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Guerra ad oriente dalla guerra di Crimea alla guerra d’Ucraina di Zenone di Elea

LA QUESTIONE ITALIANA AL CONGRESSO DI PARIGI

nell’anno 1856
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LA GUERRA DI CRIMEA (1853-1856) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO
CONGRESSO DI PARIGI Tornata del di  6 maggio 1856
Interpellanze del Deputato Buffa al Presidente del Consiglio
PROTOCOLLO N° XXII - Sedutadell'8 aprile 1856 Tornata del di  7 maggio 1856
Il Presidente del Consiglio cosi rispondeva alla interpellanza del deputato Brofferio sul Trattato del aprile
PROTOCOLLO N° XXIII - Seduta del di aprile 1856 DOCUMENTI DIPLOMATICI PRESENTATI ALLA CAMERA


Abbiamo raccolto in queste poche pagine uno scritto di egregio pubblicista francese, i protocolli delle Conferenze di Parigi risguardanti l’Italia; i più importanti discorsi tenuti sull'argomento alla Camera Piemontese dei Deputati, i documenti diplomatici presentati al Parlamento Nazionale dal Conte di Cavour Ministro Sardo degli Affari Esteri. Vengono in ultimo, e in sunto i concetti espressi da Lord Russel e da Lord Palmerston sulla questione Italiana alla tribuna inglese; una Circolare austriaca in risposta alle Note sarde, e un articolo del Times che fa risaltare l’inconvenienza e la nullità di quella. La stampa straniera tutta quanta, ma specialmente i giornali inglesi e le discussioni di quel Parlamento ci avrebbero offerto più larga messe; ma volemmo essere brevi e sobrii, e dare solo quel tanto che giovasse ad ogni buon Italiano per farsi un’ idea adeguata, sovra argomenti positivi, senza esagerazioni di speranze e di Umori, del punto a cui è oggi la Questione Italiana al cospetto e nell’opinione degli uomini politici che governano i destini d'Europa.

L’ITALIA E IL PIEMONTE

Il seguente articolo del signor Montégut nella Revue des deux Mondes del 1 novembre 1855 è notevole non tanto per r aggiustatezza del concetto e pel senno pratico che dimostra nella questione. italiana, quanto per la nuova simpatia che da questo, come da molti altri scritti dei periodici francesi, apparisce aver l’Italia acquistato appo gli stranieri. Benefizio ancor questo e sussidio che dobbiamo alla sapienza e alla fermezza civile e politica del popolo e del governo piemontese. Chi ricorda il contegno della stampa francese nei nostri casi dal 1847 al 1850, non può non congratularsi del mutamento dell'opinione a riguardo nostro, tanto più quando si trova, come qui, la schietta confessione dell'antica ingiustizia. Allorché l'articolo fu scritto, non anco erano aperte le conferenze per la pace; ma il Piemonte aveva conquistato a Tratkir il suo posto nel Congresso Europeo. Ora noi sappiamo che le previsioni dello Scrittore si sono avverate, e speriamo che non invano sarà stato parlato dal Piemonte in nome dell'Italia a Parigi.

Colui che il primo disse, essere impossibile ad un popolo cristiano il morire intieramente, espresse non solamente una grande, ma benanche una consolante ed istorica verità. Per certo è rassicurante lo stabilire che il domma della resurrezione non è solamente un domma religioso, ma pur anco un fatto pratico verificato dalla esperienza, che un po polo chiuso nella tomba non è il Lazzaro che la sola parola di Dio potrebbe richiamare in vita, ma che, sepolto come questo novello Dio, risorgerà il terzo giorno. E pure rassicurante il pensare, che presso i popoli della moderna Europa, non vi sono disfatte irreparabili, ma semplicemente infortuni e mutazioni; non distruzioni, sibbene infermità, che durano talvolta secoli, e condannano il malato a patimenti per lunghe generazioni alle quali egli sopravvive, e sulle ce neri delle quali un bel giorno egli intreccia tripudiando le danze del trionfo, e fa passare i suoi carri da guerra. L'Italia è la prova di questa verità. Condannata e creduta morta, di tratto in tratto essa si ridesta per protestare che essa non vuol morire. A misura che il tempo volge la sua ruota, que ste prove di vitalità si fanno più manifeste, più numerose, più frequenti. Convien pure osservare che questi movimenti perdono del loro carattere convulsivo e divengono più regolari. Desiderosi come noi siamo di lieto avvenire agli Italiani, ed augurando loro prosperi successi, imprendiamo a discorrere lo stato attuale d'Italia, e la linea di condotta, che, d'accordo con molti uomini illuminati e con alcuni degli intelletti i più progressisti della penisola stessa, noi crediamo la più propria a riporre questo gran paese al posto che gli è dovuto, ed al quale ha dritto.

Diciamo a disegno gran paese l'Italia, imperocché oltre la sua grandezza istorica, essa è grande ancora relativamente al posto che occupa oggidì in Europa. Non vi è potenza a cui vivamente non stiano a cuore i destini di questo popolo. Un movimento a Roma o a Milano scuote l'Europa tutta. D'altronde noi siamo nel numero di coloro che serbano qualche riconoscenza al passato. Nulla di più sorprendente nello studio della storia quanto il vedere il fondo di egoismo e di ridicola ingratitudine che s'incontra nel cuore della umanità. I contemporanei non ammirano che il vincitore ed il trionfatore del giorno: essi rassomigliano in massa a quelle turbe d'intriganti, che in tutti i tempi si sono veduti asse diare le anticamere ministeriali per salutare il sorgere di qualunque nuovo sole politico. L'umanità applica istintiva. mente le cattive regole di condotta che formulava in questi termini, secondo il violento Saint Simon, in cinico cortigiano del tempo di Luigi XIV:

«Finché i ministri sono al potere, si deve sorregger loro il cantero; allorquando sono caduti, rovesciarlo ad essi sul capo.

«È in tal guisa che l’umanità si vendica degli applausi onde ella ha fatto echeggiare l'aria al racconto delle più grandi geste, e dell'ammirazione che le hanno strappato le grandi azioni. Se un popolo è ricco e potente, se sa minacciare e corrompere, e specialmente se ha il potere di minacciare e corrompere non solo, ma se a suo talento può farvi impiccare o darvi delle pensioni, se per un momento da lui dipende la rovina o la fortuna del mondo, gli uomini tosto si prostrano, le nazioni corvano la fronte innanzi il capo dei credenti, gli scrittori ardono profumi, ed i diplomatici valenti nell'astronomia quanto i magi Caldei, seguono la propizia stella, e portano incenso e mirra ai piedi della Sultana Inghilterra o del gran Mamamouchi Russo. Se poi la fortuna si cangia e la tempesta spezza il potente naviglio, in men che non balena vedonsi gli uomini precipitarsi alla riva, contendersi li smarriti oggetti rigettati dal mare, e dispogliare il naufrago.

Dime! La umanità presa in massa non crede che alla forza: codesta è una triste verità che i popoli siccome gl'individui non debbono obliare. Pur tuttavolta, per dir breve mente, non so se questa viltà sia preferibile a quella assistenza che mai non manca ai popoli decaduti come agli individui infelici. Allorché un popolo è caduto, o che lo si vede obbediente alla fatal legge della gravitazione, rotolare d'abisso in abisso, i preti ed i leviti si affollano a migliaia, e vanno ad arringarlo e ad augurare il buon viaggio, in nomine Domini, all'anima sua immortale; i pedanti si riuniscono in consiglio per fargli sentire la sua imprudenza, i suoi errori, e dargli re gole di condotta per la vita futura; conseguitano i malavvisati amici a recriminare i difetti e le stoltezze. Allora tutti si accordano a non vederne che i vizi e gli errori, e coloro che adoperano in tal guisa, non costituiscono quella turba volgare che abbiamo descritto, amica solamente ai buoni successi; no, sono gli uomini illuminati, i filosofi, i pubblicisti. Ora si ricusano di vedere i grandi pregi che un tempo fecero la gloria di questo popolo, e che ad onta delle sue sventure sussistono ancora in esso. Per tal modo, benché senza avvertirlo, si fanno ausiliarii di tutti i dispotismi e gli apologisti di qualsivoglia ingiustizia; essi che dovrebbero prendere ad esempio il buon Samaritano, formulano decreti farisaici, e la loro conclusione, come quella del Musulmano fatalista, è sempre che così era scritto.

L'Italia, la grande e sventurata Italia, ha subito tutti questi esperimenti.... Ammirata, invidiata, lusingata, saccheggiata nei tempi della sua grandezza, ebbe a vedersi ributtata, disprezzata, vituperata, dal momento che cadde, da tutti i popoli che precisamente l'aveano tratta nella rovina, e cooperato al suo eccidio. Il disprezzo e la ingiustizia onde l'Europa ha fatto prova verso l'Italia, sanno di viltà, e nulla hanno di comune con la fredda incuranza che incontrarono tra noi gl'infurtunii di alcune altre nazioni: imperocché fu l'Europa medesima che ridusse l'Italia quale essa è. La Spagna, per esempio, decadde quanto l'Italia, e non ha su questa altro vantaggio che di essere libera dalla dominazione straniera; ma le poche simpatie che l'Europa ha sovente dimostrate per quella hanno per lo meno una scusa. La Spagna ha voluto ella stessa la propria disgrazia. Aggressiva, insultante verso l'Europa, si è lasciata trar dai suoi principi a ridurre in servaggio le altre nazioni, ed incontrò la sorte che volea far subire a quelle. È stata punita della sua ambizione, e dei sogni accarezzati di colpevole dominazione. Le sue disgrazie hanno dunque una causa, e si può per verità, senza peccare d'ingiustizia, non essere caritatevoli verso di lei. Al contrario l'Italia non è stata giammai aggressiva e non ha giammai minacciato la indipendenza degli altri po. poli, i quali la resero teatro di tutte le loro fantasie guerresche e segno di tutti i loro desiderii di dominazione. Con fidente all'eccesso, chiamò sovente lo straniero, che ebbe sempre per primo pensiero di abusare della di lei ospitalità. La indisciplina de' suoi popoli ha potuto esser causa remota e primiera della di lei decadenza, ma non è dai medesimi popoli che essa ha ricevuto il colpo mortale, che le venne da mano straniera. Quei tesori che più non possiede, furono le armate di Gonzalvo, di Borbone, di Carlo Quinto che li rapirono; quel commercio di Venezia, furono i confederati di Cambrai che lo distrussero; quella dominazione straniera, fu la Francia che la consentiva, l'autorizzava, la sanzionava. Valois e Borboni, Aragonesi e Castigliani, soldati dell'imperiale Germania e della Francia repubblicana percossero, sconvolsero e calpestarono in tutti i sensi questa terra, bombardarono, incendiarono, saccheggiarono le sue città per guisa, da ascriversi a miracolo, che esista ancora un'Italia. Per verità l'Europa deve esser sempre modesta e riservata nell'apprezzare questo paese.

La Francia soprattutto, questa sorella dell'Italia, può battersi il petto e confessare le sue colpe, siccome colei che forse più d'ogni altro popolo è rea verso di essa. L'Italia, che è stata sì spesso tradita, che ha provato sì amari tradimenti, tanto più amari in quantoché il Francese per natura sua è il popolo meno traditore, l'Italia, dico, è stata più volte auto rizzata ad accusarlo di tradimento. Meno che ad ogni altra nazione, alla Francia si addice l'essere ingiusta verso l'Italia. Tutto le impone il dovere di trattarla come sorella maggiore: comune è fra loro l'origine, la razza, il linguaggio, la tradizione, la religione; e se tutto questo non basta, i suoi interessi materiali e politici glielo comandano. Fra le tante ragioni a tutti note, le quali sono altrettanti pensieri politici triviali, ve ne è una meno conosciuta, meno osservata delle altre. Eccola.

Allorché odo parlare leggermente in Francia della Spagna e dell'Italia, mi sento compreso da un sentimento di profonda tristezza. Parmi sempre vedere un insensato che si adopera a tagliare la linea di ritirata al proprio esercito. Che la Spagna si spossi in guerre civili troppo prolungate, è cosa possibile; ma quello che è incontrastabile si è che la Spagna è per la Francia di una estrema importanza geografica, Che l'Italia non sia quella che è stata un tem po, è verità; ma che vi sia in Europa un altro paese ove la Francia possa più liberamente svolgere la sua influenza, questo è incerto. L'Italia è il teatro naturale dell'azione morale della Francia: per questo rispetto essa è per noi di un pregio inapprezzabile. Se noi non cerchiamo di potere sopra l'Italia, su qual popolo possiamo noi sperar di potere? Non è sulla Germania, né sull'Inghilterra, che ci comprenderanno sempre così imperfettamente come noi comprendiamo esse, che hanno una civilizzazione sui generis, che sentono diversamente da noi, ed hanno un'altra maniera di pensare: non è sulle nazioni Slave; da questo lato, non possiamo operare che colla spada; non avremo forse mai presso loro, ed in ogni evento per lungo tempo, se non che l'influenza che sorge dal timore. Ma in Italia non fa mestieri farci temere, e siamo sicuri di non incontrare nessuna opposizione di razza, di favella, di tradizioni, che sono altrettante barriere morali inaccessibili. In codesto paese la nostra influenza può stendersi a piacimento: e se è pur necessario ad un popolo di avere un'azione morale da esercitare, siccome un'armata per far rispettare le sue frontiere, si può rilevare di quanta utilità l'Italia sia per la Francia.

Se l'Italia ci è utile, le regole le più semplici di una politica, anco egoista, prescrivono di vegliare su lei, di proteggerla e di prestarle aiuto contro a' suoi nemici; questo non è solamente d'un interesse per la Francia, è un dovere impostole dalla politica che deve dirigere le nazioni cristiane. Precisamente perché l'Italia è il teatro naturale dell'azione morale francese, e che lo spirito della Francia vi può essere più facilmente compreso che altrove, la Francia ha, fino ad un certo punto, il dovere di vegliare alla salvezza di questo paese. Io credo sinceramente che, se l'Italia deve essere rigenerata, essa non può esserlo che per la Francia. Invano ella si proverà, siccome lo ha fatto negli ultimi anni, di prender per norma le idee inglesi; invano tenterà di penetrare i sistemi germanici; ivi, e non presso noi, ella troverà sempre degli enimmi: ed in proposito, noi tocchiamo uno dei fatti più curiosi della politica contemporanea, cioè l'influenza dell'Inghilterra sull'Italia.

Se avvi. on paese il cui spirito sia differente dallo spi rito italiano, è per certo l'Inghilterra, e frattanto l'influenza inglese non ha fatto che ingrandire al di là de' monti, mentre la influenza della Francia è decresciuta sensibilmente. Per qual cagione? Perché l'Inghilterra rappresenta in Italia il personaggio che doveva riservarsi la Francia. Mentre i nostri uomini politici s'inchinavano a quella scuola di diplomatici, che asserivano esser la penisola una bella idea geografica; mentre il nostro clero ed i nostri cattolici andavano in pellegrinaggio a Roma, e ritornavano senza dubitare che vi fosse in codesto paese altra cosa che preti, cardinali, una corte pontificia; mentre i nostri artisti ed i nostri poeti traevano in Italia per null'altra cosa vedervi che musei e chiese, gl'Inglesi percorrevano quella terra, e vi di scoprivano che l'Italia conteneva ancora degli Italiani. Noi rendiamo volentieri questa giustizia al gran popolo inglese, che in questi ultimi anni ha veramente discoperto il popolo italiano, e dichiarato al mondo il modo indegno con che era trattato, potersi far miglior uso di esso e delle sue nobili facoltà. Il gran delitto, di noi tutti Europei, è di aver considerato l’Italia come una istituzione Europea, e di non avervi voluto mai vedere un popolo ed una nazione. Molte memorie del medio evo influiscono nella nostra maniera di considerare l'Italia; ed il papato ed il santo impero occupano ancora forse di soverchio le nostre immaginazioni. In un altro ordine di fatti, da lontano tempo la nostra politica al di là de' monti è stata piuttosto una politica d'intervenzione di quello che d'influenza, ed allorquando le nostre armate entrarono in Italia, più che gl'Italiani avemmo a scopo di proteggere noi stessi. Trattavasi principalmente d'impedire all'Austria il soverchio distendersi. Fra tutte queste lotte, nessuno pensava al popolo italiano, ed allor quando vi si poneva mente, era per dire (questo si è dichiarato ad alta voce alla tribuna francese) che il popolo italiano non apparteneva a se stesso, che il suolo italiano era suolo cosmopolita.. La politica inglese è stata diametralmente contraria. Li bera per la sua posizione insulare dagli interessi complicati che si discutono in Italia, e per il suo carattere protestante libera dalle passioni che si agitano d'intorno il papato, l'Inghilterra meglio che alcuna altra potenza europea trovavasi in posizione di vedere Italiani in Italia, ed ella, lo ripetiamo, ha fatto realmente questa discoperta. Niuno ha meglio, né più affettuosamente parlato all'Italia, come i poeti moderni dell'Inghilterra: niuno ha parlato più sovente de' suoi patimenti nella disgrazia, e gli Italiani ne sono stati riconoscenti. Questi si sono poi volti all'Inghilterra per cercare quella protezione che loro ricusava l'Europa, ed hanno imparato a contare sopra di lei piuttostoché in altra nazione pel loro riscatto. Non solamente le classi culte della nazione hanno subito questa influenza, non solamente gli scrittori, l'aristocrazia, i rifugiati politici; alcuni fatti recenti hanno addimostrato che questa influenza si era diffusa sino negli ultimi ordini del popolo. Quei mostruosi affari de' protestanti italiani condannati per aver letto la Bibbia, ne sono la prova. Il solo fatto che questo popolo artista, amante delle sue Ma donne, sia giunto ad accettare la Bibbia dalle mani di un propagatore della chiesa anglicana, basta per indicare l'intensità della malattia, e la potenza d'azione dello spirito inglese acquistata sullo spirito italiano. Avvi pure una disperata energia molto notevole in questo malato, il quale per la guarigione non rifugge di ricorrere a rimedii disdicevoli alla propria natura. Ma se l'Inghilterra ha potuto crearsi un tal impero su questa nazione, la quale le si rassomiglia sì poco, quale influenza non avrebbe potuto esercitarvi la Francia!.... Quindi, che i motivi per i quali ha operato l'Inghilterra siano più o meno soggetti a viva discussione, che le si attribuisca o no uno scopo interessato, non per questo non ne emerge un fatto meno evidente: ed è che la politica inglese ha la prima e per la prima volta dopo secoli, contato per qualche cosa il popolo italiano in Italia. Questo fatto è de' più importanti, imperocché lo rende iniziatore di un'era tutta nuova per l'Italia, cioè stabilisce la esistenza di un popolo particolare nella libera possessione di se medesimo, avente dritto di governarsi da sé.

Su questo fatto si deve omai appoggiare la nostra politica francese, e su questo fatto egualmente gli Italiani debbono regolare la loro politica interna. Qui sorge la impor tante questione di sapere qual sia la miglior linea politica da percorrere per l'Italia.

Di due elementi si compone una nazionalità: primiera mente del popolo medesimo co' suoi gusti particolari, con le sue tradizioni, co' suoi istinti, con le attitudini speciali, le sue tendenze determinate; quindi del governo nato da quei gusti, che regola quegl'istinti, e dà a quelle altitudini il vero loro indirizzo. Il vizio radicale dell'Italia moderna è precisamente, il disaccordo che esiste fra lo spirito del po polo ed i suoi governi, disaccordo che rende l'Italia il paese il più anarchico del mondo. I governi italiani sono tutti, per così dire, governi stranieri: 1 Austria tiene la Lombardia, la Toscana non ha che un'ombra d'indipendenza; il papato è una istituzione universale al pari che italiana, il cui genio è perfettamente conforme al genio italiano, ma che in virtù del suo carattere universale, non può dedicarsi esclusivamente all'Italia. Rispetto al governo di Na poli, è troppo difficile qualificarlo, e noi vi rinunziamo, per tema di non trovare abbastanza risorse nella nostra lingua sì povera e si chiara, nella quale non abbondano le parole di leggierissima differenza e di mezze tinte. Fra tutti questi governi italiani, ove trovare un governo nazionale? Il governo pontificio lo è per una parte sola: il go verno di Toscana ha la buona volontà di esserlo, buona volontà della quale l'Italia gli deve saper buon grado, ma il quale è incessantemente impastoiato e spaventato da un'ombra minacciosa. Lo straniero ha dunque la mano su tutta l'Italia. Ove trovare un angolo di Terra libera? E se il solo mezzo di rigenerazione per l'Italia è un governo nazionale, ove trovare gli elementi di un simile governo? Una sola contrada italiana è realmente libera e padrona di se, una sola può avere una politica, un'armata, una sola è governata da principi nazionali. E il Piemonte. Esso dunque racchiude gli elementi della rigenerazione futura del l'Italia, e se non si trovano colà, non si rinvengono in verun altro luogo.

Parliamo innanzi tutto della dinastia. I popoli debbono sempre considerare due cose, rispetto ai principi, la loro origine, quindi il loro spirito di famiglia. La più importante delle due é, a mio credere, l'origine, e sono inclinatissimo a considerar vera l'opinione del signor de Maistre sulla guerra di Spagna, e la lotta eroica che sostenne questo paese per non accettare dallo straniero un buon re in luogo di un re detestabile, ma rappresentante la nazione. Un popolo può perdere la libertà e la potenza sua sotto un cattivo re della sua razza: raramente perderà la indi pendenza;, e le nazioni sentono bene istintivamente questa verità, per lo che non si decidono che negli ultimi estremi a cacciare o a sostituire le loro dinastie tradizionali. Frattanto la Casa di Savoia possiede questo vantaggio: essa è la più italiana delle case principesche che reggono la penisola. Quindi, oltre questo vantaggio, che è il primo per una famiglia reale, la Casa Sabauda ne possiede un altro: ella è nazionale non solo per origine, ma per la storia, di fatto come di nome. Essa è essenzialmente popolare in que sto senso, che ha sempre considerato i suoi interessi come vincolati a quelli de' suoi popoli, non ha posto giammai impedimento a loro progressi, ma si è studiata di regolarli. Questa piccola dinastia, ben differente in ciò dalle dinastie più potenti e più celebri, non ha giammai, a mio credere, prodotto un solo cattivo principe: ed alcuni fra essi, come Felice V, sono stati animati da un grande spirito di giustizia e dotati di un gran senso politico. Il carattere dei suoi principi è sempre stato esente da que' vizi dell'anima che rendono odiose le aristocrazie; per lo contrario ebbero tutti le qualità che piacciono al popolo, e che fanno popolari le dinastie. Ardenti, coraggiosi, cavallereschi, grandi guerrieri, buoni soldati, uomini alla buona, come dice il po polo, sovente tanto cattivi diplomatici quanto valorosi cavalieri, buoni figlioli in una parola, tali sono stati general mente i principi di questa famiglia. Grande è stato omai il destino della Casa di Savoia: nullameno l'avvenire gliene riserba uno ancora più glorioso, imperocché essa può dive nire, ad un dato momento, la casa d'Orange dell'Italia. Se gl'Italiani sono saggi, non lascieranno sfuggire nessuna occasione d'ingrandire questa famiglia: essi la circonderanno del loro rispetto, l'appoggieranno con tutte le loro forze, e ove sia duopo, dovranno consentire ancora a molte con cessioni.

In nome dell'Italia, ogni uomo illuminato del continente deve chiedere ai capi di partito l'abbandono di molti sogni diletti ed accarezzati con amore. I partiti in Italia possono nutrire idee più o meno generose, ma eglino non hanno nelle loro mani verun elemento di forza. La monarchia piemontese non solamente è il solo governo nazionale dell'Italia, ma ancora la sola forza nazionale. Uno de' più grandi errori dell'epoca nostra è il credere alla sola forza morale, quantunque isolata; il pensare che esiste un divorzio radicale fra la forza morale e la forza materiale regolata. In errore si fatto sono caduti notoriamente tutti i moderni rivoluzionarii: essi accettano bensì la forza, ma sotto la sua forma anarchica: ogni altra è loro antipatica. I patriotti italiani che fanno calcolo sulle esplosioni popolari per compiere la rigenerazione dell'Italia sono il trastullo della più funesta e della più colpevole illusione. Gl'insorgi menti popolari possono rovesciare un governo; ma quando si è mai veduto che essi abbiano fondato una nazionalità? Eccellenti a distruggere e rovesciare, possono momentanea mente assicurare il trionfo di una causa: ma sono però impotenti a stabilire la durata di questo trionfo. Una causa pertanto non è vittoriosa se non quando ha forze normali a sua disposizione; fuori di questo caso è un'anima senza corpo. Allorquando però un'idea è trasformata in governo regolare, allorché invece di doni volontari, di elemosine private, essa ha un preventivo regolare; allorché invece di corpi franchi ha un'armata composta di squadroni e battaglioni pagati e reclutati dallo Stato; allorché essa può contrarre imprestiti, allorché ha il dritto di assidersi nei congressi, allorché può concludere alleanze, costruir navi, fonder cannoni, allora essa è veramente una potenza, e comun que le si volgano le vicissitudini della fortuna, le sue disfatte nei campi di battaglia, i suoi errori nei consigli dei popoli, ella è sicura di rialzarsi sempre. Al contrario, un'idea che rimane puramente allo stato morale, che conta per trionfare sul solo entusiasmo e sulla forza popolare, questa idea, una volta che sia abbattuta, non si rialza più. L'entusiasmo, siccome tutto quello che è individuale, si estingue col l'entusiasmo. Un'idea morale, sorta che ella sia, deve incarnarsi in un fatto destinato a sopravvivere dopo la sparizione delle generazioni che l'adottarono, altrimenti ella rischia con molta probabilità di passare con esse, e di es sere ben presto obliata. La riforma offre una prova memorabile di questa verità. Nessuno dubita che non sarebbe scomparsa se si fosse confidata alla sola forza morale ed all'entusiasmo dei contemporanei, ma essa s'incarnò di fatti politici solidi e durabili, formò delle società non sola mente religiose, ma civili, e fu trionfante per sempre dal giorno in cui ebbe le sue dinastie, le sue armate, i suoi bilanci. Frattanto esiste un governo che rappresenta questi elementi di forza necessaria ad ogni idea morale. Il governo di Piemonte rappresenta, relativamente all'idea della nazionalità italiana, quello che la repubblica di Ginevra, le Provincie Unite e la Svezia hanno rappresentato successiva mente per la riforma. Come si potrebbero rinvenir uomini si ricchi da affidare al caso o alle di lui forze, che non hanno né durata, né certezza, né continuità, il compimento di un'opera richiedente tempo, seguito, costanza, e com mettersi a delle ipotesi allorquando esistono le sicurezze del buon successo?

Non solamente la Dinastia Piemontese rappresenta meglio di qualunque altra la nazionalità italiana, non sola mente il governo piemontese riunisce egli solo gli elementi di forza necessaria al trionfo di questa nazionalità, ma dinasta e governo rappresentano pur anco le idee moderne, per lo cui mezzo deve compiersi la rigenerazione dell'Italia. Le loro idee son quelle della Francia e dell'Inghilterra, colle quali il Piemonte combatte alleato. Niun partito italiano, per entusiasta che sia, potrà giammai giovare a quelle idee con egual successo del Piemonte. L'influenza di un governo è più lenta sulla opinione popolare, è vero, ma è più sicura. Un partito ha bisogno di trionfar sempre, ha incessanti necessità di grandi e clamorosi incidenti di pugne, di vittorie, di lotte, che non sono e non debbono essere che rari incidenti della vita nazionale de' popoli. Le sue idee non hanno forza se non che per la maggiore pubblicità loro, e perciò stesso gli sono necessarii sforzi disperati, che sconvolgono la vita generale, fanno qualche entusiasta, producono assai malcontenti, stancano gli spiriti e gli animi, conturbano la coscienza e pongono in dubbio la verità, quindi generano per ultimo lo scetticismo è la in. differenza. Un governo non ha bisogno di tanto strepito. — Allorquando è manifesto come egli rappresenti certe idee, può restarsi immobile, e lasciar che queste idee si diffondano. Un partito può esser sempre negato, un governo giammai. A coloro i quali gli domandano le prove della verità delle sue idee, si mostra in esempio egli stesso, e rinnovella in tal guisa l'argomento di quell'antico, il quale si pose a camminare per provare il moto. Il governo piemontese deve pertanto essere riguardato come il vero ed il solo rappresentante delle idee liberali in Italia, ed ei solo le rappresenta agli occhi dell'Europa. Alcuni Italiani traviati da un troppo celebre Ierofante potranno negarlo, ma i ministri dell'imperator Francesco Giuseppe non ne pigliano inganno. Per verità gl'Italiani, se ve ne ha ancora che siano ostili al Piemonte, dovrebbero aprir bene gli oc chi scorgendo la malevoglienza sistematica di cui questo piccol reame è fatto segno: questa malevoglienza è ragionevolissima e oltremodo chiaroveggente. È facile infatti sbarazzarsi di tutto il partito Mazziniano. Pochi colpi di fucile ed alcuni processi sommari, contro i quali nessuno avanzerà reclamo, imperocché nessuno ne avrà il dritto, bastano a ciò; ma è più difficile di sbarazzarsi di un regno, il quale possiede un governo, una armata che è l'alleato di po tenti nazioni. Si può minacciare, sofisticare, ricusare i suoi ambasciatori, ma annientarlo mai no. Si ha invero lo spediente di sbraitare e d'insultare; ma se l'insulto va troppo lungi, l'affare non può terminarsi che con un duello regolato in buona forma, e non più a volgari colpi di bastone onde il villano termina le sue querele. Per le idee come per gl'individui, è sempre ottima cosa e proficua esser di buona famiglia; questa è fortunatamente la condizione delle idee liberali in Piemonte.

Tutta volta questa linea di condotta politica, quale l'abbiamo esposta, non è più allo stato di desiderio e di speranza come lo era appena alcuni mesi sono, e siamo lieti di costatare che gl'Italiani hanno finalmente compreso che essa era la sola possibile, la sola profittevole e ad un tempo la sola legittima. La politica rivoluzionaria ispirerà sempre diffidenza all'Europa, e creandole pericoli, allontanerà dall'Italia le simpatie, le quali non dimanderebbero che di volgersi verso di lei. La linea politica che abbiamo tracciata non ha al contrario veruno di questi inconvenienti; essa avrà il doppio vantaggio di destare le simpatie, e di togliere ogni ripiego alle volontà malvagie. Essa riceverà tutti gl'incoraggiamenti, i consigli, i soccorsi di tutti gli amici d'Italia, ridurrà i suoi nemici all'impotenza. Questo è omai un fatto compiuto. I capi i più importanti dei partiti italiani abdicano successivamente, e la lettera di Manin non è un fatto isolato, imperocché, se prestiamo fede ad un giornale inglese, uno dei capi i più impetuosi della rivoluzione romana ha scritto una lettera improntata di sentimenti, che per certo non avremmo aspettato da lui. Il Piemonte diviene di più in più non solamente il braccio, ma la testa d'Italia; a lui si congiunge di più in più tutta la sua forza materiale e morale. Gli uomini eminenti della Penisola vi si danno tutti convegno. Colà vive e scrive il violento Guerrazzi (1), il più moderato frattanto, dicesi, mal grado tutte le sue violenze, dei Triumviri della rivoluzione toscana; colà vivono e scrivono Tommaseo e l'antico ministro del papa, Terenzio Mamiani. L'aviere del Lorenzo Benoni, conte Ruffini, è pure un suddito sardo, d'accordo con noi, a nostro credere, relativamente alla linea di con dotta politica che abbiamo esposto; e proviamo sincera soddisfazione per lui come per il suo paese, vedendo avverarsi quella speranza che lasciava travedere nel suo racconto di Lorenzo Benoni.

(Qui l'Autore rende conto in succinto del nuovo libro del signor Ruffini, il Doctor Antonio, e quindi continua.)

Nullameno, poiché incontriamo di bel nuovo sulla no stra via il governo napoletano, diremo di passaggio che non gli si rende, a nostro parere, la giustizia che merita. Il go verno napoletano è pur esso un governo italiano: sì, dopo il Piemonte il più italiano de' governi della Penisola. Men tre il Piemonte rappresenta le aspirazioni nuove dell'Italia, l'idea di riforma e di nazionalità italiana, l'ingresso dell'Italia nell'alleanza dell'Europa moderna, in una parola, tutto ciò che vi ha di più eccellente nel pensiero e nel pre sente dell'Italia; Napoli sembra compiacersi di rappresentare quanto vi ha di dispiacevole nel carattere del popolo della Penisola e di tristo nel suo passato: ivi abbiamo la superstizione italiana, la puerilità, il lazzaronismo, ed il vizio fatale che ha perduto questo nobile paese, l'amore allo straniero, l'appello incessante del barbaro. Esistono pertanto in Italia due governi realmente nazionali: sta agli Italiani fare la scelta: scelgano bene, imperocché non possono avere che l'uno de' due.

Quanto scorrono veloci gli avvenimenti all'ora in che siamo! Un anno fa, tutto dormiva tranquillamente in Italia, o piuttosto tutto covava sotto la lava tiepida del 1848, e adesso noi attendiamo impazientemente notizie da ciascun corriere che giunge da Torino e dalle navi che approdano a Marsiglia. E qual differenza ancora tra la situazione del 1848 e l'attuale. Nel 1848 l'Italia era sola, in preda a tutte le violenze rivoluzionarie, senza governi regolari, senza alleanze. Il Piemonte era abbattuto, ed il suo sovrano andava a morire sopra suolo straniero, dopo volontaria abdicazione. Non rinvenivasi forza italiana in verun luogo. L'Italia si è ingrandita nella disfatta; il Piemonte è risalito al suo posto ed occupa un seggio più glorioso che mai tenesse, ed i governi dispotici ristabiliti lottano indarno a conservare un potere che non hanno più forza di esercitare. Rovesciati, eglino si presentavano al cospetto del l'Europa come elemento di ordine: rialzati, si dimostrano come un elemento di disordine e di anarchia. Frattanto avvi un fatto ancor più considerevole che tutto questo; ed è che l'Europa ha compreso, siccome non lo aveva per l'addietro, l'obbligazione solidale che la unisce all'Italia; e ciò perché ha sentito che lo stato attuale dell'Italia era realmente incomportabile e che doveva esser migliorato con tutti i mezzi, se non voleva creare a se stessa peri coli incessantemente rinascenti, o vedersi sul fianco un'ulcera corroditrice: se non voleva, come testé diceva con molto spirito un colto scrittore, far dell'Italia l'Irlanda del continente. In questo consiste principalmente il gran punto che è stato guadagnato, ed al quale hanno contribuito. Molti avvenimenti, alcuni de' quali disgraziati ed anche ingiusti, che non abbiamo bisogno di citare. Oggimai la politica delle potenze occidentali è tracciata; elleno abbisognano di questa rigenerazione a propria difesa. Le Potenze Occidentali non possono omai agire al di là delle Alpi senza il Piemonte; deve dunque desiderarsi dagli Italiani che esse non operino che per lui ed in modo da identificare i loro interessi particolari in Italia con quelli dell'Italia medesima. Mercé l'alleanza del Piemonte con Je Potenze Occidentali, non possono più aver. luogo quegli interventi diretti e armati dell'Occidente, che sono stati la rovina della Penisola, imperocché questa alleanza fa tacita mente del Piemonte l'arbitro supremo degli affari italiani. Ma questa alleanza coll'Occidente arreca ancora all'Italia un ultimo beneficio, il più grande di tutti: essa fa rientrare nella politica attiva dell'Europa l'Italia, la quale da secoli non aveva rappresentato che una parte passiva di patimenti, di miserie. Ogni successo dell'Occidente è un successo per lei; e ogni Te Deum cantato a Torino, scuote le volte delle caserme o de' palazzi de' suoi nemici. Per la medesima ragione che essa divide i nostri pericoli, l'Italia parteciperà pure de' nostri trionfi, ed il momento verrà in cui nelle nostre assemblee sorgerà una voce italiana per stipulare a favore d'Italia. Possa questo momento esser vi cino, possano attendendolo tutti gli Italiani comprendere che il solo mezzo di rigenerazione del loro paese non sta nelle teoriche nebulose, nei proclami ridicoli, e che le mura di Gerico cadono più facilmente ai nostri giorni sotto il cannone che al suono delle trombe, di cui alcuni patriotti italiani, troppo preoccupati di lor persona, assordano le orecchie dei contemporanei.

EMILIO MONTÉGUT.

Parigi, 1° novembre 1853.


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CONGRESSO DI PARIGI

PROTOCOLLO N° XXII

Seduta dell'8 aprile 1856.

«Il conte Walewski dice essere da desiderare che i plenipotenziarii, prima di dividersi, scambino le loro idee sui differenti soggetti ch'esigono delle risoluzioni, e di cui potrebbe essere utile occuparsi, affine di prevenire nuove complicazioni. Quantunque riunito specialmente per rego lare la questione d'Oriente, il Congresso, secondo il primo plenipotenziario della Francia, potrebbe rimproverare a se stesso di non avere approfittato della circostanza che mette in presenza i rappresentanti delle principali potenze del l'Europa, per dilucidare talune questioni, stabilire certi principii, esprimere le sue intenzioni emettere infine talune dichiarazioni, sempre e unicamente nello scopo di assicurare per l'avvenire il riposo del mondo, col dissi pare, pria che sieno divenute minacciose, le nubi che tuttora si veggono spuntare sull'orizzonte politico. «Non si potrà disconvenire (dice egli) che la Grecia non sia in una situazione anormale. L'anarchia, alla quale è stato abbandonato questo paese, ha obbligato la Francia e l'Inghilterra a inviar delle truppe al Pireo, in un momento in cui le loro armate non mancavano di essere occupate. Il Congresso sa in quale stato fosse la Grecia; esso non ignora altresì che quello in cui trovasi oggidì è lontano dall'essere soddisfacente. Non sarebbe. quindi utile che le potenze rappresentate al Congresso manifestassero il desiderio di vedere le tre corti protettrici prendere in matura considerazione la situazione deplorabile del regno che esse hanno creato, avvisando ai mezzi di provvedervi?».

«Il conte Walewski non dubita punto che lord Clarendon non si unisca a lui per dichiarare che i due governi attendono con impazienza il momento, in cui sarà loro permesso di far cessare un'occupazione, alla quale frattanto essi non saprebbero metter termine senza seriissimi inconvenienti, sino a che non saranno portate modificazioni reali allo stato delle cose in Grecia.

«Il primo plenipotenziario della Francia rammenta in seguito che gli Stati Pontificii sono ugualmente in una situazione anormale; che la necessità di non abbandonare il paese in preda all'anarchia ha determinato la Francia, non che l'Austria, ad acconsentire alla dimanda della Santa Sede, facendo occupar Roma dalle sue truppe, nell'atto che le truppe austriache occupavano le Legazioni.

«Egli espone che la Francia aveva un doppio motivo di deferire senza esitazione alla dimanda della Santa Sede, come potenza cattolica, e come potenza europea. Il titolo di figlio primogenito della Chiesa, di cui il sovrano della Francia si gloria, fece un dovere all'imperatore di prestar aiuto e sostegno al sovrano Pontefice. La tranquillità degli Stati pontificii, e quella di tutta l'Italia, tocca troppo da vicino il mantenimento dell'ordine d'Europa, perché la Francia non abbia un interesse maggiore a concorrervi con tutti i mezzi che ha in suo potere. Ma dall'altro canto non si potrebbe disconoscere ciò che v'ha di anormale nella situazione di una potenza, che per mantenersi ha bisogno di esser sostenuta da truppe straniere.

Il conte Walewski non esita punto a dichiarare, e spera che il conte Buol si associerà a tale dichiarazione, che non solamente la Francia è pronta a ritirar le sue truppe, ma che affretta con tutti i suoi voti il momento in cui essa lo potrà fare senza compromettere la tranquillità interna del paese, e. l'autorità del governo. Pontificio, alla prosperità del quale l'imperatore suo augusto sovrano non cesserà mai di prender il più vivo interessamento. «Il primo plenipotenziario della Francia rappresenta essere da desiderare, nell'interesse dell'equilibrio europeo, che il governo romano si consolidi abbastanza fortemente perché le truppe francesi ed austriache possano sgombrare senza inconvenienti gli Stati Pontificii, ed egli crede che un voto espresso in questo senso potrebbe non essere senza utilità. Egli non dubita, in ogni caso, che le assicurazioni che sarebbero date dalla Francia e dall'Austria circa le loro intenzioni a questo riguardo non producano dappertutto un'impressione favorevole.

Proseguendo lo stesso ordine d'idee, il conte Walewski dimanda a se stesso se non è da augurare che certi Governi della penisola italiana richiamino a sé con degli atti di clemenza ben intesi gli spiriti traviati e non pervertiti, mettendo termine ad un sistema che va direttamente contro il suo scopo, e che, invece di estinguere i nemici dell'ordine ha per effetto di indebolire i Governi, e di accrescere partigiani alla demagogia.

«Nella sua opinione, questo sarebbe un render segnalato servigio al governo delle Due Sicilie, non che alla causa dell'ordine nella penisola italiana, con illuminare il Governo sulla falsa via nella quale s'è posto. Egli pensa che avvertimenti concepiti in questo senso, e provenienti dalle potenze rappresentate al Congresso, saranno tanto meglio accolti, in quanto che il gabinetto Napoletano non potrebbe mettere in dubbio i motivi che li avrebbero dettati.

«Il primo plenipotenziario della Francia richiama in seguito l'attenzione del Congresso sopra un argomento, il quale, benché concernente particolarmente la Francia, non è tuttavia d'un interesse men positivo per tutte le Potenze europee. Egli crede superfluo il dire che han luogo tuttodì nel Belgio per mezzo della stampa le pubblicazioni più ingiuriose, più ostili contro la Francia e il suo Go verno; che vi si predica apertamente la ribellione e l'assassinio. Egli rammenta che di fresco alcuni giornali belgi hanno usato preconizzare la società detta La Marianna, di cui si conoscono le tendenze e l'oggetto; che tutte queste pubblicazioni sono altrettante macchine di guerra, dirette contro il riposo e la tranquillità interna della Francia da' nemici dell'ordine sociale, i quali, forti dell'impunità che trovano sotto l'egida della legislazione belga, nutriscono la speranza di giungere ad effettuare i loro colpevoli disegni.

«Il conte Walewski dichiara che l'unico desiderio del governo dell'Imperatore è quello di conservare le migliori relazioni col Belgio. Egli è sollecito d'aggiungere che la Francia non ha che da lodarsi del gabinetto di Bruxelles e de' suoi sforzi per attenuare uno stato di cose che non è in poter suo di cangiare, non permettendogli la sua legislazione né di reprimere gli eccessi della stampa, né di prendere l'iniziativa d'una riforma divenuta assolutamente indispensabile.

«Noi saremmo dolenti (dice egli) di doverci trovare nell'obbligo di far comprendere noi stessi al Belgio la necessità rigorosa di modificare una legislazione che non permette al suo governo di adempiere il primo de' doveri internazionali, quello cioè di non tollerare in casa sua delle mene aventi per iscopo manifesto di portar offesa alla tranquillità degli Stati vicini. La rimostranza del più forte somiglia troppo alla minaccia, perché noi non avessimo a cercare di evitare o di farvi ricorso. Se i rappresentanti delle grandi Potenze dell'Europa considerano sotto lo stesso punto di vista di noi cotesta necessità, giudicheranno opportuno di emettere la loro opinione a questo riguardo, ed è più che probabile che il governo Belga, appoggiandosi sulla gran maggioranza del paese, si troverebbe in grado di por fine a uno stato di cose, che non può mancare, o tosto o tardi, di far nascere delle difficoltà, e anche de pericoli, che è nell'interesse del Belgio di scongiurare preventivamente.»

«Il conte Walewski propone al Congresso di terminare la sua opera con una dichiarazione, che costituirebbe un notevole progresso nel diritto internazionale, e che sarebbe accolta dal mondo intero con un sentimento di viva riconoscenza.

« Il Congresso di Wesfalia (egli aggiunge) ha consacrato la libertà di coscienza; il Congresso di Vienna, l'abolizione della tratta de' negri e la libertà della navigazione de' fiumi. Sarebbe degno del Congresso di Parigi di posar le basi d'un diritto marittimo uniforme, in tempo di guerra, riguardo ai neutri. I quattro principii seguenti raggiungerebbero completamente questa scopo:

«1° Abolizione della scorreria.

«2° La bandiera neutrale copre la mercanzia nemica, eccetto il contrabbando di guerra.

«3° La mercanzia neutrale, eccetto il contrabbando di guerra, non è sequestrabile neppure sotto bandiera nemica.

«4° i blocchi non sono obbligatorii se non in quanto sono effettivi.

«Sarebbe questo certamente un magnifico risultato, al quale nessuno di noi può rimanere indifferente.

«Il conte Clarendon dividendo le opinioni espresse dal conte Walewski, dichiara che al pari della Francia, l'Inghilterra intende richiamare le truppe che fu obbligata mandare in Grecia, appena potrà farlo senza inconvenienti per la tranquillità pubblica, ma che fa d'uopo, prima, cercare salde guarentigie onde sia mantenuto un ordine di cose soddisfacente. Secondo lui, le Potenze pro tettrici potranno intendersi sul rimedio che è necessario di portare ad un sistema dannoso al paese, e che si è completamente allontanato dallo scopo che esse s'erano proposto quando stabilivano una monarchia indipendente pel benessere e per la prosperità del popolo greco.

Il primo plenipotenziario della Gran Brettagna ram menta che il trattato del 30 marzo schiude un'era novella; che come l'imperatore lo diceva al Congresso nel riceverlo dopo la firma del trattato, questa è l'era della pace; ma che per essere conseguenti non dovevasi tra lasciar cosa alcuna per renderla solida e duratura; che, rappresentando le principali potenze d'Europa, il Congresso verrebbe meno al suo dovere se nello sciogliersi egli conservasse col suo silenzio alcune situazioni che son di nocumento all'equilibrio politico, e che son lungi dal porre la pace fuori di pericolo in un paese il più interessante d'Europa.

«Noi abbiamo, continua il conte Clarendon, provvisto «allo sgombro de' vari territori occupati dalle armate straniere durante la guerra; noi abbiam fatta promessa solenne di effettuare questo sgombro nel più breve termine; come potremmo non preoccuparci delle occupazioni che ebbero luogo prima della guerra, ed astenerci dal cercar modo di porvi fine?»

«Il primo plenipotenziario della Gran Brettagna non crede utile lo investigar le cause che condussero armate straniere in molte parti d'Italia; ma egli avvisa che ammesso pure fossero queste cause legittime, non è men vero, egli dice, che ne conseguita uno stato anormale, irregolare, che non può essere giudicato che da' un'estrema necessità, e che debbe cessare appena la necessità non si fa più sentire imperiosamente; che tuttavia, se non si cerca di por fine a tali bisogni, essi continueranno a' esistere; che, se si sta paghi ad appoggiarsi alla forza armata, in luogo di cercar rimedio ai giusti motivi di mal contento, è certo si renderà permanente un sistema poco onorevole pei governi, e disgustoso pei popoli. Egli pensa che l'amministrazione degli Stati Romani offra degli in convenienti donde potriano sorgere pericoli che il Congresso ha diritto di cercar modo di prevenire; che non porvi mente, sarebbe esporsi a lavorare a profitto della rivoluzione, che tutti i governi biasimano, e vogliono evi tare. Il problema che è urgente risolvere, consiste nel combinare, egli dice, il ritiro delle truppe straniere col mantenimento della tranquillità: e questa soluzione sta nell organizzare un'amministrazione, che, facendo rinascere la fiducia renderebbe il governo indipendente dall'aiuto straniero; questo soccorso non essendo giammai capace a sostenere un governo al quale il sentimento pubblico è contrario, ne conseguirà, secondo la sua opinione, una posizione che la Francia e l'Austria non vorranno accettare. per le loro armate. Pel benessere degli Stati pontificii, come nell'interesse della autorità sovrana del Papa, sarebbe dunque utile, secondo il suo parere, di raccomandare la secolarizzazione del governo e l'organizzazione d'un sistema amministrativo in armonia colle tendenze del se colo, ed avente per iscopo la felicità del popolo. Ammette che questa riforma può presentare forse a Roma, in que sto momento, alcune difficoltà, ma crede che potrà facilmente effettuarsi nelle Legazioni.

«Il primo plenipotenziario della Gran Brettagna fa notare che da otto anni a questa parte, Bologna è in istato d'assedio, e che le campagne sono invase dal brigantaggio; puossi sperare, ei crede, che coll'istabilirsi in questa parte del Romano Stato un regime amministrativo e giudiziario laico e separato, e coll'organizzarsi una forza armata nazionale, la sicurezza e la fiducia si ristabiliranno rapidamente, e che le truppe austriache potranno ritirarsi fra poco senza che abbiansi a temere novelle agitazioni; è, se non altro, a suo parere, un'esperienza che si potrebbe tentare, e questo rimedio, offerto a' mali incontestabili, dovrebbe essere sottoposto alle serie riflessioni del Papa.

«Per quanto concerne il governo Napoletano, il primo plenipotenziario della Gran Bretagna desidera imitare l'esempio del conte Walewski, tacendo atti che ebbero un si spiacevole eco. Ei pensa che deesi, senza dubbio, riconoscere in massima che niun governo ha diritto d'ingerirsi negli affari interni di un altro Stato, ma crede esservi casi nei quali la eccezione a questa regola diventa un diritto e un dovere. Il governo Napoletano pare che abbia conferito questo diritto e imposto questo dovere all'Europa, e poiché i governi rappresentati al Congresso vogliono tutti, collo stesso impegno, sostenere il principio monarchico e respingere la rivoluzione, deesi alzar la voce contro un sistema che tien accesa fra le masse l'effervescenza rivoluzionaria, invece di spegnerla. «Noi non vogliamo, ei dice, che la pace sia turbata, e non vi ha pace senza giustizia; noi dobbiamo dunque far giungere al re di Napoli il voto del Congresso perché migliori il suo sistema di governo, voto che certo non può rimanere sterile; noi dobbiamo inoltre chiedergli un'amnistia per le persone che furono condannate, o che sono in carcere senza giudizio per delitti politici.»

«Quanto alle osservazioni del conte Walewski sugli eccessi della stampa belga e sul pericolo che ne deriva ai paesi limitrofi, i Plenipotenziarii della Gran Bretagna ne riconoscono l'importanza, ma rappresentando un paese dove la stampa libera e indipendente è per così dire, una istituzione fondamentale, non si potrebbero associare a provvedimenti coattivi contro la stampa di un altro paese. Il primo Plenipotenziario della Gran Bretagna, lamentando la virulenza di certi giornali belgi, non esita a dichiarare che gli autori delle esecrande dottrine alle quali alludea il conte Walewski, che gli uomini che raccomandano l'assassinio quale un mezzo di ottenere un fine politico, sono indegni della protezione che guarentisce alla stampa la sua libertà e la sua indipendenza...

«Nel conchiudere, Lord Clarendon ricorda che l'Inghilterra, ad imitazione della Francia, al principio della guerra cercò tutti i modi di altentarne le conseguenze, e che a tal fine rinunciò a pro dei neutri, durante la lotta ora finita, a' principii che avea sempre praticati. Aggiunge essere disposta a rinunciarvi definitivamente, se le lettere di marca si aboliscono per sempre: questa essere nulla più che una pirateria ordinata e legale; i corsari essere uno dei più gravi mali della guerra; il nostro stato di civiltà, di umanità, esigere che si ponga fine ad un sistema che non è più dei nostri tempi; se tutto il Congresso aderisce alla proposta del signor Walewski, sarebbe ben inteso che non impegnerebbe che verso le Potenze le quali avrebbervi acceduto, ma non potrebbe essere invocata dai Governi che si rifiutassero di associarvisi.

«Il conte Orloff osserva che i suoi poteri avendo solo per oggetto il ristabilimento della pace, non credesi auto rizzato a entrare in una discussione che le sue istruzioni non poterono prevedere.

«Il conte de Buol si rallegra di vedere i Governi di Francia e d'Inghilterra disposti a cessare, appena si possa, l'occupazione della Grecia. L'Austria, egli assicura, forma i voti i più sinceri per la prosperità di questo regno, e a un tempo ella desidera colla Francia che tutti i paesi d'Europa godano, sotto la protezione del diritto pubblico, la loro indipendenza politica e una piena prosperità.

«Egli non dubita che una delle condizioni essenziali di uno stato di cose tanto da desiderarsi risieda nella saggezza di una legislazione disposta in modo da prevenire, od a reprimere gli eccessi della stampa, che il conte Walewski ha biasimato con tanto fondamento parlando d'uno Stato vicino, e la cui repressione deve essere considerata come un bisogno europeo. Egli spera che in tutti gli Stati del Continente, nei quali la stampa presenta gli stessi pericoli, i Governi sapranno trovare nelle legislazioni i mezzi di contenerla nei giusti limiti, ed otterranno in tal modo di mettere la pace al sicuro da nuove complicazioni internazionali.

«Per ciò che ha relazione coi principii di diritto marittimo internazionale, de' quali il primo Plenipotenziario della Francia ha proposta. l'adozione, il conte Buol di chiara che egli ne apprezza lo spirito e le conseguenze, ma che non essendo autorizzato dalle sue istruzioni ad esternare il suo sentimento sopra una materia tanto importante, egli dee limitarsi pel momento ad annunziare al Congresso, che è pronto a sollecitare gli ordini del suo sovrano.

«Ma a questo punto, egli dice, dee aver termine la sua missione. Sarebbe per lui impossibile, in fatto, di trattare della situazione interna di Stati indipendenti che non hanno rappresentanti al Congresso. I Plenipotenziari non ricevettero altro mandato che quello di occuparsi degli affari dell'Oriente, e non furono convocati per far conoscere ai sovrani indipendenti i loro voti relativamente all'organizzazione interna de' loro Stati: i pieni poteri uniti agli atti del Congresso farne fede. Le istruzioni dei Plenipotenziari austriaci avendo definito l'oggetto della missione loro affidata, non sarebbe loro permesso di prender parte ad una discussione non preveduta.

«Per le stesse ragioni il conte Buol crede doversi aste nere dal partecipare alle opinioni espresse dal primo plenipotenziario della Gran Bretagna, e dal dare spiegazioni sulla durata dell'occupazione degli Stati Romani per parte delle truppe austriache, associandosi tuttavia completamente alle parole pronunziate a tal riguardo dal primo plenipotenziario della Francia.

«Il conte Walewski fa notare che qui non trattasi né di prendere definitive risoluzioni, né contrarre impegni, meno poi di immischiarsi direttamente negli affari interni dei governi rappresentati o non rappresentati al Congresso, ma unicamente di consolidare, di perfezionare l'opera della pace, occupandosi preventivamente delle nuove complicazioni, che potrebbero sorgere sia dalla prolungazione indefinita o non giustificata di alcune occupazioni straniere, sia da un sistema di rigore inopportuno ed impolitico, sia da una licenza perturbatrice contraria ai doveri internazionali.

«Il barone Hubner replica che i plenipotenziari dell'Austria non sono autorizzati né a promettere definitivamente, né ad esprimere voti. La riduzione dell'armata. austriaca nelle Legazioni esprimere assai chiaro, a suo avviso, che il gabinetto imperiale ha l'intenzione di richiamare le sue truppe, quando una simile misura sarà giudicata opportuna...

«Il barone Manteuffel dichiara conoscere abbastanza le intenzioni del re suo augusto signore, per non esitare ad esprimere la sua opinione, sebbene sia senza istruzioni in proposito, sulle questioni le quali sono recate al Congresso.

«I principii del diritto marittimo, dice il primo plenipotenziario della Prussia, che il Congresso è invitato a fare suoi, sono stati ognora professati dalla Prussia, che costantemente si è applicata a farli prevalere, e si considera come autorizzato a prendere parte alla firma di qual siasi atto diretto a farli ammettere definitivamente nel di ritto: pubblico europeo. Esprime la convinzione che il suo sovrano non ricuserà di approvare quanto verrebbe stabilito, in questo senso, dai plenipotenziari.

«Il barone di Manteuffel non disconosce l'alta importanza delle altre questioni che vennero dibattute; ma osserva che si passò sotto silenzio un affare d'un'importanza maggiore per la sua corte, e per l'Europa; ei vuol parlare dell'attuale situazione di Neuschâtel. Fa notare che questo principato è forse il solo ponto d'Europa in cui, contrariamente ai trattati, e di quanto venne formalmente riconosciuto da tutte le grandi potenze, domini un potere rivoluzionario che non riconosce i diritti del sovrano. Il barone di Manteuffel fa istanza che questa questione sia compresa nel numero di quelle che dovranno essere esaminate. Soggiunge che il re, suo sovrano, chiede con tutti i suoi poti, la prosperità del regno di Grecia, e che desidera ardentemente veder tolte le cause, che condussero la situazione anormale creata dalla presenza delle armate straniere; ammette nondimeno, che potrebbe es servi luogo ad esaminare i fatti in maniera da porre que sto affare sotto il vero suo aspetto. In ordine ai passi che si crederebbe utile di fare per quanto concerne lo stato delle cose nel regno di Na poli, il Manteuffel osserva che tali passi potrebbero presentare vari inconvenienti. Ei dice che sarebbe bene di investigare se mozioni, della natura di quelle che vennero proposte, non susciterebbero nel paese uno spirito di opposizione e di moti rivoluzionari, in luogo di rispondere alle idee che si sarebbe voluto realizzare con intenzioni certamente benevole. Egli non crede dover esaminare la situazione attuale degli Stati Pontificii; egli si limita ad esprimere il desiderio di porre questo governo in posizione tale da rendere superflua l'occupazione delle truppe straniere. Il barone Manteuffel termina col dichiarare che il gabinetto prussiano conosce perfettamente la funesta influenza che esercita la stampa sovversiva d'ogni ordine regolare, ed il pericoli che ella semina predicando il regicidio e la ribellione; aggiunge che la Prussia parteciperebbe volentieri all'esame delle misure che si stimerebbero necessarie per porre un termine a queste mene.

Il conte Cavour non intende contestare il diritto che compete ad ogni plenipotenziario di non prendere parte alla discussione di una questione, che non venne preveduta nelle sue istruzioni; e Tuttavia, egli crede del più alto interesse che l'opinione, manifestata da alcune potenze sull'occupazione degli Stati Romani, sia inserta nel protocollo.

«Il primo plenipotenziario della Sardegna espone che l'occupazione degli Stati Romani per parte delle truppe austriache prende ogni di più un carattere permanente, che essa dura da sette anni, e che tuttavia non si scorge verun indizio che possa far supporre che essa cesserà più o meno tardi per l'avvenire: che le cause, che la motivarono, sussistono ognora; che lo stato del paese che esse occupano, non fu per certo migliorato; e che, per esserne convinti, basta osservare che l'Austria credesi nella necessità di mantenere, in tutto il suo rigore, in istato d'assedio Bologna, sebbene abbia data dalla sua occupazione. Nota che la presenza delle truppe austriache nelle Legazioni e nel ducato di Parma distrugge l'equilibrio politico in Italia, e costituisce un reale pericolo per la Sardegna.

«I plenipotenziari della Sardegna, egli dice, credono dover segnalare all'attenzione d Europa uno stato di cose tanto anormale, come quello che risulta dall'occupazione indefinita d'una gran parte dell'Italia per parte delle truppe austriache.

«A proposito della questione di Napoli, il conte di Cavour divide pienamente le opinioni espresse dal conte Walewski e dal conte Clarendon, ed avvisa che importa al più alto grado di suggerire temperamenti, che, calmando le passioni, renderebbero meno difficile il procedere regolare delle cose negli altri Stati della Penisola.

«Il barone di Hübner dice che il primo plenipotenziario della Sardegna, ha solamente, parlato della occupazione austriaca, e non ha fatto parola dell'occupazione francese; che le due occupazioni, nondimeno, ebbero luogo alla stessa epoca ed al medesimo scopo; che non si potrebbe ammettere la conseguenza che il conte Cavour ha voluto trarre dalla permanenza dello stato d'assedio di Bologna; che se uno stato eccezionale è ancor necessario per questa città, mentre da gran tempo ha cessato in Roma ed in Ancona, ciò porrebbe, tutt'al più, provare, che le disposizioni delle popolazioni di Roma e di Ancona sono più soddisfacenti che quelle della città di Bologna. Ricorda che in Italia non i soli Stati Romani sono occupati da trappe straniere; che i comuni di Mentone e Roccabruna, facienti parte del Principato di Monaco, sono, da otto anni, occupati dalle truppe sarde, e che la sola differenza che corre tra le due occupazioni, è che gli Austriaci ed i Francesi vennero chiamati dal sovrano del paese, mentre le truppe sarde penetrarono nel territorio del principe di Monaco, contro la sua volontà, e che esse vi si mantengono non ostante i richiami del sovrano di questo paese.

«Rispondendo al barone Hübner, il conte Cavour dice che egli desidera cessata l'occupazione austriaca non solo, ma eziandio l'occupazione francese; ma che non può far a meno di ravvisare la prima molto più pericolosa. della seconda per gli Stati indipendenti d'Italia.

«Soggiunge che un debole corpo d'armata, a si gran distanza dalla Francia, non suona minaccia per alcuno, mentre è molto inquietante vedere l'Austria, appoggiata a Ferrara ed a Piacenza, di cui accresce le fortificazioni contro lo spirito, se non contro la lettera, de' trattati di Vienna, stendersi lungo l'Adriatico fino ad Ancona.

«Quanto a Monaco, il conte Cavour dichiara che la Sardegna è pronta a ritirarne i cinquanta soldati che l'occupano, se il principe è in grado di entrare in questo paese senza esporsi a gravissimi pericoli. Del resto, egli non crede che si possa accusare la Sardegna di aver contribuito a rovesciare l'antico governo onde occupare questi Stati, mentre il principe non ha potuto conservare sotto la sua autorità che la sola città di Monaco, che la Sardegna occupava nel 1848 in virtù dei trattati.

«Il barone di Brunow crede dover segnalare una cir costanza particolare, ed è che l'occupazione della Grecia per parte delle truppe alleate avendo avuto luogo durante la guerra, e che le relazioni trovandosi per fortuna ristabilite tra le Potenze protettrici, era venuto il momento di accordarsi sui mezzi di far ritorno ad una situazione conforme all'interesse comune. Assicura che i plenipotenziari della Russia hanno raccolto con soddisfazione, e tra smetteranno con premura al loro governo le disposizioni manifestate in proposito dai plenipotenziari di Francia e della Gran Bretagna, e che la Russia si associerà volentieri, in un fine conservativo, ed in vista di migliorare lo stato delle cose in Grecia, a tutte le misure che parranno proprie ad ottenere il fine dalle Potenze propostosi nel fondare un Regno Ellenico.

«I plenipotenziari dalla Russia soggiungono che prenderanno gli ordini della loro Corte riguardo alle proposte sottoposte al Congresso relative al diritto marittimo.

«Il conte Walewski si congratula d'aver impegnati i plenipotenziari a comunicarsi le loro idee sulle questioni che vennero discusse. Aveva in animo che si sarebbe potuto, forse utilmente, pronunziarsi in modo più completo sovra alcuni punti sui quali si posò l'attenzione del Congresso. Ma tal qual è, egli disse, lo scambio delle idee che si effettuò non è privo d'utilità.

«Il primo plenipotenziario della Francia stabilisce che ne emerge in fatto:

«1° Che nessuno contesto la necessità di occuparsi maturamente del miglioramento della situazione della Grecia, e che le tre Corti protettrici riconobbero la importanza di accordarsi tra di loro su questo proposito.

«2° Che i plenipotenziari dell'Austria si associarono al voto espresso dai plenipotenziari della Francia, di vedere sgombri gli Stati Pontifici dalle truppe francesi ed austriache, appena potrà operarsi senza inconvenienti per la tranquillità del paese, e per la consolidazione dell'autorità della Santa Sede.

«3° Che il maggior numero dei plenipotenziari non hanno contestata la efficacia di atti di clemenza, che venissero esercitati in modo opportuno dai governi della Penisola Italiana, e specialmente da quello delle Due Sicilie.

«4° Che tutti i plenipotenziari, eziandio quelli che credettero dover riserbare il principio della libertà di stampa, non esitarono a biasimare altamente gli eccessi ai quali impunemente si lasciano trascorrere i giornali belgi, e riconoscere la necessità di rimediare ai gravi inconvenienti che emergono dalla sfrenata licenza, di cui si fa si grande abuso nel Belgio.

«Che infine l'accoglienza fatta da tutti i plenipotenziari all'idea di chiudere i loro lavori con una dichiarazione di principii in materia di diritto marittimo, deve far nascere la speranza che alla prossima seduta eglino avranno ricevuto dai loro rispettivi governi l'autorizzazione di aderire ad un atto, che, coronando l'opera del Congresso di Parigi, realizzerà un progresso degno della nostra epoca.»

(Seguono le firme).


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PROTOCOLLO N° XXIII

Seduta del di 14 aprile 1856

«Il conte Clarendon avendo chiesto il permesso di presentare al Congresso una proposizione che gli pare dover essere favorevolmente accolta, dice che le calamità della guerra sono ancor troppo presenti allo spirito, per doversi tentare tutti i mezzi capaci di impedirne il ritorno; che venne inserta all'articolo 7 del Trattato di pace una stipulazione, che raccomanda di ricorrere alla mediazione di uno Stato amico, prima di far appello alla forza, in caso di dissenso tra la Porta ed una o più fra le Potenze segnatarie.

«Il primo plenipotenziario della Gran Bretagna crede che questa felice innovazione potrebbe ricevere un'applicazione più generale, e divenire cosi una barriera opposta ai conflitti, che spesso insorgono solo perché non è sempre possibile di spiegarsi e di intendersi.

«Propone quindi di concertarsi sovra una risoluzione capace ad assicurare pel futuro al mantenimento della pace questa probabilità di durata, senza però violare l'indipendenza dei governi.

«Il conte Walewski si dichiara autorizzato ad appoggiare l'opinione emessa dal primo plenipotenziario della Gran Bretagna; assicura che i plenipotenziari della Francia sono intieramente disposti ad associarsi all'inserzione nel protocollo di un voto che, mentre coincide colle tendenze della nostra epoca, non incaglierà in verun modo la libertà d'azione dei governi.

«Il conte Buol non esiterebbe ad abbracciare i senti menti dei plenipotenziari della Gran Bretagna e della Francia, se la risoluzione del Congresso dovesse avere la forma indicata dal conte Walewski; ma egli non oserebbe prendere in nome della sua corte un impegno assoluto e di natura tale, da limitare l'indipendenza del gabinetto austriaco.

«Il conte Clarendon risponde che ciascuna Potenza è, e sarà solo giudice delle esigenze del suo onore e de' suoi interessi; che non è sua intenzione di circoscrivere l'autorità dei governi, ma solo di fornire loro l'occasione di non ricorrere alle armi tu! te le volte che le dissensioni potranno essere spianate in altro modo.

«Il barone di Manteuffel assicura che il re suo augusto signore divide compiutamente le idee emesse dal conte Clarendon; e quindi credesi autorizzato ad aderirvi, ed a dar loro tutto lo sviluppo di cui sono capaci.

«I. conte Orloff, mentre riconosce la saggezza della pro posta fatta al Congresso, erede di doverne riferire alla sua Corte prima di esprimere l'opinione dei plenipotenziari della Russia.

«Il conte di Cavour desidera sapere, prima di esternare la sua opinione, se nella intenzione dell'autore della proposta, il voto, che sarebbe espresso dal Congresso, si estenderebbe agli interventi militari diretti contro governi di fatto, e cita, per esempio, l'intervento dell'Austria nel regno di Napoli nel 1821...

«Lord Clarendon risponde che il voto del Congresso dovrebbe ammettere l'applicazione la più estesa; fa osservare, che se i buoni uffici d'un'altra Potenza avessero determinato il governo greco a rispettare le leggi della neutralità, la Francia e l'Inghilterra si sarebbero probabilissimamente astenute dall'occupare il Pireo colle loro truppe; egli ricorda gli sforzi fatti dal gabinetto della Gran Bretagna nel 1823, per prevenire l'intervento armato che ebbe luogo a quest'epoca in Ispagna.

«Il conte Walewski aggiunge che non trattasi qui di stipulare un diritto, né di assumere un'obbligazione; che il voto espresso dal Congresso non saprebbe, in verun caso, opporre dei limiti alla libertà d'appreziazione, che veruna Potenza non può alienare nelle questioni che hanno rapporto colla sua dignità; che non vi è per conseguenza verun inconveniente a generalizzare l'idea che ha ispirato il conte Clarendon, ed a intenderla nel suo più esteso significato.

«Il conte Buol dice, che il conte di Cavour parlando in altra seduta della occupazione delle Legazioni per parte delle truppe austriache, ha dimenticato che eziandio altre truppe straniere erano state chiamate sul suolo degli Stati Romani. Oggi, parlando dell'occupazione del Regno di Napoli per parte dell'Austria nel 1821, dimentica che questa occupazione fu il risultato di una intelligenza presa dalle cinque grandi Potenze riunite al Congresso di Laybac.

«In ambi i casi, egli attribuisce all'Austria il merito di una iniziativa e d'una spontaneità, che i plenipotenziari au striaci son ben lungi dal rivendicar per essa.

«L'intervento ricordato dal plenipotenziario della Sardegna ebbe luogo, soggiunge, in seguito alla trattativa del Congresso di Laybac, esso entra dunque nell'ordine delle idee emesse da lord Clarendon. Casi simili potrebbero ancora succedere una seconda volta, ed il conte Buol non ammette che un intervento, effettuato in seguito ad accordo stabilito tra le cinque grandi Potenze, possa divenire oggetto di richiami di uno Stato di second'ordine.

«Il conte di Buol applaude alla proposizione nel modo che venne presentata dal conte Clarendon, ad un fine di umanità; ma non potrebbe aderirvi, se si volesse dare una soverchia estensione, o dedurne conseguenze favorevoli ai Governi di fatto, ed a dottrine che non si potrebbero ammettere.

«Del rimanente desidera che il Congresso, al momento di por fine a' suoi lavori, non si veda obbligato a discutere questioni irritanti, e di natura tale da intorbidare la perfetta armonia, che non cessò di regnare fra i plenipotenziari.

«Il conte Cavour dichiara che egli è pienamente soddisfatto delle spiegazioni che ha provocato, e dà la sua adesione alla proposta sottoposta al Congresso.

«Dopo di che, i plenipotenziari non esitano ad espri mere il voto che gli Stati, fra i quali si elevasse una seria differenza, prima di far appello alle armi, facciano ricorso, per quanto le circostanze lo permetteranno, ai buoni uffizi di una Potenza amica.

«I plenipotenziari sperano che i Governi non rappresentati al Congresso s'associeranno al pensiero che ha ispirato il voto, inserto nel presente protocollo.»

(Seguono le firme)


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PARLAMENTO NAZIONALE SARDO

CAMERA DEI DEPUTATI

Tornata del di 6 maggio 1856
Interpellanze del Deputato Buffa al Presidente del Consiglio

«PRESIDENTE. L'ordine del giorno porta le interpellanze del deputato Buffa al presidente del Consiglio dei ministri sul trattato di pace.

«La parola è al deputato Buffa.

«BUFFA. Signori, nel trattato di Parigi una sola delle questioni che riguardano da vicino i nostri interessi è definita, ed è la questione commerciale; delle altre non vi è fatta parola, e quello che se ne legge nei protocolli è piuttosto un indizio che una compiuta notizia di quello che probabilmente vi si è detto e trattato.

«Questo si può anche più ragionevolmente argomentare dall'atto con cui i nostri plenipotenziari posero fine alla loro missione in Parigi; intendo dire dalla nota diplomatica da essi presentata alla Francia ed all'Inghilterra, della quale il signor presidente del Consiglio ha dato copia alla Camera.

«Quell'atto è veramente rilevante, e quale forse non fu mai altro simile in tutta la storia del Piemonte, e di necessità deve essere stato preceduto da discussioni di importanza eguale.

«In quella nota i nostri plenipotenziari pigliano la parola non solo per gli interessi del Piemonte, ma per Anelli di tutta Italia, e i Governi di Francia e d'Inghilterra gli consentono questo uffizio accettando la nota.

«Se il Piemonte avesse tentato di farlo alcuni anni addietro, chi può credere che gli sarebbe stato permesso?

«Egli è evidente che le discussioni, le quali hanno preceduto questa conclusione, devono aver avuto un'importanza molto maggiore di quello che possa apparire dai protocolli; ed è necessario conoscere in certo modo la serie dei fatti che dalla prima proposta sulle cose italiane condussero a questo ultimo atto, per poter giudicare con cognizione di causa, quali e quanti possono essere i risultati morali che abbiamo ottenuto.

«lo restringerò a pochi punti principali le mie domande.

«L'Austria sta fortificando Piacenza; essa ne fa una fortezza di primo ordine: contro chi? Quali sono i nemici contro cui edifica quelle fortificazioni? Evidentemente non possono essere dirette che a noi: a pochi passi dalla nostra frontiera, l'Austria pianta le sue batterie contro di noi. L'Austria continua, e non perde occasione di accrescere le sue occupazioni militari nei vari Stati italiani. E qui dirò che, malgrado le smentite ufficiali, si potrebbe forse, asseverare che Compiano e Pontremoli dovevano essere occupate, benché in fatto non lo fossero. Forse, cadendo appunto allora la discussione sulle cose italiane nelle Conferenze di Parigi, forse, dico, l'Austria ebbe avviso in tempo per sospendere questa nuova provocazione. Questo non assevero, ma solo argomento: bensì è certo che già erano state fatte provviste di paglia e di altri oggetti per le truppe che dovevano occupare Compiano e Pontremoli.

«Ora domanderò di nuovo: a qual fine queste occupazioni? Perché si mantengono con tanta insistenza? Perché queste dimostrazioni sui nostri confini? Forse gli Stati vicini possono ragionevolmente lagnarsi di noi? Forse noi non abbiamo custodito rigorosamente i nostri con fini?

«Non gli abbiamo anzi custoditi per modo, che que sti Stati medesimi furono costretti a renderne grazie al Piemonte? Queste occupazioni e queste fortificazioni non possono dunque avere che un solo significato, quello della minaccia e quello della provocazione,

«L'Austria ha tolta l'indipendenza più o meno di rettamente a quattro de' sei Stati italiani; le minaccie e le provocazioni non possono avere altro scopo che di toglierla ancora al Piemonte. Ora le potenze alleate sono disposte a permettere che continui il pericolo, e il sinistro intento sia conseguito?

«È questo un punto su cui credo che il Piemonte abbia diritto di essere chiarito.

«Vi ha pure un altro pericolo. Le condizioni dei varii popoli italiani sono, più o meno, intollerabili, ma tutte in.. felici. Ad essi è negata, non solo ogni libertà, ma anche quella onesta larghezza che gli stessi governi assoluti oggidì, purché civili, non sogliono negare. Proibito ad essi di professarsi italiani; assoggettati a pene umilianti, che offendono non solo l'a dignità nazionale, ma anche la dignità d'uomo; pene, delle quali l'Italia da più generazioni aveva perduto perfino ogni memoria; esasperati gli animi da continue vessazioni; diminuita o svanita affatto ogni speranza di sorte migliore; tutto questo non fa che alimentare lo spirito di rivoluzione, che, sorgendo l’occasione, può diventare un grande pericolo come per l'Europa intera, così più specialmente per noi.

«Ed anche sopra di ciò sarebbe utile di conoscere se le potenze alleate intendano permettere che questo fomite sia del continuo mantenuto alle nostre porte da chi ha forse interesse di mantenerlo.

«Finalmente io domanderò ancora schiarimenti sopra un altro punto.

«Nel protocollo dell'8 aprile si leggono alcune lagnanze gravi sulla stampa del Belgio. Sicuramente a me non cadde nel pensiero che si intendesse pare volgere quelle lagnanze al Piemonte. Senza minaccie di alcuno, senza aspettare autorevoli consigli da nessuna parte, ma per solo amore di giustizia e della vera libertà, noi, da lungo tempo, abbiamo fatto ciò che si doveva e poteva per questo rispetto; abbiamo fornito a tutti i Governi stranieri i mezzi legali di farsi rispettare dalla stampa del nostro paese. Epperò non poteva essere volte a noi, né direttamente, né indirettamente, nessun avvertimento di questa natura; ed io assolutamente non lo credo.

«Ma quando si veggono uomini timidi, che, malgrado queste ragioni, pure persistono a temere, e soprattutto quando si veggono giornali stampati in paesi vicini, dove la stampa ha sempre qualche cosa della risponsabilità ufficiale, giornali, dico; i quali si studiano di insinuare che al Piemonte furono dati consigli e gravi avvertimenti di questa natura, io credo utile che il signor presidente del Consiglio dichiari apertamente, se in questi sospetti vi sia. alcun che di vero.

«lo gli sarò grato se egli vorrà fornire alla Camera le necessarie spiegazioni sopra questi varii punti, e più ancora, se vorrà aggiungere tutte quelle altre informazioni che possano meglio chiarire l'andamento e i risultati del congresso di Parigi. Dopo le sue risposte io mi riservo di fare quelle avvertenze che mi parranno opportune, se il signor presidente della Camera vorrà conservarmi la facoltà di parlare.

«CAVOUR C. presidente del Consiglio. (Vivi segni d'attenzione). Signori, onde rispondere nel miglior modo che per me si possa alle interpellanze dell'onorevole deputato Buffa, e nello stesso tempo soddisfare alla giusta impazienza della Camera e del paese di essere ragguagliati intorno ai fatti principali che sono accaduti nel Congresso di Parigi, credo miglior consiglio, invece di seguire l'ordine delle domande che mi vennero dirette dall'onorevole deputato Buffa, di fare un breve riassunto di quanto si è operato dai plenipotenziari Sardi in questa circostanza.

«L'onorevole interpellante e la Camera intenderanno di leggeri che io non posso, né debbo entrare in minuti particolari, e che mi è forza conservare una riserva, sia per convenienze diplomatiche, sia per la considerazione che molte questioni iniziate nelle Conferenze di Parigi non hanno ricevuto ancora una definitiva soluzione.

«Prima di parlare di quanto si fece da noi in quei Consigli, mi occorre dire una parola sulla posizione che venne fatta ai plenipotenziari della Sardegna.

«Quando il Governo del Re firmava un trattato d'alleanza coll'Inghilterra e colla Francia, non credeva opportuno di stabilire in modo definitivo e particolare la condizione che verrebbe assegnata alla Sardegna nel Congresso, che sarebbe stato per avventura chiamato a deliberare intorno alle condizioni della pace. Contento della clausola in esso Trattato stabilita, che nessuna pace si potrebbe fare senza il concorso della Sardegna, lasciò che venisse determinata la sua posizione quando si fosse presentato il caso di adunare un Congresso. Giacché il Governo riteneva, come ritiene tuttora, che si per gl'individui, come per le nazioni, la loro considerazione, la loro influenza dipendono assai più dalla propria condotta, dalla riputazione acquistata, che non dalle stipulazioni diplomatiche..

«Ed invero la nostra aspettativa non fu tradita sia sui campi, sia nei congressi pacifici. Quantunque nulla si fosse determinato rispetto alla situazione del nostro Generale in capo, voi sapete, o signori, quale influenza esso abbia esercitata, non solo nel campo, ma anche nei consigli di guerra europea; influenza questa dovuta, non tanto al posto che occupava, quanto alla bella fama da lui acquistata; fama diventata europea, e tale da dirsi oramai una gloria nazionale (Bravo! Bene!). Molto prima che le Conferenze incominciassero, ebbe il governo ad occuparsi, in modo però non, positivo, né definitivo, del concorso che la Sardegna fosse per avere in questi negoziati..

«Se vi fu per alcun tempo qualche incertezza a tale riguardo, questa sparì allorquando noi abbiamo dimostrato con quanta fedeltà, con quanto vigore noi mantenevamo gli assunti impegni. Da quel punto non fuvvi più dubbio, ed i nostri alleati c'invitarono alle conferenze senza riserva alcuna.

«E qui debbo dire ad onore del vero che questo con corso non ci fu seriamente contrastato da alcuna delle altre potenze alle conferenze partecipanti.,

«La missione dei plenipotenziari sardi aveva un doppio scopo. In primo luogo dovevano concorrere coi loro alleati all'opera della pace colla Russia, alla consolidazione dell'Impero Ottomano: in secondo luogo, era debito loro di fare ogni loro sforzo onde attirare l'attenzione dei loro alleati e dell'Europa sulle condizioni d'Italia, e cercar modo di alleviare i mali che affliggono questa nazione.

«Rispetto alla prima parte della loro missione, l'opera loro non fu malagevole, giacché, o signori, la causa dell'Occidente, la causa dell'Impero Ottomano era validamente, fortemente propugnata dai distinti statisti che rappresentavano nel Congresso la Francia e l'Inghilterra; e fu agevolata altresì dallo spirito di conciliazione, dalla lealtà spiegata fin dal principio dai plenipotenziari della Russia. A questi sentimenti io mi compiaccio di rendere altamente giustizia, imperocché vennero manifestati non solo rispetto a tutti gli alleati, ma lo furono in modo particolare ri spetto al nostro Paese. Donde io traggo argomento per credere e per sperare, che il trattato che abbiamo firmato, non solo ristabilirà la pace fra noi e l'impero della Russia, ma ripristinerà le buone relazioni che per tanto tempo esistettero fra le due nazioni, come pure quei vin coli di amicizia che unirono per secoli la Casa di Savoia con quella dei Romanoff (Segni di approvazione).

«Credo che non mi bisogni molta fatica per dimostrare come lo scopo che gli alleati si erano prefisso nel muovere la guerra alla Russia, sia stato pienamente rag giunto. La semplice lettura del trattato basterà a convincervi come ogni pericolo di usurpazione per parte della Russia sia affatto scomparso. Neppure mi fermerò a dimostrarvi come siasi fatto quanto era possibile a favore delle popolazioni cristiane dell'impero Ottomano, e per quanto era compatibile colla condizione delle cose, onde assicurare e rassodare l'esistenza di quell'impero.

«Non sarò per esagerare le conseguenze di quel trattato di pace, né gli utili materiali che saranno per derivarne a nostro vantaggio; tuttavia credo poter asseverare che la neutralizzazione del Mar Nero, e la libertà della navigazione del Danubio, assicurata non solo in quella parte del fiume che corre lungo i confini ottomani, ma altresì in quella che si estende per l'intiera Germania, sieno condizioni tali da esercitare una notevole e salutare influenza sul nostro commercio.

«Non dubito che il commercio genovese, ritornando in quei lidi, sia per trovare l'antica memoria de' suoi padri ringiovanita dagli allori raccolti dalle nostre truppe, e trarre vantaggio dall'accresciuto prestigio del nome che esso porta. Credo pure dovere indicare come risultato vantaggioso pel mondo tutto, ma specialmente per noi, la consecrazione solenne di un nuovo diritto marittimo per ciò che riflette i neutri. Questo nuovo diritto marittimo il quale assicura i neutri in tempi di guerra contro le prepotenze delle maggiori nazioni, deve tornare a vantaggio speciale delle nazioni commercianti, le quali non hanno un naviglio bastante per contrastare coi navigli maggiori. Di più, colla consacrazione di questo principio a cui l'Inghilterra si è associata, vediamo scomparire una delle principali cause che potevano rompere l'alleanza occidentale, poteva far scendere nei campi della guerra le potenze che sono a capo della civiltà.

«Ma più che ai vantaggi materiali, stimo che dobbiamo badare a quelli morali che dalle conferenze, che dal trattato abbiamo ricavato. Io ritengo che non sia poca cosa per noi l'essere stati chiamati a partecipare a negoziazioni, a prender parte alla soluzione di problemi, i quali interessano non tanto questa o quell'altra potenza, ma sono questioni, sono problemi di un ordine europeo. È la prima volta dopo molti e molti anni, dopo forse il trattato di Utrecht, che una potenza di second'ordine sia stata chiamata a concorrere con quelle di prim'ordine alla soluzione delle questioni europee; così vien meno la massima stabilita dal congresso di Vienna a danno delle potenze minori.

«Questo fatto è di natura a giovare non solo al Pie monte, ma a tutte le nazioni che si trovano in identiche condizioni. Certamente esso ha di molto innalzato il nostro paese nella stima degli altri popoli, e gli ha procacciato una riputazione, che il senno del Governo, la virtù del popolo, non dubito, saprà mantenergli.

«lo qui, date queste brevi spiegazioni intorno alle cose più speciali del trattato, dovrei venire a discorrere intorno a ciò che riflette la questione italiana; prima però di trattare questa parte, che è la più dilicata del mio di scorso, stimo opportuno di rispondere all'ultima delle fattemi interpellanze, a quella cioè relativa alle osservazioni promosse dal primo plenipotenziario della Francia intorno alla stampa belga.

«lo ringrazio l'onorevole interpellante di avermi for nito l'occasione di far scomparire su questo geloso argo mento ogni dubbiezza.

«Il plenipotenziario della Francia giudicò di dover chiamare l'attenzione del congresso sopra gli eccessi della stampa belga, rispetto al governo francese, e specialmente al. suo capo.

«Il plenipotenziario della Gran Bretagna prese la parola immediatamente dopo di lui, e, dopo aver fatte le più ampie riserve intorno al principio della libertà della stampa che disse essere uno dei fondamenti della costituzione inglese, non dubitò di esprimere altamente un biasimo per gli accennati eccessi. Io ho creduto di dovermi associare a queste dichiarazioni del ministro inglese.

«Se i protocolli non ne fanno cenno, si è che questi non sono processi verbali, ed io ho espressa la mia adesione senza estendermi in parole; ma ciò si scorge dal riassunto fatto dal conte Walewski, là dove è detto che vari furono i plenipotenziari che fecero le loro riserve a' favore della libertà della stampa; l'art. 4 dice che:

«Tous les plénipotentiaires, et même ceux qui ont cru devoir réserver le principe de la liberté de la presse, n'ont pas hésité à flétrir hautement les excès auxquels les journaux belges se livrent impunément, en reconnaissant la nécessité de remédier aux inconvénients réels qui résultent de la licence effrénée dont il est fait un si grand abus en Belgique.

«I plenipotenziari (plurale) che fecero delle riserve a favore del principio della libertà della stampa, sono quelli dell'Inghilterra e della Sardegna (Movimento.

«Questa riserva mi parve bastevole; non ho creduto né opportuno, né utile il fare un discorso in favore della libertà della stampa nel seno del Congresso di Parigi; le mie parole certamente non avrebbero giovato gran fatto alla causa medesima che avrei propugnato, ed avrebbero potuto far gran male alla causa dell'Italia, la quale era in quella circostanza argomento di speciale attenzione del Congresso (Bravo! al centro).

«Io credo che alcuni dei plenipotenziari presenti al Congresso sarebbero stati lieti di poter cogliere questa cir costanza onde distogliere l'attenzione del Congresso dalla questione italiana per portarla su quella della stampa '; ho pensato quindi che un assentimento tacito alle dottrine messe avanti dal plenipotenziario dell'Inghilterra fosse il modo più opportuno di procedere.

«Ma, o signori, quand'anche avessi avuto a prendere la parola, io certamente non avrei detto di più di quello che venne espresso dal plenipotenziario della Gran Bretagna, ed in molte parti avrei dovuto associarmi alle parole proſferite dal plenipotenziario della Francia.

«Difatti, o signori, il primo plenipotenziario francese, parlando con molta temperanza di parole, non attaccò né punto né poco la libertà della stampa; non ne condannò lutti gli eccessi, non toccò quelli relativi alla politica in terna; non disse verbo sull'esagerazione delle dottrine di questo o di quell'altro giornale; si restrinse a far notare al Congresso la pubblicazione di giornali, il cui principale, se non unico scopo, era, non di occuparsi delle cose in terne del Belgio, ma bensì di combattere il Governo francese e la persona del suo capo, e di combatterlo non con argomenti, non con ragionamenti, ma con le ingiurie le più villane, con le calunnie le più atroci.

«Osservò il plenipotenziario della Francia essere difficile che le buone relazioni potessero sussistere fra due nazioni, e fra due Governi, quando in uno dei due paesi si fondano giornali al solo scopo di combattere l'altro Governo.

«Or bene, se io avessi avuto a manifestare un'opinione non mi sarebbe stato difficile il farlo: non avrei avuto che a ripetere quello che in altra circostanza ebbi l'onore di esporre a questa Camera. Or son quasi cinque anni, quando una analoga discussione ebbe luogo in seno al Parlamento, io manifestai allora un'opinione che l'esperienza di un lustro ha pienamente sancita.

«Io lo dissi allora, e avrei dovuto ripetere al congresso che, mentre io ritengo che la libertà della stampa, anche spinta all'estremo suo limite, abbia pochi pericoli rispetto alle condizioni interne di un paese, riguardo alle sue relazioni esterne possa averne molti, e procurare pochissimi vantaggi. Di questo io sono talmente convinto che, se per on giuoco del caso io mi trovassi trasportato nel seno delle Camere belgiche, quantunque, mercé le opinioni che ora professo e stante lo stato attuale delle cose in quel paese, io fossi per sedere in quella Camera sui banchi della sinistra, cercando il più possibile di avvicinarmi al mio amico il signor Frère Orban, nulladimeno mi crederei in debito di denunciare alla Camera questi deplorevoli fatti, che sono fonte di danni e di pericoli; ed in ciò pure stimerei non di propugnare la causa della reazione e del partito retrivo, ma sì di rendere alla libertà un immenso servigio.

«Vengo, o signori, alla questione italiana. (Vivi segni di attenzione).

«Io ho detto che i plenipotenziari della Sardegna avevano per missione di chiamare l'attenzione dell'Europa sulla condizione anomala ed infelice dell'Italia, e di cercare a portarvi qualche rimedio. Nella condizione di cose creata dalla pace, nessuno di voi certamente sarà per credere che fusse possibile l'ottenere rimedi portanti seco modificazioni nella circoscrizione territoriale dell'Italia.

«Forse, se la guerra si fosse protratta, se la sfera in cui si ravvolgeva si fosse per avventura allargata, in allora si poteva con qualche fondamento sperare che, allargato pure il programma adottato dalle potenze occidentali al cominciare delle ostilità, fosse preso in considerazione il rimedio a cui testé accennava; ma quando si aprivano le trattative, la spada degli alleati essendo rientrata nella guaina, la diplomazia essendo solo incaricata di occuparsi delle cose europee in relazione alle vicende della guerra, non era, lo ripeto, né da sperare, e nemmeno da proporre questo rimedio.

«Le grandi soluzioni non si operano, o signori, colla penna. La diplomazia è impotente a cambiare le condizioni dei popoli. Essa non può al più che sancire i fatti compiuti e dare loro forma legale.

«Tuttavia, anche sul terreno della diplomazia, e mettendo per base i trattati esistenti, ai quali non era il caso di portare modificazione, vi era mezzo di portare la questione d'Italia, se non avanti al Congresso, almeno dinanzi alle potenze in esso rappresentate. Difatti, o signori, lo stato attuale d'Italia non è conforme alle prescrizioni dei trattati vigenti. I principii stabiliti a Vienna e nei susseguenti trattati sono apertamente violati; l'equilibrio po litico, quale fu stabilito, trovasi rotto da molti anni.

«Quindi i plenipotenziari della Sardegna credettero dovere specialmente rivolgere l'opera loro a rappresentare questo stato di cose, a chiamare sopra di esso l’attenzione della Francia e dell'Inghilterra, invitandole a prenderlo in seria considerazione.

«Qui non incontrarono serie difficoltà, giacché i loro alleati, sin dai primordi delle loro istanze, si dimostrarono altamente favorevoli a queste istanze, e manifestarono un sincero interesse per le cose d'Italia. La Francia e l'Inghilterra, riconoscendo lo stato anomalo in cui si trovava l'Italia in forza dell'occupazione di gran parte delle sue provincie per parte di una potenza estera, manifestarono, lo ripeto, il desiderio di veder cessata questa occupazione e ritornate le cose allo stato normale.

«Ma un'obiezione veniva mossa alle istanze che per noi si facevano. Ci si diceva: Sta bene che l'occupazione dell'Italia centrale debba cessare, e cessi; ma quali saranno le conseguenze dello sgombro delle truppe estere, se le cose rimangono nelle attuali condizioni? I plenipotenziari della Sardegna non esitarono a dichiarare, che le conseguenze di tale sgombro, senza preventivi provvedimenti, sarebbero state di un carattere. il più grave, il più pericoloso, e che perciò non sarebbero stati giammai per consigliarlo; ma soggiunsero, che essi ritenevano, come, mercé l'adozione di alcuni acconci provvedimenti, quello sgombro si sarebbe reso possibile.

«Invitati a far conoscere la loro opinione, essi pensarono di dover formulare, non già un memorandum, ma una memoria che, sotto forma di nota verbale, venne consegnata alla Francia ed all'Inghilterra.

«L'accoglienza fatta a questa nota fu molto favorevole. L'Inghilterra non esito a darvi la più intera adesione; e la Francia, a motivo di particolari considerazioni, di cui farò or ora parola, pure riconoscendo questo stato delle cose, ed ammettendo la proposta in principio, stimò di dover fare un'ampia riserva all'applicazione che per noi si chiedeva.

«D'accordo sopra questo principio, cioè sopra la massima utilità che, vi sarebbe di far cessare l'occupazione straniera nelle provincie del centro d'Italia, e sulla necessità di far precedere lo sgombro delle truppe estere da provvedimenti speciali, fu deciso dal Governo francese con quello dell'Inghilterra, che la questione sarebbe sottoposta al congresso di Parigi; e, come avrete rilevato, essa lo fu nella tornata delli 8 aprile.

«Se il linguaggio del plenipotenziario francese non fu del tutto simile a quello del plenipotenziario inglese, avvi perciò una gravissima ragione di cui, io penso, che tutti vi farete capaci.

«Pel governo francese il sommo pontefice non è solo il capo temporale di uno Stato di tre milioni d'abitanti, ma è altresì il capo religioso di 33 milioni di francesi; questa condizione impone a quel Governo particolari riguardi rispetto al sovrano pontefice. Quindi noi non dobbiamo stupirci che quando si tratta della questione romana, abbia ad usare speciali riguardi. Se si pon mente, come si richiede, a questa speciale circostanza; se si tien conto dell'influenza che ogni passo fatto a Roma può avere sulla politica interna della Francia, io credo che il paese, che l'Italia tutta proveranno pel Governo francese non minore riconoscenza di quello che ne meriti il Governo inglese.

«La questione per l'Inghilterra era assai più semplice; la questione romana era per lei meramente politica; il che rendeva la parte dei plenipotenziari della Gran Bretagna assai più facile. Ed invero il plenipotenziario che a nome di quella gran nazione prese la parola, la tratto con quella libertà, con quella pienezza che si appartiene ad una questione di un tal ordine.

«Che anzi, io debbo qui altamente proclamare che in quella circostanza, quell'illustre uomo di Stato, che vo superbo di poter chiamare mio amico, dimostrò tanta simpatia per le condizioni d'Italia, un così vivo desiderio di sollevarla dai mali che l'affliggono, da meritare la riconoscenza non solo dei plenipotenziari, dei piemontesi, ma di tutti gli italiani (Bravo! Bene!).

«I plenipotenziari dell'Austria opposero, alla proposta della Francia e dell'Inghilterra, una quistione pregiudiziale, une fin de non recevoir. Essi dissero, e, diplomaticamente parlando, con ragione, che i loro Governi non essendo stati prevenuti prima della riunione del congresso, che si avrebbe a trattare delle cose d'Italia, essi non ave vano né istruzioni, né poteri all'uopo. Nulladimeno, trascinati dall'importanza dell'argomento, entrarono in qual che particolare, e mantennero con molta energia la dottrina dell'intervenzione. Essi proclamarono la massima che uno Stato ha il diritto d'intervenire nelle questioni interne di un altro, quando n'è richiesto dal legittimo Go Verno di questo. «Questa dottrina non fu ammessa dalla Francia, e fu contrastata altamente dall'Inghilterra. A ciò si restrinse la parte relativa agli interventi. Nessun risultato positivo si può dire essersi ottenuto; tuttavia io tengo essere un gran fatto questa proclamazione che si fece per parte della Francia e dell'Inghilterra, della necessità di far cessare l'occupazione dell'Italia centrale, e dell'intendimento per parte della Francia di prendere tutti i provvedimenti a quest'uopo necessari.

«Sul terreno della diplomazia era difficile trattare altri argomenti italiani, di sottoporre altre questioni alle deliberazioni del congresso. Tuttavia parve alla Sardegna, come pure ai suoi alleati, i quali su quest'argomento concorsero, dirò, con una grande spontaneità, potersi, all'occasione della sanzione di questa gran pace europea, rivolgere ad alcuni stati d'Italia consigli di moderazione, di temperanza, di clemenza.

«Non ripeterò le ragioni messe in campo dai primi plenipotenziari della Francia e dell'Inghilterra, che in que sta circostanza tennero un identico linguaggio, e dimostrarono eguale simpatia per le sorti dei nostri concittadini; solo dirò le loro parole essere state tali da meritare il plauso di tutti i buoni italiani.

«Se a questi consigli non vollero associarsi i plenipotenziari delle altre nazioni, lo fecero per motivi di convenienza; ma posso dire, credo, senza commettere indiscrezione, che nessuno di questi plenipotenziari, né officialmente, né ufficiosamente prese a contrastare la validità degli argo menti di cui si erano serviti e i plenipotenziari della Francia e quelli della Gran Bretagna. Se nemmeno su quest'argo mento il Congresso è arrivato ad un atto definitivo, è pure lecito il credere che i consigli di cui discorriamo, quantunque non abbiano per sanzione un voto del Congresso, avvalorati come sono dall'autorità della Francia e dell'Inghilterra, sieno però per riuscire talmente potenti ed efficaci da sortire quei risultati che da essi ci ripromettiamo.

«L'onorevole deputato Buffa avendo insistito in modo speciale sull'estensione data alle fortificazioni di Piacenza, e sul pericolo che da queste fortificazioni può derivarne al Piemonte, risponderò essere anche ciò stato argomento dei richiami dei plenipotenziari sardi, i quali anzi, onde avvalorare le loro asserzioni, ebbero a procurarsi un piano delle opere nuove innalzate da alcuni anni dagli Austriaci, e questo piano venne da loro rimesso ai rappresentanti delle potenze alleate. L'aumento delle fortificazioni di Piacenza fa parte del sistema seguito dall'Austria per estendere in Italia la sua influenza; sistema che venne denunciato dai plenipotenziarii sardi, e che fu argomento dei principali loro reclami. Potrà l'onorevole interpellante, dalla lettura della nota consegnata prima di partire da Parigi alle potenze alleate, vedere come i plenipotenziarii sardi abbiano segnalato questo fatto e questo sistema, e contro essi formalmente protestato.

«Io vi ho esposto, o signori, i risultati delle negoziazioni alle quali abbiamo partecipato; voi riconoscerete, spero, che rispetto alla questione orientale, si sono conseguiti alcuni vantaggi materiali pel nostro commercio, e si è conseguito sovratutto un gran vantaggio morale per la nostra posizione politica, essendo stata rialzata al cospetto di tutta l'Europa.

«Rispetto alla questione italiana, non si è, per vero, arrivati a gran risultati positivi; tuttavia si sono guadagnate, a mio parere, due cose: la prima che la condizione anomala ed infelice dell'Italia è stata denunziata all'Europa non già da demagoghi (si ride), da rivoluzionarii esaltati, da giornalisti appassionati, da uomini di partito, ma bensì da rappresentanti delle primarie potenze dell'Europa, da statisti che seggono a capo dei loro governi, da uomini insigni, avvezzi a consultare assai più la voce della ragione, che a seguire gli impulsi del cuore.

«Ecco il primo fatto che io considero come di una grandissima utilità.

«Il secondo si è che quelle stesse potenze hanno di chiarato essere necessario, non solo nell'interesse d'Italia, ma in un interesse europeo, di arrecare ai mali d'Italia un qualche rimedio. Non posso credere che le sentenze profferite, che i consigli predicati da nazioni quali sono la Francia e l'Inghilterra, siano per rimanere lungamente sterili. «Sicuramente, se da un lato abbiamo da applaudirci di questo risultato, dall'altro io debbo riconoscere che esso non è scevro di inconvenienti e di pericoli (Movimento d'attenzione). Egli è sicuro, o signori, che le negoziazioni di Parigi non hanno migliorato le nostre relazioni con l'Austria! (Sensazione). Noi dobbiamo confessare che i plenipotenziari della Sardegna e quelli dell'Austria, dopo aver seduto due mesi a fianco, dopo aver cooperato insieme alla più grande opera politica che siasi compiuto in questi ultimi quarant'anni, si sono separati senza ire personali, giacché io debbo qui rendere testimonianza al procedere generalmente cortese e conveniente del capo del Governo austriaco, si sono separati, dico, senza ire personali, ma coll'intima convinzione, essere la politica dei due paesi più lontana che mai dal mettersi d'accordo! (Applausi), essere inconciliabili i principii dall'uno e dall'altro paese propugnati (Bene!). Questo fatto, o signori, è grave, non conviene nasconderlo; questo fatto può dar luogo a difficoltà, può suscitare pericoli, ma è una conseguenza inevitabile, fa tale di quel sistema leale, liberale, deciso che il Re Vittorio Emanuele inaugurava salendo al trono, di cui il governo del Re ha sempre cercato di farsi l'interprete, al quale voi avete sempre prestato fermo e valido appoggio (Molte voci: Bravo! bravo!). Né io credo, o signori, che la considerazione di queste difficoltà, di questi pericoli sia per farvi consigliare al governo del Re di mutare politica.

«La via che abbiamo seguito in questi ultimi anni ei ha condotti ad un gran passo: per la prima volta nella storia nostra la questione italiana è stata portata e che scussa avanti ad un Congresso Europeo, non come le altre volte, non come al Congresso di Lubiana ed al Congresso di Verona coll'animo di aggravare i mali d'Italia, e di ribadire le sue catene, ma coll'intenzione altamente manifestata di arrecare alle sue piaghe un qualche rime dio, col dichiarare altamente la simpatia che sentivano per essa le grandi nazioni.

«Terminato il Consiglio, la causa d'Italia è portata ora al tribunale della pubblica opinione, a quel tribunale il quale, a seconda del detto memorabile dell'Imperatore dei francesi, spetta l'ultima sentenza, la vittoria definitiva.

«La lite potrà esser lunga, le peripezie saranno forse molte; ma noi, fidenti nella giustizia della nostra causa, aspettiamo con fiducia l'esito finale (Applausi generali).

«PRESIDENTE. Il deputato Buffa essendosi riservato di continuare il suo discorso, gli mantengo facoltà di parlare.

«BUFFA. Ringrazio l'onorevole presidente del Consiglio per le spiegazioni che ebbe la compiacenza di dare alla Camera, le quali hanno mostrato sempre più aperto che il Piemonte e l'Italia furono degnamente rappresentati nel congresso di Parigi; e non dubito, o signori, che la Camera approvando le cose da lui dette e sostenute nelle conferenze, vorrà confermarle solennemente davanti a tutta Europa.

«Gli sono grato soprattutto perché non volle rimpicciolire la gran causa che gli era affidata, promovendo vantaggi materiali per noi in particolare. Il più bello, il più nobile premio che il Piemonte potesse conseguire coi suoi sacrifizi e colla gloria del suo esercito era quello di acquistare il diritto di parlare davanti all'Europa in nome di tutta Italia.

«Il signor presidente del Consiglio ha già esposto alcuni dei risultati morali, certamente ragguardevoli, che si sono raccolti dal Congresso di Parigi.. Egli accennava, come le grandi potenze rimanessero persuase che i mali d'Italia sono reali e profondi, e ab bisognano di un pronto ed efficace rimedio. Per questa guisa la causa della giustizia acquistò quella forza oggidì importantissima che viene dall'opinione, e quell'autorità che accompagna sempre la potenza.

«Ma un altro risultato importantissimo, a parer mio, abbiamo ottenuto, ed è questo, che le potenze hanno potuto persuadersi e toccare con mano, che è vano sperare dall'Austria riparo ai mali e ai richiami d'Italia (Applausi dalle tribune).

«Le simpatie di Francia e d'Inghilterra, la franchezza e il calore con cui furono manifestate, sono certamente un grande beneficio per la nostra causa, e per l'amore che noi portiamo ad essa, e per le speranze che abbiamo nel suo avvenire; io sono d'avviso che dobbiamo professarne loro viva gratitudine.

:«Ma ora è da insistere che queste simpatie e questa convinzione divengano praticamente efficaci. Esse sentono tanto il bisogno e l'importanza dell'equilibrio europeo, e hanno dimostrato essere pronte a fare per esso cosi grandi sacrifizi, che non possono a meno di scorgere a prima giunta quanti pericoli e quale guarentigia possano venire ad esso dalla cattiva o dalla buona risoluzione delle cose italiane.

«È surto un nuovo fatto nel mondo. Per, lo addietro non si aveva che una sola questione da cui pendesse l'equilibrio Europeo, era quella d'Oriente. Da pochi anni ne è sorta un'altra la quale può ferirla forse più direttamente nel cuore, ed è la questione italiana; e se le potenze le quali hanno tanto interesse alla conservazione, anzi al ristabilimento dell'equilibrio europeo, non pongono mente ai progressi dell'Austria in Italia, ben presto la questione italiana darà loro da studiare più assai che quella d'Oriente.

«Infatti, che cosa vediamo, o signori? Permettetemi di ritornare per poco sulla fortezza di Piacenza.

«Il trattato di Parigi del 10 giugno. 1817 dice nel l'art. 5:

«Quoique la frontière des États Autrichiens en Italie soit déterminée par la ligne du Pò, il est toutefois con venu d'un commun accord que la forteresse de Plaisance, offrant un intérêt plus particulier au système de défense de l'Italie, S. M. I. R. A. conservera dans cette ville, jusqu'à l'époque des reversions, après l'extinction de la branche espagnole des Bourbons, le droit de garnison pur et simple.... Sa force, en temps de paix, sera déterminée à l'amiable entre les hautes parties intéressées, en prenant toutefois pour règle le plus grand soulagement possible des habitants.»

«L'Austria adunque, secondo il trattato di Parigi, non aveva che un diritto di guarnigione puro e semplice in Piacenza; essa trasformò questo diritto in quello di formarvi una fortificazione di primo ordine.

«Il trattato per evitare che la guarnigione non fosse troppo forte e pericolosa all'indipendenza del ducato, aveva stabilito che, nel determinare la forza della guarnigione, si tenesse come norma il più grande sollievo possibile degli abitanti. L'Austria vi mantiene un corpo considerevole con cui può provvedere all'occupazione dell'intero ducato.

«Sotto questi due aspetti è evidente che il trattato di Parigi del 1817 è violato:

«L'Austria mantiene, e talvolta anche estende, come ultimamente estese, le sue occupazioni nei ducati. Anche queste sono fondate sopra un trattato. Vediamo come fu determinato questo diritto dal trattato di Vienna del 24 dicembre 1847; l'art. 2 dice:

«Comme en conséquence les États de S. A. R. le due de Modène (e così pure di Parma, perché l'Austria con chiuse questo trattato con Modena e poi altro identico con Parma) entrent dans la ligne de défense des provinces italiennes des S. M. l'empereur d'Autriche, S. A. R: le duc de Modène accorde à S. M. l'empereur d'Autriche le droit de faire avancer de troupes impériales sur le territoire modenais, et d'v faire occuper les places fortes toutes les fois que l'exigera l'intérêt de la commune défense ou la prudence militaire.

«Prego la Camera di considerare, che, mentre il trattato di Parigi, sancito da tutte le potenze europee, aveva stabilito la linea di difesa delle provincie austriache in Italia alla fortezza di Piacenza, il trattato di Vienna del 1847 estese di tanto questa linea da comprendervi dentro entrambi i ducati intieri.: Se questa non è un'aperta e flagrante violazione del trattato conchiuso da tutte le potenze europee, io non so quale altra potrebbe meritare questo nome. È inutile aggiungere, che per i termini con cui questi stati sono posti nella linea di difesa delle provincie austriache in Italia, si riesce quasi ad una vera incorporazione dei medesimi nell'impero di Austria. Infatti, per conseguire più facilmente questo in tento, noi vediamo, che è riservata all'Austria la facoltà di far occupare i ducati, non solo tutte le volte che l'interesse della comune difesa può domandarlo, ma tutte le volte che lo esigerà la prudenza militare..

«Ridotte le cose a questi termini, abbandonato il diritto di occupazione alla prudenza, cioè all'arbitrio dell'Austria, è certo che i ducati di Modena e di Parma sono in realtà definitivamente aggregati all'impero. Ed infatti, ab biamo fatti recentissimi che lo provano ad evidenza. Ne gli ultimi casi di Parma, gli arrestati, senza pure avvertirne il governo legittimo, furono presi di nottetempo, condotti a Mantova, come se questa fosse un'altra provincia dello stesso Stato, ivi giudicati, assolti, o condannati, da giudici che non erano i loro, e sotto un governo al quale punto non appartenevano. Questo è un vero atto di giurisdizione, del quale non credo possa darsi nessun altro maggiore...«Se io non erro, il Governo piemontese nel 1847 protestò fortemente contro questo trattato di Vienna; ma allora non era tempo in cui potessimo essere ascoltati. L'Austria era ancora la salvaguardia dell'Europa, era quella che difendeva l'ordine di tutta Europa. Ora le sorti sono mu tate, ed io credo che il Governo dovrebbe tanto più for temente insistere presso la Francia e l'Inghilterra, perché alla fine dichiarino formalmente, se esse riconoscano que. sto trattato, e le conseguenze che ne possano seguitare.

«Egli è poi affatto ridicolo il vedere come nel primo articolo di questo trattato si stabilisce che esso è reciproco fra Austria ed il ducato di Parma, e cosi fra l'Austria ed il ducato di Modena; e che, qualora avvengano assalti di nemici esteriori, sarà pure reciproco il sussidio; cosicché Parma e Modena potrebbero un bel giorno esser chiamate a salvare l'impero austriaco. (Ilarità).

«Con queste arti, o signori, l'Austria e riuscita a togliere, come già dissi, l'indipendenza a quattro dei sei Stati italiani.

«Mentre i trattati di Vienna le assegnavano la parte sinistra della valle del Po, essa ha occupato o fatta sua di pendente tutta la parte destra dal Piemonte all'Adriatico, più ancora la Toscana.

«Né questa occupazione è senza grandi conseguenze per l'avvenire. L'Austria tenta di ordinare le milizie ne gli Stati da lei occupati. La Toscana ha 15 mila uomini. Sotto quale bandiera credete voi che marcierebbero questi 15 mila uomini, qualora scoppiasse una guerra in Europa? Anche i ducati hanno le loro forze. Dal che ne seguita che allo scoppiare d'una guerra, l'Austria avrebbe forse 25 mila uomini italiani di più di quelli che avrebbe potuto levare dalle provincie assegnatele dal Congresso di: Vienna. Essa aveva circa 5 milioni di sudditi in Italia; a' forza di trattati e di occupazioni ne ha acquistati dieci.

«Ma non basta. Se si lascia che l'Austria continui in questo sistema, il Piemonte, circondato quasi d'assedio dalle forze dell'Austria, non potrebbe forse a lungo mantenere la propria indipendenza; e quando l'indipendenza del Piemonte fosse caduta, tutta l'Italia diverrebbe Austriaca: l'Austria non conterebbe più solamente 40 milioni di sudditi, ma quasi 70: allora non vi sarebbe più equilibrio europeo, il sacro romano impero sarebbe ricostituito.

«Ora noi certamente non potremmo ammettere ne tollerare in silenzio questi fatti senza rinunziare alla no stra propria esistenza. Dobbiamo non solo protestare contro di essi, ma adoperare tutti i mezzi legittimi che sono nelle nostre mani, per attenuarne o distruggerne gli effetti. Si attenta. pure alla nostra esistenza con un altro mezzo.

Come ho esposto nelle mie interpellanze, tutte le provincie italiane sono tenute in condizione deplorabile, e tale che qualunque commovimento europeo vi troverebbe facile esca ad una violenta rivoluzione.

«Io non annovererò tutti i proclami di stato d'asse dio, le condanne di morte, i decreti di multe e simili, che furono promulgati in Lombardia dal 1848 in poi; mezzi tutti che dimostrano, che per governare quei popoli, l'Austria ha bisogno di ricorrere alla violenza, e che quei mezzi che sono suggeriti dalla civiltà ad essa non bastano.

«Non ricerco né decido se essa abbia torto o ragione; dico che i fatti stessi dimostrano che civilmente essa non può governare quei popoli.

«Ma vi sono alcuni fatti veramente capitali, i quali caratterizzano la vera condizione di quel Governo in Lombardia. Le popolazioni Lombardo venete fornirono un gran de contingente all'emigrazione. Forse fra tutte le emigrazioni ricordate dalla storia, niuna fu mai formata in cosi larga proporzione di persone ricche ed agiate. Questo di mostra che i nemici di quel Governo non sono, come si vorrebbe dare a credere, uomini che si gettano alla rivoluzione per pescare nel torbido; i nemici di quel Governo invece si trovano principalmente fra quelle persone che hanno molto da perdere.

«Ed ecco che un decreto le precipita ad un tratto dal colmo dell'agiatezza e dal lusso nelle più grandi strettezze domestiche. Esse non hanno che a fare un passo, non hanno che ha scrivere una parola per riacquistare tutta l'agiatezza ed il lusso che hanno perduto; eppure, signori, fra le centinaia di vittime che quel decreto colpiva, quante sono quelle che hanno fatto quel passo e scritto quella parola? Forse potreste contarle sulle dita d'una sola mano. E questo dura non già pochi mesi ma anni; né mancarono gl'incentivi, gli inviti, le vessazioni d'ogni sorta per ismovere gli animi dal nobile proposito. L'emigrazione per dura piuttosto nelle strettezze in cui è caduta, anziché riacquistare, mediante una sottomissione, gli agi perduti.

«Questo fatto, o signori, ha due grandi significazioni; in primo luogo dimostra che deve esser molto cattivo, ben poco adatto al paese quel Governo, per fuggire il quale si fanno cosi grandi sacrificii; dimostra in secondo luogo che debbono essere ben nobili e generosi e altamente stimabili i nemici di quel Governo, quando per amore delle proprie opinioni non dubitano di sottoporsi a sacrifizi cosi gravi.

«È vero che il tentativo del 6 febbraio 1853, benché scortato dai ricchi, fu fatto da persone appartenenti alle classi del popolo; ma che dimostra questo, se non che in quel paese i nemici del Governo, sono in tutte le classi della società. Il Governo stesso diede pubblica testimonianza della sua assoluta impotenza a governare civilmente quella provincia, quando credette necessario di circondare d'una forte cancellata di ferro le sue sentinelle.

«Signori, un Governo, il quale non crede poter la sciare le sue sentinelle in mezzo alle città più popolose e civili, in pieno giorno, senza difenderle con una forte cancellata di ferro, dichiara pubblicamente con questo solo che non possiede nessuno dei mezzi regolari di governare. (Segni di approvazione)

«Se noi consideriamo il dominio austriaco nelle Legazioni, che cosa vi scorgiamo? In cinque anni 177 persone furono fucilate dal comando austriaco. Signori, questo non è un governo, è una carnificina.

«Nello Stato di Parma, in due anni, due stati d'assedio. Fatti atroci è vero, hanno dato luogo a molte di queste vessazioni; non potrà mai essere detestato abba stanza l'assassinio; il quale è tanto più vile ed esecrabile quando con esso si vuole sostenere la più santa fra tutte le cause umane. Ma, signori, io vorrei che il nostro Governo facesse notare alle potenze alleate un fatto singolarissimo. Perché lo spirito rivoluzionario si manifesta e si svolge in tutti i paesi dove sono stanziate le truppe austriache? Perché lo spirito rivoluzionario se non si spegne, almeno si attuta quando le truppe austriache si ritirano? Perché anche la mitissima Toscana ebbe i suoi tentativi d'assassinio politico fin che durò l'occupazione austriaca, e solamente dopoché fu cessata, ha cominciato a ripigliare quel vivere tranquillo e sereno che la rendeva cosi cara a tutti gl'Italiani e a tutti gli stranieri? E, anche restringendoci ai soli Ducati, quale è dei due quello dove, tranne una sola terra travagliata da feroci passioni, il vivere è più tranquillo e sicuro, dove i cittadini, anche mancando di buone istituzioni politiche, non danno mai, o raramente, cenno di voler turbare l'ordine pubblico? È appunto il Ducato di Modena dove non sono Austriaci.

«Questi fatti, o signori, questi riscontri meritano la più seria considerazione: io non ne cerco le cagioni, noto i fatti, e prego il Governo di sottoporli alla saviezza delle potenze alleate. Chi dunque dee mutare condotta e politica? l'Austria o il Piemonte?

«Noi abbiamo mantenuto con fermezza' la libertà e l'ordine, nessuno dei pericoli i quali turbano di continuo i paesi a noi vicini è possibile qui: colla sola forza della legge, senza occupazioni militari, senza proclami d'assedio,. senza fucilazioni, noi viviamo tranquilli in mezzo all'anarchia che ci attornia; l'affetto e la fede dei sudditi assicurano il nostro principe come fosse circondato da sette muraglie; le nostre sentinelle non abbisognano di gabbie di ferro per essere sicure (Ilarità); la sozza teoria del pugnale qui non fa proseliti (Bravo! bene!); noi possiamo mandare la maggior parte del nostro esercito lungi dal Piemonte, fino in Oriente, senzaché cada neppure in pensiero ad alcuno che l'ordine pubblico sarà turbato per questa grande diminuzione di forze: e intanto, forniamo largamente di ferrovie e di opere pubbliche d'ogni sorta il nostro paese; si crea un movimento di commercio e d'industria quali il Piemonte non ebbe mai; noi riusciamo infine, colla co stanza e colla saviezza, a vincere tutte le calunnie, tutte le male prevenzioni, ed ora ne raccogliamo in premio le simpatie delle potenze e dei popoli più civili. (Sensazione.).

«Pongano pure i sovrani alleati ed i popoli civili a riscontro le condizioni del Piemonte con quelle degli altri paesi a cui ho accennato, e noi aspetteremo tranquilli il loro giudizio.

«Io ho ringraziato fin da principio il signor conte di Cavour per avere esposto in qualche maniera alcune di queste cose alle Conferenze di Parigi, e per averle anche più ampiamente svolte nella nota diplomatica che presentò alla Francia ed all'Inghilterra dopo la chiusura delle medesime; ma è alcuno a cui io sono più grato che al conte di Cavour, e quest'anno, o signori, è il conte di Buol! (Risa ironiche.)

«Io lo ringrazio, perché colle sue esagerate pretese di intervento generale in Italia, col rifiutare ogni ragionevole e moderato miglioramento, col ricusare perfino la discussione dei mali e dei rimedi da portarsi all'Italia, ha provato a tutta Europa che i mezzi conciliativi non fanno buona prova coll'Austria, che le ragioni di moderazione, di giustizia, di umanità con essa non valgono, che con essa non v'è che una sola via buona, quella che il Piemonte ha tentato fin qui: resistere, resistere, resistere in tutto e sempre. (Applausi.)

E più che il conte Buol, ringrazio il governo austriaco; colle sue fortificazioni, colle sue invasioni, coi suoi trattati esso è riuscito a far della questione italiana una questione di esistenza, una questione di vita o di morte pel Piemonte. Ora chi oserà biasimarci, se noi prendiamo vigorosamente nelle nostre mani questa causa, se noi la difendiamo anche disperatamente, ove occorra, come si difende la propria vita?

«lo dirò dunque al Governo. Non provocazioni, no, teniamoci entro gli stretti limiti dei nostri diritti e dei no stri doveri; ma dentro questi limiti fermezza e coraggio; vagliamoci di tutti i mezzi che sono in nostro potere, del l'influenza che ci danno le nostre istituzioni, la nostra bandiera, la gloria del nostro esercito.

«Voi fate propaganda! grideranno; no, noi difendiamo la nostra esistenza.

«Io lo dirò ancora al governo: ora è tempo d'insistere instancabilmente presso le Potenze alleate, perché cessino una volta queste fortificazioni provocatrici, queste occupazioni militari che ci hanno posto in assedio, queste istituzioni che mantengono intorno a noi sempre viva la rivoluzione; perché l'Austria sia richiamata una volta all'osservanza dello spirito e della lettera dei trattati, perché l'equilibrio sia ristabilito in Italia...

«lo dirò infine al Governo, che egli si guardi bene dal diminuire di un sol uomo l'esercito, e dirò alla Camera di mettere in accusa qualunque ministro osasse diminuirlo. (Vivi segni di approvazione.)

«Rispondendo al conte Solaro della Margarita e all'avvocato Brofferio il conte di Cavour presidente del Consiglio così diceva:

«Giova dare spiegazioni intorno ad un fatto che è stato frainteso da molte persone; intendo parlare dell'allusione che si fece al protocollo del 14 aprile intorno agli interventi stranieri.

«Qui giova riferire come le cose accaddero in quella tornata; non è il conte Walewski, come diceva l'onore vole deputato Brofferio, ma lord Clarendon che propose al congresso di emettere il voto che, qualora due nazioni si trovassero dissidenti sopra qualche questione che potesse condurre alla guerra, avessero a ricorrere ad una terza potenza onde trovar modo di conciliare la differenza con intervento pacifico. Onde provocare una dichiarazione favorevole ai governi di fatto, e contraria agli interventi armati, rivolsi la parola al proponente, cioè a lord Clarendon; lo richiesi di dire se intendeva estendere la sua proposta anche ai governi di fatto ed all'intervento armato di una potenza a richiesta di un sovrano così detto legittimo. Lord Clarendon rispose affermativamente, ed aggiunse