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LA BASILICATA di Enrico Pani Rossi

Le parole di Enrico Pani Rossi mi hanno riportato alla memoria gli anni Settanta, una contrada di Polla, all’imbocco del Vallo di Diano, dove mio zio mi raccontava che ogni volta che preparava i solchi per l’orto riaffioravano oggetti o pezzi di oggetti antichi, in genere vasellame. Ovviamente io ero scettico e andai di persona a smuovere la terra in vari punti tra i solchi ed era proprio vero – era impressionante la quantità di frammenti presenti.

“Ha davvero del prodigioso la quantità degli oggetti che entro le viscere di quella singolar terra, e quasi alla superficie, si rinvengono: avvenne a chi scrive ne’ dintorni di Rionero, di scorgere ad ogni fenditura che la zappa imprimesse sul suolo, uscirne frantumi di vasi, di statuette, di utensili vari: così in ogni secolo, tra le selve o i dirupi della regione si scuoprirono vasi etruschi, siculi, e di argento e d'oro e fin di vetro, e gemme incise, candelabri, statuette monili e medaglioni, cose di molto pregio: più che altrove negli agri di Pisticci, di Pomarico, di Montescaglioso regione eracleense: in quantità poi stragrande in quel di Anzi e vasi d’ogni età, etruschi e siculi, e vaghissimi e istoriati con molt'arte. “

 Questo ricordo è solo un pretesto per dirvi quanto mi abbia impressionato la lettura de “La Basilicata, libri tre: studi politici, amministrativi e di economia publica”, il cui autore, sottoprefetto inviato dal nuovo governo in Basilicata dimostra una conoscenza non comune – personalmente ne sono rimasto stupito – della regione, della sua storia, dei suoi paesi, degli usi e delle consuetudini delle popolazioni lucane. Una vera miniera di informazioni. Che però vede la luce quando i giochi sono praticamente fatti – il brigantaggio e la sua repressione hanno prodotto una frattura insanabile tra governanti e governati. I briganti ridotti a sparute bande di malfattori, il brigantaggio politico con le sue speranze è ormai tramontato per sempre.

Lo stesso Pani Rossi sottolinea lucidamente illusioni e storture della lotta al brigantaggio, quali il taglio dei boschi e la costruzione di una ferrovia:

“E parendo bastasse, si mandò in quella regione buon nerbo di milizie obbedienti a capi ardimentosi: alle autorità civili fu conceduto lo arbitrio di recider, quà e là, la macchiosa e stupenda chioma di Monticchio, quasi fosse il solo nido de’ malandrini: e poi, la offerta di un milione a creare, laddove più mancavano, le arterie di vita, cioè vie publiche: e la lusinga che la vaporiera in breve dovesse correre suscitando la vita in quelle solitudini sepolcrali.”

Qua e là traspare anche la delusione, in chi, come tanti funzionari, politici e intellettuali del nord, erano giunti in terre – le napoletane – di cui avevano vaghe conoscenze storico-letterarie e si trovano di fronte ad una realtà diversa:

“Rade vestigia di monumenti, un solo ha parti in piè, la dove fu la magna Grecia, il tempio di Pittagora: esili colonne, pochi archi e capitelli, umili suoi avanzi che un lieve soffio di altri anni atterrerà. Delle vie l’Appia, l’Aquilia, grandi arterie di popoli giganti, cancellato ogni segno: e corrono e pascolano animali su di terra ch'ha nelle viscere colonne ed archi e mausolei di pario 1, di granito e vasi di finissimo lavoro e divise ed armi e monete e iddìi, ed altri segni di civiltà ch’or son miti, come quella in cui viviamo lo sarà ne’ millenj avvenire.

Fra ruderi di travolgimenti onde nabissarono gioghi di monti e valli incurvarono il dorso fra gli orrori della distruzione e l'incantesimo delle cose create, alternansi le maggiori varietà di superficie. Sovra di quasi undicimila chilometri quadri, un sol’ottavo è di piano: due terzi a colli, a’ pendii: un quinto di giogaie montuose, sovrastanti a bassure e precipizi nefari: il Lagonegro, più ch'altro de’ circondari, ne ha irto o squarciato il petto, ond’appena un ventesimo della ampiezza sua è pianura, un decimo colline: in quella vece ben mezza della superficie piana allieta quel di Matera, ha vaghezza di colli ubertosi: solo penuria, ed è sua ventura, di inospitali cigli e balze e frane. Melfi e Potenza con varia ragione tramezzano quegli estremi.

Li prodotti seguono le varietà della cultura: le culture quelle della superficie. Della quale valga il conoscere come ben un quarto sia di strade o sentieri, d’alvei a torrenti e numi, di sodaglie, roccie e paludi: altrettanta superficie tolgono alle coltivagioni le macchie boscose: un ottavo il pascolo degli armenti: forse il doppio la incuria umana, tal che terreni vergini di aratro e di marra null'abbiano offerto mai' all'uomo che nulla loro chiese: il restante, appena un terzo dell’ampia regione è volto a vigne, a oliveti,: sementa varie e lini. Onde un solo ettare di suol ferace per ogni abitatore: e da quello il frangersi degli omeri o l'acque irrigatrici, o la ubertà del suolo, o la clemenza del cielo, han da trarre cibo bastevole. Ma la virtù del terreno non sovviene, mercé di bonifici o migliorie, quella che pure è scienza l’agricoltura: il suolo squarciato dal sole meglio che dalla marra: l’aratro gli è quel di Trittolemo: la irrigazione gli vien dal cielo: eppure vi spicciano sorgenti purissime e scorrono per ogni dove; ma scorrendo squagliansi, non irrigano: meno ancora salgono o scendono a’ paesi. Niun esempio dalla creazione in poi, a meno dell’età in cui prosperò la Magna Grecia, di opere intese a prosciugare i piani sommersi, disseccare i paludosi, allacciare l’acque, riporle in rivi, volgerle a fecondità di campi o ai ricolti; onde l’agricoltura più che un’industria è un’impresa, un’avventura d’incerto successo, un giuoco nel quale le carte le tiene Iddio e vince il puntatore se quei fa piovere ed a tempo: dimentichi od ignari colà corner più provincia italiche deggiano solo all'irrigazione benefica il cibo de’ loro abitanti.”

Quanto al brigantaggio il sottoprefetto sottolinea gli aspetti sociali ed è scettico sulle indicazioni della Commissione Massari laddove suggerisce il taglio dei boschi per mettere in difficoltà i briganti, eliminando i luoghi i cui potersi nascondere. Il Pani Rossi, correttamente, afferma che se proprio va fatto si leghi allo sviluppo dell’agricoltura!

Buona lettura e tornate a trovarci.

Zenone di Elea – Luglio 2019

STUDI POLITICI AMMINISTRATIVI E DI ECONOMIA PUBLICA

ENRICO PANI ROSSI

Batti ma ascolta.

VERONA - COI TIPI DI GIUSEPPE CIVELLI - 1868

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LIBRO PRIMO

LA BASILICATA di Enrico Pani Rossi - Zenone di Elea
INTRODUZIONE A Gaspare Finali
LIBRO PRIMO
LIBRO SECONDO
LIBRO TERZO

INTRODUZIONE

A GASPARE FINALI

Segretario Generale della Finanza

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Mio caro Finali

I. Or volgono quattr’anni da che ogni ordine di italiani guardando alle regioni del mezzodì, e ira tutte alla Basilicata, pur di lungi ne torcevano gli occhi pieni di sgomento: ché ogni vitalità vi appariva o tocca di paralisi o spenta. Il plebiscito, mercé cui la patria nostra consegui pregio d’unità, avea appena un anno di poi colà patito laceri e sfregio dalla rivolta del Melfese; per chi la riguardi non dall’abbiettezza della bruzzaglia sollevata, sì dall’agevolezza ch’ebbe d'insorgere ne minori a maggiori paesi, entro città, fin nel capoluogo. Tre anni eran quinci trascorsi, con niun frutto tranne l’aggravarsi de’ mali onde l’egra regione avea sembianza di corpo che si dissolve. Il più de’ cittadini disperanti ornai dell'avvenire: dilaniati nel presente, anzi in balia di plebe travolta a insanguinarsi ne’ campi, distruggitrice fin de’ ricolti e carnefice, a voluttà, di umane vite: naufraghi li municipi: disfatta la provincia: irrisa o tarda l’autorità dello Stato: rotto od impotente ogni freno di légge; parca ornai l’ampia regione vacillasse incerta tra lievito di vecchia e scontento di fresca sudditanza. Chiedevansi, e indarno, le cause per cui più d’ogni altra dell'estrema penisola, lungi di esserle elemento di vigoria, le togliesse vigore: minacciando la cancrena dissolutrice dalle calcagno salire fino alle giunture, il Garigliano: e chi sapea allora dire se più oltre? Onde fu un giorno in cui, commossi da' lai e dalle grida disperate di genti li cui mali e perigli aveano tocco l’estremo, governo e parlamento, con laudabile accordo e slancio inconsueto, s’arrovellarono ad apprestar loro rimedi. Dapprima inviaronsi colà più valentuomini a studiare la origine di tanti guai o la inefficacia de’ farmachi sino allora usati: e compiuta ch'ebbero quella ispezione a vol d’uccello, né del tutto schivi all’attribuire intendimenti politici a bande di plebe ribelle solo al natio municipio ed a’ maggiorenti suoi, ottennero dal parlamento una legge la quale, a guarire un’infermità che da secoli infierisce, creò tribunali di guerra pei banditi e lor più noti fautori: e Sei sospetti di ree intenzioni inventò il domicilio coatto.

E parendo bastasse, si mandò in quella regione buon nerbo di milizie obbedienti a capi ardimentosi: alle autorità civili fu conceduto lo arbitrio di recider, quà e là, la macchiosa e stupenda chioma di Monticchio, quasi fosse il solo nido de’ malandrini: e poi, la offerta di Un milione a creare, laddove più mancavano, le arterie di vita, cioè vie publiche: e la lusinga che la vaporiera in breve dovesse correre suscitando la vita in quelle solitudini sepolcrali. A questo modo, cosi grande era allora la coscienza de’ mali, niun sacrificio apparve soverchio: anzi a rimedi studiaronsi perfino le forme che noi dicemmo inconsuete. Nè svaniva ogni dubbio se fossero poi davvero acconci alla guarigione della piaga: o se tal miracolo fosse da attendere più da benignità di fortuna, che dalla virtù degli animi, o da potenza d’ingegno.

II. Scrivendo oggi di quella regione ov’ebbi uffici pubblici, fra quali l’inconsueto di discendere alla vita de’ comuni, riavvivarla se spenta, più timori m’assalgono. Ravviserà taluno nelle parole mie il giudizio el magistrato più che la libera sentenza dello scrittore: quasi che li due uffici si elidano, o l’un più dell’altro possa ispirarsi al culto del vero: il quale non ha davvero riti e leggi e templi che non siano dell’universale. E chi sa, talun altro, non s’attenda forse io sia indotto da lieve vanità di fatiche che, focend’arco della persona, abbia sostenute da solo, o divise con altri: e paventi che ne’ giudizi sovra uomini e cose fra cui mi aggirai, appaia animo od ostile o ligio ad altrui. Al che valga io risponda che, tentando di sollevarmi, per quanto l’umile ingegno consenta, all’altezza de’ principj, confido rimanere ugualmente discosto da nemici ch'io avessi, come da amici: o dove avvenga mai io me gli avvicini, prometto lodare le, opere de’ nemici con ischiettezza pari a quella che userò nel biasimare quelle degli amici. Cosi ne aiuti Iddio onde ora come sempre, l’ira di parte o le prevenzioni dell’animo non soffino nella quiete degli studi.

III. De quali importa innanzi tutto io adduca il fine a cui qui s’ispirano. Ebbi ognora per vero, ed or fan più anni che a te ne scrissi in altr’ umile mio lavoro (1) che il mettere a nudo, mercé cura amorosa e diligente, gli ordini e lo stato delle regioni varie in cui si spartisce la penisola, agevoli non meno l’approfondirne i mali che lo apprestarvi i rimedi. E dove poi cotali studi abbiano virtù di ritrarre la fisionomia anco di sola una provincia, additano i modi più acconci a svolgere nella patria nostra gli elementi di vita che ella accoglie. Cosi per via di sintesi parziale, tra tanta varietà di condizioni e di fortune, le virtù nostre si? ritemprino con il ricordo de’ mali che il passato ci lasciava in retaggio, e, raffrontando lo stato d’anni or sono con quel d’oggi, venga meno l’abito di lamenti, e lai queruli d’animi in cui la virtù non è ognora pari all’intelletto. Ed ei per cosi dire si fortifichi tra questa successione di studio d’antichi e recenti guài, ai pensieri a lenirli, e d’esperienze ora felici ora inconsulte. Ma bene altri benefici stimo sia dato ripromettersi da cotale specie di studi. Indagando le vive e libera forze locali parmi lo ingegno si accosti a studiare le vicende anteriori della penisola, or. liete or triste, nelle cause molteplici da cui nacquero: ed ammannisca la materia dell’istoria guidandola per cosi dire a tener conto di quello svolgimento d’ordini e di fortune, ch'oggi offrono l’intima ragione de’ casi umani: dacché essi più non si ispirano al voler d’un solo, tra popoli, quasi greggi, senza voce, ma alle lezioni del passato, alla legge de’ civili ed economici progredimenti. Onde, parmi, non s’invilisca l’ufficio nobilissimo dell’istoria, ma si sollevi di quanto innalzò sé medesima, di cronaca fattasi ornai scienza: e tale che non pure invade ma pone a contributo l’una dopa l’altra tutte le scienze, disdegnando ogni di più restringersi tra confini, dacché sappia d’essere eterna e rivelatrice di vicende le quali nel cammino della civiltà incontrano ognora cause nuove e generano nuovi effetti. Ond’è che tali studi valgono alla intima ragione dell’età presente, non meno che a illuminare sulle avvenire. Che se riescono, come non è dubbio, lo specchio delle odierne vicende ritraendone fin quel colorito, que’ contorni, quelle linee fuggevoli che male si scolpiscono nel tempo, anzi ch'è ufficio suo distruttore di cancellare: onde taluno disse che le memorie de’ contemporanei non istorie han da reputarsi, ma li fondamenti dell’istoria, come quelle su cui essa sorge poi gigante del pensiero del tempo e dello spazio: non meno gli studi analitici dello stato d’oggi e la sintesi a cui sollevinsi valgono a dar ragione dello svolgimento avvenire. Perciocché non solo cosi si concreti nella lezione del passato il presagio del futuro: ma considerate le condizioni odierne si predica il cammino che alla società è conceduto percorrere salendo l’erta degli umani progredimenti.

IV. Se non che accade qui di tener conto, essendo quelli a cui ispirasi questo libro, d’altri e più gravi intendimenti: i quali ne toccano nel vivo quasi più che la ricerca degli antichi guai e delle cagioni loro, o il giudizio che l’istoria faccia delle odierne vicende, o il prognostico del futuro; perché valgono a illuminarci nel presente. E, parmi, avremo un tal beneficio dove si consideri come le condizioni proprie di ciascuna regione, più che le sintetiche dell’intiera penisola, giovino a porre in luce le divergenze profonde che offrono le naturali sue divisioni. E stimo gran ventura il riuscirvi. Avviene, e chi noi sa, a chi giudichi dell’una con i criteri propri dell’altre quel che a chi sentenziasse de’ casi del passato con le ragioni de’ tempi odierni: questi riuscirebbe a dar sembianza di antica all’età presente: quegli a sovrapporre regione a regione; in ambo i casi ritrarrebbonsi aspetti e giudizi che niuna di esse riconoscerebbe fatti al suo dosso. Or tale è l’abito nostro di scordare, in tanta voglia di spianar le disuguaglianze e di precorrere la lenta e sagace opera del tempo, che le regioni della penisola variano fra loro nelle forme dell'attività voglia individuale, voglia collettiva, e ne’ bisogni e nell’indole degli abitatori, nella favella, negli usi del vivere e fin del vestire, nella struttura e 1 accia de’ paesi e fin nella coltura, che reputo non disutile il rammentarlo a’ viventi ritraendo, per quanto diligenza ed umile ingegno consentano, la faccia della regione che, d’ogni altra, dalla restante penisola è più difforme.

Tale è il vezzo di procedere ne giudizi considerandole poco meno che in parità di beni e di mali, che stimo possa valere questo studio a mettere in luce come, appunto per siffatti supposti e dalle leggi e modi di governo che vi si ispirano, mantengànsi vive, non si spengano, le disparità. Fin’oggi invero fu dubbio grave se la miglior via di cancellarle fosse quella di disconoscerle: scambiare a mo d’esempio le pianure lombarde e il pregio de’ loro ricolti con que’ della regione nostra e meno abbondevoli ed inviliti o negletti ne’ campi che li producono: limitarvi li diboscamenti con gli artifici e le paure di legge appena spediente nella calva regione di Milano: sbrigliar li municipi nel nome di libertà solo perché a que’ di Firenze, ai Milano e di Torino possono, in fino a un certo punto, apparire soverchie le soggezioni della legge che li governa: dedurre dalla prosperità delle opere pie di Toscana e dell’alta penisola la ispirazione di sottrarle ovunque alla tutela del governo: distruggerne l'autorità laddov’è unico cemento d’unità nazionale, solo a che taluni antichi e più gloriosi principati sieno liberi governucoli amministrativi. 0 se meglio si raggiunga il pregio dell’eguaglianza civile, fra le disparità che ci attorniano, accellerando per taluna regione l’opera del tempo, altrove abbandonandola al suo solo impulso. E l’esperienza apprese quanto valga alla celere unificazione delle membra ond’è spartita la penisola, l’uguagliarle ne’ provvedimenti per modo che ciò ch'è scarso per l’una riesca soverchio all’altra. Nissuno infatti dimostrò fin’oggi che, partendo da punti o condizioni disuguali e con pari velocità di moto, due nazioni o due individui si raggiungono mai per via: e niuno s’accinse a provare che la ornai perfetta uguaglianza, opera di non tanti lustri, fra Scozia e Galles non si debba alla sapienza per cui furono rette disugualmente. Per il che la sintesi delle condizioni di tutta Italia mal può valere di norma sagace a leggi e modi di governo li quali, colpa le difformità o disuguaglianze profonde; qui precorrono, la seguono a stento lo sviluppo civile ed economico; onde la sintesi delle condizioni universali, componendosi delle singole di ogni nostra regione, se vale per tutte non ne ritrae alcuna. 0 si ha l’occhio a quegli elementi di vita che svolgonsi con fecondità varia, e niuna regione attribuirà a sé stessa il frutto, pur medio, di tutta la penisola: od attendesi a quelle forze che intristiscono o si disperdono, e niuna pittura, per vivace sia', ritrarrà lo stato della regione fatta più segno ad inclemenza di fortuna: e quella che l’è meno ripudierà i giudizi, i farmachi che dalla somma de’ mali altrui vengono suggeriti. Li mali poi dell’una mescolati a’ beni dell’altra s’alterano ed affievoliscono a vicenda: fuorviano l’uomo di stato non men del pensatore: traggono li parlamenti a velleità livellatrici, piallatrici ed a precorrere le leggi savie del tempo: mascherano divergenze a cui è stoltizia non ispirare l’arte di governo.

V. Ma se a raggiungere lo intento di questi studi voglionsi diligentemente porre in luce le difformità che rendono l’una all’altra straniere più regioni della penisola, ha egli da temersi che la soverchia analisi delle condizioni loro noccia alla rapidità della sintesi? Se li municipi si di fresco restituiti a libertà raggiungono il fine dell’associazione, mantengonsi nel grado di fattori del bene publico, od all’incontro la inanità loro sia prima cagione di quella social lebbra che va nel nome di brigantaggio: donde essi non vantino né istoria, né lustro, né devozione o riconoscenza di governati, e questi quasi neppure partecipino alla vita municipale per via di tributi; se la provincia abbia in sé centro di vita, armonia di parti, cemento e coesione di interessi e di tradizioni, onde n’abbian conforto li principj per cui la si volle sollevata a vita nuovissima, e le si largheggiarono potestà che per lo innanzi eran strette nel pugno dello Stato; se i publici servigi vi si svolgano fecondi o isteriliscano; se gli enti morali aggiungano prosperità alla universale o paja che vi attentino: quale sia l’indole di que’ ch’han nome di pii, e il loro strano ministerio: e se la legge che gli concedé ampiezza di libertà guarentisse a beni loro di raggiungere il fine de’ donatori; se li chierici sieno ridotti in sacrestia o straripino allagando gli ordini civili: e cagioni per cui la Chiesa ebbe ognora colà smisurata potenza, e non grandezza, non istoria; se al governo si rimanga autorità, alla legge efficacia: e qual sia l’osservanza di quella morale, che più che ne’ codici ha‘da essere scritta nel cuore degli uomini; e de’ sovvertimenti sociali quali sieno le origini men studiate e fin’oggi men manifeste: se li parteggiamenti civili e la sete del possesso abbiano da annoverarsi fra quelle: quale sia la patria del brigante: la dimora: la famiglia: la età: lo stato civile: la cultura: quali le arti o li mestieri: le prime colpe; come innanzi lanciarsi a vita di fiera fosse Penitente alla milizia o disertore, e perché: o patisse miseria strazievole: o schiavitù e cibo da negri, e fatiche da soma, e ingiurie atroci e percosse di padroni inumani, e beffe dalla giustizia: ond’ebbe persuasione di non poter sperare salute che disperando conseguirla altrimenti che col ferro: sua tragica e pur pietosa fine: come li manutengoli lo inducessero a perseverare ne’ campi, lo sviassero dall’arrendersi; quali fossero poi li gruppi e le naturali partizioni delle bande: lor forza: ferocità de’ capi: loro vicende e morti e modi onde le masnade, pur sovra terreno malage’ vole all’armeggio di milizie, furono distrutte, e la regione, già prossima al suo disfacimento, tornò per brev’ora nel godimento di quiete e sicurtà pari a quella di ogni altra della penisola; quale da ultimo sia in quell’ampia contrada la rattezza de’ progredimenti materiali e morali ed e concimici, che sono le tre mete di ogni società non inferma; queste ed altrettali ricerche, non v'ha dubbio, premiano la diligenza di chi vi s accinga, ed a' più si parranno di non lieve profitto ed ammaestramento.

Ma se poi in quella regione offrano alcunché di notevole le divisioni degli abitanti a seconda dello stato civile, della dimora, della cultura e della sociale condizione: se più che altrove s allarghi la piaga dei gittatelli, degli analfabeti, de’ mendici 1 più sordidi, delle forze produttive pria sottratte alla società pel culto dell’ozio, le fanciulle alla religione della famiglia o al sacerdozio della maternità: se gli abitanti seguano un graduale sviluppo; e come la vita media sia qUi dammeno che altrove: quali cagioni antiche e recenti la perturbino; e si dicano pur'anco li costumie la vita de’ più, le obbrobriose mercedi in cambio delle loro strazievoli fatiche, quali ne sieno gli abituri, e i cibi onde vengono sfamati, e gli stenti perfino a dissetarsi; come, da ultimo, le infermità si prevengano o curinsi e si sovvengano di farmachi: quale il culto pe trapassati od il ribrezzo che ispirano 1 sepolcri: quanta poi la disuguaglianza delle fortune, la. sterilità delle industrie, la tisichezza de’ traffici, e sue più riposte cagioni; queste e consimili indagini, che trarrebbe in lungi enumerare qui per disteso, apparirannoo di troppo analitiche o soverchiea coloro 1 quali, volgendo l'occhio nel luogo natio, nemmeno sospettano sianvene altri in cui ognuna di esse meni al fondo della miseria, a lebbra o cancrena roditrice; ma varranno salutare lume nostro ed a serbare alle età venienti ricordo delle condizioni in cui versarono milionid’ italiani correndo l’età presente. Parmi poi, se non erro, abbiano queste o più argute ricerche, virtù di colmare una notevole lacuna. 0 imperfezione d’ogni cosa di quaggiù o per cagioni meno arcane, ogni volta talentò lo addentrarsi nelle misere condizioni de’ più, sorsero inciampi i quali, presto svigorendo la virtùe costanza degli animi, fecero che della classe più numerosa s’avessero ognora più scarse notizie. La carità privata parve mai sempre arrestarsi alla soglia dei meno afflitti; la publica a quella di pochissimi: l’una forse perché vuole l’indole sua riesca la meno efficace, e. l’altra nutra, o presto la conquida, ribrezzo di raggiungere il fondo delle umane sventure: direbbesi anzi ella sfugga il Toro studio. Cert’è che nell’imo della società male si compongono fasci, trofei, o si fanno publiche e fastose mostre, o vi sboccano fiumi d’eloquenza, declamazioni di falsi umanitari; onde nulla li invita a scendere nel più lamentevole degli ordini sociali, a incontrarvi nient'altro che guai e lebbra, squallore di povertà, aura corrotta e caligine, e vita-cui manca ogni beneficio di luce. Perloché l’istoria, tenne ognora conto delle contingenze speciali, spregiale universali: discorse dei meno, tacque dei più: de’ notabili, de’ re, degl’imperadori, de pontefici disse loro azioni, loro vizi e virtù, perfino loro parole; e serbò colpevole silenzio dei miliardi che in ogni civiltà li secoli via via sospinsero nella tomba; cosi favellò de’ morti in guerre, in atroci lotte per volere di un solo o di pochi, e non delle morti precoci per alterazioni di sanità o manco di provvisioni a guarentirla: nella guisa ci narra di chi costruiva le Piramidi, il Colosseo, l’Arena, il Pitti, e non delle migliaia i cui ricoveri o tetti rovinarono loro addosso per manco di puntelli. E vanta nomea di universale essa che perciò nulla fu mai che l’istoria dei maggiorenti: ed anch’oggi cortigiana attorno palagi, e tale voglionla i costumi nostri, disdegna gli orridi spechi della plebe: onde ben s’appose quel fort’ingegno sentenziando troppo avere a fare l’istoria colle corti, e ne’ campi di battaglia, pei volgere pure un rigo alle aie, alle capanne (2) . Racchiusa adunque entr’esigui confini, sfiorando i casi umani più appariscenti, non istupiandoli in ogni sociale latebra; guardando a’ meno, non seguendo pe’ vortici de' secoli le intiere generazioni, lo stato loro, le forme dell’umana attività, e i segni del trapasso d’ogni miliardo di viventi su di questa terra, per quante furono le Civiltà che vi apparvero e vi perirono; taluno già disse avere la storia, a Erodoto a noi, varcato di poco i confini della cronaca. Ond’apparirebbe il profitto di quegli studi, per umili sieno, i quali ammannendo la materia dell'istoria, le aggiungessero lena a varcarli.

Intendimenti a cui, per quanto la povertà nostra consenta, ispiraronsi pur questi ed anteriori studi (3) . Che se poi numerando i guai, i vizi e le virtù di una regione, ritrarrannosi le virtù, li vizi e li non minori Suai di altre: se dicendo delle esperienze che larghezze i vivere ora bastevoli or soverchie, ordini nuovi e leggi molteplici fecero nell’una, avrò precorsò il giudizio sulla bontà loro, e di quel che fruttarono in tutta l'estrema penisola; per modo che sollevandone un solo lembo, spargasi luce sulla restante, e' lo specchio di una sola regione ritragga per più lati scolpita la fisonomia dello Stato; reputerò avere conseguito profitto troppo più maggiore d ogni mia aspettazione.

Dove le magistrature o vuoi provinciali rappresentanze furono ombre vane e fatue senza ufficio, nemmeno quello di approfondire le piaghe roditrici; e nulla avvivò mai l'associazione ira gli abitanti, anzi le si costruirono inciampi da governi paurosi de’ gesti o moti de’ sudditi, e della luce, per l’ufficio che ella ha di squarciare le tenebrose arti, scrutare il fondo delle miserie; niuna meraviglia, le regioni in cui va divisa la penisola,vivano in tanta parte ignote l’une all’altre e fino a se stesse; le libere forze e le condizioni loro non pure a chi n’abita lungi, ma a que’ del sito sieno ignote o mal conte (4) : per modo che non v’abbia forse in tutta la Basilicata, e perfino fra i naturali suoi, alcuno il quale vanti averla più nello scrittore di queste carte e percorsa e studiata più anni palmo a palmo. di comune in comune.

Auspicando al futuro, io volgo intanto a profitto di que miei concittadini (5), lo amore e la diligenza con' cui posi mano e compiei questi studi: ai quali se, a prima giunta, si parrà io abbia assegnati gli angusti; confini di Basilicata, confido n’ottengano de’ maggiori dalla larghezza dell’argomento e dalla purità del fine.

A te poi intitolandoli, adempio un voto del mio animo; il tuo lo pregi: facciano essi fede dell’amistà nostra sopravvivuta agli anni e alle varie vicende: ella sia all’umiltà mia di conforto: e tu poi n accogli, con benevolenza pari all'affetto con cui ti è offerta, la non lieve fatica, la quale vo’ si chiuda con un augurio: che nel cammino di questa vita tu raggiunga il maggior dei conforti, quel di rendere alla patria nostra tutti i servigi ch'Ella può attendere da te. Vale.

Di Verona l’ultimo del 1867.

Enrico Pani Rossi.

Avvertenza. — In questo libro sendo citati qua e la molteplici scrittori, a mo’ d’es. gli storici greci, latini,ed italiani, avvertiamo qui una volta per tutte di non riferircia nissuna opera la quale da noi non siasi di cima in fondo letta almeno una volta. Del pari veruna publicazione o sentenza giuridica o fonte qualsiasi è qui ricordata sull'autorità di altri: ché abbiamoa bello studio taciuto di ogni scrittura della quale non s’abbia avuto contezza co’ nostri occhi medesimi: non meno che di ogni caso di cui non fummotestimoni o non si sappia di certa scienza.

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LIBRO PRIMO

SOMMARIO

I. Avvertenza: antichità e monumenti. — II. Faccia della superficie: culture varie: solitudini incolte. — III. de’ ricolti: loro penuria. — IV. Ragioni onde la cultura non varchi gli angusti suoi confini, stendendosi sovra paludi o pascoli o sodaglie o sterpi: quisquilie di risibili procedure. — V. O sovra boschi: loro istoria: loro ampiezza: sfrondature e usurpazioni: divieti a’ diboscamenti cagioni di mali gravissimi. — VI. de’ beni: di quei del demanio; come la minor parte sia de’ privati: sue peculiari partizioni, e cause di disugaaglianze tra l’un capo e l’altro della penisola, fin nell’esercizio de diritti civili. — VII. Proposte e rimedi. — VIII. Degli abitanti: loro densità Relativa. — IX. Loro vita media. — X. Lenta e raccapriccevole lor progressione. — XI. Dell’emigrazione esiziale da Maratea, Rivello, Trecchina, Viggiano, Marsico Vetere. — XII. Agglomerazione de’ restanti: ond’è che gli agricoltori fuggono il dimorare nei campi. — XIII. Loro spechi o dimore entro paesi: struttura. di esse. — Delle. industrie agricole trapiantate in città: dei maiali: tra lo squallor della, plebe, sua sola ricchezza. — XV. Paesi e città pericolanti: distruzioni de’ tremuoti: conati di ampliamenti. — XVI. Stato civile: da’ figli naturali e incestuosi: gittatelli innumerevoli: loro morti precoci: orribili mischianze co’ legittimi: disuguaglianze di stato, sordidezza di vestimenta e infermità designano i nati dal coniugio da que’ di ogni mal costume. — XVII. Della famiglia: della moglie: della concubina: parvenze di poligamia. — XVIII. Della donna: sua fede ne’ miracoli: umiltà d’ancella: beltà e bruttezze meravigliose: foggie variopinte di vestire. — XIX. Costumanze: desco intorno a cui gli uomini s’accolgono: cibi: interno delle magioni: ospitalità, virtù sopravvivuta alle lustre e corruttele de’ tempi nuovi. — XX. Casi onde la umana creatura, tra sofferenze e perigli ed infortuni, intristisce innanzi di giungere e sera. — XXI. de’ vari ordini: insigni difformità: plebe ohe non è popolo. — XXII. Notabili che non salsero a grado e lustro di nobiltà: loro singolare potenza. — XXIII. Clero, a ridosso della plebe e de’ notabili, in vetta della sociale piramide. — XXIV. Primo consorzio delle famiglie: i municipi: loro umile istoria: origine recente. — XXV Loro strane circoscrizioni: e naturali nimistà. — XXVI. De’ comunelli: gravezza di guai. — XXVII. Anteriori ed isterilì proposte: rimedi. — XXVIII. Delle provincia: avvertenza. — XXIX. Della regione: come la nostra non sia l’antica Lucania: strano e danne voi e privilegio di sopravvivere alla disgregazione delle altre. — XXX. Com’ ella traballasse ognora tra confini mutabili: parti o stati in cui si disfece e rifece: ed ora sia un fascio di genti tra loro estranee. — XXXI. Capitali innumerevoli: dall’età più antiche all'odierna, incerta o nomade sede del capoluogo. — XXXII. Parallelo fra le provincia italiche e la regione nostra ne' rispetti della vastità e degli abitatori. — XXXIII. Delle quattro parti, curvate ad unità violenta, di cui ella si compone: del Potentino: ampiezza, distanze smisurate dalla periferia della regione: umiltà del capoluogo. — XXXIV. Affinità con il Lagonegro: circoscrizioni scorrette: distanze e vastità e somma di abitanti rimarchevoli. — XXXV. Del Melfese: armonia di parti, pregio di vie, splendor di memorie e di città, adesioni sue naturali: e come pur ritagliato a fianchi abbia ampiezza ed abitanti dappiù di provincia. — XXXVI. Dei Materano: anch’egli stremato in beneficio di estranee, come pur serbi vastità maggiore di ventuna tra le italiche: risibile sua umiltà di circondario: splendore e vaghezza di città: feracità di ricolti, e agevoli vie di scambi con parti affini: distanze dal capoluogo della regione, prossimità a quel di estranee. — XXVII. Guai di provincie contratte ad unità di regione: meccanesimo a pezzi ed a centri molteplici, resistenze ed interessi discordi r inopia di regionali: nimistà a que’ della parte ch'ha da esser testa delle dire, la quale poi raccoglie e governa le ragioni di tutte: dispareri a costruzione di vie: odi e ripugnanze a sacrifìci, che approdino a lati opposti: aspirazioni a vita propria ed a serbare per sé le forze ch’oggi corrono disordinate e sterili al capoluogo, cagioni di apoplessia al centro e di paralisi alla circonferenza. — XXVIII. Parvità o inefficacia di vie a fondere parli così divergenti e ad avvivare ampiezza tanto smisurata, dove pur ella non fosse impresa di titani e di secoli: peggiore rimedio quel di sminuire la regione doppiando, con i mali loro, le attigue. — XXIX. Altra proposta: scompaia la Basilicata, avvivando nel seno di quella egra e disfatta regione tre e vigorose provincie, con il restituire le forze e la vita a’ centri suoi naturali. — XL. Della provincia di Matera: quali deggiono essere i suoi contini pur senz’uscire da que’ di Basilicata. — XLI. Della provincia di Melfi e anco de’ suoi confini. — XLII. E di quei della provincia di Potenza: ristaurata nella regione nostra la tradizione di provincia, e le tre ritornando nell'italiana famiglia, le imprimano quel vigore ch'ora la disfatta loro aggregazione le insidia.



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I. Havvi nel fondo della penisola una regione la quale per ampiezza va innanzi a ogni altra, sol la cede all’insulare di Cagliari: e quasi altrettanto vasta di Toscana, ch'è pur divisa in sette provincie, si dilunga e s’allarga sovra un ventesimo della superficie del regno. Ha per confini due opposti mari e sei regioni. Novera quattro sedi di circondario, ognuno de’ quali conta pressoché tre migliaia di chilometri quadri: quasi provincie. E nondimeno, umiltà disdicevole a tant’ampiezza, niuna delle contermini l’è addietro nel cammino de’ progredimenti civili. Sovra ben settanta chilometri di scogliera molti seni, un solo e scarso approdo, quasi più che a sbocco di. traffici a irrisione de naviganti. Cinque grandi fiumane, molti canali d’incerto letto, argini disfatti e nessun ponte: acque allaganti per ogni dove. Terreno sconvolto lungo civiltà varie che gli mutaron viso, da tremuoti, da ro«ioni de’ secoli. Grandi foreste, onde ne’ tempi in cui vi ricoveravano gli iddii, cosi narrano i gentili, dovea quella regione nostra essere un solo e vasto tempio. Qui orror di dirupi e cigli e balze e frane, la piani verdeggianti: or anella di monti, or cavità di convalli: dove squallore e paure di travolgimenti, altrove incantesimi di creazione. Non vaste città, poche n’hanno il nome: li più son villaggi miseri, ma ospitali. Delle antiche, talune vennero meno insieme alla grandezza e civiltà loro: onde grandi memorie, iscarse reliquie di città latine, niuna di greche. Metaponto (6) ed Eraclea (7) già sedi di imperi: or nuda terra e zolle ed acque ed aura letali, pestilenti. (8) Fra men remote città, talune distrussero tremuoti: altre vennermeno per migrazioni o incuria e disamore del luogo natio: di intiere o intatte nissuna: strana contrada ove ogni loco e città, 'poca o molta, ha la sua appendice di mine. Più riti vi hanno devoti, il cattolico e il greco-scis malico: e nel mezzo, quasi in grembo agli indigeni, v’hanno colonie greche albanesi (9), con lingue e costumanze pertinacemente proprie (10) . Vaghezza di favellìi, colorito e immagini, dell’oriente, modulazioni varie e melodi: solo indizio che ne rimanga di civiltà ed imperi de quali prima vennero meno gli archi, i templi e le città che non la lingua: e prima pur essa della armonia modulatrice, nonostante il volgere de’ secoli, de’ favellìi odierni. Rade vestigia di monumenti (11) , un solo ha parti in piè, la dove fu la magna Grecia, il tempio di Pittagora: esili colonne, pochi archi e capitelli, umili suoi avanzi che un lieve soffio di altri anni atterrerà. Delle vie l’Appia, l’Aquilia, grandi arterie di popoli giganti, cancellato ogni segno: e corrono e pascolano animali su di terra ch'ha nelle viscere colonne ed archi e mausolei di pario (12), di granito (13) e vasi di finissimo lavoro (14) e divise ed armi e monete (15) e iddìi (16), ed altri segni di civiltà ch’or son miti (17) , come quella in cui viviamo lo sarà ne’ millenj avvenire.

II. Fra ruderi di travolgimenti onde nabissarono gioghi di monti e valli incurvarono il dorso (18) fra gli orrori della distruzione e l'incantesimo delle cose create, alternansi le maggiori varietà di superficie. Sovra di quasi undicimila chilometri quadri, un sol’ottavo è di piano: due terzi a colli, a’ pendii: un quinto di giogaie montuose, sovrastanti a bassure e precipizi nefari: il Lagonegro, più ch'altro de’ circondari, ne ha irto o squarciato il petto, ond’appena un ventesimo della ampiezza sua è pianura, un decimo colline: in quella vece ben mezza della superficie piana allieta quel di Matera, ha vaghezza di colli ubertosi: soiapenuria, ed è sua ventura, di inospitali cigli e balze e frane. Melfi e Potenza con varia ragione tramezzano quegli estremi.

Li prodotti seguono le varietà della cultura: le culture quelle della superficie. Della quale valga il conoscere come ben un quarto sia di strade o sentieri, d’alvei a torrenti e numi, di sodaglie, roccie e paludi (19) : altrettanta superficie tolgono alle coltivagionL le macchie boscose: un ottavo il pascolo degli armenti: forse il doppio la incuria umana, tal che terreni vergini di aratro e di marra nuli’abbiano offerto mai' all'uomo che nulla loro chiese: il restante, appena un terzo dell’ampia regione è volto a vigne, a oliveti, : sementa varie e lini. Onde un solo ettare di suol ferace per ogni abitatore: e da quello il frangersi degli omeri o l'acque irrigatrici, o la ubertà del suolo, o la clemenza del cielo, han da trarre cibo bastevole. Ma la virtù del terreno non sovviene, mercé di bonifici o migliorie, quella che pure è scienza l’agricoltura: il suolo squarciato dal sole meglio che dalla marra: l’aratro gli è quel di Trittolemo: la irrigazione gli. vien dal cielo (20) : eppure vi spicciano sorgenti purissime e scorrono per ogni dove; ma scorrendo squagliansi, non irrigano: meno ancora salgono o scendono a’ paesi. Niun esempio dalla creazione in poi, a meno dell’età in cui prosperò la Magna Grecia (21) , di opere intese a prosciugare i piani sommersi, disseccare i paludosi, allacciare l’acque, riporle in rivi, volgerle a fecondità di campi o ai ricolti; onde l’agricoltura più che un industria è un’impresa, un’avventura d’incerto successo, un giuoco nel quale le carte le tiene Iddio e vince il puntatore se quei fa piovere ed a tempo: dimentichi od ignari colà corner più provincia italiche deggiano solo all'irrigazione benefica il cibo de’ loro abitanti. Mutano poi dall'uno all’altro de circondari le culture e le industrie dei campi. Primeggiano nel Materano, come il meno alpestre, biade e uliveti: la vite inghirlanda i colli e gli scarsi piani del Potentino. Nel Melfese e nel Lagonegro irti di boscaglie e gioghi vi hanno piuttosto segni di culture che larga cultura. Corrono sovra di superficie che non dà frutto, sorgive minerali, ricchezza anch’essa infeconda (22) : e v’hanno vestigia di lignite e rame e fin argento, ma inesplorate di cui sa niuno estimò giammai la fortuna delle miniere fra il valore de campi suoi. Lo abbandono gravita funesto sulle coltivàgioni, la incuria sui ricolti: né casolari pe coloni, né ville amene allegrano quelle solitudini. Di soventi l'occhio percorre, fra cotal varietà di superficie, le distanze che lo attorniano senza che o casali o sparsi tuguri dicano che su di quella terra v’hanno abitatori: non siepi che pur dividano le proprietà, ma aperti campi: non rivoli d’acque e di ricchezza, ma qua e la paludi (23) , ove i miasmi, le febbri, lo squallor della natura fugano i villici lieti serbare la vita rinunciando all’iscarsa mercede: non aratri, non buoi a tormentare il suolo men che una volta all’anno o mai: solo quà e là, quasi unici segni che que’ campi vivono e la terra accoglie abitatori, grosse mandrie di buoi, di vacche, di maiali, principale nutrimento e ricchezza del sito (24) e di cavalli, fide e sicure scorte per balze e dirupi perigliosi ove trema. il cuore al viandante che vi s’avventura: l’alternare benefico de’ ricolti, ch'è benevoglienza di cielo, o disconosciuta o trascurasi: onde la terra, sfruttata ognora con un solo prodotto, poco rende od intristisce e il dispendio della cultura. avanza talune volte il ricolto: bene il verno addoppia i bisogni, gli stenti e gli umani guai, strema gli armenti per manco di cibo, ma nulla produce (25) : squallide solitudini e funeste di sangue e delitti orribili, ove l’eco soltanto ripercuote il grido della creatura: o risponde a lamenti da dove non usci mai voce d’uomo o non vi stampò il piede: solo v’hanno sterponi e macchie e roccie che sopra vissero alle età più remote.

III. E male apporrebbesi chi reputasse la cultura sia oggi intenta ad uscire da si angusti confini: o tal qual è soverchi li bisogni di radi abitatori. Anzi è dannevole errore non men d’essi che di ognuno pur di lungi volse l’occhio a quelle contrade, il credere la cultura non v’abbia mai allargato li suoi confini, né con umane industrie raddoppiati li ricolti, solo perché la terra vi produca oltre le necessità del vivere. Donde, venendo meno gli sproni a migliorie, si abbia la incuria de’ notabili e perfino gl'incuoramenti all’ozio od alla ignavia della plebe. Nè meravigli lo errore, comune a più, nel quale pure visse alcun tempo, e qui ne fa ammenda, lo scrittore di queste carte. ché la naturale feracità del terreno, e la copia dei ricolti meglio appariscente laddove, sendo meno spartita la proprietà, le medie quote di un ettare di suolo ferace per ogni abitatore raccolgonsi nelle mani di pochissimi: e l’ampie solitudini e l’inopia de’ viventi sono colà dannevoli cagioni dell’errore. Vie più a raggiungere la persuasione, che tanta parte delle perturbazioni ed infermità di quegli abitanti s’abbia dalla penuria de’ ricolti, contrastano le difficolta ch’oflre il valutarli. Colà, Sili che altróve, le industrie non furono ìiiai tributarie ella statistica: o niun’altra vi apparve cosi incerta come quella delle produzioni agricole. Perfino li rosei presagi e la fallacia de’ supposti, più che lo sgomento o la paura, di verità incresciose, distolsero gli ingegni dal sospettare ed istudiar le origini prime del malessere di quelle contrade, l’inopia de ricolti. Onde è pure giuocoforza laddove non divenne di publico costume il tributo sulla rendita, di sentenziare e delle ufficiali informazioni e delle ri vele de privati. S’hanno cosi tre computi delle produzioni del suolo in 'questa vasta regione, e al certo fra le disparità loro aggirasi il vero. E risalgono a tre varie epoche. Il primo computo, frutto di ricerche diligenti, offerì tra i ricolti dell’olio, delle patate, de’ frumenti e vini e lini e cotoni (26), e delle canape e sete e lane, una ricchezza dai trenta a trentacinque milioni (27) . Un anno di poi nuovi studi, poggiati sopra notizie di municipi, valutarono la produzione agricola quarantasette milioni (28) . E due anni dopo segui un terzo computo, il quale intese a porre in luce non meno la virtù di quel suolo che la progredita sua cultura, da quando la sicurezza consenti a’ coltivatori le cure de’ campi, lo avventurarvisi non. fu più un periglio, onde vennero nutriti di sementa li terreni che da più anni n'eran digiuni: e noverò prodotti per circa sessantaquattro milioni (29) . Or dove si pongano a confronto que’ tre calcoli il primo de’ quali ha sembianze di povertà o ritrae lo sgomento di un’epoca in cui fuggivansi li ricolti e i rischi che offerivano i campi, e l'ultimo s’ispirò forse al convincimento di conseguite migliorie od a vaghezza di lieti presagi, facile ne scende il partito di attenersi fra 1 tre a un termine medio, certo che gli è il vero o di poco vi si scosta, valutando la somma de’ ricolti a cinquanta milioni di lire (30) . Le quali spartite pel numero degli abitanti offrono a ciascuno lire cento da quella che è la media di superficie produttiva, un ettare di suolo per ogni vivente. In niun miglior modo può venire dimostrata la squallidezza della vita loro e la insufficienza dei ricolti, laddove, come vedrem più innanzi, sono unica sorgente dissetatrice degli umani bisogni. Perciocché quando alla esportazione de’ prodotti agricoli contradice il manco di vie, arterie della vitalità economica, certo è quella da computarsi dieci volte maggiore della importazione di qualsiasi ricolto. La quale nella vasta regione noi scorgeremo esser nulla scarseggiando le industrie con cui ricambiarla, se ne s’eccettui quella degli animali, esile anch’essa. Laddove poi i prodotti delle industrie altrui, importati secondoché le necessità molteplici della vita li richieggono, comperansi con l’unica 'ricchezza i'prodotti agricoli, la totale lor somma vuoisi computare sminuita di quello a cui ascendono le importazioni: ossivvero dalla media de’ ricolti sovra di un ettare di suòlo ferace per ogni abitante tolgasi dapprima il cibo di un anno, e di poi il costo delle vestimenta, de’ pannilini, de’ calzari, de’ farmachi e di' ogni arnese o le produzioni di cui il vivere abbisogni, le quali mancando le industrie proprie ricercansi alle altrui. Onde iscorgesi qual squallore di povertà abbia da affliggere quella ampia regione, e la penuria stragrande di ricolti, unica sua ricchezza, da terreni fertili si ma che non giungono a un terzo della superficie, od a quali poco o nulla aggiungono le cure de’ coltivatori.

IV. Che se la incuria e il manco di migliorie agricole contrastano la abbondanza de’ ricolti laddove si distende la cultura, non meno forti cagioni vietano ella varchi quegli angusti suoi confini. Oltre il suolo già nutrito di coltivagioni rimarrebbe ella si distendesse la dove or v’hanno sodaglie e paludi e pascoli: ed in quella tanta parte di superficie che è a boschi. Vorrebbesi cosi in questa regione il miracolo il quale s’operò, lungo sedici lustri, nella industre Toscana ove ben due terzi del suolo già furono boschi, sodaglie, paludi, e la cultura circoscritta da que’ confini non avea lena a varcarli, né i ricolti né la prima e più ricca derrata l'uomo vi si moltiplicavano, secondoché i terreni bisognosi di abitatori richiedevano. Eppur cosi squallide proporzioni mutarono di guisa che appena una quarta parte del suolo oggi è avara di prodotti (31) . E s’ebbe un tal miracolo non da benignità di cielo, ma da virtù di leggi le quali, emancipando la proprietà, fecero provvida violenza alla naturale isterilità sua, e la sollevarono a tal condizione da cui ora la regione di Basilicata è lungi quanto l’è Toscana dall’antica povertà sua. Ma gli è ovvio lo avvertire come, purtroppo, senza mutare taluna delle leggi vigenti né qui né forse altrove è dato alla cultura allargare li suoi confini. Strano contrasto o indizio di ordini economici scorretti che da ogni dove si invocano d’ogni maniera diritti per gl’individui e nissuno per le proprietà: quelli abbiano a uscir di minoranza quasi pria di nascere, e poco meno da’ limiti di obbedienza agli. ordini o di sudditanza all’autorità dello Stato: ed il suolo perpetuamente mantengasi in istato di pupillo. Più gli eccessi o li travolgimenti della materia che non le umane improntitudini si paventino: e meno possano gli esempli salutari della regione li cui ordini. economici furono di meraviglia e scuola agli estranei (32) di quel che lo squallore che ordini contrari mantengono fra noi. Che nella guisa la cultura circoscritta: è prima causa della tisichezza tra cui vivono le regioni, del mezzodì, cert’è che le coltivazioni gran parte degli impedimenti a distendersi l’hanno da vincoli e divieti, e si parran tra breve, per cui il dritto di proprietà è fra noi il più dubbio di tutti i diritti. E fin quando ella non s’emancipi dall’odierne pastoie non è dato allargarvi le culture. Non sovra terreni paludosi o sommersi, dei quali non v’ha che un ventimila ettari (33), ed o fosse incuria degli avi o manco di associazione nissuno colà si accinse mai, da. tempi più remoti ad oggi, a combattervi la malsania, ridurre quel suolo a campi ubertosi. Narrasi anzi di tale che regnando i Borbonidi ne fece proposta e n’ebbe rabbuffo: e di altro pur narrasi che costrutto un ponte sovra di un corso d’acqua periglioso a chi avea da traghettarlo, per poco non dovè distruggerlo: cert’è che distrutto fu da una piena, non ebbe più balia di rifarlo (34) . Cotali incuoramenti aveano i lavori idraulici in quella regione. Aggiùngarisi anch’oggi le difficoltà di associazioni ove non ne fu esempio nell’addietro, o li capitali non usati a commerci vivono paurosi, schivi di venture: e gli impedimenti propri d imprese a cui affaticaronsi secoli e milioni e scienza con si dubbia prova in altre regioni della penisola (35) ed abbiasi di che conchiudere come in Basilicata alle. coltivagioni non sia dato distendersi sovra del suolo oggi sommerso.

E meno ancora in quella parte da cui s’alimenta la industria unica di questa contrada, il bestiame: il quale alla volta sua, com’ è detto più innanzi, alimenta o ricambia i prodotti delle contermini: senza di che la sordidezza e lo squallore della vita toccherebbe qui l’estremo. Pascolano su di una superficie ch'è un ottavo della vasta regione (36) da: circa mezzo milione fra stormi di cavalli, mandrie di buoi e vacche, e greggi di minor bestiame (37) . Anzi gli è da credere soverchi la feracità di quel suolo, dacché gli armenti invadano altrui.

Nè la coltura può ripromettersi di uscire da’ confini suoi, distendendosi colà ove sterpi e sodaglie vietano all’uomo spargere sementa, coglierne ricolti. All’invece di Toscana, ove da circa un secolo ebbe ognuno piena balia di dissodamenti, imperano qui e altrove divieti, e quisquilie di procedure per chi abbia duopo esserne assolto, e sussiego e lentezze di concessioni a chi umile invochi di trarre quel partito che meglio estimi da terreni propri. E la grazia non concedesi prima siensi invocati i pareri di quante autorità offra il luogo (38) : e decisi i conflitti lor quando s’accapigliano. Che bene spesso non son d’accordo, e se ognora il fossero a che interrogarle?, se convenga o no che quel palmo di suolo abbia nutrizione di sementa e fibra di vita organica o vigore di produzione. Per modo che laddove tanta parte di suolo sarebbe invasa dalla coltura, leggi e divieti la imbrigliano: ond’ella faccia ogni anno men cammino di quel che l’audacia dell’uomo nel perforare le Alpi o correggere l’opera della creazione distaccando fra loro li continenti dell’Asia e dell’Africa. Appena sovra un mille ettari di suolo avanza ogni anno la cultura: né loè dato procedere più lesta finché non paia sacrilegio lo abrogar contrizioni e divieti di coltivagioni, vigenti fra noi per leggi che ne ricordano la età beala in cui era obligo impetrar dal giudice la licenza di vendemmiare, e il denunciargli le nascite, le morti, e gli accoppiamenti.... del bestiame!



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V. E lo argomento grave piglia invero proporzioni dismisurate dove rivolgasi a quell’ampia distesa ch'è a boschi, più che un quarto dell’intiera regione: altrettanta superficie sottratta alle culture o fortuna al commercio delle fortune. Ed offrirebbe non pur di che mutar viso a quella regione, ma sollevar le contermini ad altezza a cui non giunse fin qui presagio: e loro vale invece di pondo o zavorra a mantenerle immote nel fondo de’ guai che le affliggono: complice fin la legge, e chi l’osserva. 11 che invita discorrerne per disteso, confidando queste parole non sieno indarno, sol che inducano ad istudiare quel terribile spettro o cancro divoratore che son le foreste meridionali. Poche fra esse vantano istoria di millennj (39) , varia e dipinta fultura, macchie dismisurate e stupende come quelle della regione nostra. Inanellate ovunque, anzi congiunte fra loro per lunghe filamenta di alberi. e cespugli, attorniano quasi chioma gli abitati: vivono essi in uria coltre boscosa. Colà Policoro ove sorse e giacque Eraclea: qua la foresta di Monticchio, cui è dubbio se più valse fama la sterminata sua ampiezza o la grida de’ delitti onde venne insanguinato (40) e Lagopesole (41), e San Cataldo, e la Spineta, e Pierno e Bucito, e Magnano, e Pietrapertuso e l’Aspro, e tant’altri (42) . Quale sia poi la ricchezza di quelle macchie niuno il sa dacché quelle che vantano nome di stime; variano, risibile varietà, di dieci milioni per volta. Onde non accade di stupire se quella boscosa regione; non fu mai valutata a dovere: e chi l’abbia detta di dugénto e chi di quattrocento milioni. Solo la vastità sua può valer di guida a sommaria valutazione. Eppure gli è dubbio grave se cotal ricchezza più scemi ogni anno del valore suo, o sia scuola a colpe, travolga le coscienze, muti e guasti il costume. Certo gli è arduo il dire a che profitti. In nissun Cantiere dell'America e dell’Europa, o voglia solo d’Italia, usaronsi a costruzione di navi gli alberi di quelle foreste: in niun porto, anco de’ più prossimi. giunsero carichi de’ loro legnami: li traffici di cui non corsero le vie non li conobbero mai. E vale a persuaderne, come mancando ogni via che meni que’ prodotti al mare, ed ogni approdo lungo quelle coste alle navi da raccoglierli, debba si smisurata ricchezza viver all’infuori de’ commerci, isterilire sul suolo, preda all’infuriar delle bufere non meno che alle umane ingiurie. Le mercedi de’ custodi non bastevoli a’ bisogni della vita, e per taluni di quelli un’irrisione: accolte a pretesto od occasioni di lucri illeciti, onde li guardiani della proprietà primi sono ad offenderla: il mal costume di furti agevoli e impuniti (43) ;la impunità, vezzo antico, persuadere ornai che le superficie boscose non sieno de municipi, non dello Stato ma quasi bene di Dio, padre d’ogni fedele, e sia onestà invaderle (44) : a’ danni di ladruncoli minori, cavallette di proprietà, aggiunte le usurpazioni di notabili; doveano sminuire la ricchezza, l’antichità illustre, la foltùra delle piante, onde in vari siti non ve ne sia più segno: altrove minacciate a presagio non migliore. Il che non vuoisi meno imputare alla sterminata vastità delle foreste di quel che all’inopia di strade o sentieri che guidino alle maggiori selve: a pascoli indebiti e quei ch'hanno origine da consuetudine antica: ed ai perigli e le paure durate fino a che li campi furon nido e teatro di malviventi. A tale è colà, non meno che m altre regioni, la ricchezza boschiva: della distruzione o isterilita sua, complici la legge e gli ordini i quali, nella guisa de dissodamenti, vietano poi i diboscamenti o li inceppano avvolgendoli in una rete e proluvie di studi e ricerche e cautele e parvenze di concessioni e sussieghi di grazie (45) , trattisi pur di martellare un solo alberetto (46) , quasi si attentasse come fu creduto un tempo, alle colonne del tempio degli Dei (47) . E. fungono esecutori e magistrati ed uffici di si strano ministerio quel di. niegare a tanta ricchezza, ora si, sterile o manomessa,.. la balia di trasformarsi: allontanarne la cultura invaditrice: dimezzare. cosi fra grida fameliche e marea di. miseria il terreno alle seminagioni. Le quali non hanno più dov’espandersi dacché sopra di sodaglie e di oschi odono il vade retro di una legge ispirata ne’ tempi in cui prima arte di governo era di governare le coltivagioni, dispensare sementa, invigilar vendemmie, antivenir carestie incettando ricolti, prescriverne la denuncia, cuocere a sudditi il pane, a fulmini tender la trappola o l’accalappiatojo delle foreste, paraventi delle bufere. Di tante cure onde il dritto di proprietà si parea un irrisione restò in vero solo quella di parare la furia degli elementi con le macchie boscose (48) , che sono un terzo dell’intiera superficie nostra: quasi dimenticando còme dagli anni ne quali si cancellò in Toscana ogni divieto o inceppamento a diboscare, ebbero principio que progredimenti economici per ehi la cultura invaditrice a. seconda le necessità degli abitatori sospingevano, mutò viso a quella regione. Eppure un di si posero in disparte le paure e le contrizioni con cui le leggi intendono alla tutela de’ boschi: e non fu a distendervi le coltivagioni, ma a rinvenirvi nidi di malviventi. Onde premendo quella più di ogni altra paura si concedé venisse scapigliata la stupenda chioma di Monticchio: e quà e la recisa finché. l’esperienza non la disse opera inane e di niun pro. Muterà viso bensì, la regione nostra a pari di ogni altra della penisola, solo vengano meno le leggi non fautrici ma contraditrici de’ diboscamenti (49) : alla proprietà si consenta la pienezza de’ suoi diritti: ai censiti quel di disporne. come avviene da un secolo in Toscana, a libito proprio.

Allora i boschi, oggi isterile quarta o terza parte del suolo, preda di ladruncoli, nido di malviventi e ricchezza in balia della distruzione (50), offeriranno quasi altrettanti ricolti di quei che sovra di pari superficie offrono oggi le coltivagioni: onde s’addoppierà la fortuna publica, caduti gli impedimenti ch'elle incontrarono fin oggi a invadere, via via le necessità degli abitatori chiedevano, tutto il piano, salir fin dove fertilità di suolo, vegetazioni varie e mite clima loro consentano ricolti: non su dorsi e vette apriche e cigli di roccie inospiti, baluardi del piano e suoi naturali presidi contro bufere (51) .

VI. Ma la precipua cagione, la quale ogni altra inchiude, e per cui la ricchezza prima non moltiplica per via di industrie, o, vincendo operosa le smancerie regolatrici di sodaglie e boschi, non si allarga quant’è vasta la superficie, vuoisi scorgere nella sua partizione. Ella sola accoglie o ritrae la più grande parte del malessere di quelle contrade. Altrove, a mo’ d’e. sempio nel Piemonte, gli sminuzzamenti del suolo quasi doppiarono nel decennio in cui venne martel A lato l’edificio ricostruito con si risibil cura nel quindici. In Lombardia le leggi ch'ebbero dal principe nome di giuseppine, aveano già Spartito in minuzzoli la proprietà. Nè meno vuoisi ascrivere alle leopoldine se la turba de’ censiti salse in Toscana alla proporzione di quindici sovra ogni centinaia di null'abbienti. Solo nelle provincie pontificie e nel reame, sebbene per cagioni varie, la proprietà non mutò fianco: e li turbini che più infuriarono tra il secolo scorso e l’albeggiare del nostro non la tolsero dall’immobilità fracida si, ma più invitta de’ secoli. Tacciasi delle prime ove niuno pose mai argine alla piena la qual travolse ed inghiottì la fortuna publica, per modo scomparisse ornai intiera nelle ampie bisaccie del clero. Ma nel reame eransi pure scritte leggi sapienti, le quali doveano liberar la proprietà di vincoli che nell’innanzi l’aveano mantenuta retaggio di pochissimi (52) . Anzi diroccati i feudi, li beni doveansi spartire fra null'abbienti (53) . Ma il. decennio a cui sale la gloria di que’ propositi scorse celere: onde più se n’ebbero presagi di meglio che larghi frutti o durevoli.. Pur fingendo raccoglierli o d’intendere a maggiori secondoché la civiltà s’attortigliava, strano capestro, alle fauci di un governo cosi amico della caligine antica, che per poco non abbaiava alla luce de tempi nuovi, non fu mai esempio si risparmiassero lentezze colpevoli o lacciuoli o perfide sug gestioni ora a notabili, or alla plebe, tanto che l’una per via d’improntitudini, e gli altri di arti mascagne e feline fossero ognora le mille miglia lontani dalla divisione di que’ beni (54), della quale era infamia o peccato originale Tesser stata proposta e incominciata nell’abborrito decennio. Ond’è che nel mentre la spartizione di quelle proprietà e il progredir loro celere da una a cento mani avrebbe non pure aggiunto. ricchezza a ricchezza o sangue nelle arterie della vasta regione, ma cangiatole viso, s operò di guisa, anco a mantener la plebe in odio de maggiorenti e questi di quella, che né essi vennero ricacciati ne’ confini de’ loro beni, da cui eran via via usciti usurpando il suol comune (55) , né lo si era diviso. Onde, per tutta la lunghezza dal ristauro de’ borbonidi al plebiscito, furono appena spartiti, a mo’ d’esempio, nella regione nostra nove mila ettari di suolo, prodigalità di mezzo secolo, laddove nel sol glorioso decennio eransene divisi da ben quindici volte più (56) . Contradizione di cui altri ricerchi e dica le scellerate cagioni e per la quale il vero ha fin sembianze di mendacio: cotanta fu la ri})rovevole lentezza con cui procedè la giustizia che a usurpata proprietà e le grida famelicne de’ proletari a man giunte chiedevano. La universale inopia, per manco di industrie e di ricolti bastevole vietando poi alla proprietà di incedere nelle vie delle contrattazioni serbolla ognora alle mani degli antichi possessori: ristagnante cosi, e forse da secoli, in ispreto della legge economica provvidissima la quale, a miglioria sua, ad incremento di cultura e perfino a moltiplicazione di abitanti, il primo ri colto del suolo, chiede istia eternamente in moto e nel moto si frastagli. Solo da ciò in questa regione nostra, quasi più ( che altrove, è da attendere lo allargarsi della cultura, circoscrivansi li terreni fin oggi avari di prodotti, e sieno vinti gli indugi delle leggi regolatrici i diboscamenti, dove la sapienza del governo non le disfaccia. Perché quella ch'ha onore di prima ricchezza, la quale fu sommata nel lxiv per oltre undici milioni di rendita imponibile e colpita da tre d’imposte, più di un quarto del valore per cui ell'è accatastata, va suddivisa cosi: municipi e provincia vi partecipano per nulla meno che un dodicesimo dell’intiera superficie, pari ad ottocento migliaia di rendita imponibile: le opere pie ne tolgono altre dugento migliaia: li conventi innanzi la soppressione e di poi la ecclesiastica azienda, corpo morale anch’egli, n’ebbero più che seicento: ed altrettante li chierici da beni sottratti da età antichissima a’ mondani rischi del secolo: oltre ciò che al clero via via riesca smungere a municipi, ad opere pie e fino alla provincia ed allo Stato: il quale alla sua volta, e sino a che non ne incominciava per via di vendite la restituzione a' commerci, loro sottraeva quasi un altro decimo della intiera ricchezza imponibile. A questo modo, cagione gravissima anzi letale di cultura circoscritta o negletta. fra municipi ch'erano e lo vedremo più innanzi quasi parrocchie, ed opere che di pie han solo il nome, e confraternite appendici d’ordini religiosi, e clero ch'è quel che è, e conventi e monasteri d’ogni rito, forma e colore, e beni di provincia e demanio dello Stato, si spartiva nella regione nostra a larghissime porzioni la proprietà: la minor parte ispetta a’ privati.

Quella che pur loro rimane racchiude in piceiol sfera lo squilibrio della maggiore. ché più spartita nel Potentino e nel Lagonegro, ed accolta nel Melfesé e nel Materano in poche mani, ma vive ad afferrare altro se loro vale, sovra di cencinquanta migliaia di appezzamenti appena giungono a trentamila li proprietari: ciascuno per media ne accoglie adunque cinque. Nel mentre, a cagion d’esempio, in Toscana v’han dodici a quindici censiti per ogni cento abitatori, qui appena sei; hanno colà per media da trecento lire di rendita imponibile: qui a stento ventidue: tanto è in basso o invilita la ricchezza del suolo, che pure è la sola. Muta poi in questa regione il valor de’ patrimoni privati di guisa tre migliaia de’ censiti può reputarsi abbiano di superfluo: cinquemila a stento il necessario: ventiquattro mila men del bisognevole: a petto di quattrocensessantasei migliaia che possiedono nulla. Onde se colà, e venne detto altrove (57), incontrasi agiatezza quasi ovunque, povertà in pochi luoghi, miseria in nessuno: qui la social piramide ha per ampia base la miseria: per gradini que’ della povertà: solo nel culmine’ si allieta di opulenza, ch'è sfregio allo squallore de’ più; i quali non hanno di beni che il suolo ov’essere sepolti, e, come verrà detto più innanzi, nemmeno quello. e Epperciò le leggi nuove, le quali si poggiano al criterio del censo, fecero esperienza quabi contraria al fine loro in questa e nell’altre regioni del mezzodì: perché o si doverono pubblicare previe mende straziami o ribadirono le disuguaglianze fra gli estremi lati della penisola, fino negli ordini e privilegi civili. A mo’ d’esempio, per quanto il censo che agli elettori delle magistrature municipali e provinciali richiedesi, discenda ne’ comunelli fino a cinque lire, pure si parve soverchio laddove egli è privilegio di pochissimi: di guisa nella regione nostra, e quel che dicesi di essa s’attaglia a molte, non giunsero gli elettori, come vedremo più innanzi, alla metà della media proporzione nella intiera penisola. Anco la larghezza della legge la quale concede il dritto di eleggere i membri del Parlamento fece prova di insufficienza laddove, a titol di censo, non s’avea che un numero di elettori bene al disotto di quel che per media s’annovera ove la proprietà è più spartita: onde, come accade che quel che le leggi niegano gli animi usurpano, industriaronsi li municipi di supplire alla scarsità d’elettori alterando censi e titoli, cosi torcendo e irridendo la legge in sugli occhi di Deputazioni irresponsabili ed ignare: gravezza di sconcio, il quale chiede correzione dal tempo. E da ultimo, per tacer d’altre, sebbene quella sulla milizia cittadina risalga a quando più miti eran le imposte, ond’il limite dell’ammissione ritrae di quella mitezza (58), pur non ardi nelle regioni del mezzodì venir in luce senza sbassare la condizione degli iscritti (59) , temendosi che senza ciò ben pochi, e in alcuni siti nessuno, le avrebbono offerto il censo e le industrie.


VII. Di questa guisa, perfino le leggi che si proposero di uguagliare da un capo all’altro del regno li dritti e li doveri de’ cittadini, raggiunsero l’opposto: consacrarono perpetuità di disuguaglianze civili ch’han tutte origini dallo squilibrio della ricchezza prima, della 3uale non solo la minor parte è de’ cittadini, ma pur i pochi fra essi: onde neglette le industrie, circoscritta la cultura, fin nelle grosse comuni, quasi città, soffre di ogni maniera stenti la plebe, sino a che si lanci forsennata ne’ campi o sollevisi sanguinaria come a Matera (60), o vile prediliga il governo di Crocco come avvenne in Melfi (61) . Più modi s’offrono nondimeno a restituire l’equilibrio alla fortuna pubblica. Dapprima noi togliemmo le sostanze de’ chiostri, per aggrupparle anco più in uno solo, che fu l’azienda ecclesiastica: la quale s’ebbe lo strano privilegio di riprodurre in più ampia scala li guai, li vizi de’ corpi morali, senza i pregi loro dello spendere parco e la solerzia di buon massaio. Oggi poi strappando dalle fauci di ogni ordine del clero quant’egli rapi di ricchezza publica, onde poi fu travolto in mondane fazioni ed ebbe opulenza ch'è insulto alla universale povertà, rendansi una volta que’ beni a’ rischi del secolo, spandansi nelle vie de’ traffici, rigogliosa sementa anzi sangue di nuova vita. Delle sostanze d’opere pie, sfuggite anch’esse, e lo vedrem più innanzi, alle fortunose vicende de’ commerci assottigliando con la immobilità fracida il beneficio che li poveri aveano da attenderne: e de’ beni de comuni per cui dovremo dirli a suo luogo i più infelici e miseri de’ proprietari, dispongasi per legge la vendita. Sostanze dismisurate che anco in Toscana minacciavano squilibrare la publica fortuna, quando or fa un secolo leggi eccellenti, né superate jnai più da altre intorno la economia de’ corpi morali, inibirono a' municipi di possedere: e ad opere pie persuasero il venderne grandissima parte. Che non havvi da confidar solo, e n’addurremo più innanzi le ragioni (62), in quel gran vagliatore di uomini e cose. il tempo, onde la odierna e perturbatrice ricchezza di opere pie e municipi di per sé si trasformi in guisa quella delle prime, iscrivendosi sul gran libro, risalga allo stato e ne discenda poi accresciuta de redditi ad aiutare la publica fortuna: e l’abbiano le comuni da reti stradali, da istituti, dalla prosperità publica ac' cresciuta, la quale faccia poi sopportabili balzelli e sovrimposte.

Ma sovratutto ad equilibrare la ricchezza varrà la resurrezione vera e propria di quella che da lunga età. fasottratta al commercio delle fortune, i demani. Ma vuoisi risorga celere a tor credito a sinistre voci ch'hanno dalla loro un’esperienza di molti lustri, ne’ quali la partizione di que’ beni si parve o vana meta o sol desiderio di famelici (63) : pronta adunque e ardita non indugiatrice. Non si dica altre cure distogliere da quest’una che tutte le soverchia di mole e vastità; e in beneficio de’ null’abbienti, che sono i più, non s’osino turbare le usurpate ragioni de’ notabili che sono i meno. Spoglinsi le regole della divisione da ogni quisquilia indugiatrice o cura della polizia silvana e degli ordini suoi: ingegno crei un’altra procedura, ché l’antica fece trista prova, e sia sommaria, onde lestamente si ritagli., s’avviva, risorga tanta parte di suolo, oggi in balia della licenza universale o di sfrontate e ribalde usurpazioni: corra le vie del secolo e vi consegua, quel ch'ora non ha, vigore di migliorie e di produzioni. Vie più affrettasi l’opera a cui legherebbe il suo nome l’uomo smisurato che la compiesse, più s’anticipa il di in cui la plebe divenga abitatrice de campi, vi nasca, vi cresca, stringasi al suolo con i vincoli del possesso e con il sudore che le costà il ricolto che ne ottiene: e la proprietà si tolga dalla immobilità fracida, arrendasi alle rurali industrie, muti viso e correndo le fortunose vie degli scambi valga d’incremento alla publica fortuna. Torni poi cemento a’ vincoli sociali, spenti gli odi pertinaci, scemando i null'abbienti: li mendici mutando in coloni (64) : li coloni in censiti. Nè appauri. che le grandi masse agevolmente inghiottano que’ nuovi e miseri appezzamenti: che dove pur sia, non avviene che dopo riconosciuto un dominio oggi incerto o preda corrutrice, e divenuto ornai tributario della cultura siasi sottratto all’inerzia onde ora è afflitto. Tali i benefici attesi da niun altro miracolo che di leggi migliori affinché non pure la religione dell’unità abbia per devoti li milioni di cittadini, tra quali v’han gli increduli, ma la regione nostra non meno delle contermini si sollevi al grado di prosperità a cui la vive forze del suolo possono sospingerla. dove lo squilibro della ricchezza, con esempio novissimo, non l’allontani.

VIII. Discorsa la struttura del suolo, per. quanto amore e diligenza valse a ritmarlo innanzi gli occhi, eccoci al più nobile de’ suoi prodotti, forza creatrice di ogni altra e frazione della vita collettiva, l’uomo. Variabile ricolto secondo il mutare delle fortune, gli avventurosi casi, i disastri, e le oscillazioni della pubblica prosperità: tant’è vero che gli abitatori non aumentano che a ragione del benessere e della feracità del suolo, primo loro tributario: e laddove essi, svolgendosi a pari d’ogni altra forza, soverchiano la forza produttrice della terra, eccoti lo squilibrio a cui ripara la emigrazione. Ond’è che accertando lo sviluppo degli abitanti lungo più anni, non pure s’ha la ciò solo notizia e sicura delle condizioni dell’oggi, ma la istoria delle vicende trascorse: e, fra cotale varietà di condizioni ch'offrono poi le regioni della penisola, il criterio della popolazione è davvero il primo termometro della fortuna, anzi l’infallibile guida dell’istoria.

Ma quanti fossero gli abitatori della nostra regione dieci o venti anni or sono male s arguirebbe dalle ricerche di cultori della statistica, o della cacciata dinastia. Ella avea mai sempre reputato superfluo il compiere davvero un tale istudio: e bene a ragione: quella ch'è sagace norma a perequazione di aggravi e di benefici (65), e ricerca tutoria di liberi diritti, quali diritti dovea tutelare laddove le leggi non conferivano che doveri? Quegli che ne’ reggimenti liberi ha dignità di cittadino ch’era egli mai dappiù di una unità, di un numero? e il numero loro che pesava nella bilancia di quel governo? Che il più o meno di sofferenti? Gli stenti per cui la legge economica dello aumento apparve qui mendace, e quella del nascere e del morire non ebbe proporzioni più raccapriccievoli delle normali,1 accusa dello sgoverno, il, Borbonide non volea udirla (66) .

E ben s’apponea paventando che niun’accusa suonerebbe più atroce di quella formulata indagando davvero le unità de’ viventi. Che essi, con la legge del loro numero, avrebbono detto se l’associazione rivelava sussulti di vita, fibra e vigore di produzione, o torpedine di cadavere: se vite s’aggiungessero alla vita universale o vi attentassero. E l’istoria giudicandone le oscillazioni avrebbe per cosi dire stampato in fronte agli abitanti la rivelazione del loro stato, e dello invilimento per cui non crebbero, o della vegetazione di ogni libera forza, lorché avessero seguito quella prima fra le leggi provvidenziali.

E tremenda accusa scaturì invero nel compiere colà e per la prima volta la grande è sapiente indagine: la quale compendiò per sé sola quanti guai accoglievansi su di quel suolo: poche volte la scienza de numeri offerì risultati cosi raccapriccevoli. Perché, e dicasi seni’ orpello, la legge la quale curva a séfino li governi di Siam e di Atrissima, a quali non valgono stragi e delitti a rimontar la corrente della vitalità, a isterilirla, qui nella regione nostra, e nell’Europa civile, si parve venuta meno od offesa.

Duole non sia dato accertare qual sia, a mo’ d’esempio, la media densità degli abitanti nella Cafreria o in Barberia, per la causa istessa ond’era ignota fino allxi quella della regione nostra, cioè il non esservisi colà mai accatastati. Ma la prima volta che Sui lo furono, e lasciando al tempo od agli studiosi valutare quanti abitatori annoveri ogni chilometro delle spiaggie affricane attornianti il deserto di Sahara, venne qui in luce come quei delle plaghe lucane o deserti, angosciosa voce ma pari al dolore profondo che l’ispira, non superavano li quarantasei per ogni chilometro quadro. Ora a chi spinga l'occhio oltre i confini della regione nostra accade di avvertire essere quel numero appena la metà di ciò che per media offre la intiera penisola: onde la regione più vasta è la meno popolosa, e fino di quelle ove l'aura contende la vita: con un ventesimo della superficie d’Italia, le aggiunge appena un cinquantesimo di abitatori. Spartiti poi in guisa che laddove il Potentino ne annovera da settanta per chilometro e il Melfese quarantacinque e il Lagonegro trentanove, il Materàno non n’ha che trentadue, ultimo segno di una vitalità che scorre fra segni e campi di tristezza: avvegnaché in niun altra provincia, nemmeno in quella le cui aure letali, acque putride, febbri e sepoltura a’ viventi hanno infausta rinomanza, quella di Grosseto, la vita discese cosi fino alle soglie della morte. (67)

IX. Havvi un’altra ricerca la quale non la cede ad alcuna nell’istoriarci la vita degli uomini, e nel valere loro di sagace ammaestramento. Corse una età in cui le menti, non solo de’ pensatori ma de’ governi, disdegnavano avvolgersi in cure qualsiansi di vita materiale: la perfezione della vita spirituale avea da essere il fine unico dell’attività umana. Nè mai può bastevolmente deplorarsi che l’istoria ci offra lacuna incolmabile, quella di non ci dire quale fosse allora la vita media della pianticella uomo: ne’ tempi cioè in cui cresceva all’aperto o in orridi abituri sorbendo aura corrotta tra vie anguste e tortuose: sofferente la sete per manco o inopia di fonti: nutrita di cibi su cui niuna vigilanza: quando le tumulazioni seguivano entro paesi: li gettatelli eran proprio gittati a perdizione nel mezzo della comunanza: invano l’umile tugurio, di paglia e terra impiastrata, tentava esser schermo da bufere o dalle folgori: e i muscoli si schiantavano nel far le veci della forza meccanica: e i disagi e mali della vita non avean sollievo: non ricoveri per mendici ma abbandono: non per infermi: niun farmaco che non fosse propinato fra gli esorcismi e il ciarlatanesimo di astrologia sanitaria: e la ostetricia, scienza della vita, nemmen nota per nome: e il vaiuolo innanzi dell'innesto: e la peste e il mal francese incurabili: e quant’erano malattie dominanti con l’antica loro fierezza innanzi che la scienza le blandisse: e ogni altra sofferenza o guaio prima che l’arte attenuasse fino il dolore, e le cure certo prolungassero la vita: quando ninna custodia o guarentigia s avea la vita materiale. La durata a cui allora ella giungeva, messa a fronte di quella d’oggi, quanti ammaestramenti o moniti non ne darebbe (68): quella sola notizia basterebbe a farne patire in pace se l'istoria tacesse invece di qualcuno de tortuosi viluppi suoi: né a trionfo maggiore avrebbe. potuto aspirare Bacone, lo scrittore dei fini della vita umana, sovra di Platone, il filosofo della inerte contemplazione. Ma se non quella notizia, vuole ventura c he, ad arguire di quanto crebbe la vita degli uomini, dalle età gentili a questa nostra, via via la materiale migliorò, noi conosciamo le varietà di sua durata in molti stati Europei e in ciascuna regione d’Italia, sacondo che le guarentigie e cure del benessere materiale sono maggiori. Niun’altro criterio può meglio a vivi e lieti o tetri colori raffigurarci le vicende dell’uomo dal nascimento alla morte, le sofferenze od i sollievi che la società gli offra, e la miseria letale, e lo abbandono della prole, e la perdizione de gittatelli, e le morti precoci, e le infermità incurabili non antivenute da cure o farmachi, e la niuna assistenza publica. A questa sbarra traggiamolo sgoverno, del reame e la inferma regione nostra, cercando quanto vi duri la vita dell'uomo a confronto con la durata sua in altre contrade. In tutta la penisola la media vita computasi d’anni ventisei e due mesi: e nelle provincie del mezzodì, terribile accusa, non più di venticinque e mesi cinque: e nella, Basilicata, a tale può giungere la miseria o l’incuria o la sfrenatezza della vita, eli’è di soli venticinque anni. Ogni abitatore vive adunque nella regione nostra sette mesi meno che non que’ dell’altre contrade del mezzodì; e fino a un anno e un sesto mene che non vivano per media quanti abitano la penisola. Cosi turbate le leggi della vita accellerari fra noi quelle della morte: la età dell’incuranza della vita materiale trascorse per tutte, meno che per la regione nostra: nella quale i guai dell’antica, sopravvivuti alle migliorie che altrove li arrestarono o li bandirono, pare proprio vi stieno a confino o ad ultimo rifugio. Certo che la età nuova, la quale taluno disse della Publica assistenza, serba tra noi i mali dell’altra, ch’era a età dell'abbandono o dell’incuria. Nè è ben certo che la vita umana fosse allora meno durevole di quel sia oggi in Basilicata; o se colà uomini ch'hanno ad esser retti da leggi ed ordini e costumanze civili, vivano di più che non que’ di Cafreria e Barberia, regioni prossime.



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X. Ma anco a più atroci verità volgesi il mesto pensiero. Che se crescono gli abitatori a ragione del benessere e della feracità del suolo, per modo che lo aumento loro maggiore incontrasi laddove la natura si par più prodiga, nel piano più che sovra colli e creste alpine; ove istrade dischiudono arterie alla vita, sbocchi a ricolti, e v’ha rigoglio di ubertà e di ricchezze, meglio che dove dirupi e cigli insormontabili e piani perigliosi, senza vie, chiusi a traffici od alle indùstrie, offrono stenti e miseria; vuolsi da ciò arguire quant’abiezione e sordidezza di vita ha da affliggere la misera regione se la precipua tra le libere sue forze apparve tocca di isterilità: ond'ella discese a grado di ultima fra le contrade meridionali e, osiam dire, della penisola intiera nella via dello incremento di abitatori. Che se a doppiarli nel regno nostro, crudele verità per chi abbia l'occhio all'Inghilterra ed agli Stati Uniti, si convengono anni centrentasei, in Basilicata, computo di feroce esattezza, voglionsene oltre duecencinquantaquattro: un quarto di millenio.

Tristo presagio il quale ha la sua angosciosa radice nella durata delle vite e nell'annuo loro aumento: che nel sessantuno fu riconosciuto in tutta la penisola e nelle regioni del mezzodì giungere a sei per ogni mille abitanti, e in Basilicata, e fu ventura di un solo anno, a quattro.

Nè ancora è colmo il vaso. Avvegnaché nell'anno di poi si vide in questa regione il fenomeno, fors’unico nella civile Europa, di una mortalità, senza vi desse causa lo infuriare di epidemie, per fino maggiore delle nascite: prima discesa della umanità retrocedente verso il nulla, in via per la sua distruzione. Sollievo iscarso s’ebbe nell’anno seguente il quale, ripudiata cosi nefasta eredità, rivelò un incremento di tre cittadini ogni mille: tanto in basso, sotto di un ciel si benigno, può scadere la forza dell’umana vitalità. Notevolissimo fu poi questo, che nel solo sessantadue il numero dei morti tra i maschi superò di mille e quattrocento quello delle femmine, e nell’anno di poi di circa settecento: in un sol biennio erano quindi scemati gli uomini di oltre due mila. Angosciosa cifra, la quale di per sé vale poi ad istoriarci le delittuose vicende cui soggiacque in quel torno, a raddoppiamento di guai, l'ampia nostra regione. Cosi la scienza de’ numeri ci dicesse ognora più brevemente, che non le parole, gli infortuni dolorosi e le colpe.

Nondimeno negli anni di poi la vita umana si sollevò di alcunché dall'invilimento od atrofia crudele da cui un istante parve afflitta: e fu progressione iscarsa, a petto di altre regioni, ma per la nostra notevole anco non ne muti le condizioni, solo perché vale a presagirne la virtù quando, per virtù delle mutazioni che gli ordini e lo stato suo invocano, si sollevi da’ guai che la conturbano, dallo strame in cui giace. Onde gli abitatori suoi, oggi radi su di superficie che niun altra regione possiede, dove almeno giungessero alla densità media dell’intiera penisola, da cinquecento mila, cui oggi ascendono, salirebbono a un milione: od a quella del Milanese, ne conterrebbero più di tre milioni e mezzo: o s’addensassero come nella regione ch'ha per capo luogo Napoli, supererebbero li sei milioni: tanto è vasta la Basilicata ch'ella accoglierebbe allora da sola, pressoché tutta la popolazione dell’ex reame, ed una quarta parte degli italiani: a cui gli abitatori della regione nostra istanno oggi nella esile proporzione di uno a cinquanta.

XI. Della quale vita inane od esangue verranno in luce le riposte cagioni via via l’ordine di questo libro rischiarerà ogni faccia di quell’ampia contrada. Ove intanto avviene caso novissimo: che ancora su di cosi vasta superficie, ma incolta, e dove gli abitatori riescono rade unità sperdute nello spazio, pure soverchiano di guisa le forze del suolo e delle industrie, che le braccia sopravanzano al lavoro: onde, quale vitalità che trabocca, corrono la ventura sciamando in terra altrui a cogliervi più abbondevole o meno ingrato nutrimento. Migrano cosi ogni anno da questa regione circa, mille e più unità sottratte e per sempre alla vita sua: il che è così divenuto costume di certi paesi che d’essi può dirsi quel che de’ Liguri, cui è valevole scusa la scarsità del suolo e lo spasimare di lavoro senza rinvenirlo ove nacquero, lo emigrare essere divenuta una loro seconda natura. Numeroso e costante in ispecie da Maratea (69) Rivello (70) e da Marsicovetere (71), e in cerca di fortuna per la Ispagna, Francia e le lontane Americhe: dove o li affligge la penuria di lavoro, o incontrano fatiche esiziali: ond’è raro che di alcuno s’abbiano più nuove ma fra l’oblio di tanti, le liete di pochissimi valgono a cancellare ogni ricordo delle migliaia perite invece per fame e stenti in estranee contrade, ed a serbare il costume di fuggire il patrio nido.

Se non che da più larga ferita spiccia sangue: emigrando, e in numero di centinaia, perfino fanciulli e musicanti, in ispecie da Viggiano (72), tant'è universale colà l’arte dell’armonia: girovaghi poi di comune in comune, od accolti a mandre da speculatori di umane creature, i quali le sparpagliano in Ispagna e Francia, o le scaraventano nelle coste dell’Asia e fino nell'in fuocata Affrica, donde se ne sa più nulla: misera fine di pianticelle divelte alle cure materne o ripudio della famiglia, cosi premorte al nascere od invecchiate innanzi il crescere, fra stenti e fame e battiture inumane: onde le membra di creature nate fra noi, lacera e schianta la schiavitù nelle regioni de’ barbari: e più pietosa del cielo e degli uomini è alle volte la terra che loro offre sepoltura.

XII. Dicansi di quelli che nel suolo natio si rimangono la vita e i guai, e senz’orpello, ma con istudio del vero, ché perfino il raccapriccio de’ mali è parte del rimedio loro: cert’è sprone ad apprestarlo. La dimora ritrae da se sola la più parte delle sventure di quegli abitanti. Sfuggono gli isolati abituri, i casali, i luoghi minori, e corrono a maggiori: per modo che sovra di cento vivono entro paesi ben ottantatrè: altri sette ne’ casali: in isparsi tetti o ne’ campi rimangono appena dieci: all’invece dell’intiera penisola ove per media incontransene quasi tre volte più: od in taluna regione, a mo’ d’esempio Toscana, più di quarantaquattro per ogni cento abitano la campagna (73) . Ond’è che, sovra di mezzo milione, vivono nella Basilicata appena dieci mila in isparsi abituri, quattordici ne’ casali, e ben quattrocento settanta migliaia entro paesi.

Profonde cagioni generano queste inesorabili cifre: o meglio compendiano quanti guai colà si accolgono: ché il primo segno di vita rigogliosa ovunque si ravvisa nell’espandersi degli abitatori sovra il suolo che sta loro attorno. Ma avviene ciò laddove il patto colonico abbia recato li suoi frutti: e li proprietari non più tiranni de coltivatori studiansi sollevarne lo stato. All'invece della regione nostra ove fra quelli e questi non corre né armonia né accordi guarentiti: men che meno comunanza di ricolti: alle prese gli uni cogli altri: umiltà d’oppressi: tracotanza di oppressori: solo pari in ciò ch’odiansi a vicenda: e l’ira de’ servi, fremito d’uom pesto, non è più mite de’ tormenti e sfregi impuni con cui i notabili li ricambiano: e chi fra di essi protegge mai o vendica le ragioni degli umili? Coltivano adunque le terre sordidi e pigri braccianti, ad opera e girovaghi: picciol numero vive sul suolo bagnato de’ loro sudori: sfuggono li più il dimorarvi non essendogli legati che da memoria di patimenti, non da speranze di più ubertoso ricolto: perché carestia od abbondanza, infuriar di bufere o. clemenza di cielo non iscema non addoppia la vile mercede di que’ servigiali, non, coloni, di campi. Arrogi agli stenti che vi durano, al cibo iscarso o appena da’ hruti, agli abituri infelicissimi quali davvero i bruti solo avrebbono da accogliere, le cagioni per cui gli abitanti qui son più, la meno numerosi: altrove poche unità sperdute nel deserto. Suolo alpestre nelle meno popolate comuni, pianura nelle maggiori, primo invito a fuggir quelle per queste, prima causa di agglomerazione. Ora paura di malviventi, or penuria di vie che accorcino le distanze fra terreni su cui avrebbono a vivere i coloni ed i paesi: da’ quali hanno a sperare cure, custodia nelle malattie, conforti di sacerdote, anch’egli abitatore solo di paesi: secondo invito a fuggire un suolo che non gli offrirebbe che tuguri da mettere pietà o minacciatiti ruina. E poi, tanta superficie non mai tributaria, ora boscosa ora sodaglie or roccie: e la proprietà indivisa, accolta in poche mani, onde la piccola cultura, disseminatrice di abitanti su del suolo, è nulla: altre cagioni ond’ei non inviti o trattenga abitatori. Donde la ricchezza prima ebbe ognora un primo impedimento a svolgersi, una diminuzione del suo valore dall’iscarsità o lontananza de’ coltivatori (74) : né li censiti iscorsero fin’oggi nei miglioramenti delle abitazioni coloniche, nel dividere i prodotti co' martiri della gleba, il più valido mezzo ad amicarli al suolo, accrescerne la custodia, doppiarne la produzione. Nè le magistrature che hanno in tutela l’individuo, come verrà detto più innanzi, reputarono rimedio alla agglomerazione, ch'è segno di decadenza, il volgere la ricchezza avita ed infeconda a crearne bene una maggiore con il dischiudere al suolo le arterie di vita ch'oggi non ha: aiutando del pari lo espandervisi degli abitanti.

XIII. Fuggendo perciò essi gli isolati abituri a discrezione degli elementi innanzi che, per la incuria de’ ricchi o parsimonia di puntelli a salvare la vita di chi si frange tutto il di gli omeri in beneficio altrui, rovinino loro addosso: e li campi ove stenti e fatiche mal condite dal cibo mesconsi a’ perigli laddove più infuriano briganti; ricoverano gli abitatori nelle città, vi riedono alla sera anco quelli i quali volgonsi nel di alle cure de’ campi. E si pare loro gran ventura avere un tetto entro paesi, quale solo essi ponno offerire: ché per umile e sozza sia la vita che la plebe vi conduce, vince quella di capanne in balia di bufere, sordido impiastro di paglia e mota. Onde accade a quegli abitanti il contrario di ciò che Tacita narra de Germani, i quali né viveano in città, né voleano case a comune, sibbene una qui, una là, presso a quel fonte, in quel campo, in quel bosco secondo loro aggradiva (75) . Il che muove grave dubbio se migliore dell’attuale condizione della plebe nostra non fosse quella de’ Germani or fan due mila anni. Certo non pativano penuria di quel principale farmaco ch'è l’acqua, come tra noi nel più de’ paesi costrutti intorno palagi di feudatari, ch'erano rocche, sovra cigli di monti ove non salgono rivoli o sorgenti: e vuoisi recar l’acqua a soma d’uomini e di donne e di fanciulletti, strazio da non si descrivere tant’è miserando. E pure avvenne a chi scrive di incontrare un di una. donnicciuola, carca di un barile d’acqua, la quale traeva da tre chilometri: incurvati gli omeri da cotal peso di soma, e pativa d’asma!: ansante lottava con il male che le insidiava nel seno il respiro, via via soffermandosi a riprendere lena: preme vaia la cura di giungere alla famiglinola, di deporre il grave peso, il rantolo dell’asma, e povera creatura, la morte: la morte a un tratto vinse l’asma: il peso gravitò su di un cadavere: né valse l’accorrere frettolosi a disciorre il barile dagli omeri di quella poveretta: era spenta!

Ma chi poi scenda a considerare, e chi scrive percorrendo la più parte della regione n’ebbe l’animo profondamente commosso, la interna struttura dei paesi, casolari gremiti, a ridosso uno dell’altro, e Senuria di spazio e fino di luce ed aura negli abituri ella plebe ove, a lato di esseri umani, albergano gli animali i più immondi; ed ai miasmi che il manca d’aria mantiene in quegli spechi, aggiungersi l'aura corrotta nelle vie ove gittasi e lasciasi ogni bruttura; 3uei non dubiterà più non fosse migliore lo stato e’ Germani, la dove era aria pura, acqua abbondevole attorno i ricolti, sol cura di raccoglierli, viver libero e largo e salubrità di campi. Colà né popolazioni agglomerate a nocumento della rigogliosa salute: né la vita era forse meno durevole che altrove, come accade fra noi, ove provvide cure non contrastano alle cagioni che la accorciano. Certo la condizione degli abituri ne è la prima. Qui precipizi, li quali soglionsi dir vie e cimentano chi ha da giungere alla dimora propria: altrove vie tortuose, sossopra, avvolte nottetempo in oscurità perigliosa a chi vi s avventuri: ovunque anguste, asserragliate e dove a profondità di due o più metri, per forò cavernoso od umil porticciuola, sboccano sotterranei melmosi, oscuri, pestilenti.. In altre regioni valgono di cantine: qui albergano umane creature. Loro viene poi l'aura o la luce dal foro ch'è porta e balcone a un tempo: donde oscurità o tenebre quasi perfette. Colà fucina per domestiche bisogne e senza comignolo onde il fumo vi s’accoglie, veste le pareti, lo respirano i viventi o fugge, esil filo, {er il foro della caverna: e serbatoi di viveri: e poiami, e capra, ed asinelio, taluna volta cavallo e giumenta: ovunque poi uno o due maiali. Fra cosi strani abitatori vivono fanciulletti e femmine e maschi: nuda paglia loro vale di giaciglio, o pagliericci immondi ch'ora accolgono bruti ora uomini: di soventi gli uni e gli altri ad un tempo: né distinzione di sesso o di età: la puerizia mischiata alla vecchiaja. Torbida aura e corrotta ove cresce la pianticella che appena la diresti umana: tramonta negli albori, cadaverica nel meriggio, pria tronca che pervenuta alla sera o vecchiezza.

XIV. Per cotali dimore le industrie agricole in buona parte si spostano da campi, raccolgonsi nelle città: qui la capra dispensiera di nutrimento: colà asinelli carchi d’erbe o legne accolte ne’ dintorni: altrove i buoi, anch’essi abitatori di città e paesi: ovunque il porco, immancabil capifuoco d’ogni tugurio, anzi loro sola ricchezza (76) . Per essa l’uomo di plebe, cui mancai ogni palmo di terra, può gloriarsi di attendere a industrie campestri: il campo è la via publica: non ghiande, ma le brutture che vi si gettano valgono al maiale di cibo: il ricolto s’ha ’quand’ei sia pingue. Perché da quella industria traggonsi una volta all’anno il costo di misere vesticciuole: il denaio de’ farmachi i il fitto del tugurio: la donora per le figliuole: il companatico. Fuori di tale ricchezza, la miseria della pleba non ha sollievo che dall’opre cui volgesi a torme nel mattino sovra campi adiacenti, e dalle fatiche che le sono serbate nel ritorno alla sera, quella del tagliare le legna, strigliar cavalli, recar pesi, strigner uve, trarre acqua da lontane fonti, e tant’altre ch'è pietà il tacere, per le quali l’uomo si curva a ufficio di somiero: per sì vile mercede che mette ribrezzo e non altro cibo che di pane inferrigno od ammuffito. cipolla od erbe fetulenti, rarissima la carne e morticela, e vino acerbo, quale serbasi pe’ servigiali di campi e di città: e niun oserebbe mai offerire ad agricoltori inglesi od operai di Francia, senza che l’inumano padrone corresse rischio di vita: se pure una legge di Inghilterra non l’avesse già da secoli consacrato all’infamia. Oùd’il porco, ch’è sol conforto di vita così misera, ha cure, né havvi di che stupirne, al pari de’ figliuoli: mescolato tra loro e membro delle famiglie, non gli mancano le moine de’ piccioli, il latte delle donne, a tale può giungere la cura d’allevarlo, e chi scrive il vide con gli occhi suoi, e gli amorosi sguardi del padre-famiglia, della quale è la sola gioja, il solo tesoro, anzi il sostegno.

In niun luogo meglio che laddove gli animali sono tanta parte e si proficua della famiglia, è dato intendere 1 adorazione che per taluni d'essi aveano i gentili: a cagion d’esempio gli Egiziani che li ebbero come Dei. Nè quel culto, sopravvivuto a’ secoli e quasi dominante in Basilicata (77) ( ) è dato contradire, né senza la ruina di tante famiglie distruggere l’industria de' maiali prima ch'altri beni e nuove industrie sbandino le campestri dalle città, dischiudano altro vivere a quelle contrade. Può chi nacque in Torinoe in Milano avere ribrezzo della compagnia o perenne vista de' maiali: non intuire le condizioni che ne fanno un capifuoco d’ogni tugurio: e tra sproloqui menare vanto o proporre esempli di cure edilizie proprie di siti ove la società vive sotto altre forme. Ma il pensatore non si ristà alla corteccia delle cose: né mai può sorgergli in capo, prima si sminuzzi la Srietà; ora di pochi, e sovr’essa si disseminino i abbienti, il pensiero di sbandire le industrie agricole introdotte nelle città, il che varrebbe come distruggerle per chi non ha campi ove accoglierle, senza del pari ridurre la plebe, ch’altra industria non ha, a peggiore stato di quel d’oggi.



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XV. Fra tanti abitatori ora bruti ora umani, accovacciati in ispechi ove di soventi hanno da vivere perpetuamente curvi, li paesi si rimangono nell’antico nido, nulla s’allargano. Costrutti sul ciglio di monti di cui la lenta opera de’ secoli spianò il vertice, male s’avventurano nuove abitazioni a ridosso, di pendii che il tempo via via insidia; onde più paesi minacciano mina, venendo loro meno il sostegno (78) . Nè da tant’altezza è dato a’ costruttori scendere fino a toccare il piano, ch'è si lungi, senz’imprendere a edificare altro paese e abbandonare l’antico nido. E s’ha verso di quello cosi cieco affetto che perfino laddove tremuoti con tremenda puntualità di tempo in tempo si rinnovano scrollando intiere città (79) , gli abitatori, tornata ch'è in quiete la terra, tornano a ricostrurle: fino colà ove geologi insigni prognosticarono altre e non tarde distruzioni: fin sovra colli che un’irreparabile ruina e lo incalzare de tempi va smantellando. A tale giunge la carità del natio loco che, per. tacere d’altri paesi, Montemurro, forse venti volte distrutto da tremuoti (80), ognora risorse dalle sue ruine, e anch’oggi attende impavido di perire e per sempre, quando gli sia venuto meno, come geologi predissero, il colle su cui è costrutto. Tacciasi poi e ai Sant’Angelo (81) le Fratte e di Saponara (82) e di Viggiano (83) e di Potenza (84) e di Atella (85) e di Melfi (86), luoghi che or furono mucchi di pietrami or città, di bel nuovo risorte la dove pria sorgevano e giacquero. Ond’è che fino le cure di riparare alle ingiurie de tremuoti per li quali, cosi di frequente, ampli edifici, vie gremite e città intiere disparvero, hanno distolto dal costruire nuove case o ricoveri migliori non sieno gli antri oscuri ove la plebe oggi istà allato dei bruti. Appena bastarono in taluni siti braccia e fortune a ristaurare le magioni nabissate, sgombrare il suolo dalle ruine (87) innanzi ch'altro scuotimento mutasse in macerie le superstiti. Ma altrove apparvero manifesti segni di malavoglia o avversione de’ notabili a che le famiglie ammonticchiate e le comuni si slargano: premendoli più la Saura rimanessero sfitti gli oscuri spechi, giacigli uomini e bruti, di quel che il benefìcio di nuove costruzioni (88) . Ond’è che più conati ad avvivare l’industria ampliatrice di paesi, s’ebbero dapprima contrasti: vinti i quali loro succede la inerzia ove s’immota la vita: e cagioni di quella, il manco di commerci, pigri capitali od iscarsi e la publica miseria. Pertanto in due luoghi si parve, ma per brev’ora, riuscisse di superare ogni impedimento. Nell’uno stipati gli abitatori in iscarsi tuguri, da lustri e lustri chiedevano abilità di costruire abitazioni fuori della cinta su di ameno colle, avversi ognora i notabili per cagioni varie: ma la maggiore il pensiero rimanessero sfitti gli antichi tuguri: quando un egregio giovane (89), e dicasi a titol d’onore, ch'avea dominio su di quel suolo, a un tratto. offerì rinunciarvi: si spartisse a chi non avea abituro proprio: le grida, le istanze di un quadrato di quel terreno furono tante che allato dell’antico poteva sorgere nuovo paese. Quel luogo è San Mauro Forte. Altrettanto, avea da seguire in Salandra (90), dove alle ingiurie de’ tremuoti aggiunti gl’incendi e le ruine de’ briganti che vi penetrarono nel lxi, non v’hanno tetti o ricoveri bastevoli: e pure colà venne spartito un vasto terreno, bastevole a doppiar la comune cui è attiguo. Esempli e moti d’animo laudabilissimi, ai quali è solo giuoco forza s’aggiunga abilità di governanti a trarne poi sagace partito onde non si rimangono sterili o in tronco; migliorinsi li tuguri della plebe; e venga meno tanta parte de mali che la bruttano.

XVI. Non era dato ritrarre lo stato civile o di famiglia di quegli abitanti, innanzi averne descritta la dimora. La quale rivelando accovacciati sullo stesso giaciglio fanciulli e femmine, orrendo a dirsi, offre abito d’incesti frequenti tra fratelli, tra cognati, e chi sa se perfino tra genitrice e figliuolo, figlia e padre. D’onde li naturali hanno proporzioni strazievoli: lo intristire della prole ch'è frutto d’incesto: l’obbrobrioso costume: il ripudio: il facile disperdersi delle famiglie. Le colpe agevoli dacché fino la infanzia fu scuola di colpe: il tetto non fu tempio di costumi, ma postribolo: la creatura umana vi crebbe arnese di voluttà: ond’avviene aspiri quasi meno al coniugio che non a stato di concubina: e ve n’ha per ogni ordine di cittadini: fino pe’ chierici: traggonvela i genitori quasi, a nozze: non aspirano di soventi a delle più sacre.

Il ripudio della prole n’è il primo frutto: onde poche altre regioni o nissuna ha si larga piaga di gittatelli: li moltiplicano lo abbandono ch'è frequente in tanta miseria, fin de’ figliuoli legittimi: o snaturate che mutano il nome di madre in quello di compra nutrice: battezzano quale gittatello il frutto pudico della famiglia. Quanta sia tal cancrena, la quale anziché guarire pare che allarghi, lo dica il numero di quegli infelici: quale lo infortunio, l’annua loro mortalità. Ogni anno aggiunge per media da settecento gittatelli i quali, moltiplicati per la età della vita, sommano a quaranta migliaia sovra mezzo milione di viventi. A quella che meglio di vita è strazio raccapriccevole riparano morti pietose. La vita è questa: gittati a perdizione per le vie, usi a vivervi o ignudi o laceri, in picciolissima età correrne i rischi, apprendervi ogni mal costume: niuno proteggerli: in nissun periodo sovvenuti di pane o di lavoro: finché morte benigna non li accoglie. Mainò: ché lu оgo la vita pure un’incresciosa memoria li persegue, quella de’ primi anni in cui fida ti a una nutrice, ottenea la mercede dovutale a strappi, a grazia, fra pianti e stenti, con ritardi di anni (91) , ritagli di usurai (92) , a spinte e offese, con men garbo di quel non gittansi le ossa ai cani. Cosi la creatura invilita, o nutrita come fiera, ci esce all’odio, agogna e compie poi vendette, come più innanzi si dirà, che paiono di fiere: dove non la trattengano le precoci morti, pietose degli stenti e mali trattamenti che mutano in avventurose le infermità onde assottigliansi quelle misere vite. E la morte infatti ne spegne nel primo anno quasi un quinto: altrettante ne’ successivi: o il doppio dacché escono di nutrice: li restanti strugge il ferro o la galera, estremo ricovero innanzi la fossa. Vien mena il cuore a tanta infamia (93) .

Tra ripudio di naturali o no e perdizione di gittatelli crescono li legittimi: i quali istanno agli altri in proporzioni da suscitare ribrezzo. In più di un sito lo scrittore di queste pagine, a titol di studio de mali non meno che a vivissima passione di rimedi, accertò sovra i registri dello stato civile che per due naturali v’han tre gittatelli e dieci legittimi: la colpa generare’ quasi quanto la virtù: terribile parità di concubinato e di coniugio, onde la sociale comunanza ne è sconvolta (94) . Li legittimi convivono poi di soventi sotto il tetto de’ naturali: fra gli uni e gli altri i gittatelli: tre fratelli Tuno legittimo, l’altro naturale, il terzo gittatello: il genitore lascia al primo le sostanze: agli altri due, finché li ha sottocchio, dà cibo appena bastevole, perché hanno da spartirlo con la madre o la nutrice: della quale poi esige la mercede: onde le prime cure, cosi vuole la ventura che non lo volle gittatello, sono del figliuolo legittimo: poi dell’altro che l’è del pari ma fu iscritto tra gittatelli: ultimi i naturali, le cui nutrici non han dritto a mercede, ed a quali lo avere un genitore od anco due palesi di soventi è peggio ventura di non averne alcuno. Lo stato civile o di famiglia di queste creature te lo dicono le vestimenta meglio di quel che esse mani festino la condizione: che anco gli abbienti vestono umili: e taluna volta saltellano in sulla publica via quasi ignudi, od appena cuoperti da un lino. Ond’è che se ti abbatti in un figliuoletto bastevolmente lindo, li cui piedini sieno accolti in scarpette, abbia ricuoperto il capo, attillata la personcina: e gli sia accanto una creaturina discinta, co’ piedini ignudi, le membra solo per metà vestite: ed un’altra anco più misera, avvolta in un cencio che non ebbe mai forma umana, il capo crostaceo per brutte infermità, le membra sordide, tutte scorie e piaghette, e piedini che sanguinano, nudità lacrimevole: qualsiasi la condizione del genitore di pure che il primo gli è figliuolo legittimo: il secondo gittatello: e l’ultimo, pianticella a cui fu nemico il cielo che l’avvivò, di ch'è figlio naturale, il quale è dammeno del secondo perché non gli fu dato salire a grado di gittatello, averne il tozzo di pane: e nondimeno tutti e tre nacquero fratelli: di soventi da un’istessa madre li primi due, frutto entrambi del coniugio: e a tutti e tre è padre un solo.

XVII. La famiglia, checche ne dica un bell’ingegno (95) , non ha unità: fra 1’accozzaglie o colpe in cui si avvolge, cresce e si discioglie: né fuggito abbia il figliuolo il tetto paterno vi ritorna: forse taluna volta il legittimo, ma il naturale certo mai: anzi è pianticella che divelta dal suolo ove nacque scade dalla memoria perfino del genitore: il quale né s’affanna a conoscerne la ventura, né gli avviene di saperne mai nulla. Più durevole l’affetto quando il naturale crebbe con la madre, si pertinace nell’amare la sua creatura, a cui si sforza di valere per due genitori: riparare alla colposa dimenticanza del padre; ma poi divenuto gagliardo sfugge anch’egli la poveretta che gli dié la vita, che lo nutrì chi sa mai con quant’affanni; èd allora il figliuolo conosce più nulla anco d’essa: muore e forse tra stenti incurva da guai più che dagli anni, e nulla sa quegli della morte: rapprende poi a caso e non sa mai ove sia sepolta! (96)

Ed il coniugio è pure meno frequente del celibato (97) : il quale è piaga si grande che la società intiera egli sforma: se ne centri minori è caso, ne maggiori è la regola: all’invece del coniugio ch’avrebbe ad essere costume dell’universale e supera il celibato solo ne’ centri meno popolosi. Ma agli sponsali, nefando a dirsi, supplisce il concubinaggio: il quale ha ogni sembianza di coniugio: accolta la concubina nel tetto, dell’uomo: intiera, finche vi rimane, la comunanza de’ beni: corona di figliuoli: battezzansi nel nome d’entrambi i genitori: infingimento nissuno: copia di famigliar! attorno: amistà, parentele, non meno nefarie: quasi come tra famiglie perfette. Vi mancò solo la benedizione del sacerdote, o perché volle cosi la ra§ione delle fortune soverchiamente disuguali, o la onna fu già d’altrui, o l’uomo ha altra famiglia. Ma poi molte volte ei che n’ha due, e due progenie, riconosce entrambe, a entrambe dà il nome: li figliuoli tramandanselo: il costume publico non li distingue: solo gli uni redano il nome e i beni: gli altri il nome soltanto. Allora la moglie che divide il marito con la concubina: ch'ha sugli occhi il frutto de’ due coniugii, i figli dell’una saltellanti co’ suoi: che non ha imperio nemmeno nella magione, ove perfino accolgonsi frequente la sposa e la druda del marito e la sorella druda altrui e figliuoletti di più letti e quanti incrociamenti il rotto costume perpetra; rinnega il tetto che non è tempio: ove non ha voce: anzi è offesa la dignità di moglie, l’aureola di madre» la coscienza di donna: senza le sia dato sollevarsi da tanta umiltà per elevatezza di mente o di studi che non ebbe: sol’ebbe polso per fatiche domestiche, od a lottare coll'uomo finché ella si curvi alle percosse. Non cemento della famiglia, ma innocente cagione o pietra di discordie, s’adagia cosi a non aver mai voleri, all’oblio, allo spregio d’ognuno: le rimane solo fibra a patire strazio pe figliuoli suoi i quali le sfuggono da ogni tutela, appena grandicelli: usansi a dimenticarla, anch’essi, a imitazione del genitore, del quale prima fu arnese di voluttà, poi madre e mucca de’ figli: per breve ora massaia: da ultimo ancella.

XVIII. Quel che in altre regioni le vale di sostegno a durare nella virtù, la fede, qui le rende altro ufficio, auello di sollevarla, innanzi i propri occhi, al di sopra ae’ suoi. Non può soverchiarli di cultura, a cui la poveretta non si abbeverò mai, si li avanza per domestiche virtù, essa sola pudica fra tante vergogne, e per un che di chiesastico, se non di mistico, che le viene dalle lunghe dimore nel tempio, suo rifugio dall’umiltà nell’abituro proprio: solo conforto alle amarezze che la turbano; od unico momento di quiete dalle fatiche che la incurvano innanzi gli anni. Le venisse meno a un tratto la fede o il tempio, la umiltà o sventura sua toccherebbe l’estremo. Nè havvi di che meravigliare se la religione sia per lei quel che nelle età andate, scudo contro le procelle della vita. scampo o rifugio da tormenti ch'essa le offre: e nella foga del credere mesca ai sommi veri i miracoli quasi, loro prova ed esempio. Onde non ve n’ha alcuno a cui ella non presti fede intierissima: il sangue di San Gennaro, con universal compunzione e geografica sudditanza riconosciuto, perch’è nel capoluogo dell’ex reame, quale santo de’ santi, bolle ( ) (98) : oh quant’è mai miracolosa la spina del Signore (99) : volò tre volte il fraticello di Salandra (100) : alla Mariangela mori il figliuolo perché l’avea tocco una vecchia (101) : Ciccio Paolo stregava la Filomena perché sconciasse e sconciò: oh quel Ciccio Paolo non falla mai: io gli corro innanzi con la salciccia ogni volta s’appressa (102) : e un annegato oh’avea addosso la immagine del Carmine risuscitò: la madonna fece visita a un’inferma che le era devota; e quisquilie e fattuccherie; simili pure il cervel della donna sollevano al riposo da fatiche, alla quiete dai dolori: e si traducono poi in scapolari e santi e rami benedetti, e ciarpe di devozione ch'ella ha in ogni ripostiglio della casa e addosso la persona. Dimorata ch'è lung’ora in chiesa, torna all’umiltà del tugurio o della casipola, e le pare poveretta di riederne con alcun prestigio: e certo con il solo che, a’ suoi occhi, le sia dato conseguire.

Ai lari domestici, a cui recò dote iscarsa, le tolgono prestigio, onde scende si presto dal pensiero dell'uomo, gli arnesi del vivere che l’attorniano, le vestimenta umili, la lindezza maculata fra bisogne domestiche ch’ella sola sorregge o adempie (103) . Quant’offrono le famiglie di tristo, l’umiltà della casipola, la ospitalità de’ bruti, la inopia dell’acqua, li figliuoli o luridi o ignudi, tutto ed è ragione, si specchia su di essa e la umilia. La nudità, prima che il vestire o la persona, distingue la fanciulletta: lo abbigliamento, con artistica' varietà, la fanciulla dalla sposa: e questa dalla maritata. Quà e la incontransi beltà romane, incorrotte lungo tanti secoli, od italo greche, o greche schiette nei lidi Ionici già Grecia magna: fini lineamenti, carnagioni bianchissime e vermiglie, sangue puro, rotonde forme e membra rubeste: onde quelle, a tacere d’altre, di Avigliano (104), di Ferrandina (105), di Tramutola (106), di Pisticci per rara venustà vanno famose. Ma altrove, specchiansi nella donna le infermità per cui la vita non è in questa, a pari d’altre regioni durevole, gli stenti o la incuria in cui visse ne’ primi anni, le fatiche alle quali s’incurvò, e d’ogni maniera disagi e viver misero, o li tralignamenti umani tra l’universale incuria della vita materiale. Onde la orridezza di taluni luoghi è vinta fino dalla bruttezza femminea, senza riscontro con altre contrade: sformata cosi da non destare né affetti né bramosia. E la bruttezza non è, in taluni luoghi, men secolare od universale di quel che nei sopradetti la venusta meravigliosa.

La fanciulletta la quale cresce pianticella che niuno coltiva, in foggia di cenci o ignuda, tal è il costume dove più mite è il clima, perde intanto ogni senso di pudore, sforma sé stessa, anco pria divenga arnese di concubinato o laico o sacerdotale. Fatta poi ch'è donna, veste o tutta o parte di panno, di più colori: perso in Latronico (107) e in Carbone (108), vario poi ne’ tempi di lutto:, qua e la nerognolo e a doppia gonna: rosso a Ferrandina: verde a Ruòti: giallo a Maschito (109) : bleu a Lauria (110) ed in Avigliano (111) . Ora ha il capo ricuoperto {ur di un panno riquadro, ch'è perso in Moliterno (112), listato bianco e nere in Viggiano (113) : altrove di un-lino, bianchissimo e leggiadro in Avigliano, ornamento del sesso, che v è di singolare bellezza. Anco il corpetto che s allaccia sul seno ed ha maniche distaccate offre gran vaghezza e varietà di colori: scarlatto in Moliterno, turchino a Lauria, perso in Carbone (114) , Castelsaraceno (115) e Latronico (116) . Quelle di Moliterno vi aggiungono una pezzuola a ricami con la quale ricuopronsi il netto: in altri luoghi un triangolo di cartone, in seta. e ricami, ad ornamento ed a sorreggere il seno. Sino varia il color delle calze, di vivido rosso in Avigliano S turchino in Lauria (117), e perfino de’ grembiali tra cui notevole è quel di Castelsaraceno (118) e pochi altri luoghi, di marrocchino bianco a trafori in sull’orlo. Qua e la poi costumi ch'hanno dell'oriente: in Casalnovo (119) e San Costantino (120), più che altrove, le donne vestono grecamente: gonna di color rosso: e s’avvolgono il capo con il diadema o caschetto ricamato che nel favellio albanese ha nome di chese: altrove acconciature di capegli ora carche di ottonami, or d’argenti, or d’ori, e fino di acciaio in forma di stocco, avvolto tra la chioma, a trafiggere chi le tenti, esse ch'han già trafitto, come disse poeta insigne improvvisando (121) ,con gli occhi.

Per talune solennità di credenti, la donna esce dai cenci e s’ammanta, in alcuni siti, di gualdrappe o vesti quasi turchesche ch'ha dall’avola o dalla frisava, e serba con ogni cura per la figliuola, di broccati in lana in seta e fino di argento e d’oro. Chi non vide la festività del Carmine in Avigliano quei non conobbe mai incantesimo di costumi, di variati e vividi colori, di bagliore o luccicare di fregi e ornamenti, onde le donne hanno carco il seno e le braccia e le treccie, splendide poi quale la fantasia dipinge la figlia dell’Asia o la Giorgiana altiera.

XIX. A un tratto viene meno alla donna ogni bagliore rincasata sia, tornata a cenci, ed avvolta fra le domestiche cure. Delle quali a taluno parrà strana qui si discorra a disteso, a ritrarre gli usi delle famiglie, quasi che il lasciare ricordo del come intiere popolazioni oggi vivano non fosse pregio maggiore di quel che tramandare a' posteri o qualche gran delitto, o sterili fazioni di guerra. Prepara la donna il cibo, ma non si assiede quasi mai al desco cogli uomini: anzi dirado vi s’accoglie la famiglia: ognuna si nutre ad ore proprie ed a parte: in estate quasi sui gradini della soglia: in inverno attorno il fuoco, in quella ch'è detta focagna ed è cucina: colà scampano dagli algori del verno, che v’è tremendo, senda i paesi a picco di montagne: colà cibansi: raccolgonsi la sera: giuocano: trattansi li negozi della famiglia: gli uomini riposano dalle lunghe corse cavalcando giannetti intieri attorno i campi ch’amministrano e vegliano da. se, o dai sollazzi della caccia, a cui volgonsi a torme, per comune difesa, con gran trasporto: nembrotti in cenventottesimo. Nè la più parte ha o vuole altre cure. Le case per lo più esigue, male spartite, peggio custodite. Le più ad un sol piano, laddove in specie la terra freme e scuotesi frequente: la focagna ch'è cucina precede le stanze cubicolari, la sala: alternansi gli ambienti pe’ figliuoli con il pollaio, il ricovero de’ porci con la guarda roba, e il tugurio dei servigiali con la cuccia de’ cani (122) : li balconi o serrami noncurati pertugi a’ venti che spirano fieri e alpestri e t’assiderano fin sotto l’ampia focagna. Appena in talune magioni di ricchi v’hanno mostre di lusso. Il cibo è quale offrono le industrie agricole del sito: di buoi o vacche inopia grande: rado uccidonsi: e mai in taluni paesi ond’è caso compaia quella carne fra’ cibi della famiglia: nutronsi invece e tutto l’anno di maiali: serbansi in salamoja, a quarti, e poi si lessano, si manicano, si rosticciano. Poche e primitive, in tanta copia di quella carne, le industrie de’ salumi. Molti latticini ma non delicati: manca loro l’arte per cui Lombardia è meravigliosa. Fra le ghirlande di viti onde i colli sono ricolmi, copia d’uve e di vini, ma non han pregio. Abbondanza più che squisitezza di cibo appare sulle mense de’ notabili, salaceo per carne maialesca in mille guise manicata o asperso di pepe e zenzero e aromi: e rozzo companatico ai peperoni ed erbaggi e mischianze acerbe, piccanti sul desco, della plebe: non ultima fra le cagioni di malsanie, caldezza di temperamenti, e vita non durévole. Ma è poi virtù di ricchi e fino di poveri, sopravvivuta alle lustre de’ tempi nuovi, la ospitalità: cosi cordiale che ne pare di vivere nelle età antiche, laddove era sollevata a fastigio di culto (123) : riputato è disonore il negarla altrui: pregio l’offerirla: e gran ventura se accolta: dura la costumanza in specie laddove non v’hanno alberghi, e un tetto amico, un focolare domestico è l’usato e solo ricovero di ognuno. Quanti poi annovera la famiglia, tutti intorno all’ospite studiansi di porgergli cure, meno la donna, la quale raro è s’accosti al commensale, e gli renda altro ufficio di quel che prepararne le vivande. E quand’ei se ne parte, muovonsi insieme a lui que’ della magione e li parenti, i famigliari, li guardiani de’ beni: e seguanlo non pure a suo decoro o ad ultimo ufficio di ospitalità, ma a scolta e difesa sua lungo il cammino. E fosse pure il capo della magione un manotengolo di banditi, per quella volta l’ospite è certo di non essere venduto e ricattato; onde la ospitalitàè tale virtù che non ebbe mai pacchia: e cosi perdura. Di altri costumi e forme del vivere e virtù e vizi sarà discorso nello svolgersi di questo libro.



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XX. Per le cose sopradette molte tra le umane creature, di soventi concepite nel delitto o vivute senza luce od affrante da tormenti e pene insidiatrici, compiono la umana giornata innanzi sera, premuoiono alla vecchiezza: onde si mantiene la radezza degli abitatori. Nondimeno è pregio dell’opera il raccogliere, quasi in uno specchio, quel ch'è gran parte dell’istoria di quegli abitanti e delle condizioni e loro disagi, le vite tronche per fine violenta: cosi numerose che se n’ha altra ragione perché la pianta uomo qui intristisca e non metta rami, e de’ profondi mali che tra la umana convivenza serpeggiano: sicché ella vive fra tempeste. In un solo anno le morti improvvise e furono dette di apoplessia, ma chi le accertò ov’è penuria di esercenti sanitari, tolsero da sessanta vite: dieci perirono di incendi, cosi frequenti in quei tuguri ammonticchiati d’ogni ignea materia: e ventisei gli annegamenti, umano tributo a’ torrenti e gonfie fiumane ch'è duopo traghettare a nuoto: quarantacinque vite disparvero per cadute tra’ burroni che attorniano paesi e per rovinio di tuguri e scellerata incuria a puntellarli sul capo di misera plebe,'la quale credendo avervi riposo vi ha morte: quindici distrussero armi umane, scoppi improvvisi, o folgori da cui gli spechi degli umili non hanno schermo: altre sei vite spensero bruti, mescolati a creature umane, ferite incurabili: e di freddo, in tanta umiltà di vestimenta e di ricoveri, perirono otto: e fino tre, miseria estrema e lacrimevole, per fame: e dieci altre, tra cui due femmine, di mano loro si sottrassero alla disperazione di vita ch’era strazio abbominevole: ed otto neonati, ripudio della colpa, o della famiglia, da snaturate messi in pezzi o altrimenti uccisi: e centodieci altre vite tolsero proditorie uccisioni, a vendetta di plebe contro ricchi, o per gli odi si pertinaci laddove sofferenze e disperazione li rinterzano. E non si computano qui le vittime fra gli incendi, le mutilazioni di membra e le morti scellerate per cui il brigantaggio salse a fama che mette ribrezzo. Cosi per tante vene spiccia il sangue onde la vita di quegli abitatori, quasi esanime, non si espanda.

XXI. Vuoisi qui dire della preminenza civile fra gli ordini in cui si spartisce cosi strana ed afflitta società, plebe, notabili e clero. Che se le nascite or di incesto or di coniugio or di ventura, la dignità o stato civile delle famigliò, la dimora e le industrie da’ campi trapiantate in città, e fino gli usi del vivere, il cibo, e li perigli ove frangonsi le umane vite, delineano co' mali gli ordini della società, pure non ammisurano le loro forze: non dicono quali tra essi vi eccedano quali scarseggiano: e come l’uno stia sul collo dell’altro: ed a quale sieno tutti perpetuamente curvi. ché fra le anomalie o perturbazioni eloquentissime della vita civile nella regione nostra vi ha quest’una: invano tra plebe e notabili ricercasi ove sia il popolo: o tra notabili ed il clero, la nobiltà, ordine de’ migliori: onde la sociale convivenza quà e la appar dirupata: vi manca quella ch’è perfezione di piene, il popolo: e perfezione di ogni ordine di censiti, l’aristocrazia: e le grandi virtù, li maschi ardimenti dell’uno, e le coscienze timorate e magnanime, l’opere preclare dell’altra. Gli umili giunsero mai a dignità ai artigiani: manca agli altri lo splendore di grandi memorie, retaggio di esempli e lustro di nobiltà benefattrice: plebe e notabili o meglio popolani grassi che della scala sociale hanno tuttora da salire un gradino: il clero soltanto n’è alla cima: e vuole giustizia ornai ne discenda.

E tale è la plebe, abborrente da’ campi, aggrovigliata a’ paesi, ammonticchiata oggi in oscure caverne: non industre ma accattona: vinta da terribile coscienza dell’umiltà sua non v’ha umiltà od abbiettezza di servigi ch'ella non renda: curvata cosi, più che dignità d’uomo non consenta, fino a che sollevasi poi con l’arme, infuria ne' campi e s’insanguina, a tarda si ma terribile vendetta della vita sordida, abbietta, iscarsa di lavoro e di pane, ch’ella trascinò nel patrio nido: ribellione agli ordini della vita municipale più che alla autorità dello Stato od all’impero della legge. Mal tri la plebe scerrebbesi intanto la parte ch'abbia fastigio di popolo, e volgasi animosa a’ traffici e alle industrie, ch'han tuttora da nascere. Vive di cure iscarse e più scarse mercedi, termometro di povertà strazievole: le quali a' secoli di barbarie e’ sembra risalgano tanto son'oggi dammeno de’ bisogni e prezzi d’ogni cosa, e non bastevoli a spartire tanto pane che sfami la famiglinola, per grezzo sia e mistianze di nutrienti o ree granaglie. Vige ancora per gli umili la servitù personale nel costume di cibi a compenso di fatiche: onde giorni intieri corrono di servitù pel solo nutrimento, o l’ore della sera dal ritorno in città: avanzo di corvata di plebe a’ facoltosi. Gli onori o li dritti civili che le leggi nuove le consentono, ella cura, tra suoi stenti e pene e lacero di muscoli a cogliere pane che sfami l’ira famelica, meno, che nulla. Anzi uom di plebe reputa che le leggi nel concedergli que’ diritti si beffano di lui che mai apprese a leggere e scrivere, che pensò ognora secondo volle il parroco, che più e prima del governo temé il notabile del sito, e più delle leggi, l’ira sua. Ha persuasione fermissima che per l'ottimate sia la cosa più agevole di questo mondo lo imporsi al governo o imbrigliare la giustizia: onde a lui chiede che il figliuolino suo consegua la mercede di gittatello, ed il primogenito scampi alla milizia: essere assolto dai tribunali: graziato dal re: sfuggire il carcere, o il domiciliò coatto in. pena dell’aver recato viveri a’ banditi: e di giungere al posto di guardiano di boschi, di porti lettere od altro. Al di la delle magioni de due o tre fra’ più notabili del luogo natio non sospetta esista nulla di più magnificente: nondimeno Potenza, il capo luogo, gli par gran cosa bella: ogni casa e per lui un palagio: strasecolerebbe. vedesse Napoli, a quel modo si sgomenta al solo udire ch'abbia da andarvi, vederla innanzi morire: oh no, gli è sogno da sogni, per lui non è possibile s avveri: ma trema al solo sospetto d’esser condotto o in pena od a confino, com’ ei dice, fuori regno: il che vale per lui al di la dell’oceano. In tanta umiltà sua, ognuno è Eccellenza: ma giustizia, od autorità di governo, o benefici, o grazie ei non dimanda né a giudici né a tribunali, né a prefetti, né al Re: sibbene a questo o quello tra i maggiorenti o notabili del natio luogo, i quali, al dir suo, possono tutto.

XXII. E quelli sopravvivono a’ feudatari, a quel modo le fortune a’ maioraschi ed a’ fidecommissi, in onta alla legge che li bandi: e le proprietà da una ad altra generazione succedonsi intiere. Dove abbondano figliuoli l'uno s ammoglia: l’altro si dà al sacerdozio: la femmina va a marito con dote iscarsa, o pria andava in un monastero con nulla: se v’hanno altri, quei non han balia di coniugio, ma agevolezze al concubinato ed a generare prole che non abbia di’ ritti. Cosi più forte della civiltà o della religione del costume sono le ree passioni onde sopravviva, se non il nome, la sostanza de’ fidecommissi, de’ majoraschi. E le fortune ognora raccolte, accresciute da’ lucri del figliuol sacerdote, e vedremo più innanzi quali sieno, non scemate a educare od arricchire i rampolli del concubinato, a cui, quale coniugio, si consacrano gli altri della famiglia, istanno come scoglio accerchiato dall’ondeo dalla marea spumante e famelica di un proletariato che non ha confini. Laddove scarseggiano poi le fortune, soccorrono arti e professioni e l’abito o eredità di uffici publici, onde li maggiorenti, eredi della feudalità, ne esercitino davvero la potenza: e loro s’incurva riverente la plebe, ne ascolta i dettati, essendo quelli, tra’ laici, i soli con talune nozioni o artifici di leggere e scrivere e far di conti. Esercitano tutti gli uffici della comunità, nel cui maestrato non ebbero mai seggio gli umili: anzi quanti gradi accolgonsi nella periferia di un municipio perpetuamente inchiodansi al palmo de’ notabili. Impartiscono giustizia sedendo nella giuria, o surrogando li pretori, o componendo litigi quali conciliatori: hanno per di più dell’antica potenza feudale, agli occhi della plebe, il comando della, milizia, la balia del comune ove regnano e succedonsi di padre in figlio, tutti li diritti civili e politici, anco al di la di que’ che le leggi consentono, e nissun dovere, almeno la plebe non li conosce. E della feudalità antica hanno perfino la magione, e il tuon del comandò, e la boria dispensiera di grazie: ed amici a Potenza, il che vale per gli umili come il dire un piè sulla cervice di chi vi comanda: e le arti a ottenerne ogni grazia la quale pur graffi spietatamente la giustizia o la legge, per cagione d’esempio, assoluzione di rei, condanna di innocenti, scampo prezzolato dalla leva: ché all’imperio inesorabile della giustizia od alla incorrotta virtù, male s’inducono a credere. E perché non si spenga nissuna delle feudali mostre od infamie, il maggiorente parla a monosillabi, promette ogni specie di favori, o minaccia sue ire, od accusa: e per via di artifici riuscì davvero taluna volta a vendicarsi di emuli o di miseri coloni, trarre a domicilio coatto chi fino era ignaro di quali colpe fosse creduto reo, od a’ quali valesse quello di pena: inevitabile sconcio di giustizia improvvisa e senza forme e riti. Seduce la figliuola del colono, poi l’acqueta procacciandole marito, e giunge fino a dotarla, talune ma rare volte, di dieci ducati ch'ei largisce con il peculio delle istituzioni pie ch’ha in sua balia. Sovviene i miseri che lo richieggano di prestanze, a larga usura, e con il danaro ch'egli già accaparrò da monti de’ pegni e di credito: o presta la sementa, pria avuta da lui dai monti frumentari, a doppio mercimonio: o dà in fitto con larghezza meravigliosa un brandel di terra, ch’egli già, a vilissimo canone, ebbe dal municipio o dalle opere pie. 0 sul collo degli infimi ha la scure de’ precetti enei lancia o fa lanciare da’ suoi, secondo che a lui potente aggrada, per la riscossione di balzelli o di tributi. Ond’è che fino nella donora della figlia: nel peculio avuto a prestito: nella sementa del campicello: nel suolo, anch’esso avuto in fitto di seconda mano, e che l’aratro tormenta a strappargli ricolti ell'hanno da esser doppi, pel feudatario odierno e per se, ha la plebe da riconoscerne la potenza; o nel cibo che le dispensi accogliendola a desco la sera, a sol compenso di sue fatiche: o nell'angario davvero d’altri tempi, con cui ferma i patti colonici e li spregia: nega le mercedi (124) o rimanda i villici:non consente loro diritto alcuno: toglie gli aratri e gli arnesi rurali, o il maiale, unico tesoro del povero colono, quando la terra per tormenti o incurvarsi di omeri non abbia prodotto tanto che basti, pria a campare la famigliuola, poi a scontare il gravoso fitto del campicello od a render la sementa o il peculio avuto anch’esso a prestito e a doppia usura dal notabile. E più il meschino dovendo di frutto di quel che la terra gli produca: più consumando di quel ch'ei lucri; né gli è mai possibile rimettersi in pari, sottrarsi alla tirannide del capitale e di chi lo possiede (125) : o ridurre in salvo que’ poveri arnesi, che sono l’unico bene ch'abbia quaggiù. E pure tolgonsi al colono, a strappi e senz'altro rito o forma di giudizio fuori quello delle ingiurie e del prepotente arbitrio: e senza pena di ragion fattasi: chi oserebbe tradurre un notabile innanzi a giudici?; e senza lo trattenga pietà alcuna di afflitte e ruinate famiglinole. Verità angosciosa e strazievole, ma la distanza che un di correa tra popolo e feudatari è la stessa oggi che tra plebei e notabili: la servitù o suggezione dei primi, la prepotenza e lo imperio de secondi uguale, allora ed oggi (126) : uguali le insidie e le ingiurie: uguale l’odio che li divide: ne vedremo più innanzi le prove.

XXIII. 0 li notabili non hanno uguali o li han nella chiesa, la quale anzi li accerchia al pari di ogni altro ordine sociale, essendo l’arco o il circolo tra cui agitansi e vivono tutti: gli uni hanno sugli infimi potenza di dominatori, ma l’altra quella di chi preme l’anime de’ viventi, le nutre di pregiudizi, le commuove, le inebria con lustre e smancerie e baldorie rituali, le inchina, le asserva. Non sono li chierici per numero dammeno a’ notabili, né per ricchezze: si disdegnano averli ad uguali, forti della potenza di altre età o del prestigio o della gloria di una gerarchia la quale, al dire d’essa, sale fin dove l’occhio non giunge: e il capo tocca la volta de’ cieli: e ha da Roma che tributari hanno da esserle gli ordini civili e serve le coscienze. Onde si pare primo gradino a nobiltà lo avere un figliuol prete: e a chi talenti salire, volgesi più che ad altri uffici a quei della chiesa, dispensiera ai ricchezze, e vedremo più innanzi quali fossero quali siano, e di potenza: la potenza che ha il parroco che è un solo per ogni comune e vi è davvero Cesare: e nelle diocesi hanno i vescovi, a cui nell’addietro, e meglio si parrà a suo luogo, niuna autorità di provincia potea istar mai a fronte; e dovunque poi ebbero ed hanno i chierici. E forse gli è da ciò che ragione vuole si distingua il clero ch’ebbe ed ha, diremo cosi, spirituale comando ove dimora, dall’altro il quale vive affigliato a chiese parroccniali, a ricettizie, a collegiate: e non ebbe mai supremo grado né in una parrocchia né in una diocesi. La quale tanta parte 'di clero, che mai esercitò comando, null’usurpò e niente ha da rimpiangere, annovera buoni ingegni, cittadini egregi, sudditi devoti alla maestà civile. Non rinnegarono 1 onor di cittadini e di sudditi per la obbedienza a una chiesa che non arrossi di aver lieti, come elegantemente disse il Giordani, i giorni calamitosi a tutto il genere nmano: ed oggi si pregia di non aver patria, e di non riconoscere in terra autorità alcuna di sopra a lei: lacera i vincoli della famiglia ad inceppare tra quelli di sodalizio: scomunica l’amor di patria e gli ardimenti contro stranieri che pestaro il suolo natio, sol ch'essi le mantengano schiavi li sudditi suoi: vuole si curvino alla fede di leggende, ch’erano cibo di secoli fanciulli, ed ella vorrebbe abbagliassero gli intelletti tra la luce che oggi ci innonda: onde quella della chiesa è spenta. Ma non è agevole il ritrarre invece per sola efficacia o virtù li parole quanto sia pessima la più parte del clero ch'ha spirituale comando sulle coscienze; né vale diligenza a scuoprirgli addosso alcuna virtù. Non ha macchia di aver mai partecipato a riti di chiesa per ricorrenze di feste patrie: ch'ei spregia averne una; si partecipò a profane dando il voto negli squittinì politici,' non accade il chiedere a chi, fino al traduttore del Renan. ché di quel privilegio usa in odio della maestà civile e reputa nuocerle alleandosi a coloro che vanno nel nome di spiritati e di ultra: sendo i soli che gli offrano speme di trarre a perdizione la cosa publica. Nelle potestà temporali o mondane riconosce non solo tanti attributi del Pontefice, ma del vescovo nella diocesi, e del parroco nella comune: ed odia dell’oggi gli ordini che via via intesero a tarparne la sconfinata potestà, ch'avea un dì sovra ogni ordine civile. Vagheggia i tempi in cui l’ ipse dixit de’ vescovi era l' ultima ratio delle umane cose: ed erano li tutori de’ municipi e ne usavano persuadendone i magistrati ad aggravi spirituali, e nello sborso materialissimi, lasciando pur da un canto, in tanto amore di tenebre o paura d’ingegni, li salutari all’intelletto non meno che all'anime, la istruzione allora nulla: onde poi menavano vanto di amministrar le comuni quali parrocchie; e le opere di carità mutavansi in quelle di pietà, perché quelle singolari locuste dell’altrui che sono i chierici, avessero balia di dissanguare anco la ricchezza de’ mendici. Tempi beati in cui non valse strazio o atrocità di patimenti a irrompere in vendetta: e il clero impune tale fu sinora quale nell’addietro. Sicché per grande sia anch’oggi la potenza sua, maggiori ne reputa li suoi diritti: invade o disconosce quella de’ laici: in ogni dove, per quel ch’ei dice ufficio di,coscienza, vuole ingerirsi: ribellasi alle leggi che studiansi di ridurre la chiesa in chiesa, come diremo accennando agli ordini meravigliosi della sua gerarchia. E dove gli vale o le leggi il consentono o le magistrature tollerano, trasmoda ed è tutto. Fino a che infatti li chierici partecipanti a cure d’anime non sieno cancellati tra gli eligibili, siedono ne’ consigli del comune, e v’hanno voce ascoltata e lo asservano per via di tributi, ch'hanno le più artificiose forme che ingegno umano sappia immaginare o destrezza di legge antivenire. Fino a che la testimonianza dello spreco d’ogni fortuna di luoghi pii in riti di chiesa non favelli più forte de’ pregiudizi alle ingenue coscienze, e li chierici non vengano via via surrogati da’ laici, occupano ogni seggio nelle opere pie, a beneficare sé medesimi di quel ch’avrebbe a cadere in beneficio de’ poveri. In ogni ospizio o corpo morale, finche non sieno remossi, hanno li primi posti. In molte comunità maestri finche la insufficienza o peggio non li sbandi. Fortificati da chiese innumerevoli e sagaci a straricchirle, insino a che loro valga usare de’ luoghi pii o smunger la pecunia, obbrobriosi vampiri, ch’avea a confortare di riposo gli estinti e la religio né de’ sepolcri: e si vedrà più innanzi dove e quali sieno. Li migliori palagi furono e sono i loro fino a che, jn tanta mendicità di ricoveri per gli umili, non sieno discacciati da’ conventi. Loro le badie le cappellanie i benefici sieno mo’essi semplici o composti, che fu ognora maestra la chiesa a metter piede ovunque e congegnar macchine a spremere denaro ed anime, finché non sieno daddovero soppressi. Parroci nelle comuni e consultori d’ogni negozio sino a quando le rappresentanze popolari non sottraggansi a questa tal quale tutela, non li rincantucciano in sacrestia. Potentissimi per dovizia di seminari e moltiplicità di neofiti fino a che la legge civile non li scacci, o la scienza, per quante forme e parti ell'abbia, torni civile. Ricchi di milioni e di prebende e dotazioni; dacché a’ regolari non vennero tolti che i beni i quali gli infingimenti loro non valsero a nascondere: non adunque tutto: e poi quasi loro si rende più di quel non gli si tolse; e insino a che la ricchezza de’ chierici, ch'è offesa all’universale miseria e cagione di squilibrio alla fortuna publica, non sia prima disfatta, poi da sapienti leggi, e più destre di quell’insigne maestra di destrezza ch'è la Chiesa, antivenuto il periglio si riproduca: e lo esempio d’altri stati informi. In ogni faccenda privata, non esclusi i testamenti, suggeritori i chierici: e tali voglionli le coscienze paurose, e gli ultimi uffici a’ moribondi, ora Schierici tanto acconcia per quelle che soglionsi dire opere di pietà, e riscaldate dalla paura del fuoco eterno. Ricchi poi il più d’essi di notevole censo: e delle famiglie esercitanti ogni ufficio, fino quello della paternità, e non se n’infingono; fin del coniugio: cui il sacro carattere del coniuge tiene luogo di sacramento. Per numero poi li chierici compongono nella regione nostra un sodalizio che niun’altra ha pari, ed è minaccia alla società civile; trincerati in benefici innumerevoli e in cappelle e in parrocchie, singolari rocche: o incardinati a collegiate: o attornianti ben tredici diocesi, di cui sono la milizia, e sparsa dovunque, finché la legge non faccia giustizia e ragione della superfluità di que’ governucoli entro un governo. Tale è il clero: tale il suo imperio: ne vedremo più innanzi le prove.

Cosi la convivenza civile sfruttata da’ notabili e dalla Chiesa in danno dei null'abbienti, può raffigurarsi in un triangolo retto, la cui ampia base è degli umili, unità schiacciate dalla pressione dei cateti su cui assidonsi imperanti gli ordini del clero e dei notabili: forze uguali sé maggiore non è la prima: ma concordi a che la base non si smuova, non sussulti, nemmeno dia brividi di soffocamento: al vertice poi vi ha per gli uni il Re: per gli altri vi ha il Pontefice, secondo che la civile o la divina maestà, debbe in quegli animi avere il disopra.

XXIV. Ricerchiamo come la massa degli abitanti viva ne naturali suoi consorzi, fruisca delle avite istituzioni, eserciti i diritti di cittadini. 11 che mena a dire delle associazioni in cui si accolgono, e, prima fra tutte, di quella ch'ha da essere il centro, il cuore, il gonfalone delle masse, la comune. In quella vece o la riguardi dalle origini o dalle circoscrizioni e forme sue, o dalle funzioni che vi si svolgono, accoglie, in esiguo cerchio, quante cagioni s’hanno nella intiera regione di vita si disuguale alle restanti. La istoria della penisola, che taluno battezzò de municipi tant’è malagevole il seguire attorno centri si molteplici le fila della narrazione, che ogni municipio ha la istoria sua, dovrebbe mutar nome solo che si volga alle regioni del mezzodi. Nel resto della penisola, invero, li municipi di soventi generarono la potenza delle republiche, degli stati, o furono a pari di quelle e di questi: dappiù e non dammeno de’ feudi: e sopra vissero allo ingrandire e alla distruzione degli stati, delle republiche, ed a’ sbocconcellamenti della feudalità. Alle ambizioni, sia di principi che di feudatari o di capitani, contrastarono da soli od opposero leghe: quando pur vinti e soggiogati, serbarono la balia degli ordini interni e di governarsi a voglia di popolo o di ottimati: dettarono li codicetti, un per comunello, ne’ quali a chi si addentri, appare quanta sapienza avesse asilo nella tristizia di que’ tempi: e li ebbero per secoli a norma di governo e di giustizia. Onde anch’oggi vengono in luce, per ogni ordine di studiosi, istorie o. cronache di municipi, fino de’ minori (127), fin delle borgate che n’erano parti: dovizie di pergamene e di memorie quasi per ogni campanile: ché ognuno o poca o molta, straordinaria o modesta, ebbe la sua storia. E pur da ciò li municipi trassero la forza per cui stettero fra le ruine degli stati, delle repubbliche, de feudi: e tra le invasioni straniere onde la penisola in ogni età fu lizza ed agone dell’europee contese; e appaiono ancheggi membrature da sopravivere ad altrettante ruine di imperi, di secoli, e di civiltà. Or nulla di ciò nella regione nostra. Quà e la paesi ch'hanno splendore o meglio tenebrore di milleni, per cagione d’esempio Saponara che nel nome di Grumento (128) fu già tra le città più notevoli della Lucania: ed Oppido (129) la quale rimonta a quell’antichissime genti che furono gli Osci: e Matera (130) ( ) rifugio degli abitatori d’Eraclea e Metaponto, ed Acerenza (131) un di munitissima, ed Anzia (132) e Miglionico il foco lare di quella ch’ebbe nome di Congiura de' Baroni (133) e Forenza (134), e Vietri (135), e Potenza (136) le tante volte distrutta, ed Atella (137) o cartaginese o normanna, e Venosa (138), a tacer d’altre, l'origine delle quali s’abbuiano tra le età più remote, e nondimeno tutte comuni modernissime. E, in tempi meno lontani, qua e là, più sedi di principati, e perfino di regni, come direm tra breve; altrove di feudi, Craco (139) che fu di Attendolo Sforza, Grassano (140) e Salandra (141) de’ Revertera, Castronovo (142) de’ Certosini, Cancellara di innumerevoli (143) , Oppido (144) de’ Caracciolo, Saponara (145) de’ Bisignano, Matera (146) e Lauria (147) dei Sanseverino, Avigliano (148) tra gli altri dei Boria, Latronico (149) dei Gesuiti, Carbone (150) dei Basiliani, ed altre verranno in luce più. innanzi: e in nissuna v’ebbero municipi. Solo essi non regnarono mai: pria la longobarda, la greca, la saracena, e poi la normanna, la sveva, l’angioina, l’aragonese signoria, tutte sbriciolate fra Baroni, non discesero mai a municipi ( ) (151) , onde la vita loro, da niuna tradizione nutrita, nulla oggi rammenta agli abitatori di quel che furono o dice loro soltanto che furon nulla. In nessun luogo le cittadine glorie ond’avvampa ogni castello della rimanente penisola: non li disastri, quasi più della fortuna, cemento imperituro: non istoria: che la più lontana civica tradizione pel maggior numero delle città si spegne nel dominio de stranieri, e la più recente Viene meno nella servitù a Baroni: e perfino di questa niuna memoria od iscarsa; anco le sofferenze della schiavitù tramandate dall’un a all’altra generazione le avrebbero nutrite di forti propositi, e di quella fierezza è laudabile privilegio di chi più sofferse. Tra l’imperversare del cielo e della terra (152) distruggitrice di se medesima e di città e paesi, e la barbarie o l’abiezione degli abitanti, non vi ha poi comune ove sia dato rinvenire pergamena o libro che appena risalga a un secolo (153) . Perché anco da ciò si paia vero come nei secoli a noi più vicini, questa regione giammai fosse afflitta da’ que’ grandi disastri per malvagità umana o da quelle oppressioni feroci, per cui la tempra dell'uomo s’abbrunisce e dà faville: onde poi le splendide difese di cittadini diritti contro principi o baroni. Al certo gli abitanti non combatterono mai pel municipio natio: né da esso riconobbero mai od opera od istituzione di bene publico. Strana istoria, strana vita di questa singolare regione, ove il passato appar quassia età del nulla: nel presente, il principio della creazione: e dal futuro attenetesi la grandezza o la fortuna che per altre regioni già trascorse. (154)

Il comune, creazione adunque modernissima, nemmeno fu lo erede de’ feudi, nella guisa che ne lor castelli baronali non sventolò di poi il gonfalone di quello; gli uni ornai dovunque ruinarono tra la universale incuria o le commozioni del suolo: fin quel di Melfi (155), che fu reggia e rocca munitissima e sede di quattro concili e meraviglia dell’arte; e le comuni si raumiliarono nicchiandosi in umili tuguri: onde la riverenza dei governati vien meno anch’oggi sulla soglia del governante. Nacque il municipio molt’anni dopo che li feudi furono distrutti e pria che la tradizione del loro imperio fosse spenta, o quando accolta insieme alla boria ed allo arbitrio feudale da questa o quella famiglia, l’imperio del comune fu e si Sarve un irrisione: se pure può dirsi nascesse mai alle leggi comunali che via via si succederono in fino al sessanta, per le quali ebbe magistrature ch'erano ombre senza corpo, o corpo senz’ufficio: balia di opere, né dignità di maggiorenne: in perpetua condizione di pupillo, od in vita cosi oscura che nemmeno li contribuenti se ne avvedevano.

Di questa guisa tra l’oblio e le tenebre del passato e la umiltà del presente, laddove, innanzi svolgersi era il municipio intristito, né avea avuto mai autorità di governo, neppure nel suo ambito: senza vita, meno quella raccolta in sé e per se ed ignorata di corpo morale che non interessava la generalità degli abitanti: dammeno quindi di un’opera pia; lo si sarebbe detto un beneficio privato o un fidecommesso di pochi notabili, tanto ei stavasene raccolto $n opere che ben di rado aveano fine publico, se il costume di volgere gran parte delle entrate in ispese di culto, e in riti e baldorie sacerdotali, non l’avesse meglio detto una parrocchia. Tali i municipi che per istorico loro istituto aveano da essere centro e vita degli abitanti, voce delle aspirazioni, o gonfalone intorno a cui quelli si accogliessero: e primi fattori di benessere a di civiltà. Più innanzi ne seguiremo àd una ad una le eredità ingloriose, e li traviamenti.



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XXV. Nel volgere dell’infanzia o tra queste cagioni di origine combattuta e recente, niuna meraviglia municipi offrano le asperità o le stranezze di forma che ora si lamentano. Gruppi di magioni, e, il più di soventi, un solo per comunità: a meno di Marsico (156) ch'ha il castello di Paterno (157) , Aliano ch'ha Alianello (158) , Garaguso (159) che ha Calciano (160), Ripacandida (161) la quale ha Ginestra (162), e Genzano (163) ch'ha Banzi (164) già splendida città osca ora umile casale, e poc’altri, niuna ha contado; all’infuori di case rare e sparse sovra estensioni a perdita d’occhio, periferia bene spesso di un solo municipio, nella quale regna il silenzio o l’eco, sola abitatrice di tanta solitudine. la origine varia, le vicende, tutte cagioni di disuguaglianze grandissime fra li territori che attorniano i paesi. Or Metaponto (165) ( ) ed Eraclea (166) e Grumento (167) e'Balabo (168) ed Irsi (169) ed Ulci o Vulseio (170) e Sutrico (171) e Camarda (172) e Uggiano (173) e Marsico Abellino (174) e Banzia (175) ( ) e Lao (176) e Turio (177) e Lagaria (178) e Aciri (179) e Milonia (180) ( ) e Blanda (181) e Velia (182) e Numistrona (183) e Siri o Conia (184) e Ursento (185) e Pandosia (186) e Pesto o Posidonia (187) ( ) e Petilia (188) e Uxento (189) e Murano (190) e Scidro (191) e Vulcejo (192) e Buxento (193) ed Acerronia (194) e Nerulo (195) e Tebe Lucana (196), fra tant’altre innumerevoli città, nel volger di più milleni tutte distrutte o in guerra o da tremuoti e incendi; e territori spartiti da età immemorabile tra le sopravvenienti; e usurpazioni feudali consacrate da' secoli, e le posteriori nello scadere della feudalità: universale parapiglia da cui uscirono le più strane eircoscrizioni che l’arbitrio o la virtù del caso sapessero produrre. Qui poi città antichissime, e territori su cui s’allargarono quando niuno potea contenderli: altrove più recenti, Ferrandina (197) creata ritagliando i contadi delle contermini, e Rionero (198) ( ) cresciuta e vivuta ognora sul suolo altrui, e Brindisi (199) e San Chirico nuovo (200) e Barile (201) e Casalnovo (202) e San Costantino (203) e Maschito (204), tutte colonie Albanesi. recentissimo Campomaggiore, tra paesi alpestri ei solo in piano, tra le tortuose vie solo le sue rettilinee, tra miseria estrema colà solo agiato vivere, gloria della famiglia che gli diede o n ebbe il nome e vi ha ancheggi, per meraviglioso consenso degli abitanti, imperio quasi feudale, e tutte le virtù de’ tempi andati, niuno degli arbitri!: anco più recente Garaguso, comunità la. quale vanta appena tre lustri di vita (205) . E vi hanno territori di ragione incerta per sollevamenti di suolo, incurvarsi di valli, inabissare di monti, laceramenti per cui e colli e torrenti e fiumi, naturali confini, mutarono sede (206) : e paesi che in meno di vent’anni salirono da un piano a un colle, Calciano: e comuni per rovinio di caseggiati o infedeltà di suolo periture, Pietrapertosa (207) e Montemurro (208) . Ond’è che, fra cotal varietà dicasi, incontransi attorno alle comuni ora territori amplissimi or poche zolle, cagioni poi di odi e discordie fino tra castelli, per cui si pare riviva o nasca oggi la età di mezzo (209) . Qui Chiaromonte (210) venti volte più vasto di Fardella: e nel Materano, tra le vastissime, Pisticci duecento volte più di Grigliano: e il territorio di Genzano (211) , nel Potentino, cinquanta volte maggiore di quel di Tramatola (212) : e Lavello (213), nel Melfese, perfino venti migliaia di volte più vasto dell'ambito di Rionero (214) . Cittadine discordie fra Montalbano e Tursi (215) ( ) contendenti la meravigliosa foresta di Policoro; e contrasti di Rionero or con Barile (216) or con Ripacandida (217) ora con Melfi (218), alle quali ella vorrebbe torre parte del territorio; e fin popolari subbugli con Atella (219) : perché essendo Rionero racchiusa entro il raggio de’ casolari suoi, l'altra ch'è madre patria le s appressa fino alla soglia, le preme i fianchi con il territorio ch'è suo ed intiero: onde Rionero, strana ventura, da tre secoli vive su di suolo altrui. Sciamano nondimeno gli Atellani ogni di cercando colà salvezza a miasmi letali dell'estate: né aggiungono zolla alla cinta della città nemica. E tacciasi dell'altre discordie per larghezza di confini tra Sasso ed Abriola (220) , Saponara (221) e Viggiano (222) San Costantino (223) e Terranova (224) e Noepoli (225), Castelgrande (226) e Pescopagano Marsico (227) e Abriola (228) e Saponara (229), Trecchina e Maratea (230) e Lauria (231), Favaie e Rotondella, Episcopia e Fardelli e Chiaromonte (232), a tacer d’altre. Quà e la poi circoscrizioni difformi, e scorrette di guisa che non rispondono né a numero di abitanti né a ragione di averi o di traffici: comunità che dividonsi e si aggruppano a . capriccio. Oliveto (233), già testa e braccio di Garaguso (234) ora capo di sé solo, e capo senza tronco: Garaguso corpo monco di un membro: Calciano (235) altro membro divelto e lungi otto chilometri dal tronco: capriccio di forme a caso, o disfatte da leggi che invece si parevano intese ad aggruppare i minori centri (236) .

Radissime poi le. comuni nel Materano e nel Melfese; asserragliate nel Lagonegro e nel Potentino. Qui distanze enormi fra le une e l’altre, fino di censettanta e più chilometri dal capoluogo della provincia; exempligrazia Rotonda (237) e Viggianello: fin di ottantotto la quel di circondario, Bollita (238) da Lagonegro (239) : fin di venticinque dalla sede del mandamento, Grottole da Tricarico (240) : altrove Pietrapertosa (241) e Castel mezzano (242) a un tiro d’arcobugio, e l’una soggetta a Laurenzana che le è lontana, l’altra a Trivigno, comunità prossima. E ciò tra aspri gioghi e balze e cammini perigliosi, onde le distanze si moltiplicano: tra dirupi verticali e creste giammai calcate da orma umana, ov’ha nido e stride l’aquila nera (243) . E per ultimo, fra tante difformità di circoscrizioni, San Fele (244) ch'è delle più. popolose comuni del Melfese, nemmeno capoluogo ai mandamento, e soggetto a Bella (245) di cui ha il doppio di. abitanti; Ripacandida (246) popolata un quarto più di Barile (247) ch'è sedo del mandamento; e Accettura (248) dappiù di San Mauro: e Tito (249) dappiù di Picerno (250) : e Albano (251) dappiù di Trivigno: e Tramutola (252) dappiù di Saponara (253) : e Pietragalla più di Acerenza (254) : e Balvano (255) più di Vietri (256), e pur tutte sono alle minori sottoposte; poi Sanseverino ch’ha più abitatori di Chiaromonte (257) : San Giorgio, San Costantino (258) ( ) e Terranova (259) che n hanno più di Noepoli (260) : Senise (261) ( ) e Viggianello perfino dappiù del capoluogo di circondario, e nemmeno sono a capo di un mandamento. E Trecchina ed Accettura (262) ed Anzi (263) e Albano (264), a tacer d’altre, che aspirano a divenirlo. E Chiaromonte la quale poggia anco più in alto, a surrogare cioè Lagonegro (265), il capoluogo. E Maratea (266) e Moliterno (267), oltre di Viggianello e Senise, che lo avanzano di abitatori e n’avrebbero certo maggior diritto: e Lauria (268) che n’ha quasi il doppio. Similmente Rionero (269) più popolosa ai Melfi (270) : ed Avigliano (271) che l’è, perfino più di Potenza (272) . Cosi le comunità, nell’avvicendarsi or di liete or di ree fortune, ebbero le più strane forme di coni e triangoli e circoli e parallelogramma, e sudditanze di maggiori a delle minori tanto che poche combacino, e tra nissuna vi abbia coesione intiera; l’una fa punta nel seno dell’altra o le è a ridosso; angolosità di forme, disuguaglianze di stato e irrequietezza d'animi, onde la cosa publica, sbalzata tra commovimenti, non abbia radice né riposo fecondo.

XXVI. Ma fra guai, uno de' maggiori gli è quel che,'in tanta varietà ai condizioni, nasce dalla picciolezza de comuni: onde quà e la mancano gli elementi a conseguire il fin,e dell’associazione. E poiché può venirne la più acconcia delle innovazioni alla vita ora si sterile de comuni non meno nella regione nostra che nel resto della penisola, stimiamo discorrere un po’ da alto e a lungo lo argomento gravissimo. La esperienza, chi noi sa tra quei che v’hanno ufficio o tutela?, dimostrò interminabile e di poco costrutto il carteggio tra gli uffici maggiori e molte delle più esigue comunità per dubbi, quesiti, errori che una volta corretti non tardano che ben poco a riprodursi. Più che altrove dannevole laddove aspre distanze e inopia di. servigi postali generano lentezza o incertezza di rapporti. A meno si dica fra il cinguettio di riformatori che mai appresero quale sia nelle aziende publiche il meccanesimo ch'e presumono di correggere, che anco quegli indugi scomparirebbero il di in cui le comuni fossero sollevate a libertà intiera, ch'è la potestà di venir meno alla vita o per virtù di anarchia o di inanizione!. E viepiù in Italia dacché v’abbia gran numero di comuni le quali nemmeno ne meriterebbero il nome, mancando loro ogni ben di dio a mettere in. comune. Nè dee recare meraviglia che con larghezza di vita civile, anzi col principio di autonomia, quà e la reputata iscarsa ed altrove soverchia, ch’oggi governa i comuni, al disotto di un dato numero di abitanti manchino gli elementi al regolare isvolgersi de’ loro negozi. Che se il minor numero di que’ comunelli, privi di forze a vita propria, gli è laddove o vuoi fortunose vicende o leggi provvide vegliarono già da tempo alla loro aggregazione, certo dovunque se n’han tuttora molti i quali, impotenti a sorgere dallo strame in cui giacciono, sono di nocumento e inciampo allo incedere de’ municipi maggiori nella via de’ progredimenti. E restringendoci a confini della regione nostra, basti che sovra di cenventiquattro comuni solo quattro, Avigliano (273), Matera (274), Potenza (275) e Rionero (276), hanno da dieci a sedici mila abitatori: di più popolose non ve ne ha alcuna: ventisei ne contano dà cinque a dieci mila: e tredici poc’oltre le quattro: e venticinque superano appena le tre: la quale è la media popolazione de municipi lucani. Ma al disotto di quella se n’hanno ben ventisette popolati da poco più di due mila, e fin ventotto di poche diecine o centinaia eccedono li mille abitanti (277) : ed uno poi ch'è Nemoli n ha ottocento appena. De quali ultimi ben sedici ne conta il Lagonegro, e gli altri dodici dividonsi tra il Materano e quel di Potenza. Il Melfese di cosi piccioli non n’ha alcuno. La spartizione de’ territori, ovunque meno rare eccezioni, conforta poi lo argomento che offre la penuria di abitatori. ché tra le disuguaglianze estreme citate più sopra, v’hanno dodici comunità le quali s'allargano a stento su di una superficie che è poco oltre i mille e cinquecento ettari (278) : e tre ne hanno poco più di mille (279) : e quattro da novecento (280) : e due appena seicento (281) : un altro ch'è Grigliano, ed il solo che di piccioli abbia il Materano, si distenda intorno a centettari: per non dire di Rionero (282), di fresca età e stretto in un ambito di sei soltanto. Or come accade della popolazione, il maggiore numero di comuni racchiusi. in cotale angustia di spazio è del Lagonegro e del Potentino. Le rendite poi o l’abbiano da beni propri o da contributi, pure si moderano quella singolare picciolezza: sicché v’hanno comunità le quali racimolando ogni sterpo, od accogliendo da ( J ) quante fonti di vita possono offerir succo e nutrimento, pure non giungono a migliaia di redditi: e taluna, per cagion d’esempio Sarconi (283), n ha per centinaia: con le quali hanno da guarentire la igiene, vegliare alla cultura degli amministrati, contribuire a publiche vie, costrurre cimiteri, fonti, e sopperire a quanti dispendi e servigi gli ordini del viver nostro o le esigenze della civiltà le chiamano. Nè basta per anco. E qui davvero reputiamo di mettere il dito sovra di sconcio per il quale la vita di que municipi si pare un irrisione agli ordini di libertà ed alle istituzioni che si studiano guarentirla. Fra l’inopia di fortune o l’essere, come dicemmo, accolte in poche mani, e l'angustia de’ territori che attorniano si gran numero di comunelli, e la iscarsa popolazione, ben ventisette nella regione nostra, e solo il Lagonegro ne ha diciotto. non contano dappiù di quarantacinque elettori (284) ; anzi nove ne hanno meno di quaranta: e cinque meno di trentacinque: e due Carbone (285) e Cersosimo solo trenta: e taluno, ch'è San Martino, perfino ventiquattro. Or da questo numero tolgasi dapprima il parroco, e il vice-parroco la dov'è, i quali pel ministerio loro vanno tra gli ineligibili (286) : e di poi il medico, e il maestro, e lo esattore de’ tributi o il tesoriere perché stipendiati (287) : e gli ascendenti, i discendenti, il suocero o il genero (288) : e coloro che per anco non abbiano dato conto di precedenti gestioni o mantengano litigio con il comune (289) : e quanti altri la legga cancella d’infra gli eligibili al maestrato municipale: e veggasi come ridotti essi appena a quante unità hanno da comporlo, la larghezza del diritto elettorale si riduca a men di nulla: la coscienza e libera scelta sia pe’ votanti un’irrisione: e l’annua rinnovazione di un quinto del consiglio, una vana lustra o polvere negli occhi delle autorità tutorie. E il municipio, il quale cosi vive tra tante mostre e cagioni di risa o scherno, non altro sia che un fidecommisso di consiglieri a vita! E la legge con arcadica innocenza li vuole liberi e popolari istituti, membrature vigorose della penisola, e cuor delle masse e primi fattori di civiltà e di benessere!

XXVII. A mali gravi, rimedi estremi: e poiché monco rimarrebbe il dire nostro dove, a conchiusione, non ne proponesse alcuno, a noi piace svolgere lo argomento grave per quanto l’umiltà dell’ingegno consente: e perché altri, se il creda, lo faccia suo. Vero è che quanti mai dai plebisciti ad oggi intesero a sollevare la vita de’ comuni a pari della rinnovata fortuna italica, studiarono i modi onde agevolare la fusione de’ più piccoli: cosi facendo proprio il principio ch'era qua e la nelle leggi che in più degli Stati italiani governavano i municipi. Invero la napoletana sulle circoscrizioni amministrative recava sostanzialmente uguale proposta (290) : anco un editto pontificio ispirandosi alla meravigliosa piccolezza e vita stentatissima di molte comunità, contiene, sebbene in modo meno esplicito, la disposizione di aggregarle (291) : e del pari la legge promulgata dal governo della Toscana negli albori. del rinnovamento d'Italia (292) . Di poi la necessità di operare ogni sforzo perché il comune abbia tale numero di abitatori che lo renda atto alla vita che le istituzioni libere via via gli concedono, ed a raggiungere il fine ch'esse gli propongono, suggerì nell’epoca de pieni poteri, il togliere di mezzo, e senz’indugio, li comunelli: i reclami che insorsero, la brevità di quel periodo di riforme, ed altre cagioni sembrano avere arrestato, e fu danno grave, la mano del legislatore. Ma perdurando la radice del male per durò il pensiero di divellerla. Nello schema di legge. disteso dalla giunta eletta nel seno della commissione temporanea di legislazione, ai cui lumi nel 1861 ricorse il Ferini, è detto che i comuni al disotto di mille, abitanti, potessero aggregarsi ai contermini per decreti reali, previo i pareri dei rispettivi consigli e di quelli della provincia e dello stato (293) . Nè parve allora bastasse la elastica e condizionata proposta a conseguire profitto alcuno: ché nel progetto adottato poi da quella commissione leggesi: le comunità dammeno . di mille, e cinquecento anime, dovessero scomparire: il governo potesse operarne la riunione con decreto regio, avuto il parere dai consigli del comune, della P rovincia e dello stato (294) : viluppo o rete da cui era destro chi uscisse a scappolare. Non s osava: per quanto fosse ad ognuno manifesto che la esistenza de comunelli era ed è prima cagione di malessere nell’universale penisola. Venne le volta del Minghetti il quale, sebbene in più incontri dicesse non essere proprio di un regime costituzionale il mettere mano violenta nella vita de' comuni, e progettando nuova legge sul loro governo, si fosse limitato a porre alcune disposizioni che solo per l’avvenire doveano favorirne l’aggregazione: alla fin fine si indusse a proporre che insieme all’altre circoscrizioni, quelle de’ municipi fossero determinate per regio decreto, previo il parere di commissione a tale uopo eletta dal parlamento (295) . Gli succede il Peruzzi: ed egli invece si limitò a proporre che li comuni dammeno di quindici centinaia, ai abitanti, e non avessero lena a vita propria, sopra dimanda del consiglio provinciale e uditi gli interessati, potessero venire aggregati ad altri (296) . Cosi, anziché procedersi innanzi, retrocedevasi. Da ultimo, più' ardita o spiccia la legge che dal sessantacinque governa le comunità, stabili che quelle dammeno di un migliaio e mezzo di abitatori potessero per regio decreto, ma dopo lo assenso della rappresentanza provinciale, venir fuse l’una nell’altra (297) ( . ) Ma l’esperienza, com’era da prevedersi, né erano mancati profeti (298) , non diede a questa maggiore ragione di quant'altre leggi: e proposte avessero veduto la luce tra noi. Niun serio profitto se ne colse: che pochi comunelli vennero meno (299) , e nella regione nostra nissuno: durarono cosi que’ tanti minuzzoli di vita publica infeconda,4e quali è ingombro il suolo della penisola, cagione a lei di tisichezza civile: e durò la inanità loro, o quella tal quale esistenza che è uno sgomento delle autorità tutrici, e una irrisione alla gloria secolare de municipi italiani, anzi agli ordini ed alle istituzioni su cui poggia il vivere nostro.

Ma se tante prove riuscirono a capo di nulla:e se attribuire a’ consigli delle provincie voce bastevole ad arrestare, com’avvenne fin qui, la mano che trasfonda i comunelli un nell’altro, vale come rinunciare a riuscirvi, quale altra via proporre? È egli a sperare mai che le rappresentanze provinciali, superando le suggestioni che le attorniano e quella tal qual tenerezza del campanile natio ch'è propria di noi italiani, diano mano vigorosa all’opera riformatrice? o che li comunelli chiedano mai da per loro di essere tolti via? Premettasi qui come si sia ben lungi dal proporre che un’altra legge la quale rinnovi le circoscrizioni della penisola, introduca una mano violenta nella vita dei comuni e li disfaccia per dar luogo ad aggregazioni artificiali od aritmetiche di tre a quattro mila abitanti. Solo cosi fatto procedere varrebbe a dare ampia ragione a quelli che eccedono in troppo ossequio alla odierna vita de’ comunelli. Ma fra questi estremi havvi un punto medio, quel di rispettare l’autonomia dei municipi i quali vogli per popolazione, vogli per ricchezza o per antichità illustre, hanno pregio e lena a vita propria ed ordinata: e cancellare la esistenza degli altri cui manca proprio ogni ragione del loro essere. Ond’è che non si vorrebbe prendere a norma assoluta ed unica il numero degli abitanti, stabilendo a priori una cifra qual condizione ineluttabile di vita o come falce di morie delle comunità: perché bene spesso, non havvi proporzione sicura tra le rendite e il numero degli abitatori; altre volte, nonostante la radezza di quelli, i dispendi uguagliano le entrate, laddove per cagion a esempio il Materano, li territori vastissimi consentono dovizie di contributi; e variano li rapporti tra gli abitanti e le rendite e tra d’esse e i dispendi secondo trattasi di municipi in piano, in collina, o in monte: di guisa le forze le quali non bastano alla vita di una comunità, per altra riescono pari o maggiori del bisognevole.

Sbandita adunque ogni stregua assoluta a sentenziare della vita o morte de’ comunelli, vuoisi rimuovere altro obbietto: che la circoscrizione loro sia guarentita dallo statuto, né si possa via via mutare altrimenti che per leggi. Cert’è che se un tal supposto reggesse, o. si richiederebbe usare di pieni poteri a correggere le circoscrizioni difettose, o mettere in discussione innanzi le camere ad una ad una la vita de’ comuni, e poi discutere de confini, il che condurrebbe a men che nulla: o a nulla di meglio di quel che l’esperienza abbia mostrato doversi ripromettere dalla balia delle provinciali rappresentanze e dalle persuasioni a’ comunelli ond’essi trasfondano o mettano in comune la vita loro. Anzi gli è pregio dell’opera il dire non esservi mai stato esempio di municipi che di spontaneo moto abbiano chiesto divenire membra o borgata di altri. E ricordasi, a tacer d’altre prove, come ne comunelli lombardi retti a convocato e per quanto non avessero balia alcuna, non si manifestasse mai desiderio di riunirsi a de’ maggiori: e nella regione nostra furono si e non lontani casi di membra che distaccaronsi dal tronco, exempligrazia Campomaggiore (300) da Albano (301), Oliveta (302) da Garaguso (303), e v’hanno altre che vi aspirano, Banzi (304) e Calciano (305), e forse Ginestra (306) e Paterno (307) : ma nissuna comunità lungo tutto un secolo volle mai mescolare la vita sua all’altrui: né valgono a ciò suggestioni o sembianze di più rigogliosa esistenza, quando per via di unione si sieno moltiplicate forze qua e la oggi impari a’ bisogni: né quante mai guarentigie per le borgate la legge sancisca.

Anzi gli ordini liberi recano per primo frutto, ed a ragione, che più si pregi la municipale indipendenza via via che se le aggiunge decoro o pregio: e sorga tenace lo istinto di quella, per effimera sia, vita propria: e voglia, pur nelle aggregate frazioni, di conseguirla. Ed invero anco nella penisola s’ebbero in quest’ultimi anni più borgate che sollevaronsi a dignità, e fastigio di municipio, virtù della legge che ne favorisce e consente, non men del congiungimento, la disgiunzione: a quel modo le franchigie dell’ottantanove valsero già in Francia a frazionare non a fondere le comunità.

Il che ne ammaestri o a disperare della guarigione di quella tanta scabbia di comunelli da cui è afflitta la regione nostra, anzi la penisola intiera, dove ogni castello o gruppo di case è sede di un governucolo, San Marini in quarto meno il gonfalone di republica, e non membrature vigorose della, stata: o ad attenersi senza più indugio al solo farmaco che la larghezza del male consiglia. Ascoltinsi pure le provincie ed anco li comunelli, non ad averassenso alla soppressione loro, ch'è perfino un’ingenuità il richiederlo, ma onde vie meglio conoscerà le condizioni in cui versano, gli interessi che vi prevalgono, a giudicare poi della opportunità di aggiungerii ad uno anziché ad altro de municipi contermini, una legge poi abiliti il potere esecutivo a darvi mano. senza remora ed altre contrizioni (308) . Né li principii di libertà, né le guarentigie dello Statuto riceveranno offesa dove al governo cosi si conceda facoltà di accertare talune condizioni estreme di vita, provate le quali ei possa di per sé fondere le comuni cui mancano gli elementi a raggiungere il fine della cittadina associazione (309) . Per cotale via aggruppando le dislogate ed isterilì forze o le migliaia di minuzzoli ond’ è in{;ombro il suolo della penisola, tornerà all’altezza sua a prisca v’ha de’ municipi italiani, o sorgeranno essi laddove essendo dì fresca età e vivuti ognora sullo strame, come, nella regione nostra, ebbero di municipi appena il nome. Nel che è tanta parte della infelicità di quegli abitanti, a quel modo si parrà dalle cose che tra breve verranno discorse.

XXVIII. Che sé dalla fusione de’ comunelli noi reputiamo scompaiono molte delle cagioni d'inanità e contrasti che la cosa publica incontra nel suo svolgersi, dà giudicarlo urto dei modi più acconci ad imprimerle vigoria e celerità di moto uniforme, uguale ( ) profitto noi ci ripromettiamo dalla disgregazione della nostra, se non di altre provincia. Il che ci invita a discorrerne e noi nome de principii pei quali ci siamo palesati fautori della aggregazione de’ comunelli. A questo modo da principii identici giungesi a conchiusioni opposte: le quali nondimeno non si elidono ma a vicenda si fortificano.

Ma prima si entri nell'argomento propostoci, e come la gravità sua persuade, vuoisi mettergli innanzi talune avvertenze, proprie non meno alla nostra che ad ogni altra regione italiana. Niuno disconosce quanto profitti le politiche circoscrizioni coincidano colle amministrative, ed entrambe, per quanto sia concesso, con le altre della finanza e con le giudiziarie e le militari: onde la moltiplicità de’ congegni non accresca le lentezze de’ servigi publici. Ma in ugual modo si parrà ad ognuno come le circoscrizioni non vogliano essere né il frutto di concetti teoretici, né opera dell'arbitrio, né del caso; che tanto varrebbe il disegnare le provincie a figure geometriche e il decretar© abbiano tutte ugual numero di abitanti: o il lasciarle tali e quali ereditammo dagli ex-governi italiani. Gli è invece studiando i confini ch'esse ebbero da secoli, e le antiche e moderne cagioni della loro esistenza, e le variabilissime affinità di interessi, ch'è dato non contradire alle forze locali e la vita raccogliere a' centri che le sono propri: onde poi l’amministrazione possa, nell'ambito della provincia, isvolgersi senza tema di perturbazioni, anco dove il governo limiti l’azione sua ai soli grandi interessi dello stato. Perciò dove le circoscrizioni, come accade tra noi, appaiono volute dal capriccio umano e imposte da leggi molteplici di diversa età, ispirate bene spesso a ragioni di straniero, dominio, o di governo pauroso de’ sudditi suoi, allora è pregio de viventi il ricercare i naturali confini delle membrature che compongono lo stato, e il metterli in rilievo. E vie più in Italia in cui, meglio che in alcun’altra parte di Europa, la provincia ha ragioni d’essere geografiche e commerciali e storiche: il che importa naturale giacitura, coesione d’interessi, tradizioni, splendore d’istoria e città illustri: ed abitudini e richiamo di negozi ornai da secoli in questo o quel guitto del territorio suo raccolti. Di qui le precipue cagioni per cui in Italia più che altrove è da respingere la formazione di provincie artificiali, e quelle create secondo i calcoli dell’opportunità o dall’arbitrio prepotente o dalla virtù del caso, meglio che per colleganza o soddisfazione di interessi, voglionsì disfare. Di qui la naturale picciolezza delle provincie nostre, pressoché tutte circoscritte ai tempi in cui la città proteggeva i comuni che l’attorniavano dalle violenze de’ feudatari: tradizione territoriale cui recano pari offesa e la soverchia esiguità di talune provincie le quali coniano appena cento mila abitanti (310) o poche migliaia' di ettari (311), e l’artificiale aggregazione in una sola, meglio. che provincia, regione di quasi un milione o di ettari (312) o di viventi (313) . Queste poi le cause de’ lamenti quando, respinta di Lombardia la straniera dominazione, l’altar Italia fu spartita, taluna delle antiche divisioni sopprimendo, altre allargando o le meno avventurate forbiciando: mutazioni non per anco accolte dalla universalità degli abitanti, i quali ogni di invocano l’antica loro. autonomia provinciale. A mo’ d’esempio, la provincia., di Novara cedé a quella di Pavia la Lomellina e s’accrebbe de’ circondari di Biella e di Vercelli, un tempo capoluogo di provincia, causa di amministrative difficoltà che ogni volta superate in breve si riproducono. Ora le ragioni per cui i comunelli han da trasfondersi uno nell’altro, vanno di pari passo con quelle per lo quali le troppo vaste provincie facciamo voti si smembrino: che le prime intendono a trasfondere nuovo sangue nelle tisiche esistenze e guarentirne la vita; le seconde restituirla ovunque appaia unità e pregio di Provincia. All’incontro il pensiero che vuole dicentrare amministrazione e restituirla ai centri naturali, contradice all’altro per cui s’intendesse a. distruggerò taluno di que’ centri. I quali vie più lamenterebbero l’antica autonomia, quanto più largo seguisse il dicentramento dal governo alle rappresentanze provinciali e si restringessero i vincoli di subiezione di quei centri disfatti a’ centri artificiali. Laonde a Vercelli per non dir di Lodi, di Nuoro, di Savona, d’Ivrea o di altre città un tempo capiluoghi di provincia: e di quelle oggi in predicato di distruzione: crescerebbero le difficoltà amministrative e di governo, allorché a tutte le provincie italiche, meno che ad esse più non essendolo, venisse restituita l’antica vita ora trasfusa nello stato: ed all’incontro, quale frutto delle nuovo potestà concedute alle magistrature provinciali, dovesse Vercelli chiedere a Novara, o Lodi a Milano, o Savona a Genova, o Nuoro a Sassari, od Ivrea a Torino quelle autorizzazioni e que’ placiti che con minoro rammarico oggi dimanda a Firenze. Causa prima e costante della malagevolezza di governo, inerzia dellacosa publica, e di quello scontento negli animi che in più di un sito della penisola nostra si rivela. Correggere adunque le circoscrizioni delle provincia, sovratutto disgregando alcuna delle maggiori, ci appare opera non meno proficua dello aggregare i comunelli, la cui soverchia esiguità toglie agli abitatori il conforto e l utile della comunanza; ed allo stato forze che sagacemente spartite, gli infonderebbero pregio e vigore.

XXIX. Ma in niun’altra meglio che nella regione nostra appare si contradetta la tradizione, o sapienza isterica, per cui la penisola venne battezzata la terra delle citta: la città, centro naturale di provincia: e la provincia, di vigorosa e antica piccolezza, l’àmbito delle città. Perché niuna regione. tramezzo l'altre della penisola, ha la singolarità di forma di questa nostra, tant’è artificiale e disfatta la estensione sua e «misurate sono le distanze che rendono l’una all’altra straniere le parti onde ella è composta: guai redati dalle vicende sue strane infino alle più remote e dubbie origini sue. Onde, per quanto diremo più innanzi, apparirà come niun altra circoscrizione sia di tale urgenza venga corretta: senza di che esser vano lo sperare d’imprimere vita od armonia di parti ad una regione la quale ebbe il non lieto privilegio di sopravvivere alla civile e feconda spartizione dell’altre, ed ha la potenza, tant’è il malessere che la turba, di trarre a naufragio quando che sia tutto il mezzodì della penisola.

Prevalse ognora una strana credenza che la Basilicata tal qual è sia l’antica Lucania, ed abbia così una tradizione di milioni e confini usciti incolumi tra cicli storici (314) . Ed è si vulgata che, tra tante suggestioni guarirne le infermità gravissime uiun’osò mai proporre di smembrarla, riducendola a più modeste e corrette proporzioni di provincia italica. Or nulla di più erroneo di quella tradizione e unità storica della Basilicata: la quale si direbbe sia la Lucania antica nella guisa la provincia di Milano si dicesse oggi il ducato di Lodovico il Moro; e quella di Venezia la republica dei Dogi; o la provincia di Ravenna si assimilasse all’Esarcato, il quale invece distendevasi da Piacenza e Pavia a Rimini, tra il Pò, l’Appennino, la Venezia e l’Adriatico; o lo Stato pontificio innanzi il xl, si fosse vantato di essere quello de’ tempi in cui, a udire gli scrittori della chiesa, niente di meno comprendea per dono di Autperto l’Alpi Cozie, e la Liguria ai confini di Provenza, per quel di Pipino s'allargava fino a Piacenza e Pavia e la Venezia: e per donazione di Carlo Magno sopra di Mantova, i possessi longobardi nel Friuli e nell’Istria, e su Parma, Luni, l’Isola di Corsica e parte degli Abruzzi: e Puglia e Calabria per sommissione feudale di Roberto Guiscardo: e Sicilia per quella di Ruggieri: e Toscana e il resto dell'Italia centrale per quella di Matilde: poi Modena per acquisto di Leone X: e da ultimo Avignone e il Venosino per quel di Clemente VI (315) . Con ugual precisione isterica si direbbe la Basilicata d’oggi essere la Lucania, regione che fu migliaia d’anni or sono, e della quale i secoli con avvicendarsi di ree o liete fortune cancellarono i confini, anzi ogni vestigia. Perché essa avea quasi a corona le con valli del Bradano, del Silaro (316) oggi Sele e dell’Ofanto, anzi qua e la oltrepassandole, e racchiudendo in sé, a tacere d’altri luoghi meno famosi, Petìlia (317), Pesto o Posidonia (318) , Santìa oggi Sanza (319) , Atìna ora Atena (320) , Tegiano ch'è Diano (321) , Vulceio (322) o Buccino, e Conza (323) e Sala (324), oggi luoghi . del Salernitano; estende vasi lungo tutta la spiaggia del Tirreno da dove si discarica il Sele, fin oltre i confini delle Calabrie, allora regione unica Bruzia (325) . Anche sovra di tanta costa or sì. dilunga la provincia di Salerno un dì ella pure, quasi per intiero, membro della Lucania (326) : onde la regione . nostra la quale contava tra’ suoi porti tirreni Velia (327), Buxento (328), Scidro (329), Blanda Lao o Laino (330) , a tacer di Ursento (331) e d’altri siti che erano più dentro terra. oggi appena bagna il piè nell’angusta spanna ov’è Maratea. (332) E come vogliono gli storici la Lucania neppur s'arrestava a confini della Bruzia: ché ella stessa era nel dominio di quella: onde, racch’udendo poi tra l’altro città Murano (333) e Uxento ora Uggento (334) , giungeva fino all’estremo punte della penisola (335) . Dal Tirreno sbracciandosi cosi fino al Jonio, potea anco quel mare esser detto suo (336) : ed oggi pure ella vi si accosta pia non vi ha scalo, né città né abitatori che non sieno oltre diecine di chilometri lungi da' silenziosi campi ove un dì s agitavano milioni di viventi, e splendeano Metaponto (337) ed Eraclea (338) e Sibari (339), la opulenta e molle e pur miseranda città, e Turio (340), la quale ne raccolse poi i miseri avanzi, e, a tacer di altre men note o più dentro terra, Siri (341) e Lagaria (342) . Cosi di regione marittima la nostra divenne terrestre via via., che le umane vicende, a dare vita ad altri centri di, provincia, ricacciaronla centinaia di chilometri oltre le sponde. Tali poi furono i confini della Lucania nei tempi in cui, a tacer della Bruzia, le terre di Bari di. Foggia e d’Otranto erano anch’esse una sola regione... l’Apulia: li tre Abruzzi e Molise componevano il Sannio: e l’altro cinque provincie che incoronano il mezzodì, quelle di Benevento, di Napoli, di Avellino, di Salerno, i Caserta, formavano la Campania: tra sole cinque artificiali o dispotiche agglomerazioni dividendosi la. penisola dal Garigliano a Reggio. Ond’ognuna di esse, era cosi un. fascio di due e tre e più delle provincie d’oggidì: unità strane che via via si disfecero secondoché vennero respinte da centri che qua e la si avvivarono. Sol’una di quelle incivili aggregazioni sopravvisse, pur perdendo dell’antica ampiezza: e stringe anch’oggi membra e parti altrui, intese a rivendicare l’autonomia per la quale hanno vita e centro proprio ed ambito e pregio di provincia italica, via via che il sacrificio loro in beneficio di si scomposta unità più si par disdicevole a principi per cui vuolsi restituire la. vita a centri suoi naturali: ed alle cure, a’ servigi publici, alle forme e civiltà de’ tempi nuovi.



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XXX. Per le quali cose se la Basilicata non è da confondere con la Lucania antica, viene meno ogni ragione o tradizione isterica la quale potesse militare per la unità sua: se pure nel nome di quella fosse mai dato ad una provincia invocare ampiezza e confini poco meno che di stato, certo di regione, perché in altr’ordine di tempi tale fu, cioè un aggregato di più provincie. Ma le vicende della regione nostra mettono anche in luce come, di tutte le italiche, sia quella che più trabalzò fra confini ognora re mossi: tra parti ch’ebbero mai armonia o affinità e, comunanza di casi. Non è il luogo di seguirla nell’età più remote, fino ad accertare un dubbio grave, se aavvero anco nel nome di Lucania, avesse mai unità ed accordo di parti: e popoli di una medesima origine (343) : e un sol governo: e quelle forme di vivere od omogeneità di ordini che fecero, a mo’ d’esempio, degli Etruschi un popol solo: e cosi de’ Sanniti: e in ( ) tempi meno remoti de Veneti e de’ Liguri, anco prima Ottenessero il dominio del mediterraneo. Tant’è che ( non v’ha nella penisola altra contrada dove, a pari, della nostra, li costumi e li gradi di civiltà e le tempre degli abitatori sieno dall’uno all’altro centro così discordi: onde compongono poi la più proteiforme delle regioni: sendo appunto la sola dove, contratte ad unità, artifiziosa, le parti sue né pervennero fin'oggi a riposare, né a vivere e svolgersi nel proprio naturale loro ambito. Anzi ella non ebbe mai né parti, né confini costanti, né fregio di regione unica. Qui invero nella età più remota furono gli Osci, li più antichi popoli di cui s’abbia in Italia ricordo (344) , e l’ebbero stato fino al Garigliano: dipoi ricacciati, dògli Etruschi, oltre il Silaro o Sele entro più breve cerchio: o da ultimo rinchiusi tra poche zolle della regione nostra, sinché disparvero (345) . Qui in tempi non meno antichi fu la Enotria, la quale allargandosi, prima su di quel tratto ch'è racchiuso tra il golfo di Squillace e l’Ipponiate oggi di Sant’Eufemia (346) , e dipoi fino golfi di Taranto (347) e di Posidonia or di Salerno ebbe nel suo dominio parte della regione nostra (348) . Quinci la Conia (349) ch’era dapprima un distretto dell’Enotria e poscia regione libera, la quale da Metaponto e dal fiume Sin distende vasi fino a’ dintorni di Crotone (350) . Entro il cuore dell’odierna Basilicata, s’allargò poi la Magna Grecia (351) che dall’estremo della penisola, come vuol taluno, o dal golfo di Squillace, come altri opinano, distendevasi per l’ampia baia, oggi di Taranto, che il Jonio interna nell’Italia (352) . Tacciasi poi d’altre genti vivute sul suolo ch'ora è di Basilicata, senza ne raggiungessero mai gli odierni confini: le quali anzi vi perdeano o doppiavano lo stato loro con la natural mutabilità di fortuna incerta fra popoli ognora contendenti. Ma nella età de Lucani antichi e poscia de' Romani, nel nome di Puglia, la quale racchiudeva pure le antiche regioni di Peucezia e Daunia (353), or di Bari e di Foggia, andavano comprese molteplici città che mai furono della Lucania ed oggi sono parte di Basilicata; a mo' d'esempio, Venosa (354) , Acerenza (355), Banzi (356), Ferento, Milonia (357) , e tutte le città all'intorno del Vulture che Orazio dico montagna di Puglia (358) : le quali, a tacer d'altre, anco nelle più antiche circoscrizioni italiche di Augusto (359) , di Adriano (360), di Costantino (361) e di Teodorico ( ) (362) furono ognora rinchiuse nella Puglia: e cosi nelle età a noi più vicine dei Longobardi e dei Greci, Montepeloso (363) e Melfi (364) . Quinci tra le posteriori incursioni de stranieri, la regione nostra non fu mai tutta di un pezzo solo: da’ tempi di Rotari VII re longobardo al chiudersi del secol VIII, le sponde Tirrene e Ionie fino a Matera appartennero agli imperatori d’Oriente (365) : e dal lato opposto, pure nell’VIII secolo, la repubblica di Salerno si slargava oltre gli odierni confini del Potentino (366) : il resto poi della regione era del principato di Benevento (367) . Nella spartizione del quale, seguita l'851, toccarono a Radaichisio principe di Salerno, }arte della contea di Acerenza (368), e Marsico (369), per unga età disgiunte cosi dalla Basilicata. Quinci Matera ubbidiva al soldano di Bari (370) : e cosi porzione del Melfese (371) e del Lagonegro (372) insino alle Calabrie: all’est durava il dominio de’ principi di Benevento: all’ovest que' di Salerno: onde la regione nostra nulla. più fosse che un mucchio di pezzi o mosaico di stati (373) . Nello spirare poi del nono secolo i mussulmani, risalendo dagli estremi della penisola fino al di la delle Calabrie, invasero e dominarono in più parti della regione, tanto per moltiplicarne i rottami (374) : e quinci i Bizantini, tra quel parapiglia di stati, n’ebbero altri (375) : sicché nel X secolo qua e la vi appariano greci e turchi, longobardi e normanni (376) . Alla età de’ quali, e fu tra le meno ingloriose, sembra essersi fino perduta la memoria della Lucania (377) : cosi da non sapere più ond’ella avesse poi il nome di Basilicata (378) . Ma al certo essa racchiudeva allora, quali altrettanti stati, le contee di Venosa (379), di Montescaglioso (380), di Lavello (381), di Acerenza (382) e di Montepeloso (383), tutte nella dizione del ducato di Puglia: il quale ebbe a capitale Melfi (384), e, per cosi dire dalla regione nostra si slargò all’Adriatico e al Ionio. poi all’estremo della penisola, valicò la Sicilia, e risalì fino a Salerno: solo allora racchiudendo in sé tutta la regione (385). Tacciasi poi delle diecine di feudi e di principati degli svevi, degli angioini, degli aragonesi, de’ spagnuoli (386), al di quà de’ confini suoi d’oggi: tra più notevoli, la duchea conceduta da re Ladislao al romagnolo Attendolo Sforza, la quale racchiudea Tricarico (387), Senise (388), Tolve (389), Craco (390), Salandra (391), e Calciano (392) : e l’altra de’ Sanseverino, Matera (393) , Venosa (394), Terranova (395), Lauria (396) .E nemmeno si dica di quelle membrature che, lungo più. secoli, vissero ognora all’infuori della regione, anco dopo ella avea mutato il nome e li confini dell’antica Lucania ne’ più modesti di Basilicata: mo’ d’es. Matera la quale fino al 1663 fece parte di Terra d'Otranto, e ne fu distaccata onde porla a capo di questa regione:e Saponara (397) che da’ tempi degli angioini fino al secolo nostro appartenne al Salernitano, e del pàri Brienza ( ) (398) ( )e Marsiconovo (399) e Sant'Angelo le fratte (400) : e Bollita che sino al Decennio fu della provincia di Cosenza (401), e similmente il bosco di Policoro ed i luoghi cui confina (402) . Di guisa la regione nostra oggi ha parti, per tutta la lunghezza dei secoli, tra loro estranee, ch'ebbero autonomia propria, 0 divisero quella della Puglia 0 provincie di Bari e di Foggia, delle Calabrie e de Principati. Nè quelle vicende eransi mai reputate alterazioni alla unità della Lucania in prima, e di poi della Basilicata: riprova come l’attuale sua estensione sia non pure un portato di tempi non lontani, ma dell’incuria o disamore per cui i Borbonidi ben si guardarono dall’imprimerle vita, restituendola a’ centri naturali che la regione nostra racchiude. E forse per ciò ch'ell'è un aggregato di parti si diverse ed eterogenee, ad uno scrittore del luogo il quale intendea difenderne la strana sua unità, sfuggi di chiamarla una Svizzera italiana: ch'è, come niuno ignora, un aggregazione di popoli e nazioni variatissime: cosi il concetto gli si armò contro sena se n’avvedesse, o l’armi affilatea difesa si ritorsero contro il fine e l’arduo assunto.

XXXI. Dove poi si riguardi alle vicende delle capitali ch’ebbe la regione nostra, s’ha il più valido degli; argomenti, anco senza seguirne ad una ad una le età: □storiche, per dirla un' aggregazione priva di un centro che sia accetto alle singole parti, in guisa tra loro armonizzino: e dove nissuna ha davvero ufficio egemonico sull’altra. Qui Banzi (403) già capitale della federazione Osca: e Pandosia (404) dell’Enotria: e Cona 0 Siri (405) della Copia: quinci Metaponto (406) , un di regina della Magna Grecia la quale, come abbiam detto, si innoltrava fino al cuore della odierna Basilicata: fin la adunque traevasi il capoluogo di tanta parte della refione nostra: e Petilia (407) e Grumento (408) capitali della ucania e tra le più prossime all’attuai suo capoluogo: ed Atella, se non è quella di Campania, ne’ tempi de’ Romani una tra le dieci città del mezzodì che furono sede di una Prefettura: e Venosa capitale di Puglia e Calabria a’ tempi di Costantino (409) . Di poi Salerno (410) e Reggio (411), per più secoli alternandosi (412) , furono le capitaci della Bruzia e Lucania, quando non componevano che una sola regione: cosi a quegli opposti e lontani lidi trascinandosi la sede del suo. governo, riprova non offerirne ella di più acconcio, o che sin dai primi secoli dell’era nostra, era a questa regione venuta meno, con la tradizione isterica dell’unità, anco ogni importanza o valore. Quinci furono tante capitali guanti stati e parti distinte vissero e prosperarono sull'ampiezza del suolo suo: tra le più notevoli Acerenza, a capo del gastaldato che da essa ebbe il nome, istituito da’ principi di Benevento (413) : e Melfi come dicemmo sede del reame di Puglia e di Calabria (414) : e Venosa (415) del ducato, e tant’altre: nel mentre che Potenza (416) , centro naturale. di quel cerchio, ch’è oggi il circondario suo (417) , non ne era per anco né la capitale né il pernio attorno cui s’aggirassero l’altre città o senz’esserne la capitale potea pure dirsi il centro dell’intiera regione, ma quando Matera (418) ed il territorio amplissimo n era distaccato, e del pari il Venosino: anzi tutta la Puglia con Melfi, centro alla sua volta di Puglia e di Calabria: per non dire nemmeno qui della corona di stati 0 di contee ciascuna con centro proprio, ed oggi racchiuse nella vasta periferia, ch'è la regione nostra. Che se neppure in quel cerchio più esiguo Potenza fu dipoi la prima, ciò avvenne tra perché or questa or quella città n’aveano più abitatori, e più abbondevole richiamo di vitalità, anzi vigoria di vita pubblica: e per le distruzioni a cui la sottoposero o la barbarie devastatrice, o l’infuriare de’ tremuoti. Ond’è che da’ tempi di Carlo d’Angiò, in cui fu disfatta, fino a due secoli susseguenti, può dirsi ella non abbia più esistito, tanto la distruzione di allora fu intiera, e richiese secoli a ricuperar nomea di città: a conferma come, fra si molteplici improvvisazioni di paesi risorgenti ili un batter d’occhio da’ ruderi de’ tremuoti, nissun verace interesse, o proprio o convergente in Potenza n’aiutasse la risurrezione: e ciò nel mentre le varie città ora dominate da quella, erano i capiluoghi delle rispettive provincie, le quali uscivano qua e la dagli attuali confini di Basilicata: onde viemeglio appaia, anco da ciò, quanto sia capricciosa l’aggregazione o il fascio ch’esse oggi compongono.

Nel volgere poi delle vicende a noi più vicine, disconosciuti ma non disfatti quei centri, ché invano tenterebbesi di storcere i collegamenti veraci di interessi o di spegnere le vive forze locali richiamandole disordinate a un centro altrui, il nomade capoluogo, errò da Stigliano (419) a Tolve (420) : da Tolve, per brev’ora, a Potenza (421) : da Potenza a Pignola (422) : e da. Pignola, attraversando la vasta contrada, si fermò poi a Matera (423) . Nella quale per secoli, e infino a quest’ultimi lustri in cui, valicando di nuovo l’intiera regione, andò a posarsi al polo opposto cioè a Potenza (424) , stette la sede di quell’accozzaglia di provincie che alterando per tutta, la lunghezza de’ secoli i suoi confini, ampliandosi o smembrandosi secondo vollero le vicende serbò ognora, il nome di Basilicata: confini che si discostano poi oggi dagli antichi, non meno di quel che essi s’allontanarono dagli antichissimi della Lucania. Cosi la ricerca delle origini, pur succinta quale l’ordito del nostro lavoro consente, è guida acconcia a torre qualsiasi fede ad ogni istorica ragione dell’odierna ampiezza di Basilicata: entro cui molteplici città, lungi una dall’altra più centinaia di chilometri, alla lor volta pretendono esserne il capoluogo: nella guisa lo furono. ma solo per la violenza delle umane vicende, onde volta a volta l’una prevalse sull’altre, e nissuna centro di forze morali ed economiche che per antiche e moderne cause, da tutta la regione vi si accogliessero. Se pure le trasmigrazioni delle capitali non fossero già la più valida riprova di parte cui tolgono fattezze di unità gli interessi in ciascuna di esse accentrati e per natural portato anch’oggi tra loro divergenti. ché fin’oggi, in quella classica terra delle città ch'è la penisola italiana, le quali avrebbono da essere li perni o centri naturali di provincie, la regione nostra null'altro fu mai che un aggregato di più provincie.

XXXII. Il che viene oggi ed ampliamento in luce solo si consideri la vastità e struttura sua tra l'altre della penisola: le dismisurate distanze: la somma degli abitatori: li scompartimenti entro cui s'accolgono: e il fascino degli interessi che a questo o quel punto li invitano. Onde viepiù sia manifesto come la regione nostra, cui fu negato ogni special tipo di provincia italica, appaia oggi quella ove le vicende non pure si sbizzarrirono segnandole gli odierni confini, ma le attribuirono una vastità che ha quanti germi valgono all’isterilimento suo, e, solo ad essa, strano privilegio, non consentendo quelle sagaci spartizioni da cui altre regioni riconoscono la odierna floridezza loro. Tant’è vero, che di tutte le provincie italiane è , come dicemmo, la più vasta: anzi, per migliaia di chilometri, dappiù delle maggiori: se ne hanno poi undici tra. cui le vastissime di Alessandria, di Brescia, di Firenze e Novara, di ciascuna delle quali o è il doppio o poco le manca: cinque, tra cui quella di Genova, Liguria antica, ne sono ben tre volte minori: è poi quattro volte più vasta di altre quattordici provincie, esempligrazia quelle di Bologna e Pavia e Parma e Pesaro: e vale cinque volte ognuna di quelle di Bergamo, di Como, di Milano: e perfino è otto volte maggiore delle altre di Ancona, di Ravenna: e nove volte della provincia di Porto Maurizio, resto di Liguria: ed è poco meno di dieci volte quella di Napoli: per non dire di Livorno trentatré volte minore: per ultimo basti che da sola è più di mezza Lombardia la quale è pur divisa in. nove provincie: vastità mostruosa che noi reputiamo non abbia altro esempio tra le amministrative spartizioni di quanti civili stati conta l’Europa. Frutto poi di circoscrizione si scorretta anzi disfatta, le interminabili distanze Ira suoi confini estremi. Da quelli infatti per cui la regione nostra si confonde con Terra di Bari agli altri che la separano dalle Calabrie, corrono da quasi duecento cinquanta chilometri: e tra le spiaggie del Ionio alle Tirrene o dagli estremi di Terra d’Otranto ai Principati poco meno di duecento. Ond’è che tra città e paesi posti alla periferia della regione nostra, corrono distanze non di giorni ma di settimane e talvolta di mesi, secondoché le centuplicano o la inopia di vie delle quali diremo ampiamente a suo luogo, o li torrenti le fiumane senza pontino le asperità del suolo, «precipizi e vette che. di questa contrada, a contrasto con la ospitalità tradizionale degli abitatori, fanno la più inospite tra quante annovera la penisola (425) . Né il criterio della popolazione, per quanto sia divulgato il contrario, contradice all’assunto nostro. Per iscarsa e rada ell'appaia nella famiglia della penisola sino a giungere a stento al novero di quarantasei individui a chilometro quadro, pur tal è la vastità della regione, che anco per novero di abitatori solo la cede a tredici fra le sessantotto italiane provincie (426) . Più popolosa, anzi quasi del doppio, di quelle di Bergamo, ai Bologna, Brescia, e Cagliari, e Ancona, e Parma, e Como, e Modena, e Pavia, a tacer di altre meno illustri: è quasi tre volte quelle d’Ascoli, di Ferrara, di Forlì, ai Pesaro, di Ravenna, di Piacenza: e quattro volte q uella di Massa: e cinque ognuna delle provincie di Livorno, di Porto Maurizio, di Sondrio.

XXXIII. In cotale vastità di superficie e somma di abitatori, niuna meraviglia se per avvicendarsi di età. ognora stranieri gli uni agli altri, più che una famiglia compongano aneh’oggi un aggregato di più fa un figlio: e dividansi in naturali scompartimenti, ciascuno de’ quali vasto di più migliaia di chilometri, certo e’ con verrebbe dirlo dappiù ai provincia, se entro i confini d’una sola a noi fosse dato, in omaggio al vero, riconoscerne altre. Quattro ve n’hanno (427), curvate ad unità violenta, ed a quel centro ch'è Potenza (428), ultima tappa della nomade capitale: quantunque per novero di abitanti sia dammeno di Avigliano (429) e a stento pari a Matera ed a Rionero (430) : e per splendidezza di costruzioni e agiato vivere e industrie, dammeno di Melfi (431) e Matera città in grembo all’Apùlia &Ionia antiche: senza poi tradizione isterica o memoria e scambio di benefici, e agevolezza di comunicazioni e vita di traffici che unisca Potenza alle altre membra della regione e ne la faccia il cuore,o il centro morale ed economico. Dall’estrema periferia del Lagonegro, confini di Calabria, è lungi da cencinquanta a quasi duecento chilometri; da quelli del Materano sulle spiaggie del Ionio od attigua a Terra di Bari, quasi cencinquanta; dalle estremità del Melfese, laddove fan punta in. Capitanata, oltre i cento; più d’accosto le sono i Principali ed il Tirreno. È poi lontana dai capoluoghi delle provincie che compongono la regione fino cenventi chilometri, a mo’ d’es. Lagonegro: centodieci da Matera: più vicina è a Melfi (432) che da Potenza si discosta solo settanta. Nondimeno ella. a ragione può dirsi equidistante dai comuni di quell'ampia zona ch'è il circondario suo; rii quale alla sua volta ha singolarissime proporzioni. Tant’è che. nella famiglia italiana v’hanno ben quattordici provincie, ciascuna delle quali n’è meno vasta: a mo’ d’esempio quelle di Modena, di Piacenza, di Reggio, d’Ascoli, di Ancona, di Livorno, di Ravenna, di Napoli, di Benevento, di Cremona, di Forlì, a tacer d’altre minori. E per numero di abitanti il sol circondario di Potenza è dappiù, delle provincie di Grosseto, di Sondrio, di Livorno, di Massa e Carrara, di Porto Maurizio: e pressoché uguale all’altre di Ascoli, di Ferrara, di Siena. Onde poi egli ha ampiezza ed abitatori e pregio, per sé solo, di provincia: e corona di colli e monti formanti una catena propria: e comunità asserragliate una all’altra: e popolose, Avigliano (433) : ed antichissime, Anzi (434) , Acerenza (435), Vietri (436), Oppido (437), i due Marsico (438), Brienza (439), Armento (440), Baragiano (441), Pietrafesa (442), Abriola (443), Balvano (444), a non dire di Potenza (445) , altre di recenti glorie Corleto (446) , o più che glorie, fama incancellabile d’infortuni, come Tito (447), Calvello (448), Guardia (449), Picerno (450), Spinoso (451), Gallicchio, Missanello, e Sasso (452) , a tacer di Saponara (453) , di Sant’Angelo (454), di Montemurro (455), di Viggiano (456), di Genzano e anzi ' (457) , di Tramutola (458) delle quali dicemmo altrove. Arrogi, varietà di suolo, circoscrizioni qua e la corrette, e vigor quasi bastevole a vita propria laddove il Potentino potesse mai disgregarsi dalle altre provincie, che va nel nome di circondari, e attendono sollevarsi a pregio di autonomia: onde poi raccolto tra eque distanze meglio si sottrarrebbe alla povertà di vie da cui oggi è afflitto; certo non n insidierebbe ogni vigore la smisurata vastità, in cui alla sua volta si sperde, e la distanza da’ centri delle provincie che lo attorniano. Li quali or rifuggono da Potenza (459) , sendone lungi più di quel non sieno da’ capoluoghi di estranee, a taluna delle quali già congiunti da ruotatoli, e tra breve dalla ferrovia, né lo saranno per lustri e secoli. causa perversità di suolo quasi insormontabili, a quel singolar capoluogo di molteplici provincie ch'è Potenza.

XXXIV. Nondimeno a chi attentamente ne consideri il territorio, o vuoi lo stato e il vivere degli abitanti. vi scuopre una singolare comunanza di tipi con il Lagonegro: quantunque laddove ei si accosta alle Calabrie ne ritragga una tal quale uguaglianza o affinità, di interessi, per modo ei vi immette parte della vita. sua: o si distende fino al Jonio ed allora si veste di sembianze altrui. A pari del Potentino ha il Lagonegro molteplici meglio che comuni, scabbia di comunelli: taluno de’ quali antichissimi: oltre ai ricordati più innanzi di Bollita (460) , Maratea (461), Moliterno (462), Chiaromonte (463), Rivello (464), Lauria (465), Latronico (466), Carbone (467), Castelsaraceno (468), Tursi (469), Senise (470), Noepoli (471), rammentansi qui Castelluccio (472) , Rotonda (473), Sant’Arcangelo ( ) (474) (, ) ; e singolare vastità; e dovizia di abitatori; e strane sudditanze di centri maggiori a minori: onde genti affini vivono nemiche. Il capoluogo Lagonegro (475) , umile terricciuola di poco più di cinque migliaia di viventi, è lungi dalla periferia de comuni suoi oltre gli ottanta chilometri, o poco meno di cento da quelli che, sebbene racchiusi in quel suo territorio, si sprolungano fino al Materano, da quel lato che fu ed è Jonia. Per vastità poi di suolo il Lagonegro è dappiù di ben diciotto provincie italiane, e tra d’esse voglionsi nominare le più vaste di Como, di Bergamo, di Ferrara, di Cremona, di Ascoli, di Bene- vento, di Forlì, di Macerata, di Modena, di Piacenza e Ancona e Ravenna e Reggio e Napoli, a tacer d’altre. E per popolazione è dappiù di quelle di Grosseto, di Sonno: e pressoché uguale alle provincie di Livorno e di Porto Maurizio. Ond’è che insieme congiunti li territori del Lagonegro e del Potentino compongono da soli una provincia, che per vastità è maggiore di ben quarantaquattro sovra delle cinquantanove in cui, meno la Venezia, si spartisce la penisola; e solo la cede a quindici. E per novero di abitanti, è dappiù di ventisette. Ampiezza od accentramento appena dicevole a provincia.



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XXXV. Ma oltre quelle, altre due se n’hanno delle quali reputiamo pregio di questi studi il porre in luce la singolare importanza, e que’ profili e tipi per cui hanno vita raccolta a’ rispettivi loro centri. Qui il Melfese quasi a che non si confonda con l’altre parti della regione, in specie dal lato del Potentino, diviso da corona o baluardi di colli e vette ripidissime (476) ; qui varietà di clima, coltivagioni proprie (477) , e quella singolare affinità tra le parti che lo compongono onde niuna zolla di terra altrui egli racchiude ne suoi confini; e splendore di memorie grandi virtù, tremendi disastri per malvagità di suolo e di uomini; e città con varia ragione antichissime o di recente industria, ma prosperose: e un centro che fu sede di concilii, e reggia e capitale di-un reame.. Ma quel ch'è tal cosa rara nel mezzodì, v’hanno nella provincia Melfitana molte vie, convergenti ai capoluogo od a regioni estranee ed affini: nissuna, a meno di una, a Potenza: beneficio che gli abitatori, più che ad, altri, deggiono alle industrie degli avi loro. Poche comunità vivono perciò straniere 1 una all’altra, come più che altrove accade nei circondari di Lagonegro o di Potenza ove l’associazione incontra impedimenti nei fiumi senza ponti, nell’acque squagliate lungo i piani, ne’ tortuosi trattori e nei precipizi per cui fra municipi a brevissima distanza, non corre affinità, alcuna. La più parte di quei del Melfese vanno poi tra li più popolosi della regione nostra; tanto che, singolare privilegio, non v’abbia colà scabbia di comunelli. E tra le più illustri città, qui Venosa, la patria di Orazio (478) ; colà Forenza già Ferente (479) ; altrove Muro, già Numistrona (480) ; e Montemilone un di Milonia (481) ; e Palazzo ove fu Bandusia (482) ; a non dire di Atella famosa per disastri suoi ed altrui (483) : e di Lavello (484) e Sanfele ( ) (485) ( ) anch’esse d’età remota: e di Rapolla già sede vescovile (486) : e di Rionero, per le industrie degli abitatori a la vivezza della loro indole, poco meno che il centro dell’attività di quella provincia, nella guisa n’è di già il più popoloso comune, sebbene di fresca origine (487) : e di Melfi, la quale non pure fu la sede ma il ceppo del reame di Puglia, anzi di quel delle due Sicilie (488) . Onde poi la provincia di Melfi, cuor di Puglia, null’ebbe mai di comune con il Potentino, meno il trapasso ad esso di comunità a lei pertinenti, e noi diremo più innanzi quali sieno, tali e quali le accusa la indole degli abitanti, la struttura del suolo, li suoi confini, la parità delle origini o delle vicende. Il capoluogo è lungi dalla periferia della provincia tra i cinquanta, ai sessanta chilometri, ma solcati da numerose vie. Ond’ella fruisce di vita quasi propria, o se rivolta ad altri centri, l’è a’ municipi suoi che fanno, parte di quel di Potenza: od aspira versarsi n$lla vita di Capitanata e dei Principati, regioni attigue, non meno che in Terra di Bari ov’ha comunità affini, Puglia anch’esse: e dove la invita agevolezza di comunicazioni, fecondità, di industrie e di commerci. Rifugge cosi la Melfitana, provincia di convergere a Potenza gli interessi suoi, ( ( ) quasi conscia dell’autonomia per cui ha vita bastevole, o presaga dei destini a cui l’avvenire la serba. Nè havvi da meravigliare di cotale sua compostezza o vigoria di parti dacché sebbene tal quale è oggi circoscritta, e stremata di più comunità, sia la pii modesta delle provincie in cui è spartita la regione k nostra, pure nella italiana famiglia v’hanno ben dieci non circondari ma provincie di minore vastità: tra, le quali quelle famose di Ravenna e Ancona e Forlì ed Ascoli, di trecento chilometri più esigue: ed è poi un terzo più vasta di quelle che da Benevento e . Lucca hanno il nome: e due volte l’altra di Porto Maurizio e perfino della provincia di Napoli: ed è otto volte maggiore di quella di Livorno. Ond’ha ampiezza dappiù di provincia, anco a non tenere conta e’ comuni ora dal territorio Melfese divelti, come dicemmo, in beneficio di quel di Potenza. Più popoloso poi della provincia di Grosseto: e poco meno di quelle di Sondrio e di Livorno: e lo diverrà di ben quindici altre fra le italiane, dove gli si rendano le parti suo proprie. Tal è il territorio che dall’arbitrio o dalla, ventura congiunto ad altri contermini ma non mai affini, ebbe vastità di provincia e. umiltà di circondario: ha vita e centro proprio e vive soggiogato a centro altrui, ei che fu sede il ceppo d’un regno, ed anche oggi per ampiezza di suolo e ricchezza di abitatori è dappiù di molte tra le provincie italiche.

XXXVI. Ma oltre alle discorse, ora racchiuse nell’odierna Basilicata, ve n ha una quanta, maggiore d'ogni altra, il Materano. Avvegnaché pur ritagliato da più di mille chilometri m beneficio del Lagonegro, e di centinaia a profitto del Potentino, tal quale è superi li tre mila chilometri quadri: al che non giunge nessun altra. Anzi con ampiezza inaudita è fin dappiù di ventuna fra le provincie italiane: essendo, tra l’altre, dieci volte maggiore di quella di Livorno, e tre volte e più le altre di Napoli e Porto Maurizio: e il doppio delle provincie di Lucca, Massa, Benevento, Forlì: è d’oltre i mille chilometri più vasto di quelle che. hanno a capiluoghi Ravenna, Ascoli, Ancona: e di molte centinaia dappiù di Reggio, Cremona, Piacenza, Ferrara, Como, Bergamo, Macerata, Pesaro: e fino di quella di Milano: Vastissimo poi, cosi che da' confini di Terra di Bari a quelli per cui egli si congiunge al Lagonegro corre una lunghezza pressoché di cento e cinquanta chilometri: e spingesi fin quasi alle soglie di Potenza: ed ha per confini suoi tre estranee provincie e il mar Ionio. Annovera città antichissime, taluna delle quali anch’oggi splendide, o recenti ma oggimai fiorenti. Matera (489), in fino agli ultimi anni capitale della intiera regione, ricca di palagi e di abitatori, lieta di agiato vivere e di ricolti quali offrono campi di singolare ubertà ed ampiezza, e clima tepido, fino nel verno. E v’ha Montepeloso (490) ov’abita un popolo forte, rischioso, ch'ba dall’alpestre giogo, costumi, virtù e vizi pertinacemente propri: e invitto un di contro tutta l'oste di Re Roberto; e Montescaglioso (491) ( ) di pari antichità e maggiore bellezza; e Tricarico (492) città regia innanzi venisse alle mani de’ baroni; e Miglionico d’antica e dubbiosa origine (493) . E Ferrandina, tra le recenti, edificata dagli Aragonesi ne pressi della antica Uggiano (494), e Bernalda (495) e Pisticci e Montalbano. E Tursi (496) oggi divelta dal Materano, sebbene su di quel suolò che fu la Magna Grecia e v’ebbero fra tante altre Lagaria, Siri, Eraclea e Metaponto la città regina della Ionia: regione anch’oggi di singolare bellezza, e ubertà rara, e aperti campi, e macchie variopinte, cielo ridente, onde cerulee, sorriso od incantesimo di creazione: quasi a che più spicchi la disparità sua con gli alpestri gioghi e nevosi, le coltivagioni di collina del Lagonegro e del Potentino, a meno de siti i quali essi, contro. la ragione del suolo e degli abitatori, od a rimpicciolirne i confini tolsero al Materano. Il quale auspica a vita propria e fino a che la ventura non la consenta, si rinfranca volgendo le sue forze e le opere e le vie non ad accomunare le sorti sue con il resto della regione a cui per forza è legato, ma con quelle di Bari e d’Otranto: alle quali da lunga età fu congiunto da medesimezza di fortune, copia di scambi è, ciò che più monta, da vie. e tra breve lo sarà da. ferrovia: e l’è solo da mesi a Potenza, per quell’arteria, ch’è detta lucana; la cui costruzione agevole durò pur trent’anni e valse milioni. Lungi Matera cento e nove chilometri dagli alpestri gioghi ove siede quella città, è di neppure i la metà discosta da Bari, ch'è tra i più floridi centri del mezzodì e sbocco agevole d’ogni ricolto. Non meno poi della vastità, tante volte maggiore di provincia. il Materano ha popolazione pari a quelle di Grosseto e. di Sondrio: e maggiore che non le provincie di Livorno, Massa, Porto Maurizio, e di tant’altre più. farnese dove gli si rendano le comuni di cui si accrebbero li territori di Potenza e Lagonegro: con sì strana forbiciatura che di quel suolo ove si distese la Magna Grecia, parte rimase congiunta, veh! sconoscimento di abitatori e di confini, al Calabro Lagonegro; anzi solo gli estremi restarono al Materano.. E in tanta ampiezza e ubertà di campi, e tal splendore di memorie, lustro di città e tradizione di. capitali, importanza di traffici e d’industrie agricole e schietto profilo di provincia, ell'è nulla più di umile circondario, o vuoi altrimenti, una partizione governativa.

Di tal guisa la regione nostra quattro ne annovera che sono provincie: due delle quali affini: l’altre duo da quelle e tra di loro distinte: ibrida aggregazione ed unica, per quant’è vasto il regno, onde ella serbando fin’oggi confini poco meno che di regione, non ebbe mai unità o profilo di provincia: sebbene artifici ed. arbitrio s industriassero a disfare quelle delle quali si compone, negando loro ogni balia di reggersi da sè, anzi che nemmeno vi fossero interessi a loro esclusivi: e ad una sola e in un sol punto riconoscendo ragione e vigoria di circoscrizione amministrativa. Soggezione dell’une al dominio dell’altra, il quale la legge con vano infingimento tentò di eternare: e non vi riusci. Gli ordini liberi sopravvennero invece a rendere più spicca l'artificiosa unità e la violenza onde si mantiene. E la dio mercé luminosi, pei veggenti, se ne mostrano gli effetti.

XXXVII. Fra questo meccanesimo di circondari che hanno vastità di provincie: e di provincie meglio che accolte, disfatte tra scorretti confini di regione: s’aggira la vita publica, ma frazionata pel numero di quelle strane provincie e nell’orbita ai centri molteplici. Onde l’accolta de’ deputati mandamentali, e per cui la legge intese rivivesse ovunque la provincia italica, avrebbe valso ad aiutare il disfacimento di quelle che racchiude la regione nostra, dove la resistenza degli animi e la incancellabile vastità e struttura del suolo non le mantenesse. E riescono anch’oggi un’associazione di parti, o piaggie dissociate d’ignoti reami come bellamente disse taluno (497) , alle quali né omogeneità o comunione di interessi, né vie a fonderli insieme imprimono un tipo unico, e quell'armonia di aspirazioni e di opere che valgono a stringere e indissolubile iì patto dell’associazione,e il vigoroso accordo degli animi. Avvegnaché, edè ovvio, le aspirazioni seguano l’attrazione precipua degli interessi, de’ quali a niuno è concesso interrompere o deviare il corso; ed essi eternino le divergenzee s irridano degli artifici con cui legi inconsulte intendano accentrarli, tribuendo a più provincie unità di una sola. Accade allora che spartendosi le rappresentanze in divisioni che a ragione si direbbero provinciali, se una provincia avesse in sé più provincie, «certo la nostra n ebbe fin qui, a nissuna di esse sieno propri ed accetti gli interessi dell’altre. E poiché interessi universali a tutte non ve n’hanno o li amministra lo stato: e li confidati alle magistrature provinciali sono insufficienti ad affratellare i luoghi tra loro più discosti o riescono esclusivi di questa o quella territoriale partizione, per modo aggiransi attorno un solo centro di attrazione e in un’orbita propria, cosi gli interessi dell’una si paiono a detrimento di quei dell’altre. Tutte poi concordi, e ne vedemmo più esempi, nel combattere quelli del capoluogo cui a forza sono curvate, li quali nemmeno son comuni all’intiera regione ma propri della provincia, a cui egli è centro naturale, prima d’essere l’artificiale di tutta la regione. Divergenze bene spesso, come in questa nostra accade, più aspre con ciò che per le interminabili distanze dal capoluogo al quale i rappresentanti delle singole provincie avrebbero da trarsi a guado di fiumi e groppa di somieri e stenti e perigli da non dirsi, l’azienda della regione è ognora alle mani di chi vive più d’accosto al suo centro; e la partecipazione degli eletti da’ mandamenti più lontani è mostra vana od illusoria. Onde v’hanno le provincie, per natural portato di tanta singolarità d’ordini, singolarmente protette, altre in oblio: cagione di gare anzi d’odi per cui essi mettono radice «ed hanno tenacità meravigliosa e di secoli: e a grado a grado ognora più s allontanano le parti che compongono cosi strana unità (498) . Nè senza miracolo può attendersi si riaccostino, o sorgano accordi, i quali vogliono dire rinuncia di ragioni proprie in beneficio d’altrui, laddove, come avviene tra noi, pii interessi divergenti si svolgono intorno a centri vari, nissuno de’ quali a comunanza coll’altro, e men che meno con il capoluogo della regione. Per il che ogni sacrificio avrebbe a profittare al tempo stesso a più parti, affini ciascuna più che all’altre, a regioni estranee: il che varrebbe come conseguire che un circolo si riquadrasse. E fresca è invero la memoria, per cagione d’esempio, di vie proposte, e respinte dalla coalizione di quelle parti a cui esse non doveano giungere od erano superflue: e del milione con miracolo di benevolenza offerto dallo stato a costruirle, le quali come sapevasi da ognuno., non avrebbono certo valso a correre, per quant’è larga e lunga, tutta la regione: arcana e naturale causa, come vedremo più innanzi, di quel gran rifiuto. Donde la malagevolezza di opere qualsiansi che mettano capo a tre centri diversi od a sei di regioni estranee:. e quella inanità per cui la provincia anco quando di modernissima sia ornai istituzione antica, dove la si serbi ne’ confini d’oggi, apparirà pur sempre pargoleggiante. E quel che n’è eloquentissima riprova, tra conati di vita libera anzi pieni potente, molte volte il timoroso esercizio delle larghezze che di già le leggi concedono: onde poi non danno frutto o non mettono radice. ché a tale costringonla i dispareri, e le aperte resistenze al tronco a cui, quali verdi rami, le partisue sono curve, finché si schianti il nodo di si violenta unità: l’avversione anzi l’odio de’ subcentri verso quel che sovr’essi ha privilegio e non ragione di dominio: le ripugnanze a sacrifici che approdino a genti fra loro estranee: le aspirazioni e l’ansia di quella autonomia ohe a ciascuna provincia renda la vita propria: onde le forze ch’oggi corrono disordinate e isterilì fino a Potenza si rimangano e germogliano nel natio luogo: facendo per tanti modi ampia ragione a chi lamenta lo spoglio di tre provincie in beneficio di una sola, e, come apparirà nello svolgere di questo libro, quel soverchio accentramento per cui havvi apoplessia al centro e paralisi alla circonferenza.

XXXVIII. Nè da un simile stato si trarrà insino a che la smisurata ampiezza, le malagevoli distanze, la inopia e difficoltà di vie, gli impedimenti a imprimere vita a membra si scomposte, od unità a interessi, a centri, a provincie bastevoli a sé medesimi: non persuadano a quel partito che gli studi nostri additano come il sedo acconcio. E sovratutto, insino a che non scenda nel convincimento di ognuno essere vana lusinga di chi s’arresta alla corteccia delle umane cose, quella sia dato di avvivare tant’ampiezza solo per virtù di vie: quasi potessero mai valere tra noi a disconoscere la storica tradizione e la vigorosa picciolezza 'delle provincie italiche; ed a costruire quelle non si richiedesse poco meno che secoli. E lo esempio delle 'compiute infinoggi informi: e si avvalori degli impedimenti ch'offrono l’irte vette, gli abissi raccapriccevoli e l’altre meravigliose asperità del suolo, non meno che degli indugi propri di si smisurata impresa: vie maggiori quando una sola provincia, ch'ha ampiezza di regione, e con tale. difficoltà di accordarne li rettori, abbia da essere universale costruttrice di quanti tronchi, ritagli di vie, viuzze, viottoli e sentieri di campi valgano ad avvivare di luogo in luogo gli scambi. Lungi però da noi il pensiero di correggerne la disfatta circoscrizione consentendo che le parti sue più affini-alle contermini loro s'aggregano: a mo’ di esempio la valle del Bradano s aggiunga a Terra di Bari: e quelle della Salandra e dell'Agri a Terra d’Otranto t e li piani irrigati dall'Ofanto si spartiscano tra le provincie di Avellino e di Foggia: ossivvero quella di Salerno si accresca ritagliando il territorio di Potenza: o la Calabria inchiuda tra i suoi confini gli estremi del Lagonegro. Cotali smembramenti mutando provincie già vaste in vastissime, vi tramuterebbero dalla nostra le difficoltà che ne insidiano la floridezza ed il graduale svolgimento: accomunerebbero genti affini sì, ma da secoli vivute disgiunte. E quel che pip monta, e per cui s andrebbe a ritroso del fine nostro, non risparmierebbero il guaio di forze sbandite dal naturale loro centro a. sol beneficio d’uno altrui: e l'anomalia di provincie alle quali negasi balìa di reggersi ed amministrarsi da sè, mentre l’ampiezza del suolo e la copia degli abitatori le sollevano a fruire di vita autonoma.

XXXIX. A ben altra proposta non sia quella di ritagliare attorno la regione vastissima guidano li, nostri studi: a soluzione cioè per la quale anco tra di noi la penisola ridivenga la terra classica delle città (499) ( ) e le città sieno li perni naturali di provincie: onde quelle della regione nostra si ravvivano e rendansi per cosi dire all’italiana famiglia, all'infuori della quale ora vivono, o certo non le aggiungono vigore e pregio. Nè dolga venga meno a un tratto quell'aggregazione artificiosa, sola soprawivuta al secolare e provvido disfacimento dell’altre. Alla boria e nullaggine di una ampiezza che la condanna al fondo delle sociali infermità, si contrapponga la gloriosa impresa di vivificare a un tratto nel seno dell’italiana famiglia tre e splendide provincie: dalle quali attenda l’egra regione il benessere che la sollevi a quell’altezza a cui pur giunse quando, tramezzata da popoli vari e governandosi ciascuno in un ambito bastevole, erano illustri città e gremiti abitatori laddove oggi imperano solitudine e silenzio. Miracolo ii quale è agevolmente da ripromettersi con il restituire' la cosa publica ai centri suoi propri: perché le forze vegetano e moltiplicano la dov’hanno radice e umore. Stringansi poi vigorosi i vincoli dell’associazione tra i municipi, ora accomunati a’ più lontani che annoveri la regione, e tra di loro stranieri: e la virtù e le splendore dell’autonomia provinciale prenda il luogo della ingloriosa soggezione di più provincie ad una sola, quella del capoluogo.

Le cose partitamente discorse additano quali siene i centri da sollevare dallo strame in cui giacciono ad. altezza di città, anzi cuore di provincie italiche: e la vastità di ognuna: e la via di tracciarne i confini. Scompaia la Basilicata, che i geologi narrano fossa sprofondata un di nell’imo del mare (500) e risusciti ma divisa in tre. Tre provincie, tre pianeti roteanti nell'orbita propria, e ognuna vegliando allo sviluppo dei servigi, all’opere di civiltà, a bisogni e al benessere degli abitatori suoi. E più che tutto, volgendo a loro beneficio esclusivo le forze dell’associazione dei municipi, la comune fortuna e ogni maniera di sacrifici insin ora senza pro (501) in un luogo raccolti e altrove dispersi: i quali si rimangano invece laddove raccolgonsi ed a fecondarvi l’avvenire. E cessano dal riuscire, come ora necessità vuole, più gravi per le provincie a cui meno profittano o per le meno liete di benessere a di ricolti: e più lievi per l’altre che que’ sacrifici maggiormente sfruttano od assorbono. Onde pure nella periferia della regione nostra, in tanta varietà di fortune tra l’una e l’altra delle provincie che la compongono, anco la giustizia che presiede alla partizione de’ tributi, si traduce nella maggiore dell’ingiurie.

XL. Matera (502) Melfi (503), Potenza (504) sieno li tre capoluoghi delle nuove provincie. Ad ognuna la cura di svolgere le forze ed istituzioni sue, altre avvivarne, e la balia di reggersi ed amministrarsi da sé. Sollevinsi del pari dai sacrifici ch'oggi municipi ed opere pie offrono in sull’altare di quella difforme e strana deità ch'è la regione: ed insieme ai contributi suoi sovra ogni ordine di cittadini, volgansi a che l’associazione loro, nell'ambito della provincia, prosperi: a sovvenirli nei bisogni: dare lena alle industrie: dischiudere nuove vie ai traffici: e, appare a chi altrove consideri la prosperosa vita o il compito dì provincia, cotale pecunia e quell’altra che la certezza dei benefici spremerà allora da ogni ordine di cittadini, sia bastevole. Sovra tutto poi a ciascuna delle nuove province concedansi o si rendano li naturali suoi confini. Qui il Materano al quale vuolsi istituire quei lembi del territorio suo, che fu già Enotria (505) e Conia (506) e Magna Grecia (507), ora racchiusi tra i confini dei Lagonegro: quasi a che più spicchi il contrasto dell’alpestre suo suolo con gli ubertosi campi del Jonio. Onde si accresca il Materano di tutto il territorio ove imperò e giacque Eraclea (508), ch'oggi è in parte della comunità di Tursi (509): e si daccosto a Montalbano, l’odierno ed estremo lembo del Materano, che da lustri vari pendono, come si disse, quistioni a quale de’ due municipi si pervenga il bosco di Policoro che li divide. Oltre che, la comune di Tursi è da ottantadue chilometri lungi da Lagonegro, cento dodici da Potenza, ed appena sessantotto da Matera. Le si aggiunga pure Colobraro (510), ch'è, quasi a pari di Tursi, più discosto da Lagonegro e da Potenza, nell’ubertosa valle tra l’Agri e il Sinni o Siri, e non molto lungi da deve un giorno splendè la città a lui omonima (511) : e Santarcangelo (512) quasi equodistante tra Potenza, Lagonegro, Matera, e in sui confini dell’odierno territorio di quest’ultima: e fors’anco Roccanova (513) ch’è pur sempre più discosta da Potenza che non da quella. E vi ai com prenda ancora Rotondella e Bollita (514), territori anch’essi nella vallea del Sinni, la dove sorgea Lagaria (515) in sulla spiaggia del Jonio, e meno lungi da Matera che da Lagonegro: e Favale da quelle equidistante, e parte del mandamento di Rotondella: e più addentro Senise (516) comunità meno discosta da Matera che non da Potenza, e meglio popolosa di Chiaromonte cui è soggetta, e dalla quale si distacchi sollevandola a capo di mandamento con San Giorgio. Ai lembi del territorio di quest’ultimo, scompaiono in parte il mite clima, la vaghezza de’ piani,1’ ubertà celebrata le tante volte da' poeti e dagli storici (517) , i dolci pendìi dei colli, la vicinanza del Jonio, e il suolo dove vissero le greche schiatte. Onde colà incominciando l’alpestre Calabria, sia quello al sud il confine della provincia di Matera.

All’ovest vuolsele aggiungere quella zona ov’è Campomaggiore (518), ed a chi bene la riguardi pare che mutisi pur colà la faccia del suolo: dacché abbia qui termine la ubertà de piani attornianti gli alpestri gioghi che segnano alla provincia di Potenza i naturali confini: e similmente Albano (519) , anch’essa in quella vallea formata dal Bradano (520) e dal Basento che il Potentino disgiunge dalle Puglie, onde gli abitanti di essa, tendono verso le Puglie e l’Adriatico più che verso Potenza e Salerno. E quel ch'è un riprodursi ognora di condizioni antichissime, Albano, un giorno duchea dei Ruggero, la quale per l'agevole passo del Basento sovra di un ponticello in pietra, ch'è una meraviglia per quelle contrade, s’estendea al di qua fino a Castelmezzano (521) , ed a Petrapertosa (522) comunità ora soggetta a Laurenzana da cui è due volte e più discosta che non da Albano, gli è anche oggi il naturale centro di quel cerchio di comuni e acconcio capoluogo di mandamento.

All’est e al nord li confini della nuova provincia sieno gli odierni segnati dal mar Jonio e dalla Terra di Bari laddove non si reputi distaccarne pure taluni lembi, li più affini alle comunità confinanti del Materano e vivuti da secoli nella loro famiglia: per il che non verrebbe certo meno la singolare ampiezza di Terra di Bari, ch'è tra le più vaste della penisola. Ma anco senza di que’ lembi, il Materano, che oggi è dappiù di ventuna tra le provincie italiane salirà, non appena le si rendono, almeno entro la regione nostra, i naturali suoi confini ad ampiezza maggiore non n abbiano forse trent’altre: e per abitatori, diverrà pari o dappiù di dieci a quindici tra le provincie della penisola. Larghezza la quale congiunta alla ubertà singolarissima di quel suolo ed alla copia de’ tributi ch’ora in beneficio della multiforme regione si raccolgono (523), si parrà bastevole non pure alla vita ma allo splendore di provincia.

XLII. E si dica altrettanto di quella di Melfi, già, come dicemmo, dappiù di ben diciotto altre fra le italiane, e ne supererà ventisette solo che venga restituita ne’ confini suoi naturali ed affini. Anco a non Tortorella che nel secolo xvi era nella Basilicata (524) ed oggi è della provincia di Salerno: e Spinazzola, tra l’altre pochi lustri or sono della regione nostra (525) e ch'ora appartengono a Terra di Bari: ed Atripalda la quale per più secoli dal xv visse pure racchiusa tra i confini di Basilicata (526) ed oggi è di quella di Avellino: a tacere de paesi ora pertinenti all’altra di Foggia: provincie così vaste che taluna riproduce fino esempi di quel malessere onde, per vastità soverchia, è afflitta la regione nostra. Rendansi adunque a quella di Melfi, e basteranno, le comunità che dal lato del Potentino la attorniano: le quali sebbene da molti anni le sieno congiunte, ritraggono anch’oggi meravigliosamente della Puglia di cui il Melfese è parte. Al mezzodì invero discendano i confini della nuova provincia a inchiudervi Ruoti e Avigliano (527) che n è il capoluogo, pressoché equodistante tra Potenza e Melfi con la quale divide poi le coltivazioni, la struttura del suolo r il corso del Sele tra cui rami esso si distende e fin l'indole e i costumi degli abitatori: e per lunga età, anzi di secoli, visse congiunto al Melfese, pria lungo le dominazioni straniere e di poi nelle signorie baronali, le quali di Avigliano e Lagopesole (528) fecero un di un solo feudo. s’allargano poi i confini della nuova provincia a mandamenti che le fanno corona all'est: quel di Genzano (529) ( ) a pari distanza tra Melfi (530) e Potenza, un di anch’egli nella dizione dei duchi di Melfi ed oggi pure ad essa così con giunto che parte dell'agro dell’antica Banzia, or umil casale (531) , è nel territorio di Palazzo, municipio melfese: quel di Acerenza (532) pure ai confini suoi e feudo de’ baroni che più allargarono il loro dominio nella provincia che oggi da Melfi ha il nome: entrambe poi, Acerenza e Genzano, sorgono nella gran valle del Bradano che irriga il cuore della Puglia antica: e più addentro Pietragalla ed Oppido (533) , l'antichissima confederata di Banzi, comuni del mandamento di Acerenza, dove le acque del Bradano e più al disotto quelle del Basento li disgiungono dal Potentino. E per ultimo gli si aggiunga, meno Vaglio, l'intiero mandamento di Tolve (534) anch’egli entro quelle valli del Bradano e del Basento in cui più s avvivano le aspirazioni alla vita della Puglia e segnano essi i naturali confini fra quella e l'altro lato della regione nostra, il Potentino e il Lagonegro, ch'ha centro di attrazione e gravitazione opposta. E cosi riportinsi i confini della nuova provincia a congiungersi con quella di Matera: le quali ora tramezza il Potentino, facendo punta, con raro distacco dal suolo di Apulia antica, al di la delle creste e dei baluardi e le vallee segnate dalle grandi fiumane che sono li naturali e antichi termini suoi. A questo modo con Melfi, che ne fu la reggia, riviva se non il reame la provincia di Apulia (535) .

XLIII. Rimane si dica e fugacemente dell’ampia zona la quale, restituiti a quelle di Melfi e di Matera li territori che lo arbitrio o la ventura ne disgiunsero, comporrà la terza delle provincie Lucane. Abbia essa per confini all’ovest quella di Salerno e il mar Tirreno. al sud le Calabrie, all’est quella di Matera, al nord la Melfitana da cui la separano cosi le grandi vallee del Sele e del Basento: ovunque contorni corretti dai corsi di acqua, o da baluardi alpestri. Ampia zona la quale sendo pur sempre dappiù di quattro migliaia di chilometri soverchierà da trentasei fra le provincie italiche; e per novero di abitatori, oltre le venti. È s’avrà ogni varietà di suolo, dai più irti ai pendìi ed al piano: e coltivagioni molteplici, macchie boscose e nudi campi, ubertà e sodaglie alternandovisi: e più vie a vivere nell'italiana famiglia: e lunghezza di costa ed un porto, Maratea, a sbocco de’ ricolti e delle industrie: e larghezza di tributi dicevole alla vita nuova. Anzi sollevata la odierna regione da vastità disdicevole a sola una provincia: spoglia di cure a cui la smisurata ampiezza nega ogni frutto: divisa invece secondo che la faccia del suolo, le ragioni de’ traffici, le lezioni dell’istoria e sarem per dire il profilo e l’indole degli abitatori suggerivano, serberà nella terza delle nuove provincie, quasi terra madre, il tronco e la radice di quella che un di fu Lucania, e, nel. millenio di maggiore infortunio, l’egra Basilicata. E il. capoluogo Potenza allora si divenuto centro di singolare equidistanza dalla periferia del territorio suo, sarà poi testa e capo della zona che si distenda infino alle Calabrie. Onde ella ristaurando nella regione nostra la tradizione di provincia, o terra antica delle città, fruisca poi di buon vicinato con le provincie avvivate da essa: e tutte e tre restituite per cosi dire all’italiana famiglia, le imprimano quel vigore ch'oggi la disfatta aggregazione loro le insidia.

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1 Dello stato, degli ordini e delle leggi di Toscana nel 19, con lettera proemiale a G. Finali.

2 Lord Babinglon Mawulav, scritti critici.

3 Vedi Dello stato, degli ordini e delle leggi di Toscana nel 1849, già cit.:— Degli ordini e delle condizioni della provincia di Porto Maurizio. — Degli ordini e delle condizioni di Basilicata nel 1864. — Un anno di governo in Basilicata dal settembre MDCCCLXIV all’agosto LXV.

4 Dicea il ministro dell’interno Sant’Angelo a Re Ferdinando IL in un suo rapporto, pochissimo noto e ch'è del 3 di Novembre 1832. «I più de’ vostri sudditi, quasi stranieri nella terra natale, ignorano le ricchezze che essi posseggono... La quale ignoranza ci rende stolti ammiratori delle altre genti, ci fa poco affettuosi del nostro paese... La nostra ignavia è ora giunta al segno, che spesso noi siamo istruiti delle nostre cose da autori stranieri, a’ quali non si può dar colpa di essere per noi assai parziali...»

5 M’ebbi da quelle popolazioni ogni più benevolo segno di affetto: ovunque umane accoglienze, cordiale ospitalità, e, quel che più monta, vidi ogni bramosia di secondare le suggestioni del governo. Trivigno, a titol d’onore, mi annoverò tra i suoi cittadini: Albano, oltre della cittadinanza, volle che una sua via serbasse il mio nome: al municipio di Muro piacque darmi segno di benemerenza con una deliberazione ch'ho per il maggiore premio che mai potesse ripromettersi il mio buon volere: Melfi, Rapolla e ogni ordine di cittadini, chiesero al ministero io fossi colà restituito a reggervi la sotto-prefettura: quel di Anzi e molt’altri dove altre cure nelle comunità più afflitte, non consentivano recarmi, istantemente mi volsero invito. Rendo qui pubbliche grazie a quelli ed a quanti si dimostrarono così benevoli estimatori delle onorate fatiche che seco loro sostenni, e prima e dopo che m’avessero condotto in fin di vita: e pronto pure a rifermivi da capo. deve l’opera mia potesse mai non riuscirvi disutile.

6 Stimiamo ci sapran grado i lettori dell’offerir loro in succinto quella parte de' nostri studi istorici la qual riguarda le vicende d'ogni luogo-o paese di questa regione, che fa così a lungo teatro di meravigliose: anco gli infortuni del passato diano ragione di que d'oggi. Qua e la dove tacciono le storie, ci varremo delle notizie ch’offrano i rari monumenti o le epigrafi lapidee. — Incerta la origine di Metaponto; volle taluno ella fosse edificata da Nestore, tradizione contro cui s'inalbera il Micali, Istoria degli antichi italiani I,19 e 20. Più riputata versione è ch’ella venisse fondata da una colonia d’Achei in età meri remota; vedi Antioco siracusano ap. Strattone VI p. 183; Micali, I. 19; e dapprima avesse nome di Metabo, voce. di origine osca. Era sul Ionio tra il Bradano e il Basento, a pochi metri dal sito ch'ha nome oggi di Torre di Mare: avea poi nelle vicinanze un ampio porto, di cui non s'ha più vestigia. Della fecondità del suo territorio scrissero Strabone VI, e Pausania VI,19. Fu la più splendida fra le città della Magna Grecia è sede delle assemblee generali delle otto repubbliche di cui ella si componea; Vannucci, Storia d’Italia innanzi i Longobardi I,4. Di Metaponto narrano le istorie, contribuisse co’ Sibariti e Crotoniati all'espugnazione ed alla ruina di Siri; Vannucci III,3. Poi una gran pestilenza e frequenti sedizioni svigorissero i Metapontini; Micali III,8. Già sede della scuola di Pitagora, credesi ei morisse a Metaponto; Valerio Massimo Vili,7,2; Cicerone de imb. V,2; Giustino XX,4; Diogene Laerte VII,40; e la casa sua per molta età fosse luogo di pellegrinaggio de' stranieri, e di culto per que' del sito, sinché la mutassero in un tempio; Giustino XX,4; e Cicerone de finib, V,2; del quale rimangono, com'è detto più innanzi, quindici colonne scannellate. Dispersi poi i Pitagorici, Metaponto divenne preda di ignobili fazioni e di tirannide: e narra Plutarco, Amator, t. Il, p. 760, di un Antileonte che offeso nell'oggetto del suo amore chiamò gli abitanti a libertà. Fu tra le prime repubbliche. ad ausiliare gli ateniesi invasori della Magna Grecia a tempi di Alcibiade: Micali III,8. Quinci venne alle mani dei Sanniti; Strabone VI p. 183: poi dei Lucani, a quali si sottrasse per opera di. Alessandro Re d’Epiro, zio di Alessandro Magno, e sceso in Italia a invito de' Tarantini, Micali IH,8. Morto Alessandro. nel fiume Acheronte, e dall'onde gettato il cadavere ne' pressi di Pandosia, ove fu fatto a brani, le poche ossa superstite vennero inviate in Metaponto agli Epiroti, non d’altro allora curanti che di fuggire la perigliosa terra; Plinio III,11; Micali ibid; e tutti gli storici. Ond’ella tornò alle mani de’ Lucani, sinché non giunse in Italia Cleonimo figlio di Cleomene re degli Spartani, chiamati anch'essi da Tarantini a presidio contro i Lucani ed i Romani invasori: il quale giunto a Taratilo mosse l’esercito verso Metaponto, ove dagli stessi Lucani fu accolto quale amico, ed ei per cambio impose taglie e rapì duecento vergini; Diodoro XX,104; e Micali IV,11; quinci se ne parti fuggendo e per sempre la penisola. Nel volger del 486 cadde poi Metaponto insieme a tutta la Magna Grecia in man de’ Romani; ai quali si ribellò nel 842, siccome narra Tito Livio, XXV,15, in favor di Annibale che già quattr’anni innanzi avea divisi tra Metaponto e Turio i cittadini di Erdonea dopo l’ebbe incendiata; Micali IV,15. E pur nello scadere della fortuna di Annibale, i Metapontini gli rimasero fedeli; e lo seguirono forche si ritrasse nella Bruzia volgendo il 548 di R.; Livio, XXVII,15,51 in fin. Abbandonato ch'egli ebbe la penisola, li romani si rovesciarono a vendetta sopra le città greche: e da quella età ebbe cominciamento la loro ruina. Narra Plinio: V,19; che fin da tempi di Pausania non rimanessero di Metaponto che le mura e il teatro. Nondimeno ella che fu città regina del Ionio giunse tra liete ed aspre vicende in fino al 1184 in cui fu distrutta da sconvolgimento orribile del suolo: quà e la appaiono anche oggi ruderi bastevoli a ritrarre la grandezza ella città. Vedremo a suo luogo come i lavori della ferrovia, la quale traversa la Magna Grecia, laddove fu Metaponto, abbiano sollevato alla superficie del suolo una tal copia di utensili, di vasi, di moneta, anco di poco pregio, e da secoli sepolti, che malagevole riuscirebbe pure il numerarli.

7 Era tra i fiumi Acri e Sinnia dodici miglia da Metaponto, sul colle posto al sud-ovest del casino di Policoro, o sulla destra sponda dell’Acri che lambiva le mura di Eraclea e nel volger de’ secoli si scostò ben mezzo miglio dai luogo ove ella fu: e fino il porto, da cui narra l’istoria traesse la sua prosperità, alla sua volta disparve così da non esservene più segno. 1 fondatori della città furono i Tarantini di Siri; Erodoto VI,21; Strabone V; i quali secondo Diodoro, v XII,3% l’avrebbono edificata 432 anni innanzi di Cristo; e secondo la opinione di Hevne e Brunet citali da) Vannucci, III,3, nel 433; e pervenne, ad essere tra le più prosperose republiche della Magna Grecia, allargandosi sul mare tra i fiumi A calandro ed Acri, in quel territorio ove fu l’Enotria e la Conia e Pandosia e Siri o Conia foro capitali: vedi intorno ciò i 30,31. Divenne Eraelea così potente che in breve oscurò la fama di Siri, da cui avea avuto i natali, la quale si mutò invece in suo porto. Dice anzi Plinio III,11 Erodici aliqua' hdo Stris vocitata. Anco in Eraclea furono le assemblee generali delle republiche di Magna Grecia; Diodoro siculo XII. Le celebri sue tavole scoperte nel secolo innanzi alla torretta di San Basile che dal luogo ove fu Eraclea è lungi miglia cinque: vedi nota 3 a pag. 28; Vannucci I,4; Mazzocchi, In tabulas hera cleenses commentario. offrono come dice il Micali IH,8 bel monumento del governo, leggi, religione e costumi di quella republica. Visse ognora in amistà con Taranto e Metaponto; Micali ibidem. Invasa da Lucani ne li discacciò Alessandro Re d’Epiro, il quale nondimeno fece trasferire da Eraclea a Turio la sede delle adunanze o concili della Magna Grecia; Micali ibid. Quinci i Messapi s’impadronirono della città invogliati del porto; ma sopraggiunti i Tarantini ella riebbe la libertà, a di R. 430, e si governò con la popolar forma ch’era pregio di Taranto; Strabono VI, p. 194; Micali IV,11. Nel 473, secondo narra Plutarco, i Romani posero guarnigione in Eraclea a premunirla da Pirro ch’era per giungere in Italia. E l’anno di poi nelle sue vicinanze seguì la battaglia tra quel re ed i Romani guidati dal Console Levino, e con la loro peggio; Livio Epitome XII: Plutarco Pirro; Floro 1,18. Parteggiò quindi pel re d’Epiro: ma la prima volta ch’ei si partì di Italia nel 476 fermò alleanza co’ Romani, per via di un trattato ch'è quello di cui parla Cicerone prò Balbo,2 2. Sinché venne in loro assoluta dominazione volgendo il 480, insieme all’altre città della Magna Grecia e dell’estrema Italia. Fu di Eraclea l’antichissimo scrittore Marciano, e Birsone autore di Dialoghi dal quale, al dir di Teopompo, tolse Platone molti pezzi, con plagio singolare. Ateneo XI,1S, p. 508. V’ha chi dice fosse pur patria di Zeusi. Micali III,8; Dati Vite de’ littori antichi 1-41. Corse poi Eraclea per varie ed ingloriose fortune, sicché il tremuoto la subbissò: qua e la si rinvengono ruderi della infelice città e colonne e capitelli negletti sul suolo: e perfino denti di elefante, che talun vuole risalgano agli uccisi nella celebre battaglia che Pirro più vinto che vincitore colà sostenne e da Eraclea ebbe il nome.

8 Leggesi nel Vannucci, I,4, intorno alla Lucania. «Per le rivotazioni della natura e per l’incuria degli uomini i campi ridenti divennero mortiferi e squallidi. Dove fiorivano due volte le rose, ove era. celebrato l’aere salubre, ove grandi erano lo splendore delle naturali bellezze, la magnificenza dei monumenti e la frequenza degli abitatori, ora si trova il deserto e la morte. Alcuni dei fiumi che già produssero la floridezza e l’opulenza delle antiche città non più frenati dagli antichi ripari si aprirono nuove vie e fecero ristagni e micidiali lagune specialmente nella regione Metapontina.

9 «Nel secolo XV Ferdinando I d'Aragona era assediato in Barletta il suo regno ornai tutto in mano degli Angioini: per liberamelo, Papa Pio li invitò Giorgio Scanderberg, principe di Albania, a scendere in Italia: il quale con grand'esercito sbarcò nelle Puglie, e colà insieme alle squadre di Alessandro Sforza di Cotignola ruppe i nemici, li scacciò, onde Ferdinando riebbe il regno: Sismondi Si. rep. il. N,9,10,11; Pontano de bello Neap. II, IV — Comm. Pii II,1. VI. Quando poi col mutar della fortuna gli Albanesi nella patria loro furono soggiogati dagli Ottomani, migrarono in gran numero nel Reame, ov'ebbero umane accoglienze: finché, prima nel 1534 e di poi nel 1647, più colonie loro giunsero in Basilicata e s'attendarono ne' luoghi dove poi sorsero San Costantino, Casalnovo, Barile, Maschito, Ginestra e Brindisi. Altri vorrebbe pur San Chirico nuovo. Tale la fortunosa origine delle razze albanesi in questa regione. Nonostante il volger di secoli e l'essersi moltiplicati gli abitanti, parlasi in que' siti un albanese schietto e da ogni ordine di cittadini: ignoto ai più è l’idioma italico, sicché, a mo' d’esempio, a Maschito a San Paolo ed a San Costantino, non fu dato istituire fin’oggi una scuola femminile, per la difficoltà di rinvenire chi conoscesse l'idioma albanese, tanto da intendere le alunne, ed esserne intesa quando lor favelli in italiano.

10 Dicea Re Ferdinando II e gli facea eco la turba beghina de' cortigiani suoi, che se Roma era a capo della religione, Napoli avea da esserne il cuore: non tollerò quindi mai culti estranei: abolì perfino e proserisse quante più rinvenne chiese di rito scismatico: è da credere gli sfuggissero i paesi di San Costantino e Casalnuovo ove abitano da quattro mila oriundi greci-albanesi, e serbano il rito greco sotto la disciplina e gerarchia del vescovo. Nel secolo XVII molti altri luoghi aveano il rito degli antichi padri, gli epiroti: tali Ginestra e Maschito e Rionero, allora umil casale, e Brindisi di montagna: poi un vescovo di Melfi per nome Scaglia, indusse i primi tre a seguire il rito romano: più arduo gli fu il convertire quel di Barile: ma dove la persuasione non valse usò la violenza e gli riuscì.

11 Qua e la i sconvolgimenti del suolo, complice la umana incuria, inabissarono ogni segno della grandezza antica. Avviene volta a volta di rinvenir templi, ed anfiteatri e colonne ed archi di cui non ha alcun storico ricordo. Per cagione d’esempio nel 1846, ruinando una frana né’ dintorni di Melfi, si scoprirono i: ruderi di una cappella nella quale si penetra per una porta ad arco, alta 14 palmi, larga 6 e ½ e 6 di massiccio,: è di forma esagoni, a sei arcate e sorretta da altrettanti pilastri: termina a cupola ch’è di ben 26 palmi, e v’hanno segni di dipinti; nel cornicione caratteri semigotici: altrove è inciso su. di un masso l’anno 1579: ond’è a credere venisse sepolta ne’ posteriori tremuoti, e la cappella fosse parte di maggior chiesa: e chi sa non sia quella dove Alessandro II celebrò il concilio ch’era, narrano le storie, intitolata a San Pietro. Nell’agro poi di Venosa tra i molti ruderi, or non ha guari, apparve un anfiteatro di larga mole: ma pria che tutto scoperto, finì di rovinare sotto i colpi degli artefici, o per la barbara ingordigia di valersi de’ macigni a costruire un’altra chiesa.

12 A’12 Maggio del 1856 nel tenimento di Rapolla, alcuni operai scavando il suolo scuoprirono una cornice o coperchio di marmopario, di meravigliósa scultura e intagli pulitissimi: e proseguendo gli scavi, un’antica tomba, di perfetto rettangolo a cui la cornice valea di coperchio e lunga due metri e sessanta centimetri, alta ben novanta e larga uno e venti: proporzioni anco maggiori pel cornicione che le gira intorno e dovea chiudere quello splendido mausoleo: da un lato ha un foro, opra di ferro, il che mostrerebbe ella fosse frugata: o chi sa quale sconvolgimento di terra così instabile la scoperchiò. Nell’interno apparve un teschio umano con quasi lutti i denti e un osso del femore ed. altri in frantumi. Di chi erano quelle ossa? Il coperchio ritrae un letto degli antichi, con piumaccio di traliccio, a due fascie ricamate, di marmo che si pare fino arrendevole al peso della persona che v’è adagiata: eli’è una giovinetta bellissima in sui vent’anni, dal mesto aspetto, quantunque vestita e ornata a nozze. Ha i capegli spartiti sulla' fronte e cadenti ai lati, poi ritorti in up solo nodo: indossa una tunica dalle maniche corte. nel resto amplissima e scherzante intorno alle belle membra: le scende sulle spalle il peplo o velo nuziale: e regge con una mano la corolla o ghirlanda di fiori, ch'era il serto di nozze. A piedi v’ha un cagnolino, di cui rimangono solo le zampe: al capo un Amore iu atto lacrimoso e reggendo anch’egli una corolla spezzata e una face riversa. Tale il coperchio. Tutto intorno al sarcofago v’ hanno poi intagli e fregi e colonne e capitelli e leoni ed animali alati e statuette umane vaghissime: le donne ti appaiono grazie: gli uomini di nobiltà maestosa: le vesti ondeggianti e a mille pieghe e delicatissime. Chi era adunque la giovinetta a cui quel marmo insigne fu l’estremo riposo? A noi pare non vi sia dubbio: accanto al mausoleo fu-rinvenuto un frammento del ceppo su cui leggesi Coecilia Mei .... (leggi Metella), la quale fu la moglie di Silla: ora dacché ella fece costrurre quel mausoleo, le istorie ci additano agevolmente per chi. Narra Plutarco, come una figliuola di Cecilia, per nome Emilia e moglie di Glabrione, per voler imperioso di Silla divorziasse da quegli, quantunque incinta, e si congiungesse a Pompeo: malaugurate nozze, ché ella morì poi di parlo. Secondo noi, la madre le avrebbe edificato a imperitura memoria quel monumento, ritraendo vela vestita a nozze, e mesta quale era il suo caso, e dalla corolla spezzata, perché le nozze furono la sua tomba. Ogni segno conforta questa versione. Onde il teschio e l’ossa che vi si rinvennero, sarebbono della bella fanciulla di Cecilia, moglie e prima che madre divorziata e poi morta, figliastra di Siila e sposa di Pompeo, il rivale di Cesare.

13 Regnando Giovacchino, vennero scoperti ne’ dintorni di Armento più mausolei, nell’uno dei quali erano racchiusi candelabri di vaghissimo lavoro, arnesi di argento, bellamente incisi, ed una corona tutto d'oro massiccio, a foglie di quercia e di mirto intrecciate, e geni alati: con questa leggenda in greci caratteri Crittonios: chi egli fosse niun seppe dirlo fin’oggi. ne’ dintorni di Melfi veggonsi pure sepolcreti: non fu mai indagato che contenessero: fin dentro la città, ora fan quatfr’anni, escavando il suolo si rinvennero più tombe ricuoperte di argilla o da rozzi pietrami, e v’erano ossa umane e vasi lacrimatori e monete. Molti sepolcri in ogni tempo apparvero poi tra l’Acri il Sinni il Bradano e il Basento, laddove furono Eraclea, Metaponto, Grumento, Ursento e Bantia, e dove è oggi Venosa, a tacer d’altri luoghi: e basta anch’ora sollevare il suolo per rinvenire vasti sepolcreti e oggetti di età remotissime. Onde il Vannucci nell’ Istoria d Italia innanzi i Longobardi I,4, dice la regione nostra essere tutta un vasto e ricchissimo sepolcreto.

14 Ha davvero del prodigioso la quantità degli oggetti che entro le viscere di quella singolar terra, e quasi alla superficie, si rinvengono: avvenne a chi scrive ne’ dintorni di Rionero, di scorgere ad ogni fenditura che la zappa imprimesse sul suolo, uscirne frantumi di vasi, di statuette, di utensili vari: così in ogni secolo, tra le selve o i dirupi della regione si scuoprirono vasi etruschi, siculi, e di argento e d'oro e fin di vetro, e gemme incise, candelabri, statuette monili e medaglioni, cose di molto pregio: più che altrove negli agri di Pisticci, di Pomarico, di Montescaglioso regione eracleense: in quantità poi stragrande in quel di Anzi e vasi d’ogni età, etruschi e siculi, e vaghissimi e istoriati con molt'arte. Que che nel 1824 furono rinvenuti entro di Marsico nuovo, e di finissimo lavoro, oggi veggonsi nel museo di Napoli.

15 La copia delle monete dissotterrate in vari tempi in Basilicata ha arricchito più musei stranieri, ma a meno delle rare che conservansi in quel di Napoli, crediamo non se n abbia alcuna negli altri della penisola. Tra luoghi innumerevoli ove scavando gli aperti campi se ne rinvennero in gran copia gli è ne’ dintorni di Salvia e di Tricarico nel punto ch’è detto Civita, forse da Civitas, parendo siavi colà stata la celebre Irsi: e dove racchiuse entro molti sepolcri se ne raccolsero di greche e romane in quantità straordinaria, e anella di fino argento.

16 «Prodigiosa quantità di anticaglie, dice il D’Errico, Dell'i importanza della provincia eoe., fu tratta dalle ruine di Grumento; statue di marmo, bronzo, di bassi rilievi, idoli, cammei, medaglie greche e romane, urne cinerarie, vasi lacrimatori, armi utensili, e molti denti di elefanti che pare sieno resti di quelli che i Cartaginesi menarono in coteste contrade durante la guerra punica e la sociale.»

17 Tra Vietri e Baragiano in più epoche oltre a rottami di costruzioni antiche e di bronzi, vennero alla superficie più marmoree epigrafi: talune osche, ne’ dintorni di Vaglio: in riva poi alla Salandra, presso la torretta di S. Basile, ne’ primi del secolo XVIII si rinvennero le celebri tavole Eracleensi, di cui è detto a pag. 23, nota 1, e in quel di Oppido un’altra, pur di bronzo e quasi perfetta, ch’oggi serbasi nel museo di Napoli.

18 Dice l’Ingegnere D’Errico. scrittura cit. «Le più erte giogaie degli Apennini in questa regione non formano col rimanente della catena una serie non interrotta: ma quà e la veggonsi isolatamente innalzarsi, assumendo le sagome ed il carattere di coni e di picchi onde a vederle a certa distanza, la figura ne risulta sì spiccata e densa da confonderla con sollevazioni di natura vulcanica. Ma quando con attento esame si osservino più da vicino, l’assenza degli elementi vulcanici persuade che quei bruschi passaggi che natura operava furono l’effetto di subitanei sollevamenti nel perimetro di zone assai circoscritte..... a tale che si direbbe non una commozione ma ben mille orrendi tremuoti aver devastate in ogni tempo coteste contrade. Per effetto di sì grandi convulsioni telluriche, scoscendevano i fianchi degli erti Appennini e si formavano le rupi a picco, ed i profondi burroni così frequenti aprivansi le profonde voragini e dilatavansi nel seno delle montagne le grandi cavità e gli spechi.»

19 La superficie così sottratta a ogni beneficio di ricolto è di 2431 chil. quadr.

20 È notevolissima la scarsità delle irrigazioni artificiali nell'ampia regione. Basti che sopra di undici milioni di ettari, ve n'hanno solo 20 irrigati da canali, 11,863 da sorgenti e 6,129 da fiumi.

21 Dice il Micali I,20 della Magna Grecia, di cui la regione nostra è parte. «La gran fertilità del suolo come sappiamo di Sibari, era principalmente dovuta alla diligenza degli abitanti in regolare, distribuire e contenere il corso delle acque. In un clima caldo l’irrigazione è la natural nutrice dell'agricoltura: ma questo prezioso dono non può ottenersi senza permanenti lavori e continue difese, la cui negligenza produce oggidì in quelle medesime provincie in cambio di felicità e di ricchezze l'insalubrità e la miseria.»

22 Tre sorgenti contano le comuni d'Atella, Melfi, San Mauro, Tursi: due Avigliano, Bella, Rapolla, e Tito: una Calvello, Castel mezzano, Montepeloso, Latronico, Pomarico, San Chirico Raparo, Tolve, Tricarico: di queste acque, cinque sono saline: altrettante le acide: quindici le sulfuree: quattro le acide sulfuree.

23 Vedi a pag. 24 nota 1.

24 L’industria, del bestiame fu anche tra Lucani antichi una delle maggiori. Micali II,21; Varr. RR. Il,1; Orazio Epod. I,27,28; Orazio III, Od. XV,13,14; Strab. VI p. 196.

25 Basti qui lo accennare quel che verrà meglio in luce più innanzi, come sia così vile il pregio del suolo nella regione nostra, che mentre a mo’ d’es. in quella di Milano ogni chilometro quadro offre una rendila imponibile di oltre quattordici mila lire, e per media tutta la penisola quasi tre mila e dugento: in Basilicata ogni chil. è valutato appena per mille e settecento lire di imponibile: cioè dieci volte meno del pregio de’ piani lombardi, e la metà della media rendita di tutte le altre provincie: umiltà che in tutta la penisola è sol superata dalle alpestri di Sondrio, di Massa, di Siena, di Porto Maurizio, di Campobasso, e delle due di Sardegna: e da quella ove disse il poeta

Acque stagnanti in paludosi fossi

Erba nocente che secura cresce

Compressa fan la pigra aria di grossi

Vapor onde virtù venefica esce onde

Il cacciator fuggendo da lontano

Monte, contempla il periglioso piano.

SESTINI — La Pia.

26 E cultura incipiente; in ventuna comunità, di cui una nel Potentino, sei nel Lagonegro, e quattordici nel Materano, hannovi 6104 ettari di suolo cotonifero: prosperosi i ricolti premiano la insino industre: e sieno di incuoramento ad allargare la seminagione.

27 L’annuo ricolto dell’olio sarebbe asceso a ottomila ettolitri: quel delle patate a cencinquanta mila: dell'orzo a cento mila più: di fave sarebbersi colti quattrocento migliaia di ettolitri: di granar glie uri milione: il ricolto del vino di poco superiore a trecenmila: quel del lino e canapa appena ottomila quintali: un terzo e più le lane: pressoché nullo il prodotto della seta.

28 Fra derrate d’ogni specie si calcolarono due milioni e mezzo di ettolitri: venticinque mila quintali di lini, canape e lane; mille e trecento miriagrammi tra cotone e seta.

29 Il ricolto de grani fu allora valutato di un milione ed ottocento mila ettolitri: quel dell'orzo, di venti migliaia; fra piselli, fave, ceci, fagiuoli, altre diciotto: di palate, cent’ottanta; di avene, da trecento: di vini, quasi ottocento mila ettolitri. Il prodotto del lino e della canapa si credè superasse li diecimila quintali: quello della lana li sedicimila: quel dell’olio li dodici: di cotone si calcolarono più di nove mila miriagrammi: di seta appena cinquantadue unità.

30 Eppur v’ha chi li fece ascendere anco a meno. Il Racioppi, Di una rete stradale in Basilicata , valutò a tre milioni e due terzi i tomoli di cereali e civaje, prodotto di un anno: deducendone i due terzi per le sementa, si rimarrebbe una ricchezza appena di trenta milioni annui.

31 Vedi Dello stato, degli ordini e delle leggi di Toscana. nel 1849., già cit.

32 Gli è noto agli studiosi come sedici anni prima del Quesnay, trentuno del Galiani, trentasei di Adamo Smith, Sallustio Bandini, umile prete, avesse scritto di libertà commerciale: e nel mentre l'Europa era tutta del Colbertismo, molto prima che gli s'armasse contro il Turgot e Roberto Peel lo distruggesse in Inghilterra, il Neri toglieva i vincoli del commercio, sbrigliando i traffici e le industrie di Toscana. Ma quel ch'è men noto si è come il governo inglese nel 1827 richiedesse alla Toscana le leggi sue sulla libertà del commercio de' grani: e il Cobden nel 47 dicesse a' Georgofili «La sciatemi aggiungere che noi avemmo il vostro buon esempio: noi non isdegnammo, ve l'assicuro, di citare l'esempio di Toscana, perché stampammo un rapporto sul sistema del libero commercio di questo paese; rapporto che fu consegnato a ciascuno dei membri della nostra Camera dei Comuni.»

33

34 Se ne contano sette di risaie con acque perenni, 449 di terreni a paludi e 20,872 di legaccioli e stagni.

35 Fu il marchese Giovachìno Cutinelli, già deputato al Parlamento.

36 Vo’ qui riferire, quel che scrissi altrove, come Leopoldo secondo, ch'allora non sospettava di dovere asciugar le tasche e non le maremme, con meravigliosa boria annunciasse a’ sudditi l’opra immane all’incirca così: aver raccolti quanti lumi dava l’istoria, la scienza e la pratica: voler compier l’opera senz’aggravio alcuno a’ sudditi, da solo e presto e bene: chiudessero la bocca e gli occhi e non gli riaprissero che a lavoro compiuto: non avrebbero atteso un pezzo. Vedi il decreto 27 novembre 1828.

37 Calcolansi nove mila i cavalli, quattro mila i muli, sedici mila gli asini, trentatré mila li buoi, cinquantadue mila le vacche, censettanta mila i maiali, e duecentrenta migliaia le pecore.

38 S’oda quale sia la procedura per ogni dissodamento e diboscamento, fosse pure di due ettari di suolo: chi vuole compierlo ha da farne la domanda: ei s’attende forse allora il consenso: oibò: la Prefettura gii ha prima da chiedere se vuole che l’agente forestale esegua la verifica del terreno nel giro suo annuo: ed allora aspetti un anno: se poi brama si faccia subito incominci dal depositare una somma per le indennità dovute alla commissione verificatrice: ma s’anco si decide a pazientare un anno, non la scappa dal deposito di ciò ch’è dovuto all’ingegnere del genio civile ed al sindaco; solo l’agente forestale presta ufficio gratuito. Versato il danaro,' attenda che la Prefettura abbia avvertito l’ispettore delle foreste e l’ingegnere del genio civile e il sindaco a recarsi quando che sia sopra luogo, verificare il terreno: e poi essi trasmettano il loro parere alla Prefettura, la quale vi aggiunga il suo: e siamo anche a nulla; i due pareri tornino nelle mani dell’ispettore: l’ispettore ne scriva al Ministero: il Ministero promuova un decreto con cui s’autorizzi diboscamento. Crede il proprietario d’avere allora finito? si disinganni. Perché il Ministero ha da trasmettere il decreto alla Prefettura, la quale dee parteciparlo a chi spetta: ed egli, innanzi stringerlo nelle mani, ha da prestare cauzione pe’ danni che il dissodamento potesse cagionare a terreni finitimi: soscrivere una specie di contratto, con cui s’obblighi all’osservanza delle clausole del decreto: e poi attendere che la Prefettura dia notizia di questi atti all’ispettore per ciò che lo riguardano, e il rogito sia trasmesso al Ministero: il quale lo approvi: poi lo ritorni; ed allora incomincia la esecuzione. Quest’è il tramite quando non sorgano inciampio dissensi: se poi tra tante autorità nasce screzio, allora non v’ha più via di vederne il fine. (Vedi legge 21 Agosto 1826, Rescritto 15 marzo 1836, Decreto 12 Settembre 62, 16 Ottobre 64, Circolari Min. 17 Dicembre 1828, 17 Ottobre 1837, 24 Luglio 57,1. Luglio 64, 24 Dicembre 1864, 24 febbraio 1865).

39 Le foreste della Lucania furono meravigliose sin dalle età più remote: le vantarono Marziale De Spectac. epigr. 8 ; Ovidio v. 57. Narra poi Giustino XXIII, che i Lucani tra le loro leggi avessero quella per cui i figli si togliessero dalle mura domestiche e abitassero le selve dandosi a fiere caccie ed a cimenti; onde cresceano di singolare gagliardia; Micali I,17.

40 Fino da’ primi secoli dell'era nostra Monticchio era abitato da eremiti, entro rupi od antri, de’ quali anch’oggi v’hanno segni tra le vive roccie. Quinci furono monaci, in un edificio dà essi costrutto fra i due laghi, e se ne scorgono tuttora miseri avanzi: è tradizione che la mal’aria li inducesse poi a mutar sito, edificando l’ospizio ch’oggi è in piedi entro la macchia: ma poscia rimasto in. abbandono, più secoli or sono divenne asilo di gente manesca, i banditi ò briganti di allora: tornarono quinci ad abitarvi gli eremiti,sinché ne’ furono espulsi, sotto l’accusa di nefandigie senza nome, e di prestare braccio ad ogni gente di male affare. Via via nondimeno si compose un paesucolo, che ebbe nome di Monticcolo, e quinci di Monticchio: ne fu signore Giustiniano Bisaccia: nel 1456 quasi intiero crollò; ma di poi il santuario co’ beni attigui fu dal Pontefice dichiarato Badia e l’ebbe. un Borromeo nipote di Carlo, per nóme Federigo, il quale nel 1608 vi chiamò i frati cappuccini. L' ultimo abate fu nel 1763 il cardinale Carafa: venne quindi meno la Badia nell’ordine Costantiniano: ma restò il convento, e infmo al 1866, ai cappuccini: così per secoli Monticchio fu ognora nido di malviventi e teatro di rapine, più o meno secondo la età agevolate o combattute da eremiti ed altri ministri del santuario.

41 Il bosco di Lagopesole è vasto ben dieciotto migliaia di moggia: narra taluno che nel mezzo fosse una città: Rogeriùs agens exercilwn, dice l’abate Telesino, vadit ad oppidum Lacumpensilem. Più probabile non fosse mai più d’un castello, e tal quale è oggi. Chi vuole lo costruissero i Saraceni, e chi i Normanni. Cert’è fu ristaurato da Federigo II di Svevia: l’ebbe a luogo di quiete e di caccia, e di colà emanò molte costituzioni. Volgendo il 1137 fu sede di un Concilio ove, oltre il pontefice Innocenzo II, intervenne l'imperatore Lotario III, e gran stuolo di baroni e principi, vescovi e cardinali: vengasi intorno a quello l’aurea Istoria della, Badia di Monte Cassino per l’ab. Tosti. Nel castello di Lagopesole più volte, nel 1276 e 1277 e 1279, dimorò pure Carlo d’Angiòt. ricreandosi alla caccia in quella stupenda boscaglia: e di la emanando talune costituzioni che recano a piè la data di Lacumpen silem, ben note a’ cultori di studi storici. Quinci divenne feudo, dei Caracciolo, e poscia di Andrea Doria, quand’essi furono duchi o feudatari di Melfi. Siede il castello su di alta collina, mole imponente tra tanta solitudine boscosa: e sembra avesse il nome dal la ghetto che gli è a un miglio lungi e nel quale v’ha un’isoletta mobile e pensile. Intiere anch’oggi le muraglie e forti: ha nna gran corte, e vani, ed ampli appartamenti in buon arnese, resistiti all’urto de’ secoli. La maggior sala, ove s’accolse nel 1137 il Concilio, è di smisurata ampiezza, e sta incrollabile di fondamenta e di macigni. Chi scrive curvandosi ed a gran fatica entrò nel fondo della torre o maschio, scolpito nello scoglio, ove gemeano le vittime ne’ secoli di tirannide. V’hanno anche attorno il castello i marciapiedi di granito, valevoli alle dame per salire in groppa de’ cavalli. Ora abitano colà molle famiglie; all’intorno poi iscorgonsi sei o sette paesucoli o gruppi di capanne, i Filiani, i Frusci, Iscalunga, Sant’Ilario, il Lavangone, popolati da gente che mena vita poco men che selvaggia; e non v’ha esempio n’esca mai. Fino la messa odono sopra luogo dal sacerdote che hanno preso a scrittura annua in A vigliano e tra loro si reca a dirla: lo ricambiano con uno stoppello di grano a testa: perché non manchino le lustre della fede a gente che più che nelle leggi civili o morali ha gran fede o nel coltello o nelle trappole de’ banditi.

42 Basti che cenno vantasene boscaglie conta il solo circondario di Lagonegro: cennovantasei quel di Potenza: nel Materano se n’hanno censettantaquattro: da ultimo, settantaquattro in quello di Melfi.

43 Dicea il Ministro dell'Interno a Re Ferdinando II, Conto reso a S. M. pel 1853, tant’era l’abito de’ furti ne’ boschi «utilissimo impedimento alla estrema cupidigia del combustibile è stato quello dell’Intendente di Molise di inserire cioè ne' regolamenti di polizia urbana e rurale un articolo che infligge una pena contro coloro i quali non sapessero giustificare la provenienza delle legna da essi recise ed esposte venali!!!».

44 E dell’intiera superficie boscosa oltre la metà ispetta a’ comuni, un solo quarto a’ privati, nemmen’un decimo a’ corpi morali o pii, altrettanto allo Stato.

45 Veggasi ciò che è detto a nota 2 pag. 38 po’ dissodamenti e pei diboscamenti. Voglionsi poi tagliare alberi su di un bosco di privati? La legge riconosce ch'essi n’hanno piena balìa: ma pria debbono chiederne l’assenso: la Prefettura ha da interpellarne, l’Ispettore delle foreste: ei recarsi sul luogo: redigere e trasmettere parere alla Prefettura: la quale letto che P ha, con quella sagacia agronoma che la dee distinguere, sciorina il suo: e quinci all’ispettore spedisce ambo i pareri, perché li invii al Ministero: ed ei rediga il decreto che autorizzi il taglio, e lo trasmetta alla Prefettura che ne dia nuova ai privati e all’Ispettore: onde questi da ultimo elegga i periti per la stima del legname, martellato sia. Nè basta: che prima si metta mano al taglio la Prefettura ha da chiedere all’interessato il quaderno delle condizioni che debbono regolare la vendita degli alberi: sottoporlo all’Ispettore delle foreste: quegli sentenziarvi sopra, quinci riferirne alla Prefettura: la quale allora, se il crede, lascia libera la scure di compiere spiccia il suo uffizio; poi, compiuto ch'è il martellamento, ha da riferirsene il successo con tante copie di verbali quante autorità s’adoprarono in quella laboriosa gestazione. Se poi il taglio avviene su di un bosco comunale, allora dio ne scampi! Vedi legge 21 ag. 1826; Rescritto 29 apr. 1827, legge 20 marzo 1865, Circ. 34 ag. 1827; novembre 64; 11 gennaio 1867; 3 febb. 65.

46 Crederebbesi almeno, che libero fosse il taglio delle spine: ohj ingenuo supposto: ma mai più; chi vuole compierlo dee scriverne istanza: la Prefettura studiarne la convenienza e consentirla ma..... ben inteso che non sieno rozzi coloni gli sbarbicatori di que’ pruni: deggiono essere agenti comunali poco meno che laureati per sì geloso ufficio e compierlo sotto gli occhi dei guardaboschi, onde la falce non avesse mai a cadere in fallo: anzi neppur l’ispettore delle foreste ha da essere lasciato in disparte; onda la Prefettura s’affretti a dargli avviso di quali spinesi prepara l’esizio, perché ei corra sopra luogo innanzi si compia o mandi la Guardia del Distretto a invigilare non si commetta chi sa mai quale scempio!

E più diremmo se gli umani folleggiamenti e la face dell’ingegno così travolta, più che ambascia, potessero generare il riso e lo scherno.

47 Più innanzi a ogni altro andò il Pepoli dichiarando spiccio pella sua proposta di legge, che vi aveano da essere i boschi sacri, ed altri interdetti, quest'è un parlare chiaro: né si può dire che gli L immobili sieno così, in peggiore condizione degli uomini, perché ancor essi soggiacciono alla interdizione. Noi prendiamo qui di mira la proposta legge del Pepoli, perché è appunto la più liberale. tra le scritte in sin’oggi o le promulgate nella penisola, meno Toscana, come quella la quale, salva la interdizione de’ boschi comunali e de’ corpi morali, mettea que’ de’ privati in loro piena balia.

48 O noi erriamo, od a convincere della potenza de’ pregiudizi che informano le leggi boschive, e delle quali rideranno forse le generazioni lontane, basti riguardare il conflitto delle opinioni. Chi dice che diboscando si rinfrescano le estati, si intiepidiscono i verni: tra d’essi quel fort’ingegno del Libri e ne addusse esempi termometrici: chi l’opposto, il Poiacci, al quale parvero in Toscana gli inverni più rigidi di quel che possono avere assiderato i nostri vecchi: e ne diede colpa ai diboscamenti. Vi influiscono davvero? Poisson, Babinet e tanti altri pensano che no: e mutino i climi per ben altro che pel divellere poche piante dal suolo!

49 Il Massari (Relaz. della Commissione d’inchiesta) riconosce come occorra di far qualche cosa circa a’ boschi: non per le ragioni di addoppiare la ricchezza, ma per la incidentale di distruggervi i briganti: poco monta la diversità delle cause, quando gli effetti abbiano da essere i medesimi: ma no: a diradare i boschi, ei vuole che nientemeno si misurino le piante, e le une si recidano altre no: questo procedimento ch’altro non è che parte di quelli dalle leggi vigenti confidali alle guardie generali, risibil parodia di Tarquini, crediamo condurrebbe a nulla. Par strano il Massari non abbia invece preferito di affidare al principio della libertà boschiva, o intiera o mezza, la cura di restituire tanto suolo ora inerte alle coltivazioni.

50 Altrove scrive bellamente il Pepoli e le sode ragioni sperdendo poi a un tratto nel conchiudere: «Generalmente parlando, quei boschi che scomparvero lasciando nudo e improduttivo il suolo, appartenevano a comuni od a corpi morali:... in tali boschi, più che altrove, esistono i distruggitori dritti di pascolo, di legnatico ecc. ecc. pei quali riesce difficile di ottenere una soluzione della promiscuità. attesoché gli amministratori sono simultaneamente gli utenti che ne profittano. E qui l’interesse particolare spinge a distruggere per non appropriarsi meno degli altri utenti. É certo che il pascolo nei boschi distrusse molto più selve che la scure: e che i boschi comuni sono sempre mal coltivati e mal ripiantati.» Or da tali premessi ti attendi la proposta di agevolare la trasformazione di una proprietà così insidiata ed isterile; niente affatto; il Pepoli conchiude invece di invigilarla, perché si conservi tal quale è e chi l’ha tal quale non possa usare delle potestà di trasformarla, ch'ei consente invece a privati 0 noi erriamo o in questo circolo di idee, chi ne scapita è il senso comune.

51 A incuorare gli odierni Gabrieli dalle spade fiammeggianti sulle soglie de’ boschi basti che in Toscana, ove da un secolo prevale la libertà dei dissodamenti, v'hanno 196 millesimi del suo territorio a bosco: nel resto del regno, ove vissero e vigono li sistemi restrittivi, non giunge a 167 millesimi. Anzi Toscana ha proporzionalmente più boschi che ogni altra provincia italica, meno Piemonte ed Umbria: vedi la relazione Pepoli sul progetto di legge forestale. Nella quale conclude egli «da ciò se ne può dedurre convincente prova, che le proibizioni non furono valevoli a conservar boscato il terreno, e quindi la loro inutilità, ove l’interesse particolare spinge a diboscare.» O più acconciamente vuoisi dire che la libertà tutela i boschi e li avviva più non li difendano le restrizioni o la tutela governativa, complice invece o fautrice della forzala inerzia organica di tale ampiezza di superficie.

52 Narrasi che li sommi ingegni napoletani profittassero dello spavento recato il 26 luglio 1805 dal tremuoto nell'animo di Ferdinando IV per indurlo a pubblicare la legge de 4 agosto 1805 abolitiva de fidecommessi e maggioraschi sovra i fondi urbani.

53 La legge che sbandì nel reame la feudalità fu del 2 Ag. 1806: e quella che disciolse i vincoli di sostituzione, fidecommessi, e maggioraschi sopra le adoe, le partite fiscali, di arrendamento e di carte bancali venne in luce il 27 settembre 1806. Con l’altra del 18 marzo 1807 fu poi abolita ogni genia di fidecommessi. l'8 giugno 1807 si ordinò, la divisione de demani. Notevole che li 3 dicembre 1808 si disponesse (art. 1.) «Tutte le terre demaniali del regno dovranno essere divise necessariamente nel corso dell’anno 1809.» Risibile profezia, la quale tarderà forse un altro secolo ad avverarsi!

54 Così il ministro dell'interno a 18 giugno 81, scrivendo all'intendente di Basilicata, stimatizzava la cupidigia de ricchi nelle partizioni dei demani. «Ho talvolta con mio rincrescimento avuto ad osservare che menandosi a termine la suddivisione delle terre demaniali ai proletari malamente.... si corrisponda alle benefiche intenzioni... simulando l’alienazione delle quote loro spettate in sorte con affitti di lunga durata... Mentre rivela ad un tempo la infingardaggine de’ poveri e la cupidigia dei ricchi ..... S M. si è degnata di sanzionare in massima che gli affitti delle quote... nel primo decennio dal possesso delle medesime, non possono stipularsi per una durala maggiore di quattr’anni, sotto pena di decadenza del quotista e di nullità ipso iure della locazione.»

55 Già il Duca della Verdura, Intendente di Basilicata, dicea aperto fin dal 1814 al Consiglio provinciale: «Lo scandalo delle usurpazioni è venuto già al colmo. Le strade publiche si vedono ristrette, danneggiate, compromesse. Gli antichi trattoi sono scomparsi. Alla . giornata si dissodano ed usurpano i demani. Sono provvide le leggi, ma per riguardi, interessi o dipendenze rimangonsi inosservate... Vorrei... che i principali proprietari dessero loro il primo esempio, restituendo l’usurpato: altri lo seguirebbero.»!!!

56 Recherò qui una notizia la quale non è senza pregio o varrà a mostrare la colposa lentezza con cui il governo borbonico procede nelle operazioni demaniali di questa regione, a tacer dell'altre. Dal 1805 al 60 vennero reintegrati beni' usurpati per 10,317 ettari, di cui oltre un quarto nei soli nove anni di governo murattiano; furono disciolte promiscuità e seguirono divisioni in massa di 109,992 ettari e di essi solo 79, non par credibile, dal 15 al 60: ché la. totalità fu spartita nel decennio dal 1805 al 15; le quotizzazioni dei terreni demaniali in questo primo periodo giunsero a 16,161 ettari. spartiti in 13,334 parti: ora dal 15 al 60 appena 8788 ettari furono divisi a 6978 proprietari novelli: il che vale a correggere l'errore in cui scese il Racioppi lorché nel suo splendido lavoro, Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermini nel 1860 pag. 149, scrisse che lungo il decennio la divisione dei demani ai null’abbienti non fu nella regione nostra incominciata.

57 Della Toscana nel 49: già cit.

58 La legge sulla milizia è del 4-Marzo 1848..

59 Vedi quella promulgata nell'ex reame il 14 Dic. 1860 art. 5

60 Vedi il Libro III..

61 Ibidem.

62 Vedi Lib. II.

63 Basti che nel 10 aprile 1866, dopo che da sessantanni furono incominciate, rimaneano a compiere operazioni demaniali in 108 dei 124 comuni della regione nostra: in ben ottantotto de' quali, reintegre innumerevoli di usurpazioni; in trentuna, spartizioni di terreni: in sedici, divisioni in massa; in ventisette, scioglimenti di promiscuità; in ventinove, rettificazioni di confini; e in quarantatré, altre specie di operazioni; solo da ciò scorgasi quanta sia tuttora la larghezza del male, e la somma degli odi e de’ sospetti tra vari ordini di usurpatori e d'usurpali, i null’abbienti. Nonostante vuoisi tributar qui publiche lodi ai Consiglieri di Prefettura Giuseppe Rossi e Alfonso Galasso, che dal 61 al 66 succedendosi nel gravoso e speciale incarico delle operazioni demaniali, poterono pur circoscriverle a quelle smisurate proporzioni.

64 Dice il Massari nella cit. relaz.: «l’emancipazione della terra dai vincoli che la gravano è sorgente di benefizi alla proprietà ed all’agricoltura, e produce in pari tempo' il salutare effetto di trasformare le condizioni del contadino, e di distruggere quel proletariato selvaggio che sotto l’impulso della fame e della miseria non obbedisce ad altra voce se non a quella dell’avidità, e fornisce ampio contingente al brigantaggio.» Così egli accenna all'effetto del male, per quanto poi non dica quali a parer suo sieno le cause o quali i vincoli da cui voglia emancipare la terra.

65 Chi ignora infatti come il gravame della leva, la perequazione de balzelli, la composizione di rappresentanze municipali, de consigli sanitari, di congregazioni pie, il dritto e l’onere di milizia cittadina, il novero di elettori vuoi amministrativi vuoi politici, le liste de’ giurati, la distribuzione de’ templi per la istruzione, il dritte dei comuni a’ sussidi, l’esenzione di ecclesiastici dal servigio militare, e per le provincie dell’ex reame, fino il numero de’ chierici, il montare delle congrue, le spese del culto, il numero delle collegiate, quel de' notai, tutto varia conforme la popolazione da luogo a luogo, tutto si misura al numero di quelle unità che ne' governi assoluti nulla più sono che numeri, e in questo nostro hanno grado di cittadini?

66 E quel ch'è più, quasi a beffarda mistificazione, via via s inventavano cifre di abitanti di’ ognora si diceano accresciuti, in segno di prosperità e di benessere. A chi voglia giudicare di que' computi ne' quali tu non sai se sia maggiore l’ironia ribalda o la sconcia giunteria, basti che alla regione nostra si attribuirono nel 1841 da 488,463 abitanti, e nel 51 da 501,22-2, e nel 53 da 518,333, e nel 60, dopo che il sol tremuoto del 57 n’avea uccisi da più di 10 mila, gli immaginari censimenti del governo borbonico scopersero ben 621,189 abitatori: così via via simulando, a voglia del principe od? burla de sudditi, il primo segno di florido e salubre stato. E chi sa, se proseguendo di questo passo la regione non avrebbe pur raggiunto il milione di abitanti dove a un tratto il censimento del 61 non ne avesse tolta la bazzecola di trenta e più migliaia, riducendoli a soli 492,959!!

67 S’oda invece come l’Intendente di Basilicata, fra l'altre volte, a’ 31 dicembre 51, quasi a beffa di tant’infortunio, o perché anco le cifre divenissero partigiane ed armi a ignobili fini o piacenterie, simulasse la esuberanza di vitalità e la beatitudine di quelle avventurose genti: dicea egli adunque: «Il lavoro statistico di popolazione presenta l’aumento di 3021 individui sulla cifra del 31 dicembre. del malaugurato 1848, che di poche centinaia vantaggiava durante il 1849. Se quanti dimorano su questo felice suolo napolitano vedono con ammirazione e compiacenza ognor crescere i giornalieri immensi vantaggi che si ottengono dalle solerti paterne cure del Real Governo, traggano pure da questo cenno statistico argomento di floridezza, che interamente è dovuta, dopo le passate procelle, alla fermezza ed alle alte vedute del Giusto quanto Clemente piissimo Ferdinando che regola i nostri destini.» Corrispondiamo dunque a tanti benefici con filiale rispettosa venerazione e sentita riconoscenza innalzando unanimi caldissimi voti nella prossima novella aurora, perché pietoso il Cielo voglia conservarlo felice per lunghissimi anni al ben essere de’ popoli di cui è l'amore e la speranza»! ! !

68 Macauly dice che nel 1683 e nel seguito, ogni anno moriva in Londra uno su di ventitré, ed ora ne muore uno su di quaranta.

69 Dubbia è l’origine di Maratea: cert’è l’abitarono dapprima i Greci: ed ebbe porto di molti traffici, sinché scadde come noi diremo nel II libro. Fu di Maratea Guglielmo Germano abate della Badia di san Gio. d’Abate Marco; il quale essendone spogliato da Giovanni Cases, s’bbe a protettore il Gran Consalvo: che in tale occasione, volgendo il 11503, scrisse la lettera, riportala dagli storici e tra gli altri v. il Giannone, nella quale ordinava si restituisse al Germano quella Badia che avea in virtù di bolle apostoliche e gli si mantenesse donec justa causa possesstoms duraverit. Ebbe la città varie vicende, secondo che prosperò o intristì il suo commercio, e il natural porto via via andò colmandosi. Or conta cinque mila abitatori. Nel 1857 fu lievemente scossa dal tremuoto.

70 Vorrebbe taluno che Rivello sia costrutta la dove sorse l’antica Velia ch’era sulle spiagge del tirreno, di molte industrie, già sede della scuola eleatica e ne’ tempi di mezzo di un vescovo, finché dal tremulo non fu distrutta. Altri, dove fu Blanda la quale non è da confondere con Velia; Vannucci I,4; Livio XXIV,20 Serbasi anche Oggi un tempietto che vuolsi d’età remotissima: via via si scopersero poi sepolcreti e vasi e arnesi di ragione varia, che furono dell’antica città. Fino da’ tempi di Carlo d’Angiò divenne contea, tra gli altri di un Arrigo il quale, sollevalo lo stendardo della rivolta in favor di Corredino, accolse Baroni e numerosa genie, poi invase il Melfese, ponendo a ferro e a fuoco Montemilone e Lavello, che tenevan dall’Angioino. Uno di Rivello, per nome Antonio, dell’ordine de’ predicatori e teologo di gran vaglia, fu da Urbano V nel 1363 eletto Vescovo di Melfi.

71 ( 3 ) Vogliono alcuni che Marsicovetere sorga laddove era la celebre fonte Marciliana, di cui discorre Cassiodoro lib. 8. Ep. 33, il qual fu Correttore di Lucania e Bruzia a’ tempi di Teodorico re d’Italia: Giannone St. Civ. L. III,3. Da eia remotissima fu contea, e, nel secolo X, tra gli altri conti ebbe Guaimario, nominato da Gisulfo principe di Salerno, nella cui dizione era Marsicovelere. Giacomo Guarda, conte di Marsico, a’ tempi di Federigo 11 imperatore, fu Giustizierò di Puglia e Terra di Lavoro: Giannone VIII e XVII. Tra i tanti tremuoti che via via disfecero quel paese, esiziale fu quello del 16 dicembre 1857 nel quale perirono ben 90 cittadini: stragrande il numero de’ feriti o pesti sotto le ruine.

72 1 Vedi intorno a Viggiano a pag. 75, nota 2.

73 Zobi Storia Civ. t. V, p. 823.

74 Se, come abbiam detto, la popolazione rurale istà alla urbana per poco più di cinque a cento, il numero degli agricoltori, sia che abitano i campi o le comunità, a stento perviene alla proporzione di quindici per cento. Valutate ancor le femmine forse al doppio.

75 Tacito, La Germania, § XVI.

76 Narrano Polibio II,17; XII,1, e Strabone V p. 151, che fino da età remotissima la industria porcina dell’alta e centrale penisola si alimentava con i maiali del mezzodì, i più grossi de’ quali erano della Lucania: donde poi si traeva, dice il Micali il,24, gran copia di lardo sin da tempi di Costanzo e di Costante: ed i porci, anche., allora, erano il principale sostentamento della popolazione.

77 II maiale era parte dei riti con cui si santificavano le alleanze e le paci tra i popoli i più antichi della regione nostra e delle contermini. La confederazione che le menò tutte alla gloriosa guerra sociale è nelle monete sannitiche ritratta con un feciale il quale ha accosto un maiale: Varrone R. R. Il, 4; Cicerone de Iuventll, 30; Micali II, 21; Virgilio Vili, 639,

Postridem, inter se posito certamine, reges

Armati Iovis ante aram, paterasque tenentes,

Stabant, et caesa jungebani feedera porca.

Il che per lo meno dimostra come, fino dalle età più remote, la ricchezza de maiali fosse in gran pregio, ed una tra le poche indigene. Nei riti de' coniugi il maiale avea singolare ufficio di auspice. Dice Varrone II, 4, quod nuptiarum initio antiqui Reges ac sublimes viri in Etruria in conjunctione nuptiali, nova nupta et novus maritus primum porcum immolat. Prisd quoque Latini, et etiam Graed in Italia idem factitasse videntur. «La porca, aggiunge il Micali II, 21, sacrificata negli sponsali importava fecondità.

78 Dice il D’Errico op. cit.: «La ristrettezza della superficie delle colline sulle quali molti paesi di Basilicata si elevano, è una ragione per la quale si cerchi di guadagnare, con la sovrapposizione de’ piani, quella capacità che non si potrebbe ottenere sviluppando i fabbricati su di un’area più vasta. Ma dopo i ripetuti esperimenti della mobilità del suolo in queste contrade, meglio sarebbe costruire a distanza dei sobborghi anziché ostinarsi in un sistema di agglomerazione che riuscirà fatale quante volte si sarà costretti ad innalzare troppo i piani degli edilizi.»

79 Poche o nessun’altra regione del reame soggiacquero sì frequente alle ingiurie dei tremuoti come la nostra. Dice Plinio Saepe Lucania tremuit sed sine damno. Ma fra più antichi ricordansi i tremuoti per cui, nel secol X, Acerenza, Banzi ed altre città perirono: e que’ del 1343 e del 134& più che altrove esiziali nel Melfese. Tremò di bel nuovo la terra a’ 5 dicembre 1456, onde Atella ed altri siti giacquero al suolo: e nel 1457, e nello spirare del secolo, per cui Melfi ed Acerenza furono orribilmente sconvolte. Molteplici tremiti anco nel volgere del XVI secolo: Giannone XXIII: e tra più memorandi quello del 1561. Nel 1659 da’ loro cardini trabalzarono il Melfese e il Potentino, scrollando dal dorso e città e paesi. Brindisi e Tito nel 1694 tra la furia del tremuoto disparvero: Atella poi per due terzi fu adeguata al suolo. Altro terremoto si udì il 5 giugno 1695. E nel secolo scorso più numerosi o circoscritti a’ poche località e;.. distesi agitatori sino alle Calabrie, o da esse la regione nostra di rimbalzo agitata, come nel 1783. Da ultimo in questa età tra le altre commozioni del suolo, quelle del 1805, e del 1807, onde la valle dell’Agri tremò tutta: e Tramutola e Saponara qua e la si disfecero: e nel febraio del 1826 Tito poco men che distrutto e Montemurro e Tramutola e Calvello e Marsico e Picerno e Potenza traballarono, qua e la ruinando: e Lagonegro nel 1837. A’ 30 di marzo del 1851 tremò Melfi: a’ 17 di maggio Matera: agli 8 di giugno Potenza: ed a’ 14 di agosto, con terribile fracasso, Melfi e Barile quasi intiere distrutte: Rionero poi e Atella, Rapolla, Venosa, Ripacandida, Lavello, offese, via via decrescendo la furia della terra in ragione si allargava il cerchio delle distanze da Melfi che si parve il pernio dell’asse distruggitore: le viscere del Vulture, vulcano spento, mugghiarono cupe: mille vite in un punto solo perirono. Il 10 di giugno 1852, ma senza danno, tremò Lagonegro: a' 31 di marzo 1853 Melfi: e di nuovo a’ 9 aprile insieme a Potenza a Viggiano a Matera. Nel 1855 prima Lagonegro il 4 giugno, quindi Melfi il 6 novembre e Potenza il 18. E nel 1856 il 13 gennaio fu commossa la non mai quieta Melfi: e il dì dopo Potenza. Nell’anno di poi fremè il 1. maggio il suolo su cui Melfi s’asside: e il 3 luglio e il 16 settembre, quello ove sorge Potenza: quando a’ 16 dicembre in un istante la regione intiera balzò roteante e vorticosa, scuotendo e ruinando edifici e città: tutto il Val di Marsico fu un mucchio di macerie; dieci mila e più abitatori disparvero e per sempre. E quasi a tener sospesa la falce sul capo de’ superstiti, tremò nuovamente la terra il 19 di quel mese nefasto, e poi il 20 e il 22 e il 28 e il 29: e quinci a’ 19 gennaio traballava Matera: il 23 Muro: il 27 Potenza: a' 25 febbraio Latronico e Bella: a’ 6 di marzo Lagonegro: il dì seguente Lagonegro e Potenza e Montemurro; e il 17 nuovamente Montemurro: ed altra volta il 23, insieme a Potenza: e il 19 aprile Potenza, e Alianello ruinando mezzo: e il 28 e il 30 e il 24 di maggio e il 13 giugno di nuovo la non mai immobile Potenza: e il 3 luglio toccò a Tursi: e il 6 d’agosto e il 19 novembre a Bella, e il 29 s’agitò Potenza; e chi più ne vuole ne cerchi. Gli Storici passim.

80 Montemurro reputasi edificato da’ Saraceni ed avesse il nome di Mons Morus. Tra più remoti sconvolgimenti di quel suolo irrequieto, la tradizione popolare ricorda con orrore que’ del 1343, del 1561, del 1659. In età recente tremò la terra nel 1807: e, ruinando gran novero d’edifici, nel febbraio 1826: ma l'ultima ruina l’ebbe il 16 dicembre del 1857. La quale vo’ riferire con le parole di un elegante scrittore, il Racioppi, Memoria sui tremuoti di Basilicata, nel 1857. «Posto sul declinar della pendice che degrada alla fiumana.... su i banchi di plastica argilla che covre strati di pietra arenaria, era Montemurro stretto ai due fianchi da due torrenti, che per lenta guerra al suolo cretoso scavarono a se altissime ripe e assottigliarono d’anno in anno il fil d’inferma terra, su cui sedeva il caseggiato. Questi torrenti che il ccrrodeano alla base, eran causa di sfranamento al terreno circostante, quando alle acque invernali l’argilla si venia riammonendo: sicché al mancar della base la schiena tra due fossati si ricalcava e crepacci e screpolature e strapiombi apparivano alle fabbriche del mal fondato paese....: questo al paese mal fermo suolo di creta in balia de’ torrenti che poco a poco sei portavano via, il disacconcio materiale ond’erano murati gli edifizi, e il campar di quest’essi nell’alto su d’instabili basi, poiché non era dato distendersi di fianco ad abitarvi il popolo crescente, spiegano in parte come totalmente andò subbissato dal recente tremuoto. Il quale dire che tutto abbia adeguato al suolo è dir tutto non più traccia di vie non segno di spiazzo: perduto ogni limite ogni sembianza di antica proprietà: né il superstite padrone può limitare gli antichi penati. Gli edifizi l’un sull’altro piombarono per l’estrema angustia delle strade: e nelle strade e nelle corti schiacciarono intere famiglie, numerosi parentati, interi rioni... Le qual cementate fabbriche tutte tutte si disfecero all’urto scambievole: non una delle vecchie impancature sostenne il peso de’ rumanti tetti e degli alti solai.... Tre soli edifizi rimangono in piè, e de’ settemila abitanti.... ora non avanza che qualche gramo migliaio sottratto lacero e pesto alle miserande ruine.... Dal luogo ove scrivo vedevo Montemurro degradare alla pendice in una lunga striscia di fabbriche.... or raccapriccia l’andar ricercando coll’occhio smarrito la campagna ov’esso già fu: ché l’occhio nulla discerne, oltre a un solo edilizio imbancato quasi segnacolo ai lontani di tanta ruina. Nè quelle macerie ebbero di poi requie: s’agitò l’infida terra, quasi a torsele d’addosso, od a ammonire gli abitatori ornai all’opra per riedificare la città a’ 7, a’ 17, a’ 23 marzo del 1858, per non dire d’altri più lievi traballamenti.

81 Altra volta, ne’ secoli andati, Sant’Angelo fu distrutto dal tremuoto che spezzò la sovrastante montagna, precipitando enormi macigni nell’abitato. Or gli abitatori si diedero a ricostruirlo, valendosi proprio di que’ franti massi lì sovra il sito, a sostegno de’ novelli edifìci: onde al nome dell’angiolo il paese aggiunse le fratte, ch'oggi conserva. Nè l’angiolo lo preservò nella mina del 1857, per cui poco meno che divenne un mucchio di rottami, seppellendo vivi gran parte degli abitatori. I quali appena la terra si parve quieta, eccoli a riedificarvi i loro tuguri, ond’a’ nepoti minino addosso, quando piaccia a Dio trabalzi di nuovo quella infelice contrada.

82 Giace Saponara su di un colle in riva all’Agri, un chilometro dal luogo ove fu Grumento, città alla sua volta distrutta nel nono secolo, e ne diremo più innanzi, della quale rimasero sul nudo suolo ruderi e chissà quali ricchezze entro le viscere. 0 fosse la instabilità del colle su cui la nuova città è posta o il volere di Dio, tra gli altri tremuoti quel del novembre 1807, agitando l’intiero vallo dell’Agri, più che ad altri luoghi, le riuscì funesto: quasi a preannunzio delK orribile mina che l’era serbata nei 16 dicembre 1857: per la quale non più orma di via dirò col Racioppi, Mem. sul tremuoto di quell’anno, «non segno di muro, non vista di fabrica: un mare di smosse pietre, come or ora deposte dalle onde furiose, una schiuma di sbriciolata calcina, un ammasso di tavoli e di travi qua e la sbattuti dalla tempesta, e valli e montagne e dirupamenti e voragini d’informi materie… un edifizio piombò sull’altro e travolse tutto e distrusse e commescolò limiti, proprietà, sembianze. Così palagi e tuguri, chiese e conventi, torri e campanili, stritolati, dispersi, sbriccolati subbissò come il furor di cento mine non potrebbero tanto Paese di quattro mila abitatori e più, men della metà trovò uno scampo... nulla resisté saldò alla furia dell’urto che ivi in tutti i sensi squassò la terra, e ondulatorio e vorticoso ed a sbalzo. Non vecchie e recenti volte, non sode impalcature, non fresche pareti, non uno de’ molti edifizi sacri rimase in piè, né la grande e salda mole dell’antico castello già sede illustre dei Bisignano.» Essa ch'avea resistito alla furia de’ secoli ed alle insane turbazioni degli uomini, turrita e di mole grandissima, fu per metà precipitata nel fondo della valle che l’accosta.

83 A’ 9 Aprile del 1853 tremò Viggiano quasi ad annunzio di maggiore sventura: la quale lo colse la notte del 16 Dic. 1857 in cui subbissò mezzo «causa, dice il Racioppi, la speciale postura dell’abitato che assiso ad anfiteatro su clivi di un genuino colle, l’uno edifizio ruinò sul sottostante e questo piegandosi d’innanzi o dal lato sfracellò e divelse dall’imo quanto ebbe d’incontro. Così intere famiglie perirono nel domestico lare, schiacciate dall’altrui mine: altre in gran numero fuggendo i primi scotimenti, nell’angustia delle vie dalle precipitanti muraglie ebbero inaspettata morte già stimandosi salve.... Un migliaio di vittime.. a Viggiano.»

84 Innumerevoli i tremuoti onde Potenza via via traballò o andò sossopra minando. Il primo di cui s’abbia ricordo, pel secol decimo: quinci nel 1343: nel 1348: ed altre volte tremò l’infido suolo nel 1861, nel 1659, e nel 1694: e nei lustri di poi così frequente e con sì lieve danno che le cronache o la tradizione popolare, appena ne tramandarono ricordo. Maggiori offese s’ebbe la città nel 1826: tremò di nuovo l’8 giugno del 1861, il 9 aprile 1853, il 18 nov. 1855, il 14 gennaio 1856, il 3 luglio e il 10 sett. del 1857: annunzi del più terribile danno che le serbava la notte del 16 Dic. 1857: in cui nian edificio fu illeso, molti minarono, e se ne veggano anch'oggi i segni, seppellendo una trentina di abitatori, ad altrettanti rompendo le membra: narrarono i superstiti che traballando la terra si parve prorompere in un muggito, e l’aere fiammeggiasse. A’27 gen. del 1858 nuovo scuotimento: e un altro a 7 di marzo di quell’anno: e un terzo il 23: e di nuovo a 19, a 28 e a 30 d’aprile, a 24 maggio, a 18 di giugno ed a’ 29 nov. Per brevità si tacciono li più lievi. L’ultimo, e l’udì chi scrive, nel 1866 in sul mezzodì; la parete s’accostò tre volte al seggio da cui era lunge taluni centimetri, e tremonne quasi alga agitata l’intiera città. Vedi intorno Po lenza al § XXIV, libro I.

85 Rari furono i tremuoti onde venne afflitta la regione nostra, da’ quali non fosse subbissata la terra di Atella, che giace alle falde del Vulture nel cerchio di città descritto da Melfi, Rapolla, Barile e Rionero, tutte attorno quel pittoresco monte, vulcano estinto, che un dì gettò fiamme e fuoco da molte bocche, ricuoprendone quante balze e clivi ha egli dintorno. Venne Atella adequata al suolo il 5 Dic. 1456: risorta dalle mine, di nuovo, a tacer di minori traballameli nel 1561 e nel 1659, precipitò intiera nel 1694 onde i cittadini superstiti cercarono dimora in Melfi: di dove sciamarono a riedificare l’antico nido, incorreggibil carità, neppure vinta dai miasmi letali onde la vita colà intristisce. Sinché la notte del 14 agosto 1851 traballò novellamente, minando vite e edifici: né si contenne tra l’insana furia che dal Val di Marsico agitò fin gli estremi, lembi della regione, il dì 16 dicembre 1857, Veggasi pure quel che di Atella è detto al § XXIV.

86 Tra le città che più furono segno all’infuriare de’ tremuoti v’ha Melfi. A tacer di que’ del 1348, del 1457, del 1492, del 1561, del 1659, del 1694, e del 30 marzo 1851, diremo che per quello del 14 agosto 1851, a un tratto, la famosa città nulla più fu che un mucchio di mine: a centinaia li morti e li feriti. I superstiti, si diedero a ricostrurre e ristaurare gli edifici, de’ quali anch’oggi veggonsi mine pietose: il castello del quale diremo più innanzi, § 24, come fosse sede di re e di concili, non resse all’immane urto del suolo. Notevole che Melfi fu, come dicemmo, per così dire il perno dell'asse distruggitore e ruotò trascinando seco i luoghi più vicini, digradando la furia con le distanze: tremò di nuovo la terra il 31 marzo, e il 9 aprile 1853, e il 6 nov. 1855, e il 13 genn 1856, e il 1 maggio 1857, impaurendo e senza cagione gli abitanti: addosso a’ quali ruinarono altri edifici nel flagello che la notte del 16 Dic. 1857 rendé famosa nella odissea degli umani guai.

87 Gli è notevole come perfino tra le sventure de tremuoti la polizia usasse desuoi arbitri. A' 17 dic. 1857, l'intendente di Basilicata minacciava, nientemeno, l'arresto personale a proprietari che non si affrettassero ad abbattere le mura ruinanti od a puntellarle. S’oda poi quest'altra. A' 18 dicembre egli scrive a tutti i Sindaci «Si compiaccia.... di accordo e responsabilità col capo urbano, di provvedere perché operai... sieno inviati per soccorrere gli infelici, assicurando che saranno prontamente pagati e competentemente. Useranno la forza ove la bisogna lo esiga.» Cosi mescendo umili assicurazioni di onesta mercede a chi avea ornai il callo a vedersela negata, ed arroganti costringimenti polizieschi.

88 S'oda, a riprova, questo caso nel quale è dubbio se più traspaia l'incuria dei municipi o il livore dei maggiorenti verso gli infimi. Scrivea a’ 7 di aprile 1858 l’Intendente alle autorità della provincia di Basilicata. «É loro noto come la clemenza del Re per alleviare i mali prodotti dal tremuoto,... dispose crearsi novelli centri di popolazione nei bacini del Sele. Io fui sollecito ordinare formarsi uno stato dei richiedenti... finora però non solamente non mi è giunto.... ma con dispiacere ho veduto venir qui molti bracciali avvertiti dalla voce publica a dare i loro nomi dicendo che nei rispettivi comuni non si è publicata la grazia Sovrana, o che non siansi voluti annotare sullo stato.... !!

89 Il Barone Francesco Arcieri.

90 É terra antica, la quale via via prosperò di abitatori. Re Ladislao ne fece conte Francesco Sforza di Cotignola; Giannone, XXIV. Quinci venne alle mani d’altri baroni e tra d’essi dei Revertera, uno dei quali fu di coloro che nel 1867 persuasero il Viceré a negare il suo assenso a quella gran gaglioffaggine che fu la Bolla in Coena Domini: Botta, SI. d’Italia, XII: un altro s’illustrò, ne’ primi del secol XVIII, difendendo aspramente contro la chiesa le regie prerogative: Botta XXVIII: e per ultimo, a quella chiara prosapia si riferisce la burlevole leggenda, che noi riferiatiao più innanzi. Fu Salandra nel 1887 tocca dal tremuoto: e degli incendi e delle devastazioni compiutevi da’ briganti quattr’anni di poi, vedi Lib, III, si rimangono anch’oggi lacrimevoli segni.

91 Questo vidi, a tacer d'altri luoghi, in Muro: e poche sì pure gioie io m’ebbi pari a quella di riparare di mia mano a sì improvvidi ed inumani ritardi.

92 E di questo offriva, e chi sa se anch’oggi, obbrobrioso esempio la città di Potenza, per non dir de luoghi minori.

93 A me parve ognora che la incuria nel pagamento delle mercedi fosse una delle cagioni per cui la mortalità de’ gittatelli anziché scemare, aumenta: ché i ritardi nel pagamento delle misere nutrici, addoppiano gli stenti e mali trattamenti che assottigliano poi le più misere creature ch'elle custodiscano. E perciò, né v’ha di che tacerlo, ovunque io fui, posi cura a usare del. mio ufficio a che non si rinnovi o non si perpetui una sì letale incuria: e andetti al fondo di quella più infelice classe tra i nati, chiamandola a me, nel di in cui le nutrici riscuotevano la ritardata mercede. Ma ciò dicendo ho in animo di richiamare i legislatori nostri a questa conclusione: che la popolazione de’ gittatelli in tutto il regno ha d’uopo di maggiori provvidenze e cure e migliori ordini, di quel non sia la isterile tutela, ch'è abbandono, in cui giacciono per gli ordini odierni. La quistione de’ gittatelli vuole studio: la società fa troppo poco per essi per attenderli migliori di quel che riescono nel cammino della vita.

94 S'oda questa peregrina confessione dello smisurato concubinaggio ch'ha afflitto ognora quelle provincie: ed a che s'induceva il governo per circoscriverlo. Scrivea il ministro dell'interno agli Intendenti il 3 gennaio 60: «Dopo istituita in questa capitale sotto il titolo di San Francesco Regis l'opera caritatevole di procurare gratuitamente ai poveri che vivono in concubinato i documenti necessari per congiungersi in legittimo matrimonio e per legittimare i figli naturali, S. M si è degnata ordinare che sieno rilasciati gratuitamente e con sollecitudine...» Rosica.

95 Racioppi. Op. cit. p. 8.

96 Veggasi quel ch’è detto più innanzi, Iib. Il, de cimiteri.

97 Il censimento del 1861 rivelò che sopra la intiera popolazione erano 266,657 celibi, sol 188,214 i coniugati e 38,188 i vedovi.

98 E come può ella negargli fede quando perfino leggesi negli Annali Civili del reame, pubblicazione ufficiale, fase. CXXI, anno 1887: «Nella festa del santo nostro Protettore... benignavasi Iddio consolarci con la consueta liquefazione miracolosa del sangue di quel martire. La mattina adunque del 19 settembre, nella cappella del Tesoro si levò dalla nicchia il prezioso sangue di San Gennaro, e fu trovato che riempiva tutta l'ampollina. Posto al cospetto della reliquia del capo del martire, cominciarono le preci, ciré continuate per un’ora e 38 minuti furono esaudite. Il sangue allora si sciolse, si abbassò e spumeggiava. Durante l’ottava non mancò il miracolo: ché a' 20 fu trovato duro, e liquefecesi dopo 20 minuti: ai 21 e 22 da duro che era si sciolse nel mostrarsi al popolo: negli altri giorni fino al 26, ultimo dell’ottava, si rinvenne sempre duro; ma si liquefece, il dì 23 dopo 18 minuti: il 24 dopo 20: il 25 dopo 23 e il. 26 dopo 19 minuti.»

99 Perché almeno niuno rida di noi che scriviamo, qui subito ci facciam forti di quel che leggesi negli Annali Civili del Regno delle due Sicilie fase. CXXI, anno 1857: gli è monsig. Arcivescovo di Policastro che parla: attenti adunque: «È a tutti noto il flagello con cui Iddio puniva i nostri peccati nello scorcio del decorso mese di giugno, le dirotte pioggie cioè che minacciavano la prossima ricolta..: si erano ordinate publiche preghiere: si era ricorso all’intercessione de’ santi: ma non era perciò placato Io sdegno di Dio!... Animati da ferma fiducia si fece ricorso al solito loro asilo nelle avversità! Con calde lacrime mi chiesero di andare processionalmente in abito di penitenza nel santuario, dove si venera e conserva una Spina della Corona di Nostro Signore! Volentieri accordai il permesso.... Giunti al santuario si espone con rito solenne la Santa Reliquia, si celebra 1 santo sacrificio, ed indi si procede alla solita benedizione delle sottoposte campagne.... Nell’atto della benedizione si osserva dalla maggior parte degli astanti genuflessi che la sacra spina si ripiega a sinistra! e per maggior consolazione si videro ravvivarsi le tinte sanguigne e il sangue quasi spumante ricoprire la santissima spina dalla base alla sommità! Unanime fu l’ammirazione! Un sacro orrore sorprende taluni, eadde altri attonito alla vista del prodigio! La moltitudine attesta il miracolo avvenuto!: ma otto deposizioni giurate si sono ricevute per memoria non peritura del prodigio! e si conservano nell’archivio della Rev. curia, essendosi giudicato superfluo aggiungerne altre!! Al primo miracolo segue il secondo. Non. appena si seppe il miracoloso avvenimento che tutta la popolazione di Policastro domanda che giù si portasse nella città la Sacra Reliquia...; si accorda bentosto. Al fine dèi dì 27 giugno, nonostante la dirotta pioggia, il Rev. clero in abito di penitenza, i galantuomini con funi al collo, e corone di spine al capo si recano al santuario!.. Di unita a’ religiosi s’incammina la processione: sotto la dirotta pioggia si prosegue: ma giunta alla porta della città,1’ acqua cessa: l’aria s’incomincia a rasserenare!... Invitai tutti alla penitenza, e dando a tutti l'esempio si diede alla divina giustizia una, benché minima, soddisfazione, che avvalorata dal sangue prezioso di cui è aspersa la santissima spina! piacque al Signore di far cessare il flagello, a segno che la sera il cielo apparve sereno tempestato di lucide stelle; nell’indomani la serenità fu perfetta: cominciarono i bisognosi a falciare e la calma ritornò nel cuore di ognuno!» Quest'è la sconcia mitologia che la chiesa, in pien secolo XIX, ministra a' credenti suoi’!

100 In una pergamena custodita con gran cura nella terra di Salandra, leggesi questo miracolo, al quale non v’è davvero donnicciuola che non creda, e non vi giuri sopra, quasi l’abbia veduto con gli occhi suoi. «In questo convento fu veduto più volte in estasi il venerando religioso Fra Francesco da Montesano: precise una volta ch'esso vedendo leggere la lezione spirituale volò dal luogo del guardiano e s’andò ad attaccare a’ piedi del crocifisso, posto nel pulpito del refettorio Un’altra volta, stando esso in orazione innanzi l’altare maggiore del suddetto convento fu dal Duca signor di Salandra e sua consorte, che erano in quella chiesa con la corte, udito con veemenza di spirito vociferare ah ah ah amare chi non t'amasse: nel qual mentre fu ratto 25 palmi in alto, è si andò ad attaccare con le sue braccia ad un crocifisso di rilievo, che posto ne stava, come oggi pure si vede, sull’architrave di detta chiesa, donde poi per ubbidienza discese.»

101 A me che nell’udire in San Fele il singolare caso facea il viso dello stupore, una credula donnicciuola, alla sua volta stupefatta dell’incredulità mia, e quasi compassionando il poco mio acume, ebbe a chiedere con sicuro e vibrato accento: ah! e voi ne dubitate Eccellenza: ah!’!

102 Le meraviglie di questo insigne stregone e sconciatore di femmine le udii narrare in San

103 Perfino a’ tempi più remoti le dorme lucane, tra 1 altre, erano così intente a cure laboriose ed opere domestiche che poeti ed istorici ne hanno serbato special ricordo. Vedi Orazio V, od. V,41; Micali SI. de' popoli antichi II,23.

104 Di A vigliano rammentasi ella fosse feudo dei Caracciolo, dei Zunica, dei Torella, degli Arcella, dei Somma, dei Della Marra, dei Boria: gravi danni le recò il tremuoto del 1851: da quel del 1857 non fu tocca: notevole è poi la prodigiosa sua altezza sul livello del mare, onde v’ha chi pensa nessun’altra città, almeno della regione, la raggiunga.

105 Vedi di Ferrandina quel ch'è detto più innanzi § 25.

106 Tramutola, delta così da terra motola o terreno malfermo, fu la più subbissata tra le città del vallo dell'Agri nel tremuoto del 1807: le toccò pur quello del 1826: ma più terribile danno ebbe nel 1857 onde ruinarono molti de’ suoi edifici, seppellendo da cento ottanta de’ loro abitanti, oltre a’ feriti innumerevoli: la furia dell’elemento operò poi ne’ dintorni uno immane scavo di trenta e più palmi di larghezza: e narrasi che l’acqua della publica fonte si nascondesse per più giorni.

107 Antica terra è Latronico: narrano gli storici ella fosse da re Alfonso venduta nel 1487 a Cola da Inala de' Nola, togliendola a Giovannello da Montemurro che la possedea. l’ebbero di poi i Sanseverino, da' quali, per volere di re Ferrante, venne alle mani di Cammillo Pescaria: Giannone passim. Tra varie vicende fu da ultimò de’ Gesuiti fino al 1767, anno in cui furono scacciati. Nel tremuoto del 1857 uscì incolume, a meno della montagna che l’è accosto, cava peregrina di marmi, nella quale l’infuriato suolo recò un’immane spaccatura. Udirono quegli abitanti la scorsa del 25 febb. 1858, ma senza danni. Come poi s’agitassero nel 1860 in civili gare noi diremo nel III libro.

108 Fu Carbone dapprima un monastero di Basiliani sotto il titolo dì Sant’Elia, e tra’ più reputati cenobi delle antiche età: nel 1477 l’ebbe in commenda Paolo Emilio Santoro, il quale ne scrisse l’istoria: e noi raccomandiamo all’ Archivio Storico di torla dall’oscurità in cui giace. Nel tremuoto del 1957 soffrì Carbone nel più degli edifìci danni notevoli, altri crollarono seppellendo trentanove de’ suoi abitanti. Le insanie della plebe nel 1860 vedremo pure nel terzo libro.

109 Giace Maschito sovra terreno Vulcanico: Io edificarono nel secol XVI gli albanesi, qui scampati alle ruine della patria loro: e da quelli ritraggonsi anch’oggi i costumi e la favella: vedi p:g. 25 note 1,2: e ciò ch'è detto intorno a Forenza a pag. 110 nota 1.

110 Vuole taluno che Lauria null’altro sia che l’antica Ulci o Vulseio. In età remota ebbe titolo di Contea: l’ebbero poi nel seco| XIV i Sanseverino, secondo narra il Giannone lib. XXIV. Fra i suoi conti fu Barnaba, uno de’ Baroni i quali convennero in Melfi alle nozze di Trajano figliuolo di quel Duca con la figlia di Capacci. Sanseverino: quest’era l’apparente ragione di quel convegno: ina la riposta quella di stringere accordi per la rivolta ch’ebbe poi a storico il Porzio: congiura de’ Baroni di Napoli I: v. anco il Giannone XXVIII,1: vinta la quale il Conte di Lauria fu tra gli imprigionati e gli impiccati: Sismondi VI,7. Nel volgere degli anni Lauria divenne principato e l’ebbe un Borgia, il Duca di Candia fratello del Duca Valentino: Sismondi Ist. delle Rep. 16. VI,11.

111 Vedi a pag. 87 nota 2.

112 Antichissima terra, oggi città di molti traffici, è Moliterno. Narrano ella così si chiamasse da Moles aeterna nome di un’antica torre che risale all’ottavo secolo: tra’ paesi del Val di Marsico fu il solo illeso dal tremuoto che nel 1857 tant’altri nabissò. Primeggiano gli abitatori suoi, tra le genti contermini, per indole animosa e ingegno vivido. È di Moliterno Giacomo Racioppi, vivace ed elegante scrittore più volte rammentato in questo libro, ed uno de’ più severi ingegni di cui si onorino le provincie del mezzodì.

113 Vedi a pag. 75 nota 2.

114 Ibid. 88. 2.

115 Castelsaraceno, come addita il nome, venne edificato dai Mussulmani, in una tra le molteplici loro invasioni: sendo a piccò di un monte, nel tremuoto del 1857 rotolarono gli edifici giù nell’abisso, onde per metà fu distrutto: e le schiacciate creature salsero a centotrenta. Nel 1860 rumoreggiò la plebe contro i doviziosi, insania che noi riferiamo nel terzo libro.

116 Vedi pag. 88 nota 1.

117 Va pag 87 n.. 2 V. a pag. 89 n. 1. 3 v. a pag. 89 n. 6.

118 È Casalnovo or San Paolo, tra luoghi costruiti dagli albanesi lorché migrarono in questa contrada volgendo il secol XVI: ritrae anch’oggi da quella origine non pure la favella, ma le costumanze, e i riti della religione: vedi a pag. 25 nota 1 e 2: e da ciò, o per l'alpestre postura, vivono i radi suoi abitatori poco meno che isolati, e lungi da ogni fiotto di civiltà. ne’ moti del 60, anco la plebe sua. rumoreggiò contro i notabili, com’è detto nel III libro.

119 San Costantino, edificato anch'esso dagli albanesi, è, dopo S. Paolo, il solo che della origine serbi costumi, vestimenta, favella e perfino i riti. Vivono gli abitatori suoi, appartati da' luoghi vicini, poco ritraendo dalla civiltà novella: non fu nemmen dato, come dicemmo a pag. 25 n. 1, di istituirvi una scuola femminile, riuscendo arduo l'insegnarvi l'italiano, quasi quanto il rinvenire maestra la quale, ad essere intesa dalle alunne, loro favelli in albanese.

120 Mariano De Carlo, morto or fan due anni, ed uno de' più forbiti improvvisatori ch'abbiano vantato quelle contrade. Nacque in Avigliano: e nel chiudersi di sua vita, n’era il sindaco.

121

122 Gli è vano il dire che ciò non si riferisce a quelle rare famiglie che in questo o quel luogo hanno vaste magioni e costumanze agiate, cui s'assuefecero con le lunghe dimore fuori della contrada.

123 Narra Eliano ap. Varr. hist. IV, 1, che presso i Lucani l’ospitalità era prescritta solennemente per legge: come fosse osservata ricordano Orazio Epist. 1, 7, 14 e Micali op. cit. I, 17. 20: le leggi mutaronsi così in lodevole costume e tradizione.

124 Gli è tale ne’ plebei l’abito di vedersi negata la mercede che di soventi e’ si niegano ad ogni fatica dove non l’abbiano innanzi: o taluno non mallevi per chi li ricerca, sia pur tra’ più notabili del sito; e non solo di essi ma perfino diffidano de’ municipi anch’essi, qua e la usi a negar ogni compenso dopo che l’opera sia prestata: onde accadde a chi scrive di esser testimone di operai che si rifiutavano a qualsiasi fatica dubitando per la mercede: e ciò ispieghi l’inqualifìcabil assicurazione che sarebbono davvero pagati, la quale leggesi nella Circolare 18 dicembre 1857, riportala a pag. 77 nota 1.

125 Uguale riflesso fece de’ plebei di Roma il Michelet, Histoire I, 183, e l'economista Moreau, Du probleme de la misere 1.

126 Ciò che il Micali II, 21 dice degli antichi popoli italici si adatta a meraviglia a ( J ) viventi della Basilicata, e della più parte tra le regioni meridionali. «I diritti dell’aristocrazia, fortificati dall'influenza sacerdotale, erano consolidati da un lungo e non conteso possesso.... la plebe dipendente in più maniere dalle famiglie patrizie e soggiogata interamente dalla religione, era tenuta in una specie di coperto vassallaggio, che obligandola ad onorare di continuo l’ottimate suo protettore, le toglieva i mezzi di far valere i di lei diritti, nel governo della republica (oggi comunità), 0 come Dionisio Le Antichità Romane VI , 62 fa dire ad Appio Claudio Reggonsi tutte le genti che ci sono intorno per gli ottimati: né la plebe in alcuna città egualmente delle cose con essi partecipa.»

127 Bastino, tra l’altre, le Memorie storiche di Montigli oso, umile borgata io quel di Massa, e publicate leste da Giovami! Sforza, Lucca 1867.

128 Grumento fu tra le più cospicue delle antiche età. Il Niebhur, dal nome, credè fosse di origine pelasgica. Narrano Appiano, Le Storie Romane I,42,43; Livio Epit. 7 2; Diodoro Biblioteca storica XXVII,20: Micali IV,18; Vannucci III,6, come, nello scoppiare della guerra sociale contro di Roma, Giudalicio e Lampronio, due degli insorti, correndo la Lucania e l’Apulia con numeroso seguito, vi distruggessero l’esercito di Grasso, e, tra l’altre città, a’ Romani togliessero Grumento. Da una epigrafe rinvenuta nel luogo ove quella sorgeva, e riportala dal d’Errico scrit. cit., apparirebbe che un tempo fosse la capitale non solo della Lucania ma anco della Bruzia e sede del Correttore di entrambe. Dice così: Rullus. Festus. Corr et, Brit (leggi Brittiorum) ad ornatum Termarum coniocavit. La i uova città, al nome di Saponara aggiunse, a ricordo dell’antica lungi da essa mezzo chil., il predicato di Grumento. Nell’età poi dei feudi fu de’ Bisignano uno dei quali, secondo narra il Botta XVIII, nel 1619 al duca di Ossuna viceré di Napoli e che divorato dall’ambizione di gridarsi Re, erasi un dì posta in capo una corona, e chiedeva agli astanti se bene gli stesse, facendo alto di mostrarsi così ad un balcone, osò fieramente di rispondere « signore questa, corona va bene, ma sulla fronte del Re: » onde il D’Ossuna con occhi torvi riguardandolo, s’arrestò: e poi se la tolse di capo. Degli infortuni a cui la furia del suolo hanno di poi sottoposta la città già abbiamo detto a pag. 75 nota 1.

129 Narrasi che l’antica Ursento, ma vi contradice il Vannucci I,4 il quale vuole sia l’odierna Orso Marso, fosse edificata nelle vicinanze di Oppido, ed ella dagli Osci: avesse nome di Ipuo, da cui lungo i secoli s’ebbe Opino, quinci Oppido: e gli abitatori suoi insieme a’ Bantini, agli Orsentini, agli Eburani, agli Atinati componessero quella osca federazione ch'è rammentata da quanti scrissero di quei tempi. Altri sembrano confondere l’Oppido della regione nostra, con l’omonimo di Calabria fondato da’ Saraceni, e nella più parte o intiero distrutto dal tremuoto del 1783. All’incontro il Botta, St. d'It. XII, narra che l’Oppido adeguata al suolo fosse l’antichissima «che fortemente la propria libertà difeso avea correndo l'XI secolo contro i Normanni cui a danni suoi guidava il conte Ruggero fratello di Roberto Guiscardo repubblica potente ell'era e da libero principato procedendo, molte terre possedeva e molte alleanze con altri principi avea. Cambiossi poi l’alta sua fortuna in minore: pure del tutto non perde l’antico splendore, e addì nostri ancora di un seggio vescovile si vantava. La natura e gli uomini l’aveano abbellita: la natura, ma una natura furibonda, poscia lei e gli uomini oppresse». Così l’antichissimo Oppido sarebbe il Calabro e non il Lucano: versione ch'ha ogni apparenza di fallacia, e nella quale forse agevolmente incorse uno storico che in più siti si dimostrò iscarso narratore delle vicende del Reame. Certo è nondimeno che l'Oppido nostro, dal secolo XVI, fu Contea de’ Caracciolo, siccome narra il Giannone XXII. Mutò in quest’anni l’antichissimo nome in quel di Palmira.

130 Antichissima città è Matera, della quale pure diremo qui ciò che, nelle istorie, a noi fu dato raccogliere: narrasi ella fosse edificata da Metello, e v’ha anch’oggi una torre ch'è detta Metella, onde avesse nome di Meteola, il quale via via si corruppe in Matera. Plinio chiama gli abitatori suoi i Meteolani. Doppiarono nel medio evo, quando nella città loro emigrarono li cittadini di Metaponto e d’Eraclea, scampali al tremuoto onde quelle perirono e per sempre. Nel secolo IX era Matera in soggezione del Soldano di Bari, cui fu tolta nell’868 da Lodovico li figlio a Lotario imperatore, come narra l’Amari. Storia dei Mussulmani di Sicilia vol. 1, II,8: o dallo stesso Lotario nel 867, il quale l’avrebbe quindi incendiala, secondo scrive il Giannone lib. VI: o nel 866 per quanto riferisce il Sismondi St. delle Rep. it. I,4. Disparità notevoli tra così accurati scrittori. Venne quindi alle mani, e con varia fortuna, or de’ Longobardi or de’ Greci: sinché nel 930 seguì, tra gli uni e gli altri, ne’ suoi dintorni, la sanguinosa battaglia dove perì Imógalapto stratigò di Bari. Tra le molteplici correrie de’ mussulmani avvenne che Matera fosse nel 994 da essi assediata: patisse per quattro mesi ogni strazio di fame: dipoi vinta ella venisse incendiata e distrutta: li cittadini suoi barbaramente uccisi: le donne condotte in Africa: Amari t. 2, lib. IV,7; Luca Protospatario Cronaca a. 994. Nondimeno risorse da cotale ruina che si parea estrema, e l’ebbero poi i Greci: quando nel 1042 appressandosele i Normanni furono, i suoi dintorni teatro di altra terribile battaglia tra quelli e questi: erano li Greci guidati da Maniace il quale scorrendo la contrada, recò ovunque distruzione e morte: né gli valse. ché nel 1043 i Normanni s’insignorirono di Matera, e vi elessero il primo Conte di Puglia che fu Guglielmo Braccio di ferro: Giannone, IX: il primo Duca che fu Roberto Guiscardo e il primo Re che fu Ruggiero, vedremo essere stati nei lustri di poi proclamati in Melfi. Tra le vicende di que’ tempi onde niun’altro suolo fu a pari di questo, dilaniato da contendenti, il Re Ruggiero, nel 1133, apparve nemico innanzi a Matera, la strinse di assedio, e la vinse. Morto che fu poi Manfredi dall’Angioino, Matera si ribellò nel nome di Corradino: sinché tornò in soggezione del vincitore di entrambi. Nel 1367 Francesco del Balzo duca di Taranto, pretese che ella gli appartenesse, e s’accinse a torta ai Sanseverino che n’erano, e per lunga età ne furono, i Conti: l’assediò e l’ebbe a discrezione, finché da quella potentissima famiglia ne fu discacciato; perdendo in quel torno ogni altro suo pos'sesso: Giannone XXIII. Narra poi il Sismondi IV,3 come il conte di Matera insieme ad altri Baron. nel 1382 si ribellasse a Carlo Durazzo di Ungheria, in favore dì Luigi d’Angiò disceso in Italia a vendicare la morte della regina Giovanna: Giannone XXIV c. 1. Nel 1803 dimorò alcun tempo in Matera, insieme all’esercito suo, il Duca di Nemours guerreggiante contro Consalvo: Guicciardini Storia, d’Italia V: e di la il Duca inviò a sfidare il nemico a battaglia: la quale egli rifiutava dicendo che il dove e il quando combattere, avere usanza di sceglierlo, a sua sola voglia e tornaconto: Giovio, Vita Magni Consalvi, II. Quando poi nei 1648 fu in Napoli proclamata la republica, onde baroni e plebe nella Basilicata, non meno che altrove, vennero alle prese, quelli ad avversarla, e questa a dimostrarsene fautrice, Matera fu tra le città di cui scrisse il Botta XXIV prevalendovi ora la fazione dei nobili ora quella del popolo videro cose che peggiori e forse nemmeno uguali non si sarebbero in simili casi vedute tra i monti Acrocerauni in luoghi di Turchia dall’altra parte dell’Adriatico!» Insanie che ne ricordano quelle dì cui ella fu teatro volgendo la età nostra: vedi il III libro. Dal 1663 in sino a’ primi di questo secolo fu poi capitale dell’intiera regione: vedi più innanzi, § 31. ne’ tempi odierni ebbe Matera più scosse di tremuoto: a’ 17 Maggio del 1881, a’ 9 Aprile del 1853, a’ 16 Dicembre 1857, a’ 19 Gennaio 1888, ma tutte innocue: i marosi della terra si parvero impotenti a nabissarla o le si acquietarono attorno.

131 Acheruntia antica, ella fu delle più illustri città della Iapigia: Micali I,18; Gluverio Italia Antiqua p. 1213,1227. Plinio Nat. hisl. Ili 5, dice Oppidum Consentia, intus in peninsula fluvìus Acheron a quo oppidani Acheruntini. Fu contro i Romani un antemurale della Puglia e della Lucania: Orazio III,Orf. IV v. 14, Quicumque Celsae nidum Acheruntiae: da Tito Livio, X I,2 è poi detta validum oppidum: tanto ell'era munita. Nondimeno nel 435 di R. venne da’ Romani presa e saccheggiata: Micali III,10. ne’ suoi dintorni credesi morisse poi, nel 437, e vi fosse sepolto Giunio Bubulco, conquistatore di tanta parte della Lucania. Nelle terribili guerre del secolo VI fra’ Goti e i Greci d'Oriente guidati da Belisario poi da Narsete, il gran distruttore del dominio o regno de’ Goti in Italia, Acerenza fu tra le città più volte assediate, prese e riprese: Vannucci cap. ultimo. Aspramente contesa di poi tra Longobardi e gli imperatori d’Orienle. Narra il Giannone IV,10 che nel 663 fosse assediata da Costanzo: ma avendogli resistito, ei ne deponesse il pensiero e fosse salva. I principi di Benevento la sollevarono a contea. Una delle condizioni della pace tra Grimoaldo II, ch'era di que' principi, e Carlo Magno, secondo gli storici, fu che il primo abbattesse dalle fondamenta le mura di Acerenza: Sismondi I,4. Un de’ suoi conti o gastaldi, Sicone, ucciso ch'ebbe nell'817 Grimoaldo duca di Benevento, gli succedè nel principato: Giannone VI. Nell'851 parte del gastaldato di Acerenza, confinante a Conza, venne alle mani di Radalebisio principe di Salerno, cosi distaccandosi dalla Lucania: Sismondi I,4. Nel 1041 cadde poi Acerenza, insieme all’altre città, in mano de’ Normanni, discacciati che essi n’ebbero i Greci: e nella dieta di Melfi, divise le terre conquistate, toccò Acerenza, con il titolo di conte, al normanno Asclittino: Giannone IX; Sismondi I,4. Sfuggita a' normanni negli anni seguenti, fu dal Duca Roberto, dopo lungo assedio, ripresa nel 1062: ma un incendio nel 1090 poco meno la distrusse: riavutasi da sì grand'infortunio le toccò una peste tra ìe più letali che rammenti l'istoria. Nel secol XIII prima fu degli Svevi e quinci degli Angioini: Giano. XVIII; vincitori e vinti ugualmente infausti alla misera città. La quale per tanti modi afflitta, ella che dal 1051 era diocesi metropolitana, dové da Innocenzo II essere aggiunta a Matera, onde si reggesse l’Arcivescovado, come a noi avverrà di ricordare nel dire degli ordini ecclesiastici: Lib. II. Nel secolo XVIII avea per feudatari i Pignatelli. Il nome di Acerenza. perché niuna delle umane calamità le mancasse, è poi legato all’istoria pietosa de' tremuoti, onde l'irrequieta terra turbò ognora i presagi della scienza o la scienza contradisse que'dei geologi. Narrasi infatti che nel secol X un orribile scuotimento minasse gran parte della città: un secondo nel XV: e di poi altri, e non meno funesti: e tra più vicini a noi quello del 1857.

132 Sembra che Anzi detto prima Anchae o Anchoe dal greco, e dipoi Anxia da' latini, fosse costruita dagli Osci: città della quale Tito Livio fa più volte ricordo Altri, tra cui il Giustiniani, negano che all’antica Anzi risalga quella d'oggi. Cert'è ch’ella esisteva anco nel medio evo, e munitissima, essendo concordi gli storici a narrare come Re Ruggiero dopo arduo assedio se ne impadronisse. Carlo d’Angiò la diede qual feudo al De Ugot: quinci venne allemani de’ Conti di Matera, molti de’ quali vi serbavano le proprie ricchezze: presa poi da un Conte di Andria, vi si fortificò sinché ne fu scacciato da Enrico VI. Via via che alle prepotenze di quell’età ingloriosa succedé una feudalità senz’artigli, Anzi fu de’ Guevara, quinci de’ Caraffa. Scampò dal tremuoto del 1857 tributandogli la vita di un solo abitante.

133 1 Poche altre città hanno origini sì dubbie od oscure come Mi gl ionico. V’ha chi reputa risalga fino a’ tempi della Magna Grecia od alle età romane: ed avesse nome da un Milone suo fondatore. Altri sia l’antica Milonia di cui dissero Tito Livio X,24 e Stefano Bizantino sull’autorità di Dionigi d’Aliearnasso: così contradicendo alla versione ella fosse invece la dove ora sorge Montemilone. Tra le quali discrepanze scivola il Cluverio, discoslandosi da tutte con l’attribuire l’antica Milonia né a Montemilone né a Miglionico, sibbene alla regione del Sannio. Lasciando agli studiosi del sito e altrove, di affaticarsi in una ricerca la quale non offerirà mai certezza maggiore dell’incertezza odierna, basti che Miglionico sia dimostrata città antichissima, se non da altro, dalla struttura sua e dalle scoperte de’ dintorni: li sarcofaghi additerebbero che la fu vissuto itt età remotissima. Cert’è che tra il X e l’XI secolo era in soggezione del Conte d’Andria: e nel XV divenne tra gli altri, feudo del fiero. Sforza, il quale in una scrittura inedita Saggi sulla orig. topogr. ec ec. di Miglionico, leggiamo appellato Sforza de Attendo) is, senza sospettare ch'ei fosse lo Sforza Attendolo di Cotignola nell’agro di Faenza. Dallo Sforza, venne il feudo ai Bisignano. Volgendo il 1486 al 1488 prima i Baroni congiurati contro il Re Ferdinando di Aragona e il figliuolo duca di Calabria s’adunarono in Miglionico, e nel Castello ch'è detto della Sala del Mal Consiglio: dove seguirono trattative con li messi del Re; poi con lui istesso e con il figliuolo recatisi a bello studio in Miglionico: ma strette a mala fede, in breve furono disciolte: e ne seguì lo scoppio della congiura narrata con sì forbito stile da Camillo Porzio; I a III. Tra varie vicende nel 1336 Miglionico fa dai Bisignano venduto a’ Pignatelli per dodici migliaia di ducati, e con l’onere che i legisti dicono della retrovendita: la quale dové seguire poco dopo, essendoché nel 1543 fosse il feudo. venduto una seconda volta dai Bisignano ai Caracciolo, e ricomperato nel 1547: ed ung terza nel 15 M a Francina Villancet, da cui tornò nel 1570 agli antichi feudatari. Nel 1607 fu di Marcello de Nigro.: poscia il 1624 i Revertera duchi di Salandra vi acquetarono la giurisdizione baronale ed il Castello della Sala del mal Consiglio: e loro restò fino allo spegnersi della feudalità: disparvero anco dal novero dei censiti nel 1829. Narrasi poi che Miglionico fosse nel 1608 e 1624 sede di sinodi diocesani. Nel maggior tempio v’hanno i sarcofaghi di un vescovo di Motola, di due arcivescovi di Acerenza, a. 1450 e 1530: e di un arcivescovo Manfredi A versano, morto pure colà nel 1444. Fu poi di Miglionico il Canonico Girolamo Mazzone che nella fine del XVI voltò in drammi la Gerusalemme Liberata, pubblicati da 0. Beltrano, Napoli 1630: e Marcantonio Mazzone del quale si conservano 1 fiori della poesia Latina e l’ Oracolo della lingua latina, entrambe le opere pubblicate in Venezia, la prima nel 1593 e la seconda nel 1607: intitolate poi entrambe a’ Duchi di Mantova; scrisse, da ultimo, varie operette per musica, e poco prima di morire ebbe il cappello di Vescovo.

134 1 Giace Forenza nelle vicinanze del luogo ove, ne’ tempi de Romani, fu Sutrico: latinamente è delta Ferento: il Vannucci I,4, narra invece ella fosse dov’oggi è Maschito e mostransi grandi rovine: e si poggia ad Orazio Ode III,4, il quale disse arvum pinque humilis Ferenti, da escludere l’attuale Forenza ch'è nell’alto. A noi pare sottile il dubbio: reputando più verosimile che gli abitatori sieno dal piano saliti al colle, serbando l’antico nome. Sconfitti i quiriti alle forche Caudine, ella s’armò in favore de’ Sanniti vincitori: onde il Console Quinto Aulio nel 435 la soggiogò: diè l’anno di poi in rivolta; sinché nel 437 cadde di nuovo in potere de’ romani. Nell’età nostra fu feudo dei Caracciolo e dei Doria: patì più tremuoti: l’ultimo fu quel del 1851.

135 Sembra ella desse il nome a’ Campi veteres, ne’ quali narra Tito Livio fosse ucciso Tito Sempronio Gracco. Scrive poi il Giannone XXIV che nel XVI secolo avesse titolo di duchea, e se ne intitolassero i Disangro.

136 Narrano que’ del sito che Potenza fosse edificata dagli Osci siculi e fiorisse ottant’anni prima della guerra di Troia: e venisse poco meno che distrutta a’ tempi di Siila avendo ella parteggiato per Mario: ma quel diligente storico ch'è il Vannucci St. d Il innanzi i Longobardi, non ha ricordo di un tal disastro: né ch’ella fosse mai capitale della Lucania, e sede di un preside o correttore nella decadenza dell’Impero. L’Amàri Storia de Mussulmani di Sicilia, narrando le invasioni loro nel continente, tiene parola delle più notevoli città di questa regione, ma tace di Potenza: così il più degli storici che noi consultammo di que’ procellosi tempi, ne’ quali altre città diedero occasione a speciale ricordo: perfino il Giannone rare o mai volte ne fa cenno innanzi il X secolo. Altra tradizione, della quale non ci fu dato rinvenire cenno negli storici, che Alarico, incendiandola, la distruggesse dalle fondamenta, e risorgesse a’ tempi di Teodorico. Men dubbio gli è che nella dominazione de’ Longobardi ella sia stata contea, nell’803 di ludulfo, nell’808 di un Majone, nel 1013 di un Umfredo. Nel secol XIII venne poi alle mani di Carlo d’Angiò: al quale si ribellava per Corradino: onde, vinto ch’ei fu, il vincitore ordinò a Ruggero Sanseverino ella fosse distrutta: e così'avvenne: nel mentre la plebe, accusando i notabili di un tal disastro, ne facea macello: Giannone XIX. Narra pure egli lib. XXIX, che nel 1501 Federigo ultimo degli Aragonesi confidasse, entro le mura di Taranto, il figliuolo duca di Calabria a un conte di Potenza, Giovanni di Guevara secondo il Guicciardini SI. d’It. V: ma dipoi, assediata la città da Consalvo, finì con l’arrendersi, cadendo prigione il conte insieme al duca: il quale venne poi inviato in Ispagna: Sismondi VII,3; Paolo Giovio Consalvo,1 . Nella guerra tra Leone X e il Duca di Urbino, correndo il 1517, il conte di Potenza fu dal Re Cattolico mandato nel reame a-riordinare le genti d’arme e condurle in aiuto del Pontefice: Guicciardini XIII; Giovio Vita di Leone, IV Al quale recò poi da 400 lancie infino a Pesaro, e ne la presidiò. Guicciardini, passim, narra, tra que’ conflitti, le azioni del Conte di Potenza. Volgendo poi il 1528, nella guerra che Francia e Spagna combattevano nel Reame, il Conte di Potenza insieme al figlio si schierò tra gli Imperiali: quando il marchese del Guasto, siccome narra il Guicciardini XVIII, venuto seco lui a contesa per cagioni private, lo ferì e gli uccise il figliuolo. Nell’andar de tempi, dai Guevara venne alle mani de’ Loffredo che ne furono gli ultimi Conti. Lungo poi il Decennio, divenne capoluogo della regione. de’ tremuoti che in questo millenio l’afflissero già dicemmo a pag. 76 nota 1.

137 Reputano taluni che Atella risalga alla età de’ Romani più remota, e fosse quella tra le dieci città del mezzodì ch’eràno sedi di un Prefetto, ond’erano dette Prefetture: Giannone I. 1: altri venisse edificata dagli Atellani Campani, guidati da Annibale, a scampo dalle persecuzioni dei romani, la dov’era, in età anche allora antica, Celenna, rammentata da Virgilio col verso Quique Rufus Btitulumque lenenl atque arva Celenna. Una più verosimili tradizione vuole che Atella avesse vita dai Normanni; e da essi ampiezza di città, quale serba anch’oggi, e la importanza che via via le venne meno per le violenze de’ tremuoti, vedi a pag. 76 nota 2, e le dolorose guerre e l’aura letale. Certo chi’era città munita: ora è aperta. Fu preda di quante soldatesche straniere o indigene calpestarono il reame. Nel 1354 il Duca di Durazzo, nemico a Re Ludovico, di Puglia chiamò il condottiero Anichino di Moncardo ch'era con molte migliaia di cavalli in Forlì: accorso, fin nel cuore del Reame, e poi respinto da Niccola Acciaioli che combatteva pel Re, videsi costretto a rinchiudersi in Atella ove, dopo lungo assedio, cadde prigione. Quando poi la fortuna si volse contraria a Carlo Vili ed ei si partì dal Reame, lasciandovi il Duca di Montpensier con iscarsa gente, essi, disperando ©mai di soccorsi, s’avviarono verso Venosa: ma giunti in Atella, e incontratavi resistenza la espugnarono, e posero a sacco: nel che avendo perduto più giorni, furono i francesi sopraggiunti da Re Ferdinando II: onde il Montpensier decise di non avventurarsi ad uscire di Atella pria avesse avuto rinforzi, e vi si preparò a difesa: Sismondi VI,15; Guicciardini III. Il Giovio narra invece che non in Atella ma in Aversa si fermarono: al quale granciporro aggiunge l’Annotatore del Guicciardini che Aversa ed Atella è tutt’uno, essendo fa prima edificata dov’era la seconda: cosi credendo si tratti dell'Atella di Campania, nel mentre lo storico fiorentino accenna ad un’Atella ch'ei dice ad 8 miglia da Venosa, distanza precisa di quella di cui favelliamo. Cert’è che sotto le sue mure giunto pure Consalvo, con sei mila fanti, in aiuto di Re Ferdinando, il Montpensier co’ suoi si vide agli estremi: Sismondi VI,15; Guicciardini III: nondimeno sostenne lungo assedio, nel quale i suoi perirono di fame e d'ogni stento: Guicciardini, Op. ined. vol. III, Storia fiorentina cap. 13: al quale assedio accenna il Macchiavello in que’ suoi versi,

E mentre che nel regno gli martella

Fra Marco e Francia con evento incerto

Finché i francesi affamano in Atella

Decennale I.

Tentò per ultimo Io strenuo Montpensier di aprirsi la via tra nemici, uscendo cogli uomini a cavallo: ma fu ricacciato in Atella: ond’egli chiese trenta dì al rendersi: ed avutili, tre giorni dopo cede la terra, avviandosi per Baja: dove, sopraggiunti da febbri, la più parte dei francesi e per fino il Duca perirono: Guicciardini e Sismondi ibidem. Era Atella in quel tomo feudo dei duchi di Melfi, i Caracciolo, che l’ebbero poi sino al 1530. Nel 1501 ella fu luogo di convegno tra il Gran Consalvo, i legati del Duca di Nemours e quel di Melfi, a risolvere le quistioni intorno ai confini de’ due stati in cui Spagna e Francia aveano diviso il Reame: ma non trovatisi d’accordo, s’indissero nuova guerra: Giannone XXIX; Guicciardini V; Sismondi VII,4; Giovio Consalvo, II; Ulloa Vita di Carlo V,1 ,18. Nel 1503, tra la fortuna dell’armi, vi penetrarono i francesi invasori: sinché ne furono di nuovo, dopo 27 giorni di assedio, scacciati. ne’ dintorni di Atella seguì poi memoranda battaglia tra i contendenti Nemours e Consalvo, ognuno de’ quali gridò vittoria. Dai Caracciolo divenne feudo di Chalon Filiberto: e nel 1532 di Antonio de’ Levva principe d’Ascoli: di poi di Cesare di Capua: quinci venne alle mani dei Gesualdi, dei Gusman, dei Filomarini, sinché tornò ai Caracciolo, ultimi a possederla.

138 V’ha chi pensa ella fosse detta dapprima Afrodisia e costruita da Diomede dopo la guerra di Troia. Tutti poi ella fosse delle più antiche città di Japigia: Micali I,18; Cluverio p. 1213,1227: si governasse prima a republica: fosse a capo de’ vici che dalla città traevano il nome: e battesse fino moneta. Prima alleata dei Sanniti, quinci per mano del console Postumio venne alle mani de’ Romani, i quali nel 463 vi istituirono la prima colonia: Vellejo I,15; Vannucci III,2; Micali IV,11; Dionigi Excerpta, la seconda nel 711. Polibio dice che Venosa fu loro presa da Annibale:, ma il Micali IV,15, appoggiandosi a Livio sostiene che la città di cui s'impadronì fosse Telesia. Cert’è poi che Terenzio Varrone sconfitto nel 538 a Canne si rifugiò in Venosa e vi ebbe liete accoglienze: Micali IV,15. ne’ dintorni di essa tra Annibale e Marcello segui altra gran battaglia, nella quale la bilancia parve pendesse in favor de’ Romani: Micali IV,15; Plutarco Marcello; Livio XXVII,1-3,13,14. Marcello Console preferì lunga pezza il dimorare a Venosa anziché a Roma, fino ad esserne rimproveralo in pien senato: Vannucci ìli: ed il 545 essendo egli perito nella battaglia contro Annibale ne’ pressi di Banzi: Tito Livio lib. XXVII,25 27 e Plutarco vita di Marcello: vennero le sue ceneri recate in Venosa e colà sepolte: la tradizione anch’oggi addita il tumulo. In quella città il console Nerone raccolse poi da 40 mila uomini a impedire che Annibale si congiungesse con Asdrubale, e di la fece l’ardita mossa nota ai cultori di storia, per cui, lenendo a bada Annibale e lui inconscio, marciò sei giorni per 270 miglia fino al Metauro, vi sconfisse. Asdrubale, I’ uccise, e così vendicata Canne rapidamente tornò di faccia ad Annibale che non s’era avveduto di sua partenza. vedine gli Storici. Della età de’ Gracchi narrasi che un nobile romano passando da Venosa in lettiga, un villano irridesse agli schiavi chiedendo loro se portassero un morto: al che il fatuo signore ordinò fosse fermata la lettiga e ucciso il plebeo venosino: tant’era la crudeltà e prepotenza dei quiriti verso le genti italiche che, quasi a scherno, diceano alleate: Vannucci III, lib. 6 ; Gellio X,3. Nello scoppiare poi della guerra sociale contro di Roma, Giudalicio e Lamponio, due detli insorti, correndo la Lucania e l’Apulia, vi distrussero l’esercito di Crasso e s’impadronirono di Venosa: Appiano I. 42,43; Livio Epit. 12; Diodoro XXVII,20; Micali IV,18; Vannucci III,6 Colà rinvennero prigione un figliuolo di Giugurta, Oxinta, e lo gridarono re, e se ne valsero onde i Numidi ch'erano tra’ Romani ne disertassero: Appiano I,46; Vannucci ibidem. Ma di poi Venosa fu ripresa da Metello Pio: Diodoro frawm. XXVII; Micali ibid. Era allora, secondo che narra Appiano, una delle più belle e popolate città d’Italia, e tale si serbò tra la mina delle altre per mano de’ Romani, vendicatori della guerra sociale; Strabone V, VI; Micali IV,18.

Nel 685 di Roma, vi nacque Orazio Fiacco. Lepido ed Ottavio riconciliati che furono, a rendersi devoto l’esercito, gli promisero 18 tra le più belle città d’Italia e di esse fa Venosa: Vannucci V. A’ tempi di Costantino credesi fosse la sede del Correttore di Puglia e di Calabria: quindi loro capitale: Giannone I,4. ne’ secoli dipoi venne alle mani del sultano di Bari, ma le fu sottratta, insieme a Matera ed altre città, da Ludovico li nell’anno 868 dell’era nostra: Amari t. l, lib. Il, 8: o nel 866 come narra il Sismondi I,4. Fu nel 913 di nuovo saccheggiata dalla colonia di Mussulmani che per lunga età visse raccolta al Garigliano: li guidava Alliku, conquistatore di Frigento, di Taurasi, di Avellino, di Alife, di Benevento: sinché la colonia venne distrutta volgendo il 916, quando le genti italiane si collegarono a trarne vendetta: Amari t. 3,1,8. Nel 1040 cadde Venosa in mano de’ Normanni capitanati da Arduino lombardo: Sismondi I,4 Fu nella dièta di Melfi elevata a contea: e l’ebbe Drogone, uno de’ figliuoli di Tancredi d’Altavilla: Sismondi I,4. Vi morì nel 1046 il primo Conte di Puglia, Guglielmo Braccio di ferro, e venne sepolto nella chiesa della Trinità: Giannone IX. Anco Roberto Guiscardo morto nel 1085 a Corfù, e recato in Italia venne sepolto in Venosa luogo della sepoltura, dice quello storico, de’ principi normanni: v. lib. X: e, colà riposano anch’oggi le loro ceneri. Tra gli illustri suoi cittadini fu Roberto che nel 1197 salì a giustiziere di Terra di Bari. Nel secolo XIII morto Corrado di Svevia, e mentre quasi tutta la Puglia era nimica a Manfredi, Venosa, saputolo a Lavello, gli mandò invito di recarvisi: ma poi mutati gli animi, lo indussero a partirne: partì: sinché avendogli arrisa la fortuna nella battaglia di Foggia, riapparve in Venosa vincitore ed altiero, e l’ebbe in devozione: Giannone XVIII; Sismondi H,3. Un suo cittadino, Aitardo da Venosa, fu da Re Manfredi inviato a Papa Urbano IV, che gli avea ingiunto comparirgli innanzi nell’eterna città: Aitardo vi sostenne e strenuamente le ragioni di quel gran re: vinto il quale Venosa cadde in potere di Carlo d’Angiò: sinché ribellataglìsi per Corradino e di nuovo sottomessa, esperimentò la tracotanza di quel barbaro: nondimeno ei vi fu più volte, e narra il Giannone lib. XX che di la datasse molli de’ suoi diplomi. Tra d’essi quello ch’è più noto a’ cultori di storia sotto il titolo De occupantibas res Damanti e Datum Venusiis A. D. 1 272 regni nostro anno septimo. Morto Re Roberto nel 1343, cadde la città in mano della principessa di Taranto sua cognata: fu quinci duchea dei Sanseverino. Ai tempi di Carlo IH d'Ungheria il Duca di Venosa gli si ribellò in favore di Luigi d’Angiò: ma di poi, volgendo il 1399. riaccostatosi a Ladislao, ch’era figliuol di Carlo, narra il Sismondi IV,11, come a larga misura scontasse quel duca l’antica tradigione. Nel secolo XV Venosa fu dei Caracciolo, tra’ quali il Gran Siniscalco de’ tempi della

Regina Giovanna II, e suo amante, poi essa assenziente proditoria mente ucciso: Simondi IV,18; Giannone XXV,5: e tutti gli storici: Un altro de’ suoi Duriti fu de’ Baroni che si ribellarono a Ferdinando I d’Aragona, nel declinar della fortuna sua, e in pro di Giovanni d’Angiò. Di poi superata ch’ebbe Ferdinando quella ch’andò famosa nel nome di Congiura de’ Baroni, (gli fu a Venosa a ricevervi di nuovo in soggezione gli antichi vassalli: la cui sorte narrò l’insigne ed aureo Ponio nel III libro. A Venosa accennavano i Francesi guidati nel 1496 dal Dura di Montpensier essendo ella terra forte di sito e mollo abbondante di vettovaglie,» Guicciardini III; quando furono sopraggiunti ed arrestati in Atella: Sismondi VI,15: caduta la quale, Venosa in cui era una breve mano di Francesi, s’arrese alla sua volta: ultima tra le città da essi difesa: Guicciardini III; Sismondi VI,15,16. Negli anni dipoi risorta nel Reame U fortuna de’ Francesi, sinché nel 1503 vennero da Consalvo disfatti a Cerignola ove morì il Duca di Nemours, un altro dei condottieri Luigi d’Ars si volse a scampo in Venosa; e vi si difese con valore insigne, di la più anni molestando le terre vicine ch’erano in mano de’ Spagnuoli: e durandovi imprendibile anche dopo i Francesi erano stati novellamente cacciati dal Regno: sino a che egli senza capitolare, con l’armi in pugno un giorno (1505) use) di Venosa attraversando i nemici e l’intiera penisola tanto che posò piede nella terra di Francia: Sismondi VII,4,5; Giovio, Vita Magni Consalvo II; Ulloa, Vita di Carlo V,1; Guicciardini V, Vi. Nel 1528 caduta che fu Melfi in mano del Maresciallo di Lautrcch, uno de’ suoi s’avviò contro Venosa e l’ebbe a discrezione ma dopo aspra difesa, secondo narrano il Guicciardini, XVIII, e il Sismondi, VIII,6. e secoli dipoi scambiò feudatari con la mutabilità di que’ tempi ingloriosi: ospitò molti cavalieri gerosolomitani, tra i quali un Settimi ì Caccia di Novara, che vi morì nel 1557 ed ebbe sepoltura in quel panteon de’ Normanni che fu la chiesa della Trinità: donde venne, insieme al tumulo di egregio marmo, recato nella città sua natia, di consenso del Re Ferdinando IV. Oltre a Orazio, a Roberto, ad Aitardo summentovati, Venosa fu patria del Tansillo, del Maranta e del Cardinal De Luca: eppure non elevò mai monumento a’ suoi granai. Tremò la terra ov’è posta il 14 agosto 1851 e quinci la notte del 16 Dic. 1857: lievi i danni, molto maggiori quelli pei banditi che vi penetrarono nel 1860, come è detto nel III libro.

139 Fu Craco tra i paesi de’ quali, regnando Ladislao, divenne signore Attendolo Sforza di Cotignola: Giannone lib. XXIV. V’ebbe i natali il chiaro naturalista Onorati, ucciso in Napoli nel 1821: lievi danni patì nel tremuoto del 1857: la bruzzaglia vi si sollevò nel 61, fautrice e plaudente alle masnade del Crocco e del Borjes: vedi il III libro.

140 Tra gli altri feudi, anco Grassano era de’ Revertera: nel tremuoto del 1857, ebbe screpolali alcuni edifici, ed uno in macerie.

141 Intorno a Salandra vedi a pag. 78 nota 2.

142 Castronuovo, umil feudo della Certosa di Chiaromonte: nel tremuoto del 1857 ebbe più abitazioni adeguale al suolo, schiacciando undici degradi suoi abitatori. Fu poi nel 1860 tra’ primi paesi dove la plebe rumoreggiasse contro i notabili: vedi il III libro.

143 Fu dapprima dei Petruccio, dei Zurali, dei San Basile a tempi di Federigo di Svevia: quinci tra gli altri dei D’Afflitto, dei Caracciolo, dei Pappacoda, dei Caraffa. Tocca da più tremuoti con intensità varia: ebbe ruina di taluni edifici e talune morti da quel del 57.

144 V. p. 105 2.

145 V. p. 89 n 1.

146 V. p. 105 n. 4.

147 V. p 87 n. 2.

148 V. p. 106 n. 1.

149 V. p. 88 n. 1.

150 V. p. 88 n. 2.

151 Notevole gli è quel che scrive l’Amari, Si. de’ Muss. di Sic. 1 , II,11, intorno ai municipi delle Puglie nell’876. «A quanto si può scerner nella oscurità di quel tratto di storia, predominava in quelle provincie lo elemento municipale: ma snervato, ligio, inerte, diverso d’indole dalle repubbliche di Venezia, Roma, Napoli, ch’aveano goduto libertà ormai da tre secoli. Erano comuni piccioli la più parte, o se alcuno se ne notava di popoloso, come Bari, non mostrava maggior vigore che i piccini: né la debolezza individuale de’ comuni era compensata dalla unione della provincia, dagli ordini militari, amministrativi o politici, dalla affezione o almeno abitudine dei sudditi.» Li quali giudizi intorno allo stato di or fanno nulle anni meravigliosamente si attagliano alla condizione odierna: direbbesi quasi. che da allora non si fosse mutalo alcun passo.

152 Lo disse l’intendente di Basilicata Rosica, inaugurando nel 6 Maggio 1858 il Consiglio Provinciale c Funesto por pubi ca calamità che pochi riscontri trova nella Storia delle grandi sciagure è stato il 1857 in cui la nequizie degli uomini e la furia degli elementi sbrigliando i loro ministri di distruzione han compiuto il fatai cataclisma onde queste contrade esterrefatte addiinandano riposo.»

153 Tra gli archivi messi a fuoco, s’ha quel di Melfi ch’avrebbe offerto chissà quali tesori agli studiosi: e due volle fu preda di scellerate fiamme: prima nel 1528 per mano de’ Francesi: e poi della plebe Crocchiana nel 61. Del primo incendio si rinviene questo ricordo nella serie dei vescovi melfitani ch'è appiedi del Sinodo diocesano del Vescovo Scaglia, Venezia 1631 « Hic et nonnullis in locis istius tabulae mulforum episcoporum nomina inlcrcedunt monumen forum defeclu, ex eo quia de anno 1528 quo tempore dvitas Melphiae fuit ab Odet cornile Foix Lotrecco nuncupato devastata, episcopale archivium in quo omnes prae la forum documenta exlabanl, fuit fiamma consumplum».

154 Dice bellamente il Racioppi, accennando a tremuoti del dicembre 1887 scrit. Cit. «Il disastro in quest’ultima e quasi ignorata plaga d’Italia che è la Basilicata, a gittato indietro la civiltà di ancor cinquantanni.»

155 Mal note sono le origini di Melfi. Pontano e Leandro la dicono edificata da’ Greci sulle ruine dell’antica Molta: Erchemperlo, scrittore del IX secolo, vuole finse costrutta a’ tempi di Costantino: opinione c. h’è seguita dal Sismondi I,4: Anonymi Salernitani Paralipom. c. 73-75; Chronici Amaplphitani fragm , c. I. Antiq. Ital. t. 1. La più erronea sembra quella del Villani, il quale scrive avesse origine dai Normanni, che invasero la regione quasi tre secoli dopo Erchemperto: e già esisteva ai tempi suoi: di sicuro poi prima de’ Normanni fu diocesi per la Bolla del 1037: vedi il dotto libro del ctraro Gennaro Araneo leste venuto in luce e nel quale è riportata. Certo è del pari che Melfi fu una delle prime città di Puglia cadute il 1040 nelle mani de’ gloriosi Normanni, guidali da Arduino: i quali veggendola cospicua e forte la elessero a capitale del loro dominio: Sismondi I,4; Giannone lib. IX; Baroni Annali eccles.; Muratori. innati; Leo Storia d’Italia Quinci assediala dal Greci, n’uscirono i Normanni a combatterli, e ne’ pressi dell’Olivento li disfecero in gran battaglia, a. 1041, e poco meno li distrussero. L’anno di poi riapparsi i Greci, vennero da’ Normanni di nuovo sconfitti, perdendo il loro duce Esaugusto, caduto prigione reca o in Melfi, quinci venduto per ischiavo. Nel 1043 vi tennero l Normanni la memorabile dieta in cui tra d’essi spartirono le conquistate città, creandone altrettanti Stati, ma in soggezione di Melfi, prescelta a sede del comune imperio: Giannone IX. Nel 1030 vi giunse papa Leone IX, a trattar di persona co’ Normanni: e nel 1019 Nicolò 11, il quale vi tenne il primo concilio, ove condannò il concubinato, depose il vescovo di Trani: poi essendo accorsovi Roberto Guiscardo gli diè la investitura del ducato di Puglia a Calabria, e gli promise quella di Sicilia appena n’avesse, ei da sé discacciati i Saraceni e i Greci: a ricambio Roberto promise al Pontefice un annuo censo o tributo: tale l’antichissima origine della Ghinea e dell’investitura del reame, causa poi di tante invasioni, manotengoli i Papi: Giannone X; Araneo op. cit, e tutti gli storici. Dopo ch’ebbe conquistala Palermo, Roberto tornò in Melfi (a. 1074) e v’ebbe corteo di tutti i Baroni di Puglia e di Calabria, e gli onori del trionfo. A lui risale la costruzione del Castello ora dei Do ria. Morto il Guiscardo nel 1089 Melli fu sede di un altro Concilio, che fu il terzo (il secondo quel di Alessandro II nel 1067 ) e tra più memorandi nell’istoria: perché intervenutovi Pape Urbano li, Ruggiero figlio di Guiscardo v’ebbe la investitura del Ducato, ch’era già suo, e vi fu conchiusa la gran crociata a liberare dagl’infedeli il sepolcro di Cristo: il cantor della quale, quasi immemore de! luogo ove fu bandita e della patria dei guerrieri che per essa combatterono, in tutt’il lungo suo poema, non ricorda una solo volta il nome d’Italia. Un quarto concilio, cui intervenne il Pontefice Pasquale II, seguì poi nel 1101: e un quinto, nell’attiguo castello di Lagopesole, volgendo il 1137: come dicemmo a pag. 40 n 3. Alternò Ruggiero la sua dimora tra Melfi e Salerno entrambe reggie e capitali, o tra le più cospicue città de’ tempi suoi: Giannone lib X Succeduto a Ruggiero il figlio Guglielmo, e morto egli senza prole nel 1127, il Ducato venne alle mani dello zio Ruggiero, conte di Sicilia: il quale si recò in Melfi a menarla in devozione: ma partitosene di poi per Sicilia, gli si ribellò, auspice Papa Onorio II trescaute a rapire Stati: Riappare Ruggiero sul continente (1128), vi disperde la bruzzaglia del Pontefice e lo costringe a dargli I’ investitura di Puglia, di Calabria e di Sicilia: quinci si volge a Melfi e la prende d’assalto: torna in Sicilia: ne retrocede, e in Melfi nel 1129 accoglie la Dieta generale di Prelati e Vescovi e Baroni, nella quale, avuto da essi giuramento di fedeltà, vi prende il titolo di Re. Tale la origine del Reame, del quale Melfi fu per così dire la cuna: ma la sede sua da allora fu Palermo: onde Melfi si ribellò e poi fu ripresa nel 1133 da Ruggero, il quale per vendetta ne scannò gli abitanti, la incendiò, e in gran parte la distrusse. Ma nel 1137 venne assediala a lungo e sforzala dall’Imperatore Lotario disceso in Italia contro i Normanni, per invito di Papa Innocenzo II, il gran manotengolo di stranieri: e vi tennero poi insieme gran parlamento, del quale narrano gli storici, l’aspra contesa tra il turpe Pont lìce e l’imperatore, sulla scelta del principe ch'avea da succedere a Ruggiero: sinché s’accordarono in Rainulfo conte d’Avellino, normanno. Ma nel meglio eccoti sopraggiunge dalla Sicilia il Re Ruggiero, assedia Melfi: respintone, riparte per l’isola: ne. ritorna nel 1138 con nuovo esercito, stringe quella città ma senza prò: ne va lungi, poi le ripiomba addosso, ne prende i castelli: e null’altro: quinci riede in Sicilia; poi nel 1139 morto Rainulfo Duca di Puglia, eccoti Ruggiero assediare per la quarta volta Melfi, ed espugnarla, mettendo i cittadini suoi a fil di spada. Poi n’elegge Duca il figliuolo Ruggiero che gli premorì: sinché morto ei pure, gli succedé Guglielmo I: regnando il quale, nella universale sollevazione del 1155, Melfi, e parve miracolo, gli si mantenne fedele: Muratori Annali; Giannone XI e XII; Sismondi I,8. Invece si ribellò nel 1160, indot. lavi dalle prepotenze di Majone, Ammiraglio e rettore della Puglia, sinché ei venne ucciso. La ripose in soggezione il Conte della Cerra, mentre regnava Tancredi: quinci nel 1193 fu conquistata dalle armi dell’imperatore Enrico VI, cui si ribellò nel 1196. Finì la dinastia de’ Normanni nel 1198: Giannone XIV. Di poi Melfi venne conquistata nel 1199 da Marcovaldo pel Re Federigo I poscia li il quale vissuto 56 anni, fu per 52 Re delle due Sicilie, per 38 Re di Germania e per 31 Imperatore: quando nel 1200 sopraggiunto Gualtieri di Brienza, genero del Re Tancredi, s’impadronì ai quella città: poi la perdè, e l’ebbe di nuovo Federigo II: il quale vi giunse, e per la prima volta, nel 1221. Narra poi il Giannone lib. XVI, che nel 1225 dalla Francia vi si recò a diporto il re Giovanni di Brenna con la Risina Berengaria, soffermandovisi ad attendere l’Imperatore ch’era allora in Sicilia 11 quale nel 1228 sendo di nuovo) a Melfi. volle che in pena di misfatti fosse distrutto il casale di Gaudiano. Nel 1230 colà si recò a porgergli riverenza il Re di Tessaglia, il quale vi infermò e morì, e fu sepolto nella chiesa d’Ognissanti. Nell’anno di poi Federigo li, stretta pace col Pontefice Gregorio IX, promulgò da Melfi, a ridonar quiete e prosperità al reame, le celebri costituzioni di Pier delle Vigne, le quali furono la prima codificazione non pure del reame ma europea: Giannone XVI e tutti gli Storici: Dante Divina Commedia Inf. Narrasi che Federigo intendesse far di Melfi la capitale del regno, tanto gli era gradito il soggionarvi: ond’è che tra d’essa e Lagopesole, v. pag. 40 nota 3, dimorò poi di frequente. Colà pure nel 1241 riunironsi i prelati del regno per voler d’Andrea di Cicala, gran Giustizierò e generai capitano di Federigo: il quale, poiché e-a in aperta guerra con il Pontefice, volle consegnassero tutti i vasi e pietre e arredi preziosi ch'erano nelle chiese: parte fu venduta, altra cangiata in moneta: Giannone XVII. Estinto nel 1250 Federigo II, convennero in Melfi, volgendo il 52, i suoi figliuoli Corrado e Manfredi; poi Enrico, fanciullo d’anni dodici, il quale vi morì (1254) e si disse avvelenato dal primogenito: Costanzo Storia di Napoli lib. I; Capecelatro III; Sismondi II,3. Morto poi Corrado poco dopo in Lavello, Melfi nel 1255 parteggiò contro Manfredi per Innocenzo IV, uno de’ più ribaldi Pontefici che mai salissero la cattedra di San Pietro: Sismondi ibid. Ma dopo che Manfredi l’ebbe vinto nella battaglia di Foggia, Melfi s’arrese al vincitore, inviandogli messi a calmarne lo sdegno. Giunse colà Manfredi: vi rimase alcuni dì, poi n’affidò il governo al Conte Lancia. Ucciso quel gran Re dagli Angiovini, chiamati anch’essi dal Pontefice, venne Melfi alle mani loro: nelle quali restò quieta anche lorquando Corradino discese nelle Puglie. Carlo I vincitor di Manfredi e di Corradino tenne in Melfi il 1276 gran parlamento di baroni, e n’ebbe giuro di fedeltà: vi riapparve nel 1277 e nel 1279, anch’egli a mo’ di Federigo II dimorando e cacceggiando in Lagopesole. Morto Carlo I, e nel mentre il successore vivea prigione in Ispagna, il Cardinal di Parma riunì in Melfi un parlamento di prelati e di baroni, a stabilirvi alcuni capitoli di giurisdizione e immunità ecclesiastica, da aver poi forza di legge con la approvazione del Pontefice Martino e del Re Angiovino: ma il primo sendo mancato ai vivi in quel torno, furono messi in disparte e per sempre: Giannone XXI. Da’ tempi di Carlo. 11 può dirsi incominciasse a declinare la grandezza di Melfi: poi Re Roberto nel 1333 ne concedé il governo alla Regina Sancia, moglie sua: finché morto egli nel 1343, cadde alle mani della principessa di Taranto, vedova di Filippo fratel di Roberto. E nel 1346, di città regia, discese a grado di feudo, avendola la Regina Giovanna l conceduta a Nicolò Acciaioli gran Siniscalco; li cui discendenti l’ebbero fino al 1392 ? a meno breve interruzione nel 1388 sendo allora divenuta Contea di Busone di Fabiano. Assediata per sette mesi da Lodovico Re d’Ungheria venutovi a vendicare la morte del fratello Andrea, marito di Giovanna e da essa fatto strangolare, Melfi’ con tal valore si difese, che agli assediami fu gioco forza ritrarsene. Dipoi nel 1354, quella Regina insieme a Luigi, altro suo consorte, abitarono Melfi. Nel 1358 patì invasione di mercenari e predoni, li banditi di allora. Volgendo il 1400, narra Costanzo lib. XI, vi giungesse il Re Ladislao, figliuolo che fu a Carlo di Durazzo, insieme all’esercito in cammino verso Taranto. Dagli Acciajoli, divenne feudo di Goffredo Marzano e de’ suoi: ma per breve ora: poscia nel 1416 fu di Gianni Caracciolo, gran Siniscalco, cui la concedé Giovanna II. Il figliuolo di Gianni, per nome Trajano, l’ebbe poi con il titolo di Duca; Giannone lib. XXV. Nella età del quale, come dicemmo a pag. 89 nota e sotto pretesto di assistere alte sue nozze, convenne in Melfi gran numero di baroni, de’ quali serba ricordo il Porzio Congiura I, a meditare un furbesco invito ch’aveano avuto da Ferdinando di Aragona di recarsi a Napoli e la condizione de’ tempi e li torti che essi reputavano di avere a rinfacciare al re ed al figliuolo Duca di Calabria: onde. poi la terribile rivolta: Giannone XXVIII,1; Sismondi VI,7; Porzio I: ausiliata da Innocenzo VIII Pontefice: domala la quale, il Duca di Melfi venne imprigionato e impiccato: chi voglia Raperò appuntino i casi suoi, quei scorra le auree pagine di Camillo Porzio. Dipoi il suo successore fu tra i Baroni che nel 1495 si diedero pei primi a Carlo Vili appena egli entrò in Napoli, ribellandosi così a Ferdinando 11, ch'era alla sua volta succeduto ad Alfonso già duca di Calabria e figliuolo di Ferdinando I o il vecchio: Sismondi VI,12. Nello spirare del secolo XV e ne' primi del XVI i dintorni di Melfi furono teatro della guerra di Consalvo con Montpensier dapprima, poi con il Duca di Xemours siccome accennammo nel dire di Atella.

Conchiusa poi tra le contendenti Francia e Spagna la divisione del Reame, e sorti litigi, a. 1501. sulla precisione de' confini, Melfi fu alcun tempo la dimora del Duca di Xemours, il quale di la inviò i suoi legati in Atella a trattare con Consalvo le vie d’accordo: e dì la fu novellamente bandita la guerra: Guicciardini V. tinti i Francesi a Cerignola nel 1503, ed ornai racchiusi in Venosa e pochi altri siti, il vincitore Consalvo fu a Melfi dove a quel Duca offerì di lasciargli intiero lo Stato se volesse seguire la divozione Spagnuola: al che egli fieramente rifiutandosi, Melfi fu ritenuta da Consalvo: e il Dura s’avviò a Venosa, congiungendosi a Luigi d’Ars, tempra antica, che v’era a presidio, e vi perdurò fino al 1505, molesto a' luoghi soggetti agli Spagnuoli come abbiamo detto altrove: Guicciardini V, Vi; Giovio Vita di. Consalvo 11 J. Nel volgere del 1528, combattendosi tra Lautrech e il Duca di Orange in nome di Francia e Spagna, le eterne nemiche ed ognora sopra gli stessi campi, il Duca di Melfi, parteggiante per gli imperiali, era a presidio con mille fanti in Aquila: ma di poi mettendovisi a campo i nemici, egli se ne parli: Guicciardini XVIII e il Giovio passim. Similmente I’Orange ritirandosi dinanzi il nemico fu a Melfi e vi lasciò agli ordini del Duca, ch’era Sergianni Caracciolo, una forte guarnigione di Spagnuoli per arrestare nel lor cammino i Francesi; Sismondi Vili,6; Guicciardini XVIII; Giovio hist. sui temp. XXV; Paruta VI: Segni Ist fior. I. l quali giunti nei dintorni di Melfi guidati da Pietro Navarca secondo narra il Guicciardini, o dal maresciallo di Lautrech secondo altri, posero l’assedio alla città, nella quale il Duca e g i abitanti opposero gagliarda difesa: sinché il 23 di marzo penetratovi il Lautrech per ignobile tradimento, imprigionò il Duca e v’uccise diciotto mila cittadini: Giannone Hb XXIX: il Guicciardini XVIII valuta gli uccisi, forse con p ù veridicità, a tre migliaia, cifra già di per sé grandissima: e così il Sismondi VIII, 6: vedi anco il Giovio XXV, il Segni I, il Varchi VI. Narra poi il Sismondi che l’essersi i Francesi arrestati ad assediare Melfi influì grandemente sull’esito della guerra: poiché l’Orange potè a suo bell’agio ritirarsi in Napoli e fortifiearvisi. Quinci il Duca Sergianni, prigioniero dei Lautrech, a vendicarsi dell’Orange che non dimostrava gran cura di riscattarlo, si volse alla parte de’ Francesi ed ebbe fra essi un orrevole comando: Sismondi, Giovio ibid Guicciardini XIX: Segni I: e poi venne dal Lautrech invialo ad occupare Fondi: Guicciardini XX: quinci fu all’assedio di Gaeta, e poscia a Capua: sinché ruinata la fortuna di Francia, Sergianni insieme a Renzo da Ceri e mille fanti, si spinse tra Nocera e Gualdo a continua e la guerra, anziché rendersi all’Orange: e risalendo la penisola fu a Sinigallia, vi si imbarcò alla volta di Barletta, ov’erano altri baroni; di dove stretto dalla penuria dei viveri mosse verso Moffetta, la sforzò, ed a vendicare un Caraffa perito combattendo, la saccheggiò: Giovio XXVI; Parula Ist Ven. VI; Guicciardini XX; Sismondi vili,6 il quale nondimeno dice che quella guerra più che guerra fu brigantaggio. Quattr’anni di poi Metti ebbe a feudatario, con il titolo di Duca, Andrea Doria, avverando l:i profezia che lo strano cervello dell’Ariosto fece dopo ch’ei ne fu investito, Orlando Fur. C. XV. Nel 1537 minacciato il Reame da Solimano il Magnifico, che con formidabile squadra veleggiava nel golfo di Taranto, il Viceré Pietro di Toledo accorse in gran furia a Melfi raccogliendovi le su forze; di dove, postele a rassegna le avviò al mare:.. Giannone lib. XXII; Botta III. Volgendo il 1553 era Melfi duchea de’ Piccolomini: i quali tra gli altri feudi aveano pure Castiglione e l’isola del Giglio, quinci loro tolti dal Granduca Cosimo, pagandone poi il prezzo ai Duca di Me fi: Botta X. L’oscuri a degli anni che ne seguirono divenne maggiore con le ruine de’ tremuoti. li quali enumerammo a pag. 76 n. 3, e che tolsero a Melfi gran parte della antica grandezza: ma nemmeno essi valse o a scemarle poi il vanto d’essere insieme a Matera, una della più belle città della regione Venne contaminata dai briganti correndo il 1860, duce il Crocco, il quale la governò tre giorni. V. il III libro.

156 Vuolsi che Marsico Nuovo fosse edificata da’ Marsi, e la dove era Marsico Abellino, alla quale città furono attribuiti i vasi e le monete scoperte nella maggior piazza del Nuovo, come noi dicemmo a pag. 28. Fu contea fin dal secolo XI: nel parlamento che re Manfredi tenno in Barletta a’ 2 febbraio del 12. 6 ne investì Arrigo Spernarìa, uno de’ suoi bene affetti. Tra più furibondi terremuoti dalle atterrite genti ricordanti quel del 1821, e l’altro del 157, per cui tutta la parte superiore del paese, detto la Civita, precipitò trascinando la cattedrale, l’episcopio, il seminano e da novanta e più umane vite. Tutto il va’ lo che da Marsico ha il nome ebbe allora sepolti sotto le macerie de’ paesi da ottomila abitanti delle dieci cui il tremuoto di quell’anno infausto tolse di vita nella sola nostra regione.

157 Paterno, umile borgata del comune di Marsico, vide perire nel 16 dicembre 1857 da cenventidue de’ suoi abitanti, sotto le macerie? degli edifici schiantati dalla furia del tremuoto. Molteplici volte fu invasa da’ briganti negli anni di poi, siccome apparirà nel III libro.

158 Terra di non antica origine è Aliano: e pure ebbe copia dr feudatari: Re Alfonso, correndo il 1452, ne fece conti i Della Marra r loro succedevano poi i Gualard: quinci i Colonna, principi di Stigliano, ne’ quali vennero meno i diritti feudali. Nondimeno legge si nel Botta XXI che Miano e Mianello, per la quale noi crediamo s’abbia a intendere Aliano e Alianello, fosse comunità regia e nel secol XVII venisse comperata dalla contessa di Gambalesa. Alianello umile borgata le è poco discosta: il tremuoto del 57, seppellì undici abitatori nel capoluogo: e quel del 19 aprile 1854, onde poco meno fa distrutto il casale, vi tolse di vita da quarantadue creature.

159 Narrasi che Garaguso fosse pressoché intiero disfatto nel tremuoto del 1694: ebbe a feudatari i Revertera di Salandra, ch'erano tra’ più potenti e doviziosi della regione: in lino al 1850 fu insiemi a Calciano, un casale di Olivelo, sede del municipio, da cui allora que’ due borghi si distaccarono componendone uno proprio.

160 Di questo casale, nel secol XV, fu signore Sforza Attendolo di Cotignola per concessione di Re Ladislao: Giannone XXIV.

161 Nello spirare del secolo XV declinando nel Reame la fortuna de’ Francesi, Ripacandida era de’ pochi luoghi tuttora in loro mani, nel mentre Montpensier era stretto in Atella da Re Ferdinando II: Sismondi VI,15; Guicciardini III. Il quale a chiudergli ogni via di scampo s'impadronì di Ripacandida: dipoi sloggiali i Francesi da Atella e da Venosa, niun luogo loro restò nella contrada nostra, anzi in tutto il Reame. Ma per brev’ora: ché pochi anni dopo nella guerra combattuta tra il duca di Nemours e Consalvo di Cordova parve ai Francesi arridesse di nuovo la fortuna: onde poi Ripacandida avendo parteggiato per essi, fu dagli Spagnuoli espugnata, e posta a sacro. Lievi danni ebbe dal tremuoto del 1851: nessuno da quel del 1857. Tanta ventura dovea scontar poi nel 60 per la nequizia degli uomini, quando Crocco, aiutatrice la plebe, invase e saccheggiò Ripacandida. Vedi il III libro.

162 Non sembra che Genzano risalga a eia più antica del secol X: narra il Giannone lib. X ella fosse conquistata da Roberto Guiscardo: ed il Porzio,11, che nel secol XV tra la ribellione de’ baroni a Re Ferdinando d’Aragona, Genzano venisse tolta al Duca di Melfi cui apparteneva: dal tremuoto del 1691 ebbe grandi mine, alle qua»i ripararono celermente gli abitanti. Scampò a’ più recenti del 1851 e del 1857. Ell’ha nella sua dizione l’antica Banzi: della quale veggasi qui appresso.

163 Ginestra è tra i luoghi costruiti dagli Albanesi nel secol XVI: vedi a pag. 25 note 1 e 2.

164 Tra le vicende più misere corse Banzi dalla età degli Osci infino ai nostri giorni: quelli la edificarono, e fecero capitale del loro dominio, li d’Errico rinvenne colà, or son pòchi anni, secondo egli narra, questa epigrafe osca: N. Vssaevs sex’ F. T. Salisius T. F. MI VIR. I. I) Minaervae Signum D. 1). S S l'c. Nel volgere poi del 435, Banzi venne alle mani de’ Romani insieme all’altre città di Puglia. ne’ suoi dintorni accadde tra Annibale e Marcello, la memoranda battaglia in cui quest’ultimo perì: Tito Livio XXVII; Plutarco, Marcello Orazio, Ode III 4, ricorda i saltus Banlinos. Nel decimo secolo dell’era nostra o fosse per man de’ Saraceni come vogliono taluni, o per irrequietezza di suolo com’altri scrissero, il più de’ suoi abitanti qua e la dispersi, avvivarono Palazzo: Micali St. degli antichi popoli italiani: e Banzi scadde a umiltà di casale: quinci fu soggetta ai conti di Acerenza. Li castelli che avea ‘ ne’ dintorni, alla loro volta disparvero, o per le ingiurie di quei tempi fortunosi o pe’ tremuoti onde Banzi rammenta con orrore gli anni 1313 e 1659. Perfino la celebre fonte di Bandusia a cui inneggiò Orazio, Ode XII lib. 3 , da un censuario de’ beni ne’ quali era posta venne distrutta, onde non venissero traversati da chi si recasse ad attingervi acqua, incanalandola fuori delle sue possessioni e colmando di terra la vasca e lo scoglio della fonte. Circoscritti i Banlini a pochi casolari, e nella dizione di quel di Genzano. vanno aumentando intorno ad essi, e confidano di ritornar città e municipio: nel 1810 appena giungevano a 525: oggi superano li 1400.

165 V. p. 22 n. 1.

166 V. p. 23 n. 1.

167 V. p. 105 n. 1.

168 V. p. 175 n. 2.

169 V. p. 183 n. 2.

170 V. p. 89 n. 1.

171 V. p. 1 o n. 1.

172 V. p. 185 n. 3.

173 V. p. 127 n. 14.

174 V. p. 124 n. 1.

175 V p 125 n. 7.

176 V. p. 153 n. 4.

177 V. p. 155 n 1.

178 V. p. 157 n. 2.

179 V. p. 134 n. 4.

180 V. p. 109 n. 1 e 180 n. 4.

181 V. p. 64 n. 2 e 153 n. 3.

182 V. p. 64 n. 2 e 152 n. 9.

183 V. p. 134 n. 1 e 180 n. 3.

184 V. p. 23 n 1, p. 160 n. 1 e p. 166 n. 3.

185 V. p 105 n. 2 e p. 154 n. 1.

186 V. p. 165 n. 2.

187 V. p. 151 n. 2.

188 V. p. 151 n. 1.

189 V. p 154 n. 4.

190 V. p. 154 n. 3.

191 V. p. 153 n. 2.

192 V. p. 152 n. 4.

193 V p. 153 n. 1.

194 V. p. 174 n. 4.

195 V. p. 177 n. 7 e 8.

196 V. p. 177 n. 7.

197 Novissima città è Ferrandina edificata, dopo lo abbandono dell’antica Uggiano ch’ora ne sarebbe discosta due miglia, da Federigo d’Arragona: lì quale le diede il nome dal figlio suo Ferrante. Fra i duchi suoi fu un figliuolo di Giovanni Castriotta, figlio alla sua volta di Giorgio Scanderberg, l’invitto duce degli Albanesi: v. a pag. 25 nota 1: Sismondi V,11. Posta sovra di un terreno feracissimo, è Ferrandina tra le più ridenti città ch'abbia la regione: lievi danni e due sole vittime lamentò nel tremuoto del 1857.

198 Parrebbe che Rionero avesse una prima origine dalla colonia Albanese, la quale edificò in que’ dintorni Barile, Ginestra, Maschito, oltre a’ luoghi del Potentino e del Lagonegro: conforta una tal tradizione l’essersi in Rionero, insino al secolo XVII, seguilo il rito greco. Cert’è nondimeno che nel XVI divenne cabale, a cura dei Caracciolo, duchi di Melfi, i quali avendolo o edificato od ampliato senz'averne il consenso della Regìa Camera, soggiacquero a un giudizio e ad una ammenda. Cosi direbbesi che Rionero nascesse proprio ex-lege. Latinamente è detto ne’ rogiti di que’ tempi Arenigro o Rivonero: crebbe di poi con meravigliosa prestezza a grande prosperità. Pure nel tremuoto del 1851 patì danni notevoli: il valor degli edifici mutati in macerie, s’estimò un milione di ducati: i 'morti furono sessantadue,i feriti oltre i novantotto; le tremò sotto il suolo anco nel 1857, ma senza danni. Il valore de' cittadini, nello spirare del 60, preservò la città dalla irruzione de’ banditi, quando guidati dal Crocco divennero signori di Melfi.

199 Anche Brindisi è di recente origine sondo costruita, come dicemmo, dagli Albanesi nel secolo XVI: la distrusse il tremuoto del 1694: risorta di poi, fu tocca dall'altro del 1826: scampò a quei del 51 e 57, e immobile essa sola tra gli ondeggiamenti che sfiancarono i luoghi circostanti.

200 San Chirico nuovo, vuole taluno fosse edificata in età recentissima dagli Albanesi. Vedi nota 25 a pag. 1.

201 V. a p. 134 n. 3.

202 V. a p. 90 n. 5.

203 Ibid. p. 90 4.

204 ibid. p. 88 3.

205 Vedi intorno di essa quel ch’è. detto a p,125 n. 2 e 132 n. 10.

206 Tra li innumerevoli cangiamenti di quel suolo ove commozioni sfrenate e li vulcani si parvero aiutarsi a sconvolgere città e campi. nabissare le colline, colmare li precipizi, sfrenare o torcere il corso dell'acque, narrasi che l’Acri il quale scorrea a’ piè di Eraclea siasi discostato dal luogo ov'ella s'estolleva circa un chilometro e mezzo: l’acque del Sinni poche ore dopo il feral tremuoto del 1857 corressero torbidiccie e di volume quasi doppiate: così il più de' ruscelletti, tra quali uno in San Chirico Raparo notevole: in quel di Viggiano una fonte zampillasse e poi disparisse: l'acqua di quella di Tramutola per più dì rimanesse nascosta: e l’onde del Tirreno, quasi smettendo l'accavallarsi spumante gli dessero più faccia di lago che di mare, sicché gli abitatori della ripa se n'appaurirono paventando chi sa quale improvvisa alluvione o diluvio che tutta la terra cangiasse in. un mare. In quel di Guardia e di Tramutola videro poi squarcialo il suolo ed aperti orribili burroni la dov’erano campi serrati e ubertosi: l’Alpe di Latronico, spaccato il seno suo di marmi, vuomitarne smisurati macigni: la via tra Rionero e Rapolla spezzarsi qua e la siccome un nastro di soverchio teso, o suddividersi nel lungo lasciando tra le parti un fosso profondo. E in quel di Bella si videro colli disfatti ed avvallarsi da seicento e più moggia di carhpi: tra Marsico e Sala, sconvolgersi una grand'estensione di suolo a' fianchi del monte Pergola, da non esser più dato riconoscervi, le singole proprietà. D'altri casi innumerevoli io mi taccio per amor di brevità.

207 Credesi che Pietrapertosa tragga il nome da una scala scavata nel vivo macigno, su cui s'ergeva un forte castello, oggi in ruina notevole e miserando gli è come in quel luogo, nemmeno per colpa di tremuoti, ma per la forza de’ tempi, ruinino le magioni e niuno si dia cura a ristaurarle: onde quà e la tutt’è ruina e ingombro e chi sa da quant’anni: noi crediamo l'inesorabil fato tiri Pietrapertosa, ch'è costrutta su creste o pietre ripidissime, a divenir davvero un mucchio di pietre. Chi dal piano la riguardi, trema al pensiero di dovervisi erpicare; tant'è ripida ed a perdita d'occhio l'orribile salita; fino ad una vetta che più che d’abitanti sembra deggia esser nido di aquile od augelli rapaci. E v’hanno essi infatti a pochi metri sul capo degli abitanti, i quali n’odono volta a volta atterriti le strida e i sibili acutissimi.

208 Vedi intorno Montemurro a pag. 73 la nota 1.

209 L’ire di paese a paese son così vive, che Re Ferdinando II avendo una volta posto fine a un litigio di circoscrizione tra Calvello e Marsicovetere, dando ragione a questi, ei deliberò d'eternare quel giorno con una lapide: la quale equivarrebbe oggi alla secchia ae’ Bolognesi od alle catene de’ Pisani, se più mite consiglio non avesse. persuaso il comune vincitore che la posterità e l'istoria avrebbero anche potuto fare a meno di quella lapide: onde non fu posta.

210 Fino dai tempi di Carlo li di Angiò, Chiaromonte fu contea: Giannone lib. XXI: la quale nel secol XVI fu dalla regina Giovanna II data ai Sanseverino, principi di Bisignano: Giannone lib, XXVI. Da quelli e’ sembra venisse alle mani del Duca di Candia fratello di Valentino Borgia, secondo narra il Sismondi VI, il. Ma per brev’ora: che poco dopo tornò a’ Bisignano, cui si rimase infìno a che la feudalità non fu spenta. Dal luogo aveano il titolo di conti,di Chiaromonte. L’uno d'essi, a nome Francesco, militando nel 1536 pel duca di Savoia, era a presidio nel forte di Monmeliano, il quale fu il solo che a’ Francesi invasori allora resistesse: ma di poi o mancanza di viveri o disperazione di soccorsi o tradimento lo inducesse,' cert’è che il conte di Chiaromonte nel meglio accolse i nemici entro il forte: il Duca di Savoia irato lo gridò traditore; ed egli, quasi a dargli ragione, si acconciò ai servigi di Francia e per essa militò molt’anni: Botta T. Un altro de’ suoi conti, essendo eletto Preside della Basilicata, recò la sua sede o capitale a Stigliano: v. a p. 169 n. 1.

211 V. p. 125 n. 6.

212 V. p. 87 n. 4

213 Lavello è di antica età: pria fu de’ Longobardi, e un de' loro, Siccardo Duca di Benevento, vi fu ucciso nell'839: poscia durò alcun tempo in mano de’ Greci, sinché nel 1040 ne furono scacciati dà' Normanni, ch’aveano a capo Arduino. In quel parapiglia di corone che fu la dieta di Melfi, volgendo il secolo XI, venne detta contea: e l'ebbe pel primo il normanno Arnolino: Giannone lib. VII! e IX; . Sismondi I,4. Nel 1254 l'imperatore Corrado, il quale movea da Melfi alla volta dell'impero, giunto in Lavello vi fu colto da invincibile febbre, e vi morì d’anni 26: Sismondi II,3; Jamsilla hist. t. VIII.: e fu chi narrò lo facesse avvelenare il fratello Manfredi, allora principe di Taranto, e di poi Re. Al quale, Lavello serbò quinci fede, contro il Pontefice Innocenzo IV, nemico di Manfredi: ed essendovisi egli recato, v'ebbe le più festose accoglienze, a confortarlo dell’avversione gli mostravano i più de' paesi di Puglia. Cadde poscia Lavello in mano di Carlo d'Angiò: cui serbandosi fedele, fu da' Venosini, ch'erano insorti nel nome di Corradino, messa a ferro ed a fuoco. Via via mutò signore, pria col mutar della fortuna dell'armi, poi con i capricci de' Re, delle Regine, divenute in quel singolar reame dispensiere di feudi a' loro ben' affetti: così nel 1291 ne fu barone Roberto di Giuriaco: nel 1382 n era duca Nicola di Montorio: e nel seco! XVI noi veggiamo esserne marchesi i Del Tufo. Vi nacque il Tartaglia condottiero degli Sforza di Milano: Giannone e tutti gli storici. Tremò più volte nelle procellose insanie di quel suolo, ma con lievi danni: così nel 1851, sendo tra luoghi più lontani del centro o perno del subbisso che fu Melfi: scampò dal fremito del 1857: non così dall’invasione di Crocco, volgendo il 1860.

214 Vedi a pag. 127 nota 15.

215 Stimano taluni che Tursi venisse edificata da’ Saraceni: certo ch’è anteriore al X secolo, essendo stata fin da allora nella dizione del vescovo di Anglona: il quale poi nel 1516, indotto dallo scader di quel luogo e dal prosperare di Tursi, con il consenso di Papa Paolo IH, vi trasferì la sua sede. Pria fu contea: quinci ducato: volgendo il secolo XV, anche il conte di Tursi fu tra' baroni che assisterono alle nozze di Trajano Caracciolo duca di Melfi, e vi concertarono la le vata di scudi contro il Re Ferdinando Aragonese: Porzio I. Tra i duchi suoi furono poi i Doria: l’uno d'essi per nome Nicolò era nel 1646 a capo della flottiglia spagnuola che dovea recar soccorsi di uomini di viveri a’ Presidi Toscani, stretti dalla flotta francese, duce il Duca di Bressè: quel di Tursi, spingendosi sino a Port’Ercole, vi introdusse le provvisioni e i militi: poi se ne partì incolume: Giannone lib. XXVII. Lievi danni ebbe Tursi nel tremuoto del 1857: nissuno nello scuotimento del 3 luglio dell'anno di poi.

216 V. a p. 134 n. 3.

217 V. a p. 118 n. 2.

218 Ibid. p, 128 v 4.

219 Ibid. p. III n. 1.

220 Narrasi che Abriola avesse origine antichissima: nello scader dell’imperio Romano fosse lunga pezza dei Goti; e nel VII secolo dell'età nostra, possessione dei Saraceni. Tributò una sola vittima al tremuoto del 1857: d'altri non v’ha ricordo.

221 V. p. 75 n. 1 e p. 105 n. 1

222 V. p. 75 n. 2.

223 V. p. 90 n. 5.

224 Terranova, fin dal secolo XIV, fu contea de’ Sanseverino: Gian none XXIV.

225 Noepoli poch’anni or sono avea il nome, di Noia. Tra i suoi conti fu Giovanni Paolo d I Balzo, anch’egli un de’ convenuti in Melfi, alla corte de’ Caracciolo, primo focolare della celebre congiura di : 'cui li baroni allacciarono le ultime fila in Miglionico: Porzio I e vedi a pag. 118 nota 2 e a pag. 109 nota 1. Quinci Noepoli venne alle mani dei Pignatelli.

226 Siede Castelgrande su di una erta rupe: fu via via feudo dei . Ruffo, poi dei Caraffa, finché venne alle mani dei D’Anna; con i quali si spense la feudalità.

227 V. p. 124 n. 1.

228 V. p. 131 n. 7.

229 V. p. 75 n. 1 e p. 105 n. 1.

230 V. p. 64 n. 1.

231 V. p. 89 n 1.

232 V. p. 129 n. 5.

233 Era Oliveto nel 1715 feudo della duchessa di Carinara, la quale con istrumento del 31 Maggio rinunciò ai suoi diritti in beneficio di Girolamo de’ Lerma duca di Castelmezzano: li discendenti suoi lo serbarono infino a che la feudalità non fu spenta Ebbe da allora grado di municipio, il quale poco meno gli fu tolto quando nel 1850 gli si distaccarono le grosse borgate di Garaguso e di Calciano: vedi a pag. 125 nota 2.

234 V. p. 125 n. 2.

235 V. p. 125 n. 3.

236 Legge 1 Maggio 1816, art. 9 e 10.

237 V. a p. 177 n. 8.

238 Ibid. p. 166 n. 3.

239 Ibid. 178 n. 1.

240 V. a p. 184 n. 2.

241 Ibid. p. 129 2.

242 D’antica ed ignota origine è Castelmazzano: ne’ suoi dintorni si rinvennero sepolcreti e medaglie in gran numero e di età remotissima: chissà quali onde di abitatori salsero fino alla rupe in cui s’asside.

243 Tra quelle di più notevole altezza, e son delle maggiori che incoronano gli apennini, v’hanno il monte della Lama, il Raparo, l’Alpe di Latronico, il Sirino, le creste di Castelmezzano e di Pietrapertosa: il Foy e il Carmine sono dappiù di cinque mila piedi: la rupe verticale del Vulturino quasi sei: il Pollino di ben otto e più mila, anzi di 2334 metri sul livello del mare: altezza ch'è due terzi delle maggiori ch’offra la superficie del globo, e tra gli Appennini è solo, ma di poco, superata dal Velino ch'è di 24-09 m., e dal Sasso d’Italia, il quale s’innalza fino a 2920.

244 Credè alcuno che San Fele venisse edificata da Federigo II: tradizione a nostro avviso fallace, essendoché fin da’ tempi di quell'Imperatore sorgesse il castello, nel quale ei rinchiuse il figliuolo ribelle, di nome Enrico: Giannone lib. XVII: dopo che gli si fu arreso in Worms, invano chiedendo grazia. Il Sismondi tace il nome del castello che gli fu carcere e tomba: solo dice ch'era di Puglia. Leggasi intorno a quell’infelice ma colpevole principe la bella epistola di Piero delle Vigne, L. IV c. 1.

Che tenne ambo le chiavi del cor di Federigo

Danti Inf.

245 Vuolsi da taluno che Bella finse edificata laddove sorse Numistrona, tant’è la copia de’ sepolcreti e degli utensili antichi ch’offerirono i suoi dintorni. Ma non sembra abbiano distrutto la contraria sentenza che quell’antica città fosse dove ora è Muro. Nel secolo XIV Bella fu feudo degli Acciaioli: partigiana poi del Duca di Durazzo con la sua disfatta venne messa a fuoco: quinci donata ai De Falco, che la serbarono a lungo, sinché l’ebbero i Caracciolo: i quali pria la cederono ad altri, ma poi la ricuperarono poco innanzi lo spirare de’ feudi. Il tremuoto del 1887 nelle sue vicinanze adeguò colline,.. travolse terreni, formando un ampio vallone all'intorno di ben seicento moggia di campi. Scosse innocue furono quelle de’ 25 febbraio,6 Agosto e 19 Novembre 1858. Nel 1861 venne invasa dall’accozzaglia del Borjes e del Crocco.

246 Vedi a pag. 125 nota 4.

247 V’ha chi pensa Barile fosse costrutta nel volger del basso impero da una colonia greca: altri perfino risalga attempi de’ Romani: essendosi scoperte ne’ suoi dintorni molte loro monete consolari e medaglie d’argento di quelle età. Più verisimile, anzi è certo, ella fosse trai paesi edificati dagli Albanesi nelle immigrazioni loro in questa regione e da’ quali ritrassero il rito, e serbano anch’oggi vari costumi e la favella: v. pag. 25 note 1,2. Nel volger della feudalità ebbe titolo. di duchea, mutando poi i duchi con celerità da non lasciare ricordo. Essendo così Barile di non lontana origine, scampò all’infuriare de’ tremuoti onde il Melfese da’ primi secoli dell’età nostra le tante volte subbissò. Ma nel presente terribile fu per essa quel de’ 14 di Agosto 1851. Il Procuratore del Re, colà accorso, riferiva scrivendo alle autorità maggiori, di Barile non esistere che il sito: più centinaia tra morti e fratturati dalle macerie: dalle quali nondimeno si risollevò celere per tremar di bel nuovo la notte del 16 Dic. 1857, tributando con li paesi attigui all’infido elemento e membra umane e vite ed edifici. Nel 1860 venne contaminata e peggio dalla bruzzaglia; del Crocco: v. il lib. III.

248 È tradizione che Accettura sia l’ Acidios di Antonino o l’ Aciri del Cluverio. Nella età moderna fu con varie vicende un feudo dei Barzano: quinci di Giovanni Pipino, cui fu donata da Carlo II. L’ebbero di poi Eligio de’ Marra, e Beatrice de Ponziaco, la quale ne fu investita dalla Regina Margherita: e poscia i Caraffa: ultimi gli Spinelli.

249 V. p. 175 n. 4.

250 V. p. 175 n. 7.

251 V. p. 196 n. 1.

252 V. p. 87 n. 4.

253 V. p. 75 n. 1 e p. 105 n. 1.

254 V. p. 107 n. 1.

255 Credesi che Balvano fosse fabbricata da’ Normanni: il tremuoto del 1561 l’adeguò al suolo: ricostrutta con gran pena, divenne feudo dei Balbano, e via via dei Cafrasia, degli Alemania, de’ Buffo, de’ Giovine, de’ Pavise. Fu patria dell’astronomo Proliano.

256 V. p. 110 n. 2.

257 V. p. 129 n. 5.

258 V. p. 90 n. 5.

259 V. p. 132 n. 1.

260 V. p. 132 n. 2.

261 Fu Contea di Attendolo Sforza di Cotignola al quale, in premio di onorate sue imprese, la concedé, tra l'altre, Re Ladislao: Giannone lib. XXIV: lievi danni s’ebbe nel tremuoto del 1857.

262 V. p. 134 n. 4.

263 V. p. 108 n. 1.

264 V. p. 196 n. 1.

265 V. p. 178 n. 1.

266 V. p. 64 n. 1.

267 V. p. 89 n. 3.

268 V. p. 89 n. 1.

269 V. p 127 n. 15.

270 V. p. 118 n. 2, pagina 162 nota 5, pagina 164 nota 6.

271 V. p. 87 n. 2.

272 V. p. 110 n. 3.

273 V. a p 87 n. 2.

274 Ibid. 106 1.

275 V. a p. 110 n. 3.

276 Ibid. p. 127

277 E sono quelle di Bollita, Calvera, Carbone, Castelsaraceno, Cersosimo, Fardella, Favaie, Noepoli, Roccanova, San Costantino, San Giorgio, San Martino, San Paolo, Sarconi, Teana, Terranova nel Lagonegro: Aliano, Cirigliano, Craco, Garaguso, Gorgoglione, Oliveto, nel Materano: Baraggiano, Campomaggiore, Gallicchio, Guardia, Mis sanello, Sant’Angelo nel Potentino.

278 Episcopia, Rotonda, Sarconi, San Costantino, San Giorgio, Trecchina, Barile, Rapone, Gallicchio, Spinosa, Trivigno, Sant’Angelo.

279 Teana, Casalnovo, Missanello.

280 Cersosimo, Calvera, Sanseverino, Campomaggiore.

281 Fardella e Tramutola.

282 Vedi a pag. 127 nota 15.

283 Sarconi crollò mezzo nel tremuoto del 1857 e seppellendo da trenta due de’ rari suoi abitanti.


284 Oliveto, San Paolo, San Giorgio, San Costantino, Castronovo, Terranova e Baragiano n’hanno 45; Castelmezzano, Noepoli 44; Francavilla e Salvia 43; Campomaggiore, Sasso,42; Cirigliano, Gorgoglione Sarconi, Favale, Sant’Angelo 41; Sanseverino 40; Viggianello, Ne moli 38; Castelsaraceno 36; Calvera 35; Fardella 34; Carbone, Cersosimo 30; San Martino 24: così nelle liste amministrative dell’anno 1865.

285 Vedi a pag. 88 nota 2.

286 Legge 20 marzo 1865 sul governo de' comuni e delle provincie art. 25.

287 Ibidem art. 25.

288 Ibidem art. 27.

289 Ibidem art. 25.

290 Legge 1 Maggio 1816, art. 9, 10.

291 Editto 24 Novembre 1850, art. 2.

292 Legge 31 Dicembre 1859, art. 154.

293 V. in quel progetto di legge l’art. 9.

294 Vedine l’art. 7.

295 Progetto di legge 13 Marzo 1861, cap. VII. art. 29.

296 V. modificazione IV dello schema Peruzzi, aggiunte 1 e 3 all’art. 13 della legge 23 Ottobre 1859, allora vigente.

297 Legge 20 Marzo 1865, art. 14.

298 La Vedetta, giornale amministrativo della provincia di Novara, anno 1863, e La Rivista Napoletana di lettere, scienze ed arti, 1863.

299 Leggesi nella relazione che il Ricasoli presentò al Parlamento 22 Dicembre 1866, come dal 1 Luglio 1866 la nuova legge comunale non avesse fruttato che l’aggregazione di trentadue comunelli a’ contermini, sovra di tante migliaia, cresciute poi di tre borgate ch’erano salite a grado di municipio.

300 V. a p. 128.

301 Ibid. p. 196 n. 1.

302 Ibid. p. 132 n. 10.

303 Ibid. p. 125 n. 2.

304 V. a p. 125 n. 7.

305 Ibid. p. 125 n. 3.

306 Ibid. p. 125 n. 5.

307 Ibid. p. 124 n. 4

308 Pure nello scorso secolo Leopoldo I sapientemente disfece i comunelli. Ei la giudicò opera così utile che ne fece menzione nel Rendimento di conti del Governo della Toscana publicato in Firenze nel 1760; dicendo «essersi tolta la moltiplicità de' piccoli comuni che formavano in addietro giurisdizione separata, mediante la riunione dei medesimi in una soia comunità avuto riguardo alla loro vicinanza ed alle circostanza locali.» Per modo che oggi in Toscana poche comunità mantengono gli antichi confini: il più di esse sono un insieme di comunelli antichi: e taluna ne assorbì fin venti, fin trenta: altre fin cinquanta e più. Onde la odierna importanza dei comuni Toscani è tutta dovuta alla sapienza di Leopoldo I che ardì trasfondere una nell'altra le tisiche esistenze:. e ciò sia di salutare esempio alla restante penisola.

309 Altro e felce esempio d'aggregazione di comunelli l'offre l'ex ducato di Lucca. Finché durò l'oligarchia republicana ogni parrocchia fu una comunità: ma nei 1810 sotto il regime Baciocchi, con de«reto del 18 aprile, molti di que comunelli furono riuniti in un solo.

310 Grosseto per cagione d’esempio: di poco le vanno innanzi quelle Sondrio e di Livorno.

311 La più esigua provincia è quella di Livorno la quale di poco. supera i trecento chil. quadri: poi quella di Napoli che n’ha III0: e l’altre di Porto Maurizio con 1210, e di Lucca con 1193: quinci quelle di Massa e di Benevento, le quali superano li 1700 chil., e di Ancona e Ravenna dappiù di 1900: tutte l’altre avanzano lo due migliaia di chil.

312 Le provincie di Aquila e di Novara hanno vastità maggiore di sei mila chilom. quadri: eccedono li sette mila quelle di Cosenza, Foggia, Cuneo: è dappiù di otto Lecce, di nove Perugia: a dieci migliaia giunge quella di Torino: e quasi ad undici I’ odierna Basilicata, a tacer della Sardegna.

313 V’hanno due provincie, di Milano e di Torino, alle quali poco manca a raggiungere tale cifra: quella di Napoli n’ha meno di novecento mila: s’aggirano dintorno alle seicento l’altre di Firenze, Genova, Alessandria, Caserta, Cuneo, Palermo, Novara, Bari; ed alle cinquecento migliaia le provincie di Salerno, di Perugia, e di Basilicata.

314 Cade qui a capello quel che ne scrisse il Giannone lib. XVII: «Se presso gli scrittori di questi tempi. de' Longobardi, e forse anche ’nel sermone popolare fu ritenuto l’antico nome di Lucania… non è che secondo questo nome serbasse gli antichi confini e la distribuzione antica, ma chi per ostentare erudizione, chi per dinotare ov’erano i gastaldati d’essi valevansi.»

315 Vedi il Muratori Annali d' Italia e Le censettantuna ribellioni de’ sudditi pentirci dall'806 al 1859; Firenze Barbera, Bianchi e C. 1860.

316 Sulle rive del Silaro seguì tra Spartaco e Crasso la terribile battaglia nella quale il grande Schiavo perì, trascinando all’ultima ora la fora rivolta contro l’oppressione de’ quiriti: Vannucci St. Italia fino all’invasione de’ Longobardi, III.

317 1 Poco lungi da Pesto o Posidonia era la città di Petilia: Strabone VI: la quale non si vuole confondere con Petilia o Petelia che, al dir di taluni, sorse in età remotissima nel seno Lao oggi di Policastro: della quale nondimeno tace affatto Strabone. L’altra egli dice, VI, fosse fondata da Filottete fuggendo da Melibea: e i Sanniti la munissero di castelli. Sembra ella fosse dapprima nella dizione dei Crooniali, una delle otto genti che si divideano la Magna Grecia: Virgilio Aen. III v. 402; Vannucci I. 4: quinci essendo mollo popolosa £uco a’ tempi di Strabone secondo egli narra, VI. divenisse la capirle della Lucania. Cadde poi insieme all’altre città in mano de’ Romani e, tra quelle del Bruzio e della Lucania, fu quasi la sola che non volle ribellarglisi dopo la sconfitta ch’ebbero a Canne: onde peone poi punita con uno straziante assedio dai Cartaginesi, cui gli ab tanti, dando meraviglioso esempio di valore uomini e donne, resi stero no ben undici mesi: sinché per fame s’arresero: Polibio VII fram. I e ap Athen. XII,6; Livio XXIII,15,20 30; Vannucci IV 2; Plutarco Marcello] Appiano in Hannibal, Micali IV,1. Presso Petilia o Petelia nel 546 di R. Annibale tese la fortunata insidia a Marcello, il quale vi fu morto, e ferito l’altro console Quinzio Crispino, secondo leggesi in Polibio frani. S, e in Livio XXVI, $7,33, e in Plutarco Marcello.

318 Secondo quel che ne scrive l’Heyne ed il Brunet, citati dal Vannucci 11,3, ella sarebbe stata costruita nel 510 avanti l’era nostra: suoi fondatori i Sibariti: Strabone V; Vannucci III, 3; Micali I,19: prima detta Pesto e di poi dagli stessi Sibariti chiamata Posidonia: Micali I,2(: o viceversa come leggesi in Strabone V; da essa ebbe poi nome di Posidonio il golfo ch'oggi è di Salerno: Vannucci I,4. Sendo a capo di ampia e industriosa regione, venne tosto in buona fortuna, e fu dagli antichi annoverata tra le più ricche e splendide città; dalle sue ruine appare di gran circuito, e ch’ella avesse stupendi edifici: Strabone V e VI; Plinio IH,5; Livio XXII 36; Vannucci 1,4. de’ suoi dintorni dispero Virgilio Georg. IV,419, Properzio IV. 5, Ovidio Poni. 1 1,4 e Metam. XV, 708, fiorirvi |e rose due volle all’anno; qual contrasto con il paludoso e letale pere che n’allontana oggi gli abitatori! Patì varie fortune; i Lucani la tolsero ai Sibariti: Strabone V e VI: ma essi in breve la riebbero: Micali III,8. Caduta poi di nuovo in mano de’ Lucani: Strabone V: fu loro tolta, nel 422 di Roma, da Alessandro re d’Epiro, venuto in balia a soccorrere le colonie greche contro i Bruzi e i Lucani Micali III, 8; anzi narra Livio VIII 17 ch’egli giungendo sbarcasse a Posidonia. Lottando ella con i Veliani, sebbene avesse l’aiuto de Lu' cani, pure fu vinta: Strabone VI. Nel 480-81 di R. era poi dominata da quelli, a’ quali fu e per sempre tolta dai Romani, che vi stabilirono una loro colonia: Strabone V; Livio XIV; Velleio 1. 15: e poiché ell’era città marittima fu tra le tenute a somministrare a’ conquistatori buone navi da guerra: Livio passim . Dalla dominazione de Romani venne meno e per sempre la prosperità di Posidonia: Livio Epit. XIV; Velleio I 14. In età più recente noi la vediamo esser capitale di uno dei gastaldati in cui si dividea il Ducato di Benevento: Giannone VI: ma di poi non ci fu dato leggerne negli storici notizia alcuna.

319 1 Vannucci I, 4.

320 Ibidem. 1,4.

321 Ibidem. 1. 4.

322 Ibidem. 1,4. Vuole taluno sia la odierna Buccino. Cert'è che Vulceio non ha da confondersi con Ulci o Vulseio la quale e’ sembra, fosse la dove ora è Lauria: v. a pag. 89 nota 1.

323 Giannone 1,4,5; XVII.

324 Ibid. III,2.

325 Vannucci 1,4; Strabone, Geogr. VI, narra si distendesse lungo il Tirreno tra i due fiumi Silaro e Lao.

326 Giannone 1,5: II,3.

327 Edificata secondo taluni nel 538, altri nel 543 innanzi G. C., e dagli Joni fuggenti la tirannide de’ Persiani: Vannucci III. 3; Micali I,19 e III 8; Erodoto I;Antioco ap. Strabone VI. Fu questa città nel fondo del seno o golfo detto da essa Veliense tra il promontorio Palinuro, ov’incomincia ora il golfo di Pollastro, e il golfo di Pesto o Posidonia; a tre miglia dal luogo ove l’Alete, ora Monto, si getta nel Tirreno. Ella dapprima avrebbe avuto il nome di Jela secondo Ieggesi in Strabone VI; quinci da una fonte quel di Ella: da cui Elea a' tempi di quel geografo, e poscia Velia. Fu sede della scuola eleatica: Cicerone ad famil. VII 20; ad Attic. XVI, 1: fondata da Senofane: Strabone VI; Plinio III, 5: e patria di Parmenide e di Zenone; il quale avendo tentato di ristabilirvi gli ordini di libertà spirò fra tormenti nei 290 di R, per volere di Nearco che n’era tiranno: Valerio Massimo III,3; Diogene Laerzio IX,23; Cicerone Tuscul H,22; Micali III,8. Li concittadini vendicarono Zenone, sottraendosi alla tirannide. Collegati poi di Crotone mossero guerra ai Pestani ed ai Lucani, e vinsero: Strabone VI. Ebbe Velia la potenza e la prosperità dal porto, di cui anche oggi vi son segni ed era tale che ne cantò sin Virgilio, e dalla flotta che v’accoglieva. Caduta poi nel 486-7, insieme all’altre città dell’estrema Italia in mano de’ Romani, fu loro tenuta di fornire navi da guerra: Livio passim. Narra il Vannucci VI, che Porcia accompagnasse il marito Bruto sino a Velia quando, ucciso Cesare, si volse alla Grecia per raccogliervi forze da resistere a’ vendicatori. Nel golfo di Vela si ricoverò poi Ottavio dopo che la sua flotta venne dispersa dalla tempesta e poi inseguita da Mena che allora militava per Sesto figliuolo che fu di Pompeo; e colà riparò alle navi, ritentando poi le infide onde: Vannucci VI.

328 Taluni vogliono ella fosse edificata dai Greci e detta Pixus e poi dai Latini Buxento: Plinio III,6; altri da una colonia di Reggini inviata, nel 4'6 av. G. C., dal lord capo o re Micito in riva al Tirreno, non molto lungi da dove corre il Bussento: e dal quale prese il nome: Micali III. 8; Diodoro XI,69; Stri bone VI: ed oggi è detta. Pollastro, nome ch’ebbe poi da Greci nel seco! IX dell’era nostra. Gli è pregio di questo libro il ricordare come Alarico fosse sepolto nel mezzo del Bussento, il quale nasce nella montagna di Sanza e In età remota incontrando più monti che gli serravano il passo, so l’aprì a forza di per sé inabissandosi in una voragine, e correndo per tre miglia sotterra di dove poi ricompare anch’oggi più voluminoso ad iscaricarsi nel Tirreno: Strabone VI e Plinio III,6. Pixus o Buxento venne poi colonnizzata da trecento famiglie romane secondo leggesi in Tito Livio XXIV,45.

329 Era Scidro laddove oggi è Sapri: Vannucci I,4; Livio XXIV,20; vi si rifugiarono li superstiti di Sibari dopo la sua distruzione: Erodo o VI, 21; Micali III,8. 4 Sorgeva m Ile vicinanze di Maratea a un miglio dal mare: Vannucci I,4 e Livio XXIV: vedi ciò che di essa è detto a pagina 64 nota 2.

330 Era Lao una colonia di Sibariti e, secondo Strabone VI, l’ultima città della Lucania lungo la costa tirrena, sebbene un po’ al di sopra d il mare: e nel luogo ove è ora. Scalca: Vannucci 1. 4; Livio XXIV: pur colà scamparono taluni abitanti di Sibari, dopo che la città loro venne disfatta dai Croloniati: Erodoto Vi 21; Micali III,8.

331 1 Vannucci I,4; era Ursento sulle rive del Lao.

332 Vedi a pag. 64 nota 1.

333 Vannucci 1,4; anche Murano era nella parte mediterranea della Lucania presso le rive del Lao oggi Laino.

334 Era Uxento nella Japigia dal lato di Taranto, e sotto il colle dov’oggi è Uggento: Vannucci I,4

335 Plinio III 11; Diodoro XVI,155; Strabone VI; e il Micali I,1, UT,8 il quale narra come li Bruzi, prima servi, si ribellassero a’ lor padroni i Lucani e n’ottenessero la libertà. Nel che s’accorda pur il Giannone 11,3. Per lunga età serbò poi Cosenza e Aprusto secondoché scrive il Cluverio L Ant.; e Pesto e Buxento oggi Policastro: aggiunge il Giannone I b, XVII: e, come dice nel lib. VI, gran parte della Calabria Citra.

336 Leggesi in Strabone VI che sul Jonio la Lucania si distendesse da Metaponto a Turio ultima sua punta.

337 Vedi a pag. 22 nota 1.

338 Ibid. p. 23 n. 1.

339 Dagli Achei di stirpe e dialetto eolico guidati da Iseliceo venne costruita Sibari, Micali I,19 e Strabone VI, il 710 o, come vuole il Vannucci, il 720 prima di Cristo, e in vicinanza del mare in una larga pianura irrigata dal Orali e dai Sibari che scende dai monti lucani; e fu poi una delle otto regioni in cui si divise la Magna Grecia. Ebbe la città sei miglia di circuito, molli traffici, grandi ricchezze. Così fertili i suoi dintorni che producevano il cento per uno: Varrone Rer. Rust I. 44. Nell’età prospera, innanzi che le mollezze e 1’eccesso delle fortune corrompessero gli abitanti, do,minarono su quattro popoli e venticinque città: Micali III,8 e Strabone VI. Narra Diodoro XII, V, che le tavole censuarie di Sibari annoverassero trecento mila abitanti; e Strabone VI che avesse a campo contro i Crotoniati da trecento mila nomini: ond'era il maggior popolo della Magna Grecia. Tolse a’ Luvan la città di Pesto: Strabone V. Grandi lotte sostenne poi coi Tarantini finché s’accorda rqgoi segnando a loro confine il corso del B a lane: Antioco Siracusa. Strabone 1. Associali poi ai Metapontini ed ai Crotoniati, furono i Sibariti tra gli espugnatori e distruttori di Siri: Vannucci III,3; Micali III,8. 'Velia loro decadenza patirono frequenti sedizioni e tiranni; tra i quali famigerato quel sepellitore di viventi a capo all’ingiù. Teli, un altro dai tiranni, scacciò i suoi nemici dallo Stato: ricoverarono a Crotone: di la partirono messi per Sibari a persuaderla il richiamo degli esiliati. Uccisi i messi, grand’esercito di Crotoniati, guidati da Milone, mosse contro i Sibariti; i quali in riva al Tronto, ebbero la peggio. Narrano gli antichi che l’esercito loro giungesse } a trecentomila e quel de’ Crotoniati appena a centomila; i quali perpetrarono, a premio della vittoria, in Sibari e la disfecero, volgendo sulle ruine sue la piena del Crati, onde non rimase di lei più ve stigia: Strabone vi.. Così fini Sibari 308 anni prima di (‘risto e dopo averne vissuti 210. Li pochi abitatori superstiti rifugiaronsi a Laino e Scidro sul Tireno: Erodoto VI,21; Mirali III, x. Cinquantanni, dopo una colonia di Tessali li raggranellò, e riedificarono una piccola città ch’ebbe pur nome di Sibari; da cui nel volgere di cinque anni vennero discacciati dai Crotoniati: Diodoro XI 90, XII 10. Onde i Sibariti ramingando chiesero soccorsi ad Atene; che per consiglio di Pericle inviò in Italia una sua e Ionia, nella quale era Lisia oratore ed Erodoto: Plutarco Pericle; Minio XII,4. Infatti Erodoto lascia intendere IV,99 che parte della Moria sua la scrivesse in Italia. La colonia si fermò un po’ al disopra dell’antica Sibari e vi costruì una città che dal nome di una fonte fu detta Turio; Diodoro XII 6, XIII 10; Strabone VI; Cantù St. Unìv. I.

340 1 Costruita la città di Turio, nel volger del 44H innanzi Cristo secondo il Vannucci ili,3, tra il Grati e il Sibari ora Coscile, ma in un sito più mediterraneo dell’antica Sibari; Strabone VI; Diodoro XII,6, XII',10; Cantò SI Univ. i: pel porto di Rosciano ebbe agevole sbocco e traffici sul mare onde venne presto in istato di fortuna: tale che dipoi i Romani I» dissero Copia a indicarne l’opulenza: Strabone VI; Plinio XII; Livio XXV,9. Li pochi Sibariti che ne’ primi tempi l’abitarono, avendo preteso imporsi al resto della colonia ed avervi ogni beneficio, furono scacciati dalla città; Aristotile de fìep. V,3; Platone de Legib. c. 1; Diodoro XII, li Ond’essi riliraronsi più dentro terra sulle rive di un fiume, dove incontrate altre genti furono distrutti, sicché il loro nome non fu mai più di viventi; Diodoro XII,22. I Turii intanto, desiosi di dominio, invadeano i territori circostanti e fino la città di Siri; accorsi i Tarantini ne nacque aspra guerra la quale si conchiuse con la vittoria de' Turi, e un accordo r per cui ambedue i popoli potessero inviar colonie in Siri: Micali Ili 8; Antioco ap. Strab vi. Turio si resse poi a lungo in mano di oligarchici; onde irrequietezze e fazioni: per cui la plebe si ribellò e imperò alla survolta finché non la scavalcarono gli ottimati: Aristotile de fiep. V,3 sub fin: Micali III 8. Dipoi la città si alleò agli Ateniesi quando essi a’ tempi di Alcibiade invasero la Magna Grecia: Micali III» 8: quinci il territorio di Turio fu invaso da’ Lucani a istigazione di Dionigi re di Siracusa; ma i Turi dato nell’armi li costrinsero a partirsene; se non ché inseguendoti essi s’avventurarono entro un vallo ove Lucani tennero testa e rivinsero, compiendo massacro de’ Turi; li superstiti gettandosi in mare a scampo de' nemici che aveano a tergo, caddero prigioni della flotta di Dionigi la quale costeggiava la Lucania: Micali III,8. Narra poi Strabone VI che i Lucani, ma il Micali III,8 crede fossero i Bruzi, s’insignorissero di Turio dopo lungo assedio; e ne fossero scacciati da Alessandro re d’Epiro sceso allora in Italia. A invito dei Tarantini contro i nemici delle città greche: Micali ib%d. Ei fece trasferire da Eraclea a Turio la sede delle assemblee generali della Magna Grecia: ateneo XII,88; Strabone Vi; Polibio il; Micali III,8; Diodoro XVI,89; Livio VIII. 24; Giustino XII, 2. Livio poi X,2 narra come Cleonimo Spartana s ( 9 ) impadronisse di Turio e la saccheggiasse; vi contradice il Micali IV 11. Nel 464 di R. i Lucani infestando il territorio di Turio, i cittadini suoi ricorsero a Roma, la quale inviò Curio Dentalo proconsole a liberarla dall’assedio e vi riuscì: Panvinio a. 4 64: Plinio XXIV,6. Quinci i Lucani, alleatisi a' Bruzi ed ai Sanniti, nel 472 tornarono ad assediarla; accorse il console Fabrizio a difenderla, e ne nacque una terribile battaglia in cui perì Statilio condottiero de’ Lucani, e gli alleati loro furono dispersi Onde Turio innalzò una statua al liberatore Fabrizio: Livio Epitom XI. XII; Valerio Massimo I,8,6; Ammiano Marcello XXIX,4; Plinio XXIV,6; Micali IV,12. Ma poco dopo essendo invasa da Tarantini, la guarnigione romana ne fu espulsa, rovesciato il governo, confidato a’ nemici più acerrimi di Roma; Livio Epitom XX; Fior. I,4 8; Micali IV,12. L’anno di poi i Romani vi rientrarono a premunirla dall’invasione di Pirro. Plutarco Pirro: sinché la città cadde nel 486-7 in assoluto dominio di Roma insieme a tutta l’Italia del mezzodì Nondimeno Turò» si ribellò nel 512 in favore di Annibale, Livio XXV. 15; il quale fin dal 538 incendiando Erdonea avea trasferito parte de’ suoi cittadini in Metaponto e in Turio: Micali IV,15. Sciamando poi nella servitù di abitanti di quest’ultima, vi fu condotta una colonia di 3000 fanti, cui furono distribuiti 20 ingerì ciascuno, e di 300 cavalieri che n’ebbero 40; Livio XXV. Narra da ultimo il Vannucci VI, che Turio, per consiglio di Antonio divenuto nemico di Ottavio, fu assediala da Sesto Pompeo e presa. Vedi pure Appiano V. UH. Nacquero in Turio, al dire del Micali Ili 8, il poeta drammatico Patroclo, secondo narrano i mitologi della Chiesa, San Telesforo che fu il 7 Pontefice e San Dionigi il 26°. on mi fu dato leggere negli storici quando e come fosse distrutta, se per guerre o ruina di tremuoti o pestilenze. Non son molt’anni furono rinvenute colà più monete, consolari di Roma, dalle quali si confermò come nel volgere de’ secoli mutasse il nome di Turio in Copia.

341 Vedi a pag. 23 n. 1, p. 160 n. 1 e p. 166 n. 3.

342 Fu castello a breve distanza dal mare e rinomato pe’ suoi vini: Strabone VI: oggi non ve' n’ha più vestigia.

343 A noti sperderci nel dedalo de’ tempi in cui l’istoria si vestì di mitologia, nella guisa, quantunque oggimai sola, mitologizza la chiesa sull’origine del mondo e muta in isconcia prestidigitazione di miracoli la istoria della fede, a nol basti il ricordare come si legga in Strabone V, VI, nel Micali I, 3. 13. 15, e nell'istoria del Vannucci che una colonia di Sanniti, innanzi il nascere di Roma, tragittando il Sele popolasse il suolo che di poi fu Lucania discacciando poi gli Enotri e i Coni dalle rive del Jonio; e come dice il Micali 1, 17, una colonia di Lucani alla sua volta distendendosi fino oltre il luogo ove poi sorse Cosenza, fosse la origine dei Bruzi.

344 Micali 1. 3.

345 Osci, Opici, Ausoni, Aurunci. appellazioni o diramazioni varie di un popol solo, come dice il Micali I,13, ebbero una comune ori gitìe Aristot. Politic. VII,10; Strabone V; Cluverio 11. ani.; Vannucci I,4narrano avessero il nome da Ops che vuol dire Dea della terra e la terra stessa; onde il nome di popolo Opico valea come indigeno o nato dal suolo: Vannucci ibid. Gli antichi designarono poi con tal nome tutti gli italiani: Tucidide VI,1. Più strano che gli Osci si distinguessero dall’altre genti abitando, quasi come oggi i loro discendenti, le creste de’ monti: Virgilio VII, v. 7-27; o forse la vissero perché le pianure er-no coperte dal mare, o paludi, dopo ch’ei si ili ritratto. Cert’è che molti secoli prima di Roma si distendevano sino al Garigliano: Strabone V: gli Etruschi li respinsero ai fiume Silaro, che fu così l’estremo dell’Etruria: Strabone V; Micali 1,10: via via scacciati anco da quella riva s’aggrupparono nella terra ch’eradegli Aurunci, diramazione, come dicemmo, degli Osci: Micali 1,13: sinché disparvero; ne rimase per più secoli la lingua, la quale dipoi si sperdé o si fuse nella latina: Micali ibid. K’ tempi di Catone il 'Censore apparivano si antichi, che li Romani, sconoscendone la civiltà e la grandezza, Indicevano barbari: Plinio XXIX,1.

346 Antioco Siracusano. ap. Strabono vi; Micali I, b; Vannucci I,2.

347 Vannucci 1,2; Aristotile Politica VII,10; Strabone V, VI; Plinio III 5; Dionigi d’Alicarnasso.

348 Narrano gli antichi che quindici secoli innanzi l’era nostra uria 'Colonia di Arcadi, guidata da Enotro, approdasse nell’estrema penisola, ond’avesse così il nome di Enotria: Dionigi d’Alicarnasso 1; Micali 1,7; Vannucci 1,2. Uno de’ suoi re, aggiungono le tradizioni greche, per nome Italo, vi sollevò gli abitanti, ch’erano semplici pastori, a grado di esperti e doviziosi agricoltori: onde in segno di gratitudine, tutto il tratto ell'è tra Squillace e S. Eufemia sarebbesi chiamato, dal nome di quel Re, Italia. Ma lo storico Antioco, ap. Strabone VI, dicendo che gli Enotri abitavano il mezzodì prima delle' invasioni greche, disdice tutto l’edificio d Ila colonia guidata da Enotro, costruito da Ferecide che visse a’ tempi di Dario d’Tstaspe secondo leggesi in Dionigi d’Alicarnasso I, 13. Avverte poi l’arguto Micali l,19 che la navigazione di Enotro essendo avvenuta da 45o a. prima di quella dogli Argonauti, e’ non si indovinerebbe su di che i Greci avessero tragittato limare, sé anche a tempi degli Argonauti, sapeano appena costrurre una miserabil barcaccia, che apparve nondimeno un portento. Gli è invece da credere che gli Enotri fossero nulla più di una diramazione degli Osci, e molto belligera onde poi si distesero per via di conquista; sinché vennero fiaccati dai Sanniti, i quali introducendo una loro colonia nell'Enotria, ella fu il primo ceppo dei Lucani: vedi Antioco ap. Strabone VI; Plinio III,5; Micali 1,18,19.

349 Narra Antioco S ragusano che i Coni fossero una colonia degli Enotria la quale distenlendosi nelle regioni di poi Siritide e Metapontina, desse loro il nome di Conia: opinione accettala dagli storici: Strabone VI; Dionigi I,12; Aristot. VII,10; Micali I,17 11 nome di Coni l’avrebbero poi avuto da Cuna lor capitale, città antichissima edificata da Fitottete, o da Trojani o dai Rodiani, secondo le varie versioni: Strabone VI 6; Micali I,17: altri reputano invece che dal nome di quella gente la città si chiamasse Cuna: vedi a ogni modo quel ch'è detto più innanzi a pagina 166 nota 3 intorno. a Siri.

350 Strabone VI; Arist. Politic. VII,10.

351 Ebbe nome di Grecia Magna o Glande, sendo maggiore dell’altra’ da cui ‘gli abitatori nella più parte traevano l’origine. Contava d trenta e più città raccolte in otto regioni che furono quelle di Eraclea. di Metaponto, di Sibari, di Scillace, di Caulonia, di Locri, di Crotone e di Taranto. Scadendo dalla pristina prosperità le venne anco meno il nome di Grecia Magna: Micali I,20; Polibio 1.

352 Ricali i,20; Plinio,III,10; Polibio 11,30; Strabone, VI.

353 Polibio IH,88; Strabone VI; Plinio III$ 11; Giannone XVII.

354 Appartenne sì poco alla Lucania che Appiano nel trattato sulla colonie militari la comprendé fra le città del Sannio: così Strabone V, il quale poi nel lib. VI la dice sui confini tra i Sanniti e i Lucani: Plinio Panno vera fra le Irpine: Orazio, Sai. II,1 v. 3 4 dice.

. sequor hunc Lucanus an Appulus ances,

Nam Venusinus arat finem sub citrumque colonus.

Il Guicciardini, VI e altrove, l'appella ognora città di Puglia; Micali IV,1 la pone tra quelle di confine dalla Puglia alla Lucania, ma nel N,15 la dice anch'egli città di Puglia; e pure il Giannone 1,4 li,3 la conta tra le maggiori città della Puglia. Vèdi le vicende di Venosa ap. 112 nota 1..

355 È rammentata insieme a Venosa tra le città di Puglia: Giannone 11,3 IV,10; Micali 11,27, III,10, IV,11; Vannucci I,14. Vedi poi quel che di essa è detto a pag. 107, il. 1.

356 Taluni scrittori, e tra gli altri Acrone antico commentatore di Orazio, annoverano anch’essa tra le città di Puglia: altri del Sannio; nissuno l'attribuisce mai alla Lucania: vedi gli infortuni di Banzi a pag. 125 nota 7.

357 Acrone sopracitato, Cluverio ed altri inchiudono Ferento e MiIonia tra le città del Sannio; non v'ha cenno vi governassero mai i Lucani. Vedi a pagina 109 nota 1, pagina 110 nota 1 e pagina 180 nota 4.

358 Orazio od. III ,4..

359 Giannone 1,3. La Puglia insieme a Salerno, alla Bruzia od alla Lucania compongano la terza delle undici regioni in cui Augusto divise l'Italia.

360 Giannone 1,5. Adriano fece della Puglia e Calabria una delle diciasette regioni nelle quali spartì la penisola.

361 Costantino alla sua volta mantenne la partizione di Adriano, la quale, com’avverte il Giannone IL 1, durò fino a tempi di Longino.

362 Confermò la suddivisione di Costantino e di Adriano: Giannone III,2.

363 Anco l’Amari St. de’ Mussulmani, annovera Montepeloso tra le città di Puglia e non della Lucania.

364 Dai tempi di Federigo II e per più secoli leggevasi in Melfi quest’iscrizione, ove è notevole che non si attribuisca la città alla Lucania ma alla Puglia.

Vetustas me destruxit, Federicus me reparavit,

Melphis nobilis Apuliae civilas, Muris vallata lapideis.

Aeris salubritate, populorum frequentia,

Agrorum ubertate Celebris,

Arcem hàbet precipit rupi innixam,

Normannorum opus admìrabile.

Anco il Sismondi, I 4, e altrove, la dice città di Puglia. L’istoria di Melfi noi già narrammo compendiosamente a pag. 118 e seg.

365 Giannone IV,6; Amari v. 1, I,8.

366 Amari v. 1,11,6.

367 Giannone XVII; Amari v. 1, II, 11.

368 Giannone VII.

369 Ibid. VIII.

370 Amari v. 1,11,8.

371 Ibidem.

372 Ibidem.

373 Giannone VIII, XI.

374 Amari v. 1, II, 11.

375 Ibidem.

376 ibidem.

377 Il Giannone, istorico sì diligente, enumerando, lib. X, le provincie da essi conquistate tace della Lucania; ché ella era spartita tra la Puglia, la Calabria e la regione Salernitana.

378 Leggesi nel Giannone lib. XVII cap. 4. «Donde questa provincia pigliasse il nome di Basilicata ed in qual tempo, non ben seppero i nostri scrittori rintracciarlo. Ma sarà molto facile rinvenirlo, se si porrà mente a ciò che nel fine del X secolo avvenne a queste nostre provincie, per le tante spedizioni e conquiste fattevi da greci; i quali siccome per un nuovo magistrato introdotto da essi in Puglia, detto Catapano, diedero nome ad una gran parte della medesima, detta ora perciò Capitanata; così ne’ tempi di Basilio imperador greco, o di qualche suo capitano che ebbe il medesimo nome, acquistò questa paste di Lucania nome di Basilicata.» A noi paiono tutt’altro che remosse le dubbiezze da questa conclusione che non esce dall’ipotetico: ed havvi anzi di che dirla un pò ( 1 ) strana. Invece il Pontano, de Bello Neap. Il, ammettendo che Basilicata così si chiamasse ain da tempi de’ Greci, pure dell’origine del nome dice « jure anceps est, ac dubium.» Più notevole che mentre s’attribuisce all’imp. Basilio od a capitani suoi omonimi il battesimo di Basilicata, alla regione nostra, nessun istorico l’appelli con tal nome ne’ tempi de’ greci; persino il Giannone non si vale di esso che dai tempi degli Svevi e degli Angioini; posteriori di quasi tre secoli a’ Greci!

379 Giannone IX; Sismondi I. 4: il primo conte fu il normanno Drogone. Vedi a pag. 112 nota 1.

380 Giannone IX: il primo conte fu Gaufredo genero di Tancredi d Altavilla: vedi a pag. 184 nota 1.

381 Giannone IX; Sismondi I,4: Arnolino normanno ne fu il primo conte: vedi a pag. 130 nota 3.

382 Giannone IX; Sismondi I,4: il primo suo conte fu il normanno Asclittino: vedi a pag. 107 nota 1.

383 Giannone IX; Sismondi I,4: l’ebbe con il titolo di conte il normanno Tristaino: v. a pag. 183 nota 2.

384 Giannone IX: e v. a pag. 118 112.: quel balzano ingegno dell’Ariosto fa dire da Andronica, donna di Logistilla, profetando circa Melfi e Andrea Doria che poi ne fu feudatario

Questi ed ogni altro che la patria tenta

Di libera far serva, si arrossisca;

Nè dove il nome di Andrea Doria senta

Di levar gli occhi in viso d’uom ardisca.

Veggio Carlo che il premio gli augumenta;

Ch’oltre quel che in comun vuol che fruisca

Gli dà la ricca terra ch'ai Normandi

Sarà principio a fargli in Puglia grandi.

Canto 15».

385 Giannone IX. Il reame de’ normanni venne meno con la imperatrice Costanza il 1198, sessantotto anni dopo che Ruggiero erasi cinto della corona di Puglia e di Sicilia: ibid, XIV; nondimeno anco a’ tempi degli Svevi e degli Angioini dicevasi reame di Puglia, non di Napoli: ibid. XIX e XX.

386 Giannone XXI, XXIII, XXIV, XXV, XXII, XXIV.

387 V. p. 184 n. 2.

388 V. p,138 n. 10.

389 1 V. p. 169 n. 2

390 V. p. 115 n. 1.

391 V. p. 106 n. 1.

392 Giannone XXIV.

393 V. p. 78 n 2.

394 V. p. 112 n. 1.

395 V. p. 132 n. 1.

396 Giann. XXIII, XXIV.

397 V. p. 105 n. 1.

398 V. p. 174 n 1.

399 V. p. 124 n. 1.

400 V. p. 74 n. 1.

401 Io l'ho dal ch. Racioppi il quale me ne ha dato la notizia citando la descrizione del Reame di D'Eugenio e Beltrano, 1650.

402 Micali I,20.

403 Vedi intorno a Banzi a pag. 125 nota 7.

404 Venne costruita da una colonia di Crotoniati; intorno a che son concordi gli storici: Plinio III,5; Vannucci III. 3; Micali 1,19. Invece sorgono dubbi sul luogo ov'ella fosse. Secondo Strabone VI e Livio XII,2 era poco lungi dai confini della Lucania e sul fiume Acheronter secondo altri sul colle ove ora è la cattedrale Anglona a sette migliar da Eraclea: e dove sepolcri e ruderi additerebbero aver colà vissuto una numerosa gente; da ultimo v’ ba perfino chi pensa ella sorgesse laddove ora è Strongoli. Ma delle tre versioni la più riputata e autorevole è quella di Strabone e di Livio. Cert’è del pari che Pandosia validissima di mura e dapprima capitale dell’Enotria: Strabone ibid: fu anco di poi una delle più illustri città di quelle contrade. Un tempo alleata di Crotone contro Locri: Micali III,8: la quale trionfò poi degli alleati. Quinci il territorio di Pandosia venne invaso da Alessandro re di Epiro, il quale vi perì, siccome narrano Strabone VI e il Micali ibidem, nel fiume Acheronte; l’acque n’avrebbero poi recato il cadavere fin sotto le mura di Pandosia, ove fu barbaramente lacerato. Più avventuroso il re Pirro, vinse tra Pandosia ed Eraclea la memorabile battaglia in cui i Romani per la prima volta e sperimentarono la furia degli elefanti: Plutarco Pirro.

405 S’hanno gran dubbiezze intorno a nomi di Cona e di Siri; so fossero due città od una sola la quale costrutta dai Coni, come dicemmo a pag. 160 nota 1, avesse da essi il nome di Conia, e di poi quel di Siri dal fiume di questo nome. La boria greca, attribuendosi le origini delle città e nazioni italiche, attribuì pure a’ vincitori de’ Troiani la edificazione di Conia 0 Siri: Strabone VI: al che risponde' così sagacemente lo storico Micali,1,20. Certo ch’era sul fiume Siri, a cui tolse 0 diede il nome; la feracità del qual. territorio è attestata da Archiloco, ap. Ateneo Xll,5 e Micali 1,19, con questi versi:

Non amenus ille locus est nec optabilis

Nec amabilis ut is quem Siris

Amnis circumfluit.

Cert’è del pari che la città di Siri 0 Conia fu capitale della regione di questo come, prima distretto dell’Enotria, quinci una della otto parti in cui si divise la Magna Grecia: Vannucci I,4; Strabone VI; Virgilio Aen. Ili,402; Apollodoro ap. Strabone passim. Narrano poi gli istorici come la repubblica di Siri sprofondasse nelle mollezze, da non la cedere nemmeno ai Sibariti: Micali III,8. Le mossero guerra i Metapontini, i Grotoniati ed i Sibariti, ed agevolmente espugnandola vi fecero orrenda strage: Micali ibid.; Vannucci III,3. Costruita che fu Turio li suoi abitanti si impadronirono di Siri: Micali ibid] onde i Tarantini mossero guerra a Turio e di poi seco lei s’accordarono, riconoscendosi a 'vicenda il diritto di colonizzare la deboi Siri: Antioco ap. Strabone VI: e vedi la nota a pag. 156. Una colonia di Tarantini sembra edificasse poco dopo, Eraclea, dove s'accolsero poi gli antichi abitatori di Siri, ed i suoi invasori; onde non fu più memoria di quella città, la cui regione prese allora nome da Eraclea, e Siri ne divenne per così dire il porto e l’arsenale: Strabone VI; e v. a pag. 23 nota 1. ne’ dintorni di Bollita, ove taluno anco vorrebbe sorgesse la città di Siri, si scuoprirono rottami e segni di un’ampia città; grandezza a cui fa oggi riscontro l’umiltà di Bollita; la quale nell’età nostra fu feudo dei Crivelli è. patria del letterato Francesco Giampietro. Né altro ci fu dato saperne.

406 Vedi quel ch'è detto di Metaponto a pag. 22 nota 1, s Di Petilia vedi a pag. 151 nota 1.

407 Intorno Grumento vedi a pag. 75 nota 1 e pag. 105 nota 1.

408 Giannone I,1.

409 Giannone II,3. V. poi ciò che di Venosa è detto a p. 112 n. 1.

410 Giannone II,3.

411 Ibidem.

412 A titol d’esempio Ottaviano, Correttore della regione, nel 319 siedè a Reggio; Artemio nel 364 a Salerno: Giannone II,3 e 8.

413 Giannone IV.

414 Vedi a p. 118 n. 2, p. 162 n. 5, p. 164 n. 6.

415 Giannone XXIV.

416 V. a p. 110 n. 3.

417 Plinio III, 2 nel nome di Potentini lascierebbe credere che s’intendessero pure gli abitanti di Ulcejo, di Grumento e di Banzi.

418 V. nota 1 a pag. 106 e il § XX.

419 Scrive il Giannone XXVI. «Il viceré elesse a preside di Basilicata il conte di Chiaromonte assegnandogli per luogo di residenza Stigliano: ma non vi dimorò lungo tempo: onde la sede de’ presidi di questa provincia essendosi trasportata or in un luogo or to un altro, fu poi trasferita a Matera, dove ancor dura.» Stigliano ne’ tempi della feudalità ebbe titolo di principato: nel secolo XVI fu dei Caraffa: Giannone XXII: e per breve ora dei Chiaromonte. Nel tremuoto del 1694 disparve: la riedificarono i cittadini con prestezza meravigliosa. Vedremo nel IH libro come la plebe sua volgendo il 61 rumoreggiasse, invitando i banditi a invaderla: il che avvenne.

420 Narra il Giannone, XXIV, come re Ladislao investisse della contea di Tolve Attendolo Sforza. Ella fu poi, innanzi il 1663, la sede del tribunale della Regia Udienza e del Preside, specie di magistrato tra il giudiziario e il militare, il quale governava l’intiera regione.

421 Vedi a pag. 110 nota 3.

422 A riprova dell’umiltà in cui ne’ secoli andati giaceva Potenza, per cui ella non primeggiò mai tra le città della Lucania in sino all’età nostra, basti che a quattro chilometri da essa, anzi da essa togliendosi per l’umil terra di Pignola vi fermò sua stanza, prima del 1663, il tribunale della regia Udienza e il Preside: onde quella fu così, a preferenza del vicino luogo, la capitale della vasta regione. E quando cessò d esserlo nel 1663 fu per recarne la capitale non alla vicina Potenza, sibbene a Matera allora di Terra d’Otranto e distaccatane per metterla a capo della regione, quasi ella non avesse città alcuna, ’da ciò. Ebbe Pignola sei vittime nel tremuoto del 1857.

423 V. p. 106 n. 1 e p. 165.

424 V. p. 110 n. 3.

425 Tal è il modo con cui il governo borbonico negli atti ufficiali battezzava la Basilicata. Leggesi infatti nella relazione sul viaggio che Ferdinando Il vi fece il 1851,'nell’occasione del tremuoto, ed inserita negli Annali Civili fase. CXII «chi potrebbe non ammirare, un principe il quale affrontando i disagi di inospiti luoghi.... giunge improvviso ec. ec.» E l’Intendente di Basilicata, scrivendo addì 22 settembre 1851 alle autorità che ne dipendevano «,S. M. nulla curando i disagi di un lungo e penoso viaggio e le privazioni vhe una terra isterilita di ogni risorsa dal flagello distruttore presenta a chiunque voglia abitarla per poco (e qui ne riferiremo il seguito a edificazione de’ lettori) tutto compreso da quella viva ardenza di amore e di sentita cristiana carità per i suoi amatissimi sudditi, degnavasi conferirsi di persona in quei luoghi.... E come sufficiente diga alle sue paterne cure non fosse lo smisurato bisogno di que’ paesi per rinfrancarli dalle tristissime conseguenze del tremuoto volle eziandio novelli benefizi largire sulle suppliche a lui umiliate da taluni privati, i cui atti sovrani con particolare piacere m’ affretto a publicare.» E furono liberati dal carcere i prevenuti!: condono di ferri a un omicida!: della reclusione a un complice d’omicidio, a briganti, a un falsario, e a due ladri!! niuna grazia a’ carcerati per amor di libertà. Li rescritti hanno la data del 16 e 18 settembre 51: non par vero si giungesse a tanto!

426 E sono quelle di Alessandria, di Cuneo, di Firenze, di Genova, di Milano, di Napoli, di Novara, di Palermo, di Salerno, di Bari, di «Caserta, di Torino, di Perugia.

427 Quel di Matera, il più vasto della provincia, conta da 3017 chil. quadri; e vien dopo l’altro di Lagonegro con 2811: e quel di Potenza con 2566: ultimo il Melfese, il quale nondimeno s’allarga sovra:, ben 2280 chil. quadri.

428 V. p. no n. 3.

429 V. p. 87 n 2.

430 V. p 106 n. 1.

431 V. p. 127 n. 16.

432 V. p. 118 n. 2, p. 162 n. 5, p. 164 n. 6.

433 i V. p. 87 n. 2. 4.

434 V. p. 108 n. 1.

435 V. p. 107 n. 1.

436 V. p. 110 n. 2.

437 V. p. 105 n. 2.

438 V. p. 64 n. 1,124 n. 1.

439 Narrasi che Brienza sia costrutta ne’ dintorni di Acerronia città remotissima, ma di niun conto nelle istorie, la quale avrebbe lasciato il nome alla contrada ch'ora è detta Cerrona; Vannucci I,4. A’ tempi dei normanni Brienza era appellata Burgentia. Nel secolo XV fu contea de’ Caracciolo, uno de’ quali da Ferdinando I d’Aragona venne sollevato a dignità di Gran Cancelliere. Diè i natali nel XVIII. a Mario Pagano, di cui menano gli abitanti un giusto vanto, sebbene non gli abbiano mai elevato un qualsiasi monumento che n’eterni la memoria E sì che li monumenti sono le pagine del sol libro nel quale il volgo possa leggere l’istoria de’ grandi che furono: e reliquie di quella religione ch'è la sola vera, degli esempi e delle virtù civili. Nel tremuoto del 57 sobbissò mezza: da cencinquantuno furono gli schiacciati tra le macerie, innumerevoli i feriti.

440 Antica terra fu Armento 'sicché ebbe poi titolo di città: sovvenne Guglielmo II di molti crociati per la guerra di Terrasanta e n’ebbe in ricambio vari privilegi che via via la qualità civile sbandì o furono posti in dimenticanza. Molti de’ suoi edifici minarono nel tremuoto del 1857, togliendo la vita a trentuno de’ loro abitanti. Non v’ha memoria di altre o liete o dolorose vicende.

441 Ignota è l’origine di Baragiano: anco il nome taluno vuole. l'avesse da Ara Iani: altri ricordano che i Normanni solevano dirla Baresanum. Nel volgere della feudalità ella fu dei Desandro, degli Alagno, dei Caracciolo, degli Arcello: né altro, di essa, mi fu dato rinvenire.

442 Credesi ella sia l’antica Balabo.

443 V. p. 131 n. 7.

444 V. p. 135 n. 4.

445 V. p. 110 n. 3.

446 Narrasi che a tempi degli Angioini avesse Corleto una forte rocca, ove si rifugiassero gli insorti in favor di Corradino, e a loro 'scampo, dopo la pietosa sua fine: ma al sopraggiungere dell’esercito di Carlo d’Angiò, que’ del luogo, ignominiosamente mettessero le mani addosso a centosei di que’ rifugiati, e inermi li recassero a’ nemici: i quali n’appiccarono cento e tre: li Ire superstiti, ch'erano de’ più notabili, furono inviati a Melfi e colà precipitati dall’alto dì una torre: Giannone ed ogni altro storico di quell’età. Il tremuoto del 57 ruinò in Corleto più edifici, e tolse dodici viventi. Fu nel 1860 il centro della egregia rivolta che la regione, anco innanzi sbarcasse nel continente il Garibaldi, compiè e sola contro gli sgherri del Borbone, siccome è narrato dal Racioppi nella Istoria de moti di Basilicata e delle provincie contermini nel 1860, altrove citata, e ch'è a giudizio nostro uno de’ più eleganti e de’ più profondi libri che sieno venuti in, luce in questi tempi.

447 Tra i paesi cui il suolo non diè mai requie fu Tito: a tacere de’ terremoti di età antiche, valga che nel 1694 si sfiancò mezzo: risorto, giacque pure in gran parte nel febbraio del 1826: e poi di nuovo rieostrutto, crollò con tal precipizio nel 1857 che ben duecensessanta abitatori perirono sott’i macigni: oltre un centinaio i mutilati nelle membra.

448 Gli tremò sotto la terra nel 1826: più furiosamente la notte del 16 Dic. 1857 onde nabissarono molti de’ suoi edifici, seppellendo un centinaio di creature; ed anch’oggi è un mucchio di rottami.

449 ( ) Guardia fu poco meno che distrutta nell’orrendo tremuoto del 1857: da novanta de’ suoi abitanti v’ebbero sepoltura: ne' dintorni si riconobbero poi immani e profonde fenditure, onde quà e la il piano si mutò in precipizi.

450 Gravi danni ebbe Picerno dal tremuoto del 1826: sotto le ruine di quel del 1857 perirono ventisei de’ suoi cittadini.

451 Nel vorticoso sconvolgimento di quell’anno anche in Spinoso rovinarono molti edifici, schiacciando tra le ruine da cinquanta e più. misere creature.

452 La furia del tremuoto del 1857 fu l'ora estrema di sedici abitanti di Gallicchio, quattordici di Missanello; quattro soli, più lieve tributo, le offerì il comunello di Sasso.

453 2 V. p. 75 n. 1 e p. 105 n. 1.

454 V. p. 74 n. 1.

455 V. p. 73 n. 1.

456 V. p. 75 n. 2.

457 V. p. 125 n. 6, 7.

458 V. p. 87 n. 4.

459 V. p. 110 n. 3.

460 V. p. 166 n 3

461 V. p. 64 n. 1

462 V. p. 89 n. 3.

463 V. p. 129 n. 4.

464 V. p. 64 n. 2.

465 V. p. 89 n. 1.

466 V. p. 88 n. 1.

467 V. p. 88 n. 2.

468 V. p. 89 n. 6.

469 6 V. p. 131 n. 2.

470 V. p. 135 n. 10.

471 V. p. 132 n. 2.

472 Sembra che Castelluccio inferiore sia costruita la dove sorgeva la Tebe Lucana, antichissima città che vuoisi edificata dagli Osci e distrutta in età sì remota che a’ tempi di Catone il Censore ne rimanea appena memoria. Credesi l'estrema ora le giungesse per mano dei Tarantini, e forse nel 429 di Roma, quand'essi, forti dell'aiuto di Alessandro re d'Epiro, espugnarono varie città della contrada, siccome leggesi in Tito Livio tib. VIII. Plinio istoria naturale ne fa ricordo. Cert'è che ne' dintorni di Castelluccio si rinvennero monete, iddii, vasi, urne e sepolcri, reputati dell'antica Tebe, seppur non siano di Nerulo, altra città disfatta io que' dintorni. A' tempi degli aragonesi in Castelluccio nacque Giovanni Albino familiare e consigliere di re Ferdinando I, e segretario di Alfonso duca di Calabria: poi perseguitato da Carlo Vili e nel 1495 dichiarato ribelle con la confisca de' beni, per aver parteggiato in pro di Ferdinando 11. Fu uomo insigne, gran teologo, scaltro diplomatico e storico di vaglia, del quale ci rimangono i commentari De gestis Regum Neapolitanorum ab Aragonia. Chies'io ad uno del sito, dell'Albino: ei mi rispose di non avere mai saputo fosse vissuto: del che mostratone stupore, e dettogli essere pure ricordato nelle storie di Angelo di Costanzo, del Sannazzaro, del Giannone e del Porzio passim ei sostenne non essere certo di quel luogo: così ignorerebbe dai nepoti perfino il nome de' pochi grandi che splenderono tra la barbarie del sito. Nondimeno e' ci conviene manifestare un dubbio a cui potrebbe dar ragione la frequente omonomia de' municipi del mezzodì, che l'Albino avesse la luce in qualch'altro de' paesi omonimi a quello di cui discorriamo: né avemmo modo di chiarirlo. Narra poi il Giannone lib. XXII, che nel secolo XVI in Castelluccio o Castelluccia? — apparissero sintomi di Luteranismo.

473 Leggesi nel Vannucci I,4 che la dove oggi è Rotonda, sorgesse l'antica Nerulo, dai Romani tolta ai Lucani nel 436 di R. secondo narrano Tito Livio IX,20 e Micali III,10. v. nota antecedente.

474 Ell'è tra paesi che, nella dieta di Melfi, furono dai normanni elevati a contea: Sismondi I,4. Il primo conte fu Rodolfo di Babena. Nel vorticoso tremuoto del 1857 ebbe novantasei abitanti schiacciati dalle macerie.

475 Poche città a pari di Lagonegro resisterono all'urto de’ tremuoti: terribile e di molti danni solo quei del 1837: lievi invece gli altri del 10 giugno 1852 e 4 giugno 1853: e poi quello del 16 Dic. 1857 in cui i fiotti della sconvolta natura appena commossero quella immobile terra: impercettibili i tremiti che via via seguirono il 6, il 7 marzo del 1858.

476 Altrove dicemmo delle vette del Carmine: vedi a pag. 133 nota 8: e come il Vulture che tramezza il Potentino e il Melfese sino dagli antichi fosse detto di Puglia: v. pag. 161: diremo qui com’ei fosse un terribile vulcano mugghiante, il più di soventi, ad una voce con il Vesuvio e il Mongibello: Micali 1,18: Tata Lettera sul Monte Vulture. Le lave che anch’oggi ne ricuoprono i fianchi n’additano la violenza; le sue ceneri apparvero sino a’ confini orientali degli Irpini, sul monte di Camporeale: Vannucci l,1. Del Vulture parlarono, oltre Orazio, Lucano e Livio. Melfi, Rapolla, Barile, Rionero, Arella città che l’attorniano seggono sovra strati vulcanici. Si eleva quasi. otto mila piedi sul livello del mare.

477 L’antica Iapigia, di poi Puglia della quale è parte il Melfese, è detta dal Sallustio Italia plana oc mo t Ha; vedi fragm. ap. Serv. Ili,822. La Puglia fu ognora lodata per la copia dei grani, vigorosi destrieri e le molli lane: Strabone VI; Micali l,18; Polidio III,88. Orazio III, od 16,26 a indicare come il Pugliese fosse laborioso e lesto lo chiamò impiger Appulus. Scemò la singolare prosperità sua, secondoché narrarono Strabone VI e il Micali 1,18» con la dominazione de’ Romani.

478 Vedi a pag. 112 nota 1.

479 Vedi a pag. 110 nota 1.

480 Vuolsi che Muro sia l’antica Numistrona: Vannucci 1,4: celebre nell’istoria per la battaglia seguila ne’ suoi dintorni tra Annibale e Marcello il 844, nella quale il gran cartaginese fu vinto: Plutarco Marcello] Livio XXVII 1-3,13,14: e fosse costruita fino dai tempi de’ Lucani: più iscrizioni sepolcrali, che vi si rinvennero, mostrerebbero come illustri famiglie di Roma si recassero colà a fruire del mite aere o a diporto. Altri dissero che Muro fosse edificata dai Saraceni Del secolo IX; cert’è che da allora fu Diocesi, secondo narra il Giannone lib. Vili: onde sarebbe a credere ell’avesse più antica origine. Fu poi feudo dei Durazzani innanzi che Andrea di Ungheria, sposo della regina Giovanna, nel 1348 venisse, d’ordine suo, ucciso: Sismondi III,8; Villani XII c. 80. Onde Lodovico d’Ungheria, fratello dell’estinto principe, giurando vendetta contro la scellerata regina, prima discese ei stesso ai danni suoi: v. la nota a pag. 121: di poi le lanciò contro il figliuolo Carlo di Durazzo; il quale giunto nel reame, coronatosi re, e fatta prigione la regina Giovanna, per consiglio del genitore, la rinchiuse nel castello di Muro, ove perì soffocata sotto di un piumaccio nel 1382: Costanzo Vili; Giannone XXIII 5; Sismondi IV,1. Tra gli altri suoi feudatari furono gli Orsini. Poggia sul ciglio di una montagna la quale dischiude un, abisso di singolare orridezza: colà gittansi anch’oggi, con orribile strazio, li defunti. Vedi il libro II.

481 Credesi che Milonia venisse costrutta la dove oggi è Montemilone, la quale così avrebbe parte dell’antico nome, e fosse città Sannita: altri la dissero de’ Marsi: Vannucci 1,4: il Cluverio Ital. ant. II,18, pur reputandola dei Sanniti, confessò di non sapere dove fosse: il Romanelli credè invece sorgesse a tre miglia da Opi, dalla parte di oriente, città fra i Peligni ed i Sanniti. Ma un’altra versione vorrebbe che Milonia fosse la odierna Miglionico: vedi a pag. 109 nota 1. Tra tanti dispareri, a’ quali non monta arrestarci, cert’è che nel 481 di Roma Milonia venne alle mani de’ Marsi, cui era stata tolta dai Romani: e nel 453 fu da essi ripresa: Livio X,3; Micali IV,11. Ma perdutala di nuovo, e caduta in potere de’ Sanniti, nel 460 la riebbe il console Lucio Postumio Megello con gran spargimento di sangue: Micali IV,11; Livio X. 24. Sino dal secolo decimo fu diocesi; da reputarla fin d’allora cospicua Quando Corredino invase nel XIII il reame. mantenendosi ella ferma nella devozione a Carlo d’Angiò, fu invasa dai Venosini, ch'erangli insorti, e messa, non meno di Lavello, a ferro ed a fuoco: la prigionia e morte del misero Svevo, la vendicò. Gli Storici.

482 Sembra che Palazzo avesse origine da quando, distrutta Banzi per mano de' Saraceni, ne furono dispersi gli abitanti: Micali St degli antichi popoli italiani: e fosse costruita nelle vicinanze della fons Bandusia cantata da Orazio, Ode XII,3: e vedi pag. 125 nota 7., Nel suo castello dimorò più giorni e infermo il re Manfredi.. Quinci fu principato dei San Gervasio, che da esso ebbero il nome. È de’ paesi della regione che più scamparono alle mine de’ tremuoti: da quelli del 81 e del 87, così fatali al Melfese, non fu tocco.

483 V. p. 111 n. 1.

484 V. p. 130 n.

485 V. p. 133 n 8.

486 Di antichissima e incerta origine è Rapolla: fioriva a’ tempi dei Longobardi che vi edificarono il tempio, distrutto nel secolo nostro: cert’è parimenti, ch'ella fu diocesi fino dal X: sicché avverte il Giannone VIII, avere suscitato sorpresa tra i congregati al concilio Lateranense del 1179, Tesservi mancato il vescovo di Rapolla. Nel 1183 venuti i cittadini suoi a contrasti co’ Melfitani, essi piombarono addosso la città e la distrussero «At cum deinceps Rapullani cum Melphiensibus de gloria certarent, Melphienses Rapollam dextruxerunt anno domini 1183» dice l’Ugbello Ital. sac. I. Narrasi poi che nel secolo XIII, morto Corrado, ella parteggiasse contro Manfredi, il quale la prese d’assalto e di nuovo la distrusse: Giannone XVIII. Vedremo nel lib. Il come cessasse di esser la sede di un vescovo. Nel secolo nostro l’irrequietezza del suolo e la tristizia degli uomini doveano riuscirle ugualmente fatali. Nel 1881, sebbene i danni ch’ebbe dal tremuoto non giungessero a que’ di Rionero e di Melfi e di Barile, vi si schiantò dal suolo la cattedrale, il vescovado e il palazzo degli antichi baroni: da trentasette perirono sotto quelle ruine, oltre a. cinquanta e più feriti. Nel 56 fu né’ suoi dintorni coperto il meraviglioso mausoleo di cui dicemmo a pag. 26 nota 1. Dal tremuoto «dei 1857 Rapolla non fu tocca. Ventura ch’ella scontò nel 1860 quando «fu invasa da’ banditi, come diremo nel III libro.

487 Vedi a pag. 127 nota 15.

488 Vedi a pag. 118 nota 2, p. 162 n 5, p. 164 n. 6.

489 Vedi a pag. 106 nota 1.

490 Vogliono taluni che Montepeloso sia costrutta la dove fu l’antica Irsi: altri nelle vicinanze sue: a’ quali più s'accosta 1’esservi i ruderi di un’antica rocca, e sepolcreti e utensili vari che si paiono da attribuire a quella vetusta città. Per quanto poi altre vantino esser state la cuna di Luca Protospatario, celebre cronacista del seeol XI, il più degli storici lo dicono di Montepeloso. Ne' suoi dintorni, giunti fra tante loro scorrerie i Mussulmani, fu nel 1011 combattuta aspra battaglia, dove essi ebbero la peggio: Amari SI. dei Mussulmani t. 2, IV,7: Luca Protospatario Cronaca a 1011. Venuta poi insieme al resto della regione alle mani de' Normanni, Montepeloso nella dieta di Melfi fu dichiarata Contea, e l'ebbe pel primo Tristaino: Giannone IX: e Sismondi I,4. Goffredo cavalier Normanno, perseguitato da Roberto Guiscardo contro cui avea volte le armi, scampò nella fortezza di Montepeloso. Alla quale avendo quel duca posto l'assedio, gli si opposero i cittadini con tal valore, che gli fu giuoco forza ritrarsi:’ Protospatario Cronaca a. 1068. Nel 1202 cadde la città in potere di Gualtieri conte di Brienna, e gli fu devota sinché. ei perì per mano di Diopoldo condottiero tedesco; indarno poi il Sanseverino contee di Tricarico pretese insignorirsene, dopo ch'ebbe inanellata la vedova di Gualtieri, Albiria. Sulla rupe ov'è posta Montepeloso, attorno piani di incantevole feracità, non la raggiunse mai la furia de' tremuoti.

491 Narrano gli storici, Amari St. dei Mussulmani t. 2, lib. IV,7 e Luca Protospatario Cronaca e Anonimo di Bari a. 1003, come nel marzo del sopradetto anno un onda di Mussulmani piombati da Taranto stringessero di assedio Montescaglioso: la quale dovè al valore de’ cittadini se scampò da tanto infortunio. Più avventurosi i Normanni vi penetrarono nel 1041: onde poi ella toccò a Gaufredo genero di Tancredi d'Altavilla; Giannone IX. Fra i conti che via via a quello succederono fu Rodolfo Maccabeo genero del duca Ruggiero. Nel testamento poi di Federigo II imperatore, leggesi che la contea di Montescaglioso fu lasciata, tra ('altre, al figliuolo Manfredi: Giannone XVII: cui la tolse il fratello Corrado, per concederla al marchese Bertoldo: Giannone XVIII.

492 É Tricarico una delle più antiche città della regione: cospicua nel dominio de' greci, ne furono scacciati da’ Normanni, i quali la sollevarono a contea. Narrasi che nel 1081 vi facesse solenne entrata il duca Roberto. Secondo le varie fortune di que' tempi procellosi, ebbe a conte, nel regno di Ruggiero, un Ruggiero di Lauro: quindi un Giacomo, e poi un Ruggiero da Sanseverino: il quale nel 1160, insieme a più baroni, levò lo stendardo della rivolta contro Maione governatore di Puglia pel re Guglielmo: Giannone Vili e XII. Un altro dei Sanseverino, di nome Giacomo, nel 1204, insieme a Gualtieri conte di Brienna il quale s'era accinto alla conquista del reame, pose l'assedio a Terracina di Salerno, città di cui non v'ha più vestigia, e se n' impadronì: nel seguito poi della guerra, da Diopoldo condottiero tedesco essendo ucciso il conte di Brienza, il Sanseverino ne sposò la moglie Albiria: a. 1205: Giannone XV. Tra le contee ornai indipendenti e da Federigo imperatore, ne’ primi anni del regno suo, sottomesse all’autorità reale fu Tricarico: arrestandone nel 1222 il conte, accusato di essersi sottratto al tributo di armi e di militi che ei dovea, come ogni altro de’ baroni, per la guerra contro i Saraceni di Sicilia: sicché da quel dì fu abbattuta la potenza feudale del conte di Tricarico; Sismondi I,15. La quale fu di poi fra le contee lasciate dall’imperatore Federigo 11 al figliuolo Manfredi principe di Taranto, poscia Re: veggasi intorno ciò, il notevole testamento di quell’imperatore riportato nel genuino testo latino dal Gianaone nel chiudere del libro XVII. Narra egli parimenti come Manfredi fosse spogliato di quella contea da Corrado fratello primogenito, e successore di Federigo: quinci la riavesse per investitura del Pontefice nel 1254 morto che fu Corrado imperatore: ibidem XVII (. Volgendo il 1382, il conte di Tricarico fu tra’ baroni che si ribellarono a Carlo di Durazzo in favore di Luigi di Angiò sceso in Italia a vendicare alla sua volta l’assassinio della regina Giovanna: Giannone XXIV, c. 1; Sismondi IV,3. ne’ tempi di Re Ladislao, Tricarico venne poi alle mani, insieme ad altri luoghi, del romagnolo Attendolo Sforza: uomo di antica tempra in tempi corrottissimi, il quale ne fu riconosciuto conte. Quando poi alla feudalità furono tolti per così dire gli artigli, riducendola a un lucro di pecunia e nulla più, Tricarico fu principato, e prima del duca di Candia, un figliuolo di Rodrigo Borgia, Alessandro VI Pontefice: Sismondi VI,11: poi dei Bisignano, quinci de’ Revertera, ch'erano pure duchi di Salandra.

493 Vedi a pag. 109 nota 1.

494 Vedi a pag. 127 nota 14.

495 Vuolsi che Bernalda sia costrutta la dove sorgeva l’antica Cainarda, della quale o d’altra città v’hanno ruderi: cosi le civiltà sovrapponendo in quella singolare regione non pure genti a genti, religioni a religioni, costumanze a costumanze, ma persino città a città. ne’ tempi della inerme feudalità fu duchea. Nel 1806 venne alle mani de’ francesi, guidati dal generale Duchesne. È tra le rare città costruite in pianura, ad ampie vie e rettilinee, in quella distesa ch'è lambita dal Ionio.

496 Vedi a pag. 131 nota 2.

497 Racioppi Di una rete stradale nella Basilicata.

498 Avevamo già disteso quest'operetta quando ci avvenne di leggere nella citata scrittura del Racioppi, quasi a conferma de' giudizi nostri Cert’è che tra la parte boreale e l’australe della Basilicata» in grazia o disgràzia della mostruosa estensione sua, esiste un» dualismo d’interessi, di bisogni, di tendenze diverse, satisfatta e favorita esclusivamente delle due l’una: l'altra no.»

499 D a’ tempi i più remoti l’Italia fu, più ch’altra parte di mondo, gremita di città. L’antica geografia, non meno dell'odierna ne annovera infinite. Secondo Eliano (Ver. hist IX,16) fu un’età in cui se ne contarono da 1107: tra le quali pensa però il Micali (It. av. U_ Dominio de' Rom. vol. f,2. ) si comprendessero anco le terre più ragguardevoli..

500 Tutta la Puglia ne' tempi antistorici era coperta dal mare fino alle falde del Vulture, e per uno sbocco dell'Adriatico sembra ella formasse un gran golfo circoscritto solo dagli Appennini: onde quà e la scavando il suolo si rinvennero testacei e crostacei: Vannucci I,4: e sabbie e conchiglie marine, sin dentro le radici di que' monti; v. il Giovane Notizie geologiche, il quale pensa che colmandosi il gran lago in. cui sorgeva il monte Serra degli Irpini, ('acque abbiano traboccato in Lucania ed in Capitanata. Cert'è opinione accreditatissima fra i geologi, che il Mediterraneo e l'Adriatico giungessero da ambi i lati sino alle falde degli Apennini, e via via ritirandosi, lasciassero per lunga età paludoso il suolo dove poi apparvero campi ubertosi: Vannucci 1,1,4; Micali I,2,18. Onde gli Osci nei tempi i più remoti vivessero sulle più erte creste e discendessero al piano via via che, sgombro dall’acque, divenne sicura dimora: Vannucci ibid. Per non dire della Sicilia in origine congiunta al continente e disgiuntane da una violenta irruzione del mare: intorno a che s’accorda la geologia con gli storici e scrittori i più antichi; v. Eschilo cit. da Strabone lib. VI; Sallustio framm. istoria cit. da Isidoro Orig. XIII,18; Virgilio III 413; Ovidio Metani. XV 290; Plinio nat. hist. III,14; Seneca Consolat. ad Marciami Valerio Fiacco I. 586; Diodoro siculo IV,85. Silio Italico XIV,2, e seg. dice che io «fretto nacque d’una terribile spaccatura della crosta, causa un terremuoto; opinione anco più verosimile di una invasione del mare: Vannucci I,1.

501 Offriamo qui in succinto, la somma de’ sacrifici che da ogni angolo dell'ampia regione si tributano a dare sangue alla singolare vita amministrativa ch’ella ha. Recheremo le cifre del 1866.

La sovvengono le comunità a titolo di ratizzi per opere publiche con 175,707.36

e pel mantenimento degli esposti con altre…………………………….….… 102,342.--

E le opere pie ad alimentare gli ospizi di cui diremo a suolo luogo..…..56,155.25

Ed ogni ordine di abitanti con una sovrimposta

al tributo sulla ricchezza mobile…………………………………………………….61,552.48

» » sui terreni……………………………………………………….….299,610.55

» » sui fabbricati…………………………………………….…………..72,194.60

Un insieme, a tacere di altre minori largizioni di…………………………. 767,562. 24

annui trequarti di milione; somma ben dammeno di quella che altrove è imposta a sorreggere l’amministrazione provinciale: ma chi non la direbbe maggiore del profitto che le singole parti della provincia oggi ne ritraggono? Anco a più larga riprova, moltiplicansi, per gli anni dal 1816 ad oggi, i sacrifici di un anno e loro si contrapponga la somma dei benefici che in tal periodo n'abbia conseguito la cosa publica. Né monta l’intrattenervisi di più.

502 V. p. 106 n. 1.

503 V. p. 118 n. 2, p. 162 n. 5, p. 164 n. 6.

504 V p. 1 0 n. 3.

505 V. p. 159 n. 5.

506 V. p. 160 n. 1.

507 V. p. 160 n. 3.

508 V. p. 23 n. 1.

509 V. p. 131 n. 2.

510 Colobraro fu l’uno de’ tanti feudi che nel Lagonegro sì aveano i Sanseverino principi di Salerno: poscia appartenne via via a’ Pignatelli, ai Comite, ai Caraffe; e ai Donnaperna, nello scadere della feudalità.

511 V. p. 23 n. 1, p. 160 n. 1 e p. 166 n 3.

512 V. p. 177 n. 10.

513 Nel tremuoto del 1857 Roccanova ebbe ottantatré abitanti schiacciati dalle ruine, oltre a membra innumerevoli infrante.

514 V. p. 166 n. 3.

515 V. p. 157 n. 2.

516 V. p. 135 n. 10.

517 V. p. 24 n. 1, p. 166 n. 3, p. 179 n. 1.

518 Vedi a pag. 128.

519 Regnando la regina Giovanna, Albano divenne feudo di quella gran casa che fu dei Sanseverino, ornai sparsi per tutta la regione: quinci cadde nelle mani degli Esars, poscia dei Parisi: ultimi i Ruggero che l’ebbero col titolo di duchea. Scamparono i suoi abitanti al tremuoto del 1857.

520 Il Basento prende origine dal piccolo lago di Vignola: il Bradano dal Lagopesole.

521 V. p. 133 n. 1.

522 V. p. 124 n. 1.

523 E basti che ogni anno dal Materano corrono alla regione, a scontare il privilegio di esserne parte, da quarantasei mila lire di ratizzi de municipi per le opere pubbliche: e ventinove altre a mantenere gli esposti: le opere pie offrono sedici migliaia. tributo loro a sostentarne gli ingloriosi ospizi: v. Lib. 11.; e da ultimo li censiti sovvengono l'amministrazione provinciale con un contributo di novantacinque mila sulla imposta dei terreni, di venti mila su quella dei fabbricati e di sedici altre migliaia dalla ricchezza mobile. Onde a tacere di minori elargizioni, nel LXVI contribuì il Materano a tenere in piè la regione che da Potenza ha il nome con quasi duecencinquanta migliaia: spreco di forze di cui ehi li cercasse a stento ne rinverrebbe i fruiti: le quali aggiunte a quelle de’ luoghi che andrebbero uniti al Materano, offrono un insieme di quasi trecenmila, sementa ben altrimenti feconda ove germogliasse la dove fu raccolta.

524 Giannone XXVIII.

525 V. Descrizione del Reame, di D’Eugenio o Beltrano 1650 già citata. Anzi fin dal secolo XV Spinazzola era proprio nella dizione del duca di Melfi; Porzio Congiura de’ Baroni II.

526 Sismondi St delle Rep. il, VII,4

527 V. p. 87 n. 2.

528 V. p. 40 n. 3.

529 V. p. 125 n. 6.

530 Porzio Cong. de Bar. II

531 V. p. 125 n. 7.

532 V. p. 107 n. 1.

533 V. p. 165 n. 2.

534 Vedi a pag. 169 nota 2.

535 Anco il Melfese sovviene ogni anno la regione, con quarantatré migliaia di ratizzi per opere pubbliche, e ventisei a mantenimento degli esposti: altre quindici offrono le opere pie: e sessantadue mila li censiti dei terreni, e diciotto que de’ fabbricati, e quasi altrettante ogni ordine di contribuenti per ricchezza mobile; insieme ai minori cespiti, una somma di quasi duecentomila lire annue e forse duecentocinquanta, dove si computino i luoghi del Melfese che sono parte del Potentino, le quali ogni anno si divelgono da dove le misere industrie agricole le produssero, con sì lieve beneficio per essi che a ricercarlo davvero verrebbe mena l'anima.

















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