Eleaml - Nuovi Eleatici


GIACOMO MARGOTTI

GIACINTO DE SIVO

PAOLO MENCACCI

Paolo Mencacci

Se si esclude l’opera di De Sivo, pubblicata sei mesi or sono, le opere di Mencacci e di Margotti le pubblicai una quindicina di anni fa. Mi ero riproposto di dar loro una sistemata ma tra impegni lavorativi e familiari non ero riuscito a farlo. Nonostante il pensionamento avvenuto nel settembre 2019.

Ora sono giunto al termine del lavoro, riorganizzando con collegamenti ipertestuali i files HTML e con una struttura-titoli-indice i files ODT e i files PDF.

Ovviamente i collegamenti nelle pagine HTML puntano solamente ad una parte dei titoli, quelli che abbiamo ritenuto più esemplificativi – come potete vedere nel PDF la struttura degli indici dei vari volumi è sterminata. Meglio condensare il tutto in una cinquantina di collegamenti per ogni volume.

Ultima precisazione: gli indici creati da noi non coincidono esattamente con gli originali sopratutto per quanto riguarda il numero di pagina, quindi se dovete fare delle citazioni (per tesi universitarie o altre pubblicazioni) vi consigliamo di utilizzare le fonti originali che potete trovare in rete o in biblioteca.

Siccome riteniamo che Margotti, De Sivo e Mencacci hanno scritto tre opere da cui è impossibile prescindere nello studio del Risorgimento, in alto, all’inizio di ogni singola pagina  web dei rispettivi autori, troverete il collegamento all'opera di ognuno dei tre autori:

Buona lettura e tornate a trovarci.

Zenone di Elea - Giugno 2025

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Da tempo volevamo pubblicare il testo di Paolo Mencacci ma si trattava di un lavoro impegnativo, infatti abbiamo impiegato i ritagli di tempo degli ultimi due mesi per digitalizzarlo (ovviamente, come per tutte le opere che mettiamo online, vi invitiamo sempre a consultare gli originali cartacei se dovete fare delle citazioni nella preparazione di tesi universitarie o nel caso di altre pubblicazioni).

Leggendo lo scritto di Mencacci viene in mente l'opera di Giacomo Margotti. Si tratta di due menti brillanti entrambe ma differenti. Margotti spazia in vari campi dello scibile, non disdegna i temi economici e fa le pulci ai bilanci del neonato regno d'Italia. Mencacci si addentra soprattutto nella storia politico-diplomatica sviscerando i funambolismi cavourristi che portarono il piccolo Piemonte alla guida del processo di unificazione e alla caduta del Regno delle due Sicilie.

Caduta che fu dovuta per la più parte agli interessi geopolitici delle due superpotenze del tempo: Francia ed Inghilterra.

Ricordo che alcuni anni fa, durante una chiacchierata con la Pellicciari che presentava “I panni sporchi dei mille”, si diceva che il grande interrogativo degli storici riguardava il tradimento diffuso nelle alte gerarchie dell'esercito napolitano. Se leggiamo cosa scriveva il Carafa in un suo dispaccio dell'8 novembre 1956 – scritto che viene riportato da pochissimi autori fra cui il Mencacci – diventa più agevole trovare una risposta:

«Con una tale condotta si pretende ottener grazie, e per sopra sello, concedere una manifesta protezione per i principali agitatori nazionali! e perché? perché furono l'istrumento delle vedute dei due Gabinetti esteri.

«Col proteggere siffatta gente, le due Potenze non vogliono il bene generale, ma bensì accrescere il numero degl'individui al partito della rivoluzione e che sconvolgano il paese.

«É gran tempo che si lavora, massime per parte d'individui francesi, a corrompere col danaro le regie milizie.

«Ciò è inammissibile, e sorpassa i limiti di qualunque tolleranza!

«Ve n'ha più di quello che occorra perché il Governo del Re non faccia più alcuna concessione: ne avvenga quel che può.

Dispaccio Circolare degli 8 Novembre 1856

Il regno nel decennio che precedette il crollo rimase sotto l'attacco concentrico delle diplomazie inglesi e francesi (quest'ultimi un po' più doppiogiochisti essendo una nazione cattolica) che non persero occasione per indebolirne l'immagine di fronte alla opinione pubblica internazionale, costringendolo ad un isolamento che si sarebbe rivelato un vero disastro.

Zenone di Elea – 20 settembre 2010

MEMORIE DOCUMENTATE

PER LA STORIA DELLA RIVOLUZIONE ITALIANA

RACCOLTE DA PAOLO MENCACCI ROMANO

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VOLUME I – PARTE I

ROMA

TIPOGRAFIA DI MARIO ARMANNI

NELL'OSPIZIO DIGLI ORFANI ALLE TERME

1879

1879 - Memorie documentate per la storia della rivoluzione italiana - Paolo Mencacci HTML ODT PDF
1881 - Memorie documentate per la storia della rivoluzione italiana - Paolo Mencacci HTML ODT PDF
1889 - Memorie documentate per la storia della rivoluzione italiana - Paolo Mencacci HTML ODT PDF

AL LETTORE


UNO SGUARDO ALLA RIVOLUZIONE ITALIANA
II - L’OPINIONE PUBBLICA
III - I CONGRESSI DEGLI SCIENZIATI
IV - LE SOCIETÀ SEGRETE LETTERA V - LETTERA DOMMATICA DI MAZZINI
VI - MEZZI PROPOSTI DA MAZZINI E ATTUATI DALLA SUA...
VII - UNA OCCHIATA AI FATTI
VIII - LE RIFORME PRETESTO, NON RAGIONE, DELLA...
IX - IPOCRISIA E EMPIETÀ DELLA RIVOLUZIONE ITALIANA

LIBRO I

CAPO I - TRE QUESTIONI - REPUBBLICA ROMANA...
CAPO II - IL CONGRESSO DI PARIGI - Memorandum...
CAPO III - QUALCHE COMMENTO
CAPO IV - INTRIGHI
CAPO V – RIVELAZIONI
CAPO VI - DOPO IL CONGRESSO
CAPO VII - IL PRINCIPIO DEL NON INTERVENTO
CAPO VIII - IL RE DI NAPOLI E I GOVERNI INGLESE E...
CAPO IX - BALDANZA DI SETTARI E TIMORI DI GOVERNI
CAPO X - I RAPPRESENTANTI INGLESE E FRANCESE...
CAPO XI - STATO DEL REGNO DI NAPOLI ALL’EPOCA DEL..
CAPO XII - IL GOVERNO DI NAPOLI E QUELLO DEI...
CAPO XIII - I PROTETTORI DISINTERESSATI CAPO  XIV - ATTENTATO CONTRO IL RE FERDINANDO II
APPENDICE AL LIBRO PRIMO

LIBRO II

CAPO I -  LA SOCIETÀ NAZIONALE
CAPO II - AGITAZIONI E ATTENTATI
CAPO III - SCORRERIA DI MASSA,  BENTIVEGNA, SCOPPIO...
CAPO IV - SCORRERIA DI PISACANE
CAPO V - LA QUESTIONE DEL Cagliari
CAPO VI - MENE MURATTISTE «Aux peuples des Deux Siciles»
CAPO VII - TESTIMONIANZE NON SOSPETTE CIRCA...
CAPO VIII - DUE MEMORANDUM
CAPO IX - LA COSTITUZIONE DI NAPOLI
CAPO X - DOPO LA PARTENZA DEI PLENIPOTENZIARI FRANCESE E INGLESE

LIBRO III

CAPO I - VIAGGIO DELL'IMPERATORE D'AUSTRIA NEL...
CAPO II - IL GOVERNO SARDO E IL VIAGGIO IMPERIALE
CAPO III - UNA PAGINA DI NICOMEDE BIANCHI
CAPO IV - MANEGGI DEL GOVERNO SARDO DOPO LA...
CAPO IV (bis) UNA DIGRESSIONE - IL RE CARLO ALBERTO
CAPO V - CARLO ALBERTO E IL CONTE DELLA MARGHERITA
CAPO VI - CARLO ALBERTO E LA RIVOLUZIONE DI...
CAPO VII - CARLO ALBERTO E LA RIVOLUZIONE EUROPEA

LIBRO IV

CAPO I - IL VIAGGIO DEL PAPA NELLE LEGAZIONI
CAPO II - DA ROMA A LORETO CAPO III - DA LORETO A SENIGALLIA NOTIFICAZIONE
CAPO IV - DA SENIGALLIA A BOLOGNA
CAPO V - A  BOLOGNA
CAPO VI - A SAN MICHELE IN BOSCO
CAPO VII - A MODENA - UN’ALTRA PAROLA CIRCA...
CAPO VIII - DI NUOVO A BOLOGNA
CAPO IX - IL SANTO PADRE IN TOSCANA
CAPO X - RITORNO DEL PAPA A ROMA
CAPO XI - VIAGGIO DEI REALI DI SAVOIA IN SICILIA
CAPO XII - L’EPISCOPATO CALABRO-SICULO E IL VIAGGIO
CAPO XIII - IL VIAGGIO REALE E L’ENTUSIASMO DELLE...
NOTE

AL LETTORE

Cattolico e monarchico, per convinzione e per affetto, scrivo per dar gloria a Dio e per rendere testimonianza alla verità in mezzo al presente trionfo della menzogna. Romano, gemo per la mina di Roma cristiana, scopo supremo della rivoluzione. Italiano, arrossisco che l'unità d’Italia sia il frutto di tanti delitti. Raccolgo memorie, non detto la storia; sarebbe impossibile cosa, mentre ardono tuttora le politiche passioni. Raccolgo memorie e lo faccio, per quanto è possibile, colla calma del filosofo cristiano, che con documenti alla mano presenta ai posteri il mostro più orrendo, che uscisse dalle mani dei figli degli uomini a' danni dei figliuoli di Dio. Nei sette anni di assiduo lavoro che v’impiegai spesse volte credetti sognare, tanto sembravanmi incredibili le cose ch’ero costretto a registrare! L’uomo onesto, che mi leggerà, qualunque sia il culto che professi, qualunque lo spirito che lo animi, renderà omaggio alla palpabile verità dei fatti che gli pongo dinnanzi, e forse benedirà l'opera mia, dando così un compenso in questo misero mondo a chi consacrò intera la sua esistenza in difesa della causa dell’Altare e del Trono.

PAOLO MENCACCI.

UNO SGUARDO ALLA RIVOLUZIONE ITALIANA

I - RAGIONE DELL’OPERA

Ora che i fattori del presente stato d’Italia stanno raccogliendo il frutto dell’opera delle loro mani, giova riandare coi documenti alla mano i fatti che produssero codesto grande rivolgimento, ad universale lezione dei buoni, perché, giunta l’ora, non ricadano nei passati errori, e dei tristi, perché veggano che la promessa di Dio non viene meno; ché la Chiesa militante con ogni suo attributo e dritto non può non risorgere più bella e gloriosa dalle ruine accumulate per distruggerla, se la umana società non è giunta al suo fine.

Per arrivare a Roma e ferire al cuore il Cristianesimo, si vollero distrutti i Principati italiani, provvidenziali propugnacoli del temporale principato della Chiesa, la quale in mezzo al secolare lavorìo delle sètte anticristiane apparisce fin d’ora unico palladio di verità e di giustizia, unica àncora di salvezza per la società che perisce, pei governi stessi che Posteggiano. Ma poiché nostro scopo non è di narrare nudi fatti, ma si di recarne i documenti, fa d’uopo fin da principio d’impugnare la misteriosa chiave che sola può aprirci, se non tutti, almeno i principali segreti del mostruoso rivolgimento sociale, di cui siamo ora afflitti testimonii e vittime.

Quando una crisi politica sia il risultamento di diuturni gravami, e conseguenza di una lotta di partiti politici, ed anche di intellettuali travagli, subordinati agli eterni principii del vero e del retto, allora le perturbazioni di uno Stato legittimamente costituito, avvegnaché dolorose e cruente, non vanno senza compensazione. Non fu cosi della crisi, o, a dir meglio, della catastrofe insidiosamente provocata ai nostri giorni a danno dei pacifici Stati italiani con trame faziose, fomentate e sostenute da straniere ambizioni, da cittadine codardie, da prezzolati tradimenti.

Certamente uno dei più tristi spettacoli che possa offrire la storia delle nazioni, è il vedere Reami prosperosi e tranquilli per savii e cristiani ordinamenti, con secoli di politica e monarchica autonomia, e provvisti di sufficienti mezzi di difesa, e, se vuoi, anche di offesa, come quello di Napoli., specialmente. preso di mira, per popolazione e territorio grande più della terza parte d’Italia, divenire preda miseranda di un minore Stato vicino, e di un partito malvagio, che freddamente, calcolatamente, giorno per giorno, apparecchia loro l’abisso destinato ad inghiottirli.

Ma di fronte a tale fatto inconcepibile, svariati ed opposti giudizi in innumerevoli stampe, giornali e libri, essendosi pubblicati, in onta al vero ed al quieto giudizio dell’uomo che pensa, il ricorrere ai documenti per ismentirli è opera di vero patriottismo, e assolutamente necessaria. Quando fervono le rivoluzioni, non si scrive né legge bene posatamente e con la ragione; ma si scrive e legge con le passioni del momento: «meglio è non scrivere e non leggere! E dice vero il Balbo (1). Ora però che la rivoluzione, insediatasi al posto dei rovesciati troni, raccoglie il frutto miserando di cento anni di congiure, e che l’ardore della lotta sembra spento, è necessità, è dovere per chi ama i proprii simili e può come che sia prendere in mano una penna, di rispondere al bisogno, al diritto della società tradita, e raccogliere fatti e documenti perché possa la storia essere veramente la maestra della vita, e, divenuta ristoratrice e interprete fedele del senso morale, essere la espressione veridica della coscienza dei popoli.

Quale che sia per essere lo storico delle ultime vicende dell’Italia nostra, gli sarà cosi più difficile di essere inesatto. I contemporanei poi trarranno un gran profitto nel vedere messe sotto i loro occhi le cause e gli effetti delle medesime vicende, e ne avranno una lezione salutare che li premunisca contro i futuri inganni di coloro che attentano alla quiete degli Stati, e col pretesto di far liberi e rigenerati i popoli, li soggiogano alla più dura schiavitù e miseria, onde milioni d’innocenti espiano la scelleratezza di pochi e la codardia di molti.

A tale laborioso, non meno che importante scopo, abbiamo noi dato opera a raccogliere con pazienza e verità le presenti Memorie Documentate da servire alla storia della Rivoluzione italiana pel periodo di tempo che trascorse dal 1856 fino ai nostri giorni. Questo periodo comprende il trionfo della rivoluzione, e lo svolgimento, ormai ultimo, del pensiero settario. Degli anni che precedettero abbastanza fu detto da valorosi scrittori; e noi ci studieremo di averli presenti, e con isguardi retrospettivi ne diremo quanto sia necessario a migliore intelligenza di quel che narriamo, corroborando ogni cosa con documenti e note autorevoli.

Quindi il presente lavoro non è altro, che una raccolta ragionata e fedele di documenti, tra i quali molti inediti o poco conosciuti finora, con una semplice esposizione di fatti che parleranno da per loro, risparmiandoci, per quanto è possibile, gli apprezzamenti, che farà da sé il lettore.

Le cose contemporanee sono d’ordinario, se non le più ignorate, certo le più guaste da passioni; metterle in luce nel loro vero aspetto, ravvicinandole a quelle che le precedettero, le accompagnarono, le seguirono, è opera sommamente buona e salutare, quando non s’indietreggi dinanzi al malgenio dell’epoca nostra, nella quale, libero, anzi voluto, è il mentire, il calunniare, e vietato il difendere. Nel delineare le condizioni generali dei principali Stati italiani, offriamo al lettore il destro di considerare, (poiché il male è avvenuto), non meno il danno prodotto da una invasione settaria e straniera, che il vantaggio delle lezioni di una terribile esperienza, a bene di tanti popoli conculcati e traditi, e a riabilitazione, forse non lontana, di secolari diritti ora vilipesi e calpestati.

I fatti e i documenti essendo le fonti più sicure della storia, poco o nulla vi aggiungeremo del nostro; i contemporanei, egualmente che i posteri, li peseranno formandone loro giudizio. Senza questi fatti, e senza questi documenti, le generazioni a venire non crederebbero le inaudite cose commesse ai nostri giorni, nel nome abusato di Civiltà: «direbbero che abbiamo calunniato questo buio secolo dei lumi e i suoi principii, per ironia detti grandi.


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II

L’OPINIONE PUBBLICA

In questa epoca tristissima, che ben potrebbe dirsi il regno della menzogna, fa d’uopo contare per qualche cosa quel che suol chiamarsi pubblica opinione, opinione fabbricata a furia di arti malvage, d’idee false e travolte da mestatori politici, ai quali, per castigo dell’uman genere, la Provvidenza concesse un ingegno vivace e ardito, una voce seducente e una facile loquela: «opinione di cui sventuratissimamente abusò financo chi talvolta si credè chiamato a difendere la causa della verità e della giustizia, pur non seguendo gli eterni immutabili principii del retto e del vero, e ciò con privati intendimenti, e con iscopo che solo conosce Iddio. Noi affrontiamo codesta capricciosa e cieca regina dei nostri giorni, armati della spada della verità, sostenuti da fatti irrefragabili e da documenti, che non possono sconoscere gli stessi avversarii.

Per buona sorte di chi scrive, v’è ancora fra gli uomini chi distingue due specie di opinioni, come già nell’anno 1863, nella seduta del Senato francese, dei 29 gennaio, si faceva distinzione di due Italie perfettamente distinte ed opposte: «onesta l’una, gloriosa, devota alla religione e alla monarchia; l’altra disonesta, avida, fedifraga, nemica di ogni cosa sacra e santa. Così v’è una opinione pubblica retta e vera, che obbedisce alla legge morale, rende omaggio alla verità e alla giustizia, osserva le azioni degli uomini e dei governi, e accorda loro la meritata fiducia, quando agiscono conformemente a quegli eterni principii. All’opposto vi è un altra opinione, idolo bugiardo dei nostri giorni, sostenuto e portato a cielo da quella cospirazione contro la verità (come chiamavala il de Maistre) che è il giornalismo prezzolato e settario, il quale ricuopre come morbosa crittogama tutta la faccia del mondo, appassendo e annientando i frutti salutari degli insegnamenti cristiani e civili, scambiandoli con frutti amari di perdizione. Un istrione, che pur non era vile, su i nostri teatri, nell’effimero regno della repubblica di Mazzini (nel 1849) ebbe il coraggio di stimmatizzare codesta, opinione pubblica, paragonandola a una mandra imbelle di pecore che và dietro allo sguaiato belare di un fetente becco. Fu applaudito, e a ragione; perché tale appunto è la opinione pubblica dei nostri tempi.

Per codesta sciagurata mezzana delle Società segrete, imbavagliata la Chiesa, sconosciuta la sua santa missione, vilipesi i suoi ministri, screditata la sua parola, che è parola di verità, ogni ardito malvagio che porti ancora ai piedi i segni della catena, o al collo la traccia del capestro, da cui lo tolse la pietà dei Monarchi, si crede in diritto di arrogarsi l’impero del mondo. Costui, disprezzato ogni sano principio, alla virtù dà nome di vizio, al vizio quello di virtù, questa bistrattando e conculcando a suo talento; fabbrica cose meravigliose, improvvisa grandi uomini ed eroi, e, novello Satanasso sul culmine dell’altissimo monte, dice agli uomini istupiditi per la sorpresa o per la paura, indicando loro il mondo: «— Vi darò tutte queste cose, se proni mi adorerete! —

L’uomo onesto e cristiano rimarrà estraneo ad una opinione formata in questa guisa, e malgrado dell'avversità dei tempi e delle cose, chiamerà sempre menzogna la menzogna, vitupero il vitupero, empietà la empietà, e miseri quei tempi, quei governi, quegli uomini che loro ardono incensi; chiamando verità la sola vera santa verità, emanazione di Dio. Ma i Agli degli uomini, i novelli giganti del Massonismo, colle bugiarde parole di libertà, di civiltà, di redenzione, pretesero annientare la libertà dei figli di Dio, distruggere la civiltà cristiana, inutilizzare la redenzione compita in virtù della Croce. Però questa libertà, questa civiltà, questa redenzione hanno riempita la terra di uomini magnanimi, sapienti e grandi, di opere gigantesche e stupende a bene temporale ed eterno degli individui; in quello che la libertà, la civiltà e la redenzione di coloro hanno riempito l’umano consorzio di miserie, il mondo di ruine, tanto più smisurate, quanto più mostruosi sono i moderni edificii innalzati al vitello d’oro, col saccheggio delle pubbliche e private sostanze, colle lagrime e col sangue dei popoli.

Quali siano i vantaggi arrecati all’Italia in generale, e alle Due Sicilie e agli Stati della Chiesa in particolare, dai moderni banditori di libertà, fatti vincitori in virtù di armi straniere, lo hanno già reso manifesto infiniti danni materiali e morali di che sono tuttogiorno saturate codeste infelici contrade, e sarà registrato nella storia con caratteri indelebili di fuoco e di sangue. La storia dirà il contegno sprezzante delle consorterie dominanti, avvezze a calpestar tutto con proposito deliberato; le mostrerà insaziabili di ricchezze, di vendette, di prepotenze; riboccanti di pretensioni, vuote di merito e di dignità; dirà la moltitudine dei popoli gemente sotto il più dispotico dominio, le intelligenze isterilite, le forze vigorose inutilizzate; e in loro vece pazze invidie, odii feroci, selvaggi appetiti, ignoranza, miseria, disperazione Chi il negherebbe ora che, compita l’opera satanesca, dopo 18 anni di libertà e di redenzione, i giornali noverano a centinaia come i suicidi e le morti infelicissime di miseri disperati, cosi i disastri, le ruine, i fallimenti delle più rinomate case commerciali, e d’intere città, una volta doviziose e fiorenti?

La storia mostrerà nuove innumerevoli piaghe sociali, le quali non saprebbesi di qual nome appellare; mentre invano un atea filosofia, una legislazione senza giustizia, un amministrazione senza probità, un governo di proconsoli senza fede, di tribuni militari senza pietà, non hanno altro farmaco da apprestare ai popoli famelici di verità, di quiete, di pane, che metter loro un fucile in ispalla, perché versino pur anco il loro sangue, contro le proprie convinzioni, in quello che se ne espongono all’asta pubblica le povere masserizie da saziarne le ingorde fauci dell’esattore del fisco.

Questo diranno i fatti e proveranno i documenti; non ostante che l’opinione pubblica (formata dalle sètte) negherà codesto smisurato abisso, cinicamente gloriando il suo trionfo; e mentre che ardono Pontelandolfo e Casalduni, e cento altri villaggi; mentre infieriscono le fucilazioni in massa dei Pinelli e dei Fumel; mentre spariscono in un baleno i tesori e le risorse di governi e di Stati i più ricchi e fiorenti d’Italia (e forse anco del mondo), dirà, lavandosi le mani, come la prostituta delle sacre Carte, che la felicità è fra noi; e, chiesto per ischerno un popolare plebiscito, griderà che l’Italia è fatta, ora che gli antichi cospiratori gavazzano nell’abbondanza, avendo rubato ogni cosa. Né a quella bugiarda opinione pubblica verrà in mente, che quando nei precedenti, anni così alto essa declamava contro i governi della Penisola, e in particolare contro Napoli e contro Roma, e tanti torti loro attribuiva, nulla, affatto nulla, accadeva delle attuali enormità e nefandezze. Ma per una cosiffatta opinione è inutile ogni ragionamento, ogni prova, ogni testimonianza: «essa tiene luogo di ragionamento, di prova, di testimonianza, tiene luogo di tutto, per servire vilmente, ciecamente all’altrui ambizione e cupidigia, e rendere odioso distruggendolo un ordine di cose che mirava al benessere e alla indipendenza della patria e della monarchia, della società e dell’individuo; nulla curando di averli resi schiavi d’insolenti padroni stranieri, e vittime sanguinolenti, non di uno, ma di cento despoti settarii.

I documenti raccolti in queste carte provano purtroppo il trionfo di codesta sciagurata opinione; ma provano altresì, fino all’ultima evidenza, che quel trionfo non avvenne per volere o desiderio delle italiane popolazioni; ma sì per le arti abbominevoli di coloro, che per avidità o per odio insensato, antireligioso e antimonarchico, avevano interesse di rendere devastato e isterilito questo giardino d’Europa.

Innumerevoli sono i documenti che dimostrano la rivoluzione italiana essere stata opera di gente straniera, e i nostri popoli averla soltanto subita. Per dir solo dei Napoletani, basti fin d’ora ricordare la confessione fattane dall’infelice Bixio in pubblica Camera di Torino, nella tornata 9 dicembre 1863, eia dichiarazione solenne di Garibaldi nel pomposo ricevimento fattogli in Inghilterra nell’aprile del 1864, dove, innanzi a 30,000 spettatori, Ministri, membri del Parlamento e Lordi, ebbe a dire: «Napoli sarebbe ancora dei Borboni senza l’aiuto di Palmerston; e senza la flotta inglese io non avrei potuto passare giammai lo stretto di Messina». Parole autorevolmente terribili, le quali provano che, se Re Francesco II poteva combattere e vincere la insurrezione suscitata da una mano di filibustieri, avrebbe poi necessariamente soccombuto, non ostante l’amore del popolo e il valore dell'esercito, dovendo alla perfine tener fronte alla mal velata guerra del Governo Britannico e all’aperta aggressione del Sardo, sostenuto da Napoleone III e dalla potenza della Francia, che grande era a quel tempo; doveva in una parola difendersi dai rivoluzionarii di tutto il mondo, e dagl’interni tradimenti procurati da essi.

E chi non sa, che quanto si disse e fece negli ultimi quaranta anni, ed in peculiar modo dal 1856 a questi giorni, a nome dei popoli Italiani, fu detto e fatto a insaputa di loro e anzi contro il loro volere? Chi non sa, che architetto ed artefice supremo di codesti calamitosissimi rivolgimenti fu una Setta, nemica di Dio e degli uomini, che seppe valersi della malizia dei meno, della ignoranza dei più, delle passioni di tutti, ai suoi intendimenti? Essa col pretesto di rendere Una e potente l’Italia ne afferrò la egemonia impadronendosi delle sue ricchezze; che se fa le viste di acconciarsi per ora agli ordinamenti e alle apparenze monarchiche, ciò è a patto soltanto di avere complice la monarchia per ammantare il proprio finale scopo, e preparare i popoli alla repubblica sociale senza Dio. Esaminando attentamente i fatti compiuti in quel nefasto periodo, si parrà chiaro come un così esiziale trionfo saria stato impossibile, se tutti i depositarli della legittima autorità avessero fatto il loro dovere in difesa, non meno della medesima autorità, loro commessa da Dio, che dei popoli e di sé stessi. Per somma sventura però, o piuttosto per nostro castigo, prevalse (così disponendo la setta) il sistema della mitezza, della clemenza, anzi della conciliazione verso uomini, che avendo giurato guerra all’Altare e al trono, lungi dall’esserne riconoscenti ai legittimi governi, osarono chiamare crudeltà, tirannia, oppressione gli stessi benefizii di che andavano ricolmi. Ma Dio e la storia faranno giustizia severa di cotanta enormezza.

Di tale Opinione pubblica però, così artificiosamente formata, £à d'uopo ricercare la origine; e noi non crediamo di andare errati se la segnaliamo in quei tali famosi Congressi, detti degli scienziati i quali, sotto le sembianze di scientifiche trattazioni, di null’altro si occupavano veramente, che di spianare le vie alla rivoluzione, seguendo l’impulso delle Società, segrete, sotto la protezione de' governi, ciechi o complici della stessa Rivoluzione.


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III - I CONGRESSI DEGLI SCIENZIATI

Lo spirito degli invasori Longobardi fu soffocato, ma non estinto, colla caduta di Desiderio ultimo loro Re: «e l’idea di un Regno italiano, che mai aveva esistito prima di loro, se non pur quello dei Goti a' tempi di Teodorico, si era nascosta sotto le ali di qualche. Duca Alpino, disceso dal loro sangue, che colla propria ambizione fomentava quella idea da prodursi in tempi propizii. I Duchi di Savoia, divenuti poscia Re di Piemonte, incarnarono in sé stessi quella idea, e la loro diplomazia, anche quando fu cattolica, spesso l’accarezzò, procurandole a mano a mano un posto più o meno importante fra le idee dei nostri tempi; cosicché all’avvenimento del già rivoluzionario Carlo Alberto, il governo Piemontese, guidato dalla mente traviata si, ma pur vasta, dell’exabate Gioberti, si trovò pronto ad attuarla, quando le generose riforme date da Pio IX nel principiare del suo regno, parvero ai novatori occasione propizia all’attuazione de' loro disegni. È noto ciò che fece nel 1849 Gioberti, perché il Piemonte fosse quello che restituisse il Papa alla sua Sede, anzi che le Potenze cattoliche: «era quella finissima arte diplomatica, a fine di arrogarsi fin d’allora la supremazia sugli altri Stati italiani e la egemonia della Penisola, per ridurre poi insensibilmente l’Italia tutta sotto il suo dominio, a danno dei vicini Stati indipendenti, contro dei quali appunto il Governo piemontese, dopo i noti rovesci del 1849, rivolgeva le sue arti, fomentandovi interne agitazioni e accarezzandone i nemici.

Ardua ed anche lunga cosa sarebbe il narrare la storia di quelle arti e cospirazioni contro i tranquilli Stati italiani, lustro e decoro della felice Penisola. Tra le tante insidie adoperate, anzi per le prime, prima ancora del 1848, sono da annoverare i così detti Congressi degli scienziati, radunati a volta a volta nelle principali città d’Italia, sotto specie di scientifiche trattazioni, in quello che cospiravasi per abbattere i troni dei legittimi Sovrani, in special modo quello di Re Ferdinando II di. Napoli, maggiormente temuto per ricchezza e potenza come per lo amore dei proprii sudditi, il quale poi per sventura era il più generoso nell’accogliere ed onorare cosifatti Congressi nel suo reame. Né fa aperta confessione l'italianissimo medico Salvatore de' Renzi, che fii membro attivissimo di tali adunanze, in un suo libro (2).

L'Unità Cattolica nell'agosto 1875 (N. 192 e 194), pubblicava su tali Congressi, importanti cenni che, come cosa del tutto connessa col presente lavoro, facciamo volentieri nostri.

Il valoroso Giornale torinese prendeva soggetto dal Congresso che adunavasi in Palermo, nel mese di settembre di quell’anno, e nel quale figuravano l’inevitabile Terenzio Mamiani, Atto Vannucci, Giorgini Michele, Lampertico, Menabrea, Aleardo Aleardi, Cannizzaro, Volpiceli, il famoso Mancini ecc. e tra gli esteri vi faceva degna mostra di sé Rénan, il bestemmiatore di Gesù Cristo!

Cosa fosse per risultare da cotale Congresso di uomini, che, in ossequio alla scienza, conculcavano la Religione, e che, trattando delle cose create, negavano il Creatore, è facile il comprenderlo; ma vi stava sotto una ragione politica, e non per nulla Palermo era scelta a sede del Congresso del 1875, in quei giorni appunto in cui uno straordinario fermento pareva tendere a staccare Sicilia dalla unità italiana. — Ecco pertanto i detti cenni dei passati Congressi scientifici, i quali, come giustamente nota l’Unità Cattolica, prepararono e accompagnarono lo svolgimento della rivoluzione italiana.

I. Congresso di Pisa. — Una circolare, a piè della quale si leggevano i nomi del principe Carlo Luciano Bonaparte (3), di Vincenzo Antinori, di Gio. Battista Amici, di Gaetano Giorgini, di Paolo Savi, e di Maurizio Bufalini, veniva diretta il 28 Marzo 1839 ai più distinti cultori delle scienze naturali, e loro annunziava avere il Granduca Leopoldo II permesso che in Toscana si tenesse una riunione scientifica, alla maniera di quelle che specialmente si facevano in Inghilterra ed in Germania. Pisa fu scelta a prima sede di tale dotta riunione; colà infatti convenivano, nel mese di ottobre di quell’anno 421 Italiani cultori delle scienze. Il Congresso ebbe principio coll’invocazione dello Spirito Santo, nella celebre cattedrale di Pisa; dopodiché, adunatosi nel palazzo della Sapienza, proclamò a presidente generale il decano dei professori convenuti, Ranieri Gerbi. Il 2 ottobre dividevasi l’assemblea in sei sezioni, e a maggioranza di voti venivano nominati i presidenti delle medesime, che furono il Configliacchi, il Sismondi, il Savi, Carlo L. Bonaparte, il Tommasini ed il Ridolfi. In questo furono come gettate le basi dei futuri Congressi, e datene le norme sul modo di tenerli e sui membri che li dovevano comporre.

II. Congresso di Torino. — Dietro proposta del principe Carlo Luciano Bonaparte, dal Congresso di Pisa fu prescelta Torino a sede della seconda riunione. Il Corpo decurionale, fra i molti preparativi intrapresi, volle che fosse appositamente compilata dal eh. Davide Bertolotti una descrizione di Torino, la quale venisse poi distribuita, quale omaggio della città, ai membri del Congresso. Fu aperto il 16 settembre del 1840, ed ebbe termine il 30 dello stesso mese; ne fu presidente generale il conte Alessandro Saluzzo di Monesiglio, presidente eziandio della Reale Accademia delle scienze. Carlo Alberto riceveva una deputazione del Congresso medesimo, incaricata di esprimergli la generale riconoscenza; ne accoglieva ad un regale convito i presidenti; ordinava che fosse coniata una medaglia per quella fausta occasione, e venisse distribuita ai convenuti scienziati; infine fregiava delle insegne del supremo Ordine della Santissima Annunziata il presidente generale del Congresso.

III. Congresso di Firenze. — Il 15 Settembre del 1841 si apriva il terzo Congresso degli scienziati a Firenze, nella grande aula dell’antico palazzo della Signoria, alla presenza del Granduca Leopoldo IL Non mancarono quegli illustri cultori della scienza di invocare prima il lume dello Spirito Santo, e lo fecero nel celebre tempio di Santa Croce. Molti erano i convenuti, non dall’Italia sola, ma dalla Francia, dal Belgio, dalla Germania, dalla Grecia, dalla Spagna, dall’Inghilterra e perfino dalle Americhe. Il presidente generale, marchese Cosimo Ridolfi, nell’accomiatare quegli scienziati diceva: «L’amore della scienza e l’amicizia scambievole, sincera, immutabile, ci accompagnino dappertutto, e conducano i più schivi a benedire una istituzione cosi pacifica, così amica dell’ordine, così santa.»

Ma i governi cominciavano ad aprire gli occhi su queste riunioni, ed a comprendere a quali fini le dirigessero nascostamente i mestatori, nemici della pace e dell’ordine.

IV. Congresso di Padova. — Nel settembre del 1842 aveva luogo la quarta riunione degli scienziati italiani nella città di Padova, e la presiedeva il conte Andrea Cittadella Vigodarzere.

V. Congresso di Lucca. — L’anno 1843 gli scienziati convennero in Lucca sotto la presidenza del Marchese Antonio Mazzarosa. — Meno numerosi questi due congressi dei precedenti, lasciano di sé minore traccia nella storia di questa istituzione.

VI. Congresso di Milano. — Ai 15 settembre 1844 un numero, grande di cultori delle scienze conveniva nel celebre duomo di Milano ad invocarvi il celeste patrocinio; alla sacra funzione assisteva Sua Eminenza il Cardinale Arcivescovo e vi impartiva la Eucaristica benedizione. Recatisi in seguito al palazzo di Brera, ivi nella grande aula, alla presenza del Viceré e dell’Arcivescovo il Conte Vitaliano Borromeo, presidente generale, apriva la riunione. Un grandioso spettacolo, offerto dalla città nell’Anfiteatro dell’Arena, ed altre feste rallegrarono gli animi occupati in scientifiche discipline!

VII.Congresso di Napoli. — Il settimo Congresso Italiano si tenne a Napoli nel settembre del 1845: «fu presieduto dal Cavaliere Santangelo, Ministro degli affari interni; assisteva il Re di Napoli, il quale poi invitava gli scienziati a visitare le sue amene villeggiature, i suoi splendidi palazzi, e li festeggiava una intera notte in quello di Napoli. La città nulla tralasciò per festeggiare il Congresso, sì che non si ebbe a desiderare altro che un pò più d’ordine e di regolarità.

VIII. Congresso di Genova. — Era l’anno 1846 (anno in cui, morto Gregorio XVI, Pio IX aveva dato l'amnistia ai rei di Stato;) e il 12 settembre si apriva l’ottavo Congresso sotto la presidenza del Marchese BrignoleSale. Carlo Alberto diceva allora all’egregio Marchese: «— Badate, che questi pretesi scienziati sono gente da tenere a treno (4) — Ed il Santo Padre Pio IX, la Duchessa di Parma ed il Re di Napoli, nonostante le buone accoglienze fatte agli scienziati l’anno prima, facevano raccomandare allo stesso Marchese di impedire, che si stabilisse pel nuovo Congresso una città qualunque dei loro Stati. Il giorno della inaugurazione fu ammannito un sontuoso banchetto alle Peschiere, e tra i commensali era il LaMasa, che, con tono enfatico, declamò una poesia a Pio IX, della quale basterà citare la seguente strofa:

Dei regnanti della terra

Non ti spinge il folle esempio;

Tu col popolo e col tempio

Sei del mondo imperator.

Viva Pio liberatori

IX. Congresso di Venezia. — Le condizioni anormali del 1847 non tolsero che molti accorressero a Venezia in quell’anno pel nono Congresso. Il giorno 13 settembre, che fu quello dell’apertura, già erano iscritti ottocento sessanta membri effettivi. Il conte Giovannelli, presidente generale, lesse il discorso inaugurale, mostrando l’utilità dei Congressi e paragonando la potenza dell 'intelletto al sole, che diffonde la sua luce senza tuoni e senza lampi, e dei primi raggi veste le alture. Il Giovannelli spese un milione ad allestire a nuovo il proprio palazzo; le mense si davano nel nuovo Patriarchìo, ove una grandissima sala bastava a più di 300 convitati, oltre le minori. I divertimenti furono molti. Si decise che il decimo Congresso sarebbe tenuto a Bologna; ma il Sommo Pontefice, che ben conosceva le tendenze di queste pretese adunanze scientifiche, non avendone accettato la scelta, ne fu designata Siena; però il 1848, gravido di tanti avvenimenti, non potè vedere quel Congresso, che, rimandato di anno in anno, non ebbe più luogo se non nel 1862.

X. Congresso di Siena. — Nel settembre del 1862, quando in Italia erano ancor freschi i fatti di Aspromonte, adunavasi nella Sala comunale del Mappamondo di Siena il decimo Congresso degli scienziati, erano appena un duecento i convenuti, i quali, dopo aver discorso, tra i comuni sbadigli, del principio di capillarità, della cura zuccherina del diabete, della decomposizione violenta dell'acido cianitrico, della pellagra e dell’affezione lichenosa, si esilararono con una discussione sul matrimonio civile e con un aspirazione a Roma! Infatti nell’adunanza del 22 settembre si procedette alla votazione per la città che doveva essere sede del futuro Congresso, e rimase scelta, alla quasi unanimità, la città di Roma; dopodiché il professore Luigi del Punta, preposto del Collegio medico fiorentino, fece un evviva a Vittorio Emanuele!

L’Unità, Cattolica non mancava allora di far vedere l’ingratitudine e l’empietà di questa de liberazione, la quale voleva, in nome della scienza, togliere Roma al Papa, a cui la scienza deve tutto: «e notava quanto fosse stata oculata la politica dei Sommi Pontefici, che non permisero mai l’adunarsi de' Congressi scientifici in Roma.

«Essi, diceva, sapevano bene dove il diavolo tiene la coda, e lo sapevano assai meglio degli altri Principi, che si sprofondavano in ossequii verso i Congressi, riscaldandosi la serpe in seno: «perciò Gregorio XVI non solo non acconsenti mai di concedere la Città eterna a sede dei complotti più o meno scientifici, ma proibì perfino agli scienziati romani di intervenirvi, esempio imitato ben tosto dall’accortissimo Duca di Modena. Il sapiente Pontefice, appena seppe, che Carlo Bonaparte era stato il promotore di quelle scientifiche adunanze, non tardò ad avvedersi dove miravano».

E di fatto dieci anni dopo, cioè nel 1849, Carlo Bonaparte non presiedeva più un Congresso scientifico, ma l’assemblea nazionale della Repubblica romana, avendo dichiarato distrutto il regno secolare dei Papi!...

XI. Congresso di Roma. — Doveva adunarsi nel 1864, secondo i calcoli degli Italianissimi, che speravano per quell’anno (in cui le famosa Convenzione di settembre, conchiusa tra Napoleone III e il Piemonte all’insaputa del Papa, doveva far uscire da Roma l’esercito francese) di entrare in possesso della città dei Papi. Ma la breccia di Porta Pia si fè aspettare fino al 1870, e fu solo nell’ottobre 1873 che si poterono convocare gli scienziati in Roma pel loro undecimo Congresso. Essi si trovarono il 20 ottobre, a mezzogiorno, nell’aula massima del palazzo dei Conservatori; non erano che centosessanta, comprese due donne, l’una Inglese e l’altra Italiana. Presiedeva Terenzio Mamiani, il quale intuonò l’inno di trionfo della rivoluzione italiana, giunta pur una volta ad assidersi nella città dei Papi, a due passi dal Vaticano. Non si parlò più qui d’invocazione dello Spirito Santo, lustre buone pei tempi andati, nei quali conveniva dar olio ai gonzi. Il Mamiani invece scioglieva nel suo discorso inaugurale il gran voto di coloro che presentirono il trionfo del grande impero della ragione! e in ossequio al grande impero della ragione il vecchio presidente del Congresso annunziava un secondo rinascimento, inneggiava a Calvino ed a Rousseau, e preponeva il regno del senno e del sapere al regno dei Cieli, burlandosi cosi del Vangelo e del Divino Salvatore nella istessa Città capitale del Cristianesimo. Parlava poi lo Scialoja, allora Ministro dell’istruzione pubblica, notando che i governi antichi spiavano e temevano i Congressi scientifici, mentre loro prodigavano cortesie; ed il Sindaco di Roma tesseva la storia dei Congressi scientifici, concludendo: «Ed è qui in Campidoglio che, in nome di Roma libera, o signori, io vi saluto.»— Sembrava che questo dovesse essere l’ultimo; ma la setta doveva far ancora qualche passo per raccogliere il frutto della presa di Roma, proclamando la Repubblica sociale. Quindi s’indisse un altro Congresso.

XII. Congresso di Palermo. — E siamo all’ultimo Congresso, quello che si apri in Palermo. Come la intenzione segreta dei Congressi scientifici era altre volte di fare l'unità d’Italia con Roma capitale, sembrerebbe che dopo quello di Roma non si sarebbe più dovuto parlare di Congressi; ma forsecché agli scienziati italiani non restava altro da ottenere colle loro adunanze? Non potrebbe darsi che alle prime loro mire non siano subentrate altre intenzioni, e che qualche altro Scialoia non abbia a rivelare fra alcuni anni che il Governo italiano spiava e temeva il Congresso di Palermo, mentre gli prodigava cortesie e lo onorava in tutte maniere?

Al nuovo Congresso prendeva parte anche Ernesto Rénan; bisognava bene che la scienza moderna, che è tutta materialismo e bestemmia, rendesse omaggio al bestemmiatore della vita di Gesù Cristo. Anzi, per far completa l’opera, si giunse perfino ad invitare Garibaldi, quell’uomo, osservava l’Unità Cattolica, che tutti conosciamo come versatissimo in idraulica, gran prosciugatore di pranzi e di borse, e gran bonificatore delle proprie sostanze. Egli avrebbe certamente agli scienziati di Palermo annunziato il terzo incivilimento e la religione del vero, come il Mamiani aveva agli scienziati di Roma proclamato il secondo rinascimento, e il trionfo dell’impero della ragione! Ma Garibaldi fece smentire dai giornali di Roma la sua andata a Palermo; pare che la sua missione sia finita, né mantiene speranza che una seconda gita sul Continente possa fruttargli una seconda pensione di centomila franchi.»

In si buona compagnia volevasi porre nientemeno che il P. Angelo Secchi; ma la Sicilia Cattolica del 14 agosto s’incaricava di smentire l’insensata calunnia, spiegando che il P. Secchi andava bensì a Palermo per fare col professore Tacchini dogli studii astronomici, ma che non aveva nulla a dire e a fare col Congresso di Rónan e di Garibaldi; egli aveva potuto vedere in Roma coi proprii occhi come il Governo italianissimo sia amante della scienza; quel Governo che ha dissipate le biblioteche, rimestati i musei, rovinata l’università, distrutta la pubblica istruzione in tutta l'1lia. Non vedremo certamente i progressi della scienza nel suo duodecimo Congresso, conchiudeva il valoroso giornale; ma la storia ci dirà che cosa vi si preparasse, e quali eventi vi si maturassero.»

Come corollario alle surriferite cose rechiamo quel che scriveva nel medesimo tempo l’ottimo Pensiero Cattolico di Genova, e che. dichiara meglio le nostre idee. Nel suo numero 21 del 17 Agosto 1875, in un articolo intitolato, Il Congresso dei sedicenti scienziati a Palermo, diceva: «Chiamiamo con questo nome radunanza che si prepara, perché, a quanto pare, di veri scienziati pochi vi si recheranno. Invece, come già annunziano con aria di compiacenza i fogli liberaleschi, interverranno al Congresso, fra gli altri eretici ed increduli, l’apostata De Sanctis e il bestemmiatore famoso della Divinità di Gesù Cristo, Ernesto Rénan. E specialmente, quanto a quest’ultimo, la Gazzetta di Palermo invita i giovani di quella Università a fargli festa come un omaggio all’eminente individualità del razionalismo moderno. In altri tempi i giovani di qualsiasi Università d’Italia avrebbero protestato contro l’invito, il quale è un vero insulto alla Religione Cattolica; ma nei tempi che corrono avverrà purtroppo il contrario. Se essi credessero almeno quanto credeva il protestante Guizot, rimanderebbero al Direttore della Gazzetta di Palermo il foglio contenente l’invito, scrivendovi sopra, insulto, come lo stesso Guizot rimandava all’empio bestemmiatore il suo, scrivendovi sopra, oltraggio (5).

Da sua parte il Precursore di Palermo recava un altra bella notizia, ed è, che in occasione del Congresso sarebbero spedite in quella città un buon numero di copie delle opere più empie e condannate dalla Sacra Congregazione dell’indice, tra le quali: «STRAUS FEDERICO:«Vita di Gesù, trad. E. Littré. BIANCHI GIOVINI AURELIO:«Critica degli Evangelii. FRANCHI AUSONIO:«La Religione del secolo XIX. FREREL:«Lettere ad Eugenia. VOLNEY:«Le Ruine. BUCHNER:«Forza e materia. VIARDOT:«La science et la conscience. MORINENA. S: «Examen du Christianisme. FENERBACH:«La morte e l’immortalità. EVVERBEK:«Qu’est ce que la Religion. DUPUIS:«De l’origine de tous les cultes. MOLESCIIOT IAC:«La circulation de la vie. STEFANONI:«Storia della superstizione. BUCHNER:«Scienza e natura. MORINA. S: «L’esprit de l’Eglise. FRANCHI AUSONIO:«Razionalismo del popolo. — Con tali elementi si apparecchiava nel Congresso palermitano l’ultimo stadio della Rivoluzione italiana, vale a dire, la Repubblica sociale, e la distruzione del Cristianesimo.

Del resto, il Congresso tenutosi a Roma nel 1873 dichiarava in modo solenne l’importanza e lo scopo di tali adunanze e la gratitudine che loro professa la rivoluzione trionfante. Il discorso del Sindaco di Roma, Luigi Pianciani,lo diceva apertamente, e noi lo rechiamo quale documento, togliendolo dagli Atti del medesimo Congresso.


Signori,

«Trovandomi al cospetto vostro in questa sala, o signori del Congresso scientifico, io aveva sentito il dovere di darvi il benvenuto; ma dopo le troppe lusinghiere parole pronunziate dal nostro presidente, io sento di più quello di farvi delle scuse: «le scuse io vi faccio in nome della città di Roma, che ho l’onore di rappresentare. Roma avrebbe voluto ben altrimenti onorare coloro che qui rappresentano la scienza italiana; però le dubbiezze sull’epoca nella quale il Congresso si sarebbe aperto han fatto si, che essa non abbia potuto fare quanto avrebbe desiderato; dirò di più, quanto avrebbe dovuto. Però un pensiero mi conforta; qualunque fosse stata la lieta accoglienza che noi avessimo potuto preparare, questa non avrebbe mai nulla aggiunto a quella profonda, immensa soddisfazione che ciascuno di voi deve sentire nell’animo suo trovandosi in Roma, nel Campidoglio; giacché voi, o signori, dovete riflettere che sedete oggi dove si chiuse la chiave di volta di quell’edifizio, del quale voi gettaste le prime fondamenta. Si, o signori, a me piace di riconoscerlo qui in Roma, nella città mia, grandissima parte del risorgimento italiano è dovuto a voi; giacché ha cominciato il nostro movimento col Congresso scientifico che ebbe luogo in Pisa nel 1839. Era appunto quell’epoca nella quale si diceva di noi essere l’Italia una terra di morti, e lo straniero, che non poteva fermarsi se non che all’apparenza, aveva in qualche modo ragione. L’Italia era ridotta un cimitero, gli uomini più patriottici diffidavano quasi dell’avvenire della patria, giacché i più operosi compiangevano i tempi che li avevano condannati a nulla poter operare. Ebbene, foste voi che suonaste la tromba in quel cimitero e provaste che gli Italiani non erano morti, ma erano vivi sepolti! Voi, facendo conoscere come vivesse la scienza in Italia, rivendicaste l’onore del nostro paese verso gli stranieri; voi, mostrando agli italiani come dovesse usarsi la vita, li svegliaste da quel torpore, nel quale le secolari male signorie li avevano addormentati. Gli Italiani impararono da voi che quei popoli, i quali, rispettando gli altrui diritti ed uniformandosi alle disposizioni delle leggi, non permettono che i proprii diritti siano conculcati, sono sempre i più forti, e contro qualunque autorità che, basandosi sull’arbitrio, abbia la violenza a sostegno. Gl’italiani impararono questo, e ben lo impararono. Al Congresso di Venezia del 1847 risposero le giornate di Milano del 48, e quell’eroico movimento che può chiamarsi la stupenda aurora del risorgimento italiano, nel 1848 e 49. Dopo quell’epoca, o signori, quando l’Italia ricadde sotto gli antichi padroni, quella scienza, che li aveva fatti tremare da principio, ebbe in loro cosi potenti nemici da non permettere neppure il parlarne. I Congressi si resero impossibili; e fu soltanto dopo che il Principe generoso, che noi abbiamo la fortuna di avere a capo della nazione, ebbe riscattato il paese dal giogo straniero, che la scienza potè ancora rivivere, e lo disse splendidamente il Congresso di Siena, del 1862, il cui primo dettato fu che il nuovo Congresso avrebbe dovuto riunirsi a Roma.

«Questa coraggiosa risoluzione, sostenuta energicamente nel piccolo Congresso, che cosi potrebbe chiamarsi quello che ebbe luogo poco dopo a Firenze, fu la sanzione del sentimento popolare espresso colle fatidiche parole di un gran cittadino, nelle quali i destini della nazione venivano indissolubilmente congiunti a quelli di Roma. Quelle parole, che il popolo aveva ripetuto, e che la scienza avea consagrate, furono raccolte nell’animo generoso del Principe, che il riscatto d’Italia, incominciato a Palestro, compieva alle mura di Porta Pia. Per conseguenza, o signori, l’Italia a voi deve, e deve moltissimo; e sia permesso a chi ha l’onore di rappresentare la sua capitale di ringraziarvi in nome di tutti i suoi concittadini.

«Ed io tanto più ve ne ringrazio, in quanto che, riflettendo alle parole eloquentissime che il Ministro della publica Istruzione pronunciava poco anzi, ricordo che due grandezze ebbe Roma, dovute l’una alla forza, all’autorità l’altra; oggi una terza ne aspetta, che sia dovuta alla libertà. Ma questa grandezza dalla libertà non può certamente attuarsi senza il concorso della scienza.

È la scienza che deve togliere gli ostacoli che si frappongono allo sviluppo della libertà: «è la scienza che deve consolidare le sue basi, ed assicurarne i risultamenti; senza di essa, la libertà perisce o degenera in anarchia; con essa si chiama progresso, verità, giustizia (Applausi).

«Intanto voi, o signori, che avete saputo vincere gli ostacoli a cui io accennava nel principio del mio discorso, quando tutti i governi temevano di voi, quantunque in apparenza vi festeggiassero, (dacché io ben ricordo di aver visto cacciar dai poliziotti gli scienziati festeggiati poc’anzi al Congresso di Venezia), (6) voi oggi, invece, siete qui amorevolmente accolti dai governo italiano, che si applaude dell'opera vostra, perché da voi spera un sussidio a meglio governare il paese.

«Questa immensa differenza tra il passato ed il presente valga sempre meglio ad animarvi per coadiuvare nell’avvenire allo sviluppo delle nostre istituzioni.

«La scienza riunita, direi quasi un fiume potente, ha superato gli ostacoli. E oggi si trova dinanzi ad una larga pianura che deve fertilizzare, sia procedendo unita come in passato; sia dividendosi in ruscelli, a moltiplicare la sua azione fecondatrice, di che tanto è inteso il bisogno. La scelta è a voi, e nella vostra sapienza io confido; ma qualunque sia quello che voi vorrete fare, io son certo che, grazie all'opera vostra, noi sorgeremo e non saremo fra poco secondi a nessuno in questa che, secondo me, è la prima forza del mondo.

«Ciò spero, e ringraziandovi intanto per quanto vorrete fare qui fra le nostre mura in vantaggio del paese comune, permettetemi di assicurarvi, che mai cesserà nella mente dei Romani la riconoscenza per l’onore che avete voluto accordarci, inaugurando qui l’XI Congresso».

Lasciamo da parte in qual modo il Sindaco, Luigi Pianciani, tesoriere della frammassoneria italiana, e garibaldino emerito, rappresenti la città di Roma e il suo popolo cattolico; lasciamo ancora la riconoscenza, che nessuno dei veri Romani sente di certo per codesti scienziati cospiratori, il discorso dell’antico rivoluzionario è una prova luculenta dello scopo e degli intendimenti dei Congressi degli scienziati italiani. Il celebre Conte Solaro della Margherita li conobbe fin da principio; e nel suo stupendo Memorandum consacrò loro una pagina, che vale per il più grave dei documenti, e la rechiamo testualmente:

«In quest’anno (1839) ebbe pure luogo il primo Congresso degli scienziati Italiani in Pisa, ivi incominciò a ordirsi la tela, le cui trame eran di lunga mano preparate: «lo svolgerla si lasciava al tempo. Jo avversai fin d’allora queste congreghe, tanto applaudite, poiché non me ne occultai lo scopo; ma tutti i Sovrani d’Italia, un dopo l’altro, ad eccezione di Gregorio XVI, furono colti all’amo. Carlo Luciano Bonaparte ne era il primo promotore; lavorava pel conto suo, né s’avvedeva altro non essere che lo strumento delle sètte. Sembrava un odio al progresso delle scienze e delle arti l’antivedimento di coloro che dicevano, scienze ed arti non essere che il pretesto apparente; il vero fine, la rivoluzione italiana. Di scienze e di arti si parlò in pubblico, ma in privato si vedevano i corifei delle varie fazioni liberali della Penisola per trattar d’affari di ben altra importanza. Si conobbero personalmente, s’affratellarono, strinsero amicizia, stabilirono corrispondenze, si confermarono le speranze, si prepararono a travagliar concordi per essere tutti uniti dalle Alpi al Faro pel gran giorno del sospirato risorgimento. Né tanto si celavano che fosse scusabile chi spensieratamente applaudiva a quelle congreghe stupende, e i Sovrani d’Italia tutti, eccettuato Gregorio XVI, le accolsero. 0 coeci Reges, qui rem non cernitis istam! era il caso d’esclamare dopo la lettura d’uno scritto che si stampò in Lugano sul Congresso di Pisa, che tutta ne svelava la tendenza. Io ben sapeva che inevitabilmente Torino avrebbe la stupenda ventura di vedere gli scienziati che il volgo, ignaro di tanto nome, chiamava comunemente 'insensati; lo sapeva, pur non tacqui, come era mio dovere. Io non. doveva supporre ciò che non era più un mistero, ché già si soffiava con mille mantici il fuoco; ma le stesse cose si dicevano in Napoli al Re Ferdinando, in Firenze al Gran Duca. Ognun d’essi esser doveva il futuro campione d’Italia, e io lo ripeteva fermamente al Re; mi sorrideva, e mi tollerava. Credo che in questa circostanza si offuscò l’animo suo a mio riguardo, ma non indietreggiai: «togliermi poteva l’ufficio, noi fece; farmi cambiare non mai, né lo tentò.

«Vaticinavano gli uomini più assennati le conseguenze onde sarebbero fertili quelle riunioni, e io confermava i detti loro, ma indarno, e non creduto, come non fu creduta dai Troiani la figlia di Priamo nel di che precedeva il grande eccidio:

Tunc etiam fatis aperit Cassandra futuris

Ora, Dei iussu, non unquam credita Teucris.»


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IV - LE SOCIETÀ SEGRETE

Ci siamo fermati alquanto distesamente sui Congressi degli Scienziati, come quelli che furono una delle espressioni più gravi e solenni dell’azione settaria, sotto l’egida del governo piemontese; ma molti altri mezzi e scaltri e potenti impiegò quel governo a raggiungere l’ambito scopo dell’egemonia d’Italia, credendo potersi valere, a solo suo vantaggio, e come semplice istrumento, delle sètte segrete, alle quali perciò I’istesso Carlo Alberto non aveva esitato di ascriversi. Ma era invece il governo piemontese quello che le sètte avevano fatto istrumento del loro disegno anticristiano, servendosi d’un governo e d’un Re, tenuti in conto di sommamente cattolici, e che, come tali, godevano di tutto il favore della S. Sede, per distruggere la S. Sede istessa. Questo diciamo di Re Carlo Alberto e del suo governo, che per verità, finché ebbe a Ministri i della Margherita, i della Torre, i Brignole Sale ed altri simiglianti personaggi, meritò la buona fama di che godeva; ma, ad onta loro, v’era il Villamarina, fido sorvegliatore della frammassoneria, che mai riuscirono quegli uomini devoti alla Monarchia a distaccare dal fianco del Monarca, finché questi non fu condotto a Novara, e da Novara ad Oporto, per finire i suoi giorni in terra straniera.

Villamarina era l’anello che legava la dinastia sabauda alla rivoluzione, la quale, portandola in trionfo, anche in mezzo a sconfitte, l’ebbe quinci innanzi per sua serva, finché, sotto le ali dello astuto Cavour, si fu data anima e corpo in balìa di chi aveva a supremo scopo il rovesciamento d’ogni trono, la distruzione d’ogni culto. E cosi per una strana fatalità, che altri chiamerebbe caso, mentre Carlo Alberto si faceva settario, per avere il trono, ne scavava con le sue mani le fondamenta, per perderlo egli stesso e lasciarlo barcollante ai suoi successori.

Gli apologisti della cospirazione piemontese, che altro non fu in sostanza la nuova invasione d'Italia, attribuiscono al famoso Conte Camillo Benso di Cavour il gran fatto dell’unità italiana; giova però ricordare, che già molto prima di lui i gran mastri della Frammassoneria in generale, e dei Carbonari e della Giovane Italia in particolare, ad altro non miravano che alla distruzione deivarii Stati italiani, a fine di fonderli nello stampo di una Repubblica libera e indipendente da ogni legge cristiana; al quale scopo appunto tendevano le rivoluzioni che dal 1817 fino al 1843 si vennero a mano a mano producendo (7).

Codesti moti presero varie forme, secondo i luoghi e i governi contro i quali si facevano; finché all’epoca del 184647, divenuti europei, la rivoluzione, a meglio mascherarsi ed ingannare i semplici, spiegò il vessillo delle Nazionalità. Le aspirazioni nazionali facevano infatti grande sfoggio di sé nella guerra del 1848, e da quel momento la Nazionalità fu sempre il pretesto legalizzato d’ogni conflitto guerresco, come d’ogni insurrezione.

La Nazionalità nell’anarchia che ne seguì, chiamata èra novella, fu quindi la maschera d’ogni mena faziosa dei distruggitori dell’ordine morale e civile; la Nazionalità è il grido della rivoluzione universale contro Dio e contro il suo Cristo. Ma di tale cospirazione inaudita è d’uopo ricercare le cause, né ci è possibile di farlo senza dire qualche cosa delle sètte segrete.

Le società segrete, checché ne dicano coloro che le conoscono troppo per occultarne' il vero scopo, e coloro che le conoscono poco, perché non se ne occupano per amore di vita beata e tranquilla, sono la vera chiesa di Satanasso, contrapposta alla Chiesa di Dio: «essa ha i suoi apostoli, i suoi martiri, i suoi santi, il suo culto, i suoi riti, i suoi Ordini religiosi.

Per l’appunto cosi: «mi servo di questi nomi venerandi, e chiedo venia al cristiano lettore; ma non saprei altrimenti esprimere il mio pensiero. Come la Chiesa di Dio ha varii Ordini religiosi, secondo l’indole, il genio, la capacità, la vocazione degli individui; così egualmente la chiesa di Satanasso ha la Frammassoneria, il Carbonarismo, la Giovane Italia, la Giovane Europa, il Socialismo, il Nichilismo, l’internazionalismo, e cento altre, che sarebbe di tedio il noverare, e inutile per il nostro scopo. L’importante per noi è di sapere, come è provato da cento documenti, e dai recenti lavori della Civiltà Cattolica e di altri autorevoli scrittori contemporanei, che dalla Frammassoneria sorse il Carbonarismo e dal Carbonarismo la Giovane Italia, immediata fattrice della presente rivoluzione italiana (8). Noi, prima di procedere innanzi, a meglio comprendere le gravi cose che, coll’aiuto del Signore, avremo a narrare, diremo alquanto lungamente di questa setta, e prima del suo grande profeta e legislatore, Giuseppe Mazzini.

Giuseppe Mazzini, avvocato genovese, fondava la cosidetta Giovine Italia, ma in far ciò non ebbe il merito della invenzione, avendo copiato il disegno dei Carbonari, e mentre ne semplificava il rito di ammissione per gli adepti, ne conservava però gelosamente le massime sovversive e sanguinarie (9). Il primo articolo del suo catechismo infatti stabilisce: «La società è costituita per distruggere completamente tutti i Governi della Penisola, e per formarne un solo Stato sotto la forma repubblicana». Con ciò non si dichiara solamente la guerra ai Governi assoluti; ma molto più a quelli ordinati a forma costituzionale, dei quali, come si afferma all’articolo 2°, i vizii sono anche maggiori che nelle monarchie temperate. Verità preziosa sfuggita al famoso agitatore. Ma di ciò diremo in seguito.

Nato in Genova nell’anno 1805 da un padre repubblicano, Giuseppe Mazzini, ispiratosi sin dai suoi primi anni a' sentimenti paterni ed 'all’entusiasmo folle de' periodici libertini, non che alla cupa ira desolatrice disperata delle ultime lettere di Iacopo Ortis, addivenne il vero misantropo; la madre più volte temette pel suicidio del figlio. Strinse amicizia coi fratelli Ruffini, e con essi cominciò, giovane ancora, a cospirare. Ambizioso dominava quei pochi giovani che insieme coi Ruffini aveva con le sue seduzioni stretti alla sua amicizia, ed i primi suoi scritti, pubblicatisull’Indicatore Livornese, nel 1827, destarono fondato sospetto al Governo, talché fu necessario sopprimere quel giornale. Un suo compagno, di cognome Torre, gli propose di aggregarsi alla Carboneria, come egli vi era ascritto, e Mazzini vi diede il nome volentieri, iniziatovi da Raimondo Doria. Fondò quindi in Livorno una Vendita, cioè un adunanza di Carbonari. Aveva amicizia già con Guerrazzi, e qui lo incontrò mentre scriveva L’Assedio di Firenze,, e conobbe Tini e Montepulciano; deputato ad iniziare in secondo grado della Carboneria il maggior Cottin, si portò all’albergo del Lion rouge; ma, visto dalla polizia, e tradito dal medesimo iniziato, fu messo in carcere, e dal carcere passò all’esilio. Stando in Ginevra e trattenendosi nel circolo di lettura, che insieme era un club politico, fu invitato di recarsi al caffè della Fenice in Lione, dove si arruolavano i volontarii che dovevano scendere nel Piemonte: «egli accorse; si arruolò; ma il Governo francese proibì la spedizione, la quale perciò non ebbe luogo.

Sul principio dell anno 1832, in Marsiglia, unito ai suoi amici esuli, fondò la setta della Giovane Italia. Il suo motto e l’impronta del suo suggello era il seguente, — ora e sempre — Concorsero a questa setta tutti i Carbonari d’Italia; dopo un anno di vita già aveva stabiliti comitati in Genova, in Livorno, in Milano, in Toscana e nelle Romagne. La Giovane Italia aveva per suo organo un giornale che portava lo stesso titolo; formavano la classe letterata e manuale del periodico, Mazzini, la Cecilia, Ausiglio, G. B. Ruffini ed altri pochi. Si mettevano i fascicoli in barili di pietra pomice o nel centro di botti di pece, e si dirigevano ad un negoziante, al quale doveano presentarsi gli affiliati ed associati. Garibaldi, all’età di ventisei anni, tornando dall’oriente, sbarcò a Marsiglia; e, mediante un certo Cavi, conobbe Mazzini, e fu affiliato alla setta col soprannome di Borel.

La Giovane Italia ebbe per affiliata nel 1850 la Società dell’Unità italiana. Essa nell’articolo 1° delle sue istruzioni dichiara essere la medesima che la Carboneria e la Giovane Italia. Il 15 Aprile dell’anno 1834, a Berna, per opera di Mazzini, Louis Blanc, Ledru Rollin ed altri s’istituì la Giovane Europa, divisa in tanti rami quante sono le principali nazioni europee. Noi in un solo aspetto ed in una medesima categoria riguardiamo i fatti d’ambo le sètte aventi a scopo la così detta libertà.

Negli Statuti massonici però non vi è nemmen per ombra questa libertà; il Grande-Oriente è despota: «Le Logge debbono dipendere dal Grande-Oriente, per tutto ciò che è prescritto dai particolari Statuti di questo e da quelli dell’Oriente in generale (Art. 12 degli statuti) — Ogni loggia di liberi muratori ed ogni Capitolo di qualunque rito, dee dimandare gli analoghi rituali (cahiers) e le particolari discipline al Grande-Oriente, che dee provvedere ai bisogni di tutte le officine simboliche o capitolari (Art. 13). — Anzi vi sono in ogni loggia alcuni socii che si distinguono dagli altri col titolo di sodi liberi, il che mostra esservi altri socii non liberi, che stanno continuamente, e nella loggia e fuori di essa, sotto la sorveglianza del Sopravigilante. Il giuramento che danno gli alti dignitarii di ciascuna loggia al Venerabile, la cui persona, secondo gli Statuti, è sacra e inviolabile, ed è proibito censurarne gli atti, è il seguente: «— giuro sommessione, ubbidienza e fedeltà al Venerabile. — Quello del Massone suona così: «giuro di non mancare al mio dovere verso la rispettabile Loggia, giuro sommessione, fedeltà ed obbedienza al Venerabile ed ai Sorveglianti. (Art. 301 e 302)(10).

Il giuramento poi che si presta dagli adepti della Giovane Italia è questo: «tIo N. N., credente nella missione commessa da Dio all’Italia, e nel dovere che ogni uomo nato italiano ha di contribuire al suo adempimento, convinto che dove Dio ha voluto fosse nazione esistono forze necessarie a crearla, — che il popolo è depositario di quelle forze, — che nel dirigerle pel popolo e col popolo sta il segreto della vittoria; convinto che la virtù sta nell’azione e nel sacrifizio,che la potenza sta nell’unione e nella costanza della volontà; dò il mio nome alla Giovane Italia: «e CREDENTE NELLA STESSA FEDE,giuro di consacrarmi tutto e per sempre a costituire l’Italia in nazione Una, Indipendente, Libera, Repubblicana DI UNIFORMARMIalle istruzioni che mi verranno trasmesse nello spirito della Giovane Italia da chi rappresenta con me l’unione dei fratelli, e di conservarne, anche a prezzo della vita, inviolabili i segreti, di soccorrere coll’opera e col consiglio a' miei fratelli nell’associazione,ora e sempre: «così giuro, invocando sulla mia testa l’ira di Dio e l’abominio degli uomini e l’infamia dello spergiuro, se tradissi».

Ora cade qui a proposito mostrare la rassomiglianza, ossia identità del dispotismo settario tra la Massoneria e la Giovane Italia. Citiamone a verbo alcuni Statuti per andare sicuri del fatto nostro. Eccoli:

Art. 57 e 58. La persona del Venerabile è inviolabile, e sacra ne è l’autorità. Niuno può mai censurarlo, senza esporsi alla disapprovazione di tutto l’ordine. Un Fratello che non concorra nel di lui sentimento, dee far le sue osservazioni con la maggior decenza e saviezza possibile. Il Venerabile ha facoltà di far coprire il Tempio a qualsivoglia Fratello della Loggia, ed anche ad un visitatore, quando ne abbia ragionevole motivo.

Art. 526. Il Supremo Tribunale impedisce tutte le Logge bastarde o irregolari, dalla tolleranza delle quali derivano tutti i disordini e le corruzioni del grande Istituto; ma un grande Ispettore inquisitore non può di sua propria autorità far altro, che richieder la sospensione de' lavori del giorno in una Officina, ch’egli ritrovi irregolare, o in preda a grandi disordini, al che non si può fare ostacolo. Egli è però nel dovere di renderne sollecitamente informato il Supremo Tribunale. — Art. 528. Può esservi in ciascun capoluogo di Provincia un Supremo Tribunale del 31° in corrispondenza col Grande-Oriente, e sotto la dipendenza del sublime Concistoro del 32°.

Art. 529. L’Ordine dei Liberi Muratori è indistruttibile, perché forte; è forte perché unito; è unito perché la patria dei liberi muratori è il mondo; i loro compatrioti sono tutti gli uomini rZrtuosi, ed i loro principii sono le voci della natura. Ciò fu, è e sarà il felice risultato di una perfetta uniformità di legislazione e di governo. Quindi ogni variazione, a cui non concorra il voto legalmente espresso di tutta intera la grande famiglia massonica sparsa sulla superficie della terra, è un attentato alla stabilità, alla sicurezza, ed alla prosperità di tutto l’Ordine.

Art. 530. La legislazione massonica scozzese emana dalla gran dieta generale dell’Ordine, la di cui sede originaria è fissata a perpetuità nell’Oriente di Edimburg. Quivi hanno voce i legittimi rappresentanti della Massoneria scozzese di ciascuna nazione del mondo politico.

Art. 535. Per la osservanza degli Statuti generali dell’Ordine può e deve esistere presso ciascuna nazione, ov’è Massoneria regolare, un Corpo direttore investito di alti poteri. Desso assume il titolo generalmente adottato di Grande-Oriente, il quale consiste nell’aggregato dei legittimi rappresentanti delle Officine nazionali,. giusta gli articoli 244 e 250.

Art. 536. I Grandi Orienti, per l’uso legale delle loro attribuzioni statutarie, e pel di loro interno regime, adottano quei regolamenti che meglio loro convengono, ed i quali si denominano Costituzioni.

Art. 537. Le attribuzioni statutarie di un Grande Oriente sono legislative o esecutive. Le prime si esercitano in grande Assemblea, le altre in Sezioni appositamente destinate.

Art. 538. Le attribuzioni legislative si limitano a supplire a tutte le oscurità o mancanze che s’incontrano negli Statuti generali dell’Ordine, purché tanto le interpretazioni, quanto le disposizioni supplementarie di legge, nei casi imprevisti, siano conformi ai principii della Massoneria scozzese, ed allo spirito degli Statuti generali della medesima.

Art. 539. Le attribuzioni esecutive riguardano la esatta osservanza degli Statuti generali, sotto i rapporti scientifici, liturgici, disciplinari ed amministrativi dei gradi.

Art 540. Un Grande Oriente scozzese si divide in quattro Sezioni principali; le prime tre riguardano propriamente la parte scientifica, liturgica e disciplinare dei gradi, e sono: «la Grande Loggia simbolica, il Sovrano Capitolo generale, ed il Supremo Consiglio dei 33, cosi unito, che distinto in altro Consiglio: «la quarta col titolo di Gran Loggia di amministrazione, è incaricata esclusivamente del ramo finanziario del Grande Oriente e della corrispondenza con tutta la Massoneria nazionale e straniera.

Art 541. Le costituzioni del Grande Oriente, essendo non leggi, ma regolamenti per la esecuzione delle leggi, si limitano ad abbracciare i seguenti oggetti, cioè: «la composizione personale dell’Assemblea generale, e di ciascuna delle sue quattro Sezioni; la tenuta degli archivi, dei bolli e suggelli, e dei registri; la inaugurazione formale delle madri-Logge provinciali, e delle Logge e dei Capitoli, cosi nell’interno dello Stato che presso l’estero, ove non esistono Grandi Orienti riconosciuti; l’aggregazione di Logge e di Capitoli nazionali già costituiti da Grandi Orienti stranieri, le dimissioni e i certificati di servizio, i certificati e brevi o diplomi di ogni grado; gli atti di beneficenza; le misure per obbligare i Dignitarii ed Ufficiali ad intervenire assiduamente ai lavori delle rispettive Sezioni; l’approvazione o il rifiuto dei rappresentanti delle Officine simboliche o capitolari; il locale ed i giorni di unione del Grande Oriente, cosi in Assemblea generale che in ciascuna delle sue Sezioni, il corso ordinario dei suoi diversi lavori, le occorrenti deputazioni e commissioni; la parola di semestre; l’ammissione dei visitatori nazionali o esteri; le quote annuali delle Officine in corrispondenza; il prezzo delle patenti costituzionali, dei rituali approvati, delle lettere capitolari e dei certificati e brevi o diplomi; la polizia del locale; la facoltà punitiva, cosi in prima istanza che in grado di appello, giusta gli Statuti generali; la fissazione delle pene di sua esclusiva competenza, giusta gli art.458,459;. la comunione tra i Massoni professanti diverso rito; le misure per impedire o abbattere lo scisma; le sue corrispondenze periodiche e straordinarie; e la buona amministrazione dei suoi fondi, ecc.

Art. 542. Per questi ultimi oggetti di amministrazione e di corrispondenza, la Gran Loggia di Amministrazione è particolarmente incaricata di ricevere tutte le lettere e memorie dirette al Grande Oriente riunito, o alle sue diverse Sezioni, con farne le rispettive trasmissioni; di spedire, previo incasso dei prezzi, le patenti costituzionali, le lettere capitolari, i rituali, i certificati e brevi o diplomi sottoscritti e sugellati dalla Sezione cui spetti; trasmettere le proprie deliberazioni regolarmente, in materie esecutive di finanza, alle officine simboliche o capitolari in corrispondenza; regolare la tenuta del tesoro, i modi di percezione, la giustificazione degli esiti, il libero impiego dei fondi, sino ad una determinata somma, non che i conti da rendersi dal Tesoriere e dall’Economo; conservare il gran libro d’oro, (nel senso del libro della sapienza di cui si è fatto motto nell’articolo 124) ed il gran libro rosso e del registro di disciplina per gli usi e con le norme indicate negli articoli 483 e 486; preparare tutti gli affari di finanza, di corrispondenza o altri che interessino tutto l’Ordine, ovvero tutta la Massoneria nazionale, ed i quali debbonsi perciò sottoporre all’esame del Grande Oriente in Assemblea generale; far la spedizione dei plichi che il Grande Oriente dirigga ai Grandi Orienti ed alle Logge regolari all’estero; mantenere, anche direttamente, ogni altra corrispondenza necessaria o utile alla sicurezza, ed alla prosperità dell’Ordine, ecc.

Art. 543. Il Grande Oriente, così riunito in Assemblea generale, che figurato in ciascuna delle sue Sezioni, eseguisce i suoi lavori sotto gli auspicii del santo protettore dell’Ordine.

Art. 544. Il Supremo Consiglio dei 33, quantunque formi parte integrante del Grande Oriente scozzese, e tutti i membri dei suoi varii consigli, tribunali e concistori, vi abbiano di diritto voci deliberative; pure in ciò che è relativo ad iniziazioni, a gradi superiori al 18°, al regime di tali gradi, ed alle funzioni dei suoi consigli, tribunali e concistori, sotto i varii rapporti scientifici, liturgici, disciplinari ed amministrativi, si regola coi suoi proprii rituali e regolamenti interni.

Art. 545. Tutti gli altri dignitarii e grandi ufficiali del Grande Oriente riuniti, e di ciascuna delle sue Sezioni, sono triennali.

Art. 546. Il Gran Commendatore ad vitam è il presidente nato e perpetuo così del Supremo Consiglio del 33°, che di tutto il Grande Oriente. Egli può farsi rappresentare da un Luogotenente o aggiunto».

Non dissimile è la Setta della Giovine Italia, come appare dal suo ordinamento, che qui riportiamo.

«La Giovane ltalia ha una Congrega centrale;

«Una Congrega provinciale per ogni Provincia italiana composta di tre membri;

«Un Ordinatore per ogni città;

«Federati propagatori;

«Federati semplici.

«La Congrega centrale elegge le Congreghe provinciali, trasmette le istruzioni generali, crea e mantiene l’accordo fra le Congreghe provinciali, comunica i segnali di riconoscimento necessari alle Congreghe, provvede alla stampa e alla sua diffusione, forma un disegno generale d’operazioni, riassume i lavori dell’associazione, accentra, non tiranneggia.

«Ogni Congrega provinciale tiene la somma delle cose della provincia che le è affidata e dirige i lavori; crea i segnali per gli affratellati della provincia; trasmette le istruzioni della centrale, inviando ad essa di mese in mese relazione dei progressi dell’associazione nella Provincia, dei mezzi materiali raccolti, delle condizioni dell'opinione nelle diverse località; osserva i bisogni e ne trasmette l’espressione alla centrale.

«L’Ordinatore in ogni città, scelto dalla Congregazione provinciale, riassume i lavori della città e ne trasmette il quadro di mese in mese alla Congregazione provinciale. Gli elementi della sua corrispondenza con quella sono a un dipresso gli stessi, dei quali si compone la corrispondenza della Congrega provinciale colla centrale.

«I Propagatori vengono eletti dall’ordinatore e dalla provinciale fra gli uomini che hanno cuore e niente: «iniziano i semplici affratellati, e li dirigono secondo le loro istruzioni. Corrispondono ciascuno Coll’Ordinatore delle loro città, e gli elementi della loro corrispondenza sono a un dipresso gli stessi che formano corrispondenza dell’ordinatore colla provinciale. Trasmettono di mese in mese all’ordinatore il quadro del loro lavoro e comunicano ai loro subalterni le istruzioni che da lui ricevono.

«I semplici affratellati scelti dai Propagatori fra gli uomini che hanno cuore, ma non mente bastevole a scegliere gl’individui idonei, dipendono dal loro Propagatore, a lui comunicano informazioni, osservazioni, conoscenze, diffondono i principii della Giovane Italia, e aspettano la chiamata.

«Ogni affratellato ha un nome di guerra.

«L’Associazione deve diffondersi, per ciò segnatamente che riguarda le classi popolari, nella gioventù, negli uomini che hanno succhiato le aspirazioni del secolo.

«Gli affratellati devono, possibilmente, provvedersi di un fucile e di cinquanta cartucce. A quei che non possono provvederanno le Congreghe provinciali.

«Gli affratellati versano all’atto dell’iniziazione una contribuzione che continuerà mensilmente, quando noi vieti la loro condizione. L’ammontare delle contribuzioni, trasmesso di mano in mano, sino alla Congrega provinciale, sarà consecrato ai bisogni dell’Associazione nella Provincia, salva una quota serbata alla centrale per viaggiatori, stampe, compra d’armi ecc.

«Determinazione di contribuzione e di riparto, esenzioni, forme d’iniziazione, e tutte disposizioni d’ordine secondario, si lasciano alle Congreghe provinciali. La centrale abborre da ogni tendenza soverchiamente dominatrice, e non impone se non quel tanto che è strettamente necessario all’unità del moto e dell’accordo comune.

«L’Associazione ha due ordini di segnali: «gli uni, che non giovano se non alle Congreghe provinciali, e ai viaggiatori che vanno dall’una all’altra e da esse alla centrale, e reciprocamente; e sono ideati e trasmessi dalla centrale: «gli altri, che servono per gli affratellati delle Provincie, sono scelti da ciascuna Congrega provinciale, comunicati alla centrale e variati ad ogni tre mesi, più frequentemente se il bisogno lo esigga. S’anche quindi i segni di una Provincia fossero scoperti dalle polizie, le altre Provincie, avendoli diversi, rimarrebbero fuori di rischio».


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V - LETTERA DOMMATICA DI MAZZINI

La Giovane Italia non si scompagna dalla Frammassoneria, ne ha ereditata la. dottrina, che, come per i frammassoni cosi per i mazziniani, è domma, è morale, è culto. E qui giova recare la Lettera dommatica di Mazzini:

«Noi crediamo in Dio, Intelletto e Amore, Signore ed Educatore.

«Crediamo quindi in una legge morale sovrana, espressione del di lui Intelletto e del di lui Amore.

«Crediamo in una legge di dovere per tutti noi chiamati a intenderla e amarla, ossia incarnarla possibilmente negli atti nostri.

«Crediamo unica manifestazione di Dio visibile a noi la vita, e in essa cerchiamo gl’indizii della Lege Divina.

«Crediamo che come uno è Dio, cosi è una la Vita, una la Legge della vita a traverso la sua duplice manifestazione nell’individuo e ne’ umanità collettiva.

«Crediamo nella coscienza, rivelazione della Vita, nell’individuo e nella tradizione, rivelazione della vita nella Umanità, come nei soli due mezzi che Dio ci ha dati per intendere il di lui disegno, e che quando la voce della coscienza e quella della tradizione armonizzano in una affermazione, quell’affermazione è il vero o una parte del vero.

«Crediamo che l’una e l’altra religiosamente interrogate ci rivelino che la legge della vita è Progresso;progresso indefinito in tutte le manifestazioni dell’Essere, i cui germi, inerenti alla Vita stessa, si sviluppano successivamente a traverso tutte le sue fasi.

«Crediamo che una essendo la Vita, una la sua legge, lo stesso progresso che si compie neìVumanità collettiva, e ci è rivelato via via dalla tradizione, deve egualmente compirsi nell'individuo, e siccome il progresso indefinito, intravveduto, concepito dalla coscienza e pronunziato dalla tradizione non può verificarsi tutto nella breve esistenza terrestre dell’individuo, crediamo che si compirà altrove, e crediamo nella continuità della vita manifestata in ciascuno di noi, e della quale l’esistenza terrestre non è che un periodo.

«Crediamo che, come nell'Umanità collettiva ogni concetto di miglioramento, ogni presentimento di un più vasto e puro ideale, ogni aspirazione potente al bene, si traduce, talora dopo secoli, in realtà; cosi nell'individuo ogni intuizione di vero, ogni assicurazione oggi inefficace all’ideale e al Bene, è promessa di futuro sviluppo, germe che deve svolgersi nella serie delle esistenze che costituiscono la vita. Crediamo che come l’umanità collettiva conquista, inoltrando e successivamente, l’intelletto del proprio passato; cosi l’individuo conquisterà, inoltrando sulla via del progresso e in proporzione all’educazione morale raggiunta, la coscienza, la memoria delle sue passate esistenze.

«Crediamo non solamente nel progresso, ma nella solidarietà degli uomini in esso; crediamo che come nell’umanità collettiva le generazioni s’inanellano alle generazioni, e la vita dell’una promove, aiuta, fortifica quella dell’altra; così gliindividui s’inanellano agli individui, e la vita degli uni giova, qui e altrove, alla vita degli altri; crediamo gli affetti puri, virtuosi e costanti, promessa di comunione nell’avvenire, e vincolo invisibile e fecondo d’azione fra trapassati e viventi.

«Crediamo che il Progresso, legge di Dio, deve infallibilmente compirsi per tutti; ma crediamo che, dovendo noi conquistarne coscienza e meritarlo coll’opera nostra, il tempo e lo spazio ci sono lasciati da Dio come sfera di libertà nella quale noi possiamo, accelerandolo o indugiandolo, meritare o demeritare.

«Crediamo quindi nella libertà umana, condizione dell’umana responsabilità.

«Crediamo nell’eguaglianza umana, cioè, che a tutti son date da Dio le facoltà e le forze necessarie a un eguale progresso, crediamo tutti chiamati ed eletti a compirlo in tempo diverso, a seconda dell’opera di ciascuno.

«Crediamo che quanto è contrario al Progresso, alla Libertà, all’Eguaglianza, alla Solidarietà umana è MALE, e quanto giova al loro sviluppo è BENE.

«Crediamo al dovere, per noi tutti e per ciascuno di noi, di combattere senza posa col pensiero e coll’azione il male, e di promuovere il bene: «crediamo che a vincere il male e promuovere il bene in ciascun di noi, è necessario impedire il male e promuovere il bene negli altri e per gli altri; crediamo che nessuno può conquistarsi salute se non lavorando a salvare i proprii fratelli; crediamo che l’egoismo è il sogno del male, il sagrificio quello della virtù.

«Crediamo resistenza attuale gradino alla futura, la terra il luogo di prova dove combattendo il Male e promuovendo il Bene, dobbiamo meritare di salire (sic); crediamo dovere di tutti e ciascuno di lavorare a santificarla, verificando in essa quanto è possibile della legge di Dio, e desumiamo da questa fede la nostra morale.

«Crediamo che l’istinto del progresso, insito in noi fin dal cominciamento dell’umanità e fatto oggi tendenza dell’intelletto, è la sola rivelazione di Dio sugli uomini, rivelazione continua e per tutti: «crediamo che in virtù di questa rivelazione, l’Umanità inoltra, d’epoca in epoca, di religione in religione, sulla via di miglioramento assegnatale; crediamo che qualunque s’arroga in oggi di concentrare in sé la rivelazione e piantarsi intermediario privilegiato fra Dio e gli uomini, bestemmia; crediamo santa l’autorità quando consecrata dal genio e dalla virtù, soli sacerdoti dell’avvenire, e manifestata dalla più vasta potenza di sacrificio predica il bene e, liberamente accettata guida visibilmente ad esso; ma crediamo dovere il combattere e scacciar dal mondo, come figlia della menzogna e madre di tirannidi, ogni autorità non rivestita di quei caratteri. Crediamo che Dio è Dio, e l'Umanità è il suo Profeta.

«Équesta nei sommi suoi capi la nostra fede; in essa abbracciamo rispettosi come stadii di progresso compito, tutte le manifestazioni religiose passate, e come sintomi e presentimenti del progresso futuro, tutte le severe e virtuose manifestazioni del pensiero; in essa sentiamo Dio padre di tutti, l’Umanità collegata tutta in comunione d’origine, di legge e di fine, la terra santificata di gradi in gradi dall’adempimento in essa del disegno divino, l’individuo benedetto d’immortalità, di libertà, di potenza, e artefice responsabile del proprio progresso; in essa viviamo, in essa morremo; in essa amiamo e operiamo, preghiamo e speriamo. In nome di essa vi diciamo: «scendete dal seggio ch'oggi usurpate, e in verità, prima che il secolo si compia, voi scenderete».

Questa lettera, detta dommatica, del famoso cospiratore! É veramente il caso di dire: «in cauda venenum. Chi non prevenuto leggesse i primi periodi della medesima, la crederebbe certo il dettato di un buon cristiano, di un fior di galantuomo, né saprebbe dire a prima giunta se quella umanità e quel progresso fossero per avventura per celare alcuna cosa che fosse tutt’altro, che religiosa ed onesta. Non si tratta qui del regno di Dio e dei mezzi per ottenerlo, e molto meno della salute eterna degli individui da raggiungere; ma solo umanità collettiva, parola elastica, che mal ricopre quella positiva, vale a dire il socialismo e il materialismo; si tratta del progresso e della solidarietà degli uomini in esso, nel quale progresso, secondo la setta, si racchiude la legge tutta di Dio, e il quale infallibilmente deve compirsi per tutti. Quindi scuopre un lembo di codesto progresso, e fa intendere essere desso il socialismo, cui chiama uguaglianza umana, con evidente assurdo affermando: «a tutti essere date da Dio le facoltà e le forze necessarie a un eguale progresso.»

Scambiando poi il significato naturale delle parole, chiama male soltanto ciò che si oppone al progresso, alla libertà, all’uguaglianza, alla solidarietà umana, e bene tutto quanto giova a codeste belle cose. E poiché ad esse, intese nel senso materialista e socialista, si oppone naturalmente il vero Cristianesimo, che è il Cattolicismo, così questo è pei Settarii il male, ed essi credono al dovere, per tutti e per ciascuno di loro, combatterlo senza posa col pensiero e coll’azione», in quello che intendono promuovere il bene negli altri e per gli altri; e, appropriandosi la missione divina della Chiesa di Gesù Cristo, credono che nessuno può conquistarsi salute se non lavorando a salvare i proprii fratelli dall’influenza salutare della Chiesa e del Cristianesimo, da essi dichiarato Male. E cosi, rovesciando da capo a fondo le basi del vero, chiamando Bene il male, e Male il bene, fulminati dallo Spirito Santo, che disse: «Maledetto sia colui che dice, bene il male, e male il bene (Isaia 5.20) seguono a svolgere la loro morale in un completo rovesciamento d’idee, che a udirli parrebbero altrettanti asceti o santi da altare.

Ma poiché impossibile è mascherare il Diavolo senza che ne appariscano i segni, così Mazzini esce subito in una bestemmia, soggiungendo nella sua lettera: «credere che l'istinto del progresso insito in noi nel cominciamento dell'umanità... è la sola rivelazione di Dio sugli uomini». Per tal modo, di tutte le religioni facendo un fascio, senza curare l’unica vera, con quella cosiddetta rivelazione, afferma: «l'umanità inoltrarsi d'epoca in epoca, di religione in religione, sulla via di miglioramento assegnatale». Cancellando quindi con un tratto di penna la divina missione di San Pietro e dei suoi Successori, con solenne bestemmia dice: «bestemmiare chiunque s'arroga in oggi di concentrare in sé la rivelazione, e piantarsi intermediario privilegiato tra Dio e gli uomini». Onde, distrutta la suprema Divina autorità della Chiesa, non riconosce altra autorità che quella consacrata dal genio e dalla virtù, che chiama soli sacerdoti dell'avvenire, piantando cosi il principio di ribellione contro ogni autorità, cui vuole sia liberamente accettata. Per lo che crede, che sia dovere il combattere e scacciare dal mondo, come figlia della menzogna e madre di tirannidi, ogni autorità non rivestita di quei caratteri.

Dopo di ciò si degna di credere: «che Dio è Dio e l’umanità è il suo profeta: «perfezionando cosi il Corano che insegna, che Dio è Dio, e Maometto il suo profeta. E in nome di questa fede, dice alle autorità legittime: «scendete dal seggio che voi usurpate: «e in verità, prima che il secolo si compia, voi scenderete». Non si può parlare più chiaro.

Quanto ai mezzi proposti e messi in opera dal Mazzini e dalla sua setta, per isconvolgere l’Italia ed attuare il suo disegno, si riassumono tutti nelle seguenti parole che egli scriveva fin dal 1846: «Lo sminuzzamento d’Italia presenta alla rigenerazione ostacoli che bisognerà superare, prima che si possa progredire direttamente. Intanto non bisogna scoraggiarsi: «ogni passo verso l’unità sarà un progresso, e, senza prevederlo, la rigenerazione sarà imminente, tostoché l’unità potrà essere proclamata». Siamo dunque ora al punto della incarnazione del vero pensiero di Mazzini!


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VI - MEZZI PROPOSTI DA MAZZINI E ATTUATI DALLA SUA SETTA

Ma circa i mezzi voluti dalla setta mazziniana della Giovane Italia dobbiam dire altre cose, e lo facciamo tosto, seguendo il testo mazziniano.

«Ne’ grandi paesi bisogna tendere alla rigenerazione per mezzo del popolo, nel nostro per mezzo dei Principi (e fu fatto a capello dal 1847 in poi). Bisogna assolutamente guadagnarli, e ciò è facile.

«Il Papa procederà nella via delle riforme per principii e per necessità (o piuttosto per pietà e per clemenza).

«Il Re di Piemonte per l’idea della Corona d’Italia (e disse giusto).

Il gran Duca di Toscana per inclinazione e per imitazione (e fu cosi).

«Il Re di Napoli con la forza (e s’impiegò).

«I piccoli Principi avran ben altro da occuparsi, che delle riforme.

«Non vi affliggete delle porzioni occupate dall’Austria. È possibile che le riforme, prendendola alle spalle, la spingano più presto delle altre nella via del progresso (e fu per lo appunto cosi).

«Il popolo, al quale una Costituzione dia il diritto di divenire esigente, può parlare ad alta voce, e, bisognando, comandare col mezzo delle insurrezioni. Ma chi è ancora sotto il giogo, dovrà esprimere i suoi bisogni cantando, per non dispiacere troppo (e si fece).

«Profittate della menoma concessione per riunir le masse simulando riconoscenza, quando ciò convenisse. Le feste, gl'inni, gli attruppamenti, le relazioni moltiplicate fra uomini di ogni opinione, bastano per dar lo slancio alle idee, per infondere al popolo il sentimento della sua forza, e renderlo esigente. (Le dimostrazioni popolari freneticamente entusiastiche, che dall’amnistia del 1846 fino alla guerra di Lombardia del 1848 non interrottamente si seguirono, mostrano l'efficacia dell'insegnamento mazziniano).

«Il concorso de' Grandi è indispensabile per la riforma di un paese. Se non avete che il popolo, nascerà tosto la diffidenza, e sarà schiacciato. Ma se sarà condotto da qualche gran Signore, questi gli servirà di passaporto. L’Italia è ancora ciò che la Francia era prima della rivoluzione: «le abbisognano i suoi Mirabeau, i suoi Lafayette, e simili. Un gran Signore può essere intrattenuto da interessi materiali; ma può esser sedotto dalla vanità: «lasciategli il primo posto finché vorrà marciar con vol. Ve ne son pochi i quali vogliono percorrere la via tutta intera. L’ESSENZIALE È, CHE IL TERMINE DELLA GRAN RIVOLUZIONE RIMANGA INCOGNITO. NON LASCIAMO VEDER GIAMMAI CHE IL SOLO PRIMO PASSO DA SPINGERE.

«In Italia il Clero è ricco del denaro e della fede del popolo. Bisogna destreggiarlo su questi due interessi, e trar profitto per quanto si possa dalla sua influenza. Se in ogni Capitale si potesse avere un Savonarola noi potremmo far passi da gigante. Il Clero non è nemico delle istituzioni liberali. Ingegnatevi dunque ad associarlo al primo lavoro, che deve considerarsi come il vestibolo necessario del tempio dell’uguaglianza: «senza il vestibolo il santuario sarà chiuso. Non offendete il Clero né nella sua fortuna, né nella sua ortodossia: «promettetegli la libertà, e marcerà con vol.

«In Italia il popolo non è ancora creato, ma è prossimo a rompere il guscio. Parlategli spesso, parlategli molto e dappertutto della sua miseria e dei suoi bisogni. Il popolo non conosce sé stesso; ma la parte attiva della società s’imbeve di sentimenti di compassione pel popolo, e presto o tardi incomincia ad operare. Le discussioni dotte non sono né necessarie né opportune: «vi hanno delle parole generatrici che dicono tutto e che bisogna ripetere al popolo: «libertà, diritti dell’uomo, progresso, eguaglianza e fraternità, queste parole saranno ben comprese, e soprattutto se vi si contrappongono quelle di despotismo, di privilegio, di tirannia, di schiavitù, ecc. Il difficile non è di convincere il popolo, ma di riunirlo; il giorno in cui sarà riunito, sarà il primo dell'era novella, (e lo fu).

«La scala del progresso è lunga: «fan d’uopo e tempo e pazienza per giungere alla cima. Il mezzo di andarvi più presto è quello di superare un grado alla volta; prendere il volo verso l’ultimo espone la impresa a molti pericoli. Son presso a 2,000 anni che un gran Filosofo, chiamato Cristo, predicava quella fraternità della quale il mondo và ancora in traccia (ed ecco il settario Napoleone III col suo Rénan e la sua vita blasfema di Gesù Cristo). Accettate adunque qualunque soccorso vi si offra senza mai crederlo poco importante. Il globo terrestre è formato di grani di sabbia: «chiunque vorrà spingere innanzi un sol passo con voi dovrà esser dei vostri, fin quando non vi abbandoni. UN RE CONCEDE UNA LEGGE PIU' LIBERALE? APPLAUDITELO, E DOMANDATENE UN’ALTRA. UN MINISTRO SI MOSTRA PROGRESSIVO? PROPONETELO PER MODELLO. Un gran Signore disprezza i suoi privilegii? ponetevi sotto la sua direzione: «se egli vorrà fermarsi sarete sempre a tempo di lasciarlo: «resterà solo e senza forza contro di voi: «voi avrete mille mezzi per rendere impopolari quelli che si opponessero a' vostri disegni: «ogni disgusto personale, ogni speranza delusa, ogni ambizione contrariata può servire alla causa del progresso dando loro una buona direzione (cose tutte che si fecero e si fanno tuttora).

«L’ESERCITO È IL PIU' GRANDE OSTACOLO A’ PROGRESSI DEL SOCIALISMO. Sempre rassegnato per educazione, per disciplina e per dipendenza, è una molla del despotismo. Bisogna renderlo inabile con la educazione morale del popolo. Quando s’imprimerà nella opinione generale che l’esercito, fatto per difendere il paese, non debba in verun caso ingerirsi della politica interna, ed abbia a rispettare il popolo, si potrà andare innanzi senza di lui, ed anche a suo dispetto, senza pericolo. (Non si avrebbe potuto scriver meglio nel 1846 la storia di quanto è accaduto fino ad oggi che scriviamo. In Francia già si parla apertamente di sciogliere l’esercito,l’Italia farà altrettanto quando potrà, senza pericolo)(11). Il Clero possiede la metà della dottrina sociale. Egli vuole la fraternità che chiama carità. Ma le sue gerarchie ed abitudini ne fanno un sostegno dell’autorità, vai dire del dispotismo: «prendetevene il buono, e tagliatene il fradicio. Introducetel’eguaglianza nella Chiesa e tutto progredirà (ed ecco gli eccitamenti del basso contro l’alto Clero, e le leggi scismatiche del Governo italiano, e le recentissime del Mancini). La potenza clericale è personificata nei Gesuiti. Ma l’odio che si ha per questo nome, è già una potenza per i socialisti. Profittatene».

«Associare, associare, associare. In questa parola si riassume tutto. Le Società segrete infondono una forza irresistibile al partito che può invocarle. Non temete nel vederle suddivise, anzi tanto meglio. Tutte corrono al medesimo scopo per vie diverse. Il segreto sarà spesso violato, e tanto meglio. Bisogna il segreto per inspirar sicurezza a' membri: «ma bisogna altresì una certa trasparenza per incutere timore agli stazionarii.

«Quando un gran numero di associati, ricevendone il motto per diffondere un idea nella pubblica opinione, potranno imprendere un movimento, essi troveranno il vecchio edifizio screpolato dapertutto, il quale crollerà quasi per miracolo al primo soffio del progresso. Rimarranno attoniti, vedendo fuggire, innanzi la sola potenza dell’opinione pubblica, i Re, i signori, i ricchi ed i preti che formavano l’ossatura dell’antica macchina sociale. Coraggio e perseveranza».

Quale terribile monumento di perversa sapienza: «pare impossibile in uomo cosi profonda e sottile malizia! Noi abbiam creduto sempre che la Frammassoneria e le Società segrete, sue emanazioni, fossero guidate da uno spirito soprannaturalmente maligno, vale a dire dal Demonio: «questo Documento ce ne è novella prova. — Intanto dal complesso dei surriferiti mezzi si fa chiaro, che l’Italia fu vinta da una fazione occulta, che operava a norma del catechismo mazziniano, con incredibile uniformità in tutti i paesi. La concordanza perfetta dei fatti coi precetti del famoso Agitatore rende pur evidente, che quella fazione, divenuta padrona d’Italia in virtù delle armi straniere di Francia, è prettamente comunista e socialista, prendendo, giusta i luoghi, i tempi e le circostanze, or la maschera vaga di liberale, or di costituzionale, or di repubblicana; e che, con la medesima fazione non v’è transazione possibile, suo fine ultimo essendo quello di distruggere l’attuale società cristiana, e rifarla pagana col sostituire al Cristianesimo il satanismo. Sembrò per un momento che il precetto di proceder per gradi, e di non lasciar mai indovinare l’ultimo segreto, fosse violato dall’impazienza, dall’ambizione o dall’avidità dei cospiratori; ma pur questo servì alla setta per intimorire i buoni e renderli meno avversi ai moderati, che, con più lentezza, ma con più solidità, proseguono il pensiero di Mazzini.

Costui però, siccome dicemmo, non fu il primo autore del gran disegno settario: «egli non fece che riformarlo, accarezzarlo, e, cosi riforbito alla moderna da ingannar meglio i popoli, presentarlo al mondo, quale albero fecondo di patria grandezza e di libertà.

Delle ragioni intime infatti della Frammassoneria e degli intimi suoi intendimenti abbiamo, fra gli altri, un Documento dello scorso secolo, e precisamente del 1759, contenente la spontanea confessione di un Iniziatore convertito. E di simili Documenti sempre giunsero molti a Roma per molte vie, in ogni tempo, e specialmente in tempi di Missioni e di solenni Giubilei, contro dei quali perciò i settarii infuriano più specialmente. Anzi abbiamo, a questo proposito, ancor fresca la memoria di quanto mai fecero e dissero e minacciarono nel settembre del 1863, affine di impedire che i romani andassero alla memoranda processione dell’immagine Acherotipa del SSmo Salvatore ad Sancta Sanctorum, che, in riparazione degli oltraggi dell’empio Rénan alla divinità di Gesù Cristo, veniva solennemente trasportata a Santa Maria Maggiore, per rimanervi esposta alla pietà dei fedeli.

E si! che il demonio presentiva il malanno che glie ne incoglierebbe, conciossiaché le più stupende conversioni ebbero luogo ai piedi di quella Sacrosanta Immagine, e l’istesso Capo settario, inviato plenipotenziario dell’infelice Cavour, che era in Roma a preparare la rivoluzione da compiersi quando i francesi avrebbero lasciata l’eterna città nell'anno seguente, in virtù della famosa Convenzione del 15 settembre, si convertì nel modo meraviglioso che ormai tutti sanno, essendosene per la sesta volta pubblicato l’autentico racconto, sotto il pseudonimo di Ricardo (12).

«Noi, dice il Barbèri, nel compendio del famosissimo processo del Cagliostro, (pag.7. e 8.) noi parleremo del puro fatto e senza mistero. Da molte spontanee denunzie, deposizioni di testimonii ed altre appurate notizie, che coi rispettivi monumenti si conservano nei nostri Archivii, risulta che le adunanze dei frammassoni, sotto mentite divise, alcune professano una sfrontata irreligione ed un abominevole libertinaggio, altre mirano ecc.». E poco dopo (pag.81) Benedetto XIV, nella ricorrenza dell’universal Giubileo, cioè nell’anno 1760, ebbe occasione di comprendere quanto grave e propagato fosse il disordine e il danno prodotto dai Liberi Muratori: «e potè comprenderlo con quella certezza che gli somministrarono le sincere rivelazioni di molti esteri i quali, trasferitisi a Roma per l’acquisto delle indulgenze, ricorsero a lui per l’assoluzione della scomunica, fulminata nella Bolla del suo predecessore Clemente XII —». E questa egli anche confermò e pubblicò di bel nuovo. Il che fece tanta rabbia e tanto danno ai frammassoni, che per vendicarsene sparsero da per tutto la sciocca calunnia, che fosse frammassone lo stesso Benedetto XIV; secondo che poi osarono goffamente ripetere di altri sommi Pontefici e perfino dell’immortale Pio IX, per lo stesso motivo di esserne stati di nuovo solennemente condannati. Ma chi ardirà mai di credere ai figli del padre della menzogna?.

Perché si vegga però quale specie di morale s’insegnasse fin dal secolo scorso nella Massoneria più segreta, copieremo qui a verbo uno dei succennati autentici Documenti dell’anno 1759, e ciò nella sola parte che è decente di pubblicare. È un frammassone convertito che scrive, e dice appunto così:

«Finalmente chiamato da Dio a convertirmi, e veramente pentito del male che ho fatto, io N. N. dichiaro di aver giurati, osservati e fatti giurare ed osservare a 200 persone circa i seguenti articoli, avendo rinunziato alla Religione Cattolica da 25 anni fa.

«1. Nos per nos. Cioè, noi frammassoni viviamo esclusivamente per l’interesse ed il bene nostro.

«2. Nullus super nos. Cioè nessuno ci deve comandare.

3. Quaecumque, ubicumque, quandocumque comede, bibe, laetare. Cioè, di tutto, dappertutto ed in qualsiasi tempo mangia, bevi e divertiti, senza badare né a cibi, né a tempi, né a cose proibite. (Ecco gli scellerati banchetti di grasso in Venerdì Santo!).

«4. Cum quocumque et quacumque coniunge et disiunge dummodo convenias simul. Cioè, con chicchesia fa e rompi le nozze, purché di comune accordo. (Ed ecco i progetti di legge sul divorzio e sull’emancipazione della donna).

5. Da necessaria ad victum, vestitum et voluptates signatis nostris indigenis. Cioè, somministra il necessario pel vitto, pel vestito, e pel libertinaggio ai nostri fratelli, provati tali coi segni convenuti.

«6. Uxorem, filios, filias, servos, ancillas cum aliis convenientes non impedias. Cioè, non impedire il libertinaggio della moglie, dei figliuoli, delle figliuole, dei servitori, e delle serve. (Ed ecco il comuniSmo nella sua più schietta e lurida espressione).

«7. Neque aliorum libertati, etsi contraria volentium, resiste. Cioè non resistere alla libertà degli altri, ancorché vogliano cose contrarie.

«8. Nil est quod sit malum, et occasio voluntaria imo. Cioè, nulla vi è che sia male, e molto meno l’occasione volontaria. (Dove sembra, che quell’occaso si debba invece leggere occisio, cioè omicidio, secondo che apparisce dal dogma seguente).

«9. Bonum necare qui volunt praeesse nobis. Cioè, è cosa buona l’uccidere quelli che vogliono comandare a noi. (Ed ecco l’assassinio politico e il regicidio).

«10. Morimur et vivimus et iterum semper. Cioè, noi andiam sempre morendo e vivendo per mezzo della metempsicosi. (Ed ecco le società a favore delle bestie).

«11. Possumus omnia facere quae volumus absque levi etiam culpa. Cioè, noi possiamo sempre fare quello che ci pare, senza pericolo di peccato, neanche leggiero.

«12. Ergo semper liberi sumus. Cioè, dunque noi siamo sempre liberi. (Ecco distrutta fin dalle fondamenta ogni legge naturale e divina, ed ecco distrutta la umana società).

«Li detesto tutti e ritorno a Dio; onde ecc. e prego... di far pregare per quelli che ho sedotti, non potendo più parlare con loro senza grave pericolo —».

Dal che si vede, che fin dal 1759, il frammassone capo e maestro iniziatore nei veri dommi della setta, era minacciato di morte se li rivelava o si convertiva; perché non si può dare in tali individui vera conversione senza la rivelazione di queste nefandezze clandestine, come è espressamente comandato dalle legittime autorità e dalle leggi ecclesiastiche, per lo bene pubblico, e perché ne resti utile documento ai cattolici.

Intanto ognun vede come questo autorevole Documento non sia che il sunto, e, come dire, il catechismo degli alti gradi massonici, quale anche adesso si trova nei rituali segreti e nelle aperte confessioni e teorie massoniche, professate ormai senza più mistero dalle sètte filiali e più apertamente feroci, empie e immorali, dei comunisti e degli internazionalisti, meno ipocriti e più fieri.

E qui, a prova ulteriore dello scopo infernale delle Società segrete, il quale è lo scristianamento e la distruzione della società, ci torna alla mente quello che, in gravissimi colloquii avuti durante il Concilio Vaticano con un illustre Vescovo delle Americhe (13), ci veniva da esso rivelato. Dicevaci egli infatti, come negli stessi Stati Uniti di America, dove pur la libertà della stampa non ha limite, siavi ciò non ostante un periodico clandestino, che nemmeno vede la luce in giorni ed epoche regolari, il quale ha per titolo — L’Antigénérateur —, ciò che vuol dire, avere a scopo la distruzione della razza umana, e con ciò la inutilizzazione della Redenzione...


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VII - UNA OCCHIATA AI FATTI

Ora che la conoscenza dei recati Documenti ci ha dato la chiave di tutto quanto accadde nella Penisola, specialmente dall’avvenimento di Pio IX al trono pontificale fino ai nostri giorni, giova scorrere di volo la nostra dolorosissima istoria, nei cui particolari si ravvisano altrettante applicazioni degli insegnamenti del Mazzini, e per lui della setta anticristiana divenuta (per colpa non diremo di chi, ché doloroso è il dirlo) padrona e despota di tutti, senza eccezione, gli Stati d’Europa.

Vincenzo Gioberti col suo primato d’Italia e con le sue virulente invettive contro i Gesuiti, largamente diffuse in tutta la Penisola nel momento in cui trovavasi maggiormente entusiasmata per la clemenza e per le paterne concessioni di Pio IX, apri il passo alla grande rivoluzione che lamentiamo. Si vide in quel momento fedelmente eseguito il settario precetto: «Un Re promulga una legge più liberale? applauditelo...». Pio IX divenne l’amore, l’idolo, il prodigio dei liberali, finché parve a cotestoro che camminasse con essi; ma quando la dignità e la sapienza del Pontefice ebbero segnato il limite al cammino, fu lasciato solo, come aveva insegnato Mazzini. Quindi furono sconosciuti i suoi benefizii, abusate le sue concessioni, calpestati i suoi diritti, sconvolti i suoi ordinamenti, assassinati i suoi ministri, assalito mano armata il suo stesso palazzo, uccisi i suoi famigliari. Uno dei suoi stessi ministri, Mamiani, nuovo Achitofello, ardi perfino insultarlo in pubblico Parlamento, dicendo di lui «doversi rilegare nelle celesti regioni a pregare e benedirei».

Era più che paterno il reggime del Gran Duca di Toscana, e ne viveva contento quel popolo gentile; ma non erano contenti i faziosi della Giovane Italia. Quel Principe era, siccome aveva detto Mazzini, liberale per inclinazione e per imitazione, (o piuttosto soverchiamente buono e benigno), pure anche da lui si vollero riforme, per poi chiedere il resto, si progredì fino al punto di balzarlo dal trono.

Carlo Alberto fin dal 1846 sognava la Corona d’Italia, promessagli da Mazzini e dai suoi settarii, come l’avevano promessa a Ferdinando li, che la rigettò. Lo dice nel suo catechismo Mazzini, lo conferma il celebre della Margherita nel suo Memorandum, lo provano gli atti diplomatici del Ministero Gioberti; anch’egli adunque concedette, avvegnaché ripugnante, le volute riforme, né il fece senza perché. In quel primo stadio della rivoluzione del 1847, che chiameremo delle Riforme, i settarii eransi messi alla testa dei popoli, i quali, eccitati da loro, vagamente chiedevano una maggiore libertà civile — e ne avevano pur tanta! —ed una amministrazione migliore, che in alcun luogo era purtroppo desiderata. Il perché seguivansi i gerofanti demagoghi senza sospetto, anzi con fiducia posciaché udivansi parlare del bene del popolo, di libertà, di diritti dell’uomo, di eguaglianza, di fraternità, contrapponendovi le parole di privilegi, di tirannia, di schiavitù, ecc. ecc. tutto come aveva insegnato Mazzini.

Il Re di Napoli Ferdinando II fu degli altri più ritroso a concedere riforme, che considerava quale proemio dello sconvolgimento sociale; e quando vi si indusse spinto dal soffio rivoluzionario di tutta Europa, si disse: «— è troppo tardi! —

Il 29 Gennaio del 1848 segnò il secondo stadio della rivoluzione Italiana, quello delle Costituzioni. Ferdinando II la inaugurò nei suoi Stati; ma si sa, che da taluni fugli gridata la croce addosso, dicendosi che la sua ritrosia in concedere le riforme, lo aveva poi costretto a dare lo Statuto, cosi che mettesse gli altri Principi italiani nella impossibilità di negarlo ai loro popoli. I fatti posteriori però provarono che, se non vedeva più lungi degli altri, ben presentiva, che qualunque via avesse egli battuto, sarebbesi trovato alla fine al termine medesimo. Era scritto nel catechismo Mazziniano, che il Re di Napoli progredirebbe costretto dalla forza.

Il Duca di Ventignano nel suo libro pubblicato nel 1848 col titolo delle presenti condizioni d?Italia osserva, che:

«Il Re Ferdinando in tutti i suoi atti relativi alla conceduta Costituzione, si è sforzato di dire e di ripetere, fino alla sazietà, che avevala conceduta e giurata spontaneamente. Una tale dichiarazione era ad un tempo dignitosa e leale: «dignitosa, togliendo di mezzo ogni idea d’umiliazione nella persona del Principe; leale, perché, ciò dichiarando, il Re convalidava il dato giuramento».

Infatti non isfuggiva alla sapiente avvedutezza di Ferdinando, che alla concessione di uno Statuto costituzionale tendeva irresistibilmente la corrente rivoluzionaria, spinta ad un tempo dalle sètte occulte; e da presso che tutti gli Stati europei con a capo Francia e Inghilterra, retti a Costituzione, i quali coprivansi del nome augusto di Pio IX, che aveva iniziato le riforme, risoluto di condurle fino all’ultimo limite consentito dall’Apostolica dignità e libertà. Re Ferdinando adunque, contro del quale era condensato il maggiore odio settario, piuttostoché esservi trascinato per ultimo e per forza, a smascherare rivoluzione e rivoluzionarli, preferì dare la Costituzione pel primo e spontaneamente. I faziosi però che avrebbero voluto indurvelo per forza, a fine di sbalzarlo più agevolmente dal trono, si fecero ostinatamente a sostenere, che per forza appunto vi fosse stato indotto. Né vi fii ragione che valesse a convincerli in contrario.«Le discussioni dotte, aveva detto Mazzini, non sono né necessarie, né opportune, avendosi a fare con le masse; la scienza e la logica, sono istrumenti senza punta; non son pugnali! Quindi mentire, affermare e tirare innanzi, senza curare chi smentisce, disprezzando chi afferma il contrario».

Altrettanto dicevasi e facevasi contro il magnanimo Pio IX. Quanto non si disse contro di lui, poiché se ne ebbe ottenuto tutto ciò che aveva potuto concedere, mentre con intendimenti affatto opposti gli si scatenavano contro settarii e monarchici insipienti (sebbene la fede di questi ultimi ci sembra assai dubbia, quando si vien meno al dovuto rispetto verso il Papa). E qui non vogliamo omettere di manifestare un pensiero che non abbiam mai espresso colla penna, e non senza ragione.

Pio IX, più che uomo politico, fu sempre uomo apostolico. Vescovo di contrade e di popoli dalla mente svegliata e ardente,()scelti appositamente dalla Frammassoneria, nell’istesso modo che i Siciliani, a punto di leva da rovesciare il Papa, e con esso tutti i troni della Penisola, compiangeva quelle provincie così agitate dalle Società segrete. I popoli delle Romagne, travagliati incessantemente, dal 1797 fin qui, da emissarii stranieri principalmente, repressi a buon diritto dal Governo legittimo, erano quelli che più d’ogni altro soffrivano di tale repressione, vuoi col carcere, vuoi coll’esilio, vuoi puranche coll’ultimo supplizio. I lamenti, i dolori, le miserie del popolo ricadevano sul loro Vescovo, e l’animo pietoso di Pio IX profondamente risentiva quei dolori, avvegnaché meritati; il desiderio di vederli una volta cessare, senza scapito della giustizia e dell’autorità del Governo, cresceva naturalmente ogni giorno più nel compassionevole suo cuore. Dall’altro canto la presenza delle milizie austriache non riusciva sempre salutare. A tutti è noto come dal 1815 in poi, l’Austria, al pari delle altre potenze cattoliche e conservatrici, fosse fatta segno a tutti gli sforzi e a tutte le arti più subdole delle Società segrete per renderla, di cattolica e monarchica, empia e rivoluzionaria; e già la corruzione e la immoralità con l’azione dissolvente del Giuseppismo e del Giansenismo avevano guasto in parte il Clero e l’esercito, non meno che l’amministrazione. Questa, mettendo ostacolo all’azione benefica della Chiesa, faceva si, che più d’uno del Clero si mostrasse poco ossequente e meno sottomesso al Papa e ai legittimi superiori, e che l’esercito, cioè a dire i capi del medesimo, affettassero talvolta uno spirito volterriano e immorale (14). La setta adunque, che è cosmopolita, dell’Austria istessa e delle sue milizie valevasi per corrompere, insieme coi proprii Stati italiani, quelli dei Principi vicini e delle Legazioni Pontificie in particolare, e per rendere ahborrita ad un tempo l’autorità dei Principi e l’amicizia della Casa d’Austria. I Vescovi più di ogni altro vedevano la malefica influenza e le tristi conseguenze di quel soffio d’irreligione e di malcostume che si rivelava nell’esercito austriaco, come in ogni altro esercito del mondo. Anche Pio IX, o per dir meglio il Cardinal Mastai, Vescovo d’Imola, sentiva dolorosamente assai più d’ogni altro, per il suo spirito sommamente Apostolico, il pericolo che correva la sua Diocesi per la presenza di codesti ausiliarii. — Badi il lettore, che chi scrive questi pensieri non è già un antiaustriaco o un poco rispettoso monarchico; ma egli, cattolico e legittimista, col cuore trafitto da una crudele verità, scrive la storia per istruire, non per ingannare. — Pio IX adunque non era avverso alla casa d’Austria; ma nel suo lungo episcopato aveva appreso ad abborrire chi male la serviva o tradiva.

Avveniva or fà molti anni, che un Principe, altrettanto infelice quanto eroicamente cattolico, era sbalzato dal trono dei suoi avi dalla rivoluzione, sostenuta al solito dall’Inghilterra e dalla Francia. Questo Principe che magnanimamente, ad onta dei più fieri ostacoli, aveva del tutto sciolto le catene, onde la Frammassoneria teneva stretta la Chiesa nei proprii Stati, vinto da armi fratricide e di sleali stranieri, ricoverò nelle braccia del Vicario di Gesù Cristo, che, finché potè, il riconobbe quale Re legittimo e figlio carissimo della Chiesa. I settarii però, padroni dei Gabinetti europei, volevano ad ogni costo legittimata la rivoluzione di quegli Stati con una libera rinunzia dell’eroico Principe. Ad ottenere ciò (il lettore stenterà a crederlo) si valsero del mezzo, apparentemente il meno adatto, cioè a dire del Gabinetto austriaco.

Metternich, il famoso Metternich, incaricava confidenzialmente della difficile bisogna il piissimo Ambasciatore austriaco presso la Santa Sede, conte di Lutzoff, di cara memoria in Roma. Questi si rivolse ad un uomo fedele, amico dell'esule Monarca. Veniva promesso larghissimo premio a chi avesse ottenuto la desiderata rinunzia. Quell’uomo rigettò la proposta, e non sapendo celare la propria meraviglia, per non dire indegnazione, come un Metternich potesse soltanto immaginare simil cosa, si espresse con parole vivaci col nobile Ambasciatore. Informato di ciò il gran Ministro di Stato della Casa d’Austria, con nuovo ufficio espresse il suo malcontento, tacciando di esagerato e di testa calda quell’uomo, il quale si contentò di chiudere tale relazione, dicendo al conte Luzoff queste precise parole: «Può essere che io sia esagerato e testa calda; ma il Principe di Metternich colla sua sapienza politica e colla sua freddezza, forse avrà un giorno a piangere di aver cooperato alla ruina della Casa d’Austria e dell’impero — Fu profezia! — Ed ecco l’Austria divenuta anch’essa liberale, e lo sarebbe anche di più, senza la cattolica fermezza del suo Monarca e della Imperiale Famiglia che la setta non riuscì a corrompere. Ciononostante il glorioso Impero degli Absburgo è sull’orlo dell’abisso, e vi cadrà dentro, se Dio non lo salva! Imperocché Metternich, senza pure volerlo, tradiva la Casa d’Austria: «l’intimo di lui segretario, che tutta godeva la sua fiducia, e al quale niuna cosa poteva essere occulta del Governo austriaco, era frammassone e capo di frammassoni!

La Civiltà. Cattolica, quel sapiente periodico, vero baluardo contro l’infuriare della setta anticristiana, recava non ha guari nella sua importantissima trattazione sulle Società segrete un Documento che citeremo a verbo, a giustificazione di quel che diciamo.

«Nubbio (15), scrive la Civiltà Cattolica, si trovava nel 1844 in sui primi principii di quel suo malessere fisico, che doveva poi andargli lentamente affievolendo il vigor della mente non meno che le forze del corpo, quando ricevette in Roma dal suo complice Gaetano una lettera, data da Vienna il 23 gennaio 1844, atta per sé sola ad ispirargli un grande scoraggiamento.

«Gaetano era il nome di guerra di un nobile Lombardo V…che aveva un alto impiego nella Cancelleria aulica di Vienna e godeva della fiducia particolare del Principe di Metternich, a cui serviva anche di segretario particolare in affari di rilievo. Per vedere quanto costui fosse bene informato delle cose di Vienna, basta leggere la lettera che si ha di lui al Neuhaus, uno dei principali capi ed autori della rivoluzione Svizzera, che nel 1840 aveva cominciato a far le sue prove contro i Conventi e contro i cattolici.

«Quando voi avrete nelle mani le redini del Direttorio federale (scriveva da Vienna Gaetano al Neuhaus, verso la fine del 1840) non abbiate nessuna paura delle Potenze, e non credete niente al coraggio che queste mostreranno contro di voi sulla carta. Il lavoro sordo e appropriato al genio di questi popoli ed alle circostanze presenti, che le Società segrete stanno qui adoperando, porterà un giorno i suoi frutti. Noi andiamo tagliando ad una ad una ed in silenzio tutte le radici della vecchia quercia Austriaca: «essa cascherà sopra sé medesima; e tutto sarà finito. Intanto badate bene a questo che vi dico: «Esiste tra il Principe Mettermeli e il Conte K... un ostilità che non si mostra mai, ma che va sempre minando. Se il Principe risolve una cosa, state pur certo che domani il Conte farà mutare la risoluzione, ora per mezzo di ora per mezzo di… dei quali noi popolarizziamo, per quanto ci è possibile, le arie liberali e la voglietta di governare che li tormentano. Questi elementi di discordia sono per noi elementi di buon successo. Voi avrete ora due anni di potere dinnanzi a voi; servitevene nell’interesse dei principii, e per la salute dei popoli. Voi potete fare grandi cose; giacché i vecchi Ministri della vecchia Europa dormono ai piedi dei troni tarlati, e non sentono lo scricchiolare della loro caduta. Non ispaventateli troppo con passi precipitati: «andate piano, senza badare né alle loro proteste, né alle loro note intimidatrici. Essi cercheranno di spaventarvi; ma sono essi quelli che tremano di paura… Prudenza e misura. Noi abbiamo tra noi delle teste calde che non capiscono questo linguaggio: «essi vogliono rompere tutto, per arrivare più presto; e questo è il vero modo di non arrivare mai. Io vedo di qui il movimento degli spiriti. La gente è calma e non cerca che di divertirsi. Se noi non turbiamo questa loro beata sicurezza, noi li avvolgeremo un bel giorno nelle nostre reti e saranno tutti presi, quando non potranno più difendersi. I beni dei vostri Conventi sono immensi: «è una bella cosa, un tesoro; ma bisogna sapersene servire. Avanti dunque, e soprattutto persuadetevi bene, che dopo tutte le note e contronote diplomatiche voi sarete lasciati liberi di fare come vorrete».

«Apparisce dunque da questa lettera, conchiude la Civiltà Cattolica, che Gaetano era in Vienna al corrente di tutti gli affari diplomatici e sapeva, che le note e le contro-note non sarebbero, come di fatto non furono, seguite dai fatti. Ed è ben naturale che i settarii e i rivoluzionarii, sì di Svizzera e si di altri paesi, conoscendo che ad ogni modo ed infine dei conti sarebbero stati lasciati fare quello che volevano, approfittassero di questa notizia, facendo gli eroi ed i bravi a buon mercato, senza nessun rischio ed anzi col frutto d’apparire audaci, valorosi, prudenti, fortunati, quasi guidati da un astro, da una stella e da uno stellone, quando in realtà camminavano sicuri di sé e degli altri, senz’altra stella che l’altrui o spensierata ignavia, o complicità traditrice. Così infatti si sa ora, che procedettero anche le grandi vittorie da Novara a Roma, non che le precedenti dei repubblicani francesi del secolo scorso sul Reno (16), e poi in Belgio, in Piemonte ed in tutta l'Italia, dove le logge massoniche avevano già preparati prima i facili trionfi di quegli eroi da commedia, per non dire da galera. Ed è ben giusto, che ora se ne celebrino i centenarii dai loro discepoli, fedeli costellati anche loro di simili stelle nubilose».

Ma è da riprendere il filo della nostra narrazione.

«Dal 29 Gennaio al 10 Marzo 1848, in Napoli fu un tripudio non interrotto, scrive il citato Duca di Ventignano, feste, inni, acclamazioni, attruppamenti festivi, (secondo aveva insegnato Mazzini), rappresentazioni allusive ed allegoriche in tutti i teatri, il Re insomma divenuto a guisa di Pio IX, il padre, il benefattore, il Solone, il Tito, e che so io, delle rigenerate Sicilie. Il trionfo del comunismo parigino, larvato di repubblica, ruppe il guscio che l’occultava in Italia. In Napoli l’ottenuta Costituzione dava al popolo il diritto di parlare in tuono alto e comandare per mezzo degli attruppamenti, appunto siccome aveva voluto Mazzini.

«Il primo sperimento fu applicato, al solito, ai Gesuiti, nei quali, secondo che il maestro aveva insegnato, trovavasi personificata la clericale potenza.

«Il 10 Marzo fu la sanguigna aurora del terzo stadio delle nostre vicende: «periodo di guerre, di sconvolgimenti e di anarchia. Mentre Roma, Firenze e Torino imponevano a' loro Principi d’imitare il Re di Napoli, concedendo Statuti sul tamburo, gl’insorgenti di Parigi e di Vienna, preceduti da quelli di Palermo e dagli altri di Milano, complicavano in modo inestricabile le condizioni politiche di Europa tutta, ed in specie d’Italia e di Germania, ridestando in questi due paesi quel sentimento di nazionalità, che in essi più che altrove, erasi compresso dagli ultimi accordi fra le grandi Potenze».

Intanto le tendenze e il movimento dei popoli e dei Governi della Penisola erano quei medesimi, che i demagoghi vi imprimevano per mezzo delle Società segrete, ed erano diverse ed anche contrarie fra di loro, a seconda dell’indole e della disposizione naturale di ciascun popolo. Cosi il sentimento di nazionalità, molla principalissima usata dalla setta per disgregare e poi ricomporre secondo i suoi intendimenti i popoli e i governi, si sviluppava presso ciascun popolo, prendendolo dal lato più suscettibile. Lombardia insorgeva per riunirsi, Sicilia per separarsi dalla comune madre italiana; combattevano ambedue per iscuotere da sé il legittimo governo, ma ciascuna con opposto fine. Il Lombardo-Veneto sentiva di non poter durare senza l’aiuto degli Stati vicini; Sicilia, se non col segregarsene affatto; i popoli del centro d’Italia più vicini all’incendio venivano riscaldati ancor essi, gli uni per pietà, gli altri quasi a dire per contagio, e tutta Italia era in un indicibile fermento. Il che precipitò incredibilmente le cose, non avendo potuto i gerofanti dell’alta setta frenare le plebi scatenate, le quali violarono allora i due precetti essenziali dati da Mazzini, quando insegnava: «date un passo alla volta; se vorrete prendere il volo verso la fine correrete gravi pericoli... non lasciate veder mai che il solo primo passo da spingere.

Le inattese esplosioni di Parigi e di Vienna, gl’insorgimenti di Palermo e di Milano, la espulsione di De Sauget dall’una e di Radetski dall’altra città, i controcolpi di Francia, di Germania, di Svizzera e di Ungheria, fecero credere ai demagoghi essere venuto il tempo di gettar via la maschera, e d’innalzare senz’altro la propria bandiera, quasi fosser certi di correre a sicura vittoria. Laonde un crescente tempestare di giornali e di libelli precursori del meditato rivolgimento, informati tutti ad una istessa idea; gli agitatori avendo interesse a far monopolio della stampa, perché apparisse una sola la opinione pubblica, quella cioè voluta ad ogni costo da essi. Quindi il progressivo sistema di attruppamenti minacciosi ed esigenti; quindi un dar di scure alle radici di ogni autorità e d’ogni riputazione; quindi le Costituzioni violate non appena ottenute, e uno slargarle, interpretarle, falsarle sempre in onta dei Principi che le concedettero, e a danno dell’ordine pubblico. Ciò per verità era tanto più naturale, quanto è più vero che i rivoluzionarii frammassoni in loro coscienza non ebbero mai alcuna fede né nelle riforme, né negli statuti, né nei loro progressivi svolgimenti, né nell’istessa repubblica: «loro ultima parola ed ultimo intendimento essendo la decomposizione totale della società, per prima saccheggiarla, e ricomporla poscia senza Dio.

Ma ostacolo gravissimo al compimento dei loro disegni erano gli eserciti, da Mazzini designati quale molla di despotismo; bisognava o guadagnarli o distruggerli: «e la guerra di Lombardia ne offriva occasione opportuna. Le disfatte di Vicenza e di Novara distrussero infatti l’esercito di Carlo Alberto e degli ausiliari italiani, ed allora il torrente rivoluzionario non ebbe più freno, travolgendo nei suoi gorghi i quattro maggiori Stati italiani, che non si riebbero se non colla ristaurazione del Governo della Santa Sede, e colla vittoria dei Regii in Sicilia, e degli Austriaci in Lombardia e in Venezia. Or chi non vede in questi fatti l’opera della Frammassoneria?

Circa però l’azione particolare delle Società segrete contro il Regno delle Due Sicilie, il Montanelli ci fà qualche rivelazione di più, che giova raccogliere.

Quando le sètte erano in flore nello Stato napolitano, dice egli, due di esse sovrastavano alle altre, l’una dei Carbonari, l’altra della Giovane Italia. Il fine di questa intendeva a repubblica unitaria italiana: «in essa si iniziarono all’idea nazionale alcuni degli uomini che più figurarono nella rivoluzione del 1848, fra gli altri Giuseppe Massari, fatto nel 1838 corriere della setta, dal costui capo e fondatore Benedetto Mussolino, studente del Pizzo di Calabria (17)— Da corriere della setta il Massari divenne in seguito Deputato ministerialissimo nella Camera di Torino, cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro, direttore della Gazzetta Ufficiale piemontese. Tale era la gratitudine di costui verso il Governo dei Borboni, conciossiaché i primi mezzi per la sua educazione letteraria gli vennero appunto da loro, servendo il padre di lui, Marino Massari, quegli Augusti Principi, in qualità d’ispettore architetto nell’Amministrazione di ponti e strade, con vistoso onorario.

Intanto le riforme che i capi del movimento, cosiddetto italiano, reclamavano ad alte grida, mascheravano il fine occulto della massoneria, di trasformare cioè i Parlamenti dei varii Stati d’Italia in assemblee costituenti da proclamarvi la decadenza dei Principi legittimi che avevano concesse quelle Costituzioni. Nella Camera di Torino se ne avevano aperte confessioni, tra le quali le seguenti:

«Fin dalle prime sedute del Parlamento di Napoli del 1848 s’intendeva detronizzare Re Ferdinando II, il quale, comunque poi vincitore, non faceva arrestare nessuno dei Deputati suoi nemici, anzi generosamente li tutelava (18)».

Ma poiché colla vaga parola di riforme intendevasi dai faziosi coprire il loro intendimento più prossimo, vale a dire la. unificazione italiana, immaginata per isconvolgere la Penisola a loro profitto, e per istrapparla alla fede religiosa e politica dei suoi padri, giova arrecare qui un Documento che, sebbene di non recente data, con savio accorgimento dichiara le ragioni isteriche e politiche della incompatibilità di tale unificazione; mentre con franca parola espone gli. abusi e i difetti esistenti nei Governi Italiani, a far cessare i quali si richiedevano bensì riforme e provvedimenti, ma in senso ben diverso da quello vagheggiate dai settarii.


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VIII - LE RIFORME PRETESTO, NON RAGIONE, DELLA RIVOLUZIONE

Ecco dunque il documento ossia la Memoria presentata dal Duca di Modena Francesco IV al Congresso di Verona nell’ottobre 1822:

«…….Se si considera lo stato precedente in cui si trovava l’Italia prima della rivoluzione di Francia, il carattere e i costumi differenti dei differenti popoli d’Italia, se si considerano bene tutti i mezzi suindicati, di cui si è fatto uso per guastare l’Italia e prepararla alla rivoluzione, non è difficile il vedere che essa ebbe tutti i difetti principali che presto o tardi debbono cagionare rivoluzioni in Italia, se non vi si mette rimedio pronto ed efficace, e quali sarebbero i rimedii principali che bisognerebbe avere in vista per assicurare la felicità di questi popoli e ottenervi una durevole tranquillità. I principali difetti adunque possono ridursi ai seguenti:

1.La mancanza di religione e l’avvilimento nel quale si è voluto gettarla, come la guerra costante che si è fatta ai suoi principii, alle sue prattiche e ai suoi ministri.

2.La diminuzione del Clero e l’avvilimento nel quale si è voluto gettarlo, come la sua indipendenza dal Capo della Chiesa, che si è voluto introdurvi.

3.L’annientamento della Nobiltà, privandola di tutte le sue prerogative, volendola impoverire, avvilire ed eguagliare alle classi inferiori.

4.La limitazione dell’autorità paterna, di quell’autorità stabilita da Dio stesso, ed è voluta dalla natura.

5.La suddivisione delle fortune per mezzo di leggi e concessioni fatali, che dissolvono le famiglie e tutti i loro beni, e tendono a ridurre a poco a poco gl’individui egualmente infelici.

6.La milizia troppo mercenaria, guasta nei principii, e indifferente a servire chicchessia, se la paga bene, ed a cambiare padrone se spera migliorare la sua sorte.

7.La corruzione dei costumi voluta e stabilita come principio a meglio sradicare la religione, i buoni sentimenti, l’onore, e rendere gli uomini brutali, a fine di poter meglio servirsene come istrumenti nell’esecuzione di tutti i più perfidi disegni; poiché l’uomo che si lascia prendere la mano dalle passioni brutali, perde ogni energia, ogni capacità, diviene una specie di bestia o di macchina.

8.La corruzione della dottrina e dei principii, ciò che si effettuò colla libertà della stampa, e con la grande premura di spargere cattivi libri, di allontanare i buoni, e di far si che tutte le classi imparino a leggere e scrivere, ed abbiano qualche idea di studii per avere il mezzo di influenzarle.

9.La buona educazione della gioventù impedita, e la cattiva facilitata, incoraggiata, ecc.

10.L’abolizione delle Corporazioni religiose e delle Corporazioni secolari, come quelle delle arti e mestieri, che distinguono le classi degli uomini, le tengono in una necessaria e salutare disciplina, e che servono ad occuparli.

11.La pericolosa e viziosa moltiplicazione degli impiegati, e il male che ciascuno possa aspirare a qualunque carica, senza differenza di stato e di condizione.

12.I troppi riguardi e la considerazione che si dà, senza distinzione di merito, ad ogni uomo letterato, e la soverchia moltiplicazione di professori d'ogni sorta, il troppo potere e diritto che loro si concede, la troppo grande facilità stabilita ovunque per la gioventù di studiare, ciò che rende tanta gente infelice e scontenta; poiché non tutta trova ad occuparsi, e i soverchii studii che si sono fatti fare a ciascuno, fanno si che in fondo non imparino niente, e divengano presuntuosi.

«E d’uopo qui aggiungere alcune altre cause di rivoluzioni, alle quali è necessario cercare di rimediare, e sono:

I. L’ozio, che è molto amato in Italia e che bisogna vincerlo e combatterlo, giacché trascina a tutti i vizii ed è una grande sorgente di rivoluzioni.

II. Ilgrande amalgamamento continuo con tanti forastieri che sono incessantemente in moto per tutta Italia, e che portano dappertutto la corruzione dei costumi, e guastano lo spirito nazionale e i buoni principii.

III. La soverchia lungaggine nell’amministrazione della giustizia, vuoi nei processi civili, vuoi nei criminali.

IV. La instabilità delle imposte, che è talvolta più sensibile e dispiace più della gravezza delle medesime.

V. Certe imposte vessatorie nel modo di percezione, o che non sono ben proporzionate e divise; come ancora, allorché per uno squilibrio delle finanze si è obbligati a sopraccaricare il popolo dita sse.

VI. Le leggi che inceppano il libero commercio delle derrate, principalmente quelle di prima necessità, dei commestibili, ecc.; giacché la mancanza o la penuria dei medesimi suscitano egualmente lagnanze e mormorazioni, come la loro troppa grande abbondanza che ne avvilisce il prezzo e avvezza troppo la plebe a una felicità, che, non potendo durare, la rende infelice, allorché finisce; invece che il libero commercio di quelle derrate la tiene sempre in certo equilibrio (19).

Questo Documento degno della sapienza del Duca Francesco IV di Modena, racchiude in un sol quadro gli elementi della rivoluzione del 1848, la quale tolse occasione di sviluppare dalle riforme di Pio IX, ma non fu da esse cagionata, come da taluno si credette.

La storia del 1848 mostra ad evidenza che la rivoluzione era preparata da lunga mano, e se le riforme d’Italia e i Sovrani riformatori, acclamati nei primi giorni, vennero disprezzati e precipitati poco dopo, non fu caso, ma calcolo lungamente maturato e apparecchiato dai settarii. I quali, adunati in consiglio col Mazzini, a fine di giudicare se dovessero approfittarsi delle concessioni di Pio IX, molti opinarono per il no, solo perché non sembrava loro abbastanza preparato il terreno colla perversione e la corruzione dei popoli e dei Governi italiani. Solo il timore di perdere quella apparentemente troppo buona occasione, fece risolvere i corifei della setta d’impadronirsi dell’entusiasmo, destatosi in quel momento, e di usufruttarlo a pro dei loro perversi disegni.

E appunto in quell’anno, convinti i faziosi di non potere altrimenti raggiungere il loro scopo, ad onta della opportunità delle circostanze, senza la spada di un Principe, che, postosi a capo del movimento Italiano, rendesse possibile il disfarsi della potenza Austriaca che tanto temevano, si rivolsero a lunsingare le tradizionali mire di casa Savoia, facendole balenare la speranza della Corona d’Italia; la quale lo stesso Mazzini, avvegnaché repubblicano, con sua lettera offriva al Re Carlo Alberto, nell’istesso modo che aveva fatto nel 1831 (20). E Gioberti si accordava su tale disegno, sebbene coi suoi scritti si fosse travagliato per fare adottare piuttosto il sistema federativo in Italia; il quale sistema, come meno difforme alla natura e alle tradizioni dei nostri popoli, meno ripugnava ai vari:. Stati. Il re Ferdinando II anzi nella sua saviezza aveva ideata e proposta fin dal 1833 una Lega federale dei varii Stati d’Italia per la libertà e la indipendenza della Penisola. Sagge idee trovansi esposte su tale proposito nei suoi dispacci diplomatici alla Corte di Roma, riportati testualmente nella citata Storia documentata dell i Diplomazia europea in Italia di Nicomede Bianchi (21).

Quella Lega però non si voleva dal Governo piemontese, del Non in iga che erasi accorto lo stesso Abate Rosmini inviato da Re Carlo Alberto per conchiuderla in Roma, quando rinunziava al suo manmontese. dato: «ciò non ostante il Governo stesso se ne serviva di pretesto per ingannare il Re di Napoli, pretendendo da costui efficace aiuto in Lombardia, nell’atto stesso che gli toglieva la Sicilia (22)».

Codesta idea monarchica unitaria incominciava pertanto dopo il 1849 a diffondersi e ad acquistare partigiani e influenza. Coll’appoggio delle Società segrete che avevano preso per punto di leva il Governo subalpino, questo usurpava ed usufruttuava a suo vantaggio la opinione di liberalissimo e di governo modello in Italia, servendosi della stampa, come artiglieria, la quale tutto giorno scaricava ogni maniera di calunnie contro i Governi vicini, principalmente contro l’Austriaco e il Napolitano Intanto le male arti usate dall’ambizione sabauda e che procacciavano l’altrui rovina, riuscivano anche fatali all’istesso Piemonte, cui la Divina Giustizia apparecchiava fin dal primo momento un'era di debiti e di miserie, congiunte alle più inaudite vergogne. — Ma di ciò avremo a dire a suo luogo. Qui cade acconcio notare, che il partito dei cosiddetti unitarii dividevasi in due maggiori frazioni; la prima partiggiana della Monarchia Costituzionale sotto il Re Sardo, aveva a capo il famoso Cavour; la seconda era composta degli aspiranti ad una repubblica italiana con Mazzini alla testa. Or, suscitando costui imbarazzi e difficoltà al partito piemontese, Cavour non risparmiava mezzo per conciliarselo: «favoriva le mene repubblicane a Genova e a Livorno, e, mercé gli sbarchi di Pisacane nella provincia di Salerno, e di Bentivegna in Sicilia, promuoveva agitazioni nell’invidiato Reame delle Due Sicilie, ricorrendo finalmente a Garibaldi, per averlo conciliatore tra le due frazioni suddette. Parleremo poi di proposito di questa fusione; intanto giova dire di altre arti impiegate da Cavour per raggiungere il suo intendimento, ora tanto più note, che gli apologisti di lui ne forniscono copiosi elementi (23).

Nello scopo sempre di vituperare gli altri Sovrani d’Italia e di eccitarne i popoli a rivoltura, il Conte di Cavour, come capo del ministero, si spinge a formulare la protesta diplomatica del marzo 1853, quando si apparecchiava la funesta guerra di Crimea. In essa, credendo di accrescere il malcontento contro l’Austria pei rigori adottati dopo i tentativi di ribellione in Lombardia del 13 febbraio di quel medesimo anno, condanna implicitamente, se non per ipocrisia, i futuri eccessi del suo partito, allorché sarebbe riuscito ad invadere le due Sicilie. Leggesi infatti tra le altre cose, in quella protestar Non mai l’interesse della sicurezza interna dello Stato poteva autorizzare l’uso di provvedimenti legali; non mai poteva dar facoltà all’Austria di attentare al diritto delle genti, di strappare una pagina dal proprio codice civile, di sconfessare le più solenni promesse, di misconoscere i diritti acquistati, di pratticare quei principii rivoluzionarii, che qualsiasi Governo regolare aveva il diritto di ammortire, essendo che essi minavano le fondamenta di tutta quanta la civile società… (24)

Or confrontando le epoche del 1853 e del 1863, agevol cosa sarebbe lo sfolgorare con le parole istesse della surriferita protesta le crudeltà incredibili, le inaudite scelleratezze che nelle Due Sicilie commise a sangue freddo il Governo piemontese, senza che un suo ammiratore qualunque avesse a ripetere con orrore: «che il numero delle sentenze capitali nel Lombardo-Veneto, dopo la restaurazione degli imperiali succeduta alla insurrezione del 1848, ascendeva a 961 (25); laddove è a tutti noto che le fucilazioni eseguite barbaramente dai Piemontesi nel Napoletano oltrepassano le diecine di migliaia. Ed è da notare che codesto autore, apertamente ostile ai Governi legittimi, nel riportare la detta cifra delle sentenze capitali, che fa credere pronunziate nel Lombardo-Veneto, non ha la buona fede di dire se quelle sentenze fossero state poi eseguite. È noto però, che nelle statistiche penali tutt’altro è il numero delle sentenze pronunziate da quello delle eseguite; invece che le fucilazioni in massa e gli eccidii commessi dai Piemontesi è cosa che non ammette eccezioni, trovandosi con crudele cinismo affermate da atti ufficiali e solenni. Il contegno del Governo sardo intanto fin dal 1853 faceva impensierire la Diplomazia, e un Plenipotenziario accreditato presso quel Governo, ecco come narra le prattiche contemporanee, in un dispaccio del 26 di Ottobre di quell’anno.

Il Ministro austriaco a Parigi, d’ordine del suo Governo, ha procurato di esaminare le intenzioni del gabinetto francese riguardo al Piemonte. Egli ha esposto le tendenze democratiche di questo paese, ed ha chiesto che cosa la Francia intenderebbe fare d’accordo colle altre Potenze per imporre un argine. Drouin de Lhuys ha accettata la discussione; ma ha tacciato di esagerazione i ragguagli dati dal rappresentante dell’Austria; soggiungendo però esser decisa politica della Francia di assicurare al Piemonte una posizione indipendente; ma sorvegliare in pari tempo strettamente, affinché il Governo di Torino non oblii alcuno dei riguardi dovuti ai suoi vicini. Di queste prattiche, che per altro erano rimaste senza alcun decisivo risultamento, l’Inghilterra ha avuto notizia.

«Lord Clarendon ha chiesto sul proposito un rapporto a questo signor Hudson, il quale, amico di tutte le notabilità liberali di Torino, e di tutti i capi della emigrazione lombarda e delle Due Sicilie, ha risposto: «che il sistema rappresentativo era qui appoggiato su basi di ordine e di moderazione, e che gli arresti, le espulsioni e i giudizii sull’ultimo complotto Mazziniano, fanno fede della buona volontà e della forza del Governo (26).

Quanto le apprezzazioni delle Potenze vicine fossero giuste non v’ha ora chi ne dubiti dopo i luttuosi fatti compiuti dal 1860 al 1870.

Giungeva intanto il 1855, mentre compievasi la guerra di Crimea, e seguendo i disegni di Cavour, il Re Vittorio Emanuele veniva fatto viaggiare in Francia e in Inghilterra, e i giornali della setta dicevano mirabilia di quel viaggio, e strombazzavano dappertutto la famosa apostrofe direttagli dalla Sfinge delle Tuilleries: «Que peut-on faire pour l'Italie!». E ciò avveniva in quel medesimo tempo in cui, ad acquistare importanza, e ad ingraziarsi le Grandi Potenze alleate nella guerra di Crimea, il Governo sabaudo già designato campione della Frammassoneria contro il Papa e contro i Governi cattolici d’Italia, veniva chiamato a spedire colà una divisione delle sue milizie, aumentando cosi il non tenue suo debito pubblico di altri 100milioni. Che la guerra di Crimea poi a favore dei Turchi, avesse per le Potenze cristiane di Europa altro scopo da quello di sostenere gl'interessi cristiani in Oriente, ben lo provarono e il Congresso di Parigi, e gli attacchi contro la S. Sede e il Regno di Napoli, come gli eccidii impuniti del Libano. Cesare Cantò stimmatizzava quella guerra con queste parole: «Nel 1854 è dato all’Europa l’osceno spettacolo della Cristianità parteggiante per i Turchi (barbari ed eterni nemici di ogni civiltà) contro i Greci: «e non solo è dato questo spettacolo dai Re, ma anche da quei che pretendonsi liberali e direttori della opinione. La più assurda delle guerre moderne è quella di Crimea, e non vi è oggidì chi non ne valuti le conseguenze (27).

Ciò che costasse allora quella fatalissima guerra ben si raccoglie da quanto il dottore Chenu nel 1865 pubblicava in un suo libro, frutto di 18 mesi di fatiche e studii continui. — Nei 22 mesi che durò quella guerra perirono 95,615 Francesi, 22,182 Inglesi, 2,294 Piemontesi, 35,000 Turchi, e 630,000 Russi; perirono in tutto 784,991 uomini per servire la rivoluzione. Questa sanguinosissima guerra, comprese le spese anche del Governo austriaco per tenersi in quella sua sconsigliata neutralità armata, costò più di sette miliardi. Ma dalla guerra di Crimea venne la intrusione del Conte di Cavour nel Congresso di Parigi nel 1856, che, col delirio della gioia, egli vedeva riunirsi per praticarvi quegli intrighi, dei quali stupiranno i posteri, e noi ne sentiamo i miserandi effetti.


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IX - IPOCRISIA E EMPIETÀ DELLA RIVOLUZIONE ITALIANA

La Frammassoneria frattanto, risoluta di abbattere il Papato, e nel suo finale scopo, distruggere il Cristianesimo, coi mezzi che ormai ognuno conosce, aveva disfatto tutte le grandi Potenze cattoliche, dominando sovrana in Portogallo, in Spagna, in Francia, e, dopo un lungo e perseverante sotterraneo lavorìo, avendo scosso anche l’impero austriaco, credette giunto il momento di dare un gagliardo crollo a quel grande e secolare Impero cattolico, discacciandolo dall’Italia, onde aver poi buon giuoco coi minori Potentati italiani, provvidenziali antemurali degli Stati della Chiesa. Ma quali furono le cause immediate di questo funestissimo avvenimento? Eccone un rapidissimo cenno.

Campione della rivoluzione in Italia, apparecchiato da lunga mano, fu il Re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, a tal uopo educato dagli antichi amici di Re Carlo Alberto, troppo tardi da esso ripudiati, cui veniva dato a potente sostegno ed alleato Luigi Napoleone Bonaparte, divenuto Imperatore dei Francesi. Costui, disposta a tempo ogni cosa, dava il primo squillo di guerra con le famose parole rivolte all’Ambasciatore d’Austria presso le Tuileries, il primo giorno dell’anno 1859: «Sono dolente, diceva, che le nostre relazioni col vostro Governo non siano più così buone come per lo addietro; ma vi prego di dire al vostro Imperatore che i miei sentimenti personali non sono cambiati (28).

Ogni uomo di mente scorse in quelle parole una mal velata dichiarazione di guerra, che scoppiò infatti non guari dopo tra il Piemonte e l’Austria. E questa volta, credendo maturi i tempi, la guerra vestiva il suo vero carattere anticristiano, dicendosi apertamente di voler liberare i popoli del Regno Lombardo-Veneto dalla tirannia degli Absburgo, giunta al colmo per il Concordato conchiuso colla Santa Sede Strana contraddizione! nel 1848 si assaliva l’Austria, perché a danno dei popoli del Lombardo-Veneto minacciava la libertà della Chiesa; dieci anni dopo le si dichiarava la guerra, perché, affrancando la Chiesa, offendeva gli stessi popoli!

Ma perché non sembri a taluno che da noi si esageri, rechiamo qui due brani di due importanti Documenti, che confermano le nostre asserzioni.

«Si tratta di difendere, scriveva il Ministro Plezza nella sua circolare del 1 agosto 1848, si tratta di difendere le nostre istituzioni, e in particolare la nostra Monarchia della Casa Savoia dallo straniero che la minaccia; imperciocché, se l’Austria prevalesse in Italia, il suo dominio nuocerebbe non solo alle libertà nostre, ma ai diritti dei nostri Principi. Inoltre la Religione Cattolica ne soffrirebbe non poco, essendo noto che l’Austria fu sempre nemica delle prerogative della Santa Sede, e intende a diffondere nei suoi Stati, e in quelli su i quali ha qualche influenza, principii, e massime, e regole di disciplina e di culto poco ortodosse e contrarie alla sovrana autorità della Chiesa. Oltrecché, se l’imperatore vincesse in Lombardia, egli non si contenterebbe più degli antichi dominii, torrebbe al Papa le Legazioni, distruggerebbe la sua indipendenza politica, con grave danno della libertà ecclesiastica.

«Tali sono le considerazioni che debbono indurre tutti i buoni cittadini ed i buoni Cattolici ad aiutare la guerra Lombarda con ogni loro sforzo».

Il Ministro Conte Camillo Benso di Cavour al contrario, trattandosi sempre dello istessissimo scopo di togliere il Lombardo-Veneto all’Austria, nel suo famoso Memorandum del primo Marzo dell’anno 1859 diceva precisamente così: «Per un certo lasso di tempo la condotta ferma e indipendente del Governo austriaco verso la Corte di Roma temperava i sinistri effetti della dominazione straniera. I Lombardo-Veneti si sentivano emancipati dall’impero che la Chiesa esercitava nelle altre parti della Penisola sugli atti della vita civile, del santuario medesimo della famiglia; e questo era per loro un compenso a cui attribuivano una grande importanza. Questo compenso venne loro tolto in forza dell’ultimo Concordato, il quale, come è notorio, assicura al Clero una maggiore influenza e più ampii privilegii che in qualunque altro paese, anche in Italia, eccettuati gli Stati del Papa. La distruzione dei savii principii introdotti nelle relazioni dello Stato colla Chiesa da Maria Teresa e da Giuseppe II fini per far perdere ogni forza morale al Governo austriaco nello spirito degli Italiani».

La valorosa Armonia di Torino notava, che Plezza e Cavour sono ora perfettamente uniti, e le opinioni dell’uno possono considerarsi come opinioni dell’altro». Sicché nel 1848 si doveva far la guerra all’Austria, perché era poco ortodossa, e nel 1859 doveva farlesi egualmente la guerra, perché troppo ortodossa; nel 1848 si doveva combatterla, perché si opponeva alla sovrana autorità della Chiesa, e si doveva egualmente combatterla nel 1859, perché aveva riconosciuto alla Chiesa una sovranità, maggiore che nelle altre parti della Penisola. L’Austria nel 1848 era rea, perché professava i principii di Giuseppe II, ed era rea egualmente nel 1859, perché ha distrutto quei principii!...

Tuttavia la diversità tra il linguaggio che il ministro Plezza teneva nel 1848 e quello tenuto dal Conte di Cavour nel 1859 si spiega facilmente, avvertendo, che il primo scriveva ai molto reverendi Parrochi del Regno, e l’altro a due Governi protestanti, il prussiano e il britannico. Scrivendo ai Parrochi, bisognava manifestare un grande affetto ai diritti e alle prerogative della Chiesa Cattolica, e scrivendo ai Protestanti era necessario dichiarare schietto, che si voleva fare la guerra al Papa e a chi ne sosteneva il dominio. E così nel gergo settario, con alternative dialettiche alla Gioberti, si gabbavano i Cattolici, quando nel 1848 si aveva bisogno di loro, e si accarezzavano i Protestanti, quando si sperava tutto da essi: «salvo il distruggere anche questi, quando la Frammassonerìa crederà giunto il momento d’innalzare monumenti, come ai tempi di Diocleziano, al nome dei Cristiani distrutto, e di proclamare apertamente il regno sociale del Demonio. — Il Congresso dei Socialisti del settembre 1877 tenuto nel Belgio ci è sicuro garante di quanto affermiamo —.

Con siffatti auspicii, Napoleone III, il campione di ogni causa Napoleone giusta, colui che non combatteva che per una idea, scendeva in()campo per sostenere il leale e fedele Alleato piemontese, divenendo in uno stesso punto condottiero e arbitro della guerra, che fu incominciata e finita a sua piena balìa. E doveva essere cosi, finché si manteneva fedele alla Setta!

Egli intanto, sollevato all’apogeo del potere dalle scaltrite mene della rivoluzione cosmopolita, coll’aiuto, validissimo, dei troppo creduli Cattolici francesi, era il perno nel quale incentravasi la guerra alla Chiesa e le speranze delle Società segrete in generale, e della Giovane Italia in particolare. A corroborare la quale asserzione, che altri potrebbe dire esagerata e non conforme al vero, venne in buon punto una pubblicazione del signor Leone Pagès, comparsa non ha molto in Francia, nella quale è riportata una Memoria, sottoposta nel 1860 all’imperatore Napoleone dal suo Ministro dei Culti, signor Rouland, che tracciava lo sciagurato disegno di guerra alla Chiesa Cattolica. Il quale disegno, seguito poscia più o meno fedelmente, a seconda delle circostanze, dal Governo bonapartesco, e assunto oggi dagli uomini di Berlino e dai loro servi italiani, distruggerebbe ogni cosa cristiana, seIddio, come vorrebbero credere i settarii, non ci fosse. E qui, a edificazione di chi ci legge, citiamo il seguente brano dell’importante opuscolo del Pagès.

«Fino dai primodii dell’impero, cosi egli, fu concepito nelle alte sfere di Corte il progetto di riabilitare il Cesarismo pagano, screditato da Tacito e fatto crollare dalla tradizione cristiana. Si vagheggiò l’idea di farlo risorgere in Francia, e siccome il principale ostacolo sarebbe sorto nel Cristianesimo, il quale aveva già rovesciato il Cesarismo antico, cosi non si ebbe ritegno di mirare alla distruzione della Religione cristiana. La guerra d’Italia e l’abbassamento della S. Sede furono parte di questa impresa singolare; ma non si tardò a riconoscere, che l’assunto era infinitamente superiore a tutti i possibili sforzi. Ciò non ostante si persistè; al quale intendimento si risolvette di corrompere la pubblica opinione. Mezzo principale di azione prescelto fu la pubblicazione di una nuova Enciclopedia, che avrebbe dovuto diffondersi profusamente in Francia e in Europa. I signori Perèire ne avrebbero fatte le spese, il signor Duvevrier ne avrebbe sorvegliata la stampa, mentre un comitato direttore, di cui si sarebbero chiamati a far parte i membri di ciascuna sezione dell’istituto di Francia, ne avrebbe fornito il materiale. Il comitato fu costituito, e deliberò: «in una delle sue deliberazioni fu anzi risoluto, dietro proposta del signor di Sainte-Beuve (il famoso mangiatore di cibi di grasso in Venerdì Santo!) che la parola DIO non figurerebbe nell’Enciclopedia progettata; ma poi, essendo surti gravi dissidii, il Governo imperiale ebbe paura degli inconvenienti che avrebbero potuto nascere. Per conseguenza si rinunciò al progetto di pubblicare ani Enciclopedia, ma fu risoluto invece che ciascuno di coloro, i quali dovevano concorrere alla impresa, dovesse adoperarsi colle pubblicazioni, che riputasse più opportune, a raggiungere il ribaldo intento».

Così sono spiegate le immonde ed empie opere, venute in luce poco di poi, del Rénan, dell’About e di altri scrittori di simile risma: «essi non furono se non se gli apostoli salariati dell’empietà e del pravo orgoglio imperiale. Ma continuiamo a citare: «La maggior parte dei lettori non avrà certamente perduto la memoria di una circolare, che il Ministro dei Culti dell’imperatore Napoleone, sig. Rouland, diramava ai Vescovi della Franciain occasione della guerra d’Italia, che allora si andava ad imprendere. In questo suo Documento, affine di rendere favorevole alle imprese imperiali il Clero e le popolazioni francesi, quel Ministro faceva, a nome del suo Sovrano, larghissime promesse all’Episcopato, protestando l’assoluta devozione dell’impero verso la Chiesa, e pigliando formale impegno, che la libertà, l’incremento e gl’interessi del Cattolicismo sarebbero con ogni zelo promossi e rispettati. Il Principe, scriveva tra le altre cose il Rouland, che diede alla Religione cotanti attestati di affetto e di devozione, che dopo i tristi giorni del 1848 ricondusse il S. Padre al Vaticano... vuole, che il Capo Supremo della Chiesa venga rispettato in tutti i suoi diritti di Sovrano temporale. (29)

Ad attenere le fatte promesse ed a mostrare quanta fosse la lealtà nelle sfere imperiali, lo stesso Ministro sottoponeva, pochi mesi dopo, cioè attuata la famosa Idea Napoleonica colla guerra d’Italia, un Memoriale al suo Sovrano, che ne approvò le proposte, e le volle, come in realtà furono, adottate a norma della futura condotta politica dell’impero.

A nulla gioverebbe di riportare per intero la prima parte di questo Documento, nella quale il degno Ministro espone le sue vedute ed opinioni intorno all’indole e alle tendenze del Cattolicismo e del Papato. Basterà dire, che sono accumulati nella medesima tutti quegli spropositi, tutte quelle empietà e nefandezze, che formano il fondo del sistema liberalesco in fatto di religione. Si faccia conto di avere sott’occhi un articolo degli odierni organi dell’ateismo, e si avrà una giusta idea del linguaggio adoperato e del criterio, onde fu mosso il Ministro di Napoleone III nel giudicare e nel riassumere il carattere, la natura e lo scopo di una istituzione divina. Le menzogne e le calunnie non vi fanno difetto, né inferiore a quella dei peggiori nostri liberali si scorge l’invidia, suscitata dall’odio che covava nell’animo del fedelissimo funzionario dell’impero, nel vedere, come egli stesso era costretto a confessare, che sul terreno della pubblica istruzione all’elemento laicale era impossibile di lottare contro l'elemento religioso, per la ragione che quest’ultimo, in apparenza o in realtà, offre alla famiglia una maggior guarentigia di moralità e di spirito di sagrificio. Questa semplice confessione, e il molto di più che essa rivelava, sarebbe bastato per mettere sulla buona via un Governo, al quale fosse stato realmente a cuore di vegliare al buon costume ed al vero bene del popolo ad esso affidato. Ma tale non era lo scopo dell’impero rivoluzionario,e, piuttostoché la verità, strappata al Ministro dal disinganno, servirono ad esso di guida gli empii progetti che quest’ultimo faceva scaturire dalla calunnia, dalla menzogna e dal satanico odio contro la Religione.

Ecco pertanto, senza commenti, ché non ne hanno bisogno, codeste proposte, accolte e sancite dall’imperatore Napoleone, proposte che informarono tutta la condotta avvenire del Governo imperiale, e che ebbero a mano a mano la piena loro applicazione a quel modo che il carattere e le abitudini di quell’infelice Monarca comportavano, e, come il degno suo Ministro suggeriva, non già apertamente e all’improvviso, perché ciò avrebbe avuto aspetto di persecuzione ed avrebbe suscitato una reazione ma coll’ipocrisia e colla frode!

«Le misure da adottarsi, scriveva il Rouland, sono le seguenti:

«1. Non tollerar più, a meno di bisogni locali perfettamente constatati, nessuna istallazione di Corporazioni religiose d’uomini, sia che si tratti di case conventuali, chiese, cappelle, sia d’istruzione pubblica ed opere di carità generale.

«2. Adoperare, d’ora in poi, la più grande severità nelle autorizzazioni delle Congregazioni di donne, le quali non dovrebbero essere accordate se non a fronte di irrecusabile necessità di carità pubblica e d’insegnamento primario.

«3. Per ciò che riguarda le Congregazioni autorizzate di uomini e di donne, ricondurre il Consiglio di Stato a una grande severità nel giudicare intorno ai doni, ai legati e alle liberalità che abbisognano d’autorizzazione.

«4. Mantenere il più che è possibile, senza violare la libertà di scelta dei Consigli Municipali, l’insegnamento laico primario». — A questo proposito il bravo Ministro fa osservare, che nelle scuole cattoliche non si fa quel conto che si dovrebbe dei famosi principj dell’89, e che nelle scuole laiche e governative soltanto si ode il grido di Viva«5. Sostenere energicamente l’insegnamento dello Stato, e sussidiarlo in modo che possa estendersi e consolidarsi. —

«6. Tornare, per quanto si può, e senza spingere le cose all’estremo, all’esecuzione delle disposizioni organiche, le quali frappongono ostacolo allo sviluppo del potere del Papa sul Clero e sullo Stato; a tale uopo gioveranno le seguenti norme:

«Regolare le funzioni del Nunzio Pontificio in Francia come quelle di qualunque altro Ambasciatore, e non soffrire per nulla che esso corrisponda in nome del Papa coi Vescovi francesi, né che faccia ver un atto di giurisdizione, né che abbia la minima influenza sulla, scelta dei Vescovi.

«Dar prova della maggiore energia, affinché nessun atto della Corte di Roma possa essere pubblicato, ricevuto e. distribuito in Francia, senza l’autorizzazione del Governo.

«Sopprimere,a poco a poco la facoltà lasciata, da dieci anni, ai Vescovi di adunare periodicamente Concilii provinciali, senza la speciale autorizzazione del Governo.

«Scegliere risolutamente i Vescovi tra Ecclesiastici pii ed onorevoli bensì, ma conosciuti pel sincero loro attaccamento all’imperatore ed alle istituzioni della Francia.

«Sopprimere i giornali religiosi.

Finalmente l’egregio Ministro napoleonico richiama la diffidenza del suo Sovrano sulle Associazioni religiose dei, laici, come quella di S. Vincenzo di Paoli, (che fu soppressa effettivamente due anni dopo) quella di S. Francesco Saverio, ed altre, lamentando che esse si trovino nelle mani del Clero e del partito legittimista.

Questo Documento, del quale è indiscutibile l’autenticità, basta a porre in chiaro la scienza perversa dei Consiglieri dell’Impero, e la servile docilità del Sovrano nell'iniqua guerra contro la Chiesa, che cominciò in Francia nel 1860, e che non cessò se non quando ai ribaldi suoi iniziatori mancarono i mezzi di proseguirla.

Tali abbominevoli disegni, maneggiati nel mistero della Setta anticristiana, altro non erano se non che una più o meno pedantesca ripetizione delle sataniche trame dall’Apostata Giuliano alla vigilia della guerra Persiana. Ma quella fu la fine, mentre la guerra d’Italia è stata invece il principio della presente generale persecuzione della Chiesa. Gli arrecati Documenti lo dicono abbastanza; ma i fatti che narreremo lo proveranno fino alla evidenza. Il vero è che, in Francia come in Italia, la guerra alla Chiesa procedeva di pari passo con l’opera dello spodestamento dei Principi italiani, per detronizzare il Papa, e distruggere la divina istituzione del Papato; e si stringevano i nodi dell'alleanza Franco-Italiana, a mano a mano che si sviluppava l’azione settaria contro Roma. In Francia si procedeva posatamente, in Piemonte scapigliatamente; ma da per tutto con calcolo al, grande scopo settario. Ora a mò di corollario raccogliamo alcune dichiarazioni autorevoli di autorevolissimi Settari, che serviranno di convincente chiusa a questo nostro sguardo alla rivoluzione italiana.

Mentre scrivevamo queste pagine (Decembre 1873) giungeva in Roma il deputato Cairoli, festeggiato dentro e fuori del Parlamento. Costui, il 19 di Giugno 1867, poco prima del furioso attentato contro Roma, dal quale Iddio benedetto ci ha prodigiosamente liberati, nell'Ottobre di quell’anno, doppiamente memorando e pel Centenario di S. Pietro e per la invasione garibaldina, in piena Camera dei Deputati, diceva: «Noi consideriamo il Papato come un pericolo; sì, lo consideriamo come un permanente attentato contro l’Italia... Ma il Papato è una istituzione che ha profonde radici, e che non si abbatte coi colpi di fucile;

lo so, ci vogliono anche i colpi delle idee... Imperocché crediamo che il Papato, anche profugo da Roma, finché dominerà la superstizione fanatica delle masse, non rinuncierà all’audaeia delle solite cospirazioni, esse ci sono provate dalle sue dichiarazioni di guerra, e da recenti anatemi contro la civiltà (30)». (Poteva dir chiaro contro la Frammassoneria; poiché il Papa non ha mai anatematizzato la vera civiltà, cui invece ha sempre promosso e benedetto). Ma si era già parlato chiaramente, molto prima di quest’epoca.

Il 5 Febbraio 1858, il patrono delle generose, Deputato Salvatore Morelli, diceva schietto così: «Io non m’illudo, io credo che chi è con la fede non è con la scienza, e chi è col Papa non è con la libertà… Lo sappia il paese, lo sappiano le madri, lo sappia il mondo: «il Catechismo cattolico, dato alla prima età, infatua e non illumina i loro figliuoli (31)».

Più schietto ancora era il famoso Petrucelli della Gattina, e l’istesso mese, ini cui si proclamava Roma Capitate del così detto Regno d'Italia, gridava nella Camera: «Il principio generale della rivoluzione Italiana è stato l'abolizione del Papato (32). E il 20 di Luglio 1862 aveva svolto meglio il suo pensiero in questi termini: «A Roma non v’è la nazione, v'è una idea: «questa idea si combatte con una idea opposta, della quale l'incarnazione è Garibaldi!... Questo pontefice del popolo, scaccerà il Pontefice di Cristo... Noi dobbiamo combattere la preponderanza cattolica nel mondo, comunque, con tutti i modi. Noi vediamo, che questo Cattolicismo è uno strumento di dissidio, di sventura, e dobbiamo distruggerlo... La base granitica della fortuna politica d’Italia deve essere la guerra contro il Cattolicismo su tutta LA SUPERFICIE DEL MONDO (33).

E Giuseppe Ferrari: «Le raccomandazioni, diceva, che erano fatte dal Presidente del Consiglio Conte dì Cavour di attenercialla Religione cattolica, di essere sempre più religiosi nell'atto stesso che è da noi spogliato il Pontefice... non sono conformi alle tradizioni della moderna civiltà.... Non con eccessi di devozione, non con dottrine teologiche; ma colle idee proclamate dalla Rivoluzione francese si può vincere la causa che diciamo di Roma. Questi principii sono quelli degli Enciclopedisti, di Rousseau, di Voltaire, dei liberi pensatori, e ci possono redimere dal Pontefice, perché riscattano la ragione (34)».

Gli Atti ufficiali della Camera subalpina su ciò ne offrono la più copiosa materia, e le affermazioni le più esplicite e chiare si confondono insieme con le più esecrande bestemmie: «un Assemblea di demonii non saprebbe dire niente di più infernale ed abbominevole. Di fatto il Miceli diceva: «L’abolizione dei Conventi e la soppressione del Clero, a noi nemico, è la rivoluzione grande, la rivoluzione italiana, la rivoluzione politica, che dobbiamo tutti volere, per abbattere il Papato, che circonda ed allaccia colle sue reti il mondo (35).

E il Deputato Andreotti dichiarava: «Noi abbiamo bisogno di una rivoluzione fatta a nome di tutti i culti contro il Culto Cattolico (36) Il deputato Macchi, trovando contraddizione tra il principio di Nazionalità e la Chiesa Cattolica Apostolica Romana (37), ne trae la conseguenza doversi abbattere il cattolicismo pel trionfo della Nazionalità! E il deputato Castiglia, protestava: «Il Cattolicismo, come sta, è il nostro nemico L’Italia preferisce al Cattolicismo il principio di camminare sempre innanzi (38)».

Il Deputato Crispi, il famoso Crispi, che ha fatto tanto parlare disè in questi giorni col suo viaggio in Germania e col suo triplice matrimonio, affermava: «Il Cattolicismo, come ogni opera umana, ha fatto il suo tempo (39)». Giuseppe Ferrari nella sua Federazione Repubblicana, pag. 3. scriveva: «L’Europa ha dichiarato e intimato a Roma una guerra di religione né potremo avanzare di un passo senza rovesciare la croce». Il Diritto finalmente (giornale. democratico, al giorno delle segrete cose della Frammassoneria, e per conseguenza del Governo italiano) con orribile bestemmia dichiarava francamente scopo Anale della rivoluzione essere, il FAR PREVALERE LE PORTE D’INFERNO!».

Dedichiamo queste satanesche dichiarazioni a quei dabben uomini, che insistono a dire, che la Rivoluzione Italiana non è poi la così malvagia cosa, e che a torto la Chiesa la condanna, e le persone timorate se ne allarmano.

A dir breve, con siffatti intendimenti, che sono appunto il programma ormai chiaramente confessato dal Governo italiano, che mai disdisse, né protestò contro alcuna delle succitate e mille altre simili proposizioni, s’intraprendeva, con l’aiuto potente di una Nazione vicina, e con le più scellerate arti di una setta cosmopolita, la guerra d’Italia, che non fu e non è altro, che guerra a Gesù Cristo e alla sua Chiesa.

Ora, guidati da tale sicuro criterio, noi entreremo risolutamente nel non facile arringo, narrando i fatti di questa empia lotta, i quali, principiati con la guerra di Lombardia, continuarono con la invasione del Regno delle Due Sicilie e con la presa di Gaeta. Finché tolto al Papa l’ultimo baluardo e l’ultimo sincero Alleato, calpestato in piena pace ogni diritto e ogni legge, mascherando attentati i più mostruosamente violenti sotto lo specioso e ribaldo titolo di questione Romana, la Santa Sede si trovò in balìa de' suoi più Aeri nemici: «e, dopo dieci anni di penosa agonia, Roma soccombeva sotto le bombe parricide del Governo Piemontese; ma per risorgere a nuova e più rigogliosa vita, quando la società moderna, prostrata e umiliata sotto il peso delle sue iniquità, delle sue aberrazioni, ma più ancora dei meritati castighi, confesseràfinalmente di aver peccato.


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PARTE PRIMA

LIBRO I

CAPO I

TRE QUESTIONI

La setta anticristiana, con diabolica sapienza, avendo preso le sue mosse dall'alto, nello scorso secolo XVIII era già estesa e potente nelle sfere elevate della società. Voltaire coll’ironia sul labbro volgeva in ridicolo ogni cosa più santa insieme coi dommi, colle tradizioni e coi costumi del Cristianesimo, e trescava antipatriotticamente col Prussiano Federico, nemico implacabile della Francia e dell’Austria, le due più grandi Potenze cattoliche di Europa. Intanto gli altri Stati erano ad un tempo invasi dallo spirito di rivolta contro la Chiesa di Gesù Cristo, per mezzo di ministri altrettanto scaltri, quanto increduli e devoti alla framassoneria; prova ne sia la guerra implacabile contro la Compagnia di Gesù, che dové finalmente soccombere all’incredibile concordia, con cui tutti i medesimi Stati assalivano l’inclita Compagnia, e minacciavano la Santa Sede.

Solo la infelice Polonia e l’Austria di Maria Teresa aveano resistito da principio alla parricida impresa. Ma, morta la grande Imperatrice, anche l’Austria se ne rese complice, avvegnaché avesse resistito più a lungo, come resiste anche adesso l’Augusto Francesco Giuseppe II alle insidie anticristiane dei settarii moderni. La Russia scismatica che, per contraddizione o per calcolo, aveva ospitato la proscritta Compagnia, non appena si fu impossessata della Polonia, scese anch'essa in campo; e, mentre l’Inghilterra dava la libertà alla Chiesa, essa non cessava più di combatterla.

Finalmente tre questioni, messe fuori dalla Frammassoneria nella prima metà di questo secolo, ponevano in forse tre secolari diritti, sconvolgendo da capo a fondo l’Italia, e con essa il mondo cristiano e civile: «Questione italiana, questione napolitano, questione romana, le quali poi, nel pensiero della setta, si riducevano a una sola, la romana; vale a dire allo spodestamento temporale dei Papi, per via del quale s’intendeva distruggere la spirituale podestà del Vicario di Gesù Cristo e ogni culto divino.

L’idea di rovinare il Governo temporale del Papa, data per verità da assai più lungi. Per non dire di Arnaldo da Brescia, dei Conti Tusculani, di Cola di Rienzo ecc., la guerra al Papa, divenuta opera delle società segrete e della setta anticristiana per eccellenza, nel decorso secolo prese per l'appunto di mira quel venerando potere nelle lotte della Repubblica francese del 1793 contro Pio VI, che ebbero tregua col trattato di Tolentino nel 1797, e si riaccesero più ostinate e terribili, per opera di Napoleone 1 contro Pio VII, dal 1805 al 1814, in cui Analmente cadde quell’infelice despota. Dopo la pace del 1815 la guerra ricominciò più subdola, non però meno Aera: «con la sola dinerenza, che prese a conseguire lo scopo col lusinghiero pretesto della Unità d’Italia, siccome appunto nel 1815 fu stabilito nell’alta Venditade' Carbonari (40).

La prima delle accennate questioni, sebbene gravissima, perché si aveva da fare con la potenza dell’Austria, era questione preliminare e, avvegnaché principale come mezzo, era secondaria quanto allo scopo. Si trattava soltanto di legare e ridurre alla impotenza il cane da guardia affine di assalire con più sicurezza la greggia. Vinta l’Austria, i minori Potentati italiani, isolati, erano facile preda del vincitóre; seppure non si fossero a tempo appoggiati su Napoli, solo Stato capace di tenergli testa con opportune alleanze, e stringendosi tutti uniti alla S. Sede, vero cuore e capo della Italia, come lo è del mondo. Era evidente la necessità di una Lega della Italia cispadana, e di un perfetto accordo dei Ducati con Napoli e con Roma, cosa di cui avremo a dire in appresso.

La questione napolitano, era pertanto l'ultimo nodo, sciolto il quale, umanamente parlando, era sciolta la questione romana; rimanendo la S. Sede e il suo Stato in piena balìa di chi, a servizio delle società segrete, pel primo aveva messa fuori tale questione.

È inutile di notare, che la questione romana non aveva mai esistito se non se nei disegni della frammassoneria; e quindi, a parlare propriamente, allora appunto prese forma, quando Luigi Napoleone Bonaparte ebbe messo le mani nella restaurazione del Governo pontifìcio, l’anno 1849. Il che si fe’ chiaro anche ai più ciechi per la lettera scritta da esso Napoleone al suo amico Colonnello Edgardo Nev, non appena fu espugnata Roma, e distrutta la Repubblica di Mazzini. In questa lettera il Bonaparte a chiarissime note spiegava e affermava quali fossero i suoi intendimenti nel restaurare il sacro dominio dei Papi coll’opera e colle armi

Ma, a dare una base vie più sicura alle cose che siamo per narrare, non sarà inutile di recare un importante brano di storia contemporanea, che troppo presto si è dimenticata da chi maggiormente avrebbesi dovuto ricordare, onde venne quel mostruoso rovesciamento d’ogni cosa divina e umana, che tutti gii onesti deplorano in Italia, in Francia e in pressoché tutta Europa, e che ora, se Dio benedetto non intervenga, ci trascina tutti nell’abisso.

Il brano di storia insieme con la lettera suaccennata, che tanto profondamente ci colpi all’epoca in cui fu scritta, lo togliamo da un egregio lavoro, pubblicato vari anni fa in Bologna, sulla vita del compianto generale Carlo Vittorio Oudinot, Duca di Reggio, liberatore di Roma nel 1849. In esso, dettosi a lungo delle incredibili difficoltà che quell’uomo, dalla pazienza eroica, ebbe a sormontare, perché la spedizione francese non degenerasse, per le incredibili mene della setta, in spedizione favorevole a Mazzini e alla sua Repubblica, è narrato come si fosse a un pelo, perché le due Repubbliche, già nate a un parto, fraternizzassero caramente insieme, con grande iattura della causa cattolica, e con eterna vergogna della povera Francia. A corroborare la quale asserzione rechiamo alcuni documenti.

La mattina del 24 Aprile 1849 gittò l'ancoradinnanzi a Civitavecchia una fregata francese, e mise a terra tre Parlamentarii, i signori d’Espivent, Capo squadrone aiutante di Campo del generale Oudinot, il Principe de la Tour d’Auvergne e un Colonnello, latori del seguente dispaccio al Commandante di quella piazza:

«Il Governo della Repubblica francese, animato da spirito liberale, desiderando nella sua sincera benevolenza per le popolazioni romane, mettere un termine alla situazione in cui gemo no da parecchi mesi, e facilitare lo stabilimento di uno stato di cose egualmente lontano dall’anarchia di questi ultimi tempi, e dagli abusi inveterati che avanti l’avvenimento di Pio IX desolavano gli Stati della Chiesa, ha risoluto d’inviare a quest'effetto a Civitavecchia un corpo di esercito, di cui mi ha affidato il comando. — Vi prego di dare gli ordini opportuni, perché queste milizie mettano piedi a terra al momento del loro arrivo, co me mi è stato prescritto, e sieno ricevute e istallate come con viensi ad alleati chiamati nel vostro paese da tre nazioni amiche.

Il Generale Comandante in Capo

Rappresentante del popolo.

OUDINOT DI REGGIO

Sbarcata la piccola divisione francese marciò su Roma, sotto le mura della quale toccò il noto insuccesso del 30 di Aprile, al quale si dovette, due mesi dopo, la presa della Città per le armi di Francia. Quel fatto cagionò il più grande commovimento nell’Assemblea, come in ogni Francese geloso dell’onore del proprio paese; quindi vennero ordinati rinforzi per la spedizione di Roma, e Luigi Napoleone Bonaparte, Presidente di quella Repubblica, scriveva al Generale Oudinot, sotto la data degli 8 di Maggio, questa lettera:

Mio Caro Generale

«Sono vivamente afflitto della notizia telegrafica, che annunzia la inaspettata resistenza fattavi sotto le mura di Roma. Io sperava, come sapete, che gli abitanti di Roma, aprendo gli occhi alla evidenza, accogliessero amichevolmente un esercito che ve niva a compiere presso di loro un atto di benevolenza senza interesse: «la cosa andò ben diversamente. I nostri soldati sono stati ricevuti come nemici; vi va dell'onor militare, e io non soffrirò che gli venga fatto oltraggio. Non vi mancheranno rinforzi. Dite ai vostri soldati, che io ammiro il loro valore, divido le loro fatiche, e potranno essi fare assegnamento sul mio appoggio e sulla mia riconoscenza.

Abbiatevi, mio caro Generale, la certezza che io altamente vi stimo.

LUIGI NAPOLEONE BONAPARTE.


Intanto volendo i Repubblicani cosmopoliti padroni di Roma, nell’istesso modo che il Governo francese, venire a una possibile composizione, erano stati eletti dall’Assemblea tre Commissarii per trattare col Sig. di Lesseps, Inviato straordinario del Governo francese, i quali nella seduta del 19 di Maggio riferirono il seguente disegno di Convenzione proposto dal Lesseps:

1.° Gli Stati romani reclamano la protezione fraterna della Repubblica francese.

2.° Le popolazioni romane (41) hanno il diritto di pronunciarsi liberamente sulla forma del loro governo.

3.° Roma accoglierà l'esercito francese come un esercito di fratelli. Il servizio della città si farà unitamente colle milizie romane, e le autorità civili e militari romane funzioneranno a seconda delle loro attribuzioni legali».

Queste proposizioni recate all’Assemblea ebbero, dopo breve discussione, la seguente risposta adottata all’unanimità.


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REPUBBLICA ROMANA

IN NOME DI DIO E DEL POPOLO

«L’Assemblea, col rincrescimento di non poter ammettere il progetto dell’inviato straordinario del Governo francese, affida al Triumvirato di esprimere i motivi, e di proseguire quelli ufficii che riescano a stabilire i migliori rapporti fra le due Repubbliche.

Roma, li 19 Maggio 1849.

Il Presidente

Carlo Luciano Bonaparte

I Segretarii

FABRETTI — ZAMBIANCHI

PENNACCHI — COCCHI.


In una nota del 24 di Maggio, il Signor di Lesseps dichiara meglio gli articoli della Convenzione da lui proposta, e dice cose

«Credo utile di dirvi in proposito dell’Articolo secondo, che se noi non abbiamo punto parlato del Santo Padre, egli è che noi non abbiamo per missione di agitare questa questione, e che dichiarando nell’Articolo terzo che non vogliamo entrare nell’amministrazione del paese, noi abbiamo la ferma intenzione di non contestare alla popolazione romana la libera discussione e la libera decisione di tutti gl’interessi, che si riferiscono al governo del paese.

«In una parola il nostro fine non è quello di farvi la guerra, ma di preservarvi da sventure di ogni maniera che potessero minacciarvi. Voi conserverete le vostre leggi e la vostra libertà.

«Egli è falso del pari, che noi abbiamo mai avuto il pensiero d’inquietare presso voi gli stranieri e i Francesi che hanno combattuto contro di noi. Noi li consideriamo tutti come sol dati al vostro servizio, e se vi fossero in questa categoria di tali che non rispettassero le vostre leggi, sta a voi il punirli, perché noi non abbiamo mai immaginato di distruggere colle nostre armi il vostro governo.

Più tardi però, messi alle strette dall'attitudine minacciosa dell’esercito francese i Mazziniani accettarono una nuova redazione, che fu sottoscritta dai Triunviri e dal Lesseps. Eccola testualmente:

«Art. 1. L'appoggio della Francia è assicurato alle popolazioni degli Stati romani: «queste considerano l’esercito francese come un esercito amico, che viene per concorrere alla difesa del loro territorio.

«Art. 2. D'accordo col Governo romano, e senza immischiarsi per nulla nell’amministrazione del paese, l'esercito francese prenderà gli accampamenti esterni, tanto per la difesa del paese, che per la salubrità (sic) delle sue milizie. Le comunicazioni saranno libere.

«Art. 3. La Repubblica francese assicura da qualunque invasione straniera i territorii occupati dalle sue milizie.

«Art. 4. S’intende che la presente Convenzione dovrà essere sottomessa alla ratificazione della Repubblica francese.

«Art. 5. In nessun caso gli effetti della presente Convenzione non potranno cessare che quindici giorni dopo la comunica zione officiale della non ratificazione.

«Fatto a Roma e al Quartier generale dell'armata francese, in tre originali.

«Li 31 Maggio 1849, otto ore di sera.

CARLO ARMELLINI

GIUSEPPE MAZZINI

AURELIO SAFFI

Il Ministro della Repubblica francese in missione

FERDINANDO LESSEPS


Richiamato però appunto in quel momento il Lesseps dal suo Governo, il Generale Oudinot ricusò di approvare la Convenzione; le trattative furono rotte, venne incominciato l’assedio, e Roma fu presa; ma fu appunto con la presa di Roma che gli ostacoli, fui per dire più gravi, si frapposero al coronamento dell'opera, al ristabilimento cioè del Governo pontificio, e al ritorno del Papa a Roma. Tutte le arti più inique e subdole sorsero in una volta, a fine di paralizzare la missione riparatrice dell’Oudinot e a guastare da capo a fondo, anzi annientare, quanto si era fatto. Menzogne, ipocrisie, calunnie le più incredibilmente maligne ed assurde si posero in opera contro il Generale e contro la Commissione dei tre Cardinali (42) mandati dal Pontefice Pio Nono ad assumere il Governo degli Stati della Chiesa. Dell’opera loro benigna, e al di là d’ogni credere misericordiosa verso i vinti settarii, si fece un mostro di crudeltà e di tirannide; il ristabilimento della S. Inquisizione, (43) e il tribunale del Vicariato di Roma, sommamente infesto al Bonaparte mentre giovinetto viveva tra noi, furono il bersaglio più specioso e principale, contro del quale avventarono i colpi più fieramente sentimentali: «e il Bonaparte tutto credeva, tutto prendeva per oro di coppella, punto non curando le relazioni e le schiette rimostranze della S. Sede, del de Rayneval e del de Corcelles, Plenipotenziariifrancesi, e dell’Oudinot. Quest’ultimo, nella speranza d’imporre alla falsata opinione in Francia e altrove col definitivo ristabilimento del Governo Pontificio, non appena assestate alquanto le cose, corse a Gaeta per indurre il Papa a ritornare a Roma. Ma Pio IX saggiamente vi si oppose, risoluto di differire il suo ritorno fino a tanto che il Governo bonapartesco non lo avesse reso possibile con una politica leale e cristiana. Questo invece si mostrava sempre più mal disposto e ostile, e la situazione si faceva ogni giorno più malagevole ed aspra.

Non andò guari, scrive il biografo dell’Oudinot, e il Duca di Reggio ebbe nuovi argomenti per meglio persuadersi del quanto fossero ragionevoli i timori di Pio IX; ebbe anzi a gustare largo saggio di cosi amara verità. Conciossiaché le persone della fazione repubblicana e quelle altre, che, per qualsivoglia cagione, nudrivano cuore avverso alla signoria del Pontefice, nel modo che fino allora si erano sempre sforzate di crear odio all’Oudinot e al suo esercito dopo che questi avevano distrutta in Roma l’anarchia cosmopolita, similmente non avevano cessato mai dal levare dolorosi schiamazzi contro il potere e i fatti dei tre Cardinali Commissarii del S. Padre.

Tornato appena il Generale da Gaeta, ecco giungergli una()lunga scrittura del Tocqueville, Ministro di Francia per le cose straniere, nella quale, sotto forma di moderato linguaggio, traspariva una stizza bene acuta di rimproveri verso di lui, quasi che egli non avesse saputo sino a quel tempo qual cosa importasse l’officio suo in Roma, dopo di averla conquistata colle armi. E qui, date delle oscure pennellate per delineare appena i fatti, che si dicevano affliggere la santa Città, eccitava l’animo dell’Oudinot, perché non si dovesse rimanere inoperoso spettatore di quanto colà interveniva; ma dovesse metter mano ai dirittiche in lui eransi derivati dall’aver sottratto la Città ai faziosi e restituitala al Pontefice. — Sapersi da lui Ministro, per mezzo delle pubbliche effemeridi, e per via di lettere private, come il Generale non si fosse trattenuto dal concorrere, o, per lo meno, non si fosse opposto al rinnovamento di due istituzioni, che avevano per orrore rimescolato tutta Europa, ed erano la Inquisizione, e il detestabile Tribunale del Vicariato. Dopo ciò non poteva recar meraviglia, se dalle cime dei sette colli non si partissero altre querele che di imprigionamenti e di esilii. Badasse dunque il Generale di non più tollerare quindi innanzi simiglianti enormezze, e ricordasse, che se in Roma i Francesi vi erano quasi consiglieri, non però cessavano di essere consiglieri colla spada al fianco. Si dovesse pure concordare in ogni cosa col de Corcelles; ma, ove la bisogna fosse gravissima e impaziente di dimora, egli da sé provvedesse, secondo che avvisasse opportuno (44).

È più facil cosa immaginare che descrivere, il rammarico dell’Oudinot a leggere codesti ingiusti ed altezzosi richiami. Laonde deplorava con tutto lo spirito il dileguarsi di quell’accordo, che essenzialmente doveva regnare tra il potere di Parigi e quello del Pontefice. Avvegnaché poi a tutti fosse palese quale sopravvento godessero allora nella Capitale della Francia coloro che in Roma poco prima avevano patita quella memorabile disfatta; nondimeno l’Oudinot non volle trasandare l’ufficio suo gravissimo e molto delicato, di rispondere cioè al Gabinetto secondo la verità e la giustizia, essendosi studiato di metterlo in guardia contro il maltalento e i ragionamenti dei faziosi. Con animo franco e nobile, rigetta la calunnia dell’inquisizione e del Tribunale del Vicariato; ne determina prima la natura e l’indole, e poscia conchiude, netto e deciso, che l’esercito in nessun caso potrebbe assumere il compito di atteggiarsi a Tribunale ecclesiastico. Ribadisce infine il suo proposito, che, ove occorra operare, non tralascerà di giovarsi del consiglio e del conforto del de Corcelles e del de Rayneval.

Da parole cosi franche e piene di verità non era da promettersi gran frutto: «tanto le cose in Parigi erano rimescolate dai clamori e dalle infestazioni dei demagoghi e degli avversari del Papato. Laonde non più mancarono uomini di giusto avvedimento, i quali, confrontando la condizione delle cose presenti con quella passata nell’Aprile, dopo che le milizie Francesi furono ostilmente ricevute dai Mazziniani, prognosticavano che alcuna cosa di simile sarebbe ora accaduta.

Infatti valevano assai più nell’animo del Bonaparte gli stridori e le artifiziali querele dei vinti demagoghi, che non la giusta difesa dei cittadini, il debito esercizio di un diritto, e la necessaria satisfazione di un dovere, che debbono essere sacri ed inviolabili in ogni legittima podestà. — Fin qui il citato biografo.

Ciò non pertanto il Bonaparte risoluto di vincerla nella deplorevole lotta contro il reale ristabilimento dell’Autorità pontificia, volle rimosso ogni ostacolo, e pel primo tolse di mezzo l'Oudinot, cui volle richiamato, dandogli a successore il Generale Rostolan, uomo per altro anch’esso leale e retto, forse non abbastanza conosciuto da lui. E, mentre tuttora lo stesso Oudinot si tratteneva in Roma, Luigi Napoleone, a ben chiarire i suoi intendimenti in quel momento d’incertezza che suole seguire un cambiamento importante nella pubblica cosa, scrisse la famosa lettera al suo fido amico Edgardo Nev, con la quale lo mandava al nuovo Generale Comandante, cui ingiungeva di divulgarla col maggiore apparato e rumore.

Trascriviamo codesto documento, come quello che a colpo d’occhio spiega molte cose passate, e racchiude, come in fecondo germe, tutti i fatti dei rivolgimenti settarii dal 1850 al 1870. — La lettera dice pertanto così:


«Mio caro Edgardo,

«La Repubblica Francese non ha mai pensato di spedire in Roma un esercito affine di soffocare la libertà Italiana, ma solo per MODERARLA,e, preservandola dai proprii sviamenti, darle una SOLIDA BASEcol riporre sul trono pontificale quel Sovrano, che pel primo aveva caldeggiato tutte le utili riforme. Con dolore però ho appreso che tanto i propositi benevoli del S. Padre, quanto le nostre fatiche rimangono senza frutto, colpa delle passioni e delle brighe più avverse. Si vorrebbe, come a fondamento del ritorno del Papa, la proscrizione e la tirannia; ma sappia il Generale Rostolan, che egli non deve in verun conto soffrire che, all’ombra del nostro tricolore vessillo, si commetta qualche novità che possa snaturare l'indole del nostro soccorso. Io compendio il Principato del Papa in questa formola: «Amnistia generale, secolarizzamento dell'amministrazione, codice napoleonico e governo liberale. E stata poi una ferita al mio cuore il leggere il bando dei. Cardinali, e il non vedervi fatta menzione né della Francia, né degli stenti dei nostri valorosi soldati. Qualsivoglia ingiuria recata al nostro vessillo o alla nostra divisa mi trapassa l’anima: «onde fate che si sappia da ognuno, che se la Francia non mercanteggia i suoi servigi, vuole però almeno le si sappia grado e grazia de' suoi sacrifizii e della sua annegazione. Allorquando i no stri eserciti andarono attorno per l’Europa, da per tutto lasciarono, quali orme del cammino, la distruzione degli abusi feudali, e i germi della libertà. Nessuno pertanto avrà a dire, che nel 1849 un esercito francese abbia operato a rovescio e ottenuto contrarii effetti. Ingiungete al Generale di ringraziare a mio nome i soldati del loro nobile portamento. Ho saputo ancora con dispiacere, che essi non siano fisicamente trattati, come pure si meriterebbero. Fate che tutto sia messo in opera per alloggiare le nostre milizie nel modo più acconcio che si possa. Voi poi, mio caro Edgardo, tenetevi certo della mia sincera amicizia».

LUIGI NAPOLEONE BONAPARTE (45).


Non diciamo nulla di questo Documento in ordine alla disciplina militare che sconosceva, quando a un semplice Colonnello ingiungeva di dare ordini a un Generale d’armata; ma era questo un atto di accusa in piena regola, gettato a pascolo di tutti i rivoluzionarii d’Italia e del mondo contro quel Pontefice, al quale pochi giorni prima era stato reso alla meglio il Trono più antico e venerando di Europa, che destava il rispetto e l’ammirazione perfino negli uomini più avversi alla Chiesa Romana, e agli stessi fogli protestanti e liberali (46).

Letta quella lettera, (la quale non era altro che un vero programma per una nuova più seria rivoluzione) un uomo di mente, gran conoscitore delle sette e delle loro arti, esclamava: «Tra dieci anni avremo un altra rivoluzione, peggiore della passata!».Parole che più volte ascoltammo colle nostre orecchie, e che ebbero autorevole conferma dal famoso Garibaldi, allorché, passando per Tivoli nella sua uscita da Roma nel Luglio 1849, stringeva la mano d'una rispettabile persona che aveva dovuto ospitarlo, dicendo: «Grazie della ospitalità, a rivederci fra dieci anni». E questa sentenza veniva avvalorata dal Mazzini, allorché, affermava, appunto in quell'epoca abbisognargli ancora dieci anni per distruggere l’Austria!...

Gittato intanto il mal seme con la lettera del Bonaparte, all’ombra della devozione dei Cattolici francesi, l’occupazione di Roma diveniva arma principalissima in mano della setta a più efficacemente minare quel Potere temporale dei Papi, che Mazzini aveva potuto abbattere per un momento, ma non distruggere. E così, cambiata in meglio la scaltrita tattica, in quella che si suscitavano al Pontificio Governo continui imbarazzi nella diplomazia, e tumulti nella piazza dagli agitatori, e dallo stesso Bonaparte, si provocava la guerra di Oriente, scopo della quale, coll'umiliazione della Russia, era l’isolamento dell'Austria, per la nuova politica verso la sua antica alleata (47). Quindi l’insolentire del Piemonte contro di essa, la guerra di Lombardia, la distruzione degli Stati italiani, la invasione di Napoli e di Roma, e il nuovo spodestamento del Papa. Infatti, mentre il malvagio frutto maturava circa la questione romana, al Congresso di Parigi si riaccendeva la questione italiana e, con essa la napolitana.

Ma quel Congresso fu premeditata occasione allo svolgersi, non già principio, delle accennate questioni: «e, come la questione italiana si affermò nel 1848 sui campi di Lombardia, allorché si pretese far complice il Papa dello spodestamento di legittimi Principi e della stessa S. Sede, la questione napolitana si accendeva ai piedi delle mura di Velletri, quando il magnanimo Ferdinando II, essendo accorso in difesa delle sacre ragioni della Chiesa, abbandonato dal Bonaparte (48) trovossi costretto a sostenere l’onore delle sue armi colla gloriosa difesa di quella città. E qui pure tornerà utile il riandare un importante tratto di storia della quale fummo, come dire, testimonii oculari.

L’esercito Francese, spinto ad un tempo, ma con assai diverso scopo, dai Cattolici e dai liberali (49) di Francia, contro la Repubblica di Mazzini, dopo il rovescio patito il 30 di Aprile 1849, da varii giorni rimaneva impietrito innanzi la santa Città, perdendo il tempo in inutili indegne trattative, e paralizzando lo slancio generosamente devoto di Re Ferdinando e del suo esercito.

Campeggiava questi infatti, fin dai primi di Maggio, sui colli laziali, né attendeva se non se di potere infliggere il meritato castigo agli usurpatori del trono di S. Pietro. Or chi il crederebbe? La Diplomazia francese, (che per ordine del Bonaparte stava manipolando una vergognosissima resa della Città, tutta a vantaggio della setta) senza punto curarsi dell’Augusto Monarca di Napoli, col quale era pure in obbligo d’intendersi, in forza dello espresso volere del S. Padre, consegnato nella lettera ai Potentati cattolici, conchiuse da se sola una tregua mostruosa coi Mazziniani, perché questi così liberi rivolgessero tutte le loro forze contro l’esercito napolitano; il quale, impossibilitato quasi a muoversi in quelle difficili posture, atteso il soverchio materiale di artiglieria che recava anche per l’alleato esercito spagnuolo, ne sarebbe forse rimasto schiacciato e distrutto.

Era intanto il giorno della SS. Ascensione del Signore, allorché, trovandoci noi in Albano, vedemmo ritornare assai mesto ed afflitto Monsignor de Falloux du Coudray, il quale si era unito al Tenente-Colonnello di Artiglieria Francesco d’Agostino, del regio esercito, mandato al campo francese, affine di intendersi per parte di S. M. il Re delle Due Sicilie col Generale Oudinot circa le imminenti guerresche operazioni: «essi recavano invece al quartiere Reale di Albano l’annunzio della conchiusa tregua!!. Al Re Ferdinando adunque altro non rimaneva da fare, per non perdere sé stesso e l’esercito tra quei monti selvosi, se non di prevenire le mosse dei Repubblicani con una pronta ritirata nei suoi Stati (50).

Infatti sul mezzodì di quel medesimo giorno solenne suonò la Veìì° generale per tutti gli accampamenti, e, prima di sera le artiglierie d’assedio insieme col grosso dell'esercito, erano in cammino verso il confine.

Si marciò tutta la notte e il dì seguente, e, mentre l’avanguardia toccava Terracina, Re Ferdinando con la retroguardia, composta di alcuni battaglioni di fanteria, di alquanti squadroni di cavalleria, e di poca artiglieria, occupava Velletri e le sue forti posizioni. La mattina del 19 Maggio, le bande del Garibaldi e del Roselli furono innanzi la città, e, senza perder tempo, ne principiarono l’assalimento, come se tenessero in pugno la vittoria. Il fatto però si fu, che, dopo varii assalti inutili contro le posizioni dei Cappuccini e del palazzo Lancellotti, decimate dalla mitraglia e dalle incessanti cariche della regia cavalleria, sul cadere del giorno, i Mazziniani si ritrassero, lasciando che il Re proseguisse tranquillamente la sua via, e, senz’altra molestia, rientrasse nei suoi Stati. La mattina seguente, in sull’albeggiare, furono spinti avanti i poveri ragazzi del Battaglione della Speranza, i quali trovata la Città indifesa vi entrarono trionfanti e dopo di loro le soldatesche repubblicane, che si dissero cosi vittoriose!

Gravi furono le perdite delle bande assalitrici, che, di cadaveri avendo seminata la campagna, ritornarono poi a Roma assai malconce, mascherando il meglio che per loro si potè il sofferto rovescio. E Garibaldi stesso andò debitore a un vero caso di non esser fatto prigioniero dai Napoletani. (51).

Questo fatto, per sé stesso poco importante, fu per la setta una nuova rivelazione di quel che avesse a temere dalla fedele devozione del Re delle Due Sicilie verso la S. Sede, e come fosse opera vana di assalire questa, senza prima aver distrutto quello.

Dicemmo una nuova rivelazione, conciossiachéi gerofanti rivoluzionarli che governavano a Torino si erano accorti da pezza di quel che potevano aspettarsi dai Reali di Napoli, e in seguito dei fatti del 15 di Maggio 1848, e mentre a Gaeta pendevano tuttora gli accordi delle potenze europee per il ristauramento del Trono Pontificio. Infatti poco mancò che fin d'allora il Governo Subalpino non si arrogasse la egemonia d’Italia, insistentemente offerendosi ristauratore del Potere temporale del Papa. Ed anche qui giova ricorrere alla storia.

«In sul cominciare del 1849, (scriveva l’ARMONIA (52), n.121 del 27 Maggio 1856), governando in Piemonte il MINISTERO DEMOCRATICO,con Buffa, Rattazzi, e Vincenzo Gioberti Presidente, gli Italianissimi subalpini offrivano al Papa, esule in Gaeta, aiuto, mediazioni, soldati e cose simili. A tale uopo spedivano presso Pio IX il Conte Enrico Martini, che oggidì è uscito dalla Diplomazia e dalla politica, e si è molto sensatamente riabbracciato coll'Austria. In quel tempo, taluno dei Rappresentanti delle Potenze cattoliche presso il Papa ebbe a ricordare il timeo Danaos et dona ferentes di Virgilio, e pare che il Principe di 'Cariati, che stava in Francia, giungesse perfino ad accusare i democratici del Piemonte di voler togliere al Papa le Legazioni, mentre facevano vista di portargli soccorso».

Ecco come racconta la cosa Carlo Luigi Farini: «La Corte di Napoli poneva opera solerte in risvegliare i sospetti ed accrescere i timori nell'animo suo (del Papa), e faceva diligenza per dare ad intendere che tutte le profferte del Piemonte velavano il disegno d’impadronirsi di gran parte dello Stato della Chiesa. I Ministri napolitani affermavano avere le prove, e lo stesso Principe di Cariati ne spargeva la notizia, e ne faceva testimonianza non pure in Napoli ed in Gaeta, ma in Francia». A quei di, continua il citato autorevole giornale, trovavasi in Napoli, Ministro pel Piemonte, il Senatore Plezza, più tardi Console dei Carabinieri Italiani, e il Governo Partenopeo lo teneva a bada, e non ne aveva ancora voluto riconoscere il grado e la qualità. Quando venne agli orecchi del Ministero democratico di Torino l’accusa del Principe di Cariati, volle tosto richiamato da Napoli il Senatore Plezza e spedì i passaporti all’inviato napolitano, che risiedeva in Torino, interrompendo ogni offizio diplomatico.

«Questa nostra deliberazione, scriveva il Gioberti, Ministro degli affari esteri, fu cagionata non solo dal rifiuto ARBITRARIO,che il Gabinetto di Napoli fece di accettare il sig. Plezza, non allegandone alcuna ragione valevole, (essendo state smentite (?!) quelle di cui aveva fatto menzione) e i poco garbati trattamenti recati al medesimo; ma più ancora l'indegna calunnia spacciata in Francia dal Principe di Cariati, colla quale ci attribuiva l’offerta DI TOGLIERE AL PAPA LE LEGAZIONI.

«Spero, continuava scrivendo il Gioberti, che il sospetto di tanta infamianon anniderà per un solo istante nell’animo del Pontefice. Essa dovrebbe bensì giovare a mostrargli qual sia il carattere del Gabinetto che l’ha inventata. L’animo candido e leale di Pio IX può essere illuso dalle moine di certi personaggi, i quali fanno i mistici in Gaeta, e si burlano in Napoli della Religione e del Capo Augusto che la rappresenta. Ella procuri di mettere nel Papa la fiducia nel Piemonte (53)

Nel medesimo tempo il Piemonte, il 28 Gennaio 1849, faceva proporre al governo rivoluzionario di Roma, per mezzo del ministro Gioberti, d’inviare un corpo di 20 mila uomini negli Stati della Chiesa per facilitare al Pontefice il ritorno in Roma, escludendo cosi ed Austriaci, e Francesi, e Spagnoli. Assestate per tal modo le cose romane dai Piemontesi, è indubitato che veniva loro assicurata la tanto desiderata egemonia sulle cose italiane.

La proposta venne fatta dal Gioberti istesso al Muzzarelli, Presidente del ministero del Governo usurpatore a Roma, con la seguente lettera:

«Ricevo da Gaeta la lieta notizia, che il conte Martini fu accolto amichevolmente dal Santo Padre in qualità di nostro ambasciatore. Tra le molte cose che gli disse il Santo Padre sul conto degli affari correnti, questi mostrò di vedere di buon occhio che il governo piemontese s’interponesse amichevolmente presso i rettori ed il popolo di Roma per venire ad una conciliazione. Io mi credo in debito di ragguagliarla di questa entratura, affinché ella ne faccia quell’uso che le parrà più opportuno.

«Se ella mi permette di aprirle il mio pensiero in questo proposito, crederei che il governo romano dovesse prima di tutto usare influenza, acciocché la costituente che sta per aprirsi riconosca per primo suo atto i diritti costituzionali del Santo Padre. Fatto questo preambolo, la Costituente dovrebbe dichiarare che, per determinare i diritti costituzionali del Pontefice, uopo è che questi abbia i suoi delegati e rappresentanti nel l’assemblea medesima, ovvero in una commissione nominata e autorizzata da essa Costituente. Senza questa condizione, il Papa non accetterà mai le conclusioni della Costituente, ancorché fossero moderatissime, non potendo ricevere la legge dai pro pri sudditi senza lesione manifesta, non solo dei diritti antichi, ma della medesima Costituzione.

«Se si ottengono questi due punti, l’accordo non sarà impossibile. Il nostro Governo farà ogni suo potere presso il Ponte fice affinché egli accetti di farsi rappresentare, come principe costituzionale dinanzi alla commissione, o per via diretta, od almeno indirettamente; e, io adoprerò al medesimo effetto eziandio la diplomazia estera, per quanto posso disporre.

«Questo spediente sarà ben veduto dalla Francia e dall’Inghilterra, perché conciliativo, perché necessario ad evitare il peri colo d’una guerra generale.

«Nello stabilire l’accordo tra il popolo romano ed il Pontefice bisognerebbe aver riguardo agli scrupoli religiosi di questo. Pio IX non farà mai alcuna concessione contro ciò che crede debito di coscienza. Sarebbe dunque mestieri procedere con molta delicatezza, non urtare l’animo timorato del 'Pontefice, lasciar da parte certi tasti più delicati, e riservarne la decisione a pratiche posteriori, quando gli animi saranno più tranquilli dalle due parti. Io spererei in tal caso di potere ottenere un modo di composizione che accordasse la pia delicatezza del Pontefice coi diritti e coi desiderii degli Italiani nell’universale.

«Stabilito cosi l’accordo del Papa e dei sudditi agli ordini costituzionali, sarebbe d’uopo provvedere alla sicurezza personale del Santo Padre, il quale, dopo i casi occorsi, non potrebbe sicuramente né dignitosamente rientrare in Roma senza esservi protetto contro i tentativi possibili di pochi faziosi, (importante confessione). Per sortire questo intento senza gelosia del po polo e pregiudizio della dignità romana, il nostro governo offrirebbe al Santo Padre un presidio di buoni soldati piemontesi, che lo accompagnerebbe in Roma ed avrebbe per ufficio di tutelare non meno la legittima podestà del Pontefice contropochi tumultuanti, che i diritti costituzionali del popolo e del parlamento contro le trame e i conati di pochi retrogradi. Sono più settimane che io vò pensando essere questa la via più acconcia e decorosa per terminare le differenze. Ho incominciato a questo effetto delle pratiche, verso le quali il Pontefice pare ora inclinato. Se non si adopera questo partito, l’intervento straniero è inevitabile; e benché io metta in opera tutti i mezzi per impedire questo intervento, ella vede che durante l'attuale sospensione delle cose, la voce del Piemonte non può prevalere contro il consenso di Europa. Io la prego illustrissimo signor presidente, a pigliare in considerazione questi miei cenni che muovono unicamente dall’amore che porto all'Italia e dal desiderio chetengo di antivenire ai mali imminenti.

Torino, 28 Gennaio 1849.

«GIOBERTI (54).


Intanto, nel 1849, secondo il Ministero Gioberti, Rattazzi, Buffa e compagni, era infamia il togliere al Papa le Legazioni; non era più infamia nel 1870 il togliergli tutti gli Stati, e insignorirsi dell’istessa Roma con bombe parricide!

Il Conte di Cavour combatteva allora il Ministero democratico, come empio e demagogo, e il pensiero di togliere al Papa, fosse pur solo le Legazioni, era tacciato d’indegna calunnia! Il Governo piemontese prendevasi tanto a cuore siffatta accusa, che spediva i suoi passaporti all’inviato di Napoli. Ma quanto il Governo di Napoli fosse nel vero, e quanto giuste le rimostranze dei suoi Diplomatici, fu presto palese qualche anno dopo, quando il Governo piemontese, all’epoca del Congresso di Parigi, dopo la guerra di Oriente, con una sua Nota verbale del 27 di Aprile 1856indirizzata ai Rappresentanti d’Inghilterra e di Francia, lungi dal riprovare quella infamia, la patrocinava invece caldamente, proponendo, senza un riguardo al mondo, di togliere al Papa per allora le Legazioni. Fu questa una splendida vittoria pel Governo di Ferdinando II, e ben l’intese il Governo Sardo, quando inveiva a Gaeta contro il Principe di Cariati. La setta, che dominava fin d’allora padrona in Torino, giurò dunque la perdita del Re di Napoli.

Vinta appena, sul cadere del Giugno 1849, la GIOVANE ITALIA in Roma, fomentata dal Piemonte e sostenuta dalle subdole arti del Bonaparte, si accinse tosto ad incominciar da capo per far meglio, secondo il motto d’ordine mazziniano, dirigendo ogni sua azione a rovina dell’Austria e del Regno delle Due Sicilie, cosa che, quantunque malagevole, attesa la potenza temuta austriaca, e il noto attaccamento delle popolazioni napolitane alla Dinastia, non disperò punto di ottenere, sollevato che fosse Luigi Napoleone sul trono di Francia ed esigendo da lui, fatto Monarca di quella grande nazione, il compimento dei disegni settarii, e l’adempimento esatto dei giuramenti da lui prestati alle Logge, quando, ancor giovinetto, faceva guerra al Papa, che, generoso, avea ospitato la bandita sua famiglia.

Così, caduta la Repubblica di Mazzini, dopo il pegno dato dal Bonaparte alla setta nella surriferita lettera al Ney (sepolta questa prestamente in un poco naturale oblìo) ad altro non si pensò che al futuro scioglimento delle tre grandi Questioni. Difatti si diede il primo passo con la esaltazione del medesimo Bonaparte, portato, fui per dire, sulle braccia dei cattolici liberali, e di molti veri cattolici che, con inesplicabile leggerezza, dimenticarono e la lettera, e gl’intrighi della spedizione di Roma, e tutta intera la vita di lui; ma ciò fu, perché si avesse in sul momento chi li liberasse dalle mani dei socialisti, fosse pure per cadervi più tardi peggio che mai, con la Comune e con la ruina di quella grande e cattolica Nazione.

Poste così le Tre Questioni, quali erano negli intendimenti della frammassonerìa, faceva d’uopo preparare il terreno al loro svolgimento, e fu fatto con inaudita perseveranza nei cinque anni che succedettero alla presa di Roma, duranti i quali, fedeli al motto d'ordine «AGITATEVI ED AGITATE», non si fece altro che apparecchiare la futura riscossa, con incessanti agitazioni mantenendo e fomentando il fuoco della rivolta contro la S. Sede, contro l’Austria e contro gli altri Stati italiani.

Per quel che riguarda poi il Regno delle Due Sicilie, la cui eccezionale prosperità e la fermezza del Re Ferdinando rendevano difficile e pericoloso il lavoro dei settarii, essi abbisognarono di tutto l’appoggio di Francia e d’Inghilterra, di Luigi Napoleone e di Lord Palmerston per abbatterlo, nonostante che fin dal 1848, con fine ipocrisia, avessero i mestatori rivolto contro di quello i prematuri sforzi del Governo Piemontese, già venduto anima e corpo alla setta.

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CAPO II

IL CONGRESSO DI PARIGI

Esposte, siccome abbiamo fatto, le Tre Questioni, inventate dalla setta anticristiana a danni della Chiesa di Gesù Cristo, faceva mestieri ai segreti agitatori della moderna società di procedere pazientemente e con ordine nel satanesco intendimento.

La guerra d’Oriente suscitata nemmeno un lustro dopo gli accennati fatti, non vogliamo dire appositamente, ma certo per un fine indefinito e tutto settario, ed anche per oompromettera l’Austria, mentre si combatteva la sua potente alleata la Russia (55), offri eccellente occasione ai Frammassoni di Francia e d’Inghilterra per sollevare, come accennammo, il piccolo Piemonte trascinandolo seco loro alla spedizione di Crimea. Per tal modo infatti venivagli dato voce e ardire nel futuro Congresso, che necessariamente era per adunarsi, tosto che le due Grandi Potenze occidentali, insieme coi due accoliti, la Turchia e il Piemonte (delizioso connubio!) avessero vinto il colosso del Nord, lasciato solo dall’Austria, la quale, senza punto contentare i collegati di Occidente, perdeva così nel più grave momento, forse per sempre, l’appoggio di Pietroburgo.

Ed in vero, finita la guerra per l’immatura morte dell’imperatore Niccolao, con la presa di Sebastopoli, dopo il famoso assedio che diede l’istruttivo spettacolo di una resistenza durata pressoché un anno, in un epoca in cui le fortezze più munite reggono appena qualche giorno, subito s’intimò un Congresso a Parigi, che si tenne per lo appunto, con iscarso vantaggio degli interessi cristiani di Oriente, con incredibile danno di quelli di Occidente, e con uno spostamento di cose e una confusione di idee, che ben si parve essere stata quella guerra effetto di una occulta causa mossa dalle società segrete.

Tutti convengono, scriveva su questo proposito l'Armonia (23 Febbr. 1856), che la questione d’Oriente fu il pretesto della Europa. gran lotta, non la causa. Le ire bollivano, le idee cozzavano da lunga data fra di loro. La Russia e la Turchia somministrarono la occasione di prendere le armi e venire alle mani. Ma le file dei combattenti restarono confuse, e si videro amici e nemici pugnare ai fianchi. Si combatteva e non se ne sapeva dire la causa. Ora era pei Luoghi Santi, ora per la libertà religiosa, ora per l’indipendenza della Turchia, ora contro la preponderanza Russa. Ad ogni fatto d’arme la guerra mutava nome. Cattolici e Protestanti uscivano congiunti in campo; i primi volevano proteggere i Franchi, i secondi colla diffusione delle bibbie tentavano di pervertire i soldati; si cercava di sostenere l’impero Musulmano e se ne minavano le sozze fondamenta; oggi si accarezzava la nazionalità polacca, domani regalavasi un manrovescio alla nazionalità greca; rivoluzionarii e conservatori si univano, si abbracciavano, combattevano, e ciascuno credeva di fare il suo vantaggio. Volevasi fiaccare il Russo invasore, e s’invadeva il suo territorio; volevasi impedire la preponderanza russa, e favorivasi la preponderanza britannica; volevasi mantenere l’equilibrio europeo, e pretendevasi distruggere la marina russa che ne era uno dei principali elementi. L’Inghilterra, rea di cento usurpazioni, combatteva le usurpazioni altrui; e il Piemonte, che incatenava i Cattolici in casa propria, muoveva per liberare i Cristiani d’Oriente! Fu una serie di contraddizioni non mai più udite, che in certuni destarono il riso, in molti il pianto; perché gettavasi l’oro, il sangue scorreva, e il perché s’ignorava. Quella guerra fu veramente effetto dell'Europa disordinata per le continue transazioni, per i principii accettati a metà, per le soverchie condiscendenze, per le mezze convinzioni, le mezze religioni, le mezze empietà, le mezze misure! —

Non poteasi meglio caratterizzare, né meglio definire la fatalissima guerra di Oriente, causa premeditata del famoso Congresso di Occidente, apertosi a Parigi il 25 Febbr. 1856, a danni della Chiesa cattolica, e dei legittimi governi italiani.

Dodici poltrone, nella sala degli Ambasciatori delle Tuilleries, accoglievano altrettanti Plenipotenziarii, incaricati in apparenza di riordinare il mondo, ma in sostanza per disordinarlo più chemai (56). Il 30 Marzo 1856 si sottoscriveva il trattato di pace e si poneva fine al Congresso. I nuovi Areopagiti stropicciandosi le mani digerivano un lauto banchetto alla salute dei rispettivi Governi, lasciando ai popoli le conseguenze delle loro insipienti deliberazioni e dei loro accordi settarii (parliamo dei maneggiatori di quel convegno, non di chi v'intervenne con sincerità e lealtà). In quel Congresso, fatto per derisione in nome della Triade Sacrosanta, fu pronunziata la parola pace; ma non est pax impiis, sta scritto; quel trattato di pace non fu che una dichiarazione di guerra più terribile della passata, perché guerra di principii; e dalla sala degli Ambasciatori non uscirono se non carnefici e vittime, destinate a saziare le scellerate brame della setta, nemica a Dio, e condannata le tante volte dalla Chiesa. Ma quali i carnefici, quali le vittime? Uno sguardo ai fatti del Congresso basterà per riconoscerli.

Non appena finita la illustre adunanza, le Segreterie di Stato delle alte parti contraenti davano fuori un volume officiale, intitolato: «Traité de paix signé à Paris le 30 Mars 1856 entre la Sardaigne, l'Autriche, la France, le Royaume uni de la Grande Bretagne et d’Irlande, la Prusse, la Russie et la Turquie, avec les conventions qui en font partie, les protocoles de la Conférence, et la déclaration sur les droits maritimes en temps de guerre.

Nelle 168 pagine, delle quali si componeva il volume, non una parola era fatta del famoso Memorandum del Conte di Cavour; anzi non una parola sola che lasciasse sospettare dello scopo ultimo e vero di quel Congresso Durante le trattative della pace, dal 25 Febbraio al 30 Marzo, dell'Italia sembrò parlarsi solo per incidens, sebbene la presenza stessa dei Plenipotenziarii del piccolo Piemonte in quell'adunanza delle grandi Potenze europee valesse meglio che un protocollo, nelle circostanze in cui avveniva.

Al Gerofante francese della massonica politica importava dissimulare il significato vero di tale presenza, bastando il fatto che, escluso ogni altro Governo della Penisola, solo il Piemonte, come quello che preso aveva parte alla guerra, figurasse tra le Grandi Potenze come tra eguali: «cosa che da per sé cagionava un abbassamento degli altri Stati italiani, a vantaggio del Piemonte, sul quale venivano da quel momento attratti gli sguardi di tutti quanti i malcontenti, come di tutti i vagheggiatori di novità, e de' rivoluzionarii d’Italia

Conchiuso il trattato, insieme con le convenzioni accessorie, nelle tornate ulteriori che seguirono, più chiari apparivano gl’intendimenti dei settarii occidentali. In quella degli 8 di Aprile, quando tutto sembrava finito, il Conte Walewski parlò dell’Italia; ma, a velar meglio i suoi intendimenti, ne parlò in guisa che sembrasse non volerne parlare, involgendo le cose d’Italia insieme con quelle della Grecia e del Belgio. Infatti nel protocollo XXII il risultato di quella discussione è cosi riassunto dal Conte WALEWSKI.

«1. Nessuno ha negato la necessità di attendere seriamente al miglioramento delle condizioni della Grecia, e le tre Corti protettrici riconobbero la importanza di accordarsi su questo punto.

«2. I Plenipotenziarii dell’Austria si associarono al voto espresso dai Plenipotenziarii della Francia, di vedere gli Stati Pontifica evacuati dalle milizie francesi ed austriache appena si potrà fare senza inconvenienti per la tranquillità del paese, e il consolidamento dell'autorità della S. Sede.

«3. La maggior parte dei Plenipotenziarii non negarono la efficacia che avrebbero misure di clemenza, abbracciate in una maniera opportuna dai Governi della Penisola italica, e soprattutto da quello delle Due Sicilie.

«4. Tutti i Plenipotenziarii, ed anche quelli che credettero di fare riserve sul principio della libertà della stampa, non esitarono a condannare altamente gli eccessi, che i giornali del Belgio impunemente commettono, riconoscendo la necessità di rimediare agli inconvenienti reali che risultano dalla libertà sfrenata, di cui si fa tanto abuso nel Belgio».

Due incidenti però, abbastanza gravi, sebbene soffocati subito in sul nascere, sorsero a fare accorti i meno di buona fede, dell’agguato che celavasi nell'adunamento stesso del Congresso. Prima di venire infatti alle conclusioni, fuvvi un battibecco tra il Conte di Cavour e i Plenipotenziarii austriaci. Il Ministro sardo volle. dire della occupazione degli Stati Pontificiida parte delle milizie austriache, come di uno scandalo in mezzo alla civile Europa, che durava già da sette anni, e che non pareva avvicinarsi al termine. Il Barone di Hùbner rispose, facendo notare che il Plenipotenziario sardo parlava soltanto della occupazione austriaca, e taceva della francese; pure le due occupazioni erano incominciate alla medesima epoca e col medesimo scopo. Rammentò poi come gli Stati della S. Sede, non fossero i soli occupati da milizie straniere, mentre i Comuni di Mentono e Roccabruna, e parte del Principato di Monaco, da otto anni erano occupati dal Piemonte! la sola differenza che passava tra le due occupazioni essendo, che gli Austriaci e i Francesi vennero chiamati dal legittimo Sovrano del Paese, mentre che le milizie sarde erano entrate nel territorio del Principe di Monaco contro il suo voto, e vi restavamo ad onta dei suoi reclami. Fu questa una buona lezione; il Cavour soggiunse poche parole, e tacque.

Nella tornata del 14, di nuovo si trattò dell’Italia, e di nuovo Cavour ne andò colla peggio. Il Conte Clarendon propose che, ad evitare quinci innanzi la guerra, dovessero gli Stati ricorrere alla mediazione delle Potenze amiche per finire i loro litigi, come già si era fatto per riguardo alla Sublime Porta nell’articolo VII del trattato di pace. Cavour, prima di dire il suo avviso, chiese se nella intenzione dell’illustre proponente, il voto che fosse per emettere il Congresso dovesse stendersi agli interventi armati contro i Governi di fatto, citando ad esempio l’intervento dell’Austria ilei Regno di Napoli nel 1821. Lord Clarendon e il Conte Walewski risposero, più o meno seriamente, alla dimanda del Ministro sardo; ma il Conte di Buoi, Plenipotenziario austriaco, chiuse la bocca al Cavour dicendo, che il Conte di Car vour, nel parlare in altra tornata della presenza delle milizie austriache nelle Legazioni pontificie, aveva dimenticato altre milizie straniere chiamate egualmente negli Stati della Chiesa; e parlando della occupazione austriaca del Regno di Napoli nel 1821, dimenticava essere stata quella il risultato di un accordo tra le cinque Grandi Potenze riunite nel Congresso di Laybach. Simili casi potersi nuovamente presentare; ed il Conte di Buol non ammetteva che un intervento effettuato in seguito di un accordo stabilito tra le cinque grandi Potenze potesse divenire argomento di richiamo per parte di uno Stato di second’ordine; conchiuse, esprimendo il desiderio, che il Congresso, sul punto di chiudersi, non fosse obbligato a trattare questioni irritanti capaci di turbare il buon accordo, che non aveva mai cessato di regnare fino allora, tra i Plenipotenziarii. E il Conte di Cavour dichiarava essere pienamente soddisfatto delle spiegazioni che aveva provocato, qu'il est pleinement satisfait des explications qu'il a provoquées!...

E qui è da notare, che il Conte Orloff, Rappresentante della Russia, si astenne dal prendere alcuna parte nella disputa, dichiarando che il suo mandato aveva per unico oggetto il ristabilimento della pace. Quanto al Rappresentante della Prussia, Barone di Manteuffel, a proposito degli ammonimenti che intendevansi dare al Governo delle Due Sicilie, non rappresentato al Congresso, e quindi non ascoltato, si contentò di osservare «che sarebbe stato conveniente esaminare, se ammonimenti di tale natura non fossero per suscitare in quel Reame uno spirito di opposizione e conati rivoluzionarii, piuttosto che rispondere alle idee che si volevano vedere realizzate, certamente con benevole intenzioni». Così chiudevasi il Congresso di Parigi, dal quale doveva uscire quella sconcia e disgraziata cosa, che si chiama l’Europa liberale, che tutti vediamo e che ogni onesto deplora ed abbomina.

Abbiamo detto, che da quel Consesso uscirono dei carnefici e delle vittime; e il lettore è ormai al caso di scorgerle a colpo d’occhio, dopo le cose narrate. L’Austria, gli Stati italiani, la Santa Sede, furono le vittime coronate sacre all'esterminio; la Francia di Napoleone, l'Inghilterra di Palmerston, il Piemonte di Cavour, i carnefici.

Del resto, il Congresso parve compito in piena armonia, presto e bene! e il Bonaparte sei sapeva a priori, quando a chi poco prima metteva innanzi dubbii sulla buona riuscita e sulla utilità di quel Congresso, diceva con affettata sicurezza «On se préoccupe de la manière de procéder qu'adopteront les plénipotentiaires; on a tort. Les choses iront vite et bien. On abordera les questions franchement. Je ne souffrirai pas que l’on avocasse, et que l'on s’amuse-dans des difficultés puériles.»Infatti non si avvocatò, si fece presto, e bene in apparenza; il trattato si sottoscrisse per non parlarsene più, se non quando la Russia poi lo annullò, almeno nella parte più importante, con una semplice Nota, nel 1871, approfittandosi della guerra franco-prussiana. Ma se i protocolli ufficiali erano destinati a passare subito nel dimenticatoio, altri atti meno ufficiali ma più reali, rimanevano frutto del famoso Congresso.

Le Note dei Plenipotenziarii sardi, appoggiate dai Plenipotenziarii inglesi e francesi, dal Clarendon e dal Walewski, ne rimanevano imperituro monumento, come programma della rivoluzione italiana e della nuova guerra, che stava per intraprendersi contro la Santa Sede.

Ecco pertanto codesti Atti, che rechiamo qui raccolti insieme, a meglio fissare l’attenzione del lettore e chiarire bene il nostro assunto. E sia pel primo la Nota verbale diretta dal Conte Camillo Benso di Cavour e dal suo Collega Marchese di Villamarina ai Governi francese ed inglese (coi quali tutto era stato disposto precedentemente in perfetto fratellevole accordo), non appena conchiuso il trattato di pace con la Russia. Questa Nota dalla prima all’ultima parola non è altro che un libello contro la S. Sede e contro il Papa, cui si fa comparire in faccia al Congresso quale uno stupido e testardo tiranno, incapace di reggere i suoi popoli, i quali pur nondimeno da mille anni sapientemente sono da Esso governati, in mezzo alle più svariate e difficili vicende. Con insigne malafede, passa poi sotto silenzio l’unica e vera causa dell’agitazione degli Stati della Chiesa, quale fu appunto la influenza straniera, e dissimula pur come allora soltanto vi si manifestassero segni di malcontento e di ribellione, quando i sanguinarli repubblicani di Francia, nel 1797, invasero armata mano quelle tranquille provincie, inoculando loro, con lq, violenza, le proprie utopie e la più sozza empietà. — Ma ecco questo famoso incredibile Documento:


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Memorandum ossia Nota verbale dei Plenipotenziarii sardi

«In un momento in cui i gloriosi sforzi delle Potenze occidentali tendono ad assicurare all’Europa i beneficii della pace, lo stato deplorabile delle provincie sottoposte al Governo della S. Sede, e soprattutto delle Legazioni, richiama tutta l’attenzione di S. M. Britannica, e di S. M. l’imperatore de' Francesi. Le Legazioni sono occupate da milizie austriache dal 1849. Lo stato d'assedio e la legge marziale vi sono in vigore da quell’epoca, senza interruzione. Il Governo Pontificio non vi esiste che di nome, poiché al disopra de' suoi Legati un Generale austriaco prende il titolo ed esercita le funzioni di Governatore civile e militare.

«Nulla fa presagire che questo stato di cose possa terminare: «poiché il Governo Pontificio, tal quale vi si trova, è convinto della sua impotenza a conservare l'ordine pubblico, come nel primo giorno della sua restaurazione; e l'Austria non chiede niente di meglio che di rendere la sua occupazione permanente. Ecco dunque i fatti tali quali si presentano; situazione deplorabile, e che sussiste sempre, di un paese nobilmente fornito, e nel quale abbondano gli elementi conservatori; impotenza del Sovrano legittimo a governarlo; pericolo permanente di disordine e di anarchia nel centro d’Italia; estensione del dominio austriaco nella Penisola al di là di ciò che i trattati del 1815 gli hanno accordato.

«Le Legazioni prima della rivoluzione francese erano sotto l’alta Sovranità del Papa; ma esse godevano dei privilegi e dellefranchigie che le rendevano, almeno nell’amministrazione interna, quasi indipendenti. Frattanto il dominio clericale vi era fin d’allora talmente antipatico, che gli eserciti francesi vi furono ricevuti nel 1796 con entusiasmo.

«Distaccate dalla S. Sede, per effetto del trattato di Tolentino, quelle provincie formarono parte della Repubblica, poscia del Regno italico, sino al 1814. Il genio organizzatore di Napoleone mutò come per incanto il loro aspetto. Le leggi, le istituzioni, l’amministrazione francese vi svilupparono, in brevi anni, il benessere e l’incivilimento.

«Per la qual cosa, in queste provincie tutte le tradizioni e le simpatie si riattaccarono a questo periodo. Il Governo di Napoleone è il solo che abbia sopravvissuto nella memoria, non solo delle classi illuminate, ma del popolo. La sua memoria richiama una giustizia imparziale, un amministrazione forte, uno stato insomma di prosperità, di ricchezza e di grandezza militare.

«Al Congresso di Vienna si esitò lungamente a riporre le Legazioni sotto il Governo del Papa. Gli uomini di Stato che vi sedevano, quantunque preoccupati di ristabilire dappertutto l’antico ordine di cose, sentivano tuttavia che si lascerebbe in questa guisa un focolare di disordini nel bel mezzo d’Italia. La difficoltà nella scelta del Sovrano a cui si dovessero dare queste provincie, e le rivalità, che nascerebbero per il loro possedimento, fecero propendere la bilancia in favore del Papa, ed il Cardinale Consalvi ottenne, ma solamente dopo la battaglia di Waterloo, questa concessione insperata.

Il Governo Pontificio, alla sua restaurazione, non tenne verun conto del progresso delle idee e dei profondi cangiamenti che il regime francese aveva introdotto in questa parte de' suoi Stati. Da ciò una lotta tra il Governo e il popolo era inevitabile. Le Legazioni sono state in preda ad una agitazione più o meno celata, ma che ad ogni opportunità prorompeva in rivoluzioni. Tre volt'e l’Austria intervenne co’ suoi armati per ristabilire l’autorità del Papa, costantemente disconosciuta da' suoi sudditi.

«La Francia risponde al secondo intervento austriaco colla occupazione di Ancona, al terzo colla presa di Roma. Tutte le volte che la Francia si è trovata in presenza di tali avvenimenti ha sentito la necessità di por fine a questo stato di cose, che è come uno scandalo per l’Europa, ed un immenso ostacolo alla pacificazione d’Italia.

«Il Memorandum del 1831 constatava lo stato deplorabile del paese, la necessità e l’urgenza di riforme amministrative. Le corrispondenze diplomatiche di Gaeta e di Portici portano l’impronta dello stesso sentimento. Le riforme che Pio IX da sé medesimo aveva iniziate nel 1846, erano il frutto del suo lungo soggiorno in Imola, dove aveva potuto giudicare co’ propri occhi intorno, agli effetti del regime deplorabile imposto a queste provincie.

«Disgraziatamente, i consigli delle Potenze, ed il buon volere del Papa sono venuti ad infrangersi contro gli ostacoli che l’organizzazione clericale oppone a qualunque specie di rinnovamento. Se vi ha un fatto che risulta chiaramente dalla storia di questi ultimi anni, è la difficoltà, diciamolo meglio, l’impossibilità di una riforma compiuta del Governo Pontificio, che risponda ai bisogni del tempo e ai voti ragionevoli delle popolazioni.

«L’Imperatore Napoleone III, con quel colpo d'occhio giusto e fermo che lo caratterizza, aveva perfettamente affermato e rettamente indicato, nella sua lettera al Colonnello Nev, la risoluzione del problema, Secolarizzazione, Codice napoleonico.

«Ma chiaro è, che la Corte di Roma combatterà sino all'estremo, e con tutti i mezzi che ha, l'esecuzione di questi due disegni. Ben si capisce che possa adagiarsi in apparenza ad accettare riforme civili ed eziandio politiche, salvo a renderle illusorie in prattica; ma essa anche troppo si avvede, che la Secolarizzazione ed il Codice napoleonico introdotti in Roma stessa, là ove l’edificio di sua possanza temporale tien le fondamenta, la scalzerebbero dalle radici e la farebbero cadere togliendone i principali sostegni: «PRIVILEGI CLERICALIE DIRITTO CANONICO. Tuttavia se non puossi sperare d’introdurre una vera riforma per l’appunto in quel centro, ove i congegni dell’autorità temporale sono di tal guisa intrecciati con quelli del potere spirituale, che non sarebbe dato di disgiungerli compiutamente senza correr pericolo di spezzarli, non potrebbesi almeno pervenirvi in una parte che si mostra meno rassegnata al giogo clericale, che è fomite permanente di turbolenze e di anarchia, che fornisce pretesto all’occupazione permanente degli Austriaci, suscita complicazioni diplomatiche, e perturba l’equilibrio europeo?

«Noi siamo d’avviso che lo si possa, ma a condizione di separare, almeno amministrativamente, questa parte dello Stato di Roma. Di tal guisa formerebbesi delle Legazioni un Principato Apostolico sotto l'alto dominio del Papa, ma retto da proprie leggi, avendo suoi tribunali, sue finanze, suo esercito. Stimiamo che, rannodando, per quanto fosse possibile, cotesto ordinamento alle tradizioni del Regno napoleonico, si sarebbe sicuri di ottener subitamente un effetto morale considerevolissimo, e si sarebbe fatto un gran passo per ricondurre la calma frammezzo a coteste popolazioni.

«Senza lusingarci, che combinazioni di cotesto genere possano eternamente durare, nonpertanto stimiamo che per lungo tempo bastar potrebbe al fine proposto: «pacificare coteste province e dare una soddisfazione ai bisogni dei popoli, e appunto con ciò assicurare il Governo temporale della S. Sede, senza uopo di una permanente occupazione straniera.

«Indicheremo sommariamente i punti essenziali del progetto e i modi di metterlo ad effetto.

«1. Le provincie dello Stato Romano situate tra il Po e l’Adriatico e gli Appennini (dalla provincia di Ancona fino a quella di Ferrara), pur rimanendo soggette all’alto dominio della S. Sede, saranno completamente secolarizzate, e organizzate sotto il rapporto amministrativo, giudiziario, militare e finanziario, in guisa affatto separata, indipendente dal rimanente dello Stato. Tuttavia le relazioni diplomatiche e religiose resterebbero esclusivamente di spettanza della Corte Romana.

«2. L’organamento territoriale ed amministrativo di questo Principato sarebbe stabilito nella forma in cui era sotto il Regno di Napoleone I, fino al 1814. Il Codice napoleonico vi sarebbe promulgato, salvo le modificazioni necessarie ne’ titoli riguardanti le relazioni tra la Chiesa e lo Stato.

«3. Un Vicario Pontificio laico governerebbe coteste provincie, con de' Ministri ed un Consiglio di Stato. La posizione del Vicario, nominato dal Papa, sarebbe garantita dalla durata dell’ufficio, che continuerebbe almeno per dieci anni. I Ministri, i Consiglieri di Stato e tutti gl’impiegati indistintamente sarebbero nominati dal Vicario Pontificio. Il loro potere legislativo ed esecutivo non potrebbe estendersi mai alle materie religiose né alle materie miste, che sarebbero preventivamente determinate, né infine a checchessia di ciò che tocca alle relazioni politiche internazionali.

«4. Queste provincie dovrebbero concorrere, in giusta proporzione, al mantenimento della Corte di Roma ed al servizio del debito publico attualmente esistente.

«5. Un esercito indigeno verrebbe organizzato immediatamente, per mezzo della coscrizione militare.

«6. Oltre i Consigli comunali e provinciali, sarebbevi un Consiglio generale per l’esame e la compilazione del bilancio.

«Ora, se considerar si vogliono i mezzi di esecuzione, si vedrà che non presentano tante difficoltà, come a prima vista si potrebbe supporre. Anzitutto codesta idea di una separazione amministrativa delle Legazioni non è cosa nuova per Roma. Fu messa innanzi parecchie volte dalla Diplomazia ed eziandìo propugnata da qualche membro del S. Collegio, sebbene in termini più ristretti di quelli che occorrono per farne un opera seria e durevole.

«Il volere irrevocabile delle Potenze e la loro deliberazione di por termine, e senza indugio, all’occupazione straniera, sarebbero due motivi che determinerebbero la Corte di Roma ad accettare cotesto disegno, che in fondo rispetta il suo potere temporale, e lascia intatta la organizzazione attuale al centro e nella massima parte de' suoi Stati. Ma, ammesso una volta il principio, conviene che la esecuzione del progetto sia confidata ad un alto Commissario nominato dalle Potenze. É dunque evidentissimo che, se questo compito fosse lasciato alla S. Sede, troverebbe nel suo governo tradizionale i mezzi di non venirne a capo, e di falsar re interamente lo spirito delle nuove istituzioni.

«Ora non si può dissimulare, che se l’occupazione straniera cessar dovesse, senza codeste riforme francamente eseguite, e senza che una forza pubblica fosse stabilita, vi sarebbe ogni argomento di temere il prossimo rinnovellamento di sedizioni, susseguite ben tosto dal ritorno degli eserciti austriaci. Un tale avvenimento sarebbe tanto più deplorevole, in quanto che gli effetti parrebbero condannare preventivamente ogni prova di miglioramento.

«Egli è dunque solo alle condizioni sopra enunciate che noistimiamo possibile la cessazione della occupazione straniera che potrebbe farsi in questa guisa.

«Il Governo Pontificio ha attualmente due reggimenti di Svizzeri e due altri indigeni, insomma otto mila uomini all'incirca. Cotesta soldatesca è bastevole pel mantenimento dell’ordine a Roma e nelle provincie che non sono comprese nella divisione amministrativa, di cui si è testé parlato. La nuova milizia indigena, che si organizzerebbe per mezzo della coscrizione nelle provincie secolarizzate, ne assicurerebbe la tranquillità. I Francesi potrebbero lasciar Roma, gli Austriaci le Legazioni. Tuttavia le milizie francesi, ritornando nel proprio paese per la via di terra, dovrebbero, nel passaggio, soffermarsi temporaneamente nelle provincie staccate. Esse vi rimarrebbero per un tempo prestabilito, strettamente necessario alla formazione della nuova milizia indigena, che si organizzerebbe col loro concorso». — Fin qui la Nota sarda.

L’Inghilterra aderì pienamente alla Nota; la Francia fece riserve nelle applicazioni della medesima, per riguardi verso la S. Sede, l’Austria oppose la questione pregiudiziale, non essendo stata prevenuta che nel Congresso si sarebbe trattato anche delle cose d’Italia. Intanto si andò innanzi nell’intrigo estralegale combinato tra i Plenipotenziarii sardo-anglo-franchi.

Dopo sottoscritto il trattato, siccome dicemmo, continuarono per alcuni giorni le conferenze, e il di 8 di Aprile venne registrato nel protocollo il seguente gravissimo Atto, già da noi accennato:


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Dichiarazione del Conte Walewski

«Il primo Plenipotenziario della Francia rammenta che gli Stati Pontifici sono in una situazione anormale, che la necessità di non abbandonare il paese in preda all’anarchia ha determinato la Francia, nonché l’Austria, ad acconsentire alla domanda della S. Sede, facendo occupare Roma dalle sue milizie, nell'atto che le austriache occupavano le Legazioni. Egli espone, che la Francia aveva un doppio motivo di deferire senza esitazione alla domanda della S. Sede, come Potenza cattolica, e come Potenza europea. Il titolo di Figlio primogenito della Chiesa, di cui il Sovrano di Francia si gloria, fa un dovere all’imperatore di prestare aiuto e sostegno al Sovrano Pontefice. La tranquillità degli Stati Pontifici e quella di tutta Italia tocca troppo da vicino il mantenimento dell’ordine in Europa, perché la Francia abbia un interesse maggiore a concorrervi con tutti i mezzi che ha in suo potere. Ma, dall’altro canto, non si potrebbe disconoscere ciò che v’ha di poco onorevole nella situazione di una Potenza, che per mantenersi ha bisogno di essere sostenuta da milizie straniere.

«Il Conte Walewski non esita punto di dichiarare, e spera che il Conte Buol si associerà per quel che concerne l’Austria a tale dichiarazione, che non solamente la Francia è pronta a ritirare le sue milizie, ma che affretta con tutti i suoi voti il momento in cui essa lo possa fare senza compromettere la tranquillità interna del paese e l’autorità del Governo Pontificio, alla prosperità del quale l’imperatore, suo augusto Sovrano, non cesserà mai di prendere il più vivo interessamento.

«Il primo Plenipotenziario della Francia rappresenta come egli è a desiderare, nell’interesse dell’equilibrio europeo, che il Governo Romano si consolidi abbastanza fortemente, perché le milizie francesi ed austriache possano sgombrare senza inconvenienti gli Stati Pontificii: «ed egli crede che un voto espresso in questo senso potrebbe non essere senza utilità. Egli non dubita in ogni caso, che le assicurazioni che sarebbero date dalla Francia e dall’Austria circa le loro intenzioni a questo riguardo non producano da per tutto una impressione favorevole.

«Proseguendo lo stesso ordine d’idee, il Conte Walewski dimanda a sé stesso, se non è da augurare che certi Governi della Penisola italiana, richiamando a sé con atti di clemenza bene intesi, gli spiriti traviati e non pervertiti, mettano termine a un sistema che va direttamente contro il suo scopo, e che, invece di estinguere i nemici dell’ordine, ha per effetto di indebolire i Governi e di accrescere partigiani alla demagogia.

«Nella sua opinione, sarebbe rendere un segnalato servigio al Governo delle Due Sicilie, nonché alla causa dell’ordine nella Penisola italiana, con illuminare quel Governo sulla falsa via nella quale si è posto. Egli pensa, che avvertimenti concepiti in questo senso, e provenienti dalle Potenze rappresentate al Congresso, sarebbero tanto meglio accolti, in quanto che il Gabinetto napolitano, non potrebbe mettere in dubbio i motiviche li avrebbero dettati».

Alla dichiarazione del Francese, nella quale la causa del Re delle Due Sicilie veniva una volta di più congiunta a quella della S. Sede, Lord Clarendon rispondeva in questi termini:


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Dichiarazione di Lord Clarendon

«Noi abbiamo provveduto allo sgombro dei vari territori occupati dalle milizie straniere durante la guerra; abbiamo fatto premura solenne di effettuare questo sgombro nel più breve termine; come potremmo non preoccuparci delle occupazioni che ebbero luogo prima della guerra, e d’astenerci dal cercare modo di porvi fine?

«La Gran Bretagna non crede utile lo investigare le cause che condussero eserciti stranieri in molti punti d’Italia; ma è d’avviso che, ammesse pure queste cause legittime, non è men vero, che ne conseguita uno stato anormale irregolare che non può essere giustificato se non se da una estrema necessità, e che debba cessare appena tale necessità non si faccia più sentire imperiosamente; che tuttavia se non si cerca a por fine a tali bisogni, essi continueranno ad esistere. Che se si sta paghi ad appoggiarsi alla forza armata, in luogo di cercar rimedio ai giusti motivi di mal contento, è certo che si renderà permanente un sistema poco onorevole pei Governi e disgustoso pei popoli. Pensa che l’amministrazione degli Stati romani olire inconvenienti, donde possono sorgere pericoli, che il Congresso ha diritto di cercar modo di prevenire; che non. porvi mente sarebbe esporsi a lavorare a profitto della rivoluzione, che tutti i Governi biasimano e vogliono evitare. Il problema che è urgente risolvere, consiste nel combinare il ritiro delle milizie straniere col mantenimento della tranquillità: «e questa soluzione sta nell’organare un amministrazione che, facendo rinascere la fiducia, rendesse il Governo indipendente dall’aiuto straniero. Quest’appoggio non essendo giammai capace a sostenere un Governo al quale l’opinione pubblica è contraria, ne conseguirebbe, secondo la sua opinione, una posizione che la Francia e l'Austria non vorranno accettare per i loro eserciti. Pel benessere degli Stati Pontificii, come nell'interesse dell'autorità sovrana del Papa, sarebbe dunque utile, secondo il suo parere, di raccomandare la secolarizzazione del Governo e l’organizzazione di un sistema amministrativo in armonia colle tendenze del secolo, ed avente per iscopo la felicità del popolo. Ammette che questa riforma può presentare forse a Roma, in questo momento, alcune difficoltà; ma crede che potrà facilmente effettuarsi nelle Legazioni.

«La Gran Bretagna fa notare, che da otto anni a questa parte Bologna è in istato d’assedio, e che le campagne sono invase dai briganti; puossi sperare, ei crede, che collo stabilirsi in questa parte degli Stati Romani un regime amministrativo e giudiziario laico e separato, e coll’organizzarsi una forza armata nazionale, la sicurezza e la confidenza si ristabilirebbero rapidamente, e che le milizie austriache potrebbero ritirarsi fra poco, senza che abbiansi a temere novelle agitazioni; se non altro, a suo parere, è una esperienza che si potrebbe tentare: «e questo rimedio offerto a mali incontestabili dovrebbe essere sottoposto alla seria considerazione del Papa.

«Per quanto concerne il Governo di Napoli, la Gran Bretagna desidera imitare l’esempio del Conte Walewski, tacendo atti che ebbero una si spiacevole eco. Essa pensa che dee senza dubbio riconoscersi in massima, che niun Governo ha diritto d'ingerirsi negli affari interni degli altri Stati; ma crede esservi casi, nei quali la eccezione a questa regola diventa un diritto e un dovere. Il Governo napolitano pare che abbia conferito questo diritto e imposto questo dovere all’Europa; e poiché i Governi rappresentati al Congresso vogliono tutti, collo stesso impegno, sostenere il principio monarchico e respingere la rivoluzione, deesi alzar la voce contro di un sistema, che tiene accesa Ira le masse l’effervescenza rivoluzionaria, invece di spegnerla.

«Noi non vogliamo che la pace sia turbata, e non vi ha pace senza giustizia; noi dobbiamo dunque far giungere al Re di Napoli il voto del Congresso, perché migliori il suo sistema di Governo, voto che certo non può rimanere sterile; noi dobbiamo inoltre chiedergli una amnistia per le persone che furono condannate, o che sono in carcere senza giudizio per colpe politiche». — Cosi la Nota inglese.

Ai 16 di Aprile, chiusosi il Congresso, il Conte di Cavour e il Marchese di Villamarina emisero una nuova Nota più grave della prima, benevolmente accolta dalla Francia e dall’Inghilterra. Eccola:


Nota comunicata dai Plenipotenziari sardi a quelli di Francia e d'Inghilterra

nell’atto di lasciare il Congresso.

«I sottoscritti Plenipotenziarii, pieni di fiducia nei sentimenti di giustizia dei Governi di Francia e d’Inghilterra, e nell’amicizia che professano pel Piemonte, non hanno cessato di sperare, dopo l’apertura delle conferenze, che il Congresso di Parigi non si separerebbe senza aver preso in seria considerazione lo stato dell'Italia, ed avvertito ai mezzi di recarvi rimedio, ripristinando 'equilibrio politico, turbato dalla occupazione di gran parte delle provincie della Penisola dalle milizie straniere. Sicuri del concorso dei loro alleati, essi ripugnavano a credere, che niuna altra Potenza, dopo avere attestato un interessamento si vivo e si generoso per la sorte de' Cristiani di Oriente appartenenti alla razza slava ed alla greca, rifiuterebbe di occuparsi dei popoli di razza latina ancor più infelici, poiché, a ragione del grado di civiltà avanzata che hanno raggiunto, essi sentono più vivamente le conseguenze di un cattivo governo.

«Questa speranza è venuta meno. Malgrado del buon volere della Francia e dell’Inghilterra, malgrado dei loro benevoli sforzi, la persistenza dell’Austria a chiedere che le discussioni del Congresso rimanessero strettamente circoscritte nella sfera delle questioni che era stata tracciata prima della sua riunione, è cagione che questa assemblea, sulla quale sono rivolti gli occhi di tutta Europa, sta per isciogliersi non solo senza che sia stato arrecato il menomo alleviamento ai mali dell’Italia, ma senza aver fatto splendere al di là delle Alpi un bagliore di speranza nell’avvenire, atto a calmare gli animi, ed a far loro sopportare con rassegnazione il presente.

«La posizione speciale occupata dall’Austria nel seno del Congresso rendeva forse inevitabile questo deplorevole risultato. I sottoscritti sono costretti a riconoscerlo. Quindi, senza rivolgere il menomo rimprovero ai loro alleati, credono debito loro di richiamare la seria attenzione dei medesimi sulle conseguenze spiacevoli che esso può avere per l’Europa, per l’Italia, e specialmente per la Sardegna.

«Egli sarebbe superfluo di tracciare qui un quadro preciso dell’Italia. Troppo notorio è ciò che avviene da molti anni in quelle contrade. Il sistema di compressione e di reazione violenta, inaugurato nel 1848 e 1849, che forse giustificavano alla sua origine le turbolenze rivoluzionarie che erano state in allora compresse, dura senza il menomo alleviamento. Si può anche dire che, tranne alcune eccezioni, esso è seguito con raddoppiamento di rigore. Giammai le prigioni ed i bagni non sono stati più pieni di condannati per cause politiche; giammai il numero dei proscritti non è stato più considerevole; giammai la polizia non è stata più duramente applicata. Ciò che succede a Parma lo prova anche troppo.

«Tali mezzi di Governo debbono necessariamente mantenere le popolazioni in uno stato di costante irritazione e di fermento rivoluzionario.

«Tale è lo stato dell’Italia da sette anni in poi.

«Tuttavia in questi ultimi, tempi l’agitazione popolare sembrava essersi calmata. Gli Italiani vedendo uno de' Principi nazionali coalizzato colle grandi Potenze occidentali per far trionfare i principii del diritto e della giustizia, e per migliorare la sorte dei loro correligionarii in Oriente, concepirono la speranza che la pace non si sarebbe fatta senza che un sollievo fosse recato ai loro mali. Questa speranza li rese calmi e rassegnati. Ma quando conosceranno i risultati negativi del Congresso di Parigi, quando sapranno che l’Austria, non ostante i buoni offici e l’intervento benevolo della Francia e dell’Inghilterra, si è rifiutata a qualsiasi discussione, che essa non ha voluto nemmeno prestarsi all’esame dei mezzi opportuni a portar rimedio a un sì triste stato di cose, non v’ha alcun dubbio che l’irritazione assopita si sveglierà fra essi in modo più violento che mai. Convinti di non aver più nulla ad attendere dalla diplomazia e dagli sforzi delle Potenze che s’interessano alla loro sorte, ricadranno con. un ardore meridionale nelle file del partito rivoluzionario e sovversivo; l’Italia sarà di nuovo un focolare ardente di cospirazioni e di disordini, che forse saranno compressi con raddoppiamento di rigore; ma che la minima commozione europea farà scoppiare nella maniera la più violenta. Uno stato di cose cosi spiacevole, se merita di fissare l’attenzione dei Governi della Francia e dell’Inghilterra, interessati ugualmente al mantenimento dell’ordine e allo sviluppo regolare della civiltà, deve naturalmente preoccupare nel più alto grado il Governo del re di Sardegna.

«Lo svegliarsi delle passioni rivoluzionarie in tutti i paesi che circondano il Piemonte, per effetto di una causa di tale natura che eccita le più vive simpatie popolari, lo espone a pericoli di una eccessiva gravità, che possono compromettere quella politica ferma e moderata che ha avuto si felici risultati, e gli ha valso la simpatia e la stima DELL’EUROPA ILLUMINATA.

«Ma questo non è il solo pericolo che minaccia la Sardegna. Un pericolo più grande ancora è la conseguenza dei mezzi che l’Austria impiega per comprimere il fermento rivoluzionario in Italia, chiamata dai Sovrani dei piccoli Stati italiani impotenti a contenere il MALCONTENTOdei loro sudditi. Questa Potenza occupa militarmente la maggior parte della valle del Po e dell’Italia centrale, e la sua influenza si fa sentire in una maniera irresistibile nei paesi stessi in cui essa non ha soldati. Appoggiata da un lato a Ferrara e a Bologna, le sue truppe si stendono sino ad Ancona, lungo l’Adriatico, divenuto in certo modo un lago austriaco; dall’altro, padrona di Piacenza, che, contrariamente allo spirito, se non alla lettera dei trattati di Vienna, lavora a trasformare in piazza forte di prim’ordine; essa ha guarnigione a Parma e si dispone a spiegare le sue forze in tutta la estensione della frontiera sarda, dal Po sino alla cima degli Appennini.

«Queste occupazioni permanenti per parte dell’Austria di territorii che non le appartengono, la rendono padrona assoluta di quasi tutta Italia, distruggono l’equilibrio stabilito dal Trattato di Vienna, e sono una minaccia continua per il Piemonte.

«Circondato in qualche modo da ogni parte dagli Austriaci, vedendo svilupparsi nel suo confine orientale completamente aperto le forze di una Potenza, che sa non essere animata da sentimenti benevoli a suo riguardo, questo paese è tenuto in uno stato costante di apprensione, che l’obbliga a rimanere armato e a misure difensive eccessivamente onerose per le sue finanze, oberate già in seguito degli avvenimenti del 1848 e 1849, e dalla guerra a cui ora ha preso parte.

«I fatti che i sottoscritti hanno esposto bastano per far apprezzare i pericoli della posizione, nella quale il Governo del Re di Sardegna si trova collocato.

«Perturbato all’interno dalle passioni rivoluzionarie, suscitate tutto inforno a lui da un sistema di compressione violenta e dal l’occupazione straniera, minacciato dall’estensione della potenza dell’Austria, egli può da un momento all’altro essere costretto da una necessità inevitabile ad adottare misure estreme, di cui è impossibile calcolare le conseguenze.

«I sottoscritti non dubitano, che un tale stato di cose non ecciti la sollecitudine dei Governi di Francia e d’Inghilterra, non solo a cagione dell’amicizia sincera e della simpatia reale che queste Potenze professano per il Sovrano, che solo fra tutti, nel momento in cui il successo era il più incerto, si è dichiarato apertamente in loro favore; ma soprattutto perché costituisce un vero pericolo per l’Europa.

«La Sardegna è il solo Stato dell'Italia che abbia potuto elevare una barriera insormontabile allo spirito rivoluzionario (!?) e rimanere nello stesso tempo indipendente dall’Austria; è il solo contrappeso alla sua influenza, che tutto invade.

«Se la Sardegna avesse a soccombere spossata di forze, abbandonata dai suoi alleati; se fosse costretta essa medesima a subire la dominazione austriaca, allora la conquista dell’Italia per parte di questa Potenza sarebbe compiuta.

«E l’Austria, dopo aver ottenuto, senza che le costasse il minimo sacrifizio, l'immenso beneficio della libertà della navigazione del Danubio e della neutralizzazione del Mar Nero, acquisterebbe una influenza preponderante in Occidente.

«Questo è quello che la Francia e l’Inghilterra non potrebbero volere: «questo è quello che esse non permetteranno mai.

«Però i Plenipotenziari Sardi sono convinti che i Gabinetti di Parigi e di Londra, prendendo in seria considerazione la situazione dell’Italia, avviseranno, d’accordo colla Sardegna, ai mezzi di recarvi un efficace rimedio. (57)»

Con questa nota ebbe termine il pur troppo famoso Congresso di Parigi, che fu, come a dire, la introduzione della sanguinosa commedia, in cui i gerofanti della setta anticristiana prelusero a tutto il tema dell’opera scellerata, che era per rappresentarsi sul teatro della civile Europa, in presenza di Governi e di popoli indegnamente traditi. Una cosa sola rimase chiaramente constatata in quel Congresso, cioè il totale isolamento dell’Austria, il perfetto accordo delle tre Potenze Occidentali e la insipiente indifferenza dei Potentati del Nord, che nella ruina dell’Austria e nella proclamazione dei nuovi principii d’un inaudito diritto, non seppero o non vollero scorgere l’elemento di distruzione di tutti i troni. Era la solita guerra delle Potenze massoniche contro gli Stati cattolici, mentre la Russia e la Prussia spingevano da pezza l’Austria verso la sua ruina: «testimonio il trattato di divisione della Polonia del 1772, opera dell’empia Caterina e dell’incredulo Federigo, siccome fu anche poi quello del 1795.

Ma gli Atti officiali da noi arrecati sono tali da non poter essere consegnati alla storia senza commenti; dessi sono improntati di tale una perfidia, di tale una malizia, che più d’un lettore potrebbe rimanerne se non ingannato, almeno incerto della verità: «aggiungiamo adunque qualche parola di commento.

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CAPO III

QUALCHE COMMENTO

Secondo la Nota verbale, ossia Memorandum di Cavour, le Legazioni, vale a dire la parte più ragguardevole, più industriosa e attiva degli Stati della Chiesa, erano, come si vede, prese di mira dalla rivoluzione, perché meglio si prestavano agli intendimenti settarii; tolte le quali alla S. Sede rimaneva appena politicamente di che sussistere.

I Plenipotenziarii sardi, arrogandosi la parte di tutori degli Stati italiani, si scandalizzano della presenza dell’esercito austriaco; questa però era resa necessaria, non dall’indole delle medesime provincie, ma sì dalle maligne influenze delle società segrete e dall’azione perseverantemente rivoluzionaria del vicino Piemonte, e degli emissarii e congiunti del Bonaparte. Era quindi naturale, che nulla facesse presagire che tale stato di cose potesse terminare, perché cosi appunto si voleva dalla setta. Dal che veniva la impotenza del Sovrano legittimo a governarle senza un appoggio straniero, a fronte di malvagie influenze straniere. Il Memorandum, senza tener conto della storia, non dubita d'affermare che, anche prima della rivoluzione francese, il dominio clericale era antipatico a quelle provincie, e che gli eserciti francesi vi furono accolti nel 1796 con entusiasmo, e dimentica che la S. Sede perfettamente disarmata, perché fino allora in perfetta pace con tutti, in un momento, per mezzo dei medesimi suoi sudditi, potè improvvisare un esercito di ben quaranta mila uomini, tutti volontarii, e volontariamente mantenuti ed equipaggiati. Quell’esercito, cosi improvvisato, purtroppo non riuscì ad arrestare le schiere della Francia repubblicana, ma rimarrà sempre pel dominio clericale una prova irrefragabile della simpatia non solo, ma dell’amore e della devozione de' suoi popoli.

Quindi è, che tutte le tradizioni e le simpatie di quelle provincie erano pel Governo della S. Sede e non per quello del Despota francese, che vi passò sopra quale paurosa meteora di desolazione e di empietà, di cui parlano tuttora raccapricciati coloro che ne serbano memoria.

Commettevano poi un vergognoso errore storico i Plenipotenziarii sardi, quando affermavano, che le usurpate Legazioni furono restituite alla S. Sede solamente dopo la battaglia di Waterloo, avvenuta il 18 di Giugno 1815, in cui il famoso Napoleone pagava con una irreparabile sconfitta i torti fatti a Dio e alla S. Sede; mentre è noto a tutti, che l’atto del Congresso di Vienna, che restituiva al Papa le Legazioni, fu segnato nove giorni prima che accadesse quella memorabile battaglia, cioè ai 9 di Giugno 1815.

Che la Francia in seguito, nel 1831, rispondesse colla occupazione di Ancona all’intervento austriaco, non prova altro se non che la prepotenza dei rivoluzionarii Orleanesi che pretesero paralizzare, a profitto della setta, l'esercizio di un diritto della Santa Sede, e del suo alleato d’Austria. E la presa di Roma, come venne eseguita nel 1849, fu una nuova soverchieria del Governo liberalesco di Francia, in onta dei legittimi accordi ed impegni presi a Gaeta tra le Potenze cattoliche.

Quanto al Memorandum del 1831, lungi dal constatare lo stato deplorabile del paese, il quale non aveva mai cessato di essere devoto ai Papi, non prova se non che l'azione sempre più crescente delle società segrete nei Gabinetti europei, i quali fin d’allora, invece di unirsi alla Chiesa per combattere la Frammassoneria, si univano a questa ai danni della Chiesa.

Le riforme poi di Pio IX furono solo un atto del suo magnanimo cuore per ismascherare e vincere, se fosse stato possibile, la protervia dei settarii: «e se gli effetti di quegli atti per sempre memorandi non furono quali Egli se li prometteva, non è punto da addebitarne le saggie istituzioni del Governo pontificale, ma si la perversità dei tempi che rendevano e rendono tuttora impossibile ogni cosa veramente utile e buona. Luigi Napoleone, con quel colpo d occhio giusto e fermo che lo caratterizzava, nel voler imporre, colla famosa lettera al Colonnello Nev, al Governo pontificio la secolarizzazione dello Stato e il Codice napoleonico, mirava con quelle proposte alla distruzione dello stesso Governo, i cui sacri diritti e inconcussi principii intrinsecamente ripugnavano a quella così detta secolarizzazione e al Codice bonapartesco: «e la Corte di Roma saggissimamente combatterà sino all’estremo l’esecuzione di codesti due disegni. È quindi verissimo,e ben sei sapeva il Bonaparte, che le riforme da lui proposte scalzerebbero dalle radici e farebbero cadere il sacro edificio del Potere temporale dei Papi, togliendogli i principali sostegni, i cosi detti privilegi, cioè la libertà del Clero e il Diritto canonico, che è quanto dire le sacre ragioni della Chiesa, le quali sono veramente di tal guisa intrecciate con quelle del potere spirituale, come chiaramente dice il Memorandum, che non sarebbe dato di disgiungerli compiutamente senza correre pericolo di spezzarle. Dopo tali cose, il proporre alla S. Sede di fare delle Legazioni un Principato apostolico sotto l’alto dominio del Papa, è più che un assurdo, una insolenza; è l’anteporre le pagane pretensioni del regno napoleonico alle venerande tradizioni della S. Sede; è una empietà, una scelleratezza evidente che riducono la proposta piemontese a un inganno, a un agguato; cosicché i i Plenipotenziarii sardi, senza lusingarsi che combinazioni di questo genere possano eternamente durare, la proponevano appunto quale una via meno diretta, ma secondo loro più sicura, di giungere all’intero spodestamento della S. Sede e alla presa dell’istessa Roma. Dopo le quali cose ci passiamo dal toccare dei punti essenziali di esecuzione del progetto piemontese, siccome quelli che appariscono affatto insensati e ridicoli.

Il volere irrevocabile poi delle Potenze, di por termine e senza indugio, per siffatti inauditi modi, alla occupazione degli Stati pontificii e pretendere di obbligare la Corte di Roma ad accettare codesto piano, è un vero insulto alla maestà della S. Sede, una vera sfida al mondo cattolico.

È dunque evidentissimo, e noi aggiungeremo naturale e giusto, che il compito di spodestare sé stessa non si potrebbe mai in nessun modo imporre alla S. Sede, la quale per lo appunto troverebbe nel suo Governo tradizionale, non già i mezzi di non venirne a capo e di falsare interamente lo spirito delle nuove istituzioni, come dice il Memorandum, ma sì il dovere e la forza di fulminarle.

Che l’Inghilterra poi, Governo protestante, applaudisse alle enormezze diplomatiche del Piemonte, non fa meraviglia, avendo l’Anglicanismo per principio la distruzione della Chiesa cattolica; ma che il Walewski, ministro di un Governo che ardiva dirsi Cristianissimo, unisse la sua voce a quella del Governo sardo apostata, e dell’inglese eretico e scismatico, è cosa senza nome.

Il Piemonte con la sua Nota aveva fedelmente recitato la sua parte. Trovandosi già in aperta guerra con la S. Sede, non gli aveva ripugnato nei segreti accordi di iniziare, sebbene Governo cattolico, l'empia guerra stabilita; ripugnava invece ai Plenipotenziarii di Vittorio Emanuele di assalire nel Congresso il Re di Napoli, suo stretto congiunto. Tale parte era riservata al Walewski, e quell’antico cospiratore straniero lo fece senza scrupolo nella sua Dichiarazione.

Al Rappresentante del figlio primogenito della Chiesa non era conveniente assalire la Chiesa; per il che velava la sua approvazione alla Nota cavourresca con una sequela di quelle frasi elastiche, che dicono e non dicono, e conchiudono coll’approvare ogni malvagio intendimento. Quindi ei dice, che il titolo di figlio primogenito della Chiesa, di cui il Sovrano di Francia si gloria, gli fa un dovere di prestare aiuto al Pontefice, poi fa una colpa all’istesso Pontefice della poco onorevole situazione in che versa, che, per mantenersi, ha bisogno di essere sostenuto da milizie straniere: «e non esita punto di chiamare il Conte Buol a partecipare alle risoluzioni della Francia per ritirare le milizie dagli Stati della Chiesa, sebbene il farlo in quelle condizioni era un fare ciò che si diceva non voler fare, cioè di compromettere la tranquillità interna del paese e l’autorità del Governo pontificio. Il quale senza avere un esercito sufficiente, che il Bonaparte aveva sempre impedito che si formasse in modo proporzionato al bisogno, si trovava più che mai esposto alle influenze e alle agitazioni delle società segrete, imbaldanzite sempre più dal palese appoggio dei tre collegati di Occidente. Laonde il credere che il Governo romano si consolidasse abbastanza fortemente, nell’interesse dell’equilibrio europeo, era cosa affatto derisoria e impossibile.

Volendo poi il Walewski scagliare il dardo prestabilito contro il Re delle Due Sicilie, domanda a sé stesso, se non è da augurare che certi Governi della Penisola, richiamando a sé con atti di clemenza gli spiriti traviati e non pervertiti, mettano termine a un sistema che va direttamente contro il suo scopo. Quindi non già per alcun secondo fine, ma per rendere un segnalato servigio al Governo napolitano, nonché alla causa dell’ordine, vuole illuminare quel Governo sulla falsa via sulla quale si è posto, ciò che è quanto dire, che quel Governo governa male e che bisogna farlo governar bene, ossia a modo e secondo gl'interessi della setta, con lo spodestarsi da sé medesimo.

Alla Dichiarazione francese teneva dietro quella del Plenipotenziario inglese, e, all’unisono coi due colleghi di Francia e di Sardegna, Lord Clarendon affermava la necessità del ritiro delle milizie francesi-austriache dagli Stati romani; e non trovando nulla a ridire, come nulla aveva trovato a ridire dell'anormale stato di cose e dell’agitazione rivoluzionaria e provocante del Piemonte verso gli altri Stati d’Italia, non trova altro cui deve apporre rimediò, che i giusti motivi di malcontento, fomentato dallo stesso Piemonte, negli altri Stati italiani. Il nobile Lord poi, non scorgendo alcun inconveniente nell’attitudine provocante dell’amico Piemonte, donde ben potevano sorgere pericoli che il Congresso ha diritto di cercar modo di prevenire, ne scorge invece nei pacifici Stati della Chiesa. Al solito poi, come panacea sovrana a guarire tutti i supposti mali d’Italia, ribadisce il progetto della cosi detta secolarizzazione del Governo pontificio, e l'organamento di un sistema amministrativo in armonia colle cosi dette tendenze del secolo, quelle cioè di scristianeggiare il mondo; e su di ciò ripete pedantescamente le stesse frasi e cose espresse nella Nota piemontese circa la ritirata delle milizie austriache dalle Legazioni.

Sulle cose delle Due Sicilie però il Plenipotenziario inglese si ferma maggiormente, quasi ne avesse speciale incarico; e con premura desidera imitare l'esempio del Conte Walewski, tacendo atti, che si guarda bene dal citare e che, secondo lui, ebbero (non si sa dove) una molto spiacevole eco. Quindi mentre riconosce ciò che è impossibile sconoscere, che cioè niun Governo ha diritto d'ingerirsi degli affari interni degli altri Stati, formola un accusa solenne contro il Governo di Napoli, che dice pare abbia conferito questo diritto e imposto questo dovere all'Europa, di alzar la voce contro di un sistema che tiene accesa fra le masse l'effervescenza rivoluzionaria,(importata però dall’estero e dal Governo inglese in particolare per i noti fini, come vedremo). Profferendo poi una grande verità, vale a dire, che non vi ha pace senza giustizia, suggerisce al Congresso una insigne ingiustizia, dicendo come esso debba far giungere al Re di Napoli il voto perché migliori il suo sistema di governo, (senza punto dirci in che fosse cattivo), voto che certo non può rimanere sterile, ciò che è quanto dire, che si pretende obbligare il Re di Napoli a sottomettervisi.

Formulate cosi le accuse contro Napoli e contro Roma, e designati cosi ambedue agli assalti rivoluzionarii, rimaneva la parte materialmente più grave, quella cioè di chiamare in giudizio l’Austria e di obbligarla alla guerra: «e i Plenipotenziarii sardi, sicuri dell'appoggio dell'Inghilterra e della Francia, non esitarono ad assumerne il facile compito, scorgendo ormai affatto isolata l’abborrita e potente rivale. Perciò nell'atto di lasciare il Congresso, quando i Plenipotenziarii austriaci non erano più presenti, quelli lasciarono la seconda Nota diretta alla Francia e all’Inghilterra, che fu un vero Ultimatum, una vera dichiarazione della nuova guerra, che infallantemente doveva ben presto scoppiare.

Sicuri pertanto del concorso dei loro alleati, i Plenipotenziarii sardi, visto l'interessamento si vivo e generoso per la sorte dei Cristiani di Oriente mostrato dai congregati di Parigi, credettero di certo non si rifiuterebbero di occuparsi non già dei Cristiani di Occidente veramente infelici per l'azione delle sette, ma solo di quelli di razza latina, soggetti a Sovrani legittimi e cattolici, ai quali intendeva strapparli la rivoluzione. Laonde, malgrado del buon volere della Francia e dell'Inghilterra, poiché il Congresso erasi dichiarato officialmente avverso a prendere ad esame soggetti estranei al presente trattato di pace, vedevano la loro speranza venuta meno a cagione dell'Austria, di far splendere al di là delle Alpi un bagliore qualunque atto a calmare gli animi ed a far loro sopportare con rassegnazione il presente.

Quindi senza rivolgere il menomo rimprovero ai loro alleati, i Plenipotenziarii sardi credono debito loro di richiamare la seria attenzione dei medesimi sulle conseguenze spiacevoli che erano per provenirne, o per dir meglio, che essi erano per farne provenire. Cosi tra le altre cose ci fanno sapere, che giammai le prigioni ed i bagni non sono stati più pieni di condannati, giammai maggiore il numero dei proscritti, giammai la polizia più duramente applicata: «asserzioni tutte gratuite, recate senza alcuna prova e smentite dai fatti, come vedremo ampiamente tra poco. Dippiù essi ci raccontano, che tuttavia in questi ultimi tempi l’agitazione sembrava essersi calmata, gl’Italiani (cioè i rivoluzionarii italiani) vedendo uno dei Principi nazionali COALIZZATO COLLE GRANDI POTENZE OCCIDENTALI per far trionfare i principii del diritto e della giustizia (della Frammassoneria); per il che appunto era stato chiamato il Piemonte alla guerra d’Oriente. I mastini della setta erano stati ipocritamente raffrenati dai banderai franco-anglo-sardi durante la guerra; ma, conosciutisi i risultati negativi del Congresso di Parigi, dai Plenipotenziarii sardi si fa sapere, che l'irritazione assopita si sveglierà fra di essi in modo più violento che mai, vale a dire saranno in modo più violento che mai sguinzagliati dagli emissarii del Piemonte, come per lo appunto avvenne. Spinta perciò più che mai l’Italia nelle file del partito rivoluzionario e sovversivo, secondo essi affermano, (ed erano al caso di farlo) sarà di nuovo un focolare ardente di cospirazioni e di disordini.

Dopo di ciò, sentendosi forti abbastanza i Plenipotenziarii sardi, per l’appoggio di Francia e d’Inghilterra, rinnovano la favola del lupo e dell'agnello, e, mascherandosi da vittime, fanno notare, che lo svegliarsi delle passioni rivoluzionarie in tutti i paesi che circondano il Piemonte... lo espone a pericoli di una eccessiva gravità, che possono compromettere quella politica moderata che gli ha valso la simpatia dell’Europa illuminata. Né omettono di designare l’Austria quale supremo pericolo per l’Italia, e quale una minaccia continua pel Piemonte, che, lungi dall’essere esso stesso, il Governo piemontese, un vero pericolo per l’Austria, è invece da questa tenuto in uno stato costante di apprensione, che l’obbliga a rimanere armato e a misure difensive; dissimulando poi la vera causa del dissesto delle finanze piemontesi, cioè le dilapidazioni dei suoi rivoluzionarii governanti e le spese segrete per fomentare dovunque la rivoluzione, ne accusano l’Austria e ne la chiamano responsabile. Confessando finalmente, che il loro Governo era turbato all'interno dalle passioni rivoluzionarie (già s’intende per causa dell’Austria), dichiarano, poter esso da un momento all'altro essere costretto... ad adottare misure estreme, di cui è impossibile calcolare le conseguenze (sola verità contenuta nella Nota). Fanno perciò caloroso appello all'amicizia sincera e alla simpatia reale di Francia e d'Inghilterra verso il Sovrano, che solo fra tutti si era dichiarato apertamente in loro favore, concludendo, che se la così detta Italia venisse abbandonata dai suoi cari amici ed alleati, l'Austria, dopo i beneficii ottenuti nel Danubio e nel mar Nero dal trattato di pace, acquisterebbe una influenza preponderante in Occidente: «ciò che la Francia e l'Inghilterra non potrebbero volere e non permetteranno mai. In seguito di che i Plenipotenziarii sardi (sicuri a priori del fatto loro) erano convinti che i Gabinetti di Parigi e di Londra avviseranno d'accordo colla Sardegna ai mezzi di recarne un efficace rimedio.

Ma le segrete mene dei maneggiatori del Congresso venivano meglio svelate varii anni dopo (1862) dall’illustre Lord Clarendon in pieno Parlamento inglese, allorché venne interpellato circa le rivelazioni fatte dalle lettere del Conte di Cavour, pubblicate dopo la costui morte, e che non poco ebbero ad imbarazzare i Diplomatici inglesi in faccia a tutta Europa. Infatti per ismentire queste rivelazioni, o almeno per menomarne la importanza e la troppa gravità, Lord Clarendon prese a dire cosi:

«Signori, io spero che le VV. SS. mi permetteranno di abusare della vostra indulgenza per qualche minuto, finché io v’intrattenga circa una materia che, sebbene personale a me stesso, pure è di una grande importanza pubblica, e che la mia inevitabile assenza dalla città solo m’impedì di subito segnalarvi.

«Le VV. SS. probabilmente avranno letto alcune lettere del Conte di Cavour recentemente pubblicate nei giornali, ed io posso assicurarvi che, se nel leggerle voi avete provato qualche sorpresa, questa non può eguagliare la mia. Io non so se quelle lettere siano genuine o in mani di chi siano cadute, oppure da chi e con quale scopo siano esse state pubblicate. Io non entro per nulla in tutto ciò; ma in quelle lettere veggo certi detti attribuiti a me, rispetto ai quali io credo che le VV. SS. e il pubblico hanno diritto di aspettarsi una qualche spiegazione; perché all’epoca in cui le medesime lettere sembrano essere state scritte, e in cui le conversazioni alle quali fa allusione il Conte di Cavour ebbero luogo, io aveva l’onore di essere Segretario di S. M. per gli affari esteri, e di compiere le funzioni di Plenipotenziario inglese in Francia. In tale qualità era mio dovere di non esprimere alcuna opinione, o di dare alcun consiglio senza la sanzione del Governo di cui io faceva parte, o che io non fossi sicuro che sarebbe in armonia coi sentimenti, ed incontrerebbe l’approvazione di tutti i miei colleghi. Io sono pronto a prendere su di me la intiera responsabilità di ogni cosa che ebbi detto in quella occasione; ma non posso tenermi per responsabile di cose che sono attribuite a me, eche io non ho detto. (Ascoltate, ascoltate.)

«Nell’offerire però ora alle VV. SS. la spiegazione, che io credo siate in diritto di attendere, mi trovo posto in una doppia difficoltà: «primieramente, quella di sceverare ciò che è vero e ciò che è inesatto nelle lettere del Conte di Cavour; e secondariamente la difficoltà che sorge dal dispiacere e dalla repugnanza che provo di contraddire il defunto. Se il Conte di Cavour fosse tuttora in vita sarebbe per me comparativamente facile il correggere qualche inesattezza della sua corrispondenza e di accompagnare le spiegazioni che potrei fare con qualche commento, che, secondo io penso, giustificherebbe la pubblicazione di quelle lettere. Ma poiché il Conte di Cavour ora non è più, io non dirò nulla all’infuori di ciò che credo strettamente necessario, allo scopo di giustificare me stesso delle assurdità, credo potrei dire palpabili, delle quali io sono fatto responsabile, forse non direttamente, ma implicitamente.

«L’asserzione si riduce a questo: «che io impegnai il Piemonte ad accattar briga, ed in fatto a dichiarar guerra, contro l'Austria col dare assicurazione al Conte di Cavour, che in tale ordine di politica il Piemonte avrebbe il materiale appoggio dell’Inghilterra». Io dico che vi è molto di vero nelle lettere del Conte di Cavour, e ciò si riferisce al suo racconto di quel che avvenne dal canto mio in una seduta del Congresso di Parigi, in cui gli affari d’Italia furono discussi. — Fin dalla prima riunione del Congresso il Conte di Cavour costantemente insistette presso i Plenipotenziarii inglesi e francesi circa la necessità di metter fuori quella questione. Io gli feci osservare, che il Congresso era stato adunato nello scopo di negoziare un trattato di pace colla Russia, e che l’introdurvi un altro soggetto sarebbe cosa estranea e del tutto impossibile; e in fatti anche dopo la sottoscrizione del trattato di pace tale procedimento avrebbe incontrato serii ostacoli, perché gli altri Plenipotenziarii avrebbero potuto protestare contro la introduzione di soggetti estranei, e dichiarare che i loro poteri erano limitati alle materie per le quali il Congresso era stato convocato. Ciò nonostante dopo che il trattato fu sottoscritto, i Plenipotenziarii di Francia e d’Inghilterra misero sul tappeto una discussione circa gli affari italiani, e la narrazione del Conte di Cavour di ciò che io dissi relativamente ai Governi napolitano e pontificio è vera; e io non ho né rincrescimento, né voglia di ritrattare ciò che dicevo in quella occasione. (Udite udite) perché sento, come credo che ogni altro Inglese senta, il più profondo interessamento per i malgovernati Italiani e un ardentissimo desiderio di vedere un alleviamento di quel sistema di oppressione e tirannia che prevale da una estremità all’altra dell’Italia; e pensai che un Congresso, in cui le principali Potenze d’Europa fossero rappresentate, sarebbe luogo veramente adatto per esprimere quelle opinioni. Il risultato di una lunga e viva discussione sopra tale soggetto fu, che il Plenipotenziario austriaco convenne col francese che gli Stati pontificii fossero evacuati dalle milizie francesi ed austriache, subito che si potesse effettuare l’evacuazione senza pericolo per la tranquillità del paese, e per il consolidamento della S. Sede romana; ed inoltre, ciò che i più dei Plenipotenziarii non mettevano in questione, era il buon effetto che poteva sorgere da misure di clemenza prese da parte del Governo di Napoli.

«Questa magra risoluzione non soddisfece il Conte di Cavour, ma grandemente lo sconcertò in riguardo alle sue vedute circa la cosa; egualmente come Italiano e come Piemontese la sua irritazione non fu innaturale, giacché tutto il suo cuore e la sua anima aveva posti nel liberare il Nord dell'Italia dalla dominazione austriaca. Mostrava egli una grande irritazione, e costantemente diceva che non sarebbesi potuto presentare al Parlamento di Torino, a meno che non potesse provare aver egli ottenuto qualche bene per l’Italia.

«Io era solito vedere il Conte di Cavour quasi ogni giorno durante quel periodo di tempo, e frequentemente l’udiva parlare su tale proposito, il quale per verità, era l’unico soggetto che volesse discutere e sul quale voleva sempre ritornare sopra; ma quelle conversazioni non mi sembrarono mai di un carattere abbastanza pratico cosi che per me fosse necessario di comunicarle al Governo di S. M; in conseguenza di che, per quanto io abbia cercato, non ho trovato ricordo di quelle ripetute assicurazioni che io avrei date al Conte di Cavour; poiché la nostra invariabile prattica era di mantenere i nostri obblighi del trattato, e di aderire ai principii della legge internazionale. Nel medesimo tempo non dissimulai al Conte di Cavour, ciò che egli sapeva, e ognuno sapeva egualmente, che nostro scopo in quel tempo era di affrancare l'Italia dalla occupazione straniera, e di riformare i Governi di Roma e di Napoli, che circa quest'oggetto l'appoggio morale del!Inghilterra mai non sarebbe mancato. Ma all'infuori delle numerose conversazioni che io ebbi col Conte di Cavour, l'unica frase che io posso ricordare (la quale potrebbe non giustificare, ma far sorgere quello stato di cose che io diceva) — se voi siete in bisogno, noi verremo in vostro soccorso — si riferisce non a una guerra dichiarata dal Piemonte contro l'Austria, ma a una invasione del Piemonte da parte dell'Austria: «e questa era un idea fissa nell’animo di CAVOUR. Egli sempre pensava che le libere istituzioni del Piemonte, le sue libertà della stampa e delle discussioni, e perfino la stessa SUA PROSPERITÀsotto il suo sistema di Governo, l’avrebbero sempre reso un intollerabile vicino per l’Austria.

«Io lo assicurava, che le mie conversazioni col Conte Buol(certamente in generale non molto soddisfacenti per quanto si riferivano agli affari italiani) confermavano la mia credenza, che di tale apprensione non era bisogno che si preoccupasse il Piemonte in quel tempo; e chiedendomi il Conte di Cavour quali misure noi prenderemmo in tal caso, io ricordo di avergli detto: «— Se voi mi chiedete la mia opinione, io vi dirò, che, se l'Austria invadesse il Piemonte allo scopo di sopprimere la sua indipendenza, voi avreste una prattica pruova dei sentimenti del Parlamento e del popolo britannico. —

«Senza dubbio io non posso rispondere, che tali fossero esattamente le mie parole; ma credo intieramente sicuro, che esse esprimano nettamente lo spirito del linguaggio che io tenni: «questa fu naturalmente una opinione personale, non una officiale opinione. Ciò fu espresso in un caso ipotetico, al quale io non annetteva alcuna importanza particolare, né io seppi che il Conte di Cavour ve l’annettesse finché non ebbi lette quelle lettere, in cui egli dice, che l'Inghilterra, libera da impegni in virtù della conchiusa pace, vedrebbe, ne son certo, con piacere sorgere una opportunità per una nuova guerra, e una guerra che sarebbe popolare, perché avrebbe per suo scopo la liberazione dell'Italia».

«Vi era un altra lettera del Conte di Cavour, in cui diceva che io era preparato a mandare milizie inglesi alla Spezia. Ora, quanto a questo, dico sul mio onore che io non ho il minimo ricordo di tale conversazione; ma siccome non ho ricordo, così non posso nemmeno negarlo; posso solamente dire, che se avessi avuto tale stravagante idea, non mai avrebbe potuto essere seriamente nudrita dal Conte di CAVOUR. Ora, richiamando alla mente l’entusiasmo del Conte di Cavour per il suo paese nelle discussioni del Congresso, insieme col suo ardente desiderio di rendere visibile la sua attività a Parigi affine di sostenere lo spirito dei suoi amici a Torino, io (sebbene forse sia la persona per molte ragioni degna di compatimento) posso da una parte ammettere i suoi imaginarii rapporti di private conversazioni, contenute in lettere dirette ai suoi amici e colleghi; ma evidentemente non erano quelle tenute degne di pubblicarsi da me, Segretario di Stato per gli affari esteri, senza communicarle ai miei colleghi in questo paese. I dettami del senso commune avrebbero ciò mostrato, conoscendo che l’imperatore in quel tempo non aveva il più leggero pensiero di far guerra all’Austria; quando egli non poteva nemmeno chiedere all’Austria di ritirare le sue milizie dalle Legazioni, finché non avesse egli ritirato la sue da Roma. Io dico in vista di tali circostanze, che, anche nella più indiretta maniera, io avrei raccomandato al Piemonte (paese al quale desideriamo cordialmente ogni bene) di non commettere l’atto suicida di dichiarare guerra all’Austria, la quale aveva 120 o 150 mila uomini sotto il Maresciallo Radetzky, e poteva fare certo assegnamento sull’appoggio di Parma, Modena e Napoli; oltre di che io, senza l’ombra di autorità per questo, avrei avutola presunzione di guarentire l’appoggio dell’Inghilterra in una guerra cosi proposta dal Piemonte con l’Austria, la quale avrebbe potuto involgerci in una guerra con mezzo Europa; ciò sembra a me essere un assurdità così palpabile, che io spero, che le VV. SS. vedranno che porta con sé la propria confutazione, anche senza che io faccia appello a quella estrema discrezione, che il Conte di Cavour, alquanto paradossasticamente, scriveva ai suoi corrispondenti, che io possedeva. (Udite) A. P.»

Non bisogna lasciare questo discorso senza un breve commento.

Dopo un inutile esordio, il nobile Lord comincia col dare una mentita alla cara memoria del degno suo amico il Conte di Cavour: «dichiara infatti di trovarsi posto in una doppia difficoltà, primieramente quella di sceverare ciò che è vero da ciò che è inesatto (ossia falso) nelle lettere del Conte; secondariamente il dispiacere che prova di contraddire il defunto.

In quelle lettere era detto che il Clarendon impegnò il Piemonte ad accattar briga e a dichiarare guerra contro l’Austria, col dare assicurazione al Cavour che «in tale ordine di politica il Piemonte avrebbe il materiale appoggio dell'Inghilterra». Forse il Cavour non diceva bugia. Difatto Milord si affretta di dichiarare, che vi è molto di vero nelle lettere, poi narra che fin dalla prima riunione del Congresso, il Conte di Cavour costantemente insistette presso i Plenipotenziarii inglesi e francesi circa la necessità di metter fuori la questione italiana. Il nobile Lord dice di aver fatto osservare al Cavour, che il Congresso, adunato per trattare della pace colla Russia, vi si sarebbe opposto, che l’introdurvi un altro soggetto sarebbe stata cosa estranea e del tutto impossibile, e che gli altri Plenipotenziarii avrebbero potuto protestare contro la introduzione di soggetti estranei. Ciò peraltro non impedì punto che, sottoscritto il trattato, i Plenipotenziarii di Francia e d’Inghilterra mettessero sul tappeto una discussione circa gli affari italiani, ed afferma che la narrazione del Conte di Cavour di ciò che egli disse relativamente ai Governi napolitano e pontificio è vera; e che non ha né rincrescimento né voglia di ritrattare ciò che egli diceva, perché sentiva come ogni altro Inglese (secondo lui) il più profondo interessamento per i malgovernati Italiani, e un ardentissimo desiderio di veder alleviato quel sistema di oppressione e tirannia, che prevaleva da una estremità all'altra dell'Italia.

Per verità pare incredibile, che in pieno secolo decimonono tutti i Sovrani d’Italia, ad eccezione già s’intende del Piemonte, si fossero messi d’accordo nel tiranneggiare i proprii popoli per procacciarsi il bel gusto di far parlare gli alleati franco-anglo-sardi, e di vederne portate ai quattro venti le pietose e disinteressatissime querimonie. Il fatto intanto si fu, che si riuscì a trarre il Plenipotenziario austriaco nel campo dei fùrbi alleati; il quale, senza esitare, convenne col francese, che gli Stati pontifica fossero evacuati dalle milizie francesi ed austriache, ed inoltre, ciò che il più dei Plenipotenziarii non misero in questione, il buon effetto che poteva sorgere da misure di clemenza prese da parte del Governo di Napoli; che, non essendo rappresentato al Congresso, non poteva dire se quelle misure di clemenza potessero o no ragionevolmente essere applicate, ed anche se non fossero già state forse troppo largamente applicate, come presto vedremo.

Questo passo già abbastanza grave, fatto dai Plenipotenziarii alleati nel senso del Piemonte, non soddisfece il Cavour, il quale mostrava, ci assicura il nobile Lord, una grande irritazione, e costantemente diceva, che non sarebbesi potuto presentare al Parlamento di Torino, a meno che non potesse provare aver egli ottenuto qualche bene per l’Italia (già si intende l’Italia della rivoluzione, poiché la vera Italia di bene n’aveva d’avanzo). Strana pretensione del Plenipotenziario sardo! Non ti par egli vedere il ladroncello di strada attentare ad ogni costo alla roba altrui, per timore delle busse che riceverebbe, se tornasse a casa colle mani vuote? Dunque perché il Parlamento rivoluzionario di Torino voleva ottenere qualche cosa per la rivoluzione, doveva turbarsi la pace degli altri Stati d’Italia che l’abborrivano?

Ilnobile Lord seguita a dire, che egli era solito di vedere il Conte di Cavour quasi ogni giorno durante il Congresso, il quale Conte di Cavour per verità frequentemente parlava delle cose d’Italia; anzi era l’unico soggetto ch’egli volesse discutere e sul quale voleva sempre ritornare. Né poteva essere altrimenti, dovendosi attuare il disegno dello spodestamento di tutti i Sovrani d’Italia e del Papa, ordito nelle logge della Framassoneria.

Egli aggiunge di non aver trovato ricordo di quelle ripetute assicurazioni, che egli avrebbe date al Conte di Cavour, poiché la invariabile prattica dei Plenipotenziarii inglesi era di aderire ai principii della legge internazionale (supponiamo volesse dire del diritto delle genti). Nel medesimo tempo però il nobile Lord non dissimulava al Conte di Cavour ciò che egli sapeva, ed ognuno sapeva egualmente, che scopo dell'Inghilterra era di affrancare l’Italia dalla occupazione straniera e di riformare i Governi di Roma e di Napoli, e che circa quest’oggetto l’appoggio morale dell’Inghilterra mai non sarebbe mancato. Del resto egli dice che l'unica frase che possa ricordare delle numerose conversazioni avute col Cavour, cioè «se voi siete in bisogno, noi verremo in vostro soccorso»si riferiva non a una guerra dichiarata dal Piemonte all'Austria, ma a una invasione del Piemonte da parte dell’Austria, in diverso caso sarebbe stato conveniente e giusto d’imporre al Piemonte di cessare dalle sue continue provocazioni contro l’Austria. Ma il contrario si voleva dagli alleati Plenipotenziarii di Occidente, i quali lasciavano appunto ogni libito al Piemonte di offendere l’Austria, pronti a difenderlo se l’Austria si fosse levata ad infliggergli il meritato castigo. Quindi, mentre il Piemonte faceva Note e pronunciava discorsi incendarii, che erano altrettante sanguinose dichiarazioni di guerra contro l’Austria, l’illustre Lord dichiara in pubblico Parlamento di aver detto al Conte di Cavour: «se voi mi chiedete la mia opinione, io vi dirò che se l'Austria invadesse il Piemonte, voi avreste una prattica prova dei sentimenti del Parlamento e del popolo brittannico». Il nobile Lord si affretta ad aggiungere per ogni buon fine, che questa fu una opinione personale, non una officiale opinione, ciò che peraltro permise al Conte di Cavour di affermare nelle accennate lettere, che «l’Inghilterra, libera da impegni e in virtù della conchiusa pace, vedrebbe con piacere sorgere una opportunità per una nuova guerra che sarebbe popolare; perché avrebbe per iscopo la liberazione dell’Italia.»

Il nobile Lord, conchiude avviluppando queste frasi, anche troppo incoraggianti pel Piemonte, in molte parole inutili, per provare che il Piemonte non poteva suicidarsi col dichiarare guerra all’Austria; né vi era alcun bisogno di ciò, essendosi stabilito tra i cospiratori franco-anglo-sardi di obbligare l'Austria a dichiarare essa la guerra, ed in tale caso il Piemonte avrebbe una prattica prova dei sentimenti dell'Inghilterra. Quanto ai sentimenti della Francia non era punto a dubitarne.

Gli effetti di tali inqualificabili atti di una Diplomazia di nuovo genere non potevano tardare a manifestarsi, e si manifestarono infatti disastrosissimi per la povera Italia, che per opera della Massoneria, da ridente giardino d'Europa, dovea ben presto divenire una spaventevole selva di belve feroci, come è purtroppo divenuta.

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CAPO I

INTRIGHI

Abbiamo detto del Congresso di Parigi, ne abbiamo recati i documenti più importanti, ne abbiamo fatti opportuni commenti; però non abbiam detto tutto circa l’azione della diplomazia piemontese, prima, durante, e dopo il Congresso. — Lo facciamo ora a ulteriore edificazione di chi ci legge.

Il Lamartine nel suo periodico mensile intitolato: «Cours familier de littérature — un entretien par mois, fascicolo del mese di Agosto 1860, trattando delle tristizie politiche dei libri di Niccolò Macchiavelli, giudica nel seguente modo il Congresso di Parigi:

«Alla voce di un Ministro piemontese il Congresso del 1856, contro tutti i principii di diritto pubblico internazionale, s’arrogò illegalmente un diritto d’intervento arbitrario nel regime interno delle sovranità straniere. Napoli, Roma, Parma, la Toscana, l’Austria, furono denunziate siccome volgari colpevoli davanti al tribunale del Piemonte, della Francia e dell’Inghilterra. Un simile sbaglio contro il diritto non poteva fare a meno di generare il disordine al di fuori; era questo il principio del caos europeo.

«L’indipendenza e la responsabilità dei Sovrani in faccia ai loro popoli essendo distrutte, ognuno aveva diritto di comandare in casa altrui, ma non in casa propria. Il diritto di consiglio creava il diritto di reciproco intervento militare, da questo diritto d’intervento reciproco derivava e deriva tuttavia il timore di continua guerra tra i vicini; all’opposto del diritto di civiltà, che è l’indipendenza dei popoli in casa loro.

«Il Piemonte, che dalla compiacenza o dalla sorpresa, nel Congresso del 1856 aveva ottenuto un simile principio, non tardò a servirsene. La guerra detta dell'indipendenza scoppiò perciò in Italia. Questa guerra per contiguità si estese dal Piemonte a Parma, a Modena, alla Toscana, agli Stati del Papa, ed ora si sta deliberando a Parigi ed a Londra nei consigli della Gallia e della Gran Brettagna su ciò che sarà tolto o conservato del Principato temporale del Papa e degli altri Stati in Italia! Questa sola deliberazione è un intervento chiarissimo, distruggitore d’ogni diritto pubblico e d’ogni indipendenza italiana; quindi qualunque cosa voi pronunzierete, pronunzierete male. Perché voi, o Europa, al Congresso del 1856 a Parigi, vi siete arrogata, alla voce di un Ministro piemontese, il diritto di deliberare sull’interno regime dei popoli! Questa sola deliberazione sull’ultimo villaggio italiano è una usurpazione o sulla sovranità dei governi, o sopra la libera volontà dei sudditi.

«Non c’ingannammo nel 1856 leggendo questo irregolare intervento concesso al Piemonte negli affari interni del Papa, del Re di Napoli e delle altre Potenze italiane; lo dissi a me stesso: «è una dichiarazione di guerra sotto la forma di una sottoscrizione di pace. Noi discutiamo oggidì sulle conseguenze di questa linea inserita nel protocollo del Congresso del 1856. Che diverrà il Potere temporale del Papato se l’Europa è conseguente? Che diverrà l’Italia se l’Europa si ritratta? Questo diritto d’intervento reciproco, emanato dal Congresso di Parigi nel 1856, è la fine del diritto pubblico europeo. Il Diplomatico piemontese ha teso un tranello al Congresso, e il Congresso vi è caduto dentro. Non ne uscirà se non riconoscendo il diritto contrario».

E il Lamartine giudicava rettamente: «ma a comprovare quali e quanti intrighi adoperasse il famoso Conte di Cavour in quella circostanza, a fine di ottenere l’ingrandimento del Piemonte a danno degli altri Stati italiani, giova riportare una serie di documenti, prolissa se vuoi, ma efficace mezzo di convinzione.

I. Ai 28 decembre 1855 Cavour indirizzava una nota verbale ai Rappresentanti di Francia e Inghilterra a Torino ai quali diceva che: «dopo aver divisi pericoli e gloria nella guerra di Crimea, la Sardegna spera di avere la sorte che nelle prossime conferenze si rivolga l’attenzione dei grandi Potentati sul lagrimevole stato d’Italia, dove in alcuni luoghi si è perduta ogni idea di giustizia e di equità»(58).

II. Nel gennaio 1856 l’istesso Cavour dirigeva all’imperatore dei Francesi un memorandum sulla situazione d’Italia, nel quale tra le altre cose diceva: «esser necessario di forzare il Re di Napoli a non più scandalezzare l’Europa civile con un contegno contrario a tutti i principii di giustizia (59).

III. Nello stesso mese di gennaio, avviate le prime prattiche diplomatiche a Parigi, Cavour scrive a Rattazzi in Torino: «ho avuto lunga conversazione con Lord Cowley, e ne son rimasto soddisfatto. Egli si è mostrato disposto a secondare i quattro punti della mia lettera: «1° indurre l’Austria a far giustizia al Pie monte; 2° a concedere riforme alla Lombardia e Venezia; 3° a sgombrare dalle Romagne e Legazioni, per le quali è da destinarsi un Principe secolare, e ristabilire cosi l’equilibrio in Italia; 4° forzare il Re di Napoli a mutare regime governativo, che egli crede andare a genio anche all’imperatore Napoleone.»

IV. Ai 29 febbraio del medesimo anno altra lettera del Cavour a Rattazzi: «Ho reso conto, dicevagli, in un dispaccio riservato, della conversazione che ho avuta ieri coll’imperatore. — Non ho molto da aggiungere a quanto in essa ho detto. Solo posso assicurarla, che realmente l’imperatore avrebbe volontà di fare qualche cosa per noi. Se possiamo assicurare l'appoggio della Russia otterremo qualche cosa di reale.»

In questo mentre si stabiliva su di alcuni punti principali una piena ed intera intelligenza tra Napoleone III e CAVOUR. Da un dispaccio riservatissimo di costui al Conte Cibrario, Ministro degli affari esteri a Torino (24 marzo 1856), risulta aver egli convenuto coll’imperatore dei Francesi, che la questione italiana sarebbe posta in campo nelle conferenze, sotto l’aspetto restrittivo di riferimento a due questioni speciali: «questione delle Romagne e questione napoletana, che la prima di queste sarebbe più specialmente mossa dal Piemonte, la seconda dalla Francia. Ciò quanto all’attualità; riguardo all’avvenire poi, il Governo di Torino promette favoreggiare con ogni suo mezzo i maneggi di Murat, cui passerebbe a suo tempo il regno di Napoli. Napoleone assicura in massima la formazione, a tempo opportuno, di un gran regno al settentrione d’Italia a favore di Casa Savoia verso compensi territoriali alla Francia. Il Piemonte era disposto a cedere le due Sicilie a Murat, posto che ottenesse per séil Lombardo-veneto (60).

Al quale dispaccio il ministro Cibrario risponde ai 24 marzo al Cavour, dicendo: «Accuso ricevimento dei vostri dispacci n. 22 e 23 e della vostra tetterà confidenziale de' 24. Apprendo da questa ultima tutte le difficoltà che avete dovuto superare per ottenere che il Congresso s’intrattenesse della questione degli Stati romani, questo minimum, ove ostacoli insormontabili hanno forzato di ridurre per ora l’opera di rigenerazione in Italia. Se le Grandi Potenze potessero determinarsi a portare le loro vedute al di là degli interessi e dei timori del momento, noi non avremmo a dubitare del felice esito di queste proposte. Ma, con la premura che si è manifestata per la pace, vi ha luogo a temere che il desiderio di riposo, la tendenza ad evitare ogni soggetto di discussione coll’Austria, non facciano soprassedere a questi progetti pure come agli altri. Lodo che siate riuscito a fare penetrare l’Imperatore del pericolo che vi sarebbe, abbandonando l’Italia al suo stato attuale, come de' motivi si possenti per lo equilibrio di Europa e gli interessi medesimi della Francia, i quali consigliano di fare al Piemonte una posizione abbastanza forte da potere conservare un attitudine indipendente rispetto all’Austria e contrabilanciare la sua influenza. Si può sperare che l’imperatore, di cui la saggezza e la tenacità sono conosciute, saprà preparare le vie per la realizzazione dei disegni che egli si sarebbe in qualche modo appropriati (61).» (Delle recenti avventure d'Italia del Conte Ernesto Ravvitti. Venezia 1865 Tom. I. pag. 144.)

V. Al Congresso di Parigi, ai 27 marzo 1856, i Plenipotenziarii sardi, Cavour e Villamarina, cominciano col presentare una Nota verbale ai Rappresentanti di Francia e d’Inghilterra (i soli che davano loro ascolto, mentre quelli di Russia, di Austria e di Prussia non li curavano) «per chiamare la loro speciale attenzione sullo stato d’Italia». (Atti uff. della Camera n.257 pag. 964.)

Abbiamo detto che l’Austria, la Prussia e la Russia non curavano i Plenipotenziarii sardi; ma quanto a quest’ultima avremo a dire in seguito alcuna cosa, come quella che favori la Francia nella fatalissima guerra d’Italia (A. P. cap.2. e not. pag. 292.)

VI. Ai 9 di Aprile 1856, da Parigi Cavour dà conto a Rattazzi della tempestosa tornata del giorno precedente, quando essendosi firmato il trattato di pace con la Russia, egli principia le sue mene contro i Principi italiani, e dice: «Walewski è stato esplicito in quanto a Napoli, parlandone con biasimo severo. Clarendon ha mostrato grande energia sullo stesso proposito contro il Papa, il cui Governo ha definito essere une fronte pour l’Europe, econtro il Re di Napoli ha usato parole che solo Massari avrebbe saputo pronunziare; egli ha creduto far uso di un linguaggio estraparlamentare, convinto di non poter altrimenti arrivare ad un risultato pratico. Uscendo dalla seduta, ho detto a Clarendon: «— Milord, voi vedete che nulla vi è a sperare dalla Diplomazia; sarebbe tempo di ricorrere ad altri mezzi, almeno per ciò che riguarda il Re di Napoli. — Clarendon mi ha risposto: «— Certamente bisogna tosto occuparsi di Napoli. (62) — Nel lasciarlo ho detto che sarei andato a parlargliene in casa. Penso proporgli di gettare per aria IL BOMBA;bisogna fare qualche cosa; l’Italia non può restare come è: «Napoleone ne è convinto, e se la diplomazia è impotente, dobbiamo ricorrere a mezzi estralegali. Io sono propenso alle misure estreme e temerarie: «oggi l’audacia è la miglior politica.»(A. P. p.281.)

Rattazzi gli risponde: «— «Avete ragione; talvolta i mezzi estremi sono necessarii. Ma non temete voi, che l’Inghilterra non vi abbandoni quando si tratterà di marciare contro l’Austria? In quanto a Napoli, quale che sia la soluzione, sarà sempre un gran passo fatto se si cacciano i Borboni». (Nicomede Bianchi p.39)

VII. Il giorno 11 dell’istesso mese, così scriveva di nuovo a Rattazzi:

«…Ieri ho avuta la seguente conversazione con Clarendon: «— Milord, da ciò che si è trattato nel Congresso emergono due cose: «1°. Che l’Austria è decisa a persistere nel sistema di oppressione e di violenza verso l’Italia; 2°. che gli sforzi della Diplomazia sono impotenti a modificare il suo sistema. Conseguenze rincrescevoli ne risultano pel Piemonte, il quale ha due soli partiti a prendere: «o riconciliarsi col Papa e con l’Austria o prepararsi a dichiarare la guerra a questa; la quale ipotesi è la migliore. Io ed i miei amici non temeremo di prepararci ad una guerra terribile, una guerra a coltello, thewar to theKnife, e mi arrestai in questo punto. — Clarendon, mi rispose: «— Credo che abbiate ragione; la vostra posizione è difficile; capisco che uno scoppio è inevitabile; non è però giunto ancora il momento per parlarne a voce alta. — E io replicai: «— Vi ho dato pruove della mia moderazione e della mia prudenza; credo che in politica bisogna esser molto riservato in parole, ed eccessivamente deciso nello agire; vi son posizioni nelle quali vi è men pericolo in una mossa di audacia, che in un eccesso di prudenza: «io son persuaso, con Lamarmora, esser noi in istato di cominciare questa guerra, e per poco che duri voi sarete co stretti ad aiutarci. — Al che Clarendon ripigliò con vivacità: «— Oh! certamente, se vi troverete in imbarazzo, potrete contare su noi e vedrete con quale energia correremo ad aiutarvi. (63) — Non mi spinsi oltre, e mi limitai a poche espressioni di simpatia per lui e per l’Inghilterra. Potrete giudicare da voi stesso della importanza delle parole pronunziate da un Ministro che è riputato prudente e circospetto.

«L’Inghilterra, che vede di mal occhio la pace, son certo che coglierebbe con piacere la opportunità di una guerra, e di una guerra cosi popolare come quella della liberazione d’Italia (64). Perché dunque non profittiamo di questa sua disposizione, e tentare uno sforzo per compiere i destini di Casa Savoia e del nostro paese? Trattandosi intanto di una questione di vita o di morte, bisogna procedere con circospezione; ond’è che credo conveniente recarmi a Londra per conferire con Palmerston e con gli altri capi del Governo. Se costoro partecipano al modo di vedere di Clarendon, bisogna prepararsi segretamente; fare un prestito di 30 milioni, ed al ritorno dirigere un ultimatum all’Austria, tale che non possa accettarlo e SIA COSTRETTA A COMINCIARE LA GUERRA;alla quale l’imperatore non saprebbe opporsi, anzi in cuor suo la desidera: «egli certamente ci aiuterà se vedrà l’Inghilterra disposta ad entrare in lizza. D’altronde io prima di partire gli terrò un discorso analogo a quel lo che ho già tenuto a Clarendon. Le ultime conversazioni, che ho avute con lui e con i suoi Ministri, erano di natura a preparare la via ad una dichiarazione di guerra. — L’unico osta colo è il Papa: «che fare di esso in caso di una guerra italiana? Spero che, leggendo questa lettera, non mi crederete colpito da una febbre cerebrale: «al contrario la mia intellettuale sanità è eccellente e non mi son mai sentito così calmo da acquistarmi la riputazione di moderato (65). Spesso me lo dice Clarendon; il Principe Napoleone mi rimprovera di mollezza ed anche Walewski mi accusa di riservatezza. In verità son persuaso potersi azzardare un passo audace con gran probabilità di successo ecc. (66) (De la Rive pag. 354).

In seguito, come abbiam veduto, Lord Clarendon smentì in parte la iattanza di questa lettera; ma il fece quando Cavour era morto, né poteva più rispondere.

VIII. Ai 14 di aprile 1856 altra lettera di Cavour a Rattazzi. «Ieri, scrive egli, lunga conversazione al pranzo del Principe Napoleone. Costui e Clarendon mi han detto di aver parlato a pieno coll’imperatore Napoleone sugli affari d’Italia, dichiarandogli che l’Austria metteva il Piemonte in una difficile posizione, e bisognava ritrarnelo. Clarendon affermava apertamente che il Piemonte potrebbe essere spinto a dichiarare la guerra all’Austria, nel qual caso bisognerebbe necessariamente prender parte per lui. L’Imperatore si è mostrato colpito da questa osservazione, rimanendone impensierito; dopo di che ha espresso il desiderio di conferir meco. Spero convincerlo di essere impossibile rimanere nella posizione in cui siamo, per la condotta ostinata ed irritante dell’Austria. — Io son prevenuto delle sue simpatie per l’Italia e per noi, e penso che darà pruove della risoluzione e della fermezza, che lo distinguono. Se il Governo inglese divide la opinione di Clarendon, non ci mancherà anche l’aiuto dell’Inghilterra. Il principe Napoleone fa il meglio che può per noi, e manifesta apertamente il suo odio per l’Austria ecc.» (De la Varenne, pag. 255.)


In altra lettera del dì seguente lo stesso Conte dice così:

«Ho visto l'Imperatore e gli ho parlato, come feci con Clarendon, ma con minor veemenza. Mi ha udito in modo bene volo; ma mi ha risposto che sperava persuadere l’Austria ad accettar consigli più concilianti. Egli mi ha narrato che nel pranzo ultimo aveva detto al Conte Buoi, rincrescergli di doversi trovare in opposizione diretta con l’imperatore d’Austria sulla questione italiana; per lo che Buol erasi recato da Walewski per esprimergli la premura dell'Austria di render contento Napoleone in tutto, aggiungendo di non avere l’Austria altra alleata che la Francia, alla cui politica intendeva uniformarsi. Io mison mostrato incredulo, ed ho insistito sulla necessità di prendere una decisiva attitudine, e per intavolare la questione nel domani, avrei consegnata una protesta a WALEWSKI. L’Imperatore si mostrò perplesso, e mi consigliò recarmi a Londra, spiegarmi nettamente con Palmerston, e riveder lui al ritorno. Sembra vero che l’Imperatore avesse parlato a Buol (tanta era la fede che si aveva alle parole di Napoleone), perché costui dopo l'ultima sessione mi si è avvicinato facendomi infinite proteste su le buone intenzioni dell’Austria verso di noi, sul desiderio di conservare la pace, ed altre corbellerie. Io gli ho risposto, non aver egli dato prove di quésto suo desiderio durante il suo soggiorno a Parigi, ed esser io convinto che le nostre relazioni fossero peggiori di prima, conchiudendo rincrescermi che nell'atto di separarci divenissero non buoni i nostri rapporti; ma che avrei conservata memoria del nostro personale incontro. Buol mi strinse affettuosamente la mano dicendo: «— Spero che anche politicamente non saremo sempre nemici. — Da queste parole ho capito che Buol è spaventato dalle manifestazioni della pubblica opinione a nostro favore. Il russo Orloff mi ha fatto mille proteste di amicizia: «ha riconosciuto essere intollerabile la posizione, e mi permette quasi di sperare che il suo Governo si presterebbe volentieri a mettervi un termine. Il Prussiano ha del pari imprecato contro l'Austria. In breve ancor quando nulla avessimo guadagnato in pratica, la nostra vittoria, in quanto alla opinione pubblica, è sicura.»(De la Varenne. Lettres inèdites de CAVOUR. Paris 1862. p.258.).

X. Cavour scriveva di nuovo a Rattazzi, giovedì alle ore 6 di sera: «— «In punto di partire per Londra vi scrivo per informarvi di una mia lunga conversazione con Clarendon, stato due ore prima presso l’imperatore, che al suo rammarico sugli infruttuosi tentativi a favore d’Italia, aveva risposto; Vi autorizzo di dichiarare al Parlamento di aver io la intenzione di richiamare le mie milizie da Roma, ed obbligare l’Austria a richiamare le sue dalle Legazioni; e che io ne parlerò in tuono alto quando occorrerà. — L’Imperatore aveva aggiunto: «esserglisi fatte da Buol le più solenni promesse; e che egli s’impegnava ad unirsi all’Inghilterra per chiedere un’amnistia al Re di Napoli in tale tono da non ammettere rifiuto, vale a dire con la minaccia di far partire una squadra. Clarendon mi ha soggiunto esser egli sicuro che, se l’Austria non ismettesse, o che almeno non modificasse il suo sistema in Italia, la Francia e l’Inghilterra ve la costringerebbero fra un anno, ed occorrendo, anche colle armi».

XI.In altra lettera al Rattazzi Cavour diceva: «Sono a Londra da tre giorni senza nulla conchiudere (67). Ho trovato Palmerston molto addolorato per la morte di Lord Cooper suo figliastro. Tutte le combinazioni di d’Azeglio son dunque fallite. Ho visitato Palmerston, ma in verità non potevo troppo avanzarmi sul soggetto pel quale dovevo intrattenerlo. Mi ha detto di aver ricevuto lettere recenti di Clarendon con migliori notizie, e che egli non trovava ragione per disperare. Veggo non potersi azzardare una seria conversazione fino al ritorno di Clarendon. Ho veduto varii uomini politici che si pronunziano tutti a favore della nostra causa. I Tories non sembrano meno benevoli dei Wighs, ed i protestanti effervescenti col loro capo Lord Shaftesbury sono i più entusiasti; a sentire i quali, voi direste che l'Inghilterra è pronta ad una crociata contro l’Austria». (De la Varenne p.264.)

XII .A 24 di Aprile altra lettera di Cavour a Rattazzi: «Vi scrivo due righe per dirvi che domani parto per Parigi. Se posso ottenere una udienza dall’imperatore per sabato, partirò nel domani per Torino. Non ho riveduto Palmerston, ed oggi soltanto vedrò Clarendon; ma ho parlato a' membri più influenti della opposizione, tanto Tories che radicali. Ho trovato che sono ben disposti a nostro riguardo». (De la Varenne, pag. 267.)

XIII. Ai 16 di Aprile veniva emessa la secondaNota diplomatica di Cavour e di Villamarina, da noi arrecata, onde, in continuazione della precedente dei 27 marzo, ricorrono a più pressanti argomenti per ispingere il Congresso ad intervenire nelle cose interne d’Italia. Intanto la favilla accesa dall’astuziabonapartesco-cavourriana era causa immediata di nuove e più violenti agitazioni in Italia. Basta consultare il giornalismo torinese di quell’epoca per convincersene.

Il  Risorgimento, giornale di Cavour, diceva: «Il protocollo del Congresso sarà la scintilla d irresistibile incendio».

L’Opinione di Torino esclamava: «Per la prima volta un Congresso diplomatico ha riconosciuto i torti dei Governi, e giustificati i fremiti delle popolazioni.»

Il Cittadino d’Asti soggiungeva: «Marciamo di nuovo avanti la rivoluzione. Il Conte di Cavour nel Congresso ha dato un impulso vigoroso all’agitazione in Italia, ed ora non ci rimane altro che a mettere in opera tutti i mezzi possibili, perché la si mantenga e duri... fino a che giunga il giorno decisivo».

Il Diritto, N. 98, diceva: «Se gl’italiani pensano potersi riconciliare, che lo facciano, altrimenti che si rivoltino.»

L'Italia e Popolo, N. ° 113, aggiungeva: «Che gl’italiani si sollevino, e sappiano di non transiger mai coi Governi contro i quali si rivoltano».

Da quel momento l'odio rivoluzionario scatenava i suoi furori per le istruzioni venute da Torino e da Genova contro la Dinastia di Napoli. Tutti gli organi di pubblicità venduti alla setta incominciavano a vomitare, con inaudito cinismo, le maggiori calunnie contro quel Governo, convertendone in altrettanti torti gli stessi meriti; e la Diplomazia vi dava alimento coll’autorità dei suoi atti. Altrettanto facevasi, nelle stabilite proporzioni, contro i minori Stati italiani.

Ai 19 di maggio 1856 il Ministro degli affari esteri della Gran Brettagna esponeva in faccia al mondo stupefatto i motivi sui quali il Governo inglese si fondava per raccomandare a quello delle Due Sicilie di accordare un amnistia generale, e di operare talune riforme e miglioramenti: «affermando tali sue premure derivare dal profondo convincimento del pericolo imminente che corre l’Italia, a causa del minaccioso aspetto degli affari di Napoli. Protestava i suoi sentimenti di amicizia pel Re, al quale intendeva dare avvisi amichevoli, per provare la sincerità di quei sentimenti, per disporre il Re ad accogliere favorevolmente quei consigli, e per comprovargli che nessuna potenza straniera ha diritto d'intervenire negli affari interni di un altro regno». — Il Ministro suddetto parla del regime interno delle Due Sicilie, e senza esitare, prende il tono di rimprovero e la parte di accusatore; ne censura l’amministrazione interna come sistema di rigore e di ingiuste persecuzioni, condannato da tutte le nazioni civilizzate, ed insiste sulla necessità di dare garanzie per la debita amministrazione della giustizia, e per far rispettare le libertà personali e le proprietà. Insomma il Ministro esige, che si adotti una politica più in armonia allo spirito del secolo (68).

Il Valewski ministro di Napoleone III faceva altrettanto, e anche inmodo più impudente, in una sua Nota del 21 maggio; ma di queste cose diremo distesamente in altro capo.


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CAPO V

RIVELAZIONI

Parea, scrive l’Unità Cattolica del 15 febbraio 1874, che ornai non ci potessero più rivelare nulla di nuovo sul conte di Cavour, dopo ciò che ce ne dissero Domenico Berti, Nicomede Bianchi e Carlo Persano. Eppure la Lombardia ha saputo ancora scoprire una lettera, da cui risulta che Adelaide Ristori fu riguardata dal conte di Cavour come l’Apostolo del Regno d’Italia, perché si adoperò molto alla conversione dei diplomatici a Pietroburgo e a Parigi. Più innanzi riferiamo la lettera; ma poiché, non tutti i nostri lettori hanno usato od usano a' teatri, parecchi ignorano chi sia la Ristori, così ne daremo un breve cenno biografico.

Nacque nel 1821 a Cividale del Friuli, e i suoi genitori, che comparivano sulle scene, vi posero pure la figlia, ancora bambina di due mesi, nella commedia di Giraud, L’Aio nell’imbarazzo. Fatta grandicella proseguì in quella carriera, e fu allieva ed emula della Marchionni e della Robotti. Nel 1844 era già uno degl’idoli sollevati dalla Rivoluzione per raccogliere ed entusiasmare le masse popolari, come la ballerina Cerrito ed altrettali. Finché nel 1847 Giuliano Capranica, marchese del Grillo, se la tolse in moglie, e la Ristori allora abbandonò, per poco, il teatro.

Vi tornò più tardi, consacrandosi principalmente alla tragedia, e studiando i capolavori dell’Alfieri, che rappresentò la prima volta in Roma nel 1849, quando i Francesi assediavano l’eterna Città. Poi andò in Torino, e girò la Penisola riscuotendo frenetici applausi nella Mirra, nella Francesca da Rimini e nella Maria Stuarda. Nel 1855, poco prima del celebre Congresso, andò a Parigi, e riportava su que’ teatri i più splendidi trionfi, oscurando la famosa Rachel. Il nome della Ristori era sulle bocche di tutti, si dava alle diverse foggie dei mantelli, leggevasi su tutti i negozi ed in ogni giornale. Lamartine le dedicò i suoi versi, e il Governo del Bonaparte la voleva incorporata alla Comédie Franfaise.

Ma essa amò meglio di mostrasi nelle maggiori capitali d’Europa. Alla fine del 1857 era in Ispagna, applaudita col solito entusiasmo; durante la guerra d’Italia tornava a Parigi; nel 1860 fu in Olanda, e sul cominciare del 1861 a Pietroburgo. Dalla lettera che le scrisse il conte di Cavour impariamo, che la Ristori a Pietroburgo cercò di convertire il principe di Gorschakoff, il quale avea trovato nell’ingresso de' Piemontesi nelle Marche, nell’Umbria e nel Regno di Napoli, una solenne infrazione del diritto delle genti, richiamando perciò da Torino il Rappresentante della Russia.

Ai 20 di aprile del 1861 il principe di Gorschakoff non s’era ancora convertito, e il conte di Cavour scriveva alla Ristori: «Conviene che esso sia un peccatore impenitente, giacché gli argomenti che ella seppe con tanta abilità adoperare per sostegno della nostra causa mi paiono irresistibili.»Confidava tuttavia che le parole della Ristori «avessero lasciato nell’animo del Gorschakoff un germe, che si svilupperà e darà buoni frutti.»Diffatto, il 12 di luglio del 1862, la Russia riconosceva il Regno d’Italia, come appare dalla Gazzetta Ufficiale, numero 164.

Seguendo l’avviso del conte di Cavour, che eccitava la Ristori «a continuare il suo patriottico apostolato», nel 1862 essa andava a Berlino, dove erano altri increduli da convertire, e, in capo a tutti, il Sovrano. E la missione della tragica italiana ottenne anche là frutti copiosi, giacché Guglielmo Ile decretava la medaglia destinata ai benemeriti delle scienze e delle arti; ed ai 21 di luglio dello stesso anno riconosceva il Regno d’Italia. (Gazzetta Ufficiale,28 luglio 1862.)

Noi veggiamo sempre Adelaide Ristori là dove si agita la Rivoluzione e, con essa, le sorti italiane. Andata a Costantinopoli nel 1864, torna presto a Parigi, e vi si trova nel 1866 durante la guerra della Prussia e dell’Italia contro l’Austria. Il libro del generale la Marmora, Un pò più di luce ecc., ci racconta quanto importasse a que’ dì aver amici a Parigi, e noi siamo certi che Adelaide Ristori si sarà adoperata per l’acquisto della Venezia. Dopo viaggiò agli Stati Uniti d’America, dove dicono che in una sola serata guadagnasse meglio di ottanta mila lire; quindi percorse l’America del Sud, il Brasile, la Piata, la Confederazione Argentina. Ma sul cominciare del 1870 trovavasi di bel nuovo a Parigi pel suo apostolato, che finì colla catastrofe del Governo Napoleonico e colla presa di Roma, dove la Ristori corse subito a rappresentare commedie nel profanato palazzo apostolico del Quirinale.

Noi speriamo, conchiude l’articolo dell'Unità Cattolica, che riassumiamo, che piùtardi essa vorrà stendere le sue memorie politiche e diplomatiche, da cui risulterà quanti diplomatici, che non credevano al Papa, si arrendessero poi alla autorità irresistibile di Adelaide Ristori. In attesa di queste memorie, noi rechiamo per ora la lettera del conte di Cavour, che è la seguente:


Torino, 20 aprile 1861.


Cara signora marchesa,

Le sono gratissimo dell’interessante lettera che ella mi scrisse ritornando da Pietroburgo. Se ella non ha convertito il principedi Gorschakoff, conviene che esso sia un peccatore impenitente, giacché gli argomenti, che ella seppe con tanta abilità adoperare per sostegno della nostra causa, mi paiono irresistibili. Ma mi lusingo che, se il Principe non volle in sua presenza mostrarsi ricreduto, le sue parole avranno lasciato nell’animo suo un germe, che si svilupperà e darà buoni frutti.

Continui a Parigi il patriottico suo apostolato. Ella deve trovarsi in mezzo ad eretici da convertire, giacché mi si assicura essere la plebe dei saloni a noi molto ostile. È di moda ora in Francia l’essere papista, e Tesserlo tanto più che si crede meno ai principii che ilPapato rappresenta. Ma, come tutto ciò che è moda e non riposa sul vero (?!), questi pregiudizi non dureranno, massime se le persone, le quali, come lei, posseggono in grado eminente il dono di commuovere e persuadere, predicheranno la verità in mezzo a quella società, che, ad onta di molti difetti, più d’ogni altra sa apprezzare il genio e la virtù.

Mi congratulo dello splendido successo, che ella ha ottenuto sulle scene francesi. Questo nuovo trionfo (il trionfo di una commediante!) le dà un autorità irresistibile sul pubblico di Parigi, che deve esserle gratissimo del servizio che ella rende all’arte francese. Se ne serva di questa autorità a pro della nostra patria, e io applaudirò in lei non solo la prima artista d’Europa, ma il più efficace cooperatore dei negozii diplomatici.

Mi voglia bene e mi creda

Suo devotissimo

C.CAVOUR.

Ma la Ristori non era il solo istrumento di tal genere al servizio della Rivoluzione. In un raro libro, stampato in poche copie a Firenze nel 1872 dallo stabilimento di Giuseppe Civelli, intitolato: «Il Conte Luigi Cibrario e i tempi suoi, memorie storiche di Federico Odorici, dedicato alla Repubblica di S. Marino, citato anche dalla Unità Cattolica e dal Diritto Cattolico e che abbiamo sott’occhio, troviamo alcuni documenti, dai quali stralciamo i più interessanti, perché i nostri lettori si convincano sempre meglio di quali mezzi gli uomini della rivoluzione si siano serviti per innalzare questo mostruoso edificio che si chiama Regno d’Italia.

Uno dei primi documenti raccolti riguarda il famoso Congresso di Parigi, del quale abbiamo fin qui ragionato, e nel quale ebbe principiol’ultima guerra mossa al Papa ed ai Principi legittimi d’Italia. La importantissima lettera del Cavour al Caro Cibrario, che segue, dice abbastanza chiaramente, come s’incominciasse l’opera d'instaurazione dell'ordine morale negli Stati del Papa, e in quelli degli altri Principi italiani. Dice abbastanza, come si combattesse Pio IX, e, prima di ottenere l’intervento francese in Lombardia, quale sozzo intervento si usasse in Francia. Svela ancora altre ciurmerie della diplomazia piemontese di quei tempi. Il conte di Cavour partiva da Torino il 20 di febbraio, e sui primi di marzo scriveva a Luigi Cibrario la lettera, che trovasi nel citato libro di Federico Odorici, p.116, e dice cosi:


«Caro Cibrario,

«Sone nove giorni che ho lasciata Torino, e vi ho già scritto tre volte, spediti dispacci senza fine, ecc. Spero che sarete soddisfatto della mia corrispondenza. Credo bene, a discarico della vostra e mia responsabilità, di consegnare ne’ miei dispacci tutti i fatti interessanti, che mi vien fatto di constatare. Ho scritto al Re, riferendogli la conversazione, che m’ebbi ieri sera coll’imperatore. Onde mostrargli la necessità del segreto, lo pregai di non farne parola al Consiglio. Potete però parlargliene in particolare. Rimandatemi al più presto ARMILLADcoi documenti che ho chiesti a voi e a RATTAZZI.Lunedì andiamo in iscena: «se non piacevole, la cosa sarà curiosa. Intanto sono cominciati i pranzi ufficiali, e, se non le intelligenze, gli stomachi sono posti a dura prova. Vi avverto che ho arruolata nelle file della diplomazia la bellissima contessa di invitandola a coqueter (civettare) ed a sedurre, se fosse d’uopo, l’Imperatore. Le ho promesso, che, ove riesca, avrei richiesto per suo padre il posto di segretario a Pietroburgo. Essa ha cominciato discretamente la sua parte nel concerto delle Tuileries di ieri.

«Vostro aff. Mo

CAVOUR»


Proseguiamo nella preziosa raccolta, a edificazione del lettore.

L’8 di settembre del 1855 cadeva Sebastopoli. Allora il conte di Cavour, non era più Ministro degli affari esteri, ma solo presidente del Ministero, giacché ai 31 di maggio del 1855 il portafogli degli affari esteri era stato affidato a Luigi Cibrario, che lo tenne fino ai 29 di aprile 1856. Cavour scriveva dopo la caduta di Sebastopoli il seguente biglietto al ministro Cibrario.

Torino,15 Settembre 1855.

«Penso che avrete diretto felicitazioni ad Hudson ed a Grammont per la presa di Sebastopoli. Vedete coi colleghi se non sia il caso di far cantare un Te Deum. Quando non fosse altro, avrebbe il risultato di fare arrabbiare i clericali ecc.

C. CAVOUR.

Fu allora pensato ad un viaggio di re Vittorio Emanuele in Francia ed in Inghilterra, e ve lo accompagnò il conte di Cavour, essendo Rappresentante sardo presso la Corte inglese il marchese Emanuele D’Azeglio. Vittorio Emanuele giunse in Londra il 5 dicembre del 1855, e fu accolto dalla Regina nel castello di Windsor.

Il conte di Cavour scriveva al Cibrario la seguente lettera:

«dal castello di Windsor,6 dicembre 1855

«La cerimonia d’oggi superò la mia aspettativa. Il Re furicevuto in Londra nel modo il più soddisfacente. Lesse mirabilmente il discorso, che Azeglio aveva preparato, e si comportò quale perfetto gentiluomo. Io mi lusingo che l’impressione, che la condotta e le parole del Re hanno prodotta sul popolo inglese, non si cancellerà cosi presto e sarà produttrice di buoni risultati per il nostro paese. Non ho perduto il mio tempo avendo avuto cura di parlare ai capi di tutti i partiti. Li ho trovati tutti unanimi per l’Italia. Ma... ed è il ma che vi spiegherò. Il Re aderisce alle vive istanze dell’imperatore, e rimarrà un giorno di più a Parigi: «non saremo quindi a Torino che mercoledì venturo, ecc.

Frattanto si facevano gli apparecchi per il Congresso di Parigi, dove il Regno di Sardegna veniva rappresentato dal conte di Cavour e dal marchese Salvatore di Villamarina. Il ministro Cibrario desiderava che il Piemonte guadagnasse qualche cosa in quel Congresso, e quindi aveva ideato di trasferire il Duca di Modena Francesco Inei Principati Danubiani.

Il 21 febbraio 1856 giungeva in Parigi il conte di Cavour, e per prima cosa arruolava nelle file della diplomazia la bellissima contessa, di cui abbiamo parlato. Abbiamo riprodotto più sopra la lettera che lo stesso conte di Cavour scriveva al ministro Cibrario su questo brutto argomento. Federico Odorici, a pagina 116 del citato suo libro, scrive: «Le attrattive della contessa di pare non riportassero sulle prime gli sperati trionfi; poiché, avendo Cavour posto dinanzi lo scambio del territorio dal Cibrario suggerito, aggregando alla Sardegna i ducati di Parma e di Piacenza, fu dagli austriaci Legati, duramente respinto». Allora il conte di Cavour inventò un altra proposta, e fu di dare al principe di Carignano in moglie la Duchessa di Parma, e mandarli ambedue a comandare nella Moldavia e nella Valachia. Ecco la lettera su questo argomento, che il conte di Cavour scriveva al ministro Cibrario:


«Parigi, marzo 1856.

«Faccio partire il corriere ARMILLAD,per poter informare il Re e voi delle fasi della nostra negoziazione. Vedrete che, spaventato dalle difficoltà che il traslocamento del Duca di Modena ne’ Principati può sollevare, ho messo avanti un nuovo progetto, nel quale figura il Principe di Carignano. Né scrivo direttamente al Re, e spero che S. M. non lo biasimerà. Non si tratta di esaminare quale dei due progetti sia da preferire, ma di vedere qual sia di meno impossibile esecuzione. Non conviene però tacere, che si l’uno che l’altro incontrano gravissimo ostacolo nell’opposizione recisa della Turchia, e nella ripugnanza dell’Inghilterra ad esercitare la coazione necessaria per farla cedere. Avrei bisogno di essere ben chiarito sulla questione della riversibilità del Ducato di Modena. Non saprei ritrovare le regole che stabiliscono i diritti reciproci degli Arciduchi d’Austria. Discendenti da Beatrice, che portò alla Casa di Lorena i diritti di Casa d’Este e della Casa Cibo Malaspina, sovrana dei Ducati di Modena e di Carrara, non vi sono che il Duca regnante ed il suo prozio, entrambi senza prole. Morendo questi, chi eredita? Carutti ha, credo, esaminata la questione. Fate d’illuminarmi su d’essa al più presto possibile.

«C.CAVOUR.»


Dalla risposta, che il ministro Cibrario mandò da Torino al conte di Cavour, il 10 marzo 1856, risulta che l’imperatore Napoleone III avea fatto realmente la proposta di mandare il Duca di Modena nei Principati danubiani; ma che vennero sollevate tre difficoltà, la terza delle quali non ammetteva replica. Quali fossero non dice il Cibrario.

Il conte di Cavour rispondeva al ministro Cibrario con una lettera del 12 marzo del 1856, la quale fa cenno di altra lettera, che non conosciamo, ed anche di una, scritta allo stesso Cavour, tolta dall’Archivio Cibrario e riferita dall’Odorici a pag. 118, che è la seguente.


«Parigi, 12 marzo 1856.

«Ho ricevuta una vostra particolare, come pure una lettera del Re sulla questione parmense. Capisco quanto difficile sarebbe l’indurre il principe di Carignano ad andare in Valachia, conducendo prima all’altare quella tenera zitella della Duchessa di Parma. Nullameno parmi l’ostacolo non del tutto insuperabile; ma temo purtroppo che non avremo ad occuparcene, giacché i turchi si dimostrano feroci nella questione dei Principati. Non solo ricusano di abbandonare il supremo dominio, ma insistono per avere in mano le fortezze, che la Russia cede sulla sinistra sponda del Danubio. L’Inghilterra dice di non poter dispogliare i Turchi violentemente. La Francia quindi si trova sola, ad onta del suo buon volere. L’Imperatore non sa che cosa fare. Pure, essendo uomo di propositi tenacissimi, non ha dimesso il pensiero di far trionfare il primitivo progetto.

«Per non perdere tempo, metto in campo la questione delle Romagne. Per questa avremo caldi ausiliarii negl'Inglesi, i quali sarebbero assai lieti di mandare il Papa al diavolo; ma troveremo un ostacolo nel desiderio dell’imperatore di non mettersi male col Sovrano Pontefice. (Era atteso dall’Imperatore il suo primogenito che il Papa doveva tenergli al sacro Fonte.) Intanto sarà già un passo se otteniamo si parli dell’Italia, e che le Potenze occidentali reclamino la necessità di riformare lo stato delle cose in essa esistente. — Basta, se non raccoglieremo gran che, avremo seminato per l’avvenire.

«C.CAVOUR».

Lo stesso conte di Cavour, sotto la data del 4 di marzo, aveva già scritto un altra lettera al ministro Cibrario, ed anche questa merita di essere riferita:

«Parigi, 4 marzo 1856.

«La pace, come ve lo scrissi, è fatta a metà. Delle cose nostre non si è ancora parlato: «spero se ne parlerà tosto, ma con quale esito noi so. La mania di conciliare il Papa e di averlo a padrino ha tutto guastato. Le difficoltà che incontra la combinazione del Duca di Modena sono immense, onde in definitiva non ho grandi speranze. Non ho finora voluto trattare la questione dei sequestri, per non impicciare le grosse colle piccole questioni: «solo ne dissi alcune parole al segretario di Bourqueney; ma lo trovai più austriaco di Buoi. Quest’ultimo, col quale mantenni sempre le più cortesi riserve, mi pregò ieri disegnargli un ora per conferire insieme. Vedrò cosa mi dirà. Scriverò al Re relativamente al battesimo del nascituro Cesare. L’Imperatrice vuole assolutamente farlo benedire (vedi ignoranza d’un diplomatico: «benedire per battezzare'.) dal Papa. Spero che il Re sarà rimasto soddisfatto dal paragrafo del discorso dell'Imperatore, che lo riflette. Fu molto bene accolto. Arese mi ha scritto per lagnarsi che gli fosse stata aperta una lettera col suggello imperiale. La cosa mi pare impossibile: «vi prego di verificarla. Il Governo non può certamente volere sorprendere i secreti di Arese, col quale io sono in intima relazione. Monale, col suo colorito di polizia, ci troverebbe un gran gusto nello stabilire un cabinet noir; ma assolutamente non lo dovete permettere.

«C.CAVOUR».

Ora alle rivelazioni di fatti, che mostrano la somma degradazione in che era caduta la diplomazia piemontese, e le arti incredibilmente maligne onde si è servito quel Governo a danno del Papa e degli altri Principi italiani, chi non vede che la giustizia di Dio ha voluto dare la pena meritata permettendo che delle stesse arti si serva oggi la Internazionale per distruggere con la monarchia di Savoia il presente Governo?

Curiosa è pure la lettera che il Conte di Cavour, da Parigi, scriveva a Cibrario per ricusare un Legato a latere. Eccola come la riferisce l’Odorici a pagina 122:


«Parigi, aprile 1856.

«Vi ho scritto per telegrafo per pregarvi di affidare ad Arese l’incarico di portare la sua lettera di felicitazione all’imperatore. Né scrivo pure direttamente a Sua Maestà. Aggiungo poi che a niun patto mandi il Non lo potrei tollerare. Ditelo pure a Sua Maestà. Un inviato del Re sarebbe in certo modo mio collega, e non voglio a nessun conto il Né faccio questione ministeriale.

«Non posso avere accanto a me nelle riunioni diplomatiche in questo momento un retrogrado, un nemico del Governo. Lavoro notte e giorno in mezzo ad inaudite difficoltà; ma se queste crescessero pel fatto di S. M., non potrei reggere più oltre. Ve lo ripeto. Dichiarate al Re nel modo più rispettoso, ma il più positivo, che se il si presenta all’imperatore in nome suo, io parto da Parigi.

Il non può venire: «sarebbe in questo momento un vero scandalo. Spero che i miei colleghi approveranno la mia risoluzione; ma, comunque, ella è irremovibile.

«Vostro aff,mo CAVOUR.»


Frattanto tornato Cavour da Parigi, o per amore o per forza, Erario. Luigi Cibrario dovette cedergli il portafoglio degli affari esteri, e l’Odorici a pag. 125 riferisce i seguenti appunti particolari, che si trovarono tra le carte di Luigi Cibrario:

«1855, 27 aprile. — In seguito alla proposta fatta dai Vescovi in Senato sopra la legge della soppressione di alcune comunità religiose, il Ministero si ritira. Richiesto di continuare nel nuovo Ministero, ricuso, essendo stanchissimo, per non dir peggio, della vita ministeriale.

Nota autobiografica, cui vengono appresso le consecutive:

«1855, 31 maggio. — Sua Maestà, ricomponendo il Gabinetto, mi nomina Ministro degli affari esteri.»

«1856,9 aprile. — Supplico il Re perché mi dia la dispensa dalla carica di Ministro degli affari esteri. Dissimulo al Re le vere cause, che sono i mali tratti del Cavour, cause per altro occasionali, essendo io di mala voglia Ministro. — Il Re promette di contentarmi. Cavour manda Casati con lettere di scuse. Accetto le scuse, ma sono stanco del Ministero».

«29 aprile. — Torna Cavour, e io insisto pel mio ritiro immediato».

«9 maggio. — Ultima udienza ministeriale del Re, il quale mi dà titolo, grado ed onorificazione di primo Presidente della Corte d’appello. Sarebbe inoltre disposto a darmi il titolo di barone o conte, grazia che non accetto. Mi stringe a visitarlo spesso, e ad andare in villa con lui. Vuol porre a disposizione della mia famiglia il Castello di Verduno, ecc. Abbonda insomma di tratti di squisita bontà e particolare benevolenza. Il cuore mi brilla d'essere evaso dalla galera ministeriale!»

Il libro dell’Odorici contiene altri importanti documenti, che provano una volta di più l’odio implacabile della rivoluzione italiana, mossa dalla frammassoneria, contro il Papato: «ne faremo tesoro nel seguito del nostro lavoro.

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CAPO VI

DOPO IL CONGRESSO

Ritornato a Torino il Conte di Cavour, ai 5 di Maggio, fu nominato Ministro degli Affari esteri. Quindi nei due giorni seguenti rese conto alla Camera dei Deputati di quanto avevano operato i Plenipotenziari sardi nel trattato di Parigi, e fra le altre cose disse:

«La missione dei Plenipotenziari sardi aveva un doppio scopo. In primo luogo dovevano concorrere coi loro alleati all’opera della pace colla Russia, e alla consolidazione dell'impero Ottomano; in secondo luogo era debito loro di fare ogni sforzo onde attirarne l’attenzione dei loro alleati e dell’Europa sulle condizioni d’Italia, e cercar modo di alleviare i mali che affliggono questa Nazione». Disse delle conseguenze possibili del Trattato e dei vantaggi materiali, che erano per derivarne allo Stato; quindi aggiunse: «Ma più che ai vantaggi materiali stimo che dobbiamo badare a quelli morali, che dalle conferenze abbiamo ricavato. Io ritengo che non sia poca cosa per noi l’essere stati chiamati a partecipare a' negoziati, e prendere parte alla soluzione di problemi, i quali interessano non tanto questa o quell’altra Potenza, ma sono questioni di un ordine europeo. È la prima volta, dopo molti e molti anni, dopo forse il trattato di Utrecht, che una Potenza di second’ordine sia stata chiamata a concorrere con quelle di primo ordine alla soluzione di questioni europee. Cosi venne meno la massima stabilita dal Congresso di Vienna a danno delle Potenze minori. Questo fatto è tale da giovare non solo al Piemonte, ma a tutte le nazioni che si trovano in identiche condizioni. Certamente esso ha di molto innalzato il nostro paese nella stima degli altri popoli, e gli ha procacciato una riputazione, che il senno del Governo, la virtù del popolo, non dubito, saprà mantenergli.

«Vengo ora alla Questione italiana.

«Lo stato attuale d’Italia non è conforme alle prescrizioni dei Trattati vigenti. I principii stabiliti a Vienna e nei susseguenti Trattati sono apertamente violati; l'equilibrio politico, quale fu stabilito, trovasi rotto da molti anni.

«Quindi i Plenipotenziarii della Sardegna credettero dovere specialmente rivolgere l’opera loro a rappresentare questo stato di cose, a chiamare sopra di esso l'attenzione della Francia e dell Inghilterra, invitandole a prenderlo in seria considerazione.

«Qui non incontrarono serie difficoltà; giacché i loro alleati, sin dai primordi delle loro istanze, si dimostrarono altamente ad esse favorevoli, e manifestarono un sincero interessamento per le cose d’Italia. La Francia e l’Inghilterra, riconoscendo lo stato anormale in cui si trovava l’Italia in forza dell’occupazione di una gran parte delle sue contrade per parte di una Potenza estera, (e la Francia non era estera?) manifestarono, lo ripeto, il desiderio di veder cessata questa occupazione e ritornate le cose allo stato normale.

«Ma un’obiezione veniva mossa alle nostre istanze. Quali saranno le conseguenze dello sgombro delle truppe estere, se le cose rimangono nelle attuali condizioni? I Plenipotenziarii della Sardegna non esitarono a dichiarare che le conseguenze di tale sgombro, senza preventivi provvedimenti, sarebbero state di un carattere il più grave, il più pericoloso, e che perciò non sarebbero stati giammai per consigliarlo; ma soggiunsero che essi ritenevano, come, mercé l’adozione di alcuni acconci provvedimenti, quello sgombro si sarebbe reso effettuabile.

«Invitati a far conoscere la loro opinione, essi pensarono di dover formulare, non già un memorandum, ma una memoria, che, sotto forma di nota verbale, venne consegnata alla Francia e all’Inghilterra.

«L’accoglienza fatta a questa nota fu molto favorevole. L’Inghilterra non esitò a darvi la più intera adesione; la Francia, ammettendo la proposta in principio, stimò di dover fare un ampia riserva all’applicazione che per noi si chiedeva.

«Fu deciso dal Governo Francese con quello dell'Inghilterra, che la questione sarebbe sottoposta al Congresso di Parigi; e ciò fu nella tornata degli otto Aprile.

«I Plenipotenziarii dell’Austria opposero alla proposta della Francia e dell’Inghilterra una questione pregiudiziale, affinché non fosse ricevuta. Essi dissero, e, diplomaticamente parlando, con ragione, che il loro Governo non essendo stato prevenuto prima della riunione del Congresso che si avrebbe a trattare delle cose d’Italia, essi non avevano né istruzioni, né poteri all’uopo.

«Nessun risultato positivo si può dire essersi ottenuto. Tuttavia io tengo essere un gran fatto questa proclamazione che si fece, per parte della Francia e dell’Inghilterra, della necessità di far cessare l’occupazione dell’Italia centrale, e dell'intendimento per parte della Francia, di prendere tutti i provvedimenti a quest’uopo necessarii.

«Io vi ho esposto, o Signori, il risultato delle negoziazioni alle quali abbiamo partecipato.

«Rispetto alla questione italiana non si è, per dir vero, arrivati a grandi risultati positivi. Tuttavia si sono guadagnate, a mio parere, due cose: «la prima, che la condizione anormale ed infelice dell’Italia è stata denunziata all’Europa, non già da demagoghi, da rivoluzionarii esiliati, da giornalisti appassionati, da uomini di partito; ma bensì da Rappresentanti delle primarie Potenze di Europa, da statisti che seggono a capo dei loro Governi, da uomini insigni, avvezzi a consultare assai più la voce della ragione, che a seguire gl’impulsi del cuore.

«Ecco il primo fatto che io considero come di una grandissima utilità.

«Il secondo si è, che quelle stesse Potenze hanno dichiarato essere necessario, non solo nell’interesse dell’Italia, ma in un interesse Europeo, di arrecare ai mali d’Italia un qualche rimedio. Non posso credere che le sentenze profferite, che i consigli predicati da nazioni, quali sono la Francia e l’Inghilterra, siano per rimanere lungamente sterili.

«Sicuramente, se da un lato abbiamo da applaudirci di questo risultato, dall’altro debbo riconoscere che esso non è scevro d’inconvenienti e di pericoli. Egli è sicuro che le negoziazioni di Parigi non hanno migliorato le nostre relazioni coll’Austria. Noi dobbiamo confessare, che i Plenipotenziarii della Sardegna e quelli dell’Austria, dopo di aver seduto due mesi a fianco, dopo di aver cooperato insieme alla più grande opera politica che siasi compiuta in questi ultimi quarant’anni, si sono separati senza ire personali, ma coll’intima convinzione esser la politica dei due paesi più lontano che mai dal mettersi d’accordo, essere inconciliabili i principii dall’uno e dall’altro paese propugnati.

«Questo fatto è grave, non conviene nasconderlo; questo fatto può dar luogo a difficoltà, può suscitare pericoli; ma è una conseguenza inevitabile, fatale, di quel sistema leale, liberale, che il Re Vittorio Emanuele inaugurava salendo sul trono, di cui il Governo del Re ha sempre cercato di farsi l’interprete, al quale avete voi sempre prestato fermo e valido appoggio. Né io credo che la considerazione di queste difficoltà, di questi pericoli, sia per farvi consigliare al Governo del Re di mutar politica.

«La via che abbiamo seguita di questi ultimi anni ci ha condotto ad un gran passo. Per la prima volta nella storia nostra la Questione italiana è stata portata e discussa avanti ad un Congresso europeo, non come le altre volte, non come al Congresso di Lubiana e al Congresso di Verona, coll’animo di aggravare i mali d’Italia e di ribadire le sue catene; ma coll’intenzione altamente manifestata, di arrecare alle sue piaghe un qualche rimedio, col dichiarare altamente la simpatia che sentivano per essa le grandi Nazioni.

«Terminato il Congresso, la causa d’Italia è portata ora al tribunale della pubblica opinione, a quel tribunale, a cui, a seconda del detto memorabile dell’imperatore de' Francesi, spetta l'ultima sentenza, la vittoria definitiva.

«La lite potrà essere lunga, le peripezie saranno forse molte; ma noi, fidenti nella giustizia della nostra causa, aspettiamo con fiducia l’esito finale. (69)

Discorsero in vario modo varii deputati, in favore o contro il Trattato; Cavour diede alcune spiegazioni; Cadorna propose, e la Camera, udite le spiegazioni date dal presidente del Consiglio dei ministri, approva la politica nazionale del Governo del Re, e la condotta dei Plenipotenziarii sardi nel Congresso di Parigi; e, confidando che il Governo persevererà fermamente nella stessa politica, passa all’ordine del giorno». (70)

Il 10 di Maggio, il trattato di Parigi veniva presentato al Senato, al quale Massimo d’Azeglio faceva la seguente proposta:

«Il Senato, convinto delle felici conseguenze che dovrà arrecare il Trattato di Parigi, sì per promuovere la civiltà universale, come per stabilire sulle sue vere basi l’ordine e la tranquillità della Penisola italiana; riconoscendo altresì l'onorevole parte che ebbe ad ottenere questo desiderato effetto la politica del Governo del Re, unita all’opera dei suoi Plenipotenziari al Congresso, esprime un voto di piena soddisfazione».

Il Senato approvò ad unanimità la proposta, e le tribune applaudirono (71).

Conosciute tali cose a Vienna, per mezzo degli atti del parlamento di Torino, il Conte Buoi, Ministro austriaco, senza perder tempo, indirizzava ai Rappresentanti austriaci a Roma, a Napoli e agli altri Stati italiani la seguente Nota:

«Il Conte di Cavour dichiarò, che i Plenipotenziari dell’Austria e della Sardegna al Congresso di Parigi si erano divisi coll’interna persuasione, che i due paesi erano più lungi che mai dall’accordare la loro politica, e che i principii rappresentati dai due Governi erano inconciliabili. Dopo presa cognizione delle spiegazioni date dal Conte di Cavour al parlamento piemontese, non possiamo, io lo confesso apertamente, che soscrivere a tale dichiarazione da esso fatta sulla immensa distanza che ci divide da lui sul terreno dei principii politici.

«Fra gli allegati del Presidente del Consiglio dei Ministri, assoggettati all’esame della Camera, ci sembrò degna di particolare attenzione la nota portante la data del 16 Aprile, presentata dai Plenipotenziari piemontesi ai capi dei Gabinetti di Londra e di Parigi. Ridotto alle più semplici espressioni, quest’atto non è altro che un appassionato libello contro l’Austria. Il sistema di compressione e reazione violenta, inaugurato nel 1848 e 1849, asserisce il Conte di Cavour, deve necessariamente mantenere le popolazioni in uno stato d’irritazione costante e di fermento rivoluzionario; e i mezzi dall’Austria impiegati onde comprimere un tale fermento, l’occupazione permanente di territorii che non le appartengono, annullano, secondo il Presidente del Consiglio dei Ministri, l’equilibrio ristabilito dal Trattato di Vienna, e sono una incessante minaccia pel Piemonte. I pericoli che sorgono pel Piemonte dall’estensione delle forze dell’Austria, sono, cigli occhi del Conte di Cavour, sì grandi, che essi potrebbero costringere da un ora all’altra il Piemonte ad appigliarsi a partiti estremi, le cui conseguenze è impossibile valutare. In tal guisa i timori, che il contegno dell’Austria in Italia inspira al capo del Gabinetto sardo, servono di pretesto per lanciare contro di noi una minaccia, a mala pena velata, da nulla certamente provocata.

«L’Austria dal suo canto non può in verun modo aderire alla missione assunta dal Conte di Cavour, a nome della Corte di Sardegna, di alzare la sua voce a nome d’Italia. V’hanno sù questa Penisola diversi Governi, pienamente l’uno dall’altro indipendenti, e come tali riconosciuti dal diritto pubblico di Europa. Questo diritto pubblico d’Europa, d’altro canto, nulla sa della specie di protettorato che il Gabinetto di Torino sembra voler assumersi in suo confronto. Per quanto riguarda noi, sappiamo apprezzare l’indipendenza dei diversi Governi esistenti nella Penisola, e crediamo dar loro nuova pruova di questo apprezzamento, appellandoci in questo affare al loro imparziale giudizio. Voi non ci taccerete di menzogneri, ne siamo altamente persuasi, ove asseriamo che il Conte di Cavour si sarebbe molto più avvicinato alla verità, qualora avesse invertito il suo ragionamento e avesse asserito tutto il contrario di quello che fece.

«Giudicando dalle sue parole, soltanto il prolungato soggiorno delle milizie ausiliarie in alcuni Stati italiani mantiene il malcontento e il fermento degli animi. Non sarebbe stato infinitamente più giusto il dire: «la continuazione dell’occupazione non è soltanto resa necessaria dalle incessanti manovre del partito dello sconvolgimento, e nulla è più adatto a incoraggiare le sue colpevoli speranze ed eccitare le sue ardenti passioni, dei discorsi incendiari! che tuonarono, non ha molto, sotto le volte del Parlamento piemontese? Il Conte di Cavour asserì: «la Sardegna, gelosa della indipendenza degli altri Governi, non permette che una Potenza qualsiasi possa avere il diritto d’intervento in altro Stato, quando anche questo l’abbia formalmente invitata. Spingere tanto oltre il rispetto per l’indipendenza di altri Governi, da loro contestare il diritto di chiamare in soccorso una Potenza amica, nell’interesse della loro conservazione, ella è una teoria, alla quale l’Austria rifiutò costantemente la sua approvazione. I principii che l’Austria professa in proposito sono troppo conosciuti per indurci qui ad esporli di nuovo.

«L’Imperatore e i suoi augusti antecessori, nell'esercizio del loro incontestabile diritto di sovranità, prestarono più di una volta soccorso armato ai vicini, che lo avevano chiesto contro interni o esterni nemici. Questo diritto l’Austria vuol mantenerlo inalterato, e riservarsi la facoltà di farne uso all’uopo. Del resto, é egli permesso a chiunque siasi di nutrire dubbii sulle intenzioni predominanti nelle intervenzioni dell’Austria in diversi tempi, quando sta dinanzi aperto il libro della storia per mostrare che noi, in tal modo agendo, mai non seguimmo secondi fini o mire d’interesse, e che le nostre milizie si ritirarono immediatamente, allorché le competenti autorità dichiararono essere esse in istato di mantenere la tranquillità senza aiuto straniero? E sempre si confermerà un tal fatto.

«Appunto come le nostre milizie abbandonarono la Toscana, appena fu sufficientemente consolidato l’ordine legale, elleno saranno pronte a sgombrare gli Stati pontificii, appena il Governo non avrà più bisogno di loro per difendersi contro gli attacchi del partito rivoluzionario. Del resto, non è nostra intenzione di escludere dal novero dei mezzi addotti al più facile raggiungimento di questo risultato sagge riforme interne, che noi abbiamo incessantemente raccomandate ai Governi della Penisola, nei limiti di una sana prattica e con tutti i riguardi dovuti alla dignità ed alla indipendenza degli Stati; in riguardo alle quali non riconosciamo nel Gabinetto di Torino il diritto di erigersi a censore privilegiato. D’altro canto noi siamo persuasi che gli uomini dello sconvolgimento non cesseranno dal dirigere le loro macchine di guerra contro l'esistenza dei legali Governi d’Italia, sino a tanto che vi saranno paesi che loro accordano appoggio e protezione e vi avranno uomini di Stato che non rifuggano di diriggere un appello alle passioni ed agli sforzi tendenti allo sconvolgimento.

«In breve, lungi dal lasciarci deviare dalla direzione del nostro procedere da un inqualificabile attacco, che vogliamo ammettere sia stato provocato dal bisogno di una vittoria parlamentare, attendiamo di piè fermo gli avvenimenti, convinti che il contegno dei Governi italiani, che furono, come noi, oggetto degli attacchi del Conte di Cavour, non differirà dal nostro.

«Pronti ad applaudire ogni ben intesa riforma, pronti ad incoraggiare ogni utile miglioramento, che parta dal libero e spregiudicato volere dei Governi italiani, pronti ad offrire loro la nostra morale e zelante cooperazione per lo sviluppo delle loro fonti di prosperità e del loro benessere, l'Austria è pur anco fermamente risoluta di mettere in opera tutta la sua forza per respingere qualsiasi ingiusto attacco, da qualunque parte esso provenga, e di cooperare dovunque si estende la sfera della sua attività, perché vadano ad arenarsi i tentativi dei fomentatori di disordini e dei fautori dell’anarchia». (72)

Nota dignitosa ed eccellente, se ne eccettui le frasi un pò elastiche risguardanti le cosi dette riforme, le quali pur troppo potevano essere interpretate a senso dei mestatori, mentre che le uniche e vere riforme da farsi in alcuni dei Governi della Penisola erano quelle soltanto di una più saggia e ferma repressione dei settarii e delle loro dottrine, e una più leale e franca protezione della Chiesa e dei salutari suoi insegnamenti.

Tale nota, mentre provava a maraviglia la perfidia del Piemonte e dei suoi fautori ed amici, provava ancora la impotenza dell’Austria, che il giorno dopo del Congresso sentiva già gli effetti disastrosi della sua politica durante la guerra. Abbandonata dalla Russia, trovavasi alla sua volta sola in faccia alla coalizione delle tre Potenze massoniche occidentali, succeduta a quella delle tre Potenze del Nord, e distrutta dalla guerra d'oriente. Disprezzata fin d’allora dai settarii, l’Austria non si sentiva più forte abbastanza da chiedere conto dell’inqualificabile operato dei Plenipotenziarii gallo-anglo-sardi: «trovavasi quindi costretta a difendere la propria dignità in una nota diplomatica. Altra volta il glorioso Impero degli Absburghi avrebbe inflitta una giusta lezione agli impudenti attentati della Sardegna e dei suoi alleati; oggi accontentavasi di confutarli! E questo fu il primo immediato effetto del Congresso di Parigi, che doveva trarne seco infiniti altri, fino al discacciamento dell'Austria dall’Italia, alla distruzione di tutti gli Stati della Penisola, e all'imprigionamento del Sommo Pontefice in Vaticano.

A corroborare le quali asserzioni servono mirabilmente le lettere del La Farina, uno dei più importanti uomini della rivoluzione dopo Cavour, dal quale era stato messo a parte delle segrete cose della sua politica. Rechiamo alcune di queste lettere, e per la prima la seguente diretta a Giuseppe Oddo, a Malta:


Torino, 29 Aprile 1856.

Carissimo Oddo,

«… Il Congresso di Parigi ha, secondo me, dato un colpo terribile ai governi italiani. E la prima volta che un assemblea di diplomatici, gente senza cuore e senza coscienza, riconoscono che han torto i governi e ragione i popoli. Né io mi dolgo di non avere essi adoperate le armi in nostro favore: «se cosi avessero fatto, certo ne avrebbero voluto profittare; ed in questo caso Napoli sarebbe stata serva dei Francesi e Sicilia degli Inglesi. Ciò che noi abbiamo acquistato è la certezza, che questi governi non ci saranno contrarii, e che l’Austria esce dal Congresso umiliata, dirimpetto al Piemonte, dispettata dalla Russia, e in odio alla Francia ed all’Inghilterra. Pare quindi a me che il tempo sia propizio a farci vivi. Questo è anche il parere dei nostri migliori, come Michele Amari ed altri. E quindi necessario promuovere un agitazione gagliarda in Sicilia", e posso assicurarvi che il medesimo va a farsi per le Legazioni, per la Toscana e pei Ducati.

Avete voi mezzi con Palermo? Nel caso affermativo avvisatemi. La parola d’ordine sarà: «Indipendenza ed unità d'Italia; FUORI L’AUSTRIA ED IL PAPA:«al resto ci penserà Dio (!?). Io sono stato finora contrario ad ogni movimento, nella convinzione che i tempi non erano opportuni. Ora però sono persuaso, che se noi lasceremo passare quest'anno, faremo un grande errore; perché, da qui ad un anno, chi sa quali mutamenti potranno seguire nella politica Europea. Animo adunque, e rimettiamoci all’opera con fede e con zelo.»

Cosi a Giuseppe Oddo emigrato a Malta scriveva La Farina, il quale a Vincenzo Natoli, luogotenente nel 3° reggimento della legione anglo-italiana, egualmente a Malta, ripeteva le medesime cose, dichiarando meglio il pensiero della rivoluzione:


Mio carissimo Natoli.

Torino, 29 Aprile 1856.

Vi ringrazio del gentile pensiero che avete avuto per me, e vi son grato delle notizie che mi avete dato della Legione, la quale, a quanto sento da ogni parte, si fa veramente onore. Qui non vi è nessuno avviso ufficiale di scioglimento, e mi persuado che anche se fosse sciolta, ciò non avverrà che da qui a qualche tempo. Cercate frattanto d’istruirvi nelle armi il più che potete, perché grandi avvenimenti potrebbero essere non lontani.

Il Congresso di Parigi ha dato un colpo morale fatalissimo ai governi italiani: «è la prima volta che una riunione di diplomatici dice, che i governi han torto ed i popoli han ragione. Questo fatto è per me di grande importanza, e racchiude in sé il seme di una rivoluzione (73). Bisogna quindi tenerci apparecchiati e pronti a profittare d’ogni evento e di ogni opportunità favorevole. La dimora della Legione in Malta toglie i sonni al re di Napoli. Mi dicono che in Sicilia abbia prodotto una qualche agitazione.»

La politica dell’Inghilterra apparisce a mano a mano più chiara nelle lettere del La Farina. E mentre le armi quietavano per la pace conchiusa, gli armati anglo-italiani, come le altre legioni straniere assoldate dall’Inghilterra per la guerra di Crimea, erano mantenuti in attesa di nuove imprese contro amici governi. Poco dopo la surriferita lettera al Natoli, La Farina scriveva la seguente ad Ernesta Fumagalli-Torti, altra apostola della rivoluzione, con la quale era in continue relazioni:


«Carissima Sig. Ernesta,

«Torino 8 Maggio.

Si diceva che la Legione sarebbe ben presto sciolta, in effetto del trattato di pace; ma posso assicurarvi che fin ora non v’è alcuna disposizione in proposito, e che anzi pare che l’Inghilterra voglia continuare a tenere al suo servizio tutte le legioni straniere, finché non sieno accomodate le cose d’Italia. Qui ha destato una forte commozione la discussione del trattato e dei protocolli delle conferenze di Parigi; ma più di tutto le parole dette da Cavour ieri l’altro nella Camera dei Deputati. La discussione ha finito con un ordine del giorno lodativo del Ministero, al quale ordine del giorno si associò anche la sinistra e gran parte della destra fra gli applausi universali. Il solo Della Margherita ed altri cinque o sei con lui votaronocontro; ma Revel votò a favore. Qui tutti sono convinti che ci apparecchiamo ad una guerra, e che questa guerra possa essere non lontana. Si Vuole che l’Inghilterra abbia promesso al Piemonte, in caso di guerra, un soccorso di 30,000 uomini e di una flotta.»

Fra le lettere del La Farina havvene altre di altri cospiratori di conto, a lui dirette, che non vogliono essere trascurate: «tutte collimano all’istesso intendimento e tutte aggiungono lume a rischiarare le vie tenebrose della grande congiura contro la S. Sede e contro gli Stati italiani. La seguente è di Ruggero Settimo, famoso agitatore siciliano:


«Pregiatissimo Amico

Malta, 21 Maggio 1856.

«… Relativamente al disegno dell’avvenire per la Sicilia, non potendosi sperare di meglio, applaudisco a quanto me ne avete scritto, essendovi molto da guadagnare sotto tutti gli aspetti, e coincide per altro nella sostanza a quanto noi ci saremmo contentati dietro le trattative con lord Minto. Epperò non siamo d’accordo in quanto al principio di promuovere la rivoluzione in Sicilia sulle promesse d’aiuti segreti, mentre questi, a mio credere, dovrebbero essere reali, positivi e palesi; senza di che non si farebbe che provocare la tanto abbominevole anarchia, e con essa il trionfo dei malvagi e l’avvilimento di tutti i buoni.»

«Dev. Affez. servo ed amico

«Ruggero Settimo.»


Più tardi, nel mese di luglio, il La Farina scriveva ad un altro cospiratore, Vincenzo Cianciolo, residente a Genova, e gli diceva così:


«Carissimo Amico

Torino, 19 Luglio 1856.

«Vi scrivo per sollecitare, quanto è possibile, la partenza dell’amico. La ragione è, che ho da notizie positive che in Napoli si farà un tentativo importante da qui a poco. La cosa è così segreta, e mi è stata confidata con tante esortazioni e promesse da mia parte di silenzio, che non ne ho fatto parola neppure con Gemelli. Vi confido anche, che in Toscana il lavoro va bene, ed in Romagna benissimo. In nome di Dio adunque, mettiamo mano all’opera. Assicurate l’amico, che, se nella città dove egli va l’affare riesce, da Malta si farà un tentativo in altro luogo.

«Domani riceverete una lettera per l’amico di Messina; vi raccomando spedirla al più presto.»


E il 3 Agosto, egualmente da Torino, scriveva allo stesso:

«... Le notizie che ricevo direttamente da Napoli confrontano con quelle che voi mi date, e ci farebbero sperar bene anche dalla parte dell’esercito. In Massa e Carrara Mazzini, al solito, non potendo fare, ha tentato disfare l’opera nostra. Che razza di patriottismo sia questo, io davvero noi so.

Come si vede, Mazzini, che lavorava sempre per fare dell’Italia una repubblica, sembrava in quel momento in contraddizione con Cavour e La Farina, monarchici unitari. Si accordavano però sempre nel voler distrutti i Principati italiani onde distruggere quello della Chiesa. — Ma abbiamo ancora da dire qualche cosa circa il Congresso di Parigi.


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CAPO VII

IL PRINCIPIO DEL NON INTERVENTO

Composte alla meglio e in fretta, siccome narrammo, le cose con la Russia, il Congresso di Parigi, che al di fuori si era mostrato più o meno scrupoloso osservatore degli altrui diritti, al di dentro e, come suol dirsi, dietro le scene, per taluni di quei Plenipotenziari, specialmente pei francesi, per gl'inglesi e pei sardi, fu un vero Club rivoluzionario, nel quale ad altro non si attese, che a diplomaticamente cospirare contro la S. Sede, e contro i governi che ne erano principali sostegni, in ispecial modo contro l’Austria e contro il Re delle Due Sicilie, Ferdinando II. — Egli, che solo nella cessata guerra si era condotto con cavalleresca lealtà verso l’amica Russia, ne veniva da lei rimeritato, dopo qualche inutile atto diplomatico, abbandonando il giovane figliuol suo Francesco II, in balìa della rivoluzione, allorché si trovò oppresso dagli alleati cospiratori d’Occidente. Quale mostruoso spettacolo di egoismo e di ingratitudine! — Saremmo tentati a dire, che nel Congresso di Parigi vi furono uomini d’una arcaica buonafede, che non si accorsero di quel che si faceva sotto tavolo, se non fosse noto che i più scaltriti settari di Europa, i più famosi cospiratori sedevano in quel consesso. Quindi è, che mentre si stabiliva nell'illustre Areopago, riservandolo in petto, il principio sommamente immorale e contro natura del Non intervento (contro del quale solennemente protestava Calderon Colantes nelle Cortes Spagnuole, confessando come Napoleone III minacciasse guerra alla Spagna, se fosse intervenuta a favore del Papa), si iniziava un triplice intervento diplomatico, rivoluzionario, armato contro i pacifici Stati d’Italia e i loro governi a profitto del Piemonte; di guisa che agli amici fosse inibito d’intervenire, ai nemici lasciato pieno libito d’invadere e soggiogare a man salva.

Dicemmo cospiratori rivoluzionari i maneggiatori del famoso Congresso; imperocché lo scopo apparentemente principale di esso fu di riconoscere ed assicurare la piena indipendenza e autorità del Turco nei propri Stati, e si combatteva intanto quella della S. Sede. Il Conte Walewski, degno ministro e plenipotenziario del Sire francese, dichiarava pomposamente in seno al Congresso che «il titolo di Figlio primogenito della Chiesa, onde si gloria il Sovrano di Francia, fa un dovere all’imperatore di prestareaiuto e sostegno al Sovrano Pontefice»; ma ne accusava nel medesimo tempo la condizione anormale, la situation anormale, del Governo; e perché non rimanesse solo il Pontefice nell'accusa, gli veniva associato (assai onorevolmente) il Re di Napoli, al Governo del quale quei sapienti davano i soliti disinteressati avvertimenti!… L’ingerenza dei proclamatori del nuovo principio di non intervento in casa altrui apparve si impudente, che non potè fare a meno di altamente indignare ogni uomo onesto; di guisa che, nel maggio del medesimo anno 1856, discutendosi nel Parlamento inglese di ciò che si era fatto nel Congresso parigino, il Signor Sidney Herbert energicamente inveiva contro «la passione d’intromettersi begli affari degli altri paesi». E il sig. Gibson esclamava: «È veramente strano il vedere i protocolli che invitano ad intervenire negli affari di Napoli e di Roma, in quella che tali documenti si studiano di far apparire che in Turchia (dove pur si potrebbe credere aver noi qualche dritto d’intervento) ogni cosa deve emanare dalla volontà. spontanea del Sultano.»E Gladstone, l’istesso Gladstone, il celebre scrittore delle Lettere Napolitane, così maligne verso il Governo del Re Ferdinando, accennando al protocollo dell’8 Aprile, in uno di quei lucidi intervalli, che non mancano mai anche alle menti più pervertite, dichiarava: «Dubito grandemente della prudenza di ciò che si è fatto... È ella questione molto grave ed anzi credo sia una totale innovazione nella storia dei Congressi di pacificazione.1.di occuparsi di simili argomenti in conferenze ufficiali; 2. di rendere di pubblica ragione le risoluzioni prese.»

Quindi è che giustamente il Lamartine caratterizzava il Congresso parigino: «Une déclaration de guerre sous une signature de paix; la pierre d?attente du Chaos européen; la fin du droit public en Europe!

Il peggio si fu la ceffata data da Napoleone III a tutte indistintamente le Potenze europee, arrogandosi ei solo fra tutti il dritto d’intervenire. Il quale intervento per soprassello veniva tacitamente o espressamente consentito dai Plenipotenziarii europei, ed era tanto più poderoso e temibile in quanto che veniva ammesso dalla parte più alta, e da molti creduta più sapiente, dei vari Stati. Ma gran parte di essi, piuttosto che dei propri Governi, erano i plenipotenziari della Frammassoneria, la quale appunto aspettava l’iniziativa dell’intervento diplomatico, per metter mano all’intervento rivoluzionario, mentre apparecchiava quello delle armi.

E l’intervento rivoluzionario scoppiò subito, e si palesò trionfante nelle aule dei cosiddetti rappresentanti del popolo della Camera di Torino, allora appunto che in quella meno corrotta dell’Inghilterra, si protestava contro la strana ingerenza consegnata nei protocolli del Congresso. Infatti, fin dal 7 di Maggio 1856, il Deputato Lorenzo Valerio diceva: «Le nostre parole, le parole del sig. Presidente del Consiglio, di tanto più importanti delle nostre, non istaranno sicuramente chiuse in questo recinto, o serrate nei confini che segna il Ticino... Queste varranno a ridonare coraggio agli animi abbattuti, e faranno audaci gli animi coraggiosi; e l'audacia e il coraggio, che ne verrà ai nostri fratelli del rimanente d'Italia, non istarà lungo tempo senza farsi sentire.»(Atti uff. N. 257).

Ciò fu così vero, che non andò guari e nel Luglio del medesimo anno 1856 si scuoprivano a Novara e altrove casse di facili, di stili e di cartuccie; e la notte del 25 dello stesso mese si tentava una invasione rivoluzionaria in Massa e Carrara, mentre si mandavano emissarii a Firenze, a Napoli e a Roma. Nella nota indirizzata dai Plenipotenziarii sardi a Lord Clarendon e al Conte Walewski, il 16 Aprile 1856, non appena terminato il Congresso di Parigi, essi scrivevano: «La Sardaigne est le seul État de l’Italiequi ait pu élever une barrière infranchissable del’esprit révolutionnaire.»Vale a dire, la rivoluzione è da pertutto in Italia, fuorché in Sardegna! — Ed era vero; conciossiaché, essendo il Governo sardo l’istessa rivoluzione personificata, gli altri Stati italiani, non rivoluzionarii, erano una permanente rivoluzione contro la rivoluzione, in quell'istesso modo che la proprietà pel ladro è un furto!... Quindi è che il deputato Buffa, facendo eco alla citata nota, affermava: «Le condizioni dei varii popoli italiani sono più o meno intollerabili, ma tutte infelici. Ad essi è negata non solo ogni libertà, ma anche quella stessa larghezza, che gli stessi Governi assoluti oggidì, purché civili, non sogliono negare Tutto questo non fa che alimentare lo spirito di rivoluzione, che, sorgendo la occasione, può diventare un gran pericolo, come per l’Europa intera, così più specialmente per noi... Lo spirito rivoluzionario si manifesta e si svolge in tutti i paesi dove sono stanziate le milizie austriache.»Né si dica che il Governo sardo dissentisse dai suoi Deputati; che anzi ne approvava altamente le parole, alle quali era sollecito di dare la maggiore diffusione.

«Tutti ricordano, scriveva a quei giorni l'Italia e Popolo (30 Luglio 1856) come, all’epoca della memoranda discussione parlamentare, il Governo sardo, a far divampare il fuoco latente nelle altre provincie d’Italia, facesse stampare i discorsi di Cavour e di Buffa, e li diffondesse a migliaia. di copie nei Ducati, nelle Romagne, nel Lombardo-Veneto, a Napoli e in Sicilia.»

È inutile di notare dopo di ciò quanto a ragione la Gazzetta austriaca, parlando della succitata Nota, scrivesse: «La nota del 16 di Aprile, sottoscritta dal Conte di Cavour e dal Marchese di Villamarina, è un appello alla rivolta! Il Diritto, giornale non punto sospetto, conveniva perfettamente colla Gazzetta austriaca, e nel suo numero 126, dei 28 Maggio, diceva: «La conseguenza è quella che ne trae la Gazzetta austriaca; perocché dire ad un popolo, come l’italiano, ancora di vita gagliarda e indomita: «— i tuoi patimenti sono senza nome, i tuoi oppressori senza umanità, né v'ha chi possa toglierti di dosso il giogo, colpa la perfidia dell’Austria, — vuol significare che lo si incita a disperati tentativi, che la legge della propria conservazione consiglia e suggerisce un tenace amore alle proprie tradizioni; vuol significare in fine, che gli si addita qual'è l’antico, l’inconciliabile avversario di ogni suo bene — l'Austria — e gli si dice: «— insorgi contro essa! — Parliamo francamente, è UNVERO APPELLO ALLA RIVOLTA.»

Intanto vennero fuori le offerte per i cento cannoni di Alessandria, ideate, diceva l’Armonia di quel tempo, apparentemente dalla Gazzetta del Popolo di Torino; ma favorite dalla Gazzetta piemontese, per mettere in rivoluzione l’Italia. Quindi le spedizioni di filibustieri partite dagli Stati di Sardegna per gli altri Stati d’Italia; quindi il Barone Bentivegna, che, presa la imbeccata a Torino, sbarca in Sicilia; e Pisacane, che da Genova va a Salerno; e il regicida Agesilao Milano, che trova protettori e panegiristi in Piemonte; e i Diplomatici sardi, che abusano a Firenze, a Napoli, a Roma e negli altri Stati italiani della propria inviolabilità, per cospirare e proteggere i cospiratori, e si servono della salvaguardia del diritto sacro delle genti per trascinarlo con le loro persone e il loro governo nel fango.

Aggiungi a questo l’epistolario del famoso Daniele Manin che impunemente dice in Piemonte agli Italiani: «Agitatevi ed agitate; l’agitazione non è propriamente l’insurrezione, ma la precede e la prepara. Sommate queste ed altre molte simili circostanze, che sarebbe soverchio di qui arrecare, e di leggieri potevasi prevedere quali sarebbero per essere le conseguenze del famoso Congresso. E desse in fatti apparvero fin da principio cosi palesi, che gli stessi fautori più caldi della rivoluzione italiana non tardarono ad esserne impensieriti e spaventati Di fatti avendo chiesto il Piemonte all'Inghilterra, poco dopo il Con-gresso, varî milioni, e i conservatori inglesi, forte temendo cheil Piemonte se ne servisse per mettere a soqquadro l'Italia, Lord-Palmerston, a tranquillizzare gli animi in Parlamento, ebbe apronunziare importanti parole che il Daily News, nel Giugno 1856, compendiava cosi:

«Lunedì scorso Lord Palmerston dichiarò cortesemente al Rappresentante di Pio IX e del Re diNapoli, nella Camera dei Comuni, che il progetto di legge sull'imprestito sardo non era introdotto per dare a quel Governo i mezzi di rivoluzionare l'Italia. Lord Palmerston accompagnò tale dichiarazione con una avvertenza, sulla quale i liberali inglesi hanno diritto di chiedere, alla loro volta, qualche schiarimento. Disse Lord Palmerston, che il Governo di Sua Maestà era bensì desi-deroso di sostenere il Governo sardo in quel procedimento illuminato e liberale, che ha tenuto finora in modo così onorevole: «ma che se avesse da accadere, ciò che per ora non è, che il Governo sardo fosse animato da progetti di aggressione, il Governo inglese farebbe uso di tutta la sua influenza per distoglierlo da una tale condotta.

Furono queste parole, non v' ha dubbio, come acqua gettata sul fuoco; ma in così scarsa quantità, che quello ebbe a divampare viemmaggiormente. Ciò si vide in fatti nello imperversare che fece più che mai l’agitamento settario in tutta la Penisola, non solo, ma benanco in Francia. Di che scosso Bonaparte, volle dare indietro dal fatale cammino, a propria salvezza; ma non fu più in tempo, o, per dir meglio, non gli bastò il coraggio, tosto che si vide fatto segno al pugnale della setta alla quale lo legavano antichi giuramenti.

Il Governo subalpino intanto, mentre chiedeva danaro all’Inghilterra, e Palmerston rassicurava alla meglio i conservatori inglesi perché glie ne dessero, col solito giuoco scatenava il suo can da leva, Garibaldi, ad agitare le tranquille contrade della Lombardia e dei Ducati, destinati pei primi a saziare le ingorde brame della Frammassoneria. Quindi è, che il famoso eroe, che già aveva posta sua stanza nell’isola di Caprera, ad un tratto si disse malato, e il 9 di Luglio del medesimo anno 1856 recavasi a Voltaggio, per una sua cura idropatica, che però non durava se non cinque giorni...! E qui applausi, ovazioni, serenate, con tutto quel corredo di clamorose dimostrazioni che segnano un punto di partenza a settari intendimenti. L’animo dell’agitatore, già s’intende, non fu. insensibile a quelle spontanee e cordiali manifestazioni, e con un suo pistolotto, dal quale traspariva tutto un programma, ringraziava subito i cittadini di Voltaggio, mentre eccitava quelli delle contrade più direttamente prese di mira dai gerofanti della setta.

«Accenti di musica deliziosa, scriveva il Garibaldi, bearono in questa notte gli abitatori di questo Stabilimento, e mi venne detto che i cittadini di Voltaggio vollero in me onorare il principio italiano.

«Io accetto, intenerito e riconoscente, quest’omaggio d’un popolo benemerito, ed auguro da queste e da altre non equivoche manifestazioniLA PROSSIMA LIBERAZIONE DEL NOSTRO PAESE. Sì! giovani della crescente generazione, voi siete chiamati a compire il sublime concetto di Dio, emanato nell'anima dei nostri grandi di tutte le epoche, unificazione del gran popolo, che diede al mondo gli Archimedi, i Scipioni, i Filiberti. — A voi guardiani delle Alpi viene commessa oggi la sacra missione; non vi è popolo della Penisola che non vi guardi e che non palpiti alla vostra guerriera tenuta, alle vostre prodezze sui campi di battaglia. — Campioni della redenzione italiana, il mondo vi contempla con ammirazione, e lo straniero, che infesta l’abituro dei vostri fratelli, ha la paura e la morte nell’anima.

«Gl’Italiani di tutte le contrade sono pronti a rannodarsi al glorioso vessillo che vi regge, e io, giubilante di compiere il mio voto all’Italia, potrò, Dio ne sia benedetto, darle questo resto di vita.

«Dallo Stabilimento idroterapico dei Sigg. Alsaldo e Romanengo,

«Giuseppe Garibaldi.»


Come il lettore vede, il Nizzardo si ricordava tuttora di Dio: «l’ipocrisia era ancora utile in quel tempo agli scaltriti intendimenti di chi il mandava.

Arrivato il 9, Garibaldi partiva il 15 da Voltaggio: «in cinque giorni era bello e guarito, e pronto a nuove prodezze! La malattia non era stata seria... Per via, nuove ovazioni, nuove dimostrazioni, nuovi applausi; fu un andata e un ritorno trionfale! Il fuoco della ribellione ne aveva nuova esca, l’agitazione cresceva nei bassi fondi del popolo e, con essa, il malessere e il sospetto tra gli Stati vicini.

Cosa là si facesse in segreto dal Garibaldi non ci è noto; ma noti sono pur troppo i proclami incendiarii messi fuori a Napoli e a Roma, e il fallito tentativo di rivolta a Massa e Carrara, nell’istesso mese di Luglio: «circa il quale il Risorgimento dichiarò: «— le popolazioni non aver punto aderito alla insurrezione. — Ma non monta; se fosse riuscito il tentativo si sarebbe usufruttato; fallito, se ne riversò la colpa sull’Austria: «fu detto opera di agenti austriaci, per attaccar briga coll’innocente Governo sardo! Il citato Risorgimenti però questa volta era sincero, e confessava essere quel tentativo conseguenza legittima della politica piemontese. L’Italia s’ha da liberare, diceva quel diario repubblicano; solo modo una buona rivoluzione interna aiutata dal Piemonte. Ma La Farina ci ha già detto di chi fosse opera quel tentativo.

El’Armonia (sebbene volesse tenere scevra da colpa la diplomazia europea) raccoglieva accortamente le fila, e notava: «1° L’attentato di Carrara e Massa fu una conseguenza della politica e delle esortazioni del Ministero piemontese. 2° Mazzini e Cavour non si possono ornai distinguere nel volere una rivoluzione in Italia, perché svanite le speranze nella Diplomazia, debbono convenire amendue nella necessità d’una rivolta. 3° I giornali ministeriali sono necessariamente infinti nel disapprovare l’ultimo tentativo. 4° La sede della rivoluzione non è che in Piemonte, e solo dal Piemonte partono gli eccitamenti alla rivolta. 5° Le popolazioni anche più guaste della Penisola (come appunto quelle di Massa e Carrara) guardano i mestatori che cercano di levarle a tumulto, e non corrispondono ai tentativi. 6° Quanto i Plenipotenziari sardi hanno asserito nel Congresso di Parigi è solennemente smentito dai fatti.

Ma abbiamo accennato ai cento cannoni per la fortezza di Alessandria: «parve questa una proposta patriottica e nulla più; pure è un fatto dei più scaltriti immaginato dalla setta. «Alessandria, gridava la Gazzetta del Popolo, per ora, è come la parola d’ordine per gl’italiani, è il simbolo dell’unione.» Ma era assai di più. Il 26 di Luglio 1856 quel giornale recava la seguente lettera:


«Amico.

«Susa,23 Luglio 1856.

«Un’idea mi è venuta per la testa, mio caro Govean; locché prova due cose: «e che ho una testa, e che ho delle idee! Dite un pò: «a quel modo che si è aperta una sottoscrizione per un ricordo alle nostre truppe in Crimea, non si potrebbe egli aprirne un altra per sussidiare il Governo nella santa opera di fortificare Alessandria? Come vedete, lo scopo è lo stesso, trattandosi anche qui, non tanto di spremere ingenti somme dalle tasche degli oblatori, quanto di dimostrare a chi di ragione che l'idea del Generale Lamarmora ha un eco nella Nazione tutta quanta, e in altri siti. Trattasi insomma di far cicare l’Austria. Ora figuratevi quanto non cicherà essa, quando veda che non solo il Piemonte, ma l’Italia tutta, ma le lontane Americhe, ed ogni popolo incivilito portino la loro pietra a questo sacrosanto edificio? Oh! provate vi dico, che sarà un bel ridere.

«Tutto vostro,

«N. Rosa.»


Questa lettera, passata per molti inosservata in quel momento, è una preziosa rivelazione: «uno dei più importanti uomini di Stato e di guerra, il Lamarmora, era il proponente di quell’idea, non già per aiutare il Governo, ma per dimostrare a chi di ragione, vale a dire ai Potentati europei, che quella proposta aveva eco non solo nella Nazione, ma ancora in altri siti; vale a dire, che si voleva ottenere una dimostrazione universale a favore dell’unità italiana, voluta dalle società segrete, e ciò per impegnare contro l’Austria non solo l’Italia e l’Europa, ma le lontane Americhe e ogni popolo civile.

La Rivoluzione italiana cessava a mano a mano di essere cosa locale; diveniva invece cosa cosmopolita e universale, in ordine allo scopo della Frammassoneria, la distruzione cioè del Papato.

Insomma il Congresso di Parigi e la pace che vi si era conclusa non erano che una crudele menzogna.1 giornali tutti della rivoluzione, mentre da principio si mostrarono scontenti di quella pace, che ai meno addentro delle segrete cose parve troncare a mezzo il Alo delle loro speranze di una totale disfatta della Russia, Potenza fino allora sommamente avversa alla rivoluzione europea, presto si consolarono come videro rotto il ghiaccio della Questione italiana, secondo affermava lo stesso Eco della Borsa; e l’Austria, non meno che gli Stati italiani e Roma, fatti segno palesemente agli attacchi della Diplomazia europea. Perciò gli atti e i discorsi del Parlamento e del Senato di Torino, nei quali si erano pienamente svolte queste cose, erano stampati e sparsi a miriadi di copie per ogni dove, e, come aveva dichiarato Massimo d’Azeglio in pubblico Parlamento, attraversavano tutti i confini, deludevano tutte le Polizie, erano letti in tutti i paesi. La rivoluzione italiana, protetta ormai dai Governi europei, diveniva torrente irresistibile e desolatore, cui non poteva più far argine che il braccio onnipotente di Dio.

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CAPO VIII

IL RE DI NAPOLI E I GOVERNI INGLESE E FRANCESE

Per riparare gli scandali sollevati dal Governo piemontese, tutti gli Stati italiani, minacciati dalla rapacità di quel Governo, rivolsero note diplomatiche ai Gabinetti di Parigi, di Londra, di Pietroburgo e di Vienna, accusando il Piemonte di mire ambiziose, e designandolo (come era) quale torbido vicino, in istato di perpetua cospirazione a danno della quiete interna degli Stati italiani.

Ma per inesplicabile cecità, o piuttosto per stabilito disegno, i Governi delle due prime Potenze, anziché infrenare l’insidiatore Sardo, si compiacevano ad unire le loro vessazioni contro gli Stati insidiati, aggiungendo imperiose sollecitazioni, conflagrante sconoscimento del gius pubblico e delle genti, intervenendo nell’interno regime di Stati indipendenti; e ciò con tanta minore buona fede, che l’istesso Congresso niuna cosa aveva stabilito su questo punto. Ma le cosiddette riforme consigliate, o a dir meglio imposte, al Re di Napoli, erano in relazione diretta collo scaltrito disegno del Mazzini da noi riferito.

Cosi effetto del trattato di Parigi si fu, che gli Stati di poca estensione territoriale, di fronte al pensiero mazziniano, non ebbero più diritti, rimanendo abbandonati in balia del più forte, fattosi esecutore del malvagio disegno. Fu questa l’epoca in cui maggiormente il ministro Cavour coglieva ogni destro per imbarazzare i Governi italiani, e, in modo speciale, il napolitano; e qui non sarà inutile di ricordare un ridicolo episodio, avvenuto in quell’epoca. — Il marchese Andrea Tagliacarne, incaricato d’affari di Sardegna, spedito da poco in Napoli, aggiravasi la sera del 6 Maggio 1856 per una strada solitaria, lungo la riviera di Chiaia, quando si lascia circondare da tre giovinastri, che gli tolgono l'orologio e due lire in moneta napolitana. Costui coglie subito da questo fatto la opportunità per infamare il Governo napolitano, quasiché in Piemonte non si rubasse; e, indossata la divisa ufficiale (incredibile ma vero), corre a querelarsi del fatto presso il Corpo diplomatico, menandone grande strepito e facendone quasi un casus belli a nome del Conte di CAVOUR. L’autorità preposta alla pubblica sicurezza tranquillamente prende in mano la cosa, arresta i tre malfattori, (erano cocchieri da nolo) ricupera gli oggetti, che vengono legalmente giudicati di poco valore, e il 10 di maggio, quattro giorni dopo il fatto, li ha restituiti al Tagliacarne, che ne rimane soddisfatto. Non era però soddisfatto il Cavour, il quale trovando ridicolo quell’incidente, e riputando il suo Agente non all’altezza delle sue vedute, lo trasloca altrove. I tre colpevoli riconosciuti anche rei di altri furti, sono condannati ai ferri. — Nell’istesso sito, nel 1863, sotto il Governo restauratore dell'ordine morale, veniva derubato di cose di maggior valore il senatore Vacca supremo magistrato di cassazione, e molti altri dopo di lui; ma la solerte questura piemontese non si commuove per cosi poca cosa, e, lungi dal correr dietro ai ladri, ne coglie invece occasione per inveire contro i più onesti cittadini, arrestandone a migliaia, per vani sospetti politici. — Ma ciò detto di passaggio, è da tornare agli effetti del Congresso.

Non andò guari, trascorso appena un mese dal termine delCongresso, e le più insistenti Note diplomatiche venivano dirette con indegno sfregio della Maestà Reale dai governi inglese e francese al governo napolitano.

Il 19 di Maggio 1856 il ministro degli affari esteri della Gran Brettagna, in un suo dispaccio al Rappresentante inglese a Napoli espone i motivi su i quali il Governo inglese si fonda per raccomandare al governo delle Due Sicilie di concedere un'amnistia generale e di eseguire talune riforme e miglioramenti: «queste premure derivare dal profondo convincimento del pericolo imminente, che corre l’Italia a causa del minaccioso aspetto degli affari di Napoli. Protesta d’altronde i sentimenti di amicizia pel Re al quale intende dare avvisi amichevoli, e per giustificano la sincerità di questi sentimenti, per disporre il Re ad accogliere favorevolmente questi consigli e per comprovargli che nessuna Potenza straniera ha diritto d’intervenire negli affari interni di un altro regno il Ministro sudetto parla del regime interiore delle Due Sicilie, prendendo il tono di rimprovero e la parte d’accusatore; ne censura l’amministrazione interna che taccia quale sistema di rigore e ingiuste persecuzioni, condannato da tutte le nazioni civilizzate: «ed insiste sulla necessità di dare garanzie per la debita amministrazione della giustizia e per fare rispettare le libertà personalee le proprietà. Insomma il Ministro esige che si adotti una politica più in armonia collo spirito del secolo.

Ai 21 dello stesso mese di Maggio il Conte Walewski, da parte del governo di Napoleone III, inviava una nota indentica al Rappresentante francese a Napoli per intimare anch’egli al Re Ferdinando II i voleri dei collegati franco-anglo-sardi, quale espressione del Congresso parigino, con evidente inesattezza, o, diciam meglio, menzogna, significandogli le riforme da eseguire negli Stati napolitani.

Ai 2 di Giugno, il Rappresentante inglese a Napoli riferiva al Foreign-Office in Londra di aver dato corso al dispaccio del 19 di Maggio, e dal ministero degli Affari Esteri di Napoli esserglisi risposto: «la dignità e la indipendenza del suo Sovrano non permettergli che Potenze straniere abbiano ad immischiarsi nel regime interno del paese, assicurando peraltro di essere già pronta una larga amnistia, della quale erasi dovuto prorogare la esecuzione a cagione della effervescenza suscitata dagli atti del Congresso di Parigi, e delle speranze che questi avevano fatto nascere. — Ragione giustissima agli occhi di ogni uomo onesto e leale.

Non contento di ciò, ai 12 dell’istesso mese, il medesimo Rappresentante inglese informava il suo governo di aver fatto premure presso il ministero napolitano perché rispondesse alle rimostranze fattegli dalla Francia e dall’Inghilterra, per conoscere le intenzioni del Re, ed essergli state ripetute dal Ministero le precedenti risposte, avvegnaché a nome del Governo inglese, gli avesse intimato: «che, se sventuratamente nulla si facesse per cambiare la forma governativa in Napoli (nota bene), ne sarebbero derivate complicazioni seriissime. Termina questo dispaccio col censurare il Re Ferdinando II, che si tratteneva a Gaeta, mentre la sua persona era desiderabile nella Capitale.

Ma le insistenze diplomatiche crescevano di giorno in giorno.


Il Rappresentante inglese, che ormai non dubitava di parlare anche a nome della Francia, della cui politica il suo Governo erasi fatto solidale, quanto al rovesciare i legittimi Sovrani d’Italia, ai 22 del detto mese informava il suo governo, scrivendo: «essersi dato ordine dal Re di Napoli, di rispondere ai gabinetti di Francia e d’Inghilterra per mezzo dei propri suoi rappresentanti a Londra e a Parigi; e conchiudeva col dire, di aver fatto osservare al Governo napolitano di essere profondamente dispiacente per la decisione presa dal Re, la quale sarebbe ritenuta come evasiva e poco soddisfacente; d’altronde esso Governo napolitano, nulla avrebbe avuto a temere dal partito rivoluzionario, il quale è poco numeroso, senza capi, e senza disegno generale di azione.»

Infrattanto ai 30 di Giugno il Governo napolitano per mezzo, a dei suoi rappresentanti, Principe di Carini a Londra, e Marchese Antonini a Parigi, rispondeva ai due Governi con Note uniformi, che possono riassumersi nei seguenti pensieri: «— niun Governo aver diritto d’immischiarsi nell’amministrazione interna di altro Stato, e sopratutto in quella della giustizia. — In altri termini era la storica risposta data già da Papa Pio VII, di s. m., a Napoleone I: «Grandes ou petites les souveraineté conservent toujours entre elles les mèmes rapports d’indépendance, autrement on met la force à la place de la raison.»— Noi rechiamo qui le accennate Note del Governo di Napoli, come documenti importanti ed utili, e li togliamo dalla fonte meno sospetta, vale a dire da Nicomede Bianchi; ma per procedere con la maggiore possibile precisione ci rifacciamo alquanto indietro.

«Il Marchese Emmidio Antonini, scrive egli il Bianchi al capo VIII del volume VII della sua Storia documentata della Diplomazia europea in Italia, il Marchese Emmidio Antonini, Legato napolitano in Parigi, come seppe che al Congresso si era favellato delle cose del regno delle Due Sicilie, si portò da Walewski per lagnarsi che ai Plenipotenziari sardi fosse stato permesso d’assalire con aspri modi il governo di Ferdinando II, senza che vi fosse presente un suo Plenipotenziario. — La cosa, soggiunse, è tanto più deplorabile in quanto che la fonte vera dell’agitazione rivoluzionaria, onde l’Italia è di nuovo tormentata, è la politica del Piemonte. — Walewski lo interruppe con dirgli: «— Badate, marchese, che non è stato Cavour, non vi posso dire di più, perché tutti i Plenipotenziari si sono impegnati a serbare il silenzio intorno alle cose dette. Ma il vostro Governo ha una via aperta per trarsi d’impaccio, si ponga subito d'accordo con noi sulle riforme che vuole adottare (74). — Antonini rimase silenzioso.

Ferdinando II ordinò al suo Legato in Parigi di rinnovare i fatti lamenti, dando loro la forma di protestazione verbale, e d’aggiungere che il Re di Napoli avea la coscienza di governare i suoi popoli conforme i dettami della giustizia e del dovere; che né gli assalti sfrenati della stampa quotidiana, né le dichiarazioni del Congresso lo indurrebbero a far mutazione di governo, disposto com’era a sopportare con rassegnazione qualunque abuso di forza, anziché scendere a patti colla rivoluzione. (Parole veramente degne d’un Monarca cristiano.) Queste deliberazioni del Re, per ordine suo, furono comunicate alle Legazioni napolitane all’estero, coll’aggiunta dell'incarico di maneggiarsi a render palesi gl'intendimenti rivoluzionari del conte di Cavour (75).

Portatosi da Walewski, Antonini gli favellò in conformità degli ordini del suo Re. Il Ministro francese, con piglio risentito, gli rispose: «— Ma non si tratta per nulla d’esigenze, di pressioni. Il Governo napolitano deve capacitarsi che tutti i Potentati sono nell’obbligo di mettersi d’accordo per garantire all’Europa una pace durevole. Tutti gli Stati, e massime i minori, debbono aver conti i lati più deboli della propria politica a volteggiare le difficoltà che ne conseguono. Ora il vostro Governo deve ben comprendere che la Francia e l’Inghilterra sempre si studieranno di spiegare i propri influssi sul regno delle Due Sicilie. Conseguentemente tutte le vostre cure debbono esser dirette ad impedire che le due influenze operino concordi. Credo, che nelle circostanze presenti non vi debba riuscir difficile di conseguire questo intento. Scrivete tosto al vostro Re per dirgli, che la Francia lo consiglia ad appigliarsi spontaneo a più miti modi di governo. Egli farebbe prova di grande abilità ove si ponesse in pieno accordo con noi, prima che all’Ambasciatore inglese in Napoli giunga l’ordine di mettersi d’accordo con Brenier. — Il Legato napolitano rispose, che ciò che il Re suo signore aspettava, era di vedersi presto sollevato dalle pressure della Francia e dell’Inghilterra, alle quali chiedeva una cosa sola, di esser lasciato tranquillo (76).

A questo procedere del Legato napolitano in Parigi, osserva con malvelato dispetto Nicomede Bianchi, tenne bordone quello dell’Ambasciatore di Ferdinando in Londra. Egli era Antonio La Grua, principe di Carini, il quale scrisse al CARAFA in questi termini:

«Non scuserò Walewski, ma è il men cattivo della canaglia (abbiamo i nostri dubbi sulla esattezza di questa frase; ma sia.)(77))innumerevole e imprudente che compone la Corte e il governo dell’imperatore, dalla cui cupa mente solo dipende la politica e ogni dettaglio della Francia. Pare egli abbia due pensieri, dominare nel nostro paese per contrabbilanciare l'influenza inglese nel Piemonte, e concedere a lord Palmerston una soddisfazione per salvarlo dal risentimento del popolaccio inglese fremente per la pace. Secondo molte notizie da me raccolte, con molte parolone di moda, con un irremovibile comportamento nel ricusare, con molte cerimonie e qualche minima concessione, si farà passare questa tempesta.»

Alquanti giorni dopo il Principe Carini scriveva al suo Governo quest’altro dispaccio:

«Mi sono trovato a Corte. Lord Palmerston mi domandò. — E come staPoerio? — Meglio di voi e di me, risposi, perché stà sotto un bel cielo e può vivere senza pensieri. — E il suo compagno di catene è sempre un galantuomo? — soggiunse egli. Io replicai: «— Non credo che ne abbia alcuno collegato; ma se mai, certamente non sarebbe men pertinace e men vendicativo di quell’antico rivoluzionario. —

«Palmerston. —Badate, questo affare non è uno scherzo, ma un affare serio e grave, (quello di Poerio?) di cui il vostro Governo conoscerà fra breve l’importanza.

«Carini: «— Ma lo scherzo l’avete cominciato voi, e io l’ho seguito: «voi ben sapete che mi piacciono gli scherzi, senza temere le serie e più gravi conversazioni. Cosi spero che, senza andare a sturbare a Napoli il mio Governo, potete averle in Londra a vostro piacere e ad ogni vostro comando, sempre per me gratissimo. — Con questo linguaggio garbato ed energico sto dissipando le moltissime dicerie fatte sul mio ritorno. Il mio linguaggio si limita a far intendere che, né il mio Governo né io sappiamo capire perché il magistrato europeo è occupato delle nostre faccende, e si è dato la pena di studiare una farmaceutica ricetta di cataplasmi, senza bisogno di tastar il polso, di guardare la lingua e ricercar i sintomi dell’ottima salute nostra. È poi strano il pensiero di voler scrivere a uno per uno tutti i capitoli di medicina, che si supponessero opportuni per perfezionare il regno delle Due Sicilie, la Santa Sede e quegli altri Stati, i quali, secondo le opinioni della canaglia, non vanno bene e fanno onta alla civilizzazione. Queste, or facete or più gravi risposte mi hanno servito a schermirmi tutta la serata di ieri, nella grande unione del concerto della Regina. Nello stesso modo conto condurmi quest’oggi da lord Clarendon nel solito pranzo officiale per celebrare la nascita di quest’augusta Sovrana (78).

Ma l’Inghilterra procedeva risoluta nei disegni ostili di guerra contro il Re delle Due Sicilie, e il suo Rappresentante strenuamente la coadiuvava. Questi, ai 10 di Agosto 1856, inviava officialmente al suo governo in Londra un Memorandum, dettato dai cospiratori, circa la situazione e i bisogni del Reame di Napoli, nel quale riassumevansi tutti gli attacchi diretti contro il Governo napolitano, tutte le calunnie e le accuse spacciate ai suoi danni dalla stampa settaria dal 1849 in poi; e, appoggiandosi sulle parole pronunziate dal plenipotenziario inglese nel Congresso di Parigi, si conchiudeva per lo ristabilimento della Costituzione del 1848, e si esprimeva la speranza che Francia e Inghilterra non abbiano ad arrestarsi a fronte del preteso diritto di non intervento. — In questo Memorandum, del quale non dubita di farsi editore ed organo il Diplomatico inglese accreditato presso il Governo di Napoli, e a cui davano ampia pubblicità i diari inglesi e sardi, è notevole il seguente stranissimo sillogismo: «— La potenza di Francia e d’Inghilterra è predominante in Europa; la potenza navale della seconda la rende più specialmente predominante nel Reame di Napoli; la potenza porta seco la responsabilità, e la responsabilità dà diritto ad agire. — Stranissimo paralogismo, che significa in sostanza, che ogni corsaro di mare ed ogni brigante di terra, ha diritto ad agire secondo che gli aggrada, non appena ne abbia la potenza!

Ma in fatto di Memorandum non erano sterili i cospiratori settari ufficiali e non ufficiali. Né abbiamo letto uno elaborato in Torino e quivi stesso ristampato nel 1857 dalla tipografia dell’unione tipografia-coeditrice; nell’istesso tempo ve ne era anche un altro in lingua francese, che circolava da per tutto, senza che i popoli delle Due Sicilie, a nome dei quali parlavasi in siffatti documenti, punto nulla sapessero o sospettassero di quanto in essi era affermato con tanta sicumera a nome loro.

E la stampa periodica contemporanea faceva balenare che una spinta si fosse anche data, e qualche cosa di più, a tali memorandum per conto di Murat, destramente coadiuvato dall’imperatore cugino (79).

In mezzo a queste cose l’istesso Rappresentante inglese, con suo dispaccio degli 11 di Agosto dell’istesso anno 1856, era costretto d’informare il suo governo essere stati aggraziati dalla sovrana clemenza di re Ferdinando varii condannati politici; affrettandosi però di definire codesto atto come insufficiente e immeritevole di attenzione.

È inutile dire, che nella presente rassegna trasandiamo altri dispacci di minor conto, coi quali il Rappresentante inglese aveva cura di dare minuto ragguaglio circa l’andamento della causa politica Mignona ed altri, e i più minuti particolari circa la salute del famoso condannato politico Carlo Poerio, cui faceva credere maltrattato, e vittima di crudeli sevizie dal Governo napolitano, delle quali sevizie e maltrattamenti ebbe a ridere l’istesso Poerio. Ma la esatta apprezzazione di codesti dispacci di questa strana diplomazia è stata data dalle celebri rivelazioni del deputato Petruccelli, il quale assicura, che Carlo Poerio, protagonista del romanzo epistolario di Gladstone, (il quale nel 1851 tanto fece parlare circa le prigioni e i carcerati di Napoli)(80))era una invenzione convenzionale della stampa rivoluzionaria, la quale aveva bisogno di presentare ogni mattina ai creduli leggitori della libera Europa una vittima vivente, palpitante, visibile: «d’onde l’ideale mito di Poerio, trascelto all’uopo perché Barone, uomo d’ingegno, già deputato e ministro di Re Ferdinando, cui bisognava far credere un orco divoratore. Insomma Poerio doveva essere l’antitesi di questo Re. — Così il Petruccelli, il quale, dopo altre rivelazioni, conchiude maravigliandosi: «che Poerio reale, abbia poi preso sul serio il Poerio fabbricato dalla rivoluzione pel corso di 12 anni, in articoli di giornali a 15 centesimi la linea, e che lo abbiano anche preso sul serio coloro che lessero di lui senza conoscerlo da presso, e quella parte della stampa che si era fatta complice della rivoluzione (81). — E il gran Palmerston, ministro di Stato d’Inghilterra, ardiva chiedere sul serio notizie di questa bella figura di mito rivoluzionario al Rappresentante napolitano presso il suo Governo! Che ne diranno i posteri?

Dalle quali cose apparisce quanto giusto fosse il contegno del Governo napolitano, il quale ciò non ostante per amore di pace, ai 26 di agosto, protestava che, avendo saputo per relazioni pervenutegli da Vienna e da Parigi, come il Governo francese si tenesse offeso pel contenuto della sua prima risposta dei 30 giugno, dichiarava di non aver avuta intenzione di offendere alcuno, e conchiudeva, essere il Re di Napoli il giudice più indipendente e più illuminato delle condizioni di governo che si addicono al suo Reame, dove la quiete che si gode depone a favore del presente organamento dello Stato, e contro i pericolosi consigli dell’estera diplomazia, diretti a suscitare quei torbidi che al presente non vi sono.

La fermezza del Re Ferdinando II e del suo Governo mettevano la disperazione m cuore ai settarii e ai Governi che li proteggevano. Ai 14 settembre 1856 il Rappresentante inglese scriveva di nuovo al suo Governo, e gli diceva: «essere inutile di parlare della questione pendente con Napoli, ed avere il convincimento, che una modificazione superficiale nel suo governo non potrebbe assicurare la futura tranquillità; crede essere necessario di riformare in una maniera sensibile tutto lo spirito del governo, concedersi almeno qualche porzione di libertà politica, e di amministrarsi la giustizia con mani pure ed imparziali; senza di che l’Italia meridionale continuerà ad essere ciò che è ora, una piaga schifosa agli occhi dell’Europa.»— Era veramente il caso del proverbio della festuca e della trave, che l’Inghilterra non vedeva nel proprio occhio, avvegnaché grossissima, mentre che piacevasi scorgere la festuca nell’occhio altrui. — Codesta ingerenza nella interna gestione di un Reame indipendente meriterebbe il riso, se non cagionassero il pianto i fatti consumatisi da quell’epoca sciagurata fino ai nostri giorni.

Nei precitati dispacci, che a gran fatica chiameremo diplomatici, scompariscono affatto le relazioni amichevoli tra Governo e Governo; e non vi si scorge altro che le declamazioni dell’accusatore contro l’accusato, del giudice contro il delinquente. Il Rappresentante inglese dimentica l’antica lealtà e dignità del Governo britannico, e scrive come se la sua missione a Napoli consistesse solo a farsi l’eco e il sostegno del partito avverso al Governo legittimo, contro del quale procura suscitare quel malcontento che non esisteva, fomentando solo nelle alte classi e nel governo quel malessere ispirato dal contegno insolente del Piemonte, e da quello ormai palesemente ostile d’Inghilterra e Francia.

Gladstone nelle sue sciagurate lettere a Lord Aberdeen, quando nel 1851 visitava le prigioni napolitane, aveva parlato nel suo privato nome. Il Rappresentante britannico al contrario parlava a nome del suo Governo, dando così officiale sanzione agli indiretti eccitamenti di voluti disordini. Non vi è proclama sedizioso clandestino che da lui non venga inviato al foreignoffice e che contemporaneamente non sia pubblicato nei giornali di Torino; non vi è dibattimento nei tribunali di Napoli per qualche rara causa di reato politico, in cui egli non intervenga per farne poi relazione a Londra: «non è dunque il bene di un paese, ma sì la ruina di un Regno, il rovesciamento di una dinastia, la vittoria di un partito, il trionfo della rivoluzione che si voleva con tale inqualificabile contegno conseguire.

Intanto, ai 10 di ottobre, il ministro Walewski richiamava da Napoli l’ambasciatore Brenier, e minacciava che una flotta francese starebbe a Tolone ad attendere gli avvenimenti, mentre la flotta inglese si terrebbe pronta a Malta per l’istesso scopo. Il medesimo giorno il ministro degli Affari Esteri d’Inghilterra annunziava al Rappresentante inglese a Napoli la rottura delle relazioni diplomatiche col Governo delle Due Sicilie, e gli ordinava di lasciare Napoli. Tale risoluzione era motivata «da che il Governo delle Due Sicilie non intende modificare il sistema che prevale nei suoi dominii, onde è che il Governo inglese, d’accordo col francese, ha pensato che non si potevano più a lungo mantenere le relazioni diplomatiche con un Governo che rigetta ogni amichevole avviso, e che è determinato a perseverare in un sistema condannato da tutte le nazioni civilizzate.»Strana cosa! il Rappresentante inglese, il giorno 16 dell’istesso mese di Ottobre, scrive al suo governo a Londra: «nulla sembra appoggiare la supposizione che la effervescenza del sentimento pubblico facesse scoppiare una collisione o turbasse la pace di Napoli.»Dal che trae la conseguenza che, «non essendovi a temere rivoluzione, il Governo napolitano avrebbe potuto secondare i desiderii della Francia e dell’Inghilterra.»— Vedi potenza di logica! Si teme violenta una medicina; ma, poiché è evidente che il creduto malato cui vuoisi amministrare gode ottima salute, s’insiste ciò non ostante a fargliela ingoiare. Tale era la logica del Rappresentante inglese nel mese di ottobre dell’anno di grazia 1856, nel cosiddetto secolo dei lumi!

Ma, prima di chiudere questa brutta rassegna, giova recare testualmente alcuni dei dispacci più importanti da noi accennati, e che scambiaronsi in quella circostanza. E sia per il primo quello del Walewski al Brenier, rappresentante francese presso il Re di Napoli:


Il ConteWalewskial Barone Breniera Napoli

«Parigi, 21 Maggio 1856.

«Signor Barone,

«Ebbi l’onore di mettervi a parte delle legittime preoccupazioni che sonosi manifestate in seno del Congresso di Parigi. Credo dover ritornare quest’oggi su quest’oggetto, per determinare in un modo esatto il senso e la portata di questo incidente in ciò che concerne il Regno delle Due Sicilie.

«Come lo avrete rilevato, i Plenipotenziari riuniti a Parigi sonosi mostrati tutti egualmente penetrati dal sentimento di rispetto che anima i loro Governi per l’indipendenza degli altri Stati, e nessuno fra essi ebbe il pensiero (?!) di provocare un’ingerenza od una manifestazione, di natura tale che potesse recarvi offesa. Il Governo delle Due Sicilie non potrebbe prendere abbaglio sulle nostre vere intenzioni; ma vogliamo credere che riconoscerà con noi, che i rappresentanti delle grandi Potenze europee non potevano, conchiudendo la pace, restare indifferenti al cospetto di alcune situazioni, le quali sembrarono capaci di compromettere l’opera loro in un epoca più o meno vicina. Egli è unicamente ponendosi su questo terreno che il Congresso fu naturalmente condotto ad investigare le cagioni che mantengono in Italia uno stato di cose, la cui gravezza non poteva a lui sfuggire....

«Il mantenimento dell’ordine nella Penisola italiana è una delle condizioni essenziali per la stabilità della pace; egli è dunque nell’interesse, e benanco nel dovere di tutte le Potenze, di non omettere alcuna cura, né alcuno sforzo, onde prevenire il ritorno di qualunque agitazione in questa parte di Europa. A questo riguardo i Plenipotenziari furono unanimi: «ma come raggiungere questo risultato? Ciò non può farsi evidentemente con dei mezzi, di cui i fatti dimostrano ogni giorno l'insufficienza. La compressione mena con sé dei rigori, cui non è opportuno ricorrere, se non quando sono imperiosamente comandati da urgenti necessità; altrimenti, lungi dal ricondurre la pace e la confidenza, si provocano dei nuovi pericoli col porgere alla propaganda rivoluzionaria nuovi elementi di successo. Egli è di tal sorta che il Governo di Napoli va errato, secondo noi, nella scelta dei mezzi destinati a mantenere la tranquillità ne’ suoi Stati, e ci sembra urgente, che esso si arresti nella falsa via su cui si è impegnato.

«Noi crediamo superfluo d’indicargli le misure adattate a raggiungere lo scopo che senza dubbio ha di mira; esso troverà, sia in un amnistia saggiamente ideata e lealmente applicata, sia nella riforma dell'amministrazione della giustizia, le disposizioni appropriate alla necessità che noi ci limitiamo a fargli notare.

«Noi abbiamo la convinzione, che la situazione attuale a Napoli come in Sicilia, costituisce un grave pericolo per il riposo dell’Italia; e questo pericolo minacciando l’Europa doveva necessariamente fissare l’attenzione del Governo dell’imperatore; esso c’imponeva in ogni caso un dovere, quello di svegliare le sollecitudini dell’Europa, e la previdenza degli Stati più direttamente interessati a scongiurare deplorabili eventualità. Noi abbiamo adempiuto a questo dovere prendendo l’iniziativa nel seno del Congresso; lo adempiamo egualmente facendo appello allo spirito conservativo del Governo stesso delle Due Sicilie, il quale darà prova delle sue buone intenzioni, partecipandoci le disposizioni che giudicherà conveniente di adottare.

«Come voi vedete, i motivi che c’impongono l’ufficio, che a voi è dimandato, e del quale avrete a sdebitarvi di concerto col ministro di S. M. Britannica, sono perfettamente legittimi: «essi sono attinti nell’interesse collettivo di tutti gli Stati europei, e siamo autorizzati a credere d’altra parte, che a Napoli si risolveranno a prenderli in seria considerazione. Astenendosi dal tener conto dei nostri avvertimenti, esporrebbesi a nuocere ai sentimenti di cui il Governo dell’imperatore non cessò di mostrarsi animato verso la Corte delle Due Sicilie, ed a provocare in conseguenza un raffreddamento deplorevole.

«Voi vi compiacerete di dar lettura e lasciar copia di questo dispaccio al ministro degli Affari Esteri di S. M. Siciliana.

«Ricevete».

«Firmato WALEWSKI (82).


A questo documento il Governo napolitano rispondeva dignitosamente così:


Il Comm. Caraffe al Marchese Antonini regio Rappresentante a Parigi

«Signor Marchese,

«Il mio dispaccio del 7 corrente mese, N. 278, vi ha già fatto conoscere il sunto della comunicazione fattamisi dagli inviati di Francia e di Inghilterra, i quali mi rimisero nello stesso tempo, dopo avermene data lettura, la copia di un dispaccio ad essi indirizzato a quest’uopo dal loro Governo.

«Dalla copia del documento francese, che credo utile rimandarvi qui inclusa, vedrete che questi Governi intesero determinare, facendone l’applicazione agli Stati del Re, il senso e la portata delle preoccupazioni che dicono essersi manifestate in seno delle conferenze che ebbero luogo per la pace, e nella quale i Plenipotenziari si mostrarono tutti egualmente compresi dei sentimenti di rispetto che son propri dei loro Governi per l’indipendenza degli altri Stati.

«Protestando i loro sentimenti amichevoli, i suddetti governi di Francia e d’Inghilterra hanno creduto nell'interesse della conservazione della pace, dover avvertire alla necessità di prevenire il rinnovarsi di qualunque agitazione in Italia; ciò che, secondo essi, non potrebbesi ottenere che adottandosi provvedimenti di amministrazione interna giudicati convenienti ad allontanare i pericoli cui l’esponeva un sistema di rigore, il quale fornirebbe nuovi elementi di successo alla propaganda rivoluzionaria, aumentando il malcontento.

«Operando in un senso contrario al principio rispettato da tutte le Potenze, i governi di Francia e d’Inghilterra credono suggerire che la nostra amministrazione interna dovrebbe subire tali cambiamenti, che essi dicono essere superfluo indicare, pur non tralasciando di precisare di qual carattere debbano essere i cambiamenti stessi, che si appartiene poi al Governo del Re il considerare come propri ad assicurare la conservazione della pace.

«Non si può capire come gli anzidetti due Governi, che si dicono bene informati delle condizioni degli Stati del Re, possano giustificare l’inammissibile ingerenza che essi pigliano nei nostri affari, con la urgente necessità di riforme; in mancanza delle quali essi dicono essere convinti che lo stato presente di cose a Napoli ed in Sicilia costituirebbe un grave pericolo pel riposo dell'Italia.

«Nessun Governo ha il diritto d’ingerirsi nell’amministrazione interna di un altro Stato, e soprattutto in quella della giustizia.

«Ilmezzo immaginato per mantenere la pace, per reprimere e prevenire i moti rivoluzionari é tale, che esso stesso conduce alle rivoluzioni. E se avesse a succedere qualche disordine pubblico, sia qui, sia in Sicilia, sarebbe precisamente suscitato da un tal mezzo, il quale lo provocherebbe, eccitando tutti i sentimenti rivoluzionari, non solo in tutti gli Stati del Re, ma anche in tutta l’Italia, con quella inopportuna protezione accordata ai principali agitatori. Il Re nostro Signore ha in ogni tempo esercitata la sua sovrana clemenza verso un gran numero dei suoi sudditi colpevoli o traviati, commutando loro la pena o richiamandoli dall’esilio, e il suo cuore benefico prova il più gran dispiacere nel vedere come la più parte degli uomini di questa specie siano incorreggibili; di maniera, che, se il nostro augusto Signore potè nel passato usare la sua clemenza, egli è ora ben suo malgrado costretto, nell'interesse del bene pubblico, a non più esercitarla in seguito all’agitazione prodotta in Italia dalle suggestioni mal calcolate dai Governi, dai quali i nemici dell’ordine si sentono protetti.

«Firmato CARAFA.»


Questo dispaccio, improntato di una dignità e di una fermezza, non conosciuta prima di allora ai Gabinetti suaccennati, Ieri profondamente il loro orgoglio; e per mezzo della Corte di Vienna, colla quale passavano in quel momento amichevoli relazioni, il Governo francese fece sentire tutta la sua amarezza con la necessità di ottenere dal Governo napolitano un atto qualunque, che potesse sembrare una scusa e un addolcimento alle forti parole di quel dispaccio. Re Ferdinando, a compiacere il Governo austriaco, per mezzo del medesimo Commendatore CARAFA faceva scrivere al Brenier in questi termini:


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Il Commendatore Carafa

al Barone Brenier, plenipotenziario francese a Napoli

«Napoli, 26 Agosto 1856.

«Rapporti venuti da Parigi e da Vienna hanno informato S. M. il Re augusto Sovrano del sottoscritto, della spiacevole impressione prodotta sul governo imperiale e sopra S. M. l’imperatore dei Francesi dalla risposta data dal Governo delle Due Sicilie alle comunicazioni fatte a Napoli da parte dei Governi francese e inglese.

«Non si è mai potuto avere intenzione nel dispaccio del 30 giugno d’imputare al Governo francese tendenze, che non fossero conformi alle garanzie che esso ha dato in tante circostanze all’Europa, e se il Governo imperiale ha potuto vedere una simile imputazione nell’anzidetto dispaccio, se ne prova il più vivo rammarico. Il Governo della Francia al pari di quello di Napoli e di ogni altro, non ama le rivoluzioni: «e su questo punto l’accordo è perfetto, ancorché si possa discordare circa i mezzi da prevenirle. Il reale governo ha veduto dai consigli dati dalla Francia, e dettati dalla sua sollecitudine per la tranquillità dell’Europa, che potrebbe essere compromessa da turbolenze in Italia, una prova novella dell’interessamento che l’imperatore Napoleone ha certamente voluto mostrare al re di Napoli; ma in quanto alla efficacia delle misure applicabili ed alla loro opportunità per ottenere la tranquillità del paese, non sarebbe al certo un pretendere troppo, se si voglia riserbarne la scelta e l’applicazione al Re, giudice il più indipendente e il più illuminato sulle condizioni del governo che convengono al suo Reame: «non può esistere dissenso d’opinione sul proposito, perocché le Potenze hanno esse medesime proclamato questo principio. È inutile di ricordare in tale circostanza che il regno di Napoli è stato il primo a ripigliare la sua tranquillità dopo le trascorse tristi vicende, senza soccorso esterno, e con la sola azione del suo reale governo.

«E giusto essere sempre riconoscenti agli amici pei loro consigli; ma gli stessi amici devono comprendere che non si può indifferentemente applicare ad un paese ciò che conviene ad un altro; si può confidare nella saggezza del Re, il quale è in posizione di conoscere meglio di qualunque altro il tempo, le circostanze e le opportunità.

«Ed al certo i governi amici non hanno potuto mai mancare di valutare questa indispensabile libertà di azione. Il governo delle Due Sicilie desidera vivamente di cancellare ogni dispiacevole impressione prodotta nello spirito di governi amici dalla risposta comunicata per l’organo dei suoi inviati a Parigi e a Londra. Egli ha la più grande premura non solo di conservare con questi governi la più cordiale e sincera intelligenza; ma ancora di stringere sempre più i legami di amicizia esistenti fortunatamente fra i rispettivi Sovrani, i quali non possono non essere perfettamente d’accordo con lui a fine di procedere uniti verso lo scopo dell’ordine e della tranquillità dei loro paesi, mantenendo sempre più le amichevoli relazioni per ciò che può interessare questo comune oggetto. — Il sottoscritto profitta ecc.

«Firmato CARAFA.»


Siffatta dichiarazione, lungi dal contentare le pretensioni del Walewski e del suo Governo, fece si che il Ministro imperiale fieramente replicasse colla seguente Nota:

«Parigi, 10 Ottobre 1856.

«Il Governo dell’imperatore vede con dolore che il Governo delle Due Sicilie non sembra disposto a modificare la sua attitudine ad appagare i voti che noi gli avevamo espressi.

«Noi non ritorniamo sulle considerazioni che avevano ispirato al governo di S. M. Imperiale gli andamenti, dei quali i termini trovansi espressi nel mio dispaccio del 21 maggio ultimo. Credo poter dire non esservi un solo gabinetto in Europa, che non abbia reso giustizia alla lealtà e alla preveggenza dei consigli, che noi abbiamo fatto intendere a Napoli. Non ne ha un solo che non sappia, non essere stati noi guidati in questa circostanza da alcun sentimento ostile; ma che noi abbiamo agito unicamente con un alta idea conservatrice e d’integrità generale, la cui espressione nulla aveva di biasimevole pel governo cui ci dirigemmo. Il governo dell’imperatore soffre che le sue intenzioni siano state disconosciute, e che la risposta del gabinetto di Napoli sia stata improntata, sia nella forma, sia nella sostanza, da un sentimento che io mi astengo di qualificare; ma che è molto poco in armonia colle disposizioni che hanno ispirato il nostro proprio sentimento; noi ci eravamo lusingati, che il tempo decorso dalla data della nostra partecipazione avesse potuto modificare le prime intenzioni del governo delle Due Sicilie, e che ricondotto dalla riflessione a più equi giudizii avesse sentito da sé stesso la opportunità di entrare in una via, che il suo proprio interesse e il bene del suo popolo avrebbero dovuto invitarlo a seguire, più ancora dei nostri consigli. — La nostra aspettativa è rimasta delusa. — Il comm. CARAFA, egli è vero, m’ha diretto ai 26 d’agosto ultimo una nuova partecipazione concepita in termini più concilianti; ma, in sostanza, le cose non sono più soddisfacenti di prima.

«In presenza di un tale stato di cose, che sinceramente ci starebbe a cuore di evitare, il Governo dell’imperatore, d’accordo con quello di S. M. Britannica, giudicò che non gli era permesso, sin tanto che questa situazione non venisse modificata, di mantenere nello sto piede come pel passato le sue relazioni col Governo delle Due Sicilie.

«Voi vi compiacerete adunque, nel ricevere il presente dispaccio, di disporvi ad abbandonare Napoli, con tutto il personale della vostra Legazione. Il rappresentante d’Inghilterra riceve le identiche istruzioni. Voi rimetterete al Console di S. M. Imperiale gli archivi della Legazione.

«Per assicurare eventualmente una protezione efficace ai sudditi francesi residenti nel Regno delle Due Sicilie, una squadra francese si terrà a Tolone, dove sarà pronta a ricevere gli ordini che vi sarebbe luogo di trasmetterle, in caso di bisogno, nell’interesse dei nostri connazionali; e tra le istruzioni al Comandante di tale squadra vi è quella di incaricare di tempo in tempo uno dei legni posti sotto i suoi ordini di visitare i porti di Napoli e di Sicilia, ove il Capitano del bastimento si metterà in comunicazione coi nostri Consoli. In un analogo scopo il Governo di S. M. Britannica farà stanziare una squadra nel porto di Malta.

«Darete lettura di questo dispaccio al commendatore CARAFA e glie ne lascerete copia.»

«Firmato WALEWSKI.


Cosi il Governo bonapartesco, dopo d’aver tentato, con la solita lealtà, di farsi del Re di Napoli un alleato contro l’Inghilterra, invitandolo ad intendersi con lui, prima che all'Ambasciatore inglese in Napoli giunga l’ordine di mettersi d’accordo con Brenier; deluso in quel tentativo, si unisce risolutamente coll’Inghilterra per opprimere col peso delle due più grandi Potenze marittime di Europa il piccolo Reame di Napoli. — La giustizia di Dio sembra talvolta lenta; ma dopo la favolosa catastrofe di Sédan, è utile ed istruttivo di rileggere i dispacci del Ministro di Napoleone III! —

Il Governo inglese dal canto suo communicava istruzioni di eguale tenore al suo Ministro residente in Napoli; cosicché ambedue i Ministri di Francia e d’Inghilterra, sul finire di Ottobre dell’istesso anno, chiesero i passaporti e partirono, rimanendo i rispettivi Consoli per gli affari commerciali.

Come se poi il Governo francese avesse ogni ragione per sé, rese conto del suo procedere all’Europa, pubblicando nel Moniteur, suo giornale officiale, la seguente Nota:


«20 Ottobre 1856.

«Conchiusa la pace, fu prima sollecitudine del Congresso di Parigi di assicurarne la durata. A quest’uopo i Plenipotenziarii hanno esaminato gli elementi di perturbazione che esistevano ancora in Europa, ed hanno particolarmente rivolta la loro attenzione sullo stato dell’Italia, della Grecia e del Belgio. Le osservazioni fatte in questa occasione furono acuite da per tutto in uno spirito di cordiale accordo, perché erano ispirate da sincera sollecitudine pel riposo dell’Europa, e perché nello stesso tempo facevano testimonianza del rispetto dovuto alla indipendenza di tutti gli Stati Sovrani.

«Cosi nel Belgio, il governo d’accordo coll’opinione, sugli eccessi di certi organi della stampa, si mostrò disposto ad arrestarli con tutti i mezzi che aveva in suo potere. In Grecia, il disegno di riordinamento finanziario, sottomesso al giudizio delle Corti protettrici, attesta la premura del Governo ellenico a tener conto degli avvisi del Congresso. In Italia, la Santa Sede e gli altri Stati ammettono l’opportunità della clemenza e quella degli interni miglioramenti. La Corte di Napoli sola respinse con alterigia (hauteur) i consigli della Francia e dell’Inghilterra, benché presentati nella forma più amichevole. Le misure di rigore e di compressione, convertite da lungo tempo in mezzi di amministrazione dal Governo delle Due Sicilie, agitano l'Italia e mettono a pericolo l'ordine in Europa. Convinte dei pericoli di una simile condizione di cose, la Francia e l’Inghilterra avevano sperato di scongiurarli con savii avvertimenti dati in tempo opportuno. Questi avvertimenti furono avuti in non cale. Il Governo delle Due Sicilie, chiudendo gli occhi alla evidenza, volle perseverare in una via fatale. La cattiva accoglienza fatta a leggi ttime osservazioni, un dubbio ingiurioso gettato sulla purezza delle intenzioni, un linguaggio offensivo opposto a consigli salutari, ed in fine ostinati rifiuti, non permettevano di mantenere più a lungo le relazioni amichevoli.

«Cedendo alle suggestioni di una grande Potenza, il Gabinetto di Napoli tentò di attenuare l’effetto prodotto da una prima risposta; ma tale mostra di condiscenza non fu che una prova di più della sua risoluzione di non tenere alcun conto della sollecitudine della Francia e dell’Inghilterra per gl’interessi generali dell’Europa.

«L’esitazione non era più permessa, fu d’uopo rompere le relazioni diplomatiche con una Corte, che ne aveva essa stessa alterato così profondamente il carattere. Questa sospensione dei rapporti officiali non costituisce punto un intervento negli affari interni, molto meno un atto di ostilità. Tuttavia potendo la sicurezza dei nazionali dei due Governi essere compromessa, essi hanno, per provvedersi, riunite le squadre; ma non hanno voluto mandare i loro bastimenti nelle acque di Napoli per non dare appigli ad interpretazioni erronee. Questa semplice misura di protezione eventuale, che non ha nulla di comminatorio, non potrebbe nemmeno essere considerata come un appoggio od un incoraggiamento a quelli che cercano di smovere il trono delle Due Sicilie. (Excusatio non petita accusatio manifestai) Se il Gabinetto napolitano, tornando ad un sano giudizio del sentimento che guida i Governi di Francia e d’Inghilterra, comprenderà infine il suo vero interesse, le due Potenze si faranno premura di riannodare con esso le stesse relazioni di prima, e saranno liete di dare con questo ravvicinamento un nuovo pegno al riposo dell'Europa.»

—Cosi il Moniteur.


Il Governo Russo però, che fino allora non aveva transatto colla rivoluzione, né coi rivoluzionari di Occidente, e che perciò conservava integre le tradizioni della vera politica e della dignità dei legittimi governi, non sembrava dividere gli avvisi dei settari anglo-franchi, e nullamente abbattuta dai rovesci della testé cessata guerra di Oriente, ad onore della onesta diplomazia e della verità, dettava una Nota diretta dal ministro di Stato, Principe di Gortschakoff, a tutti gli Ambasciatori e rappresentanti Russi presso le Potenze europee, che a noi piace arrecare nella sua interezza.


«Mosca, 21 Agosto (2 Settembre) 1856.

«Il trattato sottoscritto in Parigi il 30 Marzo, da un lato pose termine ad una guerra che minacciava di crescere a dismisura, senza che alcuno potesse prevederne l’esito, e dall’altro ritornò l’Europa allo stato ordinario delle relazioni internazionali. Le Potenze unitesi contro di noi levarono per divisa il rispetto del diritto e l’indipendenza dei Governi. Né pretendiamo già noi di rientrare nell’esame storico della questione, cercando sino a qual punto la Russia avesse posto in pericolo l’uno e l’altro dei due principii. Giacché non è nostra intenzione di provocare una inutile discussione, ma solo di giungere ad applicare in effetto queste stesse massime, cui tolsero pubblicamente a difendere le grandi Potenze d’Europa, facendoci direttamente o indirettamente la guerra; le quali massime torniam ora loro in memoria, tanto più volentieri, quanto che crediamo di non averle mai abbandonate. Noi non sarem già si ingiusti verso alcuna delle grandi Potenze europee da osare di supporre, che non si trattasse allora se non che di una parola detta d’accordo, perché utile in quelle congiunture, e che poi, essendo ora finita la guerra, ciascuna si creda lecito di operare secondo il suo utile particolare. Non accusiamo alcuno di essersi servito di quelle belle parole, come di un arma che giova per un momento ad ampliare il teatro della lotta, e che poi si ripone tra la polvere dell’arsenale: «che anzi, piace a noi di rimanere convinti che tutte le Potenze che allegarono i detti principii, li allegarono con piena lealtà e buona fede, e colla sincera intenzione di applicarli poi in tutte le congiunture. Ciò supposto, noi dobbiam credere essere intenzione di tutte le Potenze alleate nell’ultima guerra, siccome è del nostro augusto Signore l’imperatore, che la pace generale sia un principio di uno stabile ripristinamento di relazioni vicendevoli, fondate sopra il rispetto del diritto e dell’indipendenza dei Governi. Or questa speranza è ella stata compiuta? Lo stato delle relazioni internazionali è esso. ristabilito?

«Non volendo parlare di alcune questioni minute e secondarie, noi dobbiam dire a malincuore che vi sono due paesi, che fanno parte della famiglia europea, nell’uno dei quali lo stato regolare non esiste ancora, mentre nell’altro vi è minacciato. Questi sono la Grecia e il Regno di Napoli.

«L’occupazione del territorio Greco, per parte di una forza straniera contro il volere del Re e contro il desiderio del popolo, ora più non può essere appoggiata sopra alcun motivo. Ragioni politiche poterono in qualche modo spiegare la violenza fatta al Sovrano di quel Regno (83). Necessità di guerra, più o meno dimostrate, poterono essere addotte per colorare questa violazione del diritto; ma ora, che tutti questi motivi non possono più essere addotti, ci pare impossibile il dar buona ragione dinanzi ad un equo tribunale del continuarsi che si fa ad occupare con milizie forastiere il territorio greco, Perciò chiare e precise furono a questo proposito le prime parole del nostro augusto Signore, non prima il ristabilimento della pace gli ebbe fornita l’occasione propizia di pronunziarle. E non avendo noi dissimulata fin ora la nostra opinione nei consigli dei gabinetti, non cesseremo di farla udire anche adesso. Dobbiamo però aggiungere che, quantunque l’esito non abbia ancora pienamente secondata la nostra aspettazione, noi conserviamo la speranza di non dover rimaner soli in una questione, in cui il diritto e la giustizia sono evidentemente in favore della causa che sosteniamo.

«Quanto al Regno di Napoli, se non si tratta ancora di porre rimedio, pare a noi doversi molto temere che ormai non sia giunto il tempo di prevenirne il bisogno. Il Re di Napoli è ora soggetto ad una pressione, non perché egli abbia violato alcuno dei trattati fatti colle Corti straniere; ma perché egli governa i suoi sudditi, come crede meglio, usando dei suoi diritti innegabili di sovranità.

«Noi intendiamo, che per amichevoli previsioni un Governo presenti ad un altro consigli benevoli, ed anche esortazioni; ma crediamo, che non si possa andar più innanzi. Meno che mai è ora permesso in Europa di dimenticare, che i Re sono eguali tra loro, e che non dall’estensione del territorio, ma dalla santità dei diritti di ciascuno, dee prendersi la regola delle loro relazioni. Voler ottenere dal Re di Napoli concessioni quanto al modo di governare internamente i suoi Stati, col mezzo di minacce e di fatti minacciosi, è un arrogarsi la sua autorità, è un voler governare invece sua, è un dir altamente, che il più forte ha diritto sopra il più debole.

«Noi non abbiamo bisogno di dirvi qual sia il giudizio che porta il nostro augusto Signore sopra tali pretensioni. Egli spera, che non saranno mai poste in pratica: «e tanto più lo spera, quanto che questa è pure la dottrina, la quale quegli Stati che si pongono a capo della civiltà, e nei quali i principii di libertà politica ebbero il loro maggiore svolgimento, non cessarono mai di porre innanzi, come loro professione di fede, fino ad aver tentato di applicarla, anche colà dove le circostanze non permettevano di applicarla, che forzatamente.

«Ogni qualvolta queste due questioni saranno trattate nei luoghi di vostra residenza, voi avrete cura di non lasciare alcun dubbio sopra il giudizio che ora ne reca il nostro augusto Signore. Questa franchezza discende naturalmente da quel sistema, che l'Imperatore professò fin dal primo giorno ch'ei sali sul trono de' suoi antenati. Voi non Pignorate.

«L’Imperatore vuol vivere in pace con tutti i governi; S. M. crede, che il miglior mezzo a ciò ottenere sia il non dissimulare il suo avviso sopra alcuna delle questioni, che toccano il diritto pubblico europeo. L’alleanza di coloro che per lunghi anni sostennero con noi i principii, ai quali l’Europa dee la pace di più di un quarto di secolo, non esiste più nella sua antica interezza. La volontà del nostro augusto Signore non ebbe alcuna parte in questo risultato. Ora le congiunture ci resero la piena libertà di nostre azioni, e l'Imperatore è risoluto di consagrare le sue cure principalmente alla prosperità de' suoi sudditi, ed a volgere a migliorare l’interno del paese, attività che non dovrà più essere spinta di fuori, se non che quando lo richiedano assolutamente i veri interessi della Russia.

«Si rimprovera la Russia di voler rimaner sola, e di tacere quando vede fatti che non si accordano né col diritto, né coll’equità. La Russia tiene il broncio, dicono. — La Russia non tiene il broncio: «essa riflette.

«Quanto al silenzio di cui siamo accusati, noi potremmo ricordare, che, non ha molto, si era mossa contro di noi un agitazione artificiale, appunto perché la nostra voce si era fatta udire ogni qualvolta avevamo creduto necessario di parlare in difesa del diritto. Quest’azione tutelatrice bensì di molti governi, ma inutile alla Russia, è stata riguardata come un pretesto di accusarla di voler tender) a non sappiam quale dominazione universale. Noi potremmo bene scusare il nostro silenzio con queste memorie. Ma non crediamo, che tale sia l’atteggiamento che si appartiene ad un Potentato, a cui la Provvidenza assegnò il posto che occupa la Russia in Europa.

«Questo dispaccio vi dimostra, che il nostro augusto Signore non dissimula quando crede dover manifestare la sua opinione. Egli farà Io stesso ogni qualvolta la voce della Russia potrà essere utile alla causa del diritto, e quando apparterrà alla dignità dell'Imperatore il non lasciare ignorare ciò che egli Densa. Quanto all’uso delle nostre forze materiali, l’Imperatore riserva a sé il giudicarne liberamente.

«La politica del nostro augusto Signore è nazionale, non egoista: «e se S. M. pone innanzi a tutto l’utile del suo popolo, essa non ammette però che quest’utile medesimo possa scusare la violazione del diritto altrui.

«Voi avete la facoltà ecc. ecc.

«Firmato GORTCIAKOFF.»


La Russia adunque si condusse come doveva in quell’incontro verso il Re di Napoli e il suo governo, appoggiandosi sulla vera politica conservatrice. Così non l’avesse ella postergata e dimenticata per un apparente interesse (che non è vero interesse ciò che è ingiusto) in Polonia, in Turchia, in Grecia e nella Giorgia! — Ma nemmeno verso Napoli e verso gli altri Stati italiani si mostrò poi coerente coi principii proclamati in questa Nota.

Intanto ai 21 Ottobre, il Rappresentante inglese rende conto al suo governo della visita di congedo fatta al ministro degli Affari Esteri di Napoli, il quale, dice egli, ha esternato il suo rammarico per l’andamento preso dagli affari; ma che il Re non avrebbe potuto modificare né i suoi sentimenti, né la sua linea di condotta. — Conchiude col dire, che lo stesso Ministro lo ha pregato di assicurare il suo Governo (ciò che ha già pratticato col barone Brenier ministro di Francia) che i sudditi inglesi e francesi continuerebbero a godere nelle Due Sicilie la più perfetta sicurezza. Notiamo una coincidenza: «il 21 Ottobre 1856 il Ministro inglese scriveva tali cose al suo governo, e quattro anni dopo, il 21 Ottobre del 1860, quando Francesco II aveva accettati e seguiti i consigli dell’Inghilterra e della Francia, la sicurezza che la lealtà del Governo napolitano aveva garantita ai sudditi di quei due Governi, veniva negata al giovane Re e ai suoi più fedeli servi nel proprio Stato. — I faziosi, con tanta deferenza sostenuti dall’autore del riferito dispaccio e dal suo Governo, il 21 Ottobre appunto del 1860, facevano il famoso plebiscito, in virtù del quale le Due Sicilie, libere, autonome, indipendenti, divenivano meschine provincie del piccolo Stato a piè delle Alpi. Essi, dopo aver chiamato lo Straniero in Italia, all’ombra delle sue bandiere, prima colle bande del filibustiere nizzardo, poscia coll’esercito di Vittorio Emanuele, si trovano padroni di quel prosperoso Reame, destinato a passare ben presto per le più dolorose prove, senza che il cuore sensibile del Governo britannico, che tanto commovevasi a pro dei ribelli del 1856, punto nulla si risentisse nel 1860 e negli anni luttuosissimi che lo seguirono. Del resto, mentre nel 1856 i rivoluzionarli cospiratori supplicavano per l’intervento che loro giovava; dopo il facile trionfo del 1860 imprecavano contro l’intervento che avrebbe rovinata la loro torre di Babele. Ignobile contraddizione! e pure ammirata dalla corrotta Europa, quale capolavoro di politica sapienza. — Così l’istesso capo del Gabinetto britannico, dopo di essere intervenuto in tanti modi nelle Due Sicilie a prò della rivoluzione, osava di proclamare in pieno Parlamento, poiché la rivoluzione, sua mercé, ebbe vinto: «bisogna lasciar liberi gl’italiani nei loro proprii affari senza alcun intervento straniero... rimane alla loro discrezione di adottare le riforme di governo, gli accomodamenti di Stato che crederanno essere di loro utile: «nessuna Potenza straniera deve prendervi ingerenza, né impedir loro di giungere ai risultati più conformi ai loro sentimenti ed interessi.»(Palmerston, seduta della Camera dei Comuni. Febbr. 1861). —

Egualmente, nel discutere la petizione fatta a pro del Reame delle Due Sicilie contro le enormezze degli invasori piemontesi, il Senato francese, nella seduta dell’8 Aprile 1864, si dichiarava incompetente a pronunziarsi intorno ad essa, avvegnaché avvalorata dal nome di cospicui Francesi, come De Destre, De Roux, De Mirabel, De Margerie, e consecrava, a titolo di precedente, il principio di non ingerenza negli affari interni di un Governo straniero, facendo pompa della teoria di Vattel: «ciascuno in casa sua, ciascuno nel suo diritto.»La quale dottrina veniva svolta dal Delangle relatore al Senato sulla stessa petizione, notando, che «riconoscere in uno Stato straniero la facoltà di occuparsi negli affari interni di altro Stato vicino, è un condannare questo a una servitù intollerabile, e creare cause di collisione da comprometterne la pace pubblica.»

Ed ecco dopo soli 8 anni (1856-1864) giorno per giorno, una splendida difesa, sventuratamente troppo tardiva, del Re Ferdinando II e del suo governo! Ma ora la rivoluzione aveva ottenuto il suo intento, e i Governi rivoluzionari non temevano di trovarsi in contraddizione con sé stessi.

E qui, per una provvidenziale coincidenza, abbiamo una maravigliosa identità di date, di luoghi, e diremmo quasi di persone, per rendere la contraddizione ancora più notevole. — Agli 8 di Aprile 1856 seduta tempestosa a Parigi, dove, per gl’intrighi del Plenipotenziario sardo, i Governi di Francia e d’Inghilterra adottano quell'ingerenza contro l’interno regime delle Due Sicilie; agli 8 di Aprile 1864, egualmente a Parigi, il Senato del Bonaparte riprova l’identica ingerenza nell’interno regime delle Due Sicilie abbandonate in balìa del Sardo invasore. Il principio delnon intervento, mentre vietava alle Potenze amiche di correre in difesa degli oppressi, permetteva ai nemici d’invadere liberamente. Ma di ciò trattiamo distesameate a suo luogo. Ora ci preme di fare spiccare in tutta l’atrocità del suo vero la incredibile pressione, forse nuova nella storia della diplomazia, esercitata dalla Francia e dall’Inghilterra sul Regno delle Due Sicilie. E ci avviene di notare un fatto, che addolora lo storico veritiero, come quello che rivela lo scristianamento delle idee nelle menti, siano pure le più serie. Abbiamo tra le mani Opere e Memorie le più importanti e gravi, e, se ne eccettui quelle utilissime redatte dal teologo Margotti, neppure una ci è dato rinvenirne che esamini e giudichi la rivoluzione italiana con quel solo criterio, in virtù del quale è dato giudicarla; vale a dire, il pensiero anticristiano e la guerra di distruzione indetta alla Chiesa, per ferire la quale si distruggevano i cattolici Principati della Penisola. Abbiamo qui mentre scriviamo, una importante raccolta fatta con grande cura e studio per ordine di un cattolico personaggio; in questo lavoro, almeno nella parte non piccola che abbiamo percorsa, nemmeno una volta ci fu dato d’imbatterci in quel pensiero, che pure è il solo vero, e che noi non abbiamo esitato un istante di prenderlo a nostra stella polare nel difficile cammino, che facciamo nel tempestoso pelago della rivoluzione italiana.

—Lunga e laboriosa cosa (citiamo presso che a verbo l’accennata raccolta) sarebbe se tutte volessero qui enumerarsi le cagioni, per le quali la legittima Monarchia napolitana vide tramutarsi l’antica benevolenza del Governo britannico verso di lei (84). Ci limitiamo a notare, in ordine a quella pressione, che, conseguenza del Congresso di Parigi, prese una straordinaria intensità nel 1856; e secondo ciò che abbiamo già esposto, può ritenersi quale una verità storica che, per aver saputo infrenare la più sovversiva insurrezione e reintegrare la regia autorità nella Sicilia nel 1849, malgrado degli sforzi della politica inglese, Re Ferdinando li divenne il bersaglio di quel Governo e delle consorterie faziose. —

L’autorevole raccoglitore non ricorda punto come in quel tempo avvenisse l’ospitalità del Papa in Gaeta, l’accorrere di Re Ferdinando contro Roma repubblicana, e la severa lezione da esso inflitta ai mazziniani e ai loro fautori sotto Velletri.

—Né altrimenti, infatti possono spiegarsi gli attacchi della stampa ultra rivoluzionaria dal 1848 in poi, e gl’imbarazzi che il Gabinetto di Saint-James ha spesso suscitati contro il Governo di Napoli, fino al punto di prendere poi apertamente per suo conto la difesa dei sommovitori della Sicilia, con una filantropia che non era punto nelle sue abitudini; quando si consideri il trattamento inflitto nel 1849 agli insorti delle Isole Ionie dal Lord alto Commissario; oppure si rifletta al modo con cui represse il movimento nazionale nelle Indie, e quello che sempre più fermentava in Irlanda e nella Giammaica nel 1865. —

Intanto il Re Ferdinando, avvegnaché scorgesse a colpo d’occhio dove andassero a parare le mene diplomatiche del Congresso di Parigi, a meglio disarmare il malvolere degli alleati occidentali, si mostrò pronto ad aderire alle cose utili proposte da quel Consesso. Consentiva infatti ai quattro punti destinati a risolvere rilevanti problemi di diritto internazionale, ciò che risulta dal rapporto ufficiale del ministro degli Affari Esteri d i Francia, Conte Walewski, all'Imperatore Napoleone, e che fedelmente rechiamo:

Eccolo:


«Sire,

«Vostra Maestà si degnerà ricordare, che le Potenze segnatarie della Dichiarazione del 16 Aprile 1856 si erano impegnate a far prattiche per generalizzarne l’adottamento. Perciò mi sono io affrettato a comunicare questa Dichiarazione a tutti i Governi che non erano rappresentati nel Congresso di Parigi, invitandoli ad accedervi, e vengo ora a rendere conto a Vostra Maestà della favorevole accoglienza fatta a questa comunicazione. Adottata e sanzionata da' Plenipotenziarii dell’Austria, della Francia, della Gran Brettagna, della Russia, della Sardegna e della Turchia, la dichiarazione dei 16 aprile ha avuto la piena adesione dai seguenti Stati:

«Baden, Baviera, Belgio, Brema, Brasile, Brunswik, Chili, Confederazione Argentina, Confederazione Germanica, Danimarca, DUE SICILIE,Repubblica dell’Equatore, STATI ROMANI,Grecia, Guatimala, Haiti, Amburgo, Annover, le due Assie, Lubecca, Mekleinburgo, Schwerin, Nassau, Oldemburgo, Parma, Paesi Bassi, Perù, Portogallo, Sassonia-Altenburgo, Sassonia-Coburgo-Gotha, Sassonia-Meiningen, Sassonia-Weimar, Svezia, Svizzera, Toscana, e Wurtemberg.

«Questi Stati adunque riconoscono, con la Francia e con le altre Potenze segnatarie del trattato di Parigi: «1. Che la Corsa rimane abolita; 2. Che la bandiera neutra cuopre la mercanzia nemica, eccettuata quella di contrabando di guerra; 3. Che la mercanzia neutra, eccettuato il contrabbando di guerra, non è sequestrabile sotto bandiera nemica; 4. Finalmente, che i blocchi. per essere obligatorii, devono essere effettivi, cioè mantenuti da forza bastante ad interdire realmente l’accesso al litorale nemico.

«La Spagna, senza accedere alla Dichiarazione del 16 Aprile, a cagione del primo punto, ha risposto che si appropriava gli altri tre. Il Messico ha fatto l’istessa risposta. Gli Stati Uniti sarebbero pronti a dare la loro adesione, se all’articolo dell’abolizione della Corsa si fosse aggiunto, che la proprietà privata dei sudditi o cittadini delle nazioni belligeranti fosse esente da sequestro sul mare da parte delle marine militari rispettive. — Tranne queste eccezioni, tutti i Gabinetti hanno aderito senza riserva ai quattro principii stabiliti dal Congresso di Parigi. E cosi trovasi consacrato nel diritto internazionale di quasi tutti gli Stati d’Europa e di America un progresso, a cui il Governo di Vostra Maestà, continuando una delle più onorevoli tradizioni della politica francese, può esser lieto di aver potentemente contribuito. Onde constatare queste adesioni propongo a Vostra Maestà di autorizzarmi per la inserzione nel bollettino delle leggi; ecc.

(Approvato dall’imperatore).

«firmato. WALEWSKI.»

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CAPO IX

BALDANZA DI SETTARI E TIMORI DI GOVERNI

Mentre però il Governo ài Napoleone felicitavasi del favorevole accoglimento incontrato dalle idee del Congresso di Parigi nella parte meno lesiva di diritti altrui, i demagoghi non ipocriti proclamavano ad alta voce il loro scontento, ed eccitavano i popoli a rigettare le elucubrazioni interessate del medesimo.

Basti su di ciò recare una lettera del famoso Vittor Hugo, il quale gridando miserie col ventre pieno, in mezzo a un fiume di vaporose parole, eccitava gl'Italiani alla rivolta; ed ecco questo bizzarro documento.

Guarnesey, 26 Maggio 1865.

Agl’Italiani

«Italiani! Vi parla un fratello oscuro, ma devoto alla vostra causa. — Diffidate di quanto i Congressi, i Gabinetti e le Diplomazie sembrano preparare in oggi per vol. L’Italia si agita: «essa accenna a svegliarsi, e turba ed affaccenda la mente de' Re; essi studiano il come riaddormentarla. — Badate; vegliate. — Non è il vostro rappacificamento che cercano; unico fondamento alla pace è la vittoria del diritto. Vogliono il vostro letargo, la vostra morte. Quindi l’insidia. Diffidate. Non sacrificate alle apparenze, quali che siano, la realtà delle cose. — La Diplomazia è tenebrosa; quando essa dice di fare per voi, essa trama contro di vol.

«Che! Riforme, miglioramenti amministrativi, amnistia, perdono al vostro eroismo, una dose di secolarizzazione, un atomo di liberalismo, il codice napoleonico, la democrazia bonapartesca, la vecchia lettera ad Edgardo Ney riscritta col sangue, dalla mano che uccise Roma! Questo è ciò che vi offrono i Principi! E porgereste voi l’orecchio, e direste siato paghi? Ed accettereste, e porreste giù le armi? E rinunziereste a quella cupa e splendida rivoluzione latente che cova ne’ vostri cuori, che vi fiammeggia negli occhi? E possibile?

«Voi non avreste dunque fede alcuna nello avvenire? non intendereste che l’impero cadrà domani; che la caduta dello impero è la Francia risorta; che la Francia risorta è l’Europa libera? Voi, Italiani, eletta di uomini, nazione madre, una delle più raggianti famiglie umane che la terra sostenti; voi, a' quali niuno può dirsi superiore, non sentireste che noi vi siamo fratelli; fratelli nella idea, fratelli nella lunga prova; che l’ecclìssi attuale finirà subìtamente por tutti ad un tempo; che se il domani è nostro, è vostro pure; e che il giorno in cui la Francia sarà, l’Italia anch’essa sarà? — Si, il primo che sorgerà fra i due popoli, farà sorgere l’altro. Noi siamo uno stesso popolo, siamo una sola umanità. — Voi repubblica romana — noi repubblica francese — viviamo ambo agitati dal soffio di una stessa vita; né possiamo sottrarci noi francesi all'irraggiamento dell'Italia, come non potreste sottrarvi voi italiani all’irraggiamento della Francia. Sta fra voi e noi una profonda comunione umana, che fonderà l’accordo ne’ giorni della battaglia, e l’armonia dopo la comune vittoria. — Italiani! federazione delle nazioni continentali, sorelle e regine, ed incoronata ciascuna della libertà di tutte; fratellanza delle patrie nella uniti suprema repubblicana, i popoli uniti di Europa. Ecco il futuro!

«Non disviate un solo istante lo sguardo da quel vasto avvenire. — La grande soluzione è vicina: «non tollerate che vi si appresti una soluzione speciale isolata. A voi non si addice muovere innanzi a passi da pigmei, agguinzagliati da' Principi. I nostri son tempi per quei balzi tremendi, che han nome rivoluzione. I popoli perdono e riconquistano secoli in un ora di libertà, come il Nilo feconda sommergendo.

«Viva in noi la fede. Bando a' mezzi termini, alle transazioni, a' partiti incerti, alle semiconquiste. Come? accettereste condizioni, quando avete per voi il diritto? Accettereste l’appoggio de' Principi quando avete l’appoggio de' popoli? Un progresso cosiffatto è un abdicazione!

«No, miriamo in alto, pensiamo il vero, camminiamo sulla via dritta. I lenti avvicinamenti non bastano. Tutto verrà, e verrà di un passo, in un giorno, in un lampo solo, in un solo colpo di tuono. Viva in noi perenne la fede.

«Quando suonerà l’ora della caduta, la rivoluzione subitamente a piombo, in virtù del suo diritto divino, senza preparazione, senza transazione, senza crepuscolo, cadrà su l’Europa come una vampa di libertà, di entusiasmo e di luce, e non lascerà altro tempo al vecchio mondo, che quello di morire. Non accettate dunque cosa alcuna dal vecchio mondo: «esso è morto. — La mano de' cadaveri è fredda e nulla può dare.

«Fratelli! Quando si è la vecchia razza d’Italia, quando si hanno nelle vene tutti i bei secoli della storia e il sangue stesso dello incivilimento; quando non si è imbastarditi né degeneri; quando si è provato che possono riconquistarsi in un giorno tutte le glorie del passato; quando si è fatto lo sforzo memorando della Costituente e del Triunvirato; quando ieri soltanto (perocché il 1849 è di ieri) si è detto al mondo: «Siamo Roma!... quando in una parola si è ciò che siete, allora si è dovuto capire che si ha tutto in sé. — Dite a voi stessi che la vostra libertà sta nelle vostre mani; che i vostri fati pendono dalla vostra volontà: «sprezzate le seduzioni e le offerte de' Principi, e non vi conceda parte chi deve darvi tutto.

«Ricordate inoltre quante macchie di sangue e di fango stanno rapprese su le mani di……………..

«Ricordate i supplizii, gli assassini, i delitti, le forme tutte del martirologio, le battiture pubbliche, le battiture in prigione, i tribunali di Caporali, i tribunali di Vescovi, la Sacra Consulta di Roma, la Gran Corte di Napoli, i patiboli di Milano, di Ancona, di Lugo, di Sinigaglia, d’Imola, di Faenza, di Ferrara; la mannaia, lo strangolamento, la forca; 178 fucilazioni in 3 anni (!?), nel nome del Papa, in una sola città, Bologna; il forte Urbano, Castel Sant’Angelo, ed Ischia. Poerio senza sollievo, fuorché quello di mutare su le proprie membra il luogo delle catene; i proscrittori immemori del numero di proscritti, le galere, le segrete, i trabocchetti gl’in Pace, le tombe! (85).

«Poi ricordate il vostro altero e grave programma romano. Siategli fedeli. Soltanto in esso troverete emancipazione e salute.

«Abbiate sempre davanti la mente la esosa parola della Diplomazia: «l'Italia non è nazione, essa è una espressione geografica. Non abbiate che un pensiero: «vivere della vostra vita nella patria che è vostra: «essere l’Italia. E ripetetevi continuamente nell’anima quella tremenda verità: «finché l'Italia non sarà un popolo, l'Italiano non sarà un uomo.

«Italiani! l’ora sovrasta, io lo dico onorandovi, sovrasta per opera vostra. Voi siete in oggi la grande cagione d’inquietudine pei Troni continentali. Il punto più minaccioso della vasta solfatara (Etna) europea è oggi l’Italia. Si, i despoti grandi e piccoli debbono capire, che il loro regno sta per finire; siamo presso all’ora finale. Non lo dimenticate. Voi siete figli di quella terra, predestinata pel bene e fatale pel male, su la quale protendono l’ombra loro due giganti del pensiero umano, Michelangelo e Dante.

«Serbate intera e vergine la vostra sublime missione. Non lasciate che altri vi addormenti, o v’impicciolisca. — Non sonno, non torpore, non tregua mai. Scuotetevi, scuotetevi, scuotetevi! 11 dovere per tutti, per voi, come per noi, è oggi l’agitazione risoluta, la insurrezione domani. La vostra è missione di distruzione e d'incivilimento ad un tempo. Essa si compirà, non ne dubitate. Da tutta questa ombra la Provvidenza farà emergere una Italia grande, forte, felice e libera. Voi portate in seno la rivoluzione che divorerà il passato, e la rigenerazione che fonderà l’avvenire. Splendono ad un ora su l’augusta fronte di Questa Italia, che noi intravediamo fra le tenebre, i primi tetri fulgori dello incendio di quella, e i primi candidi fulgori di questa.

«Sdegnate dunque ciò che sembrano pronti ad offrirvi. Vigilanza e fede. Diffidate dei Re, fidate in Dio e in voi stessi.

«Vittore Hugo.»


Pare incredibile che documenti di tale natura, che si constano da per sé stessi, fossero presi da più d’uno sul serio!

Dopo questa incendiaria lettera dell’agitatore parigino non è senza interesse il seguente articolo della Bilancia di Milano, del 5 febbraio 1857, a proposito di un articolo del giornale francese LesDébats sulle cose di Napoli.

«Il Journal des Débats, o piuttosto il signor Prévost Paradol, che da qualche tempo schicchera i primi articoli di quel giornale, parla della questione di Napoli. Ei premette, che il Piemonte si associò colla Francia e coll’Inghilterra contro la Russia, facendo assegnamento sulla riconoscenza di quelle due Potenze per acquistare terreno in Italia a spese altrui. Se non che, non potendo ottenere tutto ciò che bramava, il valoroso Piemonte si limitò a voler estendere sull’Italia almeno la sua influenza. Quindi le accuse contro i Governi di Roma e di Napoli nelle Conferenze di Parigi, Governi che l’abilissimo signor Paradol si degna di qualificare siccome i meno abili in Italia, i meno moderati, e i più atti a far nascere rivoluzioni politiche pel timore esagerato delle riforme.

«Ma queste accuse, che fecero nascere i consigli delle Potenze occidentali, come tutti sanno, non potevano essere sostenute da esse a mano armata, segnatamente, dice l’acutissimo signor Paradol, perché l’Inghilterra, benché fedelissima alleata della Francia, si era accostata all’Austria!

«La resistenza de' Principi italiani ai ricevuti consigli poteva nascere, e mettere in imbarazzo i consiglieri, e nacque segnatamente da parte del Re di Napoli. Invece d’imitare la Corte di Roma, che il signor Paradol ha l’ingenuità di chiamare piena di discernimento negli affari temporali, e liberale in promesse opportune, (confessione ben singolare nel filosofico giornale dei dibbattimenti!) il Re di Napoli rispose ai consiglieri dell’occidente come tutti sanno, e allora furono tronche le relazioni diplomatiche tra Napoli da una parte, e Francia e Inghilterra dall’altra.

«Il signor Paradol, giudicando alla sua maniera i fatti di Napoli, ci assicura che quella Corte manca assolutamente di saggezza e di buoni consigli, e perciò appunto egli si degna di dartene.

«Egli dice, che la Francia e l’Inghilterra non possono sacrificare la loro dignità; e che non possono essere responsabili del caso, e che la cura della loro dignità, e il caso possono ridurre imprevedutamente in condizioni ben difficili il Re di Napoli!

«Come mai, esclama il signor Paradol, due grandi Nazioni possono limitarsi a discorrere filosoficamente dei loro vicini, o a dar loro consigli che non gioverebbero che a edificazione dei popoli. Esse non possono rimandare a Napoli i loro Ambasciatori come ne sono partiti, né far partire le loro navi come vi sono venute! Possono esse non esigere tutto ciò che domandavano sulle prime, ma non possono ritirarsi colle mani vuote; e le loro risoluzioni più saggia e più determinate cederebbero forse, se fossero spinte agli estremi, alla necessità di fare almeno qualche cosa, dopo di avere annunziato cose sì grandi!

«Queste ragioni formidabili persuadono il signor Paradol, essere un vero miracolo giornaliero, se il Re di Napoli non si è rotto sinora il capo nel cozzo colla Francia e coll’Inghilterra, senza avere con esse relazioni continuate e regolari, senza avere un Ambasciatore che possa scrivere e guadagnar tempo in caso di bisogno, vedendo incrociare lungo le coste del Regno i marinai più impazienti dell’Europa!

«Ed è in forza di questi giornalieri miracoli che il signor Paradol confessa, che S. M. il Re di Napoli ha saputo reprimere l’insurrezione delle Due Sicilie, e che ha mostrato un invitto coraggio quando fu attentato alla sua vita. Il perché ha mostrato essere fortissimo, ed è appunto perciò che il signor Paradol si appella alla sua magnanimità, e propone a Ferdinando II l’esempio dell’augusto Francesco Giuseppe I.

«Bisogna confessare, che dalle premesse il signor Paradol trae conseguenze alquanto strane; ma bisogna perdonar tutto alle sue tendenze umanitarie. Egli si crede più forte delle due Potenze occidentali, ed è probabile ch’ei riesca nei suoi pareri, ora che S. M. il Re di Napoli ha pensato di mandare col loro consenso i condannati politici nella Repubblica Argentina.

«Solo dubitiamo che il signor Poerio, che è trattato benissimo come prigioniero politico, voglia accettare il partito di andarsene. Il signor Paradol, che è uno di quelli che non si piccano d’essere inflessibili, chiama uomo onorevole il signor Poerio, che probabilmente non conosce, e lo considera come una vittima illustre e interessante!! Egli crede Poerio carico di catene!!, e sostiene, che in Inghilterra e in Francia v’èqualche simpatia per lui, che è uno di coloro che nel mezzodì di Europa hanno tentato di fondare Governi liberi, e sono stati vinti dall’accordo del Sovrano colla moltitudine!! A queste ragioni, che al signor Paradol paiono capitali in favore di Poerio, egli né aggiunge un altra molto calzante, ed è che generalmente non si ama di vedere siffatti uomini messi alle galere.

«Dopo tutto questo sforzo di logica e di politica del signor Paradol, egli conchiude benissimo il suo articolo raccomandandosi alla clemenza del Re. Il signor Paradol avrebbe potuto limitare il suo vuoto e meschino articolo alle sue ultime parole, cioè a supplicare la reale clemenza.

«Ma sembra che raccomandare a S. M. il Re di Napoli la clemenza sia superfluo, essendo positivo che dal principio di decembre egli abbia fatto 74 nuove grazie a condannati politici. La Gazzetta del Mezzodì ne ha pubblicato i nomi desumendoli da documenti officiali. In breve le prigioni di Napoli non avranno più detenuti politici, se i rivoluzionari non turberanno di nuovo le pacifiche condizioni di quel Reame.»

A proposito però delle supposte torture del Governo di Napoli, troviamo un recente articolo dell’UnitàCattolica che, deplorando il silenzio imposto ai Cattolici dal Ministro Mancini circa gli atti del Papa, reca un fatto che ben si connette col nostro assunto. L’articolo è il seguente:

«Vent’anni fa, in questo stesso mese di Marzo, era un gran parlare su tutti i giornali, principalmente degli Stati sardi ed inglesi per la scoperta, che dicevasi fatta, di uno strumento di tortura adoperato in Sicilia dalla polizia di Ferdinando II, e lo chiamavano la Cuffia del silenzio, come quello che al paziente impediva l’uso della parola. Il Corriere Mercant le del 19 di marzo 1857 fu il primo che prese a parlare di questo nuovo genere di tortura, e gli fe’ eco l’Italia e Popolo del Mazzini e La libera parola, giornale liberale unitario (Italia, Aprile 1837, anno II n.3.). E poco dopò il Morning Post, giornale di Lord Palmerston, il Siécle ed il Charivari in Francia mostravansi tutti inorriditi per questa Cuffia del silenzio, e piangevano sugli strazii di un De Medici e di un Lo Re, ambedue tormentati con questa tortura.

«Ma era una favola destramente inventata e mandata attorno dai fautori della rivoluzione. Il Nord, giornale Russo, non tardava a riconoscere la calunnia; e apertamente la smentiva il Giornale Officiale di Sicilia, che, oltre al negare che esistesse la Cuffia del silenzio, notava che quel De Medici non era arrestato né profugo, anzi non esisteva: «Lo Re, interrogato da tre stranieri (tra quali un Prussiano, il cavaliere Subiki) non ebbe che a lodarsi del modo come fu trattato nelle prigioni». Gli stessi arrestati, diceva il Giornale officiale di Sicilia, smentiscono a quanti vogliono interrogarli tutta la falsità delle imputazioni addebitate al governo di Sicilia dal Corriere Mercantile di Genova, che scriveva sulla fede di notizie pervenutegli da sicura fonte, e dal Morning Post che riproduceva frase per frase quell’articolo, mentendo bassamente col dargli le apparenze di una lettera pervenutagli da Palermo».

«Però a que’ giorni noi notavamo che, se la Cuffia del silenzio non esisteva nel Regno delle Due Sicilie, un simile istrumento di tortura conservavasi in altre parti di Europa, cioè in Inghilterra; e citavamo in prova il Rapport sur les prisons de l’Angleterre, de l’Ecosse ecc. di M. Moreau Christophe, fatto al Ministro di Francia, per cui ordine aveva visitato le carceri inglesi. Il signor Moreau a pag. 53 della sua relazione, parlando delle carceri di Manchester, diceva così:

«Una delle cose che più mi colpirono nel corso della mia vi sita si è la quantità prodigiosa di manette, manichini, catene d’ogni foggia, che stanno appese e minacciose in una delle camere della segreteria. L’ordigno più curioso e significante, che vede si in questo arsenale disciplinare, è uno strumento di silenzio composto di varie bande di ferro circolari che serrano la testa del colpevole dalla nuca alla fronte, riunite fra di loro da un altra banda di ferro, che si parte in due per dar passaggio al naso, ed è terminata al di sotto da una lingua di ferro curva che entra nella bocca fino al palato».

«Quel che dicemmo della cuffia del silenzio è da dire egualmente delle verghe, delle unghie strappate, dell’olio bollente versato sui pazienti, e di tutte le altre torture inventate dalla immaginazione barbaramente ferace dei settarii, che nella loro impazienza se la prendevano con tutti, si scagliavano contro tutti, perfino contro i loro più fedeli alleati.»

Infrattanto gli stessi Governi favoreggiatori del movimento italiano, principiavano ad allarmarsi e ad esitare e a ragione, latori. Curioso è il vedere, tra altri giornali del movimento, La libera parola assalire il Cavour, non sai se per spingerlo ad agire più energicamente, o se non forse per velarne la politica, e dire come dopo il Congresso di Parigi Cavour fosse creduto propugnatore della causa italiana; «nelle nostre interpellanze però di quell’anno, (sono parole del foglio mazziniano) le illusioni cadono, egli si protesta contrario ad ogni moto rivoluzionario, e contento che la polizia del Piemonte avesse modificato l’opinione degli stranieri sul conto nostro, afferma eziandio la cordiale amicizia della Francia. Il dispaccio di Rayneval lo smentisce immediatamente; gli Italiani sono calunniati, come mai non lo furono; le istituzioni del Piemonte disapprovate. Sopravviene la Nota del Buoi, in cui si muovono lagnanze contro la stampa piemontese e le manifestazioni del CAVOUR. Ognuno avrebbe creduto che i sacrifizii, che avea costato la guerra d’Oriente, avessero dato diritto al Ministro piemontese, non già di essere italiano, ma almeno di seguire una politica piemontese, rispettando i trattati, ma dignitosa e ferma; quindi a quella Nota bastava rispondere, che in Piemonte la manifestazione del pensiero è libera; ma bene altrimenti andarono le cose. Cavour risponde come il reo potrebbe discolparsi dinanzi ad un giudice, come un dipendente dal superiore, e contuttociò la vantata benevolenza di Francia e d’Inghilterra non si manifesta punto: «queste due Potenze si limitano a dire alteramente: «finitela, non vogliamo pettegolezzi, la pace d’Europa non può essere turbata. — Come finirà? con una restrizione delle libertà costituzionali, ciò è indubitato. — Ecco i vantaggi della politica di Cavour».

Ma nella parte che intitola nostre corrispondenze, il citato giornale sembra inveire viemmaggiormente contro gli alleati occidentali, quando scrive: «Ora, a rappresentare sotto il vero loro aspetto, non solo il Governo borbonico, ma più ancora i governi di Francia e d’Inghilterra, banditori di civiltà, alleati del nostro Piemonte, che i partigiani della Monarchia andavano magnificando come i restauratori della libertà, coloro dai quali le popolazioni delle Due Sicilie dovessero aspettarsi una valida protezione contro il loro governo, trascriviamo la lettera di un profugo Siciliano, che dalla terra d’esilio impreca alla sua fiducia, e ci raccomanda di render nota la condotta del Governo francese a riguardo suo e dei suoi compagni di sventura».

La lettera per verità non manca né di curiosità, né d’interesse, e perciò anche noi la trascriviamo.


«Malta, 12 Marzo.

«Dopo tanti e strani rivolgimenti di sorte, eccoci in esilio, e per maggior dolore divisi.

«Non vò tacerti due circostanze della mia fuga. Il battelliere che mi trasportava, preso da vigliacca paura, o indotto in errore dalle tenebre della notte, invece di depormi sulla costa, mi abbandonò sull’arido scoglio di S. Paolo. Fatto giorno, tolto il mio piccolo baule sulle spalle, muoveva per la Valletta, quando mi vidi d’ogni intorno circuito dalle acque, in luogo dove non verdeggia un filo di erba, né scorre un sorso di acqua dolce.

«Passò tutto quel giorno; in sulla sera vinto dalla disperazione e dalla fame, stava volgendo truce risoluzione, incerto fra il fracassarmi la testa, o l’annegarmi; quando, creduto dai doganieri un contrabbandiere, messo sopra una piccola barca e tratto in arresto, fui condannato ad una multa di dieci lire. Cosi volle la mia bizzarra fortuna.

«Stordito ancora ed inabile, nonché alla meditazione, alla materiale espressione dei miei pensieri, non ho potuto consacrare alla debita infamia la fregata francese, che, trovandosi in Palermo negli ultimi dello scorso mese di decembre, ci respinse barbaramente, atteso gli ordini precisi dell’imperatore di non ricevere a bordo alcun emigrato Siciliano.

«La pubblicazione di un tal fatto disingannerà i nostri amici, e i Siciliani tutti, della mal collocata fiducia nell’Inghilterra e nella Francia. E come no? Si richiamano gli Ambasciatori,e si abbandonano alla polizia ed al carnefice gli sventurati che implorano aiuto! Cosi flagrante contraddizione tra il pomposo far diplomatico, e quello che io chiamerei tendenza e vita abituale della politica, debbono sempre più convincerci, che gli alleati accorrono dopo della vittoria per raccoglierne il frutto, e che è follia sperare nello straniero, e che dai signori alleati si volle rappresentare una commedia colla ipocrita maschera della morale e della virtù.

«Appena qui giunsi, gli amici si rallegrarono meco che fosse così e non altrimenti andata la faccenda; convinti che i funzionarii del Governo francese avessero l’ordine di avvertimela polizia».


«Avv. Antinori.

Così reclamava imperiosamente allora l’interesse di Napoleone, il quale, vedendo lo scapestrare delle società segrete sbrigliate in seguito del Congresso di Parigi, incominciava ad esserne allarmato, e quindi volle più che mai attiva la sua polizia ad allontanare od arrestare gli uomini più pericolosi. Nello stesso mese di aprile 1857, l’autorevole Daily News recava una sua corrispondenza da Parigi, abbastanza importante, come quella che rivela l’attitudine delle società segrete in Francia, e il perché dell’esitanza di Napoleone III in quel momento, esitanza, che nel seguente gennaio 1858 gli valse il famoso attentato di Orsini. — Rechiamo a verbo questa corrispondenza:

«Fra le persone arrestate a Parigi nella settimana scorsa, come membri di società segrete, furono i signori Morin e Ancaigne, scrittori della Revue de Paris. Il Morin fu già uno dei direttori dell'Avenir. Fu emesso un mandato d'arresto contro Lefort, lo studente che scrisse i Chants de haine, e fu poco dopo condannato a sei mesi di prigionia per la parte che ebbe nelle dimostrazioni contro il professor Nisard all'Università. Ma Lefort ha avuto sentore di ciò che lo minacciava, e quando fu perquisita la sua abitazione, l’uccello se ne era fuggito.

«Parrebbe che l’alta vendita (per adoperare stile carbonaresco) sia diretta da alcuno degli esuli più autorevoli rifugiati in Inghilterra. Fra loro e i direttori all’interno sono spesso dissensioni; perché questi accettano volentieri la cooperazione di quelli, ma non vogliono farsi dettar la legge. In Francia l’ordinamento è ristretto quasi del tutto fra le basse classi, le quali sono come impazienti e gelose della specie di suzeraineté, cui pretendono per condizione sociale e per educazione i loro capi. — Sappiala noi che cosa possiamo aspettarci dai vestiti in falde, dress cooats e dagli uomini di pretesa capacità; li vedemmo all'opera (dicono essi con disprezzo) e non li vogliamo più che come ausiliarii. — Varie modificazioni sono state introdotte di recente nell’ordinamento delle associazioni. Non sono più divise in decurie o centurie. Nessun membro può avere relazione con più di tre altri membri; e, ad imitazione delle società segrete sotto la restaurazione, essi occupano respettivamente gli estremi di un triangolo immaginario, che coi lati tocca un altro triangolo, e così di seguito diffondendosi per tutti i dipartimenti.

«Il linguaggio politico commerciale adoperato per trasmettere gli ordini da un luogo ad un altro, per la posta e per telegrafo elettrico, è stato mutato del tutto. Le parole mercanzia, viaggiatori commercianti, azioni, che significano armi, emissarii, sottoscrizioni ecc. eran note da un pezzo alla polizia, e in conseguenza detter luogo ad altre espressioni. Ora le comunicazioni sono diffuse per quanto è possibile per mezzo di affiliati che appartengono alla società detta Bureau du tour de France. É noto, che numero considerevole di operaii fanno ogni anno il viaggio dei Dipartimenti collo scopo di perfezionarsi nei loro mestieri. Quelli che sono affigliati, e che godono grande fiducia, sono adoperati come messi per far giungere le istruzioni ai colpitati. Quando questi ordini sono pressanti, gli emissari viaggiano per la strada ferrata, essendo loro pagate le spese. Con questi mezzi il caso di essere scoperti dalla polizia è assai più difficile. La nuova società, che dicesi scoperta testée che diede causa a tutti gli ultimi arresti, era forse un ramo della grande associazione, secondo il nuovo ordinamento.

«In una corrispondenza di Parigi al Times si leggevano giorni sono i seguenti particolari a proposito delle società segrete chiamate credo dei Bons hommes, bons enfants o alcun che di simile. Molti arresti furono fatti ultimamente; metà degli arrestati appartengono probabilmente alla polizia stessa.

«L’Imperatore si è molto adoperato a sradicare il male dal paese; fu restituita la quiete, ma vi è chi afferma, che ciò è solo apparentemente, e che il male, sebbene non si vegga, non fa minore progresso.»

Il Governo francese aveva ragione di allamarsi. Oltre questa corrispondenza del Times, da altri giornali e da corrispondenze particolari del foglietto succitato si hanno queste ulteriori notizie:

«In Parigi te polizia ha scoperte le file di una congiura diretta contro te persona dell'Imperatore; gli arresti sino ad ora giungono a 200, e tra questi persone colte e già note nei passati avvenimenti.

Luigi Napoleone e Ferdinando II, conchiude il foglietto Mazziniano, si trovano al presente nelle medesime condizioni — Vale a dire, egualmente esposti al pugnale della setta, sebbene per ragioni del tutto opposte. Ed era infatti cosi, come siamo per vedere.


CAPO IX

I RAPPRESENTANTI INGLESE E FRANCESE LASCIANO NAPOLI

Il vero stato del reame delle Due Sicilie, e i fatti che seguirono togliendoci il fastidio di raccogliere ed esaminare i sofismi accumulati nella surriferita Nota dell’ufficiale Moniteur, osserviamo soltanto che non da alterigia, ma dalla propria dignità il Governo napolitano, conscio delle trame tesegli dalla frammassoneria, dovette rispondere come si conveniva alle esigenze di stranieri Governi che, proclamato il principio del non intervento, lo violavano intanto diplomaticamente. Che la pace di Europa fosse compromessa, non dall’attitudine dignitosa del Re di Napoli, ma si dalle mene dei settari, non v’ha più ora uomo leale che noi vegga. Anche i fatti hanno mostrato se i gabinetti di Londra e di Parigi si fossero bene apposti, quando strepitavano affermando che, senza la vieta panacea dell’amnistia e delle pronte riforme, era inevitabile e imminente la rivoluzione; ovvero se non piuttosto avesse avuto ragione il regio Governo di Napoli quando rispondeva, che la rivoluzione sarebbe stata allora imminente e inevitabile, quando il Re avesse accordato e l'amnistia e le pronte riforme. Alle quali concessioni avendo finalmente condisceso, nel 1860, il Re Francesco II, riconciliatosi coll’Inghilterra e colla Francia, seguendo gl’interessati consigli del Ministro francese, si trovò tosto obbligato di chiedere l’appoggio di quei Potentati, che lo garantissero dalle tristi conseguenze che ne vennero. — Ma una prova assai splendida del vero spirito dei popoli napolitani si ebbe nel medesimo tempo appunto, che Inghilterra e Francia maggiormente si affannavano per liberarli dalla supposta tirannia del Re Ferdinando; e l’istesso conte di Cavour ebbe a rendere testimonianza in qualche lucido intervallo della sua malvagia politica, delle felici condizioni del Reame napolitano e dei veri sentimenti delle sue popolazioni.

Se fosse stato vero, che i sudditi di quel Re fossero malcontenti del suo governo, ed amanti di un nuovo ordine di cose, spinti napolitano, come erano a ribellione dalle subdole mene e da tutti i mezzi di corruzione delle società segrete, si sarebbero approfittati certamente della rottura diplomatica, seguita tra Napoli e gli alleati occidentali, per muoversi a ribellione e disfarsi di un Sovrano cui, secondo le cento trombe della rivoluzione, abborrivano. Ma i Napolitani invece rimanevano incrollabili nella loro antica devozione alla dinastia, e senza gli eccitamenti e le insidie di cospiratori stranieri, nessun paese m Italia sarebbe rimasto più tranquillo, come era il più prospero, quanto il regno delle Due Sicilie. Il Napolitano è un popolo cristianamente docile a chi lo governa a nome di Dio; è sottomesso senza bassezza, ama e rispetta gli uomini e le istituzioni, amate e rispettate da suoi padri. Questo popolo però, come ogni altro popolo che sente la propria dignità e che vuole la libertà dei figli di Dio, ama l’energia e la fermezza in chi lo governa, maggiormente quando sia per opporsi a perturbatori stranieri. Il popolo napolitano, come per verità ogni altro popolo d’Italia, prima del presente caos europeo, accoglieva con istintiva diffidenza gli avventurieri, commessi viaggiatori della frammassoneria, i quali malgrado di tutte le loro arti e di tutta la loro eloquenza, mai non riuscirono a farlo persuaso di esser governato da un tiranno, finché un invasore filibustiere, sostenuto da flotte straniere, non glie l’ebbe persuaso col fuoco dei cannoni e coll’oro dei tradimenti.

L’Austria erasi destramente intromessa, affine di distogliere la Francia e l’Inghilterra dal recare in atto le loro minacce contro il Re di Napoli, in quello che la Russia, che aveva mantenuto dignitoso contegno nel Congresso di Parigi, sembrò arrestarne le flotte nell’atto di spiegare le vele, colla Nota da noi arrecata; sebbene le gelosie tra Francia e Inghilterra le tenessero già paralizzate.

Ma se nobile e dignitosa fu l’attitudine del Re Ferdinando e del suo governo, in quella altrettanto critica quanto nuova circostanza; non meno dignitosa fu la condotta dei suoi popoli, i quali ben mostrarono allora, salvo qualche spregevole eccezione, di nutrire sentimenti veramente nazionali, sacrificando qualunque interno dissidio alla dignità offesa del loro Re e della patria, lasciando al Governo tutta la sua forza e la sua piena libertà di azione. Un sollevamento in quel tempo era scelleratezza da tutti riconosciuta; se vi fu epoca in cui lo spirito di ribellione sembrasse scomparso e spento, fu appunto quello in cui la minacciosa attitudine delle Potenze occidentali sembrava maggiormente eccitarlo ed assicurarlo.

Il popolo napolitano infatti sembrò non avvedersi nemmeno della partenza dei Rappresentanti di Francia e d’Inghilterra, quando lasciarono Napoli nell’ottobre 1856; avvegnaché con artificioso apparato si fossero argomentati quegli strani diplomatici di richiamare la pubblica attenzione, percorrendo il Regno con un lungo itinerario terrestre, piuttostoché approfittarsi delle navi pronte in porto delle proprie nazioni. E qui giova segnalare al giudizio della storia alcune rivelazioni, pregio principale delle quali è l’odio implacabile contro il proprio governo di chi le faceva, il quale anzi prendeva diletto a raccogliere ogni sorta di vituperi e calunnie a suo danno, gloriandosi poscia di aver cospirato lunghi anni per ridurlo al nulla. Costui narra i particolari dell’incidente diplomatico di nuovo genere, di cui è parola, nei seguenti termini:

Già da parecchi giorni per la città erasi diffusa la voce, che gli Ambasciatori d’Inghilterra e di Francia avrebbero abbassate le armi. Ogni giorno si andava ai loro palazzi per verificare il fatto, ed ogni giorno si ritornava disingannati e dolenti, perché le armi si vedevano ancora sulle loro case. Finalmente il fatto fu veramente incontrastabile: «le armi di Francia e d’Inghilterra più non vi erano, quindi era già cominciato un intervento più serio, erasi dato un passo più ardito, e quindi maggiori le speranze dei liberali. Tra questi erasi pensato fare una dimostrazione di simpatia ai due Ministri nel giorno che sarebbero partiti, e non si lasciò mezzo alcuno intentato per eseguirla. Anzi io sò, che qualcuno di essi, ripromettendosi più di quel che la conoscenza del paese avrebbe potuto autorizzare a credere, pervenne ad assicurare il Brenier che una dimostrazione gli si sarebbe fatta. Il Brenier, invece d'imbarcarsi per Civitavecchia, prese la via di terra, appunto per aver modo di passare tra la popolazione. — Nulla vi fu, nessuno osò non solo emettere un grido, ma togliersi il cappello: «lo spettacolo, che diede allora la popolazione napolitana, fu desolante. Vedere una città intera che quasi tutta (sic) abborriva il Borbone, e sperava nella Francia e nell’Inghilterra, non osare mostrarsi neanche per un saluto a' Rappresentanti di quelle Potenze, era ciò il massimo punto della degradazione morale, a cui potesse arrivare ed era arrivato il popolo; (massima degradazione la fedeltà al suo Re?!) il quale naturalmente, per quanto meno osasse far esso, tanto più desiderava e sperava che facessero gli altri. Quindi, partiti gli Ambasciatori, ogni giorno si aspettava la squadra riunita delle due Potenze... Ed in realtà erano esse venute un momento sulla eventualità di agire sopra Napoli; ma dopo quel primo momento sursero gravi dissidenze, e le gelosie antiche ed i fini diversi, da cui entrambe erano mosse per le cose di Napoli, si manifestarono, sicché lo invio delle squadre navali rimase speranza. Né peraltro poteva avvenire diversamente; imperocché se il Re di Napoli anche dopo lo invio de' vascelli si fosse ostinato a resistere, era il caso di accendere una guerra che avrebbe potuto diventare europea. E gl’interessi di Francia erano diversi da quelli d’Inghilterra nelle cose di Napoli, anzi opposti ed escludentisi l’un l’altro. La squadra alleata dunque non venne, non apparve e non parti neanche allora dai porti di Malta e di Tolone. E la diversità degli interessi anglo-francesi col volgere del tempo più si manifestò, tanto che, resistendo sempre il Re di Napoli, le due Potenze si sentirono umiliate agli occhi del mondo, e subirono anche esse le conseguenze di quella politica incerta, irresoluta e poco veggente, la quale si spinge oggi ma non prevede il domani, ed è costretta a mostrare al mondo la sua impotenza. Insomma la storia (quale?), se da una parte lancia un anatema sulla politica di Re Ferdinando, e sullo scopo che lo spingeva alla resistenza, dall'altra non può non apprezzarne il carattere, e disprezzare quello di Francia e d’Inghilterra, che rimasero umiliate agli occhi del mondo. E la umiliazione non si arrestò, perché accortesi del passo falso, e temendo che dalla situazione da loro creata, potesse l’una vantaggiarsi a danno dell’altra, si affrettarono a rimandare a Napoli i loro Rappresentanti non appena un occasione si presentò; e questa fu la morte del Re Ferdinando. Con tal fatto due anni dopo esse assistettero agli atti di quell’istessa politica, contro la quale avevano protestato due anni prima. Era la perdita di ogni coscienza morale, di ogni sentimento di decoro che si manifestava in quel tempo nei governi dell’Europa civile (86)».

Sono queste parole preziose; e chi ha occhi per leggere e mente per intendere comprenderà di leggieri il significato delle doglianze del rivoluzionario scrittore.

Re Ferdinando intanto nobilmente ordinava, che si usassero ovunque i più cortesi riguardi verso i sudditi inglesi e francesi in tutto il Reame, del che rechiamo più sotto un documento. Questo Sovrano forte della rettitudine e lealtà del suo agire, intende prevenire ogni benché menomo pretesto di risentimento da parte de' due Governi, che, con inqualificabile misura ritiravano i loro Rappresentanti da Napoli e rompevano ogni relazione diplomatica con lui. Un reale rescritto veniva comunicato alle diverse gerarchie de' pubblici impiegati, affinché avessero, ne’ limiti di giustizia e di equità, usati tutti i possibili riguardi a' naturali francesi ed inglesi sul territorio del Reame. Il testo originale di codesto provvido ordinamento è passato più volte sotto i nostri occhi, ma a noi piace di riprodurlo come viene riferito nella collezione dei documenti diplomatici dei Parlamenti inglese e francese:

«Naples le 27 Octobre 1856 — Le Président des Ministres etc. etc.

Je dois vous recommander la plus extrême vigilance dans les affaires de votre administration, à fin d’empêcher l’origine de la plus légère discussion avec les sujets anglais et français, et dans le cas ou des différends de cette nature s’élèveraient, il est à désirer que vous employez tous vos efforts pour les apaiser, et que vous fissiez tout votre possible pour défendre et protéger activement les droits, les personnes, les biens et les intérêts des François et des Anglais. Enfin vous étés positivement chargé d’empêcher tout incident fâcheux: «vous pourrez pour le prévenir employer tous les moyens qui sont à la disposition des Autorités, et s’ils se produisaient vous les feriez cesser aussitôt. Vous étés trop prudentpour ne pas comprendre combien il vous faudra de soin et de vigilance pour bien exécuter ces instructions, et la lourde responsabilité qui pèserait sur les Autorités, qui par négligence, ou autrement, permettraient à des différends de cette nature de se produire, ou qui étant informées de leur existence, ne les feraient pas cesser immédiatement. Vous accuserez réception de cet ordre, etc.»

Fin qui il documento. Non fu però mestieri né di aumentare cure, né di accrescere sollecitudini per raggiungere quello scopo di civiltà internazionale e di delicatezza politica. Gl’Inglesi e i Francesi, residenti nel reame di Napoli o di passaggio sul suo territorio, espressero in più di un incontro la loro piena soddisfazione per i riguardi e le cortesie ricevute dal governo di Ferdinando II; vi fu anzi chi dichiarò apertamente trovarsi assai più contento e meglio tutelato nei propri interessi, senza la officiale protezione diplomatica del Rappresentante del proprio paese. — Ora è venuto il tempo che un Inglese, o qualunque altro viaggiatore, sia pure estero o regnicolo, non può dare un passo senza incontrare pericoli e violenze su quel medesimo territorio, divenuto provincia del neo-regno d’Italia, alla cui malaugurata costituzione influirono tanto, e con tanto abbominevoli modi, i governi di Francia e d’Inghilterra. Oggi non vi sono più i sovrani rescritti di Ferdinando II, né gli speciali riguardi del dignitoso Governo napolitano e delle ospitali popolazioni a pro ed a tutela dei sudditi di quei Governi, e le famiglie costernate di cittadini britannici sequestrati da' malviventi, non vengono più baldanzose a minacciare il Governo napolitano; ma supplichevoli corrono a pagare le migliaia di sterline per ottenerne umilmente la liberazione, mentre gli agenti officiali della potente Inghilterra intervengono in tali umilianti trattative, anzi taluno di essi sarà anche catturato egli stesso, come avvenne appunto di questi giorni nell'agro palermitano. Eppure di presente l’abborrito governo del Re Ferdinando è cessato da un pezzo; e gli antichi cospiratori, tanto protetti e difesi dalle Note diplomatiche anglo-francesi nell’anno 1856, dominano da assoluti padroni nella rigenerata Italia! — Ma rimettiamoci in via.

Lungi adunque dal destarsi ribellioni per la partenza dei due Plenipotenziari di Francia e d’Inghilterra, la quiete e la pace si consolidavano nelle Due Sicilie, e il Re di Napoli otteneva encomi perfino nell’istesso Parlamento brittannico. Infatti nella Camera dei Lords, seduta del 3 febbraio 1857, si udirono risuonare le seguenti parole:

«Noi avevamo fatto al Piemonte promesse impossibili a mantenersi, e per uscire da queste difficoltà ci siamo impigliati in una politica d’intervento, e sotto pretesto di conservare la pace d’Europa, abbiamo elevato la pretensione d’immischiarci nell’interno regime del Regno delle Due Sicilie. Voi dite che la sua condizione era un pericolo, una minaccia per la tranquillità generale novellamente stabilita. Ma saremmo curiosi di vedere sorgere qui i Ministri inglesi, e dire sul serio a quest’assemblea, che la condotta seguita dal Re di Napoli verso i suoi sudditi potesse arrecare il benché menomo disturbo alla pace di Europa. Questo non era che un pretesto, e un pretesto senza alcun fondamento... Voi siete intervenuti negli affari di Napoli per obbedire alla necessità di rimanere fedeli a certe dichiarazioni che avevate fatte anteriormente, e sospinti nel medesimo tempo da quella disgraziata mania d’intervento, da cui il nobile Visconte (Palmerston) che stà alla testa del governo, trovasi cosi potentemente invasato. — Se taluno del sudditi inglesi avesse avuto a lagnarsi degli atti del Governo di Napoli, o di qualche altro Governo d’Italia, il vostro dovere era d’intervenire e difenderlo; ma quanto a ciò che avviene tra un Sovrano e i propri sudditi, diciamo che, secondo le regole del diritto internazionale, non ci è permesso altro che qualche rimostranza. E rompere ogni relazione amichevole con un Sovrano, per la sola ragione che egli rifiuta di accettare i vostri consigli relativi all’amministrazione del suo Regno, è una condotta che non può esser difesa da chiunque abbia la menoma conoscenza dei principi di diritto internazionale. Ci duole sinceramente, che la politica seguita in questi ultimi tempi abbia tolto al nostro paese ogni amicizia. E pensiamo, che l’intervento dei Ministri della Gran Brettagna in Napoli fu indegna della politica del nostro paese, e crediamo che quest’affare incominciato con un assalto ingiusto, si terminerà con una conclusione senza onore (87).

Né in modo diverso ragionavasi nella Camera dei Comuni l’istessogiorno 3 febbraio 1857, e il famoso Gladstone diceva: «Negli ultimi sei mesi siamo stati in continue liti. È strano che, quando Lord Palmerston trovasi alla testa degli affari, abbiamo dieci volte più liti che negli altri tempi. Cominciamo sempre col menare molto rumore e mettere innanzi grandissime pretensioni, e terminiamo in ultimo col cadere a un dipresso di accordo coi nostri avversari. Io non so comprendere con quale diritto i Plenipotenziari si siano occupati nelle conferenze di Parigi della condizione interna del regno di Napoli che non vi era rappresentato. Ella è questa una questione assai grave, e credo io una totale innovazione nella storia dei Congressi di pacificazione quella d’ingerirsi in simiglianti materie: «i Plenipotenziari non avrebbero dovuto occuparsi in modo officiale di argomenti estranei al Congresso, né rendere di pubblica ragione le risoluzioni prese. — Qual è la posizione delle Potenze non rappresentate nel Congresso di Parigi? Quale posizione si è loro fatta, quando gli affari di loro interesse, le relazioni del Sovrano coi sudditi, lo stato delle loro legislazioni vengono discussi in assenza dei loro Rappresentanti come si è ora praticato? E ciò per opera di uomini che si sono riuniti per un oggetto del tutto differente, e che sono nella impossibilità di avere le informazioni necessarie per rendere giustizia a coloro di cui si vogliono incaricare!

Il deputato Milner Gibson alla sua volta osservava, che, «sulle rimostranze indirizzate dall’Inghilterra, il Re di Napoli aveva data quella risposta che aveva il diritto di fare. La causa della umanità e della libertà sarebbe meglio servita, astenendosi interamente dallo spedire reclami simili a quelli che testé venivano presentati. Noi non interveniamo che per tradire; non facciamo promesse, che per mancare alla data parola.»

E Lord John Russel ripigliava: «Il Re di Napoli ha creduto che fra due pericoli fosse meglio rigettare le fattegli proposte; e io debbo soggiungere, che molte persone le quali non lo avevano in considerazione, lo stimarono poi per la fermezza da lui mostrata in simili circostanze.»Il nobile Lord concludeva, tributando elogi all’animo conciliatore del Re Ferdinando, verso del quale, se le grandi Potenze avessero presa altra via, e al quale dato avessero consigli veramente amichevoli, egli avrebbe sicuramente acconsentito, perché il suo onore era salvo. Invece col metodo che tennero, col mezzo termine che adottarono, lasciarono al Re di Napoli ogni possibilità di rifiuto, e per soprappiù gli offrirono il destro di farne un argomento di onore e di orgoglio.

La Gazzetta Piemontese riferiva un brano di questo discorso di Lord Russel; ma si guardava bene dal riferire ai Piemontesi intere le sue parole; come ancora le precedenti con cui l’istesso Lord dichiarava: «Se Francia ed Inghilterra non avessero voluto fare un solennissimo fiasco verso la Corte di Napoli, avrebbero dovuto mettersi d’accordo con l’Austria.»

Sembra che siffatte dichiarazioni nel Parlamento inglese, insieme con l’ascendente che sembrava acquistare ogni giorno più la politica egoista di Napoleone III, il quale alla fin dei conti voleva rassodata la sua dinastia sul trono di Francia, e conquistarne uno comunque ai suoi torbidi parenti, scuotessero il Governo inglese e lo facessero esitare.

Così ai 21 febbraio 1857 il regio Rappresentante napolitano presso il governo di S. M. brittannica scriveva al suo Governo: «Il Gabinetto inglese stretto come è ora all’Austria, non ammette cambiamento di dinastia nelle Due Sicilie; ha abbandonato la protezione della rivoluzione italiana, e rinunzia alle sue idee sulla indipendenza della Sicilia. Lord Clarendon me ne ha fatto assicurare sulla parola di gentiluomo. L’accordo dell’Austria coll’Inghilterra e colla Francia avrebbe infatti contrariati i subdoli maneggi del Piemonte. Ma fu un lucido intervallo, fu un istante di sosta per la società che correva al precipizio; quindi l’esitare di Napoleone III, quindi l’attentato di Orsini dell’anno seguente 1858. Ma la setta tirava innanzi arditamente, sicura, come era, che iFratelli delle Tuilleries e di S. James avrebbero ubbidito. Il Piemonte perciò coi soliti mezzi faceva assalire più che mai e per ogni via i governi di Napoli e di Roma, avvegnaché regolare e tranquillo ne fosse l’andamento, e progressivi i miglioramenti attuati e da attuarsi a prò dei loro popoli.

Nell’istesso tempo Cavour alla più raffinata simulazione aggiungeva la seduzione. — Il vostro Sovrano, diceva egli allo Inviato napolitano, il vostro Sovrano ha fatto un assai brillante figura, ha approfittato bene delle circostanze, ha sciolto a suo vantaggio un nodo assai intricato. Ora dovrebbe vendicarsi delle Potenze che lo hanno molestato, e di quelle che lo hanno mollemente sostenuto; ravvicinandosi al Piemonte, Napoli e Piemonte bene uniti avrebbero dato legge all’Italia. Il Rappresentante regio rispose, come aveva fatto altra volta a D’Azeglio e a Dabormida: «non essere il Re delle Due Sicilie quello che si teneva lontano dal Piemonte, ma si questo da lui. I reali domini non servire di residenza ad alcun nemico del Re di Sardegna. In Napoli non esservi officine occulte e notorie di calunnie sistematiche e di macchinazioni di rivolture contro gli Stati di S. M. Sarda (ed accentuava bene queste parole). La longanimità del Re delle Due Sicilie, il suo dignitoso e costante silenzio, la maniera con che sono serbate nei suoi Stati le relazioni internazionali e commerciali colla Sardegna, fanno ben palesi i suoi sentimenti amichevoli. — Cavour si limitò a replicare poche parole inconcludenti, e il relatore faceva notare: «Il Piemonte pel momento è troppo dilaniato dai partiti, dalle pretensioni de' Potentati, dalle influenze di ogni genere, dall’odio contro l’Austria, dai debiti, dalle tasse esorbitanti. Il suo contatto è troppo pericoloso per principi cattivi in religione e in politica; cosicché da più stretti vincoli col Piemonte nulla vi è da guadagnare e molto da perdere.»(88) Savissime riflessioni!

Due giorni dopo il medesimo Rappresentante regio aggiungeva un altro dispaccio, e diceva: «Il generale Lamarmora incontrandomi mi ha tenuto un discorso quasi simile a quello tenutomi da Cavour, e io mi sono trincerato nel maggiore riserbo di parole.»

Il Governo di S. M. il Re di Napoli, approvando la condotta del suo Rappresentante, ai 9 di decembre del 1856 gli scriveva: «Il Governo di Sua Maestà non domanda di avvicinarsi ad alcuna Potenza, e mette ogni studio per star bene con tutti; a condizione però, che niuno s’ingerisca negli affari della sua interna amministrazione.»

La cavalleresca lealtà del Re di Napoli nel rispetto pei trattati internazionali e nei riguardi verso le Potenze estere, a fronte di queste e di altre tentanzioni per rimuoverlo dal retto sentiero, avrebbe meritato ben altra mercede e ben altra considerazione da parte della politica europea!

Però gli apologisti del Cavour vorrebbero dare ad intendere, che quel tentativo da lui fatto col Rappresentante napolitano avesse in mira di eludere le mene dei partigiani di Mazzini e di Murat Ma fra i tanti argomenti, che smentiscono codesta opinione, avremo in seguito a recarne più d’uno. Si vedrà che con Mazzini si andava in fondo d’accordo, essendo allora istrumento opportuno ai disegni del CAVOUR. Quanto a Murat si era espliciti e nello stesso Parlamento di Torino si proclamava: «L’Europa rimarrebbe scandolezzata dei tentativi fatti dal partito murattiano; ma l’imperatore Napoleone dovrebbe sapere che, se i Napolitani avessero a scegliere tra un Borbone o un Bonaparte, non esiterebbero a scegliere un Borbone (89)

Cavour, pensiamo noi, era perla prima volta se non leale, almeno sincero, quando tentava la lega col Re di Napoli. Nei suoi disegni forse non era l’unità italiana, conquistata col denaro che non aveva e con armi che non bastavano; chiamare nella propria orbita di azione Napoli, per assorbire i Ducati e sbarazzarsi dell’Austria coll’appoggio e non coll’intervento di Napoleone III, di cui diffidava, era il suo sogno dorato di quel momento. Spacciatosi dell’Austria, il Re di Napoli era troppo leale per fargli paura; il tempo e le società segrete avrebbero fatto il resto senza sparare un fucile.

E qui è da aggiungere quanto scriveva il foglietto clandestino La Libera Parola (Italia — aprile 1857 — n.5.) inserito in una delle raccolte di documenti che abbiamo avute tra le mani:

Siamo finalmente, si legge in esso, allo sviluppo di quella famosa commedia, rappresentata dai Potentati d’Europa a danno dei popoli, la quale ebbe principio colla colleganza anglo-francese che doveva condurre, secondo gli ottimisti, alla rigenerazione d’Italia. E, passando a rassegna gli ultimi avvenimenti del giorno, segue a dire: «Dopo le interpellanze del Parlamento piemontese e le esplicite dichiarazioni di Cavour, già note a' nostri lettori, vennero quelle del Parlamento inglese relative alla questione italiana, le quali costrinsero il primo Ministro a confessare di aver tollerato durante la guerra d’Oriente, che Francia ed Austria conchiudessero un trattato volto a reprimere qualunque movimento rivoluzionario in Italia. Questi fatti scossero la sua autorità; le ostilità contro la Cina gli diedero il crollo: «mentre una parte del Parlamento era rimasta scontenta della condotta obliqua e poco dignitosa, che il Governo inglese aveva tenuto nella questione italiana, e l’altra parte, quelli che vogliono la pace ad ogni costo, riprovava completamente la guerra intrapresa in Persia e nella Cina; Palmerston fu costretto a sciogliere il Parlamento. Intanto i varii partiti accordavansi nel disapprovare il primo Ministro; ma non già nella politica da tenersi in avvenire: «i liberali, dovendo scegliere fra il partito Tory e la scuola di Manchester, ovvero la pace ad ogni costo e Palmerston, preferivano quest’ultimo, e però»i diedero a difenderlo ed a giustificare la sua condotta nella questione italiana che era la più importante, come che paresse occupare un secondo luogo. Tra i giornali che assalirono apertamente Palmerston eravi il Morning-Star. Scrivevasi in questo giornale: «Il naviglio anglo-francese era pronto a sciogliere alla volta di Napoli, quando Palmerston comunicò alla Francia, che l’Inghilterra non era punto disposta a riconoscere Murat re di quel Regno, e sperava che il Bonaparte avesse palesato le sue opinioni. La Francia rispose, non inclinare né ad una parte né all’altra: «non cerchiamo né incoraggiare né rigettare Murat; il solo governo che non riconosceremo a Napoli è la repubblica.»

Venne la fatale risposta dell’Inghilterra, che obbligavasi a non riconoscere la repubblica, se la Francia promettesse di non riconoscere Murat. No rispose la Francia; e così la dimostrazione nella baia di Napoli non ebbe luogo. Quindi il Morning-Star accusa Palmerston di avere offerto alla Francia il suo concorso, per abbattere le istituzioni repubblicane, se fossero surte.

«Sotto il peso di una simile accusa Palmerston difficilmente sarebbesi rilevato; quindi il Leader ne assume le difese. Egli conferma quanto dice il Morning-Star, che la dimostrazione non ebbe luogo per non dar campo a Bonaparte di porre a Napoli un suo delegato; nega poi recisamente che Palmerston sarebbesi mostrato ostile alla repubblica; anzi conchiude: «— noi dubitiamo persino, che Palmerston sarebbe per tollerare l’intervento francese. —

«Ora le elezioni sono compiute, Palmerston ha quasi trionfato, e la pubblica opinione si è chiaramente manifestata avversa ad ogni costo a Murat, da preferire piuttosto la parte poco dignitosa che l’Inghilterra ha avuto nella vertenza col Borbone, al dubbio che Murat potesse succedere a quel tiranno, avversa eziandio a qualunque intervento armato contro la volontà del popolo, e con manifesta tendenza d’imporre alle altre Potenze il medesimo principio; imperocché Cobden, Bright, Gibson non essendo stati ancora rieletti, è un indizio che la pubblica opinione riprova il non intervento passivo dell’Inghilterra propugnato dalla scuola di Manchester. Quindi se il mezzogiorno della nostra patria, come è suo dovere, come richiede l’onore e l’utile di un popolo così operoso, darà il segnale della rivolta, il primo fatto che ne sarà conseguenza è la rottura della colleganza anglo-francese; e mentre l’eco della rivoluzione italiana risuonerà potente in Francia, l’Inghilterra dovrà immediatamente porsi all’opera, onde sbarazzarsi di L. Bonaparte, come seppe sbarazzarsi, fomentando le passioni interne degli altri despoti di Francia che Posteggiarono.

«Staccato dalla Francia, staccato dall’Austria che interverrebbe ovunque in favore della tirannide, il governo inglese trascinato dalla forza degli avvenimenti (e dalla serpe della frammassoneria, che da più di un secolo si sta covando in seno) dovrà necessariamente, costretto dalla pubblica opinione, abbracciare la causa dei popoli. Palmerston e Bonaparte riconoscono chiaramente, che tale è la inesorabile logica dei fatti, (o piuttosto dei principii perversi accettati) e si adoperano a tutt’uomo a rimuovere ogni causa di discordia in Europa; eglino sanno benissimo, che la loro colleganza non può durare che quanto dura la pace; di quivi l’interesse di spegnere l’incendio che minaccia divampare dalla questione di Neuchatel; di quivi Note or ora comunicate all’Austria e al Piemonte, onde fare che cessino dal loro importuno e puerile litigio. — Mentre questi fatti di alta politica si compiono in Inghilterra, una giovane gentile signorina Miss I. Meriton White (famosa agitatrice della setta) percorre la Scozia dando letture in favore della causa italiana col doppio scopo, di raccogliere danaro e di guadagnare sempre più agl’italiani le simpatie del popolo inglese; lo spazio per rimprodurre le sue generose parole ci manca, ne citeremo alcune del suo esordio: «I popoli liberi denno prendere il loro luogo, dice la virile donzella, le nazioni oppresse con ogni nuovo sforzo si avvicinano sempre più allo scopo: «preferiamo alzarci coi popoli, o cadere coi tiranni? L’Italia è oggi l’antesignana delle nazioni che combattono, e noi dobbiamo occuparci di essa — Ed ora l’Italia fatta (diciam noi) per opera di quei Governi che si occuparono di essa, è divenuta il loro castigo e il fomite della ruina universale. Quanto alla Francia è strano il rileggere le parole del citato foglietto clandestino, ispirazione purissima del Mazzini, il quale, tutt’altro che soddisfatto del contegno del Bonaparte, imprecava contro la poca libertà accordata da esso alla stampa. Egli è che non si può servire ad un tempo a due padroni: «e Napoleone III, licenziando i settari a malfare, e frenandone poi i conati molesti per lui, offendeva ad un tempo i Cattolici e i frammassoni, e scontentava tutti.

Ma continuiamo a citare la Libera Parola, nella quale sono ancora altre cose degne di essere consegnate alla storia.

«Se gli avvenimenti, prosegue a scrivere, hanno chiaramente manifestato quale sia la pubblica opinione in Inghilterra, in Francia ov’è interdetta la manifestazione del pensiero, ove regna l’arbitrio il più sfrenato, mascherato della più grande ipocrisia, altro non si conoscono che gli atti ufficiali, e questi bastano per manifestare quali siano le tendenze della politica del Bonaparte.

«Quando al Congresso di Parigi il conte Walewski fece plauso al Memorandum di Cavour; quando questo Ministro assicurava il Parlamento del buon volere del Governo imperiale verso l’Italia; quando finalmente si videro rotte le relazioni diplomatiche con Ferdinando II, il volgo credette che Bonaparte sinceramente mirava a migliorare le condizioni dei popoli d’Italia. Ma ora la maschera è caduta. Quello che la tirannide non permetteva che si sapesse in Francia, si è saputo in Inghilterra: «se Bonaparte fosse stato indotto a questa dimostrazione ostile contro il Re di Napoli dalla sola idea di temperare la tirannide, e rimuovere cosi una cagione di torbidi in Europa, gli sarebbe stato facile accordarsi coll'Inghilterra; avrebbe dovuto bastargli la promessa di Palmerston di non riconoscere la repubblica. Mai no; Bonaparte non volle promettere di non riconoscere Murat, quindi le sue mire erano di profittare degli avvenimenti, e far di quel Regno una provincia francese; ma, vedendo decisamente ostile a questa idea la sua alleata, che avrebbe avuto l’Austria con sé, conobbe che tale impresa non era da compiersi senza una guerra europea; quindi si ritirò, e, come ora corre fama, sarà il primo a ristabilire col Borbone le relazioni diplomatiche, ed a poco a poco ne diverrà sviscerato protettore. Quali poi sarebbero stati i miglioramenti che avrebbe ottenuto quella provincia d’Italia col regno di Murat, la Francia lo ha già detto. Il dispaccio del conte di Rayneval mostra chiaramente quali siano le opinioni del Governo imperiale relativamente alle condizioni dei popoli italiani. In questo importante documento si lanciano contro gl’italiani le accuse le più assurde e villane; si tesse l'apologia del Governo papale; si condanna a portamento la libertà in Piemonte; si asserisce stoltamente, che se in Piemonte reggono appena le forme costituzionali, ciò ha luogo perché i Piemontesi non sono Italiani, ma una razza mista fra Svizzeri e Francesi; mentre qualunque forma in Italia condurrebbe al sistema costituzionale, e questo a sua volta darebbe luogo alla repubblica. — Crediamo che tali prove, aggiunge il foglio clandestino, basteranno agli ottimisti, se le loro opinioni sono coscienziose, per convincersi che Luigi Bonaparte, non solo non permetterebbe mai a Murat di essere un Re costituzionale; imperocché, riprovando un tale sistema nel Piemonte, non lo permetterebbe certamente in Napoli ove egli comanderebbe da padrone; ma non permetterebbe neppure le riforme per tema che queste, atteso il carattere turbolento degli Italiani, menassero alla costituzione, donde poi si andrebbe alla repubblica. Noi non solo ci compiacciamo di porre a nudo la perfidia del Due Dicembre, ma ci compiacciamo eziandio dell’opinione da lui manifestata, dichiarandoci un popolo presso cui non può reggere che la tirannide con la forza, o la completa libertà; è questo il più grande elogio che possano farci gli stranieri, affermando che noi o sottostiamo nostro malgrado alla forza, o, se abbiamo campo di ragionare, la corruzione dei governi semiliberi non è capace di trarci di passo, non gitta radice fra noi, e che naturalmente la nostra logica e il nostro istinto ci conduce alla repubblica.»

Era questo un parlar chiaro, e pure basato sopra un falso supposto, o almeno sopra disposizioni d’animo che ben potevano essere quelle del Bonaparte in quel momento; ma che furono tosto rigettate, e rigettato con esse il celebre dispaccio del conte di Rayneval che valse al cattolico diplomatico l’essere rimosso dall’ambasceria di Roma e mandato nel cuore dell’inverno in Russia, dove la malferma salute presto lo condusse alla tomba. Ma i Cattolici, come gli uomini onesti di ogni paese, rendono un omaggio di gratitudine al magnanimo Conte, e il suo dispaccio rimarrà in onore nella memoria dei popoli non pervertiti. — Il foglio mazziniano conchiudeva con una ultima considerazione che rivolge a quel partito, che in Napoli aveva riposto ogni speranza nell’intervento straniero: «Se Saliceti e i suoi seguaci, esso scrive, non avessero gettato in campo la stupida e vergognosa idea del murattismo, la Francia e l’Inghilterra avrebbero potuto facilmente accordarsi nella questione napolitana, e il desiderato intervento avrebbe avuto luogo; e se esso è andato in dileguo, è d’uopo ringraziarne i Murattini, e noi repubblicani per questa parte li ringraziamo di cuore; ma non dovrebbero fare lo stesso i Costituzionali.»

Fin qui la Libera Parola, la quale non immaginava allora che Napoleone III fosse, come difatti era, quell’obbediente servo della setta che, inveendo contro di lui insieme con tutti gli organi del mazzinismo, produceva il famoso attentato di Orsini, che sciaguratamente converti senza riserva il Bonaparte ai disegni della rivoluzione, come vedremo.

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STATO DEL REGNO DI NAPOLI ALL’EPOCA DEL CONGRESSO DI PARIGI

Del Congresso di Parigi abbiamo ormai detto abbastanza; uopo è ora occuparci dello stato del Regno delle Due Sicilie, preso a. pretesto di censura nel Congresso parigino, e vedere con occhio imparziale, se le condizioni governative di quel Reame giustificassero le allarmanti querimonie della diplomazia occidentale e le insistenti accuse degli uomini di Torino, di Parigi e di Londra. I fatti che seguirono giustificarono più che non abbisognasse il Re Ferdinando II e il suo governo: «ma le condizioni stesse del Reame di Napoli in quell’epoca, ne erano luculenta giustificazione per chi l’osservava senza secondi fini. Un rapido sguardo allo svolgimento dell’ultimo trentennio 1830-1860 farà scorgere una strana antitesi fra codesti due estremi.

Nel 1831 le Corti di Europa si allarmavano di quel che esse chiamavano liberalismo del Re Ferdinando. Salendo il Trono dei suoi Padri, il giovane Re accordava amnistie, richiamava esiliati, riabilitava i suoi avversari politici, alcuni ne collocava perfino nei posti più importanti dello Stato, ricolmandoli anche di onori. Il fatto è cosi vero, che nel 1867, quando nelle Due Sicilie imperversava vie maggiormente l’invasore subalpino, uno scrittore devotissimo a lui non meno che alla rivoluzione, non dubitava di pubblicare per le stampe le seguenti parole riguardo al Re Ferdinando II:

«Era egli Re di potente Stato italiano, venuto nelle grazie del suo popolo per gagliardi rimedii apportati ai gravissimi danni accagionati dal governo del suo antecessore in tutti gli ordini pubblici; che dedicò le sue cure per aver un florido esercito; che aveva concessa un amnistia abbastanza larga, restituendo cariche civili e militari ad uomini traviati in materie politiche; che allontanava dai consigli della Corona ministri uggiosi al popolo; che dichiarava rimosso per tutti qualunque ostacolo a battere la via dei pubblici impieghi, e che per soprassello mostravasi proclive alle idee del Governo francese, e restio a farsi dominare dagli influssi austriaci, geloso sempre della indipendenza del suo Reame.»

Quegli che scrive così non è altri che Nicomede Bianchi nella sua storia documentata della diplomazia in Italia dal 1814 al 1861, vol. Ili pag. 254 e seguenti: «nella quale istoria, il Bianchi, a provare quel che asserisce, reca per soprassello i segreti dispacci diplomatici, in prova delle apprensioni di alcune Corti estere, tra le quali primeggiano quella di Vienna e (incredibile a dire) quella di Torino, che si scandolezzano del liberalismo governativo del Re Ferdinando!

Nel citato libro leggonsi altri non sospetti encomii, oltre gli arrecati, del saggio governo e della prudenza politica di Ferdinando II, principalmente per la prima idea da esso proposta di una lega federale degli Stati italiani. I documenti diplomatici originali del 1833, quivi testualmente riportati, dimostrano ad evidenza la sapienza civile ed internazionale del giovane Monarca. Siffatte cose però parvero pericolose novità ai Gabinetti del Nord, che se ne preoccuparono fino al punto di spedire a Napoli un diplomatico in missione straordinaria, affine di rassicurare il vecchio Re di Prussia più allarmato di ogni altro! Chi avrebbe mai detto allora al Re Ferdinando II, che dopo 26 anni appena di regno, in sul punto di divenire il Decano dei Sovrani d’Europa, la diplomazia di due liberalissime Potenze occidentali, eccitata appunto dal Governo di Torino,26 anni prima cosi scrupoloso e restio a ogni cosa che sapesse di liberalismo, si sarebbero occupate dei fatti suoi in un solenne Congresso di Stati europei per dargli consigli sul modo di governare i proprii Stati, e per impegnarlo a seguire una politica più liberale (90).

La condotta del Re Ferdinando II nel 1848, in mezzo al parossismo rivoluzionano di quell'epoca, punto non ismentiva ì suoi precedenti. Abbiamo detto come concedesse allora uno Statuto costituzionale al suo Regno, e come, dopo averlo attuato, i disordini cagionati dai nemici implacabili d’ogni leggittimo regime, che tendevano a detronizzarlo, non meno che i voti delle fedeli popolazioni, lo inducessero a sospenderlo poco dopo conceduto (91).

L’emigrato napolitano Tofano, in un suo libro pubblicato in Napoli nel 1861, spiega a lungo tutte le arti faziose adoperate nel 1848, il fatto del 15 maggio e le cose che seguirono (92). Ma i ragguagli storici precisi di quelli avvenimenti sono arrecati da noi nel seguito di queste Memorie.

La Sicilia aveva proclamato la decadenza del Re ed aveva organato un Governo indipendente, offerendo la Corona ad un Principe straniero di Casa Savoja; né scarso era il numero di coloro, che avevano figurato in quella rivoluzione. Re Ferdinando accordava ciononostante generale amnistia, eccettuati solo 43 dei più colpevoli capi della insurrezione, che poi riceverono anch’essi la grazia sovrana. — Non fu dissimile la politica del Re nei domini di quà dal Faro, mostrandosi egualmente clemente verso i ribelli. — Il Monarca, cui il Governo inglese raccomandava nel 1856. la dolcezza, quasi fosse virtù estranea alle sue abitudini e al suo cuore, amnistiava nello spazio che corse tra il 1849 e l’istesso anno 1856 circa 3,000 condannati politici.

Sono noti per la storia i documenti che rendono testimonian(.ionji" za non sospetta di quell’epoca. Ma eloquenti sono le confessioni fatte da deputati napolitani nella Camera di Torino quando si trattò delle esorbitanze commesse dal Governo subalpino, fattosi padrone delle Due Sicilie, soprattutto con lo stato d’assedio permanente ed altre simili enormezze.

«,,, Nelle provincie meridionali, diceva l’ex garibaldino e deputato Nicotera (che mentre scrivevamo queste pagine era anche Ministro dell'interno), governanti di Torino violano lo Statuto costituzionale e la libertà dei popoli che li crearono; e con il sistema di repressioni prepotenti e con ipocrita codardia politica all’estero intendono fondare l’Italia... per essi non esiste guarentigia di Statuto, libertà individuale e di stampa, inviolabilità di domicilio. Fanno arrestare i deputati, e spingono tant’oltre il dispregio della legge da sorpassare il governo borbonico, il quale sapeva mantenere una certa apparenza di legalità, e rispettava la magistratura; né ci è esempio che tribunali avessero ricevuto, direttamente e apertamente senza riguardo, ordini per decidere in un senso piuttostoché in un altro: «quest’esempio ce lo dà il governò di Torino col suo telegramma alla Corte suprema di Napoli (per far giudicare come ribelli i garibaldini di Aspromonte). Sapete voi le cose buone che Napoli riconosceva nel Governo borbonico? erano la proprietà e la vita garantite! Ma la presente amministrazione, tra i tanti mali di cui ha aggravate le provincie meridionali, non ha neppur forza a garantire la proprietà e la vita!... È doloroso dover ricordare certi fatti. Io ricordo che il 15 Maggio 1848, nella Camera napolitana, vi fu il mio amico e deputato Stefano Romeo che ebbe il coraggio di proporre, che quella Camera si fosse mutata in Costituente per dichiarare la decadenza dal Trono di Re Ferdinando II... Ebbene, o signori, fino a quando non fu sospeso lo Statuto, Stefano Romeo non fu molestato! (Dep. Nicotera, tornata 25 novem.1862.)

Io aveva l’onore, diceva un altro, di essere deputato nel Parlamento napolitano nel 1848: «noi eravamo ribelli, costituzionalmente parlando; poiché prima che il Parlamento fosse costituito secondo la lettera dello Statuto, ci costituimmo in assemblea deliberante: «che anzi, dietro mia proposta, un comitato di pubblica salute fu eletto nel nostro seno: «un comitato, i cui atti furono tutti rivoluzionari. Or bene, il Borbone vincitore, la sera del 15 maggio, non faceva arrestare nessuno dei deputati. Era serbato al generale Lamarmora, luogotenente di un governo costituzionale, il far quello che non aveva osato un Re assoluto! tenendo in carcere, in segreta, i tre deputati Fabrizi, Mordini e Calvino, senza permettere ad alcuno di visitarli... Vedete dunque che ora non uno, ma due governi esistono in Italia: «uno costituzionale in Torino, e l’altro dispotico in Napoli. (Dep. Ricciardi, tornata 15 dee.1862). — Vedi nota 2. pag. 3 A. P. vol.1. e nota 1 pag. 220 ivi.)

Basti per ora di tali confessioni. Era riserbato al successivodi Ferdinando II di completare nel 1859 e 1860 l’atto magnanimo del generale perdono iniziato dall'augusto Genitore; di confidare anzi eminenti cariche governative agli stessi nemici di sua dinastia, che maggiormente contribuirono ad abbatterla. Sei generosi perdoni, le larghe concessioni, le cure incessanti pelbenessere dei popoli dovessero rendere sempre felice il governo di un Monarca, tale sarebbe stato quello di Napoli nell'epoca di che trattiamo; ma sventuramente questo Monarca doveva raccogliere ingratitudine dove aveva seminato benefizii. Nei concerti della setta però era stabilita la ruina del trono delle Due Sicilie, e poiché non v'erano colpe politiche da farne punto di leva, si approfittò degli abusi — e dove non ve ne sono in questo mondo? ed esagerandoli in ogni guisa con le stampe e con la viva voce, nei gabinetti e nei Parlamenti esteri, come nei caffè e nelle bettole, si prese a giudicare all'impazzata il governo delle Due Sicilie, ed a formare quel fascino capriccioso dell'opinione pubblica della piazza. Per siffatta maniera si riuscì a distruggere un secolare reggimento ed a surrogarlo con un altro, nell'esercizio del quale impunemente si commettevano appunto e senza pudore quelle istesse enormezze, ed anche maggiori, che lo spi-rito di parte, con un sistema scaltrito e perseverante di menzogne e di calunnie, per tanti anni, aveva atteso ad addebitare al legittimo governo. Il quale se fosse stato tirannico non avrebbe dotato il paese d’istituzioni ammirate dagli stessi nemici, né si sarebbe spinto a dare quelle istesse liberali concessioni, che produssero deplorabili eccessi, da far con ragione desiderare un regime più assoluto, dove si parlasse meno di libertà e se ne godesse alquanta di più.

Noi non istaremo qui a giudicare quale governo convenga meglio a questo o a quel popolo. Dio fece la società umana monarchica; diede un padre alla famiglia, e fece sudditi i figli; fece i Patriarchi capi di più famiglie, e i capi di queste loro coadiutori, ma non principi come loro; fece i Giudici e li dirigeva Egli stesso, essendo soggette tutte le altre classi del popolò; fece i Re e, unti del sacro olio, li volle suoi rappresentanti sulla terra, avendo soli giudici di loro opere i Profeti. Cosi, in un modo o nell’altro, ma sempre, governava Iddio. Venne l’epoca cristiana e, per mezzo dei Papi, Vicarii di Gesù Cristo sulla terra, consacrò gl’imperatori e i Re, ordinò loro di governare i popoli in nome suo. Seguirono le celebri Repubbliche italiane e, piene come erano del sentimento cristiano, sentendo il bisogno naturale di Monarchia, fecero loro Re Cristo Salvatore e Regina Maria Santissima e, in nome loro, quelle altiere repubbliche governarono i popoli, facendo cose grandi, ammirate da tutti i secoli. — Le istesse repubbliche pagane nei maggiori bisogni chiamavano un Dittatore.

L’epoca presente, distrutti gli antichi Parlamenti cristiani, naturali consiglieri dei Monarchi, ci ha apportato gli Ordini costituzionali fece h setta, basati sull’assurdo principio della sovranità del popolo, condannato dalla Chiesa. Se questi convengano meglio di quelli lo sentiamo noi e lo giudicherà la storia. Cosa certa è ed evidente, che i partiti sono il principale elemento di una Camera costituzionale. Sollevato il popolo e proclamatolo sovrano, agognerà giustamente il potere, come ogni altra classe. E così, se la Camera sarà la esclusiva espressione di un partito demagogico, sarà seme necessario di turbolenze contro il Governo, che dovrà, per salvare il paese, disfarsene, come sperimentossi in Napoli nel 1848, nelle sole due volte che si riunì la Camera. Che se all’opposto la stessa Camera sarà il resultato dei brogli ministeriali, il paese rimarrà in balia di un ministero, o di un ministro dispotico, e reclamerà invano il diritto di compiere il suo mandato e di governare. Prova ne siano quell’indigesto ammasso, fuso nello stampo subalpino, che chiamasi Regno d’Italia; prova ne sia la Francia, che in men di mezzo secolo si vide soggetta a 18 governi diversi; la Spagna, che non ebbe più un solo giorno di pace; il Belgio, che, ad onta di un ministero cattolico, ed una Camera, nella maggioranza cattolica, fa leggi anticattoliche, e vede adunarsi in pubblica assemblea i socialisti, che vogliono l’inferno per loro paradiso, e invocano ad alta voce la ghigliottina da troncarvi la testa del loro Monarca, senza che l’Autorità abbianola a ridire; prova ne è l’Austria, che lotta smaniosa in un dualismo contradittorio che l’uccide; e prova la Prussia, dove il Principe di Bismarck fa presso a poco quel che vuole, ed è l’onnipotente della Germania e, fummo per dire, dell'Europa.

Dopo di ciò e dopo la triste esperienza del 1848, il governo del Re Ferdinando comprendeva, che quando anche tutte si concedessero le desiderabili guarentigie e vi si aggiungessero anzi quelle che nemmeno si domandavano, il malcontento e le insistenze sarebbero pur sempre le medesime; conciossiaché le società segrete, potenza occulta che dominava a Torino, che tramava a Londra e a Parigi, e che cospirava a Napoli, aveva da pezza decretato, con l’abolizione delle legittime Monarchie italiane, l’Unità d’Italia per giungere alla distruzione del Papato.

Il Governo adunque di Napoli, all’epoca del Congresso di Parigi, era governo cristianamente assoluto. — Il passare a rassegna le condizioni governative delle Due Sicilie all’epoca cui si riferiscono le calunnie del Gladstone, è cosa di non lieve importanza e che noi non ometteremo di fare in questo lavoro. Non possiamo però fin d’ora lasciar di notare alcuni dati e fatti principali, che molto lume spargono suquel che narriamo. Cosi nella restaurazione della Monarchia legittima nel 1815, i Borboni, insieme con la legittima loro autorità, non ristaurarono, o non poterono ristaurare, le antiche leggi del Reame; mantennero invece in vigore le nuove istituzioni degli invasori francesi, e, salve alcune indispensabili riforme, il Codice napoleonico non cessò più di esistere nel Reame, che per tal modo covò in seno quel fuoco desolatore che doveva prepararne la rovina.(93)— Parto del redivivo Cesarismo pagano e della sapienza del secolo, noi che scriviamo abborriamo con tutta l'anima quel disgraziato Codice, che ha reso possibile la permanenza della ribellione al diritto cristiano, e che, dopo di aver distrutto la Francia, ha distrutto e distrugge tuttora tutti quegli Stati, che, di buona o cattiva voglia, lo ebbero più o meno esplicitamente accettato. In Napoli, se non c’inganniamo, quel funesto Codice fuimposto dall’alta setta che maneggiò le cose nel Congresso di Vienna, e che fin d’allora, con la corruzione e l’irreligione, esercitava funestissima influenza in tutti i Gabinetti europei; i quali, scienti o inscienti, non sappiamo, insipientemente surrogarono l’incerto equilibrio della forza al sacro equilibrio del diritto. Ciò non ostante la sapienza sovrana paralizzò, per quanto era possibile, l’azione di quel veleno legislativo, e rifulse nel diminuire le imposte gravose, e nell’abolire nel Codice penale alcune pene odiose. Furono però conservate le pubbliche discussioni, e la difesa libera. L’istituzione del giuri non fu creduta adatta all’indole delle popolazioni napolitano, né queste ebbero a dolersi della rettitudine dei giudizi penali, nei quali il Giudice del diritto lo è anche del fatto, giusta il canone antico «ex facto oritur jus». La pena della! confisca non esisteva nelle leggi napolitane. In seguito delle vicende politiche del 1848-1849, non pochi sono stati i giudizi politici comipitisi in quei tribunali, ma nemmeno poche sono state le liberazioni degli imputati, e le grazie dei condannati, in virtù della clemenza sovrana. Da statistiche officiali si ha, che queste sono nella proporzione di 90 su 100, a fronte delle condanne: «tra le quali moltissime è da ricordare che il Duca di Serra di Falco, presidente del Senato rivoluzionario di Sicilia nel 1848, e capo della deputazione che andò ad offerire in quel tempo la Corona siciliana al Duca di Genova, godette ei sempre in Napoli della sua piena libertà. In seguito poi degli stessi avvenimenti del 184849 non vi fu neppure una esecuzione di condanna a morte.

Le condanne pronunziate dai tribunali ordinari criminali di Napoli nel famoso processo delle cospirazioni unitarie, servirono, come è noto, di pretesto alle difficoltà messe innanzi dalla diplomazia inglese. I condannati, per verità, avrebbero avuto qualche diritto di recriminazione a carico di Lord Minto, il famoso agitatore del 1848, dal quale furono spinti al mal fare; ma il rappresentante di Oxford alla Camera dei Comuni inglesi, il signor Gladstone, fu quello appunto che prese su di sé a patrocinarne la triste causa. Senza nulla aver veduto da per sé stesso, e adottando come di propria fede le maligne insinuazioni dei cospiratori, indirizzò egli le due lettere a Lord Aberdeen, per mezzo delle quali scaglia contro il Re e la Magistratura giudiziaria delle Due Sicilie tutto quello che uno spirito infermo e preoccupato può sentirsi capace d’inventare. Per verità, Lord Aberdeen non accettò, come accennammo, la responsabilità di siffatte calunnie, e lo stesso signor Gladstone pensò poi di ritrattarsi per la maggior parte delle sue asserzioni, delle quali però la stampa al servizio della rivoluzione erasi intanto impadronita, sforzandosi per tutti i modi di dar loro credito e pubblicità. — E pure in quell’epoca certo non pesava sugli Stati napolitani la ferrea legge Pica, né i Tribunali militari straordinari, che in soli due anni fecero fucilare 7151 individui, quando le Due Sicilie erano divenute province meridionali del neo-regno Sardo-italiano! Nemmeno opprimevano a quel tempo quelle infelici popolazioni l’abituale stato di assedio, o i centuplicati gravissimi balzelli, imposti loro per ammiserirle dai rigeneratori subalpini.

Non diciamo nulla delle finanze degli Stati napolitani. Le Due Sicilie erano il solo Reame, tra tutti gli europei, dove le finanze, e per la floridezza, e per la economia del reggimento, avevano destata la generale ammirazione. Basti solo di accennare che il Gran Libro del debito pubblico napolitano era solo di 140 milioni con una popolazione di circa 10 milioni d’abitanti; mentre che il Governo sardo, con la metà di abitanti, faceva pagare a quel tempo di sole annue imposizioni una uguale somma. Che dire del sistema daziario? In Francia, il cui sistema daziario passava per modello, era ragguagliato a 54 franchi annui per persona; nelle Due Sicilie non oltrepassava mai i 15 franchi. Il prezzo del pane non si elevava mai oltre i 28 centesimi a chilogramma, per la prima qualità, e di 20 per la seconda. Tanta era la cura dei Monarchi napolitani nel tenere provveduti i mercati di cereali e granaglie (94). Il numero dei bastimenti mercantili iscritti al controllo di marina nel 1850 era di 7,084; e dopo sei anni ascendeva a 8,847, con aumento di 1,790. Altra pruova incontrastabile di prosperità era l’aumento della popolazione, che, dal 1850 al 1860, era cresciuta di oltre un decimo. — Ma di questi ed altri fatti di buon regime governativo nelle Due Sicilie non dovevasi tener conto dagli irreconciliabili detrattori della Monarchia napolitana, dai diplomatici della rivoluzione, la quale, ad onta dell’evidente sentimento delle popolazioni napolitane, andava innanzi balda e sicura sull’appoggio, ormai palese, dei Potentati di Europa.

Inutile è di ripetere quello che tutti sanno del prospero corso dei suoi tondi pubblici, dell’abbondanza e del buon mercato dei generi annonarii di prima necessità, della sicurezza delle proprietà e delle persone, della inalterata tranquillità delle campagne, turbate solo, qualche volta da conati briganteschi, suscitati appositamente dalle società segrete, come fu poscia palese. Inutile dire della modicità del debito pubblico e delle pubbliche imposte, del favore e dell'efficace incoraggiamento accordato alle scienze, allearti, alle industrie, da destar gelosia in ogni altro Stato; dell’impulso generoso dato al commercio e alla marina, della disciplina e della magnifica tenuta dell’esercito, della protezione all’agricoltura e ad ogni elemento di ben’essere sociale; cose tutte che diciamo ora di volo, e delle quali ragioneremo più lungamente in queste pagine. L’insieme di tale situazione spiega l’impotenza degli sforzi settarii contro il Reame napolitano, i cui popoli aveano purtroppo imparato a proprie spese, fin dal cadere del passato secolo, quanto sappia amaro il frutto delle rivoluzioni, i fomentatori delle quali sono in promettere larghi e in tenere corti, volgendo ogni cosa a loro profitto.

Le popolazioni napolitane intanto erano tranquille, subordinato e fedele era l’esercito, quindi le trame dei cospiratori dall’estero sereno, per alterarne la devozione con iscritti e proclami sediziosi, mandati e sparsi a mezzo principalmente delle navi a vapore straniere. Uno dei più efficaci a recarne era un semplice inserviente di vapori da commercio, certo Michele Viat, oriundo francese, che spesso assumeva nomi diversi in diverse circostanze. Mezzo di comunicazione più attiva in Napoli era la moglie dell’emigrato Mazziotti e il barbiere Leopoldo Vetrò, che, a meglio riuscire nel diffondere eccitamenti nelle file dell’esercito, faceva arruolare volontario il degno suo allievo Luigi La Sala nell’8° battaglione dei cacciatori, dove l’accennata femmina riesce a indurre il caporale guastatore Antonio del Baglivo, suo conterraneo del Cilento di Salerno, ad attentare ai giorni del Re in una militare rivista nel.1854. Scopertasi la trama, i principali complici si mettono in salvo colla fuga. Presi il De Baglivo e il La Sala rivelano tutte le particolarità della congiura, ma mite è la pena che viene loro inflitta; il secondo la espia nell’isola di Ponza, dove tra poco lo vedremo figurare al seguito di Pisacane, e ad esaltarne la condizione gli apologisti della setta gli appiccheranno la professione di chirurgo. — Notiamo fin d’ora come fra i molti che furono pienamente amnistiati dal Re Francesco II, in occasione delle riforme governative da lui concesse, fosse appunto l’accennato individuo, avvegnaché sperimentato avesse già precedentemente la grazia sovrana, essendogli stata commutata dall’istesso Re Ferdinando in pena temporanea la condanna capitale per l’attentato di Sapri (95).

Qui è da notare come generalmente — ciò che avviene di ogni altro Stato preso di mira dalla rivoluzione — si voglia considerare il Regno delle Due Sicilie diviso in due parti, come nel 1820 e come nel 1793. Una di queste parti, scarsa pel numero, ma potente per l’audacia, comprende le gradazioni tutte del liberalismo, dal realista costituzionale fino all’ultra repubblicano, come lo prova un importante articolo del giornale La Presse,che qui appresso rechiamo. Vi si trova qualche raro individuo del partito ostile, come gli antenati feudatari, ad ogni accrescimento del potere regio. Il maggior contingente viene dato a questa fazione dal ceto dei professori, degli avvocati, dei medici, degli studenti, dei sensali ed altri bruciati dall’ambizione, o dal bisogno, o dalle due cose insieme, tutti aspiranti a far brillare i loro supposti talenti su di una bigoncia parlamentare, da averne facile passaggio ad afferrare un portafoglio qualunque di ministro, e far fortuna.

Nell’altra parte, che, a dir meglio, è la maggioranza vera della popolazione, si annoverano i nobili, i grandi possidenti, la onesta borghesia, gli artigiani, le popolazioni della campagna: «tutti o quasi tutti costoro chiudono le orecchie alle seduzioni della propaganda rivoluzionaria, conscii di essere governati con equità e con fermezza dal legittimo Sovrano; paventano quindi le avventatezze di riformatori, sorti dal seno delle società segrete.

Gli scrittori, i giornalisti, gli apostoli della penna, al servizio della prima di queste parti, ci offrono in proposito un curioso esempio della elasticità che sanno dare alle parole del loro nuovo dizionario politico. Non appena una parte della popolazione che, in virtù dei loro eccitamenti si spinge a gridare — viva la riforma, viva la repubblica! — subito è da essi, con ampollose frasi, chiamata la nazione, il paese, il popolo sovrano, sia pure che quella parte rappresenti, per il numero, appena una centesima o millesima parte della popolazione; la quale poi se s’interroghi individualmente, per la maggior parte non sa dirti di che si tratti o cosa vuole. Né abbiamo avuti molteplici esempi toccati con mano da noi stessi. Che se poi per vero slancio di spontaneo entusiasmo, o per istinto di devozione, prorompesse il popolo, il vero polo, quello che nessun uomo al mondo può negare esser tale, prorompesse diciamo in applausi all’autorità reale, o in altri atti di riconoscenza e di devozione verso il legittimo Sovrano (come avveniva nel Regno delle Due Sicilie, ad onta della barbara ferocia del subalpino invasore, fino al punto di lasciarsi fucilare a migliaia pel loro legittimo Re) allora, nel linguaggio convenzionale degli scrittori della setta, quel popolo martire è detto invece — feccia di popolaccio, bordaglia, briganti da fucilarsi tutti per non spendere la corda ad appiccarli! — Scellerata epoca è veramente la nostra, della quale arrossiranno i posteri! Ma ad un tale deplorevole rovesciamento di cose e d’idee contribuì soprattutto il numeroso esercito di legulei d’ogni ragione — chiamati paglietti nel dialetto napolitano — di cui aveva triste dote il troppo felice Regno delle Due Sicilie.

Aggiungiamo perciò una parola di schiarimento su tale proposito, i paglietti rimontando all’anno 1806, epoca della abolizione definitiva del Feudalismo. Codesto fatto, che produsse naturalmente grande scompiglio nelle fortune delle famiglie nobili, fu sorgente d’innumerevoli litigi, continuati per più generazioni innanzi ai tribunali, dando occupazione e guadagno vistoso alla gente del foro. Ogni famiglia, ogni benestante ebbe il suo avvocato, il suo procuratore, qcuriale. Da ciò la improvvisa occasione per ogni classe di gente, ma principalmente per la piccola borghesia, di darsi allo studio del diritto. Ma i processi feudali vennero a finire, e le liti e i guadagni vistosi cessarono appunto allora, o almeno assai diminuirono, quando il numero dei paglietti era smisuratamente cresciuto; quindi è che questa classe attiva, irrequieta, ciarliera, divenuta bisognosa di nuovi mezzi di sussistenza, si fece avida d’impieghi; e, poiché questi ancora non bastavano a supplire i cessati guadagni, divennero cospiratori, affin di pescare nel torbido una medaglia di Deputato o un portafoglio di Ministro, nel rovesciamento del Governo, o almeno nel rimescolamento degli Ordini stabiliti, nel che divennero pur troppo famosi.

Ad onta di ciò, gli straordinari fatti diplomatici del Congresso di Parigi, che soli sarebbero bastati a fare insorgere il Reame delle Due Sicilie, qualora fosservi esistiti gli elementi reali di malcontento supposti dai Plenipotenziarii del famoso Congresso, passarono invece inosservati e negletti allo sguardo delle tranquille e felici popolazioni napolitane. E qui giova riferire, tra gli svariati giudizii della stampa contemporanea, l’insieme di vari articoli pubblicati dal giornale francese La Presse, dei 3 ottobre, 10 e 27 novembre 1856, firmati I. B. Labiche, da noi poco fa accennato,

Che farà il Re di Napoli, scriveva La Presse, quando avrà messo la indipendenza del suo Governo e la dignità della, sua Corona a discrezione di tutte le questioni esteriori illegittime? Cosa farà? In ciò che concerne l’atto costituzionale, la questione è molto meno semplice, che non sembri a prima vista. Il Re, che poteva abrogare la Costituzione del 1848, dopo gli avvenimenti del 15 maggio, non ha fatto altro che sospenderla; ma, quand'anche dovesse richiamarla in vigore, pure questa nuova concessione sarebbe molto lungi dal contentare tutti. Abbiamo già detto, che il partito della rivoluzione comprendeva tutte le gradazioni del liberalismo. È da avvertire, che i soli Costituzionali si dividono in Napoli come appresso:

«ICostituzionali realisti puri e semplici, che reclamano un nuovo esperimento di fatto del regime parlamentare, sì infelicemente messo a pruova nel 1848-1849.

«2° I Costituzionali-realisti-federalisti, che vorrebbero, indipendentemente dal reggimento costituzionale, un sistema di Confederazione italiana, a guisa della Confederazione germanica: «costoro domandano l'abdicazione del Re Ferdinando II; è questo il partito inglese, di cui Poerio (ente mitologico giusta il Petruccelli) è divenuto il capo, dopo essere passato dal campo unitario al federalista.

3° I Costituzionali-realisti-unitarii, il maggior numero dei quali trovasi in Sicilia, che pretendono di fare dell’Italia un Regno unico e porlo sotto lo scettro del Re di Sardegna: «gli emigrati rifugiati nel Piemonte, dove hanno il loro quartiere generale, compongono questo partito.

4°Vengono poi le due gradazioni del partito costituzionale repubblicano, che ha pure i suoi unitari e i suoi federalisti. I mazziniani, o i repubblicani rossi, rarissimi nell'Italia meridionale, sono quasi tutti unitari, benché siano discordi in alcuni punti del loro programma.

Relativamente alle misure di clemenza, noi abbiamo veduto che Ferdinando II ha saputo dispensarle a larga mano; ma possiamo supporre, per gli antecedenti del 1830, che egli vorrà riserbarsene la iniziativa, e che lo stato presente delle cose non è certamente opportuno a far affrettare tali indulgenze.

L’intervento collettivo della diplomazia inglese e francese tra il Re di Napoli ed il suo popolo ha inspirato in Europa una certa sorpresa. Che l’Inghilterra, celando le sue mire ambiziose sotto la maschera umanitaria, che essa non manca mai di assumere nel proprio interesse, procuri di eccitare la Sicilia ed incoraggiare all'uopo il partito della rivoluzione, non è da maravigliarsene, perché è nel suo centro e resta fedele in ogni punto alle nobili tradizioni del Foreign-Office.

«Ma che la Francia pretenda avere lo stesso interesse dell’Inghilterra in tali circostanze, e pensi a spingere una Potenza straniera in quella via, dove essa medesima ha ravvisato esistere pericoli…ecco ciò che sembra impossibile a capirsi: «meno che non si supponga come scopo di questa questione complessiva qualche lato misterioso, che sfugge agli occhi del pubblico. Noi non ci occuperemo a togliere questo velo. Codesto esame ci trascinerebbe su di un terreno troppo ardente e pericoloso, che non ci è dato ora di affrontare. Siamo d'altronde pervenuti al termine della carriera che ci proponevamo percorrere: «il compito dello storico cessa, ove finiscono i capitoli de' fatti compiuti». Fin qui la Presse.

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IL GOVERNO DI NAPOLI E QUELLO DEI RESTAURATORI DELL’ORDINE MORALE

Riserbandoci di trattare in seguito dell’amministrazione interna del Regno delle Due Sicilie, e di farne un confronto più completo col Governo liberatore, ci giova fin d’ora dare un rapido sguardo a quella così detta tirannia, che per ogni uomo di senno e di cuore non fu se non saggezza di governo, usata da Re Ferdinando II verso i suoi popoli, che nuotavano perciò nella pace e nell’abbondanza di ogni bene di Dio, mentre che i popoli soggetti ai suoi censori fruivano delle tristi delizie d’interminabili agitazioni, della immoralità e della miseria.

Non pretendiamo noi rappresentare il Governo delle Due Sicilie come perfetto e scevro da ogni neo; e quale cosa, per quanto buona e santa, non ne ha in questo mondo, specialmente di questi tempi! Diciamo solo ed affermiamo, che fra tutti i Governi di Europa era l’unico, che desse prova di cristiana sapienza e di sovrana dignità. Non v’era, si può dire, Stato le cui finanze non versassero in più o meno laboriose condizioni; e in quei paesi stessi dove l’oro si vedeva sovrabbondare, il debito pubblico toccava le più favolose cifre, in quella che i balzelli colpivano poco meno che l’aria istessa respirabile. Il Regno delle Due Sicilie però non conosceva debiti, non aggravii, non ladri della cosa pubblica; le finanze napolitane erano le più prospere di tutta Europa: «beati si chiamavano coloro che possedessero cartelle di Consolidato napolitano, che nelle borse principali di Europa si negoziavano a cento dodici per cento Dir questo ai nostri giorni equivale a una mostruosità!...

La Sicilia era immune dai più comuni balzelli del sale, del tabacco, della polvere da fucile, della carta bollata ed altri.

Di grassazioni non era da parlare nel Regno di Napoli, e, se ne togli i soliti furti parziali, di cui non vanno esenti le città anche le più ordinate, tu potevi andarne coll’oro in mano con tuttasicurtà (96): «né la calunnia, cosi scaltramente adoperata dalla setta contro i legittimi Governi, osò mai colpire il Governo napolitano su tale riguardo.

Nella statistica criminale napolitana, incominciando dal 1848, anno pieno d’agitazioni e calamità per la povera Italia, la cifra dei misfatti, come in ogni altro luogo, fu assai grande, e nel 1849 raggiungeva la somma di 18,855; nel 1850 raggiungeva puro i 18,826, ma nel 1851 si aveva già una grande diminuzione, cioè del diciottesimo sul numero dei delitti dell'anno precedente. Ancora maggiore fu nel 1854, sebbene la carezza del pane, la invasione del colera e la guerra d'Oriente turbassero quei popoli eccitandone le passioni.

L’amministrazione della giustizia ci dà i seguenti risultati: «nel 1854 le querele dei privati o dei pubblici accusatori contro i sudditi napolitani toccarono la cifra di 27,181, dei quali solo 5,767 vennero condannati, mentre gli altri erano messi in libertà, o in aspettazione di prove maggiori. Le cause solennemente discusse nel 1854 furono 5,010, per le quali furono ascoltati 69,575 testimonii. Nel 1858 non fuvvi nemmeno un caso di rimedio per ritrattazione, mentre che appunto in quell’anno i Collegi di Francia e d’Inghilterra, fra i più riputati di Europa, ne offrivano di strepitosi, nei quali notavasi che molti innocenti furono condannati, anche a pene gravissime, a causa di falsi testimoni e di documenti falsi.

Il duello, piaga sociale dei nostri tempi e cosa di tutti i giorni in altri paesi e presso Governi più specialmente detrattori del napolitano, scompariva, a mano a mano, dal Regno di Napoli, dove nella prima metà di questo secolo, in seguito dell’invasione napoleonica, erasi molto generalizzato. Re Ferdinando II vi rimediò in un momento; pareggiò le offese arrecate in duello alle premeditate, le rese di competenza ordinaria, benché tra militari, e le punì col laccio. Nel 1854 non vi fu un solo duello in tutto il Regno. Vedi (97) )tirannia!..:.

Delitti politici, come quelli che ricevevano continuo fomento da scellerate influenze straniere, non mancarono nel Regno, e non mancò nemmeno la sovrana inesauribile clemenza di Re Ferdinando. Nello spazio di 4 anni, quanti ne corsero dal 1851 al 1854, ben 2,713 furono i graziati; 42 pene capitali, risultanti da condanne delle grandi Corti di giustizia in quello stesso spazio di tempo furono dal Re tiranno commutate,19 all’ergastolo,11 a 30 anni di ferri,12 a pene minori: «nessuno andò a morte! Se fosse lecito a noi giudicare quel gran Monarca, diremmo francamente che con tanta clemenza fece male assai!

Per lo che, conchiude il Cav. Cantalupo, Consigliere della Suprema Corte di Giustizia, nel suo importante scritto sul progresso morale delle popolazioni napolitane, verificarsi appunto nel Regno di Napoli un fatto unico in tutta Europa, che cioè nello spazio di più anni non ebbevi alcuna esecuzione capitale.

Un Brussellese apologista della causa del Re di Napoli, del quale ci guarderemmo dall’accettare ogni detto, come quello che in più di un incontro si mostra irriverente verso il Papa, osserva su quel proposito, rivolgendo la parola a Lord Palmerston: «sapete voi che nelle Due Sicilie non è conosciuta la misura sbrigativa della deportazione? né Botany-Bay, né Lambessa, né Caienna, né altri sepolcri d’infelici viventi?»

Lo statista napolitano sopraccitato, dal quale togliamo questi appunti, fa notare, che dal 1830, da che fu Re Ferdinando II, fino al 1854, si distinsero sempre nel Regno i reati politici semplici dai misti, vale a dire da quelli che implicavano delitti comuni. Questa distinzione cotanto dibattuta nel Parlamento belga in occasione della legge di estradizione, era già in pieno vigore nel Regno di Napoli.

«Il Re, dice il medesimo Cav. Cantalupo, ha voluto decisamente, risolutamente, e a qualunque costo, che non si versasse sangue umano per motivi di lesa Maestà, quando tali reati, come nella causa di Rossaroll e complici, e in altre di simile natura, non erano misti a reati di scorrerìe armate, di omicidii o di altri attentati comuni.»

Quanto ai reati comuni, il Re Ferdinando fece 7,181 grazie dall’anno 1851 al 1854, le quali sommate insieme colle suddette 2,713 per reati politici, si ha la bella cifra di 9,894 grazie. E questo Re era un tiranno!

Le condizioni delle arti, delle scienze, e degli studii nel Reame di Napoli non la invidiavano a nessun più fiorente Stato del mondo. Su questo proposito l'Armonia di Torino ci fornisce preziosi appunti. «Noi Piemontesi, scrive quell'autorevole giornale, abbiamo una prova lampante dello stato delle scienze, e della condizione degli studii nel Regno di Napoli. Re Ferdinando ci ha mandato i migliori professori della nostra Università: «Scialoia, Mancini, Melegari (98), Ferrari, appartengono al Re di Napoli, e furono educati sotto quel Governo, che si accusa di favorire le tenebre e l’ignoranza!...

«Chi scrive i nostri diarii? sono in massima parte gli emigrati napolitani, che hanno preso le redini del Piemonte, e vi formano l’opinione pubblica. I Piemontesi, diciamolo a nostra somma vergogna, obbediscono ed imparano, o fanno mostra d’imparare. Ma intanto chi ha formato i nostri maestri? È Re Ferdinando. Egli ha dato avvocati al nostro foro, professori alle nostre scuole, pubblicisti ai nostri giornali. — Re Ferdinando formava i dotti licei, dai quali uscivano eletti e colti ingegni: «ma non era certo responsabile se coloro, insuperbiti di loro stessi, e trascinati da malvage passioni, si lasciavano poi pervertire dalla frammassoneria, e quindi volgevano la dottrina e l’ingegno a danni della società e della religione, alle quali avrebbero dovuto servire.

L’apologista di Brusselles poi aggiungeva: «I primi uomini di Stato d’Italia si consacrano alla politica di Re Ferdinando. Il Principe di Satriano (figlio del celebre Gaetano Filangieri), la prima spada, la più vasta capacità amministrativa d’Italia; i Principi di Carini, di Castelcicala, il Marchese Fortunato, il Marchese Antonini, il Duca di Serracapriola, per ogni maniera di ragioni, ha. nno dato e danno all’Europa diplomatica lezioni di sapere e d’ardimento governativo.»

Che dire poi della beneficenza di questo crudelissimo Principe? Il terremoto desolava gl’infelici popoli della Basilicata? e il Re e la Regina davano del proprio peculio 10,000 Ducati, non già Lire, come si fece poi in altri tempi a noi più vicini; i Ministri e i loro dipendenti, seguendo il bell’esempio dei loro Monarchi, davano complessivamente la somma di 21,000 Ducati: «altri seguivano l’istesso esempio, e le oblazioni ascendevano a 142,000 Ducati.

La carestia affliggeva il Regno di Napoli, come molta parte di Europa? e furono tosto aperti forni di panificazione per tutto lo Stato; fu proibita l’esportazione all’estero severamente dei generi necessarii alla sussistenza, mentre si commettevano in Odessa carichi abbondanti di grano.

Veniva meno il lavoroal popolo? e il Re ordinava lavori pubblici; nel solo anno 1854 furono spesi 3 milioni 556 mila 670 Ducati in opere di utilità pubblica, militari e idrauliche. — Quale confronto desolante coi tempi in che scriviamo!

Quanto all’esercito lasciamo parlare il citato apologista. Il primo esercito italiano è l’esercito delle Due Sicilie, riordinato con 20 anni di lavoro da Ferdinando II: «dopo le antiche legioni romane giammai l’Italia ebbe un esercito così numeroso, e nello stesso tempo così ordinato e istruito. La prima flotta, dopo la flotta francese, che veleggi nel Mediterraneo e nell'Adriatico, venne interamente creata dallo stesso Re.

Questi son fatti, esclama qui l'Armonia, e non parole!

Il rivoluzionario giornale IlRisorgimento andava cercando chi fosse l’autore della difesa del Re di Napoli pubblicata a Bruxelles. È ricerca inutile, osservava il citato giornale, dovrebbe invece adoperarsi per ribattere tutte le cifre e tutte le verità che ci vennero accennate. Provi, che in Napoli vi è una stampa empia e rivoluzionaria, come la nostra. Provi che non siano Napolitani coloro che presentemente illuminano il Piemonte. Provi che il governo di Napoli viva d’imprestiti come noi. Provi che ubbidisca a Francia e Inghilterra come noi; che abbia venduto il suo commercio agli Inglesi come noi; che abbia dovuto accettare gli Austriaci nelle sue fortezze come noi; che tenga in permanenza le forche come noi; che abbia tanti ladri come noi; che curi così poco il popolo come noi. Attendiamo dal Risorgimento questa importantissima dimostrazione. — Ma il Risorgimento non rispose.

Abbiam veduto qual fosse il governo del Tiranno, nel momento appunto in cui veniva accusato; ora diamo uno sguardo a quello dei liberatori. E principiando dal Piemonte, dal pessimo stato dalla cosa pubblica, dai delitti che in brevissimo spazio di tempo si verificarono, si giudichi della moralità e dell’ordine di quel Governo. Affinché possano i nostri lettori apprezzar meglio la cosa, stimiamo conveniente innanzi tratto di levare la lista e la somma delle imposte, tanto dirette quanto indirette, che si pagavano dal Regno modello, quale appariva dal bilancio pel 1857 approvato dalla Camera. Il Piemonte adunque godeva fin d’allora:

Le imposte

I. La contribuzione prediale, in 16 milioni;

II. L’imposta personale e mobiliaria, in 3 milioni e mezzo;

III. La tassa delle patenti, in 3 milioni;

IV. La tassa per vendita di bevande ecc., in 700 mila lire;

V. La tassa sulle vetture, in 800 mila lire;

VI. Centesimi di sovrimposta sulle contribuzioni dirette, in un milione e mezzo;

VII. L’insinuazione, in 10 milioni e mezzo;

VIII. Diritti d’emolumento, in un milione e 209 mila lire;

IX. Dritto d’ipoteche, in 300 mila lire;

X. Diritti di successione, in 5 milioni;

XI. Carta bollata, in 6 milioni e 200mila lire;

XII. Carte da giuoco,6 milioni e 200 mila lire;

XIII. Tassa sui redditi dei Corpi morali, in 400 mila lire;

XIV. Tassa sugli stipendi e pensioni, in lire 850mila;

XV. Sali,10 milioni;

XVI. Tabacchi, 17 milioni;

XVII. Gabbella sulle carni, 6 milioni e mezzo, oltre a varie altre imposte di minor momento che omettiamo per brevità. — Con tutte queste imposte si aumentarono i redditi dello Stato fino a 135 milioni e 800 mila lire. Ma non bastano ancora alle spese; imperocché queste per l’anno 1857 vennero approvate in lire 143 milioni e 700 mila: «spese che poi all’opera aumentarono, mediante i crediti suppletivi nel modo istesso che aumentarono sempre quelle degli anni precedenti. Aggiungi a ciò tutte le imposte municipali, provinciali e divisionali, e si avrà la somma delle felicità finanziarie del beatissimo Regno! E ci sia lecito di ripetere quel che Massimo d’Azeglio scriveva in un suo opuscolo: «Parlandoin generale, più le derrate sono cattive a questo mondo, più s’hanno a buon mercato. Ma non è cosi dei Governi: «più sono cattivi e più costano.»

Passiamo ai delitti. La Gazzetta Piemontese, che mai parlava degli assassini che si commettevano quotidianamente in Piemonte, in uno dei suoi numeri di Giugno 1856 usciva a dire tutto in un tratto, che le Romagne erano infestate da assassini; ma mentre ella si scandolezzava pei fatti altrui, il giorno innanzi era stato trucidato un macellaio nel bel centro di Torino con grande indegnazione di tutta la città, che ornai riconosceva di non esser più sicura nemmeno nelle proprie abitazioni; e il giorno istesso i diarii torinesi erano più che mai fecondi di notizie d'assassini commessi; il giorno dopo poi furono appesi per la gola un emigrato e un carabiniere, rei d’omicidio e di grassazione. Cosi negli Stati sardi nel 1854 gli omicidi furono 114, le grassazioni 607, i furti 4306, le risse e ferimenti 995, gl'incendi delittuosi 138, e nei primi 10 mesi del 1855 gli omicidi sommarono a 90, le grassazioni a 498, i furti a 3491, le risse e i ferimenti a 898 e gl’incendi delittuosi a 76. Tali sono le cifre lasciateci in testamento dal Giornale il Piemonte ora morto; ché quanto a statistica criminale lo Stato a quel tempo non voleva pubblicarla, quantunque da vari anni si pagasse una buona somma per ciò! Le esecuzioni capitali del resto erano così numerose in Piemonte da spaventare anche i più indifferenti. In otto anni di libertà, si avevano già in Torino 105 esecuzioni capitali, mentre quelle degli otto anni anteriori non arrivarono alla diecina. — Brofferio toccava di questa dolorosa statistica nella Camera dei deputati, e faceva vedere come nel 1853 si avessero avuto 28 condanne a morte, mentre che la Francia, otto volte più grande del Piemonte, non ne avea avuto che 45.

Intanto il 17 Giugno 1856 ha luogo il dibattimento contro un uxoricida; l’istesso giorno due sono appesi per la gola; il 20 e 21, condanna di sette truffatori; il 21 istesso un operaio ferisce sua moglie, poi uccide sé stesso; il 26 un padre uccide la propria moglie, cinque figli e poi sé stesso; il 29 Giugno un segretario del Ministero degli Affari Esteri si suicida; l’istesso 29 sei grassatori son condannati alla galera in vita. In meno di 15 giorni, scrive il Giornale La Maga, 28 Giugno N. 78, a Torino sono eseguite cinque sentenze di morte col laccio sulle forche!

Che dire dei furti sacrileghi? Il 10 Giugno viene rubato l'0stensorio e la S. Pisside nella Chiesa parrocchiale di Mirabello, dove poco prima era stato commesso altro furto sacrilego. L’11 di Giugno altro furto sacrilego nella parrocchia di Salabue; altro furto sacrilego in Sorina. Il 10 di Giugno ladri sacrileghi penetrano notte tempo nella Chiesa parrocchiale di Pecetto, scassinano la porta del Tabernacolo, gettano via le sacrosante Particole, e rubano la Pisside. L'Unità di Casale affermava «esistere in Piemonte una banda organizzata per profanare e spogliare le Chiese.»Mentre i ladri profanavano e derubavano il Luogo santo, Deforesta e Rattazzi scagliavano dispotiche circolari contro il Clero!...

Quanto alla sicurezza pubblica, procedeva essa di pari passo colla sicurezza delle Chiese e dei luoghi sacri al culto divino. Un’autorevole corrispondenza alla Civiltà Cattolica (30 Agosto 1856) recava: «

«I ladri continuano ad infestare le nostre contrade; e quei forestieri che capitano fra noi ci lasciano il pelo e la pelle. Cosi è avvenuto a un Toscano, che, giunto in Genova, fu spogliato dai malandrini, e al ch: «sig. Zanelli di Roma, che dovette cedere ai medesimi quanto aveva in tasca. Essendosene lagnato alla polizia, questa, per sua consolazione, gli rispose, che l’avvenuto a lui avveniva quotidianamente a moltissimi. La medesima polizia di Genova poi dichiarava, che i furti vi sono generali… per confessione universale, il Piemonte non si trovò mai a così malparato. Un Deputato autorevole in Parlamento ebbe ad esclamare, che i ladri in Piemonte cuoprivano il paese come una lebra! Da Castelnovo Bormida si scriveva all'Opinione'. Alcuni scapestrati, uniti in una specie di società segreta, affiggono continuamente proclami incendiari e minaccianti le produzioni agricole, e perfino là vita di persone per ogni senso apprezzabili. Né questi sono semplici detti; poiché a molti vennero tagliate le viti cariche d’uva ancora acerba; ad altri atterrati al suolo bellissimi gelsi, e non è molto che ad un Guardaviti, esatto nel suo dovere, veniva abbruciata la casa, e lui stesso malconcio; finalmente ogni giorno abbruciate quelle capanne che si costruiscono in campagna, onde proteggere da furti i raccolti! Insomma i lamenti per la poca sicurezza delle robe e delle persone sono forti e continui, eziandio da parte dei più caldi amatori delle moderne istituzioni politiche del Piemonte.»

E il Diritto così scriveva: «Ci venne riferito, che l’arma dei Carabinieri reali abbia operato in una delle scorse sere nei dintorni della Crocetta (a qualche centinaio di passi da Torino) l'arresto di 18 malandrini. Speriamo che, stante le loro instancabili cure, poco per volta riesciranno ad operare l’arresto di ben altri ancora, che infestano con continue aggressioni e furti i dintorni della Capitale, ed anche le provincie, come quasi ogni giorno ci viene fatto di leggere nei giornali.»

Su questo medesimo proposito il Risorgimento, del 17 Settembre 1856, si esprime così: «L’opinione pubblica francamente espressa dalla stampa indipendente della Capitale e delle provincie, da lunga mano protesta contro la non rassodata sicurezza dai malfattori… I contribuenti sono disposti a qualunque sacrificio, perché abbiano le persone ed i beni sicuri; eppure i delitti si moltiplicano.»E minacciava il Governo, soggiungendo: «Pensino i governanti a far sì che i severi giudizi, che ormai la università dei cittadini incomincia a portare sulla indolenza loro in materia sì vitale, non abbiano a tradursi in fatti più decisivi.»

Che dire della moralità, di quello Stato modello, che a modello degli altri Stati italiani si proponeva, ed era senza controllo accettato dai benevoli Potentati di Occidente? Una testimonianza sola ci basti. Il Conte di Pollone al Senato del regno, nella tornata del 24 di Aprile, diceva precisamente così: «Altra spesa che tuttodì aumenta ed aggrava enormemente il bilancio della divisione di Torino, si è quella riferentesi al contributo provinciale pel mantenimento degli esposti. Mentre nel 1847 e nel 1848 questa spesa era di Lire 133 mila, arriva essa pel 1856 a Lire 335 mila 878, cioè assai più che non la metà dell’imposta normale divisionale, con un aumento progressivo di OLTRE IL152 PER CENTO, e ciò nel breve giro di otto anni!»— E l’onorevole Conte avvertiva «come fossero espresse gravi opinioni intorno all’impellente necessità di sviluppare il senso morale e religioso delle nostre popolazioni, come il mezzo più efficace, per non dire unico, di frenare i tristi effetti della corruzione dei costumi, della quale abbiamo le più irrefragabili prove nel segnalato straordinario aumento di tanti esseri infelici.»E la Gazzetta Piemontese, e le Note diplomatiche parlavano intanto del malgoverno di Roma e di Napoli!

Dal Piemonte passiamo a un altro Liberatore e Moralizzatore dell’Italia, vogliamo dire all'Inghilterra.

Rapporti officiali circa la città di Londra ci offrono all’epoca di che ragioniamo le seguenti cifre. — In Londra, sopra una popolazione di 2 milioni 362 mila 236 anime, vivono senza domicilio noto o fisso 143 mila 64 persone, delle quali 4 mila sono vagabondi di professione, e costano alla Città 50 mila lire sterline annue per il loro mantenimento. Di più vi sono 110 ladri detti di estrazione (house beatrer), i quali esercitano a man salva, sotto la vigilanza della Polizia, la loro professione! E poi 107 ladri detti del buon giorno 40 ladri di strade maestre; 773 borsaiuoli; 3675 ladri comuni; 11 ladri di cavalli; 143 ladri di cani; 3 falsari; 28 coniatori di monete false; 3)7 spacciatori delle medesime monete; 141 vivono scroccando da birbo; 182 scrocconi speciali di contribuzioni filantropiche per mezzo di false dichiarazioni; 343 ricettatori di cose rubate; 50 autori di falsi certificati di mendicità, e finalmente 86 ladri detti all’americana. Insomma i pubblici malfattori, conosciuti e autorizzati dalla Polizia, che li lascia fare servendosene, come il cacciatore fa dei richiami e delle leve, per iscoprire gli altri, sono 16 mila 900, e questi rubano la modesta cifra di 42 mila lire sterline all'anno, che è quanto dire la cifra tonda di 210 mila franchi. —

Se tanti sono i ladri conosciuti e accreditati, che lavorano a man salva e a sangue freddo, quale sarà mai la cifra degli altri ladri e degli altri delittuosi, che agiscono spinti da malnate passioni, e da prepotenti bisogni della più sconsolata miseria, quale regna in una grande parte di quella sterminata città?

Altra piaga dell'Inghilterra è il pauperismo, scriveva l’autorevole Civiltà Cattolica, (Ottobre 1856). Il rapporto seme’ strale del Comitato, che sta sopra la legge dei poveri (Poor-lawBoard) fa sapere che, nell'Inghilterra e nel principato di Galles, in sei mesi si spesero 2 milioni 98 mila 655 lire sterline (franchi 52 milioni 466 mila 375) a sollievo dei poveri;. e chi li ha visitati sa come siano trattati questi infelici. Onde si inferisce, che più di 100 milioni di franchi vi si spendono ogni anno pel meschinissimo sostentamento dei poverelli, che sono ricettati negli asili, o altrimenti sovvenuti ex officio, senza dire delle miriadi che si avvolgono nel lezzo e nella miseria più spaventosa, prima di buttarsi ai delitti e sprofondarsi nelle carceri!

Né questo è tutto. Conviene ricordarsi che, secondo notizie certissime, perché officiali, nell’anno 1842 morirono di fame in Irlanda 187 persone; 515 nel 1845; 2,041 nell’anno appresso; 6,058 nel 1847; e 9,395 negli anni 1848 e 1849! Nel decennio dal 1841 al 1851 il numero delle persone spente dalla fame ascese all’enorme cifra di 21,770! Non diciamo degli innumerevoli cittadini inglesi emigranti in America per fuggire la miseria. Ed ecco le beatitudini procacciate dalla potenza inglese, figlia dello scisma e della irreligione! Ed ecco chi ardiva insultare al Re di Napoli e al suo Governo, dettandogli lezioni di moralità e di ordine. — Ma non è tutto.

L’Economist recava le tabelle statistiche in materia di delitti per l’anno 1858, asserendo essere le più complete e le più ufficialmente constatate, di cui il pubblico inglese sia mai stato fornito dal suo governo. Le quali tabelle non appartengono che ai delitti commessi nel 1858 in Inghilterra e nel paese di Galles; debbonsi perciò escludere affatto la Scozia e l’Irlanda.

Questi risultati, dice la Perseveranza del 9 Gennaio, sono sommariamente ridotti nel modo seguente:

Popolazione dell’Inghilterra e del paese di Galles. 17,927,609
Numero degli agenti di polizia 20,256
Categoria I. Numero dei delinquenti, o in prigione o fuori, conosciuti dalla polizia 160,346
Categoria II. Numero delle Case di cattiva fama da essi frequentate 25,120
Categoria III. Numero dei delitti portati a cognizione della polizia 57,868
Categoria IV. Totale delle persone venute in mano della giustizia 434,492

I 160,346 delinquenti della prima categoria sono quindi divisi indue classi; la prima consiste di coloro che, sebbene in libertà, sono conosciuti per persone criminose, e questa classe ammonta a 134,922 persone; la seconda consiste dei delinquenti in prigione, e si eleva a 25,424.

Della prima classe di 134,922 persone, si sono fatte alcune divisioni relative alla condizione, al sesso ed all’età; eccone il quadro autentico:


Maschi Femmine Totale maschi e femmine Totale giovani e adulti
Ladri e predatori conosciuti ... ... ... 40,032
Sotto ai 16 anni 4,773 1,608 6,381
Dai 16 anni in su 26,772 6,879 33,65)
Incettatori di oggetti rubati ... ... ... 4,315
Sotto i 16 anni 119 29 148
Dai 16 anni in su 3,410 787 4,197
Prostitute ... ... ... 28,760
Sotto i 16 anni ... 1,647 1,647
Dai 16 anni in su ... 27,113 27,113
Persone sospette ... ... ... 39,622
Sotto i 16 anni 3,912 ì,512 5,424
Dai 16 anni in su 28,028 5,774 33,802
Vagabondi ... ... ... 22,559
Sotto i 16 anni 3,264 1,943 5,207
Dai 16 anni in su 11,390 5,962 17,352
Totale ... ... ... 134,922
Sotto i 16 anni 12,068 6,739 18,807
Dai 16 anni in su 69,600 46,515 116,115

Su queste cifre sono da farsi parecchie osservazioni. Nessuno si dia a credere, che trovinsi notati sulla citata statistica tutti i ladri dell'Inghilterra, essendovi soltanto quelli conosciuti dalla polizia, e d'ordinario questi sono i meno. Di poi si avverta che le 434,492 persone venute in mano della giustizia, durante il 1858,non furono i soli colpevoli dell'Inghilterra; giacché un buon dato commette il delitto impunemente, e sfugge alle più diligenti ricerche; tanto più in Inghilterra, dove è portato all'eccesso il rispetto alla libertà individuale. Si noti ancora che le donne di mala vita non sono recate in questa statistica, se non per altri delitti che commettono, uccidendo o spogliando i mal capitati;imperocchè il numero delle sgraziate, che nella sola Londra vivono di mal costume, oltrepassa le ottantamila, come risulta da una statistica del giornale The Lancet, 30 Maggio 1857.

Si noti inoltre la quantità di ladri e scellerati giovanissimi che sono in Inghilterra. Sotto i sedici anni si contano 6381 ladri; sotto i sedici anni 1647 donne perdute; sotto i sedici anni 5424 persone sospette; sotto i sedici anni 5424 vagabondi.

Si noti finalmente che in Inghilterra i delitti aumentano sempre di anno in anno. L'Alison scrisse che tale aumento è senza esempio in Europa (England as it is. Cap. XIII). E Enrico Mayhen confessò: «La nostra popolazione criminale aumenta come i funghi in una fetente atmosfera (99).

Ora noi domandiamo, se un Governo che offre all'Europa statistiche di questo genere, ha diritto di giudicare il Papa e condannare i Governi italiani! E qui cade a proposito una riflessione. L'autore dell'opuscolo: «Il Papa e il Congresso, potrebbe applicare agli Inglesi le sue nuove teorie, le quali portano di restringere gli Stati del Papa, perchè non tutto vi procede a maraviglia, essendo abitati e governati da uomini, non da angioli. Imperocchè,considerando i ladri e i malandrini dell'Inghilterra, potrebbe l'anonimo francese chiedere, che la regina Vittoria venga concentrata insieme con Lord Palmerston nel principato di Galles, provando all'una ed all'altro, che ciò sarà meglio per l'anglicanismo e per la civiltà!

Dall'Inghilterra passando finalmente alla Francia troviamo i seguenti appunti. Dal 1851 al 1854, secondo la Statistica officiale pubblicata dal Moniteur, si moltiplicarono con progressione spaventosa gl'infanticidî, e i delitti di ogni maniera contro la proprietà. I falsari crebbero di 15 per cento, i furti qualificati di 25 per cento, gli incendi di 31 per cento. Di che vuolsi certamente accagionare in parte l'influenza della miseria, in cui vennero le migliaia di proletarii col caro dei viveri e delle derrate di prima necessità: «e questo provasi dal numero di furti di biade e farine, che era di 161 nel 1851, e che giunse a 502 nel 1854. Ma quello che contrista l'animo e chiarisce lo stato cangrenoso d' una classe sociale assai importante si è, che i fallimenti frodolenti crebbero di 66 per 100; che il numero delle baratterie sali da 1652 a 2629;quello d'abuso di fiducia da 1653 a 2420; e per ultimo quello dell'ingannare sopra la natura, la qualità e la quantità delle cose vendute, da 1719 a 8946. Or egli è evidente, che tal sorta di delitti non sono effetto d'indigenza, né frutto di passioni subite e violente, ma si conseguenze di quelle cupidigie sfrenate e calcolatrici, che agognano sempre a cumulare profitti e addoppiar guadagni, o procacciarsi piaceri. E finché un principio superiore, la legge della coscienza e della religione, non farà sentire più efficacemente la sua autorità, vano è sperare d'infrenar codeste ree tendenze col crescere di 225 nuove brigate di gendarmeria, e di 1144 nuovi Commissari di polizia, la forza così numerosa con cui l'umana giustizia tende a prevenire o punire il delitto.

Gli Spartimenti della Senna e di Corsica, come sempre per lo passato, furono i più fertili di così trista messe. In quelli della Senna i delitti contro la proprietà sono i più numerosi, perché sono in proporzione di 82 per 100, cioè quattro quinti; in Corsica per lo contrario prevalsero sempre i reati contro le persone, e toccarono l’enorme ragione di 89 per 100! Nel 1854 v’ebbe qualche diminuzione. Dei 7556 accusati che si trovarono involti nei 5525 processi, giudicati dalle Corti d’Assise in quest’anno, ve ne ebbe 1883 (249 sopra mille) che furono prosciolti; 2813 (372 sopra mille) che furono condannati a pene afflittive ed infamanti; e finalmente 2860 (379 sopra mille) che furono condannati a pene correzionali. Il numero delle condanne a morte fu doppio di quello degli anni precedenti; inoltre il Giuri fece prova d’assai maggiore severità, non ammettendo che assai meno sovente il beneficio di circostanze attenuanti. Il numero proporzionale dei recidivi fra gli accusati era di 283 sopra mille nel 1851, di 311 nel 1852, di 328 nel 1853. Pertanto l’anno 1854, paragonato col 1851, offre un aumento di più che un ventesimo.

Una parola circa la pubblica moralità.

Il Barone di Watteville, Ispettore Generale delle Istituzioni di beneficenza, scrisse un rapporto al Ministro degli Interni, intorno ai ricoveri degli esposti, gli abbandoni di bambini, gli infanticidi e i nati morti dal 1826 al 1854; ed è cosa di tanto momento, che il Ministro degl’interni lo mandò pubblicare per le stampe. Noi ne ricaviamo le seguenti cifre: «La Francia, nel 1826, contava 31,851,545 anime, e nel 1853 era cresciuta di 3,930,083. Le nascite illegittime in 28 anni furono 1,964,205; ossia, prendendo la media annua,70,150; ovvero una nascita illegittima sopra 13 710 legittime. Il qual disordine è proporzionalmente più grande nelle grandi città. Nel 1826 esistevano in Francia 217 ospizi con ruota per ricevere i bambini esposti, e 56 senza ruota. Dal 1826 al 1853 furono abolite 165 ruote, e giova vedere quali ne siano stati gli effetti, e per rispetto agli abbandoni, e per rispetto agli infanticidi. Ora s’inferisce dalle varie comparazioni di cifre che gli abbandoni di bambini diminuirono progressivamente in Francia dal 1826 al 1853 nella proporzione di una metà rispetto alle nascite, e di 4(9 rispetto alla popolazione. Dal 1836 fino al 1853 inclusivamente visi commisero 3671 infanticidi, ossia un infanticidio sopra 7394 nascite. E ciò per tener conto solo di questi delitti noti e accertati dalla magistratura. Quanti saranno gli sconosciuti?

E basti per ora questo, a far ragione di quel che fossero i Governi censori di quello delle Due Sicilie, il cui maggiore difetto era la soverchia abbondanza di ogni bene di Dio, e di una vera e schietta felicità, quale umanamente è possibile su questa misera terra.

Altre dunque erano le ragioni, (prescindendo per un momento da quelle della setta anticristiana) che spingevano le Potenze occidentali ad assalire più particolarmente il Governo napolitano.

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I PROTETTORI DISINTERESSATI

La guerra d’Oriente nel 1854 veniva a riaccendere il fuoco latente e ad aggiungere materia agli assalti dei settari. Re Ferdinando II mantenevasi in una dignitosa neutralità tra i belligeranti, in quello che Vittorio Emanuele, seguendo i prestabiliti disegni, spediva un contingente di milizie in Crimea, che, mentre nulla aggiungeva alle probabilità di buon successo per gli alleati occidentali, molto contribuiva, anzi era la ragione immediata delle sue pretensioni a quella egemonia su tutta Italia, sempre vagheggiata dai Sabaudi, che, per virtù straniera, ottenne pochi anni dopo. Quindi è che mentre riscaldavansi e fomentavansi le relazioni tra il Piemonte e gli Anglo-franchi, raffreddavansi quelle col Re di Napoli. Il Congresso di Parigi, di cui lungamente ragionammo in queste pagine, provò la realtà di questi apprezzamenti. Aggiungeremo però un fatto che può valere da solo al retto giudizio della questione. — Il Commendatore CARAFA, proministro degli Affari esteri in Napoli, allorché dopo il Congresso ebbe il primo dispaccio ostensibile dalle mani del Rappresentante inglese Sir W. Tempie, non trovò che le pretensioni britanniche fosservi chiaramente definite, onde è che fu costretto domandargli: «Ma in sostanza voi che volete da noi? e il Tempie, evitando di spiegarsi in iscritto, contentossi di rispondere vagamente: «Un’amnistia generale, un cambiamento di Ministero, una riforma nella legislazione criminale, e modificazioni nei trattati di commercio in vista d’introdurvi il progresso». — La parola libero scambio non fu pronunciata; ma tutti sanno ciò che s’intenda sul Tamigi per PROGRESSO in materia commerciale: «ed ecco trovato il nodo della questione per quel che riguarda l’Inghilterra circa le sue relazioni col regno di Napoli. La Frammassoneria che, a raggiungere i suoi fini, mette in giuoco le passioni degli uomini per sedurli, come gl’interessi dei Governi per aggiogarseli, si approfittava dell’egoismo finanziario del Governo inglese, per incatenare al suo carro la poliarchia britannica, e dell'ambizione del Governo francese per spingerlo innanzi.

Poste infatti le riferite cose e l'esposto confronto, evidente appariva esservi altre ragioni occulte negli assalti contro il Governo di Napoli. Quindi è che, mentre si proseguiva con tenace perseveranza e con fine accorgimento lo scopo ultimo della setta, di distruggere la Chiesa abbattendone a mano a mano i naturali sostegni, ciascuna poi delle tre Potenze seguiva i particolari implusi dell'ambizione e dell'interesse, sui quali non sarà troppo arrischiato il dire, che si fossero per un momento accordate, cessando tutto in un tratto fra esse gli antichi dissidi.

Assicurandosi al piccolo Piemonte l’egemonia e il possesso del Continente italiano, si accordavano senza esitare alla Francia le belle provincie di Savoia e di Nizza, e l’eventuale possesso dell’isola di Sardegna. All’Inghilterra faceva pur d’uopo accordare qualche cosa, senza di che essa non si sarebbe di certo mossa. Ma quale era in ciò il suo interesse? Alcune indiscrezioni del Times, organo autorevole della opinione inglese, lo rivelano, e spiegano lo accanimento dell’Inghilterra contro il Re di Napoli.

«Austria e Francia, scriveva quel giornale (Ottobre 1856), hanno un piede in Italia; l’Inghilterra vuole entrarvi essa pure.» E in questa frase è compresa tutta l’umanità e il liberalismo del Governo inglese: «mettere un piede in Italia, vale a dire conquistare ed ottenere per sé la Sicilia.

In un suo scritto che ha per titolo: «De la Sicile et de ses rapports avec l’Angleterre, a pagine 103, l’Aceto nota, che «la Sicilia è il punto più strategico per tutti gli avvenimenti possibili nel Mediterraneo e nell’oriente, e la porta d’Italia dalla parte del mare, che protegge l’indipendenza della nazione, che in mano dei forastieri può divenire per l’intera Penisola un solenne disastro. L’Inghilterra vi tenne sempre l’occhio sopra, perché generalmente essa tende all’ingrandimento, e perché la Sicilia le servirebbe a bilanciare l’influenza russa in Grecia e quella francese a Costantinopoli.»

— E di vero, osserva opportunamente l’Armonia (21 Ottobre 1856), gl’inglesi non si lasciarono mai sfuggire veruna occasione per mettere piede nell’isola; e talora si prevalsero delle condizioni di Europa, talora dei dissidii interni per signoreggiarla. Fin dal trattato di Utrecht tolsero la Sicilia alla Spagna per darla a Casa Savoia, alla quale avrebbero potuto più facilmente ritoglierla. Nel 1806 riuscirono ad occuparla militarmente fino al 1814, e a fine di perpetuarvi la loro signoria colla discordia, furono essi i principali promotori della famosa Costituzione del 1812; la quale costituzione indeboliva oltre ogni dire la Sicilia separandola dal Regno di Napoli. A ciò appunto miravano gl’inglesi; conciossiaché, stretti generosamente in lega coi Siculi pei trattati del 30 Marzo 1808,13 Maggio 1809 e 12 Settembre 1812, intendevano bene che più isolata fosse resa la Sicilia, e più preponderante e vicina a signoria sarebbe stata la loro amicizia. Per chi ne dubitasse abbiamo in pronto l’espressa confessione del Marchese di Londondery, il quale in un suo celebre discorso, detto alla Camera dei Comuni il 21 Giugno 1821, dichiarò senza ambagi: «come, non per assicurare la felicità della Sicilia vi fossero stabilite le milizie inglesi dal 1805 al 1814. Quanto alla natura delle relazioni colla Sicilia (sono parole del nobile Marchese), quantunque il Governo abbia portato sempre molta stima ed affezione a questo paese, non è però del tutto per tale motivo o per assicurare la felicità della Sicilia, che milizie inglesi vi stanziarono. Questa era in realtà una occupazione militare. Il Governo, considerando lo stato di Europa, stimò necessario, tanto pel meglio della famiglia Reale, quanto per opporre un argine ai progressi sempre crescenti della Francia, di difendere la Sicilia. La sua posizione insulare la rendeva acconcia ad approfittare della nostra potenza navale. Non solo era per noi facile di metterla al coperto di ogni esteriore violenza, ma era eziandio evidente potervisi stabilire una posizione militare, dalla quale si potrebbe fare un utile diversione in favore della libertà di Europa, o nello scopo di riprendere l’Italia ai Francesi. ‘

— Queste parole sono chiare abbastanza! esclamava la citata Armonia. Nei tempi andati, Francia e Inghilterra disputavansi il possesso del Regno delle Due Sicilie. Gl’Inglesi erano in Sicilia, e Napoleone dava il Continente napolitano prima al fratel suo Giuseppe, e poi al cognato Gioacchino Murat. Queste due Potenze lottano così ab antiquo Ara di loro per il predominio sul Mediterraneo. La Francia possiede l’Algeria, l’Inghilterra l’Indostan: «grande è il commercio delle due Nazioni ciascuna dalla sua parte, e ambedue hanno il medesimo interesse per la libera navigazione del Mediterraneo. Se la Francia potesse ridurre in suo potere Minorca e Portomaone, Tunisi e Tripoli, il Mediterraneo diverrebbe un lago francese. Se al contrario l'Inghilterra potesse impossessarsi della Sicilia, padrona come ò di Gibilterra e di Malta, comanderebbe su tutto il Mediterraneo. Ed ecco perché in ultima analisi l’Inghilterra e la Francia vollero sempre immischiarsi nelle cose d’Italia e di Napoli. Quindi è che il loro antagonismo politico commerciale marittimo si svolgeva sempre a danno dell’Italia. Ma ai nostri giorni due fatti singolari registra attonita la Storia: «da una parte l'Inghilterra e la Francia che operano di conserva contro il Regno delle Due Sicilie: «(e ciò in fondo si spiega facilmente, essendo uguale l’interesse nel distruggere, salvo l’accapigliarsi fra di loro giunto il momento di edificare) dall’altra, che siano riuscite ad avere complice nella malvagia impresa un Governo italiano. La necessità di fiaccare la preponderanza del Colosso del Nord spiega di leggieri la guerra di Oriente e la lega delle Potenze secondarie con le due Potenze ostili, l’Inghilterra e la Francia. La pace di Parigi non fu cessazione di guerra, ma cambiamento di terreno. Umiliata la Russia si doveva umiliare l’Austria, e distruggere il Regno delle Due Sicilie: «era la ripetizione della lotta degli Orazi contro i Curiazi. La Russia, l’Austria, il Re di Napoli venivano combattuti l’uno dopo l’altro alla spicciolata, e rimanevano vinti.

L’Inghilterra intanto, più scaltra, lasciandosi meno guidare dall’odio settario contro la Chiesa, che dal proprio interesse; mentre lasciava ai caldi frammassoni franco-sardi il triste compito di minare il trono dei Papi, dava alimento al fuoco rivoluzionario, fisso tenendo lo sguardo sulla Sicilia. Nel 1847 mandava perciò a Napoli Lord Minto con lo specioso pretesto di ottenere da Re Ferdinando concessioni in favore dei sudditi inglesi; ma in realtà per aizzare a ribellione i sudditi dello stesso Re. Ciò risulta da un dispaccio del medesimo nobilissimo Lord al suo degno principale Lord Palmerston, sotto la data del 18 Gennaio 1848. Così, mentre parlavasi di concessioni, la Sicilia sollevavasi e sottraevasi all'obbedienza del suo legittimo Sovrano. Ed ecco subito Lord Minto con dispaccio del 12 Febbraio successivo al signor G. Goowin, Console di S. M. Britannica a Palermo, fa conoscere al Comitato rivoluzionario palermitano, essere egli disposto ad entrare mediatore tra i ribelli siciliani e il loro Sovrano. Il Comitato accetta l’offerta, e con dispaccio del 14 del l’istesso mese invita Lord Minto, quale rappresentante della Gran Brettagna, a recarsi a Palermo. Scoppia però la rivoluzione di Parigi, e Lord Minto resta a Napoli, a sollecitare pronte riforme dal Re, affine di ridursi in pugno, con l’alta influenza della Gran Brettagna, le sorti dell’ambita Isola.

Ferdinando II in quelle supreme distrette pubblicava quattro Decreti, che convocavano il Parlamento siciliano a Palermo in giorno determinato, secondo tutte le forme adottate dal Comitato palermitano nell’atto di convocazione del 24 Febbraio, e collo scopo di applicare la Costituzione del 1812 ai tempi presenti. Il 10 di Marzo Lord Minto giunge a Palermo coi Regi decreti; ma nel presentarli ai Palermitani, chi il crederebbe? li consiglia a respingerli! (100).

Le concessioni del Sovrano venner infatti rigettate, elevandosi nuove pretensioni che preludevano allo spodestamento del magnanimo Re. E Lord Minto, con fronte di bronzo, approvava quelle pretensioni, prendendo su di sé il compito di farle accettare alla Corte di Napoli. Così il famoso Inglese con doppio giuoco assumeva l’incarico di servire ad un tempo e spogliare Re Ferdinando. Ma l’uomo lealissimo sbagliò nei suoi calcoli: «egli pretese che il Re si spogliasse colle proprie mani; ma questi, lungi dallo aderire all’atto codardo, rigettò risolutamente le domande siciliane. E il Gabinetto di S‘. Iames senza arrossire eccitò il Ministero siciliano a proclamare il decadimento della Dinastia dei Borboni dal trono di Sicilia, pur conservando la forma monarchica del governo più omogenea all’Inghilterra. Che se la forma repubblicana fosse prevaluta in Sicilia, la Francia, essendo governata allora a Repubblica, l’influenza francese avrebbe senza meno prevaluto nell’isola. A mettere adunque un muro insormontabile di divisione tra i Siciliani e i Francesi, l’Inghilterra volle ed ottenne la forma monarchica di governo; e mostrandosi scaltramente disinteressata, presentava il Duca di Genova, secondo figlio dì Re Carlo Alberto di Sardegna, a candidato per la corona di Sicilia. E i Siciliani, senza ombra di sospetto, il 21 Luglio 1848, mandavano una deputazione al Principe subalpino ad offrirgli la corona.

L’Inghilterra però, come non voleva una Sicilia governata a repubblica, onde non subisse la influenza francese, non la voleva nemmeno retta dal Duca di Genova, perché non divenisse suddita piemontese. L’Inghilterra voleva la Sicilia per sé: «quindi un governo che continuasse ad agitarsi nel provvisorio.

Infatti Ferdinando II il 20 Luglio protestava contro la pretesa elezione del Duca di Genova, e la protesta veniva comunicata dal Conte di Loudolf, Ministro napolitano, al Ministro sardo Marchese Pareto, che ne dava immediata comunicazione a Lord Abercrombv, chiedendo consiglio. E il nobile Lord rispose, non darebbe egli mai il suo avviso su di ciò. Tale risposta inchiudeva naturalmente il consiglio di rifiutare la corona: «la Sicilia rimanendo cosi in sospeso, diveniva facile preda dello scaltrito protettore. L’Inghilterra, lasciò scritto il Gioberti, nutriva gli spiriti municipali dei Siculi per ridurseli in grembo. — Iddio sventò allora gl’interessati calcoli, e Re Ferdinando, destinato da Lui a divenire ospite magnanimo del Papa, riotteneva colla pace dei suoi Stati il tranquillo possesso della Sicilia.

Ma la setta non davasi per vinta, e poiché ne voleva alla Chiesa, nuova guerra indiceva ai Reali di Napoli, perché ad Essa fedeli.


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ATTENTATO CONTRO IL RE FERDINANDO II

Riusciti vani gli attentati diplomatici contro la fermezza del Re Ferdinando II, faceva d’uopo ai settarii ricorrere a mezzi più speditivi, risoluti come erano di liberarsi ad ogni costo della molesta presenza di quel grande Monarca; si ricorse perciò al ferro dell’assassino.

L’8 Dicembre 1856, festa dell’immacolata Concezione, Ferdinando II Re di Napoli aveva assistito alla santa Messa insieme colla Famiglia Reale, con tutti gli alti funzionari, e 25000 uomini di ogni arma. Dopo la Messa, le milizie presenti vennero passate in rivista. Re Ferdinando presiedeva allo sfilare delle truppe, quando un giovine soldato, di nome Agesilao Milano, uno degli insorti di Calabria nel 1848, amnistiato nel 1852 ed entrato nell’esercito con carte false, uscì dalle file e lanciossi sul Re avventandogli un colpo di baionetta. Il colpo fu ammortito dalla fonda delle pistole sospese alla sella del cavallo, e il Re n’ebbe lievissimo danno. Un Colonnello degli ussari, Conte Francesco de la Tour en Voivre, precipitassi sull’assassino e lo atterrò. Questo venne arrestato, e la sfilata prosegui. La sera, grandi feste in Napoli, e il popolo tripudiò perché il suo Sovrano era scampato da tanto pericolo. Agesilao Milano venne processato, condannato il 12 Dicembre, e giustiziato il mattino del giorno seguente. E qui è da notare una circostanza rilevantissima, che ci venne assicurata da persona autorevole e del tutto degna di fede, ed è la seguente. Agesilao Milano in faccia alla inevitabile sentenza di morte che era per colpirlo, caduto di animo, si mostrò pronto a tutto rivelare intorno agli istigatori e ai complici del suo delitto. Nomi e persone importanti erano per essere deposte negli atti processuali, od erano per sedere sul banco dei delinquenti. Traditori dei propri Sovrani ve ne ha sempre dovizia in questi tempi tristissimi di pervertimento e di empietà! Ferdinando II ne aveva anch’esso intorno a sé: «e si fu palese al momento della invasione delle Due Sicilie, pochi anni dopo. Essi adunque accortisi del pericolo che sovrastava a potenti felloni e a loro stessi, come agl’interessi più vitali della Setta, precipitarono lo svolgimento del processo, e, fatto un fascio di deposizioni e di documenti, mostrando ipocritamente zelo per la sicurezza dell’augusta persona di Re Ferdinando, adoperarono in guisa che lo sciagurato regicida fosse prestamente condannato a morte, e la sentenza più prestamente eseguita.

Gravi considerazioni faceva naturalmente sorgere l’attentato dell'8 Dicembre, ma noi ne registreremo una sola. — L’assassinio contro il Re di Napoli, scriveva l’Armonia il 22 dello stesso Dicembre 1856, è la più solenne e la più incontestabile condanna di tutta quell’orda rivoluzionaria, che da parecchi anni spira fuoco e fiamme contro quel Monarca. Esso mette il suggello alla infamia di cui si cuoprirono quei plenipotenziari del Congresso di Parigi, i quali si avvilirono al segno di farsi eco degli schiamazzi della piazza e del trivio. Quell'attentato dà una mentita a tutte le calunnie della stampa inglese, francese e piemontese, e alle asserzioni, che tutto il popolo del Regno delle Due Sicilie odia e detesta in modo orrendo la tirannia del suo Sovrano. Come? un popolo bollente come quello del regno; un popolo che sa di essere sostenuto da tutta la stampa, che si arroga il monopolio della pubblica opinione; un popolo, che ha dalla sua le due maggiori Potenze del mondo; un popolo, che da tutti questi mezzi incendiari è eccitato alla rivolta contro il suo Sovrano, non solo non si ribella contro di lui, ma è preso da indignazione contro un branco di sconsigliati che alzano l’insegna della rivolta, e, nonché aiutarli nella loro sollevazione, piglia le parti del suo Sovrano; e questo popolo è oppresso dal più duro dei tiranni da non trovare riscontro che nei Neroni e nei Caligola? e coloro che spacciano queste fole trovano ancora chi loro presta fede? e fra questi credenzoni vi hanno uomini di Stato, Diplomatici, Ministri, Sovrani, Imperatori? Philosophorum credula nati, disse Seneca: «noi potremmo dire dei politici ciò che quegli disse a' filosofi: «politici, razza di credenzoni! e diciamo i politici da caffè e da bettola, perché i politici da gabinetto s’infingono di credere per darla a bere».

Non è a dire quanta rabbia destasse in cuore ai libertini frammassoni il vedere l’alto sdegno che mostrò la popolazione napolitana contro l’infame attentato. «Il dispaccio telegrafico, nota il citato giornale, trasmessoci ieri, dopo quelle parole la popolazione si mostrò sdegnata, recava tra parentisi un sic! il che vuol dire che colui che fece il dispaccio, o dubita del fatto, o lo disapprova Ora il dispaccio a noi viene per gli ufficiali del Governo; e il Ministero esercita la censura preventiva sopra tutti i dispacci. Dunque ognuno può tirarne la conseguenza. Ah! dunque potete dubitare un istante che un popolo non sentasi sdegnato alla vista di tanta infamia? Si capisce che coloro, i quali ricettano gli assassini del proprio Sovrano, che li onorano, che li ascrivono al novero dei cavalieri, dei legislatori, dei si capisce che rimangono impassibili alla vista di un regicidio; anzi vi facciano plauso. Ma chiunque non ha fatto il giuramento di spegnere col braccio, e d'infamare colla voce i tiranni e la tirannide politica e morale, cittadina o straniera, sente raccapricciarsi per l’orrore a si orrendo misfatto... Non havvi che la civiltà libertina, la quale sia indulgente verso i traditori e ai vili assassini.»

Ma v’è di più: «prima ancora che a Torino giungesse la notizia del tentato regicidio davasi per sicuro, che, riuscisse o no la sollevazione siciliana, le cose del Regno dovevano in ogni modo cambiare e la Costituzione esservi ristabilita. Anzi sapevasi nella capitale subalpina che al Re di Napoli doveva incogliere la stessa sorte di Pellegrino Rossi, il cui assassinio era annunziato dalla pubblica stampa prima ancora che fosse eseguito. La Vespa di Genova, N° 7, pubblicava il giorno 9 (ed era scritto il dì 8, vale a dire l’istesso giorno dell’attentato!) uno scellerato e villano articolo, intitolato —povero Bomba, — e diceva: «Se vi saltasse mai, o lettori, di pregare ad un vostro nemico un malanno, ma di quei buoni (parlo per modo di dire) augurategli la posizione privata e politica del povero Bomba: «e vi assicuro che, in quanto a me, non vorrei essere io la Regina di Napoli. Figuratevi un uomo come quello, che ha contro tutto l’universo, che è detestato da tutti i Re, da tutte le Nazioni, come può vivere tranquillo nella sua Reggia!»

E dopo di avere riandato ciò che fecero contro di lui Diplomatici e Sovrani, dice: «Egli non ha tanto da temere dai suoi nemici esterni, quanto dai suoi popoli, che lo amano alla pazzia, che vorrebbero averlo un poco nelle mani per farlo ballare.» E, ricapitolando con un pò di geometria gli elementi di questa sua posizione imbarazzata, trova, che «dinnanzi, a destra, a sinistra, ha nemici da per tutto: «di dietro poi ed anche tutto all’intorno il fermento dei popoli, le imprecazioni, i lamenti dei torturati, le larve delle vittime, e il pericolo imminente di una botta sul cranio, e aggiungete momentaneamente la rivoluzione in Sicilia; e giacché si dice che l’abbia fatta comprimere, avrà di più nuovi rimorsi, nuove stragi sull’anima.»

Dal che si vede, che la compressione della rivoluzione di Sicilia e la botta sul cranio sono due cose correlative. Non riuscito il tentativo di rivoluzione si ricorreva all’assassinio. E la Vespa concludeva: «Dunque vedete, lettori carissimi, se non è un brutto impiccio quello del povero Bombai e si può dire che è l’unico al mondo che si trovi cosi bersagliato. Egli è come un debitore alla vigilia della mala paga che si danna e non trova più un soldo da nessuno perché ne ha truffati abbastanza. — Ora badate un pò alla umana fortuna, come travisa le cose. Un Re cosi devoto, così santo, che si confessava tutti i giorni a Gaeta, e che ha non so quanti milioni di benedizioni addosso, doverla finire cosi malamente! Se fossi, povera Vespa, un po più ardita vorrei andargli all’orecchio e dirgli: «— Maestà, voi siete in grazia di Dio, date una volta bando alle cure del mondo, lasciatevi mettere nel calendario dei Santi!...» (101).

Dio stornò la mala paga di cui Ferdinando II era, a dire del giornale libertino, alla vigilia; e, invece di essere scritto egli nel calendario dei Santi, fuvvi uno dei cosi detti martiri di più nel martirologio dei frammassoni.

Ma quale maraviglia che i giornali della rivoluzione italiana facessero festa precoce allo stabilito assassinio di un Monarca, e ne parlassero in modo così ferocemente insultante, se il Governo istesso subalpino, che tollerava cosi inaudita infamia, prodigava onori, eleggeva a Deputati, elevava a Ministri di Statogli assassini palesi del proprio Sovrano, di quel Sovrano che, sventuratamente, per il primo aveva messo la sua spada a servizio della Setta.

Quello che l’Armonia accennava solamente, era fondato sopra irrefragabili documenti; e noi li recheremo qui stesso, sia pure a modo di digressione, sebbene risguardino fatti ormai lontani dall’epoca di cui parliamo; a far meglio conoscere quali fossero gli accusatori del Governo napolitano e dell’augusta persona del Re Ferdinando.

Pochi mesi prima del tentato regicidio veniva pubblicata in Torino una Storia del Piemonte del sig. Antonio Gallenga, Deputato ministeriale: «scritta originariamente in lingua inglese, e pubblicata a Londra nel dicembre dell’anno 1855, dall’autore medesimo era stata tradotta in italiano. Era dessa una di quelle storie ad usura Delphini, vale a dire, a servizio del Ministero; ma che appunto perciò ha valore maggiore nel caso nostro. Mazzini e Mazziniani vengono bistrattati e messi in dileggio dal Gallenga. Chiama egli Mazzini, giovane entusiasta retto di cuore, ma obliquo di mente, esule impaziente, autore di matte congiure; e nel secondo volume ecco come parla degli eccessi della Giovane Italia, e dei tentativi di regicidio:

«Mazzini intanto, cacciato di Francia, aveva posto a Ginevra il quartier generale di quelle sue matte congiure. Aveva intorno a sé alcune migliaia tra fuorusciti italiani e polacchi, per mezzo dei quali meditava un attacco in Savoia.

«Trovavasi presso del Capo della così detta Associazione Nazionale un giovane fanatico, stanco della vita d’esilio, e nudrito alla scuola classica del patriottismo d'Alfieri, avvezzo al teatro dell’Opera a vedere in Guglielmo Teli esaltato il più bel tipo di eroismo. Giunse allora in Ginevra la madre di Ruffini col rimanente della famiglia, che veniva in ricovero in Svizzera, ancor tutta trambasciata dalla ferale tragedia che aveva insanguinate le mura del carcere di Genova. Quello spettacolo di muto dolore scaldò la fantasia del giovinetto ammiratore dei Bruti e dei Timoleoni, il quale si offerse di vendicare quella desolata madre, togliendo di vita il tiranno.

«Fu fornito da Mazzini di passaporto, danaro e lettere, e venne cosi a Torino nell’Agosto 1833, sotto il mentito nome di Luigi Mariotti. I partigiani di Mazzini a Torino erano però tutti o presi, o fuggiti, o nascosti. Non trovò lo straniero chi gli desse consiglio o direzione a condurre ad effetto il suo intento, niuno che potesse avvantaggiarsi dell’esito; per quasi due mesi indugiò egli invano cercando opportunità di ferire. N’ ebbe sospetto finalmente la polizia; ed alcuni amici che ne avevano in parte indovinato il terribile segreto, tanto gli stettero intorno che lo fecer partire. Uno scrittore poco temperato dei tempi nostri ha creduto poter portare altro giudizio di quell’attentato, di cui ha anche travisato i fatti principali; ma ha dovuto poi ricredersi dopo più maturo esame, e confessare che il giovane regicida, per quanto sconsigliato e demente potesse dirsi, non era però, né «furfante» né «vigliacco». Carlo Alberto non ebbe mai distinta idea delle trame ordite contro la sua persona; ma siccome fu poco dopo arrestato un altro emissario di Mazzini, portatore di un pugnale col manico fatto di pietre preziose a mosaico, ne rimase nell’animo del Re e in quello dei più fidi suoi sudditi una impressione, che Mazzini non rifuggiva dall’uso del coltello dell’assassino; né vuole «alla vita del Re» è quanto si udiva spesso, parlando di Mazzini, tra gli Ufficiali dell'esercito piemontese alla campagna del 1848.»

Il Gallenga nel brano citato accenna alla madre di Ruffini ed alla ferale tragedia che aveva insanguinate le mura del carcere di Genova. Per chi non fosse molto addentro alla storia della rivoluzione, ecco quel fatto, colle parole dello stesso Gallenga: «Iacopo Ruffini, amico di Mazzini, arrestato a Genova, temendo che la straziante tortura morale, a cui lo assoggettavano, avesse a strappargli parola che compromettesse altrui, si determinò al suicidio, ed esegui il disegno con efferata barbarie contro di sé medesimo. Strappò una ruginosa lamina di ferro, di cui era foderato l’uscio del carcere, la arrotò al macigno del davanzale della fenestra, e se ne segò la gola. (Disgraziato!)

Ecco lo spettacolo di muto dolore, che scaldò la fantasia del giovinetto ammiratore dei Bruti e dei Timoleoni! Dopo le quali cose, Antonio Gallenga passa a raccontare la spedizione dei Mazziniani contro la Savoia nel 1834; e ride di Mazzini, che «strinse la fida sua carabina, e volle accorrere al conflitto: «ma cadde subito svenuto nelle braccia dei compagni, che lo trasportarono così in salvo oltre il confine.»

Questo frizzo e le cose sopra narrate, ed i giudizi di Gallenga offesero i Mazziniani, uno dei quali, Federico Campanella, stimò opportuno di giudicare la nuova Storia del Piemonte per ciò che riguarda la spedizione di Savoia nel 1834, e lo fè in due notevolissime appendici stampate sull’Italia e Popolo, N. 294 e 295, del 23 e 24 di Ottobre.

Nella prima appendice, Federico Campanella rimprovera al Gallenga ben tredici bugie, stampate nel raccontare un fatto solo, oltre un diluvio di bugie che tace; e conchiude: «Ah! Gallenga, Gallenga, che cosa avete fatto! Voi avete abbeverato di fiele la logica, flagellato il buon senso, crocifisso la storia; avete accumolato bugie sopra bugie, vi siete reso colpevole di falso in in scrittura storica.»

Nella seconda appendice, poi passa a parlare del giovane fanatico, che nell'Agosto 1832 venne in Torino, sotto il falso nome di Luigi Mariotti, per pugnalare Carlo Alberto. E qui lasciamo la parola a Federico Campanella:

«Chi è desso? Perché cela la faccia sotto la maschera dell’anonimo? Perché non dice il suo nome? Chi, meglio di Antonio Gallenga, conosce Luigi Mariotti?

«Costui, non si trovò a caso col capo della Giovine Italia, né ebbe bisogno della lagrima di una madre, né degli eccitamenti di Mazzini, per decidersi al regicidio. Venne dalla Corsica, ignoto a tutti, Bruto nato, Bruto cresciuto, Bruto fatto, Bruto determinato, Bruto prima di vedere Mazzini e la madre di Ruffini. Lungi dall’incitarlo, Mazzini óbbiettò, discusse, mise innanzi tutto ciò che poteva smoverlo. Bruto I° rimase irremovibile... per allora. Se non commise il regicidio, non fu certo per mancanza d’indicazioni a Torino: «ebbe anzi tutte le indicazioni possibili, e noi non faremo l’ingiuria al Bruto I° di credere ad un motivo così frivolo e meschino, messo innanzi dallo storico. Noi crediamo invece, che ciò accadesse per un ritorno felice a sentimenti più sani, più umani, e — diciamolo pure — più proficui. Nell’atto di vibrare il colpo, Bruto I° pensò a' fatti suoi; e, fatto rapidamente il calcolo dei profitti e perdite tra il mestiere di Bruto e quello di entusiasta monarchico, il nostro bravo Mariotti, uomo alquanto scettico in politica, ma eccellente in aritmetica, si decise pel mestiere dell’entusiasta. Questa savia risoluzione ebbe la sua ricompensa, e, di suddito parmense ch’egli era, divenne tosto cittadino sardo, indi Deputato al Parlamento di Torino, indi Ambasciatore in Germania, indi cavaliere di non sò qual ordine, indi... e perché no? si son veduti Ministri Bruti e Mariotti quanto il nostro Luigi. Fatto si è, che nella dolce speranza d’un portafoglio, un bel giorno, in un momento di crisi ministeriale, Bruto I° consultando più il suo buon cuore che le sue forze, fece omaggio al Ministro periclitante dell’aiuto di tutta la sua eloquenza, si slanciò animoso alla tribuna, e, giunto proprio nel mezzo, balbettò tre o quattro parole, si confuse, fece fiasco, prese un bicchier d’acqua inzuccherata, scese dalla tribuna, e, disgustato dell’arte oratoria, diede di piglio alla penna, e fini collo scrivere tre volumi di roba, intitolata (Dio sa perché) Storia del Piemonte.

«Siccome queste cose meritano di essere messe in chiara luce, noi cederemo la parola a chi è meglio informato di noi.


«Caro Federico,

«Non molto prima della spedizione di Savoja, dopo le fucilar zioni dei nostri in Genova, Alessandria, Ciambery, sul finire del 1833, mi si presentò all’Albergo della Navigazione, a Ginevra, una sera, un giovane ignoto. Era portatore di un biglietto di L. A. Melegari, oggi professore, Deputato ministeriale in Torino, allora nostro, che mi raccomandava, con le parole più che calde, l’amico suo, il quale era fermo di compiere un alto fatto e voleva intendersi meco. Il giovane era Antonio Gallenga. Veniva di Corsica. Era affratellato della Giovane Italia.

«Mi disse, che, da quando erano cominciate le proscrizioni, egli aveva deciso di vendicare il sangue dei suoi fratelli, e d’insegnare ai tiranni, una volta per sempre, che la colpa era seguita dalla espiazione: «ch’ei si sentiva chiamato a spegnere in Carlo Alberto il traditore del 1821, e il carnefice de' suoi fratelli; che egli aveva nutrito l’idea, nella solitudine della Corsica, finché si era fatta gigante e più forte di lui;... e più altro.

«Obbiettai, come ho fatto sempre in simili casi; discussi, misi innanzi tutto ciò che poteva smoverlo. Dissi che io giudicava Carlo Alberto degno di morte, ma che la sua morte non salverebbe l’Italia; che per assumersi un ministero d’espiazione, bisognava sentirsi puro d’ogni senso di povera vendetta e d’ogni altro che non fosse missione; che bisognava sentirsi capaci di stringere le mani al petto, compito il fatto, e darsi vittima; che in ogni modo ei morrebbe nel tentativo; che morrebbe infamato dagli uomini come assassino,... e via così per un pezzo.

«Rispose a tutto; e gli occhi gli scintillavano mentre ei parlava. Non importargli la vita, non si arresterebbe d’un passo; compito l’atto, griderebbe: «Viva l’Italia.! I tiranni osar troppo, perché sicuri dell’altrui codardia; bisognava romper quel fascino. Si sentiva destinato a quello. S’era tenuto in camera un ritratto di Carlo Alberto, e il contemplarlo gli aveva tatto più sempre dominante l’idea. Finì per convincermi, che egli era uno di quegli esseri, le cui determinazioni stanno tra la propria coscienza e Dio, e che la Provvidenza caccia, da Armodio in poi, di tempo, in tempo, sulla terra per insegnare ai despoti, che sta in mano d’un uomo solo il termine della loro potenza.

«E gli chiesi che volesse da me?

«Un passaporto e un pò di danaro.

«Gli diedi mille franchi, e gli dissi che avrebbe un passaporto in Ticino.

«Fin là ei non sapeva neppure che la madre di Iacopo Ruffini fosse in Ginevra, e appunto nell’Albergo dove era io. Gallenga rimase la notte e parte del giorno dopo. Pranzò con la Ruffini e con me; non si disse verbo tra loro: «lasciai la Ruffini ignara delle intenzioni. Essa era generalmente ammutolita dal dolore e non mosse quasi parola.

«Nelle ore in cui egli rimase, sospettai che ei fosse condotto più da una sfrenata ambizione di fama, che non dal senso di una missione espiatoria da compiere; mi ricordò sovente che da Lorenzino de' Medici in poi non s’era compiuto un simile fatto; e mi raccomandò che io scrivessi, dopo la sua morte, alcune linee sui suoi motivi. Parti.

«Valicando il S. Gottardo, mi scrisse poche parole piene d’entusiasmo; s’era prostrato Sull’Alpe, e aveva tornato a giurare al l’Italia di compiere il fatto.

Ebbe in Ticino un passaporto col nome di Mariotti. Giunto in Torino, si abboccò con un membro del Comitato dell’Associazione, del quale aveva avuto il nome da me. Fu accolta l’offerta. Furono presi i concerti. Il fatto si compirebbe in un lungo andito in Corte, pel quale il Re passava ogni Domenica per andare alla Cappella regia. S’ammettevano taluni per vedere il Re, con un biglietto privilegiato. Il Comitato potè provvedersi di uno. Gallenga andò con quello, senz’armi, a studiare il luogo; vide il Re, e fu più fermo che mai; lo diceva almeno. Fu statuito che la Domenica ventura si compirebbe.

«Allora, impaurito dal procacciarsi, in quei momenti di terrore organizzato, un arme in Torino, mandarono un membro del Comitato, Sciandra, commerciante, oggi morto, per la via di Ciambery a Ginevra a chiedermi l’arme ed avvertirmi del giorno. Un pugnaletto con manico di lapislazzoli, che m’era dono carissimo, stava sul tavolo: «accennai a quello. Sciandra lo prese, e partì.

«Ma intanto, io non considerando quel fatto come parte, del lavoro insurrezionale ch’io dirigeva, e non facendone calcolo, man dava per cose nostre a Torino un Angelini, nostro, sotto altro no me. L’Angelini, ignaro del Gallenga e d’ogni cosa, prese alloggio appunto nella via dove stava in una cameretta il Gallenga. Poi, commettendo imprudenze di condotta, fu preso a sospetto: «tornando a casa, la vide invasa da Carabinieri; tirò di lungo e si pose in salvo.

«Ma il Comitato, inteso che a due porte da quella del regicida, erano scesi i Carabinieri, e non sapendo cosa alcuna dell’Angelini, argomentò che il Governo avesse avuto avviso del progetto e fosse in cerca di Gallenga.

«Perciò lo fece uscir di città, lo avviò ad una casa di campagna fuori di Torino, dicendogli, che non si poteva tentare la Domenica; ma che, se le cose si vedessero in quiete, lo richiamerebbero per un altra delle successive.

«Una o due Domeniche dopo mandarono per lui; non lo trovarono più; era partito. Ed io lo rividi in Svizzera.

«Rimanemmo legati; ma si sviluppò in lui un indole più che orgogliosa, vana, una tendenza di egoismo, uno scetticismo insanabile ed uno sprezzo d’ogni fede politica, fuorché l’unica dell’indipendenza italiana.

«Lavorò meco, fu membro del Comitato centrale. Firmò un appello stampato agli Svizzeri contro la tratta di soldati sgherri, che fanno. Poi s’astenne. Si diede a scrivere articoli di riviste e libri. Disse e misdisse degli Italiani, e degli amici, e di me.

«Prima del 1848 si riaccostò, e fece parte d’un nucleo che si organizzò sotto nome nostro. Venne il 1848. Io partiva, mi chiese di partire con me. A Milano si separò, dicendomi ch’egli era uomo di fatti e andava al campo. Invece di andare al campo, si recò a Parma, dove cominciò a congregare il popolo in piazza, e a predicare quella malaugurata fusione, che fu la rovina d’Italia. Diventò segretario d’una Società federativa, presieduta da Gioberti, del quale aveva scritto plagas nei suoi libri inglesi sull’Italia. Sottoscrisse circolari stampate in Torino, destinate a magnificare la Monarchia piemontese. Fu scelto dal Governo a non so’ quale piccola Ambasciata in Germania, più tardi fu ed è Deputato.

«Io lo incontrai a Ginevra dopo la caduta di Roma. Mi parlò; indifferente al biasimo e alla lode, gli parlai. Egli accusava i Lombardi di non aver secondato il Re; gli narrai quella storia di dolore che io aveva veduta svolgersi: «egli no; gli provai la falsità dell’accusa; parve convinto, e insistette perché io scrivessi qualche cosa.

«Dopo un certo tempo, tornato in Londra, trovai ch’egli, giuntovi appena, aveva pubblicato un libello contro i Milanesi, dov’ei li chiamava persino codardi. Nauseato, e dolendomi di vedere così calunniato da un Italiano tra stranieri un popolo di prodi traditi, deliberai di non più vederlo, e non lo vidi più.

«Ama il tuo

«GIUSEPPE MAZZINI.»


«Tra l’uomo sincero e lo storico libellista, tra il patriota Italiano e il detrattore degli Italiani, giudichi il lettore.

«FEDERICO CAMPANELLA.

Queste cose parrebbero incredibili, e farebbero esitare ad accoglierle uno storico coscenzioso; ma che dire, quando gli autori stessi di cosi abbominevoli cose ce le narrano per filo e per segno, scritte in lettere di proprio pugno, e sottoscritte col loro nome? Non resta in tal caso che di raccogliere siffatti documenti e, sebbene con orrore, consegnarli alla storia. Ecco ora una importante lettera, pubblicata nel Risorgimento,28 Ottobre 1856, N. 1749, a corroborare le accennate cose.


«SIGNOR REDATTORE

«Torino 27 Ottobre 1856

Alcuni amici m’han posto nelle mani il Giornale Italia e Popolo, del 24 corr:

«Vi trovo in un appendice la continuazione di un articolo su quei tre volumi, robba intitolata da me (Dio sa perché) Storia del Piemonte. Si accenna in esso articolo un fatto da me narrato in quell’opera, ed attribuito a Luigi Mariotti. Raccontai quel fatto, e nell’edizione inglese di quel mio lavoro, e nella traduzione italiana. Molte persone in Inghilterra, e non poche in Piemonte — di quelle che mi conoscono — sanno che Luigi Mariotti ed Antonio Gallenga sono una sola persona. Di più, questa identità risulta da più luoghi dell’opera stessa. Nella traduzione italiana si cita anche un passo della Storia militare di Pinelli, nella quale vien narrato il fatto stesso, alterandone al quanto le circostanze, e facendone carico ad un certo G. G., colle quali lettere comparvero nei giornali di Torino parecchie lettere mie.

«L’autore dell’appendice dell’Italia e Popolo non rivela dunque fatto alcuno, di cui io non abbia fatta confessione pubblica da due anni, e di cui io abbia mai in privato fatto mistero agli amici miei. Di quel fatto io son pronto a dar ragione a chicchessia, ed a subirne le conseguenze. L’appendice cita una lettera di Mazzini, uomo di cui ho sempre ammirato ed ammiro il genio sommo, di cui ho sempre amato ed amo l’anima schietta, gentile e generosa, sebbene differissi e differisca da lui quasi sempre d’opinioni politiche. Non mi pare che la lettera di Mazzini in sostanza contraddica di alcuna guisa la mia narrativa, o vi aggiunga alcun particolare di rilievo. Ad ogni modo dichiaro che Mazzini scrive, com’io scrivo, il vero.

«Solamente dalla sua lettera potrebbe forse inferirsi che l’amico mio Luigi Amedeo Melegari fosse in modo alcuno motore od istigatore del fatto ivi accennato. Ove le parole di Mazzini po tessero dar luogo a tale interpretazione, credo mio dovere l’affrettarmi ad affermare solennemente, che di quell’attentato fui io solo primo autore e consiglierò; che il pensiero spuntò volontario ed immediato nell’animo mio, e che non può e non deve apporsene ombra di biasimo né a Melegari, né ad alcun altro.

«Ho l’onore di essere

«Sig: «Redatore.

«Dev.mo suo»

«A. Gallenga.»


— Qui ci cade di mano la penna! esclamava l'Armonia. Non sappiamo se maggiore sia il delitto del 1833, o il cinismo del 1856. Povero Piemonte! povera Casa di Savoia! nel 1833 si volle pugnalare Carlo Alberto, e si stampa oggi in Torino sotto gli occhi di suo figlio Vittorio Emanuele II! Lo volle pugnalare Antonio Gallenga; e Antonio Gallenga è oggi deputato del Regno e fa leggi, e provvede insieme cogli altri, così detti, legislatori, alla pubblica sicurezza. Amedeo Melegari, sebbene non motore ed istigatore del fatto, ne era però conscio, e diè al Gallenga il mezzo per eseguirlo. E ora anch’esso è Deputato, è professore nella nostra Università, ed ora Ministro di Stato per gli Affari Esteri, pronto ad insegnare agli Ambasciatori stranieri in che modo si facciano camminare i Monarchi. Abbiamo avuto Ministri rei dello stesso delitto del Gallenga, e lo dice Federico Campanella, e purtroppo noi veggiamo che suol dire la verità! Che serie di orrori, Dio mio! Chi non apre gli occhi, dopo documenti di questa fatta, costui, oh! sì costui è o connivente o imbecille. —

A taluno sarà parsa soverchia la fatta citazione; ma al nostro scopo di svelare al mondo i detrattori della Monarchia cristiana in generale, e di quella di Ferdinando II in particolare, era mestieri non lasciar sperduto un cosi importante brano di storia, che fa toccare con mano come l’assassinio e gli assassini non escano sempre dalle bolgie del delitto, ma possono ancora uscire dalle aule ministeriali e dalle reggie dei Monarchi.

Posta su tale inaudito terreno la sorte delle Monarchie italiane, abbandonate da' loro naturali amici, e messe in balìa dei più sleali e spietati nemici, sostenuti e incoraggiati dalla frammassoneria cosmopolita, e da due dei più potenti Stati di Europa, quali erano l’Inghilterra e la Francia, non è maraviglia se dovettero finalmente soccombere, malgrado degli sforzi i più eroici, e ad onta dell’amore e della devozione dei popoli ad esse soggetti.

Ma gli attentati contro il Governo napolitano da parte del Piemonte divenivano ogni giorno più gravi e continui. Un tale Barone Bentivegna di Corleone, membro della Camera dei Deputati del 1848 e poscia dei varii comitati rivoluzionarii della Sicilia, ai 22 di Novembre 1856 adunava circa 300 illusi o prezzolati, ed occupato Mezzoiuso, terra a breve distanza da Palermo, quivi li armò alla meglio; sollevò la solita bandiera della rivoluzione italiana, annunziando molti aderenti nell’interno e poderosi soccorsi dall’estero. Trasse per tal modo nell’inconsulto movimento Villarate, Cimina, Ventimiglia ed altri vicini paesi, e, quel che più importa, la vicina città marittima di Cefalù. Corsero subito ad incontrarli milizie regolari e di polizia, le quali in un momento dispersero quei disgraziati, che fuggirono per le montagne. Alcuni però vennero arrestati, tra i quali il Bentivegna stesso, che, sottoposto a un consiglio di guerra, ai 18 di Decembre venne fucilato nella medesima terra di Mezzoiuso.

Questi fatti, per mezzo degli organi venduti alle società segrete, avevano somministrato larga materia a maligne declamazioni in tutta Europa; quindi, sul cadere dell’anno 1856, il Governo delle Due Sicilie diramava ai suoi agenti diplomatici una circolare, nella quale era detto:

«Mercé la divina assistenza, i dominii di S. M. il Re sono usciti salvi dalle tre ultime e terribili prove per le quali hanno dovuto passare in sì poco tempo: «prove, che sebbene differenti tra loro, erano tuttavia tali da gittare il Regno intero in tutte le spaventose conseguenze della costernazione e del disordine, se il coraggio e la perspicacia del Re, l’affetto e la fiducia del popolo nelle eminenti qualità del Sovrano, e l’inalterabile fedeltà delle truppe non avessero cambiato in gloria per S. M. e in gioia per tutti i suoi sudditi, le catastrofi che dovevano condurli alle più tristi calamità.

«Voi conoscete già i tre funesti avvenimenti, che, l’uno dopo l’altro, ebbero luogo. — Primieramente il tentativo d’insurrezione in alcuni Comuni della Sicilia; quindi l’orribile attentato contro la sacra Persona del Nostro amatissimo Sovrano; e finalmente l’esplosione, che riguardasi per accidentale, di una polveriera del porto militare, la quale saltò in aria senza produrre alcuna di quelle sventure, che potevano risultare, e in confronto delle quali quelle verificatesi sarebbero un nulla, se non si avesse a deplorare la morte di alcuni individui trovatisi sul posto per dovere di servizio.

«Le manifestazioni con cui spontaneamente i popoli hanno attestato al Re la loro gioia e la loro devozione, dissiparono sino all’ultima traccia lo spavento che il caso aveva nel primo istante prodotto; esse aumentarono la convinzione dell’amore dei sudditi verso il loro Sovrano e Padre ammirato, e danno la sicurezza che sarà sempre un vano tentativo quello di turbare la tranquillità negli Stati del Re, la quale riposa sulla clemenza, la saviezza e la fermezza di Sua Maestà.

«Questo è lo stato di cose che gli avvenimenti sopraccennati non hanno minimamente cambiato, che offre al Regno la più sicura garanzia dell’avvenire, e che conserva nell’animo del Re le stesse intenzioni di continuare per l’avvenire, come fece nel passato, i suoi atti di clemenza verso quelli fra i suoi sudditi, che vennero già condannati, o condonando loro le incorse pene, o richiamando dall’esilio quei, che non essendo riconosciuti dannosi alla pubblica quiete, ne facessero la domanda o si mostrassero pentiti o sottomessi.

«Troverete qui unita, o Signori, una lista, oltre quelle che già vi trasmisi, di tali individui, affinché siate in grado di concorrere, nella parte che vi spetta, alla esecuzione delle grazie accordate dal Re, e possiate, quando se ne presenterà l’occasione, conformare ad essa il vostro linguaggio per confutare le menzognere asserzioni, che corsero sulla pretesa tirannia del nostro Governo».

firmato «CARAFA»


Gli attentati rivoluzionari però, che con difficoltà facevano presa nel Regno delle Due Sicilie, a cagione dell’ordine, della pace e della ricchezza in che vivevano quei popoli, si sviluppavano in maggiori proporzioni e minacciosamente nei Governi, che gli aizzavano e fomentavano contro il Regno delle Due Sicilie. Imperocché sembrava poca cosa agli occhi della Setta quello che dal Piemonte e dalla Francia principalmente si faceva per la rivoluzione, e si voleva spingerli sempre più avanti, come presto vedremo.

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APPENDICE AL LIBRO PRIMO

Prima di passare al Libro secondo del nostro lavoro crediamo conveniente di aggiungere qui, a mo’ d’Appendice, alcuni documenti da noi accennati o recati solo in parte nel primo Libro: «essi completeranno meglio la presente raccolta. E sia per prima la seguente lettera di Cavour a uno dei principali istrumenti della rivoluzione.


Caro Castelli

Parigi, aprile 1856.

... Non posso più entrare in molti particolari, ma rassicuro che non ho a lagnarmi dell’imperatore. La Francia voleva la pace, egli dovette farla, ed invocare perciò il concorso dell'Austria. Non poteva quindi trattare questa Potenza come nemica, anzi sino a un certo punto era costretto a trattarla come alleata. In una tale condizione non poteva nella questione italiana adoperare le minacce; le esortazioni erano solo possibili. Queste furono adoperate, e tornarono vane. Il Conte Buol fu irremovibile nelle grandi, come nelle piccole cose. Questa tenacità, che torna a danno presente, risulterà a vantaggio futuro dell’Italia. L’Imperatore n'è irritatissimo, e non lo nasconde. L’altra sera mi disse: «L’Autriche ne veut se prêter à rien; elle est prête à faire la guerre plutôt que de consentir à la cession de Parme en votre faveur; or en ce moment je ne puis pas lui poser un casus belli; mais tranquillisez vous, j’ai le pressentiment que la paix actuelle ne durera pas longtemps.»

L’Imperatore ha proposto all’Austria di prendere i Principati danubiani e di abbandonarci la Venezia e la Lombardia, ed in mia presenza disse a Clarendon: «C’est la seule solution raisonnable des affaires d’Italie». Ciò basti a provarle le buone disposizioni dell’imperatore e la necessità di non irritarlo con epigrammi che a nulla giovano, e possono fare gran malo (102). Mi. creda

C. CAVOUR.


Da questa lettera si rilevano più cose buone a sapersi. I° Che l'imperatore Napoleone III fu costretto a far la pace, perché la Francia non voleva la guerra; 2° che per fare la pace dovette invocare il concorso dell’Austria, cui era costretto trattare come alleata; 3° che l’imperatore, irritatissimo contro la medesima Austria, avrebbe voluto dare Parma al Piemonte, e aveva il presentimento che la pace attuale non durerebbe lungo tempo; 4° finalmente, che la sola soluzione ragionevole per evitare una nuova guerra era quella proposta da Napoleone III, cioè che l'Austria cedesse Lombardia e Venezia al Piemonte, e prendesse invece i Principati Danubiani, spogliandosi bellamente di ciò ch’era suo, per prendersi la roba degli altri (103).

A questa fa seguito un altro gruppo di lettere del Cavour al Rattazzi, che ci rivelano pure qualche cosa.


Sei lettere del Conte di Cavour ad Urbano Rattani

durante il congregare di Parigi.

Caro Collega,

Parigi, 10 Aprile 1856.

In un lunghissimo dispaccio, diretto a Cibrario, riferisco minutamente le sedute del Congresso di ieri, in cui si trattò la questione d’Italia. Poco ho da aggiungere al mio racconto ufficiale. Valewski era evidentemente imbarazzato a parlare del Governo del Papa, fu debolissimo nelle sue repliche alle energiche proteste di Buoi. Fu molto più esplicito rispetto a Napoli, ne parlò con parole di aspra censura. Andò troppo oltre forse, poiché impedì ai Russi di unirsi alle sue proposte.

Clarendon fu energico quanto mai, sia rispetto al Papa, sia rispetto al Re di Napoli; qualificò il primo di quei governi siccome il peggiore che avesse mai esistito; ed in quanto al secondo, lo qualificò come avrebbe fatto Massari. Credo, che convinto di non potere arrivare ad un risultato pratico, giudicò dovere adoperare un linguaggio extraparlamentare. Avremo ancora una seduta animata, quando si tratterà dell’approvazione del protocollo. Clarendon mi disse riservare la sua replica per quella circostanza.

Nell’uscire gli dissi: «Mylord, lei vede che non vi è nulla da sperare dalla diplomazia; sarebbe tempo di adoperare altri mezzi, almeno per ciò che riflette il Re di Napoli. Mi rispose: «Il faut s’occuper de Naples et bientót.» Lo lasciai dicendogli: «Pen viens causer avec vous.»

Credo potere parlargli di gettare in aria il Bomba. Che direbbe di mandare a Napoli il principe di Carignano? 0, se a Napoli volessero un Murat, di mandarlo a Palermo? Qualche cosa bisogna fare. L’Italia non può rimanere nelle condizioni attuali. Napoleone ne è convinto, e se la diplomazia fu impotente, ricorriamo a mezzi extralegali. Moderato d’opinioni, sono piuttosto favorevole ai mezzi estremi ed audaci. In questo secolo ritengo essere sovente l’audacia la migliore politica. Giovò a Napoleone, (ma come finì?) potrebbe giovare a noi.

Dica al Re, che uscirei cento volte dal ministero, anziché consentire ad affidare la più delicata di tutte le missioni a X….........….......…..

I soli adattati al posto di Pietroburgo sarebbero Cesare Alfieri e Pralormo. Li proponga al Consiglio. Dovremo mandare un Inviato straordinario ad assistere alla coronazione dell’imperatore. Sarà bene scegliere il principe di Carignano, se altri principi ricevono analogo mandato.

Spero poter partire martedì o mercoledì venturo.

Mi creda ecc.

Suo affezionatissimo

C. CAVOUR.


Ed anche qui impariamo meglio qualche cosa; vale a dire, che Valewski era imbarazzato a parlare del Governo del Papa, che andò tropp’oltre rispetto a Napoli, e dispiacque ai Russi; che Clarendon, ministro di S. M. Britannica, fu energico quanto mai contro il Papa e contro il Re di Napoli, giungendo fino al punto di adoperare un linguaggio extraparlamentare; che Cavour nulla aveva da sperare dalla diplomazia, e che Clarendon lo confortò dicendo: «Esser necessario occuparsi di Napoli, e presto. Finalmente impariamo, che il Cavour col Clarendon disponevano di Napoli e Palermo, come di cosa loro, mandandovi o il Carignano o il Murat, secondo meglio loro convenisse; che del resto, essendo impotente la diplomazia, era da ricorrere a mezzi extralegali, come fu fatto. E l’Inghilterra era a capo dell’intrigo.

Segue la seconda lettera al Rattazzi:


Caro Collega,

Parigi, 11 Aprile 1856.

Mando un corriere a Chambéry onde poterle scrivere senza reticenza.

…......…......…......….....….....….....….....………......….....….....….....………….

Vengo ora al secondo argomento della mia lettera, ed è il più importante.

Convinto che l’importanza della diplomazia e del Congresso produrrà funeste conseguenze in Italia, e collocherà il Piemonte in condizioni difficili e pericolose, ho creduto bene di vedere se non vi fosse mezzo di arrivare ad una soluzione compiuta con mezzi eroici: «le armi. Epperciò ieri mattina feci con lord Clarendon la seguente conversazione:

«Mylord: «Ce qui est passé au Congrès, prouve. deux choses: «1° Que l’Autriche est décidée a persister dans son sisteme d’oppression et de violence envers l’Italie; 2° Que les efforts de la diplomatie sont impuissants à modifier son système. Il en résulte pour le Piémont des conséquences excessivement fâcheuses. En présence de l’irritation des partis d’un coté et de l’arrogance de l’Autriche de l’autre, il n’y a que deux partis à prendre: «ou se réconcilier avec l’Autriche et le Pape, ou se préparer à déclarer la guerre & l’Autriche dans un avenir peu éloigné. Si le premier parti était préférable, je devrais à mon retour à Turin conseiller au Roi d’appeler au pouvoir des amis de l’Autriche et du Pape. Si au contraire la seconde hypothèse est la meilleur, nos amis et moi nous ne craindrons pas de nous préparer à une guerre terrible, à une guerre à mort: «The war to the knife, la guerre jusque avec les couteaux». lei je m’arrêtai. Lord Clarendon sans montrer ni étonnement ni désapprobation, dit alors: «Je crois que vous avez raison; votre position devient bien difficile, je crois q’un éclat devient inévitable, seulement le moment d’en parler tout haut n’est pas venu.»

Je répliquai: «Je vous ai donné des preuves de ma modération et de ma prudence, je crois qu’en politique il faut être excessivement réservé en paroles et excessivement décidé quant aux actions. Il y a des positions où il y a moins de dangers dans les partis audacieux, que dans un excès de prudence. Avec La Marmora je suis persuadé que nous sommes en état de commencer la guerre, et, pour peu ’qu'elle dure, vous serez bien forcé de nous aider.»

Lord Clarendon répliqua avec une grande vivacité: «Oh! certainement, si vous êtes dans l’embarras vous pouvez compter sur nous, et vous verrez avec quelle énergie nous viendrons à votre aide.»

Dopo ciò non spinsi più oltre l’argomento, e mi restringi a parole amichevoli e simpatiche per Lord Clarendon e l’Inghilterra. Ella giudicherà quale sia l’importanza delle parole dette da un ministro, che ha fama d’essere riservatissimo e prudente. (Figuriamoci i non riservati e imprudenti!)

L’Inghilterra, dolente della pace, vedrebbe, ne son certo, con piacere, sorgere l’opportunità di una nuova guerra e di una guerra cotanto popolare, come sarebbe quella che avesse per iscopo la liberazione d’Italia. Perché adunque non approfittare di quelle disposizioni, e tentare uno sforzo supremo per compiere i destini della Casa di Savoia e del nostro paese?

Come però si tratta di questione di vita o di morte, è necessario di camminare molto cauti; egli è perciò, che credo opportuno di andare a Londra a parlare con Palmerston e gli altri capi del Governo. Se questi dividono il modo di vedere di Clarendon bisogna prepararci quietamente, fare l’imprestito di 30,000,000, ed al ritorno di Lamarmora dare all’Austria un ULTIMATUM, ch’essa non possa accettare, e cominciare la guerra.

L’Imperatore non può essere contrario a questa guerra; la desidera nell’intimo del cuore. Ci aiuterà di certo, se vede l’Inghilterra decisa a entrare nella lizza..

D’altronde farò all’imperatore prima di partire un discorso analogo a quello diretto a lord Clarendon. Le ultime conversazioni, che ho avuto con lui e co’ suoi ministri, erano tali da preparare la via ad una dichiarazione bellicosa. Il solo ostacolo che io prevedo è il Papa. Cosa farne nel caso di una guerra italiana?

Io spero che dopo aver letto questa lettera, ella non mi crederà colpito da febbre cerebrale, o caduto in uno stato di esaltazione mentale. Tutt’altro, sono in una condizione di salute intellettuale perfetta, e non mi sono mai sentito più calmo. Che anzi mi sono acquistato una grande riputazione di moderazione. Clarendon me lo disse spesso; il principe Napoleone m’accusa di difettare di energia, e perfino Walewski si loda del mio contegno. Ma veramente sono persuaso, che si possa con grande probabilità di buon esito adoperare l’audacia.

Com’ella può essere persuasa, non assumerò nessun impegno, né prossimo, né remoto; raccoglierò i fatti, ed al mio ritorno il Re e i miei colleghi decideranno il da farsi.

Anche oggi non vi è conferenza. Il processo verbale della burrascosa tornata di martedì non è preparato. Lord Clarendon è dispostissimo a riappiccare la zuffa con Buol; ma forse questi cercherà di evitarla col non fare osservazioni sul protocollo. Intanto Clarendon ha spedito lord Cowley da Hùbner, perché gli dicesse che l’Inghilterra tutta sarebbe sdegnata delle parole pronunciate dal ministro austriaco, quando le avrà conosciute.

Ho visto il martire (?),mi ha manifestato la più intera approvazione della mia condotta al Congresso. Mi ha dato una patente d’italianissimo, e si è dichiarato fautore della nostra politica. Il povero uomo si animò e s’intenerì al punto di spargere lacrime abbondanti.

….....….....….......….....….....….......….....….....….....….....…………………...

La prego a tenere la parte politica di questa lettera per lei solo.

Suo affezionatissimo

C. CAVOUR.


Poco o nulla resta da notare in questa lettera, della quale ci siamo abbastanza occupati nei precedenti capitoli. Giova però osservare, come l’istesso Cavour riconoscesse funeste per l'Italia le conseguenze del Congresso. La ragione e la giustizia fanno capolino nel colloquio col Clarendon; ma rigettato subito il pensiero di una riconciliazione col Papa e con l’Austria, richiesta appunto dalla giustizia e dalla ragione, prevaleva il pensiero rivoluzionario di appigliarsi alla violenza. Nella quale via era incoraggito il Cavour dalla sicurezza, che Francia e Inghilterra sarebbero costrette a seguirlo nella sciagurata impresa, spinte, di buona o cattiva voglia, dall’influenza delle società segrete, che dominava egualmente in Francia e in Inghilterra, come in Piemonte. Nel chiuder la lettera dice il Cavour di aver veduto il martire, evidentemente era costui un qualche pezzo grosso della rivoluzione; vorremmo indovinarlo, ma ci piacerebbe più esserne assicurati. Ricorriamo ai lettori per un qualche lume in proposito.

Del resto v’è una frase in questa lettera che è rilevantissimo di far ben notare. Cavour dice: «Il solo ostacolo che io prevedo è il Papa. Cosa farne nel caso d’una guerra italiana?» Dunque non avea Cavour un concetto chiaro circa il vero nodo della questione. Ben lo aveva Mazzini: «e lo eseguirono a capello, buono o mal grado, gli alleati occidentali, specialmente l’Inghilterra!

Il lettore abbia presente le cose dette nella nostra Introduzione.

La terza lettera che siegue accentua meglio l’inimicizia coll’Austria e l’azione dell’Inghilterra.


Caro Collega,

Parigi, aprile 1856.

Ho visto l’imperatore, gli tenni un linguaggio analogo à quello di cui m’ero servito con Clarendon, ma un po’ meno vibrato. Egli lo accolse benissimo, ma soggiunse, che sperava ricondurre a più miti consigli l'Austria. Mi raccontò avere al pranzo di sabato detto al conte Buoi, ch’egli lamentava di trovarsi in diretta contraddizione coll’imperatore d’Austria sulla questione italiana; che in seguito a queste dichiarazioni, Buol era andato da Walewski onde protestare il desiderio dell’Austria di compiacere in tutto l’imperatore: «soggiunse non avere questa altra alleata della Francia, epperciò essere per essa una necessità di conformare la sua politica ai suoi desideri.

L’Imperatore pareva soddisfatto di questa protesta d’affezione, e mi ripeté che se ne varrebbe per ottenere concessioni dall’Austria.

Mi dimostrai incredulo; insistetti sulla necessità di assumere un contegno deciso, e, per cominciare, gli dissi aver preparata una protesta che darei il domani a WALEWSKI. L’Imperatore parve esitare molto. Fini col dire: «Andate a Londra, intendetevi bene con Palmerston, ed al vostro ritorno tornate a vedermi.»

Deve infatti l’imperatore aver parlato a Buoi, poiché questi, al finire della seduta venne a me, e mi fece mille proteste sulle buone intenzioni dell’Austria rispetto a noi: «mi disse voler vivere in pace; non osteggiare le nostre istituzioni, ed altre simili corbellerie. Gli risposi, che di questo desiderio non aveva date prove durante il suo soggiorno a Parigi; partire convinto essere i nostri rapporti peggiori di prima. La conversazione fu lunga ed assai animata; troppo lungo sarebbe il riferirla minutamente; molte verità furono scambiate, in modo però urbano e gentile. — Nel lasciarci, disse: «Parto col rincrescimento di vedere le nostre relazioni politiche peggiorate, ciò non toglie ch’io spero che conserverete grata rimembranza al pari di me delle nostre relazioni personali. Mi strinse affettuosamente la mano, dicendomi: «Lasciatemi sperare, che anche politicamente non saremo sempre nemici.»

Da queste parole conchiudo esser Buol spaventato delle manifestazioni dell’opinione in nostro favore, (il lettore sa ormai come si formi questa opinione) e forse anche delle parole che l’imperatore gli avrà detto.

Orloff mi fece mille proteste ci amicizia, riconobbe meco essere stato d'Italia insopportabile, e mi lasciò quasi intendere, che il suo governo avrebbe volentieri cooperato per migliorarlo. Anche il prussiano disse male dell'Austria. Insomma se non si è guadagnato nulla praticamente, rispetto all’opinione pubblica la vittoria è piena.

Buol mi disse avere presentato una richiesta, onde fosse fatto un processo all’Espero per un vecchio articolo. Sarebbe bene che il giornale fosse condannato, il che renderebbe più efficaci le parole sull’Austria e gli altri Stati d’Italia, ch’io dovrò pronunciare nel seno del Parlamento.

Questa lettera doveva esserle portata da Sommeiller; ma, non avendo potuto terminarla, la consegno al signor Nigra, che ritorna direttamente a Torino.

Credo opportuno di fare stampare alla stamperia Reale, il trattato di pace, con tutti i protocolli, per farli distribuire alle Camere, tostoché la notizia dello scambio delle ratifiche sarà giunta in Torino. Piacciale accertarsi, che Cibrario faccia ciò eseguire.

Scrivendomi, mi diriga le sue lettere a Parigi, sotto fascia, coll’indirizzo di Villamarina.

Mi creda con affettuosi sensi.

Suo Amico

CAVOUR

Una parola basterà per commento di questa lettera, notando di volo come Cavour contraddicesse a sé stesso, quando affermava nella precedente lettera che Napoleone III desiderava nell’intimo del cuore la guerra contro l’Austria, e qui invece sperava ricondurre a più miti consigli l’Austria. Quello che v’ha di serio in questa lettera si è lo isolamento sempre più evidente di quel cattolico Impero dopo la guerra di Crimea; salvo la Turchia, che non parlava, tutti eran contro di lui (104). Del resto il Gabinetto inglese e Palmerston sono sempre l’anima del complotto.

Segue la quarta lettera:


Parigi, 14 Aprile 1856.

Ieri essendo a pranzo dal principe Napoleone col Conte Clarendon, ebbi con questi due personaggi una lunga conversazione. Entrambi mi dissero avere tenuto il giorno prima lunghi discorsi coll’imperatore sulle cose d’Italia, nei quali gli avevano dichiarato, che la condotta dell'Austria collocava il Piemonte in una condizione talmente difficile, che era una necessità l’aiutarlo ad uscirne. Lord Clarendon disse schiettamente che poteva esser condotto (il Piemonte) a dichiarare la guerra all’Austria, e che in questo caso sarebbe stata una necessità l’assumere le sue parti. L’Imperatore parve assai colpito, rimase sopra pensiero, e manifestò la volontà di conferire meco. Io spero di poterlo fare capace della impossibilità assoluta di rimanere nella condizione, che ci viene fatta dalla condotta ostinata e provocante dell’Austria. Conoscendo le sue simpatie per l’Italia e per noi, riconoscendo la necessità di agire, lo farà colla risoluzione e la fermezza che tanto lo distinguono.

Se il Governo inglese divide i sentimenti di lord Clarendon, l’appoggio della Gran Bretagna non ci farà difetto. Questo ministro, incontrando Buol dall’imperatore, gli disse: «Voi gittate il guanto all’Europa liberale; pensate che potrà essere raccolto, e che vi sono Potenze che, quantunque abbiano fermata la pace, sono pronte e vogliose di ricominciare la guerra. Discorrendo meco dei mezzi di agire moralmente ed anche materialmente sull’Austria, gli dissi: «Mandate alla Spezia i vostri soldati sopra legni da guerra, e lasciate li una vostra flotta. Mi rispose tosto: «L’idea è ottima. Il principe Napoleone fa quanto può per noi, dimostra apertamente la sua antipatia per l’Austria: «al pranzo di ieri tutti i plenipotenziari erano invitati, meno i tedeschi. Richiesto del motivo di questa esclusione, rispose:

«Parce-que je ne les aime pas, et que je n’ai aucun motif de cacher mon antipathie.»

Il Congresso si raduna quest'oggi, e forse ancora mercoledì. Giovedì partirò per Londra, ove mi fermerò il meno possibile. Ma dovrò forse al mio ritorno fermarmi per vedere l’imperatore.

Avendoci pensato bene, credo che Ella possa senza inconvenienti comunicare le mie lettere a Durando, la cui freddezza, fermezza e retto senso m’inspirano molta fiducia.

Mi creda

Suo aff.mo amico

C. CAVOUR.


E qui la cosa è chiara: «l’Inghilterra era l’istigatrice e l’appoggio vero del Piemonte; e fu palese quando, senza un riguardo al al mondo, cooperò con le sue navi alla invasione garibaldesca della Sicilia.

Ed ecco la quinta lettera di Cavour a Rattazzi:


Caro Collega

Giovedì, 6 di sera.

Sul punto di partire per Londra e di affrontare la Manica, che dicono cattiva, le scrivo per parteciparle avere avuto una lunga conversazione con Clarendon, che si era trattenuto quest’oggi due ore coll’imperatore.

Clarendon, essendosi mostrato con questi afflitto della sterilità degli sforzi tentati a favore dell’Italia, l’imperatore gli disse: «Vi autorizzo a dichiarare al Parlamento, essere mia intenzione di ritirare le mie truppe da Roma, e di costringere l'Austria a fare altrettanto, parlando, se occorre, très-haut. Disse avergli Buol fatte le più belle promesse, e finalmente s’impegnò ad unirsi all’Inghilterra per chiedere al re di Napoli un amnistia, in modo da non potere essere ricusata; cioè minacciandolo dell invio di una squadra.

Clarendon mi disse, che gli parve essere l’imperatore di buona fede; e che sicuramente se l’Austria non cambiava od almeno non modificava il suo sistema, fra un anno la Francia e l’Inghilterra l’avrebbero costretta a farlo, anche colle armi, occorrendo.

È certo che i plenipotenziari austriaci sono abbattuti e malcontenti. Anch’essi si lamentano di Walewski e si burlano della sua incapacità.

L’Imperatore mi ha regalato un vaso di porcellana di Sèvres di un grandissimo valore. Se X… lo sa, poveretto me; mi accuserà di avere venduta l’Italia.

La lascio per avviarmi verso la strada di ferro.

Mi ami e mi creda

Suo affezionatissimo amico

C. CAVOUR.


A questa lettera non è duopo che aggiungiamo alcun commento. La situazione si accentuava sempreppiù, siccome meglio rilevasi dalla lettera seguente, che è l’ultima delle sei del Conte di Cavour al Rattazzi.


Caro Collega,

Eccomi in Londra da quasi tre giorni senza aver fatto gran cosa.

Ho trovato lord Palmerston in gran lutto per la repentina morte del figlio primogenito di sua moglie, lord Couper; così che tutte le combinazioni di Azeglio andarono a monte. Vidi però lord Palmerston, ma non potei addentrarmi molto nell’argomento che avrei avuto a trattare. Dissemi che un ultima lettera di lord Clarendon recava migliori notizie, e che non bisognava disperare.

Vedo bene che sino all’arrivo di lord Clarendon non potrò avere conversazioni serie.

La Regina m’invitò a pranzo il giorno dopo del mio arrivo, fu meco gentilissima e mi manifestò la più calda simpatia per gli affari d'Italia. Anche il principe Alberto fu non poco esplicito, per sino rispetto all’Austria (105).

La Regina m’invitò ripetutamente a rimanere per vedere la grande rivista navale che avrà luogo mercoledì. Non potei ricusare, giacché gl’inglesi danno un gran peso a queste dimostrazioni delle gigantesche forze da essi riunite. Partirò quindi giovedì sera o venerdì mattina, assai dispiacente di avere fatto questa corsa. Certo se la notizia della disgrazia accaduta a lord Palmerston mi giungeva a Parigi, rivolgevo i miei passi nella direzione di Torino.

Ho già visto molti uomini politici. Tutti si dichiarano favorevoli alla nostra causa. I tory paiono non meno decisi dei whig, I PIÙ ANIMATI SONO I PIÙ ZELANTI PROTESTANTI capitanati da lord Shaftesbury. Se si desse retta a questi, l’Inghilterra farebbe una crociata contro l’Austria.

Non le scriverò più da Londra, salvo succedesse qualche cosa di straordinario.

Mi creda


Il carattere anticattolico della rivoluzione italiana risulta evidente dalle ultime parole di questa lettera di Cavour, e tornano a grande onore della Casa d’Austria.


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LIBRO II

CAPO I

LA SOCIETÀ NAZIONALE

Approfittandosi del breve periodo di calma che succedette alla guerra di Crimea, tra l’universale desiderio di pace, imperversava Cavour viemmeglio nei suoi intrighi e nelle sue cospirazioni con gli irrequieti nemici dell’altare e del trono, per i quali il riposo, la quiete e l’ordine sono supplizio. Egli con paterna sollecitudine da tutte le parti li raccoglieva intorno a sé a Torino, ed anzi, a più efficacemente cospirare, appunto in quell’epoca l’egregio Conte si ascriveva alla Società nazionale italiana, fondata in Torino nel 1856 da Daniele Manin e da Giorgio Pallavicino Trivulzio. Garibaldi vi appartenne tra i primi, e l’emigrato napolitano Francesco Carrano, a pagine 167 e 169 del suo Racconto popolare, preceduto da alcuni cenni biografici sul medesimo Garibaldi (Torino, Unione tipografico-editrice 1860) non solo reca la lettera di costui, colla quale ai 5 di luglio del medesimo anno 1856 si ascrive alla Società nazionale, ma porta il testo di quattro articoli organici di codesta Società, concepiti così:

«1° Che intende anteporre ad ogni predilezione di forma politica, e d’interesse municipale e provinciale, il gran principio della indipendenza ed unificazione d’Italia;

«2° Che sarà per la Casa di Savoja, finché la Casa di Savoja sarà per l’Italia, in tutta l’estensione del ragionevole e del possibile;

«3° Che non predilige tale o tale altro Ministero sardo, ma sarà per tutti quei ministeri, che promuoveranno la causa italiana, e si terrà estranea ad ogni questione interna e piemontese;

«4° Che crede esser necessaria alla indipendenza ed unificazione d’Italia l'azione popolare italiana; utile a questa il concorso governativo piemontese»

Il Carrano aggiunge che il Ministro Cavour, che andava preparando le vie agli avvenimenti, dei quali siamo testimoni e attori, prese a proteggere, e quasi a governare la Società nazionale italiana. L’uno e l’altra per vero trovarono agevole l’opera loro pel fatto egregio del Re Vittorio Emmanuele, il quale da dieci anni tenendo alta e intemerata la bandiera italiana, e con lealtà rara, anzi unica, mantenendo incolumi nel suo Regno le franchigie concedute dal padre suo, prode e infelice, forte agognava di poter di nuovo sguainare la spada...»

Il Governo piemontese infatti con alla testa il suo primo e più influente ministro, unito alla nuova setta, congiurava ormai a viso aperto contro tutti indistintamente i Principi d’Italia. E il Conte di Cavour fu in breve il vero capo e l’anima della nuova Società, avvegnaché altri figurasse come tale; quindi non curando né diplomazia, né riguardi ad amiche Potenze, cospirava e andava innanzi. Ma poiché l’origine della Società Nazionale è un punto saliente della nostra raccolta citiamo un brano della Storia Italiana dal 1814 al 1866 del Belviglieri, storico liberale, che ci darà maggior lume in proposito:

«... Le proteste di Cavour, al Congresso e nel Parlamento, scrive il Belviglieri, indicavano al popolo italiano la insegna intorno alla quale doveva rannodarsi, ed a ciò contribuirono potentemente il consiglio e l’opera d’illustri patriotti, in passato propugnatori di Repubblica, primissimo dei quali Daniele Manin. Caduta Venezia (1849), egli si era stabilito a Parigi, dove conduceva vita illibata, poveramente facendo il maestro: «bellissimo esempio e solenne rimprovero a parecchi, i quali offuscarono con vanti indecorosi il merito delle cose o fatte o sofferte per la patria, e mendicando ed adunghiando indecorose mercedi… Egli dall’ampio orizzonte politico di Parigi ben vide e comprese, come, nelle condizioni in che trovavasi, e, secondo ogni verisimiglianza, sarebbesi per gran tempo trovata l’Europa, fosse vano e pernicioso pensare a repubbliche, e come d’altro canto senza forte unità fosse impossibile all’Italia (vale a dire ai settari d’Italia) conquistare e mantenere la sospirata indipendenza; e, sebbene affranto dai dolori, si diede con alacrità giovanile a sviluppare questo concetto con varii scritti su effemeridi nazionali e straniere, sforzandosi di persuaderne le frazioni, nelle quali scindevansi i liberali d’Italia. Né egli veramente aveva atteso il Congresso di Parigi; ma ponderata tutta la importanza della spedizione piemontese nella Crimea, fino dal 6 gennaio (1856) aveva pubblicato una lettera, allo intento di concretare un grande partito nazionale.

«Sia (diceva in quella lettera) la iscrizione della bandiera nazionale: «Indipendenza, unificazione. Ho proposto questa formola, ho mostrato questa bandiera, ho invitato a schierarsi intorno tutti i sinceri patriotti italiani; ed ho motivo di credere che lo invito non sia rimasto, senza frutto. Al di fuori del par tifo puro piemontese, e del partito puro mazziniano, v’è la gran de maggioranza dei patriotti italiani. Questa per diventare gran de partito nazionale, ed assorbire gli altri, aveva bisogno d’una bandiera propria, che ne esprimesse rettamente le aspirazioni. Essa ora esiste. Il partito nazionale dovrebbe costituirsi sotto l’influenza d’una idea di conciliazione, d’unione, di concordia, al di fuori dei partiti che rappresentano idee di disunione e di discordia. Il partito nazionale comprenderebbe patriotti realisti e repubblicani; vincoli d’amore e di concordia fra loro sarebbero la comunione dello scopo, e la risoluzione di sagrificare le loro predilezioni di forma politica, in quanto pel con seguimento di quello scopo fosse richiesto. Bisognerebbe rendere più intima questa unione, più forte questa concordia, trovando modo di fondere le due frazioni in guisa, da costituirne un tutto compatto; perciò si esigerebbero concessioni reciproche, dalle quali potesse risultare un accordo. Nel rinvenire i termini di questo compromesso sta il vero nodo della quistione, ed a scioglierlo devono pensare tutti i veri amici d’Italia. Io per una parte ho proposto una soluzione. Il Piemonte è una grande forza nazionale. Molti se ne rallegrano come d’un bene, alcuni lo deplorano come un male, nessuno può negare che sia un fatto. Ora i fatti non possono dall’uomo politico essere negletti; egli deve constatarli e trarne profitto. Rendersi ostile, o ridurre inoperosa questa forza nazionale nella lotta per la emancipazione italiana, sarebbe follia. Ma è un fatto che il Piemonte è monarchico; è adunque necessario che all’idea monarchica sia fatta una concessione, la quale potrebbe avere per correspettivo una convalidazione dell'idea unificatrice… Il partito nazionale, a mio avviso, dovrebbe dire: «Accetto la monarchia, purché sia unitaria; accetto la casa di Savoia, purché concorra lealmente ed efficacemente a fare l'Italia, a renderla indipendente ed una, e se no, no... Bisogna pensare a far l’Italia, e non la repubblica; a far l’Italia non ad ingrandire il Piemonte. L’Italia col Re sardo: «ecco il vessillo unificatore. Vi si rannodi, lo circondi, lo difenda chiunque vuole che l’Italia sia, e l’Italia sarà.»

«Così, nota il Belviglieri, nel modo più solenne e preciso, veniva alla nazione (che non se ne occupava punto) enunziato il concetto, nel quale, dopo i casi del 6 Febbraio, avevano intravveduto salvezza parecchi republicani, Saliceti, Montanelli e Lafarina, che sino d’allora accontatisi, deplorando le fraterne discordie, proponevano di secondare quel Governo, qualunque ei fosse, che prendesse a propugnare l’indipendenza e l’unione d’Italia in un sol regno (programma 9 aprile 1853 E dietro gli accennati, altri moltissimi d'intatta riputazione tra i democratici, e grandissima parte dei costituzionali aderirono al programma dell’antico dittatore di Venezia. Così l’avessero fatto sinceramente quanti avevano dedicato pensiero e braccio alla patria! quante forze morali e materiali non si sarebbero più tardi logorate in perniciosi ed imprecati conflitti! (106) — Fin qui il Belviglieri.

Ma, poiché abbiamo nominato il La Farina, è da recare la seguente lettera di lui al Cavour, che stabilisce il punto di partenza delle relazioni di costui col famoso Ministro piemontese;relazioni, che tanta parte ebbero poi nella invasione di Sicilia.

Ecco la lettera:


«Riveritissimo signor Conte,

«So che è grande indiscrezione usurpare il tempo d’un Ministro occupato in tante faccende, con lettere private; e io davvero che non vorrei passare per indiscreto presso la S. V., ma il caso mio parmi possa e debba fare eccezione alla regola. Dalle conversazioni che ho spesso coll’ottimo cavaliere Castelli è nata in me la convinzione, che il ministero reputi l’avvenimento di Murat al trono di Napoli come cosa utile al Piemonte ed all’Italia. Noi abbiamo opinione contraria, e lavoriamo a far sì che la futura rivoluzione delle Due Sicilie sia fatta al grido di: «Viva Vittorio Emmanuele! Non è qui il caso di discutere quale delle due opinioni sia la più utile, la più onorevole, e la più agevolmente traducibile in fatto. Noi crediamo la nostra. Ora noi non chiediamo al governo piemontese aiuti palesi, perché sappiamo che non può darne; non chiediamo aiuti segreti, perché sappiamo che non vuol darne; non gli chiediamo alcuna dichiarazione né pubblica, né privata, e rispettiamo le sue determinazioni; ma ciò che chiediamo si è, che o non dia alcun favore alla parte murattiana, o che ci avverta. Ella, signor Conte, nella sua alta intelligenza comprenderà benissimo, che la nostra posizione non è più tenibile nel caso che il governo piemontese si mettesse più o meno apertamente dalla parte di Murat: «essa diventerebbe per lo meno ridicola, e non può essere accettata da un uomo che si rispetta. Noi stiamo facendo dei gravissimi sacrifizi, e stiamo compromettendo le persone che ci sono più care; non vogliamo avere il rimorso di spingere gente al patibolo, col dubbio che la loro opera sia contrariata da quelli stessi in pro de' quali cospiriamo. Io mi rivolgo quindi alla S. V. come al Conte di Cavour, e le chiedo ch’ella lealmente voglia dirmi: «— Noi non contrarieremo, e non daremo favore al Principe Murat; ovvero il contrario. — In questo caso a me personalmente non rimarrebbe che un favore da chiederle, quello di un passaporto per Parigi.

«Mi rivolgo ad un cavaliere, fo appello alla sua lealtà, e sono persuaso che riceverò risposta quale da un cavaliere si deve attendere.»

Ausonio Franchi, ossia il raccoglitore dell'Epistolario del La Farina, aggiunge in nota:

«Manca la data nella minuta; ma essa rilevasi dal biglietto seguente, che fu la risposta di Cavour, fissò il primo abboccamento segreto fra loro, e diede origine a quella nobile amicizia, che unì per il rimanente della vita le anime loro ed ebbe tanta parte nel maturare l’impresa dell’indipendenza ed unità d’Italia.


Torino,11 Settembre 1856.

«Il conte di Cavour prega il Signor Giuseppe La Farina di volerlo onorare di una visita domani,12 settembre, in casa sua, Via dell’Arcivescovado, alle ore 6 del mattino; e gli presenta nel tempo stesso i suoi complimenti.»

In mezzo a queste cose, a migliaia diffondevansi i manifesti e i proclami rivoluzionari dal Piemonte negli Stati vicini. Valga per tutti il seguente, che traccia il disegno delle annessioni.


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ITALIANI!

«Quale sarà la nostra condotta? quali saranno i nostri atti, appena i popoli italiani si agiteranno e chiederanno un Italia, affinché questa non rimanga, come nel 1848, una sublime aspirazione, ma diventi subito un ente politico pubblico, pieno di vita? Al primo movimento, (e lo supponiamo serio, non una magnanima follia, come ai 6 febbraio 1853) alla prima insurrezione dei popoli italiani, sorgendo per domandare il Regno d’Italia con la dinastia Sabauda e lo Statuto sardo, un solo sarà il grido nel Piemonte del Parlamento e dell’armata: «essi acclameranno l’Italia, e da quel momento essa avrà un esistenza ed una vita politica. Come sorgerà allora un autorità che non sia né piemontese, né lombarda, né veneta, né toscana, né siciliana; ma italiana? Con la trasformazione del Parlamento piemontese in Parlamento italiano. Che farà il Parlamento italiano?

«Dopo aver poste alcune condizioni ed aver domandate e ottenute alcune garanzie, il Parlamento italiano investirà il Re della Dittatura durante la guerra dell’indipendenza. — Che farà il Re Dittatore? Egli ci unificherà, dicendo: «— Popoli italiani, unitevi intorno a me, obbedite ai Commissari che io vi spedisco per armarvi. Fate che le vostre legioni accorrano da tutte le parti per ingrossare la mia armata, che non è più l'armata piemontese, ma italiana. Io sono con vol. Oggi la opinione pubblica ci è favorevole, è dunque il momento opportuno; facciamo in modo da profittarne, recandoci insieme sul terreno dell’azione. Non ci diamo pensiero della diplomazia, più di quanto occorre. La diplomazia ci schiaccerà sotto i suoi piedi senza misericordia, se noi avessimo la sventura di non riuscire, come nel 1848-49. Ma appena il Re di Sardegna si mostri sulle Alpi, alla testa di 500 mila combattenti, la diplomazia, malgrado delle sue ripugnanze, si affretterà a riconoscere il fatto compiuto. Non ci facciamo illusioni; la questione italiana è una questione di giustizia innanzi al tribunale di Dio, e una questione di forza, unicamente di forza, innanzi al tribunale degli uomini.

Questo manifesto, sparso in Italia nel 1857, è letteralmente il disegno attuato nel 1859 e 1860, è la traccia del proclama di Vittorio Emanuele ai popoli italiani all’incominciare della guerra di Lombardia. Tutto è verificato co’ fatti posteriori.

Del resto lasciamo stare la questione di giustizia innanzi al tribunale di Dio, che condanna sempre l’empietà e la perfidia; la questione di forza, unicamente di forza, innanzi al tribunale degli uomini, fu la sola esistente nella cosiddetta questione italiana, facilmente sciolta per opera delle armi di Napoleone III e delle arti delle società segrete, coadiuvate dal Governo Inglese. Il programma finge di temere di restare schiacciati dalla diplomazia e di esser posti sotto i suoi piedi senza misericordia; ma il lettore sa ormai a che attenersi su questo proposito, rammentando la lettera di Gaetano, segretario intimo di Metternich, e ad un tempo capo frammassone a Vienna (107). Era l’esercito austriaco vincitore a Novara, quello che si temeva, e che a vincerlo faceva d’uopo un altro esercito, se non più valoroso, almeno più forte di esso.

Certa cosa è, e lo provano innumerevoli irrefragabili documenti, che i Governi della Penisola avrebbero avuto bisogno di un energia sovrumana, e di precauzioni presso che impossibili, per difendersi dagli insidiosi moltiformi continui attacchi della setta anticristiana, che allo spensierato popolo faceva brillare le parole speciose di indipendenza e di nazionalità, che sconciamente orpellavano quelle di prepotenza e di annessione. La Società degli Unitarii era infatti tra le sètte segrete la più numerosa, meglio protetta e meglio pagata per acclamare ed applaudire: «era la clique di Lord Minto, (espressione di Lord Normanby nel suo libro: «Le Cabinet anglais, l'Italie et le Congrés).

Intanto i violenti conati rivoluzionari che presero a prodursi in quest’epoca, e che gettavano il malessere e lo sgomento in ogni cuore non avvezzo a guardare in faccia alla rivoluzione, parvero nati fatti per ottenere buona accoglienza al nuovo programma di Associazione nazionale messo fuori, dice il Coppi (Annali d'Italia), da alcuni moderati, fra i quali Giuseppe La Farina, e favorito dagli emissari piemontesi, in virtù del quale, si pretese di unire in un sol fascio tutti gli amatori di novità e tutti quei rivoluzionari dal cuore piccino, che rifuggivano da scosse violente. Quindi nel mese di Agosto del 1857 veniva, pubblicato il seguente programma:

«Indipendenza, unificazione!

«Nell'intento di propagare le dottrine politiche del partito nazionale italiano, ed usando della libertà guarentita dallo Statuto piemontese, noi v’invitiamo a far parte della Società da noi fondata. Entrando in essa, voi assumete l’obbligo morale di propagare, nei limiti della vostra possibilità, e coi modi che reputerete convenienti, le dottrine che costituiscono il nostro credito politico, e massime queste: «— che ogni predilezione di forma politica ed ogni interesse municipale o provinciale deve posporsi al gran principio della indipendenza ed unificazione italiana; e che il partito nazionale deve far causa comune colla Casa di Savoja, finché la Casa di Savoja sarà per l’Italia in tutta la estensione del ragionevole e del possibile, come la nostra Società ha fiducia che sia. —

«La nostra Società è stata fondata a fine di dare legame di unità, e quindi potenza operativa, agli sforzi dei buoni, i quali si perdono ed isteriliscono nell'isolamento; e l’adesione di uomini autorevolissimi per virtù cittadine, per provato e operoso amore di libertà, per ingegno, riputazione e aderenze, ci dà ragione di bene sperare, che l'opera nostra non sia per riuscire inefficace a pro della patria comune, oppressa da tirannide nostrale e forestiera, ed insanguinata da tumulti impotenti.

«Come la famosa lega contro la legge sui cereali, che ebbe umili principi e partorì sì salutari effetti in Inghilterra, noi intendiamo colle parole, cogli studi, cogli scritti, con le adunanze, con le personali aderenze e con tutti gli onesti mezzi, dei quali possiamo disporre, di propagare quei principi, nei quali, secondo noi, è riposta la salute della comune patria italiana.»

Si stabilì che ogni socio pagasse una lira mensile per le spese di stampa, e si determinarono altre cose conformi agl'intendimenti dei cosiddetti moderati; al successivo svolgersi degli avvenimenti si lasciò di fare il resto.

Comitati Nazionali, aggiunge il De Volo, avevano ad istituirsi in pressoché tutte le italiane città. Comitati centrali nelle capitali dei vari Stati d’Italia; e quindi furono essi sollecitamente istituiti prima a Parma, poi a Firenze, a Modena, a Milano, a Roma, ed a Napoli. Dovunque erano costituite Legazioni sarde, calpestando orrendamente il diritto delle genti, immedesimavansi queste coi suddetti Comitati centrali e convertivansi in ridotti di facinorosi contro la stabilità dei Governi presso i quali erano accreditate. E questo ufficio non sdegnarono di adempierlo un Migliorati a Roma, un Groppello a Napoli, un Boncompagni a Firenze, a Modena, a Parma. Le stampe sovversive, le corrispondenze sediziose, le delazioni traditrici garantite dall'inviolabilità dei suggelli officiali, penetravano dovunque e riedevano al Comitato direttore...

Francesco l alla sua volta era troppo leale per immaginare anche solo che l’ufficio di Ministro potesse in modo cotanto indegno essere abusato, né avrebbe spinto la sua sfiducia del sistema costituzionale sino a credere che potesse andarne assoluto quel capo dello stato, il quale tollerasse fra' suoi consiglieri responsabili uomini capaci di azioni così disoneste. Esso però aveva attentamente seguita la parte palese del contegno dei reggitori subalpini prima e dopo la guerra di Crimea, durante e dopo il Congresso di Parigi, ed erasi formato un criterio esatto e giusto su tutto quanto ormai preparavasi per un non lontano avvenire (108).


Chiudiamo questo capitolo riassumendo una importante corrispondenza alla Civiltà Cattolica di quell’epoca.

In mezzo allo agitarsi degli uomini e dei partiti, v’è detto, giunta tastate del 1856, in Piemonte tace il Parlamento, ma continua a parlare Daniele Manin già dittatore della Venezia, il quale da Parigi scriveva lettere sopra lettere a un suo caro Valerio, e questi le pubblicava nel giornale II Diritto. Assunto, primario del Manin come abbiamo veduto, era di mettere d’accordo i libertini italiani e conciliare i repubblicani coi monarchici. Egli non voleva scegliere tra monarchia e repubblica; ma caldamente si raccomandava perché si lasciasse ora in disparte tale questione, e il partito nazionale si unisse in un pensiero solo: «l'Unificazione d’Italia, Vittorio Emanuele II re d’Italia. — Faceva grazia il Manin alla monarchia piemontese perché essa non ha fatto concessione alcuna ai perpetui nemici d’Italia: «l’Austria ed il Papa», come egli scriveva addì 11 di Maggio. Sperava che le sarebbe impossibile retrocedere, facile progredire. Laonde gridava agli italiani in altra sua lettera dei 13 Maggio: «Agitatevi ed agitate; parole che andarono fatalmente celebri, perché furono il motto d’ordine per la ruina d’Italia. L’agitazione non è propriamente l’insurrezione, scriveva Manin, ma la precede e la prepara... Molesta il nemico con migliaia di punture di spillo, prima che sia trafitto con le larghe ferite della spada. (Diritto N. 125.) Il 28 di Maggio ritornava a scrivere: «La rivoluzione in Italia è possibile, forse vicina, e diceva ai Romani: «Finché c’è guarnigione francese in Roma, Roma non deve insorgere. E il giorno dopo scriveva un altra lettera per raccomandare l’unanime consentimento nella forma razionale — Indipendenza ed unificazione, — e nella presente sua pratica applicazione: «— Vittorio Emanuele Re d'Italia. —

Tutte queste lettere facevano ridere allora i Piemontesi assennati, e gli stessi giornali libertini sembravano volgere in ridicolo e Manin e il caro Valerio, ma era tema di non riuscita, se non tattica settaria. L’assassinio politico però non entrava nel programma di Manin. Una lettera sua contro quell’abbominevole ferocia gli valse la collera di tutto quanto il giornalismo libertino.

Il 25 di maggio l’ex-dittatore scriveva secondo il suo costume al caro Valerio, che questa volta non giudicava prudente pubblicare la sua lettera. In essa diceva: «È cosa che strazia il cuore; è vergognoso il sentir ogni giorno di fatti atroci, di pugnalate, che succedono in Italia. Sono certo che la maggior parte di queste infamie si possono imputare ai vili partigiani del despotismo austro-clericale; ma possiamo noi negare che una parte di esse è perpetrata da uomini che si chiamano patrioti, e che furono pervertiti dalla teoria del pugnale? — Questa lettera giungeva in Piemonte pubblicata dal Times, che v’appiccava i suoi commenti e scrivea:

«In Italia évvi il dispotismo, ma questo è migliore di nessun governo; évvi la dominazione del prete, ma questi è più clemente che il capo d’una società segreta; évvi il potere delle baionette, ma le baionette sono ancora da preferirsi al pugnale. Uomini di stato, funzionari, giudici, ecclesiastici perirono per la vendetta della democrazia italiana. Una tale democrazia è dessa capace di governare? — Immagini il lettore se lettera e commenti non movessero a sdegno i libertini! Citiamo soltanto per saggio le parole della Gazzetta delle Alpi, la quale nel suo N. 135 del 7 giugno 1856 appone al Manin di aver dichiarato in cospetto dell’Europa, che il partito cui appartenni è una mano d’assassini. E poi soggiunge: «Il sig. Manin ci risponderà forse ch’egli non ha accusato tutti gl’italiani; ma alcuni pochi che egli crede vili partigiani del partito austro-clericale. No; noi invece gli diciamo, che fra coloro che ferirono di coltello in Italia furono uomini amanti sinceri di libertà, incorrotti di vita e di costumi. E dopo di avere rivendicato agli uomini sinceri, amanti di libertà la proprietà degli assassina politici, la Gazzetta delle Alpi conchiude: «Le illusioni falliscono; stava egli al Manin, a lui già capo di una repubblica risorta per opera di quegli uomini, il gettare il fango in faccia ai fratelli, il coprirli di rimproveri, il gridare al mondo: «Stranieri, l’Italia è la terra degli assassini? In tutte queste parole, come si vede, vi sono di molte e belle confessioni delle quali gli onesti faranno tesoro, e la storia darà il giudizio severo che si meritano.

Intanto avendo scritto Daniele Manin: «agitatevi ed agitate, tosto, s’idearono tra le altre cose un mondo di feste, e nel beato regno subalpino si era sempre con qualche nuova solennità politica da celebrare.

L’8 di Giugno 1856 fu festa in Genova, e si gridò evviva all'indipendenza italiana'. Ai soldati reduci dalla Crimea vennero indirizzate alcune linee, che circolavano tra le loro file, e dicevano: «Ora un santo dovere vi spinge, ci spinge tutti a combattere le battaglie della patria. Affrettiamo con indomita volontà quel giorno glorioso. Domenica 15 di Giugno fu gran festa in Torino. Il Municipio, che aveva speso nel Maggio precedente cinquantamila lire per festeggiare lo Statuto; ne spese altre cinquantamila per la nuova festa. Gli imprestiti e le imposte poi pagavano lo scotto — S compera la ciarla a immenso prezzo. — cantava l Unità di Casale, in quello che la Gazzetta del popolo si lagnava che il pane era caro! Tali le delizie della rivoluzione: «scialacqui e miseria!

Nel medesimo tempo incominciava la guerra dei giornali; quelli di Piemonte giornalmente assalivano l’Austria e la sua preponderanza in Italia, proclamandosi poi essi gli offesi; i giornali austriaci, con dignitosa fermezza, rispondevano. Dai giornali da trivio e dai semi-officiali la discussione, divenendo sempre più viva, passò ai fogli ufficiali, e il Conte Buol ministro degli Affari Esteri dell'Impero d’Austria, ai 10 di Febbraio 1857, per mezzo del Conte Paar, Incaricato d’Affari a Torino, faceva serie rimostranze al Governo sardo. Il Conte di Cavour, sicuro sempre dell’appoggio di Francia e d’Inghilterra, rispondeva colla usitata insolenza, come chi avesse ragione da vendere; cosicché ai 16 di marzo il Conte Buoi, credendo sconveniente alla dignità del Governo austriaco di lasciare a lungo, testimonio delle dimostrazioni ostili del Governo piemontese, il suo rappresentante, lo richiamava a Vienna. Il Governo sardo faceva altrettanto del suo incaricato presso la Corte austriaca, e le relazioni diplomatiche tra i due Governi venivano rotte.


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AGITAZIONI E ATTENTATI

Bene a proposito sorse la Società nazionale a salvare l’edificio massonico, messo in pericolo dallo scapestrare delle passioni rivoluzionarie, che minacciavano di appiccare il fuoco per ogni dove, poiché il Congresso-comblotto di Parigi ebbe pronunziato l’iniqua condanna contro i governi legittimi d’Italia.

Gli effetti del famoso convegno non si limitarono infatti a quelli da noi testé riferiti. E di vero; mentre una sola Nota benevola di Napoleone III, al principiare della guerra d’Oriente, assicurava l’Austria (perché non prendesse le parti della Russia) della quiete e dell’ordine che sarebbero serbati nei suoi possedimenti italiani, come in tutto il rimanente d’Italia; il Congresso e gli atti che lo accompagnarono e seguirono, produssero l'effetto del tutto opposto, con sollevare lo spirito di rivolta e di disordine, però non solo in Italia, ma sì ancora in Francia; di guisa che quello, che, secondo ogni ragione provata dalla storia, avrebbe dovuto essere pegno sicuro di una più o meno lunga pace, fu invece fiaccola ferale di più tremenda guerra. E ben sei sapeva il Sire francese, il quale, a non precipitare gli avvenimenti ed a mantenersene padrone, sembrò ristare di fronte all’agitazione dei settari, alla grave attitudine della Russia, al misterioso riserbo della Prussia, ed anche ai recenti impegni assunti comunque verso l’Austria. Quindi, mentre braveggiava in una coll’Inghilterra contro l’ambito Regno delle Due Sicilie, quasi a dare un pascolo alle impazienze rivoluzionarie, procedeva misurato e cauto per ischermirsi ad un tempo dalle scaltrite manovre degli alleati di Piemonte e d’Inghilterra, tutte intese a trascinare lui stesso dietro il carro fatale della ormai trionfante rivoluzione. Onde venne, che per nulla soddisfatti del procedere delle cose, ai loro occhi troppo lente, Mazzini e Mazziniani, un pò per proprio conto, un pò spinti dal Governo piemontese, cospiravano in Inghilterra, in Francia, in Italia, suscitando un incredibile malessere dappertutto, e minacciando ogni peggio a chi volesse opporsi all’incesso audace della rivoluzione.

Su questo proposito il Conte di Volo, nella sua stupenda Vita di Francesco V, scriveva gravi parole che giova recare. Oltreché, dice egli, l’aprirai del Congresso a Parigi era stato aspettato dai fuorusciti italiani accolti in Piemonte, in Svizzera ed a Londra con febbrile impazienza, che ben isvelava quale risultato se ne attendessero; l’avviamento delle conferenze e le assicurazioni, che non tardarono a venirne, eccitarono talmente gli animi irrequieti, che in vari punti della Penisola se n’ebbero premature dimostrazioni.

«Parma, già fatalmente funestata dall’assassinio del Duca (109) Attentati a e fatta quindi sede di un Comitato che agitavala con frequenti sommosse (110), anche in questo incontro non ne fu risparmiata. I facinorosi vi proclamarono senza alcun ritegno siccome imminente il rovesciamento delle condizioni politiche attuali, per dar luogo alla riunione dei Ducati al Piemonte; e, quasi che fosse essa compiuta, si diedero a tentare, come prima inevitabile conseguenza, la liberazione dei detenuti politici. E poiché il Conte Macauly, che aveva la direzione della pubblica sicurezza, e quindi anche delle carceri, si mise in dovere di attivare alcune misure di precauzione e di rigore tendenti a sventare un tale progetto, ne fu egli proditoriamente punito da mano ignota, ché al suo rientrare in casa la sera del 4 Marzo lo colpi di pugnale. Due settimane appresso cadeva altra vittima l’auditore parmense Borgi, il quale fra le sue colpe contava quella di avere in addietro diretta una investigazione per attentato consimile alla vita del Comandante delle truppe Colonnello Anviti, il quale fortunatamente ne usci illeso. Fin qui il de Volo.»

Nell’istesso tempo Mazzini accontatosi a Londra con alcuni torbidi Inglesi, ne avea danaro sufficiente a recare in atto una vasta congiura. A raggiungere meglio lo scopo, ideò, pria d’ogni altra cosa, di attentare alla vita dello stesso Napoleone III, col doppio intendimento, o di proclamare la repubblica in Francia, se mai venisse ucciso; o di farlo correre più spedito e pronto nel servire la setta e compirne il programma, se mai scampasse. Coadiuvato l’agitatore da un Gaetano Massarenti calzolaio e da un Federico Campanella letterato, dispose che il cappellaio Paolo Grilli di Cesena e il calzolaio Giuseppe Bartolotti di Bologna, si portassero a Parigi, e quivi con un Paolo Tibaldi, ottico piemontese in quella città, accordassero il modo di assassinare l’Imperatore. Ebbero però la imprudenza di valersi della posta nelle loro relazioni: «Tibaldi, Grilli, Bartolotti furono arrestati e condannati, chi alla deportazione chi al carcere; Mazzini, Ledru Rollin, Campanella e Massarenti venivano condannati in contumacia. Ma non fu questo il primo attentato contro il Bonaparte.

La doppiezza abituale di lui non aveva affidato mai coloro che avevano titoli acquisiti sulla sua cooperazione. Ed ognuno sa di quali mezzi costoro si valgano contro i Colleghi che ponno riuscire sospetti. Il 28 Aprile del 1855 l’imperatore dei Francesi attraversava a cavallo, seguito da due soli aiutanti,, alcune strade di Parigi, quando un uomo di sinistro aspetto gli attraversava la careggiata, e, traendo rapidamente una pistola, gli scarica addosso due colpi a bruciapelo. Una delle palle colpisce il cappello dell’imperatore; l’altra, benché diretta al polmone, ne è trattenuta dalla maglia d’acciaio, con cui egli era solito tenersi difeso.

Nel regicida arrestato scopresi un italiano, Giovanni Pianori di Faenza, condannato già per omicidi e per incendi avanti il 1848, poscia uno degli eroi di Garibaldi, infine uno dei complici dell’assassinio di Rossi e di tutti gli eccessi che inorridirono Roma nel 1849. Nelle congreghe dei fuorusciti italiani accolti a Londra aveva egli ricevuto il mandato di questa perentoria ammonizione al Bonaparte, non meno che le armi con cui darvi eseguimento, e se il colpo non era riuscito e l’ammonizione fosse rimasta inefficace, non era a dubitare che una replica ne sarebbe seguita, il cui risultato avrebbe potuto essere più sicuro.

Napoleone III ostentò grande calma e sangue freddo dopo l’attentato; ciò nonostante quando nell’autunno dell’anno stesso ricevette a Parigi la visita di Vittorio Emanuele, si lasciò come sfuggire la domanda: «che si può fare per l’Italia? E con ciò dava a comprendere che al brusco avviso di Pianori non voleva restarsene sordo ed inoperoso. Cavour non aveva d’uopo di tanto per dar libero corso col maggiore entusiasmo alle concepite speranze, ed al fine di accelerarne e quasi sforzarne la riuscita, indirizzò il 28 decembre successivo ai rappresentanti di Francia ed Inghilterra presso la Corte di Sardegna una Nota verbale, in cui delineava già la parte che egli avrebbe presa nelle conferenze che attendevansi nel caso non lontano di un trattato di pace: «quella cioè di richiamare l’attenzione delle Potenze sopra le condizioni politiche d’Italia, e sopra l’impossibilità di conservarvi un ordine di cose, il quale ripugna in certe parti, alle più semplici nozioni della giustizia e dell'equità (111). — Ma poiché siamo a parlare di attentati, ci è d’uopo aggiungere qualche particolare circa l’attentato commesso da Agesilao Milano, sfuggitoci quando dicemmo di quell'abominevole fatto.

Dicemmo come quello sciagurato assassino il dì 8 Decembre 1856, in una rivista militare vibrasse un colpo di baionetta contro il Re, che ne rimaneva prodigiosamente salvo. Unanime fu il grido di riprovazione che si alzava in tutto il Reame contro il sacrilego attentato. L’attitudine di Re Ferdinando in quella circostanza non fece che accrescergli le simpatie e la popolarità. Ma mentre che a Napoli si esultava per la prodigiosa sua salvezza, a Torino s’imprecava rabbiosamente contro di lui. La stampa estera devota alla setta faceva altrettanto, e il Morning Post ai 22 decembre 1856 giungeva allo incredibile cinismo d’invitare il Re delle Due Sicilie ad ammaestrarsi nella nobile condotta del regicida, cui porta a cielo, e conchiude col dire, che l’accaduto era un giusto castigo profetizzato fin dal 1851 da Gladstone!... Strano profeta invero, che colla parola e colla penna avea destato lo spirito di vertigine e di discordia in presso che tutta Europa.

Intanto si dispensavano le medaglie fatte coniare in Ginevra con l'effigie di Bentivegna e di Milano. In onore di quest’ultimo, — incredibile a dire — si dava il nome suo ad una strada di Torino!! Mentre indi a pochi giorni succedevano le esplosioni misteriose del deposito di polveri nel porto di Napoli, ai 17 Decembre 1856, e quella del vapore il Carlo III nel medesimo porto, ai 4 gennaio seguente.

È da dire però che l’assassinio di Re Ferdinando II era decretato lungo tempo prima di quest’epoca. Fin da quando egli ebbe a reprimere la rivoluzione del 1848, i cospiratori del Piemonte avevano giurato la sua morte. Abbiamo infatti sott’occhio una deliberazione settaria dei 20 decembre del medesimo anno 1848, emanata dal Comitato generale d’Italia, e diffusa in tutto il Reame delle Due Sicilie che testualmente rechiamo.

«Considerando, (vi è detto) che l’omicidio politico non è un delitto; ed ancor meno quando si tratta di disfarsi di un nemico, che dispone di mezzi potenti, e che in certo modo può rendere impossibile la emancipazione di un popolo grande e generoso;

«Considerando, che Ferdinando di Napoli è il più accanito nemico della indipendenza italiana e della libertà del suo popolo;

«E approvata la seguente risoluzione, per essere pubblicata con tutti i mezzi possibili nel Regno delle Due Sicilie:

«Una ricompensa di 100,000 ducati è offerta a colui, o coloro, che libereranno l’Italia dal suddetto tiranno.

«Siccome nella cassa del Comitato si trovano 65,000 ducati disponibili a codesto oggetto; così gli altri 35,000 ducati saranno raccolti per soscrizione.»

Nel tempo istesso che il Comitato prendeva tale deliberazione, dirigeva pure un proclama eccitatore all’esercito napolitano, che cominciava dal chiamare quei bravi soldati sgherri della più feroce tirannide e giannizzeri del più crudele tiranno, e cercava persuaderli a ben meritare del popolo già sdegnato contro essi, con uccidere quel mostro d iniquità. (112).

Ravitti però nel suo libro intitolato: «Recenti avventure d’Italia, tom. I, capo X, dice che il Generale Alessandro Nunziante (già segretamente ascritto alla setta degli Unitarii) ebbe tutta la premura di far subito morire il Milano, temendo che costui avesse fin d’allora rivelata la sua tristizia, fatta palese poco di poi. E qui, ad onore delle popolazioni napolitano e sicule, notiamo come di origine greca fosse l’assassino Milano; e greco egualmente un occulto emissario dei congiurati di Torino per nome Caridi, trapassato incognito nell’ospedale degli Incurabili di Napoli pochi giorni dopo le accennate esplosioni. Negli ultimi istanti di sua vita rivelava egli — essere complice nei due fatti, e conoscere come si trovasse già in salvo colui che aveva dato fuoco al Vapore, rimanendo però in Napoli altri conrei. —

Le indagini giuridiche offrirono poi elementi da constatare Firnci era aportanza del Milano, mostrando essere egli affiatato coi capi della uno. setta all’estero, ed averne avuto incarico di redigere, secondo un dato modello statistico, l’elenco degli affigliati, notandone l’esatta biografia, la possidenza, l’attitudine e la idoneità possibile in servizio della rivoluzione. — Nelle file adunque di questa era l’infelice Milano alto locato, come organatore e statistico (113).

In mezzo a queste cose la politica del Conte di Cavour toccava l’apogeo della perfezione nell’arte di mescolare il più freddo cinismo con le più malvage opere. Rispondendo nella Camera di Torino alle interpellanze, sui narrati sacrileghi attentati affermava francamente: «Noi abbiamo seguita una politica pura e leale senza linguaggio doppio, e finché saremo in pace con altri Potentati noi non impiegheremo mezzi rivoluzionarti, non mai cercheremo di eccitare tumulti e ribellioni. Rispetto a Napoli egli è con dolore che rispondo all’onorevole interpellante. Egli ha ricordato fatti dolorosissimi: «scoppio di polveriere e di navi da guerra, ed un attentato orrendo. Egli ha parlato in modo da lasciar credere che questi fatti siano opera del PARTITO ITALIANO; io lo ripudio altamente, e ciò nello interesse di Italia. Sono fatti isolati di qualche disgraziato illuso, che può meritare pietà e compassione. (Tornata 15 gennaio 1857 att. uff. n.12 pag. 41.)

Nello stesso tempo però che così parlava il Cavour, presidente verno sardo dei ministri in Torino, facevasi quivi l'apoteosi dell'assassino Milano, ed emanato il decreto che immortalava la costui memoria,ed assegnava vistose ricompense alla famiglia sulle finanze dello Stato del Re Vittorio Emanuele (come facevansi altri molti atti di rimunerazione ai disgraziati illusi, secondo lo stile cavourriano, onde si dichiaravano meritevoli di pietà e di compassione i regicidi e gl’incendari di navi e di città!) — Ma non la pensava più così l’onesto ministro, quando, incominciandosi a smascherare nella usurpazione del Regno delle Due Sicilie, scriveva all’ammiraglio Persano — essere arrivato il tempo delle grandi misure, e doversi fucilare senza pietà i marinai napolitani, — che, costretti a servire sulle navi sarde, ne disertassero, per non combattere contro il proprio Re; tuttoché le leggi del paese non ammettessero pena capitale per la diserzione. (Nicomede Bianchi loc. cit. pag. 104).

Mazzini intanto infaticabilmente animava i suoi settari in Italia; e, fosse realtà, fosse piuttosto arte per mostrarsi vittima egli stesso, il Governo piemontese aveva a reprimere alla sua volta i conati rivoluzionari. Infatti il 29 di Giugno 1857 si tentava un serio movimento in Genova, impadronendosi i cospiratori del piccolo forte del Diamante, presto preso, e più presto evacuato. De’ cospiratori 29 evasero,49 furono arrestati e tradotti in giudizio, e, cosa strana! 6 condannati a morte erano tutti contumaci; gli altri vennero condannati a varie pene, per essere liberati o per evadere dalle carceri alla prima propizia occasione.

Manda contemporaneamente emissari a Parma, a Modena, a Palermo a Napoli, a Firenze, a Roma, dove già gli agenti diplomatici e consolari del Piemonte intrigavano ad eccitare disordini, procacciavano soscrizioni, e votavano indirizzi di ringraziamento e medaglie all’istesso Cavour, per l’energia da lui spiegata nel Congresso di Parigi a favore della rivoluzione italiana; mentre i suoi discorsi, si come le parole attribuite ai vari plenipotenziari del Congresso, venivano stampati e diffusi a migliaia di esemplari negli Stati italiani, a Napoli principalmente.

Venivano poscia e le offerte dei cento cannoni e dei 10 mila fucili, e 1? spedizioni clandestine partite dagli Stati sardi, foriere di quella dell’avventuriere Nizzardo, succeduta ai 6 di maggio 1860, cose tutte da noi raccolte in queste pagine. Riassumiamo in proposito alcune importanti corrispondenze dalla Civiltà Cattolica di quei giorni (114).

— «Sorgeva, una nuova sottoscrizione nazionale in Genova. L’Italia e Popolo proponeva di radunare denari per l’acquisto di diecimila fucili destinati alla prima provincia italiana che. insorgerà contro il comune nemico. «L’Italia deve insorgere, diceva il giornale di Mazzini: «questo dovere non si discute, si sente, e tristo quell’italiano che non ne avesse coscienza.» L'Unione di Torino e il Lemme di Novi facevano adesione alla sottoscrizione mazziniana. La prima diceva che la sottoscrizione dell’Italia e Popolo merita «l’appoggio di tutti gli organi liberi della stampa ed il concorso di tutti gli Italiani dello stato sardo non solo, ma d'ogni altra provincia italiana.» Il secondo ripeteva sottosopra lo stesso. Intanto la sottoscrizione della Gazzetta del Popolo pei cento cannoni andava a rilento; sottoscrivevano gli impiegati perché la Gazzetta Piemontese avendo approvato la sottoscrizione, avrebbe pericolato l’impiego se non sottoscrivessero. Si lessero anche lettere, che si mandavano per la posta con minaccie a coloro che non sottoscrivevano. Per indurre il popolo a dare il suo nome e il suo obolo si diceva che la sottoscrizione doveva servire a bagnare la meliga, giacché in quei giorni soffriva per la siccità. Né le sottoscrizioni erano l’unico mezzo adoperato per la rivoluzione. Circolava stampato in Torino uno scritto che diceva: «Al primo rumore di popoli italiani chiedenti il regno d'Italia colla dinastia di Savoia e lo Statuto piemontese, il Parlamento e l’esercito in Piemonte leveranno il medesimo grido; ed eccoti l’Italia viva persona politica… Il Re Sardo si mostri sulle Alpi capitano di 500 mila combattenti, e la diplomazia, benché a mal in cuore, si affretterà a riconoscere il fatto compiuto.» — Le centinaia di migliaia di combattenti vennero pur troppo sulle Alpi, ma non erano del Re Sardo!…

Tutta la vita politica del Piemonte era pertanto nelle sottoscrizioni. Quella dei 100 Cannoni era opera dei moderati e parto della loro mente, l’altra dei 10 mila fucili veniva da Mazzini; quella nasceva in Torino figliata dalla Gazzetta del Popolo, questa in Genova sotto il patrocinio dell’Italia e Popolo. Una sottoscrizione collegavasi coll’altra, come avvertivano i giornali e principalmente il Diritto. Imperocché, essi dicevano: «L’Italia ha da fare coltro l’Austria una guerra offensiva e difensiva. Stanno per difenderci i cento cannoni, e prepariamo per offendere i diecimila fucili. Si mise mano pertanto alla raccolta delle offerte. La sottoscrizione ministeriale ottenne tosto le firme di tutti gli impiegati, e dei Municipi, che dagli impiegati pubblici poco differiscono. Imperocché essi pure erano colti dalla paura, e se non temevano il ministero, temevano la Gazzetta del Popolo che minacciava, bene spesso ai suoi avversari — due dita alla gola ed un coltello nel cuore. — In quei paesi però dove qualche coraggioso osò pronunziare una risoluta parola, la sottoscrizione ministeriale andò a monte. Cosi nel municipio di S. Remo il Sindaco proponeva di sottoscrivere pei cento cannoni; ma un consigliere avendo solennemente disapprovato la proposta per le condizioni del paese e l’indole stessa del corpo municipale, il consiglio fu tutto col valoroso Consigliere e il povero Sindaco restò solo in mezzo ai cento cannoni. Del resto i ministri e i ministeriali si mostravano disingannati: «giacché si ripromettevano le sottoscrizioni non solo di tutto il Piemonte; ma anche dell’Italia intera, e invece dall’Italia nulla giungeva, e dal Piemonte si ricavava pochissimo. Basti sapere che era da un mese e più aperta codesta sottoscrizione, i municipi largheggiavano del denaro altrui, eppure fino al 5 settembre di quell’istesso anno 1856 si raccolsero appena trentamila franchi, vale a dire un quinto della somma necessaria pei cento cannoni. Ma a suo tempo il ministero suppliva a tutto coi denari dello Stato.

Erano dieci giorni che la sottoscrizione pei dieci mila fucili da darsi al primo Stato italiano che insorgesse correva pel pubblico, e l'Italia e Popolo aveva di già raccolto un presso a duemila nomi, allora quando il fisco di Genova, il 30 Agosto, sequestrò il giornale e le liste. E’ cosa che fa sorridere di pietà! (diceva l'Italia e Popolo dando questa notizia). E fa realmente pietà vedere un governo distruggere con una mano ciò che fabbrica coll’altra. Ma giustizia vuole che si scusi il Ministero, il quale ha ordinato il sequestro perché la Diplomazia gliene fece l’intimazione.

Prima di lasciarsi andare a questo passo esitò per molto tempo, scrisse per telegrafo l’ordine del sequestro, poi lo ritirò, inviandolo finalmente una terza volta in modo definitivo. Giuseppe Mazzini che, giusta la voce comune, stava in Genova, scrisse su questo proposito una lettera ai ministri nell'Italia e Popolo. «Voi vedeste, dice egli ai ministri il nome infausto di Novara scritto sulla parete; e invece di ritrarne eccitamento a magnanimi sdegni ne ritraeste impicciolimento e tremore. Ma perché non sopprimere energicamente fin dal primo giorno il virile disegno? Le autorità vostre sequestrarono in Genova spontanee, ma imperfettamente, alcuni esemplari del foglio che conteneva la proposta; poi, quasi vergognando, sostarono. E voi mandaste dapprima ordini di prosecuzione, e li ritrattaste il dì dopo; e lasciaste che sette giorni corressero senza richiami e minacce; poi, quando l'assenso pubblico avea convertito in manifestazione solenne quella proposta, esciti 800 nomi di soscrittori, seguito l’esempio dato sotto gli occhi vostri dalla stessa Torino, approvato il disegno da giornali di ogni colore, spediste, ridesti a un tratto, ordini inesorabili, e cominciarono i giornalieri sequestri. Or, ridesti da che, se non dall'esoso intervento straniero? E continuando il Mazzini dice ai Ministri: «— Io vi conosco d’antico! — Le quali parole andavano principalmente all'indirizzo di Urbano Rattazzi, che nel 1848 e 49 era venduto anima e corpo al Mazzini, lo lodava imperante in Roma e lo serviva in Genova mediante la battaglia di Novara, come scrisse Vincenzo Gioberti nel suo Rinnovamento. Intanto L’Italia e Popolo (N. 242) minacciava e scriveva: «Il valore politico del sequestro, le conseguenze che gli uomini di buona fede ne possono dedurre non vogliono essere qui neppure accennati».

Infrattanto il siciliano Bentivegna, siccome abbiamo accennato in un precedente capitolo, presa l’imbeccata a Torino, sbarca in Sicilia, mette a rumore alcuni comuni presso Palermo, ima, vinto e fatto prigioniero dai regi, viene condannato nel capo.

L’emigrato napolitano Pisacane muove da Genova sul Cagliari, accresce in passando i suoi seguaci, liberando i delinquenti rilegati nell’isola di Ponza, sbarca a Sapri sul cadere di Giugno 1857, e prima che vi accorrano le regie milizie è sconfitto ed ucciso dalle fedeli popolazioni; e nel medesimo tempo è edificante il vedere il Conte di Cavour fare al rappresentante del Re di Napoli quelle espansive dichiarazioni di ammirazione verso il Re Ferdinando e il suo Governo, da noi già accennate. Quest’ultimo attentato era dal Mazzini particolarmente prestabilito; lo confessa il famoso Crispi in una sua lettera (115).

— Al finire del 1856, scrive il Belviglieri, ed al principiare del seguente anno, altri incidenti vennero a mantenere e ad alimentare l’agitazione ed i sospetti. Scaricandosi della polvere da un vascello di guerra, la polveriera prese fuoco è scoppiò con distruzione d’edifici, morte di persone e minaccia della reggia non molto discosta dall’arsenale. Fu caso od artificio? gli appassionati di ambe le parti pensarono e dissero artificio; il Governo confermò quella opinione con indagini e con inchieste, senza riuscire a nulla, se non fù forse metter voglia di rinnovare il truce spettacolo. Ai 4 Gennaio la fregata a vapore Carlo III carica di fucili stava per salpare alla volta di Palermo. A un tratto scoppia la Santa Barbara, con orribile schianto, moltissimi feriti, quaranta morti, e sarebbero stati anche più, se l’equipaggio di un legno inglese ancorato nel porto non avesse dato pronta ed efficace opera a salvare i caduti nelle onde. Questa volta fu persuasione generale che il caso non v’entrasse per nulla (116).

Ma ben altri fatti contemporanei rivelavano quanto mai fosse estesa e complicata la rete delle, insidie prepotenti, a ruina della monarchia delle Due Sicilie che, ormai abbandonata a sé stessa lottava da sola contro tanti esterni implacabili nemici. — Il giornalismo piemontese, diretto dallo stesso Cavour, non era il solo che con sistematica bile scaricasse giornalmente contumelie contro il Governo napolitano; il Morningpost a Londra, il Siècle a Parigi e le cento altre infernali trombe della frammassoneria, riproducevano a gara nelle loro pagine tutte le menzogne e calunnie, nelle quali l’odioso era vinto dall’assurdo. Circa le condanne capitali inflitte dopo regolari giudizi (per non dire d’altri) ai suddetti Bentivegna e Milano, convinti rei di cosi gravi misfatti, le menzogne del Siècle superavano in cinismo ogni altro organo della rivoluzione. Il perché uno dei più seri giornali di Francia, di fronte a tali esorbitanze, mestamente esclamava: «Où allons nous? Telle est la question que s’adressent tous les hommes sérieux; car ce vaste système de mensonges contre un Monarque, qui donne l’exemple des plus éminentes qualités royales et de toutes les vertus privées, est bien pro pre à inspirer une immense tristesse à tous les amis de l’ordre, en leur révélant une perversité profonde et la résolution bien arrêtée de miner sourdement la puissance d’un Souverain, qui est con sidéré avec raison, comme le principal obstacle à la réalisation des projets révolutionnaires en Italie, et qui, pendant que l’on pactise, ou que l’on n’oppose partout que d’impuissants palliatifs à la marche de la révolution, lutte seul avec la plus grande dignité et un noble courage, pour la cause de tous les trônes. (Gazzette de Franco, 22 février 1857).»

Però, vedi strana combinazione! dall’estero vengono gli agenti misteriosi ad eccitare le popolazioni e a subornare l’esercito; nell’estero sono inventate e dall’estero principalmente sparse le più mostruose calunnie; e nell’interesse di estere ambizioni, in nome del popolo napolitano e siciliano, si preparano all’estero quei famosi Memorandum da diffondersi per tutta Europa che avrebbero bastato a fare insorgere ogn’altro paese, che non fosse stato quello delle Due Sicilie, contento e prospero sotto il governo del suo legittimo Sovrano. — Egli è vero pur troppo che, amici supposti insieme con nemici palesi, si univano in questo periodo di tempo a gridare riforme; ma essi stessi non avrebbero saputo indicare in che avessero esse a consistere; ché in quest'epoca d’indipendenza sfrenata della ragione, ogni testa, sia pure la più bislacca, ogni interesse, sia pure il più nocivo al vero benessere di una nazione, immagina, vuole e propugna le sue riforme. Sotto questo nome pur troppo l’esperienza del passato ha fatto vedere, (e l’avvenire dolorosamente confermò) che si mascheravano le più turpi passioni di anarchia, l’ambizione e l’avidità d’insaziabili irrequieti demagoghi. Le riforme erano sinonimi, e il fatto lo provò abbastanza, di rivoluzione antidinastica, di rovesciamento d’ogni ordine, d’universale spogliazione, di saccheggio dello Stato e della Chiesa, di avvilimento del pubblico credito, di leggi di terrore e dispotismo.

Ma di alcuni dei fatti accennati fà d’uopo dire più minutamente: «e incominciamo dalla scorreria su Massa e Carrara.

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CAPO III

SCORRERIA DI MASSA E CARRARA, INCURSIONE DI BENTIVEGNA, 

SCOPPIO DELLA POLVERIERA E DEL CARLO III A NAPOLI

Nella notte dai 25 ai 26 di Luglio una banda dai 70 agli 80 individui partivasi da Sarzana (Piemonte) per mettere in rivoluzione il Ducato di Modena. Alcuni di essi vestivano l’assisa della guardia nazionale di Sarzana ed annunziavano ai paesi la rigenerazione italiana. Confidavano costoro che le popolazioni avrebbero corrisposto al loro invito, insorgendo e ribellandosi contro il proprio governo. Ma s’ingannarono a partito, giacché le popolazioni medesime armaronsi per combattere i ribelli, e le milizie estensi giunte poco dopo non poterono più vederli che dietro le spalle. I rivoluzionari avevano sparso in Carrara un proclama, che finiva cosi: «Al grido di guerra e di vita che noi mandiamo dalle vette del nostro Appennino, grido di vita nazionale italiana, grido di guerra all’Austria e a quante tirannidi straniere e domestiche ci contendono l’avvenire, risponda concorde, rapido, audace, il grido di quanti hanno in cuore l’Italia, e l’Italia sarà.»

Essendo i rivoltosi partiti dal Piemonte, il governo sardo mandò milizie ai confini, che ne arrestarono una buona parte. Ma i giornali democratici acremente lo rimbrottarono di cosiffatto procedere, perché dicevano che senza gl’impulsi uffiziali del Ministero piemontese non si sarebbero mossi gli insorti. La Maga del 29 di Luglio N. 91 osservò con un po’ di ragione: «Cavour diceva alle Camere, che la nostra politica era lontana più che mai dalla politica austriaca; dicea nel Memorandum, e nelle note verbali che, se continuasse lo stato attuale di cose, il governo sardo sarebbe stato costretto a gettarsi in braccio alla rivoluzione per salvare l’Italia. Il mantenimento di queste promesse sta tutto nelle precauzioni prese in questi giorni per aiutare a comprimere i moti di Carrara, ed impedire che la gioventù di Lerici, Sarzana e S. Terenzio andasse in soccorso degli insorti.» E l'Italia e Popolo del 30 di Luglio N. 210: «Tutti, scrive, rammentano come, all’epoca della memoranda discussione parlamentare, il Governo sardo, a far divampare il fuoco latente nelle altre provincie d’Italia, facesse stampare i discorsi di Cavour e di Buffa, e li diffondesse a migliaia di esemplari ne’ Ducati, nelle Romagne, nel Lombardo-Veneto, a Napoli e nella Sicilia. Ma ciò non bastava: «egli incoraggiò per mezzo de' suoi emissari quegli abitanti, e si sa che le parole: «Viva Vittorio Emanuele», si scrivevano dai partigiani piemontesi sui muri e sulle porte delle case a Carrara. Lusinghe ancora più esplicite vennero date ai regnicoli andati espressamente a Torino. Ora con tali eccitamenti quale è stato il contegno del nostro Governo?» E qui l’Italia e Popolo imprende a sfolgorare i Piemontesi che repressero presso a Sàrzana quel moto medesimo che eglino stessi avevano provocato, «e, volendo aggiungere la codardia all’insulto, dichiararono il movimento provocato da agenti austriaci.»

Difatti l’Espero, giornale che stampavasi a Torino sotto gli auspici e la protezione del Ministro degli Interni, Urbano Rattazzi, e che perciò godeva l’autorità di foglio semiufficiale, detto quanto basta per far capire che la gloriosa impresa contro il Ducato estense allestivasi in Piemonte, e che da Torino partiva gente con tale intento, e recitati a modo suo i gloriosi fatti di quegli italianissimi, osò stampare queste parole: «Questo è certo, che l’Austria conta tra le file degli insorti alcuni suoi emissari, i quali per calunniare il governo piemontese vanno spacciando essere sicuri dell’appoggio di questo; spediente ormai troppo conosciuto, perché gli uomini di senno e di cuore vi si lascino cogliere.» Che non solo alcuni, ma molti tra cotesti paladini dell'indipendenza dicessero a piena gola a chi voleva e a chi non voleva udirli, aver essi avuto pegno e promessa d’aiuto dai padroni del Piemonte, questo era verissimo.

Ma che costoro fossero emissari dell'Austria, questo era da provare; e i padroni dell'Espero avrebbero fatto bene d'ingegnarsi a provarlo, sotto pena d'incorrere altrimenti la taccia di calunniatori. Se l'insurrezione sul Modenese avesse preso vita e forze, si sarebbe fatto plauso ai magnanimi figli d'Italia; riuscì ad un fiasco, e per iscuoterne da se l'onta si spacciava che era opera dell'Austria! Ora è agevole conchiudere chi fosse il calunniatore. Tanta perfidia fece stomaco al Risorgimento, che la trovò per giunta cosa sciocca ed impolitica, esclamando (N. 1659):

«Ma che assegno potrebbero più fare sul Piemonte (i liberali) se dovesse esser vera la insigne corbelleria che ristampava l'Espero: «essere uno spediente d'emissario austriaco il fare sperare ai popoli d'Italia l'aiuto del Governo piemontese?.... Noi arrossiamo per l'Espero che gli siano cadute dalla penna scempiaggini di questa fatta, le quali compromettono altamente la stessa Dinastia.» Come si vede, la cosa era lampante. Il Risorgimento si sfiatava a persuadere, che il governo Piemontese facesse sperare il suo aiuto ai popoli che avessero l’animo d’insorgere; e nel diffondere l’opinione contraria egli, da buon italiano vedeva un pericolo per la Dinastia!»

Ma non solo il Risorgimento voleva ad ogni patto farne convinti che la tentata sommossa di Carrara era opera degli Italiani di Piemonte; che anzi egli manteneva che avrebbe dovuto essere opera del Governo, al quale muoveva acerbi rimbrotti per avere co’ fatti suoi dato a pensare, che egli non sapesse o non volesse essere protettore ufficiale della rivoluzione, come pur avrebbe dovuto per non contraddire a sé stesso. Se la rivoluzione, scriveva, è il solo rimedio ai mali d’Italia, è pur ovvio che non la possono osteggiare coloro che hanno essi stessi constatato il male, e stimolato popoli e governi a recarvi rimedio. Come adunque il nostro governo ha potuto reprimere invece egli stesso il primo tentativo di cotesta rivoluzione?... Il Piemonte non deve far nulla che sia una provocazione all’Austria;... ma può qualche volta ignorare... Cotesto zelo di perquisizioni a Genova, a Novara, di sequestri, di arresti, di cordone militare etc potrà nelle altre provincie italiane parer eccessivo, e sembrerà che sieno alquanto in contraddizione col linguaggio che si tiene e dai giornali, e dai membri del Governo In conclusione: «la rivoluzione non si farà mai in Italia, finché non possano le popolazioni italiane far certo assegno sul concorso del Piemonte. Importa quindi mantenere viva in esse la persuasione, che dietro i popoli insorti, sta l’esercito piemontese.» Cosi l’onesto Risorgimento N. 1658.

E tutto questo parendogli poco, egli si rifà da capo nel 'giorno appresso, e ribadisce bene il chiodo del non doversi attribuire ad artifizi di agenti austriaci la scorreria contro lo Stato estense; poi viene minutamente sponendo un suo programma per la rivoluzione, e pel modo con cui doveva promuoverla ed aiutarla il Piemonte. Importa il registrarne le precise parole: «Lo stato dei popoli d’oltre Ticino è troppo infelice, perché possa durare a lungo tal quale. Le discussioni di Parigi, di Torino e di Londra, gli eccitamenti continui dei giornali (piemontesi) che, malgrado tutta la vigilanza della polizia, riescono tuttavia più o meno a passare le frontiere, agitando gli spiriti, affrettano gli eventi. L’effetto di queste varie cause non può essere dubbio. Verrà momento in cui in una o in altra parte d’Italia scoppierà un insurrezione: «quella sarà la prima favilla dell’incendio universale. L’Austria vorrà intervenire, e il Piemonte avrà diritto d’intervenire anch’esso per impedire l’eccessivo estendersi della influenza austriaca, e non interverrà egli solo. Questa crediamo sia la sola possibile soluzione della questione italiana. Ma affinché essa si avveri, conviene che il primo moto si manifesti in paese, altro da quelli dominati dagli Austriaci. Una rivoluzione che scoppiasse nel Lombardo-Veneto non giustificherebbe il nostro intervento; ma se i Ducati siano, o la Toscana, che si levino in armi, allora il Piemonte e i suoi alleati avranno ragione d’ingerirsi. Dato questo primo segnale, si moveranno anche i popoli soggetti all’Austria, e l’Italia sarà. Ma se dee la rivoluzione cominciare negli Stati non ancora posseduti dall’Austria, che sono i più piccoli e i più deboli, importa che possano fare assegno sicuro sull’aiuto nostro, se no, certo non si MUOVERANNO MAI».

«Prognosticate le rivoluzioni, scrive il De Sivo, detto a regnicoli in cento tuoni: «ribellatevi, sta per voi il Piemonte e la civiltà, stanno i vascelli di due grandi Stati, scacciate il re bomba: «nessuno si moveva. Fu necessità mandarli a muovere da fuori. Era sì lontana dalle menti nostre la rivoluzione, che udivamo con meraviglia talora 'certe affisse proclamazioni stampate a Torino, e facevam le crasse risa di cotali sforzi inani d’un partito impotente. Le cose d’Italia parevano accennare a quiete; il Papa si faceva l’esercito, avea ottenuto i Tedeschi lasciassero le città romagnole, e solo guardassero Ancona e Bologna; il che avveniva sul finir d’ottobre. Eppure si mulinavano colpi mortali ed iniqui in Sicilia e in terraferma.

«A 20 Novembre appariva sulle coste sicule la Wanderer, goletta inglese venuta da Malta; e andava spargendo starsi soldati brittanni a Malta pronti ad accorrere in aita de' ribellanti; lo stesso stampavano certi giornali esteri, aggiungendo, i Francesi invaderebbero Napoli; ed ecco s’alza un vessillo a tre colori, di tal maniera. Era un barone Francesco Bentivegna di Corleone, giovine dissennato, senza istruzione, mazziniano, stato Deputato nel 48, che nel 49, presa Palermo, aveva protetto i banditi in campagna. Questi in Febbraio 53, unita gente in casa, imprese, con la coincidenza de' tumulti di Milano, a sollevarsi e tentare un colpo di mano sul presidio di Palermo; ma scoperto e sostenuto, ai 25 di quel mese, fu con altri sottoposto a giudizio lungo, dov'ei protestava innocenza. Trovò anzi protettori; e il Cassisi stesso, per discreditare il Filangeri, potendo su’ giudici di Trapani, riuscì a farlo assolvere; onde ebbe co’ complici libertà. La Polizia per sicurezza il mandò a confine; ma v’era sì mal sorvegliato, che ei poteva starsene spesso in Palermo a rannodarvi la congiura, e anche più volte navigare a Torino, senza essere scorto. E si declamava contro la durezza de' Tribunali e le sevizie della Polizia!... Questo innocente, corsi appena quattro mesi che era fuori di carcere, giunta la nave inglese, dopo due di, a 22 Novembre 56, levò con gli antichi complici a rumore le terre di Mezzoiuso, Villafrate, Ciminna e Ventimiglia nel Terminese; tolse il denaro dalle casse pubbliche, scarcerò i detenuti, fugò il giudice e i sindaci, arse l’archivio circondariale; e a sommuover la gente gridacchiava già, gl’inglesi stare a Palermo, e in altre città dell’isola. Raggiunselo un La Porta, pur con esso giudicato innocente, pel fatto del 53. Dall’altra un Francesco Guarnieri, pur di quel processo, investiva la sera del 26 le prigioni di Cefalù e traevano uno Spinuzza, anche complice del 53, ricarcerato per nuove imputazioni. Costoro saccheggiarono certe case d’impiegati, disarmarono la Guardia Urbana, presero arme di privati a forza, e con sediziose grida cercavano popolo. Questo in nessuna parte li seguì, benché vedesse quà e là costeggiar navi francesi o brittanne; per contrario i villani, prese rusticane armi, come arrivò da Palermo una regia fregata con soldati, corsero alla spiaggia, gridando viva il re! illuminarono Cefalù e cantarono il Te Deum nella Cattedrale. Soldati e Guardie Urbane dettero addosso a' rivoltosi, e li dispersero. Anche Urbani per la via di Lercara col Sottintendente Parise assalirono il Bentivegna. Il quale, cinto da tutte parti, disciolta la banda, fu da soldati trovato in una fratta di fichi d’india, e menato a Palermo. Colà giudicato da un Consiglio di guerra, ritornò a Mezzoiuso ove aveva alzata la bandiera; e il mattino del 23 Dicembre, fatto testamento, passò per le armi. Andando al supplizio disse più volte: «Se il Re sapesse questo, mi farebbe grazia! Tanto a' rei stessi era notissima la regia clemenza; e certo il Re seppelo dopo. I suoi complici ebbero pene minori — Cosi il De Sivo (117).

Il Belviglieri racconta anch'egli questo fatto, e aggiunge: «Non avendo Bentivegna trovato appoggio nelle popolazioni tra Messina e Palermo, parte rifuggitisi in un bosco caddero in mano alle milizie, altri si ritirarono a Cefalù, e furono arrestati più tardi. A Messina nulla accadde, tranne l’affissione di scritte: «Viva il principe ereditario, Viva la libertà, Viva la costituzione del 1812! che furono ben presto strappate dagli agenti della polizia. Bentivegna e parecchi dei capi, giudicati sommariamente, furono passati per le armi; altri condannati a morte dai Tribunali ordinari, ebbero, tranne un solo, commutazione di pena da Ferdinando. In questa circostanza il governo gareggiò di sconsigliatezza cogli insorti, giacché quelli con poveri mezzi e relazioni scarsissime s’avventarono ad un impresa superiore di troppo ed il Governo, che teneva guardata l’isola dalle migliori sue truppe nazionali e svizzere, poteva far pompa di sicurezza e di generosità, risparmiare al tutto i supplizi, e soddisfare i desideri delle Potenze occidentali. — Cosi il Belviglieri, il quale, secondo la sua bella teoria (per nulla seguita dal fortissimo Piemonte quando fu padrone delle due Sicilie) manderebbe impuniti tutti i corsari e filibustieri che si presentassero, ed anche tutti i ladri e gli assassini, sol che questi avessero per le loro imprese poveri mezzi e relazioni scarsissime (eccellente confessione!), e il governo forze bastanti e buone.

Ma due attentati più orrendi erano riservati per la stessa scoppi di Napoli. Seguitiamo ad ascoltare il De Sivo: «Sul mezzodì del 17 dicembre scoppiava la polveriera sul molo militare avanti la reggia; gittato all'aria gran parte dell'edilizio a gran distanza; sicché un macigno di molte cantaia sfondò la casa del caffè Pappagalli presso il Mandracchio. Spezzaronsi i vetri non della regia sola, ma di gran parte della città, molto addentro. Perironvi 17 persone.

«Più spaventoso scoppio seguiva a 4 Gennaio 57 sulla bocca dello stesso porto militare. Il Carlo III, fregata a vapore con sei grossi cannoni, costruita a Castellamare, doveva alla dimane recare arredi soldateschi a Palermo. Aveva la dotazione di 27 cantaia di polvere. Tutto in pronto, già v’eran saliti alquanti passeggieri, mancavano gli uffiziali e il comandante Faowls. V’arrivava il Masseo capitano in secondo, a cinque minuti prima dell’ore 11 della sera, e ito dalla lancia sulla nave, questa poco stante per istantaneo colpo andò in pezzi, legno, ferro, uomini e cannoni, in un turbine orrendo di fuoco. Mezza nave sparve, l’altra con la prua si chinò nell’onda e affondò. Morirono 38 persone, col Masseo stesso; e i loro corpi mozzi e nudati dalle vampe, dall'acque uscir poi a galla spettacolo miserando. La città stupefatta, ignara, vide spegnersi a un botto i fanali delle strade propinque, frangersi ogni vetro, e piover pezzi di legno e arnesi a distanza che se ne trovarono in S. Marcellino. Dappoi lavorato più mesi si trasse dal fondo del mare ogni cosa, fuorché le argenterie e i denari che mai non si poterono trovare.

«A spiegare il caso fu supposto non forse il contestabile, tentando rubar la polvere, a udir la sentinella annunziare il capitano, sbalordito lasciasse la candela nella santa Barbara. Ma il sospetto di mena settaria serpeggiava; il rafforzavano gli argenti e i denari spariti, lo scoppiar pria che arrivassero gli uffiziali, l’essere il secondo scoppio di polvere avanti la reggia avvenuto in pochi dì, che non avviene in cento anni, e l’esser seguiti al Bentivegna e al Milano, e tra quei marini che poi tradirono si turpemente. Le indagini niente spiegarono; il capitano Faowls n’uscì con lieve punizione, ed ebbe campo da rendere altri mali servigi a suo tempo; tanto eran molli gli ordini di quel nostro governo dipinto tirannissimo! Per non tacere nulla, noto che s’eran fatti costruire a Palermo, ordinati dal Conte d’Aquila, certi fuochi artifiziali, per segnali di legni a mare: «e dissesi essersene posti per dolo o sciocchezza e nella polveriera, e nel Carlo III. Dopo il fatto misero il resto de' fuochi in una riservetta al Granatello, che dopo alquanti di arsero da sé. (118)

In un importante incarto troviamo qualche appunto, che da fedeli cronisti raccogliamo. Nel tempo di cui è parola, il partito Murattista faceva a gara col Mazziniano-piemontese, per assalire il Governo di Napoli. — In codesti criminosi tentativi, vi è detto, si scuopre la mano occulta del partito Murattiano; correva anzi in quest’epoca riserbata voce che il Generale, presunto capo del partito stesso, (il nome è cancellato nell’incarto) per mezzo dei suoi agenti avesse fatto promettere vistosissimo compenso pecuniario all'Ufficiale di artiglieria, preposto alla custodia del parco di munizioni da guerra, cioè a dire di circa 16 cantaia di polvere da sparo, depositate nel reale palazzo di Napoli, affinché riponesse quivi tre piccole macchine in forma di uovo, che scoppiavano e incendiavano dopo 36 ore. L’agente istigatore spiegava di usare cautela nel collocarle, e notava, come funesta all’esecutore, la disaccortezza adoperata nel precedente attentato della esplosione nel porto. Con ciò confessa, che ancora per opera del suo partito ciò fosse accaduto. La lealtà del suddetto Uffiziale sventò l’iniquo attentato. Ma quale terribile rivelazione circa uomini, che tra poco alla testa del fedele esercito, dovranno difendere il Reame da invasori slanciati dalle sètte!...


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CAPO IV

SCORRERIA DI PISACANE

Della scorreria Pisacane è da dire più particolarmente. Capi della spedizione erano Carlo Pisacane, già ufficiale del Genio, fuori del Regno da vari anni, Giovanni Nicotera avvocato, e Giovanni Battista Falcone studente, emigrati, tutti Napoletani e rifuggiti negli Stati sardi. Idearono essi di raccogliere una banda armata, invadere l’isola di Ponza, e sbarcare quindi nella Provincia di Principato Citeriore. Calcolavano poi (non sappiamo con quanta ragione) che, all’annunzio di tanta impresa, Napoli, Roma, Firenze sarebbero insorte, come un sol uomo, per opera dei comitati rivoluzionari, e proclamerebbero la Repubblica. Con siffatto disegno e siffatte speranze s’imbarcarono circa un 40 cospiratori di varie regioni d’Italia sul Piroscafo Il Cagliari, della società Rubattino di negozianti genovesi, destinato a viaggi fra Genova, Cagliari e Tunisi. Tutti eran muniti di regolari carte di polizia con la direzione per Tunisi, e, sotto specie di mercanzie, imbarcarono con esso loro varie casse piene d’armi.


Imbarcati che furono,20 di essi formularono il seguente atto:

«Noi qui sottoscritti dichiariamo altamente, che, avendo tutti congiurato, sprezzando le calunnie del volgo, forti nella giustizia congmraiidi della causa e della gagliardia del nostro animo, ci dichiariamo gli iniziatori della rivoluzione italiana. Se il paese non risponderà al nostro appello, non senza maledirlo, sapremo morire da forti, seguendo la nobile falange de' martiri italiani. Trovi altra nazione del mondo uomini, che, come noi, s’immolano alla sua libertà, ed allora solo potrà paragonarsi all’Italia, benché sino ad oggi ancora schiava.

— Sul vapore — sul Cagliari, alle ore 9 12 di sera dei 25 Giugno 1857.

1. Carlo Pisacane.

2. Giovanni Nicotera.

3. Giovanni Battista Falcone.

4. Barbieri Luigi di Levici.

5. Gaetano Poggi di Lerici.

6. Achille Perued.

7. Cesare Faridone.

8. Poggi Felice di Lerici.

9. Gagliani Giovanni di Lerici.

10. Rotta Domenico.

11. Cesare Gavini di Ancona.

12. Fuschini Federico.

13. Lodovico Negromanti di Orvieto.

14. Metuscè Francesco di Lerici, marinaio.

15. Sala Giovanni.

16. Lorenzo Giannone.

17. Filippo Faiello.

18. Giovanni Cammillucci.

19. Domenico Massone di Ancona.

20. Ruscone Pietro.

La sera pertanto del 25 Giugno 1857 il piroscafo salpava da Genova per andare alla volta di Cagliari, quando, in alto mare, i congiurati se ne impadronirono e lo costrinsero a diriggersi su Ponza. Giuntivi, sbarcarono nelle ore pomeridiane del 27, e raccolsero oltre a 300 condannati o rilegati nell’isola. Pisacane gli ebbe prestamente ordinati in tre compagnie, gli armò di fucili, quindi s’imbarcarono tutti sul medesimo piroscafo proseguendo il viaggio. La sera del 28 giunsero a Sapri, e nelle prime ore della notte seguente misero piede a terra, al grido di «viva l’Italia, viva la Repubblica!» Il Comitato partenopeo aveva promesso, che quivi si troverebbero ad aspettarli un mille o duemila armati, che si congiungerebbero loro nell’impresa; ma non vi trovarono alcuno Deluso, ma non scuorato, il Pisacane la mattina del 30 portossi a Torraca, villaggio poche miglia discosto, pubblicando quivi un proclama colle solite frasi: «È tempo di por termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. A voi basta il volerlo. L’odio contro di lui è universalmente inteso.»

E qui delusioni sopra delusioni. Era divisamento del Pisacane di avanzarsi su Potenza ed Auletta, dove, secondo le promesse popolazioni. Comitati, avrebbe dovuto trovare molte migliaia di sollevati per dirigersi poscia su Napoli; ma non vi trovò alcuno.

All’annunzio dello sbarco, il Governo napolitano spedi nel golfo di Policastro due piroscafi, i quali la mattina del 29 di Giugno incontrarono il Cagliari fra il golfo e il capo Linosa; lo catturarono e condussero a Napoli. L’Intendente di Salerno, sig. Ajossa, nel medesimo tempo adunava in Sala Guardie urbane e Gendarmi, mentre, spediti dal Comando militare, vi giungevano due battaglioni di Cacciatori. Il primo di Luglio queste milizie avvicinandosi a Padula, i rivoltosi le assalirono e ne segui un conflitto, che durò due ore; finalmente alcune compagnie di regi Cacciatori comparvero alle spalle della banda assalitrice, che si disperse. Cinquantatré furono i morti dalla parte dei rivoluzionari, molti gli arrestati. Pisacane, Nicotera e Falcone con alquanti dei loro fuggirono verso Sanza; ma assaliti quivi la seguente mattina dagli abitanti di vari paesi, che non volevano saperne della loro pretesa libertà, dopo qualche ora di combattimento, ventisette di quelli caddero sul campo, mentre 29 venivano arrestati. Pisacane e Falcone furono morti; Nicotera restò prigioniero.

Molti altri individui furono arrestati susseguentemente, e la Corte criminale di Salerno ebbe a procedere contro 284 rei di lesa Maestà. Ai 19 di Luglio, 7 ne condannava a morte, 30 all’ergastolo,2 a trentanni di ferri, 52 a venticinque anni, 137 a pene minori; 56 vennero rilasciati in libertà provvisoria. Dei sette condannati a morte nessuno vi andò, ché il crudele Re Ferdinando commutò a tutti la pena (119).

Ma perché la storia sia al caso di meglio giudicare l’aggressore e l’aggredito, troviamo in una raccolta di documenti un importante appendice, che vogliam recare presso che a verbo, anche a costo di cadere in taluna ripetizione, che, d’altronde, servirà a chiarire meglio e a ribadire le cose narrate.

«Lo spirito organatore di libertà, scrive G. Racioppi nel suo opuscolo La spedizione di Pisacane, non si ravvisò veramente nel Napolitano prima del 1854, quando l’Europa civile venne a cozzo in Crimea con l’autocratismo della barbarie nordica. Da quell’anno, se non prima di poco, aliava per le città una idea vaga di Murattismo, che nell’ingrato terreno non mise mai profonde radici. Di cotai spiriti di libertà, di cotale latente e povero organismo, le prime manifestazioni apparvero sul cadere del 1856 con Agesilao Milano; a mezzo il 1857 con Carlo Pisacane.

«Nel 1856 pervenne in Napoli uno scritto mazziniano, il quale (inteso a trar moto dalle speranze rideste pel Congresso a Parigi e costituire una parte politica nazionale da opporre a tentativi della mencia parte murattina nel Napolitano, che la protezione napoleonica già venia destando) portava per epigrafe 'Partito nazionale, e per titolo Appello alla Nazione. In esso sfioravansi le solite frasi dottrinarie di Sovranità nazionale, Suffragio universale, Diritto alla insurrezione ecc: «dividevasi l’Italia in quattro Compartimenti; si creava un Commissario promotore centrale a capo di ogni Compartimento, suddiviso in Sezioni presiedute da Commissari, che sceglievano ed organizzavano gli arruolatori dei drappelli. E tutti, tra le solite formole, davano giuramento: «— per l’onore di sé stessi, per dovere verso la patria, di conservare intatto e difeso il principio della nazionalità italiana, non lasciando confondere la causa della patria con quella dello straniero qualunque siasi. —

«Questo disegno, e gl’impulsi a fare pervennero per via di Malta, ove dimorava esule e capo di esuli di repubblicana fede, Nicola Fabbrizi... (lo vedremo poi figurare maggiormente in Roma nell’attentato Garibaldino del 1867). Pochi giovani in Napoli vi aderirono, e strinsero relazioni con lui e con altri esuli in Genova e, man mano, con taluni delle provincie meridionali: «Salerno Basilicata, Bari, Lecce, e più scarsamente forse con Avellino e Cosenza..., giovani tutti avanzi delle carceri di Stato, o impigliati in nuova rete di processi politici, scarsi di pecunia, poco potevano; assumevano il titolo di Centro promotore del sud peninsulare. Breve nucleo; capo Giuseppe Fanelli, operoso giovane, che, lasciati gli studi d’ingegnere, trattò le armi a Roma ed a Venezia; segretario Luigi Dragone, e cooperatrice la costui moglie, sorella di Antonio Morici, emigrato politico a Malta. Di codesto centro operosissimi raggi furono, pel Barese un Tateo di Palagiano, che poscia esule mori in Savoia; pel Salernitano i fratelli Magnone del Cilento e Vincenzo Padula, prete ardentissimo, morto poi tra i Garibaldini a Milazzo; per Basilicata Giacinto Albini (120).

«Il Congresso di Parigi adunque colla quistione di Napoli conferì a rinfocolare l’agitazione… allora si maturavano in misteriosi convegni le sicule congiure del Bentivegna ed il fatto grandioso di Agesilao Milano... che d’altronde nessun eco ebbe nelle provincie. Il comitato di Napoli in lotta, coperta sì, ma incessante co’ centri di Londra e di Genova, chiedeva a' Commissari delle provincie cifre statistiche degli arruolati e pronti, ma ne riceveva risposte incompiute. In quel tempo (1856) Giovanni Matina di Diano in Salerno, passato dalle carceri di Stato alla breve e confinata libertà dell’isola di Ponza, medita accozzare un partito tra que’ relegati, ammontanti a circa 700, pochi de' quali erano i reduci dalla spedizione di Lombardia del 1848; altri già, soldati dell’esercito napolitano espulsi per gesta che il tacere è bello, i più legalmente puniti per disonesti reati comuni; tutti, com’è natura de' prigionieri, frementi de' ceppi, aspiranti a mutazioni, tumulti, congiure. Il disegno del complotto con costoro si comunica dal Matina al comitato di Napoli, che ne scrive a Malta al Fabrizi, il quale nel gennaio 1857 ne parla a Carlo Pisacane (121). Questi, ai 3 febbraio, diceva con lettera a' suoi amici di Napoli:

«In punto ricevo lettera di Mazzini che mi annunzia esser risoluto Mazzini. a giuocare l’ultima carta in questo mese, al più tardi nello entrante, per uno sbarco a Livorno. In conclusione Pisacane dubita della riuscita, e prevede che cosi si sciuperanno le ultime loro forze e speranze. Lo sbarco progettato per Livorno si converte per un tentativo nel Continente napolitano.

Una corrispondenza epistolare viene attivata tra Mazzini e il sedicente Comitato di Napoli. Pisacane se ne rallegra e affretta il momento desiderato con impazienza; elogiato da Mazzini, come l’unico per capitanare la impresa, apparecchia i mezzi a Genova. Con lettera de' 5 Aprile spedisce a' congiurati di Napoli tre mila lire, e ne promette altre cinque mila tra pochi giorni. Ed alle costoro esitazioni risponde, a' 12 maggio (pag.23 e 24), con larghi ragionamenti, ne’ quali involontariamente confessa che nelle popolazioni non trova accoglienza l’accecamento dei rivoluzionari, e dice: «Se la Basilicata promette rivoluzione, e due mila armati senza impulso, tanto più dovrà farlo con impulso. Se questo non basta, allora è segno evidente che le presenti condizioni non si vogliono mutare, e noi finiremo la carriera dopo aver fatto il nostro dovere... Voi procurate indugiare da mese in mese, e noi siamo convinti per lunga esperienza, che da qui ad un mese saremo in non migliori condizioni, ma peggiori... Bastano due o tre arresti che farà il Governo, e ciò può avvenire da un momento all’altro, per ruinare il tutto.» E vorrà dirsi grande partito nazionale quello degli amici di Pisacane, quando costui confessa esser bastanti due o tre arresti per ruinar tutto; ed esservi segni evidenti, che i popoli non vogliono mutare le presenti loro condizioni? — E continua a dire nella stessa lettera: «— Se tutto quello che fa il Governo di Napoli non basta per rendere ad ognuno insopportabile il presente, e per renderli pronti a seguire un generoso impulso, siate certi che tutti i concerti ed i mezzi del mondo non produranno alcuno effetto. Voi chiedete sempre direzione, danaro, armi. — Direzione come la intendete voi, è impossibile (122). Mazzini non saprebbe indicarci nessuno nello interno del Reame; danaro l’avrete subito; armi... ma, se pieni ne fossero i magazzini, rimarrebbero inutili sempre, mancando gli aderenti. Le circostanze c’impongono di troncare ogni indugio.»

Seguono nello stesso senso eccitante altre lettere di Mazzini al Comitato napolitano, dei 7 e 13 Aprile, riassumendosi nel solito concetto: «— «Noi non possiamo creare la insurrezione d’un popolo, che non ne vuol sapere, ma possiamo crearne la occasione e la iniziativa» (pag.25 e 26). E in una del 27 del mese stesso (riferita in altra di Pisacane de' 4 maggio, pag. 27) inviando ottomila franchi, dice:

«Il moto in Napoli non è isolato, ma si connette con altre combinazioni che fallirebbero, se si indugiasse soverchiamente. D’altra parte, il malcontento deve farsi credere esser tale tra voi, da far plausibilmente supporre, che un primo successo ponga gli animi in fermento di azione: «bisogna adunque tentare» (pag.27).

Intanto la condotta riprovevole del Matina, autore del disegno di Ponza, de' fratelli Magnone e del prete Padula nel Cilento, aveva richiamata l’attenzione del Governo e fattili restringere in carcere. — Mazzini era già venuto a Genova, e comunque fallito il suo tentativo colà nel forte del Diamante, pure dispoticamente impone a suoi corrispondenti di Napoli di precipitare le mosse. Pisacane li previene che partirà a' 10 giugno dirigendosi a Sapri in Salerno, e risalito il Vallo di Diano per raccogliere insorti e far insorgere, dopo che avrà disarmate e disfatte le Autorità politiche del luogo. Invano i suoi corrispondenti gli dimostrano la falsità del suo disegno sconsigliato, e la impossibilità di muovere la provincia: «egli, ostinato, risponde esser risoluto a tutto (pag.31). Altre istruzioni spedisce il Mazzini con lettera del 24 maggio al Comitato di Napoli (pag.33). A 13 giugno clandestinamente arriva in Napoli il Pisacane (123) (pag.34) per contrattempo occorso al suo complice Rosolino Pilo (entrambi predisposti a cadere vittime della loro avventatezza) ha cosi il destro d’assicurarsi ocularmente essere impossibile una iniziativa nel Reame senza suo impulso, e raduna intorno a sé, di sera, molti Capi popolani, tra i quali Gennaro Gambardella, Antonio Tizzo, Salvatore, Luigi e Vincenzo Fittipaldi (124); ma tutti invocano indugio, essendo senza direzione interna, senza danari e senza armi. — Pisacane se ne mostra convinto, e, nel convegno in casa Dragone, lascia le istruzioni all’anzidetto Fanelli: «ai 15 parte da Napoli per Genova, donde ai 23 del mese stesso annunzia con lettera, essere ormai pel giovedì la sua partenza di colà; lo sbarco a Sapri pe’ 28 (pag.38). Il Comitato di Napoli ne fa correre le prevenzioni in provincia; a' 27 fa partire Pateras per Basilicata, e dopo di lui il sarto Giuseppe Tosiello, che ritornano impauriti pe’ provvedimenti presi dalla polizia, dalla quale son fatti retrocedere. — E qui l’autore spiega: «Mazzini non volle e non potè procrastinare altrimenti il suo disegno, che si ramificava a Genova, a Livorno e nel Napolitano. Pisacane, che aveva il coraggio di tutte le iniziative, l’attrattiva di tutte le imprese romanzesche; egli che reputava non mancare allo incendio che una favilla, e potere sulle mobili fantasie meridionali un colpo di sorpresa, più che un disegno a giorno prefisso, cedé alle parole di Mazzini, affinché il disegno generale di costui non fallisse per manco di aspettate cooperazioni. E lo conferma nel suo testamento politico, riportato nel Journal des Débats di Luglio 1857, che in seguito rechiamo, e nel libro del Venosta intitolato: «— Carlo Pisacane e compagni martiri a Sanza, — Milano 1863, che il Racioppi definisce, ripieno di asserzioni inesatte, non vere, ingiuriose all’onore delle persone, ed alla verità storica (pag.35).

Continua l’autore a narrare come il Pisacane ai 25 Giugno si fosse imbarcato sul vapore II Cagliari della Società Rubattino di Genova, e con lui i napolitani Gio. Nicotera e Battistino Falcone, ed altri piemontesi; come direttosi all’isola di Ponza, per sorpresa, vi fosse sbarcato ai 27 ed avesse composta la sua milizia di 323 di quei rilegati, che dianzi ha qualificati come rei di turpitudini, che il tacere è bello; e partitone nella notte de' 27 avesse approdato, sul vespero del 28, a Sapri nel golfo di Policastro; come al suo grido d’insurrezione, non solo niuno diè ascolto quivi, ed a Torraca e nella grossa borgata di Padula; ma alla voce della vendetta — (tirarmi! —gli uomini o fuggivano spaventati, o si nascondevano; (è costretto a confessarlo lo stesso Venosta, e l’autore a pag. 46) e le popolazioni unite alle Guardie Urbane (125) al primo impeto contro gli sbarcati rivoluzionari, ne fanno cadere uccisi 53 ed altri 35 son fucilati di ordine del Comandante militare del 7 battaglione Cacciatori, sopraggiuntovi; mentre le palle de' terrazzani colgono altri ritraentisi a scampo per le vie di Padula (pag.47), e ciò avveniva a dì 1. Luglio. Un nucleo di circa 90 uomini stretto intorno a Pisacane ricalca le orme del di innanzi per gittarsi nel Cilento; ma vanno ad essere uccisi a colpi di falci e di scuri come lupi sviati dal bosco; ai 2 del mese stesso, procedendo verso Sanza, povero paese, con a capo la bandiera tricolore, ed al grido di Italia, gli abitanti alla loro vista suonano le campane a stormo, escono a turbe d’ogni età, d’ogni sesso, con falci, ronchi ed altri arnesi da campo, si lanciano contro Pisacane e compagni; 27 di questi col Capo cadono ingloriosamente sotto le ronche di miserabili terrieri; 29 son fatti prigionieri e feriti, tra quali Nicotera (126). Cosi il Racioppi il quale aggiunge che gli Ufficiali governativi locali non di milizia ebbero bisogno, ma di concentramento di milizie urbane (pag.51). Ond'è che, se la devozione del popolo per la Monarchia disfece quei rivoltosi sbarcati, non è a dire con quali atrocità i costoro complici, trionfanti nel settembre del 1860, corsero a vendicarli con fatti, che di popolo generoso non furono, si vero di plebe tratta ad immatura libertà. (pag.53) — Sotto le quali poche parole si comprende la tragica carneficina, commessa dai garibaldini in que’ miseri paesi. Il Racioppi conchiude: «I ribelli sbarcati a Sapri, passando dalle mani di plebaglia sfrenata a quelle di giudici atterriti e di fiscali ringhiosi, furono trattati da tutti come cosa da rubello: «poscia Re Ferdinando fece grazia della vita a sette sentenziati di morte (127); la storia che è severa con lui vuol tenergliene conto. (pag.49) — E conto è da tenersi di codeste confessioni di uno scrittore liberale, e devoto al Piemonte; alle quali nello interesse storico è da aggiungere: «1°. Che Re Francesco II posteriormente estende la sua clemenza a' cinque sudditi sardi condannati, come correi nello affare del Cagliari; del che riceve ringraziamenti dal Governo di Torino con dispaccio dei 23 marzo 1860 al Rappresentante sardo Villamarina, come si leggerà in seguito (128) e con i regii indulti dei 25 e 30 giugno, 1. luglio e 1.6. e 16. Agosto, e 11 Settembre 1860. Egli accorda a tutti gli altri, e specialmente agli anzidetti sette, piena amnistia. 2°. Che ben diversamente si comportò il governo dei rivoluzionari nelle provincie meridionali per inaudita ferocia nei reati politici, bastando indicare fra gl’innumerevoli casi, quello dello sventurato spagnuolo Borjes, che con pochi compagni colto sulla frontiera degli Stati pontifici, sono assoggettati alla fucilazione senza alcuna forma giudiziaria, non ostante che dalle sue carte si desumesseuscire eglino dal Regno, abborrenti dal partecipare ad atti di brigantaggio.

Per i correi di Pisacane che agirono in aperta ribellione alle leggi dello Stato, che furono giudicati da Tribunali ordinari e sperimentarono tutti la reale clemenza, si declamò tanto e tante ingiurie si scagliarono contro il Governo di Napoli, e si avrebbe quasi voluto che questo li avesse premiati, ringraziati e rimandati liberi. — Ma quando poi la rivoluzione comanderà da padrona nel Reame delle Due Sicilie, ridotto allo stato di provincia schiava del Piemonte, ben altro linguaggio si terrà. In un documento eminentemente ufficiale ed autentico sarà proclamato di ragion pubblica, che «le popolazioni del Napolitano sono proclive a ravvisare in ogni atto di mitezza del Governo un testimonio di debolezza; mentre al contrario la severità è reputata simbolo di forza… Se lo spagnuolo Borjes co’ suoi seguaci (129), se il belga

Trazigny non fossero stati subito fucilati, immensi avventurieri da tutte le parti del globo sarebbero piombati nelle provincie meridionali a farvi irruzione.» (Relazione ufficiale della Commissione parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio nelle provincie napolitano 1863. Atti della Camera pag. 903) (130). — Inconsiderate proposizioni! che sicuramente pronunziate e scritte in un documento presentato alla Camera di Torino, tra i cui membri seggono individui che fecero parte dell’irruzione di Pisacane nei lidi di Salerno, ed altri che si aggregarono tra quegli avventurieri di tutte le parti del globo per piombare con Garibaldi sulla Sicilia, fanno ricordare ai primi, come una specie di rimprovero, ed ai secondi in aria di minaccia, che se il Governo di Napoli, anziché effondersi in atti di clemenza, avesse adottato la salutare teoria proclamata dai liberali, divenuti legislatori nell’accennata relazione, Nicotera e Compagni, lungi dal sedere nella Camera dei deputati e nei seggi ministeriali, sarebbero da un pezzo sotterra! la Sicilia non sarebbe stata rigenerata col garibaldismo, e i Borboni regnerebbero tuttora a Napoli — (Vedi A. P. pag. 570. nota 2).

Il Journal des Débats pubblica il testamento del Pisacane, che dice aver ricevuto da Londra. Dalla lettura di questo documento si vede di che fatta eroe fosse quel fanatico strumento dell’ambizione mazziniana, e quale sia il giudizio che gl'Italianissimi fanno di Casa Savoia, e del regime costituzionale in Piemonte. Essi abbominano l’una e l’altro, come abbominano l’Austria e il suo governo; e tutte le lodi che prodigano al Piemonte non sono che perfide ipocrisie per avere dal paese asilo, pane ed aiuto a liberamente congiurare. Ecco dunque il testamento del Pisacane:

«In procinto di lanciarmi in una temeraria impresa, voglio di far note al paese le mie opinioni per combattere il volgo, sempre disposto ad applaudire i vincitori ed a maledire i vinti.

«I miei principi politici sono abbastanza conosciuti: «io credo nel socialismo, ma nel socialismo differente dai sistemi francesi, che tutti più o meno sono fondati sull’idea monarchica, o dispotica che prevale nella nazione; è l’avvenire inevitabile e prossimo dell’Italia, e forse di tutta Europa. Il socialismo, di cui io parlo, può riassumersi con queste due parole: «libertà ed associazione. Questa opinione io l’ho sviluppata nei due volumi che ho composto, che sono il frutto di quasi sei anni di studi, ed a cui, colpa del tempo, non ho potuto dare l’ultima mano, sia per lo stile, sia per la dizione. Se qualcuno dei miei amici volesse supplirmi, e pubblicare questi due volumi, glie ne sarei molto riconoscente.

«Ho la convinzione, che le strade ferrate, i telegrafi elettrici, le macchine, i miglioramenti dell'industria, tuttociò infine che tende a sviluppare e facilitare il commercio, È DESTINATO, secondo una legge fatale, A RENDER POVERE LE MASSE, finché non si operi la ripartizione dei profitti, per mezzo della concorrenza. Tutti siffatti mezzi aumentano i prodotti; ma essi li accumulano in poche mani, per cui tutto il vantato progresso NON SI RIDUCE CHE ALLA DECADENZA. Se si considerano questi pretesi miglioramenti come un progresso, sarà ciò in questo senso che, coll'aumentare la miseria del popolo, essi lo spingeranno infallibilmente ad una terribile rivoluzione che, mutando l’ordine sociale, metterà a disposizione di tutti, ciò che ora sene all'utile solo d'alcuni. Ho la convinzione, che i rimedi temperati, come il regime costituzionale del Piemonte e le progressive riforme accordate alla Lombardia, lungi dall’accelerare il risorgimento d’Italia, non possono fare che ritardarlo. Quanto a me non m’imporrei il più piccolo sagrifizio per cambiare un Ministero o per ottenere una Costituzione, neppure per cacciare gli Austriaci dalla Lombardia e riunire al regno della Sardegna questa provincia: «io credo che la dominazione della Casa d?Austria e quella di Casa Savoja SIENO LA STESSA COSA.

«Credo del pari, che il governo costituzionale del Piemonte sia più nocevole all’Italia, che non la tirannia di Ferdinando II. Credo fermamente che, se il Piemonte fosse stato governato nel la stessa maniera che gli altri Stati italiani, la rivoluzione d’Italia a quest’ora si sarebbe fatta.

«Questa decisa opinione si venne formando in me per la profonda convinzione che io ho, essere una chimera la propagazione dell’idea, e un assurdità l'istruzione del popolo. Le idee vengono dietro ai fatti e non viceversa; e il popolo non sarà libero perché sarà istrutto, ma diverrà istrutto tostoché sarà libero. L’unica cosa che possa fare un cittadino, per essere utile alla sua patria, è l’aspettare, che sopraggiunga il tempo, in cui egli potrà cooperare a una rivoluzione materiale.

«Le cospirazioni, i complotti, i tentativi d’insurrezione, sono a mio avviso, la serie dei fatti attraverso ai quali l’Italia va alla sua meta (l’Unità). L’intervento delle baionette a Milano ha prodotto una propaganda ben più efficace, che non mille volumi di scritti di dottrinari, che sono la vera peste della nostra patria e di tutto il mondo.

«V’hanno taluni che dicono, la rivoluzione debbe essere fatta dal paese. Questo è incontrastabile. Ma il paese si compone d’individui; e se tutti aspettassero tranquillamente il giorno della rivoluzione senza prepararla col mezzo della cospirazione, giammai la rivoluzione scoppierebbe. Se invece ognuno dicesse; la rivoluzione deve effettuarsi dal paese, e siccome io sono una parte infinitesima del paese, spetta anche a me il compiere la mia infinitesima parte di dovere, e io la compio; la rivoluzione sarebbe immediatamente compiuta, e invincibile, poiché dessa sarebbe immensa. Si può dissentire intorno alla forma di una cospirazione circa il luogo e il momento in cui debba effettuarsi; ma il dissentire intorno al principio è un assurdità, una ipocrisia; torna lo stesso che nascondere in bella maniera il più basso egoismo.

«Io stimo colui che approva la cospirazione, e che non prende parte alla cospirazione; ma io non posso che nutrire disprezzo per coloro che non solo non vogliono far nulla, ma si compiacciono di biasimare e maledire coloro che operano. Coi miei principi io avrei creduto di mancare al mio dovere se, vedendo la possibilità di tentare un colpo di mano sopra un punto bene scelto e in favorevoli circostanze, io non avessi impiegato tutta la mia energia nell’eseguirlo e condurlo a buon fine.

«Non pretendo già, come alcuni oziosi per giustificare sé stessi mi accusano, di essere il salvatore della mia patria, no; io sono però convinto, che nel mezzodì d’Italia la rivoluzione morale esiste; che un impulso gagliardo può spingere le popolazioni a tentare un movimento decisivo; ed è appunto per questo, che ho impiegato le mie forze per compiere una cospirazione che deve imprimere questo impulso. Se io giungo sul luogo dello sbarco, che sarà Sapri nel Principato Citeriore, credo che avrò con ciò ottenuto un grande successo personale, dovessi poi anche dopo morir sul patibolo. Da semplice individuo qual sono, sebbene sostenuto da un numero abbastanza grande di uomini, io non posso far che questo, e lo faccio. Il resto dipende dal paese, non da me. Io non ho che la mia vita da sacrificare per questo scopo, e non esito punto a farlo.

«Sono persuaso che, se l’impresa riesce, otterrò gli applausi di tutti; se soccombo, sarò biasimato dal pubblico. Forse mi chiameranno pazzo, ambizioso, turbolento: «e tutti coloro che, non facendo mai nulla, consumano l’intera vita nel detrarre agii altri, esamineranno minutamente l’impresa; metteranno in chiaro i miei errori, e mi accuseranno di non essere riuscito per mancanza di spirito, di cuore, di energia. Sappiano tutti codesti detrattori, che io li considero non solo come affatto incapaci di fare ciò che io ho tentato, ma incapaci flnanco di concepirne l’idea.

«Rispondendo poi a coloro che chiameranno impossibile il compito, dico che, se prima di effettuare simile impresa si dovesse ottenere l’approvazione di tutti, sarebbe d’uopo rinunziarvi; dagli uomini non si approvano anticipatamente fuorché i disegni volgari: «pazzo si chiamò colui che in America tentò il primo sperimento di un battello a vapore, e si è dimostrato più tardi l’impossibilità di attraversare l’Atlantico con questi battelli. Pazzo era il nostro Colombo prima ch’ei discoprisse l’America, ed il volgo avrebbe trattato da pazzi e da imbecilli Annibale e Napoleone, se avessero soccombuto l’uno alla Trebbia e l’altro a Marengo. Io non ho la presunzione di paragonare la mia impresa a quella di quei grandi uomini, però vi si rassomiglia per una parte; giacché sarà oggetto della universale disapprovazione se mi fallisce, e dell'ammirazione di tutti se mi riesce. Se Napoleone, prima di lasciare l’isola d’Elba per isbarcare a Frèjus con 50 granattieri, avesse domandato consiglio, il suo concetto sarebbe stato unitamente disapprovato. Napoleone possedeva ciò che io non posseggo, il prestigio del suo nome; ma io riannodo intorno al mio stendardo tutti gli affetti, tutte lo speranze della rivoluzione italiana. Tutti i dolori e tutte le miserie dell’Italia combattono con me.

«Non ho che una parola: «se io non riesco, sprezzo altamente il volgo ignorante che mi condannerà; se riesco farò ben poco caso dei suoi applausi. Tutta la mia ricompensa la troverò nel fondo della mia coscienza, e nell’animo dei cari e generosi amici, che mi hanno prestato il loro concorso, e che hanno divisi i miei palpiti e le mie speranze. Che se il nostro sacrifizio non porterà alcun vantaggio all’Italia, sarà per essa almeno una gloria l’aver generato figli, che volenterosi s’immolarono pel suo avvenire.


«Genova 24 Giugno 1857.

«Carlo Pisacane

Quanto all'autenticità di questo documento, il Giornale L' Unione, del 27 Luglio 1858, N. 207, si esprime così:

«Questa autenticità noi avremmo stentato grandemente ad ammetterla, se persone che conoscevano intrinsecamente il defunto, non solo non ce l’avessero certificata, ma anche, per maggiore convinzione, non ci avessero mostrato un frammento dell'opera inedita di Pisacane, e di cui egli parla nel suo testamento.»

Posto ciò, il Pisacane non dee considerarsi, notava opportunamente l’Armonia, come un uomo isolato; mentreché le sue idee erano comuni a tutti i suoi amici, poiché furono da tanto di combinare ad un tempo cinque insurrezioni in Francia, in Spagna, a Genova, a Livorno e a Napoli. E la principale idea che campeggi in quel testamento è il Socialismo. Dalla quale dottrina non esita di trarre apertamente la conseguenza, vale a dire: «una terribile rivoluzione la quale, cangiando D’UN TRATTO TUTTI gli ordinamenti sociali, volgerà A PROFITTO DI TUTTI quello che ora è volto a profitto di pochi. — Parole precise del Pisacane, le quali scendono naturalmente, come da propria sorgente, dai famosi principi dell'89, i quali invocati egualmente dai demagoghi, come dai rivoluzionari parlamentari di ogni gradazione, produssero la distruzione del gran principio del diritto sociale e cristiano cioè: «neminem laedere et suum cuique tribuere. Il quale principio, sconosciuto una volta a' danni delle proprietà più sacre, quali sono quelle della Chiesa, di necessità verrà sconosciuto a suo tempo a' danni di quelle meno sacre della famiglia e dell’individuo. Distrutto il principio, diviene solo questione di opportunità e di forza sufficiente, l’attuazione intera dell’idea.


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LA QUESTIONE DEL Cagliari

Poiché non si cercava altro che pretesti per dar noia al Governo di Napoli, si fece sorgere subito una nuova questione, quella cioè dell’istesso piroscafo il Cagliari, il quale apparteneva alla marineria sarda. Il medesimo, come si è detto, catturato tra il golfo di Policastro e il Capo Linosa, vale a dire nelle acque napolitano, parve buona e legittima preda al Governo delle Due Sicilie. Al contrario il Comandante del piroscafo asseriva, la cattura essere stata fatta in alto mare, e quindi fuori della giurisdizione di alcun Governo. Il Governo sardo, già s’intende, sosteneva il Capitano, e l’Inghilterra sosteneva il Governo sardo, prendendo parte al litigio a cagione dei due macchinisti, che erano sudditi inglesi.

Molto si disse e scrisse dall’una parte e dall’altra; finché nel mese di Giugno del 1859, il battello venne rilasciato.

A compimento delle notizie circa l’attentato di Sapri è d’uopo aggiungere nello interesse della storia, che, mentre i tribunali napolitani procedevano al giudizio dei colpevoli, il Governo di Torino non lasciava mezzo alcuno intentato per procurare i maggiori imbarazzi al Re di Napoli, affln di ottenere la impunità dei rei, e la restituzione del piroscafo II Cagliari, volendo far credere, che il Capitano e l’equipaggio fossero stati costretti dalla forza a deviare dal cammino, e sbarcare i congiurati sulle coste del Reame. Autorità piemontesi sostengono che la pretesa violenza sia una commedia, e che il Cagliari al momento della cattura disponevasi a far discendere in altro punto i passeggieri che aveva a bordo, altri cospiratori mascherati (131).

L’Inghilterra trovasi implicata in questo affare a cagione di due meccanici del Cagliari, Watt e Park inglesi, scienti e complici del reato, che invocano la protezione del loro Governo. Malgrado della rottura delle relazioni diplomatiche tra le Corti di Napoli e di Londra, il Gabinetto inglese affida una missione officiosa al signor Lvons, alle cui premure il Governo napolitano aderisce a mettere in libertà Watt (18 marzo) e far trasferire all'ospedale inglese di Napoli il Parck, colpito da alienazione mentale. I giureconsulti della Corona inglese, consultati dal loro governo, giudicano pienamente legale il sequestro del Cagliari; ond’è che il Gabinetto inglese, non credendo poter intervenire direttamente nel litigio, sotto mano incoraggia quelli di Torino ne’ loro reclami. Ai 16 aprile il ministro Disraeli annunzia alla Camera dei Comuni, essersi chiesta una indennità pecuniaria al Re di Napoli per la illegale detenzione dei due meccanici. S’inasprisce intanto la contesa tra le due Corti di Napoli e di Torino, e una rottura sembra imminente. I due Gabinetti di Parigi e di Londra concorrono a dare consigli di prudenza e di moderazione alla Sardegna, e il ministro Malmesbury nella Camera dei Lordi espone in questi termini la sua condotta:

«Noi abbiamo detto al Governo sardo che, secondo l’avviso dei nostri giuristi, il Governo napolitano erasi trovato nel suo diritto, quando avea catturato il Cagliari. Però se aveva avuto ragione sul principio dell’affare, non potea averla nel tratto successivo ritenendo la nave. Abbiamo dunque offerti i nostri buoni uffici alla Sardegna, nel fine d’indurre il Re di Napoli a restituire il Cagliari, e nel contempo abbiamo dichiarato al conte di Cavour, che riguarderemmo come deplorabilissima sventura ogni ostilità contro Napoli, a meno d’un appello preliminare allo intervento di Potenza amica, a sensi dell’ultimo Congresso di Parigi».

Nel confermare codeste dichiarazioni, Lord Derby aggiunge, che essi agiscono in questo affare in perfetto accordo col Governo francese, che prende eguale interesse al mantenimento della pace, e fa sentire gli stessi consigli. Egli all’incontro spiega, che l’Inghilterra non ha stabilita veruna connessione tra la sua particolare domanda d’indennità per Watt e Park, ed i reclami della Sardegna: «in quanto alla prima, essa esercita un diritto sul quale non può transigere; in quanto agli altri, essa è semplicemente intermediaria, e non si crede obligata a garantire il successo delle sue pratiche.»

L’Annuaire des deux mondes (anno 1859 pag. 383) osserva opportunamente, circa la distinzione fatta da Lord Malmesbury, che il Governo napolitano avrebbe dovuto approfittarsene: «egli non ebbe abilità da saper togliere di mezzo (désintéresser) immediatamente l’Inghilterra, e prolungò una discussione, alla quale Lord 'Malmesbury mise fine bruscamente colla nota dei 25 maggio, minacciando di ricorrere alla forza, se il Governo napolitano non desse pronta soddisfazione, o che almeno non accettasse la mediazione della Svezia.»

A troncare ogni vertenza, il Re di Napoli fa scrivere dal suo Ministro degli affari esteri a Lord Malmesbury, segretario del Foreign-Office a Londra, il seguente dispaccio:


Napoli 8 giugno 1858.

«Milord,

«In risposta alla lettera che V. E. mi fa l’onore di scrivermi in data dei 25 maggio ultimo, mi affretto a parteciparle che il Governo del Re, mio augusto Signore, non ha mai immaginato né potea immaginare di aver mezzi per opporsi alle forze, di cui può disporre il governo di Sua Maestà britannica. E poiché emerge dal tenore della suddetta lettera, che l’affare del Cagliari, come l’E. V. chiaramente si spiega, a niun altro può importar tanto, quanto alla Gran Brettagna; così non resta al Governo napolitano altra ragione ad esporre, né altra opposizione a fare. Gli è perciò, che ho l’onore di prevenire V. E. che da questo momento trovasi versata nella cassa di commercio Pook a disposizione del governo inglese la somma di tre mila lire sterline. In quanto poi agli individui componenti l’equipaggio del Cagliari, giudicabili dalla Gran Corte criminale di Salerno, e lo stesso Cagliari, sono nel caso di assicurarla, che gli uni e l’altro si trovano a disposizione del signor Lvons, essendosi già dati gli ordini alle autorità competenti per la consegna del piroscafo e de' suddetti giudicabili. Premesso ciò, il Governo di S. M. Siciliana non ha bisogno di accettare la proposta mediazione, rimettendosi esso in tutto alla volontà del Governo britannico. Ho l’onore ecc.

«Segnato, CARAFA»

Chi non ammira in questa Nota il contegno veramente dignitoso e grande del Sovrano, per ordine del quale è dettata; e la riprovevole condotta del Governo, a cui è indirizzata, il quale abusa della sua forza per sostenere la più flagrante ingiustizia?

Il Console inglese, residente a Napoli, conduce il piroscafo nel porto di Genova (132). La Compagnia Rubattino proprietaria, non contenta di riavere un legno, che è servito a commettere un atto di così scandalosa pirateria, estende le sue pretensioni per una indennità: «e questa verrà pagata dalle finanze di quello stesso Regno che fu vittima dell’aggressione!.. Riportiamo per la storia i seguenti due documenti:

«Vittorio Emanuele;

«Il Dittatore dell’Italia meridionale.

«Riconosciute e provate da solenni documenti le gravi perdite che la Società di navigazione a vapore, Raffaele Rubattino e Compagni, ebbe a soffrire per la cattura illegale del battello il Cagliari, che servi alla generosa quanto sventurata patriottica impresa di Carlo Pisacane — Decreta: «— È assegnata alla Società di navigazione a vapore, Raffaele Rubattino e C. la somma di franchi 450 mila da pagarsi dalla Tesoreria di Napoli in tante cartelle del debito pubblico, corrispondenti alla effettiva somma suddetta.

«Caserta, 5 Ottobre 1860 (133).

«GARIBALDI.»


A questo decreto è da aggiungere il seguente:

«Italia ecc.

«Considerando che è debito di giustizia, e dovere di un Governo, interprete della gratitudine del paese, il riconoscere i grandi sacrifizi fatti a prò della patria, ed il soccorrere le vittime della tirannide: «= Decreta = È accordata una pensione di ducati 60 al mese, vita durante, a Silvia Pisacane figlia dello eroico Carlo Pisacane, trucidato a Sanza nel 1857, mentre combatteva per la liberazione dei fratelli».

«Napoli, 25 Settembre 1860 (134).

«GARIBALDI.»


I nepoti più tardi avranno a strabiliare quando, a mente fredda e scevra dalle passioni del momento, leggeranno le tante menzogne e scempiaggini, largamente propagate dal Piemonte e dai suoi affigliati settari, intorno al giudizio dei correi del Pisacane, nell’unico scopo di far onta al Governo napolitano ed attirargli contro sempre più l’odio della stolta Europa. — Eroico chiamavasi un atto di barbaresca invasione di pacifici e ben ordinati paesi; — liberazione di fratelli era detto il promuovere con modi violenti la fuga dai luoghi di pena di gente condannata per colpe nefande, delle quali, come si esprime lo scrittore devoto alla rivoluzione, è bello il tacere; — debito di giustizia il sottrarre alla stessa vittima dell’aggressione criminosa un enorme compenso per premiarne i complici e gli eredi dei colpevoli!, mentre a magnificare la personificazione di questi ultimi, si affibbia il titolo di nobiltà a molti dei principali protagonisti, s’appicca il grado dottorale di chirurgo ad un garzone di barbiere! (135).

L’Annuaire des deux mondes, che si picca di serietà, non esita ad accogliere, senza nemmeno il beneficio d’inventario, tutte codeste dicerie e gratuite invenzioni, al pari di cento altre ancora, farina dell’istesso sacco, che lungo sarebbe l’enumerare non che il confutare, tutto che notoria ed evidente ne fosse la insussistenza. Non vi è nel Reame delle Due Sicilie chi non abbia a stupire nel leggere l’altra asserzione che quel giornale spacciava, essere stato cioè promosso a primo presidente della Corte suprema di giustizia un magistrato pel solo fine di allontanarlo da Napoli «c’est qui était un avancement, mais un avancement peu désirable, car éloigne de Naples celui qui le recevait» (136).

Per ‘legge organica giudiziaria era appunto in Napoli stabilita inamovibile quella eminente magistratura; ed è ciò cosi vero, che l’individuo di cui è parola (il Presidente Niutta) non se ne allontana, e tra poco lo si vedrà figurare pel primo nella proclamazione del famoso plebiscito contro la legittima Dinastia, che aveva colmato dei più segnalati favori lui, i suoi maggiori e la sua numerosa parentela.

Intanto ai 2 di Luglio 1864, quando il Governo piemontese Monumento era padrone del Reame delle Due Sicilie, inauguravasi in Salerno un monumento al Pisacane: «promotori quegli stessi Nicotera e Matina, divenuti allora Deputati del Parlamento sardo, i quali correi dell’attentato di Sapri ebbero salva la vita per grazia di Re Ferdinando II, grazia della quale il Racioppi diceva «la storia severa dover tener conto».

In quella occasione Domenico Mauro, rivoluzionario dell’antica emigrazione, nativo della colonia albanese di S. Demetrio in Calabria, recita un discorso repubblicano in cui non mancano gli elogi ad Armodio, a Bruto, a Mazzini e al suo conterraneo ed amico Agesilao Milano; assistevano a tale inaugurazione i due figli di Garibaldi. Le iscrizioni sulla base del monumento erano queste:

1°. Lato — A Carlo Pisacane precursore di Garibaldi, i cittadini redenti, 2 Luglio 1864. —

2°. Lato — Il 25 Giugno 1857 imbarcò in Genova sul Cagliari con Giambattista Falcone di Acri — Gio: «Batt. Nicotera di Sambiase — Giuseppe Pezzi di Imola — Ludovico Negroni d’Orvieto — Lorenzo Giannone di Lerici — Domenico Rolli idem — Luigi Barbieri idem — Felice Poggi idem — Dom. Pozzo idem — Cesare Fartdone idem — Fran. Meduni idem — Domenico Mazzoni di Ancona — Giovanni Cammillucci idem — Achille Perucci idem — Cesare Cosi idem — Giovanni Gagliani di Milano — Amilcare Bonomi idem — Pietro Rusconi di Malgrado — Carlo Rota di Monza — Giuseppe Faelci di Parma — Giuseppe Mercuri di Subiaco — Luigi Foschini di Lugo — Giov. Sala idem — Clemente Corte idem — Giuseppe Daneri di’ Genova. —

3°. Lato. — Sbarcò a Ponza e vinse (!?) il 27 — a Sapri il 28 — Cadde eroicamente in Sanza il 2 Luglio 1857. —

4°. Lato. — E con lui caddero Giambatt. Falcone, Luigi Barbieri, Luigi Forchini, Lodovico Negroni, Lorenzo Giannoni, Domenico Rolli, Gio: «Sala, Clemente Corte, e più che cento altri dei suoi seguaci, imbarcatisi a Ponza». (Vedi il giornalismo napolitano e sopratutti il Popolo d'Italia, 3 Luglio 1864 n.182.

Qui cade opportuno di ricordare con quanta ragione nel 1857 il Governo di Napoli dignitosamente e moderatamente dicesse in una nota diplomatica a quello di Torino:

«Le necessarie conseguenze dei deplorabili avvenimenti avrebbero certamente potuto evitarsi, con tenersi conto degli artifiziosi e noti preparativi che li han preceduti, come conviene a Governi che vogliano mantenersi all'altezza della loro propria dignità e posizione» — Allora il Cavour, facendo l'intemerato e il suscettibile, mostravasi offeso di quelle parole, e in un dispaccio del 10 Agosto 1857, diretto al Conte di Groppello, non dubitava di dire:

«Ho letta la nota del Governo napolitano, e le malevolenti insinuazioni in essa contenute, oltre che sono poco conformi al linguaggio diplomatico, non potrebbero considerarsi, se non come offensive al governo di Sua Maestà sarda — (Vedi A. P. documenti etc.).

«Oggi si vede, se il Governo napolitano avesse o no ragione, se sapesse o no il vero delle trame settarie, e se il conte di Cavour e il suo governo fossero cosi intemerati!..

«Or come corollario aggiungiamo, che nel 1861, raggiunto lo scopo agognato dal Governo torinese, ne vennero onorati e decorati perfino i più oscuri suoi fautori. Ecco infatti cosa leggevasi nel giornale La bandiera italiana, Gennaio 1861:

«Ci è grato trovare nel giornale officiale del Regno, che sulla proposizione del Presidente dei Ministri, S. M. con decreto del 13 cadente gennaio ha nominato cav. del Real Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro l’avvocato Francesco Gagliani, pei molti servigi da lui resi all'ex Consolato sardo nella città di Napoli, particolarmente nella causa del Cagliari, ed in parecchie difese di esuli napolitani naturalizzati sardi, che il sullodato sig. Gagliani ha con dottrina e disinteressato zelo sostenute presso vari tribunali del Regno, quando anche l’esercizio di tale difesa, non era senza pericolo. Siffatti speciali servigi, non che le rare doti che adornano il colto giovine avvocato, giustificheranno senza dubbio agli occhi di tutti i nostri concittadini l’onorevole distinzione sovrana, colla quale il governo ha voluto rimeritarlo.»

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MENE MURATTISTE

A prova maggiore di quanto veniamo affermando, cioè che dall’estero fossero importati nel Reame di Napoli, come in ogni altro Stato italiano, gli eccitamenti sediziosi, affin di giustificare le gratuite affermazioni fatte dai plenipotenziari occidentali al Congresso di Parigi, circa lo stato di agitazione delle Due Sicilie, rechiamo un documento nel suo originale idioma, che, come altri di simil conio, dopo volgarizzati, erano diffusi nel Regno dove peraltro non trovavano né adesione, né ascolto.

«Aux peuples des Deux Siciles

Le Roi Joachim (Murat) vous avait promis une Constitution digne du siècle et de vous mèmes, et il avait appelé à la préparer tous ceux qui avaient profondément médité sur les intérêts de leur patrie. Mais le jour qui voit naître une idée, n'est pas celui qui la voit réaliser. Les Profètes précèdent le Messie. Le cours naturel des choses est de réserver aux gènèrations qui succèdent l’exécution des desseins formés par les précédentes gènèrations. Aujourd'hui les évènements sont assez changès pour que ce projet solennel soit traduit en acte. Le fils tiendra la promesse paternelle. tìn parlement national élu par le suffrage universel, jettera les bases de cette constitution digne du siècle et de vous mèmes. — Vous aurez la liberté véritable, non une liberté licentieuse et hypocrite, mais une liberté aussi ètendue que celle dont jouit aucun autre État.

Soldats nationaux! Les destinées de la patrie sont dans vos mains. Votre exécration pour le monstre odieux, qui se tient renfermé à Caserte, n'est plus un mystère. — Chassez-le donc de son repaire] que lui et toute sa race parjure aillent chercher un coin de terre qui les supportent. — Que tardez vous? Craindriez-vous les Puissances européennes ? Mais il en est venu à ce point, ce tyran sans vergogne, que pas une d'elles, si absolue qu'elle soit, ria osé prendre ouvertement sa défense, tandis que celles qui font profession de civilisation l’ont ouvertement et hautement attaqué. — La France et l’Angleterre n’ont-elles pas déclarè qu'elles laisseraient aux peuples des Deux-Siciles le soin de régler leurs affaires camme ils l’endenteraient. Celui qui aurait la folle témérité d'intervenir, aurait à faire non seulement avec ces deux Puissances, mais encore avec le Piémont et le reste de l’Italie. — Le tyran n’a d'autre appui que ses brigands de la Suisse renégats de leur propre patrie, et reniés aussi par elle; Ces bordures, ramassées dans les cloaques de l’autre côté des Alpes, ont été pavés d prix d’or, et cet or a été enlevé d vous et à vos familles. — Mais c’était peu pour le tyran d’appauvrir le plus riche pays de la terre, il devait encore en déshonorer les fils, parce-que en gouvernant avec la hache, et en faisant appel d ses Suisses bourreaux (qui ri ont d’autres lois que leurs caprices, qui reçoivent doublé solde, et qui sont placés dans les postes les plus importants) il vous dégradait et vous méprisait, au point de ne plus vous laisser dans sa pensée, d’autre position sociale, que celle de valets de ses Séides.

Soldats! Au nom de Dieu, qu’une felle ignominie ait un terme! Né laissez pas échapper l’occasion présente. — Si vous la perdiez, vous le déploreriez avec des larmes et du sang. — Songez à ce que vous avez de plus cher; au nom des méres privées de leurs fils, au nom des orphelins à qui les prisons, les tortures et l’exil ont arraché leurs pères; au nom de vos terres arrosées du sang de cents mille martyrs; au nom du votre honneur, oh qu’une fois, soldats, vous mettiez fin à une tyrannie insensée et honteuse sur la quelle pèse l’anathème du monde! Rachetez votre pays qui vous décernera le noble titre de Péres de la patrie! (Epistolario di Murat, pag. 749).

Quale ributtante ammasso di calunnie e di menzogne! Quale schifoso getto di onestà e di pudore! Non facciamo commenti su questo mostruoso proclama, solo diciamo che fa ampia testimonianza dei tempi corrotti e perversi in che viviamo. Il cumulo di fatti che stiamo raccogliendo lo confuta in ogni sua parte.

Intanto, poiché i popoli delle Due Sicilie erano italiani e non francesi, questo documento veniva tradotto con poche varianti nel nostro idioma e sparso per il Reame. Mentre poi il francese Murat si rivolgeva cosi ai napoletani in generale, spargeva foglietti clandestini più direttamente rivolti all'esercito. Né abbiamo uno sotto gli. occhi, del tenore seguente:

«Egli è ornai tempo, o militi napolitani, di mostrare la vostra. valentìa, il vostro onore nazionale, il vostro cuore veramente italiano a difesa della vostra patria, che, da si lungo tempo, giace oppressa sotto il tirannico giogo dello straniero e del Borbone. È necessario, che manifestiate alla fine i vostri sentimenti, che un panico timore tiene vilmente chiusi nei vostri petti; che deponghiate la diffidenza e coraggiosamente diate mano all'opera gloriosa. La patria, sì la patria vostra, militi nazionali, da questo crudele tiranno così manomessa, le vostre famiglie schiacciate, l’onore vilipeso, l’interesse proprio vostro venduto, i vostri diritti calpestati, tutto insomma domanda la vostra sollecita opera, la vostra mano. Voi, dando finora ascolto alle lusinghiere false promesse del Borbone, non avete mancato di esporre i vostri petti alla difesa di lui, ed assodarlo sul trono da lui iniquamente occupato. E quale è stato il frutto che dai vostri travagli, da vostri tanti sacrifici per lui, con tanta generosità fatti, dal vostro zelo avete ritirato? Voi il sapete. Egli, siccome spergiuro, discendente da un sangue spergiuro, non ha dubitato di mettersi sotto i piedi, ad esempio dei suoi avi, giuramenti solenni, ribadire le catene della patria, e venderla vilmente allo straniero. Appena assodata a prezzo del vostro sangue la sua corona, si è riso delle promesse a voi fatte; vi riguarda come un branco, un pecorame di mascalzoni; e la sua milizia favorita, che gode di tutti gli onori e di tutti i frutti, sono gli Svizzeri.

«Gli Svizzeri, presidiano i punti più importanti del Regno, non essendo voi creduti di alcuna fiducia; gli Svizzeri ritirano un soldo più del doppio del vostro; la milizia svizzera viene aumentata di giorno in giorno, accrescendosi sempre più i pesi sulle spremute ed esauste sostanze dello Stato. E voi? Voi riguardati come gente di nessuna fiducia, siete da lui e dagli stessi Svizzeri nella medesima vostra patria vilipesi. E voi, o militi nazionali, permettete un ingiuria si grave, un onta sì forte al vostro onore? L’onore delle vostre spade vi permette di soffrire più a lungo un tale obbrobrio? Che bisogno ha il Regno di una milizia straniera, di una venduta canaglia Sprone al vostro onore militare sia la condotta della milizia piemontese, ammirata e magnificata da tutta Europa.

«Quella, associandosi alla milizia delle grandi Potenze nella campagna di Crimea, ha dimostrato col fatto, che il valore delle armi italiane non è inferiore allo straniero; ed ha operato, che il Piemonte nel Congresso di Parigi insieme colle grandi Potenze, con eguale diritto sedesse vincitore a giudicare sulle sorti dell'Europa (137). E voi, militi nazionali, non siete cittadini anche voi? Dovrà dirsi che il valore, la gloria, l'onore militare e cittadino, sia un privilegio de' soli soldati piemontesi in Italia, e da cui voi siete esclusi. No, la vostra gloria sarà doppia, se animosi saprete sposare la causa della patria comune, l’Italia, la quale causa è causa vostra, se quelle armi, che cingete al fianco e che ciecamente avete finora adoperate a danno della patria e a difesa del tiranno, voi le rivolgerete a cacciarlo via, a difendere non più lui, che ne ha perduto ogni diritto, ma la povera vostra patria da lui tenuta in ceppi, da lui smunta, da lui venduta, da lui ridotta ad essere da tutti dileggiata. La vostra gloria sarà doppia di quella della milizia piemontese, perché se quella milizia ha dato grandi prove di valore, le ha date sotto 4’ influenza e la direzione di un Re tutto italiano, che non cerca che spingerla a grandi imprese; voi al contrario opererete grandi cose, non già secondati da questo Borbone, ma contrariati da lui. La vostra gloria sarà doppia, perché diretta non a liberare un altro popolo, ma la patria vostra e le vostre famiglie. Voi darete a conoscere a tutto il mondo quale è la nobile missione del vero soldato, cioè difendere la patria, non un tiranno che la vuole coll’opera vostra oppressa. Voi smentirete (e ne avete pur troppo bisogno) la taccia finora portata al vostro onore, di essere riguardati come vili sgherri di un despota crudele ed oppressore. Darete a vedere, che voi siete cittadini prima di essere militari, e che perciò il primo vostro dovere è verso la patria, verso i vostri congiunti e le vostre famiglie.

«Deh! non vogliate più a lungo protrarre la grande opera, o figli della patria; tutti concordi, date principio e compimento; animate voi stessi, i compagni e gli altri commilitoni; comunicate a tutti i vostri camerati questi nobili sentimenti: «— fuori per sempre il Borbone e tutti i Borboni, con cui non vi può essere alcuna transazione. — Stufi siamo delle loro promesse, nota pur troppo c’è la loro fede, noti purtroppo ci sono i loro spergiuri. — Qualunque sia la promessa, che dal Borbone vi venga fatta (poiché in faccia alle imponenti circostanze niente più facile, che ne sarà fatta da lui qualcuna, onde le incaute menti potranno restare accalappiate) noi non ne possiamo mai essere sicuri. Fra noi da una parte, e la sua svergognata famiglia dall'altra, non vi può essere più alcuna sicura convenzione. Fuori dunque l’infame Borbone e tutti i Borboni! Tutto il popolo è con voi, perché popolo e milizia debbono essere la stessa cosa. E qui dovreste, o militi nazionali, ben accorgervi della frode del despota, a voi vietando di affratellarvi e di comunicare col popolo, perché teme che, comunicando col popolo, voi conoscerete la verità che egli cerca nascondere. Né vi fate a credere che, animandovi a cacciar via il tiranno, si cerca il disordine, l’anarchia, una repubblica. Ben conosciamo, che la forma repubblicana è la ruina dello Stato. Noi non vogliamo, che la dinastia murattiana, la quale ci ha dato prove non dubbie del suo buon volere; sospetta non ci è la sua buona fede; sicure ci sono le sue promesse, perché garantite dal passato, dalla Francia e dal Piemonte, e sposando voi la causa murattiana, sposerete la causa vostra. Ciascuno, secondo lo zelo che mostrerà, sarà largamente premiato da quella famiglia; le vostre cariche bene assodate. Sotto Murat non vi saranno più Svizzeri, né altre milizie straniere, siccome vi attesta il governo dell’immortale Gioacchino. Appena salito su questo trono Murat, una lega più intima sarà stretta col Piemonte ed appoggiata dalla Francia. Nessuna Potenza straniera potrà opporsi a' vostri sforzi, senza tirarsi sopra la guerra della Francia, che non vuole che alcuna Potenza s’immischi negli affari di altri Stati. Il Piemonte, si il Piemonte, che non può stringersi in alleanza col Borbone, vi invita, vi sprona, vi sollecita all'opera grandiosa, amorevolmente porgendovi la destra.

«O militi nazionali, che altro aspettate? La patria, quella cara patria che da lungo tempo langue sotto gli artigli dell'inumano tiranno, ricorre a voi, da voi aspetta la sua redenzione; a voi è serbata la gloria di ritirarla dal vituperio, in cui la sprofondava il despota. Uniamoci tutti alacremente, popolo e milizia, per la patria comune, e coll’opera e colla voce esclamiamo: «— Fuori tutti i Borboni! Viva Italia, Viva Murati»

Cosi questo Principe straniero, appoggiato dalla potenza di stranieri parenti, insultava una veneranda monarchia e un Sovrano italiano, e gridava: «fuori i Borboni per mettersi Egli al posto loro! (138)

Aggiungere commenti a codesto spudorato proclama sarebbe arrecare offesa, non che all’onestà, al buon senso del lettore.

Diciamo piuttosto qualche cosa di più circa i disegni di Napoleone III per la ricostituzione d’Italia, da noi soltanto accennati.

— Napoleone III, scrive Clément Coste nella sua recente opera — Rome et le second Empire — sperava conciliare gl’interessi dei cattolici e degli italiani, non lasciando sussistere in Italia che tre poteri sovrani: «un regno dell’alta Italia, con Vittorio Emanuele; il regno delle Due Sicilie, col figlio di Gioacchino Murat, e finalmente gli Stati della Chiesa, diminuiti delle Romagne.

Il murattismo contava a Napoli pochi aderenti, ma gli sforzi del Governo francese miravano da‘gran tempo a moltiplicarne il numero. Gli opuscoli, le lettere del pretendente e l’operosità di alcuni agenti devoti mantenevano una certa agitazione più artificiale che seria. Il principe Murat era stato eletto grande Oriente della frammassoneria francese, dietro dimanda dei massoni di Napoli, e il discorso ch’egli pronunziò quando prese possesso della sua carica conteneva un punto significante, nel quale indicava tutti i vantaggi che poteva ritrarre la massoneria dal ristabilimento dell’impero. Dobbiamo aggiungere, ad elogio del principe Murat, che decaduto da quella dignità in seguito dei suoi voti al Senato in favore della Santa Sede, (Un frammassone favorevole alla S. Sede!?) fu surrogato dal principe Napoleone, il cui giacobinismo si era apertamente manifestato in ogni incontro.

Nelle numerose conversazioni che ebbero luogo fra l’imperatore e il Sig. di Cavour, più d’una volta si trattò del regno murattista. Il ministro piemontese non osava urtare di fronte le combinazioni del suo potente interlocutore, ma si riserbava di attraversarne la esecuzione con l’appoggio dell’Inghilterra e con lo stesso principio del — non intervento — che avrebbe fatto proclamare dal Governo francese. Tutto è preparato avrebbe detto il Conte di Cavour in uno di codesti colloquii a solo a solo, come egli stesso ebbe a riferirlo. Incominciamo colle Romagne: «al primo motto d’ordine, Bologna insorgerà. — Nò; avrebbe risposto l’imperatore, qui non siamo preparati contro gli Stati del Papa: «bisogna piuttosto incominciare da Napoli. Voi avevate per quel paese il duca di Genova; morto, non potete surrogarlo col vostro Carignano. Ma io ho Murat; con lui tutto sarà facile (139).

Vittorio Emanuele e il suo ministro avevano sù Roma e sù Napoli mire che in quell’epoca la diplomazia imperiale non sospettava. Il signor di Cavour supplicò, minacciò, intrigò e lusingò a guisa dell’uomo che domanda alla vanità, alla stanchezza e alla paura, ciò che la giustizia e il buon diritto non avrebbero potuto concedergli. La logica di questo straordinario piemontese è assolutamente falsa, ma ravvolge nelle sottili e fraudolenti sue spire la meditabonda immaginazione di Napoleone III, che' già soggiogato e trascinato da Lord Clarendon, fini per assicurare il signor di Cavour della sua cooperazione in una vicina lotta contro l’Austria. Tranquillizzatevi, gli disse egli nel lasciarlo, ho il presentimento che la pace attuale non durerà a lungo. (140) Il Piemonte manovrerà in guisa da abbreviare gl’indugi ed affrettare la realizzazione delle speranze che sono state incoraggiate a Parigi e a Londra. La stampa rivoluzionaria accorre in suo aiuto; Il Parlamento inglese esalta la politica del gabinetto sardo, e le Camere di Torino votano significanti felicitazioni agli abili plenipotenziari di Vittorio Emanuele. — Fin qui il Coste.(141).

Noi, nel dividere le sue idee, crediamo fare una qualche riserva circa il disegno di Napoleone sugli Stati della Chiesa. Conveniamo che, durante il pontificato di Pio IX, e forse anche per non offendere troppo bruscamente il mondo cattolico, volesse Napoleone riserbato al Papa un brano qualunque dei suoi Stati, salvo il dividerla a suo tempo nelle tre grandi zone da noi altre volte accennate, con i sabaudi al Nord, Murat al mezzogiorno, e il famoso cugino Girolamo Napoleone, al centro. Se Napoleone ave consentisseto di gettare all’Inghilterra l’ambita offa della Sicilia, forse il Cerbero britannico avrebbe taciuto e il disegno bonapartesco sarebbesi realizzato; ma l’Inghilterra non fu appagata; con l’Inghilterra eravi l’unitarismo mazziniano, e come questo volle fu fatto.

Le replicate insidie non fecero deviare di un passo il Governo di Re Ferdinando dai suoi magnanimi provvedimenti pel benessere del popolo; e il fiero tiranno, designato dal Murat all’odio dell’esercito e del popolo, continuava l’opera benefica di civiltà vera e di vero progresso nel suo Regno. Difatti una legge dei 16 marzo dello stesso anno 1857 stabiliva nei porti del Reame, sulle più estese proporzioni, un entrepôt, dogana di deposito e di esportazione: «la quale misura, di alta commerciale importanza, era per arrecare un notevolissimo vantaggio al commercio marittimo, del quale erano principalmente chiamate a fruire Inghilterra e Francia.

Inoltre un reale decreto, dato a Gaeta il 26 marzo 1858, aboliva nella Sicilia la soprattassa del 6 per cento sulle case, imposta nel 1853 per l’urgente bisogno di riordinare l’amministrazione economica dell'Isola, e riparare il forte squilibrio delle finanze cagionato dalla rivoluzione del 1848, e dappoi sistemato con le sagge economie introdotte dal Re. In un epoca nella quale nei vari Stati di Europa, retti a liberalismo, non si parla di altro che di accrescere le imposte e di contrarre nuovi debiti, è pur cosa sorprendente, e può dirsi esempio unico, almeno in Europa, che il Governo Borbonico di Napoli abolisse le prime, e non avesse bisogno di ricorrere ai secondi; mentre progredivano mirabilmente le opere pubbliche in tutto il Reame. Innumerevoli linee telegrafiche erano già stabilite, ed altre tutto di si stabilivano, e per quasi 400 miglia, nella sola Sicilia, la corrente elettrica recava telegrammi dall’una all’altra città. Al cominciare del 1857 l’isola si trovava di avere 1305 miglia di strade rotabili, e si lavorava su di altre 247, mentre erano approvati i disegni per altre 239 miglia.

Nel corso dell’istesso anno, d’ordine del Re Ferdinando II, si consacravano 300 mila ducati per soli ponti e strade in Sicilia; e per l’anno 1858 si stabiliva il fondo di un milione di ducati pel medesimo scopo. Si aprivano nuovi sbocchi ai prodotti del suolo; si assicuravano facili approdi ai navigli; si accordavano 18 nuovi fari sulle coste sicule e delle isole adiacenti; ed altri se ne ordinavano, colla spesa di 170 mila ducati. (142) Cose tutte delle quali avremo a dire in seguito più diffusamente.


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TESTIMONIANZE NON SOSPETTE CIRCA IL GOVERNO NAPOLITANO

Non si creda esser solo stile di apologista benevolo il dire del buon andamento governativo degli Stati napolitani in generale, e della Sicilia in particolare, in quest’epoca. Nella stessa Camera di Torino spesso accadde si facessero onorevoli menzioni retrospettive della savia amministrazione dei Borboni, e della superiorità dei loro ordinamenti governativi, a fronte di quelli assai inferiori introdottivi colla invasione sarda. (Tornata dei 4, 15, 26, 29, e 30 aprile 1861.) Si parlò e spesso della savia economia delle finanze, onde il tesoro fioriva, avvegnaché grandiose spese si facessero (tornata dei 3 dell’istesso mese); degli eccessi anarchici del nuovo governo, che fanno rimpiangere quello antico dei Borboni (tornate 2 aprile e 20 maggio); che proteggevano le manifatture allora fiorenti ed ora decadute (tornate 13 maggio e 27 giugno); che ben reggevano gl’Istituti di beneficenza e ne facevano ammirare la retta gestione nella Sicilia (tornate 14 e 15 aprile); che provvedevano alla mitezza dei prezzi dei generi alimentari pel minuto popolo (tornata 22 novembre); che osservavano scrupolosamente la legge sull’organico degli impiegati, violata dal Piemonte (tornata del 4 aprile 1861); ed a fronte delle costui dissipazioni finanziarie, facevano saggie economie sul trattamento degli stessi impiegati, (tornata 28 giugno 1864); che istituivano un bacino di carenaggio a Palermo, e le tanto utili Compagnie di armi, che tennero la Sicilia immune da reati (tornata 4 aprile); che con munificenza promossero Ufficiali militari, benché tra questi vi fossero pecche, e li mantennero nei gradi, benché loro accordati da Governi illegittimi (tornate 18 detto e 19 giugno); che rispettarono la libertà dei municipi (tornate 29 aprile e 12 luglio); che colla legge soppressiva della feudalità diedero argomento della civiltà napolitana(tornata 7 maggio 1861); che provvidero il Reame di splendidi stabilimenti, opifici, armerie e arsenali (tornate 20 maggio 3 e 27 luglio); che usarono sempre sommi riguardi per la gloria dei corpi scientifici (tornata 19 giugno); che accordarono grazie e mitigazioni di pene, anche verso i più sfidati loro nemici, mentre il governo piemontese non usa clemenza (tornata 20 maggio 1861 e 15 decembre 1862); che nel 1833 il governo dei Borboni fu, obenigno nelle imposte fondiarie in Sicilia, liberandone i poderi deputato minori di 4 tomoli, oggi vieppiù aggravati dai Piemontesi, e rese ai Siciliani quella giustizia che la Commissione e il Ministero di Torino ora negano (deputato Cordova tornata 27 febb. 1864); che la Sicilia sta assai peggio sotto il governo della libertà, imdei deputato portatovi dai piemontesi, che sotto i Borboni, il cui governo nei soli anni 1858 e 1859 spese cinque milioni pei lavori pubblici in Sicilia; e al contrario in tre anni il governo di Torino, dopo averla aggravata d’imposte, non vi ha speso che soli due milioni (deputato Crispi, tornata 17 marzo 1864).

Il Codice del Regno delle Due Sicilie, per unanime giudizio degli stessi avversari politici di quel governo, è costantemente applaudito ed encomiato, e se ne dichiara la incontrastabile superiorità su tutte le altre legislazioni in Europa, e soprattutto sul Codice sardo «nel quale si è cercato trasfondere, ma con poco studio, quanto di meglio era nel primo, arrecando una totale confusione nell’amministrazione della giustizia»(tornate della Camera di Torino, 15 e 28 marzo, 30 aprile, 17 giugno, 4, 13, e 22, decembre 1861, e 16 giugno 1862). Esoprattutto i pregi del Codice penale napolitano, ocotanto favorevole alla libertà, sono lodati non solo dai deputati dentato delle provincie meridionali, ma da quei medesimi del Piemonte, tra i quali il Brofferio (tornata 3 decembre 1861). E il deputato dei deputato Ara, nella tornata della Camera del 16 maggio 1864, proponeva «che si estenda a tutta l’Italia il codice napolitano, che è uno dei migliori di Europa.»

Nella tornata poi del 7 giugno 1864 i deputati siciliani prò teostarono: «che in Sicilia non si fece nessuna opera pubblica imdentati sìportante dal 1860 a questo di!»Cioè a dire da che al governo tirannico dei Borboni si è sostituito quello liberale di Torino.

E aggiungevano: «la Sicilia è abbandonata dal governo italiano; se le strade comuni sono pessime, le strade ferrate non esistono!» — E nella tornata dell’11 dello stesso mese si confessa «che la legge del 1817 sulcontenzioso amministrativo è assai migliore delle altre promulgate dai piemontesi.» Dippiù, nella tornata dei 4 Luglio 1864, deplorandosi la ruinadelle finanze dello Stato per colpa del Governo, si fa un sensato confronto tra i bilanci del nuovo regno d’Italia coi bilanci degli antichi Governi antecedenti nella Penisola, e soprattutto del Borbonico; e si dimostra, che «questi senza aumentare ogni anno il disavanzo, come ruinosamentefa oggi il governo di Torino, promuovevano i miglioramenti con zelo.» Intorno al che il deputato napolitano Sandonato nella stessa tornata rammenta, ad onore della dinastia Borbonica, che «la fondazione della lodatissima colonia industriale di S. Leucio presso Caserta, di fama europea, è dovuta al Re Ferdinando IV di Borbone, nello scorcio del passato secolo, da lui dotata di uno Statuto, che si avvicina va a repubblica; ogni individuo doveva lavorare in istupende manifatture di seta e velluto, che avevano acquistata molta celebrità; e una parte del frutto del lavoro era riserbata per gl’infermi, per la istruzione pubblica ecc. — Ora il governo di Torino l’ha distrutta, come ha distrutti tanti altri utili Stabilimenti creati sotto i Borboni, e vi ha sostituiti gli eccidi governativi della legge Pica ecc.»

Altro omaggio al governo Borbonico è la fondazione della Stamperia reale (vedi A. P. pag. 1176).

Ildeputato siciliano Crispi è costretto a deplorare i tanti abusi della nuova magistratura dei piemontesi, che è finanche accusataoficialmented’imperizia e d’immoralità, (tornata 10 decem. 1861. — Vedi anche opuscolo Durelli pag. 113. — e la Cronaca di Sicilia, pag. 365).

Il deputato napolitano Mirabello, nella tornata del 30 Aprile 1861 n. 98, encomia anch’esso l’antica magistratura napolitana,,e parlando nella camera di Torino sul nuovo organico giudiziario diceva: «la magistratura napolitana,tranne pochissime eccezioni, è una magistratura, la quale per moralità e capacità non è inferiore ad» alcuna delle magistrature di Europa... La legge organica giudiziaria, pubblicata ora nelle provincie meridionali, mentre stabilisce le stesse autorità, non fa che immutare i nomi, rispettando le identiche attribuzioni che aveano precedentemente.» Anche il deputato Pica sul proposito osserva: «Sta nella mia mente, che nelle provincie meridionali nuove leggi per ora non debbano introdursijma invece quelle che vi stanno debbano essere saldamente eseguite.» Parimenti il deputato Conforti fa gli elogi dell’antica legistazione penale napolitana, e dice, che «nello stesso Codice penale sardo si sono introdotti molti miglioramenti che sono stati tolti dal Codice napolitano, il quale era stato opera di sommi giure consulti. Né questo deve far meraviglia; dappoiché Napoli è la patria di Vico, di Pagano e di Filangeri... L’antico Codice criminale del Piemonte conteneva 150 casi di pena capitale, e soltanto ultimamente (nel tempo de' pieni poteri) egli è stato riveduto, e tale pena è stata ridotta per soli 20 casi.»

Un fatto che rivela nella stessa tornata il deputato Castagnola, casnell’atto che torna ad elogio del Governo de' Borboni, mostraa quanta degradazione è caduto l’italiano. Facendo egli la relazione delle petizioni, osserva su quelle del calabrese Antonio Presterà di Monteleone, di essere stato destituito sotto il governo Borbonico, non come martire politico, giusta la solita frase, ma come contabile fraudolento di quelle prigioni circondariali, che, con discapito del vitto de' detenuti, percepiva dolosamente un assegno mensile: della quale colpa sorpreso e convinto da quel Sottintendente, venne non solo privato d’impiego, ma sottoposto a giudizio criminale, il cui esito fu di conservarsi gli atti in archivio. Ora il deputato Castagnola fa osservare: «In seguito, per quanto» il contabile ricorresse, ciò non ostante il Borbone non ha mai creduto riammetterlo in impiego, risultando da documenti di essere pur troppo immeritevole di fiducia. Se non che quest’uomo, che era stato processato pel suddetto motivo dal governo borbonico, che non aveva voluto riammetterlo, venne invece reintegrato nella carica dal governo nostro... D’altra parte ben si osservò, che sui giornali si levano alte grida per la corruzione, che ora esiste nelle provincie napolitano...» Tutto effetto di quell’ordine morale, che il Governo di Piemonte, come ha proclamato il suo Re Vittorio Emmanuele II, venne ad instaurare nel resto d’Italia!

Il deputato Ricciardi onora la magnanimità di Carlo III Borbone che, dovendo recarsi a pugnare contro l’Austria, ne libera i partivodeicrispi. giani trattenuti in carcere, e concede ampia amnistia a tutti gli altri. E qui il deputato Crispi, nella tornata del 10 dicembre, aggiunge: «l’unico vantaggio ottenuto dalla Sicilia con l'aver cambiato governo è quello di vedere le sue carceri riempite di disgraziati.»

Il deputato Bixio, alludendo all’indole della rivoluzione siciliana, Dei buiodiceva: «la Sicilia sarebbe rimasta pacifica sotto i Borboni, se la rivoluzione non fosse stata ivi portata dalle altre provincie d’Italiae dal Piemonte.» (Lo confermava pubblicamente Garibaldi a Londra siccome a tutti è noto.)

Il deputato Giovanni Raffaele, ai 16 luglio 1864, rivela anch’egli le arti abbominevoli, colle quali eransi calunniati i Borboni inventando le torture; rivelazioni delle quali vuol essere considerata ogni parola, quando nel proseguimento del lavoro avremo a porle sotto gli occhi del lettore (143).

Ma sulla vera natura della rivoluzione siciliana, e per conoscere con quali sforzi le consorterie faziose abbiano procurato di corrompere le masse popolari, dal 1825 in poi, senza alcun torto dalla parte della Dinastia napolitana,sono da leggere le importanti rivelazioni fatte, l'11 ottobre 1866, dal sindaco di Palermo Marchese Rudini, primario cospiratore, rivelazioni che recheremo a suo luogo. Ma v’è di meglio a lode de' Borboni.

Le due isole di Linosa e Lampedusa, poste a 120 miglia oltre la Sicilia, e più vicine all’Affrica che al Continente italiano, forniscono nuovo argomento di encomio pel Governo del Re Ferdinando II, e di discussione nella Camera dei deputati del neo-regno d’Italia. Infatti, nella tornata dei 14 giugno 1867, quando la Capitale italiana aveva compito la sua prima tappa a Firenze, il ministro dei lavori pubblici signor Giovagnola si faceva a dire: — «Queste due Isole, presso che deserte, incapaci di ogni ordinaria coltura, furono non pertanto oggetto delle cure del passato Governo borbonico, il quale, per motivi politici, che certo non sono da biasimare, credette opportuno di prenderne possesso per impedire che altri il facesse; e, per mantenerle, provvide lodevolmente a stabilirvi una specie di colonia agricola. Per fondare codesta colonia fu costretto a portarvi gente povera e sfaccendata, ed a pensare al mantenimento» di essa; dappoiché queste Isole sono aride e improduttive, e una di esse non ha neppure acqua, poiché bisogna giornalmente portarla a quelle popolazioni da altri siti, che distano di molto (144)

Il Deputato Avala avverte, che tre Ministeri si occuparono (durante il presente Regno italico Ano a quell’anno 1867) delle dette due Isole, senza far nulla, e racconta, che un ottuagenario, Menelao Calcagno, è Sindaco di Lampedusa; ma non ne ha girato neppure il perimetro, perché vive a Girgenti. Conchiude dicendo, che di Lampedusa e di Linosa si sa pochissimo, né figurano nel dizionario dei Comuni italiani, e finisce con dire: «Signori, abbiamo fatto da sei anni l’Italia, ma l’Italia è poco studiata.»

Il Deputato siciliano Crispi dà importanti notizie sulla storia delle dette Isole, ed è costretto tributare encomi al Re di Napoli, contro del quale aveva cospirato. Ecco le sue parole: «Quelle Isole fino al 1843 appartennero ad una famiglia maltese, che non seppe mai né coltivarle né colonizzarle. Siccome Lampedusa sta tra Affrica e Sicilia, e può essere utile ai nostri commerci, a Ferdinando Borbone venne in mente di colonizzarle, e quindi cercò di attirarvi gli abitanti della vicina Sicilia. Ma la popolazione non potea facilmente raccogliersi in un luogo, dove mancavano case, alberi, acqua, tutto. — Linosa e Lampedusa hanno due porti di grandissima importanza, ed a' tempi, in cui Francia non voleva che Inghilterra rimanesse a Malta, il primo pensiero di Pitt fu di prendersi Lampedusa e Linosa, onde farne stazione di navi inglesi nel Mediterraneo. Né solo il gabinetto Britannico ebbe codesto pensiero. Pria che scoppiasse la rivoluzione francese, Caterina di Russia, che pretendeva anche essa al dominio del Mediterraneo, negoziò per avere il possesso di Lampedusa, dove voleva costruire una specie di Ordine di Malta, che sarebbe stato vigile sentinella per la potenza della Russia ne’ mari che stanno tra l’Occidente e l’Oriente. Il Re di Napoli, che, con tutti i suoi difetti aveva pure qualche cosa di buono, credette necessario di colonizzare Lampedusa. Quindi per attirarvi una popolazione, siccome i ricchi non vanno ad impiantarsi in una Isola così lontana, e dove non si può avere dall’Affrica tutto quello che è necessario alla vita civile, cercò chiamarvi famiglie di contadini, pagando tutto ciò che era necessario a' bisogni della nuova popolazione» (Atti uff. N. 184 pag. 816).

A compimento delle informazioni storiche sulle due Isole anDichiarazìozidette parla il Deputato siciliano Amari, che fu un tempo segreutoAmaìt tario d’una Commissione incaricata di studiare come Linosa e Lampedusa potessero conservarsi all’Italia. Egli così si esprime: «Non fu un tentativo solamente che si fece per toglierle alla Sicilia, ma arrivò ad impadronirsene un maltese, e diventarono cosi una specie di proprietà, su cui il Governo inglese, come protettore dei cittadini maltesi, non dubitò presentare delle pretensioni. Dunque non è cosa da prendersi per ¡scherzo. — Allora il Governo del Re di Napoli, vedendo il pericolo, cercò tutti i modi per far si che quella terra restasse terra italiana, e l’ottenne. Ma se per un momento si ritira la mano del Governo, emigrano tutti gli abitanti che vivono in quelle Isole, ed esse ritorneranno in quello stato, in cui erano pria che la colonizzazione si fosse tentata; in uno stato che è incredibile, in uno stato che non dirò di natura, ma fuori di natura, stato di barbarie primitiva... A questo stato riparò in certo modo il Governo napolitano col fondare quella coIonia. Si volle pur farla in seguito colonia penitenziaria, ma siccome colui che ha l’onore di parlarvi, era il segretario, ed ho gran difficoltà ad ammettere colonie penitenziarie, proposi, che rimanesse colonia civile, e tale fu fatta; ma colonia civile che per molti anni ha di bisogno dello aiuto del Governo per esistere.»

Fin qui l’Amari.

Dallo insieme della quale discussione risulta; 1. Che il Re delle due Sicilie era gelosissimo della integrità dell’Italia; 2. Che vegliava attentamente, perché né Inglesi né Francesi s’impossessassero di alcuna parte del territorio italiano; 3. Che nominava Commissioni e spendeva danari per conservare all’Italia anche i suoi scogli.

Eppure i fabbri unificatori del nuovo Regno d’Italia, per annettersi gli Stati di codesto Re, hanno incominciato dal cedere le più interessanti provincie e la chiave di entrata d’Italia alla Francia. — Quel Re di Napoli, che essi hanno tanto calunniato e contro del quale si vantano di aver sempre cospirato (145), se fece tanto per conservare all’Italia due sterili Isole, che non avrebbe egli fatto per impedire che Nizza e Savoia fossero divenute francesi!...


DUE MEMORANDUM

Dopo le arrecate testimonianze, non sospette davvero di parzialità verso il Governo di Napoli, e verso il tiranno Re Ferdinando II, non esitiamo un istante a recare due documenti, italiano l’uno francese l’altro, intitolati Memorandum, che, a nome del popolo napolitano, che non ne sapeva nulla, vennero diretti alla diplomazia europea, e sui quali i Governi di Francia e d’Inghilterra non dubitarono di fondare il loro disegno di attacco contro il regno di Napoli. Sia per il primo il seguente:

Memorandum del popolo Napolitano

«E più di mezzo secolo che in questa bellissima contrada d’Italia la nazione sostiene una lotta coi Borboni, talché ad ogni lustro crescono le vittime da un lato e cresce dall’altro il sospetto e l’ira. Ma le enormità cui si è abbandonato il Governo napolitano dal 1849 in qua, benché solo in parte conosciute, gli hanmosso contro lo sdegno di tutto il mondo civile.

«La quistione napolitana,prima di esser ravvisata nel senso politico e sociale, merita di esser valutata sotto l’aspetto morale. Ferdinando II non vuole esser principe, ma padrone degli uomini e delle cose che sono nel territorio a lui soggetto, e quindi padrone delle menti, delle volontà, delle coscienze, della vita, degli affetti, delle proprietà e di tutto. Suo unico intento è di far prevalere in tutti gli animi il suo pensiero e la sua volontà; e per operare questa violenta ed incessante usurpazione delle anime altrui, gli è indispensabile un perenne lavoro malefico di corruzione e di distruzione: questo è il suo governo. Gli uomini che il Governo di Napoli ha fatto condannare agli ergastoli, ai ferri, all’esilio, ed alla miseria, sono per animo e per ingegno degni di stima e di rispetto, ed i nomi di parecchi di 'essi sono onorati in Europa.

«Questo solo fatto avrebbe dovuto bastare per dimostrare l’iniquità di questo Governo; ma sventuratamente ciò non è stato sufficiente, né mai si sono conosciute appieno le misere condizioni degli abiti delle Due Sicilie: di che ne ha profittato la malafede per confondere le cose e proclamare giudizi ingiusti contro il paese. Quando il medesimo, stretto da' ceppi d'un governo dispotico, aiutato da baionette mercenarie e dal protettorato dell’Austria, gemeva impotente a rigettare la tirannia che l'opprimeva, veniva accusato e vilipeso come degno delle catene che sopportava. Quando poi ha tentato di spezzarle e mettersi a paro dei paesi civili, si è gridato alla demagogia, e, nel nome dell’ordine e della religione, si è fatto plauso ai biechi disegni ed alle nefande opere della doppia inquisizione birroclericale.

«Se si guardi all’antico lavorio degli agenti della Corte borbonica contro il paese, se si pensa che la probità non può esistere in Napoli se non a condizione di elevarsi ad eroismo, e che la malvagità è qui fondamento ad ogni più alta fortuna, è ben da meravigliare come il Governo, ricco di tanta potenza materiale, di armati, di oro, di soldi, di croci, trovi ancora tanti ostacoli nella pertinace virtù e nella costante annegazione di tanti napolitani.

«Eppure non tacciono ancora le accuse contro i napolitani, e mentre essi non hanno che una sola voce: Vogliamo un principe ed un governo morale, corrono il pericolo d'esser giudicati ribelli, fanatici, demagoghi! Dopo una lunga storia di enormezze, che si riassunse nell’ultimo dramma del 1848; dopo un secondo spergiuro, si ode ancora porre in discussione la qualità del Governo di Napoli. Ed il re di Napoli tenta di difendersi, e con turpi pagine, pagate a carissimo prezzo, nega al di fuori i fatti più manifesti, vendicandosi delle accuse con raddoppiato furore, e schernendo in tal guisa il giudizio dell’Europa. I difensori di Ferdinando II non cessano mai di celebrare la sua pietà religiosa, studiandosi di cuoprire col manto della religione le sue opere nefande. Chiamati cotesti difensori al fondo della quistione politica, credono di salvarlo rovesciandone con la calunnia tutto il peso sul popolo. I giornali clericali, pei quali il bastone del padrone assoluto è il simbolo d’ogni civiltà, gridano a piena gola che lagrande maggioranza dei napolitani ama l’assolutismo, adora lamano che l’incatena, l'artiglio che la sgozza. Altri difensori poi, al certo meno stolti, ma egualmente fraudolenti, accusano il paese di aspirazioni eccessive, di aver voluto e di voler la Repubblica, e di aver perciò perduto il beneficio della Costituzione del 1848.

«Cotesta opposizione estrema nelle accuse le distrugge a vicenda. Senza che, esse concorrono insieme a far conchiudere che, se per innanzi uno Statuto costituzionale era desiderato per fine di onesta libertà politica, oramai dall'universale criterio del paese lo Statuto è riguardato come rimedio unico, sì ad infrenare l’anarchia pazza del dispotismo, e si a prevenire i trasmodamenti demagogici, che soltanto i servitori dell’antico Governo potrebbero affettare; è riguardato come garanzia unica pel riposato vivere civile e per l’esercizio de' diritti più santi della persona, della famiglia e dell’umana coscienza. Se si lasci da canto il risguardo della necessità, della moralità e della convenienza politica, per arrestarsi alla quistione di mera giustizia, i documenti stessi del Governo napolitano, i fatti storici e gli orribili giudizi mostreranno ad evidenza se i napolitani, nelle vicende dell'ultimo periodo del 1848, possano essere meritamente tacciati di amare il dispotismo o la Repubblica, e se invece non abbia il Governo condannato, perseguitato, oppresso, ogni più moderato cittadino, sostenitore delle conseguite franchigie costituzionali.

«I. Tra il finire del 1847 e il cominciare del 1848 tutta Sicilia e alcune provincie del Continente eransi levate in armi per conseguire uno Statuto costituzionale, a cui ambivano da lustri, pel quale avevano versato tanto sangue, ed a cui volgevano pure le condizioni generali della Penisola.

«Una dimostrazione imponentissima, il mattino del 27 gennaio, fe’ manifesto quel pubblico voto. Il Re promise e poi concedette il tanto desiderato Statuto. Egli uscì dalla reggia m mezzo al popolo, il dì 29 gennaio. Gli atti e le voci di entusiasmo e gratitudine dei napolitani pel loro Sovrano furono tali, che i più scettici affermarono non esser possibile che l’animo del Re non si fosse commosso in quella memorabile giornata e non si fosse innamorato de' suoi popoli. Ma il Re invece, sbalordito a tanta unanimità e forza di opinione, si recò a visitare i quartieri plebei del Mercato e Santa Lucia, che dovevano esser la fucina della reazione, e riprovò tosto l’uso dei colori italiani. L’indugio al giuramento dello Statuto, lo studiato appartamento delle milizie regolari dalle nazionali, l'abbandono del popolo a sé stesso, gl’incessanti ostacoli a qualsiasi divisamente per la guerra in Lombardia, gli occulti convegni di antichi poliziotti e agenti dell’antico Governo, i subbugli fomentati dai medesimi, i sospetti e i buccinamenti di preteso comuniSmo dell’avere e degli affetti intimi, e le superstizioni religiose eccitate nel volgo dei quartieri bassi della città, e cento e cento altri fatti della camarilla, suscitarono la più profonda diffidenza nel Reame. 1 popoli si credettero in pericolo: la stampa esprimeva sensi disperati, o amaramente sardonici: la gioventù esasperata, con vie strane, credeva poter trascinare il Governo a quella guerra coll’Austria che non si voleva, e la Guardia Nazionale, non mai stanca, doveva solo attendere all’ordine.

«Intanto la camarilla lavorava nelle tenebre, attendendo i tempi opportuni. Leipzenter, da ministro d’Austria, era divenuto capo di cospiratori, e fu obbligato il nuovo ministero a dolersene e ad accomiatarlo dal Reame. Egli disponeva di grosse somme di danaro per comprar gente che fomentasse l’anarchia: e non potendo giuocare nell'opinione pubblica con la parola Repubblica, fece spacciare, da spregiato uomo, (Dardano) uno sciocco proclama per la Costituzione del 1820. Pure di questo rise il popolo, e attese solo all’effettuazione della novella Costituzione, chiedendo guarentigia, sol perché non la vedeva attuare. Indi il popolo medesimo, che dall’impresa di Lombardia sentiva dipendere insieme le sorti d’Italia e della libertà conseguita, faceva istanza perché si spedissero milizie contro l’Austria. Dopo molto barcheggiare, convenne pur mostrare di aderire, e nei giorni 25 e 27 Aprile mossero due divisioni per terra e per mare.

«Intanto Roma non era meno avversa alla guerra, e le nostre milizie erano tenute a bada. Finalmente si conobbero con certezza le vere istruzioni segrete date dal Governo ad alcuni Capi di corpi, e specialmente a quelli di mare. Pure la finzione non poteva esser tratta a lungo, e bisognava richiamar le milizie.

«In occasione della formola del giuramento dei deputati, si provocò un dissidio. Uomini della casa del Re e funzionari di polizia, in apparenza abbandonati dal Governo, siccome è notorio e risulta anche da processi, eccitarono la gioventù più calda e inesperta, e parecchi Calabresi che eransi aggregati alla Guardia Nazionale, a pensare di difendersi; mentre ufiiziali superiori de' reggimenti svizzeri assicuravano essi e i deputati, che le loro milizie non si sarebbero battute contro il popolo. Così questi giovani entusiasti, aiutati dai loro nemici, formarono in fretta alcune barricate a Toledo, e resistettero parecchie ore alla mitraglia e agli assalti delle milizie regolari. (Provocate dai faziosi).

«Né concerto vi era a ciò, né munizioni distribuite, né ordini dati; tal che uno scrittore militare, parzialissimo del Governo, si doleva «d’una maggioranza di deputati moderati che si lasciarono stordire e dominare dalle grida di taluni forsennati e dalle guardie nazionali che si ritirarono timidamente (doveva dire inconsapevolmente) alle loro dimore, invece di opporre una falange serrata a quella debole minorità di uomini scatenati e maligni»(146).

«Quel macello orribile ed impreveduto parse a tutti la vendetta e la cancellazione del chiesto Statuto.

«II. E tal fu. Pure le condizioni d’Europa non erano assicuranti pel Governo, né quelle in particolare della Sicilia; ed inoltre avendo il Re richiesto gl'Intendenti ed altri funzionari se le provincie minacciassero moti d’insurrezioné, ebbe in risposta che si sarebbero rimase pacifiche sol che fossero assicurate del mantenimento della Costituzione: il che risulta dagli atti del processo del 15 maggio. Conveniva quindi simulare a seconda degli avvenimenti generali.

«Nel giorno 16, Napoli, fumante per gl'incendi, sembrava un campo abbandonato dal vinto.

«Il Re, in mezzo mucchi di cadaveri, circondato da soldati e seguito dalle orde del Mercato, si recava a ringraziare la Vergine del Carmine per l’ottenuto trionfo. Ma, per usare le frasi dello stesso citato istorico militare: «le sue erano parole di pace e fedeltà alla giurata Costituzione, esortando anche ed imponendo fedeltà alla Costituzione, in udire qualche voce plebea che levavasi a contraddirla. E le grida di tutti i soldati erano echeggianti al Sovrano, difesa col proprio sangue della real persona, e della legge costituzionale del 10 febbraio: i due termini sacri del loro giuramento.»

«Il Re aveva pure fatto segnalare per telegrafo alle provincie, che la calma era ristabilita, dopo una tale collisione fra le due milizie, e che sarebbe assegnato altro giorno per l’apertura delle Camere.

«Poscia fece pure, per mezzo degli Intendenti e degli atessi deputati, assicurare le provincie del mantenimento dello Statuto, con ohe molti battaglioni di Guardia Nazionale, messi in marcia sopra la metropoli, si tornarono a casa.

«Pochi deputati, involatisi alla catastrofe orrenda del 15 maggio, ai 2 di giugno convocarono la riunione del Parlamento in Cosenza pel di 15 del mese medesimo. Essi bandirono vari proclami a' Municipi delle Calabrie per insorgere a solo fine di guarentirsi il regime costituzionale. Non mai si trova atto o parola alcuna in quella insurrezione che accennasse a Repubblica; e se l'insurrezione è per sé stessa un fatto biasimevole, il torto era del Governo che la rendeva necessaria a' popoli, i quali null’altro volevano se non l’osservanza di franchigie lor concedute, e che si vedevano rapire con mene segrete e a colpi di cannone (147).

«Medesima titubanza e sospizione della perdita dello Statuto eccitò le altre provincie del Regno a provedere a' modi di sostenerlo. Ai 27 giugno di quell’anno, la Deputazione municipale di Bari esortava i Comuni tutti della provincia a creare deputazioni per non far turbare l’ordine pubblico, e sgominare i nostri diritti politici guarentiti dalle leggi anteriori agli avvenimenti del 15 maggio prossimo scorso.»

«Ai 2 luglio seguente convenivano nella città di Bari i deputati de' Municipi suddetti, e manifestavano che, secondo un memorandum pubblicato dalle deputazioni delle 5 provincie confederate in Potenza ai 25 giugno, era generale volontà di reclamare l'osservanza del programma del 3 aprile e del conseguente decreto del 5 del mese medesimo. Onde fu risoluto aderirsi al detto memorandum, e si creò all'uopo un Comitato di cinque individui per la durata di un mese.

«Né la insurrezione calabra fu altrimenti doma, se non con la stessa parola magica della Costituzione. Il generale Busacca, con proclama del 10 giugno, diceva ai Cosentini: Il Sovrano le cui principali viste sono dirette al mantenimento della Costituzione, da lui volontariamente proclamata e solennemente giurata... «gli aveva dato disposizioni dirette al saldo mantenimento dello Statuto costituzionale del 10 febbraio.» Ed il corpo municipale ed i notabili di Cosenza, a dì 18 del medesimo luglio, pregarono quel Generale di assicurare il Re che in sostegno della Costituzione giurata, della legalità e dell’ordine avrebbero pugnato insieme alle milizie regie.

«Con altro proclama il generale Lanza diceva: «Coll’usar riguardo anche agli stessi traviati, rimetterassi l’ordine in sostegno di quella Costituzione, che il Re, i militari ed il popolo tutto, hanno dinanzi a Dio giurata, e cosi saremo felici.»

«Il Generale Nunziante era più persuadente col suo proclama ai cittadini delle tre Calabrie, della data 7 giugno. Assicurava egli di venire per la conservazione dello Statuto costituzionale dal Re conceduto il 29 gennaio, giurato il 10 febbraio, e con im mensa gioia e gratitudine accolto dalla nazione. Statuto che ora e sempre intende nella sua piena integrità sostenere e con servare... possa la Provvidenza far rientrare in sé stessi tutti i traviati (i diffidenti), se ancor ve ne sono, ove non sia stato sufficiente a farlo il magnanimo procedere del Sovrano, che per le illegalità commesse e tentate (non la Republica) ritrar potea quanto avea concesso, nel momento in cui per la forza delle armi il buon ordine erasi ristabilito, ed invece con inau dita lealtà la giurata Costituzione riconfermava, stimandoingiusto punire tutto un popolo del delitto di pochi,che, pentiti e rimessi sul retto sentiero, sperar possono perdono dalla inesauribile sua clemenza... 1 soldati, credetelo, bramano mostrar si a voi veri fratelli e uniti alla maggioranza, che è per certo de' buoni e leali, mantenere il giuramento dato al Re ed alla Costituzione ecc. ecc.

«Ma i Calabresi risposero: «Fra noi lo Statuto costituzionale per conservarsi non ha d’uopo della punta delle baionette o della bocca dei cannoni... Inutile però non è che ella ed il mondo tutto sappia aver noi imbrandite le armi a sostegno delle nostre libertà costituzionali violentemente attaccate... Ne’petti calabresi non tacque, non tace, non tacerà mai il sentimento di attaccamento alle franchigie costituzionali, all’ordine publico... Ritorni la colonna mobile alle stanze d’onde mosse per qui: si assicuri il mantenimento della legge costituzionale del 10 febbraio sulle basi dichiarate col programma del ministro Troia: «si richiami alle sue alte funzioni quella Camera de' deputati» ecc., ecc.

«Il generale Nunziante si studiò con nuovi proclami di dissipare la diffidenza, e fece appello alla stessa Guardia Nazionale delle provincie, perché secondo la istituzione e gVinteressi della medesima, avesse prestato il suo concorso per rimettere l’ordine sostenendo la Monarchia e lo Statuto costituzionale.

«Le milizie nazionali ubbidirono, e nel seguente anno prestarono anche al Generale Statella importanti servigi. Ma guari non andò che, come era avvenuto in Napoli ed avvenne nelle provincie, furono esse disciolte e poscia perseguitate come demagogiche. Lo stesso Generale Nunziante, il cui zelo non contentò le esigenze eccessive del Governo, divenne in seguito segno alle persecuzioni di Orazio Mazza, allora Intendente di Calabria Citra, quindi elevato a Direttore di polizia. (Né aveva ben d’onde il Mazza; lo vedremo.)

«Il ministero del 16 maggio era composto di uomini docili, i quali si proposero di conciliare l’antico col nuovo, e la potestà regia con le franchigie costituzionali. Non fu atto di compiacimento al trono, di devozione al Re a cui non si fosse arreso. Abolì tosto il programma del ministero Troia, e si prestò al vero scopo di quella catastrofe il richiamo delle milizie spedite fuori. Molto numero di persone emigrò o si nascose; parecchi funzionari pubblici stimati troppo ardenti furono rimossi: nelle provincie vennero destinati Intendenti e altri funzionari di opinione assai temperata, e Bozzelli osò pure spedire emissari pel Regno e scrivere istruzioni agl’Intendenti per ottenere deputati ligi al Re. Era questo lo stadio di transizione: se fino al 15 maggio ogni cosa aveva avuto l’impronta dell’azione del popolo, allora tutto discendeva dall’autorità del trono. Il Re non poteva avere ministri più arrendevoli, e con popoli disarmati, intimiditi e percossi egli poteva esercitare la sua potenza con que’ limiti almeno che il pudore e la publica coscienza gli avrebbero imposti. Ma egli aveva premeditato di cancellare pure la voce Costituzione, anzi di spegnerne anche la memoria nella mente de' cittadini, e farla maledire come una meteora sanguinosa, apportatrice di stragi e di ruine (quale fu sempre per ogni dove).

«Il Parlamento fu aperto nel publico terrore al di 1 luglio 1848: al di 5 settembre fu prorogato pel novembre seguente, e poscia nuovamente prorogato pel 1 febraio 1849. Riapertosi in questo giorno, per decreto del 12 marzo da Gaeta, fu sciolto; (ed era tempo, essendo stata proclamata la repubblica di Mazzini in Roma) riservandosi ad altro decreto di stabilire l’occorrente per la convocazione de' collegi elettorali.

«Nessun indirizzo della Camera, con esempio inaudito, volle mai essere accettato dal Re. La Camera diede prova di coraggio civile, essendo che i deputati, sia in Parlamento, sia fuori, erano di continuo minacciati nella vita da' seguaci di Monzù Arena e di altri nefandi cagnotti compri nella plebe del Mercato: (a questo risposero per noi i deputali a Torino (148), ed è noto come il deputato Mazziotti una sera, nell’andare a casa, fu assalito da birri e gravemente ferito. Il medesimo era stato fatto al canonico Pellicano,' direttore del Ministero dell'ecclesiastico, in atto di uscire dalla chiesa del Gesù Nuovo (149); ed il deputato Vincenzo d’Errico era inseguito da un gendarme nel punto in cui si recava al Parlamento ed a pochi passi di distanza da quello. Lo stesso giorno 5 settembre 1848, in cui fu prorogata la Camera, avvenne la famosa dimostrazione, candida, spontanea, de' pescatori di S. Lucia. Il principe di Salerno è morto povero e fallito per le somme estortegli (da chi?) onde organarla. Migliaia di coccarde borboniche furon lavorate nel suo palazzo; varie abitazioni erano state segnalate per stragi, sacco e fuoco, e i Corpi delle Guardie reali dovevano in ultimo, con le antiche bandiere, occupare Toledo e proclamare l’abolizione dello Statuto. Era una ridicola scimiotteria del gran voto nazionale espresso con la dimostrazione del 27 gennaio. Il Monzù Arena doveva cooperare con le sue orde dalla parte superiore della città. Infatti, preti, servitori di palazzo in livrea e poliziotti, dopo mezzodì, con una bandiera avente le armi borboniche e l’effigie della Vergine, tutta in oro, salirono alla testa de' Luciani, per avanti la reggia, acclamando al Re e minacciando a' liberali, e giunti appena alla piazza S. Ferdinando, assalirono con pugnali le botteghe e i gentiluomini, e obbligavano a gridare: Viva il Re, abbasso la Costituzione'. Ma una mano di popolani forti e audaci, calati dal quartiere Montecalvario con bandiera tricolore, e gridando: Viva il Re costituzionale', pose in fuga quelle ciurme vilissime, ed ebbe l’onore di essere combattuta da drappelli di cavalleria e di fanteria e da' birri che traevano loro addosso co’ moschetti. Il loro quartiere fu messo in ¡stato di assedio. Ora codesti bravi cittadini che salvarono la metropoli da una scena del 1799, gemono ne’ bagni, condannati come autori di disordini e come republicani!

«Nel 29 gennaio 1849 grandissimo numero di popolani fecero una tranquilla e taciturna passeggiata in via Toledo, in commemorazione dello Statuto, promesso l’anno avanti in quel dì. Molti de' principali di loro, che vennero conosciuti e segnati, popolano ora le galere, anch’essi come repubblicani.

«III. La nazione pazientemente teneva lo sguardo fiso agli avvenimenti d’Italia e di Europa, per attendere la definizione dei propri destini, e cosi pure il Re per gittar via ogni velo e far le vendette.

«In pochi mesi tutto era risoluto a seconda de' suoi desideri: a' 23 marzo, Carlo Alberto era battuto a Novara, e gli Ungheresi dai Russi; a' 26 aprile, Palermo e altre valli dell’Isola erano sottomesse; a' 4 luglio, il colonnello Niel consegnava al Papa le chiavi di Roma; a' 26 del mese stesso, il granduca Leopoldi? rientrava in Toscana. Sì, tutto era consumato! Il carro che Bozzelli annunziava essere in sul pendìo, deplorabilmente ruinò. Erano già manomesse le tipografie dei giornali; percossi pubblicamente e mandati in prigione tipografi e scrittori; soppressi dalle gran Corti Criminali i giornali, tranne i governativi e i militari, come il Tempo,l’Araldo e l’Ordine, poscia anch’essi proibiti; posta a sacco la sala del Parlamento, e disfatto a furia di plebe anche il solecchio, già costruito all’ingresso del palagio; tolta la bandiera coi colori italiani e rimessa l’antica; tolto anche al Giornale Ufficiale il titolo di costituzionale, e fatti ripubblicare i trattati del Congresso di Vienna del 1815; ricomposti scandalosamente in una volta i decurionati tutti dei Comuni; sostituiti da persone ignobilissime tutti i sindaci, gli eletti e i capi urbani; ritirato, tra altri uffiziali, l’eccellente e reputato generale di marina De Cosa, perché nella spedizione navale a Venezia, di mal animo avea eseguito le simulate ingiunzioni sovrane; destituiti quasi tutti gli intendenti, e moltissimi altri funzionari amministrativi e dell’ordine giudiziario; decorati e sollevati a cariche importanti uomini abbietti, sol perché avevano cospirato fin dallo stesso gennaio 1848 contro lo Statuto; aboliti gli uffici stessi, gli ordinamenti e i decreti emessi nel precedente anno; soggetti a revisione anche provvedimenti per casi singoli e privati, ecc.

«Ma non bastava: il nostro Luigi XI vuol essere pregato, vuol essere come sforzato a tornare al dispotismo ed a punire il grande avvenimento del 1848. In Sicilia non vi ha Comune che non venga obbligato ad esprimere la sua sommissione al Re, in forma tale di devozione ed attaccamento al trono, che sembra una beffa. (Tanto veramente si fece dagli invasori subalpini). I proclami della potestà militare nell’Isola mostravano la persuasione, che la rivoluzione era stata opera di illusi, sedotti e trascinati (150). Il giornale IlTempo, da quella unanimità d'indirizzi alla Corona, dalla gioia per la ripristinata dominazione, fa argomentare che la rivolta in Sicilia, tramata all'estero, eseguita da bande di stranieri, non era stata che uno sciagurato concorso dato alle più tristi passioni, concorso che la grande maggioranza del paese deplorava', che la Sicilia non voleva libertà, e le disfatte sarebbero anche una lezione, che ella potrebbe all'uopo consultare, se mai novelle avidità politiche cercassero di gettarla di bel nuovo nell'arena delle rivoluzioni (151).

«Un volume messo a stampa da publico funzionario (152), premiato con croci e danaro, dimostrava i benefizi di Ferdinando II alla Sicilia, e la ingratitudine de' Siciliani.

«Qui in Napoli si facevano pubblicare catechismi politici con teorie da far fremere. I giornali ed altre scritture governative non cessavano dal ripetere che il popolo non aveva mai voluto la Costituzione, la quale era stata opera di pochi faziosi, stimolati dall’ambizione. «Il popolo, leggevasi nel Tempo, ama la sua patria, e questa in un governo monarchico si personifica nel Sovrano. Quando una festa popolare convoca il popolo sulla piazza pubblica, il grido di Viva il Re manifesta la sua gioia, perché il Re per esso è la nazione, il paese»(153).

«Il paese ama la monarchia, dalla quale aspetta sicurezza e gloria, ma al tempo stesso comprende che il solo governo deve dirigere lo Stato, ec.(154). Questa rivoluzione è ora maledetta da tutti, cosi da quelli che ha trascinati in funesti e colpevoli errori, come da quelli che l’hanno respinta fino dal primo giorno» ecc.ecc... Grazie al principe che ci ha salvati...» Quanti amano il nostro bel paese si stringono al governo per aiutarlo, ecc.(155)...Due bandiere erano spiegate, e la transazione era impossibile fra i due partiti, l’uno forte del consentimento unanime delle grandi maggioranze delle popolazioni, che si stringevano intorno ai governi; l’altro, se povero di numero,» arditissimo ed operoso... Che l’opera della ricomposizione so»ciale si compia adunque ora con quella stessa energia con che» fu represso il disordine. I popoli per una dolorosa esperienza» (purtroppo) han provato fin dove h conducono certe sconsigliate utopie, ecc., ecc. (156).

«Nella succitata descrizione del fatto del 15 maggio 1848, l’autore aveva già attribuita la concessione dello Statuto a pochi demagoghi, e il desiderio della indipendenza ad una sfrenatezza di giovinastri.

«Cosi gli atti, i fatti e gli uomini stessi di Ferdinando II vengono a smentire l’accusa data a' popoli del Reame, che cioè al. 1848 si fosse simulato lo spirito costituzionale per rovesciare il trono e fondar la Repubblica!

«Vero è dall’altro canto, che quando gli organi di Ferdinando II parlano, di maggioranza del popolo, non si deve intendere di altri che di una parte de' cenciosi abitatori della spiaggia di Santa Lucia e del Quartiere Mercato. Gli evviva di queste turbe miserabili furono incettati a grosse somme dal principe di Salerno, per mezzo di vari cagnotti della vecchia polizia, i quali si sono fatti opulenti. In detti rioni facevansi luminarie pel Re: ivi movevano le acclamazioni e le dimostrazioni pericolose, che obbligarono più volte la Piazza di Napoli a far uscire corpi militari dai quartieri per evitar sangue e saccheggio.

«Il mezzo delle petizioni fu adoperato con minacce e violenze tali, che anche sotto la pressione del terrore, la stampa se ne protestò, e fu aperta una lunga polemica col succitato giornale del Governo, il Tempo.

«Queste petizioni dovevano servire come riserva diplomatica, poiché dentro, il Governo voleva sostenere il principio di non spettare a' sudditi di muover parola sulla natura del governo e su’ diritti del trono. Ne’ primi tempi i servitori e difensori del Re avevano celebrato la sua generosità e lealtà nel dare lo Statuto, attribuendo ai disordini del popolo se non veniva mantenuto. Ma quando tale spiegazione non poteva avere neppure l’apparenza di. fondamento, perché i disordini erano cessati, allora fu usato altro linguaggio: si volle mostrare che la monarchia napolitana era nella sua origine pura ed assoluta, e perciò il Re non aveva potuto mai scemare i diritti del trono e della dinastia, che aveva per prudenza ceduto solo all’impero delle circostanze: aveva dovuto fingere.

«Era questa una porta aperta alla più feroce reazione contro ogni fatto, contro ogni sentimento, contro ogni sospetto di favore, o semplice compiacimento per lo Statuto: il velo impenetrabile, che col medesimo aveva detto il Governo di voler gettare sul passato, venne squarciato: le amnistie furono anch’esse avute per estorte dalla circostanza: il birro, indossata la toga del magistrato, trovò colpe nelle aspirazioni ed in frasi stampate anche col permesso della polizia prima del 1848, e tenne per prove convincenti le deposizioni più impudenti di poliziotti salariati. Di qui pure la risoluzione di stabilire un avvenire nel passato; di soffocare ogni senso che ricordasse le franchigie ottenute, di farle anzi odiare, di distruggere il germe di libertà cogli uomini stessi che il recassero in seno. Di qui la demoralizzazione e la corruzione nella plebe di tutte le classi; la protezione allo spionaggio, alla ignoranza ed all’egoismo; la divisione delle spoglie delle vittime tra quelli che inauguravano il governo dell’assoluto padronela destinazione di preti venderecci e nefandi alle cattedre vescovili; l’organamento di un generale spionaggio; la diffidenza in ogni uomo,, in ogni funzionario, in ogni corporazione, e quindi il sistema di controllazione, e specialmente nell’esercito, degli inferiori verso i superiori; l’ipocrisia che indora tante brutture e mostruosità; la ruinadella pubblica amministrazione e l’aumento del debito pubblico e dei dazi; il terrore co’ prevenuti politici; il bastone cogli animi indipendenti; le sevizie coi condannati per voluti reati di Stato; i tentativi per distruggere le vite più importanti tra quelli chiusi a Montefusco, a Montesarchio e negli altri bagni ed ergastoli del Reame. Di qui un odio profondo agli uomini chiari per dottrina e per probità, una persecuzione incessante contro chi avesse sperato o mostrato simpatia per le gesta degli alleati, contro chi proponesse atti o imprese di progresso civile, o volesse insegnare e publicareopere senza aver sostenuto le difficilissime pruove della superstizione, del sanfedismo e delle arbitrarie e goffe autorità birroclericali. Di qui, finalmente, il divisamente di ridurre il paese a un’orda di stupidi e di affamati (Il presente stato ci Italia risponde dolorosissimamente or questa asserzione). I quali non abbiano più un’idea propria o un pane che non venga per dono del divino assoluto loro padrone!

«Un proponimento siffatto, eseguito da anni, con inflessibilità ed energia che possono esser alimentate solo dalla cieca sete di dispotismo, dalla collera e dalla vendetta, una storia di continue oppressioni, di spergiuri e di guerre civili tra i Borboni ed i popoli delle Sicilie, rende troppo arduo il problema di una conciliazione e di una scambievole fiducia per l’avvenire. Il che dee dar a pensare ai grandi gabinetti, che hanno messo la mano a stabilire l’Europa sopra una pace solida e duratura, la quale al certo non può sperarsi col tollerare l’ingiustizia e l’oppressione, e quindi col fomento continuo di turbazioni civili, e di rivoluzioni che possono mettere tutta Europa in pericolo. Lo stato attuale delle Sicilie è come la misura del grado di civiltà e di moralità degli stessi grandi gabinetti, che hanpreso a tutelare l’umanità e la giustizia sempre e dovunque. Essi non comporteranno ulteriormente che la mano dell’uomo sia più distruttiva e selvaggia, appunto dove Iddio ha profuso più largamente i suoi doni su gli uomini e su le cose!

«Certo, questo infelice paese ha gran debito a Gladstone, che, con l’autorità della sua parola, ha rese credibili le querele dei Napolitani; ma anche oggi da pochissimi è conosciuta appieno la tristizia del Governo di Napoli. Ogni Governo si emancipa in qualche straordinaria congiuntura dalla legge; ma l’assidua conculcazione della legge e dei diritti di tutti costituisce il sistema del Governo napolitano. Sono già nove anni che il Re, dopo la vittoria, vive nondimeno in uno stato dì guerra permanente contro il paese; ed anzi questa guerra è divenuta di giorno in giorno più feroce. Sonpochi dì che un giovane calabrese, uscito da Napoli nel 1846 per affari di commercio, dimandava al console napolitano in Genova il permesso di rientrare nel regno. Quel 'console rispose doverne scrivere al Governo: e dopo risposta affermativa gli consegnò il passaporto. Giunto a Napoli insieme con la moglie ed un bambino, gli fu impedito di sbarcare, e fu costretto a rimanere per 28 giorni nel porto, trabalzato da una nave in un’altra; ed in ultimo gli fu imposto di andare a Tropea e di rimanere colà a domicilio forzoso, sotto la scorta di un gendarme ch'egli deve pagare. La sola colpa di questo giovane è di essere fratello di un emigrato politico (perché non dirne il nome?). Recentemente il Governo ha permesso al Procuratore generale Scura di ripatriare. Egli era in esilio da sette anni, perché, adempiendo ai doveri del suo ufficio, avea ordinato che s’istruisse il processo per l'uccisione del deputato Carducci. Sotto altri pretesti era stato sottoposto a giudizio: da due anni la Corte criminale di Potenza lo avea dichiarato innocente. Padre di lunga famiglia, onesto magistrato, ma affatto àlieno dalle fazioni politiche, avea incessantemente dimandato di Rientrare nel Regno. Gli si concede ciò dopo sette anni, ma gli si assegna un domicilio forzoso in un angolo delle Calabrie. Molti celebreranno la clemenza del Re: chi non ha smarrito il senso della giustizia fremerà al cospetto di tali atti di clemenza. (Perché dunque gli stessi deputati di Torino la proclamavano?)

«Cotesti fatti, a chi li considera superficialmente, sembreranno di poco momento; ma un solo di essi basterà per rivelare agli occhi di ogni pensatore tutta la turpitudine del Governo napolitano; poiché ciascuno di quei fatti dimostra che quel Governo, emancipandosi da tutte le leggi, ha per sola guida un arbitrio sospettoso e feroce. Questo è il principio che informa tutti i suoi atti, e tutta l’amministrazione dello Stato; e quindi generali, incessanti sono le violenze de' governanti e i dolori de' governati. (Non è egli questo lo Stato dell’Italia presente?).

«Però fummo consolati leggendo il manifesto, col quale il Governo francese annunziava la rottura delle relazioni diplomatiche col Governo di Napoli, perché ci parve ritratto in esso con verità il carattere di questo Governo, ove si dice: ch'esso ha mutato i mezzi di rigore in sistema di amministrazione. Ed una sinistra impressione per contrario hanno qui prodotta le ultime parole pronunziate da lord Clarendon nel Parlamento, con le quali afferma che l’influenza inglese non è stata vana, essendosi già ottenute alcune amnistie ed un trattato, mercé il quale i condannati politici potranno emigrare. Queste parole sono qui riuscite tanto più dolorose, in quanto per noi non può essere sospetta la buona fede di chi le profferiva. Esse dimostrerebbero che lord Clarendon ignora. che qui è reo politico, e diventa prigioniero e condannato politico, a libito del Governo, chiunque ha detto viva la Costituzione, nel tempo stesso in cui il Re diceva egli il primo: viva la Costituzione', è reo politico chiunque desideri soltanto sorti migliori pel suo paese, è reo politico ogni uomo che non sia disonesto. Ora non si comprende qual giustizia si renda a tali persone condannate agli ergastoli ed ai ferri, commutando la pena nella reclusione, o inviandoli a lavorare la terra nell’America.

«Diciamo il vero: la dinastia borbonica non si è mantenuta altrimenti se non troncando incessantemente il capo alla civiltà del paese, col dannare di quando in quando al patibolo, agli ergastoli, all’esilio gli ingegni più eletti e le anime più pure. Ora che tali supplizi hanno spaventato l’Europa, si è trovato un altro modo che ha le apparenze più miti, ma che è pure più crudele.

«Le parole di lord Clarendon mostrano ancora, che chi le profferiva non sappia che a nulla giova alleggerire le sofferenze che sopportano i rei politici, senza mutare il sistema governativo. Il Re di Napoli avrà da un pezzo in quadiminuita la pena ad un centinaio di persone; ma durante questo medesimo tempo più di mille altri sono stati imprigionati come rei politici.

«Un’amnistia generale non servirebbe ad altro che a fornirgli il modo per rinchiuderenel carcere anche gli emigrati. Eppure le parole profferite da Lord Clarendon nel Congresso di Parigi ebbero un’eco profonda in tutta Europa, e dimostravano che il Governo inglese conoscesse appieno la misera condizione del regno di Napoli, e quanto nobilmente comprendesse la vera missione di un popolo libero e potente.

«Quelle parole furono il principio della lotta tra le Potenze occidentali ed il Governo di Napoli. Non abbiamo noi il bisogno di ricordare, che se questa lotta si risolverà senza che sia mutato il sistema governativo di Napoli, la vittoria sarà di FerdinandoII; né noi osiamo predire i danni che apporterà all'Europa il trionfo delle idee che ora si personificano in questo principe. Le Potenze occidentali non avranno che una sconfitta morale; ma in tempi in cui la forza dell’opinione publica è più potente di quella dei cannoni, una sconfitta morale è più amara e più pericolosa d’una disfatta campale».

In sostanza, cambiate le parti questo memorandum potrebbe essere la espressione del vero, quando fosse non anonimo, come fu stampato, ma sottoscritto da quanti muoiono di fame nel nuovo regno d’Italia, o che, per non morir di fame, emigrano nel nuovo mondo.

A questo prezioso documento in italiano aggiungiamo il seguente in francese:

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MEMORANDUM

du peuple napolitain envové aux cabinets de France et d’Angleterre (1857)

«La question napolitaine, depuis qu’ elle a été traitée par les Plénipotentiaires assemblés à Paris pour résoudre la question d’Orient, a cessé d’être une question particulière pour devenir européenne; ce n’a pas été la philanthropie, ni l’humanité qui ont déterminé la France, et l’Angleterre à s’arrêter sur la condition présente du royaume de Naples; mais une raison plus haute et plus sérieuse.

«Les hommes d’Etat de ces deux pays ont vu que la réaction obstinée du gouvernement napolitain pouvait exciter une secousse qui ressusciterait les doctrines et les grands événemens de 1848, auxquels les monarchies de l’Europe n’ont échappé qu’ après de longs efforts. Ils ont voulu conserver la monarchie, mais enlever aussi aux peuples, par une administration sage et libérale, tous (irétextes de soulèvement. C’est cette pensée féconde qui a guidé a politique des cabinets de France et d’Angleterre. Aussi ces cabinets n’ontils pas abandonné et ne peuvent ils pas abandonner la question napolitaine: C’est ici qu’est le nœud de la pacification de la Péninsule entière. La question napolitaine résolue, en même temps serait résolue celle de l’occupation des petits Etats de l'Italie centrale, et la France et l’Angleterre auraient ainsi lié â leur politique comme deleurs intérêts cette belle et importante partie de l’Europe (dallaquale politica e dai quali interessi i Principi legittimi la volevano indipendente).

«C’estpourcelaqu’étant appelées à mettre un terme à notre question diplomatique, la France et l’Angleterre doivent jeter un regard sur la situation intérieure et extérieure du Royaume, sur les conditions générales dans lesquelles nous nous trouvons; ainsi, en connaissance de cause, ces puissances pourront pourvoir en même temps au salut de la monarchie et du peuple, concilier et mettre en harmonie ces deux intérêts, en apparence opposés. Nous appelons sur ces considérations l’attention des grands hommes d’Etat de France et d’Angleterre.

«Après l'abandon de Naples par les Français, les Bourbons réintégrés respectèrent le nouvel ordre de choses, savoir le nouveau code et la nouvelle administration, introduits par les Français; ils s’attachèrent plutôt & les améliorer (il y avait bien de quoi!) l’un et l’autre. Néanmoins le vice de notre gouvernement ne tarda pas à se révéler. D’excellentes lois furent établies, mais dans l’exécution le gouvernement favorisa une partie de ses sujets au détriment de l’autre, et l’on vit l’une toute puissante, tandis que l’autre était réduite à la servitude. Delà les mécontentements, et ensuite la révolution de 1820 qui, si on veut bien la considérer, n’eut qu’un seul but: celui d’arracher des mains de certains hommes l’administration de l’État qui devenait si injuste et si réactionnaire, pour la remettre au peuple. On voulait une garantie pour le maintien de la justice et l’efficacité des lois; et cette garantie se trouve seulement dans le régime parlementaire, dans lequel le regard du peuple, fixé sur le gouvernement, l’oblige à faire régner les lois autrement qu’en paroles.

«Mais l’Europe inclinait alors vers la monarchie absolue, et la Sainte Alliance, vovant d’un mauvais œil la constitution napolitaine, la supprima par les armes étrangères. On n’osa pas violer les lois, mais derrière le gouvernement apparent on établit un gouvernement occulte qui, dirigeant tout sous le couvert de l'administration ministérielle officielle, rendait inutiles les lois reconnues. Le pays se divisa en deux, et le parti vaincu se vit exclu de tous les emplois publics et enfin du bénéfice de la justice civile. Il sembla cependant qu’ en 1830 nos affaires allaient s’améliorer: Ferdinand 11 réconcilia les deux partis, s’entoura et s’aida des conseils d’hommes que quelques années auparavant on avait persécutés. Avec les Muratistes il réforma l’armée, avec les Muratistes il réforma l’administration civile et judiciaire. Il n’y avait plus de partis; il n’y avait qu’un peuple qui bénissait le nom du Roi. Le Roi, dit on, nourrissait la pensée d’accorder une constitution libérale. Mais les secousses de la Romagne, de la Lombardie et ensuite du Piémont, le surprirent; la révolution de Pologne, éteinte dans le sang, étourdit les souverains, la crainte reprit le dessus et Naples suivit la triste politique réactionnaire. Les défiances se réveillèrent, et ensuite les conjurations, les jugemens et les condamnations; le gouvernement devint ombrageux et reprit la vieille coutume de corrompre l’administration par le moyen des agens secrets qui en faussèrent l’équité et la pratique. Néanmoins les esprits restaient libres, et se portaient naturellement à considérer l’état de leur pays; ils reconnaissaient avec douleur qu’il y existait des lois, mais qu’elles demeuraient lettre-morte et que les Ministériels dominaient seuls: sorte de gouvernement arbitraire et inconstant dont on ne peut jamais prévoir ni prévenir les effets. Ainsi naquit dans les esprits le besoin impérieux d’avoir une garantie contre l’arbitraire de ce gouvernement de police, et on la trouva dans la constitution. On eut cette constitution; le 10 février 1818, le Roi la reconnut librement, la jura librement. Il y eut des excès commis, mais ils appartenaient à une faction condamnée par les homnes les plus éclairés. Le 15 mai, éclate un complût; Tolède est barricadée, et une collision s’engage entre le gouvernement et le peuple. Le Gouvernement l’emporta, et le 17 mai, dans un décret émané spontanément de sa libre volonté, le Roi déclara vouloir conserver la constitution intacte, et considérer ces regrettables événemens comme l’oeuvre d’une faible minorité turbulente. Les journaux, organes du gouvernement parlèrent dans le même sens. Cependant la révolte recommença dans les Calabres; le gouvernement vainquit les rebelles et pacifia ces provinces en proclamant qu’ il conserverait la constitution. Puis ü se préparait à reconquérir, comme c’était son droit, l’île de Sicile, et dans toutes les proclamations des généraux ne cessait de faire retentir la promesse d’un gouvernement libre. Toutefois les chambres réunies à Naples étaient suspendues et ajournées jusqu’en février 1849, et au mois de mars on assurait par la bouche du Ministre qu’il serait fait de nouvelles élections et que les nouveaux députés donneraient à la question politique la solution attendue. Les arrestations commencèrent, et les hommes les plus distingués parmi les députés furent saisis. On ordonna leur procès, et l'on fit peser sur eux tous des charges terribles. Le pays regardait consterné, mais sans bouger. Et voilà que le gouvernement, sans qu’aucun autre prétexte, sans qu’aucune autre révolte lui en fournit l’occasion, casse le statut librement accordé, et fait condamner aux fers ou à l’exil les hommes les plus remarquables du Royaume. Il paraît cependant impossible d’expliquer que le gouvernement n’ait d’abord pas osé, le 15 mai, détruire l’ordre constitutionnel, et qu’ il l'ait fait ensuite sans aucune raison nouvelle, par le moyen d’une réaction lente et dissimulée. De fait, le statut ne fut jamais abrogé, et on voit subsister la monstrueuse contradiction de deux gouvernemens, dont l’un, écrit et juré, n’est pas mis en pratique, et dont l’autre, non écrit, mais secrètement consenti et juré par une minorité, est exécuté d’une manière impitoyable. Les lois se sont tues, et la police secréte a eu seule et continue d’avoir pleine puissance. C’est ainsi que s’est répandue dans les esprits la terreur d’un gouvernement dont l’œil et la main se cachent dans l’ombre, et qui pèse sur toute la nation avec une police vigilante et cruelle. Maintenant le gouvernement est livré à des administrateurs qui veulent maintenir l’état actuel des choses; et tandis qu’on prêche la paix à l’étranger, on effraie le Roi par le récit de conjurations incessantes et avec de nouvelles arrestations. (Non esistevano forse le congiure incessati?)

«Nous avons de bonnes lois, mais elles sont lettre morte, et dans toutes les branches de l'administration civile et judiciaire, c’est l’arbitraire qui gouverne.

Déjà la situation du Royaume des Deux Siciles avait plusieurs fois attire l’attention de la France et de l’Angleterre, mais la guerre d’Orient avant éclaté, toute question partielle se tut, et les deux grands peuples concentrèrent toutes leurs forces en Crimée. Ils avaient parfaitement compris que dans la victoire sur la Russie se trouvait la solution de toutes les questions européennes. En effet, le congrès rassemblé à Paris eut deux grandes pensées, la première de sauver la Turquie de. la Russie, l’autre de faire cesser dans l’Europe l’état réactionnaire pour la conduire à un progrès libre et modéré. Napoléon III a dit que la paix est le progrès; et nous, nous voulons cette liberté qui est une amélioration, et non le désordre révolutionnaire. La question napolitaine a occupé les Plénipotentiaires, et ils se sont principalement arrêtés à considérer l’état du Royaume de Naples. On sait que, voulant respecter la liberté de la monarchie napolitaine, la France et l'Angleterre avaient entremis leurs bons offices pour persuader au gouvernement de Naples de se départir du système de réaction et de se réconcilier avec le peuple par le moyen d’une sage administration et d’une large amnistie. Le Gouvernement napolitain eut recours à des subterfuges (?!) et à des refus qui ne furent pas acceptés, et les Ambassadeur de France et d’Angleterre abandonnèrent Naples. Le Gouvernement essaya de la conciliation, et adopta trois moyens pour contenter la France et l’Angleterre: le traité avec la République Argentine pour la déportation des condamnés politiques, une amnistie et l’envoi de commissaires inspecteurs de la justice. En même temps, pour montrer quel cas il faisait des bons offices de la France et de l’Angleterre, il releva l'échafaud politique, ce que jamais antérieurement il n’avait osé faire, et condamna à mort Milano et Bentivegna. Et cela, lorsqu’ il promettait de l’humanité et des concessions. Il dit que ses sujets sont contents, et pourtant on les arrête pêle-mêle, aussi nombreux qu’ils se trouvent dans les salles de billard et dans les cafés, et on les jette en prison, (perché non citare i fatti?), et on donne à la Police de la Préfecture de Naples de nouveaux pouvoirs pour opérer des visites domiciliaires et des arrestations.

«C’est ci le lieu d’examiner une à une les trois concessions susénoncées.

«1°. Le traitéavec la République Argentine est manifestement injuste, parce que, selon les lois pénales, les condamnés à mort peuvent seuls avoir leur peine commuée en celle de la déportation. Or donc, pourquoi, par une violation manifeste de notre code pénal, des condamnés aux fers et de simples accusés doivent ils être soumis à une peine qui équivaut à celle de la mort? La France et l’Angleterre, il est vrai, ont leurs condamnés à la déportation, mais sur les plages où on les dépose, les déportés français et anglais continuent à jouir du bénéfice des lois libérales de leur pays. A quelles lois seraient soumis les déportés napolitains? Cela est un mystère; la seule chose qui soit bien claire, c’est qu’ils seraient abandonnés à leur propre infortune.

«2°. La mesquine amnistie du 2 mars a seulement réduit la peinedes condamnés politiques qui se trouvent dans les prisons et les maisons de réclusion. Mais de ceux qui sont condamnés aux fers et aux travaux forcés à perpétuité, on ne dit mot. Il reste, en outre, un nombre infini d’exilés, dont il n’est fait aucune mention. Et puis nous savons que le bénéfice de l'amnistie a été restreint, par les soins de la police, aux seuls individus nominativement désignés sur une liste. Cette amnistie est encore une machine, et notre gouvernement n’a pas voulu qu’elle fût générale!

«3°. Les commissaires qui doivent parcourir les provinces pour vérifier l'éxécution des lois sont des sujets contents du régime; hommes du gouvernement, (avrebbe dovuto scegliere rivoluzionarii) ils ne peuvent que porter un jugement conforme à ce que le gouvernement leur a déjà prescrit de dire et d’écrire. Le Gouvernement ainsi prend ses précautions pour que ces hommes lui préparent un panégyrique, et pour prévenir l’opinion des politiques de l'Europe.

«Faisons toutefois observer à la France et à l’Angleterre que la question napolitaine n’est pas tranchée, et qu’ elle est de nature à devenir le premier et nouvel anneau d’une grande complication en Europe. Et si l’histoire du passé est une lumière pour l’avenir, nous en tirerons argument pour confirmer ce que nous avançons. En effet, vers la fin de 1847, et dans les premiers jours de 1848, le Gouvernement de Naples s’obstinait seul contre les réformes, dans la voie desquelles étaient entrés le Pape d’abord, aux applaudissemens universels, puis la Toscane et le Piémont. Les députés de la gauche dans le Parlement français attaquaient le gouvernement, parce qu’ il n’entremettait pas ses bons offices pour faire cesser à Naples la mésintelligence entre le souverain et le peuple. En France il avait ainsi germé dans la plupart des esprits un mécontentement qui, éclatant le 22 février, renversa le trône de Louis Philippe. Maintenant les questions politiques européennes ne marchent plus isolément; elles s’enchaînent au contraire par des anneaux invisibles. Il est certain qu’ en France les esprits ne sont pas calmes; un soulèvement qui éclaterait à Naples, et qui ne serait pas prévenu à temps, ne pourrait-il pas avoir encore les mêmes effets en France et abattre la nouvelle monarchie? Que l’Empereur Louis Napoléon avec son génie prévoyant considère ces causes et ces effets simultanés.

«Les Napolitains ne demandent pas des choses injustes ou chimériques; ils demandent qu’on leur rende la légalitéet qu’on remette en vigueur ce Statut, qui n’a jamais été abrogé par aucune loi, ce qui montre que dans l'esprit et la conviction du Roi lui même, il est toujours la loi suprême de l’État. Nous aussi nous voulons faire partie de la grande famille européenne, marchant à la civilisation et au progrès; et ne pas rester séquestrés des autres peuples voisins par un gouvernement qui persécute le talent, et qui met toutes sortes d’entraves à l’industrie et au commerce (lo stesso Cavour smentiva quest'asserzione). Tout État progresse, non par l’action simpleetexclusive du gouvernement, mais par l’action de toutes les facultés detous les individus. De même que le libre développement du talent ouvre de nouvelles voies à la grandeur morale et civile d’un peuple, ainsi le libre développement de toutes les activités fait progresser le commerce et l'industrie. Le gouvernement ne doit pas s’opposer à ce libre mouvement, mais il doit le guider, pour qu’il n’engendre pas le désordre et la confusion. Un gouvernement qui craint le talent et l'industrie est homicide du peuple qu’il représente et de lui même. Un gouvernement qui abandonne à elle-même toute œuvre humaine, sans en prendre la direction, ouvre passage à l'anarchie et ensuite à la barbarie. De la combinaison de l'action gouvernementale avec la liberté naît le véritable et légitime progrès. Nous voulons que nos lois soient maintenues et exécutées, et l’unique remède est le gouvernement parlementaire, qui en détruisant l’arbitraire de la Police secrète, accorde l'empire aux lois seules et constitue en même temps le Roi et le peuple gardiens de leurs propres institutions.

«S'il est vrai, comme l'affirmait le Gouvernement napolitain dans son memorandani, que ses sujets soient satisfaits de l'administration actuelle, pourquoi, au lieu d’envoyer des commissaires inspecteurs, ne convoque-t-il pas un Parlement pour donner ainsi, par un vote libre de tous les citoyens, un solennel démenti aux rares libéraux qui forment un parti, une réponse publique et éclatante à la France et à l’Angleterre? Mais non: notre gouvernement craint une telle épreuve, parce qu’il sait que tous ses sujets n’exprimeraient que ce seul vœu: nous voulons la Constitution. Ce vœu ne serait pas subversif, parce qu'il est juste qu’un peuple qui pense et qui écrit, qu’un peuple aussi avancé que les autres nations d’Europe dans la civilisation, désire prendre part à l’élaboration et à l’exécution des lois qui le régissent. Il n’ya qu’ une solution à la crise dans la quelle nous nous trouvons: que le gouvernement abandonne noblement la réaction et remette en vigueur le Statut de février. Considérons que si tout désir de liberté constitutionnelle s’était éteint dans les cœurs, la réaction qui dure depuis neuf ans, et qui ne parait pas vouloir finir, serait inexplicable et féroce. Un gouvernement qui est en paix avec son peuple fait de l’administration, et non pas de la réaction; or nous demandons quelle est la nature de l’administration napolitaine? Si elle est réactionnaire, le gouvernement se condamne luimême, parce qu’il avoue que la généralité de ses sujets n’est pas contente de son système. Avec la restauration du Statut, la terrible situation dans laquelle sont placées Naples et les provinces cesserait aussitôt, et lamonarchie des Bourbons trouverait de nouveaux appuis. Si la maison régnante est sage, qu’elle place ses racines et ses fondemens dans l’amour universel de son peuple.»

Lecose da noi narrate, e quelle che narreremo rispondono più che non bisogni a documenti basati solo sul falso e sulla contraddizione. Ma l’accusa principale risguardando il latto della abbandonata Costituzione crediamo conveniente rispondervi subito con le belle parole dell’autorevole De Sivo, che rechiamo testualmente.


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CAPO IX

LA COSTITUZIONE DI NAPOLI E UNA PAGINA DEL DE SIVO

—Le mene settarie, l’abbiam veduto a più riprese, ad onta di tali Memorandum, e del relativo appoggio di Francia e d’Inghilterra, poco attecchivano nel paese, dove i fatti parlavano agli occhi; all'estero si credeva tutto! Sogliono gli uomini, giudicare delle cose altrui con idee proprie. Gli Inglesi tengono per vangelo che niuno possa aver libertà senza parlamenti costituzionali; e il lavorio fitto di cento anni ha divulgato tal credenza in Europa; e benché se ne sienfatti più mali sperimenti, pur non è ancora caduta tal fantasia dell’età, che pretende dare una forma di governo per tipo a tutti i popoli. Posto adunque che solo le Costituzioni dien libertà, restava di conseguenza chiarito tiranno il governo delle Sicilie, che non richiamava i parlamenti. Oggi abbiamo cento esempii di tirannidi costituzionali, riuscite oligarchie pugnaci e rapaci. I Napolitani, popolo pratico, visti i guai del 20 e del 48, e i debiti fatti, voleano piuttosto restar ricchi con Re assoluto, che impoveriti co’ deputati; ma la volontà popolare strombazzata sovrana quando spingesi a rivoltura, perde ogni simpatia de' liberali quando chiede ordine e quiete.

Richiamare i parlamenti nel reame a quel tempo era abdicare; ilpopolo il vedeva, ne voleasentirne. Il ministero retto dal Fordtunato ben selsapeva; ma, non so bene chi consigliante, provocò o sopportò un fatto che fu grave errore. Un Doriadi Cervinara (stato carbonaro nel 1820), e forse qualche altro, si vide misteriosamente per le provincie a sussurrare sull’opportunità di chiedersi l’abolizione dello Statuto. Questa scintilla bastò. La gente stracca di politicavoleariposare; nauseata de' frutti costituzionali, correva volonterosissima. Dall’Agosto 49 al Marzo 50 fu sul continente uno scrivere indirizzi al Re di quasi tutti i municipi e collegi giuridici amministrativi. Sommarono a 2283, di cui molti dettati avanti Notai, con dichiarazioni d’essere voti volontari universali; solo i municipi furono 1559.

Primo fu Abruzzo ultra in agosto, seguitò Capitanata in settembre, Terra di Lavoro e Basilicata in ottobre, e così ¡’altre. Pompose deputazioni presentavansi al Sovrano. I firmati furono centinaia di migliaia, sariano stati milioni se avessero fatto entrare i contadini. Era un abbonamento de' tre colori, uno stomacar di brogli elettorali, un deridere le spavalderie de' Nazionali. Massime ne’ paeselli quei dimenarii, quei strascici di sciabole, quei spallini d’oro di capitani posticci, quel cicaleggio e rumore inconsueto, quello star sempre sull’arme, e il doversi guardare il suo da tanti scarcerati ladri, erano incentivi all’antico. Pure è vero che molti s’astennero, e anche alquanti de' sottoscrittori facesserlo per paura o interesse. Chi mal s’era portato, credeva con quella firma cancellare il passato, e anzi sollecitava altri; perché la malizia umana si fa arma del bene è del male. Fur di questi parecchi liberalissimi del 1860. Pur si vide qualche ufflziale pubblico, qualche Gentiluomo di camera del Re, pur di qualche municipio a ricusarsi; il che mostra non pativan forza.

Fe’ rumore il fatto dell'Arcivescovo di Napoli, Cardinal Sisto Riario Sforza. Richiesto da parrochi se avessero a firmare quelle petizioni, rispose: — no, dovere i sacerdoti stare intenti ai sacri uffizii. — E quando un ufflziale di Ministero gliene tenne discorso, gli replicò: «Quando il Sovrano diè lo Statuto, ebbe in consiglio militari, magistrati e amministratori, non ecclesiastici; questi ubbidirono alla nuova legge, e ubbidiranno all’abolizione; ché per essi è buono ogni governo cristiano, che dia modo alla Chiesa d’operare il bene; ma non denno mescolarsi in cose stranee al loro santo ministero.» E al mattino, ito a Caserta, le stesse cose ridisse al Re, il quale benignamente le approvò. Subito su tal fatto se ne strombazzarono di grandi, e, tra le altre, che il Cardinale ordinasse con lettere pastorali a preti la ricusa. In quanto agli indirizzi fu un coro di tutti i giornali liberaleschi gridanti allo scandalo, al sopruso. Poche centinaio ragunaticce a 27 Gennaio 1848 avevano chiesto lo Statuto a Toledo, ed erano in diritto; ora quasi tutti i m unicipii del Regno ne chiedevano la revoca, e non avean diritto! Le provincie aveano subito una rivoluzione voluta da un cantuccio di via di una città, e ora non poteano levare la loro voce contro quella tirannia liberalesca che distruggeva la loro prosperità. Fu stampato, i voti strapparsi con baionette e guai a chi ricusasse; ed anche oggi qualcuno ha detto, quella richiesta essere stata una maniera d'imposto plebiscito.

Parmi i ministri non avviano dovuto riconoscere ne’ municipi e ne’ privati, e meno negli impiegati, cosi fatto diritto di petizione. Lo Statuto dato spontaneamente dal Re, senza richiesta di costoro, ben poteva ritrarsi senza loro istanza. Scopo sociale è la prosperità umana, le costituzioni sono forme variabili e sperimenti; chi può mutarle una volta, può anche rimutarle, massime quando ne va di mezzo la pace e il sangue dei soggetti. E quando una fazione tendente a scardinare la potestà, si valea delle franchigie per farsene leva, era carità, era dovere lo abolirle. Le Costituzioni del. 48 caddero tutte per questo, né solo in Napoli, ma in Francia, a Vienna, in Toscana, a Roma, perché impossibili conia pace, supremo bene. E come negarlo, se Torino sola, che la serbò, divampò tosto in tanto incendio a danno di sò e degli altri?

Ferdinando non potea tener lo Statuto senza frangere la integrità della Monarchia. Riconqiustata Sicilia, non era possibile riconvocarvi i parlamenti e non fiaccare lo scettro; e riconvocarlo in Napoli soltanto era aver due regni, non quell’uno garantito da tutta Europa; era cacciarsi fuor del suo dritto quasi Re nuovo, costretto forse a pitoccare riconoscimenti da quelli appunto che il regno gl’insidiavano. Adunque l’esempio altrui, sicurezza di regno, ragion di stato e desio di popolo, faceangli suprema necessità di tornare all’antico.

Ma il ministero, o forse il Re, non volle farne una legge. Corsero prattiche diplomatiche all’estero, che restarono segrete. Si sussurrò che Nicolò di Russia, interpellato, rispondesse,disapprovare la Costituzione data, ma non consigliare a ritorta; che Austria suggerisse piuttosto abbandonarla che rivocarla. Ma Austria stessa sul principio del 52 e anche Toscana l’abolirono con legge. Credo Ferdinando non pel consiglio, ma forse per l’opposto, cioè di fare l’inverso degli altri, come era sua natura, e mostrare di essere indipendente da ogni estera pressione, non abolì ma lasciò abbandonato lo Statuto. E fu grave fallo, che tenne deste le speranze settarie, diè presa alle calunnie, mise faccia d’illegalità al governo e tenne il regno in un provvisorio lungo, che mise capo al 1860. Né segui governare incerto, trepidazione negli ufflziali, un non far davvero, un’aspettare gli eventi. Ma già quegli uomini, quelle cose, quei tempi erano mezzani; fiacche le opere e le volontà, fortissimo solo Ferdinando, non bastante a tutto. I congiuratori si credettero temuti, o delle trepidanze governative si fecero prò, per meglio di nascoso costituirsi. La nazione credè passato l’uragano e si adagiò sulle rose; faceva canzoni pel Re, sbeffeggiava i liberali, e poi non ci pensò più.

Le imposte si pagavano senza sforzo, le reclute, con viva al Re correvano a militare; una quiete, una sicurezza piena promoveva un prosperoso incesso d’industria; aboliti i tre colori, tacenti le Camere, anche il giornale ufflziale cessò d’appellarsi costituzionale a 5 giugno 1850. V’ha tuttodì chi dice per questo esser caduta la monarchia nel 1860; con la Costituzione saria caduta prima, o che i Borboni avrian dovuto fare come il Savoiardo; diventar settari e ruinare il regno e l’Italia con la fatua idea dell’unita. Ferdinando rattenne dieci anni l’Italia dal cadere in questo abisso.

La setta gridò lui spergiuro; ma voglionsi poche nozioni di morale a giudicarne. Un giuramento va mantenuto, sinché si possa senza colpa: se la cosa promessa, benché prima buona, diventa mala o impedisce maggior bene, o genera maggior male; se manca il fine della promessa, se per lo eseguimento sopravvenga pericolo altrui di morte, infamia o ruina, in tai casi è dovere non mantenere il giuro (Non est vinculum iniquitatis). Fu empio lefte che eseguì la promesse di uccidere la figlia; empio Erode, che pel giuro diè la testa del Battista alla ballerina; né fu spergiuro Coriolano, che non arse la sua patria, Roma; né s’oserà dire che bene operassero i giuranti pugnalatori del famoso Veglio della montagna. E Ferdinando dovea per la Costituzione mettere il reame in fuoco, farvi templi protestanti, aprire scuole di lascivie, corrompere il popolo, assalire il Santo Padre, e diventar V. E.?

S’era giurato supponendo il popolo volesse lo Statuto nuovo, visto il vero popolo reagire, il volerlo a forza e a dispetto della nazione era un controsenso. Si supponeva portasse felicità, ma recò lotte, sangue e debiti; si supponea chiesto a fin di bene, e si provò chiesto per far repubblica sociale; si supponeva afforzasse lo Stato e il Trono, e si scoperse divisore di animi, rovesciatore di trono; si sperava desse pace, e diè barricate, proditorii e guerra civile. Qual popolo il chiese? Dato, qual bene s’ebbe? Vi fu più requie co’ parlamenti? Hanno, o pur no, i popoli drjtto a star quieti, e alla guarentigia delle persone, delle robe, della morale e della religione? Il giuramento invoca la presenza della di. vinità, e col nome di Dio è implicito il bene. Non si può giurare il male.

Ridevolissima è quell’accusa di spergiurazione in bocca a settari, infrangitori d’ogni santo giuro, discioglitori de' voti religiosi, felloni di mestiere i quali han poi sfacciatamente piaudito all’infrazione de' giurati patti di Zurigo dal loro re galantuomo, per essi va mantenuto il giuro del pigliare, non quello del tutelar lo altrui. — Fin qui il De Sivo (157).


A,compimento di questo primo periodo delle cose napolitano ci fa d’uopo aggiungere un capitolo che ci porgerà modo di raccogliere più d’un fatto degno di nota.


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CAPO X

DOPO LA PARTENZA DEI PLENIPOTENZIARI FRANCESE E INGLESE

E COME SI FA LA STORIA AI NOSTRI GIORNI

Abbiamo detto, a suo luogo, della partenza dei plenipotenziarii di Francia e d’Inghilterra da Napoli. Abbiamo fatto rilevare colle parole di uomini della rivoluzione il contegno delle popolazioni napolitano in quell'incontro. Ci rimane da dire qualche cosa su quel fatto grave in diplomazia, e lo facciamo riportandoci alquanto indietro fino a. quell'epoca, e valendoci di storici rivoluzionarii. Premettiamo un documento che non vuole essere dimenticato, ed è la lettera del cav. Severino, segretario di re Ferdinando II, con cui comunicava al Carafa, Ministro di Stato aNapoli, gli ordini del suo Sovrano circa il contegno da mantenere di fronte ai plenipotenziarii che minacciavano di partire.


La lettera era del seguente tenore:

Castellamare, 3. Giugno 1856.

«Il Re ha presso di sé e ritenute le lettere che a lei venivanoistruzioniconsegnate dai ministri d’Inghilterra e di Francia. È augusto nando II al volere che, se Ella, signor Commendatore, incontrerà i due signori (Carafa)' Tempie e Brennier, e se faranno insistenza, potrà dir loro a voce che nessun Governo ha il diritto d’immischiarsi negli affari degli altri, e molto meno di giudicare con modo improprio la sua amministrazione, e specialmente della giustizia, nella quale, come in tutti i rami, non crede S. M. sia nulla a ridire. Col bel pretesto di dissipare e prevenire rivoluzioni, vogliono produrre rivoluzioni. Che se qualche movimento di disordine pubblico possa, Iddio non lo voglia, accadere, sia in Napoli sia in Sicilia, sono essi che l’hanno suscitato e lo susciteranno, e faranno rialzare lo spirito rivoluzionario non solo nel nostro paese, ma nell'Italia intiera, con quelle loro indecorose protestazioni a favore dei principali agitatori. Dica loro che, prima d’usare atti di clemenza, bisogna pensare che questa genìa è la maggior parte incorreggibile. Aggiungerà ella di più che, se sino ad ora il Re ha potuto esercitare la sua clemenza, attualmente non può esercitarla per colpa di tutti questi passi che fanno tutti cotesti Governi protettori di siffatta gente. Sarebbe ciò un incentivo a nuove pertubazioni, e il Governo non può da sé preparare nuovi moti al paese. Dovrà intanto, signor Commendatore, procurare di vedere i Ministri di Russia, Austria e Belgio, atTìne di dir loro d’aver ricevute queste proteste, e delle risposte fatte e che farà d’ordine del Re (158)

Dopo la surriferita lettera Nicomede Bianchi, a pag. 296 vol. VII cap.Vili, con mal velato dispetto, rivelando le gelosie tra Francia e Inghilterra, scrive:

—Per meglio invogliare Ferdinando a far viso arcigno alle sollecitazioni dei Governi di Francia e d’Inghilterra, valsero le notizie inviate dai suoi legati. Carini scrisse da Londra che i Ministri della Regina, divenuti assai sospettosi che Napoleone mirasse a fomentare sottomano la rivoluzione nell'Italia meridionale per mettere Muratsul trono di Napoli, si mostravano sfreddati d’ingerirsi nelle cose interiori del Regno (159).

Antonini telegrafò da Parigi che l’Imperatore, conosciute meglio le condizioni della Penisola, aveva mutato linguaggio coll’Inghilghilterra. L’alleanza della Francia coll’Austria, l’attitudine presa dal Clero francese, la disapprovazione palese e unanime dei conservatori, anche partigiani dell'Impero, sul contegno tenuto dal Congresso verso le cose italiano, essere le cagioni principali di questo mutamento di politica (160).

Intanto i Governi di Francia e d’Inghilterra smaniavano di riannodare le relazioni col Re di Napoli e diplomaticamente procacciavano per tutti i modi, che Ferdinando II facesse un atto, un passo qualunque verso di loro per toglierlo ad ocasione di ravvicinamento e riallacciare le relazioni senza scorno da parte loro. Ma Re Ferdinando, altiero della propria dignità e dell’onore della Corona, fu inflessibile. L’imparziale Nicomede Bianchi; degno storico della Rivoluzione, si svelenisce contro il Monarca napolitano, ed, appiccandogli la taccia di superbo testardo, si dà il fastidio di svolgere le prattiche diplomatiche di quel tempo.

«La Russia, dice egli a pag. 298 (loc. cit.), patrocinava all’aperto la causa del Re di Napoli, e poiché a quel tempo Napoleone ne cercava l’intima alleanza, cosi le pratiche della diplomazia moscovita trovarono in Parigi buone accoglienze (161). Con un pò di destrezza e di arrendevolezza il Governo napolitano poteva cavarsi d’impaccio, togliendo all’Inghilterra l’appoggio della Francia, e fornendo a questa il modo di uscir con decoro dalla via delle rimostranze in cui era entrata. A ciò fare esso si trovò quasi pregato. Napoleone disse al Barone Brunow, che subito lo fece sapere a Ferdinando: «Ritarderò di dieci giorni a richiamare la legazione francese da Napoli per dar tempo allo Czar di capacitare il Re a cedere in qualche cosa (162)

A indurlo in questa persuasione, Gorkiakoff faceva dire a Ferdinando, che non era un umiliazione per lui cedere alle rimostranze di due grandi Potenze marittime: si rammentasse bene che laRussia altro non poteva prestargli fuor del suo appoggio morale; che essa si trovava in condizioni tali da doversi tenere in termini d’amicizia colla Francia e coll’Inghilterra, ove anche trascorressero ad atti ostili verso il regno di Napoli. Bramava il Re d’avere efficaci aiuti dalla sincera amicizia dello Czar delle Russie? Indirizzasse una nota confidenziale ai gabinetti di Londra e di Parigi promettendo qualche riforma, si gratificasse l’imperatore Napoleone, offrendogli spontaneo lo scarceramento di Poerio e di Settembrini; autorizzasse l’ambasciator russo in Parigi d’annunziare all’Imperatore che il Re di Napoli presto gl’invierebbe un oratore straordinario, apportatore di riconciliazione (163). I ministri Francesi l’aspettavano non solo a braccia aperte, ma la incuoravano additando aperta, breve e facile la via. — Che il Re, diceva Walewski ad Antonini, mi fornisca un mezzo qualunque onde ci possiamo tirar fuori dall’affare con decoro, e io lo coglierò non con una, ma con due mani (164). — Che il Re, dicevagli Fould, scriva una lettera all’Imperatore per mettergli nelle mani lo scioglimento amichevole della controversia; vedrà che Napoleone diverrà il suo avvocato verso l’Inghilterra, e terminerà la questione senza che il Governo napolitano si trovi gravemente compromesso nella sua dignità. (165) — Tùtto ciò, esclama indispettito il Bianchi (non avvezzo a simili atti di reale fermezza e dignità) valse a nulla. — «No e poi no, rispose Ferdinando, a Gorkiakoff e a Walewschi. Le fattemi proposte sarebbero atti di estrema debolezza a danno della mia corona; e a vantaggio del partito rivoluzionario. Mi si lasci tranquillo»(166). —

Francia e Inghilterra, prosegue a dire il Bianchi, s’erano tropp oltre avventurate nella questione per poter retrocedere serbando incolume il proprio decoro. Ma da che la politica, che la prima seguiva verso la Russia e la seconda verso l’Austria (strana concordia di cotesti alleati occidentali!) interdiceva loro di troncarla cogli estremi argomenti della forza, deliberarono di non passar oltre all’interruzione delle consuete relazioni diplomatiche. Fu a di 21 ottobre 1856 che i legati di Francia e d’Inghilterra presentarono al Carafa ciascheduno una nota per ragguagliarlo di questa deliberazione. La nota francese si limitava ad esprimere il dolore che il governo dell’Imperatore provava nel vedere il Governo napolitano deliberato a non dar retta alle sollecitazioni leali fatte dalla Francia nell’interesse della quiete dell’Europa (167). La nota inglese, più risentita dichiarava che il Governo della Regina non poteva continuare a mantener relazioni amichevoli con un governo, il quale respingeva qualunque consiglio amichevole per non togliersi da un contegno condannato da tutte le nazioni civili (168).

Ferdinando (è sempre il Bianchi che parla) s’aspettava queste rotture e non gli riuscirono moleste. Sul foglio ove stava scritta la nota francese, egli, di mano propria, nel rimandarlo al Carafa, scrisse: «Ha fatto bene dì dare i passaporti, e si è regolatoconvenevolmente con quei signori (169).» Poi gli apri con precisione il suo pensiero con queste parole, che il Bianchi dice testuali: «Non siamo stati noi che abbiamo offeso la Francia e l’Inghilterra, ma sono state esse che hanno offeso noi; dunque non dobbiamo chiedere loro scusa. L’Europa intiera può dir ciò che vuole; ma qualunque proposizione deve partire da loro e non da noi; e lo sappiano tutte le Potenze europee (170)

Lo storico liberale, non potendo far altro, maligna sull’attitudine irremovibile di Ferdinando II, e la dice «resistenza di piccol pregio dopo che Francia e Inghilterra avevano lasciato conoscere allo scoperto che non intendevano passare ad atti ostili;» quasi fossero atti amichevoli lo scagliargli contro i rivoluzionari di tutto il mondo, e cuoprire lui e il suo governo delle più obbrobriose calunnie solennemente smentite dagli stessi banderai della setta nel massonico areopago di Torino, siccome abbiamveduto e vedremo in seguito. Nicomede Bianchi crede di poter aggiungere, come Ferdinando II, praticando quella resistenza a scorno della eterna giustizia e della civiltà universa, non poteva riuscirgli propizia la pubblica opinione, bene inteso, quella formata dalle società segrete, che ormai tutti sanno. Infatti Antonini scriveva in quel tempo al Carafa (e scriveva il vero), che nel Belgio e nella Francia era universale presso gli uomini onesti e cristiani l’ammirazione per la eroica resistenza del re di Napoli, e che negli ultimi giorni in cui era rimasto a Parigi aveva provato un vero trionfo per le ricevute attestazioni di simpatia da tutti i ceti; per il che a buon diritto poteva scrivere il Canofari da Torino: La nobile figura del nostro augusto padrone diviene maestosa e imponente al disopra di quelle di tutti i monarchi suoi contemporanei.» E il Carini, che tempo verrebbe in cui l’Imperatore Napoleone ringrazierebbe Ferdinando di aver salvato l’indipendenza del monarcato (171).» Ora ognuno vede quanto dicesse giusto il Carini; ma il Bianchi trova che quei poveri cortigiani non vedevano più in là di una spanna!» Francia e Inghilterra, continua egli, nell’interrompere le relazioni diplomatiche col Governo napolitano procedettero con grande temperanza di modi. Dichiararono che non invierebbero nel golfo di Napoli le squadre navali, per non dare stimolo al malcontento di coloro i quali cercavano di crollare il trono del Re delle due Sicilie, e che inoltre protestarono come non intendessero passare ad atti ostili, e si dicessero parate a riannodare l’antica amicizia col governo napolitano, subito che si mostrasse volenteroso di provvedere ai suoi veri interessi (172)(che modestamente pretendevano conoscere esse meglio di lui).

Il Gabinetto di Parigi sperò, lo dice il Bianchi, di smuovere Ferdinando mediante i buoni uffici della Corte di Roma; ma Antonelli non volle assentirli (173).

Il tentativo fu fatto dal Gabinetto di Madrid. Il legato spagnuoloin Napoli si portò dal Ministro sopra gli affari esteri per leggergli un dispaccio del suo governo, pel quale, accennate le conseguenze funeste che potevano derivare por la pace dell'Europa dalla controversia insorta tra il governo napolitano e le due Potenze occidentali, venivano offerti i buoni uffizi della Spagna per giungere ad un amichevole ricomponimento. A meglio conseguirlo, il Gabinetto spagnuolo consigliava il re di Napoli d’introdurre spontaneo qualche riforma negli ordini governativi (174).

Ferdinando per rispondere si servi del suo legato in Madrid, Marchese Riario Sforza, il quale, per espresso incarico del suo Re, notificò alla Regina e ai suoi Ministri, che il governo napolitano doveva rimanere qual era, e che essendo stato le 'Potenze occidentali le prime a interrompere seco le relazioni diplomatiche, spettava ad esse di muovere i primi passi a riannodarle (175).

Una risposta identica ebbe il Re del Belgio, il quale dietro la domanda del governo inglese (lo noti bene il lettore) aveva cercato d’intromettersi paciero, studiandosi di capacitare Ferdinando della convenevolezza di scarcerare Poerio (personaggio ormai ben noto) e Settembrini (176).

Dopo di ciò, il Bianchi passa a dire, come Ferdinando II, quattro. mesi prima delle accennate rotture diplomatiche, per levarsi la noia e il pericolo dei soverchi prigionieri politici, iniziasse prattiche colla Repubblica Argentina, e addì 13 gennaio 1857 venisse stipulata una convenzione per lo stabilimento sul territorio di quella Repubblica di una colonia di sudditi napolitani, condannati o detenuti politici, che colà verrebbero confinati in commutazione della loro pena.

Il Conte di Bernstorff, Ministro di Prussia a Londra, presentò (sono parole di Nicomede Bianchi) quel trattato a lord Clarendon,e nello stesso tempo gli fece conoscere il vivo desiderio del suo Governo di vedere l’Inghilterra, nell’interesse della quiete dell’Europa, riconciliata colla Corte napolitana. — Il Ministro inglese non si mostrò per nulla arruffato. «Ebbene, rispose Clarendon, se il Re di Napoli vuol ordinare che questa convenzione ci sia comunicata ufficialmente, e se egli è disposto a lasciar partire per la Repubblica Argentina tutti i prigionieri di Stato che lo chiederanno, noi potremo ristabilir seco le nostre relazioni diplomatiche.» — «Dovrebbero esser compresi, chiese Bernstorff, anche coloro pei quali è aperto tuttavia il processo?» — «Certamente che si, rispose Clarendon. Il Re non amerà troppo di manifestare il suo desiderio di riannoda re con noi le consuete relazioni diplomatiche, e noi non lo chiederemo mai, tuttavia si potrebbe trovare una formula accomodevole a tutti: per esempio, il Commendator Carata potrebbe scrivere un dispaccio per dichiarare, che il Re, di sua spontanea volontà, era venuto da lungo tempo nel pensiero d'entrare nella via di moderazione, per la quale l’Inghilterra aveva manifestato il pensiero di vederlo, e che quindi era giunto a conchiudere con la Repubblica Argentini! una convenzione che mettevalo in grado di compiere gli atti di clemenza da lui stabiliti. Sono pronto a tutto, concluse Clarendon, anziché lasciar sospettare, che io intenda incoraggiare le tendenze rivoluzionarie (177).» — Il nobile Lord aveva dimenticato i suoi atti precedenti e il suo contegno al Congresso di Parigi. —

Bernstorff ragguagliò di questo colloquio l’Ambasciatore di Prussia a Parigi, conte di Hatzfeld, affinché tasteggiasse Walewski. Questi volle prima conferire con Lord Cowley, poi rispose: «Ove tutti i condannati politici della Due Sicilie assentino di migrare nella Repubblica Argentina, tra la Francia e il Governo napolitano si potranno ristabilire le relazioni diplomatiche.» Esso dovrà, nei modi che gli torneranno più graditi, dare ufficiale comunicazione della patteggiata convenzione ai gabinetti di Londra e di Parigi, in pari tempo accennerà loro gli atti di clemenza compiti dal Re, conforme ai desideri manifestatigli, ed esprimerà il suo desiderio di riannodare con loro i consueti rapporti diplomatici (178)». — Credevano forse che Bernstorff parlasse per impulso del Re di Napoli, ed alzavano la voce, imponendogli la legge; ma erano nell’inganno. —

Il Gabinetto di Pietroburgo, prosegue il Bianchi, al giorno disiffatte pratiche confidenziali della Prussia, inviò al Re di Napoli questi consigli: — Verso l’Inghilterra non facesse alcun passo né avanti né indietro, ma aspettasse la determinazione ch’essa prenderebbe come fosse eseguito a pieno il trattato colla Repubblica Argentina, in modo da essere condotti in America tutti i prigionieri politici del regno. Egli si accostasse invece alla Francia chiedendola del rinvio in Napoli della sua legazione, partiti tutti gl’imprigionati per delitti politici (179).

La Russia vagheggiava allora un’alleanza con la Francia contro Inghilterra, e dava consigli in ordine ad essa. Ferdinando II, che seguiva una politica indipendente e non serva di chicchessia, teneva d’occhio codesta corrispondenza. — Si risponda, ordinò al Carata, a Bernstorff e a Hatzfeld, che ho visto con dispiacere che si continua a proteggere la birbanteria e la rivoluzione. Della convenzione Argentina profitterà chicchessia, tranne i condannati all’ergastolo e coloro ai quali è stata commutata la pena di morte. Si ripeta poi quello che da un anno andiamo dichiarando, che il Governo napohtano non crede di derogare in nulla alle sue massime, e che non vuole né può fare alcuna emenda verso la Franel’Inghilterra; e che tnsì è pronto a rannodare con esse le relazioni diplomatiche, purché esse sieno prime a chiederlo (180)

Carafa scrisse tuttociò a Bernstorff concludendo così: — «Noi abbiamo molte ragioni per non toglierci dalla via finora seguita. Attualmente è dimostrato fino all’evidenza, che nel Congresso di Parigi non si ebbe punto il desiderio d'assodare la quiete e di combattere la rivoluzione in Italia. In ogni modo noi non abbiamo mai tralasciato dall’avvertire che, se anche si avesse avuto questo pensiero, praticamente si giungerebbe a un risultato opposto. I fatti sono venuti a darci piena ragione. L’agitazione rivoluzionaria ben tosto si è manifestata in Sicilia e nelle provincie continentali del Regno: in conseguenza di essa è divenuto impossibile al Governo del Re di procedere nell’intrapresa via della clemenza; esso ha dovuto retrocedere per salvare l’ordine pubblico, e proteggere i buoni contro i malvagi. Non bisogna dimenticare che i rivoluzionari fanno la guerra col pugnale alla mano, e che mirano ad abbattere la Religione e a sconvolgere l’ordine pubblico. La mano degli assassini è diretta da scellerati uomini, i quali con libertà cospirano sul suolo della Francia e dell’Inghilterra. Veramente il Governo napolitano ben diversamente si porterebbe ove nel suo Stato si cospirasse contro la Regina Vittoria e contro Napoleone III, neanco esso lascerebbe il corso alle invettive. d’una stampa quotidiana ad essi mortalmente nemica. Le navi inglesi e francesi che sono in crociera sulle nostre coste, accordano ospitalità ai rivoluzionari più ribaldi, vendono armi e munizioni da guerra. Gli agenti consolari francesi e inglesi con discorsi violenti eccitano le popolazioni alla ribellione. E dopo tutto ciò si pretenderebbe che il Re si mostrasse clemente verso i principali strumenti dei disegni segreti dei Gabinetti di Parigi e di Londra? Nel proteggere costoro, la Francia e l’Inghilterra non cercano punto il bene dell’Europa, ma mirano ad aumentare il numero dei rivoluzionari, per meglio turbare la quiete del nostro Regno. E da lungo tempo che, massime da segreti agenti francesi, si lavora a corrompere per moneta la fedeltà delle nostre milizie. Ciò passa i limiti d’ogni tolleranza, e debbo quindi dichiarare por ordine espresso del Re, che Egli non intende di fare la minima concessione, nasca ciò che può nascere»(181).

Nicomede Bianchi, recata questa nota, osa affermare nulla esservi di dignitoso, ma molto di bugiardo e di sleale, giacché si architettavano in aggravio della Francia e dell’Inghilterra maneggi indegni per isgravarsi dall'obbligo di migliorare le condizioni politiche del Regno.» — Il lettore è ormai bene al caso di rispondere a tali accuse veramente indegne, quindi noi ci asteniamo dal farlo.

A troncare le speranze concepite dal Gabinetto di Berlino sopravvenne il fatto seguente. Sui primi d’Aprile 1857, avendo il conte di Bernstorff scritto al Ministro Carafa, che Clarendon sempre si querelava del procedere inumano del Governo di Napoli, il Re ordinò gli si rispondesse, che, — siffatta dichiarazione era un oltraggio alla sua indipendenza Sovrana, onde crederebbe venir meno al proprio decoro, se permettesse che più oltre si conducessero pratiche di accomodamento —(182).

Bianchi va fuori di sé a questa stupenda risposta di Re Ferdinando,ed esclama: «La tracotanza del Borbone rimase appagata!» E conchiude: «Fin che egli stette sul trono, Francia e Inghilterra gli lasciarono l’impunità (quale generosità!) di spregiare i loro consigli, le loro minaccio, e di mantenersi irremovibile nel seguitar l’opera del suo governo dispotico».

Abbiamo ascoltato fin qui Nicomede Bianchi, storico ufficiale della rivoluzione, ora ci consenta il lettore di fargli udire sull’istesso proposito, ma più brevemente, il Belviglieri altro storico gravissimo della medesima rivoluzione: se tra loro discordano non è nostra la colpa.

«La rottura delle relazioni diplomatiche, dice egli, colle due grandi Potenze occidentali, facendosi ogni dì più sentire per gl’imbarazzi molteplici che produceva, ed il Governo (napolitano) volendo uscirne senza concedere nulla, non che ledesse la sua dignità, ma nemmeno porgesse apparenza di soddisfazione, cercò ed ottenne i buoni uffici della Prussia, la quale, per mezzo del suo incaricato a Genova, fece pratiche officiose presso Clarendon per riannodare le relazioni. Il nobile lord, disposto a transigere, nona cedere, domandava comunicazione del decreto risguardante lo invio dei detenuti politici napolitani sul territorio della Repubblica Argentina, ed esigeva che quanti bramassero profittare di quel beneficio, vi fossero autorizzati; ed a ciò Ferdinando acconsentiva; ma il Britanno usci con altri gravami: i nuovi arresti, lo spionaggio eretto in sistema; l’uso dell cuffia del silenzio nelle carceri (Il lettore già conosce il valore di questa stolida asserzione); l'accusa contro la fregata inglese Malacca d'aver venduto polvere da guerra nella rada di Napoli; la pubblicazione di opuscoli ingiuriosi all’Inghilterra. Il Governo napolitano cercò discagionarsi invano: le sue spiegazioni furono reiette ed ogni probabilità di ravvicinamento si dileguò; ond’esso, conscio dell’isolamento in cui si trovava, con avvedutezza si volse per appoggio al Clero ed alla parte meno educata (!?) del popolo, sgraziatamente numerosissima, che subivano l’influenza»(183). Fin qui il Belviglieri. A chi crederanno i posteri a lui o al Bianchi?

Completiamo ora la nostra narrazione recando i seguenti due dispacci, dei quali è parola in questo capitolo. Il primo è la circolare del Ministro Carafa alle reali Legazioni all’estero circa la partenza dei plenipotenziari, il secondo è la lettera confidenziale dal medesimo Carafa al Conte di Bernstorff.

Dispaccio circolare del Commendatore Carafa, ministro degli affari esteri di S. M. il Re di Napoli alle R. legazioni all’estero, circa la partenza dei plenipotenziari di Francia e d’Inghilterra da Napoli.

«Signor...

Napoli, 8 novembre 1856.

«La partenza della missione di Francia e d’Inghilterra, che con mio dispaccio circolare del 27 dello scorso ottobre, N. 48, la informai d’avere ricevuti i domandati passaporti, ha avuto effettivamente luogo la mattina di martedì, 24 del prossimo passato, nel qual giorno i capi di tali missioni presero la direzione di Roma per imbarcarsi a Civitavecchia, lasciando l’incarico dei passaporti, non che la custodia degli archivi, a' rispettivi consolati, i quali prima presero cura di fare abbassare gli stemmi dei due Governi dalla porta dell’abitazione dei due rappresentanti partiti.

«Rimangono da tale atto interrotte le diplomatiche relazioni di quei due Governi con questo del R. nostro Signore, contro del quale ninna ostilità si è intesa esercitare, come ci ha spiegato il Monitore francese del giorno 20 p. p. (L'abbiamo recata a pag. 182).

«Come potrà, da fatti giudicarsene, ancora meno ostili e senza la minima alterazione, si conservano i nostri rapporti con quelle due Potenze, dappresso alle di cui Corti i regi rappresentanti non verranno richiamati.

«Oltre le ulteriori corrispondenze, delle quali ha già ricevuto copia, è venuto opportuno il Monitore francese del 25 ad offrire a ciascuno il diritto e la facilità di giudicare da qual lato sia la ragione, ed ha reso inutile che il R. Governo manifestasse, in prova della propria lealtà e delle varie specie d’attacco di cui si è soggetto, la natura delle pretese delle due Potenze occidentali ed i mezzi con cui si sono fatte a sostenerle; dando alle prime il nome di amichevoli consigli, e giustificandoli coll’asserito unanime consentimento di tutte le altre Potenze europee, ad adottare de' provvedimenti atti ad allontanare il pericolo di veder compromessa lapace dell’Italia dal nostro sistema governativo.

«La parte dai rappresentanti le grandi Potenze, riuniti in Congresso a Parigi, presa ai protocolli degli 8 Aprile, è un documento incontrastabile della ricusata adesione delle grandi Potenze, tanto all’iniziativa proposta del Congresso, quanto all’applicazione di misure provocanti, ma dalle' sole due Potenze occidentali mandate ad effetto.

«L’attitudine del Governo del Re non poteva, né può altrimenti inspirarsi che nel proprio diritto e nell’esistenza di Stato indipendente, per respingere colla ragione e con la guida della giustizia della propria causa qualunque pretesa d’ingerenza estera nell’interna amministrazione, ed opporre la moderazione a' passi con che le due Potenze hanno, senza volontà ostile, spinta la loro attitudine a riguardo di una Potenza amica.

«I fatti, più convincenti di tutte le assicurazioni, provano ad evidenza l’insussistenza dei motivi su’ quali si è dichiarato fondarsi l’ingiusto procedere delle due grandi Potenze verso di noi; cioè il rigore del Governo pe’ condannati politici, e l’agitazione mantenuta in Italia dal nostro sistema governativo.

«Il numero delle grazie politiche dal Re N. S. fatte, e che non cessa quotidianamente di fare, ormai note a tutta l’Europa, risponde in modo da distruggere il primo de' motivi; e la tranquillità che regna in tutti i domini del Re N. S., e che speriamo vorrà continuare, ad onta di quanto sperasi dagli agitatori per vederla alterata, profittando delle attuali differenze, sarà la più potente risposta ad oppugnare il secondo motivo.

«Al Governo del Re non rimane quindi che conservarsi nella attuale posizione senza menomamente smuoversi a quanto possa esser detto, o verrà fatto, per tentare di falsare sul conto nostro la pubblica opinione, con attribuirci cause di pericoli, di cui malagevole è riuscito pure l’inventare pretesti per farli credere.

«Nel persistere però in una tale linea di condotta, il Governo del Re N. S. vedrà con piacere offrirglisi l’occasione dalle due Potenze occidentali di ristabilire le diplomatiche relazioni preesistenti, e che esse hanno voluto interrompere.

«Delle cose qui sopra esposte sulla condotta sinora serbata dal real Governo, e sull’attitudine che intende mantenere verso le Potenze occidentali, Ella se ne varrà senza darne veruna comunicazione, ma soltanto per sua propria norma, ne’ discorsi che potranno esserle mossi da codesto Governo, sulle insorte divergenze, conformandovi il suo linguaggio, ed il suo contegno.

CARAFA.»

Lettre confidentielle de M. Carafa ministre des affaires étrangères de 8. M. le roi de Naples à M. le comte de Bernstorff, ministre de 8. M. le roi de Prusse à Londre.

«Monsieur le Comte

Naples, ce 2 février 1857

«J’ai reçu votre dépêche confidentielle du 15 janvier, par laquelle vous avez bien voulu m’informer de la conversation et de ses plus importants détails que vous avez eue avec lord Clarendon et monsieur de Persigny sur la position que les deux Puissances occidentales nous ont faite dans un but bien contraire à celui qu’ elles ont cru pouvoir faire valoir.

«Le langage du Ministre des affaires étrangères d’Angleterre est évidemment le même que celui qu’ il a tenu dès le commencement de la question, quoique les faits en aient détruit les prétextes. Le langage d’ailleurs do l’Ambassadeur de France a été dans un esprit, quoique de justice et de vérité, à l’endroit de la politique suivie par le Roi, mon maître, cependant bien loin de pouvoir convaincre que notre dignité en serait sauvée, et la tranquillité du royaume garantie, si nous accordions ce qu’ on nous demande incessamment.

«Sans vous répéter les motifs qui nous imposent tous les jours davantage de tenir ferme dans la ligne de conduite que nous nous sommes tracée dès le commencement de la question avec les deux Puissances occidentales, je me bornerai à vous faire connaître comme l’état actuel de ce royaume justifie nos prévisions sur l’esprit public, et sur les effets de la pression, sous laquelle, quoiqu’ on en dise, nous nous trouvons toujours.

«Le but de la conférence de Paris est bien prouvé de n’avoir jamais été celui de calmer les esprits, pour éviter une révolution, comme on l’a dit, et nous n’avons jamais cessé, dès le premier moment, de prévenir que le contraire serait arrivé par la protection déclarée de l’Angleterre et de la France en faveur de nos révolutionnaires de toute espèce.

«Les conséquences en effet ne s’en sont point fait attendre, dansles états continentaux ainsi qu’ en Sicile, où l’état d’émotion révolutionnaire bien violente n’a pas tardé à se manifester, ce qui a rendu au Gouvernement du Roi impossible de poursuivre dans la voie de la clémence, en lui imposant le devoir le plus absolu d’adopter de mesures de rigueur, et de prévoyante fermeté pour sauvegarder l’ordre public et garantir les paisibles et honnêtes sujets du Roi de la malignité des pervers.

«On ne doit pas oublier que l’assassinat et la destruction sont à l’ordre du jour, et le but auquel on vise c’est de bouleverser l’ordre social, et avant tout de miner la religion. De la visite domiciliaire exécutée dans l’habitation du prêtre Angona, qui a commis un attentat contre la vie de l’archevêque d’Acerenza et Matera dans le royaume, il est résultà la saisie du Protestantisme de Jacques Balmes dont ce prêtre faisait sa lecture préférée.

«La main des assassins cependant est dirigée et poussée par des personnes qui jouissent de leur pleine liberté sur le territoire anglais ou français, où, en abusant de l’hospitalité qu’on leur accorde, elles y conspirent en toute sécurité.

«Assurément s’il se trouvait dans les États du Roi des individus qui conspirassent contre la vie de la Reine d’Angleterre ou de l’Empereur des Français, non seulement on ne le permettrait pas, mais aussi on en informerait les Gouvernements de ces deux souverains. Il est notoire que l'horrible événement du 8 décembre avait été publiquement préconisé à Londres, et dans quelque imprimé français, même avant que l’attentât fût commis, on y écrivait: «feu le roi de Naples».

«Si l’on croit excuser la presse inconvenante en Angleterre par la mauvaise raison qu’elle y est libre, il est impardonnable en France où l’on connaît de quelle liberté elle y jouit, et où elle est toutefois de la plus patente provocation, Dieu sait dans quel but; mais dont le résultat avéré est de pousser à la révolte l’Italie et surtout ce royaume.

«C’est un fait notoire aussi, la protection qu’accordent les bâtimens qui sont dans notre rade à tous ceux qui veulent fuir, et la vente qu’ils font d’armes et de munitions; chaque fois qu’un nouveau bâtiment arrive, l’exaltation du soidisant libéralisme estimmédiate.

«Quoiqu’on ait dit que des bâtiments anglais seraient venus ici de temps à autre pour la protection de leurs connationaux, la frégate Malaccaest ici depuis le mois de novembre sansse faire scrupule de vendre la poudre à qui que ce soit, et en s’occupant d’encourager les partis contre le Gouvernement et en débitant des nouvelles de l’arrivée d’autres bâtiments.

«Les agents des deux Puissances dans plusieurs points des provinces, au lieu d’inspirer des sentiments de calme, provoquent la plus grande exaltation.

«En Sicile par Bentivegna et ses consorts il a été constamment crié pour exciter à la rébellion:

«Que les Anglais étaient débarqués.»

«Que les Anglais les protégeaient.»

«Que les Anglais les auraient défendus.»

«Le Gouvernement royal n’ignore pas les fortes sommes d’argent qui arrivent ici de l’étranger.

«Une grande partie des gens des deux pays conspirent ici ouvertement, en trahissant de la sorte l’hospitalité qu’on leur donne, parce qu’ils se croient garantis, comme ils le sont effectivement, par leurs Gouvernements; le nommé VincenzoSproviero, calabrais, condamnéen contumace a 25 années de fers pour crimes politiques, s’est embarqué sur le vapeur anglais le Wanderer protégé par les officiers, et il a été transporté à Malte, d’où, sur le piroscafopostal français le Vatican, avec un passeport piémontais, il est revenu dans le port de Naples, et est allé à Gênes.

«Avec un telle conduite on prétend obtenir des grâces, et par dessus le marché accorder une manifeste protection, pour les principaux agitateurs nationaux, et pourquoi? parce-qu’ils ont été l’instrument des vues des deux Cabinets étrangers!!

«En protégeant ces gens là les deux Puissances ne veulent pas le bien général, mais bien augmenter le nombre des individus au parti de la révolution et qui bouleversent le pays.

(«)Il ya longtemps qu’on travaille, surtout du còtédes individus français, à corrompre par de l’argent la troupe royale.

«Cela est inadmissible et dépasse les bornes de toute tolérance.

«Il y en a plus de ce qu’il en faut pour que le Gouvernement du Roi ne fasse plus aucune concession; qu’il en advienne ce que pourra.

«Quedire de la calomnieuse invention qui, aux veux du Ministre anglais, a besoin d’un certificat négatif pour n’y prêter aucune confiance, de la prétendue atrocité exercée sur Poerio, lorsqu’il aurait fallu lui-faire une opération chirurgicale au dos par suite de tumeurs causés par les chaînes qu’ il portait, et qu’on n’aurait permis que ces chaînes lui fussent ôtées pendant l'opération?

«Tout cela est faux, il n’a jamais été question d’opération quelconque, et si elle eût été nécessaire, on n’aurait jamais refusé ce que le chirurgien eût demandé pour pouvoir opérer.

«De tout cela lord Clarendon a été déjà, informé d’autre part.

«Il faut pourtant que ces deux Gouvernements y fassent bien attention, surtout la France, qui, de la manière dont elle a agi, a remué des éléments bien dangereux non seulement chez nous, mais aussi dans la plupart de l’Italie, sans aucune utilité pour elle. Elle ne doit pas se faire illusion sur les conséquences de l’esprit révolutionnaire qui a été réveillé en France même, où le parti de l’assassinat et de la destruction de tout ordre social se couvre sous les spécieux titres de Marianna et de Socialisme.

«C’est ainsi, monsieur le Comte, que je m’acquitte des ordres reçus après avoir soumis au Roi mon maître votre dépêche confidentielle à laquelle j’ai l’honneur de répondre, et je profite de cette occasion pour vous renouveler les assurances de ma plus parfaite estime et de ma considération la plus distinguée.

CARAFA.

Questo documento essendo di una importanza capitale, e non. tutti i nostri lettori essendo forse al caso di ben comprendere l’idioma francese, ci sembra conveniente di darlo fedelmente tradotto in italiano, aggiungendovi dal canto nostro qualche nota importante.

Con questo chiuderemo la prima parte del presente volume.

Lettera confidenziale del Signor Carafa ministro degli affari esteri di S. M. il Re di Napoli al Signor Conte di Bernstorff Ministro di S. M. il Re di Prussia a Londra.

Signor Conte,

«Napoli, 2 Febbraio 1857.

«Ho ricevuto il vostro confidenziale dispaccio del 15 gennaio, con cui voleste informarmi della conversazione, e dei più importanti suoi particolari, avuta con Lord Clarendon e col Signor di Persigny in ordine alla posizione che le due Potenze occidentali ci hanno fatta con uno scopo ben diverso da quello ch’esse hanno creduto poter far valere.

«Il linguaggio del Ministro degli Affari Esteri d’Inghilterra è evidentemente il medesimo da lui tenuto fin dal principio della quistione, sebbene i fatti ne abbiano distrutti i pretesti. Il linguaggio d'altronde dell'Ambasciatore di Francia, avvegnaché in uno spirito di giustizia e di verità, riguardo alla politica seguita dal Re mio Signore, è stato ciò nondimeno assai lungo dal poter convincere che la nostra dignità sarebbe salva e la tranquillità del regno garantita se mai concedessimo ciò che incessantemente ci si domanda.

«Senza ripetervi i motivi che ogni giorno più ci obbligano a rimaner saldi nella linea di condotta che ci siamo tracciata fin dal principio della vertenza con le due Potenze occidentali, mi limiterò a farvi conoscere come lo stato attuale di questo regno giustifichi le nostre previsioni riguardo allo spirito pubblico e agli effetti della pressione, sotto la quale, checché dicasi, sempre ci troviamo.

«Lo scopo della conferenza di Parigi è ben provato non essere mai stato quello di calmare gli spiriti per evitare una rivoluzione, come fu detto, e noi non abbiamo cessato mai, fin dal primo momento, di prevenire che sarebbe avvenuto il contrario, mercé la protezione dichiarata dell’Inghilterra e della Francia a favore dei nostri rivoluzionari d’ogni specie.

«Le conseguenze infatti, non si sono fatte aspettare, sia negli Stati del Continente, sia nella Sicilia, dove uno stato di commozione rivoluzionaria assai violenta non ha tardato a manifestarsi, lo che ha reso al Governo del Re impossibile di proseguire nella via della clemenza, obbligandolo il più assoluto dovere ad adottare mezzi di rigore e di preveggente fermezza per tutelare l’ordine pubblico e guarentire i pacifici ed onesti sudditi del Re dalla malignità dei perversi.

«Non deve porsi in oblìo che l’assassinio e la distruzione sono all’ordine del giorno, e lo scopo al quale si mira è di sconvolgere l’ordine sociale, e anzitutto minare la religione. Dalla visita domiciliare eseguita nell’abitazione del prete Angona, il quale commise un attentato contro la vita dell’Arcivescovo di Acerenza e Matera nel Regno, risultò il sequestro del Protestantesimo di Giacomo Balmes, di cui quell’ecclesiastico faceva la sua lettura prediletta.

«La mano degli assassini tuttavia è diretta e spinta da persone, che godono della piena libertà nel territorio inglese e francese, dove, abusando della ospitalità loro concessa, vi cospirano in tutta sicurezza.

«Certamente se si trovassero negli Stati del Re individui che cospirassero contro la vita della Regina d’Inghilterra o dell’Imperatore dei Francesi, non solamente non lo si permetterebbe, ma se ne informerebbero i governi di quei due Sovrani: è cosa notoria che l’orribile avvenimento dell’8 dicembre era stato pubblicamente preconizzato a Londra, e perfino in qualche stampato francese, prima che fosse commesso l’attentato, si scriveva: «il fu re di Napoli.»

«Se si crede scusare la stampa sconveniente dell’Inghilterra, per la cattiva ragione che ivi è libera, è imperdonabile in Francia, dove è noto di quale libertà essa goda, e dove tuttavia è manifestamente provocante, Dio sà a quale scopo; ma il cui risultamento verificato è quello di spingere alla rivolta l’Italia e specialmente questo Regno.

«È un fatto parimente notorio la protezione concessa dai bastimenti che sono nella nostra rada a tutti coloro che vogliono fuggire, e la vendita che fanno di armi e di munizioni; ogni volta che un nuovo bastimento giunge, l’esaltazione del sedicente liberalismo è immediata.

«Quantunque siasi detto che bastimenti inglesi sarebbero quà venuti di quando in quando per la protezione dei loro connazionali, la fregata Malacca trovasi qui fin dal mese di novembre, senza farsi scrupolo di vendere polvere a chicchessia, e occupandosi d’incoraggiare i partiti contro il Governo, spacciando notizie dell’arrivo di altri bastimenti.

«Gli agenti delle due Potenze, in parecchi punti delle provincie, invece d’inspirare sentimenti di calma, provocano la più grande esaltazione.

«In Sicilia, da Bentivegna e suoi consorti, si è costantemente gridato per eccitare alla rivolta:

«Che gl’Inglesi erano sbarcati;

«Che gl’Inglesi li proteggevano;

«Che gl’Inglesi li avrebbero difesi.

«Il Governo del Re non ignora le forti somme di danaro che giungono qui dall’Estero.

«Una gran parte di persone dei due paesi cospirano qui palesemente, tradendo cosi l’ospitalità che vien loro concessa, perché si credono guarentiti, come in realtà lo sono, dai loro Governi. Un tal Vincenzo Sproviero calabrese, condannato in contumacia a 25 anni di ferri, per delitti politici, s’imbarcò sul piroscafo inglese il Vanderer, — protetto dagli Ufficiali, — e fu trasportato a Malta; d’onde sul piroscafo postale francese II Vaticano, — con un passaporto piemontese, — fece ritorno nel porto di Napoli, e andò a Genova.

«Con una tale condotta si pretende ottener grazie, e per soprassello, concedere una manifesta protezione per i principali agitatori nazionali! e perché? perché furono l’istrumento delle vedute dei due Gabinetti esteri.

«Col proteggere siffatta gente, le due Potenze non vogliono il bene generale, ma bensì accrescere il numero degl’individui al partito della rivoluzione e che sconvolgano il paese.

«É gran tempo che si lavora, massime per parte d’individui francesi, a corrompere col danaro le regie milizie.

«Ciò è inammissibile, e sorpassa i limiti di qualunque tolleranza!

«Ve n’ha più di quello che occorra perché il Governo del Re non faccia più alcuna concessione: ne avvenga quel che può.

«Che dire della calunniosa invenzione, che agli occhi del Ministro inglese ha d’uopo di un certificato negativo per non prestarvi alcuna fede, della pretesa atrocità esercitata su Poerio, allorché si sarebbe dovuto fargli una operazione chirurgica al dorso, in seguito di tumori prodottigli dalle catene che portava, e che non si sarebbe permesso che quelle catene gli venissero tolte durante l’operazione?...

«Tutto questo è falso; non si è mai trattato di operazione di sorta, e se questa fosse stata necessaria, non sarebbesi mai ricusato ciò che il chirurgo avesse domandato per poter operare.

«Di tuttociò lord Clarendon è stato già, per altra via informato.

«Fa d’uopo pertanto che questi due Governi stieno bene attenti, e massime la Francia, la quale nel modo come si è comportata ha rimescolato elementi assai pericolosi, non solo presso di noi, ma altresì nella maggior parte d’Italia; senza alcuna utilità per essa, che non deve farsi illusione intorno alle conseguenze dello spirito rivoluzionario che fu ridestato anche in Francia, dove il partito dell’assassinio e della distruzione di ogni ordine sociale si ammanta sotto lo specioso titolo di Marianna e di Socialismo (184).

«Ecco, signor Conte, adempiuto agli ordini ricevuti dopo di aver sottoposto al Re, mio Signore, il vostro confidenziale dispaccio al quale ho l’onore di rispondere; e profitto di questa occasione per ripetervi le assicurazioni della mia più perfetta stima e della più distinta considerazione.»

«CARAFA» (185)


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MEMORIE DOCUMENTATE

PER LA STORIA DELLA RIVOLUZIONE ITALIANA

RACCOLTE DA PAOLO MENCACCI ROMANO

_________________

VOLUME I – PARTE II

ROMA

TIPOGRAFIA DI MARIO ARMANNI

NELL'OSPIZIO DIGLI ORFANI ALLE TERME

1879

PARTE SECONDA

LIBRO III

CAPO I

VIAGGIO DELL'IMPERATORE D'AUSTRIA NEL LOMBARDO-VENETO

Sembrò che Iddio nella sua sapienza infinita, perché apparisse meglio la deformità della Rivoluzione italiana e perché più inescusabili fossero coloro che la seguissero, disponesse che, oltre la empietà dei suoi intendimenti, la laidezza delle sue dottrine, la fallacia delle sue promesse, mancassero per soprassello i suoi gerofanti di quelli esteriori amminnicoli che colpiscono l’occhio dei popoli e a loro li attirano, mentre che circondava gli antichi Principi di tutta l’aureola della grandezza e della esteriore venustà. In fatti chi più amabile per lo aspetto e pei modi del grande Pio IX, chi più maestoso di Ferdinando II di Napoli, più benigno di Leopoldo II di Toscana, più dignitoso di Francesco l'di Modena, chi più augusta e degna d’interessamento dell'afflitta Luisa di Parma, più bello e cavalleresco del giovanetto Francesco-Giuseppedi Austria, salito allora sul trono degli avi? Invece l’uomo, forse il più brutto d’Italia, era alla testa della rivoluzione! Fare confronti morali è impossibile: li farà la storia.

Ora, l’Imperatore Francesco Giuseppe, nel flore della sua giovinezza, con al fianco la più giovane e bella delle Sovrane di Europa (186), appunto in mezzo allo addensarsi dell’uragano che minacciava la sua antica monarchia, scendeva nei suoi Stati di Italia per meglio conoscerne i popoli e meglio farsi conoscere da loro, ricolmandoli de' favori di sua magnanimità (187).

—Fin dal primo istante in cuil’Imperatore pose questa volta il piede sul suolo italiano, scrive il de Volo, ove cotanta avversione era stata contro di lui seminata vi aveva pronunciata la magnanima parola, non solo del perdono, ma ben anzi di un completo oblìo del passato. Alla città di Venezia ed ai Comuni dell’estuario condonò tosto la somma tuttora residua di tredici milioni e cinquantadue mila lire del debito verso lo Stato, a cagione della carta monetata dell’ultima Repubblica del 184849. Il 2 decembre, anniversario del suo avvenimento al trono, rimise intera la pena a settanta condannati per alto tradimento ed altri delitti politici, e accordò assegni cospicui per la basilica di S. Marco, e per sottrarre ai danni del tempo i sontuosi edilizi che rammentano l’antica grandezza di Venezia.

Francesco-Giuseppe non attendevasi certo che i buoni effetti di queste sue generose disposizioni fossero ad un partito irreconciliabile e malvagio eccitamento per raddoppiare le invettive e le instigazioni, e credette, come tutti coloro i quali nel bene operare non hanno fini secondari, che un’era di riconciliazione sarebbe stata da lui inaugurata, estendibile anche alle altre regioni italiane, oltre quelle che direttamente gli appartenevano. Aveva egli pertanto divisato di condurre l’Imperatrice in Toscana, transitando per Modena, ed in questo intendimento prevenne il cugino Francesco V, che avrebbelo a tale uopo visitato, soffermandosi alla sua Corte.

Contuttociò, prima di questa escursione nell’Italia centrale, doveva l’imperiale Coppia compiere l’intero suo itinerario nel Lombardo-Veneto, ed anzi risiedere per un discreto tempo a Milano. Quivi difatti giunse il 15 gennaio del 1857, e l'ingresso oltre che sontuoso, quale addicevasi a città cotanto illustre e dovizioso, riuscì applaudito e festoso, concorrendovi l’intera popolazione urbana, e quella ben anco delle terre vicine. Il corteo prima d’ogni altra cosa si indirizzò al Duomo, ove, cantato l’Inno ambrosiano, fu impartita dall’Arcivescovo la benedizione; poi al Palazzo imperiale fuvvi ricevimento dei Corpi dello Stato, e della Nobiltà, che vi comparve assai numerosa.

Siccome aveva fatto nel Veneto, così anche nella Lombardia, l’Imperatore Francesco-Giuseppe fu largo di benefizi e di concessioni. Essendosi rotta l’arginatura del Pò, fra i proprietari danneggiati distribuì circa un milione. Al Municipio di Milano, obbligato a fabbricare caserme per la straordinaria guarnigione dei passati anni, rimborsò lo speso milione, colla sola riserva che venisse destinato a formare il giardino pubblico; assegnò trenta mila lire annue per ristauri alla Basilica di S. Ambrogio, trecentomila 'una sol volta pei teatri regi, altre per un monumento a Leonardo da Vinci e per ristaurare il suo Cenacolo, altre per allargare una piazza davanti al Teatro della Scala; diede commissioni ai migliori artisti: comprato (Apollo e le Muse, cartone dell’Appiani, lo regalò alla pinacoteca di Brera (188). A ciò si aggiunga l’annullamento del sequestro a cui dal 13 febbraio 1853 erano assoggettate le sostanze dei profughi politici del Regno; il condono per ben quattrocentomila lire d’imposte alla Provincia di Brescia, più colpita dalla malattia delle uve; l’amnistia generale proclamata da Milano il 25 gennaio a quanti regnicoli, senza eccezione, erano detenuti tuttora per lesa maestà, rivolta e sollevazione, e ridati immediatamente a libertà, con soppressione assoluta di tutti i processi pendenti, in conseguenza di che rimase all’istante disciolta la corte speciale esistente a Mantova. Cumulo così grande di favori, uno più dell’altro magnanimo, il tratto cavalleresco dell'Imperatore, la grazia e la bellezza dell’Imperatrice, la fiducia illimitata con cui erano venuti entrambi colla tenera loro figlia, e senza verun corteggio militare a porsi in mezzo ai popoli del Lombardo-Veneto, vinsero i cuori delle moltitudini, le quali nell’abbandonarsi ad affettuose ed entusiastiche dimostrazioni non ebbero più ormai ritegno (189). —

Autorevoli corrispondenze dell’epoca confermano e dichiarano le parole del De Volo. Citiamo qualche brano delle più importanti, che riassumiamo dalla Civiltà Cattolica e da altri gravi periodici.

Alle 3 pom. del dì 25 Novembre (1856) è detto in una di esse,giunsero le LL. MM. a Venezia (190), ove fu fatta loro la più splendida accoglienza. Dopo i recevimenti ufficiali e le udienze di gala, primo pensiero di S. M. si fu quello di provare a fatti come egli venisse portatore di larghezze e di grazie. Perciò il 28 fu dato un decreto, pel quale nell’intento di alleviare le conseguenze dei lut— tuosi avvenimenti degli anni 1848 e 1849, e porre i comuni di Venezia, Barano, Malamocco, Murano, Chioggia e Pellestrina in situazione di poter regolare la loro economia interna, dissestata per quegli avvenimenti, condonavasi alle medesime, in via di grazia, la somma tuttora residua di A. L. 13,052,800,29 del debito» di A. L. 13,230,021,91 da esse contratto, onde cambiare la carta» comunale in biglietti del Tesoro.»

«Questo, tuttoché sommamente benefico, non era che un primo segno dell’animo clementissimo del giovane Imperatore; il quale nel giorno 2 dicembre, anniversario del suo avvenimento al Trono, volle cancellare ogni reliquia delle luttuose vicende degli anni addietro, e perciò con un primo decreto degnossi condonare, per atto di grazia, interamente la pena a 70 condannati per alto tradimento o per altre azioni criminose contro l’ordine pubblico.»

Con un secondo decreto, levò i sequestri sopra i beni de' profughi politici, scrivendo al Maresciallo Radetzky in questi termini:

«Caro Feldmaresciallo conte Radetzky.

«Ho risoluto di levare ora totalmente il sequestro, al quale, in data 13 febbraio 1853 vennero assoggettate le sostanze dei profughi politici del mio Regno Lombardo-Veneto. Ella emetterà tosto lo opportune disposizioni, affinché tali sostanze, tuttora vincolate dal sequestro, vengano restituite a quelli che si legittimeranno quali mandatari dei rispettivi proprietari. In pari tempo l’autorizzo, anche per l'avvenire, a decidere sulle istanze dei profughi politici per impune rimpatrio e per riammissione alla cittadinanza austriaca, in quanto l’avessero perduta, e adaccordare loro l’implorata grazia, qualora i supplicanti promettano, mediante rilascio d’una rcversale, di comportarsi ognora da sudditi leali e fedeli.»

Un terzo decreto contiene un atto di munificenza ad un tempo e di cristiana pietà verso la basilica di S. Marco. Esso dice così:


«Caro Feld maresciallo conte Radetzky.

«Per sopperire al bisogno di maggiori lavori, che mostransi necessari pel ristauro della Basilica di S. Marco, accordo un importo annuale di fiorini 20,000 (ventimila). Qualora nel corso degli anni, tale somma, da me destinata allo scopo suddetto, cessasse d’essere per intero od in parte a ciò necessaria, ne dovrà l’intero importo od il sopravanzo essere capitalizzato in aumento dell’attuale sostanza della Basilica di S. Marco, e dovranno gl’interessi relativi esser impiegati sempre per la manutenzione del fabbricato della Chiesa stessa. Mentre partecipo questa miarisoluzione al mio Ministro dell’interno, la incarico a disporre l’occorrente, onde la medesima abbia effetto» (191).

Non andarono poi al tutto fallite le speranze, che la Congregazione provinciale bresciana riponeva nella benignità dell’Imperatore. Imperocché leggesi nella Gazzetta Ufficiale di Milano, che, «a temperare il danno patito per la malattia delle uve, i possidenti che ne furono più colpiti ottennero una remissione d’imposta per oltre 400,000 lire su quasi due milioni, liquidati per questo titolo a sollievo della Lombardia, in virtù della sovrana risoluzione 23 dicembre 1855... Ora S. M. l’Imperatore si com piacque concedere la dilazione di un anno al versamento del prestito nazionale, soscritto dai Comuni della provincia bresciana, i quali non avessero, con superiore autorizzazione, ceduto ad altri le proprie ragioni.» — Un’altra corrispondenza non meno autorevole, recava:

«Benché non si potesse dubitare del festevole ricevimento che l’Imperatore e l’Imperatrice avrebbero ricevuto nella città di Venezia, pure tutti sono ora d'accordo nel confessare che l’esito superò l’espettazione. Sia nel primo giungere che le Loro Maestà fecero in Venezia, sia in tutte quelle altre circostanze nelle quali, o per pubbliche funzioni, o per privati passeggi, esse si fanno vedere in pubblico, sempre sono accolte con applausi, e quel che più monta, con quell’affetto che traspira da tutti i volti. Più volte già le LL. MM. si sono recato privatamente a udir Messa in San Marco, e sempre la Chiesa si riempì tosto di popolo che accorreva ad ammirare la loro pietà, e, ciò che più mostra la bontà del Monarca e del popolo, essendo le LL. MM. uscite sole più volte di chiesa, senza guardia o seguito, furono circondate dal popolo plaudente, che accalcavasi intorno a loro, sicché appena l’augusta Coppia poteva dar passo in mezzo alla folla. Essi fecero ormai la visita di tutti gli stabilimenti pubblici che sono in Venezia. L’Imperatore visita gli uffici, le caserme, i pubblici istituti. L’Imperatrice le Comunità di donne, di bambini ecc. In ogni luogo lasciano dolci memorie e segni evidenti di loro alta mente e buon cuore. I cittadini non lasciano indietro nulla di quanto può rendere gradevole alle LL. MM. il soggiorno in questa città, già di per sé si splendida e lieta. Pare di essere nel tempo del carnevale, tante sono le pubbliche feste, i balli, le maschere, i teatri. La Regata, festa nazionale tra noi, fu veramente ammirabile non meno per la pompa e il concorso al gradito spettacolo, che per gli applausi che d'ogni lato risuonavano al comparire delle LL. MM. Le grazie sovrane seguono a piovere sopra gli infelici.

«Il sig. Tura, già maggiore di Marina, aveva dopo i fatti del 49 perduta la sua pensione, né, per pregare che avesse fatto, aveva potuto riaverla. Ora trovato modo di avere udienza da S. Maestà, riebbe tosto quello che desiderava. A quindici carcerati alla Giudecca S. Maestà l’Imperatore condonò la pena intera, metà di essa a due e un terzo a uno. Ma sarebbe un non finirla sì presto, se volessi a una a una enumerarvi le grazie sovrane (192)

«Il regolamento organico delle Congregazioni centrali, pubblicato a Vienna il giorno 8 Novembre, mostrò come l’Imperatore attenga la parola delle savie libertà promesse, e dispose i cuori, anche meno flessibili, all’affetto ed alla riconoscenza. Le nomine dei membri che la comporranno, non potevano meglio soddisfare il pubblico desiderio, e i nominati stanno già per entrare nell’esercizio delle proprie funzioni.»

Un’altra corrispondenza egualmente importante scriveva:

«Il viaggio delle LL. MM. austriache nel Regno Lombardo-Veneto non era solo viaggio di curiosità o di piacere; ma si intendeva a un alto fine politico. Dopo il 1848 S. M. l’Imperatore era stato quasi di volo a Milano, ed era tempo che vi si recasse una volta di proposito, a vederne i bisogni e cattivarsene gli animi, di fronte allo imperversare delle mene settarie mosse dal Piemonte.

«Francesco-Giuseppe aveva visitata l'Ungaria, la Carinzia, la Stiria, il littorale ed altre provincie dell'Impero; era conveniente, era opportuno che visitasse ormai i suoi domini italiani e speciamente la Lombardia, provincia la più esposta al soffio rivoluzionario, che spirava dal Piemonte e dalla Svizzera italiana. Bisognava affrontare le difficoltà di siffatte speciali condizioni per avere esatta conoscenza delle male influenze degli uomini e per sapere estirpare quelle e vincere questi. Il viaggio fu stabilito dietro un gentile pensiero di famiglia e di amorevolezza. L’Imperatore doveva recarsi in Italia senza verun corteggio militare, accompagnato dalla giovine Imperatrice, nella quale non avresti saputo dire se maggiore fosse l’avvenenza o la bontà; e i due Sposi augusti dovevano essere preceduti dalla loro primogenita, l’Arciduchessa Sofia, fanciulletta di appena due anni. Questa nobile fiducia dell’Imperatore nelle sue popolazioni italiane, questo viaggio impreso nel cuore dell’inverno coll’augusta sua Sposa e colla sua Primogenita, manifestava la ferma intenzione di stendere l’oblio sulle passate vicende del 1848-49,di rianimare i popoli all’amore e alla fede verso il loro Monarca, di consolare un gran numero di famiglie involte in quelle luttuose vicende, di confortare i fedeli, di affezionarsi i titubanti, di vincere, se fosse stato possibile, colla sua franca magnanimità, gli avversi. Le LL. MM. vennero accolte dalle popolazioni del Veneto e del Lombardo con affetto figliale, e molto superiore a quanto potevasi aspettare.

«Venezia diede l’esempio Chioggia, Padova, Rovigo, Vicenza, Affetto dei Verona, Brescia, Bergamo fecero a gara per accogliere degnamente i giovani Monarchi. Le grazie della sovrana magnanimità e clemenza non ebbero numero. A Venezia e ai Comuni dell'Estuario l’Imperatore perdonò un debito verso lo Stato di circa quattordici milioni di lire. Ai Comuni della provincia di Brescia, alla città di Serravalle non mancarono speciali e ragguardevoli benefici. L’amnistia del 2 Dicembre ridonò alle famiglie un gran numero di condannati politici. A molti delinquenti fu condonata la pena, a moltissimi diminuita di molto. Alle tante grazie concesse, con sovrano beneplacito, dal Feldmaresciallo Radetzky, moltissime ne aggiunse ora l’Imperatore. Egli volle non solo essere benefico e clemente; ma eziandio essere istrutto in ogni più minuta parte dell’amministrazione pubblica. Visitò attentamente tutti i dicasteri; esaminò lo stato di tutti gli uffici; raccomandò a tutti gl’impiegati illuminata sollecitudine e zelo nel disbrigare gli affari e, sopra di ogni altra cosa, nell’amministrazione della giustizia. Avendo S. M. veduto sullo scrittoio d’un impiegato ragguardevole un affare che da parecchi anni aspettava la sua definizione, gliene raccomandò il sollecito spaccio. Volle dopo alcuni giorni verificare in persona se il suo ordine era stato eseguito, ed avendo trovata ancora la cosa nelle condizioni di prima, espresse all’impiegato il suo dispiacere, e gli fece intendere, che badasse a fare il dover suo senza indugio, se voleva prevenire gravi inconvenienti. Né lasciò S. M. di visitare le carceri e gli ospedali, di ricevere le suppliche dei detenuti, e d’informarsi del regolamento interno dei luoghi di pena.

«Quanto alla Religione, in ogni luogo le LL. MM. si mostrarono monarchi, degni emulatori dei loro piissimi antenati. Gli augusti Sovrani al primo giungere in ogni città,— a differenza di certi altri de' nostri tempi che, regnando per la grazia del popolo, credono non aver più bisogno di Dio, — si recavano a piè degli altari ad invocare da Colui pel quale solo i Re regnano, conforti alla mente ed al cuore. Non è possibile enumerare le opere di beneficenza delle LL. MM. I giornali ne annunziavano ogni giorno; intanto l'effetto prodotto nello spirito pubblico colla loro operosità, colle loro virtù e co’ loro benefici era immenso.

«Brescia e Milano erano le città di Lombardia, che secondo l’opinione dei sovvertitori avrebbero dovuto accogliere colla massima indifferenza e freddezza gli augusti Sovrani; ma fu tutto l’opposto. A Brescia l’accoglienza fu veramente affettuosa ed entusiastica, a Milano superò l’espettazione. Il tempo sembrò secondare l’affetto delle festanti popolazioni: nei giorni antecedenti dell'arrivo in Milano (193),che ebbe luogo il giorno 15 Gennaio, si avevano nebbie, pioggie e neve; il dì dell’arrivo le strade erano asciutte, il cielo sereno, il sole fulgido, in una temperatura di primavera. Al giungere delle loro Maestà tutte le campane suonavano a festa, le artiglierie tuonavano, un immenso popolo applaudiva, e da tutte le finestre e da tutti i veroni le signore sventolavano i loro candidi fazzoletti in segno di giubilo.

«Le loro Maestà erano commosse a quei segni non dubbi della popolare esultanza. Le stesse, anzi più entusiastiche accoglienze s’ebbero ogni qualvolta si recarono in pubblico o nei teatri. In una parola, i due giovani Augusti erano acclamati ed applauditi dal popolo, che ne ammirava la grazia e la bontà. Nelle classi più elevate però della società tutto non procedeva così bene come nel popolo. Vi erano ancora teste piene di pregiudizi, ed anime schiave delle loro prevenzioni e. 'delle loro colpevoli idee fisse; v’erano, come in ogni altro Stato in questi sciagurati tempi, ambiziosi non appagati, gente dissoluta, teste leggiere, uomini turbolenti odiatori della quiete dei popoli, v’erano settari nemici di Dio e della società, quale Egli la fece: costoro erano col Piemonte e non coll'Imperatore. Quando all’Imperatrice si presentarono le Dame di palazzo ed altre nobili Signore ammesse a corte, fu notata la mancanza di taluna, che pur aveva gran debito di riconoscenza verso l’augusta Casa regnante. Si disse che l’Imperatore, pronto a perdonare le offese fatte a sè, ma non punto disposto a tollerarne alcuna che da chicchessìa fosse recata alla sua augusta Compagna, si lagnasse esplicitamente di questa trascuranza con taluno, perché fossero le sue parole recate a chi si doveva. — Ai tempi di Napoleone I, chi avesse in Milano osato di trascurare i suoi doveri verso il Sovrano avrebbe provato lo sdegno del padrone, ed era uno sdegno che non conveniva affrontare. — Del resto lo stuolo dei Nobili che si presentò alle loro Maestà era molto numeroso, e l’Imperatore con benigne parole se ne dichiarò apertamente soddisfatto.»

Qui merita uno sguardo la stampa periodica locale di quel tempo. Igiornali ufficiali di Venezia, di Verona e di Milano s’ebbero un pensiero comune, e fu di pubblicare un esemplare ornato di figure e con apparato sontuoso. La Gazzetta di Venezia stampò per l’arrivo delle loro Maestà i loro ritratti co’ disegni del Ponte di Rialto, e dell’Arsenale di quella meravigliosa città. La Gazzetta di Verona ai ritratti delle LL. MM. aggiunse quelli delle due imperiali bambine. La Gazzetta di Milano pubblicò anche essa i ritratti della real Coppia, ma vi aggiunse la veduta dell’arco di Porta orientale e il loro arrivo; il disegno del Duomo ed i ritratti del Verri, del Parini, del Beccaria e del Volta; vi aggiunse anche una bella poesia del Cav. Menini. Anche la Sferza di Brescia celebrava l’arrivo in quella città degli augusti Sovrani con un canto in versi sciolti intitolato, Le aure d’Italia, e dedicato all’Imperatrice. La poesia era preceduta da una litografia che rappresentava il genio d’Italia che recava in mano i ritratti dell'Imperatore e dell’Imperatrice. Finalmente la Bilancia uscì anche essa in aria festiva il giorno 15, e con numero doppio: il primo contenente una litografia e due poesie, una italiana e l’altra francese, il secondo la descrizione dell’ingresso delle LL. MM. in Milano e l’effetto della loro presenza nel pubblico. La litografia della Bilancia esprimeva il seguente concetto: — Sopra un ricco monumento era eretta la statua equestre di S. M. l’Imperatore Francesco I. A piedi del monumento era da una parte un’ara circondata da trofei militari e sulla quale ardeva l’incenso, dall’altra la pace che, recando in una mano rami d’olivo, accennava coll’altra alla popolazione lombarda il monumento imperiale, sulla faccia anteriore del quale additava un’iscrizione che in brevi parole riassumeva la divisa e le gesta dell’Imperatore nei primi otto anni del suo regno. Le due poesie svolgevano quasi lo stesso pensiero nelle due lingue italiana e francese. Questo numero della Bilancia fu assai bene accolto dal pubblico.

«Milano, aggiunge la succitata corrispondenza, era stata già illuminata due volte, la sera dell’arrivo in tutte le sue parti, la sera di domenica 18, nella piazza del Duomo, nel Corso di Porta orientale, nei Giardini pubblici, nel Corso di Porta nuova, nella Corsia del giardino e di là fino alla piazza dei Mercanti. Questa seconda illuminazione fu veramente magnifica. Non ci faremo a descriverla per amore di brevità, ma i giornali se ne intrattennero a lungo.

«In Milano, come in tutte le altre città, l’Imperatore dava udienza a coloro che avevano giustizia o grazia da domandargli; li riceveva a. uno a uno in gabinetto chiuso interrogandoli con somma affabilità, ricevendone le suppliche e congedandoli poi con benevole parole... Tutte le arti dei partigiani della rivoluzione, tutte le istigazioni che venivano dal Piemonte e dalla Svizzera furono impotenti sul popolo. Si mettevano attorno notizie assurde e, appenauna era smentita, se ne coniava un’altra e si metteva in circolazione. Queste arti antiche erano ormai avute in disprezzo dalla immensa maggioranza della popolazione. Insomma le impressioni, che le Loro Maestà ricevettero in tutte le città del regno Lombardo-Veneto, furono veramente consolanti pel loro animo; ma se la popolazione delle città si mostrò loro tanto riverente e cordialmente affezionata, nelle popolazioni campestri l’affetto, la reverenza e l’entusiasmo, furono, se è possibile, di gran lunga ancora maggiori.

«Francesco Giuseppe era d'una attività impareggiabile; alle 5 stava in piedi, alle sette del mattino presiedeva talvolta al Consiglio dei Ministri. Se l’attività è necessaria ad ogni uomo che vuol far buon uso del suo tempo, essa è indispensabile pel Sovrano che voglia conoscere le cose, e non essere una semplice figura per i suoi popoli.» — A questa corrispondenza giova aggiungere la seguente:

«Noi abbiamo veduto in mezzo a questa immensa ed affollata popolazione gli augusti Sovrani in cocchio, a cavallo, a piedi; li abbiamo veduti nelle Chiese dare pubblico esempio della più profonda devozione, e nei pubblici spettacoli partecipare alla gioia comune, e farsi oggetto ai plausi più cordiali e unanimi, e alla riverente ammirazione del popolo. Finalmente abbiamo veduto S. M. l’Imperatore visitare tutti i pubblici dicasteri, gli stabilimenti di pubblica educazione maschile, e segnatamente i seminari, i più ragguardevoli tempi della città, i suoi monumenti i più rinomati, le biblioteche, gli archivi, i musei, gli stabilimenti industriali e gli studi artistici; e in ogni luogo S. M. seppe apprezzare le istituzioni e le cose secondo il loro giusto valore, dal lato della utilità sociale e da quello del semplice diletto. In ogni parte della pubblica amministrazione, l’Imperatore volle conoscere minutamente ogni cosa, vedere l’ordinamento e l’economia degli uffizi. Visitò e consolò i ciechi, i sordomuti, gl’infermi negli Ospedali, i vecchi ricoverati dalla carità, e scese ancora nelle prigioni. In generale si mostrò soddisfatto dell’ordine e della condotta degli affari e degli istituti; ma a conoscere i frutti di queste visite è necessario il tempo. S. M. l’Imperatore visitò parimenti tutti i più importanti stabilimenti d'educazione femminile, e non è a dire quanto ne rimanesse soddisfatto e quanta consolazione vi recasse. — Bisogna confessare in generale, a proposito di educazione, che quando essa è affidata alle Corporazioni religiose offre dappertutto migliori guarentigie per la religione, la morale, e le utili e rette cognizioni della gioventù. Ma oltre a questi vantaggi, ha pur quello di non aggravare di spese lo Stato, che ha tanto bisogno di procacciare delle economie e risparmi, se non vuole onerare di soverchio l’agricoltura, il commercio e l’industria. —

«Il giorno 21 gennaio S. M. ricevette la Congregazione centrale, il cui Presidente, Luogotenente barone di Burger, lesse a S. M. un indirizzo, nel quale diceva, che, — la Congregazione centrale Lombarda, deponeva ai piedi di S. M. l’omaggio di devota sudditanza, e andava superba di farlo in nome delle rappresentate provincie; esprimeva la sua profonda riconoscenza pel risorgimento d’una istituzione che, fondata dalla sapienza dell'augusto suo Avo, fu da S. M. confermata e dotata di nuovi attributi; aggiungeva voler concorrere al benessere del paese, e rappresentare all'uopo a S. M. i bisogni, i desideri, le preghiere delle provincie lombarde; gli atti di sovrana clemenza erano stati accolti con giubilo e universalmente ammirati, esserne la Congregazione commossa e riconoscente, e renderne a S. M. le più fervide grazie; promettersi essa da questi fausti avvenimenti un avvenire avventurato, un’era novella di felicità ai popoli di Lombardia, pregare S. M. di voler accogliere benignamente i suoi sinceri auguri per la conservazione dei preziosi suoi giorni e di quelli dell'augustissima Imperatrice, aggiungendo fervidi voti perché le celesti benedizioni si spandano sull’imperiale famiglia, alla quale vanno congiunti l'amore, gl'interessi e la prosperità della vasta Monarchia austriaca. —

«L’Imperatore rispose al Presidente ed alla Congregazione: — Gradire l’espressione dei manifestatigli sentimenti; ripetere ciò che aveva già detto altre volte: stargli, cioè, sommamente a cuore il benessere e la prosperità di queste provincie, e volere ad ogni modo promuoverli; al quale scopo essere mestieri che i popoli abbiano fiducia nel Monarca e nel suo Governo; i deputati abbiano il coraggio di dichiarare francamente che cooperano e procedono col Governo, checché se ne dica o se ne scriva nei paesi forastieri. Sieno buoni e leali Lombardi, siano buoni e leali sudditi, e la prosperità di queste provincie, piacendo a Dio, sarà raggiunta. —

«Quattro giorni dopo si leggeva affisso per la città il seguente Motuproprio imperiale:


Caro FeldMaresciallo Radetzky,

Trovo, in via di grazia, di condonare a tutti gl’individui appartenenti al Regno Lombardo-Veneto, detenuti tuttora per crimini di alto tradimento, lesa Maestà, perturbazione della pubblica quiete, rivolta e sollevazione, l’intera pena loro inflitta, e di ordinare che i medesimi vengano immediatamente posti in libertà.

In pari tempo trovo di sopprimere pure tutti i processi pendenti nel regno Lombardo-Veneto per i crimini sopra accennati, ordinando la liberazione dalle carceri delle persone detenute per tali titoli.

La Corte speciale esistente a Mantova cessa da questo istante dalle sue funzioni, e sarà tosto sciolta.

Milano 25 Gennaio 1857

FRANCESCO GIUSEPPE m. p.


«Quest’atto di clemenza, più inaudito che raro, vuotò le prigioni politiche e troncò tutti i politici processi. Considerate l’immensa influenza di quest’atto di grazia nelle popolazioni del Lombardo-Veneto e ne comprenderete l’importanza. È una grazia senza restrizione. È l’atto del forte magnanimo che perdona, confidando nella lealtà dei perdonati. Tanta magnanimità colpi di meraviglia e di stupore i popoli, e colmò l’esultanza di tutti. Milano fu tutta illuminata spontaneamente e nel raggio di quattro miglia all’intorno. Un’immensa folla dinanzi al palazzo imperiale plaudiva, acclamava le loro Maestà, e quando esse si recarono in carrozza al teatro della Scala illuminato a giorno, il popolo a calca attorniò con alte grida di giubilo e di plauso il legno imperiale, e l’onda popolare che lo accompagnò al teatro lo ricondusse in trionfo, sempre plaudendo ed acclamando le Loro Maestà sino al palazzo di Corte. La sera del 26 nuova e magnifica illuminazione fu fatta per diligenza del Municipio e per ¿spontaneità privata; il Vescovato e piazza Fontana furono pure magnificamente illuminati.

«Nel giorno in cui S. M. perdonò a tutti i condannati e prevenuti politici assegnò, pei restauri della basilica di S. Ambrogio in Milano, una pingue dotazione annua in perpetuo; attribuì a favore della città di Como 300 mila lire a carico dell'erario pei lavori proposti del nuovo porto di quella città; e pochi di prima S. M. aveva accresciuto Ano alla somma di 300 mila lire la dotazione annua degli Imperiali teatri in Milano. A provvedere Milano di un Campo santo degno della sua grandezza ed opulenza, la parola sovrana è venuta a far cessare le inutili discussioni, e il Campo santo sarà costruito. Tutte queste sovrane disposizioni daranno per lunghi anni occupazione e pane ai nostri artisti. Il 18 di febbraio poi S. M. condonò intieramente ai Comuni della provincia di Sondrio il residuo valore di fiorini 110,082 sopra la somma da loro sottoscritta al prestito nazionale.

«In tutte le provincie fu accolto con entusiasmo e con sincera riconoscenza il Motuproprio del 25 gennaio. La Congregazione centrale, sotto il 27 gennaio, espresse a S. M. per quel.. magnanimo atto i più profondi sentimenti di riconoscenza in nome delle città e provincie di tutto il reame.

«La clemenza di S. M. l’Imperatore ha ferito nel cuore il partito rivoluzionario del Piemonte. Dichiarazioni ufficiali e semiufficiali manifestarono, che la politica del Governo sardo sarà semprela stessa. Ognuno conosce il significato di queste parole e tanto più se si riflette che quel Governo, non curando le relazioni d’amicizia, di parentela, di buon vicinato, e anche di civiltà verso la persona dell’Imperatore d’Austria, non mandò a complimentarlo uno speciale incaricato, secondo l’uso di tutti i Governi in tali casi. Queste quasi ostili dimostrazioni hanno dato argomento ad una viva, ma corta polemica, tra la Gazzetta ufficiale di Milano e la Gazzetta piemontese. Era fiato sprecato, e la contesa cessò; ma fu continuata da giornali semiufficiali e indipendenti: tutto ciò poco monta. I buoni Sovrani non hanno bisogno di articoli di giornali per farsi rispettare; il tempo è il loro migliore ausiliario, quando le loro opere hanno il carattere della vera grandezza.

«Parecchi concerti sono stati dati a Corte. V’intervennerodai 1500 ai 2000 invitati, e furono veramente splendidissimi: nella magnifica sala delle Cariatidi, illuminata da più di 2300 lumi, vi era accolto il fiore della nobiltà milanese e delle persone più ragguardevoli. L’Imperatore e l’Imperatrice erano l’oggetto della universale ammirazione e riverenza. Alcuni dei nostri più ricchi Ottimati, e tra questi il Conte Archinto, il Duca Melzi, il Duca Scotti, il Conte Nava, diedero splendidi banchetti ai ministri e ad altri nobili e illustri personaggi. L’Eccellenza di Mons. Arcivescovo e del Signor Luogotenente Bourger fecero lo stesso, e le veglie danzanti del Governatore riuscirono veramente magnifiche.

«Milano è tornato a vita, e ha ottenuto immense grazie ed argomenti a nuove speranze. S. A. R. l’Arciduca Ferdinando Massimiliano avrà l’alto governo dei domini italiani, e a Milano risiederà nel sontuoso palazzo del Marino. Questa nomina fa conoscere quanta importanza dia l’Imperatore ai domini italiani. Qui vuoisi creare un Governo che renda il paese fiorente, forte e felice, che protegga le arti utili e le arti bolle, e che, in una parola, mostri come si debbono governare i popoli a quei presuntuosi novatori, che pretendono insegnare altrui quello che non sanno essi medesimi.»

Fin qui le citate corrispondenze.

Si credeva dal governo imperiale che il beneficio la vincesse sull’opera maligna e instancabile della seduzione e della perfidia. Ma fu generoso inganno. — I tempi divenendo anzi ogn’ora più gravi, l’Imperatore e l’Imperatrice rinunziarono al disegno, da prima concepito, di passare in Toscana e a Modena, e ai 10 di Marzo fecero ritorno a Vienna, dove la Congregazione italiana, che ha sede nella Minoritenkirche e che rappresentava i 40 mila italiani residenti a Vienna, celebrava con solennissimo Te Deum il felice riuscimento del viaggio imperiale.


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IL GOVERNO SARDO E IL VIAGGIO IMPERIALE

Quantunque Cavour avesse posto in opera ogni mezzo per impedire i benefici effetti della magnanimità sovrana, speso molto oro, date istruzioni al Comitato centrale della Società, nazionale in Milano, ciononostante i buoni effetti innegabili del viaggio imperiale avevano ferito nel più vivo il partito della rivoluzione in Piemonte, a tale che la stampa ne era inferocita, e davasi svelatamente ad eccitare a ribellione i Lombardi, ad insultare l’Imperatore, a tessere l’apologia del regicidio e dell’assassinio politico. I periodici ministeriali, fatti più veementi, dichiaravano accettate officialmente le offerte di sudditi austriaci per erigere opere di fortificazioni e monumenti in odio all’imperiale governo. Il Ministero di Torino giunse al punto di ordinare un campo ad Alessandria (a cui l’Austria non credette di opporne altro al Ticino) e di spedire a Milano il Senatore Plezza, quale segreto emissario, per concertare cogli aderenti qualche criminoso attentato. Le Autorità imperiali, avutone sentore, non poterono dispensarsi dallo sfrattarlo, onde, impegnatosi fra i due governi uno scambio animato di note, si venne all’interrompimento delle scambievoli relazioni diplomatiche col richiamo dei rispettivi plenipotenziari (194). Nemmeno per ciò volle l’Imperatore rinunziare da parte sua alle vie della moderazione, e quindi, tolto affatto il governo militare coll’accettare la rinunzia di Radetzky, diede incarico di reggere il paese al fratello suo Arciduca Massimiliano, promettendo fornirlo di ampie facoltà atte a degnamente esercitare l’uffizio di Governatore Generale, affine di adoperarsi costante per la gloria del Principe e per l’utile maggiore di quelle popolazioni, che tanto stavangli a cuore» (195).

L’Arciduca Massimiliano concepì il nobile proposito di compiere la riconciliazione del Lombardo-Veneto, promuoverne la prosperità, e ridestarne le tradizioni felici dell’epoca di Maria Teresa.

Ed egli sarebbevi riuscito, se non avesse avuto a lottare collo spirito rivoluzionario del secolo decimonono, se dietro al popolo, che egli mirava di render contento, non si fossero tenuti in agguato i cospiratori. Per attrarre intorno a sé quanto forniva di notevole il paese tenne Corte assai splendida; ed in ciò mirabilmente il coadiuvava la consorte Arciduchessa Carlotta, figlia del Re dei Belgi, avvenente, istruita, disinvolta, non avversa per indole e abitudine alle condizioni onde le società moderne trovansi costituite. Anche l’Arciduca Massimiliano mostravasi disposto a favorire le tendenze del tempo, e di ciò i liberali pensarono approfittare per staccarlo quanto più era possibile da Vienna, e lamentarono quindi la limitazione del potere, a cui, malgrado del chirografo della sua nomina, lo videro vincolato. Per egual ragione il Ministero imperiale trovò necessario di tenerlo a sé legato, e a ciò contribuiva ancora quella tal quale gelosia, che i burocratici austriaci non hanno mai saputo reprimere, quando nelle loro file venne ad intromettersi un Arciduca (196).

In ogni modo i settari, principalmente piemontesi, furono gravemente sconcertati dalle conseguenze che aver poteva la scelta dell’Arciduca Massimiliano a reggitore del Lombardo-Veneto, e dal risultato vantaggioso che nella pubblica opinione vi avrebbero prodotto le sue insinuanti maniere e benevole intenzioni; quindi cercarono ogni arte di guerreggiarlo, sia col satirizzarne e denigrarne gli atti, sia collo spingerlo, se fosse stato possibile, sopra una via di pronunciato liberalismo italiano, che lo ponesse in necessario aperto disaccordo col Governo centrale austriaco. E la stessa indulgenza, ormai raccomandata alle Autorità imperiali, veniva a tal fine largamente usufruita per la diffusione clandestina, mediante stampe e giornali, ed approfittando degli stessi contatti domestici, delle idee sovvertitrici; essendo che i più astuti e fanatici nemici potevano assai facilmente accedere nel Lombardo-Veneto, o mantenervi attiva corrispondenza, e le occulte conventicole vi si diramavano in tutta sicurezza ed impunità (197). — Era partito fermamente preso dalla setta di togliersi dinnanzi i Sovrani d’Italia, e i rigori come i benefizi doveano egualmente servire quali mezzi di ruina pei loro troni.

Ma a noi piace valerci degli storici liberali, e di nuovo ci rivolgiamo al Belviglieri per avere qualche notizia di più circa il punto di storia che abbiamo tra mani.

«Prima di avviarsi in Italia, scrive egli, Francesco Giuseppe fissò con sovrana risoluzione il riordinamento delle due Congregazioni centrali di Lombardia e di Venezia, già disciolte, e nominò i membri che dovevano comporle. Il 25 Novembre fece solenne ingresso in Venezia, dove fu accolto con pompa ufficiale, ed anche con frequenza di cittadini, ma senza gran dimostrazioni di letizia, le quali poi non mancarono, quando il sire cominciò a spargere alcune parziali beneficenze. — Narrato poi del condono dei tredici milioni del debito verso lo Stato, per iscambiare la carta comunale dopo i fatti del 1849, e delle grazie verso i compromessi politici, «le quali cose furono accolte con riconoscenza,» segue a dire: — Attraversò (l’Imperatore) il Veneto, la Lombardia e dappertutto si potè scorgere lo stesso dualismo della vita officiale e del sentimento popolare. Applausi vi furono, ma scarsi, e, più che da vili transazioni o da immemore abbiettezza dell’insalubre metropoli, ispirati dalla recente amnistia. Il contegno fu tranquillo e dignitoso, ed arcane intimidazioni, che movevano da capi del partito nazionale, imposero riserbo anche alle poche famiglie, o meno avverse o devote. A Milano l’amnistia diventò generale, e non solo pe’ condannati d’alto tradimento; ma ancora per le colpe minori di perturbazione della pubblica tranquillità e di rivolta. Il tribunale sanguinario di Mantova, che teneva sempre aperti i suoi processi, venne licenziato collo stesso decreto 25 Gennaio 1857. — Detto quindi come l’opinione pubblica (che tutti conoscono) attendeva con impazienza la promulgazione dei decreti della nuova organizzazione politica e amministrativa della Lombardia, colla cessazione del Governo militare «che avevane fatto strazio sì fiera,» aggiunge:

«Il 28 Febbraio lo Imperatore scriveva a suo fratello Arciduca Ferdinando Massimiliano:

—«Per dare ai miei sudditi del regno Lombardo-Veneto una prova particolare della mia continua sollecitudine pel loro benessere, ho risoluto, confidando nell’alta intelligenza da voi sempre appalesata, di nominarvi Governatore generale del detto Regno, e di munirvi come mio rappresentante dei poteri necessari, acciocché siate in grado di adempire degnamente il corrispondente mandato nel Regno, e di vegliare efficacemente allo andamento giusto e regolare, alla pronta spedizione degli affari in tutti i rami della pubblica amministrazione; di rilevare i bisogni in ciò che risguarda lo sviluppo intellettuale e materiale del paese, e di prendere a tempo energica iniziativa per le misure e le istituzioni possibili ad essere accordate. Voi risiederete alternativamente a Milano ed a Venezia; io vi faccio dovere di impiegare costantemente tutti i poteri, che vi ho confidati, al mio servizio ed al benessere del paese di cui la prosperità mi sta tanto a cuore.»

«Nel giorno medesimo il maresciallo Radetzky riceveva sovrano rescritto, che gli accordava il domandato riposo, e metteva a sua disposizione le ville reali di Stra, di Monza, di Milano, i palazzi Augarten, di Hetzendorf e lo stesso imperiale di Vienna. Per altri decreti, il conte Giulay fu nominato comandante del secondo corpo d’armata, e comandante generale nel regno, nella Carinzia e Carniola, e nelle provincie marittime. Luigi de Kiibeck fu presidente del governo civile in Milano e capo della Cancelleria dell’Arciduca. Si diedero poi decorazioni del Toson d’oro, della Corona di ferro, e del nuovo Ordine di Francesco Giuseppe a signori e prelati, o già benemeriti dell’Austria nelle passate vicende, o che il Governo sperava di attirare al proprio partito. Ma tra gli sforzi e le illusioni pacifiche non mancavano incidenti a mostrare che le esigenze e le concessioni erano ben lontane ancora dallo scontrarsi (Era stabilito di non contentarsi mai). Ed in vero, salve piccole e lievi riforme, nulla in sostanza s’era toccato del generale ordinamento (e il detto più sopra?) che se la persona e le intenzioni dell’Arciduca Massimiliano erano degne di rispetto, i suoi decantati poteri si riducevano a ben poca cosa; gli ufficiali dell'esercito non avevano smesso per nulla il loro piglio arrogante e beffardo, e ad ogni tratto, si può dire sotto gli occhi stessi dell’Imperatore, accadevano collisioni, che mostravano anco ai meno veggenti come il fuoco covasse sotto la cenere, e come il sentimento patriottico si andasse invigorendo, e traesse alimento da quelle agevolezze medesime, colle quali l’Austria sperava almeno di assopirlo o di traviarlo.

«Egli è innegabile, — è sempre il Belviglieri che parla, — che ad alimentare quello stato di inquietezza negli animi de' Lombardo-Veneti servivano il contegno ed i maneggi de capi del partito rivoluzionario,l’emigrazione d"oltre Ticino, e SOPRATUTTO LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR.

«Nel giorno in cui l’Imperatore d’Austria metteva il piede nella capitale Lombarda, il municipio di Torino decretava l'accettazione ed il pubblico collocamento di una statua monumentale, opera dello scultore Vela, che i Milanesi offrivano in segno di fratellanza all'esercito sardo: rappresenta un alfiere che tiene in atto di difesa e di minaccia levata la sua bandiera. Dicono (è cosa ridicola, ma la raccogliamo da fedeli cronisti) che quando Francesco Giuseppe seppe del dono e del voto, in un accesso di collera volesse subitamente marciare sù Torino e che gli accorsi ministri bastassero appena per impedire lo avventato divisamente. Speravasi che qualche Ufficiale di Vittorio Emanuele andasse, giusta la pratica di vicinato, a complimentare l’Augusto; nessuno si mosse. Anzi avendo dovuto un Ufficiale sardo passare da Venezia in missione presso Saidpascià, i giornali piemontesi cantarono su tutti i toni lo scopo di questo viaggio, smentendo la voce che l’Ufficiale fosse inviato a Francesco-Giuseppe. In questa maniera la Corte sabauda si vendicava dello sprezzante silenzio col quale Vienna aveva accolto la comunicazione della morte delle due Regine, tanto più notevole, poiché entrambe di sangue imperiale (198).» —Ciò che rendeva, aggiungeremo noi, tanto più indegna l’attitudine ostile e aggressiva del Governo sardo contro l’Austria; attitudine che dal 1848 non aveva mai cessato.

Ma abbiamo ancora qualche parola da raccogliere dal Belviglieri. «Non seguirò, dice egli a pag. 71, le discussioni avvenute (nel Parlamento sardo) all’occasione delle interpellanze sulla politica estera, né quelle intorno alla pubblica istruzione ed alle questioni commerciali, le quali, per quanto ne fosse la importanza relativa, non toccavano il vivo della politica, che formava la preoccupazione degli animi, ed in questo il Ministero lasciava campo alle singole opinioni di manifestarsi, senza ricorrere all'appoggio degli amici.

«Ma ben diversamente si comportò quando ebbe a chiedere una specie di sanatoria per le opere di fortificazione costrutte recentemente ad Alessandria, ed a fare approvare il progetto dei cento cannoni onde mettere in istato di difesa la piazza: per aiutarlo nella quale opera, Daniele Manin prese iniziativa di una sottoscrizione patriottica che corse per tutte le città segnatamente della Venezia e di Lombardia. Il Conte Solaro della Margherita combatté la cosa come inutile in sé stessa, e come minacciosa all’Austria; Brofferio rimproverò al Ministero di non aver dato l’esempio della obbedienza alle leggi; e Cavour, non volendo manifestare le ragioni vere porse risposte assai vaghe, però sufficienti; poiché gli stessi oppositori apprezzavano meglio d’ogni altro i motivi taciuti e servirono a porger campo di nuova brillante protesta di sentimenti nazionali; giacché, meno sei voti della estrema destra, tutto il Parlamento approvò la politica del ministero.

«Mentre le Camere piemontesi proseguivano i loro lavori, la Corte di Vienna ogni giorno più lasciava intravedere, che in breve la sua collera proromperebbe. Benché Francesco Giuseppe dovesse riguardare il contegno di Vittorio Emanuele come una rappresaglia, non mancò di adontarsene, tanto più vi si aggiungendo le dimostrazioni di simpatia, inviate, lui presento, da Lombardi al di là del Ticino, ed il linguaggio irriverente dei giornali piemontesi, che applaudivano fin all'assassino dell'imperatore: ordinò quindi al Conte Buoi di far querela alla cori e savoiarda, ed il Conte Paar, incaricato dogli affari dell’Austria in Piemonte, il 10 Febbraio del 1857, ricevette acerbissima nota di cui doveva dar lettura al Conte CAVOUR.» — Cosi il Belviglieri.

Qui mette bene di recare alcune testimonianze, non punto sospette, circa il governo imperiale nel Lombardo Veneto. Noi non diremo codesto governo scevro da difetti; ma da quei difetti allo sgoverno orribile in cui cadde quel floridissimo Regno, divenuto provincia del Regno subalpino, v’è un abisso: tornano dunque utilissime le confessioni di scrittori liberali a fine di illuminare lo Storico.

L’egregio scrittore francese Clément Coste, nel suo libro, da noi più volte citato, ne raccoglie non poche, e noi crediamo dovuto alla causa della verità di qui riassumerle.

«Ilsignor di Cavour, scrive egli (199), voleva sbarazzarsi primieramente dell'Austria, codesta vicina importuna, troppo attaccata alla fede dei trattati e troppo nemica delle agitazioni rivoluzionarie. Sentiva egli che tutto avrebbe ceduto alla influenza carbonaresca e alle mene piemontesi, il giorno in cui quella Potenza formidabile fosse stata messa fuori del territorio italiano. Per tal modo dirigeva tutte le forze della propria intelligenza e tutte le risorse della più attiva propaganda contro questa nemica, ch’erasi mostrata tuttavia generosa riguardo al Piemonte, allorquando, dopo la disfatta di Novara, avrebbe potuto far scomparire questo piccolo Stato turbolento dalla carta dell’Europa.

«Si vuol sapere a qual punto fosse indegna riguardo all’Austria la condotta del Ministero sardo, unito d’intenzione, se non di cuore, ai più ardenti patriotti della Giovine Italia? Basti ricordare i sagrificì che s’impose il Governo austriaco per rendere prospere e felici le popolazioni italiane soggette al suo dominio. E bene tuttavia non dimenticare, che gli uomini di disordine trovano sempre barbari e dispotici i Governi che hanno la buona idea di non darsi in balìa, mani e piedi legati, alla disorganizzatrice loro influenza.

«Non diremo nulla dell’entusiasmo, col quale i Milanesi accolsero, nel 1706, il Principe Eugenio, che prendeva possesso della Lombardia in nome dell’Imperatore Carlo VI. Sotto il governo di questo sovrano e sotto quello della Imperatrice Maria-Teresa il Milanese rapidamente si rialzò dallo stato di deperimento in cui era caduto durante l’occupazione spagnuola. Gli storici sono unanimi su questo punto. Le più grandi famiglie della contrada divennero gli ausiliari dogli Imperatori in quest’opera di rigenerazione, che pervenne al suo apogeo sotto il regno di Giuseppe II.

«In nessun paese, in nessuna epoca, — dice il Botta isterico non sospetto (200), — furono maggiormente onorate, che nell’Italia sotto Giuseppe II, le scienze che aiutano a sopportare la vita, le lettere chel’abbelliscono. Degno esecutore degli ordini suoi, il conte di Firmian arrivò nella Lombardia austriaca, e questa provincia divenne così florida sotto la sua amministrazione, che fu visto realizzarsi per essa, non temo dirlo, il favoloso racconto della etàdell’oro.»

«Alcuni anni dopo la dominazione francese, un uomo di Stato dìdei Pozzo, piemontese, il quale aveva esercitato sotto l’Impero le funzioni di referendario al Consiglio di Stato, visitò la Lombardia e pubblicò un opuscolo intitolato: —Del benessere che gl’Italiani possono e debbono ritrarre dal governo austriaco. — Lasceremo dunque parlare il conte Ferdinando del Pozzo:

«Nel riprendere possesso, egli dice, dopo la caduta di Napoleone, del governo delle provincie italiane, Francesco I non si condusse né da conquistatore, né da despota senza senno; ma da Sovrano illuminato. Il governo austriaco, nel regno Lombardoveneto, rispettava scrupolosamente tutti i diritti acquisiti sotto il governo allora abolito. Mi ricordo d’aver visitato di quando in quando Milano, prima del 1820, e l’impressione che me ne rimase fu che nella pratica vi si godeva molta libertà. L’azione della polizia era appena sensibile. Gli stranieri andavano e veni vano senza essere sottoposti a tante ricerche ed esami. I Milanesi si riunivano quando e come volevano. Insomma la vita vi era quanto mai libera e gradita; sospirai profondamente quando fui obbligato tornare a Torino, questa triste città, così monotona, e la memoria ricorre sempre a Milano (201)

«Facil cosa, aggiunge il Coste, sarebbe il moltiplicare le citazioni in ordine alle buone intenzioni della Corte di Vienna rispetto al regno Lombardo-veneto. Lungi dall’essere trattato come paese conquistato, di cui uno spietato vincitore avrebbe estorte le ricchezze, la Lombardia godé delle più grandi immunità e divenne la provincia più prospera dell’Impero, e forse dell’Europa. Solcata da magnifiche strade, da canali e da vie ferrate, essa potè attraversare, senza molti danni, le crisi agricole che incolsero, venti anni fà, la sericoltura e la produzione vinicola, due grandi sorgenti della ricchezza locale. Essa pagava meno imposte delle altre provincie dell’Impero austriaco, e si vide favorita da un sistema d’insegnamento talmente progressivo, che Carlo Vitaliani, emigrato politico di Brescia, fu costretto a convenire nel 1851, che fra gl’Italiani, sotto la dominazione dell’Austria, gli studi erano più avanzati e più generalizzati che in ogni altro Stato della Penisola (202)

«Non occorre ricordare che l’amministrazione saggia, conciliante e illuminata dell’Arciduca Ferdinando Massimiliano meritò gli elogi di tutte le Corti di Europa e la gratitudine di tutti gli abitanti del regno Lombardo-veneto.

Nulla temendo il Governo piemontese tanto quanto la pacificazione degli spiriti nella Penisola, vedeva con dolore la popolarità sempre crescente del fratello di Francesco-Giuseppe. Ascoltiamo, a questo proposito, la cinica confessione che strappava al signor di Cavour il vedersi in possesso di una preda lungamente agognata e finalmente acquistata con sicurezza. «Bisogna esser giusti; — scriveva il signor d’Ideville la dimane della guerra d’Italia; — questi oppressori erano i più dolci e i migliori fra i tiranni. Il loro solo delitto, ed era tale! era quello di portare l’uniforme bianca, e di parlare la lingua tedesca. L’amministrazione austriaca passava per onesta, intelligente; e, a questo proposito, mi ricordo di un motto sorprendente, pronunciato avanti a me, nella stessa Milano, dal conte di CAVOUR. — Sapete voi, disse egli un giorno al barone di Talleyrand, qual fosse nella Lombardia, durante l’occupazione austriaca, il nostro nemico più terribile, quello di cui aveva maggior paura, e del quale ogni giorno contavo con terrore i progressi? — Nò. — Ebbene! fu l’arciduca Massimiliano, l’ultimo viceré del Regno Lombardo-veneto. Egli era giovane, attivo, intraprendente. Erasi consacrato intieramente al difficile incarico di cattivarsi i Milanesi, e certo vi sarebbe riuscito. Già la sua perseveranza, le sue buone maniere, il suo» spirito giusto e liberale, ci aveva tolto numerosi partigiani. In nessun tempo, le provincie lombarde erano state cosi prospere, così bene amministrate. Incominciavo ad inquietarmi. Ma, grazie a Dio, il buon governo di Vienna intervenne, e, secondo il suo solito, colse, senza indugio, l’occasione di commettere una balordaggine, un atto impolitico, il più funesto per l’Austria, e ad un tempo il più salutare per il Piemonte. Le riforme, piene di saggezza, dell’Arciduca, avevano recato ombra al vecchio partito della Gazzetta di Verona, e l’Imperatore Francesco Giuseppe, bene inspirato questa volta, richiamò da Milano il proprio fratello Massimiliano. Io respirai nell’apprendere quella nuova: niente era perduto, la Lombardia non poteva più sfuggirci.»

Il signor di Cavour conosceva meglio di ogni altro le cagioni politiche, che esponevano il buon governo di Vienna a commettere balordaggini così proficue al Piemonte. La moltiplicità dei mezzi d’attacco che poneva sordamente in opera il partito piemontese, per rendere odioso alle popolazioni lombarde il governo austriaco, gettava il turbamento nei consigli del giovine Imperatore, efaceva spesse volte prevalere misure, che contribuivano a propagare il malcontento, accuratamente mantenuto dagli aderenti alle idee sedicenti nazionali. Il Piemonte era il focolare delle cospirazioni che cooperavano alla disorganizzazione degli Stati della Penisola, eccitando prima le popolazioni, e spingendo poi i Governi a misure di rigore, onde poter denunziare come impopolari e dispotici i Sovrani legittimi che meditava rovesciare.


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UNA PAGINA DI NICOMEDE BIANCHI

E LA ROTTURA DELLE RELAZIONI COLL’AUSTRIA

La innocenza del Governo sardo dovrebbe apparire spiccata e chiara dalle parole di Nicomede Bianchi, quando si fa a narrare la rottura delle relazioni diplomatiche, seguita poco dopo il viaggio dell’imperatore Francesco Giuseppe nel Lombardo-veneto; ma se l’egregio storico liberale riesce a provare il contrario non è colpa nostra, noi lo lasciamo parlare a tutta fidanza.

«Per dare martello all’Austria, — scrive egli a pagina 334 del suo volume VII, — i Milanesi (non quelli certamente che avevano acclamato l'Imperatore), si erano collettati per erigere in Torino un monumento per onoranza dei soldati piemontesi reduci dalla Crimea. Cavour fece lieto viso a questo dono; ma, ad evitare diplomatiche rimostranze, maneggiò la cosa in modo che fosse accettato dal Municipio di Tonno, e volle l'assicurazione che nulla indicherebbe che quel ricordo nazionale veniva eretto dai Milanesi.

«Romani, Napoletani, Toscani, Modenesi, Reggiani, (faziosi) largheggiarono con lui in pubbliche dimostrazioni di cittadino affetto. Egli le accolse', ma misurando ogni suo passo in modo da non fornire il minimo pretesto di querela per parte dei governi italiani retrivi (vale a dire legittimi).

«Fra gli apparecchi per una GUERRA AGGRESSIVA control’Austria era indispensabile premunirsi di propugnacoli, che insieme collegati a difesa servissero di riparo ‘all’esercito piemontese, per non rimanere sopraffatto dal numero dei nemici prima dell’arrivo dei soldati francesi (era dunque già certo di quell'indispensabile arrivo). Cavour, nel dichiarare d’urgenza questo provvedimento, ne cavò argomento per dare nuovo impulso all’agitazione civile già operosa da un capo all’altro della Penisola. Era l’Austria che, facendo di Piacenza una piazza da guerra a continua minaccia alla Sardegna, costringeva questa a non lasciare più a lungo la sua frontiera orientale indifesa. Per tutta l’Italia (in seguito del nuovo impulso dato da Cavour) si gridò tosto la croce addosso all’Austria, e per accatto nazionale si acquistarono cento cannoni onde munire i nuovi fortilizi d’Alessandria. Il governo del Re accolse il dono, ma interdì la sottoscrizione pubblica per l'acquisto di diecimila fucili destinati alla provincia italiana, che prima inalberasse la bandiera di guerra contro l’Austria (ad collare diplomatiche rimostranze, misurando ogni passo in modo da non fornire il minimo pretesto di querele per parte dei governi italiani retrivi, come ci ha detto il Bianchi). — Narrati poi i procedimenti accorti e felici della politica del Piemonte verso gli altri Stati italiani nei dieci mesi, che susseguirono da vicino il Congresso di Parigi, del che dicemmo e diremo ancora qualche cosa, il Bianchi si fa a seguirlo per altre vie, e noi lo seguiremo con lui.

«Non di rado — continua a pagina 380 — è nella soddisfazione d’interessi economici, che la diplomazia odierna trova una valida leva per cementare alleanze e per accomunare la politica d’uno Stato a quella di un altro. Il conte Cavour si trovò indotto a entrare in questa via rispetto alla Francia e all’Inghilterra. Tradirebbe la storia chi si facesse a magnificare dal lato economico tutti i trattati di commercio e di navigazione da lui conclusi con queste due nazioni, ma vi sarebbe ingiustizia ascrivergli tale opera a demerito.

«Trattavasi di dare all’Italia la sua indipendenza, e per il grande tentativo Cavour adoperò a larga mano tutto ciò che di meglio e di più utile a lui offriva il Piemonte (facendo come il Cane d'Esopo, che lasciava cadere la carne che teneva in bocca per coglierne l’immagine che travedeva nell'acqua). — Cavour era conscio (lo afferma il Bianchi) di avere dietro di sé un forte e generoso popolo, voglioso e capace dei più duri sacrifizi» (cioè a dire cristiano, e perciò capace di sopportare tutte le miserie che dalla sua stolta politica deriverebbero). Sacrificava dunque con franchezza la prosperità e la quiete della povera Italia per avere con sé l’Inghilterra e la Francia. Ma si trattava di spodestare i Principi legittimi per ruinare il Papa!... Cosi voleva Mazzini.»

Nicomede Bianchi entra quindi trionfante a dire della rottura delle relazioni diplomatiche coll’Austria.

«L’ambigua e subdola politica, scrive, in cui il Gabinetto di Vienna s’era avvolto nelle cose orientali e germaniche, aveagli fruttato di rendersi avverse la Prussia, la Russia e la Francia. All’Austria rimaneva l’alleanza inglese; ma da che sul Gabinetto di Londra imperava l’opinione pubblica liberale, per non perdere anche questo sostegno, i ministri austriaci negli ultimi mesi del n1856 si determinarono a seguire i consigli di Lord Clarendon per un governo più civile e più umano nelle provincie italiane dell’Impero.»

Qui il Bianchi salta a piè pari il fatto culminante del momento, vale a dire il viaggio imperiale, e, accennato appena alle larghezze e ai tratti di clemenza dell’Imperatore nei suoi Stati, segue a dire:

«Per quanto questo nuovo indirizzo dato dall'Austria alla sua politica in Italia non garbasse al Conte di Cavour, tuttavia, scaltro come era, se ne mostrò soddisfatto col Ministro inglese a Torino (203); e quando questi gli manifestò il desiderio del suo governo di vedere ripristinate le relazioni amichevoli tra l’Austria e la Sardegna, egli inviò al Marchese Cantono le istruzioni seguenti: — Per lo svincolo dei sequestri essendo cessata la causa della sospensione delle nostre relazioni diplomatiche colla Corte di Vienna, la Sardegna non ha la minima difficoltà a rinnovarle. Voi quindi siete autorizzato ad accogliere le aperture che il Conte Buoi vi facesse in proposito sia direttamente, sia per l’intermedio dell’Ambasciatore di Francia o d’Inghilterra in Vienna. Dovete però trattenervi dal prendere l’iniziativa. La Sardegna era la parte offesa, e tuttavia noi avevamo bensì chiamato in congedo il Conte di Revel, ma non gli abbiamo mai tolto il grado di nostro Ministro residente presso la Corte di Vienna; al contrario l’Austria, dopo aver richiamato da Torino il conte d’Apponv, lo incaricò d’un altra legazione. Sta pertanto ad essa di fare il primo passo verso di noi. La comunicazione verbale e confidenziale fattavi dal conte Buoi, intorno al proscioglimento dei sequestri, non può essere una sufficiente entratura diplomatica per ristabilire le buone relazioni tra le due Corti, se non sotto la clausola che voi possiate accertarmi che, nel farvela, tale era il pensiero del ministro imperiale. Rischiarato questo punto nel senso indicatovi, subito che l’Austria abbia nominato il suo Ambasciatore a Torino, la Sardegna spaccierà in Vienna il suo legato (204). — Ma una riconciliazione vera e durevole, osserva il Bianchi, tra i due Governi era divenuta impossibile; il fato tirava l’uno e l’altro a giocare l’ultima partita.» — Quindi prosegue:

Nello stesso giorno dell’ingresso in Milano dell’Imperatore Francesco Giuseppe coll’Imperatrice, il magistrato municipale di Torino decretava ché il monumento all'esercito piemontese, lavorato in marmo per accatto dei Milanesi, fosse elevato in luogo cospicuo della città, a simbolo duna causa comune e a pegno d’un migliore avvenire. Questo era ricordare agl’Italiani d’oltre Ticino, che serbassero le accoglienze festose per il giorno fortunato in cui il figlio del Re vinto a Novara entrerebbe in Lombardia, drappellando il vessillo nazionale, che stringeva da una mano il guerriero da loro donato con nazionale intendimento ai Piemontesi. Il Re non mandò alcun oratore a complimentare in suo nome gli Sposi imperiali (il Bianchi non dice che ciò fosse per alcuna rappresaglia contro l'Austria). I diarii piemontesi si posero a berteggiare le promesse riforme, a flagellare gli aristocratici che facevano codazzo all'Imperatore, a encomiare il dignitoso contegno della media cittadinanza, a lodare l’indifferenza del minuto popolo (!?).

«Una sera Francesco Giuseppe trovò spiegato sopra un tavolo della sua stanza da letto un disegno litografico, pubblicatosuTorino e largamente diffuso in Milano. — V’era figurato un arco di trionfo, spontaneamente eretto dai Milanesi al Monarca che veniva a gratificarli della sua presenza. Una tetra schiera di dolenti ombre di cittadini, gittati avanti tempo in seno all’eternità dai violenti dominatori stranieri, apriva il cesareo corteggio, fendendo l’aere sotto bigio cielo. Il cavallo dell’Imperatore a stento procedeva, stritolando ossa umane, onde il terreno era lastricato. Nel mezzo del frontone, la grifagna aquila a due teste, famelica sbatteva le ali, e colle unghie sosteneva arnesi di tirannide e di guerra; al sommo dei capitelli delle colonne, accovacciati sopra teschi umani, cantavano augelli di sinistro augurio. I cadaveri degli strangolati sulle forche negli ultimi tempi di ribellione penzolavano sostenuti dal capestro lunghesso gli scannellati delle colonne. — Tutte queste erano trafitture dolorose e provocazioni amare', ma le rappresaglie che contr’esse furono prese (quali?), com’erano inconsulte, così riuscirono dannose.

«I diari governativi di Milano e di Verona si scatenarono in CALUNNIE e vituperii contro il governo sardo, e scapestrando in beffe, in contumelie, in minaccio ed in invettive, sorpassarono di gran lunga le intemperanze della stampa piemontese (dunque fu essa per la prima intemperante e insolente). Né qui si fermarono le inconsulte provocazioni. Due giorni dopo che il diario officiale di Milano aveva accusati i ministri piemontesi come provocatori di sedizioni, e avevali assomigliati nientemeno che ai Cromwell e ai Robespierre, l’Incaricato d’affari austriaco in Torino si presentò al Conte Cavour per leggergli un dispaccio del conte Buoi.»

Nicomede Bianchi dice che la forma ne era aspra e arrogante; ma eccolo nella sua integrità, quale lo troviamo in altro luogo, contentandosi lo Storico liberale di darne appena la conclusione.

Nota del Conte Buoi ministro degli affari esteri d’Austria
al Conte Paar incaricato d’affari d’Austria a Torino

Milano, 10 Febbraio 1879.

«Signor Conte,

«Il soggiorno che voi avete fatto qui, vi offerse l’occasione di vedere da vicino le testimonianze di rispetto con cui l’Imperatore nostro augusto padrone fu accolto a Milano, e la soddisfazione che la presenza delle LL. MM. sparse in tutte le classi della popolazione.

«I molteplici atti di grazia emanati dall’Imperatore furono ricevuti con sentimento di sincera riconoscenza, che più volte si manifestò con calorose dimostrazioni. Se S. Maestà nella sua clemenza si degnò di gettare un velo sul passato, il contegno de' suoi sudditi Lombardi ci autorizza la speranza che l’avvenire non ingannerà la sua generosa confidenza. Non vi ha dubbio, che chiunque abbia osservato senza prevenzioni ciò che avvenne a Milano nelle ultime settimane, dividerà queste impressioni. La fiducia si consolida ovunque, e se vi sono ancora uomini che esitano ad abbandonarvisi senza riserva, i loro dubbi hanno origine meno nelle condizioni interne del paese, che in un’azione costantemente provocatrice dall’estero.

«Io non vi dissimulerò, Signor Conte, che i sentimenti dell’Imperatore furono soprattutto feriti dall'attitudine del governo piemontese.

«Infatti la stampa piemontese, fedele al suo abietto costume ed al suo odio sistematico contro l'Austria, si prese l’impegno di esporre i recenti avvenimenti di Milano sotto un aspetto del tutto opposto alla verità dei fatti. La dominazione dell’Austria nel Regno Lombardo-veneto, presentata come sprovvista di ogni titolo legittimo, e come l’unica sorgente di tutti i mali della Penisola; la calunnia e le ingiurie versate su tutti gli atti del governo imperiale, sull’augusta persona dell’Imperatore, come su quelli che a lui sono devoti; l’insurrezione e persino il regicidio preconizzati come mezzi di liberar l’Italia di ciò che si ha la compiacenza di chiamare giogo straniero, sono altrettanti argomenti che i giornali piemontesi non cessano di trattare su tutti i toni, e che hanno sfruttato in questi ultimi tempi con raddoppiamento di fiele e di virulenza. Veramente la mia penna rifiutasi a ridire tutte le turpitudini di cui formicolano codesti giornali; basta aprirli a caso per trovarvene in abbondanza prove formali.

«In presenza di questi attacchi, mossi con una violenza inaudita contro una Potenza limitrofa ed amica, il governo sardo imponendosi l’attitudine più compiutamente passiva, si è per lo meno esposto al sospetto di non volersi scoraggiare. E non è tutto. Gli inviti indirizzati agli estranei nello scopo di farli concorrere alle sottoscrizioni aperte clamorosamente, per rinforzare il sistema difensivo del Piemonte, che nessuna Potenza pensa di minacciare; il ricevimento ufficiale delle pretese deputazioni delle nostre provincie italiane, che venivano ad esprimere la loro ammirazione per una politica che il loro proprio governo disapprova; finalmente l’accettazione d'un monumento che dicevasi offerto dai sudditi dell'Imperatore in commemorazione dei fatti d’arme dell'esercito sardo, sono queste altrettante dimostrazioni offensive, che per essere calcolate sulla troppo facile credulità del pubblico, non lasciano però d’offrire un lato molto grave.

«Come infatti spiegarsi che un Governo, il quale avesse a cuore di mantenere con noi rapporti di amicizia e di buon vicinato, non abbia trovato essere della sua propria dignità di impedire dimostrazioni, che dalle circostanze particolari onde sono accompagnate acquistano una significazione così palpabile e cosi direttamente ostile verso una Potenza amica? È egli forse permettendo che le memorie della guerra e delle passioni rivoluzionarie da essa accese siano senza posa pubblicamente evocate e perpetuate, che il Governo sardo spera di adempiere le stipulazioni del trattato di pace, di cui la prima stabilisce che vi avrà per l’avvenire e per sempre pace, amicizia e buona intelligenza fra i due Sovrani, i due Stati ed i loro sudditi rispettivi? Ci si obbiettasse anche che la legislazione del paese è impotente ad impedire atti di tal natura, che noi non potremmo assolvere perciò il gabinetto di Torino dal rimprovero di aver avuto l’apparenza di associarsi colla sua tolleranza alle speranze di un partito, la cui ultima parola è l’abolizione dei trattati che fissarono la circoscrizione territoriale esistente attualmente in Italia.

«Il Governo sardo ci ha, èvero, più d’una volta in confidenza fatto pervenire l’espressione del suo dispiacere e del suo biasimo sulle escandescenze della stampa. Di più, scusandosi sull’impossibilità di poter esso medesimo prendere l’iniziativa del processo, esso ci rinviò frequentemente ai tribunali incaricati di far giustizia degli insulti della cattiva stampa. Ma il voler domandare il procedimento giudiziario di ogni articolo che meritasse gastigo, non sarebbe egli forse un condannarci a far diuturnamente il mestiere del pubblico accusatore? Questo ufficio, noi lo confessiamo, ci sembra poco degno del nostro Governo. Astrazion fatta da questa considerazione, gli attacchi della stampa rivoluzionaria del Piemonte non hanno solamente per punto di mira gli atti del governo imperiale; essi portano offesa allo stesso principio monarchico; vanno a crollare fino i fondamenti dell'intero ordine sociale. D’altra parte non sarebbe il gabinetto stesso di Torino chiamato in prima linea ad accorrere alla difesa d’interessi tanto gravi, ed a rimediare ad un male che minaccia altrettanto la sicurezza ed il riposo del suo proprio paese, quanto quello degli altri Stati, verso cui ha doveri internazionali da adempiere?

«Checché ne sia, Signor Conte, l’Imperatore deve alla sua propria dignità di non lasciare ignorare al Governo sardo il risentimento che a lui cagionò il complesso di questi procedimenti. Spetterà al Signor Conte Cavour lo indicarvi quali mezzi esso giudichi impiegare per cancellare queste penose impressioni, e quali sono le guarentigie che esso può offrirci contro la prolungazione indefinita di uno stato di cose cosi diametralmente opposte al desiderio, da cui noi siamo animati di mantenere col Piemonte relazioni tali, quali le esige l’interesse ben inteso dei due paesi. Riservandoci di regolare in conseguenza la nostra futura condotta, io vi invito, o Signor Conte, d’ordine dell'Imperatore, a dar lettura di questo dispaccio al Sig. presidente del Consiglio, ed a darmi conto delle spiegazioni che ne riceverete in ricambio.

Aggradite etc.

Sottoscritto BUOL.


Alla lettura di questo dispaccio tenne dietro un colloquio, il quale durò oltre a due ore. In esso, il Conte Cavour disse al conte Paar pressoché tutte le cose scritte posteriormente in un dispaccio all’Incaricato d’affari sardo a Vienna, che rechiamo pure testualmente:

Nota del Conte di Cavour Ministro degli affari esteri di Sardegna al Marchese Cantono incaricato d’affari di Sardegna a Vienna

Torino 20 Febbraio 1857.

«Il conte Paar, appena di ritorno da Milano, venne a darmi lettura di un dispaccio che il conte Buoi gli aveva poc’anzi indirizzato, e del quale troverete qui unita una copia, per lamentarsi dell’attitudine del Governo sardo e fargli conoscere il risentimento che i suoi procedimenti avevano fatto provare all’Imperatore d’Austria. Abbenché non abbia esitato a dare sul momento al Conte Paar spiegazioni che mi parevano tali da confutare vittoriosamente i rimproveri che c’indirizza il Governo imperiale, ho creduto di far pervenire al sig. Ministro degli affari esteri d’Austria, col vostro mezzo, signor Marchese, una risposta categorica e formale. Il sig. Conte Buoi si lamenta degli attacchi della stampa piemontese, delle manifestazioni provocate, per quanto dice, nelle altre provincie dell'Italia in favore di una politica che non ha l’approvazione del Governo imperiale, finalmente esso insiste sull’accettazione di un monumento che si dice offerto dai Milanesi all’armata sarda. Rendendo il Governo piemontese responsabile di quest’atto il sig. Buoi l’accusa in certo qual modo di non adempire le stipulazioni del trattato di pace conchiuso a Milano.

Io non mi assumerò di giustificare la stampa nazionale dai rimproveri che il sig. Buoi le fa. Non esito ad ammettere non solo confidenzialmente, come dice questo ministro, ma pubblicamente, altamente, siccome ho costume di fare, che essa si abbandona qualche volta ad eccessi eminentemente deplorabili, che si permette attacchi contro la persona dell'Imperatore, i quali io condanno apertamente. Ma ciò che mi credo in diritto di sostenere si è, che le critiche della stampa contro gli atti del Governo austriaco non possono creargli dei gravi imbarazzi, e che quanto agli attacchi contro l’Imperatore sarebbe facile farli cessare servendosi dei mezzi che fornisce la nostra legislazione per reprimere i delitti di questo genere. Come i giornali che combattono la politica austriaca possono imbarazzare l’azione del Governo imperiale, allorquando la loro introduzione nelle provincie sommesse all’impero è severamente proibita? (e i comitali segreti incaricati di diffonderli 1) Qualunque possa essere la loro influenza all’interno del nostro paese, e questa influenza è ben debole, la loro azione è nulla dall’altro lato del Ticino. Le asserzioni contenute nel dispaccio del Conte Buoi sul ricevimento che l’Imperatore ebbe a Milano, ne sono una prova che esso non saprebbe contestare.

«La libera discussione degli atti del governo forma una della basi essenziali del reggime politico in vigore in Piemonte, come in molti altri Stati dell’Europa. Noi possiamo asserire, che questa libertà vi produce altrettanti vantaggi e minori inconvenienti, che in ogni altro luogo. La pace profonda di cui noi godiamo, l’unione sempre più intima del paese e del trono lo provano ad evidenza, e quanto ai governi esteri noi non crediamo potersi sostenere che i nostri giornali sieno più violenti o più acerbi dei giornali inglesi o del Belgio. Gli attacchi che i giornali d’Inghilterra hanno diretto contro il governo dell’imperatore d’Austria non furono né meno virulenti, né meno amari di quelli contenuti nei nostri giornali, ciò che non ha impedito all’Austria di ricercare, quando lo credette conforme ai suoi interessi, l’alleanza e l’amicizia dell’Inghilterra, e di mostrarsi soddisfatta e superba delle buone relazioni che essa ristabilì con questa Potenza.

«Per ciò che concerne gli attacchi contro la persona dell’Imperatore, non solo ripeterò la disapprovazione compiuta che più innanzi ho manifestato, ma non esito ad esprimere il dispiacere che il governo imperiale non ci abbia messo in grado d'impiegare i mezzi che li avrebbero fatti cessare reprimendoli in un modo efficace.

«Voi sapete, sig. Marchese, che noi abbiamo introdotto nella nostra legislazione delle disposizioni speciali per questa categoria di delitti di stampa, che ne rendono la repressione più sicura, più severa che in nessun altro paese dove è riconosciuto il principio della libera discussione. Che il Conte Buoi paragoni la nostra legislazione con quella del Belgio e dell’Inghilterra, e riconoscerà l’esattezza delle nostre asserzioni.

«L’esperienza del resto di questi ultimi anni dimostrò l’efficacia della repressione. Tutti i governi esteri che vollero servirsi dei mezzi forniti dalle nostre leggi per punire gli attacchi contro i loro Capi rispettivi, videro questi attacchi puniti in modo da farli cessare compiutamente; la stessa cosa sarebbe avvenuta ed avverebbe ancora certamente a riguardo dell’imperatore d’Austria, se il suo governo avesse voluto imitare l’esempio della Francia e della Spagna

«Il sig. Conte Paar, a cui indirizzai quest’osservazione, mi oppose il fatto dell’espcro processato per ingiurie contro l’Imperatore e colpito d’una pena leggera. A ciò risponderò da prima, che infatto di delitti di stampa ha molto più importanza la condanna del giornale, di quello che n’abbia l’entità della pena. Aggiungerò che il Tribunale potò essere indotto all'indulgenza, sia perché trattavasi del primo processo per un attacco contro l’Imperatore d’Austria dopo una lunga tolleranza; sia perché il governo imperiale aveva lasciato trascorrere un lunghissimo intervallo fra la pubblicazione dell'articolo incriminato e l’istanza che provocò il processo cui diede luogo. Egli è fuor di dubbio che una seconda volta, sopratutto se l’istanza fosse immediata, i Tribunali si mostrerebbero molto più severi, così come si mostrarono verso i giornali che avevano l’abitudine di attaccare l’Imperatore dei Francesi.

«Il conte Buoi non potrebbe rendere il governo sardo solidario di questi attacchi, se non in quanto esso si rifiutasse di usare i mezzi che la legge gli dà per reprimerli; ma dacché esso dichiara esser pronto ad applicarli in tutto il loro rigore, purché il governo dell’Imperatore lo reclami, una tale accusa sembra destituita di ogni solido fondamento.

«Ascoltando le amare lagnanze che il Conte Buoi indirizza alla stampa sarda, sarebbesi tratti a credere che la stampa austriaca conservi a riguardo dei Sovrani e dei Governi esteri la misura più perfetta, che giammai essa sorpassi i limiti della moderazione e della convenienza. Eppure la cosa non và cosi.

«Lungi da ciò, i giornali austriaci, quelli sopratutto che si pubblicano in Lombardia, sono pieni d’ingiurie contro il governo sardo e non risparmiano guari la persona del Re e quella dei membri della sua augusta famiglia. Mi sarebbe facile appoggiare questa ultima asserzione con numerose prove; mi limiterò a rammentarvi il linguaggio dei giornali di Milano e di Verona a riguardo di una augusta principessa, prossima parente dell'Imperatore d’Austria, linguaggio che motivò, se sono bene informato, energiche rimostranze pér parte della Corte Reale di Sassonia.

«Se il signor di Buoi ha fondamento per lagnarsi della violenza d’una stampa interamente libera, che non penetra negli Stati austriaci (?), che potremmo noi dire d’una stampa sommessa aduna censura severa, e che non risparmia né le istituzioni, né gli uomini politici del nostro paese, e che pure circola liberamente fra noi? In Piemonte se l’attacco è libero, la difesa lo è egualmente. L’Austria attaccata da una parte dalla stampa è difesa non solo dai giornali che ci vengono da oltre Ticino, ma altresì da un certo numero di fogli che si pubblicano negli Stati del Re.

«In Lombardia all’incontro l’attacco solo è permesso; i giornali vi riproducono impunemente gli articoli più odiosi dei fogli avversi al governo del Re, e contendono frequentemente delle ingiurie e delle insinuazioni personali contro gli uomini di Stato del Piemonte, che sollevano la stessa nausea destata da alcuni fogli sardi nel conte di Buoi.

«Ma non è tutto ancora: il conte Buoi accusa il governo del Re di rimanersi indifferente alla polemica ardente dei giornali. Certamente non può dirsi altrettanto a riguardo dell’Austria. Gli articoli contenuti nei giornali ufficiali, che sono ispirati dal governo imperiale, provano che il gabinetto di Vienna sancisce e dirige gli assalti di cui noi siamo lo scopo. Veramente dopo aver letto un articolo di fondo della Gazzetta ufficiale di Milano, la cui sorgente non potrebbe esser dubbia, e nel quale i ministri del Re sono paragonati ai Robespierre ed ai Cromwell, si è meravigliati dell’asprezza dei lamenti che la tolleranza degli uomini di Stato piemontesi ispira al Conte Buoi.

«Ma non è solo a nome dell’Austria, che il Ministro degli affari esteri si lamenta della nostra tolleranza. Esso l'accusa d’incoraggiare le dottrine più funeste, di lasciare scuotere le fondamenta del trono e distruggere il sentimento monarchico.

«I risultati che ottenne la politica seguita dal governo del Re smentiscono queste accuse. Ogni uomo di buona fede che esamina lo stato attuale del paese, anche superficialmente, è obbligato di riconoscere che il principio monarchico, scosso forse dagli avvenimenti del 184849, si è progressivamente fortificato e che esso riacquistò una solidità irremovibile. Le dimostrazioni spontanee ed unanimi che accolgono il Re in ogni parte dei suoi Stati, in quelle pur anco dove non esiste un legame tradizionale di affezione e di rispetto, ne sono la prova manifesta. Ma ciò che dimostra ad evidenza la verità del nostro asserto è l’impotenza a cui si trova ridotto il partito repubblicano. Questo partito che non era senza influenza all’epoca dell’avvenimento al trono di Vittorio Emanuele, vide sotto l’impero della libertà diminuire talmente i suoi mezzi e le sue forze, che dovette lasciare estinguersi il solo suo organo nella stampa periodica, Vitaliae Popolo, e ciò non già sotto il colpo dei processi e delle condanne, ma in seguito alla riduzione progressiva del numero dei suoi abbonati (Cavour dimenticava il programma della Società Nazionale da noi già recato').

«Questo fatto mi pare la confutazione più eloquente delle imputazioni anti-monarchiche che ci indirizza il signor di Buol.

«Dopo aver esaminato la questione della stampa, che costituisce la parte più importante del dispaccio del conte Buoi, io toccherò più rapidamente gli altri oggetti di cui esso tratta.

«Quanto alle dimostrazioni che si vuole essere state provocate nelle altre parti d’Italia, noi sfidiamo chicchesia di citare un sol fatto che provenga dal governo del Re, e che abbia un tale scopo. Il Governo piemontese avendo richiamata l’attenzione del Congresso di Parigi sullo stato dell’Italia, e dimostrata la necessità di migliorare la sua sorte con dei mezzi pacifici e legali, la sua politica eccitò, senza altra provocazione, testimonianze di riconoscenza e di simpatia dalla parte di un gran numero d’individui abitanti diverse contrade della Penisola. Non vi ha nulla in ciò che dia all’Austria il diritto di lagnarsi. Anche essa, sebbene divergente nei modi da impiegarsi, riconobbe che vi aveva ragione a modificare lo stato delle cose in Italia. Essa fece più ancora che riconoscerlo noi suoi discorsi; e cogli atti che ha testò compiuti, con quelli che si annunciano prossimi a verificarsi, essa provò coi fatti che le asserzioni dei plenipotenziari sardi non erano destituite di fondamento, e che l’approvazione accordata ai loro sforzi non può essere loro imputata, come un atto direttamente ostile all’Austria.

«Passando alla questione del monumento che trattasi d’innalzare a Torino all’armata sarda, osserverò da prima che il governo del Re vi è compiutamente estraneo. Alcune persone avendolo interpellato per sapere, se accetterebbe un dono fatto a nome dei Milanesi, fu loro risposto con un rifiuto netto e positivo. L’otferta fatta al Consiglio Municipale venne accettata. Il Governo non poteva e non doveva impedirla, poiché essa era fatta senza condizioni a nome di persone ignote, ciò che costituisce un vero dono anonimo. Ma se il governo reale non potò impedire il dono di una somma per elevare un monumento all’armata sarda, destinato a rammentare specialmente la spedizione di Crimea, esso non permetterà che vi abbia nulla in questo monumento che possa offendere la suscettibilità dell’Austria o della sua armata, nò che vi si metta un’iscrizione che lasci luogo a pensare essere stato innalzato da individui sudditi dell'Austria. Questa assicurazione mi sembra rispondere pienamente a tutto quanto poteva avere di fondato il richiamo del conte di Buoi a questo riguardo.

«Dopo aver risposto ai rimproveri del Ministro imperiale degli affari esteri, potrei alla mia volta enumerare i gravami, cui diede luogo la condotta del governo austriaco verso di noi, dopo il sequestro messo sui beni dei Lombardi Veneti divenuti legalmente sudditi sardi, sino all’espulsione violenta, e non motivata da Milano, di uno dei membri più distinti del senato del Regno. Ma amo meglio non seguire sul terreno delle recriminazioni il Ministro degli affari esteri d’Austria, per esacerbare una discussione, la quale a noi sembra non possa condurre a vantaggiosi risultati per i due paesi.

«Amo credere che le spiegazioni contenute in questo dispaccio, di cui voi lascerete copia al conte Buoi, e lo sviluppo che in forza della vostra cognizione del pensiero del governo reale potete dare, convinceranno il Ministro imperiale degli affari esteri, che, sempre essendosi decisi a mantenere ad ogni costo le istituzioni, le quali formano la prosperità e la gloria del nostro paese, non abbiamo però men ferma intenzione di adempiere verso i nostri vicini, in tutta la loro estensione, gli obblighi ed i doveri, che il diritto delle genti e i trattati c’impongono.

Aggradite etc.

Sottoscritto CAVOUR.


Le cose da noi narrate e quel che ce ne hanno detto il Bianchi e il Belviglieri ci dispensano dall’obbligo di fare appunti a questa nota. Proseguiamo dunque a dire, con la scorta di codesti due scrittori, non punto sospetti, dei maneggi sardi dopo rotte le relazioni coll’Austria.


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CAPO IV

MANEGGI DEL GOVERNO SARDO DOPO LA ROTTURA DELLE RELAZIONI

«Questo dispaccio, — segue a dire il Bianchi, — fu comunicato al Conte Buoi addi 27 febbraio. Lettolo in silenzio, ei disse seccamente al Marchese di Cantono, che si riservava d’apprezzarlo come l’Imperatore fosse di ritorno in Vienna. Ma di già il Gabinetto di Vienna aveva preso risolutamente il partito di non tralasciare di stuzzicare la Sardegna a commettere qualche grossa imprudenza, e di tenersi seco in termini tali d’avere a propizia occasione le mani libere di trattarla ostilmente. L’Ambasciatore austriaco in Parigi su ciò non era stato circospetto a sufficienza: egli si era lasciato sfuggir di bocca che, nelle condizioni in cui versava l’Italia, l’Austria doveva fardi tutto per prepararsi a fronteggiare gli avvenimenti prevedibili in un prossimo avvenire; essa doveva pertanto aver le mani libere, e un Ambasciatore austriaco in Torino e un legato sardo in Vienna sarebbero un inciampo e nulla più; colle relazioni interrotte, giunto il momento di agire militarmente, il comandante supremo delle armi imperiali in Lombardia poteva tosto dare addosso alla rivoluzione e alla Sardegna, che inevitabilmente vi si troverebbe avviluppata (205). Buoi ricalcò quindi sulle fatte accuse dichiarando in pari tempo, che non avendo promessa o indizio che il Governo sardo volesse meglio diportarsi verso il Governo imperiale, il legato austriaco non poteva rimanere più a lungo in Torino spettatore d’ingiurie quotidiane al suo sovrano: ben poteva stare in Vienna il legato sardo, sicuro di non dover incontrare simili sfregi (206). Nel leggere questo dispaccio al Presidente del Consiglio, il conte Paar aggiunse che la sua chiamata a Vienna si doveva considerare come una semplice dimostrazione di scontento, e nulla più; egli farebbe ritorno al suo posto tosto che il ministero avesse indirizzato al Governo imperiale le domandate spiegazioni.

Lettera Villamarina a Cavour, Parigi 12 Aprile 1857. Il Bianchi non ne reca il testo.


Dispaccio Buol, Vienna 16 Marzo 1857.

—Ma noi, osservò Cavour, non abbiamo da dare spiegazioni di sorta; non mi resta quindi se non che di manifestare il mio dispiacere per una determinazione, che il Governo del Re ha la coscienza di non aver provocata. Nel prender atto della comunicazione fattami, mi riserbo di ricevere l’ordine del Re per il richiamo della nostra legazione da Vienna — (207).

«Il Conte di Cavour, nota con compiacenza il Bianchi, lasciò tutta la odiosità e la responsabilità d'aver usato un linguaggio iracondo e imperioso al Ministro Austriaco, — quasi che la diplomazia dovesse essere senza cuore e la giusta indegnazione le fosse vietata. — Ma poiché v'era un tentativo dell’Austria, che poteva tornare pericoloso, conveniva tosto eluderlo. Cavour telegrafò dunque a Villamarina a Parigi, e nell'istesso giorno gli scrisse una lunghissima lettera, concepita così:

«Il Conte Paar, l'indomani del suo ritorno da Milano, è venuto a darmi lettura di un dispaccio che il Conte di Buol aveva creduto avergli diretto a Torino; ma che in realtà aveva in tasca. Qui unita ve ne trasmetto una copia.

«Dalla lettura di esso vedrete come il conte Buol, nel suo stile che ricorda gli articoli della Gazzetta di Milano contro di noi, senza formulare nuove doglianze molto risentite, dà luogo quasi a minacce. Nel lungo colloquio che ho avuto col signor di Paar, questo diplomatico non ha aggiunto gran che agli argomenti contenuti nel dispaccio. In ispecial modo ha egli insistito sul monumento che alcuni milanesi vorrebbero innalzare all'esercito piemontese, e sugli attacchi della stampa contro la persona dell'Imperatore.

«Ho risposto al signor di Paar, che il Governo non aveva voluto accettare per conto suo l'offerta che eragli stata fatta a nome di individui a lui sconosciuti, ma sedicenti milanesi, per un monumento all'esercito; ma che non aveva potuto impedire al municipio di ricevere un dono per un oggetto che nulla di biasimevole aveva per esso; che io non conoscevo ne' suoi particolari il disegno del monumento in questione, ma era certo che non contenesse alcuna allusione offensiva all'Austria e al suo esercito: che quel monumento, essendo destinato a richiamare alla mente il ricordo della parte che le milizie piemontesi avevano presa alla spedizione di Crimea, non vedevo come l’Austria potesse scorgervi un atto ingiurioso per lei.

«Quanto alla stampa, gli ho dichiarato, che deploravo gli attacchi personali contro l'Imperatore, che ero pronto a biasimarli non solo in particolare, ma in pubblico, come avevo biasimato innanzi alle Camere i tentativi rivoluzionari; ma che non avevo i mezzi di farli cessare se l’Austria non vi si prestasse col fare le istanze necessarie affinché il governo potesse inquirere i giornali contenenti articoli oltraggiosi per l'Imperatore. Avendomi esso richiamato alla mente la mite condanna da cui era stato colpito l'Espcro, io gli ho risposto, che i tribunali si mostrano indulgenti per una prima offesa; che in caso di recidiva la pena sarebbe stata al certo molto più severa. Che d’altronde nel caso indicato, l’indulgenza era in gran parte motivata dal lungo spazio di tempo che il Governo austriaco aveva lasciato trascorrere fra la pubblicazione dell’articolo e l’istanza fatta per la procedura.

«Dopo questa dichiarazione, ho ricordato al sig. di Paar, la violenza della stampa austriaca, officiale e non officiale, a nostro riguardo, facendogli osservare che la persona del Re, come quelle della reale famiglia, non erano meno risparmiate di quel che lo sia quella dell'Imperatore nei nostri giornali non censurati.

«Dopo aver ripetuto all’incirca le cose stesse su diversi toni, per circa due ore, ho finito col dichiarare al conte di Paar, che mi riserbavo di rispondere a una communicazione officiale così grave, per l’intermezzo del sig. Marchese Cantono, nostro Incaricato d’affari a Vienna.

«La nota, come vi ho fatto osservare, è concepita in termini che indicano un partito preso nel Gabinetto austriaco di tentare d’intimidirci. Posso però assicurarvi ch’essonon vi riuscirà; non essendo noi affatto disposti a cedere dinanzi a minacce, quand’anche fossimo certi che sarebbero seguite da fatti positivi. La cosa sola che noi temiamo è Vedette ch’esse possono produrre sul Gabinetto di Parigi e di Londra, specialmente su quest’ultimo, che in questo momento è in vena di accarezzare l’Austria. Ci rincresce ansiosamente che l’uno o l’altro dei nostri alleati creda nell’interesse esagerato della pace rivolgerci consigli, che ci sarebbe impossibile di seguire; lo che c’interessa a qualunque costo di evitare, specialmente riguardo alla Francia, con la quale siamo ora legati con vincoli molto più intimi che con l’Inghilterra.

«Il signor di Paar, nel lasciarmi si è recato successivamente presso Grammont e Hudson, e ha dichiarato loro che la risposta da me annunziatagli non era pienamente soddisfacente; essere certo che l’Austria ritirerebbe la sua legazione da Torino e che ne seguirebbe una interruzione completa, assoluta delle relazioni diplomatiche fra i due paesi. Il signor di Paar ha aggiunto, che questa risoluzione del Governo imperiale era stata portata a cognizione dei Gabinetti di Parigi e di Londra. Ho troppo fiducia nella elevatezza delle vedute dell'Imperatore e nella sua amicizia verso di noi per dubitare un istante che voglia in questa circostanza consigliarci il minimo atto di debolezza, lo che sarebbe per noi un vero suicidio morale; ma temo che Walewsky, sia per leggerezza, sia per paura di sollevare nuove difficoltà, non si lasci trasportare a dare a Grammont istruzioni più o meno favorevoli alle pretese dell’Austria. É perciò della più alta importanza, mio caro Marchese, che l’Imperatore sia prevenuto direttamente di quello che accade, e del cattivo giuoco che l’Austria, facendo assegnamento Sull’appoggio dell’Inghilterra, ha intenzione di farci. Sarebbe molto desiderabile che poteste avere un abboccamento sù questo proposito coll’Imperatore: se vi fosse impossibile l’ottenerlo, bisognerebbe fargli giungere informazioni precise per un canale sicuro, sia dal nostro amico D. C., sia dal re Girolamo, che al certo non ci ricuserebbe il suo concorso in questo momento così grave per noi.

«Quello che istantemente si chiede all’Imperatore si è che la Francia non dia nessuno appoggio alle pretensioni dell’Austria; si è che Grammont non abbia a prestare un concorso qualunque a Paar. Un atto, un passo che potesse essere interpretato in senso favorevole all’Austria, avrebbe le conseguenze le più spiacevoli non dico soltanto per il Ministero, ma specialmente nell'interesse dell’alleanza francese, che da quattro anni lavoriamo a rendere popolare nel paese. Ve lo ripeto, noi non vogliamo cedere a provocazioni e minaccie. Se anche volessimo, non potremmo farlo; imperocché un atto solo di debolezza, nelle circostanze presenti, ci farebbe perdere la forza morale sù cui riposa tutto intero l’edifizio del Governo.

«In questi ultimi tempi abbiamo dato alla Francia e all’Imperatore molteplici prove di amicizia. Gli siamo rimasti fedeli, nonostante le minaccie dell'Inghilterra. L’Imperatore non vorrà al certo unirsi ora ai nostri nemici, perché l’appoggio del Gabinetto britannico corre rischio di venirci meno.

«È possibile che ciò che il conte di Buoi ripete a proposito del regicidio produca qualche impressione sull’Imperatore. Se ciò fosse, voi farete osservare che il Governo ha biasimato severamente gli articoli che alcuni giornali hanno pubblicato circa l’attentato di Milano; ma che esso ha creduto attenuarne l’effetto nel modo il più efficace, non facendo loro processi, che avrebbero avuto un deplorevole eco; ma stimmatizzando le loro dottrine pubblicamente, altamente, dall’alto della tribuna, al cospetto del paese e dell’Europa. I fatti hanno provato che non ci eravamo ingannati. Giammai la repugnanza che il regicidio inspira è stata più grande di quella che lo è presentemente nella Sardegna; la setta del solo giornale repubblicano l’Italia e Popolo, ridotto a 300 associati, le dimostrazioni universali di amore e di devozione per il Re, attestano, nel modo il più evidente, gl’immensi progressi che il sentimento monarchico ha fatto tra noi. (Lo vedremo meglio dopo conquistata Roma).

«Altrettanto dicasi della simpatia per la Francia e per l’Imperatore. Gli attacchi di alcuni giornali, lungi dall’indebolirla, l’hanno accresciuta. A questo riguardo avvi un completo cambiamento. Dopo il colpo di Stato, voi lo sapete bene al pari di me, l’opinione popolare era pronunciatissima contro la Francia e contro Napoleone. Ebbene! ora avvi un rivolgimento completo. L’alleanza francese ha l’approvazione della immensa maggioranza del paese; e l’Imperatore è rispettato e dirò pure amato dalle persone illuminate (perché ormai si aspettava tutto dall'antico fratello di Cesena). Se la Francia ci abbandonasse in questo momento, questo risultato sarebbe perduto. Noi ciononostante resisteremo, siatene certo. Ma che noi vincessimo o che soccombessimo, non risulterebbe meno nel paese un risentimento, le cui tracce non si cancellerebbero per una o due generazioni.

«Grammont mi è sembrato abbia ben compresa la questione. Esso è persuaso, come me, che l’Imperatore ci sia del tutto favorevole; ma teme la prima impressione di Walewsky. Crede tuttavia che debba esser facile di prevenire un passo precipitato per parte sua, attesoché i dispacci di Bourquenev lasciano pochi dubbi sui veri sentimenti dell'Austria di fronte alla Francia e specialmente all’Imperatore. Il barone di Suback è giunto; il suo linguaggio non potrebbe essere più amichevole a riguardo nostro: e al cospetto dell’Austria riflette fino a un certo punto i sentimenti che animano i russi che vivono in mezzo a noi.

«Pieno di fiducia nel vostro zelo e nella vostra attività, non dubito punto che non abbiate ben presto buone notizie a trasmettermi per telegrafo. Vostro Devotissimo

«C.CAVOUR»

«P. S. Ricordatevi bene che la nostra domanda si limita a che la Francia non dia alcun appoggio morale all’Austria.»


Tre giorni dopo soltanto, l’infaticabile agitatore scriveva di nuovo al fido Villamarina, e gli diceva:


«Mio Caro Marchese

«Torino, 21 febbraio 1857.

«Profitto della partenza del signor Lumbeyper trasmettervi il dispaccio e le istruzioni che mando a Cantono. Non dubito punto che non le troviate informate ad un grande spirito di moderazione e di conciliazione. Alle insolenze e alle minaccio del conte di Buoi noi non opponiamo che fatti incontestabili e solidi ragionamenti. Ci mostriamo disposti, riguardo alla stampa e al monumento, a fare tutto il possibile nella cerchia delle nostre attribuzioni; non sapremmo andare più in là di una sola linea.

«Spero che il Governo francese, e specialmente l’Imperatore, apprezzeranno nel loro giusto valore la perfetta nostra moderazione, e si asterranno dal chiederci concessioni, che ci è assolutamente impossibile di fare.

«Qualunque sia il mio desiderio di secondare le mire della Francia, non saprei consigliare al Re il minimo atto di debolezza al cospetto dell’Austria. Un tale atto distruggerebbe tutto l’edifizio che abbiamo, con tanta fatica, innalzato, fondato sulla intima unione del principio monarchico e dell’idea liberale.

«Se l’Austria pone in atto le sue minacele e ritira la Legazione da Torino, non vi scorgiamo alcun inconveniente, purché la Francia non approvi tale misura. Essa potrebbe produrre un certo eccitamento negli spiriti, ma non darebbe luogo ad alcun disordine. Noi siamo perfettamente padroni della situazione.

«Se l’Austria andasse più oltre e ci minacciasse di ricorrere alle armi, noi non prenderemmo l’offensiva, ma saremmo pronti a farle una buona accoglienza. L’esercito e il paese sono animati dal migliore spirito. Guidati dal Re e da La Marmora, i nostri soldati respingerebbero, ne son sicuro, un esercito triplo del nostro. Quel che allora avverrebbe, né io, né alcuno potrebbe prevederlo. Ma credo che siamo ancora lontani da tale eventualità estrema, e che l’Austria esiterà per molto tempo a trarre il colpo di cannone che deve destare in Europa la gran causa delle nazionalità.

«Quanto a me, io credo, che?Austria non ha in mira la possibilità della guerra; ma che crede bene scelto il momento per intimidirci ed ottenere da noi un atto di debolezza, che distruggerebbe totalmente il prestigio morale, che esercitiamo non solo nella Lombardia, ma in tutta Italia.

«Per raggiungere questo scopo essa ha giocato verso di noi un perfido giuoco. A Parigi e a Londra si è mostrata desiderosissima di ristabilire relazioni diplomatiche con noi; essa ci ha fatto dare consigli in questo senso da Grammont e da Hudson. Per condiscendenza noi seguimmo tali consigli, e mandammo istruzioni del tutto concilianti a Cantono. Fu precisamente allora che il Gabinetto di Vienna cambiò attitudine, ci fece assalire con una violenza estrema dalla stampa officiale, e ci diresse una nota che rasenta la sconvenienza ed ha una vernice d’insolenza pronunciatissima.

«È egli possibile, ed anche probabile, che il signor Buoi, facendo assegnamento sull’appoggio dell’Inghilterra, abbia creduto intimidirmi. Egli ha pensato, che vedendomi privo della simpatia del Governo britannico, non oserei resistergli. S’inganna stranamente se mi crede sì timido e anglomane a tal segno.

«Qualunque sia la mia simpatia per il popolo inglese, voi sapete, mio caro Marchese, che ho sempre posto in prima linea l’appoggio della Francia, o, per dir meglio, dell’Imperatore. Purché Parigi non si unisca a Vienna, non m’inquieterò affatto di ciò che verrà da Londra. Voi potete farlo intendere alle Tuilerie con una prudente riserva.

«Non entro in grandi particolari circa il monumento. Una volta che non si permetterà di apporvi iscrizioni che constatino essere stato eretto dai Milanesi, non credo che l’Austria abbia ragione di lamentarsene. Essa potrebbe anche rivolgere rimostranze alla Francia per la colonna della Piazza Vandòme, o per l’arco di trionfo dell’Etoile. Quello però che m’interessa dirvi si è, che il nome che si è dato all’antica via d’Italia, non è quello dell’assassino del re di Napoli, ma semplicemente il nome della città di Milano. In questa sostituzione non v’ha nulla di offensivo per l’Austria. È molto tempo che si trovava ridicolo che vi fosse a Torino una via e una porta che avessero il nome d'Italia, quasi che il Piemonte e la sua capitale fossero poste in un’altra contrada dell’Europa. Il Consiglio municipale ha voluto far cessare questa anomalia e ha dato il nome di Milano alla strada che stà indiretta comunicazione con la grande via che si chiama strada reale di Milano, ma non è passato mai pel capo ai nostri onesti municipalisti, gli uomini i più monarchici del globo, di celebrare un regicida.(208))Vi prego di far giungere la mia risposta a Buoi e all’Imperatore.

«CAVOUR.»


«Non v’era proprio tempo da perdere, prosegue Nicomede Bianchi a pagina 360 del succitato volume. Hubner aveva presentato a Walewski il dispaccio di Buoi del 10 febbraio prima che fosse letto a Cavour, e aveva ottenuto che Grammont si facesse consigliatore di arrendevolezze. Il legato sardo, a parare il colpo già in atto di cadere, visto che tutte le ragioni addotte al Ministro per le cose esteriori approdavano a nulla, si volse a guadagnare al Piemonte il patrocinio personale dell'Imperatore. Villamarina era rimasto costantemente saldo nella credenza che nella mente di Napoleone si fosse fitto il concetto d'una guerra per la cacciata dell'Austria dall'Italia. Anche allorquando per il trattato del 15 aprile 1856 la politica della Francia accennava apertamente d’accostarsi di più alla Corte di Vienna, egli aveva scritto a Cavour:

«L’Imperatore, secondo me, ha badato con questo trattato a compromettere sempre più l’Austria verso la Russia, e così a scartare una grossa difficoltà per l’attuamento d’un disegno, che egli nutre a vantaggio dell’Italia in un avvenire più o meno prossimo. Napoleone ha bisogno di tempo per condurre innanzi i suoi concetti favorevoli all’Italia. Permettetemi dunque, signor Ministro, di fare caldi voti affinché gl’Italiani non compromettano con moti intempestivi un avvenire più o meno prossimo, che la Sardegna ha saputo loro preparare con tanti sacrifizi sui campi di guerra, e con tanta buona fortuna (?!) nel Congresso di Parigi. Per ora fa d’uopo di avere prudenza e pazienza, e attendere che gli, avvenimenti facciano il loro corso. Bisogna mostrare grande confidenza nella politica personale dell’Imperatore, non creargli imbarazzi onde non inciamparlo ne’ suoi passi.

«Napoleone e il tempo sono per noi e per l’Italia: lo sostengo, anche a costo d’essere nel presente tenuto in conto di visionario (209).

«Questa fede inconcussa (facile ad aversi da chi sapeva Napoleone ascritto alla GIOVANE ITALIA),aveva giovato, continua il Bianchi, in quanto che era stata la stella polare, che aveva guidato il legato sardo in Parigi a uscir fuori dagli impacci o dai pericoli ogni qual volta la causa italiana trovava freddi o avversi i Ministri imperiali. Così avvenne in questa spinosa circostanza.

«Essa è venuta troppo presto, aveva detto Napoleone a un suo intimo. Tuttavia se il Governo di Vittorio Emanuele, nello stato attuale delle cose, saprà evitare le dimostrazioni, che sono cosi abituali agl’Italiani, e si restringerà a salvaguardare la suadignità e indipendenza, eviterà disgusti per il presente, e si assicurerà i benefizi dell'avvenire. Se inoltre il Piemonte si man terrà calmo, si guadagnerà la migliore alleanza contro i suoi nemici, quella della pubblica opinione.»

«In queste disposizioni d’animo l’Imperatore accolse al tutto benevolmente le sollecitazioni del legato sardo; il quale, tornato da Walewski, udì ch’erano state inviate al duca di Grammont nuove istruzioni al tutto favorevoli al Piemonte. Il ministro sopra gli affari esteri, benevolo, aggiunse: —Si è scritto al barone di Bourqueney affinché, senza esitazioni, dichiari al Conte Buoi che il Gabinetto francese, prova il maggior rincrescimento del passo inconsiderato fatto dall’Austria, e che il suo appoggio morale è appieno assicurato alla Sardegna.»(210))Queste promesse furono appieno mantenute.(211)— Il duca di Grammont ebbe nuove istruzioni conformi al desiderio del Conte di Cavour, e Walewski, per ordine» dell'Imperatore, tenne al legato austriaco in Parigi, il discorso seguente:

«Benché noi non approviamo del tutto i modi di governo della Sardegna, dobbiamo rendere giustizia al Re Vittorio Emanuele e ai suoi Ministri. Essi si sono condotti con lealtà, con prudenza, e il Piemonte ha proceduto nelle sue riforme civili colla maggiore tranquillità. Da ciò risulta incontestabilmente provato che i subalpini sono soddisfatti non solo del Governo costituzionale, ma sono maturi a possederlo, e quindi hanno un diritto assoluto di conservarlo. «L’Austria ha torto d’incolpare ai Ministri Piemontesi ciò che è stretta conseguenza delle istituzioni liberali. Del rimanente,qualunque Governo, qualunque Sovrano straniero, il quale si senta offeso nei suoi diritti e nel suo onore dalla stampa quotidiana piemontese, è protetto dalla legge, la quale non è mai stata reclamata invano dai diplomatici residenti in Torino. Fate voi ciò che abbiamo fatto noi, e vi troverete soddisfatti.» — Hubner non si tenne silenzioso: — Ma due paesi vicini, rispose, non possono vivere in buon accordo se non si usano vicendevolmente i più grandi riguardi. Per noi è impossibile di tollerare che quotidianamente i diari piemontesi escano fuori con ragionamenti e con notizie che scalzano dalle fondamenta il Governo imperiale nelle sue provincie italiane. Prevediamo che tutto ciò finirà colla rivoluzione. E se i Ducati insorgessero e muovessero in armi per aiuto della Lombardia ribellatasi, gli aiutereste voi, oppure vi unireste a noi per rimettere in quiete l’Italia?» — Walewski rispose in termini generali, che ove vi fosse anarchia, si potrebbe esser certi di trovarvi la Francia tutrice dei principi di ordine. «Ma se, riprese Hubner, in un movimento insurrezionale generale o parziale dell’Italia, la Sardegna vi partecipasse, quale sarebbe il vostro contegno?» — Sarebbe un caso grave, osservò il Ministro francese, e sul quale farebbe d'uopo pensarci seriamente. Ma quello che fin d’ora vi posso dire, è che noi non permetteremo mai ai vostri soldati d'occupare il Piemonte, come saremo sempre disposti ad opporci ad ogni movimento rivoluzionario.»(212)

«Da questo lato pel Gabinetto di Vienna, è sempre il Bianchi che parla, non v’era di che rallegrarsi. Dal tentativo fatto per assicurarsi l’appoggio morale della Francia e premere sulla Sardegna, n’era uscita un’aperta disapprovazione. Le cose non erano procedute più felicemente dal lato della Russia. Buoi s’era destreggiato da principio a far credere che la Corte di Pietroburgo approvava l’attitudine presa dal Governo austriaco verso la Sardegna. «Ma la scaltra insinuazione venne addirittura tolta di mezzo da franche ed aspre dichiarazioni contrarie del principe di Gortschakoff (213). In realtà egli aveva ricevuto dal legato austriaco in Pietroburgo il dispaccio austriaco del 10 febbraio senza farvi sopra parola alcuna, e nel restituirglielo avevagli detto: — Voi vi lamentate che i diari piemontesi sieno rivoluzionari; ma io trovo che la stampa quotidiana austriaca lo è di più. Che cosa fanno in effetto i periodici piemontesi? Discutono delle eventualità, delle teoriche di mutamenti, d’aggregazioni di Stati contrariaci mente al diritto europeo. Ma ciò succede in tutti i paesi liberi. «In Inghilterra questi fatti sono quotidiani, e voi non ve ne lamontate punto. Ma frattanto che sul conto della Sardegna fate appello ai principi conservatori, voi sapete bene che al mondo v'è una potenza, la quale li ha sempre difesi a visiera alzata. «Questa potenza è la Russia; e tuttavia nei vostri diari, che si stampano in un paese retto a governo assoluto, le si fa un’opposizione costante e malevola. Fortunatamente le insinuazioni delle effemeridi austriache non fanno breccia sugli animi delle nostre popolazioni; onde non ce ne curiamo per nulla. Ma è straordinario che voi stessi, dando tali esempi, leviate cosi alta la voce contro gli sviamenti dell’istesso genere inerenti alle condizioni proprie dei paesi liberi, e i cui Governi non sono punto responsabili, (strani governi!) In quanto alla Russia, essa è a sufficienza stanca degli sforzi fatti e degli aiuti prestati per interessi non suoi: fli un errore che non siamo disposti a ripetere.»(214)

—Il malumore della Russia contro l’Austria per la sua attitudine durante la guerra di Crimea si scorge tutto in queste parole. —

«A dare segno palese, aggiunge il Bianchi, che le simpatie della Russia su tale proposito erano tutte per la Sardegna, Gortschakoff fece ristampare nel diario governativo di Pietroburgo la fiera rimbeccata che Cavour aveva dato alle provocazioni dell’effemeride officiale di Milano (215).

«Il Conte Buolaveva procurato di persuadere il Gabinetto brittanicoche la Sardegna erasi legata in intima alleanza colla Russia (216), ed aveva assicurato l’Ambasciatore inglese in Vienna che si doveva ai suggerimenti di Pietroburgo se il Gabinetto Sardo non avea fatto migliore accoglienza alle rimostranze dell’Austria sugli eccessi della stampa periodica (217). Per quanto queste insinuazioni trovassero propizio il terreno a cagione del contegno assunto dalla Sardegna negli affari d’Oriente, tuttavia la diplomazia inglese si trovò costretta ad approvare la risposta di Cavour alla nota austriaca del 10 febbraio. Ma da questo lato, parla sempre Nicomede Bianchi, la scena mutò ben presto (218). All’Inghilterra grandemente premeva che la pace non fosse turbata in Italia; essa quindi si pose attorno a scongiurare i pericoli che le apparvero prossimi dietro la rottura dei rapporti diplomatici tra la Sardegna e l’Austria. (L'Inghilterra prevedeva nuova guerra in Oriente, e, non potendo accordarsi colla Russia, cercava alleanze in Austria; ma avea legami troppo stretti colla frammassoneria: anche essa doveva camminare d'un passo insieme con lei.) Lord Cowley ebbe l’incarico di tasteggiare se il Gabinetto francese si accorderebbe con quello di Londra per operare un riaccostamento tra le Corti di Vienna e di Torino mediante una dichiarazione, per la quale la Sardegna, a calmare i sospetti dell’Austria, affermasse ch’essa ripudiava ogni concetto pratico di mutare l’assetto territoriale dell'Italia, sia usando essa stessa mezzi violenti, sia sospingendo gli Italiani ad usarli (219). Il seguente colloquio, lo dice il Bianchi, ha una importanza storica.

«Come il MarcheseEmanuele d’Azeglio ebbe notizia di()questo tentativo, che era tutto a vantaggio dell’Austria, si portò da Palmerston, e gli disse: — Milord, desidero parlarvi onde veder modo di trovare la soluzione di un enigma. Noi non possiamo giungere a comprendere come l’Inghilterra ci possa sospingere a un partito, che, ridotto ai suoi minimi termini, pur sempre ci fa passare sotto le forche caudine. La dichiarazione proposta, e una soddisfazione data da noi all’Austria, sono una cosa identica. Ora noi né vogliamo, né possiamo dare a questa potenza soddisfazione di sorta.» —Palmerston si manifestò benevolo all'Italia, e cercò di togliere ogni ombra di malevoglicnza verso il Piemonte alla domanda mossa al Gabinetto di Parigi. Incuorato a proseguire, il legato Sardo chiese se il contegno assunto dal Gabinetto inglese era spontaneo, o se eragli stato suggerito da un’altra Potenza. Palmerston schivò di rispondere direttamente a questa interrogazione, e prosegui a favellare cosi: —«Il conte Cavour più volte ha dichiarato pubblicamente di non volere cangiare le attuali condizioni dell'Italia con mezzi violenti. A noi è parso, che se avessimo nelle mani un documento diplomatico, il quale ciò attestasse, potremmo confutare le accuse che a Vienna si muovono al Piemonte, e aprire così la via a un riaccostamento. In questo procedere non v’è nulla di disonorevole alla Sardegna, giacché la dichiarazione verrebbe fatta a un suo alleato pergiovarle verso l’Austria. Ciò sarebbe tanto più desiderabile, da che lo stato attuale delle relazioni tra le corti di Torino e di Vienna è gravido di pericoli. Una querela di doganieri alla frontiera, un imprigionamento politico, può da un istante all’altro suscitare un conflitto.» — «Non è a temere, osservò Azeglio, quando né l’uno né l’altro dei due avversari hanno voglia di venire alle mani. E se si è soddisfatti delle nostre dichiarazioni pacifiche, perché pretendere che le ripetiamo in un documento diplomatico? Si domanda questo per indurci a un atto di sommessione all’Austria.» — «Ma no, riprese il Ministro inglese; figuratevi alla mente un amicoaffezionato che si adoperi in un’opera di rappacificamento. Egli si procura le prove del leale procedere dell’uno dei due contendenti e si volge quindi all’altro per dirgli: — Siete dal lato del torto, da che coi vostri occhi potete vedere che le vostre accuse sono infondate. — Mi chiederete: — Ma perché la Sardegna deve fare il primo passo? —Vi rispondo che non è essa che lo faccia; siamo noi vostri buoni amici. Se avessimo chiesto all’Austria di riaccostarsi per la prima, essa avrebbe messo avanti le condizioni per un accomodamento, e la dignità del Governo piemontese se ne sarebbe a ragione risentita. Del rimanente, noi abbiamo dovuto tenere di vista innanzi tutto lo stato attuale delle cose, che da un momento all’altro può mutarsi in aperte ostilità. Desiderosi di ripararvi in tempo utile, neanco ci siam occupati a indagar le cause che l’hanno prodotto. È vero che abbiamo sospettato di scorgervi la mano della Russia; ma può essere che siamo stati dal lato del torto nel volgere in mente questo sospetto.» —«Veramente, notò il legato sardo, dopo le molteplici prove di longanimità date da noi, non so comprendere come ci si possa sospettare strumenti della Russia. L’Austria ci ha fornito più volteargomento di fatto per venir seco a una rottura diplomatica; invece è essa che l’ha compiuta dietro nebulose accuse.» — «Lo so, rispose il Visconte; l’Austria ha i suoi torti, benché anco avremmo desiderato che il Conte Cavour non si fosse lasciato andare così facilmente in dimostrazioni pericolose. Ma ad ogni modo, noi dovevamo prendere le cose al punto in cui erano giunte, e abbiamo pensato che, di fronte ai pericoli che minacciavano il Piemonte e il resto dell’Europa, il meglio che potevamo fare era di prendere concerti con un governo nostro alleato, per iscongiurarli con mezzi onorevoli per tutti.» —Gli rispose il legato Sardo: — «Noi siamo sempre disposti a ricevere dai nostri alleati consigli vantaggiosi alla conservazione della pace. Ma nel caso attuale non troviamo punto che gli espedienti proposti salvaguardino la nostra dignità. Del rimanente, quando si ode l’Austria querelarsi di deputazioni, di medaglie, d’eccessi di stampa, si scorge chiaramente che non sono questi pretesti secondari che le rendono uggioso il Piemonte. Essa con isdegno e con terrore vede sorgere una Potenza tuttavia di secondo ordine, ma che s’incammina a toglierle il primato politico in Italia. L’Austria è giunta a persuadersi che fintanto ché il Piemonte si terrà ritto, essa non potrà mai signoreggiare gli Italiani. Essa vede in noi i suoi più formidabili nemici, perché, di sangue italiano, abbiamo alle mani una facile leva di commuovere i popoli della penisola, offrendo loro libertà e progresso civile. La nostra stessa moderazione spiace all’Austria: giacché è questa che lasforza a fare i primi passi sulla via della discordia. Con quale diritto può essa muover rimprovero al Conte Cavour d’avere ac colto le deputazioni d’onorati uomini che gli si presentavano per rendere omaggio agli sforzi da lui fatti pubblicamente nel Congresso di Parigi per il benessere dei suoi simili? Se una deputazione di Polacchi si presentasse a Lord Palmerston per ringraziarlo di qualche buona parola detta a favore dell’infelice lor patria, li scaccierebbe egli?» — «Ma il vostro torto, riprese il Ministro Inglese, stà nel voler vantaggiare l’Italia nel suo presente stato di scadimento, e di credere che la miglior via per raggiungere questo fine sia quello di mettervi in cattivi termini coll’Austria. Coi validi mezzi d'azione che questa Potenza possiede, essa vi volterà sempre contro le antipatie degli altri Stati italiani, o li capitanerà da avversaria irreconciliabile a osteggiar sempre tutte le vostre proposte di riforme. Non sarebbe pertanto meglio didisarmarne l’opposizione, togliendo via tutti i motivi plausibili che essa ha di opporsi alla politica del Piemonte?» — Il legato sardo rispose: — «Ma noi non avremmo mai il concorso dell'Austria, per migliorare le cose d’Italia. Essa ha per sé i governi; noi abbiamo dalla parte nostra i governati. Essa dice ai primi: — Volete la mia protezione? ve la concedo sotto la clausola che non dimentichiate, che io sono la rappresentante del governo assoluto, del regime della sciabola e della INTOLLERANZACATTOLICA. — (È sempre questo il vero punto di mira) Noi diciamo ai governati: — Seguiteci; noi che abbiamo nelle vene sangue italiano, teniamo alta la bandiera dell’indipendenza, della tolleranza religiosa, del progresso morale e materiale, e degli ordini liberi di governo. Rimane a sapere quale di queste due politiche sia quella che l’Inghilterra ama di appoggiare.» — Palmerston tornò in sul ripetere, che pel Piemonte non era politica savia quella che si basava nell’assumere un contegno ostile all’Austria, e che dietro questa convinzione il gabinetto di Londra aveva agito. «Ma se voi giudicate diversamente, proseguì, se a voi sembra che sia più conforme ai vostri interessi di persistere nella rottura dei rapporti diplomatici coll’Austria, è affare vostro: il governo inglese non ha nulla a che farvi, dopo avervi manifestata l’opinione sua d’amico e d’alleato. Ma nel lasciarvi tutta la libertà d’azione, non debbo nascondervi, chel’Inghilterra intende che voi accettiate la responsabilità cosi delle buone come delle cattive conseguenze delle vostre determinazioni, e se un giorno vi troverete in gravi imbarazzi, non dico che il gabinetto di Londra non vi presterà gli uffizi di alleato; ma vi faccio osservare che alla sua volta si troverà imbarazzato nel praticarli, e non dovrà tralasciare dal rimproverarvi di non averlo voluto ascoltare per accettar condizioni che, a suo avviso, potevano felicemente e tosto sciogliere la controversia.» — Palmerstonfini con dire sorridendo: —«Badate che non vi si domanda che dichiariate di voler rispettare i trattati del 1815; molto meno poi pretendiamo che nell’intimo del vostro cuore cessiate dal desiderare una grande commozione politica, che dia all’Italia un assetto territoriale più conforme ai vostri voti; ciò che vi chiediamo è che dichiariate, che non intendete di rovesciare coll’uso della forza lo stato politico attuale dell'Italia»(220).

«Il gabinetto di Parigi, all’interpellanza mossagli in tal proposito dal Ministero inglese, rispose negativamente: soltanto Walewski si dichiarò non alieno dal concertarsi per indirizzare alla Sardegna, nelle forme più benevole, buoni consigli intorno al procedere qualche volta sregolato e pericoloso della stampa quotidiana nel Piemonte. Ma i Ministri inglesi risposero che su tale argomento essi non si sentivano vogliosi di fare il minimo passo, e inviarono a Parigi un nuovo progetto, il quale consisteva nella proposta che i due gabinetti si rivolgessero in termini benevoli alla Sardegna per invitarla a concertare essa i modi di mettere in tranquillo l’Austria, dandole qualche soddisfazione (221). Queste sollecitazioni, non essendo giunte a quadagnarsi l’assenso del Governo francese, il Ministero inglese tentò d’arrivarvi col sollecitare il gabinetto di Dresda a cercar modo d’intromettersi per toglier via le differenze insorte tra l'Austria e il Piemonte, consigliando al Conte Cavour di manifestare primo il desiderio d'un riaccostamento tra i due Governi. Il conte di Breust non mancò d’adoperarsi per riuscir nell'intento, ma infruttuosamente (222).

«Il Presidente del Consiglio dei Ministri di Vittorio Emanuele, se erasi sentito sdegnato nel vedere l’Inghilterra patrocinare cosi recisamente gli interessi dell’Austria, non ne aveva provato sgomento, e tosto con coraggio aveva preso il suo partito sulla via da seguire. Queste in sostanza furono le dichiarazioni da lui fatte, e le istruzioni inviate ai legati Sardi in Parigi e in Londra: — Noi non faremo la minima concessione all’Austria, ove anche ci fosse chiesta simultaneamente, dalla Francia e dall'Inghilterra. Giammai scenderemo ad un atto di debolezza. Che le Potenze occidentali ci lascino tranquilli: saremo prudenti e agiremo con lealtà. È assai meglio che in Torino non vi sia alcun agente diplomatico della Corte di Vienna, essendoché in tal guisa non vi sarà presso di noi chi raccolga dai diari tuttociò che in essi si va stampando d’offensivo all’Austria per farne argomento di noie, di proteste e di malevole suggestioni contro il governo del Re. Sarebbe tempo che il Governo inglese rendesse la dovuta giustizia allo spirito di moderazione che anima gli atti del Gabinetto di Torino, che arrivasse a comprender meglio gli sforzi fatti da noi per mantenerci in termini d’amicizia coll’Austria, e come non ci sia dato di spingerli oltre senza screditarci. Che l'Inghilterra si volga a esaminare con imparzialità i procedimenti dell’Austria verso il Piemonte negli ultimi anni, e vedrà da quale lato stiano le provocazioni ed il torto (223). (É ciò che vedremo tra poco)

«Il piegare manifesto e interessato dell’Inghilterra verso l’Austria vieppiù consigliava il Gabinetto di Torino di mettersi nei migliori termini d’amicizia colla Russia e di tenersi alleata benevola la Francia. Ma per conservare con utile, o per non perdere con danno questi due sostegni poderosi alla politica nazionale, onde il Conte di Cavour si destreggiava, la cosa era tutt'altro che piana.» Fin qui il Bianchi.

Ma giova ormai fare una digressione.

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CAPO IV (bis)

UNA DIGRESSIONE - IL RE CARLO ALBERTO

Dal primo momento in cui principiammo la pubblicazione di queste Memorie ci giunsero da ogni parte lettere e documenti, più o meno importanti, di persone ragguardevoli, sul nostro argomento, che noi metteremo a profitto nel corso del presente lavoro; ma una di tali lettere, alla quale subito rispondemmo, merita un luogo particolare in queste pagine, vuoi per la gravità della persona che ci scriveva, vuoi pel soggetto di cui parlava. Noi quindi ne toglieremo occasione per dire qualche cosa del Re Carlo Alberto, e delle origini della guerra contro l’Austria.

La lettera accennata è d’un illustre gentiluomo dell’alta Italia, ed è del tenore seguente:


«Egregio Cavaliere

«... Lessi con vero interesse il primo fascicolo dell’attuale suo lavoro — Memorie, ecc. — Prima però di farlo conoscere vorrei pregarla a liberarmi da uno scrupolo entratomi nel leggere a pag. 87. § IV. — come Carlo Alberto non avesse esitato di ascriversi alle sètte segrete. —

«Che quel povero Principe sia stato malamente raggirato dalle sètte segrete, è notorio pur troppo; ma che egli stesso vi fosse ascritto, non è ben certo; anzi ripugnerebbe coi sensi e cogli atti al tutto cattolici di lui manifesti, dei quali una nuova luculenta conferma, se pure ne fosse d’uopo, avremmo nel suo carteggio con Pio IX e con altri, recatoci dalla Civiltà Cattolica nel recente quaderno 3 corr. n. 693, 1. Art...

«Gradisca, Sig. Cavaliere.

«Venezia 6 Maggio 1879.

«L. F.»


Noi rispondemmo al nobile scrittore e per quietare la sua coscienza allarmata e per liberarci al più presto da una responsabilità che c’incombeva. Avendo in quel momento tra mani la Storia della Rivoluzione di Roma dello Spada ci fu facile citargli le opere del famoso Mazzini, là dove, senza reticenza veruna, dice che Carlo Alberto erasi ascritto alla setta dei Carbonari.

Ma siccome accennammo allo Spada togliamo intero un brano che si riferisce ad esso Re Carlo Alberto.

«Carlo Alberto, entrato come principe di Carignano nella cospirazione italiana del 1821, fece le prime prove ponendosi a capo,()del movimento piemontese di quell’anno. Ecco come racconta il Gallenga questo avvenimento: «Lasciato solo coi sudditi di un Sovrano assente (1821), il giovane ed inesperto Reggente (Carlo Alberto) diè prova di quella irresolutezza e perplessità che furono in ogni tempo la menda capitale di un indole altrimenti elevata e generosa. L’abdicazione di Re Vittorio aveva già scossa la fermezza dei liberali più leali, e sparsa la diffidenza ed il malvolere fra i più arrischiati ed avventati. I Carbonari specialmente, setta segreta, che in Piemonte e a Napoli e per tutta l’Italia reclamavano l’onore d'aver data la prima spinta al movimento, e presumevano perciò di dare ad esso norma e scopo, gridavano a tutta gola la Costituzione spagnuola. La riottosa guarnigione della cittadella minacciava bombardamento, e Carlo Alberto, cedendo, o fingendo di cedere alla forza, concedette e promulgò dal balcone del suo palazzo la detta Costituzione, la sera del 13 Marzo 1821 (224).» Ma subito dopo, aggiunge lo Spada, retrocedette; e sia per farsi ribenedire dai Sovrani, sia per non perdere il regno, ne fece ammenda incorporandosi nell’armata francese, la quale, a ristoro dell’ordine e a distruzione del partito repubblicano, che impropriamente chiamavasi costituzionale, recossi in Spagna nell’anno 1823.

«Lo stesso Cibrario suo amico e confidente, che ne scrisse la vita, ci racconta essere stata la lettura degli opuscoli del frusinate Angeloni che sedusse, o per lo meno, fece impressione sull’animo di Carlo Alberto.

«Noi conosciamo di questo caldissimo patriota italiano, dell’Angeloni, l'opera sua famosa stampata a Parigi nell’anno 1818 in due volumi in ottavo, e che porta per titolo: — Dell'Italia uscente il settembre 1818, — la quale è il riassunto dei suoi opuscoli o ragionamenti. Quest'opera adunque, scritta con molta diligenza e ricercatezza di stile, e ove le idee di unità, di nazionalità e d’indipendenza sono largamente sviluppate e fervorosamente patrocinate, produsse le prime impressioni nell’animo giovanile di Carlo Alberto, delle quali parla il Cibrario (225).

«La rivoluzione però guardavate sempre, dopo la campagna del 1823, con occhio torvo e sospettoso; e Mazzini, che voleva sedurlo alla sua volta e impegnarlo nella grande intrapresa nazionale, con una lettera, ormai celebre nella storia, gli tracciò nel 1831 la via da doversi tenere, e lo consigliò a farsi re d’Italia (226).

«Eletto nel 1835 suo Segretario di Stato e Ministro degli affari esteri il Conte Solaro della Margherita, questi ebbe agio di chiarirsi nei discorsi col medesimo, che era profondamente avverso all’Austria, e vagheggiante la possibilità di liberar l’Italia dalla sua dipendenza. Con tutto ciò Carte Alberto detestava i rivoluzionari; ma temevali, e non dissimulava che ne sarebbe stato tosto o tardi la vittima (227).

Nel 1848 credette giunto il momento di realizzare i desideri della sua giovinezza, e si gettò apertamente nel movimento. E come del movimento insurrezionale del marzo davasi (da chi!) la iniziativa a Pio IX, quasi ei ne fosse l’anima (228); così Carlo Alberto volle esserne il corpo, e quindi s’intitolava da sé stesso la Spada di Pio IX, e più tardi la Spada d'Italia (229).

«Dipoi i ducati di Modena e Parma davansi (?!) a Carlo Alberto; e ci racconta la storia, siccome per leggi del 27 maggio Piacenza, del 16 giugno Parma e Guastalla, del 21 giugno Modena e Reggio, ottenessero (?!!) la loro annessione al Piemonte (230).

«Più tardi ebbe luogo ancora la fusione del Piemonte colla Lombardia e con la Venezia, e se quest’ultima se ne staccò per ritornare Repubblica, fu soltanto dopo l’armistizio Salasco, nell’Agosto del 1848.

«Ci racconta pure il Conte Solaro della Margherita di certe visite di alcuni antichi amici o consiglieri, che, lui Ministro, per certe vie segrete ivano a Carlo Alberto e con lui mantenevano misteriose relazioni (231).

IlMazzini poi, senza reticenza veruna, dice, che Carlo Alberto evasi ascritto alla setta dei carbonari (232).

«Lesonqueste, se non prove evidenti, presunzioni più che ragionate di decisa tendenza in Carlo Alberto a mettere in effetto i progetti suoi, e di chi lo consigliava di farsi Re e signore di Italia. Gli scritti del Gioberti, che già erano venuti in luce, tendevano a preparare il terreno per gradi, affine di renderlo, un giorno, produttivo della grande trasformazione politica. Di più, molti opuscoli si pubblicavano, ove parlavasi sempre della necessità di avere un’Italia unita e forte sotto lo scettro di un solo.

«Nelle opere del Gioberti si conferiva, è vero, al Papa un primato; ma un primato morale, e s’insinuava che il solo Stato che potesse rappresentare in Italia la forza, l’unico che potesse prenderne efficacemente le difese, l'unico che per la sua posizione ne guardasse l’accesso, era il Piemonte. Il Piemonte era insomma designato come il baluardo, il presidio e il sostegno non morale e razionale soltanto, ma effettivo, materiale, armato della italiana penisola.

«Che diremo poi della medaglia fatta coniare in Piemonte, ove da un lato vedevasi il busto di Carlo Alberto, un leone dall’altro colle armi di Savoia, in attitudine di aspettazione, e colla leggenda: Je atans mo austro (J’attends mon astre), — attendo la mia stella? — E questa medaglia fu perfino prodotta in disegno dal conte Pompeo Litta nella sua grand’opera sulle famiglie celebri italiane. Né parla il conte Solaro nel suo Memorandum (233); ed il Gualterioci racconta inoltre, che era intendimento delle società segrete, allorquando scoppiò la rivoluzione piemontese, di fare Carlo Alberto re d’Italia (234).

«Le grida di Viva Carlo Alberto re d'Italia! le udimmo ancor noi a Roma, e specialmente quelle notti in cui si credette che avesse debellato il nemico a Somma Campagna, e che veriflcossi invece di essere stato battuto a Custoza (235). — Fin qui lo Spada.

Noi dal canto nostro cercando sopra ogni altra cosa la verità, solo la verità, ad onta delle dichiarazioni del Mazzini e dei fatti che sembrano confermarle circa l’infelice Re Carlo Alberto, ci piace far tesoro delle informazioni sul Ventuno in Piemonte, raccolte da Antonio Manno, e venute in luce ’anno scorso, delle quali ragionando la Civiltà Cattolica nel suo quaderno del 16 Agosto, diceva:

«Una storia del tradimento militare avvenuto in Piemonte nel 1821, può essere fatta sotto duplice aspetto. In primo luogo in quanto esso non fu che un periodetto della storia della rivoluzione massonica, che cominciò il suo primo capitolo nel 1789 colla dichiarazione dei diritti dell’uomo considerato come indipendente da ogni dovere verso Dio e la sua Chiesa, e non finirà se non che con quel Nihilismocol quale ci andiamo dimesticando e famigliarizzando a parole ed a fatti; in secondo luogo, in quanto esso riguarda particolarmente la storia del Piemonte. Or se, quanto al primo rispetto, quella storia è ancor da fare, non soltanto per ciò che riguarda gli avvenimenti per sé tenuissimi, inconsulti e quasi ridicoli del 1821; ma ancora per tutto il complesso della storia di questo secolo, ridotta a colpi di scena l’uno dall’altro indipendente, chi non la osservi sotto il punto suo vero di veduta che è l’azione delle Sètte, dirigenti segretamente i visibili burattini (i quali senza la veduta di quel filo, paiono entrare ed uscire dalla scena, ballare, morire, bastonarsi, rappaciarsi senza motivo); lo diciamo, sotto questo primo rispetto, quella storia è ancor da fare; sotto il secondo, che si può più propriamente chiamare aneddotico, ebbe testé molta luce specialmente dall’annunziato libro dell’egregio Antonio Manno, autore già di altri simili lavori storici. Chi legge adunque queste informazioni del Manno si fa subito il giusto concetto di ciò che fu quel tradimento militare carbonariodi pochissimi ribaldi settari e di moltissimi traditi, burlati, sedotti ed illusi; secondo che, del resto, accadde sempre e va anche ora accadendo in tutte le cosi dette grandi rivoluzioni, grandi giornate, grandi imprese, tutte non altro che grande miracolo quindi di ribalderia e marioleria di pochi, quinci di bonarietà e di scapestreria di molti, fra i quali ultimi sembra ora del tutto dimostrato doversi anche annumerare l’allora giovanissimo Carlo Alberto, accusato già da tanti buoni di carbonarismo, e da tanti ribaldi di tradimento, per la parte in cui si trovò avvolto in quell’anno disgraziato»(236).

Alcuni dei documenti recati dal Manno si trovano fin dal 1872 pubblicati da Federico Odorici nel libro intitolato: — il Conte Cibrario ed i tempi suoi, Memorie storiche, Firenze, Civelli 1872, — del quale libro si tirarono 350 esemplari, che furono pressoché tutti resi inutili. «Con poca tolleranza, dice il Manno, gli scrupolosi Padri di una novella Congregazione dell’Indico lo tolsero di mezzo, indispettiti specialmente per una franca e schietta apologia scritta da Re Carlo Alberto a Raconiggi, 18 anni dopo i casi del 1821, nella quale rinnega con vivacità ogni suo legame o promessa alle sètte. Secondo quel documento, Carlo Alberto non sarebbe stato adunque mai carbonaro. «I carbonari, vi dice egli nell'idioma francese, ed altri settari di quella spezie si legano coi giuramenti più terribili alla distruzione dell’altare e del trono; odiano i principi; si obbligano con giuramento a pugnalarli ogni qualvolta ciò sia loro ordinato per arrivare al loro fine, che è la Repubblica. Come dunque supporre che essi potessero mettere nei loro segreti un principe destinato al trono, o che questi, che aveva già un figliuolo, abbia potuto abbracciare i loro principii?»

Quest’argomento, prescindendo dalla parola di Re Carlo Alberto, sembrerebbe per sé stesso concludente. Pure cosa certa è, e nota a tutti, che Monarchi di corona o principi ereditarii, furono o sono attualmente frammassoni e ascritti alle Società segrete che dipendono, sotto vario nome, dalla Frammassoneria, come lo fu D. PedroI imperatore del Brasile (237), il Duca di Brunswick, che comandava l’esercito realista sul cadere dello scorso secolo e l’infelice Napoleone III, siccome lo sono palesemente e pubblicamente l’Imperatore Guglielmo, il principe ereditario di Inghilterra e quello di Germania, il quale ultimo in qualità di Gran Maestro presiedeva, dopo la caduta di Roma e l’umiliazione della Francia, la grande assemblea massonica che iniziava il famoso Culturkampf contro la Chiesa di Gesù Cristo. Ora è egli possibile che cotesti Principi nel divenire settari siensi obbligati «coi giuramenti più terribili» alla distruzione dell’altare e del trono, a odiare i principi, a pugnalarli per aiutare «la setta ad arrivare alla Repubblica?» Evidentemente nò, a meno di ritenerli per veri mostri. Ciò non ostante è certo che furono o sono settari, ciò che vuol dire che la frammassoneria e le società segrete, illuminate dallo spirito di Lucifero che è spirito angelico, sebbene privato della grazia, modificano ed acconciano i giuramenti da proporre a seconda degli uomini e delle cose che vogliono rivolti ai loro intendimenti. E pur averli obbedienti e legati al loro carro non curano i modi e la forma. Così è che noi vediamo persone oneste e cristiane scoprirsi talvolta per settarie, perché ammesse nella sètta, e scoperta la loro indole, seppero dai maggiorenti sol quel tanto che vi era di più o meno innocuo; non venendo ammessi ai superiori segreti che a misura della perversità e capacità degli individui: l’ultimo segreto e l’ultimo intendimento essendo retaggio di pochissimi, dopo lunghissime prove. Ora se Carlo Alberto non fu settario nel modo che egli dice, e volentieri lo crediamo, può ben esserlo stato nel modo testé accennato, per giovanile leggerezza o per ambizione d’imperio, ad ottenere il quale purtroppo la sètta poteva aiutarlo. Del resto la condanna di morte scagliata dalle società segrete contro Carlo Alberto ci fanno forte temere della verità delle dichiarazioni di Mazzini. Nel libro dell’Oderici, messo dalla sètta all’Indice, si rilevano altri particolari importanti tolti dalla citata apologia scritta da Carlo Alberto. Dice infatti tra le altre cose: «Io (divenuto Re) ricevetti con bontà colui che, a nome del partito rivoluzionario, inviò quattro sicari per pugnalarmi.» Non dice però chi fosse. Il Manno aggiunge in nota che, un gentiluomo amico di Carlo Alberto scriveva da Firenze a Torino nel 1822: — Il principe dice che la gran Vendita pronunziò sentenza di morte contro di lui; per modo che non sorte più che armato fino ai denti.» Aggiunge di più che, la sera del 18 Marzo 1821 Bernardo Pio, ministro dello speziale di Corte, Masino, fu condotto con mistero al Caffè Fiorio (in To rino) dove gli venne offerta ricca mercede perché mescesse ve leno nella medicina che in quel giorno dovevasi mandare al Principe.»

E qui è da sapere che tanto Carlo Alberto in altra sua relazione di quei fatti del 21, pubblicata dal Manno per la prima volta, quanto il Manno istesso dicono espressamente, che nulla propriamente si fece allora in Piemonte e dai Piemontesi di proprio moto, ma tutto per mossa esterna e di Parigi. Colà infatti risiedevano allora i resti di quei primi Massoni e Giacobini, che avevano sopravvissuto all’Impero napoleonico da loro già minato e rovesciato, mentre il despota Corso voleva guidare la setta ai suoi intendimenti e non essere guidato da essa: e colà seguitarono allora, come prima e poi ed anche adesso, a servirsi dei moti militari e popolari qua e colà fatti per vari scopi personali, o regionali, o nazionali, ma intesi allo scopo unico e generale dell’assorbimento di tutta Europa nelle mani settarie, internazionali, comunistiche e nihiliste per la Repubblica universale; essendo infatti tutti legati i settari l'uno coll'altro con invisibile Alo, fino a quei vari comitati di pochi residenti ora a Parigi, ora a Ginevra, ora a Londra, come è notissimo...

Risiedeva dunque, continua la Civiltà Cattolica che riassumiamo, allora la gran Vendila a Parigi, intesa per allora ad abbatterei governi monarchici assoluti, col pretesto delle Costituzioni, che dovevano non esser altro che un passo alla Repubblica, prima moderata, poi smoderata, come vedemmo tante volte or tentato or riuscito in Spagna, in Francia, in Italia ed altrove. Ora, in Piemonte trovavasi nel 1821 una turba di vecchi settari dei tempi napoleonici, che corrompevano la gioventù, specialmente militare, col pretesto di aggrandire il Piemonte colla Lombardia. Non sapevano niente la più parte dei giovani uffiziali di ciò che covava sotto quella conquista della Lombardia. Credevano anzi (e più di tutti Carlo Alberto, confidente ed amico di molti dei settari caporioni e traditori) di fare cosa utile al Re e alla monarchia di Savoia, e tanto più utile, quanto che il Re non era cosi personalmente compromesso, e sarebbe stato come violentemente forzato a cosa di sua gloria e di suo profitto. Traditori però, carbonari, settari e del tutto inescusabili furono quei capi, che erano nel segreto della gran Vendita e pigliavano essi stessi l’imbeccata e gli ordini. Ma illusi e non del tutto inescusabili erano invece con Carlo Alberto quegli altri, che davano retta agli imbroglioni, colpevoli però in questo, che, da Carlo Alberto in fuori (che col fatto non solo non si mosse all’azione rivoluzionaria, ma anzi la combatté), si mossero col fatto e si ribellarono traendo seco le truppe che comandavano. Non però tutte, né la maggior parte. Che anzi molti dei soldati dei corpi i cui uffiziali si erano ribellati, sbandatisi tosto e tornati a casa loro, protestarono cosi, come solo potevano contro il tradimento dei loro capi, e li lasciarono sì poco forniti di truppe, che, al primo incontro sotto Novara e dopo trenta giorni di sciocchezze rivoluzionarie, ogni cosa svanì, secondo che ognuno sà.

Queste cose sono confermate da Carlo Alberto medesimo nel suo memoriale da lui scritto in francese a propria difesa in Firenze nel 1822, pubblicato dal Manno. Infatti sul bel principio quivi dice cosi: «Il progetto della rivoluzione, che ebbe testé luogo in Piemonte, non fu punto formato nel nostro paese; e i tristi fatti accaduti dimostrano chiarissimamente, che i giovani, che si sono posti a capo dei ribelli e che cooperarono alla sollevazione, furono sedotti e corrotti, ed erano guidati in pressoché ogni loro atto da direttori stranieri alla nostra nazione.» — Povera Italia nostra: abbandonasti il Papa per seguire scostumati stranieri traditori. La parabola del figliuol prodigo è avverata in tutta la sua desolante verità! — Carlo Alberto nomina poco dopo alcuni dei principali seduttori e corruttori: cioè il Duca di D’Albergh, già ambasciatore di Francia a Torino dal 1816 al 1820, il Conte Bardaxyanche egli ambasciatore a Torino del Re Cattolico dal 1817 al 1821, ed il Conte Scibolt Sdoryinviato di Baviera dal 1817 al 1824. Tutti costoro quando erano in Torino, abusando della loro carica (Cavour aveva imparato da loro), avevano mutato i loro palazzi in covi di settari ed in loggie massoniche, come è narrato ampiamente nel citato documento e nelle note del Manno. Dopo di che basterà il notare coll’istesso Manno, che concorda con Carlo Alberto, che «se gli archivi ci fossero aperti ne verrebbe la dimostrazione che tutto (la Rivoluzione) fu opera di sètte, le quali non riescono senza potenti appoggi», come infatti è chiaro ormai anche ai ciechi, che i settari nulla poterono mai senza l’aiuto degli stessi governi, imbecilli e traditori di sé stessi; e si vede anche adesso quando sono o paiono padroni, e tremano come Caino ad ogni soffiar di vento, e ad ogni stormir di foglia. «Ed è curioso, notala Civiltà cattolica, e ridicolo l’osservare come tutti questi carbonari e settari venuti sù a forza di tradimenti e di pronunciamenti, quando sono al potere hanno sempre paura dell’esercito: e gli predicano l’obbedienza, come prima gli predicavano la disobbedienza, secondo che avviene in Spagna, Francia etc. Costoro hanno sempre paura di ricevere pan per focaccia.

«Io porto opinione, conclude il Manno, che i veri caporioni iniziati ai più reconditi segreti fossero in Alessandria.» Or la giunta di Alessandria «proclamatasi da sé il 10 Marzo, era composta di Ansaldi Presidente, Appiani, Baronis, Bianco, Dossena, Palma, Luzzi e Urbano Rattazzi», zio di quello che, collo stesso nome e gli stessi principi, governò poi, come è noto, l’Italia costituzionale. Dei membri di questa Giunta, si celebre ora presso i nostri eroi presenti, riferisce il Manno a pag. 23 il seguente giudizio del Cav. Federico Sauli di Gliano, cui il Santorre, uno dei capi della ribellione, aveva affidato il ministero degli affari esteri, con queste parole: «Igonzi furibondi e tristi onde era composta la Giunta di Alessandria.»

Ma a testimonianza dei sentimenti di Carlo Alberto giova riportare testualmente la seguente pagina che egli stesso, a sfogo del suo animo angosciato, scriveva nell'agosto del 1839 nel castello di Racconigi, e che fu dopo la sua morte rinvenuta:

«Ecco (scriveva Carlo Alberto) sono ormai dieciotto anni compiuti dopo gli avvenimenti del 1821. Debbo credere che le passioni dall’ora in poi siansi quietate, e la verità avrà potuto succedere alle calunnie d’ogni guisa, che ingenerate furono dallo studio di parte, dagli interessi privati, dalla vanità delusa, io debbo credere che un giudizio secondo lo spirito del Signore, sia sottentrato alle false opinioni. Se cosi non è, io non cerco a discolparmi: non potrei farlo senza dir male di molti, senza squarciare il velo che copre molte debolezze umane.

«Io conserverò l’attitudine impassibile che ho presa: il mio cuore non conosce rancore avvegnaché minimo, contro veruna persona al mondo; la mia lingua non pronunzierà mai un bia simo qualunque se non costretta dal dovere. Dio voglia che io non abbia che a far laude di coloro che con ira maggiore irruppero contro di me! Benedicendo la mano di Dio in tutti gli avvenimenti della mia vita: ciò che ora scrivo ha l’unico scopo di esporre alcuni fatti che riguardano la mia persona. Sono stato accusato di carbonarismo. Confesso che sarei stato più prudente se avessi costantemente osservato il silenzio sugli eventi che innanzi a' miei occhi succedevansi, e non avessi biasimato le lettere patenti che si concedevano, le forme giudiziarie ed amministrative che ci governavano; ma cotesti sentimenti della mia giovinezza sono pur quei medesimi che poscia sempre più si consolidarono e purificarono nell’animo mio. Sono stato accusato di cospirazione. A ciò almeno avrebbemi portato un sentimento più alto e generoso che quello dei carbonari. Confesso che sarei stato più prudente se, rattenendo il vampo di bollente gioventù, taciuto mi fossi, quando io udiva ragionare e della guerra, e della brama di ampliare gli Stati del re, e di contribuire alla indipendenza italica, e di ottenere a prezzo del nostro sangue una forza ed una estensione di territorio che avesse potuto raffermare la felicità della patria; ma gli impeti dell’anima di un giovane soldato non possono ancora essere rinnegati da miei grigi capelli; certo pure in mezzo agli urti di cosi caldi affetti io non vorrei mai opera alcuna che le massime della nostra santa Religione avversasse; ma io che sento i battiti del mio cuore, so che ei palpiterà fino all’ultimo mio sospiro al nome di patria e d’indipendenza dallo straniero. Nulla di manco, se ho potuto desiderare che il nostro buon Vittorio Emanuele c’imponesse di marciare verso la frontiera, e di sacrificare la nostra vita, che volonterosi avremmo data, per procacciargli alcuna gloria, le cose mutarono del tutto sembianza tostoché egli al trono rinunziava. Allora qualunque prestigio più lusinghiero disparve: un lugubre velo su tutta la patria si distese; i più generosi cuori furono come presi d'assiderazione, e io, così giovane, abbandonato in quel frangente da tutti gli uomini più cospicui, che reggevano l’amministrazione e di doversi ritrarre non senza ragione credettero, mi trovai solo, per cosi dire in faccia ad una rivoluzione di carbonari. Io doveva salvare la famiglia regale, la capitale città dello Stato; doveva rispondere a Dio e agli uomini della indipendenza nazionale, che poteva essere in grave pericolo addotta col più lieve passo falso verso lo straniero. Essendo io alla testa del governo dovetti vedere che noi mancavamo affatto di quanto era necessario per entrare in campagna; e che quando anche il nostro buon re Vittorio Emanuele ci avesse guidato alle battaglie, noi non avremmo potuto in quelle nostre condizioni che micidiare la patria. Io amava fortemente Re Vittorio Emanuele: io doveva essere fedele al suo successore. Segnata la rinunzia, la mia vita fu a Vittorio Emanuele devota, io medesimo servii di scorta alla regale famiglia; indi mi applicai con zelo a disporre ogni cosa in modo, che gli ordini di re Carlo Felice potessero agevolmente eseguirsi, qualunque ne fosse stato il senso. Or quale si fu la mia condotta sino al punto che i comandi del nuovo Re mi pervennero? Quella d’un Capo che dichiara essere stata colpevole la rivolta militare, e che con impassibilità severa aspetta istruzioni. Nominato Reggente del Regno dal re rinunziante, e non dai rivoluzionari, io non era che l’organo della volontà del sovrano da cui solamente originavàsi la mia autorità, la mia forza. Parlò il Re; a tutti i suoi fedeli soldati non restava che l’ubbidire (238)». In questa preziosa scrittura, che era forse destinata a non veder mai la luce, oggi abbiamo un grave documento circa i pensieri di Carlo Alberto. Con essa si spiegano molti fatti, che sin qui si avvolsero nelle ambagi o nelle contradizioni.

Ciò non ostante è utile per la storia il recare la lettera di Mazzini a Carlo Alberto citata dallo Spada: si avrà cosi il pro e il conica circa questo soggetto importante, ed eccola nel suo testo originale:

A CARLO ALBERTO DI SAVOIA, UNITALIANO (239)

«Seno, no!

Sire,

Se io vi credessi re volgare, d’anima inetta o tirannica, non v’indirizzerei la parola dell’uomo libero. I re di tal tempra non lasciano al cittadino che la scelta fra l’armi e il silenzio. Ma voi, Sire, non siete tale. La natura, creandovi al trono, v'ha creato anche ad alti concetti ed a forti pensieri; e l’Italia sa che voi avete di regio più che la porpora. I re volgari infamano il trono su cui si assidono, e voi, Sire, per rapirlo all’infamia, per distruggere la nube di maledizione di che lo aggravano i secoli per circondarlo d’amore, non avete forse bisogno che d’udire la verità; però io ardisco dirvela, perché voi solo estimo degno di udirla, e perché nessuno, tra quanti vi stanno attorno può dirvela intera La verità non è linguaggio di cortigiano: non suona che sul labro di chi né spera, né teme dell'altrui potenza.

Voi non giungete oscuro sul trono. E vi fu un momento in Italia, Sire, in cui gli schiavi guardarono in voi, siccome in loro liberatore, un momento che il tempo v’aveva posto dinanzi, e che afferrato dovea fruttarvi la gloria di molti secoli. E vi fu un altro momento in cui le madri maledissero al vostro nome, e le migliaia vi salutarono traditore, perché voi avevate divorato la speranza e seminato il terrore. Certo, furono momenti solenni, e voi ne serberete ancora gran tempo la memoria. Noi abbiamo cercato sul vostro volto i lineamenti del tiranno, e non v’erano; né l'uomo, che aveva potuto formare un voto santo e sublime poteva discendere ad un tratto fino alla viltà della calcolata perfidia. Però abbiamo detto: nessuno fu traditore fuorché il destino. Il principe lo intravide da lunge, e non volle affidare all’ostinazione la somma delle speranze italiane. Forse anche l'alto animo suo rifuggi dall'idea, che la calunnia potesse sfrondare il serto più immacolato, e mormorare: il principe congiurò la libertà della patria per anticiparsi d’alcuni anni quel trono che nessuno poteva rapirgli.

Cosi dicemmo: ora vedremo se c’ingannammo: vedremo se il re manterrà le promesse del principie.

Intanto le moltitudini non s’addentrano nelle intenzioni: afferrano l'apparenza delle coso, e insistono sullo prime credenze. Ora quel tempo è passato; ma le speranze, i rancori, i sospetti e le simpatie vivono tuttavia. Non v'è cuore in Italia, che non abbia battuto più rapido all’udirvi re. Non v’è occhio in Europa che non guardi ai vostri primi passi nella carriera che vi si apre davanti.

Sire, è forza dirlo: questa carriera è difficile. Voi salite sul trono in un’epoca, della quale non saprei scorgere la più perigliosa pei troni negli annali del mondo.

Al di fuori l’Europa divisa in due campi. Dappertutto il diritto e la forza, il moto e l’inerzia, la libertà e il dispotismo a contrasto. Dapertutto gli elementi del vecchio mondo e quei di un nuovo mondo serrati a battaglia ultima, disperata, tremenda. I popoli e i re, hanno rinnegato i calcoli della prudenza: hangittata la spada nelle bilancie della umanità. Hancacciata via la guaina. Quarant'anni addietro, i re dominavano i popoli col solo terrore delle baionette, e i popoli non guereggiavano i re se non con l’armi del pensiero e della parola. Ora siamo a tempi ne’ quali la parola s’è fatta potenza; il pensiero e l’azione sonuno, e le baionette non valgono, se non sontinte di sangue. Da entrambe le parti è forza e immutabilità di proposito; ma i re combattono per conservare le usurpazioni puntellate dagli anni, i popoli combattono per rivendicare i diritti voluti dalla natura. Per gli uni stanno le arti politiche, le abitudini, la ferocia e per ora gli eserciti. Per gli altri l'entusiasmo, la coscienza, una costanza a tutta prova, la potenza delle memorie, dieci secoli di tormenti e la santità del martirio. I gabinetti diffidano l'uno dell’altro; i popoli si affidano ciecamente, perché i primi vincola l’interesse, i secondi affratella la simpatia. Al fondo del quadro, una guerra inevitabile, perché tutti gli altri modi di controversia sono oggimai esauriti: universale, perché ai popoli e ai re lacausa è una sola; decisiva e d’estinzione perché guerra, non d’uomini, ma di principi.

Al di dentro, un fremito sordo, un’agitazione indistinta, un disagio in tutte le classi, perché la miseria dei molti non è che velata dall’opulenza dei pochi; e i pochi si stanno anch’essi diffidenti del presente e incerti dell'avvenire. Le intraprese commerciali s’arrestano davanti ad un orizzonte che mula ad ogni istante; il commercio marittimo vuol pace al di dentro e sicurtà al di fuori, e noi non abbiamo certezza né dell’una né dell’altra. Quindi le sorgenti della circolazione e della vita sociale interrotte, come la circolazione del sangue si aggela per terrore nei corpi umani; quindi una forte tendenza a mutamenti, perché ogni mutamento cova sempre l’idea del meglio, e ai popoli, come agli individui, l’incertezza è morte continua; stato violento, da cui conviene uscire a qualunque patto. Tra noi, come tra gli altri, l’ardore di nuove cose s’appoggia su bisogni innegabili; l’aspettazione è rinforzata dalle antiche promesse. E le promesse son dimenticate dai principi, non mai dai popoli. Poi, la potenza degli esempi, le fresche speranze, i rancori novissimi e l’ira, stan presso a ridurre il desiderio all’azione.

Per circostanze siffatte voi salite sul trono, sopra un trono, che, né prestigi di gloria, né memorie solenni fanno venerato o temuto; sopra un trono composto di due metà ostili l'una all’altra, congiunte a forza e tendenti pur sempre a separazione.

Che farete voi, Sire! Volete voi essere uno dei mille? Volete che il vostro nome passi fra i molti che ogni secolo consacra all'esecrazione o al disprezzo?

Due vie vi si affacciano. Due vie, fra le quali i re si dibattono da quarant'anni. Due sistemi, fra i quali oscilla tuttavia il dispotismo, rappresentati da gran tempo in Europa da due potenze di primo rango, l’Austria e la Francia, e che nel Piemonte importano anche oggidì alleanza coll'una o coll'altra.

La prima è la via del terrore. Terrore, Sire! 11 vostro cuore l'ha già rinnegato.

La è carriera di delitto e di sangue; né voi vorrete farvi il tormentatore dei vostri sudditi. Dio vi ha posto al sommo grado della scala sociale, v’ha cacciato al vertice della piramide. I milioni stanno d'intorno a voi, invocandovi padre liberatore. E voi! Voi darete ferri? Porrete il carnefice accanto al trono? Innalzerete la mannaia tra il presente e l’avvenire, e ricaccierete l’umanità nel passato? Sire! l’umanità non si rispinge col palco e la scure. L’umanità si arresta un istante tanto che basti a pesare il sangue versato, poi divora i satelliti, il tiranno, i carnefici. Pure talvolta, nell’uomo che si mette per siffatta via, i cortigiani nutrono una speranza che il solo apparato del terrore basti a soffocare i germi della resistenza: mostratevi forte, dicono, e gli altri saranno vili. '

Sire! un tempo, quando l'ignoranza, la superstizione, incatenavano le menti e nessuno guardava al passato o nell'avvenire, e la causa dei popoli non contava trionfi, il terrore agli occhi del volgo valeva potenza. Ora ognuno sa, che il terrore eretto in sistema è una prova di debolezza; un riflesso di paura, che rode l'anima a chi lo spiega; una necessità di uomo disperatamente perduto, che non ha se non quest'una via di dubbia salute. Oggimai la minaccia non basta. È d’uopo essere e mostrarsi scellerato; vivere e morire tiranno, porsi la benda sugli occhi, e inoltrarsi rotando la sciabola a destra e a sinistra. È d’uopo cacciar la maschera d'uomo e tuffarsi nel sangue.

Sire, farete voi questo? e facendolo, riescirete? e per quanto? E vi son uomini, Sire, che han giurato di non riposarsi che nel sepolcro, o nella vittoria. Li spegnerete voi tutti? Soffocherete colle baionette i moti popolari, che essi vi susciteranno?

Sire! il voto di Nerone tradiva l’impotenza della tirannide. Il sangue vuol sangue. Ogni vittima frutta il vendicatore. Mozzerete dieci, venti, cinquanta teste; insorgeranno a migliaia; l’idra della vendetta non si spegne nei popoli, come negli individui, e il ferro del congiurato non è mai si tremendo, come quando è aguzzato sulla pietra sepolcrale del martire.

Otenterete ridurli all’impotenza coll’arto? Dura e difficile impresa. Or comprate la plebe coll’oro, la milizia coi gradi. Cacciate i delatori nelle famiglie, addormentate col lusso e la corruttela le classi agiate dei cittadini; tenete viva la dissenzione tra l’uomo d’arme e l’uomo del popolo; esplorate i moti, le parole e i gesti; ma indefessamente senza rallentare un istante, senza arrestarvi d’un passo davanti all’ombra dei traditi, perché, dove un minuto conceda agli schiavi di intendersi, voi siete perduto. Ma, e l’anime di ferro, che non riconoscono despota abbastanza potente per atterrirle, né abbastanza ricco per comprarle; l’anime che non respirano se non un’idea, che non si vendono se non alla morte, non sono esse? Pochissime, è vero; pur sono, e consacrate dalla sciagura ad una santa missione, e tremende d’influenza e di forza, perché la vera energia è magnetismo sulle moltitudini. Le baionette, che oggi si. appuntano al loro petto, domani si ritorcono al vostro; né dovete obliare che sotto l'assisa del soldato, battono cuori di figlio, di fratello, d’amico.

Pur conterrete le masse, struggerete le rivoluzioni nei loro principi! Ma, Sire! è parola dura a udirsi e durissima a pronunciarsi da chi aborre il delitto (ma vive di delitto). Pure, soffrite che io la pronunci questa parola: — chi vi salverà dal pugnale! — Deludete anche questo; siate immortale, Sire! e la esecrazione delle generazioni? e la infamia ne’ secoli? Chi vi salverà dal pugnale dell’anima? Le censure, le proscrizioni, gli esili? Ma il mondo è troppo vasto perché non rimanga un angolo allo scrittore; ma né potenza di tirannide, né viltà di servaggio può spegnere la memoria o sotterrare sotto le ruine del presente la voce dell'avvenire. Il senato mandava al rogo le storie di Cremuzio Cordo, e la grand’anima di Tacito raccoglieva da quelle fiamme la scintilla, che fe’ viva nei suoi annali l’infamia dei tiranni di Roma. O è essa l’infamia un peso divenuto cosi leggiero per la testa dei re, che non degnino di metterla a calcolo?

La seconda via che i cortigiani vi proporranno, è quella delle concessioni.

Mutamenti nelle amministrazioni, riduzioni economiche, miglioramenti nei codici, distruzioni d'alcuni abusi, allentamento di freno; una riforma, insomma, lenta, temperata, insensibile; ma senza guarentigia d’istituzioni, senza patto fondamentale, senza dichiarazioni politiche, senza una parola che riconosca nella nazione un diritto, una sovranità, una potenza.

Così voi non vi appoggiate sopra alcun dei partiti che dividono la nazione, né soprai tristi che speculano sul re tiranno, né sui buoni che invocano il re cittadino. Cosi voi vi inimicate il Tedesco, senza riconciliarvi l'Italiano. Cosi, voi mostrate che non avete né l'energia del delitto, né la coscienza della virtù.

Sire! non basta: voi differite forse di alcuni momenti la vostra ruina, ma la fate più certa isolandovi.

E vi conviene, seguendo cotesta via conciliare a un tempo colla illimitata potenza del trono i diritti del popolo (e i doveri?) e le pretese dell'aristocrazia, perché voi avete bisogno del concorso di tutte le volontà, e un solo de' grandi elementi sociali non può mancarvi all’impresa, che non vi si attraversi nemico. Vi conviene trovar mezzo di far rivivere la confidenza nei governati senza dar pegni di stabilità. Vi conviene procedere per mezzo a minuzie infinite, a interminabili particolari, a ostacoli speciali e di mille generi senza poter ricorrere a regole generali, e pur costretto a spendervi tanta somma di attenzione e di forze, che basterebbe a gettare le basi d’un edilìzio immortale. Vi conviene far guerra minuta, eterna, individuale a molti abusi introdotti nelle amministrazioni, e nei modi governativi, e rinascenti sempre sotto altre forme, senza troncarli tutti, e d’un colpo, alla sorgente. Vi conviene illudere i popoli a stimarsi liberi senza fondar libertà, far sentire gli effetti, senza dar vigore di legge alle cause, sciogliere insomma il problema difficile di appoggiarsi sopra tutte quante le molle sociali, di giovarsi d’ognuna di esse, di concentrarle a uno scopo, senza che alcuna preponderi in sul momento sull’altra, senza che alcuna acquisti attività per sé stessa e coscienza d’attività.

E tutto questo perché? perché un incidente non preveduto, un’imprudenza, un grido proferito da un’anima fervida e intraprendente vi sconvolga l’edilizio che avrete penosamente innalzato? Perché un colpo di fucile tirato imprudentemente sul Reno o sull’Alpi rovini i vostri progetti, precipitandole cose egli uomini a circostanze violenti, a condizioni di rapiditàincalcolabile? Sire, il tempo mancò a Bonaparte. Chi può afferrare il tempo ed imporgli: Tien dietro a me! —Questa vostra, Sire, è opera di pace; e v’è potenza umana o divina in Europa, che possa oggimai decretar pace d’un anno, d’un mese, d’un giorno solo?

Sire, non vi lasciate illudere dai cortigiani. Essi vi dipingeranno lo stato queto al di dentro, sicuro al di fuori. Essi mentono al re; voi passeggiate sopra un vulcano. Guardatevi intorno; scendete nel vostro cuore. Voi non potete fidar nel presente; voi siete incerto dell’avvenire. Voi avete a temer di tutto e da tutti; non avete speranza che in voi medesimo; non potete aver salute che in una forza fisica e morale dipendente dall'opinione.

Or, come conquisterete voi l’opinione? Come farete a non conculcare il popolo innalzando d’un grado l’aristocrazia, e a non irritare l’orgoglio dell’aristocrazia mescolando il popolo nei suoi ranghi, e nei suoi favori? Come farete a sradicare gli abusi, e a non crearvi nemici implacabili tutti coloro, e son molti, che ingrassano negli abusi? Sperate compensar l’odio loro coll’amore delle moltitudini? — Gli amori delle moltitudini sono brevi e mutabili, (quale verità quando non poggian sopra qualche cosa di determinato e di certo, che vegli perenne alla loro tutela, che parli ai loro sensi ogni giorno. Le moltitudini vi applaudiranno un momento, e nel secondo grideranno contro di voi, perché, in fatto di riforme l’universale ha nome di sapiente giustizia, il particolare ha nome e carattere di arbitrario, perché i mutamenti, le riduzioni, le destituzioni d’impiegati prevaricatori, che sotto libere leggi arridono al popolo, assumono l’apparenza di parzialità e di capriccio ogni qual volta mancano al popolo le sole vie di verificazione, norme certe, invariabili di giudizio a' casi particolari, e pubblicità di processo.

Sire, i governi camminano sui principi, non sulle eccezioni.

Non v’è esistenza senza un modo certo d'esistenza. Non v’è sistema durevole se non poggia sopra una serie d’idee ordinate e vincolate l'una all'altra, atte a ridursi a dichiarazione. In altri termini, i governi un tempo posavano sopra una volontà disordinata, aiutata da una cieca potenza; ora vivono di logica.

Sapete voi qual suffragio otterrete? E v’è una gente in Italia come in ogni contrada, che non sa, né cura di libertà consacrata da istituzioni. Una gente fredda, calcolatrice e paurosa, per avarizia, d’ogni rapido mutamento che ama sovra ogni altra cosa la pace, fosse anche pace di cimitero. Né avrete il voto alla timida e lenta carriera che forse imprendete. Ma, Sire, è voto che non pesa nella bilancia dello Stato; voto sterile, nudo, impotente all’azione. È classe inerte per calcolo e per abitudine; non ha dottrine e non s’adopera a sostenerle; non compie rivoluzioni, ma non le strugge, non contende con esse. Voi ne avrete lodi ed adulazioni, finché le lodi non fruttano pericoli; ma né sacrifici, né devozione a fronte di una potenza contraria. Una bandiera che sventoli all’aure, un grido che intimi: pronunciate: chi non è meco ècontro di me; — e questa gente si ritrarrà dall'arena ad aspettare il nome che la fortuna saluterà vincitore.

Sire! da gente siffatta non pende il destino della cosa pubblica. Il nerbo della società, l’azione, l’opera, la potenza vera stà altrove; nel genio che pensa e dirige, nella gioventù che interpreta il pensiero e lo commette all’azione, nella plebe che rovina gli ostacoli che si attraversano.

Il genio, Sire, è scintilla di Dio, indipendente e fecondo come esso; né si vende, né si stringe a individui, ma provvede alle razze e interpreta la natura. La gioventù è bollente per istinto, irrequieta per abbondanza di vita, costante nei propositi per vigore di sensazioni, spazzatrice della morte per difetto di calcolo. La plebe è tumultuante per abito, malcontenta per miseria, onnipotente per numero.

Or genio, gioventù e plebe stanno contro di voi; non s’acquetano a poche concessioni, dono d’uomo a cui ninna legge vieta rivocarlo il di dopo; non s’appagano di riforme che fruttano ricchezza o potenza all’individuo che le promuove; bensì vogliono riforme che fruttino tutto alki nazione e null'altro che amore a chi le propone. Vogliono riconoscimento dei diritti dell’umanità, manomessi ad arbitrio per tanti secoli; vogliono uno stato ordinato per essi e con essi; uno stato, la cui forma corrisponda ai bisogni ed ai voti sviluppati dal tempo; vogliono leggi, vogliono libertà. Il genio ne ha letto da gran tempo il precetto nella natura delle cose e nei principi di universale progresso sviluppati nella storia coi fatti: la gioventù nel proprio cuore, nella coscienza di facoltà che la tirannide condanna a giacersi inoperose, nella maestà degli esempli, sulla tomba dei padri: la plebe nella parola dei buoni, nelle memorie, nell’istinto potente che la suscita a moto, nella propria tristissima condizione, e in certo suo intimo senso, davanti a cui impallidisce sovente l’intelletto del savio.

Vogliono libertà, indipendenza ed unione. Poiché il grido del 1789 ha rotto il sonno dei popoli, hanno ricercato i titoli coi quali potevano presentarsi alla grande famiglia europea, e non hanno trovato che ceppi; divisi, oppressi, smembrati, non han nome né Patria; hanno inteso lo straniero a chiamarli iloti delle nazioni, uomo libero a esclamare, visitando le loro contrade: non è che polvere! Han bevuto intero il calice amaro della schiavitù: han giurato di non ricominciarlo.

Vogliono libertà, indipendenza ed unione; e le avranno perché han fermo di averle. Dieci secoli di servaggio pesavano sulle loro teste, e non han disperato. Han guardato indietro ne’ tempi che furono, hanno rimescolata la polvere delle sepolture, e ne hanno disotterrato memorie di grandezza da lungo tempo obliate, memorie d’antiche imprese, di leghe terribili, alle quali non mancò che costanza. I bandi di Giovanni d'Austria e di Nugent, le bandiere di Bentink, 1809 e 1814, insegnarono ad essi il sentimento della loro potenza. Poi il cannone di Parigi, di Bruxelles e di Varsavia ha mostrato che questa è potenza invincibile. Ora ad un popolo che ha fede e potenza, che cosa manca per rigenerarsi, fuorché l’occasione?

E pensate voi che poche concessioni addormentino i popoli, o non piuttosto che esse svelino la debolezza dei dominatori? Pensate che rimuovano per lungo tempo quell’occasione, o non piuttosto raffrettino? Siete cinto da tutte parti di paesi italiani, che anelano al momento di ritentare le vie fallite una volta per inesperienza di cose, per tradimento straniero; e sperate che manchino occasioni? Ponete che essi afferrino il tempo; e, o le armi tedesche non verranno a combatterli, e il contatto di terre libere sommoverà i vostri sudditi; o verranno, e chi vi assicura che i fratelli contempleranno inerti due volte la ruina dei loro fratelli?

Sire! Le vostre forze si logoreranno in una lunga e penosa guerra contro la vostra situazione: ma non farete retrocedere il secolo, non ispegnerete un partito, che niuna cosa al mondo può spegnere. Trascinandovi tra l’odio e l’entusiasmo, procederete in mezzo all’universale freddezza, noioso agli uni come riformatore imprudente; sospetto agli altri come perfidamente politico; e gli uni e gli altri vi accuseranno di debolezza: accusa mortale ai Re, che non possono vivere se non di potenza o di amore. Ogni concessione dà campo all’opre, speranza di meglio, coscienza delle proprie forze e del proprio diritto. Il popolo si avvezza a vedersi esaudito, e la espressione dei bisogni e dei desideri si fa più imperiosa ogni giorno. Intanto gli uomini della libertà spiano le circostanze, profittano d’ogni errore, di ogni incertezza a screditarvi nelle moltitudini, e traevi a partiti estremi. Lasciateli fare: voi siete perduto. Opponetevi: siete tiranno, e tiranno tanto più increscioso ed esoso, quanto più le prime concessioni presagivano ai cittadini moderazione. A qualunque via vi atteniate vi concitate addosso l’ira o il disprezzo, perché. non potete concedere più che non vorreste senza debolezza, né retrocedere senza delitto; perché, o v’abbandonate al torrente, e smarrite lo scopo, senza neppur raccogliere il merito dell’iniziativa; o tentate arrestarlo, e Dio ha dato il moto alle cose, ma né Dio stesso potrebbe forse sospenderlo. Davanti alle esigenze e ai pericoli, nella impossibilità di adottare determinazioni energiche e decisive, voi siete forzato a ordinare una lotta coperta contro l’opere vostre, contro le speranze suscitate da voi; ritorre coll’arte ciò che avete dato con vigore di volontà; contendere le conseguenze dei principi sanciti tacitamente ne’ primi giorni del regno vostro. Ed è sistema in cui ricaddero necessariamente i re ogni qual volta non seppero esser tiranni né liberatori; ma fruttò sciagure irreparabili a tutti, esilio ad alcuni; a due il patibolo.

E allora, quando minacciato da ogni parte e spaventato dall’isolamento, in cui v’ha messo una politica incerta, vorrete salvarvi e null'altro, cercherete voi un rifugio nell’aiuto straniero? Invocherete le baionette tedesche a puntellarvi il trono vacillante? Fatelo: giurate sommessione ad un nemico che avete sul principio sprezzato; fatevi schiavo dell’estero; ma badate, Sire! non tutte le provincie italiane son prive di mezzi per difendersi dalle aggressioni, come le popolazioni della Romagna; non tutte le occasioni troveranno il popolo inerte e sviato da preparativi di guerra per fede cieca in un principio, che i governi hanno mille volte violato; badate, ché i popoli imparano più da una sconfitta, che non i re dal trionfo; badate, ché quando la lotta è da nazioni ad eserciti due vittorie non bastano ad assicurare la terza.

Oforse cercherete una condizione di vita nei trattati che avrete stretti colla Francia? Sire, un’ora crea i patti, un’ora li rompe, dacché fra i calcoli diplomatici e le risultanze, fra i trattati e la loro durata si è frapposto gigante l’arbitrio di un terzo elemento sociale, che giacque inerte per molti secoli, contro il quale le alleanze, le convenzioni hanno perduto ogni realtà di vigore. Stringetevi a lega cogli uomini che governano oggi la Francia; chi vi assicura che l’intervento popolare non rovescierà quegli uomini, e la vostra sicurezza con essi? Credete voi che i cadaveri di dieci mila martiri non abbiano a servire che a sorreggere lo sgabello di sette ministri? Il ministro Perier, Sire, ha stretto un patio coll’infamia, non coll’eternità. Ma la nazione francese non ha segnato quel patto; la nazione francese ha suggellato col proprio sangue l’alleanza dei popoli. Iddio creò in seigiorni l’universo fisico: la Francia in tre ha creato l’universo morale. Come Dio (sciagurato bestemmiatore!), essa s’è riposata e riposa perché l’immensa azione esaurisce per un tempo le forze; ma credete voi che il leone sia spento perché non n’udite il ruggito? Attendete un mese, e l’udrete; attendete un anno, e le associazioni che or passano inosservate avranno generata la grande federazione nazionale; le società popolari che or procedono mute formeranno la montagna del secolo decimonono,la Francia avrà avuto il suo dieci Agosto. La rivoluzione francese, Sire, non è che incominciata. Dal terrore e da Napoleone in fuori, la rivoluzione del 1830 è destinata a riprodurre su basi più larghe tutti i periodi di quella del 1789. (Purtroppo!)

Sire! a voler vivere una vita potente e sicura, voi dovete edificare, anziché sul presente, sull'avvenire; e l’avvenire è prima d’ogni altra cosa la guerra. Ora, sapete voi che cosa è per la Francia la guerra?È guerra propaganda. guerra altamente rivoluzionaria, guerra europea, lunga, feroce; GUERRA DE' DUE PRINCIPI che da secoli si contendono l'universo; non vi è guerra possibile per la Francia, ove non sia nazionale, ove non s’appoggi alle passioni delle moltitudini, ove non s’alimenti d’uno slancio comunicato ai trentadue milioni che la compongono. Non v'è slancio possibile per la Francia se non si rinnovellano gli uomini, i sistemi e le cose; se non si commuove la gioventù colla gloria, e il popolo con una vasta idea di incremento e d'utile gigantesco. Ma la gloria de' giovani sta nel grido che i loro padri bandirono al mondo: Guerra ai rei Libertà e pace ai popoli!

E l’incremento che può sommovere la nazione è riposto nella fratellanza colle nazioni confinanti, nell’unità d’interessi collocata su basi perpetue, nel predominio politico consacrato dalla vittoria e dalla riconoscenza dei benefici prestati. Quindi la necessità di chiamare il popolo e la gioventù ad una parte più attiva nella somma delle cose; quindi inevitabilmente un ritorno se non alle forme, almeno allo spirito repubblicano. E quando spinti dall'impulso di diffusione inerente allo spirito republicano,costretti dal prepotente interesse di guerra, gli eserciti francesi varcheranno le Alpi e il Reno; quando lo stendardo tricolore si affaccierà alle vostre contrade promettendo rapida e intera quella libertà che voi avrete lasciato intravvedere soltanto da lungi, che farete voi, Sire? Darete voi allora, come dono regale, ciò che i popoli insorti potranno ritorvi coll'armi? 0 condurrete gli schiavi a combattere co’ popoli, colla Francia e col secolo? Sire! Guardate al 1798: e la libertà era allora in Italia opinione d’individui, ora è passione di moltitudini; la libertà sorgeva nuova a tutti, incognita a molti, sospetta a quanti nati, educati sotto condizioni contrarie, aborrivano da un mutamento a cui non potevano né sapevano partecipare: ora è sospiro di mezzo secolo, idea famigliare, cresciuta, radicata negli animi per studi, per educazione paterna e memorie dei primi anni, pensiero rinfiammato dalla vendetta, santificato dal martirio di mille forti, dal gemito di mille madri. (E principalmente dalla connivente inerzia di colpevoli governi).

Riassumete, Sire! voi siete a tale, che il sistema del terrore v'uccide dichiarandovi infame; ed il sistema delle concessioni v'uccide, svelandovi debole; siete a tale che non potete durare esecrato, né cader grande.

Sire! sono queste le sole vie che vi avanzano? siete voi tale da non poter mietere che l’odio o il disprezzo?

E v'ha una terza via, Sire, che conduce alla vera potenza e all'immortalità della gloria. V’ha un terzo alleato più sicuro e più forte per voi, che non sono l'Austria e la Francia. E v'ha una corona più brillante e sublime, che non è quella del Piemonte, una corona che non aspetta se non l'uomo abbastanza ardito per concepire il pensiero di cingerla, abbastanza fermo per consecrarsi tutto alla esecuzione di siffatto pensiero, abbastanza virtuoso per non insozzarne lo splendore con intenzioni di bassa tirannide.

Sire! non avete mai cacciato uno sguardo, uno di quegli sguardi d'aquila, che rivelano un mondo, su questa Italia, bella del sorriso della natura, incoronata da venti secoli di memorie sublimi, patria del genio, potente per mezzi infiniti, ai quali non manca che unione, ricinta di tali difese, che un forte volere e pochi petti animosi basterebbero a proteggerla dall'insulto straniero? e non avete mai detto; la è creata a grandi destini? non avete contemplato mai quel popolo che la ricopre, splendido tuttavia, malgrado l'ombra che il servaggio stende sulla sua testa, grande per istinto di vita, per luce ed intelletto, per energia di passioni feroci o stolte, poiché i tempi contendono l’altre, ma che sono pur elementi dai quali si creano le nazioni; grande davvero, poiché la sciagura non ha potuto abbatterlo e togliergli la speranza?

Non v'è sorto dentro un pensiero: traggi, come Dio dal caos, un mondo da questi elementi dispersi; riunisci le membra sparte, e pronuncia: È mia tutta e felice; tu, sarai grande, siccome Iddio creatore, e venti milioni d’uomini sciameranno: Dio è nel cielo, e Carlo Alberto sulla terra! (Empio!) Sire! voi la nutriste codesta idea; il sangue vi fermentò nelle vene, quando essa vi si affacciò raggiante di vaste speranze e di gloria, voi divoraste i sonni di molte notti dietro a quell’unica idea; voi vi faceste cospiratore peiessa. E badate a non arrossirne, Sire! Non v’è carriera più santa al mondo di quella del cospiratore, che si costituisce vindice dell'umanità, interprete delle leggi eterne della natura. I tempi allora furono avversi; ma perché dieci anni e una corona precaria avrebbero distrutto il pensiero della vostra gioventù, il sogno delle vostre notti? Dieci anni, e una corona avrebbero ricacciata nel fango l’anima che passeggiava su i re dell’Europa? Onta a voi! La posterità perdona ogni cosa a un re, fuorché la viltà; e che cosa è l’uomo, che può esser grande e non è? Quel concetto, Sire, è pur sempre il maggior titolo, l'unico forse che voi abbiate alla stima degli uomini italiani; e voi rinneghereste la parte che aveste in esso? Tutta l’Italia non sarebbe che illusa? E mentre ognuno crede che Carlo Alberto ambisce d'essere da più degli altri uomini, non avrebbe egli ambito che pochi anni di trono prima del tempo? Per Dio, Sire, che i dominatori dei popoli abbiano ad essere diseredati dalla natura di tutte quante le generose passioni, che un cuore di re non abbia a battere mai per quanto fa battere i cuori delle migliaia? Che il sole d’Italia non abbia a fecondare gli affetti magnanimi che petti di cittadini? che i tiranni stranieri abbiano, soli accarezzata per secoli quest'idea e l'accarezzino tuttavia, un principe italiano non mai?

Sire! se veramente l’anima vostra è morta a' forti pensieri, se non avete, regnando, altro scopo che di trascinarvi nel cerchio meschino dei re che vi han preceduto, se avete anima di vassallo, allora rimanetevi; curvate il collo sotto il bastone tedesco e siate tiranno; ma, tiranno vero, perché un sol passo che accenniate di muovere al di là dell'orma segnata, vi fa nemica quell’Austria, che voi temete. L’Austriaco diffida di voi; ma cacciategli ai piedi dieci, venti teste di vittime; aggravate le catene sugli altri; pagategli colla sommissione illimitata il disprezzo di che dieci anni addietro vi abbeverò! Forse il tiranno d’Italia dimenticherà che avete congiurato contro di lui; forse concederà che gli serbiate per alcuni anni la conquista ch’ei medita dal 1814 in poi.

Che, se leggendo queste parole, vi trascorre l'anima a quei momenti, nei quali osaste guardare, oltre la signoria di un feudo tedesco; se vi sentite sorger dentro una voce che grida: Tu eri nato a qualche cosa di grande; oh! seguitela quella voce, è la voce del genio; e la voce del tempo che v’offre il suo braccio a salire di secolo in secolo all'eternità; è la voce di tutta Italia, che non aspetta se non una parola, una sola' parola per farsi vostra.

Proferitela questa parola! L’Austria vi minaccia i domini, minaccia l’Italia intera colle pretese, colle congiure e cogli eserciti accumulati; a ingoiarvi essa non attende che una occasione.

La Francia vi minaccia coll'energia delle moltitudini, colla diffusione dei principi, coll’azione delle sue società, colla necessità prepotente, che spingendola un di o l'altro alla guerra, la caccierà nel bivio o di perire, o di eccitare i popoli alle insurrezioni, ed appoggiarle coll'armi..

L’Italia vi minaccia col furore di libertà che la investe, col grido delle infinite vittime, coll'ira delle promesse tradite, colle associazioni segreto, che han due volte tentata la libertà della patria, che proseguono all’ombra, che nessuna forza può spegnere.

Sire! respingete l'Austria — lasciate addietro la Francia — stringetevi a lega l’Italia.

Ponetevi alla testa della nazione e scrivete sulla vostra bandiera: Unione, libertà, indipendenza! Proclamate la santità del pensiero! Dichiaratevi vindice, interprete dei diritti popolari, rigeneratore di tutta Italia! Liberate l’Italia dai barbari! Edificate l’avvenire! Date il vostro nome ad un secolo! Incominciate un’era da voi! Siate il Napoleone della libertà italiana! L’umanità, tutta intera ha pronunciato: i re non mi appartengono', la storia ha consecrato questa sentenza coi fatti. Date una mentita alla storia e all’umanità; costringetela a scrivere sotto i nomi di Washington, e di Kosciusko, nati cittadini: V’è un nome più grande di questi; Vi fu un trono eretto da venti milioni di uomini liberi che scrissero sulla base: A Carlo Alberto nato re, l’Italia rinata per lui!

Sire! La impresa può riescire gigantesca, per uomini che non conoscono calcolo se non di forze numeriche, per uomini che, a mutar gli imperi non sanno altra via che quella di negoziati e di ambascerie. È via di trionfo sicuro, se voi sapete comprendere tutta intera la posizione vostra, convincervi fortemente d'essere consacrato ad un’alta missione, procedere per determinazioni franche, decise ed energiche. L’opinione, Sire, è potenza che equilibra tutte le altre. Le grandi cose, non si compiono co’ protocolli, bensì indovinando il proprio secolo. Il segreto della potenza è nella volontà. Scegliete una via, che concordi col pensiero della nazione, mantenetevi in quella inalterabilmente; siate fermo e cogliete il tempo: voi avete la vittoria in pugno.

I Polacchi, Sire, hanno insegnato al mondo la potenza d'un popolo che combatte per Desistenza politica e la libertà! Suscitate l'entusiasmo, e anche i sudditi vostri diverranno Polacchi. Cacciate il guanto all'Austriaco e il nome d'Italia nel campo: quel vecchio nome d’Italia farà prodigi. Fate un appello a quanto di generoso e di grande è nella contrada. Una gioventù ardente, animosa, sollecitata da due passioni onnipotenti, l'odio e la gloria, non vive da gran tempo che in un solo pensiero, non anela che al momento di tradurlo in azione: chiamatela all’armi. Ponete i cittadini a custodia delle città, delle campagne, delle vostre fortezze. Liberato in tal guisa l'esercito, dategli il moto. Riunite intorno a voi tutti coloro che il suffragio pubblico ha proclamati grandi d’intelletto, forti di coraggio, incontaminati d’avarizia e di basse ambizioni. Inspirate la confidenza nelle moltitudini, rimovendo ogni dubbiezza intorno alle vostre intenzioni, e invocando l'aiuto di tutti gli uomini liberi.

Gli uomini liberi, Sire, in Italia son molti; hanno pur potenza, confessatelo, di farvi tremare sul trono; hanno potenza di rovesciare tutti quei troni che non s’appoggiano sulle baionette straniere. Caddero, Sire; ma voi sapete il perché, caddero traditi, venduti perché lottavano coi Governi, e combattevano coll’armi de' generosi e coll'innocenza della virtù, mentre i governi pugnavano coll’oro, colle seduzioni, colla perfidia e colle arti inique del delitto nascosto. Caddero, perché mancanti di capi che reggessero coll'influenza d'un nome l’impresa e la facessero legittima agli occhi del volgo. Or che sarebbe, quando tutti gli ostacoli si mostrassero calcolati ed aperti, quando essi non avessero a contrastar col potere, bensì a riunirsi con esso? Che sarebbe quando tutti vi si annodassero intorno, quando tutti usassero la loro influenza a prò vostro, quando tutti vi cacciassero ai piedi le loro vite per pagarvi del beneficio di aver creata un’idea sublime, d’aver somministrato all’universo un nuovo tipo di grandezza, la virtù sul trono? Sire! a quel patto noi ci annoderemo d’intorno a voi: noi vi profferiremo le nostre vite; noi vi condurremo sotto le vostre bandiere i piccoli Stati d’Italia. Dipingeremo ai nostri fratelli i vantaggi che nascono dall'unione; provocheremo le sottoscrizioni nazionali, i doni patriottici: predicheremo la parola che crea gli eserciti, e dissotterrate le ossa dei padri scannati dallo straniero, condurremo le masse alla guerra contro i barbari, come una santa crociala. Uniteci, Sire, e noi vinceremo, perocché noi siamo di quel popolo cheBonapartericusava di unire, perché lo temeva conquistatore di Francia e d'Europa.

Questo faremo; ma voi, Sire, non ci mancate all'impresa; nel sapere scegliere il momento è riposta la somma delle cose: ed ora è il momento: ora che la Russia spossata da una lotta sanguinosa, travagliata negli eserciti dalle opinioni e da morbi, screditata in faccia d’Europa, ha d’uopo rifarsi col riposo e riordinarsi; — ora che la Prussia è agitata da terrori di sommosse all'interno e costretta a serbar le sue forze per una guerra che un colpo di fucile belgico può rompere da un momento all’altro; — ora che l’Inghilterra è condannata all'inerzia, finché non sia consumata la gran lite della potenza popolana e della feudale aristocrazia. E la nazione francese è per vol. — Or che temete? Il Tedesco? gridategli guerra: ardite guardar da vicino questo colosso, composto di parti eterogenee, minato in Gallizia, nella Ungheria, nella Boemia, nel Tirolo, nella Germania: e che non è forte se non dell’inerzia e perché altri è debole. Gridategli guerra e assalite: l’assalitore ha immenso vantaggio sul suo nemico. Una voce ai vostri, una voce alla Lombardia e avanzatevi rapidamente. Là, nella terra lombarda hanno a decidersi i fati dell’Italia ed i vostri: nella terra lombarda che non aspetta se non un reggimento ed una bandiera per levarsi in massa: nella terra lombarda che divorerà i suoi nemici, come a' tempi di Federico, e triplicherà il vostro esercito! Ma siate forte e deciso: rinnegate i calcoli diplomatici, gl'intrighi di gabinetti, le frodi dei patti. La salute per voi sta sulla punta della vostra spada. Snudatela e cacciatene la guaina. Fate un patto colla morte e l’avrete fatto colla vittoria. (Fece purtroppo tutto questo Carlo Alberto; e andò a morire in esilio!)

Sire! e m'è forza ripeterlo: se voi non fate, altri faranno e senza voi, e contro vol. Non vi lasciate illudere dal plauso popolare che ha salutato il primo giorno del vostro regno: risalite alle sorgenti di questo plauso, interrogate il pensiero delle moltitudini: quel plauso è sorto, perché salutandovi salutavano la speranza, perché il vostro nome ricordava l'uomo del 1821: deludete l’aspettazione; il fremito del furore sottentrerà ad una gioia che non guarda se non al futuro. Oggimai la causa del dispotismo è perduta in Europa, la civiltà è troppo oltre, perché l’insania eli pochi individui possa farla retrocedere. I re della lega lo intendono, ma son troppo in fondo per poter risalire. Essi lottano disperatamente col secolo, e il secolo li affogherà. Han detto: Chi nacque tiranno morrà tiranno. E sia: vissero paurosi e colpevoli, morranno esecrati e deietti. Ma voi, sire, siete vergine di delitto regale: siete degno ancora d’interpretare il voto del secolo. Davanti al voto del secolo che la grande anima sua intravedeva, impallidiva Napoleone quando il 18 Brumaio lo costituiva in contrasto colla libertà nella sala de' cinquecento. Fu l’unica volta che Napoleone impallidì: ma pochi anni dopo egli commentava dolorosamente nell’isola di S. Elena quel pallore proferendo le memorande parole: J'ai heurté les idees du siècle, j'ai tout perdu.

Sire! Per quanto v’è di più sacro, fate senno di quelle parole. Volete voi morir tutto e vilmente? La fama ha narrato che nel 1821 uno schiavo tedesco insultò il principe Carlo Alberto fuggiasco, salutandolo Re d'Italia.

Quell’onta, Sire vuol sangue. Spargetelo in nome di Dio, e lo scherno amaro ripiombi sulla testa dei nostri oppressori. Prendete quella corona: essa è vostra purché vogliate. Attendete le solenni promesse. — Conquistate l’amore de' milioni. Tra l’inno de' forti e dei liberi, e il gemito degli schiavi, scegliete il primo. Liberate l’Italia dai barbari e vivete eterno!

Afferrate il momento.

Un altro momento; e non sarete più in tempo. Rammentate la lettera di Flores Estrada al re Ferdinando; rammentate quella di Potter a Guglielmo di Nassau!

Sire! io v’ho detto la verità. Gli uomini liberi aspettano la vostra risposta nei fatti. Qualunque essa sia, tenete fermo che la posterità proclamerà in voi — Il primo tra gli uomini, o l’ultimo dei Tiranni italiani; — scegliete!

1831

UN ITALIANO.


Eravamo sul punto di fare un qualche commento a questa lettera; ma riflettemmo che, oltre quel che veniam dicendo in queste memorie, il miglior commento poteva risultare da un brano di storia che stacchiamo dagli — Scritti editi ed. inediti di Giuseppe Mazzini — dai quali abbiamo tolto la lettera stessa.

Mazzini, esule dopo i fatti del 1821, era in Francia quando Luigi Filippo, il re cittadino, erasi assiso (1830) sul trono di Carlo X. — Luigi Filippo, scrive Mazzini,non era ancora stato riconosciuto dalle monarchie assolute: cercava di esserlo; e agitava per atterrire e costringere. Come Cavour diceva trenta anni dopo ai plenipotenziari raccolti in Parigi: — 0 Riforme o Rivoluzioni, — la nuova monarchia di Francia diceva ai re titubanti: — 0 accettazione dei Borboni secondogeniti o guerra di rivoluzione. — I re accettarono, e Luigi Filippo tradì (Aveva raggiunto il suo intento). Era il terzo tradimento regio che io vedeva compirsi quasi sotto gli occhi miei nelle cose d’Italia: il primo era la vergognosa fuga del principe Carlo Alberto, carbonaro e cospiratore, al campo nemico; il secondo era quello di Francesco IV, Duca di Modena, il quale aveva protetto la congiura ’tessuta in suo nome dal povero Ciro Menotti, poi al momento dell'esecuzione, lo aveva assalito colle armi e tratto prigione, fuggendo a Mantova, per poi impiccarlo quando l’Austria gli spianò le vie del ritorno» — È inutile il notare che Mazzini mette tutti in un fascio, Luigi Filippo cospiratore e rivoluzionario, e Francesco IV principe legittimo, che difendeva legittimi diritti e puniva Menotti, che aveva abusato la fiducia accordatagli dal suo principe per cospirare contro di lui. —

Racconta quindi Mazzini il bando scagliato dal nuovo governo francese contro il Comitato rivoluzionario italiano, e la dispersione armata mano degli esuli che si disponevano ad entrare in Italia per una nuova sollevazione. «Taluni ostinati, dice egli, magnanimi nella fede che il re Galantuomo, Luigi Filippo, (Vittorio Emmanuele non era egli il primo Galantuomo di questo genere!) non potesse deludere a quel modo le speranze degli uomini della libertà, insinuavano che il governo avveduto non intendesse se non a levarli anzi tratto d’ogni sospetto di cooperazione, ma non pensasse a impedire.» Propose pertanto l’agitatore che si sciogliesse il problema col mandare un nucleo d’armati, quasi antiguardo della spedizione, frammischiandovi quanti più si potesse degli operai francesi sulla via di Savoia. E fu fatto. Ma un drappello di cavalleria li raggiunse e li disperse: primi a ubbidire i francesi, ai quali l’ufficiale parlò dei doveri verso il paese e della necessità di lasciare al governo la cura delle imprese liberatrici. La spedizione era fatta impossibile. Cominciò la cacciata degli esuli. Parecchi furono condotti ammanettati fino al porto di Calais e imbarcati per l’Inghilterra. Fra quel subbuglio di fughe e d’imprigionamenti Mazzini con Dorso, Bianco, Voarino, Tedeschi, Zuppi e pochi altri repubblicani la stessa notte fuggirono in Corsica per agire contro il Napolitano.

«La Carboneria, segue a dire Mazzini, recatavi dai profughi napoletani, era allora dominatrice dell’Isola, e i popolani ne facevano, quel che ogni uomo dovrebbe fare d’un’associazione liberamente accettata, una specie di religione

«Come alla vigilia d’una grande impresa, molti i quali avevano giurato vendetta l’un contro l’altro si riconciliavano in essa. N’era capo venerato dagli isolani un Galotti, lo stesso che, riconsegnato al tiranno di Napoli da Carlo X, stava a rischio di morte quando la rivoluzione di luglio (1830) lo rinvedicò a libertà. Conobbi con lui La Cecilia ed altri proscritti del mezzogiorno d’Italia, convenuti da più punti nell’isola pel disegno dei miei nuovi amici politici. Ed era di recarsi nel centro, ma capitanando una colonna di due o più migliaia di Corsi, che erano ordinati e con armi. Mancava il denaro… e questo denaro, promesso sacramentalmente da uomini legati ad un Bonnardi, prete patriota ed affigliato di Buonarroti, non venne mai. Due dei nostri, è sempre Mazzini che parla, Zuppi e un Vantini dell’Elba, che fu poi fondatore di parecchi Alberghi in Londra ed altrove, furono inviati al governo provvisorio di Bologna (che era in mano dei rivoluzionari) a offrirgli l’aiuto e chiedergli la somma indispensabile, e da quel governo inetto, che non fidava se non nella diplomazia e s’atterriva delle armi, ebbero risposta di stranieri barbari: — Chi vuole la libertà se la compri.» — D’indugio in indugio, l’intervento austriaco riconquistò nella prima metà di marzo (1831) le terre insorte. Sfumata ogni speranza di azione e consunti i pochi mezzi che aveva, Mazzini lasciò la Corsica per Marsiglia, richiamatovi da uno zio.

«In Marsiglia, segue egli a dire, ripigliai l’antico disegno di Savona, la fondazione della Giovane Italia. V’affluivano gli esuli da Parma, da Modena, dalle Romagne, oltrepassando il migliaio. Frammisto ad essi conobbi in quell’anno i migliori: Nicola Fabrizi, Celeste Menotti, fratello del povero Ciro, Angelo Usiglio, Giuseppe Lamberti, Gustavo Modena, L. A. Melegari, Giuditta Sidoli, donna rara per purezza e costanza di principi, e altri molti giovani ardenti, capaci e tutti convinti degli errori commessi, e che io aveva in animo di distruggere… Abozzai le norme dell’associazione, e trasmisi cenno delle mie intenzioni ai giovani amici di Genova e di Toscana. Intanto nell’aprile di quell’anno (1831), morto Carlo Felice, sottentrava Re nei domini sardi il cospiratore del 1821, Carlo Alberto, e con lui, fra i deboli che abbondavano e abbondano, un’onda di speranze che l’idea del cospiratore si tradurrebbe in azione dal re. Dimenticavano che la sua non era idea, ma solamente velleità ambizione e che il pericolo di perdere la piccola corona lo ritrarrebbe dal tentare coll’ardire necessario la grande. Il sogno a ogni modo affascinava le menti, e mi fu risposto, che la mia proposta era buona; ma riuscirebbe importuna e non troverebbe seguaci, se non quando cadessero le illusioni sul nuovo Re.

«Da quelle risposte, parla sempre Mazzini, germogliò in me ilpensiero di scrivere a Carlo Alberto per via di stampa. Ionon credeva allora — mi giova esser chiaro, dacché l’editore intavolando questa collezione di tutti i miei scritti mi chiama, senz’altro, a fare il mio testamento, — né credo in oggi che possa dalla monarchia venir salute al! Italia, cioè all’Italia come io la intendo e la intendevamo noi tutti pochi anni addietro. — Una, libera, forte, indipendente da ogni supremazia straniera, e morale e degna della propria missione. — Né il presente (1871) mi costringe finora a mutare avviso. La monarchia piemontese non avrebbe mai preso l’iniziativa del nostro moto, se l’uomo del 2 decembre non le profferiva! aiuto dei suoi eserciti, e Garibaldi coi cinque sesti degli uomini di parte republicananon le profferivano cooperazione; or, chi mai poteva prevedere cose siffatte?»

Dopo questa importante confessione, Mazzini prosegue: «E nondimeno la Monarchia Piemontese ci darà — se pur mai — una Italia smembrata di terre, che erano, sono e saranno sue, concesse, in compenso ai servigi resi, alla dominazione straniera, e serva aggiogata dellapolitica francese (Per servir sempre o vincitrice o vinta!), e disonorata per alleanze funeste col dispotismo, e debole e corrotta in sul nascere, e diseredata di ogni missione, e. coi germi delle risse civili e delle autonomie provinciali risorte. Oggi, e mentre io scrivo (dopo la presa di Roma), il mal governo inerente all’istituzione monarchica prepara rapidamente una crisi di separatismo nel mezzogiorno d’Italia, che s’era affacciato alla nuova vita (l’abbiamo veduto e lo vedremo meglio ancora) ebbro di unità e del grande ideale di Roma. Ma se l’Unità monarchica è oggi pregna di pericoli, era, quando io deliberai di scrivere quella lettera, e per un uomo della tempra di Carlo Alberto, un’assoluta impossibilità. Scrivendo a Lui ciò che egli avrebbe dovuto trovare in sé per fare l’Italia, io intendeva semplicemente scrivere al! Italia ciò che gli mancava per farla. Mal dunque s’apposero gli uomini, i quali si fecero più tardi un’arme di quello scritto, sia per giustificare, coll'esempio altrui, se stessi della diserzione dalla bandiera, sia per accusarmi d’incertezza o d’arrendevolezza soverchia nelle dottrine. Se non che a me importa poco oggi mai dell’opinione degli uni o degli altri; e solamente, per la stima che io serbo profonda all’ingegno suo e alla sua tenacità di propositi, mi dolse trovare fra gli ultimi Carlo Cattaneo (240)...

«Quanto a me individualmente e — sia detto una volta per sempre — la teoria politica che dice a un uomo bambolo in fasce: — Tu regnerai dal?alto, impeccabile sempre e inviolabile, e solamente combattuto nei tuoi ministri, sullo sviluppo della vita di una nazione fidato in tutte le sue manifestazioni al principio di elezione, mi pare, più che errore, CONTRADDIZIONE E FOLLIA, che condanna il popolo a retrocedere o agitarsi perennemente e periodicamente a nuove rivoluzioni» (241) — Fin qui Mazzini.

Ma a noi giova notare l’accordo dei corifei delle varie sette rivoluzionarie nel condannare le Costituzioni, in quello che le imponevano o cercavano d’imporle per fas et nefas a tutti.

Nel secondo volume del — Rinnovamento civile d’Italia, — che può dirsi come il suo testamento, Vincenzo Gioberti ecco come ne discorre:

«Pochissimi, egli dice, intervengono e possono intervenire ai dibattimenti (delle Camere) i più li leggono e non gli odono.» Ma almeno il leggerli gioverà? No, risponde Gioberti: «Chi li legge caverà assai più frutto da un buon giornale e da un libro, che dalle dicerie più squisite ed elette.» E perché? «Perché le dicerie migliori riescono, a leggerle, deboli, superficiali, gremite di luoghi comuni, e poco o nulla insegnano, anche quando per la vivacità e maestria del porgere fanno effetto negli uditori.»

Riguardo al niun frutto che si raccoglie dai discorsi parlamentari, il Gioberti dava le seguenti ragioni:

«Primo, la copia e contrarietà dei dicitori; secondo, le interruzioni frequenti; terzo, il poco ordine che regna nelle discussioni orali; quarto la brevità del tempo, che impedisce di trattare a fondo le materie; quinto, la vaghezza di uccellare gli applausi e di piacere alla parte; sesto, l’uso che hanno molti di parlare improvviso Che se, soggiungeva il Gioberti, le discussioni sono di poco o nessun profitto, le decisioni parlamentari tornano a pregiudizio; imperocché, quando non sono già risolute anticipatamente, vengono governate più dal caso che dalla ragione.»

Peggio poi quando si tratta di una serie di deliberazioni, che richieggono unità ed accordo. «Come può, domanda il Gioberti, come può un’adunanza numerosa condurle dirittamente? Quando oggi si scordano mille particolari delle decisioni prese innanzi, e non si antiveggono lo avvenire?» I deputati di Montecitorio sogliono chiamarsi i rappresentanti del popolo italiano. Però Gioberti avvertiva: «Taluni confondono le assemblee col popolo, perché lo rappresentano. Ma tal rappresentanza è sempre imperfetta per la natura delle cose umane, e diventa illusoria, quando il broglio e la corruttela s’intromettono nelle elezioni.» E dato pure che i deputati presi a uno a uno fossero buoni, la somma può diventare cattiva, perché in ogni compagnia particolare s’insinua lo studio di corpo e di parte, che non di rado prevale all’amore del bene comune, cosi che i pochi tristi corrompono gli altri) e l’adunanza, quasi Stato nello Stato, diventa rivale invece di essere interprete della nazione.»

Una volta i rivoluzionari gridavano in Italia ai troppi preti ed ai troppi frati: oggidì, con più ragione, si può gridare ai troppi senatori ed ai troppi deputati. Imperocché «il retto senso, avvertiva Gioberti, è sempre cosa di pochi, e proprio degli ingegni più singolari. I quali soli colgono nelle materie intricate la realtà, e non le apparenze, soli veggono da lungi come il lince, dall'alto come l’aquila, dove che le assemblee van terra terra, e il loro acume non abbraccia che una piccola prospettiva. L’ingegno non sovrastando mai di numero, vi è soffocato dalla mediocrità che prevale coi voti e coi rumori: di rado vi è compreso e spesso odiato) il giudizio ed il senso pratico vi sono vinti per l’ordinario dall’abbondanza delle parole, ed il senno vi si misura dai polmoni e non dal cervello.»

Il filosofo statista, il pensatore «l'uomo più grande che abbia avuto la rivoluzione italiana,» (come la Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia chiama il Gioberti, nel suo numero del 17 febbraio di quest’anno) ci dice adunque che noi non possiamo nutrire grande fiducia nel governo parlamentare: Costituzione e rivoluzione sono state fin ora sinonimi in tutti gli Stati d’Europa. Pur troppo i Parlamenti non fanno altro che confermare la sentenza dello stesso filosofo statista: «In questo secolo di ragazzi si è perduta da molti ogni notizia del giusto e del vero.» (242) — Ma sia detto ciò di passata.

Del resto la lettera di Mazzini, pubblicata in Marsiglia, entrò in Italia in piccolo numero d’esemplari, indirizzati per via epistolare e per posta ad uomini che l’agitatore non conosceva se non di nome, in diverse città dello stato Sardo. Ma tre o quattro ristampe clandestine la diffusero poco dopo per ogni dove. «Il re l’ebbe e la lesse,» dice Mazzini. — Non andò molto che una circolare governativa spedita a tutte le autorità di frontiera dava i connotati di lui, perché, se mai tentasse introdursi, fosse imprigionato senz’altro.

S’avverarono le previsioni del Libri.

Segue poi il Mazzini insistendo sulla complicità del Principe piemontese nei moti del 1821. «Le illusioni fondate su Carlo Alberto, dice egli, sfumavano rapidamente davanti ai primi suoi atti. Ei non aveva neppure decretato il richiamo degli esuli che avevano giurato con lui (243), molti dei quali erano stati trascinati alla congiura del 1821 dal solo suo nome, e parecchi gli erano stati aiutanti, compagni e amici.

Secondo il Mazzini adunque Carlo Alberto era un settario; le dichiarazioni di Carlo Alberto smentiscono tale asserzione. — È naturale che tra i due siamo più disposti a credere a Carlo Alberto che al famoso rivoluzionario.

—Mazzini segue a dire delta Società segreta chiamata degli Apofasimeni diretta da Buonarroti e capitanata da Carlo Bianco; e la disapprova come quella che non riusciva all’unità voluta da lui. Disapprova anche la Carboneria (244) come solo efficace adiffondere lo spirito di emancipazione, ma condannata dall’assenza di una fede positiva, e anche essa incapace di ottenere l’unità. Mazzini era tutto nella Giovane Italia.

Ma poiché collo Spada abbiamo più sopra pronunziato il nome del Conte della Margherita, ci sembra a proposito di togliere appunto dal suo celebre Memorandum qualche brano, che riferendosi al suo Ministero presso il Re Carlo Alberto, giova più di un poco a dar luce agli avvenimenti posteriori che stiamo narrando; esso ci dipinge al vero il carattere di quel Re, non meno che la politica piemontese verso l’Italia.


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CAPO V

CARLO ALBERTO E IL CONTE DELLA MARGHERITA

Il conte Solaro Della Margherita fu ministro di Carlo Alberto per molti anni, nell’epoca che immediatamente precedette la rivoluzione italiana, e nell’assumere, nel suo autorevole Memorandum storico politico, la difesa del nome di quel Re, dichiara non averlo potuto trattenere sull’orlo dell’abisso.» Causa la sua ambizione; cosicché il favore e la fiducia che gli accordò per molti anni, furono largamente adequati dalle continue contraddizioni con cui attraversava le sue mire, e si opponeva frequentemente a cose non per altro fine proposte, che per la gloria del suo nome e pel vantaggio dello Stato (245).

«Io fui, scrive Della Margherita, durante il mio lungo ministero, l’alfiere destinato a portare l’antica azzurra bandiera della realcasa di Savoia, a portarla finché sorgesse il giorno d’inalberare il vessillo della rivoluzione. Carlo Alberto mi confidava, senza timore, quella bandiera; ma, sapendo che non l’avrei scambiata con altra, non ero l'uomo del suo cuore, né del suo pensiero; quest’idea di mia posizione affaccia vasi ad ogni istante, e controbilanciava assai quanto aver poteva di lusinghiero il seggio ministeriale. Mille volte avrei abbandonato l’ufficio col disinganno in cuore, se non avessi avuto la certezza che da quel giorno medesimo si sarebbe dato più efficacemente mano all'opera, che vedemmo effettuarsi sul finire del 1847; quando, maturati i tempi destinati a nostra umiliazione, più non permise Iddio che continuassi nel malagevole incarico di far fronte a tanti disegni di umana superbia, e di inconsiderate imprese.

«Difficile sempre fu reggere la politica di uno Stato;… ma difficilissimo quando il principe ha due volontà, ed è forza ad una opporsi, l’altra seguire coll'intento che prevalga… Non fia chi mi contenda il dichiarare che combattei per principi che non trionfarono; tali però sono essi, che non temono rovina e, mille volte soffocati, mille volte risorgono.»

Nell’anno 1831, si estinse in Carlo Felice il ramo primogenito di casa Savoia; ma il sangue di quella famiglia scorreva per anco nelle vene dei Principi di Carignano, e Carlo Alberto saliva sul trono piemontese. «Ma l’affetto di tutti i sudditi leali, segue a, dire il Della Margherita, era temperato dal timore dell'avvenire, non sapendosi quale via batterebbe il nuovo Sovrano. Gli avvenimenti del 1821, ai quali tanta parte prese Carlo Alberto, tenevano sospesi gli animi dei buoni; quelli poi che agognavano altre venture ed un mutamento negli ordini e nelle istituzioni della Monarchia, non sapevano se giunto era il tempo di vedere attivate le loro utopie, e se il Re seguirebbe sul trono le inclinazioni del Principe di Carignano… Rimasero le speranze, non si dileguarono i timori; perché i primi atti del Sovrano parvero indirizzati a soddisfare le varie opinioni, senza dissiparne le inquietudini.»

I liberali però, che molto speravano dal loro amico del 1821, temettero quando videro accordata da lui la sua fiducia al degno conte Della Torre, mantenuto al Ministero degli Affari esteri. Crebbero le loro angustie, quando Carlo Alberto si mostrò inclinato a proteggere la Religione, a favorire gli Ordini religiosi, e dava pubblici segni della pietà che aveva in cuore» (246).

Si gridò allora che re Carlo Alberto era dominato dalla Società dell’Amicizia, Cattolica, quantunque quella pia Associazione più non esistesse. Aveva essa per iscopo la diffusione dei buoni libri, e la preghiera in ordine a mantener viva nel popolo la fede cattolica e l’amore alla monarchia. Fu calunniata quale setta che agognava dominare e rendersi formidabile al Governo. Il Re Carlo Felice non lo credette; sovveniva anzi del suo privato peculio l’Associazione, ne conosceva i membri, e sapeva quanto a lui fossero devoti; pure, debole, infastidito dalle continue dicerie di chi odiava quell’Associazione, per quella falsa politica, che non contenta mai nessuno, giudicò cosa prudente di scioglierla, per togliere ogni pretesto alla tolleranza di altre Società, che con men rette intenzioni poteano formarsi.

Carlo Alberto sapeva che tale Associazione era sciolta; pur molte fiate pareva sospettare che esistesse; ed anche egli vi si mostrava avverso, sempre che voleva ammansare gli animi dei liberali, irritati da quelle misure, che si dicevano dai membri di quella suggerite (247).

Lasciando la somma delle cose nelle mani del più chiaro personaggio del Regno, il conte Della Torre, dava Carlo Alberto una smentita a chi sperava ristorate immediatamente le illusioni del 1821. Né furono esacerbati gli animi dei perversi, che agognavano il pronto rovesciamento dell’ordine sociale; mortificati ne rimasero i liberali di Corte e della nobiltà, liberali moderati, che speravano elevarsi a pregiudizio dell’autorità regia, sotto gli auspici di una Costituzione.

«La promozione del conte della corona al Ministero dell’Interno, prosegue Della Margherita, aveva rallegrato gli amici della Monarchia; egli infatti, insieme col conte Della Torre, procurava, quanto maggiormente poteva, favorire la Religione, la buona morale e la incolumità dei principi monarchici. Diversa impressione però produceva la scelta del cav. Pès Di Villamarina al gelosissimo incarico di primo Segretario di guerra e marina; sapevasi infatti fin d’allora come costui inclinasse ad un ordine di cose liberale. Rimasero’ quindi gli animi incerti quale dei due, del Lascarena e Del Villamarina, di tendenze cosi diverse, fosse più accetto al Re; e principiò quella funesta divisione di gabinetto, che impedì poi sempre un accordo fra i vari ministri» — Cosa che riuscì fatale, egualmente alla Monarchia che alla vera e cattolica Italia.

«La condizione del Re, segue a dire, era difficile, sia verso le estere Potenze, sia nell’interno; le memorie del 1821 stavano sempre ad una piena fiducia, e mantenevano vive le passioni; però in quei quattro anni (i primi del suo regno) si andò guadagnando; Carlo Alberto acquistò esperienza di governo, grande amore al lavoro, imparò a conoscere gli uomini. Così non avesse creduto che l’ir barcheggiando fra i diversi partiti era arte di governo! In essa riuscì a meraviglia; ma per sua sventura, e me ne piange il cuore; poiché l'anima sua era informata in modo da renderlo capace delle più grandi imprese, ed emulo egli sarebbe stato di Emanuele Filiberto, se non fosse stato avvolto nelle vicende del 1821. Fu quella un’epoca fatale per lui e per la patria nostra. Tristi coloro che quel cuore ancor giovane ed inesperto adescarono con fallaci speranze!... (248)

L’illustre Conte narra qui il modo come, da semplice diplomatico accreditato presso le Corti estere, pervenisse, senza cercarlo, né volerlo, all’alto incarico di Ministro di Stato; ed avendo fin da principio esplorato l’animo del suo Re, affine di meglio servirlo, ne consegna nel succitato Memorandum il seguente giudizio:

«Vidi che gli interessi della religione gli stavano profondamente a Cuore, e gemeva sulle tendenze del secolo, contrarie alla Chiesa: però sull’autorità di questa, a confronto della sua, come Sovrano, incerto era il suo giudizio, non conoscendo i limiti rispettivi di ambedue, troppo diversi pareri suonandogli intorno. Non senza somma soddisfazione conobbi quella nobiltà d'animo, che tanto onora i principi, per cui dava piena libertà di pronunciare francamente il vero, e di esprimere opinioni contrarie alle sue… Le mire sue politiche erano d’un immenso interesse per chi dava principio alla ministerial carriera, e queste non mi si occultarono fin dal primo giorno che riferii cose, che concernevano i nostri rapporti colle Corti straniere. Non ebbi d’uopo di grande scaltrezza per iscoprire che, oltre ad un giusto desiderio di essere indipendente da ogni straniera influenza, egli era sin nel profondo dell'animo avverso alt Austria, e pieno di illusioni sulla possibilità di liberar l’Italia dalla sua dipendenza. Non pronunziò la parola di scacciare i barbari, ma ogni discorso palesava il suo segreto. In quanto ai rivoluzionari, egli li detestava, mostrava per loro disprezzo; ma li temeva, ed era persuaso che ne sarebbe tosto o tardi la vittima (249)

Ambizione del novello Ministro di Stato era di elevare la monarchia di Savoia a quell’altezza di cui era suscettibile; ed, eccettuate le grandi Potenze, a nessun altra avrebbe voluto che la Sardegna fosse stata seconda; e posciaché casa Savoia, quando era in più angusti confini, ebbe pur sempre parte non umile nei grandi avvenimenti di Europa, dal di che il trattato di Chateau Cambrésis aveva coronato le imprese del Duca Emanuele Filiberto, tanto più era da mantenersi la sua importanza, quando, per la caduta di Napoleone I, risorgeva più forte e più indipendente dalle sue ruine. Tali idee piacevano al Re, erano le sue. Né avevaperò egli delle altre che non erano quelle del fedele Ministro; questi le combatté, né se ne adontò egli, e l’approvazione che dava alle prime, superando in lui il fastidio di averlo contrario nelle seconde, determinollo a confidargli definitivamente il portafoglio di Ministro di Stato (250).

Fin dal suo primo rapporto, Solaro Della Margherita combatteva indirettamente le idee non giuste del suo Re, e indicava il modo onde non partorissero rovine invece di trionfi. — La storia della casa di Savoia, scrive egli, c’insegna come essa andò crescendo i suoi domini con avvedutezza e prudenza, non impiegando arti o mezzi illeciti; possedeva nel principio del secolo XI un bell’angolo di terra al di là dai monti, la sempre fedele e generosa Savoia (venduta ora alla Francia per ispodestare i Principi legittimi d’Italia), a poco a poco si estese al di quà delle Alpi, spinse i suoi confini dal Pò al Tanaro, alla Sesia, al Varo, al Ticino, ed oltre la Magra. Contratti di matrimoni, dedizioni spontanee, compensi per alleanze di guerra, trattati di pace furono i titoli onde andò aumentando la Corona di ricche e floride provincie; desiderai sempre che si seguissero cosi nobili traccie, accuratamente evitando di ferire i principi della giustizia, né inebriandosi mai di fantastiche illusioni, che terminerebbero in pianto.»

Le seguenti parole testuali del rapporto al suo Re provano che, fin dal 1835, il Della Margherita fu pur troppo profeta:

Il faut éviter detomber dans les pièges des révolutionnaires, qui voudraient arborer la Croix de Savoie, mais la parer avec les couleurs du Carbonarisme... C'est une opinion généralement partagée, que la Maison de Savoie n'aurait qu'à céder à certaines prétentions de réforme pour étendre avec facilité les limites de sa domination; mais suivre cette ligne, ce serait ne pas sortir de l'ornière des politiques modernes, qui ont substitué d la vraie science des affaires une routine de déceptions et de calculs présomptueux qui manquent presque toujours leur but. H y a une autre ligne plus noble et plus sûre, et c'est d'aller au mêmerésultat, sans froisser les principes de la justice, en se mettant au dessus des idées banales qui maîtrisent ce siècle, et périront avec lui» (251).

Queste frasi contenevano,bensì un’adesione del conte Della Margherita ai desideri di Carlo Alberto; ma respingevano ogni partecipazione agli intrighi e alle congiure dei rivoluzionari, ed ogni atto che ripugnasse a quel sentimento di giustizia, che di per sé più onora una Corte, che tutti i vantaggi che arrecherebbe il rigettarlo. Il franco rapporto del fedele Ministro piacque allora a Carlo Alberto, e in quel giorno aderì ampiamente al suo sistema. — Ai 7 di Febbraio era stato incaricato di reggere provvisoriamente il Ministero degli Affari esteri; ai 21 di Marzo il Re lo elevava alla dignità di primo Segretario di Stato.

Della Margherita dice qui candidamente le sue impressioni circa l’alto incarico che gli veniva affidato. Citiamo le sue parole; sono una grande lezione per altri diplomatici dei nostri tempi: Me lo annunziò egli medesimo, il Re, ordinandomi di pensare alla scelta di un inviato presso l’imperialCorte (di Vienna), volendomi ritenere al posto che provvisoriamente occupava. Nulla risposi, e stetti sopra pensiero. Il Re se ne mostrò sorpreso, quasi non fossi contento e non preferissi la direzione degli Affari esteri alla Legazione di Vienna. Risposi: — «Non sia mai che io assuma la responsabilità della scelta, né che abbia un giorno a rimproverarmela; andrò a Vienna o mi rimarrò, secondo più è in grado a Vostra Maestà.» — «Etbien je vous garde auprés de moi»rispose il Re. — Non rimasi né lieto né triste: mi soddisfaceva il compartitomi grado e il trovarmi, nella etàdi 42 anni, al colmo di mia carriera; ma, la Dio mercé, non me ne sentii invanito; aveva già osservato alle corti di Napoli e di Madrid quanto sia sdrucciolevole la via che battevano i Ministri, quanti siano i dispiaceri, i disinganni, le difficoltà che li accompagnano, e maggiori, quando si vuol far ciò che è giusto, senza badare né a destra, né a sinistra.» — Quale differenza fra un della Margherita e un Cavour!

Il conte Solaro Della Margherita aveva tra i suoi colleghi nel Ministero, alcuni uomini sommamente probi, capaci, religiosi e lealmente devoti alla Monarchia: erano il conte Barbaroux ministro di Grazia e Giustizia, uomo dotto senza superbia, onesto senza millanteria; ma di carattere piuttosto debole, timido assai e circospetto, non poteva essergli di nessun appoggio presso il Sovrano, non osando mai uscire dalle sue attribuzioni. Il conte della Scarena, Segretario di Stato per gli affari dell'Interno, era uomo egregio, non meno per i suoi lumi in fatto di amministrazione, quanto per la sua virtù, pel suo attaccamento alla religione, per la sua fede ai principi monarchici, per la sua lealtà verso Casa Savoia. Avevano però costoro un triste compagno, il cavaliere di Villamarina, primo Segretario di Guerra. Scaltro, capace, intelligente, professava egli principi politici più larghi dei suoi colleghi; nella prattica poi era più assoluto di loro; aveva opinioni politiche diverse dalle loro, e li aveva tutti in uggia egualmente. Non andò guari, e Della Margherita si chiari come egli e il suo collega non battevano la stessa via; e l’opposizione tra loro andò sempre crescendo: il Villamarina fu l’ombra della setta e il mal genio del re Carlo Alberto. Disgraziatamente, al conte di Pralormo al Ministero delle Finanze fu sorrogato il conte Gallina, uomo esperto, ma che aveva fama di essersi pronunciato, giovane ancora, negli avvenimenti del 1821, in modo che mai potè stabilirsi omogeneità di pensiero tra lui e il cattolico primo Ministro. Per colmo di sventura, il conte Della Scarena pei suoi principi fieramente antil-iberali, già vacillava in Corte. Era egli detestato dai liberali moderati, i quali erano allora i soli che osavano mostrarsi, mentre i più avanzati erano costretti a prenderne il colore, per non urtar troppo l’opinione che pareva dominante in Corte. Professando apertamente principi religiosi e monarchici, Della Scarena volgeva tutte le sue mire a dar forza a quei principi, e la sua amministrazione era avversata da quanti, palesemente o occultamente, non comportavano presso al Re un tale Ministro. Sapeva egli quanto fossero innanzi nella grazia del Re i fratelli Saluzzo, che avvicinavano di continuo il Sovrano, specialmente il cav. Cesare, Governatore dei principi figli di Carlo Alberto: Della Scarena non li stimava e tentava di toglier loro il favore di cui godevano. Fu grave colpa che, insieme con la sua intimità coll'Ambasciatore austriaco, antipatico a Carlo Alberto, e la sua fiducia posta nel conte Tiberio Pacca, già Governatore di Roma sotto Pio VII, cui aveva affidato la polizia, gli valse la disgrazia del Re. Della Margherita tentò di salvarlo; «ma era indarno, poiché il cav. di Villamarina inaspriva contro il conte Della Scarena l’animo già esacerbato del Re, e non faceva meno (nota bene) il conte Truchsses, Ministro di Prussia, che aveva ingresso presso Sua Maestà. Questi dava consigli da buon protestante avverso ad un Ministro eccellente cattolico, e che aveva inoltre il torto di mostrar più amicizia al Ministro d’Austria che a lui, motivo di altissima gelosia. I cortigiani erano pure in gran parte contrari al conte Della Scarena, né è maraviglia; mentre la rigida virtù non si confà con la pretensione di molti fra quelli che frequentavano le reali anticamere.» — Quante rivelazioni ci fanno queste poche parole di Della Margherita! le gelosie tra Prussia e Austria, i maneggi tra la Corte di Prussia e la Corte sarda, le mire prussiane verso l’Italia. Gli Ufficiali prussiani mandati in quel tempo a riorganizzare gli eserciti italiani, che dovevano nel 1848 marciare contro l’Austria, e il fatto dell’acquisto, voluto ad ogni costo, del Palazzo Caffarelli, sul Campidoglio, per la Legazione di Prussia presso la S. Sede, erano sintomi da non isfuggire ad alcuno, che vedesse e pensasse.

Quanto al Della Margherita i realisti non avevano alcun motivo di diffidarne, e i liberali poco il conoscevano, avendo fatto fino allora la sua carriera all’estero: sorse presto però occasione di conoscerlo in due importanti questioni allora pendenti, l’una religiosa, politica l’altra.

«Si elaborava allora, seguitiamo a citare il Memorandum, con somma cura ed impegno n codice civile: cosi chiedevano i tempi. Non parevano più adattati ai bisogni e alle idee della civiltà moderna le antiche costituzioni e il diritto romano; ma se, come — ogni cosa mortai passa e non dura, — dovevano condannarsi all'oblio come anticaglie le patrie leggi, frutto dei lumi e della sapienza dei maggiori, io non ho mai compreso la necessità di renderci servilmente seguaci di quanto si era fatto in Francia nel bollore dei più fieri sconvolgimenti politici, quando a distruggere si pensava, non a edificare. Poteasi pure anziché produrre con tanta fatica una copia del codice Napoleone, con maggior gloria del Re che vi poneva il nome, e dei Giureconsulti nostri, cui non mancava la dottrina a tal uopo, far lavoro più egregio, non affogare il germe delle istituzioni monarchiche, onde doveva essere informato nella quintessenza dello spirito liberale che favorisce le rivoluzioni. In ogni etàleggi nuove furono promulgate a correggere i difetti dello vecchie; ma altro è togliere i difetti, introdurre miglioramenti, ed altro respingere tutti in un fascio i dettami dei padri. L’imperatore Giustiniano commise a Triboniano di riunire le leggi degli antichi, a cominciare da quelle delle dodici tavole; non gli disse di scancellarle: l’opera immortale, venerata da tutti i savii, ebbe la sanzione di tredici secoli. Meditando l’età nostra la rovina dell’edifizio sociale, quell’opera proscriveva, tuttoché in essa fosso pur costretta attingere i principi di giustizia e di diritto. La moderna sapienza, il cavillo di tutti i filosofanti, può quelli alterare, o lo fece; inventarne dei nuovi non è impresa di mente umana.

«Non è mio intento esaminare il Codice Albertino: dirò solo ad onore del Re, che fu sua precisa volontà che il primo articolo dichiarasse la Religione cattolica esser la religione dello Stato; fu sua volontà che il Matrimonio traesse la validità dalle norme prescritte dalla Chiesa. L’idea di considerarlo come contratto civile e separarlo dal Sagramento, se vi fu chi l’ebbe, non osò sostenerla. La discussione cadde sugli atti dello Stato civile per sottrarli alla dipendenza della Chiesa; ciò ripugnando all’animo religioso del Re, fu forza rivolgersi alla Santa Sede per conciliare le intenzioni del Principe colle massime che prevalevano. Già erano intavolate pratiche quando assunsi l’officio: molta era la discrepanza nella materia tra Roma e Torino; non piacevano colà le nostre proposizioni, qui si rigettavano quelle della Santa Sede.

«Il Re era di continuo eccitato a non cedere: essere lo Stato civile essenzialmente di giurisdizione temporale; la Chiesa, ponendosene in possesso, non avere col fatto annullati i diritti dell’autorità Regia; esser disdicevole che noi rimanessimo ormai soli in una dipendenza dalla quale eransi sciolti gli altri Stati, anche Cattolici.

«Il Re in tali argomenti non poteva essere istrutto, pur rimaneva fermo ed ascoltava chi gli teneva diverso discorso. Io gli rappresentai che la Chiesa era stata la prima a porre rimedio al disordine che recava nelle famiglie e negli Stati la mancanza di registri negli atti di nascita, di matrimonio e di morte, né era giusto toglierle tale ingerenza, quantunque il potere civile avesse diritto di non essere estraneo ad un oggetto cosi essenziale; ogni ragione volere che la giurisdizione della Chiesa rimanesse intatta con quelle cautele che al potere civile convenivano, e perciò dovessero insistere a Roma onde queste fossero ammesse, non mai passar oltre senza l’adesione della Santa Sede. Spiegai tutte le mie osservazioni in uno scritto perché il Re potesse meditarle, e così conchiudeva:

«Lorsqu' un Roi suit la doctrine de la Cour de Rome, on dit pommera qu il n’ose pas en secouer le joug, et qu il se soumet de sa jurisdiction, mais le Souverain qui la repousse dans les matières qui touchent essentiellement à la Religion n’est il peut-être pas subjugué par la crainte des clameurs du moderne philosophisme, qu’ il n’ose point braver et n’y a-t-il pas plus de courage à mépriser ces clameurs et suivre les principes de vérité et de justice, qui sont immuables, que de les sacrifier aux exigences d’un vain orgueil? Je suis bien loin de penser, que le Souverain Pontife ait la moindre autorité à exercer dans les Etats de V. M. sur ce qui ne tient pas exclusivement à la religion, mais trop absurde est la jalousie et la méfiance envers le Saint Siège dans ce siècle où le Papepeut à peine soutenir son autorité temporelle, et prétendre qu’ un Prince indépendant s’abaisse en reconnaissant en lui toute l’autorité spirituelle du Chef visible de l’Église, est autant que si Von prétendait qu’ il s’abaisse en suivant les lois de la morale et de la justice, parce-qu’ il peut par le fait se placer au dessus d’elles.» (252).

Abbiamo recato testualmente questo brano del Memorandum del conte Della Margherita, vuoi perché racchiude, una grave lezione per gli statisti dei nostri tempi, vuoi perché precisa lo spirito che informava Carlo Alberto e il suo governo verso la Chiesa in quel tempo, in cui le relazioni colla Santa Sede erano per entrare in una nuova fase che doveva riuscire cosi perniciosa non pure al Piemonte, ma all’Italia e al mondo.

Carlo Alberto diè campo al conte Della Margherita di condurre a buon termine il negozio; ma avvedutisi alcuni magistrati di parere contrario, e quanti alle loro massime aderivano, della via che seguiva e dei principi che professava, fu tosto considerato come tralignante dalle famose dottrine per cui celebravano i nomi del marchese d’Ormea, del conte Bogino, del marchese di Rivera, e di quanti valentuomini di Stato lo avevano preceduto. Un distinto magistrato lo esortò fortemente a sostenere la dottrina patria, a trattar con Roma con fermezza per farla cedere alle pretese del governo, e gli ripeteva all’orecchio i due monosillabi aut, aut; doversi dir chiaro al Ministro del Papa (per non dire al, Papa): — 0 ciò che vogliamo consentite, o ciò che vogliamo faremo. — Della Margherita non si lasciò muovere da tali eccitamenti, sebbene prevedesse che non glie la perdonerebbero mai. Lo stato civile fu regolato d’accordo colla Santa Sede; «ma il Ministro che aveva consigliato il Re, che non aveva resistito alla Corte dì Roma, che non aveva almeno esacerbata la questione rendendola interminabile, non meritava più l’affetto, né i plausi; deviava dalle tradizioni del foro, dallo massime dello Stato, era più ligio a Roma che al Re» (253). Era dunque condannato fin d’allora all’ostracismo, se le antipatie del governo austriaco verso il Della Margherita, e il richiamo a Vienna del conte Enrico di Bombelles, diplomatico dotato di ogni più eletta virtù, perfetto Cavaliere ed uomo di Stato, che venne preposto all’educazione del futuro imperatore Francesco Giuseppe non l’avesse consolidato nel suo seggio ministeriale come quello che, antipatico all’Austria, era simpatico a Carlo Alberto.

Carlo Alberto infatti, informato d’ogni cosa, nell’attitudine del suo Ministro (che voleva l'amicizia, ma non la dipendenza dall’Austria, come da qualsivoglia altra Potenza) vide uno svincolamento da quella, e ne fu pago. Il conte di Bombelles, ad onta del suo spirito cavalleresco e retto, n’ebbe rammarico, e i suoi rapporti a Vienna ispirarono al principe Metternich, a riguardo del conte Della Margherita, quella diffidenza che al Ministro imperiale avevano saputo far concepire i liberaleschi intrighi di corte, né era più possibile svellerla dal suo cuore. In queste, il Conte di Bombelles tornò a Vienna. E qui giova citare di bel nuovo il Memorandum: — «Io, scrive Della Margherita, seguiva questo sistema (d’indipendenza verso tutte le Potenze) semplice assai, prescritto da considerazioni che nessuno vorrà disapprovare, sistema, che nulla aveva di comune colle idee di coloro i quali volevano togliere all’Austria le sue provincie. Io non divideva tali idee perché ingiuste, perché insanamente presuntuose, e pensava che noi dovevamo mantenerci verso di essa come verso delle altre Potenze: non sottometterci a Lei per le cose interne né per la politica all’estero. In questo era d’accordo col Re; ma non lusingava mai le idee di conquista che altri rappresentava come possibili, e che io, anche dalle considerazioni di giustizia in fuori, giudicava assurde. Il mio sistema non era che in parte conforme a quello del Re; poiché poneva un limito da non oltrepassarsi mai, e da non dar campo alle sognate imprese; ma siccome, quand’anche avessimo col tempo avuta la. forza di dar mano ai magnifici progetti serbati in petto, doveva pur cominciarsi da quello, il Re se ne mostrava pago, aspettando circostanze opportune per progredire, e scegliere allora un Ministro di men severi principidell’interpretarela ragione di Stato.»

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CARLO ALBERTO E LA RIVOLUZIONE DI SPAGNA E DI PORTOGALLO

Intanto altri fatti venivano a complicare le cose eli Europa e a caratterizzare meglio lo spirito di re Carlo Alberto, e del suo Ministro. L’infelice Monarca era legittimista in cuore; ma, spronato da una fatale ambizione, usufruttata dalle società segrete, sconosceva in Italia quel che riconosceva altrove. Principe reale, aveva combattuto in Ispagna la rivoluzione sotto le bandiere dèi Duca di Angoulème; Re sul trono, parteggiava per D. Carlo: e Della Margherita era con lui. I principi del conte Della Margherita erano ormai noti ai suoi nemici, si come ai suoi amici. «Io, scrive egli, gli aveva professati a Madrid, dal 1825 fino al 1834… Pendeva la gran contesa della successione al trono di Ferdinando VII; la Spagna era desolata dalla guerra civile, si spargeva il sangue, s’incendiavano le città, si devastavano le terre. La regina Isabella era riconosciuta dalla Francia, dal Portogallo, (non dal legittimo Re D. Michele, ma da chi avevalo sbalzalo dal trono), dalla Gran Brettagna. Don Carlo, che le contendeva la. corona, fondato sulla legge Salica, introdotta da Filippo Icol solenne trattato di Utrecht, non era riconosciuto qual Re da alcuna Corte. Isabella godeva le simpatie di tutti i liberali, perché abborrivano in D. Carlo un principe che non darebbe Costituzione mai, e sarebbe ligio alla Chiesa: e i liberali non furono inoperosi. Dalla Francia, dall’Inghilterra, dall'Italia correvano nelle Spagne a sostener la gran causa. Quanti erano in Europa devoti al principio religioso e monarchico, rappresentato dal pretendente, formavano di gran cuore voti per lui, non altro che voti; a Vienna, a Berlino, a Pietroburgo, a Napoli, si desiderava che vincesse; ma porlo in grado di vincere, non si volle mai. (La frammassoneria lavorava in tutti i gabinetti europei).

«A me non pareva dubbio il diritto di succedere in D. Carlo, che già ne era in possesso, quando Ferdinando VII, per toglierglielo, richiamò in vigore la prammatica di Carlo III. Ma in Madrid io non era Spagnuolo. Ministro del Re di Sardegna, vedeva i diritti alla successione al trono di Casa Savoia stabiliti dal trattato d’Utrecht, confermati in molti posteriori, per tale innovazione quasi estinti rimanere o illusori; né poteva senza tradire il dover mio non sostenere quei di D. Carlo: n’ebbi l'odio dei partigiani d’Isabella, che dal nome della Regina sua madre, appellavansi Cristini.»—Era pertanto l’illustre Conte non meno inviso alla Corte di Madrid che ai gabinetti di Londra e di Parigi; ma aveva l’approvazione del suo Re, e le istruzioni del nobile conte Della Torre, lo rinfrancavano. Quando il cavaliere Danduaga, inviato di Spagna a Torino, chiese il richiamo di Della Margherita, il Conte Della Torre rispose che la corte di Madrid doveva apprezzare che la Sardegna non avesse, come quella di Napoli, formalmente protestato contro il cambiamento nella legge di successione a danno di D. Carlo, e che si contentasse di mantenerlo Ministro a Madrid come una tacita protesta intorno a quanto era accaduto.

Carlo Alberto era già deciso in favore di D. Carlo, prima che il conte Della Margherita entrasse nel Ministero; il conte Della Torre aveva già fatto in pro di lui quanto la prudenza permetteva, a fronte della Francia e dell’Inghilterra, a fronte del sistema di aspettativa, adottato dalle altre Corti, che le ha date poi tutte in braccio alla trionfante rivoluzione.

«Tali antecedenti, segue il Memorandum, non mi permettevano di esitare a mostrarmi, assunto al Ministero, per quel caldo partigiano che io era della causa carlista, e sollevai contro di me l’antipatia dei rivoluzionari e dei dottrinari. Presso questi non era meno che presso quelli avverato che nulla vi era a sperare pel progresso delle idee nuove da un ministro, che non era avverso alla Santa Sede, e che preferiva la causa di un Re assoluto a quella di una Regina costituzionale.»

Quindi il celebre Ministro si fa a narrare l’arrivo della principessa di Beira coi due Infanti figli di D. Carlo, ricevuti con ogni onore da Re Carlo Alberto. Si nutrivano allora le più belle speranze per la causa carlista, sostenuta dal senno e dal valore del prode Zumalacarreguy; ma scemò la fiducia nel trionfo della medesima per la morte di lui avvenuta nel Giugno del 1835.

«Fin d’allora, osserva il Della Margherita, poteva scorgersi il decreto della Provvidenza, che nella nostra età, o non permette che vi siano uomini atti a grandi cose, o, se esistono, li toglie. Bene a ragione questa osservazione faceva alle Cortes di Madrid U 30 Gennaio 1850 l’egregio sig. Donoso Cortes, Marchese di Valdegamas: Donde un solo hombre bastaría para salvar la sociedad, este hombre, o non existe, o se existe, Dios disuelve par el un veneno en los aires. Por el contrario, quando un solo hombre puede perder la sociedad, este hombre se presenta, este hombre es llevado en las palmas de las gentes, este hombre encuentra llanos todos los caminos» (254).

«Non ¿stemperò Iddio il veleno nell’aria per togliere a D. Carlo il suo invitto campione; ma permise che una delle palle, di cui l’Inghilterra aveva coi soldati di Evans fatto dono alla Spagna (o piuttosto ai Cristini) ferisse l’eroe in un momento decisivo.»

Una breve vertenza col Portogallo veniva intanto a chiarire meglio i sentimenti legittimamente monarchici di Carlo Alberto edel suo Ministro. Narriamolo colle sue parole.

«Abitava in Genova un diplomatico portoghese, che più non era riconosciuto nella sua qualità; professava principi liberali esaltati, era collegato con tutti gli individui meno devoti al trono, pur si tollerava per non essere persona di grande affare. Giunta in Piemonte la principessa di Beira, egli mosse da Genova a Torino col progetto manifestato d’indagarne i passi, di osservar quali prattiche con essa si tenevano, e tutto riferire a Lisbona ed a Madrid in servizio della causa liberale, che era tute una nella Spagna e nel Portogallo (255). Questa sua insolenza, aggiunta alla nessuna soddisfazione che procurava la di lui permanenza tra noi, irritò il Re, che mi diede l’ordine di farlo partire da Torino, e poi dopo anche da Genova, ove la polizia era malcontenta dei fatti suoi. L’ordine fu puntualmente eseguito, ciò che produsse una rottura tra il governo sardo e quello di Portogallo, di guisa che per esser pronto ad ogni evento, Re Carlo Alberto ordinò l’armamento di alcune navi da guerra; ma si mise di mezzo il gabinetto Inglese, che trovò modo di finire la questione, salva la dignità dei due governi.»

Il conte Della Margherita disse tutt'una la causa di D. Carlo e quella di D. Michele I. di Portogallo, e disse cosa giusta e vera degna di quell’eminente e cattolico Ministro che era. Ma pochi sono quelli che conoscono cotesto luttuoso episodio della rivoluzione anticristiana, che da oltre un secolo combatte contro la Chiesa di Gesù Cristo; e poi le successive rivoluzioni e ¿li Francia e di Spagna e di Germania e di Austria e d’Italia ci hanno involto in un turbine cosi desolante ¿Li agitazione e di confusione, che è gran mercé se dall’università degli uomini detti civili si conserva ancora il filo e il nesso della storia contemporanea. L’odio poi veramente diabolico contro l’augusta persona del re D. Michele I, di aborrita memoria pei settari, come di venerata memoria per chi lo avvicinò intimamente nei suoi lunghi anni di esilio e di patimenti, ha così fattamente falsato il criterio del vero circa quell’infelicissimo e pur eroico monarca, che sentiamo il bisogno e il dovere di riandare qui, almeno per sommi capi, la dolorosa sua istoria, per amore d’imparzialità, valendoci principalmente del Moroni.

Di fronte alla invasione francese al principio di questo secolo Giovanni VI, Re di Portogallo, onde risparmiare la vita e le sostanze dei suoi sudditi che sarebbero state compromesse con una disugualissima lotta, mentre tutta Europa si trovava sotto la potenza del moderno flagello di Dio, Napoleone I, erasi rifuggito, ai 29 novembre del 1807, colla reale famiglia nei domini transatlantici del Brasile, stabilendo la sua residenza in Rio Janeiro. Intanto il gran colosso dai piedi d’argilla cadeva nel 1814, e il Portogallo, siccome tanti altri stati d’Europa, ritornavano sotto Io scettro del legittimo sovrano. Non però Giovanni VI e la reale famiglia ritornarono allora in Europa. I frammasoni col solito pretesto della Costituzione agitavano la Spagna ed il Portogallo, e il timido D. Giovanni VI, sconsigliatamente prolungava il suo soggiorno oltremare, dove intanto coloro cospiravano preparando la separazione del Brasile dal Portogallo, condannato ormai a sparire come grande Potenza cattolica.

Frattanto il 24 d’agosto 1820 scoppiava ad Oporto una rivoluzione avente per iscopo di regalare al Portogallo un governo costituzionale più liberale ancora di quello già proclamato in Ispagna. L’assenza del Re legittimo e del centro del governo, e più l’azione incessante delle Società segrete fecero si che quel fuoco s’appigliasse alle altre provincie settentrionali del Portogallo, finché ai 15 di settembre l’istessa Lisbona vedeva istallarsi un governo provvisorio e convocarsi un congresso nazionale. Il re Giovanni VI, saputo di queste novità cosi da lunge, e rappresentate con quei colori che sanno maneggiare i moderni agitatori, temette ogni peggior cosa, accettò le basi della Costituzione, e, lasciato Reggente al Brasile il figlio D. Pietro, imbarcossi per l’Europa, e ai 3 di Luglio del 1821 approdò colla famiglia reale a Lisbona, in mezzo alle acclamazioni di quel popolo sommamente monarchico.

Partito il Re, la rivoluzione compieva l'opera sua. Trascorso appena un anno, e nell’Agosto del 1822 il Brasile proclamava la sua indipendenza dal Portogallo. Si costituiva in Impero costituzionale, e l’infante D. Pietro ne diveniva primo imperatore col nome di Pietro I. Né segui scellerata guerra tra padre e figlio, il quale scrisse allora la famosa lettera al re Giovanni VI da noi riportata. Finalmente nel 1825, per opera dell’Inghilterra,laguerra cessò, riconoscendo il Re di Portogallo il nuovo impero, che subito tolse al Brasile l'unità religiosa proclamando la libertà di ogni culto.

Frattanto in Portogallo nel 1823 Giovanni VI richiamava in vigore le antiche leggi del regno, essendosi gli ordini costituiti, il Clero, le Corti di giustizia e gli altri dichiarati contro la Costituzione. I rivoluzionari ricorsero alla insurrezione; ma v'ebbero la peggio. Nella notte del 2!) maggio 1823 l’infante D. Michele, altro figlio del re Giovanni VI, usci repentinamente da Lisbona per Villafranca alla testa del solo 23° reggimento di linea col suo colonnello Giuseppe di Souza San Pavo, poscia Visconte di S. Marta, e con eroico coraggio assali e represse i faziosi, e la reazione si fe’ generale in tutto il Regno. Terminò cosi il governo intruso nella stessa Lisbona, e il re Giovanni VI si vide restituito nel legittimo esercizio dei suoi diritti, confermato dalla seguita soppressione della Costituzione nelle vicine Spagne. — «Così, nota opportunatamcnte il Moroni, così, senza intervento straniero, per la nobile impresa di D. Michele, la Monarchia fu salva, e Giovanni VI restituito alla pienezza de' suoi sovrani diritti; il perché lo Potenze d’Europa per mezzo dei loro rappresentanti manifestarono all'Infante la loro ammirazione per un fatto che aveva salvato la religione, la monarchia portoghese e consolidato il principio monarchico in tutta la penisola. Il Re, pieno di fiducia nel figlio D. Michele, lo fece comandante in capo del suo esercito, coll’espresso incarico di difenderlo dai suoi nemici. La nazione fece a gara per dimostrare all’Infante benemerito la sua riconoscenza e amore per avere salvata la patria dal naufragio della rivoluzione. Ma la fazione democratica giurò vendetta contro D. Michele.»

Si sussurrò all'orecchio del Re suo padre aver egli abbattuto la rivoluzione a solo suo profitto, seguendo ambiziosi disegni. La recente ribellione del figlio D. Pietro poteva accreditare un si ingiurioso sospetto, e D. Michele per confermare la purezza di sue intenzioni e il suo inalterabile ossequio verso il Re chiese ed ottenne di lasciare il Portogallo e di passare alla corte di Vienna.

Poco stante, Giovanni VI, afflitto per lo smembramento del Brasile dalla corona dei suoi antenati e dalle angustie provate per tanti politici rivolgimenti, seguiti da tanto lagrimevoli discordie, ai 10 di Marzo del 1826 mori, lasciando l’infanta D. Isabella Maria, sorella maggiore di D. Michele, reggente del Regno. I settari, che nulla maggiormente temevano quanto l’avvenimento al trono di D. Michele spargevano il dubbio e la incertezza circa la successione al trono, incertezza accresciuta dalla permanenza dell’Infante alla corte di Vienna, al quale si aveva avuto cura di occultare, oltre il dovere, la morte dell’augusto genitore.

In mezzo a queste cose l’Imperatore del Brasile, malgrado delle sue solenni dichiarazioni, malgrado del suo essere sovrano d’uno Stato che non aveva più connessione alcuna col Portogallo, malgrado di essersi naturalizzato Brasiliano insieme coi suoi figli, malgrado di aver dichiarato nella riferita lettera al Re suo padre: — Le ho già detto che nulla voglio dal Portogallo, — ad onta delle leggi di questo regno, le quali esiggono che i suoi Re non appartengano a nazione straniera, e che la loro residenza sia in Portogallo, ad onta di tutto ciò, ai 26 d’Aprile dello stesso anno 1826, prese il titolo di Pietro IV Re di Portogallo e degli Algarvi, e ai 29 pubblicò una Carta costituzionale senza il consentimento delle Cortes, e contro le dichiarazioni del Re Giovanni VI che richiamava in vigore le antiche leggi del regno. Colla detta Carta l’Imperatore del Brasile stabilì, al solito, che il Re è inviolabile e non responsabile, che vi sono due Camere, l’una di Pari, di Deputati l’altra; le leggi fatte dalle due Camere dovere ottenere il consenso del Re, al quale spetta di far la guerra e la pace, di concludere trattati, scegliere ufficiali, e perché non mancasse la obbligata sacrilega immissione nelle cose della Chiesa, si arrogava il diritto di nomina ai Vescovati ed altre dignità e benefizi ecclesiastici etc. etc. Fatto ciò, ai 2 di Maggio il sedicente Pietro IV, abdicò il diritto, che non possedeva, in favore della figlia Donna Maria Da Gloria, principessa Brasiliana del Gran Parà.

«Per tutto ciò, scrive il citato Moroni, la nazione, fedele alle sue istituzioni e all’indipendenza della Monarchia portoghese, acclamò Re D. Michele I, ed in suo nome nel luglio del 1827 stabili la reggenza, senza che egli (assente) avesse influenza a questi movimenti. Le Potenze europee videro che questo stato di cose in Portogallo minacciava la tranquillità d’Europa, riconobbero la necessità del ritorno di D. Michele, e fecero rimostranze al gabinetto di Rio Janeiro.Allora l’Imperatore del Brasile incompetentementenominò il fratello D. Michele (legittimo Re) luogotenente dei regni portoghesi, il quale ai 19 ottobre 1827, previa riserva speciale dei suoi diritti, vi condiscese, e da Vienna si recò a Lisbona.»

Il Moroni aggiunge che D.Michele prestò giuramento nella sua nuova qualifica di Luogotenente, e che l’Imperatore del Brasile, avendo fidanzato a lui la sua figlia Maria da Gloria, il principe ne sottoscrisse il contratto nuziale ai 29 di Ottobre. Ma la nazione Portoghese indegnata pel modo con cui era stata trattata nei recenti rivolgimenti, e più eccitata dagli attacchi fatti alla sua indipendenza, ai suoi costumi e alle sue leggi fondamentali, proruppe in tutto il reame acclamando Re D.Michele I. I tribunali, il clero, la nobiltà e tutte le Camere del regno non solo acclamarono D. Michele I, «ma nelle loro rappresentanze (sono parole del Moroni) lo supplicarono che convocasse i tre Stati del regno e cingesse le corona, che per diritto ereditario e per le leggi fondamentali gli apparteneva, per salvezza della stessa corona e dello Stato. Riusciti infruttuosi tutti i mezzi che usò il Principe per dimostrare che non ambiva il trono e per evitare la discordia, dovendo pur seguire mezzi legali prescritti dal diritto pubblico del Regno, congregò in Lisbona i tre Stati, acciò provvedessero alla successione della corona. Nel giorno dell’apertura delle Cortes, D. Michele si presentò senza le insegne reali, ed agli 11 di luglio 1828 gli Stati pronunziarono solennemente, che la corona apparteneva di diritto, per le leggi fondamentali della Monarchia, a D. Michele I di Braganza, ad onta di tutti gli impedimenti che vi frappose il contrario partito; anzi a lui devoluta fino dalla morte del reale genitore, dichiarando ancora nulli gli atti che si erano praticati contro il diritto politico del regno; D. Michele I e la nazione sciolti da qualunque giuramento e da ogni transazione in cui avevano preso parte. Così le Cortes usarono di quel diritto esercitato in tanti simili casi, e nel 1041 per chiamare al trono la real casa di Braganza cui apparteneva di diritto, escludendo la dinastia spagnuola che allora era in possessi» del reame. Don Michele I accettò la dignità reale e prestò giuramento, come a lui lo prestò la nazione, a mezzo dei suoi rappresentanti. I domini oltremarini d’Asia e d’Africa fecero eco alle Cortes portoghesi; quindi il Re abolì la Costituzione illegalmente promulgata dal fratello. Intanto la fazione che era stata discacciata dalla fedeltà de' Portoghesi, incominciò subito nei paesi stranieri, dove vagava, ad impiegare tutti i mezzi, massime della stampa periodica, onde affascinare le menti contro il Re ed in favore dell'Imperatore fratello. L’Inghilterra e la Francia si dichiararono per Maria II, contro D. Michele I e richiamarono i loro ministri.»

Papa Gregorio XVI, malgrado degli sforzi fatti dagli agenti della rivoluzione, riconobbe il re D. Michele I, e ai 24 Febbraio 1832 diede l’istituzione canonica ai Vescovi nominati da lui. Intanto l’Imperatore del Brasile, ai 17 Aprile del 1831 aveva abdicato l’impero in favore di D. Pietro II, suo figlio, e, preso il titolo di Duca di Braganza, si portò in Europa per ricuperare il Portogallo a sua figlia Duchessa Brasiliana del Gran Parà; scrisse poi al Papa protestando che, come avesse ricuperato il regno avrebbe trattato i nuovi Vescovi quali ribelli. Nel medesimo tempo D. Pietro di Braganza ragunò nell’isola di Terceira tutti i liberali suoi devoti, preparando coll'aiuto dell'Inghilterra una spedizione contro il fratello. Questi spedi contro l’isola la squadra portoghese; ma, appiccato il combattimento agli 11 di Agosto 1829, ne andò colla peggio. Avendo poi D. Pietro formato nel 1832 in detta isola una flottiglia, con un corpo d’esercito per lo sbarco, con esso discese ad Oporto e cominciò una guerra fratricida, nella quale il re D. Michele I, sopraffatto principalmente dal Governo Inglese, che occultamente col denaro e colle mene della frammassoneria, e apertamente colle armi sosteneva la causa di D. Pietro, dovette soccombere.

Il duca di Braganza, tosto che si fu impadronito di Lisbona, ordinò al Card. Giustiniani, pronunziò pontificio, che partisse nello spazio di tre giorni, e dichiarò vacanti i Vescovati e gli Arcivescovati conferiti d’accordo colla S. Sede per nomina del fratello. Quindi, nel Marzo del 1834, espulse Mons. Curoli, Incaricato della S. Sede, facendo abbassare lo stemma pontificio che era sul palazzo della nunziatura, soppresse tutti gli Ordini religiosi, abolì il Patriarcato di Lisbona e prescrisse disposizioni per vincolare gli ecclesiastici creduti Michelisti (256).

Papa Gregorio XVI fece togliere, a sua volta, lo stemma di Portogallo dal palazzo in cui era la legazione, non riconosciuta, di D. Maria Da Gloria, e nel Concistoro del 1 Agosto 1834, deplorati i gravi danni arrecati alla Chiesa dalla rivoluzione portoghese, dichiarò nulli i decreti del duca di Braganza, rammentò agli autori di essi le censure ecclesiastiche, e minacciò di far uso dell’autorità conferitagli da Dio, se l’intruso governo non desisteva di attentare alla potestà ed immunità ecclesiastica (257).

Infrattanto il legittimo re D. Michele I col suo piccolo, ma valoroso esercito sosteneva colle armi alla mano i suoi sacri diritti ad onta di tutti gli sforzi dei settari; ma ai 22 d’Aprile, il reggente D. Pietro di Portogallo, la reggente Maria Cristina di Spagna, Luigi Filippo e l’Inghilterra, contrassero a Londra una lega per iscacciare dal Portogallo tanto il re D. Carlo, che vi si era ricoverato, quanto il re D. Michele, che, compromettendo se stesso, lo aveva nobilmente accolto. I Michelisti, sopraffatti da tanti nemici, ai 17 di Maggio del detto anno, dopo di essere stati lungamente vincitori alla battaglia di Asseiceira, soccombettero finalmente, e l'eroico re D. Michele I, costretto ad accettare la capitolazione di Evora Montes, il 26 Maggio s’imbarcò per l’Italia. Giunto a Genova ai 21 di Giugno vi si trattenne fino al 4 di Settembre, quando finalmente si ricoverò in Roma, accompagnato da molti, illustri Portoghesi, accolto con ogni amorevolezza ed onore regio dal Pontefice Gregorio XVI, che continuò ad averlo quale legittimo Re di Portogallo e quale carissimo figlio, fino ai 10 Maggio 1841 in cui riconobbe finalmente la nuova regina D. Maria da Gloria. L’infelice D. Pietro non godette però lungamente del male acquistato trionfo, e mentre l’augusto suo fratello piegava la sua gloriosa bandiera all'ombra del trono pontificio, egli cessava miseramente di vivere ai 24 di Settembre del 1834, — «lasciando, scrive il Card. Pacca, segnata negli annali di quell’infelice regno un’epoca dolorosa e funesta (258)

Ma continuando il nostro studio circa il ro Carlo Alberto, ci fà d’uopo ritornare ancora al Memorandum del Conte Della Margherita.


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CARLO ALBERTO E LA RIVOLUZIONE EUROPEA

Un grave avvenimento, che per i fatti che seguirono fu di somma importanza per l’Italia e per l’Europa, si era compito in ()Inghilterra, verso la metà del 1835: erasi ritirato il nobile Duca di Welington coll’illustre Roberto Peell per dar luogo al ministero di Lord Melbourne, del quale fecero parte Lord John Russel per gli affari interni, e il fatale Lord Palmerston per gli affari esteri. «Si vedrà, dice il Della Margherita, quanta poca simpatia mi abbia il secondo ispirata, malgrado della mia propensione per l’Inghilterra.»

Nel medesimo tempo avveniva il cambiamento del Ministro Austriaco a Torino. Il principe di Metternich che era assai malcontento del conte Della Margherita, ma che non voleva dimostrarlo, aveva scelto per successore al degno conte di Bombelles il conte Brunet ti, amico di circostanza al Della Margherita, quando erano ambidue colleghi alla Corte di Madrid. Era il Brunetti italiano di Massa, ad onta di ciò, come diplomatici, di rado andavano d’accordo. Egli era della scuola dottrinaria, e, prima di essere al servizio dell’Austria, professava principi assai liberali. Ciò non ostante il principe di Metternich lo aveva trovato adatto a rappresentare l’imperiale Corte austriaca, con missione segreta di sbalzare dal Ministero l’amico di Madrid; del che avvertito a caso re Carlo Alberto confermò più che mai saldo nel Ministero il conte Della Margherita (259). — Intanto sempre culminante era la questione spagnuola. —

«La questione Spagnuola, continua l’illustre conte, fu quella che mi occupò principalmente in quest’anno (1836) per la manifesta adesione del Re alla causa di D. Carlo, e per lo sdegno del governo di Madrid che ne era la giusta conseguenza.

«E qui mi convien premettere, che se io seguiva l’impulso dei miei sentimenti e delle mie convinzioni politiche nel fare quanto era in mio potere a pro del Principe, che io teneva qual legittimo successore di Ferdinando VII, non fui però che l’esecutore degli ordini e delle intenzioni del Re. Posso avere il merito di averle secondate, corroborate, servite; ma non però ispirate: il nobil animo di Carlo Alberto le ebbe, le palesò prima che io fossi chiamato a compierle. Seguiva egli i dettami della sua coscienza; giusta era la causa di D. Carlo agli occhi suoi, e suo interesse sostenerla. V’ha di più: ne aveva il diritto. Don Carlo rappresentava il principio monarchico, né il Re vedeva di buon grado stabilita la Costituzione nella Spagna. Don Carlo inoltre chiese la di lui assistenza; accordarla era secondo i più stretti principi del diritto delle genti....

«Da noi non solo si era ricevuta la principessa di Beira, ma si dava asilo a tutti i rifugiati spagnuoli, non si concedeva l’exequatur ai Consoli di quella nazione, si vietava loro d’inalberare lo stemma regio, s’impediva l’esercizio delle loro funzioni; gli agenti di D. Carlo erano bene accolti in Torino; si mandò il Cavaliere Paolo Cerruti al quartiere generale in Discaglia per portare sussidi e trattare degli interessi di D. Carlo. Il governo della Regina non era meno ostile: la nostra bandiera era di mal occhio veduta nei porti della Spagna; più d’un capitano di bastimento soggetto a vessazioni e procedimenti fiscali, i consoli del Re erano tenuti in sospetto; il Cav. Ponti, che risiedeva in Barcellona, fu arrestato, e in una terribile sommossa corse gran rischio di essere trucidato nelle carceri della cittadella. Malgrado di ciò rimaneva in Madrid, come incaricato d’affari del Re, il conte di S. Martino, riconosciuto nella sua qualità. — Vera anomalia mantenere l'apparenza di relazioni internazionali in una condizione cosi acerba di cose!

«Pel governo di Madrid stava in Torino il sig. Quadrado, ma non riconosciuto mai che come privato, e gli accadde più d’una volta venendo al Ministero d'incontrarvi il sig Gabriele Flores, Agente di D. Carlo. Il Re aveva il desiderio di rompere apertamente; ma consiglio di più cautelata politica lo trattenne a fronte dell’attitudine tanto calma delle Potenze del Nord, che pur segretamente parteggiavano per D. Carlo, a fronte delle osservazioni che ci venivano da Londra, e del mal umore che mostrava pel nostro contegno il gabinetto di Luigi Filippo. — Conoscendo tutta la fierezza spagnuola, non ho capito mai come il governo della Regina abbia esitato a dichiararci la guerra. Anzi avendo mandato a Madrid il marchese Alberto Ricci per lagnarsi della prigionia del Console generale di S. M. in Barcellona, se ne ottenne facilmente la liberazione.»

E qui è luogo di alcune considerazioni pel modo in cui si tratta la politica nei nostri tempi. Gli Stati che cercano farsi reciprocamente danno, che s’insidiano, che più si avversano non prendono mai una decisione generosa se non vi sono da tale riunione di circostanze astretti, per cui vien meno la generosità della tarda risoluzione. Si sono vedute a tal proposito cose inaudite nella storia, e fra le altre l’assedio e la presa di Anversa, tolta al Re dei Paesi Bassi dalle annate francesi, mentre la legazione di Luigi Filippo risiedeva all’Aia, e il Ministro olandese continuava a rappresentare l’oltraggiato Sovrano in Parigi!… Tale sistema non è certo un vanto per la nostra epoca; si vuol chiamare moderazione, ed è invece la mancanza di quel sentimento di dignità che tanto altamente si professava nelle Corti, e per cui si posponeva ogni pericolo o danno materiale al serbarlo intatto. In tali casi non si potrà mai dire tout est perdu, fors l'honneur. — Ma ben altri casi simili avremo a vedere. —

Non possiamo qui astenerci dal citare di nuovo a verbo un altro brano importantissimo del memorandum del conte della Margherita, dal quale risulta la sapienzapolitica di lui, a fronte di quel gran luminare della moderna diplomazia e della politica di questi tempi, che fu il famoso principe di Metternich, del quale si pubblicano in questi giorni le Memorie, che ci daranno materia da toglierne più di un lume.

«Io insisteva, scrive il Ministro di Carlo Alberto,per quanto poco potessi sperare di essere inteso, presso le corti segretamente amiche a di D. Carlo, specialmente a Vienna, per la ricognizione di lui come Re. Il principe di Metternich non gradiva questa insistenza, egli non voleva per favorire D. Carlo crearsi delle difficoltà a Londra e a Parigi, e siccome non gli mancava l’arte né la facondia per rappresentare la sua opinione come la migliore, convertì il Conte dell’Alcudia, così zelante pel servizio del suo Re. Lo persuase, che il riconoscimento delle Corti avrebbe maggiormente inasprito il gabinetto brittannico e quello delle Tuilerie, e gli avrebbe eccitati a prender parte più attiva nella guerra civile. — Io sosteneva il contrario; poiché quanto potevano fare quei gabinetti a danno di D. Carlo già facevano: e andrebbero più guardinghi, se egli come Re fosse riconosciuto dalle altre Corti. — Il conte dell’Alcudia, posto in secondo luogo il riconoscimento, mi chiedeva nelle sue reiterate lettere soccorsi pecuniari, come assai più essenziali. — Vinta la guerra, egli mi diceva, è certo che le Corti considereranno D. Carlo qual Re. — Io rispondeva che per vincere la guerra conveniva agir moralmente sullo spirito degli Spagnuoli, i quali, allorquando vedrebbero D. Carlo trattato da Re dagli altri sovrani, avrebbero più fiducia nella riuscita dell’impresa di lui, e le schiere dei valorosi che resistevano alle forze del governo, né sempre senza successo, raddoppierebbero; se D. Carlo s’inoltrasse nell’interno della Spagna, gli aiuti non gli mancherebbero; e conveniva rammentare, che l’oro necessario alla guerra facilmente si trova colle armi di soldati Agguerriti. Mi rammentava, cosi rispondendo al Conte dell’Alcudia, quelle parole di Macchiavclli al Capo X del lib. Ili dei discorsi sopra Tito Livio: — «Né può essere più falsa quell’opinione che dice, che i denari sono il nervo della guerra. L’oro non è sufficiente a trovare i buoni soldati; ma i buoni soldati sono ben sufficienti a trovar l’oro.» (Quando le società segrete, e con esse il tradimento non ci siano di mezzo.)

«Riuscirono vane le mie premure, le fredde considerazioni di una politica di aspettativa non si potevano vincere, e il re Carlo Alberto non poteva mostrarsi più saggio degli altri, né lo sarebbe stato non seguendoli; la sola sua ricognizione sarebbe stata poco utile per D. Carlo, avrebbe messo più in vista l’indifferenza e la disposizione delle altre Corti, e, non corrispondendo l’esito tacila guerra nella Spagna, sarebbe stata cosa poco dignitosa il lasciar credere che malavvedutamente non si fosse dubitato del trionfo; mentre così incerte erano le sorti della guerra.»

L’attitudine franca e decisa, adottata verso la Spagna procurava alla Corte sarda grandi molestie da tutte le Corti, e non fu poca prova di fermezza per parte di Carlo Alberto il resistere a tante osservazioni che giungevano da ogni parie, e che trovarono alcuni fedeli interpreti di paura negli stessi suoi Ministri accreditati presso le estere Potenze. Nei loro dispacci facevano valere mille considerazioni di prudenza onde giustificare l’inazione di quelle, ed implicitamente consigliavano d’imitarle.

«Sebbene il principe di Metternich, continua il Memorandum, fosse pago di vedermi spiegare principi che gli toglievano il sospetto che io non fossi costantemente ligio alla causa monarchica, non cessava di trattenermi, pareva essere geloso che il Re desse prove a favor di Don Carlo più generose di quelle dell’Imperatore. La Prussia aveva somministrato qualche somma per la guerra; ma temeva di essere compromessa. Il Sig. d’Ancillon, allora Ministro degli affari esteri del Re Federico Guglielmo, mi fece chiedere dal Conte Truchsses se avevamo tenuto il segreto su ciò che la sua Corte aveva fatto per D. Carlo, e ci consigliava pure a non dichiararci maggiormente; la Russia non ci fece osservazione mai: se l’Imperatore Nicolò trovò troppo ardimentoso il contegno del Re, non poteva, con quell’alto carattere che lo distingue, disapprovarlo: la Francia e l’Inghilterra erano oltremodo inasprite. Nò qui mancò il coraggio al Re. Egli stesso disse al Signor Foster, Ministro brittannico, e io lo ripetei tanto a lui che all’ambasciatore di Francia, marchese di Rumigny, che effettivamente si erano mandati sussidi al Pretendente, né feci un segreto della Missione del Cav. Cerniti al Quartier generale; anzi dichiarai a quei due diplomatici, che il Re, riconoscendo in sé tutta l’autorità e l’indipendenza che hanno gli altri Stati, di regolare secondo i loro principi ed interessi la propria politica, non copriva di misterioso velo i suoi atti che potevano essere contrari alle loro mire, ma loro non davano mai il diritto di chiederne ragione. Infatti in tutto il tempo che durò la contesa se furono continui i richiami, specialmente dell'Inghilterra, non oltrepassò mai a dichiarazioni che offendessero la nostra indipendenza. Erano quotidiane le discussioni che io doveva sostenere; e mia continua cura fu di stabilire che il Re, padrone ne’ suoi Stati, rispettando i diritti di tutte le potenze con cui era in pace, poteva nelle contingenze politiche di altre nazioni prendere liberamente la parte che più a lui piaceva. — Or io domando, s’era o non era vera attitudine indipendente: coloro che censurano quell’epoca non avrebbero probabilmente il coraggio di seguirne le tracce; né li condanno, poiché sarebbe temerità nelle condizioni in cui si trova lo Stato, prendere risoluzioni per cui vi vuol certezza di essere da più possenti rispettati; ma ben li condanno, perché invece di arrossire, paragonando il presente al passato, questo censurano. Per chi conosce i fondamenti della sana politica, non v’ha dubbio essere maggior gloria mantenere l’indipendenza delle proprie azioni, che cercarla nel dilatare i domini.

«Il gran Federico, Re di Prussia, nell’esame del libro del Principe di Macchiavo]li esprime egual opinione, e conchiude: «Ce n'estpoint la grandeur dupays que le Prince gouverne qui lui donne de la gloire; ce ne sera pas quelques lieues de plus de terrain qui le rendront illustre, sans quoi ceux qui possèdent le plus d’arpens de terre devraient ètre le plus estimès»(260).

Gli sforzi generosi di Re Carlo Alberto e del suo ministro riuscirono pur troppo vani per D. Carlo e per la legittimità nella Spagna: la frammassoneria aveva decretata la sua perdita. L’Inghilterra e la Francia sostenevano apertamente coll’oro e colle armi la causa di Maria Cristina, mentre le potenze cosi dette conservatrici del Nord con Metternich alla testa, pur parteggiando più o meno occultamente pei Carlisti, nulla facevano per sostenerli, e non sostenuti soccombettero.

Intanto, come l’Inghilterra era la testa, cosi la Svizzera era il cuore dell agitazione massonica, e il ricovero e l’ospizio di tutti i settari e profughi dai vari stati d'Europa, o che venivano dall'Inghilterra direttamente per dilatare e fomentare la rivoluzione in ogni luogo, a seconda degli interessi Inglesi ormai unificatisi con quelli della sètta anticattolica e antipapale. Luigi Filippo istesso, dice il Della Margherita, e i suoi Ministri tolleravano di mal animo che cosi vicino alla Francia si mantenesse vivo un centro cosi attivo di rivoluzione, dove erano accarezzati e festeggiati gli uomini del disordine e licenziati a cospirare a loro agio. Il gabinetto di Vienna non lo abborriva meno, e Metternich eccitava la Francia affinché si obbligasse il Direttorio ad espellere dalla Svizzera tutti i nemici dell’ordine; ma a Berna ben conoscevasi quel che covasse in tutti i gabinetti d’Europa; se ne rigettavano adunque altezzosamente le istanze e si eludevano sempre. Metternich pensò allora di ridurre a ragione il governo Svizzero con un cordone di truppe delle Potenze interessate, e vi chiamò pure la Sardegna. La Francia di Luigi Filippo, ad onta dei suoi principi rivoluzionari, pure, trattandosi della propria esistenza, vi aderì; non così la Sardegna. «Noi vedevamo, scrive il Della Margherita, con non miglior occhio dell’Austria i progressi dello spirito rivoluzionario nella Svizzera, donde minacciava, per le mene della propaganda liberale, diffondersi; né avevamo dimenticato la pazza ma colpevole aggressione in Savoia del 1834; però persuasi della poca efficacia di quella misura, non eravamo disposti a contribuirvi e a renderci odiosi a quelli fra i Cantoni Svizzeri che non ci avevano offesi mai, e nei quali avevamo gran numero di amici da coltivare, specialmente nel Vallese. Io eludeva le istanze del Ministro imperiale, osservando che una gran Potenza come l’Austria doveva dar colla forza la legge, e con misure più energiche ridurre al dovere il Governo di Berna, non limitarsi ad un insignificante blocco che, non potendo mai sopra una cosi grande estensione di terreno divenire effettivo, avrebbe indispettito la Svizzera senza domarla.»

Quindi alle insistenze del Conte Brunetti dichiarava verbalmente, che il Governo Sardo prima che vedesse le truppe Francesi da un lato e le Austriache dall’altro, le sue milizie non si avvicinerebbero alla Svizzera. «Tal cosa, nota il Memorandum. non doveva verificarsi; ne eravamo convinti (e ne aveva ben d'onde), ma pel caso di esservi costretti dalle circostanze, le disposizioni eventuali per avanzare qualche battaglione sulla frontiera furono prese.» — L’Austria non si mosse, la Francia, succeduto a Thiers nel Ministero degli Affari esteri il Conte Molet, si lirhitò a dichiarare rotte le relazioni ufficiali col Vorort; ma poche settimane dopo furono ristabilite, appagato il governo francese con una nota benevola! «Verissimo, esclama qui il Della Margherita, è quello che dice il distinto scrittore della storia del Sonderbund, Crótineau loly: — De puis 1830 les canons des puissances n’étaient chargés que à mitraille de protocolles. — Questa mitraglia non solo non atterisce, ma impiegata contro i rivoluzionari ne aumenta l’audacia e le pretensioni» — Il famoso Matteo, Segretario intimo, del Mettermeli, scriveva infatti qualche anno dopo ai radicali Svizzeri: «Quando voi avrete nelle mani le redini del direttorio federale non abbiate nessuna paura delle Potenze e non credete niente al coraggio che queste mostreranno contro di voi sulla carta. Il lavoro sordo e appropriato al genio di questi popoli ed alle circostanze presenti, che le società segrete stanno qui adoperando, porterà un giorno i suoi frutti.»

Lo ricorda il lettore? Rilegga la nostra introduzione (pag. 52.)

Lo spirito d’indipendenza però, professato dal Della Margherita, e molto più dal suo Re, oltrepassò i confini e divenne veramente fatale all’Italia. L’Austria assai ragionevolmente tentò avere con sé il Governo sardo in una interpellanza che muoveva a Londra, sulle mene di rifugiati politici che trovavansi a Malta.

«Era Ministro Lord Palmerston; già si sapeva essere egli il campione di tutti gli spiriti torbidi delle varie parti d’Europa; se in Malta si stabiliva una propaganda a danno degli stati Italiani, non poteva essere che sotto gli auspici di lui; e per conseguenza inutile ogni passo onde egli vi rinunziasse. Ove il Ministro del Re avesse preso parte alle interpellanze del principe di Metternich, non avremmo ottenuto altro risultato che di persuadere il gabinetto Brittannico, che noi prendevamo la parola e le istruzioni da Vienna; tale persuasione era contraria allo stato d’indipendenza da ogni corte, quale io mi studiava di stabilire e di constatare; perciò mi astenni dall’associarmi a tale istanza.» — Ci è per verità difficile di trovarci d’accordo qui coll’eminente Ministro di Stato. Dunque un governo amico di un altro per mostrarsi indipendente da esso, dovrà astenersi dall’unirsi a lui, anche negli atti più ragionevoli, e come in questo incontro, necessari? Il fatto si è, che mentre Della Margherita mostrava cosi la sua indipendenza, si stabiliva tranquillamente a Malta la micidialissima mina, che scoppiò poi con tanto danno di tutti indistintamente gli Stati d’Italia in generale e del Piemonte in particolare, divenendone pel primo la vittima nel farsene il moderatore. Abbiamo infatti, mentre scriviamo, un regno d’Italia malfatto e un regno di Piemonte distrutto!

Intanto, Re Carlo Alberto, teneva saldo nel sostenere come poteva i diritti di D. Carlo in Spagna, a fronte dell'Inghilterra e della Francia, che, non solo, colla influenza e coi consigli, ma colle armi ancora sostenevano i Cristini. Luigi Filippo ne era irritato, ma si astenne da ogni passo, oltre le rimostranze officiose. «Non cosi a Londra, scrive il Della Margherita, ove Lord Palmerston s’infuriava ad ogni opposizione da qualunque parte movesse, al trionfo della sua prediletta causa, quella della rivoluzione.... E causa della rivoluzione era essa agli occhi del principale segretario di Stato brittannico, poiché Lord Palmerston, nella seduta dei Comuni del 29 Aprile di quest'anno, non si astenne dal dichiarare. Essere indispensabile, che ogni nazione abbia la facoltà di cambiare in caso di necessità il Capo del Governo; su questo principio essere stato fondato il governo inglese nel 1688 e in virtù di questo essersi stabilito nel 1830 quello di Francia. Quello infine d’Isabella essere appoggiato al medesimo principio di rivoluzione.»

«Sua signoria, conclude il celebre ministro, non poteva darsi pace che una Potenza di second’ordine, la Sardegna specialmente, antica alleata della Gran Brettagna, non piegasse mai alla sua volontà e alle osservazioni, che di continuo mi faceva giungere per mezzo del signor Forster; e poiché io professava principi diametralmente opposti a quelli di lord Palmerston, sua signoria a me attribuiva il fermo contegno del Re, ch’era pur tutto suo, e divenni per quel Ministro oggetto di antipatia, che palesò negli articoli dei suoi giornali, e persino in una Nota, che comunicò a tutte le Corti, a proposito delle nostre differenze col Governo di Madrid.»

Era questo un momento gloriosissimo per Carlo Alberto e pelsuo Governo: il piccolo Stato a piè delle Alpi era grande allora per la causa della giustizia che difendeva e per la sua fermezza e lealtà, mentre che piccolo e miserabile divenne quando per forza straniera si fece grande colla slealtà e colla prepotenza. Carlo Alberto re di Piemonte resisteva alle maggiori potenze unite, forte solo del suo diritto, mentre che il gran regno d’Italia trema di tutti e di tutto a ogni alito di vento o a ogni stormir di foglia.

La Francia di Luigi Filippo faceva tutto per rappaciare il Governo sardo con quello rivoluzionario di Madrid; ma era cosa impossibile, mentre le sorti della Spagna pendevano per una guerra sostenuta dai Carlisti con tanto valore, e che tutt’altra fine avrebbe avuto da quella che ebbe se le mene delle società segrete unite con Inghilterra e Francia non avessero suscitato la diffidenza e il disordine nel Quartier generale di D. Carlo, e se quindi non si fosse confidato l’esercito e la causa della legittima Monarchia al traditore Murato che vendette il suo Principe, il suo esercito e il suo onore!… «Vidi questo sciagurato a Torino, dice il conte Della Margherita, poco prima che fosse richiamato al Quartiere generale di D. Carlos: aveva già egli in pensiero il nero tradimento? non lo so; so bensì che mi spiacque, e che né il suo sguardo, né i suoi discorsi mi inspiravano quel sentimento che destar doveva a suo favore un campione di sì nobile causa.»

Intanto l’illustre Conte per sostenere D. Carlo era bersaglio allo sdegno di Lord Palmerston, avversato a Parigi, non approvato a Berlino né a Vienna, esposto agl’intrighi dei liberali all’interno. Luigi Filippo poi faceva a gara con l’Inghilterra per dar noia al Governo sardo; e le occasioni non mancavano.

Era stato scelto per succedere al conte Vignet in qualità di Ministro presso la Corte di Napoli il marchese Fabio Pallavicini; «Luigi Filippo, nota il Della Margherita, vide di mal occhio che s’impiegasse nella diplomazia un gentiluomo che aveva preso parte alla spedizione della Duchessa di Berry; ma appena il Re ebbe ragguaglio delle osservazioni della Francia, ordinò al marchese Pallavicini di partire tosto per la sua destinazione.»

Dalla rivoluzione del 1830, che aveva balzato dal trono il ramo primogenito dei Borboni con Carlo X, per sostituirvi Luigi Filippo d’Orleans, la diffidenza fra i due Gabinetti aveva preso il luogo di quella franchezza di rapporti che esisteva, secondo l’antica consuetudine col Re Carlo X. E qui cediamo di nuovo la penna al celebre Ministro. —

«Luigi Filippo, scrive egli, inalberando il vessillo tricolore e accettando la corona dagli eroi delle barricate era agli occhi di Carlo Alberto un usurpatore, ed i principi da lui professati considerava come un pericolo per la quiete de' suoi stati. Avrebbe potuto dissimulare, e Luigi Filippo non lo avrebbe amato né più né meno degli altri Sovrani legittimi, ai quali ben sapeva non ispirare grande simpatia. Carlo Alberto invece, malfrenando sin dal principio del regno gli impeti del suo carattere cavalleresco, aveva dato segretamente mano alla impresa della Duchessa di Berry per rovesciare la dinastia d'Orléans nell'Aprile del 1832. Mancato il tentativo e stretta in carcere la Duchessa, si ebbero traccie in Parigi della cooperazione del Re di Sardegna, e il rancore per tali servigi — Manet alta mente repostum. — Però a Luigi Filippo inviso alle altre corti, e che aveva bisogno della pace, conveniva dissimulare: Vetus causa bellandi profunda lubido imperii. — Il Re dei Francesi non era salito al trono per via di segnalate imprese, ma per l’incerto voto di una plebe rivoltosa cui le armi erano state messe in mano da quella scaltra. fazione, che in Carlo X. combatteva un principio; per consolidarsi, egli aveva bisogno di evitare ogni querela, di soffocare ogni rancore. L’acrimonia dell’Ambasciatore marchese di Rumignyfu il solo sintomo che questo rancore esisteva: non toccava mai il punto essenziale onde sorgevano le ire, ma gli venivano in acconcio le menome circostanze per dimostrarla. Si lagnava che il Re accoglieva in corte legittimisti francesi che non si presentavano all’Ambasceria; che non permetteva ai sudditi di S. M. di fregiarsi della legion d’onore; che i giornali francesi erano proibiti, quei soli eccettuati che erano ostili alla nuova dinastia, e ai cambiamenti succeduti nel 1830. Questi argomenti erano fonti perenni di scaramuccie diplomatiche da me sostenute nelle conferenze col marchese di Rumigny. — Io aveva bel ripetere sul primo gravame, che il Re nel suo palazzo poteva ammettere quei signori di Francia da lui prima conosciuti o che per la loro posizione sociale avevano diritto all’onore di essere accolti, né escluderli solo, perché le loro politiche convinzioni gli impedivano di sottomettersi al rappresentante del re dei Francesi; che inoltre strana era la querela mentre in Francia vi erano sudditi Sardi condannati dai nostri Tribunali, ed impiegati sia nell’armata sia nell’amministrazione. Aveva bel ripeterlo, egli ripigliava pochi giorni dopo il discorso e sempre con uguale successo.

«Quanto alla Legione d’Onore, mi limitava ad osservare che fino dal 1815erasi adottato il principio di non permettere che se ne fregiassero quei che n’erano decorati; ed essendosi mantenuto durante i Regni di Luigi XVIII e Carlo X tale sistema, non era giunto il momento di variarlo, sebbene col tempo vi si sarebbe pensato, e intatti si modificò alcuni anni dopo, permettendo di portarla a quelli, che all’avvenire ne sarebbero da Luigi Filippo decorati.

«La proibizione dei giornali era più difficile a difendersi, e su questa non mi dava mai tregua l’Ambasciatore risentito. Chiedeva in grazia che almeno uno dei favorevoli a Luigi Filippo si ammettesse, dacché le porte erano aperte a quelli ostili. — Io mi schermivadicendogli: essere forse buono per la Francia il sistema che la reggeva; ma, considerandolo il Re come pericoloso al vero bene del nostro paese sotto il triplice rapporto della religione, delle abitudini e della morale, non era conveniente si lasciassero introdurre giornali, che, lodando e magnificando quel sistema, parevano censurare quello che da tanti secoli felicitava lo Stato, e che eravamo in dovere di mantenere, non porgendo occasione agli incauti di desiderare non necessarie innovazioni. Aggiungeva dolermi che fra i tanti giornali aulici a Luigi Filippo, non fossimo uno che riunisse all’amore della sua causa quello della Religione ed il rispetto dovuto alle diverse forme di Governo, ché all’istante sarebbe ammesso; ma finché il loro spirito non diverrebbe in tali argomenti migliore al nostro punto di vista, non si cambierebbe la presa determinazione. Siccome il Ministero francese faceva le medesime istanze al marchese Brignole, e che ne riceveva eguali risposte, non era punto edificato della nostra ostinazione, e ne derivava una tal quale freddezza per cui le nostre relazioni erano men che buone sia in apparenza sia' in realtà (261)

Un altro tratto caratteristico di Carlo Alberto nota il conte Della Margherita, ed è che i Duchi d’Orléans e di Nemours, figli di Luigi Filippo, essendo venuti a Torino, secondo era voce, in cerca di spose, e trovandosi nubile alla corte la Principessa sorella del Principe di Carignano «ad ogni buon fine, il Re dispose che si recasse, appena seppe che verrebbero i Duchi, in un Convento in cui soleva ritirarsi (262)

La fermezza di Carlo Alberto, apparve viemmaggiormente, quando rinviato brittannico credette d’intervenire a favore degli eretici Valdesi delle valli di Pinerolo, dei quali, sebbene non avessero ragione alcuna di lagnarsi pel generoso modo onde erano trattati dal Re, pure Lord Palmerston ne aveva udito i caldi gridi di dolore nella fredda Inghilterra. Il sig. Poster, inviato brittannico, trasmise al Ministro sardo una rimostranza di alcuni di quegli eretici contro gli antichi editti dei Re di Sardegna, che dicevano odiosi, accompagnando la rimostranza con una Nota. Re Carlo Alberto si contentò di rispondere non essere di sua dignità far caso dell’epiteto di odioso, dato ad atti emanati dai suoi maggiori in tempo di guerre civili e di ribellione dei sudditi Valdesi, editti d’altronde assai men severi a riguardo dei protestanti, che non lo fossero quelli emanati a riguardo dei Cattolici in altri Stati.... — L’incidente fu chiuso. Il conte Della Margherita nota qui una circostanza assai pungente circa la menzione fatta dal Poster dei trattati che guarentivano ai Valdesi i loro privilegi. Nel trattato conchiuso all’Aia nel 1690 fra il Duca Vittorio Amedeo, l’Inghilterra e gli Stati Generali, e nel trattato di Torino del 1704 fra il medesimo Sovrano e la regina Anna d’Inghilterra, furonvi articoli segreti riguardanti i Valdesi. Questi trattati risguardavano il perdono delle ribellioni commesse da quegli eretici e la restituzione del beneficio degli editti di tolleranza verso di loro. Ma nel secondo di quegli atti v’era qualche cosa di più, cioè che l’Inghilterra s’impegnava di garantire alla Casa di Savoia la successione eventuale alla corona di Spagna, e «mi pareva (osserva l’illustre Conte), che non era quello il momento da scegliere dall’Inviato brittannico per richiamarne la memoria.»

In mezzo a queste cose e ad onta di molti fortunati combattimenti la causa di D. Carlo tracollava in Ispagna per il tradimento del sempre infame Maroto, e il Governo sardo resistendo alla quadruplice alleanza d’Inghilterra, Francia, Spagna e Portogallo, sosteneva impavido la Monarchia legittima in Ispagna; né perciò furono turbate le relazioni col governo inglese. Raccogliamo queste cose, né sembrino soverchie al nostro assunto: ché oltre al provare i sentimenti di Carlo Alberto, proveranno a suo tempo la potenza delle Società secrete, le quali di un campione della legittimità e di un principe dal carattere fermo e cavalleresco, riuscirono a fare il portastendardo della Rivoluzione italiana.

Il conte Della Margherita passa quindi a dire cosa utile assai n delitto a raccogliere in questi giorni, in cui il delitto politico è portato in trionfo. «A tutela della società, scrive egli, si era conchiusa fin dal 1836 una convenzione col Granduca di Toscana per la reciproca consegna dei malfattori; nel 1838 altre per eguale oggetto furono stipulate coll’Austria, colla Francia e col Duca di Lucca. La Francia volle eccettuati i delitti politici: e bene a ragione, poiché quelli che avevano, violando ogni legge, nel 1830 fondato quel governo non potevano considerare colpevoli quanti in altri Stati cercassero d’imitarli. Tale idea prevale in molti a giorni nostri; s’invoca l’umanità, si scusa l’errore, si loda il pensiero, se ne censura appena l’atto quando trattasi di chi ha cospirato contro gli ordini legittimi. Questa idea è affatto contraria ad ogni principio di giustizia, e nell’applicazione più funesta che se si estendesse agli altri delitti, minori tutti al paragone di quelli che altre volte si comprendevano fra i crimini di lesa maestà e di tradimento. L’assassino, il ladro, il falsario sono terribili per gli individui, i delinquenti politici lo sono per una intera società». Savissime parole del cattolico Ministro di Stato, il quale aggiunge: «Si comprende che stabiliscano tale massima coloro che vogliono riservarsi rifugio e scampo in caso di non riuscita di tentate cospirazioni; ma che la professino altri alieni dal prendervi parte, non può spiegarsi se non per la tendenza dell’età presente ad adottare tutti i principi cui stupida riverenza pel falso spirito filosofico fa considerare come sublimi… Le Nazioni devono essere solidario le uneverso le altre della loro sicurezza interna, e quella che protegge ed accoglie nel suo seno i nemici di un altro Stato, si dà essa stessa in mano ai nemici suoi, e ne giustifica gli attentati.»

Il conte Della Margherita ci fa notare di passata la grande parteMetternichche il principe di Metternichebbe in tutti i maneggi che produssero il riconoscimento del re Luigi Filippo e la rovina della causa della legittimità in Ispagna ed in Portogallo, conseguenza della quale fu il trionfo della rivoluzione in tutta Europa.

Riconosciuto infatti un solo di tali Governi creati dalla rivoluzione, dovevano esserne inevitabilmente minati tutti gli altri, i suoi principi anticristiani e le sue tendenze sovversive venendo diffuse con la stampa e sostenute con la diplomazia di quel Governo, cui stoltamente si chiamò fratello.

L’illustre Conte era ammiratore del famoso uomo di Stato austriaco, ciò che peraltro non gli impedì di consegnare nel suo Memorandum le seguenti parole: «Forse egli (Metternich) adesso, rivolgendo in mente i tanti atti veramente memorandi della sua gloriosa vita politica, si lagnerà con amarezza seco stesso di aver cosi prontamente riconosciuto Luigi Filippo d’Orléansqual Re sulle rovine ancora sparse di sangue delle barricate; di non aver dato più efficace soccorso, qual conveniva alla potenza austriaca, a D. Carlo; e per ultimo di non avere preso le armi controquelnido di rivoluzione, ch’era la Svizzera, ed assicurato al Sonderbund la vittoria, alla causa dell’ordine in Europa il trionfo.»

Carlo Alberto aveva dunque fin qui tenuto alto l’onore del proprio Regno e lo stendardo della giustizia; gravi difficoltà aveva affrontato e gravi spese ancora in sostegno della buona causa. Né ciò aveva punto nociuto ai suoi popoli: li aveva invece grandemente avvantaggiati, ed è bello anzi istruttivo assai pei tempi in che scriviamo, di leggere il discorso di augurio fatto ad esso Re il primo dell’anno 1839 dall’illustre conte Della Torre. Eccolo:

Discorso del Conte Della Torre al Re Carlo Alberto il primo dell’anno 1839.

«Sire

«J’ail’honneurdemettre aux pieds de V. M. les hommages etles vœux de son Conseil d’État. Chaque année, Sire, en m'acquittant de ce devoir, j’ai le bonheur de pouvoir ajouter à l’expression de notre fidélité inviolable et de notre entier dévouement à son Royal service, celle de nos respectueuses félicitations pour les bienfaits multipliés que pendant son cours V. M. avait répandus sur ses peuples, mais l’année qui se termine maintenant, en signale à l’histoire et de plus nombreuses, et de plus inattendues encore qu’aucune de celles qui se sont écoulées. En effet, à notre prospérité commerciale, déjà si remarquable, V. M. vient ajouter celle que nous assurent les nouveaux traités qui ont eu lieu et qui ouvrent, pour ainsi dire, à la navigation et à l’industrie nationale,, de nouvelles mers, de nouvelles et vastes contrées. Notre florissante agriculture va voir ses produits s’accroître encore par l’ouverture de nouveaux canaux et par l’utile emploi des sommes que l’État prospère du trésor,permet d’anticiper aux Communes et aux Provinces qui veulent entreprendre des travaux d’utilité publique. A Gênes, à l’aide de la munificence Royale, s’ouvre une voie splendide, également avantageuse au commerce et au bien-être de ses habitants. Enfin, Sire, votre Capitale vous rend grâces celte année et de l’embellissement de ses Églises et de l'érection d'un monument qui rivalise, comme objet d'art, avec ce qui existe ailleurs de plus parfait dans ce genre; mais qui a déplus l’inappréciable avantage de nous représenter les traits du Héros dont Vous descendez, Sire, et que l’histoirecelebrecomme le restaurateur, j'oserais dire, comme le second fondateur de cette ancienne Monarchie. Cependant, Sire, toutes ces œuvres diverses, loin d'avoir pesé sur vos peuples, n'ont même point altéré le systéme d'économie que vous avez établi dans vos finances. En effet, si à la fin de l'exercice 1836 un excèdent de plus de 630,000 francs fut versé dans la caisse de réserve, la vérification des comptes de l'exercice 1837, que vient de terminer votre Conseil d'état, nous assure que l'excèdent de la dite année s'élève à 2,300,000 francs, qui peuvent avoir la même destination; et tout nous fait présager que les résultats de l’exercice courant ne seront pas moins satisfaisants: aussi, Sire, la confiance dans l'état prospère du pays, qui a permis à V. M. de se livrer à l'impulsion de son cœur paternel en diminuant des impôts qui étaient établis depuis de si longues années, est partagée par tout son Conseil, et nul de nous ne doutequ'en suivant le systéme de stricte économie que V. M. a prescrit avec tant de sagesse dans les différentes branches du service public, non seulement l’exercice 1839 se suffira à lui-mème, mais que malgré, la diminution des impôts, il yaura encore un excédent que V. M. pourra, comme dans les années précédentes, consacrer à la gloire de son Règne et au bonheur des ses peuples.

Riassumiamo questo importantedocumento, affinché gl’Italiani, che non intendono la lingua dei Re italianissimi, possano apprezzarlo. Risulta pertanto da esso: 1° Che il piccolo Stato a piè delle Alpi, ferie del suo diritto, geloso della sua indipendenza e dignità, si faceva rispettare all’estero come all’interno, e non deridere o maledire, come adesso che si è ingrandito con la roba altrui; 2° Che faceva trattati vantaggiosi ed apriva nuovi mari e nuove contrade al commercio dei suoi popoli; 3° Che lo stato prospero del suo tesoro gli permetteva d’incoraggire l’agricoltura e l’industria, e di anticipare ai Comuni e alle Provincie somme ragguardevoli per intraprendere lavori di utilità pubblica; 4° Che poteva, senza aggravare i sudditi, sfoggiare in spese per l’abbellimento delle Chiese e della Città, invece di depauperarle come si fa ora, innalzando anche pubblici monumenti, ecc.; 5’ Che le ingenti spese incorse, lungi dall’aggravare i popoli, non avevano punto alterato il sistema di economia stabilito nelle finanze; 6° Che se alla fine dell’esercizio del 1836 fu versato nella cassa di riserva un eccedente di più di 650,000 franchi, la verificazione dei conti dell’esercizio del 1837 assicurava un eccedente di 2,300,000; 7° Che questi risultamenti si erano ottenuti nell’istesso tempo che venivano diminuite le imposte, cosa inaudita nel neoRegno d’Italia. — Nel discorso non è fatto parola dell’armata; tutti però sanno quanto fossero ben equipaggiate e meglio agguerrite le forze di terra e di mare del Piemonte. Ma allora il Re e i Ministri erano devoti alla monarchia e ossequiosi a Dio e alla Chiesa.

Le cose dette fin qui in questa nostra digressione, forse prolissa, ma pur necessaria, servono a dar lume ai lettori onde farsi un giusto criterio circa il re Carlo Alberto. Cattolico e legittimista per indole, divenne rivoluzionario per ambizione o per forza, non avendo saputo resistere, sebbene dotato di coraggio e di fermezza di carattere, all'azione delle società segrete, che si fece a mano a mano più stretta intorno a lui, per averselo complice. Non abbiamo un documento certo che ce Io provi settario, come molti credono, e Mazzini afferma; ma abbiamo una successione di fatti che provano il fascino che lo trascinava alla sua perdita, ad onta del suo carattere religioso e cavalleresco!

Nella guerra del Sunderbund, contro i Cantoni radicali di Svizzera, nei moti settari delle Romagne, lo vediamo in prima linea a sostenere i cattolici Svizzeri e i diritti della S. Sede; intanto però, le sue relazioni coll’Austria, non ostante i più dolci legami di famiglia, si raffreddavano, alterandosi di giorno in giorno, fino a rompere ad aperta guerra nel 1848.

Ma è da chiudere ormai questo libro, e lo facciamo con due importanti documenti, che ci serviranno per rimetterci in via. Il primo è la circolare diretta dal conte Cavour ai capi di Legazione sardi dopo rotte le relazioni coll’Austria nel 1857; il secondo è il rapporto famoso, sebbene dai più non conosciuto, del conte di Rayneval al suo Governo circa le cose d’Italia.

Circolare del Conte di Cavour presidente del Consiglio dei Ministri,
Ministro degli affari esteri ai oapi delle legazioni di 8. M. il Re di Sardegn.

Signore,

Torino, 1 Aprile 1857.

Allo scopo di dare alle legazioni del Re alcune direzioni costanti e uniformi, proprie a regolare i loro atti e il loro linguaggio in un medesimo senso, e secondo le mire del Governo, ho pensato di rinnovare l’uso di trasmettere alcune circolari a tutti i capi delle Legazioni. Queste circolari, che saranno trasmesse per trimestre, avranno per oggetto non solo l’enumerazione dei fatti, la conoscenza dei quali può interessare la nostra diplomazia, ma eziandio in taluni casi la indicazione del modo con cui questi fatti debbono essere esaminati e apprezzati. Niun dubbio, che l’azione della nostra diplomazia diverrà maggiormente efficace e più utile a misura che i suoi sforzi saranno rivolti verso il medesimo scopo, diretti dallo stesso pensiero, sostenuti dal medesimo linguaggio.

Un’altra ragione non meno concludente mi consiglia di riprendere Fuso di queste circolari. Il nostro paese, le nostre istituzioni, la condotta del Governo, sono siate assai di frequente fatte segno ad agni sorta di calunnie. I fatti i più semplici hanno dato luogo a spiacevoli ed ingiuste interpretazioni. Non è cosa rara l’ascoltare giudizi inesatti e tavolta assurdi a riguardo nostro, emessi dagli organi i più accreditati della stampa estera, ed anche da uomini, che, per la loro posizione, sono in grado Ai conoscere a fondo le nostre istituzioni, il nostro paese e la condotta del Gabinetto. Tuttavolta si deve riconoscere, che, da qualche tempo, una modificazione sensibile è avvenuta nella pubblica opinione in favor nostro. I fatti hanno parlato più altamente (purtroppo) che la malevolenza e la prevenzione dei partiti che ci sono più o meno ostili. Si tratta ora di completare questo cambiamento, di trarne partito e d’impedire che d’ora in poi la nostra condotta e i nostri atti sieno così male interpretati, cosi stranamente snaturati come lo furono tanto di frequente per il passato.

Il principiare del corrente anno è stato segnato da un fatto della più alta importanza, la riapertura delle conferenze di Parigi.

Il trattato del 30 Marzo 1856 aveva passato sotto silenzio parecchi punii, che interessava ben definire. Inoltre, l’articolo 20 dava luogo a interpretazioni diverse e contestate. La nuova conferenza di Parigi era chiamata a porre un termine, con una decisione inappellabile, alle discussioni che si erano impegnate fra le grandi Potenze firmatarie della pace, e che erano sul punto di compromettere i risultati di quell’atto memorabile. Si trattava di ben determinare la linea di confine che doveva separare i paesi ceduti alla Moldavia, dai possedimenti della Russia; di decidere a chi doveva appartenere il possesso dell’isola dei Serpenti, di cui i trattati non avevano fatto parola; e finalmente di regolare eziandio il possesso del Delta del Danubio.

La più importante di tali questioni era, senza dubbio, quella di Bolgrad.

L’articolo 20 del trattato di pace portava, che il nuovo confine, che doveva separare la Russia dai Principati Danubiani, sarebbe determinato da una linea, la quale, dopo aver seguito il vallo di Trajano, passerebbe al sud di Bolgrad per risalire in seguito il fiume Jalpouk.

Le varie interpretazioni alle quali ha dato luogo questo articolo sono derivate dalla esistenza di due Bolgrad, una più antica e meno importante, chiamata Bolgrad Tabac, l’altra situata più al sud sulle rive del lago Jalpouk, capoluogo delle popolazioni Bulgare, per le quali la Russia aveva mostrato tanto interessamento nel primo Congresso. L’Inghilterra, l’Austria e la Turchia sostenevano, che l’articolo 20 avesse parlato della prima Bolgrad; all’incontro la Russia, appoggiata dalla Francia e dalla Prussia, pretendeva che la Bolgrad del trattato non potesse essere altro che il capoluogo della colonia Bulgara, di cui essa aveva richiesto la conservazione.

La corrispondenza scambiatasi su tale questione fra i vari Gabinetti aveva preso un tono di asprezza insolito, e si era giunti al punto, che l’Inghilterra aveva creduto dover inviare una flotta nel Mar Nero, e l’Austria erasi ricusata di evacuare i Principati.

La Sardegna, collocata fra le parti contendenti, aveva d’appriina deciso di mantenersi totalmente estranea a queste discussioni. Essa non aveva stimato conveniente di farsi rappresentare nella Commissione incaricata della demarcazione. Ma, interpellato formalmente prima dall’Inghilterra, poscia dalla Russia e dalla Francia, il Gabinetto di Torino, inspirandosi a sentimenti di concordia e di conciliazione che avevano presieduto alla conclusione della pace, ha procurato, prima di porre la questione sul terreno della stretta legalità, di far adottare un sistema di componimento, atto a soddisfare tutti i legittimi interessi. Prevedendo in seguito il caso, in cui questo mozzo fosse stato escluso, non esitò ad affrontare fin da principio la questione legale, e ne propose la soluzione secondo le massime di diritto, senza tuttavia escludere, in via subordinata, le considerazioni non' meno importanti della equità e della convenienza.

Siccome il componimento delle divergenze dipendeva dal voto della Sardegna, e questo voto essendo stato da essa formulato con la piti grande imparzialità e coll’appoggio d’irrefragabili ragioni, le Potenze interessate avevano finito coll’ammetterlo in massima, sottoponendosi in qualche modo all’arbitrato del Governo sardo. La Conferenza fu difatti decisa, e si riunì a Parigi il 31 Decembre 1856.

Il6 Gennaro successivo, fu firmato il protocollo che pose fine a quelle lunghe e penose discussioni.

Con quest’atto il punto contestato, la nuova Bolgrad fu riunita alla Moldavia; fu assegnata in compenso alla Russia la vallata di Komrat con un territorio determinato sulla sponda destra del fiume Jalpouk. Il Delta del Danubio fu ricollocato sotto la sovranità immediata come una dipendenza dalla imboccatura del fiume, e dovè seguirne la destinazione. Fu determinato che la demarcazione dei confini dovesse essere ultimata il 30 Marzo corrente, vale a dire, un anno, giorno per giorno, dopo la firma della pace, e che in questa stessa epoca dovesse essere compiuta l’evacuazione del Mar Nero dalla flotta inglese, e dei Principati dalle milizie austriache.

La parte importante che ha rappresentata il Plenipotenziario sardo in questa occasione, il modo con cui la Sardegna ha contribuitc a conciliare interessi oppostissimi con soddisfazione di tutte le parti, hanno dimostrato una volta di più quanto l’intervento di uno state cosi favorevolmente situato in mezzo all’Europa, e cosi giustamente stimato par i suoi principi e per la sua condotta, potesse essere utile in ogni tempo e, in taluni casi, necessario.

Un’altra occasione di provare l’utilità dell'intervento del nostro paese nelle questioni europee, si presentò quasi al tempo stesso, in seguito dei tentativi dei realisti del Neuchatel, e delle divergenze alle quali diede luogo tra la Prussia e la Svizzera, come trale Potenze firmatarie del protocollo di Londra del 1852. Il Governo del Re, accedendo ai desideri di taluna delle Potenze interessate in questo conflitto, diede per istruzione al suo Ministro a Berna, fin dal mese di settembre ultimo, di predicare al Consiglio federale la moderazione, la clemenza e il perdono verso i realisti compromessi nel movimento di Neuchatel. Il Ministro del Re, che gode presso il Consiglio federale di una meritata considerazione, adempì quest’incarico in modo perfetto e, fino a un certo punto, con buon risultato. La Francia stessa ha riconosciuto il vantaggio dei consigli dati dalla Sardegna, e ha impegnato il Governo del Re ad unirsi in uno scopo di conciliazione colle Potenze interessate pel mantenimento della pace. Finalmente la Svizzera, decidendosi ad ascoltare le amichevoli osservazioni ch’eranle state fatte giungere da tutte le parti, ordinò la liberazione dei prigionieri e il rinvio delle milizie federali che si dirigevano a marcia forzata sul confine. Questa misura, semplificando la questione per la soddisfazione data alla Prussia, preparò il terreno per un vicino accordo, che forma in questo momento l’oggetto delle deliberazioni della conferenza riunita a Parigi fra i rappresentanti delle Potenze interessate, e di quelle che segnarono il protocollo di Londra.

I Commissari delle Potenze firmatarie della pace, incaricati dal Congresso di Parigi d’informarsi dello stato dei Principati danubiani, e di proporre le basi della futura loro organizzazione sono giunti a Bukarest. Il Firmano di convocazione dei Divani è stato pubblicato, e le milizie austriache hanno abbandonato il paese. La popolazione rumena, liberata da ogni pressione straniera, potrà cosi occuparsi del compimento della più grande opera che un popolo possa essere chiamato a soddisfare, quello di manifestare liberamente i propri voli intorno ai più cari suoi interessi, alle condizioni della sua propria esistenza.

L’opinione pubblica nei Principati, anche quella dei Bojards, sembra del tutto favorevole in questo momento alla unione della Moldavia e della Valacchiasotto un Principe straniero, con un Governo costituzionale e la libertà. della proprietà.

Il Governo del Re, conseguente a questi principi in fatto di nazionalità, si è dichiarato per l’unione nel sono stesso del Congresso di Parigi, per organo dei suoi Plenipotenziari. Esso tuttavia ha dato per istruzione al sig. cav. Benzi, suo Commissario nei Principati, di limitare la sua azione allo scopo della sua missione, com’essa fu determinata dal trattato del 30 Marzo, vale a direa invigilare perché la manifestazione dei voti delle popolazioni ru, mene sia fatta regolarmente, e che sia possibilmente l’espressione sincera dei bisogni e della volontà della nazione.

Questo. medesimo linguaggio le Legazioni del Re all’estera dovranno tenere su questa questione durante il compimento dall’opera affidata alla Commissione europea, e astenendosi specialmente dal manifestare una opinione qualunque circa l’opportunitàdi porre a capo del Governo di quei paesi un Principe straniero.

La Commissione composta dai Delegati delle Potenze firmatarie della pace, stabilita dall’articolo 16 del trattato di Parigi, e incaricata di designare e di far eseguire i lavori necessari per la navigazione del basso Danubio, prosegue regolarmente i suoi studi sui luoghi. Il Governo del Re vi è rappresentato dal marchese di Aste, uno dei più distinti officiali della regia marina. Un bastimento da guerra è stato mandato di stazione alle bocche del Danubio, secondo il contenuto dell’articolo 19 del trattato, ed è stato posto sotto gli ordini e a disposizione del Delegato sardo.

La memoria che ho diretto a tutte le Legazioni del Re concernente le questioni sollevate dal principe di Monaco in seguite dell’annessione di Mentane e Roccabruna agli Stati sardi presenta tutti gli elementi necessari per istudiare e ben apprezzare questa vertenza. M’astengo, in conseguenza, di qui ripetere considerazioni, che non potrei riferire che in modo assai incompleto. Desidero soltanto far osservare ai capi di Legazione, affinché sieno in grado di farlo notare alla lor volta agli uomini politici con cui saranno in relazione, che il Governo del Re riponendo la questione di Mentane e Roccabruna sul suo vero terreno, d’onde era stata spostata nel passato, ha avuto specialmente di mira il determinare bene un punto di partenza, atto a fornire le basi per istabilire, mediante una equa transazione, le indennità che possano spettare al Principe di Monaco.

Il conte Paar, Incaricato d’affari d’Austria a Torino, reduce appena dal suo viaggio a Milano, dove si recò a complimentare il proprio Sovrano, e quando il Governo del Re, in seguito dello svincolo dei sequestri, si dichiarava pronto a riporre sull’antico piede la Legazione sarda a Vienna, è venuto a darmi lettura di un dispaccio del conte Buoi, datato da Milano il 10 febbraio ultimo. Con questo dispaccio, di cui ho mandato copia a tempo debito a tutte le Legazioni del Re, il Ministro degli affari esteri d’Austria si doleva in termini amarissimi degli attacchi della stampa piemontese, delle manifestazioni che diceva essere provocate nelle altre parti d’Italia in favore di una politica ch’era disapprovata dal Governo imperiale, e finalmente dell’accettazione di un monumento, ch’egli affermava essere stato offerto dai Milanesi all’esercito sardo. Il conte Buoi, rendendo il Governo piemontese responsabile di questi fatti, facevagli conoscere il risentimento ch’essi avevano fatto provare all’Imperatore d’Austria, chiedeva guarentigie per la futura condotta della Sardegna, e terminava coll’annunziare che il Gabinetto di Vienna avrebbe regolato le sue deliberazioni secondo la risposta di quello di Torino.

Ho risposto con un dispaccio al marchese Cantone, Incaricato d’affari del Re a Vienna, in data 20 febbraio, di cui ho parimenti inviata copia a tutte le Legazioni.

Sarebbe superfluo qui ripetere gli argomenti svolti in questo documento, che è stato pubblicato, discusso e commentato dalla stampa di tutta l’Europa. Esso era concepito in termini calmi e convenientissimi. Evidentemente esso non era stato influenzato dal tono irritante e dalle minaccio del dispaccio austriaco. Ma nel medesimo tempo era fermo e dignitoso, come doveva esserlo la risposta di un Governo, il quale, rispettando gli altrui diritti, non è affatto disposto a transigere sui propri, e far buon mercato della ragione quando essa è dalla parte sua.

Questo dispaccio è stato comunicato al Conte Buoi al suo ritorno a Vienna, il 27 febbraio. Quel Ministro si è astenuto da ogni apprezzamento in questa circostanza, e ha creduto dover riserbare all’Imperatore istesso il giudizio definitivo della comunicazione fattagli dal marchese Cantono.

Frattanto il Governo del Re, vede con soddisfazione che la sua risposta otteneva la generale approvazione, non solo dall’opinione pubblica, (è noto come si forma) sia nel paese sia all’estero, ma altresì dalla maggior parte dei Gabinetti europei.

A questo proposito debbo riferire qui un incidente abbastanza singolare. Il conte Buoi, indotto in errore da un dispaccio del conte Esterhazy, erasi affrettato ad affermare in modo categorico, che in questa divergenza il Gabinetto di Pietroburgo, dando la sua approvazione alla condotta dell’Austria, aveva apertamente disapprovato la risposta del Governo del Ite. Questa assertiva era completamente contraria a tutte le assicurazioni che il Governo imperiale di Russia ci aveva fatte pervenire. Così, non appena il principe Gortchakoff fu informato della parte che gli si faceva rappresentare a Vienna, si affrettò a smentire, per mezzo del marchese Sauli, Ministro del Re a Pietroburgo, e del conte Stackelberg, ministro dello Czar a Torino, nel modo il più formale, i propositi attribuiti al suo Governo, dichiarando nuovamente, che egli non esitava ad approvare la condotta della Sardegna.

Ma essendo l’Imperatore d’Austria rientrato nella capitale dei propri Stati, il Gabinetto imperiale fu in grado di far tenere al conte Paar le decisioni che si era stimato conveniente di prendere a Vienna su tale questione. Il 22 marzo l'Incaricato d’affari di Austria mi diede lettura di un dispaccio, in cui il suo Governo gli dava ordine di lasciare Torino con tutta la Legazione. Invano i Ministri di Prussia e d’Inghilterra, e specialmente l’Ambasciatore di Francia a Vienna, avevano impegnato, per ordine dei loro Governi rispettivi, il Ministro imperiale degli affari esteri a non dare corso a una simile misura. Il partito era già preso. Il conte Paar domandò i suoi passaporti. Il Ministro imperiale degli affari esteri motivò questa determinazione dalla risposta poco soddisfacente del Governo sardo alle doglianze formulate dall’Austria. Egli dichiarava al tempo stesso, che il richiamo del conte Paar non era che una semplice dimostrazione di malcontento del Governo austriaco, che non avrebbe alcun'altra conseguenza, e che la Legazione del Re a Vienna poteva restare al suo posto, se il Gabinetto di Torino lo giudicasse conveniente; finalmente impegnava il conte Paar a dargli le nuove dichiarazioni, che io sarei stato in grado di fargli. — Risposi al conte Paar, che in presenza di un fatto tale, come il richiamo della Legazione imperiale da Torino, non aveva alcuna dichiarazione a fargli; ma semplicemente da esprimergli doglianze per una misura, che il Governo del Re avea la coscienza di non aver provocai a, e che per conseguenza mi limitavo a dargli atto della sua comunicazione, riserbandomi di prendere gli ordini del Re pel richiamo della Legazione sarda da Vienna.

Difatti il 23 marzo, avendo presi gli ordini da Sua Maestà, il richiamo del marchese Cantone con tutta la Legazione di Vienna, fu decisa dal Re, dietro proposta del suo Consiglio de' Ministri.

L’ordine di Sua Maestà fu subito trasmesso telegraficamente a Vienna, e fu confermato il giorno seguente da un dispaccio di Gabinetto spedito per corriere al marchese Cantone. Il 23 marzo dopo aver ricevuto il dispaccio telegrafico del Ministero, l’Incaricato d’affari del Re a Vienna comunicò l’ordine di richiamo al Ministro imperiale degli affari esteri.

La stampa estera frattanto si diffondeva in ogni sorta di commenti sulla rottura sopraggiunta fra i due Gabinetti. La condotta del Governo dol Re fu generalmente apprezzata. Fa d’uopo, naturalmente, eccettuarne la stampa austriaca, che raddoppiò di fiele e di virulenza contro il Piemonte. Allo scopo di attenuare la cattiva impressione che la condotta dell'Austria aveva prodotto in Europa, i giornali devoti al Gabinetto imperiale non esitarono a spargere la voce che il richiamo del conte Paar era stato spogliato di qualunque carattere ostile, al punto che non era stato accompagnato dalla domanda doi passaporti. Intorno a ciò quei giornali stabilirono un’assurda distinzione tra il richiamo con domanda di passaporti, e il richiamo puro e semplice. Il fatto però si è che il Governo del Re glieli mandò dietro sua formale richiesta.

Al tempo stesso che il marchese Cantone riceveva l’ordine di lasciare gli Stati austriaci, il Governo del Re, per mezzo del marchese di Villamarina, ministro di Sardegna a Parigi, sollecitava la protezione dell’Ambasciata di Francia a Vienna pei sudditi sardi dimoranti in Austria, come la Legazione di Prussia a Torino era stata autorizzata a concedere la sua protezione ai sudditi austriaci dimoranti negli Stati sardi.

L’Imperatore dei Francesi accolse, con la usata benevolenza, la nostra domanda, e S. E. il sig. barone di Bourqueney, Ambasciatore di Francia presso la Corte austriaca, ricevé istruzioni in questo senso dal Governo imperiale.

Il conte Paar ha lasciato Torino il 28 marzo. Il march. Cantone) lascierà Vienna nei primi di aprile.

Dall’esame di queste divergenze risulta, che l’Austria ha fatto quanto poteva per ¿stancare la pazienza del Governo sardo, a fine di condurlo o a scendere a concessioni incompatibili colla propria dignità, o a commettere imprudenze compromettenti; e che all’incontro il Governo sardo raddoppiò la calma, la convenienza, la moderazione e la fermezza, a misura che il linguaggio e gli atti del Gabinetto di Vienna divenivano più acerbi e più minacciosi.

Ora, l’interruzione delle diplomatiche relazioni fra le due Corti è unfatto compiuto. Non ci resta che aspettare con calma il giudizio delle persone oneste ed imparziali, e di rigettare, in precedenza, sull'Austria le conseguenze di uno stato di cose da lei voluto.

La Corte di Roma fa tutti i suoi sforzi presso il Granduca di Toscana e de' suoi Ministri per la conclusione di un concordato favorevole alle sue protese. A quest’effetto è stato spedito a Firenze monsig. Franchi, Nunzio della S. Sede, uno dei pili abili agenti dellaCorte di Roma. Questa, incoraggiata dalla facile vittoria riportata sull’Austria dal ruinoso Concordato ch’essa ha saputo imporre (!?) ai Ministri imperiali, non ha perduto ogni speranza d’indurre il Gabinetto di Firenze a concessioni più o meno estese; tuttavolta il commendator Baldasscroni, presidente del Consiglio dei Ministri, ha dichiarato a più riprese al rappresentante del Re, che le leggi leopoldine in materia ecclesiastica, checché se ne dica, non sarebbero state mutate. Il cavalier tenzoni, già Ministro granducale a Vienna, è stato nominato Ministro degli affari esteri a Firenze.

Il Principe ereditario ha fatto il suo ingresso negli Stati del Granduca unitamente alla sua augusta sposa, Madama Anna Maria di Sassonia. L’imperiale e reale coppia è stata ricevuta in Toscana con dimostrazioni abbastanza generali di simpatia.

Malagevole è formarsi un’esatta idea circa le opinioni del Principe ereditario chiamato ad esercitare ben presto una grande influenza sopra i destini del suo paese. Se alcune persone si lusingano di trovare in lui tendenze più liberali e meno austriache, altre, del pari bene informate, persistono nel credere che queste speranze non hanno alcun reale fondamento. Se si portano diversi giudizi intorno al Principe ereditario, si è d'accordo per considerare il Governo della Toscana attuale come debole e inconsiderato, e come destituito di ogni forza morale, sia all’interno, sia all’estero (e si proclamava appunto allora il più illuminalo dei governi italiani).

Sua Santità, per festeggiare il primo giorno dell'anno, ha concesso la grazia a un condannato politico e diminuita la pena ad altri sei. Al tempo stesso il Cardinal Antonelli, Segretario di Stato, disapproverebbe l’amnistia, non essendovi imputati politici.

Un fatto doloroso venne frattanto a smentire l'asserzione di Sua Eminenza. I detenuti politici rinchiusi nelle prigioni del forte di Paliano, spinti all’estremo (!?) dai mali trattamenti del nuovo Governatore sig. Trasmondi, hanno fatto un tentativo di evasione, che non riusci. Gl’insorti furono ben presto attorniati dalle guardie, che non esitarono di far fuoco sopra uomini disarmati e posti nella impossibilità materiale di fuggire. Quattro prigionieri massacrati e sette feriti furono il risultato di quella vergognosa campagna (vedremo a suo tempo di che si trattasse in realtà).

Lo stato di cose in Roma e nelle Provincie è sempre lo stesso. Il governo ne è generalmente tenuto in nessun conto. I Comuni hanno fatto qualche tentativo molto moderato a fine di ottenere alcuni materiali miglioramenti. Sembra però che fino ad ora inutili siano stati i loro passi.

Dopo ('iniquo attentato di Milano sulla persona del Re di Napoli, la polizia ha ripreso le sue vecchie abitudini, che sembrava aver alquanto modificate dopo l’ingresso del cav. Bianchini al Ministero. Il 9 gennaio trecento persone furono arrestate. Le visite domiciliari e le vessazioni d’ogni sorta si succedono. L’esercito è stato sottoposto ad una inquisizione, allo scopo di purgarlo dai cattivi elementi che potessero osservisi introdotti. Nei giorni seguenti, gli arresti continuavano al punto che si facevano ascendere al numero di mille. (!?) Ma dopo alcuni giorni di detenzione

la maggior parte degli arrestati furono rimessi in libertà. Al tempo stesso, diciassette luoghi pubblici, come caffè, trattorie, bigliardi ecc. furono chiusi (erano farse irragionevoli tali misure?.

Lo spirito del Re sembra essere colpito da una specie di terrore.. S. M. si è astenuta di andare al teatro secondo il costume il giorno della sua festa. Gli ordini per gli arresti e per le visite domiciliari sono dati direttamente dal Re al suo Prefetto di polizia, ad insaputa del Ministro.

Il Re, tuttavia, sente la falsa posizione in cui è stato posto in conseguenza delle contese colla Francia e l’Inghilterra. Egli vorrebbe uscirne (il lettore sa ormai a che attenersi su tale asserzione) senza però aver l’aspetto di cedere sotto la pressione straniera. A quest’effetto immaginò egli la deportazione dei detenuti politici nell’America del sud, ed ha concluso a questo fine una convenzione con la confederazione Argentina, della quale i giornali hanno riferito le clausole.

I ministri di Prussia e di Russia, non cessano di consigliare al Governo napolitano la necessità di fare qualche concessione alle Potenze occidentali.

Al principiare della Quaresima, un ordine superiore prescriveva ai soldati gli esercizi spirituali (cosa savissima), e l’obbligo di esibire i certificati comprovanti aver eglino adempiuti i religiosi doveri. (CAz non è fedele a Dìo non può esserlo né al Re, né alla patria; lo conoscevano anche i pagani).

La condizione dei condannati politici non è mutata. Erasi da principio assicurato che era loro stata usata una qualche agevolezza; ma, secondo lettere dogli stessi prigionieri, risulta che essi trascinano ancora la catena ai piedi (come il celebre Poerio??).

Unfatto singolare è venuto a mettere in commozione questi ultimi giorni la polizia di Napoli. Il 4 marzo leggevasi affisso sulle mura un decreto, con le solite firme, che portava tutti i segni esterni della più perfetta autenticità, con cui il re Ferdinando II ristabiliva la Costituzione, concedeva un’amnistia generale, e nominava Vicario del Regno il Duca di Calabria, principe ereditario.

Naturalmente il decreto era apocrifo, e non servi che a provocare nuovi arresti (ingiusti forse?).

A Modena, la malattia del Duca regnante dava luogo ad apprensioni per le complicazioni alle quali può dar luogo la successione.

A Parma il governo della Duchessa reggente è entrato in una via di miglioramenti). Cosi ha guadagnato nella pubblica opinione. Il suo rifiuto di continuare a far parte della lega doganale austriaca è un bel presagio di un miglior avvenire per quel piccolo paese.

Dopo d’aver rapidamente tratteggiato il riassunto storico di quanto è avvenuto di più notevole negli altri Stati della penisola, credo conveniente l'aggiungere qualche parola per indicare la politica del Governo sardo in Italia. Essa può riassumersi nel modo seguente:

Dimostrare anzitutto, e sempre, i pericoli della influenza austriaca sugli Stati della penisola. Combattere questa influenza, con tutti i mezzi onesti e legali. (Non era questo un allo continuo di ostilità verso l'Austria?)

Opporsi apertamente a tutte le premure dell’Austria contrarie ai trattati. — Staccare dall’Austria i Governi italiani, per fargli entrare nelle mire del Governo sardo, (Levati di lì tu, che mi ci vo’ mettere io) mire conformi ai loro interessi, come a quelli di tutta l’Italia. (?!) Predicare colla parola e coll'esempio le riforme e i miglioramenti politici e civili. — Smentire altamente l’accusa di rivoluzionario fatta al Governo sardo. — Lusingare i sentimenti d’indipendenza degli Stati italiani. Sostenere il partito liberale moderato, che si sforza di ottenere pacificamente alcune concessioni da parte dei governi (era un cospirare contro tutti indistintamente gli Stati italiani). — Mostrare il vantaggio di una lega, sia doganale, sia politica col Piemonte.

Il 7 gennaro fu un giorno solenne pel nostro paese. La terza sessione della quinta legislatura veniva inaugurata dal Re in seno al Parlamento riunito.

Il discorso della Corona, dopo aver pagato un debito di riconoscenza verso l’esercito, che aveva tanto valorosamente sostenuto la gloria della nazione, fece menzione del Congresso di Parigi, e della pace che la Sardegna aveva contribuito a conquistare, che aveva firmata accanto alle più grandi Potenze dell’Europa. Per la prima volta, eravi detto, in un congresso europeo, gl’interessi dell'Italia (quale?) erano stati sostenuti da una Potenza italiana; e per la prima volta erasi mostrata all’evidenza la necessità di migliorare la sorte della penisola per il bene e nell’interesse di tutto il mondo. Passando poscia alle questioni interne, il discorso della Corona annunziava per la prima volta l’equilibrio (?!) del bilancio ordinario, tra le entrate e le spese; e terminava per menzionare le riforme (aveva dunque bisogno di riforme questo Stato modello!) nell’amministrazione provinciale nella organizzazione giudiziaria e in quella della pubblica istruzione, che saranno portate al Parlamento.

Il discorso non poteva non essere approvato da tutti coloro che prendono a cuore la gloria e gl’interessi del paese, e lo fu difatto, senza eccezione.

Il Parlamento cominciò subito i suoi lavori, e si occupò successivamente di parecchi disegni di legge, di cui mi limiterò a menzionare i più importanti.


I disegni seguenti furono presentati, fra gli altri, nel corrente trimestre:


1. Competenze dei tribunali amministrativi del regno.

2. Abolizione della tassa dell’interesse convenzionale.

3. Riforma dell'organizzazione amministrativa ed economica del culto israelita.

4. Riforma delle carceri giudiziarie.

5. Organamento dell’ordine degli avvocati.

6. Bilancio attivo e passivo per l’esercizio del 1858.

7. Statistica della popolazione nel 1858.

8. Concessione della strada ferrata dell'Ossola e del Chablese.

9. Amministrazione superiore della pubblica istruzione.

10. Nuovo Codice penale militare.

11. Servizio dei porti dello Stato.

12. Istituzione di tribunali di commercio a Cagliari e a Sassari.

13. Istituzione di pubbliche cattedre di letteratura francese, di geografia e statistica e di filosofia della storia nella Università di Torino.

14. Stabilimento della marina reale alla Spezia.

15. Costruzione di una via ferrata sul litorale della Liguria, dal Varo fino al confine del Ducato di Modena.


Finalmente parecchi disegni risguardanti strade, linee telegrafiche, ed altri lavori di pubblica utilità.

Il disegno presentato dal Guardasigilli per modificare in alcune parti le disposizioni del Codice penale, disegno che è stato approvato da una grande maggioranza alla Camera dei deputati, è meritevole di una speciale attenzione.

Queste modificazioni consistevano nell’abolizione della pena di morte, in parecchi casi. La discussione, alla quale ha dato luogo questo disegno, è stata una delle più rimarchevoli della sessione. I discorsi, che sono stati pronunziati in questa occasione, si distinguono tanto per la elevatezza dei sentimenti e dei principii teorici, quanto pel senso pratico e per la conoscenza perfetta della materia.

La severità della legislazione anteriore, divenuta già in parte inapplicabile nella giurisprudenza dei tribunali, è stata saviamente mitigata con questo disegno. Nel corso della discussione, il Ministro di grazia e giustizia ha avuto occasione di provare, colle cifre alla mano (vedremo a suo tempo l'esattezza di queste cifre), la diminuzione successiva dei delitti negli Stati del Re, dovuta in gran parte alla benefica influenza del sistema di savia libertà che regge il nostro paese.

Il 16 marzo ultimo dopo una discussione di due giorni, che, non ostante il terreno ardente su cui era stata posta, si effettuò con molta calma e moderazione, la Camera dei deputati votò, alla quasi unanimità, il bill d’indennità, domandato dal Ministero per le fortificazioni di Alessandria. Questo voto ha prodotto un eccellente effetto nel paese. Giova però raggiungere, ch’esso per nulla ha influito sulle deliberazioni del Gabinetto di Vienna pel richiamo della Legazione imperiale, ch’erano state decretate in precedenza.

La discussione intorno alle fortificazioni di Alessandria e il voto della Camera sono state l’oggetto di una Circolare, che ho inviata alle Legazioni, in data del 17 marzo.

S. M. l’Imperatrice vedova delle Russie è sul punto di lasciare Nizza, dove ha passato l’inverno per ristabilire la sua salute. L’augusta Principessa è stata fatta segno a cortesie da parte del Re, che di persona andò a farle visita dopo il suo arrivo, e che in questi ultimi giorni si è recato a congedarsi da essa, prima che lasciasse gli Stati sardi. S. M. imperiale aveva già ricevuto la visita di suo Aglio, il granduca Michele, ed ha ricevuto quella dell’altro Aglio, il granduca Costantino e di suo fratello, il Principe Carlo di Prussia, del Principe e della Principessa reale di Wiirtemberg. I due Granduchi e il Principe Carlo sono venuti a Torino a far visita a S. M., di cui hanno potuto apprezzare le eminenti qualità e il nobile carattere. Mi allieto di tutte queste visite, perché contribuiranno a raddrizzar molto alcuni giudizi mal fondati sul nostro paese, e a farlo meglio conoscere nella sfera più elevata della società europea. Il nostro paese ha tutto da guadagnare coll'essere visto da vicino. La scelta degli Stati del Re, per soggiorno dell’augusta Vedova dell’Imperatore Nicolò, è una risposta a coloro i quali non hanno cessato di rappresentare il nostro paese, come il focolare delle turbolenze e dei rivoluzionari.

Con soddisfazione annunzio alle Legazioni del Re, che S. M. il Re di Sassonia ha accreditato presso la nostra Corte un Inviato straordinario e ministro plenipotenziario. La Corte di Sassonia è unita con quella di Sardegna da doppi vincoli di una sincera amistà e del sangue. La Sardegna inoltre aveva accreditato da gran tempo presso la Corte di Sassonia il suo Ministro a Berlino. Erano queste ragioni plausibilissime per decidere il Gabinetto di Drerda a usare verso la Sardegna la misura di reciprocità che ha preso. Il Governo del Re si allieta tanto maggiormente di questa determinazione, in quantoché la scelta, che è stata fatta della persona destinata a rappresentare il Re Giovanni alla Corte di Torino, non poteva essere né più lusinghiera né più gradita per lui. Difatti il barone di Seebach, che è accreditato nella stessa qualifica di Ministro plenipotenziario presso la Corte delle Tuilerie, riunisce tutte le qualità che rendono pregevole l’uomo di Stato, come l’uomo privato.

II Governo dei Paesi Bassi ha pure accreditato un Incaricato d’affari presso il Governo del Re, nella persona del sig. barone Van der Duyn. Un tempo la Legazione neerlandese presso la Corte di Sardegna risiedeva a Roma. Vediamo con piacere che il Gabinetto dell’Aia abbia giudicato più conveniente fissare a Torino la residenza della sua Legazione.

Il signor Pastore Diaz, antico Ministro di Spagna a Torino, essendo stato chiamato alla direzione del dipartimento degli Affari esteri nel suo paese, è stato surrogato da uno dei membri i più distinti delle Cortes, signor de Castro, antico Governatore di Barcellona e di Madrid.

La Turchia ha di recente surrogato, col mezzo di Rustem-Bey, il signor Mussurus, suo faciente funzione d’incaricato d affari, chiamato ad altra destinazione.

Il movimento del corpo diplomatico sardo si riassume nella nomina del marchese Sauli, antico Ministro del Re a Firenze, al posto d’Inviato straordinario in Russia, quella del generale Durando nella stessa qualifica a Costantinopoli, in sostituzione del cavalier Mossi, posto in ritiro, e quella del cavalier Buoncompagni nella stessa qualità a Firenze.

Il primo gennaio entrò in vigore al Ministero il regolamento del servizio interno. Questo regolamento, fatto in dipendenza della legge del 23 marzo 1353, e dei decreti reali del 23 e 30 ottobre dello stesso anno, determina le attribuzioni e i doveri degli impiegati, e di ciascuna sezione e divisione del Ministero, stabilisce le condizioni di ammissione nella carriera, e ordina l’istituzione di un Consiglio permanente del Ministero e quella di un Consiglio del contenzioso diplomatico, da cui mi prometto eccellenti risultati.

Per ultimo, durante questo trimestre, il disegno di legge per la riorganizzazione dei Consolati, presentata al Consiglio di Stato, vi è stata esaminata e discussa. Questo disegno, cosi importante e cosi atteso, sarà presentato al Parlamento non appena sarà uscito dagli offici del Consiglio di Stato.

C.CAVOUR.


Il nostro lavoro essendo tutto intero un commento documentato dei fatti della rivoluzione italiana e del Governo sardo, che la capitanava, le cose dette e le tante di più che abbiamo a dire ci tolgono qui il fastidio di commentare la riferita Circolare. In essa però è accennato qualche fatto, che vuole essere alquanto dichiarato a migliore intelligenza della storia.


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IlGoverno Sardo e la Conferenza per gli affari d’Oriente

La Circolare del Conte di Cavour parla per prima cosa della riapertura delle conferenze di Parigi e della parte che vi prese il Governo sardo. Questo infatti, dopo la guerra di Crimea, approfittandosi del corruccio della Russia contro l’Austria pel patito abbandono, prese a sfruttarlo quale una potente macchina di guerra contro di essa facendo di tutto por cattivarsi le simpatie dello Czar. E gli fu cosa agevole, vuoi per l’influenza delle società segrete, potentissime in Russia, si come adesso si tocca con mano, vuoi per l’appoggio di Napoleone III, creatura delle medesime segrete società. Nicomede Bianchi si estende abbastanza su questo punto di storia, e noi lo seguiremo per amore d’imparzialità: salvo sempre il valerci delle osservazioni che potessero giungerci da chi avesse a farne in proposito, che metteremmo a profitto, come abbiamo più volto promesso.

«Alle prime pratiche, scrive il Bianchi, intavolate per riannodare vincoli d’amicizia tra le Corti di Torino e di Pietroburgo, Gortschakoff con nobile franchezza aveva risposto a De Launay: «Non ho il minimo pensiero d’entrare in recriminazioni. Noi pure siamo stati male inspirati, negando di soddisfare il vostro desiderio di rimettere sul piede antico, dopo l’anno 1849, la Legazione russa in Torino e la sarda in Pietroburgo. In ciò abbiam prestato troppo l’orecchio all’Austria. Io non ho mai approvato questo procedere; ma ora che il terreno è sgombro, potremo metterci di buon accordo. Il nostro programma politico è questo: ripiegare su di noi stessi, non farci più i difensori di certe idee, e per esse incontrare sacrificii, dei quali siamo stati cosi malcompensati. Lasceremo che ciascheduno Stato regoli a modo suo gli affari suoi interni. Convengo, che la Russia e il Piemonte sono alleati naturali, e noi, per mantenerci tali, confidiamo sulla prudenza del vostro Governo, che saprà diportarsi in guisa da non dare all’Austria alcunargomento legittimo di lamento. Questo è il miglior partito che possiate seguire (263)».

Alle benevole parole erano susseguiti i fatti. I Legati del Re Vittorio Emanuele erano stati ricevuti dallo Czar Alessandro con singolare benevolenza. L’Imperatrice madre, evitando studiosamente di passare per le terre del dominio austriaco, si era condotta a soggiornare in Nizza. I granduchi suoi figli eransi portati in Torino per assistere a militari rassegne, eseguite in loro onore. I diplomatici russi non avevano trascurata aduna propizia occasione, per vantaggiare la Sardegna nelle sue contestazioni coll'Austria. Ma compagni a queste dimostrazioni, più che benevoli, si erano sempre mantenuti i più calorosi consigli di moderazione nel fronteggiare l'Austria. I diplomatici moscoviti dicevano e ripetevano: «Il Piemonte deve aumentare di potenza territoriale, anche nell'interesse della Russia; ma bisogna che questo fatto si compia all’infuori della rivoluzione, e l’impulso venga dall’alto e non dal basso. Frattanto il Governo sardo continui a mostrare all’Europa coi fatti, che è capace di mantener l’ordine e la tranquillità nell’interno del regno, e che in alcun modo non pensa e non si adopera a suscitare il malcontento negli altri Stati italiani. Se il Piemonte saprà aspettare con calma operosa e assennata il grande giorno, questo verrà, e la Russia lo spalleggeràallora a cacciar l’Austria dall'Italia». V’era un altro desiderio, che spesso trapelava dai discorsi dei diplomatici russi, ed era volto a svogliar la Sardegna dal partecipare alla politica dei Gabinetti di Londra e di Parigi verso il Re di Napoli (264).

I diplomatici francesi non erano men solleciti dei russi nel raccomandare ai Ministri sardi di procedere guardinghi, onde togliere coi fatti ogni credito alle insinuazioni, tendenti ad ingenerar la credenza, che essi cercassero di turbare in Italia la quiete per mezzi indiretti e sottomano, aiutando l’opera dei rivoluzionari. Napoleone poi mandava al conte Cavour il consiglio di studiarsi con ogni maggior cura d’entrare nelle migliori grazie dello czar Alessandro, che egli cercava di tirare nell’alleanza francese a vantaggiarne la causa delle nazionalità (265).

«Ma oltre queste alleanze necessarie, aggiunge il Bianchi, il Governo sardo, per condurre a buon termine l’impresa nazionale, trovavasi nell’imperioso bisogno di tenersi ben stretta un’altra alleanza, la più naturale, la più indispensabile di tutte le altre, quella delle genti italiane oppresse. Ma queste si erano fatte irrequiete, impazienti di mutare stato, flagellate com’erano da mali insopportabili, e stimolate da speranze caldissime (suscitate appunto dal Governo sardo). In tal maniera la politica del Piemonte, rotte che ebbe nel 1857 le sue relazioni coll’Austria, versava in condizioni difficilissime; il perché conforme ai consigli della Francia e della Russia, e per non tirarsi addosso maggiormente l’animosità dell’Inghilterra, (che sapeva il trescare del Piemonte con la Russia) dovea procedere misuratissima e aliena dal turbar la quiete della penisola; mentre che, a non perdere riputazione e autorità sugliItaliani, faceva d’uopo che mostrasse che era realtà, e non ombra di buon volere, l’assunto uffìzio egemonico per la indipendenza nazionale (266)

In mezzo a queste coso era sorta la questione delle due Bolgrad e dell’isola dei Serpenti, di che è parola nella circolare di Cavour. La Turchia, l’Austria e l'Inghilterra sostenevano che si dovesse togliere alla Russia il possesso dell'isola, e che delle due Bolgrad solo la nuova si dovesse aggregare alla Moldavia; di contrario parere erano la Russia, la Prussia e la Francia. Tale contestazione si inasprì al punto da minacciare nuova guerra: l’Inghilterra inviò le sue navi nel mar Nero, e gli Austriaci ristettero dallo sgombrarci Principati danubiani. «Tale procedere irritò assai, dice il Bianchi, il Gabinetto di Pietroburgo, mentre a Londra gli animi si mostravano esacerbati dall’altra parte. Tre Potenze erano dall'una delle parti e tre dall’altra; l’accedere della Sardegna diveniva importante, e Cavour se ne approfittò per i suoi disegni. Invitata da una parte e dall’altra a pronunziarsi, la Sardegna si trovava a un grave bivio, nel quale la scelta poteva tornarle così di grave danno come di grande utilità... Nel concetto di Cavour, era venuto il momento propizio di far conoscere a Napoleone, che il Piemonte era il vero suo amico.» Villamarina ebbe quindi istruzioni confidenzialissime di speculare attento l’occasione di giovarsi della riserbatezza, in cui la Sardegna s’era tenuta pur nella questione di Bolgrad, onde usufruttuarla a salvare l’alleanza della Francia coll’Inghilterra, già pericolante. Buon maneggiatore dei sottili accorgimenti della diplomazia, il Legato sardo in Parigi corse al castello ove l’Imperatore stava a diporto. Egli v'era desiderato. Napoleone chiamatolo tosto a sè, gli aprì il suo pensiero: voleva salva l'alleanza coll'Inghilterra, però desiderava in pari tempo di non raffreddarsi colla Russia. Ma se non si trovava modo di unire una conferenza, per ¡sciogliere di comune accordo la questione di Bolgrad, non era possibile d’ottenere l’uno e l’altro fine. — La Sardegna sola, notò l’Imperatore, può giungere a conseguire questo risultato, da che, mentre tutte le altre Potenze interessate nella controversia si sono spinte tropp’oltre per indietreggiare; essa si è mantenuta in una prudente riserbatezza. Se anche, concluse egli, nella conferenza il voto della Sardegna mi sarà contrario, non proverò dispetto; ma terrò sempre in conto d’un servizio reso alla mia persona, se perviene a farla convocare. — Villamarina si portò difilato a Torino, e, concertato col Re e con Cavour il meglio da fare, ritornò a volta di corriere al castello di Compiegne, per dire all'Imperatore che Vittorio Emanuele era ben lieto di potergli dare testimonianza aperta di sincera amicizia; conseguentemente la Sardegna agirebbe colla maggiore sollecitudine conforme ai desideri della Francia (267).

«Era fuori di contestazione, nota il Bianchi, che di stretto diritto, e seguendo la lettera del trattato del 20 Marzo 1856, il nuovo Bolgrad doveva essere assegnato alla Moldavia. Ma d’altra parte nel Congresso di Parigi si era promesso alla Russia di lasciarle il capoluogo delle colonie bulgare nella Bessarabia. La Sardegna propose quindi, che la conferenza fosse convocata dietro l’accordo di dare alla Russia un compenso territoriale maggiore del pattuito, passando il nuovo Bolgrad alla Moldavia. Il Gabinetto di Londra si piegò a questa proposta, benché a malincuore. Palmerston, che di quei Ministri inglesi era il meno acerbo al Piemonte, lasciò vedere il suo nero umore. — L’Inghilterra, ei disse burbero ad Azeglio, ha riannodato i suoi vecchi legami d'amicizia coll’Austria. — Poi gli scrisse: — Spero che Cavour non ci susciterà ulteriori imbarazzi col porre innanzi proposte di concessioni maggiori alla Russia. Noi le abbiam regalato già trecento leghe quadrate nella Bessarabia; e certamente la mala fedo e lo spirito taccagno manifestato dal Gabinetto di Pietroburgo in tutti gli affari, dopo la segnatura del trattato di pace, non gli danno alcun diritto a nuove arrendevolezze da parte nostra. Una discussione sollevata nella conferenza su questo argomento, probabilmente frutterebbe una rottura completa fra noi o la Francia (268). — Era questa la eventualità che Cttvour voleva impedire. A meglio riuscirvi si volse al Gabinetto di Pietroburgo per dirgli, che la Sardegna aveva fatto tutti gli sforzi possibili per condurre la questione di Bolgrad a uno scioglimento atto ad appagare gli interessi legittimi di tutti; essa continuerebbe nella conferenza l’opera incominciata, procedendo a far parto d’un tribunale imparziale (269)

Spettava al marchese Salvatore Pès di Villamarina di condurre a termine l’opera. Cavour gli scrisse, che nella conferenza badasse innanzitutto di tenere uffizio di conciliatore, onde possibilmente salvare l’alleanza delle due maggiori Potenze occidentali; e non trascurasse di mantenere la Russia benevola alla Sardegna (270).

Questi desiderii furono soddisfatti, e l’abilità del Legato di Sardegna superò tutte le difficoltà insorte nella conferenza, la quale rimase chiusa col protocollo del 6 Gennaio 1857, onde fu stabilito, che il nuovo Bolgrad farebbe parte del territorio della Moldavia, ma che la Russia riceverebbe un maggiore compenso dal lato di Konrat sull’alto Valpuk. Come addì 30 del Marzo susseguente questa nuova delimitazione di frontiera si fosse attuata, le navi inglesi lascerebbero il Mar Nero, e gli Austriaci uscirebbero dai Principati. L’isola dei Serpenti fu assegnata alla Porta Ottomana, che avevala altre volte posseduta.

L’amichevole componimento di siffatta questione era una segnalata vittoria riportata dalla diplomazia piemontese. La Sardegna era riuscita a salvare l’alleanza della Francia coll'Inghilterra, s’era tolta dall’imbarazzo di dare un voto sfavorevole alla Russia, aveva reso un servizio segnalato a Napoleone III. Il quale non tardò a mostrarsene grato, e Walewski, chiamato a sé Villamarina, gli disse: «Sono incaricato dall’Imperatore di manifestare al conte di Cavour e a voi tutta la sua riconoscenza e tutta la sua soddisfazione, e di dirvi da parte sua, — badate bene che sono sue parole — che tuttociò non sarà perduto, e che egli non lo dimenticherà giammai. In fin dei conti l’Austria a ciaschedun istante ci fa delle dichiarazioni amichevoli; ma sono parole, da che coi fatti si mette da un’altra parte: mentre la Sardegna è sempre conseguente a sé stessa, e si può fare assegnamento sulla sua leale cooperazione (271)».

Da Pietroburgo giunsero a Cavour dimostrazioni non men gradite. Lo Czar, scontrato nella sua reggia il Legato sardo, gli andò incontro per dirgli benevolo: «Spero che si consolideranno vieppiù le relazioni amichevoli tra la Russia e il Piemonte; ram mento con piacere il tempo in cui i nostri eserciti combattevano accanto ai soldati del Re di Sardegna, (allora però per sostenere la buona causa, ora per combatterla).» E Gortschakoff: «La giovane politica della Russia, dopo essersi riconciliata colla Sardegna, vi resterà fedele. Siamo a pieno contenti dei vostri modi di procedere a nostro riguardo (272)».

«L’appoggio della Sardegna, osserva con compiacenza Nico mede Bianchi, era divenuto prezioso per le Potenze, che, le une delle altre gelose e discordi, intendevano a dare assetto alle cose dell’Oriente, conforme a quanto avevano stabilito nel Congresso di Parigi. Ivi si era intavolata la questione dell'unionepolitica dei due Principati danubiani. Per l’opinione in contrario, sostenuta dalla Turchia e dall'Austria, non essendosi potuto sciogliere cosi grave questione terminatamente, la si era riserbata alla conferenza che sarebbesi radunata in appresso. Ma segnato il trattato di pace del 30 marzo, la Porta Ottomana non tardò a dichiarare per uffizi diplomatici, che essa recisamente si opponeva all’unione dei due Principati (273). Nel Congresso il plenipotenziario inglese vi si era mostrato favorevole; ma anche in questo affare gravissimo il Gabinetto di Londra mutò opinione, e, scostandosi dalla Francia, si pose d’accordo coll’Austria a spalleggiare la Turchia. Tornava di nuovo in campo l’importanza somma del voto della Sardegna. Qui la circospezione era fuor di luogo: si trattava di una nazionalità nascente che conveniva aiutare a costituirsi, e tornava inoltre di vantaggio all’Italia la formazione d’un indipendente Stato rumeno ai fianchi dell’Austria. Alle interpellanze quindi del Gabinetto di Londra Cavour rispose: — Le riforme, che si vogliono introdurre negli ordini pubblici della Valachia e della Moldavia, diverranno sterili e pericolose, ove a sorreggerle manchi un centro comune d’azione governativa. Il desiderio delle popolazioni rumene, suddite della Turchia, di costituirsi in un solo Stato era antico; ove, dopo le speranze date, venisse contrariato, si aprirebbe un fomite perenne di politiche irrequietezze. A tenere tranquille quelle popolazioni, contrariate nei loro sentimenti nazionali, necessiterebbe un Governo dispotico e violento, bisognoso d’essere spalleggiato dall’intervento armato della Turchia o dell’Austria. E si riflettesse bene, che quest’ultima Potenza da lungo tempo tendeva a esercitare nei Principati danubiani una politica di supremazia, identica a quella usata negli Stati minoriitaliani. La riunione della Moldavia e della Valachia avrebbe per risultato di costituire uno Stato libero, indipendente, che diverrebbe il perno della ricostituzione della nazionalità rumena. Ma ne’ suoi successivi allargamenti questo Stato non sarebbe ostile alla Turchia, da che i suoi sforzi sarebbero rivolti a staccare dall'Austria le consorelle genti rumene (è importante di rileggere questo brano nel momento in cui scriviamo). Che se un governo nazionale a Bukarest non sarebbe mai austriaco per tendenze, anche per antipatia di razza, si terrebbe lontano dalla Russia. Un libero Stato rumeno, sarebbe una diga vantaggiosa alla Turchia e all'Europa contro la fiumana del panslavismo. Vi è in fine una considerazione, che debb’essere grandemente valutata nei Consigli dell’Europa. Le Potenze occidentali sovratutto, si sentono disposte ad assumere al cospetto del mondo civile e dell’Europa la responsabilità di sacrificare i diritti e gli interessi di cinque milioni di Cristiani agli scrupoli esagerati e ai timori infondati della Turchia? La libera Inghilterra vorrà calpestare il prestigio di nazionalità nella sua più legittima manifestazione? Vorrà lasciare a Governi men liberi del suo il merito d’assumerne la tutela? Ove così procedesse, l’Inghilterra si esporrebbe a perdere il prestigio acquistato sul partito liberale europeo, il quale è così utile ai progressi della civiltà dell’Occidente. Per conseguenza il Governo del re sperava che il Gabinetto di Londra, non vorrebbe rimaner fermo negli intendimenti manifestati (274). —

«Questo procedere della Sardegna, aggiunge il Bianchi, tornò assai gradito ai Gabinetti di Parigi e di Pietroburgo (!?). L’Austria, che aveva cercato tutti i modi di far escludere il Piemonte dalla conferenza per il riordinamento dei Principati danubiani, non seppe celare il proprio dispetto, come lo vide farsi sostenitore d’un libero Stato rumeno (275). — Piuttosto la guerra,'diceano i Ministri viennesi, anzi che lasciare che ciò avvenga. —»

Dietro il prescritto del trattato di Parigi, il Sultano doveva tosto convocare in ciascheduno dei due Principati un Divano, costituito in tal maniera, che vi fossero rappresentati gli interessi di tutte le classi, e che servisse alla piena e libera manifestazione dei voti de' Rumeni sudditi della Turchia. Ma quando i Legati russo, francese e sardo furono chiamati, com'era patteggiato, a esaminare il firmano onde venivano convocati i due Divani, si avvidero tosto che si era cercato dalla Porta di rendere non solo impossibile la prevalenza del voto favorevole all’unione, ma persino l'attuazione delle migliorie civili promesse ai Moldavi e ai Valachi (276). Cavour, avea inviato a rappresentare la Sardegna in Costantinopoli il generale Giacomo Durando, da lui molto stimato (277). Egli innanzitutto si associò agli Ambasciatori francese e russo in Costantinopoli, per impedire la pubblicazione del firmano, come avealo manipolato la Porta. Da questa opposizione diplomatica nacque la necessità d'una conferenza per mettersi d'accordo. Adunata sotto la presidenza di Reschid-Pascia, Ministro turco sopra gli Affari esteri, v'intervennero per la Francia Thouvenel, per l’Inghilterra Redcliffe, per l'Austria Prokesch d’Orten, per la Prussia Wildenbrock, per la Sardegna Durando. Le discussioni non procedettero sempre tranquille, e qualche volta si fecero tempestose. Il Legato sardo conservò un contegno conciliativo e costantemente favorevole ai principii di nazionalità. Egli poggiò dal lato dell'Inghilterra quando si trattò di far prevalere nei Divani l'elemento democratico; ma in tuttociò che tendeva a vantaggiare il voto per l’unione, si tenne colla Francia. La conferenza rimase chiusa addì 7 gennaio 1857. Per parte della Turchia e dell’Austria seguirono intrighi inauditi, secondo il Bianchi, a impedire che le elezioni riuscissero favorevoli all’unione. Di nuovo s’inacerbirono le relazioni tra la Francia e l’Inghilterra, e prossime divennero le probabilità d’una guerra europea. Ma a' 22 maggio 1858 venne aperta una nuova Conferenza a Parigi, e le cose dei Principati si acconciarono alla meglio, a fine di pensare a quelle d’Occidente. Il Gabinetto di Torino, vista la Francia indietreggiare, prese un nuovo atteggiamento, e Cavour scrisse a Durando e a Villamarina: — La Sardegna è troppo debole per imporre la sua opinione alle grandi Potenze; ma è abbastanza prudente per non suscitare imbarazzi a sé stessa e a' suoi alleati. Nella questione dei Principati vi è un pomo di discordia tra le grandi Potenze: esso può tornarci di vantaggio, se lo lasceremo maturare. — E ciò basti circa il contegno della Sardegna nella Conferenza per le cose di Oriente.

Ora avremmo a recare l’altro documento da noi promesso, vale a dire il Rapporto del conte di Rayneval, Ambasciatore di Napoleone III presso la Santa Sede, circa le cose d’Italia. Ci consenta però il lettore una breve dilazione, sembrandoci questo il luogo di dire alcun che del famoso Conte di Cavour, divenuto ormai moderatore e centro della rivoluzione italiana.

Cavour cattolico, monarchico, liberale, mazziniano

—Nella mia lunga carriera, dicevaci un illustre uomo di Stato, non ho conosciuto mai un uomo più impronto e più astuto del Conte di Cavour! Dire e disdire, mentire e smentire erano per lui l’istessa cosa, quando servisse a raggiungere i suoi intendimenti, la freddezza e la ignoranza erano in lui pari alla franchezza. — Per verità la cruda lezione toccatagli dai plenipotenziari austriaci al Congresso di Parigi ne è luminosa prova.

Del resto il conte Camillo Benzo di Cavour non pensò sempre in un modo; vi fu anzi un tempo che pensava come noi, se la parola è la espressione del pensiero. Nel 1846, quando Pio IX non era ancora salito al soglio pontificale, il Conte di Cavour faceva elogi indistintamente del Papa, del Re di Napoli, dell’Imperatore d’Austria e dei loro Governi. A quell’epoca egli scriveva articoli nei giornali, era cattolico, realista, conservatore!

Ferveva la questione delle strade ferrate da introdursi e svolgersi in Italia, e nel periodico francese La Revue Nouvelle, fascicolo del 1. Maggio 1846, egli scriveva così:

«Roma non tarderà a divenire il centro d’una vasta rete di strade ferrate, che riuniranno questa vasta Città coi due mari, Mediterraneo e Adriatico, come pure colla Toscana e col Regno di Napoli. Questo sistema, la cui esecuzione offre, è vero, alcune difficoltà materiali, che non sono tuttavia superiori agli sforzi dell’industria moderna, assicura a Roma una posizione magnifica. Centro dell’Italia, e in qualche maniera delle contrade che circondano il Mediterraneo, la sua potenza d’attrazione, già così considerevole, riceverà un’estensione prodigiosa. Posta sulla strada dell’oriente all’occidente, i popoli di tutti i paesi accorreranno in folla nelle sue mura per salutarvi l'antica signora del mondo, la Metropoli moderna della Cristianità, che nonostante le innumerevoli vicende, cui andò soggetta, è ancora la Città più ricca in preziose memorie e in magnifiche speranze.»

Ma sopra un altro punto importante e capitale il conte di Cavour si trovava d’accordo con noi, anzi col conte di Rayneval, Ambasciatore di Francia presso la S. Sede, il quale aveva affermato, che il Piemonte non è Stato italiano. Infatti in tutta intera l’epoca paganoromana, che più tardi il Cavour e i suoi consettari pretesero restaurare, non è mai detto che il Piemonte fosse Italia. E il Conte di Cavour la pensava per lo appunto così, e prima ancora dell'illustre Ambasciatore francese, nella succitata Revue Nouvelle, parlando sempre delle strade ferrate italiane, diceva, che Torino sarebbe il punto d’unione del nord e del mezzogiorno, il luogo dove i popoli di stirpe tedesca e di stirpe latina verranno a fare uno scambio dei loro prodotti e dei loro lumi, scambio di cui profitterà soprattutto la nazione piemontese, che partecipa già alle qualità delle due stirpi». — Preziosa dichiarazione, che per noi popoli italiani, che gemiamo sotto il peso della invasione dei nuovi barbari, apprendiamo almeno dalla bocca di uno dei condottieri di costoro, che non sono italiani quelli che cosi iniquatamente ci opprimono. —

Quindi il Cavour prosegue a fare confessioni di altro genere, ma sempre preziose, facendoci sapere come tutto il gran disegno delle strade ferrate del Piemonte, e la congiunzione di questo con Savoia, e il traforo del Moncenisio furono tutti pensieri immaginati e maturati dall’antico veramente patriottico Governo piemontese, sotto i cattolici Ministri della Margherita e di Revel. A coloro poi che considerano le strade ferrate e il loro maggiore svolgimento, come il più grande benefizio che possa farsi a una Nazione, l’istesso Conte di Cavour afferma, che Napoli e Austria furono appunto i primi governi che arrecassero questo sommo bene della moderna civiltà alla Italia.

«Gli Stati Lombardo-Veneti, scriveva Cavour, sono il primo paese d’Italia, dove si pensasse seriamente alle strade ferrate.» E trattando poi della linea da Milano a Venezia notava, come languisse per la deplorabile (sono parole sue) ed anzi colpevole apatia dei capitalisti milanesi.» E soggiungeva: «L’intervento potente e generoso del Governo austriaco sopraggiunse a salvarla da inevitabile catastrofe. Bisogna riconoscere, che in questa occasione il Governo di Vienna si è dimostrato animato verso i suoi sudditi italiani da sentimenti tanto illuminati, quanto benevoli.»

Némeno largo di elogi mostravasi il bravo Conte verso il Re Ferdinando IL Grazie al Cielo, scriveva egli, noi ci troviamo nel regno di Napoli!» E, conducendo il lettore in quel regno: «Si trovano, diceva, nel regno di Napoli strade ferrate compiute, mentre non sono ancora incominciate nel Piemonte; se ne trovano altre in via d’esecuzione, e un gran numero di progetti saviamente elaborati, che non tarderanno molto ad essere mandati ad effetto. Napoli è uno dei primi Stati d’Italia che abbia assistito all’inaugurazione d’una strada ferrata. Sono due anni (1844) che le locomotive circolano da Napoli a Castellamare, e poco dopo percorsero la linea da Napoli a Capua (278)

Toccava poi dei grandi progetti concepiti dal Governo napolitano circa le strade ferrate. Queste, notava il Cavour, sono finora mezzi maravigliosi di passaggio per luoghi incantevoli; ma non tarderanno a riuscire di maggiore importanza, essendo destinate a diventare la testa delle principali strade del regno; il loro prolungamento è deciso. La strada ferrata di Capua si estenderà fino alla frontiera romana, e diverrà così una parte importante della linea destinata a riunire le due più grandi città d’Italia, Roma e Napoli (279). La strada del mezzogiorno dee a Nocera dirigersi verso l’oriente, e andare a raggiungere il mare Adriatico in un punto che non è ancora determinato. Questo secondo progetto, mono inoltrato del primo, si studia presentemente, e la sua esecuzione non potrà farsi per lungo tempo aspettare.

«Le strade ferrate napolitano non si fermeranno, poiché sieno giunte all’Adriatico. È probabile che, volgendosi allora verso il mezzogiorno, traverseranno le ricche provincie che bagnano questo mare, e, estendendosi fino al capo della Penisola, formeranno il vincolo estremo delle comunicazioni del Continente europeo col mondo orientale». — Ma in mezzo a così belle parole trasparisce la serpe tra l’erba, affermando Cavour, che «le strade ferrate erano un mezzo per ottenere la Nazionalità italiana.»

Quindi proseguiva: «Le agitazioni rivoluzionarie, frutto degli avvenimenti del 1830, ebbero conseguenze così funeste, come le insurrezioni militari del 1820 e 1821. I Governi assoluti con passione non pensarono più che a difendersi.» E soggiunge: «Grazie al Cielo! però le passioni tempestose, che la rivoluzione di Luglio aveva suscitate, si calmarono e ne vennero quasi cancellate le tracce. Le cose avendo ripreso in Italia il corso naturale, la confidenza verso i Principi nazionali si è presso a poco ristabilita, e già i popoli sentono gli effetti salutari di sì felice cambiamento, e tutto prova che noi c’incamminiamo verso un migliore avvenire.» E concludeva: «Però le strade ferrate italiane non si potranno compiere fino a che i veri amici della loro patria non si raggruppino intorno ai Troni che hanno radici profonde nel suolo itano (280).» Cosi il Cavour del 1846. Dieci anni dopo invece, l’Austria, il Re di Napoli e il Papa, che non avevano mai cessato nella loro opera patriottica e salutare, erano involti dall’istesso Cavour in una sola accusa erano divenuti in un tratto nemici d’Italia: e i Potentati europei applaudivano al voltafaccia!

Cavour intanto diveniva rivoluzionario e capo di rivoluzionarii, a distruzione dell’Altare e del Trono. Alleato ed amico di Mazzini, sempre in maschera da monarchico, egli di lui si valeva ora favorendolo ora osteggiandolo, dirigendo con mano sicura e perseverante l’opera distruggitrice dei repubblicani frammassoni.

Il giornale inglese The WeeklyRegistrar, N. 453 del 3 Aprile 1857, recava un articolo Piedmont and Mazzini, citando un ultimo manifesto di Giuseppe Mazzini, nel quale si trovano importantissime confessioni sull’accennato riguardo. Mazzini, sceverando sé stesso dalla taccia di nemico della Costituzione piemontese, esclama: «Abolire la Costituzione in Piemonte! no. Fosse anche in mio potere Io abolirla, mi asterrei dal farlo a cagione della mia propria fede.» E aggiunge il perché, cioè che il ministero piemontese, violando giornalmente lo Statuto, dava opera alla educazione repubblicana d’Italia; ed enumeravano i fatti: — persecuzioni contro la stampa; confische senza processi; violazioni continue della libertà individuale; tasse eccessive; ingerenze ministeriali nelle elezioni; tenebrosa immoralità dei Ministri nelle sfere ufficiali; sistematica noncuranza dell’onore d’Italia e della causa nazionale; concessioni continue alla Diplomazia europea; adorazione dei fatti compiuti, sebbene iniquamente; egoismo locale; obliquo macchiavellismo.» — Tuttociò (afferma Mazzini) fa' prò alla sua causa, e il Conte di Cavour e i suoi colleghi lo servono a capello. —

Né Mazzini si contenta di solamente asserire; imperocché, detto dell’origine della libertà in Piemonte, del 1848, del tricolore italiano, e degli uomini che governarono allora il Piemonte, i quali non avevano né virtù, né coraggio, né gemo, passa ai fatti.

Dice egli pertanto come i ministri piemontesi sostenessero in Italia una attica cospirazione in tutte le direzioni, con viaggiatori ed agenti, ora sotto specie di diplomazia, ora con affiliazioni, ora con soscrizioni. «E la cospirazione, aggiunge il Mazzini, ha i suoi centri di propaganda e di agitazione, che potrebbe indicare e nominare». — I suoi comitati esistono in Roma, Bologna e Firenze ed in alcune città del Lombardo-Veneto, e vi sono centri secondari in altre parti d’Italia.» — Potrei, dice, nominarvi dogli uomini, alcuni dei quali membri del Parlamento, che servono d’intermediari tra questi poveri balordi e il Ministero

«La cospirazione si è unita con pretendenti stranieri, e potrei nominarvi la persona mandata con commendatizie del conte di Cavour — a creare un partito in Savoja per l’avventuriero Marat— Ma quest’uomo era un Italiano di cuore, e per lui vedere le cose e disingannarsi fu tutt’uno.» E prosegue dicendo che, per mozzo di tale cospirazione, il Ministero era in contatto con coloro che stavano apparecchiando una spedizione armata, che in fatti ebbe luogo poco dopo nei territori di uno Stato vicino; voglio dire del movimento nella Lunigiana.»

Mazzini afferma di più, che «questa cospirazione mi fece, sono appena due anni, delle aperture, mentre io mi trovava in Genova, con piena cognizione del Governo.» Tali proposte aggiravansi sulla questione di azione, «probabilmente, osserva egli, fatte per scandagliare il terreno, e conoscere il luogo, dove l’azione dei Mazziniani porgerebbe, seguendo la solita sleale politica a doppio taglio, miglior pretesto all’intervento del Ministero sardo… Do pegno il mio onore, conchiude esso Mazzini, per la verità di quanto asserisco.» Néil Ministero, néil Cavour osarono smentire le parole del demagogo ligure, sebbene vi fossero fieramente spinti dai giornali cattolici e conservatori.

Egli è che tutti operavano in un perfetto accordo, sia pure che discordassero talvolta circa i mezzi a raggiungere lo scopo. Il Piemonte era ormai il punto di appoggio, onde sollevare l’Italia e sconvolgerla da capo a fondo, affine di far trionfare le dottrine mazziniane. Mazzini lo diceva chiaramente in un suo articolo, dato nel supplemento dell’Italia del Popolo N. 162 del 4 Agosto 1857: «Il punto d’appoggio, dice egli, alla leva che deve promuovere questa azione, ènaturalmente collocato dove è libertà, dove gl’Italiani possono meglio intendersi ed apprestare senza pericolo gli apparecchi della lotta. Al Piemonte ò toccato in sorte di essere questo punta. Per questo ci è sacro.»

Intanto Cavour sgombrava la via da ogni qualunque ostacolo potesse ancora inceppare l’incesso baldanzoso della rivoluzione. Epurata la destra del Parlamento e disfatta la parte cattolica, quasi a riposare sui còlti allori, si portava inattesamente a Ginevra, la Roma del Protestantesimo, covo principale di settarie cospirazioni per l’Italia, la Francia, la Germania, vero quartiere generale di Mazzini, come fu palese per le inchieste fatte dopo l’attentato contro Napoleone III, di cui siamo per parlare. E il conte di Cavour, monarchico ministro dei Monarca piemontese, si recava nella città, donde era partito il sicario Gallenga, e vi riceveva applausi e ovazioni da quei fieri repubblicani, coi quali mentre di nascosto cospirava, nei discorsi pubblici, fraternizzando con loro, dichiarava: — Piemontesi e Ginevrini hanno i medesimi istinti e le medesime affezioni! —

Da questo punto la Circolare del conte di Cavour, diviene, come a dire il sostrato e la traccia della nostra narrazione.

Abbiamo nella surriferita dichiarazione detto quanto basta circa la parte presa dal Piemonte nella conferenza per gli affari di Oriente. Circa le vertenze coll'Austria, abbiamo detto molto, e diremo molto di più in seguito, partendo dalla rottura delle relazioni diplomatiche, alla quale si ferma la Circolare. Parleremo a suo luogo delle cose di Parma, di Modena, di Toscana prima di riportarci a Napoli; ora ci è d’uopo rivolgerci alle cose di Roma e della S. Sede, principale punto di mira degli strali del CAVOUR. E qui mette bene di recare il rapporto del Conte di Rayneval. Non tutte le sue idee, né tutti i suoi giudizi sono esatti circa le cose italiane; ma i fatti che espone in ordine all’amministrazione pontificia sono tali da illuminare ogni uomo leale e scevro da passione. Rechiamo questo documento nel suo testo originale, riservandoci dopo di tradurne, per intelligenza di tutti, i brani più importanti.

Rapport de M. le Comte de Rayneval, Envové français à Rome,
A. M. le Comte Walewaki, Ministre des affaires étrangères de France

(Extrait du Daily-News)

Rome, 14 Mai 1856.

Monsieur le Comte,

La situation des États-Pontificaux préoccupe en ce moment plus que jamais les différents cabinets de l'Europe, et en particulier le gouvernement de l’Empereur, au double point de vue des intérêts du Catholicisme et de la protection armée que la France e l’Autriche prêtent au Saint-Siège. Cette question est envisagée sous tant d’aspects divers, (die est tellement dénaturée par l’esprit de parti, elle excite en sons contraire de mviolentes passions, qu’une revue véridique et impartiale des faits ne semble pas hors de propos.

Bien que les accusations portées contre le Gouvernement pontifical puissent être grandement exagérées, il est certain (pie ce gouvernement est vulnérable sur un point; son territoire est occupé par des troupes étrangères, et il est douteux qu'il puisse se passer de cet appui. Tout État indépendant doit être en mesure de se suffire à luimême et d’assurer sa tranquillité intérieure par ses propres forces. On reproche à la Cour de home de manquer à cette condition; on s’enquiert des causes de sa faiblesse, et on l’attribue généralement au mécontentement que causent, parmi les sujets, les vices de l'administration.

La cause réelle de la faiblesse du Gouvernement pontifical est beaucoup moins simple. Elle se rattache ¿ï un ordre d'idées tout différent. Mais se plaindre de l’administration est, pour arriver A une conclusion, une manière plus commode et plus expéditive que d’interroger laborieusement l’histoire et les tendances de la race italienne. Le malaise et le mécontentement des populations naissent plus particulièrement de ce. fait, que le rôle de l’Italie dans le monde n’est pas en rapport avec ses visées et ses aspirations. Ce sentiment national s’est manifesté avec une vivacité égale à toutes les époques, et le pouvoir temporel du Pape a été constamment regardé comme le principal obstacle à sa satisfaction.

Dans le cours des deux derniers siècles, la prospérité générale de l’établissement pontifical et les ressources abondantes qui affluaient à Rome de toutes les parties du monde, imposaient silence aux plaintes. Mais les grands changements accomplis en Europe dans les cinquante années qui viennent de s'écouler, ont tari la source de la prospérité romaine. L’Église a été contrainte de se contenter des revenus qu’elle tire exclusivement de son territoire. De là un malaise qui, croissant d’année en année,' pousse par une pente aisée les esprits à discuter et à attaquer les actes du Gouvernement.

La Papauté, protégée jusqu’ici par un grand prestige, commenceà perdre dans l’esprit du peuple. Les dernières traces des anciennes souverainetés ecclésiastiques ont disparu dans le reste de l’Europe. Nos pères, accoutumés â la vue de ces souverainetés, n’y voyaient rien d’extraordinaire. Aux veux de la nouvelle génération, un gouvernement de cette espèce, restà seul debout dans le monde, devient une anomalie à laquelle on prodigue les critiques. En même temps, le systéme constitutionnel, qui séduit aisément les peuples, s’est insensiblement implanté dans le plus grand nombre des États.

On se demande s’il est conforme à l’esprit du siècle, s’il est convenable d’obéir áun prêtre et de perpétuer un systéme de libertés publiques et de libre discussion en présence d’un pouvoir qui revendique l’infaillibilité en matière spirituelle, et s’appuie exclusivement sur le principe d’autorité? Comment organiser une Italie puissante aussi longtemps que la Péninsule est divisée en deux parties distinctes par un État neutre par la nécessité de sa nature, et isolé de tous les conflits européens? Comment l’Italie jouerait-elle un grand rôle, quand sa partie centrale est en possession d’un Souverain qui ne porte pas d’épée? D’autres causes, non moins puissantes, ont encouragé ces tendances hostiles.

L’Italie avait toujours tenu le sceptre, si non de la guerre ou de la politique, qui ne sont pas exactement de son ressort, au moins de la civilisation, de la science et de l’art. Tous ont consenti que ce sceptre échappât à ses mains. Les mille voix de la presse apprenaient chaque jour aux Italiens les progrès de leurs voisins, et leur faisaient sentir qu’ils étaient devancés sur une foule de points. Si, grâce à l’aveuglement de l’amour propre national, ce sentiment n’est pas encore devenu universel, il n’en est pas moins vrai qu’une grande partie de la population s’est sentie menacée jusque dans les derniers retranchements de son légitime orgueil; nouveau grief terrible à porter au compte des gouvernants. En même temps, la tolérance hautement avouée de plu sieurs cabinets pour les plaintes des populations n’était pas, il faut l’avouer, un de leurs moindres engagements.

Sur un terrain ainsi préparé, les insurrections et les révolutions ne peuvent manquer de germer avec facilité. Elles ont mis le pays sens dessus dessous et ont laissé des traces profondes de leur passage. La victoire momentanée obtenue sur la Papauté l’avait complètement dépouillée de tout prestige. Ce n’était plus l’Arche sainte contre laquelle aucun effort humain ne pouvait prévaloir. En vain elle accumulait concession sur concession: le principe même de son existence était mis en question. On s’habituait à l’idée de voir cesser cette existence. Les passions hostiles puisaient de nouvelles forces dans la conscience d’un succès probable là où toute espèce de succès avait dès longtemps paru impossible; et plus que jamais la vanité nationale attribuait ses blessures à une administration que sa nature même, toute spéciale, offrait en butte aux attaques. Les préjugés contre ce qu’on appelle un gouvernement de prêtres étaient parvenus â leur point culminant.

Ici il devient nécessaire de présenter quelques observations sur le caractère particulier des Italiens. Le trait saillant de ce caractère est l’intelligence, la pénétration, la conception vive de toutes choses. Ces dons précieux que la Providence a répandus sur l’Italie avec plus de profusion que partout ailleurs et qui brillent encore de tout leur lustre antique, sont chèrement rachetés, sauf quelques remarquables exceptions, par le manque total d’autres qualités, telles que l’énergie, et force d’âme et le vrai courage civil. Il est rare de voir les Italiens fermement unis entre eux. Toujours en suspicion les uns à l’égard des autres, ils vivent constamment séparés. Chacun n’a de confiance qu’en soi-même et reste isolé. De la vient qu’ils n’ont ni associations commerciales ou manufacturières, ni entente commune, ni combinaisons pour les affaires privées ou publiques. Avec de pareilles dispositions, ils sont dépourvus de l’élément essentiel du pouvoir public; la force organisée leur manque totalement.

Les armées, qui ne tiennent ensemble que par la confiance réciproque des soldats et l’obéissance envers le général, sont impossibles. Les rangs sont au complet à la parade; mais à l’heure du danger, les chefs sont accusés de trahison, et les soldats ne peuvent compter les uns sur les autres. Ce défaut d’équilibre entre l'intelligence et le caractère, chez les Italiens, donne la clef de toute l’histoire et explique l’état d’infirmité politique où ils sont restés vis-à-vis des autres peuples de l’Europe.

Livrés à eux-mêmes, ils n’ont jamais su faire autre chose que disputer sur la place publique, donner la victoire en définitive aux partis extrêmes, se consumer en agitations stériles, se diviser et se subdiviser à l’infini, et livrer leur pays au premier occupant, aux Français, aux Espagnols, aux Allemands. Chaque nation porte la peine de ses défauts; mais comment parvenir à lui faire comprendre que son infériorité doit être attribuée à elle-même et non à son gouvernement?

Il est de mode de prendre les Piémontais pour les Italiens et de les montrer comme un exemple de ce qui peut être attendu des populations italiennes.

C’est une grande erreur. Les Piémontais sont une nation intermédiaire contenant plus d’éléments français et suisses que d’éléments italiens. Un fait suffit pour me convaincre de cela, c’est qu’ils possèdent ce véritable esprit guerrier et monarchique qui est inconnu au reste de l’Italie.

L’esprit italien, quant à la politique et à l’administration, est par sa nature portà vers les moyens termes, les accommodements. L’interprétation est considérée comme au-dessus de la loi elle-même. Suivant religieusement les traditions de l’ancienne Rome, La jurisprudence est un principe gouvernemental.

On rencontre cette tendance partout. Elle exerce une très heureuse influence sur le progrès des affaires; mais, dans la pratique, elle laisse au Gouvernement une très grande latitude, et enlève de son autorité à la loi, encourageant ainsi les gouvernés à se soustraire à l’application rigoureuse de ses prescriptions; une loi inflexible leur serait odieuse; une administration s’attachant strictement à la loi, sans compromis, leur paraîtrait insupportablement dure.

Examinons les désirs et les tendances possibles en ce moment des populations. Elle formulent leurs plaintes beaucoup plus que leurs plans. Quant à leurs plans, on peut dire qu’il y en a autant que d'individus. Dans les dernières profondeurs de la société, le carbonarisme existe; il continue à faire des recrues: le poignard est toujours là en honneur; le but poursuivi est le renversement de tout ordre social.

Les adeptes do Mazzini forment déjà une classe de quelques degrés au-dessus de la dernière. La république universelle, l’unité de l’Italie, le gouvernement constitutionnel, la guerre contre l’Autriche, tel est leur programme.

Ils disent qu’ils sont un corps considérable et prêt à agir, mais jamais ils n’ont tenu parole. Dirigés par les comités de Londres et de Genève, leur mot d’ordre est la tranquillité et l’inaction pour le moment, jusqu’à ce que le départ des troupes étrangères leur donne l’occasion d’opérer avec quelque chance de succès. Cette section s’étend à une certaine portion de la classe moyenne. Cette classe et les classes plus élevées en général sont tourmentées du désir de prendre part aux affaires publiques.

L’exemple du Piémont leur tourne la tête. Une constitution à l’anglaise est à leur veux merveilleusement adaptée et à leurs mœurs et aux besoins du pays. Ils désirent pour eux et pour leur patrie une grande étendue d’action. Ils se regardent comme déshérités. Convaincus que la présence du Pape est un obstacle invincible à la réalisation de leurs projets, ils désirent ardemment la destruction du pouvoir pontifical. La majeure partie des membres de ce parti s'est ralliée aux partisans de Mazzini, laissant au pays le soin de décider entre les deux partis après que la victoire aura été obtenue. Refusant d’aller aussi loin qu’une Constitution anglaise, il y a un certain nombre d’individus qui professent de l’attachement au trône pontifical et en même temps l’accablent de leurs attaques, prétendant que leurs désirs sont limités à l’obtention d’une meilleure administration. Ils sont incapables de définir ce qu’ils entendent par là.

A leurs veux tout est du ressort du Gouvernement, même l’entretien de leurs propres maisons et de leurs propres affaires. Si les entreprises réservés à l’industrie privée ne sont pas développées dans les Ètats-Rornains, la faute en est aux entraves que suscite le Gouvernement. Attribuant tous les actes de l’administration à des motifs exclusivement personnels et basés sur des intérêts de la pire espèce, ils croient que les affaires publiques et le bénéfice. qui en provient sont entre les mains d’un petit nombre de monopoliseurs qui épuisent les ressources de leur pays à leur propre profit. Ils ne rêvent que déshonnêteté et collusion. Avant à supporter des impôts plus légers qu’aucun pays en Europe, ils se plaignent d’être écrasés par le poids des charges fiscales. En même temps, ils se plaignent que l’État n’entreprenne pas de grands travaux, qu’il serait de leur devoir d’entreprendre eux-mêmes. Ignorant les premiers principes de l’économie politique et de l’administration, ils produisent des systèmes complètement opposés aux leçons de l’expérience, quand ils sont obligés de formuler un projet. Finalement, ils prétendent avoir une grande crainte des mazziniens et en même temps ils leur ouvrent la porte.

Enfin il y a un parti qui attribue tout le mal à l’abandon des anciens errements. Si nous pouvions retourner, disent-ils, au régime ecclésiastique pur et simple comme il existait jadis, l’excitation serait apaisée et toute difficultà disparaîtrait.

Entre ces partis, il y a une foule très nombreuse de gens indifférents A toute chose autre que leur propre prospérité, aimant assurément à murmurer, mais amis de l’ordre et vivant en bons termes avec le gouvernement pontifical. Partout ailleurs un parti semblable fournirait au gouvernement un bon appui; mais dans un pays dans lequel l’esprit d’entreprise et l’énergie nécessaire pour une résistance quelconque sont complètement inconnus; où la règle générale est de laisser faire, en se réservant le droit de se plaindre, une fois la chose faite, plutôt qu’avant; comment compter sur de pareils amis, comment les destinées de l’État pourraient-elles être placées en de telles mains? Là est la grande difficulté. Aucun gouvernement ne peut se dispenser d’avoir un appui matériel, et cette condition ne peut pas être remplie dans les États-Romains. Quel (pie soit celui de tous ces partis qui viendrait à avoir la chance de triompher, ce parti verrait, le fait est indubitable, se former autour de lui la même somme de plaintes qui sont adressées au gouvernement actuel.

La même difficultà que le gouvernement existant éprouve à trouver des points d’appui dans un pays incapable de les produire, sera éprouvée par n’importe quel parti qui arrivera au pouvoir. Le parti qui limite ses vœux il des réformes quand il est inhabile à se défendre lui-même, parce que personne ne veut se compromettre dans sa défense, fera place à un parti constitutionnel; celui-ci à son tour cédera aux mazziniens qui, grâce aux mesures de violence d'un côtéet d’indifférence d’un autre, resteront définitivement maîtres de la situation. Telle sera inévitablement la marche des évènements si l’équilibre actuel est troublé de nouveau.

Pie IX s’est montré plein d’ardeur pour les réformes. Il se mit luimême a l’œuvre. Tout le monde connaît la catastrophe qui a suivi. Ce qui est arrivé alors se renouvellerait bien certainement de nos jours.

Quand nous avons ici le spectacle d’une nation profondément divisée, animée d’une ardente ambition, sans aucune des qualités qui font la grandeur et la puissance des autres nations, sans énergie et sans esprit militaire comme sans esprit d’association, ne connaissant rien du respect dû à la loi et aux supériorités sociales; et cette nation mécontente de son lot, accusant ceux qui la gouvernent et qui sont en réalité les os de ses os et la chair de sa chair, comment pouvons-nous oser espérer que, pour surmonter les difficultés d’une situation si compliquée, il suffira d’introduire quelques réformes dans l’administration pontificale? En vérité, un tel remède parait peu adapté au mal, et il n’est pas même aisé d’apprécier de quel secours il lui serait. Si les populations avaient de justes sujets de plaintes contre le gouvernement pontifical, et si leurs griefs étaient fondés sur cette seule cause, la recette pourrait être excellente, mais j’ai longuement énuméré les causes véritables de la mauvaise situation des populations, et je n’ai pu voir nulle part que ces causes fussent en relation directe avec le mode d’administration. Fondamentalement, le principe de gouvernement est le point en litige et non pas la manière de le pratiquer.

Quels sont les reproches graves que l’on peut adresser au gouvernement pontifical? Et quelle idée se forme-t-on des hommes qui le composent? Est-il possible qu’ils soient dépourvus de cette intelligence dont leur pays est si richement privilégié? Serait-ce qu’ils ont un si faible sentiment de leur devoir et de leurs intérêts, qu’ils placent, de commun accord, des obstacles dans la voie de prospérité de leur pays? Il ne serait pas juste de les accuser aveuglément et sans un examen sévère de leur conduite. C’est une opinion généralement accréditée que l’administration pontificale est toute entre les mains des prêtres.

On a prétendu que le prêtre, dont la mission est de défendre les intérêts du ciel, n’entend rien à ceux de la terre; que, n’ayant pas de famille, il est indifférent à la prospérité de la patrie; que vivant en dehors de la société, il n’en peut comprendre les vrais besoins; que l’esprit de corps est plus puissant sur lui que le sentiment de la nationalité, et ainsi de suite. Le peuple a de la peine à croire que le prêtre employé par la cour de Rome à un service civil n’a plus de caractère sacerdotal pendant la durée de ce service, et que loin de monopoliser l’administration, il n’en a qu’une faible partie, qu’il est en minorité.

J’ai souvent demandé aux ardents adversaires du gouvernement romain à combien ils évaluaient le nombre de prêtres employés dans l’administration. Il m’était répondu que cette évaluation allait à trois mille. On ne voulut pas me croire lorsque je prouvai, preuves en main, qu’en portant le nombre au chiffre maximum, il n’atteignait pas 100, et que la moitié de ces prétendus prêtres n’avaient pas reçu les ordres. C’est cependant sur des données d’une telle fausseté que sont basées les charges graves qui sont acceptées par le public comme irréfutables.

Dans un temps, alors que le gouvernement pontifical ne soulevait aucune objection, l’Église comprit que la part du prêtre relative à l’autel et celle se rapportant à l’administration, pouvaient se trouver en contradiction dans maintes occasions; l’Église ouvrit alors la porte à l’élément laïque, par l’institution de la prélature, et réserva pour elle un certain nombre de places, même dans le Sacré-Collége. La prélature s’accroît et reçoit des augmentations continuelles de la part d’une classe de citoyens spécialement destinés à l’administration. Certaines conditions d’éducation et de fortune sont exigées de ces personnes. Dernièrement ils ont rempli leurs fonctions à leurs propres frais, et ont ainsi allégé les charges du budget.

Une position aussi importante procurait aux titulaires, il y a quelques années, un traitement annuel de 600 écus romains. Dès lors, afin de rendre ces places accessibles au plus grand nombre, les émoluments qui y sont affectés ont été sensiblement augmentés. Les prélats romains ne sont pas du tout obligés d’entrer dans les ordres sacrés. La plupart s’en dispensent. Pouvons-nous par conséquent appeler prêtres ceux qui n’ont du prêtre que l’uniforme? Le comte de Spada, beau-frère du Père Beauveau, est-il un administrateur plus habile et plus zélé maintenant que lorsque, revêtu du costume de prêtre, il remplissait les fonctions de ministre de la guerre? Mgr Matteucci, ministre de la police; Mgr Mertel, ministre dé l’intérieur; Mgr Berardi, sous-secrétaire d’État, et tant d’autres qui sont libres de se marier demain s’ils le veulent, constituent une caste religieuse faisant le sacrifice de ses propres intérêts aux intérêts du pays, et seraient-ils plus irréprochables s’ils étaient habillés différemment?

Si nous examinons la part faite aux prélats, ceux qui sont prêtres et ceux qui ne le sont pas, dans l’administration romaine, nous arriverons à des résultats qu’il est important d'enregistrer. Hors de Rome, c’est-à-dire dans toute l’étendue des États-Pontificaux, à l’exception de la capitale, dans les Légations, dans les Marches, dans l’Ombrie, dans toutes les provinces, au nombre de dix-huit, combien croyez-vous qu’il soit employé d’ecclésiastiques? Leur nombre n’excède pas quinze, — un par province, — excepté trois où il n’y en a pas du tout. Ce sont des délégats ou, comme nous le dirions, de préfets. Les conseils, les tribunaux et les fonctions de toutes sortes sont remplis par des laïques.

Le nombre de ces derniers s’élève à 2,313 dans le service civil, et 620 remplissent dos fonctions judiciaires, en tout 2,033; de sorte que pour un ecclésiastique en fortifiions, nous avons 15 laïques. Il est impossible à l’esprit le plus prévenu de ne pas reconnaître qu’un pouvoir ecclésiastique qui a réduit à une telle infirmité le nombre des membres de son ordre qui sont les dépositaires du pouvoir dans toute l’étendue du territoire, est arrivé aux dernières limites. Qui voudra croire que cela soit un abus intolérable et que le danger cessera lorsque le petit nombre d’ecclésiastiques restant en fonctions aura disparu de la scène?

Mais ici un fait curieux se présente à notre considération. Les provinces administrées par des laïques, entre autres celles de Ferrare et de Camerino, envoient députation sur députation pour obtenir du gouvernement un délégat ecclésiastique. Le peuple n’est pas habitué aux délégats laïques; il leur refuse obéissance; il les accuse de borner l’intérêt public à celui de leur famille, et il n’est rien, même en ce qui touche leurs femmes, qui ne donne lieu à dos questions de préséance et d'étiquette. En un mot, le gouvernement qui, pour satisfaire le prétendu désir des populations d’avoir des fonctionnaires laïques, réserverait un certain nombre de places pour ces derniers, trouverait dans les populations elles-mêmes une vivo opposition à de telles mesures.

A Rome, centre du gouvernement, le nombre des prélats, prêtres ou non, employés dans l’administration, est nécessairement plus considérable que dans les provinces. Néanmoins la supériorité numérique en faveur des laïques est frappante et conduit aux mêmes conclusions. Voici les données statistiques par départements ministériels.

Le département des affaires étrangères, sans compter les emplovés du dehors, comprend 5 ecclésiastique et 19 laïques.

Les principaux parmi ces ecclésiastiques, tels que le Cardinal Secrétaire d’État et son substitut, ne sont pas plus des prêtres que la plupart des préfets qui sont désignés ici comme ecclésiastiques. ,

Le Conseil d’État compte G ecclésiastiques et 5 laïques; le ministère de l’intérieur 22 ecclésiastiques, parmi lesquels les 15 présidents des provinces dont j’ai déjà parlé, et 1,411 laïques; le ministère des finances, 3 ecclésiastiques contre 2,017 laïques; le ministère du commerce et des travaux publics, 2 ecclésiastiques et 1G1 laïques; le ministère de la police, 2 ecclésiastiques et 484 laïques; le ministère de la guerre n’;i pas un seul fonctionnaire ecclésiastique. Le ministère de la justice, en y comprenant les cours supérieures, qui ont une organisation mixte, compte 59 ecclésiastiques contre 927 laïques. Ce nombre de 59 se divise de la manière suivante:

Dans le ministère, 1 ecclésiastique, 48 laïques.

A la Cour de cassation, 3 ecclésiastiques, 8 laïques.

A la Cour civile supérieure de la Rota, 12 ecclésiastiques et 7 laïques.

Au tribunal civil, 3 ecclésiastiques et 116 laïques.

Au tribunal criminel supérieur de la Consulte, 14 ecclésiastiques et 37 laïques.

Au tribunal criminel, pas d’ecclésiastiques, 37 laïques.

Au tribunal de l’Évêque, 9 ecclésiastiques, 17 laïques.

Au tribunal de la Chambre Apostolique, 7 ecclésiastiques et 16 laïques.

Dans les tribunaux civils et criminels de première et seconde instance des provinces, 620 laïques et pas d’ecclésiastiques.

Aux archives, à la Chambre des notaires, 16 laïques, pas d'ecclésiastiques.

Dans divers bureaux, 1 ecclésiastique, 6 laïques.

Au fond, les tribunaux sont les écoles des prélats romains. C’est là qu’ils font leur apprentissage et préparent leur carrière.

Dans le but de s’entourer d’administrateurs revêtus du costume ecclésiastique, et de faire pénétrer non-seulement dans l’administration, mais aussi dans le Sacré-Collége et jusqu’auprès du trône les vues éclairées acquises par la pratique et f expérience des affaires; afin d’ouvrir en même temps, comme je l’ai dit, la porto à l’élément laïque, la cour de Rome a toujours cherché à grouper autour d’elle un certain nombre d’hommes choisis avec soin qui n’ont pas l’intention de se faire prêtres, et auxquels elle ouvre une carrière. Douze ou quinze préfectures dans les provinces ne suffiraient pas pour le recrutement, l’apprentissage et la récompense des services rendus.

Les tribunaux supérieurs ont été réservés pour satisfaire à ce besoin. Le nombre total des ecclésiastiques employés dans l’intérieur des États-Pontificaux n’excède pas 98. En revanche, nous voyons que le nombre des laïques est de 5,059, ce qui donne une proportion de 52 laïques contre un ecclésiastique. En défalquant les fonctionnaires des tribunaux supérieurs de la capitale, parmi lesquels quelques uns, comme le tribunal de l’Évêque, n’ont qu’une juridiction exclusivement ecclésiastique, nous trouvons que le nombredes ecclésiastiques employés dans toutes les branches de l’administration des États-Pontificaux, ne s’élève pas au-delà de 36!

Les attributions déférées à ce petit nombre ne sont pas secondaires. Les places qu’ils occupent sont les plus importantes, autrement leur influence serait réduite à zéro. Il est juste de dire aussi que, en dépit du préjugé, l’habit ecclésiastique inspire encore un certain respect qui vient en aide à l’action du gouvernement.

Le peuple n’a pas de déférence pour le fonctionnaire laïque et ne lui pardonne pas, comme il pardonne au prêtre, la supériorité du rang et de l’emploi.

J’ai vu et je vois encore des fonctionnaires laïques exposés à des attaques personnelles beaucoup plus violentes que celles adressées à des ecclésiastiques; c’est une contradiction, mais c’est néanmoins un fait incontestable. Est-il possible de croire que le bonheur et le repos des populations sont puissamment affectés par la présence d’un si petit nombre de personnes qui, je le répète, n’ont, pour la plupart, du prêtre que l’habit? Évidemment la question n’est pas là, parce que ce n’est pas là que nous devons chercher le mal et le remède.

Du côtédes opposants, quelque mal qu’ils comprennent la vraie situation des choses, la sécularisation indiquée comme un remède n’est qu’un prétexte pour introduire des opérations étrangères et attaquer le gouvernement pontifical dans son principe essentiel.

Les adversaires du régime actuel n’osent pas aller jusqu’à dire: Nous ne voulons plus du Pape; l’expression d’un tel désir occasionnerait une trop grande alarme; ils se contentent de dire: Nous ne voulons plus des prêtres. Cette formule mitigée a le double avantage de faire appel aux sympathies de ces populations qui ne connaissent d’autres prêtres que ceux qui disent la messe ou montent en chaire, et en même temps de porter un coup dans le sens de leurs vues, afin de préparer la ruine du pouvoir temporel de la Papauté.

Il est du devoir de ceux qui, par conviction et par intérêt, sont les défenseurs de l’ordre de choses actuel essentiellement lié avec le maintien de l’unité catholique et le principe d’autorité dans le monde, de se tenir sur leurs gardes contre ces apparences, et d’estimer à sa juste valeur l’exagération des adversaires ardents des institutions les plus grandes et les plus fécondes que les âges nous aient léguées.

Après avoir montré en quoi consiste le caractère prétendu exclusivement ecclésiastique des administrateurs romains, il est essentiel de voir quels sont ses effets et si son action est si contraire aux intérêts des populations, que ces dernières puissent avoir des sujets légitimes de plainte, et aient le droit d’invoquer l’appui des autres nations pour mettre un terme aux maux dont elles sont accablées.

Précédemment, les anciennes traditions de la cour de Rome étaient fidèlement conservées. Toute modification aux coutumes établies, toute amélioration était regardée de mauvais oeil, et considérée comme pleine de dangers. L’administration était confiée aux prélats; les laïques étaient par la loi exclus des hautes fonctions do l’Etat. Dans la pratique actuelle, les différents pouvoirs se sont souvent confondus.

Le principe de l’infaillibilité pontificale était appliqué aux questions d’administration; le monde à vu les décisions personnelles du Souverain infirmer les jugements des tribunaux, même en matière civile; le Cardinal Secrétaire d'État, le premier ministre, dans toute l’acception du mot, concentrait tous les pouvoirs entre ses mains. Sous sa direction suprême les différentes branches de l’administration étaient confiées à des personnes qui étaient plutòt des commis que des membres.

Il n’y avait pas de conseil des ministres, et jamais ils ne délibéraient ensemble, sur les affaires publiques; l’emploi des finances publiques de l’État était fait secrètement, et aucun renseignement n’était donné â la nation sur les dépenses de son argent; le budget était un mvstère, et maintes fois on a découvert qu’il n’y en avait pas, ou que les comptes n’avaient pas été clos. Enfin, la libertà municipale qui, pardessus tout, est appréciée par les populations italiennes, était restreinte aux limites les plus étroites.

Du jour même où le Pape Pie IX est monté sur le trône, il a fait, nous sommes autorisé à l’affirmer, de continuels efforts pour détruire toutes les causes légitimes de plaintes contre l’administration publique des affaires. Je ne me contenterai pas de parler du commencement de son règne. Trahi par les hommes qu’il avait rappelés de l’exil, trompé de la manière la plus flagrante par les ministres laïques qui l’entouraient en vertu d’un principe de complète sécularisation, et qui n’hésitaient pas à proclamer au monde que leur Souverain avait donné son assentiment à des mesures qu’il avait positivement et formellement rejetées; emporté rapidement par un systéme de pure réforme administrative vers l’établissement d’un régime constitutionnel, alors qu’il ne s’appuyait sur aucune force réelle et qu’il ne trouvait pas le moindre appui dans la nation, le Pape, cédant à la république et menacé même dans l’intérieur de son palais par une insurrection armée, comprit enfin qu’il ne lui restait plus d’autre ressource, pour préserver sa liberté et son indépendance, que dans la fuite de ses États. Nous devons lui rendre la justice d’avouer que, en dépit du résultat malheureux de ses tentatives de réforme, il n’a jamais abandonné ses projets d’amélioration et n’a jamais cessé de chercher les moyens de les mettre en pratique.

Je donnerai une rapide esquisse des principaux actes administratifs et gouvernementaux émanés du gouvernement papal. A son retour de Gaëte, le Pape Pie. IX a proclamé le principe du droit d’admission des laïques à toutes les fonctions, une seule exceptée: celle du secrétariat de l’État. C’est le premier exemple donné par le gouvernement papal du choix de conseillers de la plus haute dignité parmi les rangs de la classe laïque. Ce principe a été consacré par la présence d’un certain nombre de laïques parmi les ministres et les délégués. La loi civile et criminelle avait déjà, été l’objet d’une complète révision. Divers codes de procédure dans l’ordre civil et dans l’ordre criminel, de même qu’un code de commerce, tous fondés sur les nôtres et enrichis des leçons de l’expérience, ont été promulgués.

Je les ai soigneusement étudiés. Ils sont au-dessus de la critique. Le Code hypothécaire a été examiné par des jurisconsultes français et a été cité par eux comme un document modèle. La loi romaine, modifiée dans certaines parties par la loi canonique, a été prise pour base de la législation civile.

Les divers pouvoirs de l’État ont été soigneusement séparés et définis. Des départements ministériels distincts, différant en autorité, ont été créés, chacun d’eux opérant dans le cercle spécial de ses attributions. Un conseil de ministres, sous la présidence du Secrétaire d’État, a été nommé, et les affaires ont toujours été soumises à l’épreuve de la discussion. En même temps, le plus grand respect pour l’indépendance du pouvoir judiciaire a été proclamé, et pratiqué. Un Conseil d’État pour la préparation des lois, composé des hommes le plus intimement versés dans les affaires administratives, tels que le prince Orsini, le prince

Odelscalchi, l’avocat Stolz et le professeur Orioli, a été nommé avec la mission d’éclairer le gouvernement, après investigation complète de tous les projets élaborés par les départements ministériels.

Un conseil de finances, composé de membres nommés par le Souverain, après une libre élection des corps municipaux, a été spécialement chargé de réviser l’emploi des revenus de l’État. Ce conseil n’a qu’un pouvoir délibératif ou consultatif dans les discussions des premiers budgets; si non, ce serait une Chambre de. Députés. Quand il s’agit toutefois de dépenses faites, c’est-à-dire lorsqu'il suffit de vérifier l’application exacte des dispositions établies par le budget, ses décisions ont force de loi. Toutes les années les comptes de l’État et tous les projets qui ont une relation plus ou moins intime avec les finances, lui sont soumis par les ministres. Pour la première fois dans l’histoire des États-Pontificaux, nous avons vu les chefs dépositaires du pouvoir obligés de rendre compte de leurs actions aux représentants de la nation. Pour la première fois, les comptes publics ont été convenablement publiés au commencement de l’époque de leur application, et, conséquemment soumis au contrôle de la nation elle-même.

L’organisation municipale a été en même temps l’objet d’une réforme complète. Les intérêts locaux occupent beaucoup l’attention de l’esprit italien et sont l’objet d’une prédilectionmarquée. Il serait difficile de répondre plus complètement à ce besoin que ne l’a fait la nouvelle organisation.

Les habitants les plus haut taxés de la commune en même temps que ceux qui ont obtenu des grades élevés dans les universités, composent le corps électoral qui a la nomination directe des conseillers municipaux. Ces derniers préparent à leur tour une liste de personnes parmi lesquelles le Saint-Père choisit les membres de la Consulte d’État pour les finances. Une grande latitude pour la création et la dépense des ressources est laissée aux conseillers communaux et aux conseillers provinciaux.

Ce ne sont pas les représentants du gouvernement qui sont chargés de l'administration des fonds de la commune ou de la province. Ce soin est confié à une Commission exécutive élue par le conseil qu’elle représente, et qui demeure en permanence durant l’intervalle d’une session â une autre. Les délégués ou les préfets n’ont que le pouvoir de révision et ne prennent aucune part directe à l’administration des affaires provinciales ni communales. Ce systéme a déjà été l’objet d’un grand nombre d’améliorations diverses dans les États-Pontificaux. De nombreuses routes, — bienfait important, ont été construites, et de nombreux progrès ont été réalisés. Néanmoins, en certaines localités l’équilibre entre les recettes et les dépenses a été rompu.

Les petites villes ont entrepris la construction de théâtres, et l’on agite aujourd’hui la question de savoir s’il ne conviendrait pas de limiter le pouvoir municipal et d’étendre la surveillance exercée par l’autorité gouvernementale. En d’autres temps et dans tous les autres pays, de telles réformes et de telles institutions eussent été un titre de gloire pour leur auteur. Dans l’intérieur, toutes les nouvelles concessions ont eu pour effet de créer de plus grands besoins. A l'étranger, ces changements essentiels apportés au vieil ordre des choses, ces incessants efforts du gouvernement papal pour améliorer le sort des populations, ont passé inaperçus.

Les peuples n’ont eu des oreilles que pour entendre les réclamations des mécontents, et les permanentes calomnies de la mauvaise portion de la presse piémontaise et de la presse belge. Voilà les sources où l'opinion publique a puisé ses inspirations et, en dépit de faits bien établis, on croit dans le plus grand nombre des pavs, et surtout en Angleterre, que le gouvernement pontifical n’à rien fait pour ses sujets et s’est borné à continuer les errements d’un autre fige.

Je n’ai indiqué jusqu’ici que les améliorations introduites dans l’organisation de l’administration. Je dois maintenant mentionner les actes du gouvernement papal et les résultats obtenus.

Avant tout, rappelons que jamais on n'a vu un esprit de clémence plus exalte présider à une restauration. Aucune vengeance n’a été exercée contre ceux qui ont provoqué la chute du gouvernement pontifical; aucune mesure de rigueur n’a été adoptée contre eux. Le Pape s’est contentà de les priver du pouvoir de mal faire en les bannissant du pays. Aucun emprisonnement, aucun procès n’a eu lieu, si ce n’est exceptionnellement par suite de l’obstination de certains individus qui, insistant pour être jugés, ont été condamnés et punis par la remise d’un passeport.

Quant aux flagrantes conspirations qui ont suivi le retour du Pape, c’était son inévitable devoir de prendre des mesure contre elles, aussi bien que contre les assassinats qui ont eu lieu après. Ces mesures ont été prises de la manière la plus régulière. Le Saint-Père n’a jamais manqué de mitiger la rigueur des sentences. Un grand nombre d’individus, des plus compromis, ont obtenu leur liberté après un certain temps, sous condition d’exil.

En ce moment il est difficile de s’assurer du nombre exact des personnes à qui on a fait défense d’entrer dans les Etats-Romains pour des motifs politiques; mais, quant au nombre des auteurs de la révolution de 1819, on pense qu’il ne s’élève pas à une centaine. Cette extrême douceur de traitement n’a pas suffi pour empêcher le Parlement anglais d’accuser le gouvernement pontifical de cruauté.

J’arrive maintenant aux questions d’administration. Nous savons ce que coûtent les révolutions. La république romaine a fait face à ses dépenses en créant un papier-monnaie qui n’a pas tardè à éprouver une considérable dépréciation. Le gouvernement pontifical n’a pas hésité à reconnaître ces assignats et a entrepris la tâche de les retirer de la circulation en les achetant. L’opération a réussi, bien que la somme fût très-considérable. Elle s’élevait à 7,000,000 de scudi, c’est-à-dire à un peu plus du revenu annuel de l’État. La même proportion appliquée à la France aurait donné 800 à 900 millions. Les assignats ont maintenant complètement disparu de la circulation, et les billets de la Banque de l’État-Pontifical, les seuls qui aient cours aujourd’hui, ont la même valeur que la monnaie métallique et sont généralement au pair. Ce remarquable résultat est considéré comme nul par les détracteurs de l’administration pontificale.

La Banque romaine, de fondation française, ne répondait que très-imparfaitement aux besoins du commerce. Elle a été modifiée et est devenue depuis la Banque des États-Pontificaux. Elle a établi des succursales dans les provinces, a étendu le cercle de ses opérations, a donné et continue de donner grande assistance au commerce et au gouvernement, et a montré qu’elle est établie sur une base solide, par la manière avec laquelle elle a traversé plusieurs grandes crises.

Le gouvernement pontifical, dirigeant son attention avec grande convenance sur les moyens d’augmenter le revenu provenant des impôts indirects, a révisé les droits de douanes. Il a diminué les droits sur un grand nombre d’articles et s’occupe en ce moment de la préparation d’une mesure qui sera plus complète et plus générale dans ses opérations.

Des traités postaux et commerciaux ont été conclus avec la France et d’autres États sur les bases les plus larges et en conformité avec les principes qui sont adoptés ailleurs comme marchant de pair avec les idées de progrès.

Le systéme d’affermer les revenus indirects a été aboli. Le gouvernement entreprend directement l’administration du commerce du sel et du tabac. D’importants bénéfices ont été réalisés, et le succès de l’administration est certain.

En dépit des charges considérables qui ont été occasionnées par la révolution et léguées au gouvernement actuel, en dépit des dépenses extraordinaires causées par la réorganisation de l’armée, en dépit des nombreux encouragements donnés aux travaux publics, l’état du budget qui, au commencement, accusait un déficit très-considérable, a graduellement tendu vers l’équilibre. J’ai eu récemment l’honneur de faire remarquer à Votre Excellence que le déficit a été réduit, en 1855, à une somme insignifiante, portant pour la plus grande partie sur des dépenses imprévues et des capitaux appliqués à l’extinction de la dette.

Les impôts sont toujours beaucoup au-dessous du taux moyen des divers États européens. Un Romain paie annuellement à l’État 22 francs, les trois millions d’habitants pavant 68 millions de francs. Un Français paie au gouvernement de France 45 francs, trente-cinq millions pavant 1,600 millions de francs. Ces chiffres montrent d’une façon péremptoire que les États-Pontificaux doivent être considérés, à cet important point de vue, comme avant rang parmi les nations les plus favorisées. Les dépenses sont réglées sur des principes de la plus stricte économie. Un seul fait suffira pour le prouver.

La liste civile, les dépenses des Cardinaux, du Corps diplomatique à l’étranger, les frais d’entretien des palais pontificaux et des musées, tout cela réuni ne demande pas à l’État plus de 000,000 couronnes ou écus (3,200,000 fr.). Cette faible somme est la seule portion du revenu public demandée par le Pape pour fortifier la dignité pontificale et pour entretenir les principaux établissements de l’administration ecclésiastique supérieure. Nous pourrions demander à ces personnes qui montrent tant de zèle à poursuivre les abus si l'appropriation de 4,000 couronnes aux besoins des Princes de l’Église leur paraît porter le cachet d’un systéme d’économie mis en rapport avec le revenu public.

L’organisation de l’armée a été l’objet de soins assidus. Non-seulement les troupes indigènes ont reçu des récompenses et ont été portées à 12,000 hommes; mais un corps de 4,000 Suisses à été formé, et on a établi de nouvelles règles sur le modèle de celles qui sont en usage parmi nous. Les principes d’administration suivis pour nos propres forces ont été adoptés et mis en pratique.

L’apparence actuelle des soldats romains provoque les louanges de tous ceux qui les ont vus. Si le gouvernement pouvait leur donner la fidélité et l’énergie avec l’uniforme et le fusil, il n’y aurait pas lieu de s’adresser à des étrangers pour avoir de l’assistance. Mais le gouvernement a fait'tout ce que lui commandait son devoir, et si son succès n’a pas été complet, ce n’est pas à lui qu’on en doit faire remonter la faute, c’est à la nature même de l’esprit national. En même temps, l’état des finances a été réorganisé, et en dépit des ressources limitées du budget, de nombreuses sommes ont été consacrées à l’encouragement du commerce et des arts.

Un grand nombre de routes ont été ouvertes sur divers points du pays; le port de Terracine a été élargi; des travaux de drainage ont été exécutés dans les Marais-Pontins. Le marais d’Ostia est en train d’être drainé, et des viaducs d’une remarquable importance ont été construits en divers lieux.

La navigation à vapeur a été introduite sur le Tibre, et grâce à un bon systéme de remorquage, le port de Rome a été visité par un plus grand nombre de navires que précédemment.

La ville a été éclairée au gaz, des télégraphes électriques ont été établis, des concessions de chemins de fer ont été faites. Celui de Frascati, qui doit s’étendre jusqu’à Naples, ne tardera pas à être livré à la circulation. Des négociations sont entamées pour une ligne importante qui doit relier Rome à Ancòne et à Bologne. La construction du railwayde Civita-Vecchia a été concédée à une Compagnie qui commencera immédiatement ses travaux.

L’agriculture a été également l’objet des encouragements du gouvernement. Des prix ont été institués pour l’encouragement du jardinage et l’élève du bétail. Enfin, une commission, composée des principaux propriétaires en terres, s’occupe en ce moment de l’étude du problème, restà irrésolu jusqu’à ce jour, du drainage de la campagne de Rome, et du moyen de peupler cette campagne.

Si le peuple romain était capable de s’aider luimême ou même s’il était actif au travail, si son ambition ne se bornait pas à l’acquisition d’un revenu restreint, juste suffisant à satisfaire les premiers besoins de la vie, et s’il ne reculait pas devant la fatigue et l’emploi de son énergie et de ses ressources pécuniaires pour tirer parti, comme on fait ailleurs, des facilités qui lui sont données, le pays s’élèverait à une prospérité rapide. Mais le peuple romain laisse tout échapper et abandonne aux étrangers toutes les entreprises utiles. On comprendra que le gouvernement ne peut pas, pour avancer la marche du progrès, substituer sa propre action à celle de l’industrie privée.

Il existe néanmoins de nombreuses preuves d’énergie publique. De nouveaux bâtiments, par exemple, s’élèvent de toutes parts; le prix des loyers et des denrées de toute espèce hausse rapidement. Les relations commerciales s’étendent. D’importants bénéfices se réalisent dans les entreprises agricoles et financières. De considérables fortunes se forment. La condition de la population est comparativement aisée. On la voit se réunir en foule au premier signal de plaisirs publics; son indifférence, portée à l’excès dans la vie ordinaire, se perd alors tout à fait. L’œil le moins observateur est frappé de son air de prospérité. La gaîté la plus expansive se lit sur tous les visages. On peut se demander alors si c’est bien là le peuple dont les misères excitent à un aussi haut degré la commisération de l’Europe?

Il y a toutefois autant de misères ici que partout ailleurs, mais elles sont infiniment moins lourdes que dans des climats moins favorisés. Les premières nécessités de la vie s’obtiennent à bon marché. La charité privée est largement appliquée. Les établissements de charité publique sont nombreux et efficaces. Ici encore l’action du gouvernement est sensible.

D’importantes améliorations ont été introduites dans l’administration des hôpitaux et des prisons.

Quelques-unes de ces prisons devraient être visitées, afin que les visiteurs pussent admirer, — l’expression n’est pas trop forte, — la persévérante charité du Saint-Pére. Je n’étendrai pas cette énumération. Ce que j’ai dit devrait suffire pour prouver que toutes les mesures adoptées par l’administration portent le cachet de la sagesse, de la raison et du progrès; qu’elles ont déjà produit de bons résultats; en un mot, qu’il n’y a pas un seul détail de nature à intéresser le bien-être, soit moral, soit physique, des populations, qui ait échappé à l’attention du gouvernement ou qui n’ait pas été traité d’une manière favorable.

En vérité, lorsque certaines personnes disent que le gouvernement pontifical forme une administration qui ne peut avoir pour but le bien du peuple», le gouvernement pourrait répondre: «Étudiez nos actes et condamnez-nous, si vous osez.» Le gouvernement peut demander non-seulement quel est celui de ses actes qui justifie un blâme légitime, mais auquel de ses devoirs il a manqué. Doit on supposer d’après cela que le gouvernement pontifical soit un modèle sans faiblesses ni imperfections? Non, certainement Mais ces imperfections et ces faiblesses sont de la nature de celles qu’on rencontre dans tous les gouvernements et même dans tous les hommes, avec très-peu d’exceptions.

Le gouvernement pontifical est composé de Romains agissant à la manière romaine. Il est défiant, méticuleux, hésitant, il recule devant la responsabilité; il a plus l’esprit d’examen que l’esprit de décision. Il aime les tergiversations et les accommodements. Il manque d'énergie, d’activité, d’initiative, de fermeté, semblable en cela à la nation elle-même. Mais, bien qu’il soit permis de critiquer quiconque néglige ses devoirs, il serait injuste de faire un crime à qui que ce soit de n’être pas un Sixte V, un Colbert, ou un Napoléon.

Je ne cesse d’interroger les personnes qui viennent me dénoncer les abus du gouvernement papal. Ce mot, il ne faut pas l’oublier, est consacré et en dehors de toute contestation; c’est parole d’Évangile. Mais en quoi consistent ces abus? C’est ce que je n’ai pu encore découvrir. Tout au moins les faits ainsi qualifiés sont attribuables à l’imperfection de la nature humaine, et nous ne devons pas imposer au gouvernement la responsabilité des irrégularités commises par quelques-uns de ses agents secondaires.

J’ai entendu dire qu’à la douane on demande des pourboires aux voyageurs. C’est sans doute une coutume très-blâmable, mais la sécularisation du gouvernement suffirait-elle pour guérir le pays d’un vice profondément enraciné dans sa nature, et pour empêcher le peuple d’être toujours prêt à tendre la main? Si cette disposition se manifestait sur une grande échelle, il y aurait lieu de s’alarmer. Mais, quoi qu’on puisse dire de la vénalité de l’administration pontificale, il serait impossible de citer à sa charge un seul fait notoire et authentique, à moins de prendre pour argent comptant la monnaie courante de la calomnie.

En tout cas, quand nous voyons ici quelqu’un s’enrichir, c’est toujours un laïque. Jamais je n’ai vu un Prélat augmenter son bien par des voies illicites. Les fortunes faites, et qu’on pourrait aisément citer, proviennent toutes do spéculations de banque ou d’opérations agricoles. Rien ne prouve,que le pouvoir trafique de la fortune publique ou des Tonds de l’État.

Prétendre qu’il ne se commet pas d’actes d’infidélité, serait chose déraisonnable. Il n’y a pas de pays qui soit à l’abri de pareilles disgrâces. Tout ce qu’on peut affirmer, c’est que s’ils ont lieu dans les États-Pontificaux, c’est sur une petite échelle et sans que le service de l’État et la moralité publique aient à en souffrir d’une manière sensible.

On a souvent cité les imperfections du systéme judiciaire. Je l’ai étudié de près et n’ai pu parvenir à y découvrir le moindre sujet de plainte. Les plaideurs qui perdent leur procès se plaignent avec plus de bruit et de persévérance qu’on n’a coutume de le faire en d’autres pavs, mais sans plus de raison. Le plus grand nombre des affaires civiles importantes sont jugées par le tribunal de la Rote. Or, en dépit de la licence habituelle de la critique italienne, personne n’a osé exprimer le moindre doute sur la science profonde et la haute intégrité de ce tribunal. Si les hommes de loi ont une incroyable fécondité pour soulever des contradictions et des exceptions, s’ils éternisent les procès, à quoi faut il l’attribuer si ce n’est au caractère particulier de la nation?

En définitive, la justice civile est bien administrée. Je ne connais pas un seul jugement dont la stricte équité ne soit de nature à être reconnue par le meilleur tribunal de l’Europe.

La justice criminelle est administrée d’une manière également inattaquable. J’ai suivi quelques procès dans tous leurs détails. J’ai été forcé de reconnaître que toutes les précautions nécessaires pour la vérification des faits, toutes les garanties pour la libre défense de l’accusé, y compris la publication des débats, y ont été observées.

Le prononcé des jugements est parfois différé, les procès se prolongent. Ce sont là sans doute des inconvénients, mais non des crimes impardonnables. Les délais seront moins longs du moment que les témoins italiens auront appris à donner leur témoignage sans se laisser intimider par la présence de l’accusé et sans redouter sa vengeance. Nos conseils de guerre français ont toutes les peines du monde à obtenir des dépositions et sont souvent obligés d’avoir recours aux mesures sévères. Contre de pareilles dispositions le gouvernement est impuissant.

On parle beaucoup des brigands qui, à ce que l’on raconte, désolent la contrée. J’ai eu occasion de parcourir le pays dans tous les sens et je n’ai pas vu l’ombre d’un voleur. Il est bien vrai que de temps en temps on apprend qu’une diligence a été arrêtée, un voyageur dévalisé. Un seul accident de ce genre est de trop. Mais il ne faut pas oublier que l’administration a mis en jeu tous les moyens en son pouvoir pour réprimer ces désordres. Grâce à des mesures énergiques, les brigands ont été arrêtés et punis sur tous les points. Quand, en France, une diligence est arrêtée; quand, sur la route de Londres à Windsor, une dame de la Reine est dépouillée de ses effets et de ses bijoux, le fait passe inaperçu; mais dès que le moindre accident de ce genre arrive sur une route isolée des États-Romains, la presse, ardente à saisir les prétextes, imprime la nouvelle en gros caractères et crie vengeance contre le gouvernement.

Du côtéde Rome, les attaques qui ont eu lieu à de rares intervalles n’ont jamais eu un caractère propre à exciter l’inquiétude. Dans la Romagne il s’est formé des bandes organisées qui, profitant du voisinage de la frontière toscane, se sont aisément dérobées aux poursuites et ont répandu l’alarme pendant quelque temps. Le gouvernement leur a fait une guerre incessante, et à la suite de plusieurs engagements dans lesquels un certain nombre de gendarmes ont été tués ou blessés, ces bandes ont été en grande partie dispersées.

Pour conclure, nous sommes forcés d’avouer après examen, que le gouvernement pontifical n’a pas failli à sa tâche, qu’il a marché régulièrement dans la voie de la réforme et des améliorations, et qu’il a réalisé des progrès considérables. Si l’agitation continue, il faut en chercher la cause dans le caractère même de la nation, dans ses vues ambitieuses dirigées vers des objets hors de sa portée. Nous devons reconnaître, enfin, que le remède à cette triste situation ne peut se trouver dans une masse de mesures qui, modifiant un ordre de choses sans liaison aucune avec le mal, ne feraient que rendre le mal plus grand et plus dangereux encore, en exaltant les espérances de la nation et en réduisant un pouvoir déjà ébranlé au dernier degré de faiblesse et d’impuissance.

Si le Souverain des États-Pontificaux n’était pas, en même temps Chef de l’Église, le maintien ou le renversement de son pouvoir importerait peu. Mais la cause du Catholicisme est en jeu dans cette affaire, et c'est pour ce motif que les grandes puissances catholiques attachent Justement un si haut degré d’intérêt à la situation intérieure des États-Romains. Ces puissances ont un profond sentiment des dangers qui les menaceraient elles-mêmes en cas d’une nouvelle révolution et elles comprennent tout ce qu’il pourrait en coûter à l’Europe pour reconstituer le pouvoir temporel de la Papauté sur une nouvelle base. Les passions religieuses, une fois déchaînées en même temps que les passions politiques, les conflits les plus graves et peut-être même les plus sanglants pourraient naître du contact.

La prudence des hommes leur conseille de chercher les moyens de prévoir et d’empêcher de pareilles complications.

L’attention se porte naturellement sur la nature des concessions nécessaires pour donner satisfaction aux populations.

Malheureusement ces populations ne peuvent être satisfaites; je crois l'avoir prouvé. La destruction de l’autorité pontificale serait une satisfaction pour un parti nombreux, non toutefois pour la nation entière. L’établissement d’un régime constitutionnel, peu en harmonie, du moins à ce qu’il parait, avec la puissance du Chef de l’Église, en serait une également pour un grand nombre d’individus. Mais, ainsi que je l’ai dit, un parti comme l’autre ne tarderait pas à laisser tomber la direction des affaires dans les mains de la fraction la plus violente. Mr. Rossi, qui ne manquait ni des talents requis, (ni de bonne volonté, s’était imposé la tâche d’introduire dans les États-Pontificaux un régime parlementaire. On devait croire qu’il pourrait compter sur quelque appui. L’évènement nous a fait voir qu’il a complètement échoué sur ce point. Au moment du danger, personne ne s’est trouvé pour l’appuyer ou le défendre. Pas une voix ne s’est élevée pour déplorer sa mort violente, et encore moins pour demander vengeance du meurtre.

Il est absolument impossible, au milieu des passions qui divisent les esprits des populations, de créer une administration véritablement populaire. Mais, supposé que la tentative soit suivie du succès, une telle administration ne trouverait pas plus de défenseurs, en un moment critique, que le Comte n’en a trouvé alors qu’il s’efforçait de mener à bien son entreprise réformatrice. Personne n’est disposé à se contenter d’une simple réforme. Je crois avoir démontré surabondamment qu’il ne peut être question de cela, et que, d’ailleurs, la marche du gouvernement pontifical est loin de donner sujet aux populations de se croire lésées dans leurs légitimes intérêts. Les réformes temporaires qui pourraient être accordées par certains partis, ne le seraient qu’en vue du dommage ou de la perte de popularité qui pourrait en résulter pour le gouvernement pontifical.

Nous ne voyons pas même à quelle combinaison nous pourrions avoir recours. L’examen le plus approfondi de la situation réelle des choses ne fournit aucune indication précise sur ce qu’il conviendrait de faire en pareille matière, sur quels points devraient porter les modifications. Quelle serait la limite? La plus grande incertitude existe à cet égard. Or, toutes modifications ne portent leurs fruits qu’autant qu’elles ont été nettement indiquées par la nature des choses, et ce n’est pas le cas ici. Voilà pourquoi nous assistons au spectacle de l’exposition de vues la plus contradictoire, selon la nature de chaque opinion individuelle.

On prête à certaines personnes, qui ont réussi une première fois à dépouiller le Saint-Père de sa tiare, non pour leur profit, mais pour celui des démagogues, le projet de former deux divisions du gouvernement pontifical, dont l’une serait dirigée par un délégué du Saint-Père. Une combinaison de cette nature, je dois l’avouer, me semble présenter les plus grands dangers. Il n’est pas douteux qu’elle n’ouvrît la porte à la Révolution et que la Révolution ne fit naître elle-même des espérances fondées sur la certitude du succès. Les populations auraient moins de respect pour le gouverneur laïque qu’elles n’en ont pour les délégués actuels.

Elles ne risqueraient ni un écu ni une goutte de leur sang pour sa défense. Au bout de quelques mois la chûte du Souverain Pontife serait proclamée à Bologne, une Assemblée constituante serait convoquée par l’Italie, et la guerre déclarée à l’Autriche. En supposant que le pouvoir nouveau fût en état de maintenir sa position et réussît à contenter les populations, que pourrait-on répondre à l’autre moitié des États-Pontificaux, qui se plaindrait d’être abandonnée et réclamerait sa part des réformes? Que faire, si elle se soulevait pour atteindre ce but, et comment douter qu’elle n'en vint aux mesures extrêmes? De tout cela il résulterait la ruine de la Papauté, la satisfaction de ses ennemis, et l’Europe serait en proie aux plus redoutables agitations. En tout cas, on peut s’attendre à voir le Pape opposer à un pareil projet une résistance désespérée; s’il ne le faisait pas, il faudrait lui délivrer, à la face de l’Europe, un brevet d’incapacité radicale. Mais non, jamais il ne donnera son assentiment à un semblable plan. Mais, consentante ou non, la Papauté recevrait de cette manière un coup mortel, et c’est ce qu’ont très-bien compris les auteurs de la combinaison.

Il n’y aurait qu’un seul remède. Les Italiens basent toujours leurs projets sur l’appui de l’étranger. Si cet appui devait leur manquer, ils adopteraient, bien plus aisément qu’on ne l’imagine, eu égard à leur situation actuelle, une ligne de conduite efficace. Il faillirait, toutefois, que les organes de la presse, en Angleterre et en Sardaigne, cessassent d’exciter les passions, et que les puissances catholiques continuassent au Saint-Siège les marques évidentes de leur sympathie. Mais comment ’espérer que des ennemis animés d’un esprit tel que celui qui influence les ennemis du Saint-Siège, missent un terme aux attaques auxquelles ils se sont livrés d'une manière si éclatante?

Je ne pense pas que toutes les questions qui surgissent en ce monde doivent arriver nécessairement à une solution définitive. Selon moi, il n’en existe pas pour la question romaine. Tout ce que nous pouvons faire, c’est d'écarter, à l’aide d’une protection bienveillante et attentive, les dangers d’une catastrophe, et de prolonger l’état de choses provisoire qui a tout au moins le grand mérite de mettre l’Europe à l’abri de maux innombrables.

Toute autre marche ne ferait que précipiter les événements. Si le gouvernement de S. M., par des motifs aisés à comprendre, désirait mettre un terme à l’occupation des États-Romains par les Français dans un délai plus ou moins long, il vaudrait mieux livrer les écluses îi l’impulsion du torrent que de préparer soit par des avertissements publiquement donnés, soit par des combinaisons forcées, le coup de grâce du pouvoir temporel des Papes.

En présence de l’agitation qui existe dans les esprits en Italie, et de la vive émotion causée par la publication des protocoles, il est impossible de se défendre d’un profond sentiment d’inquiétude au sujet de l'avenir de la Papauté. Si l’on n’y prend garde, l’Europe verra le problème se présenter sous une face terrible en réalité, parce qu’il se rattache aux passions les plus profondes et le plus ardentes du cœur humain.

Les paroles que Votre Excellence a prononcées au sein de la Conférence, l’assurance donnée par elle que le gouvernement de l’Empereur ne cesserait de s’intéresser au salut de la puissance pontificale, sont autant de preuves certaines que les intérêts réels de l’Église ne sont pas en danger au milieu de la crise actuelle. Avec un pareil programme, les dangers les plus imminents peuvent être écartés et la catastrophe ajournée. C’est tout ce que peut atteindre en ce moment la sagesse humaine.

Continuons de faire profiter la Papauté des effets de notre protection. Né nous décidons qu’avec mûre délibération, et après des diminutions d’effectif successives, à une évacuation complète, et seulement quand nous serons assurés que cette mesure est possible. Le calme renaîtra graduellement. En définitive, si la tranquillité politique et religieuse de l’Italie, peut-être même de l’Europe, semblait dépendre uniquement de la présence à Civita-Vecchia et à Ancòne de quelques compagnies de soldats prêtant un appui plus moral que matériel, mais en tout cas suffisant, au drapeau et au Gouvernement pontifical, n’est-il pas mille fois préférable de recourir à ce remède d’un effet certain que de poursuivre le même but par des moyens pleins de périls? Que si, dans telles circonstances, le pouvoir temporel du Pape venait à être menacé de nouveau, et si, en dépit de nos efforts, de graves complications surgissaient, la responsabilité serait du moins imputable entièrement aux événements, souvent plus forts que les hommes, et nous n’aurions pas à nous reprocher d’avoir contribué à un si fatal résultat.

J’ai pensé remplir un devoir en soumettant à la haute appréciation de Votre Excellence les résultats de mon expérience assez longue et d’une étude suivie. La courtoisie avec laquelle vous avez accueilli et encouragé la proposition que je vous faisais d’exposer devant vous ma manière de voir, m’ont enhardi à le faire sans réserve.

J’invoque l’indulgence de Votre Excellence pour revoir mes travaux, et la prie d’accepter l’assurance réitérée de ma haute considération.

Qualche parola di dichiarazione e di commento

Non daremo la traduzione di questo Rapporto, lo riassumeremo però nella parte principale, traducendone anche i brani più importanti, e vi aggiungeremo qualche osservazione dal canto nostro.

Il Conte di Rayneval dice da principio che le accuse contro il Governo pontificio possono essere gravemente esagerate, però che «egli è certo che quel Governo è vulnerabile in un punto: il suo territorio si trova occupato da milizie straniere, e si dubita che possa fare a meno di quell’appoggio… Ogni Stato indipendente, dev'esser capace di bastare a sé stesso e di assicurare la tranquillità interna colle proprie forze.» — Cosa verissima quando potenti stranieri non ne minino calcolatamente la esistenza colla perfidia e colla violenza.

L’illustre Conte, buon cattolico e diplomatico francese, avendo percorsa la sua carriera in mezzo a governi travolti nella corrente liberalesca, non sospettò nemmeno la vera ragione d'onde movevano le accuse contro la Santa Sede e il suo governo, vale a dire l’odio implacabile di tutti i nemici della Chiesa, alleati della Frammassoneria, capaci di rappresentare il Papa e il suo governo come cosa mostruosa e abbominevole, quand'anche il Papa, come spesso è accaduto, fosse un eroe e un santo, e il Governo pontificio un governo di Angeli. «La causa reale della debolezza del Governo pontificio, dice il Rayneval, è molto meno semplice, e si congiunge a un ordine di idee del tutto differente… Il malessere e lo scontento delle popolazioni nascono più particolarmente dal fatto che la parte rappresentata dall'Italia nel mondo non è in relazione colle sue vedute ed aspirazioni. Questo sentimento nazionale, si è manifestato con una vivacità eguale in tutte le epoche, e il potere temporale del Papa è stato costantemente riguardato come il principale ostacolo al suo soddisfacimento.» Affermazione del tutto gratuita, ché, prima della presente epoca, nessun Principe o popolo italiano, anche in guerra colla Santa Sede, ha pensato mai a una simile enormezza. Gli Italiani più eminenti di tutte le epoche riconobbero nel Papa la principale gloria e la sola ancora di salute della stessa Italia; basterebbe il solo accennare l’epoca delle invasioni dei Barbari, quelle degli scismatici Imperatori bisantini, dei Re Longobardi, degli Imperatori di Germania, fino a quella dei Protestanti del decimosesto secolo, per vedere e toccare con mano se i popoli italiani, prima della presente epoca massonica, considerassero mai il Papa e il suo potere temporale come un ostacolo al benessere italiano. Vi volle un tempo in cui il male fu detto bene e il bene male, e in cui le idee degli uomini più onesti si sconvolsero e confusero per poter affermare siffatta proposizione. Chiunque, anche mediocremente versato nelle nostre istorie, sa quanto mai dovettero resistere i Papi al movimento dei popoli italiani verso di loro, e quanto in seguito fare per non divenire gli arbitri e i sovrani assoluti di tutta Italia. Che cosa significa quella investitura che tanti principi italiani volevano e ricevevano dal Papa, se non l’alto dominio o il possesso dei Papi e della Santa Sede sulla maggior parte degli Stati d’Italia? Che cosa vuol dire quel concerto di istanze e di supplicazioni degl’Italiani all’epoca dell’esilio avignonese, onde ottenere il ritorno del Papa? E chi mai prima dei filosofastridel secolo XVIII, o del nuovo flagello di Dio, Napoleone I, pensò mai che il potere temporale dei Papi fosse un ostacolo al benessere degl’Italiani?

L’istesso conte di Rayneval, nell’affermare, che «nel corso dei due ultimi secoli la prosperità generale dello Stato pontificio e le risorse abbondanti che affluivano a Roma da tutte le parti del mondo, imponevano silenzio ai lamenti (supposti), conferma involontariamente il nostro dire; e, aggiungendo, che i grandi cambiamenti compitisi in Europa negli ultimi cinquantanni, hanno disseccata la sorgente della prosperità romana,» accenna inavvedutamente alla vera causa dei supposti mali e del preteso malessere delle popolazioni romane e italiane, nell’aver cioè lo spirito settario dei sedicenti filosofi del Nord alienati dalla S. Sede e dal Papa i Governi e gli Stati europei, divenuti di cristi an i e cattolici, frammassoni e miscredenti; ed è perciò che, come dice il Rayneval, «il Papato protetto fin qui da un gran prestigio, comincia a perdere nello spirito del popolo. Le ultime trace le delle antiche sovranità ecclesiastiche sono scomparse nel resto di Europa.»

Ora domandiamo noi: fu un bene o non piuttosto un male lo scomparire di quelle Sovranità, che produsse lo scomparire della sovranità del Papa, mentre l’Europa da presso che un secolo non ha più un’ora di riposo e di pace?

«Si domanda, segue a dire l’illustre Ambasciatore, se è conforme allo spirito del secolo, se è convenevole di ubbidire a un prete, di perpetuare un sistema di pubbliche libertà e di libera discussione, in presenza d’un potere che rivendica per sè la infallibilità in materia spirituale e si appoggia esclusivamente sul principio di autorità?» Per rispondere a questa tesi ci sia lecito contrapporne un’altra: lo spirito di questo secolo è egli buono o non piuttosto cattivo, irreligioso, empio? Lo spirito di vertigine che regna ormai sovrano su tutta la faccia della terra, il comunismo, l’internazionalismo, il nichilismo rispondono per noi. E se tale è lo spirito di questo secolo, come sacrificare ad esso la S. Sede e i suoi sacrosanti diritti, che sono i diritti dell’intero mondo cattolico?

«Come organizzare, aggiunge il Rayneval, un’Italia potente, finché la penisola è divisa in due parti distinte da uno Stato neutro, per necessità di sua natura, e isolato da tutti conflitti europei; come rappresenterebbe l’Italia una parte importante quando il suo centro è in possesso di un Sovrano che non porta la spada?»Ma Iddio perché ha fatto la società, gli Stati, i Governi, forse solo per portare la spada e dilaniarsi a vicenda? La guerra non è forse uno stato anormale, anzi un flagello di Dio? Non è egli dunque un gran beneficio dell’umanità, anziché un danno, che vi sia a questo mondo almeno un Sovrano che non regni solo per la spada, e che abbia a legge suprema e a scopo ultimo il reggere e governare i popoli nell'ordine e nella pace? Dunque grande è solo quel popolo o quel sovrano che fa la guerra, e che ammazza un maggior numero di uomini?

«L’Italia, soggiunge infatti il nobile Conte aveva tenuto sempre lo scettro, se non della guerra o della politica... almeno quello della civilizzazione, della scienza, delle arti. Tutti hanno consentito che questo scettro le sfuggiva dalle mani». E perché? Perché fino a oltre cinquant'anni fa l’Italia o era suddita fedele o figlia ossequente del Re pacifico, del Papa. Sconvolta poi dai filosofastri e dai settari del Nord si allontanò essa dal. Papa, e perdette in una volta lo scettro del genio, delle scienze, e delle arti, e non acquistò, come non acquisterà mai, quello della potenza materiale della spada, ché tutti i popoli d’Europa, quelli in ispecial modo che maggiormente l’adulano e la lusingano, le piomberebbero addosso, perché serva sempre vincitrice o vinta! siccome sta accadendo adesso.

Il Conte di Rayneval passa quindi a fare un brutto quadro del carattere degli Italiani, quale si presenta attualmente, senza considerare che quel brutto quadro tolse i suoi disegni, il suo colorito e il suo essere dalla desolante ispirazione e influenza del materialismo e ateismo straniero. Prima della fatale invasione dei repubblicani francesi del 1797 gl’Italiani potevano talvolta essere in discordia e in guerra fra di loro; ma non cessarono mai d'essere pii, valorosi e pieni di quella forza d’animo e di quella grandezza vera che solo il Cristianesimo inspira e la Chiesa fomenta. È vero che nei passati tempi l’Italia, o parte di essa ebbe a soffrire l’influenza e il giogo straniero; ma ciò avvenne soltanto, quando volle sottrarsi alla soave influenza del suo Capo, che è il Papa. Ma poi la Francia, la Spagna, il Portogallo, l’Inghilterra, l’Alemagna non subirono mai il giogo straniero? Purtroppo, come dice il Rayneval, «ogni nazione porta la pena dei suoi difetti.» Ed è per questo che adesso tutte indistintamente le nazioni d’Europa sono in una indicibile confusione, e corrono a una inevitabile catastrofe. Molti sono forse i difetti degli Italiani, ma moltissimi sono quelli che loro furono inoculati colla malignità delle dottrine e colla forza delle armi da certi popoli e governi non davvero italiani. Qui il Rayneval, facendo l'elogio dei Piemontesi, alleati del suo triste padrone, nota, che «è un grande errore il prendere i Piemontesi per italiani.» Ed aggiunge: «I Piemontesi sono una nazione intermedia, che contiene più elementi francesi e svizzeri che italiani;» e gratuitamente asserisce: «un fatto basta per con vincermi di ciò; cioè ch'eglino possiedono quel vero spirito guerriero e monarchico sconosciuto al resto dell'Italia.» Non conta per nulla il de Rayneval la posizione del Piemonte che, posto sulle Alpi, si trova di natura sua informato di quello spirito guerriero, che gli dà il trovarsi sempre esposto alle invasioni dei popoli del Nord, che l’obbligano, per cosi dire, a stare sempre in armi. Quanto allo spirito monarchico, non sappiamo se potesse darsi maggiore di quello dei popoli degli Stati della Chiesa, o di quelli del Napoletano, della Toscana, di Modena e di Parma, i quali tutti furono annessi all’Italia per sola forza di tradimenti e di armi. Il Rayneval, senza badare ai sentimenti delle vere popolazioni italiane, che vivevano sotto l’eterno incubo del pugnale settario e delle mene invaditrici del Piemonte, fa di tutti un fascio, e passa ad esaminare, quel ch'egli chiama, le tendenze possibili delle popolazioni. «Desse, dice egli, formulano le loro lagnanze più assai che non i loro disegni. Quanto ai loro disegni, può dirsi che ve ne sono tanti quanti sono gli individui. Nell'ultimo fondo della società il Carbonarismo esiste, e continua a fare reclute; il pugnale vi è sempre in onore; lo scopo seguito è il rovesciamento dell'ordine sociale. Gli addetti di Mazzini già formano una classe di qualche grado al disotto dell’ultima. La Republica universale, l'Unità d’Italia, il Governo Costituzionale (abbiam veduto come i Capisetta, non lo considerino se non se quale un ponte per la repubblica), la guerra contro l’Austria, tale è il loro programma... Essi dicono, aggiunge il Rayneval, essere un corpo considerevole e pronto ad agire; ma non hanno mai tenuto la parola. Diretti dai comitati di Londra e di Ginevra, loro parola d ordine è: tranquillità e inazione per il momento fino alla partenza delle milizie straniere.»

L’illustre diplomatico passa quindi a dire di «un certo numero di individui che professano attaccamento al Trono pontificio cui fanno segno ai loro attacchi;» e descrive questo cosi detto partito con colori poco lusinghieri: egli è vero, che il Conte di Rayneval non poteva prevedere quel che accadde dal 1860 al 1870, né gli sforzi che le vere popolazioni romane fecero onde isfuggire al massimo dei mali, quello di cader preda degli invasori subalpini, cosicché l’amore dei Romani per il Papa ebbe a divenire poco men che proverbiale. Qui si fa egli ad enumerare i difetti deplorati da questo partito, pressoché tutti effetto sciagurato della tristezza dei tempi, delle influenze straniere e delle mene settarie, che spargevano il malcontento nelle popolazioni, approfittandosi d’ogni menomo pretesto, come avremo a vedere a suo tempo.

Dice poi del popolo degli indifferenti, che per verità in ogni epoca furono la peste delle nazioni; pure, a dir vero, come fu provato dopo il 1800, era fra i Romani più ristretto che altrove, ad onta di certune influenze, che paralizzarono sistematicamente, in ogni incontro, lo slancio dei buoni Romani, si come proveremo a suo luogo. Conclude quindi con un quadro del tutto ingiurioso per le nostre popolazioni, affine di giustificare l’amministrazione Pontificia, la quale era ben lungi dall'abbisognare di cosi strano ausiliare, quando tutto il male, deplorato dal Rayneval, dipendeva solamente dal proprio Governo napoleonico, che sosteneva con una mano il Governo pontificio, mentre lo minava coll'altra per mezzo delle mene perfide degli agenti settarii, e dell'oro e della stampa inglese e francese.

Ma, messo da banda tutto ciò, v'è nel rapporto dell'Ambasciatore di Napoleone III una parte importante, che merita di esser tradotta a verbo; ed è lo studio che egli fa dell'Amministrazione pontificia, studio risultante da cifre e da dati che nessuno potè smentire. Il Conte di Rayneval nel passare a rassegna gl’impiegati pontificii, pronunzia dei nomi; noi lasceremo i nomi e ci fermeremo sulle cose.

«Se noi esaminiamo, dice egli, la parte concessa nell'Amministrazione romana, quelli che sono Preti e quelli che non lo sono, si arriverà a risultati che importa di registrare; fuori di Roma, — cioè a dire in tutta l’estensione degli Stati pontificii, eccettuata la Capitale, — nelle Legazioni, nelle Marche, nell’Umbria, in tutte le 18 provincie, quanti Ecclesiastici credete voi vi siano impiegati? Il loro numero non eccede i 15, uno per provincia, eccettuate tre, dove non ve n’è alcuno: sono essi i cosidetti Delegati, che noi chiameremo Prefetti; i Consigli, i Tribunali e le funzioni d’ogni sorta sono pieni di Secolari.

«Il numero di costoro si eleva a 2313 nel servizio civile, e 620 adempiono le funzioni giudiziarie, in tutto 2933; di guisa che per un ecclesiastico in funzione abbiamo 15 secolari. E cosa impossibile allo spirito anche il più prevenuto di non riconoscere che un Potere ecclesiastico, il quale ha ridotto a un tale minimo il numero dei membri del suo ceto che sono depositari del potere in tutta l’estensione del territorio ha raggiunto, l’ultimo limite.

«Chi vorrà mai credere che sia ciò un abuso intollerabile e che cesserà il pericolo, allorché il piccolo numero di Ecclesiastici restanti in funzione sarà scomparso dalla scena?

«Ma qui un fatto curioso si offre alla nostra considerazione. Le provincie amministrate da Secolari, quelle di Ferrara e di Camerino fra le altre, mandano deputazioni sopra deputazioni per ottenere dal Governo un Delegato ecclesiastico; il popolo non è abituato a Delegati secolari; ricusa loro obbedienza; li accusa di ristringere l’interesse pubblico a quello della loro famiglia, e non vi ha cosa, anche per quel che riguarda le loro mogli, che non dia luogo a questione di precedenza e di etichetta. In una parola il Governo che, per soddisfare il preteso desiderio delle popolazioni di avere funzionari secolari, riserberebbe a questi un certo numero di posti, troverebbe nelle popolazioni stesse una viva opposizione.

«A Roma, centro del governo, il numero de' Prelati, preti o non preti, impiegati nell’Amministrazione, è di necessità maggiore che nelle Provincie. Ciò nonostante la superiorità ¿numerica, dal lato dei Secolari, è evidente, e conduce alle medesime conclusioni. Ecco i dati statistici:

«Il dipartimento degli Affari Esteri, senza tener conto degli impiegati all’estero, comprende 5 Ecclesiastici e 19 Secolari. Tra questi ecclesiastici i principali, come il Cardinale Segretario di Stato e il suo Sostituto, non sono altrimenti preti che la maggior parte dei Prefetti, che sono designati qui come ecclesiastici.

«Il Consiglio di Stato conta 6 ecclesiastici e 15 secolari; il Ministero dell’Interno 22 ecclesiastici, tra i quali i 15 precedenti delle Provincie di cui già tenni parola, e 1511 secolari; il Ministero della Finanze 3 ecclesiastici contro 2017 secolari; il Ministero del Commercio e dei Lavori Pubblici 2 ecclesiastici e 161 secolari; il Ministero della Polizia 2 ecclesiastici e 480 secolari; il Ministero della Guerra non ha neppure un funzionario ecclesiastico. Il Ministero della Giustizia, compresevi le Corti Superiori, che hanno una organizzazione mista, conta 59 ecclesiastici con 927 secolari. Questo numero di 59 si divide nella maniera seguente:

«Nel Ministero 1 ecclesiastico e 48 secolari.

«Alla Corte di Cassazione 3 ecclesiastici e 8 secolari.

«Alla Corte Civile Suprema della S. Rota 12 ecclesiastici 7 secolari.

«Al Tribunale Civile 3 ecclesiastici e 116 secolari.

Al Tribunale Criminale Supremo della Consulta 14 ecclesiastici e 37 secolari.

«Al Tribunale Criminale nessun ecclesiastico, 37 secolari.

«Al Tribunale del Vicariato 9 ecclesiastici e 17 secolari.

«Al Tribunale della Camera Apostolica 7 ecclesiastici e 16 secolari.

«Ai Tribunali Civili Criminali di prima e seconda Istanza delle Provincie 620 secolari e nessun ecclesiastico.

«Agli Archivi, alla Camera dei Notari 16 secolari, nessun ecclesiastico.

«Nei diversi uffici un ecclesiastico e 6 secolari.

«In fine i Tribunali sono le scuole dei Prelati romani. Quivi fanno essi il loro tirocinio e preparano la loro carriera. Nello scopo di circondarsi d’Amministratori vestiti degli abiti ecclesiastici, e di far penetrare non solamente nell’Amministrazione e nel Sacro Collegio, ma fin presso il Trono i lumi acquistati con lo studio e con la pratica negli affari, e d’aprire nell’istesso tempo, come dissi, la porta all’elemento laico, la Corte di Roma ha sempre cercato di circondarsi di un certo numero di uomini che non hanno intenzione di farsi preti e ai quali essa apre una carriera. Dodici o 15 Prefetture nello Provincie non basterebbero per il reclutamento, il tirocinio e la ricompensa dei servigi resi.

«I Tribunali Superiori sono stati riservati per supplire a questo bisogno. Il numero totale degli Ecclesiastici impiegati nell’interno degli Stati pontifici non eccede i 98. Al contrario noi vediamo che il numero dei secolari è di 5059 ciò che dà la proporzione di 52 secolari contro un ecclesiastico. Mettendo in disparte i Tribunali Supremi della Capitale, fra i quali qualcuno, come il Tribunale del Vescovo, non hanno che una esclusivamente ecclesiastica giurisdizione, troviamo che il numero degli ecclesiastici impiegati in tutti i rami dell’Amministrazione degli Stati della Chiesa non oltrepassa il numero di 36.

Le attribuzioni assegnate a questo piccolo numero non sono secondarie. I posti che quelli occupano sono della più grande importanza, altrimenti la loro influenza si ridurrebbe a zero. Egli è giusto ancora il dire che a dispetto del pregiudizio, l’abito ecclesiastico ispira Ano ad ora un certo rispetto che contribuisce all’azione del Governo.

Il popolo non ha deferenza per i funzionari laici, e non perdona ad esso, come perdona al prete, la superiorità del posto e dell’impiego.

«Ho veduto e vedo ancora dei funzionari laici esposti ad attacchi personali, assai più violenti che quelli diretti agli ecclesiastici; è una contraddizione, ma per altro è un fatto incontrastabile. È egli possibile di credere, che il benessere e il riposo delle popolazioni siano potentemente diminuiti dalla presenza di un cosi piccolo numero di persone, le quali di prete, nella maggior parte, non hanno che l’abito solo? Evidentemente la questione non è là, perché non è là dove noi dobbiamo cercare il male e il rimedio.

«Dal lato degli oppositori, per quanto male comprendano la vera situazione delle cose, la secolarizzazione, indicata come un rimedio, non è che un pretesto per introdurre intrighi stranieri e assalire il Governo pontificio nel suo principio essenziale.

«Gli avversari dell’attuale regime non osano giungere Ano a dire: non vogliamo il Papa; l’espressione d’un tal desiderio produrrebbe un allarme troppo grande; si contentano solo di dire, non vogliamo più preti. Questa formola, mitigata, ha il doppio Vantaggio di fare appello alle simpatie di quei popoli, i quali non conoscono altri preti all’infuori di quei che dicono la Messa o montano sul pulpito, e nel medesimo tempo di dare un colpo secondo le loro viste affine di preparare la rovina del Potere temporale del Papato.

«Quei che per convinzione o per interesse sono i difensori dell’ordine delle cose attuali, essenzialmente legato con il mantenimento dell’Unità Ecclesiastica e il principio d’autorità nel mondo, sono obbligati guardarsi da queste apparenze e di stimare al suo giusto valore l’esagerazione degli ardenti avversari delle istituzioni più grandi e più feconde che i secoli ci abbiano tramandato. Dopo d’aver mostrato in che consista il preteso carattere esclusivamente ecclesiastico degli amministratori romani, è essenziale di vedere quali ne siano gli effetti, e se la loro azione è così contraria agli interessi delle popolazioni, che queste possano avere ragioni legittime di querimonia, e abbiano il diritto d’invocare l’appoggio delle altre nazioni per porre un termine ai mali dai quali sono gravate.

«Per lo passato, prosegue il Conte di Rayneval, le antiche tradizioni della Corte romana erano fedelmente conservate. Qualunque modificazione dei costumi, qualunque miglioramento era guardato di mal occhio e considerato come pieno di pericoli (l'effetto ha mostrato la ragionevolezza di tale timore)', l’amministrazione era affidata ai prelati: i laici erano per legge esclusi dalle alte funzioni di Stato (Nessuna legge escludeva i laici', anzi la storia ci dice che le più alte cariche dello Stato furono in più (Tun incontro da essi occupate). Attualmente i differenti poteri non di rado si sono confusi.

«Il principio dell’infallibilità pontificia, aggiunge egli, era applicato alle questioni d'amministrazione (errore appena perdonabilea una incredibile ignoranza di ciò che significhi e importi la infallibilità pontificia, risguardante soltanto i pronunziati ex cathedra in fatto di dottrina e di morale); si sono veduti i giudizi dei tribunali infermati dalle decisioni personali del Sovrano, anche in materia civile (se qualche volta ciò si avverò, non fu certo con danno dei sudditi. Il Rayneval, educato alla scuola liberalesca, non vedeva chiaro in simili cose). Il Cardinal Segretario di Stato, primo Ministro in tutta l’estensione del termine, accentrava nelle sue mani tutti i poteri (cosa del lutto inesatta, secondo le Costituzioni Pontificie, sono note le attribuzioni delle Congregazioni romane). Sotto la sua suprema direzione i differenti rami d’amministrazione erano confidati a persone le quali erano commissionari! piuttosto che membri del governo.» (se ciò fu vero qualche vòlta, lo fu forse sotto l'amministrazione del Card. Antonelli).

«Non vi era mai consiglio di Ministri, e giammai deliberavano insieme su i pubblici affari; l’amministrazione delle finanze pubbliche dello Stato era adempiuta segretamente, e nessun rendiconto era dato alla nazione sull’uso del suo denaro; il bilancio era un mistero, e spesse volte si è scoperto che non ve ne era, e che i conti non erano stati chiusi (asserzione del tutto difforme dalla verità). — Pare incredibile tale affermazione in chi doveva sapere l’ufficio dei Chierici della Camera, della Congregazione del Buon Governo e delle altre Congregazioni ad hoc stabilite fin dai più remoti tempi. Il Rayneval non aveva cognizione né dei motu-propri di Pio VII, di Gregorio XVI, e nemmeno del notissimo libro del Tournon, Prefetto francese sotto Napoleone I, sugli Stati Romani. —

«Dal giorno stesso, segue il di Rayneval, in che il Papa Pio IX salì al trono, fece, ed abbiamo tutte le ragioni d’affermarlo, continui sforzi per distruggere tutte le cause legittime di lagnanza contro l’amministrazione degli affari. (Le cause legittime di lagnanze esistevano soltanto agli occhi della rivoluzione e de' rivoluzionarii. Lo dimostrarono i tristi effetti prodotti dal soddisfacimento voluto di tali lagnanze). «Non mi limiterò a parlare del principio del suo regno. Trascinato da uomini che avea richiamati dall’esilio, ingannato nella maniera più flagrante dai ministri laici, che l’attorniarono in forza d’un principio di completa secolarizzazione, e che non esitavano punto di proclamare in faccia all’universo, che il loro Sovrano aveva dato il consenso a misure che aveva positivamente e formalmente respinte; trascinato rapidamente da un sistema di pura riforma amministrativa verso la creazione d'un regime costituzionale, mentre non si appoggiava sopra a veruna forza reale e non trovava il minimo sostegno nella nazione, il Papa cedendo alla Repubblica (perché non dire sopraffatto da essa?), e minacciato persino nel proprio palazzo da una insurrezione armata, comprese alla fine non rimanergli altra risorsa, per conservare la sua libertà e indipendenza, che la fuga dai suoi Stati.»

Qui il di Rayneval, passa a dare un rapido cenno delle riforme amministrative di Pio IX dopo il suo ritorno da Gaeta:

«Proclamò egli in principio l'ammissione dei secolari in tutte le cariche dello Stato, eccettuatane una sola, quella di Segretario di Stato. Tale principio fu consacrato dalla presenza d’un certo numero di laici fra i Ministri e i Delegati. La legge civile e criminale era già stata oggetto d'una completa revisione.» Accennando quindi ai Codici di procedura, aggiunge:

«Gli ho accuratamente studiati, sono al di sopra d’ogni critica. Il codice ipotecario è stato esaminato da giureconsulti francesi, ed è stato allegato da essi come un documento modello. La legge romana, modificata in alcune parti dalla legge canonica, è stata presa per base della legislazione civile.»

Toccato poi della separazione dei diversi poteri dello Stato, passa a dire della istituzione del Consiglio dei Ministri, sotto la direzione del Segretario di Stato, dove gli affari venivano discussi, mentre era praticato il maggiore rispetto per l’indipendenza del potere giudiziario. Dice quindi del Consiglio di Stato per la preparazione delle leggi, composto di uomini interamente versati negli affari amministrativi, e ne nomina con onore più di uno; dice del Consiglio di finanze, composto di membri nominati dal Sovrano, dopo una libera elezione dei corpi municipali, incaricato di rivedere l’impiego delle rendite dello stato. «Questo Consiglio, osserva il di Rayneval, ha solo un potere puramente consultativo nelle discussioni dei primi bilanci, altrimenti sarebbe una Camera di deputati.»

E, detto delle attribuzioni ampie date a questo Consiglio dal Sovrano: «Per la prima volta, esclama, nella storia degli Stati Pontifici, abbiamo veduto i capi depositari del potere obbligati di render conto delle loro azioni ai rappresentanti della nazione!» — Come se fosse questa la istituzione politica più valida contro lo sperpero del pubblico danaro. Il fatto costante dei governi liberaleschi dimostra ben altro. La coscienza onesta è la sola vera diga contro gli abusi; e questa, grazie a Dio, vi era nello Stato Pontificio anche prima del 1848.

Qui il nobile Conte sembra fare intendere, con poca esattezza, che Pio IX avesse dato quasi una specie di Costituzione alla moderna; e che prima di quest'epoca non vi fosse chi rivedesse i conti dello Stato; cosa, come notammo, assolutamente inesatta.

«L’organamento municipale, segue a dire, è stato nel medesimo tempo oggetto d'una riforma completa. Gli interessi locali occupano molto l’attenzione dello spirito italiano Sarebbe difficile di rispondere più completamente a tale bisogno di quello che ha fatto il nuovo organamento.

«Gli abitanti di maggior censo nella Comune e quelli che hanno ottenuto gradi superiori nelle università, compongono il corpo elettorale che nomina direttamente i consiglieri municipali. Questi ultimi alla lor volta formano una lista di persone, fra le quali il Santo Padre sceglie i membri della Consulta di Stato per le finanze. Una grande latitudine circa la creazione e l’erogazione delle risorse è data ai consiglieri comunali e provinciali

«I delegati e i prefetti hanno solo il dritto di revisione, senza punto immischiarsi nell’amministrazione degli affari provinciali e comunali. Questo sistema è già stato oggetto di molti e svariati miglioramenti negli Stati Pontifici, e numerose strade — beneficio importante — sono state fatte, e realizzati numerosi progetti. Ciò nonostante, in certune località l’equilibrio tra gli introiti e le spese è stato rotto...» — Ciò che mostra che l’autonomia assoluta dei Comuni non è poi la più bella cosa di questo mondo. I fatti stessi recati dal Rayneval provano, che l'autonomia allora soltanto è buona quando è moderata; in fatti egli segue a dire:

«Piccole città hanno intrapreso la costruzione di teatri; ed ora si tratta di vedere se forse non converrebbe limitare i poteri municipali e di estendere la sorveglianza dell’autorità governativa.

«Nell’interno tutte le nuove concessioni (volute ad alte grida dalla diplomazia europea e dagli uomini del tempo) hanno avuto per effetto di creare maggiori bisogni. All’estero però questi cambiamenti essenziali arrecati all’antico ordine di cose, questi incessanti sforzi del governo pontificio per migliorare la sorte delle popolazioni son passati inosservati….»

Il conte di Rayneval dice, che i popoli (perché non dire i governi!) diedero ascolto soltanto ai clamori dei malcontenti e alle calunnie sistematiche della cattiva stampa piemontese e belga (perché non aggiungere inglese e francese?).

«Ecco le sorgenti alle quali l’opinione pubblica ha attinto le sue inspirazioni, e, a dispetto de' fatti positivi, nella maggior parte dei paesi, e specialmente in Inghilterra, si crede che il governo pontificio non ha fatto nulla per i suoi sudditi.»

A questo punto l’illustre ambasciatore passa a menzionare gli atti del governo pontificio, e i risultati ottenuti.

«Prima d’ogni altra cosa, scrive, rammentiamo che non si è veduto mai uno spirito di clemenza più eccessivo presiedere a una ristaurazione politica. Nessuna vendetta esercitata contro coloro che provocarono la caduta del Governo pontificio, nessuna misura di rigore è stata adottata contro di essi. Il Papa si è contentato di privarli della possibilità di far male, esiliandoli dal paese.» — In fatti, aggiungeremo noi testimoni di quegli avvenimenti, solo i rei di delitti comuni e di pubblica ferocia furono meritamente puniti quando caddero in mano della giustizia.

«Quanto alle cospirazioni flagranti, aggiunge egli, commesse dopo il ritorno del Papa, era un dovere assoluto di prendere opportune misure contro di esse, come contro gli assassinii perpetrati in seguito… Però il S. Padre, non ha mancato mai di mitigare il rigore delle sentenze.»

Non potendo precisare il numero delle persone esiliate per motivi politici, il nobile Conte, afferma che di coloro che fecero la rivoluzione del 1849, il numero degli esuli non giunge altcentinaio. «Tale estrema dolcezza, nota egli, non è bastata ad impedire che il Parlamento inglese, accusasse il Governo pontificio di crudeltà!...»

Passa poi a dire dell'amministrazione, e per prima cosa fa notare, che la repubblica di Mazzini, detta romana, si era sostenuta creando degli assegnati, che in soli sei mesi ascesero alla egregia somma di 7,000,000 di scudi romani, vale a dire di più di 35,000,000 di franchi, (poco più della rendita annuale dello Stato). Questa proporzione applicata alla Francia, darebbe da 800 a 900 milioni!... Ebbene, al momento in cui il conte di Rayneval dettava il suo rapporto, quegli assegnati erano scomparsi; il Governo pontificio, con una lealtà che oltrepassa i limiti, non solo li aveva riconosciuti come suo debito, ma gli aveva ricomprati, togliendoli dalla circolazione! —I ladri entrano nella vostra casa, ve la saccheggiano, ve ne discacciano; assassinano i vostri domestici; fanno debiti per sostenersi e per impedire il vostro ritorno; voi riuscite a riavere il vostro, discacciando di casa vostra gli assassini: e voi, non solo non vi occupate di reintegrarvi sequestrandone i tesori rubati, ma riconoscete i loro debiti e li pagate! — Pare incredibile; ma pure così è!...

«Questo però, osserva il di Rayneval, è considerato come nulla dai detrattori dell’amministrazione pontificia!»

Dice poi, delle facilitazioni procacciate al commercio. «La Banca-romana, convertita in Banca degli Stati pontificii, con succursali nelle provincie, estende la cerchia delle sue operazioni, prestando appoggio ad un tempo al commercio e al Governo, e resistendo a varie crisi procurate dalla rivoluzione.» — Rivolgendo quindi il Governo pontificio l’attenzione ad accrescere la rendita proveniente dalle imposte indirette, aveva riveduto i diritti di dogana, gli aveva diminuiti su di un gran numero di articoli, ed intendeva l’animo a preparare misure più complete e generali. Si erano conchiusi trattati postali e di commercio colla Francia e con altri Stati, in conformità dei principii, altrove adottati secondo le idee del progresso.»

Abolito il sistema di appaltare le rendite indirette, il governo prendeva a sé l'amministrazione del commercio del sale e del tabacco, ed aveva realizzato importanti benefizii, «e il buon successo dell’amministrazione, lo afferma il Rayneval, è certo.»

«Ad onta dei gravi carichi cagionati dalla rivoluzione, aggiunge egli, ad onta delle spese straordinarie, per riformare l’esercito, ad onta dei molteplici incoraggiamenti dati ai lavori pubblici, il preventivo, che dopo la ristaurazione accusava un deficit considerevole, gradualmente tende all’equilibrio, cosi che nel 1855 (quando appunto si apparecchiava quella mole di accuse contro la S. Sede che tutti sanno) il deficit era ridotto a una somma minima, per la maggior parte risguardante spese impreviste o destinata alla estinzione del debito.»

Ma più edificante e più positivo, riguardo al tempo in cui scriviamo, sotto il neo-regno d’Italia, è il quadro che fa l’illustre uomo di stato delle tasse imposte dal Governo del Papa ai suoi sudditi. Citiamo:

«Un romano paga annualmente allo Stato 22 franchi, i tre milioni di abitanti pagando cosi 66 milioni di franchi. Un francese paga al suo governo (governo modello secondo il Cavour) 45 franchi, trentacinque milioni pagano 1,600 milioni di franchi (in gran parte assorbiti dall'armata, vale a dire per alimentare la peggiore dell’imposte, quella del sangue). Queste cifre, nota il Rayneval, provano in modo perentorio, che gli Stati pontificii debbono essere considerati, sotto questo importante riguardo, come una delle nazioni più privilegiate. Le spese poi sono regolate sui principi della più stretta economia: basta un solo fatto per provarlo.

«La lista civile del Papa, il piatto dei Cardinali, le spese del Corpo diplomatico all’estero, il mantenimento dei palazzi apostolici e dei musei (e noi aggiungeremo della Guardia nobile, delle Guardie svizzera e Palatina) tutto ciò riunito non esige dallo Stato più di 600 mila scudi (3,200,000 franchi).» — Quale differenza con quell'abisso che si chiama lista civile del Re negli Stati alla moderna!(281).

Dopo di ciò il conte di Rayneval tocca del riorganamento dell’esercito sul modello del francese, e ne fa l’encomio. Tale riorganamento però fece si che più d’una volta le belle antiche prattiche di religione dell’esercito pontificio, come l'uscire in armi del corpo di guardia per l'Angelus Domini, la recita del santo Rosario nella sera, e più altre pratiche di pietà furono disgraziatamente abolite! — Taluno riderà di questo nostro appunto: verrà tempo che si prenderà sul serio; ma Dio sa per quanti sarà troppo tardi.

«L’apparenza attuale del soldato romano, dice l’illustre Conte, provoca gli elogi di quanti lo osservano. Se il Governo potesse dargli la fedeltà e l’energia insieme coll'uniforme e il fucile, non vi sarebbe luogo a chiedere l’assistenza straniera.» — Terribile accusa per chi non sappia, come me che scrivo e che per lunghi anni fui a contatto con chi evangelizzava (ché di tanto abbisognava l’esercito di Napoleone III!) quel corpo di occupazione, come i mandatari di quell'uomo fatale, appoggiati da chi meno lo avrebbe dovuto, distruggevano sistematicamente con una mano nelle nostre milizie quello che edificavano con l’altra. L’apostolo dell’esercito d’occupazione francese, monsignor Gustavo Bastide, mio amico di cara e venerata memoria, soleva dire a me: — Roma fa un gran bene ai nostri soldati; ma noi le facciamo molto male! — Per non affliggerlo, gli rispondeva, che egli esagerava; — ma era pur troppo vero quello che, con piena cognizione di causa, asseriva l’apostolico prelato. Ad onta di ciò l’asserzione dell’ottimo Conte doveva avere una solenne smentita all’epoca della invasione garibaldesca del 1867.

Il di Rayneval passa poi a. dire delle finanze riordinate, del commercio e delle arti incoraggite, delle numerose vie costrutte, del porto di Terracina aggrandito, dei viadotti importanti eseguiti, dei lavori di disseccamento di paduli compiti o in via di compiersi, della navigazione del Tevere facilitata per via di battelli a vapore, della illuminazione a gas introdotta in Roma, dei telegrafi elettrici stabiliti, delle concessioni di strade ferrate su varie linee per unire Roma alle provincia, dell’agricoltura e della pastorizia favorite e incoraggiate anche con premii, e dei disegni per assanire e popolare la campagna romana: cosa facilissima, quando invece di 200,000 anime, Roma ne avesse più milioni, come ai tempi dell’Impero Romano; ma allora il popolo si componeva di pochi Cresi e di una moltitudine senza numero di schiavi... Se le invasioni dei barbari non avessero esterminato le popolazioni rurali insieme coi tanti monasteri, che occupavano la campagna romana per coltivarla moralmente e materialmente, non si sarebbe ora nella pazza pretensione di sciogliere, senza mezzi proporzionati, questo supposto eterno problema!

Ma v’è un accusa nel rapporto dell’Ambasciatore francese che vuol essere particolarmente notata. Fu sempre vanto di un popolo l’essere parco e disinteressato, e felice fu sempre considerato quel popolo che godette di un vivere semplice, onesto e a buon mercato. Tali erano le popolazioni romane prima dell’infausto 1848; infatti l’istesso di Rayneval poche pagine prima encomia il Governo pontificio che non chiedeva ai suoi sudditi che 22 franchi per testa d’imposte, mentre che in Francia se ne chiedevano 45. Qui invece dice «se il popolo romano fosse capace d’aiutarsi da se stesso; se la sua ambizione non si limitasse ad ottenere un reddito ristretto, giusto sufficiente a sopperire ai primi bisogni della vita ecc. ecc. il paese si solleverebbea una rapida prosperità» (come quella che ha annegato nella immoralità, nella miscredenza e nell’abbrutimento i grandi centri della povera Europa). «Mail popolo romano, aggiunge egli, si lascia tutto sfuggire dalle mani e abbandona agli stranieri tutte le utili intraprese.» Il popolo romano generoso e disinteressato (come era e come afferma il di Rayneval) non era certamente al caso di lottare cogli speculatori d’oltre monte e d’oltre mare, che da qualche tempo si gittavano come locuste affamate sul pingue patrimonio di san Pietro per ¡sfruttarlo; ma chi da senno potrebbe farne un accusa a questo popolo?

Ciò non ostante il nobile Conte vi trova numerose prove di energia pubblica. «Nuovi edificii, scrive egli, si elevano da tutte le parti, il prezzo dei fitti e delle derrate d'ogni specie cresce rapidamente.» Strana teoria! sorella germana dell’altra, anche più strana che, cioè, il debito è la prova della ricchezza!... Sono assurdi; ma sono pure frutti della sapienza del secolo nostro. Ed aggiunge: «Le relazioni commerciali si estendono; si realizzano utili rilevanti nelle intraprese agricole e finanziarie; grandi fortune si formano (purtroppo se ne sono formate di grandi e sospette). La condizione della popolazione è comparativamente agiata.» E lo era anche di più prima che il prezzo delle derrate e dei fitti crescessero, e che quelle grosse fortune si formassero. Prima di quest’epoca menzognera vi erano grandi ricchezze e grandi famiglie fra di noi; ma erano il frutto del lavoro perseverante di secoli, o di meritate ricompense. — A questo punto il conte di Rayneval fa un quadro dello spirito allegro e portato alle feste e ai solazzi delle popolazioni romane: prova palese della loro infelicità e della ragionevolezza di quei famosi gridi di dolore che, uditi sulle rive della Dora, ci hanno fatto piovere addosso quel diluvio di beatitudini che l’Italia assapora da venti anni a questa parte!

«Lo si vede (questo popolo), dice il Rayneval, riunirsi in folla al primo segnale di publici divertimenti; la sua indifferenza eccessiva nella vita ordinaria si perde allora del tutto. L’occhio meno osservatore resta colpito dalla sua aria di prosperità; la gioia più espansiva si legge su tutti i volti. Uno domanda a sé stesso allora, se veramente questo è quel popolo le cui miserie eccitano a un così alto grado la compassione di Europa?... Ciò non pertanto anche qui vi sono miserie come in ogni altro luogo; ma sono infinitamente (sono parole del Rayneval) meno pesanti di quelle di altri climi meno favoriti dalla natura. Le cose più necessarie alla vita si acquistano a buon mercato; mentre la carità privata è applicata largamente, e gl’istituti di carità pubblica sono numerosi ed efficaci: qui ancora l’azione del Governo è sensibile.

«Anche gli ospedali e le prigioni hanno ottenuto importanti miglioramenti. Farebbe d’uopo visitare alcune di queste prigioni per rimanere ammirati, (l’espressione non è punto esagerata), della carità perseverante del S. Padre.»

Insomma quel che il conte di Rayneval ha detto «dovrebbe bastare a provare (sono sempre sue parole) che tutte le misure adottate dall’amministrazione pontificia portano l’impronta della saggezza, e del progresso In verità quando certuni dicono che il Governo pontificio — forma un’amministrazione che non può avere per iscopo il bene del popolo; — il medesimo Governo potrebbe rispondere: — Studiate i miei atti, e condannatemi, se ne avete il coraggio. — Dovrà dunque supporsi dopo di ciò che il Governo pontificio sia un modello senza debolezza o imperfezione? Certo che no! Ma queste imperfezioni e que sto debolezze sono tali quali si trovano in ogni Governo, anzi in tutti gli uomini.»

Accennando poi al sistema di menzogne e di calunnie esercitato contro la Santa Sede: «Io non cesso, dice, d’interrogare le persone che vengono a denuziarmi gli abusi del Governo papale. La parola abuso, bisogna non dimenticarlo, è parola sacra e al disopra d’ogni contestazione; è parola d’Evangelo! Ma in che consistono questi abusi! Questo è quello che non mi è bastato l’animo di scuoprire. Tutt’al più si tratterà di fatti imputabili all’umana imperfezione; ma saremmo ingiusti se imputassimo al Governo le irregolarità di taluno dei suoi ufficiali.»

Il Governo pontificio viene accusato di venalità; «ma checché se ne dica, nota il nobile Conte, sarebbe cosa impossibile di citare a suo carico un sol fatto notorio e provato; a meno che si prenda per danaro contante la falsa moneta della calunnia.»

Accenna poi all’accusa di atti d’infedeltà, e dice che «non v’è paese che vada esente da simili disgrazie... che se avvengono negli Stati pontifici, egli è su piccola scala e in piccole proporzioni, e senza che il servizio e la moralità pubblica ne abbiano a soffrire in modo sensibile.»

Si grida contro la imperfezione del sistema giudiziario. «Io l’ho studiato da vicino, dice il Rayneval, e non sono riuscito a scuoprire il menomo motivo di lagnanza Non conosco un solo giudizio la cui stretta equità non sia tale da essere riconosciuta dal migliore tribunale di Europa… La giustizia criminale è amministrata in modo altrettanto inappuntabile. Ho tenuto dietro ad alcuni processi in tutti i loro particolari, e sono stato costretto a riconoscere, che tutte le precauzioni necessarie per la verifica dei fatti, tutte le garanzie per la libera difesa dell’accusato, compresa la pubblicazione dei dibattimenti, vi sono osservati.»

Circa la lunghezza dei processi, altra accusa a carico del Governo pontificio, il Rayneval dice essere un inconveniente; ma non un delitto imperdonabile. «Sarebbero meno lunghi se i testimonii imparassero a fare le loro deposizioni senza lasciarsi intimidire dalla presenza dell’imputato e senza temerne la vendetta. Dal momento che il delinquente e l'assassino trovano sicuro asilo negli Stati cosi detti modelli, non è meraviglia che i testimoni temano per sé e defraudino la giustizia dei loro lumi. Ma l’illustre Ambasciatore confessa, che accade altrettanto in Francia, dove per ottenere le deposizioni dei testimoni si è costretti spesse volte di ricorrere a misure severe.»

Un’altra accusa è il brigantaggio. Il conte di Rayneval dice: «ho percorso il paese in tutti i sensi, e non ho veduto ombra di brigante. È vero che di quando in quando si ode dire, che una diligenza è stata fermata, un viaggiatore svaligiato; ma il Governo ha messo in opera tutti i mezzi per reprimere simili disordini: e i briganti sono stati presi, e puniti da per tutto. Quando in Francia, nota egli, una diligenza viene fermata, quando sulla strada da Londra a Windsor una dama della Regina è spogliata del suo bagaglio e dei suoi gioielli, il fatto passa inosservato; ma appena il menomo caso di tal genere accade su di una strada isolata degli Stati romani, la stampa, ardente di cogliere pretesti, pubblica la notizia a grossi caratteri, e grida vendetta contro il Governo!»

«Nelle Romagne si sono formate alcune bande organizzate, che approfittandosi della vicinanza del confine toscano si sono di leggieri sottratte alla giustizia, dopo di aver sparso l’allarme nel paese. Ma il Governo ha fatto loro una guerra senza tregua, e le ha distrutte, col sacrificio ancora di più d’uno dei suoi bravi Gendarmi.

«Per conchiudere, scrive l’illustre Ambasciatore noi siamo costretti a confessare, dopo esaminate le cose, che il Governo pontificio non ha fallito al suo dovere, che ha cammina

«to regolarmente nella via delle riforme e dei miglioramenti, e che ha realizzato considerevoli progressi.»

Se l’agitazione ciò non ostante prosegue, fa d’uopo ricercarne altrove la cagione. Il sig. di Rayneval crede di vederla nel carattere stesso della nazione. Egli, ambasciatore di Napoleone III, non poteva trovarla là dove era veramente, cioè, nell’opera della frammassoneria, cui il suo padrone era affigliato, e del Governo piemontese immedesimato con essa. Il conte di Rayneval, certamente non ignorava queste cose; ma non poteva dirle in un documento officiale: le dissimulava dunque, e altrove cercava le cagioni. Esprime però un gran vero quando dice, doversi riconoscere, che il rimedio alla difficile situazione in cui era il Governo pontificio non poteva trovarsi in una massa di misure che, modificando un ordine di cose, senza alcuna connessione col male, non farebbero altro se non se rendere il male anche più grande e più pericoloso, coll’esaltare Le speranze della nazione (degli spiriti torbidi e malcontenti), e col ridurre un potere, già scosso, all'ultimo grado di debolezza e d’impotenza. Era appunto ciò che il cattolico ambasciatore voleva impedire, e il suo Governo ottenere!...

«Se il Sovrano degli Stati pontificii, egli aggiunge, non fosse ad un tempo Capo della Chiesa, il mantenimento o il rovesciamento del suo potere poco importerebbe.» Asserzione vera nel solo senso, che il trono del Papa interessa l’intero mondo cattolico, ché altrimenti il rovesciamento di un trono anche piccolo non può non iscuotere tutti gli altri troni, anche i più grandi, quando tale rovesciamento è fatto a nome di falsi e malvagii principii, accettati od anche solo tollerati dagli altri Stati.

La distruzione dell’autorità pontificia, continua il Rayneval, sarebbe una soddisfazione per un partito numeroso (per lo strepito che gli si faceva fare), non però per la nazione intera. «Lo stabilimento d'un regime costituzionale, poco in armonia, almeno per quel che sembra, col potere del Capo della Chiesa, sarebbe una soddisfazione per un gran numero d’individui (intriganti e ambiziosi). Ma, osserva egli, l’un partito come 1 altro, non tarderebbe a lasciar cadere la direzione degli affari nelle mani della frazione più violenta. II signor Rossi, che non mancava né dei necessarii talenti, né di buona volontà, si era proposto d’introdurre negli Stati pontificii un regime parlamentare. Doveva credersi ch'egli avrebbe potuto fare assegnamento su qualche appoggio. L’evento mostrò che fallì completamente nel suo tentativo. Al momento del pericolo non si trovò nessuno che lo sostenesse o difendesse (prova evidente che ben pochi o ben codardi erano i fautori del suo pensiero). Nemmeno una voce si alzò per deplorare la sua morte violenta, e meno ancora per chieder vendetta dell'assassinio.» Eppure noi l’udimmmo questa voce di protesta e di orrore; ma era de' così detti neri e retrogradi!...

Del resto, l’illustre diplomatico, esprime una terribile verità, quando dice, che «è assolutamente impossibile, in mezzo alle passioni che dividono gli spiriti delle popolazioni, di creare un’amministrazione veramente popolare... Nessuno (degli agitatori) è disposto a contentarsi d'una semplice riforma.» — Le dichiarazioni delle Potenze occidentali e l’opera della frammassoneria promettevano loro la distruzione del Papato. — «Io credo avere dimostrato sovrabbondantemente, aggiunge il di Rayneval, che non. può trattarsi di ciò, e che, d'altronde l’attitudine del Governo pontificio è lungi dal dare motivo alle popolazioni (alle vere popolazioni) di credersi lese nei loro legittimi interessi...» Vera ragione per la quale, secondo egli afferma, si assisteva allo spettacolo della esposizione di vedute le più contraddittorie, secondo la natura di ciascuna opinione individuale.» E qui tocca del peregrino disegno, proposto da Cavour in seno del famoso Congresso di Parigi, quello cioè della divisione degli Stati pontificii in due parti, una delle quali da esser governata da un Vicario del Papa. «Non v'è dubbio, esclama il Conte, che una combinazione siffatta, aprirebbe la porta alla rivoluzione… In pochi mesi il decadimento del Sommo Pontefice sarebbe proclamato a Bologna; sarebbe convocata un’Assemblea costituente dell’Italia, e dichiarata la guerra all’Austria.»

«Supponiamo, insiste egli, che il nuovo potere riuscisse a mantenere e a contentare le popolazioni (cosa facilissima cessando l’opera degli agitatori della setta) che potrebbe rispondersi all’altra metà degli Stati pontificii (che i settarii continuerebbero ad agitare) quando reclamerebbe eguale parte di riforme? Che fare se si sollevasse?... Da tuttociò risulterebbe la ruina del Papato, il soddisfacimento dei suoi nemici, e l'Europa sarebbe in preda alle più terribili agitazioni.» — Le parole del Rayneval furono profezia! — Che se il Papa «non opponesse a un simile disegno una resistenza disperata... bisognerebbe rilasciargli, in faccia dell'Europa, un diploma d’incapacità radicale … Ma, che acconsenta o no, il Papato riceverebbe in questo modo un colpo mortale: ed è appunto ciò che hanno benissimo compreso gli autori della combinazione,» e che il Papa ha sapientemente respinto. — Il Papato è ora materialmente minato; i nemici del Papato sono soddisfatti; ma l’Europa è in preda alle più terribili agitazioni, come predisse il Rayneval.

«Vi sarebbe un solo rimedio, soggiunge l’illustre diplomatico. Gl'Italiani (gli agitatori italiani) fondano sempre i loro disegni sull’appoggio straniero; se tale appoggio dovesse loro venir meno, adotterebbero, più facilmente assai che non si immagini, considerata la loro situazione attuale, una linea di condotta efficace.Bisognerebbe però, che gli organi della stampa in Inghilterra e in Sardegna, cessassero dallo eccitare le passioni, e che le Potenze cattoliche continuassero verso la S. Sede le testimonianze evidenti (ma più di tatto reali) della loro simpatia.»

Non vi ha dubbio, tolto ai nemici della S. Sede l’appoggio delle potenze occidentali, principalmente di Francia e d’Inghilterra, e datolo invece, come era loro stretto dovere, alla S. Sede, ogni pericolo sarebbe stato allontanato, e la quiete assicurata alla povera Italia e al mondo. Ma il di Rayneval, mentre accenna a questo unico e sicuro rimedio, conscio forse degli impegni del suo padrone, non ardisce proporlo; si contenta invece di farlo intendere timidamente. E sorvolando su tale unico, vero, infallibile rimedio, si rivolge alla panacea degli opportunisti e dei timidi, e dice: «Tutto quello che noi possiamo fare si è di scansare, per mezzo di una protezione benevola e attenta, i pericoli d’una catastrofe, e di prolungare lo stato di cose provvisorio, che ha per lo meno il gran merito di mettere l’Europa al coperto d’innumerevoli mali.» (Per moltiplicarli però all’infinito più tardi). Ma, egli dice, che qualunque altra via precipiterebbe gli avvenimenti. «Se il governo di S. M. (l’imperatore dei Francesi) per motivi facili a comprendere, desiderasse mettere termine alla occupazione degli Stati romani dalle milizie francesi in uno spazio di tempo più o meno lungo, sarebbe meglio abbandonare gli argini all’impeto del torrente, di quello che preparare con avvertimenti dati in pubblico, o con combinazioni forzate il colpo di grazia al potere temporale dei Papi.» Ciò che per lo appunto si faceva insipientemente dal Governo imperiale. Il conte di Rayneval lo vedeva, lo sentiva, e, mentre si mostrava animato d’una fiducia, che evidentemente non aveva, nel proprio governo, composto tutto di uomini devoti alla rivoluzione, conchiudeva: «Di fronte all’agitazione che esiste negli spiriti in Italia, ed alla viva commozione causata dalla pubblicazione dei protocolli (del Congresso di Parigi), è impossibile d’isfuggire a un sentimento profondo d'inquietudine circa l’avvenire del Papato. E l’avvenire del Papato fu infatti disastroso; ma non per esso soltanto. Il disastro momentaneo della S. Sede, trascinò seco quello definitivo di chi per 20 anni lo aveva apparecchiato; e mentre lo stendardo della Chiesa si piegava glorioso sugli spaldi di Castel Sant’Angelo, quello tricolore della Francia rivoluzionaria rotolava obbrobriosamente nella polvere di Sedan.

Taluno troverà forse che sono stato eccessivo nei miei appunti al Rapporto del Conte di Rayneval, e che sono severi i miei giudizi! sulla sua persona: poche parole mi giustificheranno.

Io conobbi e stimai molto per la sua lealtà e religione il conte di Rayneval: sono dunque afflitto di dover rilevare, in mezzo a tante buone e giuste cose, che dice, molti errori, perdonabili solo all’atmosfera liberalesca nella quale aveva vissuto fin dai più giovani anni ed aveva percorsa tutta la sua carriera diplomatica. Su questo proposito il sigr. di Saint Albin nella sua storia di Pio IX dà importanti ragguagli, che giova raccogliere.

—Il sig. di Rayneval, scrive egli, antico redattore del Jourral des Débats, era rimasto legato ai direttori di quel foglio da vincoli di parentela. Così la politica del Journal des Débats, quando il sig. di Rayneval viveva, e quando era Ambasciatore a Roma, non si mostrava del tutto quello che divenne in seguito. — Le sue attinenze adunque colla società liberalesca ad onta delle sue. eminenti e belle doti non gli permettevano di veder chiaro nelle cose del Governo pontificio e dei popoli ad esso soggetti; in fatti chi avrebbe potuto conoscere il vero stato delle cose meglio di lui che, prima di essere Ambasciadore a Roma, vi era stato segretario di ambasciata sotto Luigi Filippo e Ministro plenipotenziario sotto la. Repubblica? Vorrà dirsi che egli volesse ingannare il proprio governo? — Ella è questa la sola risorsa che rimane a quelli che sono risoluti di infermare tutto ciò che afferma il suo rapporto e di condannare il governo paterno dei Pontefici romani (282). — Ma ciò ripugnava affatto alla sua nota sincerità e lealtà.

Questo rapporto, così importante per molti versi, dispiacque per molti altri ai veri conoscitori delle cose nostre. Quanto ai settarii, ne furono fuori di loro pel dispetto, e lo condannarono, come ogni altro scritto che gli avversi, all’oblio, dopo un primo momento di pubblicità datogli pei suoi fini dallo stesso Cavour. Quindi è che, sebbene spesso citato, è pressoché sconosciuto: personaggi illustri in diplomazia m'hanno confessato di non averlo mai letto!... Del resto quell’istante di pubblicità che ottenne l’ebbe per un fatto che rimarrà nella storia quale monumento della slealtà della diplomazia piemontese di quel tempo. Un rispettabile diplomatico estero, da me interrogato in proposito, mi rispondeva colla seguente lettera:


«Caro Commendatore

«... Molto volentieri le darei tutti i dettagli ch’ella desidera riguardo all'affare Rayneval.Migliorati; ma temo non essere in tutto cosi esatto, come vorrei, ed è necessario quando si deve dare alle stampe una storia. Sono passati 24 anni; e debbo confessare che, sebbene non abbia certo dimentico il fatto, non conservo però nella mia memoria tutte le sue particolarità.

«Sono dunque costretto a ripeterle soltanto quanto le raccontai in mia casa, cioè che: — il Migliorati andò a trovare il conte di Rayneval, Ambasciatore di Francia, per domandargli consiglio, e sapere cosa poteva dire al suo Governo riguardo allo Stato pontificio. Il Rayneval, come si usa fra noi diplomatici, fu franco e leale, mostrandogli quanto egli stesso aveva scritto in proposito, non solo, ma permise che ne prendesse nota per potersi meglio regolare. Il Migliorati inviò integro il dispaccio al Cavour, il quale si affrettò a pubblicarlo prima che il Governo francese ne avesse avuto notizia!... «Questo è il vero, dispiacendomi che la mia memoria non mi permetta poter dare i dettagli con la medesima sicurezza, perché temerei non fossero esatti.

«Gradisca ecc.

«Suo Aff.mo.

«M.»

Questo fatto cagionò la perdita del conte eli Rayneval. Tolto da Roma, fu mandato Ambasciatore a Pietroburgo, dove poco stante per la rigidezza del clima e pel dispiacere precocemente morì.


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LIBRO IV

CAPO I

IL VIAGGIO DEL PAPA NELLE LEGAZIONI

Avevo scritto, anzi stava già composto in tipografia questo Capitolo, quando mi venne alle mani il foglio àeV Osservatore Romano del 27 luglio scorso nel quale è narrato come viaggi il Re dai cento plchisciti, Umberto I, per grazia di Dio e volontà della nazione Re d’Italia. Quella narrazione, non ismentita da alcuno, ci è sembrata una stupenda introduzione al racconto del viaggio di Pio IX, per sola grazia di Dio, Pontefice e Re. Eccola dunque:

«— Ieri alle 4,50, Scrive l’Osservatore, Re Umberto partì colla famiglia e la sua corte per Torino.

«Ci trovammo alla stazione di Palo al momento del passaggio del real treno. Avevamo più volte inteso delle precauzioni che si prendono dalle autorità quando viaggia la famiglia reale e ne avevamo letto ampli e minuti particolari nei giornali. Ma non credevamo mai, che queste precauzioni fossero tali, che quanto ne fu detto e scritto è cento volte inferiore al vero. Lungo tutto il tragitto da Roma a Torino, era stato steso un cordone di sentinelle poste alla distanza di circa mezzo chilometro l'una dall’altra, in modo che si vedessero tra loro e che potessero dominare interamente la linea ferroviaria e tutto il terreno adiacente. I drappelli di truppa per fornire queste sentinelle giunsero alle singole stazioni coi primi treni del mattino di ieri.

«Le sentinelle erano armate di fucile carico con baionetta in canna, che nascondevano al passaggio del treno reale, e stettero tutto il giorno, cioè fin dopo il passaggio del treno, sul posto loro assegnato E questo non basta: tutte le brigate dei carabinieri lungo la via ferrata, lasciato un terzo degli uomini in quartiere, si dovettero portare sulla linea. Alle stazioni poi si trovavano gli ufficiali con grosso nerbo di carabinieri, di soldati e di guardie. Alla piccola stazione di Palo vedemmo una diecina di carabinieri accorsi dalla brigata di Cerveteri e da Civitavecchia con un tenente, un maresciallo e due brigadieri, cinque o sei soldati con un foriere, tutta la locale brigata di dogana, due guardie di pubblica sicurezza in uniforme e due travestite, con un delegato.

«Dieci minuti prima del treno, giunse una macchina-staffetta provvista di segnali d’ogni specie, e montata, oltre al solito personale, da un funzionario delle ferrovie e da uno di polizia. Il treno era composto di 2 carri bagagli, di 4 carrozze di l(a)classe, di 8 di 2(a), e di 2 vagoni-salon nel centro del treno, nei quali era la famiglia reale. Una delle carrozze di seconda classe era piena di guardie di P. S. in borghese, comandate dal delegato Galeazzi.

«In una carrozza di prima classe stava un manipolo di dignitarii delle ferrovie in uniforme; il resto del convoglio era occupato dagli ufficiali, dalle dame di corte, e dagli impiegati e domestici della casa reale, non escluso il cuoco, il quale avea la cucina in apposito vagone, fornita di tutto l'occorrente in cibi, vini, bevande diacciate, gelati, ecc. E non restava davvero in ozio, perché (ci si assicurò) ad ogni fermata del treno, i vini e le bibite scorrevano in quantità. A Palo ne furono bevuti parecchi.

«Tornando alle misure di precauzione prese dal governo, diremo che le sentinelle erano state fornite di viveri a socco (pane, formaggio e lardo) per due giorni e di un soprassoldo di 75 centesimi al giorno: 65 per servizio di pubblica sicurezza isolato, 10 d’ordine del comando divisionario di Roma. Da Roma a Civitavecchia il servizio fu prestato da due compagnie del 4° reggimento fanteria. L’arrivo e la partenza della macchina-staffetta e del treno reale erano annunziati per telegrafo alla stazione precedente e alla susseguente: e questi telegrammi venivano poi comunicati al Ministro dell’interno, cosi che il Ministro Depretis, o chi per lui, dal suo tavolino al palazzo Braschi, seguiva di stazione in stazione il procedere del treno.

«Passato il treno, le sentinelle si raccoglievano alla prossima stazione ferroviaria, ove risiedeva il capo drappello, e cosi i carabinieri e le guardie. Le truppe hanno passato la notte alle stazioni, o nei vicini paesi, e sono tornate stamane ai loro quartieri. Abbiamo fatto la esposizione genuina delle cose viste e udite; adesso al lettore i commenti. Noi ne facciamo uno solo:

«— I giornali liberali in certe occasioni sciolgono odi olimpiche al felice connubio del popolo italiano colla dinastia di Savoia, e dicono che il lustro, il vanto e la prosperità di questa Casa basano tutti sopra l'amore degl'Italiani. Questi fatti però proverebbero tutto il contrario. Quando mai e dove si sono visti simili apparati per il viaggio di un principe, se non in Russia, nei momenti più critici del nihilismo? Neanche se l’Italia fosse diventata un serraglio di assassini e di regicidi!

«Potremmo citare mille esempi di dinastie e di sovrani che, basando veramente la loro autorità sull’amore e sulla fedeltà dei sudditi, non dubitarono, per così dire, di confondersi tutto il giorno col popolo. Basteranno due fatti: l’uscita di Pio IX per le vie di Roma la sera del 22 ottobre 1867, e il suo ritorno al Vaticano appena pochi minuti prima che una mano di facinorosi forestieri tentasse i fatti esecrandi del Campidoglio, della caserma Serristori, di Porta S. Paolo, dell’Ospedale di. S. Spirito, ecc.; e l’uscita dello stesso Sommo Pontefice per le vie di Roma il 19 settembre 1870, poche ore prima della breccia, e 5 giorni dopo che la eterna città era bloccata dai fratelli liberatori.

«Quale confronto schiacciante! Ma basti; perché di fronte a questo stato di cose, ogni persona onesta non può provare che un sentimento di sincera e profonda compassione per coloro alla cui tutela sono necessarii questi inauditi provvedimenti.» — Così dunque viaggia il Re d’Italia nell’anno di grazia 1880.

Vediamo ora come viaggiava il Papa nel 1857, quando maggiormente gli Stati della Chiesa erano agitati dalle società segrete scatenate dal Congresso di Parigi, e dalle mene del Governo sardo.

Il grande animo del Pontefice Pio IX aveva voluto mostrarsi ai suoi popoli delle Marche e delle Romagne, e rompere quella barriera di diffidenza, purtroppo fomentata e sfruttata dai nemici della S. Sede, tra il Governo e quelle provincie, destinate già ad esser prima preda della frammassoneria costituita in governo. Pio IX percorse Terni, Spoleto, Assisi, Perugia, Camerino, Macerata e sostò a Loreto al santuario della Vergine. Di là pertossi a Fermo e ad Ascoli, e, tornato in Loreto, prosegui per Ancona, Senigallia, Pesaro e Rimini. Quindi visitò Cesena, Forlì, Faenza e Imola, e ai 9 di giugno fissava sua stanza a Bologna, da dove poscia moveva a visitare Ferrara e Ravenna. Tutti i Sovrani d’Italia, confinanti con quelle provincie pontificie, fecero a gara per attestare al Papa, in personaoper mezzo di delegati, il loro ossequio e la loro devozione. L’Arciduca Carlo di Toscana fu ad ossequiarlo a nome del Gran Duca Leopoldo, suo genitore. Fuvvi pure l’Arciduca Massimiliano d’Austria, a nome anche del suo augusto fratello l’Imperatore Francesco-Giuseppe; poi il giovinetto Roberto, Duca di Parma, accompagnato dall’eroica Duchessa reggente, sorella di Enrico V, Conte di Chambord, legittimo Re di Francia. Leopoldo II di Toscana e Francesco l'di Modena si recavano ai piedi del Pontefice colle loro famiglie, e l’invitavano a visitare i loro Stati. Il S. Padre vi si recava, e ne era accolto regalmente e con entusiasmo acclamato da quelle cattoliche e devote popolazioni, ad onta dei perfidi intrighi della diplomazia, che, commossa a quel continuato trionfo del Papa, fece di tutto per menomarne i benefici effetti, e per frenare il religioso slancio del Gran Duca Leopoldo e della sua piissima famiglia.

Anche il Re di Sardegna, non sappiamo con quale scopo, credette di dover figurare in codesta corona di devoti personaggi, e mandò a degnamente rappresentarlo quel famoso Commendatore Carlo Boncompagni di Mombello, suo Inviato straordinario presso la Corte di Toscana, cui due anni dopo tradiva, impadronendosi di quel medesimo Governo presso cui era accreditato!… Ma forse il Boncompagni ebbe altra missione in questo incontro, quella cioè di spiare gli effetti, pur troppo dolorosi per la setta, del viaggio pontificio.

Dal 18 al 23 agosto si trattenne Pio IX a Firenze, donde partito, visitò Pisa, Livorno, Lucca, e giunse il 26 a Volterra, dove volle rivedere il Collegio nel quale aveva ricevuto la prima educazione. Quindi per Siena e Valdichiana rientrò negli Stati pontificii a Città della Pieve, e per Orvieto e Viterbo il 5 di settembre riducevasi a Roma, dove fu accolto in mezzo a incredibili feste e a una veramente entusiastica esultanza. E il S. Padre n’esprimeva la sua alta soddisfazione in pieno Concistoro, tenuto ai 25 di settembre, nel quale pronunziò un’Allocuzione circa il suo viaggio, narrando le festose accoglienze e le amorose dimostrazioni avute dai varii popoli delle Marche e delle Legazioni, non meno che da quelle dei vicini Stati, e i felici effetti che se ne riprometteva pel bene della Chiesa e dei medesimi popoli.

A noi però fa duopo dire qualche cosa di più di questo avvenimento che grandemente sconcertò le mene di Cavour e dei suoi complici, i quali dovettero poi ricorrere all'aperta violenza, se vollero raggiungere i loro perversi fini. Se la savia politica consigliava il viaggio pontificio, la tenera pietà di Pio IX verso la Beata Vergine ne fu, non v’ha dubbio, il primitivo motore.


CAPO II

DA ROMA A LORETO

Era pio, ardente desiderio del Pontefice dell'Immacolata, scrive il Diario del memorando viaggio, di visitare l’insigne santuario della Santa Casa di Maria Vergine in Loreto, ove da tutte le parti del mondo accorrono i fedeli in divoti pellegrinaggi. Ora il S. Padre Pio IX volle soddisfare la sua grande divozione recandovisi anch’egli a ritemprarvi l’anima nei tempi gravissimi che attraversava la Chiesa di cui era Capo visibile. Tale divisamento, partecipato appena ai Presidi delle provincie, immediatamente d'ogni parte furono umiliate a Sua Santità suppliche e inviate deputazioni, perché volesse degnarsi di onorare colla augusta sua presenza altre città e provincie, che non s’incontravano sulla via che da Roma mette capo a Loreto (283).

La mattina del 4 maggio 1857 adunque Pio IX, prima di mettersi in via, discendeva alle 7 nella patriarcale Basilica Vaticana, ove celebrò la santa Messa all’altare papale, assistendovi i Cardinali palatini Spinola, Falconieri e Antonelli, e l’Emo Medici, già Maggiordomo di S. S., oltre le persone della nobile Anticamera, il Rmo Capitolo Vaticano e una grande moltitudine di fedeli.

Dopo la Messa il S. Padre ne ascoltò un’altra celebrata da un suo cappellano segreto all'altare della Cattedra; e dette le preci per implorare da Dio un felice viaggio, ritirossi in alcune camere presso il monumento di Alessandro Vili, dove fu complimentata da Sua Eminenza il Cardinale Macchi, Decano del Sacro Collegio, e dai suoi Ministri.

Indi passava a baciare il piede della statua enea di S. Pietro, e, uscito dalla porta maggiore, veniva accompagnato dai Cardinali suindicati, dalla sua nobile Anticamera e dal Capitolo Vaticano fino a' piedi della gradinata della Basilica, ove erano pronte le carrozze da viaggio. Le milizie delle guarnigioni pontificia e francese stavano schierate sulla piazza per rendere a Sua Santità gli onori militari. Il generale conte di Govon, comandante la guarnigione francese in Roma, accompagnò l’augusto Viaggiatore fino a porta Angelica; erano le 8 ½antimeridiane.

Il Pontefice partito dal Vaticano in mezzo a una moltitudine di popolo, accorso per augurargli felice il viaggio e riceverne la benedizione, lungo lo stradale della porta Angelica e per varie miglia ancora fuori della Città trovò continua folla di popolo, che facevagli augurii e ne domandava la benedizione. Pio IX fu veduto commosso a quelle dimostrazioni di devozione e di amore.

Arrivato presso Baccano, fu salutato dalle espressioni di giubilo della vicina popolazione di Campagnano, la quale, col clero, il governatore e la magistratura comunale alla testa, era accorsa sul suo passaggio. Il S. Padre si compiacque soffermarsi alquanto, per esternare il suo sovrano gradimento, e, benedicendo a tutti, proseguiva il viaggio per Monterosi.

L’ingresso di questo luogo era stato messo a festa, e tutta la via che doveva percorrere elegantemente ornata. Fu ricevuto dall'Emo Cardinale Ferretti, abbate commendatario de' SS. Vincenzo ed Anastasio alle Tre Fontane, unitamente al clero e alla magistratura. La popolazione piena di giubilo venne incontro al Papa acclamandolo e implorandone la benedizione.

Maggiore era la folla alla porta di Nepi, ove Sua Santità giungeva alla mezzapomeridiana. Monsignor Delegato Apostolico di Viterbo, alla cui provincia appartiene quest’antica città, e la magistratura comunale le umiliarono i sensi di sudditanza e di giubilo da cui erano penetrate le popolazioni, le quali, con entusiasmo festeggiavano l'ingresso del Pontefice, che portava il nome del santo suo predecessore Pio V, vescovo di Nepi prima di essere sollevato alla Cattedra di San Pietro. Avviatosi Pio IX in mezzo alla folla verso la cattedrale, cui aveva fatto dono di alcuni sacri arredi, vi fu ricevuto dagli Eminentissimi Roberti, protettore della città, e Pianetti, Vescovo di Viterbo e Toscanella.

Il Tempio era riccamente addobbato e illuminato; il S. Padre ricevuta la benedizione del SS. Sacramento, passò al vicino episcopio, e degnossi ammettere alla sua presenza il clero, la magistratura del luogo e quella dei circostanti paesi. Poi, ascesa la loggia, impartì l’apostolica benedizione al popolo che proruppe in festose acclamazioni. Lasciata Nepi alle quattro pomeridiane, giungeva dopo le cinque felicemente a Civitacastellana.

Fin dalle prime ore del detto giorno, la spaziosa via romana, la piazza pubblica e quella del duomo erano gremite di popolo che dai limitrofi paesi récavasi in folla a festeggiare il Papa.

Sull’ingresso della città era stato eretto un arco trionfale d’ordine toscano con statue rappresentanti la Carità e la Religione, e sormontato dallo stemma pontificio.

Al primo apparire del corteggio, il cannone del forte annunciò il lieto arrivo, e la magistratura municipale recossi ad umiliare a Sua Santità l'omaggio della comune letizia, mentre il comandante della piazza gli presentava le chiavi della città e della fortezza.

Lentamente progredendo per la grande calca, giungeva Pio IX sulla piazza del duomo, ove disceso di carrozza, veniva accolto da monsignor Vescovo e dal R.mo Capitolo, che lo accompagnaronoalla cattedrale, tutta addobbata e illuminata. Dopo ricevuta la benedizione del Venerabile, in mezzo a molti fanciulli vestiti da angioletti, che innanzi a' suoi passi spargevano fiori, si portò all’episcopio, e da una loggia impartì al popolo la benedizione.

Universale fu la sera la luminaria: le più remote contrade, ed i più umili abituri vedeansi vagamente illuminati nella circostante campagna.

Giungeva intanto il giorno sacro al santo Pontefice Pio V, e alle 6 antimeridiane scendeva Pio IX nella Basilica Cattedrale a celebrare lo incruento sagrificio, assistendovi monsignor Vescovo, il Capitolo e il magistrato. Gremito era il tempio di fedeli, e tale il raccoglimento e si profondo il silenzio che avresti detto il sacro luogo deserto. Sua Santità dispensò la SS. Comunione al magistrato e a non pochi ragguardevoli cittadini di ambo i sessi; quindi circa le 7 1(2 antimeridiane fra le acclamazioni incessanti del popolo, che gli si serrava d’intorno, si rimise in via.

Sebbene il tempo piovoso avesse guasti alquanto i preparativi fatti lungo lo stradale, non valse però ad impedire le solenni dimostrazioni di giubilo e di devozione degli abitanti di tutti quei luoghi.

A Frangellino i cittadini di Magliano aveano preparato un magnifico padiglione, e Sua Santità, assecondando i desideri di quelle devote popolazioni, degnossi scendere di carrozza e soffermarsi alquanto. A tutti rivolse benigne parole e si compiacque di ascoltare un coro cantato dagli alunni del Seminario.

In questo luogo, che è punto di confine fra le provincie di Viterbo e di Rieti, vennero ad ossequiare il S. Padre i Delegati apostolici di quelle città.

Nel passare per Otricoli accolse le preghiere del clero, della magistratura e della popolazione, che eransi raccolte sulle vie, e sostò per benedirle. Proseguendo il viaggio, non ostante la pioggia, alle 11 1(2 giungeva felicemente a Narni.

Il cattivo tempo, e il piovere a dirotto non valsero ad impedire che le vie della città, che doveva percorrere il Sommo Pontefice, fossero riboccanti di popolo. La magistratura lo complimentò alla porta, e in mezzo alla folla esultante lo accompagnò alla cattedrale, dove fu ricevuto da monsignor Vescovo unitamente al clero, non che dai Vescovi di Terni e di Amelia.

Passò quindi nell’episcopio, e vi ammise al bacio del piede il clero della diocesi, varie corporazioni religiose, accorse anche da luoghi circostanti, la magistratura cittadina e parecchie deputazioni. Presentossi poi sulla piazza per benedire la moltitudine, che al vederlo proruppe in festanti acclamazioni.

Sua Santità soffermossi a Narni fino all'una pomeridiana; alle aTerni, due giungeva a Terni, accolto egualmente tra le più fragorose acclamazioni del popolo, che si affollava per le vie adorne di drappi, di fiori e di archi di trionfo. L’ingresso nella città fu una vera festa. Il Sommo Pontefice recossi direttamente alla cattedrale a adorare il Santissimo; venerò e baciò l’insigne reliquia del preziosissimo Sangue; poi da una loggia dell’episcopio benedì la moltitudine. Poscia ammise al bacio del piede i Vescovi di Aquila, di Narni e di Rieti, i Capitoli, le corporazioni religiose, le magistrature, i tribunali e varie deputazioni della città e dei luoghi circostanti.

Prima di abbandonare Terni, si compiacque visitare il grande stabilimento delle ferriere, che a cura degli amministratori e soci interessati era stato con grande eleganza ornato. Ivi alla sua presenza con somma precisione fu dapprima fuso il suo stemma, indi varie medaglie colle immagini del Salvatore, della Vergine Santissima e dei Principi degli Apostoli. — Drappelli di giovani elegantemente vestiti, al suo ingresso a Terni, volevano distaccare i cavalli e tirare essi la carrozza pontificia; ma il Santo Padre noi permise. Tutte le vie che dovea percorrere erano altrettanti giardini, tanta era la copia dei fiori vagamente disposti.

Circa le 4 pom. Sua Santità partiva per Spoleto, ove non ostante il tempo sempre piovoso, arrivò felicemente alle 7 e ½di sera fra lo sparo dei mortari, il suono delle campane di tutta la città, e le acclamazioni del popolo, che erasi accalcato per le vie tutte messe a festa, ciascuno gareggiando nel ricevere degnamente l’amato Sovrano.

La città di Spoleto, che per parecchi anni, fino al terminare dell’anno 1832, aveva avuto ad Arcivescovo il S. Padre, fu tutta in giubilo. Archi di trionfo di bella architettura, sormontati da iscrizioni allusive alla circostanza, furono innalzati all’ingresso della città e in altri luoghi. Davanti alla maestosa facciata della cattedrale venne dirizzata una altissima colonna, sulla cui sommità sorgeva la statua della Vergine Immacolata.

Quando il Papa fece il suo ingresso in Spoleto tutte le vie illuminate riboccavano di popolo, che devotamente acclamava al Pontefice-Sovrano. Arazzi e damaschi pendevano dalle finestre e dalle loggie: ogni cosa indicava esultanza e tripudio indicibile.

Pio IX recossi, al solito, prima alla cattedrale, antichissimo tempio restaurato nell’interno, con disegno del Bernino, dalla munificenza di Urbano VIII, che aveva già tenuto quella Sede. Monsignor Arcivescovo unitamente al capitolo metropolitano, agli altri capitoli e a tutto il clero, non che monsignor Vescovo di Norcia, le religiose corporazioni e la magistratura comunale ebbero l’onore di ricevere il Sommo Pontefice alla porta del tempio splendente di ricchi addobbi e di mille ceri. Vi ricevette, come in tutte le altre città, la benedizione del SS. Sagramento, quindi in mezzo a una straordinaria folla di popolo giuliva, e accompagnato da copiosi lumi a cera, essendo sopravvenuta la notte, portossi a piedi all’episcopio, dove ammise alla sua presenza monsignore Delegato Apostolico, la Congregazione governativa, i capitoli e il clero della città, le varie corporazioni religiose, il tribunale, il magistrato municipale e diverse deputazioni venute da luoghi limitrofi.

La mattina del 6 faceva ritorno alla cattedrale, e vi celebrava la santa Messa all’altare maggiore, ove stava esposta la miracolosa immagine della Santissima Vergine, che ricorda la pace data a Spoleto dall’Imperatore Federico I, dopo l’eccidio della città. Indi sali sopra una loggia sovrastante il vestibolo del tempio, e di là imparti la benedizione ad un popolo immenso stipato nella piazza.

Nelle ore pomeridiane dell’istesso giorno fu rinnovata in tutta la città una assai brillante illuminazione, distinguendosi specialmente quella dell’arco innalzato all’ingresso della città sul modello dell’arco di Tito in Roma, e quella del secondo arco, che sorgea innanzi al palazzo della delegazione. Musicali concerti rallegrarono la serata, mentre venivano innalzati globi aerostatici e incendiati fuochi di artificio.

Nelle visite che durante il giorno Sua Santità fece ai diversi monasteri, si vide sempre circondato da una immensa folla che l’accompagnava con applausi e con segni del maggiore affetto e devozione.

Nelle città e nei paesi percorsi fino a Spoleto Pio IX lasciava memorie di sua carità e munificenza. Oltre la somma di scudi 200 lasciata in Otricoli pei lavori del cemeterio, delle largizioni fatte ad altri luoghi, ricordiamo 120 scudi dati ai lavoranti delle ferriere di Terni e 500 ai poveri della città, 300 alla città di Narni e altrettanti a Nepi, alla cui cattedrale donava un calice pregevole per la materia e pel lavoro. A Civitacastellana lasciava ai poveri la somma di 300 scudi e alla cattedrale una ricca pianeta.

La mattina del 7, dopo di aver celebrato la Messa al duomo, a Foligno, verso le dieci, il S. Padre partiva per Foligno, e vi arrivava all’una pomeridiana, per ripartirne alle cinque per Assisi.

La devozione e l’esultanza ovunque era al colmo; il concorso del popolo immenso; le dimostrazioni di gioia incredibili. L’arco di trionfo innalzato sulla piazza di Foligno era tutto di cera, e di cera pure la colonna innalzata alla Vergine Immacolata con lo stesso disegno di quella di Roma. Si trovavano qui gli Arcivescovi di Spoleto e di Camerino, il Vescovo della città e quello di Norcia, i Delegati di Spoleto, di Perugia e di Camerino, oltre molte magistrature e deputazioni.

Prima di arrivare a Foligno il S. Padre riceveva solenni dimostrazioni di affetto e di devozione a s. Giacomo e a Bisignano, ove eransi innalzati archi trionfali e addobbate le vie che doveva percorrere. Dovunque folla immensa, accorsa da tutti i luoghi delle vicine campagne.

Presso alle Vene furono improvvisati viali ameni di verdura, e sotto un bel padiglione appositamente eretto, fu accolto, fra le più fragorose acclamazioni, dal clero e dalla magistratura della soprastante città di Trevi, che furono ammessi al bacio del piede, benedicendoli S. Santità insieme colla esultante moltitudine.

Non minori dimostrazioni di amore ebbe a S. Eraclio, dove veniva incontrata dalle confraternite con alla testa i pubblici rappresentanti del luogo.

Ma un vero trionfo fu l’ingresso a Foligno: dalle loggie, dalle finestre, dai tetti piovevano nembi di fiori sulla carrozza pontificia. Al duomo il S. Padre fu ricevuto dal Vescovo diocesano e dagli altri personaggi e deputazioni suaccennati. Inutile aggiungere che la folla era immensa, immense interminabili le acclamazioni, sempre aprendosi il passo a stento in mezzo alla calca.

Nel dirigersi verso Assisi, anziché salire in carrozza, Sua Santità recavasi ad osservare di bel nuovo la bella colonna dell’Immacolata e ne ammirava lo squisito lavoro. Intorno alla sacra persona del Pontefice gremivasi all'istante una immensa folla di popolo che prorompeva in affettuose acclamazioni, e. mentre i più vicini si prostravano al bacio del piede, ad altri con bontà ineffabile Pio IX veniva porgendo la mano che con trasporto baciavano.

Lasciata Foligno alle 5 pomeridiane, giunse a Spello dove soffermossi sotto un ricco padiglione per ricevere gli omaggi del clero e del magistrato, e per benedire il popolo, che con voci di giubilo ne salutava l’arrivo.

Non meno bella fu l'accoglienza al suo giungere alle 6 pom. in Assisi, dove la folla del popolo era accorsa festosa ad incontrarlo. Disceso alla chiesa di s. Chiara, vi fu ricevuto dall'Emo Cardinale Pecci, ora Leone XIII, gloriosamente regnante, Vescovo allora di Perugia, dal Vescovo diocesano, da monsignor Vescovo Rizzolati, unitamente al clero, e a varie deputazioni degli ordini religiosi, che hanno stanza in quella città, e alla magistratura municipale.

Dopo di avere orato e ricevuta la benedizione del SS. Sagramento, il S. Padre recossi alla residenza municipale, e da una loggia riccamente ornata benedi alla popolazione stipata sulla piazza e nelle vie circostanti, fra le più calorose acclamazioni.

Al cadere della notte il Papa, attraversando a piedi quasi l’intera città, splendidamente illuminata, si condusse al grandioso convento di s. Francesco, ove nell’appartamento pontifìcio, degnossi ammettere al bacio del piede moltissime persone di Assisi e dei luoghi circonvicini.

Oltre la illuminazione, archi di trionfo, statue allegoriche, brillanti fuochi di artificio e continue acclamazioni indicavano la gioia dei divoti cittadini.

Il domani Sua Santità si recò alla Basilica, uno dei più grandi monumenti cristiani, che siansi innalzati in Europa dalla pietà dei nostri avi, e che ne’ suoi ammirabili dipinti ti mostra il genio di Cimabue, di Giotto e di altri grandi artisti, che fiorirono nell’epoca di fede della nostra Italia. Alle 7 e celebrò la santa Messa all'altare papale della chiesa di mezzo, e dopo di averne ascoltata un’altra, discese nella terza chiesa, e là, dinanzi alla tomba di s. Francesco, del patriarca dei poveri, iermossi a lungamente orare. In quel sacro luogo la fervida preghiera del Pontefice non potè rimanere silenziosa; ma fatta a voce alta e commossa intenerì fino alle lagrime gli astanti.

Recavasi poi a visitare la cattedrale; indi onorava dell’augusta sua presenza il monastero di S. Chiara, dove ammetteva al bacio del piede le religiose di quello e di altri luoghi, e degnavasi di lasciare una grossa somma, por la chiesa sotterranea, che si stava erigendo là dove nel 1850 furono scoperte le sacre ceneri della vergine S. Chiara di Assisi.

Alle quattro pomeridiane del giorno 9 maggio il Santo Padre lasciando quella città, cosi ricca di sante memorie e di monumenti del genio cristiano, e attraversando i paesi di Bastia, Spedalicchio, e Ponte S. Giovanni in mezzo al giubilo di quelle popolazioni verso le sei giungeva a Perugia.

Quantunque il tempo fosse piovoso, una grande folla era accorsa incontro al desiderato Sovrano; alla porta di S. Pietro fu incontrato da monsignor Delegato Apostolico e dal magistrato municipale,. che, presentando le chiavi della città, espresse al S. Padre i sentimenti di fedele e devota sudditanza di quelle popolazioni.

Giunto alla cattedrale in mezzo al popolo giubilante, per le vie tutte ornate a festa, vi fu ricevuto dall'Emo Cardinal Pecci col suo clero, da dieci Vescovi, parte toscani e parte delle vicine diocesi, e dai Delegati Apostolici di Urbino e Pesaro e di Orvieto.

S. A. I. e 11. l’arciduca Carlo, secondogenito del granduca di Toscana, che unitamente a S. E. il principe Corsini, gran Ciamberlano di S. A. I. e II., al suo maggiordomo cav. Francesco Arrighi, e a uno do’ suoi aiutanti, cav. Medici, era giunto appositamente a Perugia fino dal giorno innanzi per complimentare Sua Santità, assistette dal balcone del palazzo dei conti Giancarlo e Scipione Connestabili della Staffa all’ingresso del Papa e all’immenso tripudio della popolazione.

Sua Altezza Imperiale pertossi anch’essa al tempio per assistere alla funzione e alla benedizione solenne, che il Pontefice impartì alla moltitudine da un magnifico padiglione, innalzato a fianco della cattedrale.

Indi Sua Santità, a piedi, si portò al palazzo delegatizio splendidamente ornato: e non potò non mostrarsi commossa al giubilo universale e ai tanti segni eloquenti di amore e di devozione di quel popolo.

Pio IX, saputo della presenza dell’Arciduca, mandò Monsignor Borromeo, suo Maggiordomo, con monsignor Berardi e un Cameriere segreto partecipante a complimentarlo in suo nome e ad avvertirlo che sarebbe stato lieto di riceverlo quando meglio gli aggradisse. Sua Altezza I. e R. si portò subito da Sua Santità per felicitarla del prospero viaggio a nome dell’augusto suo genitore, che lo aveva espressamente inviato all’udirlo avvicinarsi al territorio toscano. Il S. Padre lo riceveva coi segni della maggiore amorevolezza e del più sentito affetto, e prima che terminasse l'udienza volle conferirgli colle proprie mani le insegne di cavaliere Gran Croce dell’Ordine Piano. Lo invitava nell’istesso tempo ad essere in sua compagnia nella visita, che il di seguente era per fare ai più importanti lavori di arte, che in gran copia presenta la città di Perugia. Indi ammetteva alla sua presenza i personaggi al seguito dell’Altezza Sua, volgendo a tutti benigne parole.

La sera in tutta la città fu una brillantissima illuminazione, e sulla piazza della Cattedrale distinguevasi un gran disco di luce elettrica di sorprendente effetto.

La mattina del giorno 9, dopo celebrata la Messa nella privata cappella del palazzo apostolico, in compagnia di S. A. I. e R. l’Arciduca, dell'Emo Cardinale Pecci e di tutto il suo seguito, si condusse a piedi in mezzo alla folla del popolo alla sala del Cambio, ove si ammirano le stupende pitture del Perugino fatte eseguire nel 1500 da quel nobile collegio. Dopo di avere minutamente osservato quelle opere, che sono uno dei più bei monumenti dell'arte italiana, saliva in carrozza, prendendo seco l’Arciduca e l’Emo Pecci, e recossi a visitare la Università; quindi al monastero di S. Caterina, dove eransi radunate le altre religiose della città, poi al tempio di S. Agostino, e a Monte Luce, luoghi in cui ammiransi i dipinti immortali di Raffaello di Urbino, di Pietro Vannucci e di altri sommi artisti italiani.

Ritornato alla sua residenza, Pio IX ammetteva a mensa l’Emo Vescovo, il serenissimo Arciduca, S. E. il principe Corsini e il Gonfaloniere della città; poi a piedi riprese la visita di varii istituti pii e monasteri.

La sera aveva luogo un’altra brillantissima illuminazione con grandiosi fuochi di artificio.

Alle sette del dì seguente Sua Santità,dopo di avere nuovamente benedetto dalla loggia la moltitudine del popolo, si compiacque visitare, in compagnia di S. A. l’Arciduca, altri stabilimenti, e verso le tre pomeridiane lasciava la città.

Giunto al convento di S. Maria degli Angeli, presso Assisi, soffermossi a consolare di sua augusta presenza quelle popolazioni; e alle sette e mezzo era di ritorno a Foligno fra l'entusiasmo dei cittadini. Non è necessario di notare che in ogni luogo faceva copiose elargizioni ai poveri, alle opere pie e per lavori di utilità pubblica.

La mattina del 10, maggio ultimo giorno di sua dimora in Perugia, il S. Padre, alle ore sette e mezzo celebrò la Santa Messa nel

Duomo, dove volle baciare, dandola a baciare anche a S. A. l’Arciduca Carlo di Toscana, la insigne reliquia dell’Anello di Maria Santissima esposto sull’altar maggiore.

Dopo di aver udito un’altra Messa, indossò gli abiti pontificali e dalla grande loggia che sovrasta alla piazza impartiva al popolo stipato e commosso la benedizione papale.

Compiacevasi quindi di gradire una refezione offertagli dal R.mo Capitolo della Cattedrale; montata poi in carrozza con S. A. l’Arciduca e l’Emo Cardinale Pecci si condusse a visitare il Collegio Pio, poi il monastero di S. Colomba, e poi il chiostro di s. Pietro dei Monaci Cassinosi per ammirare i dipinti del Perugino, che quivi compiva la stupenda tela dell’Ascensione.

Alle 4 pom. partiva alla volta di Foligno. A poca distanza da Perugia Sua Santità, ad onta del tempo piovoso, visitava l’istituto agrario del Cav. Giovanbattista Bianchi e ne espresse la sua sovrana soddisfazione. Continuando il viaggio arrivato a S. Maria degli Angeli presso Assisi volle visitare quell’augusto tempio che ricorda il santo fondatore Pio V, e ammise al bacio del piede i Minori Osservanti che hanno in custodia quel grandioso santuario.

Sul cadere della sera giunse felicemente a Foligno fra gli applausi della moltitudine accorsa anche dalle città e terre vicine. Quantunque sempre cattivo fosse il tempo, le vie riboccavano di popolo, che si aggirava giubilante in mezzo a una splendida illuminazione. Sua Santità si vide circondata da dodici grandi faci formate ciascuna da ventiquattro ceri, portate da altrettanti uomini, e discesa all'episcopio, degnossi accogliere gli omaggi di monsignor Arcivescovo di Spoleto, del vescovo diocesano, unitamente al clero e alle corporazioni religiose, e da monsignor Delegato di Perugia, dalla magistratura del luogo e da distinti signori e dame.

La partenza da Foligno ebbe luogo alle nove e mezzo, del a camerino, giorno 11, e circa le due giungeva felicemente a Camerino. Lungo lo stradale e nei villaggi, che nel tragitto furono percorsi da Sua Santità, cioè alle Casenuove, a Serravalle, a Pedagne e Morro, vedevansi archi di verdura e padiglioni, e dovunque le popolazioni affollate, che chiedevano la benedizione e con grida di gioia salutavano il Papa.

Il colle su cui giace Camerino, e alle cui falde gira serpeggiando la via che mette alla città, nonché le mura castellane, all’arrivo del Santo Padre, erano gremite di popolo. Era un pittoresco e grandioso spettacolo: tanta era la folla raccoltasi anche dalle vicine contrade, non ostante il tempo poco favorevole.

Immense furono le acclamazioni al giungere di Sua Santità che si portò direttamente al Duomo risplendente di mille ceri. Ricevuta dall’Arcivescovo, dai Vescovi di Fabriano, di S. Severino, dal già Vescovo di Amelia dal ProDelegato Apostolico e dalle Confraternite, assistette alla benedizione del Santissimo, poi dalla loggia dell’episcopio benedisse al popolo che proruppe in infiniti applausi. Passata quindi alla sua residenza, ricevette tutte le autorità municipali, provinciali e governative, e le varie rappresentanze della città e della provincia. In questa circostanza, il Municipio estrasse a sorte alcune doti a favore di povere giovani.

Dopo il pranzo, Pio IX usciva a piedi a visitare prima il monastero di S. Caterina, dove le sue parole commossero fino alle lagrime le religiose e gli astanti; poi quello della beata Battista duchessa di Varano; finalmente, sempre a piedi e in mezzo alla folla del popolo, si condusse ad osservare il nuovo tempio che si stava innalzando a S. Venanzio, uno dei protettori di Camerino.

La città alla sera fu tutta illuminata a vaghi disegni, vi furono fuochi artificiali e altre dimostrazioni di esultanza.

La dimane, celebrata la Messa al Duomo e consolate di sua augusta presenza molte Religiose raccolte in un solo monastero, il Santo Padre, fra le acclamazioni cittadine, partiva alle 10 e mezzo da Camerino dirigendosi alla volta di Tolentino.

Tutti i luoghi abitati lungo lo stradale, erano stipati da una grande folla di gente accorsa anche dalle terre fuori via per godere dell’augusta presenza del Papa ed esserne benedetti.

L’ingresso in Tolentino fu all'una pomeridiana, e quantunque cadesse in copia la pioggia, la popolazione riboccava sulla via, in modo che tornava difficile il passo, e vedevasi affollata sulle mura della città e sopra i tetti, accogliendo l’amato sovrano fra le acclamazioni di un vero e devoto entusiasmo.

Ricevuto al duomo, tutto messo a festa, dall’Emo De Angelis Arcivescovo di Fermo, dall’Arcivescovo di Camerino, dal Vescovo Diocesano, dal Clero e dalla Magistratura, assistette alla benedizione del Santissimo; poi in mezzo al popolo esultante si condusse a venerare le reliquie dell’inclito S. Niccola. Quindi, dopo i soliti ricevimenti, appagò i voti del popolo affollato sulla piazza coll’impartirgli la benedizione, e, salutato dalle più calde acclamazioni, partiva verso le 5 alla volta di Macerata.

Vi giungeva alle 7 pom.; immensa era la moltitudine fuori della città e per le vie che doveva percorrere il Sommo Pontefice. La esultanza era al colmo; tutte le contrade parate a festa; dalle finestre e dalle loggie piovevano in copia fiori, mentre trenta giovani vestiti di bianco con fasce gialle ne spargevano le vie. Essendo già caduta la sera, una generale illuminazione brillava in tutta la città. Il S. Padre, dopo di aver ricevuta la benedizione del SS. Sagramento, recossi a piedi al palazzo delegatizio, e dalla loggia benedì il popolo, che al vederlo, proruppe in grida di giubilo ed applausi senza fine. Durante tutta la serata concerti musicali e cori ebbero luogo dinanzi al palazzo delegatizio.

Verso le 11 e mezzo del dì seguente il S. Padre si condusse a piedi alla Università in mezzo ad una stipata moltitudine e a continue acclamazioni. In quell’ateneo, che deve la sua fondazione al pontefice Nicolò IV, e la restaurazione a Paolo III, trovò riuniti monsignor Vescovo, Cancelliere del medesimo, i professori ed i collegi delle varie facoltà, e si compiacque tutti ammettere al bacio del piede e dirigere loro benigne parole. In modo speciale poi si rivolse con sentito discorso ai membri delle facoltà medica e filosofica, inculcando loro il dovere di tendere a tutt’uomo al vero e grande scopo, di carità e religione, per cui tali facoltà sono istituite, e di combattere coraggiosamente gli errori che insinua la moderna filosofia. Visitati poi i varii gabinetti scientifici, passò, egualmente a piedi in mezzo alla folla, nella biblioteca comunale.

Pio IX ad onta del continuato viaggio e delle moltissime udienze si occupava instancabilmente delle gravi cure del sommo Pontificato e degli affari di stato; prendeva cognizione dei varii bisogni, provvedendo a seconda delle circostanze e interessandosi dei tribunali, delle carceri, degli ospedali e degli altri istituti di pubblica beneficenza, non che degli stabilimenti letterarii e scientifici, che visitava personalmente o ne commetteva ad altri la ispezione, ordinando i provvedimenti reputati opportuni.

Alle 7 e mezzo del seguente mattino Sua Santità, dopo celebrata nella cattedrale la santa Messa, andò a visitare lo spedale civile e militare, ove confortò gli infermi, accostandosi al letto di ciascheduno, e rivolse parole di consolazione alle Figlie della Carità, che avevano cura dell'ospedale. In quello stabilimento. Pio IX lasciò al solito pegni di sua carità.

In ogni luogo poi restavano perenni memorie di sua munificenza. Volendo dare alla città di Perugia un attestato di particolare benevolenza, si degnò disporre, che sui fondi del Ministero dei lavori pubblici fossero per vari anni prelevate delle somme, onde impiegarle in opere occorrenti alla monumentale cattedrale, all’antico palazzo e agli importanti monumenti di belle arti, che adornano quella illustre città.

Senza dire delle larghe sovvenzioni date da per tutto ai poveri e agli istituti di carità, il S. Padre donò un magnifico reliquiario alla cattedrale di Spoleto, un calice prezioso al duomo di S. Francesco d’Assisi, una pianeta alla cattedrale di Perugia, un bel paramento in quarto a quella di Tolentino, e un calice gemmato al duomo di Macerata.

A Macerata istessa volle dare al Municipio un attestato di sovrana considerazione, e disponeva che nel corrente anno fossero per la metà compiuti i lavori della deviazione della via postale SforzaCosta presso quella città.

Partito da Macerata alle 2 e tre quarti pomeridiane del 14, giungeva S. Santità alle 7 della sera a Loreto, dove fu accolto da una immensa folla di popolo, fra il più vivo e devoto entusiasmo. Al suo arrivo fu ossequiato dagli Emi Cardinali Lucciardi, Vescovo di Senigallia, Brunelh, Vescovo di Osimoe Cingoli, e Morichini, Vescovo di Iesi, come pure da monsig. Arcivescovo di Salisburgo, dai Vescovi di Ancona e dal Diocesano, dal Delegato Apostolico della provincia di Ancona, dal Commissario della Santa Casa, e da molte altre ragguardevoli persone.

Più tardi giungevano per complimentare Pio IX il conte Gabriele Mastai col figlio, e il Maresciallo austriaco conte Degenfeldcon due generali e con altri officiali del suo stato maggiore.

Loreto, così celebre negli annali della Chiesa, fu già visitata da molti pontefici, come Urbano V, Nicolò V, Giulio II, Clemente VII, Paolo III, Clemente Vili, Pio VI, Pio VII e Gregorio XVI, e da molti Imperatori e Re e Regine che in diverse epoche accorsero a venerare quell'augusto santuario, dimora della Vergine Madre dell'Uomo-Dio.

Uno stuolo di contadini al giungere del Papa presentossi per distaccare i cavalli e tirare essi la carrozza; ma egli non volle permetterlo.

All’ingresso dell’augusto tempio, opera della munificenza di tanti Pontefici, e dove le arti fecero a gara per rendere omaggio alla Vergine benedetta, fu ricevuto dagli Emi. Cardinali suddetti non che dai vescovi di Recanati e Loreto, di Ancona e di Faenza.

Dopo l'eucaristica benedizione entrò Pio IX nella santa Cappella, ove recitò le litanie cogli astanti, aggiungendovi talune preci, e poi fermossi ad orare, profondamente commosso di trovarsi nel luogo stesso dove si compì l’adorabile mistero dell’Incarnazione di Nostro Signore.

Prima di ritirarsi nei suoi appartamenti S. Santità dalla loggia, che sovrasta l’atrio di fronte al tempio, comparti la benedizione alla moltitudine. Accolse poscia in udienza i prelodati personaggi, la magistr atura, non che le deputazioni di Ferrara e di Ravenna, recatesi a Loreto per ottenere che onorasse della sua augusta presenza anche quelle città.

La mattina del 15 il Pontefice celebrò la Messa nella santa Cappella, comunicando di sua mano tutte le persone del suo seguito e varie signore della città. Ritornato, dopo di avere ascoltata al solito un’altra messa, nei suoi appartamenti, ammise in udienza diverse deputazioni, fra le quali, quelle di Forlì, di Senigallia e di Ancona; poi dava udienza speciale all'Intendente di Teramo, al generale Carolis, comandante la gendarmeria di quella provincia, mandati da S. M. il Re delle Due Sicilie con altre ragguardevoli persone per ossequiare a nome suo il Santo Padre; ricevette ancora i Consoli di Austria, di Francia e di Napoli residenti in Ancona.

Nelle ore pomeridiane visitò il famoso tesoro della Santa Casa, che, sebbene spogliato dal primo Napoleone, raccoglie tuttora oggetti e memorie preziosissime della pietà del mondo cattolico. Poi, sempre in mezzo alla folla esultante, si portò al collegio illirico retto dai PP. della Compagnia di Gesù.

Dovunque il Papa era circondato da una folla immensa di popolo, che devotamente prostravasi sul suo passaggio, per baciarne il piede e riceverne la benedizione.

Nelle due sere la città fu splendidamente illuminata, e nella seconda il Santo Padre si degnò assistere a un bel fuoco di artificio.

La mattina del 16, celebrava per la seconda volta la Messa nella santa Cappella, e vi dava la Comunione ad altre molte persone del luogo e straniere.

Intorno alle elargizioni fatte in Loreto accenniamo di volo che furono, come da per tutto, generose e cospicue.

Favorito da bellissimo tempo alle 2 e mezzo pomeridiane del 16 maggio partiva Pio IX da Loreto alla volta di Fermo, passando per il Porto di Recanati, per Montesanto, Civitanova, S. Elpidio e Porto di Fermo. In ogni luogo immenso il giubilo delle popolazioni accorse in massa sul suo passaggio; dovunque padiglioni, festoni, ghirlande e vasi di fiori vagamente disposti, strade parate a festa, acclamazioni continue di affettuoso tripudio. Il Santo Padre soffermossi in tutti quei luoghi onde appagare le brame delle devote popolazioni, in mezzo alle quali assiepate e strette incedeva a stento, confortandole con paterne parole e con la sua benedizione.

A S. Elpidio, mentre scendeva di carrozza fu spiegato innanzi ai suoi passi un magnifico tappeto di velluto fino ad un ricco padiglione apparecchiato per riceverlo. Al suo giungere si era presentato un gruppo di giovani vestiti da marinai, ed anche molte persone con abito uniforme che chiedevano di staccare i cavalli e trarre la carrozza pontificia. Ma Sua Santità neanche questa volta volle acconsentirvi.

L’arrivo del Pontefice a Fermo verso le 6 e mezzo, fu un trionfo. Archi grandiosi con statue simboliche ed iscrizioni; sulla piazza del duomo un sontuoso monumento sormontato da statue con belle epigrafi alludenti alla fausta circostanza; tutte le finestre e le loggie adorne di damaschi e di eleganti addobbi; la cattedrale parata con sfarzo e riccamente illuminata; la piazza e le vie gremite di un immenso popolo che esultando accoglieva con grandi applausi il desiderato Padre e Sovrano fra concerti musicali e inni appositamente composti.

Disceso alla cattedrale, vi fu ricevuto dal Cardinale Arcivescovo, e dai quattro Vescovi suffraganei di Macerata, di Ripatransone, di S. Severino e di Montalto, non che da tutto il clero, dal Prodelegato della provincia e dalla magistratura della città. Dopo la eucaristica benedizione ascese la grande loggia del palazzo Paccaroni, con magnificenza addobbata, e benedì alla moltitudine, che poscia in mezzo a grida di giubilo lo accompagnò alla pontificia residenza.

La sera tutta la città era gaiamente illuminata. A un’ora di notte il Santo Padre, per un loggiato, eretto appositamente onde riunire i due fabbricati, dall’episcopio passò al palazzo comunale per ammirare la stupenda illuminazione, fatta con lumi a colori, disposti a disegno il più bello, e anche con fuochi di bengala, mentre scelti pezzi di musica e inni echeggiavano per l’aere.

La mattina di domenica, 17, il Santo Padre alle 7 e mezzo si condusse a celebrare la Messa alla cattedrale; indi in mezzo a una folla straordinaria di popolo, accorso anche dalle circostanti campagne, dal gran loggiato del suddetto palazzo Paccaroni diede l’apostolica benedizione. Poscia, circondato dalla stessa moltitudine esultante, a piedi, ritornò alla sua residenza. Andò pure al palazzo comunale dove ricevette varie deputazioni e magistrati, e anche di là diede la benedizione a una moltitudine senza numero.

Nelle ore pomeridiane Pio IX usciva di nuovo a piedi, e in mezzo alla folla del popolo si portò al seminario. Si condusse poi al monastero di s. Giuliano, dove stavano raccolte anche tutte le altre religiose per baciare il piede al Pontefice ed esserne benedette. Quindi usci a passeggio fuori di città, e la folla ve lo seguiva piena di devoto entusiasmo. La sera, nuova, più brillante e generale illuminazione.

Anche qui Pio IX lasciò ampii attestati di sua carità e munificenza.

Alle 9 della mattina del 18 il Santo Padre, partiva alla volta di Ascoli. Passando per Porto s. Giorgio, Torre di Palma, Pedaso, Marano e Grottamare venne incontrato dalle magistrature comunali, dal clero, dalle confraternite e dalle popolazioni, che, gareggiando per ricevere nel miglior modo il loro Sovrano, avevano lungo lo stradale innalzati archi e padiglioni, e sospesi festoni intramezzati da vasi di agrumi e da parature in bell’ordine disposte. Ma le maggiori dimostrazioni erano le devote acclamazioni e il religioso trasporto con che il popolo implorava l’apostolica benedizione: il Pontefice si degnò soffermarsi in ciascuno di quei luoghi. Nò meno grande fu l’entusiasmo nel ridente paese di s. Benedetto; quivi Sua Santità volle riposare alquanto, e poscia dalla loggia del suo appartamento impartì la benedizione al popolo affollato.

Verso le 3 pom. continuò il viaggio per Ascoli, attraversando Acquaviva, Monte Prandone, Monsanpolo, Spinetoli, Colli e Lama, luoghi tutti che presentarono commovente spettacolo a cagione delle popolazioni accorse in massa dalle terre vicine. Le strade riboccavano di gente; dalle finestre, dai tetti, da su gli alberi, lungo la via, si aspettava il passaggio del Papa. Sulla riva del Tronto per lungo tratto di cammino vedevansi i contadini spargere sul suo passaggio fiori in gran copia, e poscia devotamente prostrarsi a terra per esserne benedetti.

Verso le 6 Pio IX giungeva felicemente in Ascoli, accolto al solito da immensa folla che prorompeva in entusiastici applausi. Un lungo viale fiancheggiato da statue, da festoni e verdure metteva capo alla porta della città; poi archi trionfali di squisito disegno, decorati da grandi statue e da allusive iscrizioni; tutte le strade erano messe bellamente a festa; sulla piazza del Popolo una grande colonna sormontata dalla statua della Immacolata Concezione; a piazza Montanara sopra grandioso piedistallo la statua semi-colossale del Sommo Pontefice. Un drappello di giovanetti uniformemente vestiti con fasce bianco-gialle spargevano fiori lungo il cammino, e fiori pure in larga copia piovevano dalle finestre e dai balconi gremiti di persone.

Scesa di carrozza al duomo, Sua Santità vi fu accolta dall’Emo Cardinale De Angelis, dal Vescovo della diocesi col suo clero, dai Vescovi di Montalto e di Ripatransone, dal Delegato della provincia e da quelli di Macerata e di Fermo, come ancora dal magistrato municipale e dalle varie autorità locali. Il tempio era splendidamente illuminato; ricevuta la benedizione del Santissimo passò all’episcopio, e di là, mediante una comunicazione fatta espressamente, al palazzo comunale dove da un padiglione ornato con vera magnificenza benedì al popolo che riboccava nella sottoposta piazza dando segni i più vivi di devozione e di esultanza e prorompendo in fragorosi applausi.

La sera si fece una splendida illuminazione, e quattro concerti riuniti dai vicini luoghi rallegrarono la serata; fu cantato anche un inno espressamente scritto in onore del S. Padre, che da un gran padiglione ammirava la bella illuminazione a colori, mentre il popolo affollato al primo suo apparire prorompeva nei più lieti e prolungati evviva. Tutto spirava sincera gioia e religiosa devota esultanza.

La mattina del 19 il Pontefice, dopo celebrata la Messa alla Cattedrale, si condusse a visitare il seminario, e non è a dire con quale giubilo vi fu accolto. Rivolse Sua Santità parole di incoraggiamento e di conforto ai superiori e agli alunni, e benedicendoli si ritirò.

Ritornato a piedi alla sua residenza fra una calca indicibile di popolo, volle prendere cognizione dei vari bisogni locali a fine di provvedervi come negli altri luoghi percorsi. Diede udienza a diverse deputazioni, venute anche dai paesi limitrofi del regno di Napoli, e ad altre divote persone. Ammise pure alla sua presenza un concerto musicale venuto dal vicino Regno napolitano. Nelle ore pomeridiane recossi al palazzo delegatizio, e dalla loggia comp irti a una immensa moltitudine la benedizione in mezzo al più vivo entusiasmo.

Indi passò al monastero della Concezione, e vi consolò colla sua augusta presenza anche le altre religiose della città ivi riunite; poi all’ospedale, ove accostossi al letto di ogni infermo, consolandolo con carità e amorevolezza.

Alle 8 ant. del 20, Pio IX, accompagnato dalle più affettuose acclamazioni, partiva da Ascoli, e nei luoghi percorsi si rinnovavano le stesse dimostrazioni di ossequio e di amore, fattegli al primo suo passaggio.

A Grottammare fu ricevuto dall’Emo De Angelis, il quale l’aveva preceduto, dal Vescovo diocesano, dal clero e dalla magistratura del luogo non che dal Prodelegato della provincia di Fermo. Dopo ricevuta in chiesa la Benedizione del Santissimo, fece paghi i voti del popolo, che a grandi voci chiedeva la benedizione. Concerti musicali, salve di cannoni posti sugli avanzi di un antico forte, un gran numero di persone, che agitavano bandiere bianco-gialle, e una calca di popolo ebro di entusiasmo accolsero il Papa, cui pieni di divozione si prostravano dinnanzi per baciarne il piede.

Il S. Padre volle qui visitare la raffineria degli zuccheri tutta elegantemente ornata, e dopo avervi pranzato, volle esaminare parte a parte quel grande stabilimento, e ne mostrò la sua soddisfazione decorando dell’Ordine Gregoriano il proprietario, conte Paccaroni, e dando copiose elargizioni agli operai.

Circa le 2 e mezzo pomeridiane, proseguendo il viaggio, soffermossi al porto di Recanati per benedire quei devoti abitanti, che tanto la desideravano.

Alle 7 giungeva di nuovo a Loreto, in mezzo allo stesso concorso di popolo e allo stesso entusiasmo. L’E.mo Brunelli, i Vescovi di Loreto, di Fano, di Ancona e di Recanati, il Commissario della S. Casa e il Delegato Apostolico erano a riceverlo.

Alle 7 e mezzo antimeridiane del 21 dalle camere di sua residenza nel palazzo Apostolico Pio IX scendeva nella interna cappella della Santa Casa per celebrarvi la Messa, nella quale distribuì il Pane Eucaristico alle sue Guardie nobili e ad altre persone della Corte, come ancora a parecchi signori e signore di Loreto e dei paesi circonvicini ed anche forastiere.

Alle 10 ritornò al sacro tempio per assistere alla Cappella papale del giorno dell’Ascensione del Signore, alla quale furono presenti gli Eminentissimi Cardinali De Angelis, Brunelli e Morichini, i Vescovi di Ancona, di Macerata, di Recanati e Loreto, di Ripatransone, di Sanseverino e di Fano, oltre i Prelati di Corte, i Delegati Apostolici di Macerata, di Ancona e di Ascoli, ed i monsignori Commissari Narducci e Gasparoli. Straordinaria fu la moltitudine dei fedeli che assistette alla funzione, dopo la quale Sua Santità da una loggia riccamente parata diede la solenne benedizione papale al popolo accorso in tanta moltitudine, che a memoria di ognuno una eguale non fu veduta mai in Loreto.

Alle 6 pom. del medesimo giorno si portò nuovamente a pregare nella Santa Cappella; poscia a piedi in mezzo alla folla del popolo si condusse al monastero del S. Cuore, e vi ammise al bacio del piede quelle pie religiose, e non poche altre signore della città e forastiere. Quindi sempre in mezzo alla folla rispettosa ritornò al palazzo apostolico.

Alla sera la città presentò novellamente lo spettacolo di una generale illuminazione e di brillanti fuochi artificiali.


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CAPO III

DA LORETO A SENIGALLIA

La mattina del 22 il Papa, dopo di avere celebrata la()Messa nella Cappella interna della Santa Casa, circa le nove lasciava Loreto.

In Osimo fu accolto fra le acclamazioni di un popolo esultante che gremiva tutte le vie e si accalcava intorno al Pontefice in un trasportato d’amorosa riverenza. L’Emo Cardinale Brunelli, vescovo diocesano, lo attendeva alla Cattedrale, dove ricevette la benedizione eucaristica; indi dall’episcopio benedì alla popolazione, e poi ammise all’udienza il clero, la magistratura e altre persone della città. Andò poscia a piedi alla Basilica di s. Giuseppe da Copertine per venerarvi le sacre reliquie di quel gran taumaturgo, di cui volle visitare anche la cella. Lasciata Osimo verso le due pomeridiane, giungeva in Ancona.

L’arrivo in questa città fu salutato da prolungate salve di artiglieria tanto della fortezza, quanto della goletta austriaca ancorata in porto e della fregata espressamente inviata per ordine di S. Maestà l’Imperatore di Austria nelle acque di Ancona, come egualmente per commissione del Lloyd era stato colà spedito altro legno a vapore nuovo, a disposizione di Sua Santità.

Una immensa folla accolse il Papa al suo ingresso in Ancona; ne riboccavano tutte le vie le piazze, le loggie e le finestre; la gente stava perfino sui tetti. Grandiosi archi trionfali, ricchissima e generale paratura vedeasi in tutti i fabbricati, che fiancheggiavano, non solo la via che dovea percorrere ma molti altri luoghi. Il Sommo Pontefice incontrato già al confine della Provincia da monsig. Delegato e dall’intero Consiglio Provinciale, fuori di Porta Pia, presso un arco trionfale eretto per la fausta circostanza, ricevette gli omaggi dal magistrato municipale. Il generale austriaco comandante la fortezza scortò Sua Santità, cavalcando per lungo tratto di strada allo sportello della carrozza, e un battaglione di soldati austriaci rendeva gli onori militari, che suol rendere al proprio sovrano.

Sceso il S. Padre alla chiesa di s. Agostino, riccamente parata e illuminata, vi fu ricevuto da Sua E.mza il Cardinale Morichini, da monsignor Vescovo diocesano col clero, dalle diverse rappresentanze governative e municipali, come ancora dall'officialità della guarnigione austriaca. Ricevuta la benedizione del Santissimo, da un magnifico trono appositamente costrutto benedì alla esultante moltitudine, in mezzo alla quale poi recossi a piedi al palazzo apostolico.

La via, che separa la chiesa dal palazzo, lunga circa 350 metri, era tutta ricoperta da un tappeto di velluto.

Salito negli appartamenti di sua residenza Pio IX degnossi benedire da una loggia sporgente sulla piazza grande la stipata moltitudine. Sulla piazza medesima ornata nel modo più ricco e vago con festoni e trofei allusivi, intramezzati da Grandi ed eleganti candelabri, stavano schierate anche le milizie austriache, le quali prostraronsi, scuoprendosi il capo, come è loro costume, al momento della benedizione.

Nel dopo pranzo Sua Santità accolse in udienza tutta l’officialità. austriaca, con le LL. EE. i tenenti marescialli conte Degenfeld e barone Lederer, il sig. generale maggiore Antonio Nobili di Ruckstuhl. I due tenenti marescialli erano espressamente venuti da Bologna coi loro aiutanti e altri officiali a rendere omaggio al Papa.

Sua Santità si portò poi a piedi all’ospedale di s. Giovanni di Dio, ove accostossi a quasi tutti i letti per consolare co’ suoi modi benigni e caritatevoli gli infermi, in gran parte austriaci, impartendo loro la benedizione. Di là si recò all’istituto di beneficenza, detto del canonico Birarelli, a consolare di sua augusta presenza le orfane del cholera e le altre fanciulle ivi raccolte.

Magnifica, e oltre ogni dire vaga fu la luminaria della sera: la piazza Grande, ove sorgeva una grande colonna sormontata da una statua rappresentante la pace, era tutta uno splendore vivissimo di luce, tanta era la copia dei lumi.

Le milizie austriache, che avevano preparata una bella manovra con evoluzioni militari a lume di ceri, non potendola eseguire per la calca del popolo, presentaronsi formate in quadrati con ceri accesi e col concerto musicale alla testa, facendo omaggio al Santo Padre.

La mattina del 23 Sua Beatitudine, dopo la Messa, ammise in udienza il Corpo consolare, diriggendogli acconce parole con quella benignità e con quei graziosi modi, suoi propri. Degnossi accordare lo stesso onore a molte distinte persone venute anche dall’estero. Quindi recossi al Municipio, dove si compiacque informarsi dello stato della città e degli affari comunali, ed ammise al bacio del piede molti signori e signore.

Nella stessa mattina, per animare le industrie e le manifatture dello Stato, volle visitare anche la grandiosa filanda Berretta, ove esaminò i lavori, e con parole benigne e con elargizioni mostrò la sua sovrana soddisfazione.

Pio IX continuando il suo soggiorno in Ancona, nelle ore pomeridiane del 23, accompagnato dall’Emo Cardinale Lucciardi, dalla sua corte, da monsignor Delegato colla Consulta governativa, dalla magistratura comunale, dalle varie rappresentanze governative e cittadine, e da numerosa officialità austriaca, si condusse a visitare la magnifica sala dei Mercanti, e dopo averne osservati e lodati i ricchi ornamenti e la eleganza, scese per un maestoso scalone all’uopo costrutto, al porto, ove l’attendeva la lancia pontificia, servita, come rematori, da sedici capitani di lunga corsa, tutti vestiti in abito uniforme, insieme coi marinai, che a porta Pia nel momento del suo arrivo avevano chiesto, ma non ottenuto, l’onore di tirare la carrozza pontificia. Sua Santità salita in lancia, cui facevano seguito quella della commissione sanitaria e molte altre, e salutata da, grandi salve di artiglieria, andò a visitare la fregata austriaca pavesata a festa, dal governo di S. M. I. e R. A. espressamente spedita perché fosse a disposizione del Papa: quindi la goletta parimente austriaca stanziata in porto, ed il bellissimo e ricco vapore del Llovd austriaco mandato egualmente a disposizione di Sua Santità. Dopo di avere minutamente osservato ogni cosa, lodando la bella tenuta delle navi e degli equipaggi, diresse a questi benigne e gentili parole, prima di compartire loro la benedizione in mezzo ai più entusiastici Evviva! Si condusse poi a visitare i due vapori pontificii, e qui pure esternò la sua soddisfazione, e incoraggiando gli equipaggi, dispose generose elargizioni per essi e per quelli degli altri bastimenti visitati.

Ritornato alla sua residenza ammise al bacio del piede molti signori e signore, parecchie delle quali appartenenti alla officialità austriaca, e furono onorate di religiose e ricche memorie, a contrassegno di benigna considerazione per l'ossequio devoto verso la Santa Sede.

Circa le 9 fece ritorno a piedi alla Borsa, dove montato sulla consueta lancia, alla quale tenevano sempre dietro quella del magistrato sanitario e moltissime altre, giungeva al grande padiglione appositamente costrutto nel centro del porto, e coperto con stoffe e cristalli a guisa di una ricca e magnifica sala, accerchiata da larghe ringhiere, e di là potè osservare il sorprendente spettacolo della illuminazione del porto, della città e delle alture, che quasi le l’anno corona, come ancora di brillanti fuochi artificiali incendiati in vari punti tra il tuonare delle artiglierie.

I bastimenti come il porto erano tutti illuminati a colori e con fuochi di bengala, mentre lance e legni leggieri, anch'essi illuminati, solcavano in tutti i versi il mare, facendo corteggio al Papa. Le bande militari austriache sui legni pavesati a festa e illuminati riccamente suonavano gl’inni imperiale e pontificio mentre entusiastici evviva risuonavano da ogni lato. Ogni più riposto angolo poi della città era vagamente illuminato. A tarda ora, dopo di aver goduto lungamente del maraviglioso spettacolo, il S. Padre, a piedi in mezzo alla folla del popolo, si restituì all’apostolica residenza.

—Le popolazioni delle Marche rispondevano cosi coi fatti alle bugiarde insinuazioni del Congresso Parigino. Né è a dire che le occasioni di turbamento mancassero in più d’un incontro la calca del popolo e delle carrozze ben avrebbero potuto dar luogo a confusione e tumulto. La mattina del 24 maggio verso le 7 il S. Padre si portava a celebrare la Messa a S. Ciriaco, cattedrale di Ancona, nel bel meglio, presero fuoco alcuni parati della cupola; la folla era immensa e grande fu l’allarme, ciò non ostante l’incendio si potè spegnere subito senza il menomo sinistro accidente. Recossi poi al monastero di S. Palazia dove trovò riunite le Religiose ancora degli altri luoghi e le confortò con la parola e le benedisse.

Sul mezzogiorno le milizie austriache in tre battaglioni presentaronsi in grande tenuta sulla piazza coi rispettivi concerti. Il generale comandante aveva chiesto per esse la benedizione pontificia; Pio IX scese alla loggia aderente al suo appartamento e benedisse quei valorosi soldati, che, unitamente alla offlcialità e al tenente maresciallo conte Degenfeld, ricevettero la benedizione del Papa al solito a capo scoperto. Si compiacque poi di assistere allo sfilare delle medesime sotto le sue finestre.

Alle 5 pomeridiane dello stesso giorno il Santo Padre in compagnia degli Eminentissimi suddetti, si condusse in carrozza a visitare la fortezza e a vedere la linea della nuova cinta della città proposta per non lasciare fuori dell’antico caseggiato le molte e rispettabili fabbriche, sorte da qualche anno, e che accennavano a più vasto svolgimento. Esaminò la linea tracciata con apposite biffe, dall’alto della fortezza, e, approvatala in genere, riserbossi di farne esaminare in specie il relativo progetto.

Considerando poi l'aumento dell’industria e del commercio, e il lavoro che a centinaja di operai somministra quel nuovo grandioso arsenale, dove si fabbricavano i bastimenti più grandi che avesse la marina mercantile d’Italia, il S. Padre non solo si degnò prorogare per altri dodici anni la cessione degli annui scudi 4000, che la Camera di commercio pagava al pubblico erario per il porto franco; ma dispose che il Consiglio dei Ministri affrettasse l’esame di un disegno circa i legnami da costruzione nello scopo di giovare maggiormente alle manifatture nazionali.

La sera fu rinnovata la illuminazione in tutta la città, nella quale con un ordine perfetto non cessò mai di regnare il massimo tripudio. Inni allusivi furono cantati da varii dilettanti nella piazza Grande e sotto le finestre dell’appartamento di Sua Santità; immensa la folla non ostante la dirotta pioggia.

Tra i favori concessi dal Papa durante il suo viaggio è da notare l’aver dichiarata Basilica la cattedrale di Ascoli, e suo Cameriere segreto soprannumerario in perpetuo l’arcidiacono prò tempore della medesima. Oltre poi le cospicue elargizioni fatte a' poveri e ad istituti di beneficenza e di pubblica utilità, ricordiamo il dono alla cattedrale di Ascoli di un ricco ¡oggetto di sacra suppellettile; alla santa Casa di Loreto un magnifico e prezioso calice d’oro di squisito lavoro, in Osimo alla chiesa di s. Giuseppe da Copertine una ricca lampada di argento, e alla Cattedrale di Ancona una grande statua egualmente di argento rappresentante la Immacolata Concezione con corona e aureola guernite di pietre preziose.

Verso le otto e mezzo antimeridiane del 25, Pio IX, dopo di avere celebrata la Messa, abbandonava Ancona, lasciando in tutti un vivo desiderio della Sua augusta presenza.

Alla distanza di poche miglia presso Ponte Esino la popolazione di Falconara aveva preparato un arco trionfale e vi si era riunita per rendere omaggio al proprio Padre e Sovrano che la benedisse. Giunta alla celebre fabbrica dei tabacchi di Serravalle, Sua Beatitudine degnossi visitare quel grande stabilimento, ove trovò tutti gli operai e gl’impiegati, in numero di circa 800, intenti ciascuno alle proprie occupazioni. Il suo ingresso fu salutato da rispettose acclamazioni, anche dalla gente accorsa da' luoghi vicini. Il Santo Padre volle esaminare ogni cosa minutamente e alla sua presenza fece eseguire diversi lavori, compiacendosi poi di manifestare la sovrana soddisfazione a tutti.

Dalla fabbrica dei tabacchi, dove lasciava generose elargizioni agli operai, si condusse a Chiaravalle. Le strade, le case erano tutte messe a festa, la folla del popolo, accorsa anche dai vicini luoghi, era immensa e fuori di sé pel giubilo di vedere il Papa ed esserne benedetta. Ricevuta la benedizione nella chiesa principale, il S. Padre continuò il viaggio per Iesi.

A un’ora e mezzo pomeridiana arrivò ivi felicemente alla porta della Cattedrale bellamente illuminata, fu ricevuta da sua Eminenza il Cardinale Morichini, Vescovo Diocesano, col clero, dai Vescovi di Veroli e di Fabriano, dal Delegato di Ancona, dalla Magistratura comunale e da molte distinte persone.

Dalla cattedrale, passò alla residenza municipale, e da una loggia riccamente addobbata benedì all’affollato popolo che proruppe in vivi applausi. Recatosi poscia all'episcopio vi ricevette varie deputazioni e personaggi, dedicando il resto della mattina agli affari della Chiesa e dello Stato.

Dopo il pranzo si condusse a visitare i monasteri delle Benedettine e delle Carmelitane. Poi visitò la chiesa di S. Marco dove trovò radunati i ragazzi delle scuole notturne; rivolse loro paterne parole, e, benedicendoli, donò i più meritevoli di medaglie d’argento.

Verso le 8 andò ad ammirare da un padiglione innalzato espressamente una grandiosa illuminazione lungo la via del Corso con lumi a colori e a fuochi di Bengala. Tutta la città era in giubilo, le vie parate a festa; in mezzo alla piazza della cattedrale era stata innalzata una colonna, sulla cui cima sorgeva la. statua della Immacolata Concezione.

La, mattina del 26, il S. Padre, dopo celebrata la Messa, si recava al seminario dove trovò riuniti tutti i parrochi, ai quali, come agli alunni, rivolse prima di benedirli parole d’incóraggiamento e di edificazione. Ricorrendo poi in quel giorno la festa. dell’apostolo di Roma, S. Filippo Neri, volle visitarne la chiesa dove si conserva una. sedia da lui usata.

Onorò poi di sua presenza il monastero delle Clarisse dove erano raccolte ancora le religiose di altri monasteri; diresse loro sante parole e le benedisse: la Badessa, essendo inferma, sua Santità si degnò visitarla nella sua cella. Fra le varie chiese visitò ancora quella di s. Foliano, e la stanza del ven. Sandreani dove si conservano le suppellettili e gl’istrumenti di penitenza del servo,di Dio.

Dopo di ciò il S. Padre si trasferì nella residenza comunale e vi ricevette le dame ascritte alla Congregazione dell’Addolorata le quali con amorevoli parole animò a profittare della posizione in cui le aveva poste la provvidenza per dare opera con la loro carità ad istruire il prossimo, e a soccorrerlo, dirigendolo specialmente col buon esempio. Intanto sulla piazza un coro di cento giovani cantava un inno d’omaggio al S. Padre, che li ricevette poi amorevolmente e li benedisse. Dopo il pranzo Pio IX benedicendo alla città e al popolo affollato partiva per Senigallia.

A Chiaravalle, a Falconara e a Casebruciate, non ostante la dirotta pioggia, trovossi raccolto gran popolo, che rispettoso chiedeva la benedizione, e Sua Santità degnossi soffermarsi e appagarne i desideri.

Il municipio di Senigallia aveva fatto precedere l’arrivo di aSenigallia Pio IX dalla seguente

NOTIFICAZIONE

«Se nel giugno 1816, la città di Senigallia senti vivissima la gioia della prodigiosa esaltazione del suo concittadino alla cattedra di s. Pietro ed al più santo e più grande dei troni della terra, non può ora essere certamente minore, o Senigalliesi, la nostra esultanza, la consolazione nostra nel vedere fra noi il Sommo Gerarca della Chiesa, l’adorato Monarca, il generosissimo Benefattore, il glorioso nostro concittadino Pio IX. Sieno infinite grazie a Dio che ci serbò a tanta letizia, ed alla clemenza di lui che ci volle onorati di Sua augusta presenza.

«Nel giorno 26 di maggio noi accoglieremo tra le nostre mura il Principe magnanimo, ci prostreremo a Lui dinanzi, ed Egli ci benedirà, e saluterà col sorriso della grazia e dell’amore la diletta Sua patria. Questo giorno, o concittadini, sarà il più bello, il più lieto della nostra vita! E la città tutta che va preparandogli festiva accoglienza, più che in addobbi e luminarie, nella devozione di tutti i cuori e nell’universale dolcissimo sentimento della gratitudine, rammenterà ch’Egli è ad un tempo il clemente provvidissimo Principe, che con larghe concessioni richiama a vita novella la già scaduta nostra celebre fiera, ed il Padre amorosissimo che con inaudita munificenza generosamente soccorre ogni classe della nostra popolazione. Per,ui difatti la studiosa gioventù possiede un grandioso Ginnasio per la sua morale ed intellettuale istruzione. Per lui le instituite e dotate tre novelle Parrocchie provvedono al maggior bene spirituale di una parte della popolazione. Per Lui sorge maestoso e ricco un nuovo tempio a Maria Santissima nella parrocchia del Porto, ed altro in quella della Pace. Per lui la povertà non sarà più di ostacolo a quei pii giovanetti che aneleranno al servigio del Santuario. E tuttoché grandissime già fossero siffatte beneficenze, pure la magnanimità di Pio IX era ed è ben lungi della sua meta. Quindi ei volle e ordinò che a sue private spese, come ogni altra istituzione già detta, sorgesse come sorgerà fra poco nelle proporzioni che già ammirate sul luogo, un ampio asilo pei poveri invalidi o cronici di ambo i sessi, e per le fanciulle derelitte, con a lato altro edificio per uso di lavorio, onde abbiano pane molte famiglie mancanti di occupazione, ed un valido incremento l’industria cittadina.

«Nella considerazione di tante e sì benefiche istituzioni che potea solo concepire ed attuare la mente e il cuore di Pio IX, chi saprebbe esprimere adequatamente la riconoscenza onde è compreso l’animo dei Senigalliesi? Nella impossibilità pertanto di significare con giuste parole all’incomparabile benefattore la soave emozione dei nostri cuori, ci valga, o concittadini, a tributo di devozione e di gratitudine immensa, la fervorosa preghiera a Dio Onnipotente perché sull’augusto capo di Lui diffonda la copia indefettibile delle celesti benedizioni

Dalla residenza comunale, li 19 maggio 1857.

La Magistratura comunale.

Pietro Bedini anz. e ff. di gonfaloniere Sigismondo conte Augusti

Tobia Campagnoli

Domenico Crescentini

Giuseppe march. Baviera

Cesare cav. Merlini

Domenico Passeri

Celeste Giustini

Anziani

Circa le 7 Pio IX felicemente arrivava a Sinigallia, salutatovi da replicate salve dell’artiglieria volante: é impossibile di descrivere lo slancio e l’entusiasmo della popolazione! Marinari vestiti con abiti uniformi tentarono più volte di staccare i cavalli della carrozza: ringraziati, si videro tornare gettandosi attraverso la via; e solo l’amorosa fermezza ed autorità del Sommo Pontefice potè conseguire la loro rassegnata obbedienza. Le acclamazioni e gli evviva furono fragorosi incessanti, continue le grida di gioia e le dimostrazioni di esultanza. Il Corso e le vie, che doveva percorrere Sua Santità, erano parate riccamente a festa, splendidi archi di trionfo, festoni di verdura e di fiori da per tutto.

Disceso al duomo, splendidamente parato e illuminato, Pio IX vi fu ricevuto dall’Emo Cardinale Vescovo della diocesi; dall'Arcivescovo di Urbino, e dai Vescovi di Urbania, di Comacchio, di Pesaro, di Fano e di Cagli, come ancora dal Delegato, dalla Consulta governativa e dal Consiglio provinciale, che al confine aveano già avuto l’onore di presentargli i loro omaggi. Ricevuta la eucaristica benedizione, passò al contiguo episcopio, e da una loggia a ciò preparata benedì al popolo che gremiva la piazza e le strade tutte circostanti.

Ammise quindi in udienza i Vescovi suddetti, il clero, le autorità e la magistratura comunale. Recossi finalmente alla sua casa paterna, dove all'ingresso, in una veramente inesprimibile commozione, la Santini. Sua fu ricevuta dai più cari di famiglia.

La sera fuvvi una generale illuminazione in tutta la città; la gioia era universale.

La mattina del 27 si condusse alle 7 e, al duomo a celebrare la santa Messa, durante la quale comunicò il Magistrato municipale, i seminaristi e molte altre persone. Passò di poi al collegio dei Gesuiti, nuova opera di sua sovrana munificenza. Si compiacque di esaminare tutto il locale, assistette a diversi esperimenti fisici, e infine degnossi di ammettere al bacio del piede quanti erano colà presenti, compartendo a tutti la benedizione.

La mattina del 28 la Santità Sua si condusse alla chiesa della Maddalena per suffragare l’anima dei suoi genitori, celebrandovi la santa Messa, o vi comunicò tutti i suoi parenti e gli orfanelli della città. Poi andò al monastero delle Benedettine, e vi ammise al bacio del piede quelle religiose e anche quelle di altri monasteri; quindi nel palazzo comunale ricevette le signore di Senigallia ed altre ragguardevoli persone. Intanto l'Eminentissimo Card. Morichini era giunto da Iesi, e l'Eminentissimo De Angelis da Fermo.

Nelle ore pomeridiane Pio IX, per appagare i voti dei suoi concittadini, che in grande folla eransi raccolti nella piazza del Governo, passò al palazzo comunale, e dalla loggia li benedisse. Al presentarsi che fece, gli evviva, le acclamazioni e l’entusiasmo furono cosa più facile a immaginare che a descrivere.

Indi il S. Padre, percorrendo buon tratto della città, si condusse a piedi alla chiesa di S. Maria del Porto, e lungo le vie fu Egli accompagnato da una straordinaria moltitudine, che calorosamente lo acclamava, ed a cui facevano eco con non minore entusiasmo le persone che gremivano i balconi e le finestre. Dovunque Pio IX compariva era salutato da una pioggia di fiori. Uscito dalla suddetta chiesa, montò in carrozza cogli Emi Cardinali DeAngelis e Brunelli, giunto poco prima, e seguito dal consueto corteggio passò all'altra chiesa di S. Maria della Pace fuori di Porta Fano.

Rientrato in città e restituitosi alla propria abitazione in mezzo agli evviva e al generale entusiasmo, ricevette parecchie deputazioni accorse dai luoghi circostanti.

La patria del gran Pontefice era in una indicibile festa. Tutte le vie che percorreva erano vagamente adorne di drappi, di verdura, di fiori, di vasi, di colonne, di statue. Innanzi alla piazza, nella quale doveva sorgere la fabbrica destinata da Sua Santità a ricovero dei poverelli, era stata eretta una colonna con la statua del Pontefice, mentre il prospetto della stessa fabbrica in tela e nelle proporzioni stabilite era innalzato sul suo luogo.

Tutto annunciava l’impegno e l’entusiasmo della città nell’onorare e rendere omaggio all’augusto Concittadino. Il magistrato comunale per accrescere il pubblico gaudio accordò venticinque doti ad altrettante zitelle tratte a sorte, e per tre giorni fece distribuire gratuitamente il pane a tutti i poveri della città.

Alle 6 della sera del 28 il S. Padre con tutta la sua corte si condusse al Portocanale, dove s’intrattenne a lungo col ceto dei commercianti che avevano tutto messo a festa. I legni erano pavesati, e S. S. si degnò salire sul Brenna, brigantino fabbricato poco prima in Senigallia.

Intanto, annuendo alle preghiere del medesimo Magistrato e delle persone addette alla marina, trasferitosi sul Molo, si compiaceva di accordare il ristauro del Porto per animare il commercio della città, e accrescerne i mezzi. Pio IX volle ricevere ancora gli antichi suoi coloni, i quali gli presentarono frutta e altre primizie campestri, e nel gradire questa dimostrazione, li rimandava benedicendoli, fuori di loro per la consolazione.

Restituitosi alla sua residenza fra le acclamazioni indescrivibili della popolazione stipata nelle vie, nelle fenestre e sui tetti, ammise alla sua presenza molti signori e dame. In questa circostanza Egli accordò alla sua città un ufficio telegrafico, come lo aveva accordato ad altri luoghi, ed anche un nuovo ufficio sanitario. Usci quindi in carrozza per godere della magnifica illuminazione di tutta la città. Il corso, il porto, le vie erano involte in un’atmosfera di luce. Si degnò assistere ancora a un bel fuoco d’artifizio, che fini coll’innalzamento di dodici globi areostatici.

La mattina del 29, dopo di avere celebrata la Messa nella cappella privata, verso le nove lasciava Senigallia per alla volta di Fano in mezzo al dolore di tutti i suoi concittadini; commoventissimo fu il distacco dai suoi più cari congiunti.

Durante il soggiorno in Senigallia Sua Santità, oltre i larghissimi sussidi pei poveri, degnossi concedere varie elargizioni a militari infermi o benemeriti.

—Ci è sfuggita una circostanza importante; ¡’aggiungiamo qui per non ometterla.

Martedì 26 maggio, il Santo Padre, venendo da Iesi, ad onta del cattivo tempo, che non gli permise di scendere dalla carrozza per osservare i lavori delle strade ferrate, volle avere la degnazione di soffermarsi presso Case-Bruciate, dove erano schierati circa 200 lavoranti, muniti dei loro istrumenti. Monsig. Delegato di Ancona e uno degli amministratori presentò al S. Padre gli ingegneri, gli impiegati e gli operai. Sua Santità gli encomiò, premurandoli a terminare presto il lavoro e li benedisse.

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CAPO IV

DA SENIGALLIA A BOLOGNA

A due miglia dalla città di Fano, e quasi presso il Metauro Pio IX scendeva di carrozza per venerare la miracolosa immagine di Maria Santissima del Ponte, benedicendo poi la folla colà riunita.

Circa le undici giungeva felicemente a Fano, accolto colla maggiore divozione del popolo affollato da per tutto. Le vie della città erano addobbate e decorate anche di quadri.

Sceso di carrozza al duomo, riccamente parato, fu ricevuto dal Vescovo della diocesi col clero, dal Vescovo di Fossombrone, dalla Magistratura e dal Delegato della Provincia. Dopo la benedizione eucaristica, mosse a piedi in mezzo a un popolo senza numero verso la piazza, dove da un magnifico padiglione diede la papale Benedizione. Poi andò al monastero di S. Arcangelo, dove ammise al bacio del piede quelle religiose e le altre degli altri istituti e rivolse loro parole di tanta unzione che commossero fino alle lagrime gli astanti.

Verso le sei pomeridiane Sua Santità partiva da Fano, e dopo un’ora di viaggio arrivava felicemente a Pesaro; il popolo era immenso, esultante, accorso anche dai paesi limitrofi. Le strade della città erano parate a festa, con archi di trionfo, festoni, trofei, statue allusive, fra le quali una rappresentante lo stesso Sommo Pontefice, iscrizioni e altri contrasegni di esultanza.

Discesa al duomo, fu ricevuta dall'Emo Ciacchi, venuto espressamente ad onta dei suoi incomodi di salute, dal Vescovo diocesano col clero, dall’Arcivescovo d’Urbino, e dai Vescovi di Cesena, di Urbania e di Montefeltro, dal Delegato apostolico e dalle autorità civili e governative. Dopo la Benedizione del Santissimo, nel magnifico palazzo apostolico ricevette i detti personaggi e molte altre devote persone. La mattina seguente visitò il monastero della Maddalena ed altri pii istituti.

Nelle ore pomeridiane del giorno 30, continuando il soggiorno in Pesaro, Pio IX si compiacque di ricevere una deputazione della Repubblica di S. Marino, e moltissime della provincia. Altre di queste deputazioni aveano domandato tale onore per ringraziarlo delle beneficenze elargite, fra le quali quella di Urbania, che otteneva una somma cospicua per l’acquisto di alcuni oggetti necessari per l’ospedale; altre erano accorse per trattare di affari. Il Santo Padre le accolse tutte con modi i più affabili, e non lasciò di trattenersi a lungo con esse, informandosi, di ogni cosa onde opportunamente provvedervi, siccome fece.

Dopo il pranzo, recossi a piedi al monastero della Purificazione, ove consolò colla sua presenza tutte quelle religiose: indi attraversando, sempre a piedi, tutto il Corso si condusse a visitare la chiesa della Madonna delle Grazie, e di là a diporto per per la via che gira esteriormente intorno alla città, in mezzo alla popolazione affollata d’intorno a lui.

La sera, superba illuminazione della città; il Papa all’apparire sulla loggia fu fatto segno alle più devote acclamazioni.

Alle 11 e ½pomeridiane del 30 giungeva in Pesaro S. A. I. l’Arciduca Massimiliano d'Austria, venuto espressamente ad ossequiare Sua Santità. Egli fu ricevuto col suo seguito nel palazzo apostolico da Monsignor Maggiordomo, da Monsignor Maestro di Camera, dal Principe Massimo e da Monsignor Delegato della Provincia. S. A. I. preso alloggio in un appartamento dello stesso palazzo; il domani Sua Santità si compiacque di riceverla immediatamente in udienza particolare, prima di celebrare la Messa, alla quale assistette la stessa A. S.

Dopo la Messa il S. Padre fece l'asciolvere con Sua Altezza Imperiale, colla quale dopo di essersi lungamente intrattenuto, le consegnò le insegne di Gran Croce dell’Ordine Piano.

Il giorno della SS.ma Pentecoste il Papa tenne in duomo la Cappella Papale, e vi assistettero gli Emi Cardinali de Angelis, Lucciardi e Brunelli, S. A. I. l'Arciduca, in apposita tribuna insieme col conte e la contessa Mastai, e col conte Luigi Mastai.

Il Municipio pesarese, volendo eternare il fausto avvenimento della visita del Santo Padre, ha dedicato all’augusto nome di lui la cosi detta Porta Nuova di Fano, ed ha stabilito che sia eretta una colonna rostrata, che ricordi ai posteri il beneficio concesso ai Pesaresi dalla munificenza del Sommo Pontefice col miglioramento del loro porto.

Trattenendosi in Pesaro, Pio IX il giorno 31 di Maggio invitò a mensa S. A. I. e R. l’Arciduca, e con lui i quattro Eminentissimi Porporati suddetti. Alle quattro pomeridiane dello stesso giorno Sua Altezza ripartiva alla volta di Bologna; mentre il governo imperiale incaricava il suo Console residente in Ancona di recarsi espressamente a Pesaro onde umiliare a Sua Santità i ringraziamenti per la benignità mostrata verso la guarnigione austriaca.

Circa le 6 e mezzo il S. Padre si conduse a visitare la chiesa di S. Francesco, dove lungamente pregò dinnanzi al corpo della B. Michelina da Pesaro. Ritornato al palazzo apostolico, vi assistette a una nuova maravigliosa illuminazione, essendo in tutta la serata l’oggetto delle più amorose dimostrazioni.

La mattina del 1 giugno Sua Santità si condusse al porto, e, mediante un ponte di legno costrutto espressamente sul fiume Foglia, giunse al sito ove dovea esser gettata la prima pietra della nuova costruzione conceduta dalla sovrana munificenza. Tutto era stato con gran decoro preparato dalla magistratura della città.

Il Santo Patire compiva la benedizione del luogo e della prima pietra in mezzo all’esultanza e alle devote acclamazioni della moltitudine.

Passò poi al grandioso manicomio, il quale più che un ricovero di dementi presentava l’aspetto di una animata casa di lavoro, avendovi ciascuno dei ricoverati una occupazione secondo le proprie inclinazioni. Vi fu ricevuto dal professore Girolamie da tutto il personale di assistenza; e dopo "di avere visitato in ogni parte lo stabilimento, ed espresso parole di soddisfazione e d’incoraggiamento, benedicendo a tutti, si ritirò.

Tralasciando di registrare le cospicue elargizioni ulteriormente fatte dal Papa a' poveri e agl’istituti di beneficenza nelle varie città e luoghi percorsi, ricordiamo solo alcuni atti di sovrana munificenza e pietà. Una ricca pianeta donava Egli alla cattedrale di Ascoli, due magnifiche lampade di argento al duomo di Iesi, a Senigallia un busto di argento con mitra e croce a pietre preziose, rappresentante S. Paolino Vescovo e protettore di quella città, un calice prezioso con gemme e bassirilievi a Pesaro.

Alle quattro pomeridiane dell’istesso giorno il S. Padre lasciava la città di Pesaro dirigendosi alla volta di Rimini. Tutta la popolazione pesarese, che mostrossi sommamente lieta nello avere nelle sue mura l'amato Padre e Sovrano, e che festante accompagnollo ovunque egli recossi, specialmente quando fu a gittare la prima pietra del nuovo porto, e lungo il Canale, mostrò tutto il suo cordoglio nel vederlo partire, e la riconoscenza per le tante elargizioni fatte non solo a vantaggio della propria città, ma ancora a molti altri luoghi della provincia.

Lungo la via, che mette capo a Rimini, dapertutto addobbi, festoni, archi di trionfo preparati dalle popolazioni di Selicata, di Cattolica e di Riccione, che unite a quelle di tutte le circostanti campagne chiedevano riverenti la benedizione e prorompevano in acclamazioni. Alla Cattolica fu tanta la folla, che il Santo Padre per soddisfarla ebbe la benignità di scendere di carrozza, e da un gran padiglione appositamente preparato benedi la devota moltitudine, fra la più viva gioia.

A un miglio da Rimini erano in folla accorsi i cittadini ad a Rìmini. incontrare il Papa. Egli è difficile descrivere l’entusiasmo e le acclamazioni, con che fu ricevuto in città: archi trionfali, addobbi nelle vie, salve di artiglierie, concerti musicali, copiosissima illuminazione, fuochi artificiali e cento altri segni di comune esultanza.

Sua Santità smontata alla porta della cattedrale, vi fu ricevuta dall'Emo Falconieri, Arcivescovo di Ravenna e suo Segretario dei Memoriali, dal Vescovo della diocesi unitamente al clero, dai Vescovi di Forlì, di Bertinoro, di Cornacchie, di Cervia e dal Vescovo di Guardo in Portogallo, allora dimorante in uno di quei vicini paesi, come pure dalla magistratura municipale e dal Delegato Apostolico. Dopo di aver ricevuta l'eucaristica benedizione, si condusse all’episcopio, e di là benedi al popolo, avendo la pioggia impedito di accedere al palazzo comunale, ove per la benedizione era stato preparato un ricco trono.

Alle 7 e mezza antimeridiane del 2, Pio IX si condusse in carrozza alla cattedrale por celebrarvi la Messa. In quel tempio era stata innanzi trasportata processionalmente la miracolosa immagine di Maria Santissima, detta della Misericordia, che si venera nella Chiesa di S. Chiara, dei PP. Missionari del Preziosissimo Sangue. Fu immenso il popolo che vi accorse pieno di religioso entusiasmo.

Dalla residenza comunale passato all’ospedale, visitò a uno a uno gli infermi, e li confortò colla sua benedizione, rivolgendo parole d'incoraggiamento a tutti quelli che hanno la direzione del pio stabilimento.

Finalmente per soddisfare ai desideri delle persone addette alla marina degnossi visitare il portocanale, ove stavano molti legni pavesati a festa. Un ponte di barche crasi gettato attraverso il canale per il passaggio di Sua Santità, la quale giunta al mare montò sopra una lancia riccamente addobbata, e guidata da quattordici capitani uniformemente vestiti e trascelti fra la marineria del porto, recossi allo stabilimento dei bagni, situato a non molta distanza. Colà erasi disposta con ricchi addobbi una grande sala, ove stavano molto persone appartenenti alla marina, all’istituto infantile ed alle scuole notturne. Il S. Padre vi fu accolto col massimo entusiasmo.

Alle 4 pom. del medesimo giorno 2 partiva da Rimini tra le più manifeste dimostrazioni di ossequio e di venerazione dei cittadini, e giunto a S. Giustina soffermossi a benedire la popolazione colà riunita.

A S. Arcangelo, a Savignano, dapertutto strade messe a festa, archi, verdure, straordinario concorso di popolo, devote acclamazioni, giubilo universale. A Villa Gualdo si soffermò per benedire agli abitanti di Longiano, che erano discesi colla propria magistratura, ed alle 7 giungeva felicemente a Cesena, incontrato a due miglia di distanza dalla popolazione. Sul suo passaggio erasi innalzato un magnifico arco trionfale: le finestre e loggie addobbate, le vie gremite di popolo, riunitosi anche dalle campagne, da ogni parte pioggia di fiori, unanimi evviva.

Sua Santità fu ricevuta alla cattedrale, come nelle altre città, dal Vescovo diocesano, dal Delegato dalla Provincia e dalla Magistratura. Dopo la benedizione del Santissimo da una loggia di prospetto all’episcopio benedisse alla popolazione che proruppe in vive acclamazioni, indi ritirossi nel suo appartamento per attendere, secondo suo costume, agli affari tanto religiosi che governativi.

La città fu alla sera riccamente illuminata; furono incendiati fuochi artificiali, e musicali concerti rallegravano la splendida scena.

La mattina del 3, allei e 1[2, Sua Santità celebrò la Messa alla Cattedrale, poi dalla loggia del palazzo municipale diede la benedizione al popolo affollato nella piazza e nelle vie circostanti.

Dopo di avere ammesso al bacio del piede molte persone del municipio ed anco estranee, passò a visitare il monastero delle Benedettine, il cui ingresso e l’atrio erano riccamente parati: vi ammise al bacio del piede quelle religiose, e nel benedirle diresse loro parole che commossero al pianto. Visitò poi il monastero delle Cappuccine, alle quali pure fece un analogo discorso. Nel percorrere a piedi tutte le strade il Papa era seguito da una immensa folla; di quando in quando taluni la rompevano per baciargli il piede, ed Egli, con la consueta sua benignità, stendeva loro la mano.

Partito indi alla volta di Forlì, sullo stradone che mette alla chiesa della Madonna del Lago incontrò la popolazione di Bertinoro,e quantunque quella chiosa sia fuori della strada postale, accogliendo le preghiere de' Bertinoresi vi si condusse, e dopo di avere orato dinanzi alla miracolosa immagine, benedì alla devota moltitudine, ammettendo molti al bacio del piede.

A Forlimpopoli fu accolto da nuova folla di popolo che anziosamente ne attendeva l’arrivo; disceso fra la generale esultanza alla chiesa principale, vi fu ricevuto dal Vescovo diocesano col clero e colla magistratura; orò davanti il SS. Sacramento, poi da una loggia benedisse agli abitanti, che non cessavano dalle più rispettose acclamazioni. Anche presso Ronco crasi raccolto molto popolo che proruppe in entusiastiche dimostrazioni: e il S. Padre si fermò e li benedisse.

—Siamo ormai in piena Romagna, e nella parte più agitata dalle società segrete e dagli emissarii del Piemonte. Lo noti il lettore. —

Verso le 7 pom. Sua Santità giungeva a Forlì. Fuori della barriera a Forlì. all’ingresso della piazza del Nord, sorgeva un grandioso arco di trionfo con analoghe iscrizioni e decorazioni. Il magnifico borgo Pio fino alla cattedrale era tutto messo a festa; vagamente addobbate erano le loggie e le finestre: la gran piazza ornata con quattro padiglioni, e la prospettiva di un tempio era preparata per una vaga illuminazione. L’entusiasmo manifestatosi nelle grandi masse della popolazione, che si affollava sul passaggio del Papa fu immenso. Uno stuolo di orfane tenute in custodia da due rispettabili signore della città, vestite di bianco e con corone di fiori in capo, precedevano il Pontefice spargendo fiori per la via.

Ricevuti gli omaggi dal magistrato alle porte della città, Pio IX andò a scendere alla cattedrale, ove si trovarono ad ossequiarlo il Cardinale Baluffi, il Vescovo della diocesi col clero, i delegati di Forlì e di Ravenna, i consultori della provincia e la stessa magistratura.

Dopo la benedizione si condusse a piedi, in mezzo a una folla la più stretta, al palazzo delegatizio, e dalla loggia benedì la moltitudine che lo salutò colle più vive acclamazioni. Quindi ammise alla sua presenza il suddetto Eminentissimo, il Clero, le Autorità e molte ragguardevoli persone.

La sera la città era tutta magnificamente illuminata, gli abitanti erano in un indicibile entusiasmo. Giungevano intanto il Cardinale Falconieri, ed i Vescovi di Co macchio e di Faenza.

I municipii delle città percorse e dei luoghi circostanti umiliavano al Sommo Pontefice rispettosi indirizzi, che manifestavano la devozione di quelle popolazioni verso il Papa loro Sovrano, — quel Sovrano così aborrito, secondo il conte di Cavour!... —

Il Santo Padre la mattina del giorno 4 si condusse alle 7 e mezzo alla cattedrale, per celebrarvi la Messa, e vi comunicò la Magistratura e molte ragguardevoli persone. Visitò poi i monasteri del Corpus Domini e di S. Dorotea, ammettendovi al bacio del piede le religiose, alle quali nel benedirle diresse benigne e commoventi parole.

Ritornato alla sua residenza, sempre in mezzo a una grande folla, ricevette parecchie deputazioni della città e dei luoghi circostanti, dando opportune disposizioni sulle cose da esse esposte.

Nelle ore pomeridiane visitò i monasteri delle Clarisse e delle Carmelitane. Restituitosi a palazzo, ammise in udienza moltissime signore; poi assistette a un magnifico fuoco d’artifizio.

La illuminazione della sera fu grandiosa e generale, come l’antecedente, in modo speciale nella grande piazza e nel Corso. La popolazione non interruppe mai le più significanti dimostrazioni di devozione e di esultanza.

Il domani Sua Santità si portò verso le 9 all'ospedale e confortò con amorevoli parole e con tratti di carità i poveri infermi, che visitava a uno a uno al loro letto di dolore.

Anche in Forlì i poveri e le chiese ebbero generose elargizioni dalla munificenza e carità del Papa.

Verso le 5 pomeridiane del 9 giugno il Papa giungeva felicemente a Faenza, una delle città più agitate dai frammassoni e tenute per maggiormente ostili al governo della S. Sede. Sua Santità vi fu accolta dalla popolazione con un vero entusiasmo. Le vie erano messe tutte a festa e riboccanti di popolo ansioso di vedere il Pontefice sovrano, del quale a grandi grida implorava la benedizione. Discesa di carrozza alla cattedrale vi fu ricevuta dal Vescovo diocesano col Clero, e da quello di Modigliana nella vicina Toscana, dai Delegati di Forlì e di Ravenna, dalla Magistratura della città e dagli altri pubblici rappresentanti. Dopo ricevuta la Benedizione del Santissimo, Pio IX annuì al desiderio della città, dando la Benedizione da un trono innalzato sulla gradinata della cattedrale, donde la s. m. di Pio VII aveva già benedetto la città.

Recatosi all’episcopio vi ricevette i suddetti Prelati, il Clero e la Magistratura della Città e quella di Forlì, che aveva accompagnato il Santo Padre fino a Faenza... Indi a piedi, in mezzo alla folla del popolo, andò a visitare il monastero di santa Chiara, dove erano raccolte ancora le altre religiose; visitò pure l'orfanotrofio, e a tutti disse parole di paterno affetto e di conforto. Poi, sempre circondato dalla folla, a piedi egualmente, si portò al palazzo comunale, dove dalla loggia diede la benedizione alla moltitudine stipata nella piazza. Ricevette quindi molti signori e dame, anche dei vicini paesi e della Toscana, e varie deputazioni; finalmente assistette a un magnifico fuoco d’artificio, mentre tutta la città risplendeva per le luminarie. A tarda sera Sua Santità, accompagnata sempre da tutto un popolo ebbro di gioia, ritornò all’episcopio, innanzi al quale la folla rimase lungamente continuando gli evviva ele acclamazioni, finché si fu ritirata nelle sue stanze.

—Siamo in piena Romagna, e vi ci tratteniamo espressamente di più. Il lettore rammenterà le parole di Cavour al Congresso di Parigi e le sue Note diplomatiche circa queste provincie, insofferenti del dominio pontificio al punto, che per la quiete di Europa si dovevano dare in vicariato al Re di Piemonte!... Quale smentita alle calunniose insinuazioni di quel settario! —

La mattina del 6 Pio IX celebrò la Messa alla Cattedrale all’aitar maggiore, dove era stato esposto il braccio di S. Pietro Damiano, del quale Faenza fu patria.

Alle 8 e ½salutato dalle più affettuose dimostrazioni del po Brisigiwiia polo faentino, partiva la S. S. per Brisighella. Lungo lo stradale intere parrocchie, e confraternite, e processioni di donne con stendardi e immagini e croci venivano incontro al Papa: si era in pieno Medio Evo! Per misericordia di Dio quelle devote popolazioni mostravano senza riguardo la loro fede e il loro ossequio al Vicario di Cristo, loro Sovrano, oltraggiato dai settari in veste diplomatica. — A Brisighella archi di trionfo, festoni di verdura e di fiori, tutte le vie messe vagamente a festa. Sceso alla Cattedrale, riceveva la Benedizione del Santissimo, poi benediceva al popolo esultante.

Moveva quindi alla volta di Fognano per visitarvi quel rinomato monastero di educazione, e qui ancora addobbi, e feste, e acclamazioni interminabili. Data la Benedizione alla moltitudine, convenuta anche dai luoghi circonvicini, all’una e mezzo faceva ritorno a Faenza, dove poi prima di partire lasciava generose elargizioni.

Al momento di lasciare Faenza moltissimi signori e dame, trasportati da religioso entusiasmo, irruppero nella residenza pontificia, riboccando di gente l’episcopio, l’attiguo seminario, il cortile, il loggiato, il portico: bramosi tutti di baciare il piede al Papa. La commozione era generale; e simili dimostrazioni accompagnarono Sua Santità in tutte le vie fin fuori della città, e lungo lo stradale da Faenza a Castel Bolognese.

L’arrivo in questo luogo fu una festa ineffabile; a gran stento potè il corteggio pontificio attraversare la folla giuliva per recarsi alla chiesa principale, dove poi benedisse il popolo da un padiglione appositamente eretto fuori della Chiesa. Qui pure, dopo adorato il Santissimo, andò a visitare il monastero, dove erano raccolte le religiose di altri luoghi ancora.

Verso le 7 pom. del 6 giungeva il S. Padre a Imola in mezzo a una indicibile festa, mentre le popolazioni dei paesi circonvicini erano scese tutte sullo stradale per acclamarlo ed esserne benedette. Alla porta d’Imola era stato innalzato un arco di trionfo che il Comune doveva poi erigere di materiale con due fabbriche laterali, dedicandolo a Pio IX. Il magistrato presentò a S. S. le chiavi della Città; anche qui una eletta di giovani uniformemente vestiti volevano staccare i cavalli e tirare essi la carrozza del Papa, ma non fu loro concesso; allora, precedendo la carrozza pontificia, presero a spargere fiori sulle vie, mentre turbe di giovanetti accompagnati da concerti musicali con bandiere bianco-gialle, coronate d’alloro e di fiori procedevano cantando inni giulivi. Tutte le vie e le piazze gremite di popolo erano vagamente adorne; un finto portico, come una galleria di quadri e di religiose rappresentazioni era stato costrutto lungo la contrada del Monte. Immense acclamazioni lo accompagnarono fino alla cattedrale, dove fu ricevuto dall'Emo BalulR col suo Clero, dal Vescovo di Forlì e dai delegati delle vicine provincie. Dopo la Benedizione passava all’episcopio, e ricevuta la Magistratura e le autorità locali, tosto si diede a disporre di varii provvedimenti sì ecclesiastici che governativi. La sera illuminazione generale della città.

Il domani Pio IX celebrò la Messa alla Cattedrale e comunicò di sua mano la Magistratura municipale, e altre ragguardevoli e pie persone, e impiegati, e pubblici funzionarii.

L’istessa mattina ritornava alla Cattedrale per tenervi la Cappella papale per la festa della SS.ma Trinità, e vi assistettero i Cardinali Falconieri, Vannicelli e Baluffl, e i Vescovi di Faenza, Forlì, Cornacchie e Cesena, oltre i Delegati delle vicine provincie.

A mezz’ora poin. Sua Santità ricevette in particolare udienza il marchese Pallavicini, ministro degli affari esteri di Parma, inviato espressamente da S. A. R. D. Teresa di Borbone, Duchessa Regente, a presentare i suoi omaggi al Papa. Poscia, in mezzo a una folla di popolo, andò al palazzo comunale; e da una loggia benedi alla popolazione. Restituitasi all’episcopio, ricevette il Senatore di Bologna, venuto in Imola appositamente con una deputazione della città. La sera, nuova magnifica illuminazione e fuochi d’artificio.

La mattina del giorno 8 il S. Padre, continuando il soggiorno in Imola, che si gloriava di averlo avuto per molti anni a suo Vescovo, dopo la Messa ammetteva all’udienza i RR. Parrochi e le deputazioni dei luoghi pii e di pubblica beneficenza di tutta la diocesi, come ancora i superiori delle comunità religiose, dirigendo a tutti parole di incoraggiamento e di edificazione. Visitò poi i monasteri delle Domenicane e delle Clarisse, e quindi il pio istituto del Buon Pastore, eretto e sussidiato dalla inesauribile sua generosità. Ivi si compiacque di minutamente visitare il luogo, esaminandone la direzione, l’ordine che vi è stabilito, e gli stromenti che vi sono adoperati nelle manifatture, ed i lavori che in esso vengono eseguiti. Non meno di centoventi religiose stanno in tale pio istituto raccolte, per istruirsi e educarsi onde poi consacrarsi nei vari luoghi dello Stato al servizio dell’umanità e alla educazione delle fanciulle. Sua Santità, dopo di aver ammesse al bacio del piede le Religiose, fece loro un discorso sì istruttivo e commovente, che produsse in tutte la più profonda impressione.

Nel dopo pranzo dello stesso giorno visitò l’ospedale di santa Maria della Scaletta, ove confortò e benedisse quegli infermi accostandosi ai loro letti. Si condusse poi al conservatorio di S. Giuseppe, diretto delle Suore della Carità, alle quali pure rivolse parole piene di unzione e di conforto. Ritornato finalmente all’episcopio, ricevette in udienza molte persone, che ascoltò benignamente.

La mattina del 9 giugno Pio IX si portò al santuario della Madonna del Piratello, tre miglia distante da Imola; celebrò la Messa dinanzi a quella miracolosa imagine e vi diede la SS. Comunione a un gran numero di persone.

Anche le città di Rimini, di Cesena, di Forlì, di Faenza e d’Imola ebbero contrassegni della sovrana munificenza del Pontefice. Alla cattedrale di Rimini donò un busto di argento di molta ricchezza, a Cesena una nobile pianeta ricamata, a Forlì un ricco reliquiario, a Faenza un calice d’argento dorato, a Imola un calice di argento dorato con coppa e patena d’oro, ornato di pietre preziose.

Verso le 4 pom. dell’istesso giorno 9 il S. Padre lasciava Imola, fra le più vive dimostrazioni di divozione e di riconoscenza di quegli antichi suoi diocesani.

Giunto a Castel S. Pietro la S. S. fu accolta dal clero, dal magistrato e dalle autorità del luogo, e ne ricevette gli omaggi, poi benedisse la popolazione.

Intanto ai poveri di Castel Bolognese lasciava una copiosa elemosina e una somma considerevole per l’ospedale.

A S. Lazzaro la magistratura e il popolo gli vennero incontro colle dimostrazioni della più devota sudditanza; Pio IX sostò per benedirli, quindi prosegui il viaggio per Bologna.


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CAPO IV

A BOLOGNA

Questa antica e importante città tutto avea disposto per ricevere con splendida magnificenza il Pontefice Sovrano. Le vie e le piazze, che dal Palazzo Apostolico e dalla chiesa metropolitana menano fino oltre il sobborgo degli Alemanni, quasi un miglio fuori di porta Maggiore, erano messe colla maggiore ricchezza ed eleganza. A circa 300 metri dall’arcata destra che introduce in Bologna, lungo la via Emilia, veniva formata una piazza circolare, che racchiudendo la strada maestra fra due emicicli a guisa degli antichi circhi, offriva agli accorrenti vastissimo spazio.

Questo grande piazzale veniva incoronato da 38 padiglioni ad eguali scompartimenti, in mezzo ai quali nell’emiciclo a destra, entrando dalla via Emilia verso la città, ergevasi un maestoso trono, destinato ad accogliere il Papa. A questi padiglioni, elegantemente parati coi colori del comune bolognese, ed ornati degli stemmi delle varie rappresentanze governative, provinciali e comunali, che vi si erano riunite aspettando il Santo Padre, si accedeva per una continuata scala, ornata di giardiniere e di vasi. Le aste che li dividevano, erano rigate con nastri a colori bianco e giallo, e bianco e rosso, e sormontate dagli stendardi pontificio e felsineo, che pure sventolavano in cima a grandi antenne negli scompartimenti della piazza.

In capo alle curve dei detti emicicli e posti sulla sezione stradale, sorgevano dodici altri ricchissimi padiglioni, rinchiusi fra grandi piloni ottangolari, che portavano in iscoltura avvicendati gli stemmi pontifici e quelli della città di Bologna. All’ingresso grandiosi pilastri sostenevano due figure emblematiche di colossali dimensioni: la Giustizia e la Forza. In mezzo alla vasta area era stato innalzato un grandioso arco trionfale di ordine corintio, sulle cui fronti erano poste due iscrizioni latine.

Tutto il destro lato della via, per cui dal suddetto anfiteatro si giungeva in città (d sinistro essendo fiancheggiato dai loggiati Alemanni) era occupato da tanti altri palchi e padiglioni adorni anch’essi colla maggiore eleganza, destinati ai membri dei varii convitti-collegi, e pubblici e privati istituti, come ancora alle rappresentanze delle arti e mestieri, e alla più eletta cittadinanza. Questi padiglioni vedevansi intramezzati da aste con bandiere e orifiamme pontificio-municipali, e coronati dai rispettivi stemmi e fregiati di drappi e di pitture, con fiori natii in grande copia.

A compimento di questo grande apparecchio, con bel pensiero, fu raddoppiata l’esterna facciata della porta Maggiore procurando un doppio più sicuro passaggio alla folla, e compiendo così l’effetto prospettico del grandioso concetto. Le volte d’ingresso poi erano tutte adorne di veli e di addobbi di seta e di oro; la lunghissima via che conduce alla Metropolitana era tutta parata a festa con una serie non interrotta di festoni, adorni di verdura e di fiori, intramezzati da piedestalli con vasi e piante vaghissime.

Lungo il cammino erano schierate le II. RR. milizie austriache, mentre le pontificie sfilavano nella piazza della metropolitana. Le varie musiche in varii punti suonavano sceltissimi pezzi.

La Gazzetta di Bologna, descriveva la bella festa; noi la riassumiamo:

—Le vie esterne ed interne erano gremite di una folla innumerevole e piena di gioia: tutti i volti erano diretti a veder primi quel Sommo, che i riverenti figliuoli fa beati di sua desiderata presenza; le autorità, i tribunali, i corpi costituiti e i docenti, le accademie, le varie rappresentanze dei comuni della provincia, de' mestieri e delle arti, i nobili e i cittadini d’ogni ordine traevano, quali in nobilissimo treno, quali coll’ansia del più vivo affetto, a incontrare l’adorato Sovrano Pontefice; e già avevano preso posto nelle designate tribune, a capo o lungo il sobborgo, o il prendevano a calca lungh’esso il corso del trionfale corteggio, empiendo le vie, le logge, le finestre, adorne tutte di serici drappi e di variopinti tappeti, insinoai più alti ed estremi piani dei palagi e delle case.

Sua Santità giunta a breve tratto dell’arco, scendeva alla villeggiatura del Collegio dei Barnabiti, detto Crociali, e vestitigli abiti di città, saliva in carrozza, avendo seco gli Em. Cardinali Vannicelli-Casoni e Corsi.

Battevano le 7 pom., quando dal cielo, prima annuvolato, sorse improvviso un vivido raggio del sole volgente all’occaso, precursore dell’arrivo dell’immortale Sovrano, il cui apparire venne salutato da uno scoppio di evviva, che erompendo dai petti era eco dei cuori.

Solenne istante fu quello in che il Papa ricevette l’ossequio umiliatogli, a nome di queste provincie, da monsignor Camillo Amici, Commissario straordinario nelle quattro Legazioni e pro-Legato di Bologna, e in che accoglieva l’omaggio delle chiavi della città fattogli da S. E. il marchese Luigi Da Via, Senatore, a capo del Municipio bolognese, e quindi l’ossequio delle pubbliche rappresentanze.

Solennissimo fu poi il momento in cui il Pontefice augusto, scendendo di carrozza, con a lato gli Emi Cardinali Corsi e Vannicelli, e salito il trono, con la dignità di Sommo Sacerdote, e coll’affetto di amorosissimo padre, compartiva alla moltitudine la papale Benedizione, che tutti ricevevano prostrati in devotissimo atto dal Vicario di Dio in terra; e quindi prorompevano unanimi in novelle salve di applausi, sinché rimontava la nobile carrozza, che condurlo doveva in seno della esultante Bologna.

Novello sfogo di entusiasmo fu quando, passato l’arco eretto ad onore di lui, incamininavasi verso la città fra le benedizioni ed i voti del popolo. Percorreva Pio IX il lungo sobborgo, e quindi entrava a Bologna, trattenendo il passo per la calca, seguito dalla nobile sua corte e dagli equipaggi di parata delle principali autorità, cui facevano seguito a centinaia le carrozze del patriziato e di quanti assisterono al ricevimento.

Alti dignitari dei due eserciti cavalcavano ai lati della carrozza pontificia, cui scortavano le guardie nobili di Sua Santità, e la seguivano prima i Generali e poi gli stati maggiori delle armi pontificie ed austriache, con drappelli di scelte milizie a cavallo in grande tenuta.

Con questo corteggio il Papa scendeva al tempio metropolitano, ove lo accoglieva l’Emo Viale Prelà, Arcivescovo di Bologna, e dove l’attendevano per rendergli omaggio ben quattordici fra Arcivescovi e Vescovi, anche di lontani paesi, i Capitoli metropolitano e petroniano, i parrochi, ed il clero secolare e regolare.

Il Santo Padre, recatosi al maggior altare, dove fra lo splendore di mille cerei stava esposto il Sagramento Augustissimo, riceveva la Benedizione eucaristica. Dopo la quale recavasi a piedi, in mezzo al popolo esultante, al palazzo apostolico. Soguivanlo nel tragitto i porporati e i prelati suddetti, le autorità governative, le rappresentanze provinciali e comunali nelle loro magnifiche assise.

Un’apposita loggia era apparecchiata di fronte alle ampissime piazze, rigurgitanti di popolo devoto. Non valgono parole a descrivere l’entusiasmo sollevatosi all'apparire del Pontefice; estremamente commosso, con paterno cenno invitava egli al silenzio la moltitudine, che obbediente e prostrata attese l'apostolica benedizione, la quale con quella sua indicibile unzione, con ferma voce e coll'accento del cuore impartiva ai suoi Bolognesi. Dire lo scoppio di applausi che seguì l’atto solenne è cosa impossibile; la commozione generale trasse le lagrime dagli occhi a tutti.

Intanto la intera città appariva sfolgorante di universale luminaria; per le piazze e per le vie i militari concerti, e le bande di varii Comuni della Provincia lietamente crescevano la gioia.

Le acclamazioni ed i viva sempre rinnovaronsi presso la sovrana dimora, e più crebbero, quando le milizie austriache, con bel pensiero, sfilarono per le piazze con una superba ritirata colle fiaccole, compiendo varie emblematiche evoluzioni; mentre le loro bande e i concerti, insieme riuniti, facevano con mirabile accordo risuonare l’aere di lieti e melodiosi concenti. Intanto negli appartamenti pontifici il Papa riceveva formalmente gli omaggi di fedeltà e devozione della città; quindi ammetteva alla sua presenza i Delegati apostolici di Ferrara e di Ravenna, e un gran numero di altri personaggi.

Il giorno 10, poco oltre le 7 del mattino, Sua Santità recavasi alla Metropolitana per celebrare la Messa davanti la prodigiosa effigie di Maria Santissima, detta di San Luca. Fatta l’adorazione del Santissimo, e salito alla maggiore cappella, offeriva il Sacrificio incruento, presenti i Cardinali, i Vescovi, i prelati, i capitoli, i parrochi, il clero, ed una innumerevole quantità di ragguardevoli persone civili e militari. Il tempio vastissimo (uno dei più grandi della Cristianità) ed i circostanti accessi non valevano a contenere la folla; tutti anelavano di assistere alla cerimonia della solenne coronazione della singolare Avvocata di Bologna, che stava per compiersi dal supremo Gerarca.

Celebrata la santa Messa, discendevasi col prescritto rito la venerata Immagine sulla mensa dell’altare, intanto che il S. Padre procedeva alla benedizione della corona tutta d'oro di superbo lavoro, e tempestata di gemme, dono di suo privato peculio.

Sua Santità, indossato il piviale bianco, intonava il Regina Coeli, che venne proseguito dai cantori, e, detto l’Oremus, ascese i gradini dell’altare, e impose con le sue mani la corona alla sacrosanta Effigie tra il fremito di gioia dell’immensa moltitudine; intonava poscia il Te Deum, che veniva continuato dai cantori e dal popolo in un santo entusiasmo.

Compiuta la grande cerimonia che appagava i più cari voti dei Bolognesi, un altro fatto inatteso veniva a crescere il gaudio universale. — Il Papa pontificalmente vestito, risaliva i gradi dell’altare, e rivolto ai fedeli, pronunziava tenere parole, piene di unzione e di amore: «Parole (diceva egli) poche, ma sostanziali.» E narrò le grazie ottenute da Dio Ottimo Massimo, e le laudi della Vergine e Madre Santissima, che era per lui segno del più tenero affetto e di benedizione; la quale, diceva, io colla mano, voi col desiderio coronammo.» E seguiva col voto ch’Ella cosi coronasse nel cielo tutti i suoi veramente divoti. Poi, grandemente commosso, e fra le lagrime di consolazione che su tutti gli occhi spuntavano, chiuse dicendo, che egli, Vicario di Gesù Cristo, pregò e prega la Divina Madre per Bologna, veramente sua figlia, perché piena di fede, di religione e di devozione sincera verso di Lei.»

Fra le acclamazioni della folla Pio IX restituivasi alla propria dimora, dove ammetteva alla sovrana udienza molli cospicui personaggi, che accoglieva con quella bontà e soavità che erano singolare suo pregio. Tra i quali personaggi S. E. il conte di Bissingen, luogotenente delle provincie Venete, inviato ad hoc da S. M. Le li. Apostolica, nonché S. E. il conte Giuseppe Forni, Ministro degli affari esteri degli Stati Estensi, inviato da S. A. I. e li. l’arciduca, duca di Modena.

Circa il mezzodì del 13 giugno recavasi a fare ossequio alla Santità Sua il conte Francesco Giulay di Maros-Nemeth e Nadaska, supremo comandante delle armate austriache d’Italia, Carinzia ed Illiria, cui accompagnavano i Tenenti-marescialli conte Degenfeld-Schonburg, comandante Follavo corpo d’armata, e conte Lederer, Generale divisionario, nonché altri sei Generali degli eserciti imperiali. Lo seguiva uno splendido stato maggiore d’ogni arma.

Trovavansi presenti in Bologna in questa circostanza anche gli Arcivescovi di Modena, di Tessalonica in partibus infidelium, e di Siunia (rito armeno); i Vescovi di Recanati e Loreto, di Ceneda, di Carpi, di Guastalla, di Reggio di Modena, di Verona, di Mantova e di Cremona, S. E. il marchese Pallavicini, Ministro degli affari esteri di Parma, i Generali austriaci Baungarten e conte Btumann, e una deputazione ecclesiastica di Mantova.

Ricorreva intanto il giorno 14 giugno una delle più grandi e belle solennità della Chiesa Cattolica, quella del Corpus Domini, e se in ogni anno giungeva lietissimo per la pietà dei Bolognesi, non è a dire quanto lo fosse questa volta che le auguste cerimonie di tal giorno dovevano essere celebrate colf assistenza del Papa. — Era quasi l’ora undecima della mattina, scriveva la Gazzetta di Bologna, che al solito riassumiamo, quando il Pontefice nella magnificenza del romano corteggio, moveva dal palazzo apostolico all'Arcivescovile dimora, essendo le varie milizie disposte in parata, fra l'esultanteossequio dei fedeli bolognesi, intanto che le maggiori campane rintoccavano d’insolita letizia. Le autorità governative, municipali e militari, e tutti i corpi costituiti che nella solenne ceremoniaavevano parte, in nobilissimi treni e nelle loro splendide assise, eransi portati al tempio; quando il Sommo Pontefice scendeva all’arcivescovato, dove fra gli alti dignitari, era appiè della scala à riceverlo l’Emo cardinale Corsi, essendo impedito l’Emo Arcivescovo di Bologna da mal ferma salute.

A cagione del cattivo tempo la processione solenne non potè farsi per le vie della città, che erano state splendidamente adobbate; si fece dunque nell’interno della Metropolitana movendo in quest’ordine:! fanciulli dellaDottrina Cristiana — la confraternita metropolitana dell’Augustissimo Sagramento; — i padri Cappuccini, — i Riformati, — i Minori osservanti, — i Serviti, — gli Agostiniani, — i Minori conventuali, — i Domenicani, — i Canonici lateranensi del SS. Salvatore, — poi la chieresia, il clero ed il capitolo della basilica di S. Petronio; poi il clero di città, il collegio seminario, il collegio dei parrochi urbani, e il capitolo metropolitano. Procedevano tutti con ceri accesi in mano, cantando gli inni e i salmi di rito; mentre sotto ricco baldacchino mons. Vescovo di Recanati e Loreto recava l’Ostia Santissima.

Maestoso commovente spettacolo presentava poi il gruppo che seguiva. Il Sommo Pontefice con il cereo in mano incedeva presso il Sagramentato Signore, e gli facevano corona l’anticamera nobile coi Prelati, e i Camerieri segreti e d’onore di spada e cappa, o dimoranti in Bologna o venuti espressamente da Roma e da altri paesi; tutto in somma lo splendore della corte pontificia.

Venivano appresso l’Emo Cardinale Cosimo Corsi, Arcivescovo di Pisa, l’Arcivescovo armeno mons. Harmetz, e i Vescovi, presenti in Bologna, di Arada, di Carpi, di Ceneda, di Cremona, di Epifania, di Guastalla, di Mantova, di Parma, di Reggio e di Verona.

Incedevano quindi in abito formale le autorità locali: mons. Commissario straordinario nelle Legazioni e pro-Legato; il Senatoredi Bologna col Magistrato; i tribunali, i collegi e il corpo universitario; l’accademia Benedettina dell’istituto delle Scienze e l’accademia di Belle Arti; ed a questi corpi si accompagnavano cavalieri di vari ordini pontifici ed esteri, in isvariate e splendide divise, quali colle loro cappe, quali in belle uniformi. La pia Conferenza di S. Vincenzo di Paoli, e uno stuolo di devoti con torcia chiudevano il nobilissimo accompagnamento, formando tale spettacolo, cui Bologna non vide, né vedrà di leggieri l’eguale. L’¡stesso mons. Vescovo di Recanati e Loreto impartiva dall’aitar maggiore la trina Benedizione; quindi il S. Padre, scortato, per sola ragione d’onore, dalle sue Guardie nobili, si restituiva al palazzo fra le dimostrazioni devote della moltitudine.

Deputazioni ecclesiastiche e secolari, personaggi d’alto stato nostrani ed esteri erano continuamente ammessi alla sovrana presenza, e da essi il Santo Padre si degnava udire i voti, o i bisogni di ciascuno, e opportunamente provvedeva con acconci rescritti e disposizioni. Tutti partivano ammirati dell’alta mente, del cuore paterno e della somma benignità del Papa.

Parecchi ragguardevoli personaggi ebbero l’onore di essere convitati alla mensadi corte, fra i quali S. E. il conte di Bissingen, inviato speciale di S. M. l’Imperatore d’Austria, il conte Forni, inviato di S. A. I. R. il duca di Modena; i Tenenti-marescialli austriaci conte Giulay, conte Degenfeld-Schonburg, conte Lederei, e più altri. Il S. Padre volle ancora ricevere in udienza particolare gl’impiegati pubblici d’ogni ordine.

La mattina del 15 Giugno poi riceveva il famoso Commendatore L’inviato Carlo Boncompagni di Mombello, inviato straordinario del Re di Sardegna presso la Corte granducale di Toscana (284). Aveva costui apparente missione di presentare al Papa gli omaggi e un autografo del proprio sovrano. I fatti però che seguirono due anni dopo provano la sincerità dell’autografo e di chi lo portava. Intanto giova recare quel che troviamo in proposito in due recenti opere che testualmente citiamo.

—Un giornale, scrive il Cognetti (285), che conta la sua nascita a Torino sin dallo spuntare dei tempi del 1847 (se non andiamo errati) col titolo di Opinione; redatto da un ebreo, Giacomo Dina; giornale incarnato ministeriale, che. ha saputo imbutirar di lodi Cavour, Ricasoli, Rattazzi, Pica, Crispi e Minghetti; giornale che trovò sempre ottime argomentazioni a sostenere la rivoluzione con l’eco di bugiarde declamazioni; a lodare la vendita di Nizza e Savoia, la convenzione del 15 settembre 1864 ed altre cose simili; il giornale l'Opinione, dicevamo, sempre zelante dell’onore ministeriale, assicurò: la gita del Boncompagni a Bologna essere stata decisione tutta esclusiva del governo; poiché «gli affari del nostro governo (sic) si trattano a Torino, e che desso non ha bisogno di concertare le sue determinazioni in affari di propria esclusiva spettanza con gli Incaricati delle Potenze estere (286))Quest’assertiva del Giornale semiufficiale fu subitamente infermata dal Nord, periodico Russo, in cui si legge che la missione del Boncompagni per complimentare il Papa è stata probabilmenteconcertata con gli altri rappresentanti diplomatici presso il Governo Toscano, e specialmente coll’incaricato degli affari di Francia (287)

Questa versione ci sembra la più vera; poiché diversamente non avremmo saputo spiegare la persecuzione della Chiesa in Piemonte e le diatribe contro il Papato dette in quel temponel parlamento subalpino, con i complimenti diplomatici a Bologna! Difatti, mentre l’inviato piemontese complimentava il Papa, capo della Chiesa, a Cuneo (in Piemonte) con la forza si scacciavano le Clarisse dal loro monastero. Il Nord adunque aveva ragione annunziando, che la presenza di Carlo Boncompagni era una ingiunzione politica, ordinata dall’Imperatore dei francesi (288).

Il Boncompagni, celebrando nell’udienza accordatagli «laprotezione che il governo sardo onoravasi di porgere alla religione e alla Chiesa;» il Papa l’interruppe, e gli disse con accento severo: «Passi, signor cavaliere, passi ad altro; se no mi costringerebbe, mio malgrado, a contraddirla (289)

Allo scoccare del meriggio dell’istesso giorno 15 giugno Pio IX degnavasi scendere dai propri appartamenti alla loggia così detta, della Benedizione, che domina la grande piazza, dove erano bellamente schierate le milizie imperiali d’ogni arma residenti in Bologna, cioè: tre battaglioni del reggimento Kinsky, due battaglioni di cacciatori, l’artiglieria col treno, la compagnia sanitaria e due squadroni di ussari, colle proprie musiche e vessilli. Erano a capo delle medesime i comandanti Tenenti-marescialli, divisionari e generali con brillante stato maggiore, e tutta l’ufficialità.

Il S. Padre li benediceva, invocando le misericordie celesti sulle milizie e sul loro pio e cavalleresco monarca. Poi da un balcone posto sulla piazza del Nettuno, nelle stanze dell’ufficio telegrafico, assisteva alla sfilata dei varii corpi al suono delle bande militari, degnandosi di lodarne la bella tenuta e il marziale contegno.

Il servizio d’onore della residenza apostolica era avvicendato fra le milizie imperiali e le pontificie, le quali facevano a gara onde mostrare la loro devozione verso il Sovrano Pontefice.

Il Diario, narrate queste cose, passa a descrivere ìl magnifico arco trionfale, eretto dai Bolognesi in onore del Papa nel gran piazzale degli Alemanni, e dice la visita fattavi da Sua Santità il 16 di Giugno, e l’entusiastiche dimostrazioni della nobiltà e del popolo in quella occasione.

La Gazzella di Bologna recava intanto, come le gravi cure dello Stato tenessero senza posa occupato il S. Padre, il quale non concedeva a se stesso nò riposo né tregua, accogliendo deputazioni d’ogni fatta e persone d’ogni grado, tutti ascoltando, di tutti e di tutto informandosi, e dando provvedimenti e disposizioni.

Per l’anniversario della creazione di Sua Santità, la sera del 16, vi fu generale illuminazione. La mattina seguente giungevano innumerevoli congratulazioni ed auguri da ogni parte; mentre Bologna era più che mai in festa. Nell’istesso tempo arri. vava l’Emo Baluilì.

S. A. R. il duca di Modena alle 11 del 15 Giugno era giunto in Bologna unitamente alla reale Consorte, alla sorella Beatricee a numeroso seguito. Gli augusti personaggi furono ricevuti al palazzo Legatizio e complimentati a nome di Sua Santità da Monsignor Maggiordomo, da Monsignor maestro di Camera e da Monsignor Sostituto della segreteria di Stato. Introdotti negli appartamenti loro preparati, indi a poche ore furono accolti in udienza dal Santo Padre a S. Michele in Bosco, dove poco prima si era trasferito, e poi ammessi alla pontificia mensa.

Circa il passare che fece il Papa dalla sua residenza di Bologna a quella della vicina villa di S. Michele in Bosco fa d’uopo dire particolarmente.


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CAPO VI

A SAN MICHELE IN BOSCO

Nelle ore poni, del sabato, 13 giugno, il pararsi delle finestre nelle vie della città conducenti alla porta S. Mamolo, e l’adornarsi festivo con drappelloni e bandiere la nuova strada che guida alla vetta del colle di S. Michele in Bosco, annunziavano il passaggio del Papa, che, lasciato il palazzo di città, recavasi a quella magnifica villa.

Fu dessa già monastero dei Monaci Olivetani, profanato e indemaniato sul cadere del passato secolo. Sorge sulla vetta di aprica collina, dominando tutta la fertile pianura bolognese, e le terre amene di altre provincie e degli Stati vicini fino alla catena alpina dei monti detti di Verona.

Un grandioso tempio 'e una dimora vastissima stendonsi sull'altura. I cenobi ti abitatori del luogo, cultori devoti degli studi e delle arti, fiorir fecero quella sede della preghiera, confortati da frequenti decreti della S. Sede. Né furono tranquilli possessori fino all’epoca suddetta, quando le orde liberalesche di Francia con le baionette e coi cannoni scesero a rigenerare massonicamente la infelice Italia.

Dispersi allora (come da pertutto, dove passarono quegli sciami di locuste desolatrici) i pacifici abitatori della sacra dimora, fu questa preda degli invasori e incamerata ai pubblici possessi.

Cosi fu allora profanato un luogo pieno di sacre, storiche e artistiche memorie; un luogo che già fu oggetto di ammirazione ad illustri personaggi, che accolse fra le proprie mura principi e sovrani; un luogo ove tennero tranquilla stanza Sommi Romani Pontefici, quali Gregorio X, Giovanni XXIII, Eugenio IV, Giulio II, e Clemente VII, e Paolo III, e quel X Leone, che delle lettere e delle arti fu generoso mecenate, e finalmente Clemente VIII.

L’ultimo de' Pontefici che visitasse quel sacro cenobio fu Pio VI, che, reduce da Vienna d’Austria e passando da Bologna per restituirsi alla sua Roma, sostava quivi quattro dì, e nella breve dimora volle visitare il monumentale sito, seguito da parecchi Porporati e dal reale Infante di Spagna.

Giacque poscia prostrato per condizione miserabile di tempi insino all’anno 1829, in cui l’Em. Ber netti che, come Legato Apostolico, reggeva questa provincia, vi ritolse l'occhio intelligente togliendolo alla deplorata squallidezza, e incominciò a restituirlo all’antico splendore, divenendo così estiva dimora dei Legati di Bologna. Giorno però di singolare letizia per la superba villa di s. Michele, fra quanti altri mai, fu quello in cui l’immortale Pontefice Pio IX, vi fissava sua stanza.

Una gradita sorpresa aspettava l’augusto Principe al primo entrare nella villa. In mezzo al primo vastissimo cortile sorgeva finta a marmi ed a bronzi, in proporzionate dimensioni, la monumentale colonna già eretta dalla cattolica pietà in Roma ad onore della Vergine Madre, di cui l’Immacolato Concepimento proclamato dogma di fede dal Sommo Pontefice, è la gloria più bella degli annali ecclesiastici del secolo XIX. Pio IX arrivato colà fra le continuate acclamazioni della moltitudine, volle tutto visitare il nobilissimo sito, percorrendone i vasti loggiati, gl’immensi claustri, i numerosi e ampii appartamenti, gli amenissimi giardini. A capo del maggiore dormitorio il monastero era congiunto con bel ponte agli annessi boschetti, che dividevansi in ombrosi viali fino sul colle dei Cappuccini.

Il popolo erasi intanto accalcato negli accessi della grandiosa residenza: e il Pontefice Io faceva pago benedicendolo dal gran balcone che sovrasta la porta maggiore della Villa.

Il 17 Giugno nel pomeriggio Sua Santità degnavasi mostrare la piena sua fiducia nel popolo bolognese, cotanto calunniato dal Cavour, uscendo dalla villa circondato dai soli Prelati dell’anticamera; e così, mescolato all’esultante popolazione, compieva una lunghissima passeggiata, che riuscì un vero trionfo.

La Gazzetta di Bologna, dopo di aver parlato del ricevimento delle LL.AA. RR. il Duca e la Duchessa di Modena, e dell'arrivo (il 15 di giugno) di S. A. R. l’Infante di Spagna, Duca Roberto di Parma, ospitato anch’esso nel palazzo legatizio, diceva come anche il giovanetto Duca fosse accolto da Sua Beatitudine con paterna affettuosa bontà, e ne avesse quelle più graziose dimostrazioni che si addicevano all’alto suo grado, e all’augusta e travagliata sua famiglia.

Nelle ore pomeridiane la Santità Sua, accompagnata dalla Ducate Famiglia di Modena,, usciva al passeggio nelle amene colline circostanti.

Sceso dalla carrozza alle falde del colle, detto dell’Osservanza, Pio IX ne saliva a piedi la vetta insieme coi reali Ospiti, circondato da una folla immensa e giuliva, finché giunsero alla chiesa e convento dei PP. Minori Osservanti Riformati, luogo anch’esso di sacre e venerate memorie, poiché il monastico sito di s. Paolo in Monte fu in Bologna prima sede dell'inclita Famiglia serafica, colà stabilita sul cominciare del secolo XIII (1219) dallo stesso glorioso Patriarca san Francesco d’Assisi. Ivi pure stette più anni a dimora, tutto dedicato alla salute del prossimo e all’insegnamento delle scienze sacre, il taumaturgo s. Antonio di Padova. Accolta l’augusta Comitiva dai Superiori e dai Religiosi, confusi di tanto onore, visitò il sacro luogo; poi, disceso il monte, risaliva sull’imbrunire in mezzo all’entusiasmo del popolo a San Michele.

Sua Santità riceveva poco stante S. E. il marchese Bargagli, che le presentava una lettera dell’augusto suo sovrano S. A. I. e R. il Granduca di Toscana; quindi Mons. Arcivescovo di Milano, il Vescovo di Concordia, quello di Corneto e Civitavecchia, e l’altro di Feltre e Belluno, che erano accorsi per fargli ossequio; si degnava pure accogliere varie Deputazioni dello Stato, tra le quali quella di Civitavecchia e Corneto, e quella di Cento.

In mezzo a queste cose volle il S. Padre dare un novello tratto di affetto ai Reali di Modena; il 16 di Giugno, celebrando la Messa nel venerabile tempio di San Michele, communicò tutta la R. Famiglia, e quindi cresimò gli Infanti Carlo ed Alfonso figli dell’Arciduchessa Beatrice, sorella del Duca.

Dicemmo del prezioso dono fatto da Pio IX alla Vergine di S. Luca; ora aggiungiamo che all’Arcibasilica di S. Petronio, patrono di Bologna, donava una magnifica lampada-doppiere di argento massiccio di grandissima dimensione e di egregio lavoro.

La mattina del 17 Giugno il Senatore di Bologna recossi a s. Michele in Bosco per umiliare le felicitazioni della città al S. Padre per la fausta ricorrenza della sua esaltazione al trono pontificio.

Varie deputazioni e distintissimi signori, e pei primi i Reali di Modena, compirono eguale atto di ossequio durante tutta la giornata, che il Santo Padre volle segnalare con un tratto di sovrana clemenza verso parecchi individui detenuti per delitti comuni, o politici.

Nelle ore pomeridiane si condusse al passeggio a piedi in mezzo al popolo lungo le mura della città, e solo in sull’imbrunire si restituì all'apostolica residenza, dovunque riscuotendo le più affettuose dimostrazioni. Intanto bande musicali militari crescevano la gioia della giornata. La sera fuvvi una generale luminaria.

La cima e gli accessi del colle di S. Michele erano splendidamente illuminati, e presentavano un incantevole,e maestoso spettacolo. La lunga via, detta Panoramica, fingeva un non interrotto loggiato a vetri colorati, e a mezza costa eravi costrutto un anfiteatro semicircolare tutto illuminato confaci; la vetta della collina risplendeva di fiaccole e di fanali a svariati colori, sì che dominava sovrana fra i circostanti amenissimi colli, dove le molte graziose ville presentavano a gruppi luminarie svariate e incantevoli.

Mirabile vista offeriva anche l’erto stradone dei Cappuccini che prospetta il principale ingresso della Villa di S. Michele, e sulla estrema vetta sorgeva una grandiosa prospettiva sfavillante di luce.

Il suono delle bande cresceva intanto la universale letizia, che spesso prorompeva in caldi Evviva al Padre Sovrano, il quale mostravasi fiducioso e lieto in mezzo al popolo entusiasmato.

Il20 giugno l’augusto Vicario di Cristo accoglieva nel gran tempio sul colle i convittori del nobile Collegio di S. Luigi, che i benemeriti Chierici di S. Paolo diriggevano, e con essi una rappresentanza di quattordici alunni del Collegio di Parma, detto di Maria Luigia, diretto dagli stessi religiosi.

Ebbero essi l’onore di assistere all’Incruento Sacrificio celebrato dal Papa, il quale ammetteva poi alla Mensa eucaristica, non solo quelli che per la prima volta vi si accostavano, ma i Convittori tutti.

La mattina dell’istesso giorno, congedatesi con vive dimostrazioni di filiale assequio da Sua Santità, le LL. AA. IL RR. il Duca di Modena, l’augusta Consorte e la R. Famiglia, dopo visitato devotamente il celebre santuario della Madonna di S. Luca, lasciarono Bologna per restituirsi nella propria capitale. La pia Duchessa volle il di innanzi confortare di una sua visita il monastero dejle Carmelitane Scalze, e la stessa mattina, prima di partire, recossi pure all’insigne santuario di S. Stefano.

L’Infante di Spagna, Duca di Parma, era partito il giorno innanzi.

Il 21 giugno, anniversario della coronazione di Pio IX, fu festeggiato nel modo più solenne e con la maggiore pompa. Fin dalla vigilia le salve di artiglieria e il suono di tutte le campane della città e dei dintorni annunziavano il lieto giorno alle esultanti popolazioni. La grande e maestosa basilica di san Petronio, dove nel 1529 (due anni dopo il sacco di Roma) Clemente VII coronava Carlo l'Imperatore dei Romani, era tutta magnificamente parata a festa, e qui l’augusto Pontefice tenne la solenne Cappella papale.

Partito dalla villa di san Michele, Pio IX giungeva in sulle 10 del mattino, accompagnato da tutto lo splendore dei più solenni giorni, in mezzo alle Guardie' nobili, nelle assise di gala; facevano ala le milizie municipali e pontificie. Sua Santità era accompagnata dagli Emi Vannicelli-Casoni e Baluffi, e ossequiato all'arrivo dall'Emo Falconieri, dalle autorità, dal municipio, e dai tanti prelati ed alti dignitari accorsi per la circostanza.

Il Sonatore di Bologna, per singolare privilegio, assisteva al soglio pontificio, e presso a lui stava il Magistrato. Le autorità governative erano ai luoghi loro, e nell’ampio recinto, appiè del presbiterio, stavano in abiti formali i tribunali, i corpi costituiti, i collegi universitari, le accademie, i capi delle milizie coll'ufficialità delle diverse armi, delle quali le indigene prestavano servizio nella basilica, intanto che le austriache stavano in parata nelle circostanti piazze.

Compiuto il Pontificale, che fu celebrato da Monsig. Casasola, allora Vescovo di Concordia e Portogruaro, il Sommo Pontefice dall’alto del trono impartiva al popolo la benedizione papale.

In questa fausta ricorrenza trovaronsi in Bologna ad ossequiare Sua Santità gli Emi Cardinali Falconieri, Arcivescovo di Ravenna, Vannicelli-Casoni, Arcivescovo di Ferrara, e Baluffi, Arcivescovo d’Imola; gli Arcivescovi, Armeno Mechitarista, quello di Milano, quello di Modena e quello di Tessalonica, l’internunzio apostolico presso la granducale corte di Toscana; i Vescovi di Arada, Bergamo, Carpi, Ceneda, Cesena, Concordia e Portogruaro, Corneto e Civitavecchia, Cremona, Faenza, Feltre e Belluno, Forlì, Guastalla, Mantova, Parma, Pavia, Piacenza, Recanati, Loreto e Reggio, Verona e Saint-Diez. La massima parte di essi assisteva alla Cappella papale.

Rimontata Sua Santità in carrozza col medesimo corteggio, per le vie e le piazze accalcate di popolo, restituivasi fra le più devote acclamazioni alla pontificia residenza di S. Michele in Bosco.

La sera brillava Bologna di una splendida generale luminaria, e chiudevano il fausto giorno magnifici fuochi artificiali.

Nel pomeriggio del fausto giorno Sua Santità onorava di sua presenza il suddetto convitto di San Luigi; vi fu accolto da Monsignor Arcivescovo di Milano e da Monsignor Vescovo di Pavia che, venuti espressamente, avevano preso stanza presso i Padri Barnabiti, come ancora da tutto il Collegio con alla testa i superiori e i maestri. Pio IX donava di un prezioso ricordo i quattro giovanetti ammessi alla prima Comunione, ed ascoltò alcuni componimenti latini e italiani; poi rivolse a tutti parole di conforto. Disse: — facessero prò dei precetti di religione, di scienza e di civiltà, dati loro dai zelanti educatori; si guardassero dalle corruzioni di un mondo maligno, e dalle arti, massime di quegli iniqui, che si adoperano a corrompere i cuori della gioventù, che in ogni tempo, ma principalmente adesso, fanno guerra alla religione di Gesù Cristo; si che crescessero degni del Sovrano che li ama, benemeriti della patria e della società. —

Di là passava d’improvviso al venerabile monastero delle Clarisse presso la chiesa del Corpus Domini, detto della Santa, come quello in cui serbatisi le venerate spoglie della famosa santa Caterina de' Vigri, detta di Bologna, che si conservano intatte. Disceso al magnifico tempio, che la pietà di quel Senato ergeva alla inclita concittadina, eletta a comprotettrice della sua patria, e adorato il Santissimo, entrava il S. Padre nel luogo dove la preziosa salma conservasi della Santa, e la venerava prostrato, baciandone i piedi e le mani, vivamente commosso al prodigio, che la conserva incorrotta e flessibile dopo tanti secoli; venerava pure con esemplare devozione le altre reliquie, ed in ispecie il sangue che si conserva sempre liquido e spirante celestiale fragranza. Degnavasi poi Sua Santità entrare nel monastero, ove erano ad accoglierlo le piissime religiose che confortava con le più amorevoli parole. Volle ancora consolare di una visita la Badessa, già grave d’anni e di sante fatiche, che, inferma si rimaneva nella povera cella. È impossibile di esprimere la commozione della devota religiosa!

Fra i molti personaggi che Pio IX accolse in quel giorno fuvvi anche il Vescovo di Recanati e Loreto, dal quale udito siccome molti dei marinai dei navicelli del Porto di Recanati languissero nell'inopia per le sciagure della cattiva invernata, consegnava all’illustre prelato, del suo proprio peculio, una vistosa somma per primo fondo di una cassa di soccorso da fondarsi da quel municipio. Sua Santità riceveva contemporaneamente i Vescovi di Pavia e di Piacenza, venuti a recarle l'omaggio delle loro diocesi.

Circa le 6 poni, del medesimo giorno 21 giugno giungeva a Bologna S. M. il re Lodovico di Baviera, il quale fu tosto accolto in udienza da Sua Santità. La Maestà Sua, dopo ossequiato il Papa, partiva alla volta di Modena.

Il S. Padre nella medesima fausta ricorrenza si degnava assegnare una ragguardevole somma, da somministrarsi in rate per parecchi anni, e da desumersi dell’amministrazione dei sacri palazzi apostolici, o, come direbbesi altrove, dalla lista civile, per essere impiegati nel proseguimento dei lavori della facciata dell'arcibasilica di san Petronio, opera grandiosa che da secoli giaceva sventuratamente interrotta. Nell’istesso tempo la Santità Sua elargiva elemosine a ciascuna parrocchia della città; alle quali munificenze univa pure molte grazie a persone detenute per delitti comuni, o soggetti a pregiudizi.

Ogni giorno Pio IX piacevasi di fare lunghe passeggiate in mezzo al suo popolo bolognese. Nei primi giorni della sua dimora in Bologna si portò, per le vie di circonvallazione, fuori porta Saragozza, nei lunghi e magnifici portici che dalla città, per un miglio al piano e per quasi due sull’erta e sulla cresta del colle, conducono al superbo' tempio della Vergine di san Luca sul monte della guardia.

Si condusse poi al grandioso Cimitero (la rinomata Certosa), ed ivi, sempre circondato da una folla devota, ammirava i bei monumenti di quel sacro recinto. Adorato il Santissimo nella magnifica chiesa, passò al maggiore dei claustri, e innanzi alla cappella del Crocifisso recitò il salmo De Profundis, dette poi le analoghe preci, impartiva l’assoluzione, implorando, fra le commozione degli astanti, la misericordia di Dio e la pace eterna alle anime di quei defunti. Pio IX restituivasi poscia a S. Michele in Bosco, dove riceveva parecchi Vescovi, tra i quali Monsig. Vescovo di Diezin Francia.

Giungevano nel medesimo tempo i Vescovi di Acqui e di Saluzzo come deputati dell’episcopato piemontese.

Nelle ore pom. del 22, il Santo Padre degnossi visitare il maggior ospedale, in una delle varie sale del quale si accoglievano infermi delle milizie austriache. Pio IX si accostò ai loro letti li consolò con la sua presenza e confortolli con soavi parole, lasciandoli meravigliati e commossi di tanta benignità.

Intanto moltiplicava egli le visite ai varii istituti di pietà e di scienza; nel pomeriggio del 24 giugno si portava a piedi fra gli omaggi del popolo alla chiesa suburbana della SS.ma Annunziata dei benemeriti padri Minori osservanti.

La mattina del giorno 25 si recava all’antico Archiginnasio, che tanto ha illustrato Bologna, e dove si veggono memorie dei più illustri personaggi d’ogni tempo, fra i quali di s. Carlo Borromeo, Legato a latere del Papa in Bologna, cui debbe quell’istituto il massimo suo svolgimento e splendore. IlS. Padre vi fu ricevuto dagli Emi Vannicelli e Falconieri, dal Senatore e dal Magistrato bolognese, da mons. Commissario e pro-Legato e da tutti i corpi scientifici. Visitò prima la superba cappella, passò quindi nella grande aula, e vi trovò adunato il fiore delle dame e dei cavalieri bolognesi con molti altri personaggi anche esteri. Affettuoso scoppio di applausi salutò il Papa, che sedutosi in trono si degnò ascoltare una stupenda cantata, scritta appositamente dal celebre maestro Giovanni Pacini sulle belle parole di mons. Gaetano Golfieri. I primari artisti eseguirono la cantata, reggendo la prima parte il celebre tenore Antonio Poggi, che ebbe da S. Santità il dono di un superbo carneo in corniola legato in oro, rappresentante una testa del Salvatore.

Pio IX diresse sentite parole di gradimento al Senatore e alla divota sua Bologna da esso rappresentata; poscia fra le acclamazioni degli astanti passò a visitare il celebratissimo teatro anatomico, la grande raccolta di macchine, detta Aldini dal donatore, i musei Salina di storia naturale e di numismatica e tutti gli altri luoghi del monumentale istituto.

Sua Santità ammetteva in questi giorni alla sovrana presenza l’intero municipio di Ravenna, recatosi in Bologna per farle omaggio e per ottenerne una visita alla loro città.

Si piaceva nell’istesso tempo incoraggire l’industria favorendone i promotori; così visitava una delle più rinomate fabbriche di panni e drappi di lana, quella cioè di Luigi Pasquini, in via Porto Navile. Si degnò Egli percorrere i locali tutti del vasto opificio, ed osservarne le numerose svariatissime macchine, molte delle quali interamente nuove e mirabili, chiedendo spiegazioni sugli usi e gli effetti di esse, lodandone la precisione e la bellezza, e ammirando con somma benignità i lavori svariatissimi. Il proprietario fece dono a Sua Santità di un magnifico tappeto di nuova invenzione, che accettò rimunerando di un generoso dono gli operai. Benediceva quindi con paterne parole il proprietario, la sua famiglia e tutti gli astanti, e fra i viva del popolo si partiva, dirigendosi a visitare gl'infermi nel maggior Nosocomio, in via Ripa di Reno.

Questo ospedale, eretto sin dal 1260 dall’eremita B. Rainiero di Borgo S. Sepolcro, crebbe in sostanza a benessere per la pubblica e privata carità dei Bolognesi. Vi fu accolta Sua Santità al solito dal Senatore, dal Municipio, e da tutto il personale amministrativo e sanitario, e dopo di aver consolato gl’infermi e visitato il locale, sull’imbrunire si allontanava, sempre in mezzo agli applausi della folla.

Il giorno 27 giugno giungeva alla sua volta la famiglia Granducale di Toscana. S. A. I. R. il Granduca Leopoldo II, non contento di aver fatto ossequiare il S. Padre da un suo inviato, volle recarvisi di persona, accompagnato dalla piissima Granduchessa e dall’augusta famiglia; con essi giunse l’istesso giorno S. A. R. la Duchessa di Berry, madre di Enrico V, col suo consorte.

La mattina del giorno 29 il S. Padre da S. Michele in Bosco, accompagnato dalla sua nobile corte, si condusse alla chiesa metropolitana di S. Pietro, onde assistervi alla Cappella per la festa dei gloriosi apostoli Pietro e Paolo. Il tempio era riccamente ornato, e gremito di popolo; in distinti palchi stavano le LL. A A. il Granduca e la Granduchessa di Toscana, come ancora S. A. la Duchessa di Berry, colle rispettive loro famiglie ed il seguito. E in palchi separati stava pure l’alta nobiltà di Bologna e tutte le autorità governative, municipali e militari.

Presero parte alla Cappella, oltre i prelati della corte, gli Emi Cardinali Falconieri, Vannicelli e Baluffi, gli Arcivescovi di Urbino, di Udine e di Tessalonica, i Vescovi di Faenza, di Saluzzo, di Acqui, di Cesena, di Treviso, di Forlì, di Gubbio, di Cornacchie, di Recanati e Loreto, di Epifania e di Arada, non che l’Arcivescovo designato di Firenze ed il Vescovo designato di Volterra.

Dopo la Messa pontificale, Sua Santità recossi a s. Petronio, ove sul ripiano della facciata erasi innalzato un magnifico trono, e lateralmente distinti palchi per gli augusti personaggi suddetti e per altri dignitari. Di là diede la benedizione papale alla popolazione, affollata nella vasta piazza, che proruppe poi in entusiastiche acclamazioni.

Anche il giorno dei Principi degli Apostoli volle Pio IX alla sua mensa la Granducale famiglia di Toscana e la Duchessa di Berry, la quale partì poscia per Modena; la Famiglia Granducale di Toscana partiva la mattina seguente.


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CAPO VII

A MODENA

ILgiorno 2 luglio alle 3 e mezzo pomeridiane il Papa parti alla volta di Moderna, dove giungeva verso le 7. L’ingresso fu magnifico e l’accoglienza la più bella e cordiale. — Qui ci sarà guida il De Volo.

—Una grande quantità di palchi, scrive egli, tanto per opera dei particolari, quanto per quella di pubblici Istituti, erano sorti per lungo tratto della via postale fuori di città. Quivi il Comune aveva fatto erigere due archi sotto i quali dovea passare il Pontefice: Timo presso la chiesa di S. Lazzaro, l’altro al di quà del ponte di S. Ambrogio. Era il primo d’ordine dorico con attico sovrappostovi, il secondo era foggiato ad ampia tenda o padiglione con festoni d’edera intrecciati a fiori.

Anche la Porta Bologna, per la quale doveva entrare il Santo Padre, era ornata con addobbi dai colori pontifici bianco e giallo (290), e sovra essa, non meno che sovra i due archi accennati, sventolavano le bandiere papali e quelle dello Stato estense e del Comune, con eleganti inscrizioni latine allusive.

Quando poi l’ora dell’arrivo di Sua Santità fu prossima le milizie ducali andarono a far ala lungo la strada, non solo per le vie entro città sino alla Cattedrale e di colà sino alla Regia, ma ben anco per lungo tratto fuori: e il Duca Francesco V, montato a cavallo e alla testa di tutto il suo seguito, si avviò verso il confine pontificio, affine di anticiparsi, quanto più gli sarebbe stato possibile, il contento di incontrare l’augusto Visitatore.

E già in sul limitare del confine stesso era stata Sua Beatitudine ossequiata dal conte Luigi Giacobazzi, Ministro dell’Interno, ed a nome della Provincia dal conte Antonio Scapinelli r. Delegato. Colà erano pure i due distaccamenti delle Guardie

Nobili a cavallo di Modena e di Reggio, un mezzo squadrone di dragoni col loro comandante, e una divisione delle milizie di riserva, che formarono la scorta d’onore di S. Santità dal confine sino a Modena. Ma non appena il corteo ebbe oltrepassato il ponte di S. Ambrogio, che presso l’arco a mò di tenda costrutto dalla Comunità, già era giunto il piissimo Duca, il quale, dopo aver dato sfogo ai sentimenti di venerazione e di affetto che gli ispirava la sua religione, pregò il Santo Padre a tramutarsi dal proprio cocchio in altro della R. Corte, tirato da sei bellissimi cavalli con bianchi pennacchi e con ricche bardature. Da quel punto in poi non volle il Principe cedere ad alcuno l’onore di stare a capo della scorta del Pontefice, cavalcando alla portiera Sella carrozza.

Anche la rappresentanza comunale si recò in tutta pompa e collo storico suo vestiario, ed accompagnamento di tubatoci e donzelli alla chiesa di S. Lazzaro, e quivi presso all’arco trionfale si prostrò sul passaggio del Sommo Pontefice. Ma questi, dato ordine di fermare i cavalli, invitò amorosamente i Magistrati comunali a rialzarsi, e il Podestà faceasi a pronunziare le seguenti parole:

«La città di Modena, che in questo momento l’intero corpo comunale va più' che mai superbo di rappresentare, pone ai piedi della Santità Vostra i sensi di quella esultanza e devozione, che inspira ad un popolo eminentemente religioso la sacra presenza del Vicario di Cristo. Sono quasi nove lustri da che per le funeste conseguenze dei tempi calamitosissimi, queste mura accoglievano nell'eroico suo pellegrinaggio Pio VII, le cui sventure hanno formato uno dei più sublimi trionfi del Cattolicismo. Voi, o Santità, volete che a dissipare la memoria di quei tempi, la presenza del Pontefice in queste contrade non segni più che un’epoca faustissima, un’epoca di gioja e di pace. Ad eternare questo beneficio scenda quindi sopra di noi e sopra questo popolo, a Voi supplicante, l’apostolica Vostra Benedizione.»

Il Beatissimo Padre, mostrandò la sua soddisfazione e aggradimento, rispose:

«Sono molto grato ai sentimenti che voi, rappresentanti di questo popolo sì affettuoso, mi esprimete. Scenda adunque sopra voi tutti, come io ve la imploro, la celeste benedizione, fonte d’ogni ricchezza e misericordia.»

Intanto il Duca aveva col suo stato maggiore preceduto di alquanto il corteggio pontificio; mentre questo avanzavasi a lento passo in modo veramente solenne e trionfale, salutata dal fragore delle artiglierie e dallo squillo dei sacri bronzi, od acclamato da una immensa moltitudine. Dalla chiesa di san Lazzaro sino alla porta della città facevano ala lungo la via romana in appositi palchi i numerosi Istituti modenesi di educazione, a cui erano venuti ad aggiungersi anche quelli di Reggio, di Correggio e d'altri lungi. Entro cittài balconi ornati di tappeti erano gremiti di spettatori, le vie straordinariamente affollate, la gioia e la commozione indescrivibili, mentre le milizie estensi piegavano ossequiosamente il ginocchio a terra al momento del passaggio del Papa. Davanti ad esse formavano una seconda schiera, egualmente devota, le numerose Confraternite colle loro eleganti insegne e i ricchi stendardi. Le bande musicali facevano eco ai sentimenti di tutti coll'armonia, ben nota, dell’inno pontificio.

I primi passi di Pio IX furono diretti all’antica cattedrale, da esso pochi anni innanzi sollevata al grado di metropolitana, e che tra' suoi fasti conta quello della sua consacrazione per opera di un Pontefice Romano, Lucio 111, in sullo scorcio del secolo XII. Essa era tutta parata a festa con grande sfoggio di damaschi, di trine e di velluti. Eravi stato aggiunto alla facciata un elegante peristilio a tre navi, le cui forme armonizzanti collo stile dell’edifizio ornavano svelte colonne con capitelli dorati ed attico sovrastante fregiato delle armi papali, e nel cui mezzo una apposita iscrizione alludeva alla solennità della giornata.

Quivi trovavansi già convenuti attorno all’Arcivescovo di Modena, monsignor Emilio Cugini, i Vescovi suffraganeidell’Arcidiocesi, monsignor Raffaelli di Reggio, monsignor Cattani di Carpi, monsignor Rot;x di Guastalla, monsignor Bernardi di Massa. Vi erano eziandio la Duchessa e la R. Infante, cognata di lei. All'arrestarsi del cocchio pontificio il popolo fu colpito da un sublime e commovente esempio di pietà e devozione. Francesco V, che crasi ricollocato alla sinistra della carrozza, slanciatosi subitamente da cavallo, corse ad aprirne lo sportello, e prostratosi ginocchione, baciò al Papa riverentemente il sacro piede. Lo stesso omaggio gli fu tributato dalla Duchessa Adelgonda, dalla Principessa Beatrice e da monsignor Arcivescovo. Questi. allorché Sua Santità toccava la soglia della chiesa, le presentò l’aspersorio, col quale, dopo essersi segnato, benedisse il popolo, e mentre procedeva all’altare maggiore fra due alidi Guardie Nobili, il coro intonava il Sacerdos et Pontifex. Ivi giunto inginocchiavasi ad apposito faldistorio, assistito da monsignor Arcivescovo e da altri Prelati del suo nobile seguito, mentre il rimanente corteo fermavasi sulla gradinata. Sotto il grande arco del presbitero, a cornu epistolae, stava la reale Famiglia, e di rimpetto i Vescovi Suffraganei. Mons. Raffaelli impartì la benedizione col SS. Sacramento; dopo di che, trattenutosi il S. Padre alquanto in adorazione, usci dalla chiesa e si avviò a piedi al reale palazzo, accompagnato dai Principi, dall’Arcivescovo, dai Vescovi, e da tutto il rimanente corteggio. L’augusto Pontefice procedeva solo innanzi a tutti, e dietro a lui i Sovrani dal cui atteggiamento sommesso e devoto trasparivano l’affetto e la riverenza onde erano compresi. L’entusiasmo e la commozione universale giungevano al colmo. Negli atrii della Reggia erano a riceverlo le dame di Palazzo e di Udienza, i Consiglieri di stato, i Ciamberlani, i signori ammessi agli onori di corte, i Cavalieri dell’ordine dell’Aquila estense, il Corpo dell’Ufficialità, i Giudici dei Tribunali, i Consultori dei Ministri, i Professori della R. Università. Preceduto dai medesimi, salì al grande appartamento, indi si affacciò alla ringhiera donde impartì al popolo la Benedizione. Nel vasto piazzale stipato di gente erano pure concorse le Confraternite cittadine. Ritiratosi poscia il S. Padre, nella sala del trono ammise al bacio del piede tutti coloro che avevano preso parte al suo ricevimento.

In sul far della sera una splendida illuminazione rischiarò la città intera anche nelle sue vie più strette e remote. Se di queste dimostrazioni di gioia Modena aveva vedute non poche, anche in occasione di avvenimenti assai lieti, questa le superò tutte.

Primeggiava nella imponente sua mole il palazzo ducale illuminato in tutti i suoi piani a torce di cera, e in sulle torri e sull’attico a numerose fiaccole. Ai candelabri posti nel piazzale lungo la facciata principale erano state applicate con becchi di gas altrettante croci papali di mirabile effetto. I due portici che trovansi di fronte al Palazzo erano stati ornati di statue e di fiori, intramezzati da lampioncini e fanali di forme e colori svariati, quasi fossero due gallerie di giardino; e nel mezzo all’apertura, detta di S. Giorgio, sorgeva rappresentato da grandioso trasparente il simulacro della colonna, che su disegno del modenese Poletti, architetto pontificio, aveva la pietà romana innalzato nella piazza di Spagna, qual monumento per la definizione del dogma dell’Immacolato Concepimento di Maria. Più lungi, e là dove la Rua Grande incontra la Via Emilia, spiccava una piramide, in mezzo alla quale brillava con lumi a vari colori lo stemma papale in dimensioni grandiose.

A chi poi facevasi a riguardare il Corso Canal Navilio dal lato retrostante del Palazzo, appariva rischiarato da circostanti candelabri un bell'edilizio di stile corintio, e imitante il marmo di Carrara, il cui concetto era quello di un arco monumentale alla Religione. Effettivamente se ne scorgeva nel centro il simulacro, e nel piedestallo leggevasi a carattere di fuoco:

Pel Nono invitto Pio

Cresce il trionfo mio.

Allorché il Santo Padre, salutato da riverenti acclamazioni, stava ad osservare il monumento sfolgorarono all’improvviso tre copiose scappate di razzi che sparsero una luce di mille colori, e subito dopo si vide comparire in alto, scintillante di vivissimo lume il motto:

W. Pio IX.

A cura della Corte erano anche sfarzosamente illuminate le scuderie ducali e le case dette di S. Margherita, con che l’estremità settentrionale di Canal Grande fu innondata di tanta luce che splendeva anche assai di lontano. Ed a cura del Comune, oltre ai fuochi artificiali della Torre, oltre alla illuminazione del pubblico Palazzo, fu convertita in vago luminoso anfiteatro la Piazzetta della Torre con molti vasi di fiori e con festoni di palloncini vagamente disposti. Fra le costruzioni o macchine, le quali dopo le accennate contribuirono a decorare questa straordinaria illuminazione, non vuol essere obbliato l’arco colossale che il Corpo d'artiglieria eresse all’estremità di Terra Nuova verso Cittadella, e quello, sebbene in dimensioni minori, però del pari elegante, con cui i Pionnieri rischiararono la contrada del Canalino dal lato del loro quartiere.

Anche il palazzo Arcivescovile e quello delle Finanze e l’Uffizio dei tribunali spiccavano per grande copia di lumi e per graziosi allusivi trasparenti; né i pubblici Istituti mancarono di concorrere a questa gara di esultanza e di ossequio, e come l’Università degli Studi, l’Accademia di Belle Arti, il Collegio dei PP. Gesuiti, il Seminario, l’Orfanotrofio di S. Bernardino, l’Educatorio di S. Paolo, lo Stabilimento dei Sordomuti, ed infine il locale delle Scuole serali, che fin d’allora sorgeva per le cure caritatevoli del Sacerdote Don Luigi Spinelli.

Fra le varie chiese di cui si illuminarono le facciate spiccarono, per abbondanza di lumi e per armonia di disegno, quelle di San Domenico e di San Bartolomeo, e fra le abitazioni private la casa del conte Claudio Ben ti voglio, ornata con ricchi cornucopii diceri.

La mattina del successivo giorno 3 luglio il rintocco di tutte le campane della Metropolitana traeva dalle loro abitazioni i cittadini ansiosi di vedere nuovamente l’amato Pontefice. La reale Famiglia recatasi assai per tempo alla chiesa erasi collocata presso all’altare maggiore allo stesso luogo della sera antecedente. Un quarto d’ora più tardi vi giungeva Sua Santità col seguito di tutta la sua corte. Monsignor Arcivescovo co’ suoi Suffragane! lo ricevé sulla porta; il S. Padre si fermò ad adorare il SS. Sacramento davanti all'altare del Crocifisso; poi salito all’altare maggiore, su cui trovavasi esposto il braccio del Protettore S. Geminiano, celebrò l’incruento Sacrifizio, assistito da monsig. Arcivescovo, e dal reverendissimo Vescovo di Reggio. Indi ascoltò la Messa di un suo Cappellano; dopo di che, seguito dalla Reale Famiglia, dai Vescovi, dalla sua Nobile Anticamera, dalle Guardie Nobili Estensi, dal Capitolo, dai Mansionari, dai Parrochi urbani e suburbani, e da altri sacerdoti, saliva all’arcivescovato.

Il cielo era allora offuscato di nubi e cominciava la pioggia, ciononostante il popolo accalcato ad altro non pensava che al contento di vedere il Papa e di esserne benedetto. Comparso egli intanto ad una finestra del palazzo arcivescovile, impartì l’Apostolica Benedizione all'immensa folla che riempiva la piazza e tutte le vie che in essa sboccavano. Accettata poscia una refezione, che Monsignor Arcivescovo offeriva a Sua Santità ed alla Famiglia reale, faceva questa ritorno alla propria Reggia, ed intanto nella gran sala dell'arcivescovato parata a festa venivano ammessi al bacio del piede i Canonici della Metropolitana, i Mansionari, i Parrochi della città e del suburbio, i Superiori delle Famiglie religiose della Diocesi, il Tribunale ecclesiastico, le Deputazioni dell’opera della Propagazione della Fede, della S. Infanzia, della Conferenza di S. Vincenzo di Paoli, i Sacerdoti dell'Arcivescovo e quelli dei Vescovi suffraganei, i Superiori e gli alunni dei Seminarii di Modena e di Nonantola, molti Parrochi rurali, le Deputazioni del Capitolo di Reggio, di Carpi, della Collegista di S. Prospero di Reggio, e non pochi del clero secolare e regolare.

Il religioso Duca non voleva che le fedeli sue truppe rimanessero prive di quello spirituale conforto, onde il Vicario di Cristo erasi fatto apportatore; per lo che al ritorno di Lui al Palazzo aveva disposto, che i varii corpi delle medesime, componenti la guarnigione della città, si trovassero in bell’ordine schierati nel regio palazzo. All'apparire del Pontefice alla ringhiera quelle devote soldatesche piegarono riverenti il ginocchio e, dopo ricevutane la Benedizione, resero gli onori militari, sfilando dinanzi a S. Santità e facendo echeggiare l'aria di evviva, cui rispondevano tutte le fanfare sonando l’Inno di Pio IX.

Ma gli Istituti religiosi e quelli di educazione e beneficenza, de' quali i Sovrani legittimi avevano abbondantemente fornita la loro capitale, non potevano non attirare la benevola attenzione del Santo Padre, che volle tutti visitarli. Incominciò Egli dal Convento delle Salesiane, cui allora accedevasi per interne comunicazioni dal palazzo; quivi confortate le monache e le educande con espressioni di ineffabile bontà, rammentò alla Superiora di essere passato altra volta per Modena, recandosi al Chili, e di avere in quell'occasione celebrato il divin Sacrificio nella loro Chiesa all’altare di S. Francesco di Sales, al quale professava speciale devozione.

Uscito di là montava in carrozza, affine di recarsi ad onorare di sua augusta presenza gli altri Stabilimenti. Egli era sempre accompagnato dal Duca e dalla Duchessa, che non sapevano saziarsi di stare al suo fianco, e da monsignor Arcivescovo. Una scorta di Guardia d'onore a cavallo lo precedeva, ed in altre separate carrozze lo seguivano le corti Pontificia ed Estense. Fra i primi fu visitato il Convitto di S. Chiara, ove, insieme col P. Provinciale dei Gesuiti, erano raccolti in gran parte anche i Padri dimoranti a Reggio. Percorso l’Istituto, si trattenne amorevolmente coi Religiosi e cogli alunni, ed essendogli annunziato che nel Convitto si trovavano venticinque giovani de' suoi Stati e che eranvene pure nel Convitto nobile di Reggio, ne mostrò vivissimo compiacimento, e per ben due volte se ne congratulò col Duca e coi Padri. In sul partire esortò la gioventù quivi accolta a ringraziare Iddio di averla posta in mano a educatori amantissimi del suo bene e ad approfittare di quegli anni preziosi. — Qui l’entusiasmo di quei giovinetti non ebbe più ritegno, e proruppero in fragorosi evviva.

Da S. Chiara mosse il Pontefice all’Educatorio di S. Paolo. Le alunne vel ricevettero col canto di un Inno appositamente composto, ed Egli si degnò benedirle, e poi esaminarne e lodarne i lavori con le più confortanti parole. Passò quindi alle Scuole di Carità, dirette dalle figlie di Gesù, e nel mentre saliva lo scalone fra due file di Religiose un coro di fanciulle salutavalo col canto di alcune strofe, interpreti dei sentimenti di esultanza di tutte le loro compagne. Entrato poi nella scuola maggiore, parata elegantemente, si arrestò di tratto in tratto indirizzando alle alunne qualche interrogazione sulla dottrina cristiana.

Al momento di abbandonare la sala, quando Pio IX sollevò la destra per impartire l’Apostolica Benedizione il coro compi il suo canto con questa bella strofa:

Benedici a quest’umili ancelle,

Benedici, o Supremo Pastor.

Della vita mortai le procelle

Deh! ne tenga lontane il Signor.

L’ultima visita fatta dal S. Padre la mattina del giorno 3 fu all'Orfanotrofio di S. Bernardino ed all'unitavi Congregazione di S. Filippo Neri, ove ebbe pure vivissimi attestati di venerazione, che da per tutto accompagnavano i suoi passi. Quivi erasi di recente iniziata una piccola tipografia, che, annuendo al pio desiderio del Duca stesso, aveva assunto il titolo dell'Immacolata Concezione, e che destinavasi al santo intendimento di diffondere stampe ed opere cattoliche. Chi trovavasi allora a capo di questa lodevolissima e utile intrapresa volle rassegnare nelle mani del S. Padre il primo saggio delle sue pubblicazioni, e questo, con apposita dedica, fu l’Inno composto espressamente dal professore Marco Antonio Parenti, con cui sopra lo stabilimento e sopra la nascente Tipografia invocavasi la protezione divina, mediante le. Benedizioni di un tanto Pontefice.

E portarono esse abbondanti frutti, giacché ad onta della tristezza dei tempi e delle difficoltà d’ogni maniera, che si frappongono alla buona stampa, la Tipografia modenese dell’Immacolata Concezione ha resi e rende segnalati servigi alla religione, alla morale e alla scienza, e fra gli istituti cattolici di simil genere in Italia, è uno dei più meritamente stimati.

In ognuno degli Stabilimenti che avevano avuto la sorte di accogliere il Sommo Pontefice erasi Egli degnato di ammettere al bacio del piede i Corpi dirigenti ed insegnanti, e di benedire agb‘ alunni; in ognuno erangli stati tributati omaggi poetici, portigli in mezzo ad unanimi acclamazioni, e nel tragitto da uno stabilimento ad un altro eni stato seguito d:i un’onda di popolo non mai pago di ammirarlo e di prostrarsi sul suo passaggio.

Ritornata Sua Beatitudine al palazzo ducale, dopo aver per circa un’ora ammesso di nuovo al bacio del sacro piede persone d'ogni sesso e condizione, passava alla mensa, alla quale intervenne tutta la reale Famiglia.

Nel dopo pranzo l'augusto Ospite, accompagnato sempre dai()Sovrani, da Monsignori e Cavalieri, recossi a visitare la Pinacoteca estense, ed ebbe l’onore di essergli guida ad ammirare i capi d’arte quivi raccolti S. E. il conte Ferdinando Tarabini, che alla carica di Ministro delle Finanze accoppiava pur quella di onorario Direttore della Galleria. E il Santo Padre, conoscitore profondo dei pregi dell’arte cristiana, lodò quella collezione di quadri dovuta alla munificenza ducale. Dipartitosi dalla Galleria, volle quella stessa sera visitare il convento delle Monache Domenicane, al quale andò a piedi colla eccelsa sua comitiva. Ricevutovi dall'Arcivescovo, dal Vescovo di Massa e dai Sacerdoti appartenenti al Monastero, benedisse da prima alle numerose educande che manifestavano con cori festosi la rispettosa loro esultanza, intanto che altre piccole alunne spargevano fiori. Queste prime, e poscia tutti i componenti quella numerosa comunità furono ammessi al bacio del piede. Pio IX nell’uscire rivolse a tutte le presenti parole di dolcezza e conforto, che chiuse: «Rammontatevi che avete veduto il Papa, il quale in compenso della sua visita vi domanda le vostre orazioni.» E dicendo alle piccole alunne: «Addio miei cari angioletti;» si partì.

Ritornato alla Reggia non riposavasi il Santo Padre; appagava invece i voti di tanti, che lo attendevano nelle anticamere per baciargli il piede ed esserne benedetti. La Rappresentanza comunale intanto muoveva in grande formalità dallasua residenza, e quando fu giunta al cospetto del Papa, appena permise Egli si prostrassero, che porse loro subitamente la mano con tale effusione di affetto da eccitare una viva commozione. E alle significazioni della pubblica gioia e venerazione da essa fattelo, S. Santità rispose che, — gli atti di devozione tributati al Vicario di Cristo dal popolo Modenese avevano pienamente confermato i sentimenti che il Magistrato comunale gli esprimeva nel primo incontro, e che quindi le nuove attestazioni che gliene venivano porte davangli una ulteriore prova dell’eminente sentire cattolico di questo buon popolo; per lo che sopra la città di Modena e sui Modenesi invocava la benedizione del Signore e il seguito dei divini favori. —

Intanto la luminaria della sera antecedente, resa più splendida con altri abbellimenti, stendeva di nuovo la sua luce su tutta la città. Le strade principali erano inondate di gente; ma il punto cui tutti convergevano era il regio piazzale, perché ivi sotto gli occhi del Pontefice doveva darsi il militare trattenimento delle evoluzioni a fanali, mossi a disegno sopra aste portate dai soldati. Questa volta le figure erano allusive alla circostanza; le varie evoluzioni finirono col formare un grande astro luminoso nel cui mezzo spiccava la croce, e quindi il motto: — Al Santo Padre venerazione figliale. — La precisione delle mosse, la rapidità onde si avvicendarono le figure, l'effetto sorprendente che presentarono piacquero a Pio IX e ne esternò più volte al Duca ed alla Duchessa la sua ammirazione. Per compire la letizia di questo giorno S. Santità percorse in carrozza, seguito dal consueto corteo e da numerosi cocchi di famiglie nobili e cittadine, le contrade ove la illuminazione era più splendida, salutato da per tutto con segni di venerazione e di entusiasmo, e solo alle 10 pomeridiane fece ritorno al reale palazzo.

La mattina del giorno 4 luglio fu momento di ineffabile gioia pei Reali di Modena. Attigua al pontificio appartamento trovavasi eretta apposita cappella, dove Pio IX celebrò la santa Messa, nella quale di sua mano communicò la Famiglia Ducate e molti altri personaggi e dame in mezzo alla più grande commozione. E poiché anche le ultime ore del suo soggiorno dovevano fruttare nel campo della sua apostolica attività, dopo questo pio ufficio e dopo avere visitata la Biblioteca estense ed il Museo, ove con grande benignità intrattenevasi coll'eruditissimo custode D. Celestino Cavedoni, non volle che il Collegio dei Nobili di S. Carlo, i due Istituti maschile e femminile dei Sordomuti e le tanto benemerite Suore della Carità andassero da lui dimenticati. Per lo che col solito accompagnamento del giorno innanzi, nel quale primeggiavano sempre i devoti Sovrani, e colla medesima scorta d’onore, recavasi in carrozza da prima alle Figlie della Provvidenza, ove compiacevasi dei saggi di ben riuscita educazione ed istruzione che esse davano alle povere Sordomute, e ne le confortava benignamente ed incoraggiava; poscia trasferivasi al civico Spedale delle donno, diretto e servito dalle Figlie di San Vincenzo di Paoli.

Nell’ampio piazzale di Sant’Agostino grande folla di persone, nella speranza di contemplare anche una volta l’amato Pontefice, trovavasi ad attenderlo fino dalle prime ore del mattino. Egli fu ricevuto dal Canonico Penitenziere, Gregorio Adani, Direttore spirituale delle Figlie della Carità, e fattogli attraversare l'interno porticato messo ad addobbi di arazzi e damaschi, ed ornato di vasi d’agrumi e di fiori, si introdusse nella vasta sala a pian terreno ove trovavansi radunate tutte le Suore, le novizie e le educande, non meno che l’intero personale medico, chirurgico e farmaceutico degli Ospedali, e moltissime altre persone; ed Egli accordò a tutti di baciargli il piede, nel mentre che alcune giovanotte lo salutavano col canto di versi allusivi. Sali poscia alla sala medica e chirurgica, ne ammirò la grandiosità delle tre navate fatte costruire da Francesco III, lodò la salubrità dei locali e la rara loro nettezza, e trasportato dalla sua carità si appressò ai letti delle inferme, le quali rincorò con celesti parole, trattenendosi più a lungo presso di una che traeva gli ultimi aneliti, e che in quel terribile momento ebbe la ventura di ricevere la papale Benedizione.

Ma già il tempo stringeva ed assai difficile sarebbe riuscito di visitare ambedue le altre comunità, vale a dire il Collegio di San Carlo, e l’Educatorio dei Sordomuti. Per lo che il S. Padre, rivolgendosi alla prima di esse, fece avvisare il Direttore della seconda, reverendo Don Tommaso Pellegrini, di recarsi esso pure con tutti i suoi a S. Carlo. Entrato quindi nel Collegio, allora dei nobili, il Rettore del medesimo, sig. Don Luigi Spallanzani, ebbe la sorte di riceverlo e di condurlo attraverso alla galleria nella maggiore sala.

Salito il S. Padre su decoroso trono, uno dei convittori recitò alcune strofe (291). Poscia ammise al bacio del piede i sacerdoti dello Stabilimento non meno che gli alunni, e si compiacque assai di rilevare dal Rettore che ve ne fossero tredici degli Stati Pontificii. Accordò una simile grazia a parecchie nobili signore, madri di collegiali, siccome ancora ai poveri sordomuti, al benemerito loro direttore ed alle persone addette al loro Istituto. Accolse anzi con bontà speciale il dono di un piccolo quadro a olio, eseguito ed offertogli dal giovinetto sordomuto Giovanni Bonvicini di Pavullo, che la sovrana beneficenza manteneva nello stabilimento, e che per le felici disposizioni del suo ingegno nella pittura aveva anche ottenuto un premio d’incoraggiamento dall’Accademia di Belle Arti. Prima di lasciare il Collegio volle il Papa onorare i convittori di un breve discorso in cui animavali ad approfittare dell'ottimo insegnamento, onde erano fatti segno, per rendersi così buoni cristiani e cittadini, utili alla patria ed al Principe. All'uscire di là gli si dovette a stento aprire il passaggio tra una moltitudine' stipata di persone di ogni ceto, che invasi aveva gli atrii e ingombre le scale, per avere la fortuna di bearsi ancora del suo sembiante o di toccargli le vesti.

Ma ciò che vince ogni descrizione era l’ansietà con cui il popolo concorreva al piazzale regio; giacché sapevasi esser prossimo l’istante per tutti penoso della sua partenza. La carrozza del S. Padre e quelle che la seguivano, benché precedute dalle guardie Nobili, dovettero avanzare assai lentamente in mezzo allo stringersi affettuoso della moltitudine. Poi, non appena giunto al Palazzo, al suo affacciarsi alla ringhiera, proruppero fragorose ed universali grida di applausi, e quando la potente voce di Pio IX invocò sopra gli astanti le benedizioni del cielo, tutti prostrati a terra in atto di profondo raccoglimento, più col cuore che colle labbra, ne ripetevano le solenni parole. Crebbe anche, se era possibile, la commozione allorché quel tenerissimo Padre sporgendo ambe le palme verso il popolo, fece l’atto di un affettuoso saluto..

Che dire poi di ciò che pochi momenti dopo passavasi nell’interno della Reggia, quando il Duca e la Duchessa e gli altri componenti la Famiglia reale avevano a staccarsi da quel caro e venerando loro Ospite, a cui nei tre giorni si felicemente trascorsi, si erano abituati a dedicare tutte le loro cure e i loro pensieri?

—Omettendo i particolari di una scena così commovente, scrive il De Volo, mi limito a narrare come giunta Sua Santità ai gradini esterni dello scalone, i due Sovrani e la Principessa Beatrice, e i due Infanti suoi figli, stringendosi attorno all’augusta persona del Papa, si prostrarono replicatamente a terra baciandogli il piede. E il Santo Padre, che sentiva pur esso l'amarezza della separazione, cogli occhi umidi di pianto, dato un amplesso al Duca, lo baciò e si affrettò a montare nella carrozza ducale per abbreviare la pena di quel distacco.

Così Pio IX, ospitato da Francesco Vcon magnificenza regale, venerato da lui con devozione filiale di suddito cattolico, abbandonava la città di Modena, e lo circondavano ancora tutte quelle onorificenze onde era stato festeggiato al suo arrivo. Lo seguivano i voti, la riconoscenza, l’amore di tutti coloro che ne avevano ammirato da vicino la bontà angelica, la quale traspariva dal suo maestoso ed insieme soave sembiante. E il Comune di Modena voleva farsi anche una volta l’interprete fedele di questo universale sentimento; laonde nel modo e luogo istesso ove erasi recato due giorni avanti al ricevimento, attendevalo allora fuori di porta sulla strada romana, per ringraziarlo della prodigata degnazione ed esprimergli il rammarico del popolo pella sua dipartita. Il Sommo Pontefice alla vista dei Rappresentanti municipali, fece arrestare la carrozza, e, rispondendo, degnossi assicurarli, che «partiva coll’animo compreso per le tante prove di vero cattolicismo e di viva affezione date dal pubblico modenese, prove delle quali avrebbe sempre portato in cuore la memoria; e che molto godeva di rivedere il Corpo municipale, affine di potere anche una volta col suo mezzo rendere consapevoli ed assicurati di tali sentimenti questi suoi figli dilettissimi.»

Giunto poi presso al confine, fu graditamente sorpreso da S. A. I. il Duca, il quale, al momento della partenza di S. Santità, dal palazzo era montato in carrozza unitamente al suo aiutante Generale conte Luigi Forni per avere il contento di un ultimo atto di ossequio. Quivi di fatto nuovamente gli si prostrò innanzi ginocchioni; e il Santo Padre, rialzatolo, nuovamente lo strinse fra le paterne braccia e lo baciò. Indi prosegui il cammino, salutato dalle entusiastiche acclamazioni delle guardie d’Onore a cavallo e dei R. Dragoni che lo avevano accompagnato.

Modena parve allora rimanesse ad un tratto deserta, tanto avevala occupata nei tre precedenti giorni la presenza del Sommo Pontefice, tanto insolito movimento avevala invasa per seguirne dovunque i passi, per tributargli ossequio e venerazione. E di fatti per la vita storica di Modena questi tre giorni valgono bene parecchi e molti anni; né le subentrate vicende poterono ancora affievolirne, molto meno cancellarne la ricordanza.

È da ricordare il Chirografo di S. A. il Duca al Ministro dell'Interno, indirizzato nello stesso giorno 4, il quale cosi concludeva:

«Ci piace per ultimo di riconoscere con vera soddisfazione il religioso ed ottimo spirito mostrato dalla popolazione di Modena, e dai numerosi abitanti delle altre città e borgate del nostro Stato verso il Sommo Pontefice, che usò a Noi la specialissima distinzione di visitarci espressamente in Modena, e felicitare cosi pure questi Nostri sudditi di sua presenza.»

UN’ALTRA PAROLA CIRCA IL VIAGGIO DEL PAPA A MODENA

Era già stampato il precedente foglio, quando ci è giunto da Modena un importante opuscolo (292) dal quale togliamo qualche parola di più circa il soggiorno del Papa in quella città.

—A cessare, vi si legge, ogni sospetto di esagerazione, che per avventura suscitar potessero le cose narrate, cade in acconcio di recare ciò che un forestiero, il quale ebbe a trovarsi a Modena in quella fausta circostanza, ne scriveva poi dalki sua patria al riputatissimo periodico — LI Giglio di Firenze — nei seguenti termini:

«Quello che avrei voluto potervi descrivere più a lungo è il viaggio che Sua Santità ha fatto a Modena. I giornali ne hanno parato, e molto ne hanno detto; ma vi sono spettacoli che ninna penna può descrivere. L’accoglienza che ricevette il Pontefice da quel popolo e da quei Principi non fu solo un giubilo, un entusiasmo, un atto di cordialità; ma uno spettacolo sublime di fede e di amore.

«Io mi trovai presente nell'atto in cui, in mezzo a una folla sterminatissima, egli entrava in Moderni e si recava al tempio maggiore della città, il popolo era giunto a quell'eccesso di commozione in cui è impossibile la favella; era un pianto soavissimo di letizia con cui si sfogavano tutti i cuori. Il Principe di sua mano apriva la carrozza che portava Sua Santità; e poi egli con tutta la I. R. Famiglia si gettava ai piedi del Pontefice, il quale, alla sua volta profondamente intenerito e commosso, rispondeva colle sue alle lagrime loro. Non vi maravigliate più d’ora innanzi di quello che avete letto della forzai della Fede in altri tempi, perché nel secolo XIX non ne mancano degli esempli luminosi al pari degli antichi. Quel giorno non si descrive dagli uomini in terra, perché sei riserbano gli spiriti del cielo.»

—Nessun disordine, aggiunge l'opuscolo citato, nessun inconveniente abbenché lieve intorbidò il gaudio delle tre sante giornate (del soggiorno del Papa). Ciò ha del maraviglioso, ove si rifletta che, a memoria d’uomo, la nostra città non ha mai visto lo straordinario spettacolo di tanta gente accorsavi da ogni parte. La gratitudine pel singolare beneficio impressa in tutti i cuori a caratteri indelebili richiedeva un contrassegno duraturo; perciò i Reggitori del Comune, subito dopo la partenza del Pontefice, pubblicarono la notificazione seguente:

LA COMUNITÀ DI MODENA

«Reso appena un ulteriore tributo di venerazione e riconoscenza al Sommo Pontefice nell’istante in cui fra la pubblica commozione abbandonava questa Capitale, esprimeva il concetto applaudito dalle Superiori Autorità, dell’erezione di un monumento da ricordare ai posteri l’epoca faustissima, che richiamava sopra questa Città l’ammirazione dell’intero Mondo Cattolico per un avvenimento cotanto glorioso a questo Popolo ed all’augusta Prosapia che lo regge.

«Nel mentre però che dalla Rappresentanza del Paese si formava un tale divisamento, veniva confermato col fatto essere questo l’universale desiderio, stanteché molte private offerte si proponevano all’erezione dell’Opera.

«Di ciò lietissimo il Comune, e nello scopo di raccogliere e dirigere al proposto intento le offerte stesse, si fa sollecito di recare a pubblica notizia:

«Che si fa tosto a creare un’apposita Commissione, preseduta da uno dei sottoscritti Conservatori, la quale avrà la duplice missione di raccogliere le offerte che verranno fatte, e di stabilire la qualità del monumento ed il luogo di sua collocazione;

«Che resta intanto libero a chiunque voglia concorrere a quest’opera di patrio decoro il versare nella Cassa Comunale ciò che intende dedicarvi;

«Che formata poi la prefata Commissione e fissate le massime regolatrici dell’onorifico incarico che le va ad essere affidato, un successivo avviso renderà di pubblica ragione tanto i nomi dei componenti la Commissione medesima, quanto le massime sovraindicate.

«Dal Palazzo Comunale questo giorno 8 luglio 1857

«A. Bagnesi Podestà

«A. Mari — G. Boccolari — G. Schedoni — A. Gandini.

—A. Rangoni — P. Golfieri — C. Carandini.

«Il Segr. dott. G. De Giacomi.»


A novella prova dei sentimenti ispirati dal grande avvenimento all’augusto Sovrano, giova riprodurre la seguente comunicazione, fatta alla Comunità da S. E. il Signor Ministro dell'Interno:

«All’I.mo sig, Podestà del Comune di Modena,

Degnavasi S. A. R. l’Augusto Sovrano con venerato Chirografo del 4 corrente luglio, n. 2232, abbassato a questo Ministero, di esternare la propria soddisfazione per la perfetta riuscita delle feste che si sono fatte pel fausto avvenimento dell’arrivo e dimora in Modena di Sua Santità il Sommo Pontefice, estendendo la soddisfazione Sovrana anche a codesta filma Comunità.

«Soggiungeval’altofata R. A. S. nel Chirografo stesso: Ci pare per ultimo di riconoscere con vera soddisfazione il religioso ed ottimo spirito mostrato dalla popolazione di Modena e dai numerosi abitanti delle altre città e borgate del Nostro Stato verso il Sommo Pontefice, che usò a Noi la specialissima distinzione di visitarci espressamente in Modena, e felicitare così pure questi Nostri Sudditi colla sua presenza.»

Tali sensi del Sovrano aggradimento io lo comunico con vera compiacenza alla S. V. Ill.ma onde servano, per la parte che risguarda codesta Comunale Magistratura, di ben giusto encomio ed onorevole testimonianza per tutto ciò che con ogni zelo e premura dispose e fece nella surriferita faustissima circostanza.

Mi è grato rincontro per attestare alla prelodata S. V. Illma i sensi della ben distinta mia stima.


«Modena, 8 luglio 1857.

«Firmato — GIACOBAZZI

Il Segretario

«Firmato — Dott. FERRARI»


—Il concorso mirabile di tutti i voleri, conclude l opuscolo, nell’onorare e festeggiare il Dottor delle genti, il Sovrano Direttore delle coscienze cristiane, ha provato anche una volta a noi Modenesi, che se molti secoli ci dividono dai tempi d’Ildebrando, il Papato non ha tuttavia per anche perduto il prestigio dellasua potenza. E felici noi, so in tanto cozzo di varie e assurde dottrine, che agitano e sommovono tutto il regno delle idee, vorrà il Signore che il nostro esempio serva a dimostrare ove è il centro d’unità, da cui il mondo può sperare tranquillità e salute. —


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CAPO VIII

DI NUOVO A BOLOGNA

Nel ritornare a Bologna, fa d’uopo rifarci alquanto in dietro per riparare ad una omissione.

Il l. ° luglio Pio IX visitava la magnifica mostra delle industrie. Non appena si aveva avuto in Bologna fondata lusinga della venuta del Papa, la primaria Camera di Commercio invitò tutti gli artieri della città e della provincia a una mostra dei prodotti del loro ingegno da sottoporsi al Pontefice. Tutti risposero con alacre animo; cosicché una commissione, eletta in seno della stessa Camera di Commercio', potè in breve ora raccogliere i più svariati prodotti e in bell’ordine disporli nel palazzo Cataldi, residenza della Borsa Commerciale. Sua Santità vi giunse in sulle undici antimeridiane e vi fu ricevuta dai membri della suddetta Camera con alla testa il presidente conte Petronio Malvasia e il pro-Legato Pontificio.

Ben nove sale e due logge del palazzo suddetto erano ricche di prodotti industriali; Pio IX le percorse, osservando oggetto per oggetto, e degnandosi richiedere in formazioni sui varii lavori che amava di avere dagli stessi producenti. Osservò le varie macchine e gli ingegni, e con paterne parole lodò e incoraggiò ciascuno.

In una delle sale, tutta adobbata con veli e stoffe delle fabbriche bolognesi, era alzato il trono, e quivi assiso ricevé gli omaggi delle autorità, della Camera e degli espositori; e così, benedicendo alle loro industrie e alle loro famiglie, si ritirò.

Dopo il ritorno da Modena il Santo Padre visitava l’Università. Il magnifico palazzo, innalzato dal Card. Poggi, e la lunga sequela di annessi fabbricati, che formavano il palazzo già Malvezzi, acquistati dalla munificenza del Governo pontificio, sono l’odierna stanza di quella famosa Università. Vi fu ricevuto Pio IX dal Rettor magnifico, monsignor Pietro Trombetti, invece del Cardinale Viale Prelà, Arcicancelliere dell’Università, tuttora infermo, e con lui dal pontificio pro-Legato, dal Senatore, dal Magistrato, dai dottori collegiali delle vario facoltà, dai professori insegnanti, dai membri dell’Accademia benedettina delle Scienze, detta dell’Istituto, che quivi ha stanza, e da tutto il personale della Cancelleria. Sua Santità saliva alla grand’aula della Biblioteca dove stavano raccolti gli studenti; sedutasi in trono, ascoltò un’orazione latina, detta dal professore monsignor Giuseppe Canali, alla quale amorevolmente rispose lodando la bella lingua del Lazio, lo studio della quale vivamente raccomandò agli studiosi. Disse dell’incremento di celebrità acquistato dall’ateneo bolognese, e ne promise la sovrana protezione in ogni circostanza. Chiuse al solito, benedicendo con effusione di cuore all'Università e ai membri della medesima. Poscia visitò la biblioteca e i gabinetti e i musei e le scuole per ben tre ore, e confortò tutti colle più affettuose parole. Nel partire lesse la seguente marmorea iscrizione posta a ricordare il lieto avvenimento:


PIO. IX. PONT. MAX

PRINCIPI.OPTIMO. INDULGENTISSIMO

QUOD. PRIMI S. PONTIFICIA. MAXIMORUM

NOVAM. HANC. STUDIORUM. SEDEM. INVISENS

VETEREM. DOCTRINAE. GLORIAM

REVEXERIT. AMPLIFICAVERIT

PRID. NON. IUL. A. MDCCCLVII


Dall'Università, passò Pio IX all’Istituto del Buon Pastore, specialmente diretto a richiamare nel buon sentiero le giovani traviate. Vi fu ricevuto da quelle piissime religiose, la introduzione delle quali in Bologna intieramente si deve al paterno e generoso suo cuore, che le chiamava dalla Francia alle più sante fatiche. Qui il S. Padre trovò raccolto quanto di più eletto di dame e di personaggi ecclesiastici e secolari trovavasi in Bologna. Visitò l’intero pio luogo, ammirò i lavori delle penitenti, e le animò a perseverare con parole cosi commoventi che trassero le lagrime a quanti le udirono; e dopo di avere aggiunto alle tante sue elargizioni un cospicuo donativo del proprio peculio in prò del luogo pio e della chiesa, benedisse a tutti, e si allontanò. Quivi, come all’Università, la lolla del popolo proruppe in entusiastici applausi, che lo accompagnarono nel tragitto non breve per la città, la quale in mezzo a tanta esultanza, fra le continue folle e tanto concorso di gente sempre conservò inalterata la tranquillità e l’ordine.

La Gazzetta di Bologna dell’8 luglio diceva delle visite fatte dal Papa a molti altri stabilimenti d’istruzione e d’industria.

Visitò la famosa filanda della canapa fuori Porta Saragozza, ne esaminò minutamente i locali, le macchine e i molteplici prodotti; lodò, incoraggi e benedisse i direttori e gli operai, e in sul cader della notte si ridusse alla pontificia villa di S. Michele, dove attendevanlo per fargli omaggio numerose deputazioni bolognesi, fra le quali quelle della primaria Camera di Commercio e della celebre Accademia Filarmonica.

La mattina del 9 poi visitò la fabbrica dei tabacchi e la zecca; quivi il cavalier Mazio, direttore generale delle zecche pontificie, presentò a Sua Santità una magnifica medaglia in oro, in argento e in rame appositamente coniata per tramandare ai posteri la memoria del soggiorno pontificio in Bologna.

Il 10 luglio partiva Pio IX alla volta di Ferrara, dove fu a Ferrara, accolto con grandi e affettuose dimostrazioni di devozione e di gioia. La folla accorsa da ogni parte proruppe in vivissime acclamazioni, che già lo avevano accompagnato lungo lo stradale, specialmente a Malalbergo.

La Gazzetta di Ferrara, comparsa in magnifica edizione, fa una minuta descrizione dell’arrivo del Pontefice; ne prenderemo solo qualche tratto. — Per ben due miglia fuori della città si estendeva la folla del popolo. Quivi un maestoso arco trionfale era stato eretto dalla Provincia, ai lati del quale divergevano due lunghe gallerie a intercolunni con cascate di ricchi drappi. Cento splendidi cocchi, fra i quali distinguevansi quei sontuosi ed antichi dei primari patrizi, descrivevano tutto intorno un’ampia coro. na; quivi trassero mons. Pietro Gramiccia, Delegato apostolico, con la Consulta, la Camera, la Magistratura le Rappresentanze provinciali, con nobile accompagnamento di signori e di dame per incontrare il Santo Padre, che giungeva allo scoccare delle 7 pomeridiane, salutato dalle festevoliarmonie di cento suonatori, e dalle acclamazioni di una folla immensa.

Dopo breve sosta per ricevere l’omaggio delle autorità, ascese la carrozza di gala dell'Eminentissimo Arcivescovo, e, seguito dai ricchi equipaggi della nobiltà e da tutto il popolo si diriggeva verso Ferrara per la nuova via fino a Porta Romana, destinata pel solenne ingresso, come quando Clemente Vili, nel 1598, vi andò a prenderne possesso allorché fu ritornata al pontificio dominio. Omettiamo di descrivere i magnifici addobbi per amore di brevità. La bella guardia dei pompieri civici faceva ala; il Gonfaloniere, conte Silvestro Camerini, alla testa della Magistratura, in mezzo ai musicali concenti, al fragore delle artiglierie, al suono di tutte le campane, presentava al Pontefice le chiavi della città nel luogo istesso, dove una volta il Magistrato ferrarese compiva quell’atto nel di della prima sommissione al dominio della S. Sede.

Per l'arco di Costantino, in mezzo alle grida entusiastiche di una moltitudine senza numero, entrava il Papa nella Giovecca, bellissima tra le vie di Ferrara, le cui case erano tutte vagamente addobbate. Su due palchi laterali alla porta minore del grand'arco, che forma prospetto alla via, eransi raccolti i Magistrati di tutti i Comuni della provincia, ciascuno sostenendo la bandiera che in campo bianco e giallo portava lo stemma del proprio Municipio. Di tratto in tratto si udivano melodiosi concerti, e quà e là sorgevano ora trofei di bandiere bianche annodate con cordoni d’oro, sulle quali spiccava l’insegna del Municipio ferrarese, e ora stendardi pontificii; da per tutto motti allusivi, ricchi drappi, corone di fiori e di verdura. La carrozza pontificia scortata dalle Guardie nobili, cavalcando allo sportello il Generale Rhon di Rhonau, comandante la fortezza, entrava nella gran piazza. Il castello e il palazzo arcivescovile, quello del Comune, la residenza provinciale e gli altri nobili edilizi che fanno corona alla piazza erano tutti magnificamente adorni; le milizie austriache stavano schierate in assise di gala, insieme colle pontificie comandate dal Generale Kalbermatten. Fra il suono delle bande e le grida festose del popolo Pio IX giungeva alla metropolitana, dove trovavasi a riceverlo l'Emo Vannicelli-Casoni, Arcivescovo di Ferrara, col Capitolo metropolitano, i parrochi, clero secolare e regolare, e parecchi Vescovi delle vicine diocesi. Ricevuta la benedizione del Santissimo esposto in mezzo a grandiosa illuminazione, si recava all’attiguo Episcopio, scelto a contemporanea sua stanza, traversando lo spazio a piedi in mezzo al popolo entusiasmato.

Non descriviamo le. luminarie della sera, i fuochi artificiali,e la festa continua della città. Pio IX il di successivo al suo arrivo, si recò subito a visitare arii stabilimenti pubblici e privati, principalmente quelli di pubblica beneficenza; e prima d'ogni altro, l'ospedale di Sant'Anna. Un povero Gesuato, elevato poscia per le sue virtù, alla Sede allora Vescovile di Ferrara, il Beato Giovanni Tavelli da Tossignano, istituiva nel 1430 quest’ospizio pei poveri infermi, il quale progredì sempre col tempo in vantaggio della umanità sofferente. Accolta Sua Santità dall'Eminentissimo Arcivescovo, da monsig. Delegato e dai superiori del luogo, entrava nell’annessa chiesa di S. Carlo. Le zitelle del conservatorio di Santa Giustina e le fanciulle del Brefotrofio di S. Cristoforo erano quivi adunate sotto gli archi della loggia. Monsig. Ippolito Frullani le presentò ai piedi del comunpadre dei fedeli, il quale poscia incamminavasi, non già alla cosi detta prigione del Tasso, (meta comune a tutti i forestieri visitatori dell’Arcispedale e ad un tempo favola ripudiata con luminose ragioni da chi ama con buon senso ed affetto sincero l’onor patrio) bensì alle sale ove giacciono i miseri sofferenti quivi curati.

Non si può esprimere la scena commovente prodottasi all’apparire del Papa. La folla che riempiva la corte proruppe in un plauso unanime, in un ansia, in una gara indescrivibile, per cui tanti si premevano, si stringevano a lui per prostrarglisi ai piedi e baciargli almeno le vesti. Fu d’uopo il concorso delle Guardie nobiliper trarre il Pontefice da quella stretta.

Dilà passò alla casa di ricovero e di industria, asilo dischiusoal povero impotente dalla carità del defunto Arcivescovo Ignazio Giovanni Cadolini e da altri pii generosi, fra i quali il conte Silvestro Camerini. Ricevuta egualmente Sua Santità dall’Eminentissimo Arcivescovo, da monsig. Delegato, dalla Magistratura e dai superiori del luogo, dopo breve preghiera nell'oratorio, si fece a visitare le spaziose e nitide sale, che nel breve volgere di men che dieci anni vennero disposte ad albergare comodamente oltre 300 persone. — Il lettore potrà forse trovare prolisso (sebbene riassumiamo le cose in modo rapidissimo) quel che narriamo; ma è facile il comprendere che noi istituiamo sempre un palpabile confronto tra il passato e quel che ci ha arrecato la così detta liberazione d’Italia, perché i posteri veggano a quale orrendo saccheggio venne sottoposto il bel paese, una volta giardino di Europa, dai famosi rigeneratori. — Pio IX benedisse a quella numerosa schiera di teste canute; e, non pago, si appressò e rivolse loro benigne parole, e s’intrattenne con ineffabile carità anche con quelli che di giorno soltanto andavano nella pia casa per il necessario sostentamento. Visitò poi i fanciulli nell'annesso Istituto, dove apprendono la cristiana educazione, mentre sono avviati fuori in varie officine ad imparare i mestieri e le arti. Quindi passò a consolare di sua presenza le povere religiose Cappuccine e il convento delle Domenicane.

Il giorno 12 luglio, celebravasi in Ferrara la festa della prodigiosa immagine della Madonna delle Grazie, dipinta dal Bonacossi nel 1118, e coronata dal Capitolo Vaticano nel 1779; il Santo Padre volle tenere Cappella Papale nella Cattedrale, e vi assisterono gli Eminentissimi Falconieri, Vannicellie Baluffi, oltre parecchi Vescovi e Prelati. Dopo la Cappella ascese la loggia del palazzo arcivescovile, e impartì la Benedizione Papale al popolo affollato nella piazza e nelle vie circostanti fra le più affettuose ed entusiastiche dimostrazioni. — Intanto giungeva S. E. il Conte di Colloredo, Ambasciatore straordinario di Sua Maestà l’Imperatore d’Austria, e Sua Santità ne riceveva l'omaggio in particolare udienza.

Pio IX visitò ancora la villeggiatura del Seminario-Collegio, dove fu accolto con indicibile giubilo, essendo messi a festa anche tutti i rustici casolari del luogo. La città fu tutta nuovamente illuminata la sera in modo veramente stupendo; la illuminazione a luce elettrica riuscì incantevole, specialmente sullo storico castello. I suoni e la festa, ad onta della pioggia che sopravenne, e i canti popolari in onore del Papa si prolungarono fino a tarda notte.

Dopo i grandi ricevimenti di questo giorno e dopo la tavola di corte, alla quale venne ammesso fra gli altri personaggi il Generale Vimpfcn dell'imperiale artiglieria austriaca, si portò il S. Padre a visitare il celebre Castello, vasto monumento fatto erigere dagli Estensi coll’opera di Bartolomeo Pioti da Novara, dove Pontefici ed Imperatori dimorarono: e vive ancora là memoria di quando l’Imperatore di Oriente ne ascese a cavallo le scale per deporre il proprio omaggio ai piedi di Eugenio IV, che quivi trovavasi nel 1438 ad inaugurarvi il Concilio ecumenico, che prese poscia il nome da Firenze ove fu traslocato a cagione della epidemia che desolava le contrade ferraresi.

Il giorno 19 Sua Santità si condusse a visitare l’Istituto agrario, e la terza festa d’incoraggiamento e l’esposizione agricolo-industriale da esso Istituto bandita. Quivi erano esposte macchine d’ogni ragione, le quali all’apparire del Santo Padre furono tutte messe in movimento, dando ciascuna i suoi prodotti; quindi passò alla mostra dei fiori, e finalmente a quella delle Belle Arti. Salito poscia il piano nobile, visitava le sale dell’Accademia medica, che in pochi anni di vita già avea raggiunto rinomanza europea; quindi la pinacoteca dove sono raccolte le bellezze del pennello ferrarese e dove erano esposti anche numerosi lavori moderni, e si degnò acquistarne uno del pittore Alessandro Candì. Soffermatosi finalmente nella grande aula, distribuì di propria mano i premi dell’esposizione.

Di là Pio IX si trasferì all’Università e vi fu accolto dall’Emo Arcivescovo, dal Magistrato, dal Rettore, mons. Giuseppe Taddei,dai professori e da tutto il personale addetto all’Istituto. Visitò la biblioteca, prezioso monumento che in un secolo appena, fu arricchito di codici, di manoscritti e di edizioni rarissime; osservò la serie dei ritratti dei Cardinali ferraresi, e la grandiosa aula in capo la quale riposano gli avanzi mortali dell'Ariosto. Ammirò i celebri corali miniati nel secolo XV; quindi il medagliere, dove si conservano le più rare monete della zecca ferrarese e i medaglioni onorari degli Estensi, dei Riarì, degli Sforza, dei Bentivoglio, dei Malatesta e di altre illustri famiglie; poi i manoscritti dell’Ariosto e del Tasso, e finalmente il prezioso codice greco lasciato dal famoso Cardinale Bessarione. Visitò poi i gabinetti, e nella maggiore sala ammise al bacio del piede gli astanti; poi benedicendoli, passò al palazzo municipale. — Qui gli mosse incontro la Magistratura e nella vasta sala degli Anziani ammise al bacio del piede il medesimo Magistrato, che gli umiliava la storia di Ferrara del Frizzi e l’album estense corredato di magnifiche incisioni. Sua Santità esternò il suo gradimento, e con affettuose parole ringraziò della bella accoglienza ricevuta in Ferrara. Dal Palazzo municipale a piedi, in mezzo al popolo. festoso ritornò all’arcivescovato.

Pio IX destinava le ore pomeridiane dell'istesso giorno a benedice la Bonificazione Piana, opera che ricordava un recente suo benefizio a Ferrara, e che egli voleva inaugurare colla invocazione del Signore, del quale atto venne posta analoga memoria in marmo. In questa circostanza visitò anche l’antichissimo monastero di S. Antonio abate, dove la B. Beatrice di Este raccolse le monache dell’ordine di S. Benedetto nel secolo XIII.

Percorrendo poscia le vie messe tutte a festa S. S. si conduceva alla basilica di S. Maria in Vado, insigne memoria di quei remoti tempi in cui Ferrara raccoglievasi ancora sulla destra del Po. Un coro di fanciulli degli asili d’infanzia salutò l’ingresso del Papa, che accompagnato dall’Arcivescovo, dal parroco e dalla insigne confraternita del luogo si porti) al maggiore altare. Indi, raccoltosi in breve orazione, effuse su quei teneri capi la Benedizione invocata da Dio, e partirsene raggiante di affettuosa commozione.

Di là, visitato il convento di San Vito delle monache agostiniane, si volse al baluardo di San Tommaso ove doveva impartire la benedizione papale sulle nuove opere di bonificazione e di dissodamento dei sottoposti paludosi terreni. Ritornata alla pontificia residenza, Sua Santità riceveva il Tribunale collegiale, il dicastero di polizia, la Camera e il Tribunale di Commercio, le amministrazioni consorziali e molti ragguardevoli ecclesiastici e secolari, fra i quali l'egregia poetessa signora Maria Marovich di Venezia cui donava un magnifico carneo legato in oro rappresentante la testa di S. Pietro. La sera nuove luminarie coronate da un magnifico fuoco artificiale. — La giornata del 13 fu l’ultima della permanenza del Papa in Ferrara.

Verso le 10 antimeridiane schieravansi sulla maggiore piazza che fronteggia l’arcivescovato, le Imperiali milizie austriache, sulle quali il Santo Padre dalla loggia invocò le benedizioni del Dio degli eserciti: ed esse sfilarono poi in bell’ordine riducendosi ai loro quartieri. Quindi si recò a visitare l’educandato delle Orsoline, e s’intratteneva amorevolmente con quelle buone giovanotte, incoraggiandole a seguire i santi insegnamenti delle pie Religiose, e confortandole coll’apostolica Benedizione. Poi passò al colleggio del Gesù dove si accoglieva una eletta parte della gioventù ferrarese. Vi fu ricevuto, dall'Eccellentissimo Arcivescovo, dal Vescovo di Chioggia e dal Vicario capitolare di Venezia. Salito alla congregazione degli scuolari, ammise la comunità al bacio del piede, e, rivolgendosi a quei giovinetti, rammentò loro con paterne parole, che, — in questa valle di lagrime mai non avrebbero trovato contentezza e felicità se non nella religione e nella purezza della coscienza; non prestassero orecchio a chi in tanti modi procaccia di traviare l'anima e il cuore della gioventù; studiassero di provvedersi di quei preziosi tesori abbondantemente fino d'allora per le altre etàdella vita; si serbassero mai sempre figliuoli ossequiosi e amorevoli alla Santa Chiesa. Pregava quindi che la sua benedizione fosse da Dio confermata su tutti, e sorto maestosamente in piedi li benedisse. — Nell’uscire si compiacque di godere dello spettacolo della luce elettrica dato nel portico dai giovani studenti di fisica. Recavasi quindi a visitare varii conventi e monasteri, da per tutto spargendo i suoi incoraggiamenti e le sue benedizioni, seguito sempre e acclamato da un’onda innumerevole di popolo. Fatto ritorno all’arcivescovato, fra un gran numero di altre persone, ricevette ancora in udienza una deputazione della Magistratura che gli offriva in dono la magnifica sedia su cui avea seduto il dì innanzi nella residenza municipale, e che aveva attirato l’attenzione di Sua Santità.

Visitava ancora le scuole notturne dove si accoglieva un grandissimo numero di fanciulli del popolo, e, contento di percorrere le varie scuole, si piacque intrattenersi coi giovanetti e interrogarli nelle cose religiose e dei loro mestieri, e agli uni donava medaglie e agli altri altri premii; passato cosi alcun tempo in mezzo a loro, li confortò colle più affettuose espressioni, e li benedisse. I Sordomuti alunni del nascente stabilimento provinciale, anch’essi furono qui presentati a Sua Santità, e anche a questi amorosamente benedisse. — Intanto un grandissimo concorso invadeva i viali del pubblico passeggio. Tra i filari degli alberi splendevano migliaia di lumi, e sulla cima del cosi detto Montagnose vibrava i suoi potenti raggi la luce elettrica; la folla che andava e veniva gustava le delizie di una gioia pubblica non mai provata, mentre un brillante corso di ricchi equipaggi accresceva la vaghezza dello spettacolo che sino a tarda ora si prolungava.

La mattina del giorno 14 luglio fin dallo spuntar del sole il popolo ferrarese ingombrava la piazza della Pace. Le imperiali milizie austriache erano schierate dall'arcivescovato fino alla barriera Po, per dove Pio IX doveva uscire. Le bande militari lo salutarono, il generale nobile Rohn cavalcava allo sportello della carrozza, ed egli, commosso, lasciava la fedele Ferrara, che tanti segni di sincero affetto gli aveva dato durante il breve soggiorno. Monsignor Delegato Apostolico l’avea preceduto a Cento, dove l’augusto Viaggiatore ora per recarsi; il Magistrato municipale di Ferrara facevagli corteggio fino al confine del Comune, e l’affettuoso entusiasmo del popolo lo accompagnò fino all’ultimo.

Il giorno 15 Luglio, Pio IX veniva magnificamente accolto a Ponte Lagoscuro; immenso 1 entusiasmo del popolo poi a cento, ch’ebbe ricevuta la benedizione papale. Moltissima gente era accorsa dal limitrofo regno Lombardo-veneto; la delegazione provinciale di Rovigo vi avea condotto una banda, la quale sopra un navicello pavesato a festa, non cessò di suonare lietamente finché stette presente il Papa; tutti gli altri legni sul Po erano vagamente pavesati. Alle cinque Pio IX partiva per Cento.

Un gran concorso di popolo, archi trionfali, festoni di verdura e di fiori, annunziavano la letizia delle popolazioni a S. Agostino e ad Argellata, dove sostò il corteggio pontificio. A Cento poi Sua Santità fu ricevuta sotto un magnifico arco trionfale. La città era messa a ¡straordinaria festa, giardini, ghirlande di verdura, damaschi, drappi e veli d’oro e d'argento adornavano ogni via. Sua Santità ascoltò la Messa alla cattedrale, e, ricevuta la benedizione del Santissimo, passò alla cappella dove dovevano essere collocati alcuni corpi di santi Martiri delle Catacombe di Roma, e in mezzo ai sacri canti, colle sue auguste mani li depose nell'Urna apparecchiata.

Uscito dal tempio, Pio IX, a piedi fra le acclamazioni del popolo, si condusse alla residenza apprestatagli nel suo palazzo dal marchese Michele Rusconi, che genuflesso lo attendeva sulla soglia. Ricevuto l’omaggio del clero e della magistratura, usci a piedi, e, accompagnalo dai rappresentanti della città, si condusse alla residenza comunale, da dove impartì al popolo, fuori di sé per l’entusiasmo, la benedizione; passò quindi alla ricca pinacoteca comunale dove primeggiano i famosi dipinti del Guercino. Visitò anche il seminario le cui scuole servivano ancora alla pubblica istruzione della città; poi la chiesa di S. Pietro dove si venera il Cristo morto del suddetto Guercino. — Da Cento, accompagnato dalla magistratura fino al confine del distretto, si condusse a Pieve, poi a S. Donnino e ad Argile, da per tutto festeggiato dallo devote popolazioni; e alle 8 della sera ritornava felicemente alla sua villa di San Michele in Bosco, incontrato a parecchie miglia di distanza dalla folla del popolo e dai più cospicui cittadini. I giorni che seguirono Pio IX li impiegò in visite di pubblici stabilimenti, in udienze, e nel disbrigo degli affari dello Stato.

Il 22 Luglio recavasi a Castel Maggiore a visitare il magnifico stabilimento industriale del marchese Gaetano Pizzardi che il governo pontificio avea grandemente incoraggiato, così che quando si trattò di fabbricare l’immenso apparato a vapore di macchine, che dovevano servire pel Curaporto d’Ancona non volle più esser tributario dell’estero (grave colpa per la S. Sede!) come era d’uopo in passato, ma ne diede la ordinazione a quel fiorente stabilimento. Non staremo a descrivere gli addobbi festosi del luogo; giunse il Santo Padre nelle ore pomeridiane salutato dagli spari dei mortari, dalle armonie di due bande musicali, preceduto da fanciullette bianco vestite che, spargevano fiori sul suo passaggio. Ricevuto dal nobile proprietario e da altri cospicui personaggi, là appositamente recatisi, entrava nella gran sala dei forni, accesi a tutta forza, ed assisteva alla fusione di un lavoro rappresentante la sua effigie. Poscia visitò l’ampio locale, le molteplici macchine e modelli e forme da fondere svariatissime; e i magazzini e gli uffici. Recavasi quindi nel palazzo riccamente apparecchiato, ed ammetteva al bacio del piede il marchese Pizzardi e i suoi ed altre ragguardevoli persone; poi dalla loggia benediceva al popolo affollato nella piazza.

Alle tre partiva per Lugo; per tutto lo stradale, a Medicina, a Massa Lombarda, a Sant’Agata, e in ogni altro Comune percorso, addobbi svariatissimi e ricchi, e le popolazioni ebbre di gioia chiedevano la benedizione del Papa. Alle 8 giungeva a Lugo; il clero, la magistratura e le numerose Confraternite gli vennero incontro. Archi trionfali, statue allegoriche, vasi di fiori, damaschi, arazzi adornavano le vie e le piazze. A cagione dell’ora troppo tarda il Santo Padre si recò direttamente alla sua residenza nell’antica Rocca; mentre una generale illuminazione, fuochi di artifizio e le acclamazioni del popolo rallegravano il suo arrivo. La mattina seguente, celebrò la Messa alla chiesa collegiata; alle 4 partiva per Ravenna, e vi giungeva dopo le 6 pomeridiane. A Bagnacavallo e lungo tutto lo stradale gli abitanti di Cotignola, di Russi e di Godo, avevano innalzati archi di trionfo e padiglioni onde essere benedetti da Sua Santità.

Dalla Gazzetta di Bologna del 24 togliamo qualche particolare più saliente circa l’andata di Pio IX a Ravenna. I Ravennati fin dal momento che seppero del viaggio del Papa a Loreto chiesero si spingesse fino alla loro città, che vanta di aver accolto venti gloriosi Pontefici, alcuni dei quali vi emanarono leggi salutari per la cristianità, altri vi si ricoverarono per la malvagità dei tempi, altri vi convennero con Monarchi di Europa ad assolarne le sorti. Giunto al confine della provincia, dopo le 5 pom. là dov’è la chiesa di S. Giacomo in Cortina, decorosamente apparata, Sua Santità fu ricevuta da monsignor Ricci delegato apostolico, dalle autorità provinciali e municipali, e da immenso popolo.

A un miglio di là, all’entrare della strada Faentina, dove era stato innalzato un arco trionfale, presentassi in mezzo ad evviva festose monsignor Folicaldi, Vescovo di Faenza, col clero di Russi e delle vicine parrocchie di sua diocesi, col governatore e la magistratura del paese, seguito da quasi tutto il popolo che chiedeva di essere benedetto; e il Santo Padre, disceso dalla carrozza e salito il trono ivi preparato, li benedisse. Le sette miglia, che rimanevano per giungere a Ravenna, furono un vero continuato trionfo, essendo venuti incontro al Papa presso che tutti i ventimila abitanti di quella celebre città. Non descriveremo i ricchi e svariati addobbi e archi e colonne innalzati fuori e dentro la città, il lettore di leggeri li immagina. A monumento non perituro del felice avvenimento i Ravennati ristaurarono, abbellendola, la famosa porta Adriano, detta in antico Porta Aurea; e poiché il nuovo lavoro era dedicato al Pontefice vi fu posta in fronte la scritta:


OB. ADVENTUM

PII. IX. PONT. MAX.

EXORNATA


Sopra la porta sorgeva la statua colossale di Pio IX appositamente modellata da artisti faentini.

Poco dopo le 6 il Papa era a Ravenna e, ricevuto colle più amabili parole l’omaggio delle chiavi della città fattogli dal Magistrato, benedicendo alla moltitudine che assordava l’aria di evviva, fra le musicali armonie e il suono delle campane giungeva alla metropolitana. Qui stavano a riceverlo l’Eminentissimo Arcivescovo Falconieri coi suoi suffraganei, monsignor Pachecov Souza, Vescovo di Guarda in Portogallo, monsignor Delegato di Forlì, i parrochi, le autorità e i vice consoli delle varie potenze.

Splendida era la paratura e l’illuminazione del tempio; ricevuta la benedizione del Santissimo, Pio IX si ritirava nell’attiguo palazzo arcivescovile, dal balcone del quale benediceva al popolo stipato nella piazza e nelle vie.

Al sopraggiungere della sera la città brillava di una generale illuminazione, nella quale spiccava il mausoleo di Dante, e gli altri storici monumenti; mentre le bande musicali della città e quelle di Brighella e di CasolaValsenio percorrevano le strade, unendo i loro suoni alle grida festose del popolo che si protrassero fino a tarda ora. Il Municipio con pietoso pensiero (poiché ricchi erano allora i municipii, e non carichi di debiti e falliti, come ora, anche quelli delle prime città d’Italia) ordinava la restituzione gratuita di molti pegni dei poveri, depositati al Sacro Monte, e l’assegnazione di parecchie doti a povere ed oneste zitelle.

Ildi seguente, 23 Luglio, sacro al martire S. Apollinare, S. Apollinare cinnanzi, per immediata missione di San Pietro, fondava coi suoi sudori e col suo sangue quella Chiesa, primogenita della Romana, Ravenna era tutta in istraordinaria festa per la presenza del Papa. Di buon mattino recavasi S. S. alla metropolitana per venerare le reliquie del santo Patrono, e vi celebrava il Divin Sacrificio, assistito dai Vescovi di Rimini e di Forli, comunicando di sua mano i due seminarii e moltissimi del popolo. Ritornato alI’arcivescovato, riceveva l'omaggio dei capitoli, delle collegiate e delle deputazioni dei vicini Comuni. Poi sul mezzo del mattino si restituiva alla metropolitana per assistervi alla Cappella papale intimata per la solenne ricorrenza. Vi presero parte i Cardinali Vannicelli, Falconieri e Baluffi, i Prelati di corte,i Vescovi Suffraganei, monsignor Commissario straordinario, venuto appositamente da Bologna, e molti altri personaggi ecclesiastici col capitolo metropolitano e il collegio dei parrochi; poi la magistratura, le autorità civili e militari, e i consoli; le dame erano in apposite tribune. Pontificò la Messa monsignor Orfei, Vescovo di Cesena; poi sul mezzogiorno Pio IX in mezzo alla sua corte saliva alla ringhiera del palazzo delegatizio e impartiva al popolo la benedizione papale. Sei bande musicali, quattro civiche e due militari, e le campane della città e gli evviva della moltitudine salutavano l’atto solenne.

Quindi Sua Santità ammetteva al bacio del piede la magistratura, le autorità, gli impiegati delle varie amministrazioni: e sorprendeva tutti colla maestà dell’aspetto e coll’amorevolezza della parola, interessandosi di tutto e di tutti.

Alle 6 si recava a visitare la tomba del santo martire Apollinare nel suo tempio di Classe, tre miglia fuori di città, tempio che tiene distintissimo luogo tra i primitivi monumenti del Cristianesimo. L’Eminentissimo Arcivescovo ve lo avea preceduto con innumerevole popolo. Era cosa commoventissima il vedere l’augusto successore di S. Pietro prostrato al sepolcro dell’inviato di san Pietro istesso, che fondò quella Chiesa. Molti altri Pontefici s’inchinarono a quella tomba, ultimo dei quali Pio VII. Monsignor Vescovo di Cesena diede col Santissimo la benedizione, dopo la quale Pio IX, preso con sé in carrozza l’Eminentissimo Arcivescovo, faceva ritorno all’arcivescovado in mezzo all’entusiasmo del popolo. — Nuova generale illuminazione aveva luogo la sera nella città e nei dintorni: oltre il mausoleo di Dante, era stupenda quella a fuochi di artificio della Darsena del Canale Corsini. Il Santo Padre stette ad ammirarla per lungo tempo fra gli applausi di tutto un popolo ebbro di gioia. Il 24 luglio Sua Santità visitò il monastero delle Teresiane dove eransi riunite le altre religiose, e le Cappuccine e le suore di san Francesco. Poi passò all’ospedale, ove con ineffabile carità visitò gl’infermi al loro letto, e tutti consolò e benedisse.

La mattina seguente visitava i tempi di san Vitale e di sant’Apollinare, e alle 4 pomeridiane partiva alla volta di Bologna.

Sua Santità segnalò questa parte del suo viaggio con bei donativi alle varie chiese. Cosi alla cattedrale di Ferrara donò una ricca pianeta ricamata, a quella di Ravenna un calice prezioso con smalti, alla Collegiata di Lugo un artistico calice d’argento dorato.

A Massalombarda Pio IX era ricevuto dalla giuliva popolazione accorsa ancora da tutti i luoghi circonvicini. Disceso al duomo, dopo di aver pregato alquanto, passò a visitare il monastero delle Dorotee; poi all’ospedale, e confortò tutti colla sua presenza e colle sue sante parole; poi al palazzo comunale, e dalla loggia benedisse al popolo, che lo ricambiava con festosissime grida; altrettanto avvenne a Medicina. A Villa Fontana visitò il nascente istituto agrario, e provvide per i necessarii miglioramenti. Nelle vicinanze di Bologna e lungo le mura era uscita presso che tutta la popolazione per incontrarlo. La via fino a S. Michele in Bosco era così riboccante di popolo che a stento potè aprirsi il passo. Il lungo stradale da porta Mamolo tino alla villa, e le altre località e l’interno del gran cortile del palazzo erano splendidamente illuminate dal municipio, il quale, — è bene ripeterlo, — era ricco a quei tempi e poteva sfoggiare in simili larghezze, senza aggravare i poveri amministrati.

Il giorno 4 agosto piacque al Santo Padre convitare a mensa in S. Michele in Bosco tutti i porporati, i prelati e i dignitari e personaggi presenti in Bologna; poi recavasi al tempio maestoso di S. Domenico, di cui si celebrava la festa, a venerare le sacre spoglie del Santo. Vi giungeva alle 7 e tre quarti pomeridiane, e in mezzo alla calca del popolo e al suono delle bande cittadine, che ripetevano l’inno pontificio, veniva accolto dagli Eminentissimi Patrizi, suo Vicario e protettore dell’ordine dei Predicatori, e Ferretti, Penitenziere maggiore; monsignor Commissario straordinario, il Senatore di Bologna, il Feldmaresciallo Nugent la Valle, dell’imperiale esercito austriaco, e il Generale pontificio Kalbermatten coi loro stati maggiori eranvi pure accorsi. Sul limitare della porta stavano a riceverlo il Vicario generale della diocesi e il P. Fra Domenico Rosaguti, priore del convento di Bologna, insieme col padre Fra Tommaso Celle, provinciale di Lombardia, parroco di corte a Modena.

Accompagnato da quei personaggi Pio IX, a stento attraversando la folla, recavasi alla magnifica cappella ove riposano le ossa del santo Fondatore, cospicuo monumento delle arti italiane. Quivi sorge la così detta Arca, stupendo lavoro del cinquecento nel quale, tra gli altri artisti lavorò, anche Michelangelo Buonarroti. Il Santo Padre celebrò la Santa Messa, e comunicò di sua mano quei religiosi novizi, e molti divoti cavalieri e dame; poi venerava all’altar maggior il capo di S. Domenico, esposto in ricco reliquiario, e, ammessi al bacio del piede quegli edificanti religiosi e molte altre pie persone, restituivasi alla pontificia dimora; e vi riceveva parecchie deputazioni della vicina Toscana, che tutte chiedevano per le loro città l’onore di essere visitate dal Papa. Volterra, dove Pio IX ricevé la prima educazione, Pistoia, Pisa, Siena, Arezzo ed altre deposero ai piedi del Vicario di Gesù Cristo simili voti.

La mattina del 5 agosto, nell'istesso palazzo di San Michele in Bosco, S. S. tenne Concistoro segreto, al quale intervennero i Cardinali Patrizi, Vicario di Roma, Ferretti, Cagiano da Azevedo, Falconieri, Vannicelli-Casoni, Altieri, Baluffi, Caterini e Viale Prelà, Arcivescovo di Bologna. In questo concistoro fu provveduto a parecchie Chiese di novelli Vescovi, e poi fu chiesto il sacro pallio per le Chiese metropolitane di Toledo, Siviglia, Tarragona, Valladolid, Firenze, Cashel in Irlanda, non che per la Chiesa cattedrale di Volterra, decorata di tal privilegio da Pio IX con la Bolla «Ubi primum» del primo agosto 1856.

In questi medesimi giorni il Santo Padre, tutto dedito al miglioramento morale e materiale di quelle travagliate provincie, fra gli altri stabilimenti visitò pure il lanificio del Manservisi, che in pochi anni crebbe a tanto di vita e di rinomanza da vincere ormai i migliori confronti. Fu ricevuto dal Senatore di Bologna, del pro-Legato, dai membri del municipio, e, percorsa la via che mette nello stabilimento, tutta addobbata vagamente a festa, trovò schierati presso a ottocento operai ed operaie, uniformemente vestiti, recanti fiori in mano. Sua Santità visitava minutamente l’opificio, tutto parato con drappi quivi fabbricati; osservò le sale dei tessitori, i magazzini, la tintoria, le soppresse, le macchine idrauliche e la grande macchina a vapore da sostituire a quelle nella penuria di acqua, e poi la carderia, le gualtiere, ecc. Degnavasi finalmente entrare nell'appartamento del proprietario, dove era una copiosa mostra di drappi di lana già compiuti. Un elegante trono era eretto nella maggiore sala dove ammise al bacio del piede il medesimo proprietario, il direttore dello stabilimento e le persone più ragguardevoli.

Il giorno 12 agosto recavasi Pio IX a S. Giovanni in Persiceto, e vi fu ricevuto con indicibile festa da quella popolazione e da tutti i terrazzani circonvicini. Il 13 alle 6 pomeridiane portavasi ad assistere alla deposizione della prima pietra, fatta dall'Eminentissimo Viale Prelà, del ponte della strada ferrata che doveva alzarsi sul Reno. In questi medesimi giorni ammetteva in speciale udienza monsignor Fcanzoni, Arcivescovo di Torino, uno dei più intrepidi difensori dei diruti di santa Chiesa, esiliato da quell’istesso Governo piemontese che mandava poco prima il Boncompagni a complimentare il Papa!… Riceveva ancora Sua Santità mons. Vescovo di Carpi e molti altri Vescovi nostrani e stranieri, che venivano ad offrire il loro omaggio al Successore di S. Pietro.

Concorrevano nell'istesso tempo ai suoi piedi numerose deputazioni di città dello Stato, massime dell'Emilia, che aveva fatte liete della sua presenza durante il lungo viaggio; e su tutti spandeva colle sue benedizioni i maggiori atti di beneficenza, provvedendo ai pubblici bisogni, promovendo le industrie e largendo ai poveri generosi soccorsi. A mano a mano che il soggiorno del Papa in quelle provincie si avvicinava al termine queste deputazioni si moltiplicavano, facendo a gara e clero e popolo per attestargli la loro venerazione e gratitudine. Contemporaneamente riceveva Sua Santità l'omaggio del conte Pallavicini, ministro degli affari esteri di Parma, e del conte di Rayneval ambasciatore di Francia presso la Santa Sede, richiamato dal suo governo in seguito del noto Rapporto.

Il giorno 15 agosto, solennità della gloriosa Assunzione, Pio IX volle recarsi ai piedi di Maria Santissima, visitando per l’ultima volta il celebre santuario della Vergine di S. Luca sul monte della Guardia, e compì quest’atto di devoto addio in mezzo alle dimostrazioni le più affettuose ed entusiastiche della popolazione.

Il giorno 16 riceveva gli atti di devozione e di riconoscenza a nome di Bologna e dell’intera provincia da Monsignor pro-Legato coi consultori, dal Senatore e dal Municipio bolognese. Una deputazione poi del Capitolo metropolitano con alla testa l’Eminentissimo Viale Prelà, il quale presentava ancora una deputazione di parrochi, in nome di tutto il clero gli umiliava una grande medaglia commemorativa in triplice esemplare d’oro, d’argento e di rame. — Cinque furono le medaglie coniate espressamente a perpetuare la memoria del soggiorno pontificio in Bologna: la prima fu quella commemorativa dell’incoronazione della Madonna di San Luca, la seconda quella offerta a Sua Santità nella sua visita alla Zecca, la terza quella del Municipio a nome della città, la quarta quella del clero suaccennata, e la quinta quella dell’Università. — Così il Santo Padre riceveva tutti gli altri Corpi amministrativi e scientifici; e molte altre deputazioni di città e paesi dello Stato che continuarono fino all’ultimo momento ad essere ammesse alla sovrana presenza.

Prima di lasciare Bologna Sua Santità faceva dono alla villa di San Michele in Bosco di parecchi capi lavori, e ne arricchiva la chiesa di un superbo ostensorio, di un antico calice d’oro magnifico con smalti, d’una pisside d’argento, d’una preziosa pianeta e di un rocchetto adorno di pizzi di Fiandra.

Ilgiorno 17 agosto finalmente, verso le cinque antimeridiane, da Bologna, po ascoltata la Messa alla chiesa di S. Michele circondato da tutta la Corte, il Papa riceveva ancora una volta gli omaggi dei Cardinali Vannicelli e Baluffi, di monsignor Vescovo di Faenza e dei Delegati di Ferrara, di Ravenna, di Urbino e Pesaro, come ancora i numerosi Camerieri segreti ecclesiastici e di spada e cappa. Intanto riempivano le vaste sale tutti i dignitari e le deputazioni ecclesiastiche, civili e militari, molti nobili signori erano pure accorsi per quest’atto di ossequioso congedo a tutti Pio IX diceva parole di affettuoso addio, porgeva a tutti la mano a baciare e a tutti benediceva in una generale commozione.

Alle sei e un quarto precise Sua Santità saliva in carrozza, e salutando e benedicendo affettuosamente la sua Bologna e la folla del popolo, fra gli onori militari resi dalle guardie del palazzo e dalle milizie austriache, e fra il suono dell’inno pontificio delle bande militari, partiva alla volta di Firenze, percorrendo fino ben lungi dalla città tutto lo stradale stipato di popolo che ne implorava ancora una volta la benedizione.

Il Senatore e il Municipio insieme con monsig. pro-Legato e coll’amministrazione provinciale avevano preceduto il Papa alla vicina terra di Pianoro per esprimergli di nuovo i sensi di profonda gratitudine e di fedele sudditanza a nome della città e della provincia.

L’ordine, la quiete più perfetta aveva accompagnato il via(g)gio del Papa nelle Marche e nelle Romagne, senza che pur l’ombradi quel malessere o malcontento segnalato da Cavour al famoso Congresso parigino, e sparso ai quattro venti dalle mille trombe della frammassoneria, trasparisse tra quelle feste e quelle gioie sincere e interminabili. E che si, che i settarii di Piemonte, d’Inghilterra e di Francia non trascurarono nulla per menomare, poiché non li potevano distruggere, gli effetti felici della presenza del Papa in quelle provincie.

Fallito ogni altro mezzo, ricorsero all’ultima ratio della setta; al pugnale: ma, la mercé di Dio, inutilmente.

Mentre Pio IX soggiornava in S. Michele in Bosco, si presentarono un giorno due signori a una persona importante del luogo (ho il fatto da fonte autentica), i quali, affettando devozione per il Papa, a grande istanza le chiesero di ottenere loro una udienza particolare da Sua Santità.

La persona riconobbe uno dei due sollecitatori, uomo capelluto e barbuto, Felice Orsini. Sapendo di propria scienza chi fosse, dissimulò, e solo si contentò di far sentire la difficoltà di appagare la loro dimanda: ripassassero tra qualche giorno che vedrebbe, procurerebbe, ecc. Non disse verbo dell’incontro; ma poiché ne aveva il modo, fece in guisa che la sorveglianza fosse accresciuta intorno alla villa di S. Michele, e che, senza allarmare alcuno, la persona del Papa fosse meglio difesa.

I due sollecitatori non tornarono più... Il giorno seguente, sul cader della sera, mentre il S. Padre passeggiava nel bosco di S. Michele, in fondo a un viale si notò uno strano tramestio di militari e di gente; poco stante due religiosi furono visti allontanarsi frettolosamente, e tra il folto degli alberi e la luce incerta della sera confondersi e sparire.

I due supposti religiosi erano stati scorti dalle guardie mentre procuravano avvicinarsi al luogo dove passeggiava il Papa. Il loro portamento e i loro modi destarono sospetto; ma Sua Santità stava per giungere; si esitò, e quando si vollero inseguire, quelli si erano dileguati. Furono riconosciuti nei due religiosi l’Orsini e il suo compagno; ma, fosse timore o prudenza, si tacque.


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CAPO IX

IL SANTO PADRE IN TOSCANA

Già fin dalla domenica 16 agosto, alle 3 pomeridiane, gl'Imperiali e Reali Arciduchi Ferdinando e Carlo, figli del Gran Duca Leopoldo II, muovevano da Firenze a fine di porgere omaggio al Sommo Pontefice non appena toccasse il confine. Gli avea preceduti di poco il marchese Ballati-Nerli, sopraintendente generale delle Poste granducali.

Giunto Pio IX a Covigliaio, l’intera popolazione dei circonvicini paesi era sulla via, e Pio IX, commosso, da un trono campestre la benediceva. Le acclamazioni gli applausi e gli evviva furono immensi. Saputo il Pontefice come ivi si stesse edificando una nuova chiesa, nell'accomiatarsi dal parroco del luogo gli lasciò una cospicua elemosina a pro di essa.

Da Covigliaio alla villa Gerini, detta le Maschere, era un succedersi continuo di gruppi di villici che genuflessi chiedevano al Papa la benedizione. Alla Futa numeroso popolo ’lo attendeva con una banda musicale. A santa Lucia all'Ostale, gran gente era accorsa con una confraternita e col parroco alla testa, e, cantando il Te Deiun, salutava il passaggio del Padre dei fedeli che li benediceva. Alla villa Gerini in tutto lo spazio dall’ingresso alla chiesa erano raccolte tutte le Confraternite del Mugello coi loro stendardi, e i padri Francescani e i Cappuccini e tutto il Clero e un popolo senza numero. Attendevano il Papa alla porta della chiesa il Gran Duca Leopoldo II e la Granduchessa regnante, la Granduchessa vedova, le loro Altezze Reali i due Arciduchi, la Principessa Anna, il Conte e la Contessa di Trapani, l’Internunzio Apostolico, monsignor Restoni, Vicario capitolare di Firenze, il seguito della Corte toscana, e il Principe Don Ferdinando Strozzi, e il Conte Ugolino della Gherardesca, nobilissimi toscani, Ciamberlani del Gran Duca destinati al servizio del Papa.

La villa delle Maschere ampia e bella, e fornita di ricche suppellettili, anche al di là di quel che suole trovarsi nelle ville più signorili, fu decorata dal marchese Gerini per la fausta circostanza di quanto più splendido e adatto potè suggerirgli il suo buon gusto.

Entrato il Santo Padre nella villa, dalla loggia principale impartì alla moltitudine, accorsa da ogni parte, la benedizione apostolica; e gli applausi, gli evviva del popolo furono indescrivibili. Poiché ebbe nella sala del trono ammessi al bacio del piede il Clero, i religiosi francescani e cappuccini, e i dignitari delle Confraternite, Pio IX si assise a mensa colla Famiglia Granducale. Dopo il pranzo s’intrattenne coll'Augusta Famiglia, e in questo incontro decorò di sua mano della gran croce dell'Ordine Piano il giovane Principe Ereditario, il quale colla sua famiglia fece ritorno nella sera a Firenze. Allora Sua Santità trasse a passeggio per il delizioso parco della villa; ma tale fu la moltitudine del popolo che gli si affollò intorno per baciargli i piedi, le mani, le vesti, che commossa e vinta da tanto entusiasmo, fu costretta a ritirarsi nel palazzo, e di nuovo dalla loggia la benedisse. Il Pontefice passò la notte del 17 presso il marchese Gerini, ricevendo molte persone abitanti nei luoghi circonvicini.

La mattina del 18, dopo d’avere ammesso a particolare udienza il marchese e la nobile famiglia, cui espresse la più affettuosa soddisfazione, Pio IX si rimise in via. A Rischieti gli si fece incontro un popolo immenso colla Confraternita, cogli stendardi, e grida di giubilo e applausi senza fine. — A Vaglia era stato eretto un arco trionfale; eravi la Confraternita e gran popolo festoso, — A Pratolino, altro arco trionfale, eranvi accorsi i Padri Servi di Maria, il Clero e tutta la popolazione. — Alla Lastra nuovo arco trionfale; e il popolo e la Confraternita con torce accese aspettavano il Papa; dapertutto applausi, evviva; e Pio IX benediceva quei popoli devoti. — Al tocco in punto giungeva a villa Guicciardini. Numeroso concorso di Fiorentini e molte ragguardevoli persone erano venute ad attenderlo e a riceverne la benedizione. La graziosa villa era tutta adorna di trofei e di bandiere toscane e pontificie intrecciate con rami d’olivo e d’alloro, con spighe di grano e con iscrizioni tolte delle sacre Carte. Ciascun trofeo, poiché era sopraggiunta la notte, portava in cima un fuoco di bengala. All’ingresso era stato innalzato un ricco padiglione, e di contro su di un ridente prato sorgeva l’immagine dell'Immacolata Concezione.

Alle quattro e mezza pomeridiane finalmente un colpo di cannone annunziava alla città di Firenze che il Papa si avvicinava. Alla porta S. Gallo per la fausta circostanza era stato ingrandito l'accesso sulla via S. Leopoldo, demolendo ancora alcuni fabbricati, che lino allora avevano reso angusto il passaggio.

La folla del popolo era immensa, l’entusiasmo all’arrivo del Papa al colmo. Giunto il pontificio corteggio al Duomo, i Vescovi toscani, il Capitolo del Duomo e quello di S. Lorenzo, e i varii dignitarii ricevevano il Sommo Pontefice, che con a fianco il pio Granduca entrava in chiesa, mostrando alle turbe riverenti quanto grande e bella sia l’unione delle due potestà insieme unite nel nome di Dio. Ricevuta la benedizione del Santissimo, esposto in mezzo a una ricca illuminazione, Sua Santità, il Granduca, col loro splendido corteggio, si diressero alla piazza dei " Pitti. Una duplice ala di milizie apriva il passaggio al palazzo granducale riccamente adorno di damaschi e di arazzi; le finestre e i terrazzi erano stipati di famiglie di Ufficiali di corte e di nobili Toscani. Fra il suono delle campane, il tuonar dei cannoni, le armonie delle bande militari e le grida entusiastiche di una moltitudine senza numero, entrava il Papa nella piazza. Stavano ad attenderlo in uniforme di gala i Ministri di Stato, i dignitari di Corte, i Ciambellani, le Dame tutte vestite in nero con ricchi veli e adorne di gioie preziose. La Granduchessa regnante, la Granduchessa vedova, la Principessa ereditaria, e la Contessa di Trapani, riceverono Sua Santità al primo ripiano della scala e con lui entrarono nella sala del trono. Dopo breve riposo il Santo Padre da un magnifico padiglione di velluto e di oro impartì al popolo la benedizione papale in mezzo a un turbine di evviva e di acclamazioni senza fine. Rientrato nella sala del trono, l’Eminentissimo Card. Corsi, Arcivescovo di Pisa, gli presentò a uno a uno i Vescovi della Toscana e poi i Cappellani di Corte; quindi S. A. R. il Gran-Duca introdusse Sua Santità in altra magnifica sala, dove fu ammessa al bacio del piede la famiglia granducale e poi tutti i dignitari di Corte e le Dame, presentati dal principe Corsini. Dopo di che Pio IX si ritirò nell’appartamento regalmente apparecchiatogli, che è quello chiamato il quartiere delle stoffe, annesso alla galleria palatina.

Non descriveremo la magnificenza degli addobbi e gli oggetti d’arte antica e moderna quivi già esistenti o appositamente recativi per la circostanza; la gran sala da ballo era convertita in sala del trono, parata di damasco rosso e di preziosi arazzi istoriati di Fiandra. La cappella era fornita di arredi inapprezzabili i candelieri del Col lini, il Crocifisso di ricchissimo lavoro dell’arte antica. La camera da letto era riccamente mobiliata alla foggia del 1600; e tra gli oggetti preziosi e le lumiere ad intaglio dorate spiccava un busto di bronzo del Pontefice fuso nella reale fonderia.

Il giorno 19 agosto S. S. riceveva i Cavalieri dell’Ordine di Santo Stefano; e commoventissimo fu il discorso che loro diresse. — Lodò le antiche geste dell’Ordine a prò della causa santa della Fede; disse, che, mutati ora i tempi, le opere di cristiano zelo e di edificazione dovevano mantenerlo illustre, surrogando quelle della spada; disse che chi porta sul petto una croce, porta il simbolo della Religione SS.ma di Cristo, e gl'incombe l’obbligo di apertamente, sinceramente, francamente professarla. — Nella presente ruinosa pioggia di Cavalieri e di croci cadono acconce le auguste parole del Papa. Il Cavaliere che porta in petto una croce, e non la difende e non propugna i principii sacrosanti che essa rappresenta è un vile mentitore. Alzatosi quindi, in piedi il Vicario di Cristo, con aspetto maestoso e solenne, nel nome del Padre Creatore, del Figlio Redentore e dello Spirito Santo, Spirito di sapienza, di carità, di fede, benedì ai Cavalieri presenti, alle loro famiglie, alla Toscana e a tutti gli Stati cattolici.

Giovedì 20, dopo le sette del mattino, Pio IX accompagnato dalla reale famiglia, si recò alla insigne Basilica della SS.ma Annunziata. Il celebre tempio per opera di alcuni benemeriti signori era stato tutto rimesso a nuovo, ridorato il soffitto, ed aspettavasi a riaprirlo al pubblico la fausta circostanza. Il Santo Padre celebrò il Divin Sacrificio, servendosi di un calice prezioso da lui stesso donato alla Basilica, e comunicò di sua mano i componenti la società di S. Vincenzo di Paoli.

Ritornato al Palazzo Pitti, ricevette l’omaggio di molti personaggi e deputazioni, tra le quali quella della città di Livorno.

La sera ammise al bacio del piede le Guardie nobili granducali. Lo Stato maggiore delle milizie, molti signori e dame fiorentine e altri distinti personaggi, e moltissime deputazioni, fra le quali quella della Congregazione di San Giovanni Battista e altre di diverse Associazioni, non solo fiorentine, ma talune venute da lontani ed esteri paesi.

Nelle ore pomeridiane del 21 Sua Santità, nella casa dei Signori della missione, ammetteva al bacio del piede le dame della carità; e la sera, mentre ammetteva alla sua presenza un gran numero di devote persone, le bande militari al lume d’innumerevoli torcie eseguivano innanzi al palazzo stupende serenate. Intanto l’entusiasmo della città era al colmo; ogni classe di persone accorreva a Pitti; le anticamere da mane a sera erano stipate di visitatori di ogni classe; ogni istituto, ogni corporazione religiosa o civile, tutti i municipi di lontani e vicini paesi si recavano ai piedi del Papa: e il Papa tutti accoglieva, a tutti rivolgeva le più amorevoli e sante parole, tutti benediceva. La piazza dei Pittica il ritrovo continuo e devoto della popolazione fiorentina e dei Toscani accorsi a Firenze. Se il Papa usciva, tutte le vie erano ingombre di doppia fila di devoti; ed egli era per tal guisa assediato continuamente che a stento poteva trovare il necessario riposo.

Il S. Padre in mezzo a tanta festa visitava l’insigne tempio (s)croce, di S. Croce, dove fu ricevuto dalla deputazione per la fabbrica della facciata, presieduta dal marchese Bartolini, Maggiordomo della Corte granducale. E Sua Santità inaugurò i lavori della medesima facciata ponendone solennemente di sua mano la prima pietra. Poi nella sagrestia ammise al bacio del piede i superiori del convento, il direttore, i professori e gli alunni del liceo fiorentino, rivolgendo ad essi benignissime parole sul necessario accordo della scienza colla Religione; accolse ancora altri ragguardevoli personaggi e i bambini degli Asili d’Infanzia. Poi passò al monastero di santa Maria Maddalena, e di là alla galleria degli Uffizi, e accompagnato da S. A. I. il Gran-Duca, col Presidente del consiglio dei ministri, visitò quella famosa galleria in ogni sua parte, come, ancora la biblioteca Magliabechiana e l’archivio di Stato; dopo il pranzo visitò l’Istituto tecnico. La sera Sua Santità, recatasi nei reali appartamenti, rese visita al Gran-Duca; poi, restituitasi ai suoi, riceveva i Capi di guardia della celebre compagnia della Misericordia.

Il 23 agosto le vie che dal palazzo Pitti conducono al Duomo erano messe a istraordinaria festa, e la popolazione tanto urbana quanto rurale, venuta anche da lontani luoghi; si accalcava per le vie, e fin dalle sei riempiva il vasto tempio.

Due ore dopo con tutto il nobile seguito il Papa entrava in Santa Maria del Fiore, tutta parata magnificamente a festa. Sua Santità era per compiervi la consacrazione di quattro nuovi vescovi toscani: l’Arcivescovo di Firenze, e i Vescovi di Volterra, di Monte Falciano, e di Fiesole. Tutta la Famiglia granducale colle LL. Altezze il Conte e la Contessa di Trapani e il Ministero e il Corpo diplomatico intervennero alla sacra funzione; il Pontefice era assistito da monsignor Franchi, Arcivescovo di Tessalonica e Internunzio apostolico presso la Corte toscana, e da monsignor Arcivescovo di Lucca.

Compita la consacrazione ed ammessi al bacio del piede i canonici e i cappellani della Basilica, visitò l’insigne tempio di San Giovanni Battista, dove erano raccolti i congregati della società che dal santo Precursore s’intitola. Ritornato al regio palazzo, benedisse dal balcone la moltitudine; poi ricevé l’illustre collegio dei Buoni Uomini di S. Martino. — La sera fuvvi illuminazione a luce elettrica.

La mattina del 24 Pio IX, poco dopo le nove, salutato da cento e un colpo di cannone tirati dal forte di Belvedere, lasciava Firenze; le milizie granducali dei Veliti facevano ala sul suo passaggio, e uno scelto drappello di cavalleria precedeva e seguiva il corteggio pontificio.

Il Gran-Duca sedeva alla sinistra del Papa nella carrozza di gala, alla quale teneva dietro quella del Gran-Principe ereditario e poscia quelle del seguito di Sua Santità e della reale famiglia.

Le Altezze Imperiali della Granduchessa regnante, della Granduchessa vedova e della Granprincipessa ereditaria, colle LL. Altezze il Conte e la Contessa di Trapani trovavansi già alla stazione della ferrovia Leopolda; tutte le vie e le finestre erano riccamente pavesate, e il popolo immenso. Sulla piazzetta della Porticciuola Pio IX trovò schierati gli alunni del liceo arciduca Ferdinando, e sul prato quelli del collegio dei figli dei militari; e il Santo Padre li benedisse. La stazione era tutta magnificamente adornata di fiori, e egualmente adorno era il treno pontificio. Il Prefetto di Firenze, il Gonfaloniere coi membri del municipio e lo Stato Maggiore delle milizie toscane e il direttore della società Leopolda erano là per far omaggio al Papa. Pio IX rivolse brevi e nobilissime parole al Gonfaloniere, ringraziando la città di Firenze della bella affettuosa accoglienza, e, benedicendo alla rappresentanza municipale e a tutti, salì nella carozza messa a fiori e a festoni, e con lui S. A. I. il Granduca Leopoldo; nelle altre carrozze del treno salirono l’imperiale Famiglia Granducale e le due corti; dato il segno, il treno parti per Pisa.

Le accoglienze in questa città furono magnifiche, e tali quali si aPisa ripeterono in tutte le terre della gentile Toscana. Il 25 Sua Santità celebrava la Messa nella Cattedrale gìPisa, dove amministrò il Pane eucaristico ai soci di San Vincenzo di Paoli, e dopo aver ricevuto nel palazzo arcivescovile il clero e le autorità civili e militari, impartì dal balcone la benedizione papale all'entusiasmata moltitudine. Alle dieci antimeridiane, accompagnato dalle LL. Altezze Imperiali il Gran-Duca Leopoldo e dal Principe ereditario, giungeva in Livorno. Il suono delle campane e le salve delle artiglierie, alle quali rispondevano quelle della squadra austriaca ancorata nel porto, salutavano l’arrivo del Pontefice. Il Consiglio municipale, e lo stato maggiore della piazza presentati dall’augusto Gran-Duca baciarono il piede per i primi al Papa, il quale, secondo il solito, recatosi per prima cosa al Duomo, e ricevuto alla porta da monsignor Gavi, Vescovo di Milita e amministratore della diocesi di Livorno, col Clero della Cattedrale insieme col Governatore col consiglio municipale e col corpo consolare, ricevé la benedizione del Santissimo. Poi traversando la piazza a piedi in mezzo alla calca del popolo, dal balcone del palazzo reale impartì la benedizione in mezzo a entusiastici applausi e calorosi evviva. Poi ricevé i canonici del Duomo, i regi Ciamberlani e la uffizialità della squadra austriaca; poi visitò la chiesa greca e il seminario; finalmente, salito nella carrozza della ferrovia coll'Imperiale Gran-Duca, vi ricevé il Governatore di Livorno che lo ringraziava in nome della popolazione.

Di ritorno a Pisa riparti per Lucca. Vi giunse all’una pom. fra lo aLucca, sparo delle artiglierie e il suono delle campane, ricevuto dal Prefetto del compartimento e dal consiglio municipale, e in mezzo alla folla del popolo si recò alla Cattedrale per la benedizione del Santissimo. Sua Beatitudine ricevé poi i figli del Gran-Duca e del Conte di Trapani è colle più affettuose parole benedì ai reali fanciulli; poi ricevé la reale Anticamera. Dopo pranzo volle visitare il convento di S. Giuseppe, San Nicolao, la collegiata di San Ponziano, e il monastero dell’Angiolo. La sera ricevé la corte regia, il consiglio municipale, i convittori del collegio diSan Frediano, la guardia d’onore e altri personaggi. Sua Santità visitò ancora il monastero di San Domenico, dove trovavasi S. A. R. la già Duchessa di Lucca. Non è a dire che la città fa tutta illuminata la sera, e in molti luoghi leggevansi motti in onore di Pio IX, che mostravano come i buoni Lucchesi con compiacenza ricordassero la visita fatta a Lucca dal canonico Giovanni Ma:ia Mastai reduce dalla missione d’America.

Il 26, verso le sette, Sua Santità celebrava la Messa nella Cattedrale, assistito da monsignor Ghilardi, Vescovo di Mondovi e dall’Arcivescovo di Lucca, e comunicò di sua mano i soci di san Vincenzo di Paoli, oltre molte ragguardevoli persone. Poi ascoltò la Messa di ringraziamento nella cappella del Volto Santo, e adorato il Santissimo, salì all'Arcivescovado pei soliti ricevimenti. Visitò poi la chiesa di S. Michele in Foro e la basilica di S. Frediano, e per le mura ritornò al palazzo reale, da dove benedì la devota moltitudine. Finalmente salito in carrozza insieme colle LL. Altezze Imperiali e Reali il Gran-Duca e il Principe ereditario, e seguito da S. A. R. il Conte di Trapani, alle dieci e mezzo era di nuovo alla stazione della via ferrata, dove il fiore della cittadinanza era raccolto per salutare ancora una volta il Papa, il quale benedicendo il popolo e la città, fra gli avviva e lo agitare dei bianchi lini si allontanava.

Alle undici e mezzo toccava la stazione di Pisa. Era questa tutta vagamente addobbata; il suono delle campane della città e del subburbio salutavano il Pontefice, che salito nella carrozza di gala con le LL. Altezze Imperiali il Gran-Duca, che gli sedeva a sinistra, e il Gran-Principe Ereditario di fronte, si diresse alla stazione della ferrovia Leopolda riccamente parata, dove l’attendevano le autorità civili e militari in abito di ceremonia, mentre le bande militari alternavano i loro concerti.

Il Santo Padre diresse affettuose parole al Gonfaloniere, che ringraziavalo a nome della città, e poscia fra gli evviva della popolazione, sempre insieme coll’Altezza Reale del Gran Duca e col principe Ereditario, muoveva per Pontedera. Vi giungeva verso le dodici, ricevuto dal delegato di governo, dal municipio, dal clero e da folio popolo. Poiché gli ebbe benedetti, continuò per Camugliano. — A Prato visitò il monastero di Santa Caterina, e quelle devote religiose gli donarono una bella reliquia, che ricambiò con splendida elemosina. A Pistoia gli furono incontro le autorità e i due gonfalonieri di Porta Carratica e Lucchese con molti distinti cittadini; è inutile di dire la folla e l’entusiasmo del popolo. Un arco trionfale sorgeva nel quadrivio della porta Carratica, mentre uno stuolo di giovinetti, vestiti all’antica foggia romana, precedevano il corteggio pontificio spargendo fiori; due bande municipali accompagnavano quel vero trionfo. Fu ricevuto alla porta della cattedrale dal capitolo e dai parrochi della città, al suono delle campane in mezzo a una folla immensa e devota. La sera precedente all’arrivo fuochi di gioki e spari di mortaci nelle circostanti colline preconizzavano il giubilo dell’imminente arrivo del Papa. Dal duomo, Pio IX recossi a piedi in mezzo al popolo, sotto il baldacchino portato dai canonici, al palazzo municipale, e dalla ringhiera della sala, detta Guelfa, benedi la popolazione. Ripetute salve di avviva echeggiarono da ogni parte. Asceso poscia il trono, ammise al bacio del piede il clero e i vari dignitari della città; ma poiché la copia della persone era troppo grande e il tempo stringeva, il S. Padre sollevando la voce, disse che accordava ai presenti la Indulgenza Plenaria in un giorno a loro scelta; esortò tutti a pregare per lui affinché il suo cuore paterno fosse consolato dal trionfo della cattolica indefettibile Chiesa di Cristo e dalla conversione dei peccatori. Esortò a pregare per la estirpazione degli errori che la framassoneria sparge con tutti i mezzi e in ogni parte; per la società cotanto corrotta dalle false dottrine, e per l’augusto e amato Principe che governava quello Stato, allora si florido, affinché lo spirito divino lo confortasse sempre di retto consiglio, e la Provvidenza ne felicitasse i giorni conservandolo lungamente all'amore dei Toscani. Conchiuse coll’invocare la benedizione divina sugli astanti, sulla Toscana e sull’Augusto Gran-Duca. E, commentando le parole liturgiche della Benedizione, fu il suo dire cosi ispirato e commovente, che tutti ne piansero inteneriti, e la sala echeggiò di ripetuti, affettuosissimi applausi. — Il Papa dopo di ciò ricevè gli ossequi di distinti personaggi, e gradi un suo ritratto a intarsio, squisito lavoro d’un artefice pistoiese, e due canestri di finissime confetture, presentategli, giusta il costume del paese, da due giovanetti delle primarie famiglie, che ricambiò d’un eletto dono.

Il 26 Agosto alle 7 pom. il S. Padre, preceduto dal Granduca e aVolterra, dal Gran Principe ereditario, giungeva a Volterra, incontrato a breve distanza dalla città e dalle autorità civili e militari. Salito nella carrozza di corte, dalla Porta a Selci, preceduto da un drappello di cavalleria e seguito dalle guardie del corpo, percorse le principali strade splendidamente illuminate, e fra gli evviva della popolazione e il suono delle bande musicali recossi alla Cattedrale dove lo aspettavano il Granduca e l’augusto suo erede coll’Arcivescovo di Pisa, il Vescovo diocesano e tutto il clero secolare e regolare. Ricevuta la benedizione del Santissimo, prendeva stanza Sua Santità nel palazzo episcopale, dalla loggia del quale impartì alla popolazione la benedizione.

La mattina seguente, dopo le sette, Pio IX conducevasi alla chiesa di S. Michele, dove i Padri delle Scuole pie solennizzavano la festa del loro inclito fondatore San Giuseppe Calasanzio. Vi celebrò la santa Messa, amministrando il Pane Eucaristico agli alunni di quel collegio e ai soci di San Vincenzo di Paoli; poscia visitò l’istesso collegio attiguo alla chiesa, dove avea passato i suoi primi anni, e dove di nuovo trovò a salutarlo il Granduca e il Principe ereditario, e accettata una breve refezione ammise al bacio del piede i religiosi, gli alunni ed altre ragguardevoli persone. Poi passò a visitare colle LL. AA. IL, e il monastero di San Lino, e la scuola di disegno, dove il municipio aveva apparecchiato una esposizione di lavori d’alabastro massima industria del paese. Finalmente ritornato al palazzo episcopale benedisse di nuovo il popolo affollato sulla piazza, che salutò Sua Beatitudine coi più vivi applausi.

La mattina del 30 il Papa era a Siena, e celebrava la Messa nella Cattedrale, famoso monumento dell’arte cristiana; ammise al solito, al bacio del piede le autorità, e molte devote persone, quindi fu a visitare il monastero della Madonna delle Trafisse, poi l’istituto dei sordimuti del padre Pendole, delle Scuole Pie, uno dei più importanti istituti d’Italia. Assistette a un saggio di quegli infelici ed ammirò la perfezione cui era portata la loro istruzione. Nelle ore pomeridiane visitò l’ospedale; poi dalla loggia del palazzo municipale impartì la benedizione al popolo. Il municipio diede in questa fausta ricorrenza una festa in costume, rappresentando una marcia trionfale dei bassi tempi nella quale figuravano i capitani delle 17 contrade della città.

In questa circostanza Pio IX visitò a Eomebranda la casa di S. Caterina da Siena, ora convertita in cappella. Nell’oratorio stava collocato sopra una tavola il prezioso manoscritto autografo delle lettere scritte dall eroica vergine Benincasa, e il S. Padre attentamente lo osservò. Offertogli poscia un Album con preghiera di segnarvi alcune parole, egli vi scrisse:

Infirma mundi elegit Leus ut confudatfurita. Mirabilis Deus in Sanctis suis. —Volse quindi un breve discorso ai fratelli e alle, sorelle della Compagnia, rammentando loro di quanto gran bene andasse debitrice l’Italia a santa Caterina peravere essa, fanciulla sola ed imbelle, fatto ogni cosa per ricondurre in tempi agitatissimi il Papa, da Avignone, alla sua sede romana.

Alle ore 6 del 31 Agosto partiva Pio IX per Lucignano; una parte dell’Imperiale e Reale Famiglia si congedava da Sua Santità nella più viva reciproca commozione; ma il Granduca e i due augusti Figli seguitarono ad accompagnarla fino ai confini dello Stato.

Qui fa d’uopo aggiungere un particolare, ed è che a festeggiare la presenza del Papa in Siena l'imperiale Accademia dei Rozzi fece distribuire a famiglie povere più di novemila razioni di pane, e che il Monte dei Paschi conferì 31 doti ad altrettante fanciulle, povere della città.

Circa le 10 il S. Padre giungeva a Lucignano, e ricevuta nel duomo la benedizione del Santissimo, da una loggia della casa del Cav. Arrighi benedisse il popolo fuori di sé dalla gioia.

Alle 2 pomeridiane continuò il viaggio per Betolle e Acquavivadove era accorso gran popolo, cui benedisse. Presso Chiusi gli si presentarono il clero e la popolazione, poco stante fu incontrato dall’Emo Pecci, Arcivescovo Vescovo di Perugia, col Delegato di quella provincia, col Consiglio provinciale, la Magistratura di Foligno, ed altre ragguardevoli persone.

Nelle ore pomeridiane dell'istesso giorno le autorità di Monte aiconfine Pulciano colla banda musicale, e il clero e il popolo, recaronsi ad Acquaviva per fare omaggio a Sua Santità; tutte le vicinanze vedevatisi stipate di gente che da ogni parte erano accorse sul suo passaggio. Preceduto dal Granduca e dagli Arciduchi figli, vi giungeva il Santo Padre verso le 4 e mezzo pomeridiane in una indicibile festa. Ricevuta la benedizione del Santissimo nella chiesa di Acquaviva, ascese il trono eretto d’innanzi alla medesima, e di là benedì la folla devota e la città di Monte Pulciano; poi, sempre seguito dalle LL. Altezze Imperiali, prosegui per Chiusi. Al confine pontificio finalmente Pio IX separossi dal Granduca e dagli augusti Figli, fra le più cordiali e commoventi dimostrazioni di amore e di devozione: fu un momento tenerissimo che commosse tutti.

Non vogliamo omettere qui, che desiderosi i Volterrani di dimostrare meglio che per loro si potesse il sentimento della più viva riconoscenza, da cui erano animati verso S. Santità il Sommo Pontefice Pio IX, per essersi degnato di onorare della sua augusta presenza la loro città, eressero sulla piazza di Sant’Agostino una statua in gesso, fatta appositamente in pochi giorni sul disegno del sig. Batelli, la quale rappresentava lo stesso Supremo Gerarca.

Fu fatto plauso al pio pensiero da S. A. I. e R. il Granduca, il quale, perché la città di Volterra avesse un monumento che ricordasse cosi solenne e fausta circostanza, confortò i Volterrani a fare scolpire in marmo quella statua, il cui disegno parve a tutti pregevole, mentre egli avrebbe provveduto a fare eseguire a proprie spese l’occorrente piedistallo, ornato di bassorilievo rappresentante Pio IX alle scuole dei Scolopì di Volterra.

Il desiderio dell’amato Principe diventò desiderio universale. Si aprì tosto una sottoscrizione per azioni di lire cento ciascuna. I canonici tutti di quella Cattedrale si firmarono ognuno per una azione; i più facoltosi signori volterrani si obbligarono chi per quattro e chi per sei azioni, e taluno anche per otto; il conte Larderell si sottoscrisse per dodici azioni, ed Angelo Gatti di Pistoia, quello stesso che ha acquistato celebrità per le sue esposizioni di oggetti di belle arti a Vienna, in Moravia e a Berlino, colà trovandosi in questa circostanza, si obbligò per trenta azioni. Per tal modo in pochi giorni fu raccolta la somma di scudi duemila (pari a lire 10,750).

Ilviaggio del Papa in Toscana aveva eccitato la stampa libertina che, non sapendo darsene pace, procurava menomarne la importanza. L’ottimo Giglio di Firenze, rispondendo alla IndépendanceBelge scriveva:

«... l'Indipendenza Belgica s’era fatto scrivere da Firenze che — la Toscana non avrebbe passato i limiti delle convenienze nel ricevimento che avrebbe fatto al Sommo Pontefice, — ed altri giornali pure si sforzarono di ridurre ad un ricevimento ufficiale l'accoglimento ch'Egli ebbe tra noi. Ora, che le prove di fatto hanno risposto a queste maligne insinuazioni, ci sia lecito di segnalarlo.

«Sappiano adunque tutti costoro che la Toscana è cattolica, e che vuol esser tale a dispetto di tutte le mene che si fanno occulte o palesi perché non sia quello che è. Sappiano che, come cattolica, non accolse il Sommo Pontefice qual Monarca soltanto e Principe temporale di uno Stato, per altro ragguardevole, quale è l’ecclesiastico; ma che essa vide in lui una dignità tanto più grande, che a petto di essa scompaiono tutte le autorità regie ed imperiali, per quanto auguste esse sieno. Sappiano che non riverì il Papa, come il primo di tutti i Vescovi; ma che lo riconobbe come capo di tutti i Vescovi, successore di S. Pietro, Vicario di Gesù Cristo, come quello che ha la pienezza di podestà e di giurisdizione sopra tutta la cattolica Chiesa.

«Non fu pertanto un atto di convenienza quello che si compiè tra noi, non fu un ricevimento ufficiale quello che gli si fece; ma un atto di fede, il quale proruppe spontaneo da tutti i cuori; fu un sentimento profondo di riverenza alla cattedra di Pietro, del quale egli è il successore; fu unalletto sincerissimo (e la singolarissima benignità di lui ci permetta di parlar cosi) di famiglia, per cui noi figliuoli ci stringemmo d’intorno al Padre per goderne l’amata presenza; fu un desiderio vivo di riceverne una benedizione che scendesse fin nelle ossa, per poter dire un giorno con vanto ai nostri figliuoli e nepoti, che fummo da lui benedetti; fu un sentimento di riconoscenza alla nostra Madre la Chiesa, la quale ci ha insegnato quel che sia il Romano Pontefice; fu finalmente una protesta contro tutti coloro che fanno bersaglio di lor lingua e de' loro scritti l’augusta Sede di Pietro.

«E noi confidiamo che, come tale, abbia accettato il nostro accoglimento il Sommo Pontefice: anzi, osiamo dire di più, ne siamo certi, e cel rivelò quell’amabilità costante, quel volto sereno, quel guardo amorevole, quelle benedizioni dateci con tanto affetto che tutti ci vinsero e rapirono; cel rivelò quell’effusione di cuore per cui si fece tutto a tutti in ogni occasione. Intorniato di fanciulletti scese fino a piacevoleggiare con loro, a somiglianza di Colui che voleva sempre i fanciulli d’intorno a sé; disse parole di amorevolezza e di spirito nelle Comunità religiose, parole di generosità e di fede ai cavalieri di varii ordini, parole di forza e di magnanimità cristiana ai militari, parlò il linguaggio dello zelo e della costanza pastorale ai prelati di S. Chiesa, e tutti consigliò, tutti ammoni, tutti promosse al bene. E ciò con tanto di soavità, di schiettezza, di amore, che, penetrando fin nel più intimo dei cuori le sue parole, spuntarono lagrime di devozione e di affetto fin sopra certi volti, che da gran tempo non avevano più provata quella gioia ineffabile. Non credo che abbiam torto, se da queste prove abbiamo giudicato del suo cuore.

«Di che, assurgendo per un momento a una considerazione più generale, noi diremo senza tema di essere smentiti, che il soggiorno del Sommo Pontefice tra di noi ha messo in mostra varie verità preziose, ed ha sconfitto vari errori.» — Fin qui l’autorevole foglio di Firenze. Ma è da seguire il Papa che ritorna nei suoi Stati.

Più di cinquecento cittadini di Chiusi vollero accompagnare il S. Padre fino a Città della Pieve, dove giunse alle 7, incontrato da un’immensa popolazione. Alla porta sorgeva un arco trionfale; le vie fino al duomo erano adorne elegantemente con drappi e fiori. Qui corsero a fargli omaggio il Consiglio provinciale, la Commissione governativa e la Magistratura di Perugia, oltre le deputazioni della Fratta, di Castiglion del Lago, di Magione, di Piegaro, di Panicale, e quelle del clero di Perugia, di Foligno, di Todi, di Spello ed altre. Alla cattedrale Sua Santità fu ricevuta dall'Eminentissimo Pecci, e da parecchi altri Vescovi e Prelati. Dopo la benedizione, nell'Episcopio ricevette deputazioni di altri paesi. Nel seguente mattino celebrò la Messa alla cattedrale; quindi ammise al bacio del piede il capitolo, il clero e molte altre persone; poi andò a visitare qualche monastero e l’ospedale, consolandone gl’infermi colla sua presenza.

Alle 7 pomeridiane dell'istesso giorno Pio IX giungeva in Orvieto; immenso il popolo, indescrivibile entusiastico l’accoglimento. Al duomo lo ricevette mons. Vescovo diocesano col clero, e i Vescovi di Bagnorea, di Acquapendente, e di Montefiascone, e i delegati di Perugia e di Rieti.

Dopo la benedizione del Santissimo, dalla loggia dell'episcopio diede la benedizione papale al popolo che al suo apparire proruppe in fragorosi applausi. La città fu la sera splendidamente illuminata, e fu incendiato un bel fuoco artificiale, mentre concerti musicali e inni cantati da numerosi cori rallegravano la serata. La mattina del 2 Sua Santità celebrò la Messa al duomo, e comunicò di sua mano gli alunni del seminario e molte pie persone; poscia da una grande loggia appositamente costrutta benedisse di nuovo al popolo; indi visitò il monastero delle Clarisse di San Bernardino. Finalmente ricevette parecchie deputazioni, tra le quali quelle della Camera di Commercio di Roma, oltre un gran numero di persone, le magistrature di Bagnorea, di Monte Castello, di San Vito, di Fienile, di Allerona,di Carnaiola; come pure le deputazioni del clero di Bagnorea, di Montefiascone, di Sovano in Toscana, di Monte Castello, di Chiandiano egualmente in Toscana, di Acquapendente e di Bolsena. Dopo di ciò si condusse a visitare il famoso duomo di Orvieto e i preziosi monumenti che lo abbellano; nelle ore pomeridiane si recò a consolare gl’infermi dello spedale; poi visitò le monache di San Pietro e il pozzo di San Patrizio: il popolo da per tutto lo seguiva in folla, salutandolo e acclamandolo devotamente. La presenza del Papa in Orvieto rimase segnalata da insigni opere per parte delle pubbliche amministrazioni: va per prima l’ampliamento del palazzo per gli uffici e munizione della fabbrica dell’insigne chiesa cattedrale. In questo edilizio spiccava una grandiosa loggia sorretta da colonne di granito orientale e destinata alla benedizione papale, e un monumento alla Immacolata Concezione. Altro edilizio fu eretto a perpetua memoria del fausto avvenimento e un grande arco onorario con colonne a due ordini, costruito sull’ingresso del palazzo comunale e dedicato a Pio IX. Parimenti una fabbrica incontro allo stesso palazzo comunale fu intrapresa dalla amministrazione municipale per decoro della piazza, e per servire agli uffici del comune e della provincia.

Bel pensiero degli Orvietani fu di decorare l’ingresso trionfale del Papa con innalzare ad ogni breve tratto le insegne de' trentasei Pontefici suoi predecessori che avevano abitato nelle sue mura e benedetta la città, ultimo dei quali stemmi era quello del Pontefice dell'Immacolata protetto dall’Arcangelo Michele.

Accenniamo di volo alla grandiosa illuminazione delle vie tutte illuminate a campane di cristallo colorate, ai magnifici fuochi pirotecnici, ai concerti musicali e agli inni festosi cantati in onore del Pontefice durante la notte.

Splendidissima fu l’illuminazione del famoso pozzo di San Patrizio, ardito lavoro del Sangallo, tutto illuminato nelle scale con luci colorate riflesse dai suoi 72 finestroni, e la magnifica illuminazione dell’interno del duomo, che, gareggiando con quella esterna della città, segnava tutte le linee del grandioso edificio gotico e ne faceva una vera meraviglia. — Sua Santità donava alla cattedrale la preziosa pianeta con cui aveva celebrata la Messa nella mattina; prodigò poi sussidi ai poveri, alle chiese e ai bisognosi d’ogni genere, sovvenendo di particolare soccorso alcuni infelici colpiti da grave sventura.

La mattina del 3 partiva alla volta di Montefiascone: da per tutto archi di trionfo, e le popolazioni che accorrevano in massa per essere benedette dal Papa. Quivi, dopo la solita visita al duomo, dalla loggia dell'episcopio impartì la benedizione al popolo fra le più festose acclamazioni. Dopo di aver ammesso le autorità e la magistratura al bacio del piede, oltre molte devote persone, e visitato un monastero di pie vergini, all’una pomeridiana partiva per Viterbo.

Due archi trionfali adornavano l’ingresso di questa città; il Delegato apostolico,la magistratura, il popolo muovevano, come dappertutto, incontro al Pontefice; le vie erano tutte ornate a festa. Al duomo fu egli ricevuto dall'Eminentissimo Vescovo, dai Cardinali Savelli e Gaude, da parecchi altri Vescovi e dai Delegati di Viterbo e di Civitavecchia. Impartita la benedizione papale dalla gradinata dell’episcopio, fra l'entusiasmo della popolazione, nelle ore pomeridiane Pio IX usci a piedi in mezzo alla folla giuliva, e si condusse a visitare il monastero di San Bernardino; indi passò all’ospedale e consolò a uno a uno quei poveri infermi; poi nell'episcopio ammise al bacio del piede parecchie deputazioni, colle quali si trattenne di affari e adottò opportuni provvedimenti. Alle 8 della sera, si condusse alla residenza municipale, accompagnato dai Cardinali Pianetti, Pecci,Gaude e Savelli, dai Vescovi suaccennati e dai Delegati di Viterbo, di Civitavecchia e di Orvieto; quivi ammetteva al bacio del piede la magistratura, i pubblici impiegati e molti signori e dame. Intanto dalla Porta Romana muoveva la macchina della statua di Santa Rosa di cui in quel giorno incominciava la festa. Quando fu giunta innanzi al palazzo municipale, la processione sostò, e il Santo Padre potò ammirare dalla finestra quella celebre macchina. Qui le acclamazioni e gli evviva alla santa Patrona e al Pontefice furono immensi.

La mattina del 4 Sua Santità celebrava la Messa nella chiesa della Santa, dove alle religiose, riunite anche da altri monasteri, rivolse parole di consolazione, amministrando loro la santa Comunione. Dal monastero passava al palazzo delegatizio e dalla loggia benediva la popolazione; indi al monastero delle Duchesse, e consolò quelle pie religiose con parole di conforto e di edificazione. Nelle ore pomeridiane visitò il convento della Quercia. A Viterbo erano accorse dalla provincia ai piedi del Papa 69 deputazioni, oltre quelle delle provincie limitrofe, tra le quali una degli Israeliti di Roma.

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CAPO X

RITORNO DEL PAPA A ROMA

All’avvicinarsi del S. Padre a Roma pubblicò la seguente:

Notificazione

Il Sommo Pontefice Pio IX, nostro amatissimo Padre e Sovrano, dopo di avere per ispeciale sua devozione visitato il santuario di Loreto, deliziati di sua presenza i popoli soggetti al pontificale regime; lasciato per ovunque duraturo ricordo delle sue beneficenze; testimoniato anche lunghesso i Ducati di Modena e di Toscana quanto sia ardente in cuor suo il desiderio della prosperità della cristiana famiglia; sabato 5 settembre nelle ore pomeridiane sarà, o Romani, di ritorno fra vol.

Le città, le castella, le più piccole e povere borgate, gareggiarono nel solennizzare, o i fortunati giorni, o i preziosi momenti che furono loro dati di mirare da vicino alla virtù, alla candidezza, all'affettuosa bontà dell'Augusto Viaggiatore.

Roma da cui muovono, e a cui convergono le civiltà e le nazioni, la Città, eterna che anelava il ritorno del Supremo Gerarca, la patria degli Eroi che nel posare da secoli sul pontificato cristiano ha compiuto tutto il giro delle colte società; è certezza che, unita alla Rappresentanza Municipale, vestirà la veste festiva, si atteggierà a. santa letizia, e con ben’intese svariate e religiose pompe festeggierà, esulterà, benedirà al faustissimo evento.


Dal Campidoglio addi I settembre 1857.

Il Conservatore ff. di Senatore

LUIGI CONTE COMMENDATORE ANTONELLI


Non descriverò i sontuosi apparecchi fatti dalla vera Roma per ricevere il Santo Padre, e nemmeno il giubilo e l’entusiasmo della popolazione: solo chi ebbe la bella ventura di assistervi, come noi, può immaginarlo. Ciò non ostante, poiché abbiamo detto delle altre città, non possiamo fare a meno di toccare, sia pure di volo, quel che fu Roma in quel giorno memorando.

A Ponte Molle a due chilometri della città incominciavano gli apparecchi festosi: la Classe Agricola, la Camera di Commercio, la Banca Romana e le Società delle Vie Ferrate avevano eretto un grande arco trionfale di ordine corintio con un circo che racchiudeva l’ampio piazzale, imitato dagli antichi, ed un pulvinare mirabilmente ideato dell’architetto conte Vespignani. La fronte esterna dell'arco tra squisiti fregi del Grandi, recava quattro dei più belli fasti del pontificato di Pio IX: il Concordato coll’Austria, la Definizione del Dogma dell’Immacolata Concezione, la Consacrazione della Basilica Ostiense, e la Sacra Archeologia. Sopra le colonne sorgevano statue rappresentanti la giustizia e la carità, che fiancheggiavano una iscrizione allusiva al felice ritorno. La fronte interna presentava altrettanti bassorilievi rappresentanti le vie ferrate, i telegrafi elettrici, l’illuminazione a gas, la cultura della seta e l’arte agraria, istituite o promosse da Pio IX; sopra le colonne, statue rappresentanti le arti e i mestieri e la pubblica prosperità; nella grossezza dell’arco due bassorilievi ritraevano la partenza del Papa il giorno 4 di Maggio, e il suo ritorno il 5 di Settembre. Quest’arco apriva l’ingresso al magnifico circo tutto coperto a lacunari sostenuti da 68 colonne, e sorgeva sopra una elevazione di 21 gradini; mentre su di altrettanti gradini sorgeva il pulvinare sormontato da una calotta ornata ad esagoni; a piè della gradinata stavano le statue dell’agricoltura e del commercio. Da Ponte Molle alla Porta del Popolo i proprietari delle ville e degli stabilimenti che fiancheggiano la via l’aveano tutta ornata di un continuato intreccio di festoni, di ghirlande e di bandiere pontificie congiunte insieme.

Il Municipio Romano aveva splendidamente adornato la Porta del Popolo. Sulle due torri laterali (ora vandalicamente distrutte per aprire le due fornici al passaggio dei pedoni, che potevano, senza l’ombra di difficoltà, essere praticate nelle torri stesse) era protratto il disegno della Porta del Tignola con statue allegoriche e due bassorilievi rappresentanti la concordia delle città nella devozione al Papa e il felice ritorno di Pio IX a Roma. Sulla piazza del Popolo erano stati eretti grandiosi palchi tutto intorno ai due grandi emicicli, e fra le due chiese all’entrata del corso, un magnifico portico a croce greca insieme le congiungeva, lasciando nel mezzo un grandioso arco trionfale. A sinistra del portico era rappresentata la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione, a destra il ripristinamento della Gerarchia Cattolica in Inghilterra, disegno dell’architetto Poletti. Lasciamo di direper brevità degli altri apparecchi festosi fatti dalle accademie e dai privati in varii punti della città, che tutti gareggiarono nell’attestare la loro esultanza pel ritorno del Papa.

Il Municipio poi decretava che fossero liberati dal carcere i detenuti per debiti a tutto il 30 agosto, e che venisse erogata una somma per centoventimila libbre di pane e sessantamila di carne da distribuirsi, con savissimo consiglio, dai reverendi parrochi della città, e una somma di duecento scudi (più di mille lire) agli israeliti poveri. L’Amministrazione Comunale cointeressata' dei cavalli condonava ai vetturini tutte le tasse da loro non pagate dal 1851 a "tutto il 1856. Gli appaltatori della Dogana e del Banco di pescheria disponevano di dieci doti a povere zitelle; gli amministratori della Cassa di Risparmio ne davano 30; la Società della ferrrovia Pio-Centrale ne dava una per parrocchia (vale a dire 54), e i fornitori delle carceri di Roma distribuivano a tutti i detenuti doppia razione di vino e una straordinaria razione di carne. Il Capitolo Vaticano faceva coniare una grande medaglia in oro, in argento e in rame, ed altrettanto faceva la Presidenza di Roma e Comarca. Per siffatto modo la Capitale del Mondo cattolico disponevasi a ricevere il Pontefice-Re.

Sabato 5 Settembre 1857 Pio IX ritornava finalmente a Roma. La pioggia avea molestato nella mattina gli apparecchi festosi, senza scoraggiare i Romani, che a turbe e a masse incamminavansi fuori Porta del Popolo fino al di là di Ponte Molle incontro al loro Padre e Sovrano. In sul mezzogiorno le nubi si dissiparono, e il nostro bel cielo riapparve in tutto il suo splendore. Lo sparo del cannone da Tor di Quinto, cinque miglia lungi dalla Città, annunciò l’avvicinarsi del Papa alla villa Giustiniana, dove già aveva fatto sosta prima di entrare a Roma il glorioso Pio VII nel suo ritorno trionfale dopo la caduta di Napoleone I.(293)

Arrivato il Pontefice alla Giustiniana, fu ricevuto dagli Emi Patrizi, Vicario di Roma, e Antonelli, Segretario di Stato; con essi erano venuti ad incontrare S. S. Mons. Presidente di Roma e Comarca, i Ministri di Stato, e il Direttore generale di Polizia, oltre molte altre ragguardevoli persone e numeroso popolo. Ivi indossata la mezzetta e la stola, saliva nella carrozza di città a sei cavalli, avendo seco gli Emi Cardinali Patrizi e Roberti e, seguita dalla Guardia Nobile e da tutta la Sua Corte, si diresse verso il Ponte Molle. Vi giungeva alle 4 e mezzo, ed entrava per l’arco onorario nel vasto circo fra i suoni di concerti musicali e fra le grida festose del popolo. Disceso di carrozza, Pio IX fu ricevuto dai rappresentanti delle varie società che avevano dato opera con quei monumenti a festeggiare il suo ritorno. Sali al pulvinare, e accolse gli omaggi presentatigli dal marchese Savorelli, facente funzioni di Presidente della Camera di Commercio, il quale con breve indirizzo espresse la profonda riconoscenzad'ognuno per la protezione accordata al commercio nella capitale e nelle provincie, come ancora all’industria e all’agricoltura, e ne implorò la benedizione. L’augusto Pontefice rispose con brevi parole di sentito gradimento, aggiungendo, che avrebbe più che mai consecrato le sue cure alla prosperità morale e materiale dei suoi Stati e della sua Roma, per il che invocava l’aiuto del Cielo e impartiva a tutti l’apostolica Benedizione.

Montato di nuovo in carrozza, cavalcando allo sportello il conte di Govon, Comandante in capo della divisione francese, in mezzo a due siepi compatte di popolo ebbro di gioia, giungeva Pio IX alla Porta del Popolo, mentre le artiglierie di Castel Sant’Angelo e le campane tutte della città salutavano il faustissimo arrivo.

All’ingresso della porta Sua Santità veniva complimentata da S. E. il Principe Senatore di Roma, e dalla magistratura, vestiti delle loro ricche assise. Entrava dopo di ciò nella Piazza del Popolo; quell'ingresso fu veramente trionfale, e quale niuna penna è capace di descrivere. La popolazione in un entusiasmo di gioia era accorsa si può dir tutta sul lungo stradale di presso a tre miglia che ebbe a percorrere il corteggio pontificio, dalla Piazza del Popolo per il Corso, Piazza di Venezia e Strada Papale fino a San Pietro in Vaticano. Le case erano ovunque ornate a festa; le fenestre, i veroni, le vie erano stipate da innumerevole popolo che con alte grida, genuflettendo al passaggio del Vicario di Cristo suo Sovrano, ne implorava la benedizione. Le comunità religiose che avevano i loro conventi lungo lo stradale, stavano raccolte dinanzi le loro chiese, e le truppe pontificie e francesi schierate nelle varie piazze rendevano gli onori militari.

Giunto a piedi della gradinata della Basilica Vaticana, che un tempo il grande Imperatore d’Occidente Carlo Magno saliva per venerazione in ginocchio, il Papa fu ricevuto dal Decano del S. Collegio, Emo Macchi, il quale, quantunque grave per gli anni, volle per se la consolazione di aprire lo sportello della carrozza pontificia. Quivi erano raccolti il Capitolo e il Clero vaticano, il Magistrato romano, i Collegi della Prelatura, molti Vescovi e Arcivescovi. All’ingresso del tempio slava adunato il Sacro Collegio e il Corpo Diplomatico. La' folla era immensa e quale appena può esser contenuta nella maggiore Basilica del mondo.

Pio IX recossi direttamente all'altare papale, dove stava esposto in mezzo a splendida luminaria il Santissimo Sacramento; cantato solennemente il Te Deum, l’Emo Mattei, Arciprete della basilica, diede la benedizione col Santissimo, dopo la quale il S. Padre sali ai suoi appartamenti, dove era a fargli omaggio l’Eminentissimo Antonelli, Prefetto de' sacri palazzi; poi nella sala del trono compiacevasi di ricevere il Sacro Collegio, il Corpo Diplomatico e moltissimi Prelati ed altri personaggi. L’Eminentissimo Arciprete di San Pietro, gli umiliava a nome del Capitolo Vaticano quattro esemplari in oro della medaglia fatta coniare pel felice ritorno. L’Eminentissimo Roberti, Presidente di Roma e Comarca, la mattina del giorno 5, era già accorso a Ronciglione con una Commissione governativa e provinciale, per felicitarlo del suo arrivo e per presentargli una medaglia di grande dimensione in oro, in argento e in bronzo commemorativa del fausto avvenimento.

Per dire una parola di più circa i grandiosi monumenti temporanei, eretti in questa circostanza, togliamo dal Diario del viaggio pontificio le seguenti proporzioni: l’arco trionfale eretto a Ponte Molle coi disegni del Vespignani era largo nella fronte 13 metri, alto 15 e 33 centimetri; il circo col pulvinare alla romana largo da vivo a vivo delle colonne metri 33, lungo dalla soglia dell'arco sino al termine delle colonne metri 92, alto dal suolo alla sommità dell'attico metri 11; portava nelle sue due facce principali due grandi iscrizioni; quella esterna che guardava il nord, diceva:

PIO. IX. PONTIFICI. MAXIMO

SOLATORI. POPVLI. CHRISTIANI

E. LVSTRATIONE. SVARVM. PROVINCIARVM

E. DITIONIBVS. MVTINENSI. ET. ETRVSCA

PRAESENTIAE. SVAE. DONO. BEATIS

IN. VRBEM. REVERTENTI. NON. SEPT. MDCCCLVII

Nella grossezza dell’arco a sinistra di chi entrava a piè dell’analogo bassorilievo v'era scritto:

PIVS. IX. P. M.

CIVIBVS. DOLENTIBVS. PROFICISCITVR

A destra egualmente a piedi dell’analogo bassorilievo era scritto:

PIVS. IX. P. M..

CIVIBVS. LAETANTIBVS. REGREDITVR

Sotto a ciascuno dei quattro fasti erano pure analoghe iscrizioni.

La parte dell’arco che, fronteggiando il circo guardava Roma, con la sua iscrizione significava che la Classe agricola, la Camera di commercio, la Banca romana, la Società delle vie ferrate pontificie, dedicavano quell'opera onoraria al reduce Pontefice:

PIO. IX. P. M

CVIVS. AVCTORITATE. CIVES

IN. COLLEGIA. COETVS. SOCIETATES

QVAE. I. S. S. COEVNT. ET. HVC. CONVENIVNT

VTI. REDITVM. FAVSTVM. GRATVLENTVR

COLLEGIVM. COMMERCIO. MARIT. TERREST. PROVEHENDIS

COETVS. AGRARIOR. COMMERCIIS

FRVMENTAR. PECVAR. EXERCENDIS

SOCIETAS. MENSAE. MVTVATIC. SVBSIDIIS

NEGOTIATORIBVS. SVPPEDITANDIS

SOCIETATES. VIIS. FERRATIS. INSTRVENDIS. AGENDIS ALTERA. AD. MARIA. AD. PADUM. ALTERA. AD LIRIM

Omettiamo le iscrizioni poste sotto gli altri bassorilievi rappresentanti il favore verso le arti della lana, del lino e della seta, verso le strade ferrate, l’illuminazione a gas e il telegrafo elettrico, aggiungiamo solo quelle poste sulle due torri laterali della Porta del Popolo che dicevano, sulla sinistra:

PIVS. IX. P. M

DITIONIS. SVAE. POPVLIS

PRAESENTIA. BEATIS

Sulla destra:

PIVS. IX. P.M

PETRO. REDVCE

IN.PETRI.SEDEM

REDIT. FELICITER

Nell'interno della porta a sinistra, sotto il bassorilievo della concordia eli Modena e Firenze nella devozione al Papa leggevasi:

ET. MVTINENSIS

CONCORDIA. CIVITATVM

Sotto l’altro rappresentante la gioia di Roma nel ritorno pontificio era scritto:

ET. ETRVSCAE

VRBIS. FELICITAS

Sul frontone del portico, fra le due chiese, al principio del Corso, soprastato dalla statua di Pio IX che colla destra benediceva e colla sinistra stringeva la Croce papale, si leggeva:

VTI. NATOS. GENITOR

SIC. REX. POPVLOS. PASTOR. OVES

CA RITATE. COMPLEXVS

Quanto agli altri bassirilievi del monumento, ciascuno recava analoga iscrizione.

Sul frontone poi che riguardava il Corso era detto.

ROMANVS. PONTIFEX

VRBEM. AVGVSTAM. AETERNAM. REGREDITVR

PLAVDITE. CIVES. ET. ADVENAE.

Delle altre iscrizioni, che su bei trasparenti esaltavano le glorie del Pontefice, rechiamo solo quelle dell’Accademia di San

Luca e dell’Università israelitica: la prima posta sotto un magnifico quadro trasparente, in mezzo a un bel prospetto architettonico:

PIO. IX

PRINCIPE. E. PADRE. ADORATO

NEL. FAVSTO. RITORNO

CHE. FAI. ALLA. GRAN. SEDE

INSIEME. CON. LE. TVE. CELESTI. VIRTV

BENEDICI. LE. ARTI. BELLE

CHE. DEVOTE. ED. ILARI

AI. SANTI. PIEDI. SI. PROSTRANO

La seconda posta in mezzo ad un prospetto illuminato e attorniata da altre otto epigrafi ebraiche tolte dai salmi, dai proverbi e da Isaia, diceva:

AL. MAGNANIMO. PIO. PAPA. IX

NEL. DESIDERATO. RITORNO. ALLA. SVA. ROMA

GLI. ISRAELITI. COMMOSSI. DA. SENTIMENTO. PERENNE

DI. DEVOZIONE. DI. GRATITVDINE. DI. AMORE

Qui sarebbe da dire delle Accademie letterarie che celebravano il ritorno del Papa in solenni adunanze e in isvariati componimenti in prosa e in versi, tutti esprimenti il gaudio del felice ritorno e i voti di tutti alla Vergine Immacolata.

L’8 settembre, sacro al nascimento della Beata Vergine, erano gli Accademici tiberini; il 14 gli alunni del Seminario Piò, di cui fu fondatore Pio IX; poi l’Accademia filarmonica nelle sale del palazzo Altieri; poi la filodrammatica; poi tutte le altre Accademie di scienze, di lettere e di arti che a gara con solenni e splendide adunanze celebravano il ritorno del Papa.

Il principe D. Marcantonio Borghese, il di seguente all’arrivo di Sua Santità lo solennizzava con festa popolare nella sua magnifica villa con una tombola di 600 scudi (più di 3000 lire), dando gratuitamente una cartella ad ogni persona che si presentasse all’ingresso. Il concorso fu immenso e la sortizione ebbe luogo nella gran piazza di Siena, dell’istessa villa, fra le armonie di parecchie bande musicali, e fra il giubilo e gli evviva del popolo.

Il 7 di settembre altra magnifica festa al Foro Agonale; illuminazioni, grandiosi fuochi di artifizio rallegravano di nuovo la popolazione.

La sera degli 8 nuova svariata e splendida illuminazione: ogni cosa fatta con spontanee elargizioni del popolo.

Nei giorni 6, 7, e 8, dietro invito dell’Eminentissimo Vicario, nell'incruento Sacrificio i sacerdoti resero grazie a Dio pel ritorno del Pontefice; nelle patriarcali basiliche come nelle minori e nelle collegiate e nelle chiese tutte e negli oratori e nelle comunità religiose vennero cantati solenni Te Deum.

Nel gran tempio senatorio di Santa Maria in Ara Coeli, riccamente parato a spese del municipio romano, veniva cantato l'8 settembre altro solenne Te Deum coll’intervento dell'eccellentissimo Principe Orsini, Senatore di Roma, con tutti i membri del Municipio e gl’impiegati municipali, intervenendovi ancora il Cardinale Presidente di Roma e Comarca, e tutti i Ministri di Sua Santità con alla testa l’Eminentissimo Segretario di Stato.

Come le Legazioni e Delegazioni degli Stati pontifici avevano emulato nel festeggiare il Papa, così Roma sua città capitale, nel riaverlo dopo quattro mesi di assenza, le emulò tutte nel festeggiarlo. Lieta, andò incontro al Monarca Pontefice, devota lo festeggiò, pia lo onorò, e per due sere una generale grandiosa illuminazione, bella per la profusione dei lumi e per la varietà dei disegni, brillò spontanea, non imposta né forzata da alcuno. Dal palazzo del principe e del dovizioso all’umile dimora del poverello, fin nelle più riposte vie del Trastevere e dei Monti i lumi di gioia si vedevan dovunque. Il Municipio avea illuminato il Campidoglio e il Pincio, la Piazza dei Cenci brillava di mille lumi a spese della Università israelitica: niuno l’aveva per certo invitata. Il Rione Borgo, la via del Corso, che la Società del gas aveva riservato a se d’illuminare, brillavano di miriadi di fiammelle; la reverenda Fabbrica di San Pietro illuminava la maestosa Cupola di Michelangelo; e la folla immensa del popolo giuliva, entusiasta, si aggirava fino a tarda ora per la città in un’atmosfera di tripudio e di gioia.

É da dire che le minacce dei tristi e le mene del Governo piemontese non mancarono per turbare quelle domestiche allegrezze, ma invano.

Né solo Roma, ma nelle vicine città e paesi con solenni Te Deum e feste venne celebrato il ritorno del Papa; i Colli albani fino a Velletri esultarono di inaudite feste religiose e civili. Da per tutto solenni Te Deum, splendide illuminazioni, fuochi di artificio, mentre deputazioni di omaggio accorrevano da tutte le parti a' piedi del Papa. Tutti insomma i villaggi, i castelli, le città, si commossero d’indicibile festa.

Pio IX non era solamente accolto come un amato sovrano, ma come un santo. Già si contava di grazie straordinarie dovute alle sue preghiere, e di guarigioni al tocco della sua veste o delle calotte da lui portate. Un giorno, mentre passava, una madre di famiglia, da gran tempo malata, rompe la folla e lo supplica a guarirla imponendole le mani. «Santo Padre, grida ella mostrandogli i suoi figliuoli, ecco qui una povera madre che si muore, ecco due bambini rovinati se mi perdono; salvatemi, rendetemi la vita!» Pio IX si fermò: «Povera figlia mia, disse tutto commosso, mi duole di non essere ciò che v’immaginate; io non ho il potere di comandare alla malattia; ma ho un cuor di padre per consolarvi, e posso far penetrare nell’anima vostra una parola di speranza. Figlia mia, Dio è buono, infinitamente buono! Voi non l’avete forse pregato abbastanza. Vediamo; per nove giorni indi rizzatevi a lui, ch'è la Provvidenza degli orfani e delle madri. In questo tempo mi unirò a voi, e spero che il cielo vi esaudirà. Cominciamo subito.» Detto cosi alla donna, si raccolse in preghiera a Dio. La povera madre gli s’inginocchiò a' piedi, e i circostanti con lei. — Lo storico che racconta questa scena commovente aggiunge, ch’ella se ne andò incoraggiata, fortificata, non dicendo se fu guarita. Ma si hanno altri esempii di guarigioni effettive accadute in circostanze affatto simili (294). — Nefummo testimonii noi stessi.

Del resto quando il Pontefice trascorreva a piedi da un luogo all’altro, ed era cosa frequente, molti irrompevano di mezzo alla folla e prostrati ai suoi piedi cosi in sul passaggio glieli baciavano; altri gli baciavano le mani; altri finalmente, ed erano i più, afferravangli i lembi della sottana, le fimbrie del rocchetto, della stola, della mozzetta e su di esse imprimevano devotissimi baci.

In più luoghi, come a Civita Castellana, a Pistoia, a Firenze ed altrove si vide cosa che a noi, anche sol letta dappoi nei giornali e riferitaci dagli amici, espresse dagli occhi le lagrime per altissimo senso di commozione. Conciossiacché, partito il Pontefice e spalancate le porte degli appartamenti ch’egli avea abitato, e lasciato libero il passo al padiglione od al soglio, innalzati, come dianzi dicevamo, all’aperto, vedevansi quelli letteralniente inondati dalle semplici e religiose genti, e questi presi quasi di assalto, e mentre i curiosi occupavansi in mirar lo splendore degli addobbi, la ricchezza degli ornamenti, e in criticarne o in lodarne lo stile, ed essi a stampar baci riverenti sui gradini del trono, sullo sgabello e su tutti gli oggetti che potevano supporre santificati dal contatto del Sommo Sacerdote di Dio.

I vantaggi d’ogni regione che provennero alle provincie pontificie dal viaggio del Papa furono incalcolabili; ne riassumiamo ()alcuni. — Ancona e Civitavecchia ebbero a spese del governo una nuova più ampia cinta di mura; Sinigallia il restauro del porto; Ravenna 4000 scudi pel miglioramento del suo; Comacchio 1000 scudi per un pozzo artesiano, tutte insomma le città e i paesi visitati. e anche più d’uno di quelli non visitati, risentirono gli effetti della munificenza pontificia.

Favoriti cosi nei posti marittimi gl’interessi delle città mediterranee, applicò l'animo Pio IX a viemmeglio assicurare gli altri con l’agevolare le comunicazioni in fra loro. A Macerata pertanto decretò con la spesa di 6000 scudi, il deviamento tanto desiderato della strada postale, al punto detto Sforza coste. Con somma non lieve tratta dai suoi fondi privati si compiacque concorrere alla pronta costruzione di una via più comoda tra Visso e Camerino. Ad Ascoli per un ponte sul Lama, necessario al compimento della via provinciale Salaria inferiore, accordò la somma di scudi 1000; altrettanti ne concesse ad Urbino per la via provinciale Urbiniense, ed a Bologna 5000 per ampliare la via Urbana di Galliera che con Ferrara la congiunge. A questo studio di agevolare le comunicazioni fra città e città, e per esse il commercio, appartengono pure le concessioni dei telegrafi elettrici. Il Pontefice durante il viaggio concesse due nuove linee alle città di Bologna e di Perugia, e dotò di stazioni, ossia uffizii speciali, Spoleto, Terni, Urbino, Forlì, Ravenna, e, sotto alcune condizioni, ancora Senigallia.

Né le industrie, le arti, le scienze furono da lui favorite meno liberalmente. Per nulla dire delle somme erogate al ristoramento ed all’abbellimento de' templi, di cui le sole annoverate da noi ammontano a 80,000 scudi, le quali tutte passavano in mano degli artisti o degli artieri. A Perugia per opere di belle arti furono assegnati scudi 3,300. Ad Ancona si diè promessa che l’esportazione del legname atto alla costruzione dei navigli verrebbe quinci innanzi proibita; e costruendosi quivi allora una grossa nave di 1500 tonnellate vi pose un vistoso premio ai fabbrica

A Ferrara, essendosi due mesi innanzi cominciati per volontà del Pontefice dei lavori di prosciugamento, desiderati grandemente da quei cittadini, e profittevolissimi non meno all'agricoltura che alla sanitàpubblica, al sopraggiungervi Egli, non solo ebbe il contento di vedere e di benedire due piani estesissimi già disseccati; ma diede di più ordini e direzioni opportunissime pel proseguimento dell’opera e con esse stanziò la somma di scudi 9,000 pel prosciugamento del Canale Panfilio. A Ravenna, a fine di mantener viva la coltivazione della canapa, della quale si faceva profittevole commercio col di fuori, diminuì il dazio di estrazione di un quarto. Da ultimo a Bologna donò al museo dell'Archiginnasio sopra 150 medaglie antiche di grandissimo pregio; rifornì il Gabinetto di Fisica dell’Università di due macchine, opportunissime alle esperienze; compì la serie dei conii pontificii del Museo numismatico coll'aggiungervi oltre a 60 medaglie di cui mancava, e finalmente arricchì la pubblica Biblioteca di quel tesoro di libri orientali che apparteneva già all’illustre Mezzofanti, del quale dono non sai se potesse immaginarsene altro o più splendido, o più utile, o più desiderato.

Quanto all’amministrazione in generale, 3000 scudi furono concessi da Sua Santità per supplemento di soldo a parecchi ufficiali governativi. Poi a Macerata per ordine suo furono praticate riforme nei tribunali; a Ravenna fu diminuito il dazio sulla canapa; a Civitavecchia e a Ancona fu ampliato il dritto del porto franco; a Perugia venne traslocato il carcere dal palazzo delegatizio ad altro luogo più convenevole colla spesa di circa 10,000 scudi (più di 50,000 lire); poi il dirizzamento della via Emilia da Imola a S. Maria del Piratello, e non pochi pubblici lavori decretati a Bologna ed altrove, da noi già noverati o sfuggiti ai cronisti, ché per verità sarebbero abbisognati interi volumi per raccoglierli tutti.

—Più tardi, scrive il Balan, quando la rivoluzione fu trionfante (per forza straniera) sorsero dei vili che, a sminuire l’infamia dell’ingratitudine, negarono i benefizii e schernirono il benefattore dopo averlo tradito. Impossibile, e forse ancora inutile, ricercare fra cotesto fango vituperoso, e smentire quelle menzogne; però un fatto basti per tutti. — L'Eco del Tronto scrisse che Pio IX, visitando Ascoli, donò solo 5 scudi pei poveri. (Eco del Tronto, n. 54, 5 maggio 1863.) Ora il Cav. Frascarelli aveva già notato come il munificentissimo Pontefice avesse dato in quella occasione 1000 scudi (250 Napol. d’oro) al ricovero dei poveri; più 150 scudi all’Orfanotrofio di San Giuseppe, altri 250 all’Ospizio detto delle Monachelle, e tutto questo oltre ai 1000 scudi che aveva dato per il ponte di Lanne. Ma agli spudorati le menzogne non costano nulla. (Balan, Storia della Chiesa, libro VI. — Guerra Diplomatica).

Le grandi dimostrazioni di devozione e di amore tra Sovrano e sudditi, durante tutto il viaggio pontificio, mettevano la disperazione in cuore ai settarii. L'Italia e Popolo di Genova per consolarsene recava le parole dell’ungarese Kossuth, che aveva detto «il governo sacerdotale di Roma» essere «la peggiore fra le umane invenzioni.» E Giuseppe Massari, cronista allora della Rivista contemporanea, a dispetto della evidenza, volendo smentire la fedeltà dei popoli pontificii, ardiva scrivere, che «il viaggio del Pontefice ha sortito un risultamento oltre ogni dire utile alla causa liberale.» E, senza un pudore al mondo, mentiva soggiungendo: «Non si apponeva dunque in falso il governo di Napoli, allorché a tutta possa si affaticava a distogliere Pio IX dal recarsi a visitare le provincie.» (Balan, loc. cit.)

Mentre poi ognuno sapeva che il Papa recavasi a Loreto per sciogliervi un voto, e approfittavasi di quella circostanza per visitare le altre provincie e conoscerne di persona le condizioni, affermava essere quel «pellegrinaggio senza preconcetto disegno, senza scopo determinato.» In quello finalmente che il 26 di Maggio stampavasi a Torino il primo numero del Piccolo Corriere, organo della Società Nazionale, fondata per preparare la ribellione negli Stati della Chiesa, erasi stabilito pochi giorni prima a Torino stessa, che il famoso Boncompagni andrebbe a Bologna per ossequiarvi il Papa a nome del Re Galantuomo e del suo leale governo!... (Balan, ivi).

Nel finire non possiamo non rammentare, come il di 8 settembre fu solennemente inaugurata a Piazza di Spagna in Roma la Colonna monumentale, eretta ad eterna memoria della definizione del Domma dell’Immacolata Concezione di Maria SS.ma. La decisione per questo monumento fu presa il di 8 dicembre 1854, e tutto il mondo cattolico vi concorse con ricche offerte.

Prima tra queste offerte deve annoverarsi quella fatta dal Re Ferdinando II nella cospicua somma di scudi romani diecimila. Il Re delle due Sicilie, saputo della erezione di un monumento valevole ad eternare la memoria della proclamazione del Domma dell'Immacolato Concepimento di Maria, — solenne trionfo della Chiesa cattolica, — volle concorrere piamente all'opera di cosi insigne monumento con la splendida offerta sopra indicata. Al tempo istesso espresse a Sua Santità il desiderio di veder cessata l’annua protesta che si emetteva nella Basilica Vaticana nella solennità de' SS. Apostoli Pietro e Paolo per la non prestazione della Ghinea, che, come è noto, reclamavasi sempre dalla Santa Sede per la investitura del Regno di Napoli. I desideri! del religioso Monarca, accolti con animo benevolo dal Sommo Pontefice, il Rappresentante di S. M. Siciliana in Roma, per espresso volere della Maestà Sua, il 29 giugno 1855 con la più splendida pompa recavasi alla Basilica Vaticana, per assistere, al pari de' suoi colleghi del Corpo diplomatico, alla solenne cerimonia di quel giorno; e cosi fu sempre praticato negli anni susseguenti.

In quell’epoca memorabile apparteneva alla Missione siciliana il Marchese di San Giuliano di Gagliati, il Duca di San Martino di Montalbo, e il Commendatore Giuseppe Forcella; e a loro si erano ancora uniti i Gentiluomini di Camera di S. Maestà, Principe di Sant’Antimo e Principe di Spinosa.

Il 6 maggio 1855 fu messa la prima pietra del monumento, e l'8 settembre 1857 fu compito e inaugurato. La colonna, su cui torreggia la statua di bronzo, rappresentante l’Immacolata, ha su i lati della base le quattro statue colossali dei profeti, che di Maria in modo particolare vaticinarono, e su gli specchi bassorilievi analoghi alla definizione del gran domma. Il monumento è tutto di marmi preziosi.

Allocuzione di S. S. Papa Pio IX nel Concistoro del 25 Settembre 1857, in ordine al suo felice viaggio
nelle Provincie Superiori degli Stati pontifici, nel Modenese e nella Toscana.

VENERABILES FRATRES

Cum primum in hanc almam Urbem Nostram, Beo bene iuvante, salvi et incolumes, post quatuor mensium iter, ad visendos carissimos Pontificiae Nostrae ditionis populos susceptum, reversi sumus, nihil certe Nobis iucundius quam Vos alloqui, Venerabiles Fratres, ut praecipui Nostri erga Vos amoris officii fungamur, ac simul egregiam ac perspectam vestram religionem excitemus ad immortales una Nobiscum gratias agendas miserationum Domino, qui Nostro itineri benedicens, divina sua clementia effecit ut laetissimos ex ilio fructus perciperemus. Ex hac enim urbe, velati probe nostis, profecti, ut in primis, prò singulari Nostra erga Immaculatam Sanclissùnamque Dei Genitricem Virginem Mariam pietate, religiosissimum augustissimumque Lauretanum Templum venerabundi adiremus, alias quoque invisimus civitates, qriibus Lauretum itur, ac deinde primarias praesertim Pontificiae ditionis civitates in Umbria, Piceno, Aemilia, Patrimonio ceterisque Provinciis sitas in Nostri itineris progresso peragravimus. Equidem non potuimus non vehementer laetari, et humillimas clementissimo bonorum omnium largitori Deo persolvere gratias, propterea quod universi, quos perlustravimus,populi tam egregios pietatis sensus Nobis manifestare, atque ita huic Apostolicae sedi se addictos ac devotos ostendere laetati sunt, ut hoc Nostrum iter sanctissimae nostrae religionis perpetuus solemnisque videretur triumphus. Ubique enim non solum specialissimi cestri Collegae S, R. E. Cardinales Archiepiscopi, Episcopi, alii-qui singularum Dioecesium sacrorum Antistites,et ecclesiastici viri, ac Magistratus et Optimates eximium suum erga Nos, et eamdem Sedem, amorem et obsequium splendidissimis quibusque modis palam publiceque profiteri gloriabantur, verum etiam quacumque transivimus, omnes omnium locorum, omnes omnium ordinum, omnes omnium aetatum in publicas etiam vias certatim effusi tam ingentibus laetitiae plausibus, tamque miris filialis observantiae significationibus in Persona humilitatis Nostrae suam erga Christi lue in terris Vicarium venerationem, suamque erga proprium Principem fidem, pietatem omni studio ostendere ac declarare gestiebant, ut saepe lacrvmas continere haud potuerimus. Ac rei maxime optaremus singulas hic civitates, oppida, populos hominesque nominare, ipsisque meritas debitasque laudes tribù ere, si praefinita huic Nostrae orationi brevitas id Nobis permitteret. Cura autem nihil profecto Nobis gratius esse posset, quam eorundem populorum religionem, eorumque in hanc Apostolicam Sedem amorem tot luculentissimis sane modis testatum perspicere, tum prò paterni animi Nostri caritate omnes potissimum cuiusque loci et ordinis Magistratus quam libentissime allocuti sumus, qui peculiaria aliqua desiderio ac postulata ad proprias cuiusque loci indigeni io#, atque ad commercii prosperitàtem augendam dumtaxat pertinentia Nobis eo piane obsequio ac ratione exposuerunt, qua e fidelissimos et huic S. Sedi addictissimos subditos maxime decet. Neque omisimus multis in locis alacri libentique animo ea peragere ac statuere, quae ad ipsorum populorum religionem ac pietotem magis magisque excitandam ac fovendam, atque ad maiorem eorum in temporariis quo que rebus utilitatem promoyendam, et commoda procurando conducere existimavimus. Nunquam vero desinemus in humilitate cordis Nostri Deum enixe orare et obsecrare, ut tum populos, quos nuper invisimus, tum alias civili huius Apostolicae Sedis principatui subiectos uberrimis quibusque divinae suae gratiae donis volens ac propitius semper cumulet, eosque sanctissima sua fide, spe, clataritate ac solida pietate, omnique vera virtute quotidie magis repleat, illorumque labores, industriam, commercium caelesti suo favore dirigat, adiuvet, fortunet ac det illis omnem de rare cadi et de pinguedine terrae abundantiam, et ipsos carissimos Nobis populos omnipotenti sua virtute a pestifera tot serpentium errorum contagiane defendat, atque a nefariis impiorum hominum insidiis, fallaciis et molitionibus tueatur, eripiat.

Iam vero si magna consolatione affecti fuimus dum inter Nostros carissimos populos versabamur, non minorem certe quidem laetitiam percepìmus, cum Pontificiae Nostrae ditionis fines praetergressi sumus. Namque, velati quisque Vestrum, Venerabiles Fratres, optime noscit, plures clarissimi Principes ad Nos venerunt filialem suam erga Christi Vicariam devotionem et observantiam testandi causa. Ac primo, dum Per usine diversabamur, adiit Nos Dilectissimus in Christo Filius Noster Carolam, Archidux, iussu augusti sui genitoris Leopoldi Etrunae Magni Ducis: dum vero Pisauri eramus, ad Nos se contulit Dilectissimus item in Christo Filius Noster Maximilianos, Archidux Austriae. Cum autem Bononiae moraremur, venerunt ad Nos Carissimus in Christo Filius Noster Ludovicus, Bavariae Rex Illustris et Dilectissimus in Chisto Filius Noster Robertas, Parme nsium Dux, eiusque Lectissima Mater, quae modo ilium Ducatum regit, ax Dilectissima in Christo Filia Nostra Bituricensis Ducissa, et Dilectissimi pariter in Christo Filii Nostri Leopoldi, Etruriae Magnus Dux, et Franciscus Mutinensium Dux cum universa eorum augusta Familia. Maximae quidem iucunditati eorumdem Principum praesentia Nobis fuit, eosque omni Pontificiae Nostrae benevolentiae testimonio peramanter prosequuti sumus, cum illorum virtutes oc merita magno in pretio semper habuerimus. Cum igitur hac occasione turn Magnus Etruriae Dux, tum Dux Mutinensium iteratis precibus a Nobis efflagitaverint, ut in ipsorum ditiones porgere vellemus, pientissimae illorum voluntati perlibenter obsecundandum esse censuimus. Atque ideo facilius ac Ubentius agere potuimus, quod Mutina a Pontificiae Nostrae ditionis finibus quinque millia passuum circiter distat, Etruria vero opportunius Nobis in hanc dilectam Urbem redeuntibus iter parabat.

Itaque, ubi ad Mutinae fines venimus, obviam statim habuimus eumdem Dilectissimum in Christo Filium Nostrum Franciscum Mutinensium Ducem, qui a Nostro latere nunquam discedens, Nos in principe sua Urbe magnifica ac splendide excepit, omnibusque filialis pietatis studiis et officiis est prosequutus. Aderant Nobis illius Ducatus Venerabiles Fratres sacrorum Antistites, Clerus, Magistratus Nobilesque viri, qui clarissimis indiciis singularem suam erga Nos observantiam profiteri gaudebant, dum Mutinenses populi, egregiam sui Principis eiusque augustae Familiae religionem mirifice imitantes, omnia itinera eorum frequentia obsidebant, ac piis festivisque clamoribus supremi universae Ecclesiae Pastoris benedictionem suppliciter implorare nunquam cessabant.

Cum vero in Etruriam contendimus, ad illius fines Nobis obvii fuere Archiduces Ferdinandos et Carolus, Magni Etruriae Ducis filii, ab ipso missi, ac Florentiam appetentes conspeximus ad Nos venientem ipsum Dilectissimum in Christo Filium Nostrum Leopoldum, Etruriae Magnum Ducem, cum universa augusta sua familia. Ipse Florentiam Nos introduxit, ac Nostro latori continenter adhaerens, per omnes Magni Ducatus sibi subiecti a Nobis peragratas civitates assidue Nos est comitatus, ac splendido apparata excepit, maximisque singularis pietatis, obsequii ac munificentiae significationibus cumulavit. Omnes vero Etruriae Venerabiles Fratres Archiepiscopi, Episcopi et universas Clerus, Collegia Magistratus, Optimates modis omnibus suum erga Nos obsequium testari laetabantur, ac non solum Florentiae, sed etiam quacunque incedebamus, omnes Etruriae populi illustria sui Principis eiusque Regiae Domas exempla sedantes, atque ex omnibus civitatibus, oppidis ac vel ipsis agris turmatim prodeuntes tanto fidei religionisque sensu, tantaque acclamatione Summum totius Ecclesiae Pontificem videro, colere, eiusque Benedictionem poscere avidissime exoptabant, ut paternas animus Noster non potuerit non vehementer commoveri. Quae dum cursim commemoramus misericordissimae Dei clementine ac bonitati humillimas agimus gratias, quod singulari suo beneficio ubique adeo religiosos sensus deprehendimus, nihilque Nobis tribuentes, omnia ad ipsius Dei laudem et gloriam referimus, ac piam populorum affectum obsequiumque summopere gratulantes eo unice gaudemus, quod in persona humilitatis Nostrae «ille intelligatur, ille honoretur, in quo et omnium pastorum sollicitudo cum commendatarum sibi ovium custodia perseverai, et cuius dignitas etiam in indigno herede non deficit (295)

Nunc vero silentio praeterire non possumus singularem sane observantiam ac laetitiam, qua hic Nobis penitas dilectas Clerus Populusque Romanas Nos redeuntes accepit. Nostis enim qua frequentia extra urbem omnes cuiusque ordinis et gradus Nobis obviam occurrerint, quique intra urbem concursus fuerit, et quae undique consonae gratulantium, et Pontifìciam Benedictionem implorantium voces, quaeque insignes publicae exultationis significationis. Ac si iucundam Nobis accidit exterarum gentium Oratores et Administros apud Nos et hanc Sanctam Sedem morantes iterum videro; iucundissimum certe quidem Nobis fuit Vos omnes denuo praesentes intueri, alloqui et amanter complecti, Venerabiles Fratres, qui Nostrorum consiliorum et laborum socii estis atque participes.

Nostrae autem consolationi cumulum attulit laetissimus sane dies huius mensis octavas Deiparae Virginis Natali sacer, quo Nos vostri amplissimi Ordinis corona cincti, adstantibus iisdem exterarum gentium Legatis, nostrisque Antistitibus et Magistrato, Romano, in aedibus Hispanae Legationis, iussu Carissimae in Christo Filiae Nostrae Marine Elisabeth, Reginae Catholicae, et cura Dilecti Filii Nobilis Viri Alexandri Mon, Maiestatis Suae apud Nos et hanc S. Sedem Oratoris, splendido planeque regio apparata ornatis, lustravimus solenni ritu monumentum, catholici orbis aere, in Hispaniensi huius urbis foro excitatum ad perpetuam memoriam Dogmaticae Definitionis, quam tres fere abhinc annos de Immaculata Sanctissimae Dei Matris Virginis Mariae Conceptione, in Patriarchali Basilica Vaticana, Vobis et quam plurrimis catholicae Ecclesiae sacrorum Antistitibus praesentibus, cum incredibili animi Nostri gaudio universo catholico orbe exultante, pronuntiavimus, Optime enim memineritis, Venerabiles Fratres, quantus omnium ordinum et aetatum concursus ad sacram illam caeremoniam commemorato die factus fuerit et quae effusa et undique redundans omnis generis multitudo in illud forum omnesque adiacentes vias convenerit, quibusque piis faustisque acclamationibus Populus Romanus pro sua magna, qua semper enituit, erga Sanctissimam Dei Genitricem omniumque nostrum amantissimam Matrem devotione et affectu, egregios suae fidei, religionis ac pietatis sensus ore, oculis, manibus ostendere, deci arare ac testari non desisteret.

Quae cum ita sint, Venerabiles Fratres, laudem Domini loquatur os nostrum, et anima, spiritus ac lingua nostra benedicat nomen sanctum Eius, propter ea quod singulari suo beneficio sanctissima Eius fides ac religio in populorum animis feliciter viget, non vero deficit, quemadmodum vellent Dei hominumque hostes, qui Satanae administri, ambulante in impietatibus suis, divinam nostram fidem religionemque usquequaque tollere conantur, neque erubescunt impie ac stulte asserere catholicae religionis tempus abiisse. Sed illorum desiderium peribit, atque nefarii multiplicesque eorum conatus irriti semper erunt, Catholica namque religio, ad hominum salutem e caelo in terram delapsa, divinis undique circummunita praesidiis et caelestium divitiarum ditata thesauris, nulla unquam neque temporis diuturnitate, noque rerum vicissitudine potest labefactari, sed omnia perpetuo vincens certamina ac de suis hostibus triumphans, omni tempore stabilis, immota et invida persistet usque ad consumationem saeculi, et portae inferi adversus eam praevalere nunquam poterunt.

Verum ne intermittamus, Venerabiles Fratres, in omni oratione et obsecratione cum gratiarum actione, a divite in misericordia Deo humiliter enixeque efflagitare, ut divina sua gratia in omnibus universi orbis populis sanctissimae suae fidei et religioni s spiritum amoremque magis in dies tueatur, excitet, augeat ac eos omnes caelesti sua ope adiuvet, roboret atque confirmet, qui in pastoralis nostrae sollicitudinis partem vocati maxima vigilantia, studio ac labore in sempiternam hominum salutem procurandam incumbere debent, et ne desinamus unquam ab ipso clementissimo Domino summis assiduisque precibus exposcere, ut omnipotenti sua virtute omnes miseros errantes ad veritatis, iustitiae ac salutis semitas reducat.

Et quo facilius Deus nostris vestrisque annuat votis, ad universae Ecclesiae preces confugere censuimus. Quamobrem hic sermonem Nostrum ad omnes Venerabiles Fratres totius catholici orbis Patriarchae, Primates, Archiepiscopos, Episcopos et alios locorum Ordinarios convertimus, eorumque eximiam religionem ac pietatem summopere hortamur ut, si ita opportunum in Domino existimaverint, pro eorum prudentia et arbitrio, publicas in propriis Dioecesibus preces indicendas careni, quibus a Deo imploretur ut Ecclesia sua sancta eiusque salutaris doctrina ubicumque terrarum, candis amotis difficultatibus, maiora in dies incrementa suscipiat et prospere vigeat ac dominetur, omnesque populi occurrant in unitatem fidei et agnitionis Domini Nostri Jesu Christi. Ut autem fideles ardentiori studio atque uberiori fructu hisce precationibus instent, caelestium munerum thesauros, quorum dispensationem Nobis credidit Altissimus, proferre et erogare statuimus. Quocirca plenariam, Indulgentiam, intra temporis spatium ab eisdem Venerabilibus Fratribus locorumque Ordinariis praefiniendum, usque ad proximi futuri Anni millesimi octingentesimi quinquagesimi octavi finem, et non ultra, lucrandam tribuimus et largimur in forma Iubilaei eodem plane modo eisdemque facultatibus quibus Iubilaeum, Nostris Encyclicis Litteris die vicésima prima Novembris Anni millesimi octingentesimi quinquagesimi primi datis et incipientibus

«Ex aliis Nostris Litteris»universo catholico orbi concessimus.


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CAPO XI

VIAGGIO DEI REALI DI SAVOIA IN SICILIA

Siamo stati nostro malgrado mancatori di parola, e ne chiediamo venia ai lettori. Quando però dicemmo pronti i due ultimi fascicoli della prima annata di queste Memorie, dicevamo il vero. Avevamo toccato di volo il viaggio del Papa, allorché fu annunziato quello dei Reali di Savoia in Sicilia. La necessità di un confronto diveniva evidente, e con essa quella di svolgere meglio il viaggio pontificio, per quindi occuparci del viaggio reale. Ora che questo è compito, ne diamo un succoso cenno, valendoci per amore d’imparzialità dell’entusiasmo officiale del telegrafo; riserviamo i commenti alla fine.

Ecco dunque i dispacci:


Napoli  3 — Le LL. MM., col Principe di Napoli e il Duca d’Aosta sono arrivate alle ore 3. Malgrado del cattivo tempo, in tutte le stazioni ove si era fermato il treno reale, le LL. MM. furono ossequiate dalle autorità e da una folla di cittadini con bande musicali.

Il Granduca Nicola di Russia era alla stazione a ricevere i nostri Sovrani. Il corteggio reale, seguito da un immenso numero di carrozze private, percorse il Corso Garibaldi, la marina, la Piazza del municipio, e la Via S. Carlo, in mezzo a una folla di cittadini plaudenti.

Alle ore 5 il Ministro della marina annunziò ai Sovrani l’arrivo del Duilio, assicurando che lo stato del mare permette il viaggio. Le Loro Maestà, col Principe di Napoli, il Duca d’Aosta, e i ministri imbarcaronsi sulla Roma. La squadra, composta della Roma, del Duilio, della Città di Genova e della Staffetta, salpò alle ore 5. 35 per Palermo, salutata dalle artiglierie.


Palermo  4 (ore 9,35 ant.) — L’aspetto della città è festante, imponente, animatissimo! Stragrande è il numero delle persone venute dalle provincia dell’Isola. Gli alberghi sono pieni. Colle ferrovie e con i vapori arriva continuamente gente. Quasi tutta la Deputazione siciliana è qui presente. Le società politiche e operaie sono diggià riunite per accogliere i Sovrani. Molti gruppi leggono il manifesto del Sindaco, il quale dice:

«Onoriamo l’illustre, la gloriosa dinastia che riunì in un solo fascio i popoli della nazione primogenita della stirpe latina, e seppe colla spada e col senno di un Gran Re condurci da Novara a Roma, assicurandoci l’unità, la libertà ed il progresso.»

L’’intiera città è imbandierata, i balconi del corso Vittorio Emanuele sono addobbati con arazzi.

A mezzogiorno la Roma gettò l’ancora nella rada. Alla mezza le loro Maestà, col Principe di Napoli e il Duca d’Aosta, seguiti dai Ministri, entrarono nel padiglione dello sbarcadero al suono dell’inno reale e fra gli applausi. Furono presentati alla Regina un mazzo di fiori dal comitato delle signore palermitane, e un altro grandissimo da alcune ragazze a nome delle scuole femminili della città. Poco prima del tocco 1$ Loro Maestà facevano l’ingresso solenne da Porta Felice, fra entusiastici evviva della popolazione, che era affollata lungo il Foro Italico.

Lungo il passaggio dal Corso Vittorio Emanuele, le Loro Maestà furono accolte. con entusiastiche acclamazioni, con battimani e con grida di: Viva il Re! Viva la Regina! Dai balconi gettavansi fiori e poesie. L’accoglienza fatta alle LL. MM. è indescrivibile. Le Loro Maestà, prima di andare al palazzo, entrarono nel duomo, ove fu cantato il Te Deum (?!) e data la benedizione.

Giunti i Sovrani al palazzo, una folla immensa li acclamò ripetutamente. Le Loro Maestà, insieme al Principe di Napoli, al Duca d’Aosta e al Presidente del Consiglio, si affacciarono al balcone per ringraziare la popolazione.

Tutte le Società politiche ed operaie con bandiere recaronsi sulla piazza del palazzo per acclamare i Sovrani. S. M. il Re incaricò il Sindaco di ringraziare subito la popolazione, anche a nome della Regina.

Alle ore 4, 3(4 S. M. la Regina col Principe di Napoli, accompagnati dalla Principessa di Sant’Elia, dama di Corte, e dal Duca di Vaiverde, cavaliere d’onore, usci in carrozza e si recò alla passeggiata in via della Libertà. Durante il tragitto Sua Maestà la Regina e il Principe furono continuamente acclamati dalla folla con evviva e sventolare di fazzoletti.

L’illuminazione, in causa del vento, è riuscita meno splendida di quello che prevedevasi. Alle ore 8, li2 fecesi lo sparo dei fuochi in piazza del palazzo reale. Vi assisteva una folla immensa, che applaudì vivamente i Sovrani, i quali mostraronsi più volte al balcone per ringraziare. Il maggior Corso era animatissimo.


Palermo  5. — Oggi parecchie centinaia di studenti, preceduti da bandiere, percorsero la via Vittorio Emanuele, gridando: Viva il Re Viva la Regina'. Giunta al palazzo reale, la dimostrazione acclamò vivamente i Sovrani, che, unitamente al Duca d’Aosta, affacciaronsi al balcone salutando i dimostranti. La Regina sventolava il fazzoletto.

Al tocco S. M. il Re ha ricevuto in forma solenne il marchese Torrearsa, Collare dell’Annunziata, gli Arcivescovi di Palermo e di Monreale, i senatori e i deputati, la magistratura, il prefetto e il consiglio di prefettura, le rappresentanze provinciale, comunale e dell’Università, il corpo consolare, i capi delle amministrazioni dello Stato, il consiglio del Banco di Sicilia e le rappresentanze delle provincie di Girgenti, Caltanisetta, Catania, ecc.

Questa sera, pranzo di gala al palazzo reale. Sono invitate le principali autorità civili e militari ricevute nella giornata. — Gli Arcivescovi di Palermo e di Monreale scusaronsi per motivi di salute.


Palermo  6 — Ieri i Sovrani ricevettero pure l'Associazione dei Mille di Marsala.

Oggi le LL. MM. visitarono la chiesa e il chiostro di S. Giovanni degli Eremiti, il gran quadro del Crescenzio entro la Caserma di S. Trinità, e il Museo nazionale. I Sovrani ovunque passarono furono accolti con grandi ovazioni.

Dopo il secondo atto del Guaranv, l’entrata delle LL. MM. al Politeama fu salutata da fragorosi evviva e prolungati battimani. Fu fatto suonare tre volte l’inno reale. Finito il terz’atto, le Loro Maestà lasciarono il Teatro in mezzo ad applausi entusiastici. Il Teatro era affollatissimo.


Monreale 7 (ore 2,30) — Aspettandosi l’arrivo dei Sovrani una dimostrazione preceduta dalle società politiche ed operarie al suono dell’inno reale, percorre le vie principali, gridando: Viva il Re! Viva la Regina! Un magnifico arco di aranci fu costruito all’ingresso della città. Da per tutto bandiere ed arazzi.

—(Ore 4,10 pom.) — Malgrado il tempo piovoso, le Loro Maestà sono arrivate, ed ebbero una accoglienza entusiastica. Furono presentati a S. M. la Regina mazzi di fiori dall’Albergo dei Poveri e dall’Educatorio di S. Maria, il quale le regalò anche un album colle fotografie del duomo di Monreale e del chiostro.

Alle ore 3, ½i Sovrani entrarono nel duomo, ove furono ricevuti dall’Arcivescovo e dal Capitolo. Fu cantato il Pange Lingua e data la benedizione. Indi le Loro Maestà visitarono il duomo e le tombe nel Chiostro. Alle ore 4 i Sovrani ripartivano per Palermo fra gli applausi e gli evviva della popolazione monrealese.


Palermo 7 (ore 11, 3(4 pom.) — L’illuminazione stasera, a Palermo, riuscì splendidissima, non essendovi vento, né pioggia. Al Politeama, le Loro Maestà ebbero le stesse ovazioni di iersera tanto all’entrata che quando lasciarono il Teatro.


Palermo 8 — Oggi al tocco sono arrivate sulla Staffetta la rappresentanza del Bey di Tunisi, che viene a complimentare le Loro Maestà, presieduta dal figlio del Bey, e la rappresentanza della colonia italiana di Tunisi.

I Sovrani ricevettero oggi moltissime rappresentanze dei. Comuni dell’isola. Alle ore 3 le Loro Maestà assistettero alla solenne premiazione delle scuole femminili municipali al Politeama, ove il loro arrivo fu salutato da prolungatissimi evviva.

Con altri applausi vivissimi e prolungati le Loro Maestà, col Principe di Napoli e col Duca d’Aosta, accompagnati dal presidente del Consiglio, onorevole Cairoli, e dal ministro Acton, lar sciarono il Politeama.


Palermo  9 — I Sovrani visitarono l’Educatorio Whitaker, alla Zisa, dove ricevettero un mazzo di fiori dall’Educatorio ed altri mazzi coi nomi dei varii Asili rurali. Visitarono altresì l’Ospizio marino all’Arenella, ove i bambini presentarono alle LL. MM. un mazzo di fiori ed un ricco album colle fotografie degli edifizi e dei padiglioni dell’ospizio. Lungo le vie i Sovrani furono acclamatissimi, massime dai marinai e dai contadini della borgata Arenella.


Palermo 10 — Alle 10 e 1(2 le Loro Maestà il Re e la Regina col Principe di Napoli e il Duca d’Aosta, col loro seguito, ricevettero in forma solenne la missione tunisina.

Alle ore 1, 3(4, i Sovrani col Principe di Napoli, accompagnati dal Presidente del Consiglio, on. Cairoli, recaronsi a visitare il palazzo di città ove attendevanli le rappresentanze del Municipio, dei corpi civili e militari, la missione tunisina, il corpo consolare e una eletta cittadinanza.

Le LL. MM. mostraronsi al balcone per ringraziare l’immensa folla plaudente attorno alla casa comunale.


Catania 10 — Un’importante dimostrazione, organizzata dagli studenti delle scuole, percorre le principali vie, con musica e bandiere, gridando: viva il Re, viva la Regina, viva l’Italia! La dimostrazione fermossi dinanzi al palazzo municipale. Il sindaco e la giunta applaudirono alla dimostrazione. Parlò il Prefetto lodando la risoluzione degli studenti.


Palermo 10 — Dopo il Municipio, i Sovrani visitarono la Chiesa Martorana e gli istituti Maria Adelaide e Margherita; indi recaronsi alla passeggiata in via della Libertà. Battimano, evviva dovunque passarono.

Per la gran gente accalcata sulla scala della chiesa di Santa Caterina onde vedere uscire i Sovrani dal palazzo di città, cadde la balestrata della scala stéssa, ferendo cinque o sei persone, qualcuna delle quali gravemente. I Sovrani mandarono un ufficiale. d’ordinanza ad informarsi del disastro.


Palermo 11 — 11 ballo al Casino Geraci è riuscito splendidissimo. Vi intervennero le Loro Maestà, il Duca d’Aosta, i Ministri, le case civili e militari dei Sovrani, la missione tunisina e la rappresentanza della colonia italiana a Tunisi. Le Loro Maestà arrivarono alle 12, 1(4, e furono ricevute allo scalone dal Presidente del Casino, conte Tasca, dalla contessa Tasca e dall’intera Deputazione. La Regina apri il ballo col Presidente del Casino. Immenso concorso di notabilità nazionali ed estere.

In causa della disgrazia di S. Caterina un prete e un ragazzo versano in pericolo, una vecchia gravemente ferita, gli altri ebbero soltanto contusioni, guaribili in pochi giorni.

Alle ore 4, ½S. M? la Regina col Principe di Napoli recossi alla Favorita. Alle ore 4, 3(4 S. M. il Re e il Duca d’Aosta recaronsi alla passeggiata in via della Libertà. Come sempre, battimano ed evviva lungo le vie percorse dai Sovrani.

—(Ore 11 pom.) — La ritirata militare colle fiaccole non poteva riuscire più splendida. Circa duemila erano le fiaccole e i palloni, coi ritratti dei Sovrani. Percorsa la via Vittorio Emanuele, i componenti la fiaccolata recaronsi sulla piazza del palazzo reale, dove, suonato l’inno reale, accesero fuochi di bengala gridando evviva ai Sovrani! Più di 50 mila persone presero parte alla simpatica dimostrazione militare, facendo ovazioni alle Loro Maestà. I Sovrani assistevano dal balcone all’imponente dimostrazione, che non cessò dall’applaudire anche dopo suonata la ritirata.


Palermo 12 (ore 9 ant.) — Alle ore 7, 46, le Loro Maestà, S. A. il Principe di Napoli e S. A. il Duca d’Aosta, coi ministri, uscirono dal Palazzo reale e percorsero le vie per recarsi alla stazione in mezzo ad una folla plaudente.

Il municipio aveva fatto erigere alla stazione un magnifico portico, sul quale leggevasi: «Avida di rivederli e di raffermare la fede nei destini della patria, Palermo saluta i Sovrani d’Italia.»

M. il Re disse al sindaco: «Siamo abituati a questi ricevimenti; quello di Palermo ha sorpassato ogni aspettativa. A rivederci e presto.»

Alle ore 8 e 5, il treno reale, fra clamorosissimi evviva e battimano della folla, muoveva per Girgenti.

M. il Re lasciò 20,000 lire ai vari istituti di beneficenza e 25,000 al Sindaco per distribuirle ai poveri.

Dopo mezzogiorno la squadra, composta del Duilio della Roma e della Principe Amedeo, è partita per la costa di Messina.


Girgenti 12 (ore 2,30 pom.) — Il viaggio delle Loro Maestà da Palermo a Girgenti procedette fra le continue ovazioni. Le stazioni erano addobbate con archi trionfali. I Sindaci, le deputazioni con musiche, e le popolazioni festanti ossequiarono dappertutto i Sovrani.

Le Loro Maestà giunsero a Girgenti alle ore 2. Il loro arrivo fu festeggiato con grande entusiasmo, con acclamazioni vivissime e con getto di fiori. I Sovrani appena giunti al palazzo della Prefettura, cominciarono a ricevere le autorità civili e militari, le deputazioni e i sindaci della provincia. La dimostrazione fu imponentissima e i Sovrani si mostrarono assai soddisfatti. La città è imbandierata e animatissima.


Palermo 12 — Il Sindaco pubblicò un manifesto, nel quale, a nome dei Sovrani, ringrazia la popolazione. Il manifesto ripete queste altre parole dette dal Re: «Giammai in vita mia ho avuto un’accoglienza cosi grata al mio cuore; ne serberò sempre memoria carissima.»


Girgenti 12 — 11 Vescovo, accompagnato dal clero, si recò a felicitare i Sovrani appena giunti al palazzo della Prefettura.

Il tempo piovoso impedì ai Sovrani di visitare le antichità di Agrigento, e guastò l’esecuzione dei fuochi artificiali.


Girgenti 13 — Stamane i Sovrani sono partiti, e furono accompagnati alla stazione da una grandissima folla plaudente.


Caltanisetta 13 (ore 12, 20) — Il treno è giunto alle ore 10.

Le autorità ed una folla immensa plaudente ricevettero le

Loro Maestà. Alcune signore offrirono alla Regina un mazzo di fiori. I Sovrani in mezzo a fiori ed applausi giunsero al palazzo municipale. Quivi le ovazioni furono ripetute da un’immensa popolazione.

Le Loro Maestà partirono per Catania alle 12, 30.

Le Loro Maestà, lungo il loro viaggio da Girgenti a Caltanisetta, erano state accompagnate dalle ovazioni delle popolazioni, specialmente a Serradifalco e San Cataldo.


Catania 13 — Lungo il viaggio dei Sovrani da Girgenti a Catania le stazioni ferroviarie, erano invase dalle popolazioni plaudenti, che assiepavano il vagone reale.

Le LL. MM. il Re e la Regina, il principe di Napoli, il Duca d’Aosta, i ministri, col seguito, sono arrivati alle ore 4, 15, e furono ricevuti alla stazione dal Sindaco, dal Prefetto, dalle autorità civili e militari, dal corpo consolare, dalle associazioni politiche e operaie con bandiere e musiche, e da una immensa folla plaudente vivamente i Sovrani. Alla stazione nove ragazze, appartenenti all’aristocrazia catanese, offersero alla Regina un grandissimo mazzo di fiori.

Il corteo reale, seguito da numerosissime carrozze, percorse la via Messina e il Corso Vittorio Emanuele tra fragorosi evviva e battimano. Lungo il passaggio gettavansi fiori dai balconi. Giunto il corteo al palazzo San Giuliano, una folla immensa applaudì con evviva entusiastiche i Sovrani, i quali affacciaronsi al balcone più volte per ringraziare.

—La dimostrazione colle fiaccole, organizzata dalle associazioni e dai cittadini riuscì splendidamente. Percorsa la via Stesicorea, la dimostrazione fermossi avanti il palazzo San Giuliano acclamando freneticamente i Sovrani, i quali affacciaronsi al balcone ringraziando, per quasi quindici minuti, la popolazione. Furono accesi fuochi artificiali. Il concorso era immenso e l’entusiasmo indescrivibile. Le musiche percorsero le vie della città festante. '


Catania 14 (ore 1,25 pom.) — Una imponente dimostrazione popolare con bandiere e musiche percorse la via Stesicorea e fermossi davanti al palazzo acclamando i Sovrani; S. M. il Re, S. A. il Principe di Napoli e S. A. il Duca d’Aosta affacciaronsi al balcone per ringraziare. La piazza dell'Università è sempre gremita di un popolo plaudente. Tredici bande percorrono le vie.

—Sua Maestà il Re ricevette anche Monsig. Arcivescovo. Una rappresentanza dell'associazione costituzionale catanese gli presentò un indirizzo in lettere dorate sopra seta verde. Una rappresentanza del gabinetto di lettura ne presentò un altro in pergamena riccamente dipinta.

—Il corso di gala riuscì splendidissimo. Le vie Stesicorea, Vittorio Emanuele e Garibaldi erano affollatissime. La carrozza reale era seguita da altre dove erano i ministri ed il numeroso seguito delle Loro Maestà, e da moltissime altre private. Lungo il loro passaggio i Sovrani furono acclamati freneticamente; dai balconi gittavansi carte colorate col motto: Avanti sempre Savoja L’entusiasmo è indescrivibile.

—Stasera alle ore 7 ebbe luogo il pranzo di gala al palazzo. L’illuminazione è splendidissima.


Catania 14 — Alle ore 11 i Sovrani si recarono al ballo dato dal Principe Cerami. Lungo il tragitto si accesero fuochi di bengala. La popolazione affollata acclamava entusiasticamente. Il Principe e la Principessa Cerami ricevettero le Loro Maestà, e la Regina aprì la festa ballando col Principe Cerami. I Sovrani si ritirarono alle ore 2 fra ripetute ovazioni.


Siracusa 16 (ore 1, 25 pom.) — I Sovrani partirono da Catania alle ore 9. Nelle stazioni di Lentini e di Augusta la popolazione assiepata applaudiva freneticamente. Il treno giunse a Siracusa alle ore li, Ij2. Un immenso popolo acclamò i Sovrani alla stazione e li accompagnò al palazzo di città. Le autorità locali, l’Arcivescovo, e le associazioni presentano i loro omaggi. Le campane suonano a distesa. Siracusa in festa mostra tutto il suo attaccamento alla Dinastia.

—Le Loro Maestà ricevettero i Sindaci delle provincie e gli ufficiali della corazzata inglese Superb, ancorata in questo porto. I Sovrani visitarono quindi il teatro e l'anfiteatro, e ripartirono alle ore 4, salutati dalle acclamazioni di una immensa folla. La città è parata riccamente e le strade sono sparse eli fiori.


Catania 16 — I Sovrani ritornarono da Siracusa alle ore 6,15 tra ripetute ovazioni di una folla immensa e fuochi di bengala. Giunti al palazzo, affacciaronsi al balcone per ringraziare la popolazione plaudente. — Stasera un’altra imponente dimostrazione percorse con fiaccole la strada Stesicorea, acclamando vivamente i Sovrani, che affacciaronsi al balcone.


Catania 17 — I Sovrani partirono per Messina alle ore 11, 30 acclamati entusiasticamente sotto una pioggia di fiori e di poesie.

Alla stazione furono ossequiati dalle associazioni politiche ed operaie, dalle autorità, da molte signore e da un immenso popolo. Le associazioni con musiche schieraronsi lungo il binario acclamando. Le Loro Maestà ringraziarono commosse. I Sovrani lasciarono 16,000 lire per scopo di beneficenza.


Messina 17 — Il viaggio dei Sovrani da Catania a Messina fu festeggiato con calorose ovazioni dalla folla plaudente in ogni stazione. Ad Acireale fu costrutto un passaggio, pavesato elegantemente, dalla stazione al prossimo palazzo Florestano. I Sovrani vi si recarono, ricevettero gli omaggi delle autorità, delle deputazioni, ed affacciaronsi fra entusiastici applausi al balcone. Dopo mezz’ora, ripresero il viaggio, fermandosi alquanto a Giarre.


Riposto 17 — Le Loro Maestà arrivarono alla stazione alle ore 12,50, e furono acclamate da una folla immensa. Scesero nel padiglione appositamente preparato, e vi si fermarono venti minuti, ricevendo le rappresentanze. Le Loro Maestà ripartirono fra le grida di: Viva il Re, Viva la Regina, Viva il Principe di Napoli!


Taormina 17 — Le LL. MM. furono accolte alla stazione di Giardini-Taormina con immenso entusiasmo. La popolazione era accorsa da lontani paesi. Eranvi le bande musicali di Taormina, di Giardini e di Francavilla.


Messina 17 — Il convoglio reale giunse alle ore 2, 50.

Le autorità civili e militari, un comitato di signore e le rappresentanze lo attendevano entro la stazione. Le associazioni, con stendardi e un popolo immenso lo attendevano fuori. Le vie erano gremite di gente; la città è in festa e gli edifizii sono sontuosamente decorati. Allo squillo della fanfara reale proruppero fragorosi evviva. I Sovrani ricevettero, commossi, gli omaggi. Il comitato delle signore presentò alla Regina un elegantissimo mazzo di fiori. Uscendo dalla stazione le Loro Maestà furono accolte con lunghi applausi da un popolo immenso, in mezzo al quale le carrozze reali procedettero lentamente, passando per le vie Primo Settembre, San Giacomo e Garibaldi. Una pioggia di fiori cadeva lungo il passaggio fino all'arrivo dei Sovrani al palazzo.

L’Arcivescovo era quivi ad attenderli.

Continuando le frenetiche dimostrazioni, malgrado la pioggia, le Loro Maestà comparvero ripetutamente al balcone per ringraziare.


Messina 18 — Ieri sera, malgrado il tempo piovoso, una immensa folla plaudente assistette alla fiaccolata, ai fuochi sul mare ed all’illuminazione del porto. I Sovrani, commossi, ringraziarono più volte il Sindaco e la popolazione.

—Rasserenatosi il tempo e finito il ricevimento, le Loro Maestà decisero di uscire al passeggio. Sparsasi la notizia, un popolo immenso affollasi nelle strade e nelle finestre per festeggiare i Sovrani.

—La passeggiata dei Sovrani fu trionfale. L’entusiasmo è indescrivibile. Le Loro Maestà percorsero le vie principali fra continue ovazioni, battimani e lo sventolare dei fazzoletti e bandiere. Tutte le società operaie della provincia precedevano la carrozza delle Loro Maestà, al suono della marcia reale. Giunti al palazzo, un’immensa onda di popolo fermossi ad applaudire i Sovrani, che affacciaronsi al balcone restandovi lungo tempo. S. M. la Regina ringraziava, sventolando il fazzoletto.


Messina 19. — Circa 300 bambini degli asili fecero una serenata sotto i balconi dell’alloggio reale. S. M. la Regina ricevette una deputazione dei bambini che le offrì un mazzo e un album. S. M., commossa, chiamò S. A. il Principe ereditario cui presentò i bambini, ai quali egli strinse la mano regalando loro confetti. La serenata fu splendida e commovente.

Il ballo offerto dal Municipio nel casina della Borsa riuscì stupendo e animatissimo. Le Loro Maestà giunsero alle ore Ile furono accolte entusiasticamente dal popolo sul loro passaggio, che fecero a piedi, dalle dame e dai cavalieri disposti su due file all’ingresso nelle sale. I Sovrani furono ricevuti ai piedi dello scalone dal Sindaco, dalla giunta e dalle dame delegate. La Regina apri il ballo poco dopo col rappresentante della città, avendo vis-à-vis la Principessa Castellacci e il senatore Caccia. Alle 2, 1(2 ebbe luogo la cena reale fastosamente imbandita. Finita la cena, le Loro Maestà assistettero al ballo, e lasciarono le sale alle ore 2, 1(2 fra le acclamazioni degli astanti e del popolo che attendeva sulla via, che percorsero nuovamente a piedi. Prima di lasciare le sale, invitarono a pranzo le dame componenti il comitato delle signore coi loro consorti.

—I Sovrani visitarono il duomo, le scuole comunali, la società' operaia, il convitto magistrale femminile e l’Istituto. Una grande folla accorse dappertutto acclamando le LL. MM. festosamente. Al duomo i Sovrani furono ricevuti dall’Arcivescovo e dal clero, e fu data la benedizione. Le LL. MM. visitarono pure il tesoro, nel quale la Regina depose un gioiello toltosi dal petto. Quest’atto destò una viva impressione. (!?)

Dappertutto i Sovrani lasciarono segni della loro beneficenza. Una folla immensa accompagnò con applausi le LL. MM. al palazzo.

—La serata di gala riuscì splendidissima. Il teatro era rigurgitante. All’arrivo delle Loro Maestà, il pubblico levossi in piedi applaudendo lungamente e replicatamente. La cantata delle alunne delle scuole riuscì commovente. I Sovrani assistettero allo spettacolo fino alla fine. Nuove ovazioni li accompagnarono dal teatro al palazzo, ove recaronsi a piedi.


Messina 20. — Traversando l’immenso popolo acclamante, le Loro Maestà imbarcaronsi sulla Roma, cui seguivano il Duilio, i legni della squadra e nove vapori delle varie compagnie di navigazione, pieni di cittadini d’ogni ceto, rendenti omaggio ai Sovrani.

Il porto era gremito di barchette imbandierate.


Catanzaro 20. — Tutte le stazioni da Reggio a Catanzaro, anche quelle ove il treno reale non si fermava, erano addobbate con bandiere, coi ritratti dei Sovrani e con festoni di alloro. Eravi dappertutto un’affollatissima popolazione plaudente. A Gerace fu fatta una calorosa ovazione con musica e fiori, malgrado una dirotta pioggia.

Allorché il treno reale arrivò a Catanzaro, il tempo era pessimo. Il Prefetto, il Sindaco, una deputazione di signore, le autorità civili e militari aspettavano i Sovrani alla stazione. Molta gente, a piedi, seguiva la carrozza reale; i contadini erano vestiti a festa col loro pittoresco costume.

Cessata la pioggia, circa un chilometro prima di entrare in città, i Sovrani fecero aprire la carrozza. Tutta la popolazione era nelle vie e sui balconi, gettando fiori sulla carrozza reale. Le acclamazioni del popolo gremito davanti al palazzo della prefettura chiamarono i Sovrani al balcone. Le loro Maestà vi rimasero parecchi minuti malgrado un freddo sensibile.

L’Arcivescovo ossequiò i Sovrani all’ingresso del palazzo.


Catanzaro 21. — Le notizie sul ricevimento dei Sovrani a Reggio costatano l'entusiastica accoglienza che ebbero colà le Loro Maestà. Una folla immensa era accorsa da tutta la provincia.

I Sovrani hanno ricevuto l’Arcivescovo, le autorità e i sindaci della provincia. Indi percorsero in carrozza la città fra calorosi applausi. Al pranzo di gala furono invitate le primarie autorità e la deputazione delle signore che aveva ossequiato le Loro Maestà allo sbarcadero. La sera i fuochi artificiali sono benissimo riusciti.


Catanzaro 22. — Iersera una imponete dimostrazione chiamò i Sovrani al balcone del palazzo della prefettura. Un raggio di luce elettrica proiettossi tosto sopra il balcone, illuminando la Regina! Scoppiarono allora applausi ed evviva frenetici. I Sovrani rimasero oltre dieci minuti a ringraziare l’immensa folla acclamante.

(Ore 11, 5 pom.) — Furono presentate alla Regina due coperte di seta damascata, lavoro di Catanzaro del 1500. Una rappresentanza di contadine, in costume calabrese, fu ricevuta dalla Regina, e una rappresentanza di contadini dal Re. La pioggia incessante guastò i preparativi dell'illuminazione. Il teatro di gala era imponente; fu fatta ai Sovrani una calorosa ovazione. Le LL. MM. alzaronsi tre volte per ringraziare; assistettero al secondo atto della rappresentazione, e ripartirono fra entusiastici applausi.


Cotrone 23. — I Sovrani sono partiti da Catanzaro alle ore 9 antimeridiane, e giunsero a Cotrone alle ore 10 e 40. Le Loro Maestà discesero sotto uno spazioso ed elegantissimo padiglione e furono accolte dagli ordini tutti della cittadinanza con acclamazioni entusiastiche. Erano presenti il Vescovo, il clero, il deputato del collegio e le autorità.


Cosenza 23. — Dopo la fermata a Cotrone, il treno reale fu festeggiato in tutte le stazioni fino a Cosenza, ove giunse alle ore 5. A Cariati, l’autorità ecclesiastica, insieme alle autorità civili, ossequiò i Sovrani.

A Buffalora il Principe di Napoli sali in altro treno diretto a Napoli, ove giungerà stanotte alle ore 2, e ivi aspetterà iSovrani. L’ingresso a Cosenza fu disturbato da una pioggia dirotta, tuttavia la cittadinanza fra entusiastiche ovazioni, il suono delle campane e i fuochi di bengala, accompagnò con musiche e bandiere i Sovrani al palazzo della prefettura. I Sovrani si affacciarono al balcone per ringraziare. Il Vescovo ed i canonici ossequiarono le Loro Maestà all’arrivo al palazzo.


Cosenza, 24. — Il tempo migliorato permise iersera l’illuminazione. I Sovrani affacciaronsi al balcone a salutare la popolazione acclamante. Oggi ebbe luogo il ricevimento ufficiale, che incominciò a mezzodì e terminò alle ore 4. Tutti i sindaci della provincia, malgrado le difficoltà delle comunicazioni, intervennero al ricevimento. S. M. il Re e S. A. il Duca d’Aosta recaronsi a visitare il duomo e quindi il monumento ai fratelli Bandiera, scortati da un’eletta cittadinanza a cavallo. 6

—Stasera ebbe luogo una bellissima festa con fuochi artificiali, illuminazione e fiaccolata. 1 Sovrani, acclamati, presentaronsi due volte al balcone.


Cosenza, 25. — I Sovrani uscirono dal palazzo alle ore 8,50, accompagnati alla stazione dalla cavalcata cosentina, e in mezzo alle acclamazioni dell’intera cittadinanza accorsa alla stazione. Vi erano pure le associazioni operaie con bandiere. Il treno partì alle ore 9, 10.


Potenza, 25. — Il viaggio dei Sovrani da Cosenza a Potenza fu festeggiato dalle popolazioni in tutte le stazioni, con fiori, musiche e calorose ovazioni. I Sovrani arrivarono a Potenza alle ore 4, e furono ricevuti alla stazione dalle autorità e da una deputazione di signore che offrì un mazzo alla Regina. L’ingresso nella città fu festeggiato entusiasticamente; l’intera cittadinanza era gremita nelle strade e sui balconi.

Il Vescovo ossequiò i Sovrani al palazzo. I Sovrani presentaronsi al balcone a salutare la popolazione. L’illuminazione e i fuochi artificiali sono riusciti, malgrado la neve e il vento. Il freddo è sensibile.


Potenza, 26. — Ilricevimento delle autorità, incominciato a mezzogiorno, terminò alle ore 5. Intervennero i deputati della provincia, il Vescovo, la magistratura, la prefettura, il municipio, le scuole, i sindaci dell’intera provincia, le deputazioni della società operaia e della società dei Reduci e varie rappresentanze. Durante il ricevimento gli applausi della cittadinanza chiamarono i Sovrani. al balcone, ove furono salutati con calorose ovazioni, al suono di tre musiche.


Potenza, 27. (ore 8,55 ant.) — Iersera vi fu teatro di gala. I Sovrani entrarono alla metà del primo atto. Venne allora interrotto lo spettacolo dalla marcia reale e dalle vivissime acclamazioni di uno scelto pubblico. Un’altra prolungata ovazione ebbe luogo durante l’intermezzo. 1 Sovrani uscirono alla metà del secondo atto, calorosamente applauditi.

Stamane partirono, salutati dalla popolazione plaudente ed ossequiati alla stazione dal Prefetto, dal Sindaco e dalle signore.


Napoli, 27. — Lungo il viaggio da Potenza a Salerno e Napoli, i Sovrani furono vivamente acclamati in tutte le stazioni della folla e ossequiati dalle autorità. A Campagna, Eboli e Nocera, comitati di signore offrirono alla Regina mazzi di fiori. A Torre-Annunziata lo spettacolo era stupendo; il porto era illuminato con fuochi artificiali.

Arrivati a Salerno alle ore 2,30, i Sovrani furono ricevuti alla stazione, elegantemente addobbata, da tutte le autorità, da tutti i sindaci della provincia e da signore offerenti mazzi alla Regina. Le vie dalla stazione alla prefettura erano pavesate e affollate. Sul passaggio dei Sovrani cadeva una pioggia di fiori, fra applausi frenetici. I Sovrani ringraziarono dal balcone della prefettura. S. M. il Re ricevette il Vescovo, le autorità, i sindaci, i deputati e le società operaie. S. M. la Regina ricevette una imputazione delle scuole femminili. Il Municipio offri alla Regina un ricchissimo album e il Vescovo le offri un reliquiario d’oro. I Sovrani ringraziarono una senda volta dal balcone, quindi recaronsi al casino e al teatro, dove fu servito uno splendido buffet. Ritornati alla stazione fra continui ed entusiastici applausi,

ISovrani partirono alle ore 3,30 per Napoli.

I Sovrani arrivarono a Napoli alle ore 5,25. La stazione era addobbata ed illuminata riccamente. Furono ricevuti da tutte le autorità e da una folla enorme plaudente. Le Loro Maestà recaronsi al palazzo ad abbracciare il Principe di Napoli, che è qua, si guarito, e che resterà a Napoli pochi giorni ancora.


Napoli 27 — I Sovrani ritornarono alla stazione alle ore 6,50 ossequiati dalle autorità, acclamati ripetutamente dalla folla dei cittadini; rimontarono sul treno, che mosse per Roma alle ore 7. — Fin qui il telegrafo.

Il ritorno dei Reali di Savoia a Roma fu il più semplice.

Alle ore 11 di sera del 28 gennaio, alcune associazioni politiche ed operaie della città, tra le quali quella dei Reduci, degli Studenti, dei Parrucchieri, dei Cocchieri si erano dati convegno in piazza di ss. XII Apostoli. Erano circa cinquecento i dimostranti.

Alle 12, e 1|2 si presentarono in piazza della stazione. A| primo giungere si gridò: Viva la Monarchia. — E questo era il grido più insistente, osservava la Voce della Verità; probabilmente dovea essere una protesta contro gli spegnitori del gaz, che a. mezzanotte precisa aveano inesorabilmente compiuto il loro ufficio, lasciando al buio la vasta piazza e le vie adiacenti alla stazione.

Dalla parte degli arrivi fin dalle 11 stavano schierate in una fila ben serrata guardie municipali e di pubblica sicurezza che tenevano la poca gente ad una rispettosa distanza per tutto quel tratto di strada che, uscendo dalla stazione, dovea percorrere l’equipaggio reale. Anche l’intorno della stazione era gremito di pubblica forza, e ordini severissimi erano stati impartiti per non far penetrare colà chi non doveva.

I dimostranti con le loro bandiere e con le fiaccole accese si misero in riga, ed abbiamo potuto vederli da vicino, tanto per i loro arnesi, quanto per le loro fisionomieniente affatto romane, e moltissimi non doveano nemmeno appartenere alle associazioni sotto i cui ordini militavano.

Si durò per un pezzo a far gazzarra; finalmente alle ore 1,20, si udì il fischio dell’arrivo de,lla macchina-staffetta, e alle 1,30 precise arrivò il treno reale. Il re Umberto e la regina Margherita presentatisi sulla porta della stazione-arrivi, ricevettero u,n po’ di ovazione. La piazza quasi al buio si rischiarò alcun poco dalle ravvivate fiaccole e da qualche fuoco di Bengala.

Erano a ricevere i Reali di Savoia, i ministri Depretis, Cairoli,Miceli, Baccarini, Baccelli, il prefetto di Roma, la giunta municipale rappresentata dal ff. di Sindaco e dall’on. Seismit-Doda, alcuni segretarii di ministero, gli ufficiali della casa reale, vi era pure la signora Cairoli e qualche dama di corte.

La banda municipale intuonò l’inno reale; poi si disciolse. La coppia reale, si mostrava palesemente affaticatissima. —

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Ora aggiungeremo qualche dichiarazione e qualche documento.

La stampa liberalesca, come il telegrafo, narrando i fatti pei suoi noti intendimenti, fece di tutto per ¡svisare il contegno dell’Episcopato e del clero durante il viaggio reale, sperando di comprometterlo ad un tempo e con la S. Sede e con la rivoluzione; sono arti viete, armi stempiate coteste, pure giova ridurle al nulla per illuminare la storia.

—Oramai, scriveva l’ottima Sicilia Cattolica, sappiamo la perfida tattica dei nemici della Chiesa. Se i Vescovi e il clero si tengono perfettamente in disparte, si dice: — Vedete, essi sono nemici della patria e della libertà. — Se fanno qualche atto di mera cortesia civile, si dice: — Vedete, essi riconoscono finalmente l’ordine attuale di cose; e, stando in mezzo al loro popolo, si ridono delle ire di Roma e della Curia biliosa. — Ecco infatti come si esprime il Giornale di Sicilia circa il clero e l’Episcopato Siciliano:

«Chi li forzava ad unirsi alla folla plaudente sul passaggio dei Sovrani? Chi li obbligava ad aggiungere il loro grido di evvivaa! grido unanime delle masse popolari? Perché dunque si sono essi così solennemente associati alla gioia comune? Eppure non ignorano che il loro contegno avrebbe sollevato le ire della Curia. Ma hanno preferito affrontare queste ire anziché mentire a se stessi.»

Il Giornale di Sicilia, crede di mettere in opposizione i Vescovi e il clero di Sicilia colla biliosa Curia di Roma, vale a dire col Papa. L’insulto è grave, e l’Episcopato siculo lo respinge. I Vescovi, se agirono dignitosamente e colla dovuta civiltà, non si misero in urto colla S. Sede. Essi colle loro visite e col loro contegno non fecero atto d’adesione alla Rivoluzione insediata a Roma, né intesero affatto approvare i fatti compiuti, molto meno l’invasione di Roma e i tanti delitti consumati contro la Chiesa e il Papa. Se i Vescovi in qualche visita ai Sovrani tentarono di ottenere che fosse riparato alcun torto, o che si mettesse un termine alle tante profanazioni, essi certo in ciò non potevano fare nessun atto di adesione alla politica rivoluzionaria. — (La Sicilia Cattolica Anno XIV, N. 20. Mercoledì 26 gennaio 1881).

Ma è necessario di svolgere più ampiamente questo punto importantissimo della nostra triste istoria.

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CAPO XII

L’EPISCOPATO CALABRO-SICULO E IL VIAGGIO REALE

Circa il surriferito viaggio e il contegno dell’Episcopato siciliano l'Osservatore Romano recava la seguente Dichiarazione:

—Le informazioni e i giudizii che i più autorevoli giornali cattolici d’Italia hanno recato relativamente all’attitudine seguita dall’Episcopato e dal Clero di Sicilia, nell’occasione del recente viaggio della reale Famiglia di Savoia, informazioni e giudizii pienamente conformi a quelli contenuti nelle particolari corrispondenze da noi pubblicate, pareva dovessero, secondo ogni ragionevolezza, far tacere quegli inopportuni ed inconsulti commenti cui sull’argomento stesso ebbe suscitato la smania di rappresentarsi e di far credere la Chiesa inclinata ad impossibili transazioni. Ma poiché l’interesse e l’intolleranza sogliono essere alieni da una pacata ed equanime riflessione, la verità non potè ripigliare ancora il suo impero, e, malgrado dell’esuberanza delle prove, malgrado della stessa evidenza, si è persistito ad additare il contegno dell’Episcopato e del Clero di Sicilia siccome un trionfo riportato dalla rivoluzione, o per lo meno una evoluzione notevole della Chiesa verso l’Italia legale. Non nella lusinga pertanto di illuminare chi a bello studio ama generare il buio e la confusione; ma affinché la coscienza dei Cattolici non debba essere turbata dalla leggerezza o fallacia delle altrui allegazioni, giova ristabilire anche una volta la verità, quale scaturisce da documenti autentici ed incontrovertibili, purgandola da quella nebbia onde l’han circondata la malafede o l’esagerazione.

Ora, chi prenda a sua scorta non le invenzioni di qualche giornale, ma la storia genuina dei fatti, quale è narrata da relazioni autorevoli e superiori a qualunque eccezione, è d’uopo riconosca nulla assolutamente essere intervenuto in Sicilia, per opera dell’Episcopato e del Clero, che oltrepassasse i confini della semplice cortesia, e assumesse, anche indirettamente, carattere e significato di politica concessione. Ciò manifestamente e in modo inoppugnabile risulta tanto dal complessivo contegno dei Vescovi, quanto dalla condotta che, nelle rispettive diocesi, ciascuno d’essi, a seconda delle circostanze, credette opportuno di seguire.

Da quegli atti che sogliono partire da animo ospitale e cortese non si mostrarono alieni i Vescovi di Sicilia; ma come oserebbesi recare intorno a ciò severo giudizio, senza tener conto, oltreché della gravità delle pubbliche condizioni, delle pressioni che subirono i Vescovi da parte delle politiche autorità, e delle minacce dei diversi partiti, anche della mitezza, che è dovere d’ogni Pastore cattolico, e della prudenza quale non può spogliarsi da chi è rivestito d’alta dignità e sul popolo esercita notevole influenza? Parve ai Vescovi che il dar fomite, anche indirettamente colla loro astensione, a quel fermento rivoltoso ed anarchico onde la Sicilia, in alcune parti specialmente, ribolle, non fosse atto di carità; e sembrò loro d’altro canto che il porgere, con una soverchia per quanto legittima severità, appigli a nuove persecuzioni, a nuove ostilità contro la Chiesa, non fosse consiglio d’uomini cauti e prudenti.

Imperocché non potrebbero già essere passate in obblio le vessazioni crudeli di cui la Chiesa in molte regioni delle Due Sicilie fu specialmente vittima, sui primordi della rivoluzione italiana. Sol perché, chiamati a festeggiar questa, i Vescovi si ricusarono, ridersi essi d’un tratto messi fuor della legge e costretti ad esulare o mendicare ricovero e pane; e le mense vescovili rapite; e gli Episcopii manomessi e spogliati; e ridotte in mani rapaci le rendite dei benefìzi e dei seminar e da questi scacciato il giovane clero; e le parrocchie orbate de' loro pastori; e le chiese ridotte squallide e deserte, con danno incalcolabile delle anime e della Religione.

Or chi avrebbe dato sicurezza che per un troppo rigido rifiuto opposto dai Vescovi alle insistenti sollecitazioni delle politiche autorità, quelle sevizie e quelle oppressioni non si sarebbero rinnovate? Comunque sia, i prelati di Sicilia non vollero darne il pretesto, e'parve loro men danno recedere dall'abituale austerità, di quello che esporre a novelli, e forse più crudeli attentati le loro diocesi e l’interesse spirituale de' fedeli alle loro cure affidati.

Eppure da così semplice, da cosi temperato ordine d’idee la malafede di taluni e la leggerezza di altri commentatori hanno preso le mosse per giungere alle più ardite ed assurde supposizioni. Ed un semplice atto di cortesia fu snaturato in guisa da farlo comparire come la diserzione dai più rispettabili e sacri principii religiosi e politici, l’ingresso del clero nell’orbita dell’Italia legale, l’assenso prestato dalla Chiesa alle usurpazioni, e financo l’inizio di uno scisma dell’episcopato e del clero Siciliano dalla Cattedra di Roma! Non sappiamo per fermo se più oltre possano spingersi la irriverenza e la stolidezza.

Né è a dire di quante falsità, di quanti sotterfugi, di quante dissimulazioni sia mestieri far uso a cotesti detrattori dell’Episcopato per dare adito alle malevole loro insinuazioni. Fu asserito e dimostrato da tutti i più competenti fogli locali, che quasi impossibile sarebbe stato ai Vescovi il contegno di una assoluta indifferenza, a fronte dell’ardore dei partiti e delle sollecitazioni vivissime con cui cercarono imporsi loro i Sindaci ed i Prefetti. Ma quasi nulla si sapesse di ciò, v’ha chi si attenta di rappresentare l’Episcopato come spontaneo iniziatore di politiche transazioni. Sono ornai abbastanza noti i discorsi indirizzati ai Reali dai Vescovi di Sicilia, ne’ quali lamentavano questi la triste condizione fatta alla Chiesa in Italia; le leggi che assoggettano i chierici alla leva militare e che tendono a dissacrare il matrimonio; le nuove spogliazioni che si van meditando a danno delle parrocchie e delle opere pie; la corruttela della gioventù; le amarezze ond’è abbeverato il Vicario di Gesù Cristo.

Tutto ciò è ben conosciuto; ma se ne tace, giovando al calcolo politico di additare irriverentemente i Vescovi di Sicilia, quasi come altrettanti accoliti della rivoluzione. Si sa, perché gli stessi fogli locali più competenti lo divulgarono, che furono prette menzogne quelle del Te Deum cantato a Palermo, di speciali pompe religiose ordinate ad onore degli ospiti reali, di singolari cerimonie adoperate per essi secondo i solenni riti della Chiesa, di formali accoglienze fatte loro da' Capitoli, dalle Metropolitane, dai Vescovi. Si sa tutto questo; ma non se ne fa motto o s’insinua il contrario, affindi mostrare l’Episcopato della Sicilia come l’antesignano della conciliazione. Non s’ignora, avendone alcuni organi del liberalismo tolta occasione per muovere vivi attacchi, che i Vescovi ricusarono di unirsi ai corteggi ufficiali nei pubblici ricevimenti e di rendersi consci elementi di un entusiasmo ad arte preparato; che nessun invito per feste o banchetti reali fu mai da essi accettato; che si dovette, in seguito alle mal riuscite esplorazioni, desistere dalla vagheggiata idea di offrire all’Episcopato decorazioni ed onoranze speciali; che tutte le dicerie di splendidi donativi fatti da qualche Vescovo ai personaggi reali furono una assoluta menzogna. Nulla di tutto ciò s’ignora; ma si finge ignorarlo per far sorgere il dubbio e lo sconforto nelle file dei Cattolici, quasiché una parte de' loro Pastori avesse chinata la fronte dinanzi ai fatti compiuti ed acclamato i rappresentanti della rivoluzione. Assurdo è senza dubbio questo assunto che alcuni giornali si sontolto; ma esso rivela in pari tempo intendimento cosi poco leale, che non ci rendiamo ragione davvero come qualche giornale propugnatore di buoni e savi principi non sia giunto a comprenderlo.

Come abbiamo detto, del resto, e come tutte le notevoli ed attendibili informazioni hanno reso manifesto, non solo il complessivo contegno dell’Episcopato e del clero siciliano, ma anche la individuale condotta dei singoli Vescovi fu tale da escludere tanto le false e malevole, quanto le esagerate ed inconsulte interpretazioni. E giovi a tal uopo riassumere nuovamente i fatti, quali li abbiamo attinti da fonti le più sicure e superiori a qualunque eccezione.

E prima di tutto, è falso, secondoché superiormente abbiamo ripetuto, che nella cattedrale di Palermo fosse cantato il Te Deum. Solo dopo il canto del Tantum Ergo venne, senza pompa di sorta, impartita la Benedizione, e non già dall’Arcivescovo, ma da un canonico; non già colla solenne assistenza di tutto il Capitolo, ma essendo presenti solo tre o quattro membri del medesimo. E poiché alla Benedizione eucaristica si restrinsero tutte le funzioni religiose anche nelle altre città, giova qui notare una volta per sempre, come nessuna legge canonica ostava a che venisse impartita.

Né di diversa indole sono le informazioni che si raccolgono dai giornali e dai carteggi di Messina. Prima dell’arrivo della reale famiglia, quell’Arcivescovo aveva ricevuto grandi pressioni sì dall’autorità politica, vivamente preoccupata pel fermento repubblicano sviluppatosi in quella Università, e per alcune minacciose lettere anonime, come da certi sognatori di conciliazione, i quali avrebbero voluto che il duomo fosse parato a festa e che vi fosse innalzato in trono reale. A raggiungere il quale ultimo intento anzi, un messinese, che occupa qui in Roma presso il governo altissimo posto, erasi colà recato per caldeggiarne l’idea. Il provicario generale, il nome dell’Arcivescovo, protestò dinanzi al Sindaco ed alla giunta contro questa specie di violenza che si voleva fare all’autorità ecclesiastica, alla quale soltanto appartiene di disporre quel che crede opportuno nell’interno della chiesa. "Ma comunque il Sindaco si acquietasse a queste ragioni, la violenza prevalse: e taluni individui, penetrati in chiesa malgrado della opposizione dei canonici, eressero il trono; il quale peraltro non servi a nulla, giacché i Reali di Savoia non vi presero posto.

Il giorno innanzi all’arrivo della famiglia reale, presentassi all’Arcivescovo il Prefetto della provincia, per invitarlo a recarsi, insieme coll’autorità laicale alla stazione ferroviaria, non che ad intervenire al ricevimento officiale; ma l’Arcivescovo si scusò, ringraziando, di non potere accettare né l’uno né l’altro invito, e solo fece ai reali viaggiatori una visita meramente privata.

Né in modo diverso passarono le cose a Catania. Interrogato riservatamente l’Arcivescovo se, ricevendo inviti, avrebbe accettato; rispose che, trattandosi di semplice visita di cortesia non sarebbesi rifiutato; ma quanto a banchetti o pubblici ricevimenti qualsiansi se ne sarebbe astenuto. E secondo la sua volontà infatti, di carattere meramente privato fu la sua visita, dopo la quale egli non colse nemmeno più l’occasione di visitare i Reali di Savoia; ed essendo stato informato dal Sindaco come questi si recherebbero a visitare la chiesa dei PP. Benedettini, rispose che non doveva e non poteva accedervi. E quindi la reale famiglia vi fu ricevuta dal solo Rettore, il quale, richiesto, cantò il Tantwn Ergo ed impartì la benedizione.

Anche da Girgenti è accertato che non poca pressione fecesi su quel Prelato, affinché in forma pubblica, accompagnato cioè dal Capitolo e dal Clero, si fosse recato alla stazione per ricevere la famiglia reale, adducendosi per indurlo a ciò, che il Vescovato di Girgenti ritiensi di regio patronato e la Cattedrale di regia fondazione. Ma il Vescovo non accettando, come era naturale, né l’invito, né le ragioni, si restrinse a promettere e a fare una visita privata, dopoché i Reali ebbero preso stanza nella città. E quando, prima che il reale corteggio giungesse a Girgenti,un cerimoniere di corte recossi presso il Vescovo per invitarlo al pranzo reale, questi declinò cortesemente l’invito nel modo appunto che aveano fatto tutti gli altri suoi colleghi nell’Episcopato.

Tale quale l’abbiamo riassunto fu il contegno tenuto dai Vescovi di Sicilia; questi, e non altri gli atti da essi compiuti, né diversamente si regolarono i Vescovi delle Calabrie, sebbene anche intorno ad essi, ed in ispecie a Mons. Arcivescovo di Salerno, siansi divulgate inesattezze e falsità d’ogni maniera. Basti ricordare in proposito i pretesi donativi di reliquiarii preziosi e di splendidi anelli inventati dal corrispondente di un giornale di Roma, non che i chimerici apparecchi di pomposissime feste ecclesiastiche immaginati dall’agenzia telegrafica, argomenti tutti sui quali e giornali e telegrafo andarono per più di ricamando poetiche fanfaluche d’ogni maniera. E ciò con tanto maggior apparenza di verità, in quanto Mons. Arcivescovo, ricusando di recarsi alla stazione, fece solo alla coppia reale brevissima visita nel palazzo della prefettura, e tutta la solennità della festa ecclesiastica si ridusse alla chiesa occupata militarmente, nella quale neppure intervenne la famiglia reale. La cortesia, la riserva, il linguaggio di Mons. Arcivescovo di Salerno non furono insomma dissimili da quelli de' Prelati di Sicilia, sebbene forse la prudenza avesse giustificato anche maggiori concessioni di forma da parte del Pastore salernitano, memore degli strazi, dei dolori e della miseria inflitti, in più atroce misura che altrove, a quella Diocesane primi tempi della rivoluzione italiana.

Chi avrebbe potuto assicurare, come abbiamo già avvertito, che mali ancor maggiori di quelli da cui è già afflitta la Chiesanon sarebbero avvenuti, se i Vescovi si fossero unanimemente tratti in disparte, in mezzo a tanto entusiasmo con fino artifizio destato? Ben' si comprende adunque come, a non dare appiglio a nuove violenze, di cui le gravissime pressioni delle autorità erano quasi annunzio e minaccia, essi si adattassero a quelle dimostrazioni, quanto potevano minori, che le circostanze rendevano pressocché inevitabili. Ed ora eccoli per un mero atto di prudenza portati sulle colonne di alcuni fogli, e non sempre liberali, come invasati da entusiasmo liberalesco, come paladini del progresso e delle moderne istituzioni. «Dappertutto il Clero si associa all’esultanza della popolazione!» Cosi scriveva la Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia del 25 gennaio. E noi, concludendo risponderemo a tale asserzione colle seguenti nobili parole della Unità Cattolica del 29:

«Il Clero non fu esultante, ma prudente, e non volle aggiungere esca all’incendio, né somministrare pretesti di persecuzioni. Al male immenso che si è fatto alla Chiesa, si vogliono aggiungere nuovi danni, e sarebbesi colta a volo ogni occasione di rappresaglia. Senza venir meno a nessuno dei suoi principii, il Clero tenne un contegno pieno di riguardo e di cortesia puramente civile. —

A conferma della recata Dichiarazione aggiungiamo la seguente autorevole corrispondenza:


«Palermo 26 Gennaio 1881.

«Il telegrafo governativo e i corrispondenti dei giornali liberali, si capisce bene con quale intendimento, hanno stranamente svisato il carattere ed esagerata l’importanza di alcuni atti compiuti dai nostri Vescovi, a riguardo dei Sovrani venuti a visitare la Sicilia.

«Non sarà inopportuno, né riuscirà discaro ai vostri lettori; che si rimetta la verità al suo posto, narrando la storia genuina dei fatti relativi a questo argomento, i quali tornano ad onore del nostro illustre Episcopato, che a si giusto titolo gode la stima, la fiducia e la venerazione di tutto il paese.

«I Vescovi di Sicilia, tutti senza nessuna eccezione, si sono limitati ad una semplice visita di cortesia, la quale non poteva certamente negarsi in simile circostanza. Non vi fu nulla di ufficiale in siffatte visite. I Vescovi fecero ai Sovrani quell’accoglienza che essi avrebbero fatto a qualsiasi personaggio distinto che fosse andato a visitare la Sicilia. Nelle chiese non si celebrò alcuna funzione religiosa, durante le visite reali non si suonarono né anche le campane: tutto passò senza la minima solennità. Questa è la pura verità, che nessuno potrà smentire: le altre sono invenzioni ed esagerazioni.

«È assolutamente insussistente che nella nostra Cattedrale sia stato cantato il Te Deum all’arrivo dei reali viaggiatori. Questo famoso Te Deum, che portato sulle ali dell’elettrico ha fatto il giro di tutta l’Europa, è un mero parto di fantasia esaltata.

«Nella Cattedrale di Palermo nulla era preparato per la visita inaspettata dei Sovrani. Monsignor Arcivescovo si trovava nel suo palazzo con quattro canonici, quando questa visita avvenne: e fu tanta la pressione che gli si fece da varie parti, che egli credette necessario di recarsi nel duomo, ove compié verso gli augusti visitatori quegli atti di cortese accoglienza comportabili col suo carattere. Né diverso fu il contegno dei Vescovi delle altre Diocesi di Sicilia per le quali passò la famiglia reale di Savoia.

«Monsignor Guarino, Arcivescovo di Messina, fece loro una visita privata, accompagnato dal solo decano e dal suo segretario. É falso ciò che dicono i giornali, vale a dire che Sua Eccellenza sia andata a far la sua visita solennemente e alla testa del Capitolo. Dopo ciò Monsignore si tenne assolutamente in disparte, non accettò l’invito alla mensa reale, e credeva di non dover avere più contatto col mondo ufficiale, quando apprese che le Loro Maestà si erano recate a far visita al duomo. Monsignor Guarino, cedendo alle ripetuto insistenze delle autorità locali, vi si recò anch’egli, dopo che ebbe l’assicurazione che la visita sarebbe stata privata ed a porte chiuse. Infatti durante la visita reale, fu impedito al popolo l'ingresso nel tempio, e una sola porta, la maggiore, rimase aperta e custodita dalle guardie. Monsignore ricevette solo nell’interno del duomo le Loro Maestà col loro seguito.

«I Sovrani chiesero la benedizione del Santissimo Sacramento, che venne loro impartita senza solennità dall’Anziano del coro col solo canto rituale del Tantum Ergo. É falso che sia stata recitata l’Orazione prò Rege, come hanno voluto asserire parecchi giornali.

«Dopo la benedizione le Loro Maestà vollero visitare il tesoro della nostra Cattedrale. La Regina Margherita, vedendo le molte ricche offerte di altre Regine, si tolse dal braccio un flore di brillanti e lo lasciò in dono alla cappella della Madonna.

«A Catania, come in altre città vescovili, i Sovrani non fecero affatto la visita nel duomo.

«Tale è stata la condotta dei nostri Vescovi nella circostanza del viaggio reale, condotta dignitosa, nobilissima, conveniente e lodevolmente apprezzata dagli stessi avversarli, che non poterono non ammirare il loro prudente e decoroso contegno.

«Ho poi certo motivo di credere, che nelle loro visite private ai Sovrani i nostri zelanti Prelati non hanno mancato al loro ufficio apostolico di dire la verità ai grandi come ai piccoli. So che i Vescovi di Sicilia, avendo presenti le luttuose condizioni della Chiesa in Italia e dell’augusto suo capo il Sommo Pontefice, non hanno lasciato di tenerne discorso alle Loro Maestà, lamentando i gravi danni recati alla Chiesa dalla spogliazione dei suoi beni, dall’obbligo dei chierici al servizio militare, dalla legge che ora s’intende attuare sul divorzio, che attacca il matrimonio cristiano, base della famiglia e della società, e da, altre leggi contrarie agl’interessi religiosi e alle coscienze dei cattolici Italiani.

«P. S. Notizie, che mi giungono or ora dal continente, attestano che la condotta dei Vescovi di Calabria è stata ugualmente prudente e dignitosa come quella dei Vescovi di Sicilia.»

É da aggiungere la seguente Nota recata dall’Osservatore Romano nel suo N. 14, di mercoldì 19 gennaio:

«Contro le malevole asserzioni di qualche giornale, dicemmo nel nostro numero dell’8 gennaio che non si erano lasciati i Vescovi di Sicilia in balìa di regolarsi come meglio avessero creduto, nell’occasione del viaggio del Re Umberto.

«Alcuni hanno voluto spargere il dubbio su questa nostra affermazione, o trarla a sinistro significato. Noi ne manteniamo la esattezza, senza che si possa perciò dar luogo a sconvenienti insinuazioni. Si sa che non è possibile prevedere e precisare i singoli casi: ed è noto altresì che alti di particolare e privata cortesia, quali si sogliono usare a persone di elevata condizione, non sono interdetti ad alcuno, se le circostanze li consigliano.

«Del resto, quanto è avvenuto ed avviene ora in Sicilia, da una stampa partigiana si volge a fini politici con tali esagerazioni, che è. giusto dubitare della verità di certi racconti.» Le cose recate e quelle che siamo per recare giustificano tale dubbio.


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CAPO XIII

IL VIAGGIO REALE E L’ENTUSIASMO DELLE POPOLAZIONI

Se si deve credere all'entusiasmo del telegrafo e dei giornali monarchico-liberali magnifiche ovazioni si fecero ai Reali di Savoia nel loro viaggio in Sicilia. Ma come mai tanto entusiasmo in quelle provincie che cosi fieramente resistettero alla nuova dominazione sabauda; mentre che nelle provincie settentrionali, che senza resistenza Faccettarono o la subirono, si trattava, appunto in quel momento, di cambiare la monarchia in repubblica?... (296)

In Roma poi, nella cosi detta capitale del neo-regno, mentre la monarchia riceveva le ovazioni dei Siciliani e si rallegrava in ricevimenti e feste, si preparava il Comizio dei Comizii, dove esser dovevano decise le sue sorti. Più centinaia di sodalizii repubblicani dovevano convenire allo Sferisterio in una delle prossime domeniche; e La Lega della Democrazia, giornale repubblicano che conosce i suoi polli, assicurava che i rappresentanti dei sodalizii repubblicani andrebbero al Comizio col mandato imperativo di proclamare a qualunque costo, sia pure con le barricate e la rivoluzione, la Repubblica; questo par troppo e intempestivo perfino al radicalissimo giornale. Ma che cosa vi sostituisce di più prudente e temperato? «Di star contenti per ora al suffragio universale, che sarà lo strumento pel quale si potrà giungere, e subito, allo stesso scopo.»

Era da credere dunque che nel Comizio di Roma si starebbe paghi per ora alla rivendicazione del suffragio universale. Ma poi? La Lega ci fa sapere, che L’affermazione della rivoluzione per abbattere la monarchia, proclamare la Repubblica, e poscia convocare il suffragio universale, potrà formare l’oggetto di un altro Comizio.» — Qui tutto è chiaro, e detto colla sicurezza di chi sa di potere.

«Intanto il 5 gennaio, scriveva L'UnitàCattolica, i Reali di Savoia ricevevano solennemente nel palazzo reale di Palermo l’Associazione dei Mille di Marsala (tutti fior di repubblicani). Quando quei Mille, nel maggio del 1860, partivano da Genova per invadere la Sicilia, la Gazzetta Ufficiale del Regno (17 Maggio 1860) dichiarava: «IlGoverno ha disapprovato la spedizione del generale Garibaldi, ed ha cercato di prevenirla con tutti quei mezzi che la prudenza e le leggi gli consentivano.» E la Gazzetta Ufficiale soggiungeva, che il Governo del Re l'avea disapprovata, perché «conosce e rispetta i principii del diritto delle genti.» Inoltre il conte di Cavour, il 26 maggio 1860, consegnava in Torino al cav. Canofari, inviato del Re di Napoli, una nota, in cui diceva, che «il Governo del Re è totalmente estraneo a qualsiasi atto del generale Garibaldi, che il titolo da lui assunto di — Dittatore in nome di Vittorio Emanuele — era onninamente usurpato, e il reale Governo di Sua Maestà non può che formalmente disapprovarlo.»

«A quei di nessuno sarebbesi aspettato che più tardi i Mille riceverebbero tanti elogi, tanti onori e tante pensioni! Ma ora pensiamo che da quei Mille potrebbero nascere altri Mille, e far ciò che fecero i primi, contro la Monarchia e il diritto delle genti!»

Quanto all’entusiasmo e al calore patriottico con che vennero accolti i reali viaggiatori, La Gazzetta Piemontese del 19 gennaio riceveva dal suo corrispondente speciale della Sicilia una lettera che, per essere di provenienza non sospetta, ci sembra bastante a smorzare alquanto gli ardori dell’Agenzia Stefani. Quel corrispondente, dopo aver detto che ogni manifestazione di sentimento è uccisa nel suo nascere dalle straordinarie misure militari prese dalla Questura, aggiunge:

«È impossibile immaginare l’apparato di forze che si osserva in Palermo. Non avete bisogno di chiedere informazioni: sapete dove si recano i Sovrani dal numero considerevole di carabinieri, questurini e pompieri civici che occupano le strade. Di tempo in tempo, nelle ore serotine, v’imbattete con una guardia di Pubblica Sicurezza, accompagnata da un soldato armato di fucile. Da vecchio tempo io sono abituato a giudicare gli altri da me stesso; ora, francamente, io capisco il sentimento che deve nascere vedendo la carrozza reale andare di trotto con dei delegati di questura e dei pompieri che vi corrono a fianco… Uno straniero che giungesse a Palermo oggi, di primo acchito crederebbe d'essere in una città pronta a rivoluzionarsi.»

I giornali siciliani avevano frattanto pubblicato il programma del Municipio di Messina per le feste patriottiche da farsi in quella città all’arrivo dei Reali. Vi si leggeva fra gli altri, il seguente periodo:

«Per le abitazioni dello strade: Primo Settembre, Corso Garibaldi, Corso Vittorio Emanuele, saranno distribuite bandiere dove la privata iniziativa non avrà essa direttamente provveduto.»

Per fabbricare l’entusiasmo popolare, bisognava distribuire le bandiere alle case delle strade principali per le quali doveva passare il treno reale!

—Dunque, notava l'Osservatore Romano, i Messinesi sono cosi poco patriotti da non esser tutti provveduti almeno d’una bandiera da cavar fuori e da appendere al chiodo delle persiane nei momenti solenni dell’entusiasmo nazionale?

A Roma, per esempio, e in altre città d’Italia, specialmente per gli abitanti del Corso e delle vie principali, la bandiera è uno degli indispensabili mobili di casa;... essa forma la categoria di quegli arnesi di cui non si potrebbe fare a meno.

I Romani ricordano che nei primi bollori dell’entusiasmo nazionale la bandiera fu imposta a suon di fischi e sassate a tutti i liberi cittadini.

Gli ebrei erano i più accaniti nel volerla vedere appesa a tutte le finestre, perché era questa la miglior maniera di far buoni affari colla vendita del mussole bianco, rosso e verde, depositato nel fondo dei loro magazzini. —

Un altro punto del programma municipale di Messina, fa seguito a quello antecedente, e lo completa:

«Lungo le strade per le quali passeranno i Sovrani, sarà distribuito un corrispondente numero di mazzolini di fiori perché siano gettati nel cocchio reale.»

Bandiere e fiori: i due simboli principali del patriottismo e dell’affetto, sono forniti dal Municipio!

Qualche giornale rimproverava acerbamente il Municipio di Messina per i due punti succitati del programma delle feste reali.

«Il programma del Municipio di Messina, diceva quel giornale, non significa che quella città non è patriottica; ma significa che quel Municipio non ha tatto né criterio.

«Non hanno compreso le autorità di Messina che certe cose, se si fanno, non si dicono — e che quei due incisi del programma delle feste dinotano una assoluta mancanza di tatto e di criterio.»

La Libertà, Cattolica del 22 Gennaio su questo proposito recava:

—L’Agenzia Stefani ci ammannisce ogni giorno un manicaretto fumante di entusiasmo; ma un corrispondente del Secolo da Girgenti lo fiuta sdegnoso, dicendo, che, sta bene che da quando a quando coloro che governano visitino le provincie da loro governate; ma vorrebbe che le provincie potessero risentirne un qualche vantaggio. Invece il corrispondente mena lagnanze, e scrive:

«Eppure, mi rincresce doverlo dire, molte spine si nascondono sotto queste rose. I regnanti d’Italia questa volta vengono a noi nel massimo splendore della maestà; il solo seguito, così detto di Casa Reale, sorpassa i duecento, oltre il corteo di moltissimi altri personaggi illustri per grado e per ufficio.

«La cittadinanza agrigentina, secondando il Municipio, fa sforzi erculei per trovare i mezzi di mostrarsi ospitale verso tanta e si alta gente, e per parere non indegna della circostanza. Si cercano, si acquistano, si requisiscono, si affittano cocchi, equipaggi, letti, mobili d’ogni maniera... Da per tutto si lavora, si ripulisce, si addobba, così nelle strade e negli atrii, come nelle case; cioè si spendono denari a getto continuo...

«Immagini ciascuno (è sempre il corrispondente che scrive) che cosa ci voglia per alloggiare regolarmente oltre a duecento persone in una piccola città, come è Girgenti! Quanto inutile, anzi dannoso spreco d’attività, di tempo e di fortuna sì pubblica che privata!

«Il comune di Girgenti, come all'ordinario di tutti i Comuni d’Italia, non voga in ottime acque (297). Costretto adesso a fare glionori di casa ed a spendere un grossissimo imprevisto, finirà col rovinare il proprio bilancio.

«La provincia di Girgenti era all’orlo dell'abisso finanziario. Tutto questo i ministri lo sanno, perché è fatto recentissimo.

«Ora mettere la provincia nella necessità di spendere centinaia di migliaia di lire, contro ogni previsione, è lo stesso che ricacciarla nel baratro primiero, del quale si può dire non anco uscita del tutto. Bel regalo che si fa a questa provincia!»

In quella che il suono del lamento isolano si spandeva per l’Italia, in vista degli apparecchi per l’augusta visita, ecco quali riflessioni si facevano nelle provincie continentali. Lasciamo raccontare il Bersagliere, altro giornale liberale. L’articolo è sotto forma di corrispondenza da Napoli:

«S’ode ancora il lamento supplichevole degli innondati di Reggio (298), non è peranco giunto l’obolo della privata carità degli Italiani, ed ecco che taluni dirigenti di quella sventurata e nobile terra si affaticano a sbugiardare loro medesimi, e far credere all’Italia, che l’inondazione di Reggio non fu che una grande commedia, scritta e rappresentata a benefizio di pochi paltonieri avidi di réclame e di volgarità.

«Che cosa diranno i filantropi, che si son privati del pane per soccorrere gl’innondati di Reggio, quando si saprà che Municipio e Provincia spendono Cento mila lire per preparare una parte soltanto del programma del ricevimento delle LL. MM?

«É lecito al mendicante, che accatta il soldo per campare la vita, spendere per baccanali e stravizzi

«E’ forse indispensabile la teatralità, la messa in scena, lo spettacolo, per dimostrare l’affetto?

«Non è possibile che l’animo candidamente nobile della Regina non sia preso da un senso di disgusto, quando, girando gli occhi sulla folla plaudente, scorgerà l’orfano infelice, la vedova derelitta, la madre vecchia ed abbandonata, vittime tutte dell’innondazione, a cui la carità d’Italia gitta un pezzo di pane, e le sconsigliate, morbose ambizioni di pochi lo sottrae loro di bocca, per convertirlo in un meschino tappeto od in un goffo arazzo, che l’uomo di corte e l’uomo di inondo troveranno, per lo meno, volgare.

«Codesto procedere di taluni dirigenti di quella provincia ingenera nell’animo mio il sospetto, che l’uso che si farà dei soccorsi raccolti per gli inondati di Reggio, non sarà conforme all’intenzione dei donatori.

«I soccorsi infatti dovrebbero essere distribuiti tra i danneggiati più poveri di tutta la provincia, senza restrizioni mentali. Ebbene, ciò non è stato fatto. — So che solo pochissimi del Comune di Reggio han ricevuto qualche soccorso, e che agli altri poveri non ci si pensa neppure!» (Se quei soccorsi fossero stati affidati al Vescovo ed al clero di certo non sarebbe avvenuto così.) Ma v’è di peggio.

La Voce della Verità, nel suo Num. 22 del 28 gennaio, recava il seguente appunto, che, quanto alla sostanza, è riconosciuto per vero anche dai diarii liberaleschi d’ogni tinta:

«Appena partita la famiglia reale da Palermo, giunse al Sindaco di quella città un biglietto di visita. Era l'intimazione del demanio per il pagamento di un milione e mezzo di arretrati, dovuti al governo sino dal 1860. E cioè, un prestito di novecentomila lire fatto dal Governo borbonico alla città di Palermo, più seicentomila lire di esazione, che il municipio non potè effettuare in causa della rivoluzione.

«Il meglio a notarsi si è che, dopo la rivoluzione, la città di Palermo consegnò al governo italiano non un milione e mezzo, ma 30 milioni circa esistenti nelle casse pubbliche!...

«Il carattere dell’intimazione, ed il momento scelto per eseguirla hanno proprio un grande significato. Pare che si voglia punire Palermo di aver fatto la rivoluzione del 1860, e d’avere ospitato splendidamente nel 1881 i reali di Savoia, rivendicando contro di essa i diritti, sussistenti o no, del governo borbonico.

«E se così è, il ministero è proprio servito a dovere dai suoi zelantissimi impiegati.»

Il viaggio dei Reali di Savoia dovea necessariamente porgere ai fieri Repubblicani l’opportunità di manifestare, nella Camera dei Deputati, qual giudizio essi recassero intorno alla condotta del Ministero, che volle quel viaggio e che licenziò i Prefetti ed i Consigli provinciali e comunali a quelle enormi spese, a carico dei popoli, che si dovettero fare in tal congiuntura, affinché i festeggiamenti avessero colore e valore d’un plebiscito spontaneo, solenne, entusiastico, per la dinastia e per la monarchia.

Il deputato Felice Cavallotti si rendette interprete della consorteria repubblicana, nella tornata del 7 marzo, interrogando il Ministero dell'interno ed il Presidente del Consiglio, appunto circa l’autorizzazione di codeste spese municipali. Negli Atti Parlarmentari, le parlate del Cavallotti, del Cairoli, del Depretis, del Bonghi, del Crispi e d’alcuni altri, a tal proposito, si estendono da pag. 4153 a pag. 4172, e quelle 38 fitte colonne di fitta stampa sono preziose miniere di rivelazioni circa lo sperpero che si fa del denaro estorto ai contribuenti, senza veruna utilità pubblica, ma per puri intendimenti politici di partito.

Il Cavallotti incominciò coll’ammettere che gli sarebbero piaciute assai le liete accoglienze al Re ed alla Regina, quando quelle fossero stateveramente popolari, e come una bella affermazione del sentimento unitario, e ciò perché «la democrazia è anzi tutto unitaria.» Con arte oratoria abbastanza volgare attenuò subito il valore delle manifestazioni avvenute, e disse: «Io non vorrei credere che il Governo ideasse il viaggio pel solo meschinissimo scopo di condurre i Sovrani in giro a mostrar loro che le popolazioni li applaudono. Bella novità! Da che mondo è mondo, in ogni epoca, in ogni paese, sotto qualsiasi regime, e in tempi di tirannide e in tempi di libertà, tutte le volte che i Sovrani viaggiarono, applausi per le strade non ne mancarono mai!»… «Il bello sarebbe stato, e di questo si che al Governo avrei dato lode, nel far vedere a Sovrani e a popolo la differenza tra i viaggi principeschi di una volta e quelli di adesso.»

Qui il Cavallotti deplorò le precauzioni militari eccessive, di cui si addolorò un deputato di destra, perché vide «a Reggio fitte siepi di soldati impedire al popolo, non che di appressarsi alla carrozza reale, di affollarsi nelle strade e nelle piazze anche dopo che questa era passata;» e che non sapea darsi pace dopo veduto Catanzaro come in istato d’assedio, con le viedeserte di popolo ed affollate di carabinieri a piedi ed a cavallo, impedito il libero transito alle carrozze ed ai pedoni. «Esclusa così la spontaneità e sincerità delle manifestazioni avvenute, negò pure la possibilità di ottenere almeno lo scopo supposto, che il Sovrano conoscesse «più da vicino i bisogni delle popolazioni meridionali.» Infatti egli fece rilevare che «tra la brevità del viaggio e tra i ricevimenti, e i balli, e i pranzi, e teatri di gala, del tempo allo studio ne deve essere rimasto assai poco… o dovette essere uno studio fulmineo quello compiuto in codesta corsa vertiginosa attraverso i monti e i paesi della Calabria, sotto gli occhi delle popolazioni accorse di lontano per avere la soddisfazione di vedersi la vaporiera passar dinnanzi come una apparizione fantastica e scomparire.»

Sfatata cosi l’apparente significazione di quei festeggiamenti, il Cavallotti venne minutamente esponendo la parte che v’ebbero i Prefetti, i Snidaci, i Consigli municipali «che in queste feste altro non vedono se non l’occasione sospirata, accarezzata in sogno, di mettersi in mostra, di vestir la sciarpa e l’uniforme, di far pompa di sé e del proprio zelo, e tra l’uno e l’altro salamelecco arraffare onorificenze e ciondolini.»

Per dare risalto a tal quadro, il Cavallotti vi gettò ombre cariche di nero. Eccone un tocco da maestro, tolto da Caltanisetta: «Nella provincia nostra si riscuote uno dei più odiosi balzelli, il pedaggio alle barriere. Su di un bilancio di lire 1,776,168 nel 1880 ne furono ricavate 1,035,500 dalla sovrimposta sulla fondiaria, e per coprire il deficit del 1881 si sono prese altre lire 79,441 dalla stessa sovrimposta.» È chiaro che le condizioni finanziarie di quella provincia devono essere tutt’altro che floride! «Ebbene! La deputazione provinciale di questa provincia così in flore, così bene amministrata, delibera per la spesa del ricevimento reale, senza consultare il Consiglio, senza curare le altre forme che la legge prescrive, la sommetta di lire 40,000; e autorizza a spenderne per lo stesso scopo, altre 40,000 il Comune, che non ha ancora trovato i denari per eseguire strade di campagna di prima necessità! E così Caltanisetta provincia e comune, aggiunti a quelle cifre, che furono nel fatto maggiori, i contributi della Camera di commercio, spendeva oltre 100,000 lire per una fermata di poche ore!»

Passò quindi il Cavallotti a descrivere con quale irregolarità a Girgenti si procurarono lire 60,000 per un consimile risultato, benché Girgenti, per ogni 100 di tassa fondiaria? paghi 84 di tassa provinciale e 50 di tassa comunale!

Ricordati poscia i disastri sofferti da Reggio di Calabria per la recente inondazione, fece rilevare che, mentre quei danni erano ancora da riparare, si erano buttate lire 100,000 per gli apparati delle feste agli augusti viaggiatori; notando che mentre si erano assegnate solo lire 35,000 pei danneggiati dalla inondazione, se n’erano spese 53,000 pel solo acquisto di mobili di lusso!

Tuffando quindi il pennello nel più nero inchiostro, il Cavallotti recitò la lista delle sovratasse decretate dal Consiglio comunale di Catanzaro, per sopperire al deficit di lire 200,000, senza però sfuggire alla necessità di contrarre un prestito di lire 500,000 per provvedere ad opere pubbliche necessarie ed urgenti. E in questo bello stato di cose, ecco il Consiglio stesso decretare lire 60,000 pei festeggiamenti ai Sovrani! «Ma almeno poi si fosse la spesa limitata a quelle lire 60,000! Sapete a che cifra in realtà salirono? A quasi 200 mila!» (Atti uff. p. 4162,). E siccome ciò avea dell’incredibile, il Cavallotti ripigliò: «Se volete anche la distinta del conto, eccovela qui: — Rifazione del palazzo municipale pel Duca d’Aosta, lire 26,000; illuminazione Ottino, lire 28,000; bandiere e festoni, lire 12,000; mobili pel Municipio già pagati, lire 30,000; rifazione del teatro e teatro di gala, lire 28,000; piante per la villa ed altri allestimenti, lire 24,000, muri artificiali (per ornati ecc.) circa 40,000 lire. Totale lire 188,000.» —

Ma almeno tutto finisse lì. «Nò, ripiglia il Cavallotti, ci sono anche altre spese minori dimenticate. E le spese di Catanzaro fossero ancora finite qui! Ma non basta: poiché in quella cifra non ò compresa la inezia di altre lire 215,000, spese per Catanzaro dalla Provincia. Ed eccovi la distinta: Lire 124,000 per mobili alla ditta Selci ed Hébert di Napoli; Lire 85,000 per rifazione del palazzo di Prefettura; Lire 6,000 per padiglione alla stazione. Totale lire 215,000.» (atti uff. p. 4162)

I nostri lettori possono, da queste cifre, risguardanti alcune poche città, fare il calcolo di quanto si dovette spendere per le molte altre di cui il Cavallotti non volle, o non potò parlare; basta accennare a Palermo, che con centinaia di migliaia di lire scontò la sua gratitudine, sfruttata dal Municipio, verso i redentori!

I Ministri dissero esagerate quelle cifre, senza potere indicare una sola che risultasse minore della allegata: si trincerarono dietro la responsabilità dei Prefetti, e la libertà dei Consigli provinciali e comunali: appellarono ai sensi di gratitudine irresistibili da parte dei popoli redenti dalla tirannia) lumeggiarono i meriti della Dinastia sabauda per l’unificazione d’Italia; e dopo varii battibecchi tra i moderati ed i progressisti per pettegolezzi personali, in cui fecesi compatire il Crispi, la interrogazione lasciò le cose al punto in cui stavano. — E cosi doveva essere!

Chiudiamo questo Capitolo e il presente primo Volume delle nostre Memorie col seguente articolo dell’Unità Cattolica, ottimo giornale, devotissimo alla Casa di Savoia sua sovrana legittima.

«Comeabbiamo promesso nel nostro numero precedente, scrive esso, eccoci ora a dire dei tre viaggi principali che il Re di Napoli Ferdinando II fece in Sicilia, l’uno nell’estate del 1834 l’altro nell’autunno del 1838 ed il terzo sul finire del 1841, durante i quali s’ebbe dai Siciliani le più splendide accoglienze e le più vive acclamazioni. Ma siccome il discorrere particolarmente di tutti tre questi viaggi ci trarrebbe troppo in lungo, e dall’altra parte non faremmo che ripetere i racconti delle stesse feste e de' medesimi applausi, cosi ci restringeremo a favellare unicamente del primo, e ne scriveremo colle parole di D. Guglielmo De Cesare nella sua — Vita della venerabile serva di Dio Maria Cristina di Savoia,— stampata in Roma nel 1863 coi tipi della Civiltà Cattolica.

«Maria Cristina di Savoia, come sanno i nostri lettori, fu la prima moglie di Ferdinando II, ed egli la volle condurre a Palermo per le feste di S. Rosalia. Sull’alba del 18 di giugno i Sovrani si imbarcarono sul legno a vapore Francesco I, e giunsero a Palermo il giorno seguente. La rapidità del piroscafo, che allora facea tutti meravigliare, essendo cosa nuova per l'Italia, non permise alla città di Palermo di compiere i preparativi del ricevimento, né consenti al popolo di prevedere l’ora dell’arrivo. Sicché Ferdinando IIe Maria Cristina, appena giunti, sbarcarono senza pompa, e corsero per la via Toledo al Duomo, affine di ringraziare Iddio del prospero viaggio. Ma la nuova dell’arrivo corse come un lampo per la città, ed il Re e la Regina, nell’uscire di Chiesa, trovarono le vie abbellite di rose, di damaschi, di bianchi lini, ed un popolo festante cosi affollato, che a stento e lentissimamente poterono condursi al palazzo reale, bella, splendida ed. elegante reggia, quantunque formata da varii ed irregolari edifizi, rocca ad un tempo degli Arabi, poi corte dei Re normanni.

«Al palazzo era una folla di magnati, di magistrati, di grandi uffiziali colà convenuti per presentare al Re ed alla Regina il loro omaggio. E mentre nella salaaveano luogo i ricevimenti, un tumulto di grida festose ed incessanti veniva ad interromperli. Era quasi tutto il popolo di Palermo, che, radunato spontaneamente nell’immenso piano innanzi alla reggia, acclamava il Re e la Regina, manifestando il vivissimo desiderio di poterli vedere. Mostraronsi amendue sul maggior verone, e tanti applausi udirono, tanto giubilo osservarono, che ne piansero di tenerezza. Fu scritto, ed i contemporanei confermarono, non essersi mai veduta una gioia sì concorde e spontanea, un popolo si numeroso e festivo. Durarono tre sere le luminarie fatte agli augusti Principi, e le gioie per quarantasei giorni.

«Poco dopo il Re e la Regina di Napoli tornarono alla Cattedrale per visitare quell’edificio, di aspetto imponente all’esterno per uno stile misto di gotico, di arabo e di normanno. Ivi attendevano la real coppia l’Arcivescovo di Palermo, le dignità ecclesiastiche, il Capitolo. Maria Cristina, osservando i superbi mausolei di Ruggero I, di due Imperatori, di due Imperatrici e d’altri celebri personaggi, che fanno più ornato quel sacro tempio, meditava sulla caducità delle umane grandezze, e baciò riverente l’urna di prezioso metallo arricchito di gemme, ove la pietà sicula depose le sacre ceneri di S. Rosalia, illustre vergine palermitana e taumaturga protettrice dell’Isola. E, mentre attendeva il Re agli affari dello Stato, la Regina visitava la grotta sul monte Pellegrino, famosa non tanto per le pugne cartaginesi, quanto per le care memorie di S. Rosalia, che visse giovinetta in quella grotta una vita di contemplazione e di penitenza.

«Nella sinuosità di quell’aspro monte, dietro le siepi, erasi celato un numero immenso di contadini, i quali, al discendere che faceva la Regina colle sue dame sull’imbrunire del giorno, in un subito accese le fiaccole che portavano, illuminarono cosi l’erto sentiero del ripido monte, come la bella via che si apre tra quelle ridentissime terre; e i cittadini allo scorgere da lontano quelle improvvise luminarie, indovinandone la cagione, corsero a comprar ceri e faci di ogni specie, ed accesele, uscirono incontro a lei, circondandone la carrozza fino alla Reggia, tra le acclamazioni universali di contento, di festa e di gioia.

«… Durante i quarantasei giorni, che il re Ferdinando e la regina Maria Cristina passarono nella capitale della Sicilia fu un continuo accorrere da ogni parte dell’isola in quella capitale. (Alloranon vi erano né telegrafi elettrici per chiamar gente, né vie ferrate per trasportarla col ribasso del 75 p. 100, da un luogo all’altro, secondo il bisogno). E gli indirizzi dei Municipi! e delle Corporazioni religiose giunsero a tal numero da non potersi pubblicare per la stampa ufficiale. Le accademie scientifiche e letterarie, i concerti musicali echeggiarono su quella terra dell’armonia, e le chiese rigurgitarono oltre all’usato per rendere grazie a Dio di aver concesso alla Sicilia il benefizio di vedere il suo Sovrano e di possedere la vera madre del popolo. E quando il 2 agosto del 1834 abbandonarono Palermo, si può dire che tutti i cittadini accorsero al porto per salutare il Re e la sua consorte. — Cerchi pur ora il telegrafo le più suonanti frasi di entusiasmo, di giubilo frenetico, di applausi fragorosi; ma non riuscirà certamente a dire ciò che avvenne allora realmente in Palermo: e noi auguriamo a re Umberto ed alla Regina Margherita di lasciare così lunga traccia della lor visita in Sicilia come già nel 1834 il re di Napoli Ferdinando e la sua consorte Maria Cristina di Savoia! — Così l’Unità Cattolica, Anno 1881, Num. 8, Martedì 11 Gennaio.



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NOTE


(1)V Balbo,: «Politica cap. II.

(2)Tre secoli di rivoluzioni napoletane. Napoli 1866, pag. 296.

(3)Uno dei principali fattori della Rivoluzione mazziniana del 1848.

(4)L’infelice Monarca aveva cominciato ad intendere troppo tardi quello, che fin dal 1839 gli aveva detto e predetto il suo fedele Ministro, Della Margherita.

(5)La succitata Gazzettachiama il Rénau l'eminente individualità del razionalismo moderno;ma un foglio razionalista francese, il Siècle,affibbiò al Rénan stesso per l’opera suddetta mancanza di criterio ed oscurità di mente».

(6)Il Governo austriaco si avvide tardi di quel che si trattava in realtà nei Congressi degli scienziati, e fece condurre al confine dalla sua gendarmeria più d’uno di quei pretesi sapienti. Il famoso Luciano Bonaparte, più. noto sotto il titolo di Principe di Canino, nel congedarsi dai suoi colleghi, esclamava queste testuali parole: «Abbiamo fatto la novena, a quest’altro anno la festa! e gli avvenimenti del 1848 ne giustificavano la predizione. L’istesso agitatore, giunto al confine, nel ringraziare il capo della pubblica forza, che gli aveva tenuto buona compagnia in quell’involontario viaggio, trasse dal portafogli una coccarda tricolore, e gliela porse, dicendo: «la conservasse per l’anno venturo, e gli renderebbe buon servigio».

(7)Vedi le Memorie di Mariotti sui Carbonari, e John Murray: «Memoirs of the secret societies of the South of Italy.London 1821.

E’ inutile il dichiarare, ciò che il lettore intelligente di leggieri comprende, che noi non intendiamo fare un fascio di tutti indistintamente gli addetti alle logge massoniche: «abbiamo detto che ve n’è per tutti i gusti e per tutte le indoli, e certamente pochi sono quelli che sono veramente ammessi a conoscere le segrete cose della setta diabolica; per essa anzi è cosa di supremo interesse che molti dabben uomini, ed anche personaggi importanti, ma non di molto senno, conoscano della setta il solo orpello. Il perché anche ai nostri giorni, in cui l’opera massonica è ormai al suo colmo, si osa dire e sostenere, che la setta è pur la più innocua cosa del mondo, e solo tendente allo svolgimento dello spirito e del ben sociale. Di fatti un personaggio cattolico, di un regno protestante dell’ultimo Nord, venuto in Roma con la sua Sovrana, qualche anno addietro, ci affermava che in quelle contrade non si sa concepire un uomo di spirito e di talento, che non sia frammassone. Anche in Inghilterra, dove pure la setta ha forse sua sede principale, è pressoché generale tale opinione sul suo riguardo. Vediamo quindi pubblici frammassoni, dichiarati tali nelle pubbliche effemeridi, essere accreditati presso le più schiette Corti cattoliche, ericevere, a preferenza di molti altri, le finezze della più scelta società di cattolicissimi paesi.

(8)Vedi l’opera inglese: «ltaly past and present. vol. II. pag. 18.

(9)

(10)Vedi Memoria storica sulla società de' FF. Liberi Muratori, pubblicata dal Ven. Angherà nel 1864 pag. 187.

(11)A questo proposito giunge opportuna una delle ultime lettere del famoso romito di Caprera diretta a' suoi elettori del I. Collegio di Roma.

Caprera, 14 9bre78.

Miei Cari Amici,

«Io vi manifesterò soltanto il desiderio che gli onorevoli miei colleghi del Parlamento, in virtù del sommo patriottismo che li onora, credano bene di attaccare alla radice i mali che travagliano il nostro povero paese.

«Combattere gli uomini che sono oggi al timone dello Stato — perché? Per surrogarli con altri? E gli altri faranno meglio? Ove un paese spinga a dirigerlo degli uomini come Cairoli, Zanardelli e compagni, io lo credo un bene comune. Essi sono accusati di difettare d’energia, ed io ch’ebbi la fortuna in mia vita di essere onorato da un popolo di un mandato senza restrizioni, trovo soltanto che il bene che essi certamente hanno intenzione di fare potrebbesi eseguire più presto. Per esempio:

«1. lo manderei subito a casa tutti i giovani soldati contadini a seminare del grano,acciocché l’Italia non dovesse pagare alla straniero il tributo di molti milioni per supplire al pane che ci manca. Ed in caso che fossimo minacciati da certi vicini poco fortunati, ma che vivono per la sventura degli altri, allora i tre milioni d’italiani, a cui accenna il colonnello Amadei, potrebbero lasciar la vanga ed il martello, per insegnare a chi finge di non saperlo, che questa terra è nostra.

«2. Il bordello di tasse che mantengono in disagio la nazione italiana, la sorrogherei con la tassa unica pagata dai ricchi in proporzione dei loro averi.

«3. Ai preti per il bene di loro e di tutti vorrei dare un occupazione utile, e toglierli da un mestiere che li costringe a vender delle menzogne alla povera gente.

«Tutti codesti miglioramenti mi sembrano facili nella tranquilla mia solitudine. Cosi non sembrerà ai nostri amici del ministero, travolti nelle bufere della Corte a del Parlamento. Comunque, essi sicuramente ne hanno l'intenzione e finiranno per attuarli con tante altre utili riforme.

«Avendo poi pazienza di tollerare una nullità di deputato quale io sono, l’aggiungo all’affetto che vi porterò per tutta la vita.

Vostro

G. GARIBALDI

(12)Ricardo, ossia il miracolo del SS. Salvatore, 6 edizione, Roma.

(13)Monsig. Martin, Vescovo di Natchitoches.

(14)È noto, e noi lo abbiamo dalla voce istessa di autorevolissimi personaggi, testimonii dei fatti, che non uno, ma più degli uomini, destinati dal Governo austriaco a reggere le cose civili e militari della Lombardia e della Venezia, non credevano a nulla; però sembra che Iddio, tenendo conto dello spirito retto di taluno di loro, usassegli misericordia in fine di vita. Sappiamo di fatti come un illustre Generale, che molta parte aveva avuto nella difesa della Venezia, sebbene nato cattolico, non essendosi mai confessato in vita sua, si confessasse per la prima volta da un degnissimo Vescovo, che dal canto suo, per strana combinazione, esercitava con lui per la prima volta le parti di Confessore, e cosi moriva da buon cristiano.

(15)Era il nome di guerra nella setta di un Diplomatico di conto, accreditato presso la Santa Sede, stimatissimo in Roma quale uomo pio ed illuminato, che più tardi, avendo dispiaciuto alla setta, fu da essa ucciso di veleno.

(16)E ormai cosa nota a tutti, che il Duca di Brunsvick generale in capo dell’esercito Austro-prussiano e degli emigrati francesi sul Reno, era frammassone e capo di frammassoni, per mezzo dei quali trattava cogli assassini di Luigi XVI, mentre teneva a bada nelle file del suo esercito i più fidi servitori di quell’infeliciseimo Monarca.

(17)Giuseppe Montanelli, Memoria sull’Italia dal 1814 al 1850. — Torino 1853 vol. I. cap. XVI. Il riformismo a Napoli, pag. 122.

(18)Tornate dei 25 novembre e 15 decembre 1862, e lettera del deputato Ricciardi del 23 settembre del detto anno, pubblicata nel Diario genovese 11 Movimento della stessa epoca; dei quali documenti avremo a dire più distesamente.

(19)Vedi storia documentata della Diplomazia europea in Italia dal 1814 al 1861 per Nicomede Bianchi. — Torino 1865, vol.2 pag. 357.

(20)Times,23 Gennaio 1861. — Corrispondenza dell’Italia settentrionale in ordine agli avvenimenti del 184849.

(21)Loc. cit. tom. Ili, pagg.257 e 448.

(22)Parole testuali del deputato Ferrari al parlamento di Torino (tornata del 20 novembre 1862). — Vedi pure Pellegrino Rossi, ultimi scritti.

(23)Vedi de la Rive; Recita, et souvenirs de CAVOUR. Paris 1862. — De la Varenne: «Lettres inédites de CAVOUR. Paris.1862. — Nicomede Bianchi: «Documenti editi ed inediti di CAVOUR. Torino 1863.

(24)Nicomede Bianchi — loc. cit.

(25)De la Varenne, loc. cit.

(26)Dispaccio del Regio Rappresentante napolitano a Torino, Cav. Canofari. — Vedi NicomedeBianchi, loc. cit, pag. 28.

(27)Cantù. Risorgimento della Grecia, Vol. 3. Nella collana di storie e memorie contemporanee.

(28)Costitutionnel, 4 Gennaio 1859.

(29)Circolare ai Vescovi, del 4 Maggio 1859.

(30)Atti Uff. della Camera N. 209 pag. 818.

(31)AttiUff. della Camera N. 624. pag. 246

(32)Atti Uff. della Camera N. 1076 pag. 4187.

(33)AttiUff. della Camera N. 772 pag. 2991.

(34)AttiUff della Camera N 41. pag: «144-145.

(35)Atti Uff: «della Camera N. 154. torn: «17 Febbr: «1866.

(36)AttiUff: «N. 300 tornata 3. Luglio 1867.

(37)AttiUff: «12 Marzo 1863.

(38)Atti Uff: «12 Luglio 1867.

(39)AttiUff: «N. 518. anno 1867.

(40)È da vedere su di ciò l’Eglise romaine en face de la révolutiondi Crétineau Ioly

(41)Sarebbe ridicolo, osserva lo Spada nella sua storia, di parlar seriamente della volontà dei Romani. Roma, come abbiamo replicate volte esposto, era caduta sotto l’impero della più esclusiva tirannia. Mazzini era tutto, regolava tutto. Egli era in trono; papa, re, negoziatore, legislatore, cospiratore supremo, e tutto e tutti ai suoi ordini obbedivano.

Nel Triumvirato era incarnato tutto il governo, e del Triumvirato era corpo, anima e vita completa il Mazzini, genovese.

Inoltre l'Assemblea constava tutta intiera di Romagnoli, Marchegiani, Umbri, ecc. I Romani eran quattro o cinque soltanto.

Il comando militare si componeva quasi tutto di forestieri di tutte le nazioni d’Europa.

Genovese era il Ministro della guerra, Avezzana, e genovese pure o nizzardo il Generai Garibaldi, ch’era il nerbo principale dell’armata, l’impulso e il sostegno dello spirito militare.

Le finanze, sia che si riguardi al Manzoni Ministro, ch'era di Lugo, o al comitato di finanza trasfuso in Costabili, Brambilla e Valentini, non eran certamente sotto l’impero dei Romani.

Il Ministero di grazia e giustizia avea Giovita Lazza rini, di Ferii, alla testa.

Quello dell'interno, Berti Pichat, bolognese.

Bolognese pure il Rusconi, Ministro degli esteri.

Di Romagnoli, Marchegiani e Lombardi era la commissione delle barricate. Formicolavan di Romagnoli, Lombardi e Napolitani i circoli e le congreghe. Un Romagnolo era alla testa del giornale l’Indicatori(il Rebeggiaui), un Parmegiano (il Gazoia) ed un Calabrese (il Miraglia) conducevano il Positivo.

Genovesi e Lombardi gli scrittori dell’Italia del Popolo. Il Friulano (dall’Ongaro) dirigeva la compilazione del giornale officiale, il Monitore Romano. Un Anconitano (il Borioni) era allora lo scrittore del Don Pirlone. Si leggano i nomi degli scrittori del Contemporaneo,ch’eran molti, e non vi si rinverrà un sol nome romano. Il Mamiani (di Pesaro), il Farini (di Russi) ed il Gennarelli (delle Marche) dirigevano la Speranza dell’epoca.

Delegavasi perfino ad un Napolitano, il Saliceti, di dettare la Costituzione della romana repubblica! (Vedi Spada, Storia della Rivoluzione di Roma,Tom. III.)

(42)Come è noto, furono i Cardinali Vannicelli-Casoni, Altieri e della Genga Sermattei.

(43)Nelle carceri della quale i Mazziniani non avevano trovato se non se uno o due detenuti, che rifiutarono la libertà offerta loro da quei sanguinarii liberatori.

(44)Una testimonianza di gran peso, chi ne fosse vago, troverebbe nello stesso signor de Corcelles, il quale, essendo in Roma ai tempi onde scriviamo, dovea non solo ascoltare, ma vedere altresì co’ propri occhi tutto quell’infortunio di esiliati e d’imprigionati. Ora quest’uomo diplomatico,, nei suoi studii sul Governo Pontificio (Milano: «Ditta Bomardi-Pogliani, 1857) ci dice chiarissimo quanto fosse irragionevole questo gridare, e ci dà persino il numero, assai scarso, dei passaporti accordati in Roma a ogni fatta di persone nostrane e straniere, le quali vollero, o dovettero, uscire dalla città, dal giorno 3 di luglio sino al 18 di settembre 1849, in che venne pubblicato il decreto della nuova amnistia. Infatti non tace che molti faziosi italiani e stranieri, rimasti in Roma, non ebbero molestie di sorta.

(45)Non scriveva cosi pochi mesi prima. il Bonaparte. Quando egli aspirava alla presidenza della Repubblica francese, diresse al Nunzio Pontificio in Parigi la seguente lettera, che venne riportata nel Journal des Dèbatsdel giorno 9 Dicembre 1848.

Monsignore!

Non voglio lasciare accreditare presso di voi le voci, che tendono a rendermi complice della condotta che tiene in Roma il Principe di Canino (Carlo Luciano Bonaparte).

Da molto tempo io non ho alcuna specie di relazione col figlio primogenito di Luciano Bonaparte, ed io deploro con tutta l'anima mia ch’egli non abbia sentito che il mantenimento della sovranità temporale del Capo venerabile della

Chiesa sia intimamentelegato allo splendore del cattolicismo, come alla libertà e alla indipendenza della Italia.

«Ricevete, Monsignore, l’assicurazione de' miei sentimenti di alta stima.

LUIGI BONAPARTE.

Se ben si considera la detta lettera (la quale quantunque breve, accoglie una professione di fede politica e religiosa), si deve convenire ch’essa non poco contribuir dovesse a conciliare al Bonaparte il favore dei cattolici di Francia, e del clero massimamente, e quindi a spianargli la via per la sua elezione alla presidenza della Repubblica. E difatti il 20 dicembre n’era proclamato Presidente.

(46)Per non dire di altri, la Gazzetta Universale di Augustarendeva, parecchi anni dopo, la seguente non sospetta autorevolissima testimonianza al Governo della Santa Sede.

«Quando si è vissuto lungo tempo in questo Stato, e quando si sono comprese le difficoltà che si presentano per rettamente giudicare del paese, e della sua forma di governo, allora si può apprezzare quanto sia difficile agli stranieri il formarsene una giusta idea, anche solo in genere, ed allora si può conoscere che non è si agevole l’intendere come si conviene la natura intima del Governo patriarcale del Papato, in cui si riunisce un doppio principio, politico e religioso. Se le leggi e le instituzioni non sono ottime, esse sono pur tuttavia di molto superiori a quelle degli altri paesi, in quanto alla filosofia e sapienza della legislazione. Nel considerarle attentamente si è bene spesso tentati a credere, che le presenti istituzioni sieno state fatte per gente al tutto dotta, e se noi, col settentrionale nostro modo di pensare, vogliamo indagare come sieno state create simili istituzioni, arriveremo al punto di dire, che i Papi avevano sotto gli occhi un tipo perfettissimo di ordine sociale e politico. Vi sono senza dubbio mancanze e difetti nel sistema presente del Governo pontificio; ma né questi né quelle possono essere tolte da un estraneo o da un Congresso. E noi confessiamo sinceramente e francamente non esser tale da richiedere un violento e precipitato rimedio. Il Papato nella sua legislazione si è bensì avanzato lentamente, ma è giunto però ad una sommità, a cui niun altro Stato del mondo è giunto ancora. Non v’ha legislazione al mondo che abbia più rispettata la libertà dell’uomo, quanto quella che vige negli Stati della Chiesa. Colui che non trami congiure, o non susciti novità religiose, è sicuro di vivere tranquillamente. La parola in ispecial modo è più libera che in qualunque altro luogo, ed appunto questa larga libertà è la cagione principale delle tante ingiurie ed accuse che tuttodì si scagliano contro il Governo pontificio. A questo si convengono veramente quelle parole Il suo Stato è migliore della sua fama — (Così la Galletta Universale di Augusta:«Marzo 1859); la quale poteva anche aggiungere, che se il diritto avesse quella forza che molte volte la forza si arroga, molti di quelli che pretendono riformare lo Stato pontificio verrebbero in esso ad imparar il come riformare sé medesimi. Ma è a sperare, che il diritto avrà la sua forza, essendoché è cosa ormai nota quella che eloquentemente espresse il P. Félix nella sua Conferenza tenuta in Nostra Donna di Parigi, colle seguenti parole, riportate anche dal Giornale di Romadel 6 Aprile 1859. Ogni Potentato, qualunque sia, Console, Re, o Imperatore, che oserà abbassare, per ingrandire sé stesso, questa alta Maestà del Papato, sentirà le rappresaglie dell’ira divina e dell’umano disprezzo ricadere sulla sua fronte. Al contrario, ogni Potente che a questa autorità darà collo scudo della sua forza e coll’affetto del suo cuore l’onore del suo rispetto e della sua obbedienza, sentirà scendere sopra di sé col prestigio della più grande autorità, le benedizioni insieme unite della terra e del Cielo. Ma non la pensava così Luigi Napoleone il quale si contentava di accusare e calunniare, sicuro, come insegna Voltaire, che ne rimarrebbe pur sempre qualche cosa.

(47)Il giorno 12 marzo 1849 apparve per Roma una singolare vignetta, pubblicata dal Don Pirlone,giornale di caricature politiche.

Quella vignetta rappresentava la caccia che davan tre guerrieri ad un orso. I tre guerrieri, uno col turbante turco, l’altro colla testa di gallo, il terzo col capo di cavallo, rappresentavano la Turchia, la Francia e l’Inghilterra. L’orso era la Russia, e per renderla riconoscibile se gli era apposta in petto la decorazione di sant’Alessandro Newsky.

Niuno ignora che se la rivoluzione era nemica dell'Austria, non era men nemica della Russia, la quale erasi mostrata avversa chiarissimamente alla rivoluzione dell’occidente di Europa. E questa rammentava assai bene il famoso proclama dell’Autocrate russo del 29 marzo 1848, le cui minaccie trovarono un facile esplicamento nella spedizione di un esercito russo contro gli Ungheresi, ed in sostegno dell’Austria.

La detta vignetta pertanto era assai significativa, perché rivelava un voto e un desiderio che si avverò completamente pochi anni dopo.

La guerra alla Russia pertanto fu stabilita fin dal 1849 ne’ segreti conciliaboli della rivoluzione. Il Don Pirlonene espresse il voto, e questo voto fu sciolto, come tutti sanno, nel 1855. Preghiamo i nostri lettori di non lasciare inosservato questo episodio della nostra storia, poiché esso ci rivela un mistero assai importante. (Vedi il Don Pirlonedel 12 marzo 1849, n (0)155).

(48)IlMinistro di stato Drouin de Lhuys, in data del 10 Maggio, inviava al Generale Oudinot il seguente dispaccio:

«Fate dire ai Romani,che non ci vogliamo congiungere coi Napoletani contro di loro. Andate negoziando nel senso delle vostre dichiarazioni. Vi s’inviano rinforzi, attendeteli. Cercate di entrare in Roma d’accordo cogli abitanti, o, se siete forzato ad attaccare, che ciò sia con la probabilità di successi i più positivi (Vedi Lesseps: «Ma mission ecc. pag. 25.)

Fu pertanto conchiuso il 15 Maggio un armistizio, circa il quale lo Spada si esprime cosi:

«Egli è a sapersi, che quantunque il 16 Maggio l’armistizio fra Roma e Francia non fosse pubblicato, era però convenuto; quindi nella certezza in cui era il Governo romano di non venir molestato dai Francesi, divisò di effettuare una quanto celere, altrettanto segreta spedizione contro i Napolitani. A tale effetto si vide nella sera partire la più gran parte dell’armata romana per la porta San Giovanni. Questa spedizione non potè non effettuarsi se non col consenso del Lesseps, e questo consentimento ci sembra che possa qualificarsi come una specie di tradimento, o, per lo meno, come un tratto di una non giustificabile indelicatezza, in quanto che Francia non solo non era in guerra col regno di Napoli, ma l'una e l’altro facevan parte della lega cattolica, la quale aveva assunto di ricondurre il Papa a Roma colle forze unite delle quattro potenze segnatarie della Lega stessa.

(49)La romana repubblica che, ad onta della riprovazione di tutto il mondo civile, proseguiva animosa nell’intrapreso cammino, entrava nel mese di marzo, mese per lei infausto: «perocché fu in esso che la seconda guerra si ruppe fra Piemonte ed Austriaci; la vittoria di questi ultimi, collo avere ingelosito il Governo francese, determinò la spedizione di Roma, la quale oltre l’interesse cattolico, ebbe pur quello di paralizzare l’influenza austriaca in Italia. Almeno cosi si disse, e buon nerbo di ragioni si associa per farci credere che cosi fosse. — (Vedi Spada loc. cit.)

(50)Un colloquio fra il Generale Oudinot ed il Colonnello Napolitano d’Agostino, inviato dal Re di Napoli a conferire col generale Francese, spiegherà tutto. Stabilivasi dall’Oudinot, che, in seguito del fatto del 30 di aprile, della discussione e susseguente risoluzione della francese assemblea ch’ebbe luogo a Parigi, l’esercito di Francia non poteva più agire congiuntamente a quello di Napoli per la presa di Roma. L’onor militare francese trovandosi compromesso, i francesi dovevano esser soli a conquistarlo. Il Colonnello d’Agostino rientrava in Albano la mattina del 17 eriferiva il tutto al re. Il re di Napoli allora, informato di questa determinazione importante del generai francese, e fatto certo, per una lettera intercettata, che i Romani meditavano una spedizione contro il suo esercito, credette prudente di ritirarsi, e dette gli ordini a tal effetto. (Vedi d’Ambrosio, Relazione della campagna militare ecc. nel Voi. XXI delle Miscellanee,n.6, pag. 36 e 37).

(51)IlGenerale Francese Vaillant parla del fatto di Velletri, e poiché ne dà qualche peculiare notizia aggiungiamo in nota le sue parole:

«Il19 Maggio, il generale di divisione Vaillant, del genio, e il generale di 0 brigata Thiry, dell’artiglieria, giunsero al quartiere generale; erano inviati ambidue in previsione dell'assedio che si era risoluto di fare se le negoziazioni abortivano.

«Quanto a queste negoziazioni, esse non avevano ancora prodotto che l’armistizio di cui si è parlato di sopra, e delle quali i Romani seppero profittare 0 per iscongiurare il pericolo che li minacciava da un altro lato.

«Infatti l’esercito napolitano forte di 9000 uomini di fanteria, 2000 di cavalleria e 54 cannoni, sotto gli ordini del Re di Napoli in persona, aveva occupato, nei primi giorni di maggio, le posizioni contigue ad Albano. In seguito del rifiuto di cooperazione del generale Oudinot, che aveva a questo proposito istruzioni formali,quest'esercito aveva cominciato il suo movimento di ritirata 0 sin dal 17 di maggio, ed era arrivato ai 18 a Velletri. Esso si disponeva a 0 continuare la sua marcia retrograda su Terracina, allorché nel mattino del 19 fu attaccato da Garibaldi. Questo capo di partigiani, rassicurato dalla parte dei Francesi pel fatto dell’armistizio, era sortito da Roma alla testa 12 o 13 mila uomini, e, girando la montagna di Albano per la strada detta di Frosinone, si era avanzato su Velletri per Palestrina e Valmontone. Dopo un combattimento nel quale le truppe romane conservarono il vantaggio dell’attacco (quello 0 cioè di rimanere di fuori senza poter penetrare nella città); il Re di Napoli abbandonò le sue posizioni, e riprese il 20 di Maggio il suo movimento di ritirata, che effettuò fino a Terracina, senza essere altrimenti inquietato. Garibaldi rientrò in Roma. I risultati del combattimento del 19 maggio, furono esagerati, come lo erano stati quelli della ricognizione fatta dai Francesi il 30 di Aprile. Gli spiriti si esaltarono maggiormente nella città, e vi si prepararono ad una difesa r vigorosa 0. (Vedi Vaillant, le Siège de Rome pag. 14).

(52)Diretta allora dal Teologo Giacomo Margotti, divenuta quindi l'Unità Cattolica.

(53)Lo Stato Romano dal 1815 al 1840, per Carlo Luigi Farini. — Firenze, Felice Le Monnier,1851, vol.3 cap. X: «Accuse contro il Piemonte,pag. 190 e 191.

(54)Su questo proposito il Padre Ventura, nel suo Essai sur le pouooir pubblique,stampato a Parigi nel 1859, ci fa delle rivelazioni, che è istruttivo di raccogliere. Dice egli infatti che, allorquando il Gioberti si recò a Roma come ammiratore di Pio IX e difensore del Papato e del potere temporale del Pontefice, egli professava dottrine a questo favorevoli in pubblico; ma al Ventura stesso ed ai caporioni del movimento con esso lui congregati, teneva tutt’altro linguaggio e non dissimulava, che intendimento del Piemonte era quello d'insignorirsi d Italia tutta, non esclusi gli Stati della Chiesa. (Vedi opera succitata pag. 607.)

Il Ventura dette la risposta che convenivasi all'esorbitante proposta del Gioberti. (V. Spada, Storia della rivoluzione di Roma, vol. 1. pag. 184).

(55)La Russia era infatti la naturale alleata dell’Austria in quel momento, avvegnaché, se non andiamo errati, una delle mire principali della politica Moscovita da oltre un secolo, sembri essere l’umiliazione dell Austria, come lo fu dell’infelice Polonia, nazioni cattoliche ambedue. La rettitudine e bontà personale di Paolo e di Alessandro I. arrestarono per qualche tempo quella politica per combattere il comune nemico, siccome avvenne egualmente sotto Nicolò 1, nel 1848 e 1849, epoca di universale rivoluzione che minacciava la Russia, siccome scuoteva tutti gli altri Potentati; ma prima e dopo delle indicate epoche, la Russia lavorò e lavora ancora coi Ruteni, Czechi ed altri Slavi, come già fece colla misera Polonia, a danno dell’Austria.

(56)I Plenipotenziarii che presero parte al Congresso di Parigi furono; per l’Austria, Conte di Buol di Schawenstein e Barone di Hubner; per la Francia, Conte Colonna Walewski e Barone di Bourqueney; per l’Inghilterra, Conte di Clarendon e Barone Cowley; per la Russia, Conte Alessio Orloff e Barone Filippo di Brunow; per la Sardegna, Conte Camillo Benso di Cavour e Marchese Salvatore di Villamarina; per la Turchia. Moahamed Emid Aulì pascià e Mehemmed Diamil Bey. — Posteriormente, ai 10 di Marzo, furono introdotti anche Plenipotenziarii prussiani, e furono: «il Barone di Manteuffel e il Conte di Startzfoldt, di guisa che, dal 10 Marzo iu poi, sette furono le Potenze rappresentate al Congresso.

(57)Traitéde paix, signésParis le 31Mars 1856. Turinimprimerie rojale, 1856.

(58)Nicomede Bianchi, Documenti editi ed inediti di CAVOUR. Torino 1863.

(59)E da ricordare in questo luogo che il Card. Wiseman, di venerata memoria, Arciv. di Westminster, prese in Inghilterra le difese del Re di Napoli, tanto calunniato da Palmerston e da giornali del suo colore, affermando che la vita del povero ma parco Napoletano, contento del suo governo, era preferibile le mille volte alla miseria delle classi industriali inglesi ed irlandesi.

(60)È strano il vedere come da scrittori piemontesi venga affermato essersi promossa per insinuazione di Napoleone la questione italiana da presentarsi al Congresso di Parigi. Cavour, scrive Brofferio, al Congresso di Parigi, pensava tanto a fare l'avvocato d'Italia,come a cantar vespero col Patriarca di Costantinopoli. Fu l’imperatore Napoleone che gli rivelò primieroi suoi progetti a favore d’Italia, e lo eccitò a presentare il famoso Memorandumche era tutto opera dell’istesso Napoleone. (Brofferio I miei tempi Torino1860, vol. XIV. pag. 77). E in conferma di ciò un altro scrittore piemontese aggiungeva: «Non fu il Conte di Cavour a suscitare la questione Italiana al Congresso di Parigi, dove nulla si disse che l’imperatore di Francia non avesse prima voluto; e le parole dello Inviato piemontese non furono che l’eco di ciò che a Napoleone piacque per le sue mire future, e giovava che si dicesse fin d’allora (Opuscolo pubblicato a Torino nel1860 dalla Unione tipografica da G. S., col titolo: «Cavour e la Opposizione). —Napoleone 111 mentre sentiva la necessità di obbedire alla frammasoneria, cui aveva giurato fedeltà, voleva consolidare sul Trono la propria dinastia facendo cogl’intrighi diplomatici quello che Napoleone 1, aveva fatto colle armi. Ad ogni modo, per imparzialità di storici, notiamo la contraddizione tra cotesti autorevoli scrittori piemontesi e i documenti che stiamo recando.

(61)Noi abbiamo arrecato più sopra l’autorità di due importanti scrittori piemontesi, che attribuiscono a Napoleone l’iniziativa della questione italiana. Questo dispaccio del Cibrario sembra però infermare quella opinione quando dice che egli (Napoleone)si sarebbe in qualche modo appropriati i disegni di Cavour ma pur troppo Napoleone era il vero depositario del segreto della Frammassoneria fin da quando, in contracambio dei suoi giuramenti contro la Chiesa, ne aveva formale promessa del ristauramento dell’impero dello Zio, con lui alla testa.

(62)I posteriori commenti a questa laconica espressione del Plenipotenziario brittannico sono stati dati da più autorevoli rappresentanti nel Parlamento d’Inghilterra in varie occasioni. come si vedrà nel corso di questo lavoro. È memoranda soprattutto la discussione nella Camera de' Comuni,8 maggio 1863, onde emerge, che tutte le cure del Piemonte per impossessarsi del Reame di Napoli sono riuscite a recare tra quelle popolazioni il più feroce dispotismo delle sètte, il permanente stato d’assedio, gli arresti arbitrarli, e le fucilazioni di migliaia e migliaia di cittadini, gl’incendii di 28 paesi, il saccheggio del pubblico tesoro, la enormità delle imposte, un ingente debito pubblico con progressione spaventevole, l’immoralità, l’ateismo, il tradimento elevati a sistema, il saccheggio dei beni della Chiesa ecc. — Potranno essere scusate ed anche encomiate tutte codeste esorbitanze dal fanatismo di alcuni Membri del Gabinetto di Londra; ma non da addebitarsi alla generosa nazione inglese ed a molti dei suoi legali Rappresentanti.

(63)Tardiva, ma sempre autorevole rivelazione è quella del giornale inglese il Times dei 24 marzo 1864, quando dice: «La sorte che toccò ai Borboni di Napoli ed al Papa nella perdita de' loro domini fu in non lieve grado promossa dalle denuncie di Lord Palmerston e dal signor Gladstone Tra i frenetici applausi con che nell’aprile 1864 è stato accolto nella Inghilterra Garibaldi, questi francamente ha proclamato nei ricevimenti officiali: «1° Nel 1860 senza l’aiuto della Inghilterra sarebbe stato impossibile compiere ciò che facemmo nelle Sicilie». (4 aprili1864, risposta allo indirizzo del May or di Southampton). IPSenza l’aiuto di Palmerston, Napoli sarebbe ancora Borbonica, e senza l’Ammiraglio Mondynon avrei potuto giammai passare lo stretto di Messina (ai16 detto, nel palazzo di cristallo a Londra). Nel corso di queste Memorie saranno riportati i documenti sull’efficace concorso della flotta e degli arruolati inglesiin servizio della invasione prima garibaldina e poi piemontese delle Due Sicilie.

(64)La pace infatti fu conchiusa in modo inatteso e malgrado dell’Inghilterra, che fin d’allora voleva andare al fondo della questione d’Oriente e finirla con la Russia. Ma Napoleone, che faceva assegnamento su di questa pel compimento dei suoi disegni sull’Italia, e dei suoi progetti muratteschi sulle Due Sicilie; isolata l’Austria, stese la mano, come a dire al di sopra dei tetti, al mezzo vinto di Pietroburgo, obbligando gli alleati, di buona o cattiva voglia non importa, a far la pace con lui.

(65)Invano s illude il cospiratore! Meditando a spogliare il Vicario di Gesù Cristo ed i legittimi Principi d’Italia, la Divina Giustizia gli apparecchiava quell’accidente cerebrale appunto che lo privò improvvisamente di vita a 6 giugno 1861.

(66)I fatti posteriori han confermato queste espressioni di CAVOUR. Nel famoso discorso del Principe Napoleone, alla seduta del Senato francese 1 marzo 1861, si dice:

«Io non farò che un rimprovero al mio onorevole amico il Conte Cavour, ed è di non essere stato abbastanza franco a fronte delle Due Sicilie: «egli avrebbe dovuto forse gridare pubblicamente, e lealmente ripetere ciò che diceva in segreto; cioè non posso oppormi al movimento delle Due Sicilie, non posso impedire la partenza di Garibaldi, egli avrebbe dovuto confessarlo apertamente e non l’ha osato». — L'oratore non può d’altronde fare a meno in questo discorso, comunque favorevolissimo al Piemonte, di convenire che «la condotta politica del Governo di Torino verso quello di Napoli non ha evidentementerispettato il diritto.»

(67)Ritornato Cavour a Torino si ritenne come abbandonato dall’Inghilterra. Questa non poteva non essersi avveduta delle mene murattiste di Napoleone III col Piemonte.

(68)Altrettanto ai chiedeva non ha guari, e con ben altra ragione, dalla Russia contro la Turchia; ma l’Inghilterra, quella che venti anni or sono chiedeva garanzie al Re di Napoli per torti immaginarii, le negava ora per favorire il Turco, che sgozza impunemente i Cristiani nei proprii paesi, e ammazza in una pubblica Moschea di Salonicco i Rappresentanti stessi di due delle principali Potenze europee.

(69)Atti della Camera dei deputati. Tornata 6 Maggio 1856, fog.254.

(70)Atti della Camera, 6 e 7 Maggio 1856. fog.251257.

(71)Atti del Senato, 1856, fol.56.

(72)Gazzetta di Vienna, Il Giugno 1856.

(73)Giova recare qui in nota la seguente lettera-indirizzo al Conte di Cavour, scritta da La Farina a nome di molti emigrati italiani rifugiati a Torino, che con lui la sottoscrissero:

«Sig Conte,

«Nel Congresso di Parigi voi levaste la voce in prò dell’Italia, nella coscienza del diritto e dovere(li) ch’era in voi di rappresentarla.

«Fruttino o non fruttino quelle parole alcun benealla patria nostra comune, noi sottoscritti emigrati di varie provincie italiane ne rendiamo grazie a voi ed al governo del quale voi fate parte. L’avvenire dimostrerà che voi faceste ogni sforzo per evitare i mali di una RIVOLUZIONEe che, se i vostri detti erano liberi e generosi, erano anche savii e prudenti.

«Gradite, sig. Conte, gli attestati della nostra stima e riconoscenza.»

(74)Dispaccio riservatissimo Antonini, Parigi 17 Aprile 1856. — Dispaccio in cifra dello stesso, Parigi 18 Aprile 1856.

(75)Lettere del Cavaliere Severino, segretario privato del re Ferdinando II, Caserta 3 e 10 Maggio 1856, Castellamare 8 Maggio 1856. — Dispaccio riservatissimo CARAFA al marchese Antonini in Parigi, Napoli 5 Maggio 1856.

(76)Dispaccio riservatissimo Antonini al commendatore CARAFA in Napoli, Parigi, 9 Maggio 1856.

(77)Nicomede Bianchi designa alla indignazione della storia talune frasi giustamente risentite del Re di Napoli e de' suoi ministri; non ha però una sola parola di biasimo pei Cavour e compagnia bella, quando diplomaticamentedichiaravano nei loro atti di voler mandare al diavoloil Papa e l’Austria.

(78)Dispaccio Carini al ministro degli affari esteri in Napoli, Londra 13, e 31 Maggio 1856.

(79)Vedi A. P. pag. 34749.

(80)Lettere degli 11 e 12 luglio 1851, a Lord Aberdeen, il quale, conosciute in seguito le calunnie, ne rigettò la dedica.

(81)Imoribondi al palazzo Carignano, del deputato F. Petruccelli della Gattina, pag. 183-184.

(82)Sarà bene che ormai il lettore faccia un poco conoscenza di questo personaggio importante della tragicommedia rivoluzionaria.Il Coppi nei suoi Annali d’Italia, anno 1832, § 35, dice cosi: «Anche nella tranquilla Toscana incominciossi in quest’anno a manifestare spirito rivoltoso. Alcuni giovani (fra i quali un Mandolfi, e Fermo figlio di un ricco banchiere Ebreo) vagheggiarono la idea di adoprarsi per unire l’Italia in un Governo costituzionale, del quale fosse capo il Walewski, figlio di Napoleone.Incominciarono per tale effetto dallo spargere diffusamente, nella vigilia del Protettore S. Giovanni Battista, una proclamazione, in cui, rammentata la libertà, la indipendenza e la prosperità dell’antica Repubblica Fiorentina, della quale S. Giovanni Battista era Patrono, declamarono contro l’attuale despotismo (!!), avvilimento e dipendenza dall’Austria. Invitarono quindi tutti gl’italiani ad imitare gli Alemanni loro oppressori, che agivano per unirsi in un sol corpo. Si ricordassero perciò dell'antica gloria, e ripigliassero l’avito coraggio per ricuperare la libertà. I Toscani poi riconoscessero nel S. Precursore un amico del popolo, ed un martire della tirannia. — Il Governo, disprezzando tali leggerezze, ammoni alcuni di quelli ardenti ed inesperti liberali, scacciò dalla Toscana vari forestieri complici e fautori di quelle idee, e la cosa svani.

Questo fatto, osserva l'Armonia,ricorse alla memoria di molti, quando il Conte Walewski, ministro degli Affari Esteri del Governo imperiale di Francia prese nel Congresso di Parigi l’iniziativa sulle cose d’Italia, e pensarono che,, non ostante il 2Decembre, il Walewski del 1856 fosse quello stesso del 1832, patronodei rivoltosi un pò piùdi S. Giovanni Battista.

(83)A quel tempo gli alleati anglo-franchi occupavano ancora la Grecia, sul cui territorio si erano stabiliti per impedirle di unirsi, come che sia, alla Russia contro di loro.

(84)Vedi lettere dell’Ulloa ministro e generale napolitano ai LordsPalmerston, e

Russel. A. P. pag. 1266-1267.

(85)È impossibile che Vittore Hugo non ridesse egli stesso della balordaggine di chi fosse per credere a simili enormezze.

(86)Cosi si disfoga nelle sue Memorie della rivoluzione dell'Italia meridionale del 1860, pag. 290.291, (fascicolo 16 e 17,15 aprile 1863 della rivista napoletana II Progresso,di L. Aponte) il napolitano Giuseppe Lazzaro, che, in premio di aver cospirato contro il governo delle Due Sicilie, fu fatto deputato al parlamento di Torino.

(87)Discorso di Lord Derby.

(88)Dispaccio del Rappresentante napolitano a Torino 24 Novembre 1856.

(89)Tornata del 28 Nov.1862.

(90)Vedi A. P. vol. I. profilo politico, pag. 59.

(91)Vedi. A. P. vol. I pag. 58.

(92)Giacomo Tofano ai suoi elettori, dalla pag. 172 a 263, appendice.

(93)A. P. Notizie e documenti intorno alla pressione anglo-francese nell’interno del regno delle Due Sicilie, mss. allegat. pag. 21.

(94)A. P.349 504 e 510.

(95)Regio Decreto del 16 Agosto 1860, paragrafo XIII dell’elenco delle grazie, riportato nel Giornale officiale n.180, e R. decreto del 1 Sett. 1860, § VIII dell’elenco delle grazie, Giornale officiale n.195.

(96) Non è qui da confondere i delitti ordinami con gli attentati nel Cilento, nella Basilicata e in alcune parti della Sicilia e della Calabria, dove le società segrete e le influenze straniere spingevano al delitto quelle calde popolazioni.

(98)Melegari, benché Modenese, aveva studiato in Napoli.

(99) Our felon population increases among us as fast as fungi in a rank andfetid atmosfere. The Great world of London, London, 1857, part. II pag. 96.

(100) Vedi le più volte citata Armonia.

(101) L’Almanacco nazionale del 1857, anno IX, edizione a cura della Gazzetta del popolo, fa il panegirico di Bentivegna e di Milano, dando loro l’epiteto di Santi e ne riporta le medaglie, pag. 71 a 75.

(102) Allude, nota Nicomede Bianchi, a un diario, il quale villaneggiava e derideva di continuo l’Imperatore, Michelangelo Castelli, egregio cittadino assai benemerito all’Italia, era invitato dal Conte Cavour a persuadere amichevolmente la direzione del diario a desistere. «I nostri nemici, scriveva il Conte nel brano di questa lettera che abbiamo sospeso di pubblicare, per non venir meno a personali riguardi, mandano a Parigi tutti i numeri che contengono qualche allusione all’imperatore, e questi cadono tutti sotto i suoi occhi. Si sfoghi il giornale sui ministri, su di me: «non me ne lamento, ma lasci stare colui che, volere o non volere, ha la chiave della politica nelle mani.»

(103) «Per nulla lasciare d’intentato, scrive il de Volo, o per confondere le idee, entrò (Cavour) persino a proporre le più svariate combinazioni politiche, le quali avevano, se non altro, il fine di scompaginare giusti ed antichi diritti, sostituendovene dei nuovi, basati sulla rapina. Cosi scriveva egli a Walewski fino dal 21 Gennaio 1856. Bisogna riconoscere la necessità di riformare nelle Legazioni e nella Romagna la condizione delle cose, ed il solo durevole ed efficace rimedio sarebbe quello di porle sotto il governo di un principe laico; e siccome non si dovrebbe accrescere lo spezzamento d’Italia, bisognerebbe darle al Duca di Modena o al Granduca di Toscana: «questo fatto favorevole all’Austria potrebbe causare un aggiustamento territoriale, nel quale il Piemonte potrebbe trovare giusto compenso,a quanto ha fatto. Io, quantunque non ammiratore dei governi di Modena e di Toscana, devo confessare che sotto ogni riguardo sono migliori del governo papale; a Modena ed a Firenze sono più o meno bene governati; a Bologna ed Ancona non v’è governo, ed in queste terre infelici, dove si soffrono tutti i mali della signoria straniera, della tirannia e dell’arbitrio, sta anche l’anarchia popolare Ora la sostituzione al governo papale di un Principe temporale, fosse pure della famiglia d’Austria, se non sarà per quei luoghi una intera liberazione, per loro e per l’Italia sarà almeno un benefìzio immenso, che farà benedire al di quà delle Alpi il nome dell’imperatore.»

Lo stesso Cavour, ad onta della sua confessata avversione, doveva per altro convenire che a Modena come a Firenze i popoli erano più o meno bene governati; ciononostante in queste vaghe sue proposte ad altro non mirava che a rendere accettevole l’idea di una innovazione. Sapeva egli benissimo che Napoleone III non avrebbe mai posto mano ad un ingrandimento di potenza del Duca di Modena, che solo fra tutti i sovrani del mondo aveva avuto il coraggio di non riconoscere il secondo Impero, e non poteva nemmeno ignorare ciò che a tutti era noto, che cioò Francesco V, riguardando la sovranità come un dovere da compiere e non come un diritto da usufruire, si teneva pago di quanto gli spettava, nò certamente avrebbe mai aderito ad ingrandirsi colle spoglie del dominio papale.

E tanto ò vero che l’agitatore piemontese nulla annetteva di positivo e di serio alle sue avventate proposte, che di li a poco lo vediamo dirigerle sopra un campo assai più lontano ed affatto diverso, quello cioè di trasferire i Duchi di Modena e di Parma nei Principati danubiani, per allargare cosi le frontiere del Piemonte sino verso Toscana e per mettersi a contatto del Pontificio, il cui governo era da lui definito per un cadavere, che non doveva farsi rivivere ma seppellire.

Questa espressione ò nella suddetta lettera di Cavour a WALEWSKI.

Quanto al progetto di trasferire il Duca nei Principati Danubiani, ne è fatto cenno con oltraggiosa e sconveniente leggerezza in due lettere scritte da Cavour a Cibrario nel marzo 1856 (da noi recate) dove l'ignoranza dei diritti è superata dal cinismo con cui non esistevasi di manometterli. — (Bayard de Volo Vita di Francesco V. Duca di Modena — 1819-1875. — Modena tipografia dell’immacolata Concezione).

(104) La condotta dell’Austria nella guerra di Crimea viene, ci sembra, spiegata da quel che ci fà sapere Nicomede Bianchi, storico officiale della rivoluzione quando narrando le trattative dell’Inghilterra e della Francia per avere il Piemonte e l’Austria Con loro, si esprime cosi: «Il governo francese fece pubblicare nel suo Diario officiale la risposta della Sardegna, e Drouyn de Lhuys disse a Villamarina: «— Siamo al tutto soddisfatti della risposta del vostro governo. Sta bene che intanto il Piemonte si tenga in una prudente riserva; ma non tralasci di prepararsi in silenzio a far fronte alle eventualità che possono sorgere. Se l’Austria viene con noi francamente e definitivamente, quand’essa sarà bene impegnata e avrà date guarentigie sode, il Piemonte potrà fare i suoi calcoli per vedere se gli conviene prestarci un concorso attivo, onde avere il suo voto e la sua parte di compenso nell’assetto definitivo delle cose. Se l’Austria ci vien meno, tanto essa: «la Sardegna avrà un occasione favorevole per prendersi una buona rivincita... (Dispaccio confidenziale Villamarina, Parigi 16 giugno 1854). Cosicché nell’uno o nell’altro modo il Piemonte doveva essere avvantaggiato, e l’Austria sacrificata. (Nicomede Bianchi, Storia documentata della Diplomazia in Italia dall’anno 1814 al 1861, vol. VII, Cap. V. p,166).

(105) Il principe Alberto, marito della regina Vittoria, era un Coburgo. Sul quale proposito, in un importante opuscolo di Leone Pagès, intitolato Valmy, troviamo una nota assai istruttiva, che giova recare. La frammassoneria. dic'egli, creò più di un Re. Abbiamo inteso dire il pastore Munier, presidente del concistoro di Ginevra (autorità competente) che. durante la rivoluzione, Weishaupt (capo degl’Illuminati frammassoni) condannato a morte, avendo trovato asilo presso il principe di Coburgo, gli promise di ricompensamelo. E la frammassoneria ha popolato di Coburgh i troni di Europa. (Léon Pagès, Walmy pag. 13. Parigi, Taran libraire, rue Cassette 33,1877).

(106) Collana di Storie e memorie con temporanee diretta da Cesare Cantù. Storia d’Italia dal 1814 al 1866 di Carlo Belviglieri. Milano, Corona e Caimi editori, 1870.

(107) V. le presenti Memorie; Dispensa prima Uno guardo alla rivoluzione italiana pag. 51 e 52.

(108) Bayard de Volo. — Vita di Francesco V, Duca di Modena. (1819-1875.) Tom. II, Parte I. Modena Tipograf. dell'immacolata Concezione.

(109) Carlo III, Duca di Parma e di Piacenza, fu ferito a tradimento con un colpo di stile dalla mano d’un vile assassino il 26 Marzo 1854. Gli succedeva il giovinetto figlio Roberto I sotto la tutela della invitta madre, Duchessa Luisa di Borbone, sorella germana di Enrico V, legittimo Re di Francia.

(110) A Parma erasi costituito uno dei centri della Carboneria riformata, che pigliò il nome di Società Nazionale italiana. L’altro centro era a Livorno.

(Bayard de Volo. — Vita di Francesco V.)

(111) De Volo. Vita di Francesco V. Tom.2 pag. 268.

(112) Albert de Dalmas Le Roi de Naples, sa vie, ses actes, sa politique. Paris 1851, Chez Amyot pag. 119.

(113) A questo punto non crediamo inutile di aggiungere la seguente nota: «Molte scempiaggini, raccolte dalle più scurrili dicerie della feccia dei partiti sono state introdotte senza criterio nel libro Memorie della rivoluzione dell’Italia meridionale del deputato Giuseppe Lazzaro (vedi pag. 487 A. P. in nota. Cenni su di esso Lazzaro) (pag.469 a 475; e pag. 560 a 563 della Rivista del Progresso anno 2°. di D’Aponte.)—Il Lazzaro per darsi aria di sentenziatore acerrimo. stimatizza calunniosamente, tra gli altri, il Magistrato giudiziario incaricato della processura penale sui complici di Milano. L’intera Calabria conosce con quale scrupolosità e diremo quasi fanatismo di onore esso raccolse le prove circa il gravissimo misfatto; niun individuo però fu fatto arrestare di suo ordine e bastano le semplici date per convincere di mendacio lo scrittore Lazzaro. Il Magistrato anzidetto, delegato da Napoli per tale disimpegno, parte ai 13 novembre 1856 e giunge a Cosenza ai 16, e quivi trova già incarcerati d’ordine del Ministero di polizia e dell’Autorità provinciale, i due fratelli del regicida, ed altri individui che indicavansi nella epistolare corrispondenza come indettati col Milano, e che costui enunciava nelle carte conservate e repertate nel proprio sacco militare. Niuna donna fu mai arrestata, e i fratelli stessi del Milano, Camillo, scritturale nella Cancelleria comunale, e Ambrogio sostituito da colui nel servizio militare pel criminoso fine, furono dopo qualche mese liberati.

Nel 1865, per la erostratica impresa di un Luigi Mira impiegato nel ministero di Polizia, donde alcune carte metteva in serbo e poscia tradiva ai Piemontesi, veggono la luce le cennate processure penali per l’attentato del Milano e complici. Ove si voglia esaminarle, senza preoccupazioni e senza introdurvi elementi di calunnia, si vedrà con quanta regolarità fu proceduto. — Vedi A. P. pag. 657 e 903.

E qui è da aggiungere un altro appunto che troviamo nel succitato incarto circa i fratelli del Milano. — Camillo (di été matura e calvo), Ambrogio (giovane e minore di été ad Agesilao rozzo zappatore) rinnegavano nel decembre 1856 la fraternità col famigerato Agesilao, e di fatti ne vivevano separati e poco amici. Dopo il 1860 però hanno approfittato della corrente rivoluzionaria, e han fatto valere la stessa fraternità come merito per afferrare cariche lucrative»

(114) Civiltà Cattolica, Serie III, vol. 3. e 4.

(115) Importanti documenti storici circa le cospirazioni contro il Reame delle Due Sicilie, fomentate dall’estero, pubblicavansi in Napoli, poi che la rivoluzione ebbe trionfato, in un opuscolo col titolo: «La spedizione di Carlo Pisacane ecc. per Giacomo Racioppi (Napoli 1863).

(116) Belviglieri, loc. cit. pag. 62.

(117) Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, libro XIV. pag. 339. — Questo illustre Storico, schietto cattolico e legittimista, fu detto in questi giorni, con evidente errore, da uno dei nostri principali giornali cattolici storico liberale Attendevamo una rettifica; vedendola tardare, e nessuno dei suoi amici muovere lagnanza, crediamo dovere nostro di avvertire i lettori di tale errore.

(118) De Sivo, loc. cit., p.348.

(119) Giornale ufficiale del Regno delle Due Sicilie 1857. N. 140-141-144. Atto di accusa e decisione della Corte Criminale del Principato Citeriore.

(120) Altri nomi sono indicati nelle Memorie della rivoluzione d’Italia meridionale del 1860, opera del deputato Lazzaro, pubblicata nella rassegna periodica il Progresso, per cura di L. Aponte, capo IX, maggio 1863..

(121) Lettera di Pisacane al comitato di Napoli 28 Aprile 1857, ed altre di lui allo stesso indirizzo.

(122) Per direzione i faziosi di Napoli intendevano che dall’estero dovessero altri venire ad assumere la pericolosa impresa di sconvolgere il Reame, ed essi rimanersene inerti ad aspettarne il successo e beccarsi dopo un pò di lucro. — Cavour, Garibaldi ed il Re di Sardegna hanno indovinato il loro voto e li hanno esauditi. La popolazione è stata estranea in tutto.

(123) Per debito di cronisti, notiamo che Carlo Pisacane, uffiziale nell’esercito napolitano, non emigrava per motivi politici, ma per accecamento amoroso, profugo a Genova con donna incestuosamente adultera. Un primo errore commesso dal Pisacane fu la Causa che ei si trovasse poi ravvolto nelle trame politiche.

(124) Con questa rivelazione del libro del sig. Racioppi rimane giustificata la misura governativa dello arresto degli accennati individui, qualche mese dopo avvenuto lo sbarco di Sapri. Si è declamato all’arbitrio ed alla ingiustizia, tuttoché presso i tre ultimi, gettate in un giardino, si fossero sorprese dieci bandiere tricolori con le epigrafi solite di Viva l'indipendenza. Dopo l’entrata dei Piemontesi in Napoli, i medesimi individui furono ricompensati con le più lucrose cariche, ma Gambardella fu ucciso da un giovanetto, cui con prepotenza quegli volea sopraffare.

(125) Il conte Groppello, Rappresentante sardo presso la Corte di Napoli, con dispaccio de' 4 luglio 1857, riferisce al Conte di CAVOUR. «La banda insurrezionale del Pisacane è quasi distrutta interamente, e dovunque passò oltre ad essere attaccata e battuta dalla Gendarmeria e dalle Guardie Urbane; trovava la più grande avversione nelle popolazioni, che ne uccidevano gli sbandati.» (Documenti diplomatici comunicati al parlamento di Torino dal presidente de ministri C. Cavour, relativi alla vertenza col Governo di Napoli per la cattura del Cagliari).

(126) Nella tornata della Camera in Firenze,21 marzo 1866, discutendosi sulla elezione di Mazzini, nominato deputato in Messina, (respinta questa nomina nella tornata del domani, con 191 voti contro 107, il deputato calabrese sig: «Gio. Nicotera fa le seguenti rivelazioni; Tutti coloro che qui seggono deputati furono cospiratori, e non sarebbero qui se non avessero cospirato... La spedizione di Pisacane fu combinata e decisa da costui contro la opinione di Mazzini, il quale pensava che a Genova si sarebbe potuto organizzare una spedizione più in grande. Egli anzi ne aveva gettate le basi; ma accortosi che gli mancavano importanti elementi su i quali aveva calcolato, tentò tutti i modi per dissuadere il Pisacane dal partire con 25 o 30 persone. — Il Pisacane, tenace nei suoi propositi, volle fare da sò, persuaso che esso avrebbe formato il nucleo di una gran sollevazione. Mazzini mancava di fucili, ma si potevano avere 300 carabine depositate a Torino presso il marchese Pallavicini Trivulzio. Non si avevano danari; ma la emigrazione o li diede, od offerse cambiali, scontate poi dal nostro Plutino, che poi fece parte della spedizione de' Mille.»

L’oratore si versa a raccontare gl’incidenti della spedizione di Pisacane, della quale egli fece parte, per la quale partirono in 23, e soli nove sbarcarono per accidenti successi; che combatterono eroicamente. Dovevano sbarcare a Cagliari in Sardegna, e si trovarono sulle coste del Napolitano.

Fu allora che Mazzini a Genova, visto che il vapore non aveva toccato Cagliari, comprese la trista nostra posizione e la necessità di aiutarci con tutti i mezzi. Fu questa situazione che lo spinse a suscitare il movimento di Genova, (del che scolpa Mazzini). Il partito repubblicano, (dice l'oratore) era il solo allora unitario in Italia, essendoché lo stesso Re del Piemonte non pensava che ad ingrandire il suo Regno ecc.

(127) Eccone i nomi come leggonsi nella decisione della gran Corte Criminale di Salerno,13 luglio 1858. Giovanni Nicotera calabrese, un tal Santandrea, e Giovanni Gagliani milanesi, (imbarcati con Pisacane a Genova), Luigi La Sala barbiere, Francesco de Martino sartore, Niccola Valletta, e Niccola Giordano, che espiavano pena nell'isola di Ponza, dove si associarono alla banda di Pisacane, e commisero non solo atti insurrezionali politici, ma anche gravi reati comuni, pe 'quali altresì riportarono capitale condanna.

(128)Vedi A. P. pag. 197.

(129) Vedi A. P. massacro di Borjes pag. 1190 — prima stampa alligata.

(130) Vedi A. P. pag. 670, 909,1190,

(131) Cavour con dispaccio del 9 luglio 1857 diretto all’anzidetto Conte Groppello incarica costui a dichiarare al Governo di Napoli che il deplorando e criminoso fatto del Pisacane ha destato la indegnazione del Governo piemontese; indegnazione che fu divisa da ogni onesta persona. — Osserva su questo proposito un giornale torinese del 1864, che Re Francesco II, se non fosse stato tradito, e Garibaldi fosse finito come Pisacane, Cavour non avrebbe mancato di scrivere: «— Il deplorando e criminoso fatto di Garibaldi ha destato la indegnaxione del Governo piemontese.

Meritano essere ricordate le dotte elucubrazioni, pubblicate su questa contestazione dal chiarissimo avvocato Sig. Antonio Storace, e il ragionamento giudiziario dell’eminente Magistrato Sig. Nicola Tocco. (A. P.)

(132) Il Console inglese dopo 7 anni rivede quella stessa provincia di Salerno, che fu teatro tragico degli aggressori provenienti dal Piemonte, quivi sbarcati sul Cagliari, e non più per patrocinare la causa degli offensori, e per costringere l’offeso a pagare altresì le indennità, ma invece per venire a trattative con gli arditi montanari del Cilento, che, su l’esempio loro dato dal Governo subalpino, si credono sciolti da ogni obbligo sociale verso gl'invasori della loro patria, ed i costoro amici. Il Console inglese deve riscattare a prezzo di danaro i suoi connazionali, sequestrati dai briganti.

(133) (Giornale officiale di Napoli degli 8 Ottobre 1860).

(134) (Giornale officiale di Napoli del 27 Settembre 1860).

(135) Vedi le cose già dette, A. P. pag. 30.

(136) Annuaire des deux mondes 1859 pag. 829 e seg.

(137) Quest’ultima frase rivela il disegno bonapartesco della divisione dell'Italia in tre grandi zone, con Casa Savoia al Nord, Murat al Sud, e Girolamo Napoleone, (con una oasi pel Papa) al Centro.

(138) Luciano Murat, pretendente al trono delle due Sicilie per decreto d’un invasore straniero, Napoleone I, dopo quaranta anni passati in silenzio, levava la oscura sua voce per insultare da lunga la più augusta dinastia, e il più illustre reame! — Diciamo una parola di codesto strano pretendente.

Gioacchino Murat, suo padre, tratto dal nulla dalla rivoluzione francese del passato secolo, e da oscuro seminarista divenuto audacissimo soldato, fu uno dei più famosi generali del Bonaparte, che lo ricolmò di ricchezze e di onori fino a dargli in moglie la propria sorella Carolina, e fino a crearlo Granduca di Berg (1806). e Re di Napoli (1808), dopo spogliatine i Borboni. Gioacchino Murat reBtò fedele a Napoleone primo, finché a Napoleone primo restò fedele la fortuna, poi con essa gli voltò le spalle. Ad un tempo ingrato, fellone e spergiuro, Murat più volta patteggiò coi nemici del suo signore, fino al punto di divenirne alleato.

Nel 1812 trattava giù con gli alleati, quando venne a sorprenderlo la Campagna disastrosa di Russia. Non seppe resistere alla voce di Napoleone, e marciò con lui. Vinto questo dal braccio vindice di Dio, più che dagli eserciti russi, Murat abbandonò l'esercito.

La campagna del 1813 lo colse patteggiente con Austria e Inghilterra, mentre cercava di consummare la sua defezione. Ciò non ostante, chiamato da Napoleone, lo segui di nuovo sui campi di battaglia.

Dopo la perdita della battaglia di Lipsia, corse a Napoli, e 111 Gennaio 1814 sottoscriveva un trattato con 1 Austria, impegnandosi a fornire un esercito di 30,000 uomini agli alleati contro Napoleone suo congiunto, suo principe e suo benefattore, per tenersi in capo la corona. Allora con finte promesse deludendo Beauharnais, viceré d'Italia per Napoleone, si forni di viveri e di munizioni nei depositi dell’alta Italia, che furongli aperti come ad alleato, e marciò alle spalle dell’esercito franco-italiano, costringendo il Viceré a ripiegarsi sull'Adige, movimento che sconcertò tutti i disegni di Napoleone. Saputi poi i successi di costui nella Sciampagna, Murat mandò a Beauharnais proposte d’amicizia e di devozione: «ma era il momento in cui Napoleone I sottoscriveva la sua addicazione a Fontainebleau, nell’istessa sala dove pochi anni prima aveva forzato Papa Pio VII ad addicare.

Al Congresso di Vienna, riclamando i Borboni pel loro trono delle due Sicilie, Murat si alleò coi frammassoni Carbonari, e saputo della fuga di Bonaparte dall’Elba e il suo momentaneo ritorno sul trono, spergiuro un altra volta, tradì gli alleati del Nord e marciò contro l’Austria. Vinto, fuggi lasciando la moglie sua Carolina in mano degli Inglesi. Rigettato dal tradito cognato, dopo la infelice battaglia di Waterloo,'avendo tentato uno sbarco nel regno di Napoli per riconquistarlo, fu preso dal popolo, che lo condusse prigione nel castello di Pizzo in Calabria, dove condannato da una commissione militare, ai 13 di ottobre del 1815, fini miseramente fucilato.

E il figlio di costui osava ora di gittare il fango sul Re di Napoli, chiamandolo spergiuro e discendente di spergiuri!... Tutto si può osare in questi scellerati tempi.

(139) Le Sociéte s secrètes et la Société, t. III, p. 12o.

(140) Cavour a Castelli. Bianchi. VII,622.

(141) Rome et le II Empire, Etudes et souvenir,1848-1858, par Clément Coste. Paris — E. Dentu, Libraire éditeur, 1879.

(142) Giornale Officiale di Sicilia,6 Aprile 1858. n.71.

(143) Vedi Tom. 1. Memorie dell’Armonia per servire alla storia de' nostri tempi, pag. 125128. Vedi le rivelazioni dei deputati Nicotera e Ricciardi sui progetti di cospirazione per detronizzare il Re Ferdinando II, e come questi vincitore il 15 maggio 1848 se ne vendicasse colla clemenza, pag. 22. 56. 220. A. P. — Lettera dell’ex prefetto Cacace, pag. 56 A. P. Rivelazione di Tofano pag. 490.

(144) Atti uff. della cam. de' dep N. 184. pag' 715. tornata 14 giugno 1867.

(145) Il deputato Crispi nella tornata del 13 Aprile 1861 diceva: «Signori, io cospirai per 16 anni, e ricordo che fin dal 1845 in certe riunioni, alle quali prendeva anche parte il nostro Barone Poerio, ci riunivamo uomini di diversa fede politica. In quelle riunioni eranvi monarchici, repubblicani, federalisti, unitarii, ma tutti nemici dei governi che esistevano in Italia, tutti patriotti che lavoravano uniti e compatti per rovesciare e distruggere questi governi. Nel 1849 due volte percorsi la Sicilia travestito, e nei comitati trovai la stessa differenza negli individui che li componevano. E bene, signori, noi siamo giunti a metterci d’accordo sopra un programma comune, e gli effetti di questa concordia li avete nella rivoluzione che si, è fatta nell’Italia meridionale.» (Vedi supplemento al giornale di Napoli 29 aprile 1856. pag. 3).

(146) Avvenimenti di Napoli del 15 maggio 1848, per Gennaro Marulli, capitano del 2° reggimento Granatieri della Guardia Reale.

(147) Preghiamo il lettore di aver presenti le cose già dette in proposito, e le Confessioni de' Deputati nella Camera Subalpina da noi recate a pag. 219, e seguenti. Altre molte avremo a recarne a edificazione di chi ci legge.

(148) Il lettore rammenterà come si esprimessero i deputati Nicotera e Ricciardi in pubblico Parlamento a Torino.

(149) Il Can. Paolo Pellicano vive e vi gode in Reggio Calabria, sua patria, una ricca Abbazia Concistoriale, che si ebbe nel 1849 dal Re tiranno Ferdinando 11 con Fannuenza del Sommo Pontefice Pio IX. Muchi era, e chi è il CanPellicano! Eccolo in breve — Nel 1847, Presidente del Governo provvisorio nella insurrezione di Reggio. Fuorbandito con taglia di mille ducati sul capo — condannato a morte dal Tribunale, ma commutata dal Re la pena, tradotto agli ergastoli. Nel 1848 per la Costituzione, amnistiato, scelto membro del Consiglio di pubblica istruzione in Napoli, e direttore del Ministero del Culto. Ritiratosi nel 1850 in patria, si vede nel 1860 Presidente di quel Circolo popolare e della Commissione pe’ Casi del Brigantaggio, decorato dell Ordine Mauriziano, direttore di spirito nel Liceo e Convitto Nazionale ec. ec. — Queste notizie sono estratte da un foglietto pubblicato con la stampa dallo stesso canonico.

(150) Giornale ufficiale del 5 maggio 1849.

(151) Giornale il Tempo del 16 e 19 maggio 1849.

(152) Fiorindo De Giorgio, segretario capo del primo Ripartimento del ministero degli affari interni.

(153) Giornale il Tempo, 6, 7 maggio 1849.

(154) Id., 12 maggio 1849.

(155) Id., 20 giugno 1849.

(156) Id., 9 luglio 1849.

(157) Giacinto De' Sivo, Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861. vol. 2 pag. 237-242.

(158) Lettera riservatissima del Severino al Carata, Castellamare 5 Giugno 1856. Nicomede Bianchi, storia documentata della diplomazia europea vol. VII, pag. 295.

(159) Dispaccio cifrato Carini, Londra 20 Maggio 1856 — loc. cit. pag. 296.

(160) Dispaccio cifrato Antonini, Parigi 28 Maggio 1856. — loc. Cit.

(161) Dispaccio circolare Gorkiakoff alle legazioni russe, Mosca 5 Settembre 1856.

Dispacci riservatissimi Regina al Com. Carata in Napoli. Mosca, 5, 6 e 14 Settembre 1856. — Nicomede Bianchi, loc. cit. pag. 298.

(162) Dispaccio riservatissimo Antonini, Parigi 20 Settembre 1856 — loc. cit.

(163) Dispaccio cifrato, Regina. Pietroburgo 17 Settembre 1856 — Dispaccio riservatissimo dello stesso. Pietroburgo 10 Ottobre 1856 — loc. cit. pag. 299.

(164) Dispaccio riservatissimo Antonini. Parigi 20 Settembre 1856. — loc. cit.

(165) Dispaccio Antonini, Parigi 18 Settembre 1856 — loc. cit.

(166) Lettera del Cav. Severino al Comm. Carafa, Gaeta 12 Settembre 1856. loc. cit.

(167) Nota Valewschi, Parigi 10 ottobre 1856. loc. cit. pag. 300.

(168) Nota Clarendon, Londra 10 Ottobre 1856 — loc. cit.

(169) Appunto sulla nota Walewschi di Ferdinando II, Caserta 21 Ottobre 1856 — loc. cit.

(170) Lettera di Ferdinando II al Carafa, Gaeta 24 ottobre 1856 — loc. Cit.

(171) Dispacci Antonini, Bruxelles 28 novembre e 6 dicembre 1856 — Dispaccio. Canofari. Torino 9 novembre 1856 — Dispaccio Carini, Parigi 27 dicembre 1856 — loc, cit. pag. 301.

(172) Moniteur, N. 25 ottobre 1856.

(173) Dispaccio riservatissimo De Martino al Carafa in Napoli! Roma 25 ottobre 1856. loc. cit.

(174) Dispaccio di Pastor Dias, Madrid 28 Ottobre 1856 — Nicomede Bianchi loc. cit. pag. 302.

(175) Dispaccio Carafa al Marchese Riario Sforza in Madrid, Napoli 11 Novembre 1856 — loc. cit,

(176) Dispaccio Antonini, Bruxelles 19 Febbraio 1856 —loc. cit.

(177) Lettere riservatissime Bernstorff al Comm. Carata, Londra 15 genn. e 1 febb. 1857. — loc. cit. pag. 303.

(178) Lettere riservatissime Hatzfeld al Comm. CARAFA., Parigi 22 febbraio e 19 marzo 1857. — loc. cit. pag. 304.

(179) Dispaccio riservatissimo Regina. Pietroburgo 1 marzo 1857, — loc. cit. p. 304.

(180) Appunti di mano di Ferdinando II al CARAFA. loc. cit.

(181) Lettera riservatissima CARAFA. Napoli 20 Marzo 1857. Nicomede Bianchi, loc. cit.

(182) Lettera Bernstorff, Londra 4 Aprile 1856. Lettera Carafa, Napoli 14 Aprile 1856. loc. cit

(183) Storia d'Italia dal 1814 al 1866 di Carlo Belviglieri. Milano, Corona e Caimi editori. 1870. Nella collana storica di Cesare Cantù.

Il Belviglieri facilmente si trova in contraddizione coi suoi confratelli istorici liberali. il lettore rammenta come il deputato Lazzaro, storico davvero non sospetto, ricolmasse di villanie i Napolitani, perché lasciarono partire i plenipotenziarii francese e inglese senza badarvi; egli invece a pag. 60 libro 27 dice testualmente così: «Il 28 ottobre Brenier, ministro di Francia, ed il primo segretario della legazione brittannica abbandonarono la capitale in mezzo alle dimostrazioni le più 9» vive di simpatia, ani di una vera agitazione popolare, e poiché gli ambascia tori napolitani a Londra e a Parigi non accennavano a muoversi, quei Governi» inviarono ad essi i loro passaporti, per altro ben risoluti a non procedere più in 1 à nei tratti ostili.» — L’egregio Carlo Belviglieri è attualmente professore di Storia nel regio Liceo di Roma. — Rilegga il lettore la pagina 204 del presente volume.

(184) Nella Gazzette des Trìbunaux di Parigi, leggeasi in quel tempo un sunto della tornata del 18 Agosto 1856 del Tribunale correzionale di Lione chiamato & giudicare 46 individui ascritti a società segrete stabilite in Parigi, Lione, Valenza, Vienna, Macon, Givors. Il Commissario di polizia Sig. Bergeret, facendo la sposi zione dei fatti, accennò come già nel mese di giugno dell’anno precedente una vasta congiura si estendesse per tutta la Francia, diretta da una giunta di venti membri, ordinata presso a poco a quel modo stesso che le società delle Saisons o degli Enfant de la terre, e comprendendo tra i suoi addetti i Vorace, i Charbonniers e gli Invisibles. Poco appresso si formò un nuovo comitato Blanqui a Lione d’onde furono spediti emissari! a Parigi, a Vienna nel Deificato, a S. Etienne e a Ginevra. Quello che andava a Parigi fu scoperto, codiato dalla polizia e così bene spiato, che la cospirazione fu svelata al Governo, e il 7 giugno di quest’anno buon numero di congiurati furono tratti in prigione e sottoposti a processo; di essi 35 furono condannati a varie pene, da 4 mesi fino a 4 anni di prigione. Si ò inoltre pubblicato a Parigi una sentenza pronunziata dalla corte imperiale sopra una causa criminale iniziata nel marzo o nell’aprile di quest’anno. E non senza meraviglia si seppe così d'un nuovo attentato contro la vita dell’Imperatore, pel quale furono condannati a morte in contumacia i nominati Regnier, Caron, Bronsin, Alevoine e Poisson. La provvidenza che veglia sopra i destini della Francia rese vane le insidie di cotesta razza sanguinaria che si pasce di assassina e che vorrebbe impiantare sulle stragi l’edificio del più bestiale comunismo. Tuttavia ciò che spaventa ò il vedere come costoro si beffino della indulgenza con cui sono trattati dai Tribunali. ,

In prova di ciò basti recare qui un fatto pubblicato dai giornali francesi e che mostra quanto debba temersi una cotal genìa di mostri. Il Tribunale correzionale di S. Etienne adunavasi l'8 agosto per giudicare 21 persone accusate d’affigliazione a una società segreta, di detenzione d'armi e munizioni da guerra, di propagazione di scritti socialisti e di oltraggio pubblico alla persona dell’Imperatore. Uno degli accusati, appena ventenne, pronunziava nell’atto del suo arresto parole di tanta ferocia che meriterebbero d’essere sepolte nell’oblio, se non servissero a disingannare più apertamente chi ancora persistesse a credere esagerati i nostri avvisi intorno alle società secreto. Egli adunque cosi esclamò: Ah! il col» po andò fallito! Ma non fallirà poi; c’intendiamo. Quel tale non la scapperà.» Non sarò contento finché non avrò bevuto un bicchiere di sangue aristocratico.» Gli aristocratici e tutti quelli che comandano sono le sanguisughe del popolo. Duol mi d’essere arrestato prima che il colpo accada. Barbès è il mio idolo. Detesto il cattolicismo. Sono stato battezzato, ma ho rinnegato da un pezzo e rinnego il mio battesimo. Questo eroe del socialismo portava quando fu arrestato due pistole, diciotto palle, sei pezzi di piombo, ed alquante capsule. Venne condannato a 18 mesi di carcere!...

(185) Il Ministro Carafa nel suo Dispaccio Circolare degli 8 Novembre 1856, da noi recato, accenna al Monitore francese del 25 di ottobre di quell’anno; esso non conteneva altro che i dispacci da noi riferiti nella fine della terza nostra dispensa, pag. 175 e seguenti.

(186) L’Imperatore Francesco Giuseppe I, nato il 18 Agosto 1830 dall’Arciduca Francesco Carlo, fratello dell’Imperatore Ferdinando I, e dall'Arciduchessa Sofia figlia di Massimiliano I, re di Baviera, ascese il trono imperiale per l’addicazione dello zio (2 Dee. 1848) e per la rinunzia del padre. Il 24 Aprile 1854 sposò l’Imperatrice Elisabetta Amalia, nata il 24 Decembre 1837 e figlia di Massimiliano Giuseppe» Duca in Baviera. Fu incoronato Re d'Ungheria insieme con l’augusta Consorte l'8 giugno 1867.

(187) Altra volta era sceso nel Lombardo-Veneto l’Imperatore Francesco-Giuseppe. Compita la sua educazione, vi venne la prima volta in compagnia degli Arciduchi fratelli Massimiliano e Ferdinando Ludovico, e del suo saggio Istitutore Conte di Bombelles. Ed è notevole il fatto seguente:

Nell’entrare in chiesa a S. Michele di Murano, in Venezia, oltrepassata la soglia lesse questa iscrizione: «Ossa Pauli Sarpi Theologi Reipublicae Venetae ea Aedi Servorum Huc Traslata Decreto publico.» Era la tomba dell'eretico Fra Paolo Sarpi! Rivolto al Podestà, Conte Giovanni Correr, che lo accompagnava. Francesco Giuseppe disse con indignazione: «Un nemico della Chiesa sepolto in Chiesa!»

(188) Cesare Cantù, Cronistoria dell'Indipendenza italiana, vol. III, pag. 153-154.

(189) De Volo, Vita di Francesco V. vol. Il, pag. 299 e seguenti.

(190) Il paese chiamato la Venezia, o Stato Veneto, tolse il nome dai Veneti, popoli originarli dall’Asia. Questi si sottoposero volontariamente, a quanto sembra, ai Romani, sotto il dominio dei quali rimasero fino alla caduta dell’Impero. Il loro paese fece parte della Gallia Cisalpina, e precisamente della Traspadana. Le irruzioni dei Goti e degli Unni fecero si che molti Veneti si rifugiassero nelle isole dell’Adriatico vicine alle foci dell’Adige, principalmente in quella di Rialto. Fondarono cosi varii Comuni governati da Tribuni. Erano cresciuti grandemente tali Comuni allorché i Longobardi, scendendo in Italia, vi allargarono le loro conquiste (an. 697). Allora le isole dell’Adriatico divennero il solo rifugio dei fuggitivi italiani. Sul cadere del settimo secolo gli abitanti di queste isole si riunirono tra di loro ed elessero un Duca o Doge che li governasse, e fu Paoluccio Anafesto, cittadino di Eraclea, da tutti rispettato per la sua saviezza (an. 810). La sede del governo fu da principio Eraclea, poi, dopo quarantanni, Malamoco, e, al principio del secolo nono, Rialto. Quivi sorse una città popolosa; le varie isolette vennero congiunte con ponti e formarono così la famosa città di Venezia, che diventò potenza marittima e guardiana dell’Adriatico. Prima che terminasse il secolo X aveva già allargato il suo dominio nell’Istria e nella Dalmazia. Ma ciò che accrebbe straordinariamente la sua forza navale furono le Crociate, quando le sue navi, trasportati in Asia i Croce-segnati ne ritornavano cariche di ricche mercanzie.

Verso la fine del duodecimo secolo (an. 1172), in seguito d’un tumulto popolare, in cui rimase ucciso il doge Vitale Michieli, fu istituito il Consiglio dei Nobili e fu l'origine della forma di Repubblica aristocratica, che quindi prese il governo veneto. Nella divisione dell’Impero Greco i Veneziani ottennero vari tratti importanti di paese, tra i quali Candia e molte delle più belle isole dell'Arcipelago e del Jonio (an. 1204). Dopo cinquantanni, ristabilito l’Impero Greco per opera principalmente dei Genovesi, nemici dei Veneziani (an. 1261); questi perdettero quei paesi. I Genovesi quindi trassero a loro tutto il commercio del mar Nero e del Levante, con immenso danno dei loro rivali. I Veneziani, accordatisi col Sultano di Soria e di Egitto, s’impadronirono di tutto il commercio delle Indie orientali, per il che ebbero guerre coi Pisani e co’ Genovesi, che riescirono prospere pei Veneziani. Allora (an. 1381) la serenissima Repubblica prese a estendere i suoi domini nella terra ferma italiana, e nei secoli XIV e XV ebbe Treviso, Vicenza, Padova, Verona, il Friuli, Brescia, Bergamo e Crema; quindi le isole di Zante, di Cefalonia e di Cipro.

Nel 1508 Venezia era divenuta così potente e formidabile, che, colla Lega di Cambrai, ebbe contro di sé l'Imperatore Massimiliano, Luigi XII re di Francia, Ferdinando il Cattolico re di Spagna ed anche il Papa Giulio li; ma perdette sulo quel che aveva occupato negli Stati di Napoli e della Chiesa.

Indi a poco la scoperta dell’America diede altra direzione al commercio; quindi i Portoghesi, avendo trovata una nuova strada per le Indie orientali, s’impadronirono di quel commercio, e la potenza dei Veneziani n’ebbe danni irreparabili. Poscia i Turchi tolsero ai Veneziani l'isola di Cipro, e un secolo dopo anche Candia (anno 1699). S’impadronirono i Veneziani della Morea e di una parte della Dalmazia; ma tornarono a perdere la Morea, e da quel momento la loro potenza incominciò a decadere. In tutte le guerre del secolo XVIII la potente Repubblica conservò sempre la più stretta neutralità; né da essa si dipartì all’epoca della irruzione dei repubblicani di Francia, che trasse seco la totale ruina di quella cattolica e famosissima Repubblica. — Egli è vero che, porgendo ascolto all’eretico Paolo Sarpi e alle sue distruggitrici dottrine, piuttosto che al Papa e ai suoi santi insegnamenti, avevano i potanti Veneziani inaridito il germe d’ogni vero risorgimento. — Colle mani in croce videro dunque giungere impassibili le orde massoniche di Francia, e Dio la diede loro in facile preda. Sottoscritti a Leoben i preliminari della pace coll’Imperatore d’Austria, i repubblicani francesi si volsero alla cara sorella Venezia, e così fattamente e così teneramente la strinsero nel fratellevole amplesso, che l’ebbero soffocata, dopo di averle tolto ogni suo possedimento e gli immensi materiali accumulati nei suoi magnifici arsenali. E coi trattati di Campoformio e di Luneville la grande Repubblica dai dieci secoli fu spenta. Toccarono alla repubblica Cisalpina (poscia Regno d'Italia) i paesi di terraferma a destra dell’Adige; all’Austria l’Istria, la Dalmazia, la stessa città di Venezia e la terraferma a sinistra dell’Adige; la Francia ritenne per sé le isole del Jonio e dall’Egeo.

Nel 1805 l’Austria, dopo la pace di Presburgo, cedette al Regno d’Italia quel che possedeva del Veneziano; di guisa che gli stati veneti di terraferma rimasero tutti compresi nel Regno; finché, cessato questo dopo un effimera esistenza, il Congresso di Vienna, insieme coll’Istria e colla Dalmazia, li diede alla casa d’Austria, la quale, salvo i tristi momenti del 184849, li ebbe in tranquillo possesso fino al 1866, in cui, ad onta della vittorie di Lassa e di Custoza, dovette cederla al neo-regno italiano.

(191) Dopo cinqant’anni da che il Convento di S. Francesco del Deserto era in mano del Genio Militare, l’Imperatore lo restituì in questa circostanza al Patriarca di Venezia perché vi riabitassero i Minori Riformati.

(192) Il Risorgimento di Torino in una sua corrispondenza, non potendo negare gli atti di clemenza dell’Imperatore, cercava di travolgerne lo scopo, secondo quella regola di carità libertina, la quale dice che, quando non si possono biasimare gli atti, almeno si cerchi di biasimare le intenzioni. Di che nel suo numero dei 13 dicembre diceva, che, tra tutte le armi della tirannide questa, della vistosa clemenza, è la più tremenda. E così d’ora innanzi si dee sapere che la tirannide ha per arme la clemenza. «Quali ragioni (aggiungeva()) possano indurre l’Imperatore a farla da Antonino Pio, da giovane Tito, noi non sappiamo. Ignoranza affettata! Non si avvedeva il Risorgimento, che la ragione l’aveva detta egli stesso nelle parole precedenti. Resta solo a sapere come vada poi che i libertini si raccomandino tanto presso tutte le autorità del mondo, perché siano larghe verso loro di perdoni, di amnistie e di grazie. Se la clemenza è arme della tirannide, conviene conchiudere che i libertini che desiderano cotanto le amnistie, (e per desiderarle hanno loro buone ragioni) siano anche quelli i quali affilano le armi dei tiranni. Donde si potrebbe anche dedurre (ma qui ci viene in mente il cave a consequentiariis) che i Principi per cessare di essere tiranni e per dar gusto al Risorgimento, debbano d’ora innanzi scordarsi della clemenza, arme dei tiranni!

(193) Quel paese che fu detto, in tempi più a noi vicini, Lombardia e Ducato di Milano fu una volta abitato dagl’Insubri, popolo d’origine gallica, e Insobria fu chiamato tutto il paese. Dopo molte brighe date ai Romani, ne furono finalmente vinti e divennero parte di quel potentissimo Impero. Principali città erano allora Mediolanum (Milano), Ticinum (Pavia), e Cremona. All’epoca della invasione dei barbari, i Longobardi col loro Re Alboino, nel sesto secolo, s’impadronirono dell’Italia superiore e vi fondarono il loro Regno, che ebbe sede a Pavia, e durò duecento anni; ma essendo divenuto un vero flagello per l’Italia e per la Chiesa Carlo Magno, re dei Franchi, lo distrusse, riducendo sotto il suo scettro la Longobardia (Lombardia).

Estintasi la stirpe dei Carolingi, la Lombardia dopo qualche tempo, sotto l’Imperatore Ottone il Grande, venne in potere dei Re di Germania, che per lo più o in Monza o in Milano facevansi incoronare anche come Re d'Italia con la Corona di ferro, cosi nomata perché contiene nella parte interiore uno dei SS. Chiodi della Croce di Nostro Signore. In quel tempo però ogni città aveva un Conte, che prendeva il titolo di Luogotenente imperiale o reale. Le città lombarde crebbero intanto in grandezza e potenza, e quindi procurarono sempre di sottrarsi al dominio dei Luogotenenti, agognando indipendenza, il che principalmente si avverò durante le contese sciagurate degl'Imperatori della Casa di Hohenstaufien contro i Papi. Conchiusero infatti la famosa lega lombarda contro Federico I, e lo vinsero a Legnano.

Colla pace di Costanza ottennero l’ambita libertà, però sotto la supremazia dell’Imperatore e dell’Impero (an. 1182). Non andò guari, e alcune delle principali famiglie e più potenti trassero in loro mano il governo, specialmente in Milano i Torriani, i Visconti, gli Sforza, ecc, ma sempre sotto l’alto dominio degl’Imperatori e col titolo di Vicari imperiali, e per ultimo di Principi.

Giovanni Galeazzo Visconti nel 1395 ottenne dall’Imperatore Venceslao il titolo di Duca e la dignità di Vicario imperiale ereditaria nella sua famiglia. Ma estintasi in breve la discendenza mascolina di Giovanni Galeazzo, i Re di Francia spiegarono pretensioni sul Ducato di Milano in virtù del matrimonio della figliuola di lui con Ludovico Duca di Orléans.

Luigi XII, Re di Francia, s’impadronì infatti di Milano (an. 1499) occupandolo co’ suoi eserciti. Ma a Francesco I, successore di lui, lo ritolse l’Imperatore Carlo V, e lo cedette, dopo la estinzione della famiglia degli Sforza, siccome feudo dell’Impero, al proprio figliuolo Filippo II, che fu poi Re di Spagna.

E alla Spagna appartenne poi il Milanese fino ai tempi della guerra per la Successione Spagnuola, durante la quale gl’Imperatori se ne impadronirono come di feudo imperiale (an. 1706). Nella pace d’Utrecht il Ducato di Milano enne dato in assoluta proprietà alla Casa d’Austria.

Sul cadere del secolo passato i repubblicani di Francia avendo invaso l’alta Italia, il Ducato di Milano, mediante i trattati di Campoformio e di Luneville, diventò preda della rivoluzione, formando parte della nuova Repubblica Cisalpina, poi chiamata Repubblica Italiana, che Napoleone I convertì in Regno d’Italia a suo profitto. Finché, vinto quel despota dagli alleati del Nord, col trattato di Vienna (an. 1815), tornò a far parte dei dominii della Casa d’Austria, che l’ebbe in legittimo possesso fino al 1848, in cui Carlo Alberto, messosi alla testa della rivoluzione italiana, fece insorgere la Lombardia, e la occupò col suo esercito; ma fu vinto, addicò e andò a morire di crepacuore a Oporto in Portogallo, e la Lombardia ritornò sotto lo scettro austriaco; ma da allora in poi fu sempre agitata dal soffio rivoluzionario alimentato del governo Sardo e dalle società segrete, siccome stiamo vedendo.

— Aggiungiamo una parola circa il Mantovano.

Il Mantovano, o Ducato di Mantova, primitivamente abitato dai Cenomanni, ai tempi dei Romani fece parte della Gallia Transpadana. Dopo la caduta dell’Impero romano appartenne al regno dei Goti; poi a quello dei Longobardi, e finalmente all'Impero germanico, divenendo Mantova città imperiale. Anche in essa varie famiglie principali, specialmente i Passerini, i Buonarossi, i Gonzaga cercarono di trarre a sé la Signoria, contrastandosela l’un l’altro; finalmente i Gonzaga prevalsero. Ludovico Gonzaga (an. 1328) e i suoi successori governarono Mantova come Vicarii Imperiali, e furono da prima Marchesi, poi Duchi (an. 1530). Il primo Duca Federigo II, per matrimonio ebbe il Ducato di Monferrato, che restò alla sua famiglia. Ai tempi della guerra della successione spagnuola il Duca Carlo IV, parteggiò pei Francesi; per lo che l’Imperatore Leopoldo I lo mise al bando dell’Impero, e l’Imperatore Giuseppe I prese possesso del Ducato per rifarsi delle spese della guerra. I Monarchi austriaci possederono quindi Mantova fino alla pace di Campo Formio (an. 1797), in seguito alla quale ebbe la stessa sorte di Milano, restando così separata per varii anni dalla Monarchia Austriaca. Finite però le guerre napoleoniche e l’effimero Regno d’Italia, nell’istesso modo di Milano, (an. 1 815) ritornò alla Casa d’Austria che l’ebbe fino alla guerra del 1866.

(194) Ravitti. Delle recenti avventure d’Italia. — Le Cause, pag. 283 e seg.

(195) De Volo. Vita di Francesco V, vol. II, part. 1. pag. 299-304.

(196) De Volo, loc. cit.

(197) Ivi.

(198) Belviglieri. — Storia d'Italia ecc. Lib. XXVII, pag. 67-70.

(199) Clément Custc, Rome et le second empire pag. 229-234.

(200) Botta. Storia d’Italia tom. 1. pag. 10

(201) Della felicità che gl’Italiani possono e debbono dal governo austriaco procacciarsi, pag. 79 e 117.

(202)L'Ancora d'Italia. — La verità a tutti. —

(203) Dispaccio di Gabinetto. Cavour al Marchese d’Azeglio in Londra, Torino 1 Febbraio 1857. Il Bianchi non dà il testo di questo dispaccio.

(204) Istruzioni Cavour al Marchese Cantono in Vienna, Torino 4 Febbraio 1857.

(207) Circolare di Gabinetto Cavour, Torino, 1 Aprile 1857.

(208) L’Armonia di quel tempo scriveva in proposito cosi: Oggimai niuno più si deve meravigliare se i regicidi hanno gli onori dell’apoteosi nel nostro sventurato paese. Il municipio di Torino in sul cadere dell'anno 1856 decretava, che la via d'Italia venisse chiamata via di Milano, Immediatamente fu dato l'ordine di eseguire il decreto. Ma quale fu lo stupore dei cittadini, i quali videro sulle nuove lastre di marmo bianco scritto non Via di Milano, ma Via Milano! Tutti domandarono se era Milano la città, o Milano il regicida? Oggi la Gazzetta del popolo N. 20, interprete e guida del Municipio, risponde col seguente epigramma:

Dunque la Via d'Italia (un sacrestano

Dicea) is chiamerà Via di Milano?

Ma di quale Milano, in cortesia,

Delle Calabrie o della Lombardia?...

Sì dell’un che dell’altro,

Rispose al prete scaltro;

E il prete scaltro mi voltò il codino,

Cicando e borbottando: É un libertino!

N. R.

Dunque la risposta è chiara alla domanda qual'è il Milano inciso sulle nuove lastre. Non il Milano città, perché doveva dirsi Via di Milano, come decretò il Municipio. È dunque il Milano regicida, come fece incidere il municipio, appunto come diciamo Via Carlo Alberto, Via Sacchi, Via Lagrange. Perciò non ci meraviglierà che domani si decreti e si scriva Via Gallenga, invece di Via Carlo Alberto, Via Vergès, invece di Via dell Arcivescovato, Tanto più che corre voce per Torino che aspettano le ossa di Agesilao Milano per innalzargli un monumento, non sappiamo in qual luogo, ma si dice che sarà sulla piazza reale. Già i nostri giornali ministeriali annunciarono che la fossa del Milano si è trovata vuota un bel mattino ed il cadavere rubato, non si sa da chi. Non ci stupiremo se domani i giornali annunzieranno che le ceneri di quel generoso, frementi nell’urna sepolcrale, giunsero felicemente a Genova per essere trasportate a Torino.

«Intanto ecco ciò che scriveva l’Italia e Popolo del 10 Gennaro, N. 10, a proposito delle interpellanze di A. Brofferio e della risposta del Conte di Cavour — Una sola osservazione e una protesta. Il conte Cavour nella sua qualità di diplomatico ha solennemente ripudiato per sé e pel partito, che egli rappresenta, ogni simpatia per quel fortissimo uomo che si chiama Agesilao Milano. Sia pure: noi prendiamo ♦ atto di quella dichiarazione. Per parte nostra dichiariamo che desideriamo avere u per figli e per amici uomini che gli somiglino. Quando l'Italia libera potrà esprimere la propria opinione, si vedrà a chi darà ragione, se a Cavour e ai signori dell’Opinione, o ad Agesilao Milano. Curvatevi pure, o servi della diplomazia, fino a rinnegare i migliori figli d’Italia. Il paese vi giudicherà!»

«L’iscrizione per il nuovo monumento è semplice, ma sublime:

«Ad Agesilao Milano

Il migliore

De' figli d’Italia

I... riconoscenti»

(209) Lettera confidenziale Villamarina a CAVOUR. Parigi 27 Maggio 1856.

(210) Dispaccio confidenziale Villamarina, Parigi, 28 febbraio 1857.

(211) Telegramma Cavour a Villamarina, Torino, 27 febbraio 1857.

(212) Dispaccio confidenziale Villamarina, Parigi, 26 Marzo 1857.

(213) Dispaccio telegrafico Sauli al presidente del Consiglio dei Ministri in Torino. Pietroburgo, 4 Marzo 1857. — Dispaccio confidenziale dello stesso. Pietroburgo, 4 Marzo 1857. — Dispaccio confidenziale CAVOUR. Torino, 19 Aprile 1857— Lettere Cavour a Villamarina. 10 e 19 Marzo 1857.

(214) Dispaccio confidenziale Sauli al Presidente del Consiglio dei Ministri a Torino, Pietroburgo 13 Marzo 1857.

(215) Dispaccio Sauli, Pietroburgo 28 Febbraio 1857.

(216) Lettera Cavour al Marchese Villamarina, Torino 27 settembre 1857.

(217) Dispaccio confidenziale Sauli, Pietroburgo 24 Marzo 1857

(218) Dispaccio del Marchese d’Azeglio, Londra 25 febbraio 1857 — Lettera Cavour, Torino 29 Marzo 1857.

(219) Dispaccio telegrafico Villamarina, 16 Aprile 1857. — Dispaccio riservatissimo dello stesso, 17 Aprile 1857.

(220) Lettera del March. Emanuele d'Azeglio al Conte Cavour, Londra, 27 aprile 1857.

(221) Lettere Villamaina al Conte Cavour, Parigi 8 Marzo, 19 e 29 Aprile 1857. — Dispaccio confidenziale dello stesso, 16 e 17 Aprile 1857.

(222) Lettera Cavour al marchese d'Azeglio in Londra, Torino 7 Giugno 1857.

(223) Lettere Cavour a Villamarina, Torino ¡7 Aprile e 25 Marzo 1857. — Lettere Cavour al Marchese d’Azeglio in Londra, Torino, 18 Aprile e 6 Maggio 1857.

(224) Vedi Gallenga, Storia del Piemonte, Torino 1856, vol. 2 pag. 444.

(225) Cibrario, Ricordi di mia missione in Portogallo al re Carlo Alberto, pag. 14, 15 e 16 nel volume della nostra raccolta intitolato: Vita, morte e onori funebri a Carlo Alberto.

(226) Vedi la detta lettera nella Collezione completa degli opuscoli liberali pubblicati nelle Legazioni pontificie dall’epoca dell’invasione austriaca accaduta nel marzo 1831, vol. 2 pag. 102. Detta lettera è cosi intitolata: A Carlo Alberto di Savoia un italiano. Se no, no.

(227) Conte Solaro della Margherita, Memorandum star, polit, pag. 21,

(228) Vedi il proclama di Carlo Alberto nella Gazzetta di Roma del 7 Ag. 1848.

(229) Vedi l'Epoca del 27 Marzo, pag. 34 — Vedi Montecchi, Fatti e documenti risguardanti la Divisione civica e volontari etc, pag. 79.

(230) Cibrario, Opera citata, pag. 48.

(231) Vedi Solaro della Margherita, Memorandum pag, 413.

(232) Vedi Mazzini, Scritti editi ed inediti vol. 1 pag. 46 edizione di Milano.

(233) Memorandum, pag. 339.

(234) Gualterio, Gli ultimi rivolgimenti italiani etc. Firenze, Le Monnier 1850, vol. 1 parte 1 pag. 659, ed il vol. VII Documenti, pag. 547. —

(235) Vedi Cibrario, Opera citata pag. 43.

(236) Civiltà Cattolica, Quaderno 16 Agosto 1879.

(237) Crediamo che il lettore non troverà esagerato il nostro dire. L’essere settarii i Principi che citiamo è cosa notoria; ma per taluno sarà meno noto quel che affermiamo dell’Imperatore del Brasile; rechiamo dunque il seguente documento:

Lettera dell'Imperatore del Brasile D, Pietro all'augusto suo genitore, Signore D. Giovanni VI, Re di Portogallo, dopo ribellato il Brasile.

Rio Janeiro 15 Luglio 1824

Padre Mio

Il dovere di figlio e l’amore, che, come uomo, consacro a V. M., mi costringono a che, fatta astrazione della corona che in sul capo mi ha posta la generosa nazione brasi lese. io segua per questo modo...

Permetta la NI. V. che io da buon figlio, quantunque non me gli abbia richiesti, le dia i miei consigli.

Vostra Maestà deve subito riconoscere la indipendenza del Brasile, e questo per lo suo proprio interesse; dii che non può dubitarsi della stabilità dell’impero, il quale di giorno in giorno, non ostante alcuni ostacoli che lascio in silenzio, si va più stabilendo e maggiormente corroborando per fisiche forze e morali. Né queste forze potranno giammai essere indebolite dal vecchio e incanutito Portogallo, il quale a misura che sforzerebbesi a conquistare il Brasile si approssimerebbe al suo annientamento, perché il Portogallo senza l'amicizia del Brasile non può avere il commercio; e il Portogallo senza il commercio è un puro niente. Io posso parlare in questa maniera a V. M. perché le ho già detto CHE NULLA, VOGLIO DAL PORTOGALLO (notiamo questa asserzione, forse ci servirà in seguito).

Vostra Maestà è ingannata da suoi ministri e consiglieri quando la istigano a conquistare il Brasile. Con le loro parole adulano la M. V. e cercano di farla precipitare con tutto il suo popolo in un pelago di sciagure. V. M. ha veduto che dal Brasile sono state cacciate tutte le forze Portoghesi che aveva in più punti dentro di sè, e che potevano scambievolmente aiutarsi. Ora perché introdurcene delle altre, prive al tutto di appoggio, ed assolutamente mancanti di militar disciplina)

V. M. vede pur anche di qual maniera si è ingrandito il Brasile, mentre il Portogallo si è affievolito (e a meglio affievolirlo gli toglieva quell? importante Stato transatlantico) e V. M. disgraziatamente ha dovuto vedersi mai sempre afflitta, e circondata da fazioni, le quali se fino ad ora non hanno vinto, si sono però più d’una volta schierate in campo ritrovandosi la vita stessa di V. M. in sommo pericolo fra le mani di indegni assassini venduti a Dio sa chi.

V. M. ha è vero l’appoggio di varie nazioni estere; ma questo appoggio è nullo a salvarle la vita.

Si, la vita di V. M. è in grande pericolo, perché, essendo uniti i nobili al malcontento dei negozianti che veggono moribondo il commercio, a quello dell’infelice agricoltore che difetta di tutti i mezzi per supplire ai bisogni della sua miserabile famiglia, e a quello dell'artiere che non lavora perché non trova esportazione alle proprie manifatture (cose tutte cagionate cale alatamente dalla frammassoneria); V. M. dovrà immancabilmente giungere al segno da non poter più trovare chi le fornisca soccorso.

Riconoscendo V. M. la indipendenza del Brasile, il commercio sarà animato, l’agricoltore avrà mezzi per sostenere la famiglia, l’artiere lavorerà, insomma saranno tutti contenti (e una delle grandi potenze cattoliche sarà distrutta, come la fu di fatto).

Con questo appoggio V. M. può distruggere l’aristocrazia dei cavalieri lusitani, che fino dal 1806 fanno maneggi per isbalzarla dal trono affine di condurre a termine i loro infami disegni. Io, padre mio, mi sono fatto FRAMMASSONE. So che i nobili del 1806 invitarono i frammassoni, e che questi non vollero aderire; il perché il disgraziato Gomes Frèise fu impiccato come costituzionale, volendo che V. M. continuasse ad essere il Re. Niuno vi fu che consigliasse V. M. a concedere una Costituzione, allora io era troppo giovane. In vendetta della morte di Gomes, scoppiò la rivoluzione di Porto il 24 Agosto 1820; e per ciò stesso i frammassoni nelle sedute delle Cortes hanno si forte combattuto contro i nobili, i quali tranquillamente di te hanno sofferto, fino a che, vedendo i nemici stare adesso al disotto, attribuiscono tutto quello che hanno essi operato, unicamente ai medesimi, perché sanno con quale orrore i Portoghesi riguardano un’Istituzione cotanto filantropica,

I cavalieri lusitani, ossia i nobili, prosieguono sempre nei loro progetti; come la sperienza va dimostrando a V. M.; ma siccome il popolo è malcontento, attesa l’assoluta mancanza del commercio, cosi non hanno potuto realizzarli. Conviene a V. M. salvarsi ora che è tempo, ed a me conviene avvisarla.

Il riconoscimento della indipendenza del Brasile o tosto o tardi infallibilmente avrà luogo: imperocché i Brasilesi e io, che sono il loro imperatore, non cangiamo di sentimenti, e siamo disposti a morire colla spada in mano (combattendo contro il proprio padre e sovrano), piuttosto che mancare al sagro (empio!) giuramento che abbiamo fatto: Indipendenza o Morte.

Non creda V. M. che quanto le dico sia diretto ad intimorirla. No, padre mio, (e V. M, esamini se ciò è vero) non per questo io scrivo cosi; ma soltanto perché V. M. vegga di avere un figlio, il quale desidera di salvarla dai pugnali degli assassini che la circondano. Io come Imperatore e V. M. come Re siamo in guerra. Noi dobbiamo conservare i diritti delle nazioni indipendenti di cui siamo capi; ma io come figlio e V. M. come padre, dobbiamo amarci. V. M. è nel pieno esercizio di tutti i poteri. Si salvi, eseguisca ciò che il suo cuore le suggerisce, e questo sarà senza meno di riconoscere l’indipendenza dell'impero del Brasile, in un figlio che le èamico (!!!), e che è divenuto Imperatore perché l’amore de' Brasilesi lo volle tale in riconoscenza dei molti servigi: e in forza di circostanze antivedute da V. M., ed espressemi nella lettera che mi scrisse il 31 Mano 1822 con queste parole: — Regolerai la tua condotta secondo le circostanze in cui ti troverai, facendo si che tutto cammini con somma prudenza e circospezione etc. (bene inteso però nell’interesse della legittima autorità del Padre).

Accettando V. M. i miei sinceri e cordiali avvisi, acquisterà gloria per una generosità che non ridonda in pregiudizio del terzo; tirerà al suo partito quella porzione di Portoghesi che ora è malcontenta; soffocherà i ribelli, (quali?) e dando una Costituzione al suo regno, lo reggerà per sempre; dacché tutti i suoi sudditi avranno ciò che desiderano.

Perdoni V. M. se le ho scritto si francamente: ma questo fu sempre e sempre sarà il carattere che ha il figlio affettuoso di V. M. e, come tale, ne bacia la mano reale, (mentre ne spezza lo scettro e ne divide il regno.)

PIETRO.

Ed ecco la causa della ruina del regno cattolico di Portogallo e l’origine dell’impero Brasiliano, che non ha cessato mai di cagionare tribolazioni alla Chiesa di Gesù Cristo.

(238) Cibrario, Ricordi d’una Missione in Portogallo a Re Carlo Alberto, capo VII.

(239) Questa lettera fu ristampata a Parigi nel 1847, preceduta dalle seguenti parole:

SIGNORE,

Voi mi chiedete s’io consenta alla ristampa di certa mia lettera indirizzata sul finire del 1831 al Re Carlo Alberto. Ogni cosa che io pubblico è il di dopo proprietà dei lettori, non mia, e ogni uomo può farne nei limiti dell’onesto quel che a lui più piaccia. Bensì mi dorrebbe che altri interpretasse l’assenso siccome consiglio. Provvedete cortese a questo e mi basta.

IO NON CREDO CHE DA PRINCIPE, DA RE O DA PAPA POSSA VENIRE OGGI NÈ MAI SALUTE ALL’ITALIA..

Perché un re dia unità e indipendenza alla Nazione, si richiedono in lui, genio energia napoleonica e somma virtù: genio per concepire l’impresa e le condizioni della vittoria; energia, non per affrontare i pericoli che al genio sarebbero pochi e brevi, ma per rompere a un tratto le tendenze d'una vita separata da quella d(a)l popolo, i vincoli d’alleanze odi parentele, le reti diplomatiche e le influenze di consiglieri codardi o perversi, virtù per abbandonare parte almeno d’un potere fatto abitudine, dacché non si suscita un popolo all’armi e al sacrificio senza cancellarne la servitù. E son doti ignote a quanti in oggi governano, e contese ad essi dall’educazione, dalla diffidenza perenne, dall’atmosfera corrotta in che vivono, e, come io credo, da Dio. che matura i tempi all'Era dei Popoli.

Né le mie opinioni erano diverse quando io scriveva quella lettera. Allora Carlo Alberto, salivi al trono, fervido di gioventù, fresche ancora nell'animo suo le solenni promesse del 1821, tra gli ultimi rumori d’una insurrezione che gli insegnava i desiderii italiani e i primi di speranze, pressoché universali, che gli insegnavano i suoi doveri. E io, mi faceva interprete di quelle speranze, non delle mie. Però non aggiunsi a quelle poche pagine il nome mio. Oggi, se pur decidete ripublicarle, proveranno, non fosse altro a quei che si dicono creatori e ordinatori d'un partito nuovo, che essi non sono se non meschinissimi copiatori delle illusioni di sedici anni addietro e che gli uomini del Partito nazionale tentavano quel che essi ritentano prima che delusioni amarissime e rivi di sangue fraterno insegnassero loro dire ai concittadini. Voi non avete speranza che in voi medesimi e in Dio,

Londra, 27 Aprile 1847

Vostro

GIUSEPPE MAZZINI.

(240) Vedi Archivio triennale delle cose d’Italia. Capolago tip. elv. vol. 2.

(241) Mazzini conclude: «Scrissi la lettera al re, e la lessi prima di stamparla a un solo fra gli italiani coi quale io era in contatto, Guglielmo Libri, scienziato illustre, capo in quell’anno di una cospirazione contro il Granduca di Toscana... Il Libri lodò, ma cercò svolgermi dal pubblicare la lettera, schierandomi innanzi conseguenze inevitabili, l’esilio perpetuo, l’abbandono d'ogni cosa più cara, le delusioni che mi sarebbero compagne sulle via. E mi esortava a lasciare la politica militante e consacrarmi alla storia. Fui ribelle ai consigli e stampai.»

Scritti editi ed inediti di Giuseppe Mazzini. Edizione diretta dall'autore, vol. 1 Milano, G. Daellè Editore, 1871 pag. 46-54.

La lettera a Carlo Alberto, fu il primo scritto politico di Mazzini. «Non serbo, scrive egli, e non meritavano d’essere serbate alcune pagine che io aveva scritte prima in francese col titolo le notti di Rimini, maledizione alla Francia di Luigi Filippo, che il National pubblicò mutilate nel 1861.

(242) Il parlamentarismo (è la Gazzetta Italia che parla) che nelle sue stesse forme più pure, trova tanti avversarii fra i teorici, affligge noi nelle sue forme più anormali patologicamente. Il sistema parlamentare è terribile appunto perché non può in ultimo non condurre a render falso e viziato il criterio della vita politica, e a torre a questa le basi della ragione per darle quelle del sofismo. Per gli Italiani, il parlamentarismo è come una camicia di Nesso: più si tenta di staccarla e più aderisce alle carni; e, ciò ch’è assai peggio, la stanchezza ci ha condotti a credere che non è più un tormento; che è qualche cosa di necessario, di inseparabile da ciò che chiamasi politica. Cosi politica è divenuta sinonimo di prepotenza, d’intrigo, d’imbroglio, di un che di somigliante a ciò che nel gioco si chiama baro. Non si sa quasi concepire un deputato che non debba essere un sollecitator di favori e d’ingiustizie. Questo è il male peggiore che in molti è sparita perfino la coscienza del male, il criterio distintivo tra ciò che è lecito e tra ciò che lecito non è, tra quello che uno può chiedere senza far torto ad alcuna legge scritta o di onestà, e quello che non si può ottenere senza offesa di queste leggi» Così la Gazzetta d'Italia, organo magno della rivoluzione italiana.

(243) A conferma ulteriore di quanto dicemmo e diciamo circa l’aggregazione dei principi alle Società segrete ci giunge in buon punto il Courrier de Bruxelles dei 2 Marzo col seguente articolo che rechiamo testualmente:

Le 13 Octobre 173), un ex-franc-maçon, du nom de PRICHARD. faisait sous la foi du serment des révélations à un juge de paix anglais. Ces révélations furent consignées dans un opuscule imprimé à Londres en 1738. sous le titre de: La réception mystérieuse des membres de la célèbre société des francs-maçons.

Voici comment s’exprime l’auteur au sujet de l’initiation des grands:

«Les plus fameuses révolutions ne doivent souvent leur commencement qu’ à de semblables congrégations (les loges) ou plutôt conjurations, dont l'origine. en déguisant l’intention, a d'abord paru méprisable. Plusieurs princes, ducs, marquis, comtes, même des souverains, avant bien voulu entrer en cet ordre, l’on ne doit pas supposer qu' ils out été obbligés à se soummettre à toutes ces postures gênantes, à tous ces interrogats et explications ridicules; vraisemblablement la confrérie les a dispensés de toutes ces extravagances; il est probable qu’ on leur a caché, sinon en tout, du moins en partie, ces cérémonies qui sentent l’absurdité, afin de ne point s’attirer le mépris de ces seigneurs, en les dégoûtant par une exacte connaissance des termes, tant du serment que des autres statuts et coutumes, étant de l’intérêt de la compagnie que non seulement le véritable but de l'institution demeure ignoré, mais aussi que les personnes distinguées d’autres pays, que le hasard y fait entrer, ne s’aperçoivent pas du menu. On a soin plutôt de les divertir de toute réflexion en les revalant magnifiquement.

Ces précautions, ce mystère à garder envers les grands; ce soin de leur cacher le véritable but de la franc-maçonnerie est, du reste, parfaitement en rapport avec les instructions que donnait à ses adeptes un des pontifes de la Loge, le très vénérable Mazzini.

Voici ces recommandations:

Le concours des grands est d’une indispensable nécessité pour fair naître le réformisme dans un pays de féodalité. Si vous n’avez qu’un peuple, la défiance naîtra du prunier coup: on l’écrasera. S'il est conduit par quelques grands, les grands serviront de passeports au peuple. L’Italie est encore ce qu'était la France avant la Révolution; il lui faut donc ses Mirabeau, ses la Fayette et tant d’autres. Un grand seigneur ne peut être retenu par des intérêts matériels; mais on peut le prendre parla vanité: laissez lui le premier rôle tant qu’il voudra marcher avec vous. Il en est peu qui veuillent aller jusqu’au bout. L'essentiel est que le terme de la grande révolution leur soit inconnu. Né laissons jamais voir que le premier pas à faire.»

Après cela, il est loisible aux loges de se vanter de l’initiation des princes qu’elles ont comptés parmi leurs adeptes. Mais qu’ elles nous disent d'abord par quels moyens elles out obtenu ces adhés, ons, et quand leur véritable programme a été soumis à ces maçons titrés. Si elles peuvent répondre à ces questions, on leur permettra de se vanter de la qualité de leurs membres.»— Fin qui il foglio Belga.

(244) La Carboneria secondo Mazzini s'impiantò nel Regno delle Due Sicilie, nel 1811 coll’approvazione del Ministro di Polizia Maghella e del re Murat, e si diffuse tra gl'impiegati. — Mazzini scritti editi ed inediti.

(245) Memorandum storico politico, pag. 3.

(246) Memorandum, pag. 10

(247) Ivi pag. 13.

(248) Memorandum pag. 14 0 15.

(249) Memorandum pag. 21.

(250) Mémorandum, pag. 24.

(251) Traduciamo questo brano:

«Bisogna evitare di cadere negli aguati dei rivoluzionari, che vorrebbero inalberare la Croce di Savoia, ma fregiandola coi colori del carbonarismo... E’ opinione generalmente accettata, che la Casa di Savoia avrebbe soltanto a cedere a certe pretensioni di riforma per estendere con facilità i limiti della sua dominazione; ma seguire questa linea sarebbe non uscire dalle rotale dei politici moderni, che hanno sostituito alla scienza vera degli affari una prattica di decozioni e di calcoli presuntuosi che falliscono quasi ogni giorno al loro scopo. V’è un’altra linea più nobile e più sicura, quella cioè di raggiungere il medesimo risultato senza ledere i principi della giustizia, mettendosi al di sopra delle idee ordinarie che padroneggiano questo secolo e periranno con lui.» — Abbiam creduto necessario dare la traduzione di questo brano saliente del Memorandum del celebre Uomo di Stato piemontese, e faremo lo stesso riguardo ad altri brani simiglianti, e ciò affinché gli Italiani, pei quali il francese non è lingua patria, possano tutti egualmente intenderli. Ed in ordine alla italianità e al sangue italiano, vantato nelle note del Cavour, è bene rilevare, che gli atti del Governo sabaudo, nato al di là dei monti, sono scritte in francese, e non in italiano. E qui è da aggiungere una strana circostanza, ed è, che, mentre la lingua della Corte di Torino era la francese, alla Corte di Vienna si parlava un eccellente italiano!

(252) Diamo la traduzione:

«Quando un Re segue la dottrina della Corte di Roma, si dice ch’egli non osa scuoterne il giogo, e che si sottomette alla sua giurisdizione; ma il Sovrano che la respinge nelle materie che toccano essenzialmente la Religione, non è egli forse soggiogato dal timore degli schiamazzi del moderno filosofismo, che non osa affrontare; e non v’è maggior coraggio a disprezzare questi clamori e seguire i principi di verità e di giustizia, che sono immutabili, di quello che sacrificarli alle esigenze di un vano orgoglio? Sono ben lunge dal pensare, che il Sommo Pontefice abbia la più piccola autorità da esercitare negli Stati di Vostra Maestà su ciò che non riguarda esclusivamente la Religione; ma troppo assurda è la gelosia e la diffidenza verso la S. Sede in questo secolo, in cui il Papa può appena sostenere la sua autorità temporale; supporre che un Principe indipendente si abbassi riconoscendo in lui tutta la spirituale autorità di Capo visibile della Chiesa vai quanto il credere ch’egli si abbassi seguendo le leggi della morale e della giustizia, perché egli può col fatto porsi al di sopra di esse.» Memorandum pag. 38.

(253) Memorandum, pag. 40 e 42.

(254) Traduciamo questo brano per chi non l'intendesse:

«Mentre un solo uomo basterebbe per salvare la società, quest'uomo, o non esiste, o se esiste, Dio stempera per lui un veleno nell'aria. Al contrario se un solo uomo può perdere la società, costui si presenta, costui è portato in palma di mano dalla gente, costui trova piane tutte le strade.» - Vero segno del castigo di Dio, che pesa sulla società prevaricatrice!

(255) Memorandum, pag. 53.

(256) Moroni. Dizionario di erudizione Storica Ecclesiastica, vol. 54. Venezia Tip. Emiliana 1852.

(257) Moroni ivi.

(258) La storia del re D. Michele I fino ad ora fu scritta dalla calunnia e dalla menzogna colle quali la frammassoneria lo saturò ¿i oltraggi. Ospite di mia famiglia per oltre 10 anni, molte e importanti cose avrei a dire di lui, e piacendo a Dio lo farò per dovere di giustizia onde rivendicarne la venerata memoria. Per ora bastino questi pochi cenni, che trassi quasi interamente dal Moroni, il quale scriveva e stampava queste cose nel 1852, quando il nuovo governo portoghese era stato riconosciuto dal Papa, e quando l’ambasciatore di Donna Maria da Gloria trovavasi accreditato presso la S. Sede. E ciò valga a provare quello che afferma l’illustre Della Margherita, cioè, che la causa di D. Carlo e quella di D. Michele è tutt’una. Del resto, il governo portoghese stabilitosi dopo quell'epoca infausta, non ha cessato mai di dare molestia alla Chiesa; ne è prova recente quel che leggevasi in questi giorni nell'autorevole Unità Cattolica con le seguenti parole:

La sapienza di Leone XIII ha risparmiato alla Chiesa in Portogallo, una grande sventura, ricusando di gradire per Vescovo 1 abate Avres de Gouveia. Un opuscolo di corto venuto in luce col titolo Documentos e reflexoes, scritto dall’abate Amado, dà le seguenti informazioni intorno a questo candidato all'episcopato: «L’abate Avres de Gouveia è affigliato alla Loggia Massonica Libertà, stabilita a Coimbra nel 1863. E prese il nome di Enrico (C. R. Questa Loggia ha per iscopo di combattere la reazione sotto qualsiasi forma si mostri. Fedele a questo impegno, l’abate Gouveia non tralasciò occasione di segnalarsi in questa lotta, come professore dell'Università e come ministro di Stato. Il giornale cattolico A Ordem riproduce poi dal Bem Publico che l'Avres de Gouveia, nella sua scuola di diritto ecclesiastico portoghese a Coimbra, insultò pubblicamente santa Elisabetta, regina di Portogallo. Il teologo Rodríguez de Azevedo, facendo il panegirico della Santa, dal pergamo ribatté le calunnie di quello sciagurato, che in tal modo aveva provocato uno scandalo. E il Governo di Lisbona voleva di tal soggetto farne un Vescovo!»

(259) Memorandum, pag. 59.

(260) Antimachiavel Cbep. II.

(261) Memorandum pag. 107.

(262) Loc. cit.

(263) Dispaccio De Launay, Dresda 6 Giugno 1856.

(264) Dispacci Broglia al ministro degli affari esteri in Torino, Pietroburgo 21 luglio e 39 settembre 1856. — Dispacci Cavour, Torino, 10 e 13 agosto 1855. — Dispaccio Villamarina, Parigi 30 novembre 1856. — Dispacci Sauli al presidente del Consiglio dei ministri in Torino, Pietroburgo 25 dicembre 1856, 10 e 27 gennaio e 28 febbraio 1857.

(265) Dispaccio Petrulla al Ministro degli affari esteri in Napoli, Vienna 5 giugno 1856. — Dispaccio riservatissimo Villamarina, Parigi 30 dicembre 1856. — Lettera Villamarina, 18 febbraio 1857. — Lettera Cavour, Torino 25 maggio 1857.

(266) Nicomede Bianchi vol. VII. capitolo IX, pag. 374.

(267) Dispacci confidenziali Villamarina, 11, 20 e 23 novembre 1856 e 12 gennaio 1857.

(268) Dispacci confidenziali Azeglio al presidente del Consiglio in Torino, Londra 13 e 22 novembre e 12 dicembre 1856. — Lettera Palmerston del 12 dicembre 1858.

(269)Dispaccio Cavour al Legato sardo in Pietroburgo, Torino 13 novembre 1856.

(270) Lettere Cavour a Villamarina, Torino 5 e 8 decem. 1856.

(271) Dispaccio confidenziale Villamarina, Parigi 7 Gennajo 1857.

(272) Dispacci Sauli al presidente del Consiglio, Pietroburgo 27 gennaio e 10 febbraio 1857.

(273) Dispaccio confidenziale Massi al Presidente del Consiglio in Torino, Costantinopoli, 17 settembre 1856.

(274) Nota Cavour al conte Corti, incaricato della Legazione sarda in Londra, Torino, 4 settembre 1856.

(275) Dispaccio telegrafico Cantono al Presidente del Consiglio in Torino, Vienna 26 maggio 1856. — Dispacci confidenziali Azeglio, Londra 3 e 13 giugno 1856. — Lettera Cavour, Torino 29 giugno 1856.

(276) Dispacci Massi al Presidente del Consiglio in Torino, Costantinopoli 18 ottobre e 17 dicembre 1856.

(277) «Avendoci pensato bene, credo che ella possa senza inconvenienti comunicare le mie lettere a Durando, la cui freddezza, fermezza e retto senso, m’ispirano molta fiducia. Lettera Cavour a Rattazzi, Parigi 14 aprile 1856. —

(278) Loc. cit. pag. 23.

(279) Cavour nel 1846 esalta Napoli e Roma, come le due più grandi città d’Italia, e neppure nomina Torino che allora non avea né anche ferrovie. Chi avrebbe mai creduto che nel 1860 il partito del medesimo Cavour avrebbe fatto divenire misera città di provincia, schiava e tributaria del Regno subalpino, la prima delle grandi città d’Italia, e che ciò stesso dalle cieche fazioni avesse ad esaltarsi quale una grande rigenerazione e fortuna per Napoli! Chi avrebbe mai creduto, che quelle magli. fiche strade ferrate, dopo tanto studio e con tante spese costruite, sarebbero state barattate con enormi discapiti dal suo successore Minghetti. per ritardare solo di qualche altro giorno il fallimento delle finanze italiane, ridotte agli estremi. (Unità Cattolica 13 Aprile 1864).

(280) Loc. cit. pag. 32: 33, 34.

(281) Ecco la lista civile del Re d Italia. — Umberto I, che non è certo il sovrano né meglio, né peggio retribuito d'Europa: oltre le reggie, i palazzi, le possessioni, i castelli e le ville, di cui gode, e che formano i cosi detti beni della corona, ha una lista civile di 16 milioni 588 mila e 800 lire all’anno, compreso l’aggio della moneta d’oro, con cui viene retribuito dallo Stato.

Ora 16. 588,800 lire all’anno importano:

Un milione 382 e 400 lire al mese;

46 mila e 80 lire al giorno;

Mille, 900 e 20 lire all’ora; e

32 lire pei ogni minuto che respiriamo.

(282) Alex, de Saint-Albin, Hittoire de Pie IX, Tom. 1. pag. 297, e 313.

(283)Prima ad essere ricevuta fu la deputazione di Ancona, formata dagli Emi Cardinali Ferretti e Grassellini, e dai signori conti Milesi e Fanelli.

Ebbero lo stesso onore monsignor Bedini, Arcivescovo di Tebe, monsignor Consolini, vicepresidente del Consiglio di Stato, 1 Arcidiacono Andrea Monti, il marchese Fonti ed il signor Raniero Baviera, componenti la deputazione di Senigallia. — Come ancora veniva ricevuta in particolare udienza la deputazione di Pesaro costituita da monsignor Luigi Bussi, Arcivescovo di Iconio, dal conte della Stacciola, e dai marchesi Baldassini e Fonti. — Per Ravenna FEmo Cardinale Marini, monsig. Milesi, ed il conte Alborghetti. — Per Imola monsig. Sbarretti, monsig. Cenni e l’avv. Pagani. — Per Faenza, il conte Gucci Boschi, il cav. Simonetti ed il cav. Professor Minardi. — Per Fano, l’abbate conte Castracane, l’abbate Billi ed il conte di Montevecchio. Per Osimo monsig. Gallo. — Per Gubbio il conte Beni ed il marchese Fonti.

Per la città e provincia di Bologna i monsignori Alberghini e Rusconi, e i marchesi Guidotti e Mainigli ebbero l’onore di essere presentati in particolare udienza, e di umiliare la preghiera, che volesse S. S. degnarsi di prolungare il suo viaggio fino a Bologna, e cosi far paghi i voti di tutti i cittadini. Il Santo Padre degnossi benignamente gradire l’invito, e nello stesso tempo non occultare il desiderio, che nutriva, di rivedere la sua città di Bologna, lusingandosi, che le cure del Pontificato non gli avrebbero vietato di vederlo compito.

Tre furono le deputazioni di Ancona, che ebbero l’onore di essere ricevute in particolare udienza dal Santo Padre: quella della Camera di Commercio, e quelle del Comune e della Provincia. Tra i deputati sono da ricordare mons. Milesi, ministro del Commercio e dei Lavori Pubblici, il commendatore marchese Carlo Bourbon del Monte, il canonico Foltrani ed il sig. Paolo Merighi.

La deputazione che fu ricevuta il 2 dal Santo Padre; rappresentava non solo la città di Pesaro, ma anco la Provincia e la città di Urbino, ed ebbe l’onore di far parte della medesima anche il conte Girolamo Beni.

Domande le più sollecite e deputazioni furono inviate dalle città e provincie di Ascoli, di Fermo, di Camerino, di Rimini, di Cesena, di Rieti e di altri luoghi, tutti desiderosi di essere onorati della presenza del Papa.

Prima di lasciar Roma, il S. Padre ammetteva in particolare udienza, anche le deputazioni di Iesi, di Fermo e di Lugo.

(284) Questo triste personaggio, che, dopo di aver cospirato contro il Granduca s’impadronì del suo Stato, così che lord Normanby ebbe a dire di lui: meritare li esser? impiccato alle inferiate del palazzo Pitti, è morto in questi giorni (decembre ISSO) di morte improvvisa egualmente che il suo complice Bettino Ricasoli.

(285) Biagio Cognetti — Pio IX ed il suo secolo, pag. 115, 116, vol. II.

(286) Opinione N. 140. 21 maggio 1857.

(287) Nord N. 138 maggio id.

(288) Cognetti, loc. cit.

(289) G. M. Villefranche — l’io IX sua vita sua storia, suo secolo pag. 112 vol. 1.

(290) Fuori di Porta Bologna fu costruita una vasta e solida scalinata di legno, che saliva allo mura in corrispondenza all'altra, che scende all’interno della città. E fu laverò assai opportuno, avuto riguardo all'immensa moltitudine che trovavasi fuori di città all’arrivo del Pontefice, e che subito dopo il suo ingresso si accalcava per entrarvi.

(291) La composizione incominciava:

Chi di noi poti la disciogliere

Qui la voce innanzi a Tel

Cui devoti al par a' inchinano

Ed i popoli ed i Rei

(292) Memorie Modenesi dei faustissimi giorni 2, 3 e 4 di Luglio 1857.

(293) Mi sia lecito di aggiungere qui una cara memoria di famiglia. Nel viaggio di Pio VII cavalcava allo sportello della carrozza pontificia Lorenzo Mencacci, mio avo, Assentista Generale della Cavalleria pontificia, il quale insieme coi figli Vincenzo e Giacomo, mio padre, aveva prestato dei servigi in quell'epoca funesta al Papa e al la Chiesa.

Quei servigi aveano reso carissimo a Pio VII il mio avo e la sua famiglia, cosi che lo volle con se durante il viaggio. del quale assunse la direzione: e fu l'unico suddito pontificio appartenente al d. strutto esercito della Santa Sede che avesse un cosi grande onore. E Lorenzo Mencacci avrebbe avuto l'immensa consolazione di entrare a Roma col Pontefice in quella memoranda circostanza; ma per disposizione di Dio. che vuole spasso che a grandi consolazioni vadano congiunte grandi amarezze, egli avvenne che, cavalcando appunto allo sportello di Sua Santità mentre di gran galoppo scendeva la strada di Tolentino, il cavallo imbizzarritosi per le grida entusiastiche della popolazione e pei fiori che piovevano da ogni parte, improvvisamente si rovesciò, gettando il suo cavaliere sotto la pesante carrozza del Papa che gli passò attraverso il corpo, calpestandolo ancora i cavalli dei lancieri austriaci che scortavano il S. Padre, e che in quella entusiastica confusione, non poterono trattenerci cavalli. Pio VII atterrito, dallo sportello impartì la benedizione in Articulo Mortis al caduto, che fu raccolto come morto. Condotto però a Tolentino, si riebbe; e S. Santità nel proseguire il viaggio lo raccomandò come fosse la propria persona al conte Silveri, che colla sua nobile famiglia gli prodigò le più affettuose cure.

Giunto il Papa alla Giustiniana gli venne incontro Serafina Mencacci, moglie di Lorenzo, con la sua numerosissima famiglia, e Pio VII, accogliendola amorevolmente, le disse il doloroso caso: Ma non temete, soggiunse; tra poco rivedrete il vostro consorte, sano e salvo;» e cosi fu.

Il Santo Pontefice dopo il suo ritorno in Roma col seguente Chirografo onorava Lorenzo Mencacci ei suoi figli:

«Memori e sensibili, (scriveva Pio VII) memori e sensibili ai pericoli grandi e molti, ai quali per il deciso ed onorato attaccamento alla sacra nostra persona nei tempi più difficili e deplorabili Lorenzo Mencacci e i di lui figli Vincenzo e Giacomo continuamente si esposero dall’epoca dell’invasione francese sino al prodigioso ritorno alla nostra Sede, con prestarsi impavidi per l’esecuzione delle pastorali nostre sollecitudini, e per il bene dei nostri amatissimi sudditi, sentimmo sempre nel sensibile animo nostro aumentarsi quel desiderio, che fin da principio avemmo concepito, di dar loro un qualche attestato della nostra magnanimità sovrana e che ci riservammo di eseguirlo subito che migliori circostanze ce ne avessero somministrati i mezzi; e perciò, sempre coerenti in queste nostre determinazioni, appena per opera dell'Altissimo ponemmo il piede negli Stati, pensammo di realizzare al più presto la nostra sovrana ricompensa e riconoscenza verso quei sudditi cosi a noi benemeriti, ecc., (Pontificio Chirografo che 27 augusti 1814 concredita est Laurent io ejusque filiis Vincentio et lacobo admnistratio vectigalis impositi moliturae frumenti tam in Urbe, quam in Agra Romano ad annos duodeviginti).

Quanto al grado di Assentisti generale della Cavalleria pontificia, esso si estinse in Lorenzo Mencacci; e credo ben fatto, anche per particolari ragioni note a più d'un lettore, di aggiungere qui il Diploma con cui nel 1802, (sei anni prima della invasione napoleonica) era egli chiamato a quell’onorevole e geloso incarico:

«Pontificia Congregazione Militare

«Dovendosi destinare un Assetitista generale pel Corpo della Cavalleria Pontificia, il quale sia incaricato di provvedere e somministrare i foraggi pe Cavalli, ed occuparsi della rimonta de' medesimi a norma delle convenzioni stabilite; la Congregazione Militare, che ha piena cognizione dell'onestà, diligenza, esattezza e cognizioni di tal genere, che concorrono nel Sig. Lorenzo Mencacci, lo ha prescelto e dichiarato, come lo presceglie e dichiara colla presente, Assentista generale del Corpo della Cavalleria Pontificia, con tutti gli onori e prerogative solite e consuete. Ordiniamo pertanto a chiunque spetta, che il suddetto Sig. Lorenzo Mencacci venga come tale riconosciuto e trattato, sotto pena della indignazione della Santità di Nostro Signore, e di altre a nostro arbitrio. Dato in Roma dalla Congregazione Militare, li 20 Febbraio 1802.

«Per la Congregazione Militare

«P. Leardi, Assessore

«F. Evangelisti, Segretario

«Reg. a Carte 122, N. 180

(294) G. M. Villefranche: — Pio IX, tua vita, sua storia, suo secolo, pag. 110, vol. 1.

(295) S. Leo, Serm. 3, c, 4, in che anniv. suae assumpt. ad summ. Pontificat.

(296) Trattandosi di cose dell i giornata note a tutti, lasciamo di recare qui documenti, tanto più che dovremo poi farlo a suo luogo, quando diremo di proposito di questi fatti.

(297) Come corollario a questa corrispondenza rechiamo il seguente specchio pubblicato di questi stessi giorni in tutti i giornali della penisola:

Debiti Comunali e Provinciali, — Abbiamo sottocchio la statistica dei debiti comunali e provinciali al 1. gennaio 1879. Sono 672 milioni i primi e 171 milioni i secondi; totale 843 milioni. Una simile inchiesta, fatta cinque anni prima, avea dato 545 milioni, ammontare dei debiti dei comuni, e 56 quello dell$ provincie in complesso 601 milioni. Si vede che si corre celeremente per questa via.

Nel termine di cinque anni, fra comuni e provincia, hanno accresciuto di 242 milioni il proprio patrimonio passivo.

È d’uopo osservare però che la massima parte dei debiti comunali, come pure a massima parte dell’incremento verificatosi in essi durante il quinquennio, appartengono alle città capoluoghi di provincia, e sopratutto alle 4 o 5 città più popolose.

Le sole città di Firenze, Napoli, Milano, Roma e Genova hanno, insieme, un debito di 418 milioni e mezzo, secondo la più recente situazione; e durante il periodo quinquennale hanno accresciuto il loro debito di 133 milioni. L’aumento, per tutti gli altri comuni presi insieme, fu soltanto di 169 milioni.

Sono 8229 i comuni del Regno; i primi riuniscono nei loro territori! 17 milioni d’abitanti, i secondi un po’ meno di 11 milioni.

Il numero dei comuni aventi debiti si ragguaglia a 44 per cento, e gli abitanti loro a 61 per cento della totale popolazione. Cinque anni prima, questi due rapporti erano, rispettivamente, 41 per cento uomini, e 57 per cento abitanti.

Diviso il debito comunale per tutta la popolazione del Regno, si avrebbe avuto una quota per testa di 20 lire al principio del 1874, e di 26 lire al primo gennaio 1879. Fatte le proporzioni, alla sola popolazione dei comuni aventi debiti, risultava un debito di 35 lire a testa nel 1874 e di 42 nel 1879.

E per scendere ad alcuni particolari, ecco l’ammontare dei debiti delle città che ne sono più gravemente onuste. Li citeremo in ordine decrescente delle cifre assolute, senza riguardo alla proporzione col numero degli abitanti.

Al 1. gennaio 1879 Firenze avea 165 milioni di debiti, Napoli 112, Milano 62, Roma 45, Genovi parimenti 45, Livorno 16, Pisa 15, Torino 14, Palermo 10.

Le 69 città capoluoghi di provincia, insieme riunite, avevano 580 milioni di debiti, cioè il 78 per cento del totale. Il comune di Firenze ha una tale somma di debiti che si ragguagliano alla sua popolazione per oltre 900 lire a testai.....

Ancora sul principio del 1874 v’erano quattro comuni capoluoghi di provincia senza debiti; oggi non ve n’è più neppure uno fra i 69.

Se distinguiamo i mutui passivi comunali secondo la loro forma, troviamo che più della metà, e precisamente il 58 e mezzo per cento del totale importo, sono in obbligazioni negoziabili; 27 e mezzo per cento sono chirografarìi, 7 per cento con garanzia ipotecaria, e altrettanti in cambiali.

I mutui chirografarìi sono fatti ai comuni in proporzioni molto più della media negli Abruzzi, nelle Calabrie, in Sicilia, in Sardegna ed anche in Piemonte. I prestiti in effetti cambiarli sono sopratutto a Firenze.

Uno studio importantissimo si può fare sull’interesse che importano codesti mutui ai Comuni nelle varie regioni e provincie. Per essere più nel vero conviene adunque calcolare il saggio d’interesse sulla restante massa di debiti, esclusi quelli consistenti in obbligazioni negoziabili.

Superano la ragione del 7 il 21 per cento dell’ammontare dei debiti comunali nell’Umbria, il 35 negli Abruzzi, il 45 nelle Puglie, il 50 nella Basilicata.

L’interesse si eleva all’8 per cento ed anche più su per un terzo dei debiti dei Comuni negli Abruzzi, per il 40 per cento dei debiti nella Basilicata, e per una proporzione anche più forte nelle Puglie.

(298) Reggio di Calabria nell'almo scorso ebbe a patire una terribile inondazione, per la quale si dovette ricorre alla carità pubblica e privata.






Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










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