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Carlo Pisacane, il «romito» di Albaro (Zenone di Elea - Giugno 2024)

PISACANE E LA SPEDIZIONE DI SAPRI (1857) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO

IL RISORGIMENTO ITALIANO

RIVISTA STORICA

(Organo della " Società nazionale per la storia del Risorgimento italiano „)

Anno IV - Milano TORINO Roma

FRATELLI BOCCA EDITORI

Depositario per la Sicilia: Orazio Fiorenza -Palermo.

Deposito per Napoli e Provincia: Società Commerciale Libraria -Napoli

1911

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)

LA SPEDIZIONE DI SAPRI

NARRATA DAL CAPITANO GIUSEPPE DANERI COMANDANTE DEL CAGLIARI

Un mio egregio scolaro del R. Istituto tecnico di Genova, pronipote di Giuseppe Daneri, che condusse a Ponza e a Sapri la spedizione Pisacane, mi ha comunicato e permesso di trascrivere — col consenso, s’intende, dei genitori — la copia che la sua famiglia possiede della narrazione, intorno alla spedizione stessa, dettata dal Daneri e non mai data alle stampe. L’originale è in mano d’altro congiunto del Daneri e una seconda copia di esso pare sia posseduta da un signor F. G. L. che nel Secolo XIX del 23 giugno dell’anno scorso si qualifica ‘‘testimonio di quei tempi” e pubblica nell’effemeride genovese alcuni particolari della spedizione Pisacane, “rilevandoli, egli dice, da un quaderno di ricordi del capitano del Cagliari”. Qui io pubblico le parti più importanti di essa narrazione, soltanto omettendo talvolta, e talvolta accennando in nota, giudizi del Daneri su uomini e cose che i congiunti suoi ed io stesso non abbiamo creduto sia opportuno riferire integralmente, tanto più che alcuni apprezzamenti riguardano fatti posteriori ed estranei alla spedizione, ed alcuni altri rivelano che il Daneri non sempre fu informato appieno dell’aggrovigliato lavorio di cospirazione e di certi avvenimenti che prepararono e resero direi quasi necessaria la spedizione stessa, sulla quale hanno poi sparsa nuova luce numerose pubblicazioni, specialmente la ben nota e più recente del BILOTTI.

Giuseppe Daneri che fu, come si vedrà da queste sue Memorie, magna pars della spedizione Pisacane fino alla discesa a Sapri, si può dire che è un dimenticato: le storie del nostro Risorgimento e perfino le monografie speciali, come quella del BILOTTI, tacciono affatto di lui (cfr.

Tivaroni, l’Italia degli Italiani, I, 252) o ne ricordano appena il nome.

Possa la pubblicazione di queste sue pagine autobiografiche procurargli nella storia del patrio riscatto quella considerazione che giustamente gli spetta! Ma egli meritava: e merita anche, all’infuori della parte che ebbe nella impresa di Pisacane, l’attenzione e la riconoscenza d’ogni buon patriotta e d’ogni cultore delle patrie memorie. Nato a Finalmarina nel 1829, ebbe, come tutti i liguri, la passione del mare e delle più ardite avventure. Imbarcato a 18 anni su di un bastimento a vela, giunse a Monte video mentre Garibaldi vi compiva le sue gloriose gesta; il grido delle quali sedusse d’un tratto il giovane marinaio che disertò da bordo e s’arruolò nelle file dei volontari: nel primo scontro col nemico, fu ferito, e non leggermente, ad una gamba (1). Il capitano del bastimento, amico della famiglia di lui, non solo non lo denunziò come disertore, ma anzi lo circondò d’ogni cura durante la permanenza di lui all’ospedale, e poi lo riprese fra l’equipaggio.

Il giovane tacque con tutti, anche coi parenti, di questa avventura; ma un giorno, mentre una lieve indisposizione lo costringeva a letto, sua madre s’accorse della vasta cicatrice, e allora soltanto egli si decise a confessare quanto gli era occorso. Volontario nuovamente nella guerra d’indipendenza del 1848, a Governolo fece parte della compagnia di bersaglieri che sorprese, mettendoli in fuga, gli Austriaci che difendevano il ponte sul Mincio, rialzato a mo’ di levatoio. Daneri, soldato e marinaio, si arrampicò sul ponte e con un’accetta tanto fece che le funi e le catene cedettero e il ponte s’abbassò, permettendo ai nostri d’inseguire il nemico (18 luglio 1848) (2). Nel 1859, durante la seconda guerra d’indipendenza, Napoleone DI allo scopo di dividere le forze dell’Austria tentò un moto rivoluzionario in Ungheria. Un giorno il capitano Daneri fu chiamato a Torino dal conte di Cavour, il quale gli disse: — Mi occorre un uomo di cui io possa assolutamente fidarmi; serio, prudente, coraggioso; e quest’uomo siete voi.

Si tratta di assumere il comando di un legno già pronto nel porto di Genova, condurlo a Marsiglia per caricarvi armi e munizioni e quindi a Galatz, ove dovrete sbarcarle. Ma nessuno ha da saper nulla; sopratutto, l’equipaggio. — Il Daneri, amico e seguace di G. Mazzini, dovette esser scelto da Cavour, appunto perchè avea mostrato nella spedizione Pisacane di che cosa fosse capace; e allo stesso Cavour fors’anche fu proposto e raccomandato da Francesca Astengo, segretario particolare del grande ministro e amico intimo della famiglia di Giuseppe Daneri, del quale si era anche interessato in modo particolare quando per la cattura del Cagliari fu arrestato e processato dal governo borbonico.

Il Daneri accettò. Compose l’equipaggio, stabilendo nel contratto d’imbarco che si dovesse navigare nel bacino del Mediterraneo, esclusi assolutamente il Mar Nero e i Principati Danubiani: salpò da Genova prendendo le spedizioni per Cagliari e approdò invece a Marsiglia, malgrado le proteste dei marinai; in una notte compié il carico delle armi e si diresse quindi alla difficile meta.

Senza mai coricarsi, sempre con le pistole in pugno, narra suo nipote (e per quel che fece sul Cagliari a Ponza sappiamo che era uomo pronto ad ogni sbaraglio), scongiurando un po’ con le buone un po’ con le cattive un’imminente rivolta a bordo, eludendo con rara abilità la vigilanza dei governi turco ed austriaco, giunse a Galatz, ove senza incidenti potè sbarcare il contrabbando di guerra (3). Tornato in patria, Cavour gli disse: — Mi rallegro con me stesso per la scelta che ho fatto. Vi ringrazio e vi prego di chiedermi il vostro compenso. — Nulla, rispose Daneri; sono abbastanza soddisfatto di aver corrisposto alla fiducia che V. E. ha riposto in me. — Va bene, soggiunse l’uomo di stato, ma ciò non basta; la marina ha bisogno di ufficiali; se volete, vi faccio entrare nell’armata col grado di tenente di vascello e con l’anzianità. — Sono ben grato a V. E., ma io amo la mia libertà; se voi e il paese avrete bisogno di me, io sarò sempre a vostra disposizione. — Questa stessa risposta dava il Daneri molti anni dopo al Nicotera, che era stato suo compagno nella spedizione Pisacane e che diventato ministro del Regno d’Italia faceva all’amico le più ampie offerte di onori, di uffici e di ricompense. Carattere adamantino, per la sua onestà immacolata, per il sentimento dell’indipendenza spinto al più alto grado, si ridusse vecchio e malaticcio a passare gli ultimi anni della sua vita nel Pio Ricovero Martinez e mori al civico Ospedale di Pammatone l'11 agosto del 1902. Poco prima di chiuder gli occhi al sonno eterno, ricordando una lettera in cui G. Mazzini gli raccomandava di non venir mai meno alla propria fede e specialmente di conservare la propria indipendenza (4), chiedeva al prediletto nipote: — Ti pare che sia stato fedele ai principi del Maestro? — “Oh si, povero ed oscuro eroe, ripetiamo col suo nipote, che non hai mancato alla tua fede e non ti sei mai piegato davanti a nessuno: alla Patria hai offerto il braccio e più volte la vita, e l’unico compenso che tu hai chiesto è stato il Ricovero Martinez e l’Ospedale di Pammatone!” (5).

DRUSO RONDINI

*

**

Io non conoscevo Pisacane né di nome né di persona; mi venne presentato una sera al Caffè della Concordia, 15 giorni prima della spedizione, della quale ignoravo qualunque organizzazione e scopo; conoscevo però che si tramava e preparava un movimento insurrezionale a Genova per la fine di giugno.

Il giorno 16 o 17 giugno, mentre pranzavo, venne la cameriera a dirmi che un signore cogli occhiali d’oro chiedeva di me, rifiutando di declinare il proprio nome: spinto da mia madre, andai a vedere chi fosse l’importuno. Era Pisacane, il quale, fatte le debite scuse, mi disse che Mazzini(6)aveva urgente bisogno di vedermi e che appena pranzato, fossi andato da lui. Sortendo dopo pranzato, trovai mio fratello Francesco(7)il quale mi chiese: “Vai da Pippo?” “Sì”, risposi, ed egli: “Vengo anch’io”. Andammo insieme fino a metà delle scale dell’abitazione di Pippo, quand’egli si arrestò e mi disse: “Guarda, se Pippo ti proponesse di comandare la spedizione, non devi accettare”; e si ritirò per andare da Pisacane(8). Rimasto solo con Mazzini, questi mi disse: “Vi ho fatto pregare di venire da me perchè m’indichiate se avete qualche capitano amico sul quale poter contare per comandar la spedizione che, come vostro fratello vi avrà informato, deve partire con Pisacane pel Regno di Napoli. Quand’io credevo di essere a cavallo e che tutto fosse pronto, ecco che il capitano(9)che si era proposto di assumere il comando del piroscafo manda a dire al momento della partenza che è ammalato e non può partire... “Al momento non saprei indicarvi alcun amico, né credo sarà facile trovarlo nemmeno fra qualche mese!” (Questa era la seconda spedizione fallita (10)). “E voi non potreste accettare?” “Se credete che io possa, disponete di me,. “Ah! voi mi salvate e salvate tutto il lavoro compiuto da due mesi e più! Vi ringrazio!” E mi strinse la mano. Così restai compromesso, né potevo fare diversamente. Mazzini m’intrattenne per informarmi di molti dettagli circa il movimento che si preparava a Genova, quindi m’invitò ad andare da lui al mattino dopo per intenderci con Pisacane. Al mattino dopo, riuniti presso Mazzini, Pisacane, io e mio fratello Francesco, mi si spiegò come dovevo impossessarmi del piroscafo “Cagliari”, sul quale ove vano imbarcarsi come passeggeri 25 marinai ai miei ordini. “È affarmi o, dissi, l’impossessarmi del piroscafo senza lo spargimento d’una sola boccia di sangue! Pisacane e mio fratello sortirono; io rimasi solo con Mazzini e gli spiegai il mio piano ch’egli approvò interamente e m’invitò, tornare da lui la sera per intenderci meglio con Pisacane, al quale avrebbe esposto quanto gli avevo detto. Alla sera trovai mio fratello e Pisacane presso Mazzini, il quale mi disse: “Approviamo completamente l vostro piano e giustissime sono le vostre osservazioni”. Dati diversi ricarichi a Pisacane per le provviste ed attrezzi che avrebbe dovuto fare imbarcare su due barche che dovevano aspettare il Cagliari in un punto la stabilire, le quali provviste consistevano in 2 fanali ad acqua ragia, candele romane e razzi per segnali di notte, una botte d’acqua e qualche barile di biscotto per ogni barca, oltre i 100 fucili e relative munizioni, m ’informò che su quelle barche dovevano imbarcarsi pure i 40 volontari, tra i quali Rosalino Pilo e Mangini. Nel lasciarmi, Pisacane m’invitò a pranzo pel giorno seguente alla Trattoria dell’Aquila ond’essere presentato e riconosciuto dai 65 della spedizione. Rifiutai ringraziando e risposi: “Mi cono sceranno a bordo del Cagliari”.

Sapendo io ciò che si preparava a Genova pel 29 giugno e conoscendo progetto di occupare la casa di mio padre all’Acquaverde per battere l’arsenale di terra, io non volli che mia madre e le mie sorelle restassero esposte a tanti pericoli e spaventi: per questo chiesi a Mazzini mi autorizzasse ad assentarmi da Genova per 24 ore, onde condurle in campagna mio padre, a Sestri Levante. Adducendo il pretesto di doverle lasciare r andare in Sardegna per la compera di legname da costruzioni, mia idre mi concesse di condurre prima le mie sorelle, recandosi essa per chi giorni presso un’altra mia sorella maritata. Lo stesso giorno 22 giugno partii... Il 23 giugno alle 7 del mattino, appena ritornato da Sestri(11), mi presentai a Mazzini. “Tutto è pronto, mi disse, finalmente abbiamo vinto ogni difficoltà; abbiamo cambiato il piano primitivo: padroni del piroscafo, il vostro sbarco a Ponza od a Sapri sarebbe inutile; voi sarete obbligato per forza ad assumere il comando del Cagliari e ubbidire agli ordini di Pisacane; sarete così benemeriti anche verso gli armatori e i passeggeri per avere salvato il piroscafo conducendolo a Malta o a Cagliari, secondo vi sarà più facile, e quindi a Genova il più presto possibile per assumere il comando della fregata La Costituzione (12) che sarà pronta e carica di armi, munizioni e volontari onde accorrere a rinforzare l’insurrezione del Regno di Napoli”. Queste furono le conclusioni definitive, ignote a tutti i facenti parte della spedizione, eccetto che a Pisacane, Nicotera, Falcone e mio fratello Francesco.

Pregato Mazzini a concedermi di fargli una domanda, mi rispose: “dite pure”. “Che fiducia avete voi in questa spedizione? Non sarà una seconda spedizione dei fratelli Bandiera?”. Ed egli: “Al punto in cui sono le cose, giudicate voi se si deve tentare o no”. E mi porse diverse carte dicendo: “Queste sono le ultime corrispondenze del comitato di Napoli; sapete che oltre ciò Pisacane andò a Napoli travestito da prete e ritornò più entusiasmato che mai”. Letta la corrispondenza del Comitato, risposi a Mazzini: “Se la centesima parte delle promesse ed assicurazioni che danno è vera, noi siamo colpevoli per avere aspettato tanto” (13).

Chiesi di Pisacane e dei dettagli che dovevano aver stabilito, e Mazzini mi rispose: “Le barche sono partite ieri a sera e saranno a 30 miglia dall’isola di Sestri Levante”. A tale sproposito, manifestai la mia sorpresa a Mazzini: “Impossibile, esclamai, due barche da pescatori non si vedono di pieno giorno a 3 miglia di distanza; e come potranno due pescatori calcolare la distanza di 30 miglia da una terra che non vedono?”. Mazzini mortificato mi rispose: “Andate da Pisacane, v’informerà delle ultime disposizioni e dei concerti presi e stabiliti fra lui, Rosalino Pilo e Mangini, giacché sono essi che hanno dato tutte le disposizioni che io ignoro”. E mi diede l’indirizzo di Pisacane. In via Edera venne ad aprirmi la signora Enrichetta di Lorenzo ch’io non conoscevo. Spiegata la causa della mia visita, Pisacane si scusò dicendo che era Mangini(14)a dare tutte le disposizioni. Sopraggiungono Nicotera e Falcone e si decide di andare da Mazzini, il quale dopo qualche esclamazione contro la fatalità che ci perseguitava, alla domanda mia: “che fare, se non troviamo le barche?”, rispose: “Padroni del Cagliari, a me pare che in tale disgraziato stato non vi sia altro da fare che perdere 2 giorni in alto mare per aspettare la notte del 29 e sbarcare a Lerici i 25 uomini quasi tutti di quel paese, provocare un’insurrezione, riunire il maggior numero e marciare su Genova per aiutare l’insurrezione che avverrà la notte del 29 giugno. Ma starà a voi decidere sul partito più conveniente a prendersi”.

Il giorno 24 giugno 1857 alle 6 pom. trovai mio fratello Francesco nella bottega da chiodaio di Tom. Rossi sotto la Chiesa di S. Pietro a Banchi dove io avevo mandato una piccola valigia con effetti di vestiario: vedendomi, mi disse: “Caro Beppe, mancano i soldi; i fondi che rimangono quale cassa per la spedizione, si riducono a 30 mila in oro ripartite fra i tre capi Pisacane, Nicotera e Falcone, il quale ne diede 20 mila da solo le 10 mila le diede Mazzini”. Mi consegnò due lettere per i Fratelli Musso per essere riconosciuto dai 2 negozianti di Cagliari, e 400 lire. Ci abbracciammo e m’incamminai verso il ponte della Mercanzia e di lì andai a bordo del Cagliari ch’era già in rada(15). Trovai a bordo Nicotera e Falcone, quindi arrivò Pisacane e poco dopo comparve la lancia del Cagliari con su il capitano Sitzia, uomo già vecchio, ma grande, grasso e tondo, e tutto sbarbato come un canonico. Si diresse a poppa a salutare specialmente madama Mascarò moglie del medico del Bey di Tunisi, i quali marito e moglie tutti gli anni facevano col Cagliari il viaggio di andata e ritorno ed erano amici del Sitzia e di sua moglie...

Fuori del porto, tutti i passeggeri erano in coperta. Approfittando di quella specie di confusione, diedi gli ordini a Pisacane sul da farsi, ordini ch’egli trasmise a Barbieri, nostromo dell’equipaggio rivoluzionario; i quali consistevano nel disporre 4 uomini, 2 per lato ad ogni boccaporto e cioè: alloggio marinai, entrata camera seconda classe, entrata macchina, entrata di prima classe, camerini degli ufficiali sopra coperta, e due pel timoniere: aspettare quindi il segnale per agire.

Chiamato il cameriere di prima classe, gli dissi se poteva darmi qualche cosa da mangiare, perchè io non avevo pranzato, credendo si pranzasse a bordo; mi risponde che avrei potuto avere una bistecca, frutta e formaggio, biscotti, ecc. “Benissimo, soggiunsi, dite al cuoco che faccia presto, perchè ho appetito”.

Erano le 8, ora nella quale si divideva la guardia, ed una metà dell’equipaggio si ritira sottocoperta, l’altra metà resta di guardia per tutti i servizi di bordo, e questa in quell’ora era suddivisa, occupata a mettere a posto i fanali regolamentari, e cioè 4 marinai all’albero di trinchetto per alzare ed assicurare il fanale bianco, due a dritta pel fanale verde e due a sinistra pel fanale rosso; erano già le 8 e mezza e il cameriere mi avvisa: “è servito in tavola”.

Passando accanto a Pisacane, gli dico: “Ecco il momento; io vado a cena”.

Egli discese nel salone con me: io sedetti a tavola ed egli estratto dal suo bagaglio un revolver e un berretto rosso, risalì sovracoperta con questo in testa, gridando: “Viva l’Italia!”, rivoltosi risposero con quanto fiato avevano: “Evviva l’Italia!” e si trasformarono subito in tanti diavoli con berretto e camicia rossa, chiudendo tutti i boccaporti. Il comandante Sitzia, che era andato a prua per verificare se i fanali erano messi a dovere, si senti prendere per il braccio destro e per il sinistro e si vide appuntate due pistole al petto, una da Nicotera, l’altra da Falcone: “fermi tutti!, gridò Pisacane, non fate resistenza e nulla avrete da temere; tutto il danno che soffrirete sarà il ritardo di un giorno nel vostro viaggio”. passeggeri, spaventati, gridavano: “ladri, assassini, pirati!” e si precipitarono nel salone di seconda e di prima classe dove io cenavo... In questo mentre Pisacane in cima della scala del salone di prima classe gridò: “Daneri! Daneri!” A bordo c’è un passeggero Giuseppe Daneri, cercatelo “Eccomi, risposi; chi mi vuole?” e salii sopracoperta. Facevano corona sull’entrata della scala Pisacane, Nicotera, Falcone che custodivano Sitzia piangente, i due ufficiali di bordo, diversi passeggeri e rivoluzionari. Al mio apparire, Pisacane gridò: “Voi siete il comandante Daneri?, “Sono Daneri, non il comandante: eccolo lì il comandante Sitzia”.

“Meno osservazioni”, riprese Pisacane, “voi siete il comandante del Cagliari”. “Ma, Sitzia, chiesi io, com’è questa faccenda?” Ed egli: “Che cosa vuol rispondere a questi argomenti? (indicando le pistole). Eh! comandi lei(16)”.

Finita questa scena, furono consegnati tutti i passeggeri nei rispettivi allo ggi, insieme al comandante, al suo secondo Rocchi ed a Ghio terzo uffici ale, tutti guardati a vista. Restammo sopracoperta soltanto noi rivoluzionari; fui riconosciuto comandante dai miei marinari, dal secondo Gaetano Poggi, dal nostromo Barbieri, entrambi di Lerici, ai quali affidai il colando di una metà dell’equipaggio e di una guardia, impartendo loro le debite istruzioni.

Riuniti a consiglio i tre capi, proposi loro di concedere al vecchio equi paggio del piroscafo ed al servizio di macchina di continuare l’opera loro, come non fosse avvenuto alcun cambiamento a bordo, sulla loro promessa li non tentare alcuna sorpresa: così poterono tutti montare in coperta a respirare un po’ d’aria pura durante la notte, ed anche i passeggeri furono [asciati tutti in libertà. Appena padrone del Cagliari, cambiai rotta e dicessi per passare a 30 miglia dall’isola di Sestri. Quando fui a 30 miglia, diressi verso terra facendo segnali con fanali ad acqua ragia; girai tutta la notte senza vedere né una barca né un fanale; prima che facesse giorno m i allontanai dalla costa onde non fosse riconosciuto il Cagliari (17). Alle 11 antim. ci riunimmo a consiglio nella camera nautica, io, Pisacane, Falcone e Nicotera, tutti mortificati. Dopo varie esclamazioni e maledizioni, Pisacane propose di attenerci alla proposta di Mazzini, di aspettare, cioè, due giorni in mezzo al mare per poi sbarcare a Lerici. Nicotera e Falcone a pprovarono. Io che non avevo aperta bocca, rivolto a Pisacane dissi: “Perchè siamo partiti da Genova? Per andare a Ponza e quindi a Sapri. Stando le cause che ci determinarono a tentare questa impresa, 40 uomini di più o di meno non possono influire sull’esito; non è la forza numerica idei volontari, ma la notizia dello sbarco che farà insorgere il Regno di 'Napoli”. “È vero”, ripigliò Pisacane, “ma l’impresa di Ponza per liberare Poerio, Settembrini e gli altri relegati politici non possiamo tentarla; siamo senz’armi”. “Tanto meglio”, risposi; “i miei marinai sono gente da coltello, ma hanno paura di toccare un fucile”. Ed egli: “Noi, di Ponza non abbiamo informazioni precise, né sul presidio, né sulle fortificazioni, perchè non ci hanno mandato il piano dell’isola, come avevano promesso”. “Noi avremo tutte le informazioni che vorremo e forse troveremo anche delle armi: chiedete il registro di boccaporto al secondo di bordo e vedremo subito se vi sono armi: avrete rimarcato che il Cagliari è armato di due cannoni(18); ciò vuol dire che vi sarà anche uno stagnore di polvere”. Avuto il registro: “Ecco le armi, dissi a Nicotera; leggi: marca x, numero y, dodici casse di fucili, sei casse di boccacce o tromboni, quattro casse di doppiette (19)”. Chiamato Gaetano Poggi, gli dissi: “Cerca del capostiva e fa alzare subito in coperta le casse dei fucili”. Fuvvi un’allegria generale, un grido di Viva l’Italia! che durò mezz’ora. Rivolto a Pisacane, Nicotera e Falcone dissi loro: “Ecco il modo per avere tutte le informazioni che desideriamo sull’isola di Ponza: io dirigerò il piroscafo con la bandiera nazionale a poppa, e bandiera di chiamata di pilota a prua, restando a debita distanza dalla bocca del porto, navigando a piccolissima forza di macchina perchè non pratico e per far credere ad una avaria in macchina. Certamente verrà a bordo un pilota; fattolo salire e introdotto in camera, gli farete tutte le domande che volete, minacciandolo anche con le pistole in mano; dalle sue informazioni deciderete se si potrà tentare lo sbarco. Risulterà che non si può tentare? ebbene, viro di bordo a tutta forza e ci portiamo via anche il pilota e la sua barca: ma se sono vere le informazioni che abbiamo dal Comitato di Napoli, la presa di Ponza sarà la ripetizione della scena da balletto buffo La conquista del Cagliari. Si tratta d’una sorpresa e 25 uomini decisi valgono più di cento colti all’impensata”. Decisa la continuazione dell’impresa, una triste voce si sparse fra gli equipaggi ed i passeggeri, che, cioè, eravamo senza carbone e bisognava appoggiare sul porto più vicino per rifornirci. Pisacane m’interrogò... Mi misi a ridere e risposi: “Perchè fu predestinato il Cagliari a questa impresa? Unicamente perchè essendo tra quelli della Rubattino il piroscafo che fa la più lunga traversata da Genova a Cagliari e Tunisi, deve necessariamente essere provvisto di una quantità di carbone più che sufficiente per arrivare a Cagliari”. Sventata cosi quest’altra difficoltà, si proseguì per Ponza(20). Francesco Foschini, armaiuolo di Romagna, lavorava insieme a pochi altri a registrare tutte le armi… Dopo il pranzo, Pisacane distribuì a diversi dell’equipaggio e dei passeggeri il seguente Proclama.

“Noi sottoscritti dichiariamo altamente che avendo congiurato d’impossessarci del vapore Cagliari, ci siamo imbarcati come passeggeri e dopo due ore lontani da Genova, abbiamo impugnate le armi forzando il capitano a cedere il comando del vapore assieme a tutto il suo equipaggio. Il capitano e tutti i suoi vedendoci decisi piuttosto di perire che di cedere, hanno fatto quanto era in loro potere per evitare spargimento di sangue e per tutelare gl’interessi dell’Amministrazione. Eravi a bordo come passeggere il capitano marittimo Giuseppe Daneri, e noi, avendolo saputo, l’abbiamo costretto a prendere il comando: egli ha ceduto alla forza né poteva fare altrimenti. Sprezzando le calunnie del volgo, forti della giustizia della causa e della gagliardia dei nostri animi, ci dichiariamo iniziatori della rivoluzione italiana. Se il paese non risponderà al nostro appello, noi, senza maledirlo, sapremo morire da forti, seguendo la nobile falange dei martiri italiani!”

“Carlo Pisacane, Giovanni Nicotera, Giambattista Falcone, Luigi Barbieri, Gaetano Poggi, Achille Perucci, Cesare Faridoni, Felice Poggi, Giovanni Galliani, Domenico Rolla, Cesare Cori, Federico Foschini, Ludovico Negroni, Domenico Lerici, Francesco Medusei, Lorenzo Giannoni, Giuseppe Palloni, Giovanni Cannellari, Domenico Massoni, Pietro Rusconi (cambusiere di bordo)”.

N.B. Non vollero firmare il soprascritto proclama: Rota, Bonomi, Giuseppe Santandrea, Mercuri (perchè cameriere della seconda del Cagliari), Domenico Porro, Giovanni Camillucci, Luigi Conti, Giuseppe Faielli(21).

Per essere sicuri nell’impiegare tutto il vecchio equipaggio nelle barche per lo sbarco a Ponza, Pisacane mi ordinò: “Tu devi restare a bordo con sei uomini dei venticinque rivoluzionari”.

Per arrivare a Ponza all’improvviso ed inosservato, passai nello stretto passaggio a nord dell’isola e rasentando gli scogli, arrivai sulla bocca del porto alle 3 pom. (ora della siesta)(22). Restammo sorpresi nel vedere la collina sovrastante zeppa di militari e sulla punta del molo due grossi pezzi d’artiglieria in batteria. Rivolto a Pisacane gli dissi: “Altro che senza guarnigione e senza fortificazioni! Se quei due pezzi sparano a sola polvere, ci mandano a picco!” Ma vista sortire dal porto una barchetta con due uomini(23)aggiunsi: “Ecco il pilota pratico; aspettiamo per avere le informazioni necessarie”.

Attraccatasi la barca, facemmo salire a bordo il pilota ed il suo compagno, i quali, condotti in camera furono da Pisacane e da Nicotera interrogati: io rimasi sul ponte di comando(24). Si seppe che Poerio, Settembrini e gli altri più influenti erano stati tradotti a S. Stefano, che non ne rimanevano nell’isola che una mezza dozzina, più 140 militari in punizione per aver seguito il generale Pepe a Venezia nel 1848, i quali erano i liberi pel paese; che nelle prigioni eranvi più di 800 criminali; che la guarnigione consisteva di 180 uomini, ma veterani e con famiglia; che in porto eravi un guardacoste con 20 uomini d’equipaggio e due cannoncini.

Il vecchio pilota si offrì di far da guida per arrivare alla gran guardia delle carceri senza essere veduti, passando per una stradicciuola fuori del molo. Io ero sul ponte di comando, quando vedo uscir dal porto e dirigersi verso il Cagliari un canotto a sei remi, e due ufficiali a poppa: chiamo il pilota sul ponte e mentre gli chiedo la posizione dove era ormeggiato il guardacoste in porto per dirigere il Cagliari su quello e mandarlo a picco, arriva il canotto coi due ufficiali. Faccio buttar un cavo perchè si attracchi, avendo fatto agire la macchina apposta per girare il piroscafo acciocché il canotto resti coperto e non si possa vedere da terra: invito gli ufficiali a montare a bordo per bere un bicchiere di champagne, rifiutano ed inveiscono contro il pilota per essere salito a bordo prima che fossimo ammessi in libera pratica ed ordinano ai loro marinai di mollare la cima e staccarsi dal vapore. Io dico: “all’abbordaggio!”, miei marinari piombano sul canotto, il cui equipaggio va colle gambe in aria, gli ufficiali sono disarmati e portati nel salone di prima classe a bere champagne, i sei marinari prigionieri a bassa prua. Gli ufficiali erano il comandante la cannoniera e un vecchio ufficiale di piazza(25). Aspettando io ordini da Pisacane sul ponte di comando col pilota, ecco che mi si presenta lui stesso con un foglio in mano e mi dice: “questa è la patente di sanità: tu andrai a terra a prendere pratica, verranno teco Nicotera e Falcone, i quali dopo aver ottenuto libera pratica, tu presenterai quali tuoi passeggeri di prima classe e chiederai il permesso perchè possano visitare l’isola durante il tempo che occorrerà per le piccole riparazioni alla macchina del Cagliari. È naturale che il comandante vi riceverà, in un salotto dove lo terrete a bada con chiacchiere finché io sbarchi, ciò che vi sarà annunciato da un colpo di fucile, ed allora minacciando la vita del comandante, potrete difendervi finché io arrivi, se per caso avesse soldati in casa. Fatto prigioniero il comandante dell’isola noi saremo i padroni e detteremo le condizioni della resa alla guarnigione”. “E Sitzia? chiesi, non si porterà via il piroscafo?” “No, rispose, mi giurò sul Vangelo, piangendo, che non tenterà di lasciarci a terra”(26). Ancorai il Cagliari fuori del porto sotto la batteria, a 500 metri di distanza. Prima d’imbarcarmi feci mettere a bordo d’ogni lancia due punzoni da catene di acciaio atti ad inchiodare i cannoni; sul pagliolo della mia lancia erano spianati 12 fucili carichi, coperti con istuoie; eranvi quattro de' miei marinai e due del vecchio equipaggio, tutti colla camicia bleu, a vogare; io al timone tra Nicotera e Falcone. Entrati in porto, appena girata la punta del molo, vidi dei militari sotto la batteria che m’indicavan di attraccare a quella banchina; quando a portata di voce mi chiesero se volevo prender pratica, risposi di sì, ed essi: “Aspettate che mandiamo a chiamare il deputato di salute pubblica”. Essendo che dalla banchina la quale era molto più alta della mia lancia potessero esser visti i fucili che erano sul pagliolo, feci allontanare la barca e stare sui remi. Dopo mezz’ora e più comparvero sulla calata due vecchi che mi dissero se volevo prender pratica, attraccassi alla banchina. Saltato a terra, lasciando Nicotera e Falcone sulla lancia, fui introdotto in una specie di cantina sotto la batteria: era il corpo di guardia. Giunti in fondo, seguiti da quasi tutti i militari, i due delegati mi chiesero il nome del piroscafo e il mio. In questo mentre un colpo di fucile spaventò tutti. Era il segnale dello sbarco di Pisacane. Fingendo sorpresa, prendo la corsa verso la porta (io non avevo armi); mi trovo in mezzo a due gallonati, uno che fuggiva avendo visto le camicie rosse, l’altro che cercava di sortire per vedere di che si trattasse; le mie mani entrano nell’elsa delle due sciabole, ho appena il tempo di riunirle nella sinistra per vibrare un cazzotto sulla testa di un terzo che cade ginocchione; gli prendo la sciabola che fortunatamente mi serve per parare un fendente che mi vibra un caporale; essendo assai vicino alla porta, mi ritiro chiudendola. Quei di dentro avevano più paura di me, perchè vi si barricarono. La mia barca era fuggita coi due marinai (del vecchio equipaggio), dopoché Nicotera, Falcone ed i miei quattro diventati Garibaldini con berretto e camicia rossa, saltando a terra corsero ad unirsi con Pisacane. Io rimasto solo sulla porta del corpo di guardia non potevo abbandonarla perchè piena di militari i quali avrebbero potuto fucilarmi nelle spalle se avessi tentato di attraversare il campo di battaglia, e così mentre aspettavo, si presentò un fuggitivo senza fucile; mi feci consegnare la sciabola e lo misi a sedere sul gradino della porta. Poco dopo ne arrivò un altro, seguito da un bambino che piangeva ed urlava come un dannato: avutane la sciabola, per far tacere il ragazzo gli diedi mezzo franco. Finalmente, cessata la fucilata, vidi passare una barchetta del Cagliari guidata dal terzo ufficiale Ghio e dal marinaio Rapallo(27), i quali ritornavano al porto perchè respinti dalla guardia rimasta sul vapore. Li chiamo, calcolando fra me: se da solo ho fatto prigionieri quei di dentro, ora in tre li disarmeremo. Difatti appena sbarcati a terra, feci aprire la porta del corpo di guardia gridando: “La vita salva a tutti, purché non facciate qualche sciocchezza: andatevene a casa”. Coi due di rinforzo, ritirammo 22 fucili con baionetta, sciabole e giberne che imbarcammo sulla lancia del Cagliari. Al momento di saltare in barca mi sovviene dei cannoni, e presi i due punzoni che avevo fatto preparare in ogni lancia, seguito da Ghio salimmo le due rampe che portano alla batteria; trovati chiusi i cancelli, arrampicandomi li scavalcai; tolte le stanghette! ed i paletti, li aprimmo: montato a cavalcioni del primo cannone di bronzo, Ghio mi porse una palla che mi servi da mazza. Inchiodato il i primo ripetei l’operazione sul secondo(28). Eranvi due altri cannoni eguali, smontati e senza affusto, coricati su appositi tacchi. Ritornati sulla banchina, c’imbarcammo ed avendo io scorto un agglomeramento di persone, diressi su quello. Eranvi in mezzo ad un centinaio di criminali liberati, i quali chiedevano ad alta voce: armi! armi!, quattro de' miei con la camicia rossa. Chiesi loro di Pisacane, Nicotera e Falcone; mi risposero che entrati in un caffè per bere gli avevano perduti di vista. Ai criminali risposi: “Qua ci sono le armi”. 

Se ne impossessarono, e la barchetta con Ghio e Rapallo vogò nuovamente verso il vapore.

Ricordandomi il progetto di Pisacane di prendere prigioniero il comandante dell’isola, mi venne il dubbio che Nicotera e Falcone fossero invece essi stessi rimasti prigionieri e decisi quindi di andarli tosto a liberare. Visto un signore armato di doppietta, gli andai incontro e chiestogli se fosse un relegato politico: “Sissignore, mi rispose, mi chiamo Marini” (29). “Ebbene, dissi io, guidatemi alla casa del comandante dell’isola” (30).“

Venite” mi rispose, e seguiti dai miei quattro e da una folla di ex-prigionieri, arrivammo alla Gran guardia abbandonata, indifesa. Salita una prima scala, seguito dai miei quattro e da Marini, sul pianerottolo tutte le porte erano chiuse, ma aperto l’accesso ad un terrazzo al primo piano che fronteggiava la casa. Inoltrandomi in quello, sfondo con un colpo di spalla la prima finestra che trovo a sinistra, salto dentro e mi trovo in una sala, sempre seguito dai miei e da Marini: allo stesso modo sfondo una porta che mette in un corridoio, in fondo al quale trovo un portone massiccio da non potersi sfondare. Suonando forte il campanello e battendo sul portone, grido: “Aprite o vi faccio saltare la casa!”. Una voce fioca e tremula risponde: “Vengo, vengo!”.

Si apre la porta e si presenta un veterano di Napoleone col petto coperto di medaglie, e la carabina sul pronto. Forchini abbassa la propria sul petto del veterano, che io riesco ad alzare prima che parta il colpo, prendendo contemporaneamente quella del veterano, il quale mi dice: “A voi la consegno, ma a lui, no, (indicando Foschini). Chiedo del comandante dell’isola: “Oh è un brav’uomo, non gli fate del male”; e m’introduce in un salone dove il comandante aiutato dalla moglie e da una giovinetta sua nipote, finiva d’indossare la divisa. Vedendomi chiede “Che volete?” “Siete voi il comandante dell’isola?”. “Sissignore”. “Voi siete prigioniero di guerra”.

“Ma faremo una tregua, un armistizio...” “Inutili tante parole; fate resistenza, se potete. Scrivete l’atto di resa a discrezione”. Egli tremante: “Sono vecchio, non posso scrivere, firmerò; permettetemi di farlo scrivere dal mio segretario”. “Ben venga”, rispondo io; ed ecco che compariscono il delegato di salute pubblica ed il suo segretario già da me chiusi nel corpo di guardia e quindi rilasciati liberi; i quali vedendomi mi salutano e rivolti alle signore e al comandante esclamano: “Oh! non temete! Questo è un onest’uomo; fatevi coraggio”. Io ingiungo: “Scrivete. — Noi comandante (i vostri titoli), ecc., riconosciuto impossibile qualunque tentativo di maggior difesa, a scanso di ulteriore spargimento di sangue ci arrendiamo a discrezione: ordiniamo alla guarnigione di consegnare le armi”. “A chi?” mi chiede il comandante. “Al generale Pisacane” rispondo. Avuto tale atto, bollato e firmato, il comandante aggiunge: “Perchè sia più in regola, bisogna che sia firmato anche dal capitano comandante il corpo di guarnigione”. Ed io: “Dov’è questo capitano?”, “Oh! qui vicino, in quella camera”, indicandomi la porta ch’era chiusa. Attraversata la sala, con un colpo di spalla sfondo quella porta. Eranvi nella camera cinque ufficiali: tolta la spada al primo che era il capitano, vengono dai miei disarmati gli altri tre e condotti tutti nel salone dov’era rimasto il governatore con sua moglie e sua nipote, custodito da Marini. Nel frattempo il salone fu invaso dagli ex-carcerati. Firmato l’ordine di resa dal capitano, corro al terrazzo coll’intenzione di arringare la folla e spingerla sotto il fortino, dove si era ritirata la guarnigione senza ufficiali, ed approfittando del panico che l’aveva invasa, farmi consegnare le armi. Ma appena m’affaccio dal terrazzo non vedo più il Cagliari. Annichilito a tale sorpresa, temendo un colpo di Sitzia, torno nel salone: posta una mano sulla spalla a Marini in segno di confidenza, gli dico: “A voi consegno questi cinque ufficiali, il comandante, sua moglie e sua nipote, quali ostaggi che condurrete a bordo, appena le signore avranno terminata la loro toeletta, finché non siano eseguite le condizioni della resa: la vostra testa risponde per tutte”. Fatto cenno ai miei quattro, dissi loro: “Siamo f.....! Stiamo tutti uniti”. Avviatici a gran passi sulla banchina verso un punto dove scorgevasi molta gente e delle barchette in faccia alla bocca del porto, trovammo uno dei nostri a terra su d’un materasso con la faccia coperta da un fazzoletto, circondato da una folla che stava contemplandolo. Scopertolo, mi riconobbe e mi disse: “Capitano! sono morto”. Era Cori, marinaio d’Ancona: visitatolo, gli risposi: “Fatti coraggio, guarirai”. Però anch’io credetti avesse poche ore di vita. Ferito al petto da una fucilata, la palla era sortita sotto la spalla destra. Fu egli che con Nicotera uccisero l’ufficiale comandante il picchetto di guardia alle carceri... Colsi il pretesto di trasportarlo a bordo per imbarcarmi coi miei quattro: rifiutai ad una quantità di galeotti di venire meco, un solo ne accettai; per fortuna mia s’imbarcò un vecchio che era il padrone della barca. Nessuno de' miei, né il galeotto sapeva vogare: dovetti io prendere un remo per allontanarmi col progetto concepito istantaneamente quale unico mezzo di possibile salvezza che consisteva nell’allontanarmi dal porto rasentando gli scogli finché fossi nascosto alla vista del paese; aspettare la notte per ritornare ad impossessarmi con i miei quattro uomini di uno dei tre felucci con vela che avevo rimarcati tirati in secco alla bocca del porto e che con i miei compagni avremmo potuto varare; quindi secondo il vento allontanarmi da Ponza finché avessi trovato un salvatore in mezzo al mare, qualche nave o piroscafo. Quand’ecco che, sormontando una punta avanzantes i in mare, vedo spuntare il Cagliari nello stretto passaggio dietro l’isola. Alzo sulla prua a modo d’albero il terzo remo del battello con un fazzoletto rosso come bandiera; prendo un po’ di respiro, il Cagliari non si muove; torno alla voga; finalmente arriviamo alla banda, monto in coperta. Il primo ad abbracciarmi fu Watt, primo macchinista e Parck, secondo macchinista: dò ordini per alzare il ferito Cori, mi vengono incontro Pisacane, Nicotera, Falcone, ai quali chiedo: “Perchè avete fatto salpare il Cagliari?”.

“Sono io che ho dato l’ordine, mi risponde Pisacane, per salvare il piroscafo, giacché ho visto gli artiglieri sulla batteria”. “Ma che artiglieri! i cannoni sono inchiodati, il comandante dell’isola, sua moglie e sua nipote, tutti gli ufficiali della guarnigione sono prigionieri: siamo padroni dell’isola, ecco l’atto di resa a discrezione e l’ordine alla guarnigione di consegnare tutte le armi: a momenti arriveranno a bordo tutti i prigionieri in ostaggio”. — “Vira all’ancora!” grido a prua, “pronti in macchina!” Salpiamo e quando siamo a 150 metri dalla bocca del porto, arrivano le barche cogli ostaggi, scortate da una mezza dozzina di barchette guidate da Marini. Gli ostaggi, compresi i due ufficiali fatti prigionieri a bordo, sono otto ufficiali, più la moglie e la nipote del governatore dell’isola(31). Io rimango sul ponte di comando. Do ordini a Marini e altri che vadano a terra a far provviste per poter mantenere tutta quella ciurmaglia che aveva invaso il Cagliari. Chiamo Nicotera e Falcone che avvisino Pisacane che bisogna sfondare tutte le barche e barchette che sono in porto, compreso il guardacoste che era senza equipaggio, per impedire o ritardare il più possibile che arrivi a Gaeta o a Napoli la notizia del fatto. Vengono sul ponte di comando tutti e tre i capi: rivolto a Pisacane gli indico tre barche che tentavano sortire dal porto; ordino di armare due lance di bordo che in un attimo sono pronte, fo per imbarcarmi, ma Nicotera, Falcone e Pisacane mi trattengono e mi dicono: “No, tu sei necessario a bordo”. Nicotera e Falcone discendono la scala, ma nel mettere piede sulla lancia, perdono l’equilibrio entrambi e cadono in mare: nessuno dei due sa nuotare; fortunatamente il mio nostromo Barbieri, che era al comando d’una lancia, si tuffa in mare e riesce a salvare Nicotera, già quasi asfissiato: Falcone si trova impigliato sott’acqua in una fune e riesce a tirarsi fuori dopo aver bevuto abbastanza. Alzati a bordo i semi-asfissiati e affidati alle cure del dottor Mascarò, nacque, com’era naturale, un po’ di confusione, ed invece di partire, le due lance in caccia delle tre barche, ne partì una sola, la quale riuscì a catturarne due, ma essendosi fatta notte perdè di vista la terza(32).

Pisacane spedisce uno degli ufficiali prigionieri, l’aiutante del comandante, a terra con un nuovo ordine di resa per ritirare le armi della guarnigione. Dopo aver aspettato tre quarti d’ora, la lancia ritorna senza l’ufficiale. La moglie e la nipote del comandante mi fanno chiedere di concedere loro di tornare a terra perchè si sentono male. Le consegno al terzo ufficiale di bordo, Ghio, acciò le riconduca a terra scortate da quattro de' miei marinai. Ritorna Ghio e riferisce che il paese è deserto. Pisacane manda a terra un altro ufficiale per avere le armi: questi ritorna e dice: “la guarnigione rifiuta di consegnarle fino a domattina”. Chiamo Pisacane e gli chiedo: “Che cosa facciamo qui? Da un momento all’altro può giungere una fregata e mandarci a picco!”. Dopo aver conferito con Falcone e Nicotera, Pisacane mi chiama giù e indicandomi il comandante dell’isola mi dice: “Te lo consegno: con esso andrai a terra; egli ordinerà alla guarnigione di consegnare le armi; avutele, lo lascerai in libertà”. “E se la guarnigione si rifiuterà?”, rispondo. “Brucerai le cervella al comandante”. Ed io: “Che cosa avremo guadagnato? “Non ammetto osservazioni” riprende egli, e mi attira a sé e sottovoce aggiunge: “L’ho detto per impaurirlo, acciò sia impegnato a farsi ubbidire...”.

C’imbarchiamo con Falcone che s’è un po’ rimesso, e sei dei miei marinai. Approdiamo alla banchina al riparo dell’ultima casa, donde una salita dà accesso al fortino. Dò ordine ai miei marinai di non istaccarsi dalla banchina senza di me; preso sotto il braccio il comandante, ci avviammo seguiti da Falcone verso il forte. Fatti pochi passi su per la salita, ci dànno Volto chi va là o facciamo fuoco! Il comandante chiama: “Sergente Guerrino, sono io, il tuo comandante, salvami la vita consegnando le armi, altrimenti mi fucilano!” E quegli risponde: “Domattina! adesso non possiamo”. Vedendo che il povero vecchio tremante e senza voce era per cadere, lo sostengo con l’aiuto di Falcone e gli dico: “Fatevi cuore, venite con me e non temete di nulla”. Condottolo sulla banchina dov’era la mia lancia, fatta portare una sedia e dell’acqua lo fo sedere al riparo della casa e custodito da due de' miei marinai. Egli alquanto rinfrancato mi chiede: “E adesso che fate?”. “Adesso penso io a farmi consegnare le armi!”, e con Falcone arriviamo a metà della rampa. Quei del forte gridano, minacciano di far fuoco; io rispondo: “Il primo colpo di fucile che partirà dal forte sarà il segnale dell’attacco”. Dò ordini con tutta la mia voce ai capitani di tre compagnie di bersaglieri di occupare diverse posizioni con l’avvertenza di stare più al coperto possibile; faccio entrare Falcone sotto il portico della casa a sinistra e mi avanzo sotto il forte nel vallo, dove col fucile non potevano più offendermi e grido: “Vi concedo 10 minuti di tempo per consegnarmi le armi e voglio 180 fucili con baionette, sciabole e giberne; sono stanco di gridare”. Osservando nel vallo, vedo una porta nel bastione del forte e rifletto che se non possono più offendermi col fucile, lo possono benissimo con qualche granata a mano; spingo la porta, era aperta. Acceso un zolfanello per vedere dove mi trovavo, mi avvedo di essere in una scuderia con sei stalli per cavalli; vedo un tridente e macchinalmente l’afferro senza sapere ciò che facessi; comincio a picchiare a far rumore quanto più posso finché sono stanco. Butto via il tridente, prendo un po’ di respiro e sortito fuori sul vallo grido: “Razza di cani! adesso siete f...; o mi consegnate le armi entro cinque minuti o vi faccio saltar tutti in aria! La mina è fatta!”. Fu un urlo generale: “Salvateci! Salvateci! Consegniamo le armi”. Sortito dal vallo, chiamo Falcone e grido: “Fa avanzare dieci uomini per ricevere le armi”. Dal forte gridano: “No, no, dieci sono troppi”. “Ebbene, riprendo a Falcone, fanne venir quattro soltanto”: due rimasero di guardia alla lancia e al comandante. Venuti i quattro con la camicia rossa, li metto in catena per passarsi i fucili ad uno ad uno: quei del forte avevano rotto il ponte sul vallo, conservando solamente un trave che abbassano, e tre militari a cavalcioni su quello si trasmettono i fucili. Intavolato cosi il lavoro, vado alla banchina con Falcone e mando gli altri due marinai per sollecitare il trasporto dei fucili nel mio canotto, eseguito dai volontari dell’isola che io non conobbi. Caricati i fucili faccio imbarcare Falcone ed il governatore; il quale sorpreso non finiva dal chiedermi come avessi potuto ottenere la consegna dei fucili. Non soddisfeci la sua curiosità: arrivati alla sua abitazione, lasciai Falcone a guardia della lancia con i sei marinai e accompagnai il governatore fino al salone, dove l’avevo preso prigioniero. Sua moglie e sua nipote mi baciarono, mi abbracciarono ripetutamente: egli pure volle baciarmi. Arso dalla sete, chiesi un bicchier d’acqua; mi servirono invece due granite. Mentre bevo, si vede un lampo, un colpo di cannone spaventa tutti, una dozzina circa di signore e vecchi che eransi là riuniti per aspettare notizie e consolare la moglie del comandante. Io pure sorpreso, sorridendo dico: “È l’addio, è il segnale della partenza”. Bevo la seconda granita, saluto tutti, e il comandante mi dice: “Io vi devo la vita! Vi ringrazio. Iddio vi aiuti!” M’imbarco sul canotto, faccio prendere il guardacoste che attraccato al Cagliari viene da Sitzia fatto spogliare di ogni attrezzo, cavi, vele, ecc.; quindi dal cap. Rocchi, secondo del Cagliari, sfondato e colato a fondo a dieci metri circa di distanza. Imbarcate le armi, alzato a bordo il canotto, si sbarcano sulla punta del molo gli ostaggi con una barca del porto che quindi viene alzata sotto la poppa del Cagliari per servircene a facilitare lo sbarco a Sapri. Salpiamo a tutta forza facendo rotta per Capo Campanella. Erano le due e mezza antimeridiane(33). L’opera mia è quasi finita…

Della moltitudine di galeotti che aveva invaso il Cagliari, la maggior parte scomparve dopo aver rubato a bordo quanto potè, perfino i vestiti incerati dei marinai per quando piove: rimasero a bordo un 80 militari già seguaci del general Pepe, i quali formarono il nucleo di resistenza del corpo di Pisacane, organizzato da questi a decurie e centurie, lasciando ad ogni dieci che si scegliessero il decurione, nominando Falcone e Nicotera centurioni... A Sapri in tutto sbarcarono 284(34); rimasero a bordo il ferito Cori, il Bonomi ferito lai pure con due colpi di baionetta...; il cameriere Acquarono restò pure ferito a Ponza da una fucilata alla mano e al braccio sinistro...(35). Pisacane abbracciandomi mi consegnò due letterine dicendomi: “Giurami di non aprirle e di consegnarle al loro indirizzo: a qualunque costo poi distruggile, prima che caschino in mano di terzi e specialmente del governo borbonico”. Una era indirizzata a Gius. Mazzini, l’altra alla signora Enrichetta di Lorenzo.

Nella traversata da Ponza a Sapri organizzarono un arsenale; i macchinisti Watt e Parck con mattoni refrattari fecero le fornaci per fondere le palle di piombo. Foschini tagliava in quadrelli altre palle vecchie per i boccacci o tromboni, i militari fabbricavano cartucce, altri arrotavano le sciabole. Effettuato lo sbarco a Sapri, Sitzia riprese il comando del Cagliari dirigendo verso Napoli...(36). Eravamo per sormontare Capo Campanella... Verso le 10 antim.(37)avvistiamo due fregate provenienti dall’isola di Capri, le quali dirigono su noi. Giunte ad un miglio di distanza una ci spara un colpo di cannone in bianco; dopo un minuto l’altra ne spara uno a palla: la nostra bandiera era alzata; il Cagliari ferma la macchina, le fregate s’avvicinano. Due delle loro lance armate ci abbordano, siamo dichiarati prigionieri; un ufficiale napoletano fa ammainare la nostra bandiera da un suo timoniere. Sitzia è condotto prigioniero e rinchiuso in un camerino a bordo della fregata Tancredi. A bordo del Cagliari due ufficiali con segretarii fanno una requisitoria interrogando tutto l’equipaggio ed i passeggeri. Il Tancredi si stacca ed a tutta forza si dirige verso Salerno, dove sbarca un battaglione di cacciatori per raggiungere Pisacane:

l’Ettore Fieramosca ci scorta navigando a mezza forza, perchè il Cagliari non può fare che sette miglia all’ora, mentre le due fregate dodici e dodici e mezzo. Arrivati a Salerno, ancoriamo vicino al Tancredi; lEttore Fieramosca sbarca pure un corpo di truppe. Dopo 24 ore di ancoraggio veniamo segretamente a sapere che Pisacane e il suo corpo sono stati disfatti e presi prigionieri. Durante l’ancoraggio, i macchinisti Watt e Parck ottengono di poter accendere i fuochi per pompare l’acqua dalle caldaie e dalla sentina, ed abbruciano cavi, vele, remi e tutti gli altri oggetti già appartenenti al guardacoste affondato, i quali tutti portavano la marca del governo borbonico; e così scompare un grave corpo di delitto che poteva seriamente compromettere Sitzia. Il giorno dopo salpammo per Napoli sempre scortati dalle due fregate; entrammo nella darsena. Scorgendo il grande apparato di forze, non potei più dubitare dell’alloggio che mi aspettava, ad onta di tutte le assicurazioni e complimenti che un signore ci faceva, promettendoci l’alloggio per pochi giorni nel migliore albergo di Napoli. Io discesi nel mio camerino e chiusolo a chiave, mi tolsi le due lettere di Pisacane che avevo nascosto una per piede entro le calzettine che portavo e decisi di aprirle pel caso che non potessi salvarle; avrei potuto almeno riferire a voce a Mazzini ed alla signora Enrichetta il loro contenuto. La prima che lessi, diretta a Mazzini, conteneva il riassunto dell’impresa di Ponza, faceva i miei elogi dichiarando che ero stato l’anima della spedizione e parlava di molti baroni calabresi, napoletani, di Basilicata, nominandoli, sui quali calcolava moltissimo per aiuto d’uomini e di denaro; infine entrava in considerazioni di politica generale, ecc. “Povero me!”, riflettei fra me stesso, se mi prendono questa lettera, è il trionfo del Borbone e la rovina del Regno! Mi interessava però moltissimo il conservarla e decisi di conservarla se avessi potuto, e decisi perciò di tenerla in posizione da poterla ad ogni istante distruggere e me la misi nella tasca interna del petto a sinistra sul cappottino che indossavo, coperta con un fazzoletto di seta bianca. La lettera alla signora Enrichetta prometteva eterno affetto, conchiudeva esortandola a sperar bene prendendo buon augurio dal primo colpo riuscito sull’isola di Ponza(38), faceva i miei elogi. Unita questa lettera a quella per Mazzini, scritte ambedue in carta velina finissima e piegate piccolissime, le rimisi in tasca nel fazzoletto bianco. Risalito in coperta, trovai che aveano cominciato lo sbarco dell’equipaggio e dei passeggeri del Cagliari. Sbarcato in Darsena per l’ultimo, fui ammanettato dai gendarmi insieme al passeggere Brugnoli, commesso viaggiatore della vetreria di Altare(39), porsi il braccio sinistro per aver libero il destro, montammo in vettura coperta e sedemmo colla faccia ai cavalli: seduti di fronte eranvi due gendarmi, oltre quel signore tanto gentile che doveva condurci al primo albergo di Napoli: era il Direttore delle carceri della Vicaria. Esternamente sul davanti eranvi altri due gendarmi e due dietro. Sortiti dalla Darsena, le strade erano popolatissime: io quasi per curiosare, sporsi la testa fuori dello sportello; Direttore m’invita a stare più indietro perchè non mi vedano ammanettato. Io faccio l’arrabbiato, spingo la mano sinistra oltre le ginocchia bestemmiando, prendo con la destra il fazzoletto bianco e le lettere, fingendo di pulirmi la bocca e il naso e di mordere il fazzoletto per la rabbia, mastico invece le lettere e le inghiotto. Per lo sforzo divenni rosso in faccia e le lagrime mi cadevano a quattro a quattro. Più tranquillo per aver distrutto quei documenti, mi dimostrai rabbonito e rassegnato. Arrivati alla Vicaria, mi slegarono ed introdotto in una camera fra sei custodi, presente il Direttore, mi spogliarono ignudo, togliendomi anche le calzetine. Uno dei custodi ebbe l’audacia di mettermi le mani tra le cosce. Irritato per questo atto, con uno spintone lo mandai a gambe all’aria, protestando contro il Direttore e gridando: “Ma che infamie son queste?”

“State quieto, voi”, mi rispose il Direttore. Aperta la mia valigetta, visitarono minutamente tutto, perfino fra le scarpe, mi rubarono un cappello floscio nuovo perchè era il cappello di società. Mi fecero sortire e mi condussero nella prigione destinatami, di due metri e cinquanta di lato (m. q. 6,250); il mobiglio consisteva in un secchio per acqua, un vaso di terra cotta (calabrese): chiesi un letto a pagamento e mi concessero per un carlino al giorno due cavalletti di legno, due tavole e un materasso di stoffa; il giorno dopo ottenni pure di potermi mantenere con un carlino al giorno che mi passavano de' miei denari. Dopo tre mesi e mezzo di Vicaria sempre in segreta, fui tradotto ammanettato a Salerno. A Salerno rinacqui! Mi restituirono il residuo de' miei denari, mi rinchiusero insieme all’equipaggio del Cagliari in due saloni, il maggiore dei quali servi per l’equipaggio ed il minore per gli ufficiali, per me e i due macchinisti inglesi: ottenemmo letti, biancheria per tutti e facoltà di comperarci il vitto che volevamo e cucinare in prigione. Ricevemmo visite del console italiano in Napoli, del console generale inglese, del baronetto Lyon ammiraglio e di molti altri inglesi; potemmo scrivere e ricevere lettere e danari dallo nostre famiglie. Dopo sette mesi e più ch’io ero a Salerno, trattandosi in appello la quistione della buona preda del Cagliari, vennero come periti tecnici inviati dal nostro governo il comandante di vascello Provana, il capitano marittimo Tortello ed il capitano mercantile Jvanovitch. Il giorno prima di quello assegnato dalla Gran Corte Speciale alla trattazione della causa, vennero in prigione gli avvocati difensori nostri don Ciccio La Francesca, Vietri, De Meo e il principe degli avvocati napoletani Castiglia, per interpellare il comandante Sitzia, da pochi giorni riunito a noi, ed i suoi ufficiali sulle ragioni che avrebbero potuto addurre per impugnare e far annullare la sentenza di buona preda emessa dalla Corte dell’Ammiragliato. Sitzia, il capitano Rocchi(40), secondo, e il terzo ufficiale Ghio non seppero che rispondere; gli avvocati esclamarono: “Pazienza! Una causa perduta!”. Vedendo ch’io stavo leggendo, mi chiesero che cosa ne pensassi. “La sentenza di buona preda, risposi, è ingiusta, ma per provarlo occorrono documenti e questi non possiamo ricercarli che nel giornale di bordo del Cagliari e negli altri documenti che servirono all’Ammiragliato per dichiarare la buona preda”. Il Rocchi mi risponde: “io nulla ho scritto, non protestai; solo notai l’ora in cui, liberi, ci trovavamo su Capo Campanella e facevamo rotta per Sapri”. “Va bene”, dissero gli avvocati, “prima di sera avrete tutti i documenti e domattina presto ripasseremo per sapere che avete trovato, giacché domani si tratterà la causa”. Ebbi il giornale del Cagliari e constatai due fatti importanti, cioè: il rilevamento, la distanza dal Capo Campanella alle 2 1/2 antimeridiane, quando si fece rotta per Capri, e la velocità del piroscafo di 7 miglia per ora, come risultava anche essere questa stata la sua massima velocità in tutti i viaggi precedenti. Lette le copie dei rapporti dei comandanti delle due fregate al governatore di Salerno, Aiossa, i telegrammi scambiati fra questi, il governo e l’ammiragliato, tutti in contraddizione tra loro e specialmente coi giornali delle due fregate, i quali concordemente indicavano l’ora ed il punto di partenza a tre miglia dall’isola di Capri e che a tutta forza dirigevano verso Capo Campanella, filando 12 miglia per ora; esaminata e corretta la carta marina sulla quale avevano falsificata la posizione del punto dove fu arrestato il Cagliari, rifatta una carta coi rombi tracciati e una rosa dei venti a maggiore intelligenza degli avvocati, lavorando tutta la notte scrissi una memoria per norma degli stessi conchiudendo che bastava saper fare un’addizione per risolvere tutte le questioni sollevate e cioè: sommare le miglia percorse dalle fregate dopo il punto di partenza loro da Capri fino all’ora dell’arresto del Cagliari sul rombo da Capri a Capo Campanella, e le miglia percorse dal Cagliari in senso opposto dall’ora in cui rilevò e calcolò la distanza dallo stesso Capo Campanella; da tale somma si doveva ottenere la distanza fra tale promontorio e l’isola di Capri e così si aveva la prova e controprova della verità di quanto era registrato sul giornale del Cagliari, il punto preciso dove avvenne l’arresto e la cattura di un piroscafo che navigava in acque libere a più di 20 miglia dalla terra più vicina, quindi illegalmente catturato secondo le convenzioni internazionali. Alle 8 antim. vennero gli avvocati, consegnai la memoria. L’avvocato La Francesca cominciò a leggere ad alta voce; tutto l’equipaggio si riunì attorno ad ascoltare. Finita la lettura, La Francesca esclamò: “Ma che avvocati, che avvocati!”. Fu un plauso generale. “Benissimo!” risposero gli avvocati, “la causa è vinta; noi di cose marittime non sappiamo proprio niente”. All’udienza l’avvocato Castiglia non fece che leggere la mia memoria, senza togliere od aggiunger una parola, esponendo le due carte idrografiche.

Il comandante Provana fu accolto con gran distinzione dalla Corte; approvò il mio scritto. L’avvocato Castiglia per aver letto la mia memoria fu condannato alla relegazione in Ischia. La sentenza della Gran Corte di Salerno annullò quella dell’Ammiragliato e ordinò la restituzione del Cagliari (41). due macchinisti inglesi ebbero un’indennità di trenta mila lire italiane ognuno. Io invece fui causa del ritardo di otto giorni alla restituzione del Cagliari e alla liberazione del suo equipaggio, perchè il ministro Carafa pretendeva di tenermi prigioniero come il più colpevole di tutti i rivoltosi (tali essendo le conclusioni del procuratore del Re, don Pacifico) ed il Conte di Cavour esigeva la mia liberazione in base al diritto internazionale ed all’illegalità del mio arresto. Coll’appoggio dell’Inghilterra, dopo otto giorni di tratta tive, si aprirono le carceri per me, l’equipaggio del Cagliari e i macchinisti(42). Vennero il comandante della fregata inglese Centauro, ancorata al porto, il Console generale inglese e il Console italiano in Napoli; fummo tutti imbarcati sul Centauro, e trasportati a Napoli. Quivi con la proibizione di scendere a terra trasbordati sul Cagliari, partimmo per Genova insieme al Console generale inglese. Arrivati a Genova, il Console ci consegnò all’autorità politica. Era il mattino del 24 giugno 1858 un anno deciso dalla partenza della spedizione. Fummo liberi…(43)

Due altri progetti di spedizione aveva fatto Pisacane; uno abortì per la malattia del capitano P.(44); un altro, anteriore, consisteva, come gli altri due , di ottenere il piroscafo Cagliari mediante un atto di pirateria. Noleggiata una goletta e caricata sulla stessa una partita di letti in ferro le dodici casse regolarmente spedite in dogana per Marsiglia; imbarcati 40 volontari, di notte tempo e clandestinamente salpare ed aspettare il passaggio del Cagliari per abbordarlo facendo segnali d’aiuto: impossessatisi del vapore, proseguire per Ponza e Sapri dopo aver trasbordato le 12 casse di letti che sarebbero divenuti 120 fucili con le relative munizioni. Partì tre giorni prima del Cagliari, il mare era leggermente mosso da scirocco, tempo fosco, piovigginoso.. Il capitano manovrò in modo da presentare il traverso al mare; i rivoltosi abbattuti dal mal di mare gridavano: “appoggia! appoggia!” Il capitano propose il gettito delle casse per non essere preso in contravvenzione: si effettuò il gettito e i quaranta furono sbarcati alla spicciolata sulle spiaggie di Sturla e della Foce...(45).

La terza barchetta che ci sfuggì a Ponza fu appunto quella che guidata da un sergente e da un giovinotto riuscì a portare a Gaeta la prima notizia del fatto di Ponza e provocò quindi la spedizione delle due fregate con truppe di sbarco in cerca di Pisacane...(46). Quando nel carcere di Salerno fui consegnato al comandante del Centauro e al console inglese volli e riuscii a fare una scappata al carcere di Nicotera, Magnone(47)ed altri amici...

Dopo il mio ritorno da Salerno a Genova, indagai che cosa fosse avvenuto delle due barche, delle armi e dei 40 volontari; seppi che molti mi attribuirono la taccia di traditore e la colpa di non averle cercate. Seppi poi che le barche erano a tre miglia dalla punta di Portofino e che non avendo veduto il Cagliari prima che facesse giorno, sbarcarono le armi e nascosero fra gli scogli del monte; i 40 sbarcarono alla spicciolata tornando a Genova senza esser visti dai doganieri. Quale spiegazione può darsi di questo fatto? da chi dipese? come avvenne il doppio ordine del punto di ritrovo delle barche, uno a tre miglia dal monte di Portofino e l'’altro a 30 miglia dall’isola di Sestri Levante?...

Molte altre considerazioni potrei esporre, ma limitandomi ad accennare fatti che non presenziai ma che conobbi per relazioni avute da chi vi partecipò, compreso Nicotera, riepilogando dirò: Pisacane trovò il paese deserto, tutti erano fuggiti alla campagna. La stessa mattina dopo lo sbarco fece fucilare un ex-galeotto perchè aveva rubato, e durante lo stesso giorno ordinò la fucilazione di altri due, ciò che non avvenne per l’opposizione dei capi cammoristi. Dovunque si dirigeva con la sua colonna, trovava il deserto: né provviste, né una guida potè trovare. Nicotera, Falcone gli proposero abbandonare la ciurmaglia degli ex-galeotti e lo assicuravano che col corpo scelto degli ex-militari ed i venticinque di Genova avrebbero potuto sostenersi qualche tempo e facilmente salvarsi. Egli rifiutò per non tradire i galeotti! Si diressero su Padula che trovarono deserta: poco dopo averla occupata, furono aggrediti da un corpo di guardie urbane e quindi da un rinforzo di cacciatori. Pisacane fu costretto a ritirarsi e nella ritirata perdette Barbieri che portava la valigia sua con tutte le carte ed i piani. Morirono diversi altri, ma Pisacane riuscì a salvarsi in un bosco insieme ad un’ottantina de' suoi, dove fu obbligato a soffermarsi perchè cadde Falcone affranto dalla fatica, fame e sete, com’erano i tutti, e per l’oscurità della notte. Indicato da un pastore, preso per forza come guida, trovarono un rigagnolo e quivi Pisacane decise di pernottare. 

Il pastore profittando del sonno che aveva invaso il campo fuggì e corse ad avvisare le autorità e la popolazione di Sanza, paese distante forse due, miglia dalla valle, dove si soffermarono i rivoluzionari. Appena giorno, ignorando Pisacane dove si trovava, mandò Nicotera con una ventina di uomini fuori della macchia ad esplorare il paese se era possibile procurarsi guide e vitto. Ma ecco che appena fuori del bosco si trovano circondati dalla popolazione di Sanza coi preti in testa con la croce, guardie urbane armate di fucili e contadini con piccozze, picconi, tridenti ed altri utensili da coltivatori. Vedendo Pisacane che avrebbe dovuto’ massacrare donne, fanciulli, preti inutilmente, decise di arrendersi ed ordinò ai suoi “armi a terra”, presentando l’elsa della sua spada ad un capo urbano che gli si era avvicinato: avuta la spada in mano, la valorosa guardia fatti due passi indietro spianò il fucile ed a bruciapelo lo scaricò sotto l’occhio sinistro di Pisacane. Fu questo il segnale del massacro generale. Falcone si bruciò le cervella con una revolverata in bocca, Foschini si piantò un pugnale nel cuore(48); Nicotera mentre aveva alzato la mano per pugnalarsi ricevette una palla nella destra e cadde; fu poi colpito con due colpi di piccozza alla testa ed uno alla spalla sinistra. Creduto morto lo spogliarono ed abbandonarono sul terreno. Finché non furono tutti abbattuti, continuò la strage e lo spogliamento di quei disgraziati. Il mattino dopo alcune guardie e i contadini cercando fra i caduti se vi fosse rimasto qualche cosa da rubare, videro Nicotera che si moveva (rinvenuto pel fresco della notte); lo presero, gli legarono mani e piedi e lo trasportarono ignudo alla casa del governo: come lui, ne trovarono e ne fecero prigionieri molti altri. Gli ordini ed istruzioni emanati dalle autorità superiori erano di fucilare quanti prigionieri riuscivano a prendere. Di partiti di Genova, ne fucilarono diversi finché arrivò l’ordine al colonnello dei cacciatori Ghio di sospendere le fucilazioni. Cesare Faridoni e Giuseppe Falloni, due de' miei marinai, entrambi di Lerici, erano già bendati ed al posto, quando arrivò l’ordine della sospensione. Dei 28 che partimmo da Genova, ne morirono 12; dei 16 superstiti e processati a Salerno, 13 eravamo dal procuratore Don Pacifico dichiarati, a termini di legge, meritevoli della morte, e tre punibili coll’ergastolo a tempo, cioè Rota, Bonomi e Medusei. Per impegni diplomatici, io fui messo in libertà, ed agli altri 12 fu commutata la pena di morte coll’ergastolo a vita. Nicotera alla Favignana... riceveva denari per mezzo del nostro vice console Lombardo a Trapani, il quale aveva trovato il modo di spedire settimanalmente alla Favignana un suo fedele pescatore... Fu aiutato in modo eroico per salvarlo dalla vergheggiatura, che invece subi il Gaetano Poggi, restandone storpiato finché visse.

NOTE

(1) Tolgo queste notizie intorno al Daneri, da un’affettuosa commemorazione pubblicatane dal nipote prof. Alfredo Luxoro, nel Secolo XIX di Genova, anno XVII, n° 222, martedì 12 agosto 1902: altri particolari mi furono riferiti dal Luxoro stesso a voce.

(2) Il ponte levatoio era stato costruito sopra il vecchio ponte in muratura, rovinato. particolari del fatto d’arme qui accennato si possono leggere nel Dizionarietto storico del capitano garibaldino Giovanni Emiliani: Da Rieti a Porta Pia, Faenza, Conti, 1888, pag. 87.

(3) Su questi maneggi per provocare l’insurrezione dell’Ungheria, vedi Chiala, Politica segreta di Napoleone III e di Cavour in Italia e in Ungheria, Torino, 1895; ed anche Zini, Storia d'Italia, vol. I, parte II, pag. 356.

(4) Questa lettera, con altre del Mazzini stesso e di Campanella, è gelosamente conservata dall’egregio prof. Luxoro.

(5) Il De Cesare (La fine di un regno, 3° ed., vol. I, pag. 283) scrive che Pisacane, Nicotera e Falcone furono “i tre soli della Spedizione che avessero una fede e un ideale politico”; ma come non si potrebbe ora aggiungere ai tre anche il Daneri? E perchè non aggiungervi prima, almeno anche gli otto superstiti dell’eccidio di Sanza, i quali “dopo tre anni di atroce carcere alla Favignana, invece di ritirarsi rifiniti alle loro case chiedendo un impiego o una decorazione, domandarono come compenso a Garibaldi: — concedeteci di combattere con voi come soldati” —? Combatterono tutti otto da valorosi a Milazzo: e Rota, Bonomi e Cori vi furono feriti gravemente, e Conti e Santandrea vi giacquero morti (ALBERTO MARIO, La Camicia Rossa, Milano, Sonzogno, 1875, pag. 15 e segg.). Ben a ragione esclama il Tivaroni, ricordando il commovente episodio: “È per tali casi che il Risorgimento italiano si comprende!” (L’Italia degli Italiani, I, 256).

(6) “Il quale tornato a Genova vi stette nascosto dall’aprile a tutto l’agosto del ’57 per combinare la spedizione nel Napoletano” (J. W. Mario, Ag. Bertani e i suoi tempi, voi. I, pag. 242). “In principio di maggio, Mazzini andò a Genova, ecc.” (SAFFI, Proemio al voi. IX degli Scritti di Mazzini nell’ediz. dei Ricordi e Scritti di A. Saffi, vol. IV, pag. 105).

(7) L’avvocato Francesco Daneri era intimo amico di Mazzini e prese parte alla cospirazione del ’57, come ad altri moti mazziniani, mettendo a disposizione dei cospiratori anche la casa paterna in salita Visitazione (piazza Acquaverde) n° 5; fallito il moto genovese del ’57, fuggì travestito da prete. Quando Pisacane, il 9 giugno, si recò a Napoli per conferire dopo fallito il primo tentativo della spedizione (di cui vedi più innanzi) col Comitato, si servì del passaporto “al nome di Francesco Daneri, destinato per Enrico Cosenz, quando questi ancora non aveva espresso il suo rifiuto di partecipare all’impresa” (BILOTTI, La Spedizione di Sapri, pag. 136).

(8) Questa data del 16 o 17 giugno 1857, e poi quelle del 18, del 19 e d i 22 giugno, non sono esatte. Pisacane dal 9 al 13 fu in viaggio per Napoli, dove si trattenne dal 13 al 17 e donde tornò a Genova, coi soliti tre giorni di traversata, il 22 (BILOTTI, 1. c. e segg.).

(9) Il capitano P. “un cospiratore da bettola, dice il Daneri, dedito al vino, un pericoloso che senza volerlo fa la spia”.

(10) Della prima parla più tardi, come vedremo.

(11) A Sestri Levante, presso suo padre, trovò l’altro fratello. Nicola, che di solito dimorava a Varese Ligure: prima di congedarsi da lui, che l'accompagnava fino alla carrozza, gli disse facendogli promettere di mantenere il segreto: “Se non si sapesse più nulla di me, tu potrai dire della mia fine”; e lo informò della spedizione. “Ma che speranza hai tu nella riuscita?”, gli domandò Nicola; ed egli: “Nessuna! Sarà una seconda spedizione dei fratelli Bandiera; ma io ho la convinzione e il sentimento che tornerò: ho promesso di andare e vado”.

(12) O la Carlo Alberto (Cfr. Michel, L’ultimo moto Mazziniano, pag. 3, e BILOTTI, pag. 243).

Nel disegno di Mazzini il moto di Genova “doveva essere il secondo atto dell’impresa di Pisacane e che doveva, riuscendo, renderne certa con mezzi potenti la vittoria” (MAZZINI, Scritti, I, vol. IX, pag. 285).

(13) Altrove il Daneri espone il dubbio che le lettere del Comitato di Napoli di cui qui si parla, fossero invece fattura di Pisacane per decidere Mazzini all’impresa.. Dubbio infondato, perchè mentre Pisacane informatosi de visu con la gita a Napoli del 9 giugno s’era indotto a ritardare la spedizione, una lettera del Fanelli scritta due giorni dopo la partenza del Pisacane da Napoli lo trascinava a rompere ogni indugio parlandogli “di una contromina che i moderati stavano preparando nella provincia, che i Murattisti si apparecchiavano ad approfittare dell’opera degli Unitari ed anzi era programma venuto da Marsiglia che bisognasse far agire in Napoli i Mazziniani ed avvantaggiarsene poi con un colpo di mano”: e la lettera consigliava ad agir subito e di sorpresa (BILOTTI, p. 142, che attinge dal DE MONTE, a cui pure si riferisce il Daneri).

(14) Di questo Mangini, che ebbe gran parte nelle cospirazioni Mazziniane a Genova, fu membro di un Comitato segreto con Mosto, Burlando ed altri, ed ebbe pel moto del 1857 condanna di morte (vedi Saffi, Proemio cit. pag. 100101 e pag. 120; J. W. Mario, Vita di G. Mazzini, ed. econ. p. 380, Zini cit. voi. II, p. I, Documento n° 147).

Il Daneri chiama lui ed altri “soliti politicanti mestatori ed organizzatori” e afferma che è colpa loro se il Cagliari non incontrò le barche con le armi; delle quali dice che furono nascoste tra gli scogli del monte di Portofino e forse se ne volle far contrabbando, come, aggiungiamo noi, accadde tre anni dopo delle armi destinate ai Mille. Il Daneri, vedremo più innanzi, tornato a Genova dopo la spedizione seppe che da taluno a lui si dava colpa di non aver cercate le due barche, e forse nel ritorcere l’immeritata accusa egli eccede e corre tropp’oltre.

(15) La data del 24 giugno è certamente errata: la spedizione partì la sera del 25 giugno, come si rileva dal giornaletto di bordo del Cagliari, pubblicato dal BILOTTI (a p. 323; cfr. SAFFI cit., pag. 106 e J. W. MARIO, In Memoria di G. Nicotera, pag. 8 in nota).

(16) Cade così ogni dubbio sulla responsabilità del capitano Antioco Sitzia, il quale, come si vede da tutta la narrazione del Daneri, era assolutamente estraneo al complotto e dovette cedere soltanto alla violenza (Cfr. BILOTTI, pag. 320 e seg.).

(17)Su questo mancato incontro con le barche che recavano armi e volontari torna il Daneri più innanzi. La barca su cui era Rosalino Pilo, secondo ch'egli riferì a Mazzini, per imperizia del pilota avea presa la rotta di Livorno (?) invece di quella stabilita (cfr. BILOTTI, pag. 151 e J. W. Mario, In memoria di G. Nicotera, pag. 9). E l'altra?, poiché il Daneri ed anche la Mario parlano di due barche.

(18) Per difendersi contro possibili atti di pirateria.

(19) “Sette casse di fucili ed altre armi, scrive il BILOTTI ipag. 152), dirette a Tunisi ad un tal P. Capanello”: e trae la notizia dall’aggiunta alla Dichiarazione di Pisacane e compagni e fors’anche dal Giornale di bitacola che cita a pag. 150. Nell’aggiunta alla Dichiarazione stessa secondo la copia pubblicata dallo Zini (voi. II, parte I, Doc. n. 142) è detto che le casse erano sette, tre di 25 fucili (boccacci, nella copia BILOTTI) ognuna, tre di fucili a due canne, ed una cassa di semplici canne. Il Venosta, che forse consultò Carlo Rota di Monza, un superstite della spedizione, ha: sette casse di fucili e due di tromboni (pag. 110 e cfr. pag. 130 nota).

(20) Dopo tutto quel che sappiamo di Giuseppe Daneri, mi pare che non si possa più ripetere col BILOTTI che “mentre Pisacane ed altri si occupavano a scriver lettere, Falcone e Negroni a ricopiare proclami”, Nicotera fosse intento “a sorvegliare (BILOTTI, pag. 152) l’equipaggio e la sicurezza della rotta”, tanto più che Nicotera, come Pisacane, non s’intendeva affatto d’arte nautica.

(21) Questa copia della prima, dirò così (cfr. BILOTTI, pag. 313), Dichiarazione di Pisacane e Compagni contiene alcune varianti da quella più comunemente conosciuta, di poco conto, e manca inoltre dell’ultimo periodo: “Trovi un’altra nazione del mondo uomini che come noi s’immolino alla sua libertà, ed allora solo potrà paragonarsi all’Italia, benché sino ad oggi ancora schiava”. Tra i sottoscrittori manca Giovanni Sala che il BILOTTI fa nativi di Genova (pag. 31920) e il Venosta (pag. 106) e la Mario {Nicotera, pag. 8) di Milano: neanche nel notabene il Daneri menziona Filippo Facella, che il BILOTTI inserisce in un suo elenco, che dà per completo, dei compagni di Pisacane; il Domenico Lerici della copia Daneri è probabilmente lo stesso Domenico Porro da lui ricordato nel nota bene e che dagli altri è fatto nativo di Lerici; Francesco Medusei nella trascrizione del BILOTTI diventa per errore (cfr. VENOSTA, pag. 106) Metuscè; il Faielli del Daneri e del Venosta nel BILOTTI è Faelli; il Massoni del Daneri e il Mazzone del BILOTTI forse più correttamente dal Venosta è chiamato Mazzoni; il Rotta e il Bonomo dell’elenco BILOTTI sono pur da correggere in Rota e Bonomi concordemente dati dal Daneri, dal Venosta e dalla Mario (la quale però lo fa di Livorno, mentre era certo di Monza (come si ha dal Venosta, pag. 106 e pag. 130); Giuseppe Falloni e Giovanni Cannellari (a meno che non siano finti nomi sotto i quali, come altri fecero, si sarebbero imbarcati il Sala e il Facella, cfr. BILOTTI, pag. 147) sono nomi nuovi dati dal solo Daneri (e ricorda poi il Falloni anche tra i superstiti dell’eccidio di Sanza) e non figurano nemmeno tra i sottoscrittori dell’indirizzo che i marinai liguri, compagni poi di Pisacane, rivolsero ai fratelli d’Italia, 15 giorni prima di partire (Mario, Nicotera, pag. 78 nota) e neanche nell’elenco degli arrestati a bordo del Cagliari dalle autorità borboniche, dato dal BILOTTI (pag. 183 nota). Siccome il Daneri dice più volte che i rivoluzionari imbarcati a Genova sommavano a 25 e così il BILOTTI, e il BILOTTI conviene che a questi bisogna aggiungere il Bonomi e il Mercuri aggregati a bordo; tenendo come un duplicato nel Daneri, il Domenico Lerici Domenico Porro, restano Pisacane e compagni, nella copia Daneri, come nell’elenco compilato dal BILOTTI, in numero di 27, con la differenza che in Daneri ci sono Falloni e Cannellari invece di Sala, dato anche dal Venosta e dalla Mario, e di Facella dato dal solo BILOTTI: aggiuntovi il Daneri stesso, si ha il numero di 28 e di 28 che partimmo da Genova dice egli pure in fine alla sua narrazione.

Il Tivaroni dà un elenco imperfetto e alcuni nomi errati (Italia d. Italiani, I, 252); lo Zini storpia o accetta storpiati (cfr. BILOTTI, pag. 268, n. 4) nomi e cognomi in modo incredibile facendo di Negroni Negromanti, di Perucci Pomari, di Rusconi Necestari, ecc., e invece di Lerici, Sicilia o Sora od anche Sensi! N. Bianchi (Storia d. diplomazia europea, v. VII, cap. X, § IV, pag. 408) scrive che Pisacane a Genova s’imbarcò con trenta compagni.

(22) “Alle ore 4 del giorno 27 (sabato)” scrive il BILOTTI (pag. 153), che attinge dal giornale di bordo.

Il Daneri tace anche che “verso le 11 a. m. si trovarono in vista di una squadra inglese composta di nove grossi legni” (BILOTTI, pag. 152).

(23) Erano Giosuè Colonna, che in mancanza del titolare faceva in quel giorno le funzioni di pilota, e il fratello Crescenzo, che vogava la barca (ivi).

(24) Nella narrazione del BILOTTI (ivi) si parla d’inganno e di violenza adoperati per far salire e cantare i due malcapitati.

(25) Al BILOTTI risulterebbe (1. c.) che erano il comandante del porto don Montano Magliozzi e un uffiziale di piazza, il tenente Francesco Federico; ma nulla dice del come furono catturati.

D’ora innanzi la narrazione del Daneri è più che mai ricca di particolari nuovi e si differenzia sempre più da quella che il BILOTTI ha composto coi rapporti ufficiali delle autorità borboniche e gli atti del processo di Salerno.

(26) Il Daneri ebbe il dubbio che Pisacane, liberati i prigionieri e tornato a bordo, volesse lasciarlo a terra e rimettersi nelle mani del Sitzia, il quale dal canto suo aveva manifestato al Daneri il proposito di riprendere a Ponza il comando del Cagliari, vedi anche più innanzi.

(27) Rapallo Agostino, timoniere del Cagliari (cfr. BILOTTI, 183 nota).

(28) Nel breve cenno del BILOTTI, che attinge a un rapporto ufficiale, a inchiodare i cannoni della lunetta sarebbero stati Nicotera e Falcone (pag. 154).

(29) Luciano Marino, ricordato dal BILOTTI a p. 181.

(30) La narrazione del BILOTTI dice che fu Nicotera a intimar la resa al comandante, e aggiunge che incontrato per le scale il tenente Cesare Balsamo s’impegnò tra loro una terribile lotta e l’ufficiale cadde colpito al petto; mentre il Daneri, come si vedrà più innanzi, quest’uccisione del Balsamo mette nell’assalto alle carceri, dove costui comandava il picchetto di guardia (BILOTTI, pag. 155).

(31) Sette, secondo il BILOTTI (155, nota 4) e Marianna D’Orso, moglie del ( )comandante dell’isola Antonio Astorino, e la nipote Maria Alfonsa De Vincenzo.

(32) Cfr. BILOTTI, pag. 157; dove di questo incidente e del resto è appena toccato; d’altra parte si noti che il Daneri nulla dice di propaganda rivoluzionaria nell’isola o di aiuti di liberali a cui accenna il BILOTTI stesso.

(33) MAURO (Biografia di Nicotera, cit. dal BILOTTI a pag. 157): “il Cagliari salpò alle 3 Va di notte”. Il BILOTTI stesso a pag. 177: “il Cagliari salpò poco prima della mezzanotte”!

(34) Un documento borbonico dà invece 322 imbarcati, di cui 117 ex-militi, 202 relegati e 3 presidiari (BILOTTI, pag. 156).

(35) Lorenzo Acquarono, cameriere di bordo, che secondo il BILOTTI sarebbe stato ferito insieme col Bonomi e il Cori nell’assalto contro i veterani alla gran guardia, ch’egli dice guidato da Pisacane (BILOTTI, pag. 154 e pag. 183 nota; cfr. Venosta, pag. 112), e fu invece ferito all’assalto delle carceri.

(36) Pare, avesse intenzione di andarvi a denunziare la violenza patita e... il resto. Invano il Daneri e il Mascarò cercarono di calmarlo e indurlo a cambiar rotta: “se qualcuno ha la coda di paglia, gridava, peggio per lui!”. Ma anche a lui male ne incolse!

(37) Verso le 9 a. m. del 29 giugno, scrive il BILOTTI (pag. 171).

(38) Perciò le ricordava anche la scena piuttosto violenta dell’ultima notte, in cui essa l’aveva investito dicendogli che egli aveva diritto di ammazzarsi, ma non di sagrificare tanti giovani. E questa testimonianza del Daneri conferma che l’amica di Pisacane era assolutamente contraria all’impresa, “non riuscendo a persuadersi che un popolo intero che fosse disposto alla rivoluzione potesse aver bisogno del cimento di pochi individui per muoversi “(cfr. BILOTTI, pag. 136, nota 1).

(39) Non figura tra coloro che furono trovati a bordo del Cagliari e dichiarati in arresto, nell’elenco dato dal BILOTTI (pag. 183 nota).

(40) E non Bocci (Vincenzo), come scrive il BILOTTI, dando l’elenco degli arrestati a bordo del Cagliari (pag. 183 nota).

(41) “I documenti esibiti alla Commissione delle prede in Napoli furono stampati, m’informa gentilmente il BILOTTI, da Ferdinando Starace negli anni 1857 e 1858. Il medesimo Starace nel detto anno 1858 pubblicò anche na lunga risposta alla Consultazione del sig. Roberto Phillimore, il quale aveva sostenuto l’illegalità della cattura del Cagliari, Seguirono a quella riposta i documenti ufficiali posti in ordine dai signori Federico Castriota e Gennaro e Raffaello D’Amora e che cominciano con una lettera del Malmesbury al ministro Carafa (cfr. Zini, vol. II, pag. 1, Doc. n. 141): essi contengono anche i rapporti e gli interrogatori, compreso quello del Daneri”. Tutte queste pubblicazioni a me non è riuscito di poter consultare e mettere profitto per confronti con ciò che narra il Daneri intorno al processo del Cagliari, mentre della parte che egli vi ebbe non c’è nulla nella narrazione diplomatica fatta da N. Bianchi (St. d. diplomazia europea, voi. VII, c. X, § 4°, (pagg. 408-424) e molti documenti al riguardo debbono invece trovarsi nell’Archivio di Napoli e fors’anche in quello di Salerno.

(42) Ma il Daneri, ci assicura suo nipote, riconosceva anche il merito di Nicotera che generosamente aveva cercato nel processo di scagionare tutti i compagni e di addossarsi la maggior parte della responsabilità.

(43) Queste notizie sono tratte da una specie di appendice o coda, come la chiama l’autore, scritta a complemento della precedente narrazione.

(44) Vedi in principio a pag. 164, nota 4.

(45)Fortunatamente, aggiunge il Daneri, si potè avvisare a tempo Pisacane e risparmiare la spesa del nolo dei passeggeri che dovevano imbarcare con lui; a Napoli fu telegrafato: — spedizione rimandata per fortuna di mare. — E il Daneri attribuisce il mal esito dell’impresa al capitano e armatore Ronc..., il quale avrebbe manovrato la nave in modo da far apparire che c’era pericolo grave e necessità assoluta di buttar via il carico delle armi: “aveva riscosso seimila lire di nolo e fatto assicurare il carico, così che poi ancorato, di ritorno al porto di Genova, fece prova di fortuna e riscosse l’assicurazione delle casse di letti di ferro”. Versione questa affatto diversa da quella di Rosalino Pilo, edita nell'“Archivio storico Siciliano”, (v. XXIV, a. 1899, pag. 210) e accolta dal BILOTTI (pag. 139 e seg.). Pilo parla di trenta individui che erano con lui su la nave del Ronc... e di 17 dà anche i nomi; il Daneri dice che erano quaranta, e li chiama i romagnoli del colonnello Fasi e afferma essere gli stessi che per un altro tradimento consimile non poterono imbarcarsi, com’era stato fissato, nella terza e vera spedizione, e tornati da Portofino a Genova “si. assunsero poi con Mazzini di espugnare il quartiere di S. Ambrogio, alloggio dei bersaglieri, armati con 40 bottiglie di gazosa piene di polvere con miccia, nella notte del 29 giugno 1857, dal tetto del quartiere buttandole nei cameroni”; impresa che non riuscì perchè lo stesso col. Fasi fermatosi la sera a tavola col generale avrebbegli svelato tutto quel che sapeva del moto (affermazione gravissima e diversa affatto dalla versione della Mario in Garibaldi, pag. 443 e accolta dal BILOTTI a pag. 240).

(46) Cfr. BILOTTI, pag. 157 e pag. 168 nota 1.

(47) Magnone, Matina, Padula erano stati arrestati prima che la spedizione Pisacane partisse da Genova (BILOTTI, pag. 160).

(48) Particolare che manca al BILOTTI (cfr. pag. 305).




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Pisacane e la spedizione di Sapri (1857) - Elenco dei testi pubblicati sul nostro sito
1851 Carlo Pisacane Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49
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1858 Carlo Pisacane Saggi storici politici militari sull'Italia Vol. I HTML ODT PDF
1858 Carlo Pisacane Saggi storici politici militari sull'Italia Vol. II HTML ODT PDF
1860 Carlo Pisacane Saggi storici politici militari sull'Italia Vol. III HTML ODT PDF
1860 Carlo Pisacane Saggi storici politici militari sull'Italia Vol. IV HTML ODT PDF

1849

CARLO PISACANE Rapido cenno sugli ultimi avvenimenti di Roma

1855

La quistione napolitana Ferdinando di Borbone e Luciano Murat

1855

ITALIA E POPOLO giornale politico Pisacane murattisti

1856

Italia e Popolo - Giornale Politico N. 223 Murat e i Borboni

1856

L'Unita italiana e Luciano Murat re di Napoli

1856

ITALIA E POPOLO - I 10 mila fucili

1856

Situation politique de angleterre et sa conduite machiavelique

1857

La Ragione - foglio ebdomadario - diretto da Ausonio Franchi

1857

GIUSEPPE MAZZINI La situazione Carlo Pisacane

1857

ATTO DI ACCUSA proposta procuratore corte criminale 2023

1857

INTENDENZA GENERALE Real Marina contro compagnia RUBATTINI

1858

Documenti diplomatici relativi alla cattura del Cagliari - Camera dei Deputati - Sessione 1857-58

1858

Difesa del Cagliari presso la Commissione delle Prede e de' Naufragi

1858

Domenico Ventimiglia - La quistione del Cagliari e la stampa piemontese

1858

ANNUAIRE DES DEUX MONDES – Histoire générale des divers états

1858

GAZZETTA LETTERARIA - L’impresa di Sapri

1858

LA BILANCIA - Napoli e Piemonte

1858

Documenti ufficiali della corrispondenza di S. M. Siciliana con S. M. Britannica

1858

Esame ed esposizione de' pareri de' Consiglieri della corona inglese sullaquestione del Cagliari

1858

Ferdinando Starace - Esame critico della difesa del Cagliari

1858

Sulla legalità della cattura del Cagliari - Risposta dell'avvocato FerdinandoStarace al signor Roberto Phillimore

1858

The Jurist - May 1, 1858 - The case of the Cagliari

1858

Ricordi su Carlo Pisacane per Giuseppe Mazzini

1858

CARLO PISACANE - Saggi storici politici militari sull'Italia

1859

RIVISTA CONTEMPORANEA - Carlo Pisacane e le sue opere postume

1860

POLITECNICO PISACANE esercito lombardo

1861

LOMBROSO 03 Storia di dodici anni narrata al popolo (Vol. 3)

1862

Raccolta dei trattati e delle convenzioni commerciali in vigore tra l'Italia egli stati stranieri

1863

Felice Venosta - Carlo Pisacane e Giovanni Nicotera o la Spedizione Sapri

1863

Giacomo Racioppi - La spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti inediti

1864

NICOLA FABRIZJ - La spedizione di Sapri e il comitato di Napoli (relazione a Garibaldi)

1866

Giuseppe Castiglione - Martirio e Libert࠭ Racconti storici di un parroco dicampagna (XXXVIII-XL)

1868

Vincenzo De Leo - Un episodio sullo sbarco di Carlo Pisacane in Ponza

1869

Leopoldo Perez De Vera - La Repubblica - Venti dialoghi politico-popolari

1872

BELVIGLIERI - Storia d'Italia dal 1814 al 1866 - CAP. XXVII

1873

Atti del ParlamentoItaliano - Sessionedel 1871-72

1876

Felice Venosta - Carlo Pisacane e Giovanni Nicotera o la Spedizione Sapri

1876

Gazzetta d'Italia n.307 - Autobiografia di Giovanni Nicotera

1876

F. Palleschi - Giovanni Nicotera e i fatti Sapri - Risposta alla Gazzettad'Italia

1876

L. D. Foschini - Processo Nicotera-Gazzetta d'Italia

1877

Gaetano Fischetti - Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri del 1857

1877

Luigi de Monte - Cronaca del comitato segreto di Napoli su la spedizione di Sapri

1877

AURELIO SAFFI Scritti editi e inediti di Giuseppe Mazzini (Vol. 9)

1878

PISACANE vita discorsi parlamentari di Giovanni Nicotera

1880

Telesforo Sarti - Rappresentanti del Piemonte e d'Italia - Giovanni Nicotera

1883

Giovanni Faldella - Salita a Montecitorio - Dai fratelli Bandiera alladissidenza - Cronaca di Cinbro

1885

Antonio Pizzolorusso - I martiri per la libertࠩtaliana della provincia diSalerno dall'anno 1820 al 1857

1886

JESSIE WHITE MARIO Della vita di Giuseppe Mazzini

1886

MATTEO MAURO Biografia di Giovanni Nicotera

1888

LA REVUE SOCIALISTE - Charles Pisacane conjuré italien

1889

FRANCESCO BERTOLINI - Storia del Risorgimento – L’eccidio di Pisacane

1889

BERTOLINI MATANNA Storia risorgimento italiano PISACANE

1891

Decio Albini - La spedizione di Sapri e la provincia di Basilicata

1893

L'ILLUSTRAZIONE POPOLARE - Le memorie di Rosolino Pilo

1893

 MICHELE LACAVA nuova luce sullo sbarco di Sapri

1894

Napoleone Colajanni - Saggio sulla rivoluzione di Carlo Pisacane

1905

RIVISTA POPOLARE - Spedizione di Carlo Pisacane e i moti di Genova

1895

Carlo Tivaroni - Storia critica del risorgimento italiano (cap-VI)

1899

PAOLUCCI ROSOLINO PILO memorie e documenti archivio storico siciliano

1901

GIUSEPPE RENSI Introduzione PISACANE Ordinamento costituzione milizie italiane

1901

Rivista di Roma lettere inedite Pisacane Mazzini spedizione Sapri

1904

LUIGI FABBRI Carlo Pisacane vita opere azione rivoluzionaria

1908

RISORGIMENTO ITALIANO - Giudizi d’un esule su figure e fatti del Risorgimento

1908

RISORGIMENTO ITALIANO - Lettera di Carlo Cattaneo a Carlo Pisacane

1908

RISORGIMENTO ITALIANO - I tentativi per far evadere Luigi Settembrini

1911

RISORGIMENTO ITALIANO - La spedizione di Sapri narrata dal capitano Daneri

1912

 MATTEO MAZZIOTTI reazione borbonica regno di Napoli

1914

RISORGIMENTO ITALIANO - Nuovi Documenti sulla spedizione di Sapri

1919

ANGIOLINI-CIACCHI - Socialismo e socialisti in Italia - Carlo Pisacane

1923

MICHELE ROSI - L'Italia odierna (Capitolo 2)

1927

NELLO ROSSELLI Carlo Pisacane nel risorgimento italiano

1937

GIORNALE storico letterario Liguria - CODIGNOLA Rubattino

1937

GIORNALE storico letterario Liguria - PISACANE Epistolario a cura di Aldo Romano




Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










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