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Guerra ad oriente dalla guerra di Crimea alla guerra d’Ucraina di Zenone di Elea

LA QUESTIONE ITALIANA AL CONGRESSO DI PARIGI

nell’anno 1856
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LA GUERRA DI CRIMEA (1853-1856) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO
CONGRESSO DI PARIGI Tornata del di  6 maggio 1856
Interpellanze del Deputato Buffa al Presidente del Consiglio
PROTOCOLLO N° XXII - Sedutadell'8 aprile 1856 Tornata del di  7 maggio 1856
Il Presidente del Consiglio cosi rispondeva alla interpellanza del deputato Brofferio sul Trattato del aprile
PROTOCOLLO N° XXIII - Seduta del di aprile 1856 DOCUMENTI DIPLOMATICI PRESENTATI ALLA CAMERA


Abbiamo raccolto in queste poche pagine uno scritto di egregio pubblicista francese, i protocolli delle Conferenze di Parigi risguardanti l’Italia; i più importanti discorsi tenuti sull'argomento alla Camera Piemontese dei Deputati, i documenti diplomatici presentati al Parlamento Nazionale dal Conte di Cavour Ministro Sardo degli Affari Esteri. Vengono in ultimo, e in sunto i concetti espressi da Lord Russel e da Lord Palmerston sulla questione Italiana alla tribuna inglese; una Circolare austriaca in risposta alle Note sarde, e un articolo del Times che fa risaltare l’inconvenienza e la nullità di quella. La stampa straniera tutta quanta, ma specialmente i giornali inglesi e le discussioni di quel Parlamento ci avrebbero offerto più larga messe; ma volemmo essere brevi e sobrii, e dare solo quel tanto che giovasse ad ogni buon Italiano per farsi un’ idea adeguata, sovra argomenti positivi, senza esagerazioni di speranze e di Umori, del punto a cui è oggi la Questione Italiana al cospetto e nell’opinione degli uomini politici che governano i destini d'Europa.

L’ITALIA E IL PIEMONTE

Il seguente articolo del signor Montégut nella Revue des deux Mondes del 1 novembre 1855 è notevole non tanto per r aggiustatezza del concetto e pel senno pratico che dimostra nella questione. italiana, quanto per la nuova simpatia che da questo, come da molti altri scritti dei periodici francesi, apparisce aver l’Italia acquistato appo gli stranieri. Benefizio ancor questo e sussidio che dobbiamo alla sapienza e alla fermezza civile e politica del popolo e del governo piemontese. Chi ricorda il contegno della stampa francese nei nostri casi dal 1847 al 1850, non può non congratularsi del mutamento dell'opinione a riguardo nostro, tanto più quando si trova, come qui, la schietta confessione dell'antica ingiustizia. Allorché l'articolo fu scritto, non anco erano aperte le conferenze per la pace; ma il Piemonte aveva conquistato a Tratkir il suo posto nel Congresso Europeo. Ora noi sappiamo che le previsioni dello Scrittore si sono avverate, e speriamo che non invano sarà stato parlato dal Piemonte in nome dell'Italia a Parigi.

Colui che il primo disse, essere impossibile ad un popolo cristiano il morire intieramente, espresse non solamente una grande, ma benanche una consolante ed istorica verità. Per certo è rassicurante lo stabilire che il domma della resurrezione non è solamente un domma religioso, ma pur anco un fatto pratico verificato dalla esperienza, che un po polo chiuso nella tomba non è il Lazzaro che la sola parola di Dio potrebbe richiamare in vita, ma che, sepolto come questo novello Dio, risorgerà il terzo giorno. E pure rassicurante il pensare, che presso i popoli della moderna Europa, non vi sono disfatte irreparabili, ma semplicemente infortuni e mutazioni; non distruzioni, sibbene infermità, che durano talvolta secoli, e condannano il malato a patimenti per lunghe generazioni alle quali egli sopravvive, e sulle ce neri delle quali un bel giorno egli intreccia tripudiando le danze del trionfo, e fa passare i suoi carri da guerra. L'Italia è la prova di questa verità. Condannata e creduta morta, di tratto in tratto essa si ridesta per protestare che essa non vuol morire. A misura che il tempo volge la sua ruota, que ste prove di vitalità si fanno più manifeste, più numerose, più frequenti. Convien pure osservare che questi movimenti perdono del loro carattere convulsivo e divengono più regolari. Desiderosi come noi siamo di lieto avvenire agli Italiani, ed augurando loro prosperi successi, imprendiamo a discorrere lo stato attuale d'Italia, e la linea di condotta, che, d'accordo con molti uomini illuminati e con alcuni degli intelletti i più progressisti della penisola stessa, noi crediamo la più propria a riporre questo gran paese al posto che gli è dovuto, ed al quale ha dritto.

Diciamo a disegno gran paese l'Italia, imperocché oltre la sua grandezza istorica, essa è grande ancora relativamente al posto che occupa oggidì in Europa. Non vi è potenza a cui vivamente non stiano a cuore i destini di questo popolo. Un movimento a Roma o a Milano scuote l'Europa tutta. D'altronde noi siamo nel numero di coloro che serbano qualche riconoscenza al passato. Nulla di più sorprendente nello studio della storia quanto il vedere il fondo di egoismo e di ridicola ingratitudine che s'incontra nel cuore della umanità. I contemporanei non ammirano che il vincitore ed il trionfatore del giorno: essi rassomigliano in massa a quelle turbe d'intriganti, che in tutti i tempi si sono veduti asse diare le anticamere ministeriali per salutare il sorgere di qualunque nuovo sole politico. L'umanità applica istintiva. mente le cattive regole di condotta che formulava in questi termini, secondo il violento Saint Simon, in cinico cortigiano del tempo di Luigi XIV:

«Finché i ministri sono al potere, si deve sorregger loro il cantero; allorquando sono caduti, rovesciarlo ad essi sul capo.

«È in tal guisa che l’umanità si vendica degli applausi onde ella ha fatto echeggiare l'aria al racconto delle più grandi geste, e dell'ammirazione che le hanno strappato le grandi azioni. Se un popolo è ricco e potente, se sa minacciare e corrompere, e specialmente se ha il potere di minacciare e corrompere non solo, ma se a suo talento può farvi impiccare o darvi delle pensioni, se per un momento da lui dipende la rovina o la fortuna del mondo, gli uomini tosto si prostrano, le nazioni corvano la fronte innanzi il capo dei credenti, gli scrittori ardono profumi, ed i diplomatici valenti nell'astronomia quanto i magi Caldei, seguono la propizia stella, e portano incenso e mirra ai piedi della Sultana Inghilterra o del gran Mamamouchi Russo. Se poi la fortuna si cangia e la tempesta spezza il potente naviglio, in men che non balena vedonsi gli uomini precipitarsi alla riva, contendersi li smarriti oggetti rigettati dal mare, e dispogliare il naufrago.

Dime! La umanità presa in massa non crede che alla forza: codesta è una triste verità che i popoli siccome gl'individui non debbono obliare. Pur tuttavolta, per dir breve mente, non so se questa viltà sia preferibile a quella assistenza che mai non manca ai popoli decaduti come agli individui infelici. Allorché un popolo è caduto, o che lo si vede obbediente alla fatal legge della gravitazione, rotolare d'abisso in abisso, i preti ed i leviti si affollano a migliaia, e vanno ad arringarlo e ad augurare il buon viaggio, in nomine Domini, all'anima sua immortale; i pedanti si riuniscono in consiglio per fargli sentire la sua imprudenza, i suoi errori, e dargli re gole di condotta per la vita futura; conseguitano i malavvisati amici a recriminare i difetti e le stoltezze. Allora tutti si accordano a non vederne che i vizi e gli errori, e coloro che adoperano in tal guisa, non costituiscono quella turba volgare che abbiamo descritto, amica solamente ai buoni successi; no, sono gli uomini illuminati, i filosofi, i pubblicisti. Ora si ricusano di vedere i grandi pregi che un tempo fecero la gloria di questo popolo, e che ad onta delle sue sventure sussistono ancora in esso. Per tal modo, benché senza avvertirlo, si fanno ausiliarii di tutti i dispotismi e gli apologisti di qualsivoglia ingiustizia; essi che dovrebbero prendere ad esempio il buon Samaritano, formulano decreti farisaici, e la loro conclusione, come quella del Musulmano fatalista, è sempre che così era scritto.

L'Italia, la grande e sventurata Italia, ha subito tutti questi esperimenti.... Ammirata, invidiata, lusingata, saccheggiata nei tempi della sua grandezza, ebbe a vedersi ributtata, disprezzata, vituperata, dal momento che cadde, da tutti i popoli che precisamente l'aveano tratta nella rovina, e cooperato al suo eccidio. Il disprezzo e la ingiustizia onde l'Europa ha fatto prova verso l'Italia, sanno di viltà, e nulla hanno di comune con la fredda incuranza che incontrarono tra noi gl'infurtunii di alcune altre nazioni: imperocché fu l'Europa medesima che ridusse l'Italia quale essa è. La Spagna, per esempio, decadde quanto l'Italia, e non ha su questa altro vantaggio che di essere libera dalla dominazione straniera; ma le poche simpatie che l'Europa ha sovente dimostrate per quella hanno per lo meno una scusa. La Spagna ha voluto ella stessa la propria disgrazia. Aggressiva, insultante verso l'Europa, si è lasciata trar dai suoi principi a ridurre in servaggio le altre nazioni, ed incontrò la sorte che volea far subire a quelle. È stata punita della sua ambizione, e dei sogni accarezzati di colpevole dominazione. Le sue disgrazie hanno dunque una causa, e si può per verità, senza peccare d'ingiustizia, non essere caritatevoli verso di lei. Al contrario l'Italia non è stata giammai aggressiva e non ha giammai minacciato la indipendenza degli altri po. poli, i quali la resero teatro di tutte le loro fantasie guerresche e segno di tutti i loro desiderii di dominazione. Con fidente all'eccesso, chiamò sovente lo straniero, che ebbe sempre per primo pensiero di abusare della di lei ospitalità. La indisciplina de' suoi popoli ha potuto esser causa remota e primiera della di lei decadenza, ma non è dai medesimi popoli che essa ha ricevuto il colpo mortale, che le venne da mano straniera. Quei tesori che più non possiede, furono le armate di Gonzalvo, di Borbone, di Carlo Quinto che li rapirono; quel commercio di Venezia, furono i confederati di Cambrai che lo distrussero; quella dominazione straniera, fu la Francia che la consentiva, l'autorizzava, la sanzionava. Valois e Borboni, Aragonesi e Castigliani, soldati dell'imperiale Germania e della Francia repubblicana percossero, sconvolsero e calpestarono in tutti i sensi questa terra, bombardarono, incendiarono, saccheggiarono le sue città per guisa, da ascriversi a miracolo, che esista ancora un'Italia. Per verità l'Europa deve esser sempre modesta e riservata nell'apprezzare questo paese.

La Francia soprattutto, questa sorella dell'Italia, può battersi il petto e confessare le sue colpe, siccome colei che forse più d'ogni altro popolo è rea verso di essa. L'Italia, che è stata sì spesso tradita, che ha provato sì amari tradimenti, tanto più amari in quantoché il Francese per natura sua è il popolo meno traditore, l'Italia, dico, è stata più volte auto rizzata ad accusarlo di tradimento. Meno che ad ogni altra nazione, alla Francia si addice l'essere ingiusta verso l'Italia. Tutto le impone il dovere di trattarla come sorella maggiore: comune è fra loro l'origine, la razza, il linguaggio, la tradizione, la religione; e se tutto questo non basta, i suoi interessi materiali e politici glielo comandano. Fra le tante ragioni a tutti note, le quali sono altrettanti pensieri politici triviali, ve ne è una meno conosciuta, meno osservata delle altre. Eccola.

Allorché odo parlare leggermente in Francia della Spagna e dell'Italia, mi sento compreso da un sentimento di profonda tristezza. Parmi sempre vedere un insensato che si adopera a tagliare la linea di ritirata al proprio esercito. Che la Spagna si spossi in guerre civili troppo prolungate, è cosa possibile; ma quello che è incontrastabile si è che la Spagna è per la Francia di una estrema importanza geografica, Che l'Italia non sia quella che è stata un tem po, è verità; ma che vi sia in Europa un altro paese ove la Francia possa più liberamente svolgere la sua influenza, questo è incerto. L'Italia è il teatro naturale dell'azione morale della Francia: per questo rispetto essa è per noi di un pregio inapprezzabile. Se noi non cerchiamo di potere sopra l'Italia, su qual popolo possiamo noi sperar di potere? Non è sulla Germania, né sull'Inghilterra, che ci comprenderanno sempre così imperfettamente come noi comprendiamo esse, che hanno una civilizzazione sui generis, che sentono diversamente da noi, ed hanno un'altra maniera di pensare: non è sulle nazioni Slave; da questo lato, non possiamo operare che colla spada; non avremo forse mai presso loro, ed in ogni evento per lungo tempo, se non che l'influenza che sorge dal timore. Ma in Italia non fa mestieri farci temere, e siamo sicuri di non incontrare nessuna opposizione di razza, di favella, di tradizioni, che sono altrettante barriere morali inaccessibili. In codesto paese la nostra influenza può stendersi a piacimento: e se è pur necessario ad un popolo di avere un'azione morale da esercitare, siccome un'armata per far rispettare le sue frontiere, si può rilevare di quanta utilità l'Italia sia per la Francia.

Se l'Italia ci è utile, le regole le più semplici di una politica, anco egoista, prescrivono di vegliare su lei, di proteggerla e di prestarle aiuto contro a' suoi nemici; questo non è solamente d'un interesse per la Francia, è un dovere impostole dalla politica che deve dirigere le nazioni cristiane. Precisamente perché l'Italia è il teatro naturale dell'azione morale francese, e che lo spirito della Francia vi può essere più facilmente compreso che altrove, la Francia ha, fino ad un certo punto, il dovere di vegliare alla salvezza di questo paese. Io credo sinceramente che, se l'Italia deve essere rigenerata, essa non può esserlo che per la Francia. Invano ella si proverà, siccome lo ha fatto negli ultimi anni, di prender per norma le idee inglesi; invano tenterà di penetrare i sistemi germanici; ivi, e non presso noi, ella troverà sempre degli enimmi: ed in proposito, noi tocchiamo uno dei fatti più curiosi della politica contemporanea, cioè l'influenza dell'Inghilterra sull'Italia.

Se avvi. on paese il cui spirito sia differente dallo spi rito italiano, è per certo l'Inghilterra, e frattanto l'influenza inglese non ha fatto che ingrandire al di là de' monti, mentre la influenza della Francia è decresciuta sensibilmente. Per qual cagione? Perché l'Inghilterra rappresenta in Italia il personaggio che doveva riservarsi la Francia. Mentre i nostri uomini politici s'inchinavano a quella scuola di diplomatici, che asserivano esser la penisola una bella idea geografica; mentre il nostro clero ed i nostri cattolici andavano in pellegrinaggio a Roma, e ritornavano senza dubitare che vi fosse in codesto paese altra cosa che preti, cardinali, una corte pontificia; mentre i nostri artisti ed i nostri poeti traevano in Italia per null'altra cosa vedervi che musei e chiese, gl'Inglesi percorrevano quella terra, e vi di scoprivano che l'Italia conteneva ancora degli Italiani. Noi rendiamo volentieri questa giustizia al gran popolo inglese, che in questi ultimi anni ha veramente discoperto il popolo italiano, e dichiarato al mondo il modo indegno con che era trattato, potersi far miglior uso di esso e delle sue nobili facoltà. Il gran delitto, di noi tutti Europei, è di aver considerato l’Italia come una istituzione Europea, e di non avervi voluto mai vedere un popolo ed una nazione. Molte memorie del medio evo influiscono nella nostra maniera di considerare l'Italia; ed il papato ed il santo impero occupano ancora forse di soverchio le nostre immaginazioni. In un altro ordine di fatti, da lontano tempo la nostra politica al di là de' monti è stata piuttosto una politica d'intervenzione di quello che d'influenza, ed allorquando le nostre armate entrarono in Italia, più che gl'Italiani avemmo a scopo di proteggere noi stessi. Trattavasi principalmente d'impedire all'Austria il soverchio distendersi. Fra tutte queste lotte, nessuno pensava al popolo italiano, ed allor quando vi si poneva mente, era per dire (questo si è dichiarato ad alta voce alla tribuna francese) che il popolo italiano non apparteneva a se stesso, che il suolo italiano era suolo cosmopolita.. La politica inglese è stata diametralmente contraria. Li bera per la sua posizione insulare dagli interessi complicati che si discutono in Italia, e per il suo carattere protestante libera dalle passioni che si agitano d'intorno il papato, l'Inghilterra meglio che alcuna altra potenza europea trovavasi in posizione di vedere Italiani in Italia, ed ella, lo ripetiamo, ha fatto realmente questa discoperta. Niuno ha meglio, né più affettuosamente parlato all'Italia, come i poeti moderni dell'Inghilterra: niuno ha parlato più sovente de' suoi patimenti nella disgrazia, e gli Italiani ne sono stati riconoscenti. Questi si sono poi volti all'Inghilterra per cercare quella protezione che loro ricusava l'Europa, ed hanno imparato a contare sopra di lei piuttostoché in altra nazione pel loro riscatto. Non solamente le classi culte della nazione hanno subito questa influenza, non solamente gli scrittori, l'aristocrazia, i rifugiati politici; alcuni fatti recenti hanno addimostrato che questa influenza si era diffusa sino negli ultimi ordini del popolo. Quei mostruosi affari de' protestanti italiani condannati per aver letto la Bibbia, ne sono la prova. Il solo fatto che questo popolo artista, amante delle sue Ma donne, sia giunto ad accettare la Bibbia dalle mani di un propagatore della chiesa anglicana, basta per indicare l'intensità della malattia, e la potenza d'azione dello spirito inglese acquistata sullo spirito italiano. Avvi pure una disperata energia molto notevole in questo malato, il quale per la guarigione non rifugge di ricorrere a rimedii disdicevoli alla propria natura. Ma se l'Inghilterra ha potuto crearsi un tal impero su questa nazione, la quale le si rassomiglia sì poco, quale influenza non avrebbe potuto esercitarvi la Francia!.... Quindi, che i motivi per i quali ha operato l'Inghilterra siano più o meno soggetti a viva discussione, che le si attribuisca o no uno scopo interessato, non per questo non ne emerge un fatto meno evidente: ed è che la politica inglese ha la prima e per la prima volta dopo secoli, contato per qualche cosa il popolo italiano in Italia. Questo fatto è de' più importanti, imperocché lo rende iniziatore di un'era tutta nuova per l'Italia, cioè stabilisce la esistenza di un popolo particolare nella libera possessione di se medesimo, avente dritto di governarsi da sé.

Su questo fatto si deve omai appoggiare la nostra politica francese, e su questo fatto egualmente gli Italiani debbono regolare la loro politica interna. Qui sorge la impor tante questione di sapere qual sia la miglior linea politica da percorrere per l'Italia.

Di due elementi si compone una nazionalità: primiera mente del popolo medesimo co' suoi gusti particolari, con le sue tradizioni, co' suoi istinti, con le attitudini speciali, le sue tendenze determinate; quindi del governo nato da quei gusti, che regola quegl'istinti, e dà a quelle altitudini il vero loro indirizzo. Il vizio radicale dell'Italia moderna è precisamente, il disaccordo che esiste fra lo spirito del po polo ed i suoi governi, disaccordo che rende l'Italia il paese il più anarchico del mondo. I governi italiani sono tutti, per così dire, governi stranieri: 1 Austria tiene la Lombardia, la Toscana non ha che un'ombra d'indipendenza; il papato è una istituzione universale al pari che italiana, il cui genio è perfettamente conforme al genio italiano, ma che in virtù del suo carattere universale, non può dedicarsi esclusivamente all'Italia. Rispetto al governo di Na poli, è troppo difficile qualificarlo, e noi vi rinunziamo, per tema di non trovare abbastanza risorse nella nostra lingua sì povera e si chiara, nella quale non abbondano le parole di leggierissima differenza e di mezze tinte. Fra tutti questi governi italiani, ove trovare un governo nazionale? Il governo pontificio lo è per una parte sola: il go verno di Toscana ha la buona volontà di esserlo, buona volontà della quale l'Italia gli deve saper buon grado, ma il quale è incessantemente impastoiato e spaventato da un'ombra minacciosa. Lo straniero ha dunque la mano su tutta l'Italia. Ove trovare un angolo di Terra libera? E se il solo mezzo di rigenerazione per l'Italia è un governo nazionale, ove trovare gli elementi di un simile governo? Una sola contrada italiana è realmente libera e padrona di se, una sola può avere una politica, un'armata, una sola è governata da principi nazionali. E il Piemonte. Esso dunque racchiude gli elementi della rigenerazione futura del l'Italia, e se non si trovano colà, non si rinvengono in verun altro luogo.

Parliamo innanzi tutto della dinastia. I popoli debbono sempre considerare due cose, rispetto ai principi, la loro origine, quindi il loro spirito di famiglia. La più importante delle due é, a mio credere, l'origine, e sono inclinatissimo a considerar vera l'opinione del signor de Maistre sulla guerra di Spagna, e la lotta eroica che sostenne questo paese per non accettare dallo straniero un buon re in luogo di un re detestabile, ma rappresentante la nazione. Un popolo può perdere la libertà e la potenza sua sotto un cattivo re della sua razza: raramente perderà la indi pendenza;, e le nazioni sentono bene istintivamente questa verità, per lo che non si decidono che negli ultimi estremi a cacciare o a sostituire le loro dinastie tradizionali. Frattanto la Casa di Savoia possiede questo vantaggio: essa è la più italiana delle case principesche che reggono la penisola. Quindi, oltre questo vantaggio, che è il primo per una famiglia reale, la Casa Sabauda ne possiede un altro: ella è nazionale non solo per origine, ma per la storia, di fatto come di nome. Essa è essenzialmente popolare in que sto senso, che ha sempre considerato i suoi interessi come vincolati a quelli de' suoi popoli, non ha posto giammai impedimento a loro progressi, ma si è studiata di regolarli. Questa piccola dinastia, ben differente in ciò dalle dinastie più potenti e più celebri, non ha giammai, a mio credere, prodotto un solo cattivo principe: ed alcuni fra essi, come Felice V, sono stati animati da un grande spirito di giustizia e dotati di un gran senso politico. Il carattere dei suoi principi è sempre stato esente da que' vizi dell'anima che rendono odiose le aristocrazie; per lo contrario ebbero tutti le qualità che piacciono al popolo, e che fanno popolari le dinastie. Ardenti, coraggiosi, cavallereschi, grandi guerrieri, buoni soldati, uomini alla buona, come dice il po polo, sovente tanto cattivi diplomatici quanto valorosi cavalieri, buoni figlioli in una parola, tali sono stati general mente i principi di questa famiglia. Grande è stato omai il destino della Casa di Savoia: nullameno l'avvenire gliene riserba uno ancora più glorioso, imperocché essa può dive nire, ad un dato momento, la casa d'Orange dell'Italia. Se gl'Italiani sono saggi, non lascieranno sfuggire nessuna occasione d'ingrandire questa famiglia: essi la circonderanno del loro rispetto, l'appoggieranno con tutte le loro forze, e ove sia duopo, dovranno consentire ancora a molte con cessioni.

In nome dell'Italia, ogni uomo illuminato del continente deve chiedere ai capi di partito l'abbandono di molti sogni diletti ed accarezzati con amore. I partiti in Italia possono nutrire idee più o meno generose, ma eglino non hanno nelle loro mani verun elemento di forza. La monarchia piemontese non solamente è il solo governo nazionale dell'Italia, ma ancora la sola forza nazionale. Uno de' più grandi errori dell'epoca nostra è il credere alla sola forza morale, quantunque isolata; il pensare che esiste un divorzio radicale fra la forza morale e la forza materiale regolata. In errore si fatto sono caduti notoriamente tutti i moderni rivoluzionarii: essi accettano bensì la forza, ma sotto la sua forma anarchica: ogni altra è loro antipatica. I patriotti italiani che fanno calcolo sulle esplosioni popolari per compiere la rigenerazione dell'Italia sono il trastullo della più funesta e della più colpevole illusione. Gl'insorgi menti popolari possono rovesciare un governo; ma quando si è mai veduto che essi abbiano fondato una nazionalità? Eccellenti a distruggere e rovesciare, possono momentanea mente assicurare il trionfo di una causa: ma sono però impotenti a stabilire la durata di questo trionfo. Una causa pertanto non è vittoriosa se non quando ha forze normali a sua disposizione; fuori di questo caso è un'anima senza corpo. Allorquando però un'idea è trasformata in governo regolare, allorché invece di doni volontari, di elemosine private, essa ha un preventivo regolare; allorché invece di corpi franchi ha un'armata composta di squadroni e battaglioni pagati e reclutati dallo Stato; allorché essa può contrarre imprestiti, allorché ha il dritto di assidersi nei congressi, allorché può concludere alleanze, costruir navi, fonder cannoni, allora essa è veramente una potenza, e comun que le si volgano le vicissitudini della fortuna, le sue disfatte nei campi di battaglia, i suoi errori nei consigli dei popoli, ella è sicura di rialzarsi sempre. Al contrario, un'idea che rimane puramente allo stato morale, che conta per trionfare sul solo entusiasmo e sulla forza popolare, questa idea, una volta che sia abbattuta, non si rialza più. L'entusiasmo, siccome tutto quello che è individuale, si estingue col l'entusiasmo. Un'idea morale, sorta che ella sia, deve incarnarsi in un fatto destinato a sopravvivere dopo la sparizione delle generazioni che l'adottarono, altrimenti ella rischia con molta probabilità di passare con esse, e di es sere ben presto obliata. La riforma offre una prova memorabile di questa verità. Nessuno dubita che non sarebbe scomparsa se si fosse confidata alla sola forza morale ed all'entusiasmo dei contemporanei, ma essa s'incarnò di fatti politici solidi e durabili, formò delle società non sola mente religiose, ma civili, e fu trionfante per sempre dal giorno in cui ebbe le sue dinastie, le sue armate, i suoi bilanci. Frattanto esiste un governo che rappresenta questi elementi di forza necessaria ad ogni idea morale. Il governo di Piemonte rappresenta, relativamente all'idea della nazionalità italiana, quello che la repubblica di Ginevra, le Provincie Unite e la Svezia hanno rappresentato successiva mente per la riforma. Come si potrebbero rinvenir uomini si ricchi da affidare al caso o alle di lui forze, che non hanno né durata, né certezza, né continuità, il compimento di un'opera richiedente tempo, seguito, costanza, e com mettersi a delle ipotesi allorquando esistono le sicurezze del buon successo?

Non solamente la Dinastia Piemontese rappresenta meglio di qualunque altra la nazionalità italiana, non sola mente il governo piemontese riunisce egli solo gli elementi di forza necessaria al trionfo di questa nazionalità, ma dinasta e governo rappresentano pur anco le idee moderne, per lo cui mezzo deve compiersi la rigenerazione dell'Italia. Le loro idee son quelle della Francia e dell'Inghilterra, colle quali il Piemonte combatte alleato. Niun partito italiano, per entusiasta che sia, potrà giammai giovare a quelle idee con egual successo del Piemonte. L'influenza di un governo è più lenta sulla opinione popolare, è vero, ma è più sicura. Un partito ha bisogno di trionfar sempre, ha incessanti necessità di grandi e clamorosi incidenti di pugne, di vittorie, di lotte, che non sono e non debbono essere che rari incidenti della vita nazionale de' popoli. Le sue idee non hanno forza se non che per la maggiore pubblicità loro, e perciò stesso gli sono necessarii sforzi disperati, che sconvolgono la vita generale, fanno qualche entusiasta, producono assai malcontenti, stancano gli spiriti e gli animi, conturbano la coscienza e pongono in dubbio la verità, quindi generano per ultimo lo scetticismo è la in. differenza. Un governo non ha bisogno di tanto strepito. — Allorquando è manifesto come egli rappresenti certe idee, può restarsi immobile, e lasciar che queste idee si diffondano. Un partito può esser sempre negato, un governo giammai. A coloro i quali gli domandano le prove della verità delle sue idee, si mostra in esempio egli stesso, e rinnovella in tal guisa l'argomento di quell'antico, il quale si pose a camminare per provare il moto. Il governo piemontese deve pertanto essere riguardato come il vero ed il solo rappresentante delle idee liberali in Italia, ed ei solo le rappresenta agli occhi dell'Europa. Alcuni Italiani traviati da un troppo celebre Ierofante potranno negarlo, ma i ministri dell'imperator Francesco Giuseppe non ne pigliano inganno. Per verità gl'Italiani, se ve ne ha ancora che siano ostili al Piemonte, dovrebbero aprir bene gli oc chi scorgendo la malevoglienza sistematica di cui questo piccol reame è fatto segno: questa malevoglienza è ragionevolissima e oltremodo chiaroveggente. È facile infatti sbarazzarsi di tutto il partito Mazziniano. Pochi colpi di fucile ed alcuni processi sommari, contro i quali nessuno avanzerà reclamo, imperocché nessuno ne avrà il dritto, bastano a ciò; ma è più difficile di sbarazzarsi di un regno, il quale possiede un governo, una armata che è l'alleato di po tenti nazioni. Si può minacciare, sofisticare, ricusare i suoi ambasciatori, ma annientarlo mai no. Si ha invero lo spediente di sbraitare e d'insultare; ma se l'insulto va troppo lungi, l'affare non può terminarsi che con un duello regolato in buona forma, e non più a volgari colpi di bastone onde il villano termina le sue querele. Per le idee come per gl'individui, è sempre ottima cosa e proficua esser di buona famiglia; questa è fortunatamente la condizione delle idee liberali in Piemonte.

Tutta volta questa linea di condotta politica, quale l'abbiamo esposta, non è più allo stato di desiderio e di speranza come lo era appena alcuni mesi sono, e siamo lieti di costatare che gl'Italiani hanno finalmente compreso che essa era la sola possibile, la sola profittevole e ad un tempo la sola legittima. La politica rivoluzionaria ispirerà sempre diffidenza all'Europa, e creandole pericoli, allontanerà dall'Italia le simpatie, le quali non dimanderebbero che di volgersi verso di lei. La linea politica che abbiamo tracciata non ha al contrario veruno di questi inconvenienti; essa avrà il doppio vantaggio di destare le simpatie, e di togliere ogni ripiego alle volontà malvagie. Essa riceverà tutti gl'incoraggiamenti, i consigli, i soccorsi di tutti gli amici d'Italia, ridurrà i suoi nemici all'impotenza. Questo è omai un fatto compiuto. I capi i più importanti dei partiti italiani abdicano successivamente, e la lettera di Manin non è un fatto isolato, imperocché, se prestiamo fede ad un giornale inglese, uno dei capi i più impetuosi della rivoluzione romana ha scritto una lettera improntata di sentimenti, che per certo non avremmo aspettato da lui. Il Piemonte diviene di più in più non solamente il braccio, ma la testa d'Italia; a lui si congiunge di più in più tutta la sua forza materiale e morale. Gli uomini eminenti della Penisola vi si danno tutti convegno. Colà vive e scrive il violento Guerrazzi (1), il più moderato frattanto, dicesi, mal grado tutte le sue violenze, dei Triumviri della rivoluzione toscana; colà vivono e scrivono Tommaseo e l'antico ministro del papa, Terenzio Mamiani. L'aviere del Lorenzo Benoni, conte Ruffini, è pure un suddito sardo, d'accordo con noi, a nostro credere, relativamente alla linea di con dotta politica che abbiamo esposto; e proviamo sincera soddisfazione per lui come per il suo paese, vedendo avverarsi quella speranza che lasciava travedere nel suo racconto di Lorenzo Benoni.

(Qui l'Autore rende conto in succinto del nuovo libro del signor Ruffini, il Doctor Antonio, e quindi continua.)

Nullameno, poiché incontriamo di bel nuovo sulla no stra via il governo napoletano, diremo di passaggio che non gli si rende, a nostro parere, la giustizia che merita. Il go verno napoletano è pur esso un governo italiano: sì, dopo il Piemonte il più italiano de' governi della Penisola. Men tre il Piemonte rappresenta le aspirazioni nuove dell'Italia, l'idea di riforma e di nazionalità italiana, l'ingresso dell'Italia nell'alleanza dell'Europa moderna, in una parola, tutto ciò che vi ha di più eccellente nel pensiero e nel pre sente dell'Italia; Napoli sembra compiacersi di rappresentare quanto vi ha di dispiacevole nel carattere del popolo della Penisola e di tristo nel suo passato: ivi abbiamo la superstizione italiana, la puerilità, il lazzaronismo, ed il vizio fatale che ha perduto questo nobile paese, l'amore allo straniero, l'appello incessante del barbaro. Esistono pertanto in Italia due governi realmente nazionali: sta agli Italiani fare la scelta: scelgano bene, imperocché non possono avere che l'uno de' due.

Quanto scorrono veloci gli avvenimenti all'ora in che siamo! Un anno fa, tutto dormiva tranquillamente in Italia, o piuttosto tutto covava sotto la lava tiepida del 1848, e adesso noi attendiamo impazientemente notizie da ciascun corriere che giunge da Torino e dalle navi che approdano a Marsiglia. E qual differenza ancora tra la situazione del 1848 e l'attuale. Nel 1848 l'Italia era sola, in preda a tutte le violenze rivoluzionarie, senza governi regolari, senza alleanze. Il Piemonte era abbattuto, ed il suo sovrano andava a morire sopra suolo straniero, dopo volontaria abdicazione. Non rinvenivasi forza italiana in verun luogo. L'Italia si è ingrandita nella disfatta; il Piemonte è risalito al suo posto ed occupa un seggio più glorioso che mai tenesse, ed i governi dispotici ristabiliti lottano indarno a conservare un potere che non hanno più forza di esercitare. Rovesciati, eglino si presentavano al cospetto del l'Europa come elemento di ordine: rialzati, si dimostrano come un elemento di disordine e di anarchia. Frattanto avvi un fatto ancor più considerevole che tutto questo; ed è che l'Europa ha compreso, siccome non lo aveva per l'addietro, l'obbligazione solidale che la unisce all'Italia; e ciò perché ha sentito che lo stato attuale dell'Italia era realmente incomportabile e che doveva esser migliorato con tutti i mezzi, se non voleva creare a se stessa peri coli incessantemente rinascenti, o vedersi sul fianco un'ulcera corroditrice: se non voleva, come testé diceva con molto spirito un colto scrittore, far dell'Italia l'Irlanda del continente. In questo consiste principalmente il gran punto che è stato guadagnato, ed al quale hanno contribuito. Molti avvenimenti, alcuni de' quali disgraziati ed anche ingiusti, che non abbiamo bisogno di citare. Oggimai la politica delle potenze occidentali è tracciata; elleno abbisognano di questa rigenerazione a propria difesa. Le Potenze Occidentali non possono omai agire al di là delle Alpi senza il Piemonte; deve dunque desiderarsi dagli Italiani che esse non operino che per lui ed in modo da identificare i loro interessi particolari in Italia con quelli dell'Italia medesima. Mercé l'alleanza del Piemonte con Je Potenze Occidentali, non possono più aver. luogo quegli interventi diretti e armati dell'Occidente, che sono stati la rovina della Penisola, imperocché questa alleanza fa tacita mente del Piemonte l'arbitro supremo degli affari italiani. Ma questa alleanza coll'Occidente arreca ancora all'Italia un ultimo beneficio, il più grande di tutti: essa fa rientrare nella politica attiva dell'Europa l'Italia, la quale da secoli non aveva rappresentato che una parte passiva di patimenti, di miserie. Ogni successo dell'Occidente è un successo per lei; e ogni Te Deum cantato a Torino, scuote le volte delle caserme o de' palazzi de' suoi nemici. Per la medesima ragione che essa divide i nostri pericoli, l'Italia parteciperà pure de' nostri trionfi, ed il momento verrà in cui nelle nostre assemblee sorgerà una voce italiana per stipulare a favore d'Italia. Possa questo momento esser vi cino, possano attendendolo tutti gli Italiani comprendere che il solo mezzo di rigenerazione del loro paese non sta nelle teoriche nebulose, nei proclami ridicoli, e che le mura di Gerico cadono più facilmente ai nostri giorni sotto il cannone che al suono delle trombe, di cui alcuni patriotti italiani, troppo preoccupati di lor persona, assordano le orecchie dei contemporanei.

EMILIO MONTÉGUT.

Parigi, 1° novembre 1853.


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CONGRESSO DI PARIGI

PROTOCOLLO N° XXII

Seduta dell'8 aprile 1856.

«Il conte Walewski dice essere da desiderare che i plenipotenziarii, prima di dividersi, scambino le loro idee sui differenti soggetti ch'esigono delle risoluzioni, e di cui potrebbe essere utile occuparsi, affine di prevenire nuove complicazioni. Quantunque riunito specialmente per rego lare la questione d'Oriente, il Congresso, secondo il primo plenipotenziario della Francia, potrebbe rimproverare a se stesso di non avere approfittato della circostanza che mette in presenza i rappresentanti delle principali potenze del l'Europa, per dilucidare talune questioni, stabilire certi principii, esprimere le sue intenzioni emettere infine talune dichiarazioni, sempre e unicamente nello scopo di assicurare per l'avvenire il riposo del mondo, col dissi pare, pria che sieno divenute minacciose, le nubi che tuttora si veggono spuntare sull'orizzonte politico. «Non si potrà disconvenire (dice egli) che la Grecia non sia in una situazione anormale. L'anarchia, alla quale è stato abbandonato questo paese, ha obbligato la Francia e l'Inghilterra a inviar delle truppe al Pireo, in un momento in cui le loro armate non mancavano di essere occupate. Il Congresso sa in quale stato fosse la Grecia; esso non ignora altresì che quello in cui trovasi oggidì è lontano dall'essere soddisfacente. Non sarebbe. quindi utile che le potenze rappresentate al Congresso manifestassero il desiderio di vedere le tre corti protettrici prendere in matura considerazione la situazione deplorabile del regno che esse hanno creato, avvisando ai mezzi di provvedervi?».

«Il conte Walewski non dubita punto che lord Clarendon non si unisca a lui per dichiarare che i due governi attendono con impazienza il momento, in cui sarà loro permesso di far cessare un'occupazione, alla quale frattanto essi non saprebbero metter termine senza seriissimi inconvenienti, sino a che non saranno portate modificazioni reali allo stato delle cose in Grecia.

«Il primo plenipotenziario della Francia rammenta in seguito che gli Stati Pontificii sono ugualmente in una situazione anormale; che la necessità di non abbandonare il paese in preda all'anarchia ha determinato la Francia, non che l'Austria, ad acconsentire alla dimanda della Santa Sede, facendo occupar Roma dalle sue truppe, nell'atto che le truppe austriache occupavano le Legazioni.

«Egli espone che la Francia aveva un doppio motivo di deferire senza esitazione alla dimanda della Santa Sede, come potenza cattolica, e come potenza europea. Il titolo di figlio primogenito della Chiesa, di cui il sovrano della Francia si gloria, fece un dovere all'imperatore di prestar aiuto e sostegno al sovrano Pontefice. La tranquillità degli Stati pontificii, e quella di tutta l'Italia, tocca troppo da vicino il mantenimento dell'ordine d'Europa, perché la Francia non abbia un interesse maggiore a concorrervi con tutti i mezzi che ha in suo potere. Ma dall'altro canto non si potrebbe disconoscere ciò che v'ha di anormale nella situazione di una potenza, che per mantenersi ha bisogno di esser sostenuta da truppe straniere.

Il conte Walewski non esita punto a dichiarare, e spera che il conte Buol si associerà a tale dichiarazione, che non solamente la Francia è pronta a ritirar le sue truppe, ma che affretta con tutti i suoi voti il momento in cui essa lo potrà fare senza compromettere la tranquillità interna del paese, e. l'autorità del governo. Pontificio, alla prosperità del quale l'imperatore suo augusto sovrano non cesserà mai di prender il più vivo interessamento. «Il primo plenipotenziario della Francia rappresenta essere da desiderare, nell'interesse dell'equilibrio europeo, che il governo romano si consolidi abbastanza fortemente perché le truppe francesi ed austriache possano sgombrare senza inconvenienti gli Stati Pontificii, ed egli crede che un voto espresso in questo senso potrebbe non essere senza utilità. Egli non dubita, in ogni caso, che le assicurazioni che sarebbero date dalla Francia e dall'Austria circa le loro intenzioni a questo riguardo non producano dappertutto un'impressione favorevole.

Proseguendo lo stesso ordine d'idee, il conte Walewski dimanda a se stesso se non è da augurare che certi Governi della penisola italiana richiamino a sé con degli atti di clemenza ben intesi gli spiriti traviati e non pervertiti, mettendo termine ad un sistema che va direttamente contro il suo scopo, e che, invece di estinguere i nemici dell'ordine ha per effetto di indebolire i Governi, e di accrescere partigiani alla demagogia.

«Nella sua opinione, questo sarebbe un render segnalato servigio al governo delle Due Sicilie, non che alla causa dell'ordine nella penisola italiana, con illuminare il Governo sulla falsa via nella quale s'è posto. Egli pensa che avvertimenti concepiti in questo senso, e provenienti dalle potenze rappresentate al Congresso, saranno tanto meglio accolti, in quanto che il gabinetto Napoletano non potrebbe mettere in dubbio i motivi che li avrebbero dettati.

«Il primo plenipotenziario della Francia richiama in seguito l'attenzione del Congresso sopra un argomento, il quale, benché concernente particolarmente la Francia, non è tuttavia d'un interesse men positivo per tutte le Potenze europee. Egli crede superfluo il dire che han luogo tuttodì nel Belgio per mezzo della stampa le pubblicazioni più ingiuriose, più ostili contro la Francia e il suo Go verno; che vi si predica apertamente la ribellione e l'assassinio. Egli rammenta che di fresco alcuni giornali belgi hanno usato preconizzare la società detta La Marianna, di cui si conoscono le tendenze e l'oggetto; che tutte queste pubblicazioni sono altrettante macchine di guerra, dirette contro il riposo e la tranquillità interna della Francia da' nemici dell'ordine sociale, i quali, forti dell'impunità che trovano sotto l'egida della legislazione belga, nutriscono la speranza di giungere ad effettuare i loro colpevoli disegni.

«Il conte Walewski dichiara che l'unico desiderio del governo dell'Imperatore è quello di conservare le migliori relazioni col Belgio. Egli è sollecito d'aggiungere che la Francia non ha che da lodarsi del gabinetto di Bruxelles e de' suoi sforzi per attenuare uno stato di cose che non è in poter suo di cangiare, non permettendogli la sua legislazione né di reprimere gli eccessi della stampa, né di prendere l'iniziativa d'una riforma divenuta assolutamente indispensabile.

«Noi saremmo dolenti (dice egli) di doverci trovare nell'obbligo di far comprendere noi stessi al Belgio la necessità rigorosa di modificare una legislazione che non permette al suo governo di adempiere il primo de' doveri internazionali, quello cioè di non tollerare in casa sua delle mene aventi per iscopo manifesto di portar offesa alla tranquillità degli Stati vicini. La rimostranza del più forte somiglia troppo alla minaccia, perché noi non avessimo a cercare di evitare o di farvi ricorso. Se i rappresentanti delle grandi Potenze dell'Europa considerano sotto lo stesso punto di vista di noi cotesta necessità, giudicheranno opportuno di emettere la loro opinione a questo riguardo, ed è più che probabile che il governo Belga, appoggiandosi sulla gran maggioranza del paese, si troverebbe in grado di por fine a uno stato di cose, che non può mancare, o tosto o tardi, di far nascere delle difficoltà, e anche de pericoli, che è nell'interesse del Belgio di scongiurare preventivamente.»

«Il conte Walewski propone al Congresso di terminare la sua opera con una dichiarazione, che costituirebbe un notevole progresso nel diritto internazionale, e che sarebbe accolta dal mondo intero con un sentimento di viva riconoscenza.

« Il Congresso di Wesfalia (egli aggiunge) ha consacrato la libertà di coscienza; il Congresso di Vienna, l'abolizione della tratta de' negri e la libertà della navigazione de' fiumi. Sarebbe degno del Congresso di Parigi di posar le basi d'un diritto marittimo uniforme, in tempo di guerra, riguardo ai neutri. I quattro principii seguenti raggiungerebbero completamente questa scopo:

«1° Abolizione della scorreria.

«2° La bandiera neutrale copre la mercanzia nemica, eccetto il contrabbando di guerra.

«3° La mercanzia neutrale, eccetto il contrabbando di guerra, non è sequestrabile neppure sotto bandiera nemica.

«4° i blocchi non sono obbligatorii se non in quanto sono effettivi.

«Sarebbe questo certamente un magnifico risultato, al quale nessuno di noi può rimanere indifferente.

«Il conte Clarendon dividendo le opinioni espresse dal conte Walewski, dichiara che al pari della Francia, l'Inghilterra intende richiamare le truppe che fu obbligata mandare in Grecia, appena potrà farlo senza inconvenienti per la tranquillità pubblica, ma che fa d'uopo, prima, cercare salde guarentigie onde sia mantenuto un ordine di cose soddisfacente. Secondo lui, le Potenze pro tettrici potranno intendersi sul rimedio che è necessario di portare ad un sistema dannoso al paese, e che si è completamente allontanato dallo scopo che esse s'erano proposto quando stabilivano una monarchia indipendente pel benessere e per la prosperità del popolo greco.

Il primo plenipotenziario della Gran Brettagna ram menta che il trattato del 30 marzo schiude un'era novella; che come l'imperatore lo diceva al Congresso nel riceverlo dopo la firma del trattato, questa è l'era della pace; ma che per essere conseguenti non dovevasi tra lasciar cosa alcuna per renderla solida e duratura; che, rappresentando le principali potenze d'Europa, il Congresso verrebbe meno al suo dovere se nello sciogliersi egli conservasse col suo silenzio alcune situazioni che son di nocumento all'equilibrio politico, e che son lungi dal porre la pace fuori di pericolo in un paese il più interessante d'Europa.

«Noi abbiamo, continua il conte Clarendon, provvisto «allo sgombro de' vari territori occupati dalle armate straniere durante la guerra; noi abbiam fatta promessa solenne di effettuare questo sgombro nel più breve termine; come potremmo non preoccuparci delle occupazioni che ebbero luogo prima della guerra, ed astenerci dal cercar modo di porvi fine?»

«Il primo plenipotenziario della Gran Brettagna non crede utile lo investigar le cause che condussero armate straniere in molte parti d'Italia; ma egli avvisa che ammesso pure fossero queste cause legittime, non è men vero, egli dice, che ne conseguita uno stato anormale, irregolare, che non può essere giudicato che da' un'estrema necessità, e che debbe cessare appena la necessità non si fa più sentire imperiosamente; che tuttavia, se non si cerca di por fine a tali bisogni, essi continueranno a' esistere; che, se si sta paghi ad appoggiarsi alla forza armata, in luogo di cercar rimedio ai giusti motivi di mal contento, è certo si renderà permanente un sistema poco onorevole pei governi, e disgustoso pei popoli. Egli pensa che l'amministrazione degli Stati Romani offra degli in convenienti donde potriano sorgere pericoli che il Congresso ha diritto di cercar modo di prevenire; che non porvi mente, sarebbe esporsi a lavorare a profitto della rivoluzione, che tutti i governi biasimano, e vogliono evi tare. Il problema che è urgente risolvere, consiste nel combinare, egli dice, il ritiro delle truppe straniere col mantenimento della tranquillità: e questa soluzione sta nell organizzare un'amministrazione, che, facendo rinascere la fiducia renderebbe il governo indipendente dall'aiuto straniero; questo soccorso non essendo giammai capace a sostenere un governo al quale il sentimento pubblico è contrario, ne conseguirà, secondo la sua opinione, una posizione che la Francia e l'Austria non vorranno accettare. per le loro armate. Pel benessere degli Stati pontificii, come nell'interesse della autorità sovrana del Papa, sarebbe dunque utile, secondo il suo parere, di raccomandare la secolarizzazione del governo e l'organizzazione d'un sistema amministrativo in armonia colle tendenze del se colo, ed avente per iscopo la felicità del popolo. Ammette che questa riforma può presentare forse a Roma, in que sto momento, alcune difficoltà, ma crede che potrà facilmente effettuarsi nelle Legazioni.

«Il primo plenipotenziario della Gran Brettagna fa notare che da otto anni a questa parte, Bologna è in istato d'assedio, e che le campagne sono invase dal brigantaggio; puossi sperare, ei crede, che coll'istabilirsi in questa parte del Romano Stato un regime amministrativo e giudiziario laico e separato, e coll'organizzarsi una forza armata nazionale, la sicurezza e la fiducia si ristabiliranno rapidamente, e che le truppe austriache potranno ritirarsi fra poco senza che abbiansi a temere novelle agitazioni; è, se non altro, a suo parere, un'esperienza che si potrebbe tentare, e questo rimedio, offerto a' mali incontestabili, dovrebbe essere sottoposto alle serie riflessioni del Papa.

«Per quanto concerne il governo Napoletano, il primo plenipotenziario della Gran Bretagna desidera imitare l'esempio del conte Walewski, tacendo atti che ebbero un si spiacevole eco. Ei pensa che deesi, senza dubbio, riconoscere in massima che niun governo ha diritto d'ingerirsi negli affari interni di un altro Stato, ma crede esservi casi nei quali la eccezione a questa regola diventa un diritto e un dovere. Il governo Napoletano pare che abbia conferito questo diritto e imposto questo dovere all'Europa, e poiché i governi rappresentati al Congresso vogliono tutti, collo stesso impegno, sostenere il principio monarchico e respingere la rivoluzione, deesi alzar la voce contro un sistema che tien accesa fra le masse l'effervescenza rivoluzionaria, invece di spegnerla. «Noi non vogliamo, ei dice, che la pace sia turbata, e non vi ha pace senza giustizia; noi dobbiamo dunque far giungere al re di Napoli il voto del Congresso perché migliori il suo sistema di governo, voto che certo non può rimanere sterile; noi dobbiamo inoltre chiedergli un'amnistia per le persone che furono condannate, o che sono in carcere senza giudizio per delitti politici.»

«Quanto alle osservazioni del conte Walewski sugli eccessi della stampa belga e sul pericolo che ne deriva ai paesi limitrofi, i Plenipotenziarii della Gran Bretagna ne riconoscono l'importanza, ma rappresentando un paese dove la stampa libera e indipendente è per così dire, una istituzione fondamentale, non si potrebbero associare a provvedimenti coattivi contro la stampa di un altro paese. Il primo Plenipotenziario della Gran Bretagna, lamentando la virulenza di certi giornali belgi, non esita a dichiarare che gli autori delle esecrande dottrine alle quali alludea il conte Walewski, che gli uomini che raccomandano l'assassinio quale un mezzo di ottenere un fine politico, sono indegni della protezione che guarentisce alla stampa la sua libertà e la sua indipendenza...

«Nel conchiudere, Lord Clarendon ricorda che l'Inghilterra, ad imitazione della Francia, al principio della guerra cercò tutti i modi di altentarne le conseguenze, e che a tal fine rinunciò a pro dei neutri, durante la lotta ora finita, a' principii che avea sempre praticati. Aggiunge essere disposta a rinunciarvi definitivamente, se le lettere di marca si aboliscono per sempre: questa essere nulla più che una pirateria ordinata e legale; i corsari essere uno dei più gravi mali della guerra; il nostro stato di civiltà, di umanità, esigere che si ponga fine ad un sistema che non è più dei nostri tempi; se tutto il Congresso aderisce alla proposta del signor Walewski, sarebbe ben inteso che non impegnerebbe che verso le Potenze le quali avrebbervi acceduto, ma non potrebbe essere invocata dai Governi che si rifiutassero di associarvisi.

«Il conte Orloff osserva che i suoi poteri avendo solo per oggetto il ristabilimento della pace, non credesi auto rizzato a entrare in una discussione che le sue istruzioni non poterono prevedere.

«Il conte de Buol si rallegra di vedere i Governi di Francia e d'Inghilterra disposti a cessare, appena si possa, l'occupazione della Grecia. L'Austria, egli assicura, forma i voti i più sinceri per la prosperità di questo regno, e a un tempo ella desidera colla Francia che tutti i paesi d'Europa godano, sotto la protezione del diritto pubblico, la loro indipendenza politica e una piena prosperità.

«Egli non dubita che una delle condizioni essenziali di uno stato di cose tanto da desiderarsi risieda nella saggezza di una legislazione disposta in modo da prevenire, od a reprimere gli eccessi della stampa, che il conte Walewski ha biasimato con tanto fondamento parlando d'uno Stato vicino, e la cui repressione deve essere considerata come un bisogno europeo. Egli spera che in tutti gli Stati del Continente, nei quali la stampa presenta gli stessi pericoli, i Governi sapranno trovare nelle legislazioni i mezzi di contenerla nei giusti limiti, ed otterranno in tal modo di mettere la pace al sicuro da nuove complicazioni internazionali.

«Per ciò che ha relazione coi principii di diritto marittimo internazionale, de' quali il primo Plenipotenziario della Francia ha proposta. l'adozione, il conte Buol di chiara che egli ne apprezza lo spirito e le conseguenze, ma che non essendo autorizzato dalle sue istruzioni ad esternare il suo sentimento sopra una materia tanto importante, egli dee limitarsi pel momento ad annunziare al Congresso, che è pronto a sollecitare gli ordini del suo sovrano.

«Ma a questo punto, egli dice, dee aver termine la sua missione. Sarebbe per lui impossibile, in fatto, di trattare della situazione interna di Stati indipendenti che non hanno rappresentanti al Congresso. I Plenipotenziari non ricevettero altro mandato che quello di occuparsi degli affari dell'Oriente, e non furono convocati per far conoscere ai sovrani indipendenti i loro voti relativamente all'organizzazione interna de' loro Stati: i pieni poteri uniti agli atti del Congresso farne fede. Le istruzioni dei Plenipotenziari austriaci avendo definito l'oggetto della missione loro affidata, non sarebbe loro permesso di prender parte ad una discussione non preveduta.

«Per le stesse ragioni il conte Buol crede doversi aste nere dal partecipare alle opinioni espresse dal primo plenipotenziario della Gran Bretagna, e dal dare spiegazioni sulla durata dell'occupazione degli Stati Romani per parte delle truppe austriache, associandosi tuttavia completamente alle parole pronunziate a tal riguardo dal primo plenipotenziario della Francia.

«Il conte Walewski fa notare che qui non trattasi né di prendere definitive risoluzioni, né contrarre impegni, meno poi di immischiarsi direttamente negli affari interni dei governi rappresentati o non rappresentati al Congresso, ma unicamente di consolidare, di perfezionare l'opera della pace, occupandosi preventivamente delle nuove complicazioni, che potrebbero sorgere sia dalla prolungazione indefinita o non giustificata di alcune occupazioni straniere, sia da un sistema di rigore inopportuno ed impolitico, sia da una licenza perturbatrice contraria ai doveri internazionali.

«Il barone Hubner replica che i plenipotenziari dell'Austria non sono autorizzati né a promettere definitivamente, né ad esprimere voti. La riduzione dell'armata. austriaca nelle Legazioni esprimere assai chiaro, a suo avviso, che il gabinetto imperiale ha l'intenzione di richiamare le sue truppe, quando una simile misura sarà giudicata opportuna...

«Il barone Manteuffel dichiara conoscere abbastanza le intenzioni del re suo augusto signore, per non esitare ad esprimere la sua opinione, sebbene sia senza istruzioni in proposito, sulle questioni le quali sono recate al Congresso.

«I principii del diritto marittimo, dice il primo plenipotenziario della Prussia, che il Congresso è invitato a fare suoi, sono stati ognora professati dalla Prussia, che costantemente si è applicata a farli prevalere, e si considera come autorizzato a prendere parte alla firma di qual siasi atto diretto a farli ammettere definitivamente nel di ritto: pubblico europeo. Esprime la convinzione che il suo sovrano non ricuserà di approvare quanto verrebbe stabilito, in questo senso, dai plenipotenziari.

«Il barone di Manteuffel non disconosce l'alta importanza delle altre questioni che vennero dibattute; ma osserva che si passò sotto silenzio un affare d'un'importanza maggiore per la sua corte, e per l'Europa; ei vuol parlare dell'attuale situazione di Neuschâtel. Fa notare che questo principato è forse il solo ponto d'Europa in cui, contrariamente ai trattati, e di quanto venne formalmente riconosciuto da tutte le grandi potenze, domini un potere rivoluzionario che non riconosce i diritti del sovrano. Il barone di Manteuffel fa istanza che questa questione sia compresa nel numero di quelle che dovranno essere esaminate. Soggiunge che il re, suo sovrano, chiede con tutti i suoi poti, la prosperità del regno di Grecia, e che desidera ardentemente veder tolte le cause, che condussero la situazione anormale creata dalla presenza delle armate straniere; ammette nondimeno, che potrebbe es servi luogo ad esaminare i fatti in maniera da porre que sto affare sotto il vero suo aspetto. In ordine ai passi che si crederebbe utile di fare per quanto concerne lo stato delle cose nel regno di Na poli, il Manteuffel osserva che tali passi potrebbero presentare vari inconvenienti. Ei dice che sarebbe bene di investigare se mozioni, della natura di quelle che vennero proposte, non susciterebbero nel paese uno spirito di opposizione e di moti rivoluzionari, in luogo di rispondere alle idee che si sarebbe voluto realizzare con intenzioni certamente benevole. Egli non crede dover esaminare la situazione attuale degli Stati Pontificii; egli si limita ad esprimere il desiderio di porre questo governo in posizione tale da rendere superflua l'occupazione delle truppe straniere. Il barone Manteuffel termina col dichiarare che il gabinetto prussiano conosce perfettamente la funesta influenza che esercita la stampa sovversiva d'ogni ordine regolare, ed il pericoli che ella semina predicando il regicidio e la ribellione; aggiunge che la Prussia parteciperebbe volentieri all'esame delle misure che si stimerebbero necessarie per porre un termine a queste mene.

Il conte Cavour non intende contestare il diritto che compete ad ogni plenipotenziario di non prendere parte alla discussione di una questione, che non venne preveduta nelle sue istruzioni; e Tuttavia, egli crede del più alto interesse che l'opinione, manifestata da alcune potenze sull'occupazione degli Stati Romani, sia inserta nel protocollo.

«Il primo plenipotenziario della Sardegna espone che l'occupazione degli Stati Romani per parte delle truppe austriache prende ogni di più un carattere permanente, che essa dura da sette anni, e che tuttavia non si scorge verun indizio che possa far supporre che essa cesserà più o meno tardi per l'avvenire: che le cause, che la motivarono, sussistono ognora; che lo stato del paese che esse occupano, non fu per certo migliorato; e che, per esserne convinti, basta osservare che l'Austria credesi nella necessità di mantenere, in tutto il suo rigore, in istato d'assedio Bologna, sebbene abbia data dalla sua occupazione. Nota che la presenza delle truppe austriache nelle Legazioni e nel ducato di Parma distrugge l'equilibrio politico in Italia, e costituisce un reale pericolo per la Sardegna.

«I plenipotenziari della Sardegna, egli dice, credono dover segnalare all'attenzione d Europa uno stato di cose tanto anormale, come quello che risulta dall'occupazione indefinita d'una gran parte dell'Italia per parte delle truppe austriache.

«A proposito della questione di Napoli, il conte di Cavour divide pienamente le opinioni espresse dal conte Walewski e dal conte Clarendon, ed avvisa che importa al più alto grado di suggerire temperamenti, che, calmando le passioni, renderebbero meno difficile il procedere regolare delle cose negli altri Stati della Penisola.

«Il barone di Hübner dice che il primo plenipotenziario della Sardegna, ha solamente, parlato della occupazione austriaca, e non ha fatto parola dell'occupazione francese; che le due occupazioni, nondimeno, ebbero luogo alla stessa epoca ed al medesimo scopo; che non si potrebbe ammettere la conseguenza che il conte Cavour ha voluto trarre dalla permanenza dello stato d'assedio di Bologna; che se uno stato eccezionale è ancor necessario per questa città, mentre da gran tempo ha cessato in Roma ed in Ancona, ciò porrebbe, tutt'al più, provare, che le disposizioni delle popolazioni di Roma e di Ancona sono più soddisfacenti che quelle della città di Bologna. Ricorda che in Italia non i soli Stati Romani sono occupati da trappe straniere; che i comuni di Mentone e Roccabruna, facienti parte del Principato di Monaco, sono, da otto anni, occupati dalle truppe sarde, e che la sola differenza che corre tra le due occupazioni, è che gli Austriaci ed i Francesi vennero chiamati dal sovrano del paese, mentre le truppe sarde penetrarono nel territorio del principe di Monaco, contro la sua volontà, e che esse vi si mantengono non ostante i richiami del sovrano di questo paese.

«Rispondendo al barone Hübner, il conte Cavour dice che egli desidera cessata l'occupazione austriaca non solo, ma eziandio l'occupazione francese; ma che non può far a meno di ravvisare la prima molto più pericolosa. della seconda per gli Stati indipendenti d'Italia.

«Soggiunge che un debole corpo d'armata, a si gran distanza dalla Francia, non suona minaccia per alcuno, mentre è molto inquietante vedere l'Austria, appoggiata a Ferrara ed a Piacenza, di cui accresce le fortificazioni contro lo spirito, se non contro la lettera, de' trattati di Vienna, stendersi lungo l'Adriatico fino ad Ancona.

«Quanto a Monaco, il conte Cavour dichiara che la Sardegna è pronta a ritirarne i cinquanta soldati che l'occupano, se il principe è in grado di entrare in questo paese senza esporsi a gravissimi pericoli. Del resto, egli non crede che si possa accusare la Sardegna di aver contribuito a rovesciare l'antico governo onde occupare questi Stati, mentre il principe non ha potuto conservare sotto la sua autorità che la sola città di Monaco, che la Sardegna occupava nel 1848 in virtù dei trattati.

«Il barone di Brunow crede dover segnalare una cir costanza particolare, ed è che l'occupazione della Grecia per parte delle truppe alleate avendo avuto luogo durante la guerra, e che le relazioni trovandosi per fortuna ristabilite tra le Potenze protettrici, era venuto il momento di accordarsi sui mezzi di far ritorno ad una situazione conforme all'interesse comune. Assicura che i plenipotenziari della Russia hanno raccolto con soddisfazione, e tra smetteranno con premura al loro governo le disposizioni manifestate in proposito dai plenipotenziari di Francia e della Gran Bretagna, e che la Russia si associerà volentieri, in un fine conservativo, ed in vista di migliorare lo stato delle cose in Grecia, a tutte le misure che parranno proprie ad ottenere il fine dalle Potenze propostosi nel fondare un Regno Ellenico.

«I plenipotenziari dalla Russia soggiungono che prenderanno gli ordini della loro Corte riguardo alle proposte sottoposte al Congresso relative al diritto marittimo.

«Il conte Walewski si congratula d'aver impegnati i plenipotenziari a comunicarsi le loro idee sulle questioni che vennero discusse. Aveva in animo che si sarebbe potuto, forse utilmente, pronunziarsi in modo più completo sovra alcuni punti sui quali si posò l'attenzione del Congresso. Ma tal qual è, egli disse, lo scambio delle idee che si effettuò non è privo d'utilità.

«Il primo plenipotenziario della Francia stabilisce che ne emerge in fatto:

«1° Che nessuno contesto la necessità di occuparsi maturamente del miglioramento della situazione della Grecia, e che le tre Corti protettrici riconobbero la importanza di accordarsi tra di loro su questo proposito.

«2° Che i plenipotenziari dell'Austria si associarono al voto espresso dai plenipotenziari della Francia, di vedere sgombri gli Stati Pontifici dalle truppe francesi ed austriache, appena potrà operarsi senza inconvenienti per la tranquillità del paese, e per la consolidazione dell'autorità della Santa Sede.

«3° Che il maggior numero dei plenipotenziari non hanno contestata la efficacia di atti di clemenza, che venissero esercitati in modo opportuno dai governi della Penisola Italiana, e specialmente da quello delle Due Sicilie.

«4° Che tutti i plenipotenziari, eziandio quelli che credettero dover riserbare il principio della libertà di stampa, non esitarono a biasimare altamente gli eccessi ai quali impunemente si lasciano trascorrere i giornali belgi, e riconoscere la necessità di rimediare ai gravi inconvenienti che emergono dalla sfrenata licenza, di cui si fa si grande abuso nel Belgio.

«Che infine l'accoglienza fatta da tutti i plenipotenziari all'idea di chiudere i loro lavori con una dichiarazione di principii in materia di diritto marittimo, deve far nascere la speranza che alla prossima seduta eglino avranno ricevuto dai loro rispettivi governi l'autorizzazione di aderire ad un atto, che, coronando l'opera del Congresso di Parigi, realizzerà un progresso degno della nostra epoca.»

(Seguono le firme).


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PROTOCOLLO N° XXIII

Seduta del di 14 aprile 1856

«Il conte Clarendon avendo chiesto il permesso di presentare al Congresso una proposizione che gli pare dover essere favorevolmente accolta, dice che le calamità della guerra sono ancor troppo presenti allo spirito, per doversi tentare tutti i mezzi capaci di impedirne il ritorno; che venne inserta all'articolo 7 del Trattato di pace una stipulazione, che raccomanda di ricorrere alla mediazione di uno Stato amico, prima di far appello alla forza, in caso di dissenso tra la Porta ed una o più fra le Potenze segnatarie.

«Il primo plenipotenziario della Gran Bretagna crede che questa felice innovazione potrebbe ricevere un'applicazione più generale, e divenire cosi una barriera opposta ai conflitti, che spesso insorgono solo perché non è sempre possibile di spiegarsi e di intendersi.

«Propone quindi di concertarsi sovra una risoluzione capace ad assicurare pel futuro al mantenimento della pace questa probabilità di durata, senza però violare l'indipendenza dei governi.

«Il conte Walewski si dichiara autorizzato ad appoggiare l'opinione emessa dal primo plenipotenziario della Gran Bretagna; assicura che i plenipotenziari della Francia sono intieramente disposti ad associarsi all'inserzione nel protocollo di un voto che, mentre coincide colle tendenze della nostra epoca, non incaglierà in verun modo la libertà d'azione dei governi.

«Il conte Buol non esiterebbe ad abbracciare i senti menti dei plenipotenziari della Gran Bretagna e della Francia, se la risoluzione del Congresso dovesse avere la forma indicata dal conte Walewski; ma egli non oserebbe prendere in nome della sua corte un impegno assoluto e di natura tale, da limitare l'indipendenza del gabinetto austriaco.

«Il conte Clarendon risponde che ciascuna Potenza è, e sarà solo giudice delle esigenze del suo onore e de' suoi interessi; che non è sua intenzione di circoscrivere l'autorità dei governi, ma solo di fornire loro l'occasione di non ricorrere alle armi tu! te le volte che le dissensioni potranno essere spianate in altro modo.

«Il barone di Manteuffel assicura che il re suo augusto signore divide compiutamente le idee emesse dal conte Clarendon; e quindi credesi autorizzato ad aderirvi, ed a dar loro tutto lo sviluppo di cui sono capaci.

«I. conte Orloff, mentre riconosce la saggezza della pro posta fatta al Congresso, erede di doverne riferire alla sua Corte prima di esprimere l'opinione dei plenipotenziari della Russia.

«Il conte di Cavour desidera sapere, prima di esternare la sua opinione, se nella intenzione dell'autore della proposta, il voto, che sarebbe espresso dal Congresso, si estenderebbe agli interventi militari diretti contro governi di fatto, e cita, per esempio, l'intervento dell'Austria nel regno di Napoli nel 1821...

«Lord Clarendon risponde che il voto del Congresso dovrebbe ammettere l'applicazione la più estesa; fa osservare, che se i buoni uffici d'un'altra Potenza avessero determinato il governo greco a rispettare le leggi della neutralità, la Francia e l'Inghilterra si sarebbero probabilissimamente astenute dall'occupare il Pireo colle loro truppe; egli ricorda gli sforzi fatti dal gabinetto della Gran Bretagna nel 1823, per prevenire l'intervento armato che ebbe luogo a quest'epoca in Ispagna.

«Il conte Walewski aggiunge che non trattasi qui di stipulare un diritto, né di assumere un'obbligazione; che il voto espresso dal Congresso non saprebbe, in verun caso, opporre dei limiti alla libertà d'appreziazione, che veruna Potenza non può alienare nelle questioni che hanno rapporto colla sua dignità; che non vi è per conseguenza verun inconveniente a generalizzare l'idea che ha ispirato il conte Clarendon, ed a intenderla nel suo più esteso significato.

«Il conte Buol dice, che il conte di Cavour parlando in altra seduta della occupazione delle Legazioni per parte delle truppe austriache, ha dimenticato che eziandio altre truppe straniere erano state chiamate sul suolo degli Stati Romani. Oggi, parlando dell'occupazione del Regno di Napoli per parte dell'Austria nel 1821, dimentica che questa occupazione fu il risultato di una intelligenza presa dalle cinque grandi Potenze riunite al Congresso di Laybac.

«In ambi i casi, egli attribuisce all'Austria il merito di una iniziativa e d'una spontaneità, che i plenipotenziari au striaci son ben lungi dal rivendicar per essa.

«L'intervento ricordato dal plenipotenziario della Sardegna ebbe luogo, soggiunge, in seguito alla trattativa del Congresso di Laybac, esso entra dunque nell'ordine delle idee emesse da lord Clarendon. Casi simili potrebbero ancora succedere una seconda volta, ed il conte Buol non ammette che un intervento, effettuato in seguito ad accordo stabilito tra le cinque grandi Potenze, possa divenire oggetto di richiami di uno Stato di second'ordine.

«Il conte di Buol applaude alla proposizione nel modo che venne presentata dal conte Clarendon, ad un fine di umanità; ma non potrebbe aderirvi, se si volesse dare una soverchia estensione, o dedurne conseguenze favorevoli ai Governi di fatto, ed a dottrine che non si potrebbero ammettere.

«Del rimanente desidera che il Congresso, al momento di por fine a' suoi lavori, non si veda obbligato a discutere questioni irritanti, e di natura tale da intorbidare la perfetta armonia, che non cessò di regnare fra i plenipotenziari.

«Il conte Cavour dichiara che egli è pienamente soddisfatto delle spiegazioni che ha provocato, e dà la sua adesione alla proposta sottoposta al Congresso.

«Dopo di che, i plenipotenziari non esitano ad espri mere il voto che gli Stati, fra i quali si elevasse una seria differenza, prima di far appello alle armi, facciano ricorso, per quanto le circostanze lo permetteranno, ai buoni uffizi di una Potenza amica.

«I plenipotenziari sperano che i Governi non rappresentati al Congresso s'associeranno al pensiero che ha ispirato il voto, inserto nel presente protocollo.»

(Seguono le firme)


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PARLAMENTO NAZIONALE SARDO

CAMERA DEI DEPUTATI

Tornata del di 6 maggio 1856
Interpellanze del Deputato Buffa al Presidente del Consiglio

«PRESIDENTE. L'ordine del giorno porta le interpellanze del deputato Buffa al presidente del Consiglio dei ministri sul trattato di pace.

«La parola è al deputato Buffa.

«BUFFA. Signori, nel trattato di Parigi una sola delle questioni che riguardano da vicino i nostri interessi è definita, ed è la questione commerciale; delle altre non vi è fatta parola, e quello che se ne legge nei protocolli è piuttosto un indizio che una compiuta notizia di quello che probabilmente vi si è detto e trattato.

«Questo si può anche più ragionevolmente argomentare dall'atto con cui i nostri plenipotenziari posero fine alla loro missione in Parigi; intendo dire dalla nota diplomatica da essi presentata alla Francia ed all'Inghilterra, della quale il signor presidente del Consiglio ha dato copia alla Camera.

«Quell'atto è veramente rilevante, e quale forse non fu mai altro simile in tutta la storia del Piemonte, e di necessità deve essere stato preceduto da discussioni di importanza eguale.

«In quella nota i nostri plenipotenziari pigliano la parola non solo per gli interessi del Piemonte, ma per Anelli di tutta Italia, e i Governi di Francia e d'Inghilterra gli consentono questo uffizio accettando la nota.

«Se il Piemonte avesse tentato di farlo alcuni anni addietro, chi può credere che gli sarebbe stato permesso?

«Egli è evidente che le discussioni, le quali hanno preceduto questa conclusione, devono aver avuto un'importanza molto maggiore di quello che possa apparire dai protocolli; ed è necessario conoscere in certo modo la serie dei fatti che dalla prima proposta sulle cose italiane condussero a questo ultimo atto, per poter giudicare con cognizione di causa, quali e quanti possono essere i risultati morali che abbiamo ottenuto.

«lo restringerò a pochi punti principali le mie domande.

«L'Austria sta fortificando Piacenza; essa ne fa una fortezza di primo ordine: contro chi? Quali sono i nemici contro cui edifica quelle fortificazioni? Evidentemente non possono essere dirette che a noi: a pochi passi dalla nostra frontiera, l'Austria pianta le sue batterie contro di noi. L'Austria continua, e non perde occasione di accrescere le sue occupazioni militari nei vari Stati italiani. E qui dirò che, malgrado le smentite ufficiali, si potrebbe forse, asseverare che Compiano e Pontremoli dovevano essere occupate, benché in fatto non lo fossero. Forse, cadendo appunto allora la discussione sulle cose italiane nelle Conferenze di Parigi, forse, dico, l'Austria ebbe avviso in tempo per sospendere questa nuova provocazione. Questo non assevero, ma solo argomento: bensì è certo che già erano state fatte provviste di paglia e di altri oggetti per le truppe che dovevano occupare Compiano e Pontremoli.

«Ora domanderò di nuovo: a qual fine queste occupazioni? Perché si mantengono con tanta insistenza? Perché queste dimostrazioni sui nostri confini? Forse gli Stati vicini possono ragionevolmente lagnarsi di noi? Forse noi non abbiamo custodito rigorosamente i nostri con fini?

«Non gli abbiamo anzi custoditi per modo, che que sti Stati medesimi furono costretti a renderne grazie al Piemonte? Queste occupazioni e queste fortificazioni non possono dunque avere che un solo significato, quello della minaccia e quello della provocazione,

«L'Austria ha tolta l'indipendenza più o meno di rettamente a quattro de' sei Stati italiani; le minaccie e le provocazioni non possono avere altro scopo che di toglierla ancora al Piemonte. Ora le potenze alleate sono disposte a permettere che continui il pericolo, e il sinistro intento sia conseguito?

«È questo un punto su cui credo che il Piemonte abbia diritto di essere chiarito.

«Vi ha pure un altro pericolo. Le condizioni dei varii popoli italiani sono, più o meno, intollerabili, ma tutte in.. felici. Ad essi è negata, non solo ogni libertà, ma anche quella onesta larghezza che gli stessi governi assoluti oggidì, purché civili, non sogliono negare. Proibito ad essi di professarsi italiani; assoggettati a pene umilianti, che offendono non solo l'a dignità nazionale, ma anche la dignità d'uomo; pene, delle quali l'Italia da più generazioni aveva perduto perfino ogni memoria; esasperati gli animi da continue vessazioni; diminuita o svanita affatto ogni speranza di sorte migliore; tutto questo non fa che alimentare lo spirito di rivoluzione, che, sorgendo l’occasione, può diventare un grande pericolo come per l'Europa intera, così più specialmente per noi.

«Ed anche sopra di ciò sarebbe utile di conoscere se le potenze alleate intendano permettere che questo fomite sia del continuo mantenuto alle nostre porte da chi ha forse interesse di mantenerlo.

«Finalmente io domanderò ancora schiarimenti sopra un altro punto.

«Nel protocollo dell'8 aprile si leggono alcune lagnanze gravi sulla stampa del Belgio. Sicuramente a me non cadde nel pensiero che si intendesse pare volgere quelle lagnanze al Piemonte. Senza minaccie di alcuno, senza aspettare autorevoli consigli da nessuna parte, ma per solo amore di giustizia e della vera libertà, noi, da lungo tempo, abbiamo fatto ciò che si doveva e poteva per questo rispetto; abbiamo fornito a tutti i Governi stranieri i mezzi legali di farsi rispettare dalla stampa del nostro paese. Epperò non poteva essere volte a noi, né direttamente, né indirettamente, nessun avvertimento di questa natura; ed io assolutamente non lo credo.

«Ma quando si veggono uomini timidi, che, malgrado queste ragioni, pure persistono a temere, e soprattutto quando si veggono giornali stampati in paesi vicini, dove la stampa ha sempre qualche cosa della risponsabilità ufficiale, giornali, dico; i quali si studiano di insinuare che al Piemonte furono dati consigli e gravi avvertimenti di questa natura, io credo utile che il signor presidente del Consiglio dichiari apertamente, se in questi sospetti vi sia. alcun che di vero.

«lo gli sarò grato se egli vorrà fornire alla Camera le necessarie spiegazioni sopra questi varii punti, e più ancora, se vorrà aggiungere tutte quelle altre informazioni che possano meglio chiarire l'andamento e i risultati del congresso di Parigi. Dopo le sue risposte io mi riservo di fare quelle avvertenze che mi parranno opportune, se il signor presidente della Camera vorrà conservarmi la facoltà di parlare.

«CAVOUR C. presidente del Consiglio. (Vivi segni d'attenzione). Signori, onde rispondere nel miglior modo che per me si possa alle interpellanze dell'onorevole deputato Buffa, e nello stesso tempo soddisfare alla giusta impazienza della Camera e del paese di essere ragguagliati intorno ai fatti principali che sono accaduti nel Congresso di Parigi, credo miglior consiglio, invece di seguire l'ordine delle domande che mi vennero dirette dall'onorevole deputato Buffa, di fare un breve riassunto di quanto si è operato dai plenipotenziari Sardi in questa circostanza.

«L'onorevole interpellante e la Camera intenderanno di leggeri che io non posso, né debbo entrare in minuti particolari, e che mi è forza conservare una riserva, sia per convenienze diplomatiche, sia per la considerazione che molte questioni iniziate nelle Conferenze di Parigi non hanno ricevuto ancora una definitiva soluzione.

«Prima di parlare di quanto si fece da noi in quei Consigli, mi occorre dire una parola sulla posizione che venne fatta ai plenipotenziari della Sardegna.

«Quando il Governo del Re firmava un trattato d'alleanza coll'Inghilterra e colla Francia, non credeva opportuno di stabilire in modo definitivo e particolare la condizione che verrebbe assegnata alla Sardegna nel Congresso, che sarebbe stato per avventura chiamato a deliberare intorno alle condizioni della pace. Contento della clausola in esso Trattato stabilita, che nessuna pace si potrebbe fare senza il concorso della Sardegna, lasciò che venisse determinata la sua posizione quando si fosse presentato il caso di adunare un Congresso. Giacché il Governo riteneva, come ritiene tuttora, che si per gl'individui, come per le nazioni, la loro considerazione, la loro influenza dipendono assai più dalla propria condotta, dalla riputazione acquistata, che non dalle stipulazioni diplomatiche..

«Ed invero la nostra aspettativa non fu tradita sia sui campi, sia nei congressi pacifici. Quantunque nulla si fosse determinato rispetto alla situazione del nostro Generale in capo, voi sapete, o signori, quale influenza esso abbia esercitata, non solo nel campo, ma anche nei consigli di guerra europea; influenza questa dovuta, non tanto al posto che occupava, quanto alla bella fama da lui acquistata; fama diventata europea, e tale da dirsi oramai una gloria nazionale (Bravo! Bene!). Molto prima che le Conferenze incominciassero, ebbe il governo ad occuparsi, in modo però non, positivo, né definitivo, del concorso che la Sardegna fosse per avere in questi negoziati..

«Se vi fu per alcun tempo qualche incertezza a tale riguardo, questa sparì allorquando noi abbiamo dimostrato con quanta fedeltà, con quanto vigore noi mantenevamo gli assunti impegni. Da quel punto non fuvvi più dubbio, ed i nostri alleati c'invitarono alle conferenze senza riserva alcuna.

«E qui debbo dire ad onore del vero che questo con corso non ci fu seriamente contrastato da alcuna delle altre potenze alle conferenze partecipanti.,

«La missione dei plenipotenziari sardi aveva un doppio scopo. In primo luogo dovevano concorrere coi loro alleati all'opera della pace colla Russia, alla consolidazione dell'Impero Ottomano: in secondo luogo, era debito loro di fare ogni loro sforzo onde attirare l'attenzione dei loro alleati e dell'Europa sulle condizioni d'Italia, e cercar modo di alleviare i mali che affliggono questa nazione.

«Rispetto alla prima parte della loro missione, l'opera loro non fu malagevole, giacché, o signori, la causa dell'Occidente, la causa dell'Impero Ottomano era validamente, fortemente propugnata dai distinti statisti che rappresentavano nel Congresso la Francia e l'Inghilterra; e fu agevolata altresì dallo spirito di conciliazione, dalla lealtà spiegata fin dal principio dai plenipotenziari della Russia. A questi sentimenti io mi compiaccio di rendere altamente giustizia, imperocché vennero manifestati non solo rispetto a tutti gli alleati, ma lo furono in modo particolare ri spetto al nostro Paese. Donde io traggo argomento per credere e per sperare, che il trattato che abbiamo firmato, non solo ristabilirà la pace fra noi e l'impero della Russia, ma ripristinerà le buone relazioni che per tanto tempo esistettero fra le due nazioni, come pure quei vin coli di amicizia che unirono per secoli la Casa di Savoia con quella dei Romanoff (Segni di approvazione).

«Credo che non mi bisogni molta fatica per dimostrare come lo scopo che gli alleati si erano prefisso nel muovere la guerra alla Russia, sia stato pienamente rag giunto. La semplice lettura del trattato basterà a convincervi come ogni pericolo di usurpazione per parte della Russia sia affatto scomparso. Neppure mi fermerò a dimostrarvi come siasi fatto quanto era possibile a favore delle popolazioni cristiane dell'impero Ottomano, e per quanto era compatibile colla condizione delle cose, onde assicurare e rassodare l'esistenza di quell'impero.

«Non sarò per esagerare le conseguenze di quel trattato di pace, né gli utili materiali che saranno per derivarne a nostro vantaggio; tuttavia credo poter asseverare che la neutralizzazione del Mar Nero, e la libertà della navigazione del Danubio, assicurata non solo in quella parte del fiume che corre lungo i confini ottomani, ma altresì in quella che si estende per l'intiera Germania, sieno condizioni tali da esercitare una notevole e salutare influenza sul nostro commercio.

«Non dubito che il commercio genovese, ritornando in quei lidi, sia per trovare l'antica memoria de' suoi padri ringiovanita dagli allori raccolti dalle nostre truppe, e trarre vantaggio dall'accresciuto prestigio del nome che esso porta. Credo pure dovere indicare come risultato vantaggioso pel mondo tutto, ma specialmente per noi, la consecrazione solenne di un nuovo diritto marittimo per ciò che riflette i neutri. Questo nuovo diritto marittimo il quale assicura i neutri in tempi di guerra contro le prepotenze delle maggiori nazioni, deve tornare a vantaggio speciale delle nazioni commercianti, le quali non hanno un naviglio bastante per contrastare coi navigli maggiori. Di più, colla consacrazione di questo principio a cui l'Inghilterra si è associata, vediamo scomparire una delle principali cause che potevano rompere l'alleanza occidentale, poteva far scendere nei campi della guerra le potenze che sono a capo della civiltà.

«Ma più che ai vantaggi materiali, stimo che dobbiamo badare a quelli morali che dalle conferenze, che dal trattato abbiamo ricavato. Io ritengo che non sia poca cosa per noi l'essere stati chiamati a partecipare a negoziazioni, a prender parte alla soluzione di problemi, i quali interessano non tanto questa o quell'altra potenza, ma sono questioni, sono problemi di un ordine europeo. È la prima volta dopo molti e molti anni, dopo forse il trattato di Utrecht, che una potenza di second'ordine sia stata chiamata a concorrere con quelle di prim'ordine alla soluzione delle questioni europee; così vien meno la massima stabilita dal congresso di Vienna a danno delle potenze minori.

«Questo fatto è di natura a giovare non solo al Pie monte, ma a tutte le nazioni che si trovano in identiche condizioni. Certamente esso ha di molto innalzato il nostro paese nella stima degli altri popoli, e gli ha procacciato una riputazione, che il senno del Governo, la virtù del popolo, non dubito, saprà mantenergli.

«lo qui, date queste brevi spiegazioni intorno alle cose più speciali del trattato, dovrei venire a discorrere intorno a ciò che riflette la questione italiana; prima però di trattare questa parte, che è la più dilicata del mio di scorso, stimo opportuno di rispondere all'ultima delle fattemi interpellanze, a quella cioè relativa alle osservazioni promosse dal primo plenipotenziario della Francia intorno alla stampa belga.

«lo ringrazio l'onorevole interpellante di avermi for nito l'occasione di far scomparire su questo geloso argo mento ogni dubbiezza.

«Il plenipotenziario della Francia giudicò di dover chiamare l'attenzione del congresso sopra gli eccessi della stampa belga, rispetto al governo francese, e specialmente al. suo capo.

«Il plenipotenziario della Gran Bretagna prese la parola immediatamente dopo di lui, e, dopo aver fatte le più ampie riserve intorno al principio della libertà della stampa che disse essere uno dei fondamenti della costituzione inglese, non dubitò di esprimere altamente un biasimo per gli accennati eccessi. Io ho creduto di dovermi associare a queste dichiarazioni del ministro inglese.

«Se i protocolli non ne fanno cenno, si è che questi non sono processi verbali, ed io ho espressa la mia adesione senza estendermi in parole; ma ciò si scorge dal riassunto fatto dal conte Walewski, là dove è detto che vari furono i plenipotenziari che fecero le loro riserve a' favore della libertà della stampa; l'art. 4 dice che:

«Tous les plénipotentiaires, et même ceux qui ont cru devoir réserver le principe de la liberté de la presse, n'ont pas hésité à flétrir hautement les excès auxquels les journaux belges se livrent impunément, en reconnaissant la nécessité de remédier aux inconvénients réels qui résultent de la licence effrénée dont il est fait un si grand abus en Belgique.

«I plenipotenziari (plurale) che fecero delle riserve a favore del principio della libertà della stampa, sono quelli dell'Inghilterra e della Sardegna (Movimento.

«Questa riserva mi parve bastevole; non ho creduto né opportuno, né utile il fare un discorso in favore della libertà della stampa nel seno del Congresso di Parigi; le mie parole certamente non avrebbero giovato gran fatto alla causa medesima che avrei propugnato, ed avrebbero potuto far gran male alla causa dell'Italia, la quale era in quella circostanza argomento di speciale attenzione del Congresso (Bravo! al centro).

«Io credo che alcuni dei plenipotenziari presenti al Congresso sarebbero stati lieti di poter cogliere questa cir costanza onde distogliere l'attenzione del Congresso dalla questione italiana per portarla su quella della stampa '; ho pensato quindi che un assentimento tacito alle dottrine messe avanti dal plenipotenziario dell'Inghilterra fosse il modo più opportuno di procedere.

«Ma, o signori, quand'anche avessi avuto a prendere la parola, io certamente non avrei detto di più di quello che venne espresso dal plenipotenziario della Gran Bretagna, ed in molte parti avrei dovuto associarmi alle parole proſferite dal plenipotenziario della Francia.

«Difatti, o signori, il primo plenipotenziario francese, parlando con molta temperanza di parole, non attaccò né punto né poco la libertà della stampa; non ne condannò lutti gli eccessi, non toccò quelli relativi alla politica in terna; non disse verbo sull'esagerazione delle dottrine di questo o di quell'altro giornale; si restrinse a far notare al Congresso la pubblicazione di giornali, il cui principale, se non unico scopo, era, non di occuparsi delle cose in terne del Belgio, ma bensì di combattere il Governo francese e la persona del suo capo, e di combatterlo non con argomenti, non con ragionamenti, ma con le ingiurie le più villane, con le calunnie le più atroci.

«Osservò il plenipotenziario della Francia essere difficile che le buone relazioni potessero sussistere fra due nazioni, e fra due Governi, quando in uno dei due paesi si fondano giornali al solo scopo di combattere l'altro Governo.

«Or bene, se io avessi avuto a manifestare un'opinione non mi sarebbe stato difficile il farlo: non avrei avuto che a ripetere quello che in altra circostanza ebbi l'onore di esporre a questa Camera. Or son quasi cinque anni, quando una analoga discussione ebbe luogo in seno al Parlamento, io manifestai allora un'opinione che l'esperienza di un lustro ha pienamente sancita.

«Io lo dissi allora, e avrei dovuto ripetere al congresso che, mentre io ritengo che la libertà della stampa, anche spinta all'estremo suo limite, abbia pochi pericoli rispetto alle condizioni interne di un paese, riguardo alle sue relazioni esterne possa averne molti, e procurare pochissimi vantaggi. Di questo io sono talmente convinto che, se per on giuoco del caso io mi trovassi trasportato nel seno delle Camere belgiche, quantunque, mercé le opinioni che ora professo e stante lo stato attuale delle cose in quel paese, io fossi per sedere in quella Camera sui banchi della sinistra, cercando il più possibile di avvicinarmi al mio amico il signor Frère Orban, nulladimeno mi crederei in debito di denunciare alla Camera questi deplorevoli fatti, che sono fonte di danni e di pericoli; ed in ciò pure stimerei non di propugnare la causa della reazione e del partito retrivo, ma sì di rendere alla libertà un immenso servigio.

«Vengo, o signori, alla questione italiana. (Vivi segni di attenzione).

«Io ho detto che i plenipotenziari della Sardegna avevano per missione di chiamare l'attenzione dell'Europa sulla condizione anomala ed infelice dell'Italia, e di cercare a portarvi qualche rimedio. Nella condizione di cose creata dalla pace, nessuno di voi certamente sarà per credere che fusse possibile l'ottenere rimedi portanti seco modificazioni nella circoscrizione territoriale dell'Italia.

«Forse, se la guerra si fosse protratta, se la sfera in cui si ravvolgeva si fosse per avventura allargata, in allora si poteva con qualche fondamento sperare che, allargato pure il programma adottato dalle potenze occidentali al cominciare delle ostilità, fosse preso in considerazione il rimedio a cui testé accennava; ma quando si aprivano le trattative, la spada degli alleati essendo rientrata nella guaina, la diplomazia essendo solo incaricata di occuparsi delle cose europee in relazione alle vicende della guerra, non era, lo ripeto, né da sperare, e nemmeno da proporre questo rimedio.

«Le grandi soluzioni non si operano, o signori, colla penna. La diplomazia è impotente a cambiare le condizioni dei popoli. Essa non può al più che sancire i fatti compiuti e dare loro forma legale.

«Tuttavia, anche sul terreno della diplomazia, e mettendo per base i trattati esistenti, ai quali non era il caso di portare modificazione, vi era mezzo di portare la questione d'Italia, se non avanti al Congresso, almeno dinanzi alle potenze in esso rappresentate. Difatti, o signori, lo stato attuale d'Italia non è conforme alle prescrizioni dei trattati vigenti. I principii stabiliti a Vienna e nei susseguenti trattati sono apertamente violati; l'equilibrio po litico, quale fu stabilito, trovasi rotto da molti anni.

«Quindi i plenipotenziari della Sardegna credettero dovere specialmente rivolgere l'opera loro a rappresentare questo stato di cose, a chiamare sopra di esso l’attenzione della Francia e dell'Inghilterra, invitandole a prenderlo in seria considerazione.

«Qui non incontrarono serie difficoltà, giacché i loro alleati, sin dai primordi delle loro istanze, si dimostrarono altamente favorevoli a queste istanze, e manifestarono un sincero interesse per le cose d'Italia. La Francia e l'Inghilterra, riconoscendo lo stato anomalo in cui si trovava l'Italia in forza dell'occupazione di gran parte delle sue provincie per parte di una potenza estera, manifestarono, lo ripeto, il desiderio di veder cessata questa occupazione e ritornate le cose allo stato normale.

«Ma un'obiezione veniva mossa alle istanze che per noi si facevano. Ci si diceva: Sta bene che l'occupazione dell'Italia centrale debba cessare, e cessi; ma quali saranno le conseguenze dello sgombro delle truppe estere, se le cose rimangono nelle attuali condizioni? I plenipotenziari della Sardegna non esitarono a dichiarare, che le conseguenze di tale sgombro, senza preventivi provvedimenti, sarebbero state di un carattere. il più grave, il più pericoloso, e che perciò non sarebbero stati giammai per consigliarlo; ma soggiunsero, che essi ritenevano, come, mercé l'adozione di alcuni acconci provvedimenti, quello sgombro si sarebbe reso possibile.

«Invitati a far conoscere la loro opinione, essi pensarono di dover formulare, non già un memorandum, ma una memoria che, sotto forma di nota verbale, venne consegnata alla Francia ed all'Inghilterra.

«L'accoglienza fatta a questa nota fu molto favorevole. L'Inghilterra non esito a darvi la più intera adesione; e la Francia, a motivo di particolari considerazioni, di cui farò or ora parola, pure riconoscendo questo stato delle cose, ed ammettendo la proposta in principio, stimò di dover fare un'ampia riserva all'applicazione che per noi si chiedeva.

«D'accordo sopra questo principio, cioè sopra la massima utilità che, vi sarebbe di far cessare l'occupazione straniera nelle provincie del centro d'Italia, e sulla necessità di far precedere lo sgombro delle truppe estere da provvedimenti speciali, fu deciso dal Governo francese con quello dell'Inghilterra, che la questione sarebbe sottoposta al congresso di Parigi; e, come avrete rilevato, essa lo fu nella tornata delli 8 aprile.

«Se il linguaggio del plenipotenziario francese non fu del tutto simile a quello del plenipotenziario inglese, avvi perciò una gravissima ragione di cui, io penso, che tutti vi farete capaci.

«Pel governo francese il sommo pontefice non è solo il capo temporale di uno Stato di tre milioni d'abitanti, ma è altresì il capo religioso di 33 milioni di francesi; questa condizione impone a quel Governo particolari riguardi rispetto al sovrano pontefice. Quindi noi non dobbiamo stupirci che quando si tratta della questione romana, abbia ad usare speciali riguardi. Se si pon mente, come si richiede, a questa speciale circostanza; se si tien conto dell'influenza che ogni passo fatto a Roma può avere sulla politica interna della Francia, io credo che il paese, che l'Italia tutta proveranno pel Governo francese non minore riconoscenza di quello che ne meriti il Governo inglese.

«La questione per l'Inghilterra era assai più semplice; la questione romana era per lei meramente politica; il che rendeva la parte dei plenipotenziari della Gran Bretagna assai più facile. Ed invero il plenipotenziario che a nome di quella gran nazione prese la parola, la tratto con quella libertà, con quella pienezza che si appartiene ad una questione di un tal ordine.

«Che anzi, io debbo qui altamente proclamare che in quella circostanza, quell'illustre uomo di Stato, che vo superbo di poter chiamare mio amico, dimostrò tanta simpatia per le condizioni d'Italia, un così vivo desiderio di sollevarla dai mali che l'affliggono, da meritare la riconoscenza non solo dei plenipotenziari, dei piemontesi, ma di tutti gli italiani (Bravo! Bene!).

«I plenipotenziari dell'Austria opposero, alla proposta della Francia e dell'Inghilterra, una quistione pregiudiziale, une fin de non recevoir. Essi dissero, e, diplomaticamente parlando, con ragione, che i loro Governi non essendo stati prevenuti prima della riunione del congresso, che si avrebbe a trattare delle cose d'Italia, essi non ave vano né istruzioni, né poteri all'uopo. Nulladimeno, trascinati dall'importanza dell'argomento, entrarono in qual che particolare, e mantennero con molta energia la dottrina dell'intervenzione. Essi proclamarono la massima che uno Stato ha il diritto d'intervenire nelle questioni interne di un altro, quando n'è richiesto dal legittimo Go Verno di questo. «Questa dottrina non fu ammessa dalla Francia, e fu contrastata altamente dall'Inghilterra. A ciò si restrinse la parte relativa agli interventi. Nessun risultato positivo si può dire essersi ottenuto; tuttavia io tengo essere un gran fatto questa proclamazione che si fece per parte della Francia e dell'Inghilterra, della necessità di far cessare l'occupazione dell'Italia centrale, e dell'intendimento per parte della Francia di prendere tutti i provvedimenti a quest'uopo necessari.

«Sul terreno della diplomazia era difficile trattare altri argomenti italiani, di sottoporre altre questioni alle deliberazioni del congresso. Tuttavia parve alla Sardegna, come pure ai suoi alleati, i quali su quest'argomento concorsero, dirò, con una grande spontaneità, potersi, all'occasione della sanzione di questa gran pace europea, rivolgere ad alcuni stati d'Italia consigli di moderazione, di temperanza, di clemenza.

«Non ripeterò le ragioni messe in campo dai primi plenipotenziari della Francia e dell'Inghilterra, che in que sta circostanza tennero un identico linguaggio, e dimostrarono eguale simpatia per le sorti dei nostri concittadini; solo dirò le loro parole essere state tali da meritare il plauso di tutti i buoni italiani.

«Se a questi consigli non vollero associarsi i plenipotenziari delle altre nazioni, lo fecero per motivi di convenienza; ma posso dire, credo, senza commettere indiscrezione, che nessuno di questi plenipotenziari, né officialmente, né ufficiosamente prese a contrastare la validità degli argo menti di cui si erano serviti e i plenipotenziari della Francia e quelli della Gran Bretagna. Se nemmeno su quest'argo mento il Congresso è arrivato ad un atto definitivo, è pure lecito il credere che i consigli di cui discorriamo, quantunque non abbiano per sanzione un voto del Congresso, avvalorati come sono dall'autorità della Francia e dell'Inghilterra, sieno però per riuscire talmente potenti ed efficaci da sortire quei risultati che da essi ci ripromettiamo.

«L'onorevole deputato Buffa avendo insistito in modo speciale sull'estensione data alle fortificazioni di Piacenza, e sul pericolo che da queste fortificazioni può derivarne al Piemonte, risponderò essere anche ciò stato argomento dei richiami dei plenipotenziari sardi, i quali anzi, onde avvalorare le loro asserzioni, ebbero a procurarsi un piano delle opere nuove innalzate da alcuni anni dagli Austriaci, e questo piano venne da loro rimesso ai rappresentanti delle potenze alleate. L'aumento delle fortificazioni di Piacenza fa parte del sistema seguito dall'Austria per estendere in Italia la sua influenza; sistema che venne denunciato dai plenipotenziarii sardi, e che fu argomento dei principali loro reclami. Potrà l'onorevole interpellante, dalla lettura della nota consegnata prima di partire da Parigi alle potenze alleate, vedere come i plenipotenziarii sardi abbiano segnalato questo fatto e questo sistema, e contro essi formalmente protestato.

«Io vi ho esposto, o signori, i risultati delle negoziazioni alle quali abbiamo partecipato; voi riconoscerete, spero, che rispetto alla questione orientale, si sono conseguiti alcuni vantaggi materiali pel nostro commercio, e si è conseguito sovratutto un gran vantaggio morale per la nostra posizione politica, essendo stata rialzata al cospetto di tutta l'Europa.

«Rispetto alla questione italiana, non si è, per vero, arrivati a gran risultati positivi; tuttavia si sono guadagnate, a mio parere, due cose: la prima che la condizione anomala ed infelice dell'Italia è stata denunziata all'Europa non già da demagoghi (si ride), da rivoluzionarii esaltati, da giornalisti appassionati, da uomini di partito, ma bensì da rappresentanti delle primarie potenze dell'Europa, da statisti che seggono a capo dei loro governi, da uomini insigni, avvezzi a consultare assai più la voce della ragione, che a seguire gli impulsi del cuore.

«Ecco il primo fatto che io considero come di una grandissima utilità.

«Il secondo si è che quelle stesse potenze hanno di chiarato essere necessario, non solo nell'interesse d'Italia, ma in un interesse europeo, di arrecare ai mali d'Italia un qualche rimedio. Non posso credere che le sentenze profferite, che i consigli predicati da nazioni quali sono la Francia e l'Inghilterra, siano per rimanere lungamente sterili. «Sicuramente, se da un lato abbiamo da applaudirci di questo risultato, dall'altro io debbo riconoscere che esso non è scevro di inconvenienti e di pericoli (Movimento d'attenzione). Egli è sicuro, o signori, che le negoziazioni di Parigi non hanno migliorato le nostre relazioni con l'Austria! (Sensazione). Noi dobbiamo confessare che i plenipotenziari della Sardegna e quelli dell'Austria, dopo aver seduto due mesi a fianco, dopo aver cooperato insieme alla più grande opera politica che siasi compiuto in questi ultimi quarant'anni, si sono separati senza ire personali, giacché io debbo qui rendere testimonianza al procedere generalmente cortese e conveniente del capo del Governo austriaco, si sono separati, dico, senza ire personali, ma coll'intima convinzione, essere la politica dei due paesi più lontana che mai dal mettersi d'accordo! (Applausi), essere inconciliabili i principii dall'uno e dall'altro paese propugnati (Bene!). Questo fatto, o signori, è grave, non conviene nasconderlo; questo fatto può dar luogo a difficoltà, può suscitare pericoli, ma è una conseguenza inevitabile, fa tale di quel sistema leale, liberale, deciso che il Re Vittorio Emanuele inaugurava salendo al trono, di cui il governo del Re ha sempre cercato di farsi l'interprete, al quale voi avete sempre prestato fermo e valido appoggio (Molte voci: Bravo! bravo!). Né io credo, o signori, che la considerazione di queste difficoltà, di questi pericoli sia per farvi consigliare al governo del Re di mutare politica.

«La via che abbiamo seguito in questi ultimi anni ei ha condotti ad un gran passo: per la prima volta nella storia nostra la questione italiana è stata portata e che scussa avanti ad un Congresso Europeo, non come le altre volte, non come al Congresso di Lubiana ed al Congresso di Verona coll'animo di aggravare i mali d'Italia, e di ribadire le sue catene, ma coll'intenzione altamente manifestata di arrecare alle sue piaghe un qualche rime dio, col dichiarare altamente la simpatia che sentivano per essa le grandi nazioni.

«Terminato il Consiglio, la causa d'Italia è portata ora al tribunale della pubblica opinione, a quel tribunale il quale, a seconda del detto memorabile dell'Imperatore dei francesi, spetta l'ultima sentenza, la vittoria definitiva.

«La lite potrà esser lunga, le peripezie saranno forse molte; ma noi, fidenti nella giustizia della nostra causa, aspettiamo con fiducia l'esito finale (Applausi generali).

«PRESIDENTE. Il deputato Buffa essendosi riservato di continuare il suo discorso, gli mantengo facoltà di parlare.

«BUFFA. Ringrazio l'onorevole presidente del Consiglio per le spiegazioni che ebbe la compiacenza di dare alla Camera, le quali hanno mostrato sempre più aperto che il Piemonte e l'Italia furono degnamente rappresentati nel congresso di Parigi; e non dubito, o signori, che la Camera approvando le cose da lui dette e sostenute nelle conferenze, vorrà confermarle solennemente davanti a tutta Europa.

«Gli sono grato soprattutto perché non volle rimpicciolire la gran causa che gli era affidata, promovendo vantaggi materiali per noi in particolare. Il più bello, il più nobile premio che il Piemonte potesse conseguire coi suoi sacrifizi e colla gloria del suo esercito era quello di acquistare il diritto di parlare davanti all'Europa in nome di tutta Italia.

«Il signor presidente del Consiglio ha già esposto alcuni dei risultati morali, certamente ragguardevoli, che si sono raccolti dal Congresso di Parigi.. Egli accennava, come le grandi potenze rimanessero persuase che i mali d'Italia sono reali e profondi, e ab bisognano di un pronto ed efficace rimedio. Per questa guisa la causa della giustizia acquistò quella forza oggidì importantissima che viene dall'opinione, e quell'autorità che accompagna sempre la potenza.

«Ma un altro risultato importantissimo, a parer mio, abbiamo ottenuto, ed è questo, che le potenze hanno potuto persuadersi e toccare con mano, che è vano sperare dall'Austria riparo ai mali e ai richiami d'Italia (Applausi dalle tribune).

«Le simpatie di Francia e d'Inghilterra, la franchezza e il calore con cui furono manifestate, sono certamente un grande beneficio per la nostra causa, e per l'amore che noi portiamo ad essa, e per le speranze che abbiamo nel suo avvenire; io sono d'avviso che dobbiamo professarne loro viva gratitudine.

:«Ma ora è da insistere che queste simpatie e questa convinzione divengano praticamente efficaci. Esse sentono tanto il bisogno e l'importanza dell'equilibrio europeo, e hanno dimostrato essere pronte a fare per esso cosi grandi sacrifizi, che non possono a meno di scorgere a prima giunta quanti pericoli e quale guarentigia possano venire ad esso dalla cattiva o dalla buona risoluzione delle cose italiane.

«È surto un nuovo fatto nel mondo. Per, lo addietro non si aveva che una sola questione da cui pendesse l'equilibrio Europeo, era quella d'Oriente. Da pochi anni ne è sorta un'altra la quale può ferirla forse più direttamente nel cuore, ed è la questione italiana; e se le potenze le quali hanno tanto interesse alla conservazione, anzi al ristabilimento dell'equilibrio europeo, non pongono mente ai progressi dell'Austria in Italia, ben presto la questione italiana darà loro da studiare più assai che quella d'Oriente.

«Infatti, che cosa vediamo, o signori? Permettetemi di ritornare per poco sulla fortezza di Piacenza.

«Il trattato di Parigi del 10 giugno. 1817 dice nel l'art. 5:

«Quoique la frontière des États Autrichiens en Italie soit déterminée par la ligne du Pò, il est toutefois con venu d'un commun accord que la forteresse de Plaisance, offrant un intérêt plus particulier au système de défense de l'Italie, S. M. I. R. A. conservera dans cette ville, jusqu'à l'époque des reversions, après l'extinction de la branche espagnole des Bourbons, le droit de garnison pur et simple.... Sa force, en temps de paix, sera déterminée à l'amiable entre les hautes parties intéressées, en prenant toutefois pour règle le plus grand soulagement possible des habitants.»

«L'Austria adunque, secondo il trattato di Parigi, non aveva che un diritto di guarnigione puro e semplice in Piacenza; essa trasformò questo diritto in quello di formarvi una fortificazione di primo ordine.

«Il trattato per evitare che la guarnigione non fosse troppo forte e pericolosa all'indipendenza del ducato, aveva stabilito che, nel determinare la forza della guarnigione, si tenesse come norma il più grande sollievo possibile degli abitanti. L'Austria vi mantiene un corpo considerevole con cui può provvedere all'occupazione dell'intero ducato.

«Sotto questi due aspetti è evidente che il trattato di Parigi del 1817 è violato:

«L'Austria mantiene, e talvolta anche estende, come ultimamente estese, le sue occupazioni nei ducati. Anche queste sono fondate sopra un trattato. Vediamo come fu determinato questo diritto dal trattato di Vienna del 24 dicembre 1847; l'art. 2 dice:

«Comme en conséquence les États de S. A. R. le due de Modène (e così pure di Parma, perché l'Austria con chiuse questo trattato con Modena e poi altro identico con Parma) entrent dans la ligne de défense des provinces italiennes des S. M. l'empereur d'Autriche, S. A. R: le duc de Modène accorde à S. M. l'empereur d'Autriche le droit de faire avancer de troupes impériales sur le territoire modenais, et d'v faire occuper les places fortes toutes les fois que l'exigera l'intérêt de la commune défense ou la prudence militaire.

«Prego la Camera di considerare, che, mentre il trattato di Parigi, sancito da tutte le potenze europee, aveva stabilito la linea di difesa delle provincie austriache in Italia alla fortezza di Piacenza, il trattato di Vienna del 1847 estese di tanto questa linea da comprendervi dentro entrambi i ducati intieri.: Se questa non è un'aperta e flagrante violazione del trattato conchiuso da tutte le potenze europee, io non so quale altra potrebbe meritare questo nome. È inutile aggiungere, che per i termini con cui questi stati sono posti nella linea di difesa delle provincie austriache in Italia, si riesce quasi ad una vera incorporazione dei medesimi nell'impero di Austria. Infatti, per conseguire più facilmente questo in tento, noi vediamo, che è riservata all'Austria la facoltà di far occupare i ducati, non solo tutte le volte che l'interesse della comune difesa può domandarlo, ma tutte le volte che lo esigerà la prudenza militare..

«Ridotte le cose a questi termini, abbandonato il diritto di occupazione alla prudenza, cioè all'arbitrio dell'Austria, è certo che i ducati di Modena e di Parma sono in realtà definitivamente aggregati all'impero. Ed infatti, ab biamo fatti recentissimi che lo provano ad evidenza. Ne gli ultimi casi di Parma, gli arrestati, senza pure avvertirne il governo legittimo, furono presi di nottetempo, condotti a Mantova, come se questa fosse un'altra provincia dello stesso Stato, ivi giudicati, assolti, o condannati, da giudici che non erano i loro, e sotto un governo al quale punto non appartenevano. Questo è un vero atto di giurisdizione, del quale non credo possa darsi nessun altro maggiore...«Se io non erro, il Governo piemontese nel 1847 protestò fortemente contro questo trattato di Vienna; ma allora non era tempo in cui potessimo essere ascoltati. L'Austria era ancora la salvaguardia dell'Europa, era quella che difendeva l'ordine di tutta Europa. Ora le sorti sono mu tate, ed io credo che il Governo dovrebbe tanto più for temente insistere presso la Francia e l'Inghilterra, perché alla fine dichiarino formalmente, se esse riconoscano que. sto trattato, e le conseguenze che ne possano seguitare.

«Egli è poi affatto ridicolo il vedere come nel primo articolo di questo trattato si stabilisce che esso è reciproco fra Austria ed il ducato di Parma, e cosi fra l'Austria ed il ducato di Modena; e che, qualora avvengano assalti di nemici esteriori, sarà pure reciproco il sussidio; cosicché Parma e Modena potrebbero un bel giorno esser chiamate a salvare l'impero austriaco. (Ilarità).

«Con queste arti, o signori, l'Austria e riuscita a togliere, come già dissi, l'indipendenza a quattro dei sei Stati italiani.

«Mentre i trattati di Vienna le assegnavano la parte sinistra della valle del Po, essa ha occupato o fatta sua di pendente tutta la parte destra dal Piemonte all'Adriatico, più ancora la Toscana.

«Né questa occupazione è senza grandi conseguenze per l'avvenire. L'Austria tenta di ordinare le milizie ne gli Stati da lei occupati. La Toscana ha 15 mila uomini. Sotto quale bandiera credete voi che marcierebbero questi 15 mila uomini, qualora scoppiasse una guerra in Europa? Anche i ducati hanno le loro forze. Dal che ne seguita che allo scoppiare d'una guerra, l'Austria avrebbe forse 25 mila uomini italiani di più di quelli che avrebbe potuto levare dalle provincie assegnatele dal Congresso di: Vienna. Essa aveva circa 5 milioni di sudditi in Italia; a' forza di trattati e di occupazioni ne ha acquistati dieci.

«Ma non basta. Se si lascia che l'Austria continui in questo sistema, il Piemonte, circondato quasi d'assedio dalle forze dell'Austria, non potrebbe forse a lungo mantenere la propria indipendenza; e quando l'indipendenza del Piemonte fosse caduta, tutta l'Italia diverrebbe Austriaca: l'Austria non conterebbe più solamente 40 milioni di sudditi, ma quasi 70: allora non vi sarebbe più equilibrio europeo, il sacro romano impero sarebbe ricostituito.

«Ora noi certamente non potremmo ammettere ne tollerare in silenzio questi fatti senza rinunziare alla no stra propria esistenza. Dobbiamo non solo protestare contro di essi, ma adoperare tutti i mezzi legittimi che sono nelle nostre mani, per attenuarne o distruggerne gli effetti. Si attenta. pure alla nostra esistenza con un altro mezzo.

Come ho esposto nelle mie interpellanze, tutte le provincie italiane sono tenute in condizione deplorabile, e tale che qualunque commovimento europeo vi troverebbe facile esca ad una violenta rivoluzione.

«Io non annovererò tutti i proclami di stato d'asse dio, le condanne di morte, i decreti di multe e simili, che furono promulgati in Lombardia dal 1848 in poi; mezzi tutti che dimostrano, che per governare quei popoli, l'Austria ha bisogno di ricorrere alla violenza, e che quei mezzi che sono suggeriti dalla civiltà ad essa non bastano.

«Non ricerco né decido se essa abbia torto o ragione; dico che i fatti stessi dimostrano che civilmente essa non può governare quei popoli.

«Ma vi sono alcuni fatti veramente capitali, i quali caratterizzano la vera condizione di quel Governo in Lombardia. Le popolazioni Lombardo venete fornirono un gran de contingente all'emigrazione. Forse fra tutte le emigrazioni ricordate dalla storia, niuna fu mai formata in cosi larga proporzione di persone ricche ed agiate. Questo di mostra che i nemici di quel Governo non sono, come si vorrebbe dare a credere, uomini che si gettano alla rivoluzione per pescare nel torbido; i nemici di quel Governo invece si trovano principalmente fra quelle persone che hanno molto da perdere.

«Ed ecco che un decreto le precipita ad un tratto dal colmo dell'agiatezza e dal lusso nelle più grandi strettezze domestiche. Esse non hanno che a fare un passo, non hanno che ha scrivere una parola per riacquistare tutta l'agiatezza ed il lusso che hanno perduto; eppure, signori, fra le centinaia di vittime che quel decreto colpiva, quante sono quelle che hanno fatto quel passo e scritto quella parola? Forse potreste contarle sulle dita d'una sola mano. E questo dura non già pochi mesi ma anni; né mancarono gl'incentivi, gli inviti, le vessazioni d'ogni sorta per ismovere gli animi dal nobile proposito. L'emigrazione per dura piuttosto nelle strettezze in cui è caduta, anziché riacquistare, mediante una sottomissione, gli agi perduti.

«Questo fatto, o signori, ha due grandi significazioni; in primo luogo dimostra che deve esser molto cattivo, ben poco adatto al paese quel Governo, per fuggire il quale si fanno cosi grandi sacrificii; dimostra in secondo luogo che debbono essere ben nobili e generosi e altamente stimabili i nemici di quel Governo, quando per amore delle proprie opinioni non dubitano di sottoporsi a sacrifizi cosi gravi.

«È vero che il tentativo del 6 febbraio 1853, benché scortato dai ricchi, fu fatto da persone appartenenti alle classi del popolo; ma che dimostra questo, se non che in quel paese i nemici del Governo, sono in tutte le classi della società. Il Governo stesso diede pubblica testimonianza della sua assoluta impotenza a governare civilmente quella provincia, quando credette necessario di circondare d'una forte cancellata di ferro le sue sentinelle.

«Signori, un Governo, il quale non crede poter la sciare le sue sentinelle in mezzo alle città più popolose e civili, in pieno giorno, senza difenderle con una forte cancellata di ferro, dichiara pubblicamente con questo solo che non possiede nessuno dei mezzi regolari di governare. (Segni di approvazione)

«Se noi consideriamo il dominio austriaco nelle Legazioni, che cosa vi scorgiamo? In cinque anni 177 persone furono fucilate dal comando austriaco. Signori, questo non è un governo, è una carnificina.

«Nello Stato di Parma, in due anni, due stati d'assedio. Fatti atroci è vero, hanno dato luogo a molte di queste vessazioni; non potrà mai essere detestato abba stanza l'assassinio; il quale è tanto più vile ed esecrabile quando con esso si vuole sostenere la più santa fra tutte le cause umane. Ma, signori, io vorrei che il nostro Governo facesse notare alle potenze alleate un fatto singolarissimo. Perché lo spirito rivoluzionario si manifesta e si svolge in tutti i paesi dove sono stanziate le truppe austriache? Perché lo spirito rivoluzionario se non si spegne, almeno si attuta quando le truppe austriache si ritirano? Perché anche la mitissima Toscana ebbe i suoi tentativi d'assassinio politico fin che durò l'occupazione austriaca, e solamente dopoché fu cessata, ha cominciato a ripigliare quel vivere tranquillo e sereno che la rendeva cosi cara a tutti gl'Italiani e a tutti gli stranieri? E, anche restringendoci ai soli Ducati, quale è dei due quello dove, tranne una sola terra travagliata da feroci passioni, il vivere è più tranquillo e sicuro, dove i cittadini, anche mancando di buone istituzioni politiche, non danno mai, o raramente, cenno di voler turbare l'ordine pubblico? È appunto il Ducato di Modena dove non sono Austriaci.

«Questi fatti, o signori, questi riscontri meritano la più seria considerazione: io non ne cerco le cagioni, noto i fatti, e prego il Governo di sottoporli alla saviezza delle potenze alleate. Chi dunque dee mutare condotta e politica? l'Austria o il Piemonte?

«Noi abbiamo mantenuto con fermezza' la libertà e l'ordine, nessuno dei pericoli i quali turbano di continuo i paesi a noi vicini è possibile qui: colla sola forza della legge, senza occupazioni militari, senza proclami d'assedio,. senza fucilazioni, noi viviamo tranquilli in mezzo all'anarchia che ci attornia; l'affetto e la fede dei sudditi assicurano il nostro principe come fosse circondato da sette muraglie; le nostre sentinelle non abbisognano di gabbie di ferro per essere sicure (Ilarità); la sozza teoria del pugnale qui non fa proseliti (Bravo! bene!); noi possiamo mandare la maggior parte del nostro esercito lungi dal Piemonte, fino in Oriente, senzaché cada neppure in pensiero ad alcuno che l'ordine pubblico sarà turbato per questa grande diminuzione di forze: e intanto, forniamo largamente di ferrovie e di opere pubbliche d'ogni sorta il nostro paese; si crea un movimento di commercio e d'industria quali il Piemonte non ebbe mai; noi riusciamo infine, colla co stanza e colla saviezza, a vincere tutte le calunnie, tutte le male prevenzioni, ed ora ne raccogliamo in premio le simpatie delle potenze e dei popoli più civili. (Sensazione.).

«Pongano pure i sovrani alleati ed i popoli civili a riscontro le condizioni del Piemonte con quelle degli altri paesi a cui ho accennato, e noi aspetteremo tranquilli il loro giudizio.

«Io ho ringraziato fin da principio il signor conte di Cavour per avere esposto in qualche maniera alcune di queste cose alle Conferenze di Parigi, e per averle anche più ampiamente svolte nella nota diplomatica che presentò alla Francia ed all'Inghilterra dopo la chiusura delle medesime; ma è alcuno a cui io sono più grato che al conte di Cavour, e quest'anno, o signori, è il conte di Buol! (Risa ironiche.)

«Io lo ringrazio, perché colle sue esagerate pretese di intervento generale in Italia, col rifiutare ogni ragionevole e moderato miglioramento, col ricusare perfino la discussione dei mali e dei rimedi da portarsi all'Italia, ha provato a tutta Europa che i mezzi conciliativi non fanno buona prova coll'Austria, che le ragioni di moderazione, di giustizia, di umanità con essa non valgono, che con essa non v'è che una sola via buona, quella che il Piemonte ha tentato fin qui: resistere, resistere, resistere in tutto e sempre. (Applausi.)

E più che il conte Buol, ringrazio il governo austriaco; colle sue fortificazioni, colle sue invasioni, coi suoi trattati esso è riuscito a far della questione italiana una questione di esistenza, una questione di vita o di morte pel Piemonte. Ora chi oserà biasimarci, se noi prendiamo vigorosamente nelle nostre mani questa causa, se noi la difendiamo anche disperatamente, ove occorra, come si difende la propria vita?

«lo dirò dunque al Governo. Non provocazioni, no, teniamoci entro gli stretti limiti dei nostri diritti e dei no stri doveri; ma dentro questi limiti fermezza e coraggio; vagliamoci di tutti i mezzi che sono in nostro potere, del l'influenza che ci danno le nostre istituzioni, la nostra bandiera, la gloria del nostro esercito.

«Voi fate propaganda! grideranno; no, noi difendiamo la nostra esistenza.

«Io lo dirò ancora al governo: ora è tempo d'insistere instancabilmente presso le Potenze alleate, perché cessino una volta queste fortificazioni provocatrici, queste occupazioni militari che ci hanno posto in assedio, queste istituzioni che mantengono intorno a noi sempre viva la rivoluzione; perché l'Austria sia richiamata una volta all'osservanza dello spirito e della lettera dei trattati, perché l'equilibrio sia ristabilito in Italia...

«lo dirò infine al Governo, che egli si guardi bene dal diminuire di un sol uomo l'esercito, e dirò alla Camera di mettere in accusa qualunque ministro osasse diminuirlo. (Vivi segni di approvazione.)

«Rispondendo al conte Solaro della Margarita e all'avvocato Brofferio il conte di Cavour presidente del Consiglio così diceva:

«Giova dare spiegazioni intorno ad un fatto che è stato frainteso da molte persone; intendo parlare dell'allusione che si fece al protocollo del 14 aprile intorno agli interventi stranieri.

«Qui giova riferire come le cose accaddero in quella tornata; non è il conte Walewski, come diceva l'onore vole deputato Brofferio, ma lord Clarendon che propose al congresso di emettere il voto che, qualora due nazioni si trovassero dissidenti sopra qualche questione che potesse condurre alla guerra, avessero a ricorrere ad una terza potenza onde trovar modo di conciliare la differenza con intervento pacifico. Onde provocare una dichiarazione favorevole ai governi di fatto, e contraria agli interventi armati, rivolsi la parola al proponente, cioè a lord Clarendon; lo richiesi di dire se intendeva estendere la sua proposta anche ai governi di fatto ed all'intervento armato di una potenza a richiesta di un sovrano così detto legittimo. Lord Clarendon rispose affermativamente, ed aggiunse non esservi agli occhi dell'Inghilterra differenza nelle questioni di guerra fra le diverse specie di governo, avvalorando tosto questa sua affermazione coll'esempio della mediazione offerta dall'Inghilterra nel 1823 nelle contese fra la Spagna e la Francia.

«Il conte Walewski appoggiò la spiegazione data da lord Clarendon. Dopo la manifestazione delle opinioni di questi due plenipotenziari, il conte Buol prese la parola, e senza contestare il fatto (vogliasi pure ammettere che parecchie allusioni non fossero troppo lusinghiere pel Piemonte), espresse il suo avviso in modo non interamente conforme a quanto venne riferito dal deputato Brofferio.

«Il conte Buol si attenne alla massima generale, che quando una guerra era stata determinata da cinque grandi potenze, riusciva inutile il cercare la mediazione di una potenza di secondo ordine. E per vero questo è cosa poco contestabile. Quando tutta l'Europa è determinata a fare la guerra, sicuramente una potenza di second'ordine non la può impedire.; È una verità spiacevole, ma è una verità.

«In quel punto, l'ora essendo tarda, e non desiderando io di fare una discussione inutile, né di procacciarmi trionfi oratorii nel seno delle conferenze, ed essendo occupato assai più delle conseguenze politiche che dalle conferenze potessero sorgere, che dell'effetto che potessero fare le mie parole sul pubblico, mi rivolsi a lord Clarendon ed al conte Walewski, che nelle conferenze sedevano di fronte a me, e loro dissi accennando alle spiegazioni date: Io accetto il principio. La mia risposta non lasciò il menonno dubbio nell'animo di alcun plenipotenziario.

«Nel protocollo, però, nel quale le cose si riferivano molto in succinto, ciò non è stato indicato: sarebbe stato più esalto il dire: «Soddisfatto delle spiegazioni di lord Clarendon e del conte Walewski, accetta.»

«Ma quando questo venne letto, era l'ultima seduta: tutti stavano già per separarsi per sempre: ho creduto inutile il suscitare una discussione chiedendo questa rettificazione, la quale, leggendo con qualche attenzione il protocollo, potrebbe riuscire soverchia.

«Io vado convinto di aver ragione di applaudirmi di aver fatto questa riflessione, la quale era in favore dei Governi di fatto, e contro gli interventi. E che io non avessi torto di applaudirmi di ciò, posso desumerlo dalle parole a me dirette da lord Clarendon il giorno dopo. Egli mi disse: «Vi ringrazio dell'osservazione che avete esposto: sarà per noi una ragione di più di alzare la voce ogniqualvolta un Governo vorrà intervenire negli affari altrui. Vi ringrazio di questa osservazione: è forse la migliore che si sia prodotta al congresso.

«Ho dunque motivi di sperare che la Camera non troverà biasimevole la mia condotta in questa circo stanza.

«Le accuse mosse dal signor conte Solaro alla diplomazia piemontese in questa circostanza, sono molteplici e contraddicenti. Egli accusò la diplomazia piemontese di soverchia timidità, l'accusò di aver piegato il capo davanti all'estera diplomazia, l'accusò di essersi fatta complice di pericolose dottrine in ordine agl'interventi, l'accusò d'essersi associata alla diplomazia inglese per denunziare lo stato delle cose negli Stati pontificii, l'accusò infine di aver sancita la violazione dei principii del diritto pubblico, mantenendo la legittimità dell'occupazione di un piccolo Stato colle truppe piemontesi.

«In verità io non mi aspettava a ricevere da un deputato sedente sul lato dell'estrema destra, il rimprovero di soverchia timidità rispetto alla diplomazia estera, e specialmente rispetto alla diplomazia austriaca.

«Il deputato Solaro della Margarita, mettendo in con trasto il nostro operato, rispetto a Monaco, e rispetto ad altre potenze, disse che noi eravamo pieghevoli coi forti, audaci coi piccoli.

«A me non pare che il linguaggio da noi tenuto, rispetto all'Austria, sia timido ed oltremodo riservato.

«Ho detto quanto è avvenuto nel congresso: la Camera in gran parte conosce il linguaggio ufficiale tenuto alle potenze; ed io ho per fermo, che tutti coloro i quali avranno letti questi atti ufficiali, non saranno disposti ad accagionare di soverchia timidità i plenipotenziari della Sardegna. Il nostro linguaggio, riservato nella forma, lo reputo abbastanza energico quanto alla sostanza: questo linguaggio si rivolgeva non ad un piccolo Stato, ma ad uno di gran lunga maggiore del nostro.

«Io con ciò stimo di poter essere assolto dal rimprovero di soverchia timidità.

«Rispetto alla teoria degli interventi, mi pare che vi sia manifesto abbastanza qual fosse l'opinione del governo del Re. È su questo terreno che la questione è stata portata principalmente nel seno del congresso. E contro la teoria degli interventi che noi abbiamo protestato, è contro la teoria dell'intervento propugnata dal l'Austria, che la Sardegna e l'Inghilterra, e, fino ad un certo punto, la Francia, hanno combattuto.

«Noi ammettiamo l'indipendenza dei diversi Governi, noi non riconosciamo ad un Governo il diritto d'intervenire in un estero Stato, anche quando dall'altro Governo è a ciò fare invitato. Mi pare dunque che su ciò la mia teoria vada molto più in là di quella che propugna l'onorevole deputato Solaro della Margarita.

«Vi sono però alcuni fatti talmente gravi, le cui conseguenze possono estendersi al di là dei confini del proprio paese, che possono, che debbono richiamare l'attenzione dei Governi civili ed illuminati.

«Nessuno ha mai condannato (ed il conte Solaro della Margarita nella lunga sua carriera ha operato in conformità a quanto sto per dire) la sollecitudine che le potenze cristiane e civili hanno dimostrato verso le popolazioni cristiane che vivono sotto il dominio ottomano. Se ciò è vero, come biasimare la premura che le potenze occidentali manifestarono per la popolazione del regno di Napoli? Sullo stato di quel regno, l'opinione della massima parte della diplomazia europea è affatto diversa da quella che professa l'onorevole conte Solaro della Margarita.

«Mi rincresce di doverglielo dire, ma l'ho constatato nel modo il più assoluto. Il giudizio che la diplomazia europea porta sullo stato del Regno di Napoli, è molto dissimile dal giudizio che è stato portato in questo recinto dal conte Solaro Della Margarita. Sarà forse giudizio erroneo, ma, stando questa convinzione nella diplomazia, non era strano che i rappresentanti dei Governi occidentali avessero desiderio che un consiglio di moderazione, un invito alla clemenza, fosse rivolto al re di Napoli; né con ciò ritengo che avesse a considerarsi violato quel principio di non intervento che era stato da noi proclamato.

«Per ciò che riflette la questione romana, posso accertare l'onorevole deputato Solaro Della Margarita, che non una parola, sia nel Congresso, sia fuori delle aule in cui si radunavano i plenipotenziari, fu da me pronunziata, meno che rispettosa, pel capo della religione cattolica; ma solo reputai opportuno di associarmi al giudizio portato dall'Inghilterra sulla condizione politica degli Stati del papa.

«A parer mio, il trattare questa questione non può fare danno alla religione; debbe anzi giovarle assai, poi che avrebbe molto a guadagnare se la condizione dei po poli degli Stati romani venisse qualche poco migliorata.

«Rispetto al caso di Mentone non penso che l'onore vole conte Solaro possa, anche dal punto di vista in cui si colloca, rivolgere fondata censura ai plenipotenziari. Di fatti, che cosa abbiamo noi detto? Ci si rimproverò di parlare contro gli interventi e d'intervenire a nostra volta a Mentone per imporvi uno stato di cose contrario ai diritti del principe, ai desideri della nazione. Noi ab biamo risposto: ben lungi dal volere imporre agli abitanti di Mentone e Roccabruna cosa che loro sia poco accetta, ben lungi dal costringerli a vivere sotto un regime diverso da quello che esisteva prima del 1848, siamo dispostissimi a lasciarvi tornare il Principe, purché vi faccia ritorno senza l'aiuto delle armi straniere, purché si voglia lasciare che principe e popolo diano sesto fra loro alla cosa pubblica (si ride); questo è quello che abbiamo detto. E qui, commetterò forse un'indiscrezione, ma pur dirò che questa dichiarazione fu accolta molto favorevolmente da tutti i plenipotenziari, non eccettuati coloro che non dividono le nostre opinioni ed i nostri principii. Spero che l'onorevole conte Solaro non sarà di più difficile contentatura dei plenipotenziari a cui alludo.

«Sarebbe cosa ardua oltremodo per me il rispondere all'onorevole deputato Brofferio. Infatti egli ha accennato a cose che sarebbe stato desiderabile ottenere, ed io non nego che quello che si è ottenuto è le mille miglia lontano dal desiderabile. Ma se l'onorevole deputato Brofferio si fosse collocato sul terreno pratico, nella sfera del possibile, credo che avrebbe durato molto maggior difficoltà a provare che l'opera dei plenipotenziari fu assolutamente inefficace, e poco in relazione con quanto da essi si aspettava. Certamente io non posseggo un'eloquenza pari alla sua, ma però bo pur io una certa abitudine delle discussioni, e quantunque riconosca che mi sarebbe certa mente stato impossibile di raggiungere l'eloquenza di cui ha fatto sfoggio quest'oggi l'onorevole preopinante, tuttavia parmi che anche qualche argomento per dimostrare la giustizia dei richiami, per porre sotto gli occhi dei rappresentanti le. condizioni d'Italia, l'avrei saputo trovare; ma schietta mente parlando, giudicai allora, e giudico ancora, che questo modo di procedere, invece di giovare alla causa d'Italia, le avrebbe fatto molto male.

«È vero, come ha detto l'onorevole Brofferio, che la voce d'Italia risuona. da molti secoli, per bocca forse dei maggiori genii dei tempi di mezzo e dei tempi moderni, ma a quale condizione queste declamazioni eloquentissime hanno esse condotto la povera Italia? Io penso che, istruiti del passato, fatti savi dall'esperienza, dovremo convincerci che non le declamazioni, che non gli alti la menti possono migliorare la condizione nostra; che giova invece seguire una via molto più pratica, via meno splendida, ma che forse ci condurrà à migliori risultamenti.

«L'onorevole deputato Brofferio non ha biasimato quello che si è fatto, ma ha biasimato quello che non si è fatto.

«BROFFERIO. È il contrario.

«PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Mi perdoni; ha detto che lodava quello che non si è fatto per rispetto al ravvicinamento all'Austria, ma ha biasimato il plenipotenziario di non aver ottenuto maggiori vantaggi pel Piemonte e per l'Italia.

«Quanto al Piemonte io reputo, se la memoria non mi tradisce, che nella circostanza del trattato, dai membri che siedevano allora al Ministero, né dall'onorevole mio amico il generale Durando, che parlò a favore del trattato, non siasi accennato mai né a vantaggi materiali, né ad acquisti territoriali, né a compensi pecuniari; ed io ho la quasi certezza che nessuna parola che potesse ricevere queste interpretazioni fu da noi pronunciata.

«Si accennò a vantaggi morali, a pericoli che si evitavano, a vantaggi commerciali; ed io ho fiducia che le promesse fatte siano state largamente mantenute.

«Ho detto e lo ripeto, che se la guerra avesse continuato, se la sua sfera si fosse allargata, forse per noi si sarebbe potuto ottenere maggiormente, le nostre speranze si sarebbero innalzate; ma comunque sia, a me sembra che non si possa con fondamento, né dal paese rivolgere al Governo rimproveri per mancate promesse, né da noi muovere analogo rimprovero ai nostri alleati!

«Ciò essendo, io mi unirò all'onorevole deputato Brofferio per lamentare che non si sia potuto fare di più. Ma mantengo, in opposizione ai suoi detti, che nelle circostanze in cui eravamo collocati, era difficile l'ottenere risultati migliori dai plenipotenziari sardi. Essi nulla tralasciarono di fare nel limite delle loro forze; essi spiegarono tutto il loro zelo, tutta l'attività di cui erano capaci; se vi fossero stati uomini più abili, più eloquenti, avrebbero per avventura ottenuto di più!

«Comunque, io spero che la Camera, il Paese e l'Italia, sapranno tener conto delle difficoltà immense che s'incontravano per noi in questa solenne circostanza, come sapranno altresi considerare che, nel Congresso di Parigi, i plenipotenziari sardi si trovavano a fianco dei plenipotenziari austriaci, i quali intervenivano, non come potenza nemica belligerante, nemmeno come potenza assoluta mente neutrale, ma come mediatrice benevola delle potenze occidentali, come semi alleata della Francia e del l'Inghilterra.

«Io penso che quando si vorrà prendere in seria considerazione questo stato di cose, che rendeva singolarmente difficile la condizione dei plenipotenziari sardi, la Camera ed il paese non vorranno giudicare troppo severamente il loro operato..

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Tornata del di 7 maggio 1856

MAMIANI. «Alle risposte particolari e specificate che dava ieri il ministro della finanza al discorso dell'onore vole Brofferio, aggiungerò io alcune considerazioni esaminando la sentenza più generale di tutto quel discorso;. la quale si fu che non hanno giovato a nulla le conferenze di Parigi, l'attività somma spiegatavi dal nostro plenipotenziario, e la discussione introdottavi intorno alle cose italiane: similmente che non giovarono a nulla e non recarono bene veruno né al Piemonte, né all'Italia l'aver noi partecipato alla lega ed alla guerra, e l'annegazione magnanima che in tutto ciò ha mostrato questa illustre provincia inverso la patria comune.

«Io reputo cotale sentenza falsa, ingiusta e perniciosa. al paese; tuttoché io confessi che ella va per la mente di molti; e le gazzette che sono, come a dire, pubblici segretari ed araldi di una parte di questa Camera, tutto giorno la ripetono, tutto giorno la commentano; ed anche ci abbattiamo in parecchi, i quali con melanconico aspetto e con modesto linguaggio vanno pronunciando che ei sono stati troppo veritieri profeti, ed i fatti confermare oggi amplissimamente i loro dolorosi vaticini.

«Io mi apparecchio adunque a contraddire vivamente questi profeti della sventura, e per non riuscire prolisso e tedioso, pongo immediatamente mano alle prove.

«Le conferenze teste compiute in Parigi hanno posto suggello ad un fatto certissimo ed irrepugnabile; cioè che la Russia rimansi perdente; che nella difficile prova ella ha dovuto soggiacere; che le è stato forza di accettare i patti e le condizioni della pace quali le vennero proposte, ed accettare altresì la stretta e rigorosa interpretazione di quelle.

«Similmente, la Russia ha nell'ultima guerra rivelato a ciascuno la sua interna debolezza, ed ha porto ai pensatori una dimostrazione novella di questa verità, che quando ogni cosa cede, ogni cosa soccombe al di dentro, male si fa resistenza al di fuori; e che una mezza civiltà nasconde molto maggiore fiacchezza che una piena barbarie.

«Ciò veduto, eccone, o signori, le conseguenze.

«L'abbassamento della Russia vuol dire lo spezza mento irreparabile della lega del nord; vuol dire la dissipazione degli avanzi della Santa Alleanza; significa infine: che crolla e si fiacca quel fondamento primo a cui si appoggiavano le monarchie assolute per infrenare, per osteggiare il moto delle idee e delle istituzioni liberali. L'abbassamento della Russia vuol significare altresì, che cade e si dilegua senza possibile ristaurazione il superbo patrocinio che ella esercitava su tutta l'Alemagna. E quanto i Governi tedeschi fossero ossequiosi e ligi inverso di quel patrocinio, per potere con più vigorezza imbrigliare i sudditi proprii, noi l'abbiamo veduto negli ultimi avvenimenti con più chiarezza assai che per l'innanzi.

«Io so bene che in Germania tra la teorica e la pratica sembra interporsi un abisso; conosco che gli alemanni, nella speculativa sono sublimi, e nelle arti civili il più delle volte fanciulli; ma infine, essi non si straniano affatto dal l'umana natura, e partecipano, come tutte le genti, a ciò che in lei è più profondo e sostanziale. È dunque impossibile che eglino pure non sentano la necessità di accostare al possibile i fatti alle idee, ed i principii alle applicazioni. Io non dubito adunque di affermare che il trattato di Parigi ha, per conseguenza indiretta, dato cominciamento alla vera, alla progressiva emancipazione della Germania.

«Ma v'ha di più. L'ultima guerra ha profondamente commossa e riscossa la Gran Bretagna, la quale, aprendo gli occhi e guardandosi attentamente dattorno, si è avveduta che, ponendo tutto l'animo ne' soli lucrosi commerci e nelle industrie fabbrili, ella venia logorando a poco a poco la sua antica gagliardezza e magnanimità: ed ella s'è pure avveduta che nessuna nazione, per doviziosa e formidabile che sia, può vivere solitaria nel mondo e povera di amicizie potenti e sicure. Quindi nel suo maggior rischio ella non ha dubitato di gettarsi nelle braccia della Francia; e le due più civili e poderose nazioni del mondo sonosi vedute, con lieta maraviglia degli uomini, e con sostanziale mutazione dell'ordine delle cose, sonosi vedute, dico, stringere un patto duraturo e fecondo di concordia e di lega.

«Se non che per le nazioni di primo ordine, come è uso chiamarle, un'amicizia unica e necessaria piglia forma di servitù: quindi elleno, volendo ad ogni costo recuperare l’esercizio del proprio arbitrio, si studiano di moltiplicare i compagni e gli amici. Però sono sicuro che l'Inghilterra, senza nulla detrarre alle cordiali relazioni che la legano alla Francia, procurerà essa pure di rinvenire novelli compagni ed amici. Ma oggi ella non li rinverrà, salvo che presso i popoli di già maturi pel viver libero, e prossimi a conquistare la propria e legittima autonomia, come per esempio l'Italia, come la Germania, alla quale non manca l'indipendenza, ma sì manca tuttora, e la vita, e la rappresentanza nazionale. Insomma non rimane oggi, per mio giudizio, all'Inghilterra altra politica sicura e feconda, che l'aiutare la libertà e il risorgimento delle nazioni... «In fine, ci si debbe aggiungere che, avendo il trattato di Parigi rotto il talismano della forza moscovita, fu dato con ciò una somma prevalenza ai governi rappresentativi e liberali, a quei governi che professano apertamente i principii domandati dall'ottantanove.

«Anzi, a parlare più esatto, nell'Europa civile (e ne escludo la Russia, ancora semi-barbara), nell'Europa civile non rimarrà a breve andare altro Stato, con reggimento assoluto, che quello dell'Austria, la quale se ne scuserà forse, dicendo che l'eterogeneità estrema de' suoi elementi le vieta di accostarsi a qualunque altra forma di pubblica amministrazione. E perché tale scusa non può essere menata, buona a quelle pallide lune che si aggirano sempre ed ignobilmente attorno all'austriaco sole (Risa) (voglio dire Napoli, Firenze, Roma, Modena e Parma), io mi starò a vedere quanto gran tempo ancora perdureranno quegli Stati, quelle provincie, ad essere governate in maniera affatto arbitraria ed essenzialmente illiberale.

«Ma se tutto ciò (mi sembra che alcuno obbietti), se anche tutto ciò debba essere accettato per vero, non ne consegue che a noi tornasse necessario di partecipare alla lega e cooperare alla guerra, profondendo sangue e tesori in contrade lontanissime, sotto un mortifero clima; e ciò per accrescere smisuratamente l'ascendente della Francia, e abbellire di splendori novelli una fortunata dittatura. Signori, se qualcuno ciò mi obbiettasse, io risponderei risolutamente che egli ama di guardare le cose un po' alla leggera è nella sola superficie, e dimentica l'arte di penetrar addendro nel chiuso midollo; io risponderei risolutamente, che le armi piemontesi hanno combattuto in Crimea non per l'altrui, ma per la causa loro propria, ed hanno sparso il loro sangue pro aris et focis; perocché là solamente ricuperarono essi il nome e la dignità loro e della patria e là solamente hanno conquistato per sempre la quiete, la sicurezza, l'integrità, la perduranza delle nostre libere istituzioni, senza le quali oggimai il viver nostro sarebbe morte; morte e non vita (Segni d'approvazione). Se qualcuno di ciò dubitasse, io lo pregherei di ricordare le importunità, le molestie, le superbe querele, le non rade prepotenze, le quali il nostro Governo o doveva tollerare con ingiuria, o respingere con fatica, e le quali tutte gli provenivano dalla diplomazia di un nostro vicino. E se ciò accadeva innanzi allo scoppiar della guerra, mi sembra agevole d'immaginare. quello che saria divenuto lo Stato nostro al presente, quando non ci fossimo per tempo provveduti di amicizie potenti a temute, e non le avessimo allacciate a noi fortemente con molti e segnalati servigi! (Bravo! Bene!)

«Ma, oltredicið, quale contraddizione è questa mai di rallegrarsi, di compiacersi altamente della reintegrata fama dell'esercito nostro; della bella e onorata prova che ha fatto in vista di tutta l'Europa, e a comparazione eziandio delle più agguerrite e disciplinate schiere del mondo, che contraddizione, dico, è mai questa di compiacersene, di applaudirsene, e al tempo medesimo biasimare il fatto in cui quella gloria piglia origine, piglia cagione, e con una nuova contraddizione, chiamar tutto ciò un nulla, ed una cosa inutilissima al bene del Piemonte, al bene d'Italia!

«Ma, quando ci parlerai tu, mi sembra udire da alcuna altra parte, delle conferenze parigine, che sono il soggetto peculiare della presente disputazione?

«Quando ci dimostrerai che non fu il parto ridicolo della montagna, che non ne rimasero deluse le nostre speranze, e frustrate le nostre ansiose aspettazioni?

«Signori, circa il particolare delle conferenze, io non potrò dire meglio, nè molto diversamente di quello che avete raccolto dalle belle e persuasive parole del deputato Buffa, e dalle dichiarazioni franche ed esplicite del presi dente del Consiglio..

«Tutta volta non nasconderò la mia speciale maniera. di considerare cotale subbietto, e di giudicarlo.

«Se era nel nostro desiderio di procurare rimedi efficaci e presentanei a guarire i mali profondi d'Italia, certo · faceva d'uopo ricorrere ad altro medico che ad un congresso di diplomatici; la diplomazia, per quello che io ne sento, ha ne' di nostri attenuata non poco la virtù e l'autorità sua.

«La pubblicità universale e la libertà della stampa l'hanno mezzo ammazzata; e se ciò è vero della diplomazia di ciascun singolo Stato, ciò è maggiormente vero dell'opera collettiva dei rappresentanti loro.

«In un congresso politico, o taluno vi fa la parte del lione, ed in quel caso gli altri tutti, con sembianza di deliberare, altro non fanno che obbedire; o le forze vi si contrappesano, ed allora, volendo ad ogni costo pervenire ad alcun accordo di pace, tanto bisogna piegare, tanto cedere da ogni banda e sopra ogni cosa, che l'ufficio dei congregati somiglia molto all'opera della buona massaia, che rammenda e racconcia al meglio, e non per lungo tempo, le cose già logore e vecchie, ma non ne crea mai d'impensate e di nuove (Ilarità).

«D'altra parte, in un congresso politico radamente si radunano personaggi rappresentatori di cose di una natura così disparata e contraria, come accadde in Parigi.

«Quivi, in fatto di religione, il musulmano sedeva accanto al cattolico, il cattolico accanto al protestante ed allo scismatico; in fatto di governo, quivi eransi incontrati il dittatorio, il costituzionale, l'assoluto ed il teocratico; in fine, anche a rispetto delle leggi, dei costumi, delle istituzioni, là era forse rappresentata quanta varietà e differenza puossi raccogliere da un capo all'altro di Europa.

«Non doveasi dunque ragionevolmente aspettare da quel congresso altra cosa maggiore, che (come bene osservava ieri il presidente del consiglio ) la confermazione e registrazione dei fatti già consumati, ed una più rumorosa e legale significazione dei già preconcetti e prestabiliti voleri.

«Da questo lato impertanto io mi accosto nel giudicare le conferenze, al modo usato dagli uomini della opposizione; ma subito mi dilungo da loro nel valutare un fatto che, agli occhi miei, ha gran rilevanza, cioè che le conferenze di Parigi hanno recato in mezzo una testimonianza splendidissima e accertatissima del gran progresso che fa la Causa Italiana nello spirito dei popoli e nella opinione dei più moderati e conservativi d'ogni nazione; e quando questo fatto sia giudicato dagli avversari un assai poca cosa, un minimo risultamento, io li giudico in contraddizione colla massima loro, che la opinione sia la regina del mondo.

«Nei nostri tempi, o signori, le nazioni risorgono non meno per virtù delle idee che pel valore delle armi; ed a non cercarne molto discosto gli esempi, piacciavi di ricordare che la sola forza dell'opinione fece scoppiare la celebre battaglia navale di Navarino, e la forza sola dell'opinione astrinse il Governo francese a spedire il Maison nel Peloponneso per affrancarlo dalle armi del micidiale Ibraimo. Ma procediamo ad altre maggiori considerazioni.

«Nel 5° articolo della proposta di pace, lasciavasi ai contraenti l'arbitrio di esaminare nello stato di Europa quei punti e quelle condizioni politiche che loro fossero apparsi più attinenti alla conservazione e perdurazione di essa pace. Ma io credo che facilmente mi verrà conceduto che di cotesti punti, di coteste condizioni, se ne potevano radunare ed esaminare infinite.

«Perchè dunque il Congresso, appena toccata, e come di volo, la Grecia ed il Belgio, subito trapassò a discorrere ed a controvertere sulle cose italiane?

«Forse l'Italia è la sola nazione oppressa nel mondo? Forse è la sola a cui si impedisce di pervenire all'indipendenza? Pur troppo no. Di là ancora dell'alpi e del mare vi ha parecchie regioni in cui prevale, in cui si mantiene l'oppressione e la servitù. Forse l'Italia era un subbietto molto semplice ed assai maneggevole, una materia non punto gelosa, né irritativa, e sulla quale potevano i con traenti venire a facili accordi e risolvere alcun che di formale e di positivo? Ma la bisogna andava tutto al contra rio; e non potevasi prescegliere un tema e più implicato e più difficile; non una materia dalla quale uscisse maggior pericolo, anzi certezza che in taluno dei presenti sarebbesi risvegliato grave indignazione e dispetto; non poteasi mettere innanzi argomento, sul quale l'accordo riuscisse meno probabile, e la discussione più vuota di positivi risultamenti, dovendosi ottenerli per via di deliberazioni spontanee e di reciproche concessioni. Perchè dunque, domando io di nuovo, perchè il Congresso volle occuparsi distesa mente ed unicamente delle cose italiane? Perchè, rispondo io, i destini della Penisola sono maturi; perchè l'opinione pubblica li spinge innanzi; e lo zelo e l'abilità singolare del nostra inviato se ne giovò altamente e con fruttuosa opportunità.

«Signori, i casi straordinari del 48, la nuova e specchiata vita politica del Piemonte, e sovrattutto la comparsa onorata del nostro vessillo tricolore in mezzo alle schiere francesi e britanne, hanno rivolto sopra di noi lo sguardo di tutto il mondo civile; e la stampa di qual che sia paese, massimamente dallo scoppiare della guerra, mai non cessò di occuparsi, e preoccuparsi delle nostre sorti. E non sono più articoli veementi ed infiammativi di qualche gazzetta radicale, non sono programmi di conventicole, non iscritture lavorate e propalate dalle soppiatte cospirazioni, ma è il pensamento generale di tutti i savi e di tutti i buoni, dei governi come dei popoli, della diplomazia, come della democrazia.

«E se questo non sembra bastevole agli oppositori, io aggiungerò ancora che di là della Manica, il capo stesso del partito dei tories, il vecchio e riverito lord Lindhurst si apparecchia di caldeggiare la causa italiana con tutta la facondia e l'autorità della sua parola. Aggiungerò ancora, che jeri medesimo, un dispaccio annunziava che nel Parlamento inglese patrocinavano quella causa dessi i ministri della Regina, e forse in quest'ora, in questo punto che noi ragioniamo, alcun altro insigne oratore parla e perora colà pei nostri conculcati diritti (Bravo! Bene!)

«Questa è, o signori, questa la segreta e potente cagione che introduceva nelle conferenze di Parigi la questione delle cose italiane. Invano il plenipotenziario di Vienna pre munivasi d'ogni cautela' la più minuta; invano sperò che nel recinto del congresso tutti gli aditi fossero vigilati e interdetti, le porte tutte ben chiuse, e ben sigillate, non vi fosse da alcun lato accesso possibile all'esterno ed importuno vociferare, e tenne per sicuro, con quale accecamento non so, che il nome odioso d'Italia mai non avrebbe risuonato là dentro.

«Ma il conte di Cavour, colla franchezza e veracità delle note sue diplomatiche sgombrò quegli aditi, schiuse, spalancò quelle porte, e fece a forza echeggiare là dentro le mille voci che d'ogni parte gridavano e gridano tutta via: Salve magna parens! (Bravo! Bene! Movimento).

«Egli è tempo, o Governi d'Europa, egli è gran tempo che la primogenita delle nazioni dell'occidente, che la figliuola di Roma sottragga il venerabile capo al giogo in degnissimo, e cessi una volta di vivere, quasi a dire ex-lege, e in tormentosa e perpetua contraddizione con tutte quante le leggi della giustizia e della natura (Applausi fragorosi e prolungati).

«Ora questa espressione della coscienza universale, que sta dichiarazione del diritto echeggiata in mezzo ad un congresso di diplomatici, sembra ella davvero agli opponenti, una cosa di niun momento e che nulla rileva al bene della patria nostra? Io su ciò la penso molto diversa mente da loro, e giudico invece che in cotal fatto, non lo disgiungendo sopratutto dalle notabili contingenze che lo accompagnano, si manifesta il cominciamento d'una nuova forma di risorgimento italiano.

«E per vero non sono ancora dieci anni passati, o signori, che noi, poveri rifuggiti di là delle Alpi, scansar dovevamo al possibile ogni contatto frequente, ogni stretto colloquio cogli stranieri per non sentirli discorrere della no stra patria infelice o con fredda indifferenza, o con pietà oltraggiosa ed avvilitiva. Ed oggi? Oggi il rappresentante ďun Governo italiano siede a deliberare coi massimi po tentati d'Europa, e vi siede con eguale dignità, con egual diritto di suffragio; discute con essi le cose d'Oriente, piglia facoltà di spedire legni armati alle foci del Danubio per invigilare l'esecuzione dei trattati; ed apparecchia, insieme co' suoi colleghi, la costituzione terminativa delle provincie Danubiane, le cui popolazioni, generoso rampollo del sangue latino, debbono ancora con dolce meraviglia riconoscere qualche beneficio dalla loro antica madre (Bene! Bravo!).

«Sono due anni appena compiuti che il Piemonte sembrava scusarsi delle sue libere istituzioni, e tenea sembianza ed atto come d'un uomo che d'ogni cosa e sempre si di fende e si scolpa. Ed oggi? Oggi, nelle conferenze di Parigi, il Piemonte chiama a severo giudizio i suoi antichi querelanti, narra, espone e descrive le loro enormezze e le loro tirannidi, e nessuno sorge colà a difenderli, nessuno osa ne gare le tremende incolpazioni; tantoché il novello accusatore, pieno di fede nella necessità delle cose e nella giustizia di Dio, aspetta con sicurezza e serenità la finale sentenza.

«Non sono due anni bene compiuti che il Piemonte veniva accusato di spiriti irrequieti e perturbatori, e a lui recavasi la cagione delle frequenti sommosse e cospirazioni. Oggi, o signori, nelle conferenze di Parigi, il Piemonte rovescia la vile calunnia sul capo de' suoi avversari, ed essi, essi soli sono colà ravvisati da ognuno come vera cagione e occasione del prolungarsi dei disordini e delle sommosse in Italia (Bene! Bravo!).

«E non è tutto ancora. Il conte di Cavour, con felice ardimento inspiratogli da un alto e primitivo diritto, assumeva là, nel Congresso, l'uffizio pietoso di rappresentare e patrocinare tutte le oppresse popolazioni italiane; e quel l'uffizio, pur troppo nuovo e insperato a quelle misere popolazioni, non trovò nel Congresso che poca e parziale. contraddizione, e fuori di là trovò l'opinione più illuminata di Europa che lo applaudiva e davagli conferma ed autenticazione pienissima; ond'esso è uno di quei sacri diritti che vanno da se medesimi a registrarsi nel codice comune ed universale delle genti.

«Però, sciogliamoci da ogni timore, e crediamo saldadamente che quel nobile ufficio di rappresentanza e di patrocinio non fuggirà più, mai dalle mani del nostro Principe e del nostro Governo; e quando alcuno richiedesse ai ministri di profferire la carta del geloso mandato e le altre consuete rubriche e legalità, risponderanno autorevolmente (che essi, il prezioso chirografo ricevevano dalle mani stesse della natura, e fu scritto e fu segnato dal sangue dei Piemontesi nobilmente caduti nelle Valli lombarde, e sotto le mura di Sebastopoli (Nuovi applausi).

«Questo ci hanno fruttato le Conferenze, questo il partecipare alla lega, il cooperare alla guerra; e se gli opponenti proseguiranno a giudicare tutto ciò un nulla e una cosa inutilissima al bene del Piemonte e al bene d'Italia, io riconosco essere la forma del mio intelletto e del mio criterio differentissima dalla loro.

«Ed ecco io sono pervenuto al fine delle mie considerazioni, e a me non rimane altro compito che pregare e scongiurare i ministri, non solo a serbarsi intatto, e serbarsi inoffeso il nobile officio di rappresentare e patrocinare tutte le oppresse popolazioni italiane, ma di accrescerne a ciascun giorno l'efficacia ed il frutto, procedendo sempre con alto coraggio e magnanimità.

«Già le cose sono trascorse ad un termine, che bisogna alla Real Casa di Savoia o retrocedere e sottomettersi, o esercitare con franchezza e con pienezza d'effetto la legittima egemonia assegnatale dalla buona fortuna d'Italia, anzi dalla visibile mano di Dio (Applausi generali e prolungati). »


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Il Presidente del Consiglio cosi rispondeva alla interpellanza del deputato Brofferio sul Trattato del 15 aprile

«Mi occorre dare alcune spiegazioni intorno alla fattami interpellanza sull'esistenza di un trattato fra la Francia, l'Inghilterra e l'Austria. Questo trattato, stato annunciato dal Morning Post, il cui articolo fu riprodotto da molti giornali, e si trova nella Presse, nel Débat, e non so se anche nel Moniteur, reputo che realmente sussista.

«Ma a che cosa si riduce questo trattato? In quello del 30 marzo fu dichiarato da tutte le potenze intervenienti essere ammesso l'impero ottomano a far parte del con certo europeo.

«Alcune potenze stimarono dover andare più oltre, ed essere in debito di dichiarare che qualunque attentato al l'integrità dell'impero ottomano dovesse essere considerato immediatamente come un caso di guerra. La Camera non aspetterà da me che io entri in particolari sulle conseguenze a cui questo modo d'interpretazione che si voleva dare al trattato poteva dar luogo, ma non esito a dire che a mio giudizio non conveniva alla Sardegna di andare fino a quel punto.

«Riflettano infatti l'onorevole preopinante e la Camera quali sono le conseguenze di quel trattato: esse sono che qualunque aggressione contro l'impero ottomano, da qualunque parte essa venga, costituisce per le parti contraenti un caso di guerra. I contraenti si vincolano a priori a fare la guerra contro chiunque attenti all'integrità dell'impero turco.

«Quantunque la Sardegna sia interessata al manteni mento di questa integrità, quantunque la Sardegna porti molta simpatia a quel governo, nulladimeno io non istimo che sia nella sua convenienza il vincolarsi al patto di sguainare la spada contro chiunque, o in Europa, o in Asia, o in Africa si metta in guerra coll'impero anzidetto.

«Sicuramente, la Francia, l'Inghilterra, l'Austria hanno all'integrità dell'impero ottomano un interesse di gran lunga maggiore di quello che possa avervi il Piemonte; epperciò non è da stupirsi che quelle potenze abbiano creduto opportuno di dichiarare a priori essere per esse caso di guerra qualunque attentato a quell'integrità, e che la Sardegna ed alcune altre potenze partecipanti al trattato non abbiano giudicato di dover fare simil cosa.

«Questa spiegazione mi pare di natura da tranquillare l'onorevole preopinante e la Camera sul trattato fatto per assicurare l'integrità dell'impero ottomano. Gl'interessi della Francia, dell'Inghilterra e dell'Austria sono identici su questo punto; quei governi vogliono l'integrità di quell'impero, non è quindi da stupirsi che queste potenze si siano associate per dare a quel principio una sanzione molto maggiore di quella che avesse ricevuto dal trattato del 30 marzo.

«Quel trattato però non va più oltre, e tutte le altre clausole nel trattato del 30 marzo stabilite non hanno ricevuto una nuova sanzione od una modificazione da quello del 15 aprile. »


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Rispetto alle interpellanze mosse dal deputato Cadorna, ecco le spiegazioni date dal conte di Cavour alla Camera

«Fu sparsa, è vero, la voce in varji giornali esteri e del paese, che, dietro consigli autorevoli ed inviti venuti da persone alto locate, il Piemonte si disponeva a riaprire trattative con Roma.

«È vero che in altri tempi, in tempi già da noi alquanto lontani, furono dati consigli, furono fatti inviti per indurre il Governo a riaprire trattative colla Corte di Roma; ma debbo tosto sogggiungere che questi consigli e questi inviti non erano dettati né dall'intenzione di veder mutata la nostra politica, ed abbandonati i principii da noi sostenuti, ma anzi, di veder conchiusi accordi sopra basi conformi alle massime che hanno ricevuto sanzione di legge, giacché si parlava di negoziazioni aventi più o meno per base il Concordato del 1801 (Movimento).

Ma naturalmente questi consigli non furono ripetuti: che anzi io posso assicurare la Camera che, essendomi trovato in questi ultimi tempi in contatto con gran numero di personaggi distinti nella sfera politica, sia per i posti che occupano, sia per la parte presa ai passati eventi, non ne trovai che un piccolo numero, una minoranza, sarei per dire, impercettibile, che ci consigliasse di mutar politica, di avvicinarci alla Corte di Roma; l'immensa maggioranza degli uomini di Stato sì della Francia che degli altri paesi, invece faceva apertamente plauso ai nostri principii.

«Dissi che poche persone soltanto incontrai le quali ci consigliassero l'accordo, e due fra esse insistettero in modo più speciale presso di me.

«Quantunque io onori altamente il loro ingegno, e faccia grande stima del loro carattere, tuttavia non potei rimanere convinto dai loro ragionamenti, sebbene in essi spiccassero alcuni argomenti che, per mio avviso, non sono destituiti di un certo valore. Essi volevano persuadermi che il nostro contegno, rispetto alla Corte di Roma, fosse di grave nocumento alla causa costituzionale in Europa, somministrando la nostra condotta un argomento contro essa ai cattolici più zelanti ed illuminati.

«Ad entrambi questi personaggi io feci identica risposta.

«Se la Camera me lo permette io mi farò qui a ripeterla, giacché penso possa valere anche per quelle persone che, animate da spirito liberale, avessero ancora in mente di rinnovare simili istanze.

«Dissi loro come io fossi persuaso del vantaggio che poteva risultare da accordi fatti su basi accettabili tra il Governo del Re e la Corte romana; com'io fossi non lontano, in massima, dal tentare nuove negoziazioni; che anzi, se avessi avuto la minima speranza che queste avessero potuto condurre ad accordi plausibili, io avrei consigliato al Governo di immediatamente intavolarle. Ma, soggiunsi, onde la conciliazione tra due parti sia per riuscire, è necessario che queste siano in disposizioni favorevoli a trattare: ora io credo, diceva, che né la Corte di Roma, né il mio paese, siano in quella condizione che è indispensabile per condurre ad accordi che siano dalle due parti accettabili.

«E invero, per quanto spetta alla Corte romana, come mai si può supporre che essa, il giorno dopo un'immensa vittoria, che riconduce in certo modo le relazioni tra la Chiesa e lo Stato al punto in cui erano nei secoli di mezzo, mentre si sta adoperando per ottenere un simile risultato in altri Stati italiani, come volete che io possa sperare di trovarla disposta a ragionevoli accordi? Dunque, per parte della Corte di Roma il momento non è opportuno per cominciare delle trattative (Risa di approvazione).

«Ma, soggiunsi con eguale franchezza (perché, sebbene non si trattasse di discorsi diplomatici, ma solo di discorsi famigliari, la franchezza la credo sempre buona), ma, soggiunsi: vi confesso che anche da noi l'opinione pubblica non è in quelle disposizioni che sarebbero necessarie per venire ad accordi ragionevoli, perché, se da un lato si dovrebbe richiedere la Corte di Roma di rinunciare ad antichi privilegi, di consentire alle riforme necessarie per mettere in armonia i rapporti della Chiesa coi principii che informano le nostre leggi civili, dall'altro io ritengo che bisognerebbe fare certe concessioni alla Chiesa, concederle una maggior larghezza nei suoi rapporti collo Stato, ammetterla insomma a godere dei principii di libertà. Ebbene, l'opinione pubblica non è disposta a fare queste concessioni (Ilarità); e volete sapere il perché, diceva sempre a' miei interlocutori, volete saperne il perché? La condizione degli Stati romani è infelicissima, e qui debbo dire che i miei interlocutori non lo negavano (Viva ilarità), e non lo negavano perché sono cattolici e liberali ad un tempo. Questa condizione di cose produce un sentimento poco favorevole al sovrano temporale di quegli Stati, e questo sentimento, rispetto al sovrano temporale, nuoce alla persona di questo sovrano che è ad un tempo il sovrano pontefice.

«MOIA. Debbe cessare la sovranità temporale.

«PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Ma, dicevano, voi dovete distinguere i due caratteri. Io replicava; voi avete perfettamente ragione: io li distinguo come voi, come tutti gli uomini istrutti, come i filosofi; ma nelle moltitudini è impossibile di riuscire a far sorgere questa distinzione; quindi l'irritazione contro il sovrano, vi ripeto, nuoce all'influenza che dovrebbe esercitare il pontefice, epperciò la nostra opinione pubblica non è in quelle condizioni che și richieggono per scendere a veri accordi, perché, vi ripeto, quando si dovesse venire ad un vero accordo, anche noi dovremmo fare delle concessioni alla Chiesa.

«Quindi è forza aspettare, da un lato, che la memoria del concordato coll’Austria sia affievolita (Si ride), e dall'altro, che la condizione degli Stati romani sia alquanto. migliorata (Risa di approvazione).

«Non so se queste ragioni abbiano convinto piena mente i miei interlocutori; quello che è certo si è che que sta risposta troncò la discussione.

«Ho parlato di un cambiamento che si è operato nell’opinione di un'infinità di uomini di Stato rispetto alle nostre relazioni con Roma; e qui posso accertare che molti di coloro, i quali altre volte erano disposti a giudicare se veramente, se non a biasimare apertamente, la nostra condotta, ora, non solo non ci biasimano, ma ci danno la più ampia approvazione.

«Se volete saperne il motivo, ve lo dirò. Non è già dovuto ai meriti nostri, ai nostri discorsi, alle nostre memorie, ai nostri scritti; è dovuto a un altro fatto, è dovuto allo stesso Concordato Austriaco (Bravo!). Questa è stata la difesa la più eloquente che si fosse potuta produrre a favor nostro (Ilarità).

«Quindi io sono condotto a trarre una conclusione, che per un momento mi ravvicinerà all'onorevole conte Solaro della Margarita (Si ride), ed è che, se dal lato religioso, io non posso a meno di lamentare quell'atto, dal lato poli tico io mi associo al conte Solaro Della Margarita per farvi. il più alto plauso (Ilarità prolungata).

VALERIO. «In questa discussione parmi che si sia molto parlato del passato, poco del presente, nulla dell'avvenire. E mio intendimento di rivolgere l'attenzione della Camera sulla situazione che ci fa nell'avvenire l'evento a cui prese parte l'onorevole presidente del Consiglio, cioè il trattato di pace, e le conseguenze che ne emersero.

«Noi udimmo l'onorevole Cavour, conchiudendo il suo discorso di ieri, dichiarare che la politica del Piemonte, di venuta politica italiana, si trova più che mai lungi dal porsi d'accordo con quella dell'Austria; che i sistemi a tal uopo seguiti dai due paesi sono più che mai inconciliabili, e che questo stato di cose può essere nell'avvenire gravido di avvenimenti e di pericoli. Io non poteva udire dalla bocca del signor ministro parole che più gradite suonassero al mio orecchio, e sono assai lieto che l'onorando signor conte di Cavour le abbia raccolte sui banchi della sinistra e fatte sue.

«Voci al centro. Oh! Oh!

«VALERIO. Si (Rivolgendosi al centro), noi abbiamo sempre chiesto che il contegno del Piemonte fosse, rimpetto all'Austria, dignitoso e severo; noi abbiamo sempre chiesto perciò che si preparassero le armi, che si organizzasse debitamente la Guardia nazionale, che si tenesse pronto ed armato il naviglio di guerra, che si migliorassero le fortificazioni di Genova e di Alessandria. Il signor ministro non negherà che questi consigli non siano più di una volta partiti dai banchi della sinistra. Ora io non dirò se i nostri consigli sieno stati tutti eseguiti, io non voglio fare recriminazioni, ma scorgendo dal presidente del Consiglio francamente iniziata una politica italiana, io, ben lungi dall'associarmi a quelli che gli muovevano censure pel contegno da lui tenuto nel Congresso di Parigi, gliene sono anzi vivamente riconoscente.

«Ma la mia riconoscenza diverrà più grande quando alle parole che cotanto impegnano l'avvenire del paese, egli accoppierà provvedimenti, i quali ci facciano certi che i pericoli cui accennava possono essere felicemente superati.

«Egli ha detto essere la politica austriaca più che mai inconciliabile colla nostra.

«Un deputato che noi possiamo credere interpetre della maggioranza, a quelle parole aggiunse, commentandole, maggior gravità. Egli ha detto: all'Austria noi dobbiamo resistere, resistere, resistere in tutto e sempre; e pose fine al suo dire affermando doversi chiedere che sia posto in istato di accusa quel ministro il quale scemasse di un solo soldato l’esercito. Dunque conviene resistere; ma la resistenza, come ognuno ben scorge, implica un attacco. Ora, io domando al signor presidente del Consiglio dei ministri se dai dibattimenti che ebbero luogo nel seno del Congresso, se dalle nozioni che sono a lui pervenute, emerga che noi stiamo veramente sotto il colpo di una minaccia e di un attacco. Il paese non può senza inquietudine stare sotto il peso delle parole che furono pronunciate dalla sua autorevole voce, e che vennero corroborate per organo di un rappresentante, il quale può dirsi interprete della maggioranza della Camera.

«Quando lo stato delle cose sia per esigere che si prendano provvedimenti in proposito, stia certo il signor ministro che ogni dissidio, ogni divergenza di opinione che possa es servi in questo Parlamento, scomparirà certamente dinnanzi allo straniero, e che il medesimo ci troverà disposti a tutti i sacrifizi che ci saranno chiesti a nome della dignità e del l'onore del paese (Applausi dalle gallerie).

«Un altro motivo mi spinge a far questa domanda al signor Ministro.

«Le nostre parole, le parole del signor Presidente del Consiglio di tanto più importanti delle nostre, non staranno sicuramente chiuse in questo recinto o serrate nei confini che segna il Ticino. Le frontiere, le baionette, i commissari di polizia, i birri che ricingono le altre provincie italiane, le quali sono da noi divise, non potranno tener lontano il suono di tali parole.

«Queste varranno a ridonare coraggio agli animi abbattati, e faranno audaci gli animi coraggiosi, e l'audacia e il coraggio che ne verrà ai nostri fratelli del rimanente d'Italia, non starà lungo tempo senza farsi sentire (Bravo! bene!) Ora quale sarà il contegno del Piemonte dinnanzi a questi eventi? Quale sarà il contegno di quelle potenze di cui il signor ministro ci prometteva la cooperazione, o della cui amicizia ci ha lungamente parlato? Io mi associo coll'onorevole Di Cavour quando egli chiama onorando e benemerito d'Italia lord Clarendon, ma non dimentico che lord Clarendon, pochi giorni sono, chiamava mite e temperato il governo di Parma. Io sono grato a lord John Russel, il quale ieri tuonava nel Parlamento inglese contro l'occupazione straniera in Italia; però non mi dimentico che, sette od otto mesi sono, lo stesso lord John Russel, da quella stessa tribuna, diceva non potere l'Italia sperare vantaggio mai se non sé dall'Austria (Bravo! Bene!)

«Io amo e lodo il brillante valore degli eserciti di Francia, ma non dimentico quale specie di libertà vennero a portare in Italia gli eserciti francesi sol finire del passato secolo e sull'esordire del presente; e quando lo dimenticassi, troverei nella storia della mia stessa famiglia dolorose reminescenze che me ne farebbero risovvenire.

«Io quindi davanti ad avvenimenti che credo prossimi, che vedo gravi per noi e più gravi ancora per quelle parti d'Italia, le quali sono sottoposte ad una giustizia che non è la nostra, ad una giustizia che deve cessare, e che cesserà certamente; davanti a quegli eventi, dico, io domando per l'onore, per la coscienza del paese, che il signor ministro ci palesi quale sarà il contegno del Piemonte.

«Qualunque poi sia per essere la risposta del signor Ministro, io gli dico: voi avete agito nobilmente, quando colla nota che avete deposta prima di lasciare Parigi, avete apertamente, audacemente preso nelle vostre mani la causa dell'italianità; voi avete pure bene operato, quando i principii che sosteneste nelle conferenze francesi, francamente, apertamente li avete sostenuti davanti al Parlamento piemontese; ma in pari tempo gli dirò: quello che avete fatto vi impone obblighi gravissimi; io vi prego di pensarvi seriamente, ed ancora una volta vi rinnovo la dichiarazione, che, ne ho fiducia, non sarà certamente disdetta da veruno de' miei amici politici, che, quando arrivi il giorno del pericolo, ogni divergenza di opinione sarà cancellata in que sto recinto, e che vi troverete dei cuori disposti a sacrificare vita e sostanze per quella causa, che fu sempre la nostra, e che dovrà essere combattuta in un avvenire che voi stesso ritenete non tanto lontano (Applausi).

«REVEL. Io intendo di fare una breve interpellanza, che sarebbe come un corollario della discussione che è seguita.

«La camera ha udito le spiegazioni che vennero date dal presidente del Consiglio intorno ai fatti principali che ebbero luogo nelle conferenze di Parigi. Egli ha esposta la condotta che ivi fu tenuta dai plenipotenziari sardi, ed in gran parte io l'approvo. La Camera ha pure udita la risposta, o, per meglio dire, i commenti che da un oratore della maggioranza ministeriale si fecero alle parole pronunziate dal presidente del Consiglio, come altresì il discorso che venne fatto da un deputato che siede sui banchi opposti a quelli su cui io mi trovo.

«Ora, io credo che dal complesso delle cose che furono dette, sia sorta nella Camera l'idea della possibilità, in epoca non remota, di un conflitto o, per meglio dire, di una rottura con una potenza a noi vicina.

«Ciò stando, io mi permetto di fare un'interpellanza al Ministero, la risposta alla quale varrà od a confermare l'idea che ho testé accennata, oppure a scemare l'inquietudine nata in molli, in seguito alle cose che furono esposte in questa discussione.

«BUFFA. Domando la parola per un fatto personale.

«REVEL. Quando si chiedeva l'assenso del Parla mento alla convenzione annessa al trattato di alleanza coll'Inghilterra e colla Francia, ci si domandava l'autorizzazione di contrarre un imprestito di 50 milioni, a condizioni favorevoli, per sopperire alle spese della guerra: siffatto imprestito effettivamente ebbe luogo.

«Premesse tali avvertenze, io domando al Ministero:

«1° Se questo imprestito fu integralmente versato o no;

«2° Se sia vero, come generalmente si dice, che le spese della guerra, rientrato il nostro esercito nel paese, non salgono ad una somma' maggiore di 44 milioni.

«Se ciò fosse, pei 50 milioni imprestati dall'Inghilterra, vi sarebbe un sopravanzo di 6 milioni, i quali varrebbero precisamente a colmare la deficienza che esisteva nel bilancio del 1856, e che il Ministero intendeva di coprire colla differenza tra i 24 ed i 30 milioni che chiedeva pel compimento delle spese della guerra. La Camera sa che queste erano valutate a 74 milioni sino al fine del l'anno 1856; che 50 di questi erano stati imprestati dal l'Inghilterra, e che se ne domandarono altri 30 a prestito. Sebbene io abbia allora osservato che 24 milioni erano sufficienti per far fronte alle spese testé accennate, la Camera stimò di stanziare anche i rimanenti sei milioni.

«Ora, se è vero ciò che molti assicurarono, vale a dire che le spese della guerra, rientrato il nostro esercito nello Stato, non saliranno che a 44 milioni, vi sarebbero ancora quei sei milioni che erano necessari per compiere il 1855. Quindi io domando al Ministero se i 50 milioni, di cui ho sovra parlato, furono versati integralmente, e se egli sia disposto a valersi degli altri 30 che ha avuto la facoltà di contrattare.

«Per me, lo dico schietto, se il Ministero prevede che vi possa essere questa possibilità di guerra, io darei volentieri, se fosse necessario, un secondo voto per questi 30 milioni, perché desidero che, se questa gravissima contingenza si verificasse, noi non ci trovassimo sprovveduti di danaro in momenti in cui il credito pubblico vien meno (Vivissimi segni di approvazione).

«BUFFA. Essendo il signor conte di Revel il secondo oratore che trae argomento dal discorso che ho fatto ieri alla Camera per argomentarne la possibilità di certi eventi, mi credo in istretto dovere e dirò anzi, in dovere di co scienza, di dichiarare che intendo che le mie parole sieno assolutamente disgiunte da quelle che furono pronunziate in questa. Camera dall'onorevole presidente del Consiglio dei ministri.

«Io ho espresso semplicemente la mia opinione, la quale per altro conduceva a conseguenze ben diverse da quelle che altri ha creduto dedurne. Ho sostenuto che la politica nostra, per quel diritto che ciascuno ha di provvedere alla propria esistenza debba essere di resistere alla politica austriaca in Italia in tutto e sempre, perché questa tende ad annienta rei; ma ho pur detto che questa resistenza, per quanto ferma e vigorosa, doveva tenersi entro i limiti dei nostri diritti e dei nostri doveri. Quello che ho detto ieri, lo ripeto quest'oggi, e non credo che si possa trarne la conseguenza che altri la. creduto.

«PRESIDENTE. La parola è al sig. presidente del Consiglio (Movimenti di attenzione.)

«PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. La Camera capirà quanta riserva, quanta circospezione io debba usare nel rispondere alle interpellanze che mi furono mosse da gli onorevoli deputati Valerio e Revel.

«Ho esposto schiettamente, é senza reticenza, quale sia stato l'operato dei plenipotenziari sardi al Congresso di Parigi ed ho rappresentato quali fossero i principii della loro politica. Il giudicare ora quali conseguenze siano per tener dietro a questa loro condotta, e questa politica da loro pro pugnata, sarebbe impossibile il farlo.

«Io non ho detto che fosse prossima una rottura col l'Austria; ho accennato che le conferenze di Parigi non avevano né punto né poco riavvicinato i due governi; che le discussioni ivi seguite avevano manifestato più chiara mente, forse, che nol fosse per lo passato, la differenza radicale che correva tra i sistemi di politica professati dai due paesi. A quali conseguenze questa differenza di sistemi sarà per condurre, è impossibile per ora il prevedere, il dichiarare alla Camera ed al paese

«Non posso nemmeno indicare alla Camera, al paese ed all’Italia, quale sarebbe la condotta del Governo in certe possibili contingenze. Quello che posso dire, si è che la via che seguirà il Governo sarà sempre quella che più direttamente conduce al maggior bene d'Italia (Vivi segni d'approvazione.)

«Mi è avviso di avere con ciò anche risposto alla prima parte delle interpellanze dell'onorevole deputato conte di Revel: senonché io aggiungerò che, se il Governo ed i suoi rappresentanti hanno tenuto e tengono loro stretto dovere it proclamare altamente la loro politica, hanno tenuto dover loro di assumere il patrocinio della causa dell'Italia, ciò nondimeno, sentono quanto la gravità stessa di questa causa loro imponga l'obbligo della prudenza, quindi il Governo procurerà di conciliare colla fermezza la prudenza.

«Venendo alla questione di finanze, io posso dire alla Camera ad onore del governo inglese, che quando si credeva che la guerra avesse a continuare, e che, in tale pre visione la spesa degli anni 1855 e 1856 era stata calcolata dai 74 ai 75 milioni, il governo inglese, sulla nostra do manda, aveva aderito a fornirci in prestito un terzo, mi lione sterlino alle medesime condizioni alle quali aveva con sentito il prestito de' due primi milioni sterlini (Movimenti.)

«Quando la pace fu stabilita, non era più il caso di richiedere il Governo inglese di questo prestito suppletivo; nondimeno fu forza entrare in alcuni negoziati per determinare in modo preciso il pagamento del secondo milione sterlino, giacché, stando alla lettera pretta della convenzione, vi sarebbero stati alcuni dubbi sull'obbligo del governo inglese di pagare il secondo milione sterlino.

«Il governo britannico però aveva già data un'interpretazione più larga al trattato, poiché effettivamente ci aveva anticipato 500 mila lire sterline.

«Esaminato il caso dagli uomini di legge d'Inghilterra, fu riconosciuto essere necessaria una sanzione legislativa per sanare il passato, e autorizzare il Governo a compiere il prestito dei due milioni. Io credo che si è già preparato questo atto il quale, per quanto mi consta, non incontrerà difficoltà nel Parlamento inglese.

«Noi abbiamo già ricevuto dall'Inghilterra un milione e mezzo di lire sterline, e se, come non dubito, il Parla mento approva la proposta dei ministri, avremo ancora da ricevere 500 mila lire sterline.

«Rispetto alle spese della guerra, dai conti presentati dal ministro della guerra e regolate dalla sezione generale del tesoro, risultava che al primo maggio si erano spesi 44 milioni: la somma pertanto indicata dall'onorevole preopinante è quella di quanto si è speso od impegnato al primo di maggio.

«Ma sicuramente rimangono ancora dispendi di qual che considerazione a farsi, prima che l'intiero Corpo di spedizione si sia restituito in Piemonte, e temo forte che i sei milioni che rimangono ancora per raggiungere la cifra dei 50 milioni, non siano assorbiti dal mio onorevole col lega (Indicando il ministro della guerra che gli siede a fianco) (Viva ilarità).

«Quindi io non credo che coi risparmi da operarsi sul bilancio della guerra, si possa sopperire al disavanzo del bilancio ordinario.

«Ecco le spiegazioni che, per quanto mi pare, l'onorevole preopinante desiderava intorno al prestito di due milioni sterlini.

«Voci. E il prestito?

«PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Quanto poi al nuovo prestito, io penso di non dover assumere verun impegno. Sicuramente, se nessuna circostanza straordinaria interviene, non sarà necessario mandare ad effetto che una piccola parte del prestito consentito dal Parlamento; ma mi pare che, se la Camera ha fiducia nel Ministero, non sia il caso di ritogliere il consenso a questo prestito, come nemmeno mi pare abbia in questo momento il preopinante questa intenzione.

«Io quindi, date queste spiegazioni, spero che l'onoreyole Di Revel vorrà chiamarsene soddisfatto.

«REVEL. Siccome il signor ministro pare abbia franteso quanto ho detto, così è mio dovere di spiegarlo più chiaramente.

lo ho detto che, se il ministro credeva prossimo un conflitto che non potesse evitarsi, io era disposto a concedere i trenta milioni; ma qualora egli, stando in una riserva che io non voglio per ora censurare, non creda a questa probabilità, allora io non sono niente disposto (Si ride) a lasciare a sua disposizione trenta milioni, per ogni conseguenza non preveduta.

«PRESIDENTE. Interrogo la Camera se intende chiudere la discussione, e quindi passare ai voti la risoluzione proposta dal deputato Cadorna.

(La Camera delibera affermativamente).

«Rileggo la proposizione:

«La Camera, udite le spiegazioni date dal signor presidente del Consiglio dei ministri, approva la politica nazionale del Governo del Re, e la condotta dei Plenipotenziarii sardi nel Congresso di Parigi, e confidando che il Governo persevererà fermamente nella stessa politica, passa all'ordine del giorno.»

«La pongo a partito.

(La Camera sorge in massa, ed approva alla quasi unanimità).

(Vivi applausi dalle tribune).

«La seduta è levata alle ore 5 ¼.


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DOCUMENTI DIPLOMATICI PRESENTATI ALLA CAMERA

DAL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

(Vedi sopra, pag. 80.)

Nota verbale consegnata dai Plenipotenziari Sardi ai ministri di Francia e d'Inghilterra il 27 marzo 1856

«Nel momento che gli sforzi gloriosi delle Potenze Occidentali tendono ad assicurare all'Europa i benefizi della pace, la condizione deplorabile delle province sottoposte al Governo della Santa Sede, principalmente delle Legazioni, richiama l'attenzione speciale del Governo di S. M. Britannica e di S. M. l'Imperatore de' Francesi.

«Fino dal 1849, le Legazioni sono occupate dalle truppe austriache; da quel tempo vi hanno vigore senza interruzione lo stato d'assedio e la legge marziale. Il Go verno Pontificio vi esiste di nome soltanto, poiché sopra i suoi Legati sta un generale austriaco, il quale prende il titolo ed esercita le funzioni di governatore civile e militare.

«Nulla fa presagire la fine di questo stato di cose, poi ché il Governo Pontificio tal quale si trova, è convinto della sua impotenza a conservare l'ordine pubblico, come al primo giorno della sua restaurazione: e l'Austria appunto questo desidera sovra ogni cosa, di rendere permanente la sua occupazione. Ecco dunque i fatti quali si presentano: deplorabile condizione, che ogni di peggiora, di un paese ricco di nobili pregi, e in cui abbondano gli elementi conservatori: impotenza del sovrano legittimo a governarlo, pericolo permanente di disordine e di anarchia nel centro dell'Italia; estensione della dominazione austriaca nella Penisola oltre i limiti concessi dai Trattati del 1815.

«Le Legazioni prima della rivoluzione francese erano sotto l'alta sovranità del papa; ma godevano di privilegi e di franchigie, che le rendevano, almeno nell'amministrazione interna, quasi indipendenti. Nondimeno, tanto vi era antipatica la dominazione clericale, che le armate francesi vi furono nel 1796 ricevute con entusiasmo.

«Distaccate pel Trattato di Tolentino dalla Santa Sede, queste province fecero parte del Regno Italico fino al 1814. Il genio ordinatore di Napoleone cangiò come per in canto il loro aspetto. Le leggi, le istituzioni, l'amministrazione francese vi svilupparono in pochi anni il benessere e la civiltà.

«In quelle province pertanto tutte le tradizioni, tutte le simpatie si riannodano a quel periodo. Il governo napoleonico è il solo che abbia sopravvissuto nella memo ria, non solo delle classi culte, ma del popolo Egli ricorda una giustizia imparziale, un'amministrazione forte, una condizione insomma prospera, ricca e gloriosa.

«Il Congresso di Vienna dubitò lungamente se riporrebbe le Legazioni sotto il governo del papa. Gli uomini di stato che colà sedevano, quantunque preoccupati dal pensiero di restituire dovunque l'antico ordine di cose, sentivano però che così facendo si lascerebbe un focolare di disordini in mezzo all'Italia. La difficoltà di scegliere un sovrano per queste province, e le rivalità che si manifestarono per possederle, fecero pendere le bilance in favore del papa, e il cardinal Consalvi ottenne, ma solo dopo la battaglia di Waterloo, questa non sperata con cessione.

«Il Governo Pontificio ristaurato non tenne in conto alcuno il progresso delle idee e i profondi cangiamenti operati dal regime francese, in questa parte de suoi stati. Quindi, una lotta fra il governo ed il popolo era inevitabile. Le Legazioni furono in preda ad una agitazione più o meno nascosta, ma che ad ogni opportunità scoppiava in rivoluzioni. Tre volte, l'Austria intervenne colle sue armate per restituire l'autorità del papa costantemente sprezzata da' suoi sudditi,

«La Francia rispose al secondo intervento, austriaco coll’occupazione d’Ancona, al terzo colla presa di Roma. Ogni volta che la Francia si è trovata a fronte di tali avvenimenti, ella ha sentito la necessità di porre un fine ą. questo stato di cose, che è uno scandalo per l'Europa, e un ostacolo immenso alla pacificazione dell'Italia.

«Il Memorandum del 1831 costatava, la deplorabile condizione del paese, la necessità e l'urgenza delle riforme amministrative. Le corrispondenze diplomatiche di Gaeta e di Portici portano l'impronta del medesimo sentimento. Le, riforme iniziate da Pio IX stesso nel 1846, erano il frutto del suo lungo soggiorno in Imola, dove avea potuto giudicare co' suoi occhi proprii degli effetti del deplorabile reggimento imposto a quelle province.

«Sventuratamente i consigli delle potenze e la buona volontà del papa hanno dovuto rompersi contro gli osta coli opposti dall'ordinamento clericale ad ogni maniera d'innovazioni. Nessun fatto meglio risulta chiaramente dalla storia di questi ultimi anni, come la difficoltà, e più ancora, l'impossibilità di una compiuta, riforma del Go verno Pontificio, che risponda ai bisogni del tempo e ai voti ragionevoli delle popolazioni,

«L'imperatore Napoleone III con quel colpo d'occhio giusto, e fermo, che lo caratterizza, aveva perfetta mente inteso e rettamente, indicato nella sua lettera al colonnello Ney la soluzione del problema: secolarizzazione, Codice Napoleone.

«Ma egli è evidente che la corte di Roma lotterà fino all'ultimo istante e farà gli estremi sforzi contro l'adempimento di questi due progetti. Si comprende ch'ella. possa prestarsi in apparenza all'accettazione delle riforme civili e anche politiche, salvo a renderle illusorie nella pratica; ma ella intende troppo bene che la secolarizzazione e il codice Napoleone introdotti nella stessa Roma, là ove l'edificio della sua potenza temporale riposa, la scrollerebbero dalle fondamenta e la farebbero cadere togliendole i suoi principali appoggi: i privilegi clericali e il diritto canonico. Tuttavia, se non può sperarsi d'introdurre una vera riforma nel centro medesimo dove l'azione dell'autorità temporale si confonde talmente con quella del potere spirituale, che l'una non può separarsi dall'altra senza rischio di distruggerle ambedue, non potrebbesi al meno ottener ciò in una parte che sopporta con rassegnazione minore il giogo clericale, che è un focolare permanente di disturbi e di anarchia che fornisce il pretesto all'occupazione permanente austriaca, suscita complicanze diplomatiche e turba l'equilibrio europeo?

«Noi crediamo che lo si possa,'ma purché si separi da Roma, almeno amministrativamente, quella parte dello Stato. Si formerebbe cosi delle Legazioni un Principato Apostolico sotto l'alto dominio del papa, ma retto da leggi sue proprie, con tribunali suoi, sue finanze, sua armata. Noi crediamo che riannodando questo nuovo ordinamento, per quanto si può, alle tradizioni del regno napoleonico, si otterrebbe subito e sicuramente un effetto morale grandissimo, e un gran passo sarebbe fatto per ricondurre la calma fra quelle popolazioni..

«Senza lusingarsi che un accomodamento siffatto possa durare eternamente, nondimeno pensiamo che basterebbe per lungo tempo allo scopo proposto: pacificare quelle province le dare una sodisfazione legittima ai bisogni dei popoli: con quest'istesso mezzo assicurare il governo temporale della Santa Sede senza la necessità di una occupazione straniera permanente. Avrebbe inoltre il gran vantaggio di rendere una grande e benefica influenza alle potenze alleate nel cuore dell'Italia.

«Indicheremo sommariamente i punti sostanziali del progetto e i modi di mandarlo ad effetto.

«1° Le province dello Stato Romano poste tra il Po, l'Adriatico e gli Appennini (dalla provincia d'Ancona sino a quella di Ferrara) sempre rimanendo soggette all'alto dominio della Santa Sede, sarebbero compiutamente secolarizzate ed organizzate, quanto all'amministrativo, alla giustizia, alla milizia e alla finanza, in un modo tutto se parato e indipendente dal resto dello Stato. Tuttavia le relazioni diplomatiche e religiose rimarrebbero dell'esclusivo dominio della Corte di Roma.

«2° L'ordinamento territoriale e amministrativo di questo Principato Apostolico sarebbe stabilito conforme a quello che esisteva sotto il regno di Napoleone I sino al l'anno 1814. Il Codice Napoleone vi sarebbe promulgato, salve le modificazioni necessarie nei titoli che risguardano le relazioni fra la Chiesa e lo Stato.

«3°. Un vicario pontificio laico governerebbe queste province con ministri e un Consiglio di Stato. La posizione del vicario nominato dal papa, sarebbe guarentita dalla durata delle sue funzioni, che dovrebb'essere almeno di dieci anni. I ministri, i consiglieri di Stato è tutti gl'impiegati indistintamente, sarebbero nominati dal vicario pontificio. Il loro potere legislativo ed esecutivo non potrebbe giammai estendersi alle materie religiose né alle materie miste, che sarebbero preventivamente determinate, né, finalmente a ciò che tocca le relazioni politiche internazionali.

4° Queste province dovrebbero concorrere colla de bita proporzione al mantenimento della Corte di Roma e al servigio del debito pubblico attualmente esistente..

«5°Un esercito indigeno sarebbe immediatamente ordinato per mezzo della coscrizione militare.

«6° Oltre i consigli comunali e provinciali vi sarebbe un Consiglio generale per l'esame e la distribuzione dei bilanci.

«Ora se vuolsi considerare i modi di esecuzione, si vedrà che non presentano tante difficoltà quante si vorrebbero supporre a prima vista. Primieramente l'idea di una separazione amministrativa delle Legazioni non è nuova a Roma. Ella è stata più volte messa innanzi dalla diplomazia, e persino raccomandata da alcuni membri del Sacro Colle gio, quantunque dentro limiti molto più ristretti di quelli che sono necessarii per farne un'opera seria e durevole.

«La volontà irrevocabile delle potenze e la loro deliberazione di far cessare indilatamente l'occupazione straniera sarebbero i due motivi che determinerebbero la corte di Roma ad accettare questo disegno, che in fondo rispetta il suo potere temporale, e lascia intatto l'ordina mento attuale nel centro e nella massima parte de' suoi Stati. Ma una volta ammesso il principio, bisogna che l'esecuzione del disegno sia affidata ad un alto Commissario nominato dalle potenze. Egli è evidente che se que sto assunto fosse lasciato in mano al governo pontificio, questo troverebbe nel suo sistema tradizionale i modi di non venirne mai a capo, e di falsare intieramente lo spirito della nuova instituzione.

«Ora non può dissimularsi che se l'occupazione straniera dovesse cessare senza che queste riforme fossero francamente eseguite, e senza che una forza pubblica vi fusse stabilita, vi avrebbe luogo di credere prossimo il rinnovamento di torbidi e di agitazioni politiche, seguito ben tosto dal ritorno delle armi austriache. Un tale avvenimento sarebbe tanto più deplorabile in quanto che gli effetti parrebbero condannare anticipatamente ogni tentativo di miglioramento.

«Soltanto dunque alle condizioni sopraenunciate noi possiamo concepire la cessazione dell'occupazione straniera, che per tal modo potrà operarsi.

«Il Governo pontificio adesso ha due reggimenti svizzeri e due reggimenti indigeni, in tutto circa 8000 uomini. Questa truppa basta per mantener l'ordine in Roma e nelle province non comprese nella separazione amministrativa, di che abbiamo parlato. La nuova truppa indigena che si instituirebbe per mezzo della coscrizione nelle province secolarizzate, ne assicurerebbe la tranquillità. I Francesi potrebbero lasciar Roma, gli Austriaci le Legazioni. Tuttavia le truppe francesi tornando in patria per la via di terra, dovrebbero, passando, rimanere per qualche tempo nelle province distaccate. Ivi resterebbero durante un periodo stabilito innanzi, e strettamente necessario alla formazione della nuova truppa indigena che si ordinerebbe col loro concorso. »

Parigi, questo di 27 marzo 1856

(Firmati)

C. CAVOUR

VILLAMARINA


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Nota indirizzata dai Plenipotenziarii Sardi a lord Clarendon ed al conte Walewski il 16 aprile 1856

«I sottoscritti plenipotenziarii di S. M. il re di Sarde gna, pieni di fiducia nei sentimenti di giustizia dei governi di Francia e d'Inghilterra e nell'amicizia che questi professano pel Piemonte, non hanno cessato di sperare, dopo l'apertura delle conferenze, che il congresso di Parigi non si separerebbe senza aver preso in seria considerazione lo stato d'Italia ed avvertito ai mezzi di recare rimedio, ripristinando l'equilibrio politico turbato dall'occupazione di gran parte delle provincie della penisola dalle truppe straniere. Sicuri del concorso dei loro alleati, essi ripugnavano a credere che niun'altra potenza dopo avere attestato un interessamento si vivo e sì generoso per la sorte dei cristiani d'Oriente appartenenti alla razza slava ed alla razza greca, rifiuterebbe di occuparsi dei popoli di razza latina, ancor più infelice, perché a ragione del grado di civiltà avanzata, che hanno raggiunto, essi sentono più vivamente le conseguenze di un cattivo governo.

«Questa speranza è venuta meno. Malgrado il buon volere della Francia e dell'Inghilterra, malgrado i loro benevoli sforzi, la persistenza dell'Austria a richiedere che le discussioni del congresso rimanessero strettamente cir coscritte nella sfera delle quistioni ch'era stata tracciata prima della sua riunione, è cagione che quest'assemblea, sulla quale sono rivolti gli occhi di tutta l'Europa, sta per isciogliersi non solo senza che sia stato apportato il me nomo alleviamento ai mali dell'Italia, ma senza aver fatto splendere al di là delle Alpi un bagliore di speranza nel l'avvenire, atto a calmare gli animi, ed a far loro sopportare con rassegnazione il presente.

«La posizione speciale occupata dall'Austria nel seno del congresso rendeva forse inevitabile questo deplorabile risultato. I sottoscritti sono costretti a riconoscerlo. Quindi, senza rivolgere il menomo rimprovero ai loro alleati, essi credono debito loro di richiamare la seria loro attenzione. sulle conseguenze spiacevoli che esso può avere per l'Europa, per l'Italia, e specialmente per la Sardegna..

«Ei sarebbe superfluo il tracciar qui un quadro preciso dell'Italia. Troppo notorio è ciò che avviene in quelle contrade da molti anni. Il sistema di compressione e di reazione violenta inaugurato nel 1848 e 1849, che forse giustificavano alla sua origine le turbolenze rivoluzionarie che erano state in allora compresse, dura senza il menomo alleviamento. Si può anche dire che, tranne alcune eccezioni, esso è seguito con raddoppiamento di rigore. Giammai le prigioni ed i bagni non sono stati più pieni di condannati per cause politiche, giammai il numero dei proscritti non è stato più considerevole, giammai la polizia non è stata più duramente applicata. Ciò che succede a Parma non lo prova che troppo.

««Tali mezzi di governo debbono necessariamente mantenere le popolazioni in uno stato di costante irritazione e di fermento rivoluzionario.

«Tale è lo stato dell'Italia da sette anni in poi.

«Tuttavia in questi ultimi tempi l'agitazione popolare sembrava essersi calmala. Gli Italiani vedendo uno dei principi nazionali coalizzato colle grandi potenze occidentali per far trionfare i principii del diritto e della giustizia, e per migliorare la sorte dei loro correligionari in Oriente, concepirono la speranza che la pace non si sarebbe fatta senza che un sollievo fosse recato ai loro mali. Questa speranza li rese calmi e rassegnati. Ma quando conosceranno i risultati negativi del congresso di Parigi, quando sapranno che l'Austria, nonostante i buoni uffici e lo intervento benevolo della Francia e dell'Inghilterra, si è rifiutata a qualsiasi discussione, che essa non ha nemmeno voluto pre starsi all'esame dei mezzi opportuni a portar rimediò a un si triste stato di cose, non vi ha alcun dubbio che l'irritazione assopita si sveglierà fra essi in modo più violento che mai. Convinti di non aver più nulla ad attendere dalla diplomazia e dagli sforzi delle potenze che s'interessaņo alla loro sorte, ricadranno con un ardore meridionale nelle file del partito rivoluzionario e sovversivo, e l'Italia sarà di nuovo un focolare ardente di cospirazioni e di di sordini, che forse saranno compressi con raddoppiamento di rigore, ma che la minima commozione europea farà scoppiare della maniera la più violenta. Uno stato di cose così spiacevole, se egli merita di fissare l'attenzione dei governi della Francia e dell'Inghilterra interessati ugualmente al mantenimento dell'ordine, e allo sviluppo regolare della civiltà, deve naturalmente preoccupare nel più alto grado il governo del re di Sardegna.

«Lo svegliarsi delle passioni rivoluzionarie in tutti i paesi che circondano il Piemonte, per effetto della causa di tal natura che eccitano le più vive simpatie popolari, lo espone a pericoli di una eccessiva gravità, che possono compro mettere quella politica ferma e moderata che ha avuto si felici risultati all'interno e gli ha valso la simpatia e la stima dell'Europa illuminata.

«Ma questo non è il solo pericolo che minaccia la Sardegna. Un pericolo più grande ancora è la conseguenza dei mezzi che l'Austria impiega per comprimere il fer mento rivoluzionario in Italia. Chiamata dai sovrani dei piccoli Stati dell'Italia, impotenti a contenere il malcontento dei loro sudditi, questa potenza occupa militarmente la più gran parte della valle del Po e dell'Italia centrale, e la sua influenza si fa sentire in una maniera irresistibile nei paesi stessi in cui essa non ha soldati. Appoggiata da un lato a Ferrara e a Bologna, le sue truppe si sten dono sino ad Ancona, lungo l'Adriatico, divenuto in certo modo un lago austriaco: dall'altro padrona di Piacenza, che contrariamente allo spirito se non alla lettera dei Trattati di Vienna lavora a trasformare in piazza forte di primo ordine, essa ha guarnigione a Parma, e si dispone a spie gare le sue forze in tutta l'estensione della frontiera sarda, dal Po sino alla cima degli Appennini.

«Queste occupazioni permanenti, per parte dell'Austria, di territorii che non le appartengono, la rendono padrona assoluta di quasi tutta l'Italia, distruggono l'equilibrio stabilito dal trattato di Vienna, e sono una minaccia continua per il Piemonte.

«Circondato in certa qual guisa da tutte parti dagli austriaci, vedendo spiegarsi sulla sua frontiera orientale intera mente aperta le forze di una Potenza, che sa non essere animata da sentimenti benevoli inverso di lui, questo paese d tenuto in uno stato costante di timore, che l'obbliga a tenersi in armi ed a provvedimenti difensivi oltre ogni dir gravi per le finanze, già oberate pe' casi del 1848 e 1849; e per la guerra a cui ha testé preso parte.

«I fatti che i sottoscritti espongono bastano per far valutare i pericoli della posizione in cui trovasi il Governo del Re di Sardegna.

«Turbato all'interno dall'azione delle passioni rivoluzionarie, suscitategli intorno da un sistema di compressione violenta e dall'occupazione straniera; minacciato dall'estensione della potenza dell'Austria, può da un'ora all'altra es sere astretto da ineluttabile necessità ad appigliarsi a partiti estremi, le cui conseguenze è impossibile calcolare.

«I sottoscritti punto non dubitano che un tale stato di cose non isproni la sollecitudine dei Governi di Francia e d'Inghilterra, non solo a causa dell'amicizia sincera e della verace simpatia professate da queste Potenze pel Principe, che solo fra tutti, nel momento in cui l'esito era incertissimo, si è dichiarato apertamente a favor loro, ma soprattutto perché costituisce un vero pericolo per l'Europa.

«La Sardegna è il solo Stato dell'Italia che abbia potuto innalzare una barriera insormontabile allo spirito rivoluzionario e rimanere al tempo stesso indipendente dall'Austria; la Sardegna è il solo contrappeso all'influsso invadente di questa,

«Se la Sardegna soccombesse, rifinita di forze, abbando nata dai proprii alleati; se essa eziandio fosse astretta di soggiacere al dominio austriaco, allora la conquista dell'Italia per parte di questa Potenza sarebbe compiuta. E l'Austria, dopo avere ottenuto, senza che le costasse il benché menomo sacrifizio, il vantaggio immenso della libertà di navigazione del Danubio e la neutralizzazione del Mar Nero, acquisterebbe un'influenza preponderante in Occidente.

«Questo è ciò che la Francia e l'Inghilterra non possono volere; questo è ciò che non permetteranno giammai.

«Pertanto i sottoscritti sono convinti che i Gabinetti di Londra e di Parigi, pigliando in seria considerazione lo stato dell'Italia, avviseranno di accordo colla Sardegna al modo di apporvi efficace rimedio.»

Parigi, 16 aprile 1856.

Sottoscritti

C. CAVOUR. DE VILLAMARINA.

- Il Parlamento inglese si è ripetutamente occupato della questione italiana, mentre se ne disputava nel Parlamento Piemontese. Riferire tutti i discorsi pronunziati sull'Italia dalla tribuna britannica ci porterebbe troppo in lungo, accenneremo i discorsi di lord Russel e di Palmerston.

«Nella seduta del 6. maggio così parlava lord Russel a proposito dell'occupazione straniera nella Penisola.

«È giunto il momento in cui dobbiamo chiedere: che volete voi fare? volete una occupazione perpetua, se no, quando avete l'intenzione di ritirarvi? Se l'occupazione deve esser perpetua, è on accrescimento di territorio per voi; è distruggere l'equilibrio politico dell'Europa. Se essa non deve essere perpetua, quando volete voi ritirarvi?

«Io credo che sia mestieri di sacrificare il protettorato dell'Austria sull'Italia. Sono favorevole al dominio austriaco quando questo dominio è legittimo. La sua posizione, nel centro dell'Europa mi pare eminentemente utile, all'Europa, e credo che la sua influenza è spesso adoperata a resistere a potenze più ambiziose di essa. Ma essa non ha alcun titolo a un protettorato in Italia, oltre certi limiti ad essa imposti dai trattati.

«Spero che non si lasceranno cadere a terra le parole di cui si è servito lord Clarendon alle conferenze e che, secondo mi assicura un personaggio presente a questa seduta, sono state di fatto più energiche di quello che non le troviamo riprodotte nei protocolli, poiché poniamo ben mente che se noi facciamo una protesta contro lo stato attuale dell'Italia, e che se l'Austria la riceve ricusando perentoriamente di discutere la quistione, noi lasciamo l'Italia in una condizione peggiore di quella in cui l'abbiamo trovata, e ciò che abbiamo già fatto non ci giusti fica in alcun modo.

«Esposi tutto ciò con calore, ma la mia intenzione non è stata di dire che il governo non farà tutto ciò che è possibile a questo riguardo; al contrario, sapendo che avrà il concorso e l'appoggio di questa Camera e che è profondamente penetrato dall'importanza della quistione, sono convinto che avviserà ai mezzi necessarii.

«Questi mezzi, secondo me, non devono essere né precipitati, né bruschi. È mestieri primieramente che ogni provvedimento sia adottato di concerto coll'imperatore dei Francesi, che trovò le sue truppe padrone di Roma real mente per proteggere la persona dal suo Sovrano, e, unitamente a lui, dobbiamo far sentire un linguaggio pieno di fermezza.

«Il pensiero di questa bisogna convien lasciarla esclusivamente al governo. Ho la speranza che non vi sarà né risoluzione, né discorso indirizzato alla Camera sulla quistione, e che se ne lascerà unicamente la cura al governo ben conoscendo egli il sentimento generale a questo riguardo.

«Meritano pure qualche riguardo le condizioni in cui sono Napoli e la Sicilia.

«Nella seduta del 7 marzo, così diceva lord Palmerston, intorno alle cose d'Italia e alla stampa belgica:

«Si è rimproverato al congresso di essersi occupato degli affari di paesi che non vi erano rappresentati; ma quando i rappresentanti delle grandi potenze si adunavano per porre un termine alla guerra (la quale continuando poteva, nella sua furia, avviluppar l'intiera Europa), era egli possibile che chiudessero gli occhi, né facessero motto dello stato di cose dell'Italia? (Ascoltate!) E che, occupandosi della Turchia e della Grecia, dimenticassero che. uno Stato in Italia era occupato dalle truppe di due potenze straniere già da sette anni, non durante la guerra, ma in tempo di pace? Un tale stato di cose deve conti quare? Se i rappresentanti delle grandi potenze avessero lasciata Parigi senza dire una parola dell'occupazione militare degli Stati romani, il governo inglese avrebbe avuto ragione fondata di chieder conto al suo rappresentante di una tale omissione (Ascoltate!). Io non ho il minimo dubbio sull'esattezza delle asserzioni dell'onorevole signor Bowyer in riguardo alla persona del papa; mi sarebbe cosa impossibile il credere che il capo della chiesa cattolica romana, il centro del rispetto di tutti coloro che professano la religione cattolica romana, possa aver nulla a temere personalmente da' suoi sudditi.

«Credo il papa un sovrano di ottime intenzioni; ma non potrei dire lo stesso di quelli che governano in suo nome. Temo che il suo potere non sia pari alle sue buone qualità. I depositari del potere si rendono colpevoli d'atti di tirannia e d'oppressione, la cui verità non può essere esagerata.

«Per poter mettere appunto un termine a questa tirannia, le truppe francesi ed austriache furono inviate negli Stati romani. Il papa, ha detto un onorevole membro, aveva dato a' suoi sudditi una costituzione che fu poi obbligato a sopprimere; ma le cose non andarono in que sta guisa. La verità si è che la rivoluzione di Francia aveva posta in delirio la popolazione dell'Italia, ove menti esaltate s'immaginavano che le truppe rivoluzionarie francesi passerebbero le alpi per recare soccorsi agli Italiani.

«Si è detto che il governo provvisorio si era reso colpevole di grandi crudeltà. Io credo che quel governo si componeva di persone onorevoli le quali fecero quanto si poteva per rattenere dagli eccessi i loro partigiani. Ma il papa fu ristabilito, e un reggimento arbitrario e tirannico s'instauro; esso tuttora sussiste senza che siasi fatto un solo passo nella via dei miglioramenti e per porre in pratica i suggerimenti salutari del nobile lord Minto. Gli abusi, al contrario, non fecero che moltiplicarsi, e ci è stato detto che la straniera occupazione era necessaria per proteggere il capo della chiesa cattolica contro gl'insulti personali. Ma se le cose vanno male a Roma, io sono d'avviso che a Napoli vanno anche peggio. (Ascoltate!) »

Posteriormente lord Lindhurst sospendeva, a preghiera di lord Clarendon, le sue interpellanze sull'Italia, già preconizzate nel suo discorso dal deputato Mamiani (Vedi sopra pag. 80) adducendo che dopo le spiegazioni avute dal Ministro inglese degli Affari esteri, giudicava prudente lo astenersi per non imbarazzare l'azione del governo in si importante questione.

La Gazzetta di Vienna riporta dall'Allgemeine Zeitung il testo di un dispaccio austriaco, che risponde alle Note del conte Cavour. Esso è del seguente tenore:


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Alle imperiali ambasciate presso le Corti di Roma, Firenze, Napoli e Modena

Vienna, 18 maggio 1886.

«Le interpellanze dirette al presidente del consiglio dei ministri di Sua Maestà Sarda, sul trattato di pace sotto scritto il 30 marzo a. c. causarono nelle Camere piemontesi spiegazioni che senza dubbio avranno attirata la seria attenzione del.... governo, come attirarono la nostra.

«Il conte Cavour dichiarò che i plenipotenziari del l'Austria e della Sardegna al congresso di Parigi si erano divisi, coll'interna persuasione che i due paesi erano più lungi che mai dall'accordare la loro politica, e che i principii rappresentati dai due governi erano inconciliabili. Dopo presa cognizione delle spiegazioni date dal conte di Cavour al Parlamento piemontese, non possiamo, io lo con fesso apertamente, che soscrivere a tale dichiarazione da esso fatta sulla immensa distanza che ci divide da lui sul terreno dei principii politici.

«Fra gli allegati che il presidente del consiglio dei ministri assoggetto all'esame della Camera, ci sembrò degna di particolare attenzione la Nota portante la data del 16 aprile, presentata dai plenipotenziari piemontesi ai capi dei gabinetti di Londra e Parigi. Ridotto alle più semplici espressioni, quest'atto non è altro che un appassionato li bello contro l'Austria. Il sistema di compressione e di reazione violenta, inaugurato nel 1848 e 1849, asserisce il conte Cavour, deve necessariamente mantenere le popolazioni in uno stato d'irritazione costante e di fermento rivoluzionario, e i mezzi dall'Austria impiegati onde comprimere un tale fermento, l'occupazione permanente di territorii che non le appartengono, annullano, secondo il presidente del consiglio dei ministri, l'equilibrio ristabilito dal trattato di Vienna e sono una incessante minaccia pel Piemonte. I pericoli che sorgono pel Piemonte dall'estensione delle forze dell'Austria, sono, agli occhi del conte di Cavour, si grandi ch'essi potrebbero costringere da un'ora all'altra il Piemonte ad appigliarsi a partiti estremi, le cui conseguenze è impossibile valutare. In tale guisa, i ti mori che il contegno dell'Austria in Italia inspira al capo del gabinetto sardo, servono di pretesto per lanciare contro di noi una minaccia a mala pena velata, da nulla certamente provocata,

«L'Austria dal suo canto non può in verun modo aderire alla missione assunta dal conte di Cavour, a nome della Corte di Sardegna, di alzare la sua voce in nome d'Italia. V'hanno su questa penisola diversi governi, pienamente l'uno dall'altro indipendenti e come tali riconosciuti dal diritto pubblico di Europa. Questo diritto pubblico d'Europa d'altro canto nulla sa della specie di protettorato che il gabinetto di Torino sembra voler assumersi in suo confronto. Per quanto risguarda noi, sappiamo apprezzare l'indipendenza dei diversi governi esistenti nella penisola e crediamo dar loro nuova prova di questo apprezzamento, appellandoci in questo affare al loro imparziale giudizio. Voi non ci taccierete di menzogneri, ne siamo altamente persuasi, ove asseriamo che il conte di Cavour: si sarebbe molto più avvicinato alla verità qualora avesse intervertito il suo ragionamento e avesse asserito tutto il contrario di quello che fece.

«Giudicando dalle sue parole, soltanto il prolungato soggiorno delle truppe ausiliarie in alcuni Stati italiani mantiene il malcontento e il fermento negli animi. Non sarebbe stato infinitamente più giusto il dire: la continuazione dell'occupazione non è soltanto resa necessaria dalle incessanti manovre del partito dello sconvolgimento, e nulla è più adatto a incoraggiare le sue colpevoli speranze ed eccitare le sue ardenti passioni dei discorsi incendiarii che tuonarono non ha molto, sotto le volte della sala del par lamento piemontese? Il conte Cavour asserì: la Sardegna, gelosa dell'indipendenza degli altri governi, non permette che una potenza qualsiasi possa avere il diritto d'intervento in altro Stato, quand'anche questo l'abbia formalmente invitata. Spingere tanto oltre il rispetto pell'indipendenza di altri governi, da loro contestare il diritto di chiamare in soccorso una potenza amica, nell'interesse della loro conservazione ella è una teoria alla quale l'Austria rifiutò costantemente la sua approvazione. I principii che l'Austria professa in proposito son troppo conosciuti per indurci qui ad esporli di nuovo.

«L'imperatore e i suoi augusti predecessori, nell'esercizio del loro incontestabile diritto di sovranità, prestarono più d'una volta soccorso armato a vicini che lo avevano chiesto contro interni ed esterni nemici. Questo diritto, l? Austria vuol mantenerlo inalterato e riservarsi la facoltà di farne uso all'uopo. Del resto è egli permesso a qualunque siasi, di nutrire dubbi su le intenzioni predominanti nelle intervenzioni dell'Austria in diversi tempi, quando sta dinanzi aperto il libro della storia, per mostrare che noi in tal modo agendo mai seguimmo secondi fini o mire d'interesse e che le nostre truppe si ritirarono immediatamente allorché le competenti autorità dichiararono essere esse in istato di mantenere la pubblica tranquillità senza aiuto straniero? E sempre si confermerà un tal fatto.

«Appunto come le nostre truppe abbandonarono la Toscana, appena fu sufficientemente consolidato l'ordine legale, elle saranno pronte a sgombrare gli Stati pontificii, appena il governo non avrà più bisogno di loro per di fendersi contro gli attacchi del partito rivoluzionario. Del resto non è nostra intenzione di escludere dal novero dei mezzi addotti al più facile raggiungimento di questo risultato, saggie riforme interne che noi abbiamo incessantemente raccomandato ai governi della penisola, nei limiti di una sana pratica e con tutti i riguardi dovuti alla dignità ed alla indipendenza di Stati, in riguardo alle quali non riconosciamo al gabinetto di Torino il diritto di erigersi a censore privilegiato. D'altro canto noi siamo persuasi che gli uomini dello sconvolgimento non cesseranno dal dirigere le loro macchine di guerra contro l'esistenza dei legali governi in Italia, fino a tanto vi saranno paesi che loro accordano appoggio e protezione e vi avranno uomini di Stato che non rifuggono di dirigere un appello alle passioni ed agli sforzi tendenti allo sconvolgimento.

«In breve, lungi dal lasciarci deviare dalla direzione del nostro procedere da un inqualificabile attacco, che, vogliamo ammettere sia stato provocato dal bisogno di una vittoria parlamentare, attendiamo di fermo piede gli avvenimenti, convinti che il contegno dei governi italiani che furono, come noi, oggetto degli attacchi del conte di Cavour, non differirà dal nostro. Pronti ad applaudire ogni ben intesa riforma, pronti ad incoraggiare ogni utile miglioramento che parta dal libero e spregiudicato volere dei governi italiani, pronti ad offrire loro la nostra morale e zelante cooperazione pello sviluppo delle loro fonti di prosperità e del loro benessere, l'Austria è pur anche ferma mente risoluta di mettere in opera tutta la sua forza per respingere qualsiasi ingiusto attacco da qualunque parte esso provenga, e di cooperare dovunque si estenda la sfera della sua attività, perché vadano ad arrenare i tentativi dei fomentatori di disordini e dei fautori dell'anarchia.

«Io vi incarico signor..... di comunicare questo dispaccio al signor...... e di darmi rapporto sulle dichiarazioni che vi saranno fatte in proposito.

«Accogliete ecc.

(Firmato) BUOL.

Intorno a questo dispaccio così ragiona il Times:

«Fra le cinque grandi potenze che governano il mondo europeo, l'Austria è certamente quella che porge l'esempio migliore dell'adagio relativo alla poca sapienza di coloro che reggono il mondo. Gli eventi degli ultimi otto anni e segnatamente quelli degli ultimi due parrebbe avessero dovuto essere bastevoli ad illuminare uno Stato il quale più di ogni altro ha mestieri di osservare con attenzione le cose politiche.

«L'Austria è un impero composto da provincie che hanno poca cosa di comune tra esse. Quando il Boemo ed il Galliziano, l'Ungherese ed il Milanese s'incontrano a Vienna non comprendono né il linguaggio della capitale, né reciprocamente quello che parlano essi medesimi. Tante sono le discrepanze quante sono le razze: ma qualunque sieno le reciproche avversioni dei popoli soggetti, esse non sono niente ove si pongano a riscontro con l'animosità che più di uno di essi sente verso l'autorità centrale.

«Oltre alla cognizione di questo fatto gli statisti au striaci hanno l'esperienza dell'ultima guerra. La santa alleanza se n'è ita: Vienna è in lotta con Berlino, e dalla parte di Pietroburgo deve aspettarsi tutto ciò che l'amicizia diventata odio può produrre. La prudenza richiedeva che l'Austria nel dichiararsi contro l'aggressione russa si dichiarasse pure contro quel sistema di plumbea repressione, la quale s'informava dallo spirito dello czar Nicolò. Ma l'Austria non ha appreso od ha dimenticato gl'insegnamenti della prudenza. Quantunque alleata di un regno il cui vanto è la libertà, e di un impero che è nato dalla rivoluzione, essa usa ancora il linguaggio che era di moda 20 anni or sono. L'ultima circolare in data del 18 maggio avrebbe potuto essere scritta nei giorni di Lubiana o di Verona.

«Vi può essere in verità qualche scusa per gli statisti di un vecchio impero, e per i consiglieri di chi, secondo il codice dell'araldica, è il primo fra i monarchi europei, se sperimentano una certa irritazione nello scorgere la parte che uno Stato secondario ha fatto nelle faccende del l'Italia e del mondo. Il rappresentante dei Cesari può es sere un uomo di maggiore importanza del duca di Savoia, e Vienna può sdegnarsi al pensare che il destino dell'Europa meridionale sia stato abbozzato in un memorandum proveniente da Torino. Ma può supporsi che gli uomini · politici, i quali hanno veduto tutti i cangiamenti e tutte le vicende dei giorni nostri, che veggono antiche dinastie in esilio ed una repubblica transatlantica che vuole introdurre nuove massime nel diritto delle genti, siano animati da altri motivi che non l'orgoglio tradizionale ed un'inimicizia la quale è ora impotente ad attuare i suoi disegni.

«Noi non possiamo non essere convinti che gli stati sti austriaci lasciarono sfuggire una grande opportunità al lora quando si determinarono a chiudere i proprii occhi sulla nuova situazione dell'Europa.

«Potevano guidar gli altri nell'attuazione di quei cangiamenti che ora sono inevitabili: ed invece di far ciò si pongono in opposizione a quei cangiamenti ed ogni anno deve procurar ad essi nuove mortificazioni o forse minacciarli di lotte calamitose.

«Si ricorderà che il conte Cavour parlò arditamente nelle conferenze sullo stato dell'Italia, e che egli presentò pure ai plenipotenziari di Francia e d Inghilterra un documento nel quale gli errori dei governi italiani e la necessità di una riforma sono chiaramente esposti. Il gabinetto di Vienna ha pubblicato un manifesto, il quale non è altro tranne una iraconda censura di quel modo di pro cedere. È asserito che lo statista piemontese abbia dichiarato che il suo paese è separato dall'Austria per irreconciliabile differenza di sistema politico.

«Verissimo, dice il conte Buol, noi non possiamo far altro se non sottoscrivere alla opinione espressa intorno alla insuperabile differenza che ci tien separati nel campo dei principii politici.

«In tal guisa la posizione reciproca dei due Stati è definita dall'Austria medesima: ciocché è evidentemente una versione esagerata del linguaggio del conte Cavour, ed è accettato con esultanza dal ministro austriaco come espressione esatta del suo proprio modo di vedere.

«Questo esordio disinvolto è seguito naturalmente da altitonanti declamazioni e minacce. L'Austria sogghigna nell'udire che si potrebbe ricorrere a misure estreme, le cui conseguenze potrebbero essere incalcolabili. L'impera tore non riconosce la missione di parlare a nome del l'Italia.

«Segue quindi ciò che potrebbe parere uno scherzo. L'Austria ha premura di rispettare la indipendenza di ogni Stato italiano, ed è disposta a fare un appello al loro giudizio imparziale per sapere se l'influenza imperiale e le occupazioni militari abbiano a continuare oppure a finire. L'imperatore consente a sottoporre la questione, non alle grandi potenze d'Europa, non ai veri rappresentanti del popolo italiano, ma al Papa, al re di Napoli ed ai potentati di Firenze, di Parma, e di Modena.

«In verità si direbbe che il conte Buol abbia creduto di aver da parlare soltanto per Vienna! Questa sofistica non può sortire in Europa altro effetto se non quello di abbassare la posizione dell'uomo che ne fa uso e del sovrano che ne permette la diffusione.

«Il ministro austriaco fa una proposta, la cui assurdità può essere ad un tratto messa in chiaro dal diploma tico più novizio fra i suoi oppositori: e con ciò quel ministro non dà gran concetto del suo tatto. In tutto il dispaccio si scorge lo stesso modo di ragionare.

«Si può immaginare che il conte Buol abbia recato dalle conferenze di Parigi qualche sentimento d'irritazione, poiché egli cita continuamente il conte Cavour. Invece di esaminare la posizione delle cose con ispiriti virili e da vero uomo di Stato, egli si occupa sempre di ciò che disse il plenipotenziario piemontese, ed inveisce contro le sue dottrine. Il conte Cavour aveva detto che la presenza di truppe straniere in un paese è origine di malcontento. Ogni uomo, a qualsivoglia nazione appartenga, può giudicare da se medesimo se ciò sia vero; ma il ministro austriaco degli affari esteri crede che sarebbe cosa assai meno lontana dalla verità il far uso di un modo di ragionare all'intutto opposto. Secondo lui l'occupazione militare è necessaria a cagione degl'intrighi rivoluzionari, i quali sono alimentati da discorsi incendiarii come quelli pronunciati a Torino. Il conte Buol ammette compassionevolmente che il linguaggio dello statista piemontese ha potuto essere motivato dalla necessità di una vittoria parlamentare, ma non per ciò si sente meno obbligato a dichiarare qual sia la determinazione attuale dell'Austria.

«L'imperatore ha dato sempre, e darà sempre l'aiuto delle sue armi agli Stati che lo domandano o contro i nemici esteri o contro i domestici; deve bastare che le truppe austriache si ritirino sempre allorché l'autorità legittima è in condizione di mantenere l'ordine. Siccome la Toscana fu sgombrata quando il granduca fu sicuro, così gli Stati Pontificii saranno abbandonati allorché il governo di quel paese non avrà mestieri di ulteriore aiuto contro gli assalti del partito rivoluzionario. l'Austria aspetterà con fermezza il procedere degli avvenimenti, certa com'è che il contegno dei governi italiani non sarà diverso dal suo.

«A che pro aggiungere altre parole? Le citazioni fatte bastano a dimostrare, che il gabinetto imperiale ha preso posizione sul vecchio terreno della immobilità e della re pressione; né ci sembra violare le convenienze internazionali affermando che un tal procedere è una sfida a tutti coloro che hanno difeso la causa delle riforme in Italia. L'Austria non concederà nulla. Per essa lo stato è il monarca o la camarilla che governa: essa lo sa ed è risoluta a non saper altro. Il popolo non ha diritti: ogni concessione dev'essere considerata come un favore che il sovrano ha dato e che egli può cancellare a suo piacimento.

«Nel complesso del documento di cui parliamo, il conte Buol non riconosce neppure una volta nessun diritto, nessun sentimento, nessuna aspirazione che sia disgiunta dal potere che governa. Riguardo ai sentimenti prediletti di venti milioni di uomini sensibili e privilegiati egli non sa trovare altre parole se non quelle di anarchia, di rivoluzione, di speranze criminose, di irose passioni.

«È cosa chiara che il miglioramento e la soddisfazione nazionale degl'Italiani hanno ancora da superare molti e non lievi ostacoli. Ma l'Austria può scorgere che essa ha scelto assai male la sua parte. L'Austria ha offeso la più grande fra le monarchie dispotiche, senza speranza di per dono. Ora essa aliena da sé quelle libere nazioni, che erano disposte ad accoglierla come un'alleata.»



(1) Qui lo Scrittore è male informato. Il Guerrazzi vive in Corsica, presso Bastia.



La guerra di Crimea (1853-1856) - Elenco dei testi pubblicati sul nostro sito

1855
Sunto di geografia della Crimea e degli stati limitrofi illustrata da quattro carte diligentemente incise
1856
Discussioni alla Camera dei Deputati  del Regno di Sardegna - Trattato di pace - Parigi 30 marzo 1856
1856
La questione italiana al Congresso di Parigi nell’anno 1856
1856
La questione d’oriente - cause - andamento diplomatico - conchiusione della pace - protocolli e trattati
1856
Il trattato di pace di Parigi 30 marzo 1856 e le convenzioni annesse - seconda edizione
1871
La Russia e il trattato di Parigi del 1856 - Pensieri del cav. Pietro Esperson
1881
Il congresso di Parigi (1856) - Conferenza dell'on. comm. Giuseppe Massari
1882
Le guerre dell’indipendenza italiana dal 1848 al 1870 di Carlo Mariani
1891
Nicolas I et Napoléon III - Les préliminaires de la guerre de Crimée (1852-1854) d’après les papiers inédits de M. Thouvenel
1896
La spedizione sarda in Crimea nel 1855-56 narrazione di Cristoforo Manfredi compilata colla scorta dei documenti
2014
In Crimea nacque l’Italiella. L’inizio dei misteri d’Italia passa per l’oriente di Zenone di Elea



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Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)












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