Eleaml - Nuovi Eleatici

Carlo Pisacane, il «romito» di Albaro (Zenone di Elea - Giugno 2024)

PISACANE E LA SPEDIZIONE DI SAPRI (1857) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO

GUERRA COMBATTUTA IN ITALIA

NEGLI ANNI 1848-49

NARRAZIONE DI CARLO PISACANE

Le rivoluzioni materiali riescono,

allorché l’idea motrice è già

divenuta popolare.

GENOVA

PER GIUSEPPE PAVESI EDITORE

MDCCCLI

I - OPERAZIONI IN LOMBARDIA II - OPERAZIONI NEL 'TIROLO III - OPERAZIONI IN LOMBARDIA IV - OPERAZIONI NEL VENETO
V - OPERAZIONI IN LOMBARDIA VI - OPERAZIONI NELL’ITALIA CENTRALE VII - OPERAZIONI NEL VENETO VIII - OPERAZIONI IN LOMBARDIA
IX - OPERAZIONI IN LOMBARDIA X - RITIRATA DELLE TRUPPE LOMBARDE XI - FATTI DARMI NEL VENETO ED ALLA DESTRA DEL PO XII - OPERAZIONI IN SICILIA
XIII - AGITAZIONE NELL’ITALIA CENTRALE CAMPAGNA DEL 1849
I -  OPERAZIONI IN PIEMONTE
II - OPERAZIONI IN LOMBARDIA III - OPERAZIONI IN SICILIA
IV - OPERAZIONI NELL’ITALIA CENTRALE V - ASSEDIO DI ROMA VI - ASSEDIO DI VENEZIA VII - CONSIDERAZIONI

PREFAZIONE

Le varie spiegazioni che i diversi partiti hanno dato ai fatti più notevoli di questi due ultimi aiuti; i documenti rinvenuti; le conseguenze che risultano da uno stretto e logico esame; possono condurre ad una certezza nelle osservazioni, la quale se non è assoluta, è tale almeno da non potersi confutare senza prima rinvenire altri documenti ed altre prove che rischiarino alcuni punii coverti ancora dal velo del mistero.

Il progresso mira ad agguagliare tutte le classi, ed a proclamare la sovranità del dritto. Le rivoluzioni segnano i punti trigonometrici sul vasto campo delle umane vicende.

La tirannide opprime i popoli, e beata si gode delle sue usurpazioni, finché il progresso lento ma continuo delle idee comincia a richiamare l’attenzione di quelli sul peso delle proprie catene; e siccome sono sempre ribadite dalla menzogna, lo spirito umano si attiene alla prima idea o credenza che ricalcitri alla causa del despotismo, poco curandosi di esaminarla. Un nuovo errore distrugge l'antico, e su di esso si eleva nuora tirannide, destinata a percorrere il medesimo ciclo. In tal modo avendo per assintoto il vero, la cicloide del progresso continua il suo corso.

Gli schiavi furono francati dalla formola della fratellanza evangelica, lo stato misero, l’ignoranza in cui vivevano, fece loro accettare tutte le cose predicate da uomini, i quali o videro la necessità d’ingannarli per loro salvezza, o erano essi medesimi illusi. Ma educate le masse a credere e non ragionare, gli scaltri tosto le padroneggiarono, ed alleandosi con la forza, il cattolicismo, il privilegio, ed il trono formarono la nuova tirannia sostenuta dall'arma medesima che aveva abbattuta l’antica; la fede.

Lutero cominciò a scrollare il nuovo edilizio, sostituendo all'autorità il libero esame; i filosofi del secolo decimottavo gli diedero il crollo. Ma quei filosofi benché di vaste cognizioni, di acutissimo ingegno e di animo forte, dovettero soggiacere all’influenza della società in cui vivevano, né poterono internarsi nei profondo delle loro dottrine.

Essi misero in mostra l'impossibilità delle massime evangeliche, sparsero il ridicolo sulla fede e ridonarono all’uomo la libertà che gli aveva rapito l’impostura. Spezzarono così un’ignobile freno ma senza crearne un novello. Il socialismo fondato sul rutile di ciascuno, e non già sull'abnegazione ed il sacrifizio, non cadde sotto i loro sensi. I loro lumi furono inviluppati dalla nebbia che li circondava, e l’egoismo rimase sbrigliato affetto. E perciò una società inegualissima si ricostituì sulla lotta, la libertà, la concorrenza; quindi nuova tirannide al vertice di questo altro ramo della curva. La classe media che aveva compila la rivoluzione, potente ili mente e di mezzi, oppresse il popolo che mancava di tutto.

L’era nuova verso cui ci avviciniamo a gran passi ridurrà l'immensa e putrida macchina governativa alla sua più semplice espressione; il popolo non delegherà più, né potere, nò volere. Il solo sostegno del governo sarà l'opinione pubblica. Il genio e destinato a servire il popolo co’ suoi lumi, ed ottenere non altro compenso che l'accettazione delle sue idee.

L’Italia soggiacque alla rivoluzione dell'89, e debolissima come era rimase preda dei forti. La classe media che avea quasi da per tutto acquistata la supremazia restò in Italia sotto il più crudo despotismo. La nobiltà, che si trovò già in parte assorbita dai troni, venne distrutta. Gli avanzi di queste famiglie, parte si rifuggirono nelle anticamere delle corti, parie si confusero con la classe media. I primi costituiscono, ove è corte italiana, la sedicente aristocrazia, legata al trono non già per grandi interessi, ma per ignoranza ignavia. La borghesia voleva esistere, essa rappresentava la nazione, e da lei uscirono filosofi, cospiratori, e martiri. Costoro oppressi dal despotismo non ebbero campo sufficiente a spiegare l’ingegno, e come pensatori rimasero interdetti. Essi furono e sono i propugnatori della rivoluzione dell’89, meno il sangue, ed i proclamatori delle forinole di diciotto secoli fa, mascherate con altre parole. Infine hanno predicato e predicano il progresso, proponendo come mezzo le antiche massime del Vangelo, e come fine la costituzione delli 89, già trasformata in tirannide; Queste sterili dottrine non poterono generare concetto Veruno, ma inorpellate da belle parole, ridotte a forma di poesia, preoccuparono i cuori sensitivi della gioventù italiana, la quale in quelle mistiche declamazioni unicamente imparava l’odio contro il passato, che in tutta la forza delli abusi era riassunto e rappresentato dai governi. Si fecero a cospirare, e come cospiratori spiegarono maggiore abilità di quello che non avevano mostralo come filosofi. Ma tutti i moti iniziati in Italia dopo il quindici, più o meno vasti, caddero lutti, dappoiché essi attaccavano la forma del despotismo e non già il despotismo medesimo. La parola democrazia, di cui si servivano, suonava, per essi il regno della borghesia, la. quale benché oppressa politicamente, regnava per la costituzione sociale; quindi si trattava di transazione o di cambiamenti d’individui. Ma i tirannelli d’Italia, protetti dall'Austria, erano troppo forti perché potessero essere abbattuti da un movimento, il quale non si comunicava alle masse. Per tal guisa la classe media che in Francia opprime ed avvilisce la nazione, in Italia in vece diede nobilissime vittime. Intanto ad ogni loro conato, e ad ogni vittoria, il despotismo infieriva e diventava più ingordo; quindi maggiormente si fortificava nei cuori l’odio contro di esso, e cominciava a passare nelle masse, le quali forse non comprendevano quello che dalli agitatori si voleva, ma cominciavano a sentire il bisogno di migliorare. La formola, la parola di questo futuro non esisteva ancora nelle menti.

L’Austria continuava a concentrare il potere, ed incurvava cosi un arco di acciaio, non prevedendo la reazione della sua elasticità. I lombardo-veneti intesero di essere italiani, appena l’Austria volle che fossero tedeschi. La parola Nazionalità percorse da un estremo ali altro d’Italia, ed i bisogni materiali del popolo, i desiderii dell'ardente e poetica gioventù, furono espressi do tale parola. Lo straniero fu additato da tutti come la causa di ogni male.

Era in questo stato l’Italia, allorché a Gregorio XVI successe Pio IX; eletto a Papa, dappoiché il Conciare preferì la dappocaggine di Mastai all'astuzia di Lambruschini. Accorato il nuovo Pontefice della fredda accoglienza del Popolo e vago d’applausi, cercò accarezzarlo con perdoni e piccole riforme amministrative. Il popolo dapprima si riuniva in piazza per applaudire, quindi si riunì per chiedere, e papa Mastai principiò suo malgrado ad essere travolto dal torrente che egli medesimo aveva disarginato. I ricchi Lombardi vedevano addensarsi la bufera e n’erano tremanti. Se gli ardenti desiderii della gioventù italiana, essi dicevano, alleali coi bisogni della plebe si traducono in fatti, quale forza tutelerà le nostre usurpazioni? Senza volerlo essi vedevano più in la del popolo stesso. L'usurpatore sente ii bisogno di difendersi, prima che l'usurpato pensi a vendicarsi. In cerca di un rimedio rivolsero il pensiero al Re Sabaudo, le cui antiche velleità additavano come ambizioso. Derisi dapprima da quel Re, ne ottennero poi vaghe promesse; forse perché riuscirono a persuaderlo dei vantaggi che prometteva l'impresa; o perché in tal guisa credè il Monarca allontanare dai suo Trono i pericoli che minacciavano gli altri principi d’Italia; ed anche pensò di sviare gli spiriti dall’azione, alimentandoli di una vana speranza.

Ottenuto queste promesse, le più scaltre volpi dell’italiana aristocrazia si sparsero per le Romagne, visitarono Roma e Toscana, ordirono più vasta relè. in Lombardia e da per tutto riuscirono, né la cosa f»oteva succedere altrimenti; dappoiché non eravi concetto veruno nella mente del popolo, anzi i suoi desiderii espressi nella parola Nazionalità non escludevano il concorso di un principe italiano. Tutte le menti, tutte le speranze d’Italia furono quindi rivolte verso Carlo Alberto ed il suo esercito. In Lombardia i ricchi seppero sì bene approfittare della buona fede del popolo, che questi quasi si gettò nelle loro braccia, e già come uomini del nuovo potere si additava un Casati, un Borromeo, un Durini.

Così gl'italiani divisi dal despotismo erano unificati dall’odio che esso inspirava. Mancanti di idee motrici, furono spinti al moto dalla pressione che esercitavano su di loro i tiranni.


vai su


TEATRO DELLA GUERRA

La cresta delle Alpi; ammasso di granito che sorse dal primitivo Oceano e spinse le sue discordi ed irregolari cime ad altezze sterminate, curvandosi in un semicerchio che volge la sua concavità ad austro; e la cresta delli Apennini che surse con eruzioni meno efficaci, e più depresse cime lungo il diametro del semicerchio delle Alpi, quindi a poca distanza dal centro incurvandosi, si diresse verso scilocco; formano una linea di uno sviluppo di circa 1500 miglia, che traccia la principale separazione delle acque in Italia.

Queste acque, correndo al mare, parie alimentate perennemente dalle ghiacciaie delle Alpi, altre arrestate da ostacoli insormontabili, e sparse però in profondi laghi d'onde sgorgano con più limpide onde, altre infine precipitandosi per le dirupate è ripide pendici delli Apennini, squarciarono il dorso dei monti nelle numerose vallate che costituiscono la terra Italiana.

L'Italia può considerarsi divisa in due parti; la continentale e la peninsulare. La prima comprende il bacino del Po ed il Veneto, e scarica tutte le sue acque nel golfo di Venezia. L'altra vien divisa dalli Apennini nei due bacini del Tirreno e dell'Adriatico. La parte continentale dell’Italia è circoscritta in un semicerchio che ha la cresta delle Alpi per circonferenza; una linea che unisce te bocche del Varo e dell’Isonzo come diametro, e Parma come centro.

Le Alpi, chiostra che la natura pose a difesa d’Italia, versano da un Iato te loro acque nel golfo di Venezia, e dall’altro fanno acquapendenza a più lontani mari. Esse si dividono in vari gruppi. Le Giulie, le Noriche, le Retiche, e le Lepontiche formano il primo di questi gruppi, partendo da oriente, il cui nodo dominante è quello del Gottardo, e dividono la valle del Po da quella del Danubio e del Reno; le Alpi Noriche, da cui sorgono la Drava e la Mura, si protendono fin sotto Vienna, e sono come una seconda linea delle Giulie. Le Alpi Pennine, Graie e Cozie, fra le quali torreggia la canuta cima del Monte Bianco che domina l’Europa, dividono la valle del Po da quella del Rodano. Finalmente le Alpi Marittime dividono, la valle del Po dal mare; ma esse non seguono più lo sviluppo della semicirconferenza, e si volgono indentro, quasi tangente al Varo, fiumana che compie la frontiera verso Francia, e specchiano nel mare le loro falde, le quali comprendono la contea di Nizza. Alla sorgente della Bormida ove sono le cime più depresse di questo gruppo cambiano il loro nome in quello di Apennini, e la catena che si snoda, col nome particolare di A pennino Ligure, sviluppa le sue, giogaie in un areo che circonda il mar Ligustico, e versa le acque in questo mare e nel Po.

Dalle Alpi si distaccano delle catene di monti, di altezza e costruzione alpina, ma siccome le acque dei loro versanti corrono tutte nel golfo di Venezia, prendono il nome di Alpi interne o Prealpi. La principale catena delle Prealpi è la Camonia; la quale dalle sorgenti dell’Adige si protende verso mezzogiorno in vari fasci di eccelse cime, che vanno sempre deprimendosi, e prendono i nomi, di Stelvio, Tonale e Prealpi Tirolesi. Le acque del versante orientale di, questa catena si gettano nell’Adige, e quelle dell’occidentale nell’Adda, nell'Oglio, e nel Chiesi, valli separate fra di loro da creste che si distaccano dalla catena Camonia. La prima di queste creste è l'Oribia, la quale corre in direzione parallela alle Alpi Reliche, lasciando frammezzo la Val-Tellina, o la valle dell’Adda, e dividendo questa dalla valle dell’Oglio, o Val-Camoniea. Un altro ramo biforcuto, divide la Val-Camonica, da Val-Chiesi, aprendo nel suo mezzo il corso al Mella o Val-Trompia. Tulle le altre catene delle Prealpi, dall’Adige all’Isonzo, dall’Adda alla Dora, non fanno che accompagnare e dividere le loro acque, le quali si gettano nel golfo di Venezia e nel Po.

Nel sistema di montagne, dominate dal MonteViso, sorge il Po che traversa le fertili pianure del Piemonte e della Lombardia, e correndo quasi parallelo alla catena delle Alpi si getta nel golfo di Venezia dopo aver raccolto, con corsi quasi adesso perpendicolari, le acque delle Alpi e delli Appennini che circondano il suo bacino. I principali fiumi che riceve il Po dalla sua sponda sinistra, sono: la Dora, la Sesia., il Ticino, l’Adda, l’Ogtio, il Chiesi ed il Mincio. E dalla destra: il Tanaro, la Bormida, la Scrivia, la Trebbia, il Panaro ed il Reno.

Al di la del Mincio, l’Adige, la Brenta, la Piave, il Tagliamento e l’Isonzo; sono le principali fiumane che gettano le acque delle Alpi parte nel mare, e parte nella laguna.

Fra tutti questi fiumi l'Adige è quello la cui vallata è della maggiore importanza militare. Esso ha lo sue fonti nelle Alpi Retiche e corre da occidente ad oriente quasi parallelo al corso dell’Inn, che raccoglie le acque dell’altro versante, bagna Prod, tagliando la comunicazione che unisce la valle dell’Inn con quella dell'Adda pel passo dello Stelvio. A Merano s incurva, è si dirige verso mezzogiorno. Bagna Bolzano ove riceve dalla sponda sinistra il Reinz che apre la comunicazione fra la valle dell’Adige e quella della Brava. Scorre in seguito fra sponde depresse, e riceve dalla destra il None che unisce la sua valle con quella dell'Oglio pel passo del Tonale. Quindi bagna Trento, d’onde una strada rotabile, per la valle della Sarca, mette in Val-Sabia, o Val-Chiesi. Da Trento scorre stretto fra dirupate sponde sino a Verona, poi correndo quasi in piano difende la forte posizione di Caldicro, che chiude la comunicazione di Verona a Vicenza, riceve dalla sinistra l’Alpone che traversa le paludi di Arcole, e quindi dopo aver bagnato Legnago, s’impaluda anch'esso e si getta nel mare. Le comunicazioni le quali seguono le valli dell’Adda, dell’Oglio, del Chiesi, menano a Lecco, a Bergamo, a Brescia. Ma l’importanza strategica di esse è distrutta ogni qual volta si è padroni dell'alto Adige che le taglia tutte trasversalmente. Due comunicazioni discendono lungo la destra dell'Adige: l’una segue la cresta dei monti, passa per la Corona, fra Monte Baldo e Monte Magnone che la separano dal lago di Garda e dal fiume, quindi si sviluppa nella valle del Tasso, influente dell'Adige, ed ivi è dominala dall’altipiano di Rivoli. L'altra costeggia il fiume, e giunta ad Incanale, monta con una rampa sullo stesso altipiano di Rivoli, chiave però di tutto il paese fra il lago ed il fiume. Dietro di Rivoli le due comunicazioni si uniscono, e raggiungono la strada che unisce Verona e Peschiera. Finalmente un’altra strada segue la sinistra dell'Adige ed unisce Trento a Verona. Dal monte Tonalo sorge la Sarca, la quale si apre una selvaggia vallata attraverso le Prealpi tirolesi; giunta a Riva si spande nel lago di Garda, da cui esce col nome di Mincio. I monti, dopo aver circondalo il lago accompagnano il Mincio con le loro ultime ondulazioni, le quali spingendosi mollo avanti formano un saliente di una linea parallela al Po, che traccia il piede di tutta la parte montuosa dell'Italia commentale. Questo saliente domina tutta la pianura compresa fra il basso Chiesi l’Adige ed il Po. Sulla sinistra del Mincio, Sona, Somma-Campagna e Custoza sono le cime dominanti del saliente che vanno a perdersi con le ultime ondulazioni a Feniletto e Fenilone. Sulla sponda destra i punti dominanti sono Castiglione, Cavriana, e Volta e vanno perdendosi sino a Goito. Questi monti, questo lago, questi fiumi, e le quattro piazze forti di Peschiera, Mantova, Verona e Legnago, formano del terreno compreso fra l’Adige ed il Chiesi una vasta piazza d’armi, o campo trincerato, chiave dell'intero bacino del Po.

Le due strade, l'una che dall’Adige mena al Chiesi partendo da Verona, e passando per Peschiera e Danzano, e l’altra che passa per Legnago e Mantova, tracciano coi due fiumi un quadrilatero di circa 560 miglia quadrale; nel quale si è sempre disputato e si disputerà dalla Germania (salvo casi eccezionali) il possesso dell’Italia settentrionale. Questo quadrilatero è intersecato da numerose comunicazioni, che parte traversano la pianura, parte le alture. Esse tagliano il Mincio a Monzambano, Bozzolo e Coito che dalla sponda destra dominano la sinistra; ed a Salionzo e Valeggio che dalla sinistra dominano la destra. Le colline le quali formano il detto saliente, di cui il Mincio può dirsi la capitale, difendono immediatamente, o con una posizione di fianco, tutte queste comunicazioni che traversano il quadrilatero.

Se consideriamo la sola vallata del Po ed il Veneto come teatro della guerra, allora due eserciti possono la prima volta urlarsi in una direzione qualunque; ma nel seguito delle loro operazioni essi dovranno assolutamente stabilire le loro basi l’una ad oriente l'altra ad occidente, ed operare secondo la direzione dei Po. Un esercito che parte da occidente, giunto all'Adige è minacciato di esser giralo per le valli dell’Adda, dell’Oglio e del Chiesi; quindi per mantenersi in tale posizione, o spingere avanti le masse, bisogna Che occupi con un corpo considerevole l’alto Adige; salvo il caso in cui si abbia la certezza che il nemico manchi di. forze (come nel 1848). Un tale esercito spostalo dall'Adige, per arrestare strategicamente la marcia vittoriosa del nemico bisogna che passi il Po; e le sue ultime operazioni difensive saranno nella valle della Scrivia che unisce Alessandria a Genova.

Un esercito operante, da oriente ad occidente, non può oltrepassare la Sesia senza esser padrone di Alessandria e della valle della Scrivi», altrimenti esporrebbe le sue comunicazioni. Se tale esercito è obbligato ad un movimento retrogrado, strategicamente bisogna che retroceda sino a Cremona; quindi troverà sull’Adige una valida posizione difensiva; ma spostato da questo fiume esso potrà essere giralo per le valli del Rienz e della Drava; e però se gli sta incontro un nemico molto superiore bisogna che passi le Alpi. Se poi consideriamo come teatro della guerra l'Italia tutta, allora diverse sono le combinazioni che offre la sua topografia.

Le Alpi come una muraglia di granito la cingono, e dietro di esse il Po forma la seconda barriera che la natura pose a difesa della penisola.

L’importanza. militare delle Alpi è mollo scemata da che la civilizzazione le traversò con numerosi e facili passi. La stagione invernale li rende quasi inaccessibili, ma liquefatte le nevi, un’armata non incontrerà grandi ostacoli per valicarli. Egli è vero che tutti questi passi offrono delle posizioni in cui una truppa parata difesa potrà tener lesta ad un nemico mollo superiore, ma è cosa, ben difficile l’accertarsi quale dei tanti passi sceglierà il nemico; difenderli tutti sarebbe disegno rovinoso affatto.

Supponghiamo la Svizzera neutrale, e gl'italiani decisi all'offensiva. L’invasione straniera sarà possibile solo da occidente ed oriente; nel primo caso bisognerà passare le Alpi ed occupare Montmeillan nella vallata dell'Isèr, osservando il Varo con un forte corpo d’esercito. In tal modo gli italiani minaccerebbero le comunicazioni di un nemico che tentasse attuare l'invasione senza dar battaglia. Nel secondo caso bisognerà spiegarsi sulla Prava, fra Willach e Klagenfurlh, padroneggiando l’alto Adige con un considerevole corpo d'esercito.

Se poi venisse adottata la difensiva, allora la parte occidentale si difenderebbe concentrando le forze a Torino, d'onde muoverebbesi incontro al nemico appena conosciuto il luogo del suo passaggio, mentre un corpo d'esercito difenderà la valle della Bormida fra Carcaro e Dego, onde arrestare il nemico che girasse le Alpi, e dar tempo a tutte le forze di accorrere. La concentrazione delle forze, per difendersi da un’invasione dalla parte orientale, deve operarsi nella valle dell'Adige. Il grosso delle forze in Verona, ed un corpo d'esercito nell'Adige superiore.

Dando poi al teatro della guerra il suo pieno sviluppo, supponendo l’invasione possibile per tutto il giro delle Alpi, in tal caso Torino, Milano, e Verona debbono essere i quartier generali di tre eserciti, che debbono tenersi pronti ad operare concentricamente sul nemico più vicino.

L’Italia peninsulare è divisa dalli Apennini in due. bacini; dell’Adriatico e del Tirreno, in ognuno dei quali una lunga comunicazione longitudinale mena sino al fondo delle Calabrie. Esse sono unite fra loro da varie strade trasversali che aprono la comunicazione fra i due mari, e dividono questa parte d’Italia in tanti tronchi simili, che si prestano egregiamente ad una guerra difensiva, conservando sempre i’ iniziativa strategica.

Giunta la catena delli Apennini nella Basilicata, forma l'altipiano Irpino, che arcuato intorno al mar Ionio versa in esso le acque, e dagli estremi di tale arco partono due rami. L’orientale con cime depresse, ed aspetto ubertoso s'interna nelle Puglie. L’occidentale conservando la sua selvaggia natura si protende, dividendo il mare Ionio dal Tirreno, sino allo stretto di Messina, e comprende ne’ suoi dorsi le tre Calabrie. Ivi la distanza fra i due mari si restringe, e le due comunicazioni longitudinali si riducono ad una, clic, seguendo quasi la cresta dei monti, mena a Reggio per Campo-Tenese.

Le principali vallate del Bacino del Tirreno sono:

L’Arno, il quale sorge nelli Apennini, e propriamente dall’alta montagna di Falterona; corre serpeggiando da maestro a scilocco, e da scilocco a maestro, quindi volge a ponente, e bagnando Firenze e Livorno si getta nel mare.

Il Tevere trova le sue fonti non fontane da quelle dell’Arno, sui fianchi del monte Fumaiolo. Le sue onde sono ora impetuose, ora placide, ora maestose, torbide sempre; e correndo in una direzione quasi da austro a borea, volge poi a ponente, bagna Roma, si impaluda, e poi sbocca nel mare.

Il Garigliano vieti formato dalle due fiumane, il tiri ed il Sacco; corre verso mezzogiorno e poi volgendo a ponente raggiunge la sua foce.

Il Volturno trova le sue fonti vicino d'Isernia, corre verso borea, riceve dalla sponda sinistra il Calore, volge a ponente, e giunge al mare dopo aver bagnato Capua.

L'Alerno è la principale vallata del bacino dell'Adriatico, il quale sorge nel gruppo delli Apennini ove torreggia la cima più elevata di questa catena: il gran sasso, d’Italia. Scorre verso borea, lambendo il piede della catena principale, e raccogliendo le acque delle ripide pendici di un’altra catena secondaria che costeggiala sua sponda sinistra e chiude così la vallata dell’Aquila. A Popoli riceve il Gizi, volge a ponente, e col nome di Pescara raggiunge il mare.

Il rimanente delle acque, che dai dorsi dell'Apennino corrono al mare, sono di poca importanza. Torrenti quasi tutti guadabili, ad eccezione dei momenti di piena, in cui divengono pericolosi non già per la loro profondità, ma per l’impeto della corrente che travolge dei massi di rocca di significante mole.

Un esercito italiano respinto sulla destra del Po, troverà sull’Arno la sua prima base difensiva. Essa appoggia le ali al mare ed alli Apennini che ne difendono anche la fronte, e minaccia le comunicazioni del nemico il quale tentasse spingersi nelle Romagne.

Spostato l’esercito dalla linea dell’Arno, l’alto Tevere è la sua nuova base, e Foligno il perno strategico delle sue operazioni; d’onde, conservando l’iniziativa strategica, potrà con egual facilità minacciare tanto l’uno, quanto l’altro versante delli Apennini.

La terza base è quel gruppo di monti dai quali sgorgano il Sangro ed il Volturno, e Popoli il perno strategico delle operazioni che difenderanno gli Abruzzi, il cui possesso minaccerà, con una posizione di fianco, un nemico il quale commettesse l’errore di avanzarsi pel bacino del Tirreno.

Costretto a retrocedere, bisogna che sì spieghi sul basso Volturno e sul Calore, base simile a quella scelta sull’Arno, la quale coprirebbe Napoli, e minaccerebbe le comunicazioni di un nemico che avanzasse nel bacino dell’Adriatico.

Spostato l’esercito anche da questa base, il suo stato non dovrà certamente essere troppo florido; quindi cominciando la sua difesa sul Sile, per poi ritirarsi nelle Calabrie, la sua distruzione sarebbe inevitabile; dappoiché nelle Calabrie il fronte strategico, ristretto quasi al fronte manovra , l’obbligherebbe a sostenere l’urto diretto di un nemico baldanzoso per tonte vittorie. Epperò in questo estremo periglio non avvi altro partito se non quello di formarsi sul rialto Irpino, ivi raccogliere tutte le risorse che potrebbero ottenersi dalle Puglie e dalle Calabrie, e quindi riprendere un’ardita offensiva pel bacino dell’Adriatico.


vai su


MOTI INSURREZIONALI

Insurrezione in Reggio e Messina (29 agosto 1847) — Sollevazione della Sicilia (12 gennaio 1848) — Reggimento costituzionale in Italia — Sollevazione del Lombardo-Veneto (18 marzo).

Le cagioni narrate facevano fremere l’Italia dalle Alpi al Lilibeo, ed il suo fremere strappava ai principi continue concessioni. Il solo Borbone di Napoli era il più saldo, e si mostrava avverso a qualunque miglioramento, asserendo che le leggi delle due Sicilie erano tanto superiori a quelle delle altre parti d’Italia, che nulla vi era a riformare. Egli parlava il vero, ma appunto perché queste leggi non favorivano pienamente il sistema del Governo, più dura si sentiva la tirannide, più profonda era la corruzione; ed un libretto avente per titolo Protesta del popolo delle due Sicilie, noto in Italia anzi in Europa, frutto della penna di egregio scrittore, dipinse a vivi colori il misero stato delle popolazioni siciliane. L'Autore di esso conchiudeva con i pochi versi che riportiamo, i quali poligono a nudo le sceleraggini di quel Governo.

«Chi non è tra gli oppressori si sente da ogni parte schiacciato dal peso della tirannia di mille ribaldi, e la pace, la libertà, la sostanza, la vita degli uomini onesti, dipendono dal capriccio, non dico del Principe o di un Ministro, ma di ogni impiegato, di una baldracca,d’una spia,d'un birro,d’un gesuita, d'un prete.

Domenico Romeo di Calabria, uomo di mente e di azione, avea ordito una vasta congiura, la quale si estendeva quasi per tutto il regno. Il 29 agosto 1847 si iniziò il moto col grido di viva Italia, e nel piccolo comune di S. Stefano sventolò la bandiera Italiana. Da S. Stefano i liberali marciarono su Reggio, ed intimarono la resa ad un castello, nel quale si erano rifuggiti le Autorità ed il presidio. Il castello fu reso, la poca guarnigione depositò le armi, ed il comune di Gerace segui l'esempio di Reggio.

Intanto nel tempo medesimo il Governo scovriva in Palermo le file della cospirazione, e vi faceva numerosi arresti.Questo produsse scoraggiamento, e cambiò lo spirito di vari corpi militari iniziati in essa. L’insurrezione simultanea mancò, e la sola Messina rispose al moto delle Calabrie. Il 1.° settembre una mano di giovani generosi percorse la città gridando viva Italia, viva Pio IX; ebbe vari scontri con le pattuglie, e non secondata fu dispersa.

Il Re avuto contezza del movimento di Reggio, vi spedì due fregate a vapore con due battaglioni e quattro pezzi di montagna; le due fregate comparvero il 5 settembre in quella rada,mentre una forza doppia di questa era di già sbarcata parte a Paola e parte al Pizzo.I liberali vedendo impossibile il sostenersi a Reggio si ritirarono nell’interno per unirsi agli altri e per spandere il movimento. I due vapori, dopo aver cannoneggiala l’inoffensiva città sbarcarono la truppa, che senza ostacolo prese possesso di Reggio. I liberali dopo aver atteso invano il movimento delle altre province, si dispersero. Domenico Romeo si nascose nelle montagne, le guardie urbane Io scoprirono, l’attaccarono, e nel conflitto rimase morto. Gli venne recisa dai regi la testa, ed un parente di lui fu costretto a ghermirla pe capelli e mostrarla grondante di sangue agli abitatori di Seminara. Mille trecento cittadini furono arrestati, sessanta condannati, di cui ventuno alla pena capitale, e di questi nove uccisi sul sito, gli altri inviati all’ergastolo. Le Calabrie davano le prime vittime Italiane, ed il Borbone versava il primo sangue.

_________

Non vi è dubbio alcuno, che il popolo delle Due Sicilie soffre in Italia la più cruda e bassa tirannia, ove peggio che i stranieri si comportano i satelliti del Borbone. Quindi era naturale che il moto italiano fosse iniziato dal popolo siciliano, il più ardente d’Italia, il più oppresso, ed il più lontano dal centro d’onde gli Albertisti spandevano le loro moderate e palliative fila.

In Palermo il popolo non cessava mai dal domandare concessioni al governo, e dal reclamare la costituzione del 12 giurala da casa Borbone. Ma il generale Vial non rispondeva se non con atti di violenza, a tale domanda. Allora un. proclama apparve in cui il popolo minacciava di sollevarsi all’alba del giorno 12 gennaio, se non vedeva per quell’epoca esaudire le sue brame. Il governo fu sordo ed il 12 i Palermitani porsero alle armi. La sera la truppa fu costretta a sgombrare da molti luoghi. Il luogotenente generale Majo, ed il Vial si ritirarono nel palazzo reale ed in S. Giacomo, con un reggimento della guardia, un reggimento di linea, ed un reggimento di dragoni. Un’altra brigata di fanteria si ritirò ai Quattro venti. Vari altri edilizi erano conservali dalla truppa, come l’Ospedale civico, il Noviziato, e S. Elisabetta. Il giorno 14 si formarono alcuni comitati per dirigere il popolo, e prendere le redini del governo durante l’insurrezione. Nel giorno medesimo un distaccamento di regi che presidiava Monreale, piccolo villaggio vicino Palermo, fu disarmato. Lo stesso avvenne ad un altro distaccamento alla Bagheria, d’onde una mano di popolo armato corse in aiuto di Palermo — 11 Re faceva immediatamente partire dieci fregate a vapore, sulle quali imbarcò una divisione forte di 5 a 6000 uomini comandata dal generale Desauget. Questa divisione la sera del lo sbarcò e prese posizione a Quattro venti, riunendosi con l’altra brigata di fanteria che già vi si trovava. Desauget non volle infierire contro il popolo, si limitò solamente ad aprirsi to comunicazioni col palazzo reale, e soccorrere con viveri e munizioni la truppa che vi era. Lo stesso giorno (15) il forte di Castellammare principiò il bombardamento, gettando una bomba ogni 5 minuti. Contro tale misura il corpo consolare protestò il 19; ma la sua protesta rimase senza effetto. Il generale Majo intanto si diresse al comitato governativo in Palermo onde conoscere i desiderii del popolo, e n’ebbe la Seguente risposta: «Il popolo non deporrà le armi, né cesserà le ostilità, se non quando la Sicilia, riunita in Palermo in generale parlamento, adatterà ai tempi la costituzione che da molti secoli ha posseduto, che sotto l'influenza della Gran Brettagna fu riformata il 1812, e che col decreto degli 11 decembre 1816 fu implicitamente confermata.»

Tali trattative non conducevano a veruno risultato. Le scaramuccia continuavano giornalmente; il 25 il popolo si rese padrone del Noviziato, il 25 prese le due posizioni dell'Ospedale civico e di S. Elisabetta, d'onde il palazzo reale cominciò ad essere bersagliato dalla moschetteria e da una batteria costruita sul baluardo di Porta Montalto.

Il tenente generale Majo, dopo aver riunito in un consiglio di guerra tutti i generali, stese un processo verbale, dal quale risultava che la mancanza di viveri e munizioni, ed il morale del soldato affatto avvilito, lo costrinsero a ritirarsi, incaricando un officiale superiore di confidare alla generosità del popolo le famiglie ed i feriti che rimanevano. I cannoni furono inchiodali, ed i regi diedero le spalle al palazzo non senza soffrire gravi danni durante la ritirata.

I palermitani occuparono immediatamente il sito abbandonato, ripristinarono in uso i cannoni, e vi raccolsero delle munizioni da guerra. La truppa del Borbone, occupava ancora nella città la fonderia ed il palazzo delle finanze. La prima fu presa dopo una ostinata resistenza operala dai gendarmi. Il secondo dopo molto combattere di un battaglione che lo difendeva.

Il popolo era padrone della città, la truppa avea sgombrato da per tutto, il Re avea perduto le speranze d’inviare rinforzo atteso il fermento che si manifestava in tutta la popolazione del regno. Il giorno 27 Desauget chiese al popolo d’imbarcarsi senza molestia; ma il comitato rispondeva che quelle medesime truppe potendo rovesciarsi sulle altre parti della Sicilia, o su Napoli per combattere il popolo,con cui i Siciliani avevano causa comune, non potevano permettergli impunemente l’imbarco senza certe condizioni che avessero compensato questi mali, cioè:

1.° Rendere i dieci siciliani che il 10 gennaio erano stati imprigionati per semplice sospetto. 2.° Consegnare le prigioni per custodire i condannati, e porre in libertà quelli che ingiustamente vi si trovavano. 3.° La resa del castello. Desauget rispose non potere accettare questi patti, e dopo avere aperte le prigioni diede le spalle alla città.La truppa era in completo disordine: passando per un villaggio detto Bocca di Falco i soldati si abbandonarono al saccheggio; ma quei prodi abitanti corsero alle armi, li attaccarono, e li sbaragliarono.Dopo tre giorni di penosa e disordinata marcia, la truppa s’imbarcò alla riva di Solanto, avendo perduto varie migliaia d’uomini, quattro pezzi di artiglieria ed i cavalli che furono costretti di uccidere sulla spiaggia.

In Messina oltre la guarnigione della cittadella vi era una colonna mobile comandata dal generale Nunziante, che il giorno 25 fece pompa in una rivista delle sue forze, sperando incutere timore alla popolazione.

Ma tale misura inasprì maggiormente gli animi, ed il popolo, silenzioso dapprima, proruppe in gridi di minacce e di scherno nel momento che la truppa rientrava nelle caserme. Da quel giorno l’autorità del Borbone cessò di esistere. Nunziante st astenne da qualunque ostilità, dappoiché conosceva che in Napoli ed in Sicilia gli affari volgevano a mal partito pei regi, e sinò(;)al 29 ebbe luogo una sola scaramuccia fra cintati gendarmi che si ritiravano nella cittadella ed il popolo, al che il forte Real Basso tirò qualche cannonata sulla città!

Innanzi al piano di Terranova, attiguo alla cittadella, mettono capo due strade; l’una (strada d’Austria che direttamente mena al Duomo, l’altra (della Marina) che costeggia il Porto. I regi aveano piazzalo due posti avanzati su queste due strade. Il giorno 29 il generale Nunziante, seguito da molti officiali, erasi inoltrato nella strada d'Austria, spettatore dell'esaltazione popolare e del bello spettacolo che presentava quella contrada essendone i balconi pareti a festa, d’onde un gran numero di donne sventolavono bandiere e nastri tricolori, gridando Viva Pio IX, Viva la Costituzione, e trovavano un’eco fragoroso fra il popolo riunito nella strada.

In questo mentre una numerosa mano di cittadini armati di fucili si avanzò per la strada della Marina verso il piano di Terranova, e fece fuoco sul piccolo posto dei regi, che sbarrandoli il cammino, e rispondendo al loro fuoco li respinse. Allora essi traversando le strade interne irruppero in quella d’Austria, e cominciarono il fuoco contro una compagnia piazzata attraverso la strada. Il generale Nunziante fece ritirare la compagnia, livellò all’estremo della strada due pezzi di artiglieria e cominciò a trarre sul popolo, nel tempo stesso che la cittadella gettò varie bombe sulla città.La notte mise fine al combattere.I regi non conservarono nella città che il suo posto del grande Ospedale, che fu attaccato e preso dal popolo il 30. Nunziante fu richiamato in Napoli, ed il generale Cardamone, al quale rimase il comando delle truppe, abbandonò il piano di Terranova e si restrinse nella sola cittadella.

Catania si agitava sordamente, e varie zaffe ebbero luogo fra soldati e cittadini. Il 25 giunse la corriera di Palermo fregiata del vessillo tricolore. Il popolo elettrizzato a quella vista, percorse festoso la città. Le truppe si ritirarono nel castello, rimanendo una compagnia al collegio dei Nobili, ed. i gendarmi alle carceri. L’indomani il popolo assali il collegio, lo mise a fiamme e trucidò tutti i soldati che lo difendevano. Una sorte eguale subirono i gendarmi. Il forte Ursini dove erasi ritirata la truppa si rese dopo 19 giorni di blocco.

In Trapani la popolazione fremeva alle novelle ricevute da Palermo, e faceva i più grandi sforzi ed i più grandi sacrifizi onde procurarsi le armi, di cui mancava affatto. Mentre era in tale stato di agitazione una banda di armati cittadini comandati da un trapanese, che avea combattuto a Palermo, giunse per soccorrere la città. I regi si ritirarono nel forte, ove il popolo li assali, ma privo di artiglierie non potè ottenere alcun risultato decisivo. Ripristinali in uso alcuni cannoni lasciati dalla truppa e malamente inchiodali, si cominciò a trarre contro il forte, la cui guarnigione fece immediatamente l’offerta di cedere, e dopo brevi trattative il Castello fu sgombro e consegnato ai cittadini.

Mentre il popolo siciliano era il primo in Europaa scuotere l’ignobile giogo ed a colpire di terrore il Borbone, il popolo napolitano si limitava alle dimostrazioni disarmate.Solamente nel Cilento, provincia di Salerno, una mano di generosi percorse il contado spiegando il vessillo italiano. Le simpatie che da per tutto trovò questo drappello, le fecero ben presto ammontare a parecchie migliaia. Questa circostanza, e l'arrivo in Napoli delle sconfitte truppe della Sicilia, le quali erano ridotte in uno stato miserissimo, accrebbero la paura nell’animo vilissimo del despota. Il 27 gennaio verso le 10 del mattino numerosa gioventù fregiala dei colori dell’Italiano vessillo che li precedeva, si fece a percorrere la strada Toledo al grido di Viva la Costituzione. Il tiro d’allarme partito dal Castello nuovo, fu ben presto ripetuto di castello in castello ed il tamburo chiamò la soldatesca alle armi. Il generale Statella fu il primo, seguito da un picchetto di Ussari, che si mosse incontrò alla turba; ma quel esteso e fluttuante campo di 20 mila teste che gli si parava d'innanzi, bastò per mostrargli la possanza del popolo. Statella salì dal Re che, circondato dai figli e dal servitorame, pallido ed esterrefatto attendeva la sua sentenza.Il generale lo consigliò accordare la chiesta costituzione, dappoiché non sicuro sarebbe stato il risultato se si fosse tentala la sorte delle armi. E così la costituzione proclamata il 29 fu quel giorno promessa, ed il popolo giulivo si disperse.

Queste esplosioni popolari partite dalle falde dell’Etna e del Vesuvio sconcertarono il piano dei dottrinari che speravano raggiungere il loro scopo adagio, adagio, e senza mai essere prevenuti dal popolo. Ed essendo interesse vitale per le loro mire che il Piemonte si mostrasse lo stato più avanzato d’Italia nelle istituzioni liberali, Carlo Alberto fu costretto di accordare la costituzione. Quasi nel medesimo giorno anche, il Granduca e il Papa accettavano il principio costituzionale.

I dottrinari con un salto di piè pari si trovarono loro malgrado ad un punto a cui ossi credevano;giungere dopo lunghi andirivieni, e che estimavano come il sommo, delle franchigie che un popolo possa pretendere.

_________

Tutte queste vicende in Italia, la proclamazione della Republica in Francia aveano addensata una tempesta sull’orizzonte; politico del Lombardo-Veneto che Radetzky dal canto suo aveva a tutto potere provocata. L’esercito che esso capitanava si componeva di due corpi d’esercito, di cui l’uno occupava la Lombardia e l’altro il Veneto. Il 1.° corpo era comandato dal generale Wallmoden ed era forte di 28 battaglioni, 20 squadroni, 60 bocche da fuoco. Il 2.° corpo forte di 29 battaglioni, 16 squadroni, 48 bocche da fuoco, era comandato dal generale D’Aspre. L’esercito tutto formava un assieme di 70 a 75,000 uomini, di cui 5 a 6000 cavalieri, e circa 108 bocche a fuoco. Radetzky aveva domandato un rinforzo, e si era ordinata perciò la formazione di un corpo di riserva ad Udine ed i reggimenti che dovevano formarlo erano già in marcia. Il sospetto che inspirava il popolo piemontese e svizzero avea costretto il Maresciallo a distaccare ai contini due brigate, l'una comandata dal generale Maurer occupava il confine di Piemonte, 1. altra dal generale Strassoldo occupava il. confine. Svizzero. Tutto l’esercito poi era sparso nei diversi presidii delle numerose città del Lombardo-Veneto; le forze maggiori si trovavano a Milano (0 a 12,000) uomini, a Venezia (7 a 8000), ed a Padova quartiere generale del secondo corpo (6000).

In Milano era preside il Casati una delle più nulle nullità dell’aristocrazia lombarda. La sera del 17 marzo si seppe l’insurrezione di Vienna, e lo scoppio della tempesta divenne inevitabile. La mattina del 18 marzo il preside Casali, accompagnato, anzi trascinalo dar buona mano di popolo, fu condotto dal vicepresidente O’Donnell a domandare concessioni. Giunta la folla al palazzo governativo un colpo di fucile parti dai granatieri ungaresi di guardia. A questo il popolo si precipita sulla guardia e la disarma, sale dal vicepresidente, lo costringe ordinare l’armamento della guardia nazionale, l’abolizione della polizia, lasciandone le attribuzioni al municipio, e lo conduce prigione. Intanto il vessillo Italiano sventolava per la città. Radetzky dà lungo tempo desideroso d’afferrare un potere illimitato, si dispose tosto a cominciare le ostilità. Il tiro di allarme partì dal castello alle tre, e diede principio alla lotta. Il convoglio di popolo che scortava il Casati e O’Donnell, giunto alla strada del monte fu ricevuto da improvvisa scarica e costretto a riparare nell’attigua casa Vidiserti, chela notte, all’insaputa del nemico, fu quasi il quartier generale dell'insurrezione, che dalla parte dei cittadini si ridusse solo a continue e parziali scaramuccia, impegnate dappertutto nella città ove soldati e milanesi s’incontravano. Il Maresciallo fece ritirare nel Castello tutte le famiglie degli impiegati; e dalla cancelleria militare, ove trovavasi, si ritirò egli medesimo col suo stato maggiore, tanto precipitosamente d’abbandonare le diverse casse delle pubbliche amministrazioni con due. milioni di lire. Quindi cercò concentrare le sue forze e stabilire le comunicazioni fra i vari posti occupati in città.

Il generale Rathi marciò con un battaglione di granatieri alla piazza del Duomo, l’occupò militarmente e guarnì di tirolesi le aguglie del magnifico edilizio. Una brigata comandata dal generale Wohlgemuth occupò il palazzo governativo e le strade adiacenti.Il palazzo della giustizia; del tesoro, del genio militare, molle caserme, tutti gli offici di polizia erano nelle mani della truppa. Alle sei della sera un distaccamento marciò per attaccare il Broletto, i zappatori tentarono inutilmente abbatterne la porta, essi furono quasi tutti uccisi dai cittadini appostati nel palazzo, e siccome la località mal si prestava, all'uso del cannone, gli austriaci sfondarono una bottega e vi posero al coperto un pezzo d’artiglieria che atterrò la porta, e dopo due ore quando i cittadini ebbero consumate le poche munizioni, la truppa occupò il palazzo. Radetzky credeva con tale impresa impadronirsi di un supposto comitato anima del movimento. Ma questo comitato non esisteva che nell'immaginazione del Maresciallo. Con la presa del Broletto gli imperiali fecero prigionieri circa 50 giovani distinti che lo difesero, e parecchi che vi stavano senz’armi. La tarda notte accompagnala da una pioggia dirotta pose fine al combattere. Il podestà col conte O’Donnell si trovavano in casa Vidiserti, sito troppo accessibile, perché dietro l’ultima barricata e facile ad accerchiarsi, e perciò la notte medesima fu trasportato nella casa del conte Carlo Taverna in isola più vasta, la quale fu circondata immediatamente da barricate e guardala dai cittadini. Allo spuntar dell’alba del secondo giorno (19), li austriaci spazzavano col cannone tutte quelle strade che ti prestavano all'infilata, e cercavano di approvvigionare i diversi posti, conservare con essi le comunicazioni, ed interrompere quelle degli insorti, che si battevano nei diversi quartieri della città senza scopo prefisso e senza insieme.

All'alba del terzo giorno (20) nulla d’importante aveva cambiato la posizione delle due parti belligeranti. Gli austriaci non sapevano ove rivolgere i loro sforzi, giacché quella mancanza di insieme nelle operazioni del popolo, non gli presentava alcun obbietto importante. Dall’altra parte l’autorità municipale, costretta a prendere una certa altitudine governativa, non faceva altro che chiamare a parte de' suoi pericoli alcuni cittadini ai quali dava l'innocente nome di collaboratori del Municipio. Il Casali dopo aver rifiutato l'adesione dei gendarmi., ed al terzo giorno di lotta con l'Austria, emanava la seguente ordinanza:


vai su


LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE DELLA CITTÀ DI MILANO

20 Marzo 1848, ore 8 ant.

«Considerando che per r improvvisa assenza dell'autorità politica viene di fatto ad aver pieno effetto il decreto 18 corrente della Vicepresidenza del governo, col quale si attribuisce al Municipio l’esercizio della polizia, non che quello che permette l’armamento della Guardia Civica a tutela del buon'ordine e difesa degli abitanti, s’incarica della polizia il sig. delegato Sellati e in sua mancanza il signor dottore G. Grasselli aggiunto, assunti a collaboratori del Municipio il conte Francesco Borgia, il generate Lecchi, Alessandro Porro, Enrico Guicciardi, avvocato Anselmo Guerrieri e conte Giuseppe Durimi.»

I giovani colà presenti, finalmente, cominciavano stancarsi dell’inazione degli uomini i quali si credeva dovessero dirigere il movimento; epperciò si formò un consiglio di guerra, composto quasi a caso dei cittadini Carlo Cattaneo, Giulio Terzaghi, Giorgio Clerici, ed Enrico Cernuschi. Questo consiglio intestò immantinente i suoi atti Italia Libera, e principiò a dare una direzione ed un insieme alle mosse del popolo. I vari posti occupati dal nemico nella città furono accerchiati. Si cercò di aprirsi le comunicazioni con i diversi quartieri ed interrompere quelle del nemico. In pochi istanti le truppe già quasi isolate nell'interno della città, sì videro costrette a sgombrarla precipitosamente. Molti officiali caddero prigionieri. Un parlamentario si presentò al Casati da parte del Maresciallo, chiese di sospendere le ostilità con la promessa di ritenere per quindici giorni i soldati nelle caserme, purché i cittadini levassero le barricate sino ad una risposta che si chiederebbe da Vienna.

Tale dimanda bastava per dimostrare chiaramente che Radetzky più non si lusingava di ritenere la città con la forza, e l’annuirvi era uno spegnere l'ardore del popolose ridonare,Milano nelle mani del nemico. Il Casati non esitava ad accordare l’inchiesta, e senza L’opposizione fatta da Carlo Cattaneo a nome del consiglio di guerra Milano era fin da quel giorno perduta L’armistizio ricusato, Radetzky per acquistar tempo fece proporre per mezzo dei consoli una tregua di tre giorni, che il Municipio nuovamente accoglieva e il consiglio di guerra nuovamente rifiutava. D’allora in poi le ostilità seguirono senza interruzione, le truppe austriache furono scacciale da posto in posto, ed il Maresciallo fu costretto a radunarle nel castello, spiegando le due brigate Wohlgemulh e Clam dal Castello lungo: tutti i bastioni.

Il giorno 21 queste due brigate venivano sempre più incalzate verso le mura. Intanto il rombo del cannone, il suono a stormo delle campane e gli arrostatici, mezzo ingegnoso adoperato a spargere proclami nelle campagne, avevano sollevato il paese circostante. Radetzky privo di notizie e fin dal primo giorno difettando di viveri, decise la ritirata ed inviò l'ordine alle brigate Maurer e Strassoldo che si trovavano alla frontiera del Piemonte e Svizzera di ripiegare su Milano. Quest’ordine, e la ritirata del Maresciallo decisa il 25, sono prove sufficienti per dimostrare che essa non fu determinata dal supposto arrivo dei piemontesi, ma fu conseguenza inevitabile della sua difficilissima posizione, come quella di lottare con una popolata città, mancare di viveri, ed essere circondalo da un paese levato in armi.

La città di Milano francala dal valore dei cittadini non apparteneva che ad essi. Ma quel giorno medesimo (21) il conte Martini si fece condurre entro la città spacciandosi inviato di Carlo Alberto, e propose che il Municipio si costituisse in governo provvisorio e facesse la dedizione della Lombardia a quel Re, affermando che 50 mila piemontesi stavano già pronti sulla frontiera; il che non era vero. Il consiglio di guerra oppose che la dedizione non potesse farsi senza il voto dei cittadini, e che non fosse quello il momento di distrarli dalla pugna per face controversie politiche; e disse che se il Re voleva recar soccorso poteva contare sulla publica gratitudine che avrebbe fatto tacere ogni altro sentimento. Ciò venne espresso nella seguente, lettera:

Dal Consiglio di Guerra

21 Marzo 1848

«La città è dei combattenti che l'hanno conquistala; non possiamo chiamarli dalle barricate per deliberare. Noi battiamo notte e giorno le campane per chiamare aiuto. Se il Piemonte accorre generosamente, avrà la gratitudine dei generosi d'ogni opinione. La parola gratitudine è la sola che possa far tacere la parola Republica e riunirci in un sol volere.»

La saluto cordialmente.

Carlo Cattaneo.

Intanto si discusse dal consiglio di guerra il modo come progredire nelle operazioni. Il nemico circondava la città con un cerchio di fuochi. Cattaneo con molta avvedutezza proponeva fare una punta e rompere la linea nemica. Alcuni vecchi officiali si opponevano dicendo doversi spandere dal centro egualmente in tutti i sensi. Questa idea prevalse, e tutte le forze dei cittadini furono disperse in giro alla città. Allora Cattaneo solo si diresse verso la Porta Ticinese assai. popolosa, ivi raccolse nuovi combattenti, e sul meriggio raggiunse il bastione di Viarenna tra ponente e mezzodì. Verso sera la massa maggiore dei cittadini provvedutosi di tre piccoli cannoni e di una trentina di grossissime fascine rotolanti, si spingeva al bastione di Porta Tosa verso levante, e dopo, avere successivamente stancali diversi distaccamenti di reisinger, di tirolesi, di granatieri ungaresi, di croati, dava un assalto, e preceduta da due amici, Manara e Ceimuschi, conquistava la porta, l’incendiava e si spingeva fino a mezzo miglio fuori della città,

Il giorno medesimo che tanti fatti si avvicendavano, gli stessi uomini che per ben due volte, senza l'opposizione del consiglio di guerra, avrebbero consegnata Milano al nemico, ed una terza l’avrebbero ceduta al Re di Sardegna, s’erano costituiti in governo provvisorio, e il consiglio di guerra, sola autorità legittima surta dalle barricate, dava primo l'esempio della sommissione all’autorità municipale.

Perché il popolo li accettava senza esaminare la condotta tenuta da essi durante l’insurrezione? Per due ragioni: l’una perché mancava di concetto, il suo scopo era compilo se li austriaci erano cacciati, il futuro non si era mai tolto ad esame dall’eroica gioventù; l’altra perché i più fervorosi promotori, invece di render popolari le idee, si erano sforzati di rendere popolari cotesti uomini. Ogni errore nelle rivoluzioni costa fiumi di sangue, e infine la schiavitù.

Strassoldo allorché ricevé l'ordine di ritirarsi era da due giorni alle prese quasi su tutta la sua linee. Il 10 delle bande dalla campagna con qualche carabiniere ticinese erano entrale a Como, ed unite coi cittadini aveano costretto la guarnigione a chiudersi nelle caserme. Il 20 buona mano di cittadini armati giunsero dalle rive del Lago e cosi la guarnigione di Como, più di 1500 uomini tutti croati, Corinti e ungaresi, fu costretta di rendersi prigioniera con i suoi officiali. Altre bande di armati marciarono da Lecco e da Bergamo a Monza è si scontrarono eòo un battaglione italiano che dopo breve combattimento cedette. Strassoldo giunse a Milano il 22 la sera, avendo perduto la guarnigione di Como, una compagnia di croati fatta prigioniera in Varese, e diversi altri drappelli. Maurer giunse la sera medesima, ed én trombi si unirono alla truppa che si ritirava.

Nella notte Radetzky serrò in massa i suoi 16 battaglioni nella piazza d’armi dietro il castello, mentre le due brigate Wohlgemulh e Ciana, sparse in catene lungo ambi i cigli dei bastioni, cercavano nascondere e proteggere il passaggio delle dense colonne, e dell'enorme convoglio delle famiglie degli officiali e di tutti gl’impiegati civili che volevano seguire Tarmata. Alle l'della sera del 22 l’armata mosse dal castello marciando sulle mura fino a porta Orientale, e quindi per la linea di circonvallazione esterna sino a porta Romana, d’onde prese la strada di Lodi. Le due brigate che aveano protetto la ritirata abbandonarono il castello e Le loro posizioni, e fiancheggiarono il corpo principale, marciando l’una a levante verso Paolo, l’altra a mezzodì verso Landriano. Radetzky scelse il cammino di Lodi per raccogliere strada facendo i presidi! di Pavia, Piacenza, Parma e li altri dei quali ignorava le sorti; e que sto fatto dimostra sempre più come il maresciallo non Lernea punto un invasione immediata del Piemonte, nei qual caso avrebbe preferito le mille volte aprirsi il passo per la diretta via di Cassano e Treviglio, che esporsi ad essere tagliato da un esercito.

Il 25 Radetzky presentò la sua testa di colonna innanzi Melegnano: quei terrazzani credendola un battaglione isolalo che venisse a raccogliere preda e viveri, gli imposero la resa, e fecero prigioniero Wratislaw capo dello stato maggiore ed il tenente colonnello Castiglione. Allora il maresciallo attaccò il villaggio.. e senza trovar resistenza lo mise a sacco e a sangue. Il 24 gli austriaci accamparono a Lodi, che trovarono presidiala da un battaglione italiano. Nella notte l’esercito famelico ed ubbriaco fu in preda a subitanei terrori. Passarono sulla sinistra dell’Adda e si confortarono di cibo e di riposo in Cremona, ove giunse al campo il reggimento Rukawina che si trovava nei Ducati, e si rannodarono le comunicazioni coi presidii che, assaliti dal popolo in Bergamo. e in Brescia, avevano potuto salvarsi solo per la fervorosa mediazione dei municipali che aveva raffrenato il furore del popolo. Ma i presidii di Cremona e di Pizzighettone con tutta l’artiglieria di questa fortezza ed una batteria da campo si erano uniti al popolo. Il Municipio di Cremona per assicurare la città ritirò da Pizzighettone le truppe, i cannoni e 700 barili di polvere, lasciando aperte le porte e illeso il ponte dell’Adda; cosicché Benedek che la notte del 22 aveva abbandonato Pavia, trovò libero il passo dell'Adda e potè tranquillamente congiungersi a Radetzky.

Non meno gloriosa, benché meno sanguinosa, fu quell’epoca per Venezia. Come a Milano i cittadini erano stanchi dell’oppressione austriaca. Prima di Milano, il 17, si conobbero gli avvenimenti di Vienna. A tale annunzio il popolo corse alle prigioni, ove da alcuni mesi si trovavano i cittadini Manin e Tommaseo, per aver domandato l’abolizione della censura, li pose in libertà e li condusse ili trionfo. Il 18 il popolò era impaziente è; voleva realizzate le concepite speranze.

La guarnigione di Venezia si componeva del reggimento Wimpffen italiani, ed un battaglione di granatieri egualmente italiani, di due battaglioni dei Kinski stiriani, un battaglione di croati, l’artiglieria, fanteria di marina, e corpo del Genio

Le truppe italiane esultarono d’accordo col popolo è fraternizzarono con esso, ma i stiriani ed i croati mostrarono un contegno ostile che spesso degenerò a via di fatti, e varie collisioni vi furono coi cittadini sena però gravi conseguenze Il 19 finalmente un vapore da Trieste portò l’annunzio officiale della costituzione. Immediatamente fu domandato l’armamento della guardia nazionale, che si ordinò in pochissime ore. Il 20 passò senza nulla d’importante, ma il 21 le cose cambiarono di aspetto.

Vi era in Venezia un certo Marinowch colonnello della marina austriaca, uomo che per la sua durezza ed inurbanità di modi era odiato dai militari e civili. Il 21 gli arsenalotti si ammutinarono contro di esso e gli gridarono morte addosso; ma la guardia nazionale lo salvò e venne condotto fuori dell’arsenale. Una voce sparsa nella notte, che il Marinowch faceva preparare occultamente una batteria di mortari e di razzi, accrebbe il fermento fra quegli operai. Il 22 quest'uomo ostinato, ad onta degli avvisi ricevuti acciò non si esponesse al furore popolare, ritornò nell’arsenale. Scorto appena da alcuni officiali cercarono farlo fuggire, ma era troppo tardi. Gli operai lo videro, abbatterono a colpi di scure la porta di una Torretta ove si era nascosto, lo rinvennero e gli trapassarono il ventre con una trivella. La sua morte annunziata a Venezia produsse una grandissima gioia, tanto era l’odio universale per tale soggetto.

Intanto a sedare il tumulto giungeva all’arsenale il Manin seguito da buona mano dr guardie nazionali. Manin conobbe che quello era il momento di prenderà l’iniziativa e francare Venezia dal giogo straniero. Egli tete suonare la campana che chiama gli arsenalotti al tanaglio, ed essi numerosi vi accorsero; allora dichiarò prigioniero il Vice-Ammiraglio de Martini, e gl'intimò di consegnare in cinque minuti le chiavi dell’armeria. Il Martini fece il possibile per esimersi, e cedè solamente quanto vide inutile ogni resistenza, giacché gli arsenalotti scalavano le finestre. Manin armò immediatamente tutti gli operai, e padrone dell’arsenale con si ardito colpo, lo annunziò alla città. I soldati del reggimento Wimpffen, ed il battaglione granatieri esultando di gioia, fraternizzarono col popolo, si strapparono e gettarono nella laguna l’abborrita coccarda nero-gialla. Un distaccamento di soldati di marina (italiani) a cui un officiale ordinò far fuoco sulla guardia nazionale, girarono il calcio del fucile in aria, e gridarono Viva Italia. Finalmente la fanteria di marina con i suoi officiali alla testa entrò nell’arsenale gridando viva la Republica, viva S. Marco. Al governo Austriaco non restavano altre forze che. i due battaglioni del reggimento Kinski ed il battaglione di croati, ma questi erano bloccati nella loro caserma dal comandante del posto di guardia nazionale che trovavasi alla porta dell’Arsenale di terra, il quale avea formato una barricata difesa con sei cannoni carichi a mitraglia.

Mentre il popolo così abilmente condotto diventava forte e toglieva al nemico tutti i mezzi di offesa, una deputazione, il cui oratore era il cittadino Avesana, parlava al governo altere parole e chiedeva che fossero consegnati ài cittadini tutti i mezzi di offesa e difesa che possedeva Venezia. Il governatore si opponeva, ma all'avvicendarsi dei successi del popolo il linguaggio dell'Avesana diventava più assoluto; esso fini per intimargli di cedere il potere, minacciando il principio delle ostilità. E la seguente capitolazione rendeva Venezia libera io stesso giorno, 22 marzo, in cui Radetzky si ritirava da Milano.

1.° Cessa in questo momento il governo civile e militare si di terra che di mare, che viene rimesso nelle mani del governo provvisorio che va ad istituirsi, e che istantaneamente viene assunto dai sottoscritti cittadini;

2.° Le truppe del reggimento Kinski e quelle dei croati, l’artiglieria di terra, il corpo del genio, abbandoneranno la città e tutti i forti e resteranno a Venezia le truppe Italiane tutte, e gli officiali Italiani;

3.° Il materiale di guerra di ogni sorta resterà in Venezia;

4.° Il trasporto della truppa seguirà immediatamente, con tutti i mezzi possibili, per la via di Trieste per mare;

5.° Le famiglie degli officiali e soldati che dovranno partire saranno garantite, e saranno loro procurati i mezzi di. trasporto dal governo che va ad istituirsi;

6.° Tutti gl'impiegati civili italiani e non italiani saranno garantiti nelle loro persone, famiglie ed averi;

7.° Sua Eccellenza il sig. conte Zichy dà la sua parola d’onore di restare l'ultimo a Venezia, mallevadore dell'esecuzione di quanto sopra. Un vapore sarà posto a disposizione dell'Eccellenza Sua pel trasporto della sua persona e del suo seguito, e degli ultimi soldati che rimanessero;

8.° Tutte le casse dovendo restar qui, saranno rilasciati soltanto i danari occorrenti per la paga e pel trasporto della truppa suddetta;

La paga sarà data per tre mesi;

Fatto in doppio originale

Conte Zichy Tenente Maresciallo,

comandante della Città e Fortezza.

Giovanni Correr — Luigi Michiel — Dataico Medin — Pietro Fabris — Gio. Francesco Avesani — Angelo Mengaldo comandante — Leone Pincherle.

Si commise non pertanto a Venezia un errore gravissimo, le cui triste conseguenze si esperimentarono in seguito.L’ordine di richiamare la flotta che si trovava a Pola parti con un vapore sul quale vi erano imbarcati molti impiegali austriaci, che obbligarono il comandante di far rotta per Trieste.Le autorità di Trieste s’impadronirono del dispaccio che richiamava la squadra a Venezia, e contramandarono l’ordine, facendo partire quei soli marinai ed officiali italiani che lo vollero.

Il 23 marzo la guardia nazionale sfilava in bella mostra in piazza S. Marco ed applaudiva freneticamente alla proclamazione della Repubblica. Ma era questa una rivoluzione compita, o una semplice insurrezione, e quindi l'antica tirannia cambiata di forma? Un ministro cattolico benedisse la bandiera; ciò basti al lettore per giudicare.

Come ad immagine di Milano le città lombarde si liberarono con la forza dal nemico: ad immagine di Venezia in tutte le città venete il nemico capitolò.

A Udine, Treviso, Rovigo, vi erano tre battaglioni d'italiani che fraternizzarono col popolo. Le piazze di Osopo, Palmanova, e Rocca d’Anfo caddero anche nelle mani dei cittadini. Radetzky intanto avea spedito ordine al generale D’Aspre di riunire tutte le sue forze e marciare su Verona; questi raccozzò in Padova 9 a 10,000 uomini, vuotò la cassa comunale, e marciò su Vicenza; ivi trovò opposizione per questa misura di spogliagione. D’Aspre venne a patti, scroccò il più che potè, e continuò la marcia.

Il giorno 24 marzo il vessillo tricolore sventolava in tutte le città Lombardo-Veneto dal Ticino all'Isonzo, ad eccezione delle quattro piazze di Verona, Legnago, Peschiera e Mantova. Quest’ultima però era presidiata solamente da tre battaglioni italiani, e pochi dragoni e artiglieri tedeschi. L'cittadini erano armati, e si trovavano in possesso di tutti i posti della città; Mantova sarebbe rimasa nelle loro mani se il municipio, come a Brescia ed a Cremona, non avesse raffrenato il popolo, e vietato di portare le armi a chi non avesse licenza municipale. Lo stesso avvenne in Verona. Le porte delle due fortezze rimasero per quasi due settimane in custodia dei cittadini;

Che cosa restava a Radetzky, il giorno 24, del suo formidabile esercito forte di 73,000 uomini? In uno stato compassionevole di tenuta e di spirito, 23 à 26,000 uomini erano accampati sulla sinistra dell'Adda, 9 a 10,000 insufficiente presidio delle quattro piazze, e 10 a 12 mila erano in Vicenza sotto il comando di D’Aspre. Passalo quel primo e fugace momento, poteva ancora il popolo Lombardo-Veneto vincere questi armati?. Saranno utili su di ciò poche riflessioni; giacché come lo studio dell’istoria militare ci scopre i segreti dell’arte della guerra, del pari lo studio dell'insurrezione, potrà insegnarci l'arte d’insorgere, solo mezzo che abbia l’Italia per. spezzare le ignobili sue catene.

_____________

Un esercito per vincere ha bisogno di disciplina, istruzione, e numero. La disciplina, rappresenta la sua forza di coesione. In virtù di questa forza le masse soffrono i disagi con pazienza, e corrono ad affrontare la morte alla voce del generale. Per ottenere questo indispensabile risultamento, il soldato passa per una lunga e penosa educazione che giunge a. distruggere in lui la volontà e formarne la molecola di un corpo che si muove al volere del capo. Ma può ottenersi questa forza di coesione, senza distruggere nel soldato il sentimento individuale, e quindi senza il bisogno di si lungo noviziato? Pare di sì. Volgiamo lo sguardo su di una città insorta, e noi la vedremo irta di barricate, surle dal lavoro spontaneo dei cittadini; brulicante di numeroso popolo che affronta volontariamente la morte; che digiuna, che serena, che soffre senza che niuna forza coercitiva lo costringa a tanti sacrifizi; vediamo in quei giorni, di lotta sparire i delitti di cui tutte le città sono infeste nello stato consueto; finalmente senza esagerazione può dirsi che ogni cittadino diventa un eroe, e chiunque ardito ed intraprendente propone un’impresa, diventa capo temporaneo dei molti che lo seguono e l’ubbidiscono con la più cieca disciplina. Invece guardate nella città medesima il satellite del despota, spinto dalla sola paura e dalla forza al combattimento; se per poco può sottrarsi dall’occhio vigile dei suoi tanti superiori, schiva il combattere, e si abbandona invece alla rapina ed alla strage; dappoiché esso nulla spera nella vittoria, il medesimo regimo monastico e duro l’attende anche dopo la lotta; quindi appena scorge certa impunità si abbandona agl'impulsi della ferocia umana, eccitala in quel momento dall’ira, l’esaltazione, e l’inasprimento della sua libbra, prodotto dal continuo periglio in cui trovasi la sua esistenza. Non così il cittadino il quale spera riassumere nella vittoria tutti i vantaggi del futuro; ed il piacere di vincere passa in lui qualunque altro piacere. Quindi un esercito di popolo, animato da questa febbre rivoluzionaria, avrà tanta forza di coesione quanta può averne un esercito disciplinato. Un generale che unisca a vaste cognizioni scientifiche la conoscenza del modo come reggere tali passioni, nei primi quattro o cinque giorni di un’insurrezione, potrà senza dubbio operare grandi cose. Ma sé la vittoria tarda, la sconfitta è inevitabile. Dall’esposto si può chiaramente desumere, che il popolo il quale corre alle armi per conquistare un nuovo stato sociale è disciplinato dall'interesse di ciascuno individuo che armonizza con quello dell’universale.

La parola istruzione per un’armata comprende un numero infinito di cose, ma disgraziatamente si attacca la più grande importanza a quelle che meno lo meritano. L’istruzione di un esercito può quasi tutta reassumersi nei suoi generali. Ed il successo che un capo può ottenere in una battaglia da una massa di cittadini corsi spontaneamente alle armi per difendere i loro interessi, non differisce molto da quello che otterrebbe con uno esercito regolare. È come una cattiva o buona lama nelle mani di uno schermitore. Ma se nei primi momenti d’insurrezione la febbre rivoluzionaria ed il genio del generale possono supplire alla mancanza di disciplina e d’istruzione, è però condizione indispensabile il numero. Le pagine dell’istoria ci offrono degli esempi, i quali confermano quello che logicamente sembra dimostrato.

La battaglia di Fontenov fu vinta dagli insorti della Vandea; i quali mancanti come erano di munizioni, batterono completamente le truppe Repubblicane impadronendosi di 42 pezzi di cannoni. Quest'armata vittoriosa è descritta come segue:

«Larochejaquelein avait été proclamé généralissime après le passage de la Loire. Stofllet était regardé comme major-général; une douzaine d’individus figuraient comme chefs, mais sans autorité réelle.

«On ne connaissait que deux divisions, encore n’étaient-elles qu’ideales; les chefs avant essayé en vain de les séparer; ainsi point de Brigades, de Bataillons, ni de Compagnies. Le défaut d’organisation obligeait l'armée à marcher en masse...»

Egli è innegabile che se in Lombardia una parola d’ordine preventiva, o un’autorità qualunque surta dalle barricate avesse potuto concentrare in un sito tutti i cittadini e gli abitanti delle campagne, si poteva pel giorno 25 accozzare una massa di 400 mila uomini, la quale sarebbe stata sufficiente a decidere la contesa del momento. Nelle piazze forti la truppa era poca e vacillante; il popolo numeroso ed armato; se questa massa si fosse solamente mostrata, bastava perdare il segno delle ostilità nell'interno e farle cadere nelle mani del popolo. Questa massa poteva dar battaglia ai 26,000 uomini accampati sull’Adda, o almeno distruggere intorno ad essi tutti i mezzi di sussistenza e di comunicazioni. I soli ostacoli materiali che richiedevano tempo per essere superati, ed il difetto dei viveri, sarebbero bastali per ridurre il nemico agli estremi.

Nel Veneto D’Aspre si trovava a Vicenza con 10 a 12 mila uomini, allorché da 20 mila montanari erano prossimi a giungere sulla città. Il comitato che reggeva le cose, invece di lanciarli tutti sul nemico, li respinse nelle montagne, non sapendo cosa farsi di tanta gente.

Passato questo primo periodo, bisognava pensare a far testa all'esercito che avrebbe invialo l’Austria, il quale partendo dalla sua base, con tutti i suoi approvvisionamenti in regola, non era più nella posizione di Radetzky e di D’Aspre nel cuore di un paese insorto. La massa di cittadini capace di ottenere dei grandi risultamenti nei primi giorni, non avrebbe potuto tenere la campagna lungo tempo; per continuare la guerra bisognava all'esercito tale mobilità, che obbligava all’ordinamento. È questo il secondo periodo che deve affrontare un paese insorto, in cui la febbre rivoluzionaria cessa, e resta solo il sentimento nazionale, più forte della disciplina, ma non tanto potente da non chiedere un certo ordine. Dodici battaglioni d’italiani avevano fraternizzato col popolo, questi benché dispersi nei primi momenti potevano raccozzarsi, completarne i quadri, facendo eleggere dal loro seno gli officiali, ed ottenere così il primo nucleo di 12 a 13,000 regolari. Il materiale sarebbe stato quello tolto al nemico. Quindi decentralizzando, per quanto più si poteva l’amministrazione, e lasciando ad ogni provincia il carico di ordinare, armare ed equipaggiare un dato numero di battaglioni; attenendosi ad vn semplice ed unico regolamento sparso da per tutto, Io spirito municipale, che tanto impaccia allorché si vuole tutto asservire ad una capitale, sarebbe stato in vantaggio, della causa; le città Lombardo-Veneto avrebbero tutte rivaleggiato di energia fra di loro, e per la metà di aprile ogni provincia avrebbe potuto inviare al campo il suo contingente ordinalo ed istrutto tanto che basti per entrare in linea. E difatti la Guardia Nazionale delle grandi città era in tale epoca avanzatissima nel suo ordinamento. Queste truppe e le piazze forti sarebbero bastate per sconfiggere i 13,000 uomini di Nugent, i quali non poterono prima del 15 aprile passare l’Isonzo. Questi erano i mezzi e le probabilità che il Lombardo-Veneto avea pel trionfo dell’insurrezione. Ma la forza materiale non basta per menare a compimento una rivoluzione. Bisogna che essa sia unificata dal concetto, il quale mancava nel popolo, che liberato dagli austriaci non avea altra idea ad attuare. La futura costituzione tanto politica che sociale non era pel popolo di alcun interesse, quindi esso potè facilmente essere ingannalo e travolto da quell’affluenza d’intrighi menati da un gruppo di persone, metà perfidi, e metà mancanti d’idee.

Pochi generosi si spinsero sulle traccie del nemico, e questi pochi furono abbandonati e attraversati, mentre desideravano ordinarsi. Allora essi si avvezzarono a vedere il governo nel capo che li comandava, e s’inaugurò in Italia il tristo metodo delle bande, delle colonne e delle legioni. Non vi fu più il cittadino che individualmente accorre sotto il vessillo della patria; ma invece la legione del tale che capitola col governo, quindi non più sentimento nazionale nelle masse, ma solo divergenti culti individuali.


vai su


CAMPAGNA DEL 1848

I - OPERAZIONI IN LOMBARDIA

_____________

Ritirata di Radetzky — Marcia dell’esercito piemontese — Combattimento di Goito (8 aprile) — di Monzambano e Borghetto (9) — Ricognizione di Peschiera (13) — di Mantova (19) — Arrivo delle truppe Toscane e Romane — Forza e posizione dell’esercito italiano (25).

La mattina del 25 Radetzky seppe, come egli scrive, che Mantova non era del tutto perduta, e vi spedi immediatamente la brigata Wocher. Alcuni ungaresi fuggendo vi erano già entrati il 23; un reggimento ungarese entrava il 27; il 31 entravano 5 mila uomini così stremi di forze, che nella notte molti morirono di freddo nella chiesa di S. Andrea. Il 2 aprile s’intimò lo stato d’assedio, e la consegna delle armi entro 24 ore.

Il Maresciallo il giorno medesimo continuò lentamente la sua marcia per Crema e Montechiari. Il 31 marzo passò il Mincio; il 2 aprile portò il suo quartier generale in Verona, lasciando due brigate come dietroguardia verso Lonato. Radetzky deciso a non difendere la linea del Mincio, ordinò minarne i ponti. Le due brigate di retroguardia presero posizione a Monzambano ed a Valeggio per proteggere il lavoro ed osservare il nemico. La brigata Wohlgemuth da Mantova inviò a Goito, pel medesimo oggetto, due battaglioni, due squadroni e quattro pezzi di artiglieria; questo distaccamento prese posizione sulla sponda sinistra del fiume, facendo occupare Goito sull'altra sponda da una compagnia' di cacciatori.

Fin dal giorno 18 la nuova dell’insurrezione Lombarda avea scosso tutto il popolo piemontese, massime a Genova e nella Lomellina, ove l’entusiasmo si era comunicato nelle guarnigioni; a Vigevano il colonnello di Piemonte Reale Cavalleria dovè fare i più grandi sforzi per calmare la sua truppa che voleva correre in aiuto dei milanesi.

Il governo sardo intanto era tutt’altro che disposto a secondare la nobile esaltazione che gli avvenimenti del giorno facevano sorgere nel popolo e nell’armata.

Il Re esitava. Finalmente il 23 a sera conobbe coll’arrivo del C. Martini che la ritirata degli austriaci era divenuta un fatto. Riunì un consiglio di stato, e dichiarò la guerra all'Austria col seguente manifesto:

CARLO ALBERTO

Per grazia di Dio

Re di Sardegna, di Cipro, e di Gerusalemme ecc.

Popoli della Lombardia e della Venezia!

«Idestini d’Italia si maturano: sorti più felici arridono agli intrepidi difensori di conculcati dritti.

«Per amor di stirpe, per intelligenza de' tempi, per comunanza di voti, Noi ci associamo primi a quelli l’unanime ammirazione che vi tributa l'Italia.

«Popoli della Lombardia e della Venezia! le nostre armi che già si concentravano sulla frontiera quando voi anticipaste la liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle ulteriori prove quell'aiuto che il fratello aspetta dal fratello, dall'amico l’amico.

«Seconderemo i vostri giusti desiderii fidando nel l’aiuto di quel Dio, che è visibilmente con Noi, di quel Dio che ha dato all’Italia Pio IX, di quel Dio» che con si maravigliosi impulsi pose l'Italia in grado da far da sé.

«E per viemeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell'Unione Italiana, vogliamo che le nostre truppe entrando sul territorio della Lombardia e della Venezia portino lo scudo di Savoia sovrapposto alla bandiera tricolore Italiana.

Torino 25 marzo 1848

CARLO ALBERTO

Il Re passò il Ticino, ed entrò a Pavia il 29 marzo alla testa dj tre divisioni.

1.° Generale d’Arvillars, con 12 battaglioni, 6 squadroni e due batterie.

2.° Generale Broglia, con 9 battaglioni, 6 squadroni ed una batteria.

3.° Duca di Savoia con 12 battaglioni, 6 squadroni ed una batteria.

Di più il generale Bes con 6 battaglioni, 6 squadroni ed una batteria, avea passato il Ticino il,25 e si era diretto su Milano ove entrò nel pomeriggio del 26 marzo. Ma non aveva ordine d’avvicinarsi al nemico, e partì per Treviglio il 27 solo perché il popolo mormorava di vederlo immobile, e destinalo quasi a tener guarnigione in Milano. In lutto, l'armata sarda formava un effettivo di 28 a 29,000 uomini, di cui circa 2000 cavalieri, e 48 bocche a fuoco. Il giorno 50 il Re lasciò Pavia, e continuò il suo cammino a piccole marcie. Il 4 aprile arrivò a Cremona, ove riunì un consiglio di guerra che scelse la strada di Piadena, Bozzolo, e Marcaria per recarsi al. Mincio, tanto per evitare le pianure di Ghedi e di Montechiari, quanto per dar mano ad una insurrezione in Mantova. Ciò mostra conte malamente era informato lo stato maggiore sardo, dappoiché il nemico fin dal 51 era al di la del Mincio; quindi a Ghedi ed a Montechiari non potevano incontrarsi che pattuglie, ed in Mantova sin dal due aprile il popolo era disarmato, e la guarnigione aumentata, di una brigata.

Il 5 il quartier generale del Re era a Bozzolo; e l'armata bivaccò a S. Martino. Un battaglione, una compagnia di bersaglieri, 20 cavalieri, e mezza batteria, occuparono Marcaria.

Alla mattina del 6 il colonnello Benedek diede il primo colpo di sciabla che inaugurò lai campagna. Esso con alcuni tirolesi sorprese un piccolo posto di lancieri che si mise in disordine ed in fuga; Allora Benedek si lanciò su di essi con circa 40 Ulani, e riuscì a farne prigionieri alcuni.

Il 27 l’armata mosse per Goito. L’avanguardia era comandata dal generale Bava. I bersaglieri piemontesi alla dimane dei giorno 8 si scontrarono con le sentinelle avanzate della compagnia de' cacciatori tirolesi che occupava Goito; li ripiegarono' ben presto e coronarono le alture da cui è dominata lo città. Bava spiegò due battaglioni in sostegno dei bersaglieri, ed una brigata si formò per masse in battaglia a destra ed a sinistra della strada. Quindi appena scovrì la testa di colonna dell’altra sua brigata ordinò la carica. La compagnia tirolese fu respinta, e Coito occupalo. Nel tempo stesso si era impegnato il fuoco con la truppa nemica che si trovava sull’altra. sponda; la quale fece saltare un arco del ponte, e si ritirò verso Mantova.

In questo medesimo giorno Radetzky, avendo saputo l’avvicinarsi del nemico, sortì da Verona con 18 a 20,000 uomini e prese posizione a Villafranca, ove secondato dalla guarnigione di Mantova, si apprestò ad accettare battaglia.

Il 9 aprile il generale Broglia marciò su Monzambano e Borghetto ove si urtò con le brigate Strassoldo e Rath. La prima immediatamente si ritirò sulle alture di Prentina. Ma Rath tenne Valeggio tutto il 9 e rispose con vigore al fuoco del nemico. Il 10 i ponti erano rifatti, ed il giorno 11 l’armata piemontese era padrona di tutti i sbocchi sul Mincio. Il quartier generale fu portato a Volta, ed una brigata occupò Va leggio sulla sinistra del fiume.

Radetzky il giorno 9 avea di già cambiato opinione» né avrebbe più accettato battaglia. Il 10 si ritirò a Verona e cominciò a pensare all'approvvisionamento delle piazze forti, le quali mancavano di tutto. In Mantova mise una guarnigione di 8 a 10,000 uomini con 400 Ulani, e l’approvvisionò per quattro mesi. In Peschiera lasciò una guarnigione di 1500 a 1600 uomini, ed a Legnago un piccolo presidio. Finalmente fin dai principii di aprile costretto d’inviare una brigata di rinforzo in Tirolo sotto il comando del colonnello Zobel, al Maresciallo non rimanevano in linea che 25 a 50,000 uomini, non comprese le guarnigioni delle piazze.

Il Re avendo deciso eseguire una ricognizione della piazza di Peschiera, il generale Bes ne avvisò Manara comandante una colonna di volontari in Salò, invitandolo a prendervi parte con la sua gente. A tale oggetto un distaccamento di 450 uomini traversò il lago su i vapori, ed il 10 aprile occupò Pacengo. Ma l’operazione annunciata da Bes non ebbe luogo, ed i volontari, troppo impazienti e troppo poco disciplinati per attendere o ritirarsi, la sera attaccarono e s’impadronirono di una polveriera sita fra Peschiera e Castelnuovo, grossa terra sulla strada che unisce quella piazza a Verona. La notte, mentre questi volontari si occupavano ad imbarcare le polveri per inviarle a Salò, un altro distaccamento di 200 di essi attaccò in Castelnuovo una partita austriaca e l’obbligò ad abbassare le armi. In Salò si ebbe contezza di tale avvenimento, ed invece di ordinare una prontissima ritirata facendo saltare la polveriera, s’inviarono rinforzi onde conservare una falsa posizione ove indubitatamente bisognava essere schiacciati dal nemico.

L'occupazione di Castelnuovo non fu intesa con indifferenza a Verona, come quella che impediva la comunicazione con Peschiera; epperciò il Maresciallo la mattina dell'11 inviò circa due battaglioni ed una batteria, sotto il comando del generale Taxis, onde scacciarne i volontari. Gli austriaci attaccarono con sommo vigore; i pochi volontari si difesero ostinatamente; ma costretti a sgombrare il paese, dal vivo trarre delle nemiche artiglierie, misero il fuoco alle polveri e si ritirarono a Lazise. Castelnuovo fu occupato dal nemico che scelleratamente l’incendiò, scannandone i miseri abitanti; conseguenza tristissima dell'impazienza dei volontari.

I piemontesi investirono Peschiera dalla parte destra del Mincio con una brigata, e costruirono in alcune vantaggiose posizioni delle batterie armate con artiglierie di campagna. La mattina del 13 queste batterie erano pronte ed aprirono il fuoco contro la piazza munita di pezzi da 32. Dopo poche ore s’intimò la resa, a cui venne naturalmente dal comandante risposto: non avere esso ordine veruno di rendere la piazza.

Un’altra vana dimostrazione fu tentata dai regi contro Mantova. Il giorno 19 un corpo formato da tre brigate di fanteria ed una di cavalleria, sotto il coniando del Generale Bava, s’inoltrò verso la piazza; una brigata con mezza batteria partì da Sacca, e si diresse sopra Rivalta e le Grazie. Un’altra, partendo da Ceresara, formò la seconda linea, mentre la terza brigata, con una batteria di posizione, da Piubeca occupò Ospedaletto sulla grande strada di Mantova e Cremona, e si tenne come riserva. All'avvicinarsi di tali forze i posti nemici ripiegarono nella piazzi; che(f)dal forte Belfiore cominciò a trarre sul nemico appena quegli inconsideratamente e senza scopo giunse a buon tiro di cannone. Nel tempo medesimo la guarnigione fece una sortita, ma senza poter danneggiare i piemontesi che in buon’ordine si ritirarono.

Intanto giungevano al campo altri reggimenti, come ancora due contingenti chiamati dal Re dopo la sua entrata in Lombardia. Arrivò pure in linea una divisione toscana comandata dal generale d’Arco-Ferrari, ed una divisione romana comandata dal generale Durando. L’armata piemontese fu divisa in tre corpi. Il primo comandato dal generale Bava (20 a 23,000). Il secondò generale de Sonnaz (20 a 25,000). La riserva, il Duca di Savoia (10 a 12,000). Di più la divisione toscana con un reggimento napolitano (5 a 6,000) e la romana (7 a 8,000). Quindi alla fine di aprile il Re avea concentrato sotto i suoi ordini 70 a 75,000 uomini. Queste forze erano spiegate sulle alture che dominano la destra del Mincio. L’ala sinistra si appoggiava sulla strada di Desenzano e Peschiera. La dritta si prolungava sino a Goito, ultima ondulazione delle dette colline. Sulla fronte di battaglia l’armata occupava tutti i passaggi del Mincio, e Valeggio sull’altra sponda. I toscani guardavano Mantova, a Montanara e Curtatone. I romani finalmente erano accampati ad Ostilia.

Come agirono i due generali in questo primo periodo della campagna? Potevano ottenersi risultati più importanti? Tale esame non può essere scompagnalo da qualche riflessione politica.

E un fatto che il Re di Sardegna da qualche tempo avea chiamato sotto le armi quattro contingenti ed avea acquistato 400 cavalli per l'artiglieria; quindi egli volgeva in mente idee bellicose. È un fatto che i suoi satelliti, portatori di una medaglia di casa Savoia, aveano percorso l’Italia cercando affiliati al Re; quindi esso mirava ad ingrandirsi e si dirigeva ai Popoli. È un fatto finalmente, che ai milanesi furono promesse armi, munizioni, ed un comitato per dirigerli; le quali cose non si videro mai. La mina dunque era pronta, il più piccolo ed impreveduto accidente poteva farla scoppiare: sarebbe stato perciò non solo dovere del Re, ma conseguenza logica del fatto, tenersi prontissimo a qualunque evento, concentrando alla frontiera, almeno, a 20,000 uomini pronti a passare il Ticino.

Il popolo prese l’iniziativa con impeto straordinario, esso si levò unanime e attaccò da per tutto lo straniero. Supponghiamo che in Piemonte si fossero ignorate le posizioni delle forze nemiche, cosa ben difficile. Si ebbe contezza del combattimento iniziato dal popolo il 18 Marzo il quale continuando il 19 provava abbastanza non essere una semplice scaramuccia. ma una insurrezione, epperò li austriaci avrebbero dovuto essere impegnali coi cittadini, o in ritirata. Il sentimela nazionale avea scosso l'esercito, ed il soldato piemontese avea perciò l'istruzione e la mobilità degli eserciti regolari, con lo spirito delle masse rivoluzionarie; esso era invincibile! Quale momento pù propizio per prendere l’iniziativa?

Asteniamoci da qualunque combinazione strategica, potendo essa sembrare la conseguenza dei fatti in seguito conosciuti e quindi ben difficile a concepirsi in quel momento, e limitiamoci a seguire i dettami del solo senso comune, il quale bastava per indicare come obbiettiva ai generale che avrebbe comandato i supposti 5 a 20 mila uomini, il sito ove maggiore ferveva la pugna, e più necessario era il soccorso; ovvero Milano. Questo corpo avrebbe potuto passare il Ticino a Pavia, o pel ponte di Buffalora, secondo la posizione ove sarebbesi trovato. Nel primo caso annientava il piccolo corpo nemico che si trovava in Pavia, e staccava dal grosso dell'esercito anche il reggimento Rukawina che si trovava nei Ducati, e cosi al primo muovere poneva fuori d’azione un corpo di circa 5 a 6 mila uomini. Le brigate di Maurer e Strassoldo non arrivarono a Milano che il 22 la sera; quindi i piemontesi freschi, pieni di entusiasmo, inorgogliti dai primi successi incontravano in Milano 10 a 15 mila austriaci stanchi dai combattere, mancanti di viveri, abbattuti di spirito tanto dai rovesci, quanto dalle notizie di Vienna Che avevano in parie scoraggialo gli officiali. Che poteva fare Radetzky? Chiedere un armistizio, e venire a patti per salvare almeno la truppa. Nel secondo caso, ovvero passando il Ticino a Magenta, il primo urto lo soffriva la brigata Maurer, battuta questa, il risultamento non eft dissimile dal primo. Se il Maresciallo, com’è da supporsi, avesse sgombrata Milano al primo annunzio del movimento dei piemontesi, la sua sorte non sarebbe stata al certo men trista. Una sola città che gli chiudeva il passo, una sola strada barricata, un ponte demolito sarebbe bastato per dar tempo ai piemontesi di tagliarlo dalla base, o pure raggiungerlo ed attaccarlo.

Finalmente, considerando la cosa sotto l’aspetto politico, pare impossibile come quell'accozzaglia di gente che consigliava e circondava re Carlo Alberto, non avesse né testa né cuore abbastanza per comprendere quanto sarebbe stato più efficace e più degno di un monarca e di un guerriero il presentarsi come aspirante ad una corona alla testa di un esercito vittorioso, o almeno cacciandosi il nemico d’innanzi, invece d’aspettare che il Martini giungesse da Milano a recargli la nuova ch’era già libera. Ed anche che il Martini avesse ottenuta la chiesta dedizione, cosa valeva? Se Carlo Alberto guadagnava I’opinione pubblica, avrebbe ottenuto la corona senza dedizione preventiva. Se in vece non era capace di guadagnarla cosa sarebbe stato, a riscontro della potenza popolare, un atto illegale fatto da un Casati un Borromeo un Durini? Poteva solamente essere utile, come pretesto ad una guerra civile.

Senza che, grandemente rilevava agli interessi del Re, che il popolo non avesse tempo sufficiente alla vittoria. Una dimostrazione fatta con un sol reggimento bastava a decidere Radetzky alla ritirata, ed indurre nel popolo stesso il dubbio che senza il soccorso regio il nemico non avrebbe volto le spalle. Questa semplicissima operazione acquistava a Carlo Alberto il titolo di re salvatore. In vece egli entrò in Lombardia allorché li austriaci erano a Montechiari. L’iniziativa era perduta; epperciò la guerra allora cominciava; ma il popolo non poteva comprenderlo; esso si vedeva vincitore da per tutto, il nemico in piena ritirata, e quindi supponeva la guerra finita. Scorgeva poi un monarca alla testa di un esercito, procedere a rilento e pieno di circospezione sulle tracce di quel nemico vinto dai cittadini disarmati, e pretendere per questa marcia la corona dell'Alta Italia. Certo che le apparenze non favorivano Carlo Alberto.

Come spiegare che a malgrado di queste ragioni così potenti e cosi armonizzanti cogl'interessi del Re, non si trovasse neppure un battaglione pronto a passare 11 Ticino, e si cercasse invece disarmare i volontari? L’ignoranza non è sufficiente giustificazione, ma si spiega più tosto con la corrispondenza diplomatica; dalla quale risulta che il Re occupava la Lombardia per supplire alla mancanza delli austriaci e sviare il popolo da altre supposte tendenze; e che l'aumento dato all'esercito non era conseguenza delle sue idee bellicose contro lo straniero, ma precauzioni per difendere il suo trono contro il popolo, e quando occorresse contro la republica francese; e che la propaganda fatta in Italia avea per iscopo di frenare il crescente fermento popolare, e te promesse di soccorso ai Lombardi partivano da subalterni del partito, che forse lavoravano in buona fede.

E pure questo procedere che tanto ringrettiva al cospetto dell'universale un monarca che sembrava aspirasse al titolo di Eroe; fu rilevalo dall’entusiasmo dell’esercito piemontese. Quell’abbracciarsi di soldati e cittadini, di piemontesi e lombardi, il vedere quei soldati a cui durante la loro vita erasi insegnato il solo grido di Viva il Re, mandare spontaneo quello di Viva Italia; quel l’agitarsi di caschi alla punta delle baionette, rendeva l’esercito piemontese bello, brillante, italiano, ed a questo dové Carlo Alberto i suoi primi applausi popolari. Coloro i quali guardavano superficialmente le cose, credettero non abbastanza fervida l’accoglienza fatta dai lombardi al Re, sì poco favorito, dalla sua attitudine. Ma questi dimenticavano che la monarchia in Italia non ha veruna tradizione gloriosa e che dalla poesia al commercio tutto e decaduto sotto la sua influenza. Da tre mila anni in Italia il grido di viva il Re è partito sempre da labbra salariate; quindi era già molto che cominciasse ad essere spontaneo pel Re di Sardegna. Carlo Alberto era sul cammino di reabilitare la monarchia in Italia, dandogli la prima tradizione gloriosa.

La condotta del Maresciallo non fu militarmente meno riprovevole. In una città insorta, ove i cittadini padroni delle case dominano le strade e trovano da per tutto ritirata e punti di appoggio, un esercito non può vincere, giacché esso non ha obbiettiva diretta Può sperare un successo nel solo caso che l’insurrezione si agglomeri tutta in un sito; come fu a luglio in Francia, ed a maggio in Napoli. Ma senza questa circostanza un esercito che vuol sottomettere una città bisogna che sorta e la bombardi. Fin dal terzo giorno Radetzky doveva abbandonare Milano, richiamare d’Aspre dal Veneto, e, dopo aver munite le piazze forti con sufficiente guarnigione, concentrarsi a Cremona; ed ivi o far lesta ai piemontesi se invadevano, o ritornare su Milano. In vece la sua ostinazione di mantenersi in Milano, la sua ritirata per la strada di Lodi, lo esposero per cinque o sei giorni ad una completa distruzione; e tale condotta potrebbe essere solamente in parte giustificata, se egli avesse avuto la piena Sicurezza di non essere attaccato dal Re di Sardegna

I primi momenti propizi che presentò l'insurrezione, sfuggiti, il Re non poteva intraprendere nulla sino al 25 aprile; ma in quest’epoca Carlo Alberto si trovò all'apogeo della sua fortuna. Lo spirito esaltato dei popoli avea obbligato i principi suoi rivali ad inviargli soccorsi, e sgombro dal nemico tulio il Lombardo-Veneto ad eccezione delle piazze. Il Re temè l'effervescenza popolare a cui doveva la sua fortuna e desiderò di spegnerla; vi riuscì. Il popolo Lombardo-Veneto era ritornato al suo stato normale, esso si persuase dei bisogno di esser difeso dall'armata del Re. La promessa di lasciar decidere la Nazione a causa vinta delle sue sorti, faceva di Carlo Alberto un monarca che giocava la sua corona alla punta della spada per francare un popolo dall'usurpazione straniera. Questo eroico monarca il popolo lo vedeva alla lesta di un esercito che si esponeva ai perigli della guerra, non per la cieca ubbedienza ad un Re, ma per un sentimento nazionale. Carlo Alberto avea 75 mila baionette e l’ammirazione universale in suo favore, ed appena un 50 mila austriaci accovacciati nelle piazze forti da combattere.

Il terreno compreso fra il Chiesi e l’Adige, su cui abbiamo chiamato l’attenzione del lettore al principio di questo libro, riceve la sua importanza da due principali ragioni: l’una, perché copre tutte le comunicazioni della Carinzia e del Tirolo, l’altra perché pesa su quelle di un esercito che si avanzasse nel Veneto. Radetzky avea perduto completamente le comunicazioni pel Veneto,. e serbava a stento quelle del Tirolo. Venezia con una flotta era del Re, quindi facendo base su di essa, le comunicazioni dell'esercito italiano erano sicurissime. Finalmente dal Tirolo non potevano scendere forze considerabili perché l'Austria ne mancava, ed appena avea potuto in quel epoca raccozzare i 13,000 uomini capitanati da Nugent. Quindi tutta l'importanza delle piazze forti spariva in quel caso eccezionale, e dava ai Re tutti i vantaggi. Egli non avea che a lasciare 40mila uomini in posizione dietro l’Alpone, i quali avrebbero appoggiata la destra alle valli del Cadore, e la sinistra alle famose paludi di Arcole, avendo alle loro spalle libera la comunicazione per Vicenza. Il resto dell’esercito avrebbe dovuto avanzare rapidamente nel Veneto, ed annientare Nugent, quindi ritornare sui propri passi, investire Verona e sottoporla ad un vigoroso bombardamento, la qual cosa avrebbe certamente costretto il Maresciallo a sortire dalla piazza e venire ad una giornata campale, tanto più che un bombardamento poteva produrre anche una sollevazione nell’interno della città. Verona forse sarebbe stata incenerita, ma la campagna sarebbe stata vinta. Tratta la spada, qualunque considerazione che formi ostacolo alla vittoria o che la ritardi solamente, bisogna farla tacere.

Nel tempo medesimo la flotta attaccando Trieste poteva apportare altra mortale ferita all'Austria e preparare un nuovo sbocco di risorse, una nuova base all'armata Italiana per operare contro Vienna, dopo la disfatta dei Maresciallo. Non è dubbio alcuno che la disfatta di Nugent, l’investimento di Verona, e l'attacco di Trieste avrebbero fatto scendere a patti il nemico.

Quali operazioni poteva intraprendere Radetzky? La prima e la più razionale, anzi la sola giusta, sarebbe stata quella di contrastare il passaggio dell’Adige, ed in tal caso il Re otteneva la battaglia e decideva la guerra. Secondo, attendere l'allontanamento di parte dell’esercito per attaccare i 40 mila uomini rimasti. Ma questo corpo benché assai forte per tenergli testa nelle sue posizioni, non avrebbe dovuto mai accettare battaglia, in vece ritirarsi continuamente per operare la congiunzione col Re; il quale appena si sarebbe visto separato dal Maresciallo da una distanza minore di quella che separava questi dall’Adige; dovea immediatamente contromarciare, riunirsi al corpo d'osservazione, ed attaccarlo. Finalmente, se Radetzky sortiva dalla piazza per avviarsi verso Milano, nel mezzo di un popolo nemico, con 40 mila uomini che seguivano le sue orme, era tale un’operazione che bisogna desiderare fosse sempre l’ispirazione dei nemici d’Italia.


vai su


II - OPERAZIONI NEL 'TIROLO

Marcia dei volontari — Spedizione del Tirolo — Combattimento delle Sarche e Castel Toblino (14-15 aprile) —. di Stenico (19) — Ordinamento di questi corpi — Nuove posizioni da essi occupate — Combattimento del Caffaro (21 maggio).

Dopo la vittoriosa insurrezione, l’ardore del popolo fu spento dagli uomini che propugnando la guerra regia si trovavano alla testa del movimento. Da per tutto fu predicato, che il solo mezzo di vincere fosse quello di porre cieca fiducia in Carlo Alberto allora proclamato spada d’Italia. Pochissimi ebbero l'animo di esci re in campo e volontari affrontare i disagi ed i pericoli della guerra. Essi vennero disprczzati, umiliati e riguardati come gente sospetta e d'impaccio alla causa. I cittadini timi si ordinarono pronti in guardia nazionale, per reprimere sognate congiure dei repubblicani ini favore dell’Austria. In tali assurdità venne smarrito il senso comune del popolo!!!

Il giorno 24 marzo una mano di 129 giovani che poi divennero 500, comandata dal cittadino Luciano Manara, sorti da Milano e s’ incamminò verso Treviglio. Il governo provvisorio di Lombardia avea chiamato a comandare le future forze lombarde il generale Teodoro Lecchi vecchio militare, e perciò inutile affatto al suo officio, ove era necessario un uomo che unisse alle cognizioni di generale lo spirito rivoluzionario. Manara ebbe ordine di fermarsi a Treviglio; ivi tu raggiunto da altri 1200 uomini comandati dal cittadino Arcioni, che dalla Svizzera Italiana erano marciati su Como ed aveano soccorso quella popolazione nella sua lolla contro li austriaci. Queste due guerriglie, unite all’altra di 800 uomini comandata da Torres, marciarono in testa della brigata Bès che si dirigeva sul Mincio.

Sul principio d'aprile veniva nominalo generale il colonnello federale svizzero Allemandi, italiano, al quale fu dato il comando di questi corpi volontari, inculcandogli di non apportare in essi alcun cambiamento.

«Esse (diceva il Governo parlando delle compagnie dei volontari) si sono sistemate da sé, e sottoposte a capi temporanei di loro confidenza, che sarà conveniente di non rimuovere per non urtare il loro amor proprio e sfiduciarle… senza sopprimere i gradi puramente nominali… che si sono attribuiti...

Ciò mostrava che il governo non intendeva ordinare questa brava gioventù; e vi poneva a capo il generale Allentaci, solamente per deludere lo slancio che non poteva, reprimere. Il giorno 6 aprile i diversi comandanti di queste truppe, che furono chiamate colonne, riuniti a Moutechiari, riconobbero come loro capo il generale che le destinava il governo provvisorio, e si decise intraprendere la spedizione nel Tirolo, da due settimane progettala, onde promuovere l’insurrezione.

Le varie colonne mossero a quella volta; Arcioni marciava in testa; la colonna Manara lo seguiva, ma si arrestò a Salò per secondare il generale Bes nella disgraziata dimostrazione che finì coll'incendio di Castelnuovo e ritardò ancora più la sua marcia.

Arcioni la sera del 13 giunse a Stenico. Il 14 questa colonna attaccò il nemico che si trovava alle Sarche, lo costrinse a ritirarsi in Castel Toblino, e s'impadronì della terra. Il 15 il nemico tentò una sortita, ma respinto vigorosamente e serrato da presso fu costretto di abbandonare il Castello che venne occupalo dai volontari. La posizione d'Arcioni dominava la valle della Sarca, e minacciava di girare Riva, che attaccata in quel giorno stesso da un altra colonna, sarebbe caduta certamente nelle mani dell'italiani, i quali potevano in tal modo intraprendere un’operazione su Trento e Roveredo. Ma essi erano di forze molto inferiori a quelle del nemico nel Tirolo, né potevano ottenere alcun risultamento decisivo. Riva non fu attaccata, eia posizione della colonna Arcioni diventava molto pericolosa, poiché rimase isolata, e

scoverta da ogni parte. Nel tempo che Arcioni avea occupato Castel Toblino, un' altra colonna di volontari tentò il passo del Tonale, onde passare da Val-Camonica a Val- di Sole nel Tirolo.

Allorché scoppiò l’insurrezione nel Lombardo-Veneto, lo forze austriache nel Tirolo, tanto al di qua che' al di la dell’Alpi e nel Vorarlbcrg, si componevano di sette battaglioni d’infanteria, quadro squadroni Lichtensteìn, e due batterie; questa truppa di cui due battaglioni di fanteria (Vittorio d’Esle) italiani che mostravano sintomi di sollevazione, era destinata a guardare la frontiera svizzera; e nel Tirolo Italiano non. si: trovar vano che solo 800 uomini a Trento, costrette dall'attitudine minacciosa degli abitanti a riparare nel castello.

Radetzky appena giunto in Verona vi spedi una,briga la comandata dal colonnello Zobel; il quale giunto a Trento disarmò i cittadini, prese degli ostaggi, e minacciò porre a ferro e fuoco la città al primo movimento ostile. Quindi rafforzò questa brigata con; 60 compagnie cacciatori che si formarono nel Tirolo in poche settimane, ed armò i contadini a guardia del passo dello Stelvio e del Tonale. Appena gli austriaci ebbero contezza della marcia dei volontari, e della presenza di Arcioni a Castel Toblino, spedirono due. colonne contro di essi; l'una parti da Trento mirando Scenico, l'altra da Mezzo Lombardo per Bocchetta rimontò il fiume Noce. Arcioni all’avvicinarsi del nemico si ritirò a Stenico. Nel tempo medesimo Manata forzò la marcia e giunse in suo soccorso la notte del 18. Il giorno seguente le due colonne sortirono da Stenico, e mossero ad incontrare il nemico, col quale si urtarono a poca distanza da questo villaggio. I volontari appoggiarono la destra alle alture di Villa, e si prolungarono sino a S. Lorenzo. Il fuoco cominciò alle 4 pom. e durò per tre ore, sotto una dirottissima pioggia, senza verun vantaggio, delle due parti, finché un progresso fatto dagli austriaci sul fianco sinistro dei volontari obbligò questi a rientrare a Stenico. Gl'imperiali occuparono Salemo e la notte gl’italiani ripiegarono su Tione. L’altra colonna austriaca partita da MezzoLombardo, fronteggiò le colonne che tentavano lo sbocco del Tonale, e ne arrestò la marcia. In quest’epoca medesima, altre guerrilles le quali vagavano alla ventura nel Tiralo ebbero colli austriaci delle scaramuccie di nessuna importanza.

Questa spedizione nel Tiralo, alla quale non presero parte neanche tutte le diverse colonne dei volontari, non fece che inutilmente compromettere gli abitanti è portare lo scoraggiamento fra quella valorosa gioventù di giù affranta dai disagi della guerra, accompagnati da tutte le privazioni prodotte dalla cattiva amministrazione e dalla perfida volontà del governo provvisorio.

Tutte queste colonne ebbero l’ordine di recarsi a Brescia ed a Bergamo onde ordinarsi, ed esse vi corsero con animo lieto ed animate da ottimo spirito. Ma gli uomini destinati ad una tale difficile impresa non solo non erano all’altezza di questa missione, ma temevano l’ardore che animava quella gioventù corsa alle armi solamente per amore di libertà, e perciò capace di scuotersi solo al sentimento di patria e di sovranità popolare. In vece si cercò farne de' soldati regi; la qual cosa non poteva conseguirsi senza il bastone austriaco, o pure un anno di rigorosa disciplina. Un officiale piemontese si presentò a questi giovani, e fece loro la prima invocazione nel nome di Sua Maestà il Re, al che la colonna Arcioni rispose concorde Viva la Republica Italiana, e si sciolse. Ciò dimostra quanto sia interessante che gli uomini destinati a reggere una rivoluzione apprezzino delicatamente le suscettibilità delle masse. Una parola sola fece sparire dal campo tinca 2000 giovani valorosi.

L’ordinamento coi metodi comuni doveva progredire con molla lentezza, e non doveva ingenerare niun risultamento. A Milano, si riuscì a raccozzare 42,000 uomini, di cui si formò una divisione che fu poi comandata dal generale Perrone. Ma secondo il costume di tutti i governi, e particolarmente dei monarchici, i quadri di questa divisione furono per la più parte formati da giovani i quali si mostrarono cortigiani, o pure da officiali già rifiuto dell’esercito piemontese. Nei soldati si cercò di spegnere l’ardore ed il sentimento nazionale; vi si riuscì, ma il tempo non bastò a ridurli schiavi: si distrusse il cittadino ma non si ottenne il soldato. Finalmente alcune altre colonne di volontari, rimaste a guardia dei passi della Valle del Chiesi, non furono mai richiamate dal campo e non ricevettero alcun ordinamento, ed in queste si conservò un certo ordine sino agli ultimi periodi della campagna.

L’ordinare ed il reggere un popolo corso alle armi non è da uomini mediocri. Il giuramento e la disciplina sono dei mezzi che nulla valgono ove siano scompagnati dalla forza. Quale efficacia possono avere in una massa ove il colpevole trova 100 mila difensori, ed il giudice nessun esecutore? Ma se in questa massa si mantengono sempre vive e bollenti le passioni, esse saranno un' arma potente e terribile nelle mani di un capo: e però ben lungi dal comprimerle bisogna invece favoreggiarne lo sviluppo.

Nei nuovi corpi di un esercito regolare si procede innanzi tutto ni La formazione dei quadri, poiché in quello oltre la tradizione avvi la forza che obbliga i soldati ad accettare la scelta del governo, in certo modo informato della condotta e della capacità di ciascun individuo. Eppure egli è impossibile che questa scelta sia giusta, essendo impossibile spogliar? gli uomini dalle loro passioni. Ora quale dovrà essere il risultamento, in una moltitudine ove niuno ha dimostrato la sua capacità, e ciascun individuo è ignoto affatto alle persone destinate all'ordinamento di essa? Si otterranno dei quadri composti di uomini che dovranno il grado alla loro assidua servilità, e questi quadri imposti al popolo, che sente e vuole esercitare la sua sovranità, faranno almeno diradare le file, allontanandosene i più generosi, e rimanendo alle bandiere solo coloro che sono adescati dal guadagno: quindi numero esorbitante d’ignoranti graduati, ed esilissimi battaglioni composti di un’accozzaglia pronta ad ammutinarsi, come pronta a fuggire.

L'elezione e l'eguaglianza del salario per tutti i gradi sono i soli mezzi che in questi casi rivestono le nomine di legalità, diminuiscono il numero de' sollecitatori di spallette, estinguono quel sentimento d'invidia che vien generato fra officiali e soldati dalla diversità di vivere, e riducono il grado ad un tributo imposto all’intelligenza.

Il generale A Demandi avea chiesto ed ottenuto la sua dimissione. Egli venne supplito nel comando dei corpi volontari dal colonnello Durando (Giacomo), il quale ebbe la missione di guardare con queste truppe la frontiera del Tirolo.

Il nuovo comandante lasciò allo Stelvio un corpanumeroso di volontari, un altro fu messo a guardia del passo del Tonale. Egli con 5 a 6000 uomini prese «posizione sulla destra del Caffaro (torrente) e covriva così gli sbocchi di Val-Trompia, e Val- Chiesi appoggiando la sinistra a Bagolino; il centro ove riunì il nerbo delle forze sulla grande comunicazione,; si prolungò con la sua dritta quasi sulle vette di Valle Toseolano; ed un battaglione di 1000 uomini, comunicato dal maggiore Borra; occupò le cime dei monti che coronano la destra del lago di Garda, e guardava i sentieri pei quali la riviera bresciana comunica con valle di Ledro, e valle Toseolano. Questo estesissimo cordone, stabilito dal Durando, non conseguiva lo scopo a cui esso mirava; dappoiché il nemico, per ottenere un risultamento da un’invasione alle spalle dell’armata operante sul Mincio, bisognava che avesse manor vrato con un corpo almeno di 15 a 20,000 uomini, il quale senza dubbio veruno avrebbe potuto rompere in qualunque punto la lunga linea su cui erano disseminati i volontari. Ma il nemico mancava di forze.

Tutte le diverse valli che dalla Lombardia e dal Veneto mettono nel Tirolo, abitate da bellicose popolazioni, erano levate in armi, ed obbligavano li austriaci a suddividere le poche truppe che aveano nell’Adige superiore; quindi Durando avrebbe potuto riunire un corpo di 10 a 15,000 uomini, con essi invadere il Tirolo italiano, liberarlo dal nemico, e concentrarsi a Trento. In tal posizione toglieva agli austriaci qualunque possibilità d’invasione senza prima dare una battaglia; covriva completamente tutti i piccoli paesi della frontiera esposti alle scorrerie del nemico, dava un assieme a tuttiquei spara corpi e ne rilevava lo spirito. Finalmente tagliata, al Maresciallo lo uniche comunicazioni rimastogli ed obbligandolo cosi a lasciare Verona e rimondare? l'Adige per attaccarlo, avrebbe dato all'esercito piemontese il campo di operare alle sue spalle. Né vale l’addurre. per iscusa la neutralità del Tirolo come parto della confederazione Germanica, dappoiché la guerra iniziata era guerra nazionale, e quindi i limiti dell’armata. italiana erano le Alpi; e poi se questo ridicolo pretesto con cui l’Austria si beffava del Re, fosse stato reale, era inutile guardare la frontiera di un terreno neutrale. I volontari rimasti disponibili si potevano inviare al campo, o scioglierli sé creduti inutili. Cosi si sarebbe ottenuta una significante economia, e non si costringeva quell'infelice gioventù a soffrire tutti i disagi della guerra per poi gettargli sul voltò l’accusa di non aver fatto nulla per una causa tutta loro.

Durante la campagna i volontari, costretti all’inazione dal sistema assolutamente difensivo che si era adottato, si limitarono a semplici ricognizioni, le quali agguerrivano quei giovani e ne soddisfacevano l'ardore. Gli austriaci dal canto loro operavano nello stesso modo; essi fronteggiavano la linea comandata dal Durando, e di tratto in tratto ne attaccavano le posizioni più esposte, da cui furono sempre respinti.

Il 22 maggio un corpo austriaco di 5,000 uomini con tre pezzi di campagna cercò di forzare il passaggio del Calibro; forse ad oggetto di molestare il nemico, e fare qualche scorreria nei paesi limitrofi della provincia di Brescia. Questo corpo col nerbo delle sue forze attaccò il ponte della grande comunicazione, ne respinse il nemico, che si ritirò in disordine verso Anfo, mentre un’altra solenne di minor conto per Ricco-Massimo marciava su Bagolino. Il ponte del Caffaro è dominato dalla cima di monte Snello, le cui falde sono lambite dal torrente. Questa interessante posizione fu trascurata dal nemico, e Durando che sino a quel momento non ne avea conosciuto l’importanza, si avvide del suo errore, riunì tutte le forze che le vennero sotto mano e coronò la cima del monte. L’apparizione degli italiani sul monte Suello, sbalordì il nemico; la colonna che marciava su Bagolino principiò ad esitare, ed in vece i volontari che la fronteggiavano presero animo, l’attaccarono e la respinsero su Lodrone, mentre due pezzi di artiglieria, trasportati sul monte, decisero la completa ritirata degli austriaci.


vai su


III - OPERAZIONI IN LOMBARDIA

Passaggio del Mincio (26 aprile) — Combattimento di Colà (28) — Fazione di Sandra (29) — Combattimento di Pastrengo (50) — Posizione dell'armata piemontese — Combattimento di S. Lucia (6 maggio).

Il Maresciallo Radetzky avea preso posizione con le sue forze sulla sommità delle alture avanti Verona, cercando così d’impedire il blocco di Peschiera. D’Aspre (2.° corpo) appoggiava la sua destra (brigata Sigisrnondi) a Pastrengo, seguiva la cresta delle colline che covrono tutte le comunicazioni del Tirolo; e la sua sinistra (brigata Wohlgemuth) occupava Pacengo e Colà. Il l.° corpo (Wralislaw) scaglionato dietro la sinistra del secondo, avea la sua fronte di battaglia nella direzione du Sandra, S. Giustina, Sona, e Somma-campagna, e tagliava perciò con la sua destra la strada di Peschiera a Verona.

La mattina del 26 aprile l’armata piemontese feceun movimento avanti. Il primo corpo pel ponte di Goito, il secondo pei ponti di Monzambano e Borghetto, defilarono la dritta alla testa sulla sinistra del Mincio. Il 1.° corpo si arrestò a Roverbella, il 2.° a Villafranca, rimanendo indietro la 4.(a) divisione che doveva compiere il blocco di Peschiera, già intrapreso sulla sponda destra da una delle sue brigate. Questo movimento dell'esercito piemontese che minacciò la sinistra del nemico

fu devoluto al puro azzardo, giacché dalle diverse relazioni della campagna. scritte da officiali piemontesi, si vede chiaramente come essi ignorassero la posizione del Maresciallo.

Il 1.° Corpo dell’armata austriaca, che formava il secondo scaglione, della linea di battaglia, minacciato alla, sinistra, fece un movimento indietro. Abbandonò le alture, ed occupò con le brigate Taxis, Rath, Schaaffgotsche e Lichtenstein una linea fra Bussolengo e santa Lucia. D’Aspre conservò le sue posizioni. Il 27 i piemontesi restarono nell'inazione. Il 28 la testa di colonna del 2.° corpo conversò a sinistra ed occupò le alture di S. Giuslina e Palazzolo, mentre la brigata Bes della 4.(a) divisione per compiere il blocco di Pe. schiera marciò su Colà e Pacengo, e si urtò per conseguenza con la sinistra di D’Aspre, il quale vedendosi già compromesso per la presenza del nemico a S. Giustina e Palazzolo, si serrò a destra concentrandosi a Pastrengo.

Il giorno medesimo Bava seguì il movimento della terra divisione ed occupò le alture di Custoza, Somma- Campagna e Sona. La riserva si mantenne dietro il centro della linea a Quastalla ed Oliosi; la cavalleria accampò a S Giorgio in Salice.

Il generale Bes avea compito il blocco di Peschiera, la terza divisione si era prolungata sino a Sandra, onde porsi in comunicazione con esso. Il 29 un corpo-nemico comandato dal generale Taxis attaccò i piemontesi a Sandra, ma dopo sei ore di accanito combattere fu completamente respinto.

Intanto D’Aspre concentrato a Pastrengo pesava sulla sinistra dei piemontesi, ed il Re decise di attaccarlo. A tale oggetto il generale De-Sonnaz (2.° corpo), rafforzalo dalla riserva e con la brigata Regina del 1.° corpo ebbe ordine di marciare su Pastrengo. La terza divisione sostenuta dalla brigata Guardie si avanzò verso il nemico partendo da santa Giustina. Il generale Aviernoz, con la brigata Cuneo e la brigata Regina parti da Sandra, mentre il generale Bes con la brigata Piemonte parti da Colà. La terza divisione procede vigorosamente al suo attacco, e scacciò il nemico di collina in collina. La sinistra dei piemontesi fu ritardata dagli accidenti del terreno, ma giunta al piede delle colline che dominano Pastrengo cominciò ad ascenderle. Il nemico li accolse con una scarica a bruciarlo. I piemontesi vacillarono un istante, ma tre squadroni di carabinieri caricando Opportunamente furono seguiti da tutta la linea che subito coronò le alture. Radetzky era venuto personalmente sul luogo. Egli per sostenere D’Aspre cercò di portare la sinistra della sua linea in soccorso della dritta, ma invano; giacché una sua colonna sulla strada di Verona fu accolla dalla mitraglia, caricala da una brigata di cavalleria e respinta. Un’altra colonna che marciava col medesimo scopo si urtò a Sona e Somma-campagna col 4.° corpo d'armata, e fu obbligata a ritirarsi. D’Aspre non avendo potuto ottenere soccorsi sgombrò la posizione con gravissime perdite. Un battaglione di cacciatori sceso dal Tirolo prese posizione a Pontone e protesse la ritirata su Verona. Il medesimo giorno il nemico tentò una sortita da Peschiera, che fu immediatamente ricacciata nella piazza. Il combattimento di Pastrengo fu gloriosissimo pei piemontesi; essi ottennero completa vittoria sulla intera armata nemica, la cacciarono in Verona, e sbarazzarono così tutta la destra dell’Adige. Inseguire D’Aspre al di la dell’Adige sarebbe stato non solo inutile; ma era un esporsi al rischio di un ritorno offensivo, senza la probabilità. di significanti vantaggi.

Dopo questo successo la posizione dell'armata Piemontese era bellissima: essa occupava tutte le creste che si estendono da Pastrengo a Custoza. Una divisione bloccava completamente Peschiera; un battaglione del 10 di linea napolitano occupava Goito, ed i toscani osservando Mantova erano trincerali a Montanara e Curtatone. Ma l’imperizia dei generali piemontesi, nelle grandi manovre si rileva dalla mancanza di precisione anche nei più piccoli dettagli. I due corpi componenti l'armata sarda si trovarono spiegati in battaglia per inversione l’uno rispetto all'altro, come lo erano del pari le due divisioni del secondo corpo. Di fatti la brigata Piemonte, dritta della 4.(a) divisione, legava con la brigata Savoia dritta della 3.(a) e quindi invece di seguire la sinistra del 1.(0)corpo, seguiva la destra.

Questo errore dipendeva dal non comprendere' il movi mento che Tarmata faceva passando il Mincio. Siccome, lo spiegamento sulla sinistra del fiume principiava dalla sinistra dell'armata che bloccava Peschiera bisogna passare il Mincio con la sinistra alla testa, per quindi trovarsi in ordine diretto alla fine della manovra. Finalmente, cosa stranissima, il quartier generale era a Somma- Campagna, il punto più avanzato della linea di battaglia .

Innanzi di Verona i villaggi di Chiavo, Crocebianca, S. Massimino, S. Lucia, e Tomba formano una curva, che presentando la sua concavità a Verona chiude il rientrante dell’Adige in cui la città è sita. Il Maresciallo spiegava le sue forze lungo questa curva; d'Aspre era personalmente a Crocebianca, e Wratislaw a S. Lucia.

Il Re decise di attaccare questa posizione, senza die; possa comprendersi l’oggetto di una tale operazione: sfidare il nemico a battaglia era una. ragione sufficiente perché il nemico non l'accettasse; ma anche ammessa questa probabilità, sarebbe stata. una battaglia che vinta dai piemontesi non dava altro risultamento che la ritirata del Maresciallo in Verona., e vinta da Radetzky gli presentava brillantissimi successi. Sarebbe convenuto. al Re di attaccare quelle posizioni nel solo caso di volere investire Verona e bombardarla; e dir fatti questa supposizione fece sì che il Maresciallo le difese ostinatamente.

L’ordine dato fu di lasciare gli accantonamenti all’alba del 6 maggio. La brigata Regina, formando l’avanguardia, doveva partir da Sona e mirare Verona., e le altre colonne seguirla a scaglioni. La prima doveva arrestarsi appena giunta al Finitone ultime ondulazioni delle colline; allora l’ala sinistra entrava in linea appoggiandosi all'altura di Palazzina, e la destra si scaglionava sino al palazzo della Madonna. Da tale posizione bisognava poi partire con un attacco paralello sui sopraddetti villaggi: la sinistra a Crocebianca, il centro a S. Massimo, la destra a santa Lucia.

Ma questo piano che non prometteva altro risultato se non quello che può sperarsi dall'urto delle masse senza veruna combinazione, non fu neanche eseguito.

Le diverse colonne partirono dai loro. accantonamenti, e senza arrestarsi per disporsi in ordine di combattimento marciarono al nemico. Il centro, ove si trovava il Re, fu ir primo impegnato, esso respingendo l’avversario lo seguì a santa Lucia, quindi l’ala dritta diede a vuoto, e divenne come riserva dei centro. La sinistra attaccò Crocebianca; S. Massimo, rimasto senz’un attacco vigoroso D’Aspre, ebbe la possibilità di richiamarne le truppe, rafforzare Crocebianca e guadagnar terreno, mentre Wratislaw perdeva santa Lucia.. Mancato I attacco di CroceBianca, il Re diede l'ordine di ritirata nei tempo stesso che Radetzky inviava a S. Lucia la brigata Clam, un battaglione italiano Geppert, e due compagnie del reggimento Proharka. Queste truppe fresche mossero all’assalto, ma furono bruscamente ricevute del duca di Savoia il quale con la brigata Cuneo sostenne la ritirata. . ..

Questa giornata senza frutto veruno fece soffrire all’armata moltissime perdite, e. produsse un certo scoraggiamento manifestalo con numerose diserzioni.


vai su


IV - OPERAZIONI NEL VENETO

Marcia di Nugent — Marcia di Durando — Arrivo della Divisione Ferraci — Combattimento di Cornuda (9 maggio) — Defezione de' Volontari — Marcia di Durando su Treviso — Marcia dello stesso su Vicenza — Taxis attacca Vicenza (24 maggio).

L’esercito di riserva delli austriaci, che già si formava sull'Isonzo prima dell'insurrezione, era capitanato dal generale Nugent, il quartiere generale era a Gorizia. Il giorno 16 aprile erano giunti in linea appena 15,000 uomini, con 60 a 70 bocche a fuoco. Dietro ordini ricevuti Nugent passò l'Isonzo dovendo guadagnare Verona al più presto possibile. Il generale Zucchi marciò contro di esso con la guarnigione di Palmanova, ma venne respinto. Nugent si presentò sotto la piazza, ed al rifiuto della resa, la mascherò con quattro battaglioni comandati da Schwarzeinberg, appoggiò a dritta, e si portò sotto le mura di Udine, che capitolò dopo due ore di bombardamento. Il 23 prese possesso della città e continuò la sua marcia, inviando un altro battaglione sotto le mura della piccola piazza di Osopo, la quale ricusò di aprire le sue porte. Il 27 l’avanguardia di Nugent, forte di quattro battaglioni, due squadroni e mezza batteria, passò il 'ragliamento e giunse il giorno medesimo a Pordenone. In questa posizione si fermò per due giorni, foraggiò in tutto il paese, e riunì un considerevole convoglio per portarlo in Verona. Il 30 Nugent aveva il quartier generale a Pordenone. Welden con un distaccamento rimontò il fiume onde perlustrare le valli superiori e proteggere il suo fianco destro, mentre una piccola flottiglia a Caorle secondava i movimenti dell'armata. Il giorno 3 maggio marciò avanti e portò il quartiere generale a Conegliano» e l'avanguardia a Susigana.

Al campo dei Re fin dai primi momenti si conobbe la marcia di Nugent, operazione da cui dipendeva la sorte di tutta la campagna, e crediamo inutile, ripetete che avrebbe dovuto assalirlo con forze considerevolissime. Invece non prima dei 27 il Re si decise di fai marciare contro di esso la divisione Durando. Questa partì da Ostilia il 27 stesso ed arrivò il 29 a. Treviso, ove seppe che Nugent si era spiegato sulla Piave.. Durando lasciò La Marmora con un corpo di volontari a difendere il basso Piave, e prese posizione a Montebelluno, confidando la difesa della Piave superiore ai volontari bellunesi.

Nugent intanto, appena assicuralo sul suo lato destro, lasciò a Susigana l’avanguardia con. tutto il convoglio scortato da tre battaglioni, girò la sua testa di colonna a. dritta, la brigata Culoz formò l’avanguardia, osi diresse a Belluno. Culoz superò le piccole resistenze di qualche corpo, volontario, passò la Piave, ed il 7 prese posizione a Fellre, mentre Nugent giungeva a Belluno. Durando il giorno medesimo si era messo in marcia verso Feltre. per meglio esaminare lo stato delle cose, ma trovandolo occupato dal nemico, in vece di attaccarlo, rassegnalo contromarciò su Primolano per difendere la Brenta.

In quest’epoca medesima, e propriamente il giorno 6, una divisione di volontari Romani, organizzata dal generale Terrariforte di 10 mila uomini e 10 bocche a fuoco, presentava le sue teste di colonna verso Treviso, e veniva a congiungersi col generale Durando che si trovò in tal modo al comando di più che 20 mila uomini, compresi i volontari del Veneto.

Ottenuti questi rinforzi Durando pensò immediatamente di stendersi in cordone. Una brigata comandata dal generale Guidoni, forte di 2500 uomini, fu messa a guardia del ponte della Priula. Ferrari ebbe ordine con le sue forze di occupare Montebelluno e distendersi lungo la Piave. Durando rimase a Primolano.

La sera del 9 maggio le avanzale nemiche scambiarono dei colpi di fucile con gli avamposti di Ferrari. Questi partì immediatamente con 5 a 4,000 uomini e si portò verso Cornuda, ove ebbe uno scontro di poco rilievo con una riconoscenza inviata da Culoz. Il giorno seguente (9) Culoz continuò la sua marcia seguito da tutto il rimanente dell’armata, mentre il distaccamento, rimasto con tutto il convoglio a Susigàna, attaccò il ponte della Penila. Ferrari fin dalla sera avvertì Durando detta gravità delle circostanze.

La mattina atte 3 antim. Culoz attaccò Ferrarla Pornuda, i volontari sostennero con bravura le loro posizioni sino alle ore 5 pom. Ma giungendo in linea un’altra brigata nemica, Ferrari fu costretto a ritirarsi su Montebelluno. I volontari non aveano cessato mai di sperare nell’arrivo del generale Durando, ed ottenere così una vittoria, ma vedendo che queste promesse non si erano verificate, principiarono a sospettare della fede dei loro capi. Il sospetto contagioso nette file di una truppa giovane, v’introdusse la defezione; essi senza riceverne ordine marciarono su Treviso, ove fu obbligato di seguirli il generale. A Treviso era giunta anche la brigata Guidoni, che appena attaccata sui ponte della Priula avea abbandonata la posizione. Il nemico accampò la sera a Visnadello.

Durando ricevé il primo avviso del generale Ferrari alle 4 antim. del 9 e non parti che alle 9 antim. del medesimo giorno dirigendosi verso Cornuda, e lasciando un distaccamento a Primolano comandato dal capo del suo stato maggiore Casanova. Costui forse vide qualche pattuglia austriaca in distanza, e spedì un messo al generale annunziandogli Un vivo attacco. Durando era giunto nelle vicinanze di Cornuda, ma a tale avviso si arrestò indeciso, e quindi avendo saputo non esservi nulla di positivo a Primolano rimase la notte a Bassano, il 10 si diresse verso Montebelluno, ove seppe durante la marcia la ritirata di Ferrari a Treviso. Ecco dunque, come mentre il nemico compiva delle importanti operazioni e batteva Ferrari, Durando in una continua indecisione perde la giornata in mancie e contro marcio, senza trovarsi su di alcuno dei punti attaccati della sua linea.

Il giorno 11 il generale Ferrati avendo sentore dell’avanzarsi delli austriaci, sortì alla testa di una brigata di linea, piazzando i volontari nei siti meno esposti; ma questa brigata al primo colpo di cannone si diede ad una. vergognosa fuga. Questo fatto aumentò lo scoraggiamento dei volontari, ed essi non furono più nello stato di tenere la campagna neanche per un’ora. Terrari li condusse a Mestre, rimanendo a Treviso, il colonnello bandi con 5,600 uomini di buona volontà. In Mestre la mattina del 15 una gran parte dei volontari si congedarono, ed i pochi rimasti furono riordinati alla meglio e ricondotti a Padova.

Nugent riunì a Visnadello le sue colonne e si arrestò, dappoiché attendeva l’arrivo di altre truppe da Gorinzia. Il 19 queste truppe giunsero, e nel tempo medesimo il maresciallo Radelzky inviò a Nugent; l’ordine di accelerare la marcia. Intanto una malattia impedì a questi di continuare il suo cammino, ed in sua vece il generale Taxis prese il comando di questo corpo che allora ascendeva a 20 mila uomini.

Durando dopo l’affare di Cornuda avea raccolto a Cittadelle tutti i corpi di Primolano e di Ba$sano,. e si diresse a Piazzola onde difendere la valle della Brenta conservando sempre la sua attitudine passiva. Ma il 16 maggio, temendo che il nemico volesse attaccare Treviso marciò a quella volta. Taxis profittando,di tale errore spiccò immediatamente la marcia per Verona. Il 20 la sua avanguardia si presentò sotto le mura di Vicenza e h:cannoneggiò, mentre il corpo principale per Bicone e Creazzo si diresse verso Verona. Giunto a S Bonifazio, |er un ordine ricevuto dal Maresciallo, spedì il convoglio in Verona, e rafforzato d'alcuni cacciatori ritornò a Vicenza per impadronirsene. Durando, dopo te sua inutile marcia su Treviso, all’annunzio del movimento nemico si era diretto anch'esso su Vicenza; Taxis al tacco la città la sera del 23 alle ore 11 ma respinto dalla truppa di Durando si ritirò il giorno seguente alle 10 del mattino. E cosi terminavano le prime operazioni del Durando nel Veneto, che meritano al certo un rigoroso esame.

L’obbiettiva di Nugent era Verona, e suo primo interesse quello di condurvi le forze intatte, epperciò evitare a qualunque costo una battaglia. L’oggetto di Durando era quello d’impedire la sua marcia, o almeno ritardarla e fargli soffrire i maggiori danni possibili. Il passaggio dei fiumi va difeso, o cercando direttamente il nemico per attaccarlo, oppure, se ha forze superiori, manovrando su i fianchi della sua linea d'operazione. Nel caso di Durando il secondo mezzo sarebbe riuscito inutile poiché Nugent avea due basi tGorinzia e Verona, e tutti i suoi sforzi dovevano essere diretti ad evitare Uno scontro; quindi per esso sarebbe stato vantaggioso di avere il nemico alle sue spalle, egli avrebbe cambiato la sua marcia avanti in una ritirata su Verona. Ritardare solamente la marcia di Nugent non era un vantaggio reale v dappoiché esso non doveva soccorrere una piazza esausta di risorse, o prendere parte ad un immediato combattimento. Nugent avea più interesse evitare il dubbio risultamento di un’azione, che giungere a Verona otto o dieci giorni prima. E se egli si, arrestò qualche tempo dietro la Piave,. non fu certamente per le misure prese dal Durando. Nugent indugiò, dappoiché accordando al nemico maggiore abilità che non avea, non suppose possibile il disseminamento delle sue forze e temé invece di urtarsi contro una massa considerevole di armati. Difatti, assicuratosi con la riconoscenza del giorno 8 maggio che a Cornuda vi erano soli pochi volontari, non esitò un momento a continuare la marcia.

Durando per compiere la sua missione avrebbe dovuto cercare da per tutto il nemico, ed attaccarlo anche con la certezza di perdere. Esso all'arrivo di Ferrari poteva disporre di circa 20 mila uomini; e con una massa tale di armati, comunque disordinala, poteva sempre arrecare gravissimo danno ad un nemico inferiore in forze. In vece egli fece il possibile per evitare gli scontri; marciò su Felice, e si ritirò appena fu sicuro della presenza del nemico, mentre la miglior maniera di difendere Primolano, era quella di attaccare Feltro. Abbandonò la sua posizione sulla Brenta onde portarsi a difendere Treviso (cosa inutile affatto), e diede così agio al nemico di continuare la sua marcia; mentre piombando direttamente su di esso difendeva nel tempo stesso Treviso e la Brenta. Il suo agire indeciso e senza assieme, abbandonando i volontari a loro medesimi,mentre essi non hanno altro sostegno che l’esaltazione ed il successo, introdusse la defezione nelle loro file. Durando alla fine della sua manovra contro Nugent si ridusse con la metà delle forze, senza che il nemico avesse sofferto la benché minima perdita. Il generale austriaco invece, condusse con mollo accorgimento le sue operazioni.


vai su


V - OPERAZIONI IN LOMBARDIA

Combattimento di Curtatone e Montanara (29 maggio) — Fazione di Calmasina (29) — Battaglia di Goito (30) — Attedio di Peschiera (1330).

La piazza di Peschiera era agli estremi per mancanza di viveri, e l’armata austriaca in bisogno, il terreno sulI’Adige esaurito, le comunicazioni col Veneto non libere, e dal Tirolo vi era poco da sperare. Il Maresciallo concepì l’idea di sortire con tutte le forze e marciare a Mantova, raccogliere in quel terreno tutte le possibili provvigioni, fare una punta su Peschiera ed attaccare nel tempo stesso la base nemica. Quindi esso lasciò a Verona circa 13,000 uomini del corpo di riserva allora giunto, ed il resto delle forze fu diviso in tre corpi:

1.° generale Wralislaw, 15 battaglioni, 8 squadroni, 56 bocche a fuoco; 2.° generale d’Aspre, 17 battaglioni, 8 squadroni, 56 bocche a fuoco; corpo di riserva generale Wocher, 11 battaglioni, 28 squadroni, 79 bocche a fuoco. L’assieme delle forze era dai 50 ai 40,000 uomini, con circa 150 bocche a fuoco. La cavalleria dell'intera forza. Una brigata del corpo di riserva si spiegò sullo spalto di Verona. L’armata defilò in tre colonne, la prima per Vagasio, Trevenzuolo, Castelbelforte e spinse i suoi fiancheggiatori ad Isola alla e Nogarole, la seconda composta di due brigate e tutta l’artiglieria passò per Isola della Scala, la terza passò per

Bovolone e Nogara. La brigata che avea protetto il movimento sugli spalti della piazza formò la dietroguardia della prima colonna, la quale arrivò a Mantova il giorno 28 alle ore 2 ½ pom., la seconda alle 7 pom., la terza nel corso della notte.

Il giorno 29 alle 10 ant. la brigata Simbschen fu distaccala al mezzodì per guardare la strada da Governolo a Borgoforte, ed il rimanente dell’armata sorti da Mantova mirando Goito. L’avanguardia era comandata dal colonnello Benedek, che giunto a 900 passi da Curla(one principiò il fuoco con una batteria di racchette, una di obici, e due batterie da dodici. Il resto del primo corpo. si spiegò sulla testa della colonna. La brigata Felice Schwarzeìnberg, appoggiando la dritta alla strada che costeggia il Mincio per Castelnuovo, fronteggiò Cullatone. Carlo Schwarzemberg diresse a sinistra la sua testa di colonna, si mise in linea con l’altra, e si spiegò incontro di Montanara. La brigata. Lichtenstein ancora più a sinistra, mirando S. Silvestro, si spiegò appoggiando l’estrema sinistra all'Osone. Il generale Wohlgemuth tenne la sua brigata in riserva. Il nemico che sosteneva questo formidabile attacco era la divisione toscana e napolitana, comandata dal generale De-Laugier, forte appena di 5 a 6,000 uomini con 7 bocche a fuoco. I toscani spiegarono fuori dei trinceramenti una linea di tiragliatori che per più ore sostennero il fuoco di fila della linea continua nemica, e quindi principiarono a ripiegarsi. In questo momento medesimo a Montanara una granata nemica produsse l’esplosione di un cassone di munizione ed uccise vari artiglieri, mentre una compagnia della brigata Lichtenstein si mostrò alle spalle della posizione. Grò mise il disordine fra le truppe e la ritirata cominciò. La colonna che si trovava a Curtatone, caricata alle Grazie dalla cavalleria nemica, fu rotta e spinta su Gioito. Quella di Montanara fu anche caricala dal nemico, e gettata in disordine sull'Oglio. I resti di queste due colonne furono dirette a Brescia onde riordinarsi.

Mentre erano attaccate le posizioni di Montanara e Curtatone, il colonnello Zobel discese dal Tirolo con una colonna per introdurre un convoglio di viveri nella piazza di Peschiera. Esso attaccò vigorosamente le posizioni che da Galmasina si estendono sino al lago di Garda; ma il generale Bes con due battaglioni della brigata Piemonte, una compagnia di bersaglieri, ed una trentina di volontari Pavesi, lo respinse. Il comandante di Peschiera appena vide p infruttuosa riuscita di tale tentativo decise la resa, che si effettuò il giorno dopo.

Al quartier generale piemontese, che si trovava a mezza tappa da Verona, non si seppe la marcia del nemico che nel pomeriggio del 28, e solamente la sera, si diede l’ordine ad una parte delle truppe di partire all’alba del 29 per Volta, e non prima del 30 si trovarono in linea a Goito: tre brigate del 1.° corpo le due brigate della divisione di riserva, quattro reggimenti di cavalleria e quattro batterie.

L'armata piemontese appoggiò la sinistra a Goito, trinceralo e difeso dal 10 di linea napolitano. Là sua fronte di battaglia poteva considerarsi scalonata indietro di questo punto. La brigata Casale a dritta di Goito ed un poco più indietro, occupava il rialto Somenzari quindi Cuneo a dritta e più indietro di Casale era spiegata parallela alla strada che conduce da Brescia a Goito. Le brigate Aosta ed Acqui erano in seconda linea dietro Cuneo e Casale. Un reggimento Guardie per masse in battaglia a distanza di spiegamento fu piazzato in riserva dietro l'ala dritta. L’altro reggimento Guardie, prima di giungere con la sua testa di colonna in linea col primo, fece un quarto di cambiamento di direzione a dritta, e scalone le sue masse per la sua dritta sulla testa della colonna; in modo che spiegandosi formava una potenza indietro la linea di battaglia. La cavalleria e l'artiglieria a cavallo in riserva, ad eccezione di Nizza cavalleria che rafforzava ancora più l’estrema dritta delle Guardie, ed Aosta cavalleria inviato in perlustrazione sullo stradale di Solarolo e Cresara. L’artiglieria prese posizione innanzi la fronte. Un’ora dopo il mezzodì lo spiegamento era compito.

Il maresciallo Radetzky dopo la vittoria di Montanara e Curtatone accampò la sera con la sua avanguardia ad un’ora più avanti di Curtatone sulla strada di Goito, il primo corpo a Curtatone e S. Silvestro, il secondo. più a sinistra ed in linea col primo, il corpo di riserva dietro il primo. Il giorno 50 l'armata austriaca si proponeva di rimontare il Mincio facendo una conversione a destra, quindi continuare la marcia ed allinearsi. Tra Goito e Ceresara. Epperò il primo corpo doveva marciare per Rivalta a Goito, il corpo di riserva. arrestarsi e Rivalta. Il secondo corpo per Castelluccio e Rodigo a Ceresara. Benedek, avanguardia del primo corpo aprì la marcia, ed a Goito si urtò contro i piemontesi. Alle ore 3 ½ pom. il fuoco ora impegnato su. tutta la linea. L’esercito austriaco si spiegò sulla sua avanguardia; alla sinistra di Benedek entrò in linea la brigata Wohlgemuth, ed a sinistra di questa Strassoldo conversando un poco à dritta e formando una potenza avanti. Wohlgemuth ripiegò innanzi di sé la brigata Cuneo, questo vuoto minacciò il fianco delle truppe laterali, e produsse un movimento retrogrado anche nel reggimento Guardie che si trovava in potenza e che veniva attaccato in fronte da Strassoldo. Ma l’artiglieria del rialto Somenzari, che fiancheggiava la posizione di Cuneo, aprì un fuoco vivissimo e protesse la marcia avanti della brigata Aosta che diventò prima linea. Nel tempo medesimo Nizza cavalleria minacciò la sinistra di Wohlgemuth, il duca di Savoia rannodò i battaglioni di Cuneo ed appoggiò il movimento di Aosta. Al reggimento Guardie riuscì di far retrocedere il nemico che principiò da per tutto a ritirarsi. Allora il tamburo piemontese batté la carica, l’armata eseguì un movimento generale avanti avendo per direzione la strada di Gazzoldo ove la sera accampò. Radetzky avea mancata l’operazione.

D’Aspre continuò senza ostacolo la sua marcia e giunse a Ceresara ove pernottò, né potè prendere parte alla battaglia atteso il lungo giro obbligato a percorrere.

Il 1.° corpo accampò la notte ad un’ora dal campo di battaglia, ed il corpo, di riserva rimase a Rivalta. Una pioggia, dirotta dalla notte del 30 sino alla mattina, del primo giugno, che ridusse impraticabili i terreni ritenne Le due armate nell'inazione. Il giorno 2 Radetzky ebbe notizia che la piazza, di Peschiera si era resa. Altre truppe piemontesi mostrarono le loro teste di colonne a Volta, e finalmente il 5 ebbe notizia dei, gravi fatti di Vienna. La notte del 5 al 4 ordinò la ritirata in Mantova dopo aver foraggialo in tutti i dintorni, la fanteria del corpo di riserva prese posizione dietro Curtatone e protesse il movimento. Il $ il colonnello Benedek marciò in perlustrazione verso Marmirolo e Castiglione Mantovano. Il primo corpo passò per Castelbelforte,. Erbe, e Bovolone. Il secondo per Sanguinetto. Il terzo per Nogaro. Il giorno 6 giugno, a causa della piena delle acque, l'armata dové riunirsi a Legnago per passare l'Adige.

Dal 1.° giugno, in poi le scorrerie delle partite austriache e delle ricognizioni spinte dai piemontesi, fecero conoscere chiaramente al generale Bava quale fosse la posizione del nemico; epperciò ordinò pei giorno 4 un movimento avanti, onde rompere nel centro la linea austriaca sulla strada di Gazzoldo. il duca di Savoia ebbe questa missione, mentre il resto dell’armata avrebbe contenuta l'ala dritta. Il movimento si eseguì, benché si conoscesse la ritirata del Maresciallo.

Il concetto di Radetzky fu ardito, e prometteva dei successi molto brillanti. Ma il rischio non era punto proporzionato ai vantaggi. Se il Maresciallo avesse avuto in contro un nemico pronto e deciso, difficilmente sarebbe ritornato in Verona. Esso doveva calcolare che la sua marcia non avrebbe potuto tenersi occulta ad un nemico vigilante. Infatti so il servizio di perlustrazione e di spionaggio si fosse fatto dall'armata piemontese con l'interesse e l’energia che merita una parte tanto importante della guerra, la marcia del nemico avrebbe potuto conoscersi all’alba del 28, ed in tal caso le’ truppe regie, ponendosi in movimento anche alle 7 del mattino, potevano prevenire il maresciallo a Mantova, o attaccarlo di fianco nella sua marcia. Radetzky avea mancato ad uno di quei principii che lo stesso Napoleone ha dichiarato di non potersi violare impunemente, cioè: fare una marcia di fianco al fronte di un nemico ih posizione. Di più, l’ordine di marcia del Maresciallo fu vizioso; esso risultò scalonato avanti sul fianco sinistro, mentre il nemico minacciava il destro. Il movimento da Verona avrebbe dovuto principiare dalla sinistra, e proporzionare le ore di partenza tori Io sviluppo delle strade a percorrersi, in modo che la colonna la quale entrò in Mantova la prima, fosse invece entrata l'ultima.

II giudicare le operazioni di un generale coti l’esalta conoscenza dello stato in cui si trovava il nemico, è rendere la critica troppo facile per chi la fa, e troppo rigorosa per chi la soffre. Bisogna perciò supporre che il più stretto segreto covra le mosse dei due avversari; e tener conto solamente dei principii inviolabili dell’arte. Radetzky voleva soccorrere Peschiera che si trovava agli estremi, ed attaccare la base del nemico; questo suo progetto gl’imponeva di operare con la massima, celerità.; il più piccolo ritardo poteva far cadere la piazza, e dare al nemico la possibilità di potv tarsi in soccorso della sua base, quindi il tempo: ehei esso perde dopo la vittoria di Montanara o. Cariatone, è imperdonabile; Radetzky avrebbe dovuto spingersi subito su Goito; esso poteva giungervi al più lardi l’alba del 30 e non già alle 5 ½ pom.

Squarciamo ora il velo del segreto, e vediamo i ristai, tati che avrebbe ottenuto. Le truppe piemontesi principiarono ad arrivare a Coito non prima delle 8 antim., e gli ultimi reggimenti vi giunsero a mezzo giorno; quindi il Maresciallo avrebbe occupato, Goito, soccorso Peschiera, ed il nemico pagava cara la mollezza con la quale operò. La perdila della battaglia di Goito il Maresciallo la deve ad un altro suo errore. È un principio di tattica quello di far giungere tutti i corpi sulla nuova linea di battaglia alla medesima ora, e fare in modo che fossero sempre in cago di soccorrersi scambievolmente; quindi D’Aspre o avrebbe dovuto porsi in marcia molto tempo prima dell’armata, ed eseguire un movimento contornante sulla destra dei piemontesi, o essere almeno a tempo di gettarsi a destra e prender parte alla battaglia; in vece esso non fu nel caso di fare né l’uno né l’altro, e perché la sua marcia fu mal calcolata, e perché l’attacco principiò troppo tardi. Difatti supponendo che D’Aspre giungesse a Ceresana nel tempo stesso che Radetzky giunse a Goito, e ne fosse partito appena sentì il cannone, non sarebbe giunto sui campo che a notte. Quindi il Maresciallo fu battuto perché le sue disposizioni tattiche lo privarono nel momento dell'attacco di 18 a 20,000 uomini. Finalmente gli austriaci rimasero distesi su di una lunga linea, incontro dì un nemico concentrato. Un tale errore avrebbe causato la loro completa disfatta, o almeno fa perdita di tutto il corpo di D’Aspre, se altro generale avessero avuto per avversario.

Se il 31 maggio ed il 1.° giugno il terreno fu impraticabile per delle Operazioni di guerra, non lo fu certamente per l’arrivo dei rinforzi. I piemontesi potevano eseguire all’alba del giorno 2, o al più tardi all’alba del 5, il movimento che fecero inutilmente il 4. Questo ritardo inesplicabile dell'arrivo delle altre truppe, e la loro inazione il 2 ed il 5, salvò Radetzky da gravissime perdite.

Il giorno quattro il Re conosceva la ritirata degli austriaci in Mantova, ed era conseguenza naturale che la sera, o il giorno dopo, sarebbero sortiti da Mantova per tornare a Verona. Quindi l'operazione la più semplice e dettata dall'arte e dalla ragione, era quella di opporsi a tale movimento, il che avrebbe potuto farsi, rioccupando fortemente Montanara e Curtatone, quindi passando il Mincio e marciando sotto Mantova fra la Favorita e S. Giorgio, o pure prendendo posizione sulla Molinello, o finalmente prevenendo il nemico all'Adige. Qualunque di queste operazioni avrebbe obbligato il Maresciallo a dare battaglia con una grande inferiorità di forze, dappoiché fin dalla resa di Peschiera l’esercito piemontese era tutto disponibile. In vece il Re perdè inutilmente il tempo facendo una passeggiata militare in tutti quei luoghi abbandonati dal nemico.

Allo sbocco del Mincio dal lago di Garda, è sita la piazza di Peschiera. Essa è quasi nel mezzo del fiume, che sortendo dal lago la traversa, la circonda e la difende con le sue acque. La piazza vien difesa dal dominio dei poggi circostanti dai forti Salvi sulla sponda destra, e Mandella sulla sinistra. Il forte Salvi domina completamente il terreno circostante, non così il forte Mandella il quale in vece è dominato dalle vicine alture. I piemontesi dopo aver riconosciuta la piazza, decisero di attaccare il forte Mandella.

Il 15 maggio essendo giunto al campo il parco d'assedio si cominciarono i lavori. L’assediante intraprese la costruzione di quattro batterie che fu ritardata dalle dirotte pioggie. Il 18 maggio aprì il fuoco, ma fu costretto a tacere, dappoiché il terreno essendo impregnato di acque si avvallò. Riparati tali danni ricominciò a trarre, e la notte del 22 tracciò la prima parallela.! l'fuoco ed i lavori continuarono fino al 26. L’assediato rispose al principio vigorosamente, il 25 scemò di energia, ed il 26 cessò di trarre. L’assediante per mezzo di alcuni disertori conobbe lo stato deplorabile della guarnigione, e fece perciò delle proposte di resa. Il generale Bath comandante la piazza chiese il permesso d’inviare un messo al maresciallo Radetzky e conoscere le sue idee. Questa strana domanda fu ricusata, accordandosi solo poche ore per riflettere. La tregua spirava il 27, e l'assedialo ne chiedeva altri quattro giorni che vennero negati, ed il fuoco continuò fino al 29.

Fallita il 29 la fazione di Calmasina, Bath inalberò la bandiera bianca e capitolò. Alla mezzanotte i piemontesi occuparono il forte Mandella, e la mattina del 31 entrarono nella piazza d’onde la guarnigione sortì con tutti gli onori militati. Essa si componeva di 1725 croati e 30 ussari, i quali vennero imbarcali ad Ancona ed inviati in patria.


vai su


VI - OPERAZIONI NELL’ITALIA CENTRALE

Strage di Napoli (15 maggio) — Richiamo delle truppe e della flotta Napolitana dall’alt'Italia — Insurrezione delle Calabrie — Marcia dei Regi — Defezione degli insorgenti.

Lo stato in cui era l’Italia non lasciava al re di Napoli che la scelta fra due vie onde sviare gli animi dal compiere la rivoluzione, e conservare la corona. Una, snudare la spada, sortire in campo con tutte le sue forze contro l'Austria, ed ecclissare la popolarità del re di Sardegna. L'altra, ingannare, corrompere tradire, sgozzare onde riprendere l'assoluto potere, e dichiararsi contrario alla politica iniziata suo malgrado dal paese. Era la gloria, e l’ignominia: il Borbone non esito a scegliere quest'ultima. Epperò. fomentò le ire e le rivalità, seminò la discordia fra popolo e truppa, e quindi gettò il guanto di sfida che fu incautamente raccolto.

Il 15 maggio era il giorno in cui doveva aver luogo l'apertura delle camere, ed il Re pretendeva che si prestasse dai deputati un giuramento puro e semplice allo statuto, mentre il programma del 5 aprile accordava ad essi il dritto di svolgerlo. I deputati ricusavano, ed il ministero si adoprava a sostenere le camere, e ricondurre il Re sul sentiero della lealtà.

In Napoli, come da per tutto l’Italia, il nuovo ordine di cose non avea condotto ad altro che alla supremazia della classe media; il popolo poco o nulla avea guadagnato, e poco o nulla comprendeva, e la quistione che ora si agitava non avea neanche completamente scosso la classe intelligente. Non per tanto animata dal desiderio di sostenere i deputali, e spinta dall’odio contro l’ignobilissima stirpe Borbonica, la guardia nazionale prese le armi e numerose falangi occuparono i diversi punti della città ed in particolare la strada Toledo che attraversa Napoli da settentrione a mezzogiorno e mette capo alla piazza di S. Francesco di Paola ove sorge la Regia. Questa strada fu in un momento irla di barricate elevate dai più esaltati ed illusi cittadini.

Il Re anelava pugnare, ma l’attitudine minacciosa della città non rassicurava l’animo del Borbone, il quale voleva disarmare il nemico prima di attaccarlo. Egli ricorse immediatamente all'arma che eragli tradizionalmente famigliare, la perfidia. Il Re finse di cedere a tulio, ed autorizzò, la notte del 14 maggio, il cittadino Manno ministro delle finanze di annunziarlo ai deputati. Alla dimane Lanza presidente dalla camera con un proclama lo fece nolo al popolo, invitò la guardia nazionale a ritirarsi, e non rimasero sulle barricate che solo 5 a 400 giovani dei più pertinaci e meno fidenti nella parola del Re.

Intanto per ordine del Re, e senza il consenso del ministero, la notte erano giunte nella capitale numerose truppe chiamate dalle vicine guarnigioni, le quali unite a quelle di Napoli si erano schierale per battaglioni in massa, dal largo del castello lungo la strada S. Carlo sino al largo del palazzo Reale, ed in vece di ritirarsi come avea fatto la guardia nazionale, rimasero tutte ai loro posti ad eccezione di qualche reggimento. I ministri per caso attraversavano il largo S. Ferdinando e furono maravigliati a questi apparecchi ostili da essi ignorati, e credettero pure cosa poco prudente che cittadini e truppa stessero in tale altitudine gli uni incontro dell’altra; epperò il ministro della guerra ordinò ai capi di ricondurle nelle caserme, ma questi risposero non dipendere che dagli ordini del Re, né vollero sgombrare la piazza. A tale infrazione della disciplina e delle leggi costituzionali i ministri si diressero immediatamente al Re, il quale già principiava ad assaporare il fruito delle sue mene, ed avea. smesso l’umile attitudine sino a quel momento mostrata. Egli ricevé i ministri mentre il nuovo ministero, Cariati-Bozzelli (vilissimi rinnegati della causa liberale), già era concreato nella camera contigua. Il Borbone più non addiveniva all’accordo della notte, esso di nuovo pretendeva il giuramento accordando, delle modifiche nella, formola di esso. Il ministero ripetette la sua dimissione presentata il 5, assicurando per altro il Re di proporre ai deputati questo emendamento, e pregandolo nel tempo stesso ordinare alle truppe di ritirarsi. Il Borbone né comunicò l’ordine al generale Carascosa, e questi discese coi ministri onde dargli esecuzione. Ma la truppa non si ritirò. Quale interesse avea essa di rimanere, opponendosi anche agli ordini dello stesso Re? O fa tale ordine un nuovo inganno del Borbone che di gli avea tutto preparato? Giudichi il lettore.

Era di già una mezz’ora trascorsa da che i ministri erano scesi dalla Regia, quando un colpo di facile partì dalle barricate. Fu un cittadino, o un braccio prezzolato dal re? I fatti che seguono saranno una sufficiente risposta.

Al colpo di fucile seguì una scarica della truppa, che si avanzò contro la prima barricata, ma essa verme respinta dai pochi cittadini che la difendevano, ed ih completò disordine retrocedé sino a S. Lucia, ove il Nunziante cercò riordinarla, e chiamare in soccorso del Re i popolani di quel quartiere. L’artiglieria entrò in azione, e dopo tre ore di accanito combattere fu superata la prima barricata. Al punto ove la salita S. Brigida incontra la strada Toledo, la lotta fu anche accanitissima. Due barricate chiudevano gli sbocchi delle due strade, ed esse furono contemporaneamente assalite l’una dalla truppa la quale caricava fango la strada Toledo, e l'altra dai svizzeri che procedevano dal largo del Castello. Oltre di queste barricate difese strenuamente da un pugno di cittadini contro 15 a 16,000 soldati, i palazzi di Cirelli, Benuccio, Gravina dovettero espugnarsi con l'artiglieria.

Il combattere durò sino a sera, la strage, gli stupri, gli assassinii commessi da' regi e massime dagli svizzeri, altri li ha già con vivi colori dipinti. Essi. sono le treccie sanguinose che lasciano le dinastie prima di crollare sotto il peso delle loro nefandezze.

Grande fu la raffinatezza del Re nell’ingannare. Egli comprese benissimo che una volta le guardie nazionali rientrate nel seno delle proprie famiglie, abbattute da una notte di veglia, calmale per la sicurezza dell’accordo annunziato, e senza più avere un convegno o un centro di azione era ben difficile che ciascun individuo fosse isolatamente corso sul luogo del combattimento.

Riprovevole fu la pertinacia dei pochi rimasti. Ma pure quei pochissimi ben diretti avrebbero vinto. Se il popolo si fosse lanciato fuori della prima barricata, ed avesse caricato la truppa nel momento che. respinta fuggiva, la giornata sarebbe stata sua. Di più, errore grave fu quello di restringere il movimento nel sito il più aperto della città, ove facilmente potè manovrare l’artiglieria. Nei quartieri stretti ed intrigati di Napoli avrebbe dovuto il popolo trincerarsi, ivi sarebbe stato impossibile alla truppa di vincere per la sera, e ciò. bastava per trionfare. Egli è fuori dubbio che il giorno seguente la guardia nazionale sarebbe stata scossa dalla lunga resistenza, ed accorsa alla pugna, e poteva anche giungere quella di Salerno che immediatamente si raccolse per muovere sulla capitale.

I ministri dimissionari, dopo circa mezz’ora dell’incominciamento delle ostilità, affine di adempiere un ultimo officio a favore di un popolo assassinato, non dubitarono di farsi strada per mezzo i combattenti e condursi nella Regia, affine di esortare il Re a miti consigli.

Pervenuti alla sua presenza il Re li accolse con amaro sogghigno dicendo: Quali comandi mi debbono dare VV. EE.; quindi atteggiandosi di sdegno, soggiunse: Preparatevi a render conto di quanto avete operato. Al che il Conforti, ministro dell’interno, rispose: Renderemo alle camere ragione degli atti nostri. Lo stesso Conforti disse al Re. Noi siamo venuti ad adempiere un ultimo dovere, e vi esortiamo di far cessare la strage cittadina che si sta consumando, ordinando alla truppa di ritirarsi, e vi ricordiamo che il re di Prussia divenne impopolare in Alemagna dal momento che fece moschettare il popolo. Il re si rifiutò dicendo: La truppa si difende, che si ritiri il popolo. Mentre quel pugno di cittadini non faceva che vendere a caro prezzo le loro vile a quella numerosa soldatesca che li assaliva dietro le barricate e nelle case.

L'inganno operato dal Re la notte del 14 maggio onde far ritirare la guardia nazionale, il concentramento delle truppe senza ordine del ministero, le ultime parole del re ai ministri, e finalmente il richiamo della truppa e della flotta dall'alt’Italia, come vedremo, sono prove assai chiare per confermare che emissari del governo fomentarono a bella posta le ire nei cittadini, che prezzolato fu il braccio dal quale partì il primo colpo, e che il Re in somma lavorava da lungo tempo per giungere a tale punto. L’inganno, l'ipocrisia, la corruzione, tutto adoprò per diventare forte abbastanza da violare un giuramento prestato in nome di una religione alla quale finge di credere.

Il ministero che si era dimesso avea costretto il Re ad inviare nell’alta Italia una divisione forte di 12 mila uomini, comandata dal generale Guglielmo Pepe. Vittorioso il Re il 15 maggio spedì immediatamente un ordine che la richiamava in Napoli. Essa era giunta parte a Bologutì, parte a Ferrara, è pronta a passare il Po. Il Re di Napoli era persuaso che un semplice ordine non era sufficiente per far retrocedere così vilmente una truppa che avea ricevuto l’accoglienza la più fraterna ed entusiasta dalle popolazioni delle Romagne, e che ora avrebbe dovuto ritirarsi attraverso le maledizioni ed il disprezzo universale; quindi ricorse all'opera dei suoi satelliti giù pronti e disseminati nell'armata. Era questo il momento che il Re doveva raccogliere il fruito di quell’educazione data al l’esercito, e dei sforzi fatti per sopprimere ogni sentimento di onore e di patriottismo nel cuore dei soldati e degli officiali. L’ignoranza dei soldati fu la base su cui quei vili emissari fondarono il loro lavoro, essi riescirono a persuaderli che il loro vero interesse era quello di correre in Napoli onde difendere le proprie famiglie dall'anarchia che minacciava il paese. la disciplina! questa qualità per cui negli eserciti permanenti si mena tanto rumore, cadde completamente in contro di una benché falsa convinzione. Un caporale che tremava un’ora prima al cospetto del suo colonnello, ora baldanzoso rispondeva: La causa italiana non esser sua e che bisognava ritornare in Napoli e difendere il proprio Re ed il proprio paese dall'anarchia. I soldati ed i bassi officiali istituirono un comitato che da quel momento resse le mosse dell’esercito. Essi stessi misero una compagnia di linea a guardia dell'artiglieria onde impedire che gli officiali dell'arma si avvicinassero ai pezzi. Essi medesimi regolarono le tappe in modo da evitare le grandi città. Il servizio di perlustrazione era fatto con la massima esattezza. La sera l’accampamento stabilito con tutte le regole dell'arte per garentirsi da qualche sorpresa che temevano da parte delle popolazioni. Li officiali seguivano la truppa la spada nel fodero, essendo stati dai soldati, privati del comando. Ecco un esercito senza disciplina che serba ordine perfetto, perché l’interesse individuale di ogni soldato è credulo impegnato all'impresa.

Il generale Pepe dopo aver dichiarato disertori tutti coloro i quali contro i suoi ordini tornavano in Napoli volgendo le spalle al nemico, passò il Po seguito da vari officiali, un battaglione cacciatori, due compagnie forniate da soldati di diversi corpi, una compagnia zappatori, una batteria, un solo officiale e circa 50 soldati di cavalleria, e due battaglioni volontari. Di questa truppa il battaglione cacciatori, la compagnia zappatori, ed il personale della batteria dopo poco tempo ritornarono in Napoli; gli altri furono quelli che sostennero degnamente nella difesa di Venezia l’onore Napoletano calpestato, perché non accordavasi con gli interessi di un despota.

Il controcolpo delli avvenimenti di Napoli avea scosso le Provincie. La guardia nazionale di Salerno, raccolta in parecchie migliaia, era prontissima a muovere sulla capitale, ma il Re non abbandonava le armi usate e le volgeva contro di essa. La sera del 16 maggio un proclama dichiarava che rimanevano completamente garantite tutte le franchigie costituzionali; a tale annunzio la guardia nazionale di Salerno si sbaraglici volontariamente. Ciò non per tanto il deputato Giuseppe Ricciardi si portò immediatamente in Sicilia per indurre quel governo ed il popolo a rovesciarsi sulle Calabrie, non essendovi per essi salvezza possibile finché il dispotismo fosse trionfante in Napoli; la proposta del Ricciardi riesciva impossibile alla Sicilia, la quale non possedeva forze da intraprendere tale un’impresa. Visto il Ricciardi inutili tutti i suoi sforzi si gettò nelle Calabrie, ove i suoi tentativi riuscirono più fortunati. La città di Cosenza fu la prima ad insorgere, un governo provvisorio fu istituito. I cittadini furono chiamati alle armi e ben presto si concentrarono da 7 a 8,000 uomini. Il Re all’annunzio dell'insurrezione delle Calabrie spedi contro di esse tre colonne: una comandata dal generale Nunziante sbarcò al Pizzo, occupò Monteleone ed accennava Cosenza. Le due altre capitanate da Busacca e da Lanza dovevano congiungersi sotto le mura di Castrovillari, con la colonna del generale Nicoletti che già si trovava in Calabria, e marciare su Cosenza, chiudendo in tal modo l'insurrezione nel mezzo. Il totale delle forze regie era di a 16,000 uomini. Il 14 giugno 500 siciliani comandati dal cittadino Ribotti sbarcarono a Paola. I Calabresi, benché metà delle forze regie pure avrebbero potuto, concentrati, opprimere in dettaglio le diverse colonne. Invece essi si divisero in tre corpi: uno alle sponde dell'Angitola fronteggiava Nunziante; un altro a Campotanese avendo scalonato dietro di sé il Ribotti che occupava Spezzano-Albanese; un terzo finalmente, inutile affatto, occupò Paola per guardare le coste. Il Busacca si spinse sino a Castrovillari. Il 22 un battaglione dei regi si presentò sotto Spezzano-Albanese e fu respinto. Il 27 Nunziante ripiegò sino a Maida il corpo che era all’AngitoIa. Intanto l’inazione avea già spento l’entusiasmo, i siciliani defezionarono prima, e quindi i calabresi. Un movimento sì bene inizialo si spense perché mancò il concetto nel popolo, mancarono i capi militari, ed uomini rivoluzionari che fossero all'altezza delle circostanze. Da quel momento la scure del carnefice, la baionetta del soldato regio, la durezza del carcere e dell’esilio ripresero pieno vigore. Dal Tronto alla punta delle Calabrie, e più lardi sino al capo Lilibeo, si ricostituì quel famoso reggimento in cui ogni individuo è schiavo, servile, vigliacco coi più potenti; per essere tiranno, arrogante, crudele coi meno favoriti.


vai su


VII - OPERAZIONI NEL VENETO

Attacco di Vicenza (10 giugno) — Sottomissione del Veneto — Resa di Palmanova.

Il maresciallo Radetzky dopo la battaglia di Goito, sotto le impressioni degli avvenimenti di Vienna, e costretto dai bisogni della sua armata, vide la necessità di operare la sottomissione del Veneto per assicurarsi una comunicazione diretta ed il possesso di un paese abbondante di tutte le risorse indispensabili pel mantenimento dell'esercito. Egli passò l'Adige il giorno 6 giugno a Legnago. La fanteria del corpo di riserva ed una brigata di cavalleria rientrò a Verona. Il rimanente dell’esercito riposò il giorno 7 a Bevilacqua e Montagnano. Il giorno 8 a Ponte Barbarano. Il 9 l'armata arrivò a Longara. Il generale D’Aspre col 2.° corpo gettò un ponte sul Bacchigliene, passò sulla, sponda sinistra e prese posizione alla Torre di Quartesole sulla strada postale che da Padova mena a Vicenza. Il primo corpo gettò la brigata Wohlgemuth sulla sponda sinistra del Bacchiglione per mantenere la comunicazioni col 2.° rimontò il Bacchiglione e spinse il suo anteguardo a Dobba. Il giorno medesimo la brigata Ctdoz sorti da Verona e giunse a Montebello. D’Aspre sulla strada di Padova, Wratislaw a destra del Bacchiglione, Culoz più a sinistra di Wratislaw e seguendo la catena dei Monti Berici, partirono tutti la notte del 9 al 10, con una marcia concentrica su Vicenza.

Vicenza è dominala al Sud-Owest dal Monte Berieccolo quasi addossato alla città; quindi a circa 800 metri di distanza si elevano due colline: Bella-Vista e Rambaldo; e più in la continua sempre la catena dei Monti Berici, attraversata da una strada la quale passa a mezza costa fra Bella-Vista e Rambaldo; e serpeggiando intorno al Bericocolo mette capo a porta Lupia. Ai piedi di questi monti, e più al mezzogiorno di porta Lupia avvi porta Monte, a cui mena una comunicazione la quale traversa l'arborata pianura che si distende sino a Padova ed al mare; quindi scorre il Bacchiglione, e sulla sua sponda sinistra trovasi porta Padova.

Durando avea riunite le sue forze in Vicenza. Sul monte Bericocolo erano in batteria sei pezzi da 6, due dei quali situati in modo da infilare la strada. Le enne di Bella-Vista e Rambaldo le occupavano quattro compagnie, e sulla cima della prima di. queste colline si era speso la considerevole somma di 22 mila lire, onde costruirvi un inutile anzi ridicolo castelletto di legno. Queste posizioni erano difese a destra da una artificiale inondazione, ed a sinistra, nella pianura e propriamente a poca distanza da porta Monte, un forte posto avanzato occupava il rinomato edifizio della Rotonda di Palladio; le porte venivano difese da barricate guarnite di artiglieria.

Erano le 5 ore del mattino del 10 giugno allorché gli esploratori di Culoz giunsero alle falde del monte Rambaldo, ed impegnarono un leggiero fuoco di bersaglieri con gli italiani che lo difendevano. Ma dopo due ore circa la linea nemica divenne più densa, l’attacco si prolungò sino all'altra contigua collina di Bellavista, e principiò ad operare l’artiglieria. I razzi ben presto incendiarono il castelletto di legno, e quindi gli italiani incalzati da forze superiori furono costretti a ritirarsi, e gli austriaci coronarono le sommità dei due colli. Mentre Culoz si occupava a trasportare le sue artiglierie sulle alture occupate, Wratislaw attaccò la Rotonda, ove la valida resistenza fatta dai difensori obbligò il nemico ad avanzare l'artiglieria. In questo punto l’attacco divenne generale, Wratislaw s’impadronì della Rotonda e quindi attaccò la porta. Nel tempo stesso d'Aspre, caricava in colonna in massa la barricata di porta Padova, ma difesa con molta vivacità, il nemico soffrì delle gravi perdite senza guadagnare neanche un palmo di terreno. Intanto Culoz cominciò a lavorare colle scie artiglierie, che producevano molto danno a quelle del nemico, perché ad esse mollo superiori di calibro. Nel tempo medesimo s’impegnava un vivo combattimento di bersaglieri sull'erta pendice del Bericocolo.

Un mezzo battaglione svizzero traversò la linea dei cacciatori austriaci, caricò le batterie nemiche, cercando riprendere la posizione di Rambaldo, ma questa inopportuna carica venne respinta dalla metraglia nemica che decimò le file degli assalitori, i quali ancorché avessero occupata la posizione non potevano in nessun modo conservarla contro forze cotanto superiori. Poco dopo i cacciatori italiani alle falde del Bericocolo furono ripiegati, e la posizione assalita da itti tà le parti cadde nelle mani del nemico che respinse gli italiani nella città. Alle 6 della sera Durando annunziava al comitato di difesa, istituito nella città, la necessità della resa, e vedendolo poco disposto a dare il suo consenso gli accordò un quarto d'ora per riflettere. I difensori avevano ancora sufficiente munizione dappoiché vi erano 500 mila cartucce, venti casse di polvere, ottocento cariche a mitraglia, ed ima discreta quantità di bombe e palle. Lo spirito della popolazione era bellissimo ed il comitato rispose che: dopo quanto si era dello e fatto dai cittadini, qualunque capitolazione sarebbe stata indegna. Allora il Durando prese tutto su di sé, e fece inalberare la bandiera bianca. La capitolazione fu segnata la notte, e la mattina il giugno le truppe pontificie partirono pei loro stati, con tutti gli onori è le armi, ma obbligandosi a non combattere per tre mesi, e gli abitanti furono dal Durando abbandonati al nemico con la sola promessa che sarebbero trattati secondo i principii benevoli del governo austriaco.

La sera la brigata Culoz ed il primo corpo rientrarono a Verona, il secondo corpo rimase a Vicenza.

Fin dai primi di giugno si andava creando un nuovo corpo di riserva, e si cercava (non essendo padroni di Vicenza). aprire la comunicazione per Belluno in Gorinzia, interrotta dagli insorgenti dei Cadore che aveano in tutti gli scontri respinto il nemico. A tale scopo una corona, di 10 compagnie attaccò e prese Cadore, centro principale dell’insurrezione. Il giorno 9 giugno furono spedita delle altre colonne che repressero l’insurrezione della valle della Brenta, e fu cosi aperta la comunicazione fra Bassa no e Trento. Un battaglione scese dal Tirolo per val d’Arsa, ma fu respinto ed obbligate a ritirarsi prontamente; perciò. il giorno 12 una brigata. dei secondo corpo parti da Vicenza, e aprì la comunicazione con Roveredo. Assicuratosi D’Aspre il possesso della parte superiore del Veneto, si dispose per marciare su Padova.

In Padova, Badia e Treviso. Si trovavano in guarnigione i volontari pontifici salvati. dalla. defezione. In quel momento il generale Ferrari, chiamato in Roma dal Governo, si trovava assente, in vece il generale Ppe ora giunto a Rovigo. Alcuni officiali, romani partiti da Padova si presentarono ad esso, pregandolo di assumere il comando di quelle guarnigioni disposte ad ostinata difesa. Pepe lodò il. loro zelo, ma cercò dimostrarli l’inutilità di rischiare quella gioventù che avrebbe potuto essere utilissima alla difesa di Venezia; e difatti le guarnigioni di Padova e di Badia, come, anche Pepe coi pochi napolitani, si ritirarono in Venezia, il che contribuì moltissimo a rilevare gli spiriti abbattuti per le catastrofe di terra ferma, e si cominciò a formare il primo nucleo di quelle truppe che in seguito meritarono l'ammirazione d’Italia. Solo in Treviso rimase laguarnigione, [a quale costretta a capitolare, dopo circa 12 ore di bombardamento, accettò le medesime condizioni delle truppe di Durando e rientrò nei stati Romani.

Le operazioni del generale Durando in questo caso sono riprovevoli quanto quelle del primo periodo della sua campagna. Il corpo di Nugent giunto in Verona cambiava affatto la posizione di Durando nel Veneto. Egli avrebbe dovuto considerare Venezia come sua base, occupare Padova e pesare continuamente sulla comunicazione del nemico, evitando sempre qualunque scontro in cui avesse potuto compromettere le sue forze che allora bisognava conservare a tutti i costi. Durando in vece si rimase in Vicenza ad attendere un nemico superiore, per quindi abbandonare gli abitanti alla generosità austriaca dopo averli gravemente compromessi. Egli evitò la battaglia allorché bisognava cercarla, e si lasciò chiudere in una città che difese mollemente, quando avrebbe dovuto ritirarsi. Infine se Durando credeva utile la difesa di Vicenza, bisognava che l'avesse garantita con delle opere significanti di fortificazione passeggiera. Le 22 mila lire spese pel castelletto di legno sarebbero state mollo meglio impiegate alla costruzione di qualche ridotto in terra sulle cime di Bellavista, Rambaldo e Bericocolo, che avrebbero potuto armarsi, facendo venire le artiglierie da Venezia. 'Ed anche senza questo aumento di difesa Durando poteva e doveva resistere sino agli estremi, e perché Radetzky non avrebbe potuto rimanere mollo tempo assente da Verona, e perché la sua resistenza prolungala poteva secondare un movimento decisivo per le armi piemontesi.

Palmanova, bloccata sin dal principio della marcia di Nugent, capitolava il 25 giugno, consacrando nei patti della resa che la piazza era fornita di viveri e munizioni; ciò basta per giudicare la condotta del Zucchi.


vai su


VIII - OPERAZIONI IN LOMBARDIA

Occupazione di Rivoli (10 giugno)— Marcia sopra Dolce (11) — Marcia su Verona (13) — Blocco di Mantova (13 luglio) — Combattimento di Governolo (19) — Posizione dei due eserciti.

L’esercito piemontese compila la manovra intrapresa dopo la battaglia di Goito rientrò nei suoi accantonamenti.

Il giorno 7 giugno il ministro Franzini scriveva la seguente lettera al generale Durando a Vicenza.

MINISTERO DI GUERRA E MARINA

Dal quartiere generale principale Valeggio.

Addì 7 giugno 1848.

Sono ora informato, e dopo di averle già scritto oggi, che gli austriaci marciano sopra Legnago coll'intenzione di operare contro di Lei; reputo quindi opportuno,. signor generale, di avvisamela in tutta fretta, mentre mi pregio rinnovarle gli atti della mia distinta considerazione.

Firmato Franzini.

Benché fosse sfuggita al Re la bellissima occasione di attaccare il nemico durante la marcia da Mantova all’Adige, la fortuna nuovamente gli additava il cammino della gloria. Il 7 giugno al quartiere generale di Carlo Alberto si conobbe che Radetzky passava l'Adige a Legnago per dirigersi su Vicenza. Peschiera era nelle mani dei piemontesi; la guarnigione di Mantova poco numerosa; l’esercito sardo concentrato sulle bellissime posizioni che dominano la sinistra del Mincio; il Re bramoso di venire a giornata, come lo prova la sua marcia del 4 giugno. Quindi quale occasione meglio che que, sta avrebbe potuto mostrare con maggior chiarezza la condotta a tenersi? Semplice era il concetto: seguire il nemico, tagliarlo da Verona, e garantirsi nel tempo stesso dalla guarnigione di quella piazza. Facile tradurlo in azione; marciare concentricamente all’Adige e passarlo fra Verona e Legnago; mascherare Verona con 15 a 20,000 uomini e mirare direttamente Vicenza. Il 10 il Re avrebbe potuto giungervi alla testa di 50 a 60,000 uomini; mentre il Maresciallo con soli 30, 000, diviso in due dal Bacchiglione, era impegnalo sotto le mura di una città difesa da 10 a 11,000 uomini.

La battaglia di Vicenza vinta da re Carlo Alberto avrebbe assicurato se non la libertà, almeno l’indipendenza Italiana. E per la prima volta la storia d’Italia avrebbe consacrato alla gloria il nome di un principe. Tutti questi vantaggi potevano essere scemati dalla resistenza che la guarnigione di Verona avrebbe potuto opporre al passaggio del fiume. Ma la superiorità delle forze piemontesi era immensa, epperò il nemico avrebbe dovuto sguarnire completamente la piazza, cosa non troppo prudente. Ed anche supponendo che questo corpo arrestava il Re all’Adige; pure il solo rimbombo del cannone alle spalle del Maresciallo bastava a farlo desistere dalla sua impresa, e Vicenza era salva. La facilità con la quale si presentavano al Re dei successi brillanti, mostra abbastanza che la manovra del Maresciallo fu molto riprovevole; esso dovè contare completamente sull'inazione del nemico, mentre un generale non può esserne mai tanto sicuro da basarvi un rischiatissimo disegno.

Ma disgraziatamente il Re perdè questo momento propizio come avea perduti tutti gli altri. L’esercito piemontese rimase vari giorni inoperoso, ed il 10 marciò sopra Rivoli. Questa famosa posizione è interessantissima per difendere la linea dell’Adige da un invasore che scendesse dal Tirolo. Questa posizione era egualmente interessante al principio della campagna, allorché Radetzky avea perdute le comunicazioni pel Veneto; ma il Maresciallo
padrone di Vicenza, l'importanza di Rivoli cessava, ed il Re occupò Rivolta il giorno medesimo che il nemico non avea più interesse a conservarla.

Il secondo corpo d'armata ebbe l'ordine di compire tale operazione. Esso marciò su Rivoli in due colonne: l’una comandata dal duca di Genova parti da Garda per Costermano e Caprino; l’altra comandata dal generale Broglia marciò costeggiando l’Adige. Il nemico vedendo compromessa la sua ritirata sgombrò la posizione precipitosa mente. Le due colonne si congiunsero, sull’altipiano di Rivoli; il giorno seguente il duca di Genova partì da Rivoli e marciò con una colonna per la valle del Tasso e Monte Baldo, e con un’altra discendendo la rampa verso In canale. La prima colonna occupo la corona che fu abbandonata dal nemico; la seconda impegnò un cannoneggiamento con gli austriaci, e dopo varie ore di fuoco senza perdita da ambe le parli, questi si ritirarono al di la di Dolce.

Dopo aver perduto sei giorni in operazioni inutili, oppure nell’inazione, il 15 giugno (quando il Maresciallo era di già ritornalo in Verona) il Re decise marciare verso quella piazza e tentare un. colpo di mano. Ad un’ora pom. l’armata partì da Villa franca, l'antiguardo la sera occupò Tomba, che trovò sgombra dal nemico. Sperando nella cooperazione degli abitanti si diedero le disposizioni. per un attacco, ma queste speranze svanirono non essendosi potuto per un male inteso dare un convenuto segnale (qual miglior segnale che il rimbombo del cannone?), quindi l’armata si ritirò. Gli austriaci spinsero un distaccamento di Ulani sui passi dei piemontesi, che li attaccò in coda e quasi sbaragliò i reggimenti Piemonte e Novara cavalleria; ma riordinati immediatamente dai capi, caricarono il nemico e lo respinsero.

Benché il Maresciallo non si trovasse più in quella deficienza di forze in cui era alla fine di aprile, pure il Re era ancora nel caso di cercar battaglia, forzando il passaggio dell’Adige e manovratalo nel Veneto. Ma invece dopo un mese d’inazione completa, decise di bloccare Mantova, e presentò così il dorso a quel nemico che temeva attaccare di fronte.

Il giorno 15 luglio la seconda divisione del primo corpo; comandata dal generale Ferrere defilò sulla sponda destra del Mincio, marciò verso Mantova e respinti gli avamposti nemici principiò a trincerarsi. La divisione Lombarda la quale era giunta a Marcaria appoggiò il movimento. La prima divisione del 1.° corpo; la divisione di riserva, e la brigata Piemonte del 2.° corpo presero posizione a Mozzecane, Canedola e Castellare sulla Molinella, e compirono il blocco. Il quartiere generale fu trasportato a Marmirolo con la brigata Guardie. A causa di questi movimenti il secondo corpo fu obbligato a prolungarsi per la sua destra ed occupare Sona e Somma-campagna, di modo che il generale Sonnaz spiegava 12 a 15,000 uomini dalla Corona a Somma-campagna, avendo a brevissima distanza dalla sua linea uo nemico concentralo e numeroso. A Villafranca. vi fu messa la divisione Toscana, che sino a questo momento era stata a Brescia, rafforzata da un reggimento della divisione di riserva, e da una brigata di cavalleria comandata dal generale Olivieri. Peschiera, Goito e Valeggio furono occupati dalla divisione Visconti, forte di 8 a 9,000 uomini, entrata in linea in quei giorni, e formata da 12 battaglioni di riserva.

Mentre si compivano le operazioni del blocco di Mantova, la cittadella di Ferrara principiava a difettare di viveri, e gli abitanti con alcuni volontari che si trovavano nella città ne impedivano l’approvvisionamento. Onde fai cessare queste ostilità, un corpo di 6,000 uomini comandato dal principe Liechtenstein sortì da Legnalo la notte del 15 al 14, e passando il Po a Ficarolo, Occhiobello e Poliscila giunse a Ferrara la mattina del 14. Ivi si spiegò sugli spalti della cittadella intimò la resa alla città e l'obbligò ad una capitolazione, con la quale si prometteva di fornire di viveri la guarnigione. Adempiuta la sua missione il giorno medesimo ripassò il fiume.

L’apparizione di questo corpo austriaco sulla destra del Po sparse l’allarme nei Ducati i di cui abitanti temerono una immediata invasione. Per rassicurarli il Re fece partire il generale Bava con la brigata Regina, il reggimento Genova cavalleria, una compagnia bersaglieri e due batterie, col semplice scopo di una dimostrazione. Ma il 17 il generale Bava avendo saputo a Borgoforte la ritirata del nemico fece la risoluzione d’impadronirsi di Governolo, silo sulla sinistra del Mincio e sul fianco, per conseguenza, delle truppe che bloccavano Mantova.

Il generale fece imbarcare sul Po la sua compagnia di bersaglieri ordinandogli di prender terra sulla sinistra del Mincio e marciare su Governolo. Esso mosse col resto della sua truppa lungo la sinistra del Po, ed appena giunto in contro della posizione si spiegò lungo il Mincio, e principiò un vivo fuoco, che impedì al nemico di distruggere il ponte di cui una parte levatoia era sospesa ed impediva il passaggio.

Governolo era difeso da tre compagnie di croati, con quattro cannoni; essi sostennero il fuoco di fronte benché superiore; ma sorpresi dalla compagnia bersaglieri che li attaccava al passo di carica alle spalle, si diedero alla fuga. I bersaglieri calarono il ponte, la cavalleria piemontese inseguì il nemico, che fu quasi distrutto. Liechtenstein tentò soccorrere Governolo, ma giunse troppo tardi, e trovandolo occupato si ritirò.

La brigata Regina rimase a Governolo con una batteria ed uno squadrone, ed il generale Bava rientrò al campo con una batteria, la compagnia bersaglieri, ed i rimanenti squadroni di Genova cavalleria.

Nell'epoca ove ora giunge la narrazione termina un altro periodo della campagna.

Un registro contenente 800 mila firme fu presentato al Re il 10 giugno. Era il famoso atto di fusione col quale la Lombardia si dava al Re di Sardegna senza veruna garantia per la sua libertà; mentre Carlo Alberto negava segnare qualunque trattalo che avesse assicurato almeno l’avvenire degli altri principi italiani dai quali pretendeva efficace soccorso. Cosa guadagnava il monarca? Nulla. Mentre egli stese la mano su quei registri, la corona di gloria che sino allora avea cinto il suo capo cadde appassita sul suolo. Carlo Alberto perdè affatto il prestigio. Esso non era più il salvatore, ma il conquistatore del popolo lombardo che si vedeva abbandonato nelle mani di un Re la cui fede avea subita, nell’accettare la fusione, una prova poco rassicurante. La gratitudine del popolo era cessata; il Re era in obbligo di difendere la sua corona. E se il principe avea perduto il prestigio, non meno cambialo era il morale dell’esercito. I volontari abbandonati da tre mesi a loro stessi e senza oggetto alla frontiera del Tirolo, aveano conservata l’indisciplina e penduto l’entusiasmo. I 12 mila lombardi giunti al campo non erano né cittadini né soldati, ma pessime reclute; l’inazione, i disagi, e le mene della camarilla che principiava a lavorare, aveano abbattuto lo spirito dell’esercito, ed i soldati rimanevano al loro posto solo()perché costretti dalla disciplina.Né essi desiavano più la simpatia degli abitanti, dappoiché non erano i fratelli di Piemonte, ma la truppa del Re che difendeva i suoi possedimenti.

L’astro che attende casa Savoia avea brillato alla fine di aprile, poi cominciò il suo tramonto, offrendo al Re le mille volle l’occasione di raccogliere in una battaglia la corona che preferì accettare dall'intrigo e dalla servilità. L’epoca ancora più marcata, per gli errori che spinsero con accelerata velocità il Re e l’esercito verso un abisso, comincia dopo la battaglia di Goito. Si lascia che Radetzky compisse la sua marcia da Mantova all’Adige senza neanche molestarlo. Si marcia su Rivoli, allorché gli austriaci attaccano Vicenza, e su Verona quando le forze nemiche vi sono di già rientrate; infine si commette l'errore di bloccare Mantova. Un tale accecamento nel Re e nei suoi generali può spiegarsi solamente col supporre: che assicurato il possesso della Lombardia, Carlo Alberto si decise terminare le sue conquiste, sperando che il nemico, a cui esso abbandonava il Veneto senza contrasto, fosse venuto di nuovo a patti e la guerra terminasse con un Campo Formio.

Di più, se erano spariti dal campo del Re tutti i più potenti aiuti morali, non era neanche florido Io stato delle sue forze materiali. L’esercito era forte,di 70 a 75,000 uomini, ma essi non aveano altra forza di coesione che la sola disciplina; i lombardi, i romani e la divisione dei battaglioni di riserva, in tutto 20,000 uomini, dovevano considerarsi come truppa poco solida ed incapace di essere in linea. Vi erano anche 6 a 7,000 ammalati; quindi il Re non poteva presentare in una battaglia che 40 a 50,000 uomini. La disposizione di tali forze era viziosissima, dappoiché 12 a 15,000 uomini occupavano la lunghissima linea da Villafranca alla Corona, e facevano fronte al nemico. Il resto dell’armata era intorno Mantova, rimanendo la divisione Ferrcre sulla destra del Mincio, e la brigata Regina a Governolo, epperò fuori d’azione. Finalmente il servizio dei viveri cosi mal regolato, che costringeva il soldato a soffrire delle privazioni nel seno del più fertile paese del mondo.

La posizione del maresciallo Radetzky era tutta diversa. I rinforzi giunti, i successi ottenuti dalla sortita fatta da Verona. che gli avea assicurato il possesso del Veneto, ed un’abbondantissima quantità di provvisioni, aveano rilevalo grandemente il morale del soldato; epperciò nel tempo stesso che il nemico faceva una cosi cattiva distribuzione delle sue forze, Radetzky concentrava ed ordinava le sue, risoluto di tentare un colpo decisivo.

Le truppe in Verona furono divise in tre corpi d'esercito, cioè 1.° Wratislaw, 2.° D’Aspre e riserva Wocher. Le truppe del Tirolo si concentrarono a Trento, ed unite ad altri rinforzi giunti formarono il 5.° corpo comandato da Thurn. Welden, il quale fu rimasto da Nugent sul Tagliamento, riunì tutte le truppe che vennero dalla Corinzia e formò di esse un secondo corpo di riserva destinato a rimanere nel Veneto. In tutto l’armata austriaca avea in linea 126 battaglioni e 60 squadroni, il ohe dava un effettivo di 132 mila uomini con 240 bocche a fuoco, di cui una massa di circa 80 mila uomini era concentrata a mezza tappa dal centro dell'esile linea nemica.


vai su


IX - OPERAZIONI IN LOMBARDIA

Combattimento di Rivoli (22 taglio) — Attacco di Sona e Somma-campagna (25) — Radetzky passa il Mincio (24) —Battaglia di Custoza (24-25) — Ritirata del Re sulla sponda destra del Mincio — Combattimento di Volta (26) — Ritirata dei regi — Combattimento di Milano (4 Agosto) — Armistizio Salasco.

Il Maresciallo appena fu sicuro della falsa posizione del nemico concepì l’idea di rompere il suo centro, impadronirsi dei passaggi del Mincio, e spiegarsi alle spalle del blocco di Mantova. Thurn nel Tirolo ebbe l’ordine di secondare il movimento attaccando Rivoli, ed il 22 luglio egli mosse verso quella volta in due colonne: l'una seguì la cresta dei monti, incontrò alla Corona il nemico, Io respinse e si spiegò nella valle del Tasso; mentre l’altra colonna per Incanale marciò all’assalto della rampa di Rivoli. I regi erano quasi per cedere al numero, ma l’arrivo del generale De Sonnaz con due battaglioni ed una mezza-batteria rianimò il combattimento, ed il nemico fu respinto., La sera De Sonnaz vedendo la superiorità delle forze dell’avversario, ad antivedendo un attacco verso Somma-, alla destra della sua linea, ordinò la ritirata su Cavatone e Calmasina, che si operò in perfetto ordine. La mattina del 25 Thurn occupò Rivoli.

Radetzky lasciò in Verona il generale Haynau con una forte guarnigione, ed egli col grosso delle sue forze uscì dalla piazza la notte del 22 al 25. Il 2.° corpo formò l'ala destra del suo ordine di attacco; il primo l'ala sinistra, ed il corpo di riserva si mantenne dietro al centro di questi due. La fronte di attacco si estendeva da S. Giustina a Custoza. L’ala destra si divise in due colonne: Scliaaffgotsche con la brigata Schwarzemberg cd una brigata di cavalleria mirò S. Giustina, e le brigate Lichtenstein, Kerpan e Gittlay, comandate dal generale Wimplfen, mirarono Sona. L’ala sinistra diresse le brigate Wohlgemulh, Supplicaz e Strassoldo sopra Somma-campagna; e la brigata Clam formò l'estrema sinistra verso Custoza. A sinistra di Clam era scalonato indietro il colonnello Wves con quattro squadroni, mascherando Villafranca. Alle 6 del mattino principiò l’attacco; Sehaaflgolsche si trovò in contro ad un reggimento della brigata Savoia disteso, da S. Giustina all’Adige, e lo attaccò immediatamente. L'estrema destra di Wimpffen fu accolla sulla, strada di Verona a Peschiera da. un fuoco. d'artiglieria il quale partiva da un trinceramento dell'osteria del Bosco, e fu obbligata ad appoggiare a sinistra, concentrandosi col resto della sua colonna che attaccò Sona difesa dal 2.(o)reggimento della brigata Savoia ed un reggimento di Parmensi, comandati dal generale Aviernoz. Queste truppe sostennero coraggiosamente lo scontro nemico. Ma nel tempo medesimo te brigate Wholgemuth e Slipplicaz si erano dirette a Somma-i campagna; giunte ai piedi dell’altura si spiegarono, e sostenute da Strassoldo attaccarono la posizione che cadde ben presto in loro potere, e caricarono il nemico sino a S. Giorgio. La presenza degli austriaci a Somma-campagna minacciò di rovescio la fronte attaccata, e determinò la ritirata di tulio il 2.° corpo sardo, che si riunì a Cavalcasene. Alla mattina del 25 Radetzky si spiegava da Custoza a S. Giustina. La sua sinistra era appoggiata al Tione; la destra era coverta dal 5.° corpo che si trovava a Rivoli, e che avrebbe dovuto continuare la sua marcia, ma noi potè per mancanza di viveri. Il primo corpo fece un quarto di conversione a sinistra stilla brigata Clam che avea occupalo Custoza, passò il Tione e si distese sino a Montevento; il corpo di riserva entrò in linea ad Oliosi. D’Aspre marciò a Castelnuovo. Gli avamposti si spinsero sul Mincio. Quindi Radetzky la notte del 23 faceva fronte al Mincio da Monte-Vento a Castelnuovo, si prolungava a destra sulle alture verso Bussolengo, e rifiutava la sua ala sinistra allineandola con Custoza. Il quartiere generale fu stabilito a S. Giorgio in Salice.

Il 24 la Bruttina il Maresciallo ordinò il passaggio del Mincio. II corpo di riserva marciò a Salionze, respinse qualche battaglione della divisione di riserva che voleva contrastargli il passaggio, é gettò tre brigate sulla sponda sinistra. Monzambano, attaccato dalla brigata Wohlgemulh del primo corpo, cadde anche in potere del Maresciallo; Questa brigata marciò a Borghetto unita con la brigata Strassoldo che in seguito occupò Valeggio. L’esercito passando il Mincio avea conversato a sinistra facendo fronte a Mantova, D’Aspre a Castelnuovo diventò riserva, Thurn avea raggiunto D’Aspre il giorno medesimo, la brigata Clam che si trovava a Custoza passò il Tione e si serrò verso Montevento, mentre la brigata Simbschen del 2.° corpo di riserva che occupava il Veneto riceve ordine, la sera del 23, di marciare per Bovolone e Isola alta verso Custoza per proteggere la sinistra dell’armata.

Il corpo del generale De Sonnaz la notte del 23 avea passato il Mincio a Peschiera, la mattina del 24 accorse ti Salionze per impedire al nemico il passaggio del diurne, ma arrivò troppo tardi, e vedendolo defilare sulla sponda destra si ritirò a Volta.

Il Re avendo saputo che il nemico si era reso padrone di Sona, Somma-Campagna e Custoza, parti il 25 alle 7 della sera dal suo quartier generale di Marmirolo, e si diresse Su Villafranca con le brigate Guardie e Cuneo comandate dal duca di Savoia, e Piemonte condotta dal duca di Genova. Alle 2 poni, del giorno 24 parti da Villafranca ed attaccò da Custoza, su ctii si diresse la brigata Guardie, sino a Somma-Campagna,che attaccò la brigata Piemonte. Queste forze si scontrarono con la brigata Simbschen, che in quel punto giungeva stille posizioni. La brigata Guardie coronò ben presto Monte-Torre sulla destra di Valle di Staffalo, e la brigata Cuneo coronò le alture di sinistra; Piemonte comandata dal duca di Genova s’impadronì della Barretta e Somma-Campagna. Il progresso dei regi nella Valle di Staffalo tagliò in due la brigata nemica essa sofferse moltissimo, e le truppe che erano a Somma-Campagna dovettero ritirarsi su Verona. Durante il combattimento la brigata Aosta ad Acquaroli sorvegliò la strada di Valeggio, ed una divisione di cavalleria guardò la pianura.

Il primo periodo della battaglia avea condotto, la sera del 24, questa parte delle forze piemontesi dietro la sinistra del nemico, e su di una linea perpendicolare. alla sua fronte; se in vece di quattro brigate fossero state tutte le forze del Re, egli è certo che la posizione del Maresciallo sarebbe stata assai critica. Il generale Bava concepì il progetto di far continuare la marcia avanti dalle tre brigate verso Oliosi per Godio ed impadronirsi di Valeggio per farlo perno di questa conversione. L’idea era difettosa, giacché la conversione si appoggiava su di un punto (Valeggio), che era nelle mani del nemico, quindi Custoza diventò perno effettivo e perciò chiave del campo di battaglia.

Radetzky supponendo che il Re fosse alla testa di tutte le sue forze, giustamente allarmato, cercò con tutti i sforzi possibili porre un argine all'inevitabile rovescio che lo minacciava. Le truppe le quali avevano passato il Mincio furono immediatamente richiamale rimanendo un battaglione a Borghetto, uno a Salionze, dieci compagnie con uno squadrone a Monzambano. La brigata Slrassoldo a Valeggio fece fronte a sinistra, e tutto il primo corpo si scatenò su di essa sino al Tione, il corpo di riserva ad Oliosi rinforzò la sinistra del primo, D’Aspre col. secondo fece un quarto di conversione a sinistra, mirò Godio, e si spiegò fra Custoza e Somma-Campagna, un'altra brigata venne da Verona e si diresse anche verso quest’ultima posizione. Finalmente Thurn circondò Peschiera Con questa disposizione il Maresciallo si obbligavo a conversare a destra e sul medesimo perno che Bava avea scelto.

Il 25 la mattina il Re con la brigata Aosta attaccò Valeggio, avendo anche ordinalo al generale De Sonnaz di Attaccare dall'altra sponda del Mincio, ma questi non potè giungere sui campo di battaglia a causa dello stato in cui si trovavano le sue truppe. L'attacco di Valeggio diveniva sempre più vivo, la disposizione degli austriaci lesiona ti sino al Tione, minacciò il fianco destro della brigata Aosta, e due battaglioni furono costretti a fronteggiare il nemico verso quella parie. Il duca di Savoia ed il duca di Genova, a causa della mancanza di viveri, cominciarono lardi il loro movimento; il che diede il tempo a D’Aspre (che neanche si era mosso con troppa sollecitudine) di giungere e prendere l’offensiva. L’urto fu terribile, e la giornata di Custoza è gloriosa pei piemontesi. Le forze nemiche erano immensamente superiori. Erano le. 0 della sera, ed il duca di Savoia a Custoza veniva incalzato assai da vicino. Se la sua posizione si fosse perduta tutta la linea sarebbe stata minacciata. Il Re ordinò la ritirata, la quale fu proietta da un reggimento Guardie che contrastò palmo a palmo la posizione di Custoza. Ix; truppe rientrarono in buon ordine a Villafranca. Dei 70 mila uomini dell'esercito regio solo 25 mila combatterono, furono vinti, ma non disfatti;ciò non ostante la battaglia di Custoza decise le sorti d’Italia, giacché diede l’ultimo crollo al morale dell’armata.

La posizione del Re a Villafranca non era tenibile, la notte cominciò il passaggio del Mincio, e la mattina del 26 alle ore 2 pom. tutte le truppe che aveano combattuto si trovavano a Goito, senza aver sofferto alcuna molestia durante la loro ritirata. Era concetto del generale Bava richiamare il resto dell’armata che si trovava al blocco di Mantova e dirigerla sopra Volta, ché si supponeva occupala dal generale De Sonnaz; questi diventava lesta della colonna che sarebbesi spiegata sulle creste che si estendono da Volta, per Cavriana e Solforino. L’idea era giusta e presentava mollissimi vantaggi. Il nemico avrebbe dovuto defilare sui ponti del Mincio a poca distanza dall’armata, e dare battaglia col fiume alle spalle. Oppure avrebbe potuto scendere il fiume, passarlo a Mantova, ed uscire bile spalle dell’armata del Re, la quale facendo fronte indietro, avrebbe conservato sempre la superiorità della sua posizione.

Questa felice ispirazione fu completamente contrariala, poiché il generale De Sonnaz, giusto gli ordini, ricevuti per mezzo di un biglietto scritto a lapis e firmalo dal colonnello Cossati, avea abbandonato quelle importantissime posizioni; Bava, Sa lasco, Cossati stesso, negarono l’autenticità di tale ordine; ma egli è veramente strano come non siasi fatto ogni sforzo onde porre in luce un avvenimento sì grave. Il, Re ordinò a De Sonnaz di rioccupare Volta immediatamente.

Radetzky avea scelta la medesima linea di battaglia sulla quale Bava voleva spiegarsi, epperciò se De Sonnaz non avesse abbandonato Volta, i regi prevenivano il nemico ed il progetto avrebbe avuto pieno successo. Il 26 l'armata imperiale marciò alle nuove posizioni.

D’Aspre, il quale dopo la battaglia, osservando la ritirata del nemico era disceso nella pianura, raccolse il suo corpo a Probiano, e seguito dall'artiglieria e la cavalleria del corpo di riserva, passò il fiume a Valeggio. Wratislaw passò il fiume a Monzambano, e marciò a Castiglione. L’infanteria del corpo di riserva defilò pel fianco destro e passò il Mincio a Salionze; Thurn finalmente passò anche esso il fiume con una parte del suo corpo, ed investi Peschiera.

Intanto alle 7 ore della sera del 26 De Sonnaz arrivò ai piedi della collina di Volta; laf posizione era difesa dalla brigata Lichlenstein del 2.° corpo. L’artiglieria regia aprì il fuoco, a cui rispose vigorosamente l’artiglieria imperiale. La brigata Savoia montò audacemente all'assalto, essa ascese l'altura e cacciò alla baionetta il nemico dalla parte alta del borgo ove s’impegnò un combattimento corpo a corpo che l'oscurità della notte rendeva più terribile. L’attacco di Volta avea allora più importanza di quello che credevano il Re ed il generale Bava. La presa di quella posizione tagliando Radetzky dal Mincio, comprometteva non solo tutti i suoi successi, ma lo minacciava di un terribile rovescio. Il Maresciallo lo sentì, e si preparò a difenderla con tutte le sue forze. D'Aspre fece immediatamente marciare a Volta la brigata Kerpan, e quindi le altre truppe del suo corpo, mentre Radetzky vi si diresse personalmente col resto dell’esercito. La terza divisione piemontese avea fatto prodigi di valore; essa si era impadronita di una posizione la cui attuale importanza era dovuta al primitivo abbandono; giacché prima il possesso di Volta serviva solo per spiegare in battaglia l’esercito piemontese ed attendere il nemico, ora avrebbe assicurato la vittoria. Ma questa divisione, abbandonata alle proprie forze non potè sostenere l'urlo nemico che continuava ognora crescente e fu obbligata a ritirarsi sopra Ceriungo, sostenuta dalla brigata Regina che troppo tardi giungeva in suo soccorso. La cavalleria nemica si spinse sulle orme di questi corpi con la speranza di sgominarli, ma Savoia e Genova cavalleria sostennero le loro cariche, quindi caricando a lor volta li sbaragliarono completamente. Il combattimento di Volta fu l'ultimo fatto glorioso per le armi piemontesi.

Le manovre del Maresciallo Radetzky dal 22 al 2$, benché coronate da un completo successo, non mostrano né genio., né profonda conoscenza dell'arte. Egli è evidente che gli austriaci occupando Sona, Somma-Campagna e S. Giustina, le truppe piemontesi che si trovavano a Rivoli avrebbero dovuto deporre le armi; fu l’attacco di Thurn che le salvò obbligando i regi a concentrarsi, e se il generale De Sonnaz avesse operato con più sollecitudine ed avesse avuto più fiducia nelle sue giuste supposizioni, sarebbe giunto in tempo con la sua sinistra a soccorrere il resto della linea, Thurn avrebbe dovuto scendere dal Tirolo non prima del 25. La posizione presa da Radetzky il 24 a cavallo dei Mincio fu buona; ma è cosa chiarissima che i principii dell’arte gli prescrivevano, tanto per covrire la sua sinistra, quanto per la sua ritirata, d’impadronirsi di Villafranca sin dalla sera del 23, ove avrebbe potuto utilizzare la sua riserva di cavalleria. Questa trascuraggine diede al Re la possibilità di mostrarsi dietro della sua sinistra, epperò il Maresciallo fu salvo per l'indecisione dei nemico che marciò con sì poche forteti, e non già per sua abilità.

Il mezzogiorno del 23 Carlo Alberto ebbe avviso dei rovesci del generale De Sonnaz, e credè il nеmiсo a Custoza e Somma-Campagna. Sotto l’impressione di tali notizie qualunque mediocrissimo generale avrebbe dato ordine a tutto l’esercito dì marciare a Villafranca. Alia mezza notte del 25 al più lardi il concentramento poteva essere completo. Quindi deciso di operare contro Custoza e Somma-Campagna, era chiaro che per assicurare la sua sinistra, la sua ritirata, e conservarsi la comunicazione con l'altra sponda del Mincio, fin dalla sera del 23 il Re avrebbe dovuto occupare Valeggio.

Il Maresciallo ed il Re commisero un errore quasi simile trascurando l'uno Villafranca l'altro Valeggio. Carlo Alberto avrebbe potuto trovarsi con tutto il suo esercito spiegato da Valeggio a Somma-Campagna, il che avrebbe messo il nemico nell'alternativa o di vincere, o di essere distrutto completamente.

Il Re marciò con sole tre brigate ad attaccare un nemico già vittorioso sul corpo del generale De Sonnaz composto di quattro brigate. Egli colpiva nel segno dirigendosi verso Villafranca, ma per puro azzardo; dappoiché, come sempre avea fatto, subordinava le sue mosse a quelle del nemico, marciò a Custoza e Somma-Campagna nella convinzione di urlarsi di fronte con l’avversario, ed in vece he girava involontariamente la sinistra a causa dei movimenti fatti dal Maresciallo il giorno medesimo. Il quale, supponendo per sua fortuna il nemico più intelligente di quello che lo era, accorse con tutte le sue forze e vinse; ma non seppe profittare della sua vittoria, giacché il Maresciallo avrebbe potuto tagliare il Re dal Mincio, e sgominarlo affatto.

Il concetto del generale Bava di spiegarsi sulle alture di Volta e Cavriana, mancò a causa della mollezza con la quale si mandò ad effetto. Fatta la decisione di occupare Volta ed appoggiarvi la destra della linea di battaglia, perché inviare all’attacco una sola divisione? I principii dell'arte prescrivevano di muovere su Volta con tutto l’esercito, e mentre la testa di colonna avrebbe attaccato la posizione bisognava, almeno, perlustrare tutta la nuova linea. Agendo in tal modo, la posizione del nemico sarebbe stata subito conosciuta, ed un generale di genio, vedendosi con tutta la massa delle sue forze su di un’ala nemica, non avrebbe esitato un istante a fare un vigoroso sforzo onde staccarlo dal Mincio, e quindi dalla sua base.

Radetzky spiegandosi da Volta a Castiglione avea presa una posizione troppo viziosa, e perché soverchiamente estesa e porche non avea altra ritirata che i ponti sul Mincio. Se. il Maresciallo credeva che l’esercito del Re non fosse più nello stato di combattere, non avrebbe dovuto lasciargli un momento di tregua; se poi ne temeva un ritorno offensivo, bisognava che avesse manovrato pel basso Mincio. La sorgente dell'errore del Maresciallo è la sua condotta poco risoluta dopo la vittoria del 25. Egli incalzando il Re a Villafranca e sbaragliandolo, avrebbe potuto in seguito sgombrare il nemico dalla sinistra del fiume, ed. il giorno seguente passarlo a Goito; invece egli, pertinacemente attaccate al suo primitivo concetto, si ostinò a manovrare sul Mincio superiore.

La mattina del 27 il Re rilevò dalle relazioni dei suoi generali lo stato di stanchezza e di scoraggiamento in cui sì trovava l’esercito. Esso avrebbe dovuto immediatamente ritirarsi sulla destra del Po, ed il nemico sarebbe stato obbligato a fronteggiarlo. In vece inviò a chiedere un armistizio che senza dubbio non poteva il Maresciallo accordare che a durissime condizioni. Una tale domanda dimostrava ad evidenza che l'esercito del Re non era nello stato di sostenere un urto immediato; quindi le condizioni del l’armistizio dovevano offrire a Radetzky quasi tutti quei vantaggi che avrebbe ottenuto con la vincita di un’altra battaglia, o con una pronta ritirata del nemico. Le condizioni furono le medesime dell'armistizio Salasco, col solo vantaggio di ottenere l'Adda per linea di demarcazione. Questo patto salvava Milano, ed era d'accettarsi immediatamente; ma il Re dopo aver commesso l’errore di chiedere l’armistizio, commise quello di ricusarlo, e principiò la ritirata, già iniziata, senza ordine veruno, da alcuni generali.

La mattina del 28 l’armata era a Torre d'Oglio, Marcaria e Piadena, il quartiere generale a Bozzolo, d'onde il Re con un proclama diceva «italiani. armatevi, e provvedete al pericolo con l’energia»…………

 ………...Egli faceva appello a quell’entusiasmo che tanto si era travagliato per spegnere, egli desiderava quell’esercito Lombardo di cui si contrariò l’ordinamento, egli infine faceva appello a quel popolo che i suoi satelliti aveano ingannato, disprezzato, sperando nei principi. Era troppo tardi!!... La sera del 30 l’armata bivaccò intorno Cremona.

Le sole definizioni della strategia bastavano per dimostra re al Re l’importanza di stabilirsi ed approvvigionarsi una base sin dal principio della campagna. Questa elementare misura avrebbe dilegualo tutti i dubbi e tutte l’incertezze riguardo alla condotta da tenersi durante la ritirata. La base naturale del Piemonte è Alessandria; ma dopo la marcia sul Mincio che assicurava la conquista delle Provincie Lombarde, questa base avrebbe potuto ingrandirsi con approvvisionare e preparare, a valida difesa Pavia e Piacenza. L’esercito avrebbe trovato un sicuro ricovero, e sarebbe stato ristorato da tutte le risorse del Genovesato che lo spalleggiava. In tale posizione avrebbe difeso le due capitali, Milano e Torino; e finalmente il popolo avrebbe avuto il tempo di sollevarsi. Mentre come era possibile che gli italiani accorressero all'appello che loro faceva il Re da Bozzolo, se dopo olio giorni lo stesso Re capitolava?

Radetzky intanto oltre quella brigata sortita da Verona il 25, ebbe anche altre truppe e formò un 4.° corpo sotto il comando del generale Culoz. Quindi fece un movimento avanti: la sinistra appoggiandosi al Min, ciò occupò Rodigo; il centro Gazzoldo; la destra a Piubeca difesa da una colonna scatenala indietro. e comandata dal colonnello Wyes; poi per Marcaria seguì l’esercito nemico. La mattina del 51 si urlò sotto Cremona con la dietro guardia del Re, e scambiò qualche colpo di cannone.

Il 1.° agosto l’armata piemontese avea presa posizione dietro l'Adda, ove la fortezza di Pizzighettone avrebbe potuto utilizzarsi; ma per una di quelle inesplicabili trascuraggini essa si trovò mancante di viveri e munizioni, epperciò bisognò abbandonarla.

Il giorno medesimo il 4.° corpo dell'armata austriaca si presentò a Grotta d’Adda, vi gettò un ponte, e passò il fiume senza incontrare alcuna resistenza. La divisione la quale difendeva quel passo si ritirò a Piacenza. ili Re avea stabilito il suo quartier generale a Codogno; egli avrebbe dovuto caricale questo corpo; nemico con tutte le forze, oppure continuare il,suo movimento retrogrado e dirigersi anche a Piacenza. Ma invece il Re fece fa stranissima risoluzione di marciare su Milano, ed il 5 agosto giunse in quella disgraziata città.

Il 4.° corpo del Maresciallo, sostenuto dal corpo di riserva, si avanzò verso Piacenza, mentre il 1.° ed il 2.° corpo marciarono verso Pavia. Tale movimento era conseguenza della convinzione in cui era Radetzky, che il Re si fosse ritirato per uno di quei due punti; ma appena seppe che l'armata regia si era diretta verso Lodi e Milano girò a destra immediatamente, ed il 5 di agosto entrò in Lodi con tre corpi di armata. Il 4.° corpo rimase a fronteggiare Pavia, la quale si rese; Culoz vi gettò una guarnigione, quindi marciò a ponente di Milano onde tagliare il nemico dal Ticino.

Intanto quelli uomini che aveano a Milano usurpato il potere del popolo, e dalle cui mani il Re avea accettata la corona, all'annunzio dei primi rovesci principiarono a trepidare, alla trepidazione successe la paura, a questa la bassezza di rassegnare i poteri nel momento del pericolo. Fu nominato un comitato di difesa composto dei cittadini Rastelli, Maestri e Fanti. Questo comitato fece tutti i. possibili sforzi onde Raccogliere in Milano gran Copia, di munizioni da bocca e da guerra, e difattatti, la città fu completamente approvvigionata; vi erano un milione e 700 mila cartucce fucilieri, 9 mila kilogr. di polvere da cannone, 45 mila kilogr. di polvere archibugio; e si costruivano 550 mila cartacce per giorno. Le provvisioni da bocca consistevano in 12,800 moggia di frumento, 6,700 moggia segala, 4,500 riso, 3.000 bestie da macello, il che sarebbe stato sufficiente per un mese a nutrire tutti gli abitanti, più un’armata di 50 mila uomini. Il vino vi era per tre mesi, formaggio e salumi per un tempo maggiore.

Oltre a queste misure il comitato ordinò una leva in massa di tutti gli uomini dai 18 ai 40 anni, inviandoli lungo la linea dell’Adda per fare dei lavori che arrestassero la marcia del nemico. Chiamò in Milano il generale Garibaldi ed il generale Zncchi, il primo fu inviato a Bergamo a formare una banda.

Il popolo applaudiva a questi preparativi, il popolo credeva Milano inespugnabile, e si apprestava ad ostinata difesa; la sua esaltazione divenne estrema allorché vide entrare nella città il Re e la sua armata. Questa regolarmente doveva apportare gran copia di monizioni da guerra, ancora altre munizioni da bocca; quindi gli approvvisionamenti riboccavano.

L’armata prese posizione un mezzo miglio avanti la città, sviluppandosi quasi in un semicerchio. La dritta si appoggiava alla chiesa Rossa ed al Naviglio di Pavia; il centrò a Vigentino ed alla Gamboloitta; la sinistra innanzi Porla Orientale. Radetzky seguitò la sua marcia; la mattina del 4 alle 10 antim. il primo corpo si mostrò sulla strada di Lodi ed attaccò la Gamboloitta mentre il 2.° corpo seguito da quello di riserva mirava Vigentino. lì combattimento durò sino alle 5 pom. Le truppe piemontesi furono ripiegate a poca distanza dalle Porte. La notte del quattro Carlo Alberto conchiuse un armistizio col Maresciallo e segnò la resa di Milano. li popolo fidando ciecamente nella difesa di Milano la nuova della capitolazione giunse inaspettata, e produsse una esasperazione universale. Quindi non furono strani benché inopportuni gli eccessi in cui esso proruppe. Il popolo tornava sotto il bastone di quel nemico che avea caccialo nel marzo, mentre i propugnatori della capitolazione s’avviavano per gustare nelle loro case un agiato riposo. Carlo Alberto avea paralizzato il movimento rivoluzionario nel momento che l'armata austriaca ridotta a soli 40 a 45,000 uomini si ritirava frazionala ed m disordine. I suoi satelliti lo aveano voluto Re del Lombardo-Veneto, ed il popolo benché rimanesse senza garantia per la sua libertà avea taciuto per francarsi dal giogo straniero. Ora questo popolo vedeva il Re ritirarsi nei suoi stati, consegnandolo al nemico divenuto formidabile. Chi mai, senza mentire a se stesso, potrà condannarne la giustissima ira? La difesa di Milano sarebbe stata per l’esercito Piemontese una totale ruina, essa poneva il Piemonte fuori combattimento, e lo avrebbe obbligato ad accettare allora la pace, che fu segnala a Novara. Perché dunque i generali di Carlo Alberto non si adoprarono onde dissuaderlo dalla stranissima risoluzione di marciare su Milano? Campeggiava forse nelle loro menti l'idea di reprimere una seconda volta il temuto republicanismo, e farsi immediatamente succedere dalli austriaci, come i regi erano sue? ceduti loro nel marzo? Egli è certo che il popolo, nell’impossibilità di internarsi nel pensiero, giudica solo dalle apparenze, né potè vedere altro, che un Re venuto con un esercito per consegnare la città al nemico.

La difesa di una città senza che sia coordinata con Un piano di guerra esterno, è un errore il quale costa delle inutili e preziose vittime. Bisogna opporre una resistenza ogni qualvolta si crede necessario ritardare la marcia di un corpo, o si spera nell'arrivo di potenti soccorsi. Se il Re avesse seguito la sua giusta linea di ritirata per quindi rannodare le truppe dietro una base, in quel solo caso la resistenza di Milano sarebbe stata utile, dappoiché dava il tempo all'esercito sardo di ritornare alla riscossa.

CONVENZIONE DI ARMISTIZIO
Fra le due armate Sarda ed Austriaca come preludio delle negoziazioni per un trattalo di pace.

Art. l.° Il punto di divisione fra le due. arinole sarà la stessa frontiera dei due stati.

2.° Le fortezze di Peschiera, Rocca d’Anfo, ed Osopo, come pure la città di Brescia saranno sgombre dalle truppe sarde ed alleate, e consegnale alle truppe di S. M. I.; la consegna di ciascheduna di queste piazze avrà luogo tre giorni dopo la notificazione della presente convenzione.

Nelle succitate piazze i materiali di dotazione appartenenti all'Austria saranno restituiti. Le truppe sortiranno seco portando i loro materiali, armi, munizioni, ed effetti d'abbigliamento di loro proprietà, e rientreranno per tappe regolari e pel cammino più breve negli stati di S. M. Sarda.

3.° Gli stati di Modena, Parma e la eiltà di Piacenza con quel circuito di territorio assegnalo come piazza di guerra, saranno sgombrati dalle truppe di S. M. il Re di Sardegna tre giorni dopo la notificazione della presente.

4.° Questa convenzione riguarderà egualmente la città di Venezia e la terra ferma veneziana. Le forze militari sarde di terra e di mare sgombreranno la città, i forti ed i posti di questa piazza, per poi rientrare negli stati sardi. Le truppe di terra potranno effettuare la loro ritirata per terra a tappe, sopra una via da convenirsi.

5.° Le persone e le proprietà dei luoghi summentovati sono posti sotto la protezione del governo imperiale.

6.° Questo armistizio durerà per sei settimane onde dar luogo alle negoziazioni di pace, spiralo il quale termine sarà o prolungato di comune accordo, o diffidate le parti otto giorni avanti la ripresa delle ostilità.

7.° Saranno nominati reciprocamente 'dei commissari per l'esecuzione la più facile ed amichevole di quanto sopra.

Firmati: Hess — Salasco

Il sei l'armata piemontese lasciò Milano dopo averne consegnata la porta agli austriaci che vi entrarono dopo il mezzogiorno.

Thurn intanto fece venire il materiale da Verona, costruì delle batterie e principiò il bombardamento di Peschiera. U giorno 11 agosto arrivò il colonnello Cossato, e porto l'ordine della resa giusta l'articolo 2.° dell'armistizio.

Le popolazioni Venete di terraferma, prive come gli italiani tutti di qualunque concetto sul loro avvenire, si erano affrettate a seguire l’esempio della Lombardia, e donarsi a Re Carlo Alberto in premio di loro futura salvezza; quindi Venezia, ove di poco erano prevalse le antiche reminiscenze republicane, fu trascinata suo malgrado nelle mani dei regi commissari. Ma quel Re, a cui il popolo si era donato, accettava come una condizione dell’armistizio la resa di Venezia, che doveva a se medesima la sua libertà. Un tale alto scosse la publica opinione, alcuni generosi cittadini presero l’iniziativa, le masse come sempre secondarono i più audaci; i commissari regi furono immediatamente scacciati, e l'11 agosto la Republica fu di nuovo proclamata al grido di Viva S. Marco, e lo stesso Manin, dalla vita privata in cui era rientrato, fu richiamato al potere.

Infine nella valle del Tagliamento la piccola piazza di Osopo, difesa da volontari veneti, ricusò come Venezia di riconoscere l'armistizio.


vai su


X - RITIRATA DELLE TRUPPE LOMBARDE

Combattimento di Lonatu (6 agosto) —Ritirata in Piemonte del generale Durando — Ritirata di Griffini da Brescia (12) — Spedizione di Garibaldi — Scaramuccia di Luino — Combattimento di Murazzone(26).

La mattina del 25 luglio il generale Durando (Giacomo), ebbe delle notizie vaghe circa ai disastri dell’esercito piemontese, e delle istruzioni più vaghe ancora dalle diverse autorità, le quali si erano moltiplicate in luogo di concentrarsi. Un nuovo generale (Garibaldi) era stato inviato a Como; un altro (Griffini) governava Brescia con pieni poteri. Il Re intanto ingiungeva a Durando di resistere in Bresciano stesso scrivevagli Lecchi ed il comitato di difesa.

Durando concentrò la sua truppa e la scafano da Gavardo a Vestone. In tal modo essa difendeva Brescia con una posizione di fianco; sosteneva il castello di Rocca d’Anfo, presidialo da 500 uomini del battaglione dei finanzieri, e finalmente era nella possibilità di molestare il nemico che investiva Peschiera, e rimanere in comunicazione colla flottiglia del lago di Garda. Così disposto esso poteva attendere gli eventi, sperando che la fortuna avesse arriso alle armi piemontesi.

Il 4 agosto il presidio della Rocca-Anfo fece una sortita; girò la posizione di monte Suello che occupava il nemico, e lo respinse al di la del Caffaro. Thurn, che investiva Peschiera, inviava le sue partite a foraggiare in tutti i paesi intorno il lago di Garda. Durando, per molestarlo in queste sue escursioni, inviò da Gavardo un distaccamento di 1500 uomini comandato dal colonnello polacco Kamienski, con l'ordine di spingersi al di la di Lonato e ritornare per Salò attaccando il nemico ovunque l'incentrasse. Questo distaccamento, il 6 agosto, respingendo tutte le pattuglie austriache oltrepassò Lottalo, ma all'incrociamento della strada che mena a Salò si scontrò con una forte colonna nemica, e dopo aver sostenuto varie ore di fuoco fu costretto a retrocedere.

Il 7 le notizie della capitolazione di Milano prendevano consistenza, e nel caso che gli austriaci fossero scesi in Val-Camonica e in Val-d’Adda, al corpo di Durando non rimaneva nessuna ritirata. Nel tempo stesso venivano arrestati in Gavardo due individui sospetti come spie, i quali furono giudicati e condannati a morte; ma uno di essi chiedendo in grazia la vita confessò di essere un caporale dei racchettieri inviato dagli austriaci a riconoscere la forza di questi volontari a Cavando; e che un corpo di 8 mila uomini in tonalo non attendeva che queste notizie per muovere ad attaccarli. Tutto questo cumolo di triste circostanze, le quali rendevano sempre più difficile la posizione del Durando, lo fecero decidere di serrarsi verso Brescia, mantenendosi col suo corpo sempre nella parte montuosa dei paese, onde essere al caso di aprirsi una ritirata, o pure chiudersi in Brescia e difendere la città.

Intanto il comandante della guarnigione di Brescia, avea avuto nella notte degli l'1 agosto la notizia ufficiale della capitolazione di Milano, ed il colonnello Cossato era giunto per consegnare la città al nemico. Griffini in vece di raggiungere il corpo di Durando acciò avessero potuto sostenersi a vicenda nella ritirata, sorti da Brescia alle ore 8 del 12 agosto. con tutta la truppa, la quale ascendeva da 4 a 5 mila uomini, e rimontò la valle dell'Ogiio sino ad Edolo; quindi passò nella valle dell'Adda, ed il 19 si gettò nei Grigioni. Questa colonna con la quale si erano uniti i sbandali dei corpi che si trovavano allo Stelvio ed al Tonale, traversò la Svizzera ed entrò in Piemonte.

Durando giungeva il 12 agosto vicino Brescia, ed ivi seppe della convenzione Salasco, e dell'inaspettata ed inconcepibile ritirata del Griffini; epperò prosegui il movimento dirigendo le sue truppe fra Adro ed Iseo, ed ordinò la resa della Rocca-Anfo, e come una delle condizioni dell’armistizio, e perché sarebbe stato inutile affatto l’ostinarsi a difenderla in tale isolamento.

Durando il 13 raggiunse la sua truppa ad Adro. Egli poteva guadagnare il Piemonte traversando la Svizzera, essendo perciò obbligato a depositare le armi, oppure giungervi costeggiando la parte montuosa della Lombardia fidando nelle garantie che offriva la convenzione; garantie assai dubbie, dappoiché si faceva in essa menzione di truppe Sarde ed alleate e non già di truppe Lombarde. Il primo partito era più sicuro, il secondo più rischioso ma più onorevole; eravi anche un’altra polente ragione la quale determinò il Durando ad appigliarsi al secondo. Egli era piemontese e costituzionale, vale dire, di quelli uomini i quali parteggiano più tosto per un governo costituito che per una causa il cui futuro mostrasi incerto. Fatta (ale risoluzione, il punto che bisognava guadagnare sollecitamente era Bergamo. L'avanguardia, composta della legione lombarda comandata da Borra e dei volontari Milanesi comandati da Manara, giunse a Bergamo nel tempo stesso che dalla parte opposta appariva l’antiguardo di un corpo nemico comandato da Schwarzemberg; gl'italiani batterono immediatamente il passo di carica e presero posizione nella parte la più elevala della città, gli austriaci occuparono la parte bassa piazzandosi fra l’antiguardo ed il grosso della colonna che si trovava a Seriale. Durando principiò le trattative favorito dall'esaltazione che mostravano i bergamaschi al vedere le truppe italiane che dal canto loro si tenevano in minaccioso aspetto. La sera medesima ottenne un foglio, di via, e le razioni sino al Ticino. Il di seguente (14) gl’italiani sortirono da Bergamo. Durante la marcia il generale ebbe due visite; l’una a Merate dal generale D’Aspre; l’altra a Monza da tre officiali; e queste due visite pareva avessero per iscopo; tanto di accertarsi che il Durando rientrava direttamente in Piemonte, quanto per vedere se vi fosse possibilità di rompere la convenzione falla a Bergamo. Ma assicuratosi il nemico della prima parte, e vedendo che non avrebbe potuto infrangere i patti senza molti rischi, lasciò continuare tranquillamente la ritirata, e Durando il 19 passò il Ticino con tutte le sue forze.

Arrestiamoci un istante per esaminare la condotta del comitato di difesa dell’agosto, composto dai cittadini Maestri, Rastelli e Fanti. Egli era impossibile salvar Milano pel momento. Un solo mezzo vi sarebbe stato, quello di proclamare la Republica, il che avrebbe chiuso le porte al re di Sardegna ed alti austriaci; ma, quantunque la rotta del Re avesse scosso li animi, e molti illusi si fossero ricreduti, pure non eravi in Milano partito repubblicano; li uomini di questa opinione non si conoscevano nemmanco; e senza mischiarsi col popolo se ne erano stati riguardosi tutto il tempo della guerra, per non esser chiamati fautori di discordia. Quindi l'attuazione di questa idea riesciva impossibile. La sola misura che il comitato avrebbe potuto mandare ad effetto era quella d’impadronirsi di tutte le forze Lombarde, epperò sottrarle all’influenza dei regi, togliendo il comando dei volontari a Durando e Griffini, e sostituendovi qualche officiale di quei medesimi corpi di opinione conosciuta. Quindi, concentrare i Volontari, la guardia nazionale, la leva in massa fra Bergamo e Brescia, e con questa massa di 40 a 50 inila uomini tentare un colpo decisivo, attaccando prima il corpo di Thurn che investiva Peschiera; poi quello di Welden che bloccava Venezia, che sarebbe divenuta la base di questo esercito improvvisalo. Ardua era l'impresa, ma era la sola da tentarsi; ma il comitato operò in modo da sperperare in vece di concentrare le forze. Rimaneva Durando al suo posto, quindi le truppe da esso comandate si ritirarono in Piemonte. Diede a Griffini pieni poteri a Brescia, e questi, abbandonato alle sue inspirazioni, più tosto che unirsi a Durando, si ritirò in Piemonte, traversando la Svizzera. Diresse la leva in massa lungo la linea dell'Adda, per eseguire dei lavori che arrestassero il nemico, idea la quale sorte dal campo delle razionali osservazioni. Spediva finalmente Garibaldi a Bergamo, a far ché? A riunire armati, nel tempo medesimo che gli armati che vi erano sparivano dal campo per l'effetto delle disposizioni dello stesso comitato.

Il generale Garibaldi in Montevideo avea dato prova di un ardire senza pari e di un'esperienza profonda nel dirigere le piccole imprese marittime; quindi al comando di poche migliaia di uomini sulla terra ferma sostenne la sua fama di valorosissimo, e brillarono le sue virtù di un completo disinteresse e generosità; virtù che ne formano un eroe come semplice cittadino.Ma il genere di guerra da esso combattuta, le fazioni da esso dirette erano ben lungi dai far supporre in lui il genio e la scienza di un generale. Difatti, nelle manovre di Garibaldi non vi è concetto strategico. Come tattico, esso ha l'abitudine di fare delle marce lunghissime senza scopo prefisso, e fatica perciò inutilmente le truppe; giunto in un sito forte si arresta ed attende il nemico; quindi non ba neanche ilgenio del partigiano., che deve essere continuamente o in ritirata o in offensiva. Nel combattimento impegna la sua gente in dettaglio, e non può mai ottenere un risultato decisivo.

La guerra in Europa non è quella che può farsi con una tribù araba, o con un popolo selvaggio. Tutti i vantaggi che possono ottenersi dal terreno, dagli uomini e dalle armi, sono stati ridotti ad una scienza che darà sempre la superiorità a chi la possiede.Non è possibile il diventare generale in un mese; un uomo valoroso ed intelligente potrà in poco tempo diventare un buon capo di corpo, ma per muovere le masse, per regolare l’amministrazione, per provvedere alla sussistenza di un esercito, vi bisogna una somma intelligenza, accompagnata da lunghi e profondi studi. Era la scienza che rendeva i giovani generali della republica francese superiori agli altri, e quelli che non la possedevano per mezzo di studio, supplivano con l’esperienza, almeno, di tre o quattro anni di campagna e di cinque o sei battaglie. L’essere coraggioso non basta per essere generale in capo, come non basta neanche l'essere scientifico.Un uomo mediocre potrà concepire dei buoni piani, ma non sarà capace di porti in esecuzione; dappoiché se esso manca di una volontà fermale di una fiducia somma ed illimitata nei propri concetti, vacillerà al pensare che pesa su di lui una enorme responsabilità, troverà troppo ardite le proprie idee, e discendendo ai mezzi termini ruinerà l’impresa.

La stampa, senza tener conto di queste circostanze, proclamò Garibaldi gran generale prima che fosse giunto in Italia. Esso era atteso da Montevideo con una piccola banda con la quale si sperava da alcuni formare il nucleo di un esercito e di un partito repubblicano. Ma giunto a Genova Garibaldi offrì la sua spada al Re che la ricusò. Avvenuta poi la disfatta dell’esercito sardo, il comitato di difesa,come abbiamo veduto, gli diede la missione d’iniziare la guerra:di popolo,ed esso giunse a riunire una colonna,di 4 mila giovani inspirati tutti dal più pupo entusiasmo e dal più indomito coraggio.

Dopo la disfatta dei regi fuvvi in Lombardia ancora un istante in cui si riaccese l’ardore nelle masse; ma sciolta la guardia nazionale, i corpi volontari sbandati o in Piemonte, la leva in massa rinviata alla proprie case, ogni speranza cessava. Le forze dei popolo erano state sciupato ed esaurite. Ma nell'Italia centrale, concitata a tali avvenimenti, eravi esuberanza di vita;e se Garibaldi fosse stato all’altezza della sua missione avrebbe dovuto passare il Po con la sua colonna, sollevare le popolazioni di Toscana e Roma, proclamarvi la Republica,e far sorgere un esercito. Se poi si determinava a rimanere in Lombardi», come fece, avrebbe dovuto gettarsi nella Valtellina, ove il paese montuoso e vasto era il più adattato per sostenersi e per cercare di rianimare per quanto era possibile lo spirito delle popolazioni. Ma egli parti da Bergamo, passò l’Adda a Ponte di Adda e si diresse a Monza. Il giorno medesimo che vi giunse seppe dell’approssimarsi del nemico e parti immediatamente per Como, e quindi per Varese. Da Varese marciò a Castelletto poi ad Arona, ivi s'impadronì dei vapori del Lago e sbarcò a Luino, ed in tal modo si trovò in una posizione stretta fra il Lago Maggiore e quello di Lugano, addossato alla Svizzera, e senza veruna possibilità di estendere ed ingrandire il movimento. In queste inutili marce, la metà della sua gente lo aveva abbandonato, ed una colonna destinata ad essere il nucleo di un esercito, al suo esordire diminuiva invece di crescere.

Li austriaci spedirono contro di esso una ricognizione che lo sorprese a Luino; ma quella valorosissima gioventù, animata dall'esempio del capo, respinse il nemico.

Garibaldi respinta da Luino la ricognizione, dopò due giorni marciò ad Arcissate, spingendo la sua avanguardia sulla frontiera del Mendrisiotto. Li austriaci marciarono ad esso in varie colonne; quella dell’estrema destra costeggiava la Svizzera, quella dell’estrema sinistra costeggiava il Lago Maggiore e mirava Luino. La colonna dell'estrema destra si. urlò con l’avanguardia di Garibaldi, che dopo essersi difesa si ritirò nella Svizzera. Garibaldi avrebbe dovuto piombare su questa colonna per aprirsi il passo nella Valtellina, oppure battuta questa attaccare le altre in dettaglio. Ma egli era a tale distanza dall'avanguardia che non sentì neppure il cannone, e prese in vece una direzione affatto opposta incaminandosi verso Sesto Calende; intanto li austriaci occuparono Gavirale e Sesto Calende ed egli si diresse a Murazzone, ove giunse il 26 agosto ad un’ora pom.

Le truppe erano affrante dal digiuno e da cinque o sei giorni di faticose marcie, ed il Municipio di Murazzone ben lungi dal vederli con piacere e ristorare questi suoi compatrioti!, dominato dalla paura d’incorrere nella vendetta delli austriaci, dichiarò cedere alla sola forza, e non somministrò i viveri che verso le cinque della sera. Mentre questa prode e mal diretta gioventùprendeva un poco di ristoro, il nemico l'attaccò con tre battaglioni una batteria ed uno squadrone. L’inaspettato attacco generò immediatamente la confusione; Garibaldi potè appena con pochissimi tener testa al nemico, mentre altri mitragliati fuggivano in disordine nelle contrade del paese. Riordinati e riavutosi dalla sorpresa corsero al combattimento ed obbligarono li austriaci a retrocedere alquanto. Garibaldi allora si accorse quanto falso era stato il suo movimento, esso si vedeva esposto ad essere circondato; epperò dopo quattro ore di combattere, verso le nove della sera, ordinò la ritirata.

Alle 10 pom. la testa della colonna cominciò a sortire dal paese, ma per disfare un ostacolo, il quale ritardava la marcia, la colonna fu interrotta. Garibaldi ignaro di tale incidente continuò il suo cammino, e la truppa nei momento di rimettersi in rotta, non sapendo più ove il capo si fosse diretto, perturbata titubò. Un officiale tentò di condurla, ma giunta ad un quarto d'ora dal paese si sbaragliò nuovamente, ritornò a Murazzone, e quindi si disperse. Garibaldi continuò il suo cammino e riparò nella Svizzera.

I giornali scrivevano: che il generale Garibaldi con un' abile e terribile manovra era uscito di mezzo ai nemici, i quali ingannati si macellarono fra loro!!!


vai su


XI - FATTI DARMI NEL VENETO ED ALLA DESTRA DEL PO

Combattimento di Cavanella (7 luglio)—Welden passa il Po— Combattimento di Bologna (8 agosto) — Di Cavallino (22 ottobre) — Di Mestre (27) — Resa di Osopo.

Il secondo corpo di riserva, comandato dal generale Welden, presidiava tutte le città del Veneto e bloccava Venezia.

Il basso Adige è unito alla Brenta per mezzo del canale di Valle. Tanto il fiume quanto il canale sono delle interessanti comunicazioni per condurre a Chioggia le vettovaglie dalla provincia del Polesine e dal Pavese. La confluenza del canale e dell'Adige è difesa da unatesta di ponte della Cavanella d'Adige, la quale appoggia la sua gola alla sinistra del fiume ed è divisa in due dal canale.

Li austriaci l’occupavano don un distaccamento di 250 croati, ed era uno dei principali posti del blocco. Il generale Ferrari ebbe l’ordine di riunire a Chioggia quattro battaglioni ed una sezione di artiglieria, i quali formavano un effettivo di 1700 baionette, ed impadronirsi di Cavanella.

Questo piccolo corpo giunto a S. Anna la notte del 6 luglio, mosse all’attacco di Cavanella ili tre colonne: la prima, formata da un battaglione e dalla sezione di artiglieria, dovea passar l'Adige a Portesine

con delle barche ed attaccare il trinceramento alla gola, e mentre questa colonna avrebbe richiamato su di sé l’attenzione del nemico, le altre due, l'una seguendo la via Romeo pel bosco Nordio, e l'altra |er gli argini del canale di Valle, doveano sorprendere ed attaccare di fronte il trinceramento. All'alba del 7 la prima colonna attendeva le barche alla sponda dell’Adige, ma esse non giunsero che verso le 10 ant. e non prima delle 11 principiò l'attacco. Intanto le altre due colonne, impazienti di questo ritardo, assalirono il trinceramento, quindi mancò l’effetto che si sperava dalla sorpresa, ed il nemico ricevé un pronto rinforzo che raddoppiò le sue forze. Ferrari vedendo che era inutile più ostinarsi all’attacco, ordinò la ritirata.

Un ordine del Maresciallo avea prescritto al generale Welden di aprirsi le comunicazioni con Mantova durantele giornate del 24 e 25 e perlustrare la destra dei Po, ma egli non potè eseguirlo prima della compieta ritirata dei piemontesi. Dopo di che gettò un piccolo distaccamento sulla destra del Po, ma venne attaccato e messo in fuga dagli abitanti di Sermide, villaggio delle Romagne. Il 28 spiegò una divisione lungo il Po da Occhiobello ad Ostilia, avendo un’altra divisione in riserva a Rovigo 3quindi passò il fiume con un forte distaccamento, attaccò Sermide che trovò barricato, e lo mise a ferro e fuoco.

Il Maresciallo, durante la sua marcia vittoriosa, distaccò il 50 luglio sulla destra del Po il principe Lichtenstein con 5,000 uomini, ordinandogli di marciare su Modena, Parma, Reggio e ristabilirvi il caduto governo. Nel tempo stesso ordinava a Welden di prolungarsi a destra verso Mirandola, e manovrare di accordo con Lichtenstein onde sbarazzare tutto quel paese dai diversi corpi volontari che vi si mostravano. Questi movimenti furono eseguiti, ed i volontari si ripiegarono tutti su Bologna, ove Welden giunse con una colonna il 7 agosto e si spiegò intorno le mura.

Fin dal momento che Welden passò il Po annunziò al popolo, con un arrogantissimo proclama, che egli veniva onde ristabilire l'ordine, A questo i Bolognesi si commosselo, ed a tutti i costi volevano difendersi. L'ipocri lo motoproprio del Papa, che faceva appello alle popolazioni onde mantenere l'inviolabilità del suo territorio, esaltò viemaggiormente i cittadini che a stento le autorità municipali riuscirono a calmare, e portatosi al quartiere generale di Welden convennero seco lui che sarebbero consegnate alli austriaci due sole porte, senza però che nessuna truppa armata entrasse in città.

Le porte furono occupatele durante il 7 agosto. ebbero luogo delle continue risse parziali fra popola e soldati, provocate sempre dallo spirito di jattanza niune agli officiali. austriaci. All'alba del giorno 8 un officiale con grossolanissimo scherno, per beffarsi della bandiera nazionale Italiana, chiese un caffè a tre attori. Il popolo lo mise immediatamente a morte, ed un tal fatto fu il segnale della zuffa. Il corpo di Welden; ammontava a 4 o 5,000 uomini. Il popolo asserragliò la città e sostenne le offese del nemico, che prima da porta S. Felice, e poi dalla Montagnola, piccolo Monticello che sorge in città a destra di porta Galliera, cannoneggiò Bologna. I cittadini balzando fuori dalle barricate, lo assalirono e lo sloggiarono dalla Montagnola volgendolo in fuga. Welden la mattina del 9 fu obbligato a ritirarsi a tre miglia da Bologna, e dopo qualche giorno ripassò il Po.

La nuova Republica di Venezia degli il agosto, avea fatto un passo più in la di quella del 22 marzo; avea conosciuto la necessità di esser forte. Il generale Guglielmo Pepe ab quale era affidalo il coniando di tutte le forze di tèrra, si adoprava con infaticabile zelo a dare ordinamento a quei diversi corpi, cosa la quale presentava non poche difficoltà, dappoiché i numerosi forti da guardare, ed i siti poco adattati alla riunione di truppa obbligavano la guarnigione ad essere continuamente frazionata.

Per agguerrire quelle giovani milizie, il generale ordinò che il 22 ottobre si attaccasse l’inimico, il quale occapando la Gava-Zuccherina sul Site, avea un posto molto innanzi discendendo il fiume, e propriamente al punto di confluenza col canale del Cavallino che dava il nome al posto d'attaccarsi. La posizione era assai forte, come quella a cui menava un argine angustissiine infilato dal nemico con due pezzi d’artiglieria e fiancheggiato a sinistra dal canale difeso con due battelli armati di spingarde, ed a destra da intrigatissimo e malagevole terreno.

La piccola colonna Veneta forte di 400 cacciatori del Sile sorti da Tre-Porti e s’incamminò per l’argine, mentre alla sua sinistra tre piroghe e due barche armate di cannoni navigavano sul canale. L’antiguardo appena incontrò il primo avamposto nemico si spiegò in cordone a destra, e continuò facendo fuoco la sua marcia. Giunta la piccola colonna a circa cinquanta passi dal posto nemico, le piroghe fecero alquanti tiri, ed i cacciatori al passo di corsa si gettarono sulla posizione, ne cacciarono il nemico, e s’impadronirono delle sue artiglierie. Ma tale posizione, i veneti, non potendo conservarla attesa la considerevole distanza da Tre-Porti, la sera l’abbandonarono, ed il nemico non la rioccupò, m si rimase, dietro del Sile.

Questo fatto d'armi rilevò molto gli spiriti in Venezia, ed incoraggiò il generale ad intraprendere qualche fazione di maggior rilievo; epperò decise di rompere nel mezzo la linea del blocco sortendo da Marghera ed attaccando Mestre.

Mestre è unito a Marghera dalla strada di ferro e dagli argini di un canale che si scarica nella laguna, ed era difeso da 1600 soldati. Gli austriaci infilavano la strada di ferro con due pezzi da campo, piazzati dietro un trinceramento, ed egualmente difendevano l’argine. Il rimanente del terreno era impraticabile perché melmoso; ma essi potevano anche essere attaccati dalla strada che mena a Padova, la quale interseca un canale in un silo detto la Rana, ove il nemico aveva un posto, e guardava egualmente lo sbocco di questo canale a Fusina. Il generale. ordinò che 450 cacciatori e due piroghe, alla dimane del 27 ottobre, attaccassero Fusina, e quindi il posto della Bana; mentre altre due colonne, l'una di 900 combattenti e due pezzi attaccherebbe per la strada di ferro, e l’altra a destra di 650 militi con un’altra sezione d’artiglieria attaccherebbe per l’argine.

L’attacco di Fusina meritava tutta l(J)attenzione e la solerzia dei capi, come quello che doveva girare la posizione; ma quella colonna fu la meno forte, e ritardò le sue operazioni per equivoca negligenza che mai scompagnò la marina veneta. Mancalo quest'attacco, il risultamento rimaneva affidato solo al valore delle colonne che attaccarono di fronte. Entrambe superarono i trinceramenti ed entrarono a Mestre, inseguendo il nemico con la baionetta nei reni. Li austriaci si raccolsero in una piazzetta, sulla quale i veneti non potevano sboccare che per un piccolo ponte difeso da due pezzi di artiglieria, e dominato dai fuochi dei bersaglieri appostali nelle case fiancheggianti. Dopo ripetuti assalti la posizione fu valorosamente presa; e benché gl’italiani fossero padroni dì Mestre, pure dovettero ancora durar fatica ad espugnare alcune case ove il nemico strenuamente si difese. La colonna rientrò la sera in Venezia portando come trofei, sei cannoni: due da 12, e quattro da 6; vari carri di munizione, molti bagagli, parecchi cavalli, e 7 a 800 prigionieri.

Là giornata di Mestre ebbe un eco in tutta Italia, e la diplomazia non lardò, coverta come sempre con la maschera dell’ipocrisia, di protestare presso il governo della Repubblica di Venezia contro ogni operazione offensiva della guarnigione; attesoché, dicevano essi, si compromettevano le pendenti trattative. I governanti, uomini mancanti di quella sicurezza la quale fondata su di solidi principii avrebbe loro mostrato che Venezia non avea nulla da sperare isolatamente, e che il Piemonte lungi dall'essere compromesso in queste scaramuccie, sarebbe stato sommamente favorito se la guarnigione della Republica avesse potuto apportare al nemico delle profonde ferite; proibirono al comando militare ulteriori fazioni.

Nella valle Intelvi si rispose generosamente al fatto di Mestre con una levata d’armi. Ma il momento fu inopportuno; e perché il popolo non era disposto ad insorgere, e perché di nuovo gli occhi e le speranze erano rivolte al Piemonte che aumentava considerevolmente il suo esercito. Un corpo austriaco occupò Chiavenna, ed il moto insurrezionale fu soffocato nel nascere.

Durante questo stesso mese di ottobre, e precisamente il giorno 13. la piccola piazza di Osopo dopo aver resistito due mesi da che rifiutò di riconoscere l’armistizio Salasco, si rese. La guarnigione sortì con gli onori militari, e quasi tutta entrò in Venezia.

_________

Due cose nell’armistizio Salasco sono degne di osservazione; l'una mostra l'allucinamento in cui erano i satelliti di Carlo Alberto, i quali dopo aver veduto chiaramente quelle fosse la disposizione del popolo assicurarono al nemico la resa di Venezia presidiata da popolo. Carlo Alberto avrebbe potuto promettere il richiamo delle sue forze di terra é di mare, ma non già la resa della piazza. L’altra cosa ben singolare per parte de! Maresciallo, fu quella di non profittare del vantaggio che da vagli la sua superiorità, nel vedere violato uno degli articoli principali dell'armistizio. Venezia essendo fortissima lo costringeva ad un penoso assedio, si prestava ad essere la base di un esercito operante nel Veneto, ed inutilizzava così completamente le piazze forti dell’Adige. Radetzky avrebbe dovuto passare il Ticino e costringere il nemico alla pace. Non avendolo fatto, bisogna credere che la diplomazia lo impedì, o che il Maresciallo non credeva possibile una ripresa d’armi, e riguardava l'armistizio Salasco come un non dubbio preliminare di pace.


vai su


XII - OPERAZIONI IN SICILIA

Attacco e presa di Messina (67 settembre).

I successi delle armi austriache nell’alt’Italia davano al Re di Napoli la forza morale di cominciare le ostilità contro la Sicilia. Il solo punto dell'Isola rimasto nelle mani dei regi era la cittadella di Messina presidiata da 4 mila uomini, fortezza che batte l'entrata del porto e la città. Sulle coste della Calabria 24 mila uomini comandati dal tenente generale Filangieri e la flotta del Borbone si trovavano di già pronti.

La prima operazione a farsi era quella di stabilirsi una base, per quindi avanzarsi nell'interno dell'Isola. Il possesso della cittadella, le vicinanze alle coste della Calabria, formavano di Messina il punto più adattato a questo oggetto. Occupata Messina i regi potevano spingersi verso Catanea o verso Palermo, con una linea d’operazione fiancheggiata e protetta dalla flotta. Quindi Messina fu scelta da Filangieri come il primo scopo delle operazioni, che furono condotte con molto accorgimento.

All’estremità orientale della Sicilia le ultime ondulazioni dei monti che s’inoltrano nell'Isola, formano una concavità in cui s’interna il mare. La città di Messina specchiandosi nelle onde, è edificata sul versante di questi poggi.

Dalla punta meridionale della città s’inoltra nei mare un ammasso di rocca a forma di un braccio colossale piegato ad angolo retto che circoscrive il porto. Alla giuntura della spalla, ovvero all'unione di questo braccio con la terra, è sita la cittadella, pentagono a doppia cinta bastionata e difesa dalle acque. All’estremo del braccio sorge la batteria casamattata di S. Salvatore che difende l'entrata del porto, incrociando i suoi fuochi con la batteria Real Basso, che gli si trova d’incontro.

La cittadella è unita alla terra per mezzo di un ponte levatoio che mette al piano di Terranova, questo piano è circoscritto da una cinta bastionata, di cui una cortina parte dalli spalti della cittadella, costeggia il mare ed è fiancheggiata dal bastione D. Blasco che trovasi all'estremo, ove la cinta piegandosi quasi ad angolo retto prosegue il suo irregolare sviluppo intorno la città. Vari forti difendono i poggi dai quali, Messina è dominata.

Il 22 febbraio il forte di Melazzo, sito a poca distanza da Messina sulla costa settentrionale della Sicciia; si era roso al popolo. Una parte del materiale di guerra ivi rinvenuto, venne trasportato in Messina, ove il comitato di guerra avea deciso attaccare la batteria Real Basso.

La notte del 21 al 22 il colonnello Longo, con massimo accorgimento, costruì una batteria a poca distanza dal forte, ed alla dimane in due ore di fuoco il muro che chiudeva Real Basso alla gola fu diroccato ed il forte preso d’assalto. Da quel giorno in poi non cessò mai in Messina un continuo e lento combattere di artiglieria, ad eccezione di pochi giorni di armistizio, provocati dal ministero Troia, che precede la catastrofe del 45 maggio.

In Messina i siciliani aveano assiduamente lavorato onde garantirsi dalle aggressioni e moltiplicare le offese contro i forti occupati da regi. L’arsenale era stato diroccato dal cannone della cittadella, ed i siciliani con impareggiabile costanza, lavorando sotto il fuoco nemico, dissotterrarono da quelle ruine circa 20 pezzi di artiglieria, ed altri materiali da guerra. Le colline furono coronate di batterie che dirigevano le loro offese contro i forti. Una trincea sviluppandosi dalla banchina del porto sino ad un torrente che metteva foce nel mare vicino le mura, separava la cittadella dalla città ed impediva le sortite dei regi. Tre batterie nella città ed una fuori ohe mirava in mare, difendevano la trincea, avendo in seconda linea due batterie di mortari, in tutto 142 bocche a fuoco, la maggior parte di grosso calibro. Ma il lato che si estende quasi perpendicolare alla strada del littorale orientale che mena a Catanea era sguarnito di difesa, e lasciava esposto il fianco di. tutte le opere. La guarnigione era di 5 a 6 mila uomini. La popolazione era animata da odio profondo contro gli oppressori.

La guerra era inevitabile, quindi bisognava prendere l'iniziativa ed attaccare i forti prima che la flotta e la truppa di sbarco entrassero in azione. Il colonnello Orsini che avea diretti i lavori, insisteva il 12 agosto con un rapporto che faceva seguito ad un altro precedentemente invialo onde cominciare le ostilità. Era suo disegno battere in breccia il bastione D. Blasco, impadronirsene, ed avanzando li approcci pel piano di Terranova coronare gli spalti della cittadella. Fulminare il forte S. Salvatore, attaccarlo per sorpresa, e quindi pei piani di S. Raniero, che si protendono su quella rocca a forma di braccio che unisce S. Salvatore alla cittadella, stringere questa da presso, che priva allora delle comunicazioni per mare non era difficile costringerla alla resa. Il disegno era ben concepito e presentava molti gradi di probabilità. Ma il duca di Genova era stato proclamato Re di Sicilia, l’Inghilterra non ancora smetteva la sua ipocrita attitudine,epperò il Ministero sperava che l’indipendenza Siciliana fosse era ancora abbandonata alle proprie forze.Fu rimessa la decisione di attaccare ad un consiglio di guerra in Messina, questi la rinviò al ministero, il tempo scorse, il momento passò, e la flotta regia sciolse da Reggio e si diresse verso la Sicilia.

La mattina del 3 settembre una fregata a vela, 4 vapori da guerra e venti barche cannoniere attaccavano di fronte una batteria che alle foci del torrente, al quale si appoggiava la trincea, guardava il mare. Nel tempo stesso sortivano dalla cittadella tre battaglioni, assalivano la batteria e la distruggevano; e quindi laflotta ed i forti vomitavano per tre giorni le loro offese sulla città. La mattina del 6 tre fregate a vela, tredici vapori, venti cannoniere, cannoneggiarono la costa orientale, mentre un convoglio di 40 legni da trasporto, protetto dai fuochi della flotta, cominciò lo sbarco delle truppe. Un battaglione cacciatori ed i marinari delle cannoniere furono i primi a sbarcare ed impegnarono il combattimento con i siciliani, che dalle casette campestri e dai muri de' giardini opponevano valida resistenza, successivamente le truppe regie ingrossarono, e tutto il corpo di spedizione, forte di 7 a 8 mila uomini mise piede a terra e guadagnò la strada consolare; ivi giunto conversò a destra e marciò sulla città. Due battaglioni in colonna serrata marciando lungo la sponda del mare, formarono la destra della linea di battaglia. Il centro seguiva la direzione della consolare, e la manca, seguendo le colline, cercava di girare e prendere di rovescio le opere nemiche. La flotta apriva il passo alla linea di battaglia, fulminando tutti i villaggi e gli ostacoli che si opponevano alla sua marcia. Questo attacco era combinato con una sortita dalla cittadella d’onde il maresciallo Pronio con quattro battaglioni, una compagnia zappatori, e quattro obici traversò al passo di corsa il piano di Terranova, sotto il fuoco di una batteria che fulminava il Banco destro della colonna a mezzo tiro di fucile, occupò il porto franco, accanto la batteria, e si chiuse in massa dietro un muro che circoscrive il piano di Terranova, onde abbatterlo, e marciando lungo le mura per l’interno della città attaccare la porta e prendere alle spalle i Siciliani che Filangieri batteva di fronte. Ma le batterie delle colline, con le quali i siciliani tempestavano i forti, rivolsero le offese contro questa colonna, e diressero i loro fuochi sul porto franco e sulle caserme, che si addossavano al muro dietro del quale crasi piazzalo Pronio. Ivi una mina brillò e due compagnie di regi furono quasi distrutte; la colonna cominciò a retrocedere, il porto franco abbandonato, e le truppe ritirandosi furono fulminate dalla vicina batteria e dai siciliani che aveano occupato il porto franco. Esse ripararono in disordine nella cittadella con perdite gravissime. L'oscura notte pose fine alla pugna, ed i combattenti bivaccarono sul campo di battaglia.

Spuntava l’alba del giorno 7, e per malintesi, o per cattiva volontà di alcuni capi, le file dei siciliani si erano di mollo diradate. Rimanevano li artiglieri ai loro posti, ed un pugno di prodi che difendeva il borgo di Zaera ed in particolare il convento della Maddalena edilizio solidissimo. Filangieri continuò la sua marcia. La sinistra compì il suo movimento contornante, occupò il forte Gonzaga, prese di rovescio tutte le batterie siciliane. Il centro fu arrestato dalla valida resistenza del convento; ma nel tempo stesso una colonna sorti dalla cittadella, e questa volta in vece di traversare il piano di Terranova girò per fuori le mura, e rafforzata dalla destra dei regi che era giunta sotto il bastione D. Blasco attaccò il borgo di Zaera, fece breccia ai convento della Maddalena, e l'assali. I difensori combatterono corpo a corpo, e venderono a caro prezzo la loro vita. Dopo quest’attacco la resistenza cessò; non vi furono che incendi, rapine e stragi, con le quali le truppe del despota sfogarono la loro ferocia. Quasi tutta Messina si ridusse un mucchio di fumanti rovine.


vai su


XIII - AGITAZIONE NELL’ITALIA CENTRALE

Sollevazione di Livorno (5 settembre) — Costituente Montanelli — Attacco del Quirinale (16 novembre).

Il sentimento nazionale avea stretto in un sol concetto i popoli italiani. Ma se questo concetto ne avea unito il pensiero, non avea potuto unirne l'azione che dipendeva dai principi. I quali avendo gl'interessi, le tradizioni e l'esistenza in opposizione col popolo, cercarono con l’incertezza, l’intrigo e la forza rendere vano ogni suo sagrifizio ed ogni suo sforzo. Nel Lombardo-Veneto ove più generale era stato il molo, più crude le sofferenze, ricaduti sotto l'antica tirannide, non vi rimanevano che speranze. Ma nell’Italia centrale il popolo conservava ancora la sua vitalità incontro a principi debolissimi. Esso continuava a tumultuare, ma non ancora trovava il mezzo come evitare gli scogli contro dei quali avea rotto nell’azione, né trovava nelle declamazioni della propaganda republicana alcun pensiero positivo effettuabile.

Il 5 settembre il popolo in Livorno si sollevò, ed esso rimase padrone della città e del castello. Il Gran duca per conciliarlo nominò il professore Montanelli a governatore di esso; e questi il giorno 8 ottobre proclamava la necessità di una costituente italiana, la quale avrebbe dovuto dapprima condurre la guerra e. stabilire i contingenti in uomini e danari da somministrarsi dai diversi stati; terminata la guerra, bisognava che si

occupasse di un patto che stringesse insieme tutti i governi italiani. Il concetto era ottimo rapporto ai tempi, era la sola idea pratica sin’allora presentala, epperò diede una direzione comune a tutti i sforzi del popolo In Toscana cadeva il ministero Capponi; ad esso succedeva il ministero Montanelli-Guerrazzi che proclamava la costituente nel suo programma, scioglieva le camere, e le convocava pel 9 gennaio 1849. Eccetto il Granduca che vi era forzalo, tutti i principi ricusarono aderire all’idea del Montanelli. In Roma. Pellegrino Rossi era l'inspiratore della politica pontificale; avverso alla guerra, cercava stringersi con Napoli onde controbilanciare. l’influenza del Piemonte. Nell’interno tentava imitare la politica di Guizot.

Il popolo fremeva, la camera prossima ad aprirsi si preparava a fargli una valida opposizione. Un. giornale giobertiano pochi giorni prima dell'apertura della camera attaccò il ministro con violenza ed ardire fuori dell’usa io. Era il. 1,5 novembre: Rossi si rendeva alla prima seduta dei deputati, pieno l'animo di disprezzo per quell'assemblea che egli credeva o dominare col suo ingegno, o domare colla forza. Ma nel mentre scendeva di carrozza e s’incamminava verso la scala, una moltitudine lo circonda, un individuo lo percuote di un leggiero colpo di bastone al lato manco, il ministro volge la testa verso quella parte, allora un aggiustatissimo colpo di pugnale a destra lo stende al suolo.

La novella produsse gioia immensa nella città, ed atterrì i porporati. Il 16 il pontefice chiamava a sé il cittadino Giuseppe Galletti e davagli la missione di comporre un nuovo ministero. Nel tempo medesimo una numerosissima ed imponente dimostrazione, ove figuravano fra i primi i capi dell'esercito, si avviava al Quirinale. Preceda vano il popolo alcune bandiere, alle cui aste pendevano dei grandi cartelli stampati contenenti le domande che il popolo, disarmato, faceva ai Papa, cioè: la formazione di un nuovo ministero il quale adottasse il programma dell'anteriore ministero Mamiani, favorisse la nazionalità italiana, concorrendo alla costituente Montanelli. Il Galletti, reduce dal palazzo del Pontefice, s’ incontrò col popolo che muoveva verso quella parte. Era popolare il Galletti e pel lungo carcere sofferto per cause politiche, e pei suoi sensi italianissimi. Scorto da quella moltitudine fu immediatamente applaudito e forzalo a far parte della deputazione la quale doveva presentarsi al pontefice, che dalle sue finestre vedeva questo follo popolo, che tutta occupava la piazza del Quirinale.

L’orgoglio, la vanità poterono nell'animo del prete Mastai più che la paura; egli proruppe in imprecazioni, né volle altro concedere che la già decisa formazione del ministero Galletti. Il popolo accolse questa nuova con plauso, ma insisté per ottenere le altre promesse. Il pontefice negò ancora, ed il popolo fremente gridò alle armi. L’inoffensiva moltitudine si dileguò, ma ben presto, truppe, guardie nazionali e popolo in ordinate colonne rioccuparono la piazza, e puntarono un cannone contro la porta principale del Quirinale.

A tale attacco l’orgoglioso pontefice, i porporati, ed i svizzeri che difendevano la porta del palazzo furono invasi dal più profondo terrore. Il Galletti si fece mediatore fra essi ed il popolo, ed ottenne che questi si contentasse della semplice promessa del pontefice, di rimettere all’assemblea la decisione finale sulle richieste che venivano fatte.

Il nuovo ministero fu sempre d'indole conciliativa. Esso voleva secondare la causa nazionale, garantire al jwpolo le sue franchigie, e conservare riverito il pontefice, il quale fermo nel volere l’assoluto dispotismo che non può mai scompagnarsi dal suo carattere, la notte del 24 al 27 novembre fuggiva da Roma nella carrozza di una certa Spaur, vecchia cortegiana, e si gettava nelle braccia del Borbone ancora brullo del sangue versalo a Napoli, in Calabria ed a Messina.

Da Roma s’inviava dall'assemblea una deputazione onde richiamare il papa, essa era respinta alla frontiera delle due Sicilie. Allora la voce generale dal Po al Tronto proclamava la necessità di una costituente Romana.

In tal modo, alla fine del 48, i moli liberali del regno di Napoli erano stati soffocati nel sangue. La. Sicilia per nulla progredita nel suo ordinamento vedevaingrossarsi incontrò ad essa il nemico, il Piemonte e l’Austria conservavano un’attitudine dubbia. In Toscana il trono era vacillante.In Roma voto. Al set l'entri fiabe ed ai mezzogiorno dell’Italia assopite le forze dei popoli. Al contro pronti ad operare, attendevano solo una direzione comune.


vai su


CAMPAGNA DEL 1849

INTRODUZIONE

I troni erano minacciati dal movimento generale che si manifestava nei popoli non solo dell'Italia ma dell’Europa (ulta. I principi lo compresero, ed immediatamente si chiusero in compatta falange onde opprimerli. Un Buonaparte eletto a presidente della republica francese, uomo di spirito gretto ed ambizioso, spiegava le insegne republicane di Francia accanto al vessillo della reazione.

I popoli dal canto loro non erano unificati nel concetto; nella loro bandiera era scritto Nazionalità, cosa che li distaccava più tosto che avvicinarli; epperò in luogo di rovesciarsi di comune accordo contro il dispotismo, servirono i loro tiranni onde ribadire le catene dei vicini.

In Italia il Borbone avea gettata la maschera fin dal 15 maggio del precedente anno, il Papa era fuggito a Gaeta.Il Granduca di Toscana apriva le camere il 9 gennaio, nel discorso della corona rinnovava la proclamazione della costituente Montanelli, ed il 7 febbraio fuggiva per raggiungere il Pontefice. Carlo Alberto era sotto l’influenza di due partiti;quello della guerra che si trovava al potere, ed il gesuitico che intrigava segretamente.Egli al solito tentennava, né sapeva rompere completamente con uno dei due.

Intanto il 9 febbraio la costituente Romana proclamò la Repubiica dal Campidoglio. Firenze era retta da un Triumvirato eletto dal popolo e dall’assemblea. Il pensiero del Montanelli avea prodotto il suo effetto, l’Italia centrale era sgombra dai principi; ed essa, unita a Venezia, avea forza abbastanza per condurre a fine la guerra. La costituente che avrebbe dovuto costringere i principi,ora sarebbe stata d’impaccio. I tre governi di Roma, Firenze e Venezia dovevano operare senza ritardo. Le tre Republiche non potevano esistere in Italia, accanto alle monarchie I loro nemici immediati erano Austria, Napoli e Piemonte. Carlo Alberto vittorioso avrebbe potuto estendersi impunemente sino ai Tronto; chi poteva opporsi al vincitor dell’Austria? Carlo Alberto vinto, la missione di soffocare il geme Republicano l’avrebbero compila gl’imperiali; e Napoli attendeva per allearsi col vincitore. La guerra dunque era. inevitabile, bisognava perciò scegliere il momento che l’Austria ed il Piemonte si tenevano in iscacco, onde rovesciarsi sull’altro nemico che si trovava isolato. La pratica di questa idea non sarebbe stata difficile. Bisognava riunire in un comitato tutte le note capacità militari che si trovavano nei tre stati, e queste dopo breve discussione sul. modo come condurre la. guerra avrebbero dovuto eleggere dal loro seno un generale, al quale bisognava affidare le forze tutte delle tre Republiche, lasciando a Venezia appena, un presidio onde garantirla da un colpo di mano. Il 18 febbraio queste pratiche avrebbero potuto iniziarsi, ed egli è certo che al cominciare di aprile si sarebbero raccozzali da 50 a 40,000 uomini coi quali bisognava marciare su Napoli. La vittoria sul Borbone salvava l'Italia, la sconfitta non faceva che accelerare di qualche mese: la caduta delle Republiche.

Disgraziatamente i governi di queste tre Republiche raccoglievano, è vero, i voti del popolo, ma la macchina governativa, la costituzione sodale rimaneva la stessa; quindi pochissima differenza nelli effetti. Essi in vece di unire con energia i loro sforzi, si separarono; non già per mala fede, ma per quella ineluttabile verità, che tutti gli uomini operano secondo le proprie passioni, e credono sempre conseguire il pubblico bene facendo prevalere le loro idee in preferenza di quelle delli altri; epperò le tre Republiche non espressero il volere e la potenza collettiva dei popoli, ma l'intelligenza e le inspirazioni dei (re governi.

Guerrazzi, uomo dubbio ed ambizioso,s’isolò per conservare ed assorbire il potere, senza dare allo stato solidi ordinamenti; Firenze cadde con ignominia.Manin, uomo d’ingegno e d’azione, del suo paese amantissimo; ma più Veneto che Italiano; più legale che rivoluzionario, spiegò la sua energia più tosto in alti arbitrari, che nel riformare la costituzione sociale; s’isolò sperando di salvare Venezia dal naufragio che minacciava l’Italia tutta, e della republica di Venezia rimane solo la gloriosa rimembranza. Il governo di Roma italianissimo e rivoluzionario d’intenzione, ma mancante di idee e di pratica, avrebbe voluto fondare la società sull’abnegazione e la fratellanza, in vece di mirare a questo risultato con l’ordinamento degl'interessi materiali; voleva adoprare il fine come mezzo. Quindi le masse non si scossero, la causa italiana fu perduta, e la capitale dell'Italia salvò l'onore della nazione, ma fu vinta. Così morivano ad una ad una le tre Republiche, e così il popolo già unificato da un concetto fu separato dai nuovi governi, mentre il dispotismo forte della sua unione camminando di vittoria m vittoria inalberò di nuovo la sua sanguinosa bandiera dalle Alpi ai Capo Lilibeo.


vai su


I - OPERAZIONI IN PIEMONTE

Stato politico e militare del Piemonte— Radetzky passa il Ticino (20 marzo) — Combattimento della Sforzesca (21) — di Mortara (21) — Battaglia di Novara (23) — Armistizio — Insurrezione di Genova.

Il partito della guerra si adoperava a luti? uomo onde rannodare le file di quella rete che la catastrofe del 48 avea rotte. L’abate Gioberti si vide balzato in cima del suo partito, ed illuso egli medesimo da questa inaspettata avventura si credè uomo di stato ed iniziò una politica affatto strana.

La proclamazione delle republiche nell'Italia centrale era un nuovo favore della fortuna per Carlo Alberto. Quei governi poterono rimanersi staccati li uni dalli altri, giacche nella mente de! popolo la stessa co&iiniente Montanelli non suonava che Nazionalità Uto lega fra le Republiche contro i principi era un concetto che dai governi avrebbe dovuto trasfondersi nei popoli, in vece il concorrere co! Piemonte alla guerra dell’indipendenza era l’idea dominante in Italia. Quindi il Gioberti avrebbe dovuto favorire l’armamento delle republiche, ed esigere dei potenti aiuti. Il popolo sarebbe stato tutto in suo favore, ed il Piemonte avrebbe potuto ricavarne un contingente di 40 a 50 mila uomini. Nel tempo medesimo bisognava far dimenticare al soldato li stenti della passata campagna, con migliorare la sua condizione, e dargli una futura garantia nell'ordinamento del servizio di approvvisionamento, tanto trascurato. Depurare l’esercito delli uomini di opinione avversa alla guerra, e promuovere i giovani. Diradare le tenebre che avvolgevano le menti dei soldati j mostrandogli le cose nel vero aspetto, e controbattere così gl'intrighi della camarilla. Quindi trarre la spada e gettarne il fodero. Vinta l’Austria suscitare dei torbidi nell’Italia centrale, intervenire come amici e spandersi sino al Tronto. I popoli non aveano ottenuto dalle republiche vantaggi tali da offuscare l’idea allora dominante di un’Italia forte, con un sovrano cinto degli allori della vittoria. Ma il Gioberti vide le cose al rovescio. Si temé di armare le repubbliche nel 49,come si era temuto armare il popolo nel 48; si decise l’intervento prima di riabilitare con la vittoria la riputazione del Re, come fu chiesta la fusione prima di vincere. L’opinione pubblica si sollevò, e Gioberti dal ministero fu cacciato nel nulla.Come il grave che cade con moto uniformemente accelerato apporrà cessa l’impulso che lo ha spinto nell’alto, così Pio IX e Gioberti, elevati da usurpate popolarità, in uri istante divennero segno allo scherno ed al disprezzo universale.

L'esercito piemontese benché aumentato molto di forza, avea subito le conseguenze di quella pressione gesuitica sotto cui da tanto tempo giaceva il popolo di tatto lo stato. La camarilla con le sue mene cercò di attaccare la disciplina dell'esercito e si diresse a quell’elemento che dissolverà un giorno le forze dei despoti: l'interesse individuale dei soldati. Trovandoli tutti ignorantissimi e superstiziosi, perchè tali li aveva fatti il governo, le riuscì facile d’insinuare il suo veleno. Essa dipinse a neri colori i disagi della passata campagna. Additò i Lombardi, mentre il governo nel 48 ne avea contrariato l'ordinamento, come dei codardi che per cattiva volontà non erano comparsi sul campo di battaglia. Dimostrò la guerra contraria all’interessi del soldato e del Re che lo dichiaravano ingannato, e minacciavano annunziando la Repubblica. Il soldato, la vittima immediata del dispotismo!! Credè suo interesse sacrificarsi in suo sostegno; epperò l’esercito avvezzò à considerarsi non come guerrieri destinati a difendere la nazione, ma solo come il sostegno del trono, lasciava a Novara libero il passo al nemico che calpestava il suolo dello stato.

Tutti gli eserciti presenti, in particolare quelli delle piccole potenze, hanno ereditato i mali delle armate al tempo delle conquiste, meno lo spirito cavalleresco che faceva amare la guerra per la guerra, e marciavano al nemico senza domandare il perché e senza contarne il numero. La differenza che passa fra li eserciti del giorno d'oggi e quelli dei monarchi conquistatori che guerreggiavano fra loro e non erano collegati per opprimere i popoli, è la stessa che passa fra un sicario, che' prima di un misfatto misura i vantaggi del successo, e le forze della vittima; ed un cavaliere dei mezzi tempi che sprona il suo destriero all'arringo, e rompe una lancia per semplice onore.

A questo stato morale, a cui la perfidia, della camarilla avea ridotto l’esercito, si aggiunse la scelta di un certo Chzarnowsky, un polacco, chiaro solamente per essere rimasto in Varsavia dopo l’entrata dei russi, e per essere raccomandato dall'aristocrazia polonese. Quest’ultima condizione fu una garantia sufficiente per affidargli l'esercito e con. esso le sorti d’Italia. Carlo Alberto tirò la spada, ma la fortuna era ormai stanca. Il generale Chzarnowsky non fu capace di concepire piano di sorta, epperò decise di subordinare le sue operazioni alle mosse del nemico; ed egli capitano di un esercito che moveva ad una guerra di conquista, e il cui principale interesse era di allontanare il nemico dalla frontiera, gli concedeva in vece pienamente l’iniziativa senza esservi costretto da veruna circostanza. L’esercito piemontese ammontava a più di 100 mila uomini; ma tolti 15 a 20,000 che formavano le guarnigioni d'Alessandria, Torino, Chambery e Genova, ne rimanevano in linea 80 a 85,000, formando 8 divisioni. Chzarnowsky spiegò le sue forze lungo la linea del Ticino.

La brigata Solaroli (6,000) a Oleggio guardando il Ticino superiore; Perrone (5.(a) divisione 10,000) a Romentino e Galliate; duca di Genova (4 divisione 13,000) a Trecate; Bes (2.(a) divisione 11,000) a Cerano e Cassoluovo; Rainorino (3.(a) divis. 7,000) alla Cava a guardia del basso Ticino; Durando (1. (a) divjs. 12,000) a Vespolale, scatenalo perciò indietro a dritta di Bes. La riserva comandata dal duca di Savoia (41,000) presso Novara. Da ciò risulta che il generale piemontese avea concentrala verso Novara una forza di 57,000 uomini. Di più fuori linea, Lamarmora (6.(a) divis. 8,000) che trovavasi a Sarzana, ebbe l'ordine di marciare verso Parma; un’altra brigata, detta d'avanguardia, era a Castel S. Giovanni sulla destra del Po onde fare un’inutile dimostrazione innanzi Piacenza; con questi due distaccamenti si privò senza veruna ragione di circa 11,000 uomini.

L’esercito austriaco si componeva dei sei corpi che terminarono la campagna del 48, ovvero 430 a 140,000 uomini, da cui tolto 23 a 30,000 malati, rimanevano sotto le armi 100 a 110,000 uomini. Il secondo corpo di riserva comandato dal generale Haynau (23 a 30,000) rimase nel Veneto. Al presidio delle fortezze, a Milano, Brescia, Bergamo e Modena, soli 10,000 uomini; quindi Radetzky poneva in linea 63 a 70,000 uomini. Lo spirito dell'esercito austriaco era ottimo, giacché le annate delle grandi potenze dispotiche, quantunque mosse dalla sola severa e monastica disciplina, pure il. corpo delli officiali serba un certo spirito marziale, frutto della politica prepotente dei loro governi.

Radetzky benissimo informato della posizione e forze nemiche, decise prendere l’iniziativa, passare il Ticino a Pavia, e cercare una battaglia che (egli pensava) senza essere definitiva per l’Austria, te sarebbe stata pel Piemonte. A tale scopo inviò gli ordini per concentrare a Pavia tutte le sue forze disponibili; ed alla divisione Wholgemuth, che si trovava spiegata dal Ticina superiore a Varese, di riunirsi a Rosate e passare la frontiera nemica a Beriguardo.

L’armistizio denunziato il 12 marzo spirava il 20 a mezzodì; ed il giorno 19, quasi all’ora medesima giunsero a Pavia 60 battaglioni, 40 squadroni e 186 bocche a fuoco, divisi in cinque corpi: L° Wratislaw, 2.° D’Aspre, 3.° Appel, 4.° Thurn e riserva Woeher.

L’isola formata dal Ticino, e da un suo braccio (il Gravellone), che segna la frontiera piemontese, fu occupata da un battaglione cacciatori. La notte del 19 al 20 si gettarono altri due ponti sul Ticino. La mattina del 20 alle 11 antim. D’Aspre 2.° corpo, avendo la brigata Kollowrat in testa, sfilò pel ponte stabile sull’isola, e, si spiegò per masse lungo il Gravellone che traversò al tocco di mezzogiorno in tre colonne. Benedek al centro sul ponte di barche; a destra arciduca Alberto al guado; a sinistra Stadion su di un ponte costruito al momento. Benedek si urtò con la divisione Ramorino la quale senza combattere si ritirò sulla destra del Po, facendo saltare il ponte di Mezzana-Corte. Radetzky inviò a fronteggiarla la divisione Lichtenstein, appartenente al 4.° corpo. D’Aspre, mirando Garlasco, la sera giunse a Groppello ove bivaccò. Il 5.° corpo segui il secondo e prese posizione dietro di esso. Il primo appoggiò a dritta e fece allo a Zerbolò. Il quarto, scalonato indietro a sinistra, si arrestò olla Cava. Il corpo di riserva al Gravellone.

Chzarnowsky, fin dal mattino del 20 conosceva che Milano era sgombra. Persone incaricate di esplorare la strada da Novara a Milano gli assicuravano nel modo il più assoluto che in quella direzione non si mostrava neanche un soldato nemico; ma egli non voleva crederlo. Finalmente spirato l’armistizio, l’esercito piemontese rimase un’ora in aspettativa, quindi passò il Ticino quasi in ordine di parata, preceduto dalla banda, e giunto a Magenta senza incontrare il nemico, ritornò alte primitive posizioni. La quistione si presentava nel modo il più netto possibile. Non avendo il nemico incontro, questi o si era ritirato verso l’Adda, o pure passava il Ticino a Pavia. Tanto nell'uno quanto nell’altro caso Chzarnowsky avrebbe dovuto passare il Ticino, e mirare Lodi con tutte le sue forze. In tal modo o attaccava il nemico di fronte, oppure (come sarebbe successo nel caso presente) si spiegava suIl’Adda, raccoglieva le forze che inutilmente erano nei Ducati e promuoveva la sollevazione del Lombardo e poneva il nemico nella necessità di aprirsi una ritirata attraverso di un paese insorto, e di un esercito di 90 mila uomini. Il caso di Radetzky sarebbe stato assai più critico che non fu quello di Melas a Marengo. Ma Chzarnowsky rimase per sette ore nella più completa inazione, avendo la sua fronte volta verso una direzione donde era sicurissimo che il nemico non sarebbe comparso.

Alle 9 pom. si conobbe ufficialmente al quartier generale la marcia del Maresciallo. A tale annunzio ogni dubbiezza cessava. Non volendo prendere l’ardita e sicura risoluzione di marciare a Lodi, la posizione di Novara, per se stessa di nessuna importanza strategica, diventava ora oltremodo pericolosa. Il principale scopo doveva essere quello di assicurarsi la linea di ritirata sovra Alessandria, e nel tempo medesimo manovrare in modo da far pagare caro al nemico la sua audacia.

Gli austriaci avendo dovuto passare la frontiera a mezzodì; la sera potevano giungere a Garlasco, e partendone par tempissimo, non sarebbero giunti a Mortara prima' delle 11 antim. del giorno seguente; era questa lagnassimo velocità che essi potevano impiegare nei toro movimenti. Calcolando su tali dati, che erano i più sfavorevoli, Chzarnowsky aveva tutto l’agio di prevenire il nemico.

Egli avrebbe potuto giungere con tutto l'esercito a Mortara, al più tardi alle 3 ani.; riposare cinque ore, partirne alle 8 ant. defilando pel fianco destro per la strada di S. Giorgio, e spiegarsi dietro l'Arbogna assicurando la. sua ritirata per Lumello e Valenza su di Alessandria. In tale posizione obbligava il nemico ad attaccarlo di fronte; oppure, se continuava la: sua sconsigliata marcia, avrebbe potuto tagliargli completamente la ritirata. In vece Chzarnowsky non prima di sera fece partire solo due divisioni: Durando con or dine di prendere posizione avanti Mortara, e Bes avanti Vigevano. Il mattino seguente mosse il duca di Savoia per unirsi a Durando; ed il duca di Genova e Perrone, accompagnali dal generale in capo e dal Re, marciarono su Vigevano. La brigata Solanoli appoggiò a destra e prese posizione sul ponte di Buffalora.

All’alba del 21 Durando era a Mortara, e Bes avea preso posizione alla Sforzesca avendo il suo antiguardo a Borgo S. Siro. Nel corso della giornata il rimanente dell'esercito giunse in dettaglio ai posti assegnati. Il duca di Savoia arrivò a Mortara al mezzodì. Perrone alle 11 ant. giunse a Vigevano, ed il duca di Genova alle 5 di sera.

Alcuni asseriscono che Chzarnowsky abbia avuto l'idea di spiegare il suo esercito dietro la Biraga; ma questo pensiero non ha potuto sorgere nei suoi difensori, o in lui medesimo, che dopo terminata la guerra, giacché la marcia delle tre divisioni su Vigevano, e la completa mancanza di assieme nei movimenti dell'esercito, sono segni evidenti(:)dell'assoluta mancanza di qualunque concetto.

Radetzky continuò la sua marcia: il secondo, il terzo ed il corpo di riserva marciarono verso Mortara, protetti su i fianchi dal l.° corpo che partì da Zerbolò mirando Gambolò, e dal quarto che dalla Cava si diresse a S. Giorgio. L’avanguardia del 4.° corpo incontrò a S. Siro quella di Bes, l'attaccò e l'obbligò a ripiegarsi. Il 4.° corpo continuò la marcia verso Gambolò, ed il colonnello Schauz con due battaglioni, mezzo squadrone ed una batteria fu inviato in perlustrazione verso Vigevano. Giunto alla Sforzesca s’incontrò con le truppe di Bes. Schanz attaccò vigorosamente, ma fu respinto, e poco mancò che non perdesse la sua batteria. Intanto il generale Wohlgemuth da Rosale era giunto a Beriguardo con la brigata Gorger, esso passò immediatamente il Ticino con tre battaglioni ed una batteria da 12, si portò in soccorso del colonnello Schanz, e rimise il combattimento, che finì la sera senza decisivo vantaggio di nessuna delle due parti. Nel giorno medesimo la testa di colonna del 2.° corpo si mostrò innanzi Mortara verso le 11 pom.

Intorno Mortara il terreno è piano. Sortendo da porta Garlasco s’incontrano due strade; l'una va a Vigevano, e l’altra più a destra mena a Pavia per Garlasco. Girando da questa porta a destra intorno alla città, s’incontra porta S. Giorgio, con la strada che mena a S. Giorgio; quindi porta Marengo, con la strada di Marengo per Castel d’Agogna, e finalmente al settentrione la porta Novara. Risulta da questa breve esposizione della locali là, che da due sole strade poteva venire il nemico; la principale era quella di Pavia per Garlasco, e poi quella di S. Giorgio. Fra la strada S. Giorgio é quella di Castel d'Agogna il terreno è molto intrigalo; in vece esso è più aperto fra' quella di Garlasco e di Vìgevano; quindi la migliore disposizione e la più semplice per difendere Morta ra, sarebbe stata quella di porsi a cavai li ere delle due comunicazioni di Garlasco e S. Giorgio, è serbarsi una parte delle truppe per un movimentò offensivo dalla sinistra, ove il terreno meglio vi si prestava. Ma i due generali: Durando ed il duca di Savoia, e per terzo Lamarmora capo dello stato maggiore generale, inviato da Chzarnowsky per meglio indicare la posizione da prendersi, opinarono diversamente.

Durando sortì con la sua divisione da porta Garlasco: giunto all'altura del convento di S. Albino, che rimaneva alla sua destra nel terreno compreso fra la strada Garlasco e quella di S. Giorgio, fece alto. Occupò il convento con un battaglione, e vi appoggiò la sua dritta (brigata Regina), e la sua sinistra (brigata Aosta) la prolungò sino Sulla strada di Vigevano, appoggiandola al cimitero della città, dietro II quale piazzò la sua cavalleria, ed una batteria di riserva, distribuendo il resto dell'artiglieria innanzi la sua fronte. Con tale disposizione la strada di Garlasco tagliava perpendicolarmente la fronte di battaglia, quasi ai due terzi dalla sinistra. Or siccome doveva essere quasi certo il Durando di ricevere su questa strada il massimo urto, bisognava che si fosse serbato una forte riserva; ma egli non avea che quadro battaglioni piazzati in colonna dietro le rispettive brigate, formando perciò una seconda linea, e non già una riserva.

Il duca di Savoia sorti da porta Marengo, prendendo per punto di direzione Castel d'Agogna; ivi giunto con la sua testa di colonna si spiegò a sinistra in battaglia. In tal modo si trovava quasi scalonato dietro la destra di Durando, ma n’era diviso dalla soverchia estensione di un terreno difficile e non conosciuto dallo stato maggiore; rimaneva così scoverta la strada di S. Giorgio d’onde avrebbe potuto venire il nemico. È ben difficile di assegnare una ragione plausibile alla posizione presa dal duca di Savoia.

Durando, il quale all’alba era giunto in Mortara, non fu in battaglia prima delle 4 pom. Le sue pattuglie subito avvertirono ravvicinarsi del nemico, e poco dopo comparvero gli esploratori che precedevano il 2.° corpo d’armata comandato dal generale D’Aspre, il quale impegnò il combattimento con 24 pezzi d’artiglieria, e sotto la protezione di tale fuoco diede le disposizioni per l'attacco.

D’Aspre spiegò per masse in battaglia, a destra ed a sinistra della strada, nove dei suoi battaglioni, il resto rimase in riserva. Alcuni tiratori impegnarono la sinistra del nemico. Il generale Koilowrat con circa tre battaglioni ebbe l’ordine di attaccare il Convento di S. Albino alla destra di Durando. D’Aspre, con queste disposizioni lasciò presa sulle due sue ali le quali non erano difese che dalla sola riserva. Se jn questo momento la brigata Aosta e la cavalleria di Durando avessero fatto un movimento offensivo sulla destra di D’Aspre, ed il duca di Savoia avesse mostrato le sue teste la di colonne sulla strada di S. Giorgio minacciandone così la sinistra, malgrado la pessima disposizione dei piemontesi, D'Aspre sarebbe stato battuto, o almeno costretto a ritirarsi precipitosamente. Ma nessuno, di questi movimenti ebbe luogo. Il risultato fu lasciato al caso, ed esso non si fece attendere. D’Aspre, terminate le sue disposizioni fece battere la carica. La brigata Regina, già vacillante sotto il fuoco dell’artiglieria, si sbaragliò e fuggi in Mortara. Il nemico segui la sua marci vittoriosa, occupò la porta Garlasco con tre battaglioni,ed il colonnello Benedeck con un battaglione entrò nella città.

Durando nel momento della rotta avea inviato ordine alla brigata Aosta di marciare su Mortara e difendere la città; questa si era formata sulla strade; di Vigevano e moveva verso Mortara per entrarvi dalla porta medesima verso la quale si era diretto il nemico. L’antiguardo di questa brigata vi giunse nel momento stesso ne vi giungevano li austriaci; quindi fu attaccato, la fanteria si sgominò, e due squadroni di cavalleria si aprirono un passaggio a viva forza. Il comandante la brigata a tale annunzio credè giusto di allontanarsi dal luogo del pericolo, e diresse verso Novara le sue teste di colonne; la cavalleria e la batteria di riserva seguirono il movimento.

Il duca di Savoia avea ordinato a due battaglioni di Cuneo di marciare verso la strada di S. Giorgio, ed essi vi giunsero allorché Durando era già disfatto. Il principe si diresse su Mortara col resto bielle, truppe; ma vedendo la città piena di fuggiaschi misti al nemico entrato su i loro passi, in vece di attaccarlo con le sue forze fresche, ordinate e superiori, si ritirò a Castel d'Agogna, d’onde poi marciò verso Novara.

Il battaglione che difendeva S. Albino era rimasto alle prese col nemico, e si sosteneva anche dopo la distolta della brigata Regina, ma soverchialo dalle forze del generale Kollowrat abbandonò il Convento, e nel ritirarsi incontrò il generale Lamarmora il quale, con i due battaglioni di Cuneo che allora erano giunti Sulla strada di S. Giorgio, veniva in suo soccorso per agevolarne la ritirata. Queste truppe riunite si diressero a Mortara e vi entrarono da porta S. Giorgio: ben presto esse si scontrarono col battaglione nemico condotto dal colonnello Benedek, che percorreva la città distruggendo ed impossessandosi di tutti gli attrezzi guerrieri che gli capitavano sotto le mani. Benedek si vide circondato, la sua posizione era difficile mollo, per salvarsi vi bisognò la debolezza del nemico, e la sua audacia. Benedek intimò la resa ai tre battaglioni regi. Alcuni officiali piemontesi ordinarono la carica, ma i capi dei corpi imposero alle truppe di deporre le armi, e Benedek ricevé come prigioniero un nemico che lo circondava con forze quasi triple.

Così terminò questo combattimento, ove dei 25,000 piemontesi che si trovarono sul campo ne combatterono solo 5,000; gli altri 18,000 uomini si ritirarono a Novara, senza neanche molestare un nemico inferiore in forze, e già stanco dal combattere, che in loro presenza prendeva possesso di Mortara.

La sera del 21 l’armata austriaca bivaccò nel medesimo ordine di marcia. Il 2.° corpo a Mortara, seguito dal 5.° corpo a Trumello, e dalla riserva a Grotte lo. Il 1.° corpo a destra a Gambolò. Il 4.° a sinistra a S. Giorgio.

Arrestiamoci per poco, onde esaminare quali disposizioni gli avvenimenti del 21 suggerivano ai due generali. Radetzky dai combattimenti sostenuti poteva argomentare che esso si era abbattuto in due forti corpi nemici, dei quali uno, quello di Mortara, era in piena ritirata, l’altro a Vigevano pesava tuttora sul suo fianco destro, quindi non solamente era imprudente, ma era un grave errore del Maresciallo il continuare la marcia senza prima rendersi padrone di Vigevano. Radetzky non si curò di ciò, forse, perché prima di marciare seppe dell’abbandono di quel punto. Chzarnowsky la sera del 21, dopo la disfatta di Durando e del duca di Savoia, poteva facilmente prevedere che il nemico si dirigeva verso Novara, e che le truppe le quali si mostravano a Gambolò proteggevano il suo fianco. Egli era ancora in tempo di aprirsi la ritirata, ed afferrare la vittoria.

Il suo scopo era Mortara, ove avrebbe dovuto dirigersi con le tre divisioni, richiamando a sé anche la brigata Solaroli, ed inviando l’ordine al duca di Savoia ed a Durando di contromarciare su Mortara ed attaccare il nemico, la cui testa di colonna sarebbe stata schiacciata. Quindi cambiando la sua linea d'operazione, poteva, spiegandosi sull’Arbogna, riprendere sull’avversario tutto il perduto vantaggio, ed assicurarsi la linea di ritirata. Se poi Chzarnowsky non voleva combattere, avrebbe dovuto ritirarsi immediatamente su Vercelli. Il nemico giunto a notte a Mortara e dopo un combattimento, non era probabile scontrarlo nel cammino; e se pure ciò avesse potuto accadere, trattandosi delle sorti di tutto l’esercito, non si doveva esitare neanche un istante ad aprirsi il passo alla testa di tre divisioni. Il movimento su Vercelli poneva la Sesia fra lui ed il Maresciallo, l’esercito covriva direttamente la capitale, ed avea anche la ritirata su Casale. Ma nello stesso modo che la pura combinazione l’avea spinto a dividere il suo esercito fra Mortara e Vigevano, così la sua incapacità ed indecisione gli suggerì di ritornare d’onde era partito; e l’esercito piemontese, con ritardo e senza insieme, la sera del 22 si trovò concentrato a Novara.

Novara per se medesima non è di nessuna importanza strategica, ma nella presente circostanza accumulava in se tutti i possibili svantaggi; l’esercito non covriva la capitale, ed era privo di ritirata; vittorioso nulla guadagnava; vinto era perduto affatto. Chzarnowsky avea lasciato Novara nel sentire l'avanzarsi del nemico, certamente, perché non credè vantaggioso di attendervelo; ora in vece vi ritornava precisamente nelle medesime circostanze rese anche più critiche dallo scoraggiamento che si manifestava nell’esercito. Se il 21 a Vigevano egli suppose tagliata la ritirata su Vercelli, la sera del 22 in Novara tale dubbio spariva. Perché dunque non condusse immediatamente l’esercito dietro la, Sesia? Perché egli, che avea tanta poca fiducia nel]’ esercito Piemontese, sceglieva uria posizione, ove una disfatta terminava inevitabilmente la campagna?

Radetzky continuò il 22 tranquillamente la sua marcia. La sera il 2.° corpo accampò a Vespolale; e dietro di esso il 5.° corpo; la riserva a Mortara; il 4.° corpo si avanzò a Silavegna, distaccando a destra la brigata Strassoldo a Vignarello; ed il 4.° corpo passò l'Agogna e bivaccò a Robbio sul fianco sinistro dell'armata. Se il Maresciallo avesse operato con maggior prontezza, avendo più in conto il tempo, elemento interessantissimo nellaguerra, egli poteva giungere a Novara il 22 innanzi sera, sorprendere il nemico nel suo disordinato concentramento, e debellarlo con poca fatica.

La strada che da Novara mena a Mortara va salendo leggermente sino al villaggio della Bicocca, il quale trovasi a meno di un miglio dalla città; quindi con declivio quasi insensibile scende sino ad un silo detto Castellazzo, d’onde con maggior ripidezza mena ad Olengo.

L’armata piemontese scelse la Bicocca come base del suo spiegamento. A sinistra, ed un poco indietro della Bicocca, è sito il cimitero S. Nazzaro; unendo questo punto con la cascina di Castellazzo, si avrà una linea ideale parallela alla strada, la quale traccia il limite di una striscia di terreno praticabile, ai di la della quale la campagna, frastagliata da ostacoli di ogni sorta, scende ripidamente verso il Terdoppio. A destra della Bicocca il terreno si presenta quasi aperto sino al canale Dassi che scorre parallelamente all’Agogna. L’armata appoggiò la sua destra al canale Dassi, la sinistra alla Bicocca. Durando (1.(a) divisione), Bes (2.(a) divisione), Pedone (3.(a) divisione si spiegarono in due linee su questa fronte di battaglia, che fu guarnita di artiglierie, e coverta da una linea di bersaglieri. Durando avendo difesa la sua destra dal canale, fece occupare tutte le case che si trovavano innanzi la sua fronte. Il duca di Genova serralo in massa dietro il cimitero S. Nazzaro, difendeva quella striscia di terreno praticabile ove il nemico poteva solo manovrare contro la sinistra. Il duca di Savoia rimase come riserva in Novara, avendo qualche posto sulla strada di Vercelli. La brigata Solaroli, fuori linea, fu messa a guardia della strada di Trecate.

La Bicocca, punto culminante in tutti i sensi, divenne la chiave del campo di battaglia.

Radetzky non sicuro della direzione presa dal nemico, il 23 mirò contemporaneamente Novara e Vercelli. D’Aspre (2.° corpo), D’Appel (3.° corpo), Wocher (riserva) continuarono la loro marcia verso Novara. Thurn (4.° corpo) prese un punto di direzione più a sinistra, e mirò Confaensa, onde essere al caso di marciare tanto su Vercelli quanto su Novara. Wratislaw (1.° corpo) defilò a sinistra, passò l'Agogna e per Robbio seguì il 4.° corpo.

Alle 11 antimeridiane l’antiguardo dell’arciduca Alberto, testa di colonna di D'Aspre, giunse ad Olengo, e trovò il terreno circostante, che si eleva alquanto sul villaggio, occupato dai bersaglieri nemici. D’Aspre spiegò una divisione in colonne d'attacco con una disposizione parallela alla fronte di battaglia nemica. L'arciduca Alberto ebbe il comando della sinistra, ed il generale Kollowrat della destra. Impegnato il combattimento i bersaglieri piemontesi furono ripiegali sulla loro linea di battaglia. D’Aspre avendo saputo dai prigionieri che si trovava incontro a tutto l'esercito nemico, ne avverti immediatamente il Maresciallo; e poco curandosi del numero degli avversari continuò l’attacco.

L'arciduca Alberto, a sinistra, disputava il possesso delle case che si trovavano sulla fronte. Kollowrat, a destra, marciò su Castellazzo, occupò la cascina dopo accanito combattere, e superò la parte di terreno più ripida, presentandosi, in tale posizione, quasi in piano con la Bicocca. La divisione Perrone si sbandò al fuoco nemico. Allora il duca di Genova, che trovavasi a sinistra, spiegò una brigata della sua divisione, e sostenuto dall’altra brigata marciò avanti sino a Castellano, e respinse il nemico ad Olerìgo. Nel tempo medesimo il fuoco dell’ala destra dei piemontesi obbligava il nemico a ritirarsi, e le truppe di D’Aspre quasi sbaragliate retrocessero al di la di Olengo, ove un sol battaglione arrestò per pochi momenti i progressi del duca di Genova. Erano le 4 pom., ed in questo primo periodo della battaglia D’Aspre aveva attaccato con una semplice linea parallela un nemico superiore che avea la sua sinistra rafforzata da una divisione; epperò la destra di D’Aspre oppressa, iniziò un movimento retrogrado che si comunicò a tutta la fronte

Chzarnowsky, con 50 mila uomini, si vedeva io contro un nemico forte appena di 15 mila, ed ia pieno disordine. Senza muovere la sua linea di battaglia, ma solamente facendo continuare la marcia vittoriosa del duca di Genova, ed appoggiandola con la divisione del duca di Savoia, che se ne stava inoperosa a Novara, D’Aspre sarebbe stato completamente disfatto. Questo successo rilevava lo spirito dell’armata piemontese, che poteva immediatamente avanzarsi e rovesciare gli uni sugli altri i corpi nemici. Ma quest’uomo in vece di profittare di quel propizio momento richiamò le truppe del duca di Genova, quasi per dar tempo al nemico di riordinarsi.

D’Aspre respirò, rimise l’ordine nelle sue file, mentre D'Appel giungeva sul campo con 14 battaglioni, dei quali 7 entrarono immediatamente in linea le rilevarono quelle truppe che aveano maggiormente sofferto; e gli altri 7 sotto il comando di Taxis rimasero in riserva. Il combattimento fu ristabilito, e l’artiglieria lavorava d’ambi le parli. Il maresciallo Radetzky giunse al campo, si portò alla sua ala sinistra; sperando ben presto sentire il cannone di Thurn alle spalle del nemico, e perché gli avea spedito un tale ordine, e perché fidava che il fragore della battaglia l'avesse richiamato in tal sito; ma ancora non ve n’era indizio veruno. Erano le 6 pom. e Wocher arrivò anch'esso dietro la linea di battaglia. Allora Radetzky fece spiegare una brigata di granatieri di questo corpo come riserva, e la divisione Taxis divenne disponibile per rafforzare la prima linea.

Benché i messi spediti al generale Thurn non arrivassero al loro destino, pure questi giunto al mezzodì a Confaensa, ed inteso rumoreggiare il cannone verso Novara non esitò un momento sulla scelta della direzione a dare alla sua marcia; epperò pel più breve cammino sboccò sulla strada di Vercelli a Novara, e volse la sua testa di colonna a destra. Trovò sano il ponte sall'Agogna; lo passò immediatamente, ripiegando qualche posto nemico, e poco dopo delle 6 pom. i suoi esploratori erano alla vista dei cannocchiali di Hess e Radetzky che sempre si dirigevano verso quella parte. I rovesci sofferti dal D’Aspre aveano fatto correggere al Maresciallo il suo ordine di battaglia; esso rafforzò Kollowrat, sua ala destra, con una intera divisione. Appena scoverti gli esploratori di Thurn la carica batté su tutta la linea, Kollowrat marciò avanti per impadronirsi della Bicocca. Chzarnowsky mentre vedeva vacillare la sua sinistra, da cui dipendeva l’esito della battaglia, invece di chiamare il duca di Savoia e spingerlo contro Kollowrat, ordinò un movimento avanti ai generali Durando e Bes, movimento che senza favorire la difesa della Bicocca, non faceva checompromettere maggiormente quelle due divisioni. Kollowrat coronò la Bicocca, ed il movimento avanti di Durando e Bes, si cambiò subito in un movimento, retrogrado. Thurn si spiegò sul canale Dassi, ma giunse solo a molestare la ritirata di Durando. La. disfatta fu generale, le truppe piemontesi entrarono tutte in Novara. Il vincitore bivaccò sul campo di bat, taglia: il secondo e terzo corpo lungo la fronte su cui aveano combattuto; il 4.° formando quasi, una potenza avanti la sinistra, fronteggiava Novara dalla parte di Vercelli. Il 1.° corpo a Monticelli sull’Agogna. La riserva fece un movimento retrogrado, ed accampò fra Olengo e Garbagna. Il quartier generale fu stabilito a Vespolate. Al far del giorno l'esercito piemontese si ritirò per l'unica comunicazione rimastagli, dopo essersi degradato in Novara con eccessive violenze contro quella classe di persone che i soldati credevano propugnatrice della guerra. Esso si arrestò a Momo e Borgo Manero. Gli austriaci dopo aver gettato qualche bomba in Novara l'occuparono, e gli abitanti non poterono fare di meno di ammirare la disciplina serbata dal vittorioso straniero. Thurn e D’Aspre il giorno medesimo si misero in rotta sulle traccio dei regi.

Ravvicinando queste circostanze, noi vediamo che il soldato piemontese, nobilitato dal sentimento nazionale, soffri nel 48 quattro mesi di stenti, e nella sua ritirata dal Mincio cadeva per fame piuttosto che commettere una violenza; ridivenuto poi per mene della camarilla il soldato di un despota, s’insozza esercitando nel proprio paese la rapina e l'assassinio. Egualmente l'esercito tedesco ritenuto alle bandiere dalla sola forza, si brutta dei più atroci e vili misfatti, allorché sbaragliato dal popolo lombardo vide, durante la sua disordinata ritirata, rallentata la pressione sotto la quale avea l’abitudine di gemere; in Novara poi si mostra generoso, perché nobilitato dai sentimento della vittoria. Quindi sembra cosa chiarissima non essere la disciplina quella che costituisce il vero merito di un esercito, il quale sarà sempre, nei suoi rovesci, un’orda devastatrice ogni qual volta il soldato si balte per mestiere o per obbligo, e non già per convinzione. Ma il sentimento di onore, il sentimento nazionale ovvero in termine più prosaico, l’interesse materiale delle masse, forma la più efficace molle e la più tenace forza di coesione di un esercito.

Carlo Alberto abdicò, vittima sui campi di Novara di quella stessa genia di cui esso un tempo si era fatto complice per sacrificare il popolo; ed il duca di Savoia raccolse la corona.

Un armistizio fu segnalo, come preliminare di una pace definitiva da basarsi sul trattalo del 1815, obbligandosi il Piemonte a pagare le spese della guerra ed a conchiudere un trattalo di commercio che facesse sparire fra le due potenze qualunque causa di ulteriori disturbi. Come garantia, finché tali condizioni non fossero adempiute, gli austriaci dovevano occupare con 20,000 uomini, a spese del Piemonte, il terreno fra il Ticino e la Sesia; e nella cittadella di Alessandria doveva esservi una guarnigione mista.

Mentre l’armata compiva la sua vittoriosa campagna, Radetzky ordinò al generale Wimpffen di prendere il comando della brigata Lichtenstein che fronteggiava i lombardi, e di due altre brigate: l’una rimasta a Pavia, l’altra venuta da Lombardia, onde occupare Casale, proteggere le spalle dell'armata ed osservare la strada che mena a Torino per Trino. Wimpfien parti da Candia con due brigate, ed assicurato che la destra della Sesia era sgombra, la passò, ed il giorno 24 all'alba giunto innanzi Casale intimò la resa alla città.

Casale ha una testa di ponte sul Po, ed un vecchio castello; né eravi nella città altra guarnigione che la guardia nazionale, la quale rispose col cannone alla intimazione del nemico. Wimpffen assali e prese la testa di ponte e cominciò a piazzarvi le sue batterie; ma una sortita della guardia nazionale lo cacciò dalla conquistata posizione. Esso accampò la notte intorno la città, e fu molestalo continuamente dai difensori. La mattina del 25 si disponeva a rinnovare l’attacco, allorché ricevé l’annunzio del conchiuso armistizio.

Mai problema militare si è presentato con maggior semplicità e nettezza, come quello che doveva risolversi dal generale piemontese nella campagna del 1849. Il Piemonte era una potenza provocatrice che marciava ad una guerra di conquista; le popolazioni erano pronte ad insorgere in suo favore; senza frontiera, né naturale né militare, e con la capitale a poche tappe da quei limiti fittizi che le furono assegnali da trattati; quindi tutte le ragioni gli imponevano di prendere un’immediata e vigorosa. offensiva.

Alessandria è la base naturale del Piemonte; giacché domina la valle del Po, del Tanaro, della Bormida, della Scrivia e riceve da esse tutte le immense risorse che possono offrire lo stato ed il mare.Il terreno circostante può considerarsi come un formidabile campo trincerato, formato dalla natura medesima. Alle spalle un terreno montuoso che offre ad un esercito battuto sicura ritirata in una piazza forte come Genova. Alessandria, difende efficacemente la capitale del regno, e fiancheggia tutto quello spazio aperto di paese che si estende dalla sinistra del Po alle falde delle Alpi. Finalmente il corso del Po traccia la sua magnifica e naturale linea d’operazione.

La vallata del Po, nella campagna del 49, doveva riguardarsi in due parti distinte; l'una dal Ticino al Mincio, l'altra dal Mincio all'Adige. Nella prima l’austriaco si trovava circondato da popolazioni ostili, e nella seconda difeso da quattro piazze forti, ed avendo facilissime le comunicazioni con l’impero. Quindi il problema da risolversi era quello di costringere il nemico a dare battaglia nel terreno compreso fra il Ticino ed il Mincio; ovvero bisognava girarlo. Il Piemonte dunque avrebbe dovuto attaccare, partendo da Alessandria sua base naturale, e seguendo il corso del Po sua linea d’operazione. E siccome era scopo del movimento di prevenire il nemico alle sue piazze forti, bisognava scegliere la linea manovra, la più diretta e la più lontana da esso, ovvero la destra del Po mirando Cremona. Ma lo straniero che capitanò l’esercito, scelse la difensiva ed abbandonò volontariamente al nemico la sua base e la sua linea d’operazione, concentrandosi a Novara; mentre non avvi sul teatro della guerra un punto il quale presenti maggiori svantaggi ed abbia meno importanza strategica di esso. Disfatti, tanto un esercito il quale partisse d’Alessandria per operare contro Verona, o un altro che mirasse quella avendo come base l’altra, esporrebbe senza vantaggio veruno le proprie comunicazioni dirigendosi su Novara. Se poi si voglia ristringere il teatro della guerra(cosa assurda, dappoiché esso è sempre tracciato da limiti naturali),e considerare Milano e Torino come base dei due eserciti,ed il Ticino come loro linea di demarcazione; allora, atteso l’inclinazione del corso del Ticino, con la comunicazione che unisce le due capitali e col corso del Po, Novara, di veruna importanza come nel primo caso, diventa maggiormente pericolosa; dappoiché supponendo che i due eserciti varcassero il Ticino nel tempo stesso, l'uno occupando Pavia per operare contro Milano, l’altro occupando Novara per operare contro Torino, quello sarebbe con una sola tappa padrone della base nemica, e questi avrebbe ancora lungo paese a percorrere e molti fiumi a passare. Chzarnowsky avrebbe potuto in parte adonestare il suo concentramento a(1)Novara se fosse stata sua intenzione l’esordire con l’occupazione di Milano, ma non già adottando una passiva difensiva. Aggiungi; in un consiglio di guerra il quale si tenne pochi giorni. prima di aprire la campagna, i generali piemontesi di comune accordo dichiararono l’importanza di Alessandria; e Bava, il quale allora capitanava l'esercito, avea ordinato dei lavori onde migliorarne le fortificazioni, ma essi furono sospesi appena Chzarnowsky successe al Bava, che fu dimesso dal comando poiché la camarilla, non sperando trovare in lui un suo cieco agente, gli suscitò contro l’opinione dell’esercito per avere scritto una narrazione, forse inopportuna, della passata campagna, in cui coscienziosamente parlava il vero. È possibile che un generale il quale ha mostrato ignorare affatto i princìpi elementari dell’arte della guerra, che ha condotto così mollemente la campagna facendosi sfuggire tutte le occasioni di rimediare a suoi errori, e non è stato capace di giustificarsi, abbia avuto tanta ostinazione e tanta fermezza da lottare contro le vedute di tutti i Generali? Ciò potrebbe spiegarsi credendo Chzarnowsky abilmente perfido, e venduto al partito reazionario ed alla diplomazia straniera. Ma il velo del mistero è ancora troppo spesso su questi punti fatali delle nostre vicende, quindi il lettore bisogna che si formi un giudizio tutto suo.

Il piano del maresciallo Radetzky benché coronato da completo successo è ben lungi dall'essere commendevole. Radetzky conoscendo quanto per esso erano ostili le popolazioni Lombarde, non doveva mai esporsi ad essere girato; ma egli avrebbe dovuto concentrare a Cremona le proprie forze, ove il nemico sarebbe stato obbligato ad attaccarlo di fronte. Il disegno di un generale può dirsi giusto allorché presenta la possibilità di, conservare il vantaggio, o almeno una parità di circostanze in qualunque movimento possa operare il nemico; Radetzky in vece si espose ad essere girato. Se poi il Maresciallo avesse voluto, a tutti i costì, prendere l'offensiva, senza curarsi di un movimento dell’esercito piemontese sulla sua linea,d'operazione, allora doveva marciare direttamente su di Alessandria onde tagliare il nemico dalla base e dalla capitale, e togliergli qualunque possibilità di rimediare al suo errore; mentreché mirando Novara presentò molte volle a Chzarnowsky l'occasione di riaprirsi la comunicazione conAlessandria e cambiare l’aspetto della,guerra, senza per altro garantirsi né da un movimento dell’esercito, piemontese su Lodi, né da una sollevazione generale che avrebbe potuto provocare Lamarmora passando il Po. Non meno riprovevoli sono le operazioni tattiche degli austriaci, dappoiché essi si sono trovati sul campo di battaglia sempre in minorità di forze del nemico. Né il generale D’Aspre seppe conoscere a Novara la chiave del campo di battaglia, ed operò un attacca parallelo in luogo di gettarsi con tutte le sue forze sulla Bicocca.

La disfatta dei piemontesi a Novara ebbe un lugubre eco in tutta l’Italia; la Sicilia vide crescere la baldanza del suo nemico; in Napoli rincrudì la tirannide; in Firenze la reazione si preparò ad operare; Roma e Venezia si apprestarono ad estrema difesa. In Genova la dichiarazione della guerra avea riconcilialo li animi al governo; la disfatta fece ridestare l’odio con più ardore, ed il popolo alzò un grido di maledizione e di rabbia.

Il 27 marzo seppesi dell'abdicazione di Carlo Alberto; la sera tutta la città era levata a tumulto; e la campana a. stormo, ed il guerresco suono del tamburo chiamavano i cittadini alle armi, i quali accorrevano numerosi, esprimendo il desiderio di voler vendicare l’onore delle armi Italiane. Ma questo moto generoso del popolo ligure fu un delitto pel governo. Un messo fu arrestato dai Genovesi, spedito dal generale De-Asarta al generale Lamarmora onde invitarlo a rivolgere le armi contro la città. Questo atto dispotico, e l'annunzio del nuovo ministero De-Launay Pinelli, entrambi uomini della reazione, accrebbe il furore. Il 29 il municipio si costituiva in permanenza, ed inviava due messaggi a Torino onde invitare il parlamento a trasferirsi in Genova; ma ad onta delle calde e generose parole di qualche deputato, quell’adunanza non fu capace di una energica risoluzione in sì grave circostanza.

De-Asarta portava il suo quartier generale allo Spirito Santo, barricava l’arsenale di terra, e piazzava dei cannoni sulle ruine del forte S. Giorgio che domina la città, già demolito dal popolo poco tempo innanzi. A questi ostili preparativi delle autorità, il popolo rispondeva con apparecchiarsi a difesa. Fu nominato un Triumvirato a reggere la cosa pubblica, il quale dichiarò, in nome del popolo Ligure, di non riconoscere l’armistizio; si tenne la famiglia del generale De-Asarta ed altre persone sospette come ostaggi, e si respinse da porta Pila una compagnia che voleva entrare in città.

Al 1.° di aprile il popolo, bipartito, s’incamminò per le due strade principali di Genova, cioè: per quella che costeggia il porto, e per la strada Balbi che mena alla piazza dell’Acqua verde. La prima di queste colonne giunse innanzi la Darsena, e fu accolta con gridi di giubilo dai soldati e marinari che vi erano rinchiusi. Le porte furono sfondate, truppa e popolo fraternizzarono, ed i cittadini si armarono con i fucili ivi rinvenuti. In tal modo la colonna ingrossata continuò il suo cammino, molestata solo al suo fianco destro da qualche carabiniere, che faceva fuoco, appiattato nelle case delle strade laterali, il popolo sperava trovare allo Spirito-Santo la medesima accoglienza ricevuta alla Darsena, ma in vece Tu Salutato da una scarica, elle la riserva delle Guardie fece dalle finestre dell’Annona. Intanto la colonna che percorreva la strada Balbi giungeva anch’essa alla portata dì questa caserma, ora quartier generale; occupava le case vicine, il campanile di Prè, e rispondeva con vantaggio al suo fuoco.

Il popolo con impareggiabile attività asserragliò il quartiere di Prè e trasportò sei pezzi di grosso calibro su Monte Galletto, che si eleva ih faccia a S. Giorgio, livellandoli contro la caserma. In tal modo i regi appoggiavano la sinistra a S. Giorgio, il centro era allo Spirito Santo, la destra al mare. Il popolo, viceversa, appoggiava la sinistra al mare occupando il palazzo del Principe; il centro al quartiere di Prè e la strada Balbi, e la destra sa Monte Galletto incontro a S. Giorgio, e convergeva tutte le sue offese sulla caserma dello Spirito Santo, ove era il grosso dei regi. I quali dal canto loro non avevano altra risorsa se. non quella di prendere l’offensiva, attaccando in massa il centrò della linea su cui si spiegavano i cittadini. Ma la notte la truppa che occupava i diversi posti nell’interna della città avéà fraternizzato col popolo, e quella chiusa nello Spirito Santo cominciò a manifestare dei' sintomi allarmanti pei capi. De-Asarta capitolò, e la mattina del 2 aprile la guarnigione, forte di 5 a 6000 uomini, sortì da Genova armi e bagaglio, ad eccezione di un distaccamento di carabinieri, che fu disarmato.

Si costituì il giorno medesimo un governò provvisorio, che spedì dei messaggi e quattro battelli a vapore a Chiavari ove era per giungere la divisione lombarda, acciò accorresse in Genova ad unirsi co cittadini per difendere l'Onore italiano; ma questa speranza fa vana.

Genova, città floridissima e popolosa, si specchia nel gol fondello, s lesso nome, sorgendo ad anfiteatro sulle falde di un controforte dell’Apennini, limitato a levante e ponente dai due torrenti: il Bisagno e la Polcevera; i quali mettono foce nel mare che lambisce i piedi della collina. Una cinta bastionata corona la cresta di questo controforte, e traccia i due lati di un triangolo, la cui base egualmente fortificata si appoggia al mare, ed il vertice, ovvero il forte dello Sperone, è il punto, più elevato di tutta la etnia. Dei forti distaccati sono costruiti sulla cima dei monti circostanti che dominano la cinta. I due Fratelli ed il Diamante, diffilano lo Sperone; ed i forti Ratti, Richelieu e. S. Tecla occupano le cime che dominano la cinta dalla sinistra del Bisagno. Verso la Polcevera poi, un poggio, si spinge come un saliente innanzi la cinta, e domina la vallata; questo poggio è occupato dal forte Tanaglia, che viene unito alle mura da un ponte levatoio ed una poterna.

Una piazza come Genova, nelle mani del popolo, avrebbe potuto cangiare l’aspetto delle cose. Essa racchiudeva tutte le risorse necessarie all'ordinamento di un forte corpo di armati, che sicuro dietro i suoi baluardi era sempre nella possibilità di prendere l'offensiva, mentre che la flotta avrebbe cambiato le sorti di Venezia. Ma il movimento di Genova non fu rivoluzionario. L’indegnazione che invase il popolo bastava per insorgere, ma non già per durare; li agitatori erano stati uomini senza idee, e nulli nell’azione;la direzione mancò, l’ardore non alimentato si spense e Genova era soggiogata prima di combattere.

Il generale Alfonso Lamarmora trovavasi con le sue truppe in tale posizione da diventare il Camillo del Piemonte, lacerando con la spada il vergognoso armistizio; ma egli preferì portare le sue armi contro i genovesi, i quali avrebbero voluto salvare l’onore di quell’armaci a cui esso apparteneva. Rafforzato lungo il cammino da altre truppe mirò Genova alla testa di circa 16 mila uomini, riunì le sue truppe in Val-Polcevera, ed occupò il borgo di S. Pierd’Arena.

Il 4 aprile alle ore 2 pom. il forte Tanaglia, comandato da un traditore, fu consegnato ad una debole ricognizione inviata da Lamarmora, la quale benché fosse stata immediatamente rafforzata, pure non era possibile ché si sostenesse in quel forte, dominato a brevissima distanza dalle mura. Ma le mura erano abbandonate, e Lamarmora potè non solo sostenersi nel forte, ma si prolungò a destra, marciò sulla porta delli Angioli, anche abbandonata, se ne impadronì, ed entrò nella cinta, occupando immediatamente le alture di S. Benigno ove appoggiò la sua destra e vi piazzò una batteria di mortari. Da S. Benigno si snoda una catena di poggi che domina la città e la valle dell’Agaccio torrentuolo che scorre al ridosso di Genova. Il punto culminante di questa catena è Granando. Lamarmora, senza contrasto prolungò la sua sinistra, ma trascurò di occupare Granarolo già abbandonato dal popolo.

Il giorno seguente i regi continuarono il movimento avanti: dalla Lanterna, S. Benigno, e porta degli Angioli partirono tre colonne, le quali con movimento concentrico mirarono il palazzo Daria.Intanto la soldatesca si abbandonò alla sfrenatezza ed al saccheggio, di cui furono vittima le inoffensive famiglie che dimoravano nella zona occupata dalle truppe di Lamarmora.

Là sinistra dei regi tentò avanzarsi nella valle dellAgaccio, ma venne respinta dal popolo che occupava Monte Galletto, ed un’altra scaramuccia di poco conto ebbe luogo fra la truppa ed una sortita fatta dai cittadini dal forte dello Sperone.

A destra i regi occupavano le posizioni dominanti il palazzo Doria, il quale cadde nelle loro mani. Il corpo consolare venne a porre fine alle ostilità. Ma poco dopo l’intervento dei consoli, il popolo attaccò il giardino Doria, e fuvvi una sanguinosa mischia; al che Lamarmora cominciò un bombardamento tanto crudele quanto inutile, dappoiché Genova era vinta.

È cosa interessante l’osservare che Lord Hardwick, comandante un vascello inglese, gittò le polveri in mare e chiodò i pezzi della batteria del Molo, quindi filò nel mezzo del porto, piazzandosi fra tale batteria e la strada di S. Teodoro per la quale marciavano i regi. A questi atti, contro una città che avevagli accordato ospitalità nel suo porto, il Triumviro Avezzana, che dirigeva le operazioni militari, impose immediatamente al Commodoro di smettere la sua altitudine ostile, minacciandolo di colare a fondo il Vascello; l'inglese ubbidì. La capitolazione fu segnata; i più compromessi si misero in salvo, ed il 9 aprile Lamarmora occupò tutta la città.

Due altre cose bisogna torre ad esame, onde compiere la relazione di questa disgraziata campagna: le sorti della divisione Lombardate la condotta del generale Ramorino.

La divisione Lombarda formata dai volontari ‘ che si erano ritirati in Piemonte dopo la campagna del'48, era forte di 6 a 7000 uomini, divisi in quattro reggimenti e due battaglioni bersaglieri. Queste truppe erano giunte ad un grado di ordinamento ed istruzione più che sufficiente per rivaleggiare in campo con l’esercito. Li officiali erano tutti giovani i quali aveano prima servito, oppure supplivano alla mancanza di una lunga esperienza con la loro sveltezza, la loro buona volontà, e l’avidità di gloria militare aggiunta alla speranza di aprirsi una brillante carriera. Ottimo poi era lo spirito di queste truppe, i soldati tutti ardevano d'amore pel loro paese, ed anelavano il momento delta guerra, come solo mezzo che potesse condurli nel seno delle famiglie. Chzarnowsky aveva concepito un’opinione tutta diversa di questa divisione; Egli la Credeva composta di truppe poco solide, e credeva anche dubbia la fede del generale che la comandava. È strano però, come invale persuasiva, la inviasse in una posizione staccata affatto dall'esercito, in vece di tenerla sotto la sua immediata sorveglianza; oltreché, dalla condanna del generale Ramorino risulta, che il Chzarnowsky facesse dipendere la riuscita del suo piano dalla difesa della Cava. Il generale Ramorino all'approssimarsi del nemico, la mattina del 20, si ritirò con tutta la divisione sulla destra del Po. Richiamato con ordine superiore al quartier generale esso fu rimpiazzato nel comando dal generale Fanti, a cui pare non fosse comunicato alcuna istruzione, dappoiché esso si rimase egualmente inoperoso sul sito medesimo, e sino al giorno 23 questa prode gioventù non fece che fremere, nel sentire da lungi il cannone che decideva le sue sorti.

Il 25, Fanti li condusse ad Alessandria, ove ebbero notizia dell'armistizio che distruggeva tutte le speranze di questi disgraziati, e per la redenzione della patria, e per la loro futura carriera.

Benché una delle condizioni dell'armistizio fosse quella di sciogliere tale divisione, ciò nulla ostante il governo fece loro prestar giuramento ài nuovo Re. e l'inviò in presidio fra Tortona e Voghera.

L’incertezza dominava in quella truppa; essa non avea che due partiti a scegliere: o continuare a combattere pel popolo e col popolo, ed allora bisognava aprirsi la strada su Genova e far cambiare d’aspetto l’insurrezione; oppure aspirava a diventar truppa permanente, ed allora bisognava acquistare merito presso il governo col secondare Lamarmora nella sua spedizione contro gl'insorti.

Il primo partito, scelto da qualche capo, fu per attuarsi; la divisione cominciò il movimentò ma venne contrariato e sventato da altri. Intanto i più solleciti delle spalline erano già corsi a Torino per trattare coi ministri, mentre niuno avea dato loro questo mandato. Il governo profittò dell’occasione e promise tacitamente somministrarli i mezzi per recarsi al servizio della Toscana o di Roma, e chiese in cambio la promessa di non mischiarsi nelli affari di Genova. Convenuto ciò, fu ordinato alla divisione di marciare su Chiavari per Bobbio, assicurandogli che troverebbero il cammino praticabile per tutte le armi; ma inviluppata in sentieri alpestri fu obbligata a lasciare le artiglierie, e malamente potè essere seguita da parte della cavalleria. Il 4 aprile i Lombardi giunsero a Chiavari, e rimasero fedeli al convenuto; mentre il governo assicuratosi della resa di Genova non si curò più di mantenere la data parola. Con;false nuove, con menzognere speranze,Ritardò per 15 giorni la loro partenza, e finalmente riuscirono ad imbarcarsi solamente il battaglione bersaglieri comandato da Manara, ed una compagnia del 22.° reggimento; truppe che giunsero in Roma verso la fine, di aprile e fecero brillare, come i loro fratelli a Venezia, il valore del popolo Lombardo disprezzato e calunniato durante la guerra.

In ultimo; egli è certo che il generale Ramorino non eseguì gli ordini del generale in capo, i quali, benché molto oscuri, non davano luogo però all'interpretazione di ritirarsi senza combattere, Ramorino avrebbe dovuto, battendosi, eseguire la sua ritirata per Sannazzaro; ma tale combattimento non poteva a lungo durare giacché la manovra delli austriaci tendeva a circondare e distruggere i lombardi se avessero di molto ritardato la loro ritirata. Né la Cava era le Termopoli ove 6 a 7000 uomini avrebbero arrestato la marcia di tutto l’esercito austriaco. Quale vantaggio adunque poteva ottenere Chzarnowsky dalla resistenza di Ramorino? Tutto al più un ritardo di qualche ora nella marcia del nemico. Cosa avrebbe cambiato alle sue disposizioni? Pensava forse lo Chzarnowsky marciare su Mortara e riaprirsi le comunicazioni con la base abbandonata? Noi abbiamo visto che egli ebbe tutto il tempo di farlo e noi fece, epperò la trasgressione non fa certamente: un’azione tale da esporre tutta o parte dell'armata ad un danno che impedì il felice successa di un’operazione militare. Ramorino non era che un generale poco abile, che altre volte erasi assai malamente condotto; ma in questa circostanza non fa ch«una vittima.

Era poi cosa che sommamente rilevava al governo Piemontese, chieder conto a Chzarnowsky perché, non essendovi costretto da un'assoluta necessità diede battaglia, senza linea di ritirata? Questo fatale avventurierodopo aver rotte le speranze di una nazione ne ha calpestato l’onore;e per giustificare la sua ignoranza, o la sua perfidia, ha tacciato di vigliaccheria un popolo intero, ed ha commesso l’assassinio di un generale.Condurre Chzarnowsky sul palco non salvava l’Italia, ma rendeva più cauti per l’avvenire certuni, che fanno il mestiere di conduttori di eserciti.


vai su


II - OPERAZIONI IN LOMBARDIA

Commissione Camozzi — Insurrezione di Como — di Bergamo — di Brescia.:—

Il governo piemontese, fin dopo l’armistizio Salasco, aveva chiamato a sé dei cittadini lombardi per ottenere dei lavori statistici e delli schiarimenti riguardanti il paese che dovea essere il teatro della guerra; questi cittadini furono riuniti sotto il nome di commissione statistica. Quindi desiderando essere secondato dall’insurrezione, si diresse a tale commissione onde ordinarla.

Oltre ciò, parteggiando un errore reso comune in Italia per ignoranza, che ha fatto credere ad ardenti patriotti nella possibilità di ottenere una rivoluzionecospirando, ed è costato moltissime vittime; il governo sardo con un esercito di 120 mila uomini pensò diventare cospiratore. Le cospirazioni e le congiure, cosa affatto individuale, non possono che attaccare gli individui esse strozzano imperatori,. pugnalano despoti é ministri, decidono le sorti di due candidati ad un trono, ma non potranno giammai compiere una rivoluzione. La loro efficacia è in ragione inversa dell'istruzione d'un popolo; la libera espressione del pensièro, la discussione, il culto del vero, beni sommi dell'uomo libero, sono in

opposizione con le cospirazioni e le congiure, le quali richiedono simulazione e deificazione d'individui.

Il governo sardo avrebbe voluto che il popolo lombardo-veneto insorgesse ad un suo comando, mentre una sola potenza ha nel mondo l’efficacia di comandare un insurrezione: La necessità di migliorare. Qiiesta forza motrice fu quella che nel 48 faceva correre a torme i villici nelle città; ma sviato il moto, e volto à profitto di pochi, si perderono le vaghe sperante, e la desiderata insurrezione del 49 non trovò eco veruno nelle campagne. Da per tutto si erano formati comitati insurrezionali, unione spontanea d'individui i quali pretendevano comandare, e parlare in nome di un popolo da cui non erano nemmanco conosciuti. Alla frontiera piemontese se ne contavano ventidue, ed i rappresentanti di questi furono chiamati dal governò, e presente la commissione statistica, fu promesso loro da circa 90 mila fucili, più di 100 mila franchi, un corpo di truppe regolari di 1500 uomini, é dei commissari del governo per mostrarsi nei diversi paesi, ed animare e legalizzare il movimento popolare.

Il cittadino Gabriele Camozzi ebbe specialmente la missione di promuovere l’insurrezione Lombarda. Di già l'governo avea deciso l’invio delle armi, delle munizioni e del danaro; ma tutto fu sospeso H giorno 18, ovvero il giorno prima che spirasse l’armistizio; e non furono spediti a Novara che solo 40 mila fucili, e sborsata la meschina somma di 5 mila franchi. Si comunicarono al cittadino Camozzi delle istruzioni riguardanti il modo di condurre il movimento, ma in termini generali ed oscuri, cioè: insorgere alle spalle del nemico appena cominciavano le ostilità, costringerlo a fare dei distaccamenti, e molestarlo continuamente; istruzioni che ponevano sempre dalla parte della ragione colui che le prescriveva e dalla parte del torto quello che avrebbe dovuto eseguirle. Radetzky deciso a tenere concentrate le forze, era impossibile obbligarlo a distaccarne parte; in quanto alla molestia da recarsi al nemico, essa si sarebbe ridotta a disturbarne gli avamposti, sotto la protezione dei quali l’esercito riposava tranquillo. Di più, il Camozzi ebbe l’ordine di dipendere dal generale Solarci, destinato con la sua brigata a secondare la sollevazione.

Il 20 marzo, col consenso del generale Solaroli, Camozzi partì d'Arona per la Lombardia; ma non si completò il numero dei 10 mila fucili spediti a Novara che il giorno 22; epperciò egli partì con soli 4500 fucili, scortato da 150 cittadini che volontari si offersero a tale impresa,

senza mai ottenere né i soldati regolari, né i commissari che dovevano rappresentare il governo.

A Varese mise in piedi un. comitato per corrispondere co] generale Solaroli; quindi. passò a Como ove ne fu nominato un altro. Maja mancanza di tutta ajn paranza ufficiale fece sì che. la popolazione di Como si mostrò alquanto fredda. Il comitato non riconosciuto dal Municipio si dimise; a quest’atto si manifestò un’agitazione sempre crescente, ed il. 27 il popolo nominò un governo provvisorio che intestò i suoi atti, Regno dell’Alta Italia. Intanto, il giorno medesimo, giungeva a Como il cittadino Filippo Caronti, e riportava il seguente discorso tenuto con Chzarnowsky:

«Nous avons conclu un armistice honorable.

«Comment honorable?

» Quoi, trés honorable, avec une armée qui ne se bat pas.»

Così l’oscuro straniero, dopo aver condotto l'esercito da errore in errore, dopo aver richiamato le truppe del duca di Genova che avevano messo il disordine nelle file nemiche, calunnia impudentemente l’armata, la quale con altro generale, avrebbe potuto vincere o almeno perdere più onorevolmente. Ad onta, di questa nuova riferita da Caronti, il 29 marzo il popolo era ancora nella massima agitazione, senza che il governo, piemontese si fosse curato far conoscere il vero stato delle cose; il giorno medesimo circolava per la città il seguente bollettino:

Novara li 29 marzo 1849.

«Sgombrare le fortezze di Mantova e Peschiera, e tutta, la Lombardia ed il Veneto, tranne Verona.

«Ritirarsi sulle sponde dell'Adige, ove parleremo, (cosi diceva Chzarnowsky).

«Non fermarsi per ogni città, provincia, comune pàesi, più di 24 ore in otto giorni.

«Consegnare tutti i cannoni del più grosso calibro, còme garantia di non più molestare le popolazioni.»

Questo bollettino fatto per eccitare il popolo, che fortunatamente non vi credette, arrivò come abbiamo detto il 29, ed il 50 li austriaci erano in Como.

Il cittadino Camozzi continuando la sua marcia giungeva a Bergamo il 25. Là guarnigione di circa 500 uomini si era ritirata nella rocca ove era bloccata da! popolo; e nel vedere abbattere li stemmi tirò qualche bomba sulla città. Questo blocco continuò sino al 27, allorché Camozzi riceve una lettera confidenziale d’onde rilevavasi che tutto era finito e che pensasse a porsi in salvo. Intanto il Municipio veniva a patti con la guarnigione; la notte del 29 al 50 si capitolò, ed ebbesi anche la notizia che giungeva una divisione comandata da Taxis. Camozzi lasciò Bergamo; né volendo abbandonare l'impresa a quel semplice avviso confidenziale, e sembrandogli impossibile che la campagna terminasse cosi presto, si diresse su Brescia ove giunse il l.° aprile alle ore 2 pom.

_________

Dal momento che Brescia rimase senza guarnigione, ad eccezione di 500 uomini che guardavano la cittadella, il capo del municipio, un certo Zambelli, bandì un proclama malissimo accolto dal popolo a causa del suo equivoco senso. Zambelli fu obbligato a dimettersi, e succedevagli l’avvocato Saleri, che immediatamente istituiva una guardia cittadina con armi bianche, per conservare l’ordine. Si trovavano in cassa 130 mila lire, principio del pagamento di una taglia di 320 mila lire imposta da Haynau alla città. Il comandante della cittadella voleva custodire questo danaro in castello, ed inviò il comandante di piazza per ritirarlo; il popolo inasprito a simile arto accorse immediatamente per impedirlo, e nel tempo medesimo assalì, armato solamente di bastoni, alcuni soldati, che scortando dei viveri, traversavano la città. Il comandante di piazza ed i soldati furono menati prigionieri. Questi due fatti accadevano il giorno 20.

Il 23 il comandante la cittadella chiese l’immediata libertà del comandante di piazza, minacciando il bombardamento; la risposta fu negativa, e la notte medesima fu data esecuzione alla minaccia. Il 24 il popolo assalì l'ospedale di S. Eufemia, se ne impadronì, e fu nominato un comitato che diede le disposizioni. per una ostinata difesa, dappoiché giunsero a Brescia i medesimi bollettini che annunziavano la vittoria dei piemontesi. Il giorno 26 Nugent accorso con 2000 uomini si presentò sotto le mura ed intimò la resa che venne ricusata; Nugent assaltò porta Torrelunga, sulla quale si diressero tutti i fuochi del castello; ma fu vigorosamente respinto. La notte circa una trentina di animosi giovani fecero una inconsiderata sortita, e vi perirono quasi tutti. Il 28 marzo alle false notizie della vittoria delli italiani si aggiunse quella della decadenza di easa Savoia e della dittatura di Chzarnowsky proclamata dalla camera. Finalmente il giorno 30 giunse in Brescia un bollettino stampato, degno di essere trascritto onde mostrare sempre più l’opera tenebrosa di un’ignota mano.

ORDINE DEL GIORNO

«Italiani sì piemontesi, che lombardi!

«Voi siete valorosi e degni figli d’Italia!....…

«Voi vedeste il nemico ed egli fu vinto. Ora ritornerete con le vostre stesse mani a piantare il vessillo tricolore sull'Adige, lo vedrete, ve lo assicuro, sventolare sulle rive dell’Isonzo.

firmato: CHZKAKÓWSKY.

BOLLETTINO

«Il giorno 23 Radetzky proponeva un armistizio, che fu rigettato dal valente Chzarnowsky. Il 23 due divisioni, 24 mila uomini, si avanzarono baldanzose. sul ponte della Sesia, inseguendo piccolo corpo di piemontesi in finta ritirata. Appena una di queste divisioni ebbe passato, il ponte già prima minato balzò, dividendo cosi l’armata austriaca. La divisione ora trovasi al cospetto di 40 mila uomini comparsi quasi per incanto; s’impone la resa. La divisione rifiuta e le nostre artiglierie fulminano d'ogni lato. I nostri soldati assalgono il nemico di fianco alla baionetta. I tedeschi si avvoltolano nella polvere, lasciando nude le file. Radetzky, vedendo irreparabile una sconfitta, innalza bandiera bianca intantoché la predetta divisione deponeva le armi, dopo breve ma franco parlamento fu conchiuso l’armistizio in questi termini:

«1.° Radetzky sgombrerà subito il Lombardo del restante dell'armata, ritirandosi in Veronetta oltre Adige.

«2.° II Lombardo verrà immediatamente occupato dalle truppe sarde.

«3.° Restituzione di tutti i prigionieri piemontesi e lombardi.

«4.° Detenzione dei prigionieri tedeschi in Piemonte.

«5.° Sicurtà alle vite e proprietà in ogni provincia lombarda.

«6.° Sull'Adige nuovi trattati riguardo il Veneto.»

É inutile dire quanto sia più mesto il pensare alla gioia ed alle dimostrazioni a cui si abbandonarono a tali notizie i poveri bresciani, che ascoltare la distruzione a cui essi andarono incontro.

Il medesimo giorno Nugent assaliva di nuovo; il combattimento durò sino a sera con vantaggio del popolo. La notte del 30 al 31 il generale Haynau, solo, s’introdusse in castello, intimò la resa fra due ore, o il bombardamento. Una deputazione si portò da lui, per fargli conoscere le notizie giunte in Brescia, della supposta vittoria delli Italiani, e dell'armistizio conchiuso. Il generale austriaco in vece di disingannare il popolo e narrargli il vero, rispose: Io so tutto, ma la città deve rendersi in due ore, o sarà incendiata. Il popolo bresciano accettò la sfida, e fu il primo a cominciare le ostilità. Haynau all'ora stabilita principiò uno spesso bombardamento. La truppa circondò la città con un cordone di bersaglieri, e si formò in colonna sullo stradale che mena a porta Torrelunga, ove le barricate, oppresse dal concentramento dei fuochi che partivano dal castello e dal nemico esterno, dovettero abbandonarsi. La sera il nemico avea guadagnata la porta, e si era avanzato circa mille passi sino a S. Barnaba. Dalla parte della città che comunica col castello, il nemico pure avanzò per 500 passi. Appena li austriaci entrarono in queste due porzioni della città, incendiarono tutte le case, bruciarono vivi i cittadini e scannarono donne, dopo aver soddisfatto alla loro libidine. Il 31 il nemico progredì ancora, ed il 1.° aprile fu conchiusa la resa, ove Haynau prometteva sicurtà ai pacifici cittadini; ma chiuse le porte, abbandonò la città alla sfrenatezza dei soldati.

Più di 200 cittadini perirono in questo avvenimento, dei quali 120 scannati e fra questi 10 ragazzi, 12 donne, 5 o 4 bruciati vivi, e 12 appiccati.

Camozzi, intanto, era giunto nelle vicinanze di Brescia il giorno medesimo che la città si rendeva. Attaccato da un corpo austriaco dovette ritirarsi, e giunto in luogo sicuro sciolse la sua colonna.

Riassumendo l’inesplicabile condotta di Chzarnowsky come generale; la sospensione dell'invio di tutti i mezzi promessi onde favorire l’insurrezione; l'abbandono di Brescia; l’attacco di Genova, e l'attitudine ostile ivi presa dal vascello Inglese; pare non si andrebbe molto lungi dal vero credendo l’Austria, la camarilla piemontese, e la diplomazia estera d'accordo, onde sacrificare l’onore della nazione, ed opprimere il popolo ]er mantenere lo statu quo. Chzarnowsky agente di questa infernale unione, e Carlo Alberto vittima di essa.


vai su


III - OPERAZIONI IN SICILIA

Ripresa delle ostilità (29 marzo) — Presa d’Alì (51) — d’Alessio (t aprile) — di Taormina (2 aprile) — Combattimento e presa di Catania (6 aprile).

Da quattordici mesi la Sicilia era libera, ma essa non era nel caso di difendere la conquistala libertà. L’esaltazione, facile ad apprendersi all'immaginosa e fervida mente dei siculi, ne avea favorita l’insurrezione; ma questo stato violento, che non può essere duraturo in un popolo era cessato infrangendosi sotto le mura di Messina l’ultima onda rivoluzionaria; mentre il concetto della rivoluzione, che dando al popolo un nuovo ordine di cose, e migliorandone le condizioni materiali ne avrebbe concentrati li sforzi, mancava.

Il Governo di Sicilia fu il meno rivoluzionario di tutti i governi italiani surti dall'insurrezione.Richiamati al parlamento gli antichi pari, molti fra essi avrebbero volentieri ristabilita la feudalità. I deputati misero in discussione la Sovranità del popolo. La Borghesia si ordinò la guardia nazionale escludendo dalle sue file la plebe.Si proclamò la decadenza di casa Borbone, e si chiamò al trono casa Savoia. Chi garentiva alla Sicilia le qualità individuali dei discendenti della novella dinastia?È forse impossibile che la casa Savoia generi un tiranno? Si fidava forse in quelle istituzioni che si credevano impotenti contro i Barboni?Ma la camera dei

pari, formata dalla nobiltà, che avea ereditato i titoli e le abitudini del lusso delli antenati, senza i mezzi, e la borghesia stessa, avrebbero esse resistito alla corruzione del trono? E se anche nobiltà e borghesia fossero rimaste salde contro queste seduzioni, chi garentiva la loro indipendenza, appena il Re formava il suo esercito? La guardia nazionale forse? Dunque i siciliani armavano un nemico per poi combatterlo, e tutte le garantie della loro conquistata libertà si riducevano alle supposte qualità personali di un principe, ed al diritto d’insorgere; garantie di cui godono tutti i popoli del mondo, qualunque sia la forma del loro reggimento. E la plebe, che avea compita l’insurrezione, e la plebe di cui avrebbesi dovuto comporre l'esercito e fare così scudo dei loro petti alla borghesia, cosa guadagnava? La libertà di stampa, senza saper leggere e senza avere né i mezzi né il tempo d’imparare, ed un governo formato dai capitalisti e proprietari, suoi immediati e crudeli tiranni.

Cosicché un potere animato da tali tendenze antirivoluzionarie e privo di forze materiali, doveva reggere un popolo assai difficile, che insorgendo avea distrutta la vecchia tirannide e sbrigliate le passioni. Le quali dirette verso un medesimo scopo da una radicale riforma sociale, avrebbero salvata la Sicilia; mentre non rette e non represse, divennero tante forze repellenti che minacciavano la dissoluzione. Quindi un tale governo non vedeva altro scampo se non quello dì donarsi ad un principe, e lasciare ad esso la cura della guerra non solo, ma anche quella di ricacciare a colpi di baionetta nel suo tugurio l'uomo del popolo, che avea conquistata la libertà. Svanita poi questa speranza, il governo, barcollante sempre, a causa della sua dubbia anziché recisa politica, videsi in contro il suo inesorabile nemico, non avendo ad opporgli che appena 8000 cattivi soldati, sopraccaricati da un numero esorbitante di officiali creati per debolezza, e per colmo a tanti mali un generale straniero, mentre il capo di un esercito sorto dalla rivoluzione, bisogna che parli, che intenti, che comunichi col soldato e col popolo, e che abbia comune con esso gl’interessi.

Il re di Napoli avea trionfato nei suoi stati di terra ferma. La Francia e l'Inghilterra aveano compito la missione di secondare la naturale apatia del governo siciliano, con le speranze. Il Borbone intimò a sottomissione dell'Isola al suo potere costituzionale, il Parlamento ricusò sottomettersi, e l'armistizio denunziato il 19 marzo spirava il 29.

Una catena di monti, la quale deve considerarsi come continuazione delli Apennini,divide la Sicilia in due parti disuguali,correndo da Greco a Libeccio.Il versante settentrionale di questa catena comprende, parte della provincia di Messina, e di Trapani, e quasi tutta la provincia di Palermo. Il gigantesco Vulcano dell’Etna che sorge al Settentrione di Catania, è un contrafforte di questa catena, da cui viene diviso dalla valle dell'Alcantera. Dalle vicinanze di Nicosia si distacca un ramo secondario di monti il quale traversa la provincia di Noto, e le creste di questi dividono le acque delle due vallate: la Giarretta ad oriente, ed il Salso ad occidente, le quali costituiscono le provincie di Catania, e Caltanissetta. Messina, Palermo e Catania formano un triangolo, di cui considerando vertice Messina, i due lati costeggiano il mare, e la base traversa l’Isola.

L’oggetto del re di Napoli era quello di riconquistare la Sicilia; le sue forze erano immensamente superiori a quelle del nemico, e la flotta gli dava il vantaggio di operare con la medesima facilità tanto su Palermo, quanto su Catania; quindi non era possibile che i regi fossero rimasti sulla difensiva come opinava il generale Mieroslawsky.

Filangieri comandava i Borboniani, e benché avesse la possibilità di scegliere Palermo o Catania come scopo delle sue operazioni, pure il movimento più giusto era quello di occupare Catania onde costituirsi una ampia base, dalla quale partendo, sarebbesi spinto nell’interno dell’isola.

Con tali dati, e con le meschine forze che possedeva la Sicilia, bisognava che il governo Siciliano le avesse tutte concentrale nelle mani di un solo; ma esso divise Pisola in due comandi territoriali. Il primo fu dato al generale francese Trobiand, e comprendeva le provincie di Palermo, Trapani, Girgenti, e Caltanissetta; il secondo formato dalle provincie rimanenti fu affidato al generale Mieroslawsky che doveva sostenere tutto il peso delle forze nemiche con soli 4500 uomini. Le calorose rimostranze gli fecero promettere un rinforzo che, per la strada interna, doveva dirigersi verso Adernò, punto comune allo tre comunicazioni di Palermo, Catania e Messina.

Il generale avendo pochissima fiducia nelle promesse dei governo, né molta poteva averne nelle truppe giovani e senza disciplina, avrebbe dovuto riunire personalmente tutte le forze e non abbandonarle mai. Ma esso partì solo per Catania. Le truppe promesse dal governo consistevano in una batteria di campagna, 2.° e 4.° leggiero, due compagnie di marina, un distaccamento di cavalleria; ovvero 1,500 uomini. Nella seconda divisione territoriale vi erano 1.° 3.° 5.° 6.° e 7.° leggiero, un battaglione cacciatori, le squadre comandate da Pracanica, la colonna condotta da Ascenso; in tutto 4700 uomini, aggiunte a queste forze i 2 a 5,000 volontari che si riunirono nella spiaggia di Riposto, potevano formare un corpo di 7 a 8 mila uomini, il quale prendendo posizione nella valle dell'Alcantara difendeva con una posizione di fianco Catania, ed era anche nella possibilità, traversando i monti, di piombare alle spalle del nemico se mai muoveva su Palermo; in tutti i casi i regi erano obbligati di attaccarli, epperò non sarebbe stato difficile un fatto favorevole che avrebbe immediatamente rilevato gli spiriti in tutta l’Isola. Questo era il solo disegno, possibile con quei scarsi mezzi io cui fu sorpresa la Sicilia.

Come era da prevedersi, il rinforzo promesso non giunse; Mieroslawsky rimase con soli 4000 uomini; le sue congetture sul conto del nemico furono false, e ruinose le disposizioni da esso date.

Il colonnello Pracanica, comandante di tre battaglioni volontari, ebbe l'ordine di muovere il 20 marzo da Taormina, di occupare il capo di S. Alessio, di spiegare le sue forze a sinistra, e rendersi padrone dei passaggi delle Montagne nella zona di neutralità sino alla strada trasversale che conduce da Barcellona a Castroreale, e legare le sue operazioni con quelle del colonnello Sant’Antonio, che per l’altro versante ebbe l’ordine di portarsi da Patti su Castroreale. Il colonnello Ascenso con altri due battaglioni doveva sostenere Pracanica, e prendere la direzione di tutto il(1)movimento che si operava in quella provincia sino alle porte di Messina, ove il generale sperava di entrare vittorioso. Così Mieroslawsky sperperava una forza di appena 2 mila uomini su di una linea di 20 a 25 miglia, le cui ali si appoggiavano al litorale, padroneggiato dal nemico con forze superiori e con numeroso naviglio.

I borbonici occupavano sul versante settentrionale Barcellona, e sull’orientale Scaletta, e siccome le loro operazioni dovevano dirigersi verso Catania, essi all’approssimarsi della colonna comandata dal colonnello S. Antonio abbandonarono Barcellona, e rincalzarono la Scaletta appena si accorsero del movimento di Pracanica che il 29 occupò S. Alessio, e si spinse sino ad Alì. Il colonnello Ascenso con la riserva giunse ad Alessio.

I regi dalla Scaletta presero immediatamente l’offensiva. La loro superiorità di forze, eia viziosa posizione in cui si trovavano l’uno rispetto all'altro, il corpo di Pracanica e Quello di Ascenso assicurava a primi la vittoria, anche se i siciliani si. fossero fatti trucidare sul canapo. Essi miravano con una forte colonna S. Alessio, mentre un altra salì il monte per girare e sjgnoreggiare la posizione di Pracanica, e proteggere il fianco della prima. Pracanica si ritirò a fiume di Nisi, ed i regi il 51 marzo occuparono Ali, e continuarono la loro marcia. La colonna che aveva occupato Ali passò il Nisi, si riunì con quella che batteva il littorale e secondate dal fuoco della flotta occuparono S. Alessio, abbandonato da Ascenso che si gettò nella montagne di Limina; e mossero rapidamente su Taormina, forte posizione messa a cavaliere alla metà. della strada elle unisce Messina con Catania.

Mieroslawsky rimasto con 1200 uomini riuscì a raccogliere circa 2 a 5000 volontari; se con tutte queste forze avesse almeno occupato Taormina, poteva certamente, arrestare il nemico, e richiamare a sé le forze di Ascenso e Pracanica. Ma esso rimase a Piedimonte, ivi le sue truppe defezionarono, dopo di che il generale parti per Randazzo. Il nemico attaccò Taormina il 2 aprile, difesa solamente da due compagnie, che dopo molle resistenza l’abbandonarono. L’occupazione di Taormina separava completamente Mieroslawsky dalla sua armata, e se Pracanica ed Ascenso avessero eseguiti gli ordini ricevuti giusto il disegno primitivo, succedeva che questi avrebbero marciato su Melazzo e Messina, mentre i regi marciavano su Catania, ed il generale si dirigeva a Randazzo. Forse con truppe meglio ordinate e più indurite ai disagi, Pracanica ed Ascenso avrebbero potuto ritirarsi su Taormina e,giungervi, prima del nemico; ma essi mossero verso l'Alcantara superiore, e giunti a Graniti riceverono un ordine del generale di marciane su Randazzo, ove la notte del 2 ai 3 aprile giungevano, tutta le forze. Mierostawski sarebbe stato ancora tempo di scendere la valle dell'Alcantara, ed attaccare Piedimonte, il che senza dubbio avrebbe almeno paralizzato pel momento la marcia di Filangieri; ma esso partì per Catania, e lasciò l’ordine alle truppe di muovere su quella città dopo due giorni di riposo, percorrendo intorno le laide dell'Etna una linea di 80 miglia, mentre il nemico per giungervi non dovea: percorrerne che sole 20. La colonna mosse un giorno prima (4 aprile), e la mattina del 6 era tutta riunita ad Adorno.

Da Taormina Filangieri seguitò la sua marcia; operò senza ostacolo uno sbarco, sulla spiaggia di Riposto, né avanzò, senza prima occupare fortemente Piedimonte.Le precauzioni le quali mise Filangieri nell'assicurarsi che la valle dell’Alcantara fosse sgombra dal nemico, prova assai evidentemente che esso non avrebbe continuata la sua marcia senza prima attaccare e sconfiggere un avversario che si fosse mostrato minacciante in quelle posizioni. Il 3 aprile i regi giunsero ad Aci-Reale.

Mieroslawsky giunto in Catania cercò di far porre la città nel miglior stato di difesa possibile. II 4 aprile entrò nella città una frazione della truppa che rilevò gli spiriti. Il giorno dopo comparvero quattro vapori regi e principiarono a cannoneggiare la città; ma le batterie» di costa vi risposero energicamente, ed al mezzogiorno questi vapori presero il largo e scomparvero; era una riconoscenza. della flotta. La mattina del 6 versa le ore 10 ant. Il naviglio napoletano composto di 18 fregate a vapore e tre fregate a vela, impegnò il fuoco; ed alle ore il ani. l’antiguardo di Filangieri, che aveva mosso da AciReale con 16000 uomini, comparve per Viagrande innanzi Catania.

Mieroslawsky spedì l'ordine alla colonna comandata dà Ascenso (la quale, come abbiamo visto, il giorno medesimo giungeva a Adernò) di girare a sinistra, e per Belpasso sboccare da Gravina su Viagrande ed attaccare così il fianco dei regi impegnali di fronte all’assalto di Catania.

Secondo i primitivi ordini ricevuti dal generale, Ascenso avrebbe dovuto muovere da Randazzo la mattina del sei, e quindi giungere sul campo di battaglia la sera del sette al più presto; intanto egli si trovò di avere già percorso 24 miglia solo per soverchio zelo. Mieroslawsky riunì tre battaglioni, uno squadrone e due pezzi di artiglieria alla cresta di Belliati, posizione la quale difendeva precisamente lo sbocco d'onde avrebbe dovuto giungere la colonna di Ascenso.

L’avanguardia borbonica ripiegò gli avamposti del nemico, quindi attaccò la cresta di Belliati ove le truppe siciliane sostennero per varie ore il fuoco, ma sopraffatte dal numero furono gettate su Catania. I regi assalirono la prima barricata, e ne vennero respinti, allora disposti in colonna per pelotoni rinnovarono l’attacco, ma pure indietreggiarono sbaragliati dalla mitraglia, finalmente un' altra colonna si dispose su due ranghi aperti, costeggiando i lati della strada, mentre il cannone lavorava nel mezzo, la barricata fu sfondata e superala, il nemico irruppe nella strada dell’Etna, e la sera era padrone della città. Durante il combattimento, le batterie di costa risposero validamente al fuoco della flotta La vittoria dei regi fu seguita d'un incendio che divorò un terzo della città.

La colonna d’Ascenso appena ricevé l'ordine del generale si diresse su Belpasso, quindi a Mascatuccia ove giunse a sera; rimase perciò senza combattere e si ritirò a Castrogiovanni. Ma dopo la caduta di Catania, la Sicilia tutta si sottomise al suo crudele nemico; dappoiché il popolo era col nuovo regime egualmente infelice come Io era stato con l'antico. La rivoluzione avea chiamato al potere la borghesia, impotente per se medesima; la quale in Europa è tirannica ove regna, e demagoga ove è serva, senza mai voler riconoscere le verità sociali ed i diritti del popolo che vilmente tradiva in Sicilia, né fu possibile ai pochi generosi che si trovavano fra essa di richiamarla sul sentiero della giustizia e dell'onore.


vai su


IV - OPERAZIONI NELL’ITALIA CENTRALE

Forze della Republica Romana — Reazione in Toscana ed alla eco di Livorno (12 aprile a 12 maggio) — Attacco di Roma (30 aprile) — Fazione di Palestrina (9 maggio) — Attacco di Bologna (8 a 16) — Combattimento di Velletri (49) — Assedio di Ancona. —

La formazione dell'esercito della republica Romana procedeva a rilento, e portava con se i germi della dissoluzione. Il giorno 45 marzo il rappresentante del popolo Giuseppe Mazzini, sali alla tribuna e richiamò l’attenzione della costituente su di un oggetto tanto interessante. Per dare migliore andamento alle cose militari egli proponeva all'Assemblea di eleggere, al di fuori di sé, una commissione di guerra di cinque individui, che indipendentemente dal Ministero e senza lederne i dritti, dovesse ogni dieci giorni render, conto all’Assemblea stessa del proprio operalo. Il progetto fu sanzionato dall'unanime voto. Il 18 la commissione fu eletta a maggioranza assoluta di schede, e cominciò i suoi lavori.

L’esercito della Republica si componeva come segue:

Un reggimento di artiglieria, fornito di buoni officiali, ma che,avea appena il terzo della forza competente.

Un battaglione dei genio

Tre reggimenti di fanteria leggiera

Quattro reggimenti di linea

Un battaglione detto dei Reduci

Tre battaglioni di bolognesi

Un reggimento dello Legione Romana

Un reggimento detto Dell'Unione

Un reggimento di guardia nazionale mobile

La Legione Italiana

Un battaglione Universitario

I Quadri di due reggimenti di cavalleria

La Legione degli emigrali (in formazione).

Tutta questa truppa formava un effettivo di 17 a 18,000 combattenti. La fanteria leggiera non avea che il nome diverso dalla fanteria di linea. La regione italiana, ordinata da Garibaldi, avea diverso soldo, divisa, e disciplina da tutto il rimanente dell'esercito. Ma capi dei corpi è li officiali di quei reggimenti formati nel 48, erano giovani d’ingegno sveglialo, e valorosi; qualità che supplivano all’assoluta mancanza di pratica e di teoriche militari.

Ma tutti gli esposti inconvenienti erano un nulla a fronte di un altro più grave. Questi 17 mila combattenti erano dispersi in piccoli distaccamenti per tutto lo stato. Circa 4 mila uomini stanziavano nelle Romagne. Un migliaio ad Ancona, un altro migliaio in Roma, il rimanente formava un cordone lungo l'estesa frontiera del regno di Napoli, da Terracina alle foci del Tronto. Le autorità delle diverse provincie temevano sempre un’invasione delle truppe del re di Napoli, e credevano la loro salvezza affidata a questi picchetti dispersi sul confine. Le truppe erano nuove le une alle altre, né si era veduto mai un reggimento riunito, professandosi generalmente un principio opposto alla concentrazione delle forze. Il governo non poteva neanche in 15 giorni riunire 5 mila combattenti, ed era aggravato da Una spesa capace a mantenere un esercito di 20 mila uomini. Questo stato di cose comprometteva affatto I esistenza della Republica.

Ai principii di aprile la commissione di guerra presentò il suo primo rapporto all’Assemblea; essa dimostrò l’assoluta necessità di concentrare le forze, tanto per opporsi efficacemente ad

un’invasione borbonica, contro della quale il frazionamento della truppa non riesciva di alcuna difesa, quanto per esser pronta la Republica a prendere l’iniziativa della guerra Italiana. Obbligata la commissione a rispettare le suscettibilità municipali di Bologna, propose due campi: l’uno detto del Po in Bologna, l’altro detto delli Apennini a Terni punto eminentemente strategico, d’onde potevasi. egualmente prendere l’offensiva verso Napoli, oppure in caso d’invasione attaccare efficacemente qualunque nemico che si presentasse sotto le mura di Roma. Propose l'eguaglianza dei salari nei diversi corpi; una sola e semplice divisa; una fusione dei battaglioni isolati, e quindi un numero progressivo per tutti i reggimenti senza alcun’altra distinzione. E siccome gravi erano le circostanze della patria, bisognò innanzi tutto stabilire la base per progredire nell’ordinamento dell’esercito, che veniva proposto di 45 a 50 mila uomini di tutte le armi, numero troppo ristretto, è vero, per due milioni e mezzo di abitanti, ed in tempo di guerra, e guerra popolare, ma la commissione vedeva che la rivoluzione delle idee mancava ed il popolo mal rispondeva ai bisogni dalla patria. Le truppe esistenti, riformate, davano rimpianto di 11 reggimenti di linea. La legione italiana ordinata dal generale Garibaldi, allora colonnello, avea anche qualche uomo di cavalleria, né era possibile amalgamarla con l’esercito; quindi per utilizzarla si dichiarò corpo di partegiani, e fu destinata a rimanere alla frontiera di Napoli. La commissione terminava il rapporto protestando contro le ricerche ordinate dal governo e dall’assemblea stessa, per assoldare un generale straniero, ed una legione estera. Non potendo ottenersi pel primo che un uomo di cognizioni tanto dubbie quanto lo erano quelle degli officiali italiani, senza che avesse come questi, legati i suoi destini coi destini di Roma; e per la legione poi, sarebbesi ottenuto il rifiuto delle altre nazioni, mentre per legare la propria causa con quella dei popoli tutti, bastava accettare l’arruolamento volontario ed individuale di qualunque straniero, ma sempre sotto la bandiera italiana, unica e sola che doveva sventolare in campo, il ministero non accettò alcuna di queste idee.

Intanto, il giorno medesimo che la commissione leggeva questo rapporto, fu annunziato all’assemblea il disastro di Novara; il che diede luogo all'energica risoluzione di sostituire all’esistente potere esecutivo un Triumvirato con pieni poteri.

Il ministro della guerra si dimise dopo pochi giorni, e la commissione di guerra fu chiamata a farne le veci temporaneamente.

Fu emanato l’ordine del concentramento delle truppe, misura contro della quale protestarono tutte le autorità militari e civili; ma ad onta di questi ostacoli il movimento cominciò ad effettuarsi, ed i diversi corpi lasciarono le loro posizioni alla frontiera del regno di Napoli e mirarono Terni. Il che per altro eseguitasi con somma lentezza, conseguenza inevitabile della dispersione in cui tali forze sino a quel momento si erano trovate.

L’insurrezione di Genova avea fatto sperare al governo di Roma grandi vantaggi. L’Italia centrale republicana, unita a Venezia ed a Genova, stendeva due braccia potenti verso il Settentrione, che minacciavano schiacciare le dispotiche forze agglomerate nella vallata del Po. Ma il governo di Roma pretendeva un'unione troppo assoluta, mentre avrebbe dovuto mirare alla sola unione delle forze militari; Venezia voleva isolarsi; il movimento di Genova si spegneva sul nascere; e Firenze, per non aderire, temporeggiava. Ciò null’ostante, il Triumvirato Romano era deciso iniziare la guerra, o attaccando li austriaci, o ir re di Napoli; e solo attendevasi che la concentrazione delle forze fosse compita. Ma il tempo perduto è irreparabile nelle rivoluzioni. Dalla proclamazione della Republica Romana erano scorsi due mesi prima che si aderisse a riunire le poche forze che vi erano; mentre i nemici della libertà decisa la contesa col Piemonte, si apprestavano ad operare; difatti ebbesi avviso in Roma, di un’immediata invasione austriaca.

Per tal ragione il colonnello Luigi Mezzacapo fu invialo a prendere il comando della divisione di Bologna; e siccome la Toscana aveva infine aderito ad unire le sue forze con quelle di Roma, gli venne prescritto di toccare Firenze nel suo viaggio, e porsi d'accordo con quel governo, quindi non impegnarsi mai col nemico per poco che fosse superiore in forze, ma operare la sua ritirata traversando la Toscana, raccogliendone le truppe, e guadagnando Terni, ove le altre forze Romane si riunivano, per quindi occupare con questa massa di circa 25 mila uomini Foligno, e riserbarsi il vantaggio dell'iniziativa strategica contro l'invasione austriaca, tanto se essa procedesse per le Romagne quanto per la Toscana.

Mentre le narrate disposizioni venivano date in Roma, la reazione trionfava in Toscana. I rappresentanti del popolo, eletti espressamente onde legalizzare il voto di tutti i circoli republicani e dichiarare l’immediata unificazione con Roma, conobbero l’immensa difficoltà di tradurre in fatti un tale concetto; epperò l'assemblea altro non fece che nominare dittatore il Guerrazzi onde provvedesse all'imminente pericolo che sovrastava alla patria, e si sciolse. Il Guerrazzi per insufficienza, o per malvagità, lasciò crescere la cancrena che rodeva lo stato, e mentre il partito liberale si dissolveva, la reazione operava con somma energia. In Firenze l'aristocrazia istituì il suo circolo, reazionario segreto, in casa ‘ Pan eia ti ci, e la voce del pergamo, l’influenza del confessionale, l’oro ed i favori di qualche bella dama fiorentina, comprarono da per tutto affigliati; ed una vasta orditura reazionaria covrì la Toscana tutta.

Alcune truppe Livornesi di spiriti liberali si trovavano a Firenze, ed erano perciò di grande impaccio alla reazione. La quale immediatamente travestì alcuni suoi cagnotti con assisa simile a quella dei livornesi, e li sparse nella città per aggravare le violenze che i livornesi, forse, commettevano, conseguenza inevitabile della mancanza di ordine, e di principii. Li spiriti s’ inasprirono e tale stratagemma ebbe pieno effetto. La mattina degli il aprile numerose risse insanguinarono Je strade. La notte i reazionari accesero un fuoco sul campanile di ogni parrocchia, era questo il segnale convenuto per le campagne; e la mattina del 12, allo schiudersi delle porte, migliaia di contadini irruppero nella città, armati con vanghe e fucili da caccia, e furono ben presto ingrossali da numerosa e compra plebe. Il municipio proclamò il ristabilimento della monarchia costituzionale; e la plebe ed i contadini corsero alle sale dell’Assemblea ove i deputati, adunati in permanenza, poterono appena scampare da morte. Un governo provvisorio si costituì da se. medesimo, e cominciò a reggere la cosa pubblica in nome del Gran Duca.

Un certo D’Apice comandava le truppe toscane; egli apri subito il passo alli austriaci che occupavano Massa e Carrara; cooperò al trionfo della reazione in Pisa, quindi chiese i suoi passaporti o fuggì. Le truppe già corrotte finirono per dissolversi ignobilmente. Solo un pugno di valorosi ed italianissimi giovani comandatidal cittadino Medici, uniti ad una mano di polacchi, passarono l’Apennino, e marciarono su Bologna, ove si riunirono alle truppe romane.

Di tutta la Toscana la sola città di Livorno do» volle riconoscere il ristabilimento della monarchia;ed il popolo era indegnato al sentire che parte de' suoi fratelli erano stati trucidati in Firenze. Il conte Serristori, il quale con pieni poteri governava la Toscani in nome del principe, chiamò le armi austriache onde sottomettere la città di Livorno. Questa elesse una commissione governativa e si apparecchiò a difesa. II giorno 11 maggio D' Aspre circondò la città con la sua truppa, respinse alcuni volontari che da porta a mare erano sortiti ad attaccarlo, ed il fuoco durò sino a sera. Il giorno seguente ricominciarono le ostilità; D’Aspre s'impadronì di porta a mare, ed alle dodici e mezzo Livorno era occupata dalle truppe nemiche. Poco tempo dopo gli austriaci si sparsero in tutta la Toscana.

Trionfata la reazione in Toscana, in Roma, si perderono le speranze fondale su quelle truppe per la missione del colonnello Mezzacapo, il quale si portò in Bologna per le Romagne. Le istruzioni ricevute non cambiarono; eccetto che, la ritirata l’avrebbe eseguita pel versante orientale delli Apennini, in vece dell’occidentale. Ma l'invasione austriaca non ebbe luogo in quell'epoca.

Il generale Avezzana giunto da Genova fu nominalo Ministro della guerra, e la commissione, che ne uvea provvisoriamente fatto le veci, fu sciolta.

Erano in questo stato le cose, allorché si annunzio l’intervento francese; ma esso si credeva, in Roma, tanto contrario alla costituzione ed agl’interessi di quella Republica, che non lo si credeva, o si credeva favorevole al popolo. Ma contro ogni aspettativa, il 25 aprile la flotta francese si mostrò nelle acque di Civita-Vecchia. Nella piazza, non parata a difesa, eravi solamente un battaglione bersaglieri. Le autorità di Civita-Vecchia, parte per tema di un bombardamento, parte perché credettero alle promesse fette dal francese di rispettare il libero voto del popolo, e di presentarsi quale amico, permisero lo sbarco senza contrasto. Assai vituperevole fu la resa di Civita-Vecchia, non già perché la sua. resistenza impedisse lo sbarco, che avrebbe potuto effettuarsi sq qualunque altro punto della costa; ma perché questa debolezza contribuì molto nei. primi momenti a far supporre, a buona parte dell’armata francese, non essere la Republica l'espressione del voto popolare.

Il generale Oudinot, offri amichevolmente al tenente colonnello Melara, comandante i bersaglieri, di rimanere in Civita-vecchia e formare coi francesi una guarnigione mista. Il fidente Melara accettò, vedendo il vessillo della Republica Romana sventolare accanto a quello della francese, e lesse il seguente proclama emanato da un generale rappresentante del popolo francese ed alla lesta di un’armata, caratteri che per ogni uomo onesto, erano sufficiente garantia di lealtà e spirito cavalleresco che non scompagna mai i valorosi.

«Le gouvernement français, animé de l’esprit d'amour et de liberté, desiare respecter le vœu des populations romaines, et ne venir au milieu d’elle que, comme ami; dans le but seulement de maintenir sa légitime influence. II est aussi décide de n'imposer jamais aux populations un gouvernement qu’elles ne voudraient pas.»

Ma appena i francesi furono a terra circondarono la caserma dì questo battaglione, e lo ritennero prigioniero. Cosi Melara fu vittima del primo atto vilissimo di cui si macchiò l’agente del Bonaparte.

Il 26 aprile giunse nel porto di Civita-Vecchia il battaglione dei bersaglieri lombardi, partito come abbiamo detto da Chiavari. Dapprima Oudinot voleva opporsi allo sbarco; ma veduto 'lo stato di esasperazione in cui erano i soldati, a causa delle tante pene sofferte, gli accordò il permesso di recarsi in Roma, col patto di non combattere sino al giorno 5 maggio.

Appena conobbesi in Roma lo sbarco dei francesi in Civita-Vecchia, il governo chiamò le autorità militari onde discutere quali provvedimenti erano a prendersi, ed in che modo bisognava comportarsi verso di essi.

Militarmente la difesa di Roma era una risoluzione riprovevole; essendo una città di estesissima cinta, e quasi aperta sulla sponda sinistra del Tevere. Politicamente poi, determinava la perdita irreparabile della Republica, riducendo la sua esistenza a questione di tempo. Le truppe romane avrebbero dovuto sortire; e per la strada di Viterbo prendere una posizione di fianco rispetto alla linea d’operazione del nemico che marciava su Roma; in tal modo esse avrebbero conservalo l'iniziativa, potendo accettare battaglia, oppure' ritirarsi sul Tevere superiore, loro base naturale, verso cui movevano di già sette battaglioni dall'Ascolano, in virtù dell'ordine ricevuto di concentrarsi a Turni. Il nemico con sì poche forze non avrebbe potuto internarsi senza esporsi a certa ruina; ed i romani riunita l'armata tutta, e chiamate alle armi le popolazioni delle Romagne, potevano attaccarli e distruggerli. Queste idee non trovarono eco veruno; Roma, dicevano tutti, è il palladio della libertà italiana; la sua caduta scoraggerà le popolazioni; le truppe non sono capaci affrontare i francesi in rasa campagna; e finalmente si aggiungeva, che non bisognava aggredire la Francia potendo la sua politica cangiare da un momento all’altro; epperciò venne deciso di attendere il nemico in Roma. Un ordine fu spedito alle truppe, che muovevano verso Terni di non arrestarvisi, e continuare la marcia sulla capitale. Al colonnello Mezzacapo venne ordinato partire da Bologna e marciare anche su Roma, lasciando nel suo passaggio una guarnigione in Ancona, ove fu spedito il colonnello Livio Zambeccari per prendere il comando della piazza. Le porte della città furono sbarrate, le mura guarnite con la poca artiglieria che vi era disponibile. Le rivalità, la mancanza di disciplina, inerente al difettoso ordinamento dei corpi, sparì; dappoiché l’odio centro il governo chiericale è così potente, che teneva le veci di un concetto rivoluzionario, ed ogni soldato s’interessava alla causa che difendeva.

In Roma vi erano soli 7 a 8 mila uomini; e questi in virtù dell’ordine che avevano ricevuto le truppe di concentrarsi a Terni, dappoiché erano i corpi che dalla provincia di Frosinone e Velletri muovevano verso quel punto. Se a quest'epoca fosse durata ancora la dispersione delle truppe lungo la frontiera del regno di Napoli, Roma, non avrebbe potuto opporre ai francesi che appena 4 mila uomini. E se dal primo momento si fosse eseguita la concentrazione delle forze proposta dalla commissione di guerra, sarebbesi trovato in Terni un corpo di 12 mila uomini pronto a muovere in difesa detta capitale.

Roma è divisa dal Tevere in due parti disugualissime; quella che resta sulla sponda destra del fiume è quasi considerata come staccata dalla città, e prende il nome di Trastevere.

Dall'alto Tevere (rapporto alla città) le mura di cinta partono dal forte S. Angelo che si appoggia sulla sponda destra del fiume, circondano la porzione di Trastevere che si avanza assai sporgente nella campagna e comprende l’immensa mole del Vaticano. Quindi la cinta piega ad angolo retto, corona il Gianicolo, e rincontra il fiume. Tutta questa cinta contiene ventuno irregolari bastioni uniti da irregolari cortine, senza opere esterne, mancanti di fossato, e prive di masse covrenti. Percorrendo ora questa medesima cinta dalla sinistra, volgendo le spalle a Roma, avremo accanto al Tevere porta Portese, quindi il terreno sale; e numerando i bastioni da questo sito, si avrà il punto più elevato al bastione 7. Poi il terreno scende. verso il bastione 8 a sinistra di porta S. Pancrazio; posizione dominante per Roma, bassa per, rispetto ai bastioni che la fiancheggiano. Da questa porta la cinta continua con una leggiera inclinazione sino a porta Cavallcggieri, ovvero sino al rientrante di sopra nominato. Seguendo la direzione della cinta, essa presso a poco taglierebbe per mezzo la piazza S. Pietro, o incontrerebbe un’altra porta detta Angelica. Ma come si è detto... gira intorno al Vaticano ed avanza nella campagna.

Questa parte saliente di Trastevere, della città Leonina, la cui base sarebbe una retta che unisce porta Cavalleggieri e porta Angelica, ha una freccia di circa mille metri, su cui ai due terzi dal vertice, torreggia la maestosa cupola del Vaticano. Di più, essa è chiusa ed. isolata completamente dal resto di Roma per mezzo del bastione S. Spirito, che quasi perpendicolarmente alla. cinta, compresa fra porta S. Pancrazio e Cavaleggieri, si appoggia al fiume.

A sinistra di porta Portese scorre il Tevere, sola difesa di Roma per un significante sviluppo curvilineo in giù da questa porta. Quindi perpendicolarmente alla sponda sinistra parte la cinta che. circonda la città sita dall’altra parte del fiume; essa consiste in un semplice muro„ in certe parti solido e terrapienato, in altre debolissimo ed a metà crollante.

L’Aventino, il Palatino, il Pincio, ed il Celio sono come il Gianicolo,. dei punti dominanti, l’intera città,e siti sulla parte sinistra del Tevere. In. questa cinta si contano dieci porte; principiando da porta S. Paolo e terminando a porta del Popolo, d'onde la via Flaminia attraversa il Tevere sul ponte Milvio, e mena alla Sabina, costeggiando. Monte Mario, che elevandosi sulla destra del Tevere a Maestro di Roma, la domina, ma ad una lunghissima portata.

L’intero sviluppo della cinta è circa di 20 mila metri, dei quali 5/8()appartengono alla parte sita a sinistra del Tevere.

Il nemico venendo da Civita-vecchia si presentava, per conseguenza, sulla sponda destra del Tevere, il solo punto pel quale avrebbe potuto passare il fiume era Ponte Milvio, ma tale operazione io avrebbe obbligato all’occupazione di Monte Mario ed a lungo giro. Ciò non ostante il ponte fu minato.

Le truppe furono divise come segue:

1.(a) Brigata generale Garibaldi

Legione Italiana 2 battaglioni

1,200

Battaglione dei Reduci (8.° di linea)

0,500

Battaglione Universitario

0,400 2,700

Finanzieri

0,300

Legione degli Emigrati (11.° di lin.)

0,500

1.(a) brigata, colonnello Masi

Civica mobile 2 battaglioni

1,000 2100

6.° di linea 2 battaglioni

1,100

3.(a) Brigata cavalleria, colonnello Savini.

Quadri del l.° e 2.° Reggimento



Dragoni

0,400 0,400

4.(a) Brigata, colonn. Bartolomeo Galletti

1.° di linea l'battaglione

0,600

Legione Romana 2 battaglioni (10.(0)di linea)

1,200 1,800

Corpo dei Carabinieri comandato dal



generale Giuseppe Galletti

0,600 0,600

Truppa del Genio

0,500 0,500

Bersaglieri Lombardi

0. 600 0,600


TOTALE 8,700

La prima brigata si spiegò da porta Portese a porta S. Pancrazio. A circa 500 metri da tale porta si eleva un solido palazzino detto dei Quattro-Venti, ed appartenente alla Villa-Corsini, il quale domina la cinta. Più in là, la vasta tenuta Panfili, difesa da un muro, fiancheggia quasi tutto il terreno da porta Por lese a porta Cavalleggieri. Queste due interessanti posizioni furono fortemente occupate dalla l'(a) Brigata.

La 2.(a) Brigata si spiegò dalla destra della prima sino a porta-Angelica.

La 4.(a) Brigata era in riserva alla chiesa Nuova ed a piazza Cesarini.

Il corpo dei carabinieri ed i bersaglieri lombardi in riserva alla Longara. Ma questi ultimi erano riserbati pei soli casi estremi, attesa la data promessa di non battersi sino al 5 maggio.

La 5.(a) Brigata (cavalleria) in piazza Navona, incaricata di perlustrare con sentinelle volanti tutta la cinta dalla sponda sinistra del Tevere.

Finalmente il corpo de' finanzieri fu staccato dalla 1.(a )Brigata, e messo in posizione su monte Mario.

La spedizione francese comandata da Oudinot si componeva di tre brigate formate da sei reggimenti di fanteria, un battaglione cacciatori a piedi., tre batterie, due compagnie del genio, e mezzo squadrone di cavalleria. Forza totale 10,500 uomini.

Sarebbe stato dovere del generale francese, nelle cui mani veniva affidalo l’onore della Francia, di non contentarsi delle semplici relazioni dei spioni o diplomatici interessali all’affare e che nulla intendono in cose militari, e prima d’intraprendere un'operazione decisiva, bisognava scandagliare lo spirito dei Romani, spingendo contro la città una semplice ricognizione. Se la maggioranza giaceva sotto la pressione di pochi faziosi, egli è certo che la reazione sarebbe scoppiata all’apparire di una baionetta francese. Ma Oudinot parti da Civita-Vecchia con tutte le sue forze, scalonò una brigata sulla sua linea di operazione e giunse a sera con 7 mila uomini a vista di Roma dalla strada Portuense; appoggiò 9 sinistra, ed accampò nella tenuta-Brevetta.

Sin dalla sera del 29 le truppe in Roma erano ai loro posti di combattimento, ed il grido di viva la Republica partiva clamoroso dalle file. La città, era illuminata e presentava un aspetto marziale e festoso. La mattina del 30 verso il mezzogiorno Oudinot spiegò la sua truppa, in ordine d’attacco. La brigata Molliere a destra e Levaillant a sinistra. Il suo centro avea per punto di direzione la cupola del Vaticano; le duo a|i, circondando la parte saliente della città, miravano le due porte: Cavalleggieri, ed Angelica; e siccome le truppe Romane che occupavano la tenuta Panfili minacciavano le spalle dell'attacco diretto contro le mura, del Vaticano, l’estrema destra dei francesi marciò contro tale posizione per tenerne in iscacco i difensori. Appena fusegnalata l’ostile disposizione del. nemico, immediatamente sventolò la bandiera rossa sulla mole Adriana, il tamburo citiamo la guardia nazionale alle armi che accorse numerosa nei posti assegnatele nell'interno della città; e gli artiglieri diedero di piglio alla miccia che fumicava accanto ai loro pezzi. Giunti i difensori del Papa a giusta portala, furono salutali dalla mitra» glia republicana; essi mossero al passo di corsa, e ben presto un nutrito fuoco di fucileria s’impegnò su tutta la linea. I difensori della tenuta Panfili furono al primo impelo respinti; ma essi ripiegatisi su Villa-Corsini arrestarono il progresso del nemico, e lo tennero a grande distanza dalle mura; mentre al Vaticano, ove non vi erano posti esterni, i francesi giovandosi delle casi ne 'circostanti e delle pieghe del terreno, sostenevano con vantaggio il fuoco dei difensori. Le riserve Romane mossero: i carabinieri e con essi molti cittadini rafforzarono la 2. (a) Brigata alle mura del Vaticano, e principiarono a prendere il disopra, mentre la 4.(a) Brigata marciò in aiuto della prima verso Villa-Corsini, seguita dalla cavalleria che rimase dietro la porta S. Pancrazio. La prima e quarta Brigata respinsero il nemico; il capo battaglione Picard del 20. V(0)di linea fu circondato in una casina, e preso prigioniero con 3 a 400 uomini. Il progresso dei Romani in questo punto ottenne l’effetto desiderato; giacché essi minacciando le spalle del nemico, impegnato al Vaticano, lo volsero ben presto in fuga. La cavalleria, come avrebbe dovuto, non caricò il nemico, per quell’inevitabile ma condannevole speranza che si nutriva in Roma, di veder ben presto i francesi da nemici cambiarsi in alleati, e per ciò si credè sufficiente ottenere la vittoria, senza mirare alla loro completa distruzione.

Fu smodato l’entusiasmo cagionato in Roma dalla vittoria e dalla vista dei prigionieri, accolli ben presto come fratelli; e qui sembra opportuno porre in chiaro Terrore in cui cadono li scrittori francesi, narrando come i romani circondala una casina occupata dal nemico gridassero pace! pace! epperciò quelli deposero le armi, e furono vittima di un tradimento! Sarebbe stata assai più accettabile e più militare scusa, il dire che il capo battaglione Picard, dovette cedere a forza maggiore 4 e non già asserire che la sua truppa si facesse disarmare e condurre in città, credendo la resa effettuata, mentre da per tutto il fragore delle armi a fuoco annunziava lo stato vero delle cose; e poi, si depongono forse le armi per entrare in una città come vittoriosi? Se veramente questo grido di pace! pace! usci dalle file romane e produsse un sì buono effetto, commendevole è colui che usò tale stratagemma. L’ac? cusa di tradimento in simili circostanze, scagliata anche da qualche scrittore piemontese contro gli austriaci, è assurda, e mostra poca conoscenza delle cose di guerra. Infamia, è la più piccola violazione nel tempo di tregua o di armistizio, ma durante le ostilità qualunque stratagemma il quale conduca alla distruzione del nemico merita lode e non biasimo. La parola d'ordine, e tutte le formalità nel riconoscere i distaccamenti e le pattuglie, hanno precisamente lo scopo di tutelarsi contro simili astuzie, ricevutissime in guerra.

L’incapacità di Oudinot costò alla Francia una disfatta, e da mille uomini fuori combattimento. Qualche servile scrittore francese ha qualificato il combattimento del 50, una semplice ricognizione; ed oltre che il fatto dimostra per se medesimo il contrario, altre prove smentiscono tale asserzione. La condizione che Oudinot chiedeva da Manara di non battersi sino al 5 maggio, mostra che esso sperava per tale epoca occupare la città. Il 29 una pattuglia di cavalleria francese condotta dal capitano Oudinot si spinse sino agli avamposti e fu,salutata dalle prime fucilate dei romani, che uccisero un soldato, ed un altro ne menarono prigione; prova sufficiente che Roma era parala a difesa. Finalmente toglie ogni dubbio l’ordine del giorno rinvenuto nella tasca di un capitano di Stato-Maggiore ucciso il giorno 30, in cui si prescriveva alle truppe, con ridicola jattanza: di attaccare Roma alle due porte più salienti, inseguire il nemico con la baionetta nei reni, e riunirsi alla piazza del Vaticano.

II satellite di Bonaparte raggranellò i fuggiaschi alla tenuta Brevetta, e dopo breve sosta mosse verso Castel di Guido, ove accampò. I romani non lo molestarono, e dopo pochi giorni fecero partire senza riscatto tutti i prigionieri, generosità che venne contraccambiata da Oudinot, inviando in Roma il battaglione Melara disarmato, mentre egli erasi impadronito di 4 mila fucili, che trovò al momento del suo sbarco in Civita-Vecchia.

Due giorni dopo ebbesi contezza dell'invasione del Borbone, che mosse senza veruno ostacolo sino ad Albano. Quindi la città era minacciata tanto sulla sponda destra, quanto sulla sponda sinistra del Tevere. In Roma erano giunti il 2.° ed il 3.° reggimento di linea, e l'altro battaglione del primo; si formò di queste nuove truppe una 5. (a) brigata, ed insieme con la 4.° fu loro assegnala la difesa della città sulla sponda sinistra; ed i comandi di queste due brigate furono stabiliti l'uno al Colosseo, e l’altro alle Terme Diocleziane. La 1.(a) e 2.(a )brigata rimasero a difendere la sponda destra.

La truppa del re di Napoli era scalonata sulla consolare che mena da Terracina a Roma; il suo lato sinistro era difeso dal mare, giacché n’era solamente separata da un terreno frastagliato e ristretto che non si presta a veruna operazione militare; ma il suo lato destro si appoggiava agli ultimi contrafforti delli Apenini, i quali comprendono, sino alla frontiera Napoletana, un paese montuoso, abbastanza vasto, ed attraversato da varie comode strade, che menavano tutte sulla loro linea d'operazione.

Il 4 maggio fu ordinato al generale Garibaldi, (1.(a )brigata), rafforzato dal battaglione dei bersaglieri lombardi, di girare il nemico per la sua destra, od eseguire qualche colpo di mano sulla sua linea d'operazione. Garibaldi marciò per Tivoli su Palestrina, ove attaccato dai borboniani li respinse dopo breve fuoco, ed il giorno 11 ripartì per Roma. Quindi la spedizione non ebbe l’effetto che si attendeva, ed il nemico conoscendo il suo lato debole occupò tutto quel paese.

Mentre i romani avevano battuti i francesi e minacciato i satelliti del re di Napoli, un nemico più formidabile invadeva il territorio della Republica.

Prima della battaglia di Novera un corpo austriaco, comandato dal generale Haynau, marciò su Ferrara per imporre alla città una taglia di 206 mila scudi; e per adonestare tale una sordida spedizione, abbatté gli stemmi della Republica e condusse seco alcuni ostaggi. Battuto il Piemonte, l’Austria veniva a prendere la sua parte nella crociata contro fa libertà, di già iniziata dai satelliti del Borbone e del Bonaparte. D’Aspre (2.° corpo), rafforzato da un’altra divisione, passò il Po per sottomettere l’Italia centrale; spedì Wimpffen alla testa di 20 mila uomini per impadronirsi delle Romagne, egli si diresse, col rimanente delle forze, in Toscana, come di già è stato narrato.

Wimpffen il 7 maggio accampò con parte del suo corpo a Castel-Franco. Un distaccamento comandato da Taxis entrò in. Ferrara, restituì li ostaggi presi da Haynau, e fece il possibile per indurre le autorità ad inviare una deputazione al generale Wimpflen, per chiedergli amichevolmente la restaurazione del governo papale;. tale proposta rifiutata, insistè si riunissero i consiglieri. municipali; ma di 40, 57 votarono per la Republica a. 5 pel Papa. Allora Taxis raggiunse Wimpflen al Sua campo; e questi udito l’infruttuoso risultato dei pacifici tentativi di Taxis, inviò il seguente proclama:

«Vengo a ricondurre fra voi, insieme al commissario di S. Santità, il legittimo governo del Sommo Pontefice rovesciato da una fazione perversa, e per ristabilire la pubblica e privata sicurezza finora gravemente compromessa.»

L’austriaco operava lealmente. Il suo proclama era chiarore non già inorpellato da vane promesse, come quella del francese. Wimpflen propugnatore dell'assolutismo, sosteneva con la spada i suoi principii. Oudinot mentiva, perché doveva adoperare l’esercito di una Republica a pro degli interessi personali di un inetto presidente, e di una corrottissima borghesia.

Il giorno 8 maggio Wimpflen era alle porte di Bologna con 6 a 7 mila uomini e 13 pezzi di artiglieria.

In Bologna, dopo il richiamo della divisione Mezzacapo, eravi solamente il 4.° di linea, un distacca. mento di Finanzieri, un altro di Carabinieri, da 5 a 400 uomini frazioni dei diversi corpi; in tutto, compresa anche la poca guardia nazionale armata, sommavano a 2 mila uomini con tre cattivi pezzi di cannoni. La città di Bologna è cinta da mura, ed è dominata da una catena di colline a Maestro. La porta Gal lieta metto sulla comunicazione di Ferrara, ola porta Castiglione è quasi incontro alle colline.

All'avvicinarsi del nemico, il colonnello Maiwolih comandante le truppe, si dichiarò immediatamente la resa. Ecco uno dei punti ove risalta sempre più la superiorità del sentimento nazionale sulla disciplina e l'ordinamento. Se questi 2 mila uomini male disordinati com'erano, fossero state delle truppe regimi egli è fuori dubbio che non avrebbero esitalo un momento a seguire il tristo esempio del loro capo, invece, soldati e popolo unanimamente gridarono: guerra. Il comando venne affidalo al colonnello dei carabinieri Boldrini, la cui eroica morte giustificò la fiducia che avea inspirato.

Gli austriaci attaccarono le due porte Galliera e Castiglione, 11 generale Thurn dispose le colonne d’attacca contro la prima, e puntò tre cannoni per sfondarla, ma le sue truppe furono disordinate dal fuoco dei republicani, ed il colonnello Boldrini con 60 carabi: meri, forni carica brillantissima, e cadde vittima dell» sua bravura. I carabinieri respinti dapprima, ritornarono all'attacco, serrarono il nemico da presso, e presero il corpo del quasi esanime Boldrini, mentre una compagnia di linea seguendo il loro movimento caricò anch'essa con moltissimo valore, ed il nemico, costretto ad indietreggiare, salvò a stento la sua artiglieria. L’attacco contro la porta Castiglione condotto dal generale Pfangetter, non ebbe miglior fortuna; epperciò la sera gli austriaci furono costretti a ritirarsi sulle alture circostanti, ove accamparono.

Intanto il Municipio e qualche capo militare, che ad ogni costo desideravano rendersi inalberarono bandiera bianca; ma non appena scorta dal popolo e dai soldati, tutti gridarono: guerra! viva la guerra!

Il Municipio, ciò non ostante, inviò la notte una deputazione al generale austriaco, ed ottenne un armistizio sino al mezzogiorno del 9, cercando di porre a profitto questo tempo di tregua, onde esagerare al popolo i rischi cui esso andava incontro persistendo nell'inutile ma onorata difesa. Tutti gli sforzi riuscirono vani, il popolo rimase saldo alle minaccio di una futura vendetta, ed il 9 all’ora stabilita ricominciò il cannoneggiamento. Il 4.° reggimento di linea in questo giorno fece una sortita, ma senza effetto. La sera il Municipio ottenne una seconda tregua sino al mezzogiorno del 10, tregua che durò quasi sino al giorno 11, non essendovi stato che un insignificante fuoco di fucileria; giacche il nemico oltre della speranza di una pronta resa, attendeva da Mantova il generale Gorzgowsky col parco d’assedio. Il 12 passò senza nulla (importante, solamente gli austriaci sorpresero e sbaragliarono un distaccamento di Bolognesi, sortito per condurre in città alcuni cannoni che loro venivano inviali dalle Romagne; questa circostanza, poco grave per se medesima, scoraggiò alquanto i difensori di Bologna. Intanto il corpo di spedizione austriaco ingrossava, e la cifra stabilita di 20 mila uomini fu completa. Gorzgowsky la mattina del 14 alle 10 ant. giunse apportando alcuni mortori, e diede principio ad un bombardamento, crescente di ora in ora, che durò tutto il giorno 15. Una deputazione fu annunziata al generale Wimpffen per le ore 7 del giorno 16; ma mentre essa esciva dalla porta, venne assalita. e dispersa dal popolo. Wimpffen passata l’ora ricominciò il fuoco; che durò sino alle ore 2 pom.; dopo la città capitolò, ed alle 6 di sera ne prese possesso il nemico.

Durante l’attacco di Bologna, le Romagne si commossero e si raccolsero da 3 a 4,000 volontari; ma alla nuova della resa di Bologna parte si dispersero, e parte si ritirarono ad Ancona.

Thurn con 4,000 uomini occupò Ferrara, e Wimpffen continuò la sua marcia mirando Ancona, ove doveva terminare la sua spedizione.

________

In Roma il generale Avezzana disimpegnava le funzioni di ministro della guerra e di generale in capa Il governo credè utile Sostituirgli altri in questo secondo officio. La scelta non era facile: nessuno dei generali avea mostrato le alte capacità che si richiedevano per tale carica, quindi bisognava cercare fra gli officiali superiori. Il colonnello Roselli romano, sino allora assente da Roma col suo reggimento, fu segnalato dalla pubblica opinione come l’uomo che si richiedeva. Chiamato immediatamente, giunse in Roma il 14 maggio, e venne nominato generale di divisione, e comandante in capo dell'esercito.

I nemici intanto stringevano la Republica sempre più da vicino; li austriaci scendevano a grandi giornate per le Romagne, i napolitani erano a poca distanza dalla città, ed i francesi a circa 2 mila metri dalle mura accampavano a cavaliere della via Portuense, coronando i poggi che si elevano sulla sponda destra dei Tevere. Oudinot, attendeva tranquillamente un aumento di forze ed il suo parco d'assedio, mentre il governo francese riteneva in iscacco la Ripubblica Romana, con gl’intrighi della diplomazia.

Erano scorsi quindici giorni d’inazione, e la perdila di questo tempo preziosissimo fu ancora. la conseguenza della primitiva dispersione delle forze, che successivamente si andavano raccogliendo. I tre battaglioni condotti da Roselli, erano l'ultimo scalone delle truppe dell’Ascolano, e cosi le forze che combatterono il 50 aprile si trovavano, al presente, aumentate di circa 8 battaglioni, ovvero di 4 a 5,000 uomini; la divisione Mezzacapo, era di già segnalata a poca distanza da Roma, quindi senza più indugiare si decise di prendere l'iniziativa 11 disegno proposto fu di sortire da Roma, tagliare i francesi dalla loro base ed accollarli alla città. In questa prima operazione i romani avrebbero avuta in. loro favore il numero e la posizione, e si contava molto sull'imperizia di Oudinot, che avrebbe al certo scemato il vantaggio che la solidità delle sue truppe gli concedeva, Ottenuto il primo successo bisognava rivolgersi contro i napolitani, e quindi per terzo marciare contro li austriaci. Ma le speranze di una pace con la Francia prendevano sempre maggiore consistenza, epperciò la prima parte del disegno venne eliminata. Si diede esecuzione alla seconda.

Le truppe del Borbone, 16,000 uomini circa, conservavano le loro posizioni di Albano e Velletri, e dopo la spedizione dei romani a Palestrina occuparono fortemente questo punto. Essi avevano offerto ai francesi la loro cooperazione che venne rifiutata, ed il Re era venuto personalmente in Velletri, sperando di essere pacifico spettatore della caduta di Roma.

Benché essi occupassero Palestrina, pure la loro dritta era il punto vulnerabile; quindi il disegno dei Repubblicani fu quello di marciare direttamente su Palestrina, schiacciare questo distaccamento; e continuare il movimento intorno la destra del nemico, per, attaccare la sua linea d’operazione. I regi per tagliare la ritirata su Roma alle truppe della Republica, erano obbligati di avvicinarsi troppo alla città, manovrando in un terreno frastagliato e senza risorse mentre i Romani avrebbero potuto ricavare i loro approvisionamenti dalla provincia di Frosinone, e tenersi sempre pronti per attaccare Velletri ed Albano, onde aprirsi la comunicazione diretta con la capitale, ed impadronirsi di tutti i magazzini del nemico.

I Republicani riunirono tutte le forze che si trovavano nella città, formando un corpo di 10 mila uomini con 12 bocche a fuoco. Questa truppa si formò per masse alla piazza del Laterano, e la sera del 16 maggio sorti da porta S. Giovanni, lasciando Roma sotto la custodia del popolo, che spontaneo accorse a guardia delle mura e delle artiglierie.

Un ordine di marcia, il più semplice possibile, lu adottalo per sì poche forze.

Generale in capo: Rosselli.

Antiguardo: colonnello Marocchetti, 1.(a) Brigata (2 a 5,000) con 40 cavalieri e due pezzi di cannone.

Corpo di battaglia: generale Garibaldi, 2..(a) e 5.(a) brigata (6 a 7,000).

Artiglieria: colonnello L. Calandrelii (10 pezzi).

Riserva: generale Giuseppe Galletti (2,000).

Cavalleria: generale Bartolucci.

La mattina del 17 queste truppe accamparono a Zagarolo, d’onde oltre la via consolare che prosegue per Valmontone, partono altre due comunicazioni, l’una delle girò limona a Frascati, l’altra a Palestina. Le perlustrazioni inviate avvertirono che Palestrina era sgombra, quindi l'armata doveva continuare il suo movimento convergente verso la linea d'operazione nemica. La sera del 18 l'antiguardo accampò a Monte-Fortino, ed il rimanente dell’armata si scagnò fin sotto Valmontone.

Il Borbone non smentì la sua tradizionale vigliaccheria: appena seppe che i Romani sortivano per attaccarlo, decise la ritirata.La paura in lui potè assai più che il sentimento di conservare l'onore della sua armata, tanto in faccia al nemico, quanto al cospetto dei suoi alleati. L’armata del Borbone oltre dell'essere superiore di numero alla Repubblicana, avea il doppio di artiglierie, ed una numerosa cavalleria, di cui i Romani mancavano, quasi, completamente.Bene approvvisionata, con breve e facile linea d’operazione, ad essa non conveniva rischiarsi in operazioni troppo ardile; bastava concentrarsi in Velletri, e prolungandosi a destra, opporsi di fronte alla marcia del nemico, che dal canto suo doveva operare in un modo tutto diverso: dappoiché inferiore in numero ed in mezzi, ed obbligato a prendere l'offensiva, la sola audacia poteva salvarlo.

A Valmontone si seppe del concentramento de' regi a Velletri, epperciò fu deciso di spedire il giorno seguente una ricognizione sotto le mura di quella città; mentre l'armata, in ordine compatto, fiancheggiala da tale perlustrazione, avrebbe continuato il movimento. La truppa tranquillamente bivaccava, e cuoceva il suo rancio, allorché giunse la nuova che la 1. (a) Brigata ora stata attaccata sotto Velletri e respinta, ed il generale comandante il corpo di battaglia non era ai suo posto, ma sul luogo del combattimento. La causa di questo impreveduto accidente non fu che un malinteso ardore; funesto in coloro i quali man cano delle conoscenze, e delle vedute indispensabili alla guerra. Il generale Garibaldi all’alba senza neanche inviarne avviso al quartier generale, era partito con l'antiguardo, (1.(a) Brigata), ed erasi diretto su Velletri. I regi vedendo questa truppa, sortirono dalla città per attaccarla; respinti al primo scontro, riacquistarono ben presto il terreno perduto mediante una carica della loro cavalleria, la quale mise il disordine nelle file Repubblicane. La legione Italiana si gettò immediatamente nelle vigne che fiancheggiano la strada, accolse il nemico con nutrito fuoco, e l'obbligò a volgere briglia. I regi si ritirarono nella città, ed i Repubblicani la circondarono con un cordone di bersaglieri.

Intanto, successivamente e quasi al passo di corsa giunse il resto dell'esercito. L'ordine serbato sino a quel momento fu rotto, i diversi corpi come poterono spiccavano la marcia, e se maggiore ardire ed abilità avesse avuto il nemico, l'intempestiva marcia dell’avanguardia avrebbe prodotto, la completa distruzione dei Romani;

Giunto il generale in capo sotto Velletri, si osservò il nemico in piena ritirata. Ostinarsi all’attacca della città era inutile affatto; e perché cinta da solido muro difeso da un fosso nascondeva la porta dietro le pieghe di un terreno montuoso, pel quale serpeggiando ed incassata seguiva la strada, e perché il nemico essendo in ritirata non valeva la pena perdere della gente per occupare un sito sgombro la dimane. Il solo partito utile sarebbe stato quello di raccozzare di nuovo l’esercito e manovrare per la sinistra, costeggiando il movimento del nemico, molestandolo, e se mai l'occasione si fosse presentala piombare sul fianco delle sue disordinate schiere. In Velletri era stato primo il Re a fuggire, gli tennero dietro i suoi cortegiani, e bea presto la truppa segui l’esempio del condottiero. Ma Republicani continuarono l’inutile attacco della città. I regi fecero tutto il giorno un fuoco mollo vivo di artiglieria, particolarmente dalla posizione dei cappuccini la quale fu scelta come punto d’attacco dai Romani. Si formarono le colonne d’assalto a destra della strada contro i cappuccini; la riserva fu scalonata sul fianco sinistro, ove il terreno scendeva verso la consolare, per tutelarsi da qualche ritorno offensivo del nemico. La notte pose fine al combattimento, ed i Romani bivaccarono nelle medesime posizioni.

La mattina del 20 Velletri era sgombra e fu occupata dalle truppe della Republica, di cui la cavalleria si spinse sulle traccie del nemico sino a Cisterna.

Il governo romano appena seppe l’occupazione di Velletri inviò l’ordine di continuare la marcia ed invadere il regno di Napoli; ma quei IO mila uomini con pochissima artiglieria e mancanti di cavalleria, non avrebbero potuto campiere tale impresa senza appoggiarsi all’insurrezione dei popoli cosa impossibile nella terra di Lavoro, provincia ligia al monarca, gremita di truppe, sostenuta da due piazze forti, Capuane Gaeta, e difesa dal Garigliano e dal Volturno. Il generale Roselli rispose esser pronto ad eseguire tale ordine, ma ne palesava gl'inconvenienti, onde scaricarsi da qualunque responsabilità.

Il Triumvirato si appigliò al peggior partito possibile. Ordinò che una divisione comandata da Garibaldi avesse inseguito il nemico;ed il resto dell’armata fesse rientrato in Roma.

L'armata rientrò nella capitale due giorni dopo. Là divisione destinata all'invasione del regno sbarazzò la provincia di Frosinone da un’accozzaglia di ladri comandata da Zucchy, passò la frontiera ed occupò Arce(: )il 26. Fortunatamente il Triumvirato si convinse quanto quella spedizione era inutile, e quanto era necessario tener sempre riunite le poche forze della Republica. Garibaldi fu richiamato; ma da quel momento non fuvvi più nell’esercito la medesima coesione che sino a quell'epoca era regnata.

La divisione comandata dal colonnello Mezzacapo, appena ricevuto l’ordine era partita immediatamente da Bologna, lasciandovi quelle poche truppe che valorosamente combatterono contro li austriaci. Inviò nel passaggio tre battaglioni di guarnigione ad Ancona, ed il 16 maggio, la sera, giunse in Roma; epperò dopo il ritorno dell’esercito dalla spedizione contro i napoletani, ed il richiamo della divisione Garibaldi, ovvero alla fine di maggio, la completa concentrazione dell’esercito era, finalmente, compita.

Nel tempo medesimo il governo conchiudeva un armistizio verbale con Oudinot; quei giorni furono di bellissime speranze per la Republica Romana. I napoletani aveano completamente sgombrato il territorio; le trattative con la Francia facevano sperare che quel governo avesse ripreso il sentiero della giustizia, e dell'onore; quindi non restava che un solo nemico, l’austriaco, verso il quale fu diretta tutta l'attenzione, onde compiere l'esecuzione del disegno stabilito. La Republica avea pronti a sortire in campagna 13 a 16 mila uomini, 24 bocche a fuoco, e 5 a 600 cavalieri. Gli austriaci erano sotto le mura di Ancona, minacciavano di passare l’Apennino, ed operare la congiunzione, con un altro corpo che s’inoltrava per la Toscana. Venne deciso, perciò, muovere su Foligno successivamente ove l'esercito si sarebbe chiuso in massa per prendere l'iniziativa contro uno dei corpi nemici; e se il corpo della Toscana non continuava la sua marcia, il concetto era, di spingersi per la strada che mena a Jesi, e piombare sulla loro linea di operazione, di già troppo allungata. Un officiale dello, stato maggiore con un distaccamento di cavalleria, ed un officiate dell'intendenza partirono per approvvisionare la linea di marcia. Quinci il 2.° reggimento di linea cominciò il movimento; esso occupò Civita-Castellana, il ponte di Borghetto, e spinse una punta ad Otricoli.

Il generale Wimpffen, con un corpo di 16 mila uomini, comparve il 2o maggio sotto le mura di Ancona. Esso inviò, come a Bologna, un proclama chiedendo la sottomissione della città al governo chierica le; ma una risposta Dignitosa ed energica del preside Mattioli gli annunziò, che la forza sarebbe respinta con la forza.

Passato Sinigaglia, discendendo l’Adriatico, le sue sponde s’incurvano e formano un seno, nel quale è edificata la città d'Ancona, sorgendo sulle falde di monte Morano, che si sviluppano quasi da Levante a Ponente, ed il culmine dei monte si eleva di 100 piedi sul livello del mare. Una cinta bastionata circonda gli monte e chiude lai città, separandola da una vasta horgata, che seguendo la incurvatura del seno si prolunga verso il settentrione.

Ma le fortificazioni che chiudono la città, sono dominate dai due monti, Astagno, e Gardeto che vi si addossano dal mezzogiorno, e formano una larga valle, per la quale uni strada grande e piana conduce ad Ancona; epperò questi due monti sono difesi l'uno da un campo trincerato, con ampio ridotto; e l’altro da un’opera a corna. In contro la valle, le Grazie, è la cima di un monte dominante Gardeto ed Astagno; una lunetta è costruita sul versante di esso per opporsi ad un nemico che volesse discenderne la china. Al di la delle Grazie, verso il mezzogiorno, continua il dominio del terreno esterno dalle cime del Polito e del Pelago. e verso il Settentrione da quella del Posatore.

Il comandante della piazza, Livio Zambeccari, avea di già prese tutte le necessarie disposizioni per sostenere l’attacco del nemico, allorché l’ammiraglio francese Belvese, gli propose di far occupare Ancona dai suoi soldati, e così tutelarla contro le offese austriache. Questa ridicola proposta, fatta dal rappresentante di una Nazione che nell’epoca medesima bombardava Roma, delinea sempre più nelle pagine dell'istoria la vergogna e la bassezza delli uomini nelle cui mani è caduto il governo francese.Il comandante la piazza dopo udito il lungo ragionare dell’ammiraglio, rispose: egli non vedere altra differenza fra austriaci e francesi, che l’impudenza di questi ultimi.

La sera del 25 maggio il corpo austriaco bivaccò sulle alture di Montegirolo e delle Torrette. Nel giorno medesimo la flotta austriaca, composta di una fregata, due corvette, tre brick, tre vapori ed alcune barche cannoniere, comparve in quei paraggi, per completare il blocco. .

Il 27 li austriaci principiarono a trarre sulla città. con la loro artiglieria di campagna, nel tempo medesimo che la fregala ed un vapore l'attaccarono dalla parie del mare. Le batterie della piazza risposero efficacemente ed obbligarono i legni a prendere il largo.

La natura del terreno circostante permise all’assediante di avvicinare impunemente le sue offese alla piazza. Esso occupò le cime del Posatore, Polito e Pelago, vi piazzò le sue artiglierie, concentrando particolarmente i suoi fuochi contro le fortificazioni di Gardeto, e scagliando dei razzi e delle bombe nella città. Intanto i suoi avamposti, sulle Grazie, erano in continuo conflitto con la guardia della lunetta, come ancora, giornaliere scaramucce succedevano alli archi, estremo della borgata. Il 1.° giugno, protetto da un vivo cannoneggiamento, l’assediante tentò l’assalto di monte Gardeto, ma dapprima ricevuto a piè fermo dai republicani, venne poi respinto e fugato la baionetta nei reni. Riuscito infruttuoso questo tentativo, l’assediante si decise di attendere un rinforzo ed il parco d’assedio, senza per altro cessare con le sue batterie e la sua flotta di offendere l'assediato che rispondeva efficacemente. Il 6 giugno giunse al campo il parco d’assedio ed un corpo di 5 mila uomini da Toscana, comandato dal principe di Lichtenstein. Il 15 le artiglierie tuonarono d’ambe le parli. Il 17 l’assediante intimò laresa; la carne mancava, la truppa, era stanca, città travagliata dalle bombe le quali produssero mollissimi incendi: essa venne accettata. Ancona cadeva con gloria, dopo 25 giorni di difesa. Il 21 venne occupala dagli austriaci.


vai su


V - ASSEDIO DI ROMA

Mentre in Roma si viveva quasi sicuri del buon fine a cui menerebbero le negoziazioni con la Francia, Oudinot a circa 2000 metri dai bastioni avea stabilito il suo campo, ed occupava le truppe ad apprestare il materiale necessario per un assedio. Il governo romano non poteva permettere alcuna impresa ostile contro di esso, senza compromettere decisivamente le trattative diplomatiche, oltre che l’inviato francese scongiurava continuamente i Triumviri, di evitare qualunque collisione con Tarmata, assicurando loro che i movimenti ed i lavori di essa non avrebbero veruna conseguenza ulteriore. Di più Roma sulla sponda sinistra del Tevere, deve considerarsi come città aperta, giacché essa è cinta, su circa 12 mila metri di sviluppo, da un muro dirotto e quasi senza terrapieno, ove riesce impossibile l'uso dell’artiglieria, e fu assai difficile utilizzarvi i fucilieri; poiché bisognò costruire delle barchette in legno elevate dal suolo, su di una complicata e fiacca impalcatura. Un tale muro sarebbe crollato ai colpi dell'artiglieria da campo, oppure non sarebbe stato difficile abbatterlo con la mina, o con l'opera dei guastatori, essendo privo di fiancheggiamento.

Epperò, benché si conoscesse dai romani la poca perizia di Oudinot, pure non si sperava mai un assedio; sembrando cosa assai strana che un esercito, forte abbastanza d'assediare il nemico in città, lo temesse in

aperta campagna. Scopo del francese, onde sottomettere Roma, essendo quello d’impadronirsi di un punto dominante la città, e minacciarla di un bombardamento, era chiarissimo che esso avrebbe preferito coronare l’Aventino ed il Palatino dopo una giornata campale, più tosto che il Gianicolo a costo di un lungo assedio. Nel primo caso, per. ottenere il possesso di quelle alture, non avrebbe arrecato alla città molestia veruna, e giuntovi, si lasciava alle spalle la maggior parte dei monumenti; nel secondo, doveva assolutamente molestare quella, e danneggiare questi. Né poteva dai romani supporsi che il francese non volesse staccarsi dalla sua base, essendo a loro scelta il sortire in campo, e tagliarli le comunicazioni quanto meglio credevano. Quindi se Oudinot pensava non essere abbastanza forte per costringere il nemico a battaglia, avrebbe dovuto dubitare d’impegnare l’esercito nei lavori d’assedio i quali peggioravano di molto la sua condizione, rimanendo sempre l'iniziativa del nemico. Queste opinioni furono avvalorate dal vedere che i francesi gettarono un ponte sul Tevere a 7, o 8000 metri al disotto della Basilicali S. Paolo; cd occuparono Ostia. I romani; persuasi di non poter difendere la cinta da quella parte; a causa della sua estensione e poca, solidità., si occuparono con qualche opera di campagna a fortificare la linea di battaglia su cui l'esercito avrebbe contrastato il possesso delle alture.

Un’altra operazione dei francesi caratterizza sempre più il loro sleale procedere.

Monte Mario, elevandosi sensibilmente sulla strada di Porta Angelica, è inespugnabile per una truppa che sortendo da questa porta volesse impadronirsene; ma il terreno prolungandosi quasi in piano dalla parte opposta, non lo rende per nulla vantaggioso alla difesa, contro un nemico esterno. Tale posizione dominando le comunicazioni di Viterbo e dell’alto Tevere, era importante conservarla; epperò i Romani cercavano fortificarla con qualche ridotto, e temendo che i soldati distanti dalla città venissero in collisione coi francesi, il che Lesseps raccomandava tanto evitare, si era preso il partito d’inviarvi i travagliatori senza armi e senza scorta. I francesi, abusando di questa buona fede, malgrado l’armistizio, occuparono la posizione con una brigata comandata dal generale Sauvan, che facilmente scacciò i disarmati lavoratoci.

L’accordo con la Francia venne finalizzato e segnalo dal rappresentante di quel governo, ma Oudinot non volle riconoscerlo. Questa circostanza, e l’equivoca attitudine dei francesi, fecero sospendere il movimento delle truppe Romane verso Foligno, non volendo il generale in capo

sguarnire la città senza assicurarsi delle vere intenzioni del nemico. Egli inviò al generale Oudinot il 1.° giugno la seguente lettera, in cui considerava Tarmata francese come alleata della Romana, atteso il I Articolo della convenzione segnata da Lesseps, ove era detto: «L’appui de la France est assuré aux populations, des Etats romains.»

«Cittadino Generale

«E mia intima convinzione che l’armata della Republica Romana combatterà accanto della Francese per sostenere i più sacri dritti dei popoli; tale convinzione mi spinge a farvi proposizione che spero voi accetterete. É a mia conoscenza che un trattato è stato segnato. fra il nostro governo ed il ministro plenipotenziario di Francia, e che non ha ottenuto la vostra approvazione. Io non entro in ciò che riguarda la politica, e m’indrizzo a voi solamente, come generale in capo dell'esercito della Republica Romana.

«Gli austriaci minacciano di concentrarsi a Foligno, quindi appoggiando il loro fianco destro alla Toscana, spingersi nella vallata del Tevere, ed operare la loro congiunzione coi Napolitani, che potrebbero mostrarsi negli Abbruzzi. lo penso che voi non potete vedere con indifferenza la possibilità che un tale piano si realizzi, e mi credo in dovere comunicarvi queste mie supposizioni sulle mosse degli austriaci. Intanto, siccome la vostra dubbia attitudine paralizza affatto l«nostre forze, e può assicurare un successo al nemico, io vi domando un armistizio illimitato che dovrà denunziarsi 15 giorni prima di riprendere le ostilità.

«Generale, un tale armistizio io lo credo indispensabile per salvare la mia Patria, e per assicurare» l’onore della Francia e del suo esercito.

«Nel caso che gl’imperiali mostrassero le loro testedi colonna a Civita-Castellana, sull’esercito francese ricadrebbe la responsabilità in faccia all’istoria, per averci obbligati a dividere le nostre forze in un moli mento tanto decisivo per noi, e che può assicurare il successo della politica dei nemici della Francia.

«Io ho l’onore, generale, di domandarvi una pronta risposta, e vi prego di ricevere il saluto di fraternità.

1.° giugno

Firmato: ROSELLI.»

Questa lettera era già partita, allorché ebbesi conoscenza della decisione ostile dei francesi; e non tardò a giungere il riscontro, concepito in questi termini:

«Generale

«Gli ordini del mio governo sono positivi; essi mi «prescrivono di entrare in Soma al più presto possibile. lo ho denunciato alle autorità Romane l'armistizio verbale che le istanze del signor Lesseps mi ave«vano fatto accordare momentaneamente. Io ho fatto ii giungere in iscritto ravviso del ricominciamento delle ostilità.

«Soltanto per dar tempo ai nostri connazionali che volessero lasciare Roma, e su domanda del cancelliere dell’ambasciata di Francia, potendo farlo con facilità, io differisco l’assalto della piazza sino a lunedì mattina almeno. .

«Accettate, generale, l’assicurazione della mia più alta considerazione.

Il generale in capo OUDINOT.»

A tale annunzio romani formarono dell'esercito due divisioni, l’una comandata dal generale Garibaldi, venne destinata a guardia della cinta sulla destra del Tevere; l’altra comandata dal generale Bartolucci, dovea difendere la cinta sulla sponda sinistra; la riserva al centro di Roma. Tale disposizione delle truppe doveva conservarsi finché il nemico non avesse smascheralo il vero punto di attacco, ove tutte le forze si sarebbero concentrate. Sicurissimi, giusta la lettera ricevuta, che l'attacco non avrebbe luogo prima del lunedi, si lasciarono intorno le mura le solite sentinelle ed i deboli posti avanzati, rimanendo le truppe in riposo, per piazzarle nei loro posti di battaglia nel pomeriggio della domenica. Un tale errore fu grave per parte dei romani; dappoiché essendo essi liberi nell’operare dal momento che le ostilità furono denunziale, del pari lo erano i francesi. Le parole di Oudinot non erano un patio, ma l'annunzio di una sua risoluzione. Non pertanto fu assai sleale il dire cosa che poi non fu osservata.

Oudinot, poco fiducioso in se medesimo, avea scelte di attaccare la città in quel sito ove la strada di Civita-vecchia l’ebbe naturalmente condotto, deciso affrontare le pene dell'assedio, ove tutto è metodico. anzi che tentare la sorte delle armi, in battaglia, ove il generale è abbandonato alle proprie inspirazioni; un tale disegno non era troppo d’accordo con la iattanza dell’ordine ricevuto dal suo governo: di entrare in Roma al più presto possibile.

I punti salienti di questa parte della cinta erano il Vaticano ed il fronte (6-7). Il primo fiancheggia tutta la linea, ma balte poco efficacemente i lavori diretti contro il fronte (6-7), attesa l’enorme distanza (quasi 2,000 metri), e la natura del terreno molto variata. Inoltre, il fronte (6-7) corona precisamente il Gianicolo, epperciò venne giustamente scelto come fronte di attacco.

L’esercito francese si componeva come segue — 1.(a) Divisione generale Regnault (5 battaglioni ed 8 squadroni) — 2.(a) idem Generale Rostolan (8 battaglioni) — 3.(a) idem generale Gouvilier (8 battaglioni) — Genio generale Vaillant (1 battaglione) —, Artiglieria, 4 batterie da campo ed una d'assedio. Il totale di questa truppa era di 18 a 20,000 uomini; ma fu dopo pochi giorni raggiunta da nuovi rinforzi, ed alla fine dell’assedio i francesi contavano 30 mila uomini, con 56 pezzi di campagna e 40 d’assedio.

Il disegno d'attacco dell'assediante essendo quello di comprendere nei suoi lavori il fronte (6-7), esso assicurò la destra alle colline che si elevano sulla sponda del Tevere; ma la sinistra rimaneva completamente esposta.

Sortendo da porta S. Pancrazio, una comunicazione, difesa da muri e bordeggiala da siepi, conduce su di un altipiano che domina tutto il terreno adiacente, ed è compreso, quasi tutto, nella tenuta Panfili, dominala dai solidissimi edilizi dei palazzi Panfili, Corsini e Valentini, che ne determinano il possesso. Questa posizione si prolunga sino a circa 2,000 men i dalle mura; quindi i romani padroni di essa pesavano sulla sinistra del nemico, pel quale sarebbe stato impossibile cominciare l’apertura della trincea senza impadronirsi di questo altipiano, e per conseguenza degli edilizi che lo dominavano. Collocandosi con le spalle alla piazza, la tenuta Panfili comprende a destra il giardino, a sinistra il bosco; essa è cinta da un muro che ha più di 4000 metri di sviluppo. I Romani sicuri di non essere attaccati non avevano in essa che soli 400 uomini, dei quali 200 guardavano il giardino e 200 il bosco.

I francesi alle due del mattino del 3 giugno (domenica) attaccarono con tutte le loro forze concentrate tale posizione Due brigate rimasero in riserva. Levaillant (Giovanni) si spinse nella strada dei Tiradiavoli che costeggia il giardino. La brigata Moliere avanzò pel vicolo delta cappelletto Panfili che costerà il bosco. La prima di queste brigate con la mina fece una larga breccia nel muro, ed entrò nella tenuta. I 200 uomini sopraffatti dal numero si ritirarono sino alla chiesa S. Pancrazio, ed al casino Corsini; ne) tempo stesso la brigato Moliere attaccò i 200 uomini del Bosco che nel ritirarsi trovarono di già tagliato la strada da Levaillant, e si resero prigionieri. Avendo preso possesso della tenuta, gli sforzi dei francesi si volsero contro i 200 republicani che dal casino Corsini facevano un vivissimo fuoco. I quali sopraffatti una seconda volta, si ritirarono in un altro edilizio vicino. detto il Vascello; ivi questo pugno di prodi, appena riordinato,si precipitò di nuovo sul casino Corsini, ma fu respinto; erano tre ore che soli sostenevano tutti gli sforzi del nemico.

Nella città s’ignorava un tale attacco; tutti erano tranquilli, e si preparavano al combattimento di lunedì, e vari soldati forbivano le loro armi. L’avviso giunse; la generale batté; ed in un’ora le truppe furono pronte. La divisione Garibaldi, a cui era assegnato la difesa di quel fronte, accasermato in quelle vicinanze, giunse sopra luogo alle 5 del mattino.

I romani aveano minalo ponte Milvio; ma disgraziataente la mina avea troncato un solo arco vicino alla sponda destra, ed era rimasta in piedi una torretta che dominava il ponte. All'ora medesima che ebbe luogo l’attacco della tenuta Panfili, la brigata Sauvan, calando da monte-Mario, sorprese la guardia del ponte, e s’impadronì della torretta cercando di ripristinare il passaggio; mentre un distaccamento passò a nuoto il fiume, ed occupò, sull’altra sponda, le vigne a sinistra della via Flaminia. La riserva dei romani mosse contro Sauvan, e la divisione comandata da Bartolucci parte marciò verso porta S. Pancrazio onde rafforzare la divisione Garibaldi, e parte si unì alla riserva fuori porta del Popolo. Il distaccamento francese che avea passato il fiume fu immediatamente fugato; ma riuscì impossibile sloggiare il nemico dalla Torretta, dappoiché la strada facendo gomito, l’artiglieria romana doveva operare contro’ di essa a mezzo tiro di fucile, mentre i cacciatori nemici si trovavano al coperto dai colpi.

La divisione Garibaldi appena giunta a porta S. Pancrazio si slanciò sul nemico; la legione Italiana ed i bersaglieri Lombardi diedero prova di sommo valore; particolarmente questi ultimi accoppiavano al coraggio, disciplina ed ordine. Ma Garibaldi, prodissimo di persona, non seppe rendersi conto delle operazioni nemiche, e dirigere l'attacco. I militi alla spicciolata, confusi, a 20 a 10 caricavano alla baionetta il nemico. Fortunatamente, tanto valore fu secondato dall’artiglieria, che in quel giorno lanciò da 1500 proietti. Più volle gli edilizi Corsini e Valentini furono presi e ripresi da una parte e dall'altra. Verso sera i bersaglieri Lombardi attaccarono, per l’ultima volta, e presero queste posizioni, ma in si poco numero che riesciva loro impossibile sostenersi. I soldati erano tutti dispersi, e non vi era neanche una compagnia disponibile per soccorrerli; essi vennero respinti dal nemico, che rimase, perciò, padrone del campo. La giornata fu gloriosa d’ambi le parti, come quella che per 16 ore si combatté con sommo valore.

Il giorno 4 le truppe romane erano affrante dalla fatica, né potevano nulla intraprendere. Il nemico intanto si preparava all'apertura della trincea. Esso, per le favorevoli condizioni del terreno occupalo, potè far di meno della prima parallela, e cominciò i suoi approcci col traccialo di una trincea a 300 metri dal fronte investito. La sera del 4 si serrò in massa dietro il deposito di trincea; d’onde partirono 1200 uomini di travaglio, ed un reggimento come guardia di trincea. Una compagnia di cacciatori fu imboscata sulle alture destra dei lavori, per proteggerli dagli attacchi che i romani avrebbero potuto eseguire da Porta-Portese. Alle 10 ore il lavoro cominciò.

I romani cercarono utilizzare nel miglior modo possibile la poca artiglieria che possedevano. Sul fronte di attacco non vi erano efficaci fiancheggiamenti, ad eccezione del bastione del Vaticano il quale tirava, ma ad una lunghissima portata, sull'altipiano Panfili.

Il bastione n.° 6, tirava in capitale con la quale convergevano i fuochi della faccia sinistra del bastione n.° 7, e la destra del bastione n.° 5, battendo il centro della linea nemica. I bastioni 8, 9, 10 tiravano sa Villa-Corsini, ovvero all’estrema sinistra dei lavori dell’assediante. Una batteria costruita alle falde dell’Avventino, ed un’altra a' S. Saba, dalla sponda sinistra del Tevere, battevano la sua destra. E finalmente una batteria, dalla cima. di Monte Testaccio, che si eleva come obelisco in uri terreno piano compreso in un gomito del Tevere, prendeva quasi di sbieco i lavori miei. In tutto l’assediato faceva fuoco con circa 50 pezzi, dei quali solo due terzi erano di grosso calibro.

L’assediante la mattina del 6 giugno smascherò due controbatterie, dirette al bastione n.° 6, a Testaccio, e S. Saba; ma esse furono ben presto ridotte al silenzio dall’assediato.

Il 9 i Romani fecero una sortita da porta S. Pancrazio, la quale non ebbe veruno risultamento.

Il Governo Romano, avendo dal principio ristretta in Roma la difesa della Republica, allo scorgere che il nemico cominciava un assedio era già una vittoria per esso, dappoiché in luogo di giocare le sue sorti in una giornata campale, otteneva dall’imperizia di Oudinot, il massimo vantaggio, cioè: il tempo necessario per le eiezioni della legislativa in Francia, che si sperava potessero cambiare la politica di quel Governo. Ma questa speranza svanita, tutto si riduceva a questione di tempo, ed il Triumvirato decise cangiare l'assedio in una battaglia, attaccando con tutte le forze la tenuta Panfili, prendere così, di rovescio i lavori dell’assediante ed accollarlo al Tevere. La Republica non rischiava che pochi giorni di esistenza, in un’impresa la quale avrebbe potuto cangiare l’aspetto delle cose.

I monti delle Cave della Creta sono delle ondulazioni di terreno che formano l’aia di un triangolò mistilineo, la cui base è la parte della cinta compresa fra le due porte: S. Pancrazio e Cavalleggieri; ed i due lati sono: la strada dei Tiradiavoli, che parte da porta S. Pancrazio, costeggia la tenuta Panfili, e svolgendo verso destra conduce al Casale di Pio V.; ed un’altra strada che da porta Cavalleggieri segue le mura del Vaticano, passa per la Madonna del Riposo, e curvandosi a sinistra si unisce con la prima.

L’esercito, diviso in 5 brigate, doveva operare alla alba del giorno 11. La prima brigata sortire da porta Cavalleggieri e mirare il Casale Pio V.; girare a sinistra ed attaccare al ridosso la tenuta Panfili. Altre tre brigate dovevano seguir la prima a giusta distanza, ma giunte in linea con l'estremità della tenuta Panfili spiegarsi per masse in battaglia, fronte alla detta tenuta, e piombare su tale posizione con un movimento a scaloni per la dritta. Il terreno da traversare era da circa 1200 metri e non difeso da alcun pezzo nemico. Le truppe Romane si sarebbero trovale su di una linea quasi perpendicolare dietro la destra dei lavori francesi. In ultimo la 5.° brigata doveva nel tempo stesso prender posto alla sinistra delle prime, marciare lungo la cinta da porta Cavalleggieri a porta S. Pancrazio,. occupando tutte le case isolate che vi erano, e proteggere l’artiglieria, che doveva prendere posizione alla sinistra della linea di battaglia. La cavalleria era destinata a tagliare le comunicazioni con la brigata Sauvan che si trovava a Monte Mario. Ma il generale Garibaldi volle lui medesimo assumere il comando dell’impresa; il generale in capo cedé, per debolezza, e tutto il piano divenne inutile affatto. Garibaldi non comprendeva la necessità di quel genere dì manovre ordinate. Egli riunì soli 8 mila uomini, e la notte del 10 giugno si avviò fuori della porta Cavalleggieri senza scopo prefisso, e quasi in disordine. La testa di colonna giunta a circa 20 metri dalla porta fu presa da timor panico; i soldati si precipitarono gli uni sugli altri, vari si ferirono, e Garibaldi fu obbligato a rientrare in città.

Il nemico non supponeva neanche possibile un attacco da quella parie; ed eragli giunta avviso, che i romani avrebbero tentato un’impresa alla Basilica di S. Paolo, per quindi distruggere il Ponte sul Tevere, ed i suoi sospetti si confermarono molto di più, dal vedere. scendere un brulotto pel fiume, a bella posta dai romani gettalo, onde richiamare da quella parte l’attenzione del. nemico, che non si accorse neanche del tentativo di sortita fatto da Garibaldi. Il brulotto fu segnalato a 150 metri dal ponte, attaccato da un cannone, livellalo in modo da spazzare il fiume, deviò dal suo corso; la guardia del ponte Tonneggiò alla sponda, ove bruciò sino al mattino; la scorta si mise in salvo, ma i battelli, in cui essa si trovava, furono colati a fondo.

Il giorno seguente (12) Garibaldi inviò due compagnie del reggimento Unione ed attaccare di fronte i lavori nemici; questi valorosi soldati si avanzarono senza trarre colpo sino ai piedi della trincea, ma accolli a bruciapelo da un vivissimo fuoco, furono costretti a ritirarsi.

Il giorno medesimo, verso il tramonto, Oudinot mandò un’intimazione di resa; essa venne rifiutata, e la mattina del 15 l'assedi ante smascherò sei batterie. La lotta durò tutto il 14 ed il 15, e gli sforzi dei francesi si concentrarono contro i bastioni 67, il cui fuoco fu completamente spento.

Mentre sul fronte d’attacco ferveva la lotta fra le artiglierie, la brigata Sauvan che occupava Monte Mario e Ponte Milvio, spingeva delle partite sulla sinistra del Tevere, molestava continuamente gli avamposti romani fuori porta del Popolo, e minacciava una sorpresa da questo lato.

A destra di porta del Popolo, le mura della coronano una collina detta il Pincio, la quale domata Roma ed è dominata dalle ville Borghesi e Ponialowsky, quindi il terreno in varie collinette, dette Monti Pinoli, si protende sino al fiume. Gli avamposti. romani appoggiando la sinistra alla strada di porta del Popola si spinsero su queste ondulazioni, ne cacciarono il nemico, ed occuparono la corda di un risentito rientrante formato dal Tevere, al cui vertice è sito Ponte Milvio. Ma le truppe Romane, necessarie tutte al fronte d’attacco, non erano abbastanza numerose da guardare una linea così estesa. I Francesi molestati da questa nuova posizione, le attaccarono. Dopo un vivo combattere ne girarono la destra, e minacciando di prendere di rovescio tutta la linea, costrinsero i romani a cambiar fronte indietro sulla sinistra. Ma la nuova posizione era poco solida, quindi continuò il movimento retrogrado dell’ala destra di questi avamposti; e la notte occupando Villa Borghese e Poniatowsky, si stabilirono su di una linea quasi perpendicolare alla direzione della strada di porta del Popolo, padroneggiando quel terreno fuori le mura d’onde avrebbe potuto dominarsi il Pincio.

Sino al giorno 19 l’assediante alacremente continuò ì suoi lavori di approccio.

L’assediato, d’altra parte, lavorava alla costruzione dei suoi trinceramenti interni. Nei bastioni 6-7 il terreno andava sensibilmente elevandosi sino alla gola di essii, ove si costruirono tre solide batterie che spazzavano completamente la testa della breccia. Queste batterie furono unite da un trinceramento continuo, ma senza fossata, il quale seguiva il tracciato delle antiche mura Aureliane.

Il 19 le batterie di breccia erano quasi al termine. L'assediato le attaccò vivamente con le sue batterie di Testaccio, S. Saba, ed Aventino; ed obbligò l'assediante a riarmare le controbatterie, da esso costruite al principio dell’assedio, che poi avea disarmate.

Il 20 le batterie di breccia aprirono il fuoco contro la faccia dritta del bastione n.° 6, la sinistra del n.° 7 e contro la cortina che li univa.

L’assediato intraprese, la costruzione di una mina sotto la breccia del bastione n.° 7, ed ultimò il suo trinceramento interno.

La notte del 21 le breccie erano praticabili; l’assediante verso sera tirò a bomba sulla città e sui bastioni e preparò le sue colonne di attacco, composte da 12 compagnie scelte, di cui sei formarono le tre colonne di attacco per le tre breccie, ed altre sei rimasero in riserva. La guardia della trincea ed il resto della 2. divisione si disposero come sostegno dell’assalto.

L’assediato guardava le sue breccie con poche sentinelle, e senza truppa di riserva; queste sentinelle furono facilmente fugate dal nemico che montò la breccia e cominciò i suoi lavori per stabilirsi sulla cima di essa; e l’assediato non ebbe neanche il tempo di dar fuoco alla mina.

Il generale Garibaldi comandante il fronte d’attacco, riunì le truppe e marciò alla gola dei bastioni; ma ignorando il progresso delle operazioni dell’assedio, in luogo di fulminare con le artiglierie la testa delle breccia e quindi attaccare il nemico per rovesciarlo nelle sue trincee, rimase inoperoso tutta la notte senza neanche aprire il fuoco; e credendo che a giorno il nemico avanzasse lo lasciò tranquillamente lavorare.

La dimane, 22, il generale in capo Rosei li, decise di attaccare. l'assediante sulla breccia con forti e profonde colonne; la campana chiamò il popolo alle armi, ma Garibaldi contromandò l’ordine e fece attaccare i lavori nemici da una mezza compagnia, la quale occupò valorosamente una casa vicino la breccia; ed assalita da forze superiori venne respinta e quasi distrutta a colpi di baionetta.

Durante l'assedio i Romani fecero un abuso delle piccole sortite eseguite da poca gente e senza scopo prolisso, cosa assai riprovevole e perniciosa. Cade qui in acconcio di citare testualmente il giudizio di Folard su tali imprese. «Une sortie qui n’aie pas le résultat d’un grand dessein, ne sert qu’a faire perdre inutilement du monde………………. l’on se retire avec la mème hâte et la mème confusion qu’on est sortis, et l’on s'applaudit ridiculement d’une bagatelle qui ne retarde les traveaux que de quelques moments, sans considérer que bces sortes de sorties, avancent la prise de la place bien loin de la retarder, par ce que l’on fait périr des braves gens, et les élites d’une garnison.»

La breccia fu salita alle 11 della sera, il fuoco cominciò alle due del mattino, e durò con impareggiabile veemenza sino alle 10 ant. La testa della breccia venne fulminata e solcata in tutti i sensi da ogni specie di proietti, e l’assediante fu obbligato a tale attacco di abbandonare la posizione ai soli lavoranti; epperò se le artiglierie, si fossero accese al momento dell’assalto, i francesi, sarebbero stati respinti, ed obbligati ad intraprendere l’attacco alla zappa, e quindi non andava perduto il lavoro di mina al bastione n. 7. Ma l’imperizia dell’assediato gli accordò tre ore di completa tranquillità, ed alle 9 del mattino i lavori dell’assediante, sulla breccia, erano tali da covrire le colonne che dovevano difenderli.

Il trinceramento interno dei Romani era un profilo meschinissimo, senza fiancheggiamenti, e senza fossata; ed il fuoco delle sue batterie, per quanto efficace contro i lavori sulla breccia, per tanto era inutile alla difesa del trinceramento stesso. I francesi sin dal giorno dopo, avrebbero potuto impadronirsene di viva forza, senza curarsi di spegnere il fuoco delle batterie, le quali sarebbero cadute in loro potere.

Il 23 l’assediante principiò una batteria sulla cortina 6-7; ma i suoi lavori furono continuamente bersagliati.

Il 24 fu obbligato di abbandonare la costruzione della batteria sulla cortina, ed intraprese a costruirne due nei bastioni 6 e 7.

L’assediato, dall’estrema destra del suo trinceramento interno, partì con una linea di contro-approccio diretta verso l’angolo di spalla sinistra del bastione n.° 8, ove il nemico si dispose ad aprire una quarta breccia.

La notte del 23 al 24 l'assediante tirò a bomba su Roma con molla più frequenza dell'usato.

Le batterie dell’assediamo sui bastioni cominciarono il fuoco il 27. Protetto da queste due batterie, compì quella. della cortina 6-7, la quale cominciò a trarre la dimane del 28. Tale batteria attaccò gagliardamente quella dell’assedialo, detta del Pino, che trovatasi alla sinistra del trinceramento interno ed avanti la chiesa di S. Pietro e Montorio. Questo medesimo giorno fu segnata la breccia sul fianco sinistro idei bastione n.° 8. La batteria del Pino dall’assediato fu obbligata a scemare il fuoco, potendo appena riparare la notte i danni del giorno.

Il 29 il fuoco dell'assedialo era quasi spento. La breccia al bastione n.° 8 praticabile, e l'assediale si dispose ad un secondo assalto.

La notte del 29 al 30 una colonna dell’assediante partì dal bastione n.° 7 per assalire il trinceramento interno; mentre una seconda colonna montò la breccia del bastione n.° 8. La prima fu accolta da viva fucilala, ma non trovando fossata, superò il paralicito di terra, chiodò la batteria messa all'estrema destra del trinceramento, e prese alle spalle i difensori della linea di contro-approccio, che si prolungava nel bastione n.° 8, i quali assaliti di fronte dall’altra colonna che montava la breccia, vennero quasi tutti uccisi a colpi di baionetta.

Il 30 l’assediato difendeva palmo a palmo il terreno, ed occupava una linea, dal bastione n.° 9, quindi villa Spada, S. Pietro e Molitorio, e prolungavasi alla sua sinistra. Il nemico era padrone del Gianicolo, esso poteva covrire di bombe la città; Trastevere giaceva sotto il suo immediato dominio e non era perciò possibile difenderlo.

Alle 10 antim. del giorno 30, il Triumviro Mazzini riunì al palazzo Corsini, in Trastevere, tutti i generali ed i capi dei corpi, e fece loro le seguenti proposte: Capitolare, difendersi sulle barricate, sortire dalla città.

I francesi erano distanti dieci minuti dal sito del consesso, servsa esserne separati da nessuno ostacolo ma labiale; anzi in una posizione immensamente vantaggiosa, rispetto alle truppe romane che li fronteggiavano; e pure non fuvvi un solo che si pronunciasse per la resa.

Difendere palmo a palmo, e casa per casa la città, è un genere di guerra che non può ordinarsi dal governo o dal militare; il popolo bisogna che lo facci spontaneamente. Ritirarsi sulla sinistra del Tevere, e far saltare i ponti, era pressoché la medesima cosa, e la sognava abbandonare ai nemico la generosa e robusta popolazione di Trastevere; la quale ricusò passare dall'altra parte del fiume. Senza che, questa ostinala difesa, questa guerra di pugnale, non era che un’illusione. Il nemico, senza avanzarsi di un passo, avrebbe intrapreso dal Gianicolo un bombardamento sempre crescente, e per quanto l’esaltazione popolare fosse stata alla a sostenere ed a respingere l'assalto, essa sarebbe venuta meno sotto la pressione di un tale attacco, che, quasi sempre, miete le vittime le più inoffensive.

Sortire di Roma, Assemblea, Governo, Armala e tutti i cittadini che volessero volontariamente seguirla piombare in Romagna alle spalle degli austriaci, insorgere contro di esso tutto quel paese, e ristabilirvi il legittimo governo Republicano, era questo un giusto ed ardilo partito proposto dal Triumviro Mazzini. Altre due idee del medesimo genere furono esposte: l'una, di sortire come sopra, ma invadere il regno di Napoli, sollevandone le popolazioni; I' altra marciare ad Albano, o Velletri, ivi chiudersi, e sostenere un secondo ‘assedio.

L’armata era esausta; le marcie rendono robusto il soldato, la varietà dei luoghi lo rallegra, il paese straniero l’obbliga a tenersi sempre più unito e compatto. Un’armata ben condotta, acquista in campagna l’appiombo, l’adesione e la forza che la rende invincibile; in vece il servizio penoso e lungo di un assedio, può dirsi quasi che dissolve l'esercito e lo fatica orribilmente; oltre che, estrema era la penuria di ogni genere di approvvisionamenti.

Intanto, mentre il Triumviro Mazzini si occupava dei modo come continuare la guerra, cercando indurre l’Assemblea a sortire da Roma, questa, sotto l’impressione di si alte circostanze, chiamò il generale Garibaldi, e domandogli lo stato delle cose; il generale rispose, doversi assolutamente abbandonare Trastevere, e che se prima avessero pensato a creare un dittatore, la patria sarebbe stata salva. Chi era l'aspirante a questa alta carica? Chi fu il cittadino che espose delle grandi idee, delle estese vedute guerriere, politiche, amministrative, in nome delle quali avrebbe potuto reclamare che si abbandonassero ad esso le sorti di un popolo intero?

L’Assemblea, udito Garibaldi, emanò il seguente decreto:

IN NOME DI DIO E DEL POPOLO

«L'Assemblea costituente Romana cessa da una di fesa resa impossibile, e resta al suo posto;

«Il Triumvirato è incaricato dell'esecuzione del presente decreto,»

Firmato — IL PRESIDENTE.

Il Triumvirato rassegnò i poteri dopo aver trasmesso il decreto al comando Generale, e questi, obbligato a darvi esecuzione, lo comunicò al nemico con la seguente lettera:

«Cittadino Generale

«Mi pregio comunicarvi il qui accluso decreto del«l’Assemblea costituente Romana, in conseguenza del». quale io farò immediatamente, per parte mia, cessare le ostilità, come spero farete voi ancora. Generale.

«Vi annunzio intanto che questa sera una deputazione del Municipio, avrà l'onore di recarsi al vostro quartiere generale.

«Pregandovi di un riscontro, vi auguro salute

Firmato: ROSSELLI»

Il francese rispose:

«Generale

«Voi mi fate l’onore di prevenirmi che una deputazione del Municipio di Roma deve presentarsi questa sera da me; io la riceverò con tutti i riguardi che le son dovuti.

«Appena avrò conosciuto di una maniera precisa il suo scopo, giudicherò se vi è luogo a sospendere le ostilità. Ho prescritto agli avamposti messi sulla strada di porta Portese (strada Portuense) di ricevere la deputazione che mi annunziate.

«Ricevete, signor Generale in capo,!’ assictirazione ridia mia alla considerazione.

Il Generale in capo dell’armata francese del Mediterraneo.»

Firmato — OUDINOTDI REGGIO»

Benché in questa lettera Oudinot non promettesse di cessare le ostilità, pure esse cessarono difatti.

L’armata francese (salvo il ridicolo che si spandeva sulle sue operazioni, vedendola eseguire un lungo e penoso assedio per entrare in una città aperta per 5/8), ha mostrato un valore, una disciplina, un ordine, ed un’istruzione nei dettagli, che a buon dritto ne formano la migliore armata del mondo. Ma fatta strumento di vilissimo Governo, essa dalle sue gesta ha raccolto infamia, in vece di allori.

Roma non era difesa da alcun ostacolo naturale; il terreno esterno favorevolissimo all’assediante, l’antica cinta bastionata, solo baluardo dei difensori, non avea né fossata, né opere esterne, e le sue linee si fiancheggiavano con quasi veruna efficacia. L’artiglieria di posizione consisteva in 51 pezzi, di cui moltissimi in ferro; ed il materiale tutto reso inservibile dal tempo, o improvvisato per urgenza. Negli ultimi periodi dell’assedio le munizioni erano ridotte ad un centinaio di granate, pochissime cariche del calibro da 48, nessuna per quello da 56, e poca quantità di cattiva polvere venuta da Toscana. Con tali mezzi la guarnigione sostenne 27 giorni di trincea aperta, e due assalti. La gloria dell’assedio è devoluto alla costanza del popolo e della truppa ed in particolar modo, all’artiglieria, che perdè un terzo del personale, ed ebbe sette officiali uccisi e tre feriti, non compreso in questo calcolo la batteria Svizzera la quale non venne adoperata, quasi mai, sul fronte d’attacco.

Cessate le ostilità, i capi militari aveano un altro dovere a compiere; quello di provvedere alla salvezza dell’esercito. L’Assemblea elesse un nuovo Triumvirato coi) pieni poteri, e questi, in luogo di concentrare l’azione, accordò a Garibaldi i medesimi poteri di Roselli, e confidò ai due generali la soluzione di questo difficile problema.

Per dar ragione dei fatti che seguono, è indispensabile scendere a qualche particolare riguardo ai due generali nelle cui mani il governo confidava l’onore dell’esercito. La scaramuccia di Luino, la disfalla di Murazzone, erano state cambiate dalla stampa periodica in due splendide vittorie, non solo superiori alle fazioni combattute dai volontari nel Tirolo, in cui eravi molto più concetto militare, ma anche ai gloriosi combattimenti di Pastrengo, di Goito, di Custoza, di Volta etc...... La bassa adulazione della stampa emergeva da ignoranza, e non già da mala fede, dappoiché credevasi dai giornalisti fare il bene d’Italia creando delle popolarità, e cercavano così sostituire dei nomi, ai principii che non sapevano propugnare.

Quindi Garibaldi, prima che si proclamasse la Repubblica, giungeva in Roma preceduto da alla fama, e diventava ben presto l’idolo di poca, ma caldissima gioventù, che cercando un oggetto verso cui dirigere la piena delle passioni, attribuì a Garibaldi tutte le qualità di un gran capitano e di un uomo di stato, che la fervida immaginazione potesse concepire; ed in buona fede questi pochi giovani, Italiani di cuore ma poveri di mente, credevano che l'Italia sarebbe stata salva proclamandolo dittatore.

Una dimostrazione venne stabilita, sperando trascinare il popolo intero; ma fortunatamente onesti cittadini parlarono il vero a Garibaldi, facendogli riflettere: che I Assemblea costituente avrebbe con più solennità pronunziato sui destini di Roma, e che quei pochissimi non rappresentavano il popolo: «Generale, dicevagli l’amico, andate pure al Campidoglio, ma contate prima il numero di quelli che vogliono condurvi, altrimenti ne potrebbe scapitare la vostra popolarità.»

Difatti la dimostrazione non trovò eco veruno, ed il popolo si rimase silenzioso.

Pochi giorni dopo l’Assemblea, surta dal suffragio universale, proclamava la Republica. Il potere esecutivo e l’Assemblea stessa andavano in traccia di uomini militari di cui scarseggiavano. Garibaldi, rappresentante del popolo, militare, e già proclamato gran capitano dalla stampa, avrebbe dovuto dare pieno sviluppo alle sue idee, ed indicare la strada a tenersi pel trionfo della rivoluzione. Niuna opposizione avrebbe trovato nel Governo e nell'Assemblea, e se ciò fosse avvenuto, l'uno e l'altra sarebbero stati impotenti a lottare contro la pubblica opinione, propugnatrice sempre di quelle lucide idee che hanno l'impronta del genio. La popolarità di cui godeva Garibaldi bastava per dar forme gigantesche a qualunque suo concetto; egli si trovava, come per incanto, acquistata tale fama che ogni altro avrebbe dovuto assai stentare per crearsela. Un uomo di genio in simili circostanze avrebbe ottenuto difatto la dittatura, non già dalla forza brutale di una cieca popolarità, ma dalla. supremazia dell’ingegno che piega sempre tutte le volontà ove non vi sono perversi. Ciò non avvenne.

La rivoluzione alla quale noi andiamo incontro, essendo in vantaggio delle masse, la dittatura non è ammissibile; ogni cittadino deve correre alle armi perché interessato materialmente alla causa che difende.Una forza tirannica che spingesse loro malgrado gli uomini al combattimento, sarà o inutile, se il popolo vuole o impotente se il popolo è senza concetto. Ma potrebbe accadere che si accordassero, dal popolo stesso, pieni poteri ad un uomo onde attuare un’idea; ma un’idea esposta ed accettata dall’universale. Guai per quel popolo il quale confida nelli uomini: ad esso si addicono meglio i ceppi dello schiavo, che il frigio berretto ed il livello. E se l’Italia dovesse organarsi in Republica, modellandosi su i governi dittatoriali di Rosas ed Oribe, sarebbe molto meglio contentarsi del presente.

Durante l’assedio surse di nuovo nella mente del generale Garibaldi l’idea di assumere la dittatura, fomentata da pochi servili che gli strisciavano intorno. Gravi erano è vero le circostanze della patria, ma tutto si riduceva al progresso di un assedio. Si arrestavano forse gli approcci del nemico con la sua dittatura? E se dei grandi pensieri volgeva per la mente perché non palesarli? Questi fatti narrati, conseguenza dell’inconsiderata adulazione dei giornalisti, bastano a mostrare quanto il generale Garibaldi mal soffrisse la supremazia di Roselli.

Roselli era dotato di una passiva virtù; al nome della patria tutto sacrificava, ma questo nome non era. capace cambiare la sua naturale docilità in una rigidezza indispensabile nella sua difficilissima posizione. Quindi accordando ai due generali eguali poteri, non era altro che fare di Rosei li un subalterno.

Il dolce carattere di Garibaldi, accompagnato da bravura, lo facevano idolatrare da coloro che lo avvicinavano, ma a misura che la distanza impediva l’influenza delle sue qualità personali, e bisognava operare sulle masse con la giustizia e con l'ordine, non si sentiva altro che il pesante contatto di alcuni dei suoi satelliti.Oltreché la legione italiana, da esso ordinata, era composta di giovani valorosissimi, ma i capi, privi di conoscenze militari, affettavano un disprezzo per tutto ciò che era regolare e tradizionale, mentre nell’ordinamento di quel corpo non eravi nulla di nuovo, o di puro Republicano; dappoiché tutto emanava dal generale, pel quale professavano un culto, quindi un puro dispotismo. Intanto quella prode gioventù era tanto acciecata, da credersi molto più libera dipendendo da un individuo, che da un governo costituito ed emanazione del popolo.

Il cumulo di tutte queste circostanze fece sì, che l’armata poco disposta a sortire dalla città, lo divenne ancora meno nel sentire il comando concentrato nelle mani di Garibaldi, il quale persuaso egli medesimo di questa verità, cercò ottenere individualmente quello che non poteva ottenere dalle masse; introdusse la defezione nei corpi, e molti individui corsero ad arrollarsi nella sua legione; e solo in questo giorno si deplorò qualche disordine, e qualche atto d’indisciplina di cui sino a quel momento non erasi macchiata l’armata romana. Raccozzati in tal modo 5000 fanti e 400 cavalli, la sera del 2 luglio sortì da porta S. Giovanni.

Rimanevano in Roma 11,000 uomini, affranti da un lungo e penoso assedio, quasi disordinali per questo ultimo avvenimento, scarse le munizioni, ed i magazzini vuoti. I generali ed i capi dei corpi si riunirono in Trastevere, la notte del 2, onde prendere una determinazione. I soldati, volontierosi, si riordinarono sotto le proprie bandiere, marciarono alla piazza del Vaticano e si mostrarono pronti ad accettare la risoluzione presa dai loro capi, di chiudersi nella città Leonina, e sostenervi un secondo assedio. Ma una certa debolezza dalla parte di Roselli nel cedere alle altrui insinuazioni, e la guerra di menzogne che iniziava Oudinot, fecero abortire tale progetto. Il generale francese avea fatto spargere la nuova che esso, nell’entrare in Roma, non avrebbe apportato alcnn cambiamento politico sino a nuove disposizioni; e propose ufficialmente al generale Roselli di prendere degli accantonamenti esterni, onde evitare la presenza delle due armate nella medesima città. L'armata accettò, decisa di non deporre le armi, finché fosse esistito il Governo e l’Assemblea.

Ma Oudinot entrò in città, abbatté il Governo, sciolse l’Assemblea, e pretendeva dal Generale che la notte del 5 fossero disarmati e messi fuori di porta i stranieri (cosi chiamava, il francese, gl'italiani che non erano degli stati romani), e quindi la mattina del 4 l’armata fosse sortita da Roma, senza artiglieria, e frazionala in diversi siti. Un tale ordine racchiudeva somma perfidia, dappoiché Tarmata priva di mezzi, e divisa, sarebbesi sciolta in bande; e l'impudente governo di Bonaparte, avrebbe aggiunto alle sue menzogne quella di additare i difensori di Roma come dei masnadieri. Epperò senza dare ascolto alle pretensioni ilei francese, benché esso minacciasse la guerra nella sua lettera, i capi dei corpi, e lo stato maggiore vennero tutti chiamali dal Generale, si espose loro il vero stato delle cose, si lesse H proclama col quale era abbattuta il governo, e di comune accordo si rispose al francese come segue:

«Generale

«Ho riunito i capi dei corpi, ed ho loro letto il proclama che mi avete inviato quest'oggi. Essi nel sentire abbattuto dalla forza brutale il legittimo gon verno a cui servirono, hanno deciso dimettersi e con ir essi gli officiali lutti. I soldati animati dallo stesso sentimento tutti lasciano il servizio. Quindi domani «prima del mezzogiorno l’armata sarà sciolta.

«Icapi dei corpi si sono compromessi di assicurarne il disarmo, consegnando le armi al Municipio; ed essi faranno il possibile acciò l’ordine della città si serbi intero come lo era prima dell'entrata degli stranieri.

«lo intanto rimetto, con tutto lo stato maggiore, la dimissione al ministero di guerra, e cessò da qualunque responsabilità ed attribuzione.»

Firmato — ROSSELLI

Tale lettera fu seguita da una protesta, segnata da quasi tutti gli officiali dell’armata.

«Noi sottoscritti protestiamo solennemente contro la violenza che ha abbattuto il governo della Republica Romana surto dal libero voto del popolo, durato nel perfetto ordine civile, e fatto sacro dal sangue versato per difenderlo. La nostra spada consacrata alla Republica la deponiamo, dichiarando non volere servire un governo imposto al sublime popolo romano dalle armi francesi.

Seguono le firme tutte.

Ma il dimettersi non bastava; ogni uno sentiva quanto fosse sacro dovere il tutelare l’interesse dei soldato per quanto era possibile, e proteggerlo in quei tristi momenti. La mattina del 4 ogni capo di corpo fece consegnare le armi al Municipio, e distribuì a ciascun milite i mezzi onde ritornare in seno della propria famiglia, oppure ire in esilio; e così l'armata Romana cessò di esistere, senza che il più piccolo atto di disaccordo, fra capi e subordinali, avesse macchiato la sua gloria militare. Quali esempi aveano ricevuto questi giovani soldati; quale carriera aveano percorso per attingere la pazienza, il coraggio, la disciplina, mostrata durante l'assedio? Essi aveano assistito o preso parte alla defezione successa nel Veneto; ecco gli esempi; e per carriera non coniavano che il tempo passato a guardia della frontiera napolitana. Quale dunque era la magica forza che suppliva alla monastica educazione degli eserciti permanenti? L’esaltazione.

Seguiamo ora le orme dei 5000 fanti e 400 cavalli che uscirono la sera del 2 luglio da porta S. Giovanni comandati dal generale Garibaldi.Esso marciò verso il Tevere superiore e si unì a Terni con un’altra colonna di 900 volontari comandati da Forbes. La notte dell’11 Garibaldi lasciò Terni e per S. Gemini si diresse sopra Todi, ed il 19 giunse a Cetona in Toscana.

Ma i suoi disertori cominciarono ad inondare le campagne e commettere mille disordini, e la colonna da 4400 si ridusse a 3000.Il 21 Garibaldi entrò a Montepulciano, ivi con un proclama cercò promuovere l’insurrezione Toscana, ma inutilmente; Arezzo prima città considerabile che avrebbe dovuto iniziare il movimento, chiuse le porte alla truppa di Garibaldi. Perché esso non si diresse negli Abruzzi?era più facile insorgere questi, che la Toscana e Romagna gremita di austriaci.

Intanto un corpo austriaco comandato da Stadion, partì immediatamente da Siena per attaccarlo; ma Garibaldi al pomeriggio del 24 si ritirò e valicando le alture si trovò a sera sulla strada delle Romagne. All'alba del 27 gl’italiani giunsero a S. Giustina, e si accamparono a cavaliere della strada che, traversando quelle alte montagne, mena alle Legazioni. La mattina del 29 erano in S. Angelo in Vado, ove un distaccamento di cavalleria austriaca sorprese nel paese molti fra militi ed officiali; che vennero malmenati e dispersi a colpi di sciabola. La diserzione continuava, è tutta la colonna si ridusse a 1500 uomini. Il Generale precedendo la colonna si diresse a S. Marino. La truppa mentre, senza esplorarsi, traversava una valle, il nemico apparve sulle alture dominanti; la sorpresa, mise il disordine nelle file. Gl'italiani vacillarono un istante e quindi fuggirono verso S. Marino, ove giunsero al mezzogiorno del 31 luglio, ed il generale Garibaldi, emanò il seguente ordine del giorno:

«Soldati!

«Noi siamo giunti sulla terra di rifugio, e dobbiamo il miglior contegno ai generosi ospiti; cosi avremo meritato la considerazione dovuta alla disgrazia perii seguitata.

«Da questo punto io svincolo da ogni obbligo i miei compagni, lasciandoli liberi di tornare alla vita privata: ma rammento loro che l'Italia non deve rimanere nell’obbrobrio, e che meglio è morire che vivere schiavi dello straniero

«GARIBALDI»

S. Marino non era terra di rifugio; e difatti il nemico ne avea di già violata la frontiera, e stringeva dappertutto questa infelice gioventù, il Governo di S. Marino si offrì per chiedere una capitolazione al nemico, il Generale accettò la proposta. I patti imposti erano che i militi depositassero le armi al governo di S. Marino, avendo poi libero il passo per ritornare alle proprie case; ed al generale Garibaldi veniva concesso un passaporto, e l’imbarco per l’America. Il nemico ingrossava la tutte le parti, ed a quei militi non rimaneva altro scampo che accettare la capitolazione, o morire colle armi in mano; ma troppo affranti, troppo prostrati erano gli spiriti per quest'ultima risoluzione.

Garibaldi intanto seguito da soli 200, fra officiali e militi, deluse la vigilanza nemica, e pose in salvo la sua persona. Giunse a Cesenatico d’onde, sopra tredici barche, si diresse verso Venezia; già la piccola flottiglia, spinta da vento fresco, era per rimontare la Punta di Maestra, allorché i legni austriaci che si trovavano al blocco di Venezia scovrirono sull'orizzonte il convoglio, e si disposero subito ad attaccarlo. Garibaldi era nel suo elemento. ma i marinai non erano tali da secondare la sua perizia in marina, e la sua audacia; essi si dispersero appena il Brick Oreste principiò a lasciare le sue bordate. Di 15 barche, otto furono catturale, ed i militi condotti incatenati al forte di Pola; e cinque, fra le quali quella del Generale, riuscirono, di approdare alla spiaggia di Mesola.

In S. Marino la mattina del 1.° agosto il generale austriaco Gorzgowsky,preso da stolta rabbia, nel sentire sfuggito Garibaldi, non stette più alle primitive condizioni; gli infelici militi furono tutti prigionieri; parte fucilati, altri bastonati, altri costretti ad entrare nell’esercito imperiale, ed altri finalmente dannati a gemere tra ferri nel bagno di Mantova.

In Roma ogni milite potè baciare l’ultima volta la sua bandiera, scambiare col suo capo il saluto di fratellanza, e con gloriose reminiscenze ritornare nel seno della sua propria famiglia ad attendere il momento della riscossa. Ma di quei che sortirono col generale Garibaldi molti caddero sotto il ferro del nemico, e non in campo, moltissimi gemono fra carcere, e quasi 3000 si macchiarono con la diserzione prima di giungere in S. Marino. Eppure cotesti giovani erano il fiore dell’esercito Romano; perché dunque non persistettero? Perché vi sono tali pressioni le quali passano i limiti delle forze umane. All'esaltazione del popolo era successa la stanchezza, quindi tale spedizione non prometteva risultamenti se non tristi.

Roma, il cui prestigio si tramanda attraverso i secoli; Roma ove il potere chiericale avea accumulato un odio incommensurabile; Roma, infine, per la sua posizione geografica, poteva dare l’impulso all’Italia intera. E se l’antica Roma unificò l’Italia con la forza, la novella poteva stringerla in un fascio omogeneo e concorde. E se le armi di quella precedevano la sua civiltà, questa avrebbe dovuto farsi precedere dalle idee rivoluzionarie, e riunire, per convinzione, i popoli intorno la sua bandiera. Ma la cosa andò ben diversamente; le idee mancarono al popolo ed alli uomini che lo ressero. L’Assemblea costituente sostenne il potere spirituale del Papa, epperò la sua inviolabilità; quindi creava un re, che usando dei tenebrosi mezzi concessigli dalla religione avrebbe potuto porre fuori legge il governo stesso. E se l’Assemblea fidava nel progresso, che avea già distrutto l’influenza religiosa; perché conservare un inutile simbolo di decrepite istituzioni?

Il governo avrebbe dovuto, almeno, abbattere le antiche autorità e lasciare che il popolo in ogni provincia eleggesse i nuovi magistrati; distruggere finanche le vestigia del dualismo costituzionale, fondere guardia nazionale ed esercito, onde far passare nelle mani dei combattenti le poche armi che possedeva lo stato. Ma in Roma l’insurrezione non fece altro che sostituire ad un fanatico prete, onorevoli e chiari cittadini, i quali non solo non promossero la rivoluzione, ma l'impedirono a tutto potere, e si costituirono protettori del cattolicismo, promotori delle feste religiose. L’influenza del Triumvirato in Roma partiva dall’amore personale che inspiravano, e meritavano gl'individui; ma l’ordine, l’inflessibilità, e le riforme radicali che esaltano il popolo, mancarono affatto.


vai su


VI - ASSEDIO DI VENEZIA

Il 14 marzo Manin seppe della denunzia dell'armistizio fatta a Radetzky il 12. Egli convocò l’Assemblea dei rappresentanti del popolo e lesse loro il seguente decreto:

«Art. 1.° L'Assemblea dei rappresentanti dello stato» di Venezia è prorogata per 15 giorni.

«Art. 2.° Tutti gli officiali di terra e di mare si porteranno immediatamente ai loro posti, per essere parati a tosto seguire gli ordini che venissero loro» trasmessi.

«Art. 5.° La guardia cittadina mobilizzala, col decreto 13 agosto 1848, si terrà pronta a sussidiare le operazioni delle altre truppe.

MANIN»

Quindi soggiunse non permettergli la gravezza delle circostanze dare all’Assemblea ulteriori spiegazioni,. ma si riserbava darle, ove occorresse, dopo i quindici giorni della proroga.

L’Assemblea si sciolse gridando: Viva la guerra, e tutti lieti e trepidanti attendevano il corso degli avvenimenti, è si apprestavano a compiere i tanto desiderati doveri.

La politica del governo Piemontese verso Venezia non fu dissimile da quella tenuta verso Roma; niun accordo preventivo avea stabilito il modo come, le forze della Republica, avessero dovuto operare di accordo con quelle del Re; e quindi il generale Guglielmo Pepe si apparecchiava ad entrare in campo seguendo le inspirazioni che venivangli dettate dalle circostanze.

Le forze di terra della Republica di Venezia si componevano come segue:

Reggimento cacciatori del Sile

Reggimento Galateo

Legione Euganea

Legione Brenta

Due reggimenti di Guardia Nazionale Mobile

Legione de' Friulani

Legione cacciatori delle Alpi

Battaglione Italia Libera (1)

Battaglione Lombardo

Battaglione di Fanteria di Marina

Battaglione Napolitano

Battaglione Gendarmeria

Circa un altro battaglione di diverse frazioni

Un battaglione d’Artiglieria dà campo

Sei battaglioni d’Artiglieria di piazza

Due squadroni di Cavalleria.

In tutto formavano un effettivo di 16 a 17 mila uomini.. Il Generale divise queste truppe in quattro brigate mobili, destinate ad operare in campagna. La prima occupò Marghera tenendosi pronta a sortire, e le altre tre, di forza complessiva di 7 a 8 mila uomini, con 12 bocche a fuoco, e 120 cavalieri, marciarono a Chioggia ove venne stabilito il quartiere generale. Un battaglione occupò il piccolo villaggio di Conche, ma fu respinto da forze superiori. Due giorni dopo lo stesso battaglione riprese la posizione, cacciandosi per lungo tratto il nemico dinanzi. Ma le belle illusioni si dileguarono ben presto. Dopo le varie e discordanti notizie che circolarono in tutta la Lombardia, soppesi dei disastro di Novara e dell'abdicazione di Carlo Alberto. il generale Pepe ritornò in Venezia facendo rientrare la truppa nelle antiche linee di difesa.

Scorsi pochi giorni un proclama del generale austriaco Haynau, annunziò al governo di Venezia la disfatta dell’armata sarda, e chiese la sottomissione della città. Il Governo convocò l'Assemblea, e questa bandi il seguente decreto:

«L’Assemblea dei rappresentanti dello stato di Venezia.

«In nome di Dio e del popolo unanimamente

DECRETA:

«Venezia resisterà all’austriaco ad ogni costo. A tale ti. scopo il presidente Manin è investito di poteri illimitati.

«Venezia 2 aprile 1849.»

Il popolo tutto rispose con frenetico plauso sì forte concetto dell’Assemblea. Ogni individuo mostrò di anelare la battaglia fregiandosi il petto di un nastro rosso. Mentre la volontà collettiva del popolo venne espressa da pu gran vessillo dello stesso colore, che dall’alto del campanile di S. Marco sventolò su Venezia, come sfidando il nemico a guerra mortale. Una medaglia di bronzo fu coniata, che in una faccia portava incise le parole del decreto; e nell’altra vedevasi Venezia che impugnava con la destra il brando, reggeva nella sinistra la bandiera tricolore; ed in giro alla simbolica figura si leggeva il verso di Dante,

«Ogni viltà convien che qui sia morta»

Il mare adriatico internandosi considerabilmente verso Maestre, forma un seno composto di bassi fondi e di laghi salsi. Una lingua di terra, quasi correggendo il sesto troppo acuto della sponda, separa dal mare questa massa di acque, la quale costituisce la laguna. Questa lingua di terra, ovvero il litorale, è difesa dai frangere dei flutti, da dune di sabbia rafforzale con opere artificiali, notissime sotto il nome di Murazzi. I Veneziani per evitare gl'interrimenti, deviarono dalla laguna i corsi dei più considerabili fiumi che naturalmente vi sboccavano; fra questi l’Adige ed il Sile, costretti da solidi argini ad evitarla, mettono foce nel mare, ed i loro sbocchi segnano l’origine delle due curve a corda comune, ed a diversa freccia, di cui l'una marca il lembo della laguna sulla terra ferma, e l’altra separa quella dal mare. La massima larghezza della laguna di 5 a 6 mila metri, e s’incontra quasi ad un ferzo di sviluppo del litorale, partendo dalle foci del Sile. Ai due terzi di tale ordinala, partendo dalla terra ferma, ti è quel gruppo d’isolette unite da circa 400 ponti, su cui si eleva la bella Venezia, sembrando sorgere dal seno dell'onde nelle quali si specchia. La laguna è solcata in tutti i sensi da strisce di acqua di maggior profondità, detti canali, i quali stabiliscono le comunicazioni della città col mare e con la terra; di modo che, intorno a Venezia, non vedi che la placida ed unita superficie delle onde ove il cammino del gondoliere è traccialo solamente da alcune leste di paletti. I siti ove la laguna comunica col mare formano diversi porti, cioè: quello di Chioggia, Mallamocco, Lido S. Erasmo, e Tre-Porti nei quali si entra per mezzo di angusti canali, validamente fortificati. La naturale difesa la quale circonda Venezia, è reso formidabile dall'arte Tutta la superficie della laguna è dominata da un sistema di forti, le cui artiglierie battono d’infilata i diversi canali, quindi ancorché una flotta forzasse (cosa impossibile) l’entrata d’un porto, non avrebbe mezzo veruno per aprirsi la strada sino a Venezia.

Ma tutte queste cause naturali ed artificiali, le quali rendono Venezia inespugnabile, le tolgono assolutamente la possibilità di qualunque ritorno offensivo. Onde ovviare per quanto fosse possibile a tale inconveniente, nei siti ove le principali comunicazioni di Venezia incontrano la terra ferma, vi sono i forti di Brondolo, Marghera, e Tre-Porti, da considerarsi come delle teste di ponti destinate a concentrare le truppe per una sortita, ed accoglierle in una ritirata. Di questi tre forti, Marghera è al punto più saliente del lembo della laguna, ed oltre i canali, è unito a Venezia da un magnifico ponte di 222 arcate, lungo circa 5600 metri, e largo nove.

Appena il nemico ricevé in risposta al silo proclama, il decreto emanato dall’Assemblea il 2 aprile, si affrettò di aumentare il corpo d’assedio sino alla cifra di 50 mila uomini. Il 10 aprile questo corpo austriaco, comandato dal generale d’artiglieria Haynau, era pronto a principiare le ostilità. L’investimento della piazza, facilissimo contro Venezia, era già compito.

L’operazione a farsi dalli austriaci era quella di accostarsi al lembo della laguna, onde stringere sempre più l’assediato, ed avvicinare, per quanto potevano, le offese alla città. Quindi bisognava cominciare dall’attacco di uno dei tre forti: Brondolo, Marghera 0 Tre-Porti; il primo e l'ultimo sono circondati da terreni melmosi e traversali da numerosi canali, ove l'assediante dovrebbe durare molta fatica pel trasporto delle sue artiglierie, mancherebbe di spazio per l'impianto del suo campo, né potrebbe mai ottenere uno sviluppo di offese maggiore dell'assediato, condizione indispensabile per raggiungere lo scopo delle operazioni; e supponendolo anche giunto ad impadronirsi di uno di questi due forti, si troverebbe sempre ad una distanza troppo significante per potere offendere la città, dalla quale sarebbe separato dalla laguna, ostacolo insormontabile; ed infine attaccando Brondolo 0 Tre-Porti sarebbe obbligato a mascherare con forze poderose Marghera, per difendersi dalle sortite dell'assediato, che potrebbe attaccarlo alle spalle in un terreno, ove il vantaggio del numero è perduto. Invece, innanzi Marghera il terreno si presta meglio allo sviluppo delle offese; l’assediante ha facilissime le comunicazioni con la sua base, e toglie al nemico il punto che meglio favorisce i ritorni offensivi. Quindi con minor tempo, minor fatica, minori forze, si ottiene un risultamento maggiore; dappoiché Marghera è più vicina a Venezia, che non lo sono Brondolo e Tre-Porti. Epperò li austriaci, giustamente,cominciarono le loro operazioni contro Venezia con l’assedio di Marghera.

Marghera ha una cinta esterna la quale è un’opera a corona, in cui le cortine dei tre fronti bastionati sono coverte da lunette distaccale. II corpo della piazza può considerarsi come una coda di rondine, le cui ali sono due fronti bastionati. I bastioni estremi, di queste ali, che appoggiano alla laguna, sono coverti da due controguardie; e con i loro fianchi difendono una lunetta che chiude la gola di tutta l’opera. Finalmente due ridotti; l’uno detto forte O, ora Manin, e l'altro Rizzardi, fiancheggiano Marghera a destra ed a sinistra.

La sola porzione del terreno, intorno Marghera, che si presta ai lavori di zappa, è quello a destra del canale di Mestre; e questa parte di terreno è tagliata dalla strada ferrala, la quale, passando a circa 100 metri dallo spalto di Marghera, potrebbe servire al nemico come parallela, ed ammezzargli i lavori di assedio. Ma il forte nizzardi batteva precisamente il terreno che l’argine della strada ferrata covriva dal cannone di Marghera; ed a rendere sempre più efficace le offese su questa parte, si costruirono altre due batterie fra il forte Rizzardi e l’argine suddetto, ed una terza' chiamala dei cinque archi che infilava la strada di ferro. Finalmente compiva questo sistema di difesa una batteria di 16 pezzi, elevata alla punta dell’isola S. Giuliano, che. batte. va la gola delle opere precedenti, ed nuche il margine della terra ferma verso Campalto.

Tutte le fossa le di queste opere erano difese dall’acquea Esse presentavano un assieme di 146 bocche a fuoco; Il comando era affidato al generale Paolucci, che fu ben presto, a causa di malattia, rimpiazzato dal colon()nello Ulloa. Il presidio di questi forti si componeva che 2400 uomini.

L’assediante partì dai suoi depositi di trincea con tre zigzag. Uno costeggiando la sinistra del canale di Mestre. Un altro fra questo canale e la strada ferrata. Un terzo dall’altra parte di questa strada.

Il 26 aprile l’assediato scovri i primi lavori nemici; cominciò a molestarli col suo fuoco, ed aumentò i mezzi di difesa sul fronte contro del quale si minacciava l’attacco.

L'assediante giunto a 8 o 900 metri dagli spalti tracciò la notte del 29 al 30 la prima parallela, obbligato dalla difficile natura del terreno a tenersi ad una distanza tanto considerevole. Questo prima lavoro, il quale consisteva in una linea discontinua, abbracciava nel suo sviluppo il forte Rizzardi, e due fronti di Marghera.

Il 4 maggio avea compito le sue batterie. Il maresciallo Radetzky giunse al campo, e circa mezz’ora dopo mezzogiorno, sei batterie aprirono il fuoco contro Marghera che avrebbe dovuto durare per 72 ore. Ma l’assediato covri le trincee nemiche di una grandine di terrò e l’obbligò la sera a sospendere le offese.

Il mattino del 5, Radetzky inviò un’intimazione di resa al governo di Venezia; ed Haynau scrisse al comandante di Marghera invitandolo di cedere il forte; e chiedendo almeno un armistizio sino alle 8 del giorno seguente. Questo dispaccio fu inviato aperto, sperando con. tale stratagemma, suscitare dei disordini nella guarnigione. Come mal conosceva il nemico lo spirito di quel presidio! ché non solamente allora era pronto ad estrema difesa, ma un mese dopo abbandonava a male in cuore quel forte, reso impraticabile dai proietti nemici. Il Maresciallo si ebbe in riscontro il decreto del 2 aprile, ed il colonnello Ulloa, ricusando di accordare l’armistizio, chiamava all'ordine il Generale nemico, per aver inviato il plico dissuggellato, minacciandolo trattare per lo avvenire come spia, qualunque parlamentario avesse in tal modo violati li usi della guerra.

L’assediato si occupò alacremente a riparare i danni sofferti, e continuò il suo fuoco contro le teste di zappa dell'assediante, che la notte del 5 al 6 tracciò una seconda parallela alla zappa volante, compita il giorno 8. Il mattino seguente il comandante del forte inviò due colonne, della forza complessiva di 500 Uomini, a riconoscer i lavori nemici; l'una marciò lungo la strada ferrata; l’altra marciò per le due sponde del canale di Mestre. La sortita, eseguita a giorno chiaro, fu scoverta da lungi dal nemico, e ben presto la parallela fu gremita di difensori. La colonna che marciava sulla strada ferrata, fu accolta da un fuoco violentissimo; ma essa senza arrestare la sua marcia si spinse sino a 50 passi dalla trincea; ed essendo impossibile intraprendere un attacco di fronte, si ritirò in buon ordine, protetta dal fuoco del forte.

L’assediante compì la costruzione di 19 batterie nella seconda parallela, non prima del 25 maggio; poiché i suoi lavori vennero ritardati da un allagamento prodotto parte dalle abbondanti pioggie, e parte da una diga costruita a bella posta dall’assediato, la quale fece rigurgitare la acque del canale di Mestre.

Intanto il blocco minacciava Venezia di un terribile nemico: la fame; epperò l'assediato fece due sortite onde procacciarsi dei viveri. Il 20 maggio, uri distaccamento Veneto sorti da Tre-Porti, attaccò il nemico, e gli tolse 100 buoi che condusse in Venezia, li 22 stesso; tre colonne sortirono da Brondolo; la prima rimontò il Bacchiglione, la seconda marciò lungo il canale di Valle, la terza batté il terreno fra la destra dell’Adige ed il mare; esse da per tutto tennero in rispetto il ne mico, ed ebbero il tempo di eseguire delle requisizioni nelle diverse zone di terreno da esse perlustrate, e condussero in Venezia 300 animati bovini, 4 majali, e 12 cavalli.

Alla metà di maggio il generale Haynau, Chiamato in Ungheria, fu rimpiazzato al comando dell'assedio dal generale Thurn.

Il 24 l’assediato, vedendo il nemico pronto alle offese, principiò il suo fuoco alle 3 del mattino, al quale fu ben presto risposto dalle 19 batterie nemiche.

Il 25 continuò il combattimento di artiglieria; in Marghera i parapetti erano ruinati, il suolo solcato dalle bombe, i cannoni in gran parte inutilizzati, ed i mezzi e le braccia per riparare tali danni, scarsissimi. Un consiglio di guerra ne ordinò l’abbandono.

Il 26 si trasse dall’assediato a lunghi intervalli, mentre il comandante del forte dava, con massima segretezza, le disposizioni per la ritirata, che venne eseguita la notte con perfetto ordine. I cannoni ancora servibili furono tutti chiodati; ed a quelli resi quasi inutili dall’uso, si attaccarono delle miccie di varie lunghezze,acciò i loro interrotti tiri, durante la notte, facessero supporre ancora occupato il forte.

Il 27 alle 4 del mattino l’assediante si accorse della ritirata del nemico, e corsero in Marghera molti soldati spinti dalla sola,curiosità. Alle 7 ore gli austriaci l'occuparono militarmente, e nel vedere lo stato in cui purgherà era ridotta, ammirarono il valore dei difensori. Da Marghera l'assediante inviò buona mano di armati ad occupare l’isoletta di S. Giuliano; ma appena essi ne calcarono il suolo, brillò una mina, accompagnata dallo scoppio di una polveriera, che distrusse gran parte del distaccamento austriaco.

L’abbandono di Marghera non influiva gran fatto sulla difesa di Venezia. Gl’Italiani, di numero troppo ristretti, non potendo contare su di un ritorno offensivo, il forte non aveva veruna importanza. e la sua difesa fu imposta solamente dall’onore, delle armi, non dovendo permettere impunemente al nemico di avanzarsi m una zona dominata dal Veneto cannone. A stretto rigore, intrapresa la difesa di Marghera, essa avrebbe dovuto abbandonarsi dopo l’apertura della breccia. Ma bilanciando il vantaggio di contrastare al nemico, per pochi altri giorni, qualche centinaia di metri di terreno, e le perdite a cui sarebbe andato soggetto il presidio, tanto più che i fuochi dell’assediante concentrati verso la gola dell’opera ne attaccavano le comunicazioni in modo significante, può affermarsi, che abbandono di Marghera fu opportuno.

Venezia può cadere solo per mancanza di viveri, e l'attacco delle opere sul lembo della laguna ha per oggetto di stringere il blocco. Abbandonato Marghera, la naturale linea di difesa era alla 'metà del ponte; stabilirne un’altra fra la testala di esso l’isoletta di S. Giuliano, sarebbe stato inutile ed assurdo: inutile, poiché nulla influiva sulla durata della resistenza che il nemico stesse a Marghera, o al lembo della laguna; assurdo, poiché si presentava una brevissima linea; che l'assediante poteva avviluppare con le sue offese; ed opprimere in poche ore questa mal concepita difesa.

Venezia era ristretta nei suoi naturali limiti. Formidabili batterie, forti stecconate, una flottiglia di trabaccoli armati, unite ai forti esistenti, rendevano impossibile l’avanzarsi del nemico sulla laguna. Di tutto questo sistema di difesa, le opere principali, e le più esposte alle offese nemiche, erano quelle che difendevano il gran ponte della strada ferrata, di eui alcune arcate, con male, intesa interruzione, erano state diroccate dalla mina. Alla grande piazza, che si trovava alla metà del ponte, eravi una batteria di 7 pezzi di grosso calibro, quindi delle traverse con due mortari. A 500 metri scalonata indietro a destra di questa batteria del piazzale, detta anche di S. Antonio, eravi sull’isoletta, di S. Secondo altra batteria che portava (1 nome dell’isola, armata di 15 pezzi e 5 mortari.

Giunto l’assediante al margine della laguna, ben poco poteva, sperare di progredire con i suoi lavori. Esso era distante dalla città 5000 metri, ed ogni passo che poteva fare verso Venezia gli veniva vigorosamente contrastato dalle batterie S. Antonio e S. Secondo; epperò con delle traverse e delle solide gabbionate cercò garantirsi, per quanto più poteva, dalle offese nemiche; e sperando distruggere i potenti mezzi di offesa dell’assediato, intraprese la costruzione di una batteria di mortari nei primi archi del ponte; un’altra fra le, due colonne; due batterie di cannoni, l’un a a destra, e l'altra a sinistra detta testata di esso. Sull'isoletta di S. Giuliano, sita al margine della laguna, e vicino al ponte, costruì delle altre batterie di cannoni e diresse tutti questi fuochi sulle due batterie nemiche, di S. Antonio e S. Secondo. Infine per trarre contro i legni che difendevano la laguna, costruì altre due batterie l’una a Campitone e l’altra a Bottenighi.

In quest’epoca medesima, due avvenimenti fecero aprire alla speranza il cuore dei veneziani. Il 24 di maggio Manin, riunita l’Assemblea, diede comunicazione di due lettere ricevute da Francia e d’Inghilterra; in cui questi due governi, con termini più o meno duri negavano qualunque assistenza alla giovane Republica. Ma invece una lettera di Kossuth prometteva pronti soccorsi in danaro due vapori da guerra, ed in seguito una diversione in Italia con le sue armi; ed esortava i veneziani a resistere ancora per due mesi; la lettera era datata 19 maggio. Finalmente Manin annunziava all’Assemblea, l’arrivo a Mestre Ministro austriaco DeBcuck per trattare direttamente co’ veneziani. Riflettendo che il governo imperiale avea al principio dell'assedio al fieramente rifiutato qualunque trattativa diretta, ora la spontanea venuta del De-Bruck mostrava chiaramente essere il controcolpo degli affari di Ungheria, supposizione confermata dalla lettera di Kossuth. L’Assemblea udite le comunicazioni chiamò il seguente decreto:

L’Assemblea dei rappresentanti di Venezia.

IN NOME DI DIO E DEL POPOLO

DECRETA:

«1.° Le milizie di terra e di mare col loro valore, il popolo con i suoi sacrifizi, hanno bene meritato della Patria.

«2. (0)L’Assemblea persistendo nella deliberazione del 2 aprile, fida nel valore delle milizie, e nella perseveranza del popolo.

«3.° Il Presidente del governo, Manin, resta autorizzato di continuare le trattative iniziale in via diplomatica, salvo sempre la ratifica dell’Assemblea.

Ma le promesse, dell'Ungheria non poterono verificarsi. In Ancona l’inviato di Kossuth non avea più comunicazione col suo governo, che per la via di Costantinopoli, e finalmente fu obbligato a fuggire appena li austriaci si presentarono sotto, le mura di quella città.

Il De-Bruck. avea come: scopo prender tempo, se non poteva ottenere la piena sottomissione di Venezia. Dall'altra parte i due cittadini veneti,. inviati a trattare con esso lui, avevano in stessa missione di temporeggiare, senza rompere completamente le trattative.

Il 5 giugno fu di nuovo riferito all’Assemblea lo stato delle cose; essa non prese nessuna decisione riguardo alle trattative con l’Austria, e lasciò seguitassero con la medesima indecisione. Ma portò la sua principale attenzione alle cose interne. Viveri ve n’erano appena per due mesi, anche calcolando le distribuzioni con la massima economia. Le finanze non erano di molto cadute; il blocco impediva l'esportazione della moneta metallica, e per conseguenza di poco peggiorava la condizione della carta. Ma la polvere da cannone scarseggiava mollissimo; le batterie che erano alle prese col nemico ne facevano un consumo giornaliero, pel quale non vi era scorta sufficiente; ed una fabbrica di polveri di cui se era presentato all'Assemblea il progetto nell'ottobre 1848, era ancora in costruzione. Questo serio inconveniente, la diffidenza che tutti avevano nel Ministro della guerra Cavedalis, giustificata dalla sua posteriore condotta, fecero si che venne creata una commissione militare dei cittadini: Girolamo Ulloa generale, Giuseppe Sirtori tenente colonnello e Francesco Baldisserotto tenente di vascello. Questa commissione, presieduta dal generale in capo Guglielmo Pepe, ebbe pieni poteri per le cose di guerra.

Il 30 giugno fu comunicalo all’Assemblea il risultato finale delle trattative intavolate col De-Bruck; ed i patti che questi proponeva erano tali da subirli solo con la forza. L’Assemblea non si degnò neanche di esaminarne particolarmente i diversi articoli, e passò all'ordine del giorno. Roma cadeva, ed il vessillo tricolore, che testé era sventolato dalle Alpi al Lilibeo, rimaneva solitario sulla laguna di Venezia, difeso ancora dà quel pugno di prodi, che ultimi in Italia cedettero alla forza brutale.

Sino al 12 di giugno le offese dall'una parte e dal l’altra procedettero con poca efficacia, perocché assediante ed assediato erano occupati continuamente a lavorare.

Il 15 giugno l’assediante smascherò le sue batterie, e principiò a trarre contro quelle dell’assediato, contro i legni, e cercò anche gettare qualche bomba nella città, che giunse solamente alla contrada di Cannareggia, come la più vicina al nemico.

L'assediato concentrava i suoi fuochi sulla batterio# S. Giuliano perché la più vicina, epperciò, più. micidiale; ma la distanza essendo quasi di 1,200 metri, i danni non erano significanti, la notte si riparavano tutti i guasti sofferti il giorno; e le due batterie di S. Antonio e S. Secondo, su cui erano concentrate tutte le offese nemiche, sostennero sempre con vantaggio il combattimento.

Il giorno 27 la batteria del piazzale soffrì danni significatissimi; ed il suo comandante Cesare Rossaroll vi lasciò gloriosamente la vita. Successe al comando della batteria il capitano Koloz, Boemo, ed anche esso vi perì eroicamente il 3 luglio.

Mentre tale combattimento di artiglieria avea luogo in questo circondario, il nemico faceva un tentativo dalla, parte di Brondolo. Un corpo di 8,000 uomini comandato dal generale Kerpan prese posizione sulla destra della Brenta, consolidò con significanti lavori di fascinaggi il terreno, onde trasportare la sua grossa artiglieria, e costruì alcune batterie.

Il 4 luglio, secondato dai legni l'assediante, attaccò tutta quella linea. L’assediato rispose vigorosamente al suo fuoco, che durò dalle undici del mattino alle nove della sera. Li austriaci forse credevano con poca fatica stringere il blocco da quella parte; ma costretti a significanti lavori, contro un nemico vigile e munito, vedendo diradate le file dalle febbri e dal cholera, abbandonarono l’impresa.

Il 7 luglio si tentò dall'assediante un arditissimo colpo di mano contro la batteria del piazzale. La fossata di essa era formata dagli archi rotti, del ponte; quindi la sua scarpa esterna era lambita dalle acque della laguna. Il capitano Brull con 40 volontari volle assumere l'audace impresa di sorprendere questa formidabile batteria. Era verso un’ora di notte, si riparava ai danni sofferti il giorno, da lavoratori quasi tutti disarmati. Un brulotto scoppiò alle spalle della batteria; e lo scoppio e l’elevarsi di un denso cono di fumo, accompagnato da una pioggia di terra ed acqua lanciata in aria dall’esplosione, scosse gli animi e richiamò verso quella parte la trepidante attenzione dei soldati, ivi fermata maggiormente da una barca con dei lumi che appariva in distanza. Ma nel mentre che tutti sì occupavano a cercare la causa dello scoppio. a sorvegliare quella barca coi lumi, Brull con alcuni battelli, era venuto lungo gli archi del ponte ai piedi della scarpa esterna, ed audacissimo ascese sul parapetto.

All'inaspettata apparizione del nemico, i lavoratori fuggirono. Intanto il cessare del fuoco della batteria e l’insolito movimento, osservalo da S. Secondo, fece sì che il comandante di questo forte inviò subito un officiale onde conoscere I accaduto.; e saputo che la batteria era occupata dalli austriaci, rivolse contro di essa le sue bocche a fuoco, e fulminò il nemico, che venne quasi distrutto dalle terribili offese che piovevano in quel ristretto spazio. S. Secondo cessò dal trarre allorché venne avvertilo che la sbalordita gente riordinata dai capi dietro le traverse, marciava di nuovo sulla batteria, che venne rioccupala, dopo avere ucciso a colpi di baionetta qualche soldato nemico che ancora inoffeso non ebbe il tempo di porsi in salvo.

Il prode condottiero Brull rimase morto, e dei 40 soldati pochissimi tornarono salvi. I cannoni malamente chiodati furono ripristinati immediatamente in uso, e riprincipiarono il loro fuoco. Tale audace impresa, benché condona dal nemico con molto valore ed accorgimento, pure non avrebbe potuto riuscire se le barche, le quali formavano gli avamposti della batteria, non si fossero senza ragione alcuna ritirate. Impresa per altro, la quale non prometteva nulla di positivo, essendo impossibile alti austriaci sostenersi in quella posizione, dominala si efficacemente da S. Secondo.

L’assediante vedeva che tutti i mezzi ordinari riuscivano inefficaci a far progredire i suoi attacchi contro la città, che sicura se ne stava difesa dalle sue lagune, e dai prodi suoi figli. Allora ricorse al nolo mezzo di lanciare dei proietti alla distanza di 5 a 6,000 metri. Si costruirono degli affusti di dimensioni più solide, di cui i due aloni s’infossarono nel terreno, e su di essi si piazzarono dei cannoni da 24, e dei Paixhans. La carica pel cannone era di 9 libre di polvere, e si tirava inclinando il pezzo sotto l'angolo di 45 gradi, dandosi al parapetto della batteria la medesima inclinazione. Due di queste batterie furono costruite a S. Giuliano; un’altra alla testala del ponte, ed un'altra a Campalto dirigendo il fuoco contro Murano; in tutto 12 bocche a fuoco, e dopo aver quasi taciuto sin dal giorno 16, la notte del 29 si apri il fuoco con queste nuove batterie contro la città, e sino al 22 agosto furono lanciate giornalmente da 130 palle da 24, 130 granale, e 400 bombe.

Ma l’eroico popolo di Venezia, estenuato dalla fame, stanco da continui disagi, decimato dal Cholera, rispose a queste nuove offese. con gridi d’imprecazione e con fremiti d’ira.

Di tutti i nemici che tormentavano la città, il più terribile, era la fame. Le sortite, unica risorsa di una piazza ridotta agli estremi, erano per Venezia difficilissime; ciò non ostante il 1.° agosto 1200 fanti, 24 cavalli, e 4 pezzi di artiglieria sortirono da Brondolo divisi in tre colonne; l'una a destra per l'argine sinistra del Novissimo; le altre due tennero i due argini del Bacchiglione. Queste colonne si cacciarono innanzi il nemico. La prima prese posizione a Santa Margherita, e le altre due a Trevisan, ove li austriaci opposero valida resistenza e vi lasciarono una bandiera e trenta prigionieri. Tutto il terreno fra il Novissimo ed il Bacchiglione fu messo a requisizione, e si condussero in Venezia 200 bovi, del vino e della farina, risorse le quali non potevano al certo cambiare lo stato delle cose. Venezia avrebbe potuto sperare salvezza solo dalla flotta; ma questa rimase sempre inoperosa, ed in ogni circostanza, la marina si mostrò come retta da una volontà poco interessata alla causa che difendeva.

Il 20 si conobbe la disfatta degli ungheresi. Il presidente Manin dopo essersi assicurato della piena fiducia che ponevano in lui tanto il popolo quanto i suoi rappresentanti, inviò il 22 di agosto al campo i cittadini Colucci, Antonini e Priuli inviati dal Municipio per capitolare, ed il 24 il governo si dimise. Questo giorno che il popolo di Venezia mangiava il suo ultimo pane, fu anche l’ultimo di sua libertà.

Successivamente vennero consegnati all'assediante tutti i forti; ed il 51 li austriaci occuparono Venezia con tutte le sue dipendenze. La difesa di Venezia rimarrà come tradizione gloriosa, quantunque gli uomini che la ressero non si mostrarono all’altezza della loro missione.

Dal giorno 11 agosto che la Republica venne di nuovo proclamata, e risvegliò li spiriti del popolo, immerso momentaneamente in mortale letargo dal pesante reggimento monarchico, la politica dello stato doveva cambiare, essa avrebbe dovuto essere risoluta. anzi che titubante; bisognava dare uno spedilo organamento alle truppe, attaccare il nemico disperso sulla lunga linea del blocco, e tentare una levata d’armi nel Veneto, Venezia non rischiava che giorni d’esistenza; Carlo Alberto vinto o vincitore la republica era condannata a perire; quindi se il Governa era fedele alla bandiera che inalberava, non doveva fidare che nelle proprie forze. Se poi il Governo Veneziano accettava quello stato come transitorio, considerando i destini di Venezia sempre legali con quelli del Piemonte, allora avrebbe dovuto raccogliere in Venezia una quantità enorme di provvisioni da bocca e da guerra; e perché tale misura è la prima a prendersi in una piazza che la natura e l’arte han reso inespugnabile, e perché, se la fortuna secondava l’esercito piemontese, Venezia poteva diventare la base delle sue operazioni. Ma il Governo Veneto si rimase in una riprovevole inazione sine al momento che Venezia venne attaccata.


vai su


VII - CONSIDERAZIONI

Durante un biennio abbiamo veduto: un movimento insurrezionale propagarsi da un estremo all'altro d’Italia con la rapidità del pensiero; il primo ardore spegnersi quasi immediatamente; in Roma ed in Venezia, plaudente, ma non operante, la maggioranza del popolo; un esercito italiano, superiore al nemico per valore e per numero, debellato in una sola battaglia; ed infine gli uomini propugnatori dell’insurrezione e della guerra, temerla, e dopo acquistata somma popolarità, perderla in un baleno, e succedergli sentito disprezzo.

Da questo cumulo di fatti contradittorii, perché mancava la forza di coesione (il concetto), possono dedursi delle verità, che verranno svolte prima per la parte militare, e poi per la politica.

Al 1815 cessò l’era delle conquiste, lo sviluppo delle idee minacciò i troni; ed in campo rimasero due avversari:il dritto divino, ed il dritto dei popoli.La forza era del popolo; quindi i despoti dovettero asservirne una parte, per tiranneggiare l’altra. L'esercito,una volta strumento di conquista e di gloria nazionale, divenne strumento di oppressione.Intanto esso, più che ogni altra classe del popolo, geme sotto il peso della tirannide. Il soldato si toglie giovanetto alla madre, agli amici, al paese nativo; uomo si toglie alle dolcezze della famiglia; le sue inclinazioni, le suo opinioni, la sua volontà e finanche la sua ragione, è doma dall’obbedienza più cieca, che lo scaglia contro il popolo d’onde nasce, e col quale ha comune gl'interessi, obbligandolo a sacrificare la vita pel sostegno di quel potere che l'opprime. Quali mezzi ha usato il dispotismo per crearsi questo unico ma potente sostegno? L’ignoranza, lo spionaggio, e la corruzione.

La miseria e la religione sono i primi ausiliari dei despoti, esse mantengono l’ignoranza nelle masse,ed il cittadino giunge alle bandiere come una materia grezza che l’artefice può informare a suo modo; quindi proibizione di conversare coi cittadini, discorrere delli affari politici, interessarsi pel proprio paese. Amare a Dio ed al Re è la formola che deve regolare i sentimenti del soldato nel suo isolamento, ed impedire che il contatto del mondo esteriore lo conduca al possesso della ragione. Assicurata con tali barriere l'immobilità del pensiero, si passa a fomentare in quelle rozze menti delle false convinzioni, e s’inducono a credere che il governo dispotico e il più armonizzante coi loro interessi, come quello che gli assicura l’impunità di ogni dissolutezza, di ogni violenza.

I stati segreti, ove ogni superiore delineata suo piacere, la condotta ed i sentimenti degl'inferiori senza pubblicità e senza controllo. sono uno spionaggio legale che frutta uno spirito di servilità, dominante nelli eserciti.

Finalmente, la scelta nelle promozioni, stabilita sotto colore di premiare il merito, è un mezzo di corrompere per ottenere il sacrificio di tutte le opinioni, e per condurre a capi supremi coloro i quali sono più cari al despota.

Su questi principii generali sono basati li eserciti di Europa, che vengono poi leggermente modificati, secondo l’indole dei popoli, ed il loro reggimento.

L'Austria ha formato i quadri dell’esercito da una classe mista di più nazioni, che rappresenta assolutamente l’impero, ed ha riempito le fila coi tardi e robusti contadini di ogni provincia, sottoponendoli a rigido regime, e dure pene corporali. In Francia non era possibile adoperare lo stesso metodo. Luigi-Filippo, per supplirvi, cercò dissociare affatto la truppa dal popolo e formare di ogni reggimento una famiglia. Ma esso non giunse a creare un esercito tanto cieco per quanto bisognava ad un despota; il soldato francese ragiona, esso rispetta più le leggi che il re, è pieno di orgoglio nazionale, combatte un ammutinamento ma non già una rivoluzione.

Alla spedizione di Roma i soldati francesi furono al principio ingannati dai loro capi, e quindi combatterono per l’onor delle armi, e perché si trovarono in terra straniera.

Una tale costituzione delli eserciti, e la lunga pace, ha distrutto l’antico spirito guerriero, che induceva il soldato ad amare la guerra per le guerra; al giorno d’oggi lo vediamo ardente nello scagliarsi contro il popolo, e timido, riflessivo, ragionatore, contro nemico ordinalo. Rotta, da una disfatta, la disciplina, l’esercito diventa il flagello delle popolazioni amiche e nemiche. Se un nobile sentimento lo scuote e lo anima, breve è la sua virtù, essa vien spenta da quei principii su cui la potenza collettiva dell'esercito si basar la cieca ubbidienza. Altri mali ancora più gravi sono il retaggio delli eserciti dei piccoli tirannelli. La ristrettezza dello stato, la politica sempre timida e servile di questi governi, la convinzione di non escire in campo che quali ausiliari di una grande potenza, ha fatto loro trascurare lo stato maggiore, che immediato alla persona del re, è una schiera di cortegiani. Ed in ultimo l'importanza del servizio di approvvisionamento crescendo in ragione delle distanze e del numero delli armati, in una ristretta monarchia esso viene trascurato, ed è riboccante dei più brutti abusi.

Riformare l'amministrazione e lo stato maggiore non è cosa difficile; ma per cambiare lo spirito dell’esercito bisogna andare all’origine, e costituirlo su di altre basi.

Finché il soldato non sentirà di esser cittadino, finché il soldato apprezzerà solo le lodi dei suoi superiori, poco curandosi dell’opinione pubblica, finché il soldato vedrà nel superiore l'uomo dal cui arbitrio dipende il suo avvenire, finché il soldato anteporrà il timore della pena e l’amore di un premio alla patria ed all’onor nazionale, il soldato non sarà che schiavo, ed inutilmente si pretenderà cambiarlo in eroe nei momenti difficili.

I propugnatori di buona fede, del presente sistema, riguardano come cosa impossibile le riforme senza distruggere la disciplina. Ma quale prova ha fatto questa famosa disciplina nelle passate campagne? Una divisione napolitana giunge a Bologna, il Borbone intriga, corrompe, e mette in moto tutte le suste di quella, macchina da gran tempo preparata: la disciplina è rotta in un baleno; li officiali non sono più ubbiditi, i soldati tornano in Napoli convinti, che per essi fosse più onorevole trucidare i napolitani ed i siciliani che combattere li austriaci.La. camarilla torinese teme la fusione, usa il metodo stesso del Borbone; immediatamente l'ardore che avea invaso l'esercito piemontese all’esordire della campagna è spento, e si scopre nuovamente. il terreno dell’antico sistema; l'esercito diviene propugnatore della pace, a Novara guarda con indifferenza il suo re che si sacrifica, e dopo la disfatta tormenta i propri concittadini. Mentre alle novelle truppe di Roma e Venezia bastò l'amore della libertà, ed il sentimento nazionale, per sopportare eroicamente i stenti di un assedio, per incontrare il nemico con animo ardito e lieto, e per maledire i propugnatori della pace. Ciò prova che l’animo e le convinzioni stabiliscono la solidità di un esercito, e non già la vita conventuale, e le vessazioni di cui si carica il soldato.

Il popolo nel fu contento cacciare l’austriaco dalle città, poi in vece di riunirsi, piombare su di esso e distruggerlo, mentre si ritirava in disordine e scorato gli diede il campo di riparare tranquillamente nelle fortezze, e si lasciò persuadere dall'aristocrazia che fosse bastante sacrificio per ogni cittadino, e sufficiente garentia per la libertà, quella di scriversi nei ruoli della guardia nazionale e dei reggimenti, che con tutta la lentezza del tempo di pace si venivano ordinando. Quindi si è veduto acclamata dalla gioventù la guerra per bande, e varie di queste hanno percorso. l'Italia offrendo il loro braccio ora a questo, cd ora a quel governo, come le antiche compagnie di ventura.

La guardia nazionale è una di quelle assurde istituzioni figlia del dualismo costituzionale; essa rappresenta l'esercito del popolo in contro l'esercito del despota. Ma nella guerra contro i tiranni, e nelle guerre nazionali, il che suona lo stesso, il popolo tutto deve radunarsi al campo, né deve esservi distinzione fra il Soldato ed il cittadino: militi lutti, soldato nessuno. Ed è stato indegno, pel popolo italiano, il vedere in alcuni paesi surti a libertà, esser necessario un ingaggio per ottenere dei soldati; ma ciò accadeva perché le idee mancavano.

Il metodo di guerreggiare per bande è tenuto come un modo speciale di far la guerra, mentre esso non,è altro che l’infanzia dell’arte militare. Una banda. potrà battere, la campagna con lo scopo di sollevare il paese; ma se non riesce in otto giorni, è meglio che si sciolga; essa sarà più dannosa che utile. Quale scopo potrebbero avere delle bande nella Valtellina, nel Cadore, nelle Romagne? Esse peserebbero tutte sugli abitanti e su i viaggiatori. Costrette a vivere di contribuzioni, avvezzerebbero le popolazioni a desiderare il nemico, per salvarsi dalli amici. Non essendo nel caso di sostenere una giornata campale, non è possibile che fossero dirette da un centro comune o da un governo riconosciuto dal popolo; dappoiché questo centro sarebbe privo di difesa, epperciò scopo alla prime operazioni nemiche; e se vagasse, onde evitare gli attacchi diretti contro di esso, diverrebbe in tal caso un’altra banda, senza dimora fissa, e nell’impossibilità di conservare le comunicazioni con tutte le altre guerriglie. Per avere un governo o un centro direttore è necessaria una base, e per avere una base è indispensabile un esercito. Il citare la Spagna come esempio, è un ignorare affatto l’istoria militare.

La topografia della Spagna è assai diversa da quella dell’Italia.I Pirenei si snodano in due catene, l’una corre da Levante a Ponente, l’altra da Levante a Mezzodì. Tutte le diverse vallate, in cui si dividono le loro falde, presentano un aspetto più o meno ubertoso; ma elevandosi sempre, e restringendosi, si giunge al centro della penisola, altipiano deserto, circondato da monti coverti di neve, traversato d’anguste e dirupate gole, e da sentieri tortuosi ed impraticabili, ove è impossibile che un esercito giunga e soggiorni. L’Italia, con una rete di grandi e numerose strade, è accessibile da per tutto, ed offre immense risorse. La parte montuosa di essa, ha una fronte ristretta, sulla quale un esercito spiegandosi stringerebbe sempre le disordinate bande, sino ad accollarle ad una frontiera, o al mare. Oltreché in Ispagna eranvi un esercito inglese, ed otto eserciti portoghesi e spagnuoli, di cui il meno numeroso era forte di 15,000 uomini; e questi eserciti combatterono 22 battaglie, 40 combattimenti di minor conto, ed 11 assedii. Gli abitanti hanno quasi sempre pugnato in massa; un corpo francese fu respinto dalla Catalogna da nuvoli di contadini corsi alle armi al suono della campana a stormo. Madrid fu difesa, contro Napoleone, da 40,000 villici ed 8 mila spagnuoli.Il famoso Palafox che difese Saragozza, non era un capo banda, ma un generale che comandava 20,000 uomini. Il marchese La Romana ordinatore delle guerriglie era un generale che comandava 50,000 uomini. I due Mina, el Empécinado, el Postar, el Coci nero, el Cappuccino ecc. … furono dei famosi guerriglieri i quali fecero al nemico (obbligato a marciare ed a difendersi dall'esercito) moltissimo danno; ma non furono certo questi che riconquistarono l’indipendenza in Ispagna. La Spagna fu liberata perché Napoleone fu disfatto in Germania, e perché difesa da 200 mila armati e dal duca di Wellington. In un tempo più vicino, Don Carlo ha combattuto contro Cristina con le bande, e quasi senza esercito. Il risultato è abbastanza noto.

Oltreché, un tal metodo di combattere non solo è inefficace, ma genera culti individuali, perniciosi e vergognosi per un popolo libero. Republica vuol dire sostituzione della volontà e dell'interesse collettivo all’individuale; Republica vuol dire eguaglianza, mentre le bande le quali voglion emanciparsi dal resto dei cittadini rappresentano il privilegio.

In Francia la Convenzione arrestava i generali nel mezzo dei loro eserciti e gl’inviava al patibolo, non perciò l’esercito si ammutinava; esso non rappresentava i soldati di Hoche, di Dumouriez, di Kellermann, ma i soldati della Republica francese; i quali appena divennero i soldati di Bonaparte, la libertà spirò.

Il popolo può vincere una battaglia, ma in ordine regolare e compatto, e non già in drappello sbandato, come i selvaggi.

L’esperienza di questi due anni oltre di averci mostrate le esposte verità, ha rivendicato la fama del valore italiano. I tristi avvenimenti del e del 21 fruttarono la taccia di poco accorto e poco armigero ad un popolo che dominò colle armi e colle leggi il mondo, ad un popolo che risorse colle glorie guerriere della lega Lombarda, ad un popolo infine che, a tempi assai prossimi, lasciò in tutta Europa gloriose tracce sui campi di battaglia, per una causa non sua. Ma oltre la sua indole sdegnosa e facile al sangue, la falsità di tale opinione fu dimostrata abbastanza da questi medesimi avvenimenti. Un popolo che a Milano, quasi disarmato, scaccia l'orgoglioso nemico, che leva un grido di maledizione contro l'armistizio Salasco, che a Roma ed a Venezia vuol resistere, benché le autorità veggano il bisogno di cedere, che a Bologna si balte ad onta di tutte le arti usate a scoraggiarlo, che a Brescia e Messina si seppellisce sotto le ruine della città, un popolo dal quale escono i soldati di Pastrengo, di Goito, di Volta, di Custoza, mostra d’esser nato alla guerra. Se gl’italiani sono meno disciplinabili degli altri popoli, questa qualità passiva è compensata doppiamente dall’impeto di cui son capaci, e dalla facilità mirabile nell’apprendere. Per un despota, per una guerra dinastica, sarà mollo più utile un esercito di russi che d’italiani; ma per una guerra nazionale, ove il soldato comprende che com batte pel proprio interesse, un esercito italiano può rendersi invincibile. Il popolo italiano ha vinto, sempre che il solo valore poteva decidere della vittoria; è stato vinto quando indispensabile era la direzione. Le glorie di Goito, di Pastrengo, di Roma, di Venezia ecc. sono dovute al valore ed alla costanza del popolo; il tristo risultamento dei fatti di Custoza, di Volta ecc. i disgraziati avvenimenti di Murazzone e di S. Marino, sono colpa dell’imperizia dei capi.

Il valore italiano non secondo a quello degli altri popoli; la guerra per bande assurda; i culli individuali pericolosi e bassi; la guardia nazionale nociva, poiché svia gli animi dalla guerra; i corpi scelti con divisa e nomi pomposi, cagione di disordine, simbolo di privilegio; un governo distributore di gradi, ruinoso alle finanze, fomentatore di adulazione e servilità, ostacolo al merito che non va mai scompagnato da fierezza; ed in ultimo, il ristagno delli affari prodotto da una malintesa centralità, sono fatti che un biennio di guerra ha palesalo, né sarà difficile farne tesoro per l’avvenire.

È impossibile il prevedere ove e quando s’inizierà la rivoluzione; ma qualunque sia il paese che insorga, e debba impiantare un esercito senza quadri, pare che si eviterebbero gli esposti inconvenienti chiamando ogni cittadino, atto a portare le armi, al capoluogo della provincia, ed ivi ordinarli in battaglioni con officia eletti, secondo le norme di un regolamento bandito. Ma chi sarà il Duce supremo dell'esercito, chi saranno i generali subalterni? Uno straniero capitanava sui campi di Novara le schiere sarde, ordinate e numerose; uno straniero capitanava il popolo in Sicilia; due italiani erano capi in Roma ed in Venezia, il risu Ita mento è noto; quindi il popolo esigerà condottieri italiani, che hanno con esso comune la favella, l’indole e gl’interessi. Intanto quei cittadini che nella passata campagna a loro talento ressero armati, hanno meritata la riputazione di prodi, ma non quella di capitani quindi i fatti hanno già sentenziata sul conto loro. Ove dunque trovare un generale?? Lo nominerà, un governo forse? La sua scelta sarà sempre influenzata dalle simpatie personali, ed avrà la disapprovazione di molti. Si ricorrerà al. suffragio universale? Ma, se un governo composto di uomini dotti della capacità ed attitudine dei cittadini, facilmente incorrerebbe in errore, come mai potrebbe riuscirvi il popolo, a cui ignoti sono gl’individui, e se noti,. dipinti con fallaci colori? Il più ardito e popolare giornalista che indicasse alle moltitudini un nome, magnificandolo con esagerale lodi, sarebbe certo della vittoria del suo candidato.

L’elezione di un deputato, il quale non deve che dare il suo voto in numeroso consesso, non è difficile, né mai potrà temersene ruina; ma l’elezione di un generale,dittatore in campo, e da cui dipendono le sorti della patria, merita ben’altra sollecitudine;e perché fosse tale da corrispondere. all’alto scopo,. bisognerebbe che ogni elettore conoscesse l’importanza della carica, e il merito di ogni candidato. Problema difficile al primo aspetto, ma sciolto, se un governo riunisca in consesso tutte le migliori capacità militari dello stato, e queste, dopo rapida discussione sul modo di condurre la guerra, scelgano dal loro seno un capo che a suo talento disporrà degli altri come suoi subalterni; tale scelta sarà la migliore possibile, in fino stato ove niuno ancora è cinto degli allori di riportale vittorie.

Ma scegliere il generale, organare l'esercito, sono cose inutili se manca la rivoluzione delle idee, secondarle se il concetto unificatore esiste. Le insurrezioni promosse da pochi, che pretendono sollevare il popolo per la conquista di un ordine di cose che essi medesimi non comprendono, debbono temere la disfatta, loro inevitabile fine; ma le rivoluzioni che, strette da nemici, reagiscono con maggior vigore, come turbine fra le rapi ve sono sempre feconde di nuove risorse, e creatrici di eroi, non periscono mai, qualunque fossero gli errori()commessi. Epperò, cercare il germe rivoluzionario in Italia, antivederne i destini futuri, è cosa che molto rileva, ed alla quale potremmo giungere riassumendo li avvenimenti politici.

L’odio del popolo si concentra contro l'Austria. Il Re di Sardegna pretende arrestare il movimento si arma a tutela del suo trono, sparge per l’Italia i suoi satelliti onde calmare gli spiriti bollenti, ed indurre il popolo ad attendere l’iniziativa dai principi. Ma fe speranze raddoppiano l’ardore. La folgore romoreggia, ed annunzia la tempesta. L'azione si propaga d’austro a borea, i principi spaventati concedono franchigie. L'Austria infierisce nei suoi dominii Italiani, e prepara le forze per imbrigliare il movimento nelle altre parti d'Italia. Il tempo manca. I gravi avvenimenti di Vienna accelerano l’insurrezione di Milano, che trova un eco in tutte le città Lombarde. Nel Veneto succede lo stesso. L’esercito imperiale a metà distrutto ripara nelle fortezze dell’Adige, il tricolorato vessillo sventola dal Ticino all’Isonzo.

Il pensiero della Nazionalità bastò per l’insurrezione, ma non bastava per la vittoria.

I ricchi additano al popolo un esercito ed un principe pronto a terminare la contesa; ed il popolo che desidera solamente cacciare lo straniero, si abbandona al re soldato. In Venezia solo, ove alla testa del movimento vi erano uomini republicani, non già per nuovo concetto, ma per vecchie tradizioni, fu proclamata la Republica.

Carlo Alberto, trascinato dall’esaltazione dell’esercito e del suo popolo, spinto dall'aristocrazia lombarda che mostravagli inevitabile la Republica in Milano, dichiarò la guerra all'Austria, mentre assicurava ai gabinetti stranieri che esso muoveva per soffocare il germe repubblicano. Passa il Ticino allorché il nemico ebbe passato l’Adda, e lo sostituisce lentamente nel paese da esso abbandonato. Se il movimento Lombardo-Veneto avesse avuto una valida direzione, ed il popolo fosse stato meno facile a credere alle promesse; oppure, se il Re di Sardegna fosse escito in campo con quella prontezza che avrebbe dovuto attendersi da un uomo, che si dichiarava da lungo tempo deciso alla guerra, si sarebbe vinto nell’esordire. Ma il popolo si affidò, il Re esitò, e l’Austria fu salva.

Mentre Carlo Alberto si spiegava sul Mincio, gli altri principi italiani, costretti dai popoli, si lasciavano trascinare anch'essi alla guerra. Mai nelle pagine dell’istoria si troverà un monarca maggiormente favorito dalla fortuna, di quello che lo era re Carlo Alberto alla fine di aprile. Il suo esercito animato, fiorente e numeroso; ventisei milioni di abitanti lo proclamavano eroe e salvatore della patria; avea, infine, la forza accompagnata dal prestigio. Ed il nemico privo di mezzi, disanimato e debole, era ridotto alla più passiva difesa.

Il Re non curò i favori della fortuna; circondato sempre dalla tenebrosa lega gesuitica; e non nato coll’animo ardito di un guerriero, pensò essere più sicuro mezzo limitarsi all’acquisto, già compiuto, della Lombardia. Promise alla diplomazia appagarsi di un nuovo Campo-Formio, e pertanto lasciò che il nemico compiesse, senza contrasto, la conquista del Veneto; mentre i suoi satelliti, violando i più solenni patti, gli accaparravano coll’atto di fusione l'obbedienza dei nuovi sudditi. In tal modo egli sperava venire ad un trattato a cui la Lombardia avrebbe dovuto sottoporsi per stanchezza, ed i possedimenti di Casa Savoia sarebbero stati accresciuti di tutte le ubertose provincie Lombarde, e dei ducati Cispadani.

Gli altri principi italiani, visto che si trattava d’ingrandire un rivale che avrebbe minacciato la loro esistenza, cominciarono a disertare la causa. Il Borbone di Napoli fu il primo che diede l’esempio; intrigò, corruppe, disarmò parte dei cittadini con l'inganno, parte ne spense, e richiamò le forze spedite nell’alta Italia. Il Papa ed il Granduca di Toscana non poterono tare altro che unii occulta, ma sistematica opposizione; eglino avrebbero tutto subito con meno terrore, di quello Che loro inspirava il risorgimento del gran regno Longobardo.

Intanto il nemico è dedito solamente a vincere; riannoda le sue clandestine relazioni in Torino, si apre tutte le comunicazioni, fornisce i suoi magazzini senza che il Re lo molesti, riceve potenti rinforzi, e concentra le sue forze a Verona, pronto a portare un colpo decisivo appena il tempo fosse maturo.

Il progetto del monarca sembrava riuscisse. Non solo il Lombardo, ma anche il Veneto e Venezia stessa si davano al Re. Egli finse accettare l'offerta, benché le sue mire non oltrepassavano le sponde del Mincio, e come un conquistatore che sarebbesi spinto all'Isonzo per consolidarsi sul Mincio, egli accettò la fusione del Veneto per meglio assicurarsi il Lombardo.

Ma l’aspetto delle cose cambiò. L’esercito affranto dall'assiduo bivacco, tribolalo da una perfida amministrazione, anneghittito all’inazione, e aggirato sordamente dalle mene della camerilla piemontese, che, per effetto naturale della fusione, temeva la supremazia di Milano sovra Torino, non era più animato dai giovanili spiriti che lo aveano signoreggiato all’esordire della guerra, e solo teneva il campo in forza di una meccanica disciplina. Ed al prestigio che sino allora avea circondato il Re soldato, sottentrara un sentimento di sdegno contro il Re negoziatore.

Fedele al disegno di arrestare le sue conquiste sul Mincio, il Re di Sardegna agglomera le sue forze sotto Mantova. Il Maresciallo sorte da Verona, e rompe la esile linea che si oppone alla sua marcia. Carlo Alberto lo attacca con parte delle sue forze, ed è vinto; allora, invece di rannodarsi minaccioso dietro la linea del Po, corre ad occupare Milano; ivi dopo insignificante combattimento consegna la città al nemico, e ripassa il Ticino, fra lo stupore e le maledizioni del popolo.

Il partito Republicano avrebbe potuto rilevare la bandiera, ma esso non esisteva; gl’individui di tale opinione non avevano cercato aderenti nel popolo, parte perché disperavano trovarne, e parte perché illusi ed avviluppati in quella transazione, che sotto il titolo, di partito nazionale e d’associazione Italiana volevano immolare la libertà all'indipendenza e alla Unità. I generali che il Re avea imposto ai volontari (Graffini e Durando), non si occuparono che di ricondurli in Piemonte e disviarli dal continuare la guerra.

Il motore mancò (il concetto), ed il popolo rimase senza guida. Il suo primo ed unico scopo non era cambiato, quello cioè di cacciare lo straniero. Un esercito ordinato era stato vinto, come sperava vincere il popolo? Il solo interesse materiale avrebbe potuto spingerlo a tentare anche senza capi la pugna, il fatto solo lo avrebbe persuaso della sua forza; ma quale era questo interesse? Che sia un re, un presidente, un triumvirato a capo del Governo, la schiavitù del popolo non cessa, se non cambia la costituzione sociale.

Intanto gli uomini che, dissillusi, cercavano formare un partito repubblicano, non sapendo cosa fare, proclamarono i fatti di Luino e Murazzone come vittorie, al disopra di Goito, Pastrengo Volta ecc.... del pari che questi fatti dal partito regio, furono paragonati a Rivoli ed Arcole. E come Carlo Alberto era stato dichiarato un gran capitano da regi, perché avea un esercito, egualmente Garibaldi, senza esercito e senza combattere, lo fu da' republicani. La mancanza di principi li faceva appigliare agli individui. Invece d’inspirare le idee, si affa ti cava no a creare le popolarità.

Il popolo Lombardo-Veneto era tra attonito e disperato. Il popolo napolitano oppresso. Il siciliano, che avea iniziato il movimento, era già per sottostare al medesimo inganno del Lombardo. L’Italia centrale sola tumultuava nell'incertezza, e cercava un’idea. Montanelli proclama la Costituente Italiana gli sforzi del popolo sono immediatamente unificati dal concetto, e due principi fuggono ignobilmente. Ad essi succedono due governi popolari, la cui garantia era l’onestà degli uomini scelti, e non già la forma dei governo. Questi governi avrebbero dovuto tradurre in fatti l'idea che avea unificato i popoli. Ma ogni uno di essi interpretò la sua missione secondo l’individuale maniera di vedere le cose, ed il popolo fu separato; combatté ma fu vinto; 'e così suole sempre accadere ogni qualvolta i destini di una Nazione sono retti da individui, senza esservi un’idea nelle masse che tracci loro la via da tenersi.

Il Piemonte intanto era lacerato da due partiti; l’uno della guerra, che impugnava un arme ad esso poco famigliare; l'altro perfidamente abile, corruppe l’esercito intrigò con i gabinetti esteri, e decise sacrificare Carlo Alberto, non potendo conservarlo sul trono dopo le grandi promesse del 48. Il generale Bava fu allontanato, ed in suo luogo fu messo a capitanare le schiere un ignoto straniero, imposto dalla camerilla e dalla diplomazia, e forse venduto ad essa. Il Piemonte sfida l'Austria, e rimane quasi immobile, l'esercito accetta la battaglia senza linea d’operazione e senza base, e va incontro ad una prevedibile ed irremediabile disfatta.

I popoli di Roma e Venezia restano soli nella lotta; ma essi mancano d’idee, del pari che i loro governi. In Roma si vuol salvare l’Italia rispettando le vecchie istituzioni, si pretende marciare alla guerra con l’insegna del privilegio, e del cattolicismo. Venezia spera isolandosi salvarsi dal naufragio. Roma e Venezia non salvano che l’onore italiano.

Dopo tre battaglie, quattro assedi e sessanta combattimenti; e dopo aver messo a ferro e fuoco Messina, Brescia e Catania, il dispotismo eleva vittorioso l'abborrito vessillo, e siringe dappertutto l'Italia con durissimi ceppi. Ma 170 mila stranieri, fra austriaci francesi e svizzeri, per vincere, ricorsero anche all’inganno. E lo stato d’assedio, le carceri, le torture; le stragi che desolano l’Italia, non bastano a rassicurare i suoi carnefici. Fu l’incapacità o la perfidia delli uomini che rese vani tanti generosi sforzi? La risposta affermativa degraderebbe l’umanità, dichiarando pochi individui arbitri dei suoi destini. Più profonda è la causa la quale dirige la potenza collettiva di un popolo. Non sono li eroi ed i potenti quelli che cambiano i destini delle nazioni; ma i bisogni delle nazioni che generano li eroi; questi rappresentano sempre la personificazione di un principio in nome del quale afferrano il potere. E la voce dei genii creatori, che precorrono i tempi, rimane spenta dalla tirannica opinione collettiva, e non ritrova eco che nelle future generazioni.

Le caste sacerdotali, cominciando dal maestoso e terribile sacerdote dell’evo antico, sino al meschinello ed umile prete cristiano, sono tutte scaturite dall’ignoranza. La quale cambiò, nelle turbe, in culto l’ammirazione che inspiravano i fenomeni naturali. I migliori ingegni si dedicarono allo studio di questi fenomeni, ne divennero gl'interpreti, gustarono la popolarità, ambirono il potere, ed aggiungendo l’impostura al sapere dominarono cosi l’ignoranza, madre della religione, generava i primi potenti. Nel modo stesso l’ardore bellicoso che invase i greci produsse Alessandro. Dal principio di conquista che animava i romani sorgeva Cesare. E la Francia, perché costretta a difendere la sua rivoluzione, ha dato al mondo Napoleone.

La religione è la causa la più potente che si opponga al progresso, dell'umanità. Essa supponendo una mistica relazione fra il cielo e la terra ha bisogno di fede ovvero d’immobilità, e teme lo sviluppo della ragione; Dall’altra parte ogni individuo animato dall’istinto di sviluppare le proprie facoltà, lavora, senza accorgersene, al progresso collettivo rappresentato dalla risultante de' sforzi individuali. Quindi il continuo sviluppo della ragione da una parte, e l’immobilità della fede con la forza delle tradizioni dall’altra, sono in continua lotta in ogni individuo, come nell'intera società. Lotta che, ad ogni conato, svolge in progressione geometrica la crescente potenza della ragione. Cosicché nelle grandi evoluzioni dell'umanità vediamo, dapprima la ragione e la scienza retaggio di pochi, e questi pochi reggere le turbe mediante una religione a cui essi non credevano; epperò, l’irreligione fu in tempi remotissimi teocratica, divenne poi aristocratica, ora è borghese, ed a passi giganteschi s’incammina ad esser democratica. I sacerdoti più che gli altri sentono la forza di questa verità, essi chiedevano un tempo la tolleranza, sicuri nel successo delle loro dottrine; ora temono l’abbandono della religione alle coscienze dei cittadini; dappoiché questo basterebbe per far crollare il loro secolare e screpolato edilìzio, creato dai bisogni dell’umanità, sostenuto da una casta tirannica ciré difendeva le proprie usurpazioni; ed ora, minato dalla scienza e dalla ragione, imputridito dalie nequizie dei suoi sostenitori, già oscilla, e minerà, se si rimuovano i deboli puntelli che lo rincalzano.

La forza del progresso, latente dapprima, comincia a manifestarsi con la necessità di migliorare, e fa sorgere nel popolo il primo germe di una rivoluzione? Li uomini d'ingegno tolgono ad elaborare questo primo e vago concetto surto nelle masse, e lo rimandano ad esse formulato in più recisi modi. Combattuti dalle caste che temono la rivoluzione, le idee acquistano con la discussione maggior chiarezza, con l’oppressione maggiore interesse. Così il primitivo ed oscuro concetto generato nel popolo dalle influenze sociali, è quello che rompe l'involucro col quale queste medesime influenze avviluppano l'intelligenza, e questa poi irraggia sul popolo il suo benefico potere. Il concetto collettivo si forma. Una lieve causa solleva il popolo che rovescia li ostacoli, e per ricostituirsi chiama al potere li uomini propugnatori delle nuove idee, ovvero quelli che hanno elaborato il suo primo concetto. Le idee vanno traducendosi in fatti, il popolo non cura più gl’individui, mira solo all'attuazione di esse, seconda chi avanza, schiaccia chi retrocede. La rivoluzione si compie, l’equilibrio si ristabilisce.

La pressione della tirannide produsse nel popolo italiano il primo germe: odio allo straniero. Li uomini elle elaborarono questo sentimento furono i propugnatori dell'indipendenza e dell'unità. Il concetto che si formò: guerra allo straniero. I troni crollanti si puntellarono promettendo la guerra, il popolo fiducioso si abbandonò nelle braccia de' principi che si dichiaravano esecutori del suo concetto. Li uomini dell’indipendenza vennero naturalmente al potere. La guerra non doveva decidere il compimento di una rivoluzione, ma il possesso di un pezzo di terra.

Li uomini dell’indipendenza, i governi eletti dal popolo non sono stati i carnefici dell’Italia, ma i rappresentanti, legittimi di un moto:puramente insurrezionale.

L’Italia è schiava, perché mancava nel popolo la rivoluzione delle idee che deve sempre precedere la rivoluzione materiale, e mancavano i pensatori che nel silenzio del gabinetto avessero cercato il rimedio alle tanto sofferenze del popolo, che venivano espresse dall’odio al presente. Un popolo che insorge prima che sappia quali rimedi bisogna apportare a suoi mali, è perduto. Il periodo rapidissimo in cui le masse si precipitano nell'azione, ben lungi dallo scovrire i bisogni, li nasconde. In tali brevissimi momenti ogni cittadino diventa un eroe. Da questo stadio si passa ad un altro diametralmente opposto.

Cessata la febbre rivoluzionaria che assopiva tutti gl'interessi materiali, questi si risvegliano con più fervore, ed ogni individuo cerca volgere a suo profitto il movimento operato. Quindi un governo che fa fondamento sulle instabili inspirazioni di un popolo insorto, diverrebbe impotente appena cessato quell'impeto. Ma quando il moto non è solamente causato dall’odio al presente, ma ha per fine la pratica di un’idea, le masse, anche cessata l'azione, continuano ad essere unificate dal bisogno di attuare il concetto. Senza che, se il concetto che informa la rivoluzione non ha tracciata la via, ed iniziate le radicali riforme sociali, il governo surto dall'insurrezione non farà che sostituirsi al caduto, e combatterà la rivoluzione se non armonizzante con le idee degl'individui che lo compongono. Se poi i rivoluzionari italiani fidano alla probità dei governanti che lascieranno al popolo il campo di ordinarsi a suo modo, se tale puerilità li preoccupa, e riducono così la rivoluzione alla scelta di un uomo, e la propaganda rivoluzionaria ad un’ignobile lotta fra i partigiani del tale o tal altro individuo, miserissime darebbero le sorti della patria; se l'immenso' sviluppo del progresso umanitario non camminasse da sé, e non restringesse ih un picchi cerchio la loro influenza, capace solamente di generare moli parziali, inconsiderati, riprovevoli, che si spengono nell'isolamento senza propagarsi, come l'incendiò di una nave nel mezzo del l’oceano.

Fin dal 1815 l’Italia è governata esclusivamente dall’Austria, i principi italiani non sono che i suoi luogotenenti. La spada austriaca li ha messi sul trono il 15, li ha sostenuti il 21, ed essa forma il loro più saldo sostegno; difende i deboli dall'ambizione dei più forti, difende tutti dall'insurrezione del popolo. Quindi i principi italiani sono strettamente legati d’interesse con l'Austria. Queste verità furono sconosciute nel 48, ed il 15 maggio in Napoli, l’assedio di Roma; e l’occupazione austriaca in Toscana, hanno fatto comprare al popolo a caro prezzo il suo disinganno. Ma questo, disinganno ha modificalo ben poco il suo concetto. Allora il voto generale era: guerra allo straniero , ora è: guerra ai governi e la parola Republica è divenuta popolare. Ma ciò non basta pel trionfo.

La borghesia in Italia possiede le terre, i capitali; ha monopolio del commercio, delle scienze, dell’industria e degl'impieghi; essa regna in Italia come in America, in Inghilterra, in Francia; manca solo di certe franchigie di cui godei altri stati; per acquistarle ha fatto dei tentativi sin dal 15, che sono stati e saranno sempre vani.

Il rovesciare un governo non è impresa difficile; un odio profondo contro dì esso basta. L’esercito è facilmente sorpreso e vinto da un'insurrezione, quindi fraternizza col popolo, il governo cambia, e la Nazione è parata agli attacchi stranieri. In Italia la cosa è ben diversa; l’esercito da combattere è un esercito straniero, che nel, cuore dell’Italia possiede una base formidabile ed approvvisionata; e se anche benigna fortuna seconda il popolo nelle sue prime gesta, e l’oste nemica è cacciata al di la delle Alpi, immediatamente nuove schiere scenderanno in Italia; epperò insorgere evincere, non basta agl’italiani, ma bisogna che, dopo l’insurrezione, essi, siano pronti a sostenere una guerra con una delle più formidabili potenze militari del mondo, quindi la necessità, che un esercito sorga subito, numeroso, compatto. I battaglioni accozzati in pochi mesi, con gente la quale corre alle armi costretta dalla forza, o adescata; dal guadagno, non sono che feccia di plebe, ardente nell’ammutinarsi e codarda in ordinate battaglie. La disciplina potrebbe educarla ed utilizzarla, ma dopo anni. Quindi, solo un concetto, chiaro, pratico., che prometta al popolo un cambiamento di stato, può spingerlo volentieroso alla guerra ed unificarne gli, sforai. Ma quale efficacia ha il concetto di guerra ai governi per far sorgere un esercito di popolo che duri in campagna? L’idea che il popolo sino ad ora ha concepito della parola Republica è quella di uno stato costituzionale, in cui il potere esecutivo in vece di chiamarsi re, si chiamerà presidente, triumvirato ecc. Cosa farà questo potere esecutivo surto da un simile concetto? Quello che fece nel,49. Convocherà l'assemblea col suffragio universale, ordinerà immediatamente la guardia nazionale a cui saranno consegnate le migliori armi, farà cantare un Tedeum, bandirà dei bellissimi proclami, e proteggerà la formazione delle bande ove ogni cittadino facendo la guerra per proprio copto, pretenderà con mille uomini salvare l’Italia; forse quest’ultimo errore è sparito e si cercherà ordinare un esercito, speranze che la plebe corra a formare i numerosi battaglioni, soffra tutti i disagi della guerra, marci a farsi decimare dalla mitraglia, per poi ritornare, a vivere una vita di stenti e di miserie, assiderata dal freddo nell’inverno,e spossata, sotto la gran sferza del sole rei di canicolari, lasciando ai capitalisti ed ai proprietari la cura dei. suoi interessi, e tutto ciò per la gloria di esser dichiarata sovrana, ed ottenere nell’altra vita il premio dei suoi sacrifizi. Si cercherà forse sedurne parte con promesse e con danaro, e costringere l’altra parte con la forza? Allora i rivoluzionari ricorrerebbero ai mezzi del dispotismo, 'mezzi impotenti in uno stato non costituito. Ma supponghiamo tutti questi ostacoli rimossi, e l’Italia divenuta una Republica unitaria, Roma capitale, la Nazione costituita.

Quale sarà il nostro avvenire? Si camminerà dritto all’unità ed alla corruzione francese ed inglese. Non. riformando la società, il governo non sarà l’espressione del popolò italiano, ma quella dei pochi individui che lo reggono. Le ricchezze con la libertà accrescendosi, ed accumulandosi in poche mani, distruggeranno la probità individuale di cui ora andiamo superbi, e l’Italia avrà i suoi Failoux, Thiers, Leon Faucher, Montalembert ecc;... Quale è la gloria di appartenere a tale Nazione? Non è meglio mostrare i ceppi che ci avvincono che l’oro che ci corrompe? Perché dunque tanti sforzi onde prepararsi un cosi tristo avvenire? Né esso può considerarsi come un’evoluzione del progresso che bisogna subire; l'opinione quasi universale, la logica, il fatto ne dimostrano i mali, quindi è uno stadio del progresso che trovasi già prossimo alla decadenza, e che differisce tanto poco dal presente, che non varrebbe la pena fare una guerra, e lunga guerra per conquistarlo.

In Italia non esiste un partito che possa dirsi rivoluzionario, e quello che usurpa tale nome, dividesi in due classi: moderali, e republicani.

I moderati accettano non solo l’avvenire di cui abbiamo parlato, ma lo riguardano come l'apogeo dell’umana perfezione. L’Inghilterra, ove smodato lusso di pochi insulta una plebe numerosa, ignorante, poverissima vien tolta a modello. Basta che l’uomo venghi dichiarato libero, dicono essi, pocoi monta che la miseria lo condanni all'ignoranza e che esso sia costretto ad invidiare quel nutrimento, di cui gli animati domestici e li schiavi non mancano giammai. Cotesti mali sono riguardati dai moderati, conseguenza dell’imperfezione umana, e dichiarate utopistiche le idee dei socialisti. Non pertanto avvi tra loro chi accetta alcune verità di riforme sociali, ma solo in teoria, volendo attendere per l’attuazione, che venghi formulato un sistema riconosciuto possibile, sperando che allora la borghesia, senza esservi costretta dalla forza, rinunzi per convinzione alla sua supremazia, alle sue ricchezze e tradizioni; nel modo stesso che alcuni speravano nel 48, solo con la persuasiva, di far passare le Alpi agli austriaci, ed altri indurre Pio IX a rinunziare al suo potere temporale.

Oltre che, i moderati, non mirando al di la della già compita, ed invecchiata rivoluzione dell’89, non hanno osservalo la mancanza di concetto, causa dei passati rovesci, ed hanno dichiarato di popolo impotente. Epperò, tale partito con molta logica, si aggrappa ad «n trono e spera nella spada di. un principe. Infatti, conservando la presente costituzione sociale, che sia l’Italia una republica o una monarchia costituzionale poco monta; la libertà, la pace, l'onore della nazione saranno sempre affidate all’onestà ed al genio dei governanti; e riconoscendo, per giungere a tal fine, la guerra inevitabile, vedono maggior probabilità di successo confidando in un principe padrone di un esercito, che nel popolo. Ma l’impresa è ardua. Un principe, per unificar l',Italia, dovrebbe dichiarar la guerra a tutto ciò che ora forma il sostegno del suo trono; indi debellare l’impero austriaco, ed in ultimo posseder tanto genio da legare, dall’Alpi allo stretto, gl’interressi della borghesia al suo trono, e con tanta rapidità, da prevenire la reazione dell'energico spirito,municipale che potrebbe balzarlo dal trono,. 0 almeno costringerlo a guerra civile. Nel 48 più facile era l’impresa, dappoiché grande era la fiducia che il popolo avea verso i principi, e poca in se medesimo; ora avviene il contrario, almeno nella più gran parte d’Italia. Nel 48 l’Europa si agitava senza sviluppare la rivoluzione, quindi sommamente propizio era il momento; ma ora, o l'Europa resta immobile spettatrice della lotta, e l'impresa è al di sopra, delle forze di un principe il quale non vuole, né può sollevare i popoli;. ó la guerra è generale, ed allora essa sarà rivoluzionaria, e queste piccole manovre andranno assorte nella grande evoluzione europea. I moderati non, hanno avvenire, se non quelle che potranno concedergli, le vedute politiche dell'Austria, e dei principi italiani, regolate a seconda degli avvenimenti di Europa; ma cacciar lo straniero, e riformare la carta della penisola con i loro mezzi, è una vana speranza.

L'alta classe del partito, rivoluzionario italiano, sono i republicani, questi dicono di non accettare il formalismo; ma combattono il comunismo, temono dichiararsi 'socialisti, propugnano il vangelo, in una parola niegano la rivoluzione, e vogliono la rivoluzione. Quali sono le riforme da essi desiderate? S’ignora, l’ignorano essi medesimi, e pretendono che il popolo, per conquistare questo futuro incognito, compia la rivoluzione, ed attenda che Iddio 'comunichi le tavole della legge ad un nuovo Mosè.

Intanto, mentre l'opinione pubblica, in Italia, vien palleggiata dall’ottimismo dei moderati, e dalle declamazioni dei republicani, il progresso europeo segue il suo corso, rende dotti i popoli dei loro dritti, e disegna a contorni sempre più netti le questioni da risolversi.

Egli è una verità incontrastabile, che i mali delle nazioni non dipendono dagli uomini, i quali non sono che i frutti delle loro costituzioni sociali, e da cui non bisogna attendere un’abnegazione sin’ora sognata per mancanza di principiò Finché il governo reggerà, in vece di amministrare, ordinerà in luogo di seguire la via che il concetto collettivo gli addita, comanderà più tosto che servire il popolo, non potrà esservi giammai garentia possibile. Esso dirigerà sempre gli interessi individuali al proprio bene e sostegno, e, non già in favore dell'utile collettivo. Quali sono le cause di cotesti mali, quali i mezzi che il governo possiede? La forza, la corruzione, e la scienza; ovvero l’esercito, gli istrumenti dei lavoro, e l’educazione. Quale é Io scopo a cui mira la futura rivoluzione? A democratizzare queste forze. L’arte della guerra non dovrà più essere il monopolio di pochi, ma la nazione tutta dovrà esser guerriera; gl'istrumenti del lavoro, in comune; l’educazione, universale, comune, gratuita, obbligatoria. Che si dichiarino utopistici tutti i sistemi esposti sin ora, da sommi ingegni, la quistione non cambia. La rivoluzione futura è chiaramente formulata. Le numerose legioni del popolo non potranno avere altra bandiera se non questa. La pratica di questo concetto, sortirà dai vortici della rivoluzione stessa.

Queste verità vengono negate dal partito rivoluzionario; e dopo lunghi anni di propaganda, dopo molti inutili tentativi, suggellati col sangue di numerose vittime, dopo una sollevazione italiana, pronta, universale, trionfante; dopo l'attuazione della Republica in Roma ed in Venezia, non esiste ancora un’idea, non si rammenta un fatto, non un decreto che accenni le sorti future dell’Italia, ch’esprima un principio; e se le sorti della nazione dipendessero dall’inspirazione di. tali individui, l’Italia arretrala di mezzo secolo, nel mezzo della rivoluzione europea, subirebbe il socialismo, come subi la rivoluzione dell’89. Ma il popolo cammina da se, esso di già trovasi innanzi ai partiti. La nave naviga a gonfie vele, mentre i piloti che pretendono timoneggiarla la seguono a rilento, su debole battello.

Sono tre secoli, e già, dall'Italia, la voce di Campanella precorreva i bisogni dell’umanità; ma essa si spegneva senza eco, e Campanella scontava con ventisette anni di carcere i voli del suo ingegno. Il bisogno collettivo che doveva dare pieno sviluppo alle verità annunziate da quel solitario genio, sorgeva in Francia prima che altrove.Nel 33 si leggeva a Lione sulla bandiera del popolo: Vivre en travaillant ou mourire en combattant e quindi in giugno si vide mitragliare il popolo stesso, perché voleva vivere. Questi fatti richiamarono l’attenzione di ogni Italiano, e mentre il governo francese bombardava Roma, la nazione francese operava in Italia una salutare invasione d’idee; e come la mente di un individuo comincia a svilupparsi per l'influenza del mondo esteriore, così il popolo Italiano, ad onta della tirannide che l’opprimeva, intese subito l'influenza del progresso europeo; e le masse si avvicinano al possesso della ragione con tanta più rapidità, in quanto che tale sviluppo armonizza con le sofferenze dei loro sensi. Non perciò può dirsi che in Italia siavi un partito socialista, pronto ad operare in questo senso. Ma il primo germe esiste, il popolo sente i suoi mali, e mormora nello scorgere il proprietario ed il capitalista, oziando, godersi il frutto dei lavori del contadino e dell'operaio, mentre questi guadagnano a frusto a frusto la vita; il popolo più non accetta il suo stato, ma lo subisce. Questo primo sentimento di disgusto, per lo stato presente, che già comincia a palesarsi nel popolo, è il germe della futura rivoluzione Italiana; germe che i pensatori dovrebbero svolgere, elaborare, discutere, formulare, renderlo popolare e farne la bandiera di un partito. Ma disgraziatamente l’Italia non ancora conta gli apostoli del suo avvenire, ed essa non ha che questo germe, oppresso sotto l’impenetrabile involucro dell’ignoranza e della miseria. Ciò nulla ostante, il dispotismo costringendo i popoli ad insorgere con la sua continua pressione, potrebbe rompere questo involucro; ed in quei momenti di febbre, che rendono il popolo corrivo ad accettare i più arditi concetti, per quanto sia restio a riconoscerli nel suo stato consueto, potranno le nuove dottrine farsi strada, trovare dei propugnatori e colmare il vuoto che ci separa dalla rivoluzione; ed i posatori saranno allora costretti dalla forza a risolvere quei problemi che ora proclamano impossibili. La decrepita borghesia che sino ad ora ha vissuto, e vivrà sotto la tutela dei principi, sarà costretta ad abdicare nel momento di salire al trono.

Qui termino il mio dire, che sarebbe stato più cauto, ed avrebbe accarezzato le presenti suscettibilità della pubblica opinione, se avessi ambito il plauso; ma scrivendo, ho mirato al bene che la verità, quantunque molesta al primo gusto, potrà arrecare alla patria, ed alla soddisfazione di esporre i propri pensieri senza vestirli con la cappa impiombata della simulazione. Ho taciuto degl'individui, ed a malincuore ho parlato di qualcuno, esponendo solo i fatti, convinto fosse troppo rilevante pel paese parlare il vero intorno alcune cose troppo travolte. Mi sono astenuto di creare degli eroi, perocché l’Italia ne conta già molti, senza poterne noverare le gesta.

A ' di quello spirito d’imitazione, contagioso negli uomini, il quale ha avviato i narratori delle cose nostre ai continuo lodare, ho svolte le pagine dell’istoria francese in tempi non mollo remoti; ivi ho riletto: come Bonaparte dopo aver disfatto cinque eserciti, trionfato in 18 battaglie, ed aver conquistati più tasti confini alla Francia, divien sospetto al governoed è invialo in Egitto, ove egli si vendica con nuove conquiste; né la sua ambizione si manifesta che dopo aver salvato una seconda volta la Francia da una imminente catastrofe, Hoche sconta col carcere la sua energica condotta in Alemagna, sorte innocente, e corre a pacificare la ’Avantea a quel governo che l’uvea ingiustamente punito. Un ordine richiama da Napoli il generale Championnet per punirlo di una disubbidienza al commissario del governo; Championnet in Napoli, alla testa di un esercito conquistatore, popolare nella republica da esso costituita, nel ricevere l’ordine, parte e si presenta in carcere; sorte innocente, e covre di nuovo la patria con la sua spada. Al paragonare quella forza nel governare, quell’abnegazione nell’ubbidire, quelle gesta, e quei nobili cuori, incapaci di ambizione; con la debolezza dei governi italiani, con la ribellione continua dei capi militari, che si rendevano quasi inviolabili circondandosi da pretoriani, e quelle ambizioncelle così facili a sorgere, dopo scaramucce e scaramucce infelici, mi sono inteso guarito dal contagio universale, mesto per le sorti della povera pallia; ma chiamando in soccorso la logica e la ragione, la mestizia è svanita, pensando che tanti anni di schiavitù, che la mancanza assoluta d'idee, che un’insurrezione infine, e non già una rivoluzione, non poteva creare degli eroi. Sin dal 99 gl'Italiani, settari e non già rivoluzionari, hanno creduto fare il bene della patria, accettando la dittatura del pensiero e dell’azione di qualche individuo credulo degno. Nel l’operare a vendo bisogno d’immediata direzione, ogni gruppo si ha creato un capo, ogni scaltro si ha formato un gruppo; né questi capi potevano accordarci o riconoscersi, perocché il concetto unificatore mancava, la volontà del capo della setta non poteva operare immediata su lutti. Quindi, disciplina in pace ed indisciplina in guerra è stata la divisa degli Italiani, la quale finché dura non potrà apportare altri risultamenti, se non tristi.

Guai allorché le masse giungono a credere all’inviolabilità ed all’infallibilità di un uomo. Guai allorché le masse si avvezzano alla fede e non alla ragione: è questo il segreto sul quale sino ad ora si è basala la tirannide, che ha trovato facile la strada al conseguimento dei suoi disegni; dappoiché il pensare è fatica dalla quale rifuggono le moltitudini, corrive sempre al credere.

Indisciplina in pace e disciplina in guerra è la divisa di ogni rivoluzione, quella genera la discussione e crea il concetto ovvero la bandiera; questa unifica gli sforzi, ed invita il soldato a tener li sguardi fissi sul vessillo e non già sul capitano. Poco monta che la mitraglia distrugga un generale: un altro lo rimpiazza ma la bandiera non cambia, ogni milite deve averla scolpita nel cuore.

Lugano 25 ottobre 1850.


vai su


APPENDICE

Era già scritta questa narrazione, allorché apparve la Federazione Republicana di G. Ferrari. Profonda è stata l’impressione che tale libro ha prodotto fra la classe pensante. Molti rivoluzionari di cuore più che di mente sonosi trovati, leggendo il libro del Ferrari, come il novizio al nuoto che vien lanciato dal maestro nel mezzo dei flutti. E non avvezzi in Italia a quel libero dire, il libro di Ferrari è sembrato un' eccentricità. L’autore poco curandosi delle persone, dei pregiudizi, dei partiti, dell'opinione pubblica» stessa, sbriglia affatto il suo ingegno e cammina dritto alla ricerca del vero. Questo dovrebbe essere il tipo dei scrittori in un paese ove Giordano Bruno e tanti altri sapienti, non dubitarono di posporre la vita loro alla libertà del pensiero.

Il Ferrari scorge che si cercano gl'inni di guerra nelle pagine del vangelo; che la breccia è malamente cominciata, le artiglierie sfiorano il parapetto. Egli corregge l'errore e mira ad atterrare la base. Ma i suo robusto ingegno non va esente dall’influenza del suo cuore: il nemico che esso attacca, gli vien dipinto in forme gigantesche, dall'odio stesso che l’inspira. Egli esagera il potere del cristianesimo, vede l’Italia mollo addietro nella via del progresso, accetta le conseguenze logiche di questi mali, e crede per l’Italia inevitabile il subire la dittatura francese.

La fiducia, la probità e l’ardire nell'intraprendere grandi imprese commerciali, non potevano in Italia, sotto la pressione di governi che dappertutto intervengono, che tutto spiano, svilupparsi come altrove; quindi mentre il commercio di Francia ed Inghilterra prosperavano, ingigantivano, invadevano, quello d’Italia, già vastissimo, decadeva. Mentre in Francia l’insegnamento, la libertà del pensiero creava dei pensatori, in Italia, patria di Vico, rimanevasi interdetti; la borghesia salita al trono troppo giovane, non fu capace francarsi completamente, e rimase sotto la tutela dei principi. Ma da questi mali è scaturito un bene, sfuggito ai Ferrari. La borghesia, non ha potuto diventar potente, ed al momento che il popolo reclama a sua volta il trono, trovasi in contro un nemico meno formidabile che in Francia; oltre che, questo nemico ha, col popolo stesso, ed avrà sempre, finché dura la libidine del potere nei principi, un punto di condotta:

In Francia vennero salariati i preti, e questi formarono una schiera ligia al governo. In Italia questa schiera esiste, ma conta spesso dei disertori. Un esercito nazionale, proporzionato alla popolazione d’Italia manca, ma esso sarebbe una forza pel governo, un nemico pel popolo. Epperò, l’enumerazione che fa il Ferrari di tutte le istituzioni di cui manca l'Italia, mentre sono decadenti in Francia, per mostrare la distanza che separa le due nazioni sulla via del progresso, è illusoria più che reale. Si. supponga sgombro il suolo italiano dai stranieri, e si paragoni quale delle due nazioni, la Francia o l’Italia, sia più prossima alla rivoluzione sociale, quale abbia maggiore abilità al molo. Tanto in Francia come in Italia la potenza è rappresentata dal popolo, la resistenza dalla borghesia; ed egli è fuori dubbio che il rapporto, fra queste due forze, mostra che l’Italia potrebbe rompere l’equilibrio con maggior facilità.

Il potere della Chiesa cominciò a cadere da che Arnaldo da Brescia predicava contro gli abusi di essa; da che Bernabò Visconti, sul ponte del Lambro, faceva ingoiare ai legali del papa una bolla spedita contro di lui. Il secolo XVIII spegneva il potere religioso, e dal momento che in Europa si senti il bisogno della libertà dei culli, la religione perde il suo prestigio. Un concetto religioso per esser potente bisogna che la massa dei credenti sia intollerante; quando il fanatismo cessa, ed il rogo si spegne, il potere della religione non è che ideale. I prelati, i marchesi, i conti… i quali con la loro influenza potessero, non dico opporsi, ma Accozzare in Italia un sol battaglione contro la libertà, non esistono; ciò lo prova ad evidenza il governa papale, incapace a sostenersi con armi italiane.

Quindi non sono le cause enumerate dal Ferrari il vero ostacolo alla rivoluzione italiana, ma è l’Impero il solo nemico d’Italia, che non può debellarsi senza ordinate e numerose schiere e senza piantare sul Danubio il vessillo italiano; mentre poche migliaia di cittadini, sulle barricate di Parigi, bastano per compiere la rivoluzione francese. E siccome lo sforzo che deve operare l’Italia, per francarsi, deve essere vigorosissimo, è indispensabile che le idee le quali debbono informare la rivoluzione divenghino popolari,. e che le masse comprendano essere loro interesse di cambiare la vanga nel fucile; ma in Italia mancano i pensatori, e da taluni si pretende far guerra al papa sotto l’insegne della croce, emancipare il popolo proteggendo le usurpazioni della borghesia, abbattere i troni con la spada dei principi. Questo ristagno di progresso, questa paralisi intellettuale che si osserva in Italia, e le baionette straniere; sono i suoi veri carnefici.

Ma questa enorme differenza che passa fra l’Italia e la Francia, nell’abilità di riformarsi, vien minorala da altre circostanze. Profondo, universale, sentito è l'odio al presente, e il bisogno di migliorare; questo sentimento bastante per insorgere, è incapace per durare. L’Italia insorgendo senza concetto, come l'altra volta, sarebbe indubitatamente vinta; ma se a tale sentimento si aggiunga quella voce segreta che già dice alle masse. Voi avete dritto di esistere, può sperarsi con molto fondamento, che, se l’odio al presente precipita il popolo nel molo, in quei momenti di febbre, questa nebbia che l'involge potrebbe diradarsi, mostrargli la verità, cambiare l'insurrezione iu una rivoluzione, ed assicurare il trionfo.

Venticinque milioni d’italiani, propugnatori della completa riforma sociale, ed avendo per baluardi le Alpi, dominerebbero l’Europa, come la dominano le ci' me dei loro monti, e potrebbe l’Italia muovere guerra al mondo. Ma tale impresa non è indispensabile, come la crede il Ferrari,

La Vistola ed il basso Danubio dividono l'Europa in due parti, di cui l'occidentale racchiude i germi della futura civiltà mondiale; ed ivi il cristianesimo, il privilegio ed il trono sono rappresentati dall’Austria. In sostegno di essa trovasi in seconda linea la Russia; epperò a Parigi, a Roma a Vienna ed a Berlino si trovano sempre i medesimi nemici l’uno incontro dell'altro; l’impero ed il popolo; e lo stato che prima insorgerà, ben lungi dall’esser costretto d’imporre la sua rivoluzione, non farà che prendere l’iniziativa della grande lotta, ed essere l’allealo di tutti gli altri popoli.

Concludiamo: l’Italia non ha altra speranza che nella grande rivoluzione sociale, ed in ciò siamo d'accordo col chiaro autore della Federazione Republicana:

Egli pensa che il papato ed i nobili siano gli ostacoli insormontabili che si oppongono all'emancipazione del popolo; noi crediamo che papato e nobili esistono in Italia perché sostenuti dalle baionette francesi ed austriache; quindi il nostro nemico è lo straniero. Egli vede il popolo francese l’iniziatore della rivoluzione, e noi tale lo vediamo, senza però negare, assolutamente, agli altri popoli la possibilità di esserlo. Egli vede indispensabile in Italia il subire la dittatura francese, e ciò avverrebbe se l’Italia persistesse nel formalismo; ma troppo evidenti sono i vantaggi che risultano dal democratizzare il benessere e la forza, per aver bisogno d’imporli. La Francia non avrà bisogno d’inviare i suoi eserciti, perocché le idee valicheranno le Alpi prima delle sue armi, e basteranno a compiere la rivoluzione Italiana.

FINE.



vai su




Pisacane e la spedizione di Sapri (1857) - Elenco dei testi pubblicati sul nostro sito
1851 Carlo Pisacane Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49
HTML ODT PDF
1858 Carlo Pisacane Saggi storici politici militari sull'Italia Vol. I HTML ODT PDF
1858 Carlo Pisacane Saggi storici politici militari sull'Italia Vol. II HTML ODT PDF
1860 Carlo Pisacane Saggi storici politici militari sull'Italia Vol. III HTML ODT PDF
1860 Carlo Pisacane Saggi storici politici militari sull'Italia Vol. IV HTML ODT PDF

1849

CARLO PISACANE Rapido cenno sugli ultimi avvenimenti di Roma

1855

La quistione napolitana Ferdinando di Borbone e Luciano Murat

1855

ITALIA E POPOLO giornale politico Pisacane murattisti

1856

Italia e Popolo - Giornale Politico N. 223 Murat e i Borboni

1856

L'Unita italiana e Luciano Murat re di Napoli

1856

ITALIA E POPOLO - I 10 mila fucili

1856

Situation politique de angleterre et sa conduite machiavelique

1857

La Ragione - foglio ebdomadario - diretto da Ausonio Franchi

1857

GIUSEPPE MAZZINI La situazione Carlo Pisacane

1857

ATTO DI ACCUSA proposta procuratore corte criminale 2023

1857

INTENDENZA GENERALE Real Marina contro compagnia RUBATTINI

1858

Documenti diplomatici relativi alla cattura del Cagliari - Camera dei Deputati - Sessione 1857-58

1858

Difesa del Cagliari presso la Commissione delle Prede e de' Naufragi

1858

Domenico Ventimiglia - La quistione del Cagliari e la stampa piemontese

1858

ANNUAIRE DES DEUX MONDES – Histoire générale des divers états

1858

GAZZETTA LETTERARIA - L’impresa di Sapri

1858

LA BILANCIA - Napoli e Piemonte

1858

Documenti ufficiali della corrispondenza di S. M. Siciliana con S. M. Britannica

1858

Esame ed esposizione de' pareri de' Consiglieri della corona inglese sullaquestione del Cagliari

1858

Ferdinando Starace - Esame critico della difesa del Cagliari

1858

Sulla legalità della cattura del Cagliari - Risposta dell'avvocato FerdinandoStarace al signor Roberto Phillimore

1858

The Jurist - May 1, 1858 - The case of the Cagliari

1858

Ricordi su Carlo Pisacane per Giuseppe Mazzini

1858

CARLO PISACANE - Saggi storici politici militari sull'Italia

1859

RIVISTA CONTEMPORANEA - Carlo Pisacane e le sue opere postume

1860

POLITECNICO PISACANE esercito lombardo

1861

LOMBROSO 03 Storia di dodici anni narrata al popolo (Vol. 3)

1862

Raccolta dei trattati e delle convenzioni commerciali in vigore tra l'Italia egli stati stranieri

1863

Felice Venosta - Carlo Pisacane e Giovanni Nicotera o la Spedizione Sapri

1863

Giacomo Racioppi - La spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti inediti

1864

NICOLA FABRIZJ - La spedizione di Sapri e il comitato di Napoli (relazione a Garibaldi)

1866

Giuseppe Castiglione - Martirio e Libert࠭ Racconti storici di un parroco dicampagna (XXXVIII-XL)

1868

Vincenzo De Leo - Un episodio sullo sbarco di Carlo Pisacane in Ponza

1869

Leopoldo Perez De Vera - La Repubblica - Venti dialoghi politico-popolari

1872

BELVIGLIERI - Storia d'Italia dal 1814 al 1866 - CAP. XXVII

1873

Atti del ParlamentoItaliano - Sessionedel 1871-72

1876

Felice Venosta - Carlo Pisacane e Giovanni Nicotera o la Spedizione Sapri

1876

Gazzetta d'Italia n.307 - Autobiografia di Giovanni Nicotera

1876

F. Palleschi - Giovanni Nicotera e i fatti Sapri - Risposta alla Gazzettad'Italia

1876

L. D. Foschini - Processo Nicotera-Gazzetta d'Italia

1877

Gaetano Fischetti - Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri del 1857

1877

Luigi de Monte - Cronaca del comitato segreto di Napoli su la spedizione di Sapri

1877

AURELIO SAFFI Scritti editi e inediti di Giuseppe Mazzini (Vol. 9)

1878

PISACANE vita discorsi parlamentari di Giovanni Nicotera

1880

Telesforo Sarti - Rappresentanti del Piemonte e d'Italia - Giovanni Nicotera

1883

Giovanni Faldella - Salita a Montecitorio - Dai fratelli Bandiera alladissidenza - Cronaca di Cinbro

1885

Antonio Pizzolorusso - I martiri per la libertࠩtaliana della provincia diSalerno dall'anno 1820 al 1857

1886

JESSIE WHITE MARIO Della vita di Giuseppe Mazzini

1886

MATTEO MAURO Biografia di Giovanni Nicotera

1888

LA REVUE SOCIALISTE - Charles Pisacane conjuré italien

1889

FRANCESCO BERTOLINI - Storia del Risorgimento – L’eccidio di Pisacane

1889

BERTOLINI MATANNA Storia risorgimento italiano PISACANE

1891

Decio Albini - La spedizione di Sapri e la provincia di Basilicata

1893

L'ILLUSTRAZIONE POPOLARE - Le memorie di Rosolino Pilo

1893

 MICHELE LACAVA nuova luce sullo sbarco di Sapri

1894

Napoleone Colajanni - Saggio sulla rivoluzione di Carlo Pisacane

1905

RIVISTA POPOLARE - Spedizione di Carlo Pisacane e i moti di Genova

1895

Carlo Tivaroni - Storia critica del risorgimento italiano (cap-VI)

1899

PAOLUCCI ROSOLINO PILO memorie e documenti archivio storico siciliano

1901

GIUSEPPE RENSI Introduzione PISACANE Ordinamento costituzione milizie italiane

1901

Rivista di Roma lettere inedite Pisacane Mazzini spedizione Sapri

1904

LUIGI FABBRI Carlo Pisacane vita opere azione rivoluzionaria

1908

RISORGIMENTO ITALIANO - Giudizi d’un esule su figure e fatti del Risorgimento

1908

RISORGIMENTO ITALIANO - Lettera di Carlo Cattaneo a Carlo Pisacane

1908

RISORGIMENTO ITALIANO - I tentativi per far evadere Luigi Settembrini

1911

RISORGIMENTO ITALIANO - La spedizione di Sapri narrata dal capitano Daneri

1912

 MATTEO MAZZIOTTI reazione borbonica regno di Napoli

1914

RISORGIMENTO ITALIANO - Nuovi Documenti sulla spedizione di Sapri

1919

ANGIOLINI-CIACCHI - Socialismo e socialisti in Italia - Carlo Pisacane

1923

MICHELE ROSI - L'Italia odierna (Capitolo 2)

1927

NELLO ROSSELLI Carlo Pisacane nel risorgimento italiano

1937

GIORNALE storico letterario Liguria - CODIGNOLA Rubattino

1937

GIORNALE storico letterario Liguria - PISACANE Epistolario a cura di Aldo Romano







Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










vai su





Ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilità  del materiale e del Webm@ster.