Eleaml - Nuovi Eleatici


Guerra ad oriente dalla guerra di Crimea alla guerra d’Ucraina di Zenone di Elea

CARLO MARIANI

LUOGOTENENTE-COLONNELLO

LE GUERRE DELL’INDIPENDENZA ITALIANA DAL 1848 AL 1870

STORIA POLITICAE MILITARE

VOLUME SECONDO

1882

ROUX E FAVALE

TORINO

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LA GUERRA DI CRIMEA (1853-1856) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO
VOLUME II - CAPITOLO IX
Toscana, Parma, Modena, Napoli

VOLUME II - CAPITOLO X
Francia e Crimea
VOLUME III - CAPITOLO III
La Sardegna nella guerra di Crimea
NOTE


VOLUME II - CAPITOLO IX

Toscana, Parma, Modena, Napoli

Domenico Guerrazzi e la Dittatura. — Conflitti tra Fiorentini e Livornesi; restaurazione della monarchia in Firenze. — Livorno; sue resistenze alle armi austriache; sua caduta. — Leopoldo II rientra in Toscana; bandisce il perdono dei crimini politici. — H concordato tra Roma e Toscana. Il Granduca trasforma la Toscana in provincia austriaca. — I Ministri di Toscana e Cavour. — E 1859; Leopoldo II lascia la Toscana. — I casi di Parma e Modena. — I Napolitani fanno l’impresa di Catania; loro atti di dissolutezza e ferocia. — Palermo apparecchia le resistenze. — Tentativo d’accordo pacifico. — Combattimento del 7, 8 e 9 maggi 1849 presso Palermo; sommessione della Sicilia. — Gladstone rivela all’Europa le nequizie del Governo borbonico. — Bentivegna tenta novità in Sicilia. Attentato di Agesilao Milano contra il re Ferdinando. — Pisacane, Nicotera e la spedizione di Sapri. Morte del re Ferdinando II.

Correva la notte del 27 al 28 marzo 1849, quando i Triumviri toscani convocavano a Parlamento i Deputati, per comunicar loro l’infausta novella del disastro di Novara e della rinunzia di Carlo Alberto al trono; in oltre per discutere e deliberare sollecitamente su quanto convenisse operare in quei momenti solenni e pieni di pericoli. Domenico Guerrazzi, reputando essere propizia l’occasione a compiere la meditata restaurazione monarchica, prendeva a discorrere delle condizioni in cui trovavansi le cose civili e militari del paese; e le dipinse con sì neri colori, che l’Assemblea rimase grandemente impaurita; in verità esse erano deplorevoli, non però quali le aveva per li suoi fini rappresentate lo scaltro Ministro. Riconosciuta da tutti la necessità di un Governo munito dei più larghi poteri, il quale valesse a provvedere con la massima prestezza e forza ai bisogni della guerra e alla salute della patria, Guerrazzi metteva innanzi la creazione di una dittatura limitata, che dovesse stare in officio sino al finire delle ostilità. La scelta del Dittatore cadde naturalmente su Domenico Guerrazzi, il quale, dopo fiera lotta sostenuta con gli avversari suoi — i fautori più ardenti d’un governo di popolo — ottenne quanto era nei voti suoi. Da prima mostrossi ritroso ad accettare quell’onorevole, ma arduo incarico, non volendo sapere d’una autorità, i cui strettissimi confini potevanla rendere non molto efficace; e la ritenne di poi, quando l’Assemblea gliela offerse piena e intiera, e ch’egli promise di adoperarla non per offendere la libertà, sibbene per difendere il paese. — La patria era in pericolo! che faceva allora il Dittatore per salvarla? Geloso di Montanelli, il quale godeva di molta aura popolare, lo inviava ambasciatore straordinario presso il Governo di Francia e la Corte d’Inghilterra; così allontanava da sé quell’uomo intemerato, che avrebbe potuto giovarlo di savi consigli. In luogo di gridare la immediata unione con Roma e levare in su l’arme i popoli di Toscana e delle Romagne per la comune difesa, Guerrazzi accontentossi di volgersi agli amanti della patria, chiamandoli ad afforzare l’esercito, che tra breve tempo doveva recarsi ai confini contra gli Austriaci, già minaccianti invasione. Il suo poco fervido appello ebbe tiepidissima risposta; avvegnaché picciola schiera di Toscani si scrivesse nei ruoli della milizia, pochissimi poi entrassero in essa. Fu in tale chiamata alle armi, che il Dittatore chiari i suoi disegni di rifacimento del trono granducale, e che, parlando di Leopoldo II, esprimesse, in favore del principe, i suoi sentimenti cosi: «Se vi ha anche taluno che negli ultimi precordi faccia voti per la restaurazione, si rammenti che il suo principe non difendesse la frontiera, ma spingesse i Toscani alla guerra di Lombardia; che dove il voto del suo cuore si compisse, il suo principe gli direbbe: perché hai consentito che mi venissero tolte la Lunigiana e Massa e Carrara? Di queste frontiere ha bisogno la Toscana, se non intende rimanere esposta al primo invasore; io lasciai più vasto lo Stato, per la tua codardia lo trovo diminuito; va, tu non sei un servo fedele; tu mi stai addosso come l’insetto sopra la pianta.»

L’Arcivescovo di Firenze — il quale, temendo insulti dal popolo per essersi rifiutato di cantare un Te Deum per la elezione della nuova Assemblea, area di quei giorni lasciata la città — tornava allora alla sua sedia, a patto però che gli venissero consegnati due sacerdoti propugnatori coraggiosi di libertà; vilissimo patto che gettò il vituperio su chi l’aveva proposto e su chi l’aveva accettato; il quale turpe fatto mosse a sdegno i cittadini. Il Dittatore finse di non addarsene e tirò via, ch’egli tempo non aveva a perdere in cose di sì lieve importanza; la restaurazione signoreggiava tutti i pensieri suoi e ad essa soltanto intendeva ogni cura. Partigiani del Granduca e costituzionali, che senza stringersi in lega trovavansi allora uniti dal comune desiderio di riporre sul trono il principe transfuga, prendevano a commuovere le popolazioni non già per ispingerle a magnanima impresa, sibbene por prepararle a vergognosa mutazione di Stato. La patria abbisogna di pace e sicurezza, gridavano essi; la sita indipendenza, le sue libertà sono minacciate dagli Austriaci; per allontanare dal paese le armi straniere, già quasi prementi, l’unico ed efficace espediente consiste nei tornare alla devozione di Leopoldo. — I faccendieri dell» restaurazione accordatisi insieme, senza curarsi delle aspirazioni del paese, inviavano a Gaeta il conte Serristori, amicissimo del Granduca, per indurlo a volgere alla Toscana parole di conciliazione e pace; atto questo di onorevole franchezza, il quale, mentre avrebbe posto in bella luce la benignità dell'animo suo, avrebbe rimesso il principe nell’amore dei sudditi, e resogli facile il racquisto del trono paterno. Alla missione di Serristori non sorti l’esito sperato. Leopoldo, che voleva riprendere lo Stato con la forza soltanto, fatto ornai securo dell’appoggio delle armi austriache — a Novara vincitrici dell’emulo suo — rimandava l’inviato toscano senza nulla promettere; il principe, la cui clemenza e bontà di cuore erano state tanto celebrate in tutta Italia, agognava allora a vendette di sangue.

Mentre Guerrazzi studiavasi di ricondurre il Granduca a Firenze mediante il suffragio dell’Assemblea Costituente,che dovea riunirsi il 15 aprile, la parte moderata maneggiavasi a suscitare nei contadi nuove ribellioni contra il Governo dittatoriale. I favoreggiatori del principe e la parte avversa a libertà dovevano essere validamente aiutati nella brutta impresa dagli odi, che un di aveano diviso due nobilissime città, Firenze e Livorno, allora ridestatisi, se dai tristi o dal caso non saprei affermare. Comunque sia stata la cosa, la parte moderata profittò delle inimicizie antiche per far nascere nuove ire, e diedesi con ogni sua possa a soffiare nel fuoco della discordia. — Di quei giorni trovavansi in Firenze grosse bande di Livornesi, venutevi a prendere armi, assisa, militare ordinamento e ammaestramento, breve però, avvegnaché imperioso fosse il bisogno d'afforzare l’esercito campeggiante i confini dello Stato, alle cui difese intendeva allora il generale D’Apice, capo supremo delle milizie toscane (1). I Fiorentini, i quali vedevano di male occhio quella gente, per vendicarsi delle ruberie commesse e degli oltraggi fatti alle loro donne d’alcuni di essa — uomini di scarriera che del soldato possedevano soltanto l’assisa — più e più volte avevano assalito i Livornesi con la peggiore di questi. Il Dittatore, saputo dello atteggiarsi minaccevole dei cittadini e avvisato che le genti di Livorno apprestavansi a vendicare le battiture sofferte, credendo di rimettere ogni cosa nella quiete usata con lo allontanare da Firenze parte della milizia livornese, comandava alla schiera di Guarducci di condursi a Prato. — Era l'11 aprile; il popolo eccitato a tumulto da alcuni cagnotti di Baldasseroni — i quali, come corse allora la fama, da quel vecchio Ministro di Leopoldo erano stati travestiti da guardie municipali di Livorno — insultava e assaliva il battaglione di Guarducci nello attraversare che faceva la città per recarsi al nuovo presidio assegnatogli da Guerrazzi. Alla sanguinosa disfida gli assaliti rispondevano con le armi, che volgevano altresì contra i Veliti (2), i quali avevano preso ad appoggiare il popolo. La pugna, che diventò furiosa in su la piazza di Santa Maria Novella, sarebbe indubitabilmente tornata micidialissima alle genti di Guarducci — avvegnaché i cittadini dalle loro case e i frati dal campanile della chiesa traessero vivamente contra quelle — se il Dittatore, sollecito recatosi in mezzo ai combattitori, con parole di concordia e pace non avesseli indotti a mettere giù le armi parricide.

Non gli riesci però di far loro posare le ire e gli sdegni; avvegnaché, appena cessata la pugna, Veliti e popolo ponessero a morte alcuni Livornesi venuti a lor mano, e ferissero con pietra Domenico Guerrazzi; il quale, non giunto in tempo a salvare quei miseri, avea mosso acerbo rimprovero agli ucciditori. La parte moderata, giudicando essere quello il momento opportuno a sollevare le popolazioni del contado, da lunga pezza preparate a levarsi contra il Governo, chiamavanle alle armi per mezzo di fuochi accesi sui campanili, cui subito rispondevano altri accesi su le colline. Al nuovo giorno — il 12 aprile — bande numerose di contadini armati di schioppi e di rurali attrezzi invadono la città, ne corrono le vie assieme al popolo e, con le insegne del Granduca alla mano, atterrano gli alberi della libertà gridando: Viva Leopoldo, morte a Guerrazzi; in verità, barbaro grido, ma degno di coloro che lo innalzavano, e del principe cui era dedicato! A frenare i sollevati, che per eccitamento dei partigiani del Granduca e della parte moderata minacciavano rovina alle case di quanti erano in voce di liberali, quali provvedimenti davansi dal Dittatore, dall'Assemblea Costituente e dal supremo Maestrato di Firenze? Su le guardie cittadine— che da sole avrebbero bastato a restaurare l’ordine sconvolto — non potevasi fare fondamento veruno; però che avessero udito con indifferenza vergognosa i gridi di morte di una gente più che briaca, feroce; e veduto con impassibilità vituperevole abbattere da essa gli alberi della libertà. Non potevano essere di presidio securo al Governo quei soldati, che avevano rivolto contra i propri fratelli le armi loro affidate dalla patria per combattere i nimici. I suoi disegni di restaurazione monarchica avevano allontanato da Guerrazzi quanti parteggiavano per la repubblica ed erano amatori di libero reggimento; e i modi di governo del Dittatore avevangli reso nimicissimi i monarchici, non ostante il suo trovarsi d’accordo su la ricostituzione del principato civile. Abbandonato da tutti, nulla egli potè operare in quei momenti solennemente difficili. Il supremo Maestrato della città, cui per malattia del gonfaloniere Ubaldino Peruzzi allora presiedeva Orazio Ricasoli primo priore, deliberava di eleggere nel suo seno una Commissione, la quale avesse ad assumere in nome del Granduca la direzione delle faccende dello Stato sino al restaurarsi della monarchia costituzionale. La parte moderata, smaniosa di avere il maneggio degli affari per metterli su la via che più le convenisse, obbligava la Commissione ad associarsi cinque dei suoi, Gino Capponi, Bettino Ricasoli, Luigi Serristori, Carlo Torrigiani e Cesare Capoquadri (1).

In un manifesto ai cittadini la Commissione faceva conoscere gli intenti suoi con le seguenti parole: = Avere assunto il reggimento della cosa pubblica per assecondare al voto espresso dalla intiera popolazione; attendere da questa e dalle guardie cittadine la conservazione dell’ordine; volere che alla monarchia costituzionale, al cui ristabilimento egli intendeva, andassero compagne le istituzioni liberali. = Intanto i Deputati, che trovavansi in Firenze, eransi riuniti a parlamento per provvedere col Dittatore e coi Ministri alle imperiose bisogne del momento, soprattutto al modo di affermare la sicurezza del paese fortemente minacciata dai nimici interni e dal vicino premere degli Austriaci. Mossi a sdegno contra il Maestrato dei cittadini, che aveva offeso l’autorità dell’Assemblea e usurpatine i poteri col creare una Giunta di Governo, essi stavano per protestare, allora che una moltitudine innumerevole di popolo, dopo avere per alquanto tempo furiosamente ondeggiato dinnanzi al palazzo di quella, irrompeva in mezzo ai Deputati con ferocissime grida di morte al Dittatore; presi da spavento, cercarono salvezza nella fuga. Guerrazzi, che non s’era mosso di là, veniva allora tradotto da Ricasoli e da Dignv nella fortezza di San Giorgio; in apparenza, per sottrarlo all’ira popolare; in realtà poi, per tenerlo prigioniero in lor mano; però che, pretessendo avere egli in alcuni scritti offeso il Granduca, non lo rimettessero più in libertà. — Alla Dittatura succedette una Commissione governativa, che Orazio Ricasoli annunciò a Firenze composta dal colonnello Belluomini, da Fornetti, Allegretti, Martini, Duchoqué e Tabarrini; allora acclamossi la restaurazione del principato costituzionale di Leopoldo d’Austria.

Nel Lucchese la sollevazione in favore della monarchia ebbe luogo il 12 aprile; e primi a ribellarsi al Governo dittatoriale furono gli abitatori delle campagne circostanti a Lucca. Il suonare a stormo dei sacri bronzi chiamava in quel giorno alle armi i terrazzani di Picciorana, Porcari, Lammari e San Filippo. Il presidio della città — nel quale contavansi da novecento volontari — ito per comandamento del Prefetto a combattere i sollevati, in breve ora mettevali in pezzi. La novella dei casi di Firenze e della piena vittoria ivi riportata dai fautori della monarchia, pervenuta ai Lucchesi il mattino del 13, turbò gravemente la città, già commossa per la ribellione armata dei campagnuoli; i quali, sbaragliati il dì innanzi, udito lo scampanare festevole di Lucca, vi si recavano in folla da ogni terra; e in compagnia delle guardie cittadine ne correvano le vie innalzando dovunque le insegne del Granduca, e abbattendo gli alberi della libertà tra gridi feroci di morte, quasi che il massimo dei doni di Dio, e che i potenti della terra d’ogni età e d’ogni luogo tentarono soventissimo, ma sempre indarno di spegnere, potesse cadere al solo gridare d’un pugno di gente, che dir non saprebbesi se più stolta o vituperevole. Il sommo Maestrato lasciava allora l’officio suo ad uomini devoti all’antico reggimento e a Leopoldo II, e ai quali Antonio Mazzarosa, eletto Gonfaloniere di Lucca, veniva chiamato a presiedere. Il giorno appresso, i volontari fiorentini erano rimandati alla loro città, e alle guardie municipali tolte le armi.

Presto e senza contrasto compivasi la restaurazione granducale; e la Commissione creata a reggere Lucca subito annunziava, e festante come per vittoria acquistata, che le soldatesche Austro-Estensi eransi impadronite di Massa e Carrara in nome del Duca di Modena, e di Pontremoli per quel di Parma, senza spargimento di sangue, però che non fosse possibile al generale D’Apice d'impedir loro quella impresa; in oltre la Commissione assicurava i cittadini, che Farmi imperiali non calerebbero a Toscana, se tornata alla obbedienza del legittimo principe. — All’udire i mutamenti di Firenze. Siena, devotissima a Leopoldo, restaurava il principato del Lorenese, senza incontrare opposizione di sorta; Pisa, di nottetempo e per sorpresa occupata per comandamento della Commissione fiorentina da una schiera di soldati del generale D’Apice, rifacevasi monarchica; e subito dopo Pistoia veniva, con l’inganno, in potere della parte moderata. Guarducci, che la teneva con un grosso battaglione di fanti, tratto fraudolentemente in errore dai Commessari mandatigli dal Maestrato pisano — i quali avevanlo assicurato che il contado erasi levato a romore, e che milizie numerose e devote al Granduca stavano raccolte in Pisa — lasciava Pistoia e riducevasi a Livorno. Tutte le altre terre di Toscana tornarono allora alla obbedienza dellasignoria antica, eccetto Livorno, il cui popolo, ricordando d’essere italiano, mantenne alta, con grande sua gloria, la bandiera della patria, sino a che, oppresso dal numero, non superato dal valore degli stranieri invaditori, cadeva, come aveva combattuto, da forte: per lui fu salvo l’onore del nome toscano. I Livornesi, all’annunzio dell’eccidio dei loro concittadini in Firenze e della restaurazione della monarchia in tutto lo Stato, levavansi a tumulto; e non volendo saper di governo granducale davansi a provvedere armi, a ordinare soldatesche, ad accrescere le difese contra gli Austriaci, già prementi sui confini; la loro resistenza, se non valse a risvegliare nei Toscani quell’ardore di guerra, e riaccendere in essi quella virtù, di cui avevano dato splendide prove a Curtatone e a Montanara, onde sarebbersi avvantaggiate le sorti dell’Italia, servi almeno di coraggiosa protesta all’invasione nimica.

Chi mai volle questa? chi a danno della patria fu chiamatore dello straniero, se non Leopoldo? — Agli inviati dai restauratori di sua sovranità, supplicanti di riedere presto in mezzo ai sudditi per salvarli dalla signoria dell’imperio absburghese e conservare loro le libertà nazionali, già da lui largite e giurate, egli rispondeva mandando a reggere la Toscana in suo nome e con piena autorità il conte Luigi Serristori, tristissimo strumento di tirannide e in tutto degno del principe che doveva rappresentare. — Il 4 maggio l’alto Commissario metteva fuora un manifesto di Leopoldo, nel quale, taciuto lo intervenire armato dell’Austria, diceva di voler ricondurre il paese alla osservanza delle leggi; di assicurare il ristabilimento dell'ordine e preparare la più solida restaurazione del reggimento costituzionale. Per ottenere da Vienna aiuti valevoli al racquisto della corona il Granduca aveva, non soltanto promesso di fare tutto quanto sarebbe piaciuto al Governo dell'imperatore, ma erasi persino scusato di ciò che aveva operato a favore della libertà italiana — addebitatogli a colpa dal Sire austriaco — con lo affermare, che i bisogni dei nuovi tempi e lo atteggiarsi minaccioso dei sudditi aveanlo, suo malgrado, costretto a concedere riforme e franchigie costituzionali ed eziandio a mandare sue genti alla impresa di Lombardia. — Egli, che aveva respinto il sussidio delTarmi sabaude e che le proprie non bastavano a racquistargli il trono, erasi trovato nella necessità d’implorare il soccorso dell’imperio (1). Troppo vile per riedere da solo e con lealtà a quel paese da lui lasciato nella speranza che avesse a cadere nell’anarchia, ei voleva rientrare ne’ suoi domìni con grande accompagnatura di soldatesche austriache, la cui missione era di opprimere la parte liberale, ritornargli in potestà la ribelle Livorno e assicurargli la corona.

Correva il 30 aprile, quando l’Assemblea livornese costituitasi, poco appresso il compiersi dei casi di Firenze, coi più notevoli cittadini d’ogni ordine e di ogni condizione, riunivasi per discutere su le difese più efficaci a prendersi contra gli Austriaci, i quali, duce il luogotenente maresciallo D’Aspre (2), giunti a Pietrasanta, pareva mirassero a Lucca. I membri di quella eleggevano un Comitato di pubblica sicurezza, cui preponevano Guarducci, uomo animoso, soldato risoluto e della patria amantissimo; per opera sua mettevansi in istato di resistere il forte di Marzocco e le mura; munivansi d’artiglierie le porte della città, e di questa asserragliavansi le vie. Intanto D’Aspre portatosi a Lucca — e fu il 5 maggio — con una grida invitava i Toscani ad accogliere lui e i suoi soldati quali amici e fratelli, venuti a tutelare i diritti del legittimo signore; a dar loro sicurezza e quiete, e a rimettere la costituzione di governo civile; affermava poi che l’esercito suo — mantenitore severo dell’ordine e della militare disciplina — arrecherebbe al paese nuova èra di pace e di ricchezza. — Alle belle parole del capitano austriaco seguirono tristi fatti, però ch’egli subito licenziasse le guardie cittadine e si impadronisse di tutte le armi che trovavansi in Lucca. L’opera codarda del maresciallo D’Aspre commuove e agita i Fiorentini; allora il supremo Maestrato della città, interprete dei loro voti, scrive a Serristori, biasimando gli atti di colui che si fa lecito di trattare quale terra di conquista quella che poco prima avevalo accolto come amico. Le guardie cittadine protestano contra tanto vituperio; ma il Commessario del Granduca, che innanzi lo invadere degli Austriaci erasi indettato col capitano degli imperiali sui modi di condurre l’impresa, non si dà pensiero dei reggitori municipali, e meno ancora del protestare delle guardie cittadine. — Il 6 di quel mese di maggio i nimici invaditori portavano i loro alloggiamenti a Pisa; e due giorni appresso recatisi ad oste sopra Livorno, e posti i campi intorno a questa città preparavano gli assalti.

Primi alle offese corrono i bersaglieri del capitano Piva fuor di porta al mare, i quali valorosamente rispondono con le armi a chi aveva fatto la chiamata alla città e concessole ventiquattro ore per darglisi a discrezione. — D’Aspre, venuto l'11 maggio con tutto lo sforzo di guerra — ventimila allo incirca Austro-Estensi — a tentare Livorno, la quale contava appena due mila cinquecento difensori, dopo essere stato tre volte ributtato riusciva al fine a recarsi in mano il forte Marzocco. Caduta porta al mare in potere degli assalitori, Emilio Demi, uno della Commissione governativa, allo intento di salvare Livorno dagli orrori d’una presa per assalto, riconosciuto impossibile resistere più a lungo, alzava su la cattedrale bandiera bianca. A tale vista il popolo infuria, protestando di voler continuare le resistenze sino allo estremo; ma tra i suoi generosi gridi di guerra, e i gridi di pace de. partigiani del Granduca, gli Austriaci entrano in Livorno. Al giugnere in su la maggiore piazza alcuni d’essi cadon feriti da una moschettata tratta lor contra dai cittadini nascosti nelle case vicine alla piazza. D’Aspre, cui la natura era stata avarissima di sensi umani e nobili, vie più inferocito da quella offesa, fu allora spietatamente crudele e le sue genti mostraronsi degne di nazione barbara, non di nazione incivilita.

Per comandamento del Iodi duce supremo mandarono a morte molti cittadini; misera a fuoco e a sacco parecchie case; e se non fosse stato del Console americano, il quale interpose i suoi buoni offici presso il generale austriaco, la città sarebbe andata a rubamento e a guasto. Posta sotto il governo delle leggi militari, Livorno vede allora la bandiera dei tre colori surrogata dall'imperiale e licenziarsi le sue guardie cittadine; costretta a rimettere le armi al vincitore, la misera città viene tutta in balia d’un soldato, la cui spada erasi già mutata in ferro di assassino: la tirannide con la rapidità del fulmine allaga quindi la Toscana. Fu detto che il Granduca altamente disapprovasse le feroci uccisioni, le violenze e i rubamenti del generale D’Aspre; ma poteva muovere lamenti egli, chiamatore dello straniero? Erangli ben noti i modi che dal Governo di Vienna adoperavansi per ridurre alla obbedienza i popoli ribellatisi alla sua autorità e che avevano scosso il suo giogo; ed eragli noto altresì come restaurava gli ordini sconvolti. Leopoldo n, sapendo essere costumanza antica di quel Governo di spegnere nel sangue le sedizioni dei sudditi, doveva bene aspettarsi di vedere dai Ministri dell’Austria trattata la Toscana — che essi consideravano quale Stato dell'imperio (1)come già aveano trattato Milano, la Gallizia, l’Ungaria e la stessa Vienna, sino a quei giorni mantenutasi religiosamente in fede agli Absburghesi e allora piena di tumulti. A torto dunque il Granduca lagnossi del capitano austriaco; a torto deplorò le miserie e le sciagure che affliggevano lo Stato suo, tristissime conseguenze dell’invasione da lui voluta e replicatameli te richiesta. Il 25 maggio D’Aspre, con grossa schiera di imperiali occupò Firenze (2), il cui popolo, non ostante il maneggiarsi dei partigiani del principe e della parte moderata — i quali tutti avevano desiderato di festeggiarne l'entrata in modo solenne — accolse con manifesti segni d’odio e di sprezzo lo invaditore straniero, che ebbe soltanto pochi applausi dalla più spregevole plebaglia. Come a Livorno, a Lucca, a Pistoia e in tutte le terre di Toscana, cosi nella metropoli vennero, senza por tempo in mezzo, licenziate le guardie cittadine, ricercate e sequestrate le armi e abbattuta la bandiera nazionale, dovunque poi perseguitata la parte liberale e riempita di lutti e di dolori con le morti e le più fiere violenze.

In quel torno giugnevano in Firenze Giovanni Baldasseroni, Leonida Landucci, Cesare Capoquadri, il duca di Casigliano, Jacopo Mazzei, Cesare Boccella e il generale De Laugier, Ministri eletti da Leopoldo a reggere il paese; i quali nel manifesto del 5 giugno al popolo affermavano, che il Governo di Toscana sarebbe staio di monarchia temperata da costituzione; e questa consistere nello Statuto fondamentale concesso il 15 febbraio 1848 dal Granduca, il quale, sempre fedele alle sue promesse, voleva mantenerlo, sebbene da altri violato, e che essi avevano deliberato di difendere dagli assalti d'ogni partito e di conservare quale base delle oneste libertà civili e di elemento d'ordine, — Queste parole gridavansi dai Ministri in nome di Leopoldo II; che, offeso da prima lo Statutocon la chiamata dello straniero (1), restringeva di lì a non molto la libertà della stampa e aboliva l’officio dei giurati di giudizio; e tornato poco di poi a Toscana e a Firenze — ove entrava il 28 luglio festosamente ricevuto dal popolo, che lusingavasi di veder partire gli Austriaci il giorno stesso del giugnere di Leopoldo — spediva suo oratore alla Corte di Vienna Ottavio Lenzoni, allo scopo di ottenere dallTmperatore un esercito ausiliare di dodici mila uomini a presidio della Toscana per tempo. indeterminato; con l’aiuto del quale egli sperava di dare stabilità e sicurezza al proprio trono, e tenere in freno la parte liberale, che indubitabilmente ritenterebbe, al presentarsi di occasione favorevole, di abbattere quello e sconvolgere nuovamente gli ordini dello Stato, quando però gli Austriaci non occupassero più la Toscana.

Tale domanda venne accolta con molto favore dalla Corte imperiale di Vienna, che pienamente esaudivala allo scopo di estendere la sua autorità nella penisola. Recatosi poscia alla metropoli austriaca, Leopoldo riconciliavasi con lo Imperatore, che serbavagli rancore per avere l’anno innanzi mossegli contra le armi (2). Fu allora che il Granduca con l'augusto suo parente e alleato indettassi intorno ai modi di governare lo Stato e all’abolizione delle liberta costituzionali, non vergognandosi di nuovamente spergiurare cosi dinnanzi a Dio e a' sudditi suoi. — Fatto ritorno a Firenze egli prese a reggere la Toscana con moderazione e con l’usata mitezza, che un tempo avevangli valso l’amore dei popoli soggetti e per le quali era in tutta Europa venuto in grido di principe clemente e liberale. A racquistare la rinomanza di un giorno il Granduca migliorava l’amministrazione pubblica; manteneva il Parlamento in onore, in apparenza però; metteva fuora buone leggi di sicurezza e ordinava quella municipale. L’astuto principe intendevacon ciò addormentare i sudditi suoi e far loro porre in dimenticanza le libertà un tempo largite, e che di spegnere aveva promesso all’imperatore, in ricompensa degli aiuti datigli per la recuperazione del trono avito, e le cui baionette dovevano appoggiarlo nella impresa parricida (1). E quale fosse la generosità di Leopoldo II e quanta la clemenza sua le vediamo nel perdono accordato, al suo riedere in Toscana, ai colpevoli di lesa maestà; avvegnaché fossero in quello tante e tante le esclusioni da non mandare assolto e libero nessuno degli incolpati! fu dunque un perdono per gli innocenti.

La benignità e la pietà del principe a prova conoscendo, avevano quelli, innanzi il ritorno del Granduca, lasciata la Toscana; ma le colpe di tutti vennero espiate da Domenico Guerrazzi; il quale, come sopra scrivemmo, fidando se stesso alla lealtà di Ricasoli e Dignv, scontò lungo tempo in carcere il delitto d’avere molto amato la patria. Dalle bugiarde accuse, onde i nimici non solamente di parte moderata, ma eziandio diparte repubblicana, aveanlo fatto segno, Guerrazzi si difese con molta sapienza e grande forza di argomentazione. Sebbene gli riescisse di mettere in piena luce la falsità delle accuse, stette quattro anni in dura prigionia, nel corso dei quali ebbe a soffrire non poche torture morali. I giudici, troppo ligi alla potestà suprema, inspirati da odio di parte, non da amor di giustizia, condannaronlo a quindici anni di galera; più umano fu il Granduca; il quale, reputando tale pena sproporzionata alle colpe addebitate a Guerrazzi, mutavala poi in esilio. Turpissimo fu il processo, però che svelasse vergogne, che carità di patria avrebbe dovuto consigliare di nascondere agli occhi di tutti. La fama del fiero Dittatore non uscì dal processo proprio immaculata; quella «lei nimici suoi, non senza infamia.

Nel maggio del vegnente anno, il 1850, tra il Governo austriaco e il toscano fermossi un trattato per le milizie ausiliarie concedute dall’Imperatore d’Austria al Granduca, In virtù degli accordi in esso patteggiati, Toscana obbligossi di fornire, a proprie spese, ai presidi imperiali tutto quanto fossero por abbisognare, tranne il soldo e il militare corredo; grave fatto, che nel periodo di brevi anni costò al paese da trenta milioni di lire! — Contra tale convenzione, fatta subito conoscere a tutti i Governi di Europa, la sola Sardegna protestò, come quella convenzione che accordando all’Austria il diritto di tenere campi di sue armi ned cuore d’Italia, ne mettesse in pericolo la indipendenza (1). Credutosi ornai pienamente securo dagli assalti della parte liberale per lo appoggio delle baionette straniere, Leopoldo II si tolse la maschera, mostrandosi quale veramente egli era. Ai Fiorentini, chiedenti licenze di celebrare offici per li caduti a Montanara e a Curtatone — come avevano già fatto l’anno innanzi — rispondeva: = Non voler ciò concedere per tema di offendere le soldatesche austriache presidianti la città. = Ma il principe di Liechtenstein, duce supremo di queste, a togliere ogni ostacolo al sacro rito, sollecito al generale De Laugier, Ministro sopra le armi, scriveva in queste sentenze: Sarebbe dolentissimo se, per cagion sua, non avesse luogo la religiosa funebre commemorazione per coloro che combatterono e perirono da forti Egli, che già ne aveva in campo ammirato il valore, terrebbe a onore, come soldato, d’assistere a quella; astenersene soltanto per non porgere occasione agli stolti di dare senso diverso al vero sentimento militare.» — Il rifiuto del Granduca offese grandemente i Toscani; i quali, indovinato l’intento cui mirava, presero ad avversarne il Governo e non lasciarono pii passare occasione veruna per fare palesemente conoscere la loro avversione al principe e alla sua casa. — Era il maggio del 1851 quando i Fiorentini, non ostante il divieto dei Ministri, numerosi raccoglievansi in Santa Croce( )per l’anniversaria commemorazione dei caduti nella guerra di Lombardia.

Mentre alcuni di quelli stavano per appendere corone alle tavole portanti i nomi dei morti combattendo per la indipendenza patria, tentava strapparle lor di mano un uomo di quel Magistrato civile, che, invece di vigilare alla sicurezza pubblica, si fa tal fiata promovitore di disordini: onde non di rado è malvisto dalle popolazioni in tutti i reggimenti despotici, costituzionali e repubblicani. L’atto oltraggioso del birro provoca lo sdegno e la resistenza dei cittadini congregati nel tempio per la pietosa ceremonia; allora sovr’essi precipitansi molti carabinieri, che stavansi nascosti in Santa Croce. Al gridar del popolo, per volontà del religioso Leopoldo assassinato nella casa del Dio della pace, accorrono gli Austriaci, di stanza nel vicino convento; e questi, che du«(i )anni innanzi hanno fatto strazio di Livorno, frenano in quel di gli sgherri del Granduca, che hanno tratto le armi contra i fratelli. Il Governo, pigliando il pretesto da quella resistenza con arte malvagia da lui stesso suscitata, si dà a perseguitare quanti erano in fama di liberali, allo scopo di far nascere più gravi tumulti, che devono preparargli la via alla abolizione dello Statuto, che già soltanto di nome esisteva.

Un mese dopo la sanguinosa scena di Santa Croce, e precisamente il 30 giugno di quell’anno 1851, promulgavasi in Firenze il Concordato conchiuso e sottoscritto il 25 aprile in Roma dal cardinale Antonelli e dal ministro Giovanni Baldasseroni — che presiedeva al Governo granducale —e dallo stesso Sommo Pontefice vivamente sollecitato (1). Il Concordato accrebbe il malcontento universale e turbò persino le coscienze timorate, causa le esorbitanze della Curia romana, la quale, per allargare l’autorità propria in Toscana, aveva di questa offeso la legislazione giurisdizionale: ciò che faceva nascere non molto di poi gravi contrasti tra i Governi dei due Stati. Il Bargagli, orator di Toscana in Corte di Roma, lamentossi in nome del suo principe delle eccessive pretensioni dei Curiali; allora questi, che non volevano scontentare chi era stato con loro si prodigo nel concedere, fecero atto d’umiltà scusandosi col dire, che monsignor Massoni, legato pontificia in Corte del Granduca, nel protestare contra le lettere circolari messe fuora dal Governo di Firenze su lo exequatur regio e sopra le affissioni esterne, aveva operato di suo talento. — Leopoldo, a mostrare quanto fosse soddisfatto di tale riparazione, fece altre concessioni al Vaticano; delle quali la romana Curia subito abusò; avvegnaché, non solamente si facesse lecito di pubblicare nella Toscana le sentenze dell’Inquisizione di Roma, ma desse persino ai tribunali del granducato il carico di mandare a effetto quelle che toccavano i sudditi del principe. — Nel Concordato fu convenuto e fermato: = La potestà ecclesiastica, pienamente libera nel suo ministerio, deve essere protetta dalla potestà civile; alla quale corre pur l’obbligo di impedire e rimuovere gli scandali che offendono il culto e la religione, e di dare lo appoggio suo alla Chiesa per lo esercizio della potestà episcopale. I Vescovi sono liberi nel pubblicare tutto ciò che spetta al loro ministerio. È riserbata agli Ordinari la censura preventiva delle opere e degli scritti che trattano di materie religiose; rimanendo però libera ai Vescovi l’autorità di premunire e allontanare i fedeli dalla lettura di libri perniciosi alla religione e alla morale. È concesso ai Vescovi e ai fedeli di comunicare con la Santa Sede; la quale acconsente che vengano portate ai tribunali laici le cause civili delle persone e dei beni degli ecclesiastici, o toccanti il patrimonio della Chiesa; e quelle appartenenti alla Fede e ai Sacramenti, alle sacre funzioni e ai diritti annessi al sacro ministerio e le cause di lor natura spirituali o ecclesiastiche spettano esclusivamente al giudizio dell’autorità chiesastica a norma dei sacri canoni.

La Santa Sede consente altresì, che ove trattisi di Giuspatronato laicale, i tribunali laici conoscano le quistioni su la successione al patronato medesimo. I tribunali ecclesiastici giudicano delle cause matrimoniali giusta il canone del Sacro Concilio di Trento. Rispetto agli sponsali, giusta il decreto tridentino e la Bolla «Auctorem fidei» la potestà ecclesiastica giudica della loro esistenza e valore all’effetto del vincolo che ne deriva e degli impedimenti che potrebbero nascere; e per gli effetti civili i tribunali laici conosceranno in separato giudizio le cause degli sponsali. La Santa Sede lascia che le cause criminali degli Ecclesiastici, per tutti i delitti estranei alla Religione sieno portate ai tribunali laici, che devono dar le pene prescritte dalle leggi dello Stato (1). Nelle contravvenzioni alle leggi i tribunali laici puniranno con pena pecuniaria gli ecclesiastici, non mai con altra corporale; i quali poi deggiono essere trattati come conviensi al loro sacro carattere quando sono sotto processo. I beni ecclesiastici sono liberamente amministrati dai Vescovi e dai Rettori delle Parrocchie e Benefizi durante il possesso dei medesimi; e nel caso di vacanza vengono amministrati sotto la protezione e assistenza del Governo, da una Commissione di ecclesiastici e laici presieduta dal Vescovo. Quando trattasi di Legati pii e di permutare lo impiego dei beni ecclesiastici, le due potestà civile ed ecclesiastica si accorderanno, e, se abbisogna, impetreranno l’assenso dalla Santa Sede. = Questi patti del Concordato, sebbene stati già discussi dal Pontefice, dai Cardinali e dal Granduca sino dal 1849 nel ritrovo di Gaeta, pure non appagarono pienamente la Curia romana, che avrebbe voluto ancor più larghe concessioni alla potestà chiesastica; né soddisfecero al Governo di Firenze, il quale, dalle esorbitanze della setta clericale (2), vedeva minacciata la propria legislazione giurisdizionale, la più bella gloria di Toscana; e temeva altresì, avessero quelle ad accrescere il malcontento destatosi nei popoli al negoziarsi del Concordato.

Correva il maggio del 1852. Gravi mutamenti erano in quel tempo avvenuti in Europa: vinta dovunque la partiliberale — perché poco concorde negli intenti suoi e meno ancora nei mezzi di raggiugnerli — i regnanti avevano ripreso l’usata potestà assoluta, cui quattro anni innanzi una dura necessità aveva costretti ad abdicare, e facevano altresì ogni sforzo per ricondurre i popoli alle idee di un passato, morto per sempre, e per impedire l’avanzarsi della nuova civiltà. da una parte la menzogna e la prepotenza monarchica, cosi Emilio Visconti Venosta (1), dall’altra il diritto e il sacrificio repubblicano; questo lo spettacolo che allora offriva l’Europa.» — In Francia la libertà agonizzava; ivi il nepote del gran capitano preparavasi, non a rinnovare il primo imperio — ch’egli potenza di genio non possedeva per sì grande impresa — sibbene a creare un secondo col più nero tradimento. In Germania l’ordine e la tranquillità erano state ristabilite con la forza delle armi, e con questa i prìncipi tedeschi aveano assicurato la legittimità del loro potere e i diritti sacri delle loro corone.


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L’Austria, domata la sollevazione magiara con gli eserciti poderosi di Russia e rifatte le catene poco prima spezzate dai popoli soggetti, aveva abolito la Costituzione; in fine, nella penisola italiana Pontefice e Borbone signoreggiavano Roma e Napoli con autorità despotica; la Sardegna reggevasi a governo costituzionale; e il suo Re, che aveva dato prove luminose di molta fermezza, mostrava chiaramente di voler mantenuto con lealtà e in tutta sua pienezza lo Statuto giurato al salire sul trono avito; e Leopoldo di Toscana? già spergiuro una volta, non volendo essere principe italiano, ma solamente Arciduca austriaco, rompeva nuovamente fede ai sudditi suoi; e dal Vaticano prosciolto dal giuramento fatto a Dio, il 6 di quel mese di maggio revocava lo Statuto fondamentale dello Stato, già da tempo sospeso. — «Quando in mezzo agli straordinari avvenimenti, scriveva il Granduca nello editto d'abolizione, che in Italia e fuor si compievano, noi deliberammo di concedere alla diletta nostra Toscana più larghe istituzioni politiche, promulgando il 15 febbraio 1848 lo Statuto fondamentale, non altro desiderio ci mosse se non quello di preservare il paese dalle commozioni onde era minacciato, di confermare la nostra maniera di governo con quella, che in altri Stati vicini al tempo stesso adottavasi, e di contribuire col nuovo sistema alla maggiore prosperità dei nostri amatissimi sudditi. Ma l’esito non rispose ai desideri comuni.

I benefizi sperati non si raccolsero; i mali temuti non si sfuggirono; e l’autorità nostra, disconosciuta da prima, e resa inabile a operare il bene, dovette poi cedere alle violenze di una rivoluzione, la quale abbatté lo Statuto, e gittò la Toscana in mezzo alle più deplorabili calamità. Ristabilito indi a poco dal coraggio dei Toscani rimasti a noi fedeli il governo legittimo, noi ringraziando la Provvidenza, che consolava cosi le amarezze del nostro esilio, accettammo il generoso fatto, riserbandoci a restaurare, non ostante la dolorosa esperienza, l’ordinamento politico da noi fondato nel febbraio 1848, in guisa per altro che non avesse a temersi la rinnovazione dei passati disordini. A raffrenare nondimeno le macchinazioni dei faziosi, sconcertate si, ma non dome dal felice successo del 12 aprile 1849, fu necessario assicurare la quiete dello Stato con mezzi straordinari; e a provvedere di poi in modo spedito ed efficace alla migliore amministrazione del paese, noi dovemmo riprendere l’esercizio di ogni potere, fino a tanto che le circostanze generali d’Europa e le condizioni particolari di Toscana e d’Italia non consentissero di restaurare quel sistema di governo costituzionale.Frattanto gravissimi avvenimenti si sono succeduti in Europa. La società, ove più, ove meno minacciata nelle sue basi, ha cercato e cerca la propria salvezza nel ripararsi sotto il principio della autorità libera e forte. E mentre già nella più grande parte d’Italia non resta ornai traccia di governi costituzionali, noi possiamo andar persuasi che la maggioranza stessa dei Toscani, ricorditrice della quiete e della prosperità lungamente godute, e ammaestrata dall’infelice esempio, senta più presto il bisogno di sperare nel consolidamento della potestà e dell’ordine lo svolgersi d’ogni benessere dei paese, di quello che desideri di veder risorgere forme di governo, le quali non consuonano né con le patrie istituzioni, né con le abitudini del nostro popolo, e fecero di sé mala prova nel breve periodo di loro esistenza.

Ora, poiché il vero bene del paese esige e le condizioni generali richiedono, che il Governo dello Stato si costituisca sopra le basi stesse, su le quali procedé fino al 1848, noi, venuti perciò con animo tranquillo nella determinazione di promulgare le seguenti disposizioni, assicuriamo i Toscani che continuerà ad essere, fin che la vita ci basti, la prima e più dolce cura per noi quella di promuovere nel nostro diletto paese ogni maniera di morali e civili vantaggi. Cosi Iddio ci soccorra e ci afforzi ogni di più la concorde fiducia dei nostri amatissimi popoli, mentre siamo consapevoli che col nuovo ordinamento politico della Toscana tornando ad ampliarsi le prerogative del potere, viene a farsi più grave il peso dei nostri doveri.» — Allo editto d’abolizione della legge fondamentale dello Stato — e nel quale il Granduca aveva invocato il soccorso di quel Dio, innanzi cui erasi fatto spergiuro — segui l’abolizione delle guardie civiche, il restrignersi della libertà della stampa, per guarentire efficacemente il rispetto dovuto alla religione, alla morale e all'ordine pubblico; si diminuirono le franchigie comunali: e d’allora i Ministri resero conto del loro operato al principe soltanto. Cosi a poco a poco la Toscana andava mutando i politici suoi ordinamenti per trasformarsi in provincia austriaca, e che Leopoldo II prendeva a reggerla, non da regnante indipendente, ma da luogotenente dell’Imperatore, gli interessi del quale egli non erasi vergognato di mettere innanzi agli interessi dei sudditi suoi.

A compiere tale brutta trasformazione il Granduca dava alle milizie toscane l’assisa dei soldati dell’Austria; e per ammaestrarle negli ordini e negli armeggiamenti di questi, la Corte di Vienna mandavagli un colonnello suo, Ferrari da Grado, che Leopoldo creava generale e comandante supremo di tutte le forze armate dello Stato; le quali, scritte nei ruoli, contavano dodici mila uomini; numero che però non fu raggiunto mai. Da quel tempo le soldatesche di Toscana vennero considerate proprio come una divisione dell’esercito austriaco; ciò che feri al vivo il sentimento nazionale del paese. — Sicuri dello appoggio e della fiducia del loro principe, i Ministri, più che a governare, diedersi a spadroneggiare; essi cacciarono dallo Stato gli usciti di Napoli e di Roma; perseguitarono e imprigionarono chi, fatta rinunzia al cristianesimo, erasi ascritto alla comunità dei riformati; e costrinsero persino il Granduca a ristabilire la pena di morte; la quale, abolita nell’anno 1786 da Pietro Leopoldo; rimessa nel 1795; nuovamente cancellata nel 1848 dal codice penale da Leopoldo II, il 12 novembre 1852 veniva da questi ancora ristabilita per delitto di pubblica violenza contra il Governo e contra la religione, di lesa Maestà, di omicidio premeditato e di furto violento.

Il tentativo di Mazzini del 6 febbraio 1853 commosse vivamente le popolazioni della Toscana, ma non ne turbò la quiete, avvegnaché a bene mantenerla vigilassero attentamente i presidi imperiali. Livorno era bensì preparata a levarsi a guerra nazionale; ma, giusta il comando di lui, che aveva ordito la congiura, dovendo aspettare l’esito della sollevazione di Milano, e questa essendo stata spenta in sul nascere, stette tranquilla. — La signoria straniera, che durava da quasi sei anni, era divenuta insopportabile; oltre recare forte offesa alla indipendenza dei Toscani e al loro sentimento nazionale, gravando quella di molto su l’erario pubblico, dava origine a nuovo malcontento: onde il Granduca, credendo ornai assicurato il trono per sé e per la sua casa, ristabilito l’ordine e la tranquillità del paese e allontanate le cause, che un tempo avevano sconvolto lo Stato, per mezzo di Lenzoni, orator di Toscana in Corte di Vienna, pregava lo Imperatore a richiamare dal granducato Farmi austriache che lo presidiavano, promettendogli di conservare Fusata amicizia e di accordarsi col suo Governo in tutto quanto poteva contribuire a mantenere la quiete nell'Italia e antivenire a qualunque sconvolgimento politico nella medesima.

L’Austria, sollecitata da Francia e da Inghilterra, le quali vedevano di male occhio, avesse a durare più a lungo il padroneggiar dell’imperio suo nella Toscana; in oltre, impensierita della guerra di Crimea, che aveva già messo sossopra tutta l’Europa, faceva sgombrare il granducato dalle sue soldatesche; sgombramento che pienamente compivasi nel maggio del 1855. — Nell’anno appresso Leopoldo II veniva in gravi timori per le audaci parole del gran Ministro del Re di Sardegna, il conte Cavour, il quale, con somma eloquenza e fino accorgimento, avea, nel Congresso di Parigi, chiamata l’attenzione dei rappresentanti dei grandi Stati d’Europa, in quello siedenti, su le miserrime condizioni dell’Italia, e vivamente censurato il contegno dell’Austria verso quella; dell’Austria, che sino dal 1849 occupando Parma e le Legazioni, spadroneggiava nella penisola, come fosse dominio suo. A dissipare i timori del principe e le apprensioni de' suoi consiglieri, il conte Buoi, nel maggio di quell’anno 1856, scriveva di Vienna al barone Hugel, oratore austriaco in Firenze, per far conoscere a quelli gli intendimenti e i propositi del suo Sovrano; il quale aveva risoluto di proseguire nella penisola l’usata politica, senza darsi pensiero delle accuse mosse nel Congresso parigino al Governo dell’imperatore dal rappresentante di Sardegna, Camillo Cavour, cui egli niegava il diritto di parlare in nome di tutta l’Italia e di levarsi in censore privilegiato di quanto operavano gli Stati indipendenti di essa.

Noi stessi, affermava il conte Buoi, abbiamo consigliato savie riforme ai Governi della penisola nei limiti di una sana pratica e con tutti i rispetti alla loro dignità e indipendenza giustamente dovuti Ma siamo convinti che i distruggitori dell’ordine non cesseranno di drizzare lor macchine di guerra contra i Governi legittimi dell’Italia sino a quando vi saranno paesi che li appoggiano e li proteggono, e uomini di Stato, i quali non temono di fare appello alle passioni e agli sforzi, che hanno per iscopo di abbattere l’ordine nella penisola. Noi non vogliamo lasciarci sviare dalla direzione del nostro contegno e aspettiamo risoluti gli avvenimenti, convinti che lo atteggiamento dei Governi, stati come noi l’oggetto degli assalti del conte Cavour, non differirà dal nostro. Pronti ad approvare le riforme bene intese, a incoraggiare ogni miglioramento utile, emanato dalla volontà libera e illuminata dei Governi italiani, a offrir loro la nostra cooperazione morale per lo svolgimento della loro prosperità, l’Austria è deliberata di adoperare tutte le sue forze per respingere gli ingiusti assalti da qualsiasi parte essi vengano, e a render vani, dove può, i conati di coloro che vorranno turbare il paese e favorire l’anarchia» (1). — Rassicurati dalle parole del Ministro imperiale, il Granduca e i suoi consiglieri a Cavour — il quale, per togliere al vassallaggio dell’Austria la Toscana, avea proposto di avvicinar questa alla Sardegna — non soltanto superbamente rimandarono l’onorevole proposta sua, ma fecersi ad accusarlo di voler turbare l'ordine e la tranquillità,che allora godevansi dall’Italia.

A respingere le maligne insinuazioni di quei consiglieri dissennati, Cavour sollecito, in uno scritto da lui fatto di pubblica ragione, rispondeva loro: = Non da ragionevole e temperato esercizio di una libertà moderata pigliare nascimento le sollevazioni e i perturbamenti; la storia della Sardegna di quegli ultimi anni chiaramente provarlo. Il Governo granducale sapere per prova avere, in molte circostanze, la Sardegna assai efficacemente cooperato a impedire torbidi nello interno e fuora, e non essere certamente nel momento in cui esce da una guerra cruenta e dispendiosa, impresa per la causa dell’ordine, che possa accusarsi di fomentare il disordine intorno a se. Il Governo del Re, conoscendo gli obblighi che lo legano agli Stati vicini, li compie scrupolosamente.

Le concessioni e le riforme introdotte nelle amministrazioni governative del Lombardo-Veneto dall’imperatore Francesco Giuseppe, quando dimorava in Milano — e fu correndo il 1857 — costringevano a temperare i modi di governo i prìncipi d’Italia, che seguivano la politica dell’Austria; la quale, a compensare la loro servilità, accordava ad essi la sua protezione — che doveva poi perderli — e, alla bisogna, lo aiuto di sue armi. I miglioramenti portati nel civile reggimento degli Stati essendo di assai lieve importanza, e non sincera la moderazione dei regnanti, non valsero ad accontentare i popoli, nei quali ogni di più il sentimento nazionale andava affermandosi e cresceva a potenza. Sperò il Granduca ricevere manifestazioni di affetto dai sudditi, quando in compagnia del Pontefice percorse le terre dello Stato; ma Leopoldo e Pio IX ebbero fredda accoglienza dalle popolazioni toscane; le quali, se recaronsi numerosi sul loro passaggio, fu solamente per vederli da vicino, non per festeggiarli.

«La memoria lasciata allora dal Papa in Toscana, scrisse Antonio Zobi (1), fu quella delle spese dal suo viaggio cagionate alla Corte e allo Stato.» — Dopo la restaurazione il Granduca fece ogni possa per alienarsi l’amore dei sudditi; nel tempo corso dal ritorno di Gaeta al secondo lasciar la corona — che non dovea più ripigliare — il contegno suo e il suo governo furono tali da rendere per sempre impossibile il racquisto del trono alla dinastia austro-lorenese, la quale avea per centoventidue anni regnato sopra Toscana (2). — La spedizione del colonnello Pisacane contra Napoli e l’attentato di Felice Orsini su Napoleone Buonaparte avevano chiarito quanta passione bollisse di quei giorni in Italia. Avvertiti dal Governo di Francia della congiura ordita da Mazzini, quei della penisola poterono con lieve sforzo opprimere, in sul nascere, le sollevazioni di Genova e Livorno — delle quali diremo nel corso di quest’istorie (1) — e mandare a vuoto il tentativo del colonnello Pisacane. Il Granduca, sempre pieno di paura e di sospetti, tolse occasione dal moto di Livorno per tornare agli antichi rigori, che, come poco sopra scrivemmo, era stato dall’Austria non molto innanzi costretto di allentare: orni allora il malcontento delle moltitudini mutossi in ira, e crebbe l’odio verso lui, verso sua casa nella parte liberale, al quale odio il Granduca con pari odio rispose.

Il 1858 avvicinavasi al suo fine, quando il raffreddarsi dell’amicizia, che per lo addietro aveva legato insieme i Governi di Napoleone Buonaparte e di Francesco Giuseppe e il crescere altresì dei mali umori dell’Austria verse la Sardegna facevano nascere nel cuore degli Italiani la speranza di prossima guerra tra quei due potentissimi in Europa. Dei popoli della penisola ultimi non furono i Toscani a commuoversi e ad accostarsi alla Società Nazionalela quale, costituitasi sotto gli auspici e per opera di Daniele Manin, Giorgio Pallavicino e Giuseppe La Farina, ferventi apostoli di libertà — andava allora allargandosi in tutta Italia gridando la indipendenza e la unifica: della patria con libero reggimento e con la casa di Savoia. I Ministri di Leopoldo, appena si avvidero del maneggiarsi di quella Società e dello agitarsi del popolo, credettero di potere allontanare la tempesta — già romoreggiante sul trono del Granduca — temperando alquanto lor modi di governo; ma era tardi, avvegnaché, se alcuni, tenerissimi dell’autonomia toscana e devoti al principe, tenessero

per la monarchia del Lorenese — da rinnovarsi però costituzionalmente e civilmente come volevano i nuovi tempi — la parte maggiore delle popolazioni, seguendo la bandiera della Società Nazionale, mirasse alla Sardegna e al suo Re, che soli potevano raggiugnere lo scopo universalmente desiderato. E quando Napoleone Buonaparte all’oratore austriaco nel solenne ricevimento del primo gennaio 1859 parlò con severa giustizia del Governo di Vienna, e pochi giorni dopo Vittorio Emanuele, inaugurando la sessione parlamentare, ai rappresentanti della nazione e ai senatori raccolti in Assemblea, nel dire dei gridi di dolore che alzavano a lui gli Italiani oppressi da tirannici reggimenti, pronunciò animose e forti parole, i più generosi di quella nobilissima terra, che fu sempre la Toscana, corsero a scriversi nello esercito sardo, allora lutto intento a ordinarsi per la terza riscossa.

Il conte di Cavour, il quale attentissimo vigilava per cogliere qualsiasi occasione che potesse aiutarlo nella impresa disegnata e risoluta contra l’Austria, accortosi dei gravi timori in cui di quei giorni erano venuti i timidi consiglieri del Granduca, causa il manifestarsi minaccioso della opinione pubblica, diedesi a tentarne gli animi; e per Carlo Boncompagni, oratore regio presso il Governo di Firenze, posti innanzi a quelli i pericoli che il loro principe correrebbe se nel caso di guerra si mantenesse neutrale — guerra che reputavasi proprio inevitabile contra la signoria straniera — e i vantaggi che Leopoldo potrebbe trarre da una lega con la Sardegna, studiossi di indurli a far causa comune centra il comune nimico. Consigliavali anche a ciò il Governo francese; il quale, sebbene credesse che la Toscana, avendo in animo di prender parte alla guerra, si trovasse tra quegli Stati, che il diritto pubblico considera Muralmente neutri (1), pure, desiderando esso ardentemente il bene di quel paese e della famiglia granducale, desiderava si accordasse con Francia (2). Né dello invito di Cavour (3), né dei consigli, che in nome dell’imperatore Napoleone aveva lor dato Walewski, curaronsi i Ministri del Granduca; i quali, sia che non reputassero vicinissimo il rompersi della guerra sul Ticino, sia che ponessero fede illimitata nella mediazione inglese e nella neutralità che di serbare scrupolosamente affermavano, non soltanto lasciarono liberamente passare in Sardegna volontari d’ogni condizione e classe di cittadini, ma concederono anche a Vincenzo Malenchini di ordinarne una grossa compagnia in Livorno e, ammaestrata ch’ei l’ebbe nel maneggio delle armi, di condurla a Genova.

Appena Carlo Boncompagni seppe dal suo Governo della superba intimazione dell’Austria alla Sardegna, senza por tempo in mezzo domandò, per lettere, ai Ministri del Granduca, avesse questi a stringersi in lega con Vittorio Emanuele per combattere insieme agli eserciti di Francia l’oppressore d’Italia; assicurandoli che dal Re rispettava# l'autonomia degli Stati, aventi lor ragione di essere nella configurazione del territorio, nelle tradizioni della storia, negli interessi dei popoli italiani. Che nello accingersi all'impresa — la quale, se riescisse, sarebbe la più grande di quante la storia d'Italia serba ricordanza — la Sardegna non ambisce la propria preponderanza, sebbene il vantaggio comune dei principati e dei popoli della penisola; che se poi gli altri Stati erano in condizioni tali da non dare speranza veruna di lor cooperazione, la Sardegna amava conservare la fiducia che la Toscana trovavasi in condizioni migliori (1). Il ministro Lenzoni, cui almeno per ragione di urbanità correva obbligo di rispondere a Boncompagni, si tacque forse per tema di mettere, scrivendogli, il nome e il credito suo a repentaglio; e nemmeno Leopoldo diedesi per inteso di quel sollecitar di lega dell’oratore di Sardegna, forse per la sicurezza piena e intiera da lui riposta nella fedeltà e devozione dei soldati suoi; né per quanto i principali dei Fiorentini lo pregassero a cedere alle necessità dei tempi, e, col far paghi i voti del popolo, salvare a sé la corona e al paese la tranquillità e la pace, egli non solamente stette fermo ne’ suoi propositi di resistenza, ma chiarissi pronto a ricorre alle armi per punire gli amatori di novità, quando tentassero offendere i suoi diritti di principe.

Il Granduca e i Ministri eransi cosi stupidamente incaponiti nelle fatte deliberazioni ritenendosi forti tanto da piegare le cose alla loro volontà — mentre essi stessi avrebbero dovuto piegare 1 animo alle esigenze veramente imperiose del momento — da non pigliarsi pensiero dello affratellarsi dei soldati coi cittadini allora pubblicamente avvenuto. Dio, che voleva perderli, aveali accecati sul pericolo, al quale per la insensata loro ostinazione andavano incontro: non i giorni, ma le ore per la casa di Lorena erano contate! — Il 27 aprile Alessandro Danzini, maggiore nelle artiglierie, e Alessandro Capellini, comandante della cavalleria, portavansi di buon mattino al ‘Granduca per avvertirlo della forte agitazione in cui trovavasi allora la milizia, su la cui devozione alla dinastia, affermavano essi, non potevasi fare fondamento veruno. Leopoldo, che non aveva voluto venisser quelli in sua presenza, per mezzo del generale Ferrari da Grado comandò loro di fare sollecitamente noto ai soldati: essere egli pronto a operare quanto dai tempi eragli richiesto. Danzini e Capellini, tornati di li a poco con altri officiali al palazzo granducale, a Leopoldo — che aveva dovuto a suo dispetto riceverli — fattogli con franche parole conoscere il vero stato delle cose, sforzaronsi di indurlo a soddisfare ai desidèri del popolo; il quale, risoluto di levarsi a tumulto, raccoltosi numerosissimo in su la piazza di Barbano, già fortemente romoreggiava. Stretto dalla necessità del momento il Granduca tutto concedé al popolo, che allo apparire della bandiera dei tre colori posò ogni minaccia. L’arciduca Carlo — secondogenito di Leopoldo — il quale poco prima aveva condotto la granduchessa e i fratelli minori in Belvedere (1) — fortezza ben munita, dalla quale potevasi fulminare Firenze — chiamati a sé gli officiali del presidio, faceva lor leggere uno scritto del comandante supremo, Ferrari da Grado, in cui questo antiveggente generale aveva dettato, sino dall’anno innanzi, le norme per bombardare efficacemente la città nel caso di ribellione popolesca.

Terminata la lettura, il luogotenente nelle artiglierie Dario Angelini all’Arciduca, che ingiugnevagli di tenersi pronto con sue artiglierie, con la più lodevole franchezza rispondeva: = Impossibile compiere quanto era stato dettato dal generale, essendo tutti i soldati fermissimi a non trarre contra il popolo, col quale dividevano lo entusiasmo per la guerra nazionale, e che essi desideravano ardentemente di combattere; il Sovrano e la famiglia sua essere stati ingannati da chi aveva fatto lor credere il contrario. Pochi istanti dopo la bandiera italiana innalzossi su la fortezza di Belvedere, salutata del presidio con gridi di gioia; e salda vi stette, non ostante il protestare dell’Arciduca e il comando suo di toglierla di là: erano allora le undici antimeridiane. Non paga delle concessioni di Leopoldo, la parte liberale domandava l’abdicazione del principe in favore de) figliuolo Ferdinando; la rimozione dei Ministri, del generale e degli officiali chiaritisi avversi alla volontà della nazione; l’alleanza con la Sardegna; la pronta cooperazione alla guerra di tutte le forze armate della Toscana sotto il comando di Gerolamo Ulloa e l’ordinamento delle libertà costituzionali. — Leopoldo II, affermando che l’abdicazione alla corona eragli vietata dalla coscienza e dall'onor suo, e dichiarando irriti e nulli gli ordini che da qualsiasi potestà venissero sino da quel momento emanati, disse di volersi subito allontanare dallo Stato con tutta la famiglia sua; e in fatto, poche ore dopo lasciò Firenze, lasciò Toscana, ch’ei non doveva più rivedere (2). Per consigliola sua partenza venne in grande allegrezza il popolo, che ito al palazzo della legazione sarda acclamò a Vittorio Emanuele e alla Sardegna, scendenti in campo contra l’oppressore d’Italia. E Boncompagni dal balcone di sua stanza in nome del Re e della Sardegna, fatto plauso al nobile e civile contegno dei Fiorentini, invitolli a osservare le foggi; a rispettare le persone e le proprietà pubbliche e private; a mantenere la quiete, e i soldati anche la militare disciplina; e dopo aver detto che a quanti desideravano combattere per la patria era loro aperto il campo, conchiudeva il suo concionare con queste sentenze:

«Il Re, cui stanno sommamente a cuore le sorti della Toscana, provvederebbe alla sicurezza dello Stato e alle necessità della guerra, senza preoccupare il definitivo assettamento del paese, però che la Sardegna muovesse le armi per la indipendenza patria, non per ambiziosa conquista; si ricordassero, che la indipendenza e la libertà ottengonsi per virtù di sacrifizi, di concordia e disciplina. —A reggere lo Stato, avendo tutti i Ministri lasciato l’officio loro, il Magistrato dei Priori alle sei pomeridiane di quel giorno 27 aprile creò un triumvirato, chiamando a comporlo Ubaldino Peruzzi, l’avvocato Vincenzo Malenchini e il maggiore nelle artiglierie Alessandro Danzini (1); i quali, in un manifesto pubblicato nella sera, parlarono così ai Toscani: «Il Granduca e il suo Governo, anziché soddisfare ai giusti desideri in tanti modi e da tanto tempo manifestati dal paese, lo hanno lasciato a se stesso. In questi frangenti il Municipio di Firenze, solo elemento di autorità qui rimasto, adunatosi straordinariamente, volendo provvedere alla suprema necessità di non lasciare la Toscana senza Governo, ha nominato i sottoscritti a reggerla temporaneamente. Toscani! Noi abbiamo assunto questo grave incarico pel solo tempo necessario a S. M. il Re Vittorio Emanuele di provvedere tosto, e durante il tempo della guerra, a reggere la Toscana in modo che essa concorra efficacemente al riscatto nazionale. Confidiamo nell’amore della patria italiana che anima il nostro paese, affinché l’ordine e la tranquillità vengano mantenuti; con l’ordine e la disciplina soltanto si giugne a rigenerare le nazioni e a vincere in guerra.»

Uscito di Firenze, Leopoldo prese la via di Bologna, scortato da molti officiali di ogni grado e da una presa di gente d’arme, e seguito dalle carrozze delle legazioni straniere entro cui stavano i segretari di quelle. Da Bologna il Granduca portossi a Ferrara, ove di moto proprio scrisse una vivissima protesta, nella quale, dopo avere accusata la Sardegna di eccitazione alla ribellione della Toscana, disse delle violenze usategli, che avevano per iscopo di obbligarlo a consentire ad atti contrari alla sua volontà, al decoro della sua persona come Sovrano e a dichiarare la guerra all'Austria, offendendo così il primo diritto di sua sovranità: onde avea dovuto lasciare la Toscana amata e cercare asilo in uno Stato amico. Il mattino del 27 aprile avere egli già protestato solennemente in Firenze, dinnanzi a rappresentanti dei Governi amici, contra tali violenze, e dichiarati irriti e nulli gli atti stessi (sic); protestare nuovamente in quel giorno, primo maggio, contra le violenze usategli e confermare la nullità di quegli atti, tendenti ad abbattere lo stato delle cose, sanzionato dal trattato di Vienna del 1815 e guarentito dagli Stati d'Europa. — Il giorno appresso a quel della partenza di Leopoldo II, i Triumviri scrivevano al conte di Cavour pregandolo di far si, che il re Vittorio Emanuele avesse ad assumere la dittatura della Toscana durante la guerra. «Il sentimento della indipendenza nazionale, dicevano essi, e l’ardente desiderio di concorrere a riscattarla nella lotta che si sta preparando, hanno dato luogo a un movimento irresistibile, cui tutte le classi dei cittadini con entusiasmo presero parte... La grande mutazione di cose avvenuta nel loro paese ha dunque proceduto da un solo movente; il desiderio di concorrere alla guerra dell’indipendenza italiana e di partecipare ai sacrifizi di essa e alla gloria del nazionale riscatto.

Questo essendo stato il carattere esclusivo del movimento compiutosi in Toscana, a chi meglio potrebbero temporaneamente affidarne i destini, se non al Governo del Re di Sardegna, che a si nobile causa tante prove ha già dato di sua lealtà?... La Toscana conserverebbe frattanto, anche in questo periodo transitorio, la sua autonomia, una amministrazione indipendente da quella della Sardegna e il suo assetto definitivo dovrebbe aver luogo a guerra finita, e quando si sarà proceduto all’ordinamento generale d’Italia. È una specie di tutela che si invoca non solamente nello interesse della Toscana, ma della causa comune...» — Alla lettera dei Triumviri sollecito rispose il gran Ministro di Sardegna (1); il quale — chiaramente veggendo come i Toscani volessero bensì la indipendenza della patria italiana e intendessero cooperare con le armi allo acquisto di essa, senza però rinunciare alla propria autonomia — significò a quelli: non potere il Re, per ragione d'alta convenienza politica, accettare la dittatura offertagli nella forma messagli innanzi. Per dare unità al governo della guerra assumere egli il comando supremo della milizia toscana e l'autorità necessaria a bene ordinarla e a provvedere ciò che necessario fosse per condurre a buon fine l'impresa. Assumere eziandio la protezione del Governo toscano, a tale uopo delegando la necessaria potestà al suo rappresentante in Firenze, il ministro Boncompagni, il qualesarebbe d'allora anche Commissario straordinario del Re per la guerra di indipendenza. Ed ecco come il conte di Cavour con l’usata sua sottilissima arte alla dittatura condizionataseppe surrogare un protettorato diplomatico. In verità questo non sarebbesi voluto dai Triumviri, cui soprastava Ubaldino Peruzzi; il quale, per essere di parte moderata e fautore caldissimo della autonomia toscana, dovunque gli tornò possibile fece prevalere le idee della sua parte.

Una delle prime cure del Triumvirato fu quella dell’ordinamento e accrescimento della milizia, il comando della quale conferì a Gerolamo Ulloa, proprio di quei giorni chiamato dal Governo sardo a capitanare la legione dei Cacciatori degli Appennini, che allora mettevasi assieme per la imminente guerra. Ma il lavoro di quel generale fu si lento, che parte nessuna alle militari operazioni di Lombardia venne presa dalla milizia stanziale di Toscana, né dai volontari, schieratisi sotto le insegne nazionali in numero si grande, da far credere ai Triumviri non necessario levar nuovi soldati; la quale cosa chiari la insipienza somma del Governo nelle faccende della guerra. Né questo fu l’ultimo de' suoi atti insipienti, avvegnaché poco appresso, per togliere di prigionia e richiamare dall’esilio in patria coloro che dalla passata dominazione erano stati condannati a quella o a questo, concedesse piena amnistia; la quale parola solamente si usa da Sovrano che abbia patito ingiuria o offesa! — In sul cominciare di maggio i Triumviri lasciarono l’officio d’accordo col commessario regio Boncompagni; che ebbe ad affermare: il Governo temporaneo, avendo compiuto sua missione, dover trasferire in lui i poteri tenuti sino allora, e che egli eserciterebbe in virtù della autorità conferitagli dal Re, in modo però da serbare alla Toscana tutta la sua indipendenza (1). Ciò fatto Boncompagni, a comporre il nuovo reggimento, chiamò Bettino Ricasoli al governo delle cose interne; Cosimo Ridolfì a quello della istruzione pubblica e, temporaneamente, anche degli affari esteriori; volle Ministro sopra le rendite dello Stato Raffaele Busacca; sopra la giustizia Enrico Poggi; sopra le armi Vincenzo Malenchini, e su le faccende del Culto Vincenzo Salvagnoli. Alli 11 maggio poi in un manifesto alle popolazioni fece conoscere d'avere decretata la instituzione dì una Consulta di Governo, la quale doveva riunirsi in assemblea ogni mese per esaminare le cose più importanti dell'amministrazione e convocarsi anche dal Governo, quando lo reputasse opportuno (2). — Qui sospendiamo il racconto dei casi di Toscana per narrare quelli dei Ducati padani.


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Parma e Piacenza, Modena e Reggio — divenute per la fuga dei loro principi libere e padrone dei propri destini — quando videro il re Carlo Alberto intendere alla costituzione di un forte regno nell’alta Italia, univansi alla Sardegna; al cui esercito sin già dal cominciare della guerra di Lombardia avevano congiunto lor soldatesche. Caduta nell’agosto del 1848 la fortuna delle armi sabaude presso Milano, Radetzky faceva invadere da sue genti i Ducati del Po; e, rimessivi gli antichi ordini, tornavali in potestà di Carlo III di Borbone e dello estense Francesco V, la signoria dei quali veniva, pochi mesi di poi, affermata dalla vittoria degli Austriaci a Novara. — Tristissimi per Parma e Piacenza corsero i primi anni della restaurazione borbonica. Carlo III (1), principe dissoluto e malvagio, in breve tempo riempi lo Stato di sue brutture e di guai; inchinevole per natura a disonestà, ei non vergognossi di fomentarla negli altri; tiranneggiò sempre, non governò mai; il suo volere tenne in conto di legge; le cause politiche fece trattare non da tribunali civili, sibbene da tribunali militari, nei quali siedettero giudici i soldati dell’Austria. Un dei primi atti del suo governo fu la chiusura delle scuole universitarie, che sotto il regno suo non vennero riaperte mai.

Per vie più assicurarsi il trono — non bastandogli lo appoggio delle baionette austriache — pose lo Stato sotto lo imperio delle leggi militari, non ostante la tranquillità del paese, il buon contegno delle popolazioni e la promessa data solennemente nel manifesto ai sudditi, del 18 maggio 1849, di voler mettere con cura sollecita le basi per uno Statuto consentaneo alle esigenze di una sana politica. Bene egli concedé libero il ritorno ne’ domini suoi agli usciti per gli ultimi rivolgimenti politici (2), dando fede che non avrebbero a soffrire molestia di sorta; ma subito dopo aver bandito il perdono il Duca inferocì con le persecuzioni e le spogliazioni a danno di cittadini onestissimi; e giunse persino a punire col bastone e con le verghe — seguendo in ciò l’esempio inumano dell’Austria — uomini di ogni età e condizione, che infami delatori, per sete di oro e privata vendetta, avevano incolpato di atti di disprezzo all’autorità ducale, di censure al Governo, e d’avere risposto con beffe ai soldati e agli officiali (3) che a bello studio avevanli con le più triviali insolenze provocati.

Né il Duca rispettò la casta ecclesiastica, avvegnaché nel settembre 1849 non più tollerasse l'ordine religioso dei Benedettini, e pochi mesi dopo chiudesse il ricchissimo collegio Alberoniano di San Lazzaro presso Piacenza dei Padri Missionari, e i beni di questi e dei Benedettini egli dèsse da amministrare allo Stato: né di ciò la Corte papale fece proteste o mosse lamenti. A rendere vie più odioso un governo tanto aspro e ingiusto, Carlo III nel 1851 creava una Giunta sindacatrice della vita morale e politica dei pubblici officiali, medici, notai e degli avvocati ed anche dal comportarsi nello esercizio dei loro doveri e della loro professione. A rifornire poi lo erario impoverito dalle insensate sue dilapidazioni accresceva il prezzo annualmente pagato dai fittaiuoli per li poderi che erano patrimonio dello Stato; e nell’anno appresso — il 1852 — sentenziando essere tutte le miniere del ducato proprietà dello Stato, serbavasi il diritto di accordarle, per le escavazioni, a chi meglio gli piacesse, a patto d’annuo tributo. A vantaggio delle industrie austriache, ma a gravissimo danno delle paesane, Carlo III, per comandamento del Governo di Vienna, stringeva nel medesimo anno con l’imperio una lega doganale, già messa innanzi da quel Governo sino dal 1849. — Le violenze e le continue ingiurie ai cittadini, la dissolutezza dei costumi e le disoneste azioni del principe furono punite dal ferro di un assassino; il quale, per vendicare un oltraggio da lui ricevuto, il 26 marzo 1854 in Parma scontratolo per via a tradigione l’uccise (1).

La vedova sua, Luisa di Borbone (2), prese allora le redini del governo per Roberto, suo primogenito, che contava sei anni appena, subito volgendo tutte sue cure a sanare le piaghe arrecate allo Stato dalla cattiva amministrazione; impresa assai ardua, avvegnaché fossero gli ordini tutti pieni di confusione o sconvolti. I saggi provvedimenti della Reggente, sebbene non bastevoli a compiutamente rimediare ai mali onde erano afflitti i popoli soggetti, meritarongli lode non poca; e avrebbe avuto lode maggiore e con efficacia provveduto alla felicità dei sudditi, se — allontanati i tristi consiglieri inviati a lei da quella Corte, che mirava farla odiosa al paese — avesse impedito, come facilmente poteva, la ribellione la quale nel luglio 1854 turbò Parma; essa al contrario preferì attenderne lo scoppio, allo intento di spegnerla poscia nel sangue (3). La Duchessa, resa crudele dai timori di nuovi sollevamenti dei ribelli venuti a sua mano condannava a morte i capi, gli altri mandava alle carceri di Mantova, e metteva il dominio suo sotto lo imperio delle leggi militari.

Vinto il debole tentativo di sollevazione e tornata la quiete allo Stato, Luisa di Borbone temperò alquanto i modi di governo, senza però racquistare lo affetto dei sudditi, avvegnaché si fosse chiarita nimicissima persino alla libertà più moderata e mostratasi, più che alleata, vassalla dell’Austria. — Nel giugno del 1855 nuove condanne di morte e prigionia funestarono Parma, e furono di cittadini innocenti di un tentativo d’omicidio loro attribuito dal scelleratissimo Anviti, che il castigo di sua malvagità di li a non molto scontò con la vita: ed ecco il rio caso. Nello aprile di quell’anno al luogotenente colonnello conte Luigi Anviti — già amico e compagno di Carlo III nelle sue tristizie, ond’era da tutti odiato — veniva tratto un colpo di pistola, che però falli. Su le deposizioni o testimonianze d’Anviti alcuni cittadini furono imprigionati e condotti dinnanzi ai tribunali militari; i quali, mentre ne condannavano due al supplizio estremo — Andrea Carini e Francesco Panizza — e un terzo a venti anni di carcere — Giuseppe Isola — mancando le prove legali e persino gli indizi dell’assassinio loro ascritto, caldamente raccomandavanli per una commutazione di pena alla clemenza e al cuore magnanimo della Reggente; la quale rispondeva confermando la sentenza di morte per Carini e mandando Panizza in perpetuo alla galera.

Un altro incolpato fu rinvenuto strangolato in carcere, e si disse per mano degli sgherri del conte Anviti; e da moltissimi affermossi altresì che quell’uomo nefando, allo scopo di crescere favore della Corte e farsi credere personaggio d’alto affare, avesse ordito quel finto attentato alla sua vita. — Poco dopo i tristissimi casi ora narrati Luisa di Borbone ripose lo Stato sotto il dominio delle leggi civili; e tolti gli eccessi e i rigori del governo militare straniero studiossi di frenare le esorbitanze dei luogotenenti imperiali. Se ne offese Crenneville, comandante supremo delle armi austriache presidianti il ducato: il quale, colta l’occasione di una contenzione levatasi sui diritti del tribunale di guerra — che pretendeva devoluto a sua potestà il giudicare gli ucciditori di Carlo III — la ruppe con la Reggente; né il buono accordo tornò se non quando intervenne lo imperatore Francesco Giuseppe. Fu allora che la Duchessa, deliberata di togliersi alla tutela dell’Austria, diedesi a reggere con maggiore mitezza lo Stato e accostossi a Napoleone Buonaparte per avere nella Francia un valido appoggio; che però non ottenne mai: onde nel 1859 essa cadde nella rovina che incolse tutti i principi despotici d’Italia. Luisa di Borbone avrebbe amato starsi neutrale nella guerra inditta dall’Austria contra la Sardegna e la Francia insieme federatesi; ma parecchi officiali delle armi parmensi, fatta risoluzione di unirsi alla Lega, chiesero alla Reggente licenza di recarsi al campo sardo-francese; la quale, spaventatasi per si audace domanda, fidato ai Ministri suoi il reggimento dello Stato, si ridusse coi figliuoli a Mantova.

Di sua partenza esultarono i Parmigiani, che subito fecersi ad acclamare all’Italia e a Vittorio Emanuele: onde i Ministri della Duchessa, temendo insulti dalle popolazioni, cui ben sapevano d’essere in odio, rinunciarono all'officio loro; che cittadini spettabilissimi, costituitisi in Giunta di Governo, raccolsero affermando di tenerlo sino al giugnere del Commessario del Re di Sardegna, al quale scopo solleciti spedirono degli oratori al conte di Cavour, che festosamente li ricevette. Mentre gli inviati di Parma recavansi a Torino, la milizia, per istigazione dei partigiani di Luisa di Borbone, tumultuò e gridando la Reggente ne restaurò l’autorità; allora la Giunta di Governo, minacciata dal colonnello Da Vico, si sciolse; e gli antichi Ministri della Duchessa ripresero l’usato officio: lo che accadde il 3 maggio.

Il giorno appresso Luisa di Borbone rientrò in Parma, e il 5 di quel mese diede fuora un manifesto ai sudditi, nel quale, dopo aver detto d'essere ritornata in mezzo a loro per lo ardente voto espressole dal Municipio, dai più notabili del paese e dalla fedele sua milizia, parlò in queste sentenze: Qui mi fermo coraggiosa e fidente nella lealtà dei soldati e della popolazione, in quell’attitudine di aspetta mento, che è per noi di assoluta necessità. Poiché, mentre mi è permesso dal vero spirito dei trattati, debb’essere la migliore salvaguardia del paese; non potendo l’alta giustizia e civiltà degli Stati guerreggianti offendere chi non offende, e compie intanto il proprio dovere mantenendo l’ordine sino a quelle risoluzioni con cui la sapienza dell’Europa saprà ricondurre e stabilire in modo permanente la pace. Pochi giorni dopo voltasi a tutti i regnanti in Europa lor significava: = Trovarsi essa legata all'Austria da un trattato d'alleanza di difesa, da' suoi predecessori fermato con l'imperio sino dal 1848. Non volere né violare la fede data, né ricorrere al trattato a fine di impedire maggiori complicazioni di cose tra i due Stati vicini a' suoi domìni; onde avere risoluto di mantenersi neutrale nella guerra prossima a rompersi sul Ticino. = Però, quando s’awide non potere la neutralità salvarla dalla rovina, che le correva incontro, chiese presidio d’armi ai Ministri di Francesco Giuseppe; ma questi le risposero: = Sarebbe essa al certo costretta a lasciare momentaneamente lo Stato, del quale ritornerebbe più tardi in possesso. = La tempesta che la minacciava, e dalla Reggente tanto temuta, di lì a non molto scoppiava.

Le novelle delle vittorie riportate dai Franco-Sardi a Montebello e due volte a Palestro avevano vivamente commosso i Parmigiani e riempito di spavento la Duchessa; la quale, allora che seppe gli Austriaci, sbaragliati in una grande giornata a Magenta, indietreggiare verso il Mincio, e Napoleone e Vittorio Emanuele tenere Milano coi vittoriosi loro eserciti, venuta in grave timore di un sollevamento popolesco, in su l’albeggiare del 9 giugno fuggi di Parma, non senza però aver raccomandato al Municipio la nomina di una Commissione di Governo per tutela dell'ordine, delle persone e delle cose, per l'amministrazione pubblica, per un congruo provvedimento alla milizia ducale e per quelle altre provvidenze che venissero comandate dalle circostanze (1). A reggere il Ducato sino all’arrivare del Commessario che Vittorio Emanuele invierebbe loro, furono eletti dal Municipio Pietro Bruni, un magistrato onestissimo, l’ingegnere Evaristo Armani e il conte Gerolamo Cantelli, già familiare dei Borboni, ma dai quali negli ultimi tempi erasi allontanato. Il mattino del 14 giugno venne a Parma il generale Ribotti alla testa della picciola legione dei Cacciatori della Magra e una presa di fanti della reale marineria sarda; e tre giorni di poi il conte Diodato Panieri assunse il governo dello Stato in nome del Re, al quale oratori di Parma e Piacenza erano iti a rinnovare la dedizione delle loro città e del Ducato alla casa sabauda, già fatta sino dal 17 marzo 1848: cosi aveva fine la signoria borbonica negli Stati parmensi.

Come a Parma, cosi a Modena la dinastia regnante al prosperare della fortuna d’Italia aveva perduto lo Stato: era naturale ciò, avvegnaché le stesse cause partoriscano sempre i medesimi effetti. Francesco V, riavuto il principato dopo le infauste tregue di Milano, fece ai popoli suoi larghe promesse di riforme civili e di libere istituzioni; e vennero le une e le altre; i pesi, ond’erano tanto gravati i sudditi furono allora alquanto diminuiti; riordinate le leggi del paese; e ciò, che fece tutti altamente maravigliare, il Duca con nessuna vendetta funestò lo Stato. Grande e universale fu la contentezza al primo apparire di quelle; ma d’assai maggiore fu la scontentezza dei popoli, quando si avvidero che le riformagioni accordate nulla aveano mutato di sostanziale negli antichi ordinamenti di governo. Consigliera al Duca di liberali promesse per rendersi benevoli i popoli era stata, nell’autunno del 1848, la paura: però che le armi guerreggienti fossero non posate, ma sospese, e il re Carlo Alberto attendesse con somma operosità a rifare l’esercito e ad accrescerlo per uscire poscia alla riscossa contra l’Austria, e le sorti della seconda guerra potessero eziandio tornare avverse all’imperio. Ma vinta nuovamente la Sardegna, la paura svanì nell’Estense; il quale, rifattosi dèspota, diedesi a tiranneggiare i popoli, rinnovando nello Stato suo i tempi infelici della signoria di Francesco IV, suo padre, da meno di lui per ingegno e accortezza, ma eguale per la ferocia d'animo (2).

Precursore del suo ritorno a Modena, dopo l’infausta giornata di Novara, fu un manifesto ai sudditi, bandito da Brescello il 29 marzo 1849, nel quale parlò della pace onorevole e duratura che, tra breve fermata, toglierebbe lo Stato alla penosa incertezza in cui trovavasi da un anno; invitò gli amici dell’ordine e del legittimo governo a deporre ogni timore e a dare opera efficace al mantenimento della tranquillità pubblica e privata. Disse di una Commissione militare da eleggersi per giudicare chi commise o eccitò a commettere atti di ribellione contra la sua autorità legittima e chi violò le proprietà altrui, o che offese le persone. Espresse la riconoscenza sua alle popolazioni campagnuole e a coloro che in tempi cosi difficili eransi a lui mantenuti in fede; in fine, lodò il contegno della milizia ducale, sul coraggio della quale era certo di poter fare fondamento securo in ogni evento. — Nello aprile di quell’anno con parte de' suoi soldati e con gli Austriaci capitanati dal generale D’Aspre — che, passato l’Appennino, scendeva a Toscana per restaurarvi la potestà del Granduca — Francesco I riprendevasi Massa e Carrara, e le provincie della Garfagnana e della Lunigiana estense, i cui popoli nell’anno innanzi eransi dati spontaneamente e con voce unanime alla vicina Toscana.

La Commissione di governo, la quale allora reggeva in nome di Leopoldo II il Granducato, vivamente protestò contra la ingiusta occupazione di quei territori; ma il duca di Modena non curossi di tale protesta, e rimise quelle città e provincie sotto la propria autorità e signoria. Nell’anno appresso, il 1850, Francesco I richiamava ne’ suoi domini i Gesuiti — che il Governo temporaneo del 1848 aveva espulsi dal ducato — concedendo di riaprire i loro antichi collegi e le scuole in Modena, Reggio e Massa, nel medesimo tempo rimettendoli in possesso dei beni già posseduti; e i Gesuiti negli Stati estensi, come altrove e per lo addietro sempre avevano fatto, arrogaronsi padronanza quasi assoluta su gli uomini e su le cose per li fini loro, non religiosi, ma tutti mondani.

La lega doganale, con cui il Governo austriaco aveva mirato a maggiormente rendersi vassalli i signori di Modena e Parma — se possibile fosse più di quello che erano già — e ad avvantaggiare i traffici e le industrie della monarchia, tornò assai dura a Francesco V, avvegnaché da quella lega sapesse venire nocumento non poco a sé e allo Stato suo. Bene egli aveva tentato di non accettare si dannosa imposizione — che tale era veramente — o almeno di ottenere patti meno gravosi, ma invano: onde allora all’inviato modenese, il quale in nome suo doveva soscrivere la convenzione, comandò che nello accettarla protestasse di cedere per alte considerazioni e allo scopo di evitare a se stesso disturbi e allo Stato suo maggiori danni.

Nemmeno tale protesta gli fu conceduta d’inserire nel trattato, il principe di Schwarzenberg — che allora presiedeva ai Ministri dell’imperatore — essendosi opposto a che venisse scritta in quello, perché offendeva la dignità del Governo austriaco e dell’estense. — Correva il 1854, quando i tentativi di Mazzini sopra Sarzana e la Spezia, e i disegni suoi di sollevare la Lunigiana — di cui diremo più innanzi — commuovevano i cittadini di Carrara; ma falliti quei tentativi, Francesco I mise sotto l’imperio della spada quella città, soltanto perché avea sperato di potersi togliere al suo giogo aborrito. Per la guerra d’Oriente, venuta poco di poi, impensierissi il principe e soprammodo quando vide l’imperatore d’Austria stringersi in amicizia col Sire dei Francesi, che il Duca menava vanto d'essere sole in Europa a non aver riconosciuto, e ch’egli chiamava brigante, e baracca buonapartista l’imperio napoleonico; e rassicurassi allora soltanto che seppe della pace fermata a Parigi; la quale se fece posare le armi, lasciò però insoluta la quistione d’Oriente.

Credutosi securo sopra il trono, Francesco I diedesi a infierire contra i sudditi, crebbe gli usati rigori e sotto il governo militare ripose i Carraresi, per vendicarsi di loro che nutrivano sensi italianissimi. E a ministro di sue scellerate vendette ebbe dall’Austria certo Leopoldo Wiederkhern, maggiore nell’esercito imperiale; uomo bestialmente crudele e indegno di capitanare soldati, degnissimo però di comandare a carnefici, anzi carnefice egli stesso dei più brutali; il quale, bene indovinati i desidèri del principe tiranno, in mille guise torturò l’infelice Carrara. — Non molto di poi venuto in gravi timori della Sardegna — la quale al Congresso di Parigi aveva altamente parlato del governo tirannico de' suoi prìncipi e delle afflizioni che l’Italia pativa — vedendo il re Vittorio Emanuele prepararsi alla guerra contra l’Austria, securo degli aiuti validissimi di Francia, Francesco I diedesi a visitare le Corti della penisola allo scopo di stringerne in lega i regnanti per la comune difesa del trono. In verità a ciò fare egli fu proprio indotto dalla Corte di Vienna, che sarebbesi certamente messa a capo della lega per governarla a tutto suo vantaggio.

Se non che il Pontefice, il Borbone di Napoli e il Granduca di Toscana, indovinate le secreto mire del Governo austriaco e non dividendo essi con Francesco di Modena il timore che tanto l’agitava, respinsero i disegni dello estense. Visitato da prima il Sire d’Absburgo nella sua imperiale Vienna, il Duca, in sul cominciare del 1859, fece ritorno a' suoi domini, che trovò in grande commozione per le novelle giunte allora allora di Parigi e di Torino. Montato per ciò in furore, prese a perseguitare quanti erano in fama di liberali; e siccome di tutti sospettava, cosi per tema che un giorno si tentasse di liberare i condannati per crimine di lesa maestà, gementi nelle prigioni del ducato, mandolli alla fortezza di Mantova: cosi l’imperatore d’Austria facevasi carceriere dei condannati politici di Francesco di Modena! Espediva pure di li a poco a Mantova non solamente quanto di suo possedeva, ma quanto di più prezioso trovavasi nel ducale palazzo, e che suo non era, od anche i lini e gli arazzi; in oltre tolse per sé alla biblioteca Palatina codici e autografi di molto valore, e dal gabinetto numismatico tutte le monete e medaglie d’oro e argento; in fine, veggendo prossimo il rompersi della guerra di Sardegna e Francia contra l’Austria, comandò di riscuotere anticipatamente le imposte di maggio e togliere a prestanza un milione di lire. — Massa e Carrara,

Quando seppero delle ostilità cominciate su l’alto Po e su la Sesia, levaronsi a tumulto, e fu il 28 maggio; e siccome le milizie estensi — che per lo addietro avevanle presidiate — raccoltesi a Fivizzano al primo romoreggiare della guerra, minacciavano calare sopra quelle città, cosi a loro difesa ordinaronsi i volontari del paese; i quali poi, afforzatisi delle Guardie Nazionali ivi accorse da Sarzana e sin da Genova, occuparono le alture di Ceserano e Fosdinovo dinnanzi al campo delle soldatesche ducali capitanate dal colonnello Casoni. Il quale, dopo qualche badaluccare coi volontari, fatta deliberazione d’assaltare Carrara e riunite a tale scopo tutte le sue forze armate e le sue artiglierie, mandava innanzi alquanti soldati a speculare la contrada; ma avvertito che dal generale Ignazio Ribotti — un vecchio soldato della libertà — tenevasi Carrara con grossa schiera di volontari — i Cacciatori della Magra — il colonnello Casoni, dopo avere tratto contra il nimico pochi colpi di moschetto, tornava a' suoi campi. — Non molto innanzi il compiersi di tali fatti era giunto a Massa e Carrara Vincenzo Giusti (1), quale Commessario del Governo sardo, con ufficio di reggerle in nome di Vittorio Emanuele; e con lo aiuto di Enrico Brizzolari, egregio cittadino carrarese, bene ricompose la cosa pubblica. Francesco V, irritato per lo intervenire della Sardegna nelle faccende sue, intervenzione ch’ei diceva violare e usurpare i territori estensi, protestò, nel tempo stesso movendo acerbo rimprovero al Governo del Re che, non offeso, offendeva.

Vennegli risposto: = Massa e Carrara, levatesi spontaneamente per la causa nazionale, avere gridata la dittatura di Vittorio Emanuele; e il Governo, ritenendosi in guerra col Duca di Modena, avere inviato sue armi a proteggervi le popolazioni minacciate da soldatesche estensi. = Il passaggio del Ticino di poderosissimo esercito austriaco e lo allargarsi di questo nelle provincie orientali del regno subalpino avevano destato nel Duca di Modena gli ardori di guerra, tanto che con sue genti e una brigata di fanti imperiali avanzossi verso l’Appennino in cerca del nimico ch’egli ben sapeva non avrebbe mai incontrato. Ma quando seppe delle disfatte patite da Giulay — il generalissimo delle armi austriache in Italia — due volte a Palestro, e di quella sanguinosissima di Magenta—ond’era stato costretto a indietreggiare verso il Mincio — Francesco I sollecito condusse i suoi a Brescello e a Guastalla; unendosi a lui, in Brescello, il generale Crotti con le milizie parmensi mantenutesi in fede alla duchessa reggente di Parma (2); le quali poi andavano a campeggiare Gualtieri. Nel lasciare Modena — e fu il mattino dell’11 giugno — il Duca, in un editto bandito dal suo palazzo, nominò una Reggenza, la quale doveva in sua lontananza governare lo Stato in nome suo; a tutelare vie più la sicurezza pubblica e privata istituì una Guardia Urbana sotto il comando del maggiore Stanzani; e dichiarò sin d'allora nulli gli atti e gli ordini, che potessero emanare da qualsiasi Governo usurpatore, chiamando mallevadori, anche in futuro, quelli che si facessero autori, istrumenti o complici di atti illegali e lesivi de suoi diritti, o a danno e offesa de suoi sudditi fedeli (1).

Le sconfitte di Magenta e Melegnano costringendo Giulay a portarsi al Mincio e a raccogliervi tutte le sue forze armate, il battaglione di fanti, che ancora teneva Modena, ripassava speditamente il Po: onde Francesco V, fatte venire a sé le milizie estensi, portavasi con queste a Mantova; e, dopo averle poste sotto il comando di Liechtenstein — il quale stava a capo del secondo corpo d’esercito austriaco — egli andò a Verona presso l’imperatore Francesco Giuseppe, sceso in quel mezzo a Italia per assumere la direzione suprema della guerra. — I Modenesi, appena seppero della partenza degli Austriaci dalla loro città — e fu il mattino del 13 giugno — chiamarono a governare lo Stato Pietro Muratori, Giuseppe Tirelli, Egidio Boni, Emilio Nardi e Giovanni Montanari; i quali due giorni di poi insegnarono l’officio, temporaneamente assunto, all’avvocato Luigi Zini — un loro concittadino esule sin dal 1848 — Commessane per Vittorio Emanuele, deputato a reggere la cosa pubblica nel ducato, fino al vero ordinamento di esso. Nel brevissimo tempo di sua reggenza fece molto e bene; avvegnaché, armata la guardia cittadina, licenziasse la milizia di campagna, devota agli Estensi; comandasse ai Gesuiti di lasciare le provincie modenesi, e i beni che tenevano dal Duca consecrasse alla pubblica istruzione; e, a guarentire i crediti dello Stato, sequestrasse il patrimonio di Francesco V. — Il 21 giugno Carlo Luigi Farini — un esule romagnuolo, già Ministro sopra l’istruzione pubblica nel regno subalpino — dal re Vittorio Emanuele deputato a governare in suo nome le provincie modenesi, in un bando, che importa qui riportare in tutta interezza, ai popoli di quelle provincie parlava cosi: «Voi avete rinnovato il voto dell’unione col regno di Sardegna; Vittorio Emanuele mi manda a governarvi.

L’esempio del primo soldato dell’indipendenza insegna a me e a voi la via del dovere. Primo dovere di tutti gli Italiani è oggi quello di esser larghi alla patria dell’avere e del sangue: primo dovere di un governo nazionale il mantenere severamente l’ordine civile, e il rifornire l’esercito d’uomini e di danaro. Io farò il mio, voi non mancherete al dover vostro. In queste provincie furon sempre ingegni elevati e animi forti, che per egregie qualità e fatti preclari salirono in fama. Voi continuerete a far prova di quel senno civile che è necessario a fondare libero reggimento, e di quella costanza che nei duri partiti della guerra non abbandona gli animi robusti. Dopo lunghi secoli di dolore l’Italia ha una occasione nuovissima di liberarsi dalla dominazione straniera. Il re Vittorio Emanuele scioglie il voto fatto su la tomba del suo magnanimo Padre, esponendo la vita ove maggiore è il pericolo delle battaglie. L’Imperatore della più forte fra le nazioni latine, combattendo i nostri nimici con generosità maravigliosa, accresce lo splendore di un nome, al quale pareva che né il genio, né la fortuna potessero aggiugnere gloria. Italiani delle provincie modenesi! Io ho fatto sicurtà per voi al Governo del Re, che mostrerete riconoscenza all’imperatore e all’eroica Nazione francese, gareggiando di virtù coi popoli subalpini; i quali, provati da molte sventure, non perdonarono a fatiche né a sacrifizi per assecondare Vittorio Emanuele nel disegno di condurre a buon fine la grande impresa.

Aiutatemi voi del consiglio e dell’opera; siate uniti e concordi; ché per vincere i nimici d’Italia bisogna vincere le nostre passioni, levar via gli sdegni, por giù le borie municipali, avere in cima dei pensieri l’indipendenza, l’unione e la grandezza della patria, della quale vogliamo essere liberi cittadini. — Alle parole dell’onesto Farini risposero largamente e sapientemente le opere; però che egli subito provvedesse allo ordinamento della milizia cittadina; accordasse libertà alla stampa; abolisse le pene corporali che dal Magistrato civile potevansi infliggere (1); rendesse ai Comuni le franchigie un di godute, e decretasse il riaprimento dell’antica scuola degli ingegneri militari, istituita in Modena dal grande Napoleone, la quale aveva dato all’esercito italico officiali illustri nelle scienze belliche (2). — Questo il fine della mala signoria di Francesco I d’Este; che, soltanto de' suoi soldati amante — alla cui fedeltà aveva fidato sé e il trono — trattò sempre con superbo disprezzo tutti gli ordini dei cittadini, tenendoli in conto di servi, non di sudditi. Il timore che, stanchi del giogo loro imposto, avessero un giorno a ribellarglisi, lo rese oltremodo sospettoso, e lo spinse a sempre nuove crudeltà; e giunse persino ad annullare parecchie sentenze dei tribunali civili, se troppo miti: onde ebbe sovente a rimproverare i giudici del poco uso che facevano della pena di morte, tanto opportuna e salutare; ciò che molto onora la magistratura estense. Sotto la dominazione sua perdettero la vita sul patibolo giovanetti non ancora diciottenni, per avere quel principe disumano fatto grazia di anni a chi, in virtù delle leggi, sarebbe stato salvo dal supplizio estremo. Persecutore fierissimo di quanti erano in fama di liberali, il Duca giunse persino a decretare la pena di morte a colui che avesse osato discutere i diritti di sua potestà assoluta; la prigionia, i digiuni e il bastone, queste le pene per le colpe minori! Il suo governo di terrore gli fruttò la perdita del trono.

Il Parlamento siciliano, poco innanzi il disdirsi delle tregue con Napoli, decretava lo spartimento dell’isola in due comandi militari, il primo componendo con le province di Palermo, Trapani, Girgenti e Caltanisetta l’altro con quelle di Messina, Catania e Siracusa; quello da governarsi da De Trobriand, il secondo da Mieroslawskì. Ambizioso di primeggiare, il generale polacco otteneva, mediante bassi intrighi e prepotenti istanze, d’essere preposto all’emulo per potersi affrontare col nimico al subito rompersi della guerra. Sicilia, con piccolo esercito, possedeva due capitani supremi, tra loro indipendentissimi; onde non esisteva unità di comando, indispensabile al buono andamento d’ogni militare impresa; obbedivano pero al Ministro sopra le armi; se non che Mariano Stabile, che allora teneva quell’alto officio, era affatto ignaro di scienza bellica! Le milizie regolari, le quali sotto il governo di Mieroslawski stavansi sul cadere di marzo raccolte in Catania e nelle provincie a sua autorità soggette, contavano settemila settecento uomini con undici artiglierie.

Presidiavano Catania tre battaglioni di fanti leggeri, uno di cacciatori, due compagnie di guardie municipali e cinque cannoni; trovavansi in Siracusa due battaglioni di fanti leggeri e una brigata d’artiglieri; tenevano Taormina due battaglioni di volontari; e Augusta, due compagnie di fanti leggeri con una batteria d’artiglierie da campo; la quale per colpa di chi la comandava, il luogotenente colonnello Medina, non prese parte alla guerra (1). In aiuto a queste forze armate il Governo aveva spedito da Palermo una bella schiera di soldati, capitanata dal colonnello di Santa Rosalia (2), che veniva creato comandante generale della provincia messinese. Avevano i Ministri risoluto di far l’impresa di Messina; disegno audace messo innanzi da Mieroslawski, combattuto da molti, ma da quelli accettato. Fu gravissimo errore lo assaltare con poche e non ordinate genti una città validamente fortificata e munita di presidio numeroso; fu pure grave errore del generale polacco far base di guerra Catania, le cui difese consistevano in pochi asserragliamenti, nel campo trincerato di Misterbianco e in quattro batterie, ciascuna di quindici cannoni, che proteggevano dalla parte del mare; e fu non meno grave errore lo scegliere a linea delle militari operazioni la via che corre la marina da Catania all’obbietto dell’impresa; però che si trovasse esposta alle offese dell’armata napolitana.

— Se i Siciliani avevano deliberato di togliere Messina al nimico, Filandri aveva risoluto di insignorirsi di Catania; al quale intento, presidiata Messina, sua base di guerra, con quattro mila soldati muoveva all’impresa col grosso dell’esercito — sedici mila uomini allo incirca — composto di sette reggimenti di fanti napolitani e due di svizzeri, di cinque battaglioni di cacciatori, due reggimenti di cavalleria, un battaglione di guastatori, tre batterie di artiglierie ila campo e tre da montagna; esso correva la via del litorale per avvantaggiarsi dell’armata regia, la quale contava diciotto navi a vapore — fregate e corvette — tre fregate a vela e molte barche cannoniere. — Il 30 marzo ili quell’anno 1849 Mieroslawski e Filangeri avanzarono l'un contra l’altro i loro campi per la marina di Catania e di Messina. Contra questa città alcune compagnie di fanti siciliani con tre cannoni, duce il colonnello Sant’Antonio, muovevano da Patti lungo il litorale per volgersi quindi a Castroreale, mentre due battaglioni di volontari, guidati dal colonnello Pracanica, procedevano innanzi per impadronirsi del capo Santo Alessio e di Scaletta che siedono su la marina del mar Jonio. Queste schiere di armati dovevano poscia avanzarsi da Castroreale e da Scaletta verso l’obbietto dell’impresa, percorrendo i versanti dei monti, e, per sostenersi a vicenda, assicurarsi dei passi di quelli.

Ad appoggiare tali mosse Mieroslawski prometteva di condurre in Taormina cinque battaglioni di fanti, uno squadrone di cavalleria e cinque cannoni. Pracanica non potè compiere gli ordini avuti; avvegnaché le poche sue soldatesche fossero state costrette a indietreggiare da grossa mano di regi, che con armi preponderanti di molto alle sue da Scaletta erasi avanzata verso capo Santo Alessio, sostenuta a sinistra in suo cammino dalle navi napolitano, le quali ne avevano seguite le mosse con soldatesche da sbarco, e a destra appoggiata da tre battaglioni di cacciatori, percorrenti i monti che signoreggiano la spiaggia ionica. Offesi dai cannoni di una nave borbonica e oppressi dal numero soverchiante dei nimici, i battaglioni di Pracanica e parte della gente del colonnello Santa Rosalia corsa in loro aiuto, dovettero cedere il campo e cacciarsi tra i monti: lo che avvenne il primo aprile di quell’anno 1849. Il dì appresso i regi assaltavano Taormina; ma difesa da scarsissimo presidio, dopo brevi ore di contrasto cadeva in potere dei nimici; i quali, usando la vittoria giusta 1 modi loro consueti, mettevano quella terra a ruba e a fuoco. Il generale polacco, appena seppe della perdita di Taormina, indietreggiò verso Botteghelle; di poi recossi a campeggiare Piedimonte, ove il raggiunsero parte delle sue genti; quelle di Pracanica, per comando suo, portaronsi a Randazzo.

Se non che, bene a ragione reputando essere quelle posture troppo pericolose e temendo di vedersi levata dai Napolitani la ritratta sopra Catania, subito si tolse da quei campi, e corse a difendere la sua base di guerra; eh'egli però sapeva di non potervi fare lunga resistenza allo sforzo dei regi per essere tutta aperta e debolmente presidiata. Non ostante lo speditissimo suo camminare, avendo preso la via di Randazzo, Bronte e Adernò — via che gira attorno ai piedi dell’Etna — per agevolare l’unirsi a lui de' suoi che stavano tra i monti, non gli fu dato di condurre a Catania fuorché due battaglioni di fanti, uno squadrone di cavalli e cinque artiglierie da montagna, nella quale città entravano il cinque aprile (1). Il mattino di questo stesso giorno la restante parte dell’esercito di Mieroslawski — ch’erasi raccolta entro Randazzo — muoveva alla volta di Catania sotto il comando di Santa Rosalia. In questo mezzo i regi, i quali avevano fatto l’impresa di Taormina, congiuntisi a quelli messi a terra dall’armata borbonica su la marina di Riposto — che insieme sommavano a dodici mila con trentadue artiglierie — il 5 di quel mese recavansi in mano Acireale. Al loro avvicinarsi il battaglione di cacciatori siciliani, che vi stava a guardia, ritraevasi a Catania; la quale in quel giorno si vigorosamente rispondeva al fulminare di quattro navi a vapore napolitane da rimandarne dal combattimento due assai malconcie.

Era sorto da poco il 6 aprile, quando le campane di Catania suonavano a martello per chiamare i cittadini in su l’arme contra i nimici, che per la via di Aci avanzavansi a grandi passi; i quali, senza colpo ferire, recavansi in mano le belle posture elevantisi non lungi dalle mura catanesi, da Mieroslawski non occupate: fatale inconsideratezza, che precipitò la rovina di quella città animosa. Lo strepito delle armi l’ha avvertita, avere da quella pane i regi cominciati gli assalti; allora i cittadini corrono alle difese; e cinque compagnie di vecchi soldati — i licenziati dall’esercito borbonico — seguite da mezza batteria di cannoni da campo, insofferenti di indugio — però che gli ordini del generale tardassero a giugnere — corrono ad affrontare i nimici, che con impeto furioso assalgono tra Battiati e San Giovanni la Punta, combattendolo con coraggio straordinario. Oppressi dal numero, avvegnaché i regi sieno sei volte tanto, indietreggiano verso Battiati; ove, trovati in ordinanza gli aiuti condottivi da Mieroslawski — due battaglioni di fanti e uno squadrone di cavalli — voltano nuovamente la faccia ai nimici; allora la pugna rinnovasi più feroce di prima, e per otto ore continue e senza riposo la si combatte. Le perdite sono gravissime dalla parte dei Siciliani, ma non li scoraggiano, e, facendo prove di sempre nuovo valore, resistono nello aspettamento della schiera di Santa Rosalia, cui il generale aveva spedito l’ordine di affrettare sua venuta a Catania.

Svanita la speranza di quel soccorso, dopo aver visto cadere la terza parte de' suoi, Mieroslawski indietreggia fino alle mura della città. Incalzati da presso dai Borboni, i Siciliani riappiccano audacemente la pugna; ma affranti dalla fatica e dal numero soverchiante dei nimici minacciati di totale eccidio, sono di lì a poco costretti a ripararsi entro Catania e con essi quanti cittadini erano corsi alle difese. Rotte le ordinanze, la confusione è in ogni parte; fulminate dal cannone dei regi, molte case sono preda delle fiamme: onde il generale comanda alle sue genti, abbiano a raccogliersi sollecite nel trincerone; le quali vi si recano a drappelli; ma non trovandovi chi le rannodi e le riordini, subito ne escono — pochissime eccettuate — e pigliano la via di Palermo. Allora i Napolitani per la porta di Aci invadono Catania; ma dopo breve avanzare veggonsi impedito il passo dal popolo e dal battaglione di fanti leggeri, in quel mezzo rientrato in città dopo essersi tutto il giorno sostenuto a Lognina contra l’armata borbonica, la quale co’ suoi grossi e numerosi cannoni aveva distrutto le batterie, che difendevano Catania dalla parte del mare, e distrutto pure il trinceramento di Lognina. Assaliti gagliardamente di fronte e alle spalle, i Napolitani cedono il campo e sono ributtati fuor della porta; furiosamente perseguiti, indietreggiano fin quasi al piano di Gioeni lasciando due cannoni in potere dei Siciliani.

Anche dalla via di San Giovanni i regi vengono aspramente respinti da picciola schiera di soldatesche sicule. Se tutte le genti di Mieroslawski si fossero trovate in quel momento raccolte attorno a Catania; se in quell’ora, che favorevolissima correva alle armi siciliane, Santa Rosalia fosse caduto sul fianco destro dell’esercito napolitano, questo sarebbe stato rotto e cacciato in mare. Ma Santa Rosalia — il quale, per avere indovinati i disegni dei nimici, levato il campo da Randazzo erasi posto per via il 5, giorno innanzi a quello fissatogli dal generale — non potè giugnere però in tempo a salvare Catania. Ricevuto al suo arrivare in Adernò — e fu nella sera del 5 stesso — l’ordine di Mieroslawski di scendere sollecito sopra Gravina contra i regi, accordate poche ore di riposo ai soldati, che in quel di avevano percorso ventiquattro miglia, si rimise in cammino, e per Beipasso e Camporotondo venuto in sul cadere del 6 aprile a Malacusia vi pose il campo. All’albeggiare del giorno appresso prese la via di Gravina; ma giunto a breve distanza da questa terra, avvisato dei tristi casi sortiti a Catania volse i passi al trincerone.

I Borboni, i quali, dopo essersi sui piani di Gioeni rifatti e afforzati d’altre armi, in sul cadere della notte erano tornati agli assalti, superate le porte della città, nuovamente vi entravano conquistandola palmo a palmo, però che il popolo e i pochi soldati rimastivi loro la contendessero combattendo sino al mattino del 7 aprile. Santa Rosalia, non avendo trovato nel campo di Misterbianco Mieroslawski con le sue genti, recossi a Paternò, su la via di Palermo, contra il desiderio de' suoi, i quali avrebbero amato scendere sopra Catania per tentarne la impresa; ma il generale polacco, ferito nelle ultime difese della città, erasi recato a Palermo, e il suo picciolo esercito a Castrogiovanni, ove sperava far buona resistenza ai nimici, se vi si fossero portati ad assalirlo, Catania non sarebbe venuta in potere dei Borboni, o avrebbe certamente a questi potuto resistere più a lungo, se Mieroslawski fosse stato capitano esperto, diligente, operoso; egli possedeva il coraggio del soldato, non le virtù d’un capo d’esercitot Grave errore commise il Governo nel porre la somma della guerra in chi non conosceva a pieno; ebbe pur torto il generale polacco di assumere 'quel carico, che ingegno bastevole non avea per compierne gli obblighi, difficili sempre, più difficili poi nelle condizioni in cui allora trovavasi la Sicilia. Poche e male esperimentate alle armi erano le milizie dell’isola rimpetto alle napolitano; pure, se Mieroslawski avesse saputo combattere i nimici con tutto lo sforzo delle sue genti; se, più prudente e accorto, avesse in sua ritratta da Taormina su la base della guerra difeso le militari posture, che stanno dinnanzi a Catania, buona fortuna sarebbe toccata alle sue armi, valorosissime e piene d’entusiasmo. Ma, avendole tenute sempre sparse, egli non potè presentare una giornata al nimico, dinnanzi al quale non condusse mai più di tre battaglioni.

Come a Messina, cosi a Catania i Napolitani e chi li capitanava — il generale Filangeri, principe di Satriano — mostraronsi in tutto degni del re Ferdinando. Non paghi d’aver mandato la città a ferro, a fuoco e a ruba, essi commisero atti di tale dissolutezza e tanta ferocia, che il capitano inglese Kev ebbe ad affermare: le età più barbare e le nazioni più selvagge non offrire esempi così orribili e ributtanti. Egli scrisse a Filangeri: non essersi mai vedute simili scene in una terra senza fortificazioni, senza difese; appellarsi alla sua umanità! Vana preghiera, inutile appello! ai venduti alla tirannide l’umanitàè virtù sconosciuta. Il principe di Satriano non frenò il saccheggio, non fece cessare l’opera di distruzione; che anzi quello e questa continuarono vandalicamente sotto gli occhi degli officiali napolitani, indifferenti a tanto strazio e a tanta rovina: testimoni di ciò furono gli Inglesi della nave il Bulldog.

L’eroica resistenza di Catania non fu imitata da Siracusa; quella cadde con onore, questa con vituperio per gli intrighi di alcuni cittadini di parte borbonica; i quali, tosto che seppero avere i regi espugnata Catania, fecersi a ricordare ai Siracusani le stragi, i saccheggi e gli incendi di Messina, e i recenti atti di efferatezza compiuti dal nimico nello impadronirsi di quella terra, che aveva osato resistergli; in oltre dissero loro essere impossibile resistere all'esercito napolitano potente per numero d’uomini e per armi, e per essere debolissime le difese della città e scarso 1 presidio: onde gli animi di tutti riempironsi di tanto Errore, che popolo e soldati — i quali poco innanzi avevano giurato di combattere sino allo estremo — allo scopo di risparmiare inutile spargimento di sangue chiesero li rendere la terra alla chiamata dei regi. E questi la fecero e l’ottennero, e senza colpo ferire entrarono in Siracusa nel momento in cui ne usciva il presidio, serbatosi in fedi alla patria, per recarsi al campo di Castrogiovanni; verso il quale erasi pur diretto quello d’Augusta — due compagnie di fanti — che all’avvicinarsi dei Borboni avevano lasciato la città.

All’udire i tristi casi di Catania e la brutta dedizione di Siracusa, molti tra i più notevoli diPalermo caddero in tale abbattimento d’animo, che, disperando ornai della libertà e della indipendenza, per togliere la metropoli e le altre terre dell’isola al ferro, al fuoco e alle brutalità delle soldatesche napolitane, mostraronsi inclinare agli accordi col nimico e fecero intendere parole di pace. Ma il popolo, magnanimo sempre, più grande nell’ora del pericolo e quando il tradimento minaccia di danni la patria, alzatosi animoso gridò: voler piuttosto la morte che i Borboni; generoso proposito che doveva essere combattuto e vinto con le arti di Giuda dai partigiani dei Re. I quali, con lo accettare i buoni offici di Baudin, ammiraglio francese, per lo accomodamento delti affari di Sicilia, forzavano i Ministri a rinunziare al loro officio. Noi eravamo Ministri per fare la guerra, diceva il principe di Bufera il 14 aprile all’Assemblea dei Deputati sebbene le condizioni non sieno state felici per noi, lascia cosa che avremmo potuto fare sarebbe stata di riferirla alla Camera...»

E il Ministro sopra le armi, Mariano Stabile, cosi parlava: «A quelli che ci lessero la lettera con la quale ci si offriva la mediazione, abbiamo soggiunto che, accettandosi questa, i mediatori avrebbero a trattare con altre persone.» In fatto, accolta la intervenzione di Francia, ai Ministri rinunziatori succedevano i baroni Grasso e Canalotti e Salvatore Vigo, uomini prontissimi a ricevere le condizioni, anche le più umilianti, che il re. Ferdinando sarebbesi compiaciuto di imporre alla Sicilia. Essi presero da soli a reggere la cosa pubblica, non essendo stato possibile trovare altri che volessero associarsi a Grasso e a Canalotti, troppo sfacciatamente favoreggiatori del Borbone, e a Vigo, cittadino bensì onesto, ma di natura timido, e di carattere debole. Soccorrevanli di consiglio il barone Riso e il marchese Spaccaforno; il primo, per li interessi suoi particolari, «avvegnaché, come scrisse La Farina (1), vedendo pericolare le sorti della rivoluzione, altra cura e altro intento non avesse che salvare sé e il danaro offerto alla Sicilia, quando offrirlo era gloria e vantaggio sicuro; e il secondo, per ambizione congiurava in favore del Re; e i cittadini suoi, reputandolo uomo onesto, creavanlo Pretore di Palermo.

— Prima che venisse posta innanzi la mediazione di Francia, lo atteggiarsi minaccioso dei Palermitani — i quali, non volendo più saper di signoria borbonica, andavano per le vie gridando ferro e fuoco — avevano costretto i Ministri a provvedere solleciti all'ordinamento delle Guardie nazionali della valle di Palermo, che tutte dovevano raccogliersi nella metropoli o in Termini, e avere a capitani quegli uomini soprammodo segnalatisi nella sollevazione del 12 gennaio e nei rivolgimenti politici che la seguirono. I cittadini di Palermo, veggendo per tale deliberazione il Governo a preparare nuova resistenza e la guerra di popolo, e affidare a questo le armi salvatrici della patria, pieni di speranze per lo avvenire, si quietarono; allora i timidi presero coraggio; gli abbattuti, forza e lena per operare; negli animosi crebbe l’ardire; in tutti poi, l’alacrità del fare.

Allo invito dei supremi reggitori, nelle campagne e. sui monti numerosi fevavansi in su l’arme i Siciliani; ma vedevansi poscia dalle Guardie nazionali di Palermo impedito lo entrare nella città, nella quale dovevano ordinarsi per la sua difesa. Ingannate o sedotte dai loro capi, segnatamente dal barone Riso, le Guardie nazionali erano divenute strumento della tirannide borbonica prima che questa venisse restaurata nell’isola. Esse, allo scopo di condurre il popolo alla loro parte, spargevano per la città le più impudenti menzogne; chiamavano traditori i Ministri passati, al cui governo attribuivano il deplorevole stato della Sicilia; dicevano, Catania e Siracusa perdute per tradigione dei soldati; affermavano essere ornai impossibile la guerra; se le armi siciliane avessero superate le borboniche, non duraturi sarebbero per essere i vantaggi della vittoria, però che l’Austria, di quei giorni vincitrice della Sardegna a Novara, non tarderebbe a spedire aiuto di sue genti a Ferdinando; ogni spargimento di sangue tornar quindi ìi danno, non di vantaggio alla patria; miglior consiglio venire, per opera dei buoni offici di Francia, a pace col Re, il quale, assicuravano, essere pronto a concedere alla Sicilia onorevoli patti.

— I traditori in fatto esistevano, ma tra i Deputati e i Pari; trovavansi nelle file delle Guardie nazionali, che niegavano di combattere il nimico già minaccioso soprastante a Palermo, come asserivasi allora dal barone Riso, loro supremo comandante; non vergognavansi di correre con le armi le vie della città, quasi fosse sotto l’imperio delle leggi militari; in fine, respingevano i contadini e i montanari recantisi alla metropoli per iscriversi soldati sotto le patrie insegne. Non tutte però furono vili; avvegnaché se ne vedessero moltissime svestire quella assisa, la quale, poco innanzi nobile e onorata, erasi di quei giorni, per l’opera turpissima di alcuni pochi venduti alla tirannide, d’immenso vituperio bruttata. — I Ministri, i quali capitanavano la parte borbonica, non più frenati dal Parlamento, che il 17 aprile aveva prorogato le sue riunioni, maneggiaronsi a tutta possa allo scopo d’agevolare il ritorno della signoria di Ferdinando. Non chiesti, mandarono passaporti a quelli che, godendo il favore del popolo, e avendo credito e superiorità sovr’esso, avrebbero potuto muoverlo a romore e levarlo in su l’arme contra la loro autorità e il loro potere. Non osando licenziare l’esercito, ne dispersero i soldati, e spedirono lettera-circolare ai Comuni dell’isola per sospendere lo invio delle Guardie nazionali a Palermo (1). Rifiutarono di ricevere la polvere da fuoco e le armi giunte in quel mezzo a Trapani, dai loro antecessori comperate per la guerra; in fine, la legione universitaria, la quale, duce La Farina, in sul cadere del marzo erasi portata alle stanze di Misilmeri, subito lasciate per recarsi a Catania, da prima richiamarono, poscia ordinarono a La Farina di dare licenza ai legionari di tornare alle loro case; i quali, al comando del ministro Grosso, rispondevano recandosi a Palermo e ponendovisi a quartiere nel palazzo dell'Università.

Correva la sera del 20 aprile, allora che il Presidente del Governo, Ruggero Settimo, chiamava a sé i Ministri, molti Pari e rappresentanti del popolo, il comandante supremo e gli ufficiali più alti in grado delle Guardie nazionali, e i capi delle milizie presidianti Palermo, per far loro conoscere le concessioni promesse da Ferdinando alla Sicilia, quando spontaneamente posasse le armi, e per deliberare su l’accettazione o il rifiuto di esse. Accordavasi dal Re ai Siciliani: «Una costituzione in conformità dell’atto di Gaeta del 28 febbraio; il figlio primogenito, o altro principe reale, e in mancanza, un grande personaggio per Viceré; Guardia nazionale per Palermo con una legge che ne stabilirebbe l’ordinamento; liberazione dei prigionieri siculi, fatti negli avvenimenti di Calabria, eccetto i capi, che manderebbersi in esilio per un tempo determinato; amnistia generale, esclusi però i capi e li autori della rivoluzione; riconoscimento del debito pubblico fatto dal Governo della rivoluzione» (1). I più dei riuniti a consulta, inclinando a pace, affermavano: = Il popolo, stanco di rivolgimenti, desiderare un governo stabile; le Guardie nazionali di Palermo, cui principalmente spettava la difesa della città, avere risoluto di non combattere più; le forze armate essere per la guerra troppo scarse e disanimate; se queste volessero continuare le resistenze, toccherebbero alla città le sorti dolorose di Messina e Catania; = conchiudevano in fine, che potevansi accettare le condizioni offerte dal Re, perché onorevoli.

— Rispondevano loro gli officiali dell’esercito in questi termini: = I soldati essere desiderosi di far nuove prove dell’armi; se le Guardie nazionali di Palermo rifiutavansi di combattere, la patria poteva far sicuro fondamento su quelle delle altre città dell’isola, che allo invito del Governo aveano generosamente risposto; non dover quindi disperare della causa di Sicilia, avvegnaché impresa non difficile fosse il rimetterla in buono stato. = Queste generose parole, che provavano la falsità della parte avversa a libertà, sgomentarono i Ministri; i quali, temendo che i partigiani del Borbone, per vergogna di comparire traditori non osassero opporsi al riprendersi della guerra, rinunziarono al loro officio. Nulla fu deliberato in quella sera. Il dimani, i più animosi della parte liberale, i volenti la continuazione delle resistenze sino allo estremo, raccoglievansi intorno a Ruggero Settimo; cui La Farina, nell’offrire la Dittatura, proponeva il licenziamento delle Guardie nazionali di Palermo e la chiamata alle armi del popolo di questa città e delle genti del contado e dei monti.

Il capo del Governo non accettò tali proposte, nella tema avessero a spingere i Siciliani a combattersi in lotta civile: Io sono pronto a tutto, disse egli a La Farina, per la salute della patria; qualunque sacrificio non mi è grave; qualunque periglio non mi sgomenta; ma non proponetemi di versare sangue cittadino; io voglio ad ogni costo evitare la guerra civile.» Innanzi di abdicare all’autorità suprema, egli tentò ancora una volta gli animi delle Guardie nazionali; ma avendo trovato moltissimi inchinare a pace, pochi alle resistenze, deposto il potere supremo nelle mani del Municipio, il 25 aprile — tredici giorni dopo la prima riunione del Parlamento siciliano — lasciava l’isola e rifugiavasi a Malta (2). — Appena il supremo Maestrato della città ebbe assunto il governo della Sicilia, una deputazione di cinque cittadini, nella notte salita sul Palermo,nave a vapore da guerra, recavasi a Catania presso il principe di Satriano a porgergli Tatto di sommessione del comune di Palermo; portava bandiera parlamentaria e per guarentigia propria erasi fatta accompagnare da un officiale francese. Non trovato in Catania il generale Filangeri — il quale aveva mosso l’esercito verso la metropoli — la deputazione recavasi a Caltanisetta, ove il capitano dei Borboni teneva il campo; consegnatogli l’atto di cui era portatrice, e ricevuta da lui la promessa di un pieno perdono faceva ritorno a Palermo. Mentre tanta vituperevole missione si compiva, la squadra napolitana — sei fregate a (v)cla e cinque legni a vapore — il mattino del 26 aprile minacciosa appariva nelle acque di Palermo.

Alla vista delle navi nimiche e alla novella giunta poco appresso ravvicinarsi di Filangeri con tutta la sua potenza a piedi e a cavallo, scoverti gli inganni di cui era stata vittima, levossi a romore gridando morte ai traditori: colti da spavento i membri della Commissione di governo si nascondevano; e il marchese Spaccaforno fuggiva, cercando salvezza a bordo di una nave francese. Il giorno dopo, il 30 aprile, la consulta dei cittadini, raccoltasi nel palazzo del Pretorio, eleggeva il nuovo Magistrato; e il popolo, chieste e ottenute le armi, davasi a restaurare e a munire le difese. Gli si univano nell’opera e prendevano a far causa con esso molte Guardie nazionali, intendendo con ciò riparare, in parte almeno, al brutto contegno che avevano tenuto nei giorni addietro. Nella notte del 30 aprile e nel mattino del primo maggio le artiglierie del forte Mondello e di quelli di Castellamare tiravano contra i legni napolitani, accostatisi alla rada di Palermo, con intendimento ostile, e obbligavano ad allontanarsene.

Nel medesimo giorno il barone Riso, che presiedeva alla nuova Commissione di governo, coi cittadini Turrisi, Raffaele, Cangemi e con un officiale francese, saliva a bordo del Tancredi, entrato allora in porto, per conferire col luogotenente colonnello Nunziante, inviato da Filangeri allo scopo di ordinare col Pretore le stanze dell’esercito regio fuora della città in modo da impedire qualsiasi ostilità tra i soldati e le popolazioni. Ai Deputati, che facevano conoscere la necessità d’ottenere, anzi tutto un perdono generale, il parlamentario borbonico rispondeva: — Non avere facoltà d’accordarlo; metterebbe però tutta l’opera sua per lo esaudimento di tale domanda; assicurarli, che fra tre o quattro giorni giugnerebbe la risposta, che auguravasi favorevole. = Mentre i reggitori di Palermo con arti ingannatrici apparecchiavansi ad aprire le porte ai regi, il popolo intendeva con somma alacrità alla guerra; e quando seppe, avere i Napolitani portato il campo a Misilmeri, a mezza giornata dalla città — e fu il 5 maggio — non ostante la promessa del principe di Satriano di non affrettare il movimento dell'esercito sopra Palermo, allo intento di concorrere per quanto fosse in poter suo alla pacificazione di Sicilia, alzata bandiera rossa, segnale di lotta a tutta oltranza, gridò: guerra ai nimici, morte ai traditori! Il supremo Maestrato dei cittadini, a rattenere il popolo dal commettere atti che potessero mettere a repentaglio i poco onesti suoi disegni, volgevagli queste parole: Si attende il legno a vapore da Napoli con la risposta.

Popolo generoso mostra al solito la tua sobrietà; risolverai dopo avere consigliato bene sul tuo interesse. I tuoi rappresentanti non saranno che l’eco della tua voce.» Ma il popolo, non avendo più fede ne’ suoi rappresentanti e, sapendo riposare in sua mano i destini della patria, rispondeva a quell’invito consecrandosi tutto e con mirabile ardore ai preparamenti di difesa e d’offesa. Spaventata dal suo terribile atteggiarsi, e veggendo di non poterlo più signoreggiare, la Commissione di governo lasciò l’officio, eccetto Turrisi e Raffaele, i quali vi si mantennero saldi.

Erano le due pomeridiane del 7 maggio, allora che il toccare dell’arma chiamava cittadini e soldati a combattere il nimico; il quale da' suoi campi di Misilmeri erasi mosso ad assaltare Palermo; e i Palermitani, impazienti di affrontarlo, non l’attesero di piè fermo, ma, usciti alla campagna, gli corsero incontro pieni di entusiasmo, gridando: guerra, guerra, guerra! Poco innanzi il cadere del giorno i Siciliani assalgono i regi, ordinati su le alture di Gibilrossa; il subito sopravvenire della notte ponendo fine alla pugna, fa che di lieve momento sieno le perdite dei combattenti; i quali raccolgonsi sui luoghi occupati innanzi il cominciare della zuffa; che il mattino del dimani si riprende per durare senza posa e fierissima tutto il giorno. Stanno dalla parte dei Borboni i buoni ordini, la militare disciplina, armi numerose e capitani esperti e provati in guerra: e dalla parte dei Siciliani sta il coraggio individuale soltanto; eppure l’esito della pugna tornò favorevole non a quelli, ma a questi; i quali avrebbero compiutamente debellato il nimico se bene condotti e se unità di comando avesse presieduto al governo della giornata. Allo albeggiare del 9 il combattere si riaccese con l’usato furore.

Satriano, reputando impresa difficile assai domare il nimico, che faceva strenuissima resistenza e andava sempre più ingrossando per gli aiuti che giugnevangli dalle terre vicine, raccolse l’esercito, il quale, durante la notte, erasi allargato sino ai villaggi di Mezzagno e Villabate; poscia tentava gli animi dei Siciliani, mettendo fuora, per mezzo del Console di Francia «la spontanea e magnanima determinazione del Re di concedere il perdono a tutti i reati comuni di qualunque natura commessi sino a quel giorno; esclusi però dalla sovrana beneficenza coloro che avevano architettata la rivoluzione.» Nuovo inganno e nuova perfidia celavasi nell’atto di Ferdinando Borbone; avvegnaché col tacere in quel perdono i nomi degli architettori dei rivolgimenti di Sicilia egli potesse allora e sempre, senza rompere la fede data, infierire a suo arbitrio contra i sudditi e disporne della vita e degli averi a suo talento. Ma il popolo, indovinata l’artifiziosa insidia, prosegui la pugna sin quasi al cadere del giorno, e giurò eziandio di riprenderla al di seguente, se i regi non si riducessero ai campi tenuti il 7 di quel mese di maggio, e Filangeri non pubblicasse i nomi degli esclusi dalla regia generosa amnistia.


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Il Maestrato supremo di Palermo, che ad ogni costo voleva metter fine alla guerra, spediva una deputazione di cittadini al generale Satriano in Misilmeri per fargli conoscere le domande del popolo; e le appagò subito il Filangeri; il quale, se non disperava della vittoria, la prevedeva però ancor lontana e molto sanguinosa. Fatto indietreggiare l’esercito da Palermo, il principe di Satriano consegnava ai deputati a lui spediti dal Municipio un foglio, su cui stavano scritti i nomi delle persone non ammesse al reale perdono; erano quarantatré. Il popolo, rassicurato dai partigiani del Borbone, che un combattere di due giorni tanto onorevolmente sostenuto coi nimici, e il pieno soddisfacimento dato da questi a quanto esso aveva richiesto, facevano salvo l’onore e lo avvenire suo politico, si quietò; ma depose le armi soltanto allora che ottenne libera la uscita dall’isola agli stranieri e ai Napolitani — i quali, disertati dalle bandiere borboniche, erano passati sotto quelle di Sicilia — ed ebbe promessa dal generale Satriano che i regi avrebbero presidiato i forti di Castellamare e presa stanza fuor di Palermo, la cui sicurezza interna doveva affidarsi alle Guardie nazionali.

— Il 15 maggio 1819 l'antica bandiera dei Borboni veniva alzata sui forti e su le mura di Palermo; Sicilia vedeva allora la sua libertà cadere per opera di quei soldati che un anno innanzi in Napoli aveanla spenta nel sangue di tanti cittadini. Come a Messina e a Catania, cosi a Mezzagno, a Villabate le milizie di Ferdinando II, interpreti fedeli della volontà del loro padrone, commisero orribili atti di barbarie, segnando i loro passi con gli incendi e le ruberie, e compiendo la nefanda impresa con uccisioni di vecchi e di infermi, di donne e di fanciulli. Dei quali turpissimi fatti addussero a scusa la gagliarda resistenza incontrata nello insignorirsi di quei villaggi; ma i regi mandarono a ruba anche la terra di Misilmeri, recatasi in mano senza colpo ferire! (1).

Il re Ferdinando, riaffermata la propria signoria nell’isola più col terrore, che per virtù di sue armi, non curandosi della fede data ai Siciliani di un generale perdono e della conservazione dei loro diritti, prese a opprimere quanti erano in fama di liberali; per la quale cosa, non essendovi più sicurezza di vita e libertà, moltissimi esularono. I patti, fermati il 14 maggio dal barone Riso e dal generale Filangeri, guarentivano ai Palermitani la inviolabilità della loro città — patto che l’ammiraglio Baudin avea già messo innanzi in nome del Re — e la conservazione delle Guardie nazionali. Ma cinque giorni dopo il fermarsi della convenzione di Misilmeri, il principe di Satriano invadeva Palermo con sue genti, e dieci giorni appresso licenziava le Guardie nazionali, costringendole a consegnare le armi; pena la morte il disobbedire; eppure Filangeri, nel suo manifesto del 22 di quel mese di maggio ai Siciliani, ne aveva encomiata la libertà.

Il Governo borbonico pesò allora con mano di ferro su quella terra generosa; la quale, prima, non solamente in Italia, ma in Europa tutta, avea alzata la bandiera della libertà, e prima eziandio a bandire la guerra contra la tirannide; gli iniquissimi Ministri di Ferdinando II diedersi a perseguitare i popoli e a torturarli in mille guise. Era in quelli incessante lo affannarsi per trovare motivi d’imprigionare, di condannare; e, mancando tali motivi, i tristi satelliti del Borbone li creavano, e con le arti più vili ne preparavano le occasioni. Il Re, tormentato sempre dai dubbi di nuove cospirazioni e sospettoso di tutti, non rare volte indicò le vittime; e i giudici, non trovandole colpevoli, le punirono per la parte avuta nella passata sollevazione e persino per la intenzione di congiurare a danno della monarchia: onde chiaro appariva, essere stata l’amnistia di Ferdinando la più vituperevole delle insidie. Dovunque la giustizia venne, da chi l’amministrava, apertamente violata; eppure il Borbone, a un infelice che supplicavaio di clemenza, osò rispondere: La giustizia deve seguire il suo corso; raccomandatevi alla Madonna.

Sommessa la Sicilia e pacificata (1) — in quale turpissimo modo fu or ora da noi narrato — il Borbone, temendo che la libertà romana non avesse a destare nuovi incendi nel suo reame, a vendicarsi delle vergogne toccategli a Palestrina e a Velletri (2), davasi a infierire contra l’associazione della Unità Italiana, la quale aveva il doppio intento, di combattere la tirannide e di riunire le membra sparse della patria. Sorta dopo gli eccidi di Napoli dell’anno innanzi per opera d’alcuni rappresentanti del popolo, in breve tempo erasi diffusa in molte parti della penisola. Dividevasi essa in Circoli, i cui capi chiamavansi unitari; uniti, i semplici soci; l’obbedienza a chi li governava era assoluta e cieca; tutti giuravano il secreto della loro istituzione; al traditore davasi la morte, la quale pena potevasi mandare a effetto da qualunque dei soci.

Il Magistrato civile di Napoli, venuto in sospetto dell’esistenza di tale associazione, tanto e si abilmente maneggiossi da fare ascrivere a quella alcuni degli sgherri suoi, che dovevano, non solamente denunziarne le opere, ma eziandio spingerla a moti inconsulti: disonesto scopo che egli con tali disonestissimi mezzi non tardò a raggiugnere. Le delazioni degli sgherri aveano già mandato alle prigioni alcuni membri dell’associazione, allora che lo accendersi di poca polvere (3) forni l’occasione a quel Magistrato di imprigionarne degli altri. Il processo di questi infelici fu, oltre ogni dire, iniquo quanto i giudici eletti a comporre il tribunale, i quali, violando ogni principio di giustizia, non ostante la mancanza assoluta di prove, sentenziaronli colpevoli di attentato alla vita del Re e agli ordini dello Stato. Se nessuno di essi venne mandato al supplizio estremo, ebbero però tutti a patire durissima prigionia.

Il processo — lungo e pieno di strazi morali e fisici — e le feroci condanne emanate dal tribunale commossero non solamente 11 reame ma tutta l’Europa, e si fattamente che i Governi d’Inghilterra e di Francia vidersi costretti a muovere aspri rimproveri al Re Borbone; il quale, non potendo niegare gli atti vituperevoli commessi da' suoi Ministri — cui però di crudeltà e d’infamia egli era maestro — scusossi dicendo di nulla saperne; e allo invito di riparare al suo male operato Ferdinando rispose col licenziare alcuni dei consiglieri suoi, ma senza restituire a libertà gli innocenti, che gemevano in carcere. E fu soltanto dopo sofferenze infinite e lunga prigionia eh egli ruppe ad alcuni di essi le catene ridonandoli alle loro famiglie, e ad altri mutò il carcere in esilio (1).

Il mal governo che il Borbone faceva della Sicilia, a lui sottomessasi a patti — quasi al tempo stesso fermati e infranti — induceva a vive rimostranze e a protesta l’Inghilterra; = i Palermitani essersi assoggettati alla sua signoria, così parlava l’oratore britanno in Corte di Napoli il 16 settembre 1849, su la fede lor data dal Re di universale perdono; sperar quindi di non vedere violata la reale parola. Avere essi diritto alla Costituzione del 1812; ricordargli, che la sospensione continuata di tale anticoe incontrastabile diritto, oltre mantenere nell'isola un malcontento dannoso agli interessi comuni, spingerebbe i Siciliani a nuova guerra contra Napoli. — Stizzito dello inframmettersi di Bretagna in sue faccende, Ferdinando II, per mezzo del ministro Fortunato subito rispondeva: Tutti i provvedimenti con saggezza adottati dal principe di Satriano, sin dopo la sommessione di Palermo, sono stati sempre dettati da sentimenti di umanità e dal compiuto oblio del passato.

Nessuna idea di vendetta è venuta nell’animo del Governo del Re in quell’isola. V. E. deve conoscere che fino ad oggi nessuna sentenza di morte ha avuto luogo per delitti politici, e che la legge non ha usato rigori fuorché verso gli assassini e i perturbatori dell’ordine pubblico. Sebbene il Re insista pienamente sul principio che niun Governo straniero abbia il diritto d’intervenire nell’amministrazione interna d’un altro paese, pure io non posso privarmi del piacere di far noto al Governo di uno Stato amico e alleato, che la Sicilia in questo momento gode di una perfetta tranquillità; che gli abitanti sono lieti d’essere tornati sotto la protezione del loro legittimo Sovrano; e che se alcuno agente esterno non tenta turbare la pace che attualmente regna nell’isola, il Re è sicuro che tutti i suoi sudditi saranno uniti in un legame indissolubile di affetto e fedeltà al loro Sovrano legittimo.»

— Con quanta saviezza e moderazione il principe di Satriano reggesse la Sicilia e come egli avesse rispettato i patti della convenzione di Misilmeri e il perdono promesso a quelli che avevano preso parte ai moti dell’isola, il dicemmo più sopra. Le parole del Ministro borbonico erano quindi bugiarde; e la perfetta tranquillità, nella quale, come francamente asseriva, trovavansi di quei giorni i Siciliani, non provava il loro contento d’essere rieduti sotto la signoria borbonica; ma era un morale abbattimento, conseguenza delle passate sventure, dei dolori e delle persecuzioni che tuttavia soffrivano. In fatto, appena gli isolani riavuti gli spiriti d’un tempo, si rialzarono, ripresero a tentare novità: ciò che accadde in Palermo in sul cominciamento del 1850. Il Governo, pigliando pretesto da quel moto popolare — che combattuto in sul suo nascere facilmente fu vinto — diedesi di bel nuovo a perseguitare e imprigionare i cittadini più onorevoli; e il Re colse sollecito quell’occasione, tanto favorevole, quanto desiderata, per togliere ai popoli suoi lo Statuto, e senza darsi pensiero del giuramento dato, tornare il reame all’usato despotico reggimento. Ed egli che avea abolito il privilegio del pubblico insegnamento, sino a quei giorni goduto dagli ecclesiastici, fermava allora con Roma un concordato per ristabilire i princìpi di sua regale autorità, profondamente scossi dai passati rivolgimenti e avere nel Pontefice e nel Clero un forte sussidio nei tempi di perturbazione e di tumulto, che prevedeva non lontani. E Pio IX premiava Ferdinando II di sua tanta sommessione e riverenza a lui e a Roma, sciogliendolo dal legame feudale verso la Chiesa e dal tributo della chinea dovuto ad essa, contra il quale legame e vincolo la Corte di Napoli sino da Carlo Borbone aveva protestato nella festività di San Pietro (1).

Gli anni, che dalla sommessione di Sicilia corsero sino allo aprirsi delle conferenze di Parigi nella primavera del 1855, furono di regno tranquillo per Ferdinando II; il quale, sempre irridendosi delle rimostranze e dei consigli di Bretagna e Francia, elio avrebbero voluto inchinevole a governo mite e onesto, ostinossi in suo perseguitare la parte liberale, credendo di assicurare cosi il trono a sé e alla sua casa, e mantenere gli ordini e la quiete nel reame. Ma da quella sicurezza in cui egli tanto si cullava lo tolsero il rompersi della guerra di Russia contra Turchia per la quistione d’Oriente e la Lega degli Occidentali; e soprammodo turbaronlo le parole di Cavour su le condizioni politiche d'Italia ai rappresentanti dei grandi Stati, sigienti a Parigi in quel Congresso che da prima fece sospendere le armi combattenti nella Tauride e diede poscia la pace all'Europa; e grandemente impensierirono il Borbone le buone accoglienze fatte dagli oratori d’Inghilterra e di Francia alle proposte del Ministro sardo, su la necessità di provvedere con sollecitudine all’Italia, allora piena di pericoli per lo mal governo de' suoi principi, in ispecie del Pontefice e del Re napolitano (1).

Lord Clarendon, nello appoggiare le parole di Cavour, affermava: = Essere necessario occuparsi di Napoli. — Le quali proposte e affermazioni inducevano i Ministri del Re a protestare dinnanzi alle Corti di Vienna, di Parigi, di Londra e di Pietroburgo contra lo inframmettersi del Congresso nelle faccende interne della penisola, specialmente dello Stato di Ferdinando II, loro signore; in pari tempo accusavano la Sardegna di turbare l’Italia con sue mire ambiziose. E siccome essi facevano grande fondamento su l’Austria, cosi al ministro Walewski — che reputavano il meno cattivo della canaglia componente la Corte e il Governo di Napoleone (2) — il quale avvertivate che le condizioni in cui di quei giorni trovavansi Napoli e Sicilia, costituivano un serio pericolo per la tranquillità d’Italia e per la pace d’Europa, superbamente rispondevano: La clemenza e generosità usate sempre dal Re verso i ribelli alla sua autorità, essendo rimaste senza efficacia, egli aveva allora dovuto servirsi di mezzi severi bensì, ma giusti, per tutelare gli ordini dello Stato e la quiete de' suoi popoli; in oltre, essendo il loro Signore solo giudice dei bisogni dei sudditi, egli avrebbe sempre respinto qualunque intervento straniero.»

— Alle parole dei Ministri borbonici, altiere e fermissime, Francia e Inghilterra, non volendo romperla con Napoli, facevano moderatissima replica; che cioè sarebbersi tenute paghe se il Re accordasse il perdono a chi glielo chiedesse. Ma avendo ricevuto dal Borbone un assoluto diniego e avvertite ch’egli di nuove difese afforzava le coste, Capua e Gaeta; e che, pretessendo i mali umori in quel mezzo destatisi in Sicilia, portava a numero i reggimenti dei mercenari svizzeri e riordinava l’esercito, esse da prima richiamavano da Napoli i loro ambasciatori, di poi licenziavano quei di Ferdinando, che stavano in Corte di Parigi e di Londra. Le rimostranze di simpatia degli Stati occidentali verso l’Italia, e lo atteggiarsi di essi ostile al Borbone incoraggiarono alcuni Siciliani a tentare novita nell’isola; i quali, in numero di dugento allo incirca, duce il barone Francesco Bentivegna da Corleone, giovane audacissimo (1), il 22 novembre di quell’anno 1856 alzavano la bandiera italiana dei tre colori gridando: Viva la libertà, viva la costituzione del 1812; e da Mezzojuso correvano a Villafrate, Ciminna e Ventimiglia su quel di Termini, mettendo in fuga la gente d’arme e le guardie urbane ite loro incontro per combatterli.

La schiera di Francesco Guarneri nella sera del 26 impadronissi di Cefalii e subito aperse le prigioni ai condannati politici che là si trovavano. Ma l’impresa, non assecondata dalle popolazioni, cadde a vuoto; e i sollevati vennero in parte dispersi, in parte fatti prigionieri, tra questi il barone Bentivegna per tradimento di certo Milone, un giorno amico suo. Condotto a Palermo, egli fu da un tribunale militare condannato al supplizio estremo, che sopportò con animo forte in Mezzojuso il 23 dicembre di quell’anno; come certo Spinuzza, un dei capi dell’impresa, perdette la vita in Cefalù; ai loro compagni toccarono le galere. — Pochi giorni dopo il moto di Sicilia, spento in sul suo nascere, un giovane soldato, Agesilao Milano, attentava alla vita di Ferdinando, allora che sul campo di Marte passava in rassegna il presidio di Napoli. Era l'8 dicembre, giorno della Immacolata Concezione.

Mentre il terzo battaglione dei cacciatori — fanti leggeri — giugneva dinnanzi al Re, Agesilao Milano, uscito dalle file, con la baionetta innastata scagliavasi contra il Borbone, il quale però ebbe a patire soltanto una leggera scalfittura, per avere la sella sviata da lui l’arma omicida; il feritore avrebbe rinnovato il colpo, se non fosse stato gettato a terra da un colonnello degli ussari. Tratto davanti al tribunale confessò avere da molto tempo risoluto di uccidere il Re, contra al quale, perché fedifrago, nel 1848 avea combattuto; dannato nel capo, sopportò coraggiosamente la pena inflittagli (2). Non ostante la affermazione del tribunale non essersi trovati complici nell'attentato di Agesilao Milano, pure il Maestrato civile della città, sempre in sospetto di cospirazioni e di congiure, fece ricerche diligentissime, ma tutte invano, per trovarne i correi: onde le prigioni riempironsi di nuove vittime.

Sgraziatamente confermavanlo ne’ suoi sospetti il comporsi di bande armate nelle Calabrie e il minacciar che queste facevano di ribellare il paese tutto contra l’autorità regia; in oltre, lo accendersi delle polveri da guerra, avvenuto a mezzo il giorno 17 dicembre, mentre toglievansi da una nave (1), e lo scoppiare della Santa Barbara d’una fregata a vapore — il Carlo III (2) — allora che stava per trasportare armi a Palermo; del prender fuoco di quelle polveri — che molti spense e moltissimi ferì — il Governo affermò essere opera della parte liberale, non del caso. Il Borbone, che poco prima avea sdegnosamente niegato d’avvicinarsi alla Sardegna — proposta fatta da Cavour a Canofari, oratore di Ferdinando II in Corte di Torino (3) — venuto allora in gravi timori per Io abbandono di Francia e d’Inghilterra, cercava i buoni offici della Prussia per rinnovare con la Bretagna le antiche amichevoli relazioni, rotte poco innanzi del superbo suo contegno. Se non che il Governo di Londra chiedendogli la riparazione d’ingiurie sofferte (4) e nel reggimento dei popoli quella moderazione, che in prìncipi onesti sempre s’accompagna alla giustizia, e non volendo il re Ferdinando ottemperare ai savi consigli di quel Governo, del cui appoggio tanto abbisognava, né cedere alle sue eque domande, non fu possibile stabilire il desiderato accordo.

Il Borbone vedevasi allora lasciato tutto a se stesso, però che fondamento veruno egli potesse fare su la Russia, la cui grande lontananza rendevano inefficace l’alleanza; e pochissimo su l’Austria, la quale non passerebbe il Po con sue armi se non quando un generale sollevamento minacciasse la Lombardia e le Venezie. A provvedere alla sicurezza interna del reame, Ferdinando II accostossi maggiormente al Clero, certo di trovare in esso un valido appoggio nelle perturbazioni popolari. A tale intento fecegli concessioni di somma importanza, tra le quali ricorderemo lo affrancamento della Chiesa dalla potestà civile, la secrétezza nei processi degli ecclesiastici e la mutazione della pena se richiesta dai vedovi; a questi lo invigilare su le scuole pubbliche e primate, la censura preventiva (sic); in fine libero accordò al Clero il diritto di raccogliersi a concilio e di pubblicare i loro atti.

In quel mezzo Giuseppe Mazzini ordiva nuove cospirazioni per sollevare l’Italia. Assicurato dagli usciti napolitani che le Due Sicilie avrebbero generosamente risposto al suo appello, egli deliberava di tentare prima quel reame; impresa ardua assai e piena di pericoli, che egli fidava a Carlo Pisacane, soldato intrepido, quanto intelligente. Il quale, con venticinque compagni al pari di lui audacissimi, il 25 giugno saliva a bordo del Cagliari, legno mercatantesco a vapore della Società Rubattino, mentre stava per imprendere l’ordinario suo viaggio da Genova a Tunisi; poco lontano dal porto da sessanta armati, avvicinatisigli sopra barche leggiere, salivano su quello, indi Pisacane costringeva il comandante del legno a volgere la prua all’isola di Ponza. Appena arrivatovi liberava di prigionia trecentoventisette condannati — la maggiore parte per crimine di Stato — e dopo aver dato loro le armi, seco portate da Genova, rientrava sollecito in mare con la sua banda, facendo cammino verso Sapri, picciola terra che siede sul golfo di Policastro. Pervenuto a quelle spiaggie Pisacane vi scendeva coi suoi; e, gridando viva all'Italia e alla repubblica, chiamavano all’impresa gli abitatori; ma pochi d’essi fecero eco a quei gridi, pochissimi corsero a ingrossare l’ardimentosa schiera, la quale con armi tanto impari all’audace impresa osava sfidare tutta la potenza borbonica.

Assalita dai regi, fu forza gettarsi sui vicini monti, ove credeva potersi difendere con vantaggio sino al ricevere degli aiuti, che le Calabi le non avrebbero tardato a inviarle. Vivamente perseguita da presso, dovette sostenere nuovi affronti; e il 2 luglio, sui piani di Sanza, toccò piena battitura e sconfitta; molti di essa furono uccisi o feriti; tra quelli, il Pisacane, e tra i secondi, Giovanni Nicotera da Nicastro, giovane di nobile sangue e intrepido quanto l’amico, che governava la spedizione. Alcuni dei loro, caduti in potere dei Borboni, vennero subito mandati a morte (1); la rimanente parte di quella schiera andò dispersa o riparossi sul Cagliari, che, fuggito con buona fortuna dai lidi napolitani, era in alto mare catturato dalle regie fregate Tancredi ed Ettore Fieramosca, le quali lo trassero a Napoli. — Questo il fine della spedizione di Sapri, che alla patria costò tante nobilissime vite, senza che si avvantaggiasse la causa sua e il principio nazionale (1).

In verità, se la parte moderata giudicò troppo severamente il tentativo di Mazzini di levare in su Tarme al medesimo tempo Genova, Livorno e il Napolitano con un pugno di gente e pochissime armi, è però molto da centrarsi il modo col quale il grande agitatore procedette nella disegnata impresa. Con troppa leggerezza egli prestò fede alle parole degli usciti di Sicilia e di Napoli, che affermavano essere il loro paese impaziente di togliersi di dosso il giogo borbonico e aspettare con ansia febbrile l’ora propizia a sollevarsi contr’esso: onde Mazzini, nella certezza che picciola favilla basterebbe ad accendere il fuoco in tutta l’Italia, mandò Pisacane con un pugno di coraggiosi a chiamare in su l’arme i popoli del mezzogiorno d’Italia; il cospiratore genovese non crasi avveduto i tempi non correre favorevoli all’impresa. Il moto di Sicilia del Bentivegna, l’attentato d’Agesilao Milano e lo accendersi delle polveri di due navi da guerra, confermando i sospetti concepiti dal Re su lo agitarsi della parte liberale, inducevano i suoi Ministri a crescere di vigilanza per la sicurezza dello Stato.

La Sardegna aveva allora bisogno della massima quiete per potere combattere con vantaggio la politica subdola e provocatrice dell’Austria; e il tentativo mazziniano contra Napoli non solamente spinse i nimici suoi a muoverle accusa di debolezza inconciliabile con gli obblighi verso l’altre nazioni (1), ma eziandio la pose in lite col Governo borbonico per la cattura del Cagliari. Le deposizioni di testimoni avendo provato essere questa avvenuta in alto mare, la Sardegna, nel protestare contra quell’atto violatore del diritto delle genti, domandò a Napoli la immediata restituzione del legno catturato e la libertà delle persone prese con esso (2). Niegatole dal Ministri di Ferdinando il soddisfacimento di sue giuste richieste, la Sardegna fece rimettere agli Stati amici un memorandum,nel quale dimostrò, che quella cattura fatta in alto mare offendeva i principi del diritto pubblico, in tempo di pace legittima soltanto contra i pirati. Siccome nel Congresso di Parigi era stato sancito il principio, che la bandiera copre la merce in pace e in guerra, cosi Francia e Bretagna dovettero in tale contesa sostenere la Sardegna: ciò che fecero vigorosamente da prima, debolmente di poi: onde la quistione andò molto a lungo. Venne però risoluta secondo giustizia; il Cagliari fu restituito dopo due anni dalla sua presa, e quando il re Ferdinando era passato di vita (3).

— Se per la cattura del Cagliari eransi non poco rallentate le relazioni tra Napoli e Torino, l’ostinarsi del Borbone nel malo reggimento dello Stato avea vie più raffreddata la sua amicizia con le Corti di Parigi e di Londra. Fu allora che la Prussia, temendo la parte liberale avesse da quei disaccordi a prendere animo per ritentare novità, mise innanzi gli offici suoi all'intento di ravvicinare Napoli alla Bretagna; ma gli sforzi suoi caddero a vuoto, niegandosi da Ferdinando II il perdono ai condannati e agli usciti politici; ad ottenere il quale Francia e Inghilterra avevano fatto, presso il Governo del Re, le più vive istanze. Il Borbone, che voleva sgombrare le prigioni per rinchiudervi altre vittime, come ebbe poi ad affermare lord Palmerston alla Camera dei Comuni, propose alla repubblica Argentina di consegnarle i condannati; ma questa, che assai volontieri avrebbeli ricevuti quali coloni se consenzienti e pienamente liberi, ricusò accettarli, quando si avvide che il Re intendeva fare della repubblica una casa di pena per quegli infelici.

— Ferdinando II, trovatosi ornai a se stesso lasciato, senza amici né alleati, pieno di timori e di tutti sospettoso, cresceva ogni dì più nei rigori e nelle persecuzioni; e quasi fosse minacciato d’armi nimiche, nel 1858 scriveva nello esercito un numero di soldati maggiore dell’usato. — Correva quell’anno verso il suo fine, allora che le prigioni dello Stato aprivansi a novantasei condannati per crimini politici (1), cui il Re in sua grande clemenza aveva commutata la pena in esilio perpetuo dal reame. Con tale atto di grazia sovrana Ferdinando II intese festeggiare le nozze fortunate di Francesco duca di Calabria, suo primogenito, con Maria Sofia, figliuola al duca Massimiliano della casa di Baviera, e sorella all’imperatrice d’Austria; avvenimento questo annunciato ai popoli delle Due Sicilie il 4 gennaio 1859. L’esilio ai graziati dal Re venne dai Ministri cambiato in dolorosissima relegazione nell’America settentrionale (2).

Su lo Stromboli, scortato dal Fieramosca — che Enrico Brocchetti governava — in sul cadere di quel mese di gennaio giugnevano a Cadice; ove il 19 febbraio passavano sul David Stewart, legno americano mercatantesco noleggiato per Nuova York dal barone Brocchetti, il quale, dopo averlo con la regia fregata condotto al capo San Vincenzo, rifaceva il cammino alla volta del reame. Gli esuli, i quali invanamente avevano in Napoli protestato contra la violenza dei Ministri, che offendeva la grazia sovrana, e altresì invano protestato in Cadice, quando videro allontanato il Fieramosca, tanto fecero e minacciarono da indurre il capitano della nave americana a volgere le antenne alla Irlanda; e dopo quindici giorni di cammino scesero a Cork, terra di quell’isola. — Il 27 dicembre 1858 — in cui il Re dava in Caserta la grazia ai condannati politici — allo intento di tutelare sempre più in avvenire la tranquillità interna dello Stato decretava: i tribunali militari subitanei avessero a giudicare coloro che venissero colti nell’atto di attentare alla vita del Sovrano o agli ordini dello Stato; il quale decreto pubblicavasi il 13 gennaio dell’anno appresso e quando il reame trovavasi in festa per le fauste nozze dello erede al trono.

— Il 3 febbraio 1859 da Trieste, per l’Adriatico e sopra navi napolitane da guerra, Maria Sofia di Baviera arrivava a Bari, salutata dal Re, dalla Regina dallo sposo e dai prìncipi venutivi a incontrarla. Benedette dall’Arcivescovo della città, le nozze celebraronsi con grande pompa, ma le feste che le accompagnarono non furono liete; avvegnaché il bando perpetuo dei graziati politici, la loro relegazione nelle lontane Americhe e lo editto che dava ai tribunali militari il giudizio dei crimini di Stato avessero immalinconito il popolo; e la malattia, che da tempo consumava Ferdinando Borbone, di quei giorni fattasi più tormentosa, avesse chiuso l’anima della famiglia reale e dei cortigiani alla serenità della gioia. — La malattia del Borbone ogni di più aggravandosi, deliberossi di trasportarlo a Caserta. Lasciata Bari il 7 marzo l’augusto infermo entrava in mare a bordo del Ruggero— una fregata da guerra — e due giorni dopo, sceso alla Favorita, presso Napoli, senza por tempo in mezzo per la via ferrata recavasi alla sua Caserta.

Ad accrescere le tristezza della Corte e ad amareggiare l’anima del Re — che letal morbo andava disfacendo — giugnevano le novelle della Lega di Francia con la Sardegna contra l’Austria, e della guerra, che, già inditta dall’imperio alla rivale, era vicinissima a combattersi. Il male, che nei primi giorni del ritorno di Ferdinando alla prediletta sua reggia aveva scemato alquanto di intensità, riprese allora violentissimo e sì fattamente che il 12 aprile gli si amministrò il viatico; dal quale giorno sempre progredì da trarre lo infermo alla tomba. Il 22 maggio Ferdinando II Borbone, soprannomato il Bombardatore, si spense (1); egli avea contato cinquantanove anni di vita, ventotto di regno. Prima di scendere nella eternità udì il romoreggiare di quella guerra, che dovea rivendicare il bel Paese alla libertà da lui sempre osteggiata; e indovinandone le vittorie consigliò al figliuolo, successore suo, moderazione nel governo dei popoli, virtù che egli non aveva posseduto mai. I cortigiani piansero allora la perdita di un Monarca grande e pio e di meriti tanto sublimi da non potersi celebrare abbastanza; ma tutta Europa — cui poco innanzi Gladstone avealo fatto segno a giusta esecrazione — rallegrossi di vedere per quella morte liberato dalla più barbara tirannide un popolo civile.


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VOLUME II - CAPITOLO X

Francia e Crimea

I Buonapartisti. Carlo Luigi Napoleone Buonaparte. Le officine nazionali. — Il 22, 23 e 24 giugno. — Luigi Napoleone è chiamato dal suffragio universale a presiedere alla repubblica. — Trama di Stato del 2 dicembre 1851. I complici di Buonaparte. — Il 2 dicembre 1852 e l’imperio. — Russia e Turchia. Quistione dei Luoghi Santi. — I primi affronti sul Danubio. Sinope e Citate. — L'armata anglo-francese nel Baltico. — Sollevazione dei Greci; i Francesi al Pireo e in Atene. — Austria e Prussia; Svezia e Danimarca. — Bazardschik e Silistria; l’imperatore Napoleone disegna l’impresa di Crimea. — Bomarsund; i confederati scendono a Crimea; Alma Balaklava e Inkermann. — Napoleone visita in Londra la resina Vittoria. La grande mostra delle arti e delle industrie in Parigi La regina d'Inghilterra visita l'imperatore in Parigi. — Felice Orsini attenta alla vita di Napoleone. — Plombières; il primo d'anno 1859; l'imperatore va con sue armi in aiuto alla Sardegna.

I moti sediziosi del 15 maggio 1848 a Parigi avevano scoperti i subdoli intrighi dei partigiani d’Enrico V, dei Napoleonidi e loro amici. Ingannato da essi — che per interesse proprio e per la propria ambizione volevano restaurare la sovranità regia o l’imperiale — il popolo erasi lasciato condurre ad attentare contra la repubblica; ed eziandio fuorviato da coloro i quali, pure avendo fede repubblicana, professavano principi, che non potevano porsi in essere, perché non basati sul vero, e, diciamolo francamente, poco onesti. Inconscio di quel che faceva, il popolo avea allora cercato distruggere quanto, a prezzo del suo sangue e di tanti sacrifizi, poco innanzi aveva edificato, ad abbattere cioè la sovrana sua autorità. Quietati gli animi, non però spente le passioni, sempre minaccianti di allagare del loro fuoco tutta la Francia, la Commissione del potere esecutivo (1) proponeva all'Assemblea nazionale di soccorrere all’Italia, la quale, per la fuga del Pontefice e la tradigione di Ferdinando di Napoli, volgeva allora in miserrime condizioni. «Il momento è venuto, cosi Lamartine ai rappresentanti della nazione, d’ordinare all’esercito delle Alpi d’avanzarsi; bisogna salvare l’Italia e rendere la sicurezza alla Francia con una diversione patriottica (sic) offerta alle passioni ostili.

Ma siccome lo intervenire armato per la indipendenza del bel Paese avrebbe potuto dai regnanti in Europa interpretarsi quale pretesto di conquista, onde risveglierebbersi a danno della Francia le antiche gelosie, sopite, ma non dimenticate, cosi l’Assemblea deliberava di uscire alla guerra contra l’Austria, quando l’esercito di Carlo Alberto fosse stato vinto su l’Adige e sul Mincio, e che dall’Italia le fosse giunto il grido d’aiuto. Intanto i Buonapartisti tentavano tutte le vie per ottenere lo scopo tanto desiderato, il compimento dei loro ardenti voti; e ricordando le vittorie e i trionfi del primo imperio, le cui armi avevano corsa gloriosamente tutta l’Europa; memorando la potenza e la grandezza, cui il genio del vincitore di Marengo, d’Austerlitz e di Jena aveva sollevata la Francia, facevano ogni sforzo per risvegliare nel popolo l’antico entusiasmo per la famiglia del prigioniero di Sant’Elena.

Rimessi in patria dall’Assemblea nazionale, i membri di quella, mentre protestavansi devoti alla repubblica e pronti a servirla, cercavano con finissime arti di fare in tutti i partiti dei proseliti alla loro causa; in oltre, simulando avere soltanto di mira la salute e il bene della patria e parlando della possibilità di un secondo imperio, mettevano innanzi se stessi. Soprammodo poi Luigi Napoleone, efficacemente secondato da amici al par di lui audaci e intriganti, maneggiavasi per avere aderenti nell’esercito, nel quale tuttavia mantenevasi vivissima la memoria dell’eroe leggendario e di sue vittoriose imprese. In breve tempo i segreti raggiri dei Buonapartisti mutaronsi in aperta cospirazione contra la repubblica; e siccome il primo passo di Luigi Napoleone all’imperio doveva essere l’ascendere all'officio di presidente del Governo, cosi allora tutti i loro sforzi si volsero a conquistargli quell’alto carico.

I partigiani di Enrico V, degli Orléans e del Buonaparte e i socialisti, nello affaticarsi alla buona riuscita della loro causa, pareva si fossero data la mano per opprimere la parte repubblicana — che sola poteva condurre la patria alla grandezza — e per trarre il paese a guerra civile. Assai più fortunato dei legittimisti e dei fautori degli Orléans fu Luigi Napoleone; però che moltissimi, sinceramente repubblicani, nella credenza che il di lui nome associato a quello della repubblica, darebbe stabilità e fermezza al governo di popolo, che allora reggeva la Francia, avessero preso a parteggiare per quel principe; il quale poi dal canto suo affermava di nutrire fede e sentimenti repubblicani. Posta innanzi la sua candidatura a rappresentante della nazione nell'Assemblea patria, il suo nome venne gridato nei Comizi della Senna, dell’Yonne, dell’Aube e della Charente inferiore; e fu questa la prima vittoria di lui, che pochi mesi appresso ebbe a tenere in sua mano la suprema autorità, e non molto di poi a impadronirsi del potere assoluto e della imperiale dignità in Francia. Era chiaro, che nella elezione del Buonaparte non dovevasi vedere quella di un semplice rappresentante del popolo; e siccome i tentativi di Strasbourg e Boulogne aveano rivelate le mire ambiziose di quel principe, cosi la Commissione della potestà esecutiva, indovinato il pericolo che soprastava alla repubblica, vigilò attenta su gli amici e i partigiani di Luigi Napoleone; e quando seppe bandire essi apertamente i diritti di lui, che allora mettevasi innanzi quale erede del grande Imperatore e delle tradizioni imperiali, ordinò ai Prefetti dei dipartimenti marittimi di arrestare il pretendente al suo scendere sul territorio francese. — Reputiamo necessario spendere alcune parole, che facciano conoscere l’uomo, il quale tenne per molti anni in sua mano le sorti d'Europa.

Luigi Napoleone Buonaparte ebbe i natali in Parigi il 20 aprile 1808 dalla regina Ortensia Beauharnais. Luigi, Re d’Olanda, fratello al primo dei Napoleonidi e marito a Ortensia non fu il padre del prigioniero di Ham, avvegnaché egli sia nato da illegittimi amori. Nel 1816 costretto a lasciare la Francia, ove i tempi allora correvano avversi alla sua famiglia, riparossi con la madre da prima in Baviera, di poi nella Svizzera, indi a Roma. Vinta dalle armi austriache la sollevazione delle Romagne nel 1831, alla quale Luigi Napoleone aveva preso parte, recossi a Parigi; che subito lasciò per essergli stato niegato da Luigi Filippo d’entrare, semplice gregario, nell’esercito francese; e dopo aver passato alcuni mesi in Inghilterra, fece ritorno in Isvizzera, ponendo stabile dimora nel castello di Arnenberg. Volontario frequentatore della scuola militare di Thun, dedicossi in modo speciale agli studi dell’artiglieria, della quale mise fuora per le stampe un manuale per gli officiali della repubblica, che meritogli dal Governo di Berna il grado di capitano nelle artiglierie.

Sempre desideroso di servire la Francia come cittadino e come soldato, e fisso in suo pensiero d’abbattere il Governo di luglio — il quale, giusta le sue affermazioni nelle sue Meditazioni politiche (1), allontanò dal suo scopo legittimo la rivoluzione del 1830 e ne tradì la causa per sostenere il solo reggimento atto a porre in effetto i grandi princìpi del 1789 — il 29 ottobre 1836 tentava l’impresa a Strasbourg con lo appoggio d’alcuni amici, ch’egli contava nell’esercito. Alle sei del mattino di quel giorno il Buonaparte recavasi al quartiere d’Austerlitz, ove stanziava un reggimento d’artiglieri, i quali salutavanlo Imperatore; ito poscia con essi al quartiere Finkematt, sede di un reggimento di fanti, veniva da questi arrestato, e dopo alquanti giorni tradotto a Parigi; la clemenza di Luigi Filippo, implorata dalla regina Ortensia, esiliavate agli Stati Uniti.

Dopo breve soggiorno lasciava l’America per riedere al suo castello di Arnenberg. dal quale presto allontanavasi per impedire la guerra tra Francia e Svizzera; però che quella, reputando la vicinanza del principe pericolosa alla tranquillità sua. chiestone al Governo della repubblica la cacciata dal suo territorio e ottenuto un diniego, avesse raccolto grosso nerbo di armati presso i confini elvetici; e la Svizzera, a buon diritto altiera di sua indipendenza, alla provocazione francese rispondesse inviando ventimila de' suoi alle frontiere minacciate. — Il 4 agosto 1840 Luigi Buonaparte. imbarcatosi a Londra, muoveva verso Boulogne, e due giorni appresso con sessanta de' suoi fidi scendeva su la marina di Wimereux, a quattro chilometri da quella città A Boulogne, come a Strasbourg, egli affermava di venire non già ad abbattere un Governo ch’erasi imposto alla Francia e che non godeva del favor popolare, sibbene a chiedere per sé l'autorità imperiale. «Queste imprese, cosi Giulio Favre, erano criminose, avvegnaché tendessero a destare, in nome di un uomo, la guerra civile in un paese libero» (1).

Portatosi con la picciola sua schiera a Boulogne, Napoleone tentava da prima guadagnare alla sua causa alquante compagnie di fanti, che la presidiavano (2); respinto, cercava di impadronirsi della città; ma tornatogli vano lo assalto, per essersi le Guardie nazionali chiaritesi a lui avverse, lasciata l’impresa, riedeva a Wimereux per risalire a sua nave; se non che, essendosi di essa insignorito il capitano del porto, il Buonaparte cadeva con sue genti prigioniero. Appena condotto a Parigi, convocavasi la Corte dei Pari, la quale condannavalo a prigionia perpetua nel castello di Ham, ove veniva portato il 7 ottobre di quell’anno 1840. La cattività di Ham mutò, non in realtà, ma in apparenza, le opinioni e le speranze politiche di Luigi Napoleone. Lasciati gli amici e i complici di Strasbourg e di Boulogne — adoratori delle tradizioni imperiali — cerconne altri nella democrazia; egli avea compreso o simulava di comprendere, che i tempi d’allora andavano pieni di idee democratiche.

I repubblicani, cui egli erasi accostato, volontieri lo ascrissero alla loro parte, persuasi che il nome suo — il quale, non ostante gli errori commessi per lo addietro, godeva tuttavia molto favore nel popolo — gioverebbe certamente alla loro causa. «Sia il nome del Buonaparte la bandiera della repubblica, null’altro fuorché una bandiera; se voi volete essere di più, non fate su me fondamento veruno;» così aveagli parlato Peauger, uno de' capi della parte repubblicana, venuto a trovarlo al castello di Ham. E il principe rispondevagli: = Non essere in lui ambizione di persona; desiderare di consacrarsi unicamente alla causa popolare. = Bugiarda affermazione, però che di li a poco chiarisse sua libidine d’imperio nel discutere con Luigi Blanc su la parte che verrebbegli assegnata nella repubblica, non volendo egli, capo del potere esecutivo, sommettersi all’autorità dei Comitati o dell’Assemblea nazionale.

— Nel febbraio 1846, avvisato che i giorni del padre suo erano minacciati da grave malattia, il principe chiedeva istantemente al Governo di recarsi in Italia per assisterlo nell’ora estrema; promettendo riedere a sua prigionia, appena fosse quegli passato di vita. Ma esigendosi da lui parole di guarentigia, ch’egli dar non voleva per non mettere a rischio l’avvenir suo, lasciò che il padre morisse, senza il conforto degli abbracci suoi; l’ambizione aveva soffocato in cuore del venturiero di Strasbourg e di Boulogne gli affetti figliali! D’allora non pensò più che alla fuga, mandata, pochi mesi di poi, felicemente a effetto, con la sola cooperazione di un servo e del medico Conneau (1); i quali, sebbene avessero già compiuto il tempo di loro prigionia, pure non avevano voluto allontanarsi dal padrone e dall’amico che molto amavano.

— Era il 25 maggio di quell’anno 1846, quando Luigi Napoleone, travestito da muratore, fuggiva dal castello di Ham, e per la via del Belgio portavasi a Londra, ove, appena giunto, a Saint-Aulair, oratore di Francia presso il Governo britannico, scriveva così: «Io vengo a dichiarare con franchezza all’uomo che fu l’amico della madre mia, che nel fuggire di mia prigionia, io non ho ceduto a verun disegno di rinnovare contra il Governo francese tentativi, che ci sono stati assai disastrosi, ma al solo pensiero di rivedere il mio vecchio padre. Prima di risolvermi allo estremo partito della fuga, ho esaurito tutti i mezzi di sollecitazione per ottenere la permissione di recarmi a Firenze, offrendo le guarentigie compatibili con l’onor mio. Respinte quelle, io feci ciò che fecero già i duchi di Guise e di Nemours, sotto il regno di Enrico IV in circostanze simili. Io vi prego, o signore, di far conoscere al Governo francese gli intendimenti miei pacifici, e spero che tale spontanea dichiarazione servirà ad abbreviare la cattività degli amici miei che trovansi ancora in prigione.»

Alla notizia della sollevazione di Parigi del febbraio 1848 Luigi Napoleone recavasi in Francia. Il Governo temporaneo, temendo potesse la sua presenza commuovere o agitare il paese, invitavate a tornare in Inghilterra e a rimanervi sino a che la repubblica fosse bene costituita; al quale invito il principe sollecito ottemperava. La sua elezione a rappresentante del popolo gli apriva non molto di poi le porte della Francia; questo fu per lui il primo passo all’imperio; per la repubblica, il primo verso la rovina. — Preso animo da quella vittoria, i Buonapartisti diedersi apertamente a combattere il Governo e la Commissione del potere esecutivo, e fecero ciò con armi sleali in modo proprio degno della causa che sostenevano.

Profittando del malcontento delle classi operaie — dalla mancanza di lavoro gettate nella miseria — le spinsero alla ribellione. Il 6 giugno a Rennes esse abbattevano l’albero della libertà; a Rognonas — terra delle Bocche del Rodano —alzavano la bandiera bianca acclamando Enrico V; nel dipartimento di Vaucluse gridavano: Enrico Vo la morte. fi 9 giugno i cittadini di Charleville venivano chiamati alle armi per abbattere la nuova tirannia — dai Buonapartisti detta più infame e più ipocrita della passata, perché nascosta sotto il velo della democrazia — e per elevare all’autorità suprema Luigi Napoleone, che salutavano Imperatore.Ciò parimenti accadeva il 10 a Nancy.

A San Giovanni d’Angely essi spargevano scritti sediziosi a danno della repubblica e in favore del principe pretendente; il 15 a Nimes alle grida di viva Enrico Ii Buonapartisti rispondevano acclamando Luigi Napoleone; indi con le armi alla mano portavansi minacciosi alla dimora del Prefetto, il quale a fatica riconducevali alla quiete a Rouen tentavano guadagnar con l’oro i soldati a favore dell'imperio. Dovunque i nimici alla repubblica soffiavano nel fuoco delle passioni che in modo diverso agitavano la Francia; e seminando odio e predicando la ribellione chiamavano i popoli in su l’arme contra il Governo. Quali mezzi adottavansi allora dalla Commissione del potere esecutivo per reprimere tante congiure?

Veggendo impossibile ogni conciliazione con le fazioni — che, sebbene per fini diversissimi, osteggiavano il nuovo ordine di cose — i rappresentanti della nazione a quella consigliavano d’operare con vigore, audacia e forza; ma essa, che era pur risoluta a difendere la repubblica fino allo estremo, respingeva ogni consiglio violento, deliberata di rispettare e far rispettate la libertà, l’eguaglianza e la fratellanzapoco innanzi acclamate da tutta la Francia. Per sostentare le classi operaie, ridotte in cattive condizioni, causa la sospensione delle industrie e dei traffici, il Governo aveva istituite delle grandi officine nazionali (1); ma costando somme enormi, né ottenendosi da esse i risultamenti sperati; in oltre, più che a bene ordinare i lavori dell’indù stria privata tendendo quelle a disordinarli, l’Assemblea con suffragio quasi unanime deliberò di disfarle, a gradi a gradi però, inviando gli operai nei dipartimenti, ove sarebbersi subito ripresi i lavori da darsi loro in cottimo, non a giornata; al quale scopo il Governo ricomprerebbe le strade ferrate.

Era il 22 giugno, allora che numerose schiere d’operai correvano tumultuanti le vie di Parigi; i quali, mentre acclamavano Luigi Napoleone, protestavano di non voler lasciare le loro officine, né la città: i Buonapartisti e i nimici alla repubblica avevanli mossi a romore in nome del diritto d'esistenza (2). Siccome tutte le cure del Governo erano intese alla ricerca dei mezzi efficaci ad assicurar loro un sostentamento onesto, cosi gli agitatori, risoluto di impedire a ogni costo all’Assemblea l’approvazione della legge del racquisto delle vie ferrate, facevano prendere le armi al popolo il giorno fissato alla discussione di essa. Ih sul cadere della notte lo atteggiamento dei sollevati erasi fatto oltremodo minaccioso; sebbene paresse imminente lo scoppiare della tempesta, non essendovi stata provocazione veruna, la notte passò, bensì piena di trepidazione, ma senza atti ostili.

Alle sei del mattino del di appresso grossa moltitudine di operai delle officine nazionali invadeva la piazza del Pantheon; trovavansi tra essi alcune guardie mobilitate in assisa militare e non pochi Buonapartisti veduti il giorno innanzi alla testa dei tumultuanti. In su le prime quell’assembramento non mostrò intendimenti d’offendere; ma dopo brevi ore una voce alzossi in mezzo ad esso, la quale, gridata la ribellione al Governo, chiamò il popolo alle armi per abbatterlo; e gli operai risposero a quello invito asserragliando le vie e prendendo le armi. Poco prima del mezzogiorno cominciò il combattere tra i sollevati e le Guardie nazionali, le quali, senza l’appoggio dell’esercito, rovinarono serragli, guadagnando così del campo. Il popolo, che ha indovinato le mene degli agitatori, mostrasi avverso alla sollevazione, la quale subito si chiarisce tutta politica e fatta nello interesse di un pretendente — orleanista, legittimista o buonapartista — non già per quello più nobile del lavoro: dietro alla bandiera della ribellione il popolo ha veduto schierarsi quanti sono contrari alla repubblica.

— Mentre la sollevazione va allagando la città, i rappresentarti della nazione, raccolti a parlamento, discutono sul pacifico scioglimento delle officine nazionali; che da alcuni vorrebbe fatto senza por tempo in mezzo: e da altri, quando la tranquillità fosse tornata a Parigi e alla Francia. «Sciogliere le officine quando il paese è sconvolto, cosi Garnier-Pagès, sarebbe dar ragione ai raggiratori e giustificare più che mai i lamenti legittimi, il grido della ribellione; sarebbe gettare la massa degli operai nella miseria e spingerli alle resistenze» (1). La discussione fu lunga, fu viva; però nessuna deliberazione venne presa su lo scioglimento delle officine, che tutti ritenevano necessario, ma che discordavano nei modi e nel tempo di mandarlo a effetto. — Lo intervenire dell’esercito fece la lotta più sanguinosa; assaliti vigorosamente, i sollevati fieramente difendevansi: e se costretti a lasciare i loro serragli, indietreggiavano pugnando sempre e facendo pagar caro al vincitore il terreno conquistato. La notte rallentò il combattere, ma non fece posare le armi; che anzi i sollevati profittarono di essa per apprestare nuove resistenze.


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Il mattino del 24 l’Assemblea nazionale, fatta persuasa che per finirla con la sollevazione, restaurare l’ordine e assicurare la repubblica da ulteriori offese abbisognava conferire a un capo militare ampia potestà e mettere Parigi sotto l’imperio delle leggi di guerra, delegava al generale Cavaignac i sommi poteri; il quale, se al cominciare della ribellione avesse usato di quella sapiente operosità e gagliardia, delle quali erasi servito quando ebbe in sua mano piena autorità di fare, la sollevazione sarebbe stata spenta in sul suo nascere. La sorte della pugna allora era varia; però che mentre in una parte della città l’armi della repubblica felicemente combattessero, nell’altra prosperassero l’armi dei ribelli, i cui sforzi erano soprammodo rivolti contra il palazzo municipale. Ma il buon andamento dato all’impresa dal generale Cavaignac e il giugnere delle Guardie nazionali delle vicine terre volsero di lì a poco le sorti della pugna in favore dei repubblicani e assicurarono a questi la vittoria finale. La lotta, sospesa per lo scendere della notte, il mattino del 25 riaccendesi d’ambe le parti con l’usata ferocia.

L’Assemblea, che non vuol lasciare intentata nessuna via per condurrò a concordia e a pace i concittadini suoi, fa gettare in mezzo ai sollevati un suo manifesto, tutto inspirato a sentimenti di conciliazione; col quale, mentre li invita a sottomettersi alle leggi, li assicura che le braccia della repubblica sono aperte per riceverli; in oltre promette loro di aiutare chi, vivendo del lavoro giornaliero, trovasi in bisogno di sussidio (1). — In quel mezzo monsignor Aspre, Arcivescovo di Parigi, che, come già scrivemmo, avea fatto piena adesione alla repubblica, recavasi in mezzo ai combattenti per chiamarli a pace. Sacerdote giusta lo spirito di Dio, ei sentiva il dovere di quella missione di carità cristiana; buon pastore ei voleva dare la vita per le sue pecorelle, cosi rispondea il pio prelato al colonnello Bertrand, che, al suo giugnere in su la piazza dell’arsenale, avevalo avvertito dei pericoli cui andava incontro.

Preceduto da un popolano portante un ramo verde, simbolo di pace, e accompagnato da due Vicari, l’Arcivescovo, attraversata la piazza della Bastiglia, viene al primo serraglio del sobborgo Sant’Antonio e lo sale; al suo appressarsi la lotta si sospende. Ha il pietoso sacerdote appena cominciato a parlare, che, mortalmente ferito, cade nelle braccia di chi gli sta a fianco; la palla omicida eragli stata tirata da una casa della vicina piazza della Bastiglia. Ricoverato nel presbiterio della chiesa di Sant’Antonio, riceveva i conforti di quella religione di cui era ministro degnissimo; trasportato poco di poi nel palazzo arcivescovile, il di appresso spirava l’anima immortale! Fu una perdita irreparabile che immerse nel lutto tutta Parigi (2). A questo doloroso episodio della guerra civile succedeva poche ore dopo un atto di barbarie inaudita, l’assassinio del generale Brea.

Spinto da carità patria, allo scopo di impedire ogni ulteriore spargimento di sangue, egli erasi coraggiosamente gettato in mezzo ai sollevati per legger loro il manifesto dell’Assemblea e invitarli a concordia. La sua parola franca e soprammodo la confidenza che mostrava porre nella lealtà e nell’onore dei nimici, venendo a mettersi in loro mano, avevano vinte le resistenze delle difese di San Giacomo, della Salute e dell’inferno; ma a quelle di Fontainebleau fatto prigione, dopo avere sofferto con animo invitto gli insulti i più atroci, fu barbaramente ucciso dai ribelli col capitano Mangin, il quale non erasi tolto mai dal fianco del suo generale (1).

— Verso le tre pomeridiane di quel giorno 25 giugno Cavaignac con tutto lo sforzo di sue soldatesche e grosse schiere di Guardie nazionali mosse vigorosamente ad assalire i sollevati; i quali, sopraffatti non dal numero ma dalla potenza delle armi repubblicane, dovettero indietreggiare da ogni parte; la unita di comando, la perizia di chi governava l’impresa e la ferma volontà di farla presto finita, venuta nel generale allora che teneva l’autorità suprema, portarono buoni frutti. Le speranze dei ribelli stavano tutte nel sobborgo di Sant’Antonio; il quale, per la copia grande dei difensori e per li validi serragli di cui era stato munito, poteva considerarsi formidabile rocca.

Cavaignac, alla chiamata di rendersi a discrezione avendogli i sollevati risposto niegativamente, e l’Assemblea non volendo scendere a patteggiare con chi a buon diritto riteneva ribelli alla sua autorità, imprese ad assediarli. La lotta, che il calare della notte avea fatto sospendere, ricominciò il mattino del giorno appresso, il 26; e gli assalti dell’armi repubblicane furono si bene ordinati, si armonicamente condotti e con tanta forza eseguiti, che i sollevati, reputando vano il resistere più oltre, lasciate le difese, o si sottomisero, o fuggirono e con questi i capi e i promovitori della sollevazione. Disfatti i serragli e levato ogni impedimento dagli stessi abitatori del sobborgo, i soldati della repubblica vi entrarono e l’occuparono.

Innanzi il cadere del giorno tutta Parigi era pacificata, ma durò lunga fatica a riprendere la quiete usata; avvegnaché il prolungarsi dell’imperio delle leggi di guerra sovr’essa, se serviva a dare sicurezza ai cittadini, ne irritasse però gli animi, e in verità non potevano riconciliarli al Governo gli apprestamenti militari ch’egli andava facendo, onde la città mutavasi in un campo soldatesco. — Finito il combattere cominciarono i processi e, conseguenza di questi, le relegazioni in lontane terre; la Commissione, eletta per ricercare le cause dell’attentato del 15 maggio e della ribellione del giugno, lasciossi trasportare a private e basse vendette; scoprire le ragioni di quello e di questo, trovare i veri colpevoli, tale doveva essere l’opera sua. — Dopo i danni della guerra civile, Parigi ebbe a soffrire Tonta di vergognose vendette; e pure il Governo col suo manifesto del 25 giugno aveva affermato: «la repubblica starsi con le braccia aperte per accogliere i figli che alle sue leggi si sommetterebbero;» il perdono promesso fu dunque un inganno dei supremi reggitori (2).

Vinti i nimici della repubblica, non però posate le armi che aveanli combattuti, Cavaignac rendeva all’Assemblea il potere dittatoriale, che essa nell’ora del pericolo aveagli conferito; ma i rappresentanti della nazione, riconoscenti a lui salvatore della patria, confermavanlo nella suprema autorità e posto in sua forte mano il potere chiamavamo a presiedere ai Ministri. Brevi giorni dopo, il 3 luglio, il Governo decretava lo scioglimento delle officine nazionali, cause di tanti disordini, e ritirava la legge, messa poco prima innanzi, del racquisto delle vie ferrate; provvedendo però nel medesimo tempo ai bisogni degli operai — cui il chiudere di quelle officine avea tolto ogni lavoro — col dar loro pane e brodo, e fornir danaro all’industrie nazionali.

Degli avversari alla repubblica — orleanisti, legittimisti e buonapartisti — quelli che non ismarrironsi d’animo per la sconfitta allora toccata furono i partigiani di Luigi Napoleone; i quali anzi, traendo da essa novello ardore per la riscossa, che speravano vicino il giorno di vendicare la battitura sofferta, diedersi a cospirare con tutte le loro forze, non più apertamente, ma in segreto, e a far proseliti alla causa del principe in tutte le classi dei cittadini, soprammodo nel clero e tra gli operai. Nella quale impresa lavorò eziandio con operosità somma il pretendente, quando chiamato dai comizi del settembre a siedere nell’Assemblea nazionale rientrava in Francia, contento di accettare l'onorevole ufficio di rappresentante del popolo, essendo allora stato ad evidenza dimostrato, la sua elezione non doversi a brogli, né a brighe politiche, cui erosi tenuto affatto estraneo (1). Non lo rattennero dal congiurare a suo vantaggio e a danno della repubblica — per la cui felicità egli faceva ardenti voti (2) — le dure leggi di guerra con le quali reggevasi allora Parigi, né la dittatura di un soldato, che con autorità assoluta governava la Francia.

Il 26 settembre Napoleone Buonaparte venne per la prima volta all’Assemblea, e vi disse parole generose e piene d’amor patrio. Di li a pochi giorni ponevasi innanzi la quistione su la nomina del supremo maestrato nella repubblica, se ciò far si dovesse dai rappresentanti della nazione, o da questa stessa con suffragio universale; dopo essere stato luminosamente provato da Lamartine non potersi tenere quell’alto officio da Luigi Napoleone, né da alcuno dei prìncipi delle espulse dinastie borboniche, posti a partito quei due modi di elezione, vinse quello del suffragio universale. Quando poi un rappresentante del popolo — il quale bene prevedeva a Quanti pericoli andrebbero incontro le libertà repubblicane, se l’ambizioso nepote del grande Imperatore salisse al seggio presidenziale — instava caldamente che verun membro delle famiglie, le quali aveano regnato in Francia, potesse venir chiamato alla presidenza o vice-presidenza della repubblica (1), il Buonaparte parlò cosi: = Molto dolergli di dover dire ancora di sé, moltissimo di vedere l’Assemblea mettere in un canto i gravi interessi della patria per trattare quistioni personali.

Venire egli accusato d’accettare una candidatura che, non cercata, eragli offerta dal sentimento popolare; essere per accoglierla, perché onorifica; perché tre volte chiamato nei comizi elettorali a rappresentare la nazione; in fine, perché il decreto unanime dell’Assemblea contra la proscrizione della sua famiglia facevagli credere, tenere la Francia il nome ch’egli portava atto a rimettere in buono stato la società, che l’ultime perturbazioni aveano scossa dai fondamenti, ed eziandio a dare stabilità e prosperità alla repubblica. Chi lo incolpava d’ambizione mostrare di non conoscere il suo cuore. Il paese aver bisogno d’un governo fermo, intelligente e saggio, non vendicatore, ma salvatore; di un governo il quale abbia a combattere le teoriche non basate su la esperienza e la ragione. Essere egli deliberato a seguire il cammino tracciatosi, senza arrestarsi mai; nulla poter fargli scordare gli obblighi del suo officio; volersi mantenere irremovibile contra gli assalti de' suoi nimici, e impassibile alle loro calunnie. = Finito il suo parlare l’Assemblea decretava: l'elezione del Presidente doversi fare il 10 dicembre.Il solo che potesse contendere a Luigi Napoleone il seggio presidenziale della repubblica era il generale Cavaignac, che godeva del favore dell’Assemblea e di tutti i partigiani del Governo; e forse l’avrebbe vinta sul principe, se a questo non si fossero accostati gli orleanisti e i legittimisti; i quali, per odio alla repubblica, avevano risoluto di sostenerlo nella lotta elettorale: onde certa divenne la vittoria del Buonaparte.

A vie più assicurargliela valse non poco la pubblicazione dei suoi lavori; tra cui quello su la estinzione della mendicità, da lui scritto in sua prigionia di Ham, servi potentemente a rendere popolare il nome suo (2). Cavaignac, per guadagnarsi l’appoggio del clero, ordinava al comandante lo esercito delle Alpi di spedire sollecitamente a Roma, per la via di mare, una brigata di fanti in difesa della vita e della libertà del Sommo Pontefice, cui inviava altresì il signor De Corcelles per offrirgli onorevole asilo in Francia; in oltre, per tenersi amica la parte repubblicana il generale aveva risoluto di mandare alcuni legni da guerra e mille soldati in aiuto a Venezia. Ma né l’una né l’altra delle designate spedizioni ebbe luogo; avvegnaché l’impresa di Roma venisse rivocata, allora che le navi apportatrici dei soccorsi al Papa apprestavansi a entrare in mare, causa la fuga di Pio IX a Gaeta; e la spedizione di Venezia non fosse mandata a effetto, a motivo delle gravi rimostranze del Governo inglese, che a Cavaignac avea scritto in questi termini:

Su tale via l’Inghilterra non può seguire la Francia, né assecondarla, avvegnaché da affare di poco momento e tutto accessorio potrebbe venire una guerra universale e lo intervenire armato della Russia nelle quistioni d’Occidente.» Dal canto loro, Luigi Napoleone e i partigiani suoi lavoravano con operosità instancabile per raggiugnere il primo intento prefissosi, che doveva poi condurli alla desiderata restaurazione dell’imperio. Intanto che i Buonapartisti, col rammentare al popolo i tempi gloriosi del Consolato e gli splendidi del grande imperio napoleonico, risvegliavano in esso l’entusiasmo per l’erede del vincitore di Marengo e d’Austerlitz, il pretendente metteva sé innanzi all’officio presidenziale della repubblica; in oltre, per ingraziarsi il clero facevasi a biasimare, in una lettera al Nunzio apostolico, il contegno del cugino Carlo Buonaparte, principe di Canino, che di corteggiatore della romana Curia erasi allora mutato in suo acerrimo nimico, nel medesimo tempo protestando di non essere complice del suo male operare; in fine,scrivea al Costituzionale, diario di Parigi, gravi parole di censura alla spedizione di Roma ordinata da Cavaignac, nella quale egli vedeva non già una protezione disinteressata del Pontefice, sibbene un brutto intrigo elettorale.

Mentre Luigi Napoleone affermava di volere tutto quanto valesse a guarentire la libertà e l’autorità del Papa, affermava altresì essere quell'impresa a un tempo pericolosa ai sacri interessi che volevansi difendere e alla pace di Europa. — Il 10 dicembre sette milioni trecentoventisei mila trecentottanta Francesi venivano chiamati a deliberare su la sorte loro avvenire, che proprio tutta dipendeva dalla nomina del capo della repubblica. Raccolti i suffragi trovossi che Napoleone Buonaparte aveva vinto il partito; egli era stato eletto Presidente da cinque milioni trecentotrentaquattro mila dugentoventisei suoi concittadini; questo fu il secondo passo di Luigi Napoleone allo imperio, che nessuno, emulo o rivale, avrebbe ornai potuto contrastargli; e questa elezione pienamente chiari la popolarità del suo nome (1), che politicamente rappresentava tutto un sistema. Il 20 dicembre Armando Marrast nella Assemblea costituente, cui presiedeva, gridava, in nome del popolo francese e in virtù degli articoli 47 e 48 della Costituzione, il cittadino Carlo Luigi Napoleone Buonaparte, nato a Parigi, Presidente della repubblica da quel giorno sino alla seconda domenica di maggio del 1852.

Salito alla tribuna — su la quale stavano scritte le memorande date: 22, 23, 24 febbraio, e le non meno memorabili parole; libertà, uguaglianza, fratellanza — lo eletto dalla nazione alla suprema potestà con voce forte e ferma giurava innanzi a Dio e innanzi al popolo francese fedeltàalla repubblica democratica una e indivisibile, e di adempiere tutti i doveri impostigli dalla Costituzione.Il principe, non pago d’aver dato sua fede alle istituzioni del paese, faceva conoscere i sentimenti di conciliazione, di ordine e di pace da lui nutriti parlando all'Assemblea cosi: = Volere egli rimettere la società su le sue basi e affermare le istituzioni democratiche; intenti suoi, sollevare il popolo, che aveagli dato prova luminosa di fiducia, dalle miserie che lo affliggono e sanare le ferite, che i passati rivolgimenti aveano recato alla patria.

Ritenere nimico a questa chi tentasse mutare con mezzi illegali quanto dalla Francia tutta era stato allora stabilito. Essere molto a lodarsi nel generale Cavaignac la lealtà di carattere e di quel sentimento del dovere, che costituisce la prima qualitàdel capo di uno Stato. = Quando il Presidente ebbe posto fine al suo dire, i rappresentanti della nazione, levatisi come un sol uomo, gridarono: Pira la repubblica! Il giuramento di fedeltà dato dal principe alla patria venne dalla parte sinceramente repubblicana accolto con palese diffidenza; dagli amici di lui, con piena fiducia; Boulay, il quale conosceva Luigi Napoleone sino dall’infanzia, aveva affermato, che, da onesto uomo quale era, il manterrebbe; quanta fede serbò il Buonaparte alla repubblica, quanta alle promesse fatte in luogo e in modo sì solenne lo disse il 2 dicembre 1851.

Per lo acclamarsi della repubblica romana più vive eransi fatte in Parigi le antiche simpatie per la indipendenza e la libertà d’Italia; ma se gli inviati di quella trovavano grazia e favore presso il popolo francese, venivano però assai freddamente ricevuti dal Presidente e da' suoi Ministri; i quali niegavano riconoscere e appoggiare il nuovo ordine di cose stabilitosi, secondo giustizia, in Roma, per tema d’uscire a guerra, che di lì a poco combatterono per restaurare una potestà, la quale, sotto la protezione della bandiera di Francia, dovea non governare, ma tiranneggiare i popoli soggetti. Correva allora il febbraio del 1849. Già da qualche tempo l’opinione pubblica, per la mala opera di Luigi Buonaparte e degli amici suoi, andava manifestando idee ostili a quelle della rivoluzione del febbraio e alla democrazia; il 10 dicembre, dicevano essi, ha tornato il paese all’ordine e alla tranquillità; ora è d’uopo assicurargli stabile pace; per questa racquisterà in Europa quella preponderanza di cui in epoca non lontana aveva goduta; l'imperio doveva essere la pace. — Ricondurre la Francia all’antica sua potenza e prosperità era officio nobilissimo: grande l’impresa d’affermare quella repubblica banditrice di libertà, d’uguaglianza e di fratellanza ai popoli; officio e impresa che avrebbero potuto soddisfare all’uomo più ambizioso, ma che non bastarono a lui, che ardentemente agognava a potestà despotica.

— La giornata di Novara, nella quale cadde, ma per poco, la fortuna d’Italia, commosse la nazione, e riempì di dolore la parte sinceramente repubblicana, ma non destò in cuore del Presidente e dei suoi Ministri verun sentimento generoso per gli Italiani, che, con occhio indifferente videro perdersi da questi le libertà poco innanzi comprate a prezzo di tanto sangue e di gravi sacrifizi. La Lombardia e la terraferma veneta erano allora ricadute in potere dell’Austria; Parma e Modena, Toscana e Sicilia, sotto la signoria dei loro antichi tiranni; solo reggevansi indipendenti e libere Venezia e Roma; a quella aveva la Francia già niegato lo aiuto implorato delle sue armi, a questa, sotto colore di protezione, doveva, di lì a brevi giorni, mandare i suoi eserciti per rimetterla nella servitù antica.

— Le voci che in quel mezzo correvano dello intervenire armato dell'Austria nelle faccende della Chiesa, le quali voci venivano ogni di più a confermarsi dallo ingrossare degli imperiali sul basso Po, inducevanoil Buonaparte — cosi egli ebbe ad affermare — a fare l'impresa di Roma per conservare alla Francia quel credito, anzi, quella superiorità ch’essa da lungo tempo, ma sovente per fini diversissimi, teneva nella patria nostra. Dimenticando le forti censure lanciate nel dicembre contra quella impresa, allora che l’aveva risoluta il generale Cavaignac, Luigi Napoleone crasi segretamente accordato con la Corte li Vienna d'invadere da Civitavecchia gli Stati della Chiesa e poscia recarsi in mano Roma per ristabilirvi l’autorità del Pontefice, mentre gli Austriaci occuperebbero le Legazioni e le Marche. La spedizione trovò nell’Assemblea fieri oppositori.

Consentita dai legittimisti e dagli orleanisti per odio alla repubblica, e dagli amici del Buonaparte, che non volevano s’avesse a stabilire in terra italiana l’ordine di cose, che già apprestavansi ad abbattere nella loro patria, quella spedizione veniva avversata dai repubblicani, per li quali il vittoriare della romana repubblica doveva essere pegno di certa vittoria a Venezia e alla parte liberale di Germania e d’Ungaria, di quei giorni in su l’arme contra gli oppressori suoi, e che avrebbe affermata altresì su la Senna la libertà, al cui danno allora si congiurava; mandata a partito, l’impresa di Roma vinse la prova. Con lo acquisto della città eterna e la restituzione della potestà papale avrebbe dovuto aver fine lo scopo della spedizione francese negli Stati pontifici; ma non fu cosi; avvegnaché Luigi Napoleone mantenesse in Roma, e per lunghi anni, la militare signoria della Francia, sotto pretesto di difendere Pio IX, il quale, lasciato alle sole sue forze, sarebbe stato presto riassalito dai repubblicani italiani; ed eziandio per concedere tempo ai Ministri suoi di riordinare le amministrazioni pubbliche e riformarle, giusta i nuovi bisogni dei popoli. D’armi straniere videsi allora allagata l’Italia; quelle dell’Austria campeggiavano Lombardia e le Venezie, Toscana e i Ducati, le Legazioni e la Marca Anconitana; quelle di Francia tenevano Roma e il patrimonio di San Pietro.

Il 1851 volgeva al suo fine, quando dal Buonaparte compivasi una vituperevolissima trama di Stato, che veniva approvata dai principi e dai Governi despotici e da quanti odiavano la libertà; ma alla quale trama imprecarono tutti quelli che per la libertà avevano una religione e un culto. I partigiani del Duca di Bordeaux e del Conte di Parigi — i legittimisti e gli orleanisti — i quali, perché odiatori della repubblica avevano favoreggiata la elezione di Luigi Napoleone alla suprema magistratura, indovinati gli intrighi dell’ambizioso principe, diedersi apertamente a combatterlo, e apparecchiaronsi a contendergli la potestà suprema, il cui termine scadeva nel maggio dell’anno appresso. Di fronte a quelli stavano gli amici del Buonaparte, pronti a sostenerlo anche con armi sleali e con arti poco oneste; intendo dire le arti della seduzione, per prolungargli quei poteri che dovevano condurlo all’imperio; e siccome a ciò ostava la Costituzione, messa innanzi la necessita di modificarla a loro vantaggio, ne facevano la proposta alla Assemblea nazionale.

Il respingersi di essa non disanimò il principe presidente; il quale, risoluto di raggiungere a ogni costo lo intento desiderato, deliberò di non aspettare l’esito della nuova elezione per affermare in sua mano il potere, che i nimici volevano togliergli. Egli non attese che gli si intimasse la guerra, ma fu primo alle offese contra la parte avversaria, non preparata a sostenere lo assalto improvviso. Il Buonaparte riportò facilmente la vittoria; avvegnaché lo spergiuro, gli assassini avessero all’opera parricida appianata la via. Strasbourg e Boulogne aveangli fruttato l’esilio e la prigionia; il 2 dicembre doveva guadagnargli un trono; là era stato un volgare cospiratore o un avventuriere; a Parigi doveva essere un traditore, un fellone!

Per assicurare buona riesciti alla impresa, da lungo tempo meditata e disegnata, nulla era stato ommesso dal principe che valesse ad accrescergli lo amore dei soldati e il favore del popolo, il quale aveva luilevato al più alto officio della repubblica; sommamente poi col mostrarsi curantissimo del benessere di quelli e sollecito di migliorare le condizioni delle classi operaie. Il suo ordire trame a danno della repubblica chiaro appalesossi quando, in sul cominciare dell’autunno, chiamò presso di sé i generali a lui più devoti, e accrebbe il presidio di Parigi dei reggimenti, nei quali vivissima tuttavia mantenevasi la memoria del grande capitano (1). Rivelavano la mente del Buonaparte e accennavano anche a prossime mutazioni negli ordini dello Stato, le parole da esso rivolte ai premiati della mostra mondiale, d’arti, mestieri e industria di Londra. «Veggonsi oggidì uomini, diceva egli, un tempo promovitori delle prerogative regie, farsi convenzionali per abbattere il potere creato dal suffragio popolare; veggonsi altresì coloro, che tanto patirono per li passati rivolgimenti politici, provocarne altri allo scopo di sottrarsi alla volontà della nazione e d’impedire al moto trasformatore della società di seguire un pacifico corso…

Prima di separarmi da voi, permettete che io vi incoraggi a nuovi lavori; ponetevi all’opera, senza temere di nulla; non prendetevi pensiero dell’avvenire; qualunque cosa avvenga, la quiete sarà mantenuta; però che un Governo il quale si appoggia alla nazione tutta, che non ha altro motore fuor del bene pubblico ed è animato da fede ardente — guida secura anche attraverso gli spazi, ove non esiste traccia di via — compirà la propria missione, avendo in sé quel diritto che viene dal popolo, e quella forza che viene da Dio.» — Il dire del principe avrebbe dovuto rendere avvertiti i repubblicani del pericolo che lor soprastava; ma' sia che non temessero il venturiere cospiratoredi Strasbourg e di Boulogne, o che reputassero ancora lontan lontano il giorno della lotta, continuarono a tenersi in quella sicurezza, nella quale assai imprudentemente cullavansi sino dalla elezione del Buonaparte a capo dello Stato (1).

Era appena sorta l’alba del 2 dicembre — anniversario della gloriosa giornata d’Austerlitz e della consecrazione a Imperatore del gran capitano — quando il nepote suo, Luigi Napoleone, faceva arrestare i principali della parte a lui nimica, come quelli che avrebbero potuto mandare a vuoto i suoi tentativi contra la repubblica; tra essi, i più celebrati generali di Francia, Cavaignac, Changarnier, Leflò, Lamoricière e Bedeau, il colonnello Charras e lo illustre storico del Consolato e dell'imperio, l’orleanista Adolfo Thiers (1). Nel medesimo tempo il Presidente bandiva dall’Eliseo un decreto, col quale licenziava l’Assemblea nazionale e la Consulta di Stato (1); convocava il popolo nei suoi Comizi e metteva Parigi sotto il governo delle leggi militari.

Per onestare Fatto che uccideva la libertà della patria, Napoleone Buonaparte accompagnavano il decreto con un manifesto alla nazione, nel quale affermava essere stato costretto a far ciò dal contegno turbolento dell’Assemblea, che soffiava nel fuoco di passioni pericolose alla quiete della Francia; e siccome crasi essa mutata in un focolare di congiure e di guerra civile, e fatta assalitrice del potere venutogli dal popolo, cosi l’aveva licenziata, e in pari tempo chiamato il paese a giudice dell’operar suo, e deliberare di quella. — Scopo della Costituzione, diceva il principe-presidente nel suo manifesto, essere di indebolire il potere che la Francia stava per affidargli; la quale aveva già con suffragio splendidissimo protestato contra l’Assemblea stessa. Avere egli sempre fedelmente rispettatoli patto fondamentale, di continuo invocato da chi sfacciatamente lo violava. Coloro che avevano mandato a ruina due monarchie volergli ora legare le mani per abbattere la repubblica; essere quindi dover suo sventarne le perfide mire, mantenere quella e salvare il paese, invocando il giudizio del popolo, il solo sovrano ch’egli riconosceva in Francia.

Se il popolo vuole conservare questo stato di malessere, che mette a repentaglio il nostro avvenire, scelga a suo capo un altro uomo, però che io non possa accettare una autorità impotente a fare il bene, impotente a condurre a salvamento la nave dello Stato, la quale corre verso l’abisso; ma se ha fede in me, mi accordi i mezzi di compiere la grande missione già affidatami, che deve chiudere l'era delle rivoluzioni, appagare i legittimi bisogni del popolo e proteggerlo contra le passioni sconvolgitrici dell’ordine, fondare istituzioni che abbiano a sopravvivere agli uomini e sieno basi saldissime a opere durature. Proporre egli a basi fondamentali d’una Costituzione la creazione d’un capo supremo — nominato per dieci anni e mallevadore del proprio operare — con Ministri soggetti al solo potere esecutivo; in oltre, una Consulta di Stato, cui spetti preparare le leggi e sostenerle davanti all’Assemblea nazionale, eletta dal suffragio universale, il cui primo dovere sia di discuterle, approvarle o respingerle; in fine, una seconda Assemblea, composta dagli uomini più illustri del paese, la quale abbia a custodire il patto fondamentale e le libertà pubbliche.

Tale sistema, creato dal primo Consolo in sul cominciare del secolo nostro, poter dare, come aveva già dato allora alla patria, la quiete e la prosperità. Di ciò essere egli profondamente convinto; se i Francesi lo fossero del pari, provassero coi loro suffragi; se poi preferissero un governo senza forza — monarchico o repubblicano — rispondessero niegativamente. Qualora egli non venisse confermato nel potere, raccoglierebbe una nuova Assemblea, cui rimetterebbe il mandato ricevuto dal popolo; ma se questo reputasse la causa — della quale il suo nome è simbolo — quella della patria comune, vale a dire la Francia rigenerata dalla rivoluzione dell’ottantanove e ordinata dal grande Imperatore, lui acclamasse, consecrando la potestà, che ad esso chiedeva; in tal modo l'Europa sarebbe salva dall’anarchia, e tutti rispetterebbero nella sentenza del popolo i decreti della Provvidenza. ~ Al manifesto rivolto alla nazione, il Buonaparte faceva tener dietro un appello ai soldati; Siate superbi, diceva loro, della vostra missione! (1). Voi salverete la patria; forte dell’appoggio vostro io farò rispettata la sovranità nazionale, di cui sono legittimo rappresentante.

Nel 1830, come nel 1818, foste trattati da vinti, eppure siete la parte eletta del paese; ma oggi, ma in questo momento solenne, voi farete udire la vostra voce. Come liberi cittadini darete liberamente il vostro suffragio; ma, come soldati, obbedirete al capo del Governo; a me solo, mallevadore del mio operare in faccia al popolo, spetta il diritto di adoperare quei mezzi, che reputerò necessari al bene pubblico. — Se le parole indirizzate alla nazione valevano a rassicurare gli animi dei più timorosi, quelle dirette all’esercito dovevano certamente turbare anche i più fidenti nel principe: il quale, col ricordare ai soldati la militare disciplina, tendeva a far d’essi uno strumento di sua ambizione e tirannide, mentre dovrebberlo essere in ogni tempo di indipendenza e libertà. La metropoli e molti dipartimenti della Francia, levaronsi a romore, protestando contra l’atto del 2 dicembre e contra lo imprigionamento dei loro rappresentanti; ma l’esercito represse con la violenza il manifestarsi dell’opinione popolare, bruttando, con suo vituperio, di sangue cittadino le armi, che la patria aveagli dato per difenderla dai nimici esterni.

Intanto che alcuni rappresentanti del popolo recavansi presso Luigi Napoleone a offrirgli il loro appoggio nell’impresa parricida, moltissimi altri, gridato il Buonaparte decaduto dall’officio di Presidente in forza della stessa Costituzione (2), correvano Parigi, eccitandone gli abitanti a levarsi contra quell’ambizioso, che mirava a impadronirsi della potestà assoluta, e l’alta Corte di giustizia, sollecitamente riunitasi, dichiarava colpevole del delitto d’alto tradimento Luigi Napoleone, Presidente della repubblica. La parte dei cittadini tennesi tranquilla— sia perché reputasse impossibile di resistere con vantaggio alle forze armate del Presidente, sia che di buon grado accettasse il nuovo sistema di politico reggimento che esso voleva inaugurare — l’altra parte di quelli ordinossi alla lotta, che dovea governarsi da un Comitato di resistenza formatosi nella sera stessa del 2 dicembre dai rappresentanti del popolo Carnot, de Flotte, Giulio Favre, Madier de Montjau, Michele di Bourges, Scheelcher e Vittore Hugo. I difenditori della repubblica combatterono per due giorni, da prima con prospera, da ultimo con avversa fortuna; sopraffatti dal numero, al cadere del 4 luglio posavano le armi.


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— Durante il combattimento le soldatesche del Buonaparte commisero atti d’orrenda barbarie; essi uccisero vecchi e giovanetti, donne e bambini, gente tutta impotente a difendersi del pari che a offendere (1). Corse allora fama, e fu altresì scritto di poi, che il principe avesse mandato alla pugna i soldati ebbri di vino! Alcuni cadaveri giacquero tutto il dimani su le vie della città; moltissimi vennero seppelliti nei cimiteri con la testa fuor della terra, e non pochi là deposti gli uni accanto agli altri; orribile spettacolo certamente ordito ad arte da Luigi Napoleone a' suoi concittadini per incutere un salutare spavento di sua potenza e farli avvertiti d'essere egli a tutto preparato e da nulla rifuggire per raggiugnere gli intenti suoi. Non seppesi mai il numero dei caduti a Parigi e nelle Provincie — ma fu assai considerevole — per quella trama di Stato, che la storia registrò in sue pagine tra le più basse tradigioni e i delitti più vituperevoli che siansi compiuti da' reggitori di popoli. Buonaparte gettò le tenebre sul numero dei morti, cosi scrisse Vittore Hugo; tale è l’abitudine degli ucciditori di uomini.» Agli assassini, avvenuti nei giorni della lotta, tenne dietro il moschettarsi dei prigionieri, eseguito segretamente e nella oscurità delle notti; vennero quindi le carcerazioni e le proscrizioni; poscia lo esilio e la relegazione perpetua in terre lontane lontane dalla patria; per ultimo i sequestri e i confiscamenti dei beni (2).

«Chi resiste, abbia il supplizio estremo in nome della società in legittima difesa;» cosi scriveva il generale Saint Arnaud, allora Ministro sopra le armi, ai proconsoli militari nelle provincie sollevate, che mandavano a morte quanti con le armi alla mano venivano in lor potere; con mezzi cotali restauravasi l’ordine sconvolto da chi aveva avuto la missione di tutelarlo (1). Nella sua brutta impresa Luigi Napoleone ebbe complici di molti; promettendo onori, alti offici e ricchezze ne trovò in tutte le classi dei cittadini; e tutti gli si mantennero fedeli, perché egli aveva saputo assai astutamente legarli al carro della sua fortuna (2).

— Il 20 dicembre di quell’anno 1851 il popolo, riunito nei Comizi, accettava il mantenimento dell’autorità del Buonaparte e delegatagli i poteri necessari a fare una Costituzione su le basi messe innanzi nel manifesto del 2 dicembre.Raccolti i suffragi trovossi che sette milioni quattrocentotrentanove mila e dugento sedici aveano risposto affermativamente a quella domanda; seicentoquarantamila settecento trentasette, niegativamente. — Né libero, né spontaneo fu quel suffragio, però che avesse sofferto violenze non poche; in alcuni villaggi arrestaronsi quanti sospettavansi contrari a Luigi Napoleone; in altri, le genti d’arme minacciarono chi voleva niegare il suffragio al principe; e si videro anche noti faccendieri dare ai contadini il cartellino col sì; come poi corresse la cosa nell’esercito, è più facile indovinare che dire (1).

Il 31 dicembre i Commessari incaricati della verificazione dei suffragi — erano Baroche, Rouher, Pieri, Maupas e Troplong — annunziavano al principe la sua rielezione al supremo officio; il quale ai loro auguri rispondeva: — I Francesi, bene indovinando essere egli uscito dalle vie legali, se non per entrare in quelle del diritto, averlo assolto e giustificato di quell’atto, che dovea risparmiare alla patria, forse anche all’Europa, molti anni di perturbamento e di guai Comprendere egli tutta la grandezza della sua nuova missione; tenersi sicuro di superare i gravi ostacoli, che quella attraversavano, con la rettitudine del suo cuore, l’aiuto degli uomini onesti, la fedeltà dell’esercito e la protezione del cielo. Volere assicurare le sorti della Francia mediante istituzioni rispondenti alle aspirazioni democratiche della nazione e al desiderio universalmente espresso d’un governo forte e rispettato.

— Se il 2 dicembre 1851 aveva chiarito essere il Buonaparte per nulla coscienzioso in fatto di onestà, il 2 dicembre dell’anno appresso dovea provare, come ei fosse per nulla scrupoloso mantenitore della fede e delle promesse date! — Il primo del 1852 Luigi Napoleone recavasi al maggior tempio della metropoli, ove veniva solennemente cantato il Te Deum in ringraziamento al Signore Iddio di sua rielezione al seggio presidenziale. A mezzo gennaio pubblicavasi la nuova Costituzione, lavoro del Presidente; il quale, affermando che da cinquanta anni in poi la Francia non era progredita se non mercé gli antichi ordinamenti amministrativi del Consolato e dell'imperio, aveva tratto quella dalla Costituzione dell’anno ottavo; ma nel rendere omaggio e nel confermare i grandi principi acclamati dalla rivoluzione del 1789 egli chiudeva in limiti assai angusti la libertà individuale e quella altresì della stampa.

Dal giorno in cui Luigi Napoleone ricevette dal suffragio popolare la suprema potestà nella repubblica, palesò con audacia — che offendeva ogni convenienza — i suoi disegni alla restaurazione dell'imperio; né lasciando occasione mai di ricordarne le memorie gloriose e i benefizi, ridestava a suo vantaggio le simpatie un tempo vivamente sentite per quel Grande, che aveva fatto la Francia forte, rispettata, temuta. «Io chiederò alla nazione, per la quiete della patria, un nuovo titolo, che abbia a fissare irrevocabilmente sul mio capo il potere da essa già concedutomi, quando i nimici al mio Governo mettessero a repentaglio l’avvenire del paese...» parole queste piene di minaccia che il 29 marzo 1852 rivolse ai Senatori e Deputati raccolti la prima volta in assemblea. Il 10 maggio diede all'esercito le antiche insegne dell’aquila imperiale — che sotto il primo Napoleone aveano corso vittoriosamente l'Europa — e allora dal principe chiamate simbolo d'autorità e di gloria.

Nell’estate di quell’anno 1852, recatosi a visitare le provincie del mezzogiorno allo scopo di attirarne a sé le popolazioni e decidere l'opinione pubblica in favore dell’imperio, ei faceva ritorno a Parigi già salutato Imperatore.A Lione dinnanzi alla statua equestre del gran Capitano — che, lui presente, inauguravasi — parlando di sé ai cittadini, nomossi l’erede di Napoleone; e poco di poi a quelli di Bordeaux diceva: = L’imperio essere la pace, perché la Francia lo desidera; essa soddisfatta, nessuna guerra poter turbare il mondo; eletto Imperatore, molto conquisterebbe; ma le sue conquiste sarebbero tutte morali. — Sventuratamente per la Francia e per lui l’imperio fu proprio la guerra; ce lo affermano il Messico e Sédan, due vergogne che di maggiori, né di eguali non toccarono mai a popolo civile! l’imperio fu altresì l’invasione straniera, il vituperio di Metz, il disastro di Parigi!

— Era il 4 novembre 1852, quando il Presidente faceva conoscere ai Senatori: = La volontà della nazione essersi chiarita per la restaurazione dell’imperio; sempre rispettando la costituzione, il mutarsi degli ordini repubblicani in monarchici toccare la forma, non le basi fondamentali di quella. Il popolo troverebbe nell’imperio una i guarentigia secura agli interessi suoi e una soddisfazione al suo giusto orgoglio; in oltre, nel conservare le conquiste gloriose del 1789, chiuderebbe l'era delle rivoluzioni politiche. = Tre giorni dopo il Senato deliberava di proporre alla nazione il ristabilimento della dignità imperiate nella persona di Luigi Napoleone, con la eredità nella sua discendenza diretta, legittima o adottiva. Il 21 e 22 novembre i Francesi, chiamati ai loro comizi per l’accettazione di tale proposta, rispondeano con quasi otto milioni di voci favorevoli, con dugencinquantamila contrarie.

La sera del primo annunziossi al principe la sua nuova vittoria; il quale subito, con la corona, prese il nome di Napoleone III, in omaggio a quel grande, che col genio suo avea scritto le pagine più belle della storia moderna. Il dimane, dopo essere stato acclamato davanti alle Guardie nazionali e al presidio di Parigi Imperatore dei Francesi per la grazia di Dio e volontà della nazione, lasciò l’Eliseo per recarsi alle stanze imperiali delle Tuileries. Questa la fine, in verità ingloriosa, della repubblica del febbraio 1848! Di sua caduta molto addoloraronsi i popoli, molto rallegraronsi i despoti d’Europa; i quali, sebbene non vedessero di buon occhio la dinastia napoleonica signoreggiare in quella regia, dalla quale un di erano usciti i fulmini di Jena, di Friedland e d’Austerlitz, non tardarono però a riconoscere il novello imperio levatosi su le mine di quella tribuna, che ricordava le tante sconfitte toccate ai loro eserciti sul Danubio, a Marengo e su l’Adige!

La pace d’Europa, che allora parve per lunga pezza assicurata, fu di li a poco turbata dalle ambizioni di Niccolò, lo Czar di Russia; che reputando esser quello momento opportuno ai disegni vasti e audaci di Pietro il Grande, preparava le armi per assaltare l’imperio musulmano; pretesto della guerra — che arder dovea terribile e sanguinosa sul Danubio e nella Tauride — diceva lo Czar essere l’obbligo suo di proteggere in Oriente gli interessi dei Greci; ma in realtà era la smania irrefrenabile di signoreggiare sul Bosforo; era altresì il desiderio, in vero onesto, di rimandare là, donde eran venuti, i figli dell’IsIam — negazione di ogni civile progresso — da secoli campeggiane una delle contrade più belle d’Europa, con vituperio dei prìncipi cristiani e della stessa cristianità per lo addietro più volte dai seguaci di Maometto minacciata di distruzione (1).

«Avvicinarsi a Costantinopoli e alle Indie...; chi regnerà su queste sarà il vero Sovrano dell’universo... Smembrata la Svezia, vinta la Persia, sommessa la Polonia, conquistata la Turchia, riuniti gli eserciti russi da navi russe, corse le acque del Baltico e del mar Nero, bisognerà tentare segretamente da prima Versailles, di poi Vienna per lo spartimento dell’imperio del mondo;... cosi testava il fondatore dell’imperio moscovita, Pietro il Grande; e a compiere la vastissima opera da lui sì bene disegnata e tanto felicemente cominciata avevano rivolti tutti gli sforzi loro i successori suoi — Nel 1828 lo czar Niccolò, veduti riuscire vani i tentativi di Mahmoud per infondere nuova vita nella razza degli Osmanli (2), un di forte e gagliarda, allora molto infiacchita, apparecchiossi al conquisto di Costantinopoli; al quale scopo richiese a Francia l’appoggio suo, promettendole le desiderate frontiere del Reno.

Il respingersi da Carlo X l’offerta dello Czar — il cui stabilirsi a cavaliere del Bosforo riteneva grave pericolo all’indipendenza d’Europa — salvò da certa rovina il vacillante imperio turchesco (1), e costrinse l’ambizioso despota di Russia a rinunziare all’impresa da lunga pezza risoluta. Il disputare, che da tempo immemorabile facevasi da Greci e da Latini intorno il possesso de' Luoghi Santi di Gerusalemme, di Bethlem e di Nazareth, di que’ giorni rinfocolatosi più che mai, forniva al vigile Czar occasione favorevole a inframmettersi nelle faccende d'Oriente per sostenere i diritti dei Greci, sui quali suoi correligionari, sebbene soggetti alla Sublime Porta, ei voleva estendere sua autorità di Pontefice supremo della Chiesa ortodossa. Ai tempi di Francesco I e di Solimano il Magnifico era stato da Francia e da Turchia convenuto di riconsegnare i Luoghi Santi ai Latini, come quelli che prima avevanli tenuti. Verso la metà del secolo passato per differenze sorte tra cattolici e scismatici — differenze suscitate da passioni di due caste nimiche, e non da vero interesse di religione — dovettesi addivenire a nuove concessioni e fermare un nuovo trattato; ma non essendosi nemmeno allora potuto determinare in modo assoluto a chi proprio per diritto spettasse il possedimento de' Luoghi Santi, ridestavansi non molto di poi le mal sopite contese.

Nel 1848 il furto commesso dai Greci d'una stella d'argento, stata posta dai Latini nella grotta di Bethlem, inasprì gli animi di questi, e agli odi antichi altri e di maggiori allora s’aggiunsero. Non potendo essi ottenere giustizia dal Governo turco, volgevansi a Francia; la quale, per l’oratore suo in Corte di Costantinopoli, chiedeva al Soldano, facesse rendere dai Greci la stella rubata e quanto per lo innanzi avevano tolto al clero cattolico; in oltre, si restituisse al culto del cattolicesimo la grande chiesa di Bethlem e il Sepolcro della Vergine. Contra tali pretensioni i scismatici protestarono avanti alla Sublime Porta; la quale, non osando respingere le giuste domande di Francia, né condannare i Greci protetti dallo Czar, lasciava di buon grado a una Commissione mista di Latini e Greci il carico d’esaminare e definire i diritti dei contendenti, n giudizio dei Commessari non accontentò i primi e venne compiutamente rigettato dai secondi, perché securi dell’appoggio di Niccolò;, il quale, mentre nel febbraio 1853 per difendere gli interessi e i diritti dei Greci, inviava al Soldano l’ammiraglio principe di Menschikoff, raccoglieva nella Bessarabia grosso nerbo di soldatesche e riuniva nelle acque di Sebastopoli tutta la marineria di guerra del Mar Nero; apparecchi questi, che chiarivano gli intendimenti guerreschi della Russia. Menschikoff, in nome del suo Signore, faceva proposte al Soldano, le quali non solo ne offendevano la dignità, ma ne mettevano in pericolo l’indipendenza. Voleva l’oratore russo che la Sublime Porta, allontanandosi dall’amicizia di Francia e d’Inghilterra, fermasse un trattato con la Russia; in virtù del quale lo Czar manderebbe eserciti e armate in aiuto alla sua alleata, quando venisse assaltata dagli Stati occidentali; in compenso di tale aiuto la Chiesa ortodossa d’Oriente e i Greci soggetti alla Turchia verrebbero sotto la protezione sua (1).

Niccolò, con obbligare il Soldano a ricorrere a lui in tutte le sue contese con gli Stati d’Europa, mirava a renderselo soggetto, per poscia far suo quell’imperio, ch’egli, già da tempo ritenendolo gravemente malato, affermava non lontana la sua caduta. Respinte le domande del Governo moscovita, la Sublime Porta, in sul finire di maggio, volgevasi ai rappresentanti di Francia, di Bretagna, d’Austria e di Prussia per far loro conoscere le esigenze, veramente oltraggiose a sua dignità, e le minaccie di guerra dello Czar; in oltre, li avvertiva della deliberazione presa d’apprestare, senza por tempo in mezzo, le resistenze su terra e su mare, avvegnaché la Russia fosse pronta già ad assalire, a offendere. — Menschikoff aveva già da parecchi giorni abbandonata Costantinopoli coi principali della legazione russa, allora che, il 9 giugno, Rechid Pachà — luogotenente dell’imperio turchesco — riceveva da Nesselrode un ultimatum; col quale il gran Cancelliere di Russia l'avvisava, che se il Soldano si ostinasse a rigettare le domande, inspirate a moderazione e a giustizia, di Niccolò, tra brevi settimane gli eserciti moscoviti invaderebbero la Turchia, non per rompere guerra, ma per ottenere da essa guarentigie secure in favore del culto ortodosso d’Oriente. Con nobile fermezza rispondeva Rechid Pachà di non poter soddisfare ai desideri dello Czar, perché ledevano i diritti dell’autorità sovrana del suo Signore.

Mentre le armate di Francia e d’Inghilterra, lasciate le acque del Mediterraneo, navigavano verso la baia di Besika, che giace presso l’entrata dei Dardanelli, ove dovevano arrivare a mezzo il giugno, i Ministri di Francia, di Bretagna, d’Austria e di Prussia eransi riuniti a consulta in Vienna per trovare modo di comporre quella contesa, che poteva far divampare di fuoco e di guerra tutta Europa. Se non che la Russia, la quale per li suoi fini voleva definire la quistione con le armi, il 3 luglio, superato il Pruth con gli eserciti suoi, invadeva i principati Danubiani, Moldavia e Valacchia (2). — Il Governo musulmano subito protestò contra quella violazione del suo territorio, ma con assai moderazione, che in vero tornò a suo grande elogio; né volle fare di essa un casus belli, nella speranza che gli Stati mediatori potessero condurre lo Czar a sensi più miti, a consigli più saggi; e solo quando seppe respinte dalla Corte di Pietroburgo le proposte di pacifico componimento messe innanzi dal congresso di Vienna, intimava la guerra all’invaditore, nel medesimo tempo volgendosi per aiuti a' suoi potenti alleati; lo che accadeva il 25 settembre.

Al suo invito Francia e Inghilterra dovevano presto rispondere con armi poderose, e più tardi anche la bellicosa Sardegna; ma gliele niegavano allora e sempre Austria e Prussia. — Il 3 ottobre in Varsavia convenivano per rinnovare e fermare insieme intimissimo accordo lo Czar, l’imperatore d’Austria e il Re di Prussia; di quanto venne da essi discusso e deliberato, nulla si seppe allora né di poi; parlarono forse di pace? no, però che la guerra di lì a poco scoppiasse terribile e grossa; trattarono forse di collegare lor forze armate contra Bretagna e Francia? no, avvegnaché la Russia non abbia avuto mai nella lotta, che fu lunga e disastrosa, soccorso veruno d’alleati. A difendere sua politica, veramente infida, l’Austria diceva: = Essere stata sempre conservatrice e ciò per la sua postura geografica in Europa, i cui interessi ebbe ognora tutelati e difesi. Amicissima di Russia — che considerava come argine saldissimo contra le sedizioni e le popolari sollevazioni — se non aveva potuto impedire l’occupazione militare dei principati Danubiani, studiavasi però sempre di condurla a moderazione; consigliera di pace, essa non doveva aggiugnere fuoco a fuoco entrando con sue armi nella contesa.

Nella quale sua deliberazione di neutralità assoluta, confortavate la parola dello Czar, di non volere far guerra di conquista: onde il felice contrappeso degli Stati d’Europa non correva pericolo d’essere turbato. — A provare poi come l’Austria non sarebbe per aiutare mai con le armi l’una parte o l’altra, il Governo di Vienna riduceva di numero l’esercito suo; e mentre con tale provvedimento intendeva rassicurare i Governi amici sul procedere suo in quei momenti, in verità difficilissimi, mirava eziandio al soddisfacimento dei bisogni economici dell'imperio. — Il giorno 8 di ottobre Omer Pachà, generalissimo dell’armi musulmane, dai suoi alloggiamenti di Choumla scriveva a Gortschakoff comandante supremo dell’esercito russo che teneva stanza in Bukarest, invitandolo a lasciare i principati infra quindici di; tale invito era l’ultima espressione dei sentimenti pacifici della Sublime Porta. Il 12 rispondevagli il principe Gortschakoff di non avere avuto dall’imperatore, suo Signore, te potestà di trattare della pace, della guerra o dello sgombramento delle provincie Moldo-Valacche.

— Le forze armate della Turchia, allora campeggianti la Bulgaria, sommavano a centrentacinque mite uomini e quaranta batterie di cannoni, ed erano divise in quattro corpi di esercito. Il primo di essi, di cinquantamila uomini, trovavasi a Ghoumla sotto il comando diretto di Omer Pachà; il secondo, di venticinque mila, stava a Baba-Dagh nella Dobrutscha sul basso Danubio, e aveva a capo Alim Pachà: capitanavasi il terzo, di trenta mite uomini, da Mustaphà Pachà, il quale teneva i suoi campi da Roustchouk a Sistow; il quarto, di trenta mila, sotto il governo dìsmail Pachà, stendeasi da Sistow a Widdin; inoltre, grossi presìdi di soldatesche stavano in Varna, Pravardin, Tirnova e nei forti costrutti a difesa de' passi dei Balkan; in fine, la riscossa, cinquanta mila uomini all’incirca, comandata da Rifaat Pachà campeggiava nei dintorni di Sofia, dove la grande strada di Costantinopoli a Belgrado viene attraversata da quella che da Bukarest conduce al regno di Grecia (1).

Nell’Asia la Turchia teneva in su l’arme cencinquanta mila uomini lungo le spiaggie del Mar Nero e le frontiere del Caucaso, ordinati in due corpi d’esercito, il primo comandato da Abdi Pachà, il secondo da Selim Pachà. Le forze armate della Russia, che trovavansi nei principati sotto il governo supremo di Gortschakoff, componevansi del corpo d’esercito di Dannenberg, di parte del corpo di Luders — i quali nell'ordinamento militare dell’imperio numeravansi quarto e quinto — e da quattordici reggimenti di Cosacchi del Don con le loro batterie di cannoni; in tutto, cenventi mila uomini, seguiti da grosse artiglierie per gli assedi; la riscossa, il corpo d’esercito d’Osten-Saken, trovatasi in Bessarabia dietro il Pruth. Woronzoff capitanava nel Caucaso cencinquantamila Russi; con questo esercito egli aveva a combattere non solamente le soldatesche musulmane dell’Asia, ma eziandio le popolazioni di quella contrada non domata mai, e che allora, sotto Schamvl, preparavansi ad uscire alla campagna con forze poderose per dar mano ai Turchi nelle militari operazioni contra il comune nimico.

I primi affronti, che furono di lieve momento, ebbero luogo a Isatcha, non lungi dalla foce del Pruth nel Danubio, e presso Turtukoi dinnanzi a Oltenitza. Rotta la guerra, Omer Pachà risolveva di costringere i Russi a sgombrare le provincie occupate dal nimico. Il 27 ottobre egli entra nella picciola Valacchia; il primo novembre tenta passare il Danubio a Rustciuk, invano però; due giorni dopo riesce a superarlo con poco più di nove mila uomini a Oltenitza; il dì seguente va sopra i Russi, di lui più forti in numero; i quali, dopo aver patite gravi perdite, indietreggiano verso Bukarest. Il vincitore non li insegue; pago di tale vittoria si raccoglie in Oltenitza ad aspettarvi il nimico, che tiene per certo abbia a venire a lui per vendicare la sconfitta sofferta; attesolo invano alquanti giorni, torna con sue genti su la destra del Danubio; lo che eseguisce il di 11 novembre.

In Asia, come in Europa, la guerra cominciava felicemente per le armi musulmane; le quali, il 28 ottobre impadronivansi del forte Chekvetil, chiamato dai Russi San Niccolò, che siede sul Mar Nero a difesa del confine di Georgia, e il 18 novembre combattevano vittoriosamente la squadra russa, venuta al racquisto di quel forte; ma dopo dieci ore di combattimento dovevano togliersi giù dall’impresa; e a mezzo novembre i Turchi stringevano Alessandropoli, fortezza che giace a cavaliere della via di Tiflis. Ma pochi giorni di poi, costretti a lasciar quell’assedio, il 26 novembre ad Akhalzick e il due dicembre a Basch-Radisck-Lar erano messi in rotta per causa del tumultuario assalire delle milizie irregolari, le quali, respinte, avevano, nello indietreggiare, disordinato il campo; ciò che diede ai Russi la vittoria.

— Gli infelici successi allora sortiti alle armi moscovite sul Danubio e nella Georgia, se non avevano queste scoraggiate, avevano però negli animi loro prodotto assai triste impressioni; a cancellar le quali, Io Czar ordinava a Nakimoff, vice-ammiraglio della squadra russa nel Mar Nero, distruggesse la nimica, che in quel mare aveva il carico di tener libere le comunicazioni tra Costantinopoli e l’esercito turchesco dell’Asia. Osman Pachà, che la comandava, prestando fede alla parola di Niccolò, che non avrebbe rotte le ostilità sino a che gli Stati mediatori trattassero di pace, tenevasi in imprudente sicurezza nella rada di Sinope, citta posta su la marina dell’Asia Minore rimpetto alla Crimea. Era il 30 novembre, quando Nakimoff giugneva innanzi a quella con la sua squadra; e appena s’ebbe ordinato alla pugna, intimava a Osman Pachi di abbassare la bandiera e di rendersi a lui; alla oltraggiante chiamata, l’ammiraglio turco rispondeva con le artiglierie della sua fregata; in meno che non balena, d’ambe le parti le navi vomitavano fuoco e ferro.

Dopo tre ore di combattimento, la squadra ottomana più non esisteva! due fregate, allora che trovaronsi li li per venire a mano dei Russi, dato fuoco alle polveri, con orrendo scoppio saltavano in aria; le altre, squarciati i fianchi dal cannone nimico, si sommergevano e con esse circa tre mila marinai; centoventi di questi con Osman Pachà cadevano prigionieri dei Russi; quattrocento, gettatisi in mare, salvavawsi a nuoto. Nakimoff, oltre il tradimento commesso per comando del suo Signore, compiva allora un atto di fiera barbarie: fu l’incendio di Sinope, i cui abitatori, come ebbe egli stesso a confessare, non avevangli recato offesa veruna (1). La giornata di Sinope, che proprio non tornò a gloria dell’armi moscovite, scrisse allora una pagina splendidissima nella storia militare di Turchia; avvegnaché per l’onore della nazionale bandiera migliaia di Musulmani andassero incontro a certa morte, accettando la pugna offerta da un nimico di molto preponderante in forze alle loro (2).

Il disastro di Sinope — la cui novella veniva il 3 dicembre portata a Costantinopoli dal Taif, legno a vapore spedito al Soldano da Osman durante il combattimento stesso — non iscoraggì i Musulmani, ma accrebbe anzi in essi forza e lena di operare, e l’entusiasmo per la guerra; e destò eziandio in tutta Europa dolore misto a sdegno. L’eccidio di Sinope ebbe grande importanza, però che a Francia e a Bretagna facesse comprendere essere giunto il momento di soccorrere a quell’imperio, alla rovina del quale lo Czar aveva mosso armi poderose, e i cui modi di guerreggiare, mostravanlo di poco umani sentimenti; vuoisi però avvertire, in omaggio alla verità, che l’assalto di Sinope non era contrario alle leggi della guerra. Il 3 gennaio 1854 le squadre d’Inghilterra e di Francia — la prima comandata dall’ammiraglio Hamelin (1) — lasciate le acque di Besika e di Therapia entravano nel Bosforo e tre giorni di poi nel Mar Nero, seguite da alcune navi turchesche, portanti soldati, armi e vettovaglie ai presidi di Trebisonda, di Batoum e del forte di Chekvetil.

Dopo avere percorso quel mare senza incontrare l’armata nimica e senza toccare i porti delle spiaggie russe, le squadre collegato gettavano l’ancora nella rada di Sinope; se non che, reputandola poco secura, il 22 gennaio facevano ritorno al Bosforo. Il loro entrare nel Mar Nero non fu ritenuto dallo Czar come un caso di guerra; ei disse però che tal fatto, rompendo la fede dei trattati, lui scioglieva da ogni obbligo verso i medesimi. Agli schiarimenti su quello intervenire armati chiesti a Parigi e a Londra, essendo stato risposto in modo poco amichevole, gli ambasciatori russi lasciavano quelle metropoli: lo che avveniva il 6 febbraio di quell’anno 1854. Fu allora che l’Austria davasi a raccogliere armi numerose nella Voivodina e nel banato di Temes, e ciò per ragion di prudenza, affermava essa, essendosi la guerra ingrossata presso le sue frontiere, e la vicina Serbia, minacciando di levarsi a romore per l’opera di agitatori russi e musulmani, che volevano trarla a lor parte.

In questo mezzo i Russi facevano deliberazione d’impadronirsi di Kalafat, la prima guardia del campo turchesco di Widin, su la sinistra del Danubio, che lor chiudeva il passo nella Servia. Indovinati i disegni del nimico, Ismail Pachà con tredici battaglioni di fanti, tre reggimenti di cavalli e venti cannoni — undici mila uomini all’incirca — al cadere del 5 gennaio portavasi da Kalafat a Citate, villaggio posto su la via di Bukarest a Widin, presso il quale trovavasi a campo grossa schiera di Russi. All’albeggiare del nuovo giorno i Turchi mossero alle offese; e dopo contrasto ostinatissimo, insignoritisi di Citate stavano per assaltare il ridotto alzato dal nimico sopra un«poggio signoreggiante quella via, quando, a rimettere la fortuna dell’armi, giugnevano ai Russi aiuti poderosi di fanti, di cavalli e di cannoni, che il romore della pugna aveva tratto a quel luogo dai vicini alloggiamenti di Boilechti e di Motzetzei (1).

Non isgomentati dal numero delle forze nimiche — per quei soccorsi accresciute del doppio — anzi, prendendo consiglio dal proprio ardire, i Musulmani voltaronsi contra le sorvegnenti battaglie; e si vigorosamente le affrontarono da costringerle in breve ora a cercare salvezza nel ridotto; dal quale si tolsero nella notte, per tema di vedersi dal vincitore impedito il ritorno ai loro alloggiamenti. In quella giornata i Russi perdettero da tre mila uomini morti o feriti, molte armi e munizioni di guerra; i Turchi, poco più di mille: Kalafat e Citate, avevano, in parte almeno, vendicato il tradimento di Sinope!

Riuscite a vuoto le pratiche dei plenipotenziari dei grandi Stati d’Occidente per ricondurre a concordia e a pace Russia e Turchia, il Signor de' Francesi, innanzi di uscire alla guerra con l’amica Bretagna per difendere l’imperio Ottomano, alla cui integrità lo Czar attentava con tutta la potenza delle sue armi, il 29 gennaio scriveva al Sire moscovita, invitandolo ad abbandonare quell'impresa — dall’opinione pubblica condannata perché contra giustizia — la quale minacciava il riposo d’Europa (2). Le parole di Napoleone erano piene di dignità e al tempo stesso severe; nel mostrarsi inspirato a sentimenti di conciliazione, egli francamente chiarivasi pronto alle armi, qualora si respingessero sue proposte d’accordo. «Il cannone di Sinope, cosi nella sua lettera, risuonò dolorosamente nel cuore di quanti in Inghilterra e in Francia sentono vivamente la dignità nazionale, e con voce unanime si gridò: Sin dove i nostri cannoni possono ferire, i nostri alleati devono essere rispettati.» — Il 9 febbraio l’imperatore Niccolò rispondeva cosi: — Per la conservazione della pace avere egli fatte tutte le concessioni permessegli dal suo onore. I diritti e i privilegi de' suoi correligionari in Turchia — un giorno lor confermati a prezzo di sangue russo — venire ad essi da trattati antichi. Se si fosse lasciata la Porta a se stessa, la quistione de' Luoghi Santi sarebbe già stata definita.

L’invio ai Dardanelli della squadra franco-inglese avere incoraggiati i Turchi alla guerra e invalidato altresì il negoziare dei plenipotenziari congregati in Vienna. Francia e Bretagna, se fossero state amanti di pace, avrebbero dovuto impedire al Governo ottomano d’intimargli la guerra; o, se rotta, fermarne le ostilità sul Danubio. Il fatto d’arme di Sinope essere stato la conseguenza dello assalire dei Turchi il suo territorio asiatico e del contegno minaccioso dei due grandi Stati alleati. Se il cannone di Sinope in Francia e in Inghilterra ferì il sentimento della dignità nazionale, l’entrare nel Bosforo e nell’Eusino dell’armata franco-britanna, offese quello della nazione russa, della quale ei difende l’onore: non accettare quindi le proposte d’accordo messegli innanzi. = Perduta l’ultima speranza d’un pacifico componimento, che tutta riposava nella arrendevolezza del Governo di Pietroburgo e nei sentimenti di moderazione dello Czar, ai quali Napoleone aveva fatto un sincero appello, Francia e Bretagna diedersi sollecite a raccogliere armi e armati per soccorrere a quell’imperio, che Niccolò, più che opprimere, tendeva mandare a rovina per farne sue le ricche spoglie, pur sempre protestando di non avere fatti suoi i disegni e i sogni di Caterina, né di volere insignorirsi di Costantinopoli (1).

— Mentre dai grandi Stati d’Occidente preparavansi le armi per la guerra in aiuto della minacciata Turchia, l’imperatore Napoleone ritentava l’animo del Sire Absburghese, promettendogli di tener congiunte le sue bandiere a quelle dell’Austria in Grecia e su le Alpi, se allora si fossero unite sul Danubio e sul Mar Nero; le quali parole mostrano chiaramente i sentimenti del Napoleonide per la Grecia e l’Italia, e le simpatie di que’ giorni da lui nutrite per la libertà!! (2). — L’imperatore d’Austria — che poco innanzi, a chi sollecitavate d’entrar nella lega di Francia e d’Inghilterra, aveva risposto di non poter concedere a questi Stati quanto aveva niegato alla Russia (3) — di li a poco faceva conoscere all’Europa, che la integrità dell’imperio turchesco e l'indipendenza sua essendo necessarie al mantenimento degli Stati. l’Austria, quale avanguardia della Germania dalla parte dell’oriente, doveva tenersi pronta a tutti gli eventi, e armarsi per la conservazione dell’ordine delle cose esistenti.


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— Egli, che non molto prima aveva protestato di conservarsi neutrale nella contesa, allora apertamente affermava: = Non ritenere ancora necessario il suo intervento per tutelare gli interessi dell’imperio; dover però apparecchiare le armi per osservare, se fosse del caso, i precetti di sua tradizionale politica, d'opporsi cioè all'ingrandimento territoriale della Russia di qua del Pruth, — Questa la gratitudine sua a lui che nel 1849 avevalo salvato in Ungaria! — L’esercito di Francia designato all’impresa, e al cui governo era stato preposto il maresciallo Saint-Arnaud, contava quarantamila uomini; trentamila, duce lord Raglan, quello d’Inghilterra; la quale mandava altresì nelle acque del Baltico una forte squadra sotto il comando dell’ammiraglio Napier, per chiudere alle navi russe l’uscita dai canali di quel mare che menano all’Atlantico.

Molti altri legni raggiungevano per via, portandola cosi a numero; e quando presentassi ai nimici erasi fatta un’armata formidabile; però che avesse a bordo ventiduemila uomini e duemila quattrocento cannoni all’incirca. Superata il Cattegat, il 26 marzo entrava nel Gran Belt; due giorni dopo mettevasi all’ancora davanti a Kiel; il vegnente avviavasi a Kioge, porta dell’isola Seeland, che il 5 aprile lasciava per recarsi all’isola di Bornholm, la quale sorge dal Baltico tra l’estrema terra della Svezia meridionale e la spiaggia prussiana di Kolberg. Napier, venuto il 15 aprile al golfo di Finlandia, volgevasi da prima contra Helsingfors, e di poi contra Revel per combattervi le navi nimiche, che dicevasi trovarsi riunite in quei porti; ma sendo dai ghiacci sbarrata la via, tornossene addietro. Divisa allora l’armata in tre squadre, Napier mandava la prima a incrociare nelle acque di Curlandia da Windau a Libau; ordinava alla seconda di portarsi nel golfo di Livonia e porsi all’ancora dinnanzi a Riga; ed ei teneva la terza all’entrata del golfo di Finlandia.

Al didiacciarsi del mare le navi inglesi venivano a raccogliersi nelle acque di Gottskasandon, a settentrione dell’isola di Gothland — terra dei Goti — che giace all’altezza del golfo di Livonia. Il 13 maggio l’armata britanna, tutta riunita, aspettava il giugnere di quella di Francia per muovere insieme contra le squadre nimiche, indi assaltare Kronstad — forte antemurale di Pietroburgo — obbietta primo dell’impresa del Baltico. Esplorando il golfo di Finlandia, nel quale era stato fatto tutto quanto il genio della difesa aveva potuto inventare, Napier riconosceva l’impossibilità di tentare Kronstad, senza battelli piatti per correre i bassi fondi, che circondano quella fortezza, pieni altresì di scogli sottomarini, e d’espugnarla senza l’aiuto di grossa schiera di soldati da mettere a terra. Mentre a ciò provvedevasi dagli Stati alleati e nello aspettamento dell’armata di Francia, l’ammiraglio inglese spediva sue navi a correre le spiaggie di Hangoe; le quali, con le loro artiglierie recarono danni gravissimi ai forti che la difendevano (1). Il 13 giugno, l’armata francese — duce l’ammiraglio Parseval-Deschesnes — uscita di Brest il 20 aprile, univasi alla britanna presso Baroesund a poche leghe di Sweaborg, per la sua forza soprannomata Gibilterra del settentrione. Insieme congiunte le armate confederate contavano settanta legni all’incirca; tra i quali diciotto vascelli inglesi e nove francesi; nel golfo di Finlandia le navi russe sommavano a quarantaquattro, tra cui venti vascelli.

Mentre cosi avevano cominciamento le nimistà nel Baltico, più grossa facevasi la guerra sul Danubio. Innanzi di narrarne le militari operazioni, è necessario dire brevi parole intorno la sollevazione greca e il contegno che Prussia ed Austria presero rimpetto agli Stati della Lega e allo Czar. — I Montenegrini (1), nimicissimi sempre alla Turchia, e i Greci delle provincie soggette a questa, tosto che seppero dello invadere dei Russi nei principati danubiani, davano mano alle armi per togliersi alla signoria straniera. Dai messi di Niccolò fatti securi dello appoggio di Russia ed eziandio dell’aiuto d’Ottone di Grecia — il quale aveva accordato, non palesemente però, ad alcuni officiali dell’esercito suo di capitanare i sollevati — assalivano i presidi turcheschi d’Epiro, di Tessaglia, di Macedonia e d’Albania.

I Greci del reame, pieni d’entusiasmo per l’impresa di indipendenza, raccolgono danari e armi per aiutarla; e vergendo Francia e Inghilterra, un giorno ad essi amicissime e allora avverse, volgonsi a Germania, che sebbene neutrale nella contesa russo-turca, sanno però amica sempre allo Czar. Invero era vana speranza lo attendere la libertà da quei prìncipi che opprimono i loro soggetti! — I Governi di Parigi e di Londra fanno vive proteste contra il procedere del Sire ellenico; il quale, sognando la restaurazione dell’antico imperio bisantino, mentre lasciavasi dal popolo suo acclamare Imperatore d’Oriente, rispondeva a quei Governi di non potere respingere le rimostranze d’affetto de' sudditi suoi, né vietar loro un soccorso ai fratelli combattenti per la propria religione e per l’indipendenza patria. — A impedire il congiungersi dei Greci sollevati coi Montenegrini, la Sublime Porta, nel febbraio 1854, spediva contra questi una grossa schiera di sue genti, la quale veniva sconfitta a Vassoeva. Vincitori ad Arta e a Giannina, il 28 marzo i sollevati patiscono grave battitura nell’Epiro; non però cedono le armi, che anzi ogni dì più la sollevazione si allarga, si afforza (2).

Il giorno 8 aprile i consoli di Francia e d’Inghilterra in Prevesa pubblicavano un manifesto ai cristiani ribelli; nei quale, dopo avere confessato, che le enormità commesse in Paramita, Margarini e Phanaris dalla soldatesca ottomana, bestiale e sfrenata, erano state, con giusta indignazione udite non solo dal Governo del Soldano, ma altresì da tutta l’Europa, invitavanli a posare la guerra, avvegnaché Francia e Bretagna dovessero, in virtù dei trattati fermati con la Sublime Porta, difendere i diritti di sovranità del Soldano e la integrità dell'imperio suo. — Ed ecco due nazioni civilissime farsi sostegno di un Governo, i cui soldati, giusta la loro confessione, erano bestialmente e sfrenatamente inumani! un Governo che allora allora aveva condannato al supplizio del palo, senza processo, in Cavaja d’Albania, tre Greci, venutivi per eccitare i cristiani alla impresa di indipendenza.

— A far finita quella guerra, che combattesi con varia fortuna, ma con pari ferocia, Francia e Bretagna risolvono di costringere con le armi il re Ottone a togliere l’appoggio, che segretamente da prima, e allora apertamente concedeva ai sollevati. A tale scopo comandano al vice-ammiraglio Bruat. il quale con la sua squadra portava a Gallipoli la quarte divisione dell’esercito francese d’Oriente, capitanata da Forey, e un reggimento inglese, di recarsi al Pireo. Il mattino del 25 maggio il generale Forey scende a terra con parte di sue genti e si impadronisce di quel porto;# il dì vegnente da un drappello de' suoi fa scortare gli oratori di Francia e di Bretagna recantisi alla vicina Atene presso il re Ottone per imporgli la volontà dei loro Sovrani; il quale, non avendo forza bastevole da resistere a sì fatta violenza, deve dar fede di tenersi in avvenire nella assoluta e più stretta neutralità verso la Turchia; il quale atto, che dir non saprebbesi se più ingiusto o insensato, obbligava i Ministri di Ottone a rinunziare ai loro offici (1).

Lasciato al Pireo un buon presidio d’armi francesi, il 28 di quel mese di maggio, Forey col rimanente della sua divisione entrato in mare continuava la via verso Gallipoli (2). Ridotta cosi alle sole sue forze la sollevazione epirota non potè reggersi a lungo; il numero assai preponderante dei nimici, non il valore di essi, faceva ai generosi ribelli posare le gloriose loro armi.

La quistione de' Luoghi Santi, primo pretesto delle nimistà di Russia contra Turchia, aveva a poco a poco dato luogo ad altra, invero assai grave; però che allora si trattasse dell’imperio musulmano sul Bosforo, dalla cui esistenza o caduta dipendeva la conservazione o il rompersi del contrappeso politico d’Europa, fermato nel 1815 dal Congresso viennese. La guerra, accesasi sul Danubio, doveva allargare sua sede per lo intervenire armato di Francia e di Bretagna; i quali Stati, chiamati dal cannone di Sinope, che aveva chiariti gli intendimenti dello Czar, nel collegarsi por difendere la Turchia, affermarne la potenza e risolvere in modo assoluto le faccende d’Oriente, eransi data fede reciproca di fare l’impresa senza mira alcuna d’ingrandimento territoriale (2).

Innanzi d’uscire alla campagna i due grandi Stati d’Occidente tentavano trarre, come già accennammo, nella loro lega l’Austria e la Prussia; le quali venivano nel medesimo tempo sollecitate da Niccolò d’unirsi a lui. Berlino mostrossi da prima inchinare ai desideri dello Czar; ma quando seppe avere il Governo di Vienna risoluto di tenersi neutrale in quella contesa, si accostò all’Austria; e ordinati gli eserciti lungo le frontiere de' loro Stati per impedire ai guerreggianti di violarne le terre, i regnanti di Berlino e di Vienna gridarono la neutralità in armi. — Le provincie orientali dell’Austria e i confini prussiani della Polonia e del Reno mutaronsi allora in formidabili campi di guerra. Contra si potenti apprestamenti di forze armate, che parevano, più che a difesa, mirare a offesa, quali guarentigie avevano domandato i Governi di Parigi e di Londra? nessuna; a quali condizioni avevano essi accettata la neutralità in armi d’Austria e di Prussia, cui subito accostaronsi gli Stati minori della Germania? a nessuna. Se a Francia, se a Bretagna fosse sortita contraria la fortuna della guerra, gli eserciti austro-prussiani insieme collegati avrebbero indubitabilmente imposta lor volontà a tutta Europa e levata la Germania ad alto grado di potenza e di autorità. In omaggio alla verità dobbiamo dire, che la diplomazia tedesca e l’austriaca mostraronsi allora in accortezza e sagacità superiori di molto alla francese e alla britanna.

— Svezia e Danimarca, le cui squadre dalle loro forti posture del Cattegat e del Sund avrebbero facilmente potuto chiudere i passi del Baltico alle armate di Russia e degli Stati della Lega, bandirono pur esse la più assoluta neutralità, non ostante il vivissimo sollecitare dei guerreggianti per averle ausiliarie nella lotta; i quali Stati assai volontieri sarebbero entrati nella Lega occidentale, se Francia e Inghilterra avessero assicurato alla Danimarca i suoi possedimenti germanici e, al posare delle armi in Oriente, avessero aiutata la Svezia a rivendicarsi le antiche provincie di Finlandia, delle quali in tempi non lontani era stata spogliata dalla Russia. Ma i Governi di Parigi e di Londra intendevano solamente a salvare l’imperio maomettano minacciato nella sua integrità dalla Russia invadente, non già a mutare confini territoriali di qualsiasi Stato, o a far restituire terre ingiustamente tolte ai legittimi loro Signori; né ciò per rispetto ai trattati del 1815 tante volte violati, sibbene per non rendere più grave la già difficile situazione politica dell’Europa. Francia e Bretagna assunsero quindi da sole l’ardua impresa di tutelare gli interessi di tutti gli Stati d’Europa; i quali, dicendosi svisceratissimi per la pace, avevano niegato alla Lega lo aiuto di quegli eserciti che stavano poderosi lungo le loro frontiere.

Gortschakoff — il cui esercito avea, durante il verno, ricevuto forti sussidi — col grosso di esso avvicinatosi nel marzo al basso Danubio, il 22 di quel mese tentava valicarlo a Ibraila e ad Ismail; respinto, con maggiori forze rinnovava il di appresso la prova. Protetti dalle batterie costrutte nelle isole del fiume — il quale poco innanzi di metter foce in sul mare dividesi in sette bracci — e appoggiati altresì da alcune barche cannoniere, i Russi giugnevano a superare quei passi, non ostante il fiero contrastare dei Turchi. Padrone della destra del Danubio nella Dobrutscha, Gortschakoff deliberava di recarsi in mano Silistria, per fare poscia di questa fortezza la base di sue militari operazioni. Mentre il generale Krouloff tutto all’intorno di Silistria innalzava valli e batterie, e la fulminava con trarre incessante di numerosi cannoni. Gortschakoff con settantamila uomini portavasi sul vaste piano di Rassova, stendendo la destra de' suoi campi versa la fortezza assediata e la sinistra sin presso Bazardschik, terra situata ai piedi dei Balcani, su la via di Choumla e d’Andrinopoli. Di fronte al generale russo e con armi quasi eguali alle russe trovavasi Omer Pachi; che bramosissimo d’assaggiarsi coi nimici in campo aperto, subito con essi si azzuffava.

Da prima egli ebbe avversa la fortuna; ma rifattosi con le genti della riscossa e tornato alla pugna recuperò il terreno poco innanzi perduto e costrinse i Russi a indietreggiare. Dalla giornata di Bazardschik del 19 aprile — che fu assai sanguinosa — nessuno dei combattenti usci vittorioso; cessata la pugna tutti riprendevano le posture dianzi occupate. Il maresciallo Paskiewitch — di quei giorni assunto al governo supremo della guerra, al quale sommamente premeva di valicare i Balcani avanti il giugnere delle genti della Lega — deliberava allora di stringere da vicino Silistria, il cui possesso doveva rendergli meno difficile il passo di quei monti. A tale scopo ragunava intorno ad essa armi poderose e ravvicinava i corpi d’esercito, che i pochi saggi suoi luogotenenti aveano sparso in larga contrada e in luoghi poco opportuni alla impresa; il quale grave errore impedì ai Russi di raccogliere sui campi di Bazardschik forze maggiori, che non fu ad essi possibile il giorno della pugna. Ma i disegni di Paskiewitch dovevano essere rotti dalla strenuissima resistenza del presidio di Silistria; il quale, alle offese gagliarde degli assediatori, oppose sempre vigorose difese; onde gli toccò la vittoria.

— Mentre l’armata franco-britanna del Mar Nero, dopo avere bombardata Odessa — e fu il 22 aprile — per punirla di un insulto fatto alla bandiera parlamentaria d’una nave inglese (1) correva le coste di quel mare, senza però incontrare mai la nimica, la quale tenevasi sotto la protezione delle batterie di Sebastopoli, o nello stretto di Kaffa, gli eserciti della Lega pigliavano terra a Gallipoli, città posta alla estremità settentrionale dei Dardanelli. il 21 maggio Saint-Arnaud e Raglan, Hamelin e Dundas, Riza Pachà, Ministro sopra le armi musulmane, e Omer Pachà riunivansi a consulta di guerra in Varna per discutere su quanto conveniva operare per liberar Silistria dall’assedio e difendere i passi dei Balcani (2). Pochi giorni dopo l’esercito anglo-francese, in virtù delle deliberazioni prese in quella consulta, portava i suoi campi di Gallipoli a Varna. Al loro avvicinarsi i Russi toglievansi giù dall’impresa di Silistria; ma prima di levare l’assedio da quella fortezza, per tre giorni e tre notti fulminaronla con tutta la potenza delle artiglierie piantate dinnanzi ad essa.

Fu questa proprio una brutta vendetta sopra una città, che aveva saputo valorosamente resistere quasi due mesi a un assaltare senza tregua del nimico; non fu una guerra, ma un’opera di vandalica distruzione, che cominciata a Silistria prosieguirono i Russi nella loro ritratta; fuoco, saccheggio e sangue segnarono le vie ch'essi percorsero! Seguironli da presso i Turchi, che li combatterono e li sbaragliarono tre volte, a Giurgevo, a Kama, a Tchernawoda; le quali vittorie ricondussero a Bukarest Omer Pachà, proprio in quella che l’Austria occupava con sue armi la Valacchia e la Moldavia. Nuovamente sollecitato da Francia e da Bretagna, il Governo di Vienna accostavasi alla Lega; di poi fermava un trattato con la Sublime Porta (1), in virtù del quale l’Austria mandava gli eserciti suoi nei Principati a surrogare quei di Turchia e dei confederati (2).

Con la quale sottile politica, ma ingannevole politica, i Ministri di Francesco Giuseppe, mentre col loro intervenire armato nella contesa — senza però voler prendere parte alla guerra — facevansi credere amici a Francia e a Bretagna e alla causa altresì che quegli Stati avevano impreso a proteggere, servivano assai efficacemente agli interessi dello Czar; avvegnaché gli Austriaci, ponendosi a campo sul,basso Danubio e sul Pruth, più che a guardia, si mettessero a difesa delle frontiere di Russia. Il ritrarsi del nimico dai Principali e l’occupazione di questi fatta dagli eserciti dell’Austria doveano di necessità mutare i disegni di guerra discussi e risoluti nella consulta di guerra tenuta a Varna, e dalla postura dell’armi del Sire Absburghese nella Moldavia e Valacchia mutarsi affatto la condizione delle faccende militari in Turchia. Un’altra impresa mettevasi allora innanzi da Napoleone, la quale, giusta l’avviso suo, avrebbe indubitabilmente affrettato il finire della lotta: era il conquisto di Sebastopoli e della Crimea; era la distruzione dell’armata russa nel Mar Nero. Il Signore di Francia, prima di deliberare quella impresa — per la quale la guerra di difesa sarebbesi mutata in guerra d’offesa — aveva egli considerato tutti gli ostacoli che potevansi incontrare in quella spedizione di oltremare? aveva egli preso a disamina tutte le combinazioni strategiche di quell’invasione di contrada nimica? è quanto apparirà dalla narrazione che noi faremo della gigantesca lotta che fu combattuta sui campi della penisola Taurica, ed è quanto noi verremo esponendo tra breve.

Fu concepimento audace il suo, ma non commendevole; però che l’esercito confederato avrebbe potuto, per fortune di mare, trovarsi separato dalla sua prima base della guerra, la penisola di Gallipoli. Certamente l’imperatore si sarà ricordato, allora che studiava l’impresa, il modo di guerreggiare dei Russi, i quali usano devastare il paese che il nimico ha da correre e da campeggiare. Provvide egli ai casi, non difficili ad avverarsi, in cui tempeste e turbini avessero a far perdere o impedire per lungo tempo l’approdo a Crimea delle navi portanti vettovaglie all’esercito? no. — La spedizione della Tauride, che aveva per iscopo la distruzione della armata russa nell’Eusino, incontrò il favore degli Inglesi e dei Turchi; dei primi, per ragione de' loro traffici; dei secondi, per la sicurezza di Costantinopoli; e piacque eziandio al Governo Austriaco, per quella (spedizione allontanandosi da' suoi confini d’Ungaria e di Polonia la bandiera francese; e il motivo è facile a indovinarsi.

— Ricevuto il comando d’apprestare l’impresa, Saint-Arnaud in sul cominciare d’agosto riuniva a consulta di guerra in Varna i primari ufficiali delle armate e degli eserciti della Lega, allo intento di discutere intorno ai modi di governarla. «È necessario, così parlava il maresciallo in nome dell’imperatore, conoscere con esattezza le forze armate di Russia nella Crimea; se poco numerose, prenderemo terra a Kaffa, adatta a servire di base alle nostre militari operazioni nella penisola, e la cui vasta e comoda rada offre un asilo securo alle squadre confederate. Padroni di Kaffa, ci recheremo poscia in mano Simferopoli, centro strategico della Tauride; indi ci avanzeremo verso l’oggetto dell’impresa, Sebastopoli. Assai probabilmente innanzi di giugnere a questa fortezza faremo la giornata col nimico; vinti, retrocederemo a Kaffa per rifarci; vincitori, stringeremo Sebastopoli, che necessariamente (sic) ci si arrenderà dopo breve assedio.» L’impresa ideata e proposta da Napoleone ebbe in quella consulta vivissima opposizione; Raglan e Hamelin reputavanla arrischiata di troppo, non conoscendosi le strade, il corso e la natura dei fiumi e gli ostacoli che presenterebbe la contrada, su la quale avevasi a guerreggiare.

Gli eserciti prenderanno terra, diceva l’ammiraglio francese, protetti dall’armata; ma questa dovrà di li a poco abbandonarli a loro stessi per cercarsi in qualche rada secura un rifugio contra i non lontani venti equinoziali, che sollevano nel Mar Nero tempeste furiosissime.» — Il più ardente oppositore alla spedizione fu il principe Napoleone, il quale dopo aver fatto conoscere i gravi pericoli che l’accompagnavano — ond'era costretto a condannarla nel suo principio e nei modi di condurla e di reggerla — proponeva di portare la guerra sul Pruth e in Bessarabia. Non ostante le sennate osservazioni degli oppositori, l’impresa, mandata a partito, vinceva la prova; l’avevano respinta il Buonaparte e il Duca di Cambridge, Hamelin e Dundas.

In questo mezzo il generale Baraguey d’Hilliers erasi unito con la sua divisione — diecimila uomini all’incirca — all’armata anglo-francese del Baltico, la quale, come sopra scrivemmo, abbisognava di soldatesche per tentare la formidabile Kronstad. Prima d’innoltrarsi nel golfo di Finlandia, gli ammiragli Napier e Parseval-Deschénes de liberavano d’impadronirsi di Bomarsund, fortezza delle isole Aland, per fare di essa un appoggio alle loro guerresche operazioni in quel golfo (1). Otto giorni bastarono a tale impresa. Il giorno 8 di agosto le genti di Baraguev-d’Hilliers scendevano nell’isola; il 12 aprivano le trincere contra Bomarsund; la quale fulminata da terra e da mare quattro giorni dopo rendevasi a discrezione; il presidio suo andava prigioniero a Bretagna e a Francia (2).

L’appressarsi del verno e soprammodo l'infuriare dei venti d’equinozio che rendevano pericolosa la navigazione del Baltico, soprattutto de' suoi golfi, forzavano le squadre confederate a rinunziare a qualunque operazione di guerra; onde, distrutte le fortificazioni di Bomarsund e quante difese trovavansi nell’isole d’Aland, facevano ritorno ai loro porti. — Nell’Asia Minore la guerra combattevasi con varia fortuna. I Turchi, dopo avere perduto Bajazid, pativano aspra battitura a Karsh; ma rifattisi, di li a poco sbaragliavano presso Alessandropoli i Russi; i quali, saputo dello scendere di Sciamyl dal Caucaso, precipitosamente ritraevansi da Bajazid. — Gli eserciti della Lega, dal loro prendere terra a Gallipoli sino al giorno in cui risalivano le navi per recarsi a Crimea, s’erano assottigliati di molto; non il fuoco, non il ferro dei nimici, coi quali non eransi ancora assaggiati, ne avevano stremate le file, sibbene il cholèra, le tante privazioni sofferte nei campi di Varna e l’infelice spedizione del generale Espinasse nella Dobrutscha, ordinata da Saint-Arnaud per accontentare i suoi soldati, oltre ogni dire impazienti di cimentarsi coi Russi (1).

La notizia dell’impresa di Crimea venne dall’universale dei soldati accolta con gioia indicibile: era tempo! però che i lunghi ozi castrensi e più ancora il patire senza gloria avessero rallentata la militare disciplina: era dunque tempo di operare. Allora gli animi abbattuti si rialzarono; tornò la lena, tornò la forza del fare; e i campi, che un fiero morbo pareva avesse mutati in cimiteri, ripresero l’usata gaiezza e risuonarono di canti guerrieri; a tutti sorrise la speranza della vittoria (2). — Ai primi giorni del settembre l’esercito anglo-francese e una divisione ottomana, che insieme contavano sessantadue mila uomini (3), da Varna e da Baltschik entravano in mare; e la sera del 13 giugnevano dinnanzi ad Eupatoria (1), su la cui spiaggia incontrastata e non lungi dal capo Baba scendevano il mattino del di seguente (2).

Menschikoff, il quale comandava le forze russe nella penisola, con quanta gente poteva tener la campagna — trentacinque mila uomini all’incirca — erasi posto alle difese sopra le alture della sinistra dell’Alma, non lungi dal suo mettere foce in sul mare. Il 20 faceva la giornata coi nimici. Gagliardamente assalito e sopravanzato alla sinistra delle sue battaglie — i cui fianchi erano minacciati altresì dai cannoni dell’armata anglo-francese ancorata presso la spiaggia — per non esporsi al pericolo di perdere la via di comunicazione con Sebastopoli, abbandonava le forti posture dell’Alma, coperte di quasi sei mila de' suoi morti o feriti; non incalzato dai vincitori, i quali avevano parimenti sofferto gravi danni — di tre mila uomini (3) — portavasi dietro la Tschernaia ponendo i suoi campi non lungi di Sebastopoli; di poi, rivalicato questo fiume a Traktir, andava sopra Mackensie per assicurare la grande via di Bakchi-Sarai ai soccorsi, che per l’istmo di Perekop dalle provincie calavano a grandi giornate nella penisola.

Due giorni appresso la vittoria dell’Alma Saint Arnaud recavasi sul Belbek, la cui riva sinistra era stata dai Russi già munita di valide difese; indi scendeva a Balaklava per tentare da questa parte Sebastopoli, di cui lusingavasi impadronirsi con assalto improvviso. La quale impresa non potè compiere; però che, vinto da crudel morbo, che da lunga pezza il tormentava e sempre da lui sopportato con forza d’animo straordinaria, fatta rinunzia al comando supremo dell’esercito, il 27 di quel mese di settembre abbandonasse la Crimea per tornare a Costantinopoli; e due giorni dopo morisse a bordo del Berthollet,che trasportava poscia in Francia le mortali sue spoglie. Canrobert — cui lo stesso Saint-Arnaud aveva commesso il governo dell’armi francesi (4) — credendo impossibile e vano ogni tentativo per terra e per mare contra Sebastopoli, avvegnaché Menschikoff campeggi sul Belbek non lungi da essa con l’esercito, il quale ogni di più s’afforza di nuovi aiuti che gli vengono da Odessa e abbia mandato a fondo sette navi all’entrata della rada per chiuderla alle squadre nimiche, Canrobert, io dico, muta il disegno di guerra di Saint-Arnaud; e, assicurati i suoi campi, al cominciare dell’ottobre, pianta l’assedio intorno a quella città dal genio di Totleben presto mutata in fortezza formidabilissima, e il 17 di quel mese prende a trarre contra essa con artiglierie numerose, continuando senza posa il fuoco sino al 24 (1).

Se portare la guerra in Crimea — che avrebbe dovuto combattersi sul Pruth— era stato un grave errore militare, il modo di governarla del generate Canrobert faceva quell’errore gravissimo; capitano valoroso, Canrobert fu allora più che mediocre comandante supremo. All’albeggiare del di seguente ventidue mila Russi usciti d’improvviso dalla valle di Kadikoi, duce il generale Liprandi, assaltavano gagliardamente la destra del campo inglese a Balaklava e recavansi in mano i quattro ridotti che li difendevano; respinti di li a breve ora conducevan seco, in loro ritratta, i cannoni che li munivano. Un comando di Raglan, tanto assoluto, quanto insensato, imponeva alla sua cavalleria leggera, comandata dal generale Lucan, d’investire tutto ciò che stavagli davanti: erano numerose batterie d’artiglierie! la quale valorosa e intrepida gente con impeto si rapido e violento cadeva su quelle da costringerle a indietreggiare precipitosamente; ma Eliminata poscia da ogni parte, la cavalleria inglese veniva quasi distrutta; a pochi cavalieri fu dato di salvarsi da quella strage; alla quale Raglan e Canrobert assistevano, impotenti a impedirla. La cavalleria francese, che trovavasi a sinistra dell’ordinanza inglese, ben s’avanzò per appoggiarne la ritratta; ma di poco aiuto fu ad essa, che in nessun modo potè riordinarsi. Dal combattimento di Balaklava nessuno de' guerreggianti usci vittorioso o vinto; Raglan, sebbene assai malconcio, mantennesi nei suoi campi; e Liprandi, ito a vuoto il tentativo di cacciarneli per liberare da quella parte la fortezza assediata, ripassò la Tschernaia; e da quel di più nulla dai Russi s’imprese contra Balaklava.

— Menschikoff, che attento vigilava le mosse dei ni mici, avvertito della deliberazione presa da essi d’assaltare Sebastopoli con tutto lo sforzo di guerra subito dopo averla ben bene battuta con le grosse artiglierie delle loro navi, con le quali artiglierie erano state munite le opere d'offesa costruite attorno attorno alla città, dal burrone della (Quarantenasino al monte Sapoun,e visti eziandio gli Inglesi far mala guardia nei loro campi, il 5 novembre calato dalle alture, che da Inkermann costeggiano la Tschernaia sino e Tchorgoun, muoveva ad assalirli con armi poderose (2). Quella giornata, ch’ebbe il nome d’Inkermann, è delle più gloriose che abbiano combattuto mai i soldati d’Inghilterra; essi la sostennero per lunghe ore contra forze tre volte tanto più numerose delle loro, e mostraronsi fortissimi d’animo e di coraggio veramente singolare.

Quando tutta l’oste nimica si serrò sovr’essi, vennero con gli assalitori a pugna manesca, la quale fu piena di rabbia e di ferocia; rotte le baionette si difesero coi calci degli schioppi e persino coi sassi; e sarebbero lor toccate perdite rovinosissime — avvegnaché quei forti di cuore e di mano avessero deliberato di morire piuttosto che cedere il terreno, non pensando essi a ritrarsi, ma solo a combattere — se i Francesi non fossero fiorai ad appoggiarli (1); e con l’impeto usato spingendosi «entra i Russi, non li avessero costretti a indietreggiare: 'rivalicata la Tschernaia a lnkermann, Menschikoff si ridusse presso Sebastopoli. D’ambe le parti, assai gravi i -danni; l’esercito confederato contò più di sei mila de' suoi morti o feriti; l’inimico, otto mila all’incirca. Due giorni dopo la giornata d’Inkermann i generali della Lega riunivansi a consulta per discutere intorno quanto meglio Convenisse operare; e riconosciuta da tutti l’impossibilità d'avere la fortezza per assalto violento e improvviso fino a che Menschikoff tenesse la campagna, risolvevano di differirlo sino al giugnere degli aiuti promessi dai loro Governi e all'arrivare di stagione propizia— che il verno già facevali soffrire co’ suoi rigori — e intanto dare opera ad accrescere le difese dei campi e a proseguire i lavori dell’assedio.

Mentre cosi guerreggiavasi nella penisola Taurica, l’armi ‘musulmane posavano sul Danubio. A togliere sue genti dagli ozi vergognosi del campo e per aiutare efficacemente l'impresa di Crimea, Omer Pachà ideava d’invadere la Bessarabia; savio disegno, col quale ei mirava raggiungere il doppio intento di allargare la sede della guerra e di richiamare Sub Pruth buon numero almeno delle molte soldatesche; che lo Czar, tenendosi da quella parte securo d’ogni nimica offesa per l’occupazione austriaca di Moldavia

Valacchia, aveva tolto all’esercito già combattente sul Danubio per afforzare il presidio di Sebastopoli. Ma l’Austria affermando che, se i Principati fossero divenuti base delle militari operazioni dei Turchi contra la Bessarabia, la Russia avrebbela certamente assaltata, si oppose a quella invasione; avvertiva però Omer Pachà, che se essa era risoluta a contrastargli con la forza il Sereth, non sarebbe per impedirgli mai di valicare il basso Danubio; col restringere in limiti assai angusti il campo di sue belliche operazioni, il Governo di Vienna intese a rendere impossibile il disegno del generale musulmano (1).

Fu allora che il Soldano, dai confederati richiesto d’aiuti, comandava a Omer Pachà di recarsi nella Tauride con quanto più poteva di sue genti; ond’egli sollecito nel gennaio del nuovo anno, il 1855, entrava in mare; e senza patire molestie dal nimico in sul cadere di quel mese prendeva terra a Eupatoria con quasi trenta mila de' suoi, gli eletti dell’esercito, che sul Danubio aveva fatto prove mirabili di valore e di fermezza. Da prima i Russi accontentavansi di spiare le mosse del campo turchesco e cercavano di chiudergli la via a quei della Lega; ma di poi, avuto comandamento dallo Czar di combatterlo, nella notte del 16 al 17 febbraio accostavansi a Eupatoria; e col favore delle tenebre aperta una parallela e piantatevi alcune batterie, il mattino del vegnente procedevano arditamente all’assalto. Un ostacolo — il fosso ch’era pieno d’acqua — lo mandò a vuoto; arrestati dal non previsto impedimento, gli assalitori mostraronsi alquanto incerti e irresoluti sul da fare; tale esitazione li perdette! i Turchi, già usciti in forte schiera alla campagna, veggendoli turbati e tentennanti, fatto impeto in loro, ributtaronli lontan lontano dalle mura con grande uccisione; e i Russi, fallito quel tentativo di sorpresa, partironsi di là.


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— Un avvenimento, tanto grande quanto inaspettato, apriva allora i cuori a speranze di pace; la morte di Niccolò I, avvenuta il mattino del 2 marzo — per la cui ambizione erasi accesa in Oriente asprissima guerra — e l’esaltamento al trono d’Alessandro IL che dicevasi nutrire sensi di moderazione, avrebbero potuto ricondurre a concordia l’Europa, se la diplomazia fosse stata più accorta, più leale e, diciamolo francamente, anche più onesta. Ma la guerra doveva farsi sempre più sanguinosa per l’accrescersi delle forze dei combattenti; però che di Russia scendessero di continuo a Crimea grosse schiere d'armati, e Francia e Bretagna ai propri sussidi aggiugnessero quei di Sardegna; la quale, entrata in quel mezzo nella Lega, mandava di li a poco nella Tauride più di quindici mila de' suoi soldati, duce Alfonso Lamarmora. Ben trattavano allora di pace — nelle conferenze di Vienna, da tempo aperte — i plenipotenziari d’Austria, d'Inghilterra e di Francia, che pieni di fervore per essa sforzavansi di fare accettare allo inviato di Russia le tanto famose guarentigie, messe innanzi sino dal dicembre dell’anno innanzi. Se non che lo Czar, il quale tenevasi certo, non essere le conferenze per approdare a buon porto, affrettava l'ordinamento, già decretato dal padre suo, della milizia generale dell'imperio, con cui Niccolò, in sua giusta fierezza, aveva inteso rispondere alle pretensioni — per loro esorbitanza offensive — dei grandi Stati d’Occidente (1).

— Il 20 marzo arrivava a Sebastopoli il maresciallo Gortschakoff, cui Menschikoff rimetteva il comando supremo dell’esercito russo, da lui lasciato a cagione di sua malferma salute. Due mesi dopo anche l’esercito francese mutava il suo capo, il generale Canrobert; il quale, veggendo i suoi disegni di guerra male accolti da Raglan e da Omer Pachi, giustamente avvisando come in tanta e si imperiosa necessità di cose soprammodo importasse la concordia tra i comandanti dell’armi confederate, offriva da prima l’autorità suprema al generale inglese; e non avendola questi accettata, il 19 maggio la cedeva, col consentimento pieno e intero di Napoleone, a Pelissier, che stava al governo del primo corpo d’esercito (2); cosi l’alta capitananza della guerra, dalle mani d’un generale prudente troppo, veniva a quelle di un generale sempre impetuosamente audace (3).

— Dalla giornata d’Inkermann sino a mezzo il maggio del 1855 fu continuo il trarre delle artiglierie dei forti di Sebastopoli contra i campi dei nimici per impedirne lo avanzarsi; fu incessante il badaluccare; e furono senza tregua le uscite notturne dei Russi per guastare i lavori dell’assedio e scavalcare i cannoni delle batterie. Nelle quali fazioni non di rado accadde di trovarsi assalitori e assaliti si fattamente stretti insieme da non poter fare uso dell’armi; ond’essi s’accapigliavano e manescamente combattevano; e certo non saprebbesi dire se allora fosse maggiore la ferocia di chi assaliva, o la rabbia di chi si difendeva (4). E qui sospendiamo la narrazione sommaria della guerra di Crimea, per riprenderla e narrarla con maggiore larghezza, allora che dovremo dire della Sardegna, dell’entrare di essa nella lega dei grandi Stati d’Occidente e della parte che ebbero in quella i soldati di Vittorio Emanuele.

In sul cominciare del 1855 era corsa voce per tutta Europa, che l’imperatore Napoleone, poco soddisfatto dello avviamento dato alla guerra dai generali della Lega e del poco vigore col quale la conducevano, fosse per recarsi in Crimea allo aprirsi della stagione primaverile, per assumervi il comando supremo del valoroso suo esercito, che egli, testimonio degli eroici suoi sforzi, sarebbe stato superbo di capitanare. Ma quando gli vennero saputi i mali umori destatisi in Corte di Londra e le gelosie nate negli uomini militari inglesi per quella deliberazione sua — che in vero avrebbe fatto prendere alla Bretagna una parte secondaria nella guerra — rinunziò, sebbene a malincuore, al disegno suo già bandito al paese. E di tale rinunzia giustificossi poi innanzi ai rappresentanti della nazione con lo addurre le gravi questioni che agitavansi allo esterno, irresolute sempre, e la natura delle circostanze, le quali allo interno domandavano nuovi e importanti provvedimenti (1).

Fu allora che il Buonaparte fece deliberazione di visitare la regina Vittoria, allo scopo di stringerei vie più i legami strettisi tra Francia e Bretagna per le» faccende d’Oriente, ed eziandio per togliere l’ultime diffidenze e, diremo anche, l’ultime vestigie delle gelosie che un tempo erano esistite tra i Governi di que’ due Stati. Il 15 aprile Napoleone, poche ore innanzi di lasciare Parigi, ai rappresentanti della nazione, venuti in sua Corte a porgergli le leggi allora approvate, parlava in. questi termini: «Io sarò l’interprete de' vostri sentimenti verso i Ministri di Sua Maestà Britannica, e li assicurerò, tener voi in grandissimo pregio l’amicizia inglese. Noi tutti vogliamo la pace, ma soltanto a condizioni onorevoli; se dovremo continuare la guerra, io m’appoggerò a voi.» La sera di quel giorno l’imperatore e l’imperatrice giugnevano a Calais; il mattino del vegnente entravano in mare, e in sul mezzodì prendevano terra a Douvres, accolti dal principe Alberto, lo sposo della Regina; alle sei del pomeriggio entravano in Londra; breve ora di poi scendevano al palazzo di Windsor, sempre con entusiasmo salutati dal popolo accorso numeroso sul loro passaggio.

Splendidissime feste vennero date in onore degli ospiti augusti; la città di Londra offri un banchetto a Napoleone; il quale, al lord Sindaco (1), che avevagli indirizzate parole cortesissime, parlò cosi: «Io conservai sul trono per la nazione inglese i sentimenti di stima e simpatia da me professati nell’esilio, allora che qui godeva della ospitalità della Regina e porterò in Francia l’impressione profonda, che lascia nelle anime fatte per comprenderlo lo spettacolo ammirando che offre l’Inghilterra, ove la virtù sul trono regge le sorti del paese sotto l’imperio d’una libertà senza pericolo per la sua grandezza. Il mattino del 21 aprile l’Imperatore e l’imperatrice lasciavano Londra, accompagnati in lor viaggio sino a Douvres dal principe Alberto; quando uscivan dal porto, Tarmata inglese, tutta parata a festa, salutavali con tutti i suoi cannoni; la sera del 23 erano di ritorno a Parigi.

Se la buona riescita dell’impresa di Crimea stava a capo dei pensieri del Buonaparte, stavagli pur sommamente a cuore la grande Mostra di Parigi dell’arti e delle industrie, che, studiata e risoluta nel 1853, quando l’Europa godeva benefiche aure di pace, inauguravasi da lui il 15 maggio; nella quale solenne occasione egli ebbe a parlare cosi: Con vero piacere io apro questo tempio della pace, che invita tutti i popoli alla concordia.» Con tali parole, piene di conforto e di speranze, l’imperatore intese non soltanto a tranquillare gli animi de' sudditi suoi e dei moltissimi accorsi da ogni parte del mondo alla metropoli di Francia ad ammirarvi le produzioni dell’umano ingegno, ma altresì a far credere essere le conferenze di Vienna non lontane dal raggiugnere lo scopo desiderato. Ma quelle conferenze, come vedremo più innanzi, non dovevano risolvere la quistione d’Oriente, né metter fine alla guerra disastrosissima che si combatteva nell’estrema Europa; anzi il rompersi di esse ebbe a creare nuove difficoltà al conseguimento della pace, e il contegno tenuto allora dal Sire Absburghese rallentò d’assai i legami d’amicizia, che il patto del 2 dicembre avea stretti tra l’Austria, la Francia e la Bretagna (2).

Riusciti inefficaci gli sforzi della diplomazia a condurre i guerreggianti alla concordia, la quistione turco-russa non poteva più venire risoluta se non dalle armi; e siccome per continuare la guerra Francia abbisognava ancora d’uomini e di danaro, cosi l’imperatore chiedevali ai due Parlamenti da lui convocati il 2 luglio. Le conferenze di Vienna, diceva loro — state impotenti di menare a pace — hanno messo in piena luce gli intendimenti ambiziosi della Corte di Pietroburgo; per condurre la guerra a onore noi dobbiamo opporre alle nuove e gagliarde resistenze, che dalla Russia or si preparano, ancora più gagliarde offese; ma per ciò fare occorrono altri sacrifizi, ch’io domando al vostro amore di patria (3).

I due Parlamenti rispondevangli accordando nuove leve e un prestito di settecentocinquanta milioni di lire. — Allora che tutta la Francia era piena di gioia per la vittoria della Tschernaia, la Regina d’Inghilterra recavasi a Parigi per visitare gli augusti suoi ospiti di Windsor e dar prova di fiducia e stima alla nazione francese. Imbarcatasi a Osborne il 17 agosto col principe Alberto, suo sposo, col principe e la principessa di Galles, il mattino del 18 scendeva a Boulogne, ove l’imperatore era corso a riceverla; la sera stessa giugneva a Parigi e poco dopo a Saint Cloud. Il 27 faceva ritorno alla sua Inghilterra, dall’imperatore e dal principe Napoleone accompagnata sino al mare. Se le feste civili — le quali furono oltre ogni dire sontuose — ebbero fine in Parigi, le feste militari seguirono la regina Vittoria fino a Boulogne; e l’ultima ebbe luogo su quelle spiaggie, cinquantanni innanzi allo incirca campeggiate da esercito formidabile, raccoltovi dal gran capitano contra Bretagna.

Brevi giorni dopo la vittoria di Traktir, altra e d’assai più gloriosa guadagnavasi dai soldati di Francia, i quali, il dì 8 settembre espugnavano la fortissima torre di Malakoff, onde veniva a mano de' confederati la parte meridionale di Sebastopoli; e di lì a non molto anche la fortezza di Kinburn, che giace non lungi dalla foce del Dnieper nel Mar Nero. Mentre sì fattamente prosperavano in Crimea le armi della Lega, l’imperatore Napoleone il 16 novembre chiudeva con grande solennità nella sua Parigi quella Mostra, che aveva rivelato al mondo le maraviglie del lavoro umano nelle arti e nelle industrie. Nel discorso allora da lui pronunziato parlò del bisogno d'una pace pronta e durevole; «per essere pronta, deve risolvere chiaramente e francamente la quistione, che diede origine alla guerra d’Oriente; e per essere durevole bisogna che l’Europa faccia conoscere il proprio modo di pensare su quella quistione; senza ciò la lotta, che or si combatte tra i grandi Stati, minaccia di prolungarsi. Nei tempi civili, in cui viviamo, la vittoria guadagnata con le armi, sebbene splendidissima, è sempre passaggera; è l’opinione pubblica che vince la vittoria finale…

La Mostra dell’arti e delle industrie, che sta per chiudersi, ha dato uno spettacolo veramente grande; avvegnaché, mentre combattevasi e tuttavia si combatte una guerra sanguinosissima, d’ogni parte del mondo sieno qui accorsi gli uomini più chiari nelle scienze, nelle arti e nelle industrie; onde io penso essere universale il convincimento, che la guerra attuale minacci solo chi la provocò, e l’Europa, ben lungi dal vedere in essa un pericolo alla sua indipendenza e securtà, vi trovi un pegno di quella e di questa.» Le quali savie parole — salutate con entusiasmo dalla moltitudine dei cittadini venuti alla festa — rivelarono tutta la mente di lui, che avevale pronunciate. Alla solenne ceremonia della chiusura della Mostra artistica e industriale tennero dietro le feste date in onore del re Vittorio Emanuele di Sardegna, venuto a visitare nella sua metropoli l’illustre suo alleato, allo intento di stringere vie più l’amicizia che a lui già il legavano, la quale, in un vicino avvenire, doveva tornare tanto vantaggiosa all’Italia nostra. In sul cadere dell’anno (1) tornavano di Crimea a Parigi la Guardia imperiale e alcuni reggimenti di fanti d’ordinanza, quelli che nella guerra avevano sofferto i maggiori danni, di là chiamati dall’imperatore per rifarli delle perdite patite.

Mosso a incontrarli, Napoleone dava loro il buon ritorno cosi: Soldati, io vengo a voi, come un tempo il Senato romano muoveva alle porte dell’alma città a incontrarvi le vittoriose sue legioni; io vengo a dirvi, che voi avete bene meritato della patria.» — Le condizioni d’Europa eransi in quel mezzo cambiate di molto. Non ostante il nuovo e poderoso armarsi di Russia e degli Stati della Lega — ciò che induceva a credere volere essi continuare la guerra sino allo estremo — pure voci di pace correvano per ogni dove. Caduta la cittadella dell’imperio moscovita nel Mar Nero, sommersa o distrutta dal fuoco quell’armata, di cui a ragione la Russia andava superba, la diplomazia poteva rinnovare l’opera sua e riprendere le pratiche di accordo rotte a Vienna; e in fatto, quella rinnovò, e queste riprese, auspice l’Austria; la quale, attenta a cogliere la buona occasione per far finita la guerra — il cui romoreggiare, sebbene lontano di sue provincie, turbavale però sempre i sonni — aveva già tentato l’animo del Sire francese. Napoleone, che era pur desideroso di pace, avvertito non essere lo Czar alieno da essa, invitollo agli accordi; e avendo questi acconsentito di trattarli, sospese l’armi in Crimea, il Buonaparte chiamava a congresso in Parigi i rappresentanti degli Stati guerreggianti, cui univansi quelli d’Austria e di Prussia. Il negoziare di pace — che ebbe cominciamento il 25 febbraio 1856 — questa volta approdava a buon porto; il trattato del 20 marzo faceva posare la guerra in Oriente, assicurava all’Europa il politico suo contrappeso e alla Turchia la propria indipendenza.

Dal bandirsi della pace all’attentato di Felice Orsini alla vita di Napoleone passarono due anni, senza che nulla avvenisse di notevole in Francia. L’imperio pareva ornai assicurato ai Buonaparte; i sentimenti di moderazione mostrati dallo Imperatore nella contesa turco-russa e durante la guerra d’Oriente, e il leale suo trattare di pace avevangli guadagnata la stima dell’universale; e le parole da lui pronunciate nel 1854 innanzi a' due Parlamenti dello Stato: il tempo delle conquiste essere passato per sempre. avevangli valsa l’amicizia de' regnanti in Europa (1). A vie più affermare la dinastia de' Napoleonidi sul trono, l’Imperatrice nella notte del 15 al 16 marzo dava alla luce un figlio, che Troplong, Presidente del Senato, salutava figlio della Francia: il cui battesimo venne celebrato nel maggior tempio della città il 14 giugno; e in nome di Pio IX — che volle esserne il padrino — fu levato dal sacro fonte dal cardinale Patrizi, Vescovo d’Albano e Legato del Pontefice.

L’impresa fortunata di Crimea, la pace che la segui — in virtù della quale le mire ambiziose della Russia nel Bosforo venivano raffrenate, e contenute ne’ limiti fissati dagli antichi trattatile forze navali di essa — in fine, la nascita dell’erede all’imperio inducevano a credere, sarebbe per perpetuarsi in Francia il sistema nazionale del terzo Napoleone, che ritenevasi la guarentigia più secura degli interessi del paese (2); ma non doveva essere così. — Correva la notte del 14 gennaio 1858, quando seguiva in Parigi un aspro caso, una congiura che dir non saprei se più audace o più insensatamente temeraria! se ad essa fosse sortito l’esito voluto dai cospiratori, Francia sarebbesi riempita di tumulti, fors’anche di guerra civile; fu l’attentato d’Orsini, che destò in Europa sensi diversi, muovendo a un tempo ira, pietà e orrore; né certo andiamo errati affermando avere eccitato eziandio sensi d’ammirazione per l’ardimentoso capo della cospirazione, invero uomo non volgare, anzi degno di sorte migliore che non gli toccò.

Chi egli fosse, quale la vita, dirò brevemente. Felice Orsini ebbe nel dicembre 1819 i natali in Meldola, terra del forlivese. Il padre — che aveva militato sotto le bandiere del gran capitano — caduto il regno italico davasi a congiurare contra i tiranni della patria; tornate a male le sollevazioni e le trame ordite per levare in su l’arme la penisola, cercato a morte, salvatasi con la fuga; come il padre, cosi fu il figliuolo fermo sempre nell’odio allo straniero e nell’amore all’Italia. Nel 1835 cospirando in Romagna contra la signoria papale, che le baionette dell’Austria proteggevano e sostenevano, egli è preso e dannato a prigionia perpetua. Schiusogli l’ergastolo dall’amnistia di Pio IX, recasi a Firenze; venuto in sospetto al Governo granducale, da prima vien posto in carcere, di poi cacciato di Toscana. La guerra di Lombardia del 1848 trova in lui un soldato valoroso e istrutto nell’arte bellica, alla quale da giovane aveva rivolto gli studi suoi. Posate le armi regie sul Ticino, Felice Orsini portasi a Roma, ove quelle della repubblica si ordinano alla difesa e all’offesa.

Dopo avere quietate le cose nelle provincie d’Imola e d’Ascoli — dai nimici alla libertà con mala arte messe sossopra — egli entra nella Costituente.Restaurata la potestà pontificia, Orsini va a Nizza da prima, di poi a Sarzana per muoverla a romore; ma fallitagli l’impresa viene a mano del magistrato civile, che il caccia dal reame. In Londra, ove si è rifugiato, disegna con Mazzini di sollevare tutta Italia; primo obbietto sua la Lunigiana; qui deve principiar la ribellione: qui, la guerra per bande, la quale ha da allagare con la celerità massima la penisola intera e l’estrema Sicilia. Nel 1854 Felice Orsini, venuto con la solita audacia all’impresa, scende alle foci della Magra con pochi amici e alquanti compagni; ma non efficacemente assecondato da questi e dalle genti del paese, è costretto a togliersi giù da quella e a ripararsi a Francia, indi a Ginevra. Non iscoraggiato dal mal successo della Lunigiana, tenta di li a poco la Valtellina; ma gli Austriaci, che la presidiano e vi fanno buona guardia, avvertiti della trama, raddoppiando di vigilanza riescono a rompere i disegni dei congiuratori.


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L’anno vegnente Felice Orsini sotto nome mentito recasi a Vienna allo scopo di entrare nell’esercito austriaco, a militando nei reggimenti italiani, spargervi i semi di ribellione; ma non potendo raggiungere l’intento suo portavasi a Hermanstad; ove preso e riconosciuto è tradotto alle prigioni di Mantova, dalle quali gli vien dato di fuggire calandosi di nottetempo da una finestra coi lenzuoli del suo letto — proprio allora che sta per essere tratto al supplizio estremo — e riparasi nuovamente a Londra. Persuaso, non poter l’Italia tornare padrona di sé fino a che imperasse su Francia il Buonaparte — ch’egli crede nimico alla libertà e alla indipendenza della sua patria e sostenitore della potestà temporale dei Pontefici — fatta deliberazione di spegnerlo, recasi a Parigi. Con Andrea Pieri di Lucca, Carlo Rudio veneto, Antonio Gomez napolitano e Simone Francesco Bernard francese, soci nella cospirazione disegnata, in sul cadere del 14 gennaio 1858 portatosi innanzi il vestibolo del teatro, all’arrivarvi dell’imperatore lancia verso la carrozza sua tre bombe, le quali al battere contra la terra scoppiano con orrendo fracasso (1) e uccidono e feriscono molti cittadini e alcuni del seguito di Napoleone, il quale, rimasto illeso, entra in teatro con passo franco e volto tranquillo, ma certamente con animo agitato; però che il tristissimo caso non possa a meno d’averlo profondamente commosso e accorato. È ornai noto a tutti essere egli stato maestro sempre nell’arte di simulare e abilissimo a nascondere le ragioni supreme del suo operare.

I cospiratori caddero subito in mano del Magistrato civile, eccetto il Bernard. Non ostante la difesa eloquentissima di Giulio Favre, il quale, dopo aver lamentato come la fatale illusione di poter salvare la patria col togliere di vita l’imperatore avesse tratto quegli uomini, più infelici che colpevoli, al sanguinoso attentato, ebbe respinto l’accusa delle vittime di esso — avvegnaché non siavi delitto ove manca la volontà di delinquere — Orsini, Pieri e Rudio venivano condannati al supplizio estremo, Gomez a prigionia perpetua. Orsini parlò ai giudici parole dignitose e franche, le quali misero in chiara luce tutta l’elevatezza del carattere e la fortezza dell’animo suo. Disse delle cospirazioni alle quali aveva preso parte; e narrando i casi di Roma favellò cosi: Allora che le soldatesche di Francia, che la democrazia di Italia reputava amiche alla sua causa, scesero a Civitavecchia, noi porgemmo ad esse la mano; ma esse ci risposero col ferro e col fuoco. Credendo fossero state condotte a combatterci contra l’animo loro, noi rendemmo a libertà i prigionieri fatti nei primi assalti, e nel lasciarli li salutammo gridando: Viva la Francia! Viva l’Italia!

Che fecero allora i soldati di Francia? in qual modo risposero alla nostra generosità? sospese le armi per lunghi giorni allo scopo di rifarsi da una sconfitta sofferta, riederono alle offese, quando Oudinot ebbe l’esercito afforzato dai sussidi d’uomini e di macchine per l’assedio in copia grande mandatigli dal suo Governo; allora i difensori di Roma furono giuridicamente assassinati. Posata la guerra sul Tevere, cercai sollevare Sarzana; riescita vana la prova, disegnai e deliberai con Giuseppe Mazzini l’impresa di Lunigiana da prima, di poi quella di Valtellina, che parimenti tornarono a male. Fermo sempre nella persuasione mia di non lasciare nulla d’intentato per levare armi contra l’Austria, fui in Ungaria e a Vienna allo scopo di accordarmi con la democrazia magiara e tedesca intorno a quanto dovevasi operare per raggiungere il compimento dei desideri nostri, la libertà. Son note la mia cattura e la mia fuga dalle prigioni di Mantova; è noto altresì come io, in Londra, la rompessi con Mazzini, disapprovando i suoi modi d’operare e d’agitare i popoli.

Studiando le condizioni politiche dei Governi d’Europa, vidi in Napoleone, divenuto oltrapotente, il solo uomo che potesse aiutare l’Italia al racquisto di sua indipendenza e libertà; se non che convinto, o almeno persuaso dal suo passato, ch’egli non solamente sarebbe mai per fare impresa si generosa e grande, ma osteggerebbe certamente gli Italiani, quando si levassero in su l’arme a far novelle prove della fortuna — tante volte tentata già — risolvetti di toglier via l’imperatore. A tale intento, associatimi alcuni uomini, cui erano conosciuti i disegni miei, venni a Parigi. — Dal carcere di Mazas, ove quel forte piangeva, non su la sorte che l’aspettava, sibbene su le miserie della patria tanto amata, il 21 febbraio Felice Orsini scriveva a Napoleone cosi: «Quanto io dissi ai giudici dell’attentato politico del 14 gennaio basta per farmi condannare alla morte, che sopporterò senza supplicare grazia per non umiliarmi innanzi a voi, che avete spento la nascente libertà d’Italia. Giunto al fine di mia mortale carriera, voglio ancor tentare un ultimo sforzo per la patria mia, per la cui indipendenza andai incontro a mille pericoli; per essa, che formò sempre l’oggetto d’ogni mio affetto. A mantenere il presente contrappeso europeo abbisogna rendere l’Italia indipendente o stringere maggiormente le catene del servaggio austriaco. Io non chieggo, abbia la Francia a versare per la sua redenzione il sangue dei propri figli; l’Italia domanda che essa non abbia a intervenire a suo danno, né che Allemagna soccorra con le sue armi all’Austria nella guerra, forse non lontana a rompersi.

E tale cosa può farsi dalla Maestà vostra; da ciò pende la felicità o la sventura della mia patria, la vita o la morte d'una nazione, cui l'Europa deve moltissima parte di sua civiltà. Questa è la preghiera che dal mio carcere a voi sollevo, non disperando ch’essa abbia ad essere esaudita. Io vi scongiuro di rendere all’Italia l'indipendenza perduta da' suoi figli noi 1819 per colpa del Governo francese. Ricordatevi che gli Italiani, tra' quali il padre mio, diedero con gioia il loro sangue per Napoleone il Grande, dovunque gli piacque condurli; rammentatevi, che essi gli rimasero fedeli sino alla sua caduta; non dimenticate che la tranquillità d’Europa e la vostra correranno sempre gravi pericoli sino a che l’Italia non avrà acquistata la indipendenza. Non respingete la voce suprema di chi sta per salire il patibolo! liberate la mia patria, e le benedizioni di venticinque milioni di cittadini vi accompagneranno nella posterità.»

— Le quali nobili parole d’un uomo vicino a morte, rivelando tutta la generosità e, siami lecito dire, la virtù, degli intendimenti suoi, facevano nascere negli animi di quanti nutrivano sensi di umanità la speranza di vedere graziato l’Orsini della vita (1); ma il cuore dell'imperatore rimase chiuso a ogni sentimento di clemenza; bene scrisse l’Anelli, che i Re possono sopportare i ladri e gli scellerati, non chi attenta alla loro vita per amor di patria (2). Francia godeva allora della massima tranquillità allo interno; in oltre, essa era rispettata e temuta al di fuora: onde la morte di Felice Orsini non poteva esser richiesta da ragione di Stato, sovente invocata dai principi per onestare le loro opere poco leali e scusare i più neri delitti, quando l'ombra del trono non basta a coprirli, — La paura, sempre vilissima consigliera, spinse Napoleone a segnare la sentenza di morte di lui che amor di patria, grande tanto da toccare il delirio, aveva trascinato ad attentare ai giorni dell’imperatore; di lui, che irrefrenabile impazienza per la libertà aveva indotto a mal fare; in fine, di lui che. dopo essersi rimproverata l’offesa arrecata al principio morale, erasi pieno di fede rivolto a chi aveva voluto uccidere per implorare grazia a favor dell’Italia.

Il 13 marzo Felice Orsini perdè sul patibolo la vita, che sin da fanciullo ebbe tutta consecrata alla patria, e che allora dava in espiazione del suo misfatto; spirando egli gridò: l’ira l'Italia! viva la Francia! Con lui venne morto Andrea Pieri; a Rudio la clemenza imperiale mutava la pena d: morte in quella delle galere in vita. Alcuni scrittori francesi, certo poco benevoli all’Italia, dissero di questo nostre paese — tanto grande, quanto infelice — tutto il male che poterono; quasi che esso soltanto partorisca gli ucciditori di principi, e il caso del loro nascere abbia a gettare luce sinistra su tutta una nazione! La storia di tutti i popoli pur troppo è piena d’assassini politici! Quegli scrittori francesi avevano dimenticato — scrivendo di noi — l’ucciditore d’Enrico IV, Ravaillac; avevano parimenti scordato che dei tanti assassini, i quali attentarono alla vita di Luigi Filippo, uno solo era italiano, il còrso Fieschi; gli altri tutti erano nativi di Francia!(1).

È forza convincerci, che tali delitti non fecero progredire mai la società ma sempre indietreggiaronla; ciò che sarebbe avvenuto, se Napoleone fosse rimasto vittima di quell'attentato. — Pieno di paure e sospettando altre insidie e macchinazioni, l’imperatore facevasi allora a domandare alla Inghilterra, al Belgio, alla Svizzera e alla Sardegna leggi e provvedimenti che valessero a impedire nuove congiure a suo danno e a turbare la tranquillità della Francia. Palmerston, che stava a capo del Governo britanno, mostrossi favorevole alla richiesta dei Ministri imperiali, da lui ritenuta secondo giustizia; ma quando furon noti gli intendimenti degli amici al Buonaparte, i quali volevano si punissero con le armi gli Stati che osassero ancor dare ricovero ai macchinatori di congiura contra i principi, il Parlamento inglese, reputando da quelle minaccio offeso il sentimento nazionale, mosse grave censura a Palmerston per essersi piegato alle esorbitanti pretensioni del Buonaparte: ond'egli era costretto a lasciare l’ufficio, che veniva allora assunto da lord Derby. Agli schiarimenti con dignità richiesti dal ministro inglese, degnamente rispose quello dell’imperatore, il Walewski; e siccome né Francia, né Inghilterra volevano rompere le relazioni di lor buona amicizia, tanto lealmente cementata sui campi di Crimea, cosi i Governi di Parigi e di Londra mettevan fine alla controversia (2).

Dal Belgio e dalla Svizzera ottenne il Buonaparte l’adempimento pieno e intiero della sua volontà; per lui il Belgio bandi una legge speciale contra le offese fatte per la stampa al capo di uno Stato straniero; e la Svizzera allontanò dai confini dell’imperio gli usciti di Francia e d’Italia, soprammodo da Ginevra, ove trovavansi i più audaci e i più violenti. Cavour, primo de' consiglieri di Vittorio Emanuele, accolse senza mostrare sdegno, né ira l’invito, in verità temperato nelle parole, del ministro francese; e seppe cosi maestrevolmente destreggiarsi da poter di li a brevi giorni ottemperare ai desideri di Napoleone, senza offendere la dignità del suo Re e della nazione, quando rinnovata la domanda dal Governo di Versailles, ebbe essa la forma più d’una preghiera che di un comando (3).

Era il luglio di quell’anno 1858, quando il conte di Cavour recavasi al castello di Plombières, chiamatovi dall’imperatore Napoleone. Se nulla trapelò di quanto venne discusso e deliberato in quel convegno dal Buonaparte e dal grande Ministro del re Vittorio Emanuele, molto però si potè indovinare; avvegnaché gli intendimenti del Sire di Francia a favore dell’Italia avessero cominciato a chiarirsi nel Congresso di Parigi, che diede la pace all’Europa. Dal convegno di Plombières usci una nuova lega dell’imperio con la Sardegna, di lì a brevi mesi maggiormente affermata dalle nozze del principe Napoleone, cugino all'Imperatore, con la principessa Clotilde, figliuola di Vittorio Emanuele; conseguenza di quella lega, la fortunata guerra di Lombardia.

Si disse che a Plombières tra il negoziatore regio e il Monarca francese si stipulasse: = Che la Sardegna, posate le armi e fatta la pace, si aggregherebbe il Lombardo-Veneto, i Ducati padani e il Trentino, e cederebbe a Francia la Savoia; che formerebbesi il regno di Etruria con Toscana e le Legazioni pontificie per Napoleone, il figliuolo del vecchio re Girolamo; che darebbesi Napoli a Murat, e Sicilia a un principe di casa Savoia; in fine, che gli Stati italiani unirebbersi in federazione, presieduta dal romano Pontefice. = Si scrisse allora altresì: —Avere l’imperatore consigliato al Ministro del Re di costringere l'Austria a romper guerra alla Sardegna; né la verità di tali parole può mettersi in dubbio, se si osserva il contegno assai provocante tenuto da Cavour, dopo il colloquio di Plombières, verso il Governo di Vienna per ispingerlo ad atti ostili e a offese, che dovevano servire di pretesto alla Francia per intervenire con sue armi in aiuto alla Sardegna minacciata nella sua indipendenza dall’invasione degli eserciti austriaci. — L’amicizia tra i Governi di Versailles e di Vienna andava di que’ giorni notevolmente scemando: tre principalissime le cause.

Prima, la quistione dei Principati Danubiani, il cui ricostituirsi era stato condotto a termine con gravissime difficoltà e senza che pienamente si rispondesse alle legittime aspirazioni dei Moldo-Valacchi, aspirazioni vivamente sostenute da Francia e da Sardegna e ostinatamente dal Governo di Vienna combattute. — Seconda causa era il movimento de' Serbi, contra i quali l’Austria, in accordo con la Turchia, apprestava armi e armati per rimettere sul trono il principe Alessandro — una creatura del Sire Absburghese — da quelli deposto per innalzare alla potestà suprema Milosch, che soprammodo predileggevano. —In fine la terza causa, e certo la più grave, era il brutale spadroneggiare dei generali austriaci in Lombardia e nelle Venezie, che, mentre accresceva a dismisura nelle popolazioni l’odio alla signoria straniera, facevasi promovitore di tumulti e di congiure.

Il duro reggimento de' Ministri pontifici — di tutti il più esoso agli Italiani — minacciando turbare non solo la pace dei soggetti all’autorità papale, ma quella eziandio della intiera penisola, impensieriva non poco il Buonaparte; il quale, risoluto di condurre i consiglieri di Pio IX a modi di governo più savi, più prudenti, e, diciamolo francamente, anche più umani, chiamava l’Austria a compagna nell’impresa. Ma l’Austria, che aveva coi regnanti in Roma, in Napoli e in Firenze comuni gli interessi e gli intenti, e vedeva di buon occhio maltrattare i sudditi più che da essa non facevasi, niegava aderire all’invito del Sire di Francia: onde maggiormente raffreddavano tra i due Governi le relazioni di buona amicizia. E allora che il primo giorno del 1859 gli oratori degli Stati stranieri in Corte di Parigi vennero all’imperatore per gli usati omaggi e auguri di prosperità, Napoleone all’ambasciatore austriaco, il barone Hubner, parlò cosi:

«Duolmi che le nostre relazioni col vostro Governo non sieno buone come per lo passato; vi prego però di significare all’imperatore, che i miei sentimenti personali verso di lui non si sono mutati.» Le quali parole, piene di minaccio di guerra, variamente commossero le Corti, i Governi e i popoli d’Europa. L’Italia e quanti amavano la libertà si rallegrarono di quel dire, che loro prometteva aiuto validissimo di armi a difesa della più santa delle cause umane; Francia da prima impensierissi per l’imminenza di nuovi pericoli, ché essa credevasi non preparata ad affrontare; ma di poi, fidando nella saviezza di chi la reggeva, accettò il carico di quell’impresa con vero entusiasmo, e proprio degno di nazione grande e generosa; e l’Austria, cui quelle parole erano state rivolte, venuta in timore per le sue provincie di Lombardia e delle Venezie, senza por tempo in mezzo mandò grosse schiere di sue genti ad accrescerne i già forti presidi. — Napoleone, nella tema di vedere rompersi le nimistà innanzi l’ora in sua mente fermata, cerca allora di ingannare i Governi d’Europa intorno gli intendimenti suoi, e soprammodo di acchetare la Corte di Vienna, tutta piena d’ire e di sdegni contra lui, mitigando il significato delle sue parole al barone Hùbner con queste ch’egli pronunziò il 7 febbraio alla solenne inaugurazione della nuova sessione dell’Assemblea legislativa: La commozione che testé succedeva senza l’imminenza apparente di pericoli, invero a buon diritto ci sorprende; però che essa dia segno di troppa diffidenza e al tempo stesso di troppo sgomento. Pare che da una parte si dubiti di quella moderazione, di cui diedi già tante prove; e dall’altra, non si abbia molta fede nella potenza della Francia; fortunatamente la maggior parte del popolo non dubita di me, né delle sue forze...

Il Governo di Vienna e il mio, spiacenti dirlo, si trovarono spesso dissenzienti intorno gravi quistioni politiche... Già da qualche tempo lo. stato dell’Italia e le condizioni sue, in cui l’ordine non può essere mantenuto fuorché da soldatesche straniere, inquietano giustamente tutti i Governi; ma questo non è motivo bastevole per far credere alla guerra. Sia che gli uni la invochino senza legittime ragioni; sia che gli altri con paure esagerate vogliano mostrare alla Francia i pericoli d’una nuova Lega a noi nimica, io rimarrò fermo nella via del diritto, della giustizia, dell’onore nazionale; e il mio Governo non si lascerà strascinare, né impaurire: avvegnaché la mia politica non sia per essere mai pusillanime, né provocatrice.» — A far meglio conoscere la mente del Sire di Francia il Laguerronière pubblicava in quel torno uno scritto picciolo di mole, ma grande di pregio e d’importanza — Napoleone III e l’Italia;— il quale, per essere apparso anonimo fu in sulle prime creduto dello stesso Imperatore; e seppesi solo molto tempo di poi averlo egli inspirato, non dettato.

Nello scioglimento della quistione italiana — scioglimento stato già da tempo trovato e tante volte posto innanzi dal senso comune — affermavasi, in quell’opuscolo, tutta riposare la tranquillità d’Europa; per ottenerlo, doversi ordinare a federazione gli Stati della penisola — escluso però lo straniero; — preside di essa il sommo Pontefice; e ciò, non per guerre o popolari scilerazioni, sibbene per quegli accordi, che l’opinione pubblica aveva chiarito di volere; a raggiungere i quali dovevano tutti i Governi prestare i lor buoni uffici. I grandi Stati d’Europa, bensì desiderosi di vedere ammigliorate le condizioni degli Italiani, riconosciute tristissime, mi nel medesimo tempo gelosi della preponderanza che Napoleone andava allora acquistando nella penisola, de' cui interessi erasi fatto propugnatore caldissimo, i grandi Stati, io dico, deliberavano di definire la quistione italiana non con la forza delle armi, ma per accordi pacifici; al quale intento proponevano un nuovo Congresso. L’Austria acconsentì, a patto che non vi intervenisse la Sardegna e avesse questa a licenziare subito le leve di que’ giorni chiamate all’esercito.

Il Ministro di Vittorio Emanuele protestò con forte ragionare contra le ingiuste pretensioni del Governo di Vienna; il quale, non veggendosi appoggiato dai grandi Stati, fecesi a chiedere il disarmamento simultaneo e girale. Russia, Bretagna e Francia accettarono tale proposta, la quale però non era senza pericoli; e accettolla pure la Sardegna, a condizione d’intervenire al Congresso, e sempre che il licenziare quelle leve e l’ordinarsi dell’esercito a pace non avessero a incoraggire i noti agitatori a tentare novità in Italia, già tanto facile a commuoversi. L’Austria rimanendo irremovibile in sue deliberazioni, i grandi Stati, per non lasciare intentata nessuna via che potesse condurre a buono accordo, proponevano d’ammettere al Congresso i rappresentanti di tutti quelli d’Italia.

Già stava esso per raccogliersi, quando l'imperatore Francesco Giuseppe, mutata opinione, mandava a intimare al Governa di Torino il disarmamento immediato o la guerra; tempo a deliberare concedevagli tre giorni; e guerra rispondeva Cavour il 26 aprile. Bretagna volle tentare ancora uno sforzo per impedirla; accordatasi con Russia e Prussia, mentre protestava contra le deliberazioni della Corte di Vienna — le quali potevano sconvolgere tutta l’Europa —spediva un orator suo a Giulay, comandante supremo degli eserciti imperiali in Lombardia, a pregarlo di non muovere i campi sino al ricevere di nuovi ordini dal suo Governo; ma siccome il buon esito della guerra tutto dipendeva da un celere e vigoroso operare, e quegli ordini tardando di troppo a giugnere, cosi il maresciallo venne con sue genti al Ticino, che superò senza contrasto.

Napoleone, appena seppe della intimazione di guerra, corse in aiuto del suo nobile alleato; e Francia, poco innanzi a quella apertamente contraria, alla chiamata del suo capo, rispose con entusiasmo. Per rialzare la patria e cercare di tornarla alla grandezza del primo imperio — toltale dalle paci umilianti impostele dalla Santa Alleanza e dal tanto famoso trattato di Vienna del 1814 e 1815 — l’Imperatore aveva da un pezzo designato in sua mente di porre freno alla preponderanza dell’Austria, ognora più invadente l’Italia, su la quale padroneggiava con potestà assoluta. Le esorbitanze della Corte austriaca offersero al Monarca francese occasione favorevole di muoverle con giustizia la guerra, per la quale soltanto ei poteva mandare a effetto i disegni meditati; guerra, che prima d’allora non gli era stato possibile di rompere senza ingelosire i potentati d’Europa e di ridestare in essi i sospetti di mire conquistatrici.

Rappresentanti della nazione nell’Assemblea e pubblicisti illustri — tra' quali primissimi Favre e Legouvé, nomi cari all’Italia — con loro parola eloquente appoggiando lTmperatore, concorsero sommamente a rendere in Francia popolare la guerra. «La politica del Governo, cosi Giulio Favre al Parlamento nazionale, deve essere quella tradizionale della patria nostra; questa sarà potente, allora che l’Italia avrà racquistate le sue libertà. Spezzare le catene alle genti schiave, cacciare le signorie straniere che le opprimono, ecco la nostra missione.» — Da quattro mesi, scriveva Legouvé al Siecle, noi, Italiani di pensiero e d’anima, teniamo la mano sul cuore per impedire che scoppi in grido di esecrazione contra l’Austria e di simpatia ardente per l’Italia… Oggi che la nimica eterna della Francia esce alla guerra, e che a sue malvagità unisce la provocazione sfidando l’Europa a strappargli la sua conquista, ci sia concesso di mettere, per un momento, davanti al carnefice la sua vittima.Dolorosa cosa è la conquista; ma la usurpazione dei diritti di un popolo è sempre un delitto; esse non si possono giustificare, ma solamente spiegare, quando difendono la causa della civiltà e allontanano dalla barbarie…

Dove è qui la barbarie, dove la civiltà? Chi rappresenta dinnanzi a Dio e agli uomini gli eletti della intelligenza, il popolo conquistatoreo il conquistato? Chi fece maggior bene al mondo, Vienna o Roma, Venezia, Genova, Milano e Firenze? Chi oserà mai porre a confronto i barbari del secolo decimonono, i quali nel 1859 scrissero nel loro codice la flagellazione della donna, con un popolo scelto da Dio, al quale noi andiamo debitori di ciò che siamo? Io lascio da parte l’antichità che ci ha nutriti, e che è pure italiana, per dire dell’età nostra. Guardate! non è forse l’Italia che apre al mondo la via delle cose grandi? italiano è il primo poeta epico-moderno, Dante; il primo poeta lirico, Petrarca; il primo poeta cavalleresco, Tasso; il primo poeta di immaginazione, Ariosto; il primo narratore, Boccaccio:il primo pittore, Raffaello; il primo statuario, Michelangiolo; il primo storico politico, Machiavelli; il primo storico filosofo, Vico; il primo conquistatore del nuovo mondo, Colombo; il primo dimostratore delle leggi del cielo, Galileo.

Su tutti i gradini del tempio del genio dal dodicesimo secolo a noi vedesi sempre un figlio d’Italia. Nell’età a noi vicine, mentre le altre nazioni lavorano per continuare questa serie d’uomini immortali, l’Italia di tempo in tempo getta in mezzo al mondo un colosso che supera tutti. Oggi, il più grande artista vivente non è forse Rossini?Non è forse figlio d’Italia il gigante dominatore del secolo, che di sua luce tutto lo illumina, Napoleone? In verità, pare, che quando la Provvidenza vuol dare alla umanità una guida o un capo, è da questa terra privilegiata che trae un grand’uomo. Ma ciò che in Italia troviamo più sublime del suo genio è la sua sventura, dirò meglio, la sua disperazione e il suo furore per liberarsi.Fu chiamata terra dei mortisì, però come il suolo della favola, che metteva fuora incessantemente nuovi combattitori per vederli inghiottiti sempre.

Da quarant’anni la rivoluzionecorre sotto quella contraila vulcanica, aprendo dovunque nuovi crateri. Gli Italiani, non iscoraggiati dalle disfatte, dai supplizi, dagli esili e dalle confische, dopo quarant’anni di lotte e di rovesci levansi oggi più risoluti che mai a racquistare con le armi il titolo di nazione, che nessuno ha il diritto di niegar loro. Si diceva un tempo che l’Italia non era degna di libertà per non avere il coraggio di conseguirla, la costanza di mantenerla se ottenuta, la saviezza di governarla; a ciò Milano rispose nel 1848 togliendo le armi agli Austriaci e cacciandoli dalle sue mura; rispose Venezia nel 1819 sostenendo un assedio di diciannove mesi; risponde in fine la Sardegna da dieci anni, mostrando all’Europa il modello di un ordinamento libero e moderato, democratico e costituzionale. Nulla più si può dire contra l’Italia; il Governo nostro stendendole la mano fa il debito suo, e paga il debito di tutta Europa. A noi, Francesi, nazione e individui, spetta fare il dover nostro, la difesa della più santa delle cause, la indipendenza d’Italia. Non è una guerra, ma una crociata.»

Russia, Inghilterra e Prussia, dopo avere francamente condannato il contegno dell’Austria, la sua politica perturbatrice di pace, e la ingiusta mossa d’armi contra la Sardegna, gridarono la loro neutralità, e con esse la Svizzera, ed ebbero ragione; gridaronla parimenti i regnanti in Italia, e questi ebbero torto; avvegnaché, ciò facendo, sé e lo Stato perdessero; abbandonata da tutti, l’Austria trovossi sola nella lotta contra Francia e Sardegna. Vide essa altresì ingrossarsi di molto i presidi russi alle frontiere sue; però che lo Czar, non ostante la fede data di non immischiarsi in quella contesa, vi facesse forte radunata di armi, per tenere a freno gli Stati minori della Germania, i quali avevano preso un contegno, se non minaccioso, certamente però poco amichevole verso la Francia (1)

— Risoluta la guerra, il 2 maggio di quell’anno 1859. Hubner e Bonneville lasciavano i loro offici di oratori quello in Corte di Parigi, l’altro in Corte di Vienna; il di appresso Napoleone parlava ai Francesi in queste sentenze: «L’Austria, con lo invadere de' suoi eserciti il territorio del Re sardo, nostro alleato, indice a noi la guerra; minacciando le nostre frontiere, viola i trattati r la giustizia. Tutti i grandi Stati protestarono contra tale repentina invasione. La Sardegna, che ebbe accettate le condizioni, le quali dovevano assicurare la pace, chiede ragione di quella; essa consiste in ciò, che l’Austria condusse le cose a tale estremità da dover signoreggiare sino all’Alpi, o da far l’Italia libera sino all’Adriatico. Finora la moderazione fu norma al mio governo; adesso è mio dovere operare vigorosamente.

Che la Francia si armi e dica all’Europa di non voler conquiste, ma soltanto intendere a conservare la sua politica nazionale e tradizionale: d’essere pronta a osservare i trattati, a patto che non siano violati a suo danno: di rispettare i territori e i diritti degli altri Stati, ma d’avere simpatia per un popolo, la cui storia confondesi con la sua, e che geme sotto l’oppressione straniera. Francia odia l’anarchia; essa volle già darmi potere bastevolmente forte a frenare i fautori di disordine e le fazioni che parteggiano coi nimici nostri: non per questo rinunziava alla sua missione incivilitrice. Alleati suoi furono sempre quanti vogliono il perfezionamento della umanità; e quando essa pon mano alla spada, non è per signoreggiare, ma per liberare. Scopo di questa guerra è restituire l’Italia a se stessa, non già mutarle padrone; e noi avremo ai nostri confini un popolo amico, che andrà debitore sempre di sua indipendenza alla Francia.

Noi non andiamo in Italia a promuovervi disordini, o a scuotervi la potestà papale, che un di restaurammo; bensì per toglierla alla signoria straniera, che si aggrava su tutta la penisola, e aiutare a rimettere l’ordine sopra interessi legittimi e soddisfatti. Andiamo in fine in quella classica terra, illustre per tante vittorie, a ritrovare le orme dei nostri padri; ci faccia Dio degni di loro. Tra breve io mi porrò a capo del mio esercito, lasciando in Francia l’imperatrice e mio figlio; secondata dal senno e dalla esperienza dell’ultimo fratello dell’Imperatore, essa saprà porsi all’altezza della sua missione. Io li affido al valore dell’esercito che lascio in Francia a custodia delle nostre frontiere; li affido alle Guardie nazionali e al popolo tutto, che avranno per essi quell’amore che nutrono per me. Coraggio e concordia! il nostro paese sta per mostrare al mondo di non avere degenerato. La Provviden