che in sul cominciare del 1856 aveva annunciato agli eserciti della Lega e di Russia combattentinella Tauride le tregue conchiuse, in cui primi giorni di aprile annunciava la pace, la quale metteva fine a una delle guerre più sanguinosedell’evo moderno; e il generale Lamarmora, il 6 di quel mese, la partecipava a suoi soldati con queste parole generose: La pace, formata a Parigi il 30 dello scorso marzo, tronca le speranze, che ognuno di noi nutriva per la gloria delle armi nostre. Questo sentimento è più vivo in chi conosce la parte importante che era riservata al nostro corpo di spedizione qualora le ostilità fossero continuate; ma raggiunto lo scopo. per cui ai impugnarono l’armi, non è lecito considerareche si prolunghino le calamità inseparabili da ogni guerre.

Ci consoli il pensiero, che quanto abbiamo fatto e quanta eravamo disposti a fare, viene egualmente apprezzato dai nostri generosi alleati, e non sarà perduto per l’avvenire della patria. Io vi dovrei lodi e ringraziamenti per la vostra costante abnegazione, per la vostra esemplare disciplina, la vostra operosità ingegnosa, e il valore vostro; ma voi li riceverete assai più volentieri dalla bocca dell’amato nostro Re, che speriamo rivedere tra breve. Qualunque sia il posto al qualeio venga dal volere sovrano designato. non dimenticherà come il 16 agosto, dopo avere contribuito a respingere i formidabili assalti del nimico, volevate tuttiseguire la bandiera che passò la Tschernaia; avrò presente ognora come ciascuno di voi desiderava l'8 settembre prendere parte all’assalto, uno de' più micidiali che possa la storia registrare. E qualora la sorte ci chiamasse poi su al tri campi, io mi stimerei fortunato di ritrovarmi con voi, miei compagni in questa memorabile guerra di Crimea.» — Il16 aprile l’esercito sardo cominciò a imbarcarsi su navi nazionali e inglesi (2). Se bene ordinate erano state le partenze dai lidi di Liguria, ordinatissimi dovevano essere e lo furono i ritorni in patria; avvegnaché a quelle e a questi avessero provveduto il senno e la prudenza di Lamarmora; il quale, primo a scendere a Crimea, fu l’ultimo a lasciarla (3).

Le popolazioni, che numerose eransi portate a salutare l’esercito alle sue partenze, numerosissime recaronsi agli sbarchi per festeggiare i ritorni dei vincitori; che ricevettero le più splendide e onorevoli accoglienze dalle città, per le quali passavano nel recarsi ai presidi lor designati. Innanzi però di raggiungerli vennero a Torino — e fu il 15 giugno — per esservi rassegnati dal Re; nella quale occasione Vittorio Emanuele parlò loro in questa sentenza: È scorso appena un anno dacché io vi salutava, dolente di non esservi compagno nella memorabile impresa; or lieto vi riveggo e vi dico: Avete bene meritato dalla patria. Voi rispondeste degnamente alla aspettazione mia, alle speranze dei paese, alla fiducia dei nostri potenti alleati, che oggi ve ne danno una solenne testimonianza. Fermi nelle calamità che afflissero una elettaparte di voi, impavidi nei cimenti della guerra, disciplinati sempre, voi cresceste di potenza e di fama questa forte e prediletta parte d’Italia. Riprendo le bandiere che io vi consegnai, e che riportate vittoriose dall’Oriente. Le conserverò come ricordo delle vostre fatiche e come un pegno sicuro, che quando l’onore e gli interessi della nazione mi imponessero di rendervele, esse sarebbero da voi sui campi di guerra dovunque, sempre e in egual modo difese e da nuove glorie illustrate.» Alle quali parole, piene d’affetto e d’amor patrio, i soldati risposero unanimi col grido di Viva il Re,cui fece eco il grido di Viva Vittorio Emanueledei cittadini accorsi in folla a quella festa tutta nazionale (1).

Prima di chiudere il presente capitolo importa mettere innanzi ai leggitori nostre brevi considerazioni sul modo col quale i capitani della Lega condussero la guerra d'Oriente, tanto disastrosa e tanto piena di sangue, e dire altresì i molti errori commessi nei governo di quella (2)l — L’imperatore Napoleone aveva posto al comando dell'esercito designato all'impresa d’Oriente il maresciallo Saint Arnaud. Chi egli fosse e la parte presa da lui negli ultimi sconvolgimenti della sua patria or nessuno lo ignora (1); però i giorni estremi di sua vita militare e l’esempio di fortezza, proprio ammiranda, nel sopportare le dure fatiche del campo — non ostante la dolorosa malattia che da lunga pezza lo tormentava e consumava — se non bastarono a cancellare il suo poco onorevole passato, fecergli certamente perdonar molto di esso. La fortuna con lui fu assai generosa; l’ultima giornata ch’egli combatté, gli valse uno splendido alloro; l’ultimo suo scritto all’Imperatore fu la relazione d’una vittoria dell’armi francesi.

Le norme minuziose per amministrare l’impresa, dategli da Napoleone prima di lasciar Parigi, oltre il restringere in limiti assai angusti la sua libertà d’operare, mostrano la poca fiducia del Buonaparte nel talento del maresciallo, il quale aveva pur saputo menare a onore la guerra contra le tribù sollevate della Kabilia. Nelle consulte militari, alle quali come supremo reggitore delle armi della Lega presiedette, Saint Arnaud per fare accettare i disegni da lui messi innanzi videsi non rare volte obbligato a dir parole, che chiarivano il voleredello Imperatore. Era dunque picciola l’autorità del maresciallo, nulla quella di Raglan e d’Omer Pachi; la quale cosa doveva tornar di danno all’impresa. Mentre i Turchi strenuamente pugnavano sul Danubio e con sommo valore difendevano Silistria, Saint Arnaud teneva nella più esiziale inoperosità l’esercito confederato; che nel lungo soggiorno castrense di Varna veniva dalle malattie stremato di forze.

I Russi, sconfitti sul Danubio, risalivano il Pruth, in loro ritratta orribilmente devastando i Principati. Il maresciallo, che non ha voluto perseguirli, propone allora di portare le armi contra Sebastopoli, formidabile baluardo della Russia meridionale; la invasione della Crimea era stata ideata da Napolione, il quale aveva mandate al suo luogotenente altre norme e altri consigli, di cui Saint Arnaud non doveva essere, almeno questa volta, esecutore fedele. «Informarsi esattamente su le forze russe in Crimea, cosi l’Imperatore; se non sono troppo considerevoli, sbarcare in un luogo il quale possa servire di base delle operazioni militari. Il migliore parrebbe dovere essere Teodosia,oggidì Kaffa;...la baia essendovi vastissima e molte sicura permette a tutte le navi della squadra di starvi a loro agio, come pure alle altre che vengono a fornire di viveri l’esercito;... fermato bene il piede sopra tale luogo puossi fare di esso una vera base delle militari operazioni.

Occupando l’estremità orientale della Crimea, si respingono i sussidi che arrivano dal mar d’Azof e dal Caucaso. Si presidia Simferopoli, centro strategico della penisola; si cammina quindi sopra Sebastopoli, e probabilmente sopra questa strada si fa una grande giornata. Se essa è perduta, si indietreggia in buon ordine su Kaffa, e cosi nulla è in pericolo; se èvinta, si assedia Sebastopoli, la si investe compiutamente e della quale ottiensi necessariamente la dedizione alla fine d’un tempo bastevolmente breve. Questo disegno di guerra, che Saint Arnaud ebbe respinto, non è in vero un modello di sapienza strategica; internarsi in paese affatto ignoto con picciolo sostegno di cavalleria; andar contra nimico, che può nascondere sue mosse dietro nugoli di cavalli, padrone di posture formidabili, e le cui forze è impossibile di conoscere esattamente, vale cimentarsi a impresa senza probabilità veruna di riescita. Federico di Prussia consigliò sempre di nulla imprendere senza essere quasi securo dell'esito;la quale saggia massima pare si ignorasse dall’Imperatore. I Russi, se vinti, avrebbero potuto ritirarsi nelle difese di Sebastopoli o indietreggiare verso Perekop per unirsi ai sussidi che già stavano per discendere a Crimea: onde all'esercito della Lega non sarebbe date di raccogliere frutto nessuno dalla vittoria. Se vincitori, i Russi avrebbero certo gagliardamente incalzato con la spada nei fianchi il nimico invaditore in sua ritratta verso Kaffa, e fors’anche costrettolo a risalire sopra sue navi, non essendo questa terra tanto fortificata da poterlo efficacemente difendere sino a che si fosse rifatto della rotta patita.

— Dal di che Parmi di Francia e di Bretagna calavano su le spiaggie della Tauride, aveva principio quella serie d’errori, la quale dovea fare della guerra di Crimea una delle più calamitose e cruenti che siensi combattute mai. Invece di correre ad affrontare il nimico, Saint Arnaud trattenevasi quattro giorni presso Eupatoria per togliere dalle navi quanti impedimenti avea seco condotti; egli avrebbe saggiamente operato e proprio come a capitano audace e accorto conviene sempre, mettendosi, senza por tempo in mezzo, alla campagna col grosso dell’esercito in cerca dei Russi, per assalirli innanzi il raccogliersi di tutte le loro forze armate, e inviare il rimanente di sue genti a Perekop per chiudere la via agli aiuti nimici, già vicini all’istmo. Il maresciallo, dimenticando che una mossa anticipata anche di poche ore può decidere della buona riescita della guerra, concedeva ai Russi di riunirsi su le belle posture dell’Alma. Vittorioso di essi in su l’Alma egli non li persegue, non si impadronisce di Simferopoli, centro strategico della penisolaindicatogli dall’Imperatore, né si pone a cavaliere della via di Perekop per impedir loro di ricevere i sussidi dell’imperio; ma lascia con impreveggenza inescusabile che Menschikoff, dopo avere afforzato d’alquanti battaglioni il presidio di Sebastopoli, vada a campeggiare Makensie — su la grande via di Baktschisarrai che mena all’istmo — da dove può ferire alle spalle i confederati, quando tentassero i forti che siedono su la spiaggia settentrionale della rada di Sebastopoli.

— «La vera sapienza di un generale, cosi il grande Capitanonelle sue Massime di guerra, consiste in una vigorosa risoluzione.» Se il maresciallo Saint Arnaud direttamente e speditamente fosse corso dall’Alma all’obbiettivo suo, e l’avesse assaltato con tutto lo sforzo delle sue armi, forse Sebastopoli, ma certamente poi le difese estera, di essa sarebbero venute a sua mano. In guerra, tra la soverchia prudenza e il troppo ardimento vuolsi scegliere il secondo; quello che in un altro generale sarebbe stata temerità,nel capitano francese sarebbe stata giusta confidenzanelle soldatesche ch’ei governava, e che a buon diritto la meritavano, però che tutte fossero cappate e fiorite ed eziandio provatissime in arme. «Vinta una giornata, aveva scritto Napoleone al suo luogotenente, si mette l’assedio a Sebastopoli»; le quali parole mostrano com’egli non possedesse conoscenza esatta di quanto misuravano in circuito le fortificazioni di quel baluardo dei Russi.

Padroni di Balaklava i confederati avvicinavansi a Sebastopoli e davan subito mano a costruire batterie. Il 17 ottobre cominciavano e per ben sette giorni continuavano a fulminarla da terra e da mare; riuscita vana la bombardata, dopo aver munita Balaklava di valide difese, davan mano a formale assedio. Il 25 di quel mese respingevano il nimico venuto ad assalirli nei loro campi di Balaklava, ma non lo molestavano in sua ritratta; ond’ei, collocatosi sopra le alture elevantisi su la destra di quella città, preparava nuove offese per punire i confederati dell’errore commesso, cioè di non avere perseguito e compiutamente disfatto lui, già vinto e inferiore di molto alle loro forze. La giornata d’Inkermann, combattuta undici giorni dopo quella di Balaklava, rivelò tutte le difficoltà e i pericoli dell’impresa di Crimea; a Inkermann i confederati corsero grave rischio di rimanere oppressi dai Russi, iquali, vedutili per troppa sicurtà e confidenza in se stessi, fare negligenti guardie, avevanli per la seconda volta assaliti nei loro campi con armi poderosissime.

Le malattie. il ferro e il fuoco dei Russi, le fatiche e le privazioni di ogni sorta avevano già assottigliate le file dell’esercito della Lega, quando giugneva il verno con sue gelide notti, apportatore di nuovi disagi e di nuove sofferenze; i Russi ogni di più ingrossavano e accrescevano le difese di Sebastopoli. A mettere fine a tanti dolori, i soldati chiamavano con istanza d’essere condotti a generale assalto; interpellati, gli ufficiali dicevansi pronti di giorno e di notte;ma voler tentare allora la fortezza, valeva menarli a certa strage. Che fare? togliersi giù dalla impresa, abbandonare la Crimea e portar la guerra sul Pruth, invadere la Russia, avvicinandosi alla Polonia, era in verità ferire l’imperio in sua parte vitale. Ma Francia e Bretagna volevano a ogni costo distruggere la potenza moscovita in Oriente, incendiarne le navi da guerra del mar Nero e rovinare Sebastopoli, uno de' suoi più forti baluardi; credendo con ciò di costringere lo Czar a chiedere la pace, persistevano ostinatissimi ne’ loro propositi.

L’Imperatore, cui la vittoria dell’Alma aveva fatto sperare di veder presto Sebastopoli in mano dei collegati, come egli stesso ebbe a scrivere a Canrobert il 24 novembre 1854, dopo la giornata d’Inkermann faceva noto al suo luogotenente, che un grosso corpo d’esercito avrebbe trattenuti in Bessarabia gli aiuti nimici designatialla guerra di Crimea. Quali erano gli intendimenti suoi con questo nuovo disegno di guerra? voleva egli soltanto allargarne la sedia, o mirava a minacciare Perekop, allo intento di costringere i Russi campeggianti Simferopoli e Baktschisarrai a correre alla difesa dello stretto e agevolare all’esercito collegato l’assalto di Sebastopoli? Lo scopo di Napoleone non fu conosciuto per non essersi fatta quella impresa, la quale avrebbe indubitabilmente data una buona direzione alle faccende della guerra, che di quei giorni nella Tauride camminavano a male; chi l’impediva? l’Austria. Legata alla politica dello Czar, essa aveva invaso con esercito poderoso i Principati, che riteneva quale sua parte delle spoglie dell’imperio turchesco, la cui rovina era stata già da tempo risoluta da Niccolò.

L’Austria, siedendo allora arbitra di pace in mezzo ai Governi d’Europa, pretendeva regolarne a suo talento le condizioni; con l’arti usate di sua sottile politica, aveva tenuto a bada Francia e Inghilterra, sino a che messasi forte insu l’arme lungo le frontiere sue, minacciava a un tempo Russia, Turchia, Italia e la stessa Francia; onde Napoleone e il Governo di San Giacomo, venuti in gravi timori il 2 dicembre di quell’anno 1854, fermavano con essa un trattato, in virtù del quale obbligavasi l’Austria a combattere i Russi, se tentassero rioccupare i Principati Danubiani, e di lasciare ai confederati piena e intiera libertà di governare la guerra come meglio loro convenisse; dal canto suo la Lega prometteva aiuti d’armi all’Austria, qualora fosse assaltata dallo Czar. Tali patti, invero poco onorevoli, avevano costretto Francia e Bretagna a combattere una difficile guerra, sino allora governata senza principi d’arte e, quello che era peggio, per mala via condotta.

— Il 7 novembre i generali della Lega, riuniti a consulta, deliberavano di procrastinare l’assalto di Sebastopoli sino al flaire della invernale stagione e al giugnere dei sussidi, che doveano rimettere a numero l’esercito confederato. Se le condizioni tristissime nelle quali trovavansi le armi di Bretagna e di Francia e la pochezza delle offese costrutte contra la fortezza non permettevano di tentarla, perché non voltaronsi contra l’esercito di Menschikoff, che, signore della campagna, era allora il più valido appoggio dei difensori di Sebastopoli? Le intemperie del verno rendevano certamente assai difficile il muovere delle armi; ma piuttosto che lasciar perire o languire i soldati di privazioni e stenti, miglior consiglio sarebbe stato di stancare con assalti incessanti il nimico, che pur tormentavano le nevi, i geli e il piovere alla dirotta e a lungo, per costringerlo a mutar quartieri e campi. Durante il verno assediatori e assediati lavorarono con operosità somma ad aumentare le offese e le difese; se Parmi non posarono mai, non combatteronsi però fazioni di grave momento.

— L’impresa del mar d’Azof — audace, ma ben condotta — ebbe risultamenti felicissimi, la distruzione cioè delle riposte di vettovaglie, di munizioni di guerra e d’ogni cosa necessaria agli eserciti russi di Crimea — ai quali giugnevano per lo stretto di Kertch — ordinale dal Governo di Pietroburgo su le spiagge di quel mare, dopo che le squadre confederate avevano posto l’ossidione a Odessa. Se mentre facevasi tale impresa un grosso sforzo di guerra per la Bessarabia portatosi contra Perekop — come già aveva ideato l’Imperatore — con l’aiuto dell’armata della Lega si fosse impadronito di quello stretto, Menschikoff e le sue genti avrebbero dovuto arrendersi per fame. — Dalla spedizione del mare d’Azof alla caduta di Sebastopoli l’assedio progredì regolarmente, ma con lentezza; causa la resistenza strenuissima del presidio. Il fortunato tentativo del Poggio Verdeincoraggiò Pélissier a fare pochi giorni dopo — il 18 giugno — l’impresa del formidabile bastione di Malakoff; cui sorti esito infelicissimo, perché eseguito anzi tempo, mancando quegli approcci, i quali avrebbero dovuto appoggiare le schiere nei loro assalti e che furono costrutti di poi.

In oltre quel tentativo falli, perché il generale Régnault de Saint-Jean d’Angely— che governò l’impresa — per essere da pochi di venuto di Francia non bene conosceva il terreno sul quale egli doveva combattere; in fine, perché le schiere designate a quella, per un accidente fatale — intendo dire la notturna uscita dei Russi — si portassero alla espugnazione delle difese nimiche successivamente e non a un medesimo tempo, soprammodo poi le schiere inglesi, che con lentezza imperdonabile procederono all’assalto del Gran Dente.Gravissimi furono d’ambe le parti i danni; maggiori però d’assai que’ degli assalitori, a cagione del trarre furioso delle artiglierie russe, che li percossero micidialmente nel loro indietreggiare. — Due mesi dopo i confederati combattevano e vincevano su la Tschernaia una bella, una assai gloriosa giornata; e la vittoria sarebbe stata proprio compiuta e più efficace se all’indietreggiare dei Russi Pélissier avesse avuto presente la savia massima di Maurizio di Sassonia: «La cavalleria essere l'arma del momento.»

Se Pélissier avesse spinto gli squadroni del generale Morris e quelli inglesi di Scarlett sopra i Russi, la ritratta di questi sarebbesi cambiata in pienissima rotta. Di li a non molto il nuovo assalto alla torre di Malakoff — bene riuscito per essere stato saggiamente ordinato e vigorosamente condotto quando gli approcci trovavansi a brevissima distanza dalle difese nimiche (1) — faceva venire a mano della Lega la formidabile Sebastopoli dopo undici mesi di formale assedio. Dalla caduta di quel baluardo in poi nessuna militare operazione d’alto momento fu in Crimea mandata a effetto dai guerreggianti; i quali, più che a combattere, mostraronsi allora solleciti di costruire ripari contra le intemperie della stagione invernale, a tutti egualmente nimica, e che a grandi passi si avvicinava. E proprio quando la nuova primavera giunse a togliere dalle forzate tregue gli eserciti de' confederati e dei Russi, il Congresso di Parigi, bandita la pace all’Europa, faceva a quelli posare le armi.


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NOTE

(1) Guerrazzi aveva ordinato al generale D’Apice, che al premere degli Austriaci alla frontiera indietreggiasse protestando contra la violazione del territorio toscano.

(2) Con tal nome chiamavansi allora gli antichi carabinieri.

(1) La Commissione venne composta cosi: Orazio Cesare Ricasoli, primo Priore, Guglielmo Cambray-Digny, Filippo Brocchi, Giuseppe Ulivi, Giuseppe Martelli, Luigi Cantagalli, Carlo Buonaiuti, Giuseppe Bonini, Gustavo Galletti, Filippo Rossi, Gino Capponi, Bettino Ricasoli, Luigi Serristori, Carlo Torrigiani, Cesare Capoquadri, Ferdinando Zanetti, generale della Guardia nazionale, e Luigi Pavolini, cancelliere,

(1) Il soccorso d’armi fu chiesto e richiesto da Leopoldo II al Governo austriaco; ciò è provato da una lettera scritta il 25 maggio di quell’anno 1849 dal maresciallo Radetzkv — allora in Milano — al conte Serristori. In quella cosi si esprime il vecchio maresciallo: «...l’assistenza militare che, giusta gli ordini del mio augusto Signore, ho dato alla Toscana, venne accordata dallTmperatore, non solamente in virtù dei diritti incontestabili di S. A. I. e R. il Granduca, ma anche per la domanda reiterata del Granduca stesso...» La Commissione governativa, temendo che i soldati della divisione lombarda — licenziati dal Governo sardo dopo il disastro di Novara — imbarcatisi alla Spezia avessero a prender terra a Livorno ad afforzarvi i sollevati, erasi rivolta a alle Legazioni di Francia e d’Inghilterra, che offrivano cortesi l’appoggio loro, a fine di ottenere ivi uno sbarco che togliesse quell'infelice paese alle agitazioni dell'anarchia; e offrii occasione alla maggioranza intimidita degli abitanti, di scuotere &ul mente il giogo dei faziosi.» — Il conte Walewski, Ministro di Francia a Firenze, scriveva allora all'ammiraglio Baudin, essere necessario occupare Livorno, per impedire al?Austria d’intervenire in Toscana; e Baudin, che con l'armata francese trovavasi di que’ giorni nelle acque di Gaeta — ove stava pure il Granduca — andò a questi e gli offri di portarlo a Toscana; nel tempo stesso lo scongiurò di non chiana gli Austriaci nel suo Stato, la loro presenza potendo allontanare lui gli animi dei sudditi.

(2) L’esercito d’occupazione contava diciottomila nomini allo inarca Erano col maresciallo D’Aspre l’arciduca Alberto e il Duca di Modena con una picciola mano di soldatesche estensi.

(1) Parole dette, nel 1815, dal principe di Metternich a Neri Corsini, il quale rappresentava al congresso di Vienna il Granduca Ferdinando.

(2) D’Aspre aveva fatto precedere l’occupazione di Firenze da un manifesto ai cittadini pubblicato in Empoli il 24 maggio 1849, manifesto che mettiamo innanzi ai nostri leggitori. «I vincoli di sangue che uniscono il vostro Sovrano alla casa imperiale del mio Monarca, i moltiplici trattati che a Sua Maestà l’Imperatore e Re mio Signore impongono il dovere di proteggere la integrità della Toscana e di difendere i diritti del vostro Principe, hanno determinata l’Austria a cedere al desiderio di S. A. I. e R. il Granduca, e a porre un termine allo stato di anarchia, sotto il quale già da lungo tempo gemeva il vostro bel paese. La fazione che opprimeva Livorno, fu dalle mie armi distrutta; e quella popolazione, liberata dal giogo di orde ribelli, si sottomise al suo legittimo Sovrano. Chiamato ora dal Principe vengo con le mie soldatesche nella vostra città come amico, come vostro alleato. Unitevi a noi, per vie meglio consolidare la quiete, la pace e l’ordine, e ricondurre stabilmente tra voi la concordia, l’imperio delle leggi, e quei giorni di felicità, che già un tempo l’Europa vi invidiava.» — Il manifesto del generale austriaco ebbe l’accoglienza che si meritava.

(1) L’articolo sedicesimo dello Statuto diceva cosi: «Nessuna milizia straniera potrà essere chiamata a servizio dello Stato, se non in virtù di legge.»

(2) L’Imperatore d’Austria il 27 marzo 1849 al Granduca scriveva in questi termini: «Le due lettere da lei direttemi da Porto San Stefano e da Mola di Gaeta, mi sono pervenute. Riceva l’espressione della sincera mia gratitudine per gli amichevoli auguri che Ella mi ha offerti in occasione del mio avvenimento al trono... È da annoverarsi fra i casi più tristi del nostro tempo, grave di eventi, che Ella, dopo lungo silenzio, si trovi costretto a rannodare da una terra straniera le relazioni con la nostra famiglia. Ella mi ha espresso il desiderio che ia tirato un velo di obblio su gli avvenimenti che hanno cagionato oneste tristi complicazioni; non posso che dividere tale desiderio, in quanto che gli sguardi sul passato non potrebbero destare in me che sensi dolorosi. Si grande che mai potesse essere il complesso dei doveri che si cercavano di dedurre dalla di lei posizione come Sovrano di uno Stato italiano, mai avrebbe dovuto essere dimenticato che il suo diritto di sovranità stava unicamente nella sua qualità di membro della nostra famiglia. Doveva perciò affliggermi che le esigenze dei tempi potessero condurre un Arciduca d’Austria a rinnegare quasi i colori e persino il nome della gloriosa nostra Casa, a prendere le armi contra la medesima (e) nell’ora del pericolo, a cercare prima aiuto presso il dichiarato ninnco di essa, anziché là ove i vincoli del sangue, le più venerate memorie, i costumi, i diritti e i trattati avrebbero dovuto guidare un principe della nostra Casa. Ma comunque ciò sia, Ella mi ha reso giustizia nel mostrarsi anticipatamente persuaso, che io non sarei per negarle di prendere sinceramente parte alla dolorosa sorte che ha colpito V. A. I. e la sua famiglia...»

(1) Ecco cosa scrivea il primo maggio 1848 da Mola di Gaeta Leopoldo Il ai Toscani: «Il Principe che per venticinque anni vi ha governato con cura ed affetto di padre, che vi fece ricchi di istituzioni liberali e seppe conservare fede alle medesime, anche quando rimprobità di faziosi osò convertirla a suo danno, e non dubitò di antepone i suoi doveri alla propria corona, e l’esiglio onorato ad un soglio contaminato dalla licenza e malignità soverchiante; quel Principe torna ora a dirigere a voi la sua voce. Voi l’avete invocata: voi stanchi delle violenze di pochi oppressori, ammaestrati da breve ma peno# esperienza, ravvivati ai sensi di antica devozione dall’abuso inverecondo dei più cari nomi e delle cose più sante, ascoltate ora e sempre questa voce. E la Toscana, questa gentile porzione d’Italia, tornerà, Dio soccorrendo, in breve alla invidiata sua prosperità.»

(1) L’ occupazione austriaca costò parecchi milioni alla Toscana; la quale, per sopperire alla nuova spesa, fu costretta ad aumentare le imposte, e togliere persino a prestanza da Bastogi, ricco banchiere di Livorno, la somma di dodici milioni di lire.

(1) Il 30 giugno da Roma il Sommo Pontefice scrivea al Granduca così: «Giunsero in piena regola li articoli sottoscritti da V. A., ed è stata per me una vera consolazione di aver veduto condotto a termine questa iniziativa di Concordato. Spero che il Signore vorrà spargere anche per questo nuove misericordie su la Toscana, e vorrà benedire l’A. V. per la rettitudine di sue intenzioni e per li sentimenti della sua religiosa pietà. Qui acchiusa troverà la lettera che ho già sottoscritta a tutti i Vescovi de' suoi Stati e che sarà diffusa subito che la presente sarà giunta in Firenze. Nella prima parte degli articoli concordati e nella seconda parte insinuo le massime da adottarsi dal corpo episcopale. Piaccia al Signore di confermare e dare la opportuna efficacia alle mie parole, come io di cuore lo prego a volerlo fare. Riceva l'Apostolica benedizione, che con sempre maggiore effusione di cuore comparto a V. A. e a tutta l’imperiale e reale famiglia.»

(1) Delitti estranei alla Religione e meramente ecclesiastici sono: l'apostasia, l'eresia, la simonia, lo scisma, la profanazione dei Sacramenti e ogni violazione degli offici che toccano al Ministerio ecclesiastico e al culto di Dio.

(2) Vuolsi distinguere la setta clericale dalla casta sacerdotale; però che la prima sia nimica sempre a libertà e a civile progresso, l’altra no. Esempi di sacerdoti generosamente sacrificatisi per la salute e la libertà della patria, e di sacerdoti che a viso aperto combatterono la tirannide regia contansi numerosi nelle storie profane. e temeva altresì, avessero quelle ad accrescere il malcontento destatosi nei popoli al negoziarsi del Concordato.

(1) Parole di Visconti Venosta su «Les révolutiont d’Italie di Ed. Quinet.

(1) Questa lettera-circolare del conte Buoi, Ministro per gli affari esterni dell’Austria — scritta il 18 maggio di quell’anno 1856 — venne mandata alle Legazioni imperiali di Firenze, Roma, Napoli e Modena.

(1) Memorie economico-politiche, ecc.; vol. I, cart. 306; Firenze, 1860.

Fu allora che i principali del clero tentarono indurre il Granduca a togliere la Chiesa di Toscana agli antichi ordinamenti leopoldini, i quali impedivano a quello di abusare di sua potestà. Ma il principe, cui i Ministri avevano minacciato di rinunziare all’officio loro s'egli accondiscendesse alla domanda dei maggiorenti del clero toscano, pretessendo la importanza della cosa, prese tempo a deliberare, e finì per nulla accordare.

(2) Nel 1718 la casa Medici, imperante sopra Toscana, contava due principi, Cosimo III, già innanzi negli anni, e Giovanni Gastone, giovane, ma la cui malferma salute faceva temere non lontano lo spegnersi di quella famiglia, che teneva la signoria dell’antica gloriosa repubblica di Firenze da un popolo indipendente e libero. Carlo VI d’Austria chiedeva allora a favore d’uno di sua casa ai rappresentanti dei grandi Stati d'Europa, raccolti a congresso in Londra, la Toscana qual feudo imperiale; ingiusta pretensione, che ebbe però valido sostenitore nel Monarca francese, il quale da lunga pezza aveva invaso con sue armi la Lorena, principato degli Absburghesi. L’imperatore d’Austria, preferendo la ricca e bella Toscana a quello Stato povero e minacciato sempre dalla vicina Francia, ceduta a questa la Lorena, nel 1735 faceva gridare erede di Toscana Francesco della imperiale sua casa; il quale, senza por tempo in mezzo, recavasi a Firenze per vegliare su l’infermo Giovanni Gastone; alla cui morte, avvenuta nel 1737, Francesco di Lorena saliva al trono di Toscana. Della dinastia d’Absburgo — che su quella regnò sino al 1859 — quattro principi tennero il granducato: Francesco II, Pietro Leopoldo I, Ferdinando III e Leopoldo II.

(1) Vedi il capitolo IV del terzo volume di queste istorie.

(1) Lettera del 26 aprile 1859 dello incaricato di affari della Toscana in Corte di Parigi al Governo di Francia.

(2) Nella lettera su citata dell’orator di Toscana, Nerli, in Corte di Francia, sta scritto così: «Walewski… confidenzialmente mi disse, essere due le vie aperte a noi: lo statu quo, neutralità dichiarata o no, o l’accordo con Francia. Nel primo caso non si mette più in dubbio che, trattandosi di guerra nazionale, il Governo nostro sarebbe per lo meno soperchiato; nel secondo, l’imperatore, mosso unicamente da considerazione di stima, riconoscenza e affetto per la nostra dinastia, si obbligherebbe a guarentirle, alle condizioni meno onerose, la corona di di Toscana...»

(3) «E perché Cavour avrebbe voluto, così Nicomede Bianchi, che ne’ campi di guerra le milizie regolari italiane si fossero trovate addirittura maggiori o almeno uguali in numero alle francesi, così egli non aveva ristato dal fare nuovi tentativi per indurre i Governi di Napoli e di Firenze alla compartecipazione dell’impresa nazionale (*).

(*) Il conte Camillo di Cavour, cari. 69; Torino, 1863.

(1) Questa nota venne mandata da Boncompagni al ministro Lenzoni il mattino del 24 aprile.

(1) L'arciduca Ferdinando, il primogenito, era rimasto col padre nel palazzo Pitti.

(2) «Leopoldo II e i suoi consiglieri, così Nicomede Bianchi, vollero rimanere austriaci e presero la via di Vienna nella stolta credenza di essere in breve ricondotti a Firenze dalle armi imperiali » (*).

(*) Il conte Camillo di Cavour, cart. 71; Torino, 1863.

(1) Fu per consiglio di Boncompagni che il Magistrato dei Priori elesse questi tre cittadini al governo della cosa pubblica. «Il Magistrato dei Priori in Firenze, considerando che sebbene alla Magistratura non consti officialmente che S. A. R. il Granduca sia per lasciare il territorio toscano dirigendosi verso Bologna: considerando che dalle informazioni prese dalla Magistratura e dalla lettera di questo giorno diretta dal Ministro sardo a questo nostro Gonfaloniere, non che dalla lettera del ministro Baldasseroni diretta al Ministro francese resulti la verità di questo fatto: considerando che non apparisce avere il Principe emessa veruna disposizione relativa a chi deve rappresentarlo nella di lui assenza e assumere le ingerenze governative: considerando che a evitare le gravissime calamità che potrebbero verificarsi nella mancanza,anche momentanea, dell'opera governativa sia di necessità che il Municipio venga a un provvedimento atto a prevenirle: per questi motivi la Magistratura aderisce alla nomina di un Governo temporaneo, ed elegge a comporlo i signori cavaliere Ubaldino Peruzzi, avvocato Vincenzo Malenchini e il maggiore cavaliere Alessandro Danzini. »

(1) La risposta fu scritta da Cavour il 30 aprile.

(1) Risposta alla domanda dei Triumviri su la potestà che spettava a Boncompagni.

(2) La Consulta toscana era composta di quarantadue onorandissimi cittadini, dei quali molti in grande riputazione e credito, tutti poi presieduti da Gino Capponi; e vogliamo ricordare i nomi di Bartolommei, Gonfaloniere di Firenze; di Neri Corsini di Laiatico, Luigi Digny, Lambruschini Raffaele, e i professori Atto Vannucci e Zannetti Ferdinando. Tutti i membri della Consulta e il suo presidente vennero eletti dallo stesso Boncompagni.

(1) Carlo II aveva abdicato alla signoria di Parma e Piacenza il 14 marzo 1849 in Weissitrop, terra di Sassonia, a favore del figlio, che fu Carlo III; il quale prese possesso del ducato il 18 maggio di quell’anno, giorno del solenne suo ingresso in Parma sotto la protezione delle armi austriache.

(2) Il luogotenente maresciallo Di Sturmer, Governatore supremo civile e militare degli Stati parmensi, con un suo bando dell’8 agosto 1849 annunziò alle popolazioni il perdono del Duca, dal quale furono esclusi il conte Luigi Sanvitale, l’avvocato Pietro Gioia, il conte Gregorio di Castagnola coi due suoi figliuoli, il dottore Pietro Pellegrini, il capitano Eugenio Leonardi, il luogotenente Angelo Grossardi, il calzolaio Enrico Azzoni e il fratello suo Giuseppe.

(3) Il 24 settembre 1849 un di Parma ebbe venticinque bastonate per canti e schiamazzi notturni; il 28 pur di quel mese otto terrazzani di Gainago furono puniti col bastone, il più colpevole con quaranta colpi; sei, con venti; uno, con dodici soltanto per essere gracile e malaticcio; il 3 ottobre, di tre terrazzani di Soragna uno ebbesi trenta colpi, il secondo venti e il terzo quindici colpi di bastone per canzoni sediziose e mali sentimenti; il 6 ottobre, in Pontremoli, tre contadini di Argenzio vennero puniti con venticinque bastonate ciascuno, per essere disturbatori della pubblica tranquillità; ne ebbe pur venticinque il 18 ottobre un di Parma per avere indotto un soldato austriaco ad ubbriacarsi; il 22 ottobre a un contadino di Castelnuovo di Terzi toccarono quindici bastonate per parole di sprezzo allo stemma reale; un di San Donnino patì quindici nerbate per tenere in sua casa due medaglie con l’effigie di Pio IX; ecc.

(1) Se il Duca avesse avuto cura di circondarsi d’uomini onesti, certamente sarebbe stato temperato ne’ suoi godimenti; ma per sua sventura e danno dei sudditi, egli non ebbe che cortigiani la cui bocca si apre soltanto per la menzogna e l’adulazione.

(2) Luisa di Borbone era figliuola di Carlo Ferdinando d’Artois, morto di pugnale in Parigi il 14 febbraio 1820.

(3) Il primo luglio 1854 Piacenza tumultuò per la carezza dei viveri; ma prestissimo quietossi. Il 22 di quel mese stesso in Parma, essendovisi sparsa la voce di moti repubblicani a Genova, da duecento cittadini levavansi in su l’arme per tentare novità; se non che assaliti dalle soldatesche ducali, preponderanti d’assai per numero, furono con nel lieve sforzo disfatti. Baldi di quella vittoria, conquistata non col valore ma col numero, officiali e soldati corsero Parma ammazzando o ferendo cittadini inermi e che non offendevano; tra i morti contaronsi un sacerdote, tre vecchi settuagenari, una donna e un fanciullo.

(1) Così la Duchessa nel suo manifesto del 9 giugno ai sudditi quando lasciava lo Stato per recarsi in Isvizzera, dove aveva già mandato i suoi figliuoli con quanto essa possedeva di più prezioso.

(2) Francesco l'attese nel forte di Brescello — presidiato da sue soldatesche — l’esito della seconda guerra; egli aveva mandato a Mantova la moglie coi figliuoli; il 30 marzo 1849 rientrò in Modena. Nella notte del 13 al 14 aprile egli passava gli Appennini unitosi con sue genti alla brigata austriaca del generale Kollowrath, il quale per la via di Reggio portavasi a Toscana; il dì appresso egli entrava in Fivizzano e Kollowrath di poi in Pontremoli; cosi riaveva queste terre, niegategli già dal Governo toscano.

(1) Vincenzo Giusti aveva esulato da Massa nel 1848.

(2) I Modenesi contavansi tremila e seicento, avevano da ottanta cavalli e una batteria di cannoni; i Parmensi erano da mille ottocento, con settanta cavalli e dieci cannoni da campo.

(1) Francesco I a comporre la reggenza chiamò il conte Luigi Giacobazzi, Ministro sopra le faccende interne, il conte Giovanni Galvani, il dottore Giuseppe Coppi, il conte Pietro Gandini e il dottore Tomaso Borsari.

(1) Tra le pene che il Supremo Magistrato civile — la Polizia — poteva infliggere eravi quella dei colpi di verga per le donne e i giovanetti che non avevano compiuto il diciottesimo anno di età; e i colpi di bastone per gli uomini.

(2) Non ostante il decreto di Farini, la scuola di Modena per gli ingegneri militari non venne riaperta.

(1) « il luogotenente colonnello Medina ebbe il merito di formarla, non il coraggio di comandarla rimpetto al nimico.»

Giuseppe La Farina, Rivoluzione Siciliana, vol. II, cart. 254; Capolago, 1850.

(2) Era composta di due battaglioni di licenziati dall'esercito borbonico, dal battaglione dei cacciatori francesi, da mezzo battaglione di guastatori degli ingegneri militari, da uno squadrone di cavalleria e da sei artiglierie da montagna.

(1) Mieroslawski lasciava Randazzo la sera del 3 aprile, e viaggiando per le poste giugneva a Catania il mattino del giorno appresso.

(1) Rivoluzione Siciliana, vol. II, cart. 290; Capolago, 1850.

(1) «Signore. Il Parlamento generale avendo accettato i buoni offici offerti dall’ammiraglio Baudin per comporre la vertenza tra la Sicilia e il Re di Napoli, si rende pel momento non necessaria la presenza della Guardia nazionale mobilitata e delle squadre che vorrebbero accorrere in difesa di Palermo, e quindi mi rivolgo a lei perché per ora ne sospenda la partenza.

Palermo, 16 aprile 1849.

Barone Grasso.»

(1) Queste concessioni per la Sicilia erano state fatte dal Re ai rappresentanti della repubblica francese.

(2) La prima riunione del Parlamento generale di Sicilia ebbe luogo il 25 marzo 1848; il potere supremo venne allora temporaneamente affidato a Ruggero Settimo, chiamato a presiedere al Governo con facoltà d’eleggerne i Ministri.

(1) «Non giugne potenza di parola ad esprimere il valore spiegato dalla nostra soldatesca in respingere le orde armate, snidandole da tutte le rocche e balze di Mezzagno e di Abate, villaggi che, nel calor della mischia, vennero bruciati, facendone eccidio.»

Diario officiale di Napoli del 12 maggio 1849.

(1) Il governo dell’isola fu dato con pieni poteri al generale Filangeri, che Ferdinando creò Duca di Taormina con l’annua rendita di sessanta mila lire per avere riassoggettata alla sua autorità la Sicilia ribelle.

(2) Vedi il capitolo VIII.

(3) Fu la polvere di un salterello gettato in mezzo al popolo riunito davanti la reggia per ricevere la benedizione di Pio IX.

(1) Gladstone, nelle sue lettere a lord Aberdeen, svelò a tutta Europa le iniquità commesse nel processo dell’Unità Italiana dal Governo borbonico, che l’onorevole scrittore chiamò la negazione dì Dio creata in sistema. Per ottenere confessioni dai prigionieri adoperaronsi da quel Governo le torture, degne degli antichi tribunali inquisitoriali, non di giudici di nazione civile. A danno di quegli infelici fece testimonianza una gente perduta, tra cui un ladro e un officiale del Magistrato civile. False deposizioni vennero dagli avvocati avvertite, ma non respinte dal tribunale. Ferdinando Caraffa — un accusato — il quale, preso da spavento alla minaccia delle torture aveva in carcere sottoscritto una accusa contra amici suoi, venuto innanzi alla Corte suprema riparava al mal fatto confessando il suo torto. «Io fui sempre uomo d’onore; prora di ciò il trovarmi in questo processo e prova altresì la testimonianza d’uomini egregi. In mia vita fui non onesto una sola volta, e fu quando scrissi quella bugiarda accusa. Ai giudici, al pubblico e agli amici, che offesi, chiedo perdono del fallo mio.»

(1) «Usavano i Re di Napoli… presentare al Papa in ogni anno la chinea — cavallo bianco riccamente bardato — e settemila ducati d’oro. La cerimonia era pomposa, perciocché un ambasciatore nel 29 di giugno, giorno di San Pietro, offeriva quel dono in nome del Re al Ponte dee. che negli atrii della basilica vaticana ricevendolo diceva: essere il censo a lui dovuto per diretto dominio sul regno delle due Sicilie,»

Colletta, Storia del reame di Napoli dal 1734 sino al 1825, cari. 78; Milano, 1861.

Una disputa di precedenza tra i servi dell'ambasciatore di Spagna e del Governatore di Roma, disputa avvenuta nel 1776, indusse Carte Borbone, Re di Napoli, a far cessare queiratto di sua devozione verso» santi Apostoli, «Gli esempi, scriveva egli a Roma nel luglio di quell’anno 1776, la ragione, le riflessioni, le cautele, la umanità, la rettitudine, hanno concorso a muovere il regio animo a tale deliberazione, da quell’atto dipendendo unicamente la forma della sovrana volontà e dall'impulso di sua pietà e dalla religiosa compiacenza.»

(1) Il re Ferdinando, invitato a unirsi alla Lega franco-inglese e a Prendere parte alla guerra d’Oriente, rispose di volersi tenere neutrale nella contesa, chiarendosi però amico alla Russia. E siccome gli Italiani mostravansi favorevoli a quella Lega e plaudivano alla Sardegna allora che mandava a Crimea schiere elettissime di sue armi, il Borbone, temendo che in quella universale commozione degli animi la parte liberale avesse a sommuovere il reame, crebbe i rigori nel governo dello Stato.

(2) Il 13 maggio 1856 il principe Carini scrivea da Londra ai Ministri di Napoli: «Non iscuserò Walewski, ma egli è il meno cattivo della canaglia innumerevole che compone la Corte e il Governo dell’imperatore, dalla cui cupa mente soltanto dipende la politica della Francia.»

(1) Il barone Bentivegna nel 1848 aveva sieduto nel Parlamento siciliano.

(2) Agesilao Milano di San Benedetto, terra del Cosentino, per compiere il disegno tanto meditato erasi scritto nell’esercito, nel quale comportossi sempre lodevolmente. Nel confessare la tentata uccisione del Re, disse non aver mai confidato a nessuno il disegno suo: onde non poteva aver complici.

(1) Le polveri dovevansi portare nel magazzino del Molo militare, che corre dinnanzi al palazzo reale.

(2) Lo scoppio avvenne nella notte del 4 al 5 gennaio 1857. Su 1 fregata trova vasi copia grandissima di moschetti e di munizioni da guerra.

(3) Nel novembre del 1856 Cavour, parlando con Canofari dei tentativi fatti da Luciano Murat e dai partigiani suoi allo scopo di trarre a loro vantaggio le pessime condizioni in che erasi posto Ferdinando II, dopo avere lodato il Re per avere saputo sciogliere a suo profitto tal nodo assai intricato, soggiungeva: u II vostro Sovra no dovrebbe ora vendicarsi degli Stati che lo hanno annoiato, come di quelli che lo hanno mollemente assistito, e ravvicinarsi al Piemonte. Dico ciò come individuo privato. Non è il Ministro degli affari esteri che parla: Napoli e Piemonte bene uniti darebbero la legge all’Italia. Nel dicembre il Ministro sopra le faccende esterne delle Due Sicilie scriveva a Carfari in nome del suo Signore: «Il Governo del Re non domanda di avvicinarsi ad alcuno Stato; egli mette ogni studio per istare bene con tutti, a condizione però che nessuno s’ingerisca negli affari della sua interna amministrazione.»

(4) In Napoli erano state messe fuora per le stampe parole ingiuriose all’Inghilterra.

(1) Carlo Placane — figliuolo a Gennaro duca di San Giovanni — nasceva in Napoli addì 21 agosto 1818. Compiuti gli studi nel collegio della Nunziatella entrava nel corpo degli Ingegneri militari. Lasciato nel febbraio del 1847 l’esercito borbonico, recossi a Parigi; messosi al soldo di Francia, militò in Algeria nella legione estera, allora capitanata dal colonnello Mellinet, che nell’aprile 1848 lasciava per riedere in patria. Tornato il reame di Napoli sotto l’antica tirannide del Borbone, Carlo Pisacane portossi a Roma, e fu de' suoi più strenui difensori nel memorando assedio del 1849. Venuta quella a mano dei Francesi assediatori, egli rifugiavasi a Londra, ove stringevasi in amicizia con Giuseppe Mazzini; il quale, conosciutolo per uomo arditissimo e nelle cose della guerra bene istrutto, fidavagli la difficile impresa di Napoli.

Giovanni Nicotera da Nicastro nel 1847 cospirò e nel 1848 combatté in Calabria centra la signoria di Ferdinando II, il Re fedifrago; e nel seguente anno, pugnando con l’usato valore contra i soldati di Francia assalitori di Roma, toccò assai grave ferita alla giornata del 30 aprile di quell’anno 1849; esule, non lasciò mai di agitarsi e d’agitare a benefizio dell’Italia.

Fu detto allora, ma non confermato poi, che Rattazzi, Ministro di Sardegna, avesse di nascosto appoggiato l’impresa di Mazzini; e che, ita a male, l’abbia di poi rinnegata.

(1) Nella notte che seguì alla fazione di Sauza, combattutasi il primo luglio, una guardia del campo borbonico rinveniva in mezzo ai morti un de' sollevati, il quale dava segni di vita: era Giovanni Nicotera, ivi giacente per tre ferite alla testa e una alla mano destra, e che per via dal campo a Sanza ne riceveva un’altra gravissima al ventre da una donna bestialità contra i briganti che avevano voluto ammazzare lo Re; e avrebbelo ucciso se la guardia borbonica non l’avesse difeso dalle furie di quella donna. Al generoso guardiano — svelatosi carbonaro a Nicotera — questi chiedeva sollecito che, sceso al campo e fatta ricerca d’un uomo basso e biondo spento nella pugna — Carlo Pisacane — prendesse le carte ch’egli troverebbe certamente in una borsa del morto. E il guardiano cercò e rinvenne l’uomo indicatogli, e prese le cane e le distrusse; non tutte però, avvegnaché i predoni del campo, spogliato già Pisacane, ne avessero gettate non poche al vento, che le disperse tra i caduti: in quelle carte trovavasi la nota dei congiurati. Condotto dinnanzi ai giudici Nicotera generosamente accusar per salvare i compagni; interrogato, rispondeva: = Avere conosciuto Carlo Pisacane soltanto; l’armi per l’impresa essere state trovate sul Cagliari. = Tratto poscia dinnanzi al tribunale di Salerno, Nicotera vedeva sul tavolo dei giudici alcune carte di Pisacane sfuggite, come dicemmo già, alle ricerche del guardiano carbonaro; tra quelle un foglio, sul quale stavano scritti alcuni nomi di merci e commestibili, accanto a quei nomi molte cifre; in queste trovavasi tutto il segreto della congiura. Interpellato, Nicotera affermava: = Quel foglio avere appartenuto, non a Pisacane, ma a uno dei compagni suoi, che per ragione dei traffici recavasi in Sardegna. = Più volte interrogato su le cifre, fermamente rispondeva: = Impossibile a spiegarle senza il libro a riscontro, ch’egli sapeva posseduto da Pisacane. — Fu allora che il Governo sardo, richiesto dal borbonico, spedi a Salerno i libri di Pisacane trovati nella sua casa in Genova; tra quelli Nicotera non seppe rinvenire il libro a riscontro, tanto desiderato dal tribunale, ma soltanto un foglio, sul quale stava scritto il nome di De Mata, un amico di Spaventa, un cappellaio di Napoli, che Nicotera salvò asseverando: avere Pisacane notatone il nome, per un cappello comperato in sua bottega. De Mata veniva quindi tornato a libertà. A furia di ricerche l'intendente Ajossa giunse a leggere nelle cifre, già tanto studiate, i nomi di molti congiurati; se non che Nicotera, protestando di non avere conosciuto complici e quei nomi dicendo inventati per punire degli innocenti, salvava gli amici suoi. Due di questi, per trarre lui pure a salate, affermarono avere egli sconsigliata la spedizione; onde Nicotera allora esclamò: = Mentire essi; s’egli non fosse caduto ferito, non sarebbesi parlato mai di resa. = Dannato a morte, Nicotera ebbe, per li buoni offici d’Inghilterra, mutata la pena capitale in prigionia perpetua nelle carceri di Favignana; dalle quali uscì allora che Giuseppe Garibaldi spense in Napoli la tirannide borbonica.

(1) Nicomede Bianchi. Il conte Camillo di Cavour, cart. 50; Torino, 1863.

(2) Dei prigionieri del Cagliari due erano inglesi, i quali dirigevano le macchine di quel legno a vapore. Richiesti dal loro Governo, venivano presto restituiti a libertà.

(3) Della quistione del Cagliari riparleremo nel corso di queste istorie.

(1) Erano ventisei condannati all’ergastolo, settantadue ai ferri; di questi ultimi, due già passati di vita. Il decreto della commutazione della pena avea il Re sottoscritto in Caserta il 27 dicembre 1858.

(2) Ad alcuni, per grazia speciale, fu conceduto di rimanere in Europa.

(1) Brevi giorni dopo la morte di Ferdinando di Napoli passava di vita Clemente Vinceslao principe di Metternich. In verità non saprebbesi affermare qual dei due sia stato più infesto all’Italia, se il fedifrago Borbone, che tante volte riempi di sangue e di lutti il reame suo, o il gran cancelliere della monarchia absburghese; il quale, mentre a torto chiamava la patria nostra una espressione geografica, non vedeva, in sua molta sapienza, non essere l’Austria che un nesso politico!

(1) Tale Commissione era stata eletta il 10 maggio dall’Assemblea nazionale costituente; e componevasi dei cittadini Arago, Garnier-Pagès, Marie, Lamartine e Ledru-Rollin.

(1) Luigi Napoleone Buonaparte pubblicò in Isvizzera le Réveries politiques nel 1832; nell’anno appresso, le Considérations politiques et militaires sur la Suisse; nel 1834, il Manuale d’artiglieria; nel 1839. in Inghilterra, le Idées napoléoniennes; in sua prigionia nel castello di Ham scrisse i Fragments historiques, pubblicati nel 1841; e nel 1842 diede alla luce la Analyse de la question des sucre: nel 1843, il Projet de loi sur le recrutement de l’armée; e nel 1844, la Extinction du paupérisme. Dopo la fuga di Ham mise fuora in Londra, correndo il 1847, il primo volume dell’opera: Etudes sur le passe et lavenir de l’artillerie.

(1) Parole pronunziate il 13 giugno 1848 nell’Assemblea nazionale.

(2) Era con lui il compagno d’esilio di Napoleone I a Sant’Elena, il generale di Montholon; il quale a Boulogne teneva in una mano una borsa d'oro, nell’altra una bottiglia d’acquavite; erano queste le armi con le quali cercava, non di vincere, ma di guadagnare i soldati al Principe, invitandoli a gridare: viva l’imperatore.

(1) Conneau era stato da prima medico d’Ortensia Beauharnais; di poi fu tra gli amici e confidenti più intimi di quella troppo tenutili regina; di lì la sua amicizia al principe Luigi, figlio di un altro amante d’Ortensia.

(1) Le officine nazionali accoglievano più di cento mila operai; erano state istituite per quelli che non avevano lavoro.

(2) «Nelle officine dicevasi altamente che non si partirebbe da Parigi. Lasciare la città, era darla in mano agli aristocratici; sapevasi forse in quali luoghi sarebbero stati gettati i figli del lavoro? In paludi insalubri, e fra le necessità d’ogni specie: la febbre e la morte; l’Assemblea nazionale voleva sacrificarli.»

Capefigue, La Société et les Gouvernements de l’Europe, tom. III, cart. 233; Bruxelles, 1849.

(1) Garnier-Pagès, La revolution de 1848, vol. X, cart. 160; Parigi, 1872.

(1) L'Assemblea avea deliberato di distribuire tre milioni di lire agli operai bisognosi di sussidio.

(2) Allora ch’egli seppe trovarsi in pericolo di morte, esclamò: «Che Dio sia benedetto, e che accetti questo sacrificio ch’io gli offro per questo popolo fuorviato! che la mia morte serva a espiare le colpe che ho potuto commettere durante il mio episcopato.»

(1) «L’episodio più sanguinoso fu la morte o, per dire più esattamente, l’assassinio del generale di Brea e del suo aiutante di campo, alle difese di Fontainebleau. Tale era l’azione perversa della stampa e dei circoli, ch’erasi pervenuto a gettare odii profondi nel cuore del porlo e a rendere fanatica l’anima onesta degli operai; scena orribile che rivelò l’orribile educazione fatta alle moltitudini e lo abbrutimento nel quale erano stati cacciati.»

Capbfigue, La Société et les Gouvemements de l’Europe, vol. rv, ttt. 12; Bruxelles, 1849.

(2) «Fu un vero colpo di pugnale cacciato nel cuore degli uomini del febbraio il proseguirsi della inchiesta con istinto malevole... »

Capefigue, La Société et les Gouvemements de l’Europe, vol. ir, cart. 147; Bruxelles, 1849.

(1) Lettera al generale Piat.

(2) Lettera al presidente dell'Assemblea nazionale.

(1) Parole pronunciate nell’Assemblea il 26 ottobre.

(2) La Estinzione della mendicità venne messa fuora per le stampe nel 1844, quando Luigi Blanc pubblicava il suo Ordinamento del lavoro, — «La classe operaia, scriveva il Buonaparte, nulla possiede, bisogna renderla proprietaria. Essa non ha altra ricchezza fuorché le sue braccia, bisogna dare a queste braccia un impiego utile a tutti. Essa è come un popolo d’iloti in mezzo a un popolo di Sibariti. Bisogna darle un posto nella società, e congiungere gli interessi suoi a quelli del suolo.»

(1) Il generale Cavaignac ottenne un milione quattrocentoquarantaquattro mila centosette suffragi; Ledru-Rollin ne ebbe trecentosettanta mila centodiciannove; Raspail, trentasei mila novecentoventi; Lamartine, diciassette mila dugentodiciannove; e il generale Changarnier, quattromila seicentonovanta.

(1) Al 2 dicembre 1851 il presidio di Parigi contava ottantamila uomini allo incirca. Vi si trovava il 42° reggimento di fanti, il quale nel 1840 aveva arrestato a Boulogne Luigi Napoleone, il cospiratore, ma che allora difendeva Napoleone Buonaparte che spegneva la repùbblica. Quel reggimento, comandato dal colonnello Espinasse, il mattino di quel giorno nefasto invadeva l’Assemblea nazionale. Al romore de' suoi passi, cosi Vittore Hugo nella Storia di un Delitto, il comandante Meunier accorse. = Comandante, gli gridò Espinasse, io vengo a dare lo scambio al vostro battaglione. = Il comandante impallidì: il suo occhio rimase un istante fisso a terra; poi d’un tratto portò rapidamente la mano alle sue spalle e ne strappò gli ornamenti; trasse la spada dal fodero, la ruppe sul suo ginocchio, gettò i tronconi a terra e tutto tremante di disperazione, d’una voce terribile gridogli: = Colonnello, voi disonorate il reggimento! = Va bene! va bene! disse Espinasse.»

(1) Parmi porti il pregio di queste istorie far conoscere con brevi parole gli amici di Luigi Napoleone, che ebbero la parte primissima nella trama di Stato del 2 dicembre di quell’anno 1851.

Il conte di Morny era uno dei figli illegittimi della donna, che non conobbe mai freno di pudore, della regina Ortensia. A diciottenni egli combatteva in Africa; poco di poi lasciava le armi; industrioso, s'arricchiva; onde gli elettori di Clermont-Ferrant mandavanlo loro rappresentante all’Assemblea nazionale. Con lo avanzare negli anni, fattosi dissoluto, scese in basso stato. Datosi a corteggiare l’amante del Data d’Orleans, conoscendo per essa i segreti della diplomazia, speculò sul crescere e sul diminuire dei valori del debito pubblico, ciò che in poco tempo restaurogli il patrimonio. Rieduto in Francia Luigi Napoleone Buonaparte, i due fratelli s’avvicinarono, si intesero e s'accordarono: era cosa questa ben naturale! Audacemente intrigante, il conte di Morny più di tutti cooperò da prima alla elezione di Napoleone alla presidenza della repubblica; di poi alla buona riescita del 2 dicembre e alla acclamazione dell’imperatore dei Francesi nei venturiero di Strasbourg e di Boulogne.

Giovanni Gilberto Fialin—chiamatosi poscia visconte di Persigny — nel 1828 col grado di sottuffiziale passava dalla scuola di cavalleria di Saumur in un reggimento di ussari; cassato tre anni appresso per mala vita, lasciava la milizia per trovarsi però a Strasbourg e a Boulogne con l’assisa di capo squadrone. Allora si diede un grado militare, più tardi appropriossi un titolo di nobiltà, quello di visconte di Persigny, ch’egli affermò già posseduto da un antenato suo. Un giorno fu di parte legittimista, poi orleanista, e nel 1848 di parte repubblicana; ambizione d’onori e libidine di oro mutaronlo da ultimo in buonapartista; e l’imperatore Napoleone m, riconoscente alla servile sua devozione, creollo Duca.

Il generale Magnan fece le prime sue armi nel 1810 e 1811 in Ispagna; poscia prese parte alla guerra del 1814, forse la più sapiente, certamente la più gloriosa del gran Capitano; dopo Fontainebleau lasciò la milizia per l’ufficio modestissimo d’amanuense presso un notaio. Ridisceso Napoleone nell’anno appresso sui lidi di Francia, Magnan, rifattosi soldato, combatté alla giornata di Waterloo quale capitano nella Guardia imperiale. Caduta per sempre la fortuna del Buonaparte, Magnan militò sotto le bandiere regie e per lo zelo suo salì agli alti gradi. Egli fu alla guerra del 1823 nella penisola iberica, di poi alla spedizione d’Algeri. Nel 1831, colonnello, trovossi col reggimento suo a Monbrison, quando Roguet chiamollo a sé per andare insieme sopra Lione; la quale, sollevatasi nel novembre di quell’anno, cacciato da prima il presidio, costringeva di poi il Roguet a indietreggiare; se non che, invece di seguire il suo generale, Magnan avvicinossi alla città ribelle, e, accordatosi coi sollevati, vi entrava. La sua disobbedienza e i manifesti legittimisti da lui pubblicati lo misero giustamente in sospetto al Governo, il quale comandò d’arrestarlo; avvertito in tempo, egli riparossi a Bruxelles. Ammesso nell’esercito belga col grado di maresciallo di campo, tre anni dopo rientrò nell’esercito francese con quel suo grado. Tentato dal faccendiere buonapartista Mésonan con oro e promessa del bastone di maresciallo a seguire le parti di Luigi Napoleone, respinse l’offerta, non per mantenersi in fede al Re, sibbene perché credeva che il pretendente — il quale aveva fatto si mala prova a Strasbourg — non potesse riescire felicemente in un altro tentativo di cospirazione e di sollevazione. Nel 1848 fattosi repubblicano ebbe il governo della Corsica; e poco di poi, il comando della terza divisione dell’esercito delle Alpi, la quale presidiava Lione. Nel giugno corse sopra Parigi sollevata; e dopo la elezione del 10 dicembre il Presidente rimandollo a Lione, il cui sollevamento del 15 giugno egli soffocò nel sangue. Passato quindi a Strasbourg, nel luglio del 1851 ricevette il comando supremo dell'esercito di Parigi dalle mani del Buonaparte, che ordendo allora le prime file della trama di Stato chiamò intorno a sé quanti per sete d’oro o libidine di onore egli teneva per certo gli si sarebbero associati nell’opera parricida.

Leroy, detto di Saint Arnaud, nel 1816 era costretto a lasciare l’esercito a cagione di sua vita scostumata; dissipatore, cadde in povero stato. Recatosi a Londra per tentare la fortuna, dovette presto fuggire di là per togliersi a prigionia, meritatasi per poco leciti guadagni Tornato a Parigi non tardò molto ad essere incarcerato per debiti; condannato a due anni di carcere in Santa Pelagia, la rivoluzione del 1830 tornollo a libertà. Nel febbraio del vegnente anno entrò nel 64° reggimento di fanti col grado di sottotenente; combatté in Vandeala sollevazione legittimista; poi fu carceriere della Duchessa di Beny, verso la quale comportossi in modo si odioso da diventare oggetto di sprezzo de' suoi compagni d’arme; onde dovette lasciare il reggimento: allora entrò nella legione straniera. In Africa fu, con Pelissier, un dei soffocatori degli Arabi nelle grotte di Dehara. Nel 1837, fatto capitano, ebbe il comando d’una compagnia; che avrebbe presto perduto per azione indelicata commessa, se di lui non si fosse mosso a pietà il colonnello Bedeau, i cui buoni offici salvaronlo dal disonore. Protetto dal generale Bugeaud, Saint Amaud — il capo dei carcerieri della Duchessa di Berry al castello di Blave — progredì rapidamente nella milizia; creato nel 1847 maresciallo di campo per la dedizione spontanea di Bon Mars, riedè a Parigi. Nella sollevazione del febbraio 1848 cedette, dopo lieve contrasto, il palazzo della prefettura di Polizia — ch’egli avrebbe potuto facilmente difendere a lungo — per offrire la sua spada al Governo della repubblica; il quale mandollo in Africa, ove resse da prima Orléansville, di poi Costantina; e qui vennero a trovarlo gli oratori del Buonaparte, cui allora tutto si diede. Dopo avere governata una spedizione contra i Kabily — alla quale toccò esito infelice — recossi i Parigi; poco dopo fu creato Ministro sopra le armi; e come tale condusse la brutta guerra, combattutasi, come or ora narreremo, quattro giorni in Parigi nel dicembre del 1851, auspice Luigi Napoleone Buonaparte

(1) Furono da dugencinquanta i rappresentanti della nazione arrestati; quelli della destra dell’Assemblea, condotti a Vincennes, vennero trattati coi maggiori riguardi; quei della sinistra, rinchiusi a Mazas, con la massima durezza; dei cinquantatrè portati al Monte Valeriano,i tredici della sinistra furono tenuti prigionieri, agli altri venne subito data la libertà.

(1) Nel suo appellarsi al popolo Napoleone disse: «Gli uomini che hanno perduto due monarchie vogliono legarmi le mani allo scopo di rovesciare la repubblica; il dover mio è di sventare i loro disegni e mantenere la repubblica...» quale menzogna! — Dopo avere messo innanzi le basi fondamentali d’una Costituzione scrivea; «Questo sistema, creato dal primo Consolo al cominciare del secolo, ha già dato alla Francia il riposo e la prosperità, che egli le guarentirebbe ancora.» Luigi Napoleone mentiva affermando ciò; avvegnaché il sistema del primo Consolo avesse dato alla Francia quattordici anni di guerra e due invasioni d’armi straniere; e quel sistema rimesso in onore dal terzo Buonaparte dovesse dare alla Francia una guerra disastrosa e vergognosa e ingloriosa e un’altra invasione d’armi straniere. Nel suo manifesto ai soldati Luigi Napoleone invitavali a fare rispettata la prima legge del paese, la sovranità nazionale, mentre ei faceva arrestare i rappresentanti della nazione, che devono essere inviolabili, e licenziava l’Assemblea e la Consulta di Stato!

(1) I soldati di Napoleone Buonaparte — intendo proprio dire del Buonaparte, non della Francia — mostraronsi allora più insolenti dei Pretoriani di Roma imperiale, più sfrenatamente violenti dei Giannizzeri dei Soldani di Costantinopoli! Dopo avere invasa l'Assemblea scagliaronsi sopra i rappresentanti della nazione strappandoli a viva forza e con modi brutali dai loro seggi. Il colonnello Garderens a uno d'essi, che lagnavasi di tanta ingiuria, gridò: «Tacete! una parola di più e io vi faccio battere col calcio degli schioppi!» parole queste indegne d'un gentiluomo, più indegne ancora di un soldato. — Luigi Napoleone aveva fatto avvinazzare i soldati: u Si aveva dato da bere a questi, cosi Vittore Hugo nella sua Storia di un Delitto; essi obbedivano puramente e semplicemente ai loro superiori e, giusta la espressione di un testimonio oculare, sembravano instupiditi. — I rappresentanti del popolo li interpellavano e loro dicevano: = Ma questo è un delitto! = ed essi rispondevano: = Noi non sappiamo nulla. — Si udì un soldato chiamare a un altro: = Che hai fatto de' tuoi dieci franchi di questa mattina?

(2) L’articolo 68 della Costituzione diceva cosi: «Ogni provvedimento col quale il Presidente della repubblica licenzia l'Assemblea, la proroga o mette ostacolo allo esercizio del suo mandato, è un delitto di alto tradimento. Per questo solo fatto il Presidente è decaduto dal suo officio: i cittadini sono obbligati a niegargli obbedienza; il potere esecutivo passa di pieno diritto all’Assemblea Nazionale; i giudici dell’alta Corte di giustizia si riuniscono immediatamente, pena di prevaricazione; essi convocano i giurati nel luogo che designano per procedere al giudizio del Presidente e de' suoi complici.»

(1) In uno scritto del Governo, pubblicato di quei giorni, si parla di molti cittadini assassinati nelle proprie case; ciò induce a credere che i soldati uccidessero solamente per uccidere!

(2) Se Luigi Napoleone fosse stato vinto e fatto prigioniero, certamente non avrebbe perduto la vita; vincitore, non perdono, non usò la vittoria con clemenza, egli, il cospiratore di Strasbourg e di Boulogne! Sette mesi dopo il 2 dicembre, a Belley saliva il patibolo un operaio di Bougez, di nome Charlet, stato preso nella sollevazione del dipartimento dell’Ain e perciò condannato a morte. Dimenticato nel carcere, la sua sentenza veniva dal Buonaparte trovata nel giugno del 1852 in mezzo ad altre carte; e quel clemente affretta vasi di sottoscriverla! è giusto, la legge dev'essere eseguita! e il 29 giugno Charlet perdeva la vita.

(1) Il diario la Patrie narrando i casi di Parigi, scrisse allora cosi: «Un fuoco di feritori venne d’un tratto rivolto contra le case; le finestre e le facciate furono in parte distrutte; poi quelli entrarono in esse uccidendo quanti vi si trovavano nascosti; tra cui sei, scoperti dietro tappeti ammonticchiati per difendersi dalle palle, vennero moschettati su la scala del palazzo Lannes...» Il diario la Patrie essendo partigiano del Buonaparte e tra gli apologisti del 2 dicembre, la sua narrazione è in tutto degnissima di fede. — Dopo la trama di Stato quasi cento mila repubblicani furono condannati all’esilio, portati in Africa o relegati in perpetuo a Cayenne; la ferocia del Buonaparte giunse sino a far moschettare i prigionieri; la quale cosa ai giorni nostri si fa solamente dai Turchi, che noi a buon diritto chiamiamo barbari. Da trecentotrentasei presi nella notte del 4 dicembre, quando la pugna era posata, nelle case e per le vie, poche ore dopo sul campo di Marte perdettero la vita; e tali moschettainenti rinnovarono 'allora in pubblico; e secretamente poi, per molto tempo. Luigi Buonaparte faceva uccidere non per giusta sua difesa, ma per libidine di sangue o a sfogo di sue turpissime vendette; e come lui furono assassini i suoi complici; e quello che è peggio, che per lui andò allora vituperata l’assisa militare; i soldati ammazzavano in nome suo. Il luogotenente colonnello Caillaud, dell’antica guardia repubblicana, veduto prender di mira dei passeggeri, gridò: «Voi disonorate la vostra assisa! — Nella via del Sentier udissi un officiale degli Spaliis dire ai suoi soldati: u Tirate alle donne! «e allora caddero donne e bambini. — In nome del Buonaparte, il 3 dicembre, il notissimo Pieri, offri a Giacomo Criscelli, un córso, venticinque mila lire per uccidere Vittore Hugo.

(2) A difesa del feroce governo de' suoi proconsoli nelle provincie Luigi Napoleone fece spargere voci menzognere di atti orribili compiuti dai sollevati; nella quale opera ingannatrice ebbe l’aiuto di Froissard, il quale nel suo diario, la Patrie, non vergognossi di calunniare i concittadini suoi per amicarsi il principe. Fu scritto allora di spose di Prefetti, che ammogliati non erano; di uccisione del Sindaco, di genti d’arme e del Sotto-Prefetto di Joigny, ove non una goccia di sangue era stata versata; di rubamento al castello di Cormatin, di saccheggio e di incendio a quello di Saint Pont; e i signori di essi, Lacretelle e Latitine, confessarono di poi non aver patito danno veruno dai sollevati.

(1) La vittoria fu guadagnata dal Buonaparte non solamente con la violenza, ma anche con l’inganno. «Il Si, disse allora il Sindaco d’un villaggio ai contadini, è la repubblica; il No, contra questa.»

(1) Oltre le tante e grosse guerre imprese dai Turchi per abbattere quel formidabile antemurale della Cristianità, che nei passati tempi fu l’Austria, Selim I e Murad IV, in efferatezza certo superiori a Nerone, avevano proposto al Divano di mandare a morte quanti cristiani trovavansi nel loro imperio.

(2) Voler condurre a civiltà i Musulmani è impresa al di sopra d’ogni forza umana; ritenere ciò possibile è stoltezza; il Turco per incivilirsi deve gettare lungi da sé il Corano, e quando esso non crederà più al suo Corano, non sarà più Turco. Nessun Soldano fu tanto desideroso di riformare l’imperio quanto Mahmoud II; ma, a poca cosa gli sforzi suoi approdarono; ei distrusse quéi feroci e turbolenti pretoriani, che furono sempre i Giannizzeri — il 15 giugno 1826 — un tempo sostegno saldissimo dello Stato, ma divenuti poi inetti a difenderlo, perché degenerati dall’antico valore.

(1) Di quei giorni la Russia era piena di vita nuova e operosa; tutto faceva sperare che a civiltà si avviasse; mentre l'imperio musulmano andava ogni di più decadendo; esso era vecchio, non per gli anni, ma per le istituzioni barbare con le quali tuttavia si reggeva.

(1) Dodici milioni di cristiani di rito greco abitano l’imperio ottomano.

(2) Questi principati facevano parte dell’antico regno di Dacia. Trajano, nello annetterli all'imperio suo, stabiliva in essi alcune colonie latine e greche; d’allora gli abitatori di quelle provincie prendevano il nome di Rumeni. Nel 1848 i contadini levavansi in su Tarme per togliersi al servaggio e liberarsi dalle imposizioni feudali, che duramente pesavano su loro; ed eransi levati gridando: Viva la sovranità del Soldano. Mentre i Turchi entravano nella Valacchia per sedarvi la sollevazione, i Russi invadevano la Moldavia. Contra tale intervenzione armata il Divano protestava; ma di ciò lo Czar non curandosi, le armi sue non uscivano di Moldavia. Il trattato di Balta Liman dell’aprile 1848 metteva d’accordo que’ due Stati, ch’erano in procinto di guerreggiarsi; in forza di esso la Russia poteva intervenire ne’ principati, quando gravi circostanze il richiedessero.

(1) La base delle militari operazioni scelta da Omer Pachà era estesa di troppo; essa correva da quasi trecento miglia lungo il Danubio. Pochi sano i valichi di questo fiume in Turchia, avvegnaché le sue rive vi siano quasi tutte dirupate e paludose; nel 1828 i Russi l’aveano superato a Silistria.

(1) Nakimoff, prima di lasciare le acque di Sinope scriveva al Consolo austriaco di Sinope stesso per iscolparsi di quell’incendio: = la ostinata difesa delle navi nimiche e soprammodo il fuoco delle batterie dei cannoni di costa averlo obbligato a fare uso delle bombe; ma il maggior danno cagionato alla città essere provenuto dai frammenti incendiati dei legni turcheschi...; gli ordini datigli dal suo Governo toccar solo le navi di guerra; la squadra imperiale non avere avuto intendimenti ostili contra la città e il suo porto. — Non ostante il comando dato di rispettare Sinope, Nakimoff la mandava a rovina!

(2) La squadra russa, che combatté a Sinope, componevasi di sei grossi vascelli, di due fregate e di tre minori navi a vapore con settecentosessanta cannoni; altre quattro fregate stavano in crociera dinnanzi il capo Indjeh e nelle acque di Amastrah per impedire la via ai soccorsi che da Costantinopoli potessero giungere alla squadra di Sinope; la quale contava soltanto sette fregate, tre corvette e un picciolo legno a vapore con quattrocentosei cannoni.

(1) La squadra inglese contava venti legni —vascelli, fregate, corvette, ecc. — con millecentoventi cannoni; la francese era di quindici — pure di vascelli, fregate, corvette, ecc. — con novecentotrentadue cannoni. L’armata russa del Mar Nero componevasi di quaranta legni — vascelli, fregate, steamers e corvette — con due mila cannoni all'incirca. L'ambasciatore d’Inghilterra a Costantinopoli nello annunziare la partenza delle squadre confederate diceva: = Passare esse nel Mar Nero a proteggervi gli interessi della Turchia; ciò che non poteva rompere la buona amicizia, che legava la Russia ai due grandi Stati d’occidente.

(1) Erano nove battaglioni di fanti, due reggimenti di cavalleria e sedici cannoni; in tutto circa otto mila uomini.

(2) In sul cominciare del 1854 seicentoinila Russi campeggiavano 1«frontiere dell'imperio moscovita. L’ala destra di questa sterminata battaglia appoggiavasi al Baltico, stendendosi lungo i confini prussiani e austriaci; la parte di mezzo correva lungo quei della Polonia e della Transilvania sino al basso Danubio; e l’ala sinistra correva dal basso Danubio lungo le spiagge dell’Eusino settentrionale, e del mar d'Azof sino alla Georgia.

(1) Lettera del 23 gennaio 1853 dell’oratore d’Inghilterra in Corte di Pietroburgo a lord Russel.

(2) Nella memorabile sollevazione della Grecia del 1821 i grandi Stati d’Occidente avevano fatto della causa di essa una quistione europea, allo scopo di non lasciare tutto alla Russia il protettorato dei Greci; e avevano voluto mostrare altresì con lo intervenire armate quanto stesse loro a cuore il benessere dei cristiani d’Oriente: la creazione del regno di Grecia fu la prova dei loro benevoli sentimenti. Nel 1854 come la pensasse la Francia cel dicono le parole del Buonaparte all’Austria, minaccianti invasione di sue armi in quel regno, se avesse soccorso ai generosi dell’Epiro; i quali, levatisi per l’acquisto dell’indipendenza patria, combattevano vittoriosamente su le pianure di Peto, a Bucovitz, e campeggiavano intorno ad Arta e a Prevesa.

(3) Con tali parole alludeva alla missione del conte Orloff, inviato dallo Czar a lui per invitarlo ad essergli compagno nell’impresa di Oriente.

(1) I forti d’Hangoe stanno a cavaliere dell’entrata dei due golfi di Finlandia e di Botnia.

(1) Il Vladica del Montenegro, Danilo Petrovich, aveva messo fuors un manifesto, nel quale eccitava alla guerra contra la Turchia ckiv»sedeva un cuore forte e non di donna; e ricordando ai Montenegrini d’essere i figli dei vincitori della Cemagola, che un dì avevano domato tre Visir e preso d’assalto le fortezze del Soldano, diceva così: «Se non disprezziamo la patria, se non rinneghiamo la gloria degli antichi nostri eroi, riuniamoci e combattiamo in nome di Dio.»

(2) Il 6 aprile festeggiavasi in Atene l’anniversario della gloriosa rilevazione di Grecia del 1821. Alla ceremonia religiosa, alla quale erano soliti prender parte i rappresentanti di tutti i grandi Stati d’Europa. intervenne allora quel di Russia soltanto; il cannone delle navi di Francia e d'Inghilterra, che sorgevano su l’àncore nel porto del Pireo, stette muto contra l’usanza degli anni antecedenti; e con lo astenersi da tale festa eminentemente nazionale i Governi di Parigi e di Londra avevano inteso riprovare i generosi entusiasmi di quel popoli d’eroi! Procedere in verità non degno di quei Governi di libere nazioni.

(1) Appena assunti all’autorità suprema i uno vi Ministri di Gradi, in un bando ai popoli del regno, avvertivano questi: = Essere stata da Ottone promessa a Francia e ad Inghilterra la neutralità assoluta nella contesa russo-turca; stimare essi pure le loro nobili simpatie per li fratelli che stavano tuttavia sotto la dominazione musulmana; l’avvenire della patria trovarsi però nelle mani della Provvidenza... onde essi dovevano distinguere il possibile dall’impossibile. = Poco appresso l’oratore di Russia in Corte di Grecia lasciava Atene per comandamento dello Czar; il quale, scrivendo al Re, significavagli di voler farsi rappresentare soltanto nelle Corti indipendenti.

(2) A Patrasso, a Negroponte, a Vanitza e a Stilide e lungo le coste di Grecia stavano navi di guerra di Francia e di Bretagna per impedire alle elleniche di portare armi e armati ai campi di Tessaglia e d’Epiro; né paghe di ciò esse comandavano ai loro ammiragli che gettassero al mare le munizioni di guerra dei legni che avrebbero catturati e di consegnare ai Turchi i soldati greci che si trovassero su quelli: e così fecero. Barbier de Tinan, ammiraglio di Francia, minacciò di consegnare ai tribunali militari chi tentasse passare nelle provincie ribellate: Barbier de Tinan voleva far la guerra da barbaro!

(2) «Animati dal desiderio di mantenere il contrappeso degli Stati in Europa, e non avendo scopo interessato, le alte parti contraenti rinunziano a qualsiasi vantaggio particolare che gli avvenimenti potrebbero produrre.» — Articolo iv del trattato conchiuso tra Francia e Inghilterra il 10 aprile 1854.

(1) I Russi avevano tirato alcuni colpi di cannone contra la nave a vapore Furious, portatasi a Odessa per imbarcare i consoli di Francia e d’Inghilterra.

(2) Il 20 maggio Hamelin e Dundas trovavansi con le loro squadre nelle acque di Baltchik, porto della spiaggia bulgara.

(1) Il trattato del 20 giugno 1854.

(2) Per le vie di Hermanstadt e di Kronstadt l’esercito austriaco entrava, il 20 agosto, in Valacchia, e il 6 agosto in Bukarest; guidavalo il luogotenente maresciallo Coronini, il quale era nativo di Romenia.

(1) La fortezza di Bomarsund signoreggia lo stretto che separa la maggiore dell'isola di Aland da quella di Presto.

(2) Era di duemila quattrocento soldati, comandati dal vecchio generale Bodisco. Non potendo tenersi dai confederati, Bomarsund venne distrutta il 2 settembre.

(1) «Deggionsi trovare ancora dei Russi nella Dobrutscha; fate dar loro la caccia e riportate qualche vantaggio, del quale si possa fare da noi una vittoria da offrire all’Imperatore per le feste nazionali del 15 agosto. Espinasse sarebbe forse il migliore dei vostri generali per un assalto improvviso di questo genere.» Cosi scriveva Saint-Arnaud a Canrobert In quella spedizione la divisione d’Espinasse perdette sei mila uomini; causa di sì grave perdita, le mortifere esalazioni delle paludi di quel paese.

(2) Saint-Arnaud, nello aringare in Gallipoli i soldati suoi, lor parlava queste parole: «Noi siamo qui venuti per proteggere i nostri alleati contra gli assalti dello Czar. Grande é la nostra missione... Il nostro Imperatore altro non vede in essa fuorché la gloria e la prosperità della Francia; egli attende da voi che nella lotta, la quale dovrete presto combattere contra i barbari del settentrione, abbiate a comportarvi da valorosi e ad accrescere l’incomparabile gloria della Francia,» — Strana cosa in verità udire un generale francese chiamare barbari gli abitatori della Russia, proprio allora che guidava eserciti a difesa della barbarie turchesca e di quel Governo che aveva soldati bestialmente e sfrenatamente inumani, ciò che era stato poco innanzi confessato dai consoli di Francia e di Bretagna in Prevesa nei loro manifesti ai cristiani dell’Epiro!

(3) Ventottomila contavansi i Francesi, ventisei mila gli Inglesi, ottomila i Turchi.

(1) Eupatoria, o Kostof, trovasi a dieciotto leghe a settentrione di Sebastopoli. Il nome d’Eupatoria le venne dal grande Mitridate Euptore, al quale l’ebbero tolta i Romani per unirla alla loro signoria; allora fu città ricca e potente; oggidì è vuota d’abitatori e povera; picciolo è il suo porto, ma securo. I confederati con la occupazione di Eupatoria minacciavano la via di comunicazione di Sebastopoli con Perekop. — Vedi l’Atlante.

(2) Le coste d’Eupatoria e di Sebastopoli erano state esplorate e riconosciute da Canrobert sino dal giugno con tre navi a vapore delle squadre confederate.

(3) I Turchi non presero parte alla giornata dell'Alma.

(4) L’imperatore Napoleone, preveggendo che il maresciallo Saint-Arnaud non avrebbe potuto resistere ai disagi della guerra, aveva dato a Canrobert, innanzi ch’ei partisse per l’Oriente, il decreto di nomina al comando supremo dell’esercito nel caso che Saint-Arnaud infermasse.

(1) I campi dei confederati stendevansi dal Capo Chersoneso al villaggio di Kadikoi, che giace a breve distanza di Balaklava e dove s incontrano le vie di Sebastopoli e Simferopoli; i campi francesi stavano a destra, gli inglesi a sinistra, i turchi dietro a questi ultimi. Alla bombardata del 17 presero parte le squadre dei confederati; quella francese aveva già dato a Canrobert, per l’assedio, trenta artiglierie, quaranta ufficiali e mille marinai, sotto il comando del capitano di vascello Rigault de Genouilly.

(2) I Francesi campeggiavano il terreno che corre tra il burrone della Quarantena e quello del Laboratorio; gli Inglesi, quello che trovasi tra quest'ultimo e il monte Sapoun; i Turchi stavano presso Balaklava. Menschikoff, lasciata Bakchi-Sarai, erasi posto su l’alture della Tschernaia da Inkermann a Tchorgoun.

(1) Al romoreggiare del cannone corse il generale Canrobert a Raglan a offrirgli l’aiuto di sue genti; non Faccettò il generale inglese nella speranza di poter da solo tenere testa al nimico; ma quello aiuto richiese più tardi; 0 l’ebbe subito ed efficacissimo; però che il generale Bosquet sin dal cominciare della pugna si fosse avvicinato con la sua divisione alla sinistra delle battaglie inglesi e avesse pur egli offerto il suo appoggio ai generali Cathoart e Brówn,

(1) «L’Austria — così Drouyn de Lhuys, allora Ministro sopra le faccende esterne, in sua lettera del 6 dicembre 1854 alla Legazione francese in Torino — si obbliga a proteggere i Principi i contra ogni offesa dell’esercito russo, ma l’occupazione di queste provincie non metterebbe ostacolo veruno all’azione dell’esercito turco e dei guerreggianti alleati alla Turchia. In una parola, le file degli Austriaci dovrebbero aprirsi davanti alle schiere francesi, inglesi e turche dirette per la Valacchia e la Moldavia contra i Russi e il loro territorio.» — Se l’Austria avea ciò promesso alla Francia — come proverebberlo le parole di Drouyn de Lhuys — perché quella opponevasi allora al passaggio dei Turchi per li Principati? non era dunque questa la solita fede del Governo di Vienna?

(1) Alla milizia generale dell’imperio venivano chiamati cittadini h tutte le classi, di tutte le condizioni. — Se gli apprestamenti guerreschi dello Czar palesavano gli intendimenti suoi di continuare la lotta, la festa piena di entusiasmo, con la quale il 31 marzo i Russi celebravano nella antica metropoli della signoria moscovita l’anniversario della presa di Parigi del 1814, mostrava quanto odio nutrissero contra gli invaditori stranieri.

(2) «La mia persona, così scriveva Canrobert a Pelissier, in seguito ad avvenimenti impreveduti, sembra creare serii ostacoli alla effettuazione dei disegni dei due Governi; è pertanto dovere mio, e per lo servizio dell’imperatore e verso il mio paese, di ritirarmi, e ho sollecitato da Sua Maestà il permesso di darvi il comando supremo dell’esercito, permettendomi di riprendere quello della mia antica divisione.»

(3) Canrobert era solito dire: «Non si può fare tutto in una volta.»

(4) Ricorderò l’assalto dei Francesi nella notte del 23 febbraio alle difese russe, innalzate allora da Totleben presso la baia del Carenaggio; assalto vigoroso ma fallito, per esservisi il nimico — di quell’assalto avvertito — trovato forte di numero e di armi. Ricorderò l’uscita notturna del 17 marzo da Malakoff; l’altra pure de' Russi, del 23 di quel mese stesso, contra gli approcci del poggio Verde; l’assalto fortunato de' Francesi, nella notte del 12 aprile, alle posture occupate dal nimico dinnanzi a Malakoff; e l’assalto del Cimitero felicemente compiuto da quelli nella notte del primo maggio.

(1) Discorso del 3 luglio 1855.

(1) Il supremo Magistrato dei cittadini a Londra viene chiamato Lord Mayor.

(2) Chiuse le conferenze, l’imperatore d’Austria licenziava parte dell’esercito suo.

(3) Nel suo discorso a' due Parlamenti l’imperatore parlò cosi dell’Austria: «Noi aspettiamo da essa il pieno adempimento di quanto ci promise al suo entrare in lega con noi, di appoggiarci cioè con le sue armi, qualora il negoziare con Russia non ci conducesse a pace. È bensì vero che l’Austria allora ci propose di guarentire l’indipendenza della Turchia mediante un trattato e di ritenere altresì quale casus belli lo accrescersi nel Mar Nero delle navi russe esistenti innanzi il romper della guerra; ma tale proposta non potevasi accettare...» — Il tacere di Napoleone in quel discorso de' suoi alleati, che al pari di Francia sopportavano duri sacrifizi nello interesse della pace europea, spinse il marchese di Villamarina e lord Cowley, oratori di Sardegna e di Bretagna in Corte di Parigi, a muovere lamenti al Governo imperiale: e in verità tanta dimenticanza era imperdonabile!

(1) Fu il 29 dicembre.

(1) Napoleone, dopo aver detto che la Francia non aveva alcuna mira di ingrandimento, soggiungeva: «Essa vuole solamente resistere a usurpazioni pericolose. Così io amo affermarlo altamente, essere ornai il tempo delle conquiste passato per sempre.»

(2) Parole dell’Imperatore al conte di Morny, Presidente dell’Assemblea legislativa.

(1) Quelle bombe son conosciute sotto il nome di bombe all’Orsini.

(1) Il Moniteur col pubblicare la coraggiosa difesa di Giulio Favre e la lettera d’Orsini all'Imperatore aveva fatto fatto nascere nell’animo di tutti la speranza di veder mutata la pena di morte in quella di prigionia a perpetuità; ma la grazia aspettata, e certo desiderata dai buoni, non venne.

(2) Storia d'Italia, vol. IV, cart. 18; Milano 1864.

Questa affermazione dell’Anelli, giustissima nella maggior parte degli attentati alla vita dei Sovrani, ebbe di questi tempi in Italia una solenne smentita; il giovane re Umberto I lasciava la vita al Passannante. che in Napoli aveva tentato toglierla a lui; il quale atto generoso torna somma gloria del Monarca e a onore della civiltà d'Italia nostra.

(1) Alla vita di Luigi Filippo si attentò il 19 novembre 1832; il 28 luglio 1835 — e fu da Fieschi; — il 25 giugno 1836; il 27 dicembre pure del 1836; il 15 ottobre 1840.

(2) Ai fuorusciti politici l’Inghilterra concede ospitalità che non ha limiti. Santo è il diritto di asilo; ma l’ospitalità non deve giugnere sino a dar protezione agli assassini. In Londra fu gridato martire il Pianori, che aveva in Parigi perduta la vita sul patibolo per avere, il 28 aprile 1854, attentato a quella dello Imperatore; e a commemorare il suo atto di coraggio gli Inglesi coniarono una medaglia.

(3) Poco dopo l’attenuto d’Orsini l'Imperatore parlava così all’Assemblea legislativa: «Se io soccombessi, l’imperio sarebbe ancoratili assodato dalla mia morte, perché l’indegnazione del popolo e dell’esercito formerebbe un valido sostegno al trono del figliuol mio.» Fu allora che istituì un consiglio di Reggenza, preveggendo il caso che egli avesse a mancare prima che dal figlio suo fosse stata raggiunta la maggiore età. L’istituzione della Reggenza incontrò il favore universale, avvegnaché con essa si reputassero assicurati l’avvenire dell’imperio e la tranquillità del paese.

(1) Correva allora la fama che Russia e Francia si fossero legate per una reciproca difesa; davano credito a quella fama le simpatie, che vicendevolmente mostravansi di possedere, Napoleone e Alessandro di Russia.

(1) «Non saprebbesi dire sino a qual punto il soldato francese spinga l'industria e l'ardimento suo;» così il maresciallo di Sassonia,

Colonnello Edoardo De La Barbe Dupabcq, Biographie et Maximes de Maurice de Sane, cart. 144; Parigi, 1851.

(1) «Sire! — cosi Cavour al Re — Alcune voci contrarie alle proposte del Governo, emesse nel corso di questa sessione legislativa del Senato del Regno, hanno fatto nascere il dubbio che il Ministere più non ne goda la fiducie. Trattandosi d’una Assemblea sostanzialmente conservatrice e composta d’uomini gravi, un tal fatto non potrebbe fondarsi fuorché su l’opinione da molti di loro per avventura concepita, che il Ministere, sebbene appoggiato dalla grande maggioranza della Camera elettiva, in realtà più non goda la confidenza della maggioranza della Nazione: in tale condizione ci sembra rigoroso dovere dei Ministri... che hanno necessità di sentirsi forti della simpatia del paese e del sicuro concorso dei due Parlamenti, di proporre rispettosamente a V. M. , che voglia interrogare, per via di nuove elezioni, il libero voto della Nazione.»

(1) Il processo ebbe fine il 12 mono 1855; dei settantacinque imputata di ribellione, nove venivano condannati a prigionia diverse; gli altri recuperavano piena la libertà, tra questi tre parroci.

(2) Maometto II, il conquistatore di Costantinopoli, aveva data facoltà al patriarca Geradios di ordinare la Chiesa Greca secondo le antiche sue leggi . Il Soldano dei Turchi aveva trovate giustissime le parole di quel patriarca, cioè che il Corano non dev’essere giudice del Vangelo, né il Vangelo giudice del Corano; che Cristiani e Musulmani dovevano per conseguenza avere leggi e giudici propri. — Cosi fu da principio; ma l’intolleranza più barbare e l’ingiustizia vennero subito d'affliggere la Chiesa; però che un Cristiano non potesse deporre in giudizio contra un Turco, né ottener ragione, se non presentando due testimoni Turchi; non erano dunque i Cristiani protetti da legge veruna.

(3) Maometto II e tutti i successori suoi, non ostante la fede data, violarono sempre i diritti concessi alla Chiesa Greca a' tempi della conquista di Costantinopoli. Lo czar Niccolò, che voleva fosser quei diritti tornati in onore, rispettati e mantenuti in tutta loro pienezza, domandava allora che venissero guarentiti da un trattato internazionale.

(1) Nel settembre del 1853 Felice Orsini doveva muover da Sarzana contra i ducati estensi per sollevarli; ma innanzi dar principio alla impresa, egli era arrestato e tradotto a Genova, ove patì due mesi di prigionia. Nel maggio del 1854 Mazzini, deliberato di ribellar Sicilia e Lunigiana, offri va il governo delle spedizioni a Garibaldi e a Medici; non accettandolo questi, Felice Orsini assumeva il carico di guidare la spedizione di Lunigiana; che pur fatti, come dicemmo, per la vigilanza del Governo sardo.

(1) Nei memorandum, presentato il 28 dicembre a Gortschakoff, Austria, Francia e Inghilterra facevan conoscere alla Russia: 1° I cinque grandi Stati d’Europa dover essere mallevadori dei privilegi accordati dai Soldani dei Turchi alla Serbia, alla Moldavia e alla Valacchia; ritenersi quindi abolite le convenzioni antecedentemente fermate tra la Russia e la Porta; 2° libera, per quanto possibile, la navigazione dei basso Danubio, e la giurisdizione territoriale, esistente in virtù dei terzo articolo dei trattato di Adrianopoli, doversi surrogare da un sindacato, il quale abbia a distruggere, ciò che chiude gli sbocchi di quel fiume; 8° il trattato dei 13 luglio 1841 dovere modificarsi in modo che l’imperio ottomano abbia proprio a far parte dei contrappeso degli Stati d’Europa, e che la Russia non sia più preponderante nei mar Nero; 4° la Russia, rinunciando al protettorato dei cristiani, di rito orientale, sudditi alla Turchia, dover parimenti rinunciare alle convenzioni dei trattati antichi, specie di quel di Koutchouk-Kaïnardji, la cui mala interpretazione è stata la cagion prima della presente guerra. — Lo Czar, appena gli furon note le guarentigie a lui chieste dalla Lega — guarentigie allora chiamate i quattro punti, e che Nesselrode affermava non potersi accettare, perché offendevano l’onor della Russia metteva fuora un manifeste alla nazione, col quale chiariva gli intendimenti suoi. u Penetrati dai nostro dovere di cristiani, ei diceva, noi non possiamo desiderare la continuazione della guerra; non respingeremo quindi le proposte di pace e le condizioni di questa se non feriscono la dignità dell'imperio e il benessere de' sudditi. Ma un altro sacro dovere ci ordina in questa lotta ostinata a tenerci pronti a tutti gli sforzi e sacrifizi, che esigonsi dalla grandezza delle imprese fatte contra noi. Se vi sarà il bisogno, noi tutti faremo fronte ai nostri nimici gridando: La spada in mano, la croce sul cuore per difendere quei beni, che sono i più preziosi sulla terra: la sicurezza e l’onor della patria.» Queste parole certo non suonavano pace, ma resistenza sino allo estremo; ed erano degne di lui che le aveva pronunziate.

(1) L’imperatore Napoleone, per incoraggiare Francesco Giuseppe alla guerra contra la Russia, prometteva allora di guarentirgli il possesso delle sue provincie italiane e l’integrità della Toscana e dei ducati padani; in oltre, assicuravalo che la Sardegna darebbe armi alla Lega o lascerebbe presidiare Alessandria da soldatesche austriache.

(2) In difesa della sua politica, oltre ogni dire infida, l’Austria diceva: — Sè essere stata sempre conservatrice, e ciò per la sua postura geografica in Europa, della quale aveva ognora protetti e difesi gli interessi.

(3) Cavour, che a nessun conto voleva rimanersi neutrale in quella guerra, mostrossi da prima inchinevole alla proposta del Governo inglese: ma opponendosegli sempre Lamarmora, ministro sopra le armi, e il generale Dabormida, ministro sopra le faccende esterne, affermando che la Sardegna non potrebbe mai in nessuna circostanza prestare i suoi soldati, ma darli però come alleata, Cavour indusse Francia e Bretagna a riceverla come tale nella guerra d’Oriente.

(1) In tale convenzione militare era stato pure stipulato che il corpo d’esercito sardo doveva essere tenuto sempre a numero.

(2) Ebbero segnata quella convenzione Cavour, per Vittorio Emanuele; Guiche, per l’Imperatore dei Francesi; Hudson, per la Regina d’Inghilterra.

(1) Il generale Dabormida, allora ministro sopra le faccende esterne, al quale troppo ripugnava quella guerra, rassegnava l’officio suo, che veniva assunto da Cavour; onde i ministri riducevansi a cinque: Cavour, Rattazzi, Lamarmora, Cibrario e Paleocapa.

(2) Il primo del gennaio 1855 Vittorio Emanuele, ai Deputati dei due Parlamenti inviati a lui per ossequiarlo, parlava queste parole: «Abbiamo passato un anno di prove dolorose, né quello che ora principia si presenta sotto migliori auspici e forse noi pure saremo chiamati a prendere parte ai grandi fatti che stanno per compiersi in Europa; ma forte del vostro costante appoggio io aspetto con fiducia l'avvenire.»

(1) ln sul finire del marzo uno scritto di Mazzini correva per Genova e per Torino; in quello l’indomito agitatore d’Italia riprendeva con dure parole l’entrar di Sardegna nella Lega occidentale e la guerra da essa inditta alla Russia; in oltre, egli eccitava il soldato a disobbedire, a disertare dalla bandiera. Atto vituperevole — che macchia il carattere di quell’uomo sotto tanti rispetti benemerito della patria — spingere il soldato a disonorarsi; chè disonorato è chi fugge la nazionale bandiera!

(1) Le giornate del 24 e 25 luglio 1848.

(1) Il Governo del Re, conosciuta l’allocuzione di Pio IX, con sua lettera circolare del 4 febbraio prescriveva ai capi delle provincie del Regno d’impedire, che del monitorio papale si avesse dal clero a far tema di predicazione.

(2) Il Monsignor Franzoni, appena seppe del promulgarsi della legge sui conventi, pubblicò un manifeste al clero della sua diocesi, col quale comandavagli d’impedire, in quanto gli fosse possibile, il mandarsi a effetto di quella; onde l’Arcivescovo di Torino veniva allora processato per eccitamento alla disobbedienza delle leggi delle Stato.

(1) Riunione del Parlamento dei Deputati del 17 febbraio 1855.

(2) Fu il 28 aprile.

(1) «Gli ordini religiosi, le cui case vengono colpite dall’articolo primo della legge suddetta, sono gli infraindicati: Ordini religiosi di uomini; Agostiniani calzati e scalzi; Canonici Lateranensi e i regolari di sant’Egidio; Carmelitani calzati e scalzi; Certosini; Monaci Benedettini Cassinesi; Cistercensi; Olivetani; Minimi; Minori Conventuali, Osservanti, Riformati, Cappuccini; Oblati di santa Maria; Passionisti; Domenicani; Mercedàri; Servi di Maria; PP. dell’Oratorio o Filippini. Ordini religiosi di donne; Chiarisse; Benedettine Cassinesi; Canonichesse Lateranensi; Carmelitane scalze e calzate; Cistercensi; Crocifisse Benedettine; Domenicane; Terziarie; Francescane; Celestine o Turchine; Battistine.

«Ordiniamo che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserto nella Raccolta degli Atti del Governo, mandando a chiunque spetti d’osservarlo e farlo osservare.

«Torino, 29 maggio 1855.

«Vittorio Emanuele.»

Nel reame di Sardegna trovavansi allora seicentoquattro case di religione con ottomila cinquecentosessantatré uomini e donne; la legge su le comunità monastiche faceva chiudere trecentotrentuna casa; i cui frati e le cui monache — in numero di quattromila cinquecentoquarantatré — potevano tornare alle loro famiglie o vivere nel religioso consorzio sino al finir de' loro giorni.

(1) Il 31 maggio l’amministrazione dello Stato erasi modificata così: Cavour, Presidente e Ministro sopra le rendite dello Stato; Cibrario, sopra le faccende esterne; Ratazzi, sopra le interne; Deforesta, sopra la grazia e la giustizia; Lanza, sopra l’istruzione pubblica; Durando, sopra le armi; e Paleocapa, sopra i lavori pubblici.

(2) Allo intente, invero lodevolissimo, di far si che tutti i reggimenti dell’esercito avessero a prender parte alla guerra, se ne ordinarono di temporanei con un battaglione di ciascheduno di quelli. In modo analogo formaronsi le brigate delle artiglierie, il reggimento di cavalleggieri e il battaglione di soldati degli ingegneri militari.

(3) Erano stati tolti ai venti reggimenti dell’esercito stanziale.

(4) Ogni batteria constava di sei cannoni.

(1) L’esercito sardo di Crimea superava di molto la potenza di milizia patteggiata con Francia e Inghilterra nella convenzione militare del 26 gennaio di quell’anno; avvegnaché contasse diciottomila soldati, mentre sua parte contingente all’esercito della Lega doveva essere di quindici mila, come già sopra dicemmo.

(2) Il comandante del Creso — nave inglese — quando vide di non poter domare l'incendio, fece tagliare le gomene con le quali rimorchiava il Pedestriam, su cui stavano soldati e munizioni da guerra. cito sardo, imprese da noi con bastevole larghezza narrate al capitolo decimo del volume secondo di queste istorie.

(1) Vedi l'Atlante.

(2) I Tartan di Crimea chiamano l'istmo di Perekop Orkapu, cioè porta doro.

(3) I forti di Sebastopoli chiamavausi cosi: del Lazzeretto; Alessandro; torre Massimiliana; Niccolò; Paolo; Caterina; Costantino o del Settentrione.

(4) I ridotti esterni di Kamchatka — o del Poggio Verde — di Seleguinsk, di Wolinski e il fronte bastionato orientale che corre dal burrone del Laboratorio al gran porto presso la baia di Kilene o del Carenaggio, furono costrutti durante lo investimento e l'assedio di Sebastopoli.

(1) L’antica Teodosia.

(1) Fu il 19 maggio; vedi volume 11, capitolo X, cart. 661 di queste istorie.

(2) È l’antico Bosforo Commercio.

(1) Erano comandati dai generale Wrangel.

(2) Costruita nel 1706 da Pietro il Grande, Taganrok veniva distrutta in forza del trattato di Pruth conchiuso da quello con la Turchia, ed era poi riedificata nel 1769. All’epoca, di cui narriamo i casi, Taganrok contava venti mila abitanti all’incirca.

(3) Nel dubbio che il nimico avesse a impadronirsi di Soujak e di Anapa, terre fortificate della costa circassa, i Russi le smantellavano; in quelle perdevano gli ultimi loro appoggi fortificati su la marina di Circassia.

(1) Il Times

(1) Histoire de la guerre de sept ans, 1767.

(1) Egli era nato il 27 marzo 1799. Entrato nell'esercito il 28 luglio 1814 faceva le sue prime armi nella guerra contra Napoleone, il quale, fuggito di sua prigionia dell’Elba, aveva ripreso la corona imperiale di Francia. Alessandro Lamarmora fu il creatore del Corpo dei Bersaglieri — soldati leggieri, che salirono in grande fama nelle guerre di indipendenza nostra — e armolli d’una carabina da lui stesso inventata; il decreto d'istituzione di quel Corpo ha la data del 18 giugno 1886.

(2) Più di mille nello spazio di brevi giorni.

(1) L’assalto doveva cominciare alle tre del mattino. I Russi erano usciti fuora alle due e mezzo; un quarto d’ora dopo scontravansi con le ascolte francesi.

(1) Le quattro guarentigie — o i famosi quattro punti — trovansi nella nota a cart. 118 del presente volume.

(1) Vedi l'Atlante.

(1) Una brigata di fanteria musulmana trovavasi a destra di Kamara; un’altra su le alture di Alsu dinnanzi al guado della Tschernaia, il guado di Kutcka; una terza in fine su la vecchia strada di Baidar, non lungi dalla divisione di cavalleria di D’Allonville.

(2) Questo canale portava un tempo le acque della Tschernaia a Sebastopoli.

(3) Traktir è nome russo che significa Locanda. A Traktir il fiume. e il canale distano cento metri all'incirca.

(4) Gortchakoff conduceva all'assalto de' campi francesi e sardi su la Tschernaia da cinquantamila fanti e sei mila cavalli con più di venti batterie di cannoni.

(1) Erano gli obici d’una batteria collocati presso quelle della divisione Trotti.

(2) Makensie era un khutor — o fattoria — fortificato.

(1) Pélissier e Gortchakoff fermarono subito una sospensione d’armi per quarantotto ore, allo scopo di dar sepoltura ai caduti sul campo. I Kuui seppellirono de’ loro milledugento soltanto, però che i Francesi avessero già sotterrati di essi duemila centoventinove.

(2) Tra esse trovavansi i poderosi cannoni Lancaster degli Inglesi.

(1) Imboscate nel vero significato della parola non erano queste dei Russi; i quali avevano, esteriormente alle fortificazioni e rimpetto alle batterie nimiche, scavate delle buche, entro cui i feritori nascondevansi per trarre contra gli artiglieri di quelle.

(2) Il generale Niel scrisse allora, che gli approcci de' Francesi erano a quaranta metri dai bastione Centrale, a trenta da quello dell’Albero, a venticinque da Malakoff e dai Picciolo Dente; quei degli Inglesi a tagento dal Gran Dente per le difficoltà del terreno.

(3) Nei loro campi di destra e sinistre i Francesi avevano costrutte ottantatré batterie, munite di cinquecentonovantanove cannoni e mortai, tra i quali centoventi della squadra coi marinai-artiglieri; gli Inglesi nel loro campo, che stava in mezzo ai due dei Francesi, avevano costruite trentadue batterie, armate di dugentoquattro artiglierie, tra cui i poderosi cannoni Lancaster.

(1) Questo bastione ebbe nome da un grande albero, che un giorno portava la bandiera imperiale di Russia. In tempo di guerra la bandiera veniva surrogata da una specie di gabbia, entro la quale un soldato stava continuamente alla guardia dei campo nimico.

(1) I Zuavi, o Zuaves, abitano il paese di Zuavia nelle montagne del Giurgiura, provincia di Costantina. Uomini valorosissimi, vennero dagli Stati Barbareschi dell’Africa settentrionale soldati ne’ loro eserciti. I Francesi trovaronli in Algeri al tempo della conquista e li condussero ai loro stipendi allo scopo di avvicinarsi i naturali del paese e di amicarseli. Nel 1830 il generale Clansel istituì due battaglioni di Zuavi, mettendo in essi Algerini e Francesi; li armò, li esercitò negli ordini della milizia europea, ma li vesti alla turca. Non molto di poi separò gli Algerini dai Francesi formando di quelli e di questi compagnie speciali; a poco a poco l’indigeno scomparve, ed ora i battaglioni di Zuavi constano per la massima parte di soldati francesi.

(1) Le genti di Dulac erano ferite altresì per fianco dalle artiglierie delle navi da guerra ancorate nella grande rada di Sebastopoli, e che allora eransi accostate alla baia di Kilene, o del Carenaggio, per battere con maggiore efficacia gli assaltatori del Picciolo Dente.

(2) All’assalto del bastione Centrale furono uccisi i generali Rivet e breton; feriti, i generali Trochu e Couston; feriti parimenti il maggiore Govone, il capitano Piola e il luogotenente Galli dell’esercito sardo, che accompagnavano allora il generale De Salles.

(1) Fu nella sera del 9 che Cialdini riedeva a suoi campi di Kamara.

(2) Le ultime navi della grande armata del mar Nero vennero incendiate il 12 di quel mese di settembre.

(3) Tra i morti, i generali Saint-Pol, De Marolles, De Pontevès, Breton e Rivet; tra i feriti, i generali Bosquet, De la Motterouge, Bisson, Bourbaki, Trochu e Couston.

(4) L’armata anglo-francese degli ammiragli Lyone e Bruat doveva in quella giornata portarsi dinnanzi il forte della Quarantena, il forte Alessandro e avanzarsi entro la grande rada allo scopo di divertire da quella parte l’attenzione dei Bussi; ma non fu possibile ad essa di levai l’ancora, causa un violento maestrale che agitava il mare. Le bombe che lancio contra quei forti non furono senza efficacia per l’impresa.

(1) I confederati trovarono in Sebastopoli quattro mila artiglierie, cinquanta mila proietti, venticinque mila chilogrammi di rame e cinquecento àncore.

(2) Ecco le forti parole con le quali lo Czar faceva conoscere agli eserciti suoi la caduta di Sebastopoli: «... Per undici mesi il presidio di Sebastopoli contese al nimico ogni palmo di terreno intorno alla città; tutti i suoi fatti di guerra provarono il più splendido valore. Una terribile bombardata, quattro volte ripetuta, e il cui fuoco può a ragione chiamarsi infernale, scosse bensì le mura della nostra fortezza, ma non potè rompere lo zelo costante de' suoi difensori... Ma anche per gli eroi havvi un limite. L’otto corrente, dopo che furono respinti sei disperati assalti, il bastione di Korniloff venne a mano del nimico; e il comandante supremo dell’esercito di Crimea, a impedire lo spargimento del sangue prezioso dei suoi commilitoni — che in tal caso sarebbesi sparso inutilmente — passò alla parte settentrionale della città, non lasciando al nimico che sanguinose rovine... Riconosco mio sacro dovere d’esprimere al presidio di Sebastopoli in nome mio e in nome di tutta la Russia la più viva riconoscenza per aver difeso la fortezza quasi un anno... il nome di Sebastopoli, che acquistossi gloria immortale per le tante sofferenze patite, e i nomi de suoi difensori rimarranno eternamente nella memoria e nel cuore di tutti i Russi, insieme a quelli degli eroi, che si resero gloriosi sui campi di Pultava e di Borodino.»

(1) Dicevasi allora il conte Colloredo essere stato inviato dal Governo austriaco a portare a quei di Francia e d’Inghilterra la buona novella che lo Czar era pronto a riprendere il negoziar di pace, fallito già nelle ben note conferenze di Vienna.

(2) Nell’Ukase imperiale leggevasi cosi: «A portare a numero l’esercito nostro di Crimea, assottigliato dalle gravi perdite sofferte nella guerra, e metterlo in istato da potere respingere i nimici, decretiamo una levata generale nell’imperio di dieci uomini per ogni migliaio... la quale comincerà il 15 novembre e dovrà essere condotta a termine per la metà del dicembre 1855.»

(3) Il quartier maggiore di Pélissier trovavasi circa a metà della via da Kamiesch a Kadikoi.

(1) L’istmo di Sasik 4 formate dai mare e dai lago di Sasik.

(1) In sul cominciare d’ottobre era stata condotta a buon fine una spedizione contra Tasman e Fanagoria, porti militari dei mar d’Azof: distrutte le fortificazioni di quelle terre, le squadre unità tornavano a Kamiesch cariche d'artiglierie, di munizioni di guerra e di vettovaglie tolte ai Russi.

(2) Il presidio contava millequattrocento soldati e quaranta officiali.

(3) Perduta Kinburn, che Bazaine presidiò subito con un reggimento di fanti, il nimico fece saltare in aria il forte Otchakoff e le batterie che stavano attorno ad esso.

(1) Durante l’inverno i Russi avevano accresciute le difese di Kronstad e collocate nei basai fondi del mare, i quali circondano l'isola, delle macchine per offendere le navi nimiche che le si avvicinassero.

(2) Fu scritto, che in quei tre giorni di fuoco perissero o rimanessero feriti da diciotto mila soldati e cittadini.

(3) «... ogni assalto contra questa sentinella — Kronstad — avanzata di Pietroburgo era impossibile... » Cosi gli ammiragli Parseval-Peschénes e Napier nel giugno 1854.

(1) Eran da tre mila i soldati sardi della seconda spedizione.

(2) La seconda della quinta legislatura del Parlemento subalpino.

(1) Di ritorno a Torino, Vittorio Emanuele agli amici, che pregavanlo volesse dir loro qualche cosa de' colloqui da lui avuti con l’imperatore Napoleone, rispondeva: «Se parlar potessi, udireste grandi disegni e più grandi imprese! Basta: o Re d’Italia, o semplice signor di Savoia.»

(2) Vittoriosa da prima sul Danubio, la Turchia trovavasi allora in Asia ridotta a mal partito.

(1) Cavour, nella discussione del trattato di pace avvenuta nel Parlamento subalpino il 6 maggio 1856, ebbe ad affermare, che le grandi rivoluzioni non si operano con la penna; la diplomazia essere impotente a cambiare le condizioni dei popoli; non potere essa al più che sancire i fatti compiuti e dar loro forma legale, — In fatto, le grandi quistioni furon sempre risolute con le armi; se dunque i diplomatici valgono solo a dare sanzione ai fatti compiuti — come disse quel celebre uomo di Stato, che fu Camillo Cavour — possiamo a buon diritto asseverare, come asseveriamo, essere i diplomatici la gente più inutile del mondo, e sovente di danno ai veri interessi dei popoli.

(2) Poco su, poco giù le basi per gli accordi consistevano nei famw quattro punti, tanto discussi nelle note conferenze di Vienna; sui terzo dei quali — lo scoglio contra cui le conferenze eransi rotte — en facile allora conciliarsi per le ragioni che tra breve esporremo; l’Austria poi aveva messo innanzi la neutralità assoluta del mar Nero.

(3) L’imperatore Alessandro trovavasi allora quasi solo; la Svezia col trattato conchiuso a Stokolm il 21 novembre 1855, erasi accostata a Bretagna e a Francia; e la Danimarca, tanto legata in amicizia con la Russia, pareva allora inchinevole a seguire la politica della Corte svedese.

(4) L’Auatria, niegando alla Sardegna il diritto di prender parte al Congresso, volevala esclusa; ma da Francia e da Bretagna sostenuto vittoriosamente quel dritto della loro alleata, fu forza all’Austria di accettarla.

(1) Parole pronunciate da Cavour il 6 maggio nei Parlamento subalpino, alle quali aggiugneva quanto segue: «... con la consacrazione di questo principio a cui l’Inghilterra si è associata, vediamo scomparire una delle principali cause che potevano rompere l’alleanza occidentale, e far scendere nei campi della guerra le nazioni che sono a capo della civiltà.» — La proposta di questo nuovo diritto marittimo in tempo di guerra fu fatta da Walewski nella seduta dell’8 aprile, come vedremo tra poco.

(1) Cosi il ministro Walewski nello aprire la conferenza dell’8 aprile.

(2) Francia e Bretagna avevano due anni innanzi occupato il Pireo e Atene, perche, sembrava allora, volessero i Greci levarsi a guerra contra la Turchia.

(3) Come dicemmo più sopra, gli eserciti di Francia e d’Austria erano stati chiamati a Roma e nelle Legazioni dallo stesso Pio IX.

(1) Il giorno innanzi di chiudere il Congresso i plenipotenziari di Francia, Bretagna e Austria fermavano un trattato particolare, in virtù del quale i loro Governi obbligavanei a rompere guerra a chi attentasse all’indipendenza e integrità dell'imperio ottomano.

(2) Belviglieri, Storia d'Italia, vol. V, cart. 44; Milano, 1867.

(1) Crudele quant’altri mai fa il Governo della Duchessa reggente di Parma! A un padre che pregavala per la vita del figliuolo essa rispondeva: «Voi troppo pensate al corpo del vostro figliuolo, io pensai all’anima sua ponendogli al fianco un confessore per accompagnarlo al patibolo.» A una moglie che piangente implorava grazia per lo sposo, la Duchessa ferocemente rispondeva: «Anche voi domani sarete vedova!»

(1) Stavano con lui Rattazzi, ministro sopra le faccende interne, Lamarmora sopra le armi, Lanza sopra l’istruzione pubblica, Deforesta sopra la grazia e la giustizia e Paleocapa sopra i lavori pubblici.

(2) Di que’ giorni i diarii francesi avevano pubblicate le discussioni tenute nelle conferenze di Parigi il 17 marzo Cavour scrivendo all’amico suo Castelli diceva cosi: «Non so se la missione mia riescirà a qualche cosa; ma, se ciò accade, non sarà per mia colpa, avvegnacché mi sia mosso per ogni verso; ciò nullameno io sarò condannato da tutti i partiti.»

(1) Il 1859 luminosamente sbugiardò il conte Solaro Della Margarita; il quale, tra i rappresentanti della Nazione nel Parlamento subalpino, fu de’ più avversi alle libertà costituzionali e de' più caldi amatori della potestà assoluta.

(1) Napoleone Buonaparte, nella sua lettera al colonnello Edgardo Ney, affermava essere risoluta volontà sua la secolarizzazione di tutto il Governo papale.

(1) Vedi il memoriale a cart. 205 del presente volume.

(1) Il 26 aprile 1856 La Farina e molti fuorusciti di varie provincie della penisola avevano da Torino scritto a Cavour in questi termini: «Nel Congresso di Parigi voi levaste la voce in pro dell’Italia, nella coscienza del diritto e del dovere ch’era in voi di rappresentarla. Fruttino o non fruttino quelle parole alcun bene alla patria nostra comune, noi sottoscritti, emigrati di varie provincie, ne rendiamo grazie a voi e al Governo del quale fate parte.»

(2) Nella guerra di Crimea l’esercito sardo perdette un luogotenente generale, un maggior generale, un colonnello, settantotto ufficiali minori e due mila centodicianove soldati; da cinquecento di questi erano morti per via e ne’ presidi.

(3) Lamarmora usci di Crimea il 19 maggio. In sul cadere dell’anno innanzi, il 1855, chiamato a Parigi ove l’Imperatore co suoi generali Canrobert e Bosquet e gli ammiragli Lyone e Bruat, e gli inglesi Brown, Airey e Duca di Cambridge voleva tenere una consulta di guerra per discuterà intorno i modi di condurla, qualora le pratiche di pace avessero a tornare inefficaci, Lamarmora giugneva in Torino il 7 gennaio 1856; e dopo un colloquio col Re muoveva alla volta della metropoli francese. Un mese dopo — l’8 febbraio — era di ritorno a Torino, che subito lasciava per riedere a Crimea; il 16 scendeva a Balaklava.

(1) Il Parlamento subalpino, volendo dare un segno di riconoscenza a lui che con tanto onor della patria e tanta gloria dell’esercito avere capitanato la spedizione sarda in Oriente, il 16 maggio decretava: A titolo di ricompensa nazionale assegnarsi in proprietà al generale Alfonso Lamarmora cinquanta are di terreno, a sua scelta, su gli spalti dalla Cittadella di Torino (*), ove deve aprirai la via della Tschernaia.

(*) La Cittadella era opera di Paciotto da Urbino.

(2) Alcune di queste considerazioni vennero già dall’autore di queste istorie pubblicate nei luglio dei 1855 in un diario di Torino.

(1) Vedi il volume secondo, capitolo decimo di queste istorie.

(1) L’assalto al Picciolo Dente non ebbe buona riescita, per non essere stata la brigata Saint-Pol a tempo debito appoggiata dall'alto della sua divisione, e ciò per colpa del generale Dulac.



La guerra di Crimea (1853-1856) - Elenco dei testi pubblicati sul nostro sito

1855
Sunto di geografia della Crimea e degli stati limitrofi illustrata da quattro carte diligentemente incise
1856
Discussioni alla Camera dei Deputati  del Regno di Sardegna - Trattato di pace - Parigi 30 marzo 1856
1856
La questione italiana al Congresso di Parigi nell’anno 1856
1856
La questione d’oriente - cause - andamento diplomatico - conchiusione della pace - protocolli e trattati
1856
Il trattato di pace di Parigi 30 marzo 1856 e le convenzioni annesse - seconda edizione
1871
La Russia e il trattato di Parigi del 1856 - Pensieri del cav. Pietro Esperson
1881
Il congresso di Parigi (1856) - Conferenza dell'on. comm. Giuseppe Massari
1882
Le guerre dell’indipendenza italiana dal 1848 al 1870 di Carlo Mariani
1891
Nicolas I et Napoléon III - Les préliminaires de la guerre de Crimée (1852-1854) d’après les papiers inédits de M. Thouvenel
1896
La spedizione sarda in Crimea nel 1855-56 narrazione di Cristoforo Manfredi compilata colla scorta dei documenti
2014
In Crimea nacque l’Italiella. L’inizio dei misteri d’Italia passa per l’oriente di Zenone di Elea


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Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)












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