| Filippo Cirelll di Zenone di Elea (Maggio 2026) |
REGNO DELLE DUE SICILIEDESCRITTO ED ILLUSTRATO OVVERO DESCRIZIONE TOPOGRAFICA, STORICA, MONUMENTALE, INDUSTRIALE, ARTISTICA, ECONOMICA E COMMERCIALE DELLE PROVINCIE POSTE AL DI QUA E AL DI LÀ DEL FARODI OGNI SINGOLO PAESE DI ESSE OPERA DEDICATA ALLA MAESTÀ DI FERDINANDO IIVOLUME PRIMO NAPOLI STABILIMENTO TIPOGRAFICO DI GAETANO NOBILE 1853 |
| COROGRAFIA GENERALE DELL'ITALIA ANTICA |
| PARTE SETTENTRIONALE |
| PARTE MERIDIONALE - SAMNIUM - CAMPANIA - MAGNA GRAECIA |
| PARTE INSULARE |
EPOCA I |
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| § 1. TEMPI OSCURI | § 2. TEMPI FAVOLOSI | § 3. TEMPI STORICI |
Dizionarii esclusivamente geografici, o quelli che per un dippiù vanno pur corredati di storica erudizione rei ali va, a ciascun paese del Regno, debbono essere a buon dritto riguardati come il massimo sforzo della pazienza di coloro, che ce ne han lasciato qualcuno. Quello del Giustiniani fra gli altri; copioso ed accuratamente eseguito per quanto a un primo tentativo fu possibile; se molta fatica costó al suo autore per essere stato de' primi ad affrontare la malagevole impresa; ben è giusto che molta lode gli procacci, invitandoci a qui tributargliela schietta e solenne. La qual lode però, comeché reputar debbasi tanto più sincera e coscienziosa, quanto più strano pani a taluni di sentirla pronunziata in queste pagine, contro l’avviso di quei gretti che credono provvedere alla propria gloria col detrarla ad altrui; toglier non può né deve che altri correndo l’arringo medesimo; sotto altre vedute ad altro scopo intendendo, speri far di meglio e di più. E in vero chi mai, vorrà oggi starsi contento al Dizionario di lui, oggi che la Statistica, la scienza che ha per oggetto di conoscere a fondo gli elementi costitutivi della società, l’economia cioè, lo stato, i movimenti, nell’invadere quasi ogni branca dell’umano sapere,ba trovalo, saremmo per dire, la propria sua sede nella geografica scienza? Chi potrà tenersi oggidì soddisfatto di opere, nelle quali nulla trovasi di quanto l’innoltrato incivilimento fa sentire imperioso il bisogno, nulla di quanto l’ampliata sfera dello scibile fa cercarvi dentro; oggi che fante cose voglionsi interrogare al passato, non per isterilì curiosità de' presenti, ma per provvida cura degli avvenire?—Queste e parecchie altre considerar rioni ci fecero applicar l’animo all’opera che offriamo al Pubblico, tale che tenendosi a livello delle attuali esigenze, possa ripromettersi del gradimento di esso, ed aspirare al premio del suo favore in riguardo dell’alto concetto cui l’abbiamo elevata, e della vastità delle materie di cui l’avremo fornita: concetto e materie che fia bene esporre in questo preliminare discorso, per meglio intendere ed estimar la gravezza del nostro lavoro.
Lo spettacolo della rediviva Pompei in chi, visitandola, pon mente alla rara singolarità delle cose che vi ammira tuttavia viventi una vita già da diciannove secoli durata, fa nascere una bella importantissima idea. Si è dessa quello stimolo provvidenziale che l’uom sente in darsi un pensiero dei desiderii de' posteri, ed in dar opera ad appagarglieli, prevenendo la loro curiosità per le cose attuali, inventariando tutto quel che gli appartiene. La quale idea originata da motivi cosi leggieri, quanto quelli di soddisfare l’altrui curiosità, diventa per un altro tratto della Provvidenza non men utile pensiero di quello che il padre di famiglia si dà nel lasciare ai suoi discendenti l’asse ereditato dagli avi colla giunta de' proprii acquisti, se colai inventario va fatto in guisa, che anche ai contemporanei un’utilità ne derivi.
È a dir vero, dalla soddisfazione che provasi in contemplando quelle antichità rivelatrici di abitudini, usi, costumi e civiltà, che si avevano i padri nostri in epoca si remota, essendo facile argomentar della soddisfazione, che l’età future proverebbero nel poter aneti’ esse conoscere l’attuale condizione. delle cose nostre e de' nostri antenati; ecco venir su il generoso pensiero di far tutto il possibile per procurargliela. E coi mezzi della scrittura, della stampa e del disegno, chi è vago di ben meritare delle generazioni che verranno, consegna in un’opera la tradizione del passato, ed industriosamente adoperandosi, vi unisce la minuta descrizione di quanto cercasi di sapere per formarsi fi concetto della presente nostra vita pubblica e privata, di tutti in somma quei particolari della società in cui viviamo, donde il ben vivere dipende.
Un simile pensiero, al quale non andarono gli antichi che per sole le capitali del mondo Greco e Romano, o più per un certo sentimento di orgoglio che per altro fine umanitario, non può non essere che un pensiero fecondo d’immense applicazioni al ben essere dell’umana società. Qual partilo infatti trar potevano i luoghi piccoli dall’immensa prospettiva di quelle grandi città, tranne quello di una stupida ammirazione e null’altro? Qual cosa di comune fra il bue e la ranocchia della favola per poter questa presumere d’imitarne la grandezza senza pericolo di crepare? Stando in falli a quanto ci han di esse lasciato scritto, pare che quasi nessun altro paese, da Atene Sparta Roma in fuori, fosse allora esistito: di tal che invano ci facciamo ad indovinare per fino il sito di alcune nostre Città famose, il sistema politico onde le nostre Provincie reggevansi, o le abitudini della vita, l’economia, la possidenza, l’agiatezza, i mestieri, la condizione de' nostri padri, de' quali sappiamo appena che si appartennero alle contrade che abitiamo, ed a gente da cui non vergogniamo discendere. Ora per riuscire in siffatte intendimento, di cui ci onoriamo dichiararci autori, non altro mezzo ci si sarebbe presentato acconcio alla bisogna, che quello di compilare uh Dizionario geografico-storico-statistico del nostro Regno, per cosi avere il destro di dire di ogni paese tutto quello che a tutti torna conto di sapere, dalla sua più remota antichità fino ai tempi presenti. Se non che trovando un tal titolo troppo largo promettitore, e disgraziatamente malaugurato per essersi da altri intrapreso e non condotto al suo termine, noi volemmo a bel diletto schivarlo, sostituendogli l’altro più modesto per ragioni che ne addurremo più innanzi. La cosa per altro torna nel fondo allo stesso, con solo questo di più, che ingaggiatici ad offrir di ogni Comune, diremmo quasi, la prosopografia, non avremo dato in trascorsi, se talvolta accadrà di doverci intertenere su qualche articolo più di quel che la ragione de' Dizionarii consente. Ci farem dunque a descrivere del nostro Regno tutti tutt’i Comuni fino al più piccolo villaggio, e di ciascuno prenderem nota sino ai più minuti, sempre però interessanti, particolari, con tale divisamento ed industria, che se non ci è dato conservare, per mostrare agli avvenire, la materialità delle cose nostre, come ha fatto il Vesuvio per quelle dei nostri maggiori, sopperiremo colla diligenza dello scrivere, e coll’opportunità del disegno, a far sì, che in quest’opera nulla resti a desiderare. Afferrando e rattenendo le fuggenti memorie del passate, che a sprazzi ed a brani si va lasciando dietro alla sua falce l’inesorabile vecchio, noi le verremo per così dire a stereotipare, costituendole in retaggio ai nostri tardi nepoti, perché si avessero quandochessia o l’occasione d'inorgoglire della loro civile sapienza, se al confronto potran lodarsi di sé con sé stessi, o almeno non lasciarsi trasportare nel peggio, se per avventerà in qualche fatale periodo si vedessero andare a ritroso, sia per loro scioperaggine, sia per qualche irresistibile evento.
Registrare infine ne' proprii luoghi quante del passato è disperso in opere svariate e per la più parte perdute; cogliere in una maniera permanente lo statu quo della nostra vita con tutte le sue circostanze in ogni maniera, a quel modo che fa il Dagherrotipo in ritenere l’immagine di quanto si presenta al suo specchio; ecco in somma il concetto dell’opera nostra, che ben merita dirsi alto in quanto alte scopo; ecco l’idea che ci siam proposti di effettuare quasi per l’unico pensiero di gratificarci gli animi di coloro,
Che questo tempo chiameranno antico.
Ma non per gli avvenire soltanto ei si conveniva d’imprendere sì arduo e sì dispendioso lavoro, senza pensare anche all’utilità de' presenti. E noi, senza contraddirci ai contemporanei direttamente, e soldi rimbalzo ai futuri dedicavamo la precipua parte delle nostre fatiche, perché non ei tornassero frustrate anche dall’accoglienza di coloro, che positivi in ogni loro faccenda, in ogni loro azione, guardando in ogni cosa al cui bona, non altro intendono cogliere, come l’api, dai marcescibili fiori di questa vita, che di mele e di cera quanto basti ai loro momentanei bisogni. E vaglia il vero, se i lontani di luogo son come i lontani di tempo, sicché val tante scrivere per questi, quante per quelli; tra il remote per tempo ed il tentano per spazio nulla differenza vi corre, di tal che le notizie attuali di un luogo, comeché raccolte per servire, come dicevamo, a far pago il desiderio dei 'posteri, ben possono e debbono giungere parimenti gradite ai presenti, che posti in siti lontani nulla ne sanno, e quindi aggradir ne potranno la conoscenza che gliene daremo. Ed ecco come la nostra idea, a guisa di una parola polisenna, nell’accennare per una felice combinazione a due fini, non iscapita nella sua importanza per servir che faccia ad entrambi; simile nel suo svolgimento ad una ruota conica d'ingranaggio, che due altre nc muove ad una fiata, runa in un senso di sopra in sotto, l’altra in giro orizzontale. Del passato adunque e del presente traendo i contemporanei sia l’utile coll’imitare il meglio che si osserva altrove, e con lo smettere le pratiche viziose o meno proficue, sia il diletto col cogliere i frutti del viaggiare senza patirne gl’incomodi, qual meglio piacerà loro cavarne; vorranno essi mai ingelosire de' posteri, se degli avi e di noi troveran registrato, come in un catasto, quanto ereditammo e quanto ci appartiene, quanto in somma lor trasmettiamo di glorie, di sventura, di fortune, di usi, di abitudini, di coltura, di lingua, di civiltà... d’ogni cosa?
Ma è troppo universale ed in tutti supremo il desiderio di sopravvivere al fato comune, per non dubitare che siavi al mondo chi non careggi il pensiero di vivere nella posterità, anche qualche cosa lasciando che continui coll’impronta del suo nome ad aggirarsi fra gli uomini, sia nella discendenza, sia in opere ed azioni, dopo che di sé diede lo spirito al cielo e la creta alla terra. Or quello che d’ogn’individuo è si vero, non potrà mai esser falso per l’umanità in generale, che legata alla gran ruota del tempo, si cura del passato come di una memoria, e non potendo fermarsi che per un istante nell’indivisibile del presente, tutta si concentra e s’immerge nell’interminabile avvenire.
Fermata cosi l’estensione delle nostre vedute, che curammo di dimostrar proficue a persone di ogni classe, d’ogni luogo e di ogni tempo, eccoci ora a dar ragione della economia dell’opera, incominciando dall’assegnar quella del titolo.
Se ci fossimo strettamente attenuti al sistema de' Dizionarii, non avremmo potuto prima sul Regno in generale, ed indi su ciascuna Provincia in particolare dar quello sguardo complessivo, quella sintesi, che ai lettori sarebbe tornato difficile o almen nojoso formarsi dietro una lunga e disparata lettura di articoli localmente disgiunti, e solo alfabeticamente riuniti. Eraci ben conta quella incontentabilità degli uomini, ond’essi vorrebbero sminuzzato ciò che loro si presenta in complesso, e tutto insieme o messo in sistema ciò che loro si mette tra mani sgretolato o in tritume, secondo che la loro intelligenza trovasi di valer tanto, che possa un tutto insieme, oppure alcune parti abbracciare. Sappiamo a pruova, come i proprii studii rifacendo, sentesi voglia di tramutare il metodo delle scienze da analitico in sintetico, e questo in quello; come per simile smania a un gran chimico tedesco proponevasi di occuparsi a ridurre prima in istato liquido e poi solido il gas, e come quegli di rimando faceva osservare che la natura aveva di già coll’olio e colla cera a tale esigenza provveduto. Eppur noi, docili quanto indulgenti in menar buona questa bislacca ma pur ragionevole pretensione di ognuno, l’industria ponemmo in appagargliela; e siam contenti di aver trovato modo di riuscirvi con un’opera sola. Si sa che i Dizionarii si vonno per consultarli nel bisogno, e non per leggerli da capo a fondo di seguito, e che, lusso di biblioteca pe' più, son pe' dotti soltanto una selva da trarne materiali per altre costruzioni. Or noi avremmo sprecato uno studio immenso di ricerche, destinandolo al servizio degli scrittori in forma di Dizionario, e non pure al comodo de' tanti, che impazienti di aspettare le loro elucubrazioni, avrebbero alto gridato alla soddisfazione di un bisogno, al quale intendemmo di occorrere col REGNO DELLE DUE SICILIE DESCRITTO ED ILLUSTRATO. Al che se ben ci apponemmo, sia di altri il giudizio; mentre del modo onde il verremo eseguendo imprendiamo a significarlo cosi:
Daremo adunque del Regno in generale quella descrizione che sarebbégli toccata, se di tutto il mondo delle Nazioni discorrendo, avessimo dovuto di ciascuno de' tanti e diversi Siati intrattenerci. In proporzione diremo di ciascuna provincia quel che le sarebbe spettato, se un Regno descrivendo, sol delle Provincie proposti ci fossimo occuparci. Epperò, sempre la dovuta proporzione serbando, verran descritti il Regno come una gran città del mondo, le Provincie co’ Distretti e co’ Circondarii come tante città di un Regno co’ loro sobborghi, e finalmente i Comuni come l’ultimo termine della topografia dello Stato, quel ragguaglio di particolari registrandone, di cui entreremo a ragionare qui appresso.
E come di ogni paese noi diremo del suo sito e delle sue fisiche condizioni, indi della sua Storia antica e moderna, ed in fine del suo stato morale ed economico sotto lo sguardo statistico; così del Regno e delle Provincie gli obietti medesimi e coll’ordine istesso verran descritti a larghi e generali tratti; e con quadri sinottici, con mappe, con carte topografiche, con figure ora delle principali città, ora di monumenti insigni ed or di costumi, illustrati verranno secondo la natura delle notizie che occorrerà dare con siffatti mezzi di esposizione.
Con tutto ciò avremmo voluto alfabeticamente ordinare i Comuni almeno di ciascuna Provincia, se prevedendo la contingenza di non aver pronte le notizie di una località, la qual cosa cagionerebbe alla pubblicazione un ritardo incompatibile colla periodicità con cui la promettiamo, non ci fossimo determinati a rinunziarvi, e raccomandare agl’Indici la facilitazione delle ricerche. Laonde procedendo per Circondarli ed alla rinfusa, senza cioè rispettare l’ordine topografico, comprendendo sotto di essi i Comuni che loro appartengono, e assegnando ad ogni Provincia un separato volume, l’ordine alfabetico messo nell’Indice di ciascuno e nell’Indice generale infine dell’opera agevolerà con tanto maggiore speditezza il riscontro de' luoghi che si cercano, quanto meno incomodo è lo scorrere un centinajo di parole alfabeticamente registrate in una pagina, anzi che centinaia di pagine anche alfabeticamente ordinate in un volume.
Siffattamente ciascun volume dell’opera conterrà una Provincia con tutto quel chela riguarda; e l’opera intera conterrà tutto il Regno delle Due Sicilie nel suo insieme e nelle sue membra organicamente distinte, è partitamente descritte fino al più piccolo casale o villaggio.
Cosi esposto e dichiarato lo scopo ed il piano dell’opera, nel dover discorrere le materie che abbracceremo sotto le singole rubriche delle rispettive divisioni, ci e mestieri di ragionarne con un ordine totalmente opposto a quello che ci siam proposti di tenere nell’esecuzione della medesima; e ciò per cansare l’inconveniente di ripeter più volte una stessa cosa, il che non avrà luogo, se dai Comuni cominceremo per poi risalire ai Circondarii, ai Distretti, alle Provincie ed al Regno.
La più generale classificazione delle notizie, che registreremo, tiene alte materie topografiche, storiche e statistiche. Intendiamo colte stesse di determinare il silo, rammentare la storia e particolareggiare Io stato presente si fisico che morale, alto stato fisico e morate anteriore comparandolo, di ciascun Comune del Reame.
Verrà determinato il sito di una Città, o Comune che sia, dapprima geograficamente, val dire per gradi di longitudine e di latitudine, in rapporto cioè alte dimensioni della Terra, per quei luoghi almeno che trovansi dai Geografi in siffatta guisa contrassegnali. Verrà in seguilo topograficamente descritto con tali connotali sia di località, sia di conterminazione coi circonvicini Comuni, sia di distanza dai Capiluoghi da' quali amministrativamente dipende, sia dal mare, dai fiumi, o da altri simili invariabili punti; che per qualunque catastrofe dovesse nel corso de' secoli sparire dalla superficie del suolo fino ai suoi ultimi avanzi, sarà sempre facile di riconoscere alle indicazioni ed ai contrassegni che ne lasceremo, in qual punto di una contrada si giaceva, quanta l’estensione del suolo e dell’orizzonte, e quale in fine l’aspetto e la forma attuale del suo abitato.
Di questo si dirà, se fu ed è tuttavia cinto di mura e di fortificazioni, per desumerne in certa guisa in quale considerazione si tenne nei tempi andati; se ha torri e castelli che rivelino memorie di passata grandezza, o semplice testimonianza di baronale dominio. Si parlerà dello stato delle vie interne, del numero e dell'ampiezza delle piazze, delle fontane, degli edifizii pubblici e dei luoghi di libero accesso ad ognuno, ovvero ridotti. Si novereranno fra le località chiesastiche quelle Chiese, che per pregio di architettura e per monumenti di belle arti meritano di essere particolarmente descritte. Pur quelle località civili saranno a parte ricordate, che per simili pregi e per loro particolare destinazione si raccomandano. Di una peculiare attenzione saran fatti degni quei Campisanti, che per eleganza o per pompa di culto religioso sono oggetti più o meno curati dalla municipale amministrazione, secondo la civiltà o la rozzezza,1 pregiudizi! o la superstizione degli abitanti. B delle case privale in fine si dirà il gusto architettonico che lasciano ammirare, la decenza esteriore e la Interna pulitezza; il sistema della distribuzione e dell’uso delle stanze, per dedurne il sistema della domestica vita si diverso nella provincia da quello delle città capitali, il numero de' piani cui d’ordinario si elevano, il modo onde si coprono, ed in fine il materiale che si adopra nella loro costruzione. Secondo che poi offriranno i paesi di altre particolarità, come piazze di comestibili, illuminazione notturna ed altro, sarà di esse parimenti fatta menzione per modo, che piena contezza debb’aversi di quanto torna utile ed insieme curioso a sapersi.
Dall’abitato si passa alla descrizione del lenimento, di cui dopo aver dato la cifra della estensione superficiale in moggia, si dirà se vi sono acque che vi ristagnano in laghi, o che vi scorrono in fiumi, rigagnoli, torrenti e sorgive, in quanto all’utilità o ai danni che recano per ragioni, che non si taceranno, se derivano dall’attività oppur dall’incuria degli abitanti, o se provengono da irreparabili circostanze de' luoghi. E delle acque minerali in ispecie sì farà espressa menzione per gli usi medicinali che dai loro componenti verranno indicati.
A compiere la descrizione dell’ambiente di un paese resta da ultimo a dir dell’aria se buona oppur pregiudizievole alla salute degli abitanti, del clima e delle meteore se per locali circostanze sono frequenti oppur rare a mostrar visi. Essendovi infine sul territorio curiosità naturali, come cascate, font’intermittenti, voragini, caverne... verran pure indicate a compimento della topografica descrizione del paese.
Ciò fatto, proporremo a noi stessi queste dimande: — È stato per l’addietro nel luogo attuale l’or ora descritto sito del paese? — Se no; dove precisamente ponevasi o si, e creduto di porlo?— A qual antica città o a qual antico luogo, di cui parlano le storie, esso corrisponde?—Oppure quale città, qual villaggio dicesi o credesi di aver esistito in vicinanza o nel perimetro dell'antico o attuale suo territorio? — E per dare su tali particolari le più precise ed esatte notizie, non saremo corrivi a registrare tutto quel che trovasi in autori; non riconosceremo che sole quelle autorità in tal genere, le quali reggeranno salde alle pruove della critica, ed in folto di critica noi profitteremo dei l’altrui diligenza quando c’ispirerà piena fiducia. In difetto degli altrui ajuti ci avvaleremo del nostro criterio che, scevra di quel soverchio amor municipale che su di ogni miserabile bicocca cumula gli onori di famoso ed antichissimo castello, aggiudicherà a ciascun luogo la schietta condizione che si ebbe.
E lo sguardo sull’antica topografia sarà il tragetto alla parte storica o erudita del. paese, sotto la quale verranno registrate le notizie seguenti:
1.° L’etimologia del suo nome, qualora sarà possibile di assegnarla, ajuterà non poco a fissare per taluni paesi l’epoca approssimativa della loro origine, per tal altri a confermar meglio l’attuale oppur l’antico lor sito, e per altri a far valere per ammessibile qualche curiosa circostanza tradizionale da cui si fa derivare. Senza però dare a una siffatta ricerca un valore assoluto di certezza, ce ne gioveremo sempre colla debita circospezione, e senza l’aria di pretender troppo sulla probabilità di quella che si assegna.
2.° La sua origine ed antichità sarà parimenti, fissata per approssimazione, perché se sulle città più illustri, la cui fondazione storici documenti fissano ad epoche precise, è giunta la critica a spargere di quei dubbii, che la ragione riconosce per ben fondati; come vuolsi pretendere di saperne con certezza di altri paesi, la cui origine, se non. è per lo più favolosa, si appoggia per lo meno a tradizioni mai sempre alterate dal tempo e dalla credulità? Noi non riterremo giammai che dal non sapersi quand’ebbe origine un paese, possa trarsene argomento di antichità piuttosto che di bassissima ed oscurissima origine. Lasciamo alle sole famiglie la vanità di far sormontare i loro stemmi gentilizi! da un mortone qual simbolo, che come cela il volto al guerriero, cela del pari all’occhio del volgo ammiratore il primo che diede il nome al casato, per attribuirsi una nobiltà, che si perde nella incertezza del tempo. E salvo quelle città che han nome storico da' loro fondatori, come Alessandria, Costantinopoli, Pietroburgo, e quelle colonie di cui la storia ha registrato chi le dedusse e fondò, come le tante de' Romani, ed altre surte ne' tempi a noi vicini, come quella di S. Leucio, tutti i luoghi abitati in generale, grandi o piccoli che siano, ripetono la loro primitiva origine da insensibili ed inosservati aggregamenti di case e di ville, donde i casali e i villaggi, che ingrossati in processo di tempo, presero il nome che giunsero a meritare di Terre, di Castella, di Città. Con l’animo informato di tali convinzioni noi riporteremo tra le popolari credenze quelle risibili e pompose origini derivate da' compagni di Enea e di altri profughi da Troja, e sarem contenti di dichiararcene ignoranti piuttosto che ammettere qualcuna di tali fandonie o tradizioni da leggende.
3.° Le sue vicende politiche, preciso per le città che han formato oggetto di conquiste nel medio evo, ed anche pe' piccioli paesi che appartennero a feudatari!, consisteranno in un cenno delle parti sostenute nelle diverse fasi politiche o mutazioni dinastiche, ed in una serie de' diversi dominatori che Khan posseduto fino agli ultimi tempi in cui la feudalità fu abolita. Saran desse la storia compendiosa delle azioni lodevoli, come anche delle sofferte sciagure, onde apprezzar meglio i tempi in cui ne fu dato di vivere.
4.° La cronaca delle sue principali memorie comprenderà i fasti delle egregie azioni e delle prodezze, la dimora o il passaggio delle persone illustri, oppur le ricordanze, siano storiche, siano tradizionali, degli avvenimenti ivi. o ne' suoi dintorni accaduti, non che delle rovine cui è andato soggetto, il paese sia per opera della natura, come peste e tremuoti, sia dalla mano dell’uomo, come incendii, devastazioni, corseggi di pirati, sia dalla condizione del suolo, come frane, sprofondazioni, allagamenti di fiumi, colmazioni ghiajose di torrenti.
5.° i monumenti lapidarii salvati dalle ingiurie de' tempi, se rivelano fatti meritevoli di essere rammentati, verran trasfusi nell’opera nostra, come i più irrefragabili documenti fra gli storici avanzi del passato. Ed anche delle antiche scritture conservate negli Archivii de' Comuni e delle Chiese si prenderà conoscenza, notando l’epoca alla quale la loro data rimonta, per iscovrire, chi sa dove, qualche inosservata pergamena che mostri qual lingua siasi parlata in epoca anteriore a quella che comunemente si assegna per la volgare, e per desumerne, quand’altro non si potesse, il grado della letteraria coltura del tempo in cui fu scritta.
6.° Musei, ancorché non grandiosi né ricchi abbastanza di oggetti antichi come quelli della Capitale, e le piccole collezioni che de' medesimi si posseggono da persone private e di gusto, contribuiranno anch’essi al nostro lavoro la loro quota. Epperò i loro possessori o i conoscenti delle antichità che vi si conservano, nel rivelare quelle che stimeranno più rare, colla indicazione de' luoghi dove furono rinvenute, siano monete, siano vasi antichi, arnesi, utensili, ornamenti, idoli, ed immagini di qualsiasi materia; ci forniranno i più proprii elementi onde illustrare quei luoghi. Afforzando le congetture e le tradizioni di qualche famosa città ivi una volta edificata, gioveranno a dirimere questioni ancor dibattute fra gli Archeologi intorno al suo sito, seppure non gioveranno a terne discoprire qualche altra ignota, o erroneamente creduta altrove esistente.
7.° Gli uomini e le donne illustri, che per doli d’ingegno o per letterario sapere, oppure per egregie azioni e per pregio di singolari virtù, aggiunser lustro alla patria, cui forse trassero dalla oscurità pel solo merito di aver dato loro i natati e la culla, coronano i ragguagli della storia antica. di un paese. Ed in ciò vorremo mandare innanzi un’avvertenza, onde prevenire il brontolar di coloro, che imbattendosi in nomi che ricordano alcune celebri nullità,ci arguiranno di grettezza o almeno di facilità nell’accomandare ai posteri nomi di poverissima fama. Noi pensiamo che solo nel tèssere il catalogo degli uomini illustri del Regno, l’onoranza dell’ammissione spettar deve alle sole celebrità eminenti, perché ponendo per es. a fianco di Vico un tale che scrisse qualche canzone per nozze; di tanto si avvilirebbe quel massimo ingegno, di quanto se ne onorerebbe questo sedicente poeta. Ma poiché trattasi di celebrità di un paese, quelle che lo stesso offre in nota non saranno che celebrità relative ai tempi in cui vissero ed al luogo che li produsse; se pur ciò non voglia ritenersi per un modulo onde valutare il grado della coltura di un paese in un’epoca data. Se in folto di prodotti territoriali di un Comune noi dobbiam dare la cifra di quelli che offre, comunque scarsi e non buoni; perché mai dovremmo essere riservati in dar quella degl’ingegni quantunque pochi e meschini? Noi quindi li registreremo con un cenno delle loro opere scritte, e di quei fotti pe' quali divennero famosi, sia che trovinsi consegnati alla Storia, sia che vivano nella memoria de' loro concittadini, o nella permanente testimonianza de' fatti, senz’altrimenti incaricarci di pesarli alla stadera del merito assoluto.
Compiuta con questi selle capi di notizie la storia di un paese per la sola parte antica, verrà l’attuale nella continuazione di quest’altri esaurita.
8.° La popolazione, che è l’anima del paese, è pure l’espressione della sua floridezza, o del suo avvilimento, secondo che è più o meno numerosa in proporzione del suolo che possiede, e dell’attività spiegata nel trarne profitto, o nell’industriarsi altrimenti. Dopo di averne comparalo lo stato attuale all’antico in epoche diverse, ne segneremo gli svariati movimenti interni, distinguendone di ambo i sessi gli adulti da' fanciulli, i conjugati da' celibi e da' vedovi, ed i possidenti da quelli che esercitano arti o mestieri.
9.° La costituzione fisica degli abitanti, la Ino statura, il loro colorito, e l’aspetto delle donne, cose tutte dipendenti dalla natura del sito più o meno elevato, dalla natura delle acque più o meno semplici e pure, dalla natura dell’aria più o meno clastica, più o meno umida e grave, vonno essere anche al vivo pennelleggiate, perché scorgasi come il ritratto de' loro costumi si accorda con quello delle loro fattezze.
10.° Le famiglie cospicue per ricchezza o per nobiltà si novereranno, non per l’idea di piaggiare il loro amor proprio, e molto meno per cavarne lustro ad onor del paese; sibbene per dedurre dal loro numero, e dalla loro vita signorile, che il paese di tanto si allontana dalla condizione di villaggio, e tanto vantaggiosamente fa pensare della sua coltura e della sua civiltà, quanto più di esse famiglie o nobili o ricche sarà notevole il numero.
11.° La coltura di un paese consistendo nel dar opera più o meno direttamente agli studii delle lettere e delle scienze, si desume più dal numero de' mezzi ordinali a diffonderla, che da quello delle persone istruite, le quali avran potuto altrove apparare il corredo delle conoscenze che posseggono. Le Accademie quindi, i Collegii, i Seminarii, le scuole pubbliche e le private, le biblioteche, sono l’espressione che più di ogni altro indizio qualifica un paese per colto più o meno positivamente, secondo che alcune, se non tutte le indicale opportunità d’istruirsi, sono ovvie alla puerizia ed all’adolescenza si dell'uno che dell’altro sesso. Quindi anche i libri delle privale librerie non isfuggiranno alle nostre indagini; e come che non sempre il loro numero depone vantaggiosamente dell’attuale coltura de' loro possessori, gioverà almeno per sapere di esser fiorito una volta il paese e per fondatamente sperare che potrebbe risorgere e rifiorire, quando le circostanze il vorranno.
12.° Anche il dialetto segnerà i gradi pe' quali la lingua parlata dagli abitanti di un Comune si discosta dalla lingua scritta o comune d’Italia. Parrà forse un lusso di ricerche e di notizie quest’altra rubrica a chi considerar la vorrà come qui messa solo in grazia de' curiosi. Eppur questa, non meno delle altre, destinata a fornire a chicchessia i suoi materiali per uso letterario, ed indiritta per ora ad un nostro scopo particolare, potrà essere anche da ora di un’utilità generale riguardata, se le parole che qui brevemente soggiungiamo, varranno a mostrarlo. — Verrà ciascun dialetto osservato non cosi negl’idiotismi, come nell’alterata pronunzia delle parole, notando le sostituzioni di una lettera in un’altra affine, e delle sillabe di suono più vibralo in quelle che l’han più rimesso, ed al contrario, secondo il genio de' popoli, che influenzato dalla natura de' luoghi or aspro si appalesa, or aspirato, qua molle, là duro. L’insieme delle osservazioni che cadranno su tutti i dialetti del Regno, fornir potrà degli elementi storici della lingua italiana. La quale, secondo che per induzione può dedursi da uno studio sulle tante storpiature del volgo plebeo, non nacque come reggiani nascere una creatura dalla madre, o come altri direbbe la Minerva dal capo di Giove; ma antica quanto i popoli d’Italia, si è solo mutata di generazione in generazione con tale inevitabile travisamento, quale in età d’uomo si avverte sulla superficie di una contrada, che è quanto dire insensibile. Come gli uomini di quindici o venti secoli dietro, se sorgessero, più non riconoscerebbero it territorio o la città natia, di tanto troverebbero l’uno cangiato dalle ingiurie del tempo e dalla mano dell’uomo, l’altra tramutata dalla necessità di restaurarne i palagi e le case; cosi i medesimi udendoci parlare,stenterebbero ad intenderci. Egli avviene delle parole di una lingua quello che interviene ai ciottoli de' fiumi e de' torrenti, che via facendo, perdono gli angoli nell’attrito, e restano prima smussati, poscia rotondati, ed indi ghiaja divenuti, piglian nuova forma dietro nuova combinazione. Le desinenze delta lingua latina, la voluta madre dell’Italiana, se ci pajon aspre, egli è perché quella lingua fra gli uomini già morta, vive solo ne' libri, che è quanto dire non parlandosi non si altera, perché egli è in parlando che i vocaboli si biascicano, perché vi ha di certe lettere e certe loro combinazioni, che sono incomode a pronunziarsi, corte i cibi solidi che non sono facili a ingollarsi, sen’averti pria, masticandoli, rammolliti. Si osservi quanta accuratezza fa mestieri per pronunziar la lingua come si scrive; si noli quanto poca ne adopri il volgo, e quanto inclini a sfigurarla egli, ctie per impazienza di andare adagio, scorre rapido sulle sillabe, sopprimendo vocali; e parecchie consonanti d'una in altra mutando, smozzica quasi sempre le finali. E poiché un dialetto solo non basta a rifermar quanto diciamo; a far si che si osservi in più d’uno, anzi in quanti n’offre il nostro Regno, noi per ciò appunto, nel descriverlo, a scopo cosiffatto questa rubrica destinammo. Di questo nostro divisamento osiam quindi sperare che,malgrado la trivialità de' mezzi cui lo sviluppo ne raccomandammo, non vogliano farsi gabbo taluni, a' quali, come pegno delle nostre promesse, e come in anticipazione di loro sorpresa diciamo, per esempio, che it latino malevola, divenuto malevolo nella lingua volgare, riuscì per alterazione di dialetto a mariuolo.
13.° Il gusto per le belle arti, non men di quello per le belle lettere, depone per la coltura di un paese; ma più ancora per valutare la capacità dell’ingegno de' suoi abitanti ed il grado della civiltà de' medesimi, come quelli che dalla stima e dal pregio in cui tengono le arti belle, istillano nella gioventù it desiderio di applicarvisi e di riuscirvi con successo pari o all’incoraggiamento che n’ebbe, o alla forza del genio che spiegò. Ed i distinti artisti saliti in fama di eccellenti nell’arte loro, si avranno nette nostre pagine allogato il loro nome con quelle lodi che son giunti a meritarsi coll’eccellenza delle opere loro.
14.° Le arti donnesche, dalle più delicate dell’ago e della spola sino a quella del fuso, benché generalmente parlando si conosca qual sia l’ordinaria ed abituale occupazione del bel sesso, si vonno altresì far entrare in questo nostro lavoro, per dedurre dalla natura delle medesime, dalla esclusiva destinazione delle donne, e dalla loro attitudine in trattare anche mestieri virili, fino a qual grado le medesime dividono cogli uomini la premura di rendersi utili nelle famiglie; per segnare i gradi pe' quali la vita domestica de' piccoli paesi da quella dette città si distingue; per offrire in somma alle massaje de' piccioli paesi di che inorgoglire al confronto della loro diligente ed indefessa operosità colla vita delle donne dell’alta signoria delle città, occupate in eleganti bagattelle; e per mostrare a costoro, come la madre de' Gracchi alla Dama Capuana, che le gioje della loro vita son ben altre che quelle del fasto e dell’accidiosa grandezza.
15.° i costumi bizzarri ne' matrimonii, nelle nascite, ne' funerali, nelle feste religiose e popolari, ne' divertimenti delle diverse stagioni e giorni dell’anno, oltre di essere oggetti della pubblica curiosità, danno a divedere in qual conto si tengano le costumanze ereditate da' maggiori, i passatempi della vita, e di rimbalzo fino a qual grado sia giunta l’avarizia degli uomini in quei luoghi, ne' quali son più o meno andate in disuso quelle tali consuetudini che, lungi di essere uno scialacquamento degli averi, son tanti mezzi come piacevolmente mettere in circolazione qualche danaro, donde la pubblica letizia, e quella stima che il popolo concepisce pe’ ricchi in proporzione dell’uso che fanno della loro agiatezza. Il costume in fine del vestire delle donne so sfoggiato, se elegante oppur semplice e schietto, non solo sarà descritto a parole, ma offerto in disegno servirà per conoscere qual posto esse si Abbiano nel cuore degli uomini, che sensibili alle loro attrattive permettono che ne accresca le grazie la pompa delle vesti e dell’ornato.
16.° L’indole, i pregiudizii e le credenze di un popolo ben e che vengano rilevale e notale di quel marchio, di cui la nostra pubblicità le impronta, perché si sterpino le cattive abitudini, si depongano pur una volta quelle grossolanità che degradano la ragione umana; Cd il popolo basso finalmente rinunzii a certe favole antiche dirette a metter la paura in corpo ai fanciulli, ed i panici timori nel cuore degli adolescenti, per tener gli uni a seguo e gli altri a freno dal pericoloso gironzare di sera, accompagnano gli uomini adulti e le donne provette fino al sepolcro.
17.° Le canzoni popolari, quelle che altrove si raccolgono con lauto amore e con tanta pazienza, e che anche fra noi si son dati parecchi a riunire, emendare e pubblicare, sono i più bei saggi di quella poesia lirica, che per quanto è spontanea, altrettanto è piena di affetti e di tenari sentimenti. Come tali, per quanto è in noi, pensiamo di conservare almeno quelle che più felicemente esprimendo le delicate passioni, offriranno un saggio del valor poetico di quel popolo dal quale le avremo.
18.° i proverbii particolari de' luoghi, non quelli che comuni alla generalità de' paesi del Regno van per la bocca di ognuno, essendo documenti della vetusta sapienza, probataverba, fia bene registrarli, perché contenendo mai sempre un ricordo di pratica utilità per regola della vita, tornino anche a comun vantaggio divulgandosi; e del popolo che li adopra si pensi di aver nella mente e nei cuore scolpito quel che alla bocca gli ricorre in quella forma spiccala e concisa.
19.° Lo spirito pubblico o caratteristico di un paese è relopca de' suoi abitanti. Vuoisi sotto tal punto di vista cogliere il ritrailo morale di un popolo, la sua religione, la sua onestà, non tralasciando di indicare per quai vizii e per quali tendenze criminose ei trasgredisca le sociali virtù; notare per quali traili di urbanità si distinguano le sue relazioni co' forestieri, come rispetti la fede pubblica nei contralti, fino a qual punto ei si guardi dall’attentare all’altrui proprietà, e quale in somma è l’opinione che gode in quanto a civiltà e decoro. Ed a compimento del quadro, toccar si vonno anche i gradi della capacità relativa alla intelligenza ed all’ingegno, per formarsi idea di quel che vale in fatto di speculazioni, d’intraprese, ed in abilità per arti e mestieri.
20.° L’agiatezza quindi o il pauperismo è l’effetto sensibile delle qualità dipendenti dal grado della perspicacia ed operosità di una popolazione. Come legittima conseguenza di quel che ella fa in ordine al comodo suo vivere se laboriosa, o al suo vivere stentato se infingarda, dev’essere studiata nelle sue cause, poiché forse hi buon volere ed alla sveltezza del cittadino mal corrispondendo il suolo per la sua strettezza o per la sua sterilità, ei sopperisce ai bisogni più imperiosi con altra maniera d'industria, o per ragione de' latifondi concentrati in mano di pochi proprietarii o di corpi morali, mal ne coltiva una parte, perche coltiva campi non suoi. Per quali di queste cagioni si vogliono è un paese agiato oppur no, è mestieri di dir schiettamente quelle che v’influiscono, e ciò per iscusare l’impotenza degli sforzi, o per eccitarne le velleità industriali, o per mostrare infine che ogni scopo addimanda equipollenza di mezzi.
21.° E di qui la natural connessione colla parte statistica di ogni Comune, la quale descrivendo come in un catasto generale le fortune de' cittadini, lascia scorgere nelle sue cifre lo stato della comune agiatezza o della miseria comune. Ed in proposito di Statistica uopo sarebbe, che con alquante parole a mostrarne ci allargassimo Futilità che alle popolazioni promette, se i limiti che ci siam proposti in questa prefazione, non ci consigliassero di andar per la più breve al nostro intendimento.
Riguardando infatti questo nostro lavoro, come eminentemente statistico dalla prima parola sino all’ultima di ciascun articolo, esso è per cosi dire una specie di mostra di ogni maniera di produzioni, la quale invece di offrirsi alla gente in una sala di esposizione, l’è presentata in un libro. Ogni uomo di qualsivoglia classe, se non è un inutile peso alla lena per volontaria pigrizia o per naturale inettezza, vi trova con chi paragonare la sua attività ed il suo sapere, per eccitarsi a far di più o di meglio nello stato, nella qualità che sostiene, nella professione, nell’industria, nell’arte o nel mestiere che esercita. Or si sa quel che vale l’emulazione in ogni cosa per poterci astenere dal dimostrarne i prodigii in coloro che se ne mostrano sensibili. Tuttavolta, per non parere di dir troppo enfaticamente un nonnulla, con sobrietà e di volo toccando, passeremo a rivista le diverse notizie che sotto la parie statistica ci siamo proposti di riunire.
Però stimiamo premettere, che avendo dovuto conciliare coll’indole dell’opera nostra l’ampiezza delle vedute che ci proponemmo di depositarvi, non potremo di ciò riprometterci, che tenendo ad un ordinamento di materie non cosi rigoroso come le divisioni per noi adottate lo additano. Per tal modo occorrerà ai nostri lettori d’incontrare delle notizie in un luogo, che starebbero meglio in un altro. Lo statistico, per esempio, troverà mal allogata la popolazione nella parte storica, e dei tratti storici nella parte statistica, qualche altro desidererebbe rinvenire quel che va cercando, piuttosto sotto una classificazione diversa da quella in cui stimeremo di riportarlo. E molti altri, chi desiderando di più, chi di meno, di altri suggerimenti avrebbero voluto esserci larghi, se li avessimo interrogati. Noi conveniamo in tutto che vorrà dirsi ed osservarsi, a condizione che si accordi anche a noi qualche cosa, che la nostra discretezza nel limitare ad una sola, ci persuade di aver di già impetrata dalla indulgenza degli scrittori. Si è dessa, che l’uomo ritrae dell’umano in tutte le sue imprese. Dio solo può fare le cose che vanno a sangue di tutti. Per quanto è in noi, porremo tutta l’attenzione onde far paghi quanti mai sarà possibile. Che se a priori, per cosi dire, abbiamo di già accennato a qualche inesattezza, ciò non intendiamo di prevenire con aria di scusa: ma vogliamo che ritengasi come, per inevitabili cd inconciliabili inconvenienti in un sistema così complicato, quant’è quello che governa l’esecuzione del nostro lavoro, non fia possibile evitarla. Anche certe mende, che lo studio medesimo di perfezione lascia correre per non dar luogo a più notabili sconci, passar denno come nói sopra bel volto, se pur non si vogliano ritenere come segni di più riposte cagioni, solo aperte a chi s’intende delle difficoltà che s’incontrano nell’ordinare svariatissimi oggetti.
La parte statistica adunque sarà per noi divisata in governativa ed economica. Comprenderemo nella prima il Ramo Ecclesiastico, il Civile amministrativo, il Civile giudiziario ed il Militare.
Incominciando dal primo per debito rispetto che le cose riguardanti la Religione esigono mai sempre e dovunque, parleremo, secondo che le località ce ne offrono il destro, della origine della sede dell’Ordinario del luogo, enumerando quei Prelati che nel governarla han di sé lasciata, oltre al buon odore della santità, fama di zelanti operosi e rispettabili Pastori, e quegli Ecclesiastici che per virtù evangeliche e per sapere conseguirono lodevole rinomanza. Delle Diocesi riferiremole suffraganee, se ne hanno, e le metropolitane rispettive da cui dipendono, ed i Comuni che le compongono; diremo come n’è curata la disciplina, quale l’estensione del culto, e quali le feste che vi si celebrano nell’anno.
Il Ramo Civile amministrativo sviluppato prima nella generalità delle sue branche nella descrizione generale del Regno, verrà, secondo che della Provincia, del Distretto, del Comune è parola, più particolarmente passato a rassegna nello stato finanzierò, negli stabilimenti di beneficenza, ne' dritti ed obbligazioni del Comune, negli arrivi e partenze della posta e procaccio, ed in quant’altro della pubblica amministrazione una località è partecipe.
Col sistema istesso il Ramo civile giudiziario sarà esposto secondo il suo organico fino agli ultimi agenti, pe' quali la giustizia è amministrata, e pur subordinatamente ai luoghi, come a dire dov’è la residenza de' tribunali, del giudicato regio e della conciliazione.
Del Ramo Militare infine verran parimenti indicate tutte quelle particolarità di servizio dipendenti dalla natura delle residenze, se piazze d’armi fisse oppure eventuali, secondo che le località offriranno occasione di parlarne.
Nella parte economica relativa a ciascun Comune cominceremo dal discorrere del fondamento di ogni ricchezza, della proprietà men soggetta agli eventi della fortuna, dir vogliamo del territorio in ordine al lavoro agrario, di cui è suscettibile, ed at quale si presta secondo la sua costituzione geologica, e secondo che l’estensione n’è classificata. Se ne diranno i prodotti spontanei animali, vegetabili e minerali, noverando de' primi le specie nocive e quelle che dan materia alta caccia di divertimento oppur di mestiere; de' secondi le piante arboree utili per ragioni di frutto o di legno, le boscaglie, le piante medicinali; e degli ultimi que' fossili che servono agli usi della vita ed alte arti.
Dopo di aver riguardato il territorio in quanto all’utile che l’uomo ne ritrae per munificenza della natura, si passa a riguardarlo in quanto all’utile che sa cavarne per opera dell’industria. Nel concetto di questa parola, che rappresenta alla nostra fantasia l’immagine degli arti appiccati al tronco dell’uomo, come a direte membra che mantengono la vita nel corpo sociale,secondo che Menenio Agrippa felicemente nel suo famoso apologo rappresentavali, noi ravvisiamo negli agricoltori, nei pastori, negli artieri, e ne' commercianti le quattro condizioni della vita operativa, che coll’industria loro vivificano il mondo. Epperò:
Dell’Industria agraria parlando, si descrive lo stato attuale dell’agricoltura, notando tutte quelle circostanze che ne favoriscono,oppur ne contrariano la floridezza, tanto se dipendono da intrinseche cagioni locali quanto se derivino da pratiche agronomiche ben intese o non buone. Si dà uno specchietto dell’annuo prodotto de' cereali, assegnando la proporzione che d’ordinario ha luogo tral seminato ed il ricolto. Si parla dell’annua produzione delle vigne, della qualità del vino, delta quantità e squisitezza delle frutta, dell’abbondanza o scarsezza, e della qualità de' prodotti ortensi; de' pascoli, se artificiali, o se naturali e di buon erbaggio, in quanto all’ingrasso degli animali ed alla bontà de' formaggi; e delle coltivazioni in grande del riso, delle piante tintorie e filamentose, de' gelsi, del tabacco, del ricino, ecc.
Per l’Industria armentizia, dato uno sguardo sull’attuale suo stato, si enumerano le diverse specie di animali colla rispettiva quantità approssimativa che da quei proprietarii si tengono. Si parla distintamente degli animali da macello, e della quantità approssimativa delle carni che si consumano, come pure delle malattie degli animali e de' rimedii co’ quali si riesce a curarle.
Per l’Industria manifatturiera, anche dopo aver detto del suo stato attuale, si parta delle diverse fabbriche che sono in un Comune, non senza una descrizione di quanto occorre per formarsi idea dell’utilità che recano,della qualità e quantità delle manifatture che n’escono. Le arti e i mestieri si enumerano per filo nella loro specie e nel numero de' loro esercenti, e da ultimo anche le professioni e le arti liberali col numero de' loro cultori.
Per l’Industria commerciale finalmente, dato un ragguaglio de' pesi e misure secondo l’antica consuetudine del Comune, si fa parola de' mezzi di trasporlo per terra e per mare, e de' luoghi di smercio, come fiere, mercati, depositi o magazzini. Si passa poi ad enumerare quel che vi entra e quel che n’esce per commercio interno, se luogo mediterraneo, e ciocché s’importa od esporta per mare se luogo marittimo.
Da ultimo, per far cosa grata anche ai gastronomi, si dicono i cibi e le vivande per cui gode rinomanza il paese. Non era,a dir vero, da trascurarsi questa rubrica, che par destinala a far paga la leccornia de' golosi; perché coloro che tali non sono, han dritto a sapere dove si lavorano, o dove si vendono di quei tali leccumi, che potrebbero col loro diletico restituir la salute a stomachi mal andati per infermità; e per procurarseli anche coloro, che godendo buona salute, han modo di soddisfar qualche volta alta delicatura del gusto.
Circondarli e i Distretti non avranno una particolare descrizione, perché i capi distretti, e i capi circondarii se l’avranno come Comuni: ma le generalità che li riguardano saran per via di mappe o quadri sinottici date in seguito della generale descrizione delta Provincia alla quale appartengono.
La Provincia sarà descritta nella totalità della sua comprensione, ma proporzionatamente e per sommi capi toccando quelle materie, che nella generale descrizione del Regno non potranno essere che solamente cennate di voto, appunto perché la trattazione più particolarizzata ne cade altrove più acconcia. Il Fucino, per esempio, riportato come uno de' più grandi fra i laghi del Regno, si avrà la sua descrizione e la sua storia in quella dell'Abruzzo Citra II; i monti enunciati per calene, i vulcani in attività, e quelli che sono già spenti, la parte geologica, i prodigii e le curiosità naturali, ecc. semplicemente accennati o a grossi tratti abbozzati nella generale descrizione del Regno, torneranno sotto la penna dove della Provincia, in cui trovansi, discorreremo.
Il Regno in fine, dalla cui descrizione, come dicemmo, esordiremo, sarà per quei sommi capi delineato, pe' quali possa raffigurarsi, diciam così, la sua bella fisonomia. Epperò anch’esso come un vasto Comune colle sue grandi dimensioni; verrà similmente ma corograficamente descritto nella parte fisica, storica e statistica. Delle quali parti non occorre che vengano qui rivangate le suddivisioni, tornando superfluo di dire a parole quel che la pagina seguente comincia a mostrare co’ fatti.
E qui, senza più, poniam fine all’esposizione del nostro proponimento, di cui volemmo i nostri lettori informali unicamente per prevenirli di quanto all’annunzio di un’opera nasce desiderio di saperne. Stimiamo inutile di protestare che adempiremo a capello le nostre promesse, avendo per tutt’assicurazione mandato innanzi ed alterno un saggio del nostro lavoro sulla città di Salerno, da noi prescelta per la svariata quantità degli oggetti che essa sola riunisce. Che se poi, a giudicarne dal saggio, altri pensi che c'imponemmo un carico superiore ai nostri omeri, noi lo preghiamo a riandare in quello le due ultime rubriche per ricredersi che le fonti, alto quali attingeremo, sono le opere e le monografie di storia patria per quei Comuni che hanno avuto, od hanno qualche scrittore delle loro memorie; e pel di più contiamo sulle persone colte, istruite e gentili, che già per la maggior parie delle contrade del Regno et fan volenterosa profferta della loro cooperazione.
Nel chiudere intanto questa prefazione, di due semplici avvertenze stimiamo tener ricordati i nostri lettori. Vuoisi coll’una far rilevare, che se turpe è ignorare il patrio dritto, turpissimo è certamente il non conoscere il suolo che calpestiamo, l’aria che respiriamo e quella speciale umanità con cui c’interteniamo. Coll’altra vuolsi riprotestare, che scopo di queste qualunque siasi lavoro si fu l’esporre nella più accurata maniera la generale e special prospettiva di tutto il Reame e delle parli che lo compongono. Andremo lieti se dello stesso, ed in grazia del nostro lavoro, si avverasse ciò che fu notato di Roma dopo il famoso censimento da Servio Tullio ordinato, censimento, che secondo le parole di un grande Storico, effecit ut seipsam nasceret Respublica.
MONOGRAFIA GENERALE DEL REGNOREALI DOMINII AL DI QUA DEL FARO |
SEZIONE PRIMA |
COROGRAFIA FISICA |
Aspetto generale. Se a chi guarda l'Italia, come i Geografi la disegnano mille Carte, salta agli occhi l'immagine di uno stivale, cui tanto veramente si assomiglia; a ehi dell’Italia medesima prende a considerar solo questa estrema sua parte, la immagine istessa a quella si riduce di semplice coturno. E da questa similitudine, che sveglia per associazione la vile idea del comico socco, se il suo abitatore toglie partito di soffermarsi compiacentemente sulla nobiltà del tragico cabarè, a chi son conte lo storiche tradizioni di questo classico suolo parer non dee vanitosa una tal compiacenza. E per vero, sia che tragica ai guardi la fino di quanti si provarono a calzarlo, sin che nobile in sé al reputi l’oggetto, pel cui possesso altri si strugge di desiderio, ed invidia ne porta a dii ne fa bello il suo piede; è il Regno di Napoli, per ogni verso che si riguardi, la miglior parte della miglior contrada di Europa.
Montuosa com'è la sua superficie per la catena degli Appennini e per le subalterne diramazioni, essa presenta nell'insieme l'aspetto di una foglia rovescia, le cui rilevate fibre dal nervo medio longitudinale si ramificano a guisa di rete; ed è per tale circostanza non solo pittorescamente svariata, ma per le conseguenti omenti valli che ai alternano con la prominenze, e pe' fiumi che la solcano e la irrigano, vagamente bella e, quel che più monta, feracissima in tutto. Temperata dalla dolce influenza del mare che la ricinge a non molta distanza, l'asprezza delle giogaje ai limita alle sole create di quei monti che più si elevano; sicché le falde per lo più rivestite dove di rigogliosa arboreti vegetazione, dove di frutici e di pastura, richiamando le piogge, gareggiano col mare istesso a rinfrescare le interposte estensioni, che sarebbero altrimenti sterili ed arsicci deserti per effetto del caldo a del freddo rigorosamente costanti. Epperò son le meno felici contrade del Regno quell'estese pianure della Capitanata, del Barese e del Distretto di Matera, che i monti lontani non giungono a riparare dalla furia di Borea e dalla rabbia di Sirio.
Sito geografico. i Dominii di qua dal Faro occupano della Zona temperata boreale la più felice posizione. Son propriamente tra' gradi 37.° 53, e 42.° 51 di latitudine, ed i 30.° 31, e 36.° 21 di longitudine, secondo la mappa del Geografo Rizzi-Zannoni.
Estensione. Tutta la superficie è di miglia italiane quadrate 24,971; si dilunga dalla foco del Tronto al Capo Spartivento per miglia 386, e da Città-Ducale al Capo di Leuca per miglia 294; si slarga poi dalla punta della Campanella all'altra del Gargano per 128; e si restringo tra il golfo di S. Eufemia a quello di Squillace fino a miglia 17.
Confini. Dalla parte di terra ferma confinano essi Domini con lo Stato Pontificio; e la linea convenzionale, onde ne sono separati, discorre dalla foce del Tronto fino all'estremità del Lago di Fondi per miglia 180 (1).Son poi bagnati al Sud-ovest dal Tirreno al Sud-est dal Jonio, ed all’Est-nord-est dall’Adriatico mare.
Littorale. Tutta la costa marittima, tenuto conto delle parti sporgenti e rientranti, è del perimetro di 1144 miglia, per 779 delle quali spaziano i quattordici golfi, che qui noveriamo colle rispettive misure, e secondo 1 ordine in cui si succedono.
Il golfo di Gaeta, dal monte della Trinità al Promontorio Miseno conta miglia |
52 |
— di Pozzuoli, dal Promontorio di Miseno a quello di Posillipo |
14 |
— di Napoli, dal Promontorio di Posillipo al in punta della Campanella |
33 |
— di Salerno, dallo punta dalla Campanella a quella di Licosa |
61 |
— di Velia, dalla punta di Licosa al Promontorio Palinuro |
29 |
— di Molpa, da Palinuro al Capo Morice |
15 |
— di Politicastro, dal Capo Morice quello di Cirella |
43 |
~ di S. Eufemia, dal Capo di Suvero a quello di Zambrone |
29 |
— di Gioja, dal Capo Vaticano alla punta del Pezzo |
37 |
— di Gerace, dal Capo Spartivento alla punta di Stilo |
44 |
— di Squillace, dalla punta di Stilo al Capo Rizzuto |
61 |
— di Taranto, dal Capo delle Colonne a quello di Leuca |
236 |
— di Manfredonia, dalla punta di Ripagnolo a quella del Gargano |
236 |
— di Uriano, dalla punta di Mileto al Promontorio Asinella |
236 |
Sistema montuoso. Quell’Appennino, che parte l'Italia nella sua lunghezza dalle Alpi sino all’ultima Calabria, s’immette nel Regno di Napoli per mezzo agli Abruzzi. Tenendo dietro alla sua serpeggiante direzione, vedasi per lo più destinata la sua catena a segnare i naturali confini delle Provincie. Ed infatti è l'Appennino che divide i due Abruzzi Ulteriore I, a Citeriore dall’Ulteriore II, Terra di Lavoro dal Sannio e Principato Ultra, Principato Citra dall'Ultra ancora e dalla Basilicata in parte, di cui dopo aver toccato il Distretto di Melfi ed attraversato quelli di Potenza e di Lagonegro, si avanza nelle tre Calabrie. E quivi segna non più i limiti tra l'una e l'altra di esse, ma quelli bensì dei loro rispettivi Distretti, fuorché l'ultimo, quello di Reggio, ove dopo aver diviso Palmi da Gerace, elevandosi di botto in Aspromonte, s’innoltra e finisce nel Capo dell’Armi.
Le più notevoli ramificazioni della descritta catena sono: quella che attraversa la Capitanata col nome di Subappennino Appulo, cui, benché isolato, deve credersi di appartenere il Gargano: quella che si dirige verso Napoli, e lasciando alla sua dritta isolato il Vesuvio, termina alla punta della Campanella; e l'altra che si dirige verso la provincia di Bari, e s'innoltra in quella di Lecce per fino al Capo di tal nome.
Le cime più alte degli Appennini sono: il Monte Corno o Gran Sasso d’Italia tra il primo e secondo Abruzzo Ulteriore, che si eleva sul livello del mare per circa 9000 piedi: la Majella nell'Abruzzo Citeriore o Chietino alto 8368 piedi, quantunque appartenente ad un ramo secondario della Catena: il Matese nel Sannio, alto 6270 piedi, ed il Gargano nella Capitanata alto circa 3000 piedi.
Una singolarità de' detti monti e di altri meno considerevoli per altezza si è, che quasi tutti presentano un lato a dolce declivio, cd un altro spaventevole per orridi burroni. Il Matese, per esempio, accessibile dalla parte di Piedimonte, ha balze straripevoli verso Bojano e Campobasso; il Velino ha fianchi dirupati verso il Fucino, e falde erbose dal lato che discende verso Roccadimezzo; Raparo in Basilicata si distende per lungo e dolce pendio verso Spinoso, ma torreggia quasi a picco dall'altro lato su Castel Saraceno; Pollino presenta un piano inclinalo verso Rotonda, e precipizii impraticabili verso Morano e Castrovillari; il Cocuzzo non dissimile pendice offre verso Fiumicino e Fiumefreddo, mentre l’opposto fianco è una rupe. In generale la catena degli Appennini presenta quasi dappertutto la stessa particolarità, in guisa che può dirsi di essere il fianco verso Oriente regolarmente pendinoso, e quindi utile all'agricoltura ed alla pastorizia, e di essere il fianco che guarda il Tirreno per lo più nuda roccia ergentesi a perpendicolo su’ sottoposti fiumi o torrenti che ne lambiscono o ne rasentano il piede.
Valli e pianure. Le valli o vallate sono, come si sa, relative al numero de' monti e delle loro catene siano primarie siano secondarie. Verranno esse meglio determinate dal corso de' fiumi che vi hanno i loro letti. Epperò ci limiteremo a dar qui un cenno solo delle più vaste pianure meno ingombre di prominenze. La più estesa di tutte e la più regolarmente piana è in Capitanata, ove in una continuazione non interrotta di 1320 miglia quadrate, quasi più della 16.° parte di tutta la superficie del Regno, forma il cosi detto Tavoliere di Puglia. Lunga 70 miglia e larga 30 è circoscritta all'Est dall’Adriatico, al Nord dal Gargano, al Sudovest dalle rocce di Basilicata, di Principato Ulteriore e del Sannio, ed al Sud dalle Murge di Bari. Non dissimile estensione piana offro la Puglia Petrosa e parte di Lecco per fino a Brindisi, circoscritta dalla bassa catena delle dette Murge e dal mare.
Altra pianura forse più vasta e men regolare si è quella che nel Distretto di Malera largheggia per sino al golfo di Taranto fra i termini che da Stigliano in sotto le segnano al Sud il corso dell'Agri, all'Ovest Tricarico e Montepeloso, ed al Nordest le anzidette Murge di Altamura.
Fiumi. La catena dell'Appennino e delle sue diramazioni, nel terminare le pendenze del suolo verso i tre mari che 10 circondano, rende pur sensibile la origine, la direzione ed 11 più o men lungo corso de' fiumi che vi si scaricano. Epperò essendo la distanza della catena istessa non più di 39 miglia, né minore di 30 dal mar Tirreno, fuorché nelle Calabrie, ove se ne discosta poche miglia; non maggiore di 47 né minore di 14 dall'Adriatico, e tra le 28 e le 16 dal Jonio, escluso il golfo di Taranto, che più di tutti è discosto dalla giogaja che da Acerenza, per Avigliano, Picerno, Marsico, Lagonegro si ricongiunge al Pollino e passa innanzi; il corso de' fiumi, solo in grazia delle loro tortuosità, potrà contare un tratto più lungo delle indicate distanze. Le quali non essendo gran che, importano che pochissimi siano i fiumi considerevoli almeno relativamente,quasi nessuno navigabile, se s’eccettui parecchi de' più grandi, che ciò consentono poco in su della loro foce con qualche burchiello da pesca e scafa da traghettare. Son quarantadue nondimeno i fiumi che meritano di essere noverati, e che qui riferiamo secondo i mari cui son tributarii delle loro acque. Quelli che hanno sbocco
Nel Tirreno sono 11 |
Il Crocchio |
Il Candelaio |
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Il Tacina |
Il Fortore |
Il Garigliano |
Il Noto |
Il Saccione |
Il Volturno |
Il Crati |
Il Biferno |
Il Sarno |
Il Sinno |
Il Trigno |
Il Sele |
L’Agri |
Il Sangro |
L'Alento |
La Salandrella |
Il Foro |
Il Mingardo |
Il Basento |
L’Alento |
Il Lao |
Il Bradano, ed |
La Pescara |
Il Lamato |
Il Lato; |
Il Salino |
Il Mesina, ed |
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Il Piomba |
Il Petrace o Marro; |
Nell'Adriatico 19 |
Il Vomano |
Nel Jonio 12 |
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Il Tordino |
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L’Ofanto |
Il Salinello |
L’Alaro |
Il Carapella |
Il Vibrala, ed |
Il Corace |
Il Cervaro |
Il Tronto |
De' quali secondo l’ordino istesso diremo l’origine, i confluenti, i luoghi che attraversano, e qualche rimembranza storica che va annessa ai loro nomi.
1. Il Garigliano, anticamente Clanis o Glanis, e poi Liris, dal cui impasto crediamo derivato forse l’attuale suo nome, nasce dalla parte occidentale del Distretto di Avezzano, attraversa la vallo di Roveto, e corre dal Nord al Sud per Terra di Lavoro quasi parallelo alla linea che segna il confine del Regno con Io Stato Pontificio. Nel tortuoso suo corso di circa 60 miglia, tra i molti confluenti che il vanno ingrossando, è il Fibreno poco lungi da Sora, poi il Rapido vicino S. Germano; quindi prende il nome al Garigliano, e dopo aver ricevuto il Sacco provegnente dalla Romana Provincia di Frosinone, attraversa l’altra picciola frazione Papale di Pontecorvo. e va finalmente a scaricarsi al mezzogiorno di Gaeta già domato da un bel ponte di ferro, proprio dove la Consolare, che da Capua mena a Terracina, lo incontra. É desso il più gran fiume del Regno. Sono presso alla sua foce le rovine ai Minturno, per cui è in Ulpiano anche chiamato flumen Minturnense (2); e le sue paludose ripe conservano la celebrità loro improntata da Cajo Mario, che per sottrarsi alle persecuzioni di Silla, vi stette immerso persino al eolio una notte.
2. Il Volturno è l’altro de' due grandi fiumi di Terra di Lavoro. Scende dall'alto Appennino nella direziono di Nord-sud tenendo un corso tortuoso di circa 80 miglia, e va a sboccare quasi nel meno del Golfo di Gaeta. E ingrossato vicino Cajano dal Calore che viene da Principato Ultra. Rasenta le mura di Caput, ove è cavalcato da un ponte, nelle cui vicinante la celebrità dello sue rivo per le guerre di Annibale fu nel gennaio del 1709 ravvivato dalla sanguinosa battaglia combattuta tra le truppe napolitane comandale dal Generale Mak, a le francesi da Championnet. La sue acque sono sempre giallicce a cagiona del tufo che incontra nel suo corso. Il vogliono cosi detto dalla circostante di essere il luogo dove sbocca, pieno di fuochi sotterranei. Ed in vero questo etimologia sarebbe analoga a quella del Vulture, monte ignivomo estinto in Basilicata, come analoga par che sia anche ai Vulcani, eoo cui han pure comune la prima metà della parola.
3. Il Sarno, proveniente dai monti di Sanseverino, si scarica nel Golfo di Napoli tra Torre Annunziata e Castellammare. Il nome Samo gli fu imposto dai Pelasgi del Peloponneso, che trasferitisi in queste contrade diedero a questo fiume il nome di quello che avevano lasciato nella loro patria, ritenendo per sé quello di Serrartele. i fatti storici annessi al nomo di questo fiume sono la cattura di Teja Re da' Goti, che Narsete faceva presso le sue rive, e la rotta data presso la sue foci da Giovanni di Angiò alle soldatesche di Ferdinando d'Aragona.
4. Sele è il più gran fiume di Principato Citeriore pe’ varii confluenti che riceve nel suo corso di 35 miglia. E dosso l'antico Silarus, che un tempo divideva i Picentini dai Lucani. Ripete la sua origine dall'Appennino che attraversa la Basilicata, e sotto Caggiano è ingrossato dal Tanagro, che dopo aver dolcemente percorso il lungo Vallo di Diano, s'immette in un sotterraneo cammino vicino Polla, e va a sboccare con spumoso fragore alla Pertosa presso Auletta. Ha magnifico ponte presso Eboli, e la sua foce è non lungi dagli avanzi di Pesto.
5. L’Alento, piccini fiume di breve corso, raccoglie i varii confluenti del Distretto del Vallo. Trovandosi detto Heletes e da Strabone Elietos, donde gli Eleati e quindi Elea, poi Velia, stimiamo di essersi tramutato Elietos in Elentos per la somiglianza dell'h greco col nostro n. È desso probabilmente che col Sele ha dato origine alla denominazione di Cilento, che trovasi menzionato in una donazione fatta dal Principe di Salerno Guaimario al Monistero di S. Magno nel 994; ed è il Cilento appunto quel tratto della Provincia di Principato Citeriore, che si comprende tra i detti due fiumi, salvo pochissime eccezioni, che avendo coll’andare del tempo trasgredito i termini da' due indicati confini, fan parere poco rigorosa, e quindi men vera la dedotta etimologia.
6. Il Mingardo, più piccolo del precedente per volume d'acqua e per corso, si scarica nel Golfo della Molpa tra Palinuro e Capo Morice. In vicinanza della sua foce sono sei grotte, tra della quali fin dal secolo XI son dette le Grotte delle Ossa per le tante ossa credute di soldati Romani naufragati, e che la Paleontologia andrà a definir meglio tra non guari.
7. Il Lao è il solo considerevole tra gli altri picciolissimi fiumi della Calabria che portano le loro acque al Tirreno. Segnava un tempo il confine tra i Lucani e i Bruzii: ma oggi alquanto discosto dall'estremo della Basilicata entra in mare al Sud di Scalea. Deriva la sua originaria sorgente dal monte Mauro un miglio distante da Viggianello. Il P. Troyli dice che questo fiume fosse nato da un lago che si apri per tremuoto il varco tra quelle montagne. Dopo tre miglia dalla sua origine riceve le acque di un vallone e comincia a chiamarsi Lao, e poi quello del fiume Mormanno presso Laino, il qual paese ne ha forse improntato il nome, che par derivativo di Lao. Nel suo cammino di circa 20 miglia riceve il tributo di ben altri 30 fiumicelli, i quali in tempo di pioggia ingrossano il volume dell’acqua essai più di quel che ne comporti il suo alveo, che perciò dà luogo a rovinosi traboccamenti.
8. Il Savuto anticamente Sabbatum ed Ocynarus, divide col suo letto la Calabria Citeriore dalla Ulteriore I, dal suo sbocco per fino al punto della Catena dell’Appennino, e proprio presso la cime di Tasitano e Spineto, donde ripete la sua primaria sorgente, la quale nasce nella Sila, e proprio da una fenditura detta Fontana del labbro.
9. Il Lamato, Lametus, nel suo breve corso riceve tra gli altri piccoli torrenti il Pesipo ed il Polito, e scende al mare quasi nel mezzo del Golfo di S. Eufemia. Poco discosto dal Lamato accoglie il Golfo medesimo le acque dell'Angitola o Ciotola, l'Angitula degli antichi, che pur scende dal prossimo Appennino presso Belforte al Nord di Monteleone.
10. Il Mesima, anticamente Medima dalla Città di tal nome che era forse presso alla sua foce, è formato da diverse sorgenti che scendono dalla catena Appenninica; ha il breve corso di una diecina di miglia, ed entra nel Golfo di Gioja a poca distanza da Nicotera,
11, Il Petrace 0 Marro, si scarica non molto discosto dal procedente, dopo un corso altrettanto breve, sebbene provenga da sorgenti che scendono nella direzione di Sud-nord dai confini che dividono il Distretto di Palmi da quello di Reggio.
In tutto il golfo di Gerace, pel breve spazio interposto tra la giogaja dell’Appennino a la riva del mare, tra i molti fiumicelli si distinguono:
1. L'Alaro che si scarica presso Castelvetere, ed ha origine dai monti di S. Stefano del Bosco. Ingrossa nel verno con tal danno delle adiacenti campagne, che ancora è memorabile la gran rovina che produsse nel 1688.
In quello di Squillace sono alquanto notevoli questi tre:
2. Il Corace più comunemente Crotalo, che scorre presso Catanzaro, ha origine da Castellace, a dopo aver ricevuto il Ballarono ed il Maiorano, prende il nome di Fallace.
3. Il Crocchio o Grocchia, l'Arocha di Plinio secondo il P. Fiore, nasce dalle falde della Sila, e si scarica presso Cropani, ed
4. Il Tacina in vicinanza di Belcastro, detto anche Targine, metta foce tral fiume Crocchio ed il vallone della Canatella.
Tra il Capo delle Colonne e la punto dell'Alice è solo
5. Il Neto, Nereto e Nieto presso gli antichi Neaethus, che deriva dal versante Sud-est della Sila. Nel suo non breve corso, una delle sue sorgenti ha origine dalla Calabria Citeriore. Si scarica in un punto del Ionio al Sud di Strangoli nel Distretto di Cotrone; e dall'essere le sue rive presso alla foce coperte di folto canneto, taluno lo ha chiamato proprio con tal nome, forse coll'idea di cavarne dalla desinenza un'etimologica ragione, ignorando quella che Strabone ne adduce in questo guisa narrandola. — Capitate alquante famiglie degli Achei di ritorno dalla spedizione Troiana verso il littorale del Ionio, la donne di già stanche a tediate di più viaggiare per mare, profittando del momento che i loro uomini calati a terra si erano dati ad esplorare de' siti che loro piacessero, diedero a fuoco le navi presso la foce del fiume, che da tale abbruciamento restò detto Naeiqos. — E Celio Rodigino anche scrisse, lib. 24, cap. 5. Lect Antiq. Navaeth cum in Italia fluvium a navium exustione sic nuncupatum.
Nel Golfo di Taranto:
6. Il Crati, ha origine quasi nel punto stesso, ma nel versante opposto del precedente, ossia al Nord della Sila, e propriamente da Craticella a 6 miglia da Cosenza. Il suo corso di 60 miglia forma il vallo dello stesso nome, che inclina dal Sud al Nord, passa per Cosenza, a fra i venti tributarii che accoglie, il più considerabile è il Coscile, che scendendo dal Pollino, va ad incontrarlo 10 miglia prima di sboccare nel Golfo di Taranto; nel quel tratto si rende navigabile, sol però da piccole barche. Presso alla foce di questo fiume vedevasi una volta un famoso tempio eretto dai Crotoniati a Minerva dopo la presa di Sibari. Pausania lo vuole cosi detto dal Crati di Grecia; e Strabone nell’assegnar la etimologia di un altro Crati da crajij per mixtio, dalla miscela cioè di due fiumi in uno, cita in esempio il Crati d’Italia.
7. Il Sinno, anticamente Siri, nella Peutingeriana Semnum, presso Licofrone Sirin, Cirin e Sinis, ed in carte del 1191 e 1305 anche Signa, ripete la sua originaria sorgente dal fianco meridionale del Monto Sirino, alle spalle di Lagonegro. Si scarica nel Golfo di Taranto tra l’Agri ed il Rivo di tanna. A dritta della sua foce era l’antica Siris, donde la Regione Siritide, i cui ristretti confini toccavano gli attuali Circondarii di Noja, Chiaramonte, S. Arcangelo e Rotondella in Basilicata. Rammentiamo queste antiche circostanza per rendere del nome di Sinno una semplicissima etimologia. Un fiume che nasce da Sirino, e termina a Siri, facilmente trasse il nome di Sinno dal leggersi chi sa dove e quando la parola Sirino col secondo i senza il suo punto. Oppure da Sirina di pronunzia breve fattosi Srina, coll’andar del tempo restò detto Sinno. Anche uno dei circa venti fiumicelli, che riceve nel suo corso di oltre 50 miglia, il Sarapotama, che vi si unisce tra Chiaromonte e Senise, dall’essere uno de' maggiori suoi tributarii, dir parrebbe fiume del Sara, alterazione di Siri. Si badi che il nome di Sirina è sempre il primitivo, donde prima il Sinno poi la Siris son derivati, e non al contrario.
8. L’Agri, una volta navigabile, secondo Strabone, quando cioè la rispettata religione pe' boschi lasciava gli alvei dei fiumi stretti o profondi, dopo un corso di oltre 60 miglia, sbocca pure nel golfo di Taranto tra il Sinno e la Salandrella. La sua prima sorgente dalla montagna di S. Vito è presso Marsico nuovo, e dove finisce il Vallo di questo nome è ingrossato dallo Scioura sotto l'antica Grumenta, e dal Maglia presso Spinoso, ove un ponte magnifico di un sol arco, del diametro di 90 palmi, opera del 1140-41, definisce se non l’ordinario volume delle sue acque, quello almeno delle sue ordinarie escrescenze. Più innanzi, dopo aver ricevute le Fiumarelle di S. Chirico Raparo e di Armento sotto S. Martino, oltre di molti fiumicelli o torrenti, accoglie l'acque del Sauro nel tenimento di Aliano. Questo fiume è l'antico Aciris, Achers, Acheronte, nome venuto dalla Grecia co' Coloni che, delle patrie contrade amando di mantener viva in memoria, le stesse denominazioni imponevano a' luoghi che occupavano. Altrimenti quell'Alessandro Re dell'Epiro, che chiamato da' Tarentini in ajuto contro ai Lucani cadde morto presso la sua riva nelle vicinanze di Pandosia, ed a cui l'Oracolo prevenuto aveva che gli sarebbe stato fatale l’Acheronte, detto non avrebbe in morendo: Ben veramente hai nome di Acheronte.
9. La Salandrella, Acalandro, nasce presso Accettura, e rasenta poco discosto da Salandra, che ne prese e non le diede il nome, come altri si avvisa, senza per monte che i fiumi non sempre più antichi de' paesi cui bagnano. Versa pur esso le sue acque nel Golfo medesimo, dopo un corso di 40 miglia in circa.
10. Basente o Vasiento è uno de' principali fiumi, solo inferiore al Bradano tra quelli di Basilicata che si scaricano nel Golfo di Taranto. Principia il lungo suo corso di circa 60 miglia da quel punto della Catena degli Appennini che tocca Potenza, sorgendo propriamente sotto Vignola da un laghetto e da un’acqua chiarissima. Molti sono i confluenti che riceve in passando tra Trivigno ed Albano, tra Oliveto e Tricarico, ed indi per Miglionico, Ferrandina e, Bernalda, ove presso Torre di mare incontrava Metaponto. È si pericoloso il guadarlo, a cagione delle sempre torbide sue acque e poco inclinato suo letto, precisamente negli ultimi cennati tre paesi pei quali transita, che il proverbio cosi concepito: Il Vasiento uol passare se non lo sienti, ben ammonisce che la sua correntia e molto profonda, e che travolgendo assai melina, non si fa sentire.
11. Il Bradano nasce dalla catena stessa che il precedente, e proprio dal lago Pesole nel bosco di Forenza. Bagna nel suo corso le falde australi di Acerenza, di Montepeloso e Montescaglioso, e dopo aver serbato un cammino quasi sempre parallelo al Basento, poco lungi dà quest'esso entra nel Golfo, segnando per qualche tratto dalla sua foce i confini di Basilicata e Terra d'Otranto. Le storiche rimembranze annesse a questo fiume sono: la riconciliazione di Marcantonio con Ottaviano avvenuta presso le sue rive; Il campo che vi pose il Conte di Sicilia Ruggiero, quando mosse contro le soldatesche di Onorio II, e l'aver mutato alquanto il suo corso nel 1213 secondo l'Antonini ed il Tansi.
12. Il Lato, ed anche Leto o Lieto, è l'unico tra i fiumicelli che in Terra d'Otranto scendono verso il Golfo di Taranto da una parte, e verso l’Adriatico dall'altra. La secondaria catena dell'Appennino che attraversa quella provincia nella sua lunghezza, avendo a brevissima distanza l'uno e l'altro littorale, non da origine che a picciolissimi rigagnoli e torrentelli. Esso dunque prende origine dal bosco di S. Antonio presso Laterza, e dopo un corso di una ventina di miglia, ingrossato alquanto da parecchi rivi, porta il suo umile tributo proprio dove il Golfo si ripiega verso Taranto.
In tutta la provincia di Bari per le stesse ragioni,ovvero men per la breve distanza delle sue Murge dal mare, che pe’ l'indole loro di non contener vene o serbatoi di acque nel loro seno pietroso, non vi ha rivi d'acqua che meritino almeno il nome di fiumicello.
1. L’Ofanto, l’Anfidus degli antichi, nasce donde il Sele, ma dall'opposto versante della catena Appenninica che divide i due Principati. Poco dopo la sua origine comincia a segnare i confini prima tral Principato ulteriore e Basilicata, poi tra la Capitanata e la Terra di Bari fino alla sua foce nell’Adriatico. Ha un corso di circa 70 miglia, nel cui tratto dodici piccioli fiumi lo ingrossano in guisa che d’inverno solamente è spaventevole, mentre nell'està quas’interamente si dissecca. La sua greca denominazione Ouidon vuolsi che significhi luogo ove si trovano pascoli o dovizia, il che se non può negarsi alla Puglia piana, per cui discorre, ci offrirebbe l’occasione di derivarne da ragione etimologica della fido degli animali, per la quale intendesi di assicurare i pastori che non saran molestati dal pascolo ad essi venduto, come se la vendita per se stessa non fosse bastevole a guarentire il contratto.
2. Il Carapella, corrottamente Crapello, è piuttosto un gran torrente che fiume: nasce dalla falda occidentale del monte Formicoso in Principato Ulteriore, ed attraversa la Capitanata nella direzione di Nordest, nella quale varii altri fiumicelli l'ingrandiscono. Quand’è presso a shoccare, dividesi in due rami, di cui uno entra nel Ingo di Salpa a dritta, e l'altro va a formar foce onita con un braccio del
3. Cervoro o Cerbero, Cerbalus. Tiene questo fiume un corso di circa 30 miglia, quasi sempre vicino al precedente, al quale comunica un ramo, e tributa l’altro al Lago di Pantano Salso.
4. Il Candelaro può riguardarsi come un canale che raccoglie le acque de' fiumi Ceinne, Salsoin e Trioin, i quali incontrando nel loro corso la falda occidentale del Gargano, vi rompono formando un sol confluente. Cosi accresciuto il Candellaro nel suo corso di circa 40 miglia, va a confondere lesue acquo con quelle dell'anzidetto lago di Pantano Salso.
5. Il Fortore, gran torrente anziché fiume, nasce dall’Appennino Pugliese, e propriamente dalle cime dette di Chiinne, Tiferno, Verde e Mazzocco. Nel principio del suo corso divide la Capitanata dal Contado di Molise, poi lascia il confine presso Torremaggiore, ed attraversando un angolo della prima, va a scaricarsi nell'Adriatico vicino al Lago di Lesina, e dirimpetto alle Isole di Tremiti.
6. Il Saccione è un picciolo fiume che nasce da Rotello, e che col breve suo corso di 16 miglia compie l'ufficio, dal Fortore interrotto, di dividere sino al mare la Capitanata dalla limitrofa Provincia di Molise.
7. Il Biferno prende il nome e l’origine dal monte omonimo, ha un letto molto inclinalo; e nel lungo corso di circa 60 miglia riceve più di trenta confluenti, tra i quali il Majo ed il Cigno; e traversando una spiaggia pantanosa e boschiva presso la sua foce, si scarica nell'Adriatico tra Campomarino e Termoli.
8. Il Trigno, dello a tempi di Plinio Trinium portuosum, perché metteva foce in una specie di porto, poscia scomparso, sia perché colmato di arena, sia per altro naturale sconvolgimento, nasce da tre sorgenti, perciò forse cosi appellato, che sono Vastogirardo, Agnone e Frisolone, in Provincia di Molise. De' molti fiumicelli che lo ingrossano, il primario è il Tresta, che deriva dalle rocce di Castiglione Messermarino. Vicino Triventu comincia a servir di limite tra il Sannio a l'Abruzzo Citeriore.
9. Il Sangro, detto presso Strabone Sangrus, e presso Tolomeo Sarus, ripete la sua origine dalle falde del Monte Torchio presso Gioja. A quattro miglia dallo sue sorgenti si apre il varco per un dirupato canale, indi riceve varii fiumicelli, che non intorbidano la sua limpidezza come fa il limaccioso Rutino per poco tratto. Volgendosi poscia a tramontana, segna i confini del Distretto di Vasto con quello di Lanciano sino a che si scarica in mare ricco di acque raccolte lungo il non breve suo corso di circa 60 miglia. Formava un tempo la sua foce un’isoletta, sulla quale eransi costruiti dei molini. L’Imperatore Adriano vi aveva buttato un ponte, di cui nulla avanza. Sulle sue rive rizzarono le loro fende i Crociati condotti nel 1191 da Arrigo VI in Terra Santa, ed i danni che recarono a tutta quella contrada furono descritti in versi elegiaci da Bernardo Monaco di S. Stefano.
10. Il Foro discende da una selva di Pretero, paese situato su di un colle della Majella; riceve nel suo corso 18 piccioli rivi, quattro torrenti, ed i tre fiumicelli Dentolo, Venne o Serrapenne; e ai scarica nel mare Adriatico al Sud di Fran
11. L'Alento ha la stessa origine che il precedente, con cui serba un’equidistanza in quasi tutto il suo corso, nel quale riceve ventisette tra rigagnoli e torrentelli, e va a scaricarsi dall’altro lato Nord di Francavilla.
12. La Pescara, col qual nome trovasi appellata fin da' tempi di Paolo Diacono, era fiume navigabile da grossi battelli carichi di mercanzie ne’ bassi tempi. Fino ai primi anni del corrente secolo riguardavasi la sua foce come il più sicuro porto nell'Adriatico tra Manfredonia ed il Tronto. Ora non più si loda né dell’uno né dell’altro vantaggio per la immensa ghiaja che si è cumulata allo sbocco, e per lo slargato suo letto per la già più volle ripetuta cagione del disboscamento delle alture. Con questo nome si addimanda per tutto il tratto che serve a dividere il Citeriore dall’Ulteriore degli Abruzzi, perché dove la Catena degli Appennini rompendosi lascia largheggiare un piano lungo 12 miglia tra il Gran Sasso e la Majella, ivi, e proprio presso Popoli, il cammino del fiume repentinamente cangiando direzione, lascia il nome di Pescara, e prendo quello di Aterno, col quale era riconosciuto anche anticamente per tutto il tratto che pel 2.° Abruzzo Ulteriore arriva alla sua sorgente verso Aquila. Nel lunghissimo suo corso ventisei sono i piccioli fiumi e torrenti che riceve abbondantemente ingrossati dallo nevi, che da ambe lo pendici della Catena sciogliendosi fluiscono in essi.
13. Il Salino maggiori, 0 Salinus, col qual nome è segnato nella tavola Peutingeriana, ripete la sua origino da una sorgente a Guado di Siella presso la piccola Valle di Ancri, ed ingrossandosi per via procede col nome di Taro, cui perde confluendo col fiume Fino. Perde anche questo a sua volta il proprio nome dopo un corso di 28 miglia, o con quello che prende di Salino maggiore da un luogo detto le Saline, va tosto a scaricarsi presso Città Sant'Angelo e vicino al fiumicello
14. Il Piomba — Scende questo precipitatamente dal Monte Chiodo, e si rende tranquillo nel suo corso in mezzo trite campagne di Carmignano, Scorrano e Cellino; attraversate quelle della Bozza, ai accosta a Città Santangelo già ingrossato da non meno di 11 rigagnoli nel corso di sole miglia 23.
15. Il Vomano, Vomanus, è detto dagli abitanti, di cui devasta lo campagne colle sue escrescenze, ben a ragione Inumano. Ha foce triforcata nell'Adriatico; e queste sue bocche son chiaro argomento della quantità della terra e della ghiaja che le nevi sciogliendosi, e le piogge distaccano dai monti e trasportano sino al mare, dopo averne lasciata ben molta per via, che giunge a far deviare e talvolta ripartire la corrente in più alvei. Nel corso di 30 miglia dalle pendici della Laga e di Roseto ove nasce, fin dove shocca, riceve circa trenta confluenti.
16. Il Tordino, o Tronfino, ricordato da Plinio col nome di Batinus, nasce dalla montagna di Padula, è ingrossato per via dal fiumicello Viziola, rasenta l'abitato di Teramo, e dopo un corso tortuoso di 30 miglia in Circa, per la molta terra che trascina anch’esso, ai scarica per più bocche nell'Adriatico.
17. Il Salinello, detto anticamente Suinus, nasce nelle vicinanze di Macchia del Conte, e dopo circa 20 miglia di serpeggiante cammino si scarica nel mare, dilatando d’anno in anno sensibilmente la spiaggia col molti depositi di arena che trasporta.
18. Il Vibrata, presso Plinio Helvinus, ha origine presso Civitella del Tronto, e nel breve suo corso di circa 16 miglia, si perde di vista ben due volte, nascondendo le acque sotto il sue alveo ghiajoso. Per tale circostanza vuolsi detto Vibrata, quasi Viperaio, ed anche Ubrato. Ed infine
19, Il Tronto, Truentus, ha la sua scaturigine dai monti di Campotosto presso Poggio Cancelli nell’Abruzzo Ulteriore II. Dopo aver corso per sassosi meandri qualche tratto, comincia a farsi grosso presso Amatrice. Quando è giunto sotto Accumoli, tocca la Provincia Pontificia di Ascoli, ove s’ingrossa di varii confluenti dalla destra riva; e ravvicinatosi di nuovo al Regno, dal punto che vi entra sino a che si scarica nell'Adriatico, serve a segnare i confini tra gli Stati del Papa e del Regno delle Due Sicilie. Tutto il suo corso di circa 10 miglia, malgrado la molta ghiaia che trascina, è navigabile dal mare sino al Villaggio di Martin Sicuro. Avanzi di muraglie presso alla sua foce fan congetturare che un tempo siavi stato un porto.
Laghi. Le valli senza sbocco apparente formano, com'è naturale, de' laghi più o meno grandi, secondo la estensione del bacino. Massimo fra tutti è il Lago di Celano, o Fucino, nel Distretto di Avezzano, la cui superficie media, tra le maggiori o minima escrescenze dipendenti dalle stagioni più o meno piovose o nevose. è di 100 miglia quadrate in circa (3). Dopo di esso, i laghi che per grandezza e rinomanza meritano di essere ricordati sono: quelli
— di Fondi, e Lago lungo, nel Distretto di Gaeta, ai confini dello Stato Pontificio;
— di Agnano, Lucrino, Averno, Fusaro, Mare morto, Licola, tutti nel Distretto di Pozzuoli, e di Patria sul confine di Napoli e Terra di Lavoro:
— di S. Gregorio o di Palo nel Principato Citeriore;
— dell'Acina e Dragone nel Principato Ulteriore;
— di S. Eufemia nel Distretto di Monteleone;
— di Carsignano nel Distretto di Reggio;
— di Forano nel Distretto di Castrovillari;
— dell’Abate, Pesole e S. Maria in Basilicata;
— di Lendenoso tra Lecce o Brindisi;
— degli Jaconi tra Ruvo e Ritento in provincia di Bari, e
— di Salpi, e Verzentino 0 di Salso, di Pantano della Malascarpa, e laghetti di Spinoza, di Varano e di Lesina sul littorale dello Capitanata.
Moltissimi altri laghetti, non meritevoli di essere ricordati per la loro estrema piccolezza in questa generale rivista idrografica del Regno, verranno debitamente mentovati co’ luoghi, ai quali si appartengono, nella particolar descrizione dei paesi. Non son però da trasandare qui que’ stagni e quelle paludi che s'incontrano in alcune contrade; e nò perché si sappia che a ben poco si riduce la cattiva influenza, che da essi può derivare, si per la loro naturale scarsezza, e si per quella restrizione cui le bonificazioni han potuto ridurla finora.
Di paludi formate dalle acque del mare son notabili due solamente nelle vicinanze di Taranto, ed una presso il porto Cesareo; ma son esse di minor conto rispetto a quella che a 6 miglia ila Barletta verso il Golfo di Manfredonia si dilunga per 1945 passi geometrici, e per 657 si allarga.
Di pantani e fangose acque palustri s’incontrano nelle pianure di Capua, di Salerno, di Eboli, della Valle di Crati, nelle Sterpine di Linosa, ove disseccandosi nell'està, oltre alla tinta del volto giallognola, producono ai circonvicini abitanti la morte pel contagio e pe' miasmi, di cui la putrefazione delle acquatiche piante o de' pesci, animali ed insetti morti, infettano l'aria. Lontani questi luoghi dalla Capitale del Regno, più che non sono le pianure del Distretto di Nola, non ancora han provocato le provvide cure del Governo come quest'ultime. Nelle quali fin dal secolo XVI le opere idrauliche stese dalle bocchette di Nola fino a Vico di Pantano, avendo incanalato sorgenti e stagni, cd arginato il Clanio per prevenirne l’escrescenze, si son renduti fruttuosi e salubri i terreni di Aversa odi Acerra.
Inconvenienti di tal natura, poiché provengono per lo più da inondazioni di torrenti ingrossati dalla terra e dalla ghiaja che scola dai monti già denudati dei boschi e delle selve che un tempo li rivestivano, sono irreparabili per qualunque espediente si voglia localmente sperimentare. Se ad esempio di Ercole, che nel caso identico raffigurato dall’Idra Lernea, vedendo riviverne le teste ad una ad una strozzato, si avvisò tutte sette abbatterle di un colpo, non si pensa di andare alla radice del male e troncarla, in vece di moderarne gli effetti; questi ripulluleranno mai sempre per mantenere incessantemente esercitate le forze degli uomini. ma sempre vuote ed esauste le loro speranze. Il rinsaldimento de' luoghi in pendio inculcandosi non più col divieto di dissodarli, ma col precetto di renderli di finto boschivi impiantandosi, potrà solo riparare i danni che deploriamo, e restituire all'agricoltura tanti terreni isteriliti dallo straripamento dei fiumi.
Mari. Il Mediterraneo, ond'è bagnata l'Italia, partecipa la sua denominazione di Mar Tirreno o di Toscana (mare inferum degli antichi) anche alla parte occidentale e meridionale del nostro Regno;quella di Mar Ionio a quel tratto che, frapposto fra le Isole ionie, la Sicilia e la parte orientale dell'Italia, le bagna solo la pianta del piede; e quella di Mare Adriatico, cosi detto dall’antica città dell’Adria, ed anche mare superum per rispetto al suo correlativo inferum dall'opposto lato a tutto il tratto rimanente che dal Capo di Leuca arriva sino al Tronto, e tira innanzi pel resto dell'Italia e dell'Illiria. In tutti e tre i descritti mari è da notarsi in generale, chele coste dell'Est bagnate dall'Adriatico e del Jonio risentono più l'azione de' flussi che de' riflussi del mare, in guisa che le basse pianure, specialmente nella Capitanata e nel seno del golfo di Taranto, anche indipendentemente dallo scarico di arena che i fiumi vi fanno, sogliono, quasi a vista, d'anno in anno avanzarsi sul mare. La qual cosa non si osserva sulle coste del Tirreno,se non ne' punti ove lui luogo la special cagione dello sbocco de' fiumi. E vuolsi ciò spiegare ricorrendo alla influenza siderea, che è da supporsi più sensibile nell'uno che nell'altro mare. Ed in vero si è sperimentato, che essendo, generalmente parlando, le maree equinoziali maggiori delle solstiziali, nell'Adriatico succede tutto l'opposto, val dire che le solstiziali, e specialmente quelle dell'inverno, superano le maree equinoziali, e ciò per effetto delle acque che allora crescono per la copia di quelle che vi recano i fiumi gonfii e le piogge. Quanto diciamo risulta dalle osservazioni fatte in proposito dal signor Temanza, che ne diede esatta comparazione in ciascun mese dell'anno, secondo il seguente specchietto delle
Maree medie ne’
Mesi di |
Piedi |
Pollici |
Linee |
Gennajo |
2 |
1 |
9 |
Febbrajo |
2 |
0 |
3 |
Marzo |
1 |
9 |
7 |
Aprile |
1 |
0 |
9 |
Maggio |
1 |
9 |
5 |
Giugno |
1 |
il |
7 |
Luglio |
1 |
9 |
9 |
Agosto |
1 |
7 |
9 |
Settembre |
1 |
9 |
2 |
Ottobre |
1 |
10 |
9 |
Novembre |
2 |
1 |
4 |
Dicembre |
2 |
2 |
6 |
Riguardo al Tirreno, si sa pure per le osservazioni del signor Ribaud, che lo Stesso non va soggetto a maree considerevoli; e ciò perchè l'azione del Sole e della Luna è la stessa così sull'ima colpe sull'altra delle sue estremità. Solo il Faro di Messina cresce e decresce ne’ termini di tre palmi quando spirano tempestosi i venti di Sud-ovest, Ovest-sud-ovest, e quando cadono copiose le piogge per più giorni; la quale altezza cresco vieppiù allorquando tali circostanze succedono nel Novilunio e Luna piena.
Nello Stretto medesimo di Messina quattro volte al giorno cangiano le correnti. Due flussi avvengono uno col nascere e l'altro col tramontare del Sole, e due riflussi dipendono non unicamente dal movimento del Sole, perchè non succedono nella medesima ora ogni giorno, ma pur da quello della Luna,precisamente quando è nello zenit e nel nadir del suo corso: giacché si sa come la stessa trovasi ne' medesimi punti dei cielo col ritardo di 48 minuti ogni giorno. Epperò ricadono i detti riflussi alla stessa ora del dì, corrispondenti ogni 15 giorni, ed a capo ili ogni mese lunare, val dire di giorni ventinove o mezzo. Alla qual pruova sì aggiungo l’altra per convincersi della simultanea azione de' due astri sullo stesso punto del mare, ed è che le più forti marce dello stretto di Messina avvengono di 15 in 10 giorni in corrispondenza mai sempre della nuova Luna e della Luna piena.
Or un tale cangiamento di quattro volte al giorno delle correnti del Faro è la cagione ile’ pur troppo noti pericoli per chi lo passa, pericoli tanto più esagerati della fantasia de' poeti con que’ rubinosi mostri di Scilla e Lambii,quanto meno fu dato agli antichi di approfondirne le cause, e di studiarne il periodico ricorso, per potermi con sicurezza affidare. Oggi è tale la conoscenza che si possiede di tutt’i movimenti di quelle acque, degli scontri delle correnti, e financo degli scherzi che ne risultano; è cosi esattamente conosciuto in qual ora e| a quanti minuti precisi principia il flusso scendente dal Nord al Sud dello Stretto, rei il riflusso montante dal Sud al Nord, secondo le fasi della Luna ne’ diversi mesi dell'anno, che solo ai piloti esperti e conoscitori de' luoghi e de' tempi, della direzione e della durata di quei terribili capricci, è dato di andar sicuri per quelle acque perigliose. Sei ore a scendere ed altrettante a salire impiega la marea che i Messinesi chiamano rema con alterata voce greca, cui ben tredici bizzarri epiteti essi danno per esprimere con alcuni le circostanze che no caratterizzano l'indole più o meno pericolosa, e con gli altri alcune particolari specie di agitazioni dalla rema istessa derivanti. Ed abbialo voluto indicarne il numero senza denotarli,solo per rifermare quel che testò dicevamo, di esser cioè cosi graficamente risaputi dove e quando avvengono quei ribollimenti, quegli urti, quei vortici, quelle agitazioni e battimenti de' flutti, che la navigazione più non conta di quei lagrimevoli naufragii di un tempo.
Lungo il littorale del Tirreno, e propriamente tral Capo Miseno e la Punta della Campanella, osservazioni di fatto denunziano che il livello del mare nel corso di una ventina di secoli si è per ben tre volte alternativamente abbassato ed elevato sull'attuale suo livello, se pur non vogliasi ciò spiegare coll’abbassamento o colla livellazione del suolo. Le scogliere che in taluni punti del lido, nell'indicato tratto di mare, si colavano a picco sulle acque, e le superstiti colonne del Tempio di Serapide, bucherate si le une come le altre dallo fola di ad una certa notabile altezza, sono, oltre parecchi altri argomenti, una irrecusabile pruova dell’innalzamento del mare; come un'altra evidentissima di essere stato il medesimo al disotto dell'attuale livello ce l'offrono gli avanzi sott'acqua delle fabbriche Romane a Baia, a Pozzuoli e ne’ contorni di Capri.
In generale, salvo pochissime eccezioni,il Tirreno presenta l'altitudine d'invadere il lido, se valido rocce che esso Magdla noi tenessero a segno: laddove l'Adriatico ed il Jonio par che si lascino invadere dal lido, e ciò indipendentemente ani materiali che recano i fiumi. Il signor Olivi ha fatto conoscere in uno schizzo sulla topografia dell'Adriatico, che la qualità del suo fondo essendo ove arenoso, ove argillaceo, ed altrove pietroso senz'alcun interrimento, gli accumuli di tali materie si fanno nella direzione della forza delle correnti, e propriamente di quella che dall'oriente va ad occidente, ove le sue fangose esportazioni si arrestano, perchè non v’incontrano di quelle agitazioni che le potessero respingere (4). Di qui la ragione, perchè l'Adriatico dagli Abruzzi sino a Leuca non forma alcun seno, e la spiaggia con si dolce declivio si addentra nel mare, che i legni mercantili son costretti a tenersi tre e quattro miglia in distanza dal lido, e ricevere gli imbarchi a via di battelli. Di qui pure la ragione, come osserva il del Re (5), di quella tisica costituzione che Ita dato origine a molti depositi di acque piovane e marine arrestale per mancanza d'inclinazione nel suolo dove in laghi e dove in istagni e maremme, le cui acque sono trattenute dalle aggiunzioni sempre crescenti che il mare depone su quei lidi. Epperò solo sui fianchi del Largano diviene alla la sponda, e quindi assai si abbassa dopo Manfredonia sin presso 'frani, come ne fan fede quei laghi. Dopo Trani di nuovo s’innalza, ed il mare divieti profondo, del pari che a Mola di Bari, dopo del qual punto si sminuisce di nuovo sino ad Otranto, e poi di molto va rialzandosi per sino al Capo di Leuca. Di là il ionio per tutta la costa che lingua sino al Capo Spartivento, pe’ molti andirivieni, seni, tramezzamenti di promontorii, di cupi o di punte sporgenti, è svariatamente profondo, e quindi il fido dove più, dove meno alto e inclinato.
SGUARDO GEOLOGICO |
(6) DELLA CATENA APPENNINICA E SUE DIRAMAZIONI NEL NOSTRO REGNO
La più generale classificazione de' terreni in Geologia si è quella di rocce nettuniane e rocce plutoniche, relative alla cagiono acquea le uno, alla ignea le altre. Per la notabile quantità che si incontra delle seconde sul nostro suolo, ci è d'uopo assegnare una trattazione separata ad amendue.
In tre serie o tre distinte formazioni possono comodamente dividersi i nostri terreni nettuniani.
Van comprese nella prima le rocco calcaree particolarmente caratterizzate dai nummuliti dalle nerinee e da quelle forme organiche, di cui non offre alcun esempio la Fauna dell’epoca attuale, e che i Paleontologi, nulla di certo conoscendo intorno la loro vera natura, comprendono sotto il nome di rudisti. E poiché di questa roccia calcarea son formati per la piupparte i nostri Appennini, può questa prima serie ritenere esclusivamente il nome di calcarea appennina.
Le rocce della seconda serie, malgrado la loro svariata mineralogica composizione, convengono nel carattere che tutte si hanno, di una distinta. stratificazione, e nella circostanza di essere quasi del tutto scevre di animali fossili, ma in quella vece, sebbene non sempre, fornite in gran copia di fossili vegetabili dell'ordine delle fucoidi; chepperò possono essere dette rocce con fucoidi o formazione del macigno.
Quelle della terza serie in fine, comprendendole marne, lo calcaree e le arenarie doviziosamente sparse unii ripieno di fossili marini per lo più di specie tuttora viventi ne' nostri mari, possono dirsi rocce subappennine, quantunque con questo stesso nome altri Geologi indicassero alcune rocce delle serie precedenti.
La 1.° serie, che è pur la prima in ordine cronologico, comprende i più antichi terreni di origine acquosa del nostro Regno. Però la calcarea appennina fra le molte sue varietà che non costituiscono essenziali differenze,due sole ne offre considerabili per la loro frequenza; una è la calcarea compatta con frattura concoide e color bianco o bigio di fumo chiaro, e l'altra, meno abbondante, con tessitura granellosa più o meno distinta, in cui più che nell’anzidetta, trovarmi le piccole cavità tappezzato di cristalli della stessa sostanza. Altre quattro varietà della medesima sono: lai.» con tessitura brecciforme di vivaci colori e svariati, capace di ricevere bellissimo pulimento, come i marmi di Vitulano e di Mondragone in Terra di Lavoro; la 2.° di colore bianchissimo, ruspa al tatto e facile a polverizzarsi sottilmente, reperibile tra Piedimonte di Alife e S. Potito alle Calde del Matese, nel Distretto di Melfi dopo il 77.° miglio della strada della Valva, ed altrove; la 3.° non molto diversa dalla precedenti*in apparenza, è proprio quella che i GeoIogi addimandano creta, e non trovasi, per quanto dare, che solo nel Gargano (7); o la 4.° finalmente è la bituminifera che incontrasi spesso in quelle contrade particolarmente, che abbondano di tossili ittiolitici o pesci petrificati.
Le sostanze che incontratisi per cosi dire estranee nella calcarea appennina sono:
1. Il quarzo piromaco con tale frequenza, che può dirsene caratteristico, rinviensi talvolta interposto a piccioli strati tra le commessure degli strati più granai, e talvolta incastonato con varie figure, fra le quali è notevole la sferica perfetta.
2. Il carbonato di magnesia in proporzioni svariatissime,ma sempre unito al carbonato calcareo appennino. Se ne trova talvolta sì abbondantemente, che per esso può spiegarsi La facilità con la quale in alcuni luoghi più che altrove va soggetta questa roccia ad alterazioni profonde agevolate dall'azione continua delle meteore. Un esempio di cotale disfacimento incontrasi nella valle di Tramonti in provincie di Salerno. Nelle vicinanze di Amalfi, la calcarea magnesifera rinviensi co’ caratteri della dolomite, val dire con tessitura granellosa solventesi assai lentamente negli acidi, e ciò senza metamorfismo cagionato dalle rocce plutoniche,dappoiché in rocce le più manifestamente dolomitiche si trovano forme organiche di fossili assai ben conservate. Ben vero, questi fatti contrarii ai fenomeni di dolomizzazione non escludono che interne forze plutoniche abbiano disturbato le rocce calcaree sollevandole all'altezza in cui si ritrovano; e neppure escludono esempli di metamorfismo, che sono frequenti nel distretto di Castrovillari.
Le nostre calcaree appennine si son d’ordinario credute prive di avanzi organici che potessero fornire caratteri paleontologici ben determinati. Eppure riusciva al lodato Prof. Scacchi di assicurarsi dell'antica doviziosa Fauna de' nostri mari, in cui formaronsi le più alte nostre montagne, siccome può ognuno assicurarsene dalla ricca collezione del R. Museo Mineralogico, del quale lo stesso è Direttore. Le forme che più frequenti e più abbondanti si rinvengono,son quelle che riferisconsi alle rudisti. Il monte Gargano, il monte Lesnie, la calcarea bruna sul ponte presso Lauria in Basilicata ne offrono doviziosissimi esempli. Dopo le rudisti vengono in considerazione i nummuliti, di cui s'incontrano ammassi non solo nel tarano, ma nelle vicine isole di Tremiti, presso Lama negli Abruzii, e Casalbore in Principato Ultra. Le nerinee infine, i nicchi turbinati, le diceratiti, alcune conchiglie affini alle natiche, e nel Gargano le impronte di vegetabili della famiglia delle conifere, due gigantesche specie di bulle, una pirula e l’ammonite rothomagensis, diverse specie di zoofiti, gl'ittioliti ed alcune specie di rettili conosciuti pe' recenti lavori del pr. Costa... trovansi in tale quantità, che bene a ragione questa prima serie, ovvero calcarea appennina. si è da' medesimi caratterizzata nella classificazione che lo Scacchi ne statuiva.
Ci rimane ad assegnare di questa 1.° serie di terreni qualche carattere topografico. onde riconoscerli facilmente ed anche in distanza, ovunque nelle nostre contrade s'incontrano. I monti adunque di calcarea appennina hanno cime lunghe e ristrette;dai loro fianchi si spiccano delle minori diramazioni con simile finimento: han qualche volta il loro pendio interrotto da maestosi scaglioni, ai qua!i, come a saldo muro verticale, par che si appoggino le balze inferiori, i cui strati scoperti sovente nel rilevarsi man mano, accennando di raggiungere colle loro testate le alte pendici, e fino i più elevati comignoli, costituiscono tal aspetto caratteristico da bastare esso solo a distinguerli da monti e colline di diversa natura. Un’eccezione, ma di poca importanza, si è il trovarsi con apparenze del tutto dissomiglianti la calcarea nella Capitanata, tu Bari, ed in Lecce. E quantunque le Murge della seconda di queste Provincie sembrino ancora notevolmente diversificare in quanto alla topografica configurazione, alla giacitura de' loro strati con picciolissima inclinazione all'orizzonte, ed a qualche altra circostanza; nondimeno possono ritenersi per calcarea appennina; e tutt'al più dir potremmo che i loro strati non vennero disturbati, ovvero che fu il loro sollevamento meno pronunziato che negli altri monti, per dare una spiegazione delle differenze, che sembrano escludere le dette Murge dalla 1.° serie in cui sonosi allogate.
La 2.° serie, ovvero le rocce con fucoidi o formazione del macigno, non costituisce gran di giogaje di montagne, comeché trovisi di occupare le elevate regioni degli Appennini, ma piuttosto piccioli monti o colline con vertice rotondato e depresso, salvo poche eccezioni, in cui i loro strati per essere di una spessezza maggiore della ordinaria, imitano le apparenze de' monti calcarci, ed unii delle quali può dirsi l'alta vetta in cui siede la città di Monteverde in Principato Ulteriore. Le diverse specie di rocce di questa serie sono notevoli per (a maniera onde sono stratificate, alternandosi le une con le altro in una regolarissima disposizione di strati, la cui crassezza varia da un decimetro a mezzo metro, con qualche eccezione in più, ed anche meno talvolta.
La stratificazione di queste rocce è fortemente inclinala all'orizzonte, e la loro inclinazione, un grazia degli strati cosi bene distinti assegnabile con molta esattezza, varia tra’ gradi 25 ai 50, in qualche caso fino ai 70, ed in alcuni luoghi fino forse ai 90. Son queste variazioni segni evidenti del loro spostamento, tanto più che in siti piuttosto vicini cotesta loro inclinazione sovente è diversa e, quel che più monta,anche in senso contrario. Tra le cagioni che si assegnano di siffatte irregolarità,la più probabile sembra quella delle acque, che sciogliendo gli strati cretosi, danno luogo a franosi scoscendimenti, in forza de' quali si spezzano gli strati di calcarea e di arenaria di poca spessezza. Questa ipotesi però che non basta a rendere ragione della generalità nel fenomeno, non esclude per parecchi casi la ipotesi del sollevamento in forza dell'azione plutonica.
La composizione mineralogica delle rocce con fucoidi, quanto mai si può credere svariata, offre cinque principali specie di varietà, che sono la calcarea, la marna,l'arenaria, la limonite ed il gesso, ciascuna divisibile in altre varietà, di cui solo le più principali noteremo.
Quelle della calcarea sono: 1.° in marnosa, di svariati colori, e talvolta con le vaghe apparenze che imitano i disegni di rovinati edifizii, perciò detta calcarea ruiniforme; 2.° meno frequente dell’anzidetta ma non meno caratteristica)la breccia a minutissimi frammenti con cemento di color rosso, talvolta assai intenso, altra volta meno, ma nel tutto insieme tirante al porfido rosso, per cui riesce di bellissimo effetto lavorandosi. Trovansi speciosi saggi della prima varietà nelle vicinanze di Gesualdo e di Frigento in Principato Ultra; e la seconda è più che altrove comunissima nel distretto di Melfi.
Le calcaree di questa serie contengono spesso qualche poco di argilla,la quale si rende marnosa perla calce carbonata che in quantità variabile vi si trova mescolala. Essa è talvolta compatta, si scinde in esilissime sfoglio, e con l'acqua forma pasta duttile. Se ne trova ordinariamente di color bigio azzurrognolo, e nella Lucania so ne incontra di color rosso. Le transizioni di questa roccia vanno per gradazione insensibile alla calcarea da una parte, e per le minute pagliuole di mica e pochi granelli di sabbia che trovansi di avere, vanno dall'altra a trasformarsi in arenaria.
Le arenarie anch’esse offrono molte varietà di qualche importanza, secondo la grandezza, abbondanza o scarsezza dei grani di quarzo, e secondo ancora i varii gradi della loro tenacità. Hanno perciò sovente i caratteri del vero macigno; incerti casi riescono eccellenti per affilare stromenti da taglio, cd in altri adoprar si possono alla fabbricazione di mattoni e di crogiuoli refrattari! alla temperatura elevala.
La limonite non si rinviene quasi mai pura; ed i suoi depositi sono cosi scarsi da non potersi mettere a profitto per l'estrazione del ferro. Nondimeno trovasi d'ordinario unita al ferro carbonato, a ciascuna delle tre precedenti specie di rocce, e più specialmente alla marna ed all'arenaria. La limonite mista colla marna, oltre le così dette pietre aquiline che trovansi nel distretto di Cerare, forma nella contrada detta Fucina presso Pietraroja alcune varietà che, per essere somiglianti a pezzi di serpi impietrite, son detto pietre serpentine. Alle quali configurazioni possono aggiungersi i massi sferoidali a tessitura sfogliosa concentrica delle vicinanze di Alberona in Capitanata, e le forme prismatiche della valle di Ansanto in Principato Ultra.
Il gesso finalmente, non abbondante come le anzidette quattro varietà di rocce con fucoidi, trovasi talvolta a strati, ed i suoi cristalli di notevole grandezza sono cosparsi nell'argilla. Alle volte i suoi gran di depositi non offrono verun indizio di stratificazione, ed allora la sua struttura è eminentemente cristallina.
I fossili caratteristici della formazione del macigno appartengono quasi esclusivamente al regno vegetabile, di cui più che ogni altra sono ovvie le diverse specie di fucoidi, come possono osservarsi nella marna bigia e nella calcarea presso Alberona, nella marna rossa scistosa di un fiumicello che scorre in vicinanza di Melfi, e nella simile marna del Colle delle macine presso Lama in Abruzzo Citra. Nella marna e nell’arenaria rinvengonsi pure delle concrezioni cilindriche ramose probabilmente vegetabili e riferibili alle fucoidi; e nel vallone della Sala presso Pagliara, al Sud di Benevento, trovansi ben conservati i tronchi, le foglie e qualche semenza delle piante carbonizzate fra i piccioli ma frequenti depositi di lignite. In quanto ai fossili animali, dee convenirsi di essere assai rari, se non che in alcuni strati di arenaria vicino Gaeta scorgonsi impronte ben distinte di pettini, cui nessuna specie vivente nei nostri mari sembra potersi riferire.
3.° Serie. — Rocce subappennine. Le argille marnose, le arenarie, la calcarea, ed un particolare conglomeralo di ciottoli,sovente assai grossi, son le rocce che in questa serie più frequentemente s’incontrano, non però a strati molto distinti, e nemmeno molto inclinali all'orizzonte, choc quanto dire non disturbati dalla loro primitiva posizione. Non hanno un carattere topografico proprio che le distingua da altri terreni; ma solo in mezzo ai monti Appennini ed alle loro falde formano colline a dolce pendio, ed alquanto spianate nella sommità, tranne rari casi di più svelta prominenza, come sarebbe quella su cui siede Ariano.
La calcarea subappennina suol essere di apparenza tufacea, mo|to friabile, e quasi tutta formata di minuti frantumi di zooliti e di nicchi marini, di cui conserva molte spoglie nella loro perfetta integrità. Questa roccia abbondantissima nella provincia di Bari, non trovasi mai fra gli Appennini.
Le arenarie sono in generale anch’esse friabili, e dir si potrebbero piuttosto depositi di sabbie, per cui si distinguono facilmente dalle arenarie compatte, che nella 2.° serie si son distinte col nome di macigno. Trovansi spesso frammiste a ciottoli di svariata natura e grandezza, ed in tanta quantità da stupirne. Sono i ciottoli di formazione calcarea, spesso marnosa, di piromaco talvolta vergente a diaspro, di arenaria tenace, di granito e di altre rocce cristalline.
Si rinvengono da per tutto i depositi di pura sabbia, o di sabbia con piccioli ciottoli, ma il conglomerato a grossi ciottoli trovasi solamente sulle regioni montuose, o loro d appresso, all'opposto del tufo calcareo che trovasi esclusivamente sui piani.
L’argilla infine, più o meno marnosa e di color bigio azzurrognolo, per la sua qualità plastica, riesce pe' lavori di figulina assai meglio delle argille con fucoidi.
Di questa per cosi dire rivista geologica del nostro Reame, nella quale si è osservata la classificazione de' terreni Secondo il rigore della scienza, volendo riassumere ed ordinar i risultamene, anche secondo le idee del nostro benemerito Cav. Ferdinando de Luca, come trovansi dallo stesso classificate in una pregevole monografia aggiunta alla Geografia del Balbi, e nelle stesse Istituzioni Elementari della sua, riepilogheremo il fin qui detto colla menzione de' luoghi in cui e diverse specie di terreni s'incontrano, attenendoci, con la scorta del eh. geografo, alla divisione che in generale i Geologi hanno adottato delle formazioni diverse del suolo, in terreni cioè stratificati, scistoso-cristallini ed in masse. Cosi sistemati li verremo noverando con quella sobrietà che ci è forza osservare in materia quanto vasta, tanto meno esplorala nella sua totalità, salvo quegli studii e quelle ricerche parziali che abbiamo de' nostri dotti Mineralogisti, di cui daremo qui appresso i nomi con uno storico schizzo de' loro lavori intorno un tale argomento. Eciò facciamo pure,perchè in tale qual modo venga a rendersi intelligibile ad ogni classe de' nostri lettori quel gergo della scienza nel suo tecnicismo, vedendo coni' è classificata quella parte geologica o fossile, che predo mina nella loro propria contrada e nell'altrui.
Terreni stratificati. 1 Suolo alluviale. —Appartengono a questo suolo i terreni trasportati dalle alluvioni a colmar le valli che si lasciano in mezzo cd ai lati le giogaje de gli Appennini, ed anche i terreni antichi alluviali che formano varii gruppi intorno l'Aspromonte, ed occupano le gran di vallate in generalo, ed in ispecie quelle de' dintorni di Cosenza. 2. Il suolo terziario, o formazione terziaria sub appennina superiore ricuopre dell'Appennino più la falda verso l'Adriatico che quella verso il Tirreno. Abbondano di argille a marna le spiagge dell'Abruzzo Chietino e Teramano, e di sabbie conchiglifere le Puglie e le Calabrie. 3. Si riferiscono al suolo secondario alcuni punti del nostro Appennino calcareo, come il Gargano, i dintorni di Cajazzo e Solmona, i quali appartengono alla formazione cretacea superiore; mentre la inferiore, o del gres verde, abbonda per modo nel nostro Regno, che forma un’estesa zona addossata all’Appennino calcareo dalla parte dell'Adriatico,propria mente sulle eminenze che dominano i bacini del Tronto, del Tordino, deI Vomano, cd anche verso Stilo e Reggio. In que sta formazione secondaria si contiene il carbon fossile (zoo-fitantrace). La formazione giurassica domina in tutte le montagne che più si elevano lungo la catena dell’Appennino, non escluse le sue diramazioni dai confini del Regno collo Stato Pontificio sino Alla Calabria Citra. In essa formazione, che è di depositi alternati da argille più o meno sabbionose, e da diverse specie di calcaree per lo più oolitiche, s'incontrano de' minerali di ferro in alcuni punti, ed anche del manganese. 4. La formazione del suolo di transizione che scorge si presso Staiti, Gerace e Pazzano nell'ultima Calabria, e sol quella del suolo calcare.
Terreni scistosi cristallini. 1. Lo gneis predomina nelle prominenze delle Calabrie, ma più che altrove nel gruppo di Aspromonte, che può dirsi di esserne interamente formato. Il passaggio più continuo di questa roccia è al granito, col quale trovasi sovente in contatto. Presso S. Vito ed Olivadi in Calabria Ulteriore II abbondano i granati, o trovasi pur l'onfacite nel mezzo della formazione. 2. Nelle vicinanze di Africo nell'ultima Calabria incontrasi una picciola formazione del suolo di micascisti. 3. Nella stessa provincia il suolo della fillade ha depositi ben determinati presso Candofari e S. Lorenzo, la qual roccia suole avervi un lustro abbagliante di argento, ed in qualche luogo è unicamente alluminifera come presso Pazzano, ove trovasi fra questa roccia ed il calcare di transizione il ricco banco di ferro idrato, che oltre di che occuparsi alle ferriere della Mongiana. 4. Ed in vicinanza allo stesso Pazzano, in contatto coll’anzidetta, trovasi la curio sa formazione del suolo di diorite scistosa sopra strati di tenacissima e massiccia diorite della specie medesima.
Dei terreni in massa cadrà in concio tener parola al lorquando, dovendo trattar degli sconvolgimenti della natura, parleremo de' Vulcani, co' quali hanno relazione strettissima.
Son questi i cenni geologici, che in difetto di un apposito compiuto lavoro su tale argomento, abbiam raccolti nel più ordinato modo possibile. Con essi siam venuti in certa guisa inventariando sol quegli svariati oggetti della Orittognosia che i monti ci mostrano ne’ loro fianchi scoperti, e quei po chi che le miniere ci rivelano dell’interno. Quant altro ci riuscirà saperne sia in servigio della scienza, al cui incremento intendiamo concorrere, quei parziali studii ragunando che ci verranno profferti, sia pel bene che ogni scienza si propone di raggiungere per l'utilità sociale; avremo occasione di esporlo in queste pagine, e dove di ciascuna provincia tocche remo questo medesimo obietto nel modo stesso che or faremmo del Regno in generale, e dove di ciascun luogo parlando, la parte geologica che lo riguarda dovrà essere indispensabilmente trattata.
Per fare intanto cosa grata ai cultori della geologia, verremo indicando, nel tracciarne uno storico schizzo, i nomi di quei benemeriti scienziati Napolitani che cominciarono, e di quelli che proseguirono a darci fin oggi dei saggi delle loro geologiche ricerche, acciocché sappiano in quale stato ritrovasi la nostra Orittognosia, quali parti di essa, e per quai luoghi, sono state disvolte, per conoscere quali rimangono a trattarsi da chi sentesi chiamato a coltivar questi studii.
Già fin dallo scorcio del sestodecimo secolo Ferrante Imperato. Chimico Napoletano, datosi a raccogliere le produzioni del la natura, ed esaminarne l’indole o le proprietà, pubblicava nel 1590 in foglio una Storia naturale divisa in XXXVIII libri, nei quali discorre delle miniere, pietre preziose, animali, piante ecc., ed il figlio Francesco trattava de' fossili in un libretto, nel quale fra le altre cose è parola di una pietra meteorica caduta nel Regno di Napoli nell'anno 1383, del peso di 30 libbre. Fatto avendo dei progressi la scienza nel secolo XVIII, potè il Grimaldi inserire nei suoi Annali del Regno di Napoli le scoperte che delle miniere sì erano già fatte sotto il Regno di Carlo III; ed indi a poco comparvero il Fasano colla sua dotta memoria de' fossili metallici utili contenuti nei monti della Calabria, ed il cavalier Vivenzio colla storia de' tremuoti avvenuti nella Calabria Ulteriore, in cui asserisce di essere stata presentata nel 1781 alla Regina Carolina d’Austria una cassetta con entro, in tante separate divisioni, tutti i pezzi delle miniere scoperte nel Regno delle Due Sicilie ne’ tempi del Re Cattolico. Della stessa Calabria Ulteriore, e propriamente di Olivadi, anche il Candida pubblicò alcune notizie sulla grafite che egli denominava moliddeno. —Circa quel tempio medesimo occupatasi ad illustrare la Solfatara di Pozzuoli Giuseppe Vairo, o con questo nome potrebbe chiudersi il catalogo ili co loro che nel passato secolo diedero opera a geologiche indagini, ed ascriverne, se non rimontasse all'anno 1789 il savio provvedimento del Re Ferdinando IV, di mandare allo più rinomate scuole mineralogiche di Schemnitz in Ungheria, e di Freyberg in Sassonia, sei giovani, per farli poi cosi istituiti, viaggiare onde perfezionarsi nel resto della Germania, in Olanda, Inghilterra ccc.: Furono essi i signori Faicchio, Savarese, Ramondini. Giuseppe Melograni, Carminantonio Lippi, e Matteo Tondi. Di essi il primo si mori, quand'era nel punto di mostrare al suo paese i frutti de' profondi suoi studii; il Savarese e Ramondini adempirono nel 1801 l'incarico di recarsi nelle Calabrie onde attivare gli scavi delle miniere di quelle provincie, e delle loro operazioni indirizzarono al Governo convenevole rapporto. Lasciò il primo, dopo la sua morte, molti scritti mineralogici parte pubblicati, e forse in parte perduti. Occupò il secondo la Cattedra di Mineralogia nella nostra Università, ov'ebbe occasione di mostrare il valore del suo ingegno e l'ampiezza delle sue cognizioni. Melograni incaricato dal governo di ampliare le miniere e fonderie di ferro della Mongiana, diede ampia relazione del salgemma di Lungro proponendo rimedii ai disordini con cui questa utilissima sostanza veniva allora scavata. Applicò il Lippi il suo raro ingegno, distaccandolo dalle sterili conoscenze dell'Orittognosia, alla solida utilità della mineralogia tecnologica; pubblicò ben 32 opuscoli in diverse lingue, e sopra svariatissimi oggetti, che il mostrano quasi enciclopedico e valoroso in ogni argomento die prendeva a trattare. Il suo linguaggio un poco urtante gli procurò calunnie, traversie ed ingiustizie per modo, che colpitane la sua fantasia, finì di vivere da uomo illustre, che è quanto dire sfortunato. Ed il Tondi in fine, rimaso decano degli Italiani mineralogisti, succedeva al suo Collega Ramondini nella Cattedra di mineralogia nella Regia Università, lasciando fra le altre molte ed insigni sue opere un eccellente trattato di Orittognosia.
La spinta data dal governo a questi studii non limitavasi a coglierne i frutti nella sola riuscita de' lodati valentissimi professori. Il lume della scienza che da costoro venne quindi a diffondersi, valse pure ad accendere negli animi di varie persone colte delle Provincie vivo desiderio di occuparsi anche essi della geologia delle patrie contrade; ed un marchese Orazio Delfico di Teramo davasi a studiar la struttura geologica del Gran Sasso d'Italia e di altri monti della giogaja Appenninica, non poco ajuto recando ai geologi del corrente secolo XIX colle sue profonde investigazioni. E di quanto non avrebbe spianato il sentiero medesimo quel celebre Brocchi, non nostro, se non fosse stato rapito agli avanzamenti della Scienza ed alla totale illustrazione della Geologia del Regno? Ben fanno argomentarlo le sue escursioni negli Abruzzi, le osservazioni sui laghi Fucino ed Ansanto, le indagini sul distacco della Sicilia dalla Calabria, e le notizie geognostiche raccolte in Terra d’Otranto. Ingegnose considerazioni pur si hanno sulla fisica costituzione della Peucezia e della Daunia dell'illustre Cagnazzi; e non meno utili scritti sulle Puglie del chiarissimo Arciprete Giovane tanto applauditi dal Brocchi, e del Conte Milano che scrisse i Cenni Geologici sulla Provincia di Terra d’Otranto, e sul territorio di Massalubrense. Ma i nomi di cui può eminentemente lodarsi il nostro Regno, i soli ai quali deve la sua riconoscenza per gli studii coscienziosi e profondi da essi applicati alla Geologia delle loro patrie regioni con quel successo che nelle loro opere si ammira, ed i dotti esti mano a gran pezza, sono Breislak e Leopoldo Pilla.
Se qui arrestiamo il novero de' benemeriti della geologica scienza, senz’aver nominati molti altri che pur avrebber dovuto esservi inseriti, egli è perché gli abbiamo a bella posta sceverati. serbandoli ad illustrar co’ loro nomi la materia vulcanica, nella quale si sono più specialmente distinti. Anche altrove sarà pur fatta debita ricordanza di altri chiarissimi uomini, e di altri ancora, secondo la specialità per loro professata, che qui dovremo man mano a proprii luoghi trattare.
Intendiamo con questo titolo d'imprendere a narrar storicamente e descrivere gli effetti sensibili, come attualmente si presentano sul nostro suolo, de' due più imponenti fenomeni della natura, dir vogliamo i vulcani e i tremuoti. Avendo i primi più che i secondi influito a cangiar la faccia di parecchie contrade, ma più specialmente in forza de' primi osservando si un distinto ed ampio sistema geologico, fu mestieri che per questo riguardo appunto avessimo loro serbato una trattazione a parte.
Son essi o spenti, o semispenti, o attivi. Dei primi si hanno più tracce lungo il littorale del Tirreno, e segnatamente in Provincia di Terra di Lavoro ed in tutta quella di Napoli, ed un solo sulla spiaggia bagnata dall'Adriatico. De’ secondi si veggono parecchi avanzi presso Pozzuoli; e degli ultimi il solo Vesuvio presso Napoli.
Fra gli spenti sono i più noti: quelli di Roccamonfina, il Vulture in Basilicata, e quelli della Provincia di Napoli, il cui terreno essendo tutto vulcanico esparso di molti crateri, quali soli quelli di Campiglione, Fossa Lupara, Cigliano e gli attuali laghi degli Astroni, di Agnano, e di Averno, fa supporre di essere stato il suolo de' famosi Campi Flegrei, la cui regione si distendeva tra il lago di Patria, Aversa, e terminata al Sebeto.
Fra i semispenti è la Solfatara solamente, che ai molti fumajuoli, donile incessantemente si svolgono vapori acquei ed aeriformi esalazioni, dà indizii di non essere un vulcano estinto, e di non essere lontano il timore che potesse quandochessia risvegliarsi in tutta la furia della sua attività, come credesi di essere avvenuto nel 1190. Il suo cratere, dall'ampiezza di 1300 piedi per 1000, piuttosto slargato ed alterato dall'industria che da quel terreno ricava bianchetto, solfo ed allume, calcandosi forte rende un rimbombo: alla profondità di due dita scavando, mal regge la mano alla sensazione del caldo: quel che di giorno par fumo, non è vero che di notte sia fiamma, ed accostando l'orecchio a qualcuno di quei crepacci odesi quello strepito che i vapori fan sentire, quando non han libera l'uscita. L'analisi ha rinvenuto in tai vapori un poco d’acido muriatico; e fra le diverse combinazioni saline formate da quelle esalazioni si è riconosciuto come predominante il muriato di ammoniaca.
Fra gli attivi è il Vesuvio, che sebbene fra i cent’ottantasei Vulcani e Solfatare che si contano sulla superficie continentale della Terra, sia il più piccolo, è però uno de' più meravigliosi per la bizzarria delle sue eruzioni, per le visite di tanti forestieri, e per le scientifiche investigazioni de' Fisici intorno ai suoi variabili fenomeni, ed alla natura geologica delle sue produzioni. Ben giusto è quindi che qui venga storicamente e con qualche estensione descritto un prodigio che a sé richiama curiosi da lontane contrade, e tiene in palpiti continui gli abitatori de' suoi dintorni. I quali presentano anch’essi un prodigio di affetto al suolo natio, cui non vollero abbandonare giammai, malgrado che affidar non si ponno alla sua profonda quiete, dalla quale si riscuote or con furia devastatrice delle loro fortune, ed or con qualche segno innocente di quell'attività che si manifesta ad intervalli più o meno minacciosi di tremendi disastri, secondo che sono lunghi più o meno. La cronaca che qui diamo delle sue eruzioni non sarà che la storia delle rovine che ne han patito i circostanti abitatori dell'estesa sua base; e la enumerazione delle specie orittognostiche che ne faremo, servirà per offrire elementi alla spiegazione del fenomeno de' vulcani, ed a valutar quella che se ne trova da’ dotti naturalisti assegnata.
Topografia del Vesuvio. Sulla gran pianura che si di larga tra Napoli e Castellammare, Nocera de' Pagani, Sarno, Palma, Nola, Cancello, Maddaloni, Caserta, e poi si dilunga per tutta la Provincia di Terra di Lavoro, sorge il Vesuvio colla sua conica figura sopra una base di circa 30 miglia di circonferenza. L’inclinazione dello sue falde men di due gradi a principio, va crescendo man mano sino a 12 o 13 verso la metti dell'erta, ed arriva al di là di gradi 54 verso la cima, prendendo dalla detta metà in sopra una più espressa configurazione, non senza mostrare i primi indizii dell'antica divisione in due vette, quelle cioè di Somma e Vesuvio. Dalla parte meridionale del monte è sensibile un abbassamento del suo fianco per modo, che presenta al detto punto medio dell’intera sua elevazione il bordo di un altopiano, forse una volta unico cratere del vulcano colmato prima dalle eruzioni di Somma a settentrione, in di da quello del Vesuvio a mezzogiorno, le quali non ancora son giunte a finire di riempiere il detto altopiano, che chiamano le chiane, ovvero le piane.
La vetta di Somma forma una cresta semicircolare che abbraccia dalla parte del Nord-est il cono del Vesuvio all'altezza di 605 passi milliarii di sette palmi. Il punto più elevato di essa è detto punta del nasone, e delle due estremità quella che termina a scirocco è detta i cognoli di fuori, l’altra che finisce ad occidente distinguevi in tre prominenze, una delle quali domina il fosso della vetrana, l'altra è detta cognolo lungo, e l'ultima è quella su cui sorge l'eremo del Salvatore, alta passi 321 sul livello del mare. La parte interna della descritta cresta di Somma è una gran valle circolare, che si addimanda atrio del cavallo. In mezzo di essa sorge, come si è detto, il cono ripidissimo del Vesuvio, il cui cratere di forma ellittica accostatilesi al cerchio, e di un terzo di miglio largo nel suo asse minore, fa che il cono sia tronco ed alto sul livello delle acque 650 passi. L’orlo del cratere offre due prominenze, una a borea detta punta del palo, e l’altra punta del mauro tra scirocco e levante. La forma interna dello stesso varia incessantemente tra quella di una tazza, donde la denominazione di cratere, e quella di un imbuto, secondo che le eruzioni sono meno o più forti. Sovente in mezzo al cratere formasi un altro cono di svariata figura e grandezza dalle materie che il monte gitta fuori, non in istato di fusione, ma in frammenti, alla stessa guisa di quei cumuli che fan le formiche quando scavandosi le tane, ne trasportano intorno la buca il terreno.
La mole del monte non sempre compatta nella sua massa come quella delle lave, ma da queste e da frantumi di scorie, sabbie vulcaniche e lapilli formata nel giro di chi sa quanti secoli e di quante eruzioni,presentii una superficie solcala da fossi, da valloni, da canali, le cui fenditure sino ad una certa profondità mostrano ai Naturalisti le diverse stratificazioni, onde meglio approfondire le loro geologiche ricerche.
Oltre a queste descritte locali condizioni del Vesuvio, che volemmo, riferire come preliminari che ajuteranno a meglio intendere quanto appresso sarem per dire, occorrono certe altre prominenze, minori crateri e bocche sparse sulle falde del monte. Delle prime la maggiore è quella de' Camaldoli della Torre, presso la falda meridionale del monte, cento passi elevata sul mare, circa due miglia e mezzo in linea orizzontale distante dal centro del Vesuvio, la quale sembra di essere stata anche un piccolo cratere, se pure non è un masso rotolato per scoscendimento dal monte. Due altri piccioli crateri, a un miglio dal precedente verso levante, sono quelli che chiamano uno fossa della monica, l’altro viulo. Altre sei piccole bocche, in dialetto coccole, si formarono nel 1760 sulla stessa falda meridionale poco sopra alle già dette. All’altezza delle piane son le bocche nuove, onde scaturì la lava del 1791 che invase, un mezzo miglio più sotto presso Falanca, un’altra prominenza crateriforme antichissima. Ed in fine anche sui fianchi di Somma son visibili antiche bocche ignivome, dette una fosso di cancherone a borea, e l'altra vallone grande sulla pendice orientale.
Cronologia delle eruzioni del Vesuvio. La più antica menzione che del Vesuvio s’incontra nella Storia è quella che vien riferita da Beroso nel libro 5. delle Antichità, forse non sue, come avvenuta nel penultimo anno di Ario o Aralio, settimo Re degli Assiri, che è quanto dire oltre venti secoli avanti G. C. Eccone le parole: Eo tempore Italia tribus locis arsit mullis diebus circa Istros, Cyneos et Vesuvios, et vocata sunt a Janigenis illa loca Palensana, idest regio conflagrata. Dalla parola Palensana di questo luogo rilevisi per incidente che Pailene di Macedonia, non altrimenti che i Campi Flegrei, Di così denominata anche dal fatto della conflagrazione, cui andò spesso soggetta. La stessa parola Vesuvio, stando all'etimologia assegnatane dal Mazzocchi e dal Martorelli, da Antonio Vetrini confutata, malgrado le piccolo differenze da altri eruditi notate sull'ebraica radice, o che denoti vomito di fuoco secondo i primi, o ubi fiamma, o semplicemente ignis secondo gli altri; è indubitato che Vesuvius o Vesujus, Vesvius o Besbius ha mai sempre significato ignitus o ignivomus. Le storiche testimonianze de' tempi più vicini all'Era volgare non oltrepassano i tempi di Giulio Cesare e di Augusto sotto ai quali visse Diodoro Siculo, che nel quarto libro della sua biblioteca storica così ne scrisse: «Questo luogo è denominato campo flegreo per un colle che, come l'Etna in Sicilia, e ruttava gran copia di fuoco: onde dicesi Vesuvio, e molti segni ancora conserva degli antichi incendii.» (8) Vitruvio riferisce che per tradizione sapevasi a’ suoi tempi di essere stato ignovomo una volta. E Strabone nel quinto libro ne lasciò questa breve descrizione: «Sopra di questi luoghi, ei dice in parlando di Napoli, Ercolano, Pompeja e di altre città vicine, situato il Monte Vesuvio cinto per ogni lato da fertili campi, eccettuandone il vertice che, piano in gran parte, è tutto sterile cd infecondo. Li superficie di questo ultimo ha raspollo cinereo, e presenta caverne profonde che si diramano in diverse aperture e meati. Le pietre sono bruciate, come si argomenta dal colore, onde si crede che questo monte ardesse una volta, ed avesse bacini di fuoco.» Il Vulcano si estinse, perchè la materia delle sue combustioni restò esaurita. Forse dal suo fuoco e dalle sue ceneri deriva quella incredibile fertilità, con cui si distingue la Campania». Da queste parole di Strabone, e da quel che Plutarco nella vita di M. Crosso fa saperci del Vesuvio, descrivendo la rivolta di Spartaco avvenuta 23 anni prima dell'Era volgare, sembra potersi dedurre, che circa quei tempi il Vesuvio avesse la sua cima tronca poco su del livello dell'atrio del cavallo o delle piane, dovendo perciò ritenersi di formazione posteriore a quell’epoca la maggior parte del cono che elevasi sul detto livello. Le più remote testimonianze di queste sarebbero anche le mitologiche in quelle battaglie combattute tra i Giganti ed i Celesti su' famosi Campi Flegrei, se per attestarne la natura vulcanica non soccorressero assai meglio delle memorie degli uomini le geologiche induzioni dalle lave esistenti assai di sotto al suolo che oggi calchiamo (9). Se quindi le abbiam riferite, è stato per dedurne che i monti ignivomi, malgrado lunghissimo riposo, possono svegliarsi; e ciò indipendentemente dalla presenza o mancanza della materia che li alimenta, sibbene per effetto di altra cagione, nell'assegnar la quale non si accordano ancora i Naturalisti pei loro opposti sistemi.
1.° Eruzione dell'anno 70 dell’era volgare. Si è questa, conto la prima in ordine dopo tanti secoli di riposo, cosi la prima pe’ lagrimevoli effetti, memorandi a questi di più per l’idea ai aver prodigiosamente salvato, per un modo di dire, seppellendo Pompeja, che per quella di aver distrutto 0 almeno involato ai nostri sguardi Stabia, Oplonti, Retina, Ercolano. Un tanto avvenimento, che valse a lasciare si durevoli memorie della sua ruina, non doveva mostrarsi senza i forieri che il precedessero in una certa distanza, quasi per avvertire colla furia de loro guasti, che era per tener loro dietro lo sterminio desolatore di fiorenti e popolose città. Ed un portento, quasi preludio lontano lontano de' futuri sconvolgimenti, avvenuto a’ tempi della congiura di Catilina, fu un fulmine, che caduto a ciel sereno su Marco Erennio, decurione di Pompeja, non fu che una scarica di elettricismo del vicino Vulcano. Verso gli anni 50 di G. C. la Campania tutta cominciò ad essere trambasciata ed afflitta da tremuoti, di cui l'ultimo e più fatale fu quello che nel 63 accadeva sotto l’impero di Nerone, le cui rovine ci ha lasciato Seneca con questa distinzione descritte: «Pompeja, celebre città della Campania, intorno alla quale la riva di Sorrento e di Stabia da una parte, e quella dell'Ercolano dall'altra, formano col loro incurvamento un golfo ridente, è stata rovinata, ed i luoghi contigui molto maltrattati da tremuoto accaduto nel verno, vale a dire in una stagione, che i nostri antenati credeano esente da pericoli di tal sorta. Fu ai 5 di febbrajo, sotto il Consolalo di Regolo e di Virginio, che la Campania (la quale era stata sempre minacciata, ma almeno senz’alcun danno e sol travagliata dal timore fino a quel momento) venne devastata da questa violenta scossa della terra. Una parte della città di Ercolano è stata distrutta, e ciò che ne rimane non è ancora sicuro. La colonia di Nuceria fu, se non rovesciata,almeno malconcia. Napoli ha sofferto delle perdite piuttosto particolari che pubbliche, e fu lievemente tocca da questo gravissimo flagello. Molte case di campagna risentirono delle scosse senza effetto. Si aggiunge che un gregge di 600 pecore rimase estinto, che lo statue furono spezzate, e che dopo di questo avvenimento funesto si videro errare pe’ campi persone prive di conoscenza e di sensi».
Fu questo tremuoto segnatamente ai Pompejani cosi dannoso, che furono costretti ad abbandonar la città e riparare in quelle vicinanze: ma vi ritornarono o perchè rassicurati dallo spavento, o perché i guasti furono risarciti in men che sei pensavano, ed in guisa che Pompeja riapparve più bella. Ouand’ecco il giorno 23 di novembre dell’anno 79, a un’ora circa pomeridiana, spalancò il Vesuvio all'improvviso le sue voragini, vomitando da più parti, in cui gli si squarciarono i fianchi, precipitosi torrenti di lave (10) e sbruffi di sassi, di pomici, di lapilli e di cenere, ed ebbe sepolte al tempo stesso con Pompeja Stabia, Oplonti, Retina, Ercolano ed altri paesi vicini. Non sapremmo dire e descrivere gli orrori che accompagnarono si disastroso furore della natura, senza ripetere le parole di chi ne fu testimonio oculare a qualche distanza. dir vogliamo di Plinio il giovane. che (11) a richiesta di Tacito casi dipingeva lo spettacolo che a lui con la madre toccò vedere da Miseno, di quel tremendo subisso: «La nube piomba sulla terra, ricuopre i mari, invola ai nostri occhi l'Isola di Capri, ch’essa circonda, e ci fa perdere di vista il promontorio di Miseno. Mia madre mi supplica, mi comanda di salvarmi in qualunque maniera. Mi dimostra che ciò è facile alla mia età; ma che ella oppressa dagli anni e dalla pienezza del corpo non potrebbe seguirmi; che morrebbe felice se non fosse cagione della mia morte, lo le dichiaro che non v’era salute per me che con essa, le prendo la mano e la sforzo ad accompagnarmi. Ella cede suo malgrado e si rimprovera di trattenermi.
«La cenere cominciava a cadere sopra di noi, benché in poca quantità. Io rivolgo la lesta, e veggo alle mie spalle un denso fumo che c’inseguiva spandendosi sulla terra come un torrente. Nel mentre che ancor ci si vedeva, io gridai a mia madre: «abbandoniamo la strada; la Colia ci opprime». Appena ce n' eravamo allontanati, le tenebro crebbero in modo, che si sarebbe creduto ritrovarsi in una di quelle notti nere e senza luna, o in una stanza ove si fossero spenti i lumi. Non si sentivano che lamenti di donne, gemere di fanciulli e grida di uomini. Chi chiamava il padre, chi il figlio, chi la moglie: essi riconoscevansi alla sola voce… V’era taluno, a cui il timor della morte faceva invocarla la morte medesima. Molti imploravano il soccorso de' Numi. Altri credevano che più non fossero, e pensavano che quella fosse l'ultima notte, la notte eterna che doveva ingojar l'universo... Ed io mi consolava di morire, esclamando: «l’uni verso perisce».
I nuvoli di cenere arrivarono fino all'Egitto ed alla Siria. Sedato il rovinio, quando l'opera della distruzione fu compiuta colla sparizione delle città, era pure scomparsa la costiera per l’ingombro di monti di pomici e di cenere che ne occupavano il sito.
2.° Eruzione dell'anno 203 e 204. È descritta da Xifilino, l’epitomista della Storia Romana di Dione Cassio, e riportata come avvenuta nell’anno decimo dell'Impero di Settimio Severo.
3.° Eruzione dell'anno 472. Ne fan parola Ammiane Marcellino e Procopio, e ne ricordano precisamente la gran copia di cenere che il vento fece arrivare sino a Tripoli in Africa ed a Costantinopoli.
4.° Eruzione dell'anno 312. Trovasi memoria di quest’incendio nel libro 4. delle cose varie di Cassiodoro, ove il Re Teodorico scrive nella lettera 50 a Fausto, incaricandolo di verificare i danni sofferti da' Napoletani e da Nolani, e di sgravar loro in proporzione il tributo. Noi descrivere un tale Avvenimento fa indubitatamente menzione delle lave: e da questo luogo apparisce di essersi a torlo creduto dal P. della Torre e da altri appoggiati forse all’autorità di lui. che il Vesuvio non abbia cominciato ad eruttar lave prima del 1036.
5.° Eruzione dell'anno 685. Platina. Salicilico e Sigonio. scrittori del decimoquinto e decimosesto secolo, fan parola di questa eruzione senza citar le fonti, cui ne avessero attinta la notizia.
6.° Eruzione dell'anno 993. Il Baronie no fa breve menzione ne’ suoi Annali sull'autorità di Glabro Ridolfo. Recapito ne riferisce un'altra avvenuta nel 982.
7.° Eruzione dell'anno 1036. Nella Cronaca dell’anonimo Cassinese è registrata al detto anno con queste parole: Sexto kalendas Februarii Mons Vesuvius eructavit incendium, ito ut usque ad mare discurreret.
8.° Eruzione dell'anno 1049. Leone Morsicano, ovvero l'Ostiense. ne dà notizia parlando della morte di Pandolfo Principe di Capua.
9.° Eruzione dell'anno 1139. Oltre dell'anonimo Cassinese nella sua Cronaca, Falcone Beneventano anche parla di quest'incendio.
10.° Eruzione dell'anno 1306. È ricordata da Leandro Alberti nella sua descrizione dell'Italia.
11.° Eruzione dell'anno 1500. Ambrogio Leone, medico di Nola, ne parla come testimonio oculari.
12.° Eruzione dell'anno 1631. Si ha di questa, e ad occasione di essa, oltre la descrizione particolarizzala de' suoi danni, anche lo stato topografico del Vesuvio. Nel 16 dicembre del detto anno cominciò la più spaventevole eruzione che dopo quella del 79 si fosse veduta. Fu dessa che eccitò varii dotti di quell'epoca ad occuparsene di proposito, e fu allora che si cominciò a dare in disegno il monte colte sue eruzioni. Uno de' più pregevoli scrittori è l'abate Braccini, che avendo visitato il Vesuvio prima dell'eruzione, ce lo descrive rivestito di alberi sin nell'interno del cratere. nel cui fondo erano tre stagni di acqua di vario sapore e temperatura. Questa circostanza della vegetazione fece ragionevolmente congetturale al Sorrentino. che l’eruzione del 1500 fosse avvenuta non dalla cima del monte, ma da qualcuno de' piccioli crateri detti il Viulo, o Fosso della Monica. Ecco intanto i particolari di quel terribile flagello. — Dopo circa sei mesi di tremuoti continui, alcuni della Torre sentirono il giorno 10 dicembre fremere il Vesuvio come fa il mare in tempesta. Alcuni più curiosi si portarono sulla cima del Monte per esaminarvi la cagione del rumore, e ne trovarono il cratere colmato e quasi piano divenuto, sì che impune mente vi si poteva camminare imperciocché (usando in proposito le stesse parole del Sorrentino) stando allora alquanto sotterra in materia disfasia a bruciare, che per la sua gran possanza tutto ciò che nella voragine per avventura si ritrovava suso innalzando, avveniva che nè riscaldava, né facevasi vedere. Quand'ecco la mattina, all'alba del 16 dicembre, a ciel sereno, squarciasi il fianco del cono del Vesuvio dal lato di libeccio verso il terzo inferiore della sua altezza, e n’esce dapprima bianco e denso fumo che prende la solita forma di pino, indi ne sortono altre nubi che oscurarono il sole anche alle vicine contrade, e colle nubi folgori frequenti e sassi lanciati in alto. Dalle ore 20 sino alle 2 della notte di quel giorno Molinai in Napoli un incessante e spaventevole scuotimento. Ad ore 16 del giorno seguente, dietro un violento tremuoto, il mare ritiratosi mezzo miglio circa dal lido, vi ritornò con tale impeto, da superar di oltre trenta passi i suoi soliti limiti. Nel tempo stesso per nuova strada apertasi nel cratere ne uscì oltre alle piogge di sassi e di sabbia, strabocchevole torrente di lava, che diviso in più rami, ricoperse tutta la falda dalla Torre dell'Annunziata fino alla Madonna dell'Arco, o giunse al mare. Di quella lava son quei letti di pietra che da quell'epoca sin oggi si taglia per lastricarne le strade di Napoli e per altri usi dell'architettura; e che siano di quella lava i letti che ora si veggono alla Torre dell'Annunziata, alla Villa Inglese, alla Favorita, alla Scala, al Granatello, sotto il Real Palazzo di Portici ed in altri luoghi intorno la base del monte, le assicurazioni ci vengono dalle tavole pubblicate dal Giuliani, dal Mascoli e dal Carafa, le quali rappresentano il corso della lava di questa eruzione. Anche le ceneri della stessa il giorno 17 andarono a cadere non solo nelle Calabrie ed in provincia di Lecce, ma anche in molte isole dell'Arcipelago ed in Costantinopoli. Ai disastri del fuoco si unirono in quel giorno anche i più rovinosi delle dirottissime piogge e de' torrenti, che, per la falda scendendo precipitosi e rigonfii di quel mobilissimo terriccio, ricoprirono i Casali di Nola e tutte le sottoposte campagne. In tal proposito riferiscono gli Scrittori del tempo, che l'acqua rigurgitasse anche dal cratere unitamente alle materie fuse della lava; Giuliani soggiunse che sopra i tetti e per le strade di Avellino e di Atripalda, paesi molte miglia distanti dal Vesuvio, siansi trovate il giorno 18 «alcune cotte sardelle con infinite alghe e rene di mare». La qual cosa troviamo molto opportuna alla supposizione dianzi accennala di essere stata Pompei sommersa piuttosto dalle alluvioni dell'acqua che dalle lave del fuoco, o almeno dalle une e dalle altre insieme. Continuò l’eruzione sino alla metà di febbraio. Fu allora che scrollò entro le voragini del cratere in gran parte il cono del Vesuvio, restando, secondo le misure de' geometri di quel tempo. 250 passi geometrici più basso della cima di Somma. Il citato ab. Braccini fa ascendere a tre mila, ed altri a dieci mila il numero di coloro che in questa eruzione perirono. Ben quindi a proposito è fatta quell’apostrofe «Posteri. Posteri, vostra res agitur» che leggesi in una lapida eretta sulla strada di Portici in memoria delle sciagure per tale eruzione sofferte.
13.° Eruzione dell'anno 1660. Erano passati 29 anni di riposo da che si era scaricato il Vesuvio di tanta materia vulcanica, quando nel luglio di detto anno diede nuovamente segni della sua attività eruttando cenere e fumo.
14.° Eruzione degli anni 1682, 1685, 1689. Rammentisi di aver noi detto pocanzi, che precipitatosi il cono nella sua propria voragine, l’interno del cratere rimase profondissimo e con tre bocche nel fondo corrispondenti ai tre laghetti menzionati dal Braccini. In conseguenza di ciò i piccioli incendii del 12 agosto del 1682 restarono nel cratere, e sol si mostravano al fumo ed alle esplosioni di materie incandescenti. Bastò quel materiale a colmare in gran parte la voragine in mezzo alla quale elevossi un picciolo cono col suo corrispondente cratere in cima. Nell’ottobre del 1685 con simile procedimento, continuò a riempirsi per modo, che potevasi andare sino al cono di già cresciuto fino a rendersi visibile a Napoli. Dopo altri 4 anni, nel 1689. il Vesuvio tornò al consueto stato di eruzione, perchè colmato perfettamente il gran vuoto, il cono interno divenne monte di circa 100 metri di altezza.
15.° Eruzione degli anni 1694, 1696, 1698. Potè finalmente ai 12 marzo del 1694 traboccar in lava dal cratere, e per diversi torrenti finire per la valle de' corvi, per l’arso di S. Giorgio a Cremano, e per la Terre del Greco per ben quattro giorni, dopo i quali restò in riposo fino a'4 agosto del 1696. Nel settembre dello stesso anno eruttò in montagnuola, che erasi tanto innalzata sulla non più voragine, ma cratere,rovinando una gran parte della sua falda che guardava la Torre del Greco, e la lava in due torrenti divisa riempi il Fosso de' cervi e coperse il territorio boscoso che era all'oriente del Fosso bianco. In maggio finalmente del 1698 nuove lave della montagunola, indirette verso Resina ed agli anzidetti due fossi fecero si che la base della stessa, raggiunto l’orlo dell'antica voragine, formasse un solo piano inclinato col resto del monte, e rimanesse unico cratere del Vesuvio quello in cima alla montagnuola.
16.° Eruzione dell’anno. Ne’ primi nove giorni di luglio di questo anno due torrenti di lava sbucati dal piè della montagnuola si diressero uno verso i Cognoli di Ottajano a bruciare il bosco e le vigne di quel Principe, o l’altro verso il Viulo.
17.° Eruzione del 1704 al 1708. Fu in que’ quattro anni più volte in eruzione il Vesuvio, ma senza sbocco di lave.
18.° Eruzione degli anni 1712 al 1734. Non istette il Vesuvio in detto intervallo di tempo un solo anno in riposo. Dal 5 febbrajo 1712 fino agli 8 novembre fu in continua attività. Nell’aprile del seguente anno eruttò dalla cima della montagnuola un gran torrente di lava nella direzione del Viulo. Si aprì nel giugno del 1717 la falda meridionale della montagnuola, e la molta lava che ne fluì prese la via del Fosso bianco. In maggio e giugno del 1720 fuvvi eruzione senza lava. Nel giorno 11 settembre del 1724 osservava la prima volta il Sorrentino un globo di fumo nericcio, che innalzatosi dal Vulcano si apri nel mezzo in forma circolare, e tennesi sospeso in aria per circa 10 minuti. Nel 1728 un nuovo cono si formò nell'interno più alto dell’orlo del cratere.
19.° Eruzione del 1737. Da’ 11 a 23 di maggio di questo anno diede il Vesuvio in incendii non ordinarii, di cui scrisse saputamente il celebre medico Serao. Cominciò la lava a scorrere dal cratere, ma il giorno 20 maggio si aprì nuovo sbocco nel fianco del cono verso Torre del Greco, alla cui volta si diresse il maggior torrente de' diversi rami della lava, arrivandolo presso al mare. Nella relazione che Menteallegro. segretario distato del Re di Napoli ne fece al Cardinale di Polignac, il corso del detto torrente si calcolava di sei a sette miglia, la larghezza di 50 a 60 passi, e la spessezza di 25 a 30 palmi, ed in certe vallate fino a 120.
20.° Eruzione del 1751. Con questa si apri il Vesuvio nel giorno 25 ottobre poco sopra l’Atrio del Cavallo verso Boscotreccase.
21.° Eruzione del 1754-1755. Sin dal 1753 le molte scorie lanciate dal fondo della voragine avevano formato ricadendo un monticello nell'interno del cratere: ma il giorno 2 dicembre del 1754, senza segni precursori, squarciossi il cono del Vesuvio in due punti del suo pendio dalla parte di Ottajano e Boscotreccase, e le lave per fino a 20 gennajo non cessarono di fluirne.
22.° Eruzione del 1760-1751. Si schiuse questa volta il varco per nuova via il Vesuvio a 23 di dicembre del 1760 sino a 4 gennajo dell’anno seguente, e fu sotto alle piane verso mezzogiorno, ove formò una specie di vespaio d» 12 bocche, quelle che tuttavia in otto prominenze crateriformi chiamanti le voccole. L’apertura si fece quasi ad un tempo, ma con terribile rovinio. Le lave giunsero sino a 200 passi dal lido del mare. Durante il loro sbocco per quelle tante uscite, il cratere dall’apice del monte non dava che turbini di cenere.
23.° Eruzione del 1766 a 1767. Aprissi a 28 marzo del 1766 il Vesuvio presso alla sua sommità dalla parte di Resina, e ne uscirono due torrenti di lave che arrivarono lentamente sino alle voccole. Nel tempo stesso le materie frammentarie uscivano si copiose, che formarono tosto un cono interno che si rese visibile a Napoli in aprile. In marzo dell’anno seguente durò l'eruzione fino al 19 ottobre,fluendo per una gran fenditura apertasi presso alla cima verso Ottajano.
24.° Eruzione del 1770-1776. In questi sei anni la prima eruzione cominciata in febbrajo del primo anno durò sino alla metà di marzo. Nella notte precedente al giorno 17 dello stesso mese squarciossi il monte quasi nel mezzo,versando t suoi soliti torrenti. Il primo maggio del 1771 dall'apertura i stessa, precedendo fremiti senza scoppio, uscì della lava che si diresse verso la collina dell’Eremo. La proiezione de' sassi che dal 1770 durò sino all’aprile del 1776, non solo colmò in gran parte la voragine del cratere, ma innalzò anche una montagnella, dalle cui radici sgorgò il 29 dicembre del 1773 altra lava che si rovesciò nel Canale dell'arena. Finalmente il giorno 3 gennajo del 1776 usci lava per tre giorni dalla cima del monte e da una squarciatura formatasi in mezzo ai pendio tra settentrione e maestro, arrivando sino ai Canteroni.
25.° Eruzione del 1779. Incominciò a 29 luglio, e continuò sino alla metà di agosto lanciando sassi, sabbie, filmo, spesso accompagnati da baleni elettrici, o sboccando in tre torrenti di lave. Uscì il primo il giorno 29 luglio dalla falda dell’interna montagnuola, e scendendo pel canale dell’arena, arrivò ai Canteroni. Il secondo sbucò dalla squarciatura apertasi il giorno 3 agosto verso i due terzi del declivio del monte dal Iato boreale, e giunse al piano delle ginestre. E l'ultimo venne fuori la notte seguente al giorno 8, in cui sprofondossi la montagnuola interna col piano del cratere sul quale sorgeva;il monte si spaccò dalla cima sin quasi alle radici dalla parte di tramontana, e da quell’immensa apertura elevossi una colonna di materia fluida, di fumo e di pietre infiammate, in forma di covone la cui altezza da’ fisici ai allora si calcolò non minore di diciottomila piedi (12), dal perchè la caduta delle pietre dal punto al quale si elevavano, ben 28 minuti secondi impiegavano a scendere nella vallata di Somma, ovvero nell'Atrio del cavallo. Durò queste eruzione 20 minuti. Ottajano ne andò mezzo bruciato; e vi furono degli uomini uccisi e feriti.
26.° Eruzione del 1790. Dalla metà di settembre sino alla fine di ottobre di detto anno usci lava dalla cima del monte, e per varie fenditure, ma in poca quantità.
27.° Eruzione del 1794. Una scossa di tremuoto sentitasi la notte del di 17 giugno fu segnale dell'apertura di cinque bocche in mezzo alle antiche lave sotto la base del gran cono, e proprio nel luogo detto Pedamentina. Ne scaturirono copiosissimi torrenti di lava con sassi e turbini di fumo. Vedevansi sulla superficie della fluente materia di tanto in tanto de' lampi luminosi, che Breislak credette provenienti dall’accensione di alcuni getti di gas-idrogeno. In sei ore corse la lava più di due miglia inondando la Torre del Greco, ed inoltrandosi anche alquanto nel mare. Il giorno 19, diradatasi la caligine ond’era avvolto il Vesuvio, si vide l’orlo del suo cratere scrollato dalla parte di libeccio.
28.° Eruzione del 1804-1806. Dulia notte precedente il di 12 agosto cominciò il Monte a mettersi in istato di forte conflagrazione che durò sino ai 18 settembre. La lava colmato avendo il cratere, ne traboccò dal lato di mezzogiorno al quanto verso ponente, ed in più rami divisa scese tra ‘l Casino del Cardinale ed i Camaldoli il di 29 di agosto. Nel 1805 si rinnovò l'incendio anche il giorno 11 agosto con un torrente di lava che celeremente si diffuse dalla parte di scirocco. Questa eruzione venne preceduta da parecchi giorni di lenta accensione, e dal famoso tremuoto del giorno 26 luglio ancora ricordato col nome di Sant'Anna, e darò sino a’ 7 settembre. Dopo tre mesi di calma si riaccese il Vesuvio a 27 gennajo del 1806 con grande strepito, mandando per alcuni giorni infiammati turbini di fumo in forma spirale a guisa di trombe marine.
29.° Eruzione degli anni 1810, 1813. Agli 11 settembre del 1810 riattivossi il Vesuvio. Nel 1811 udissi la notte del 28 dicembre solo una scossa di tremuoto. Nel primo del 1812 un torrente di lava corse verso la Torre del Greco. Ad occasione della stessa scrisse il Lippi (13) quella sua operetta col titolo di Qualche cosa intorno ai Vulcani in seguito di alcune idee geologiche, che cosi esordiva: «Le batterie de' nostri forti non avevano ancora annunziato, mercoledì scorso, l'anno nuovo, quando il Vesuvio con fortissime detonazioni, con muggiti interni e con vomizioni di altissime colonne di fumo e di fiamme, festeggiava già fin dalla mezza notte la prima giornata del 1812». Furono notevoli in questa eruzione due cose, che non crediamo di tramandare. Fu l’una l’aver percorso la lava solo cinque miglia in otto ore, il che fu argomento della poco fluidità della materia liquefatta, che per essere stata molta,avrebbe dovuto correre più celeremente; e di ciò assegnava il dotto osservatore per probabile ragione l’abbondanza dell’arsenico mostratosi anche giorni prima al color giallo dell'orpimento onde videsi anche da lungi tutto il cratere indorato. Fu l’altra una curiosità si risolare di un albero di gelso che circondato e reciso dalla lava, e bruciando in mezzo alla stessa, colla sua umiditi raffreddò a sè d'intorno la lava in guisa da separar dai torrente un tubo conico, cui l'albero medesimo servi di modello. Un tal tubo fatto portar via dal Lippi per conservarlo, era tre decimetri lungo,del peso di circa 27 chilogrammi, e della spessezza di 30 millimetri, e presentava nella frattura l’aspetto metallico accostantesi a quello delle melanine delle fonderie. Restò poscia in calma il monte fino a 24 dicembre del 1813,quando una scossa di tremuoto annunziò la eruzione del giorno seguente.
30.° Eruzione del 1817. Nei quattro anni scorsi dall'ultima conflagrazione furono visibili piccioli incendii nell’interno del cratere, che innalzarono due piccioli coni sulle lave cumulale in fondo allo stesso sino a’17 ai dicembre del 1817. Il giorno 22 precipitatisi i detti due coni,uscirono fuori due torrenti di lava.
31.° Eruzione del 1820-1822. Durante P anno 1820 il Vesuvio mostrò la sua attività per più bocche. Se ne apri una verso mezzo di poco sopra la Pedamentina, e sei altre disposte in linea ed in torma di piccioli coni alla base del gran cono dalla parte di maestro, donde scaturì la lava che si versò nel Fosso della vetrana. Nell'ottobre e novembre sursero sul gran cratere due coni, di cui uno avanzò in altezza la punta del Palo. È memorabile nella storia Vesuviana questa eruzione pel funesto ed inudito sacrifizio in essa consumato la mattina del di 16 gennaio del detto anno dal Francese Luigi Coutrel. Aggiratosi come farfalla intorno al lume per più giorni attorno ai ciglioni degli ardenti gorghi del Vulcano,chi dir saprebbe da quale smania preso o da quale fanatica curiosità (14) precipitossi l’infelice nella bocca ai un piccolo cono ardente che giaceva alle falde del gran cono rivolto all’Eremo. E così dato al Vesuvio il vanto di riconoscere in lui il suo Empedocle, ed a quel cono restato per si tragico avvenimento e per sempre il nome di Cono di Coutrel, ei veniva poco stante cacciato fuori dall’effervescenza degli stessi fuochi sotterranei già tutto in nero carbone commutato. In gennajo del 1822 si apri un'altra bocca vicino alle sei precedenti, e nel febbraio sgorgarono dal gran cratere nell'atrio del cavallo varii torrenti di lava accompagnati da eruzione di scorie e gran di turbini di sabbie, che giunsero a cadere sin sopra la città di Napoli. Nell'ottobre dell'anno medesimo scoppiò più gagliarda conflagrazione, ed ai danni del fuoco si aggiunsero pur quelli dell'acqua che a torrenti allagò le campagne di Matta e S. Sebastiano. Cessato il fumo, potè vedersi che il gran cono del monte erasi scemato in altezza per più centinaia di metri, essendosi già sprofondato per circa 300 anch' esso il cratere.
32.° Eruzione del 1831. Dal 1827 venne rialzandosi l’accennato sprofondamento, e si formarono sul piano del cratere, già in parte colmato, uno o due piccoli coni sino all’agosto del 1831. Nel giorno 14 di questo mese sentissi una scossa di tremuoto seguito da fumo, e getto di sabbia e di lava, che restarono nell’interno del cratere Cumulata finalmente in tale abbondanza da trabboccarne, cominciò ad uscir fuori il giorno 17 settembre, e nel 20 dello stesso corse rapidamente verso Bosco reale. Continuò l'accensione del Vesuvio sino a 27 febbrajo dell'anno seguente 1832.
33.° Eruzione del 1834. Eruzione del IBM. La gran forza di esplosione,c la strabocchevole piena di lava in parte uscita dal gran cratere ed in parte dalla base del gran cono, che infelicemente seppellì il villaggio di Caposecchi: han renduto più delle altre memorabile questa eruzione. Nel 1835 solo per poche ore e forte fu la conflagrazione che si accese nella notte seguente al 1 di aprile.
34.° Eruzione dai 1839. Verso i primi giorni di detto anno assai vivamente si accese il Vesuvio con istraordinaria eruzione di lapilli che caddero, più che altrove, in grande abbondanza sulla Torre del Greco e Torre dell'Annunziata. Due torrenti di lava si videro traboccare dal cratere, uno diretto verso il Fosso grande, e l’altro verso i Cognoli di Ottajano. Dopo di questa eruzione il gran cratere prese la forma di profondo imbuto accessibile sino al suo fondo. Stette il monte tranquillo e semplicemente fumante sino a 20 settembre del 1841, ed allora cominciò a sorgere un piccolo cono in mezzo ai cratere.
Per sino intanto all’ultima eruzione, che è la 35.° in ordine, il Vesuvio può dirsi di essere stato per più di otto anni in continua attività, senza notevole intervallo di riposo, in una Relazione del Prof. Scacchi alla Reale Accademia delle Scienze inserita nel num. 49. del Rendiconto delle Adunanze e dei lavori della stessa, leggesi per cosi dire il diario de' cambiamenti per eruzioni avvenuti ed osservati dal 1840 al 50, che qui riassumiamo con queste poche parole.
Fino all'autunno del 1845 le lave e le scorie lanciato in tante picciole esplosioni erano giunte ad appianare la gran voragine imbutiforme restata dopo il 1839, talché il cratere Vesuviano giunto a prendere l’aspetto di un altopiano, le lave cominciar poterono a traboccare i loro torrenti dalla parte più bassa de' suoi orti. Nel mese di luglio del 1846 il vertice del cono interno già superava di qualche metro la punta del palo, che era stato fino allora la più alta cima del cratere, e tale si è mantenuto sino al gennajo del 1850, malgrado i continui cambiamenti sofferti.
Svariatissimi sono stati nel detto periodo i fenomeni delle eruzioni. Il più delle volte le lave sono uscite dalla base del l'anzidetto cono interno, ed altre fiate, apertosi a larghi squarciamenti il fondo del cratere, sono sgorgate in punti distanti dal medesimo cono. Talvolta le lave medesime uscite da cotali fenditure si son dilatate or come laghi di fuoco, ed ora come tortuosi torrenti, che di rado si hanno aperta la via per la china del gran cono del Vesuvio sino al 1815, dalla quale epoca in poi son giunti sino al piede dello stesso, progredendo fino alle basse falde boscose del lato orientale.
Il cono interno ha subito varii cangiamenti anche di sito, e quando è giunto a formarsi di una certa grandezza, si è in parte diroccato, e poi novellamente ricostruito sotto forma diversa. I getti dalla sua cima sono stati continui slanci di gran di sassi, di roventi brani di lava, di bombe, lapilli e sabbie or per una ed or per diverse aperture, dalle quali sono sbucate materie diverse da quelle eruttate dalle bocche vicine. Oltre al cono interno, se ne son pure formati altri più piccioli sullo stesso altopiano, che non hanno avuto molto durata. Non poche squarciature craterifoimi, dopo aver dato delle esplosioni di materie frammentarie accompagnato sovente da forti rumori, sonde! pari scomparse dopo qualche giorno di attività. In tante eruttazioni due periodi sono stati di maggior escandescenza, uno in agosto a settembre del 1847, e l’altro nel giugno del 1848. I danni da essi recali alle sottoposte vicine campagne sono stati prodotti dalle esalazioni vaporose che o sole, come in aprile del 1848, o accompagnate da piogge, come in giugno del 1819, hanno abbruciato i teneri virgulti delle piante fruttifere. Anche le mofete comparse sulle basse falde vesuviane in aprile e maggio del 1849 infestarono in diversi punti i terreni coltivati di Resina.
35.° Eruzione del 1850 (15). A 23 gennajo di detto anno, la mancanza d'acqua nei pozzi di Resina e della Torre del Greco, segno quasi sempre sicure di prossimo incendio del Vesuvio, precorse di alcune ore lo scrollamento del vertice del cono interno per effetto di esplosioni gagliarde, che in ordinarie eruzioni continuarono sino ai 5 febbrajo. In tal giorno, da un'apertura presso al lato boreale del gran cono vesuviano, sgorgò con fragorosi rumori copioso torrente di lava, che in pochi minuti arrivò nell'atrio del cavallo. Si apri nel giorno stesso alla base del gran cono medesimo una squarciatura donde altra lava fluì, ed arrestassi dopo breve cammino. La notte seguente al giorno 7, cresciuto con maggior forza l'incendio, alla base del cono istesso scoppiando la già consolidata lava de' giorni precedenti, si apri con insolito fragore nuova bocca eruttante, e più tardi due altre aperture le si aggiunsero accanto, che nel di 9 apparvero coni ben svelti per la quantità delle materie che incessantemente lanciarono. Le lave che uscirono dalle loro basi discesero pel lato orientale sino alle basse pianure coltivate, non mai cessando (impetuoso tuonale del monte, che nel giorno 10 calmossi con lo sgorgo di nuova lava presso l'orlo occidentale della gran fenditura. —Il giorno 12 l'eruzione fu di sabbie abbondantissime; ed il giorno 16, dopo due gagliarde esplosioni in cima al Vesuvio, l’incendio finalmente si acchetò.
Tra i fatti di quest'ultima eruzione, due ne occorrono con maggior apparenza di novità nella storia che ne abbiamo fino a questo punto tracciata. Uno è quello dell'insolito rumoreggiar del Vesuvio, fenomeno più imponente e straordinario di questo incendio, che il signor Scacchi per aver sopra luogo osservato, ha potuto spiegare. Assicuratosi egli da più indizii che quel remore non derivava dalle interne viscere del monte, fra gli altri ila quello di non essere costantemente coincidenti le gittate de' sassi cogli scoppii fragorosi, e di non rassomigliarsi con questi i soliti boati del cono interno uditi in altri anni, poiché ritraevano molto dallo scrosciare del tuono; inchinò a credere che fosse stato l'effetto di gran di scariche delle nubi donde i tuoni che sogliono accompagnare i temporali. L’altro fatto è la novella configurazione che il medesimo signor Professore trovò di aver preso la superior parte del monte, quando vi ascese il giorno 23 di febbraio. Ei con sorpresa osservava in mezzo all'altopiano due precipitosi ed ampli baratri simili ciascuno a profonda cavità in forma di cono rovesciata, ed amendue di angustissimo fondo, uno a fianco dell'altro, in luogo della voragine a forma d'imbuto restala dopo l'eruzione del 1839. Un altro fallo degno di nota sarebbero le mofete, che nei due del seguente mese di marzo cominciarono a manifestarsi copiosissime ed energiche, quelle precisamente che uscivano di sotto alla lava del 1631, per le quali diedersi molti casi di asfissiaci con opportuni soccorsi richiamati in vita: ma già otto anni di continuata attività coronati dalla descritta non ordinaria eruzione son più che bastevoli a caratterizzare per eminentemente vulcanica nella storia del Vesuvio e de' Vesuviani la fine della prima metà del secolo XIX.
Alla storia dei fenomeni ignivomi del Vesuvio troviamo regolare di aggiungere anche quella delle cause che i fisici han creduto assegnarne. I celebri Naturalisti Bourguet, Boufiori, Lazzaro Moro. Dela Hetherie, Prystanowskt, Werner, e fra i nostri il Melograni,andarono all’idea delle piriti in decomposizione, che infiammando il solfo ed altre materie combustibili minerali,offrono il primario alimento ai Vulcani. Ma questa spiegazione incontra la difficoltà di non trovarsi nelle viscere della terra aria bastevole per aversi l'accensione, la quale sarebbe lenta e non varrebbe a produrre esplosioni ed eruzioni non tanta violenza. Alla stessa difficoltà va soggetta la ipotesi di Lemery, che attribuiva i fenomeni della vulcanica combustione alla mutua reazione dell'acqua col solfo e col ferro. Patrio con altra supposizione che mal regge alle leggi della fisica, asseriva che simili eruzioni dipendessero dal fluido elettrico e dalla decomposizione dell'acqua prodotta dall'acido solforico, al che aggiunse l’ipotesi della solidificazione di sostanze aeriformi. Ricorsero il Bergmane Breislakal petrolio infiammalo da una corrente elettrica,senza per mente alla prodigiosa quantità che di tal bitume bisognerebbe per alimentare il più piccolo fumaiuolo. Delue, Faujas,Menard de la Groye, Kries, PoulletScrode. Brougnart, Lorigo e Spallanzani riconobbero i principali agenti de Vulcani nell'ossigeno, nell'acqua ed in altre sostanze gassose, al che fa ostacolo la circostanza di non trovarsi sempre i monti ignivomi in vicinanza del mare che loro somministri l'acqua, oltre che i gas aver non potrebbero tanta forza da risolvere le rocce in lava incandescente. A questa ipotesi della combinazione dell'acqua marina co’ gas credettero di aggiungere anche razione di alcuni metalli ossigenatili il Davy,d; Àubisson des Voisins,GayLussace Brognart: ma nell’Asia centrale i Vulcani in attività son lontanissimi dal mare, e parecchi degli estinti vi sono in vece a contatta. Da ultimo Kircher. Hovel, Paw, Mairan, Bailly. Dolomieu, Ordinarne, Cordier, Elie de Beaumont, d Omaliua d’Halloy e quasi tutt’i moderni geologi considerano i Vulcani come tanti sfoghi del fuoco centrale, che ammettono come una massa incandescente sotto la crosta del globo. E per vero con questa ipotesi si ha il vantaggio di spiegare non solo la causa de' Vulcani. ma quella altresì del sollevamento delle montagne.
A nomi cotanto illustri non dispiaccia se ne aggiungiamo due altri del nostro paese; che del pari benemeriti delle naturali scienze han dritto di aggiungere al novero de' sistemi di spiegazione de fenomeni vulcanici anche quelli segnati dal non men famoso lor nome. Lippi è l’uno, che nell'operetta di sopra citata col titolo di Qualche cosa intorno ai Vulcani ecc. pubblicata nel 1813, dimostra doversi ripetere la cagione de' monti ignivomi dal mare, ovvero dal regno animale marino, o per meglio dire dagli strati di carbon fossile che a poco a poco si depositario nel fondo delle acque. L'altro è il Pilla (Leopoldo) che in una memoria. Ietta nel 1835 in una tornata dell'Accademia Cinema di Catania diceva di parergli indubitato che le acque del mare debbano avere un’influenza nella produzione dei fenomeni vulcanici, dando per cosa notissima che quasi tutti i vulcani ardenti odierni sono situati in mezzo tal in vicinanza del mare. Che se qualcuno, egli diceva, (come il Popocatepethl, che pure non e che un vulcano fumante) situato nell’interno del continente, questa non è un’eccezione alla regola generale, perché non è impossibile che il suo focolajo possa dilatarsi di tanto da potervi accedere le acque del mare.
Ricordando di aver sceverato da’ mineralogisti e geologi quei nostri nazionali che hanno esclusivamente coltivato la vulcanologia, eccoci ora nel caso di riprendere quel filo storico che volemmo interrompere per qui rannodarlo, come in luogo più proprio. É stato sempre il Vesuvio tanto ricco di minerali da dover credere che abbia richiamato fin da' più remoti tempi l'attenzione degli Scienziati Napoletani. Eppure non sappiamo chi prima di un certo Valenzani, a' tempi di Carlo III, si fosse occupato de' prodotti del Vesuvio,componendone un catalogo;il che pur fece qualche tempo dopo quel festivo ed arguto ingegno dell'ab. Italiani. Il quale seppe farsi valere gli studii che intorno vi spese, per aver felicemente parodiato in proposito di un presente che fece a Benedetto XIV di una collezione mineralogica del Vesuvio, quelle parole: Beatissime Pater, fac ut lapides isti nanes fiant; poiché quelle pietre in fatti si commutarono per lui in un pingue ecclesiastico beneficio. De Tommasi dappoi fece alcune osservazioni sul sale ammoniaco del Vesuvio; ed in di il Cav. Gioeni il primo pubblicò colla proprietà del linguaggio scientifico un lavoro sulle specie orittologiche del Vesuvio e del monte di Somma col titolo di Saggio di Litologia Vesuviana. —Dopo Gioenie Breislak, quegli che per cure, per sollecitudini, per dispendii e per amore d’illustrare le vulcaniche produzioni del Vesuvio, di Somma e Campi Flegrei si è fra tutti distinta, fu il celebre cav. Teodoro Monticelli. Ma il precipuo suo inerito fu quello di aver prodotta,assonandolo ai suoi studii ed allo suo investigazioni, quel Nicola Covelli, che per ingegno, per cognizioni e per ardore spiegata in tal genere di ricerche, non fu secondo al suo principale e compagno. L'opera, per la quale raggiunsero amendue la celebrità che si hanno, fu il Prodromo della Mineralogia Vesuviana, in cui per tutto elogio di essi basta dire, che oltre alle specie determinate dal Gioeni e dal Broislak, veggonsene registrate meglio di altre quarantadue. —A questi due nomi seguono quelli non meno celebri di Cassola, Semola. Pilla e Scacchi, il quale ultimo, nel rappresentare esso solo, e mantener viva la rinomanza de' suoi chiari predecessori, è già nel possesso di una celebrità che tanto onora il Paese.
Rifacendoci ora nuovamente indietro per rammentare coloro che coltivarono la vulcanica geologia, il primo che incontriamo in ordine di precedenza è l'abate Domenico Tata, di cui fatto abbiamo parola. Secondo è di Cadetti, che pubblicò una delle più accurate opere che siansi scritte sulla regione de' Campi Flegrei. A costui tien dietro il distinto Chimico napoletano Giuseppe Vairo, che fu il primo a studiare nella Solfatara il fatto importantissime della scomposizione della lava mercé la lenta ma continuata azione de' fumajuoli che la investono. È il vero che nulla ne ha egli pubblicato, ma han supplito alla sua trascuraggine quegli scrittori stranieri,ai quali comunicato aveva il risultamento delle sue ricerche,scrivendone queste precise parole: «Il professore D. Giuseppe Vairo (cosi l’abate Fortis. A Collini) che prima di ogni altro ha fatto l’interessantissima scoperta della reargillizzazione delle lave per mezzo dell'azione de' vapori acidi solforei, scoperta di cui più di un naturalista ha avuto il torto di non far onore al modesto ed ingenuo uomo, è riuscito a sorprendere segreti ancora più importanti nella medesima classe». Nicola Pilla, padre di Leopoldo, nell’illustrare il suolo della Campania, da giovinetto, tre anni innanzi dello Breislak, pubblico fin dal 1795 la prima descrizione che siasi data de' vulcani estinti di Roccamonfina: ma l'opera, che lo fece ben meritare del suo paese, è la Geologia vulcanica della Campania.
Ci rimane da ultimo a dire degli scrittori che han pubblicato memorie intorno alle eruzioni del Vesuvio, e ciò facciamo rapidissimamente, cominciando dal principio del corrente secolo XIX fino alla sua metà, avendo già dato pe' secoli decorsi, nella cronaca delle eruzioni, quelle notizie che ci son pervenute. Il Duca della Torre è stato uno de' più appassionati osservatori del Vesuvio. Egli descrisse l'eruzioni del 1801 e del 1806. Il celebre Brocchi diede una storia precisa e pregevole di quella del 1812,della quale, come abbiamo già avvertito, scrisse anche ii Lippi. Monticelli steso accuratamente quella del 1813. Comparve nel 1816 Doperà del Lippi, nella quale arditamente sostenne di aver fallato l’istoria nel riferire che Pompeja ed Ercolano fossero state sepolte da pioggia di cenere e lapilli gettata dal Vesuvio nell'eruzione di Tito,anziché da consecutive e reiterate alluvioni. Monticelli istesso parlò tanto dell'incendio del dicembre 1817, quanto dell'altro del 16 gennajo 1820, nella cui relazione descrive il tristissimo caso del Coutrel. Monticelli ancora e Covelli descrissero quella del febbrajo e dell'ottobre 1822; e dir si possono queste memorie due luminosi docum enti della Storia Vesuviana. Il Donati stese una relazione dello stato del cratere al cominciar delle eruzioni del marzo 1828. De' cangiamenti notabili occorsi nella fisonomia del Vesuvio dal 1830 al 1833 scrisse il Pilla, che secondando il desiderio e le giuste espettazioni de' geologi stranieri, concepì fui d'allora l’idea, che di unita al Cassola mandò poi ad effetto con lo Spettatore del Vesuvio e de' Campi Flegrei, di ragguagliare il pubblico di quanto un esame vigile allento e continuato del Vesuvio nei suoi diversi periodi di attività e di riposo avrebbe loro offerto a prender nota. Ma intermesso quel giornale a capo di un anno per mancanza di incoraggiamento,prosegui il Pilla per due altri anni consecutivi sino al 1839 la sua passionata impresa in altri quattro Bullettini ed un articolo pubblicati ne' quaderni XV, XVII, XX, XXXII e XLIII del Processo. Da quell'epoca in poi, quel che si sa del Vesuvio fino all’ultima eruzione del 1850, è dovuto alle cure ed alla diligenza del lodato professore Arcangelo Scacchi.
Fra i fenomeni che derivano da sconvolgimenti della natura, quello che reca agli uomini maggior danno e terrore è certamente il tremuoto. Presentito qualche mezz'ora innanzi dai, bruti che dan segni evidenti di turbamento e d'inquieta cura di mettersi in salvo, D uomo solo, malgrado la sua perspicacia, non sa vedere ne!forieri che lo precedono gli arami della distruzione e della morte. Il cupo sotterraneo rombo, l’aere fortemente perturbato, gli alberi ondeggianti,il mare in insolita agitazione e scompiglio,quasi non fossero avvisi bastevoli della imminente catastrofe, son per gli uomini semplice occasione di stupore, per cui spesso si fanno incogliere alla sprovvista dal tremendo disastro che li seppellisce nelle proprie dimore, o l inghiotte.
Or di si spaventoso flagello son piuttosto frequenti nelle nostre contrade i fenomeni, e troppo desolanti le devastazioni che vi han prodotto, per non perpetuarne la trista rimembranza ai futuri, acciocché sappiano quanto poco possono affidarsi alla smossa superficie di certi suoli, e quanto probabile esser possa una improvvisa convulsione in corti altri. Senza però rimontare ai tremuoti di epoche remotissime, come abbia di fatto dell’eruzioni vulcaniche, farem parola di quelli a noi più vicini, che sono stati per avventura anche i più esplorabili per intensità e per estensione di esterminio.
Più di ogni altra regione di questo Reame le Calabrie sono state mai sempre soggette a un tanto flagello, ove non passa quasi mai un'età che non conti casi lagrimevoli di scosse, che atterrano edilizii e sconvolgono campagne, coprendo di ruine le fatiche dell’industre agricoltore. Fierissimo fu quello del 1783 che si estese, non solo per tutta la Calabria Ulteriore, ma toccò della. Sicilia il Valdemone, sfracellando fra gli altri luoghi lo magnificenze di Messina. Le due ultime provincie Calabresi ebbero adeguate al suolo in un mucchio di mino le loro città più popolose, s’innabbissarono fin sulle radici de' monti alcune rupi, ed altre cangiarono di silo. quasi non bastassero le scosse della terra a distruggere la proprietà di quegl'infelici abitanti, anche le onde del Tirreno congiurate colle meteore atmosferiche fecero loro temere non fosse per essere universale in quella contrada, col subisso del suolo, la sommersione de' viventi, di cui molte migliaja perirono o absorti dalle voragini e dalle acque, o schiacciati sotto ai rottami delle fabbriche rovinate. I danni e tutte le circostanze che il accompagnarono in quell'immenso disastro furono accuratamente registrati e descritti dal Sarconi Segretario dell'Accademia delle Scienze, il quale seppe imprimer loro quell'autenticità tanto necessaria perchè i posteri non avessero a crederli esagerali.
L'altro tremuoto, che per la estensione de' suoi guasti merita di essere qui rammentato, è quello che dal giorno 26 luglio 1805 in cui successe, prese e ritenne il nome di Sant’Anna. Benché preceduto avesse, come avvertimmo, la lenta conflagrazione nel Vesuvio ingagliarditasi poscia il giorno 12 agosto di quell'anno; il tremuoto nondimeno non si limitò a danneggiare quasi tutti gli edificii di Napoli, ma scosse tutti gli Abruzzi, il Contado di Molise, Terra di Lavoro, la Duglia e la Basilicata, val dire uno spazio di 1134 miglia quadrate. La provincia però più rovinata, fu quella di Campobasso, nella quale perirono 2172 persone. Restarono quasi interamente distrutti Isernia, Castelpetroso, Cantalupo, S. Massimo, Frosolone, Carpinone, S. Angelo in Grotta, Baranello, Sessano, e Bojano, e S. Angelo de' Lombardi in Principato Ultra. I fenomeni meteorici che si osservarono in Chieti furono i seguenti: una densa nube che in quel giorno s’innalzò dalla terra a guisa di uria colonna, donne scoppiò un fulmine che incendiò della paglia e del grano che trebbiavisi in un’aja dove cadde: molti fuochi fatui e molte fiamme che si videro uscire prima del tremuoto; e le acque dei pozzi che si riscaldarono. In Terra-molare nel Contado di Molise, si aprì una voragine grandissima; tre fontane non diedero più acqua, ii fiume deviò dal suo letto, la terra, si apri in più luoghi, e dalle fessure usci fumo oltre modo puzzolente e soffocante, due piccioli promontorii sprofondarono con un ponte che ii riuniva; e di una pianura parte si elevò di 40 palmi e parte si abbassò di altrettanti sul primiero livello, a un territorio della Puglia furono rovesciati degli alberi insieme col terreno come per soverscio, formando tante prominenze, ed in fine tra Poggioreale ed il Pascone vicino Napoli, dopo il tremuoto, sgorgò una sorgente d'acqua ferruginoso-solfurea, che dopo qualche tempo sparì.
Avevano potuto appena dimenticare gli infelici Calabresi le ruine del 1783, quando circa mezzo secolo dopo nel marzo 1832 un tremuoto, che per un mese intero li tenne in abitazione continua, loro appresentò al vivo, non pur la memoria o la copia fedele, ma la replica delle passate sciagure. Precursore al flagello fu per qualche tempo un sotterraneo fragore. Le primarie città, le terre e i villaggi delle due Calabrie settentrionale e media, soffrirono tali scosse, che dai più grandi palazzi fino alle umili case, ridotta una gran parte in rottami, rimase l’altra assai malconcia e pericolante. Alternavansi le scosse in senso contrario e con pochissima tregua: anche il mare, traboccato il lido, invadeva per circa un mezzo miglio la spiaggia: le meteore con dirotte piogge e bufere attizzavano l'ira della sconvolta nature; e lo straripamento de' fiumi,il disseccamento delle fontane, l’intorbidamento delle cisterne e de' pozzi aggiungevano al quadro quei finimenti che più facevano risaltarne gli orrori.
Non ancora erano giunti a tutti dileguare i segni de' patiti disastri,quando in ottobre del 1835 i Calabresi della Vallata del Crati si videro da un genio malefico guastar tra mani quei ripari che opponevano ai danni passati, con una giunta de' nuovi. La incostanza della stagione estiva continuò pur nell'autunno, al cui avvicinarsi si avvicendarono bruscamente freddi intempestivi e caldi affannosi. Nel 6 ottobre una lucida meteora fe’ vedersi nelle ore vespertine sui monti occidentali di Cosenza, dileguandosi con leggero fragore, dopo di aver descritto una curva parabolica. Arrivò il termometro per due giorni sino ai gradi 27, e per due sere successive errarono per l'aria globi luminosi ed infocati. Nella notte degli il levossi nell'alto dell'atmosfera impetuoso soffiar di venti, mentre nella bassa regione l’aria era tranquilla. Comechè tutto ciò fosse indizio di prossimo tremuoto, tuttavolta i Calabresi non se ne diedero il menomo pensiero. Incalzò nel giorno 12 verso sera altro segno più evidente di vicino flagello, una folta nebbia per tutta la Valle, che verso mezza notte potè al lume de' baleni vedersi dispersa, ed in di a poco fremé fin l’aere all'orribile tremore onde la terra si scosse in concitate riprese con moto sussultorio dapprima, in di ondulatorio e poi vorticoso fino allo spuntare dell'alba. Caddero allora alle le nevi sui monti, e leggiera pioggia nella Valle Cosentina: ma nuove sventure non mancarono a mostrarsi da quel giorno fino al gennajo dell’anno seguente, traballando il suolo di tratto in tratto con sotterranei cd aerei rumori, e con brevi intervalli di calma. Ebbero quelle infelici popolazioni ad errare disperse per qualche tempo; e pria di ridursi ad acconciarsi alla meglio fra gli avanzi mal sicuri delle distrutte dimore, il puzzo degli estinti li obbligò a darsi la pena di consumarne col fuoco i carcami.
E qui vorremmo per fine al racconto di scene cosi luttuose per riprenderne il filo in quelle provincie e località che ne sono state parzialmente il teatro, se l'Ultimo tremuoto del 14 agosto del 1851, malgrado che avesse rovinato in parte il Distretto di Melfi, non meritasse di entrare per più ragioni in questa generale descrizione del Regno piuttosto che in quella della Basilicata. Primieramente perchè le scosse si avvertirono anche in altre provincia con forza decrescente non sempre in proporzione celle distanze. Secondariamente perche fu desso quasi il segnale di altri tremuoti in altre vicine e remote contrade, come in Calabria, Francia, Albania, Ungheria ecc. Ed in fine per l'importanza de' danni patiti da Melfi e circostanti paesi, e per le cure spiegate dal Governo e dalla filantropia de' privati in risarcirne una parte. Ma più che tali considerazioni, tanto esige la vera o supposta connessione che parrebbe avesse dovuto avere il fenomeno colla condizione vulcanica della contrada in cui segui, per lo che sospendemmo il ragguaglio de' Vulcani estinti, passandoci del Vulture, appunto per parlarne in congiuntura del tremuoto che avvenne nel perimetro delle sue pendici, secondo i particolari, che rileviamo dalla citata memoria dei signori Scacchi e Palmieri.
Erano le due ed un terzo pomeridiane del giorno 14 agosto, allorché all’improvviso tremò orribilmente la terra con cupo sotterraneo rombo meglio avvertito nelle repliche che alla prima scossa successero. Dapprima fu sussultorio il tremuoto che, pronunziatosi poscia ondulatorio, scrollò Melfi interamente con Barile e Rapolla. Dir si possono questi quasi distrutti, e Rionero rovinato per un terzo, oltre a molti altri paesi più o meno danneggiati, come appresso diremo. Al primo scotimento, tra i molti ruinati edilizii, rimasero sepolti circa 700 individui in Melfi, 120 in Barile, 70 in Rapolla e 64 in Rionero, senza contare i feriti di ciascun paese rispettivamente. Fuggiti allo scoperto i superstiti, e riavutisi dallo spavento, mentre richiedono chi de' parenti echi degli amici, mezz'ora dopo della prima, una seconda non men terribile scossa finisce di adeguare al suolo sotto agli occhi proprii quegli edificii che di già conquassati, mal si reggevano in piedi. Ed ecco restali senza ricovero, senza cibo, senza vestimento e senza letto gli abitanti de' tre primi paesi, che avrebbero meno risentito la gravissima sciagura in grazia dell'estiva stagione, se il giorno 16, per colmo della miseria, una procella di grandine e pioggia dirotta accompagnata da folgori assai frequenti non avesse coperto di mine il ricolto della messe, ed orribilmente flagellato anche il prodotto delle vigne.
Prima di sera lo stesso giorno 14 replicò il tremuoto perla terza volta; durante la notte tremò la terra per altre undici volte;e ne’ di successivi non mancavano di farsi sentire le scosse, sempre più diminuite in intensità, per una o due volte al giorno, a tutto il mese di agosto e gran parte di settembre.
Alla prima scossa che, come dicemmo, fu improvvisa, non vi fu chi avesse posto mente ai segni precursori del flagello. Alle seguenti,indarno fu avvertito, che precedevi quell'arcano presentimento che le bestie mostravano del prossimo tremuoto, gli asini cioè coll'insolito incessante ragghiare, i cani col loro latrato, i porci col grugnire, i polli coll'irrequieto agitarsi.
Fu Melfi il centro fisico, se non geometrico, di quella memoranda commozione,perchè in essa furono maggiori le ruine, e più evidenti i segni delle scosse pulsative, le aperture, gli scoscendimenti del suolo, ed il forte sotterraneo rombo che andava innanzi ed accompagnava ogni scossa anche leggiera. Altro segno di ciò che vuolsi dimostrare fu l’aver visto cadere le case di campagna l’una dopo l'altra secondo la loro distanza da Melfi. Per un'altra osservazione portata sulla natura del suolo, si è potuto notare che il tremuoto è stato più vigoroso sulle formazioni vulcaniche che altrove, ed è stato meno sensibile dove incontrasi il calcareo appennino montuoso. Per tale considerazione, malgrado le minori distanze dal centro del fenomeno, vi sono stati de' luoghi perfettamente immuni da guasti. Epperò i luoghi danneggiati possono essere comparativamente graduali secondo quest’ordine 1. Melfi, 2. Barile e Rapolla, 3. Rionero, 4. Atella, Ginestra, Ripacandida, Venosa, Monteverde, 5. Lavello, Ascoli, Canosa, Candela, Carbonara, e 6. Trani, Barletta, Cerignola, Lacedogna, Bisaccia, i quali ultimi non si son potuti gradatamente ordinare.
Non appena si sparse la notizia di tanto sterminio, che le autorità della provincia da una parte, e quelle di Napoli dall'altra mandavano persone e soccorsi onde occorrere e dar mano ai più urgenti bisogni di quegl'infelici, e preciso al dissotterramento de' cadaveri per seppellirli, fra’ quali si ebbe la ventura di trovarne de' vivi dopo quattro o cinque giorni di dimora fra le macerie. Pe’ feriti si eressero provvisorii ospedali mantenuti dalla pietà depauperatiti, dalla sollecitudine del Governo, dalle cure de' medici del luogo e di Napoli, e delle operose Figlie della Carità. Consolatore supremo di tanta sventura accorreva il Re Nostro Signore; e valse la sua presenza con quella del Principe Ereditario a rianimare colle largizioni e con gli energici provvedimenti quegli spiriti abbattuti e quelle braccia ivi accorse per sollievo di quella misera gente. Ad esempio del Re cominciarono le volontarie soscrizoni di offerte. le quali ancora continuano,già toccano la somma di ducati 92,596. 06 a tutto il di 13 maggio 1852 (16) che una Commissione ripartisce in beneficio di coloro, ai quali la sventura fa sentire maggiore il bisogno di un pietoso soccorso.
Ma derivò il tremuoto dal Vulture? Ecco la inchiesta che fanno le mille persone, le quali sanno trovarsi immediatamente vicino ai luoghi squassati quell'estinto vulcano, e sono quindi preoccupate dell'idea ai, una riaccensione dello stesso. I lodati valentissimi fisici Signori Palmieri e Scacchi non trascurano di darsene carico nella citata memoria. Noi quindi non potremmo meglio soddisfare alla dimanda, che colle loro stesse parole, alle quali ci permettiamo di aggiungere qualche nostra congettura.
Il primo fatto che comunemente venne loro assegnato come elemento dell'attinenza del tremuoto colla cagione vulcanica, fu il rombo che il Vulture faceva sentire per più giorni prima dello scotimento: ma le opinioni di coloro che lo attestavano, non essendosi trovate concordi in quanto alla direzione dalla quale dicevansi venire quei muggiti,fecero loro conchiudere che quella varietà avesse potuto derivare dalla varia situazione degli ascoltatori e dalle svariate prominenze che quel suolo presenta in tante valli e colline. «Non è dunque certo, essi dicono, che i muggiti provengano propriamente dall'interno del Vulture,coni’ è certissimo, che il tremuoto in Melfi è stato sempre preceduto,accompagnato o seguito da rombo, il quale se si fosse generato nelle viscere del Vulture, avrebbe dovuto ascoltarsi egualmente da Rapolla. Barile, Rionero, che stanno alle falde del monte. Per la qual cosa noi siam di credere che quei muggiti siano il consueto rombo de' tremuoti, che in parte perché ripetuto dalle rupi e dalle valli del Vulture, ed in parte perchè questo antico vulcano, ad onta del suo silenzio cotanto prolungato, ha un non so che di meraviglioso per Ano nell'aspetto da muovere facilmente la fantasia di coloro che lo contemplano, per cui viene, come la luna, spesso dichiarato autore di fenomeni non suoi, si crede da questo monte derivato (17). Scoppia la procella con grandine grossa che devasta le biade e le uve, e di questa si crede esser causa il Vulture. Vengono i geli a tormentare le campagne, e perfino dalle pianure della Puglia se ne accusa il Vulture. Qual maraviglia se ad esso si riferisca il rombo ed il tremuoto? E veramente i poveri terrazzani che veggono dotti viaggiatori accorrere in quei luoghi unicamente per visitare questo monte, e portar seco loro copiosi frammenti delle sue rocce dopo di averlo con ogni diligenza studiato, debbono con la loro immaginazione assegnargli l'arcana possanza di generare i più straordinarii e maravigliosi fenomeni».
In quanto poi al quesito se il tremuoto fosse derivalo dal Vulture, se cioè accennar volesse con tali scotimenti ad abortive esplosioni, o minacciasse di erompere in novelle conflagrazioni, essi dicono di non essere impossibile e di non avere alcuna ragione di affermarlo. E soggiungono che ammessa per vera la pervenienza de' rombi e de' muggiti dall'interno dell'estinto vulcano, dessi non sarebbero che il solito rombo che accompagna o precede per lo più i tremuoti in generale; e che d’altronde la stessa frequenza delle scosse durata per sette e più mesi, tanto è lungi d'essere un fatto che deponga esclusivamente per la cagiona vulcanica, quanto è vero che anche maggior durata di questa hanno avuto altri tremuoti. Convengono in fine che le stesse cagioni le quali operarono un tempo le gran di eruzioni del Vulture, essendo a quando a quando ricomparse, abbiano dovuto far tremare quelle terre, come fu nel 1348, nel 1456, in cui, come riferisce il Summonte, Venosa, Atella, Melfi, Bovino, fra gli altri paesi del Regno rovinati, furono totalmente distrutti; e nel 1694, ai quali devo aggiungersi quella del 1831.
Dopo il giudizio de' due chiarissimi naturalisti, che alle profonde conoscenze della materia per essi disvolta uniscono gli argomenti desunti dalle accurato osservazioni fatte sopra luogo con ogni maniera di indagini e col mezzo di fisici stromenti, ogni altro giudizio, che portar si volesse diverso dal già dato, non sarebbe che temerario ed infelicemente presuntuoso. Tuttavolta, poiché i medesimi professori nella modestia che si posseggono non minore dei loro sapere, si sono espressi in una maniera che non esclude assolutamente la probabilità della opinione comune, quella cioè di volersi vedere la cagione del fenomeno nella circostanza della vulcanici tu del suolo, sul quale massimamente ne irruppero gli effetti, noi osiamo, malgrado il rischio d'ingannarci, vagheggiar la popolare credenza, fondandoci sopra due non dispregevoli motivi. Ritenuta la formazione del Vulture, al pari di ogni altro monte vulcanico, non da altro che dalle materie eruttate dalle viscere della terra; la supposizione di sotterranee cavità e di baratri cavernosi esistenti nel luogo donde uscirono le lave, è di una necessità assoluta. Di qui adunque i muggiti e i rombi forieri e seguaci delle scosse; perche dove mai supporre che si formassero quei romori, se non nelle interne voragini che;per essersi oppilate negli antichi sfogatoi delle esplosioni dagli ultimi sgorghi (felle lave istesse, non permettono l'uscita dell'elettriche congestioni, se non per dove la terra è più facile a squassarsi e dirompersi tremando? —In tale ipotesi adunque la indeterminazione della provenienza de' rombi, e la circostanza di essersi uditi da Melfi e non da Rapolla, Barile,Rionero sarebbe spiegabile supponendo la spessezza delle pendici dell'alture, rispetto al supposto vuoto, minore da una banda, e maggiore dall'altra. E se per l’osservazione de' sig. Scacchi e Palmieri i danni del tremuoto sono avvenuti a preferenza ne' terreni vulcanici restandone immuni quelli di formazione calcarea appennina montuosa; qual altra pruova farebbe mestieri cercarsi per attribuirne la cagione al Vulture come che spento, e per derivare da esso un fenomeno, che a memoria d’uomo è la quarta volta che ha messo a soqquadro tutta quella contrada?
Ma i rombi, si dirà, accompagnano o precedono anche i tremuoti in contrade affatto estranee alle condizioni vulcaniche; epperò quelli uditi in Melfi potrebbero avere la stessa cagion fisica degli altri che si odono altrove. A ciò rispondiamo che la causa de' tremuoti non è una, o almeno non si accordano i fisici in assegnar quella che potrebb’essere; come non è certo che siano stati de' vulcani, dove oggi non ne appajono le tracce, perchè forse ricoperte da terreni di alluvione. In tale incertezza può ritenersi che i rombi, lungi di essere fenomeni acustici dell’eco delle valli, perchè in tal caso si udrebbero in ogni aere tempesta, sono sotterranei muggiti prodotti, non si sa bene, se dalle stesse cagioni dei vulcani, de' tremuoti, o de' tuoni che scoppiano in que’ spazii latebrosi. A chi poi domanderà se le scosse del tremuoto di Melfi fossero conati dei Vulture per riaccendersi, non taceremo, che essendo anche incerta e varia la spiegazione de' Vulcani, nulla può dirsene ed asseverare,se non per sola analogia, e senz’alcuna probabilità, che come il Vesuvio da tempo immemorabile assopito si riaccese nell'inno 79 dell'era volgare, ed a quella conflagrazione precesse di 29 anni il tremuoto che afflisse la sempre minacciata Campania, e di anni 16 quello che a 5 febbrajo, oltre di averla tutta devastata, in particolare rovinò la stessa Pompei colle altre città che poi con essa perirono; cosi potrebbe avverarsi del Vulture, malgrado il lunghissimo spazio del suo cupo e minaccioso silenzio.
Esso intanto, (pe’ ripigliar qui il filo de' vulcani spenti che interrompemmo a fine di parlare di quello di Basilicata in congiuntura del tremuoto di Melfi) è indubitatamente un antichissimo Vulcano estinto, a dispetto dell'erudizione che nessun motto ne ha lasciato se non del nome solamente presso Autori Greci o Latini. Per tale lo definiscono tutti i caratteri de' monti ignivomi, la sua isolata elevazione, i suoi crateri, gli strati delle lave, e la natura dei componenti di tutta la massa del monte. Il primo che ne abbia scritto come di monte già stato ignivomo fu l'ab. Domenico Tata. Recatosi egli da Napoli in quei luoghi per diporto, e maravigliatosi di aver rinvenuto nel Vulture un perfetto riscontro del Vesuvio, diedesi a studiarlo in tutti quei particolari, che i suoi lumi trovarono degni delle sue indagini; e con lettera in data del 2 gennajo 1778, di pag. 62, scrisse al Cav. Guglielmo Hamilton, fra gli nitri ragguagli di quei paesi,questi che qui riassumiamo del Vulture. Serviranno per far notare come lo vide un erudito di allora, e come l’han trovato gli scienziati moderni, le cui geologiche osservazioni formeranno appunto l’oggetto della particolar descrizione, che ne daremo a suo luogo.
Cominciar volendo dal render ragione del nome, ei se nc appella al suo dotto amico Ciro Saverio Minervini, il quale, con lunghissima lettera in data del 27 aprile 1778,preso l'appiccagnolo dal Vulture, che egli crede così detto quasi Monte guardato e difeso dal fuoco, molto eruditamente si diffonde su di altre simili ricerche. Ne descrive poscia la figura, ed un miglio sotto alla eresia terminata da sette prominenze coniche, iti mezzo all'ellissi formata dalla loro disposizione, mette i due laghi, che fra loro vicini si scaricano nell'Ofanto. Ne trovò le acque potabili alla superficie e solfaree nel toro fondo; ed assegnando all'uno messi un miglio di circonferenza e due all’altro, palmi 172 al primo e 131 al secondo di profondità, li riconosce per crateri amendue. Parla poi di parecchie mofete di acque acidole, e dopo di aver detto de caratteri vulcanici del suolo 0 della specialità delle lave, della materia arenosa cinerea nericcia che ei raffronta a quella del Vesuvio, e de' celebri vini che danno quelle terre torse superiore in gagliardia a quanti altri per simile condizione del suolo sono rinomati nel Regno, registra la seguente notizia relativa ai rombi di cui abbiamo or ora parlalo. Nei paesi posti ad oriente del Vulture, come vennegli assicurato, si sentono spesso terribili muggiti sotterranei, che dal volgo di Lavello e di Venosa attribuisconsi al Vesuvio, ed egli non dissente dal crederli effetto di materie tuttavia in azione che potrebbero un giorno ravvivarne gl'incendii. E ciò serva di storico appoggio all’argomento dianzi discusso sul conto dei rombi, per valutare al giusto la loro contrastata realità. e la loro supposta attribuzione a’ fenomeni acustici, ovvero effetti dell'eco.
Sciogliamo qui la promessa per noi fatta a pag. 9 di parlare de' terreni in massa, che sono la terza maniera di formazione del suolo, secondo la divisione generalmente adottala dai Geologi. Si scorgerà di leggieri dall'estensione colla quale verremo ad esporre questa branca della Geologia del Regno, quanta ragione avemmo di sospenderne ivi il cenno, per qui ripigliarlo con apposita e distinta trattazione, che per maggior chiarezza del subietto divideremo in due parti,assegnando la prima alla geologia del Vesuvio e del monte di Somma, a quella de' Campi ed Isole Flegree la seconda (18).
Il ripido pendio dell’interno giro del gran cratere o valle circolare della Atrio del cavallo, presentando denudate le diverse rocce ond’è formata la compagine del monte di Somma, due specie permette distinguerne a prima giunta; le Une composte di frammenti di diverse sostanze aggregati con vario grado di tenacità, e le altre che sono in massa continua, e costituite da molte varietà di basalto.
Le varietà di basalto più abbondanti son quelle gremite di cristalli di leucite, dell'ordinaria grandezza di un pisello (leucitofiro). spesso accompagnati da altri cristalli, i quali essendo da pitiche la leucite, fan prenderò alla roccia, se è l'augite (augitofiro) che predomina, il carattere della tessitura porfirica. Son tanto frequenti e la leucite e l'augite ed è sì dubbia la loro preminenza nel caratterizzare una roccia, che la distinzione dell'una e dell'altra può dirsi di lieve importanza. Alle volte il basalto diventa in alcune parti scoriaceo, ed altre volte è assai fitto e compatto; non di rado è sparso di cellette, in cui trovansi cristallini di oligisto, gismondina, gesso, arragonite, spato calcareo, laminucce di mica, e globetti di limonite.
Le sostanze frammentarie che costituiscono le rocce di aggregazione sono frantumi di scorie, lapilli e sabbie vulcaniche, cui spesso unisconsi pezzi più grandicelli delle dette varietà di basalto, e talora cristalli liberi di augite belli a vedersi per lo stato d'integrità che conservano. Certi aggregamenti alle volle si distinguono per un principio di fusione che han sofferto i frammenti di cui sono formati, e certi altri per una fusione avanzata de' medesimi non fanno distinguere facilmente le rocce di aggregazione da quelle di massa continua.
Le rocce di aggregazione sono intanto più numerose delle altre, o formano strati orizzontali di notevole spessezza per lo più. Ma il basalto, a qualunque varietà si appartenga, si frammette nelle rocce conglomerale in forma di filoni più o meno distinti, i quali diretti per ogni verso, seguono le irregolarità delle fenditure, in cui si sono insinuati, e talvolta s incrociano scambievolmente passandone uno attraverso dell'altro.
In uno de' burroni che si aprono sulle falde del monte di Somma, detto Fosso grande, a sinistra della strada che mena all'Eremo del Salvatore, quel che si osserva di più importante si è, che contiene frequenti massi non solo di trachite e di leucitofiro, ma di molte varietà di calcarea, di talune masse fossilifere, di non poche rocce di aggregazione, e di moltissime specie di rocce cristalline. Le rocce calcaree sogliono esibire una crosta non solo scolorita, per essere sfate tormentate dall'alta temperatura del calore vulcanico, ma spesso screpolala e friabile, o almeno senza quella tessitura lamellosa e granellosa che scopresi nell’interno. Altri massi calcarei internamente formati di globetti del diametro di due a quindici millimetri li offrono presso alla superficie non in forma sferica, ma fusi in guisa che ne formano una crosta rozzamente granellosa. Il professore Scacchi porla opinione che la struttura a globetti di tali massi calcarci siesi ingenerata nello stesso luogo ove ora si rinvengono, e dove probabilmente essendo pervenuti calcinati, hanno lentamente riacquistato l'acido carbonico.
I conglomerati che, come si è detto, si alternano e confondono colle lave, sono notevoli pel frequente variar (di composizione nel passare da un luogo ad un altro. Uno di essi e uno strato composto di piccole pomici incoerenti che vedesi nella parte superiore del burrone detto Rio di quaglia, donde ricavasi un'eccellente qualità di lapilli per la costruzione di terrazzi che si vogliono leggieri. Nel Fosso di Faraone un altro strato di circa due metri è composto digrossi pezzi di lava, di rocco cristalline e di pomici con cristalli di feldspato vitreo,con frammenti calcarei in esse inviluppati ed incastonati.
In generale detti conglomerati non offrono la tenacità ond’essere tagliati ed adoprati per la costruzione degli edifico, come il tufo de' Campi Flegrei, tranne qualche parte per breve spazio, ed a strato di breve altezza.
Tre qualità di rocce s'incontrano in pezzi erranti. Son esse le pomici o pezzi di trachite con frammenti calcarei, i massi erratici della natura de' conglomerati, e le rocce fossilifere.
Son le prime distinte dai raccoglitori delle produzioni Vesuviane col volgar nome di Lave a breccia, e son formate di massi trachitici assai fragili, con tessitura talmente cellulosa, che spesso le diresti pomici. I frammenti calcarei che contengono, di raro hanno più di 30 millimetri di diametro, sono angolosi, di color bigio o bianco, e sogliono appartenere alle varietà granellose o granelloso-compatte.
I conglomerati che trovarsi in massi erranti, sono molto variati per la natura e grandezza de' frammenti onde sono formati, e che spesso appartengono a tali rocce di apparenza terrosa e di color bruno o verdastro, che a quanto pare non se ne conoscono somiglianti nella loro originaria giacitura. Fan fede cosiffatti massi di trovarsi a grandi profondità nelle viscere del monte di Somma numerosi strati di rocce di aggregazione, donde sono stati svelti e lanciati fuori delle catastrofi delle erosioni.
Le rocce fossilifere erranti, che offrono un fatto quanto straordinario, tanto men facile a spiegarsi. Non essendosi mai trovati, come si è detto, nella primitiva giacitura, né fuori le falde del monte di Somma; e dippiù scontrandosi unite contante altre maniere di massi erranti della natura delle lave eruttate dal vulcano; non vi ha dubbio che debbono credersi della medesima origine. Egli è certo che non han potuto derivare dalle circostanti montagne calcaree di formazione nettuniana, donde fossero venute per trasporto. E ciò appunto accresce la difficoltà di darne una spiegazione, meno che a via di ipotesi supponendo; che prima di scoppiare il vulcano vi fossero stati depositi marini, in mezzo ai quali si fecero strada le prime eruzioni;, oppure che tali depositi si fossero fatti sopra le prime rocce vulcaniche eruttate, quando per la loro piccola altezza restavano ancor ricoperto dalle acque; ovvero che pel sollevamento del monte di Somma sian venuti fuori del mare e che siansi poscia distaccati da depositi nascosti sotto le vette del monte, senza essere stati dal medesimo rigettati. Intanto la loro composizione mineralogica le avvicina alle marne o ai macigni calcarei; non mostrano indizii di essere state esposte all’azione di temperatura elevata o di altri fenomeni vulcanici; meno che per due di esse dal signor Scacchi trovate con segni di averne provato gli effetti: una, che formata di marna contiene i gusci del cardium tuberculatum Lin. e del dentalium coarctatum Broc. è tutta compenetrata di solfo; e l'altra che è anche marnosa e cosparsa di pochi granelli di quarzo con molti dentali ed ostriche quasi tutte spezzate in piccioli pezzi acconciamente rimasti nel proprio luogo da potersi ricomporre la conchiglia intera.
I fossili de' massi erratici son tutti caratteristici de' terreni sopracretacei, e di specie marine, eccetto un solo esempio in cui si è trovata una specie di paludina (paladina impura Drap.) unita con altra del genere solen, tellina, pecten e dentalium, Tutti in fine i testacei fossili de' mattai erratici nel monte di Somma trovati.
Nella marna sono: Pecten varius Lin. — Ostrea cristata Bron. — Nicola Margarituera Lam. — Mytulus Carbula nucleun Lam. — Cardium ochinatum — Volvaria Iriticea Lam. — Svalaria communia Lam.—Turritella communis His.—Natica Valenciennesit Payr —Dentalium dentalis Lin —Siliquaria anguina Lin.
Nella marna e nel macigno calcareo: Pecten jacoboeus Lie. — Pecten sanguinuncus Lin. Poli. — Venuscoltea Un.— Cardium tuberculatum Lin. — Dentalium coaretatum Broc. —
Nel macigno: Solen legumen Lin. —Tellina donacina Lin. —Tellina exigua Poli. —Ergeina Renieri Bron. — Mactra stultorum Un. —Venus Chione Lin. —Buccinum mutabile Lin —Buccinum macula Mont. — Pleurotoma nana Scac. —Serpula cereolus Gmel.
I medesimi massi erratici finalmente offrono anche impronte di vegetabili di cotiledoni, e propriamente le foglie dell'elce secondo Gasparrini, come pure qualche specie di cidaritcs, di spatangus, e non poche foglie da Scacchi credute di alga. Non essendoci fin qui occultati che della parte geologica del monte di Somma, passiamo a far altrettanto di quella del Vesuvio. In quanto alla uniformità della struttura pres o a poco si accordano amendue, tranne qualche notevole deferenza nelle qualità delle produzioni di quest'ultimo, particolarmente delle rocce lanciate in pezzi distaccati. Son le lave anche più uniformi di quelle del monte di Somma considerate pe’ loro apparenti caratteri, poiché tutte contengono cristalli di leucite e di augite, e spesso anche di olivina. I primi però sogliono incontrarsi molto piccioli, e talvolta mancano affatto, come nella lava del 1631, e propriamente nei rami che di quella toccarono il Granatello, la Scala, e la Villa Inglesi, che in vece offrono qualche raro cristallo grandetto, o qualche grossa concrezione leucitica amorfa. Questi stessi rami offrono ancora di altri particolari, che non sono comuni alle altre lave, come a dire: le loro cellette alle volte tappezzate di minutissimi cristalli rombododecaedri di sodatile, e di altri cristallini conforme riferibili probabilmente al sistema del prisma iridino, ma pertinenti alla labradorite; ed alle volte incrostate di esilissimo integumento verde (cloruro di rame), e non di rado contenenti la Breislakite. Altro carattere, che ciascuna delle tre indicate correnti presenta, consiste in certi aggregamenti, che di tanto in tanto racchiudono, di mica rossa e di pirossene verdastro confusamente ammassati.
Le sostanze frammentarie dal cono del Vesuvio eruttate, quasi tutte della natura delle lave, son d'ordinario scoriacee o stritolate in sabbia minuta. Tutto il cono è ricoperto di tal sorta di tritume; e la circostanza del suo ripido pendi) fa sì che lo lave, scorrendovi tenui e con poca spessezza, raffreddateli, si riducono in frantumi incoerenti. Tra i massi di pioemia mole lanciati dal Vulcano, qualcuno se ne incontra di grande dimensione portato a basso a galla sulle correnti delle lave, e ciò senza maravigliarne, perchè essendo queste non fluide, ma pastose, permettono che a stento s’immerga nella loro massa la ferrata punta di un bastone.
Le sabbie, i lapilli, le pomici, ed i massi di qualunque grandezza, diversi secondo le diverse ore della medesima eruzione, non son comparabili colle rocce erratiche cristalline del monte di Somma, che forniscono maravigliosa copia d| silicati, che non veggonsi più riprodurre. Non di rado incontra che tra i lapilli osservinsi molti cristalli isolati di augite, che sono stati distaccati dalle lare precedenti consolidate nell'interno del vulcano, e poi per nuova incandescenza scomposte, come potè osservarsi nella eruzione del 1839. Un tal fatto ha dovuto verificarsi ben altre volte ancora, giacché in alcuni luoghi delle colline di Sorrento, nella terra vegetabile si contiene una quantità sorprenderne di simili cristalli.
Vuolsi in fine far notare che i lapilli rigettati nella prima eruzione dell'anno 79 son formati di pomici bianchicce unite a non pochi frammenti di calce carbonata, talvolta rinchiusi nelle stesse pomici, come di sopra si è fatto avvertire delle late a breccia del monte di Somma; e che di simili lapilli altri strati si rinvengono fin sulle montagne di Gragnano, Castellammare e Sorrento.
Son produzioni di questi Vulcani spenti e semispenti 1. La trachite, 2. I conglomerati di sostanze frammentario talvolta incoerenti e d'ordinario tenacemente legate insieme. 3. I massi erratici di varia natura che sono ben rari in confronto di quelli che abbondantemente s'incontrano nel monte di Somma, come abbiamo fatto notare.
1. Trachite. La trachite de luoghi flegrei è quasi sempre caratterizzata dai cristalli di feldspato vitreo. Le molte differenze che suol presentare, di poco momento per altro, tengono alla loro grandezza ed alla loro abbondanza. Racchiude talvolta altre specie di cristalli, che non si trovano per tutto. Sono i più frequenti certi minutissimi cristalli in forma di rombododecaedri, che sembrano riferibili alla sodalite e possonsi osservare nella trachite del monte di Cuma, ove trovansi di tre millimetri di diametro; in quella del monte Olibano e degli Astroni, ove i cristalli sono allungati nel senso di una linea che congiunse due angoli triedri opposti, in quella del monte Spina, ove sono terrosi; ed in quella del Castello d'Ischia, ove spesso son di color giallo e di forma non fissa. L’anfibolo in piccoli cristalli neri si trova in diversi luoghi dell’Isola d’Ischia, ed anche nella trachite degli Astroni e del monte Olibano, e probabilmente non sarà che una varietà di questa specie orittognostica la sostanza filamentosa di color rossastro detta breislokite, che è frequente nel monte Olibano. Rinviensi la mica in rare laminucce sparse nella trachite di molti luoghi, ed è abbondante nella lava del monte Spina, la quale per tal cagione e per molti altri caratteri provvenienti da sostanze in essa disseminate, differisco da tutte le altre trachiti della stessa regione. La trachite; ond’è formato lo scoglio al Sud dell'isola d’Ischia, detto lo Felece, è anche notevole per essere straordinariamente gremita di cristalli grandetti di feldspato, e per essere le sue cellette tappezzate di calce carbonata lenticolare con tessitura laminosa. La trachite infine del monte di Procida dal lato di Maremorto sembra formata di pezzi incoerenti senza i soliti cristalli di feldspato; ma in qualche parte racchiude certi cristallini vetrosi bigi in forma di prismi quadrati longitudinalmente striati e terminati da piramidi tetraedro, le cui misure goniometriche si approssimano di molto a quelle della mejonite e wernerite.
In quanto alla struttura, s’incontrano non poche varietà nella medesima roccia, che il più delle volte è di apparenza porfirica, porosa, aspra al tatto, e mediocremente tenace. D’altronde è di una compattezza e tenacità maravigliosa quella del monte di Cuma nel Continente, e di Capo Portelia, della punta del Chiarito nell'Isola d’Ischia, e contiene piccioli e rari cristalli di feldispato con splendore, che tiene del vetroso e del margaritaceo.
Riguardo alla giacitura,anche un’importanza maggiore offrono le trachiti. Ve n’ ha in masse che vengono da una profondità indeterminata, e pare che siano venute fuori dal seno della terra, non per fluire sulla sua superficie; e ve n’ha in forma di correnti che riposano sulle rocce di aggregazione, venute fuori per rovesciarsi e spargersi sulla terra. Le prime, cioè le masse trachitiche, sono ben distinte in tre luoghi de' Campi Flegrei, nel monte di Cuma, nella Solfatara e negli Astroni. ne’ quali è assai verisimile che l'uscita delle masse trachitiche abbia preceduto l’eruzioni delle sostanze frammentarie.
Le trachiti che mostrano di essere uscite in istato di fusione, trovansi in forma di correnti per la maggior parte; ma ve n’ ha pure che Borisi in forma di filoni insinuate fra gli strati delle rocce di aggregazione, ed anche in forma di crateri. Si osservano le prime, fra gli altri luoghi, nelle vicinanze di Napoli presso la Chiesa di S. Maria del Pianto, ove sono soprapposte al tufo, e non vi è cratere distinto. Si osservano le seconde in filoni di maravigliosa estensione sulla costa dell’Isola d’Ischia,dalla punta dell’Imperatore sino alla punta S. Angelo, ed altrove. E quelle in forma di cratere occorrono ivi ne contigui monti del Rotaro e di Montagnone, e nel Continente a Fossa Lupara.
Accade qui parlare di quella roccia detta volgarmente piperno, che trovasi in Pianura e Seccavo sottoposta alla gran massa di tufo, onde componevi il monte de' Camaldoli. Comunemente i Geologi la riguardano come una particolare varietà di lava, in cui rilevansi due parti distinte. Una più abbondante e più fragile è di color bigio: l'altra più tenace e più oscura è disposta nella prima come tanti noduli di svariatissime forme, sempre però compressi nel senso d'altezza della lava. Il sig. Scacchi non osa pronunziare se è lava oppure no, perchè costituendo un estesissimo letto, par che dovess’essere piuttosto roccia di aggregazione che lava, tanto più che nella sua parte superiore vi sono tali chi atteri propri! ai conglomerali, che tutta la mussa del piperno potrebbe non esser altro che roccia di aggregazione trasformata.
2. Conglomerati. Formano esse la parte incomparabilmente maggiore de' vulcani delle Isole e de' Campi Flegrei. Tra i caratteri onde distinguono dai conglomerati di Roccamonfina e del Vesuvio è notevole la tenacità che si osserva in quella roccia che chiamasi tufo, e che è un aggregato di una maravigliosa quantità di sostanze rigettate da quelli. Essi van distinti 1. per la loro composizione, 2. per la loro struttura in grande, 3. pel colore. 4. per la variabile tenacità onde i frammenti aderiscono insieme, o sono affatto incoerenti, 5. per la loro configurazione o giacitura.
Il loro carattere più costante trovasi nella composizione, essendo mai sempre formati di una parte polverosa, (che è la più abbondante, e nelle varietà tenaci è quasi un cemento a grana fina) di molti frammenti di rocce fragili e porose, che sono della natura delle pomicee delle scorie, e di cristalli, liberi di feldspato vitreo. In alcune colline, e particolarmente lungo la spiaggia di Posillipo, e presso Napoli, ritrovasi qualche avanzo di pianta arborea e de' testacei marini dei generi Ostrea, Pectunculus e Turritella.
In quanto alla loro struttura in grande, costituiscono talvolta masse continuo d'indeterminata altezza, alle volte sono divisi in tanti strati più o meno distinti e variabili per crassezza ed inclinazione.
Il loro colore è il carattere che si abbiano meno costante. I conglomerati del continente l'hanno per lo più giallastro, ed anche bigio nerastro; e quelli dell’isola d’Ischia, oltre del giallastro, han puro frequente il colore verdiccio.
Il grado della tenacità varia dalla poca o ninna aderenza dei frammenti sino a tal punto di sodezza da riuscire sonora sotto i colpi del martello.
Ed in quanto alla giacitura diversificano i conglomerati secondo la configurazione che si trovano di avere di monti, o di letti in fondo alle valli La prima maniera di giacitura trovasi nella regione Flegrea soltanto, ove la loro profondità è tale, che non ancora si conosce su quale roccia si poggino. La seconda maniera, che suole avere pochi metri di altezza, posa su diverse qualità di mere, ed incontrasi alle volte anche fuori l’indicata regione; epperò chiamar si potrebbe tufo di trasporto, dovendo considerarsi come proveniente dai remoti vulcani. È desso assai frequente nelle provincie di Terra di Lavoro e de' due Principati, ed anche nelle vicinanze di Gragnano, Vico, Massalubrense e Sorrento nella stessa provincia di Napoli. Trovasi in tutte le indicate contrade sempre con le stesse condizioni, val dire in forma di banchi che riposano su rocce di origine acquosa, diversi talvolta per le fenditure verticali in colonne prismatiche a guisa de' basalti.
I confini sin dove il tufo di trasportosi estende sono: a ponente il Garigliano; a settentrione Mignano Alife e Cusano, e ad oriente. Mirabella, in quanto al tufo che incontrasi nella contrada vulcanica di Roccamonfina, e che tutt’i Geologi ritengono come derivato da quell’estinto vulcano, giova qui ricordare, che il Professor signor Scacchi, di cui sono le idee che della Vulcanica Geologia presentiamo, ha dimostrato di esser tufo provenuto dalla regione Flegrea (19).
Depositi conchigliferi in fine non mancano indetta regione, parte sul tufo vulcanico e parte sulla trachite, quali misti a frantumi di rocce vulcaniche incoerenti, e quali formati di marna, o di ciottoli trachitici con calcareo cemento. Contatisi in parecchi di essi più che cento specie di nicchi marini analoghi a quelli che vivono nel mare vicino, oltre di una specie comunissima di Fabularia e di alcuni crostacei, con cui trovansi agglomerati.
3. Massi erratici. I più grossi massi erratici incontratisi presso alle bocche vulcaniche. ove talora sono anche sparsi nel tufo, ed appartengono alla trachite, che d’ordinario è vitrea, scoriaceo, o pomicosa. Potrebbero essere classificati in tre categorie. riferendo alla prima le rocce calcaree, e comprendendo nell'altra i leucitofiri, e nell’ultima le rocce con tessitura granitoidea. Son le prime assai rare; offrono i secondi tante varietà, che non ancora è accaduto d’incontrarne un masso simile ad un altro, oche somigliasse ai leucitofiri del monte di Somma; e gli ultimi finalmente non tornati per la parte di feldispato vitreo cristallizzato o granelloso non senza cristalli alle volte di augite e di mica, cui pur la semelina si unisce.
SGUARDO MINERALOGICO |
Sotto triplice aspetto riguarderemo i minerali reperibili in questa parte del Regno delle Due Sicilie, secondo cioè che s’incontrano nelle rocce semplici o composte, nelle rocce vulcaniche, e nelle sorgenti che siffatte rocce attraversano. Comprenderemo nel primo la Mineralogia propriamente detta, nel secondo la Mineralogia vulcanica, e nel terzo l'Idrologia minerale (20).
A tre classi son ridotte dalla scienza tutte le specie minerali conosciute. Appartengono alla prima classe i minerali metalloidi a base di sostanze elettronegative, che non sono mai mineralizzate dalle sostanze delle altre classi. Appartengono alla seconda i minerali metallici autopsidi a base di metalli, che hanno lo splendore metallico, e che ora ranno ufficio di corpi mineralizzati (elettro-positivi), ora di mineralizzatori (elettro-negativi). Ed appartengono alla terza classe i minerali metallici eteropsidi a base di metalli, che non hanno aspetto metallico, e che fanno ufficio di sostanze mineralizzate. Secondo questa classificazione verremo enumerando le specie minerali dello nostre contrade colla indicazione de' luoghi ne’ quali si rinvengono, e secondo l’ordine de' generi cui si riferiscono.
Classe prima. Grafite. Trovasi questo carbonido nello gneis presso Olivadi in Calabria Ultra II (21). Litantrace, (zoofitantrace secondo Tondi). Rinviensi in Agnana della Calabria Ultra I, in Ripa nell’Abruzzo Ultra. Della specie stipite incontrasi nei nostri Appennini arenacei, e propriamente in varii luoghi del I Abruzzo Ultra, a Stilo nella I Calabria Ultra ecc.
Lignite (fitantrace, Tondi). E reperibile ne’ colli subappennini, e precisamente in Conidoni e Tiriolo della Calabria Ultra II.
Torba. Trovasi di varietà scistosa ad Alberona in Capitanata.
Bitume. Il liquido, o petrolio, s’incontra a Tocco e Lettomanoppello nell'Abruzzo Citra, e l’asfalto a Giffoni in Principato Cifra, ed a Tramutola in Basilicata.
Quarzo. Di questa silicide la specie quarzo jalino cristallizzato ritrovasi nelle quarziti delle vicinanze di Latronico e Lagonegro io Basilicata; il quarzo grasso abbonda nello gneis, e nel micascisto di Aspromonte in Calabria, la pietra lidia o quarzo comune rinviensi nelle vicinante di Lagonegro; e la selce abbonda ne’ dintorni di Rodi e d’Ischitella in Capitanata, ove incontrasi anche modellala in conchiglie.
Classe seconda. Galena (piombo solforato). Trovasi a Longobucco in Calabria Citra, cd a Bagaladi in Calabria Ultra I.
Pirite (ferro solforato). Occorre in molti luoghi del nostro Regno, e specialmente in Casalbuono cd Alberona nella Capitanata, a Castelgrande in Basilicata, Platania in Calabria Ultra II, ecc.
Ferro oligisto. Trovasi questo perossido di ferro a Roccaforte in Calabria Ultra I.
Ferro idrato. E’ 0vvia questa specie, ma argellifora, in Pazzano in Calabria Ultra I, dove alimenta la ferriera della Mongiana, in S. Donato e Viticuso in Terra di Lavoro; e nella varietà piriforme trovasi a Lecce e presso al Lago Fileno.
Ferro carbonato. Della varietà argillifera incontrati ad Alberona in Capitanala, ed a Gerace in Calabria Ultra I. Manganese ossidalo. Se ne rinviene a Scalca in Calabria Citra, ed a S. Donato.
Classe terza. Calcare (calce carbonata). Questa specie abbonda molto nel Regno, ma vi è rara la forma cristallina. La creta si trova in vari luoghi del monte Gargano (vicinanze di Rodi, di Monte S. Angelo) ed in Terra di Lavoro {Campoli). Il calcare compatto è comune nelli Appennini degli Abruzzi, di Terra di Lavoro e di Salerno. Il calcare concrezionato è anche abbondante: le stalattiti nelle grotte calcaree (cioè nell’emissario di Claudio nel Lago Fucino nella grotta di Montenero nel Gargano, in quella di S. Angelo a Raparo, in s. Martino di Basilicata. cc.): l'alabastro in molti luoghi (S. Marco in Lamis nel Gargano, Picinisco in Terra di Lavoro ecc.): il travertino ed il tufo calcare in Telese, Castel Volturno e Barrea in Terra di Lavoro. Civitella dcl Tronto negli Abruzzi, Atella in Basilicata ecc.: il calcare carbonifero vicino Lesina in Capitanata. Le manie poi sono comunissime ne’ colli subappennini: la varietà terrose utili all’agricoltura trovansi a Fiumara di Muro, a Gerace, ed a Bisceglie in Provincia di Bari; cd il calcare bituminifero in molti luoghi, ne' monti di Salerno, di Castellammare, nel monte Massica in Terra di Lavoro ecc.
Dolomite (calce carbonata magnesifera). Trovasi della grigia in molti luoghi del nostro Appennino (Castellammare, Matese ecc.).
Gesso (calce solfata idrata). Abbonda in mollissimi luoghi del Regno. Trovasi la selenite nelle vicinanze di Ariano in Principato Ultra, e la varietà lamellosa compatta in Ripa nella provincia di Teramo.
Fluorina (calce fluata). Rinviensi a S. Giovanni in Fiore in Calabria Citra.
Epidoto. La varietà fibrosa e compatta s’incontra nel granito e nella pegmatite nelle vicinanze dello Stabilimento la Ferdinandea in Calabria Ultra II.
Granato. Trovasi fra noi, ed abbondantemente, il granato comune nello gneis e nell'onfacite vicino al Pizzo e S. Vito di Tiriolo in Calabria Ultra I, ed a S. Giovanni d’Acri in Calabria Citra. Serpentino. Ritrovasi questa specie di magnesio nelle vicinanze di Paola in Calabria Citra, e presso Platania in Calabria Ultra I.
Clorite. Questa specie di talco trovasi vicino Roccaforte in Calabria Ultra I.
Orniblenda (anfibolo nero) Dì questa specie trovasi l’anfibolo sfoglioso, che forma la roccia detta anfibolite, in varii luoghi dell'Aspromonte in Calabria.
Sal gemma (soda muriata). Forma questo sodido vasti ammassamenti a Lungro in Calabria Citra.
Mesotipo (zeolite radiata). Trovasi di rado fra noi.
Ortose (feldspatopotassico). La varietà laminosa e compatta di questa specie abbonda nelle rocce cristalline di Calabria; ed il petunze ne’ monti di Tropea in Calabria Ultra I.
Betinite (pietra picea). Ne offre in gran copia l'isola di Ponza.
Perlite. Con Ia specie precedente trovasi in Ponza.
Mica. In piccoli prismi allungati rinviensi ne’ monti di S. Giorgio in Calabria Ultra I, dove deriva dallo sfacimento del granito. Quella laminosa, lamellosa ecc. abbonda nei graniti di Calabria.
Celestina (strontiana solfala). Trovasi della varietà fibro-lamellosa di questa specie a Caramaniro nell'Abruzzo Citra.
Disteno (cianite). La varietà della onfacite fa parte delle rocce di tal nome che abbondano nelle vicinanze di Montricone, Pizzo e Tiriolo in Calabria Ultra II.
Tormalina. Se ne trova in qualche luogo dell’Aspromonte.
Argilla plastica (argilla de' figuli). Abbonda in molti luoghi del nostro Paese.
Prima classe. Solfo. Trovasi questo minerale non in gran di depositi come in Sicilia, ma sublimalo dal semispento vulcano della Solfatara di Pozzuoli.
Seconda classe. Ferro ossidulato. Di varietà ossidulata trovasi nel Vesuvio.
Ferro oligisto. Di varietà speculare rinviensi nella montagna di Somma.
Ferro mariolo. Forma la più gran parte del cratere del Vesuvio.
Ferro titanato. La varietà arenacea trovasi abbondante nelle sabbie vulcaniche della spiaggia di Pozzuoli e di Napoli.
Terza classe. Il calcare vesuviano, dante un’acqua ammoniacale con la calcinazione, di color bigio turchiniccio per più solscistoso, trovasi in massi erratici nel monte di Somma.
Arragonite. La varietà acicolare raggiante occorre assai spesso nelle cellette delle lave antiche de' nostri Vulcani.
Pirosseno. La specie di pirosseno che si trova abbondante nel nostro paese è l’augite. la quale occorre in tutt’i vulcani, ma principalmente nel Vesuvio.
Granato. Il comune ritrovasi nelle rocce erratiche di Somma; e la melanite nelle rocce medesime, e nei tufi delle vicinanze di Melfi alle falde del Vulture.
Idroerasta. Trovasi in abbondanza nelle rocce erratiche di Somma.
Mejonite. Rinviensì principalmente nelle geo di calcaree erratiche del predetto monte.
Tomsonite (complonite). Incontrasi nelle cavità delle lave augitiche erratiche dello stesso monte con la seguente specie.
Gismondina (abrazite, ovvero silicato di allumina e di calce con acqua) rinviensì cristallizzata di figura tritetraeda nel monte di Somma.
Pendolo (olivina). Il cristallizzato si trova nelle rocce micacropiroaseniche di Somma; ed il gramiliforme abbonda nelle sabbie del Vesuvio bagnate dal mare, nelle rocce cristalline erratiche o nelle lave di Somma.
Anfittolo. La specie orniblenda (antibolo nero) cristallizzata in prismi romboidali con varie modificazioni alle sommità, abbonda nelle rocce erratiche di Somma.
Pleonaste (ceilanite). Trovasi nelle rocce cristalline dello stesso monte.
Salgemma. Trovasi sublimato in gran copia sul cratere del Vesuvio.
Piefelina. Abbonda nelle rocce erratiche di Somma. Le due sostanze vesuviane dette danna e cavolinite da Monticelli e Covelli non ancora è ben assicurato se appartengano,secondo alcuni mineralogisti, alla nefelina.
Analaone (zeolite cubica) Limpida e di bellissimo color carne la specie sarcolite trovasi nelle rocce erratiche di Somma.
Sodatite. Incontrasi nelle cavità delle rocce cristalline dello stesso monte; ed i cristalli bianchi jalini e microscopici di questa sostanza ingemmano in grandissima copia le fenditure di certe lave del Vesuvio, e particolarmente di quella detta della Scala.
Oriose (feldspato potassico). La varietà cristallizzata trovasi nelle rocce feldispatiche di Somma. ed è jalina.
Labradorite (feldispato calcico). Trovasi rara in alcune lave di Somma.
Anfigeno (Lemite), Abbonda nelle lave del Vesuvio e del Vulcano di Roccamonfina.
Hanyna (Lazialite). Scontrasi nelle rocce cristalline erratiche di Somma sempre limpida e di bel colore azzurro, e nei tufi della collina di Melfi (Vulture) dove trovasi in cristalli per lo più calcinati. La varietà detta spinellano abbonda nello lave del Vulture, e vi si trova insieme coll'hanyna azzurra.
Mica. La cristallizzata trovasi nelle rocce micacee di Somma, dove è in forma di prismi esagoni di bellissimi colori e riflessi, come giallo di topazio, rosso di giacinto ecc. La mica laminosa, lamellosa ecc. abbonda nelle rocce erratiche di Somma.
Sale ammoniaco. Producesi dal Vesuvio alla superficie delle correnti di lungo corso, e verso il loro termine estremo.
Delle fin qui descritte specie mineralogiche ricavate dalle Conoscenze di Mineralogia di Leopoldo Pilla, quelle relative ai nostri Vulcani possono considerarsi come un saggio a volerle riguardare in confronto delle specie riportate nel Prodromo della Mineralogia Vesuviana di Monticelli e Covelli. Distinte quivi in tre classi le 83 specie per essi descritte, e divisa la prima in 20 famiglie, può dirsi che le vulcaniche produzioni del Paese siano state minutamente ed estesamente trattate per modo che ad altri par tolta la speranza di aggiungere altro ad una materia così intelligentemente approfondita. Se non che un po’ troppo di passione messa in tali studii ha forse talvolta fatto velo all’occhio osservatore de' due Geologi chiarissimi, per modo che parecchie specie di quelle 83 vorrebbero esser meglio individualizzate e definite circa la loro pertinenza. Ecco perchè tral poco di Pilla ed il molto riunito nel Prodromo Anzidetto, stimiamo, per giusto mezzo e per più sicura soddisfazione di coloro che apprezzano siffatte conoscenze, di aggiungere in proposito quelle che il Professore Scacchi otteneva dalle sue circospette ed avvedute ricerche intorno all'Orittognosia del Vesuvio e di Somma. A 10 famiglie ei trova riducibili, ed a 15 generi le 56 specie minerali de' detti due monti. Esse sono:
Genere I. Ossidi.
1. Acido solforoso. Sviluppasi di tempo in tempo nello stato gassoso insieme ad altre sostanze che costituiscono i fumajuoli.
2. Acido carbonico. Sprigionasi in forma aerea lungo le pendici del Vesuvio in seguito delle gran di eruzioni per Io più; oppure si ritrova, scavando il terreno del monte, quasi imprigionato nelle sue viscere, donde quelle micidiali esalazioni che chiamansi mofete.
3. Quarzo. Ben di rado rattrovasi cristallizzato nelle cavità de' massi erratici di basalte, e suol essere accompagnato dalla comptonite, dallo spato calcareo e dalla pirite. Se ne incontra anche qualche pezzo amorfo vitreo incastonato nelle antiche lave di Somma.
4. Oligisto o sesquiossido di ferro. È una delle più frequenti produzioni de' fumajuoli di Somma e del Vesuvio, e non incontrasi mai ne’ massi erratici granitoidi.
5. Melaconiza o ossuto di rame. S’ingenera anche dai fumajuoli in forma di laminucce nere metalloidi tanto elastiche ed esili, che muovonsi ad ogni lieve soffio. Andava confusa con la precedente prima che il Prof. Semmola ne avesse fatto conoscere la sua vera natura.
6. Periclasia o magnesia. Si rinviene cristallizzata e lamellosa ne’ massi calcarei erratici di Somma, unita al peridoto bianco ed al carbonato di magnesia terroso. E una delle sostanze più rare del Vesuvio, in quanto che finora in verun altro Vulcano si è rinvenuta.
7. Acqua. Per la maggior parie i fumajuoli danno talvolta acqua nello stato gassoso e di vapore.
Genere I. —Cloruri.
8. Acido muriatica. È una delle più frequenti e più copiose sostanze de' fumaiuoli.
9. Sequicloruro di ferro. Incontrasi tra le produzioni anche de' fumajuoli mescolato col sai marino.
10. Calunnia o cloruro di piombo. E novereta fra le meno frequenti produzioni de' fumajuoli, ove trovasi in forma di aghetti, di laminucci rombiche, o di cristalli, le cui forme non ancora si son bene determinate.
11. Sale ammoniaco o cloruro di ammonite. Sviluppasi ordinariamente sulla superficie dello lave infocate, ed ha ic istalli in forma di rombododecaedri e di leucitoedri.
12. Sal marino o cloruro di sodio. Ne mandano in gran copia i fumajuoli e le lave incandescenti sulla loro superficie, misto a piccole quantità di altre specie di cloruri. Trovasi cristallizzato, stalatittico ed anche incrostato.
13. Cloruro di rame (atacamite). Volgarmente dicesi cloruro di rame una sostanza venie non ancora ben analizzata. Si genera in forma di laminucce, di piume, e di sottili croste nei fumajuoli e nelle fenditure delle lave, ed anche mescolato col sal marino.
Genere I. —Fluori.
14. Fluorina o fluoruro di calcio. Trovasi di rado in molte qualità di massi erratici granitoi di di Somma, in forma di piccioli ottaedri bianchi trasparenti.
Genere I. —Solfo.
15. Solfo. È una delle produzioni poco frequenti de' fumajuoli, e ritrovasi cristallizzato o incrostante.
Genere II. Solfuri.
16. Realgar o solfuro di arsenico rosso. Va noverato fra le più rare produzioni de' fumajuoli,dovesi sublima in forme cristalline.
17. Galena o solfuro di piombo. Trovasi laminosa o cristallizzata ne’ massi erratici calcarei.
18. Blenda o solfuro di zinco. Accompagna la specie precedente.
19. Pirite cubica o bisolfuro di ferro. È una specie molto rara che trovasi in forma di piccioli cristalli nelle cellette dei massi erratici di basalte con augite o di leucitofiro.
20. Covellite o solfuro di rame della formola cu. su —Fu annunziata dal Covelli tra le produzioni de' fumajuoli in forma di sottil crosta polverosa di color nero o bleuverdastro.
Genere III. Solfati.
I solfati di potassa, di rame, di ferro, di allumina, e lo stesso acido solforico o solfato idrico si trovano talvolta fra le produzioni de' fumajuoli; ma la specie più abbondante e più frequente è il gesso che suol trovarsi in forma di cristalli aciculari nelle cellette,oppur sulla superficie delle lave esposte all’azione de' fumajuoli. È ben raro che tra i massi erratici di Somma trovasi in pezzi con tessitura lamellosa.
Genere I. Fosfiti.
21. Assalite o fosfato di calce. È una delle specie rare di Sonirnn, ove trovasi nelle lave e nei massi erratici in forma di prismi esagonali terminati in piramidi, modificati talvolta da piccole faccette di forme cmicdriche.
Genere I. Carburi.
22. Petrolio carburo d'idrogeno impuro. Trovasi in picciola quantità galleggiante sul mare che bagna la base del Vesuvio.
Genere II. Carbonati.
23. Spato calcareo o carbonato di calce romboedrico, molto comune tra i massi erratici di Somma con molte varietà nella tessitura e colore. Rare son le forme cristalline ne’ massi erratici calcarei. Di ordinario contiene molto carbonato di magnesia, ed anche un pe’ di carbonato di ferro.
24. Gioberlite o carbonato di magnesia. Ben di rado incontrasi pura ne’ massi erratici calcarei.
25. Arragonite, o carbonato di calce prismatico. Trovasi elegantemente cristallizzata, oppure in forma di tubercoletti nelle cellette delle lave erratiche e de' filoni di Somma. Sovente ne’ massi erratici calcarci forma de' tubercoletti o ajuole circolari con tessitura fibrosoraggiante, che mal si confondono taluni con la cravellite.
26. Naton o carbonato di soda idrato. Trovasi efflorescente sulle scorie nascoste sotto alcune lave di Somma.
Genere I. Silicato.
27. Zircone o silicato di zirconio. Cristallizzato in forma di piccioli ottaedri regolari, di color turchiniccio per lo più, incontrasi ne’ massi erratici granitoidi.
28. Periodoto osilicato di magnesia. Questa specie offre molte varietà pel colore, per la trasparenza e per le forme cristalline. La varietà più frequente è di color verde gialliccio, trasparente o traslucida, e ritrovasi nelle lave del nostro vulcano, e mescolata coi» la mica e col pirossene anche ne' massi erratici granitoidi. Le altre varietà di color più chiaro sino al bianco perfetto trovansi ne’ soli massi erratici calcarei, e mal si chiamano Monticellite. Quella che Brooke chiamò con tal nome è un peridoto bianchiccio, in cui una porzione di magnesia è sostituita dalla calce, il che non solo uè diminuisco la durezza, ma lo rende fusibile alla fiamma del cannello, o facile ad essere scomposto negli acidi.
29. Vollarionite, silicato di calce. Rattrovasi ordinariamente laminosa o in cristalli mal terminati in molle qualità di massi erratici granitoidi.
30. Pirossene. È comunissima questa specie nelle lave si antiche che moderne, e ne' massi erratici di qualunque natura. Fra le tante varietà che presenta nel colore, nella trasparenza e nella forma cristallina meritano una particolar considerazione una varietà gialla trasparente elegantemente cristallizzata creduta topazio, un’altra di color verde chiaro confusamente cristallizzata, che si è presa da taluni per prende; ed una terza di color verde bruno creduta epidoto. Ma fia bone cassar dal novero dei minerali vesuviani il topazio, la prenite e l’epidoto.
31. Anfibolo. La varietà nera spesso nettamente cristallizzata è frequente ne’ massi erratici di Somma. A queste specie debbono riferirsi i cristalli vesuviani creduti tormaline, od anche in parte anelli stimati epidoto. Ritrovasi anche fibroso e di color bianchiccio ne' massi erratici calcarei, o in forma di luci di aghetti in certi massi di scorie rigettati dal Vesuvio.
32. Bretslakite. Trovasi frequente nelle cavità delle lave del 1631, ed è forse una varietà filamentosa di anfibolo.
33. Humite. Rinviensi cristallizzata e granellosa ne’ massi erratici granitoi di e ne’ calcarei. Probabilmente questa specie è un fluosilicato di magnesia analogo alla condrodite.
34. Leuceti o anfigeno. È comunissima nelle lave del Vesuvio costantemente cristallizzata in quella forma di trapezoedro che dal suo nome dicesi leucitoedro, i più grossi cristalli a troransi incerti massi di lare erratiche accompagnati da cristalli di feldispato vitreo, non senza qualche raro esempio in cui la leucite, conservando la sua forma, trovasi metamorfizzata in riacolite. La varietà amorfa, e la trasparente sono notevoli ne’ massi calcarei e ne’ granitoidi.
35. Mejonite. E una delle più belle produzioni di Somma ove trovasi quasi sempre cristallizzata nelle geodi de' massi erratici formati in gran parte di calce carbonata.
36. Sarcolite. Questa rara e preziosa specie de' massi erratici granitoidi trovasi cristallizzata in forma di prismi quadrangolari con diverse modificazioni; ed è stata a torto confusa con l'ansteime.
37. Mellinite. Trovasi di rado nello cavità di alcune lave di Somma accompagnata da eleganti cristalli di pirossene; ed è alquanto più frequente in taluni massi erratici formati per lo più di mellilite amorfa, o di pirossene. o di mica. L‘Humbollellite di Monticelli e Gorelli, che secondo l’analisi di Damour è identica alla mellilite. si trova ne’ massi erratici soltanto. La Sommervillite di Brooke in nulla differisce dalla precedente come la Zurlite di Ramondini è la medesima sostanza mescolata con pirossene e calce carbonata. La stessa specie talvolta è in forma rii fasci fibrosi che suol reputarsi mesotipo.
38. Sommite o nefelina. Incontrasi in molte qualità di massi erratici granitoidi con molle pregevoli varietà distinte per la forma de' cristalli, pel clivaggio nella direzione delle facce laterali del prisma esagonale, e per splendori. Appartengono a questa specie la Davyna e la Cavolinite di Monticelli e Covelli, e la Beudantiera di quest’ultimo.
39. Feldispato vitreo. Specie abbondantissima ne’ massi erratici granitoidi e trachitici, e meno frequente ne' massi erratici di leucitofiro.
40. Anortite. È una delle più importanti produzioni di Somma, ove rinviensi cosi ne’ massi calcarei con la mejonite, come in tutte sorte di massi graniloidi con forme cristalline svariate e difficili a riconoscersi. Riferisconsi a questa specie la Cristianite e la Biotina di Monticelli e Covelli.
41. Idrocrasia. È una delle più speciose produzioni di Somma, ove trovasi sempre ne' soli massi erratici granitoidi e calcarei, non mai nelle lave. Le sue forme cristalline sono infinitamente svariate, ed il colore più frequente è ij bruno di diverse gradazioni. Son pregiato le varietà di color nero e verdiccio, e quelle in forma di ottaedro regolare.
42. Granato. Trovasi nettamente cristallizzato ne' massi erratici granitoidi, e forma esso solo certi massi con tessitura a grossa grana cristallina. Varia moltissimo nel colore, che d'ordinario suol essere rossobruno, rossastro, e nero.
43 Hanyna. Di rado cristallizzata trovasi d’ordinario nei massi erratici granitoidi.
44. Sodalite. Rinviensi spesso nelle fenditure delle lave informa di minuti cristalli rombododecaedri: ma ne’ massi erratici granitoidi, quantunque poco frequenti, offre cristalli di maravegliosa bellezza, tra' quali sono rari quei di color verde. Son pure pregevoli alcuni cristalli gemmi compenetrati, il cui asse comune corrisponde ad una linea che congiunge due angoli triedri opposti.
45. Lapislazzuli. Trovasi di rado ne’ massi erratici calcarei, ed una sola volta si è dal Professore Scacchi rinvenuto cristallizzato.
46. Comptonite. Incontrasi cristallizzata, laminare, o semiglobosa nelle cellette de' massi erratici di basalte.
47. Stralcime. Suol trovarsi accompagnata alla specie procedente, e qualche volta trovasi anche in certi massi erratici granitoci.
48. Gismondina. Trovasi cristallizzata o semiglobosa nelle cellette de' massi erratici di basalto o de' filoni di Somma.
49. Mica. Si novera tra i più frequenti componenti de' massi erratici granitoci, e sono prezioso alcune varietà giallobrunicee con distinte forme cristalline. Nelle lave è poco abbondante, e talvolta si trova una varietà rossa, impropriamente creduta stilbite, che forma col pirossene certi noduli incastonati nelle lave del Vesuvio.
Genere I. Alluminati.
50. Pleonaste. Si rinviene cristallizzato ne’ massi erratici calcami e granitoidi, per lo più di color nero, ma talvolta anche verde e violetto.
Genere I. Ferriti.
51. Ferro ossidulato. Trovasi frequente ne' massi erratici granitoidi, ne’ quali domina il feldispato vitreo o la mica cristallizzato con molte forme del sistema del cubo, o granelloso.
52. Limonite o ferro idrato. Occorre in forma di tubercoletti nelle collette de li Ioni di Somma, o de' massi erratici di leucitofiro.
Genere II. Ferriti solforici.
53. Calcopirite o solfureo di ferro e di rame. Trovasi ben di radocristallizzaio nelle cellette de' massi erratici di leucitofiro.
34. Leberchisa pirite-bruna. Rinviensi amorfa ne’ massi erratici granitoidi, ne’ quali suol dominare il feldispato vitreo.
Genere I. Titaniti.
55. Nìgrima o titanito di ferro. Si rinviene in forma di sabbia magnetica lungo le sponde del mare che bagna il piede del Vesuvio.
Genere II. Titanato-Silicati.
56. Sfeno. Forma piccioli cristalli gialli ne’ massi erratici granitoidi, in gran parte formati di feldispato vitreo.
I minerali del nostro Regno fin qui descritti non sono che quelli conosciuti in grazia de' progressi della Geologia e degli studii fatti dai nostri naturalisti intorno ai Vulcani. Non rimangono ora a noverarsi che quelli, i quali giacendo incogniti nelle viscere della terra ci si rivelano disciolti nelle acque che per mezzo ai loro depositi scorrendo spicciano fuori colla denominazione di acque minerali. Son esse piuttosto abbondanti in tutto il Regno, che, come abbiam veduto, è ricchissimo di mineralogiche produzioni, anche per la circostanza della vulcanicità ai una gran parte del suo suolo. E come che non siam state le medesime né tutte né bene esaminate chimicamente e medicinalmente, tuttavolta si è in grado di poterne dare quelle tali notizie che per uno sguardo generale in siffatto argomento sono più che bastevole Seguiremo in ciò il lavoro che il Cav. Salvatore de Renzi trovasi di averne fatto nella sua Topografia e Statistica Medica della Città di Napoli con alcune considerazioni sul Regno intero. Ritenendo la classificazione delle medesime nelle cinque categorie più generali, in solfuree, cioè, ferrate, acidule, saline, e d'incognita composizione, ed Aggiungendovi quella altresì di termali, le verremo Provincia per Provincia esponendo, incominciando dalla
Provincia di Napoli Le acque minerali della Città di Napoli appartengono a tre sorgive. situate l’una presso l’altra, due sulla spiaggia di S. Lucia, e la terza sulla riva del Chiatamone. La prima di esse è la cosi detta Solfurea. di cui tanti fanno uso, ed abuso anche, senza preciso bisogno. I risultali ottenuti dall'Analisi chimica di quest’acqua eseguila dal Prof. Ricci sono i seguenti:
Essa è limpida, schiumosa, di odor nidoroso, cioè di uova putrefatte; deposita il solfo in contatto dell’aria, è tra po’ più leggiera dell'acqua, ed ha una temperatura di 18° centigr.
Le sei libbre di dett’acqua si contengono:
Di gas acido carbonico poi cub. |
82,81 |
—— idro solfurico |
3,95 |
DI solfalo di soda granelli |
0,08 |
DI muriate di soda gr. |
0,31 |
DI sotto carbonato di soda gr. |
0,27 |
—— di calce gr. |
0,38 |
Di silice gr. |
0,02 |
Posteriormente all’analisi del Ricci fatta allor quando non crasi ancora scoperto il judo, il signor Covelli vi ritrovava una picciolissima dote di un idriodato alcalino.
Di quest’acqua torna utile far uso in tutt’i i casi d’impetigini o di altre affezioni cutanee, nell’itterizia, nelle concrezioni biliari, nelle tossi umide, ne’ catarri. inveterati, nelle affezioni scrofolose, negl’ingorghi linfatici, ne’ reumatismi, nell’eruzioni croniche ecc. ecc. La sensazione che si avverte in bevendola è la solfurea, e l’effetto immediato sono i rutti nidorosi.
Prossima a quest’acqua sulfurea, e per modo che fluiva nello stesso bacino prima che col farsi la strada di S. Lucia non si fossero distinte le loro polle, è l’acqua acidola scoperta nei mese di maggio del 1828.
Sono sue fisiche proprietà: la temperatura media di 14 di R.; peso specifico di 1,0143, essendo quello dell’acqua distillata 1; mentre il peso specifico dell’acqua sulfurea vecchia è 1,0142. — L’acidola non ha colore alcuno, è limpida, ed il suo sapore è piccante, tendente leggiermente al salino.
La sua composizione, fattane analisi da Lancellotti e Covelli sopra once napolitane 16 ½ circa, è dì
Acido carbonico libero gr. |
15,2148 |
Bicarbonato di calce |
10,4700 |
————— di magnesia —- di allumina |
4,0180 |
————— di allumina |
0,9563 |
————— di ferro |
0,052 |
————— di sodo |
3,2488 |
————— di potassa Muriate di soda |
0,0024 |
Muriato di soda |
10,0460 |
Solfato di soda |
2,8620 |
Idriodato di soda o di potassa |
00,1006 |
Perossido di fono, trovato nella soluzione de' sali di soda |
00,0231 |
Silice |
00,8125 |
Il popolo Napoletano ne fa pochissimo uso, perché preferisce la sulfurea. Si è trovata però utile nelle affezioni calcolose, e riesce diuretica e leggiermente purgativa.
Segue nel Chiatamone a 50 passi dalla solfurea la cosi detta acqua ferrata, da Brugnatelli detta salino-ossidula. Dessa è limpida, di odore frizzante, di sapore acido astringente, poco più pesante dell’acqua, e della temperatura di 21 centigr.
Dietro l’analisi fattane da Ricci furono ritrovati in sei libbre d’acqua:
Gas acido carbonico pollici cub. |
41,74 |
Muriato di soda granelli granelli di soda gr |
0,47 0,45 |
Sottocarbonato di soda gr. |
0,43 |
———————— di calce gr. |
0,33 |
———————— di magnesia gr. |
0,117 |
———————— di ferro gr. |
0,27 |
Silice gr. |
0,03 |
Perdita gr. |
0,01 |
Posteriormente analizzata da Lancellotti offri anche una quantità di un idriodato alcolino.
Allungala nel vino sul principio della tavola adoprasi nelle diverse forme di astenesie, nelle dispepsie, nello clorosi, nelle cachessie, nelle ostruzioni, ne’ difficili o soppressi scoli lunari, ec.
Fuori Napoli, e più a questa Città che a Pozzuoli pertinente, è l'acqua de' Bagnoli notissima agli antichi che ne facevano grandissimo conto. Obbliata per le vicende del secoli, richiamossi al pubblico uso per averne Sebastiano, Bartoli descritte le qualità nella sua Thermologia Aragonia, che lasciò indicate in una lapide ancora esistente nell'ingresso della Grotta di Pozzuoli.
L’acqua è limpida a qualunque variazione atmosferica. Non manifesta odore o colore alcuno; il suo sapure è leggiermente acido. La sua densità calcolata alla temperatura della minerale è come 1,00465: 100.ooo, essendo poi quella della stessa minerale bollita o feltrata, come 1,00416: 100.000. La sua temperatura è di gradi 35 di Reaumur.
Dall’analisi Istituita dai Cavalier de Renzi sopra libbre quattro dell’acqua termole Baincolana, si ottennero oltre a 3,74128 granelli di sostanze gassose, e grani 128 di materie fisse prosciugate a 120 centigradi, cioè grani 32 per ogni libbra, le quali si compongono come segue;
Acido carbonico eccedente alla composizione de' bicarbonati pol. Cub. 7, 6 ½ gr. |
524347 |
Azoto poi cub. 1 3/13, gr |
0,55135 |
Ossigeno, quantità appena sensibile, cioè poi cub. 1, 3,13 gr. |
0 02442 |
Bicarbonato di calce |
4,04224 |
—————— di soda |
37,38000 |
—————— di potassa |
3,25000 |
—————— di magnesia |
1,04768 |
—————— di ferro |
0,01796 |
—————— di allumina |
2,25000 |
Solfato di soda |
20,69712 |
—————— di magnesia |
2,19458 |
Idroclorato di soda |
43,05506 |
—————— di calce |
3,50002 |
Silicato di soda o di potassa contenente 4,5 di acido silicio tenuto in soluzione dell’acido carbonico, e che si precipita allo stato di silicato di allumina con la bollizione dell’acqua in unione de' sottocarbonati |
4,50000 |
Ossido di manganese, probabilmente allo stato di bicarbonato, quantità non determinala, ma che può approssimativamente valutarsi 18 a 20/100000. |
|
Allumina |
|
|
Acido silicico |
|
|
Ossido di ferro |
che sono tenuti lo soluzione da’ sottocarbonati alcalini anche dopo la bollizione dell’acqua e feltrata, quantità indeterminata. |
|
Acido Idrobromico combinato ad uno degli ossidi alcalini su indicati, |
tracce |
Estrattivo vegetale, idem Perdita |
5,13256 |
Totale |
128,00000 |
Lo stesso Cav. de Renzi avendo assistito per quattro anni alla suddetta acqua come Medico Direttore dello Stabilimento, ottenne per risultalo delle suo osservazioni.
L’acqua agisce per bagni corroborando il sistema nervoso e linfatico, accelerando la circolazione e promuovendo la diaforesi. Per uso interno corrobora il tubo chilopojetico, promuove blandamente le escrezioni ventrali, ed abbondante mento la diuresi.
Il primo suo effetto è quello di svegliare doloretti negli arti per la riattivata circolazione, i quali si calmano dopo il secondo o terzo bagno con miglioria delle affezioni principali. Se l’ammalato soffre notabile difetto nervoso, che è passato colore; ha però la gravità specifica di 1.004088. Contiene ogni libbra
Acido carbonico libero |
6,8868 |
Azoto |
0,0503 |
Ossigeno |
0,0879 |
Bicarbonato di soda |
6,0781 |
——————di magnesia |
2,7500 |
——————di calce |
2,5912 |
——————di ferro |
0,0292 |
Solfato di soda |
8,0937 |
————di magnesia |
2 5912 |
Idroclorato di soda |
18,4503 |
——————di calco |
3,7924 |
Acido silicico combinato agli ossidi di calcio, di magnesio, e di ferro |
0,5406 |
Totale |
47,1417 |
Le sostanze non determinate per la più volte ripetuta ragiono sono: gli idriodati, l'Allumina, ed il perossido di ferro tenuto in sospensione, e momentaneamente sciolto dall’acido carbonico libero, che è quello che ri depone nello pareli del pozzo, sulle pietre, ed allorché l’acqua è tenuta per niquante ore in bottiglie chiuse.
5. Acqua solfureo-ferrata. È della temperatura da 13,5 a 14,76 di R., della gravità specifica di 1,004622, di odore epatico, trasparente, e di sapore alquanto piccante con sensazione salino-solfurea. Una libbra di essa contiene
Acido carbonico libero |
6,9284 |
Azoto |
0,1064 |
Ossigeno |
0,0803 |
Acido idrosolforico |
0,1170 |
Bicarbonato di soda |
5,3437 |
—————— di calce |
2,8625 |
—————— di magnesia |
1,5000 |
—————— di ferro |
0,0914 |
Solfalo di roda |
8,0937 |
———— di magnesia |
1,5625 |
Idroclorato di soda |
36,7012 |
—————— di calce |
5,0535 |
Acido silicico combinalo agli ossidi di calcio, magnesio, e di ferro |
0,9990 |
Totale |
63,6396 |
Le sostanze non determinate per in loro insensibile quantità sono: gli idrobromati, gli idriodati, l’allumina, 1 ossido di ferro trinato ne’ sali di soda, e la maceria organica.
Giova 1. Nell’erpete; 2. Nelle scrofole e nelle malattie linfatiche, 3. Negli scirri, e particolarmente in quello dell’utero; 4. Nella leucorrea; 5. Nella blenorrea. Se ne può bere ima libbra la mattina a stomaco digiuno, ed un altro sei ore dopo del pranzo, a tre oro dopo la colazione.
6. Acqua acidula. È della temperatura da 11, 15 a 13 di R. e della gravità specifica di 1,001422. E trasparente, limpida, senza colore ed odore, e di sapore subacido piacevole. Ogni libbra contiene grani di
Addo carbonico libero |
1,4838 |
Azoto |
0,0231 |
Ossigeno |
0,0810 |
Bicarbonato di soda |
1,7500 |
Bicarbonato di calco |
2,8125 |
—————— di magnesia |
0,5780 |
Solfalo di soda |
3,0937 |
———— di magnesia |
1,0037 |
Idroclorato di calce |
4,0750 |
—————— di magnesia |
1,1112 |
Acido silicico combinato agli ossidi di ferro di calcio e di magnesio |
6,6094 |
Tracco di allumina, di ossido di ferro e di materia organico |
|
Totale |
16,8214 |
Quantunque tenga poco gas acido carbonico, pure contiene pochi principii crassi, ed è molto leggiera. Plinio in lodava moltissimo per le affezioni calcolose dell'apparecchio orinario, per io quali anche attualmente si adopera. Si bevo in gran quantità, non solo per bevanda ordinaria, ma anche per cuocervi e preparare gli alimenti.
Nel medesimo Distretto di Castellammare, oltre di un’altra sorgente, che sembra di natura sulfurea, non ancora analizzata, sul lido di Sorrento, e di parecchie al tre nello marina di Vico Equense ed in quella di Meta, che possono far lo veci dell'acqua media; presso Torre Annunziata scoprivasì nel 1830 l'Acqua Vesuviana-Nunziante. Ad occasione di un pozzo artesiano che il Marchese Nunziante faceva eseguire nel Promontorio detto l’Uncino, quando si fu giunto alla profondità di palmi 25, videsi sgorgare non gran quantità di acqua limpida, di odore analogo a quello della nafta, di sapore acidulo marziale non disgustoso, della temperatura di 25 a 25.4, essendo quella dell’aria a 24, e segnando il barometro 28.2. Il peso specifico della stessa rilevato col metodo di Klaprot, si e trovato da 1003,7610, essendo di 1000 quello dell’acqua distillata presa alla temperatura di 23 gradi di Deluc.il prof. Ricci che ne fece l’analisi, trovò in 16 libbre di dett’acqua
Gas acido carbonico libero |
86,5800 |
Bicarbonato di roda |
142,5000 |
——————di potassa |
23,1000 |
——————di maglieria |
80,0000 |
Carbonato di calco |
43,7500 |
——————di ferro |
0,9062 |
Solfato di soda |
63,0000 |
————di potassa |
15,0000 |
————di magnesia |
5,0000 |
Cloruro di sodio |
84,0000 |
———— di potassio |
31,0000 |
Idroclorato di magnesia |
43,1301 |
Fosfato di calce |
2,0000 |
Silice |
9,0000 |
Perossido di ferro — di titanio |
1,6550 |
Totale |
620,5194 |
Ha quindi facoltà diuretica e catartico. Giova negl’ingorghi glandolari, epatici, spleniti, nello cachessie addominali, nei vizii impetiginosi psorici salsedinosi, nell’ascite anasarca idrotorace ecc., nelle paralisi, epilessia ed in tutto le nevralgie scompagnate da flogosi; nelle affezioni scrofolose, nelle diatesi cancerose, nella tabe epatico, splonica ecc. nella rachitide, negli esantemi cronici complicati a labe strumosa o sifilitica, nelle affezioni calcoloso ec. ec. Se ne fa uso per bevanda e per bagno.
Le acque minorali di Pozzuoli sono cinque;
1. L’Acqua de' Pisciarelli. E torbida e biancheggiante, ma divien limpida lasciando un ardimento dopo il riposo. Ha sapore stittico-terroso, odor d’uova putrefatte; ed è della temperatura di 55.° R. segnando 1 all’aerometro. Contiene gas idrosolforico e carbonico, solfato arido di allumina, solfato di calce e di ferro, silice ed una sostanza gelatinosa. Adoprasi come tonica ed astringente in ogni specie di profluvio prendendone da mezza libbra a due allungate nell'acqua di fontana. Gargarizzandola giova esternamente alle piaghe del palato e delle fauci, allo scorbuto sciacquandone la bocca, alla blenorrea ed alle fistole injettandola ecc.
2. L’Acqua subreni homini. È limpida, salmastra, della temperatura 25 a 31.° R., segnando 1 all’aerometro, in ogni libbra secondo Lancelotti, si contengono di
Acido carbonico libero granelli |
4 342 |
Carbonato di calce, di ferro, di magnesia per clas gr. |
2000 |
Silice |
0,250 |
Solfato di calce |
0,370 |
———— di soda |
44,560 |
Idroclorato di magnesia |
5,149 |
———— di calce |
5,263 |
Si usa per bagno nelle atonie, nelle paralisi, nelle affezioni nervose, nell’ipertrofia degli organi addominali ecc.
3. L’Acqua termale del Tempio di Serapide. È limpida, leggiermente salmastra, senza odore, di temperatura 32° R. segnando 0 all’aerometro; ed ha il peso specifico di 1,0083. In ogni libbra d'acqua, secondo Cassola, si contengono di
Carbonato saturo di soda gr. |
8,00 |
——————— di calce |
1,50 |
——————— di magnesia |
1,20 |
——————— di ferro |
0,53 |
Solfato di soda |
9,50 |
——— di calce |
1,33 |
——— di magnesia |
2,25 |
——— di allumina |
1,60 |
——— di Bilico |
0,20 |
Perdita |
0,29 |
Secondo l’analisi di Lancellotti lo proporzioni sono le seguenti:
Acido carbonico libero gr. |
3,757 |
Carbonato di calce, di magnesia, di allumina, di ferro |
2,990 |
Carbonato di soda |
11,225 |
Solfato di soda |
4,516 |
———— di calce |
0,250 |
Idroclorato di soda |
20,567 |
Silice |
0,060 |
SI usa per bagno nelle affezioni reumatiche, paralitiche e cutanee.
4. L’Acqua fredda de' lipposi di Serapide. È limpida, di saper salso e molle, del peso 1,0046, della temperatura 25° R., essendo quella dell'aria 24. — in ogni libbra di quest’acqua si son trovati di
Acido carbonico libero gr. |
4,842 |
Carbonato di calce, magnesia, allumina, ferro, solfato di calco, di silice per ciasc. |
2,125 |
Solfato di soda |
3693 |
Murinto di soda |
24,716 |
Carbonato di soda |
10,690 |
Si usa per collirio e per detergere le plaghe atoniche.
3. L’Acqua media del Tempio di Serapide. È analoga in tutto alla simile di Castellammare.
Stufe di Pozzuoli. Al Sud-est del lago di Agnano, 0 presso al medesimo sono le cosi dette Stufe di S. Germano. Consistono in alcune stanze rozzamente erette sopra alcuni fumajuoli di vapori acquosi misti a gas idrogetto solforato e carbonato, la cui temperatura tocca 1 gradi 40 del termometro di ilcaumur. Il vapore n’è piuttosto secco e molto mineralizzato, sebbene non ancora accuratamente analizzato. Giovano esse moltissimo per le affezioni reumato-croniche, specialmente d’Indole sifilitica.
Le Stufe di Tritoli vino pochi passi più elevate da’ bagni antichi detti di Nerone, ed alquanto più al sud de' medesimi. Consistono in alcune grotte scavate nel tufo ed a volta, sul cui suolo sorge una quantità d’acqua della temperatura di circa 70 gradi R.. dond’elevasi un densissimo e caldo vapore che non può soffrirsi lungo tempo. Alla base di questa collina, quasi perpendicolare sul mare, l'arena o l’acqua del mare istesso è cosi calda, che appena si sopporta. Qual fermento non dev’esistere in quelle profondila, che tanti c tanti secoli non son giunti a diminuire!
Le acque minerali d’Ischia sono di ben 13 specie diverse, e tutte di rinomatissima efficacia, ond’è quell’Isola tanto famosa addivenuta. Esse sono:
1. L'acqua del Pontano; cosi detta da un’antica villa del famoso Pontano, in cui sorge. È limpida, senza odore, di sapor poco salmo, della temperatura di 27° + 0 R., stando l’aria a + 21.°, e del peso specifico di 1,00136. Secondo i saggi del Cassola contiene del gas acido carbonico libero, de' bicarbonati di coke, di magnesia e di soda, dell’idroclorato di soda, dell’ossido di ferro in dissoluzione, del carbonato di soda, delle tracce di silicati di ferro calce od allumina. Ha proprietà dissolventi, temperanti e risolutive; e giova nelle croniche affezioni di petto, negl’incipienti ingorghi de' visceri, ne’ languori degli organi digerenti, nelle antiche itterizie, nella renella, nel catarro cronico della vescica, nella dismenorrea ec. bevendone da due a cinque libbre al giorno.
2. I Bagni d’Ischia. Sono due sorgenti di acque, limpide, inodori, salmastro, donde sprigionanti bolle di gas acido carbonico che scoppiami a fior d’acqua. La loro temperatura varia tra’ gradi 44 a 47 + 0 R., variando quella dell’aria tra il 19 e 23.° Il suo poso specifico è 1,00589. L’analisi di Lancelotti trovò in 200 pollici cubici di dette acque alla temperatura 18.° + 0 R. di
Acido carbonico libero quantità Indeterminata |
|
Bicarbonato di soda |
2,659 |
————— di calco |
0,082 |
————— di magnesia |
0,826 |
————— di ferro |
0,027 |
Solfato di calce |
0,058 |
——— di magnesia |
0,063 |
——— di soda |
1,968 |
Idroclorato di soda |
13,307 |
Idriodato di potassa |
0,014 |
Silice |
0,137 |
Allumina |
0,003 |
Idrobromato |
tracce |
Materia organica |
0,050 |
Somma de' principii fissi — grammi |
19,194 |
Sono toniche, stimolanti ed aperti ve. Giovano nelle antiche paralisi, nelle ostruzioni, nelle cachessie scorbutiche, nei reumatismi e nelle artritidi, nelle croniche dermatidi, negli ulceri atonici, nelle mal saldale cicatrici, no*morbi de' reni e della vescica, nello fistole annose, nella soppressione de' fiori, nella clorosi, nelle ostinate idropisie passivo, negl’ingorghi scrofolosi de' gangli! linfatici ecc. Anche il fango delle acque giova per gli ingorghi articolari e per la rigidezza de' tondini. Si adopra per bagni, per docce e per lozioni.
3. L’acqua del Castiglione. E limpida, di sapor salino, senza odore. Sotto la conserva l’acqua eleva il termometro R. a 60 + 0; ed è di peso specifico t,00463. I signori Covelli e Guarini analizzandola vi trovarono gas acido carbonico, bicarbonato di soda, calco, magnesia e potassa, muriato e solfato di soda, allumina, ossido di ferro e tracce di idriodati. Ha virtù toniche aperienti e lassative, o si usa per bevanda.
4. L’acqua del Gorgitello. Limpida ed alquanto untuosa al tatto, senza odore preciso, di sapore leggiermente salino e nauseoso, sviluppa bolle di gas acido carbonico che ai rompono alla superficie. Il suo peso specifico è di t,00376. La temperatura delle conserve private varia da’ 50 ai 56 + 0 R, variando l’aria da 19 a 22; quella delle sorgenti dell’Ospedale non supera i 50, 5 + 0 R, e quella della conca de' fanghi è di gradi 44 + 0 R. la 100 pollici cubici di dett’acqua Lancellotti trovò di
Acido carbonico libero 9 poi cub. |
|
Bicarbonato di calce |
0,175 |
—— —— —— di magnesia |
0,107 |
—— —— —— di potassa |
0,019 |
—— —— —— di soda |
4.216 |
Solfato di calce |
0,206 |
—— —— di roda |
0,977 |
—— —— di ferro |
tracco |
Idriodato di potassa |
0.066 |
—— —— di soda |
4,578 |
—— —— di ferro |
tracce |
Silice |
0,064 |
Allumina, ossido di ferro o manganese fosfato di calce |
0,011 |
Materia organica |
tracce |
Somma de' principii fissi — grammi |
10,419 |
L’acqua del Gorgitello è la più usata dell’Isola. Si è trovato giovevole nelle paralisi, emiplegie, paraplegie, reumatismi, artritidi, contrazioni nervose, sciatiche, carie, rachitidi, spine ventose, anchilosi, ulceri e fistolo, ascessi di varia natura, debolezza per lussazione o frattura, per contusione o ferita. Son poi contro indicate in tutte le congestioni sanguigne do’ polmoni, del cuore o del cervello, colle croniche malsanie cui sopravvenga febbre, o che siano accompagnato da forti processi di tubercolare o cangerosa degenerazione. Si adopra per bagno o per bevanda, per Infezione, per lozione, per docce, ecc.
5. L’acqua del Cappone. È limpida, senza odore, di sapore poco salino, come brodo luogo di pollo (da cui probabilmente la denominazione che ha) del peso specifico di 1,00424, o della temperatura di 28.° + 0 R, essendo quella dell’aria 0,21. Il professor Guarini in 119 pollici cubici di dett’acqua trovò di
Acido carbonico libero sei pollici cubici |
|
Bicarbonato di calce |
0,1710 |
——————di magnesia |
0,1256 |
—————— di soda |
2,9175 |
Idroclorato di soda |
7,1163 |
Solfato di soda |
0,6386 |
Idriodato ed Idrobromato di potassa, e Silicato di soda |
tracce |
Allumina ed ossido di ferro |
0,0260 |
Silice o solfato di calco |
0,2020 |
Somma de' principii fissi — grammi |
11,1960 |
Detta acqua ai uro per bevanda, ed ha virtù catartica, diluente, risolutiva e diuretica.
6. L’acqua del bagno fresco. E limpida, inodore, untuosa al tatto, di sapore dolcigno appena attiota, salina dopo raffreddala. Nell’està la sua temperatura varia da’30 a’ 31, 5 + R. Il peso specifico è di 1,00299. In cento pollici cubici della stessa ridotta alla massima densità Lancellotti trovò di
Acido carbonico libero pol. cub. 5 ½ |
|
Bicarbonato di calce |
0,0157 |
—————— di magnesia |
0,0056 |
—————— di potassa |
0,0009 |
—————— di soda |
2 4640 |
—————— di ferro o manganese |
0,0090 |
Solfato di soda |
0,7748 |
———— di calce |
0,0760 |
Idroclorato di soda |
1,0008 |
Nitrato di soda |
0,0340 |
Allumina |
0,0112 |
Silice |
0.0040 |
Materia organica |
tracce |
Somma de' principii fissi — grammi |
4,3960 |
Giova nelle malattie nervose, nella gotto, ne’ reumatismi nell’amenorrea, negl’ingorghi del collo dell’utero, nelle oftalmie croniche, nelle paralisi, nelle antiche epatidi, più nell’itterizia e ne’ morbi cutanei. Si usa per bagni, per docciatura, per lozioni e se ne adopra per fino il fango.
7. L’acqua della Rita. Limpida, di odor debole, un po’ salina al gusto ed untuosa al tatto, della temperatura tra' 52 ai 56 + 0 R. e del peso specifico di 1,00337. Secondo l’analisi di Covelli o Guarini, in 119 pol. cub. di essa a 18° + 0 R. contengono di
Acido carbonico libero quantità Indeterminata |
|
Solfato di soda |
1,029 |
Bicarbonato di calco |
0,842 |
—————— di soda |
2,048 |
—————— di magnesia |
0,208 |
—————— potassa |
tracce |
Muriato di soda |
2,330 |
Allumina ed ossido di ferro |
0,004 |
Silice e solfato di calce |
0,190 |
Somma de' principii fissi — grammi |
6,651 |
La sua virtù terapeutica è analoga a quella dell’Acqua del Bagno fresco, e si usa per bagni. Le popolazioni se ne servono per uso della cucina, al che si attribuisce la circostanza di non incontrarsi in esse chi soffrisse affezioni renali e vessicali.
8. Le Acque di S. Restituta. Sono distinte in varie sorgive, una delle quali porta il nome di Regina Isabella, in cui l'analisi eseguita da Lancellotti trovò di
Acido carbonico libero 16 pol. cub. |
|
Bicarbonato di calce |
0,448 |
————— di magnesia |
0,090 |
————— di ferro e manganese |
0,011 |
————— di soda |
1,769 |
————— di potassa |
0,019 |
Solfato di soda |
1,029 |
——— di potassa |
0,019 |
——— di calce |
0,172 |
Solfato di ferro e magnesia |
tracce |
Idroclorato di soda |
3,528 |
Silice |
0,022 |
Allumina |
0,017 |
idriodato di potassa |
0,036 |
Materia organica |
0,040 |
Somma de' principii fissi — grammi |
7,188 |
Nell’altra della vena di S. Restituta. Il chimico modesti anche in 100 pollici cubici, come per la precedente, trovò di
Acido carbonico libero |
0,673 |
Carbonato di calco |
0,641 |
Bicarbonato di soda |
2.445 |
di magnesia |
0.779 |
Idroclorato di potassa |
1,921 |
—————— di soda |
20,871 |
Solfato di soda |
1,712 |
Sostanza organica |
tracce |
Idriodato od idrobromato alcalini |
tracce |
Somma de' principii fissi — grammi |
28,369 |
Dette acque, limpide, inodore, di sapor forte, alcalino, e quelle de' pozzi anche limpide, ma di sapore acidulo, ed aventi un fortore con senso di catrame, della temperatura di 40 + 0 R, e di peso specifico 1,0138 quella della Regina Isabella, e della temperatura varia tra 26.° minimo a 38 + 0 R. massimo in altre, trovandosi di essere le più abbondanti di minerali, debbonsi adoperare cautamente. Giovano allora ne’ fiori bianchi, nelle idropisie senza complicazioni oceaniche, nella rachitide, nelle affezioni reumatiche ed artritiche, nella ripercussione della rogna e degli erpeti, nelle polluzioni, ne’ tumori bianchi articolari, nelle false anchilosi, nelle paralisi, nel flusso dissenterico, nella diarrea, nella ipocondria. Giovano in fine in tutti i casi ne’ quali sono indicati i corroboranti ed i derivativi, o nuocciono quando predomina irritazione. E si usano per bagni, per lozioni e per docce.
9. L’acqua di S. montano. È limpida, senza odore, di sapor salino, della temperatura di 44 + 0 R. e del peso specifico di 1,00164. L’analisi chimica vi trovò i medesimi prodotti delle acque di S. Restituta, ed ha quindi le stesse virtù medicinali.
10. 9. L’acqua di Francesco I. E’ limpida, inodore e di sapore analogo a quella dei Cappone. La sua temperatura è di 36 + 0 R. e di peso specifico 4,00316. In 50 pollici cu. di essa trovò il sig. Guarini di
Acido carbonico libero quant. indet. |
|
Bicarbonato di soda |
0,151 |
—————— di calce |
0,039 |
—————— di magnesia |
0,018 |
Muriate di soda |
2,604 |
———— di calce |
1,305 |
Idriodato di potassa |
tracce |
Allumina ed ossido di farro |
0,025 |
Silice e solfato di calce |
0,006 |
Somma de' principii fissi — grammi |
4,148 |
É tonica, stomatica e leggiermente detersiva. E si usa per bevanda, per bagni e per docce.
11. L’acqua di Citara. È limpida, senza odore, molto salata, della temperatura 40 + 0 R. e di peso specifico 1,00526. In 100 pol. cub. a 32 + 0 R. Lancellotti trovò di
Acido carbonico libero |
0,168 |
Carbonato di calce |
0,089 |
——————di ferro |
0,030 |
Bicarbonato di soda |
0.348 |
Solfata di soda |
0,572 |
Idroclorato di soda |
7.280 |
Allumina ed idriodato di potassa |
tracce |
Silice |
0,261 |
Materia Organica |
1 000 |
Somma de' principii fissi — grammi |
9.380 |
Ha forza aperitiva, catartica e corroborante. Si usa a bevanda, a bagni, a docce ed a lozioni.
12. Acqua dell'Olmitello. Limpida, inodora e di sapore alcolico, è della temperatura 33 + 0 R. di peso specifico 1.00240. Guarini analizzandola, vi trovò dell’acido carbonico libero; del carbonato di sodo, calcio e magnesia; solfati di soda e calcio; muriato di soda, silice e tracce di ossido di ferro tenuto in soluzione dal carbonato di suda. Ha facoltà dissolvente, risolvente, diuretica ecc. Si usa più frequentemente per bevanda e si adopra anche per bagni, docce, lozioni ecc.
12. L’Acqua di Nitroli. Anche limpida e scevra di odore e sapore è della temperatura di 24 + 0 R. e del peso specifico di 1,00133. In 100 pol. cub. Lancellotti trovò di
Acido carbonico libero quant. indet. |
|
Bicarbonato di calce |
0,206 |
——————— di ferro |
0,336 |
——————— di magnesia |
tracce |
Solfato di calce |
0,014 |
———— di soda |
0,090 |
Idroclorato di soda |
0,362 |
Silice |
0,124 |
Allumina |
0,009 |
Materia organica |
tracce |
Somma de' principii fissi — grammi |
1,141 |
Stufe d’Ischia. In tutta l’isola ve n’ha quattro:
1. Stufa di Castiglione. Consiste in due casette, una inferiore e l’altra superiore, che coprono de' crepacci, dond’esalano vapori di pura acqua, della temperatura di 40 + 0 R. nella prima, e di 45 +0 R. nella seconda.
2. Stufa di Cocciuto. La cui temperatura, anche di acqua pura, elevasi in alcuni punti sino a 57 + 0 R.
5. Stufe di S. Lorenzo. Consistono in quattro stanzette, che cuoprono parimenti esalazioni acquose della temperatura di 46 + 0 R.
4. Stufa di Testaccio. Sono stufe di nudissimo calore senza vapore. La temperatura comune è di 35 + 0 H- in un punto elevasi fino a 75 + 0 R.
Han virtù i vapori de' sudatori! d’Ischia, applicandosi in lutto o parte del corpo, di ammollare e rilasciare la cute, favorire la traspirazione, affrettare la circolazione capillare e linfatica, e di richiamare in ultimo alla pelle gli esantemi ripercossi.
Son queste tutte le acque minerai i e termali della Provincia di Napoli, nella cui descrizione abbiam potuto convenevolmente diffonderci in grazia dello accurate analisi istituite da ralenti professori della Capitale. Se in far ciò vorrà pensarsi di aver noi qui preso a trattare anticipatamente un argomento che sarebbe caduto più in concio sviluppare allorquando della stessa Provincia particolarmente ci occuperemo; fin bene che si rifletta sull’utilità cotanto pubblica della discorsa materia, che i vantaggi, i quali, oltre ai Regnicoli, si estendono financo agli Stranieri, non costituiscono il pregio esclusivo di una Provincia. ma del Regno. Epperò le considerazioni medesime cl consigliano a continuare la stessa rivista anche per tutto lo rimanenti Provincie, proseguendo con quella di
Acque solfuree in Mondragone. oltre di una polla d'acqua termale sulfurea. avvene cinque altre fredde, che, secondo l’analisi del Signor Lapira, contengono gas idrogeno solforato e gas acido carbonico, muriato di calce, carbonaio di magnesia e di allumina, solfato di magnesia, di calce, di allumina, ed atomi di solfo e di calce.
Si tengono come utili nelle malattie articolari, nelle debolezze consecutive a fratture, nelle paralisi, ne’ reumi cronici, nella scabbia ed in altre croniche malattie della cute; e le fredde si adoprano anche nell’amenorrea.
Allo falde della montagna di Sujo, lungo il Garigliano, vi sono abbondanti c ricche sorgenti di acque minerali, per lo più fredde, ed alcune alquanto termali. Non se n'è fatta ancora una analisi precisa, ma tutte abbondano di gas-idrogeno solforato, e depositano mollo sedimento calcare. Esistono ruderi di antiche terme, e la molta gente che vi trae nell’està per malattie simili alle dianzi indicale ne riporla grande profitto.
In Ciorlano sgorgano acque solfuree, che adopransi per la scabbia. Altre ve ne sono presso Pretella, che usansi per la stessa affezione, porgli erpeti e per altre croniche impetigini.
Rinomate son le acque di Telese, nelle quali trovò il Perugini gas acido carbonico, gas idrogeno solforato, carbonato di calce,di magnesia e di soda, solfo e muriate di soda e di magnesia, e Covelli anche atomi d’idriodato di potassa e di bicarbonato di ferro. Si adoprano per bevanda e per bagno ne’ languori degli organi digestivi, nelle intumescenze croniche, nelle debolezze nervose, nelle clorosi, ne’ reumi cronici e nelle malattie degli organi orinarii.
In Acerra le acque dette di Calobracito contengono gas acido carbonico, gas idrogeno solforato, muriato di calce, solfato di calce, e della silice: il loro uso è analogo a quello delle acque precedenti.
Acque ferrate. In Teano l’Acqua delle Caldarelle, limpida di odore atrementoso, di sapore stittico e freschetta, contiene in ogni libbra 14 pol. cub. di gas-acido carbonico, di muriato di calce gran, due, di carbonato di calce mezzo granello, e di ossido di ferro rossastro gr. uno e mezzo, secondo l’analisi del sig. Lapira, il quale trovò anche nell’acqua delle Ferrarelle fra Rocchetta e Riardo, per ogni libbra gas acido carbonico pollici cub. sei ed un quarto, carbonato di calce gran. dodici ed un quarto, carbonato di ferro granello uno ed un quarto, e silice tre quarti di grano: ed in quella che chiamano Acqua marziale di S. Giuseppe, limpida, freschetta, di odore atramentoso e di sapor piccante,questi componenti, cioè: per ogni libbra di dett’acqua pollici cubici nove e mezzo di gas acido carbonico, di carbonato di calce grani dite c tre quarti, di carbonato di allumina grani tre ca un quarto, di carbonato di ferro gr. due e mezzo, di muriato di calce e di ferro grani tre e mezzo, con tracce di silice.
Acque acidule. Quella di Triflisco presso il Volturno, limpida, senza odore, di sapor laccante, acidulo-vinoso e freschetta; contiene per ogni libbre pollici cubici ventuno e mezzo di gas acido carbonico, di muriato di calce gr. due ed un quarto, di acetato e nitrato di calce e di magnesia granì tre ed un quarto,® di silice un quarto di grano. Un’altra sorgente acidula, detta dell’Acqua amara, sgorga alle falde delle colline di Galluccio presso il Garigliano.
Acque saline. L’acqua del bagno di Francolise, limpida, di Odor vinoso e di sapor piccante, in ogni libbra contiene del gas acido carbonico pol. cub. diciassette e mezzo, di carbonato i calce gr. sei e sei decimi, e di silice cinque decimi. Si usa nello scorbuto,nel calcoli, nelle affezioni urinarie, nelle piaghe antiche ecc.
Acque solfuree. Ben numerose in questa provincia sono lo solfuree sorgenti, ma non precisamente analizzate. Ve n’ha una in Castelpoto, un’altra fra Grottolelle ed Altavilla, ed altre in Montecalvo, in Villanova, Bonito, Mirabella, Pesco la mazza, S. Giorgio la molara, S. Angelo de' Lombardi, Rocca S. Felice, Frigento, S. Mango, Calitri, Bisaccia, c specialmente nella celebre Valle d’Ansanto, ove quelle del Duca di S. Teodosi. analizzate dal signor Macchia, offrono: gas acido idrosolforico, gas acido carbonico, bicarbonato di calce, di magnesia e di soda, solfito di soda e di calce, vestigio di silice e di materia organica, e dubbii indizii di bromo. Essa è della temperatura di 23 gradi R. in uno stabilimento di bagni, ove accorre molta gente nell’està, che la trova efficace in gran numero di mali.
Acque ferrate. Se ne trovano presso Bonito, e Castelfranco, in cui si crede trovarsi solfato di soda, gas-acido carbonico, carbonato di calce, magnesia, ferro, e carbonato con muriato di soda.
Acque d’incognita composizione. Tali sono quelle di Salsa, di Sorbo, di Montoporto, di Grottolelle, di Bonito, di Ariano e di S. Angelo de' Lombardi.
Acque solfuree. Presso il molino di Fa]ano vi è un’acqua ricca di gas idrogeno solforato e di gas acido carbonico con carbonati di soda odi magnesia. Un’altra simile è tra Acciano e S. Tecla. Nel Tartarito presso Sarno vi è l’acqua della rogna di sapor disgustoso, elio dicono contenere gas acido carbonico, carbonati, c solfali di calce e di magnesia. Tra i ponti di Olivete e di Contursi, in ambe le sponde del Sele, gorgogliano molte polle di acque sulfuree fredde e termali. Contengono le prime gas acido carbonico, gas idrogeno solforato e solfato di calce, ed hanno un sapore acidulo frizzante. ed un odore fetido-solfureo. Le termali hanno minor dose di gas acido carbonico. ma abbondano d’idrogeno solforato e di solfato calcare. Presso Capaccio sono si copiose le sorgenti minerali, che giungono a formare i due fiumicelli Salso e Lupaia, e quelle di Linora più delle altre son doviziose di solfo. Poco lungi da Caggiano, sulle sponde del fiume Molandro, compariscono di està cinque o sei rivoletti di acque minerali fredde. In cui il Dottor V. di Stasio trovò del gas idrogeno solforato, del muriato di soda, del carbonato di soda, di magnesia e di calce.
Acque ferrate. Sul luogo detto Le Mofete presso Salerno, sorge un'acqua più fredda dell’ordinario. e che gorgoglia come se bollisse, in 32 once di essa trovò Remigio Ferretti 4 grani di carbonato di ferro, 1 di solfato di magnesia, 3 di solfato di calce, 3 di carbonato di calce, e tanto di gas acido carbonico quanto basta a renderla acidula. Presso Capaccio e Montecorvino vi sono altre acque in reputazione di ferrato.
Acque acidule. Salino-acidula è l’acqua che trovasi alla porta occidentale di Salerno. Analizzata dal sig. Anselmo Macrì, si trovò di contenere per ogni libbra
Gas acido carbonico libero gr. |
4,397 |
Carbonato di ferro, di magnesia, di allumina |
2,200 |
Idroclorato di calce |
1,500 |
Solfato di soda |
10,000 |
———— di magnesia |
0,900 |
È di temperatura sei a sette gradi al di sotto dell’atmosferica, limpida, trasparente, di sapore acido frizzante e di odore leggiermente piccante.
Acque saline. Credonsi tali le acque di Montecorvino, ed alcune di quelle di Uliveto, Contursi e Capaccio, ed anche lo sorgive di Majuri.
Acque d'incognita composizione. Tali sono le acque di Valva e di Atena.
Acque solfuree. Per solfuree passano le acque minerali di Tito, Vietri di Potenza, Calvello, Manico, Pescopagano, Ranella, Bella e Forenza. L’acqua di Latronico, analizzata dal sig. Felice Crocchi, contiene gas acido idrosolfurico, solfato di magnesia, calce, bicarbonato di calce,di ferro e di maglieria con qualche traccia di silicio e di judo. Altre ve ne sono anche in Francavilla e S. Chirico Raparo.
Acque ferrate. Avvene dei rivoletti in Tito e Vignola.
Acque acidule. L’acqua minerale di Tolve va posta tra le acidule.
Acqua d’incognita composizione. Tali sono quelle di Cancellara, S. Mauro, Cirigliano, Senise, Bollita, Montepeloso, Atella.
Acque solfuree. In Cerisano v'ha una polla sulfurea che si usa per bevanda e per bagni, e che si vuole impregnata di solfato di calce, di ferro e di magnesia. Se ne trovano altre simili in Fagnano, Cassano, e più che altrove in Fuscaldo, dove presso Guardia sono le acque anticamente celebri, che contengono gas idrosolforico, gas acido carbonico, solfato di calce e carbonato di magnesia.
Acque solfuree. In Zagarise trovasi una sorgente sulfurea, ed altre simili in Sersale. Cotrone, Pallagoria, Cirò, Crucoli, Melissa, Migliorina, Amato, Monterosso, S. Nicola dell’Ultro, Versino, e Strangoli.
Acque ferrate. Godono rinomanza lo acque ferrate di Parenti, poco più pesanti dell'acqua comune, fresche, limpidissime e leggermente stittiche, le quali si son trovate contenere persolfato di ferro e gas acido carbonico. Quelle di Migliorino, Girifalco, Amaroni e S. Elia, Gasparina, Olivadi contengono solfato di ferro. In Contrachi, Montepavone e Pizzo le simili sorgenti mostrano di aver per loro componenti l’ocra marziale ed il gas acido carbonico.
Acque acidule. Le più rinomate sono quelle di Sambiase analizzate dal signor Ricca, che in quelle del Bagno fresco, trasparenti, senza colore, di sapore ed odore di gas idrogeno solforato, della gravita specifica di 1,0011, e della temperatura di 14 a 16.° R. trovò di
Aria atmosferica |
tracce |
Gas acido idrosolforico |
1,0840 |
Gas acido carbonico |
4,0060 |
Bicarbonato di potassa |
0,0358 |
—————— di magnesia |
0,2020 |
Carbonato di ferro |
0,0584 |
————— di calce |
0,5480 |
Solfato di potassa |
0,1891 |
———— di magnesia |
0,1136 |
———— di calce |
0,0694 |
Cloruro di potassio |
0,1234 |
———— di calcio |
0,0310 |
———— di allumina |
0,0061 |
Acido silicico |
0,0860 |
Allumina |
0,1854 |
Sostanza organica solubile nell’Alcool |
tracce |
Acque saline. Trovatisi in Zagarise tre sorgenti che credonsi saline. Una di esse, in cui assicurasi che predominino il sulfo e l'allumo, si usa per bagno nelle malattie della cute; un'altra abbonda di solfato di soda, e si adopera corno purgante: e la terza, poiché contiene molto allume, si usa per la concia de' cuoi. L’acqua di Sellia, per la gran quantità di solfato di soda che contiene, ha fatto dire a quel sale il nome di Sale di Sellia, che serve come purgante.
Acqua d'incognita composizione. Tali sono quelle di Cropani, Marredusa, Tiriolo, Martirano, Cirigliano, Campitella in Cotrone, e Caccuri.
Acque sulfuree. Vantano sulfuree sorgenti Solano, Polizzi, Feroleto, Polistina, Rizziconi e Galatro; e quella di questo ultimo è in rinomanza di più mineralizzata ha le altre. Simile a questa ve n’ha una in Gerace che contiene del solfato di soda, poco solfato di magnesia e carbonato di calce. L'acqua della sorgente fredda si usa per bevanda, e quella termale per bagno nelle malattie cutanee, e ne' dolori articolari.
Acque ferrate. Ve n’ha in Monte Longo nell’Aspromonte.
Acque solfuree. In tal conto si tengono le acque minerali di Biccari. Volturara, S. Bartolommeo, Savignano, Castelfranco, e quella del bosco Mantrione in Monteleone, in cui si contengono gas idrogeno solforato, magnesia e in muriato di soda.
Acque ferrate. Vuolsi che sia tale quella che sorge nel lenimento di Vico.
Acque saline. In Cerignola l’acqua minerale è salmastra, purgativa, limpida, amara al gusto, di temperatura cinque a sei gradi meno dell'atmosferica nell’està. Di ogni 100 parti di essa, 58 sono di solfato di magnesia, 21 di solfalo di potassa, 13 di nitrato di magnesia e potassa, 12 di solfato e nitrato di soda, e 6 di silice. Se ne in uso nelle stitichezze per ostinate ostruzioni, e negl’ingorghi cronici della milza e del fegato; ed esternamente adoprata giova alle ulcere scrofolose ed alle piaghe sordide invecchiate. L’acqua di Cristo in Manfredonia si voleva dal prof. Andria analoga all’acqua media di Castellammare. In Celenza vi è pure un’acqua che contiene solfato di magnesia e di calce, e carbonato di calce e magnesia. E quella di Bovino credesi pur equivalente all'acqua di Castellammare.
Acque d'incognita composizione. Sono tali quelle di Rignano, Cagnano, Poggio Imperiale e Monteleone.
Acque saline. Lungo il lido di Bari erri un’acqua salsa purgativa, che contiene molti sali di magnesia. Quella di Giovenazzo è catartica e diuretica pel muriato di magnesia che vi predomina. In Fasano vi sono acque che si paragonano all’acqua media di Castellammare, contenendovisi, a quel che si crede, idroclorato di soda, di magnesia, di calce, solfati e sopracarbonati della stessa base. Sono catartiche, si usano nelle ostruzioni, nell'itterizia, nella diatesi calcolosa, nella dispepsia per vizio emorroidario ecc. In Traili è la celebre acqua di Cristo tanto in uso per le sue facoltà catartiche e diuretiche, perchè contiene gran quantità di muriato di soda, muriate di magnesia, solfato di soda e di potassa, nitrato di potassa, e soda, e silice. Da un profondo pozzo di Modugno attingesi acqua di sapor molle, che dicesi contenere del muriato di soda e di magnesia, solfato di magnesia, carbonato di calce e solfato di suda, ed è perciò diuretica e purgativa.
Acque d’incognita composizione. Tali sono quelle di Monopoli, Altamura e Bitetto.
Acque solfuree. È rinomata in quella Provincia l’acqua di S. Cesarea, di cui parlò il Galateo nella sua opera De Situ Japigiae. Avendola analizzata, non ha guari, i Signori Pasquale Greco e Raffaele Danese, trovarono in otto libbra della medesima, d'idrogeno solforato granelli 22, di gas-acido carbonico 15, di muriato di soda 97, di solfato di magnesia 25, di solfato di calce 28, di sottocarbonato di calce 82, di sottocarbonato di magnesia 31, e d'idrosolforato di ferro tracce. Dessa è limpida, spumosa, di cattivo sapore, salsa ed amara, e rende odor nidoroso.
Altre due sorgenti di acqua idrosolforosa soda, una tra Otranto e la cala di Vadisco, e l’altra tra la marina di Nardo e Gallipoli.
Acque solfuree. Se ne trovano in Campobasso, Ferrazzano, Invento, Isernia, Montelongo e Baselice. In quella di quest’ultimo il Dottor Carusi trovò gas acido carbonico, gas idrosolforico, sottocarbonato di ferro, muriato di calce, e solfato di magnesia. Altre simili sorgive sono parimenti in Capracotta, S. Croce di Morcone, Civitacampomarano, Castelluccio e Taverna.
Acque ferrate. Vanno in questa categoria annoverate l’acqua di Baselice, di Pontelandolfo e d’Isernia, sperimentate utili nelle affezioni scrofolose e linfatiche, nella rachitide ec.
Acque d'incognita composizione. Tali sono le acque di Montagnano, di Pietracatella, di Colle, di Vinchiaturo, di Bagnoli e di Sanfelice.
Acque solfuree. Molto stimata è l’acqua del villaggio di S. Croce di Caramanico, che dicesi di contenere acido idrosolforico, bicarbonato di calce c di ferro, e solfato di calce. Altra ve n’ha nello stesso luogo detta del Pisciariello, che adoprasi per bevanda, e contenendo solfati ed idroclorati di calce e di magnesia, ha virtù diuretica, ed è leggiermente catartica. Ed ivi ancora l’acqua d’Oria è indicata per le malattie della pelle, in S. Valentino poi, in Salle, in Serramonacesca, in Villa di S. Maria, ed in Gasoli le acque minerali che vi sgorgano, son parimenti della stessa natura.
Acque Saline. In Guardiagrele è un’acqua oltremodo salsa. In 10 libbre di essa l’analisi ha trovato di bicarbonato di ferro gran. 15, di bicarbonato di soda 23, d’idroclorato di soda 1442, d’idroclorato di calce 34, d’idroclorato di magnesia 100, di jodo 10, di silice 3, e di materia organica 4. Sarebbe stata utile per molte malattie, se non ne fosse stato interdetto l’abuso che i poveri ne facevano adoprandola come condimento per la gran quantità di sal comune che contiene.
L’acqua minerale che sgorga in Lama, contiene acido carbonico libero; bicarbonato di calce, di magnesia e di ferro; muriate di soda e di magnesia; solfato di calce, di magnesia e di soda; silice e materia organica.
Acque solfuree. Le acque di Antrodoco sono le più celebri fra le solfuree di questa Provincia, e sgorgano presso il fiume Velino nella valle Petilia. Sono di color bianco leggiermente ceruleo, di non ispiacevole sapore ed odore, e di temperatura eguale a quella dell’atmosfera. Contengono esse gas acido idrosolforico, gas addo carbonico, carbonato di calce, muriato di magnesia, solfato di calce e solfato di magnesia.
Acque ferrate. Tali si credono quelle di Pentima presso l’antica Corfinio.
Acque d’incognita composizione. Tali sono quelle di Castellalto, Cermigliano, Bisenti, Castiglione-messer-roimondo, Rivisondoli, Roccaraso, ed Amatrice.
Acque solfuree. Se ne trovano zampilli in Garrano villa di Teramo, in Morro, in Cellino e Villa, in S. Omero, in Torricella, in Frondarola, in Castelli, in Campii e Ville, in Moscufo, ed in Civitella del Tronto. L'acqua di quest’ultima, secondo l'analisi del signor Crocetti, contiene gas idrogeno solforato. idrosolfuro di calce, sopracarbonato di calce, idroclorato di soda, solfato di magnesia e di soda, tracce di silice, e sospetto d’idriodati e d’idrobromati.
Acque ferrate. In Castelli credesi che si trovi anche un’acqua marziale dal suo sapore stittico, e dall’ocra marziale che depone ne’ luoghi per dove scorre.
Acque saline. Sono in Penne le acque Ventinae et Virium tanto celebri nell'antichità più remota. Limpide, senza odore, e di gusto alquanto spiacevole, del poso specifico di 1,00144, alla temperatura di 13 a 14 gr. R., in està contengono sopra 90 pol. cub. di acqua, lin. 6,844 di aria Atmosferica; di bicarbonato di calce 0,1980; idem di magnesia 0,1692; idem di ferro, 0,0178;di cloruro di sodio. 0,4800; idem di magnesia, 0,0396; solfato di magnesia, 0,1692; di silice, 0.0060; e di sostanza organica quantità indeterminata. Ha quindi virtù diuretica, purgativa, e talora diaforetica.
Acque d' incognita composizione. Tali sono quelle di Tortoreto, di Miano, di Montorio, di Citta S. Angelo tanto celebri ne’ tempi di mezzo, di Castagna.
SGUARDO BOTANICO |
De’ naturali prodotti, ond’è ricco il nostro suolo, quelli che ora imprendiamo a descrivere relativi al Regno vegetabile, oltre di essere svariatamente doviziosi anche in comparazione con altre parti della Terra (22), son pure i più accuratamente studiati, e quindi i meglio conosciuti. Mercé le cure di reputatissimi uomini del Paese, che han dato opera all’incremento della Botanica, c de' quali faremo onorata menzione in fine di questo Sguardo, ed in grazia delle diligenti e lunghissime fatiche che intorno vi ha speso per tutta la sua vita il chiarissimo Cavalier Tenore, noi possediamo delle nostre piante la più completa e la più ordinata raccolta, che per un solo uomo portar potevasi a termine nella magnifica ed immensa opera della Flora Napolitana.
Nel lodarci però di tanta dovizia bellamente incesa insieme a profitto de' botanofili, tacer non vogliamo, che se ci costò tempo e fatica il procacciarci alla men trista lo notizie per lo Sguardo Geologico, non ce ne ha costato meno l'impegno di ridurre alle convenienze del nostro lavoro una si vasta congerie di materiali che si contengono a pena in cinque tomi in foglio, ed in parecchie appendici. Ma se malgrado lo studio per noi posto in riuscir brevi al più possibile, se per la premura di cavarne tosto le mani, l’elenco troverassi arido, lungo e quindi nojoso; ne avranno i nostri lettori un compenso nell'altro che gli terrà dietro meno esteso, in cui verran registrato secondo l’ordine patologico terapeutico tutte quelle piante che han virtù medicinali.
Tutte adunque le piante vascolari finora conosciute ed ovvie nelle contrade di questi Reali Dominii sommano a più di 650 generi, ed a circa 3170 specie, cui verremo,senza tener conto delle varietà rispettive, noverando per classi ed ordini a norma del sistema sessuale di Linneo, ed anche per ciascuno de' 112 ordini naturali che il Tenore ha seguito.
Monogynia. Cannee. 1. Canna Indica. Chenopodice. 2. Salicornia. 1. amplexicaulis. 2. herbacea. 3. acetaria. 4. radicans. Valerianee. 1. Centranthus. 1. ruber. 2. angustifolius. 3. calcitrapus. Aloragee. 4. Hippuris vulgaris.
Digynia. ——— 5. Callitriche. 1. verna. 2. autumnalis. 3. pedunculata. 4. truncata. 5. brutia.
——— 6. Psilurus nardoides.
Monogynia. Gelsominee. 7. Jasminum officinale.
——— 8. Ligustrum vulgare.
——— 9. Phillyrea. 1. latifolia. 2. spinosa. 3. media. 4. levis. 5. angustifolia. 6. obliqua.
——— 10. Olea europaea. Afiori poligami. 11. Fraxinus. 1. excelsior. 2. rostrata. 3. Ornus. 4. rotundifolia. 5. parvifolia. Onagrarie. 12. Circea. 1. lutetiana. 2. alpina.
Rinantacee. 13. Veronica. 1. spicata. 2. aphylia. 3. alpina. 4. serpillifolia. 5. Beccabunga. 6. Anagallis. 7. scutellata. 8. officinalis. 9. latifolia. 10. Teucrium. 11. Chamaedris. 12. prostrata. 13. Orsiniana. 14. urticaefolia. 15. montana. 16. arvensis. 17. acinifolia. 18. praecox. 19. didyma. 20. agrestis. 21. hederaefolia. 22. cymbalaria. 23. Buxbaumii. 24. verna. 25. peregrina. 26. fruticulosa. 27. hybrida.
Lentibulariee o Utricularice. 14. Pinguicula. 1. grandiflora. 2. hirtiflora
——— 15. Utricularia. 1. vulgaris. 2. minor.
Labiate. 16. Ziziphora serpyllacea.
——— 17. Lycopus. 1. europacus. 2. exaltatus. 18. Rosmarinus officinalis. 19. Salvia. 1. officinalis. 2. glutinosa. 3. argentea. 4. Sclarea. 5. Tenorii. 6. pratensis. 7. elata. 8. garganica. 9. Horminum. 10. viridis. 11. verbenaca. 12. clandestina. 13. controversa. 14. oblongata. 15. triloba. 16ceratophylla. 17. haematodes.
Lemnacee. 20. Lemna. 1. gibba. 2. trisulca. 3. minor. 4. arhiza. 5. polyrrhiza.
Ciperacee. 21. Cladium germanicum.
Digynia. Graminacee. 22. Anthoxanthum odoratum.
Monogynia. Valerianee. 24. Valeriana. 1. dioica. 2. officinalis. 3. montana. 4. tripteris. 5. tuberosa. 6. saliunca. 7. saxatilis.
——— 24. Fedia. 1. cornucopiae. 2. echinata. 3. olitoria. 4. carinata. 5. dentata. 6. coronata. 7. pumila. 8. mixta. 9. eriocarpa. 10. brachystephana. 11. puberula.
Chenopodiee. 25. Polyenemum arvense.
Iridee. 26. Ixia. 1. Bulbocodium. 2. minima. 3. purpurescens. 4. ramiflora.
——— 27. Gladiolus. 1. segetum. 2. byzantinus. 8. imbricatus.
——— 28. Morea fugax.
——— 29. Iris. 1. tuberosa. 2. pseudoacorus. 3. foetidissima. 4. graminea. 5. biflora. 6. florentina. 7. germanica 8. pumila. 9. squalens.
——— 30. Crocus. 1. sativus. 2. longiflorus. 3. Thomasii. 4. pusillus. 5. Imperati. 6. vernus. 7. suaveolens.
Orticacee. 31. Ficus carica.
Ciperacee. 32. Schoenus. 1. nigricans. 2. mucronatus. 4. compressus.
——— 33. Fimbristylis annua.
——— 34. Scirpus. 1. palustris. 2. campestris. 3. setaceus. 4. Savii. 5. Holoschoenus. 6. romanus. 7. mucronatus. 8. sylvaticus. 9. maritimus.
——— 35. Eriophorum. 1. angustifolium. 2. latifolium.
——— 36. Cyperus. 1. mucronatus. 2. polystachyus. 3. flavescens. 4. fuscus. 5. pictus. 6. rotundus. 7. aureus. 8. australis. 9. badius. 10. Monti. 11. longus. 12. tenuiflorus. 14. myriostachys.
——— 37. Lygeum spartum.
——— 38. Nardus stricta.
Digynia. ——— 39. Alopecurus. 1. agrestis. 2. utriculatus. 3. geniculatus. 4. bulbosus. 5. pratensis.
——— 40. Phleum. 1. pratense. 2. Bertoloni. 3. Alpinum. 4. Gerardi. 5. Michelii. 6. ambiguum.
——— 41. Polypogon. 1. monspeliensis. 2. maritimus.
——— 42. Chilochloa. Boehmeri. 2. arenaria. 3. aspera.
——— 43. Achnodonton. 1. Bellardi. 2. tenue.
——— 44. Phalaris. 1. minor. 2. caerulescens. 3. arnndinacea. 4. paradoxa. 5. nodosa. 6. aquatica. 7. canariensis.
——— 45. Echinaria capitata.
——— 46. Chrypsis. 1. aculeata. 2. alopecuroides. 3. schoenoides.
——— 47. Sesleria. 1. caerulea. 2. nitida. 3. cylindrica. 4. tenuifola.
——— 48. Gastridium. 1. australe. 2. muticum.
——— 49. Chrysurus. 1. aureus. 2. echinatus. 8. elegans. 4. giganteus.
——— 50. Cynosurus cristatus.
——— 51. Melica. 1. ciliata. 2. uniflora. 3. pyramidalis. 4. ramosa.
——— 52. Lappago racemosa.
——— 53. Dineba arabica.
——— 54. Dactylis. 1. littoralis. 2. glomerata. 3. hispanica.
——— 55. Briza. 1. maxima. 2. rubra. 3. media. 4. virens. 5. minor. 6. elatior.
——— 56. Beckmannia erucaeformis.
——— 57. Koeleria. 1. cristata. 2. phleoides. 3. hispida. 4. villosa. 5. Barrelieri.
——— 58. Lagurus ovatus.
——— 59. Milium. 1. caerulescens. 2. effusum.
——— 60. Panicum. 1. crus galli. 2. zonale. 3. crucaeforme. 4. Teneriffae. 5. repens.
——— 61. Setaria. 1. viridis. 2. verticillata. 3. glauca.
——— 62. Digitaria. 1. sanguinalis. 2. ciliaris. 3. humifusa.
——— 63. Cynodon dactylon. Peste de' campi.
——— 64. Eleusine aegyptia.
——— 65. Airopsis pulchella.
——— 66. Aira. 1. aquatica. 2. helodes. 3. articulata. 4. caryophillea. 5. capillaris. 6. flexuosa. 7. caespitosa.
——— 67. Agrostis. 1. vulgaris. 2. alba. 3. frondosa. 4. stolonifera. 5. pungens. 6. diffusa. 7. pallida. 8. interrupta.
——— 68. Poa. 1. trivialis. 2. nemoralis. 3. laxa. 4. pratensis. 5. annua. 6. bulbosa. 7. serotina. 8. divaricata. 9. aquatica. 10. fluitans. 11. pilosa. 12. distans. 13. compressa. 14. alpina. 15. collina. 16. eragrostis. 17. megastachya. 18. dura. 19. rigida.
——— 69. Danthonia decumbens.
——— 70. Festuca. 1. ovina. 2. capillata. 3. violacea. 4. HalJeri. 5. picta. 6. aurata. 7. flavescens. 8. curvula. 9. pungens. 10. heterophylla. 11. duriuscula. 12. poaeformis. 13. spadicea. 14. dimorpha. 15. sylvatica. 16. serotina. 17. divaricata. 18. fluitans. 19. pratensis. 20. elatior. 21. bromoides.22. myurus. 23. Savii. 24. ciliata. 25. alopecuroides. 26. uniglumis. 27. stipoides. 28. ligustica. 29. glauca. 30caerulescens.
——— 71. Bromus. 1. secalinus. 2. squarrosus. 3. grossus. 4. volgensis. 5. arvensis. 6. sterilis. 7. matritensis. 8. jubatus. 9. maximus. 10. scaberrinus. 11. tectorum. 12. geniculatus. 13. rubens. 14. contortus. 15. macrostachys. 16. turgidus.17. lanceolatus. 18. cincinnatus. 19. racemosus. 20. commutatus.21. mollis. 22. fascicularis. 23. erectus. 24. asper. 25. giganteus.
——— 72. Trisetum. 1. tenue. 2. parviflorum. 3. neglectum. 4. puberculum. 5. splendens. 6. flavescens. 7. pubescens. 8. aureum.
——— 73. Avena. 1. mollis. 2. bulbosa. 3. pratensis. 4. versicolor. 5. villosa. 6. fallax. 7. atheranta. 8. fatua. 9. sterilis. 10. strigosa. 11. fragilis.
——— 74. Arundo. 1. epigeios. 2. sylvatica. 3. phragmites. 4. arenaria. 5. varia. 6. speciosa. 7. donax. 8. collina. 9. tenax.
——— 75. Stipa. 1. pennata. 2. capillata. 3. Lagascae. 4. tortilis. 5. aristella.
——— 76. Saccharum. 1. Ravennae. 2. cylindricum. 77. Rottboella. 1. subulata. 2. fasciculata. 3. incurvata. 4. erecta. 5. pannonica.
——— 78. Elymus europaeus.
——— 79. Hordeum. 1. bulbosum. 2. pratense. 3. maritimum. 4. murinum. 5. secalinum.
——— 80. Secale. 1. villosum. 2. montanum.
——— 81. Triticum. 1. caninum. 2. repens. 3. intermedium. 4. pungens. 5junceum. 6. glaucum. 7. giganteum. 8. asperum. 9. ciliatum. 10. pinnatum. 11. sylvaticum. 12. caespitosum. 13. Barrelieri. 14. Unioloides. 15. loliaceum. 16. maritimum. 17. hemipoa. 18. hispanicum.
——— 82. Lolium. 1. perenne. 2. multiflorum. 3. strictum. 4. arvense. 5. temulentum.
——— 83. Heteropogon Allionii.
——— 84. Adropogon. 1. Grillus. 2. hirtus. 3. distachyus. 4. Ischoeum.
——— 85. Holeus. 1. avenaceus. 2. mollis. 3. lanatus.
——— 86. Aegylops. 1. ovata. 2. triuncialis. 3. triaristata. 4. echinata.
Trigynia. Cariofillee. 87. Holosteum umbellatum.
Paronichiee. 88. Polycarpon tetraphyllum.
Portulacee. 89. Montia minor.
Monogynia. Globulariee. 90. Globularia. 1. vulgaris. 2. cordifolia. 3. bellidifolia.
Dipsacee. 91. Dipsacus. 1. sylvestris. 2. ferox. 3. fullonum.
——— 92. Scabiosa. 1. arvensis. 2. sylvatica. 3. integrifolia. 4. silenifolia. 5. Columbaria. 6. Ochroleuca. 7. ceratophylla. 8. brachiata. 9. rutaefolia. 10. crenata Cyrilli. 11. ambigua. 12. atropurpurea. 14. holosericea. 14. argentea. 15. cretica. 16. graminifolia. 17. transylvanica. 18. joppica. 19. leucantha.
Rubiacee. 93. Sherardia arvensis.
——— 94. Asperula. 1. levigata. 2. taurina. 3. longiflora. 4. flaccida. 5. cynanchica. 6. neglecta. 7. palustris. 8. arvensis. 9. tomentosa. 10. odorata.
——— 95. Ernodea montana.
——— 96. Galium. 1. rotundifolium. 2. mollugo. 3. lucidum. 4. aristatum. 5. sylvaticum. 6. campanulatum. 7. verum. 8. purpureum. 9. sylvestre. 10. baldense. 11. saxatile. 12. magellense. 13. megalospermum. 14. palustre. 15. elongatum. 16. microspermum. 17. parisiense. 18. anglicum. 19. divaricatum. 20. Aparine. 21. murale Allioni. 22. verticillatum. 23. tricorne. 24. saccharatum. 25. cruciatum. 26. pedemontanum. 27. vernum.
——— 97. Valantia. 1. hispida. 2. filiformis. 3. muralis.
——— 98. Rubia. 1. splendens. 2. peregrina. 3. tinctorum. 4. angustifolia. 5. Bocconi.
——— 99. Crucianella. 1. maritima. 2. angustifolia. 3. latifolia. 4. monspeliaca.
Genzianee. 100. Exacum filiforme.
Plantaginee. 101. Plantago. 1. major. 2. media. 3. brutia. 4. lanceolata. 5. victorialis. 6. eriostachya. 7. lagopus. 8. Bellardi. 9. albicans. 10. serica. 11. recurvata. 12. subulata. 13. montana. 14. maritima. 15. alpina. 16. serraria. 17. macrorrhiza. 18. Coronopus. 19. amplexicaulis. 20. arenaria. 21. Cinops. 22. Poyllium.
Caprifoliacce. 102. Cornus. 1. sanguinea. 2. mascula.
Chenopodiee. 103. Camphorosma monspeliaca.
Rosacee. 104. Alchemilla. 1. Alphanes. 2. alpina. 3. hybrida. 4. vulgaris.
——— 105. Sanguisorba officinalis .
Onagrarie. 106. Isnardia palustris .
Polygamae. Orticarie. 108. Parietaria. 1. officinalis. 2. judaica. 3. filiformis
Digynia. Papaveracee. 109. Hypecorum. 1. procumbens. 2. glaucescens.
Tetragynia. Celastrinee. 110. Ilex aquifolium.
Cariofillee. 111. Sagina. 1. apetala. 2. procumbens.
——— 112. Moenchia quaternella.
Crassulacee. 113. Buillarda Vaillantii.
Potamee. 114. Ruppia maritima.
——— 115. Potamogeton. 1. natans. 2. fluitans. 3. hybridus. 4. perfoliatus. 5. compressus. 6. crispus. 7. serratus. 8. densus. 9. pusillus. 10. pectinatus.
Monogynia. Boraginee. 116. Heliotropium europaeum.
——— 117. Myosotis. 1. sylvatica. 2. rupicola. 3. palustris. 4. caespitosa. 5. arvensis. 6. intermedia. 7. collina.
——— 118. Rochelia lappula.
——— 119. Lithospermum. 1. arvense. 2. apulum. 3. tinctorium. 4. officinale. 5. purpureocaeruleum. 6. calabrum. 7. rosmarinifolium.
——— 120. Anchusa. 1. Barrelieri. 2. angustifolia. 3. undulata. 4. hybrida. 5. italica. 6. officinalis.
——— 121. Cynoglossum. 1. officinale. 2. pictum. 3. clandestinum. 4. Columnae. 5. apenninum. 6. magellense. 7. cheirifolium.
——— gustifolia. bulbosum.
——— 122. Pulmonaria. 1. officinalis. 2. mollis. 3. angustifolia.
——— 123. Symphytum. 1. officinale. 2. tuberosum. 3.
——— 124. Cerinthe. 1. aspera. 2. maculata. 3. auriculata. 4. minor.
——— 125. Onosma. 1. montanum. 2. stellulatum. 3. angustifolium.
126. Asperugo procumbens.
127. Lycopsis. 1. arvensis. 2. variegata. 3. pulla. 4. vesicaria.
——— 128. Borago officinalis.
——— 129. Echium. 1. vulgare. 2. pustulatum. 3. tuberculatum. 4. violaceum. 5. plantagineum. 6. arenarium. 7. italicum. 8. calycinum. 9. pyrenaicum. 10. pyramidale. Primulacee.
——— 130. Androsace. 1. vitaliana. 2. villosa.
——— 131. Primula. 1. Balbisii. 2. auricula. 3. acaulis. 4. elatior. 5. Columnae. 6. Palinuri.
——— 132. Soldanella alpina.
——— 133. Cyclamen. 1. neapolitanum. 2. hederaefolium.
——— 134. Hottonia palustris.
——— 135. Coris monspeliensis.
——— 136. Samolus valerandi.
——— 137. Lysimachia. 1. linum stellatum. 2. nummularia. 3. vulgaris. 4. nemorum.
——— 138. Anagallis. 1. caerulea. 2. phoenicea. 3. Monelli.
Plumbaginee. 139. Plumbago europaea.
Convolvulacee. 140. Convolvulus. 1. sepium. 2. sylvaticus. 3. lucanus. 4. arvensis. 5. italicus. 6. altheoides. 7. tenuissimus. 8. siculus. 9. pentapetaloides. 10. lineatus. 11. Cantabrica. 12. Soldanella. 13. Imperati.
Campanulacee. 141. Campanula. 1. fragilis. 2. Cavolini. 3. garganica. 4. rotundifolia. 5. Lostritti. 6. persicifolia. 7. Теnorii. 8. Rapunculus. 9. trichocalycina. 10. latifolia. 11. Trachelium. 12. urticaefolia. 13. obliquifolia. 14. sibirica. 15. spicata. 16. tenuiflora. 17. graminifolia. 18. glomerata. 19. aggregata. 20. elliptica. 21. foliosa. 22. Erinus. 23. dichotoma. 24. mollis. 25. nutabunda. 26. virgata.
——— 142. Prismatocarpus. 1. Speculum. 2. hirtus. 3. hybridus. 4. falcatus.
——— 143. Phytheuma orbiculare.
——— 144. Trachelium. 1. caeruleum. 2. Jasione montana.
Lobeliacee. 145. Lobelia Laurentia.
Santalacee. 146. Thesium. 1. linophyllum. 2. montanum. 3. ambiguum. 4. humile.
Caprifoliacee. 147. Lonicera. 1. caprifolium. 2. balearica. 3. etrusca. 4. Peryclymenum. 5. alpigana. 6. Xylosteum. ——— 148. Hedera elix.
Solanacee. 149. Verbascum. 1. Thapsus 2. macrurum 3. thapsiforme. 4. phlomoides. 5. niveum. 6. argyrostachyon. 7. viminale. 8. samniticum. 9. commutatum. 10. sinuatum. 11. garganicum. 12. longifolium. 13. rotundifolium. 14. magellense. 15. angustifolium. 16. Lychnitis. 17. micranthum. 18. austriacum. 19. nigrum. 20floccosum. 21. pulverulentum. 22. argenteum. 23. Blattaria. 24. phoeniceum.
——— 150. Datura stramonium.
——— 151. Hyoscyamus. 1. niger. 2. albus. 3. aureus 4. auriculatus.
——— 152. Atropa Belladonna.
——— 153. Mandragora officinarum.
——— 154. Physalis. Alkekengi.
——— 155. Solanum. 1. sodomeum. 2. Dulcamara. 3. villosum. 4. nigrum. 5. moschatum.
——— 156. Lycium. 1. barbarum. 2. europaeum. 3. afrum.
Ramnee. 157. Rhamnus. 1. cathartica. 2. infectoria. 3. saxatilis. 4. pusilla. 5. Frangula. 6. alpina. 7. Alaternus.
——— 158. Zizyphus.
——— 159. Paliurus australis. Celastrinee. 160. Evonymus. 1. europaeus. 2. latifolia. Grossulariee. 161. Ribes. 1. rubrum. 2. vitifolium. 3. Grossularia.
Ampelidee. 162. Vitis vinifera.
Flores dioeci. Leguminose. 163. Ceratonia siliqua.
Violarie. 164. Viola. 1. odorata. 2. hirta. 3. Dehnhartii. 4. palustris. 5. canina. 6. sylvestris. 7. Riviniana. 8. tricolor. 9. parvula. 10. lutea. 11. gracilis. 12. calcarata. 13. grandiflora. 14. alpina.
Balsaminee. 165. Impatiens noli tangere.
Paronichiee. 166. Paronychia. 1. capitata. 2. nivea. 3. polygonifolia. 4. serpylifolia.
——— 167. Illecebrum echinatum.
——— 168. Achyrantes argentea.
Primulacee. 169. Glaux maritima.
Oariofillee. 170. Mollia alfinaefolia.
Apocince. 171. Vinca. 1. major. 2. minor.
——— 172. Nerium oleander.
Genzianee. 173. Menyanthes trifoliata.
——— 174. Erythrea. 1. Centaurium. 2. ramosissima. 3. grandiflora. 4. spicata. 5. maritima.
Digynia. ——— 175. Gentiana. 1. lutea. 2. cruciata. 3. Pneumonanthe. 4. acaulis. 5. alpina. 6. verna. 7. aestiva. 8. pumila. 9. bavarica. 10. imbricata. 11. nivalis. 12. utriculosa. 13. ciliata. 14. Columnae.
Apocinee. 176. Periploca graeca.
——— 177. Cynanchum. 1. acutum 2. monspeliacum. 3. nigrum. 4. Vincetoxicum.
——— 178. Asclepias. fruticosa.
Convulacee. 179. Cressa cretica.
Cariofillee. 180. Velezia rigida.
Chenopodice 181. Herniaria. 1. alpina. 2. glabra. 3. hirsuta. 4. cinerea. 5. incana.
——— 182. Chenopodium. 1. melanospermum. 2. Bonus Henricus. 3. ficifolium. 4. viride. 5. album. 6. opulifolium. 7. murale. 8. rubrum. 9. ambrosioides. 10. hybridum. 11. foetidum. 12. polyspermum. 13. maritimum. 14. Jacquini. 15. fruticosum. 16. hirsutum.
——— 183. Beta. 1. vulgaris. 2. Cycla. 3. maritima.
——— 184. Salsola. 1. Kali. 2. Soda. 3. salsa. 4. oppositifolia. 5. hyssopifolia.
Polygamae. ——— 185. Atriplex. 1. Halimus. 2. portulacoides. 3. hortense. 4. patulum. 5. augustifolium. 6. roseum. 7. album. 8. laciniatum. 9. polispermum. 10. diffusum.
Amarantacee. 186. Amaranthus. 1. ascendens. 2. prostratus. 3. sylvestris. 4. polygonoides. 5. retroflexus. 6. strictus. 7. albus. Convolvulacee ed Amarantacee. 187. Cuscata. 1. europea. 2. alba. 3. Epithymum. 4. planiflora. 5. Epilinum.
Amentacee. 188. Ulmus. 1. campestris. 2. suberosa.
Amentacee. poligame. 189. Celtis australis.
Umbellate. 190. Eryngium. 1. pusillum. 2. dichotomum 3. maritimum 4. campestre 5. amethystinum. 6. multifidum.
——— 191. Hydrocotyle. 1. vulgaris. 2. natans.
——— 192. Echinophora. 1. tenuifolia. 2. spinosa. 193. Sanicula europea.
——— 194. Astrantia. 1. caucasica. 2. minor. 3. pauciflora.
——— 195. Bupleurum. 1. rotundifolium. 2. protractum. 3. falcatum. 4. glaucum. 5. odontites. 6. aristatum. 7. junceum. 8. cernuum. 9. semicompositum. 10. trifidum. 11. tenuissimum.
——— 196. Caucalis. 1. grandiflora. 2. latifolia. 3. daucoides. 4. plalycarpos. 5. maritima. 6. leptophylla. 7. Anthriscus. 8. helvetica. 9. nodosa. 10. purpurea.
——— 197. Daucus. 1. Çarota. 2. polygamus. 3. maritimus. 4. gummifer. 5. prolifer. 6. hispidus. 7. maximus. 8. muricatus. 9. aureus. 10. meifolius. 11. paruiflorus.
——— 198. Ammi. 1. glaucifolium. 2. majus. 3. Visnaga.
——— 199. Conium maculatum.
——— 200. Selinum. 1. venetum. 2. austriacum. 3. Oreoselinum. 4. palustre. 5. Seguieri.
——— 201. Athamantha. 1. Libanotis. 2. macedonica. 3. sicula. 4. Matthioli.
——— 202. Meum. 1. athamanticum. 2. segetum. 3. Mutellina.
203. Phoeniculum. 1. officinale. 2. piperatum.
——— 204. Peucedanum. officinale.
——— 205. Cachrys. 1. Libanotis. 2. alata. 3. maritima. 4. pungens. 5. sicula. 6. dichotoma. 7. triquetra.
——— 206. Ferula. 1. communis. 2. glauca. 3. neapolitana. 4. nodiflora. 5. Barrelieri. 6. sulcata. 7. Opoponax.
——— 207. Laserpitium. 1. latifolium. 2. gallicum. 3. trilobum.
——— 208. Tordylium. 1. officinale. 2. apulum. 3. humile. 4. maximum.
——— 209. Heracleum. 1. flavescens. 2. dubium. 3. Orsini.
——— 210. Angelica 1. Archangelica. 2. sylvestris. 3. Carvifolia.
211. Imperatoria Chabrael.
——— 212. Ligusticum 1. Cervaria 2. apioides. 3. cuneifolium. 4. austriacum. 5. resinosum. 6. athamanthoides. 7. alpinum. 8. garganicum.
——— 213. Aethusa. 1. cynapioides. 2. angustifolium. 3. nodiflorum. 4. intermedium.
——— 214. Brignolia. pastinacaefolia.
——— 215. Sison. 1. Podagraria. 2. Amomum. 3. Ammi. 4. flexuosus. 5. Thomasii.
——— 216. Oenanthe. 1. globulola. 2. pimpinelloides. 3. cherophylloides. 4. virgata. 5. gymnorhyza. 6. fistulosa. 7. Phellandrium. 8. Jordani 9. prolifera.
——— 217. Coriandrum sativum.
——— 218. Biforis flosculosa.
——— 219. Scandix. 1. pecten. 2. australis. 3. brachycarpa.
——— 220. Myrris. 1. hirsuta. 2. Cicutaria. 3. hybrida. 4. temula 5. Bunium. 6. bulbosa.
——— 221. Chaerophyllum. 1. sativum. 2. sylvestre. 3. magellense. 4. nodosum. 5. Anthriscus.
——— 222. Seseli. 1. tortuosum. 2. montanum. 3. potyphylInm. 4. verticillatum. 5. ammoides. 6. annuum. 7. pimpinelloides. 8. glaucum. 223. Thapsia. 1. Asclepium. 2. garganica 3. meoides.
224. Apium. 1. graveolens. 2. petroselinum.
225. Pastinaca. 1. sativa. 2. lucida 3. graveolens.
——— 226. Smyrnium. 1. Olusatrum. 2. Dioscoridis 3. Dodonaei.
227. Pysospermum actaeofolium.
——— 228. Pimpinella 1. magna 2. saxifraga. 3. dichotoma. 4. glauca. 5. anisoides.
——— 229. Tragium 1. Columnae. 2. peregrinum. 3. Gussonii.
Trigynia. Caprifoliacee. 229. Viburnum. 1. opulus. 2. Tinus. 3. Lantana.
Terebintacee. 230. Rhus. 1. Coriaria. 2. Cotinus.
Celastrinee. 231. Staphilea pinnata.
Caprifoliacee. 232.
Sambucus. 1. nigra. 2. racemosa. 3. Ebulus.
Tamariscine. 233. Tamarix. 1. gallica. 2. africana. 3. germanica.
Paronichie. 234. Corrigiola litoralis.
Cariofillee. 235. Dripis spinosa.
Tetragynia. ——— Droseracee. 236. Parnassia palustris.
Pentagynia. ——— Crassulacee. 237. Crassula. 1. rubens. 2. Magnolii.
Linee. 238. Linum. 1. usitatissimum. 2. viscosum. 3. angustifolium. 4. tenuifolium. 5. punctatum. 6. decumbens. 7. austriacum. 8. alpinum. 9. montanum. 10. gallicum. 11. strietum. 12. aureum. 13. flavum. 14. campanulatum. 15. nodiflorum. 16. catharticum.
Rosacee. 239. Sibbaldia procumbnes.
Plumbaginee. 240. Armenia. 1. gracilis. 2. maritima. 3. alpina. 4. plantaginea. 5. scorzoneraefolia.
——— 241. Statice. 1. Limonium. 2. oleaefolia. 3. Smithii. 4. cordata. 5. dichotoma. 6. cumana. 7. reticulata. 8. monopetala. 9. sinuata. 10. echioides. 11. minuta.
Polygynia. Ranunculee. 242. Myossurus. 1. minimus. 2. Ceratocephalus. Falcatus.
Monogynia. Amarillidee. 243. Galanthus. plicatus.
——— 244. Narcissus. 1. serotinus. 2. Jonquilla. 3. italicus. 4. praecox. 5. unicolor. 6. poeticus. 7. major.
——— 245. Pancratium maritimum.
246. Sternbergia. 1. colchiciflora. 2. lutea.
Liliacee. 247. Allium. 1. Ampeloprasum. 2. rotundum. 3. lineare. 4. multiflorum. 5. ascendens. 6. magicum. 7. Cyrilli. 8. majale. 9. neapolitanum. 10. ciliatum. 11. trifoliatum. 12. roseum. 13. pendulinum. 14. triquetrum. 15. ursinum. 16. Chamaemoly. 17. sphaerocephalum. 18. descendens. 19. arvense. 20. Scorodoprasum. 21. vineale. 22. angulosum. 23. senescens. 24. suaveolens. 25. flavum. 26. pallens. 27. collinum. 28. tenuiflorum. 29. montanum. 30. oleraceum. 31. ochroleucum.
——— 248. Lilium. 1. bulbiferum. 2. Martagon.
249. Fritillaria. 1. pyrenaica. 2. messanensis.
——— 250. Tulipa. 1. sylvestris. 2. praccox.
——— 251. Ornithogalum. 1. nutans. 2. arabicum. 3. narbonense. 4. pyrenaicum. 5. sulphureum. 6. stachyoides. 7. garganicum. 8. montanum. 9. collinum. 10. umbellatum. 11. refractum. 12. exscapum. 13. arvense. 14. Clusii. 15. chrysanthum.
——— 252. Scilla 1. maritima. 2. Bifolia. 3. hyacinthoides. autumnalis. 5. italica.
——— 253. Hyacinthus. 1. dubius. 2. romanus. 3. ciliatus. 4. trifoliatus. 5. comosus. 6. botryoides. 7. racemosus. 8. commutatus.
——— 254. Asphodelus. 1. luteus. 2. creticus. 3. albus. ramosus. 4. fistulosus.
——— 255. Anthericum. Liliago.
Asparagee. 256. Asparagus. 1. officinalis. 2. scaber. 3. tenuifolius. 4. acutifolius. 5. albus.
——— 257. Convallaria multiflora.
——— 258. Streptopus distortus.
Polygamae. Aroidee. 259. Kernera oceanica.
Juncee. 260. Juncus. 1. conglomeratus. 2. effusus. 3. glaucus. 4. Angelisii. 5. inflexus. 6. acutus. 7. maritimus. 8. trifidus. 9. multiflorus. 10. obtusiflorus. 11. acutiflorus. 12. lampocarpos 13. striatus. 14. Thomasii. 15. compressus. 16. coenosus. 17. bufonius. 18. uliginosus. 19. capitatus.
——— 261. Luzula. 1. campestris. 2. Forsteri. 3. maxima. 4. spicata. 5. sudetica. 6. calabra.
Berberidee. 262. Berberis. vulgaris.
Lorantee. 263. Loranthus. europaeus.
Francheniacee. 264. Frankenia. 1. Levis. 2. hirsuta. 3. hispida. 4. pulverulenta.
Litrariee. 265. Peplis. portula.
Trygynia. Poligonee. 266. Rumex. 1. Hydrolapathum. 2. Nemolapathum. 3. elogatus. 4. crispus. 5. sylvestris. 6. palustris. 7. pulcher. 8. divaricatus. 9. bucephalophorus. 10. scutatus. 11. alipinus. 12. acetosa. 13. intermedius. 14. amplexicaulis. 15. Acetosella. 16. multifidus. 17. tuberosus. 18. triangularis. 19. spinosus. 20. Patientia.
Colchilacee. 267. Colchicum. 1. autumnale. 2. byzantinum. 3. neapolitanum. 4. parvulum. 5. montanum.
Alismacee. 268. Triglochin. 1. palustre. 2. Barrelieri.
——— 269. Damasonium stellatum.
——— 270. Alisma. 1. repens. 2. ranunculoides. 3. Piantago.
Monogynia. Onagrarie. 271. Epilobium. 1. angustissimum. 2. angustifolium. 3. hirsutum. 4. molle. 5. monta num. 6. roseum. 7. lanceolatum. 8. tetragonum. 9. obscurum. 10. palustre. 11. alsinefolium.
Genzianee. 272. Chlora. 1. perfoliata. 2. serotina. 3. imperfoliata.
Ericee. 273. Erica. 1. multiflora. 2. ramulosa. 3. arborea.
Timelee. 274. Daphne. 1. Mezereum. 2. laureola. 3. gnidium. 4. alpina. 5. glandulosa. 6. collina.
——— 275. Passerina. 1. annua. 2. hirsuta. 3. Tartonsaira.
Vaccinee. 276. Vaccinium. Myrtillus.
Polygamae. Acerince. 277. Acer. 1. monspessulanus. 2. commutatum. 3. neapolitanum. 4. Lobellii. 5. pseudoplatanus. 6. campestre verum. 7. austriacum. 8. collinum.
Ebenacee. 278. Dyospyros Lotus.
Digynia. Cariofillee. 279. Moehringia muscosa.
Rosacee. 280. Spallanzania agrimonioides.
Trigynia. Poligonee. 281. Polygonum. 1. Bistorta. 2. viviparum. 3. elegans. 4. maritimum. 5. aviculare. 6. romanum. 7. Bellardi. 8. monspeliense. 9. Persicaria 10. serotinum. 11. incanum. 12. hydropiper. 13. tenuiflorum. 14. minus. 15. amphibrum. 16. Convolvulus. 17. dumetorum.
Tetragynia. Asparagee. 282. Paris. quadrifolia.
Sassifragee. 283. Adoxa Moschatellina.
Monogynia. Laurinee. 284. Laurus nobilis.
Mesagynia Jarocaridee. 285. Butomus umbellatns.
——— 286. Hydrocharis morsusranae.
Monogynia. Ericee. 287. Arbutus. 1. unedo. 2. Uvaursi.
——— 288. Pyrola. 1. uniflora. 2. secunda. 3. minor.
——— 289. Monotropa hypopythis.
Leguminose. 290. Anagyris. 1. foetida. 2. neapolitana.
——— 291. Cercis siliquastrum.
——— 292. Ceratonia siliqua.
Rutacee. 293. Dictamnus albus.
——— 294. Ruta. 1. graveolens. 2. divaricata. 3. bracteosa.
——— 295. Tribulns terrestris.
Digynia. Sassifragee. 296. Saxifraga. 1. rotundifolia. 2. granulata. 3. bulbifera. 4. Aizoides. 5. lingulata Bellardi. 6. Aizoon. 7. stabiana. 8. marginata. 9. porophylla. 10. caesia. 11. oppositifolie. 12. controversa 13. petraea. 14. andiosacea 15. caespitosa. 16. sedoides. 17. glabella 18. moscata. 19. muscoides. 20. ampullacea. 21. tridactylites. 22. Cotyledon.
——— 297. Chrysoplenium. 1. alternifolium. 2. oppositifolium.
Paronichie. 298. Schlerantus. 1. annuus. 2. perennis.
Cariofillee. 299. Gypsophyla. saxifraga. 2. rigida. 3. Vaccaria. 4. paniculata. 5. illyrica. 6. dianthoides. lidifolia.
——— 300. Saponaria. 1. officinalis. 2. calabrica. 3. bellidifolia.
——— 301. Dianthus. 1. Bisignani. 2. Armeria. 3. barbatus. 4. ferrugineus. 5. atrorubens. 6. prolifer. 7. longicaulis. 8. sylvestris. 9. ciliatus. 10. marsicus. 11. tripunctatus. 12. deltoides. 13. glaucus. 14. Caryophyllus.
Trigynia. ——— 302. Silene. 1. acaulis. 2. inflata. 3. Behen. 4. Otites. 5. conica. 6. lusitanica. 7. gallica. 8. nocturna (vera). 9. neglecta. 10. quinquevulnera. 11. hispida. 12. dichotoma. 13. sericea. 14. echinata. 15. Graefferi. 16. pendula. 17. viscosissima. 18. quadridentata. 19. cretica. 20. tenuiflora. 21. sedoides. 22. Saxifraga. 23. multicaulis. 24. nutans. 25. livida. 26. pelidnea. 27. viridiflora. 28. catholica. 29. muscipula. 30. noctiflora. 31. paradoxa. 32. italica. 33. pilosa. 34. Armeria. 35. pseudoatocion. 36. conoidea.
——— 303. Cucubalus bacciferus.
——— 304. Stellaria. 1. nemorum. 2. saxifraga. 3. media. 4. Holostea. 5. viscida. 6. aquatica. 7. carastoides.
——— 305. Arenaria. 1. segetalis. 2. rubra. 3. media. 4. diandra. 5. radicans. 6. Rosani. 7. grandiflora. 8. austriaca. 9. verna. 10. tenuiflora. 11. recurva. 12. setacea. 13. mucronata. 14. condensata. 15. lanceolata. 16. serpyllifolia. 17. sphaerocarpa. 18. trinervia. 19. montana. 20. biflora.21. procumbens.
Pentagynia. ——— 306. Cerastium. 1. vulgatum. 2. viscosum. 3. pentandrum. 4. semidecandrum. 5. brachypetalum. 6. campanulatum. 7. tomentosum. 8. samnianum. 9. latifolium. 10. arvense. 11. strictum. 12. hirsutum. 13. Scara ni. 14. Thomasii. 15. sylvaticum. 16. aquaticum.
——— 307. Spergula. 1. arvensis. 2. pentandra. 3. saginoides. 3. subulata.
——— 308. Lichnis. 1. Viscaria. 2. coelirosa. 3. sylvestris. 4. dioica. 5. corsica. 6. floscuculi. 7. coronaria. 8. Gitagho.
Ossalidee. 309. Oxalis. 1. corniculata. 2. stricta. 3. Acetosella.
Crassulacee. 310. Cotyledon. 1. umbilicus. 2. horizontalis.
——— 311. Sedum. 1. Telephium. 2. Notarjanni. 3. stellatum. 4. magellense. 5. Cepaea. 6. atratum. 7. pallidum. 8. dasyphyllum. 9. glanduliferum. 10. album. 11. hispanicum. 12. acre. 13. neglectum. 14. bononiense. 15. sexangulare. 16. repens. 17. hirsutum. 18. rostratum. 19. rupestre. 20. reflexum. 21. anopetalum. 22. rufescens. 23. litoreum.
Decagynia. Chenopodie. 312. Phytolacca decandra.
Monogynia. Aristolochie. 313. Asarum europaeum.
Rutacce. 314. Peganum Harmala.
Litrarie. 315. Lythrum. 1. Salicaria. 2. Hyssopifolia. 3. Graefferi. 4. tribracteatum.
Digynia. Rosacce. 316. Agrimonia. 1. Eupatoria. 2. odorata.
Trigynia. Resedacee. 317. Reseda. 1. luteola. 2. Phyteuma. 3. lutea. 4. crispata. 5. gracilis. 6. undata. 7. myriophylla. 8. fructiculosa.
Euforbiacee. 318. Euphorbia. 1. spinosa. 2. Preslii. 3. Chamaesice. 4. Apios. 5. Lathyris. 6. Peplis. 7. Peplus. 8. rotundifolia. 9. falcata. 10. exigua. 11. cuneifolia. 12. dendroides. 13. coralloides. 14. Paralias. 15. tenaicensis. 16. helioscopia. 17. serrata. 18. dulcis. 19. italica. 20. segetalis. 21. caespitosa. 22. pubescens. 23. platyphylla. 24. verrucosa. 25. ceratocarpa. 26. amygdaloides. 27. sylvatica. 28. Characias. 29. myrsinites. 30. melapetala. 31. rigida. 82. Baselicis. 33. Gerardiana. 34. Esuloides. 35. Cyparissias. 36. uicensis. 37. palustris. 38. pterococca.
Dodecagynia. Crassulacee. 319. Sempervivum. 1. aracgnoideum. 2. globiferum. 3. tectorum.
Monogynia. Nopalee e Cactee. 320. Opuntia. 1. vulgaris. 2. amyclaea.
Mirtee. 321. Myrtus communis.
——— 322. Punica Granatum.
Dipentagynia Rosacee-Pomacee. 323. Mespilus. 1. germanica. 2. tomentosa. 3. Cotoneaster (verus). 4. pyrancantha. 5. triloba. 6. Oxyacantha. 7. monogyna. 8. laevigata. 9. Azarolus.
——— 324. Pyrus. 1. communis. 2. camaemespylus. 3. torminalis. 4. Malus. 5. acerba. 6. Amelanchier. 7. Aria. 8. intermedia. 9. domestica. 10. Aucuparia. 11. cuneifolia.
——— 325. Cydonia vulgaris.
——— 326. Prunus. 1. Laurocerasus. 2. semperflorens. 3. Cerasus. 4. avium. 5. insiticia. 6. Cocumilia. 7. Mahlaeb. 8. Padus. 9. spinosa.
Ficoidee. 327. Mesembrianthemum. 1. glaciale. 2. nodiflorum.
Azoidee. 328. Aizoon hispanicum.
Rosacee 329. Spiraea. 1. Filipendula. 2. Ulmaria. 8. flabellata.
Decapolygynia. ——— 330. Rosa. 1. arvensis. 2. sempervirens. 3. stylosa. 4. gallica. 5. pimpinellifolia. 6. rubrifolia. 7. alpina. 8. pyrenaica. 9. canina. 10. dumetorum. 11. Heckeliana. 12. rubiginosa.
——— 331. Rubus. 1. tomentosus. 2. dissectus. 3. glandulosus. 4. fruticosus. 5. pubescens. 6. corylifolius. 7. hirtus. 8. idaeus. 9. caesius. 10. saxatilis.
——— 332. Fragaria. 1. vesca. 2. collina.
——— 333. Potentilla. 1. Fragaria. 2. micrantha. 3. apennina. 4. Tormentilla. 5. nemoralis. 6. reptans. 7. caulescens. 8. verna. 9. geranioides. 10. opaca. 11. cinerea. 12. crocea. 13. Detommasii. 14. calabra. 15. canescens. 16. obscura. 17. pilosa. 18. pedata. 19. recta. 20. anserina. 21. supina.
——— 334. Geum. 1. pyrenaicum. 2. urbanum. 3. intermedium.
——— 335. Dryas octopetala.
Monogynia. Capparidee. 336. Capparis. 1. rupestris. 2. spinosa. 3. ovata.
——— 337. Actaea spicata.
Papaveracee. 338. Chelidonium majus.
339. Glaucium. 1. luteum. 2. rubrum.
——— 340. Papaver. 1. somniferum. 2. Rhoeas. 3. Roubiaei. 4. dubium. 5. Argemone. 6. hybridum. 7. apalum. 8. alpinum. 9. pyrenaicum.
Ninfeacee. 341. Nymphea alba.
——— 342. Nuphar luteum.
Tiliacee. 343. Tilia 1. microphylla. 2. platyphylla.
Cistoidee. 344. Cistus. 1. monspeliensis. 2. salvifolius. 3. villosus. 4. incanus. 5. creticus. 6. garganicus.
——— 345. Helianthemum. 1. halimifolium. 2. tuberaria. 3. guttatum. 4. niloticum. 5. salcifolium. 6. sessiflorum. 7. ericoides. 8. Fumana. 9. arabicum. 10. laevipes. 11. viride. 12. juniperinum. 13. Barrelieri. 14. alpestre. 15. italicum. 16. marifolium. 17. vulgare. 18. ovatum. 19. grandiflorum. 20. obscurum. 21. apenninum. 22. hispidum. 23. arcuatum.
Digynia. ——— 346. Poterium. 1. spinosum. 2. sanguisorba. 3. garganicum.
Trigynia. Ranuncolacee. 347. Paeonia. 1. corallina. 2. peregrina. 3. paradoxa.
——— 348. Delphinium. 1. gracile. 2. junceum. 3. Consolida. 4. Ajacis. 5. velutinum. 6. Staphysagria. 7. Requieni.
——— 349. Aconitum Lycoctonum.
——— 350. Aquilegia. 1. vulgaris. 2. viscosa.
——— 351. Nigella. 1. damascena. 2. arvensis.
——— 352. Anemone. 1. alpina. 2. narcissiflora. 3. ranunculoides. 4. nemorosa. 5. apennina. 6. coronaria. 7. epatica. 8. hortensis.
——— 353. Clematis. 1. erecta. 2. flammula. 3. Vitalba. 4. Viticella. 5. cirrhosa. 6. semitriloba.
——— 354. Tralictrum. 1. lucidum. 2. glaucum. 3. elatum. 4. foetidum. 5. majus. 6. minus. 7. aquilegifolium. 8. calabricum.
——— 355. Adonis. 1. autumnalis. 2. aestivalis. 3. districta.
——— 356. Ranunculus. 1. hederaceus. 2. aquatilis. 3. pantothrix. 4. peucedanoides. 5. Seguieri. 6. magellensis. 7. aconitifolius. 8. lingua. 9. Flammula. 10. ophyoglossifolius. 11. uliginosus. 12. laterifolius. 13. bullatus. 14. chaerophyllus. 15. illyricus. 16. garganicus. 17. millefoliatus. 18Thora. 19. brevifolius. 20. sceleratus. 21. montanus ( ve. rus). 22. Villarsii. 23. Gouani. 24. Thomasii. 25. acris. 26. brutius. 27. lanuginosus. 28. velutinus. 29. neapolitanus. 30repens. 31. bulbosus. 32. phylonotis. 33. arvensis. 34. muricatus. 35. parviflorus. 36. trilobus. 37. Ficaria. 38. erinifolius.
——— 357. Helleborus. 1. foetidus. 2. hyemalis. 3. Bocconi.
——— 358. Trollius europaeus.
Droseracee. 359. Parnassia palustris.
Labiate. 360. Ajuga. 1. reptans. 2. pyramidalis. 3. alpina. 4. genevensis. 5. orientalis. 6. acaulis. 7. Iva. 8. chia. 9. chamaepithys (vera).
——— 361. Teucrium. 1. fruticans. 2. campanulatum. 3. Betrys. 4. Scorodona. 5. Scordium. 6. scordioides. 7. Chamaedrys. 8. flavum. 9. spinosum. 10. montanum. 11. Polium. 12. pseudohyssopus.
——— 362. Satureia. 1. capitata. 2. fasciculata. 3. cuneifolia. 4. montana. 5. graeca. 6. tenuifolia. 7. juliana. 8. canescens. 9. nervosa. 10. consentina.
——— 363. Hyssopus officinalis.
——— 365. Nepeta. 1. Cataria. 2. violacea. 3. nuda. 4. graveolens.
——— 365. Lavandula. 1. multifida. 2. spica. 3. Stoechas. 4. dentata.
——— 366. Sideritis. 1. romana. 2. montana. 3. syriaca. 4. brutia.
——— 367. Mentha 1. sylvestris. 2. serotina. 3. macrostachya. 4. rotundifolia. 5. Lamarckii. 6. urticaefolia. 7. aquatica. 8. pyramidalis. 6. suavis. 10. austriaca. 11. Pulegium.
——— 368. Lamium. 1. garganicum. 2. longiflorum. 3. Columnae. 4. laevigatum. 5. maculatum. 6. hirsutum. 7. purpureum. 8. bifidum. 9. flexuosum. 10. amplexicaule.
——— 369. Galeobdolon luteum.
——— 370. Galeopsis. 1. Tetrahit. 2. pubescens. 3. Ladanum. 4. angustifolia.
——— 371. Glechoma hederacea.
——— 372. Betonica. 1. Alopecurus. 2. hirsuta. 8. officinalis. 3. stricta.
——— 373. Stachys. 1. maritima. 2. pubescens. 3. annua. 4. hirta. 5. avensis. 6. purpurea. 7. arenaria. 8. sylvatica. 9. palustris. 10. germanica. 11. polistachya. 12. alpina. 13. heraclea. 14. salviaefolia. 15. cretica. 16. recta.
——— 374. Marrubium. 1. Alysson. 2. peregrinum. 3. vulgare. 4. apulum. 5. hispanicum. 6. pseudo-dictamnus.
——— 375. Ballota nigra.
——— 376. Leonusorus cardiaca.
——— 377. Phlomis. 1. fruticosa. 2. ferruginea. 3. scariosa. 4. lanata. 5. Herba venta.
——— 378. Clinopodium vulgare.
——— 379. Origanum. 1. vulgare. 2. virens. 3. glandulosum. 4. Dictamnus.
——— 380. Thymus. 1. acicularis. 2. hirsutus. 3. angustifolius. 4. Serpyllum. 5. nummularius. 6. lanuginosus. 7. vulgaris. 8. Acinos. 9. graveolens. 10. acinoides. 11. alpinus. 12. microphyllus. 13. virgatus. 14. Calamintha. 15. Nepeta. 16. micranthus. 17. Marinosci.
——— 381. Melissa. 1. grandiflora. 2. officinalis. 3. altissima.
——— 382. Melittis. 1. Melissophyllum. 2. grandiflora.
——— 383. Scutellaria. 1. alpina. 2. galericulata. 3. Columnae. 4. pallida.
——— 384. Prunella. 1. vulgaris. 2. alba.
——— 385. Prasium majus.
Angiospermia. Verbenacee. 386. Verbena. 1. supina. 2. officinalis.
——— 387. Zapinia repens.
——— 388. Vitex Agnuscastus.
Personate-Rinantacee. 389. Euphrasia. 1. scrotina. 2. Odontites. 3. Intea. 4. alpina. 5. salisburgensis. 6. pectinata. 7. officinalis.
——— 390. Bartsia. 1. Trixago. 2. viscosa. 3. latifolia.
——— 391. Alectorolophus. cristagalli. 92. Melampyrum. 1. pratense. 1. nemorosum. 3. arvense. 4. barbatum.
——— 393. Pedicularis. 1. rosea. 2. comosa. 3. foliosa. 4. tuberosa. 5. gyroflexa. 6. verticillata.
Personate-Antirrinee. Linaria. 1. Cymbalaria. 2. acutangula. 4. pallida. 4. pilosa. 5. Elatine. 6. spuria. 7. cirrhosa. 8. neglecta. 9. reflexa. 10. minor. 11. chalepensis. 12. purpurea. 14. alpina. 14. Pelisseriana. 15. striata. 16. simplex. 17. stricta. 18. speciosa.
——— 394. Anthirrinum. 1. majus. 2. tortuosum. 3. siculum. 4. Orontium. 5. elegans.
——— 395. Scrophularia. 1. peregrina. 1. nodosa. 3. grandidentata. 4. vernalis. 5. aquatica. 6. lucida. 6. multifida Sibth. 8. bicolor. 9. canina.
——— 396. Digitalis. 1. ferruginea. 2. micrantha.
——— 397. Celsia cretica. Acantacee. 398. Acanthus. 1. mollis. 2. spinosus. Orobanchee. 399. Lathaea. 1. squamaria. 2. clandestina.
——— 400. Orobanche. 1. major. 2. minor. 3. speciosa. 4. Spartii. 5. canescens. 6. foetida. 7. cruenta. 8. elatior. 9. pruinosa. 10. alba. 11. ramosa. 12. caerulea.
Sesamee. 401. Sesamum orientale.
Cruciferae. Sincliste. 402. Myagrum perfoliatum.
——— 403. Neslia dauiculata.
——— 404. Rapistrum. 1. rugosum. 2. orientale.
——— 405. Bunias. Erucago.
——— 406. Calepinia Corvini.
——— 407. Cakile. 1. marittima. 2. perennis.
——— 408. Senebiera Coronopus.
——— 409. Raphanus. 1. fugax. 2. Raphanistrum. 3. Landra.
——— 410. Clypeola Jonthlaspi.
——— 411. Biscutella 1. saxatilis. 2. incana. 3. laevigata. 4. ciliata. 5. lyrata. 6. maritima. 7. Columnae. 8. apula.
——— 412. Isatis. 1. tinctoria. 2. canescens. 3. alpina.
Siliculose. 413. Iberis. 1. Garresiana. 2. Tenoreana. 3. Saxatilis. 4. umbellata. 5. amara. 6. semperflorens.
——— 414. Hutchinsia. 1. stylosa. 2. alpina. 3. petraea.
——— 415. Thesdalia. 1. liberis. 2. Lepidium.
——— 416. Lepidium. 1. Draba. 2. Bonannianum. 3. ruderale. 4. graminifolium. 5. Iberis. 6. campestre. 7. hirtum.
——— 417. Cochleariè saxatilis.
——— 418. Aethionema saxatile.
——— 419. Shlaspi montanum.
——— 420. Camelina sativa.
——— 421. Draba. 1. aizoides. 2. cuspidata. 3. verna 4. praecox. 5. muralis.
——— 422. Alyssum. 1. orientale. 2. affine. 3. leucadeum 4. montanum. 5. cuneifolium. 6. diffusum. 7. campestre. 8. calycinum. 9. maritimum. 10. rupestre.
——— 423. Berteroa. 1. obliqua. 2. clypeata.
——— 424. Aubrictia. deltoidea.
——— 425. Vesicaria sinuata.
——— 426. Lunaria. 1. rediviva. 2. annua.
Siliquose. 427. Dentaria. 1. polipylla. 2. enneaphylla. 3. canescens. 4. pinnata. 5. bulbifera.
——— 428. Cardamine. 1. amara. 2. uliginosa. 3. dentata. 4. pratensis. 5. hirsuta. 6. sylvatica. 7. parviflora. 8. impatiens. 9. graeca. 10. latifolia. 11. Chelidonia. 12. glauca.
——— 429. Sisymbrium. 1. subhastatum. 2. polyceration. 3. officinale. 4. Columnae. 5. pannonicum. 6. Loeselii. 7. Irio. 8. austriacum. 9. Sophia.
——— 430. Erysimum. 1. Alliaria. 2. perfoliatum. 3. austriacum. 4. canescens. 5. cheirantoides. 6. lanceolatum.
——— 431. Barbarea. 1. taurica. 2. vulgaris. 3. praecox. 4. arcuata.
——— 432. Nasturtium. 1. officinale. 2. sylvestre. 3. palustre. 4. amphibium.
——— 433. Cheiranthus Cheiri.
——— 434. Matthiola. 1. rupestris. 2. coronopifolia. 3. 4. sinuata. 5. tricuspidata.
——— 435. Hesperis. 1. matronalis. 2. heterophylla. 3. laciniata. 4. villosa. 5. Orsiniana.
——— 436. Arabis. 1. collina. 2. alpina. 3. albida. 4. auriculata. 5. sagittata. 6. hirsuta. 7. muralis. 8. ithaliana. 9. nivalis. 10. verna. 11. Turrita. 12. bellidifolia. 13. Stellulata.
——— 437. Turritis glabra.
——— 438. Moricandia arvensis.
——— 439. Diplotaxis. 1. erucoides. 2. hispidula. 3. apula. 4. tenuifolia. 5. viminea. 6. muralis.
——— 440. Brassica. 1. campestris. 2. incana. 3. Gravinae. 4. Cheiranthos. 5. fruticulosa. 6. Eruca. 7. Rapa. 8. Erucastrum. 9. Tournefortii. 10. hybrida.
——— 441. Sinapis. 1. nigra. 2. geniculata. 3. virgata. 4. pubescens. 5. arvensis. 6. alba. 7. hispida. 8. dissecta.
Triandria. Polygamae. Ruscine o Asparagine. 442. Ruscus. 1. aculeatus. 2. Hypoglossum. 3. Hypophyllum.
Pentandria. Gerianacee. 443. Erodium. 1. petraeum. 2. anthemidifolium. 3. alpinum. 4. affine. 5. Ciconium. 6. cicutarium. 7. moschatum. 8. Bothrys. 9. chium. 10. obliquifolium. 11. Gussonii. 12. malacoides. 13. gruinum. 14. romanum.
Decandria. ——— 444. Geranium. 1. sanguineum. 2. cinereum. 3. macrorrhizon. 4. tuberosum. 5. nodosum. 6. striatum. 7. reflexum. 8. sylvaticum. 9. phoeum. 10. umbrosum. 12. nemorosum. 13. villosum. 14. molle. 15. pusillum. 16. rotundifolium. 17. columbinum. 18. dissectum. 19. lucidum. 20. Alpinum.
Poliandria. Malvacee. 445. Malope malacoides.
——— 446. Malva. 1. Alcea. 2. fastigiata. 3. moschata. 4. altheoides. 5. sylvestris. 6. vulgaris. 7. nicensis. 8. rotundifolia. 9. parviflora. 10. salvitellensis.
——— 447. Althaea. 1. officinalis. 2. cannabina. 3. hirsuta.
——— 448. Lavatera. 1. trimestris. 2. hispida. 3thuringiaca. 3. punctata. 5. ambigua. 6. arborea. 7neapolitana 8. cretica.
——— 449. Hibiscus. 1. pentacarpos. 2. Trionum.
——— 450. Sida Abutilon.
Hexandria. Fumariacee. 451. Corydalis. 1. bulbosa. 2. fabacea. 3. Halleri. 4. capnoides.
——— 452. Fumaria. 1. officinalis. 2. media. 3. Vaillantii. 4. parviflora. 5. spicata.
Octandria. Poligalee. 453. Polygala. 1. major. 2. flavescens. 3. comosa. 4. vulgaris. 5. amara. 6. alpestris. 7. oxyptera. 8. thuringiaca. 9. monspeliaca. 10. Chamaebuxus. Decandria. Leguminose.
——— 454. Spartium junceum.
——— 455. Cytisus. 1. albus. 2. Laburnum. 3. sessilifolius. 4. triflorus. 5. arboreus. 6. scoparius. 7. spinosus. 8. lanigerus. 9. infestus. 10. spinescens. 11. ramosissimus. 12. biflorus. 13. falcatus. 14. hirsutus. 15. argenteus. 16. nigricans.
——— 456. Genista. 1. candicans. 2. dalmatica. 3. anglica. 4. scariosa. 5. anxantica. 6. tinctoria. 7. ovata. 8. sagittalis. 9. humilis. 10. procumbens. 11. pilosa. 12. hispanica. 13. Lusitanica.
——— 457. Adenocarpus intermedius.
——— 458. Onosis. 1. viscosa. 2. polymorpha. 3. ornithopodioides. 4. cenisia. 5. reclinata. 6. Cherleri. 7. spinosa. 8. mitissima. 9. diffusa. 10. Dehnhardtii. 11. alopecuroides. 12. monophylla. 13. oligophylla. 14. Columnae. 15. variegata. 16. Natrix.
——— 459. Anthyllis. 1. Hermanniae. 2. BarbaJovis. 3. montana. 4. vulneraria. 5. tetraphylla.
——— 460. Lupinus. 1. Thermis. 2. hirsutus. 3. pilosus. 4. angustifolius. 5. luteus. 6. varius.
——— 461. Orobus. 1. hirsutus. 2. vernus. 3. variegatus. 4. tuberosus. 5. Jordani. 6. niger. 7. albus. 8. angustifolius. 9. sessilifolius. 10. saxatilis. 11. atropurpureus.
——— 462. Lathyrus. 1. sylvestris. 2. intermedius. 3. latifolius. 4. pratensis. 5. Aphaca. 6. Nessolia. 7. angulatus. 8. sphaericus. 9. Cicera. 10. dubius. 11. setifolius. 12. sativus. 13. annuus. 14. hirsutus. 15. hirtus. 16. grandiflorus. 17. bithynicus. 18. alatus. 19. Clymenum. 20. articulatus. 21. tenuifolius. 22. Ochrus. 23. odoratus. 24. purpureus.
——— 463. Pisum arvense.
——— 464. Vicia. 1. dumetorum. 2. cassubica. 3. triflora. 4. Cracca. 5. Gerardi. 6. pseudocracca. 7. dasycarpa. 8. biennis. 9. litoralis. 10. bivonae. 11. villosa. 12. atropurpurea. 13. consentina. 14. ochroleuca. 15. onobrychioides. 16. polysperma. 17. sativa. 18. cordata. 19. peregrina. 20. lathyroides. 21. hirta. 22. hybrida. 23. tricolor. 24. grandiflora. 25. sepium. 26. pannonica. 27. lutea.
——— 465. Ervum. 1. Lens. 2. nigricans. 3. uniflorum. 4. hirsutum. 5. Ervilia. 6. monantos. 7. tetraspermum. 8. pubescens.
——— 466. Colutea arborescens.
——— 467. Biserrula Pelecinus.
——— 468. Liquiritia officinalis.
——— 469. Glycyrrhiza echinata.
——— 470. Coronilla. 1. valentina. 2. vaginalis. 3. coronata. 4. varia. 5. juncea. 6. Emerus. 7. parviflora.
——— 471. Ornithopus. 1. ebracteatus. 12. scorpioides. 3. repandus. 4. compressus.
——— 472. Hyppocrepis. 1. comosa. 2. glauca. 3. multisiliquosa. 4. ciliata. 5. unisiliquosa.
——— 473. Securigera Coronilla.
——— 474. Scorpiurus. 1. subvillosa. 2. muricata. 3. sulcata.
——— 475. Hedysarum. 1. coronarium. 2. spinosissimum.
——— 476. Onobrychis. 1. conferta. 2. sativa. 3. alba. 4. caput galli. 5. foveolata.
——— 477. Galega officinalis.
——— 478. Oxytropis. 1. montana. 2. neglecta. 3. campestris. 4. pilosa.
——— 479. Astragalus. 1. Onobrychis. 2. vesicarius. 3. sesameus. 4. hamosus. 5. boeticus. 6. depressus. 7. glycyphyllus. 8. pseudotragacantha. 9. siculus. 10. sirinicus. 11. monspessulanus. 12. Hypoglottis.
——— 480. Melilotus. 1. officinalis. 2. altissima. 3. leucantha. 4. macrorrhiza. 5. parviflora. 6. longifolia. 7. neapolitana. 8. rotundifolia. 9. messanensis.
——— 481. Psoralea bituminosa.
——— 482. Trifolium. 1. angustifolium 2. intermedium 3. incarnatum. 4. Lagopus. 5. arvense. 6. ligusticum. phleoides. 8. lappaceum. 9. tenuifolium. 10. Bocconi. 11. tenuiflorum. 12. scabrum. 13. rigidum. 14. supinum. 15. ochroleucum. 16. squarrosum. 17. alpestre. 18. medium. 19. pratense. 20. pallidum 21. hirtum. 22. Kerleri. 23. stellatum. 24. leucanthum. 25. suffocatum. 26. congestum. 27. glomeratum. 28. strictum. 29. repens. 30. caespitosum. 31. hybridum. 32. elegans Savi. 33. rupestre. 34. subterraneum. 35. spumosum. 36. vesiculosum. 37. resupinatum. 38. fragiferum. 39. tomentosum. 40. Gussoni. 41. badium. 42. spadiceum. 43. agrarium. 44. procumbens. 45. campestre. 46. brutium. 47. parisiense. 48. Sebastiani. 49. filiforme. 50. hispidum.
——— 483. Dorycnium. 1. harbaceum. 2. parviflorum. 3. hirsutum. 4. rectum.
——— 484. Lotus. 1. edulis. 2. ornithopodioides. 3. pusillus. 4. cystisoides. 5. pilosissimus. 6. hispidus. 7. angustissimus. 8. diffusus. 9. ciliatus. 10. conimbricensis. 11. corniculatus. 12. biflorus. 13. tetragonolobus.
——— 485. Trigonella. 1. prostrata. 2. monspeliaca. 3. corniculata. 4. litoralis. 486. Medicago. 1. circinnata. 2. lupulina. 3. falcata. 4. sativa. 5. arborea. 6. prostrata. 7. obscura. 8. orbicularis. 9. marginata. 10. scutellata. 11. rugosa. 12. tornuta. 13. tuberculata. 14. apicnlata. 15. denticulata. 16. pubescens. 17. flexuosa. 18. Terebellum. 19. marina. 20. litoralis. 21. lappacea. 22. Histrix. 23. tribuloides. 24. graeca. 25. minima 26. аrenaria. 27. muricoleptis. 28. maculata. 29. Gerardi. 30. agrestis. 31. sphaerocarpa. 32. tenoreana. 33. intertexta. 34. ciliaris. 35. Echinus. 36. maritima.
Polyandria. Ipericine. 487. Hypericum. 1. hircinum. 2. quadrangulare. 3. australe. 4. crispum. 5. humifusum. 6. perforatum. 7. barbatum. 8. moutanum. 9. dentatum. 10. fimbriatum. 11. ciliatum. 12. hirsutum. 13. pulchrum. 14. hyssopifolium.
——— 488. Androsaemum officinale.
Syngenesia æqualis. Will. Cicoracee. 489. Geropogon australis.
——— 490. Tragopogon. 1. pratensis. 2. dubius. 3. porrifolius. 4. eriospermum. 5. crocifolius.
——— 491. Urospermum. 1. Dalechampli. 2. picrioides.
——— 492. Scorzonera. 1. graminifolia. 2. purpurea. 3. trachisperma. 4. humilis. 5. laciniata. 6. Tenorii. 7. calcitrapifolia. 9. hirsuta. 10. angustifolia.
——— 493. Sonchus. 1. marittimus. 2. oleraceus. 3. asper. 4. palustris. 5. arvensis. 6. picroides. 7. tenerrimus.
——— 494. Lactuca. 1. saligna. 2. virosa. 3. Scariola. 4. perennis. 5. tenerrima.
——— 495. Chondrilla juncea.
——— 496. Prenanthes. 1. muralis. 2. purpurea 3. viminea.
——— 497. Leontodon. 1. Taraxacum. 2. alpinus Hoppe. 3. apenninus. 4. palustris. 5. taraxacoides. 6. glaucescens. 7. bulbosus.
——— 498. Apargia. 1. autumnalis. 2. saxatilis. 3. hispida. 4. crispa. 5. cichoracea. 6. incana. 7. alpina. 8. aurantiaca. 9. Rosani. 10. Villarsii. 11. Taraxaci. 12. hastilis.
——— 499. Thrincia. 1. hirta. 2. nudicalix. 3. tuberosa.
500. Hyoseris. 1. radiata. 2. lucida. 3. scabra.
501. Hedipnois. 1. tubaeformis. 2. rhagadioloides. 3. monspeliensis. 4. coronopifolia.
——— 502. Picris. 1. hieracioides. 2. scaberrima. 3. aculeata. 4. grandiflora. 5.
——— 503. Helminthia. 1. echioides. 2. humifusa.
——— 504. Hieracium. 1. alpinum. 2. Columnae. 3. dubium. 4. aifidum. 5. Pilosella. 6. pseudopilosella. 7. murorum. 8. prunellaefolium. 9. humile. 10. praealtum. 11. fallax. 12. cymosum. 13. piloselloides. 14. bifurcum. 15. glaucum. 16. villosum. 17. molle. 18. andryaloides. 19. crinitum. 20. vulgatum. 21. sylvaticum. 22. sabaudum. 22. paludosum. 23. praenanthoides. 25. amplexicaule. 26. umbellatum.
——— 505. Crepis. 1. pulchra. 2. Dioscoridis. 3. neglecta. 4. virens. 5. corymbosa. 6. cernua. 7. biennis. 8. lacera.
506. Borkausia. 1. vesicaria. 2. taraxacifolia. 3. purpurea. 4. rubra. 5. foetida. 6. hispida.
——— 507. Andryala. 1. integrifolia. 2. sinuata.
——— 508. Seriola. 1. aetnensis. 2. cretensis. 3. alliata.
——— 509. Hypochaeris. 1. pinnatifida. 2. radicata. 4. dimorpha. 4. arachnoides. 5. minima.
——— 510. Tolpis. 1. grandiflora. 2. umbellata. 3. barbata.
——— 511. Lapsana communis.
——— 512. Rhagadiolus. 1. edulis. 2. stellatus.
——— 513. Catananche lutea.
——— 514. Zacyntha verucosa.
——— 515. Cichorium. 1. Intybus. 2. pumilum. 3. Endivia. 4. divaricatum.
——— 516. Scholymus. 1. hispanicus. 2. maculatus. 3. grandiflorus.
Cinarocefale. 517. Carlina. 1. sicula. 2. lanata. 3. vulgaris. 4. corymbosa. 5. acaulis. 6. acanthifolia.
——— 518. Anopordon. 1. acanthium. 2. virens. 3. illyricum. 4. arabicum.
——— 519. Cynara spinosissima.
——— 520. Onobroma. 1. caeruleum. 2. corymbosum.
521. Atractylis. 1. cancellata. 2. gummifera.
——— 522. Lappa. 1. tomentosa. 2. glabra.
——— 523. Carduus. 1. alpestris. 2. laucographus. 3. uncinatus. 4. corymbosus. 5. affinis. 6. nutans. 7. macrocephalus. 8. neglectus. 10. carlinaefolius. 11. chrysacanthus. 12. congestus.. 13. acicularis. 14. polyanthemus.
——— 524. Sylibum marianum.
——— 525. Cirsium. 1. lanceolatum. 2. strictum. 3. cichoraceum 4. italicum. 5. Rosani. 6. pungens. 7. monspessulaudm. 8. Acarna. 9. Lobelii. 10. anglicum. 11. eriophorum. 12. niveum. 13. stellatum. 14. ervense. 15. acaule. 16. giganteum. 17. syriacum. 18. ochroleucum.
——— 526. Serratula. 1. simplex. 2. cirsioides.
——— 527. Stahelina dubia.
——— 528. Pteronia Chamaepence.
Corimbifere. 529. Bidens. 1. tripartita. 2. cernua.
——— 530. Cacalia. 1. alpina. 2. macrophylla.
——— 531. Eupatorium cannabinum.
——— 532. Chrysocoma Lynosiris.
——— 533. Santolina. 1. alpina. 2. chamaecyparissus. 3. squarrosa. 4. rosmarini folia.
——— 534. Othanthus maritimus.
——— 535. Balsamita vulgaris.
——— 536. Artemisia. 1. caerulescens. 2. eriantha. 3. vulgaris. 4. campestris. 5. variabilis. 6. achillaefolia. 7. camphorata. 8. arborescens. 9. Absinthium.
——— 537. Xeranthemum. 1. inapertum. 2. cylindraceum.
——— 538. Gnaphalium. 1. Stoechas. 2. angustifolium. 3. glutinosum. 4. pompejanum. 5. siculum. 6. sylvaticum. 7. dioicum. 8. uliginosum. 9. supinum. 10. Leontopodium. 11. germanicum. 12. pyramidatum. 13. arvense. 14. gallicum. 15. peduncolare. 16. arenarium.
——— 539. Micropus erectus.
——— 540. Evax. 1. pygmaea. 2. asterisciflora.
——— 541. Carpesium cernuum.
——— 542. Conyza. 1. limonifolia 2. saxatilis. 3. geminiflora. 4. sordida. 5. squarrosa. 6. ambigua. 7. sicula.
——— 543. Erigeron. 1. agris. 2. canadensis. 3. graveolens. 4. alpinus.
——— 544. Senecio. 1. memorensis. 2. ovatus. 3. Cacaliaster. 4. baldensis. 5. alpinus. 6. Doronicum. 7. apennis. 8. rupestris. 9. erraticus. 10. Jacebaea. 11. tenuifolius. 12. delphinifolius. 13. foeniculaceus. 14. crassifolius. 15. vulgaris. 16. squalidus. 17. vernus.
——— 545. Cineraria. 1. capitata. 2. campestris. 3. maritima. 4. bicolor. 5. ceratophylla. 6. gibbosa.
——— 546. Solidago Virgaurea.
——— 547. Aster. 1. alpinus. 2. Tripolium.
——— 548. Inula. 1. crithmifolia. 2. odora. 3. hirta. 4. montana. 5. salicina. 6. Pulicaria. 7. dysenterica. 8. Helenium. 9. squarrosa.
——— 549. Arnica. 1. floccosa. 2. lanigera. 3. Bellidiastrum.
——— 550. Doronicum Columnae.
——— 551. Tussilago. 1. fragrans. 2. Petasites. 3. alba.
——— 552. Bellis. 1. annua. 2. perennis. 3. hybrida. 4. sylvestris.
——— 553. Chrysanthemum. 1. paludosum. 2. variabile. 3. Leucanthemum. 4. segetum. 5. coronarium. 6. italicum.
——— 554. Pyrethrum. 1. latifolium. 2. graminifolium. 3. ceratophylloides. 4. Parthenium. 5. tennifolium. 6. Myconi.
——— 555. Anthemis. 1. maritima. 2. mixta. 3. montana. 4. petraea. 5. Barrelieri. 6. tomentosa. 7. retusa. 8. secundiramea. 9. mucronulata. 10. Chamomilla. 11. pubescens. 12. Cota. 13. chia. 14. Triumfetti. 15. Cotula. 16. arvensis. 17. nobilis. 18. clavata. 19. tinctoria. 20. valantina.
——— 556. Achillea. 1. Ageratum. 2. punctata. 3. filipendulina. 4. Millefolium. 5. tomentosa. 6. setacea. 7. nobilis. 8. ligustica. 9. sylvatica.
——— 557. Buphthalmum. 1. spinosum. 2. aquaticum.
Syngonesia frustranea. Cinarocefale. 558. Centauria. 1. crupina. 2. Centaurium. 3. Jacea. 4. amara. 5. incana. 6. deusta. 7. Scabiosa. 8. coriacea. 9s sempervirens. 10. Stoebe. 11. nigra. 12. nigreseens. 13. spatulata. 14. bracteata. 15. cinerea. 16. dissecta. 17. Cineraria. 18. Cynus. 19. axillaris. 20. Phrygia. 21. salmantica. 22. ceatauroides. 23. fuscata. 24. rupestris. 25. ceratophylla. 26. napifolia. 27. sphaerocephala. 28. solstitialis. 29. melitensis. 30. sicula. 31. benedicia. 32. apula. 33. Calcitrapa. 34. horrida. 35. Torreana. 36. lappacea. 37. lanata.
——— 559. Galactites tomentosa.
Syngenesia necessaria. Corimbifere. 560. Calendula. 1. officinalis. 2. stellata. 3. sidula. 4. arvensis. 5. incana.
Syngenesia segregata. Ciparocefale. 561. Echinops. 1. sphaerocephalus. 2. Ritro. 3. virgatus.
Monandria. Orchidee. Orchis; tuberibus globosis. 562. Orchis. 1. bifolia. 2. pyramidalis. 3. coriophora. 4. secundiflora. 5. quadripunctata. 6. acuminata. 7. Morio. 8. Nicodemi. 9. mascula. 10. stabiana. 11. longicorum. 12. tephrosanthos. 13. undulatifolia. 14. longicruris. 15. variegata. 16. militaris. 17. galeata. 18. fusca. 19. ustulata. 20. papilionacea. 21. expansa. 22. saccata. 23. ensifolia. 24. palustris. 25. pallens. 26. provincialis. 27. pauciflora. 28. pseudosambucina. 29. Iongibrecteata. 30. hircina. 21. antropophora. Orchis ; tuberibus palmatis. 32. latifolia. 33. maculata. 34. sambucina. 35. canopsea. 36. viridis. 37. nigra. Orchis ; tuberibus fasciculutis. 38. albida.
——— 563. Serapias. 1. cordigera. 2. lingua 3. longipetala.
——— 564. Ophrys.. 1. monorchis. 2. myoides. 3. rostrata. 4. exaltata. 5. arenifera. 6. arachnites. 7. tenthredinifera. 8. grandiflora. 9. fusca. 10. Bertolonii. 11. ciliata. 12. distoma. 13. lutea.
——— 565. Epipactis. 1. latifolia. 2. microphylla. 3. palustris. 4. rubra. 5. ensifolia. 6. pallens.
——— 566. Neottia. 1. nidusavis. 2. latifolia. 3. autumnalis.
Hexandria. ——— 567. Aristolochia. 1. altissima. 2. longa. 3. Clematitis. 4. pallida. 5. rotunda.
Monandria. Potamee. 568. Zostera nana. 569. Zannichellia palustris.
Triandria. Tifacee. 570. Typha. 1. latifolia. 2. minor. 3. angustifolia.
Ciperoidee. 571. Sparganium. 1. simplex. 2. ramosum.
——— 572. Carea. 1. ginomane. 2. arenaria. 3. intermedia. 4. Schrebert 5. leporina. 6. ovalis. 7. vulpina. 8. divulsa. 9. stellulata. 10. remota. 11. curta. 12. paniculata. 13. digitata. 14. collina. 15. platystachia. 16. praecox. 17. longifolia. 18. extensa. 19. punctata. 20. nervosa. 21. flava. 22. serotina. 23. dictans. 24. ferruginea. 25. frigida. 26. gynobasis. 27. strigosa. 28. maxima. 29. depauperata. 30. pallescens. 31. Mielicoferi. 32. pseudocyperus. 33. drymmea. 34. glauca. 36. serrulata. 36. aquatilis. 37. paludosa. 38. vesicaria. 39. ampullacea. 40. longearistata. 41. hirta.
Tetandria. Amentacee. 573. Alnus. 1. glutinosa. 2. cordifolia.
——— 574. Buxus sempervirens. Orticacee. 575. Urtica. 1. membranacea. 2. urens. 3. dioica 4. pilulifera.
Pentandria. ——— 576. Hanthium. 1. strumarium. 2. spinosum.
——— 577. Ambrosia maritima.
Polyandria. Aloragee. 578. Myriophyllum. 1. spicatum. 2. verticillatum.
Chebopodee. 579. Theligonum Cynocrambe.
Amentacee. 580. Quercus. 1. robur. 2. .faginea. 3. Dalechampii. 4. apennina. 5. Farnetto. 6. Aesculus. 7. pedunculata. 8. brutia. 9. Thomasii. 10. fastigiata. 11. Cerris. 12. austriaca. 13. Tournefortii. 14. Subee. 15. pseudosuber. 16. Fontanesii. 17. pseudococcifera. 18. Ilex.
——— 581. Corylus Avellana.
582. Fagus sylvatica.
——— 583. Costanea vesca.
——— 584. Betula alba.
——— 585. Carpinus. 1. Betulus. 2. orientalis.
——— 586. Ostia vulgaris.
——— 587. Platanus. 1. orientalis. 2. cuneata. 3. acerifolia.
Aroidee. 588. Arum. 1Dracunculus. 2. Colocasia. 3. maculatum. 4. italicum. 5. proboscideum. 6. tenuifolium.
——— 589. Arisarum vulgare.
——— 590. Amarosinia Bassii.
Monadelphia. Conifere. 591. Pinus. 1. Pinaster. 2. Laricio. 3. halepensis. 4. brutia. 5. pumilio. 6. uncinata.
——— 592. Abies pectinata.
——— 593. Cypressus sempervirens.
Euforbiacee. 594. Croton tinctorium.
——— 595. Ricinus africanus.
Cucurbitacee. 596. Momordica Elaterium.
——— 597. Brionia. 1. alba. 2. dioica.
Gynandria Euforbiacee. 598. Andeachne telephoides.
Citinee. 599. Cytinus hypocistis.
Monandria Potamee: 600. Phucagrostis major.
Diandria. Amentacee. 601. Salix. 1. triandra. 2. pentandra. 3. Ammanniana. 4. vitellina. 5. fragilis. 6. monandra. 7. Helix. 8. myrsinites. 9. retusa. 10. siparia. 11. aurita. 12. caprea. 13. pedicellata. 13. viminalis. 15. alba.
Triandria. Santalacee. 602. Osyris alba.
Tetrandria. Lorantee. 603. Viscum album.
Eleagnee. 604. Hyppophae rhamnoides.
Pentandria. Terebintinacee. 605. Pistacia. 1. Therebinthus. 2. Lentiscus.
Asparagee. 606. Humulus Lupulus.
Hexandria. Asparagee. 607. Tamus communis.
——— 608. Smilax. 1. aspera. 2. mauritanica.
Octandria. Amentacee. 609. Populus. 1. nigra. 2. dilatata. 3. alba. 4. australis.
Enneandria. Euforbiacee. 610. Mercurialis. 1. annua. 2. perennis.
Decandria. 661. Coriarie. Coriaria. myrtifolia.
Polyandria. Conifere. 612. Juniperus. 1. Sabina. 2. communis. 3. nana. 4. hemisphaerica. 5. Oxicedrus. 6. macrocarpa. 7. phoenicea.
——— 613. Ephedra. Distachya.
Tassee. 614. Taxus baccata.
Poligame. 615. Acer Platanoides.
Monocotyledoneae Endogenae cryptogamae. D. C.
Caracee. 616. Chara. 1. vulgaris. 2. tomentosa. 3. hispida. 6. intertexta.
Equisetacee. 617. Equisetum. 1. arvense. 2. fluviale. 3. palustre. 4. pratense. 5. hyemale. 6. multiforme.
Felci. 618. Ophyoglossum. 1. lusitanicum. 2. vulgare.
——— 619. Botrychium Lunaria. 620. Osmunda regalis. 621. Ceterach officinarum. 622. Grammitis. leptophylla.
——— 623. Polypodium. 1. vulgare. 2. Dryopteris.
——— 624. Aspidium. 1. Lonchitis. 2. Filixmas. 3. Filixfoemina. 4. dilatatum. 5. rigidum. 6. aculeatum. 7. Lobatum. 8. hastulatum. 9. fragile.
——— 625. Asplenium. 1. Adrianthum ulgrum. 2. Ruta. muraria. 3. tenuifolium. 4. fontanum. 5. Halleri. 6. obovatum. 7. Trichomanes. 8. viride.
——— 626. Scolopendrium. 1. officinale. 2. Hemionitis.
———627. Pteris. 1. aquilina. 2. cretica. 3. longifolia.
———628 Waodvrardia radican Swartz.
———629. Adianthum. 1. Capillus Veneris. 2. odorum, Marsileucee 630. Salvinia natans.
———631. Marsilea pubescens.
Licopodiacce 631. Lycopodium denticulatum: Son questi i generi e le specie delle piante vascolari indigene del nostro suolo, il cui novero non credemmo di fissare a 637, pe’ primi ed a 3176 per le seconde, giusta il prospetto in fine della Sylloge del Tenore; per che le Appendici del medesimo alla sua Flora prenotano delle giunte e dei cangiamenti, che ne avrebbero di qual che decina alterato le due cifre. E poiché, temendo di riuscire immensamente prolissi, ci siam pure dispensati dal riferire de' singoli generi o specie le località in cui nascono; per riparare in parte alla mancanza delle topografi che notizie di ciascuna pianta, per altro reperibili nella Flora o nella Sylloge citate, pensammo di poter a ciò sopperire col seguente
Da quel tempo in qualche questo ramo della Geografia delle piante, fecondo di utili ed importanti applicazioni, ha richiamato la principal cura de' Botanici, si portò avviso di poterlo riguardare relativamente ai gradi di latitudine. Ma Linneo il primo avverti che le regioni occupate dai vegetabili dovevano in vece studiarsi sotto la veduta della loro elevazione sul livello del mare. Conformemente a siffatte due maniere di vedere amendue ritenute da’ cultori di questa scienza per allogare nell'ima le eccezioni dell'altra, questa parte del nostro Regno, in quanto ai cinque gradi di latitudine, pe' quali dal Gran Sasso all'Aspromonte si estende, può ripartimi in tre zone. settentrionale, centralo e meridionale; ed in quanto alla elevazione del suolo sul pelo delle acque del mare, in dieci regioni.
Tante ne vide il Tenore allorquando nel 1807 esegui un suo viaggio nell'Abruzzo; poi che dal contiguo mare Adriatico ascendendo fino alla cima delle più alte montagne di quelle Provincie, non più né meno gli parve di scorgerne rinchiuse fra limiti naturali ben distinti di vegetazione. E quantunque in seguito abbia potuto il medesimo signor Tenore convincersi che le stesse regioni con pochissime differenze possono riconoscersi lunghesso le pendici degli altri monti del Regno; nulladimeno tanto i vegetabili che vanno a noverarsi qui appresto, quanto gli animali che nello Sguardo Zoologico colla stessa distribuzione riferiremo, ritengonsi come esclusivamente proprii delle due grandi elevazioni dell'Abruzzo, cioè del Monte Amaro ascendendovi per Pescara, Chieti, Roccamorice e per la Majella, e del Gran Sasso salendovi per Teramo, Mentono e Pietra-camela.
Le piante erbacee che la distinguono
Nelle sabbie e presso il lido sono: Eryagium maritimum; Echianphora spinosa; Santolina maritima t* Cheiroatus trienspidatus, C. sinuatis; Convolvulus Imperoti, C. Soldanella; Atriplex inciniata, A. polysperma. A. diffusa, A. rosea; Romulea Columnae; Ophyoglossum lusitanicum; Salsola Tragus; Ambrosia maritima.
Nelle rocce che sporgono sul mare: Mesembryanthemum nodifiorum. M. crystallinum; Aizun hispanicum; Salsola fruticosa: Brassica incana; Medicago maritima; Daucus hispidus; Ornithogaium Arabicum; Scilla hyacinthoides.
Nelle paludi salmastre: Salicornia herbacea; S. fruticosa; S. mnerostachya; Atriplex purtulacoides; Salsola hirsuta; Aster acris; Inuia chritmifolia: Chenopodium moritimum.
Sui margini de' fossi: Rottboelia fasciculata; Chrypsis aculeata; C. schoenoides. Inula sicula; Agrostis frondosa; Pavunia pentacarpa: Carex riparia; C. nervosa; C. serrulata.
Frutici e suffrutici: Pistacia Lentiscus; Phylliraca media; Vitex Agnus castus; Tamarix africana; Ephedra distachja; Juniperus oxycedrus; J. phoenicea; Cistus villosus; Daphne Gaidium; Passerina hirsuta; Anthyllis barbajovis.
Alberi spontanei: Salis alba: S. vitellina; S. fragilis; S. penandra; Populus tremula; P. alba.
Alberi coltivati: Vitis vinifera; Amygdalus persica, A. communis; Ficus carica, etc.
Le piante erbacee che vi s’incontrano sono:
Chenopodium ambrostoides, Saponaria officinalis; Scahiosa Columbaria; Vicia pseudo-cracca; Daucus mauritaneus; diverse specie di centauree e di cardi; Solunum Dulcamara.
Frutici e soffrutici ne' campi: Rhamnus Alaternus; Zizyphus Paliurus; Prunus spinosa, Evonymus Europaeus. — Nelle fessure de' macigni esposti al mare: Medicago arborea; Euphorbia dendroides; Spartium villusum.
Alberi spontanei: Pyrus communis.
Alberi coltivati: UImus campestris: Morus alba; Acer campestre.
L’estensione di questa regione è compresa tra le 30 alle 103 tese sul livello del mare. Le piante erbacee che produce. Ne’ campi sono: Asclepias Vincetaxicum; Globuliaria vulgaris: Daucus visnago; Carlina lanata: Sideritis Syriaca; Rubus tomecatosus; Plantago Bellardi; Erythrea Centaurium; Salvia Sclarea.
Sulle colline: Campanula fragilis; Rumox scutatus; Drjpis spinosa; Hippocrepis comosa.
Frutici e suffrutici: Colutea arborescens; Spartium scoparium; Genista candicans. Salix caprea.
Alberi coltivati: Olea europaea (olivastro); Quercus Hex; Pyrus communis; P. Malus; Pinus placa.
Alberi spontanei: Alnus cordifolia Ten.; Ceres Siliquastrum; Cytisus Laburnum.
SI estende questa regione dalle 130 alle 400 tese, ed è coperta quasi dappertutto di alberi di alto fusto. Le piante che le appartengono sono:
Alberi spontanei: Quercus robur; Q. Cerris; Acer pseudoplatanus: Castanea vesca; Pyrus communis; P. malus; P. Cydonia; Sorbus domestica; S. aucuparia.
Frutici e suffrutici: Ciarus salvifolius; C incanus; Mespila domestica, M. pyracantha. Crataegus torminalis; Rhus entinus.
Piante erbacee: Caicus acarna; Silene armeria; Alchemilla vulgaris; Aspidium fragile.
I termini di questa regione sono tra le 400 e le 600 tese. È distinta dalla precedente perla comparsa del faggio. Le piante proprie di està sono:
Alberi: Fagus xylvatico; Fraxinus excelsior: Acer psetidoplatanus; Taxus baccaia; Pinus Laricio; P. sylvestris; P. brutia: Ahies pectinata.
Frutici e suffrutici: Mepilus chamaemespilus; Crataegus Aria; C. Amelanchier; Vaccinium Myrtillus; Daphne Mezereum.
Piante erbacee: Delphininm fiscum; Hyosciamus niger; Atropa Belladonna; Aquilegia vulgaris; A. viscosa: Gentiana jutea; Philium martagon: Ranunculus Thora: Pyrola seconda: Euphrasia officinalis; Asarum europaeum: Dentaria heptaphylla; U. bulbifera; Dinathus monspeliens; Saxifraga rotundifolia; Aspidium aculeatum; A. lonchitis.
Pel verde tappeto, ond’è questa regione ordinariamente ricoperta, potrebbe dirsi pratifera. Epperò essendo quasi affatto spoglia di alberi, solo Abbonda di pianto erbacce, si estende tra le 600 alle 800 tese sul livello del mare. I soli alberi che la distinguono sono: Pinus Mughus; Jualperus Sabina.
Le piante erbacee, oltre a diverso specie di Agrostis o Festuca, che formano la base della prateria, sono lo seguenti: Statice armeria; Globularia cordifolia; Plantago montana: Astragalus montanus; Botrychium Lunaria; Trifolium ochroleucum; Alchemilla alpina; Ranunculus brovifolium: Hieracium aureum; Gentiana acaulis; Nardos aristata; Pedicularia rosea; P. foliosa; Campanula petraea; C. graminifolia; I.amium garganicum: L. longiflorum; Astragalus aristatus; Hippocrepis glauca.
Lo guglie e le cime delle montagne che si rierano sulla precedente costituiscono questa regione, la quale si estende dallo 800 alle 900 lese. Le sole piante erbacce, cui permette di vegetare pendenti dalle screpolature de' macigni, sono: Campanula petraea, C. graminifolia: Astragalus alpinus; Viola montana; Linum campanulatum; Bunias petraeum: Soldanella alpina; Valeriana salinae; Galium saxatile; Sison flexuosum.
Elevasi questa regione fino alle 1000 tese; è affatto priva d'alberi come la precedente, o fra i crepacci de' macigni o dello rocce sol si vede qualche nano ed abbronzito cespuglio di questi frutici e suffrutici: Calis retusa: Drjas octopetola; Arbutus uva ursi; lthamnu? pnsiIbis: edelle seguenti piante erbacce; Gentiana verna; G. bavarica; G. ocaulis; sempervivum aracnoideum; Primula villosa; Erigeroa Alpinum: Arnica bellidiastrum; Saxifraga glabella; S. caesia; S. cotyledun; S. aizoon; Iboris saxatilis; Alyssum tortuosum; Silene Acaulis colla varietà escupa; Anemone alpina; A. narcissiflora; Polyganum viviparum; Adonis distorta.
Va questa regione fino alle 1110 tese: e nel corto intervallo dello scioglimento delle nevi i pochi pigmei del regno vegetabile. Sono le seguenti piante erbacee: Antrosace villosa: Aretio vitalium; Saxifraga oppositifolia; S. bryoides; S. muscosa; Antichinum alpinum; Iberis stylosa Ten. Draba aizoidos; Papaver alpinum: Potentilla apennina; Guaphalium nivale; Gentiana nivalis.
Il confine inferiore di questa regione, che comincia al disopra delle 1110 tese, e si limita a pochi punti isolali delle più alle montagne degli Abruzzi, è segnato dal Lichene islandico scoperto la prima volta nel 1807 dal Tenore sul vertice del monte Amaro. Le poche piante che vi vegetano sono: Cetraria islandica; Draba cuspidata; Artemisia mutellina; Lepidium alpinum; Cerastium glaciale; Ranunculus brevifolius Ten. Anthemis Barrelieri Ten.; Guaphalium dioicum; Papaver aurantiacum.
I limiti ed i caratteri delle riferite regioni botaniche, molto ben riconoscibili allor che dal littorale dell'Adriatico vogliasi ascendete, come dicemmo, sul Monte Amaro o sulla cima del Gran Sasso, sono anche osservabili in tutto il resto della zona settentrionale e centrale del Regno, salvo poche eccezioni, le quali divengono notabili cambiamenti nella zona meridionale. Egli è adunque per effetto delle linee isotermiche, se han luogo siffatte variazioni, cagionate, è vero, dalla temperatura che regna a diverse altezze, ma notevolmente modificale dalla influenza de' diversi gradi di latitudine. l)i qui è che la maggior parte delle piante del Sannio e degli Abruzzi non nascono nella Basilicata e nelle Calabrie, e quelle che son comuni ai monti della zona settentrionale e centrale, occupano siti molto più elevati ne’ monti della meridionale (24). Le sassifraghe. per es. Aizoon, Petraea, ecaliciflora che germogliano sul Pollino all'altezza di circa 7000 piedi, s’incontrano nel Matese, nel Gran Sasso e nella Majella al di sotto de' 5000. D'altronde le altre specie di questo genere, che vegetano ne’ monti più settentrionali del Regno, mancano affatto nei nubili della Calabria. Intanto è da notarsi che sul Dolce Dorme, cima la più alta del Pollino, miransi pochi abbronziti e nani individui dell'Iberis Tenoreana, che prospera grandemente sull'alto piano di Palto del Monte Lattario al di sotto de' 5000 piedi di elevazione; mentre sullo stesso allo piano vi trae languida esistenza l'Alnus cordifofia Ten. che rigogliosa forma vaste boscaglie ne’ monti della Basilicata o della Calabria.
Non è nostra incumbenza quella di penetrare negl'intimi recessi delle scienze per iscrutarvi quegl'invisibili rapporti, onde le une sono alle altre connesse e tutte coordinate a quella sintesi universale, in coi si cercherebbe di poter ridurre alla semplicità di un sol fatto, ad una grande verità, qual è in mente di Dio, gli svariatissimi fatti della natura. Se dato ci fosse di poter portare si addentro nei campi dello scibile quello sguardo che volgemmo a volo di uccello su’ campi della natura; quei tesori minerali e vegetabili, che mostrammo di possedere nella felicissima contrada che abitiamo, non sarebbero agli occhi del volgo quegli Aridi elenchi di pietre e di piante, che sembrano uno sterile prodotto di uno studio inutilmente sprecato dai loro dotti cultori. Ma se tant’altro non ci leviamo alla guisa dell'Humboldt nel suo Cosmo, ben possiamo, per ciò che riguarda le dovizie vegetabili che noverammo, sceverar dalle indifferenti e dalle nocevoli le buone, e così lodarci, non di una maniera,vaga della felicità del suolo e di quella per cosi dire versatilità del clima in cui viviamo, ma precisamente di quella positiva ricchezza che la Botanica ne addita in quelle piante, che crescono spontaneo o coltivate contale virtù medicamentosa da poter sostituire l'esotiche. Noi dobbiamo la rivelazione di siffatte qualità medicinali anche agli studii del Tenore, che fin dal 1808 pubblicavane un Saggio, cui nel 1820 con molte giunte riproduceva (25). Nel seguirlo adunque anche in quest'oliera nello stesso sistema patologico terapeutico vigente all'epoca in cui la scrisse, non riterremo delle piante che la sola nomenclatura volgare, passandoci per amor di brevità di quella scientifica o di Linneo o di altri, come pure del perpetuo aggiunto di officinale ovvero farmaceutico, che ogni pianta accompagna. Sono adunque:
Tonici. L’Abrotano, l'Achillea, l'Agerato, l'Alloro, l'Ammi, l'Arcangelica, l'Artemisia, l'Assenzio, la Betonica, il Calamo aromatico, il Camedrio, il Camepizio, il Cardo santo, il Cardo stellato, la Cariofillata, la Carlina, il Centauro minore, il Dauco, il Finocchio, la Fumaria, la Genziana maggiore, la Genzianella, l'imperatorio, l'Issopo, l'Iva artetica, il Luppolo, il Meo barbuto, il Polio montano,il Pugnitopo, la Primavera, la Robbia, la Salvia la Santoreggia, lo Scordio, la Scrofolara, ed il Tanaceto.
Astringenti. L’Acanzia, l'Adonide, l'Agarico, l'Agrimonia, l'Alchemilla, l'Alkanna spuria, l'Ambrosia, l'Aquifoglio, la Baccaria la Bellide, la Bistorta, il Bovista, la Brunella, la Buglossa, il Caglio, il Caglio Appiceamani, il Caglio molle, la Cariollata, il Castagno d’india, la Centinodia, il Cipresso, la Consolida inedia, il Cotogno, l'Ellera, l'Enola campana, l’Erba schinanzea, l’Eufragia, la Filipendula, la Fragola, il Fungo da esca, il Gelso moro, il Geramio Roberziano, la Gramigna di Parnasio, il Granato, l'Incensaria, l’Ipocistide, il Lappazia acato, sanguigno, il Lichene canino, il Lichene falso, il Lichene islandico, il Lichene ranginifero, la Lisimachea, il Miglio a sole, il Mirto, il Morso del diavolo, il Mosco arboreo, il Noce, l'Olmo, l'Ortica lattea, l’Ortica morta, l’Osmunda o Felce florida, la Papillare, il Pentafillo, la Peonia, la Piantaggine, la Pilosella. la Pimpinella minore, il Pruno spinoso, la Polmonaria, la Quattrinella, la quercia, la Robbia la Rosa domestica, il Salcio, la Silicaria, la Sandracca, la Sanguisorba, la Sannicola, lo Scolano, il Sorbo, il Tè nostrale, la Tormentilla, il Trifoglio fibrino, l'Uva ursina, l’Uvularia la Verbena, e la Vinca pervinca.
Diffusivi. L’Abelinosco, l’Abrotano maschio, l’Acomoscato, l'Alloro, l’Ambrosia. L'Arancio, l’Aristolochia rotonda e lunga, l’Artemisia canforata, il Calamo aromatico, la Camamilla, la Canforata, il Cardo moscato, il Cedrato, il Cimino domestico, il Dittamo eretico, il Doronico, l’Eupatorio, la Frassinella, la Lavandola, il Maro, la Melissa, la Menta, la I Menta piperita, la Nugella, l'Ocimo garofalato, l'Origano eretico, il Peperone, la Pimpinella, il Rosmarino, la Ruchetta o Ricola, la Ruta, la Santoreggia, la Sassifraga, la Senapa, il Serpillo selvatico, il Seseli montano, la Stecade, il Timo, la Valeriana volgare, la Viola gialla e Io Zafferano.
Narcotici. L’Aemella. L’Albero del veleno, l’Anagallide, l'Aneto, l’Antemide fetida, l’Antera, la Belladonna, la Camamilla romana, il Capelvenere, il Cardo antiadantalgico, la Cicuta acquatica, la Cicuta agliata, la Cinoglossa, il Coriandro, la Cristoforiana. la Dentaria, l'Erba paris, il Fellandro, la Fitolacca comune, il Giusquiamo nero, la Lattuga velenosa, il Lauro ceraso, il Leandro, la Mandragola, la Mercorella, il Metel, il Nappello, la Nicoziana, la Ninfea, l'Oenante, l'Oppio, il Papavero bianco, il Papavero salvatico, la Peonia, il Pioppo, la Pulsatilla, la Ruta salvatica, il Solatro ortense, lo Spilanto oleraceo, la Storia, lo Stramonio, la Teriachella, il Trombone, il Vincetossico, la Viola e la Vulvaria.
Deostruenti. L’Aquilegia, il Centaurio maggiore, il Cerfoglio, il Ciclamino, la Cicuta selvaggia, la Circea. la Cuscuta, l’Elleborastro, l'Elleboro nero, l’Esula maggiore, la Gramigna, la Laureola, il Litospermo, la Nigella, l’Ortica fetida, la Ricottaria, la Spatula fetida, il Tamerice, il Tarassaco, il Tasso barbasso, e la Tussilagine.
Antiscorbutici. L’Acetosa, l'Acetosella. l'Agave, l'Agrimonia, l’Alisso, la Beccabunga, il Caresoffoletto, il Caglio appiccamani, la Cardamina, il Cardo mariano, la Cicerbita, la Cicoria selvaggia, la Coclearia, la Coclearia maschia, il Corniolo, il Crescione, la Dulcamara, l’Erba cancro, l’Erba di S. Barbara, l'Erisimo, il Framboasse, la Gramigna, la Gramigna falsa, la Lappola, la Lappola spinosa, il Luppolo, il Mezereo, il Nasturzio indiano, l’Olmo, le Radici di canna, le Radici di cannuccia o salsa paesana falsa, il Rafano salvatico, il Ravanello, il Ribes rosso, la Salsa paesana, la Saponaria, la Sasseffrica, la Scorzonera, il Sedo acre, il Sio, la Viola tricolore, ed il Vinco quercino vero.
Sudoriferi. L’Ambrosia, la Bardana, il Bosso, la Carlina, il Cardo santo, la Fumaria, il Legno santo, ed il Sambuco.
Emmenagoghi. L’Abrotano maschio, l’Aloe succotrina, l’Aristolochia rotonda, l'Artemisia, la Camamilla, il Cipero, il Dittamo eretico, l'Elleboro bianco, l'Erba matricole, la Frassinella, il Guado, il Marrobio, la Melissa, la Menta piperita. il Millefoglio, la Nepeta gattaria, l'Origano comune, il Pugnitopo, la Ruta, la Sabina, la Salvia, la Scarmigliata, la Solarea, il Tanaceto, il Timo, la Valeriana, il Vincetossico, e lo Zafferano.
Emetici. L’Asaro, La Catapuzia, il Cocomero asinino, la Digitale purpurea, l’ubalo, l'Elleboro bianco, l'Erba paria, il Favagello, la Fava marina, la Grazia Dei, l'Iride germanica, la Nicoziana, il Ranuncolo nero, il R. campestre, il R. Tora, e la Scilla.
Catartici. L’Aloe succotrina, l'Asaro, l'Astraatia, il Buon Enrico, la Brioma, la Carrube, la Catapuzia, il Cavolo di mare, il Ciclamino, il Convovolo maggiore, il Crespino, l'Uva spina, l'Ebolo, l'Elaterio, l'Elleborastro, l'Elleboro bianco, l'Enero Vetramaniarum, e l’E. Nero Helleborus niger l'Ermodattilo, il Fico, li Fitolacea, la Fusaggine, la Ginestra, la Graziosa, l'Iride fiorentina, la Lentiggine, la MercoreIla, l'Orniello da manna, il Polipodio quercino, il Persico, il Pruno, il P. sebestano, il Rabarbaro bastardo, il Ramino catartico, il Ricino, la Sena australe, il Sicomoro falso o Zaccheo, la Spatola fetida, lo Spino cervino e lo Straffizzeco.
Diuretici. L’Achillea nobile, l'Aglio, l'Aglio porro, l’aglio serpentino, l’AIcheakengi, l'Altea, l'Appio, l'Appio macedonico, l’Asparago, il Barrano, la Canna, la Canapa, il Capo bianco, il Curdo benedetto, la Carlina comune, il Cariamo, la Celidonia, il Cerfoglio, la Cimbolaria, la Cipolla, il Cetriuolo la Clematula, il Colchico, la Consolida maggiore, il Crescione, l’Eludo, l'Elaterio, l’Erba dineciata, l'Ermaria, la Fiammola di Giove, la Genziana bianca, il Geranio Roberzano, la Ginestra, l’iberide, l'Iride fiorentina, l'Iride germanica, la, Lattuga sabatica, la Laureola, la Linaria, la Lingua di passero, la Centeno della Liquirizia, il Marrone, la Malva, il Mandorlo, il Mellato, il Mellune, il Mellone di pane, la Morella, l’Ononaide, l'Orzo, la Parietaria, la Pastinaca sabatica, la Persicaria urente, il Peucedano, la Pimpinella, il Pino sabatico, il Pomidoro, il Prezzemolo, il Prugno, lo Psillo, la Piarmica, il Rafano salvatico, il Ravanello, la Saponaria, la Sassifraga, il Sabrione, il Semprevivo minore, la Scilla, la Sclarea, il Sio vero o Crescione maggiore, il Sisaro, il Solano spinoso, il Tragio, l’Uva ursina, la Verga aurea ed il Vincetossico.
Espettoranti. L’Aro, l'Edera terrestre, il Farfero, l’Iride fiorentina. l'Iride germanica, la Liquirizia, l'Orobo, la Poligala, e la Tassolaggine.
Corrosivi. L'Apiorioso, l'Aro, la Brionia, la Celidonia, la Clematite, il Delfinio Consolida, il Delfinio peregrino, l'Erba porraja, il Grano gaidio, la Laureola, il Leandro, la Perticarla urente, la P. mite, la Piombagine, il Piretro, il Ranuncolo acre, la Stafisagria, la Senapa nera, e la Storta.
Antielmintici. L’Abrotano maschio, l'Abrotano femmina, l'Aglio, l'Ambrosia, la Brionia, l’Elleborastro, l'Elleboro nero, il Felce muschio, il Felce femmina la Graziola.
Ammollienti. L’Alga vetraria, l'Altea, l'Asfodelo, l'Avena, la Bietola, il Canape, il Cece, la Cipolla, la Consolala maggiore, la C. tuberosa, il Cotogno, il Fico, il Fico d’india, il Fieno greco, il Frumento, il Giglio, il Lino, il Lupino, la Malva, la Malva arborea, il Mandorlo, il Navone, l'Olivo, l'Orzo, il Panico, ii Pioppo, la Rapa, il Riso, la Scagliola, lo Spinace, e la Veccia.
L’esserci con qualche diffusione distesi in questo Sguardo Botanico, nel che avremmo voluto essere più sobrii, se fosso' stato più tollerabile sbrigarcela riferendo in due o tre cifre numeri che i generi e le specie delle piante che possediamo, non dee impedirci di chiuderlo, come il precedente, con la onorata menzione de' nazionali cultori di questa scienza. Tra i nomi, che i suoi Annali ci presentano come degni di essere raccomandati alla memoria degli avvenire, primeggia per poziorità, come a dire per precedenza di tempo e di dritto l'immortale Fabio Colonna, che da Boerhave stimato a gran pezza, fu anche da tutti i Botanici mai sempre tenuto in conto del più esimio investigatore delle piante nazionali, e quel che più monta qual fondatore della botanica scienza. Fiori nello scorcio del secolo XVI, e tra le molte sue opere meritano di essere ricordale quella che metà di 24 anni pubblicò nel 1592 col titolo di Phytobasanos, seu plantarum aliquot et piscium historia etc. con figure in rame da lui stesso egregiamente delineate; e l'altra che in continuazione di questa pubblicò in Roma nel 1616 col titolo di Ecphrasis etc.
Fecero degna corona a si bel nome il Maranta, il Porta, il Pontano, l'Imperato ed il Pinelli, che gareggiarono in far prendere alla Botanica in quei tempi oscuri per siffatti studii quello splendore che fin d'alloro ha mantenuto fra noi. E non contenti di essersi applicati alle piante indigene, portarono più oltre la diligenza delle loro mitigazioni; sic che i giardini particolari del Pinelli ed Imperato venivano citati, per le piante esotiche onde li ebbero arricchiti, come modelli tra gli orti botanici di Europa, secondo le attestazioni del Clusio; de' fratelli Bauhin, di Kay (latinamente Rayus) e dello scozzese Morison.
Dopo un’epoca divenuta per si chiari uomini ben luminosa tra i fasti delle storia botanica Napolitana, il genio della Scienza parve rimanere assopito per qualche tempo sino alla metà del secolo XVIII, allorché la Flora Napolitana si cinse di un nuovo serto intessutole da’ due Cirilli, Santolo e Domenico, zio e nipote rispettivi, da Vincenzo Petigna, Angelo Fasano, Filippo tavolini, Giulio Candida o Gaetano Nicodemo (26), tutti l'un più che l'altro benemeriti del progresso che co’ loro studii procacciarono alla scienza delle piante. I germi del gusto per le naturali scienze già ispirino abbastanza da tanti rinomati cultori, vennero prodigiosamente a fecondarsi per modo, che fra l'ultimo secolo cui principii del corrente un altro non men distinto drappello di Botanici surse in luogo di predecessori così illustri già venuti a mancare. Fra i tanti nomi egregii che il compongono trasceglieremo i più celebri, che sono Stellati, Briganti, Gussoni e Tenore.
Nella qualità di professore del Real Collegio medico il primo vi fondava un bell’Orto botanico per le piante medicinali, e qual Segretario del R. Istituto d’incoraggiamento fra gli Atti del medesimo varie dotte memorie inseriva di materie a tale scienza affacenti, come un’applaudita istituzione pubblicava diretta al t rovinio medico botanico.
Briganti, oltre alle pregevoli memorie che scrisse sopra diverse rare piante della nostra Mora, ne coltivò la parte micologica, che dopo l'imperalo, nessun altro de' nostri Botanici aveva tolto ad obietto de' suo studii. Datosi col più ardente studio a raccogliere e descrivere le meno conosciute specie de' nostri funghi, che con rara abilità disegnava o coloriva di propria ninno, venne in parte a riempiere un vuoto, che da gran tempo esisteva in questa branca di scienze naturali.
Il Cavalier Gussone, oltre di aver conseguita una celebrità per la Flora Stenta, alla quale si dedicò, non è men benemerito della Flora Napolitana per gl'immensi ajuti che ha recato alla compilazione della medesima, sia coi viaggi in parte da lui eseguiti pel Regno ne’ primi anni della sua carriera botanica come mio de' dodici corrispondenti pensionali, ed in parte per munificenza del Re Francesco I, sia come aggiunto al Direttore del R. Orto Botanico.
Come che di molti materiali botanici raccolti per due secoli di studi! si vantasse appo noi la scienza delle piante, gli avanzamenti fatti dalla stessa presso le altre Nazioni sotto il nome di Fiore, cominciavano a far rilevare la meschinità delle nostre dovizie, quando il Tenore volse il pensiero alla gigantesca impresa della Flora Napolitana. Sostenuto nell'erculea fatica da un numero di scelti e valenti collaboratori, pose mano all'opera nel 1811, che dopo varie vicende (27) potè portare a termine nel 1838.
Sciolta nel 1815 la istituzione de' 12 corrispondenti salariati dal Governo, molti di costoro, avendo continuato per amor della Scienza a proprie spese i loro viaggi per le nostre Provincie, meritano di esser qui ricordati. Son essi D. Ferdinando Giordano che accompagnò il Tenore in diverse escursioni pel Regno, ma più precisamente da sé solo attese a raccogliere le piante di Principato Citra; D. Francesco Rogano che raccolse quelle della Lucania; i signori Angelis e Checchetti che studiarono quelle degli Abruzzi, Starano e Chiovitti quelle del Sannio; della Torre Baselice e Scacchi quelle del Gargano e della Puglia; ed in fine Gasparrini e Barbarina che visitarono alcuni luoghi della Lucania occidentale. Nel chiudere finalmente il novero de' cultori della Botanica Scienza e benemeriti della patria Flora, ci è grato poterlo suggellare col nome del chiarissimo Stefano delle Chiaje, il cui valore, conosciuto tanto in Zoologia che in Botanica, si è provato a colmare in parte, come Briganti pe’ funghi, anche dopo il poco che ne pubblicò l'Imperato, la laguna delle piante cellulari della Flora Napolitana, colla descrizione ai un gran numero di specie di funghi e di altre piante marine.
SGUARDO ZOOLOGICO |
Conoscendo di essere riusciti alquanto rincrescevoli nello Sguardo precedente, l'obbligo assumiamo di rivalerne i nostri lettori colla sobrietà che osserveremo nel trattar di questo ultimo. Per avventura arride al nostro divisamento, non la poca quantità de' materiali, sibbene l’acconcezza, con la quale trova, di aver ridotta la Fauna del Regno il rinomatissimo Professore Oronzis Gabriele Costa in una monografia che porta il titolo di Cenni di Statistica Zoologica del Regno di Napoli. Del cui lavoro, si profittarono il De Luca nella sua Appendice alla Geografia di Italia, e parecchi stranieri scrittori delle cose nostrali,anche noi ci rechiamo ad onore di avvalerci, per che lo troviamo quasi appositamente scritto a seconda delle nostre intenzioni E noi lo reputiamo ancora tanto più pregevole, in quanto che per introduzione dello stesso illustre autore, men ritenuto degli altri Scienziati, che disdegnano di rivelare alla generalità le intime ragioni della scienza che professano e le attinenze della medesima co’ vantaggi della umanità, bellamente accenna alle une, e tocca le altre per modo, che gli studii sulla zoologia di una contrada non sono più gli studii della semplice curiosità o della passione, ma bensì di quella industria generosa di volgere la scienza del creato ad utilità delle creature, ossivvero subordinare l’esistenza de' viventi alla sussistenza ed ai bisogni dell'uomo.
Il primo passo a darsi, egli dice, da un’ incivilita nazione egli è certamente il rendersi appieno informata di Quanto possiede, considerato in rapporto al fisico ed al morale dell’uomo. Imperciocché da un tal fatto emerge il sapere quali bisogni sente un popolo, una nazione, mi paese qualunque, e quali siano le naturali sorgenti per soddisfarli.
Considerando qual è la terra un corpo siderale su cui l’uomo primeggia fra gli esseri animati, alla sua esistenza si liga quant’altro ha vita sopra di essa, tutto quello onde la terra si compone, e tutto ciò che la circonda; perciocché co’ reciproci rapporti di tutti questi elementi l'equilibrio si regge della creazione e della vita. Laonde alla storia dell'uomo,per quanto spetta alla sua naturale esistenza, succeder deve quella delle restanti classi de' viventi che la popolano, de' vegetabili che la rivestono e de' minerali che la compongono e dell’atmosfera che la ricinge. Dal complesso di questa analisi parziali può rilevarsi qual sia l’influenza dinamica che l’Iuorno esercita sul resto delle cose create di questa terra, a quali altre egli è subordinato, e come per tutti si compie la legge finale del Creatore. Cosi la esistenza morale di un popolo si regge in perfetta armonia con se stessa e con quella delle genti finitime, mettendo in equilibrio gli eccessi dell’una co’ difetti dell'altra: principio fondamentale che perder non denno di vista coloro che presiedono al reggimento degli Stati.
Per raggiungere questo scopo e indispensabile raccogliere fatti parziali di ogni natura, ancor che frazionarli, potendo ben avvenire che ne’ calcoli speciali entrassero questi come integrali di prim’ordine. Tale è da reputarsi quanto all'uomo pertiene sott’ogni aspetto. Si sa, a modo di esempio, che il popolo del Regno di Napoli appartiene alla razza Caucasea, alla varietà Europea, e più parzialmente alla Italiana. Per lo che parrebbe cosa strana, se si scendesse a minuziose indagini intorno agli abitanti delle sue diverse contrade. Epure tale non si troverebbe se davvero si descrivessero le naturali qualità dell’abitatore della Calabria estrema, e di quella del Salento, dei due Principati, degli Abruzzi e della Campania. Tenendo presenti le vicissitudini di questa parte d'Italia, e le invasioni alle quali è andata soggetta, è facile persuadersi come di tali diverse famiglie vi esistano ancora vestigia più o meno distinte. Alle quali cose aggiungendo le influenze fisiche e morali di quanto mai l'uomo circonda abitatore di svariale contrade e sullo un cielo, ridente sì, ma variabile; per tale complesso di cagioni diversi e mutabili si troveranno temperamenti,abitudini, ed inclinazioni svariale, le quali si annunziano per fino dalla fisonomia e dalle forme del corpo. Epperò dimostrar si potrebbe, come in un si piccolo spazio di suolo esistono tante varietà naturali della razza umana, quante contar se ne possono in quasi tutta l'Europa.
Ma lasciando da parte coteste varietà e considerando soltanto gli animali subalterni, vediamo di quali generi è popolato il Reame di Naftoli, e con qual legge si trovano distribuiti sulla estensione sua territoriale, e ne’ mari che lo bagnano.
Cinquantadue specie spettanti a 26 generi costituiscono l'insieme di questa classe, come indigeni al suolo: e tra questi figurano principalmente i roditori.
Fra i Cheirotteri insettivori, il solo Molossus Cestoni ci lega prossimamente coll'Egitto. L’Orso ed il Camoscio segnano il naturale confine de' più alti appennini al settentrione, ove pure la Lince (Lupo Cerviero) serve di segnale della estinta fierezza delle belve africane, la quale però è ormai divenutasi rara, che a bistento se ne caccia un individuo, e ad intervalli lunghissimi. E si pure delle belve marine la Foca monaca e vitellina appariscono a quando a quando sulle coste del Regno provenienti dall'Arcipelago. De’ roditori l'Istrice si estende su tutto il Regno, la Talpa cieca sta in luogo della Europea, ed è abbondantissima. Il genere Sorex figura con 4 specie, con 3 il Myoxus, ed altrettanti l’Arvicola. Tutti cotesti animali si tengono come nocivi alla domestica ed alla rurale economia, ma uno tra essi (il Ghiro o Myoxus glis) è gratissimo pasto ai montagnardi, ed anche alla gente agiata di que’ luoghi in cui abbonda. La Lepre la Volpe il Tasso e la lontra costituiscono oggetto di commercio per la loro pelle e per la loro carne: e gli Abruzzi traggono annualmente dalla capitale intorno a ducati 3000 dalle sole pelli di Lepre e di Volpe.
Sulle alte montagne degli Abruzzi, come su quelle della Calabria, s’incontra non troppo raro lo Scoiattolo nero.
Terra essa è dunque la nostra in cui non ospita il salvaggiume orientale, non la equatoriale gajezza ed abbondanza, né quelle straordinarie forme di viventi, per le quali si distinguono le terre polari. Mensa più lieta offre al contrario a pochi e timidi animaletti.
Questa classe stringe intimamente le relazioni di Europa con l'Asia e con l'Affrica. Non v’ha quasi specie d’uccello che sia propria ed esclusiva del Regno, e forse qui se perviene taluna specie delle regioni settentrionali di Europa, si limita alla superiore Italia soltanto. Tal è p. es. l’Accentor alpinus, la Bombycilla garrula, il Lestrit parasiticus e pomarinus, il Mormon aretinis, il Parus pendulinus, la Plectrophanes Lapponica e nivalis ec. La Tichodroma mamaria è rara ed eventuale nelle regioni più calde, né molto frequente sulle maggiori altezze degli appennini di Abruzzo. La dolcezza del clima ha permesso che, come il Faggiano colchico, il dorato eziandio riprodotto si fosse, e tra le piccole specie il Cardinale e la Vedova.
Quelli che costituiscono un ramo importante d’industria, oltre i gallinacci, sono la Quaglia, la Beccaccia, il Tordo, il Beccafico. I Palmipedi vi tengono un posto secondario, per che limitati ai laghi, ove la cacciagione non è libera del tutto, e proporzionati essi sono nel numero alla estensione degli stessi laghi.
Delle grandi specie rapaci, il solo Avoltojo cenerino trovasi di rado sulle montagne più alte di Terra di Lavoro; ed è da presumersi essere colà nidificante o stabile. L'Aquila reale è pur rara; e tra’ notturni la Strige Uralense tiene suo nido nei monti Alburni. In tutta questa estrema parte della penisola conta 270 specie tra stazionarie e di passo. Pochi son quelli che vivono della industria della caccia; né son molti coloro che goder possono del diletto di questo piacere innocente, ancor che sentisse dell'ìndole selvaggia.
Pochissime sono le specie di questa classe, e non doviziose d’individui. Le Tartarughe sono scarse; e delle specie terrestri possediamo la greca, delle lacustri la lutarea, e delle marine la Caretta: rara e avventizia ai nostri mari è poi la Dermochelis coriacea. La Salamandra comune e la S. dell’Imperato Cos. (perspicillata Savi) abbondano in certi luoghi. Il genere Scinco resta confinato nella Sicilia, ove si trova il solo occellato; ed in vece frequente è tra noi, specialmente nella parte più meridionale, il Greco o Platidattilo delle maniglie e l’Emidattilo tubercolato. Tra gli Ofidiani la Natrix torquata ed il Coluber viridiflavus sono le due specie più abbondanti; ai quali succede l’Aligodon Austriacus, che sotto nome di Guarda-passo è sommamente temuto come venefico. La Vipera comune con 3 sue varietà non è sì frequente conto si fa sospettare, per essere stata generalmente confusa colla Natrice, conosciuta dal nostro volgo col nome di Vipera di acqua. Nella famiglia de' Lucertini la più comune specie è fa Lucertola delle muraglie; la verde o Ramarro è molto meno ovvia. Le Rane ed i Rospi, senza essere ridondanti, abbondano dappertutto.
Siccome la parte continentale della Penisola Italiana porge più acconcio asilo ai volanti e per abbondanza di pascolo e per dolcezza di clima; cosi i golfi le baje ed i seni del mare che la bagnano sono opportuni ai nuotanti per che tranquilli compiono le nozze, ed assicurino la loro progenie.
Per la qual cosa le specie Oceaniche, penetrando nel Mediterraneo al cader dell'inverno, ed associandosi a quelle che nell'ampio seno e nelle coste più meridionali passata la fredda stagione, si appressano a queste più placide e più temperate per uscirne in autunno. Da ciò consegue che oltre le razze stabili, proprie del Mediterraneo, moltissime specie vi entrano, che dir si possono comuni a’ due mari. I Sefaceni e gli Scomberoidei occupano il primo posto tra queste, e costituiscono un ramo importante d’industria per gli abitanti delle coste del Regno; principalmente di quelli posti sulle rive del Canale di Scilla e di Cariddi, per dove passano a stagioni prescritte. Quivi spazialmente la pesca dello Spadone o Pesce-Spada è un articolo di commercio specioso per l'una e l'altra parte del Regno. Il Tonno, lo Scombero, l'Alalanga ed altre specie de' gli Scomberoidei vanno compresi in questa categoria.
Da ciò pur deriva l'apparizione di qualche rara specie non propria de' nostri mari, come il Trachyctys, di cui si pretende fare una specie distinta da quella discoperta nella Nuova Olanda (28).
In generale però le specie che popolano le acque del nostro Mediterraneo sono di picciola mole, e vi predominano gli Sparoidei, i Labroidei, i Blenni, le Razze ec.
Le acque dolci de' laghi e de' fiumi son popolate da’ Ciprinoidei, e spezialmente da’ piccioli Leucischi, oltre le Tinche ed i Barbi. Solo il Fibreun nutrica una specie singolare ed esclusiva, il Salmo Carpio Lin. Le Lebie che vivono nelle acque dolci sembrano pure razze a noi proprie, quando ciò non derivasse dal non essersi ancora bene esplorati i laghi delle altre regioni di Europa.
Possiamo guarentire che le specie ben determinate, che si trovano nel nostro mediterraneo, sono al numero di 225. Altre più rare ed eventuali se ne discopriranno eziandio.
La pesca è un ramo d'industria troppo importante pel regno di Napoli. Noi non possediamo tutti gli elementi bastevoli a darne giusto ragguaglio. Possiamo però esibirne un esempio riguardo alla capitale. Entrano in questa annualmente 12000 cantaja di pesci, di cui la metà proviene dal Golfo di Salerno e marina contigua, l'altra metà è prodotto delle pescagioni che si fanno nel golfo di Gaeta, isole Palmeari, Ischia, Capri ecc. Ne’ giorni di maggiore abbondanza entrano in Napoli 80 cantaja di pesce. Questa cifra divisa per 500.000 abitanti ad un bel circa, dà una mezz’oncia per individuo. Riducendo a sole 4 once ogni porzione, una sola ottava parte del popolo potrebbe mangiarne.
Questa classe di piccioli viventi è ridondante nel nostro Mediterraneo, senza porgere alcun articolo d’industria, salvo quel poco che alla pescagione stessa si riferisce, servendo molti fra essi di esca per gli ami de' pescatori. La sola Mignatta forma una rilevante eccezione, essendo divenuta in questi ultimi tempi di un uso cotanto generale, che al consumo non bastano quante i nostri laghi ne producono, essendo pur feracissimi.
Infino al 1820 la mignatta si è conservata entro piccioli boccali di vetro nella Capitale. Ora invece si tengono entro la creta in picciolo tino presso ogni Flebotomista: e le ricerche de' Chimici, de' Cerusici e de' Salassatori sono rivolle a cercar modo di prolungarne la vita, e reiterarne l’applicazione.
Si dirà che la esistenza di talune creature, sotto l'aspetto economico, non meritasse alcuna considerazione. Facciam riflettere a questo riguardo, che anche i bisogni intellettuali debbono far parte del calcolo d’un economista. Tra la massa di un popolo, coloro che si addicono alle lettere ed alle scienze non sono né si pochi da esser trascurati, né inutili per non curare i loro bisogni.
Sotto la veduta scientifica noteremo, che gli Anellidi costituiscono una classe che redima ancor lo studio dei naturalisti; perché non conosciamo ancora bene il loro sensualismo, non il meccanismo della riproduzione, non il sistema respirante: in fine ignoriamo gran parte di specie affatto comuni.
Questa numerosissima branca di viventi trova nel nostro clima si comodo asilo, che pochi sono quei generi che non vi abbiano il loro rappresentante.
A cominciar da’ Crostacei, di 338 generi noi ne possediamo 94, tra quali molti comuni coll'Oceano britannico, come i generi Caprella, i Picnogonidi, ec.; ed altri molti col Mar rosso. Il popolo ritrae da questa classe di animali qualche alimento, mangiandone buon numero di specie. Tali sono la Maja squinada, l’Astacus murenus, il Palaemon squilla con tutte le specie congeneri, la Squilla mantis, ec. ed anche il Portunus corrugatus, Rondoletti, il marmoreus, l’holsatus, i quali, lessi e conditi con pepe o peperone, servono di esca ai bevitori di vino. Non danno però molto guadagno né al pescatore né ai venditori, per lo più donnicciuole, ricavando appena il vitto di quei pochi giorni che far ne possono smercio. Sogliono svegliar coliche mangiandosi in tempi estivi e quando portan le uova; ma non perciò sono da imputarsi di veneficio. Il Palinurus Locusta è ricercato da tutti e sta nella mensa degli Apici piuttosto che in quelli della gente agiata. Per lo contrario l’Asticeus marinis è quasi rifiutato dai primi, e mangiasi dalla infima classe. Dalle isole Palmeari ne viene il maggior numero nella capitale, ivi costano non più di gr. 10 al rotolo, se il loro peso non eccede una libbra: mono se più pesano. Nella capitale le prime si pagano gr. 30; le seconde gr. 20, quando sono ancora vive.
Anche taluno sembra finora esclusivo delle nostre acque: tal è il genere Lurellia, il Fanodemo e lo Scina, discoperto nel Faro di Messina. La Thelfusa fluviatilis rimpiazza il Cancer terricola dell'America. Il Nephrops norvegicus è raro nel Mediterraneo, e frequente nell'Adriatico.
Gli Aracnidi oltremodo ridondano così in generi come in ispecie; gl'individui essendo ancor numerosissimi. Per questo lato noi ci troviamo in strette relazioni con le plaghe più settentrionali di Europa, ugualmente che con le meridionali: ed anche con le isole Canarie. In questa classe vantava il Regno di Napoli una specialità singolare, il tarantolismo: malattia cagionata dal Falangio di Puglia (29).
Gli Insetti non son numerosi cotanto per quanto la bontà del clima farebbe credere: e ciò pruova che là dove la mano dell'Uomo si moltiplica, gli entomati divengono più rari, seguendo il loro numero la inversa ragione della coltura de' campi. Per la qual cosa noi troviamo solo gran copia di questi commensali della natura nelle foreste e ne’ boschi delle maggiori montagne come la Majella, la Meta, l'Aspromonte, le Sile, il Pollino ec. —In tutto la nostra Fauna ne conta finora circa 4000 specie.
Le predominanti famiglie sono i Lamellicorni, Malacodermi o Crisomelidi fra’ coleotteri, le Tignuole fra i lepidotteri, i Mirmeleoni tra’ neurotteri.
Le Api ed i Bachi da seta prosperano immensamente sotto il cielo napolitano: e se non vanno esenti da morbi lor proprii, o se da infortunii vengono talvolta colpiti, dalla ignoranza più che dal clima cotesti mali provengono. Ed in quanto al baco da seta, quantunque mentite le pruove colle quali si è proteso mostrare che viver possa prosperamente a ciclo scoperto, non è strano pertanto che alcuno giunga a compier le ultime sue metamorfosi sull'albero stesso del moro: ne abbiamo già molti esempli.
Queste due specie d’insetti costituiscono un ramo d’industria specioso nel Regno. E se la educazione delle api fosse cosi bene intesa in ogni altra parte, come nella Terra d’Otranto, il miele e la cera potrebbero superare il consumo, mentre ora non bastano. Pure nelle Puglie l'industria degli alveari sosteneva, in età non molto remote, l’agiatezza di poche famiglie, né oggi mancan di quelle che sanno trarne vantaggioso partito.
La cantaride vera (Lytta vescicultoria) abbonda nelle due Sicilie, specialmente ne’ luoghi montuosi della Calabria, degli Abruzzi e nel Gargano. Essa sembra l’abitatrice del frassino e dell'ulivo. Il commercio di questo insetto non è trascurabile; e forse la negligenza di raccorlo ne rende il prezzo smodato, e lusinga le sofisticazioni de' Farmacisti.
Come infesti all’agricoltura conviene segnalare l’Anomala Fritsechi e vitis, le quali insieme oltraggiano l'ulivo e la vite nelle più meridionali Province del degno. E sì pure la Cetonia sfictica e la hirtellus, che rendonsi la peste dei nostri giardini.
Le Locuste e gli Acridii si moltiplicano immensamente. Questi ultimi fan sollevare sovente le querele dell’ostricoltore. Le specie più infeste sono l'Acridio italiano ed il cruciato. Contiamo ancora una specie che liga la nostra Fauna colla Siberia, l’Acridium sibirieum Lin; siccome altri li accostano all’Egitto per troppo strette analogie (30).
Nell'ordine de' Lepidotteri, oltre la comunissima eruca della Ponzia del cavolo e delle rape, la Plusia gamma suol essere dannosissima ai campi, devastando i Canapeti, né risparmia l'amarissima Nicoziana là dove questa pianta coltivasi, come nella Terra d'Otranto.
Nell'ordine de' Ditteri massimo danno arreca il Dacus oleae o Mosca a dardo, dalla quale viene sminuito e guasto Polio, su cui poggia immensamente la nazionale ricchezza.
Lungo saria il catalogo di tutti gli entomati che ingiustamente od a ragione si tengono come nocivi all’agricoltura; ma noi opiniamo che tali non siano da reputarsi in generalo, che non direttamente da essi dipendono i danni che nc provengono, e che finalmente sono sforzi vani quelli che ai fanno per distruggerli o sminuirli.
Alle razze già scomparse dai mari attuali, ed a quelle che più non abitano il Mediterraneo, sono subentrate le specie microscopiche, che a dovizia si trovano viventi fra le alghe ed i fuchi che tapezzano le nostre scogliere e i bassi fondi. L’Argonauta ha la sua specie mediterranea: ed in questi ultimi tempi si è pur discoperto che il genere Creseis ha il suo rappresentante. I generi e le specie comuni sono doviziose d’individui.
Abbondevoli son dessi in più generi, tra quali la Carinaria tiene il primato. Né manca l’Atlanta, genere comune co' mari delle Antille, comunque taluno pretendesse essere le nostre distinte dalla Peronei e Cheraudrenis per note insignificanti all'occhio dello zoologo.
Contiamo settantaquattro generi di quest’ordine di testacei, e tutti abbondanti di specie e di individui. Tutte le grandi specie sono mangiabili, e vi sono de' luoghi in cui costituiscono un ramo d’industria. La Porpora però che sì famosa era in Taranto (31) pel colore prezioso dal quale trae il suo nome, non è rappresentata che da una specie soltanto, la P. emastoma, rarissima in questa parte del Mediterraneo, ed alquanto frequente in quella che bagna la Sicilia insulare. In quanto alle altro specie congeneri è da consultarsi la loro monografia nelle opero venute in luce sopra questo subietto.
Delle molte spezie comuni al Mediterraneo, o speciali a qual che suo sito, noi rammenteremo il Metylus e l’Ostrea edulis. Il primo forma un ramo specioso d’industria de' Tarantini; come sull'Oceano V/fiere de Grave, ed assai più che Trieste e Venezia nell’Adriatico. L'ostrica del pari che nel piccolo mare di Taranto sì moltiplica nel lago del Fussaro. Paragonando queste due specie con quelle delle quali troviamo gli avanzi delle terre abbandonate dallo stesso acque, notano i Malacologisti tali differenze da far credere che sian due specie distinte. A noi pare che, non essendovi altro carattere distintivo, eccetto le maggiori dimensioni in quelle che si trovati sepolte, ciò addimostri la condizione diversa in che si trovava il Mediterraneo prima di restringersi all'aja attuale. E la prova noi ricaviamo da ciò precipuamente, che le stesse differenze di proporzione più altre specie su non tutte ne porgono. La qual cosa, dopo averla fatta trovare al chiarissimo Layile, l'ha egli verificata in più altri rincontri, ed ora vien contestata da tutti coloro che vi porgono speciale attenzione. La Panopea cosi doviziosa altra volta, per quanto nc attestano gli avanzi suoi in Taranto ed in San Felice (32), è sparita dalle nostre acque, e solo alberga presso le coste meridionali della Sicilia.
Fra le Mitilacee, la Perna, scomparsa all’intutto, di essa si trovano non rari avanzi presso Reggio, e nelle montagne della Stella.
Il genere Terebratula ha perduto almeno 4 specie che prima vivevano: d Ile quali però rimangono i germi, se cosi ci è permesso spiegarci, ossia si trovano ammiserite per modo che appajon diverse. Tale n’è una discoperta non ha guari e che non ancora abbiamo comunicata ai cultori della scienza.
In generale, facendo un confronto colle specie del Mar rosso, noi troviamo più strette attinenze fra quelle ed i nostri mari: al che basta paragonare la nostra Malacologia con la opera splendidissima del Savigny per averne un chiaro documento.
Taranto fa un commercio attivo delle spoglie di questi animali. Come collezioni scientifiche, fin da remoti tempi è stato il primo paese che ne ha dato l'esempio: e nel 1780 meritò l'attenzione del suo Arcivescovo, il quale complimentando la Imperatrice delle Russie con una di tali collezioni, ]’accompagnò con la loro spiegazione.
In quanto ai molluschi terrestri e fluviatili, le nostre maremme sono ricoperte dell’Helix pisana o rodostoma, le cui varietà sono moltissime. L’Helix Nauticoides abbonda nelle Provincie più meridionali, ove si mangia avidamente da ogni classe. L’Helix adspersa abbonda nelle regioni più montuose ed umide, siccome in quella di Terra di Lavoro.
La Sicilia ne rende anche di più, tal che in Napoli è conosciuta col nome vernacolo di Maruzza Trapanese, perciò appunto che da Trapani ne provengono annualmente intorno a 80 cantara, che si consumano dal popolo durante la quaresima. Laonde costituisce un oggetto di commercio siffatto, che annualmente si spendono nella sola capitale 7300 duc.
La Verticillus si limita alle regioni del Gargano, ove si mangia da’ terrazzani.
L’uomo ed i bruti sono appo noi attaccati da’ medesimi parassiti che in ogni altra parte di Europa: e se per lo innanzi si è detto che talune specie non esistono in Italia, questa assertiva viene smentita a misura che si va ponendo mente a questa classe di viventi, negletta per lo innanzi quasi da tutti.
I nostri mari ridondano di questi esseri per modo, che nel numero di lle specie note, il Mediterraneo vi entra per una quarta parte. Negli Echini, nelle Asturie e nelle Oloturie, se mancasi di talune specie, ne vengono rimpiazzate per altre loro proprie. La industria pescareccia si limita solo all'Echino commestibile (Angino o riccio di mare), i rimanenti costituendo soltanto l’oggetto di scientifiche ricerche. I Medusarii di ogni genere sono frequenti. De’ polipi a polipario flessibile siam si doviziosi, precipuamente la ove il fondo è vulcanico, che contiamo intorno a 134 specie delle 600 noverate finora. Delle sole Madrepore il numero è scarsissimo, non possedendo che 5 specie soltanto, e tutte minori. Il Corallo vi si trova e nel golfo di Taranto ed in questo di Napoli. Esso è di squisita bontà per eguaglianza di tessuto e per vivacità di colore; ma è sempre gracile, né molto abbondevole. Questo zoolito perirono costituisce un ramo importantissimo di commercio pel Regno: la sua pescagione rappresenta la somma di duc. 789000 per anno, sulla quale 350,000 sono di puro guadagno.
In risultato generale, fatto il confronto tra le condizioni del Regno di Napoli coll'Europa intera, può ritenerli che questo estremo punto italiano, in quanto a zoologia, sia da considerarsi come un punto raggiante, nel quale convengono i germi della maggior parte delle razze viventi; e che diffusi essi sopra tutti i raggi, vanno di più in più sviluppandosi, fiochi restandone ancor circoscritti nel limite angustissimo in cui si ritrovano.
Tenendo all'ordine ed al numero delle 10 regioni, secondo le quali fu anche geograficamente riguardata la Botanica del Regno, faremo altrettanto per la parte Zoologica, anche perchè a tale ricerca si estende il lavoro che il Cav. Tenore intitolava Geografa Botanica. Laonde seguendo anche qui le sue orme, ecco quali sono le specie animali dell'Abruzzo) che s'incontrano nella
1. Regione delle pianure marittime. Insetti. Myrmeleon libelluloides, Scarabaeus sacer, S. laticollis, S. variolosus, S. vacca, S. stercorarius. S. hybridus, Pimelia muricata, Aerion puella, Aesna grandis. Papilio Galatea, P. Atalante, P. Cardui, P. Daplicide. P. Fauna; Noctua Pancratii, Scholia flavifrons, S. quadrimaculata, Cicindela capensis, C. flexuosa, C. campestris; Mantis religiosa, Truxalis nasutus, Scarites arenarius, S. gigas, Gryllus stridulus, G. obscurus, G. caerulaeus, G. lineola, Erodius gibbus, Vespae plures species Ichneumonis plures species, Apis etc.
Uccelli. Anas anser (Oca), A. boscus (Anitra), Ardea grus (Grue).
II. Regione delle pianure mediterranee. Insetti. Scarabaeus nasicornis, S, vernalis, Melolontha vitis, M. fullo, M. vulgaris, Cetonia aurata, C. stiptica, C. hirta, Blaps mortisaga, molte specie di carabi, di coccinelle e di crisomele, Lamia tristis, Pimelia tenebrionis, Cicindela campestris, Meloe proscorabaeo, Gryllus migratorius, G. Lineola, Locusta viridissima, L. grisea, Lytta vescicatoria, Mylabris Cichorei, Acheta gryllotalpa, Chrysis ignita, Vespa crabro, Agrion virgo, Papilio Machaon, P. Podalyrius, P. Paphia, P. Didyma, P. Mida, Sesia stellatarum, Noctua festucae, Syrphus floreus, Tabanus bovinus.
Quadrupedi. Talpa europaea、 Mus arvalis.
Uccelli. Columbus palumbus (Colombo), Alauda arvensis (Lodola), Fringilla caelebs (Fringuello).
Rettili. Coluber natrix, C. Berus (Vipera), Lucerta agilis, L. viridis.
III. Regione delle Colline. Insetti. Lucanus Dama, L. Capreolus. Scarabaeus vernalis, S. Cavolini, Melolontha vitis, Bubrestis aeneus, Lampyris noctiluca, Carabus violaceus. Lamia tristis, Gryllus Lineola, Locusta thymifolia, Apis violacea, Sphinx convolvuli, Papilio Phoebe, P. Janira, P.Latonia P. Megera, P. Cardamine, P. rhamni P. Cleopatra, Bombyx Hera, B. Hebe, Noctua nupta, N. sponsa, Tipula crocata.
Quadrupedi. Mus avellanarius, Myoxus glis (Ghiro), Lepus timidus (Lepre).
Rettili. Coluber Aspis (Aspide).
Uccelli. Corvus Cornix (Cornacchia), C. Pica (Gazza) Motacillaficedula.
IV. Prima regione de' boschi. Insetti. Prionus coriaceus, Papilio Paphia. P. Phaedra, Bombyx quercus, Sphix atropos, S. elpenor, Noctua sponsa, N. maura.
Quadrupedi. Canis vulpes (Volpe).
Uccelli. Turdus viscivorus (tordo). Motacilla luscinia (Usignuolo), Turdus Merula (Merlo).
Rettili. Gli stessi della regione precedente.
V. Seconda regione de' boschi. Insetti. Cerambyx a 1pinus, Trichius trifasciatus, Buprestis brutia, Papilio Apollo, P. Mnemosine, P. Antiope, P. virgaurea, P. Polycloros, P. Camilla, P. Circe, Bombyx persona, Zigena filipenduale Phalena maculatella.
Quadrupedi. Canis Lupus (Lupo), Mustela Faina(Foina), MustelaMartora (Martora), Histrix macroura (Istrice), Ursus arctos (Orso).
Uccelli. Corvus corax (Corvo), Tetrao perdix (Pernice), Cuculus canorus (Cucu).
Rettili. Anguis fragilis, Coluber Aspis, C. caeruleus.
VI. Regione montagnosa. Uccelli. Alauda calandra (Calandra), Gl'insetti vi sono rarissimi, e sogliono ascendervi dalle regioni inferiori.
IX. Terza regione alpina. Quadrupedi. Antilope rupicapra (Camozza).
Uccelli. Hirundo Apus (Rondinone). H. riparia (Rondine rupestre), Falco fringillarius (Sparviere), F. nisits (Occhiarinolo), F. gentilis (Falcone) F. chrysanthus (Aquila).
Gli avanzi organici fossili che van disotterrandosi petrificati, e le cui specie sono sparite o ancora sussistenti, seconde che rinvengonsi nelle p ii o meno profonde zone ond’è fasciato questo globo terraqueo, costituiscono, come ognun sa, la Paleontologica scienza. Tutto che siansi recentemente rivolti a onesta sorta d’indagini i Naturalisti moderni, può dirsi nondimeno la Paleontologia del nostro Regno assai di buon ora conosciuta, e non cosi poco avanzata da non meritare che qui se ne tratti con distinta rubrica.
Il primo che avesse volto il pensiero alle conchiglie fossili, menzionando quelle della Calabria, fu il letterato Alessandro d’Alessandro vissuto nel secolo XVI (33). Non isfuggirono queste istesse ricerche circa quel tempo all’Imperato, al Colonna e posteriormente allo Scilla. E ne’ tempi a noi prossimi Filippo Cavolini, avendo impreso ad illustrare le impronte de' pesci spettanti ai monti del nostro Regno, meditava di discorrere anche delle fisiche rivoluzioni del Globo, se la morte non avesse rapito al progresso delle naturali scienze un sì valoroso cultore.
Dobbiamo però saper grande obbligo alle indefesse e diligenti cure del nostro chiarissimo signor Costa di quel tanto che possediamo in questo genere di ricerche. Le quali, adir vero, se non offrono una chiara e completa notizia di ciò che sepolto si trova ne’ nostri terreni per epoche e per natura diversissimi, bastano a costituire della Paleontologia del nostro Regno tali primordii che, presentati in un estratto all’adunanza degli Scienziati tenuta qui in Napoli, a proposta del Principe Carlo Bonaparte Presidente della Sezione di Scienze naturali Zoologia meritarono di essere inserite negli atti di quel setI timo Congresso,.
Frutto adunque delle individuali esplorazioni del lodato signor Costa in tale branca de' prediletti suoi studii sono in quanto a
Mammiferi. Denti di Foca, d’Ippopotamo, difesedi Elefanti, corna di Cervo, molte vertebre e costole di Cetacei.
Rettili, Denti di Coccodrillo, Testudo rugosa; Suchosaurus cultridens, Kometocadmon Fitzingheri; Salamandra Rusconi.
Pesci. I seguenti generi e specie per ora al numero di 30 pe’ primi e di 62 per le seconde, cioè: 1. Berix radians; 2. Blenniomoaeus longicauda, brevicauda, major; 3. Carcharodon megaloden, auriculatus, subanritus, productus, rectidens, latissimus, interamniae; 4. Cheirolepis...? 5. Corax falcatus, minutus; 6. Galeocerdus rectus, minor; 7. Glossodus angustatus; 8. Helodus...? 9. Hemipristis serra; 10. Hisliuruselatus: li. Lamna elegans, dubia, contortidens, raphidion; 12. Lepidotus acutirostris, Maximiliani, minor, gigas, notopterus, oblongus; 13. Myliobates apenninus; 14. Notacogus Pentlandii, latissimus, erythrolepis, minor; 15. Odontaspis elegans: 16. Otodus Salentinus; 17. Oxyrhina leptodon, hastalis, xyphodon, Zippei, subinflata; 18. Pholidophorus stabianus; 19. Pycnodus rhombus, Achillis, grandis; 20. Rhynconcodes Scacchi; 21. Sauropsidium laevissimum; Semionotus curtnlns; 22. Sphaenodus longidens; 23. Sphaerodus anularis, cinctus, gigas; 24. Sphyma prisca; 25. Sarginites pygmaeus; 26. Belonostomns crassirostris, gracilis; 27. Megastoma Apenninum; 28. Pachyodon...; 29. Calignatus...; 30. Palaeoniscus?
Crostacei. 1. PortunusRudianus; 2. Salatia; 3. Diaerochora rectifrons; 4. Dactyloplatya; 5. Galataea strigosa; 6. Leuchosia nucleus; 7. Numida?; 8. Megaluritesnitidum; 9. Metapopristis; 10. Gonoplax rhomboides.
Conchiglie e Zoofiti. Le specie spettanti a queste due serie di fossili avanzi sono sì numerose da non poter essere qui compendiate.
Di patrii scrittori e cultori di questa branca di scienza naturale la storia della Napolitana Zoologia ha registrato pochissimi nomi, ed a qualche notevole intervallo gli uni dagli altri. Ciò però, se da una parte giustifica le doglianze del Bohatsch che venuto in Napoli nel 1747 non trovò a chi raccomandarsi per proccacciargli notizie intorno ad animali marini; se ragionevolmente lo Spallanzani lamentavasi di vedere in tutta Italia a suoi tempi dormigliose le naturali scienze; se Triffon Novello citava nella sua opera Sui principii e sui progressi della Storia naturale 1809-1811 i soli due nomi ai Cavolini e di Poli; e se infine lo stesso Breislack ne’ primi 16 anni del secolo corrente verun cenno faceva di qualche nostro Zoologo; ciò, ripetiamo, non depone dall'altra parte che sia stata veramente la Zoologia poco fra noi coltivata o senza qualche successo, di cui possa lodarsi anche con certo orgoglio appetto de' progressi che altrove abbia fatto. Achille Costa, il figlio di quell’Oronzio Gabriele tanto celebre addivenuto in tali studii, datosi a frugare negli Annali di questa scienza, riusciva ad illustrare un tale argomento per modo, che avuto riguardo alle circostanze de' tempi, la Fauna Napoletana può dirsi non meno felicemente studiata della Flora. Ed ecco quanto in proposito ci comunicava del suo pregiatissimo lavoro (34), di cui ci siam giovati nel riassumere le seguenti notizie.
Accade dover esordire anche quest’ultima parte del Regno della Natura coll’auspicatissimo nome di quel Ferrante Imperato, la cui Storia naturale in XXVIII libri consacra alle geologiche ricerche i due ultimi. L’esempio di lui fu con felicissimo successo imitato dall’illustre Fabio Colonna, che nelle due famose opere di sopra citate per la parte botanica, tratta in separate sezioni anche di animali; e propriamente di alcuni pesci e di pochi altri abitanti del mare in quella che porta il titolo di Phytobasanos, e di svariate specie nell'Ecphrasis, nella dissertazione de Glossopetris, e nel Trattalo della Porpora. Quali servigli abbia costui renduto alla scienza è per noi lusinghiero udirli narrare dal signor Deshaves, che cosi parla del Colonna nell’Enciclopedia metodica: De tous les traites anciens c’est sans contredit celai, qui a été fait dans le but le plus convenable pour l’avancement de la Science, et malgré l’imperfection des figures,il sera toujours recherché comme devant faire e époque dans l’histoire de la conchylogie.
A questi due nomi si aggiunge l’altro chiarissimo di Marco Aurelio Severino, che fondò quasi, o almeno portò a grado di scienza l’anatomia comparata colla sua classica opera la Zootomia Democritea. E questi tre nomi, nei compiere essi soli lo spazio di un secolo a contare dalla seconda metà del secolo XVI alla prima del XVII, bastano a farci vantar giustamente, che le opere loro sono state di tal pregio ed importanza, da formare un’epoca nella storia della scienza.
Al secolo illustrato da questi tre benemeriti uomini l’altro che succedeva fu malauguratamente così oscuro da presentare una laguna nella coltura zoologica del nostro Regno; mentre nella Sicilia Boccone, a Roma Bonanni, a Bologna Malpighi, ed a Modena Vallisnieri a tali studii con tanto ardore intendevano. Solo verso la fine della prima metà del secolo XVIII si riscosse qualche genio, sebbene neppure per la zoologia propriamente detta, né in Napoli, ma nella Puglia, ove cominciossi a disputar con la penna tra i medici, alla cui testa Serao, intorno alla velenosità od innocuità del Falangio Pugliese. Fra coloro però, che più specialmente ed in Lecce si occuparono a farne sperimenti decisivi, si distinse Nicola Caputo, il quale alle accurate osservazioni del fenomeno aggiunse la sagacia del coltello anatomico, ed una fedele ed accurata descrizione ne lasciò in un’opera figurata e messa a stampa nel 1741.
La seconda metà del XVIII secolo ammendo nobilmente l’oscurità del secolo precorso, segnando l’epoca del risorgimento della Zoologia in Napoli, non solo mai più interrotto, ma continuato fino al dì d’oggi con segni evidenti di sempre crescente progresso. Il Padre Giovanni Maria della Torre, distinto fisico di quel tempo, inaugurava il nuovo periodo consacrando della sua Fisica un intero volume per gli animali e loro anatomia, che avuto riguardo alle condizioni in cui trovavasi la scienza, può dirsi un’utile e compiuta istituzione zoologica trattata con metodo e dottrina. Ma già prima di della Torre Nicola Braucci da Caivano, che occupò la cattedra della storia naturale nella nostra Regia Università degli Studii (malgrado che nulla avesse dato alle stampe, per cui è restalo fino al 1842 sconosciuto il suo nome (35)) nella sua Istoria della Campania sotterranea, opera inedita e conservata nell’archivio degli Aspiranti Naturalisti, si appalesa per ignoto emulo del Muller. Mentre questi studiava gl'Infusorii della Danimarca. egli col microscopio andava osservando quelli del patrio mare, studiava sulle coralline ed altre marine produzioni, e de' suoi dotti lavori sulle piante ed animali facendo utile applicazione alla medicina, ne lasciava scritto un trattato.
Scossi dalla fuma del gran Linneo che risuonava per tutta Europa, e guidati dal proprio genio, e senza che l’uno avesse avuto l’altro a maestro, mostraronsi nello scorcio del passato secolo ardenti cultori della Zoologia il Minasi, il Cavolini, il Pelagna, il Cirillo e il Macrì.
Lasciava il P. Antonio Minasi da Scilla, oltre le annotazioni alle Deliciae Tarentinae del d’Aquino tradotte dal Carducci, ed una dissertazione sul Granchio Paguro pubblicata nel 1775, molti manoscritti, riguardanti osservazioni sopra costumi di animali, il cui possessore Federico Cassini ne faceva dono all'Accademia de' menzionati Aspiranti Naturalisti.
Filippo Cavolini, da se solo avviatosi negli studii zoologici, dava saggi precocissimi del suo valore con un opuscolo sul crostaceo Monoculus pulex di Linneo, quando non aveva compiuto ancora il quarto lustro della sua prima giovinezza. In età provetta non poteva quindi non offrire che fruiti abbondanti di un ingegno e sì di buon ora addimostra tosi fecondo, come ne fan fede le sue molte memorie, osservazioni, descrizioni ed opere pubblicate dal 1778 fino al 1810, in cui chiuse colla vita la sua zoonomica carriera.
Nel mentre che Cavolini studiava e svolgeva argomenti svariati della sua prediletta scienza, Domenico Cirillo e Vincenzo Petagna davano opera peculiare alla Entomologia, nella quale per viaggi all'uopo intrapresi separatamente ed uniti entrarono tanto innanzi, che il primo comunicato avendo a Linneo alcuni saggi de' suoi studii su d’insetti che gli parevano dubbii o più singolari, meritò di essere in più luoghi lodato del Systema Naturae, e di essere consultato per mezzo di tre distinti allievi di lui intorno a piante ed insetti del nostro Regno. Tutto il fruito degli studii entomologici di entrambi, e le osservazioni de' proprii viaggi e di quelli fatti eseguire a loro spese dai loro discepoli, sarebbero restati al pubblico ignoti, se la circostanza del tremuoto delle Calabrie nel 1783, indotto avendo l’Accademia delle Scienze a spedir sopra luogo una Commissione di naturalisti, non avesse a due membri di questa, Giulio Candida e Giuseppe Stefanelli, fatto profittar dell’occasione per istudiare gl’insetti della Calabria; perciocché fu allora che il Petagna datosi a determinare ed illustrar quegl'insetti raccolti dai due giovani, scrisse e pubblicò uel 1787 Io Specimen insectorum Ulterioris Calabriae, la quale opera dee a buon dritto riguardarsi qual primo lavoro entomologico del nostro Regno, che meritò di essere ristampato a Francfort. Incoraggiato dal buon successo diede il Petagna nelle mani della gioventù le sue Istituzioni d’Entomologia, che pubblicale nel 1792 furono le prime a comparire in Italia. Non si stette il Cirillo dall'emulare i lavori del Petagna. Un’opera impresa secondo un piano veramente analogo ad illustrare la Napolitana Entomologia non comparve sventuramente che in un solo primo saggio con 24 tavole incise e dallo stesso Autore disegnate, in cui è notevole lo spirito di antagonismo svegliatosi tra i due famosi naturalisti, che erano stati una volta compagni.
Fra gli allievi dell’uno e dell’altro, che lavorando a spese e quindi a nome de' loro maestri non lasciarono veruna o poca fama di sé, meritano essere ricordati Francescantonio Notarjanni e Pasquale Manni.
Tutte le pubblicazioni di zoologico argomento fin qui discorse possono dirsi coronate da Giuseppe Saverio Poli con la sua magnifica opera sui Testacei delle Due Sicilie, per la quale meritò che il Meckel il dicesse Molluscorum classis verus fundator, e che l’illustre Cuvier ne giudicasse lodevolmonte con queste autorevoli parole: Ouvrage remargli able et qui fait epoque dans la Science, puisquecest depuis son apparition que la classificatlon generale des Mollosques et celle des Bivalves ont suivi une marche rationnelle. Le politiche vicende della fine del secolo passato avendo impedito all’autore di compiere l’opera succennata, il distinto allievo di lui Stefano delle Chiaje collo stesso metodo e cogli stessi tipi del Codoni ne metteva a stampa nel 1827 la continuazione, aggiungendo ai postumi’ lavori del Poli le sue giunte ed annotazioni (36).
Si sarebbero arrestati a questi due nomi ed ai loro nobili sforzi i progressi della Zoologia, ed il secolo che corre sarebbe stato per essere quasimente oscuro come l’altro che successe al secolo d Imperato, Colonna e Severino, se un passionato degli studii medesimi, ravvisando angusti i confini della Provincia ad occupare il suo ingegno e troppo limitali i mezzi onde secondare il suo genia, non si fosse nei 1827 di Lecce in Napoli trasferito. Fu questi quell’Oronzio Gabriele Costa che con gli scritti non solo, ma con la istallazione sovranamente approvata dell’Accademia degli Aspiranti naturalisti (37) ha tanto influito all’avanzamento della Zoologia e delle altre branche della scienza della Natura. Moltiplicandone in siffatta guisa gli studianti ei veniva ad assicurare una lunga posterità di scienziati, che con le loro elucubrazioni vivo mantenendo il cullo della scienza, tanta parte contribuiscono al lustro rd all’onor del paese.
Ma il servigio, che il laborioso uomo rendeva più memorabile e segnalato alla sua patria, e tanto più estimabile in quanto che co’ pochi mezzi della propria economia glielo procurava, è la Fauna del Regno, la cui pubblicazione è tanto inoltrata e con tale divisamento portata innanzi, che l’opera, comeché restar dovesse incompleta, non potrà mai dirsi dimezzala. Ei la va mettendo fuori per Monografie generiche, che è quanto dire per lavori l’uno dall’altro indipendenti; ciocché include fra gli altri vantaggi quello di potersi quandochessia per altri proseguire ed ordinare secondo quel sistema cui piacerà di alienerai fra i varii pe’ quali la scienza procede.
Moltiplici opere, opuscoli, memorie, illustrazioni, osservazioni, messe a stampa gli consentono ben a ragione quella celebrità che ha conseguito, e che le nostre parole, se non vogliono ad estendere, servono a ri fermare.
Solo ci duole che il figlio di lui Achille, mostratosi degnissimo di succedere al Padre nella rinomanza sì pe’ lavori ne’ quali gli è stato compagno, come per gli altri che ha già pubblicati in suo nome (38), par che voglia disertare dall’impresa carriera per dedicarsi lutto alla medicina. Noi facciam voli che l’egregio e colto giovane rieder possa ai prediletti suoi studii, ovviali gl’imperiosi motivi che ne l’hanno distolto.
SGUARDO METEOROLOGICO |
Ci rimane per compiere la Corografia fisica del nostro Regno di venirne considerando quella serie di fenomeni costanti o transitorii dette Meteore, che avveggono in alto nell'atmosfera, e gli effetti sene provano sulla superficie terrestre. Malgrado che la Meteorologia sia giunta a spiegarli, e come Scienza può ritenersi di essere pervenuta ad un grado soddisfacente nella ricerca delle cagioni: tuttavolta l’osservazione de' fatti, di que’ fenomeni cioè che fra noi si mostrano in questo genere, può dirsi mal curata finora e quindi incompleta la loro storia. Laonde ne andrem qui esponendo quel tanto che insino ad ora si sa, in graz:a di quegli studii parziali che i Naturalisti han potuto consacrarvi; ed in far ciò serberemo l’ordine e la distinzione che la Scienza istessa riconosce delle Meteore in aeree, luminose, ignee ed acquose.
Quante e quali che siano le cause delle atmosferiche variazioni, fra le diverse, che cospirano ad alterare o disquilibrare lo stato dell’aria, le più sensibili sono le correnti aeree e la elettricità. Avendo luogo le prime per effetto dell'elettricismo dell'aria proporzionale alla densità de' suoi strati. e della temperatura che ne consegue: di qui le osservazioni barometriche e termometriche dalla scienza istituite per valutare la quantità e la intensità delle variazioni medesime in un dato spazio del globo.
Pria però di offrire un quadro comparativo di quelle raccolte in ciascuna Provincia del Regno ovvero delle atmosferiche modificazioni indicate dalle altezze medie del barometro e termometro, fia ben dir qualche cosa in generale di quelle cagioni che immediatamente derivano dalle circostanze sì geografiche che topografiche del Regno, e di talune altre che ne ha tramandate la storia.
La posizione di questa estrema parte d Italia nel bel mezzo delle regioni temperate settentrionali, per la ragione astronomica della diffusione del calore, gode di una media temperatura verso gli equinozii senza che succedano massimi calori nel solstizio di està, o massimi freddi in quello dell’inverno. Il calorico allo stesso modo che gradatamente va accumulandosi nel terreno, va pur gradatamente dissipandosi in guisa che più di giugno vi riescono calorosi luglio ed agosto, più che dicembre son freddi gennaio e febbraio, e per la ragione medesima men freddo della primavera si sperimenta l’autunno. E pare che questo accumulo di calorico, che si esegue in ciascun anno nell’estive stagioni, si verifichi pur successivamente nel decorso de' secoli, giacche più caldo egli è divertilo il nostro clima di quel che era verso i primi tempi dell’era volgare. Plinio sotto il regno di Vespasiano vedeva nell'inverno gelarsi il mirto dei suoi giardini nella Campania, e Giovenale ricorda di essersi gelato il Tevere nell'anno 480 di Roma, quando durata la neve per 40 giorni, vidersi gli alberi perire. Si opina da Williamson che da 17 secoli a questa parte la tramontana è divenuta men rigida per l’Italia, in seguito del devastamento de' boschi della Germania. Anche il disseccamento di grandi paludi, le coltivazioni dilatate là dove le terre erano salde ed incolte han dovuto contribuirvi; e ne fan pruova due contrade poste sotto la stessa latitudine boreale, di cui una sia coperta di selve e di paludi, l’altra tutta ridotta a coltura. Più nell'una che nell'altra la temperatura sarà si fredda nell'inverno da non potervisi restar fermo a cielo scoperto senza soccorso del fuoco. E ciò perché, diminuito lo svaporamento dell’acqua che si fa a spese del calorico, divien minore l’umidità, la quale accresce l'effetto della temperatura. Per tal ragione son ora belle di perenne verdura le bocche del Danubio, che a tempi d'Ovidio erano barbare e gelate.
Divenuto il calore più proporzionato alla latitudine in cui ci troviamo, non solo possiamo lodarci d’inverni meno lunghi e più miti, e di està più temperale e benigne; ma ancora andiam meno soggetti ai disordini dell’atmosfera, ai nembi procellosi ed ai terribili uragani, che or formano il flagello delle regioni de' tropici.
Da queste generali osservazioni venendo alle particolari del nostro Regno, quantunque non a vessino ragguagli precisi e per lunga serie di anni raccolti di tutte le variazioni, alle quali va soggetta ciascuna provincia, possiam di certo asserire che negli estremi di esse non si offrono tali eccessi di caldo da sentirne rilasciamento nella fibra, o tale rigidezza di freddo da andarne intirizzita. Basta il dire che di rado nel più forte del verno si abbassa il termometro oltre il quinto grado sotto al zero, e più di rado si eleva al di là del 27 grado nell'està; e che le sole vette del Gran Sasso e della Majella superano la linea nivale, e biancheggiano fin sotto al Sollione di agghiacciate nevi che non mai giungono a dimuojarsi interamente.
Vi hanno infine contrade ove tale l’azione della temperatura, che i prodotti agricoli e naturali vi vengono a maturità circa due mesi prima che altrove a distanza di 20. a 30 miglia. Osservabile è questa singolarità nella Capitanata e nella Calabria ulteriore, ove si recide la messe al cader di maggio, e ne’ luoghi elevati verso la metà di luglio al più lardi. Non è quindi da farne le meraviglie, se il clima fisico di Napoli comparato a quello de' paesi settentrionali di Europa presenta un ritardo considerevole pel ritorno del verno ed un avanzamento del pari notevole per quello della bella stagione. In un confronto istituito dal Cav. Tenore sulle diverse epoche della vegetazione tra Napoli, Parigi ed Upsal verificò che il germogliamento desumi, la frondescenza, fioritura e fruttificazione delle piante succedono in Napoli un mese prima che a Parigi, e due mesi prima che ad Upsal. Il sambuco, per esempio, che fra noi sviluppa le sue foglie nei primi quindici giorni di gennaio, nelle vicinanze di Parigi le mostra verso la metà di febbraio, e verso i principi i di marzo ne’ dintorni di Upsal. Per l’opposto lo sfondamento del noce, del frassino. del tiglio, dell'acero, del pioppo succede ad Upsal al primo annunzio dell'autunno, a Parigi in ottobre, ed in Napoli verso la fine di dicembre.
La parte meridionale del regno, come più angusta, va più del rimanente soggetta all'azione de' venti, donde ha luogo quella celerità con cui le variazioni barometriche vi si succedono in tutte le stagioni. Il vento che fa più rialzar la colonna del mercurio è il maestro, come quello che radendo nel suo corso le nevose cime delle Alpi, senza toccar qualche tratto di mare, vi arriva estremamente rigido. Lo scirocco per l’opposto, e per contraria ragione, quella cioè di attraversare il Mediterraneo. vi giunge in guisa pregno di umidità, da farlo più che ogni altro ribassare, e da intorbidar immanenti l’atmosfera. Il vento che fa elevar la temperatura nell’està, e fa nell’inverno abbassarli è il levante, che pel molto continente, cui lambisci', ne giunge fresco malgrado il Mar Nero su cui passa. Di contro il vento che la rende più bassa nell’està e più elevala, ovvero più calda nel verno, è il ponente che spirando originariamente dall’Atlantico, corregge la sua influenza in passando sul continente delle Spagne. La tramontana per le ragioni di sopra riferite, e perché attraversa l’Adriatico, si apprende men rigida del maestro. L’austro spira meno umido e men caldo dello scirocco Dicasi lo stesso del libeccio, se non che alle volte suol arrivarci urente non poco.
All'azione de' descritti venti van soggette più le pianure che le montagne. Epperò le provincie che più ne risentono sono la Capitanala, Terra di Bari e Terra d'Otranto. Alla prima recan danni pel caldo soffocante che vi menano i Favonii. facendo seccar frutta e frondi sugli alberi, ed innalzando per aria densissimo polverio.
Vent'anni di osservazioni meteorologiche fatte dal chiarissimo Arciprete Giuseppe Maria Giovine diedero per risultato che il momento della massima umidità nell'atmosfera per le regioni della Puglia e ne’ giorni estivi si verifica nelle prime ore pomeridiane, quando è appunto massimo il caldo; poiché allora egli è che spira più forte il vento del mare, ovvero dall'Est, che vi porla tutti i vapori sollevatisi dalle acque. Dal maggiore o minor dominio di tal vento ed in. quelle ore dipende lo stato sano o la costituzione endemico-morbosa di quelle contrade: e colà precisamente, dove alle marine evaporazioni si aggiungono pur quelle degli stagni e delle paludi che esistono su quel litorale.
Discorse nella guisa che ci è stato possibile le aeree correnti, passiamo all'altra causa delle variazioni atmosferiche e di altri svariali fenomeni, alla elettricità, che per la sua circolazione perpetua dall'aria alla terra e da questa a quella, in cui più sensibilmente si manifesta, non saprebbesi dire terrestre piuttosto che atmosferica.
È già risaputo di essere il terreno l’uni versai serbatojo dell’elettrico, e di essere i vapori, che dalla terra si elevano, i conduttori pe’ quali è trasportato ne’ vasti campi dell’atmosfera, dove dalla diversa continuata ed accidentale combinazione di essi derivano le tante elettriche meteore. Da tale circostanza dipende ancora, che mentre nelle regioni equatoriali l’atmosfera è pregna di elettrico, da cui son prodotti dei continui e gravi disquilibrii, dall’altra parte n’è pregno verso i poli il terreno. Di qui è che nelle nordiche regioni son rari gli uragani, le detonazioni ed i fulmini, che desolano alcuni siti posti tra i tropici.
Trovandosi il nostro Regno nel mezzo di un clima temperato, parrebbe che l’elettricità dovess’essere nel medio di tali circostanze, se la configurazione del nostro suolo non contribuisse a produrre alcune singolarità, appunto queste che il Cav. de Renzi osservava.
1. L’elettricità accumulata nel terreno si sparge nella nostra atmosfera per doppia strada, per quella cioè de' vapori, che elevansi incessantemente dalla superficie del terreno medesimo, e per quella de' vulcani, de' quali ve n’ha molti. E per fermo nella calma si del Vesuvio che dell'Etna, e dei minori vulcani delle Isole Eolie, come ancora de' semispenti che trovansi nelle vicinanze di Napoli, gran diffusione di elettrico si va continuamente facendo, come sensibilissimi e patenti sono i fenomeni elettrici che si osservano nelle eruzioni, accompagnate da fulmini mai sempre e da mille altri indizii di squilibrato ed abbondante elettricismo, che cresce l’intensità di tali spaventevoli avvenimenti.
2. La figura e la posizione del nostro Regno, che dilungasi fra tre mari, contribuisce al pronto sviluppamento dell’elettrico ed al predominio de' fenomeni che ne dipendono. In una breve lingua di terra, la cui media lunghezza è meno di 100 miglia, che si restringe fino a 18, e che per lungo distendesi in mezzo alle acque, l’elettrico certamente deve trovarsi in continuo moto ed azione. Questa stessa circostanza peraltro è di ostacolo all’avvenimento de' fenomeni considerevoli; ond’è che fra noi, se le piccole procelle, le detonazioni, le piogge precipitose e le grugnitole sono frequentissime, non avvengono per altro con massima intensità.
3. I monti alti, in qualche modo isolati, ed ai cui fianchi si estendono le pianure, poiché sono più carichi di elettrico, perciò richiamano sulle loro vette le nubi, che in qualche modo vanno a caricarvisi, e quindi a dar luogo a piogge più o meno abbondo voli. Da ciò anche deriva la grande influenza che esercita il Vesuvio sui prossimi siti; il Matese sulla meteorologia della Campania e del Sannio; il Gran Sasso e la Majella sopra quella degli Abruzzi; l’Aspromonte sull’estrema Calabria; come il Pollino sulla Calabria settentrionale e la Basilicata. Per questa stessa ragione il gruppo del Gargano, che è quasi isolalo sull’Adriatico, contribuisce non solo alla produzione di frequenti fenomeni elettrici nella Daunia, ma anche alla scarsezza delle piogge per quelle regioni siticulosae, perché richiamando a se le nubi, forma una specie di scalino aereo per trasferirle o sugli ahi monti della Dalmazia al Nord-est, o sugli Appennini al Sud-ovest.
4. La figura de' nostri promontorii, che terminano a punta verso il mare, contribuisce anche moltissimo allo sviluppo dell’elettricità. L’estremo della Calabria verso il mar Siculo, quello della provincia Salentina nel mar Jonio, la punta della Campanella nel Tirreno, ed il Gargano nell’Adriatico sono i principali promontorii che figurano come tante estremità di grandi spranghe elettriche, le quali scaricano continuamente nel seno dell'atmosfera l’elettrico del terreno. Ecco perché gli spaventevoli fenomeni meteorologici sono avvenuti in questi siti, e tra gli altri la tromba che nella fine del secolo passato, cominciando verso il promontorio di Minerva, si scaricò devastando i tenimenti di Cava e di Salerno; non che quella avvenuta nella vicinanza di Otranto, e le altre succedute presso il Faro di Messina.
Ecco intanto un quadro di quelle osservazioni meteorologiche del nostro Regno che si son potute raccogliere. Non dobbiam dissimulare che, atteso la negligenza con la quale progredisce questa parte di scienze naturali, son esse incomplete e non tutte forse esattamente notate, sia per imperfezione degli stromenti, sia per incuria degli osservatori. È il vero che riconosciuta fra noi l’importanza di siffatte ricerche, fu saggiamente provveduto di raccomandarsi alle Società Economiche del Regno acciocché se ne occupassero al pari di ogni altro oggetto, cui mira la loro istallazione; ma è pur vero che le cure da esse spiegate in raccoglierle con iscrupolosità e diligenza non sono state in tutte eguali per modo, che i loro dati dir si possano il coscienzioso risultamento di lunghe e non interrotte osservazioni. Le riportiamo adunque quali che siano, e nello scopo di farle servire come elemento di confronto colle osservazioni future. A qual oggetto abbiam pure stimato di unirvi anche quelle raccolte qui in Napoli secondo che trovansi registrate nell’Annuario del R. Osservatorio di Napoli del 1846 per E. Capocci.
DENOMINAZIONI |
ALTEZZE |
|||
delle PROVINCIE |
DEL TERMOMETRO | DEL BAROMETRO | ||
massime Gr. Dec. |
sotto zero Gr. Dec. |
massime Poi. liu. |
minime Pol. lin. | |
Terra di Lavoro |
29»9 |
2»7 |
28»2,5 |
29»8 |
Principato Citeriore |
28»8 |
2»9 |
28»3,2 |
29»6 |
Basilicata |
27»5 |
3»6 |
28»5,4 |
30»11 |
Principato Ulteriore |
27»9 |
3»8 |
28»4,8 |
3»15 |
Capi lanata |
30»7 |
1 »5 |
28»2,6 |
20»7 |
Terra di Bari |
30»4 |
1»7 |
283,5 |
19»6 |
Terra di Otranto |
31»8 |
1»9 |
282,9 |
28»2 |
Calabria Citeriore |
28»10 |
2»6 |
28»5,7 |
28»3 |
Seconda Cai. Ultra |
28»3 |
2»9 |
28»6,2 |
27»9 |
Prima Calab. Ultra |
29»8 |
2»3 |
28»3,9 |
27»7 |
Molise |
27»4 |
3»5 |
28»6,8 |
25»4 |
Abruzzo Citeriore |
27»1 |
3»8 |
28»7,0 |
24»8 |
Secondo Abr. Ultra |
26»9 |
5»7 |
28»7,7 |
22»9 |
Primo Abruz. Ultra |
27»7 |
5»1 |
28»6,9 |
24»3 |
PRESSIONE ATMOSFERICA DAL 1833 AL 1844 ALTEZZE MEDIE ANNUALI DEL BAROMETRO |
|||||
MESI |
ANNI |
9h mat. |
mezz. |
3h sera |
Medio |
|
|
mm |
mm |
mm |
mm |
Gennajo |
1833 |
753,00 |
752,77 |
752,55 |
752,77 |
Febbrajo |
1834 |
755,95 |
755,86 |
755,48 |
755,76 |
Marzo |
1835 |
753,49 |
753,36 |
752,90 |
753,12 |
Aprile |
1836 |
751,85 |
751,69 |
751,33 |
751,69 |
Maggio |
1837 |
752,34 |
752,25 |
751,96 |
752,18 |
Giugno |
1838 |
751,08 |
751,03 |
750,67 |
750,93 |
Luglio |
1839 |
752,30 |
752,21 |
751,78 |
752,10 |
Agosto |
1840 |
752,50 |
752,34 |
751,98 |
752,27 |
Settembre |
1841 |
751,80 |
751,69 752,41 |
751,21 |
751,57 |
Ottobre |
1842 |
752,43 |
752,00 |
752,28 | |
Novembre |
1843 |
752,16 |
752,09 |
751,66 |
751,97 |
Dicembre |
1844 |
751,19 |
751,24 |
750,90 |
751,11 |
Medii |
|
752,51 |
752,41 |
752,03 |
752,81 |
MASSIMI E MINIMI ANNUALI DELLA PRESSIONE ATMOSFERICA |
|||
| ANNI | MINIMI | MASSIMI | DIFFERENZA |
| |
mm |
mm |
mm |
1821 |
7 Febbr. 760,0 |
23 Marzo 730.7 |
29,3 |
1822 |
1 Marzo 760,4 |
15 Magg. 732,2 |
28,2 |
1823 |
22 Novem.758,4 |
2 Febb. 723,7 |
84,7 |
1824 |
31 Dicem.759,5 |
3 Marzo 724.8 |
34,7 |
1825 |
1 Genn. 761,3 |
28 Dic. 725,0 |
36,3 |
1826 |
7 Febb. 718.6 |
9 Genn. 729.3 |
29,3 |
1827 |
14 Aprile 758,9 |
19 Marzo 728.4 |
30,5 |
1828 |
19 Genn. 763,4 |
7 Marzo 731,8 |
31,6 |
1§29 |
13 Dicem.757,3 |
23 Genn. 725,7 |
31,6 |
1830 |
22 Ottob. 758,9 |
25 Dic. 730.7 |
28,2 |
1831 |
10 Febb. 759.5 |
29 Genn. 727.5 |
32,0 |
1832 |
23 Genn. 760,4 |
21 Marzo 735,9 |
24.5 |
1833 |
26 Genn. 765,4 |
21 Marzo 737,9 |
27.5 |
1834 |
27 Febb. 772.8 |
26 Marzo 738,1 |
34,7 |
1835 |
7 Genn. 767,9 |
11 Ottob. 739,9 |
28,0 |
1836 |
23 Genn. 766.8 |
30 Ottob. 729,3 |
37,5 |
1837 |
8 Febb. 765,9 |
4 Marzo 733,6 |
32,3 |
1838 |
1 Genn. 760,4 |
26 Genn. 734,1 |
26,3 |
1839 |
9 Sett. 759,8 |
1 Febb. 738,3 |
21,5 |
1840 |
1 Giug. 760.7 |
20 Ottob. 730,7 |
80,0 |
1841 |
11 Marzo 766,3 |
28 Febb. 728,0 |
38,8 |
1842 |
12 Febb. 766,1 |
24 Genn. 734,5 |
31,6 |
1843 |
19 Dicem. 765,4 |
28 Febb. 731,6 |
83,8 |
1844 |
29 Dicem. 764,3 |
28 Febb. 733,2 |
81,1 |
Medii |
762,43 |
731,45 |
30,98 |
TAVOLA COMPARATIVADELLE ALTEZZE MEDIE BAROMETRICHE E DEI VENTI 9 ORE DI MATTINA |
|||||||
VENTO |
NUM |
ALTEZ. |
VENTO |
NUM. |
ALTEZ. |
VENTI |
OPPOS. |
| di OS. | del bar. | di OS. | del bar. | differ. | medio | ||
|
|
mm |
|
|
mm |
|
|
E |
11 |
753,65 |
O |
87 |
750,60 |
+3,05 |
752,13 |
ENE |
27 |
751,44 |
OSO |
58 |
750,06 |
+1,38 |
750,75 |
NE |
801 |
751,80, |
SO |
218 |
750,74 |
+1,06 |
751,27 |
NNE |
143 |
751,98 |
SSO |
101 |
751,78 |
+0,25 |
751.85 |
N |
289 |
752,84 |
S |
275 |
751,80 |
+1,04 |
752,32 |
NNO |
96 |
753,38 |
SSE |
80 |
751,35 |
+1,98 |
752,84 |
NO |
140 |
752,91 |
SE |
49 |
750,81 |
+2,10 |
751,86 |
ONO |
43 |
751,82 |
ESE |
8 |
750,94 |
+0,88 |
751,38 |
3 ORE DI SERA | |||||||
E |
22 |
752,54 |
O |
90 |
751,19 |
+1,35 |
751,87 |
ENE |
27 |
752,34 |
OSO |
139 |
750:58 |
+1,46 |
751,46 |
NE |
251 |
750,90 |
SO |
494 |
751,60 |
—0,70 |
751,25 |
NNE |
70 |
751,58 |
SSO |
174 |
751,51 |
+0,07 |
751,54 |
N |
82 |
752,18 |
S |
141 |
751,39 |
+0,81 |
751,76 |
NNO |
83 |
753,36 |
SSE |
70 |
750,51 |
+2,85 |
751,94 |
NO |
100 |
751,06 |
SE |
61 |
752,05 |
—0,99 |
751,55 |
ONO |
57 |
750,72 |
ESE |
11 |
751,64 |
—0,92 |
751,18 |
TEMPERATURA MEDIA DEGLI ANNI 1821 AL 1844 I. MEDII MENSUALI |
||||
Mesi |
Lev. d. S.e |
2.h sera |
Medii |
Differ. |
|
° |
° |
° |
° |
Gennajo |
5,25 C |
10,74 C |
8,00 C |
5,49 C |
Febbrajo |
5,66 |
12,11 |
8.89 |
6,45 |
Marzo |
6,87 |
14,35 |
10,61 |
7,48 |
Aprile |
9,51 |
18,07 |
13,79 |
8,56 |
Maggio |
13,46 |
23,00 |
18,23 |
9,54 |
Giugno |
16,64 |
26,50 |
21,57 |
9,86 |
Luglio |
18,98 |
29,47 |
24,22 |
10,49 |
Agosto |
19 03 |
29,49 |
24.26 |
10,46 |
Settembre |
16,68 |
25,51 |
21,10 |
8,83 |
Ottobre |
12,98 |
20,88 |
16.93 |
7,90 |
Novembre |
9,19 |
15,47 |
12.33 |
6,28 |
Dicembre |
6,95 |
12,54 |
9,75 |
5,59 |
Medii |
11,77 |
19,84 |
15,81 |
8,08 |
| II MEDII ANNUALI | |||||
|
° |
|
° |
|
° |
1821 |
15,82 C |
1829 |
15,63 C |
1838 |
14,62 C |
1822 |
16,94 |
1830 |
16.74 |
1839 |
16,32 |
1823 |
15,93 |
1831 |
17,43 |
1840 |
16,43 |
1824 |
15.94 |
1833 |
15.94 |
1841 |
14,98 |
1825 |
15,81 |
1834 |
16,69 |
1842 |
13.37 |
1826 |
15 75 |
1835 |
15,94 |
1843 |
14,81 |
1827 |
15,00 |
1836 |
15,15 |
1844 |
14,96 |
1828 |
17,00 |
1837 |
13 28 |
|
|
|
Medio di 23 anni 15,70 | ||||
MASSIMI E MINIMI ANNUALI DELLA TEMPERATURA |
|||||||
| Anni | massimi | minimi | Diff. | ||||
1821 |
9 |
Luglio |
+ 33°,1 C |
7 |
Febbrajo |
—2°, 5 C |
35,6 |
1822 |
22 |
Giugno |
33,8 |
30 |
Dicembre |
-3,5 |
37,3 |
1823 |
4 |
Agosto |
32,5 |
1 |
Gennajo |
—0,5 |
33,0 |
1824 |
7 |
Agosto |
37,5 |
4 |
Marzo |
0.0 |
37,5 |
1825 |
29 |
Giugno |
83,4 |
6 |
Gennajo |
0,7 |
34,1 |
1826 |
14 |
Agosto |
84 1 |
17 |
Gennajo |
—1,5 |
35,6 |
1827 |
19 |
Agosto |
38,1 |
19 |
Gennajo |
—2,5 |
40,6 |
1828 |
10 |
Agosto |
35,6 |
20 |
Gennajo |
+1,0 |
34,6 |
1829 |
16 |
Luglio |
38,5 |
12 |
Febbraio |
—5,2 |
38,7 |
1830 |
15 |
Luglio |
36,2 |
5 |
Marzo |
—0,5 |
36,7 |
1831 |
14 |
Agosto |
36,2 |
31 |
Gennajo |
0,0 |
86,2 |
1832 |
14 |
Luglio |
35,0 |
1 |
Gennajo |
+4,7 |
30,3 |
1833 |
18 |
Agosto |
82,8 |
24 |
Gennajo |
0,0 |
32,8 |
1834 |
13 |
Luglio |
83,9 |
20 |
Marzo |
—1,5 |
85,4 |
1835 |
10 |
Agosto |
84,0 |
12 |
Dicembre |
+0,2 |
33,8 |
1836 |
12 |
Luglio |
84,4 |
3 |
Gennajo |
—5,3 |
39,7 |
1837 |
17 |
Agosto |
82,3 |
2 |
Gennajo |
0,0 |
32,8 |
1838 |
18 |
Luglio |
81.4 |
17 |
Dicembre |
+1,2 |
80,2 |
1839 |
19 |
Luglio |
34,0 |
5 |
Febbrajo |
+0,4 |
33,6 |
1840 |
21 |
Agosto |
82,0 |
27 |
Febbrajo |
—2,2 |
34,2 |
1841 |
17 |
Luglio |
89,0 |
1 |
Marzo |
0.0 |
39,0 |
1842 |
5 |
Agosto |
33,0 |
26 |
Gennajo |
—3,6 |
36,6 |
1843 |
17 |
Luglio |
33,5 |
6 |
Gennajo |
—2.5 |
36,0 |
1844 |
7 |
Luglio |
35,5 |
11 |
Gennajo |
—2,9 |
38.4 |
Medie |
26 |
Luglio |
+34.87 |
24 |
Gennaio |
—1.14 |
35,51 |
VENTI OSSERVATI DAL 1833 AL 1844 | |||||||||||||
Vento |
Genn. |
Febb. |
Marzo |
Aprile |
Maggio |
Giugno |
Luglio |
Agosto |
Sett. |
Ottob. |
Nov. |
Dic. |
Totale |
E |
5 |
5 |
11 |
9 |
3 |
5 |
7 |
12 |
5 |
15 |
12 |
5 |
94 |
ENE |
14 |
30 |
12 |
35 |
10 |
10 |
2 |
9 |
5 |
20 |
17 |
25 |
189 |
NE |
126 |
122 |
130 |
101 |
69 |
53 |
56 |
68 |
74 |
84 |
88 |
160 |
1131 |
NNE |
78 |
36 |
44 |
43 |
25 |
23 |
8 |
23 |
34 |
46 |
43 |
68 |
471 |
N |
147 |
84 |
87 |
49 |
64 |
55 |
33 |
37 |
81 |
107 |
118 |
163 |
1625 |
NNO |
24 |
20 |
21 |
9 |
9 |
6 |
13 |
16 |
20 |
40 |
32 |
28 |
2 8 |
NO |
43 |
42 |
31 |
26 |
30 |
32 |
40 |
54 |
40 |
34 |
31 |
47 |
4 50 |
ONO |
17 |
24 |
25 |
16 |
26 |
27 |
15 |
26 |
28 |
31 |
28 |
11 |
274 |
0 |
38 |
24 |
55 |
30 |
35 |
51 |
58 |
43 |
29 |
37 |
30 |
24 |
4 54 |
OSO |
29 |
56 |
47 |
52 |
51 |
65 |
77 |
69 |
50 |
37 |
48 |
27 |
608 |
SO |
56 |
76 |
77 |
121 |
129 |
157 |
157 |
168 |
126 |
85 |
77 |
47 |
1276 |
SSO |
55 |
42 |
58 |
64 |
113 |
102 |
101 |
93 |
93 |
70 |
59 |
32 |
882 |
S |
73 |
59 |
87 |
103 |
123 |
91 |
109 |
86 |
93 |
74 |
65 |
40 |
1003 |
SSE |
18 |
29 |
32 |
30 |
25 |
20 |
26 |
18 |
19 |
23 |
37 |
36 |
303 |
SE |
10 |
14 |
23 |
15 |
21 |
12 |
31 |
19 |
17 |
26 |
19 |
20 |
227 |
ESE |
3 |
5 |
0 |
9 |
9 |
6 |
4 |
0 |
4 |
7 |
9 |
9 |
64 _ __ |
STATO DEL CIELO NEI GIORNI DIVERSI DELL’ ANNO |
|||||||||||||
Mesi |
inter. sereni |
inter. nuvol. |
misti e variab. |
piovosi |
grandine |
nevosi |
Mesi |
inter. sereni |
inter. nuvol. |
misti e variab. |
piovosi |
grandine |
nevosi |
|
g |
g |
g |
g |
g |
g |
|
g |
g |
g |
g |
g |
g |
Gennajo |
4,25 |
9,58 |
17.17 |
13,75 |
1,68 |
0 42 |
Luglio |
10.67 |
1,25 |
19.08 |
2,33 |
0.00 |
0,00 |
Febbrajo |
2,67 |
7,92 |
17.67 |
11.92 |
1.33 |
0,33 |
Agosto |
9.75 |
0,92 3.83 |
20.33 |
4,25 |
0,17 |
0,00 |
Marzo |
4,17 |
19.33 |
12,42 |
0,33 |
Settemb. |
5,67 |
20,58 |
7,83 |
0,00 | ||||
Aprile |
7,17 5,50 |
19.00 |
11,67 |
0,00 |
Ottobre |
6,58 |
6,00 |
18,42 |
10.00 |
0.00 | |||
Maggio |
21,58 |
10,08 |
0,00 |
Novemb. |
4,08 |
10,50 |
15,42 |
14 88 |
0.00 | ||||
Giugno |
19,58 |
5,92 |
0,00 |
Dicemb. |
6,00 |
8,25 |
15,92 |
11,08 |
0,08 | ||||
|
|
|
|
Totale |
69,50 |
224,08 |
116,08 |
1,17 | |||||
Il risultamento delle altezze del barometro osservate nel periodo di anni 12. ci offre la pressione atmosferica media 732 mm, 31, ridotta alla temperatura della colonna barometrica di 15 C.
Da tutte le osservazioni termometriche nel corso di anni 23 si ha la media generale di 15, 70 C.
Dalla tavola de' massimi e minimi annuali della pressione atmosferica rilevasi che il massimo estremo ebbe luogo nel dì 27 feb. 1834, giungendo a 772 mm. 8; che il minimo osservato toccò il pili basso punto di 723 mm, 7 nel 2 feb. 1823, e quindi la differenza loro ascese a 49 mm, 1. Nel medio annuale siffatta differenza è solo di 30, 98. Da quella de' massimi e minimi annuali della temperatura risulta, che nel di 17 luglio 1841 accadde il massimo tra massimi di + 39°,0; mentre che il minimo infimo successe nel giorno 3 gen. 1836, di —5°, 3; e perciò la differenza estrema aggiunge i 44°, 3. — Rilevasi ancora da questa tavola nonché dall’altra de’ Medii mensuali della temperatura, che l’epoca del massimo caldo succede intorno ai 26 luglio, e quella del più gran freddo circa il 24 gennajo; ascendendo la variazione totale della temperatura nell'anno a 35°, 51 C nel medio.
Nel confronto, per soli cinque anni, tra la pressione atmosferica e i venti contemporaneamente ad essa notati, si ravvisa di già lo stato barometrico più alto predominante co’ venti boreali; ed inoltre la maggior frequenza in generale de' venti australi. Più ancora questo ultimo risultamento emerge dalla esposizione de' venti (Tav. VI). Spirano, il libeccio 1276 volle, lo scirocco 227 volte, mentre che nello stesso intervallo di tempo l’Est non si fa sentire che 94 volte, e l’Est-sud-est non più di 64 volte.
Se la Meteorologia si occupasse solo di quei fenomeni interessanti pe’ vantaggi che procurano, o pel nocumento che arrecano, queste che qui riferiamo meteore luminose od enfatiche, non dovrebbero far parte di questo Sguardo, por la ninna utilità o pel niun danno che ne deriva. Ma poiché come Scienza disamina pur quelli che son sorprendenti pel diletto che procurano, per l’ammirazione che destano; ben è giusto che in queste pagine la memoria si registri anche di quelle meteore, che avendo una volta la sorpresa e la maraviglia degli uomini eccitato, possano nel ricorso, transitorio per talune, oppur costante per tal altra, vieppiù dilettare a misura che meno sorprenderanno Risapersi di esser le medesime qualche altra volta comparse.
Parello. Apparve questa meteora sull’orizzonte di Lecce il di 15 aprile del 1821 ad ore undici e tre quarti d’Italia. Dalla descrizione fattane dal Professor Costa, ed inserita negli Annali Civili del Regno delle Due Sicilie vol. VI. 1834, togliamo pel nostro proposito questi soli particolari del fenomeno: e da un lato miravasi il cielo sereno, dall’altro ingombro di lunghe e svariate strisce di un vapor bianco ed uguale. Dietro questo sorgeva il sole dall'oriente ed i raggi ne venivano alquanto rifratti. Non molto dal sole discosto, verso il settentrione, vedevasi una delle strisce del vapore, come piramide la cui base fosse all’orizzonte troncata. In questa il sole stampava la sua immagine e tramandavala ai nostri sguardi. Traversavala un arco di cerchio iridato esteso per circa 40 gradi, a cui il vero sole era centro. In sul principiar del fenomeno il parelio era vivissimo ma non perfetto, e l’arco poco visibile. Indi in men di un minuto primo l’immagine divenne intera, se non che dalla parte opposta al sole prolungava alcuni raggi luminosi, come se fosse la coda di una cometa. Allora l’arco assai vivacemente e distintamente mostrò i sette colori dell'irido; e sì nitido durò lo spettacolo per cinque minuti.
Paraselene. Della doppia paraselene osservata nella sera del 1. maggio 1817 è dovuta la memoria che se ne serba al fu Cav. Egg, fondatore della bella e grandiosa fabbrica di lavori di cotone stabilita in Piedimonte di Alife. Valente egli anche nella pittura ne formò un quadro in tela che colla descrizione del fenomeno rimise al Segretario perpetuo della Reale Accademia delle Scienze Cav. Teodoro Monticelli. Nel presentar questi alla Società lo scritto dell’Egg, di sue dotte riflessioni corredavate, delle quali ci gioviamo nel presente ragguaglio.
Alle 11 della sera videsi la luna piena adorna di quattro pennelli lucidissimi, bianchi od in forma di croce disposti. Nel tempo stesso era il disco lunare coronato da un gran cerchio, il quale nell’esterno era di un color bianco sensibilmente digradanlesi sino a confondersi coll’aria, e nell'interno mostravasi di un cupo azzurro, che non distinguevasi dall'oscuro de' nuvoli posti fra la luna e l’alone. Nello stesso piano orizzontale, alla distanza di 30 gradi dalla parte orientale ed occidentale della vera luna comparvero due false lune, le quali imitavanla cosi bene, che non solo gareggiavano con la vera per vivacità e splendore,ma giungevano anche a far discernere in esse ad occhio nudo pur le principali macchie del disco lunare. In sul vertice dell’alone che circondava la luna reale, un altro ne sovrastava bianco nella parte esterna ed iridato nell’interna, di cui non potè osservarsi che un picciolo segmento, perché il resto era immerso nelle nubi, ond’era l’alto del ciclo ingombrato. Si lasciò bellamente guardare questo raro e grazi vso spettacolo per ben 35 minuti; indi seguendo la luna nel suo corso, scomparve affatto dopo un’ora ed un quarto.
Era la temperatura di quella notte piuttosto calda che fredda, e spirava il vento Sud-est. L’orizzonte era pregno di trasparenti vapori, e la densità delle nubi non rendeva visibili che soli quattro de' nostri pianeti.
Tre singolari circostanze rilevar faceva Monticelli nel descritto fenomeno; 1. l’eguaglianza delle due corone ed il non essere eccentriche, ma l’ima perpendicolare all'altra; 2. il non essere disposte in cerchio ed obliquamente dia vera lima, come sogliono mostrarsi, ma nella stessa linea parallela all'orizzonte; e 3. la rara e graziosa disposizione quattro pennelli luminosi, che in quattro parti dividevano la luna, l’alone ad essa concentrico, e lo spazio celeste. Faceva inoltre avvertire il dotto professore il concorso di tutte le circostanze necessarie per l'apparizione della meteora, come adire l’abbondanza de' vapori acquosi nell’atmosfera,una temperatura tale che raddolcita dal tepore del vento Sud-est fu capace di fondere la neve e mantenerla sospesa ed ondeggiante nell’aria in globetti semifusi o cilindri verticali. E che una temperatura suscettibile di tutte le indicate circostanze regnato avesse nelle alte regioni, malgrado che il signor Egg. per mancanza di strumenti avesse indicata la temperatura atmosferica colla vaga espressione di piuttosto calda che fredda, poteva dedursi dal trovarsi allora il Matese, i Monti che circondano il cratere Napolitano e lo stesso Vesuvio ricoperti di neve (39).
Fata Morgana. Ci crediamo nel dovere di slargarci alquanto su questo argomento in grazia della rarità del fenomeno, che non può negarsi di essere veramente maraviglioso. Il molto che se n’è scritto, trovandosi diligentemente raccolto nel Saggio di Meteorologia, compilato dal Prof. Giacomo Maria Paci, ne offre di che soddisfare lo scienziato, l’erudito ed il curioso, a ciascuno de' quali intendiamo di riuscir grati con questo nostro lavoro.
Il fenomeno della Fata Morgana deve considerarsi sotto triplice aspetto; 1. come Miraggio (40) acquoso; 2. come Miraggio acquoso-aereo; e 3. come Morgana aerea o sospesa, secondo che gli oggetti si osservano da Reggio o esclusivamente sullo specchio delle acque del Faro di Messina, o sulle acque medesime e sulla soprapposta atmosfera, o solo in aria pendenti.
1. Miraggio acquoso o Fata Morgana del Faro di Messina. Quando la tersa superficie del mare non è affatto alterata dalle maree o increspata da’ zefiri, ed il sole della mattina trovasi elevato in guisa da mandarne i suoi raggi ad un angolo di circa 45 gradi; tutti quelli che si trovano in riva del cratere di Reggio, ed in preferenza ne’ siti elevati, veggono in quelle acque una magica rappresentanza di svariatissimi oggetti. Son essi innumerevoli pilastri, colonne, archi, castelli, grandiose torri, alberi annosi e fronzuti, vasti campi, esercizii di armati a piedi ed a cavallo, greggi ed altre bizzarre immagini dipinte co’ proprii colori, che succedendosi le une alle altre in varii atteggiamenti costituiscono l'incantevole fenomeno della Fata Morgana (41). Alla descrizione data dal P. Angelucci in una lettera da lui diretta al P. Leone Sanzio di quella osservata nel di 14 agosto 1646, che farebbe mestieri riportare per formarsene idea, ci placo sostituir quella d'Ippolito Pindemonte, che quantunque poetica, non è per nulla esagerato dalla sua fantasia.
E già nato era il sol: quand’ecco in fretta
Donne e fanciulle. ogni uom correre al mare
Veggio, e gridar Morgana odo, Morgana,
E Morgana iterar gli scogli e l' onde.
Precipitiam le scale, e in erto loco
Su l’orme del mio duce i passi affretto.
Qui l’alto agli occhi miei prodigio nuovo
S'offerse: fiato non movea di vento,
E quale specchio era il mar terso e immoto.
Oh cara vista! un lungo in prima io vidi
E sul mare e nell'aria ordin fuggente
Di colonne con archi e dense torri,
E castella e palagi a cento a cento,
L’uno appo l’altro, e l’uno all’altro imposto.
Poi la scena mutando, ecco sfilarsi
Mille viali di ben culte piante,
E fiorir sotto a innumerevol greggia
Mille colline: indi mutando ancora,
Schiere di fanti e di cavalli armato
Muover come ad assalto, e le faville
Di vicina battaglia in cor volgendo,
Ed altre varie forme e pinti aspetti
Che vengono e che van, tornati, dan loco
A pinti aspetti e ad altre varie forme,
Qual fosse pe’ deserti ampli del cielo
Un rapido varcar di mondo in mondo:
Spettacol solo, e in faccia a cui son nulla
Quant’ornare il Sebeto, ornar la Senna
Ludi scenici udiam, nulla far quanti
Brillar di Scauro e di Pericle ai giorni
Vider classiche terre, Atene e Roma.
2. Miraggio acquoso-aereo. Se alle cagioni che producono la Morgana marina si aggiunge un'aria molto vaporosa e non turbata da venti, i Reggitani allora lunghesso lo stretto di Messina, e fino all'altezza di circa trenta palmi veggono nel tempo stesso e nelle acque e nell'aria la magica scena, ma con immagini di tinte più dilavate e di meno precisi contorni. Il signor Ribaud, essendone stato spettatore verso la metà di luglio del 1609, ne ha lasciato una descrizione, di cui son questi i particolari da notarsi. Incominciato avendo il sole ad illuminare il Canale, videsi esalarne un vapore che cresceva coll'elevazione del sole o si condensava rifrangendone i raggi, ed impedendo la vista della costa di Messina o delle interne montagne, il vapore, lucido dapprima, si confuse poscia col cenericcio colore del cielo, ed indi il mare ed il vapore divenuti perfettamente chiari ed indi cristallini, simili a quelle grandi vedute che ne’ primarii teatri di Europa si rappresentano co' fuochi di Bengala, mostrarono come in uno specchio diviso in varie facce tanti oggetti in confuso ed indiscernibili.
Il marinaro che guidava l'osservatore lo avverti che in una certa distanza si vedevano molti palagi, dove volto lo sguardo, una cogl'indicati palagi vide molte altre fabbriche in forma di torri o campanili di color chiaro-scuro, e ripetuti di tratto in tratto in tutte quelle file di specchi presentati dalle varie onde spianate del mare andando verso Sicilia. Più altri svariati oggetti gli occorse di vedere a sinistra, come a dire edilizii frammezzati di alberi, muri, archi ed altre cose che non riusciva distinguere. Mentre cercava di affisarli, cambiossi per un istante la scena, parte di quelle visioni dileguandosi e parte abbassandosi o dilungandosi. Vide a dritta molti bastimenti sì che parevano un’armata numerosa in mezzo di una città e di una foresta per gli alberi, case, torri e campanili onde parevano circondati. Erano quei navigli quegli stessi che trovavansi ancorati nella rada di Messina, perchè lungo il canale verso Calabria non ve n’era neppur uno. Tutta la scena dispone come quando cade il sipario, perchè un'aura di vento increspando la superficie del mare aveva pur dissipato il vapore. Non appena la folata passò, e in scena riapparve bella come prima; ma il fenomeno non durò più di 12 a 14 minuti.
Questa specie di miraggio occorse por avventura anche sul Lago di Averno al Marchese Giuseppe Ruffo nell’ultimo giorno di marzo del 1812. Potendosene leggere la pittoresca descrizione che il dotto uomo facevano nel IV volume degli Annali Civili del Regno (1854), ci asteniamo di darne qui un riassunto.
3. Morgana aerea. Per effetto di questa specie di meteore ai Reggitani accade spesso di osservare l' opposta Sicilia e Messina coloro fabbricati, fortezze, ville, campagne e navigli, talmente avvicinate alla loro spiaggia, che arrivano a veder distintamente le sentinelle sui baluardi, le carrozze, i cavalli camminar per le strade, fino ai più minuti oggetti. In una lettera di Michele Saffioti intorno al fenomeno Fata Morgana, è descritta l'apparizione che di questa natura egli osservò nel 26 aprile del 1828 verso le ore 14. Gli oggetti dell'opposta riva parevano in vicinanza tale come se fossero discosti un sol miglio; quindi erano sensibili all'occhio tutte le particolarità che a tale distanza si possono discernere. Soffiando i venticelli di ponente, e movendo la corrente vaporosa, il fremito che le comunicavano, faceva apparir vacillanti gli oggetti osservati a traverso della stessa, per modo che la visione spariva, se la forza del vento giungeva a sperdere la massa vaporosa, e non tardava a mostrarsi di nuovo appena cessata la causa agitatrice.
Di tutti coloro che vollero provarsi a dare spiegazione del riferito fenomeno, quelli che meglio si apposero sono il Padre Antonio Minasi dell'Ordine de' Predicatori, ed il lodato signor Marchese Ruffo. Ma siccome il primo ingegnavasi di ragionarne in una dissertazione pubblicata in Roma nel 1773, quando cioè le scienze fisiche vantar non potevano i progressi di oggigiorno; così lasciando a lui il merito di aver esposte con sano criterio tutte le circostanze concorrenti alla produzione della meteora, e di essersi meglio che ogni altro fino allora avvisato nell'assegnarne le cause, ci atteniamo alle soddisfacenti riflessioni del secondo, che conformi ai principii generali dell'Ottica costituiscono nelle precise condizioni che accompagnano il fenomeno le non vaghe ragioni che lo producono. Sono esse: 1.ª Dalla superficie delle acque elevar devesi una nube di vapore vescicolare di uniforme densità. 2.ª I venti non debbono turbare siffatto vapore. Dipende da queste due circostanze la distinta e regolare immagine de' corpi, altrimenti, increspandosi la nube, le immagini si moltiplicano e si svisano.
3.ª Il vapore dev'essere circoscritto in maniera da esserne sgombri gli oggetti reali e lo spettatore; poiché altrimenti non potrebbero i primi trasmettere la loro sembianza sul piano della nube; e l'occhio di chi guarda, se ne fosse avvolto, si troverebbe nel piano delle immagini. 4.ª Deve dominar l'està o l'amena primavera, poiché tra l'aprile e l'agosto l'atmosfera è pregna di vapori, la cui temperatura basta ad innalzarli fin dal sorgere del sole. 5.ª Il sole dev'essere asceso per una piccola parte del suo arco, onde poter spingere in su, egualmente ed a grado a grado quel vapore che nella sera precipita per la sminuita temperatura dell'aria. 6.ª L'occhio infine dello spettatore dev'essere nel punto della riflessione de' raggi incidenti, o in quello del raggio rifratto. Epperò nel concorso delle indicate circostanze la Morgana aerea si produce per riflessione e rifrazione. Sela nube è spessa, riflette la figura de' corpi allocati dietro all'osservatore, la cui visuale far deve coll'immagine dell'oggetto un angolo di qualunque grado. Se per l'opposto egli dirige lo sguardo verso il sole, che illumina gli oggetti, l'intensità della luce diretta abbaglia ed annienta la luce più sbiadata, ovvero la luce riflessa. Se finalmente ei si trova nello stesso cammino de' raggi incidenti, può scorgere allora soltanto le immagini di quelli che gli stanno da lato a dritto e a sinistra.
Pseudo Apoteosi. Sotto questa denominazione i Meteorologi comprendono fenomeni della stessa natura del miraggio, ma terrestre, vale a dire certe apparizioni di ombre, più o meno precise che si dipingono in aria ed esprimono le movenze deʼ riguardanti, di cui son copia or fedele ed ora esagerata in gigantesca dimensione. Accade di osservarne per lo più sulle sommità deʼ monti, sulle cui cime la ignoranza e la superstizione è giunta a fare delle offerte per propiziarsi quegli spettri temuti. Tra i fatti che su questo proposito registra il Paci nel citato suo Saggio di Meteorologia noi togliamo quelli che riguardano alcune località del nostro Regno; e ciò meno per occuparci di fenomeni affatto eventuali, che per offrire di che scagionare la fantasia di coloro, cui toccasse per avventura di vederne, e per dare anche un giusto valore a quelle simili apparizioni, onde sono così spesso ispirati i sorprendenti canti dell'Ossian.
Al P. Minasi da Scilla in un suo viaggio per Soriano in Calabria, traversando un vasto arenoso ed umidissimo vallone, ed avendo il Sole alle spalle, occorse di vedere l'immagine sua e quella del suo pedone impresse sull'opposta atmosfera quasi opacata per una copia di densi vapori. Anche il Marchese Ruffo trovandosi sulla cima del Vesuvio nel 1824 di unita al Cav. Monticelli ed altri, notò un analogo fenomeno. Il fumo che denso e bianchiccio levavasi dai fumajuoli sotto l'orlo orientale del cratere, essendo l'aria tranquilla, rifletteva le loro immagini stranamente ingrandite, ripetendo qualunque loro movimento. E Scipione Mazzella pur attesta, che presso Soleto e Nardò si veggono spesso in aria, soffiando i venti australi, quasi in uno specchio alcune immagini delle cose che sono all'intorno de' riguardanti. Il volgo, ei soggiunge, che non ne conosce la causa, l'imputa a diabolica illusione, mentre ciò avviene per disposizione del luogo ed a cagione dell'aria che s' ingrossa per soverchia umidità.
Fra le altre meteore ignee, che incontra di osservare nella bassa ed alta atmosfera oltre il fulmine e le stelle cadenti, che son fenomeni troppo ovvii tra noi, terrem conto delle bolidi, delle aeroliti e di qualcuna di quelle così dette piogge misteriose, che i Meteorologi mettono in questa categoria.
Bolidi. Son desse un globo di fuoco del diametro apparente minore, uguale, o maggiore di quello della Luna. La loro velocità, quasi sempre in direzione obliqua all'orizzonte, andando soggetta ad irregolari modificazioni, quasi per successivi rimbalzi, e quindi a moti irregolari, ha loro improntato i diversi nomi di Capra saltante, Face, Dragone, Trave ecc. secondo la conformazione che prendono. I diversi casi di loro apparizione fra noi sono questi.
Nel giorno 19 agosto del 1797 a tre quarti della sera videsi sull'orizzonte di Napoli una bolide, che si mosse nell'alto dell'atmosfera tra il Nord-est. Rappresentava una sfera di circa 24 piedi di diametro, e diffondeva tanta luce da illuminarne tutto il cielo. Nel cessare del suo subitaneo apparire si udi una sorda detonazione, in seguito della quale sprigionaronsi dalla parte di Sudovest tre o quattro raggi Ignei divergenti non dissimili dai razzi volanti. Il colore della bolide era ceruleo, il perimetro tinto di verde ma circoscritto leggiermente di azzurro. Durò la meteora cosi descritta circa un secondo, ma cominciatasi a sfigurare, andò decrescendo dalla periferia al centro, finché spari. Fu la stessa visibile anche in altre parti del Regno, come Montefusco, Avellino, Salerno nelle Puglie, ed in tutt' i paesi del cratere (42).
Nella sera del 26 luglio 1806, mentre Napoli era scossa orribilmente dal famoso tremuoto di S. Anna, due pescatori videro uscire dalla sponda del fiume di Castropignano in Molise molto fuoco, che la ricoperse in forma di trave infocata. Arrestatosi per poco il corso delle acque, videro sbalzato in aria un grosso macigno che era in quel letto. Nel tempo stesso un altra simile trave di fuoco spiccatosi dalla spiaggia di Bojano e dirigendosi verso il territorio d' Isernia, vi traforò un forte muro di rinforzo incontrato sulla strada regia, lasciandovi un apertura ovale dell'asse di palmi 16 il maggiore, e di palmi 8 il minore.
Nella sera successiva del 27, alle 3 della notte, comparve nell'atmosfera di Napoli un'altra trave di fuoco lunga cento palmi circa, e del diametro di un palmo, che improvvisamente slanciossi dal Sud al Nord. La sua luce era vivissima, e si lasciava dietro una specie di fumo di color cangiante, che non tardò a dileguarsi. Le sere susseguenti presentarono alla vista, oltre a molte stelle cadenti, alcune accensioni radiate, ed altre a guisa di lucide nubi distribuite in varii punti dell'orizzonte.
Nel primo di agosto finalmente, sul far dell'alba, videsi verso ponente una luce sfolgoreggiante che si conformò in globo di fuoco o di bolide, che dopo aver corso qualche tratto dell'atmosfera,si sparpaglio riducendosi in innumerevoli scintille a guisa di pioggia d'oro. Ebbe luogo questa meteora a tale altezza dell'atmosfera, che potè esser visibile nella costiera di Amalfi e nelle Puglie (43).
Nella città di Matera in Basilicata pur si vide una gran bolide di forma sferoidale e del diametro apparente di quattro piedi. Dopo il rapide corso di un miglio circa andò a precipitarsi in un profondo torrente, che rasenta in parte la città, sciogliendosi in tante fiammette di fuoco che tosto dileguaronsi, lasciando forte puzzo di bitume e di solfo.
Sull'imbrunir del 13 agosto da Oratino verso Montagano in Molise, ovvero verso il Nordest, si osservò a piccola altezza dalla terra e per tre quarti d'ora una bolide enorme dell'apparente diametro di circa palmi dodici, luminosa ed adorna di una lunga coda infocata (44).
Apparve il 29 novembre del 1820 alle due della sera la bolide che per tre minuti primi, ma vivissimamente, illuminò tutta l'Italia. Sotto forma di mezza luna arroventata, che poi si converti in globo luminoso, fece il suo corso parabolico dal Nord al Sud, ed a quell'altezza in cui trovasi il Sole a 4 ore dopo il suo sorgere. Disparve sciogliendosi in due larghe strisce lucide tangenti e perpendicolari alla superficie del mare. La sua luce simile a quella del fosforo, imito dapprima il chiaror dell'aurora, indi quello del pieno meriggio, in guisa che Napoli ed il suo cratere offrirono tal vago spettacolo, che pareva fosse la regia degli Dei per incantesimo rappresentata in un vasto teatro (45). Dal rapporto di Pasquale Manni di Lecce rilevasi di essere stata prodotta questa meteora da un'aerolite, perchè surta dopo uno scoppio sensibilissimo nelle parti orientali e meridionali del Regno seguita nel suo corso da un romoreggiante muggito, ed estinta con uno scoppio orrendo (46).
Alle 5 ore italiane della notte del 7 marzo antecedente a quella in cui avvenne il tremuoto, la Città di Potenza, fu anche spettatrice di una simile meteora. Una massa del color della fiamma, che verso occidente calò dall'alto dell'atmosfera, rischiarò per modo le tenebre di quella notte da eguagliare la luce del giorno. Non durò che un solo minuto, e si estinse scoppiando col fragore del tuono (47).
Aeroliti. Quando null'altro vantaggio cavar si dovesse dallo storico cenno di questi fenomeni meteorici, che quello di poter restituire a sommi scrittori antichi la integrità della loro riputazione; non sarebbe a tenersi per poca cosa esso solo, se per aversi non fa d'altro mestieri che liberare al più possibile gli animi degli uomini dalla fatuità della meraviglia.
Che non si è detto dai pedanti della credulità di Livio, nella cui storia è parola di certe piogge di pietre e di sangue? Quanta leggerezza in pensare di Plinio, che avesse potuto bere si grosso, come coloro sel pensano, cui giungono affatto nuovi certi naturali prodigi? Delle aeroliti in ispecie si ė mai sempre parlato come di cose gratuitamente asserite, fino a che la scienza non si è impossessata dei fatti per ispiegarne la cagione, e la storia nonne ha registrato tanti casi, cui sarebbe follia non volere aggiustar fede. È adunque indubitato che dall'atmosfera realmente precipitano delle pietre, e che la loro caduta globi di fuoco e meteore ignite precedono, per lo che fra queste comunemente si annoverano. Rompendosi d'ordinario quei globi con uno scoppio simile a quello del tuono, e risolvendosi in masse dure di svariata grandezza, piombano sulla terra e vi si profondano più o meno, ove trovansi sempre calde e talvolta splendenti, e di forma quasi sempre rotonda.
Varia il loro peso tra le poche once e le centinaja di libbre, come può rilevarsi dal catalogo cronologico di Chladni, dal quale togliamo la notizia di quelle che ricordansi cadute nel nostro Regno nel secolo corrente. Oltre adunque di quella del 1585 di 30 libbre, di cui, come cennammo a pag. 9, parlò Francesco Imperato, non abbiamo altra memoria di pietre meteoriche, che di quelle vedute a Cotrone il giorno 14 marzo del 1813 durante la caduta di una gran quantità di polvere rossa, di cui or ora qui appresso diremo qualche cosa.
Tra le varie spiegazioni date di queste meteore da' fisici più distinti, ne piace di qui recare quella, che il professore Ernesto Capocci proponeva ad occasione della bolide del 29 novembre 1839. In una memoria che ei lesse alla nostra R. Accademia delle Scienze conchiudeva sulla periodicità delle bolidi coincidente coll'affluenza delle stelle cadenti, specialmente nei giorni 10 agosto e 10 novembre. Dall'altezza poi e dalla curva della trajettoria della bolide, e dalla sostanza magnetica delle aeroliti inferì di provenir esse dagli spazii celesti fuori dell'atmosfera terrestre. Suppose quindi trovarsi disseminata in quegli spazii un'immensa quantità di materia a varie liste o correnti in istato elettrico, le cui parti più minute attratte dai poli magnetici della terra sarebber quelle che producono le aurore polari; le parti più grandicelle risultanti da magnetico accozzamento delle precedenti formerebbero la materia delle bolidi e delle aeroliti, e le più grandi finalmente, sfuggendo all'attrazione de' pianeti ed ingrossandosi nel loro cammino di materia consimile, costituirebbero, secondo lui, le comete.
Avendo una tale ipotesi già meritata l'approvazione del celebre Humboldt, noi ci crediamo appieno giustificati se ad altre spiegazioni la preferimmo.
Piogge misteriose. Riportiamo qui quella pioggia di ferro da Plinio ricordata come avvenuta nella Lucania l'anno innanzi alla disfatta di Crasso, di cui moltiplici esempii registrati dal Chladni rifermano l'autenticità, e passiamo a parlare di qualcuna di quelle ben dette misteriose, perchè di sangue, di cenere, di polvere ecc. descrivendo la dianzi citata pioggia del 13 marzo 1813, di cui il Cav. Sementini riferì alla Reale Accademia delle Scienze (48) anche il risultato chimico che ne ottenne dall ' analisi. Soffiava in detto giorno gagliardo vento di levante, e gli abitanti di Gerace vedevano una densa nube dal mare accostarsi a poco a poco al continente. Calmatosi il vento verso le due e mezzo pomeridiane, la nube, che dapprima sembrava di color rosso pallido ed indi del color di fuoco, già copriva le montagne vicine, e ad intercettar cominciava i raggi del sole. Quand'ecco la Città tutta involta in tenebre così fitte che dalle quattro in poi bisognò si accendessero i lumi nelle case. Atterrito il popolo dalla oscurità e dal color della nube, corse in folla alla Cattedrale per offrirvi il sacrificio delle pubbliche preci. Ma sempre crescendo le tenebre, specialmente dalla parte settentrionale, e fattosi il cielo del colore del ferro rovente, incominciò l'aria a rimbombare pei tuoni accompagnati da striscianti saette, al che anche il mare, comechè discosto sei miglia, aggiungeva il fragore de' suoi muggiti per accrescere vieppiù lo spavento. Incominciarono quindi a cadere delle grosse gocce di pioggia rossastra, cui dicevano chi pioggia di sangue e chi di fuoco. Ma tutto cessò al sopraggiungere della notte.
Quella stessa pioggia di polvere rossa cadde non solo sulle Calabrie, ma nel tempo stesso anche nell'estremo opposto degli Abruzzi, ed in taluni luoghi della capitale, senza però quell'apparato eccitatore di popolari commozioni (49). Aveva la polvere un color giallo di cannella, sapor terroso scipito, ed era di tanta sottigliezza da parer untuosa al tatto. Riscaldata cangiò il colore diventando bruna, indi affatto nera, e ad una temperatura più elevata, rossastra; i quali cangiamenti erano dovuti ai diversi gradi di ossidazione del ferro. Dopo di averla sottoposta all'azione del fuoco, sia nello stato di color nero, sia in quello di rossastro, lasciava scorgere ad occhio nudo molte laminette lucide, che erano mica d'oro. In quest'ultimo stato non faceva più effervescenza cogli acidi. Il suo peso specifico era di 2,07, e l'analisi chimica ritrovò di
Silice |
33,0 |
Allumina |
15,5 |
Calce |
11,5 |
Cromo |
01.0 |
Ferro |
14,5 |
Acido carbonico |
09,0 |
Perdita |
15,5 |
|
100,0 |
Altre esplorazioni dovute ad un'analisi più minuta legger si possono in PACI, a pagina 346 dell'opera citata.
Anche il Zanichelli nel tomo XVI degli Opuscoli di Calogerà parla di una pioggia di terra attirabile dalla calamita, avvenuta il dì 21 maggio del 1737 sul mare Adriatico tra Monopoli e l'isola di Lissa.
Per modo di generale spiegazione de' descritti fenomeni ne piace di chiudere questo cenno di piogge misteriose con una osservazione dell'illustre Cav. Cagnazzi. «Qui mi conviene far notare, egli dice (50), che l'elettricismo atmosferico è capace di sostenere nell'atmosfera del polverio terrestre. Nell'anno 1794 il dì 18 giugno, facendo le mie osservazioni sopraddette (in Altamura sua patria) vidi placidamente venire dall'Ovest un fosco nembo temporalesco. Mi fu ciò di maraviglia, poiché giammai non aveva veduto direttamente venirne da tale plaga, ma bensì dal Nord-ovest. Le osservazioni ellettroscopiche m'indicavano molto elettricismo positivo; ed in luogo di scoppiarne un temporale, vidi cadere della polvere, come altra volta aveva veduto,senza poter fare ulteriori osservazioni. Posi allora esposto all'aria un recipiente metallico ben isolato, nel quale ricevei il polverio, che riconobbi vulcanico, molto elettrizzato, attirabile in qualche modo dalla calamita. Dopo la caduta di tale polverio, la nube passò innanzi. Dalle notizie ricevute dopo cinque giorni intesi esservi stata una eruzione ben forte del Vesuvio il di precedente alla caduta di quel polverio o cenere vulcanica. Allora io compresi che non per forza di projezione le ceneri vulcaniche vengono trasportate a lunghe distanze, ma per forza elettrica. Fui il primo ad annunziare ai dotti tale mia idea, la quale servì a sostenere la formazione de' meteoroliti, sulla quale si dubitava allora».
Terminiamo questo Sguardo al punto dal quale avremmo dovuto esordirlo, considerando l'acqua, sotto qualsivoglia forma si appalesi, appetto delle altre meteore fin qui discorse, come un elemento importantissimo a determinarsi per la grande influenza che esercita sui prodotti della terra, sulla salubrità delle stagioni, e sulla portata de' fonti, de' rigagnoli e de' fiumi, che sono per la vita vegetativa e pel movimento delle umane società quel che le vene del sangue per la vita animale.
Pioggia. I venti che sogliono portarci la pioggia sono ordinariamente lo scirocco, l'ostro-scirocco, il ponente-garbino, il ponente-maestro, e la tramontana-greca nelle provincie del lato occidentale degli Appennini, ovvero sul Tirreno; il levante, il levante-scirocco ed il levante-greco in quelle dell'orientale sull'Adriatico e sul Jonio. La quantità di pioggia che danno i primi supera circa di un terzo quella de' secondi.
Ecco ciò che in proposito e di preciso riusciva a del Re raccogliere nella sua Descrizione Topografica fisica ecc. «Secondo de Lametherie. egli dice, la quantità media delle piogge annuali d'Italia è di 26 pollici nelle regioni verso l'Adriatico, e di 39: 8: 5 in quelle verso il Tirreno. Ma dalla seguente comparazione del nostro Giuseppe Maria Giovine inserita nel tomo XIII degli Atti della Società Italiana delle Scienze, se ne ha un medio di 25: 1: 5 nelle prime, di 39: 3: 1/12 nelle seconde, e di 32: 2: 45/100 per tutta l'Italia. Dalla Tavola però che si trova nel Saggio Meteorologico del Toaldo, nella terza edizione, si deduce che, corretti i medii di Altamura, di Ariano e di Molfetta, ed aggiunto il medio di Teramo, quello di tutta l'Italia è di pollici 41: 6: 24/100.».
La cagione di tale varietà sarebbe, secondo il Cavaliere de Renzi, la seguente. Tutta l'ampiezza del Mediterraneo si apre dirimpetto alle sponde tirrene, ed i venti del Sud che vi predominano depositandovi tutta la strabocchevole quantità di vapori che vi menano, incontrano le fredde vette degli Appennini: ove arrestati si rompono in abbondevoli piogge. Dalla parte dell'Adriatico d'altronde non è largo il mare percorso da' venti dell'Est e del Nord; e quei vapori che da esso e dalle sue maremme s'innalzano, o vanno ad accumularsi sui prossimi Appennini centrali dovesi sciolgono in piogge, o trapassano nella Dalmazia dove il medio delle piogge annuali è assai maggiore che non è pel Regno nostro. Gli Appennini formano tra noi il centro delle meteore elettriche; essi sono i raccoglitori delle nubi; e siccome essi torreggiano quasi a picco verso il Mediterraneo, e per contrario van lentamente declinando verso l'Adriatico, così anche per tale ragione sono le piogge più copiose verso le spiagge meridionali ed occidentali del Regno.
I pollici 5 segnati per Napoli prima delle seguenti tavole fia bene considerarli come risultamento di annate straordinarie; dappoiché per le osservazioni per 10 anni consecutivi di Nicola Cirillo, e per quelle raccolte sulla Reale Specola di Capodimonte per circa altrettanti anni, si può ritenere che l' altezza media sia di 30 pollici a un dipresso.
La maggior quantità di pioggia cade fra noi nell'autunno, la minore nella estiva stagione. Pare che i vapori in quest'essa raccolti. accumulatisi nel vasto seno dell'atmosfera, si vadano più facilmente addensando allorché il sole si avvicina al tropico di Capricorno.
Ricavava dalle sue osservazioni l'arciprete Giovine, che nelle Puglie,di 76 giorni piovosi, ne appartengono 25 all'autunno, 23 all'inverno, 17 alla primavera ed 11 all'està. Presso a poco può ritenersi la stessa proporzione per Napoli, dove di 90 giorni piovosi circa 30 sono dell'autunno, 27 dell'inverno, 20 della primavera, e 13 dell'està.
Le piogge inoltre avvengono fra noi più di giorno che di notte. Le ore in cui sono più frequenti sogliono essere dopo l'uscita del sole e le meridiane, quando appunto maggiore è l'accumulo dell'elettrico nel seno dell'aria. Le piogge estive sono d'ordinario più violente e tempestose, più continuate ed uniformi quelle dell'autunno.
Ecco intanto nelle tre Tavole seguenti il medio della pioggia che annualmente cade ne' principali luoghi d'Italia posti sul Tirreno e sull'Adriatico; in ciascuna provincia del Regno; ed in Napoli. Gli elementi, che han servito a formar le due prime, non offrono, adire il vero, lo stesso grado di certezza, ma possono ritenersi per prossimi alla verità.
ALTEZZE ORDINARIE DELLA PIOGGIA IN ITALIA |
|||||
| NEL LATO OCCIDENTALE | NEL LATO ORIENTALE | ||||
DENOMINAZIONE DE’ LUOOHI |
POLL. |
LINEE |
DENOMINAZIONE DE7 LUOGHI |
POLL. | LINEE |
Genova |
51 |
7 4/12 |
Venezia |
33 |
11 5/12 |
Livorno |
35 |
5 » |
Chiozza |
26 |
7 10/12 |
Pisa |
45 |
9 10/12 |
Ferrara |
25 |
6 6/12 |
Roma |
28 |
6 4/12 |
Teramo |
20 |
5 5/12 |
Napoli |
35 |
» » |
Molfetta |
19 |
» 8/12 |
Totale |
m |
4 6/12 |
Totale |
125 |
7 6/12 |
Medio |
39 |
3 3/12 |
Medio |
25 |
1 5/12 |
ALTEZZA MEDIA DELLA PIOGGIA ANNUALE |
||
NELLE PROVINCIE DI |
POLLICI |
LINES |
Napoli |
30 |
0 |
Terra di Lavoro |
29 |
8 |
Principato Citra |
29 |
6 |
— Ultra |
31 |
5 |
Basilicata |
30 |
11 |
Calabria Citra |
28 |
9 |
— Ultra II |
27 |
3 |
— Ultra I |
27 |
7 |
Abruzzo Ultra I |
24 |
3 |
— Ultra II |
22 |
9 |
— Citra |
24 |
8 |
Molise |
25 |
4 |
Capitanata |
20 |
7 |
Bari |
19 |
6 |
Terra d’Otranto |
28 |
2 |
QUANTITÀ’ DELLA PIOGGIA CADUTA IN NAPOLI |
|||||||||||||
Nell’anno |
Gen. |
Febb. |
Marzo |
Aprile |
Maggio |
Giugno |
Luglio |
Agosto |
Seit in. |
Oltob. | |
Nov. |
DiC. |
Toh le |
|
cm |
cm |
cm |
cm |
cm |
cm |
cm |
cm |
cm |
cm |
cm |
cm • |
. cm |
1821 |
4,H |
3,07 |
12,64 |
5,% |
3,38 |
8,05 |
1.51 |
4,53 |
2,19 |
10 10 |
2,89 |
8,55 |
66,87 |
1822 |
10,17 |
0,00 |
1,90 |
7,70 |
3,33 |
4,25 |
2,37 |
0,78 |
6,73 |
14,03 |
7,14 |
6,71 |
65,11 |
1823 |
14,13 |
5,25 |
10,91 |
4,60 |
0,14 |
6,11 |
0.22 |
0,00 |
7,96 |
10,89 . |
9 44 |
10,91 |
80,64 |
1824 |
5,25 |
4.28 |
18,32 |
8,02 |
2,25 |
4,74 |
0,00 |
3.30 |
7,55 |
14,41 |
6,32 |
1,69 |
76,22 |
1825 |
10,48 |
2,88 |
15,05 |
3,42 |
2,64 |
3,88 |
3,71 |
0,81 |
2,81 |
5,83 |
12.07 |
19,3b |
82,96 |
1826 |
13,08 |
4,35 |
6,05 |
4,44 |
7,87 |
7,72 |
2,66 |
1,11 |
3,11 |
25 95 |
26,33 |
11,55 |
114,22 |
1827 |
11,92 |
10,17 |
3,64 |
4,14 |
3,92 |
4,96 |
0,44 |
1,61 |
15,67 |
14,06 |
15,69 |
3,72 |
89,94 |
1828 |
3.67 |
9,26 |
3,81 |
5,50 |
1,54 |
3,24 |
1,36 |
1,64 |
1.11 |
18,85 |
1,78 |
2,58 |
54,34 |
18-29 |
24,66 |
1,92 |
5,98 |
6,62 |
3,80 |
4,75 |
0,00 |
4,25 |
8,80 |
8,47 |
14.86 |
20,11 |
104,22 |
1830 |
18,28 |
7,29 |
0,36 |
0,55 |
2,00 |
0,64 |
0,64 |
2,49 |
16,47 |
4,69 |
8,75 |
16,89 |
79,06 |
•1831 |
11,81 |
7,03 |
6,69 |
10,22 |
2,44 |
1,20 |
2,44 |
6,11 |
10.39 |
4,07 |
6,42 |
11,53 |
80,35 |
1832 |
13,19 |
8,90 |
8,68 |
4,36 |
6,28 |
3,08 |
0.64 |
1,64 |
2,49 |
|
— |
— |
— |
1833 |
3.80 |
8,84 |
1.37 |
8,60 |
3,60 |
1,75 |
3,02 |
3 03 |
13,88 |
5.05 |
10,55 |
4,88 |
68,37 |
1834 |
4,55 |
3,90 |
0.70 |
2,17 |
15,14 |
0,70 |
2,64 |
4,28 |
4,61 |
7,50 |
5,00 |
3,00 |
54,19 |
1835 |
1,61 |
9,31 |
12.68 |
4,08 |
4,20 |
2,28 |
1,00 |
5,(il |
11,67 |
8,12 |
14,44 |
8,06 |
83,06 |
1836 |
4,17 |
14.39 |
3.83 |
12,42 |
7,14 |
2,25 |
0,17 |
1,92 |
4 30 |
6,22 |
16.84 |
10 00 |
83,74 |
1837 |
9,44 |
4,86 |
11,67 |
6,25 |
4,22 |
1,17 |
0,87 |
0,10 |
2'25 |
6.11 |
11.67 |
5,66 |
64,27 |
1838 |
15,47 |
18.78 |
8.28 |
7.70 |
2.56 |
1,56 |
0,32 |
2.53 |
2,42 |
5,61 |
12.89 |
10.20 |
88,32 |
1839 |
8,26 |
9.09 |
4,44 |
7,44 |
6,44 |
1,11 |
1,05 |
1,25 |
2,90 |
13.25 |
13,48 |
10,63 |
79,43 |
1840 |
3.71 |
5.90 |
5,71 |
9,81 |
2,46 |
0,33 |
0,53 |
2.22 |
4,14 |
12,08 |
4,89 |
12.75 |
64.53 |
1841 |
22,25 |
7,90 |
6.83 |
6,79 |
2,12 |
6.32 |
0,00 |
3,05 |
8,06 |
13.44 |
8,42 |
17,67 |
102 86 |
1842 |
14,14 |
2.47 |
7,93 |
7,74 |
4.53 |
5, 2 |
0,94 |
9,63 |
16,61 |
16,52 |
15,72 |
0,57 |
102,41 |
1843 |
16.02 |
13.97 |
10,96 |
6.33 |
1.50 |
3,39 |
0.65 |
0,00 |
3,69 |
2,64 |
12,04 |
0,04 |
71,24 |
1844 |
5,19 |
9,49 |
7,46 |
0,08 |
6,78 |
4,08 |
0,00 |
3,10 |
2,97 |
11,88 |
7 61 |
16,92 |
75,56 |
Medii |
10,388 |
7,221 |
7,329 |
6,027 |
4,178 |
3,424 |
1,132 |
2,712 |
6,782 |
10,425 |
10,663 |
9,308 |
79,647 |
Un colpo di occhio su questa Tavola della quantità di pioggia caduta in Napoli fa scorgere, come il mese di novembre è più piovoso degli altri tutti; andando però con esso quasi del pari per tal proprietà sì quel di ottobre che l'altro di gennajo: mentre quello di luglio è il più arido, venendo poscia agosto, e indi giugno tra i meno piovosi. Risulta benanco dalla colonna ultima in cui è riportato il totale per ciascun anno, quanto sia sifſatta quantità variabile negli anni diversi, essendone gli estremi dinotati da' numeri 114,22 e 54,19, corrispondenti rispettivamente agli anni 1826 e 1834; e sono, come vedesi, l'uno più che doppio dell'altro. Osservasi inoltre, che agli anni 1829, 1841 e 1842 è spettata una quantità di pioggia fortissima; nel mentre che in soli due anni, cioè nel 1830 e nel 1839 si è questa quasi pareggiata colla media generale.
Procelle. Più effe negli altri mesi scoppiano terribili procelle, seguite quasi sempre da lampi e tuoni e spesso da grandine, nei mesi di maggio e giugno verso le parti meridionali occidentali, in giugno e luglio verso le orientali meridionali, in luglio e settembre verso le settentrionali-orientali. Epperò quando in una e quando in altra contrada gli agricoltori si veggono per esse tolto tra mani ed in un istante il frutto delle loro fatiche. Le campagne che quasi periodicamente ed in ispecial modo ne rimangono devastate sono quelle della Capitanata fino a Barletta, e talune mediterranee della Terra di Bari sino alle vicinanze di Altamura; e ciò per la circostanza di trovarsi affatto nude di alberi, di cui la natura si serve per purificare e render sana l'atmosfera (51).
Grandine. Di questo terribile flagello delle campagne,dopo aver detto testé quando e dove ordinariamente si mostra, ci limitiamo a soggiungere qualche fatto che deponga della grandezza degli acini e della conseguente rovina che producono.
Convengono i meteorologi che il loro peso può giungere a sei once, ed anche ad una libbra, del qual peso trovaronsi alcuni acini della grandine caduta in Terra d'Otranto nell'està del 1829. Per effetto quindi della loro grandezza, onde son detti in certi luoghi anche lapidi, e per la forza d'impulsione comunicata dai venti, avviene che riesca la gragnuola oltremodo nociva, come fu quella che nel 1717 esterminò le campagne di Reggio nella 1. Calabria Ulteriore, pel tratto di 20 miglia, ed in cui morirono anche trecento persone.
Neve. Comincia d'ordinario verso i primi di ottobre a comparir la neve sui monti più elevati della catena appenninica, e specialmente sulla vetta del Monte Corno o Gran Sasso, della Majella, del Matese, della Meta, del Pollino, dell'Aspromonte ecc. Fra questi solo le sommità del Gran sasso e del la Majella, detta Monte Amaro, segnano la linea nivale, cioè quella in cui la neve è permanente anche nel cuore dell'està.
Oltre ai detti monti vi sono delle pianure e delle vallate, nelle quali fiocca la neve in tanta copia, che fatta durissima dalle consecutive gelate rende impraticabili le comunicazioni da luogo a luogo, come in ispecie nel Piano di Cinque Miglia negli Abruzzi, e Campo Tenese nelle Calabrie. Altrove cade in tanta copia la neve, che i rami degli alberi fronzuti, come gli olivi, ne restano schiantati pel peso, ed i tetti delle case minaccerebbero di sfondarsi, ove non si cercasse di sgravarneli a tempo. Quando alla caduta neve abbondante succedono i venti che non permettono si dimuojasse, rimanendo allora per più giorni intatta əd incapace di essere in rotoli avvolta, al quale espediente ricorrono i pastori ed i custodi di armenti per scoprir l'erba alle mandrie assediate negli agghiacci e nelle stalle; allora è che si fanno gravi perdite di grosso e minuto bestiame per inedia, ed i lupi premuti dalla fame si avventano fino sugli uomini, e non curando i rischi, di cui si guardano nelle ordinarie circostante. arrivano fin negli abitati a far caccia di porci e di altri domestici animali. Nelle contrade mediterranee dell'Abruzzo in ispecie, la rigidezza del verno ha d'ordinario la durata di circa sei mesi, mentre altrove non arriva che a due solamente, il che si verifica ne' luoghi marittimi, perchè ivi si è sotto l'influenza dell'aria, che soprastante a vasti tratti di acque è, secondo l'osservazione del Brocchi, nell'inverno generalmente più calda per parecchi gradi che non è l'aria soprastante alla terra. Quindi è che, influendo molto la vicinanza de' mari sulla dolce temperatura de' continenti, i paesi contigui al littorale sono generalmente meno freddi di quelli che stanno nell'interno, e quindi le isole molto meno fredde de' paesi stessi che stanno sulle spiagge marittime.
Brina. La rugiada, che per l'abbassata temperatura alle prime ore del mattino si converte in leggerissimo velo nevoso sull'erbe, sui tetti e su quanto è meno conduttore di calorico, e perciò dicesi brina, non è dannosa che solo a quelle piante, le quali proprie de' luoghi caldi si vorrebbero far vivere in luoghi freddi, come aranci, fichi d'India ecc. ed a quelle ortensi che proprie della stagione estiva ed autunnale durerebbero fino ad inverno inoltrato se non ne venissero colpite, come le piante di peperoni, di pomidoro ec. E però la brina sempre foriera di bei giorni sereni in novembre e dicembre, ovvero è il sereno dell'aria già composta a tranquillità, e l'abbassata temperatura della notte a quattro o cinque gradi sopra lo zero che la produce.
Rugiada, e Sereno. I vapori che elevati in aria nel corso del giorno vi restano invisibili per la presenza del calorico, precipitando condensati sul cominciar della notte per la mancanza di esso producono il sereno. È desso quella sensibile umidità che nelle prime ore della notte si avverte da chi cammina o si trattiene allora sub dio, ovvero a cielo scoperto, sempre però meno abbondante della rugiada, la quale trovasi di mattina quasi acquerugiola o spruzzaglia di gocciole in tale quantità in certi luoghi da ristorare in qualche modo i danni delle lunghe siccite. Se non che riesce alle volte dannosa per la scottatura che produce, allorquando essendo abbondante, è seguita da un sole ardente, e per l'abbruciamento che cagiona alle foglie degli alberi specialmente da frutto, ed ai cereali; dappoiché le goccioline diventano secondo alcuni Fisici tante picciole lenti ustorie che raccogliendo i raggi solari, lasciano tracce di combustioni anche scorrendo.
Nebbia. E’ frequente l'apparizione delle nebbie in primavera ed autunno. Le più dense son quelle che elevansi dai terreni paludosi ed acquatici, dai bassi fondi e dalle rive dei fiumi. Sogliono risolversi in pioggia quando il tempo è dolce, ed ingelata quando è freddo. Gli alberi in fiore investiti dalla nebbia ne restano danneggiati, come pure le frutta poco dopo il loro allegamento e prima di avviarsi alla maturità.
Oltre di questa specie di nebbia acquosa, altra se ne vede proveniente dalle eruzioni vulcaniche; che puó dirsi secca o semplicemente caliginosa, i cui danni sulla vegetazione si sperimentano a quando a quando nelle adjacenze del Vesuvio.
Sembra questa specie di nebbia costare di picciolissime molecole terrestri che si elevano dal suolo e restano sospese in aria per un eccesso di elettricità, secondo che il Cagnazzi il primo si avviso, e Barba metteva per ipotesi nelle Considerazioni sul potere meccanico dell'elettricismo e del calorico ec. (52).
Dovendo chiudere quest'ultimo Sguardo col solito cenno dei patrii Scrittori che di meteorologiche osservazioni si sono specialmente occupati, avremo pochissimi nomi a ricordare, che per queste, quanto utili, altrettanto trascurate ricerche, hanno benmeritato della pubblica stima. Sirau dal principio del passato secolo diedesi a ritrovare la quantità media della pioggia che cade in Napoli, alle cui osservazioni aggiunte quelle dell'Astronomo Cassella, potè fissarsi ad annui pollici 35. Niccola Cirillo dappoi per 10 anni, e per molti altri di seguito il Regio Astronomo Cavalier Brioschi, cui successe il chiarissimo professore Ernesto Capocci, che continuò le stesse osservazioni sino al 1848, rettificarono quella cifra a 30 pollici, giudicando quella di 35 come un risultato di annate straordinarie.
Riguardo alla meteorologia del Regno non vi sono che le osservazioni dell'Arciprete Giovine e dell'Arcidiacono Cagnazzi per la Provincia di Bari, le qualisiano costanti, esatte e per molti anni continuate; e quelle del Professor Costa fatte senza interruzione dal 1811 al 1824 per la Provincia di Terra d'Otranto.
Conosciuta l'utilità di aversi più generali e più esatte le osservazionidi tal natura, l'incarico se ne commetteva, comedicemmo, alle Società Economiche, le quali nontutte se ne sono occupate con diligenza e scrupolosità. È quindi a desiderarsi ed augurarci che meglio compresa l'importanza di simili ricerche, spieghino tutteegualmentequell'impegno che non han mostrato finora, quant'era mestieri, coscienzioso ed accurato, e concorrano, non per gara, maper intimo convincimento di riuscire utili al paese, forse assai meglio colla scoverta delle leggi colle quali le meteore ci fanno il bene ed il male, che con quella, saremmo per dire, delle utili pratiche agricole e dei nuovi ritrovati in fatto di rustica economia.
E non si limitavano a questo le provvide cure del Real Governo. Riconosciuta la necessità di aversi de' risultamenti meteorologici esatti e precisi nel rigore scientifico, continuati ed immancabili nell'interesse del pubblico bene, si progettava ed eseguiva da pochi anni in qua verso la metà della pendice del Vesuvio il Real Osservatorio Meteorologico Vesuviano; e se ne affidava la direzione all'illustre Fisico Macedonio Melloni. L'Osservatorio anzidetto, primo ed unico esempio in Italia, è per ora chiuso in quanto all'obietto della sua fondazione; ma potrà ben presto essere riattivato.
SEZIONE SECONDA |
COROGRAFIA STORICA |
Non è dell’indole di questo nostro lavoro risalire all’antichità più remota del mondo per cercare di scorgere in quei tempi oscuri, se non l’epoca in cui cominciò l’Italia ad uscir dal seno delle acque, quella almeno in cui cominciò ad essere abitata. Ci parrebbe tutto al più convenevole cercar dei Popoli che in questa parte meridionale della Penisola furono i primi a mostrarvisi, o i primi che da altri luoghi emigrati vi stanziassero; se non ci fossimo decisamente proposti di schivare un argomento, che in gravi ed interminabili discussioni c’involgerebbe. Fatti accorti dalla Storia, quella cioè che riferisce i lavori degli eruditi sulle Italiche origini, come i loro sforzi tutto che atletici, non essendo riusciti ad unità di risultamenti, mostrano per lo meno di essersi infelicemente sprecati; noi potemmo, senza esitare, determinarci a non toccar di simili ricerche, e nemmeno appigliarci a qualcuno de' varii sistemi all’uopo foggiati, malgrado l’imponenza dei nomi che portano taluni, e l’aria trionfale che mostrano tal ’altri nel pretendere di essersi dal laberinto in cui si avvolsero, avventurosamente strigati.
Le indagini sulle nostre primitive derivazioni si rattaccano a quelle che l’epoca istorica trascendono. E per noi sta, che dovrebb’essere oramai giunto il tempo di confinarle ad una special branca di studii, e sceverarle affatto dagli studii storici propriamente detti. Non è già che apprezzassimo poco la importanza delle loro conclusioni: son le fatiche durate per ottenerle che non osiamo di affrontar noi; ed egli è pure la profondità del subietto, che esigendo tanto dispendio di forze, mal si accorda colla natura descrittiva di queste pagine. Nelle quali, a dir vero, se dai tempi andati prendiam le mosse per giungere alle attualità, egli è per tramandare agli avvenire sempre ciò solamente che ha la storica impronta, non mai quello che è per via di congetture dalla erudizione divinato. E non è neppure per ispargere la diffidenza su certe deduzioni, che la forza del genio fa rivelare ad elementi già travisati o affievoliti dalle ingiurie del tempo, se ci mostriamo disdegnosi di adottarle. Noi pensiamo che indagini di tal fatta non possono vantare miglior successo di quelle de' geografi in trovar Je ignote origini di certi fiumi di lunghissimo corso non del tutto ancora esplorato. Giunti che sono a riconoscerne le principali sorgenti, non per questo saprebbero dirci quale delle vene è la prima a formare il primo de' rigagnoli che scorrono giù dall’originario versante. Quando adunque non si può spingere la natural curiosità di sapere fino ai primi anelli di una serie di avvenimenti, e per appressarsi che uno faccia, non può giungere assolutamente a conoscerli (53); quando restar deve qualche cosa d’ignoto in lontananza per effetto delle nostre facoltà limitate; è meglio contar su di ciò che si vede chiaro perché vicino, che su di ciò, che per esser fuori la portata de' nostri sensi, è supposto.
N si dica che la nobiltà di una Nazione non altrimenti che quella di una famiglia ne scapita, quando si fa da troppo vicina origine derivarla; perché «se vediamo, diceva Ocello Lucano, la Storia Greca cominciar non più in là d’Inaco Argivo, non dee per ciò ritenersi costui come primi ero ceppo delle greche generazioni; sibbene come uno al cui tempo era qualche mutazione di cose accaduta; imperciocché soventi volte è stata e sarà barbara la Grecia non pel fatto solamente delle commigrazioni degli uomini, ma per. quello altresì della natura, le cui forze se non crescono o diminuiscono, van soggette nondimeno a certi violenti cangiamenti, a cagion dei quali ci apparisce recente, e come se allora avesse avuto principio» (54).
Epperò rifacendoci al punto, in cui facemmo luogo alla digressione, e riassumendo le vaghe idee,colle quali accennammo alla inutilità di addentrarsi nei tempi oscuri ed anche nei favolosi, ci protestiam fermi in questo avviso. 0 che si dica di essere stati i primi abitatori d’Italia Aborigeni, e sian dessi i Siculi, gli Umbri, i Raduni, gli Oschi, gli Opici, gli Aurunci secondo il Micali, o che si dica di essere stati i Pelasgi emigrati dalla Grecia, e fra noi poscia, secondo che parve al Niebuhr, divenuti Enotri, Morgeti, Siculi, Tirreni, Peucezii..., quando rimontando ai primordii degli uni si trovano inesplicabili, e risalendo alle prime emigrazioni degli altri non può sapersi donde originariamente si mossero; la cosa torna allo stesso che in fatto di genealogia, ove conoscer bramando la serie degli antenati, per quanto fìa conto ed esteso il novero degli avoli ed arcavoli, mai sempre il più e quel che rimane a saperne.
Senza toccar quindi la questione, se i Popoli da' quali discendiamo, furono Autoctoni, cioè indigeni, oppur Coloni dà altre contrade qui venuti; noi dovendo, nel farci indietro, arrivare fin dove la face istorica ne rischiara il cammino per attaccarvi il filo degli avvenimenti che han preceduto la civiltà in cui ci troviamo, cominceremo dal riconoscere l’antica topografia del nostro Regno, quale a tempi della Romana Dominazione si trovava, è quale circa la caduta dell’Impero si mantenne.
Nel descrivere le diverse Regioni, in cui questa meridional parte d’Italia andava allora distinta, non saremo cosi minuti da impegnarci in lunghe discussioni, mossi dallo scrupolo di vendicare una località controversa piuttosto ad una regione che ad un’altra. Ci serbiamo di darcene pensiero e più o men sicuri pronunziarne la determinazione, secondo che le proprie indagini o le altrui appoggiate a validi documenti ce lo imporranno, allorché de' paesi in particolare ci occuperemo (55).
Per buona fortuna questa parte archeologica delle cose nostre non può dirsi negletta. Oltre agli antichi Geografi, non pochi scrittori patrii e stranieri han dato più o men correttamente la circoscrizione della nostra antica topografia, chi tutta e chi solo in qualche contrada togliendola ad illustrare. Dovendo qui darne anche noi un saggio, possiam riprometterci di offrirlo con quella chiarezza e precisione che, come certe opere di arte per le mani di più artefici passando, è già venuta ad acquistare. E il daremo non senza di quelle ulteriori purificazioni che verrà fatto anche a noi di aggiungere, sicché il novero ed i confini delle antiche divisioni politiche, ed il sito de' luoghi, che per vetustà e per violente cagioni disparvero, si accordino colla Carta Antica, da cui faremo seguirlo, corretta al più possibile sopra quelle che si hanno (56).
La mano ultima, da cui passa alla nostra (57) cosiffatto lavoro è quella del chiarissimo Nicola Corcia, il quale vi ha consacrato i primi tre volumi della sua Storia delle Due Sicilie. Noi diremmo perfetta la sua opera, tant’è la dovizia dell’erudizione ond’è corredata. e sana la critica con la quale ne ba fatto uso giudizioso, tant’è inoltre la coscienza ell’egli possiede in questo genere di studii, cui dedicossi dalla sua prima giovinezza; se egli stesso non ci avesse confessato di avere e’ pentimenti e delle ritrattazioni a fare in opere di tal natura inevitabili mai sempre. Ed in vero, se trattasi d’indagare ed assodare de' punti, intorno ai quali quel che può sapersi oggidì non si è potuto infino a jeri conoscere, sia per la scoperta di scritture inedite o sperdute, sia per le notizie che van fornendo le dissepolte o trascurate iscrizioni, gli oculari riconoscimenti di luoghi, le monete antiche, gli scavi; né l'egregio uomo derogava nulla al suo valore dichiarando di aver preso qualche svista, né noi intendiamo menomargli punto quella stima che il pubblico gli consente, se qui denunziamo un tratto che alle lodi di una vasta dottrina aggiunge pur quelle di una rara modestia.
Ma come che protestato avessimo di non volerci impegnare affatto nell’astrusissima ricerca de' primitivi abitatori dell’Italia, non però possiam dispensarci di riferire sommariamente le diverse opinioni che su tale argomento sonosi avute. Possono esse tutte ridursi a queste tre solamente: 1. Sostengono parecchi scrittori che sia stata l’Italia abitata da popoli nati non altrove che nell’Italia medesima. 2. Vogliono altri che nel movimento dell’umanità dal centro dell’Asia per tutto il resto del mondo, i popoli che coprirono l’Italia passati vi fossero per mezzo delle contrade della Grecia e dell’Illirio. 3. Ed altri infine nell’ammettere siffatte emigrazioni,pretendono che arrivandovi, non avessero trovata nuda di abitanti indigeni l’Italia.
Secondo la prima opinione sarebbero Aborigeni (58) ovvero originarli d’Italia gli antichissimi suoi popoli, almeno alcuni di essi, come quelli del Laz o secondo Plinio, gli Umbri, i Siculi, gli Ausonii ed Opici secondo che al Cluverio parve di aver raccolto da un complesso di memorie, e gli Etruschi, cui Dionigi d’Alicarnasso fa contemporanei degli Aborigeni, e per tali son pure riconosciuti da Carli, Guarnacci e Maffei.
Giusta la seconda opinione sarebbero stati i Pelasgi (59) quelli che dal Peloponneso passati nella Tessaglia, di là si tramutarono in Italia.
E secondo la terza opinione, le storie e le tradizioni più antiche, alle quali il Carli si attiene, quando parlano di gente straniera fra noi venuta, fan trovare l'Italia già da gente indigena abitata.
Difensore della Italica Autoctonia è stato recentemente Micali; sostenitore della Pelasgica irruzione in Italia è il Niebuhr. Di questi due nomi, più formidabile il secondo del primo, par che con la imponenza della sua riputazione dovesse indurre dalla sua tutti coloro, che impazienti di esaminare, trovano più comodo racchetarsi all’autorità; ma per l’altro milita la forza della simpatia che fa seco dividere a quanti son teneri di questa classica terra l’opinione che sostiene (60).
Senza osare di pronunziarci per l’uno o per l’altro de' due campioni, crediamo in vece solo accennare che Erodoto e Tucidide facendo di origine Tirrena i Pelasgi; Winkelmann ammettendo che i prediletti suoi Greci, oltre all’aver imitato le arti, molte usanze e sacri riti dagli Etruschi; ed Aristotele ricordando di aver i Greci ricevuto dall’Italia le Siqizie o banchetti politici: ben a ragione osservava Delfico nella sua Memoria sulla Numismatica Atriana, che non di Grecia son qui venuti i nostri padri, ma che essi e particolarmente gli Etruschi vi si trasferirono per incivilirla; che in ogni tempo mostrati si sono gl’Italiani molto ospitali cogli stranieri; e che quantunque la nostra Penisola non abbisognasse delle altrui colonie per popolarsi (61), accolse mai sempre nel suo seno tutti coloro che allettati dalla felicissima posizione e fecondità sua, o vi sono discesi giù per le Alpi, o vi sono approdali da tutti i punti delle amene sue spiagge. «Se del resto, egli dice, da lontane regioni dell'Asia, dell’Africa e dell’Europa si vollero andar cercando le origini Italiche, e farne venire colonie popolataci, facendone gran vanto a quei popoli; parrai che fu bene osservato da qualche scrittore antico, che maggior pregio debba all’Italia risultare, se disgraziate emigrazioni, e genti raminghe non salparono dalle sue spiagge; poiché questo prova naturalmente, che stavano bene i nostri popoli nelle proprie case, e si fecero pregio di usare ospitalità e non di andarla cercando, anzi d’invitare gli stranieri a partecipare de' godimenti loro accordali del proprio stato di civiltà e dalla liberalità della natura».
Così esposto lo stato delle archeologiche ricerche intorno alla origine de' popoli Italiani, e la origine de' popoli Italiani, e dichiarato il divisamento col quale intendiamo qui discorrerne in quanto all'epoca della loro politica aggregazione, incominciando cioè dal riconoscerli quali trovavansi di essere verso i primordi di Roma; veniamo ora a riconoscerne la territoriale circoscrizione che si avevano anche in quel torno, per così assolvere le due condizioni del tempo e del luogo tanto indispensabili alla narrazione degli avvenimenti che ne andremo sommariamente ad imprendere.
COROGRAFIA GENERALE DELL'ITALIA ANTICA |
La più antica divisione che siasi fatta dell'Italia è in tre parti, settentrionale, meridionale ed insulare. Non possiamo dispensarci di dare anche un’idea della prima, comeché con ci riguardasse, dappoiché alcune provincie di essa entrano per poco ne’ confini della seconda, che costituisce quasi esclusivamente questa nostra Sicilia citeriore. Epperò volendo sommariamente sbrigarcene, diciamo che la
Dividevasi in cinque grandi provincia, le quali si suddividevano in altre più piccole, ovvero in Popoli meno considerabili. Eran desse la Gallia Cisalpina, la Thuscia o Etruria, l’Umbria, la Sabinia, ed il Latium.
1. Gallia Cisalpina. La Gallia di qua dalle Alpi (rispetto a Roma), detta diversamente Citerior Gallia, Gallia inter Alpes, Subalpina Italia, Gallia Circumspadana. Italia Gallica, e Gallia Togata, era compresa tra il Varo, l’Alpi, l’Arno, il Jesi e l’Arsa; e dividevasi nelle cinque piccole provincie di Venetia, Pars Rhaetiae, Gallia Transpadana, Gallia Cispadana, e Liguria.
Thuscia o Etruria. Dividevasi in Thuscia Trans-Arnum, che comprendeva una parte del Genovesato, la Val di Magra, il Ducato di Carrara, lo Stato di Lucca e parte del Pisano; ed in Thuscia o Etruria Cis-Arnum che abbracciava. 12 Popoli, cioè i Volaterrani, ovvero, la maggior parte del Pisano; i Vetulonii, ovvero parte del Pisano e dello Stato di Piombino; i Russellani o parie del Senese e il Ducato di Castro; i Tarquinii,o parte del Patrimonio di S. Pietro verso il Ducato di Castro; i Ceretini o Agellini, parte dell’anzidetto Patrimonio dal lago Bracciano sino al mare; i Vejentes, parte dello Stato di Parma e del ridetto Patrimonio verso Roma; i Volsinii, parte del medesimo e dello Stato di Siena e Monte Fiascone; i Falisci o Falerii, ovvero contorni del Monte S. Silvestro e di Città Castellana distrutta; i Clusini, parte del territorio di Siena e d’Orvieto; gli Aretini ne’ contorni di Firenze e di Arezzo; i Cortonenses, parte del Fiorentino verso Perugia; ed i Perusini parte del Perugino.
Umbria. Distinguevasi ne’ due Popoli detti Vilumbri o Umbri, i Trans-Apenninum, ed Olumbri o Umbria Cis-Apenninum. Occupavano i primi parie della Romagna del Ducato di Urbino e della Marca d’Ancona, e coprivano i secondi parte dell’anzidetto Ducato, di quello di Spoleti e del Perugino.
Sabinia. Dividevasi come la precedente anche nei due Popoli detti Sabini Trans-Velinum e Sabini Cis-Velinum.
Abitavano i primi una parte del Ducato di Spoleto e dell’Abruzzo Ulteriore, quella contrada cioè che comprendeva Reute Rieti. Nursia Norcia, Palantium Puleggia, Forum Decii Civita-Reale, Catiliae o Catulia presso Civita-Ducale, Amiternum S. Vittorino presso Aquila. Abitavano i secondi quella parte della Sabina in cui erano le distrutte città di Antemna. Fiaenae, Crustumerium o Crustumium e Caenina, ed oggi vi sono S. Agnese, Monte Rotondo, e Correse, forse la Cures donde i Romani si dissero Quiriti.
Latium. Comprendeva, oltre di Roma, questi sei Popoli, cioè gli Aurunci o Ausones. i Volsci, i Ruttili, i Latini, gli Hernici, e gli Aequi, de' quali non assegniamo per ora l’attuale topografia, perché parlar ne dovremo presso a poco, come de' nostri antichi Popoli faremo.
Era questa parte distinta in tre grandi provincie, Somnium, Campania e Magna Gruccia, quelle che comprendono presentemente tutte le quindici del nostro Regno di qua dal Faro, con qualche piccola eccezione sui confini collo Stato Pontificio.
La Provincia del Sannio comprendeva nella sua estensione otto Popoli, cioè i Picentes, i Festini, i Frentani, i Peligni, i Marsi, i Samnites propriamente detti e gli Hirpini.
1. Picentes. Occupavano i Picenti il Piceno, cioè parte della Marca d’Ancona e dell'Abruzzo Ulteriore I o Teramano, e propriamente le città di Ancona, Picenum che era presso Fermo, Potentia o Porto di Recanati, Firmum Picenum Fermo, Auximum Osimo, Ascolum Picenum Ascoli, ed i tre Territorii, cioé l’Ager Palmensis nel dintorno di Ascoli, ovvero tra la destra sponda del Tronto, e la sinistra dell’Ubrata o Vibrata; l’Ager Praetutianus posto tra questo fiume ed il Vomano corrispondente ai dintorni di Teramo; e l'Ager Hadrianus che tra il Vomano ed il Piomba abbracciava gli attuali Circondarli di Atri e Bisenti.
2. Vestini. Formavano anche parte dell'Abruzzo Ulteriore I i Vestini, perché posti tra i fiumi Piomba e Pescara, tenevano il luogo ove erano Amiternum, Penna o Pinnae Civita di Penne, Angulus o Angelus Città S. Angelo, ed Aveia oggi Aquila.
3. Marrucini. Occupavano i Marruccini dell’Abruzzo Citeriore quasi tutto l’attuai Distretto di Chieti.
4. Frentani. Apparteneva ai Popoli di questo nome tutto quel tratto sull'Adriatico, che comprende dell'Abruzzo Citeriore i due Distretti di Lanciano e di Vasto, e del Contado di Molise quello di Larino.
5. Pelligni. Abitavano questi Popoli quasi tutto l’attual Distretto di Solmona nel 2. ° Abruzzo Ulteriore.
6. Marsi. Portavano questo nome i Popoli posti intorno il lago di Celano o Fucino.
7. Samnites. I Sanniti, proprii di questo nome, toccavano una parte dell’Abruzzo Citeriore e della Terra di Lavoro, mentre i Sanniti Pentri occupavano il Distretto di Campobasso, ed i Caudini una parte del Distretto medesimo e di quello di Piedimonte in Terra di Lavoro.
8. Hirpini. Gl'Irpini finalmente corrispondevano agli attuali abitanti di Principato Ulteriore.
Dividevasi la Campania in Campani che occupavano la maggior parte della Terra di Lavoro, ed in Picentini, che tenevano una parte del Principato Citeriore.
Volevasi ripartita la Magna Grecia in Apulia ed Oenotria.
Comprendeva la prima la Daunia, la Peucetia e la Messapia.
1. Daunia. Si estendeva oltre a tutta la Capitanata, quant'è al presente, anche un poco entro i limiti della Basilicata nel Distretto di Melfi.
2. Peucetia. Rispondeva alla Provincia di Bari, toccando un poco di quella di Otranto sino a Brindisi.
3. Messapia o Japygia. Occupava tutta la provincia di Lecce, tenendone i Messapii o Calabri la parte che guarda l’Adriatico, i Tarantini e Salentini quella, che e bagnata dal golfo di Taranto.
Comprendeva la seconda, ovvero l’Oenotria, la Lucania e la Brutia.
1. Lucania. Abbracciava questa regione una parte della Provincia di. Salerno e della Calabria Citeriore, e quasi tutta l’odierna Basilicata, eccetto cioè il littorale sul Jonio. Era distinta in due regioni, de' Posidoniati l’una, e de' Sibariti l’altra.
2. Brutia. Distinta dai Romani in Cis-Montana e Trans-Montana rispetto a Roma, corrispondeva per la prima parte al versante sul Tirreno, e per la seconda a quello che inclina verso il Jonio; in cui più specialmente i Popoli che abitavano erano detti Locresi e Crotoniati.
Delle Isole pertinenti al nostro Regno (escludendo la Sicilia di cui ci occuperemo separatamente) il novero, che qui diamo nell'ordine in cui lo ricingono, è il seguente:
I. Isole rimpetto ai Volsci, cui anticamente si appartenevano, ovvero di contro al confine del Regno collo Stato Pontificio sul Tirreno. Son esse 1. Palmaria oggi Palmarola, 2. Pontia Ponza, 3. Sìnonia Zannone, e varii scogli; fra' quali uno detto Scoglio grande e l’altro la Botte.
II. Isole rimpetto alla Terra di Lavoro. Sono queste due:
4. Pandataria Ventotene, e 5. Partenope S. Stefano.
III. Isole rimpetto la Provincia di Napoli. Sono: 6. Pithecusa, Arime, Inarime, Aenaria, co'quali nomi fu anticamente appellata l’Isola (fischia, 7. Prochyta Precida. 8. Nesis Nisita, 9. Megalis e Megalia Castel dell'Uovo, 10. Capreae Capri; ed 11. Stremisele, o Strenum Scopuli o Saxa oggi li Galli, pertinenti anticamente ai Picentini.
IV. Isola rimpetto la punta di Licosa in Principato Citeriore. E 12. Leucosia Licosa.
V. Isole rimpetto Palinuro in Principato Citeriore. Sono le Oenotrìdes, cioè 13. Pontia Ponza, e 14. Iscia Ischia; e nel Golfo di Policastro presso Scalea 15. Aedicula Veneris o Isoletta di Dina.
VI. Isole presso e nel Golfo di S. Eufemia. Sono: 16. Terineus Scopulus o Insula Licea o Ligea, ora Pietra della Nave; 17. Ithacesiae Insulae ora Brace, Braca e Torricella.
VII. Isole rimpetto il Capo delle Colonne. Erano: 18. Dioscurum, e 19. Calysus o Ogygia.
VIII. Isole rimpetto a Taranto. Sono: 20. Chaerades Insulae S. Pietro e S. Paolo, e 21. Electris o Febra che più non esiste.
IX. Isole rimpetto alla Capitanata ed a Molise. Sono: 22. Insulae Diomedene o di Tremiti, cioè Diomedea S. Donnino, 23. Tremerus Tremiti, e 24. Teutria Caprara.
Alla piena intelligenza de' fatti storici, che riguardano queste nostre patrie contrade, giova riferire, tra le molte divisioni che si son fatte in diversi tempi dell'Italia, quelle almeno di Augusto, di Antonino e di Costantino senza tener conto delle altre che ne diedero Tolommeo, Strabono e Paolo Diacono, le quali non hanno influito nella tessitura delle opere degli Antichi Scrittori.
Plinio parla di questa divisione che ridusse l’Italia ad undici Regioni.
La prima comprendeva il Latium vetus et novum cum Campania, val dire la Campagna di Roma, di cui le città principali erano Roma e Capua.
La seconda abbracciava i Picentini e gl'Hirpini.
La terza gli Apuli Dauni, Peucetii, Messapii, Salentini, Calabri, Lucani e Brutti.
La quarta i Frentani, Marrucini, Peligni, Marti, Festini, Samnites e Sabini.
La quinta il Picenum o i Picentes.
La sesta l’Umbria.
La settima l’Etruria.
L’ottava la Gallia Cispadana.
La nona la Liguria.
La decima la Venetia, ov'erano i popoli Feneti, Carni, litri, Japydes; e
L’undecima finalmente comprendeva la Gallia Transpadana.
Secondo questa divisione fu elevato a XVI il numero delle Italiane Provincie:
I. Campania. II. Thuscia cum Umbria, in cui comprendevasi Roma. III. Nursia, in cui comprendevasi Rieti. IV. Flaminia, in cui comprendevasi Ravenna. V. Picenum, in cui comprende vasi Ascoli. VI. Liguria, in cui comprendevasi Milano. VII. Venetia cum Istria, in cui comprendevasi Aquileja. VIII. Alpes Cottiae ed Apenninus, in cui comprendevasi Genova. IX. Samnium, in cui comprendevasi Benevento. X. Apulia cum Calabria, in cui comprendevasi Taranto. XI. Lucania in cui comprendevasi Reggio. XII. Rhaetia prima, cioè i Grigioni, il Veronese, la Contea del Tirolo e le sue dipendenze sino al lago di Costanza. XIII. Rhaetia secunda cioè parte della Svevia e della Baviera. XIV. Sicilia. XV. Corsica. XVI. Sardinia.
La divisione dà quest’Imperatore ordinata trovasi nella Notizia dell'Impero. Le dieci Provincie soggette al Vicario di Roma erano:
I. Latium e Campania, cioè la Campagna di Roma, Capua e Napoli. II. Thuscia ed Umbria, di cui si è data di sopra la circoscrizione. III. Picenum suburbicarium, parte cioè della Marca d'Ancona e dell'Abruzzo Ulteriore. IV. Valeria, parte del Ducato di Spoleti, la Sabina, parte della Campagna di Roma e dell’Abruzzo Ulteriore. V. Samnìum. VI. Apulia e Calabria. VII. Lucania e Brulla. VIII. Sicilia. IX. Corsica. X. Sardinia.
Le sette Provincie soggette al Vicario d’Italia erano:
XI. Venetia ed Istria. XII. Aemilia, cioè i Ducati di Parma, di Modena, della Mirandola e parte del Mantovano. XIII. Flaminia e Picenum Annonarium, vai dire il Bolognese, parte del Ferrarese, la Romagna e il Ducato di Urbino. XIV. Liguria, ovvero il Ducato di Milano di qua dal Po, parte del Piemonte, il Cremonese, il Cremasco, il Bergamasco, il Bresciano, e parte del Mantovano. XV. Alpes Cottiae, cioè pane del Piemonte, del Monferrato, e del Ducato di Milano, parte della Svizzera, la Vaitellina, parte del Trentino e del Bergamasco. XVI. Rhaetia prima, e XVII. Rhaetia secunda.
COROGRAFIA E TOPOGRAFIA |
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DELLE ANTICHE REGIONI DEll'ITALIA MERIDIONALE |
Le diverse divisioni, che abbiam fin qui riferite come utili alla piena intelligenza dell’antica Storia d’Italia, non sono del pari acconce alla esatta conoscenza di quella Storia che più da vicino ne riguarda. Laonde è mestieri che altre suddivisioni si riferiscano di quelle parti, nelle quali hanno figurato de' popoli che celebri si resero in diversa guisa e per modo, che i loro nomi contrassegnano regioni, grandi o piccole che si fossero state, tutte quasi ugualmente famose.
Or dovendo di quest’esse formarci quella cll’ara idea, che è stata finora possibile ricavare da antichi autori e da tradizioni in quanto alla loro politica circoscrizione, e da quegli scrittori, che dati si sono a studiare i siti delle località, o tramutate in altre insensibilmente o distrutte dalla violenza degli uomini, consultando all’uopo dove le storie antiche e dove gli antichi monumenti e le rovine; dovendo insomma assegnarne la Corografia e la Topografia, quali si trovano di essere al presente pe’ lavori degli Antiquarii e degli Eruditi: noi terremo ad un’altra distribuzione non arbitraria in quanto al loro numero, bensì in quanto all’ordine che loro daremo, come segue:
Ci è mestieri occuparci innanzi tutto di quelle regioni che, poste sul confine, e segnando la linea di separazione tra noi e l’Italia superiore, o lasciarono parte di sé nel nostro territorio, o solamente Jo rasentano.
Ci sbrigheremo in secondo luogo di quelle che sono mediterranee.
Ed in ultimo di quelle che sono sul mare, per le quali osserveremo l'ordine istesso che tenemmo nel discorrere de' Golfi e de' Fiumi, parlando cioè prima di quelle poste sul Tirreno, poi di quelle che sono sul Jonio, ed infine di quelle che sono bagnate dall'Adriatico; e propriamente secondo che vengono qui noverate sia per popoli, sia per contrade.
1. Sul Confine |
4. Sul Jonio |
I. Piceni |
XV. Magna Graecia cioè le regioni |
II. Sabini |
I. Locride |
III. Equi |
II. Caulonitide |
IV. Ernici |
III. Solletica |
V. Volsci: |
IV. Crotonitide |
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V. Sibaritide o Turiatide |
2. Mediterranei |
VI. Siritide |
VI. Peligni |
VII. Metapontina |
VII. Marsi |
VIII. Tarantina |
Cariceni |
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VIII. Sanniti Pentri |
5. Sull’Adriatico |
Caudini |
XVI. Japigia, cioè le regioni |
IX. Irpini |
I. Sallenzia |
|
II. Messapia o Calabria |
3. Sul Tirreno |
III. Peucezia |
X. Ausoni |
IV. Dauma |
XI. Campani |
V. Apulia |
XII. Picentini |
XVII. Frentani |
XIII. Lucani |
XVIII. Marruccini e |
XIV. Bruzii |
XIX. Vestini. |
Corografia del Piceno. Questa provincia, i cui popoli furono i Picentes (62) uno cioè degli otto che componevano il Samnium, e quindi la prima che distingueva la Italia meridionale dalla settentrionale, formava, come vedemmo, della divisione di Augusto la li, di Antonino la V, e di Costantino la III regione. Corrispondendo secondo la sua antica circoscrizione all'attual Marca d’Ancona ed a più chela metà superiore dell’Abruzzo Teramano, senza brigarci della parte che ci è straniera, quella ci facciamo a descrivere che ci appartiene. Era dessa anticamente distinta nell'Ager Palmensis, Ager Praetutianus ed Ager Hadrianus, compresi all’Est dall’Adriatico, al Nord dalla destra riva del Tronto, all'Ovest dalla diramazone dell’Appennino che si ricongiunge a Monte-Corno, ed al Sud dalia linea che da questo va dritta alla foce del Piomba. In quanto alla distinzione di questi tre Agri l’un dall'altro, si hanno svariate notizie e tutte vaghe. Quello che fra gli antichi scrittori ne dà meno incerta descrizione è Plinio. Secondo lui
1. L'Agro Palmense, ristretto per un verso tra la dritta sponda del Truentum, Tronto, che dividevate dal Piceno e la sinistra dell’Helvinus, Ubrata o Vibrata, che dall’Agro Pretuzio lo distingueva, e dall’altro tra l’Adriatico all'Est e l’Appennino al Nord-ovest; corrisponde all’odierno Circondano di Nereto nel Distretto di Teramo.
2. L'Agro Pretuzio, più esteso del Palmense e dell’Adriano, perché circoscritto tra l’Elvino ed il Vomano, e tra i naturali limiti del mare all’Est e della catena degli Appennini che corre per le vette di Pizzo di Sevo, Pizzo di Moscio, Montagna di Roseto e Valle Chiarina all’Ovest; corrisponde agli attuali Circondarii di Giulia, Teramo, Montorio, Campii e Civitella del Tronto.
L'Agro Adriano, di più angusta estensione de' precedenti, perché posto tra il descritto Agro Pretuzio ed il Piomba, e tra il Gran Sasso ed il mare, corrisponde ai soli Circondarii di Atri e Bisonti.
Topografia de' tre Agri. — De’ Palmensi. Le località storiche di essi sono: 1. la Città di Truento, e 2. Castro Truentino.
1. Truento, Truentum, era una Città che sorgeva presso al fiume dello stesso nome. Si vuol fondata dai Liburni, che secoli innanzi alla fondazione di Roma si fan passare dall’Illirio nella opposta spiaggia dell’Adriatico. Deducesi di essere stata fiorente Città da una Colonia che spedì nell'Italia superiore, e propriamente nel Foro de' Truentini ricordato da Plinio, quello cioè che corrisponde alla presente Città di Bertinoro nella Romagna. Per testimonianza di Silio Italico combatterono i Truentini nella seconda guerra Punica tra le schiere Romane Augusto ne divise il territorio ad una colonia di veterani, pel cui valore sbrigatosi de' suoi emuli, si apri la via all’Impero ed all’assoluto dominio d'Italia. Ne parla Plinio come di florida città anche nello stato di colonia. Gareggiava Truento colle vicine Città di Animino ed Ancona nell’arte di tingere la porpora, com’è chiaro da due iscrizioni, una posta ad un tale T. Buxurio dal Collegio de' Porporarii Truentini in riconoscenza della protezione da lui spiegata per quell’arte, e l’altra che parla di un C. Marcilius Eros purpur. V. Vir: Traenti, donde rilevasi pure di aver avuto Truento l’onorevolissima carica del Quinquevirato.
Mancò questa Città probabilmente verso la fine del secolo V per devastazione de' Barbari. Trovasi memoria di un Vitale Vescovo Droentino che sottoscrisse il Concilio tenuto in Roma nel 483 sotto il Papa Felice II.
Era posta Truento ad un miglio circa sulla foce del Tronto su di un’eminenza che dicono ancora la Civita. Vi si veggono tuttavia degli avanzi,fra i quali si trovano oggetti antichi. A poca distanza da essa,su di un’altra eminenza detta Colle di Civita osservano ruderi di maggior importanza, e tra questi si ravvisano il pomerio ed il fossato intorno le antiche abitazioni; il che induce a sospettare non fosse stato il detto Colle l’Acropoli, o almeno un sito donde i Truentini si difesero contro le minacce de' Barbari; seppure non fossero avanzi di Civita Tomacchiara che vi sorse ne’ susseguenti tempi, e venne meno verso la meta del secolo XV. In un altro colle vicino ai due già cennati scorgonsi anche di tali vestigio che fan credere o di essersi fin là distesa Truento, o di esserne stato qualche sobborgo. Avanzi infine di acquidotti e di canali di piombo con altri segni fan credere che la Città di Truento avesse destinate lo acque del Fonte Ottone e quelle del Fonte Maggio ad uso di Terme.
2. Castro Truentino, Castrum Truentinum, era un castello navale pertinente alla descritta Città. Sorgeva sull’antica foce del Tronto probabilmente destinato ad emporio e ad una specie-di antemurale contro le nemiche invasioni. Mal si avvisano quei moderni scrittori che lo confondono con Truento, perché sì dalla Tavola Peutingeriana, che da Cicerone, dove parla della spedizione di Cesare contro Pompeo, come ancora da una iscrizione trovata presso Colonnella, si rileva il contrario. Sorgeva dunque Castro Truentino nel luogo che oggi dicono Torvi a Tronto. Di antica fondazione come Truento, fu dai Romani accresciuto di abitanti e fortificazioni, allorquando, congiunta la via Flaminia alla Salaria, dovettero munirne la prima stazione che vi posero. Di questo antichissimo castello sussiste ancora un quas’intero lato delle sue mura sulla regia strada a un miglio circa al Sud di Martin-Sicuro,
Dei Pretuzìi. Gli antichi luoghi di questo Agro sono: 1. Beregra, 2. Interamnia, 3. Castro-Nuovo, 4. il tempio di Feronia, e 5. gli Emporii.
1. Beregra sorger doveva, a quanto si può congetturare da Scrittori antichi e da monumenti, dentro terra ed alla destra ripa del fiume Salinum o Suinum, oggi, Salinello. Plinio fa menzione dei popoli Beregrani; e da Frontino si sa che fu occupata da una colonia sotto Augusto. Al pari del suo sito è incerto quando e da chi fu distrutta. Vi ha chi la crede esistita nel Circondario di Nereto, perché ivi si osservano avanzi di un anfiteatro e di sepolcri; ma il trovarsi vestigie di antichi edilizii anche nella pianura di Fano non permette ai topografi di pronunziarsi più per l’uno che per l’altro dei due luoghi supposti.
2. Interamnia, così detta dal suo sito inter amnes, coe tra i due fiumi Batino oggi Tordino; ed Albula oggi Vicciola Vizziola Vizzola, che confluiscono a poca distanza da essa, sorgeva sopra ud piano alquanto elevato a 14 miglia dall’Adriatico. L’attuale Teramo, la cui denominazione è da Interamnia alterata prima in Teramne e poscia in Teramo, è poco distante dall’antica, ed in un’area molto al disopra del livello di quella. Nulla si conosce della sua origine. Della supremazia vne vantò in tutta la regione dei Pretuzii, di cui occupava il centro, non mancano chiare testimonianze. Si sa da Frontino di essere stata un tempo Conciliabolo, il che importava, per quel che Pesto fa assaperne, di essere stata il luogo in cui convocavasi il Concilio, quell’adunanza cioè propria dei popoli autonomi dell’antica Italia, dove si trattavano i pubblici affari della intera regione. E comeché perduto avesse in tempi posteriori il dritto della indipendenza, non perdè nondimeno i privilegii di città capitale, quelli cioè di riscuotere dazii in Castro per le pubbliche Terme. Fu Interamnia Municipio e Colonia nel tempo stesso, come rilevasi da una iscrizione. Ciò però importerebbe che essendo stata militare la colonia, intendeasi forse far distinzione tra gl’lnteramniti che son detti Municipi, ed i Forastieri Romani che son detti Coloni. A giudicarne infine dall’ampiezza delle mura, dai non pochi avanzi di nobili edilizii, di un anfiteatro, teatro, musaici, marmi, porfidi, colonne, non che dai templi dedicati a Silvano, Priapo, Giunone Lucina, Marte Pacifero, Apollo, Vesta e Bacco; no né da mettersi in dubbio di essere stata una città ben florida e grande.
3. Castro Nuovo, Castrum Novum, com la voce lo indica, fu un luogo di fortificazione, ma come Città riguardato ebbe un Prefetto speciale ed anche le sue Tenne. Fu più volte occupato da colonie Romane, la prima delle quali rimonta all’anno di Roma 469 dopo che Curio Dentato trionfò dei Sabini e Sanniti. Fortificato da Silla soggiacque ad un assegnamento che ne fu fatto a' Tribuni e soldati sotto Nerone Cesare. Mutò nel medio evo il suo nome in quello di Castrnm Divi Flaviani. Rovinato finalmente nel XV secolo dal Duca d’Atri Giulio Antonio Acquaviva, gli abitanti ne vennero trasferiti a tre miglia più dentro terra ad edificar Giulia Nova per allontanarli dalla insalubrità dell’aria che dal Batino, alla cui foce era posto, derivavagli. Era perciò Castro Nuovo dodici miglia antiche distante da Truento, e se ne veggono ancora gli avanzi in forma di quadrato del circuito di un miglio, con una porta verso il mare, e col lato settentrionale poco discosto dal corso del Tordino.
4. Il Tempio di Feronia o della libertà, perché nel Tempio simile, presso Tracina gli schiavi divenivano liberi, e vi consacravano la loro chioma, fu dagl’Interamniti innalzato a due miglia dalla loro città in un’amena campagna all’occidente del Fosso del Gesso. In tal sito sono ancora visibili gli avanzi de' sacri bagni, ove un frammento d’iscrizione si rinvenne,da cui rilevasi che la statua della Dea fosse stata a spese delle matrone d’Interamnia restaurata.
5. Emporii de' Petruzii furono uno grande vicino a Castro, e probabilmente sulla foco del Batino, e l’altro più piccolo sulla sinistra riva del Vomano. Trovasi di essi menzione in carte del medio evo, e non ih antichi scrittori. Si parla del primo in una donazione che l’Imperatore Ottono nel 956 fece al Vescovado di Forconio, ed in una Bolla di Anastasio IV che lo mostra esistente nel secolo XII. E l’altro nominato in un cartolare del Vescovato Appurino composto nella seconda metà dell’XI secolo. Oggi però non se ne veggono tracce, trovandosi i loro siti notabilmente cangiati dalle terrose deposizioni dell’Adriatico e dalle ghiajose dei fiumi.
Degli Adriani. Luoghi rinomati di tutto l’Agro Adriano sono: 1. Atria o Adria, 2. Castello Matrino o Macrino
1. Adria, Hatria, Hadria, è confusa dagli antichi scrittori colla città omonima sul Po, quella che ha dato il nome all'Adriatico, perché comunque distinta ortograficamente l’ima dall'altra da Stefano Bizantino, senza potersi da esso per altro rilevare quale delle due è la nostra, puro a giudicarne dalle medaglie in cui leggonsi le iniziali HAT e TAH a ritroso, sarebbe l’Hatria questa e l’Hadria quella, se da Strabone non apparisse l’opposto. Ed anche l’origine che se ne assegna, derivando quella dell’una da Jone Illirico, e quella dell'altra da Diomede, non pare che chiarisca il dubbio; perciocché poste entrambe sullo stesso lido, che ha dirimpetto l’Illirio, potevano essere egualmente fondate da colonie che da quella riva a questa approdarono. Checche s a della sua origine, il certo è che, come osserva Delfico nella sua Numismatica Atriana, fu Adria città primaria dell'Agro che ne tolse il nome, dappoiché non si trovano altre monete in tutta quella contrada che dell’Adria solamente. L’Imperatore Adriano che consideravate come sua patria pei natali che vi ebbero i suoi antenati, non disdegnò di esserne Quinquennale, come da una lapida rilevasi. Si ha pure ragion di crederla fiorente città sotto l’impero, per essere stata termine di strade che da Roma non si aprivano se non per luoghi importanti. Sorgeva a quindici miglia da Interamnia, ed a cinque dall'Adriatico; e cominciata a decadere sotto ai Barbari continuò nella sua picciolezza ad esistere nello stesso sito e nome di Atri attuale.
2. Castello Matrino o Macrino, Matrinum o Macrinum Castrum. così detto dal Matrino o Macrino (63), sulla cui foce fu alzato dal concorso della gente che trafficando per mare all’emporio ivi preesistente accorreva. Nella Peutingeriana segna XVIII miglia antiche da Castro Nuovo. La sua poca distanza da Adria, ed anche il trovarsi detto Castrum o Castellum Adriae non fan dubitare che sia stato l’emporio o il navale di quella Città.
Loro origine. Una colonia tra le molte che dai Sabini si staccarono, condotta da Pico verso la spiaggia dell’Adriatico vi fondò la repubblica de' Piceni, di cui Fermo ed Ascoli furono le primarie città. Secondo Plinio l’originaria occupazione de' tre Agri fu fatta da Siculi e Liburni, dopo i quali vi signoreggiarono gli Umbri, gli Etruschi e i Gialli. Siculi et Liburni plurima ejus tractus tenuere in primis Palmensem, Praetutiunium Adrianumque agrum. Umbri eos expulere, hos Etruria hanc Galli. L’occupazione di questi ultimi dovette aver luogo dopo l’anno di Roma 337; ma espulsi dai Romani, il dominio de' tre Agri cesse a costoro che vi spedirono colonie.
Loro etimologia. Quella de' Piceni è concordemente dedotta da Pico, di cui taluni fanno un condottiero della colonia sabina, ed altri proprio il fondatore de' Piceni che sarebbe il Pico figliuol di Saturno e padre di Fauno. A noi pare più probabile quella che ne assegna Festo, il quale fa derivarla dall'essersi un picchio, uccello, picus, appollajato o posato sul vessillo della colonia che andava ad occupar Ascoli: Picena Regio, in qua est Asculum, dieta quod Sabinicum Asculum proficiscerentur, in vexillo eorum picus consederit (64)
Quella de' Palmesi si tiene per oscura, o almeno oscuramente la deducono da una specie di vite produttrice di pregiati vini. A noi pare potersi dalle parole di Plinio cavarne una alquanto plausibile, ed è che volendosi quei buoni vini detti palmesi dall’unica palma, donde palmes tralcio della vite, ciò accenni a un particolar modo di potar le viti, lasciandovi un sol tronco di sarmento: Praetulia atque Anconenascentia (vina), et quae a palma una forte enata Palmensia appellantur. Si sa di qual forza siano i vini delle vigne cosi potate, e quanto fiacchi e spregevoli sian quegli degli arbusti e delle pergole. È quindi probabile che da questo special modo di tener le viti, consistente, come si è detto, in lasciarvi un sol tralcio, abbiano riportato quei popoli il nome di Palmesi. Cerchi per altra chi di questa non si accontenta con noi.
Quella dei Pretuzzii ne par più dotta che vera. Suppongono che la loro città capitale Interamnia avesse avuto origiriamente il nome di Petrut, donde Petrutia poscia Pretutia; perciocché trovandosi di aver avuta la stessa anche la denominazione di Patestina, e di essersi detti gli Umbri pur Pelestini e Palestina; ed avendo questi avuto per loro progenitore nell’oriente un Phetrusim o Petrustm, si argomentano che in onor di costui fondato avessero la città di Petrut. Appoggiano poi una tal congettura ad un’antica autorità che vuole gli Epiroti essere stati una colonia di Siri.
Quella infine degli Adriani è da Stefano Bizantino assegnata così. Stando alla tradizione di aver fondata Diomede la città di Adria, egli crede che l’avesse detta Aidria cioè Serena, perché navigato avendo d’inverno per l’Adriatico, ed essendo giunto salvo da burrasche a questo lido, gli parve bene di appellarla con tal nome, che si fa poi da' Barbari alterare in Aitria.
Loro vicende. Prima che cadessero in potere dei Romani, null’altro si sa di questi popoli chele successive occupazioni de' Siculi, Liburni, Umbri, Etruschi e Galli, alle quali andarono soggetti. I Pretuziani si aggiunsero al dominio di Roma, quando i Sabini e i Sanniti, cedendo alla fortuna de' conquistatori del mondo, accettavano le condizioni loro imposte dal Console Curio Dentato, che di lor trionfava nel 461. Ne’ trecento sessanta mila Picenti che federaronsi con Roma andarono compresi i Pretuziani, i quali dovevano essere anche prima stati in federazione con la stessa, poiché pugnarono contro Annibale come socii di essa; chepperò ne fu l’Agro di loro e degli Adriani dai Cartaginesi devastato. Di che esasperati e stizziti i Pretuziani, valorosamente combattendo co’ Frentani e Marruccini, contribuirono a quella celebre vittoria contro Annibale ottenuta al Metauro dal Console Nerone. Posteriormente implicati i Pretuzii nella famosa Guerra Sociale, soggiacquero alla sorte comune degli Italici confederati, e di unita ai Picenti, ottenuta la Romana cittadinanza, furono aggregati alla Tribù Velina, come gli altri popoli ad altre, per l’acquistato dritto di dare in Roma anche i loro suffragii nelle pubbliche deliberazioni. Divenuti i Pretuziani parte integrante di Roma, parteciparono anche agli onori di essa, come già prima fin da che vi dedusse le colonie, e n’ebbero comuni con la lingua anche i costumi e le usanze. A quali altre vicende siano andati soggetti in tempi posteriori non occorre ripeterlo, avendone già detto poc’anzi particolarmente di ciascuno de' tre Agri quel che la Storia ne ricorda.
Corografia della Sabina. Di questa famosa regione che di sopra vedemmo compresa nella IV, secondo la divisione di Augusto e di Costantino, e nella III secondo quella di Antonino, i confini sono piuttosto precisi, malgrado l’apparente diversità, che credette il Cluverio di notare tra quelli che ne assegna Strabone e quelli che ne descrive Dionigi di Alicarnasso. La sua estensione, raffigurata da taluno nella forma di un ferro di lancia con la punta verso Roma,terminata dal corso del Tevere e Teverone,do ve proprio confluiscono, è veramente contenuta tra i limiti naturali del primo all’Ovest sino al fiume Nar o Nera, e dal secondo al Sud sino a Tivoli. Da questo punto in poi le fin da confini al Sud-est gli Equi ed i Marsi; all’Est gli Agri: Adriano, Pretuzio e Palmense, ed al Nord il corso della Nera sin dove, verso la sua origine montando, s’incontrava Nursia, e quindi il Piceno. Di quest’ampia regione solo quella parte, che è bagnata dal Velino entrò a far parte di questi dominii, e propriamente per quanto corrisponde al Distretto di Città Ducate, ed a quasi tutto quello di Aquila nel II Abruzzo ulteriore;ed è di tal parte appunto che ci occuperemo nella seguente rubrica.
Topografia della Sabina. Le piccole città e villaggi antichi, che di questa regione facendo parte corrispondono col loro sito al nostro territorio, sono le sei città di — 1. Amiterno, 2. Casperia, 3. Tiora, 4. Lista, 5. Cotila, 6. Suna; e questi quattordici tra Borghi, Viehi ed altre particolari località, cioè 7. Furoli, 8. Testrina, 9. Interocrea, 10 Foro Decio, 11. Falacrine, 12. Cosc o Predii Cosani, 13. Badio, 14. Ad Centesimum, 15. Ad Aquas, 16- Oracolo e Jerone di Marte. 17. Lago di Cotila, 18. Villa di Vespasiano, e 19. Settacque.
1. Amiterno, Amiternum, oggi S. Vittorino, perché presso di questo villaggio se ne osservano gli avanzi. Sorgeva poco discosto dalla sinistra riva dell’Aterno, quei fiume cioè che fuori i confini del II Abruzzo Ulteriore prende il nome di Pescara. La circostanza di tal sito, e probabilmente l’essere stata dessa la più notevole delle borgate che erano poste intorno (amiri) di detto fiume, le fecero ritenere il nome di Amiterno. Oltre all’autorità di Virgilio, che nell’annoverar le città che combatterono per Turno contro Enea,ricorda la gran coorte Amiternina, depone di questa Città come popolosa la ricordanza de' 2800 suoi cittadini uccisi, e 4270 fatti prigionieri nel 459 di Rema dal Console Spurio Carvilio. Dopo l’occupazione de' Sanniti, passò sotto i Romani chela tennero nella condizione di Prefettura, come rilevasi da un’epigrafe di un ara votiva alla Fortuna pel felice ritorno di Cesare Augusto, ed indi vi spedirono anche una colonia. A tempi di Strabone era già molto scaduta dalla sua floridezza. Si ha memoria di aver avuto per suo supremo Magistrato gli VIII viri, come pure i Decurioni ed i Treviri capi d’ordine degli Augustali. Da una Iscrizione Osca rinvenuta a Coppito presso le rovine di Amiterno ricavasi di essevi stato un Tempio dedicato a Proserpina. Da un’altra latina è pur chiaro che avessero gli Amiternini prestato il loro culto a Plutone e Proserpi ria. Fu sede-vescovile ne’ primi secoli della Chiesa, perché un tal Valentino suo vescovo sottoscrisse il Sinodo Romano tenuto nel 499 sotto Simmaco. Non si sa precisamente quando fosse stata distrutta, se non che a tempi di S. Gregorio Magno si è scritto di essersi dispersa in villaggi pestando senza di abitatori; ed è certo che fin dal secole X già vedevasi rovinata. Fra gli svariati oggetti di antichità si rinvenne un prezioso Calendario delle feste non solo di Roma, ma anche delle particolari di Amiterno. Ebbe pure il suo Anfiteatro, che comunque piccolo ha lasciato memoria di bei spettacoli gladiatorii dati da un certo Sallio Proculo agli Amiternini. E nelle sue vicinanze in fine si veggono ancora dodici ordini di fabbriche ciclopiche, dette comunemente la Murata del Diavolo, che han segnato forse una volta il limite tra i Sabini e i Festini, perché in una colonna quadrilatera rinvenuta tra S. Vittorino ed Arischia leggonsi le parole FEINIS SABINORUM.
2. Casperia o Casperula, col primo nome rammentata da Virgilio e da Vibio Sequestre, col secondo da Silio Italico, fu secondo costoro città agguerrita non solo a' tempi antichissimi di Turno, ma anche a quelli di Annibale, contro cui combatterono le sue schiere comandate da Nerone. Benché discordino i Geografi in fissarne il sito chi nel villaggio di Aspra fra Tivoli e Terni nello Stato Pontificio, e chi a Presenzano anche ivi dappresso; è probabile che fosse stata in Crespiola, luogo vicino Aquila, che nel XVI secolo presenta va ancor vestigie di antichi edilizii, secondo che parve al Massonio, ed a noi persuade l’analogia del nome non gran fatto alterato.
3. Tiora, detta anche Matiena, ed anche Matiora secondo alcuni, che si avvisano di cosi leggere in Dionigi d’Alicarnasso, unico scrittore che ne parla come posta a trecento stadii da Rieti, ha dovuto essere nell’odierno villaggio di Torano nel Circondario di Borgo-colle-fegato. Inducono a crederla in ial sito le seguenti circostanze. Dionigi la pone tra l’indicata distanza da Rieti, ed a 24 stadii, ovvero a tre miglia da Lista; e le denominazioni di Torà e Torano situato presso il fiume dello stesso nome aggiungono alla supposizione tal peso da farla passare per probabile.
4. Lista. Di questa Città, un tempo capitale degli Aborigeni, e poi occupata dai Sabini di Amiterno,non si conosce che sol questo, e quel che dianzi se n’è detto sull’autorità del solo Dionigi di Alicarnasso. Stando quindi alla distanza da costui segnata,è da ritenersi che fosse stata nella Valle di S. Anatolia, a tre miglia da Torano. Scrittori patrii però facendosi guidare dalla omonimia di certe località, inclinano a supporla chi nel villaggio di Lisciano ne’ dintorni di Civita Ducate, e chi a Lesta, che è un podere tra i confini del Regno con Rieti, dove ben pochi ruderi ne avvalorerebbero la probabilità, se la distanza precisata da Dionigi non la indebolisse di alquanto.
5. Cotila o Cotilia secondo lo Storico medesimo, è posta a 70 stadii di qua da Reale (Rieti), o ad otto miglia antiche secondo l’Itinerario di Antonino,a piè del monte dello stesso nome. Si vuole fondata dagli Aborigeni ed indi occupata dai Pelasgi, ai quali l’Oracolo, secondo che lesse Lucio Mamio in una tavoletta di bronzo nel tempio di Giove a Dodona, rispose: i
Steicete maiomenoi Sikelw Satornan aian
H d’l’bareginexo kotolnoh, u nasks o’ceitai
Perdite, quaerentes Siculum Saturnia rura,
Atque Aboriginum Cotylen, ubi se insula vectat.
Ma stando ai detti di Dionigi fu dessa originariamente nel dominio degli Umbri, che vennero espulsi dagli Aborigeni, insieme ai quali l’abitarono i Pelasgi. Questi alla loro volta cessero alla occupazione de' Sabini, che secondo Catone vi si mantennero sino agli ultimi tempi Romani. —Il nome le venne dal lago Cotilia, che dal greco kotulh, ciotola, significa conca o cratere. Nessuna memoria storica si ha del tempo in cui cessò di esistere, benché l’Antinori senza citare autorità, la voglia distrutta nel 475. Par certo intanto che fosse sorta non lungi da Paterno, in un sito che ancora denominasi Cotile, e che dalle sue rovine ripetesse la sua origine Città-Ducale.
6. Suna fu celebre città Sabina, ricordata solo da Dionigi come sussistente a suo tempo, e posta a cinque miglia di qua da Reale. Il patrio Scrittore Martelli ne fissa il sito sopra Torre d Italia nella Falle Osuna, ove si osservano avanzi di antichissime fabbriche tra Colleviati e Villetta. Un monumento singolare di queste, come fu osservalo e descritto dall’Inglese Keppel Cràven, può leggersi nel Coccia.
7. Foruli fu un villaggio posto a cavaliere su di una rupe a breve distanza da Amiterno, chepperò Strabone disse Sassi Foruli, e tenne in conto di luogo più proprio al rifugio de' ribelli che ad abitazione di cittadini. Oltre alla menzione che ne fa Virgilio come di una tra le principali borgate, che soccorsero Turno, e Tito Livio come di villaggio, uno scoliaste dell’Eneide gli aggiunge qualche importanza col nome di Oppido de' Sabini. Da Romane iscrizioni però si rileva di aver avuto nome di Vico, di esservi stato un tempio sacro a Diana, e di esservisi celebrali de' giuochi secolari sotto il Consolato di Gneo Cornelio e Lucio Mummio Acaico nell’anno di Roma 608. Corrisponde l’antico suo sito presso a poco all'odierna Civita-Tomassa, la quale, adir vero, è alquanto di sotto alla cima della rupe, donde gli antichi abitanti discesero man mano andando incontro a meno incomoda posizione. All'antico nome di Foruli fu sostituito il nuovo non prima del 1204, come apparisce da una Bolla di Papa Innocenzo a Giovanni Vescovo di Forcona. Cominciato avendo dal dirsi Civita di Tommaso, per essere stata infeudata ad uno di tal nome, finì per chiamarsi proprio Civita-Tomassa.
8. Testrina o Cestrina, primitiva sede dei Sabini secondo Catone, era anche nelle vicinanze di Amiterno. L’omonimia con Cestria nell'Epiro ha servito di argomento ad autori che vagheggiarono le pervenienza de' nostri popoli primitivi dalla regione d’oltre l’Adriatico. Le quistioni intorno il preciso suo sito trovansi dal Corcia egregiamente transatte, fissandolo piuttosto a Cisterna che a Fisterna, concorrendo per quella la conseguenza delle diverse distanze, e dippiù l’alterazione delle parole meno sensibile in quella che in questa.
9. Interocrea, originariamente borgo che Strabone situa in vicinanza di Rieti. trovasi posteriormente segnata come Città negl’Itinerarii, tal essendo divenuta per accrescimento di popolazione. Sussiste col nome d’Introdoco o Antrodoco in mezzo a monti alpestri, che giustificano la sua etimologia secondo Festo, presso cui il Filologo Atejo riferisce che gli antichi Ocrem vocabaut montem confragosum... unde fortasse ocreae sint dictae inaequaliter tuberatae.
10. Foro Decio, Forum Decii secondo il Cluverio, Foroecri secondo la Tavola Peutingeriana, e Forum Ocri secondo l’Hostein, che lo vuol così detto dal monte Ocro presso il quale era posto, era un mercato non senza abitanti, sito a 12 miglia antiche da Interocrea, e propriamente in S. Croce, due miglia sopra Bacugno. Se ne veggono gli avanzi tre miglia prima di arrivare a
11. Falacrine, mediocre villaggio, ma celebre per aver dato i natali all’Imperatore Vespasiano, e per essere stata luogo di suo diporto, malgrado la semplicità in cui conservò la villa de' suoi maggiori. Era sita a 3 miglia dall’anzidetto Foro Decio, ed a 16 da Interocrea, e propriamente nella valle che ne conserva il nome presso Civita Reale, dove nasce il Velino. Si parla di questo villaggio come ancora esistente sul principio del secolo XIV in un diploma del Re Roberto, e come uno de' luoghi dalle cui rovine si edificò Civita Reale, a due miglia della quale si veggono ancora pochi avanzi. Vuoisi cosi detta dalla nudità de suoi monti.
12. Cose e Predii Cosani, Praedia Cosana, Ne parla Svetonio come di luogo, in cui Vespasiano fu educato dall’ava paterna Tertulla. Esisteva questo villaggio col nome di Cose a 7 miglia da Falacrine, e ad un miglio circa al Nord-est da Accumoli sino ai bassi tempi, ed il nome stesso è duralo al luogo lino al secolo XVI, dopo la qual epoca prevalse quello di S. Pancrazio per una cappella erettavi in onore di tal santo.
13. Badio. Sorgeva quest'altro villaggio a 9 miglia dal precedente sulla via Salaria. Si ebbe questo nome dal colore del terreno, che svolto dall’aratro si mostra giallastro. Ben si appose il Cluverio fissandone il sito presso Accumoli; ma gli avanzi di alte e larghe mura, di porte e di torri che vi appariscono, potrebbero essere del medio evo anziché del villaggio di Badio.
14. Ad Centestmum. Una colonna miliare, che sulla via Salaria segnava il centesimo miglio da Roma, fece restare una tale denominazione al luogo in cui sorgeva, ovvero alla stazione 10 miglia discosta dal Vico Radio secondo l’Itinerario di Antonino. Or la stazione, che nella Tavola Teodosiana è segnata col guasto nome di Surpicanum in vece di Suburbicanum. come quella che il limite denotava della Provincia Suburbicaria, non può essere nel punto medesimo del centesimo miglio; poiché altrimenti la Città di Ascoli, che è segnata a 12 miglia dalla nazione Ad Centesimum nell'Itinerario di Antonino, secondo la Tavola suddetta troverebbesi distante 14 miglia. Sono adunque due diverse mansioni l’Ad Centesimum ed il Saburbicanum, ed è da situate la prima a due miglia dalla seguente che è detta
15. Ad Aquas, Sulla stessa via Salaria od a 10 miglia da Ascoli, secondo la Tavola Peutingeriana, e a quest’altra mansione così detta dalle Acque salutari, alle quali con tanta frequenza si concorreva, e senza alcun contrasto nella terra di Acqua santa riconosciuta.
16. Oracolo e Jerone di Marte. Di pertinenza dell’antica città di Torà furono questi due monumenti l’Oracolo di Marte ed il Tempio allo stesso dedicato, che era a dugento passi dal primo. Quest’Oracolo, non come quello di Dodona che rispondeva per una colomba da una sacra quercia, dava i suoi responsi per mezzo di un picchio (picus) sopra una (donna di legno. Secondo la cronologia di Petit-Radel l’epoca di esso rimonterebbe a 1520 anni avanti l’era volgare. Si pretende indicarne tuttavia la cella, detta Ara della Turchetta costruita in larghi e rozzi poligoni appoggiati da rupi tagliate, presso Torano e S. Anatolia. Il Jerone di Marte trovasi destinato alla costruzione della Chiesa di S. Anatolia, nel cui villaggio, e preciso nel giardino dei Cappuccini s’incontrano varii pezzi di antichità del tempo de' Romani.
17. Lago di Cotila. Presso le rovine della città di questo nome, ed a 7 miglia circa da Rieti vedesi il Lago di Cotila ora detto di Paterno, vicino al quale avviene un altro più piccolo detto Pozzo di Ratignano, in cui pongono i moderni topografi l’isoletta galleggiante, dì che parlava l’Oracolo di sopra riferito. Era i detto lago tenuto dai Sa! bini per sacro alla vittoria, e con riti religiosi custodito. Secondo la descrizione lasciatane da Dionigi era l’isoletta coverta di erbe e virgulti del diametro di cinquanta piedi, uscendo di un sol piede fuori la superficie dell’acqua, sulla quale move vasi in balìa del vento con uno spettacolo di sorprendente maraviglia. Oltre alle testimonianze di Varrone, Plinio e Marziano Capella, Seneca dice di averla veduta andar per il lago spinta anche da leggiera auretta. Il dotto viaggiatore Capmartin de Chaupy dice di averla veduta verso la fine del passato secolo, e l’altro Keppel Craven assicura che anche a dì nostri vi si veggono mobili piccole masse di sostanze vegetabili, che spinte dal vento galleggiano sulla superficie del lago. Altra curiosa circostanza notata da Varrone si è. che questo lago corrisponde al centro o all'umbilico dell'Italia. Ed in falli le misure itinerarie di quei tempi da Ostia al lago Cotila segnano la distanza di 76 miglia, e quella di 74 dal Lago medesimo a Castro Truentino. Che se in realtà lo spazio è maggiore da Cotilia verso il Tirreno che verso l’Adriatico, e ciò non mostra nel rigor geometrico la centralità del punto, egli è perché, secondo che osserva il gran Geografo D’Anville, gli antichi tennero conto delle miglia e non dello spazio corrispondente alla linea retta.
18. Villa di Vespasiano. In vicinanza della città di Coglia era la paterna villa di Vespasiano, che per amor del suolo natio onorava di sua presenza passandovi la state onde distrarsi dalle gravi cure dell'Impero. Quivi morir vollero egli e suo figlio Tito Vespasiano. La loro precisa dimora par che avesse dovuto essere nella contrada oggi delta Pozzo sfondato, perché quivi abbondano le acque minerali, e sussistono i ruderi di un magnifico palagio sulla via Salaria a 7 miglia da Rieti, e 3 da Città Ducate.
19. Settacque. Tra i sette fonti del Velino fu un villaggio di questo nome, di cui parla Dionigi d'Alicarnasso, e Varrone, Virgilio, Plinio e Cicerone lodano a cielo chiamandola la Tempe dell'Italia. Ne pongono il sito alcuni a 5 miglia da Marruvio, altri a Morro vecchio, ed altri nella terra di Marano, dove si veggono avanzi di fabbriche antiche..
Son queste le antiche località della Sabina che coprivano quella parte del suolo che ora ci appartiene, quelle cioè ai cui trovasi ricordanza negli antichi autori. Non son perì) tutte, perché in diversi punti della stessa contrada ben altri molti avanzi di antiche dimore ci dicono di essere stati un tempo luoghi abitati: ma muti e silenziosi non rispondono alle nostre dimande del nome che si ebbero.
Loro origine. Bisogna confessare di esserci ascosa de' Sabini così l’origine come la derivazione del nome; e questa oscurità stessa chiarendoli per antichissimi, scusa incerto modo la varietà delle opinioni fra tutti quelli che occupandosi intorno alle origini de' Popoli, pretendono di assegnarne una a ciascuno. Solo per soddisfare a coloro, che vaghi di saperne, si contentano di conoscerne quello almeno che se n’è pensato, ci facciamo ad esporre alquante di siffatte opinioni senz’aggiungere nulla del nostro in pro di una piuttosto che di un’altra. —Strabone li reputò Autoctoni, cioè indigeni o nati nella propria contrada. Zenodoto da Trezene, scrittore di lui più antico, il credette un ramo degl’Indigeni dell’Umbria. Altri appoggiandosi all’autorità di costui vanno all’idea di una tribù Umbrica passata in Italia dalle vicinanze del fiume Sibi nella Peonia, contrada dell''Illirio; e trovando quivi il monte Ocra, e tra i Sabini le Ocre, donde l’Interocrea, si fermano in tale idea, che ad una li contenta e della origine e della ragione del nome.
Loro etimologia. V’ha di quei che li vogliono così detti dal progenitore Sabo o da Zubio Re degl’Iperborei, uno de' quali o come nume adoravano, o per autore tenevano della loro gente. Virgilio dà loro addirittura un Sabino per padre. Giulio Igino, che attribuisce ai Sabini origine Spartana, li fa guidare da un Sabo, il quale ne fu condottiero dalla Persia alla Lacedemonia, e di quivi in Italia. Altri riconoscono in Sabo il dio Bacco, a cui erano sacri i campi sabini, che secondo Strabone erano feracissimi di vino; e Virgilio chiama Sabino Vitisator cui mette in mano una curva falce o ronciglio da potare. Ed altri finalmente dal carattere religioso e pio di questi popoli si avvisano con Plinio e con Vairone di essere stati perciò detti Sevini e quindi Sabini.
Loro indole, costumi e vicende. Fu la gente Sabina celebre pel suo genio bellicoso, e singolare nella virtù della parsimonia e nel durar la fatica in tutte le azioni della vita. Cicerone che ne ammirava i modi severi, ne prendea le qualità per far l’elogio di un uomo, di cui disse che la modestia del volto e la posatezze del dire ritraeva dai Sabini. Ebbero poche e picciole città. La maggior parte delle popolazioni viveva per lo più in borgate e villaggi d’ordinario situati sulle cime de’ monti. E fa maraviglia, come ancor duri ne’ loro discendenti il costume di vivere sparpagliati in tanti villaggetti, di coltivarne le campagne assai bene, e di conservare in una mediocrità lontana dal lusso e dall'indigenza le avite virtù della schiettezza, della ospitalità e dell’amore alla fatica. Erano i Sabini forti e valorosi, curavano l’educazione de' figli avvezzandoli di buon’ora all’obbedienza ed al lavoro. Caste e severe le loro donne sapevano conservare su i loro figliuoli quell'impero che indarno cerchi nelle madri do’ nostri tempi. Se cessero alla fortuna de' Romani, per aver forse dimenticate le patriarcali abitudini de' loro avi, nella loro soggezione ai conquistatori ritennero sempre la rinomanza di semplici e rozzi uomini, ma sempre forti e coraggiosi.
Le più antiche memorie delle loro vicende risalgono tino a tre generazioni prima delle cose Trojane. Scacciati dapprima gli Aborigeni, distesero le loro conquiste sul Lazio. Soggiogarono poscia le antiche colonie degli Albani Nomento, Crustumerio e Fidene, nonché Collazia, Cenina ed Antemna, le quali ultime furono le prime ad essere loro tolte dai Romani. I fatti che de' Sabini si narrano verso i primordii di Roma e sotto i primi suoi Re. come Bratto delle Sabine, pel quale i connubii si resero comuni colla forza tra i due popoli, e la guerra che ne provenne, per la quale la real potestà restò divisa tra Romolo e Tito Tazio, interpetrati secondo la critica moderna mostrano il concorso che prestarono i Sabini alla politica fondazione di Boma. Ma dopo i Re tutte le volte che i Sabini si cimentarono coi Romani ne andarono mai sempre disfatti. Sotto il Consolato di M. Valerio e P. Postumio i Sabini si volsero alla fuga lasciando in potere de' nemici i loro alloggiamenti, dopo aver combattuto da valorosi sulle rive dell’Aniene. Riprese le ostilità nell’anno seguente ad insinuazione di Sesto Tarquinio, malgrado il comando di costui, la impresa non fu meno infelice dell'antecedente. poiché meglio di tredicimila tra Sabini ed altri alleati caddero estinti presso Fidene oltre a quattromila prigionieri. Riportato avendo qualche vantaggio nel 253, imponevano ai Romani per via di messaggi di rendere la patria agli espulsi Tarquinii, e ai vincitori di cedere l’imperio: ma i Romani alla loro insolenza con più superba ambasceria rispondendo, in un nuovo cimento i ebbero di bel nuovo messi in Riga e sconfitti. Il Console Spurio Cassio nel 262 ne uccise più di altri diecimila presso Curi, ed altri quattro mila ne menò prigionieri. Dietro di questa disfatta ottennero Inchiesta pace, ma a condizione di pagar grossa taglia in danaro, e di rilasciare dieci mila jugeri di terreni coltivati. Una pace comprata a si caro prezzo esser non poteva durevole tra i due popoli guerrieri. I Sabini piombarono di nuovo sui Romani, mentre attendevano alle oro feste nel 259; ma furono anche questa volta vinti dal Console P. Servilio Prisco, e poco dopo nel 260 dal Dittatore Manlio Valerio Massimo nuovamente disfatti. Soggiacquero allo stesso destino ancorché collegati co' Vejenti nel 271. Provata la costante. avversità della fortuna,si stettero i Sabini dal romperla co’ loro nemici fino al 306, in cui venuti alle mani coll'armata de' Decemviri, furono dal Console M. Orazio Barbato per l’ultima voi ta abbattuti. Ma se i Romani nella seconda e terza guerra Sannitica non incontrarono nel territorio Sabino il menomo ostacolo nel condurre Farinata nell’Apulia, fu ciò probabilmente in seguito di trattato solenne conchiuso dopo l’ultima pruova,la quale dovette ormai renderli persuasi, che la loro energia non poteva piti oltre misurarsi con quella di un popolo giovane e gagliardo. Si tennero neutrali i Sabini in tutte le guerre contro Roma fino al 464, quando mal soffrendo di attendere dal tempo la intera collazione del dritto di cittadinanza, mossero con oste poderosa contro il territorio Romano. Ma la strategica del Console Curio Dentato, causando lo scontro dei nemici in campo, ed occupando invece mano a mano le loro borgate indifese, riuscì a soggiogar tutta la regione con grande strage de' Sabini, che sperperatisi per difendere il proprio luogo natio, offrivano debolissima resistenza. S’indussero finalmente i Romani ad accordar loro nel 464 il dritto di cittadinanza, ma senza suffragio, che poi concessero 22 anni dopo, allorquando spedirono una colonia a Benevento, non a tutti i Sabini.
Corografia degli Equi. Si ebbero questi popoli svariati nomi ed anche vaghi confini del loro territorio. Son chiamati non solo da diversi scrittori, ma da uno stesso col nome or di Equi, or di Equicoli, ed ora di Equini o Equicolani. Del pari divergenti sono in riconoscerne l’estensione ed i limiti per modo, che secondo alcuni non toccherebbe per nulla il nostro territorio, e secondo altri vi entrerebbe per la maggior parte. Seguendo noi dunque il Coccia nella circoscrizione che gli è paruto di assegnare alla loro regione, anche in una maniera vaga e poco sicuramente determinata, riteniamo che gli Equi spaziarono di qua dai monti Prenestini sulle due rive del Teverone, tra i Marsi ed i Vestini, e tra i monti della Sabina. Dal monte Algido quindi si protendeva la loro regione sino a Carseoli, ad Alba ed al Cicolano sul confine dei due Stati; veniva perciò la stessa ad estendersi in lunghezza da quelle dei Volaci e del Lazio sino ai Vestini, lasciando gli Ernici e i Marsi alla destra, ed i Sabini alla sinistra. Occupavano in somma le due valli del Turano e del Salto, che si comprendono nei Circondari di Borgo-Colle-fegato e Mercato, e presso i Marsi quelli di Carseoli e Tagliacozzo, nonché le due sponde dell'Aniene (Teverone) nella parte superiore del suo corso vicino al Lazio e agli Ernici, toccando appena la region de' Volsci all’agro di Cominio.
Topografia degli Equi. Le Città e Villaggi che si son potute dimostrare di pertinenza degli Equi ed in siti spettanti al territorio del nostro Regno, sarebbero queste dieci Città; cioè 1. Cliternia, 2. Equicoli, 3. Corbione, 4. Carseoli, 5. Carento, 6. Auricola, 7. Nerse, 8. Alba Fucente, 9. Verrugine, 10. Cominio, ed 11. il Vico di Nerse, e 12. la villa di Vitellio.
1. Cliternia o Cliterno, che Pomponio Mela chiamò anche Cliternina, trovasi cennata in un marmo col primo nome. A tempi dell'Impero vi fu spedita una colonia dai Romani come apparisce da un cippo sepolcrale posto a Tito Sellusio Duumviro Cliterniae rinvenuto al sud di Capradosso, Comune del Circondario di Mercato nel Distretto di Cittaducale, ove avanzi di acquidotti. di bagni,di musaici, e lavori di figulina rendono probabile che avesse avuto il suo sito.
2. Equicoli, Aequiculi. Anche per testimonianza di varie iscrizioni riportate dal Corcia sono indotti i Topografi a credere di esservi stata una Repubblica ed un Municipio dogli Equicoli in vicinanza di Peschiorocchiano nel Circondario di Borgo-colle-fegato, anche perché ivi sono visibili le rovine di un’antica città. Gli Equicoli in somma occupar dovevano dell’Abruzzo Ulteriore 11 quella contrada oggi detta di Cicoli o Cicolano, senza potersene additar con precisione il sito; essendo probabile, che come oggi è abitata da ventitré piccioli villaggi, detti collettivamente Cicoli, anche anticamente gli Equicoli abbiano formato nel luogo stesso una collezione di borgate.
3. Corbione. Gli avanzi di antico abitato e sotterranei acquidotti scavati nel monte Frontino, che si osservano nella terra di Corvaro (comune unito a Borgo-colle-fegato) e nelle sue vicinanze, si attribuiscono alla insigne Città di Corbione. Parlano di essa Dionigi d’Alicarnasso e Livio, dai quali sappiamo le diverse vicende dalla stessa sostenute in passando or dal dominio degli Equi a quello dei Romani. ed ora emancipandosi da questi. Coriolano la tolse a Roma nel 263. Ritornò in poter de Romani nella guerra del 296; ma nell’anno seguente, incolta nel sonno la guarnigione, e fatta a pezzi dagli Equi, fu ripresa da questue nello stesso anno nuovamente perduta per sempre; perché il Console vincitore Cajo Orazio Polvillo ne fece da' fondamenti abbattere le case. Nondimeno da iscrizioni sopra luogo rinvenute si rileva che a' tempi dell'Impero fosse stata abitata.
4. Carseoli. Non si ha di questa ragguardevole città memoria più antica dell'anno di Roma 451, circa il qual anno secondo Livio vi fu spedita una colonia di quattro mila uomini. Essendosi negata di unita ad altre undici colonie di mandar soccorso di uomini e danaro a Roma nella guerra contro Annibale, fu per un decreto del Senato nel 548, astretta ad un doppio contingente di fanti, ed al numero di centoventi soldati a cavallo. Nella Guerra Sociale andò distrutta dagl'Italici confederati, e sotto l’Impero vi fu spedita nuova colonia, di cui una delle antiche iscrizioni rinvenute tra le rovine di Carseoli ne ricorda il Patrono in un Marco Metilio Repentino. Si ha pur memoria di una legge colla quale era vietalo in Carseoli di tener volpi vive, che in onor di-Cerere bruciavano ogni anno una coi manipoli di spighe. In questa Città fu mandato dal Senato Romano ad esservi custodito Biti figliuolo del Re di Tracia. Probabilmente, secondo Paolo Diacono, l’ultima sua distruzione fu dopo de' Longobardi, perché ei l’annovera nella Provincia Valeria. Il suo sito preciso è nell’odierna selva detta Sesera, che è una pianura tra Riofreddo e Celle, ove le rovine ritengono ancora il nome di Carsoli, ed in tal punto corrisponde esattamente alla distanza di 22 miglia antiche da Tivoli sulla Via Valeria, secondo l’Itinerario di Antonino.
5. Carento o Carenzia. In vicinanza di Carseoli, e sulla sinistra dell’anzidetta via esser doveva quest’altra città, o almeno grossa borgata degli Equi, i cui abitatori solo Plinio ricorda col nome di Carentini. Le rovine, che ancor serbano presso quei circostanti abitatori la denominazione di Civita, Carenzia, si veggono a un miglio circa dall’albergo del Cavaliere presso Poggio Cinolfi, comune a Carsoli unito.
6. Auricola. Sulla fede di una lapida del 1052, in citisi nomina Auricola di unita ad Arsula e Carsoli, può ritenersi che siavi stata questa città degli Equi, ora piccola terra detta Oricola, e posta sul monte, alle cui falde è Carsoli.
7. Nerse. Nella rassegna che fa Virgilio delle Città, che parteggiarono per Turno contro Enea, è nominata come una delle importanti anche Nerse. Distrutta forse fin dai suoi tempi, sarà per ciò appunto che nessuno degli antichi Geografi la nomini. Nell’incertezza del suo sito induce l’analogia del nome a supporla sotto al monte, su cui sta il piccolo paese di Nesce, in una pianura che ancora dicono Civitella di Nesce. Egli è quivi, che trovansi rovine ed iscrizioni che la mostrano non ultima città degli Equicoli, quali sono un vasto recinto di fabbriche Ciclopici e, sepolcri lungo le diverse vie, acquidosi, terme, medaglie, corniole, frammenti di statue, di colonne, ed altre molte anticaglie.
8. Alba Facente. Contro le autorità di S:l;o Italico, di Festo e Tolommeo che attribuiscono ai Marsi questa celebre Città, stanno quelle di Livio, di Strabone e di Appiano che di maggior peso al confronto la vogliono degli Equi. Si ebbe l’aggiunto di Focente dal Fucino, a tre miglia dalle cui rive sorgeva, per distinguerla da Albalonga, e da un’altra Alba nel Lazio, per la qual ragione si dissero Albensi e non Albani i suoi abitanti. Remotissima si tiene la sua origine, ma non più antica di Albalonga. Le sue storiche memorie nondimeno cominciano dall'anno di Roma 450; quando una colonia vi fu dedotta di sei mila uomini, che la rese d’allora in poi città molto più ragguardevole che prima non era. All’avvicinarsi di Annibale soccorse Roma di due mila uomini, che per la loro fede provala furono destinati a custodirne le porte: ma sfinita Alba dalle lunghe guerre di Roma contro Annibale, e negatasi insieme con altre undici colonie a somministrare più altri soccorsi, soggiacque per ordine del Senato alla stessa multa di Carseoli; cioè all'obbligo di un doppio contingente di soldati pedoni ed a 120 cavalieri. Nella Guerra Sociale si mantenne salda nella fede con Roma. Nella prima guerra civile presidiava la Domizio con venti coorti per Pompeo; e nella guerra contro Cesare, a Marcantonio si oppose. Sotto l’impero altra colonia vi fu dedotta, dopo di che fu elevata a grado di municipio, ricordando una lapida il Senato Albense, e Livio i Censori. Per la inespugnabile posizione, e per le moltiplici e svariate opere di difesa ancora visibili, onde questa città venne in modo particolare ad essere munita, fu luogo di custodia per gl’illustri prigionieri Siface re de' Numidi, Perseo re di Macedonia, e Bituito re degli Alverni della Gallia: Oltre alle tante maniere di fortificazioni, ben molti avanzi di sacri e pubblici edifizii rivelavano della città di Alba Fucente la più vantaggiosa idea della sua splendidezza. Sussistono ruderi di ben cinque templi, di una Basilica, di una edicola, di due teatri e di un anfiteatro, e segni di sei porte. Del portico esterno o Calcidico della Basilica le 18 colonne di ordine corintio fecero magnifica la chiesa di S. Pietro edificatavi nel medio evo sugli avanzi di altro tempio; e maggior abbondanza di simili reliquie dell’architettonica magnificenza si vedrebbero fra quelle rovine, Se Carlo d’Angiò non avesse fatto adoprarne il meglio dei marmi nella costruzione del convento de' Tempiarii sotto il titolo di S. Maria della Vittoria in riva del Salto ne’ Campi Patentini, ove sconfisse Corredino. Di tanta grandezza venula meno probabilmente dal fuoco che vi appiccarono i Saraceni, son oggi signori circa cencinquanta contadini; e dove un tempo sorgevano superbi palagi e sontuosi edifizii, si elevano presentemente gli umili abituri e i casolari di un villaggio.
9. Verrugine, Verrugo. Di questa Città non altri Autori fan menzione che Tito Livio e Diodoro Siculo. Nel narrare il primo le fasi della lunga lotta tra gli Equi e i Romani, d ee, come questi avendola a quelli tolta, la fortificarono, e come di bel nuovo nell'anno 350 se la rivendicarono gli Equi, secondo Livio, gliela ritolsero i Volsci, secondo Diodoro. Parecchie altre vicende son riferite dallo Storico Latino della natura di quelle, che abbiam dianzi cennate di Corbione, l’ultima delle quali fu comune cogli Equi,quando questi,pel valore del Tribuno militare Spurio Postumio, furono totalmente disfatti. Credesi da patrii scrittori che l’odierno villaggio di Verrecchie unito a Cappadocia nel Circondario di Tagliacozzo, per l’analogia del nome fosse stato il sito di Verrugine, la quale parola significando nell’antico latino luogo aspro ed erto, qual’è quello di Verrocchie. aggiunge qualche probabilità alla congettura.
10. Cominio. Trai confine degli Equi e de' Volsci alle falde degli Appennini era quest’ultima Città degli Equi. Assediata nel 459 dal Console Spurio Carvilio oppose per qualche tempo vigorosa resistenza, ma dovette dopo un combattimento nella piazza della Città, rendersi a discrezione. Dagli undici mila e quattrocento combattenti che cedettero alla forza dei Romani può dedursi quanto grande e popolosa fosse stata Cominio. Venula in mano de' Sanniti, si ristorò delle perdite: ma ciò non pertanto assediata da Fabio nel 463, fu dopo brevi assalti da Postumio espugnata Dopo tali vicende afferma Plinio di essere mancati i popoli Comini. Sorgeva questa città nell’odierno Alvito, che ne’ tempi cristiani fu detto Civitas S. Urbani in Cominio, ed in un Cronista è detto proprio Cominio. L’essere stata abitata nel medio evo ha fatto si, che gli avanzi di antichi edifizii si confondessero ne’ nuovi, per cui pochi ne restano ancora visibili.
11. Vico di Nerse o Nervesia, Vicus Nervesiae. Parlando Plinio dell'erba consiligine, ora detta pulmonaria o zampa di leone, dice di trovarsi presso il Vico di Nervesia negli Equicoli. Quelli che dicono di essere appartenuto questo villaggio alla città di Nerse, si permettono dì credere corrotto il luogo di Plinio, e legger vorrebbero Nersiae per Nervesiae, poiché non saprebbero altrimenti determinane il suo sito.
12. Villa di Lucio Vitellio, Albenserus L. Vitellii. Parla Plinio di questa villa dello zio paterno dell'Imperatore Vitello, ricordando le svariate specie di Nielli che vi piantò trasportandola dalla Siria, dov’era stato in qualità di Legato speditovi negli ultimi anni di Tiberio. Nulla si conosce del suo sito, ma-sospettò il Febonio che fosse stato presso il villaggio di S. Pelino a dite miglia da Alba, dov’è tal suolo aprico, ridente ed irrigato da più sorgenti che producendo anche oggidì ottimi fichi ed ogni maniera di frutta, ha dovuto essere probabilmente il luogo di delizie che si cerca. Avvalorano poi una tal congettura gli avanzi di un magnifico palagio e di pubblici bagni, che vicino la Via Salaria ed ivi dappresso fino agli ultimi tempi si vedevano.
Loro origine. Nulla si conosce della origine degli Equi, perché si tennero presso gli antichi come discendenti dagli Aborigeni secondo alcuni, o della schiatta de' Sabini, come gli Ernici e i Marsi, secondo altri.
Loro etimologia. Null’altresì di preciso può dirsi della loro denominazione. Chi li vuole cosi detti ab aequo colendo dalla rigida osservanza del giusto; di tal che pensano taluni di aver Noma od Anco Marzio ad essi imitata la istituzione dei Feciali, che erano, com’è noto, gli arbitri delle cagioni onde intimar la guerra, e i custodi della pace: e chi crede che dall'essere il paese degli Equi più che ogni altro popolo finitimo irrigato da molte sorgenti, fra le altre da quelle, onde hanno origine i tre fiumi Te verone, Torano e Tolero, fossero stati cosi detti quasi Aquicoli.
Loro indole, costumi vicende. La gente Equicola è detta da Virgilio orrida, ed avezza ad inseguir le fiere pe’ boschi tanto, che coll’armi indosso attendeva al lavoro de' campi, e non sapeva vivere che dì caccia e di rapine (65). Anche Cicerone li tenne in conto di gran gente, ma feroce. La storia infatti li dipinse come grandi e pericolosi per Roma, cui si opposero da' suoi primordii sino alla espulsione de' Re. Le loro gesta bellicose, narrate da Diodoro Siculo, da Livio e Dionigi di Alicarnasso, sono per lo più incursioni sul territorio vicino, dalle quali tornano quasi sempre battuti. Si mostrarono nondimeno sempre ostinati nel difendere la loro libertà dall’oppressione del Popolo che tutte le Italiche genti andò mano mano soggiogando. Vinti da Tarquinio Prisco, ripresero le armi e disfecero l’armata de' Decemviri. Sconfitti nuovamente nel 290, riconobbero nel trattato conchiuso con Fabio la signoria di Roma obbligandosi di contribuirle dei soldati nelle occorrenze. Ribellatisi nuovamente nel 296 furono da Cincinnato fatti passare sotto al giogo. La più memorabile vittoria che i Romani ne riportarono fu quella che Ovidio registra ne’ Fasti, e che il Dittatore A. Postulino Tuberto riportò nel 324. Dopo otto anni di tregua, che fu convenuta in seguito di tale disfatta, ripresero gli Equi le consuete ostilità, che durarono per altri 23 anni fino alla conchiusione della pace co’ Volsci. Nel 361 ripigliarono gli Equi le armi con qualche vantaggio sui Romani. Dopo la guerra di Preneste nel 367, chetatisi dal combattere i loro nemici perché divenuti potentissimi, prendono occasione dalla seconda Guerra Sociale per darsi dalla parte de' Sanniti. Fu allora che il Senato decretò per essi l’accordo del dritto alla cittadinanza senza suffragio. Non essendosene accontentati gli Equi, indispettiti 1 Romani di tanta insolenza e tracotanza, spedirono contro di essi i due Consoli P. Sulpizio e P. Sempronio Sofo nel 449, ed in cinquanta giorni ebbero prese e distrutte col ferro e col fuoco oltre quaranta loro fortezze. Valse questo terribile esempio ad ottenere la volontaria sommessione de' Marruccini, Marsi, Peligni e Frentani. Secondo Cicerone ottennero finalmente gli Equi il dritto della cittadinanza, non senza aver dato dopo tanto sterminio qualche altro argomento della loro indomabile fierezza. D’allora in poi agregati al Lazio, facendo parte delle due tribù la Terentina e l'Aniense il loro nome non figura più nella storia. Se non che alcuni antichi scrittori parlarono degli Equicoli, come di popoli distinti dagli Equi, ritenendo i primi come pastori e montanari che abitarono i luoghi montuosi di quà dai Vestini.
Della corografia e topografia di questi popoli non ci diamo pensiero, perché non addentrandosi per benché minima parte la loro regione nel nostro Regno, ne tocca solo il confine per la metà di quel tratto, in cui il Distretto di Avezzano segna il limite tra i due Stati, sin dove incontra la Terra di Lavoro. Quindi nessuna delle loro Città di Anagnia, Alatrium, Verula Ferentinum, ci riguarda. Se però noverammo gli Ernici fra i Popoli che occuparono l’attual nostro territorio, ei fu solo per ricordare chi furono coloro, che coi nostri Marsi erano confinanti da quella parte che innoltravasi tra gli Equi al Nord-ovest, ed i Volsci al Sud-est.
Corografia de' Volsci. Nulla rilevasi da' Croci e Latini Geografi della territoriale circoscrizione di questi Popoli, prima che fossero stati compresi nel Lazio, quando Tarquinio Prisco, ampliandone i limiti vennero i Latini a confondersi coi Volsci. Pomponio Mela, a dir vero, distinse gli uni dagli altri; e ben meritarono dimandarne sceverati sì per la estensione che occupavano, e si per la rinomanza in cui furono di popoli possenti; per il che il fatto della loro aggregazione al Lazio. so loro fe’ perdere da una parte l’antica autonomia, non tolse loro dall'altra né al loro territorio che si nomassero come per l’addietro si addimandavano. La loro corografia nondimeno ci è quindi piuttosto ben conta che no, perché si sa che dai monti presso al Fucino si distesero verso la spiaggia del Tirreno; occupando di questa circa quaranta miglia, ed una ventina in circa di estensione dal mare alle sorgenti del Liri. Confinarono al Nord con gli Equi, con gli Ernici e co’ Marsi, all’Est coi Sanniti, co’ Campani, Sidicini ed Aurunci, al Sud cogli Ausoni, e dal Lago di Fondi iti su col mare. La parte più larga di questa regione stendevasi nella Campagna di Roma, e la più ristretta dilungavasi nella nostra Campania o Terra, di Lavoro, occupandone il Distretto di Sora.
Topografia de' Volsci. Gli antichi luoghi che erano e sono esistenti in detta parte di nostra pertinenza, sono: 1. Sora, 2. Arpino, 3. Atina, 4. Arce, 5. Casino, 6. Aquino, 7. Fabrateria, 8. Fregelle, 9. Anteramna; 10. Il borgo di Cereate, 11. La Villa Tulliana, 12. L’Amaltea o Ginnasio di Cicerone, 13. Le Ville di Q. Cicerone, 14. La Villa di Terenzio Varrone, 15. Il Pago Lapillano, e 16. Le Isole di Sinonia, Palmaria, o Ponzia.
1. Sora. Giace quest’antichissima città in una pianura, per la quale scorre il Liri, ed alle falde di un monte. Credesi il suo nome derivato dall’orientale Sor che significa rupe, e che sarebbe quella sulla quale fu originariamente edificala. La sua storica ricordanza comincia dall’anno 411, quando i Romani per la prima volta se ne impossessarono e vi spedirono una colonia. Ad insinuazione de' Sanniti, co’ quali si collegarono i Sorani, tutti i coloni Romani vi furono trucidati nel 439. Ma non più tardi del seguente anno i Consoli M. Petilio e C. Sulpicio l’occuparono col favore del tradimento di un Sorano, o dugento venticinque di quelli che furono autori della strage, spedili a Roma vennero decapitati nel Foro. Ripresa dai Sanniti nel 447 i prigionieri Romani ne scontarono il fio. Due anni dopo cadde nuovamente insieme con Arpino in potere di Roma, che nel 450 vi spedì una colonia di quattromila comini. Pugnarono i Sorani per la Repubblica contro i Cartaginesi; ma anch’essi per aver negato de' soccorsi contro A unitale ne vennero dal Senato puniti con taglia di doppio contingente di soldati come le altre colonie.
Dell’antica città di Sora non rimangono che i ruderi della vetusta rocca, che credesi di essere quella poi detta di Angelo. Una sola iscrizione, che ancor vedesi sul muro della chiesa di S. Restituta, parla di una colonia dedottavi da Augusto. Solo dagli atti del martirio di S. Giuliano il Dalmata rilevasi che vi era ne’ primi secoli della Chiesa un tempio dedicato a Serapide.
2. Arpino. Sorgeva questa città al mezzogiorno di Sora sulla roccia che elevasi ad un miglio più sopra dell’attuale Arpino, in cui venne a trasformarsi l’antica, a poco a poco scendendo da quel sito eminente. Di qui è che pochissimo avanza degli antichi edifizii, e quel poco che se ne osserva è dentro e intorno l’odierna città. È celebrata dagli antichi scrittori come la patria de' più celebri uomini che avesse prodotto l’Italia in tempo della cadente Repubblica Romana, Cajo Mario e Cicerone,di cui esistono due rozzi busti nella piazza della città, sebbene non antichi. Le sue vicende sono presso a poco quelle stesse di Sora. Se non che verso il 400 fu agli Arpinati concesso il dritto di cittadinanza, ma senza suffragio, cui ottennero dopo aver ben meritato di Roma, combattendo a Canne coi Lerinati condotti da un Tullio, discendente di Azzio Tullo, che Cicerone gloriatasi di contare fra i suoi antenati.
Nel luogo detto Civita o Arpino vecchio, rimangono ancora gli avanzi delle mura pelasgiche dall’acropoli, tra le quali vedesi resistere tuttavia all’azione di tanti secoli una porta a sesto acuto. Nelle mura e nelle porte miransi i segni del culto prestato ad Ermete, divinità pelasgica, sotto il simbolo del Phallo. Sul tempio sacro a Mercurio Lanario surse la chiesa di S. Maria di Civita. Gli avanzi delle mura, che cingevano la città, fuorché ne‘ punti,in cui la natura del luogo non ne faceva sentire il bisogno, accennano ad un ambito di oltre quattro miglia. Non vi è cosa di antico che oggi non la dicano di Cicerone, financo le rovine di un ponte sul Liri. Poche iscrizioni si conservano ancora dell’antica Arpino, in due delle quali sono appena cennati i nomi de' due suoi grandi cittadini; e nelle altre è parola delle torri folloniche e delle tintorie (arte ancora vigente nelle fabbriche de' panni d’Arpino), delle cloache. di un tempio e della gente Fulidia, alla quale appartenne quel Lucio Fulidio, celebre oratore e giureconsulto, cui tributò Cicerone le sue lodi, e Sentirò indirizzò la sua Vita.
3. Atina. Di remotissima origine è quest’altra città de' Volsci a giudicarne parimenti dalle mura ciclopiche. Non fu div orsa per sito dall’odierna città di tal nome. Prese luogo nella Storia ad occasione della presa fattane dai Romani nel 441. Rivendicata dai Sanniti non guari dopo, soggiacque alla devastazione che ne fecero nel 459 i Consoli L. Pepi rio e Spurio Carvilio. Dopo di ciò pare che Atina si fosse data ai Romani nella condizione di Prefettura, in cui rimase sino agli ultimi tempi della Repubblica. Si ebbe il dritto di cittadinanza e fu ascritta alla Tribù Terentina dopo la Guerra Sociale. L’ultima memoria che di Alina ricorda la Storia è la colonia dedottavi da Nerone.
Dalle rovinate muraglie si ravvisa l’ampiezza dell’antica Atina. In un solo lato di esse si contano ben sette porte. Molti pubblici edifizii la decoravano. Presso il Foro sorgeva il tempio di Saturno poscia consacrato a S. Cataldo; ed erano dedicati a Giove quello che poi divenne chiesa di S. Pietro, ed a Diana quello che oggidì dicesi di S. Silvestro. La Cronica di Alina parla pure di altri templi, di terme, di un anfiteatro, di una basilica e di molti altri nobili edifizii, che non esistono più. Era il Foro abbellito delle statue di benemeriti personaggi, fra quali è bene che duri ancora la memoria, che le iscrizioni ne conservano, di un Q. Erio Giusto, il quale lasciò un’annua somma alla plebe povera di Alina, e di un Giunia Cratilla, che se ne rese meritevole per la sua pudicizia. Ignorandosi il fatto che diede luogo a tale pubblica onoranza per quest'ultima, fia bene riportar le parole che se ne scrissero in una lapida come segue:
OB PUDICITIAM. IUNIAE
CRATILLAE. ATINATE. PUBBLICAE
STATUAM. PONENDAM. CENSUE
RUNT. ET STOLAM. DEDERUNT
QUAM. IUNIUS. SURIARCHES. CUM
FILIIS. EXHORNAVIT, DEDICAVITQUE
Tra i nobili avanzi di Atina, che lasciano scorgere il gusto che vi si ebbe per Le belle arti, si scoprì nel 1760 un musaico di minutissimo lavoro, che Winckelmann giudicò pel più pregevole di quanti rappresentano le gesta di Ercole. Sul monte imminente alla città si additano gli avanzi dell’acropoli, e di sepolcri piramidali nel piano presso la Chiesa di S. Marciano. Non pochi borghi popolati e villa magnifiche intorno Atina, a giudicarne dai ruderi, ne ricordano in fine la sua possanza e grandezza.
4. Arce. Nell’odierna picciola terra di Arce posta a sette miglia da S. Germano, alle falde meridionali di un’alta montagna, su cui è l’altro paesello di Rocca d’Arce, sorgeva l’antica città di questo nome, che, Arx in latino, accenna appunto al sito altissimo su di nuda roccia della sua inespugnabile acropoli. Tra gli antichi geografi ne parla solò Tolomeo attribuendola ai i Marsi. Un frammento d’iscrizione parla dell’ordine de' Decurioni e della plebe di Arce; e se dee ritenersi la correzione di Cluverio in un luogo di Livio, ambasciatori Arcani con quelli di Frabateria si recarono a Roma nel 425 per chiedere protezione contro i Sanniti, promettendo di tenersi per tale favore obbedienti e fedeli alla Repubblica. E sarebbe questa la più antica memoria di Arce. Sotto i Goti era tuttavia considerevole città, perché sei mila di essi, allorché erano combattuti da Narsete, vi si ridussero giovandosi delle sue fortificazioni. Due altre epigrafi mostrano di essere stati adorati in Arce Cerere e Giove; ed i pochi avanzi in fine delle mura poligone, ond’era ricinta l’acropoli, danno idea del modo che tenevano i nostri antichi popoli in munirsi dagli assalti nemici.
5. Casino. Appiè di un alto monte e presso il fiumicello Rapido, a quattordici miglia da Arce, veggonsi gli avanzi dell’antichissima e ragguardevole città di Casino. Probabilmente ne fu l’acropoli quel sito oggi occupalo dalla celebre Badia di Montecasino, nella cui costruzione sono ancora visibili colonne e marmi degli antichi edifizii, oltre a parecchie iscrizioni, che conservano la memoria della magnificenza, dei templi, e di altri pubblici edifizii de' Casinati. Dopo che i Romani ebbero riportato de' vantaggi sopra dei Sanniti nel corso della seconda guerra, spedirono una colonia a Casino nell'anno stesso che ad Interamna, val dire nel 442. Nella seconda guerra Punica Annibale ne devastò le campagne, e sarebbesi della città impadronito, se chi guidavalo non lo avesse in vece condotto a Casilino.
Cicerone parla di Casino come divenuto municipio, senza però il dritto del suffragio prima della Legge Giulia, e forse sul finire della Guerra Sociale. Un’altra colonia vi menò pure Ottavio, per essersi forse mostrati inchinevoli i Casinati pel partito di Antonio, cui andarono a visitare nella villa di M. Terenzio Varrone, di che Cicerone li rampogna nella seconda delle Filippiche. Non pare però che avessero perduto per tale colonia la condizione municipale,perché in una iscrizione sono espressamente distinti i municipi dai coloni Casinati.
6. Strabone parla di questa Città come l’ultima del Lazio posta nell’antica regione de' Volsci. Silio Italico attribuisce alla dolcezza del clima ed alla fertilità del suolo irrigato da freschissime sorgenti in più rivoli il concorso di varie illustri famiglie Romane che ne, accrebbero lo splendore. Epperò di varie ville si ha pur memoria, che diedero poscia origine a diversi villaggi. A giudicarne dai templi di Ercole e della Concordia, pare che l’area di Casino fosse proprio quella presentemente occupata da S. Germano. La Chiesa madre surse sulle rovine del primo, come pare che quella detta delle Cinque torri si fosse edificata su quelle del secondo, a cui vicino era il Foro.
I più notabili avanzi di antichi edilizii sono le rovine di un anfiteatro e di un magnifico sepolcro. Era il primo lungo 350 palmi con un diametro di 150, in cui si discernono ancora i sedili, i corridoi e le stanze degli attori. Fu il secondo di non troppo larghe proporzioni, alto 70 piedi nel muro esterno ancora intatto, il cui perimetro è di 1012 piedi, che secondo la iscrizione fece a sue spese costruire la ricca e nob le Dama Ummidia Quadratilla. Ed il terzo, opera eseguita a pietre senza cemento informa di croce, con una cupola sopra arcate, fu dall’Abate Giovanni nel 1005 dedicato a S. Niccolò. Sul vicino. monte apparisce una parte del muro che cingeva la città, oltre a molti ruderi di antiche fabbriche e di acquedotti. Dove. ora siede la Badia era prima un tempio sacro ad Apollo, il cui culto sotto lo special titolo di M:tra fu in vigore sino al sesto. secolo, quando S. Benedetto nel 529 vi fondò il celebre Cenobio Casmense, abbattendo, come dice S. Gregorio Magno, la statua del nume, ed il sacro bosco che era presso del tempio, cui dedicò parte a S. Martino, qual patrono de' distruttori degl’Idoli, e parte a S. Giovanni, dov’era proprio l’ara di Apollo.
6. Aquino. A sette miglia antiche da Casino, lungo la Via Latina era posta questa popolosa e grande città in mezzo ad estesa e fertile pianura in un sito poco discosto dall’odierna città omonima. Par che il suo nome fosse derivato dalla copia delle acque, onde il Melfi, che confluisce nel Liri, irrigavala. Non apparisce dagli antichi geografi che fosse stata città de' Volsci; e nemmeno nelle storie,ove si parla di guerre combattute tra i Volsci e i Romani, è nominato Aquino. Nondimeno si sa che quando fu compresa tra le città Latine. stette sempre per la Repubblica, e che Annibale quando nel 541 mosse da Capua per la Via Latina contro Aquino, si astenne di assalirla, sapendola ben fortificata, e si limitò a saccheggiarne solo le campagne. Si sa pure che gli Aquinati militarono sotto Attilio Regolo contro Cartagine, che ottennero per la loro fedeltà prima degli altri nostri popoli il dritto della cittadinanza Romana, e che in fine combatterono per Roma nella Guerra Sociale.
A tempi dell’Impero conservossi Aquino nel suo antico splendore, perché Strabone come grande città la ricorda, e tale la danno a divedere le iscrizioni e le rovine che ancora se ne osservano all’Ovest ed a breve distanza dell’odierna Aquino, dove ancor dicono Civita Vetere. Sono ancora visibili gli avanzi delle sue mura di sassi quadrati, che presentano la forma di un bislungo di circa due miglia di perimetro. Diversi templi la decoravano; e da una iscrizione posta in un comune sepolcreto rilevasi che era forse la città divisa negli adoratori di diversi Numi, come oggi sarebbero le diverse Congregazioni che tengono un luogo a parte ne’ Campisanti. Fra tutt’i monumenti grandioso era il tempio di Cerere Elvina, cui si apparteneva la gran muraglia di pietre quadrate senza cemento. Più colonne giacciono ancora per terra con gran parte del fregio, triglifi e cornice intorno a questo magnifico tempio dorico, lungo 190 piedi e largo 60, secondo le misure di un erudito viaggiatore Inglese. Un arco trionfale in fine, e varii Collegi di Pontefici, di Auguri, di Aruspici aggiungono ad Aquino, patria di Giovenale e dell'Imperatore Pescennio Negro, altro argomento di quella celebrità, che gli antichi le consentivano, ed i ruderi ne contestano ancora.
7. Fabrateria. Da una più antica città omonima circa lo stesso sito, che non si accordano i topografi in precisare, surse la nuova Fabrateria. la cui più antica memoria è dell’anno 124 avanti l’era volgare. Erano perciò i cittadini di questa contraddistinti col nome di Fabraterni novi e novani. In detta epoca vi fu dedotta una colonia per decreto del Senato. Si argomenta che la sua fondazione dovett’essere posteriore al passaggio di Annibale pel paese de' Volsci sulla Via Latina nel 541, perché Livio nei noverare tutte le città rovinate dai Cartaginesi non nomina Fabrateria. Oltre dunque agli antichi Fabraterni ne accrebbero la popolazione gli abitanti della distrutta Fregelle, peroni trovasi in una iscrizione scolpita su di un’ara dedicata a Bacco memoria di Fabrateria Fregellana. E questa Città consigliava Giovenale che si fossero ritirati i Romani abbandonando il fasto di Roma de' Giuochi Circensi per darsi alla quieta cultura degli orti ed a fornir la mensa di pitagoriche vivande. Fra le controversie intanto intorno al suo sito l’opinione del Chaupv, che ne riconosce la metropoli nell’odierna Falvatera, e pone la città nuova ned villaggio d’isoletta della diocesi d’Aquino, circondato da antiche rovine e del Sacco che ivi presso confluisce, è soppiantata da quella del Corcia, che si avvila di situare la colonia degli antichi Fabraterni nella pianura sottoposta alla estremità de' monti Lepini, dove si osservano antichi ruderi detti di Monumento e Pescara sotto il picciolo paese di Falvatera ne’ confini del Regno e della Campagna Romana. Due lapide scoperte in questo secolo avendo dimostrate che l’antica metropoli de’ Fabraternì era dieci miglia distante nel paese di Ceccano presso Frosinone, ne chiariscono il sito sotto e non già proprio in Falvatera.
8. Fregelle. Il nome di questa città, prima che i Romani vi spedissero una colonia nel 427, fu diverso, e probabilmente Lirium, perché posta sulla destra sponda del Liri, a tre miglia da Fabrateria. Avendola i Sanniti conquistata e distrutta forse prima del 425, ed essendosi posta sotto la protezione de' Romani contro quelli, la colonia, che vi spedirono, la ristorò, e la città prese il nome di Fregelle dall’essere stata sfracellata. Dopo sette anni se ne impadronirono nuovamente i Sanniti, ma per breve tempo la ritennero, perché nel 441, all’avvicinarsi de' Romani, l’abbandonarono per modo che il Dittatore C. Petilio la riprese senza combattere. L’ultima colonia, e quindi l'ultima memoria di Fregelle segna l’epoca del 509, seppure una tale colonia non fu mandata a Fregene nell’Etruria. Al passaggio di Annibale, cui si opposero tagliando i due ponti sul Liri, soffersero guasti nel contado. Nella Guerra Sociale i Fregellani avevano congiurato per sé soli onde acquistarsi il dritto della cittadinanza; ma scoperta la trama, venne la città distrutta dal Pretore Lucio Opimio che all’impensata l’assaltò. Vennero allora i Fregellani trasferiti a Roma, ove fu loro assegnalo di abitare nella nona reg:one presso il Circo Flaminio. A tempi di Strabone non era Fregelle che un borgo; ma come tale godeva ancora dell’antica primazia rispetto ai luoghi circonvicini Cora, Traponzio Velitre, ed Alatrio, che fin sotto all'Impero continuavano a celebrarvi i loro mercati e certe feste solenni.
Le grandi rovine di Fregelle sono ancora visibili ad un quarto di miglio dalla confluenza di Telero nel Liri, e propriamente nel territorio di S. Giovanni Incarico nel Circondario di Pico. Fra di esse, oltre agli avanzi di rotte colonne, di pietre lavorate, di edilizii, e di mura che in figura moltilatera mostrano il perimetro di oltre a due miglia o mezzo, si son rinvenute anticaglie di ogni maniera, come idoletti, monete, corniole, vasellami iscrizioni, bassorilievi e bronzi, Vi appariscono cinque porte, e vi furono templi in onor di Nettuno, di Saturno, di Giove, di Ercole, della Concordia, della Speranza e della Dea Ciristia, cioè Artaste o la Luna, così della dalla città dì Cifro nella Siria. Vi passava la Via Lat na sopra quei due ponti che ruppero, come è si detto, per impedire il passaggio ad Annibale nel 541, e che Trajano ed Adriano ricostrussero. Alessandro Severo nel 226 dell’Era volgare faceva rifare quello già ristorato da Trajano. E Federico II fece per poco rivivere la città di Fregelle, chiamandovi a ripopolarla gli abitanti di quei luoghi circonvicini, perché pensava con essa fortificare quel punto del confine de' due Stati; ma indi a poco fu nuovamente abbandonata per sempre malgrado le nuove fabbriche dio erano già surte sulle vecchie.
9. Interamna. In mezzo a due fiumi cioè tral picciolo detto Le Sogne, ed il Liri, e proprio nel punto in cui quello già ingrossato da Aquino e Piombarola confluisce con questo, sorgeva Interamna, che per distinguerla dall’altra nell’Agro Pretuziano, era detta dei Lirinati ed anche de' Succasini perché posta cinque e più miglia sotto la descritta città di Casino fuori la Via Latina. Vi fu spedita una colonia nel 441: mantennesi fedele alla Repubblica; ma niegò pur essa nel 543 colle altre colonie gli ajuti a Roma contro i Cartaginesi, e né fu del pari punita. Ottenne dopo h Guerra Sociale la Romana cittadinanza col dritto del suffragio. Ebbe altra colonia probabilmente speditavi non dai Triunviri, come dice Frontino, bensì da Ottano, perché si era dichiarata per Antonio, cui gli abitanti si recarono a visitare ed offrirsi, allorché trattenevasi a Casino nella villa di Varrone.
Il suo sito preciso era sotto Pontecorvo alla sinistra riva del Liri. L’estesa pianura che occupava dicesi ancora Teramo, e vi si riconoscono vestigi di antichi edilizii, di acquidotti e muraglie, e secondo qualche patrio scrittore anche ruderi di alcuni templi e del Foro.
10. Cereale. Fu povero ed ignobile borgo de’ Volsci, ma celebre per aver dato i natali a Cajo Mario. Era indubitatamente nelle vicinanze di Sora o piuttosto di Arpino, perché nel territorio di questa città dicesi nato il famoso figliuol di Fulcinia. Strabone l’annovera tra le città poste sulla sinistra della Via Latina tra Sora ed Anagni. Plutarco la nomina borgo de' Cirreati. Frontino la tenne in conto di un municipio, il cui territorio Druso assegnò in parte ad una colonia militare. Plinio cognomina Mariani da Mario i Cereatini. Ed in fine quanto al suo sito preciso alcuni lo vogliono a Schiavi nel Circondario di Arpino, ed altri a Morino Inno cosi detto dagli schiavi di Mario, l’altro per un’alterazione del nome di costui.
11. Villa Tulliana. In questa nacque propriamente Cicerone. Era un predio avito isolato in quel punto che il Fibreno si congiunge col Liri. Piccola e modesta villa in tempo dell'avolo di Marco Tullio, fu ampliata e meglio raffazzonata dal padre. In questa pone la scena l’autor de' dialoghi sulle leggi. Di essa ei dice ad Attico: «E’ questa la mia patria e di questo mio fratello (Q. Cicerone). Qui siam nati da stirpe antichissima: sono qui le nostre cose sacre, qui la nostra gente, e qui rimangono le vestigio de' nostri maggiori». Irrigata da' due fiumi, che ne fanno un’isola, era saluberrima ed amena per modo, che Attico, appena l’ebbe veduta, dimentico del lusso e della magnificenza delle cose sue, vi si trattenne con piacere in compagnia del suo celebre amico, che era solito recarvisi negli estivi calori, e ne’ tempi per lui pericolosi. Su i ruderi di questa villa edificava Pietro Conte di Sora un monistero, che poi concedeva nel 1030 a S. Domenico Aliate Benedettino. Ciò non ostante sono ancora riconoscibili alcuni avanzi di cose che a Cicerone si appartennero, comeché adoperate nella fabbrica della chiesa.
12. Amaltea o Ginnasio di Cicerone. Discosto un miglio dalla descritta villa, dove proprio il Fibreno dividesi in due rami e lascia in mezzo un’isoletta, era il luogo di studio del grande Oratore. Chiamollo Amaltea piaggiando il suo Amico Attico che ne possedeva il simile con questo nome nella vaghissima villa irrigata dal Tiami nell’Epiro. In questo ginnasio lavorò Cicerone il trattato delle leggi, le orazioni per Piando e Scauro; e quivi pensava di ergere un tempietto in memoria della sua Tulliola, che poi fece innalzare sulla Via Appia presso i Colli Albani. Il luogo preciso occupalo dal Ginnasio è ora detto Carnello, dove sono le gualchiere, le cartiere, i regii molini, ed un’antica torre che, probabilmente del medio evo, è detta di Cicerone.
13. Ville di Q. Cicerone. La più magnifica di esse fu quella che possedeva presso Arce. Devastata dai proseliti di Clodio facevala Cicerone riedificare, e nel settembre del 699 trovandosi il fratello Quinto Legato di Cesare nelle Gallie gli scriveva di essere compiuto il lavoro, riuscito per magnificenza e splendidezza opera più che Cesarea. Era posta all'Est di Arce, in un dolce declivio nel luogo oggi detto Fontana buona, dove si veggono ancora i ruderi di fabbrica reticolata e di sotterranei a volta. I migliori materiali di questa villa furono adoperati nel principio dello scorso secolo nella costruzione della basilica di S. Pietro e Paolo. Si sono trovale nel detto luogo iscrizioni che non lasciano dubbio della pertinenza della villa e dell’architetto che la rifece Fu quest’ultimo un
C. AVIENUS. PHILOXENUS
ARCHITECTUS
REDEMPTOR. OPERIS
Le altre ville dello stesso fratello Quinto ricordate da Ci cerone furono la Manliana, la Fufidiana, la Bovillana, e la Lateria, tutte in vicinanza anche di Arce ed Arpino, ma in sili che non si conoscono chiaramente. È certo che erano non meno eleganti della descritta Villa Arcana. Cicerone nel dar ragguaglio al fratello dello stato de' lavori di quest'ultima, dice che rimaneano a farsi i bagni, il portico nel passeggio e l’uccelliera, e che dirigeane l'opera l’architetto Difillo nello stesso anno 699 in cui Filosseno dava compimento all’altra più magnifica. La qual circostanza invita a far di molte considerazioni sulla opulenza di quei tempi, e sulla disinvoltura, con cui si commetteva da lontano l’esecuzione di opere geniali e dispendiose, pigliandone cura chi era tanto assorbito dalle pubbliche e private faccende quanto Cicerone.
14. Villa di Terenzio Varrone. Al di là della via Latina e dell'anfiteatro di Casino era la villa del più dotto fra i Romani. Non altro ne avanza dopo la distruzione che il tempo e gli uomini ebbero compiuta, che la descrizione fattane, sebbene in parte, dal suo possessore nel terzo libro de Re Rustica. Questa villa anteponeva Varrone alle altre che ebbe in Tuscolo ed a Cuma. In essa scrisse già vecchio le sue opere di agricoltura, ritiratosi dalla vita pubblica agli ozii letterarii, in cui se Cesare il lasciò stare tranquillo, malgrado che tenuto avesse per Pompeo, non glielo permisero i Triunviri. Cacciato in bando con Cicerone divenne segno alle persecuzioni di Antonio più pel nome e per le ricchezze, che per altra politica ragione. Laonde di questa Villa impadronitosi, vi si trattenne più giorni a profanar colle sue orgie quel ritiro della sapienza; e fu allora che andarono perdute le preziose opere di quel sommo, e tutti i libri che possedeva.
15. Pago Lapillano. Si ha ragione di credere dipendente da Casino questo villaggio dalla seguente iscrizione nel XVI secolo rinvenuta presso il Teatro di quella Città.
IMP. CAESARI
L. SEPTIMO SE
VERO PIO PERTI
NACI. AUG. ARAB.
ADIAB. PAGUS
LAPILLANUS
Sulla precisa situazione di esso si avvisa il Corcia che in processo di tempo il Pago Lapillano fosse divenuto il Castrum Pilanum, di cui parla Erkemperto, che a quanto pare vi nacque o almeno vi dimorò; perché preso nell'881 questo Castello da Pandenolfo Conte di Capila, egli stesso vi fu preso, spogliato de' suoi beni, ed innanzi ai cavalli de' vincitori menato a Capua prigione.
16. Isole. Di pertinenza de' Volsci sarebbero propriamente Sinonia, Palmaria e Ponzia, se Strabone non parlasse delle sole Ponzia e Pandataria. Pomponio Mela e Plinio non vi aggiungessero Sinonia e Palmaria, e Tolomeo la quinta ovvero Partenope. Noi stando alla loro posizione geografica, che ci mostra le tre prime come più vicine ai Volsci e le altre due come più da presso alla Campania, parliamo qui di esse tre solamente, e delle altre a suo luogo.
17. Sinonia, oggi trasformata in Zannone, è lunga più di un miglio, e larga poco meno; ha forma quasi quadrilatera con superficie inclinata dall’Ovest all’Est, ed elevasi al Nord-Ovest circa trecento tese sul mare. Scoscesa in tutto il suo perimetro offre una ripida pendenza dalla parte del Sud, detta Cala del Varo, dove si può appena approdare. Non presenta alcun segno di essere stata abitata.
18. Palmaria, oggi Palmarola, ha un circuito di circa sei miglia. Vi si può con pena ascendere per un piccolo porto al Nord-est da quei di Ponza che vanno a coltivarvi qualche vigneto.
19. Ponzia, oggi Ponza, è stata sempre popolata da tempi remotissimi. Tennerla i Volsci fino al 441 di Roma, quando coll’altre isolette fu compresa nel Lazio nuovo, e contribuì soldati alla Repubblica anche pel doppio, come le altre Colonie che negarono al Senato i chiesti soccorsi contro Annibale. Sotto l’Impero fu luogo di esilio per illustri personaggi. Tiberio vi relegò Nerone, figliuolo di Germanico, che vi mori di fame, e le cui ceneri trasportò poi a Roma il fratello Caligola divenuto Imperatore. Questi vi mandò le sorelle Agrippina e Li villa per avergli tramato la morte. Ivi ancora furono esiliati per la fede di Gesù Cristo Nereo ed Achilleo con Flavia Domitilla nipote del cugino di Domiziano, ed il Console F. Flavio Clemente. In tempi posteriori vi morirono i martiri S. Montano ed il Pontefice Silverio relegatovi dall’Imperatrice Teodora. Vi sono de' curiosi sotterranei scavati nel tufo del Monte della Madonna presso il porto, che chiamano Bagni di Pilato, perché credesi che costui,a cagione del nome Ponzio, fosse stato originario di quest'Isola.
Loro origine. Secondo le antiche tradizioni sarebbero i Volsci popoli identici cogli Aborigeni o con gli Opici. Uno scrittor patrio li fa derivare dai Fenicii. Livio li confonde con gli Aurunci. Dionigi d’Alicarnasso prende lo stesso equivoco, cioè chiama Volsci quelli che dir dovrebbe Aurunci. La qual cosa importerebbe per avventura comunanza di origine fra questi due popoli, che poscia andarono distinti, chi saprebbe dir per quali specialità proprie di ciascuno.
Loro etimologia. Coloro che li vogliono provenienti dai Fenicii, dicono, che adorato avendo Vulcano divinità di quella gente, per la circostanza di aver trovato in quella parte del Lazio segni di Vulcani estinti, ne avessero derivato il nome. Altri spiegano la parola Volsci per Osci battaglieri: ed altri pretendono che i Vol-Osci fossero stati gli Osci superiori e più settentrionali di tutta la gente Osca, e forse non si avvisano male.
Loro indole, costumi e vicende. Dell’indole e costumi di questi popoli ne ha lasciato un quadro chi nato in mezzo ad essi aveva potuto formarsene idea. Egli è Cicerone, che nella sua arringa a favore di Plancio loda della natia regione l’antico costume di essere offiziosa, non offuscata da malevolenza, non avvezza alle bugie, non doppia, non fallace, non istrutta negli artifizii del fingere, come ne’ sobborghi si usa e nelle città... e di tutta quella sua contrada, che si dice aspra e montuosa, chiude l’elogio col ricordare che fu semplice, fedele e fautrice de' suoi, stimando andarne cresciuto l’onore e la riputazione di tutta la gente Volsca colla riputazione e l’onore di un suo concittadino.
Le vicende de' Volsci si sono particolarmente narrate nel descriverne le città che abitarono. Pare, che non fossero stati cosi molesti ai Romani, come gli altri popoli vicini, se non quando per cagione de' Sanniti fu necessità che fossero travolti nella comune soggezione, perdendo l’antica indipendenza, in cui con la pace si erano per lungo tempo mantenuti.
Corografia de' Peligni. Si ebbe questa regione naturali e quindi non controversi confini tra fiumi e monti. Forse per ciò appunto non si curarono gli antichi geografi di assegnarli che all’ingrosso, come fa Strabone, che si limita a dirci di avere il Sagro o Sangro diviso i Peligni dai Frentani, e Tolomeo, che fa loro occupare della spiaggia dell’Adriatico quella parte, che è compresa tra il detto fiume e l’Aterno. Volendo ora precisare i loro limiti si possono assegnare per sicuri i seguenti. Furono dessi al Nord l’Aterno o Pescara, all’Est il Sangro. Alla metà del corso del primo verso Popoli incontravansi i Vestini, e nella stessa proporzione del corso del secondo che dividevali dai Sanniti incontravansi presso Castello di Saro o di Sangro i Frentani. La catena appenninica all’Ovest e al Sud li divideva dai Marsi, e la Majella dai Marruccini. Veniva perciò la regione Peligna ad abbracciare dell'odierna divisione la maggior parte del Distretto di Solmona, e propriamente i Circondarii di detta Città, di Popoli, di Scanno e Pratola, quello di Acciano nel Distretto di Aquila, e l’altro di Pescina in quello di Avezzano.
Topografia de' Peligni. Gli antichi luoghi corrispondenti alla riferita circoscrizione furono: 1. Superequo, 2. Corfinio, 3. Solmona, e queste altre località e borghi, 4. Villa di Ovidio, 5. Arco di Livia Augusta, 6. Stabile, 7. Cuculo, 8. Pacino, 9. Pago Fabiano, e 10. il Tempio di Giove Paleno.
1. Superequo, Sepuraequum. Si trova menzione presso Plinio de' Superequani, abitatori di questa città cosi detta, non perché posta sopra degli Equi, secondo alcuni, ma bensì perché situata in una pianura Poco inclinata, secondo altri. La storia non ci fa assapere altro di questi popoli, se non che una porzione del loro territorio fu assegnato ad una colonia Romana di veterani per ordine di Augusto. Da una iscrizione si rileva che un tal L. Vibio Severo, Patrono de' Superequani e di altri popoli vicini, diede uno spettacolo di caccia in onor della Dea Pelina per aver conseguita l’Edilità il suo figlio L. Vibio. Altra iscrizione che parla di un altro Patrono Superequano fu rinvenuta presso Castelvecchio-Subequo, e propriamente nella pianura di Macrana, dove credesi essere stato Subequo, come tuttavia si chiama quella terra, per alterazione di Subrequo; anche perché ivi si sono osservati fino agli ultimi tempi degli avanzi di mura, di edifizii diruti, e di sepolcri.
2. Corfinio, Corfinium. Fu questa non solo là metropoli dei Peligni, ma la Città più cospicua, che per sito, per fortificazione e grandezza i nostri antichi popoli vantassero. Nulla si conosce della sua origine e del nome. Trovasi nominata nella Storia circa l’epoca de' Gracchi; e Frontino riferisce di essere stato il suo territorio diviso ad una colonia Romana per la legge Sempronia. Questo sol fatto però depone della sua importanza, ed è che allo scoppiare nel 663 la Guerra Marsica o Sociale, gl’Italici confederati fissarono in Corfinio fa sede de' pubblici concilii, ed anche l’asilo della loro libertà contro l’oppressione de' Romani, perché trovavasi di essere ben fortificata di uomini bellicosi e d’inespugnabili baluardi. Fu allora che si convenne di destinarla proprio a metropoli di tutti gl’Italiani in luogo di Roma, e quindi centro di quella guerra famosa, imponendole l’antonomastico nome d’ITALIA, che nelle monete battute in quella circostanza in lingua osca ed in caratteri retrogradi, fecero VITELIA o VITLIA ed anche VITLIU o VITELIUD e latinamente ITALIA. Cominciarono i Confederati dal costruirvi un Foro amplissimo ed una Curia, e dal formarvi un immenso deposito di cose necessarie al bisogno, come vettovaglie e danaro. In conseguenza di tanta cura spiegata per una città destinata a Capitale di tanti popoli e di tanto movimento, fu Corfinio detta anche Colofone, che è quanto oggi dir vorremmo Belvedere.
Fu Corfinio anche di riparo alla profuga libertà latina contro le persecuzioni di Cesare. Vi trovarono quindi asilo non solo i Romani Senatori e Cavalieri, ma pur le legioni che tenevano per Pompeo sotto il comando di Domizio Enobardo, fino cioè a 12,600 uomini. Ottavio infine, dopo la battaglia di Azio, ne divise il territorio ad un’altra colonia militare.
Da chiarissime iscrizioni si ha memoria dell’Ordine e Popolo Corfiniense, de' Seviri Augustali, e della dignità Equestre che vi ebbero alcuni illustri cittadini, del Patrono di Corfinio in un personaggio della gente Cornelia, de' molti templi che vi erano eretti a Giove Luccio o Liceo, al Dio Libero Panteo, a Minerva, ad Iside vincitrice, ed a Cibele, Attino e Bellona in comune; e del celebre acquidotto, pel quale trasportaronsi a Corfinio le acque dell'Aterno traforando le viscere di un monte a spese di un C. Alfio Massimo. Questo cunicolo portalo a termine dai Corfiniesi e poscia da' medesimi restaurato dopo essersi guasto per vetustà, fu detto un tempo Forma di Rajano, ed oggi Canale di S. Venanzio, che prende le acque dell’Aterno nel territorio di Castelvecchio-Subequo, le conduce scoperte per breve tratto, e dopo il sotterraneo cammino di circa tre miglia per mezzo a viva roccia, le divide in più rami, che non vanno al sito della distrutta Corfinio, ma in vece ad innaffiare campagne de' Rajanesi. Oltre a questo acquidotto, un altro ne fecero i Corfiniesi di 900 palmi, largo 7 ed alto 9 che portava le acque del Sagittario alla Citta, ed oggi alle pianure sottoposte a Solmona.
Tennesi Corfinio nella sua floridezza fino ai tempi dell’Imperator Gioviano. Nello scorcio del VII secolo, divenuta sede Vescovile, aveva mutato l’antico nome in quello di Balba o Valva, forse dalle due magnifiche porte che ancora sussistevano. Ma trovasi nel X secolo detto tuttavia Corfinio nel Cronista Sigeberto.
Il suo sito era a 7 miglia da Solmona, secondo Cesare, e 3 miglia odierne dal ponte sull’Aterno, secondo Strabone. Le quali distanze coincidono nel luogo detto Civita, nella terra di Pentima, ove avanzi di mura a pietre senza cemento additano l’ampiezza della città, e svariate anticaglie ne confermano il sito.
3. Solmona, Sulmo. Nella vasta pianura bagnata dai fiumi Gizzio e Velia sorgeva l’antica Solmona nello stesso sito della odierna. Fu dessa l’altra cospicua Citta de' Peligni. La sua origine si vuol da Virgilio più antica dei Tempi Trojani; ma senza fondamento crede un patrio scrittore di fissarla a quattro secoli prima della fondazione di Roma. Riguardo al nome si conviene da taluni di esser derivato da Solimo, ma chi lo vuol compagno di Enea, e chi lo crede nome di città dell’Asia minore. Altri si avvisa di esservi stata nel Lazio un’altra Sulmona già distrutta a tempi di Plinio. Ma la pervenienza apparentemente favolosa dalle contrade della Frigia, e quindi in contraddizione coll'antichità che le attribuisce Virgilio, è spiegabile, secondo il Corcio, facendo derivare i Peligni dalla Dardania Illirica, e non da quella dell’Asia minore.
La più antica memoria storica di Solmona risale all’anno di Roma 542, allorché vi passò Annibale, contro di cui come alleata de' Romani combatté colle sue coorti. Non si ha preciso ragguaglio de' guasti che soffrì da Annibale., come si ha di quelli che Silla le recò facendola smantellare dopo aver fatto morire con perfidia inudita gli ostaggi di lei. Nel 704, ardendo la guerra tra Cesare e Pompeo, sostenne Solmona il presidio di sette coorti di quest’ultimo comandate da Azio Peligno. Datasi poscia al partilo di Cesare ricevette le cinque coorti che costui vi mandò sotto il comando di Marcantonio. Fra le 38 colonie militari spedite da Augusto in Italia, anche a Solmona toccò la sua.
Oltre alla rovina di Silla, conta Solmona di averne patito altre per tremuoti. Da iscrizioni apparisce di esservi stati templi in onor di Saturno, di Giove, che divenne poscia Chiesa di S Maria della Tomba, di Venere Peregrina, di Vesta ed Apollo poi trasformato nella Basilica dell’Assunta di essersi prestato culto anche a Cerere e Venere, alla Dea Angizia adorata specialmente dai Marsi; e di esservi state le dignità de' Quatuorviri, degli Edili, e l’Ordine de Seviri Augustali
Non presenta Solmona altri avanzi della sua antica magnificenza, perché non essendo stata mai abbandonata dai suoi abitanti, tutto ciò che si apparteneva agli antichi andò. tramutandosi insensibilmente in altri edifizii. Di Ovidio, suo miglior ornamento, neppur la statua può dirsi sua; giacché quella in abito chiericale, ed in rozzo lavoro de' mezzi tempi, che dicono del celebre poeta, sarebbe piuttosto di Remigio Fiorentino traduttore delle sue Eroidi. Ma se in memoria dell’esule sventurato solo una iscrizione ricorda un personaggio col nome di L. Ovidio Serventrione; dura nondimeno tra i Solmonesi e loro Scrittori la tradizione di una.
4. Villa di Ovidio. Appiè del Marrone, e sotto la rupe del Romitorio di S. Onofrio, certi ruderi di lavoro reticolato si dicono avanzi di una villa di Nasone. Nelle fresche acque che scaturiscono alle radici del detto monte supponesi la famosa sorgente celebrata dal Poeta nella 46.a Elegia del 2.° libro degli Amori, nel falso piano dei monte medesimo il giardino coli suo laureto e boschetto, e nel Lago dell'Annunziata il vivajo. In questo descritto luogo d’altronde gli avanzi di acquidosi osservati nello scorso secolo avrebber. fatto dubitare non fossero quei ruderi, anzi che della casa di campagna di Ovidio, reliquie de' pubblici bagni di Solmona, se la tradizione non vendicasse a sé una rispettosa acquiescenza.
5. Arco di Livia Augusta. Nella gola di Forca Carosa, che era confine de' Peligni e de' Marsi, eressero i Superequani un Arco laterizio a Livia Augusta sulla Via Valeria. Si parla di quest’Arco nella Vita di S. Rufino. Il Febonio, ai cui tempi niun vestigio avanzava di tal opera, ma solamente dicevasi il luogo All’Arco, credè che la iscrizione seguente, la quale si legge in Castelvecchio-Subequo, si fosse ivi trasportata dall’Arco suddetto.
LIVIAE DRVSI F.
AVGVSTAE
MATRI CAESARIS ET
DRVSI GERMANIO
SVPERAEQVANI PVBBLICE
6. Statule, Statulae, e secondo il Febonio Stabulae. Fu un villaggio posto a VII miglia antiche in qua da Corfinio uscendo dall’Arco di Livia. Era posto sulla Via Valeria, ove segnava una mansione. Secondo la indicata distanza ed alcuni ruderi, parrebbe che il suo sito fosse stato presso Goriano Siculi, nel Circondario di Castelvecchio-Subequo.
7. Cuculo, Cuculum. Lasciò memoria di quest’oppido dei Peligni il solo Strabone, che sarebbe secondo l’Olstenio l’odierno villaggio di Cocullo nel Circondario di Pescina, anche perché offriva un tempo vestigia di antico luogo.
8. Pacino. Non saprebbesi dire se fu città o grossa borgata questo luogo, di cui solo Festo fa parola alla voce Peligni, dicendo: Peligni ex Illvrico orti: inde enim profecti duetti Volsin, (secondo altra lezione Volsimì) regìs, cui cognomen fuit Lucullo, paetem Italiae occuparunt. Hujus fuerunt nepotes Pacinus, a quo Pacinates, et Pelicus, a quo Peligni. Guidato il Torcia dall’analogia del nome con Pacentro, grossa terra distante un miglio da Solmona, o con Pacine contrada di Montereale, dove afferma di vedersi avanzi di antiche mura e sepolcri, ivi crede che fosse stato il sito di Pacino; del quale avviso è pure il Corcia appoggiandosi alla testimonianza anche di varie iscrizioni ivi presso rinvenute.
9. Pago Fabiano. Ad otto miglia da Solmona fuori la Via Claudia Valeria scorgeva quest’altro villaggio de' Peligni, di cui parlò Plinio nel ricordar l’uso di tepidare, che oggi dicono calidare, nel rigido inverno leviti attorniandole de' rivi di un fiume che nella state è freddissimo e quindi tepido nel verno. Questa pratica è anzi oggidì comune nella vallata Peligna, e preciso a Popoli, ove si calidano gli ortaggi colle acque del Cailisto, ed a Pratola ove si calida il lino colle acque del Sagittario. Era sito un tal Pago nell’odierna città di Popoli.
10. Tempio di Giove Paleno. A sette miglia da Solmona sulla Via Numicia, che Corfinio congiungeva a questa Città, era una mansione indicata nella Tavola Teodosiana col nome di Giove Paleno, perché era vi un tempio dedicato a questo nume de' Peligni, e perciò forse detto Giove Pelino, quasi Giove Montano. È riconosciuto un tal tempio o mansione nell’odierna terra di Campo di Giove nel Circondario di Solmona, cui corrisponde per la distanza e pe’ ruderi che vi si sono osservati.
Loro origine. Strabone, ed Ovidio stesso, che poteva essere meglio informato della primitiva derivazione de' Popoli ai quali apparteneva, tagliano a corto il filo della discendenza dei Peligni. e li dicono l’uno di razza Sannitica, e l’altro, un po’ più suso rimontando, di schiatta Sabina, dalla quale discesero i Sanniti. Potremmo contentarci dell’autorità di questi due sommi, se le sottili ricerche de' moderni eruditi non imponessero colla vastità de' ripieghi, cui ricorrono, sull’assenso di coloro ai quali l’erudizione è straniera. Riusciremmo d’altronde lunghissimi se tener volessimo dietro al Corcia nello sfoggio di quelle svariate filologiche conoscenze, di cui si vale nel proposito per dimostrare, donde i Peligni originariamente derivarono. Epperò giovandoci del risultamento cui perviene, che cioè dall’Illirio vennero a stanziare fra noi, e propriamente da Pelio, che Asinio Quadrato, autore della Chiliade Romana rammenta come antica città de' Dassareti, crediamo di aver riferito il meglio che per noi si poteva.
Loro etimologia. Fissata cosi l'origine de' Peligni, non pare ammessibile l’etimologia di coloro che la prendono dal greco phlinos che significa lutulento, per essere il suolo Peligno, e soprattutto quello dell’amena vallata di Solmona, di natura fangosa; e nemmen quella che si deduce o da Palenum città distrutta, donde la piccola terra dell’odierna Patena, o dall’antica Pelino oggi S. Pelino. Conviene quindi andarla a cercare nella lingua Illirica, dove, e propriamente nella Macedone pela significò roccia o pietra; ed allora, secondo noi, l'etimologia de' Peligni sarebbe comune con quella de' Pelasgi, e questi andrebbero cosi detti da quel modo di fabbricare con sassi riquadrati senza cemento detto alla ciclopica; ed allora quel Pelio (monte) che i Giganti posero sul monte Ossa, e l’uno e l’altro sull’Olimpo; quella scalala insomma che dar vollero follemente al Cielo, non sarebbe per avventura che una poetica esagerarono de' sassi, onde si costruivano le mura ciclopiche o pelasgiche.
Loro indole costumi e vicende. Strabone fa tutti i popoli di razza Sannitica pieni di coraggio e di valore, che mostrarono sempre uguale contro i Romani, quando furon loro parziali nemici, quando fecero causa comune nella Guerra Sociale, e quando divenuti loro alleati combatterono contro i nemici della Repubblica. Egli è vero che un simile vanto ebbero pure i Vestini, i Marruccini, i Marsi e i Frentani; ma i Peligni ne diedero più speciali contrassegni per meritare che Silio Italico desse ad essi soli, in combattendo contro Annibale, l’epiteto di coraggiosi, e che gl'Italici confederati scegliessero Corfinio per centro della Guerra Sociale.
Nella prima guerra Sannitica contro i Romani furono i Peligni alleati de' Sanniti; nella seconda ovvero nel 315 si tennero neutrali. Nel 449 dichiaratisi di nuovo ostili ai Romani furono disfatti co’ Marsi, ai quali eransi uniti. Sottomessi gli Equi da Pubblio Sempronio, conchiusero i Peligni di unita ai Marsi, Marruccini e Frentani un trattato con Roma, che a quanto pare fu piuttosto di protezione per essi. Nella spedizione contro Cartagine i Peligni solamente, in vece di offrire a Roma soldati od ajuti di ogni maniera, si offrirono volenterosi all’armamento della flotta. Ribellatisi da Roma ad occasione della Guerra Marsica furono domati da Sulpicio Galba e ricevuti sotto il patronato di Gneo Pompeo. Ottenuta finalmente la cittadinanza Romana nel 666 in seguito della Legge Pompeja, furono asciutti alla Tribù Sergia, come è chiaro da Cicerone e da lapidarii monumenti.
Corografia de' Marsi. Nell’incertezza in cui ci lasciano gli antichi geografi sui precisi confini della regione Marsia, prendiamo a guida fra i moderni l'Olstenio, che su di ciò riusciva ad emendare felicemente il Cluverio. Generalmente parlando occuparono i Marsi tutta la contrada montuosa sovrastante alle valli dell’Aterno e del Liti e giacente nel mezzo all’Adriatico ed al Tirreno. Cinti intorno intorno da monti venivano ad essere circoscritti dal 'corso dei quattro fiumi, che li dividevano da sette altri popoli loro confinanti. Il Sangro all'Est divideva i Marsi dai Sanniti, da Alfidena sino a Castel di Sangro, dal qual punto una linea territoriale, che distendevasi pel monte Chiarano al lago di Scanno e a Forca Carosa, segnava i confini co’ Peligni. Da questa ultima gola i monti, che si distendono a Rocca di Mezzo, ed il corso dell’Aterno li dividevano dai Vestini, e più oltre dai Sabini la linea che dalla valle dello stesso fiume va alle fonti del Liri per te vicinanze di Tagliacozzo e Cappadocia. Gli altri due fiumi il Salto ed il Torano segnavano i confini dei Marsi cogli Equi e cogli Eroici per la valle di Roveto. Il Liri infine li divideva da' Volsci per una linea che dallo sbocco di detta valle allungavasi attraversando i monti verso Alfidena. Occuparono in somma i Marsi quella contrada che oggi occupano Tagliacozzo, Scurcola, Alba,Celano, Pescina, e i dintorni dell’ampio bacino del Fucino, quella in somma che ora abbraccia il Distretto di Avezzano. Furono questi i confini della Marsia sino all’anno di Roma 451, perché in tal anno, essendo stati gli Equi distrutti dai Romani, il loro territorio passò a far parte di quello de' Marsi, che perciò venne ad allargarsi fino alla Sabina, e propriamente sino al fiume Licenza.
Topografia de’ Marsi. I luoghi abitati da questi popoli furono' piuttosto borgate che città. Di essi i primi sette meritano questo nome e gli altri sette quello di paghi. Son dessi: 1. Anxanto, 2. Marruvio, S. Archippe, 4. Antina, S. Plestina, 6. Milionia, 7. Fresilia, 8. Cerfennia, 9. Isola Ortigia, 10. Pago di Venere, 11. Luco, 12. Angizia, 13. Vesuna, e 14. Opi. Del Fucino, del suo celebre emissario e di quant’altro di storico è annesso a sì famoso Lago si parlerà, come dicemmo, a suo luogo, quando cioè tratteremo della Provincia cui oggi appartiene.
1. Anxanto, Anxantum. Non altra memoria ci è pervenuta di questa città che quella di Plinio ove nomina gli Anxantini. Febonio non potè fissarne il sito, ma si limitò a supporlo, facendosi guidare dall’analogia del nome, o in S. Anzi, terra disfatta tra Pescina e Colle Armele, o in S. Anzino sul monte S. Nicola sopra Scurcola. Ed è probabile che quivi fosse stata, per essersi rinvenuta tra i ruderi sul monte, dove surse nel 1187 Poggio Filippo, una iscrizione in cui è parola di Cameriate, nome conservato dalla contrada detta tuttavia Camerata.
2. Marruvio, Marruvium. Stando a quel che Silio Italico ne dice, fu questa città la capitale de' Marsi, che probabile mente ne presero il nome. Virgilio parla dell’antica gente Marrubia, Plinio ricorda i Marruvii tra i Marsi, e due rarissime medaglie una coll’epigrafe MARUVI, l’altra con quella di MARUB confermano la primazia di essa nella regione, ed il vera nome che si ebbe nell’antichità più remota. Servio opinava che i Marruvii si fossero così detti dal trovarsi intorno il mare, cioè il lago Fucino; ed in fatti un’altra Marruvio era sul lago di Rieti, per cui questa in una epigrafe posta a C. Mestio Paolino è detta Marruvio de' Marsi coll’aggiunto di SPLENDIDISSIMAE CIVITATIS.
Esisteva questa Città fino al IV secolo trovandosi segnata nella Tavola Teodosiana a tredici miglia da Alba Facente, ed a sette da Cerfennia. Nei bassi tempi fu detta proprio Marzia o Città Marsicana; e comeché decaduta dal suo antico lustro, fu elevata a sede Vescovile. La cattedrale dedicata a S. Sabino fu ornata delle colonne, de' bassirilievi e di altri belli avanzi di Marruvio. Durò questa sede sino allo scorcio del secolo XVI, allorché il Papa Gregorio XIII trasferilla a Pescina. Fra le controversie intorno al suo sito può darsi per certo che fosse stata Marruvio dove oggi è il borgo’ di S. Benedetto alla sponda orientate del Fucino; nel qual luogo oltre alla corrispondenza della distanza suddetta da Alba Fucense avvalorano la supposizione gli avanzi delle mura, le statue ritrovate ed altre molte anticaglie.
3. Archippe. Fu quest’antichissima città absorta dal Fucino avanti i tempi Romani. Esisteva, come credesi, in quella sponda del Lago dalla parte di mezzogiorno presso Trasacco. Il Febonio assicura che quando il Lago disseccavasi, se ne vedevano ancora le vestigie, tra le quali una statua di uomo mutilata sopra gran base di marmo colla epigrafe
Q. SPEDIUS P. F. ANN, XXVII PRO PUDE....
AMANS PARENTIS.
Dalle sue rovine è da credersi che fosse surto, non saprebbesi quando, un altro oppido sul vicino colle col nome di Archipetra tra Ortucchio e Trasacco, mancato non si sa per quale cagione non prima di Guglielmo II, sotto di cui Crescenzio di Capistrello, che erane Signore, fu tassalo di un milite per la spedizione di Terra Santa Serbano tuttavia i suoi avanzi il corrotto nome di Arciprete.
4. Antina. È conosciuta quest’amica Città de' Marsi più per le iscrizioni rinvenute api suo sito che per relazione di scrittori. A tempi dell’Impero fu senza dubbio ragguardevole, per tale chiarendola più epigrafi ritrovate nel Foro, che parlano apertamente del Municipio Antinate, de’ suoi Patroni, de' Quatuorviri, del Curatore del Calendario, e di varii collegi di artefici. Fra le statue ond’era adorno il Foro di Antina eravene anche una dedicata dal collegio de' Dendrofori al Quatuorviro Sesto Petroneo Valeriane, il quale, secondo che dalla iscrizione apparisce, distribuì per riconoscenza di ciò danaro ai Decurioni, ai Seviri Augustali, a ciascuno dei Dendrofori ed alla plebe urbana. Fuori Civitantino sopra una rupe verso la via di Luco leggesi scolpita una bella iscrizione mortuaria, che conserva espressa memoria del Popolo dogli Antinati Marsi. Dell’antica città è ancora in piedi una delle porte di grandi macigni, detta Porta Campanale, e l’odierna Civita d’Antina, o Civitantino non occupa dell’antica città che appena una quinta parte, in cui sono ancora visibili gli avanzi de' pubblici edifizii a lavoro reticolato ed a pietre riquadrate.
5. Plestina. Attribuiscesi ai Marsi questa città dal solo Livio. I topografi moderni non seppero trovarne il sito, e molto meno lo Storico de' Marsi il Febonio. Si congettura che fosse stata in vicinanza di Milionia e Fresilia, perché il Dittatore M. Valerio Massimo, quando nel 450 mosse a combattere i Marsi, prese con esse anche Plestina; e che sorgesse a non molla distanza da Gioja, dove nel medio evo fu Pesco Asserolo sopra la terra odierna dello stesso nome di Pescasseroli.
6. Milionia. Presa questa ragguardevole città dal Dittatore M. Valerio Massimo nell'anno di Roma 450, otto anni dopo la tolse di nuovo ai Sanniti, che se n’erano impossessati, il Console L. Postumio Megello. Dietro un fiero combattimento sostenuto per quattr’ore in tutt’i quartieri della città, superata dai nemici soggiacque Milionia alla perdita di tremila e dugento cittadini, oltre a quattro mila e dugento prigionieri ed a quella delle sue ricchezze col saccheggio delle case. Rimase forse distrutta in tale espugnazione. Sparita quindi da epoca così remota non è a maravigliare, se si è perduta la memoria del suo sito, e se neppure per approssimazione può fissarsi. Una lapida in lingua Osca scoperta presso l’odierna terra di Lecce, ed a tre miglia da Opi, dove era una fortezza nel medio evo, rende verosimile la congettura che sorgesse sul monte di Vico.
7. Fresilia. Di quest’altea città, come della precedente altra memoria non ci è pervenuta, che quella di essere caduta in potere de' Romani nella stess’ azione diretta dal Dittatore M. Valerio Massimo. Il suo sito per sola analogia del nome potrebbe essere stato quello, dove oggi è Fresolone.
8. Cerfennia. Si fa menzione di questa città o borgata dei Marsi nelle iscrizioni e nelle Tavole Itinerarie. Una colonnetta scoperta dal Camarra nel secolo XVII ricorda i quarantatré ponti che Claudio Imperatore fece costruire sulla via che da Cerfennia presso Colle Armele aprì sino alla foce dell’Aterno. Si parla inoltre di Cerfennia anche in un marmo posto a Flavio Clatrio, che il Corcia riferisce ove parla di Anxano nella regione Frentana. Nell'Itinerario di Antonino è segnata a ventitré miglia da Alba ed a diciassette da Corfinio; ed in quello di Teodosio o Tavola Peutingeriana a sette miglia da Marruvio, ed a cinque dalla stazione del Monte Imeo. Vennero perciò i moderni topografi a fissare Gerfennia presso Celiarmele appiè di Forca Carosa, e propriamente nel luogo detto li Colli, ove concorrono antichi ruderi in conferma de| supposto sito, ed il nome di Cinipe Cerfegno che tuttavia ritiene una contrada lungo l’antica Via Valeria, dove proprio Cerfennia sorgeva.
9. Ortigia. È una penisoletta nella sponda orientale del Fucino, che sorge nella valle di Archipetra, dove il lago si estende a guisa di gomito. Poiché una simile penisoletta è accanto ai lago di Pie di Luco nel Reatino, dove è pure un’altra Marruvio, occorrono fra gli antichi topografi degli equivoci fra Isso ed Ortigia. Che sia quella del Fucino l’Ortigia il rende verisimile l'esistenza di Urtacchio ivi dappresso, il cui nome è alterato da Ortigia; e che sia stata abitata in tempi molto anteriori ai Romani lo pruovano gli avanzi di antichissima costruzione che ancora vi si osservano.
10. Pago di Venere. Nella picciola terra di Venere, che esiste a breve distanza da Pescina, era un tempio dedicato dai Marsi a una tal Dea, intorno al quale aggregatesi delle case diedero origine al Pago di Questo nome, appunto come si narra di altri simili paghi allo stesso modo originati. Plinio parla di un’antica ara votiva a Venere Mirtea che chiamavano Marsia. Nel luogo suddetto quindi è probabile che sia esistito un tal Pago, perché oltre al ravvisatisi ruderi di antichissima costruzione, vi si rinvenne pure un’ara innalzata al Dio Silvano, |a cui iscrizione riferita dal Febonio leggesi pure nel Corcia.
11. Luco. Dal trovarsi fra i cinque popoli Marsi rammentati, da Plinio anche i Lucensi, si sono i topografi della Marsia veduti nel dovere di rinvenire l’oppido di costoro in un Luco. Facendosi quindi guidare dall’analogia del significato di questa parola, lo situarono presso al bosco di Angizia vicino all'odierno Luco nel Circondario di Trasacco, dove il Febonio assicurava di vedersi avanzi di muraglie fortissime formate di sassi poligoni senza cemento, oltre ad alcuni ruderi di un tempio e fondamenti di altri edilizii. Un disegno di tali rovine fatto non ha guari dal Fox veniva pubblicato nel 1831 negli Annali dell'Istituto Archeologico di Roma; e di quant’altre anticaglie si scoprirono nel passato secolo nel piano di Luco e dintorni è preso ricordo nell’opera del Corsignani.
12. Angizia. il perfetto silenzio de' geografi antichi su quest’altro oppido de' Marsi è ammendato dalla espressa menzione che ne fa una lapida scavata nel 1808 tra le molto rovine contenuto nel recinto delle sue mura sopra un erto monte, che è alla riva occidentale del Fucino vicino ed al Nord-ovest di Luco. Leggesi in essa:
SEX. PACCIUS....
ET SEX. PACCIUS. PA
QUINQ. MIRUM VETUSTATE
CONSUMPTUM A SOLO REST1TUERUNT
EX. P. P. ANGITLE.
Ma se i geografi non si curarono di Angizia paese, non può dirsi altrettanto di Angizia bosco, di cui parlano Virgilio e Vibio Sequestre, comeché quest'ultimo la credesse in Lucania, confondendo forse questa regione con la contrada Lucense. Era sacro un tal bosco alla Dea Angizia, che secondo Solino fu sorella di Circe, con cui venne ad occupare le vicinanze del Fucino. Dagli scrittori Marsi si addita nella selva di Agnano, la stessa che il bosco di Alba, oggi ristretto all’estrema parte del monte Velino presso il villaggio di Cappelle. Prese probabilmente il nome di Angizia da un tempio sacro a tal Dea poscia trasformato nella chiesa di «9. Maria di Luco.
13. Vesuna. Un’Osca iscrizione parla di quest’oppido dei Marsi da niun antico scrittore ricordato. Era dessa scolpita in lamina di bronzo, che fu trovata nel territorio di Antina, e diceva:
FAVI. TACUTES. MEDIS
VESUNE. DUNOM. DED
CACUMNIO. SCETUR.
La quale secondo l’interpetrazione del dottissimo Jannelli esprimeva; Gavius Pacuvius Meddix Vesunae donum dedit (Jovi) Cacumnio servatus. Or se il Meddix era il Pretore o magistrato municipale degli Osci come de' Marsi, non dovrebbe dubitarsi di essere stato l’oppido di Vesuna di qualche importanza.
14. Opi. La picciola terra di questo nomo, che fa Comune unito con Pescassero!i nel Circondario di Gioja, ha dovuto essere anche qualche antica borgata de' Marsi, a giudicarne da varie iscrizioni trovate nelle sue vicinanze non meno che dai ruderi di antichissima costruzione visibili nella stessa. Una di esse colle parole e ACERDOS CAEREALIS accenna ad un tempio dedicato a Cerere. Un’altra scolpita in una rupe tra i confini de' Marsi e de' Sanniti parla di un tempio e di un voto marmoreo posto a Giove Massimo; ed i nomi in fine che vi durano di Fonte Vertunno e Fonte dì Giove,come il nome stesso di Opi, ne dimostrano l’antichità.
Loro origine. Nel rintracciare moderni autori l’origine dei Marsi si avvolgono tra le mitiche tradizioni, tra le favole e le congetture per modo, che invece di schiararci sull’argomento, ci lasciano più all’oscuro di prima. Strabone si accontentava di annoverare i Marsi tra le Sabelliche tribù. Ma Plinio, Solino, Gellio e Servio, per rendere ragione dell’erbe de' monti Marsi, cui Virgilio attribuisce virtù potentemente medicinali, fan venire un sacerdote dalla gente Marrubia, che la virtù possedeva di sanare i morsi viperini cogl'incantesimi, il che conferma anche Silio Italico; ricorrono alla Colchide per trasportarne tutta la famiglia di Eeta; e le tre figlie di lui Angizia, Circe e Medea son da Solino distribuite l’una intorno al Fucino, l’altra sui monti Circei, e dell’altra, poiché fu sepolta da Giasone in Butroto, fa che un figlio venga ad imperare fra' Marsi. Con quanta erudita pazienza dimostrino gli antiquarii moderni la possibilità di queste trasmigrazioni, può chi n’è vago vederlo nel Corcia, che si è dato a raccogliere con accuratezza quanti riscontri di nomi geografici gli son paruti opportuni a dimostrare probabile la tradizione trasmessaci da Solino; anche perché nel fondo si accorda la stessa col suo sistema di far quasi tutto derivarci dalle orientali contrade poste sulla linea dell'Illirio, dell'Epiro, della Macedonia ecc.
Loro etimologia. Le ricerche etimologiche intorno ai Marsi son della stessa natura di quelle intorno alla loro origine, per la stretta dipendenza che le une hanno cole altre. Fra le molte che se ne assegnano, a noi piace di preferir quella' che la deduce da Mars, nume adorato dai Sabini e Sanniti, dai uguali secondo Strabone derivarono; perché non sapremmo vederne altra più propria a ritrarre il carattere di un popolo quanto mai bellicoso.
Loro indole costumi e vicende. Non ci è d’uopo diffonderci in parole per dare un’idea di quel che furono e quel che fecero i Marsi. Per sbrigarcela alla recisa, ricorderemo due cose; 1 una è che la famosa Guerra Sociale fu detta anche Guerra Marsa, e l’altra è l’elogio che Appiano ne lasciò ricordandoci questo detto de' Romani della cui fanteria formavano il nerbo: Non aver mai potuto cioè né dei Marsi né senza de' Marsi trionfare.
Corografia generale del Sannio. La discordanza degli antichi geografi e storici nel riferire i limiti ond’erano circoscritti i Sanniti, avrebbe fatto disperare i moderni di assegnarne tali da poter almeno sceverar da essi i Popoli circostanti, se non si fossero avvisati di rendersi prima ragione della loro discrepanza per riuscire ad ovviarla. Siccome i Sanniti furono bellicosissimi, e nella fortuna delle guerre ora acquistavano ed ora perdevano in estensione territoriale, secondo che soggiogavano città de' popoli confinanti, o riusciva a costoro di rivendicarsi e di conquistare ai Sanniti qualche porzione del loro territorio: cosi gli storici seguendo appunto tali vicende non potevano certamente esser di accordo con se stessi, e molto meno con altri; ed i geografi per conseguenza non poterono non incorrere in quella inesattezza che a proposito de' confini del Sannio è in essi notevole. Senza dunque passare a rassegna le rispettive circoscrizioni che ne fecero, la corografia generale del Sannio concordemente dai patrii scrittori riconosciuta è come segue.
La vasta regione de' Sanniti, più lunga che larga, confinava all’Est cogli Irpini e cogli Appuli, al Nord coi Frentani, all’Ovest co’ Peligni, co’ Marsi e co’ Volsci, ed al Sud coi Campani. Naturale erane il confine all’Est, perché dividevanla dalla Irpinia il Sabato ed il Tamaro col loro córso.
Ne formavano il limite settentrionale gli agri di Maronea, Trevento e Tiferno, che erano alle spalle delle città Frentane. Il corso del Sangro da una parte, ed i gioghi de' monti sopra Aufidena ne formavano il confine occidentale. E da ultimo i monti Tifati, i colli Trebulani con una delle sponde del Volturno costituivano l’altro confine naturale colla Campania.
Così confinata l’ampia Sannitica contrada veniva a comprendere nella sua estensione de' tre Distretti del Contado di Molise i due di Campobasso e d’Isernia, del Principato Ulteriore i Circondarii di Montefusco e Mercogliano, e di Terra di Lavoro quelli di Cerreto, Cajazzo, Solopaca, S. Agata de' Goti, Airola, ed Arienzo.
Topografia del Sannio. Poiché i Sanniti erano distinti nei tre Popoli Saraceni, Pentrie Caudini, fia bene distinguerne la topografia secondo la estensione dai medesimi occupata.
I Caraceni o Cariceni tennero del Sannio la parte superiore, e le antiche località loro pertinenti erano: 1. Aufidena, 2. Caracio, e 3. Aquilonia.
I Pentri ne occuparono quel tratto che oggi corrisponde in parte al distretto d’Isernia, a tutto quello di Campobasso, ed in parte a quello di Piedimonte; e le città che loro appartennero, erano 4. Maronea, 5. Trevento, 6. Duronia, 7. Esernia, 8. Tiferno, 9. Cimetra, 10. Stazione a Volturno, 11. Ebuziana, 12. Boviano, 13. Allife. 14. Callife, 15. Ruffrio, 16. Sepino, 17. Sirpio, 18. Mucre, 19. Murganzia; 20. Stazione ad Pirum, e 21. Stazione Ad Canales.
Ed i Caudini ne possederono il resto, in cui trovavansi; 22. Cominio Cerito, 23. Compulteria, 24. Telesia, 25. Cossa, 26. Mele, 27. Fulsule, 28. Orbitanio, 29. Italio, 30. Calazia, 31; Saticola, 32. Plistia, 33. Caudio, 34. Villa di Coccejo, 35. Pauna, 36. Erculaneo, 37. Maloento, 38. Pago Cuculiano, e 39 Nuceriola.
Il Distretto de’ Caraceni o Cariceni non si estendeva più oltre dell’odierno Circondario di Castel di Sangro. Dividevanlo dalla regione de' Marsi i Colli presso Rocca Valleoscura, ed il corso del Sangro da quello dei Peligni. Il loro nome. (che il Romanelli senz’alcun appoggio di antica tradizione, ma solo sull’autorità di coloro che credono guasto dai copisti il luogo di Plinio, tramutò in Sariceni), è una derivazione dalla Città Caracio o Caricio. Ma poiché questo luogo, che altri dicono pure Castrum Caracinorum, è posto sulla destra sponda del fiume Sangro che trovasi detto Sarus presso Tolomeo, noi inclineremmo a credere non avventata la loro denominazione di Sariceni, se non fosse presso ad Aufidena il monte Caracio, in grazia del quale ritiene il Corcia che dir si debbano Cariceni.
1. Aufidena. Descrisse Tolomeo questa città nel contado de' Caraceni. Il Fox ha scoperto negli avanzi delle sue fortificazioni la più evidente analogia colle ciclopiche di Tirinto. Immensi massi di aspra roccia non tocchi dallo scalpello sono gli uni soprapposti agli altri come fusti di colonne senza cemento, ed aggiustati con piccole pietre negl'interstizii delle mal connesse giunture. Parla Livio della resistenza che oppose al Console Gneo Fulvio; il quale riuscì finalmente ad impadronirsene nel 454, dopo aver disfatto i Sanniti presso Boviano. Dopo la Guerra Sociale fu Aufidena ascritta alla Tribù Vollinia, ed apparisce da una iscrizione, posta a Lucio Mario Patrono, di essere divenuta municipio, come da un’altra che leggevasi nelle stalle de' Domenicani di Castel di Sangro, rilevasi di aver avuto il nome di Consoli i magistrati municipali di Aufidena. L’Itinerario di Antonino segna miglia XXV dal Tempio di Giove Palenio a questa Città, la quale sorgeva poco discosto dall’odierna Alfidena, e propriamente sull'erta collina al di là del fiumicello Riotorto che attraversa il paese.
2. Caracio o Caricio. Il sito di questo castello Sannitico fu molto probabilmente quello dell’attuale Castel di Sangro, cui l’aggiunto di Sangro preso dal fiume che gli scorre dappresso fu imposto nel IX secolo, allorché i Conti di Marzi lo riedificarono. I molti antichi oggetti che si rinvennero nel suo territorio, come lucerne; idoletti, monete, frammenti di statue, una iscrizione Osca che si conserva nel Real Museo ed un’altra latina posta ad un Pomponio Severo Decemviro, se non provano l’esistenza di Carjcio indetto luogo, ma piuttosto sul vicino monte Caracio; allora nell’attuale Castel di Sangro e ne’ suoi dintorni dee credersi di essere stata qualche altra antica dimora di Sanniti. Del nome che da questo Castello derivò ai Caraceni si è detto di sopra, ma donde e perché si disse Caricio o Caracio non sappiamo contentarci in proposito delle disquisizioni del Corcia.
3. Aquilonia. A venti miglia antiche da Cominio negli Equicoli ponendosi Aquilonia, non è dubbio che andasse compresa tra i Caraceni. Dopo che i Sanniti furono battuti a Luceria e presso Interamna sulla via Latina, quivi si raccolsero col nerbo delle loro forze sino al numero di quaranta mila, o quivi dai due Cansoli Spurio Carvilio, che pose il campo a. Cominio, e L. Papirio Cursore, che lo pose vicino Aquilonia, furono completamente disfatti, e le due città date alle fiamme. Si crede da' moderni topografi il suo sito nell’odierno Comune di Agnone distante nove miglia da Trivento, nelle cui vicinanze si vuole che siansi trovati oggetti di antichità, e ruderi di antiche abitazioni verso Capracotta.
In questo medesimo distretto de' Caraceni suppongono i moderni topografi una città detta Sannia, cui accennano alquanto oscuramente gii antichi autori ed i Cronisti del medio evo. Paolo Diacono parla del cenobio di S. Vincenzo a Volturno come posto in loco Samniae; ed in un diploma leggesi in fontibus Samniae, loco ubi dicitur ad Cerrum, dove il Romanelli situa la detta città ignota. Tutte le congetture alle quali si danno parecchi scrittori su tale proposito, sono sì deboli da non bastare ad ammetterla anche con qualche grado di probabilità; ma semplicemente a modo dubitativo, come ha fatto il Corcia.
Comeché più esteso del Distretto de' Caraceni sia quello de' Pentri, e ben conosciuta ne sia la circoscrizione corografica e topografica, che di sopra assegnammo; la loro etimologia nondimeno è affatto oscura. Gli autori, che scrivendo di essi Popoli sarebbero nel dovere di dirne qualche cosa, se la sbrigano colla supposizione di qualche città omonima e capitale della contrada che loro diede il nome, come Caracio ai Caraceni e Gaudio ai Candì.
4. Maronea. Non prima dell'anno 542 di Roma si ha memoria di questa città, poiché allora occupata con un forte presidio da Annibale, fu presa di assalto dal Console Marcello, che vi uccise la guarnigione de' tre mila Cartaginesi e s’impadronì dell’immensa copia di vettovaglie, cui Plutarco aggiunse anche danari, che quelli vi avevano raccolto. Sorgeva Maronea vicino Melissano; ma vi ha chi la vorrebbe a Civita Campomarano, dove concorre l’analogia del nome, e chi a Bocchetta nel territorio di Montefalcone, perché sulla cima del monte vicino ammiransi una gran muraglia della lunghezza di un miglio circa, e camere sotterranee; e vi si son trovate delle monete di Napoli e di altre città vicine.
5. Trevento o Trebento. In una medaglia con leggenda Osca retrograda il nome di questa città è Trebentium, analogo a quello che le dà Frontino di Trebentum. Plinio d’altronde chiama i suoi abitanti Treventinates, il che a nulla monta per l’affinità tra le due lettere B e V. Traesi da lapide che fu Trevento un municipio, che vi si adoravano Diana e Giunone Regina, e che si diceva pure Tervento. Questa città sussiste nell’odierna dello stesso nome e sito, dal quale può dedursi la ragione del suo nome, perché giacente su di un erto colle, vi dominano venti impetuosi. Si ha nondimeno fondamento a credere che sul colle fosse stata la Rocca, e che la città occupato avesse le contrade, oggi dette di Montelungo, Colle S. Giovanni, Sterpari e Sarraconi, per gli avanzi che vi si ravvisano di antichi edilizii.
6. Duronia. Solo Livio parla di questa città, e narrando che nell’espugnarla il Console Lucio-Papirio Cursore nel 459 fu grande la strage e il bottino che ne fecero i Romani, ci dà ad intendere come ella fu ricca, popolosa e ben fortificata. Cosi detta dal fiume Durone che doveva scorrerle vicino, pare che abbia dovuto sorgere, dove oggi è Civitavecchia a 12 miglia da Campobasso, tra cui e Civitanova e il detto fiume, e dove nel secolo passato si rinvennero sepolcreti ed anticaglie in gran numero nel suo territorio.
7. Esernia, Aesernia. Sorgeva questa Città a nove miglia da Aufidena. Trasse il suo nome da Aesar, Aesi voci tirreniche che significano Deus. Dii. e quindi ripete la sua origine dai Pelasgi. Si ha memoria di averla presa nel 457 i Sanniti o gli stessi Pentri; ciocché importerebbe, che prima la possedevano, o l’avevano conquistata i Romani, se il testo di Livio e Diodoro ha da leggersi Aesernia in vecedi Censennia e Serennia.
È certo poi che vi fu spedita una colonia nel 491, e che si mantenne fedele ai Romani anche nella Guerra Sociale Che però occupata dagl’Italici confederati, divenne il quartier generale dopo abbandonata Corfinio; ma pur finalmente fu riconquistata da' Romani. Augusto e Nerone vi mandarono ciascuno una seconda e terza colonia.
Si hanno di questa Città diverse monete tutte di bronzo, talune colla leggenda VULCANOM intorno aduna testa di Vulcano con dietro una tanaglia nel dritto, e nel rovescio o Giove che stringe un fulmine, o lo stesso Dio nella stessa attitudine ma in una biga, i cui cavalli sono in alcune coronati da una Vittoria e con intorno la leggenda AESERNINO o AESERNI.
Sorgeva questa insigne città nello stesso sito dell’attuale Isernia, dove esistono ancora non pochi avanzi delle sue antichità, come a dire delle sue mura poligone, le porte, frammenti di scoltura e d’iscrizioni adoprati nelle fabbriche, due fontane di antico lavoro, ed un acquidotto aperto nella roccia per lo spazio di un miglio, ancora in essere.
Dalle iscrizioni si ha memoria de' suoi Quatuorviri Quinquennali, della sua condizione municipale, del titolo di Repubblica che godeva sotto Antonino Pio, del culto prestato a Giunone Regina Populonia, ed infine dell’Apoteosi di Cesare cosi espressa:
GENIO DEIVI IULI.
PARENTIS PATRIAE
QUEM SENATUS
POPULUSQUE IN
DEORUM NUMERUM
RETTULIT
8. Tiferno. Si ha memoria di questa città da Livio, che racconta la disfatta che i Sanniti vi ebbero da' Romani nel 448 per valore del Console Lucio Postumio. Il suo nome è dal fiume Tiferno, sulle cui sponde sorgeva dove oggi è il Ponte di Limosano, che Benedetto XIII fece costruire quando, reggeva la Chiesa di Benevento. Presso di detto luogo una delle iscrizioni rinvenute ricorda un C. Acilio Politiciano, che fra le altre cariche municipali sostenne anche quella di Patrono del Municipio.
9. Cimetra. Vicino alla precedente sorger doveva quest’altra città pure dal solo Livio ricordata, perché combattuti i Sanniti presso Tiferno nel 455, dice lo Storico che Fabio si fosse impadronito di questa città, in cui prese due mila e quattrocento armati, restandone morti nel combattimento meglio di quattrocento. Oltre a questa notizia null’altro si conosce di Cimetra, il cui sito, sé s’ignora, non è da supporre fuori il distretto de' Pentri.
10. Stazione a Volturno. Nella Tavola Peutingeriana, seguendo il corso della Via Vateria che traversava la regione de' Sanniti Pentri, a sette miglia da Isernia è segnata una stazione ivi detta di Cluturno. Avvicinandosi la detta strada dopo una tate distanza verso il Volturno, non è a dubitare. che il Cluturno legger si debba Volturno. La stazione adunque viene a cadere nelle vicinanze di Capriati, a cinque m;glia da Venafro.
11. Ebuziana. È queste un’altra stazione sognata nella Tavola medesima, ma senza distanza dalla precedente. L’Olstenio e Romanelli si avvisano di situarla nell’odierno Ailano nelle vicinanze di Pretella presso il Volturno,
12. Boviano. A diciotto miglia da Esernia alle radici del Matese, e presso le fonti del Biferno era posta Boviano, città capitale de' Pentri. Si congettura che fosse stata la prima città edificata dai Sanniti dal nome del bue conduttore della colonia, per cui l’altra città detta Italio probabilmente fu la stessa che Boviano, perché italos in greco è il bue. La più antica notizia di questa città è del 441 di Roma, allorché vi pósero gli accampamenti M. Petilio e C. Sulpicio Consoli. Un anno dopo fn presa e saccheggiata dal Console C. Giunio Bubulco, che ne trionfava in Roma, ed era questo il decimo trionfo riportato sui Sanniti, Nel 448 fu di nuovo espugnata dai Consoli L. Postumio e T. Minucio, e poco dopo ritornava in mano de' Pentri, ai quali la ritolse dopo sei anni il Console Gneo Fulvio. Nella Guerra Sociale fu anche la sede de' popoli confederati dopo che Corfinio ed Esernia furono espugnate: ma anch’essa fu a sua volta presa da Silla, e di nuovo ritolta ai Romani da Pompedio Silone. Vi furono spedite due colonie, una cioè da Cesare Dittatore, e l’altra da Ottavio Augusto.
Era Boviano difesa da tre rocche, ricchissima, popolosa e ben presidiata di armi. Non corrisponde però l’antica all’odierna Bojano, ma bensì ad un villaggio detto Civita in sito più erto sulla soprastante montagna, ove si osservano avanzi dì rovinati edifizii;frammenti di colonne ed iscrizioni. Apparisce da quest’ultime di esservi stato un tempio sacro a Venere Celeste detta Augusta per adulazione al primo degl’Imperatori, e di essere stata Boviano un municipio, di cui fu Patrono Giulio Cesare. Sul tempio dedicato a Venere si eresse la cappella di S. Maria de' Rivoli. Altri due templi erano sacri a Giove ed a Bacco, il primo presso al molino del Duca Filomarino, e l’altro servi di sostruzione alla chiesa di S. Angelo. Si ravvisano ancora per tre quarti di miglio le sue rovinate muraglie di costruzione ciclopica, ed in diversi punti dell’odierna Bojano sono visibili gli antichi rottami che ricordano il lustro e la civiltà dell'antica.
13. Allife. In mezzo a spaziosa pianura, dove principiala Valle di Benevento, incontravasi Allife al Sud-ovest di Boviano ed a nove miglia antiche da Ebuziana. Fu dessa una delle cospicue città de' Sanniti Pentri, e forse anteriore per antichità alla conquista di questi popoli, perché il suo nome pare estraneo alla lingua Sabina ed Osca da essi parlata. Una medaglia di bronzo conservata nel Museo Santangelo ha la greca leggenda retrograda ed in. caratteri arcaici ALIFHA coi tipi del bue a volto umano e di Pallade. Nelle Storie Romane intanto la sua memoria rimonta all’anno di Roma 428, quando fu espugnata dai Consoli Cajo Petilio e L. Papirio Mugillano. Nell’anno 444 il Console C. Marcio Rutilo prese di bel nuovo Allife con altri castelli e villaggi. Due anni dopo Q. Gabio Rulliano, combattendo i Sanniti ad Allife li vinse e li fe’ passare la prima volta sotto il giogo in ricambio di quel che avevano di simile sofferto alle Forche Caudine. Peraltro vicende posteriori fu ridotta Allife alla condizione di Prefettura, ma di quelle di secondo genere, cioè di meno dura condizione, come Festo dice ed assicura segnatamente di Allife alla voce Praefecturae. Divenne dappoi municipio, come Cicerone assicura nell’Orazione per Gneo Plancio, forse allorquando Cesare conia Legge Giulia dichiarò Romani cittadini i Lucani e i Sanniti. I Triumviri vi spedirono una colonia nel tempo stesso che a Telesia, forse altra vi mandò Ottavio per. essersi dati gli Allifani dalla parte di Antonio. E fu allora che andò ad essere di varie opere pubbliche abbellita.
Era Allife decorata di Teatro, Circo, Anfiteatro, acquidotti, terme, mura, cose tutte che costituivanla città insigne e popolosa altaleno a' tempi de' Romani, e delle quali parlano chiarissime iscrizioni. Dalle stesse apparisce di esservi stati in culto Giove, Giunone, Venere, Cerere, Diana, Ercole Gallico, come ancora Nettuno, Opi, Volturno, la Fortuna, e la Dea Furrina secondo un frammento del Calendario Allifano. Degli antichi templi sacri a tali divinità nulla rimane, fuorché quello di Giove che si suppone nella diruta chiesa dei Sette Martiri. Molti villaggi, ed abitazioni sorgevano fuori di Allife, di cui e de' molti sepolcri fan fede gli odierni borghi di Piedimonte, S. Petito, Rupecanina e Prata, i molti rottami ed epitaffii.
14. Callife. Parla di questa città solo Livio, che la ricorda caduta in potere dei Romani nel 428. Pare che avesse preso il nome da kata Allifas per la sua vicinanza ad Allife. Il suo sito si suppone in Calvise, ultimo villaggio di Gioja posto a quattro miglia all’Est di Allife, perchè ivi si trovano avanzi di antiche fabbriche, che non occorrono in Carife, luogo più distante, dove il Claverio suppose Callife, parendogliene più analogo il nome.
15. Ruffrio. Il medesimo Livio fa fuggevole cenno di quest’altra città insieme alle due di Allife e Callife, ove parla della loro caduta in poter de' Romani nell’anno 429. Il Trutta nelle sue Antichità Allifane, si avvisa di situarla presso la terra di S. Angelo Raviscanino a cinque miglia al Nord di Allife, ov’egli ricorda tali avanzi di antichità da non lasciar, dubitare che ivi fosse stata Ruffrio, e non in Ruvo di Basilicata, come parve al Cluverio.
16. Sepino. Era posta quest’altra importante città sopra un monte adjacente al Matese, fra Boviano e Telesia, ed alle fonti del Tamaro. Solò Tolomeo fra i geografi ne fa motto, e Plinio parla appena de' suoi abitanti. Livio all’incontro la ricorda espugnata dal Console Papirio Cursore nell’anno 459, e la fa credere popolosa e ben forte dal numero de' settemila uccisi, de' trecento prigionieri e del gran bottino, che furono le conseguenze di quel fatto d'armi. Da una lapida apparisce che Sepino era municipio quando Alife era divenuta colonia, come da un’altra rilevasi che tale divenne sotto Claudio Nerone. Non si sa quando fosse stata disfatta. Paolo Diacono la descrive come deserta nel VII secolo, epperò credesi che nell'889 i Saraceni l’avessero interamente distrutta.
Il suo sito fu diverso da quello dell’odierno Sepino. Sul vicino monte sono ancora visibili gli avanzi delle sue grandi muraglie poligone: In Altilia all’incontro, dove piace a taluni di credere l’antica Sepino, gli avanzi che si mostrano sono di tale costruzione da indurre a crederne occupato il luogo da qualche colonia Romana.
17. Sirpio. A dodici miglia da Sepino situa la Tavola Peutingeriana una località, che non si sa se legger si dovesse Sirpium o Hirpium, e se fosse stata una città o borgata, onpur qualche luogo di riposo nella via tra Sepino e Benevento.
18. Mucre. Parla di questa ignota città solo Silio Italico, i cui abitanti fé con altri intervenire alla battaglia di Canne. L’analogia del nome induce a crederla a Morcone, o nelle sue vicinanze al Sud di Sepino, anche perché nel luogo detto S. Pancrazio tra il detto paese e S. Croce, si son trovali idoletti e ruderi di antichi edifizii con avanzi evidenti di antica città.
19, Murganzia. Fu questa città di origine pelasgica a giudicarne dal culto in essa prestato all’Acheloo, ed espresso nel rovescio di una rarissima medaglia di bronzo sotto la sembianza del bue androprosopo o a faccia umana, con sopra un fulmine ed all’intorno della testa di Apollo la leggenda Osca MURFANTIA. La prima memoria storica di questa città è dell’anno di Roma 466, allorché fu espugnata dal Console P. Decio, nella quale occasione dice Livio di averne portato via i Romani ricco bottino oltre a due mila Sanniti. Il sito n’è stato ignoto fino ai principii del corrente secolo, quando si rinvenne nella campagna prossima a Baselice una iscrizione, che l’Ordine ed il Popolo Murganzio poneva a Settimio Severo per aver curato a sue spese la costruzione di una Basilica; dalla quale venne il nome di Baselice. Questo paese adunque sorse dalle rovine di Murganzia, anche perché nel detto sito è tuttavia la Chiesa di 5. Maria a Murgara nella quale parola ognun vede un’alterazione di Murganzia.
29. Stazione Ad Pìrum. È segnala questa Stazione nella Tavola Peutingeriana a IX miglia da Gerione città de' Frentani. Così detta da qualche pianta di pero, pare che avesse dovuto essere presso Campolieto.
30. Stazione Ad Canales, Quest'altra nel citato Itinerario segnata senza distanza, forse per errore dei copisti, può per induzione credersi posta presso Campobasso.
Distendevasi la regione Caudina, cosi detta da Gaudio città sicuramente capitale della stessa, tral confini, come si disse, della Campania e degl’Irpini; ed era limitata dal Volturno, dal Calore, e dal Tamaro, non che irrigata verso l’estremità dall’Isclero, e dal Tiferno nel mezzo. Ridente ed amena quasi come la prossima Campania, al pari di questa vantavasi delle seguenti città forti e popolose.
22. Cominio Cerito. Ditinguevasi questa città dall’omonima, già descritta fra gli Equicoli, coll’aggiunto di Cerilo. Sorgeva vicino all’antico Cerreto, il quale era posto poco discosto dall’odierno paese dello stesso nome. Se ne fa parola dal solo Livio in narrando la disfatta che il Console Fulvio fece nelle sue vicinanze de' Sanniti collegati co’ Cartaginesi e Campani. Se ne veggono ancora gli avanzi, ed altri ruderi esisterebbero tuttavia, se non fossero stati sepolti dal gran tremuoto che nel 1688 subissò Cerreto antica.
23. Compulteria. Di svariatissime maniere trovasi nominata questa Città e i suoi abitanti si negli autori e sì nelle iscrizioni ed in qualche medaglia. La più comune sembra di essere quella che abbiamo ritenuta. Ne parla anche Livio dove narra che fu presa a viva forza da Fabio nel 548 per essersi data ad Annibale. Da iscrizioni rilevasi di essere stata di qualche importanza sotto l’Impero, avendo avuto il collegio dei Pontefici, e degli Augustali, e fra gli altri magistrati municipali, i Duumviri Quinquennali (Censori), i Questori, ed anche il titolo di Repubblica. Dalle medesime inoltre apparisce di esservi stato un tempio sacro a Giunone, quello probabilmente su cri surse la Chiesa di S. Ferrante nel territorio di Alvignano, come pure di averne restaurate a proprie spese le mura l’Imperatore Adriano circa l’anno 119 dell’Era volgare. Sorgeva Compulteria in un aprico altipiano tra Alvignano, Dragone e Latina. Ne fu ultimo avanzo nel secolo X una terricciuola detta S. Maria a Coullere. ma restò nelle carte del medio evo la rimembranza di Compulteria.
24. Telesia. Sorgeva quest'altra ragguardevole città a XV miglia da Allife sulla Via Latina. È da Livio noverata fra le città datesi ad Annibale e riprese da Fabio. Credesi da Niebuhr di origine Pelasga, ed il nome che in greco suona Sacra le venne o da qualche oracolo, o da Giove Telesio adorato in Arcadia. Oltre al ricordo che ne fa Livio, e che nota dì essere riuscito facile ai Cartaginesi di prenderla nel 537 perché non era murata, anche Polibio dice che loro la ritolse Fabio un anno dopo.
Da iscrizioni è chiaro di avervi dedotto una colonia detta Erculea P. Scipione, probabilmente 206 anni prima dell’Era volgare, ed un'altra anche i Triumviri, che ne accrebbero la popolazione e lo splendore. Strabone ne parla come di città già decaduta a suo tempo, e Plinio forse per questo neppur la nomina. Da altre iscrizioni intanto apparisce di averne ristaurate le opere pubbliche un tal T. Fabio Patrono della seconda colonia, per lo che si meritò l’onore di una statua; di aver fatto fabricare le officine fulloniche un devoto di Augusto, pel cui giorno natalizio da festeggiarsi annualmente assegnatane l’annuo prodotto; di esservi stato un Anfiteatro, ed anche un Teatro a giudicarne da un marmo, la. cui iscrizione riportiamo per dare un’idea del riguardo che a quei tempi un Pantomimo riscuoteva.
L. TREBELLIO L. F. RENATO
PANTOMIMO. SUI. TEMPORIS
PRIMO. SACERDOTI. DIANAE. VICTR.
ET. APOLLINIS. PALAT. AB. IMP.
M. AURELIO. ANTONINO. AUG. PIO.
TEL. BIS. CORONATO. ET. CONSENSU. OMNIUM
PROCLAMATO. OB. INSIGNEM. EIUS
VIRTUTEM. ET. BENEVOLENTIAM
COLONIA. TELESIA, P.
D. D.
Veggonsi le rovine di questa città sull’alto monte Acero Quelle altre che alla stessa si attribuiscono sopra la Sottoposta collina a un miglio dall’odierna Telese, edificata nell’anno 860, appartengono alla colonia Romana, dove forse ripararono i Telesini scampati all’eccidio della loro patria. Un acquidotto dì otto miglia vi conduceva le acque del Tiferno; e ad un miglio distante dalla città era un tempio sacro ad Ercole, la cui statua con epigrafe alla base si trovò nello scorso secolo. Intorno del medesimo forse crebbe l’odierno villaggio di S. Salvadore rinomato nel mediò evo per la Badia del celebre biografo del re Ruggiero, noto sotto il nome di Abate Telesino.
25. Cossa. Fu un oppido. di cui Livio fa ricordo colle altre città prese da Fabio, e che lo storico di Allife,contro l’avviso del Cluverio, stima ben diverso da CompSa. Ignorasene il sito, che per solo argomento di analogia potrebbe porsi in Cusano alle radici del monte Mutria distante quattro miglia da Cerreto
26. Mele. Livio ne parla come delle precedenti città, aggiungendo che, dopo di essere stata presa da Fabio nel 538, Annibale occupolla di nuovo, come di nuovo quattro anni dopo la espugnò il Console Marcello, che vi passò a fil di spada tutto il presidio de' tremila Cartaginesi. Ponesi il suo sito dai patrii topografi a Melissano, e non a Molise come volle l’Olstenio.
27. Fulsule, È ricordata da Livio nella stessa occasione delle anzidette. Floro la dice all’intuito abbattuta nella Guerra Sociale. Il Trulla ha creduto di riconoscerla dov’è l’attuale Faicchio a poche miglia dall’antica Telese.
28. Orbitario. È cennata da Livio in congiuntura delle dianzi descritte e per l’occasione medesima. Il Trutta considerandola nelle vicinanze di Compulteria e di Mele, si avvisò di metterla o nella odierna Ducenta, o nelle altre due terre di Amorosi e Puglianello, che sono sulla via che mena alle rovine di Compulteria, o forse, secondo il Corcia, nel sito stesso di Civitella, picciolo casale a tre miglia verso il Nord di Cerreto, facendosi guidare dalla sola analogia del nome.
29. Italio. Non si è certo di riporre quest’altra città nel Sannio Caudino, perché da Diodoro Sicolo apparisce di doversi porre nell’Apulia. Patrii Scrittori la vorrebbero credere presso Foggia nel luogo detto Vaccarella, che sarebbe il significato del greco italos toro. A tale congettura fa ostacolo la circostanza di non avere il monte vicino, su cui si raccolsero i Sanniti dopo la prima battaglia, come scrive Diodoro. Il perché più probabile è l’avviso del Romanelli, che guidato dalla omonimia, la riconobbe in Vitulano, presso cui è il monte Taburno, essendo anche più evidente l’analogia de' due nomi fra loro.
30. Calazia. Fu questa, città diversa dalla Calazia più piccola presso Capua. Sorgeva a non molta distanza da Compulteria al pendio di un’aprica collina, dov’è l’odierna Cajazzo. L’origine di essa è da credersi anteriore all’occupazione fattane dalla. tribù Sabina, a giudicarne dalle diverse medaglie con leggenda del nome, in Osco a lettere retrograde, in greco, ed in latino in cui è della CAIATIA. Fu in potere dei Romani fin dal V secolo di Roma, essendosene impadronito iL Dittatore G. Petilio dopo aver preso Nola nel 441: ma sei anni dopo essendo stata ripresa da' Sabini, nulla si conosce delle vicende posteriori a quest’ultimo fatto, se non che consegui la condizione di municipio, come rilevasi da una iscrizione posta a Q. Gavio Patrono di esso dall'ordine de' Decurioni, e dal Popolo. Da altre iscrizioni parimenti si è potuto conoscere che eravi un tempio sacro a Venere Felice, edificato a spese di un tal P. Servilio, che fra le aire cariche municipali ebbe pur quella di Curatore del Calendario di Calazia, del cui municipio era similmente Patrono. Vi fu prestato anche il culto ad Ebone, a Priapo, la cui immagine ancora esistente nel sedile della p;azza maggiore della città, fu falla distruggere non ha guari.
Ingrandita Calazia ad occasione forse di una colonia speditavi da Cesare col fabbricarsi un sobborgo in sito più piano accanto alla città antica, in questa parte aggiunta son da credersi il Foro, la Curia ed i templi mentovati dagli Storici della Città, Livio ricorda di esserne state rifatte le mura da' Censori A. Postumio Albino e Fulvio Fiacco; ed un’epigrafe che parla del Foro, dice di averne fatto costruire a sue spese intorno ad esso le crepidines, che probabilmente furono quel che oggi diciamo marciapiede. La tradizione finalmente ricorda di esservi stati tre altri templi dedicati uno a Marte dentro la città, di cui non rimane vestigio, l’altro a Giano, di cui si veggono i ruderi nel luogo detto Sacrignano parola alterata da sacrum Jano ed il terzo a Saturno fuori il recinto delle mura, che ancora si veggono al Nord dell’odierna città ed in altri punti fuori della stessa.
31. Saticola. Malgrado che Servio ed il Cluverio pongano questa' città fra i Campani, i più mode ni topografi con Diodoro, Livio e Festo la riconoscono fa i Sanniti. Avendo Virgilio annoverato i Saticolani fra gli alleati di Turno, ciò basta per assegnare alla loro città un’antichissima origine. Rimonta nondimeno all’anno 413 la sua storica memoria, ricordando Livio di avere allora il Console A. Cornelio Cosso posto il campo a Saticola, e di avernelo rimosso perché forse non gli riuscì di occuparla. Portovi dappoi un assedio più vigoroso, dopo aspro combattimento, la espugnarono i Romani nell’anno 3 della CXVI Olimpiade, ed un anno dopo, cioè nel 445 vi fu dedotta una colonia sotto il Consolato di Papirjo Cursore e di C. Giunio Bubuleo. Datasi ad Annibale fu da Fabio ripresa nel 537. e d’allora in poi tennesi a Roma sempre fedele, per modo, che non si negò a soccorrerli nella seconda guerra punica. Nulla si conosce dell’epoca in cui fu distrutta, e dal non trovarsi nominata da Plinio e Tolomeo può inferirsi di essere stata travolta nelle devastazioni di Silla.
Non si sa con certezza dive precisamente sorgesse. I più si avvisano di situarla nell’odierna S. Agata de' Goti. Il Pellegrino la pose al Nord di Limatola, dove fu il casale di Siriano presso il Volturno; anzi un erudito viaggiatore Inglese crede che sorgesse proprio in Limatola, ove concorrendo, a dir vero, in eguale proporzione gli avanzi di antiche fabbriche ed oggetti antichi rinvenuti può ritenersi che quelli scoperti in S. Agata de' Goti fossero appartenuti a
32. Plistia o Plistica. Vicino Saticola era quest’altra città che col secondo nome è anche da Diodoro ricordata, dove dice che nell’anno 444 fu espugnata da' Sanniti. Livio nel confermare presso a poco lo stesso, aggiunge che avendo i Sanniti nel 439 perduta la speranza di difendere Saticola occupata dai Romani, fossero passati, per rendere loro la pariglia, ad assaltar Plistia collegata,con essi, cui presero a viva forza. Il nome è di greca origine. e significa moltissimo. In quanto al sito vi ha dii per analogia del nome la riconobbe nel luogo detto Anatra S. Agata de' Goti ed it monte Taburno, dove vedevansi nel secolo scorso non pochi avanzi antichi. Plistia in tal caso non sarebbe stata lontana da Saticola più di quattro miglia. Iu fine le ragioni di crederla ivi o a S. Agata dei Goti sarebbero uguali, se non vi fosse chi la erede sul monte Gagliola presso il villaggio di Turone.
33. Caudio. Ed eccoci alla capitale del Distretto Sannitico che ne tenne il nome. Delle sue storiche vicende si sa, che ebbe di unita ai Campani il dritto della cittadinanza Romana senza suffragio nel 421, che fiaccò l’orgoglio de' Romani nel 433 col famoso fatto delle Forche Caudine, della quale vergogna si purgarono non più tardi dell’anno seguente; che i Romani l’espugnarono sotto il comando di Fabio, dopo la guerra combattuta contro Annibale, e che in fine rovinata, sebbene non interamente da Silla, perché Tolomeo la rammenta. Augusto ne attribuì il territorio alla colonia Beneventana. Si mantenne ne’ seguenti secoli in qualche splendore, poiché non altrimenti poteva divenir sede vescovile, avendo Felicissimo, Vescovo di Gaudio, sottoscritto il Concilio Romano tenuto dal Papa Simmaco nel 599. Non potè quindi accadere la sua totale distruzione prima dei nono secolo, quando era ridotta ad un Casale.
Il suo sito fu in Arpaja, presso cui osservansi delle rovine e sonsi rinvenute iscrizioni, medaglie cd altri oggetti di antichità. Fra le altre epigrafi scolpite sopra colonnette miliarie, una scoperta sotto il villaggio di Forchia (derivazione certamente dal nome di Forche Caudine) segna la distanza di XVI miglia da Capua a Gaudio; e giova questa scoperta ad emendare la distanza che erroneamente, per colpa forse de' copisti, è diversamente segnata nell’Itinerario di Antonino.
Presso di questa Città furono, come si sa, le celebri Forche Caudine, ma il luogo preciso non pare ancor convenuto fra i topografi. Cade il dubbio sulle due valli, l’una che di Arpaja si allunga a Montesarchio, l’altra che corre tra S. Agata de' Goti e Mojano, per la quale scorre Pisciero. Accanita è la controversia fra gli antiquarii, de' quali non possiamo nemmeno sfiorar le ragioni, riserbandone l’esame a suo luogo. Ci basta per ora prevenire che dietro il lungo e dotto dibattimento, si è forzato a riconoscere il luogo obbrobrioso pei Romani nella seconda delle suddette valli, parendoci di maggior peso le riflessioni che per questa han fatto sopra luogo l’Inglese Gandy, ed il dotto Giureconsulto e letterato signor Pietrantonio Abatemarco, che vi ha scritto una memoria, di cui il Corcia riferisce un lungo squarcio in appoggio dell’opinione che sostiene non discordante da quella dell’Inglese e del suo dotto amico, che per avventura è anche nostro.
34. Villa di Coccejo. Al di là di Gaudio, e sulla stessa Via Appia era la Villa del celebre giureconsulto Coccejo, della quale ricorda Orazio nel sub viaggio da Roma a Brindisi, e dove lautamente ricevuto si trattenne per una notte. Da questa villa a Benevento correvano dodici miglia. Malgrado la indicazione di Orazio, e gl’indizii di varie iscrizioni, non si è in grado di precisarne il sito, se non assentendo all’autorità dello Storico di Suessola, che credette situarla sopra l’osteria di Arpaja verso Montesarchio.
35. Pauna. Parla di questa città solo Strabone, il cui luogo si è creduto guasto da taluni per darsi l’agio di correggerlo a lor grado. Un luogo detto Pauna nella Valle Caudina tra S. Martino e S. Angelo della Scala, nel mentre conferma la lezione di Strabone, dilegua pur le congetture de' topografi moderni.
36. Erculaneo. Nel narrar Livio le imprese di Carvilio contro del Sannio nel 459, fa parola di quest’altra città de' Sanniti che il medesimo espugnò. Nella Tavola Peutingeriana è indicata col guasto nome di HERCULANI senza distanza e fuori la Via Appia. A tempo di Trajano era ridotta a condizione di Pago per le sofferte devastazioni. Pare nondimeno probabile che fosse sorta dove oggi è Montesarchio, perché ne’ tempi andati la collina dove giace questo paese dicevasi Monte di Ercole per un tempio eretto a tal nume, che diede il nome ad Erculaneo. Avvalorano poi una tale congettura anche gli avanzi scoperti di ragguardevole città, come acquidotti, colonne, basi, capitelli, marmorei pavimenti, sepolcri, vasi, e qualche iscrizione, come ancora la circostanza di trovarsi in tale sito, che è appunto fuori la Via Appia, secondo la Tavola citata.
37. Maloento o Benevento. Dove confluiscono i due fiumi Sabato e Calore, ad XI miglia da Gaudio sorgeva l’antichissima Maloento, poscia Benevento, nello stesso sito dell’attuale. Molto si è detto circa l’origine del primo nome. Quelli che la fanno di origine Pelasgica si acchetano senza più al riscontro della parola con quella di Apollo adorato in Lesbo sono il nome di Maloento. Ma che cosa abbia significato questa denominazione nessuno ancora seppe dirlo. —Occupata dai Sanniti nei tempi storici,soggiogando, secondo Festo, gli Ausonii che la tenevano, rimase in loro potere fino al secolo V di Roma,quando verso il 485 vi fu spedita una colonia sotto il consolalo di Sempronio Sofo ed Appio Claudio. Fu allora che alle Romane orecchie suonando di male augurio il nome di Maloento credesi tramutato in Benevento, come scrivono Plinio e Festo. Tennero i Beneventani fedeli a Roma anche nei tempi della seconda guerra Cartaginese. Giulio Cesare vi dedusse probabilmente nel 711 un’altra colonia, come si rileva da una lapida, in cui è distinta coll’aggiunto di Giulia. Appiano l’annovera tra le più illustri e doviziose città d’Italia, i cui campi furono divisi ai veterani dei Triumviri, la cui colonia trovasi distinta col nome di Augusta avendo Ottavio assentito per consiglio del suo famigliare ed amico Munazio Planco. Ed una quarta colonia vi fu infine spedita anche da Nerone, che Frontino ricorda col nome di Concordia. La seguente iscrizione accennando a tutti questi titoli, segna pure fin dove fu esteso il territorio Beneventano
IVLIAE AVG. IMP. CAESARIS
SEPTIMI SEVERI PII PERTINACIS
AVG. ARAB. ADIAB. PART. MAX
MATRI AVGVSTI....
ET CASTRORVM COLONIA IVLIA
CONCORDIA AVG. FELIX BENE
VENTVM DEVOTA MAJESTATI
AVGG.... IN TERRITORIO SVO QVOD
CINGIT ETIAM CAVDINORVM
CIVITATEM MVRO TENVS
Le divinità adorate anticamente in Benevento furono Giove co’ diversi titoli di difensore, vincitore, pacifero, Giunone con quelli di regina, veridica, quirita, o astata, e stigia, di Venere e Diana Celeste, e di Ercole il cui tempio eresse L. Aurelio Rufo in memoria e felicitazione non si sa di quale Augusto presso il ponte sul Calore, ed al quale col titolo di Salvatore eresse una tavola votiva in marmo con greca epigrafe un tal P. Giunio Januario. Da altri marmi si rilevano il culto e le superstizioni anche in onore di Attino o Ati, Cibele, e Minerva Paracenzia o Berecinzia. Anche. al Genio della Colonia una tale Spea Fedele innalzò un tempietto.
Le grandiose opere pubbliche di Benevento,oltre del Foro e delle mura, furono varie Basiliche, varii Portici, il Pretorio, le Terme, l’Anfiteatro, il Campidoglio, nel quale vedevasi la statua marmorea di Orbilio maestro di Orazio, gli edifizii dei molti collegii di arti che vi fiorirono, un Cesareo in fine ed un Canopo, un tempio cioè innalzato in onore di Augusto e della Colonia da Fedio Pollione, ed un edilizio a simiglianza di quello che Adriano edificò nella sua villa di Tivoli ricordante nelle sue parti la città di Canopo e delle piramidi di Egitto.
Di tutti questi edifizii non resta che la memoria, ma a giudicarne da un capitello jonico; che ora serve di bocca alla cisterna del monistero accanto alla Cattedrale, può argomentarsi della magnificenza de' templi e deportici. Ben però ne avanza uno, che rimarrà per altro tempo ancora, testimonio della grandezza di quei secoli, ed insigne monumento dell’arte antica,l’Arco Trionfale di Trajano,detto Porta Aurea fin dai primi secoli del medio evo, che fu opera del famoso Apollodoro Damasceno, favorito architetto ed amico dell’Imperatore. e noto autore del Poro, dell'Odeo e del Ginnasio di Roma.
38. Pago Lucullano. Sulla Via Trajana ed a breve distanza da Benevento sorgeva questo Pago, cui una lapida ha fatto acquistare celebrità. Si contiene in essa una disposizione di un tale Nasellio Sabino, che legava ai Pagani Lucullani la somma di CXXV sesterzii a condizione che lustrassero il Pago ai 5 di giugno, e banchettando per tre giorni consecutivi, celebrassero il suo giorno natalizio sino agli 8 di giugno ed in perpetuo, con espressa clausola, che se ciò non facessero, il legato passava per sempre collo stesso obbligo in beneficio del collegio de' medici, una col portico e l’apparatorio che era un luogo accanto al sepolcro, dove le cene funebri si facevano.
39. Nuceriola. Più lungi dal Pago anzidetto, e propriamente a 4 miglia antiche da Benevento, sulla via che menava al Calore e di là negli Irpini, era l’altro villaggio di Nuceriola o piccola Nuceria. Il Corcia si accorda coll’annotatore del Cluverio a riconoscerla nel luogo ancora detto con qualche alterazione Ricerola, che è dove propriamente sorgeva la chiesa di S. Andrea presso Benevento.
Loro origine. Secondo Strabone i Sanniti furono la gioventù che i Sabini, per adempiere un voto fatto ai numi di sacrificar loro quanto ad essi sarebbe nato in un anno, dedicarono a Marte. Epperò giunti i giovani Sabini all’età virile furono costretti a spatriare cd a trovarsi una sede fondandovi colonie. Fattisi guidare da un toro, ed essendosi questo fermato nella contrada degli Opici, quivi si stanziarono cacciandone i primi abitatori e sacrificandovi il toro condottiero. Furono quindi dettj Sabelli, quasi piccioli Sabini. Quelli che vagheggiano la pervenienza de' nostri Popoli dall’Asia non istentano a rinvenirvi tali riscontri di parole da rendere probabile la congettura, della quale, a dir vero, non siamo contenti. All’autorità di Strabone si arroga pur quella di Varrone, e Livio stesso fa dire a Ponzio generai de' Sabini nell’allocuzione che tenne ai Romani ambasciatori, che i due popoli guerreggianti erano stati altra volta amici perché della stirpe medesima.
Loro etimologia. I Sanniti secondo la riferita origine sarebbero così detti quasi Sabiniti, donde Sabniti, e per l’affinità del b colla m e col v divennero Samniti e Savniti, e presso gli stessi Greci anche Σχνείται. Posta questa etimologica derivazione, è per noi di niun peso quell’altra che li dice Sauniti dal greco specie di armatura con cui combattevano, poiché parrebbe più naturale far derivare il nome dell’arma da' popoli che l’usarono, e non al contrario; malgrado che i medesimi fossersi detti Cureti e Quiriti da Curi loro Capitale, e questa non si sa bene se da Curi hasta, o questa da quella. La bajonetta di oggidì diede essa forse il suo nome a Bajona, ove fu inventata? 0 non si è detta forse bajonetta dalla città di Bajona?
Loro indole, costumi e vicende. L’indole dei popoli Sanniti fu eminentemente bellicosa, e la felicità delle loro prime imprese era dovuta alla cieca ubbidienza che prestavano ai loro capi. Forti del sentimento della loro indipendenza si ostinarono a cadere piuttosto sotto il ferro ed il fuoco dei loro nemici, che rimanersi da vigliacchi sotto all’aborrito loro giogo. I particolari del loro carattere trovandosi felicemente espressi in Lucio Floro, fìa bene qui trascriverne tradotto il luogo, dove i Sanniti dipinge per «Nazione che, se riguardar se ne voglia l’opulenza, va lussuosamente guernita sino alla cinta di armi d’oro e d’argento e. dì vesti di svariati colori; se la furberia, è favorita per le insidie da' boschi e dagli andirivieni de' monti;; se la rabbia ed il furore, è imperversata all’eccidio di Roma da leggi sacrileghe e vittime umane; se la pertinacia, si è resa più tracotante per sei alleanze violate e per stragi».
Non prima del 420 di Roma compariscono nella Storia i Sanniti come veramente forti e dominatori. Le loro prime imprese furono sopra i Tirreni che occupavano Capua. Passarono poscia a conquistar quasi tutta la Campania, e diedersi in seguito a corseggiare il territorio Latino fino ai dintorni di Ardea. Riferisce Diodoro all’anno 331, e Livio all’anno 384 la guerra che i Sanniti, di Capua fecero contro Cuma. Nulla si sa di quello che operato avessero fino a che cominciarono ad osteggiare i Sidicini, cui vinsero nel 412, malgrado il soccorso dei loro alleati Campani. Ma invocato avendo i medesimi nello stesso anno 412 la protezione di Roma, vennero i Sanniti debellati da Valerio Corvo alle falde del Gauro presso l’Averno, e da M. Valerio nella pianura di Smessola. Fu questo il primo trionfo de' Romani sui Sanniti ed il preludio della gran lotta, in cui si disputarono i due Popoli il dominio dell’Italia. Si conchiuse in questa circostanza un trattalo onorevole pe’ Sanniti, benché avessero per un anno fornito il soldo e per tre mesi le vettovaglie all'esercito della Repubblica, restando libera la loro regione dalla occupazione de' Romani, ed in loro balìa il sottomettere i Sidicini. Nel 415 in fatti i Romani si ricusarono di proteggerli dagli assalti dei Sanniti; ed i Latini, cui si erano collegati i Sidicini, furono combattuti alle falde del Vesuvio. Provatisi i Sanniti di unita ai Lucani contro Alessandro di Epiro, son vinti dai Greci nelle vicinanze di Pesto. Fu allora che i Romani strinsero alleanza col vincitore de’ Sanniti più per odio contro di costoro, cui vedevano uguali alle loro forze, che per simpatia verso di uno straniero.
Per motivi che andarono maturando una nimistà dichiarata tra i due Popoli emoli, scoppiò la seconda guerra Sannitica che cominciata nel 429 durò oltre a 20 anni, ed ebbe fine secondo Livio rinnovandosi l’antica alleanza, e secondo Dionigi d’Alicarnasso a patto di riconoscere i Sanniti la supremazia della Romana Repubblica.
Cinque anni dopo riarse la guerra tra i due popoli, perché avendo i Sanniti preso a combattere i Lucani, ed essendo questi ricorsi alla protezione de' Romani, imposero essi a' Sanniti di uscire dal territorio de' loro nuovi alleati. Dopo dieci anni di lotta restano i Sanniti abbattuti e ridotti al proprio territorio di già molto ristretto dalle Romane conquiste. La battaglia, con la quale Fabio Massimo pose fine alla terza guerra Sannitica, non ha nome nella storia, né se ne conosce il luogo dove avvenne. Una quarta alleanza è conchiusa a condizioni probabilmente meno vantaggiose pe’ Sanniti. Preso intanto il sopravvento dai Romani, estesero questi sempre più il loro dominio sull’Italia meridionale, e per modo che nel recarsi 4 combattere i Tarantini e i Lucani collegati con Pirro, i Sanniti non sanno resistere al Console L. Emilio Barbuta, che nel 462 fa un’incursione pel loro territorio. E però di ritorno i Romani dall’aver costretto il Re di Epiro ad imbarcarsi pe’ suoi Stati, per mezzo dei Consoli Spurio Carvilio e L. Papirio Cursore sottomisero interamente nel 474 questo popolo indomabile, dopo circa 70 anni, non però senza interruzioni da che erano cominciate le prime guerre col Sannio.
Rimasero per cinquant’anni i Sanniti in una pace, cui la necessita li astringeva, sino alla venuta di Annibale in Italia, alle cui parti accostandosi, si ravvivarono le speranze di racquistare la perduta indipendenza. Ma non si tosto il Cartaginese fu costretto ad uscire d’Italia, fu il Sannio nuovamente travagliato dalle armi nemiche.
Ventiquattro trionfi, dice Floro, ventisei contano i Fasti di averne riportato i Romani sui Sanniti. Eppure non valsero si replicate perdite di eserciti ad abbattere gli animi di quei valorosi, che si riscossero in tutta la loro energia nella Guerra sociale. Oppressi furono finalmente da Silla, il quale persuaso che Roma non sarebbe stata tranquilla fino a che i Sanniti potevano raccogliere nuove forze, tutte le città da Benevento in fuori, diedesi à distruggere da' fondamenti. Nondimeno uno a che ebbero salvo il loro capo, come la serpe, non potè dirsi di loro che erano già spenti. Poterono anche una volta raggranellarsi e uscire in campo, mentre la guerra ferveva tra Mario e Silla. Ponzio Telesino, il loro comandante, alla testa di quaranta mila uomini era già a dieci stadii da Roma. Vincitore dell’esercito di Silla che era accorso da Preneste a salvar la Città, fu poscia costretto a riparare in Antemne, dove colla perdita di sua vita tutte e per sempre andarono perdute le speranze del Sannio. La cui gloria però se allora venne meno, durerà quanto il mondo lontana la memoria di avere sì a lungo resistito. fortuna de' conquistatori del mondo per serbarsi quella indipendenza, che essi soli fra tanti popoli Italiani apprezzarono tanto.
Corografia degli Irpini. Le circostanti regioni, fra le quali quest'ultima de' Popoli mediterranei si distendeva, furono quelle de' Picentini, Lucani, Danni, Sanniti e Campani. Era pur essa come le altre circoscritta da' limiti naturali dei monti e dei fiumi. Occuparono quindi gli Irpini la estensione che dalle falde del Taburno va per svariate colline digradandosi fino alle vaste pianure della Puglia. Ne irrigavano i fertili campi, e li dividevano dai popoli vicini, il Sabato ed il calore al Nord dai Sanniti e dai Caudini, l’Aufido all’Est dai Dauni. La catena dell’Appennino inoltre separavali dai Picentini e da Lucani al Sud, e da una parte della Campania all’Ovest, fra questi limiti si comprende presso a poco l’odierna provincia di Principato Ultra. In essi si tennero gl’Irpini dai più remoti tempi, quando indipendenti dai Sanniti formarono un popolo distinto, fino alla nuova circoscrizione fatta da Augusto dell’Italia, secondo la quale i Picentini e gl’Irpini, inclusa Benevento, formarono la seconda delle undici Regioni.
Topografia degl’Irpini. Le località abitate da questi popoli nella loro regione, come dianzi si è circoscritta, furono le seguenti: 1. Abellino, 2. Amarano, 3. Sabazia, 4. Fulsule, 5. Taurasia, 6. Corneliano, 7. Cisauna, 8. Fratuento, 9. Ferentino, 10. Eclano, 11. Foro Nuovo, 12. Cluvia, 13. Bebiano. 14. Equotutico, 15. Vescellio, 16. Volano, 17. Panna, 18. Palumbino, 19. Trivico, 20. Compsa, 21. Castello Carissano, 22. Aletrio, 23. Romulea, 24. Aquilonia, e 25. I templi di Vesta, di Cibele e di Mefite.
1. Abellino. La desinenza di questo nome accenna ad una derivazione da altra città primitiva. L’aggiunte infatti di Protropi, cioè trasferiti, serviva per denotare che questi popoli fossero stati una colonia della, vicina Abella nella Campania, ma in tempi forse anteriori alla occupazione degl'Irpini. Fu nondimeno Abellino, se non la capitale, una delle città primarie della regione, che Tolomeo riduce a quattro solamente. In una lapida fabbricata in un angolo della chiesa della Maddalena in Atripalda leggevasi Abella, il cui Prefetto M. Lucejo Anassimandro dedicava qualche ara ad Ercole. Al Corcia non pare potersi decisamente dedurre da tal marmo, le cui lettere sono già cancellate dal tempo, che il nome di Abellino fosse stato anche quello di Abella, perchè potava stare che un Prefetto di Abella avesse in Abellino mandato ad effetto un suo voto.
Dalla storia nulla rilevasi delle vicende di questa città a tempi de' Romani, quandole loro armi afflissero queste contrade fino ad Augusto. Frontino lasciò memoria di una co? Ionia militare dedottavi colla Legge Sempronia, ossia dal Tribuno C. Sempronio Gracco, alla cui moglie Licinia un marmo attesta di essersi innalzata una statua.
Sorgeva Abellino non nel sito dell’odierna Avellino, ma presso Atripalda, che ne dista quattro miglia, in quel luogo che dicono la Civita, e dove si osservano le sue mura di opera laterizia, ed avanzi di qualcuna delle sue torri e delle Terme. Vi si sono rinvenuti molti monumenti, lapide, statue, colonne, monete ed altre anticaglie. Solo nna iscrizione ricorda una basilica edificata da un M. Antonio Rufino Patrono della colonia degli Abellinati: ma rimangono tuttavia i ruderi di un Circo o Anfiteatro al Sud-est de' sobborghi, e la tradizione di varii altri templi, di un Campidoglio, e della rocca che sorgeva proprio nel sito dove nel secolo X fu edificata Atripalda..
2. Amarano. Sul monte di questo nome vuolsi che fosse stato un oppido, donde poi fosse derivata l’odierna città vescovile di Montemarano, e nel cui castello precisamente sono visibili non pochi vestigii di antichità, e forse anche lo stesso Castelvetere che n’è poco discosto.
3. Sabazia. A breve distanza dalle fonti del fiume Sabato sorgeva la città che Vie prese il nome. Fioriva nel VI secolo di Roma, perchè pur essa davasi al partito di Annibale cogli altri popoli Irpini. Nel 542 ritornava alla fede de' Romani, semplicemente libera ma senza il dritto della Romana cittadinanza. Di tale città posta indubbio da alcuni, che credono i Popoli Sabatini tutti quelli che erano bagnati dal fiume Sabato, rimangono la tradizione e gli avanzi di grandi muraglie in figura ellittica di circa tre miglia nella valle tra i monti di Sirino, nel luogo detto Ogliara, che serba ancora quello di Civita.
4. Fulsule. Parla chiaramente di questa Città Livio, come fiorente a’ tempi della seconda guerra Cartaginese, benché l’annoveri nel Sannio, i cui confini, come si disse, non han potuto essere precisi. Per essersi data da Annibale, fu presa a viva forza da Fabio una con Compsa ed altre città Sannitiche nel 538. Riconobbe l’Olstenio questa città nell’odierno Montefusco, a 12 miglia da Avellino, detto nel medio evo Montefulsule.
5. Taurasia. La memoria di questa città sopravvive nell'odierno Taurasi sopra un’eminenza alla destra riva ed a due miglia dal Calore, dove fu l’acropoli della città, se non la città istessa. Rimangono dell'antico un avanzo di torre diroccata nel 1806, e delle solide muraglie che la circondavano, parte delle quali sono sepolte nelle scuderie di quei palazzo baronale. A breve distanza vedesi un sotterraneo cunicolo nel luogo detto Piano degli Angioli, che serviva forse di uscita segreta in caso di assedio. Ricorda la Storia di essere stati divisi i suoi campi nel 572 ai Liguri Apuani, e di essere stati teatro della vittoria, che il Console Manio Curio vi riportò contro Pirro nel 478.
6. Corneliano. Un luogo di Livio dà tali schiarimenti di questo luogo, che nulla lasciano desiderare. Per porre una volta fine alla guerra della Liguria, proponevano al Senato i due Consoli P. Cornelio Cetego, e Marco Bebio Tanfilo, ai quali in gran parte eransi i Liguri Apuani già penduti nel 572, di trasportarli, come erasi fatto de' Piceni, in regioni molto lontane dalle natie, sì perchè non potessero tentare cose nuove, e si perchè ogni speranza perdessero di ritorno. La proposizione fu accolta, ed i Consoli medesimi che li avevano debellati curarono a pubbliche spese il trasporto di. quarantamila Liguri con mogli e con figli. Venne loro assegnato l’agro de' Taurasini, che era già divenuto di pubblica ragione dopo espugnata Taurasia nel 459 da Scipione Barbato. Da Cornelio e da Bebio adunque presero nome e gli agri che occuparono e le due. città che si fabbricarono. Una iscrizione ricorda i Liguri Corneliani. Frontino lasciò scritto che due volte il territorio di questi popoli soggiacque alla divisione di altre colonie speditevi dai Triumviri una, e dal solo Ottavio l’altra. Si è riconosciuto il sito di questa città, nel luogo già detto S. Sofia, ed ora S. Donato sulla sinistra sponda del Calore, a breve distanza dall’antico Ponte, sul quale a VI o VII miglia antiche da Benevento passava la via Appia, per essersi ivi trovati degli avanzi di antichità di ogni maniera, che non saprebbero attribuirsi ad altra località sull’appoggio della succitata iscrizione e di altre.
7. Cisauna. Non si ha altra memoria storica di questa città che quella dell'iscrizione sul celebre monumento degli Scipioni rinvenuto in Roma nel 1780 presso la porta S. Sebastiano. Ivi si leggono fra gli altri fatti gloriosi la presa di Taurasia, e di Cisauna. Le opinioni de' topografi intorno al sito della medesima son divise quali per Chiosano e quali per Locosano, oggi Cusano, facendosi guidare dalla sola analogia del nome. Sono in vero entrambe vicine a, Taurasi, la prima a quattro miglia verso il Sud sulla dritta del Calore, e l’altra ad un miglio circa verso l’Est sulla sinistra del detto fiume. Si avvisa qualche altro patrio scrittore di supporla un po’ più lungi da Taurasi. ma in luogo che più si accosta per analogia del nome. Sarebbe questo la contrada Cesina che così chiamano presso il casale di Fondigliano a due miglia da Bagnoli per le non poche rovine di antichi edifizii con acquidotti che vi si osservano.
8. Fratuento. È memoria de' popoli Fratuentini e Compsani in una lapida che leggesi nel castello di S. Angelo dei Lombardi come segue:
D. PATER. SENATORIS. M.
P. OPPIVS. GAL. MASCELLINVS
SPLENDIDVS. EQVES. IL P. N. P.
PRON. P. ABN. CVR. CIVITATIVM
COMPLVRIVM. PRINCPS (sic) COL. AECLVNENS
PATRONVS. COMPS. FRATRVENTINOR. NERITINOR
SIBI. ET. EPPIAE. FIRMAE. VXORI KARISSIMAE.
ET. TETTAEO. MARCELLINO. NEPOTI
VIVVS. FECIT.
All’autorità dì questa iscrizione nel mentre che un luogo di Frontino offre non picciolo appoggio, ne riceve a sua volta per una lievissima correzione a farsi nella parola che in alcuni codici leggesi Statuento ed in altri Fatuento. Epperò se a Cluverio piacque di leggervi Benevento come in. Plutarco dove narra di Pirro vinto dai Romani nei campi Arusini presso Benevento, ognun vede quanto sia più ragionevole la lezione di Fratuento, aggiungendo un R, che di Benevento, mutandovi ben cinque lettere.
Nella ricerca del sito di tale città vi è stato chi l’ha creduto, dove trovasi la lapida surriferita: ma il Corcia la vorrebbe ivi trasportata dal monte detto Monticchio vicino Torcila, dove una grossa terra fu distrutta da Roberto Guiscardo.
9. Ferentino. Dal solo Livio si fa parola di quest’altra città degli Irpini, là dove narra che Fabio Massimo, dopo aver presa e saccheggiata Romulea, menò l’esercito contro Ferentino nel 456. Vi si difesero gli assediati con tale resistenza, che ben tre mila nemici cadevano estinti intorno alle mura. Due anni dopo, presa la città di Milionia, il Console L. Postumio si diresse contro Ferentino colle sue legioni, le quali senza combattere se ne impadronirono, perchè ad esempio delle altre città vicine gli abitanti avevanla abbandonata al furore de' conquistatori. Perita per altre devastazioni, cui andò soggetta dopo la seconda guerra Cartaginese, non ne rimasero che pochi avanzi di mura ed oggetti antichi in una contrada che ne serba il nome a due miglia da Nosco, ed a un miglio dal distrutto paese di Oppido nella Valle della Caravella o montagna di Lioni, il qual nome vuolsi che sia un’alterazione dì Liguri, prima in Liuni, e poscia Liuni o Lioni.
10. Eclano. Questa città fra le più cospicue degl’Irpini sorgeva sulla Via Appia a dodici miglia da Abellino. Se una capitale è pur mestieri che si desse agl’Irpini, in questa concorrono tutte le condizioni che si richiederebbero, val dire centralità di sito nella, regione, ed importanza politica si pel numero degli abitanti e sì per gli avanzi che la contestano. Tolomeo infatti la novera fra le quattro grandi città degl’Irpini; e ben rendevanla meritevole di questa estimazione la magnificenza de' pubblici e privati edificii, la dignità de' maestrati, la gloria militare ed illustre in cui si mantenne sino a che venne nel 662 dell'Era volgare abbattuta, dall’Imperatore Costante. Era posta in un'amena pianura quasi alla confluenza del Calore e dell’Arvio, che ora dicono le Fiumarelle poca d stanza da Mirabella, nel luogo detto Le Grotte. Il suo fertile territorio alimentar poteva il numeroso suo popolo, qual mostrano di essere stato i grandiosi vestigii della città e l’ampio circuito delle mura, di cui fu cinta da Romana colonia, poiché anticamente ave vale di legno.
Poco soddisfacenti sono le congetture sull'etimologia di Eclano. Vi ha chi la pretende così detta quasi Equulanum accennando alla origine dei suoi abitanti dagli Equi; e forse non male si appone chi la vuole cosi denominata da aequulus per aver dato razze di buoni piccioli cavalli. Ma costantemente negli antichi autori non trovasi ricordata che col nome di Aeculanum ed Aeclanum.
Fe’ parte Eclano. della Lega Italica contro Roma ne fu quindi punita. come le altre città cedendo alla espugnazione di Silla senza opporre resistenza, e soggiacendo alla immissione di colonie militari, una de' veterani di Silla, ed un’altra di quelli di Ottavio.
Fra le rovine della sua porta orientale si scoprì una iscrizione che ricorda in alcuni Quatuorviri della Città quelli che per decreto del Senato curavano i restauri delle porte, delle mura, e delle torri. Aveva Eclano tutto ciò che in piccolo raffigurasse la Romana magnificenza delle opere pubbliche; l’anfiteatro, che ancora chiamano il Jòcolo dai giuochi, le terme, molti templi a Numi e ad Imperatori divinizzati, a Cerere, Giunone, Diana Nemorense, Iside, Silvano... ad Augusto, Adriano, ed alle Imperatrici Faustina e Giulia Pia. Tra le numerose iscrizioni, che unitamente a statue di Numi e di uomini illustri vi si sono rinvenute, alcune ricordano anche qualche gloria letteraria di Eclano. Si sospetta da’ patrii scrittori che vi fosse nato il favoleggiatore Babrio, di cui si son pubblicate in Germania CXXIII favole scoverte non ha guari nel Monistero di S. Laura sul monte Atos. Anche del Poeta comico Pomponio Bassulo, traduttore di alcune commedie di Monandro, autore egli stesso di nuove commedie che non ci son pervenute, e Duumviro Quinquennale della sua patria, si è rinvenuta da poco a Grottaminarda una lapida in cui leggesi questo elegante epigramma:
D. M.
M. POMPONIO. FIL. M. N. M. PRON
M. ABN. COR. BASSVLO
IIVIR.
NE MORE PECORIS OTIO TRANSFVGERET
MENANDRI PAVCAS VORTI SCITAS FABULAS
ET IPSVS ETIAM SEDVLO FINXI NOVAS
ID QUALE QUALE EST CHAT (itib esto) DATVM B. V.
VERVM VEXATVS ANIMI curis ANXIIS
NONNULLIS ETIAM CORPOris doloRIBVS
VTRUMQUE VT ESSET TAEDio supra modVM
OPTATAM MORTEM SVA manu legit. MIHI
SVO DE MORE CVNCTA haec dixit tristia
VOS IN SEPULCHRO HOC PRECOR exinciDITE
QVOD SIT DOCIMENTO Posteris omnibus
INMODICAE NE QVIS VITae hujus tenax siet
CVM SIT PARATVS portus tranquillissimus
QVI NOS EXCIPIAT AD Qvielis exitum. V
OS ETIAM VALETE DONEC VIXERITIS
CANT. LONG. MARIT. V. A. L. M. I.
Infine anche un Auriga di Veclani moriva nella celebrità del suo mestiere più volte da Domiziano arricchito di doni, e coronato per le sue vittorie. Fu desso un tal C. Cepidio Nigerio, cui faceva ergere bel titolo sepolcrale la moglie Lucilia Appuleja.
11. Foro Nuovo. A sinistra di Eclano, andando da questa. città verso i confini del Sannio e dell’Apulia, incontravasi Foro Nuovo, che era anche a X miglia antiche da Benevento. Era desso un villaggio sorto nel sito di un pubblico mercato sulla strada consolare. Corrisponde tal sito a quel punto che ancora dicono corrottamente Fuorno Nuovo presso un bosco tra Paduli e Benevento, dove convengono le distanze sognate negl’Itinerarii; e si son ritrovate, oltre a parecchie altre iscrizioni, in gran numero medaglie greche, imperiali, e familiari, come pure corniole', in una delle quali leggevasi DAZOT nome conosciuto di uno de' supremi magistrati di Salapia e di Arpi.
12. Cluvia. Fu questa città occupata durante la guerra Sannitica da una guarnigione Romana. Non avendo potuto i Sanniti prenderla colla forza nel 443, vi riuscirono colla fame. Rendutisi prigionieri i Romani furono crudelmente battuti e poscia uccisi. Irritato da questa crudeltà il Console C. Giunio Bubulco assaltò le mura di Cluvia, se ne impadronì a viva forza, e vi passò a fil di spada gli adulti. Null’altro si conosce di questa città, se non che su di un tegolo leggevasi impressa questa epigrafe
MAX. FIG.
COL. CLV
Il monte, su cui sorgeva, conserva il volgar nome di Montecchiodi. che è vicino al Comune di Buonalbergo. Erroneamente quindi il Cluverio attribuiva a Foro Nuovo i ruderi che vi si osservano egli oggetti antichi che vi sono stati rinvenuti.
13. Bebiano. La ragione di questo nome si è assegnata dote si è pocanzi discorso di Corneliano, con cui ebbe comuni le vicende. Si è ignorato il suo sito fino al principio del corrente secolo, quando fu ritrovata una iscrizione tra i grandiosi avanzi di antiche muraglie, di colonne, e rottami di marmi a poco più di due miglia al Sud di Circello in una contrada detta Macchia. Incisa sulla base di una statua posta ad un ignoto Patrono de' Liguri Bebiani, parla di bagni rovinati per tremuoto e fatti dallo stesso restaurare a proprie spese. Altra iscrizione pare la replica dell’anzidetta anche col nome del Patrono cancellato; ed un’altra in fine, per tacer delle molte che son titoli sepolcrali, rammenta un L. Trebonio Primo che dedicava un tempio a Giove.
Ma il monumento più raro ed insigne che vi sia stato rinvenuto, è la famosa lamina di bronzo, che in 242 linee distribuite in tre colonne contiene la così detta Tavola alimentaria de' Liguri Bebiani, Fu dessa rinvenuta nel 1833 dal Cav. D. Giosuè de Agostino di Campolattaro, fortunato possessore del fondo, che contiene le preziose Bebiane reliquie. Giova riferirne la sola intestazione per rilevarne l’interessante obietto, quello cioè di soccorrere i poveri figli de' Liguri Bebiani con rendite fissate a guisa di prestazione sopra fondi, de' quali si assegna il nome del padrone, il sito cioè, la contrada ed il Pago dove trovavasi, il valore e l’annuo canone ond’erano gravati. Eccone le prime linee, in cui le restituzioni sono segnate tra parentesi.
IMP. CAES. NERVA TRAIANO AVG. G(ermanic) o IIII
(Q. ) ARTICVLEIO PAETO (II Cos)
(MUNIFICENTIA OPTIMI) MAXIMI PRINClPIS OBLIGARUNT PRAE (DIA SESTERTIO) LIGVRES BAEBIA (NI VT) EX INDULGENTE. EIVS PVERI PVELLAEQVE ALIMENTA ACCIPlANT.
Trovasi illustrata, ed in ciò che è stato possibile restituita questa lamina dal padre Garrucci in un pregiatissimo lavoro pubblicato nel 1845. Ad occasione della medesima sono state pur dichiarate le antichità Bebiane in maniera, che la descrizione fattane dal valoroso Autore nulla lascia desiderare, fino a che non verranno altre maraviglie ad essere dissepolte.
14. Equotutico. Si è questa l’altra città delle più ragguardevoli fra gl’Irpini. Sorgeva sulla Via Appia dopo XII miglia antiche andando innanzi dea Foro Nuovo. Il vero nome, come leggesi in Cicerone, fu Equus Taticus, corrispondente ad Equus Magnus, così interpetrandosi la voce Osca Tuvtiks. Credesi quindi che si fosse così detta dai grandi cavalli che alimentava: ma indipendentemente dalla ragione delle grandi e picciole razze di cavalli, come si disse parlando di Eclano, a noi pare che ritenuta questa come un diminutivo della parola Equus, accennerebbe ad una derivazione da Equotutico.
Se n’è ignorato il sito fino a che il celebre geografo D’Anville, verso la fine dello scorso secolo, colla guida delle distanze miliarie non lo indovinasse presso Castelfranco nella pianura appunto di S. Eleuterio, dove si scoprirono di tali avanzi di antichità da non dubitarne.
Nel silenzio della storia riguardo alle sue vicende può dedursi argomento della sua importanza dall’incrociarsi che in essa facevano ben quattro strade consolari, cioè la Via Appia Trajana che vi arrivava da Benevento, la Claudia Valeria, quella che per Bojano portava a Venosa, ed un’altra detta Erculea ricordala dalla seguente epigrafe in fronte ad una colonna miliare, che venne a scoprirsi in quei dintorni.
IMP.. AT... C... S
M. AVREL. VALER.
MAXENTIVS. P. TI
INVICTVS. AVG.
PONTIF. MAX. TRIB.
POTESTATE VIAM
HERCVLEAM. AD
PRISTINAM FACIEM
RESTITVIT
15. Vescellio. Non rimangono di questa città che due memorie; la prima è, che fu presa dal Pretore M. Valerio, quando nel 536 soggiogava le altre città datesi ad Annibale; l’altra è di Plinio che ne ricorda gli abitanti col nome di Vescellani. La sola analogia del nome senza più fa riconoscerne il sito nell’odierno Vetroscello presso Baselice e Roseto.
16. Volana. Non si conosce di quest’altra città degl’Irpini che il nome, sebben pure contrastata venne tra i Critici la lezione in Livio, perchè osserva Niebuhr trovarsi ne' manoscritti dello Storico Vella, Velia , Veletia, solo nell’edizioni volgari Volana. Ritenuto questo nome, nel quale si accordano i patrii scrittori più che negli altri, la sola memoria storica, che ne avanza, è la presa che ne fece il Console Carvilio nell'anno di Roma 459 dopo più giorni di assedio. Ma dove se ne debba riconoscere il sito, egli è quanto ignorasi finora.
17. Panna. Diversa questa città da Panna, di cui si è parlato nei Sannio Caudino, era dove ora sorge sopra altissimo monte la terra di Panni nella Capitanata, ma nei confini con Principato Ulteriore. Gli abitanti di essa sulla tradizione de' vecchi affermano antichissima fa loro patria, che credono cosi detta dal Dio Pane, cui prestavasi il culto.
18. Palumbino. Se ne parla da Livio nell’occasione medesima di Volana, dopo la cui presa cedeva quest’altra città o e stello nello stesso giorno che Carvilio ne assaliva le mura. Incerto è del pari il suo sito, che solo per approssimazione del nome potrebbe credersi a Pietrapalomba, dove scorgonsi gli avanzi di un castello quasi in riva dell’Ofanto, a due miglia in circa dal ponte di Pierdiloglio, per esservi stata una grossa terra insino al 1076, quando dopo l’espugnazione di Montecchio, cadeva in potere di Roberto Guiscardo con Carbonara, Monteverde ed altre terre vicine.
19. Trivico. È ricordato dal solo Orazio nella descrizione che ei fa del suo viaggio da Roma a Brindisi notandone il fumo lagrimoso, di cui gli occhi suoi malsani dovettero risentire, dove gli toccò di alloggiare. Se altri antichi scrittori non ne fan motto, ha potuto ciò derivare o dalla circostanza di non esservi succeduto alcun fatto d’armi, o dall’essere stato di tanto poca considerazione, quanta appunto ne accenna il suo nome, che significa Tre Vichi. Divenne però ragguardevole verso il V secolo, sicché poscia fu elevata a sede vescovile. Ma l’odierno Trivico non è nel sito istesso dell’antico, che era presso il fiume Lavello, nel luogo detto la Civita ancora sparso di ruderi. E pare che avessero i Trevicani abbandonato l’antico suolo per salvarsi o dalle devastazioni del medio evo, o forse dalle rovine de' tremuoti, cui quella regione è soggetta, riparando sull’alpestre giogo dell’attuale posizione.
20. Compsa. Fu quest’altra considerevole città degl’Irpini attribuita ai Lucani, perchè trovavasi sul confine de' due popoli. E detta presso gli antichi anche Cossa; ed il nome Compsa traendosi dal Greco significa città ornata. Vuolsi perciò di remotissima origine, anteriore almeno alla occupazione degl’Irpini. Delle sue antiche vicende non rilevasi altro da Tito Livio, se non che dopo la battaglia di Canne due possenti cittadini, per nome Stazio e Trebio, avendo vinto la fazione dei Mopsii che tenevano pei Romani, vi chiamarono i Cartaginesi, e loro diedero Compsa. In essa lasciò Annibale tutta la preda ed i bagagli con parte dell’esercito comandato da.. Magone per impadronirsi delle altre città degl’Irpini. Ripresa due anni dopo da Fabio, vi rientrarono i Mopsii, che n’erano usciti all’entrarvi di Annibale, per la fedeltà verso i Romani.
Oltre a questo fatto depongono per lo splendore di Compsa l’aver battuto moneta, e l’aver avuto numerosi magistrati, come rilevasi da una breve iscrizione sepolcrale posta ad un C. Bebio, il quale fu uno de' Quatuorviri Edili, de' Quatuorviri a giudicare le liti, e de' quattro Quinquennali o Censori. Da altre iscrizioni deducesi di esservi stato un Anfiteatro, il Foro, presso al quale era nn edifizio che conteneva i pubblici pesi e misure fatte costruire a spese di un tale C. Umbrio Eudrasto. Più importante fra tutte è quest’altra, che riportiamo, perchè se ne rilevi di essersi Compsa detta anche Cosso, e di essere stato d’uopo che a quei tempi, ovvero tra il secondo ed il terzo secolo dell’Era volgare, cosi provedesse un tale alla inviolabilità del suo sarcofago, come in esso, già destinato a vasca d’acqua fuori dell’odierna città di Consa, leggevasi:
ITT QVEM INDVXI SARCOPHAGVM
IN QVEM DVM RECEPTVS. (sic) FVEBIT CORPUS MEUM
NVMQVAM VLLI LICEAT ACCIPERE VEL APERIRE VEL VEXARE
(OSSA MEA
NEQVE FILIUS NEQVE NEPOTES NEQVE ALIA ADFINITATE VLLVS
SI QVIS AVTEM AVSVS FVERIT INFRINGERE VEL APERIRE VEL
(VEXARE OSSA MEA
INFERET POENAE NOMINE REI PUBLICAE COSSANAE FOLLESMILLE
SANE NEVIA PRISCA
SI PERMANSERIT VSQ. IN
DIEM FINITIONIS
SVAE RECIPIETUR
IBI IVXTA MERITUM SVVM
21. Castello Carissano. È ricordato questo luogo da Plinio nel riferire il prodigio di una pioggia di lana ivi accaduto un anno prima della morte di Tito Annio Milone, che restò ucciso in quelle vicinanze.
Inutil sarebbe qui ripetere quel che il Corcia ha egregiamente sviluppalo sulle controversie nascenti dal passo di Plinio, che involge una contraddizione di luogo; perchè quello dove Milone morì è presso Cosso dell’Enotria nella regione di Turio, non già presso Cosso o Compsa degl’Irpini. Egli ritiene il fatto della vicinanza del castello Carissano vicino Compsa, e suppone una svista di Plinio e di Vallejo Patercolo quella di aver preso la Cosso de' Bruzii per quel!a degl’Irpini, se pure non fosse stato per arbitrio di qualche copista aggiunto il determinativo di questi ultimi. Si avvisa quindi il lodato signor Corcia che per una certa analogia di nomi potrebbe credersi Carissano nella odierna terra di Cairano, dove alla tradizione degli abitanti, che l’afferma antica rocca di Compsa, si aggiungono le anticaglie scoperte in quella circostante campagna.
22. Aletrio. Son ricordati anche da Plinio gli Aletrini, il cui oppido Aletrum vuolsi riconoscere nell’odierno Calitri, secondo che si avvisa Federico Cassino presso Romanelli.
23. Romulea. Segna l’Itinerario di Antonino una stazione Sub Romula nella Via Appia a XXI miglio da Eclano. Sorger quindi doveva nel sito dell’odierna Bisaccia, il qual nome prese fin dall’undecimo secolo dalle bisacce da viaggio che vi lavorano con liste di svariali colori e disegni. Parla Livio di Romulea come città forte e popolosa, non più grande ma più ricca di Murganzia nel Sannio, colla quale paragonandola il Console Decio assicurava i soldati, che in espugnandola, se avessero incontrato uguale fatica, ne sarebbe staio più dovizioso il saccheggio: Ad Romuleam urbem hinc eamus, ubi vos labor haud major praeda major manet. Ed in fatti fu si grande il bottino, che i soldati furono costretti a vendersi la parte che toccò a ciascuno, come avevano fatto a Murganzia. È da credersi cosi delta quasi Piccola Roma. Fu città vescovile ne' primi secoli, secondo l’Ughelli; età parecchie iscrizioni, che rendono testimonianza della sua antichità. se ne trovò una sopra colonnetta miliare con le parole SENATVS POPVLVSQVE ROMANVS.
24. Aquilonia. Nella Tavola Peutingeriana è segnata quest’ultima città degl’Irpini a IX miglia dalla stazione Subromula. Son da Plinio ricordati i suoi abitanti col nome di Aquiloni, e Tolomeo l’annovera tra le quattro città che a questa regione attribuiva. Supplisce al difetto delle sue storiche notte e una rarissima medaglia di bronzo colla leggenda Osca AKVDVNNIAD, ovvero Acudunnia, cui nel linguaggio degl’Irpini corrisponde Aquilonia ed anche Lacedonia, nella quale città odierna è dal Cluverio situata l’antica.
Essendosi trovate nelle vicinanze dì questa città vescovile monete Romane di oro, di argento e dì bronzo, ed a quattro miglia dalla stessa i grandi avanzi della città antica, e propriamente tra Monteverde Carbonara, si sono taluni avvisati di supporre Aquilonia nel sito di quest’ultimo paese. Ma il Pratilli osservava che, distrutta l’antica città presso Carbonara, i suoi cittadini avessero edificata la nuova Aquilonia, detta poi corrottamente Lacedonia, sull’erto del monte a circa quattro miglia verso settentrione.
25. I templi di Cibele, Vesta, e di Mefite. —Sull’alto ed esteso monte Partenio, ora detto Monte-Vergine, che elevasi nel confine della Campania e della regione degl’Irpini, è fama che si fosse venerala Cibele la Dea delle montagne, e che quindi le si fosse eretto anche un tempio. Benché il sito di esso non sì accordi con la distanza segnata di XI miglia da Equotutico alla mansione Ad Matrem Magnam che avrebbe dovuto essere alle falde del Partenio; tuttavolta nel tempio attuale dedicato alla Vergine da S. Vitaliano Vescovo di Capua, allorché ne' principii dell ottavo secolo dovette fuggire le persecuzioni de' Capuani e ritirarsi nella solitudine di questo monte, oltre che si additano quattro antiche colonne e la base di alabastro della statua della Dea. la stessa fondazione del medesimo, e col titolo che ritiene, già accenna alla intenzione del Santo di aver voluto sostituire il culto della vera Vergine a quella, che ancora forse sussisteva ai suoi tempi, della Divinità Pagana.
Presso la Badia di Loreto in un sito più basso, alle falde dello stesso monte, è pur fama che sorgesse un tempio di Vesta, di cui si additano le reliquie di fabbriche e grandi vasi di pietra. Appostavi ne' tempi cristiani una Croce per far dimenticare una memoria dell’antica Idolatria, il luogo serba ancora la denominazione della Croce dì Vesta.
Nella famosa Valle di Ansanto, quasi nel mezzo della regione, ed alquanto al Sud-est di Tri vico, si svolgono da tempo immemorabile sì copiose mofete e gas micidiali, che Virgilio vi fingeva il varco all’Inferno, e Claudiano accaduto v’immaginava il ratto di Proserpina. Posta tra Rocca S. Felice o Frigento, par che abbia dato a questo un tal nome pel remore che i gas scappando via da spiragli danno simile a cosa che frigge, con tal sorta di fischio e con tal puzzo, che gli orecchi ne sono avvertili a gran distanza, le narici fino a 15 miglia d’intorno. Un luogo adunque tanto celebre per fenomeni così costanti, cosi pregiudizievoli, e così proprii ad alimentare la superstizione degli antichi, non è possibile che fosse restalo indifferente alle idee religiose de' medesimi mentre aveva dato di che alimentare la fantasia dei loro poeti. Gli antichi adunque, che cercavano di propiziarsi tutti gli agenti della natura, da’ quali si aspettavano poter esser danneggiati ed afflitti, non potevano non darsi un pensiero delle mofetiche esalazioni di quelle brulicanti pozzanghere, il cui fetore era ed è tanto micidiale alle circostanti contrade. Vi eressero quindi un tempio alla Dea Mefiti, come ne fa testimonianza la seguente iscrizione incisa sopra un’ara votiva.
PACCIA. Q. F.
QVINTILLA
MEFITI. VOT
SOLVIT
I malsani quindi, quelli forse che si ammalavano a causa di quelle mofetiche esalazioni, vi concorrevano per ottenere la guarigione, recandovi i loro voti, le vittime che tuffavano, senza scannarle, in quei gorghi, ed alcune immaginette della Dea di nera argilla cotta al sole, di cui si son trovate talune in fondo di una vasca; solo avanzo degli antichi ruderi del tempio.
Loro origine. Stando alla tradizione serbataci da Strabone, gl’Irpini non furono che una delle grandi colonie Sannitiche, che per cresciuta popolazione erano costrette a sciamare e prendere stanza ove meglio loro convenisse. E fu probabilmente in tempi assai remoti, o almeno assai prima del V secolo di Roma, nella quale epoca appariscono nella Storia come un popolo distinto.
Loro etimologia. Siccome i Sanniti ebbero a guida un Toro, anche gl’Irpini si dissero guidati da un Lupo, che in linguaggio Sannitico addimandandosi Irpo, fece lor prendere il nome d’Irpini. In proposito di queste origini animalesche, dalle quali parecchi altri popoli trassero la loro denominazione, crediamo poterci permettere alcune congetture. Nel riferirsi tali origini dagli scrittori, le fan dipendere talvolta da uno scontro fortuito di un animale, cui dicono per ciò appunto tolto ad insegna del loro vessillo nella spedizione che imprendono; ed in tale ipotesi noi vediamo in simili scelte casuali un certo che di Feticismo. Oppure i condottieri di teli colonie trovandosi di bavere un nome di animalo, per un principio di Blasonica, osservato anche presentemente, se ne prendeva l’immagine della specie a tipo della loro bandiera.
Loro indole, costumi e vicende. Fra le diverse ragioni etimologiche escogitate per gl’Irpini, quella che Servio assegna agli Irpini Sorani o Lupi Plutonii, quali si dicevano i Falisci sulla favolosa tradizione di aver loro imposto l’Oracolo a vivere di rapina come i lupi, se volevano liberarsi da una pestilenza, ci darebbe idea della loro indole di rapinare e saccheggiare gli altri popoli, in mezzo ai quali si stabilivano. Epperò posta la loro origine, come dianzi si è narrata, non altrimenti che vivere dell’altrui dovevano, via facendo, per trovare dove meglio loro parato fosse di fermarsi.
Agl’Irpini medesimi, e propriamente a certe famiglie Irpine tra i Falisci dell'Etruria si attribuiva l’abilità di calcare impunemente co’ piedi nudi i carboni accesi. Credevan l’antica superstizione invasati dalla Dea Feronia; ma Varrone assicura che ciò facessero ungendo con una certa preparazione le parti che volevano mettere a cimento.
Ben poca cosa la storia ne ha tramandalo delle loro vicende. Essi cessero quasi senza opporsi alla potenza de' Romani dopo la presa di Taurasia e Cisauna nel 459, durante la seconda guerra Sannitica. Datisi ad Annibale dopo la battaglia di Canne, ritornarono con eguale facilità all’obbedienza della Repubblica. Presero anch’essi le armi nella Guerra Sociale; ma la Storia non parla che di Eclano solamente, colla cui presa fatta da Silla par che ebbe termine ogni gloriosa ricordanza degl’rpini.
Distinguendo gli Ausoni dagli Aurunci, li riuniamo coi Sidicini quasi sotto la stessa comprensione, atteso la loro contiguità e la picciolissima estensione degli ultimi
Corografia degli Ausoni. Sulle tracce di Strabone e di Plinio la regione di questi Popoli stendevasi lungo la spiaggia marittima da Terracina a Mondragone, ascendeva sin oltre a Calvi e poi discendeva a Roccamonfina, dove poi salendo pel corso del Garigliano sin verso Mignano, e di qui deviando per Aquino, s’incurvava sino al mare. Ne costituivano i limiti la Regione dei Volsci al Nord-ovest, il mare al Sud, gli Aurunci e la Campania all’Est. Veniva perciò la sua estensione a comprendere gli odierni Circondarii di Fondi, Gaeta. Traetio, Roccaguglielma e Pico, non che in parte quelli di Roccamonfina e di Sessa.
Corografia degli Aurunci. La regione di questi Popoli restringevasi alla rimanente parte dei Circondarii anzidetto di Roccamonfina e di Sessa. Confinavano quindi cogli Ausoni all’Ovest, co’ Sidicini all’Est, e co’ Campani al Sud ed al Nord.
Corografia de' Sidicini. Non abbracciava il paese di costoro che solo Teano coi dintorni che gir appartenevano. Erano quindi a confine cogli Aurunci all’Ovest e co’ Campani in tutto il resto.
Topografia degli Ausoni. I luoghi abitati ed altri punti meritevoli di rimembranza nell’Ausonia sono: 1. Amicle, 2. Fondi, 3. Cajeta, 4. Lamia o Formia, 5. Pire, 6. Minturna, 7. Erbano, 8. Vescia. 9. Ausona, 10. Cale, 11. Trifano, 12. Lautole, 18. Ville di Galba e di Frontino, 14. Spelonca, 15. Agro Cecubo, 16. Vico Fondano, 17. Villa e sepolcro di Cicerone. 18. Tempio di Marica.
Topografia degli Aurunci. Le città che questi popoli abitarono, sono: 1. Aurunca, e 2. Suessa.
Topografia dei Sidicini. Teano fu la sola città de' Sidicini.
1. Amicle, Amycleae. Attribuiscono alcuni scrittori la fondazione di questa città ad una colonia di Amiclei della Laconia, i quali contentatisi piuttosto di spatriare, che sottoporsi alle severe leggi di Licurgo, furono sbalzati dalla tempesta sulla spiaggia dell’Ausonia. In tale ipotesi vanterebbe Amicle un’antichità di circa nove secoli avanti l’Era volgare. Ad origine così remota va di accordo pur la memoria della sua distruzione, la quale pare involta anche tra favole. Lucilio ricordò l’adagio di non doversi tacere quando è d’uopo parlai e, perchè Amicle tacendo fu distrutta. Su di tale silenzio, cui allude anche Virgilio, varie congetture si son fatte. Cicerone il tenne per una soverchia modestia onde sopportavano in silenzio, e dissimulando le ingiurie con le quali i popoli confinanti la oppressero. Servio va all’idea del silenzio Pittagorico, della cui setta fa seguaci gli Amiclei, i quali per uno de' precetti della stessa, si astenevano dall’uccidere gli animali e quindi i serpenti, che uscendo dalla vicina palude l’infestarono per modo, che ne andarono distrutti. Epperò anche Plinio e Solino si accordano nell’attribuirne ai serpenti la cagione onde Amicle fu abbandonata. Spiegherebbesi quindi il silenzio per quell’impercettibile modo posto dagli abitanti in tale abbandono, che non dovett’essere in una volta, come per determinazione presa da tutti, o come suolsi in seguito dello strepito guerresco nella espugnazione delle città, quando l’inimico nel trasporto della vittoria, non contento della resa, vuol distruggerle da’ fondamenti. Ma noi crediamo, che per serpi paludosi debbansi intendere i rigagnoli che ristagnando formano i pantani, l’Idra Lernea uccisa da Ercole che s’interpetra da Vico la palude disseccata. Presi adunque tali serpi come miti delle acque stagnanti, dan ragione della lenta e silenziosa distruzione di Amicle cosi bene, che secondo noi non occorre dirne altro per mostrare come in questa spiegazione tutte convengano anche le ipotesi altrui.
Era Amicle posta sulla spiaggia, in una pianura presentemente boscosa presso il lago di Fondi, perciò detto ne' primi tempi Lago Amiclano, come Amiclano (corrottamente a Micano) fino allo scorso secolo si diceva anche il mare vicino. A chi entra in tal bosco si mostrano pochi avanzi di antichi edifizii detti Grotte di Amicle, che son tutto e Tonico avanzo della città antica, il cui sito una volta delizioso, oggi è tanto infetto e malsano.
2. Fondi, Fundi. A XVI miglia da Terracina, secondo l’Itinerario di Antonino, seguiva sulla Via Appia, e nello stesso silo della odierna, l’antica città di Fondi, posta su vasta pianura a quattro miglia dal mare. Le sue memorie storiche non sono anteriori all'anno di Roma 417, allorquando di unita ai Furmiani ottenne il dritto di cittadinanza senza suffragio per non aver mai contrastato il transito ai Romani nelle loro spedizioni verso la Campania. Otto anni dopo collegatisi i Fondani con quelli di Priverno contro Roma, ne saccheggiarono il territorio più per insinuazione del loro possente concittadino Vitruvio Vacco, che per loro volontà. Epperò dichiarata dal Senato di Fondi la di costei fede verso Roma, diedesi la città, dopo la sconfitta di Vitruvio, al Console Plauzio, e le si tenne fedele fino al 564, nel qual anno ottenne il dritto del suffragio. Ascritta quindi alla tribù Emilia, si resse Fondi da quel tempo in poi con leggi Romane in qualità di Prefettura di seconda specie, come Festo assicura, con Prefetto cioè che annualmente vi si mandava da Roma. Uno di questi Prefetti è quell’Aufidio Lusco, che Orazio in una delle satire deride come burbanzoso della sua carica. —Augusto vi dedusse una colonia di veterani, del cui Patrono Marco Valerio Paullino fa testimonianza un’iscrizione.
Fu Fondi una città ben fortificata ed anche di pubblici edifizii fornita. Sulla porta detta di Portella leggesi la memoria delle sue porte, mura, torri e terme. Si veggono ancora sul muro Pelasgico alcune torri rotonde della stessa costruzione. Da parecchie altre iscrizioni è chiaro di esservi stati adorati Ercole e Giove, al quale nel 578 fu eretto un tempio dal Console F. Fiacco, e di avervi avuto anche Iside, Apollo e le Ninfe i loro templi, come apparisce dagli avanzi che sene osservano nelle contrade dette Gegni, Murapariti, e S Bonifacio ne' dintorni di Fondi.
Crebbe questa città di abitanti e di territorio colla distruzione, o come dicevamo, colla deserzione di Amicle. Il nome di Fondi in fine pare dedotto dal vasto piano in cui sorse, e ciò sull’autorità di Festo, che alla voce FUNDUS assicura di essersi così chiamato un campo piano.
3. Cajeta. Tutti gli antichi scrittori non parlano mai di Cajeta come città, ma bensì come di Golfo e di porto pertinente alla prossima città di Formia. La frequenza di un tal porto potè farvi sorgere un borgo ad uso della gente di mare e di quelli che vi approdavano; ed è probabile che poi con la distruzione di Formia, verso l'842, fosse divenuto un tal borgo l’odierna Gaeta. La denominazione intanto di Cajatta secondo i Greci, e di Cajeta secondo i Latini, le venne dalle molte caverne e spelonche ancora visibili su tutta la spiaggia del Golfo, che in lingua de' Laconi con tal nome appellavansi, nonché dalle notabili fenditure verticali del promontorio. Dee quindi ritenersi per favolosa la tradizione di esservi stata sepolta Cajeta, la balia di Enea, di Ascanio o di Creusa; come pure è da credersi foggiata ad ostentazione di antichità quella lapida che a nome de' Decurioni di Gaeta si vuol posta ad Antonino Pio in riconoscenza di aver restaurato il loro porto.
4. Lamia o Formia, Formiae. A XII miglia da Fondi, sul corso della via Appia, ed a circa quattro miglia dal porto di Cajeta, sorgeva la celebre città di Formia, delta ne' tempi remoti Lamia o Lamo, nome che cogli altri di Trachine e Larissa i Pelasgi Tessali riprodussero in Italia. Si vuoi detta Formia dalla bontà del suo porto, in greco ormos, donde Formia per l’aggiunzione del digamma Eolico. Malgrado la sua antichità la Storia non ne parla prima dell’anno 415, in cui ottenne al pari, e per lo stesso merito di Fondi, la Romana cittadinanza senza suffragio. Furono i Formiani ridotti a condizione di Prefettura, malgrado che non si fossero apertamente collegati coi Sanniti, che eccitavanli alla rivolta nel 427. Fu la città dichiarata colonia, senza dedurvi nel fatto coloni, nell'atto stesso che una se ne spediva a Minturna, dal qual tempo fu compresa nel Nuovo Lazio. Con quei di Fondi ottennero finalmente il dritto del suffragio nel 566, ascritti alla stessa Tribù Emil a, in premio forse di aver fedelmente per la Repubblica militato.
Da iscrizioni apparisce, come pur dalle rovine, di essere stata Formia abbellita da varii pubblici edilizii, come a dire dai templi di Venere e di Apollo, e forse anche di Ecate, dalle terme, acquidotti, fontane, e probabilmente pur da un teatro ed anfiteatro, le cui rovine il Capaccio assicurava di vedersi a suoi tempi nell’odierna Mola di Gaeta.
Ma la maggior celebrità di Formia derivò dal gran numero di ville che i Romani fabbricarono ne' suoi dintorni in grazia della dolcezza del clima, salubrità dell’aria, fertilità del terreno e vicinanza del mare; di alcuna delle quali faremo appresso parola.
L’epoca della sua distruzione non può precisarsi. Cominciò ad essere desolata verso la prima metà del secolo ottavo. Si sa però che sin dall’anno 780 erasi trasferita la sede del suo Vescovo nel Castello di Gaeta; ed è probabile che quando i Saraceni ebbero saccheggialo nell’846 le vicinanze di Roma, dato Fondi alle fiamme, ed assediato Gaeta avessero pur Formia distrutto.
5. Pire. Solo Plinio ricorda la città di questo nome come già mancata innanzi alla sua età, e come posta sulla stessa spiaggia al pari di Formia e Minturna, Va le quali sorgeva. Il nome pare derivato dalla Pirea della Tessaglia, e quindi la città è da credersi di origine Pelasgica. Ignorasi quando e precisamente da chi fu distrutta; ma in quanto al suo sito par probabile che ad esso fossero appartenuti gli avanzi di fabriche e di acquidotti, chè osservansi sulla destra sponda del Garigliano presso alla foce.
6. Minturna, Minturnae. A dieci miglia odierne da Formia ed a tre dal mare o dalla foce del Liri anche sul corso della Via Appia era posta Minturna. Remota e sconosciuta è la sua fondazione; ma non comincia a parlarne la Storia che nell’anno 415, in cui narra che l’esercito de' Latini sopravanzati alla guerra combattuta alle radici del Vesuvio, fu disfatto nelle sue vicinanze. Nel 455 vi fu dedotta una colonia in difesa, come dice Livio, della regi ore saccheggiata dai Sanniti; ed un’altra di veterani pur Giulio Cesare vi spediva. Ed a questa. città, come marittima richiese il Senato Romano marinari ed attrezzi navali per la flotta nella seconda guerra Cartaginese.
Occupava Minturna l’una e l’altra riva del Liri; ma le sue reliquie sono visibili solo sulla sinistra sponda di questo fiume. Sopra magnifico ponte passava per mezzo alla città la Via Appia. Vi si discernono gli avanzi delle mura, di un teatro, di un anfiteatro, di qualche tempio, e di un nobile acquedotto, la cui distruzione offrì materiali alle fabbriche di Traetto. Le statua di C. Caligola e di Trajano col grande ed elegantissimo vaso in marmo pario, opera di Salpione Ateniese, trovate fra le rovine di Minturna, si conservano nel Real Museo.
Devastata da’ Barbari era vuota di abitatori fin da’ tempi di S. Gregorio Magno, il quale ne uni la Chiesa vescovile a quella di Formia: conservò i proprii Vescovi sino al 583; e dopo non più risorse dalle rovine cagionatele dai Saraceni.
7. Erbano, Erbanum. Un decreto decurionale scolpiti sulla base marmorea di una statua, scoperta presso il Garigliano nel 1787, parla chiaramente di un luogo, non saprebbesi bene se città o borgo dell’Ausonia, col nome di Erbano. Il municipio dedicavala il primo di agosto sotto il Consolato di Emiliano ed Aquilino, ovvero nell’anno 249 dell’Era volgare, a Bebio Giusto, perchè eletto Duumviro aveva dato per gratitudine agli Erbanensi grandiose cacce di fiere e gladiatorii combattimenti. Non essendovi altra memoria di questo luogo che quella ricavata dal marmo, si può dal sito, in cui si rinvenne, dedurre che sorger doveva presso il Liri e Minturna.
8. Vescia. Oltre di Stefano Bizantino parla di questa città degli Ausonii Anche Livio, dicendo che nel 337 i Latini combattuti dai Romani vi si rifuggirono dopo le due battaglie presso al Vesuvio ed alla città di Minturna. Caduta in potere della Repubblica fu al pari della città anzidetta e di Ausona distrutta da’ Consoli M. Petilio e C. Sulpicio nel 440. Nei tempi posteriori altra ricordanza non occorre nelle opere antiche che dei suoi vini e de suoi boschi.
Sono varie le opinioni de' topografi intorno al suo sito. I più si accordano in crederlo nella paludosa pianura presso il Garigliano chiamata Demanio di Sessa, che cadrebbe nella sinistra della Via Appia ed a cinque miglia da Minturna, e propriamente nel sito detto Majano, dove rimanevano ancora de' vestigii nel principio del XVI secolo.
9. Ausona. Dal nome di questa città dovrebbe credersi che fosse stata la primaria della regione, se il silenzio degli antichi scrittori non ci lasciasse nel dubbio. E anzi cosi breve la notizia di Livio, che non altro se ne conosce, se non di essere soggiaciuta alla stessa sorte di Minturna col dippiù di esserne stati uccisi i cittadini senza che combattuto avessero contro i Romani in favore de' Sanniti. Si credono le sue rovine quelle che osservansi sotto l’odierna terra di Fratte nella pianura che sì distende fin sotto la montagna di Panieri. L’area che occupava dicesi ora Campo delle vigne e, se vera è la tradizione, fu detta un tempo anche Ausonia.
10. Cale. Al di là di Ausona sorgeva Cale, ultima città di questa contrada, alla quale l’attribuiscono Livio, Stefano Bizantino e Feste. Essendo stata di antichissima e quindi d’ignota origine, non è a maravigliare, se i Poeti più che altri son ricorsi alle favole in assegnarla. Virgilio quindi fa i Caleni alleati di Turno; e Silio Italico congetturava che l’avesse fondata Calai figliuolo di Borea. Stando però alla significazione di bella della greca voce del suo nome, può ritenersi dai Greci fondata o dai Pelasgi.
Collegatisi coi Sidicini i Caleni combatterono contro i Romani nel 419. Ma non più tardi di un anno dopo fu Cale espugnata dal Console Valerio Corvo, che vi lasciò un presidio, e quindi nell'anno seguente vi fu spedita una colonia di 2500 uomini. Vennero con questa i Romani a fortificarsi la frontiera dalla parte del Sannio, ad assicurarsi l’acro Falerno distribuito ai Plebei nel 415, ed a giovarsi di questa città per le comunicazioni militari con Capua. Si niegò questa colonia di dar soccorsi alla Metropoli nella guerra contro Annibale, ed andò quindi anch'essa soggetta alla stessa punizione delle altre colonie nel 548, come si è detto più volte parlando di Alba, Carseoli, Interamna ecc. Cicerone dava a questa città il nome di municipio, sia perchè ne avesse ottenuto i dritti prima della Guerra Sociale alla quale non prese parte, sia perchè le colonie latine si avessero per se stesse il dritto del suffragio.
Fu Cale, città ricca popolosa e ben fortificata, a tempi dì Strabone ancora considerevole. Argomento della sua importanza pur si raccoglie dall’aver avuto moneta propria di argento e di bronzo con la latina leggenda CALENO, e coi tipi, in quelle di argento, della testa di Pallade galeata e di una Vittoria in una biga, ed in quelle di bronzo co’ soliti tipi della città greche della Campania.
Fra i pubblici edifizii che rabbellivano si contano vani templi alla Fortuna, a Matuta, a Giunone Lucina, a Giano, e forse anche a Marte, il Teatro, l’Anfiteatro. Di quest’ultimo si conoscono gli avanzi nell’orto del Seminario dell’odierna Calvi che successe all’antica, venuta a mancare non per distruzione de' Barbari, ma piuttosto per le guerre del medio evo. Dei dodici casali che la circondano oggidì debbono credersi antichi quelli di Gamigliano, il cui nome è derivato dalla Villa Camilliana ricordala da Plinio il giovine, di Rocchetta presso cui si osservano antichi rottami, e di Giano, che fu forse cosi detto dal tempio sacro a questo nume.
11. Trifano. Fu questo una località, così denominata da tre templi che erano tra Minturna e Sinuessa. Non fu luogo abitato, ma divenne storico per la celebre vittoria che quivi riportò sui Latini collegati co’ Campani e Sanniti nel 415 il Console Tito Manlio Torquato. Da patrii scrittori se ne fissa il sito alle radici del monte Massico, a tre miglia da Sinuessa ed a sei da Minturna, e probabilmente dove sorger la Chiesa della Madonna della Piana, che il Chaupy crede fabbricata co’ ruderi de' tre antichi templi.
12. Lautole. Con questo nome addimandavasi uno stretto passeggio sulla strada che da Terracina menava a Fondi tra il mare ed i monti. Fu cosi detto, come le Termopili, dal latino lavare, perchè vi erano delle acque termali. Ricorda la Storia di essere stato occupato questo luogo da alcune squadre Romane ammutinatesi dopo la prima guerra Sannitica, contro le quali mosse il Dittatore M. Valerio Corvo; di avervi nel 436 i Sanniti battuto i Romani e questi alla Ter volta i Sanniti; e di essere stati nella seconda guerra Cartaginese con buon presidio fortificato da Fabio Massimo ad oggetto d’impedire ad Annibale, che fosse penetrato per la Via Appia nell’acro Romano. Si è riconosciuto un tal luogo al di là di Portella ne' confini del Regno, a cinque miglia da Terracina.
13. Ville di Calba e di Frontino. Secondo l’Holstein sopra il colle in vicinanza di Terracina, e propriamente in quel punto delle antiche rovine che chiamano il Palazzo de' Palladini, sarebbe da riconoscersi la villa in cui nacque l’Imperatore Sergio Galba, se altri scrittori non credessero di supporla più dappresso a Fondi nel distrutto villaggetto di S. Vito dove non pochi ruderi si osservano di fabbriche Romane.
Poco lungi da un sepolcro sulla Via Appia tra l’Epitaffio e Portella, quella che credono del detto Imperatore, era la villa di Frontino ricordata da Marziale. Sulle rovine di essa sorse nel medio evo un casale col nome di Flexus, perchè situato dove l’Appia s’incurvava; ed il monte che gli sovrastava presso Portella riteneva il nome di Frontiniano da quello cioè del possessore della Villa.
14. Spelonca. Con questo nome è ricordata da Tacito e Svetonio la villa di Tiberio, che fra le altre primeggiava lungo la spiaggia del seno Amicleo. Era dessa una grotta che a fianco del palagio di campagna di quell’Imperatore serviva alle sue delizie, quella propriamente in cui un giorno desinando venne a franarsi l’ingresso addosso alla gente che serviva, e riuscì a Sejano, sostenendo una cadente rupe, di far sì che si salvasse Tiberio. Un tal caso meritò al famoso favorito maggior grazia di quella che aveva, e rese celebre un luogo che poi divenne un villaggio col nome di Sperlonga, che assai più celebre sarebbe divenuto, se avesse accoppato tra le sue parziali mine quella coppia di mostri.
15. Agro Cecubo. Famosa per l’eccellenza de' vini che produceva, la campagna di questo nome distendevasi tra la riva del golfo di Cajeta e la città di Fondi. Chiamasi ancora corrottamente Ceccopa il monte che dalla salita del Castello d’Itri si dilunga sin presso Gaeta, sebbene la contrada Cecuba abbracciasse la parte inferiore e quasi piana del detto monte. Altri riconoscono l’Agro Cecubo più propriamente ne' dintorni del Lago lungo, ed i Colli Cecubi non in quelli di Formia, ma di Sperlonga.
16. Vico Fondano. Sulla sponda del Lago, al nord della selva di Fondi, che Plinio attribuisce a questa città ed Isigono ad Amido, sorgeva un villaggio col nome di Fico del Lago Fondano, di cui si trovò memoria in una lapida. Ma a giudicarne dagli avanzi ancora visibili, quando le acque si diminuiscono nell’està, e secondo la tradizione che dice sommerso un villaggio nel Lago di S. Potito, parrebbe doversi ammettere presso di questo piuttosto che di quello il Vico Fondano, se non ostasse il nome. Ben altro villaggio ha potuto essere quindi quello del Lago di S. Potito.
17. Villa e Sepolcro di Cicerone. Fra le venti ville che pos। sedeva l 'Oratore, quella detta Permiana dalla vicinanza di Formia fu la più grande e magnifica per modo, che ad Attico, scrivendo, la chiama egli stesso Basilica, e ciò veramente per la frequenza de' Formiani che gli si facevano d’attorno in quell’estivo ritiro. Era posta nel piano a destra della Via Appia, un miglio quasi prima di arrivare a Formia, e poco meno che altrettanto dal mare. È comunemente riconosciuto il preciso suo sito ne' grandiosi e bei ruderi, sui quali fu fabbricata la Villa Marsana, ora Villa Caposele alla sinistra di Castellone. Presso questa villa cadeva nel 710 di Roma il grand’uomo vittima dei satelliti di Marcantonio, che il decollavano mentre in lettica andava leggendo la Medea di Euripide.
Quivi pure si addita il suo gran sepolcro rettangolare I lungo di fronte circa cinquanta palmi ancora in parte coverto di grossi quadroni di travertino. Comechè sfigurato i e distrutto dal tempo e da’ padroni del luogo, credesi di esser quello propriamente che vedesi sulla falda del monte detto Acerbara, in linea retta ed a mezzo miglio dalla Torre che dicono di Cicerone.
18. Tempio di Marica. Alla Ninfa o Dea di questo nome, che i Minturnesi avevano in grande venerazione, sulla spiaggia vicina alla loro c:ttà, era dedicato un tempio, nel quale rifuggì C. Mario nella sua persecuzione, e dal quale con prospero vento si partì per l’Isola Enaria. Il Gesualdo credè riconoscerne gli avanzi alla foce del Garigliano.
1. Aurunca. Da Livio, che parla degli Aurunci stati in guerra coi Sidicini, non rilevasi se vi sia stata una città di questo nome. Gli Aurunci, ei dice, avendo chiesto soccorso ai Romani contro i Sidicini, prima che giungessero i Consoli e recarglielo colle loro legioni, abbandonarono la città colle mogli e coi figli alla distruzione de' nemici. Dopo questo fatto Suessa cominciò a distinguersi dalla città omonima de' Volsci presso le Paludi Pontine coll’aggiunto di Aurunca non si sa bene se per esservisi ricoverati gli Aurunci e per averla quindi fortificata, o se per essere posta nella regione di tal nome. In tale incertezza non si son curati i topografi di fissarne il sito colla dovuta ponderazione de' dati e chi l’ha creduta allo falde settentrionali del monte Massico, a riguardo della vicinanza con Suessa, chi per analogia del nome la riconobbe in Auruncolisi nelle falde della Serra, e chi finalmente sul monte Gauro o Barbaro oltre a due miglia da Sessa. L’Abeken, valoroso giovane Alemanno, già morto, si persuase di essere stata Aurunca situata come Albalonga sul colle della Serra, dove si dilunga va per tre miglia, osservandosi su di esso tali avanzi di antiche fabbriche da non dubitare non solo del sito, ma da crederlo opportunissimo a spiegare cosi le relazioni tra Sessa ed Aurunca, come la guerra che gli Aurunci ebbero co' Sidicini per quistioni di limiti.
2. Suessa. Sorgeva quest’antica città degli Aurunci, dove l’odierna Sessa, su di un colle posto alla destra del Liri, a un miglio dal monte Massico, ed a sei dal mare. Qui si salvarono, come abbiam detto, gli abitanti di Aurunca soperchiali dai Sidicini. Sembra di aver avuto origine coeva a questa città, cioè dai Pelasgi Tirreni che occuparono la Campania.
Ventitré anni dopo di esservisi rifugiati gli Aurunci, Roma vi spedi una colonia, allorché nella seconda guerra Sannitica fu costretta a chiudere la frontiera dalla parte del Liri. Niegò pur Suessa i suoi ajuti alla metropoli contro Annibale, e ne fu come le altre colonie punita. Cicerone parla del Municipio Suessano. che al pari di Cale e Teano non prese parte alla Guerra Sociale. Si hanno di Suessa monete di argento e di bronzo colla leggenda Suesano e con varii tipi quasi simili a quelli delle monete di Cale. Mostrano alcune di esse i segni di alleanza con Napoli e Compulteria. Godé Suessa de' dritti municipali fino all’anno 44 dell'Era volgare, quando Augusto vi spedì una seconda colonia col nome di Giulia Felice Classica, perchè composta forse di veterani di qualche legione della flotta Romana, come rilevasi dall’iscrizione seguente.
IOVT CONSERVATORI
ET GENIO THESAVRORVM
COLONIA IVLIA FELIX CLASSICA SVESSA
D. D. DI DIC. XI. KAL. SEPTEMB.
C. QVINTO CRISPINO. T. STATALIO TAVRO COSS.
Nello scavarsi i fondamenti delle case di Sessa occorre di trovare pezzi di antiche fabbriche Suessane sepolte nella pozzolana simile a quella che ricoprì Ercolano e Pompei; ciocche prova di aver visto Suessa, chi sa quando? ricoperti i suoi edifizii da vulcanica eruzione; essendo ritenuto il suo suolo per un estinto vulcano.
Lapide ed avanzi di pubblici edifizii fan testimonianza di essere stata città illustre e popolosa. Ebbe Suessa le sue Terme, il Circo, il Teatro e l’Anfiteatro, le cui rovinosi veggono fuori di Sessa ad oriente. Dalla bella iscrizione, che riportiamo per dare un’idea delle onorificenze di quei tempi, rilevasi di aver dato uno spettacolo gladiatorio il Seviro G. Tizio Cresimo, e di esserne stato rimunerato di unita al figlio con singolari onori, oltre di una statua che gli si dedicava il giorno 5. settembre sotto il Consolato di Q. Sossio Falcone e C. Giulio Claro, val dire nel 193 dell’Era volgare, come leggesi nel lato opposto del marmo.
C. TITIO CHRESIMO
AVG. VIVIR.
HVIC OH DO DECVRTON
QVOD PRO SALVTE ET INDVLG. IMP.
ANTONINI PII FEL. AVG.
ET EX VOLVNTATE POPVLl MVNVS FAM.
GLADIATORIAE EX PEC. SVA DIEM PRIVAT.
SECVNDVM DIGNIT. MVNICIPI EDIDERIT
HONOREM DISSELLI QVO QVIS OPT EXEMPLO.
IN COLONIA SVESSA HABVIT ET VT AQVAE
DIGITVS IN DOMO EIVS FLVERET COMMO
DISQ. PVBL. SI AC DECURIO FRVERETVR ET TITIO CHRESIMO FIL. EIVS
OB MERITA PATRIS HONOREM DECVRIONAT
GRATVITVM DECREVIT ORDO DECVRION
ET AVGVSTALIVM ET PLEBS VNIVERSA
Fu Suessa la patria del celebre poeta Satirico Lucilio, perciò detta da Giovenale magnae Auruncae alumnus, e del poeta comico Sesto Turpilio, come pare da un frammento di lapida che vedesi sul muro del vecchio tempio di S. Silvestro, il quale poeta se da Eusebio si dice morto in Sinuessa, si può con ragione dubitare non avesse l'autore scritto Suessa ed i copisti Sinuessa.
Teano Sidicino. Tra Suessa e Cale, a VI miglia dall’ima ed a III dall’altra, 'sulla Via Latina sorgeva la città di Teano presso le fonti del Savone. Non si accordano gli etimologisti sulla spiegazione del nome Jannelli il crede derivato dall’orientale DIAN tribunale e pensa che Teano fosse stata una delle sedi giuridiche degli Osci, trovandosi nelle medaglie detta la città col nome arcaico di TIANUR o TYANUR.
Le sue vicende cominciano dal supporla soggetta a Roma, di cui seguì la varia fortuna ne lle guerre contro Annibale, che saccheggiavano il territorio quando moveva alla conquista di Capua. Non è quindi nominata nella Guerra Sociale, come avversa a Roma; e fu sotto Augusto, che vi fu spedita una colonia di veterani, come si ha da Frontino e da iscrizioni.
Ebbe Teano le sue medaglie di argento e di bronzo colle leggende osche TIANUR o TYANUR, ed anche TEANVR, in lettere retrograde, tra le quali importantissima è quella in cui leggesi in caratteri simili il nome del popolo SIRICINV. Avvene pure col nome latino TIANO, che si reputano del tempo, in cui divenne municipio o colonia Romana. I tipi ne sono dove una bella testa di Ercole e la veloce triga nel rovescio, e dove quelli delle città Campane, come la testa di Apollo, il toro a volto umano coronato in alcune dalla vittoria, o la testa di Pallade, e nel rovescio un gallo ed una stella.
Vi furono templi dedicati a Giunone, a Cerere, alla Fortuna, l’Anfiteatro, il Circo, il Teatro e le Terme; di tutt’i quali edifizii danno testimonianza i ruderi e le lapide, sicché il ricordo, che Strabone lasciavano di città memorabile e delle più importanti dopo Capua, non pare esagerato. Vi era principalmente venerata Giunone Populonia. come in Lanuvio ed Esernia, secondo le iscrizioni, in cui è parola di una C. Virgilia Lipsia madre, e Vitellia Virgia Lipsia ministra de' sacrificii e figlia del Preside di Giunone Populonia.
All’Est dell’odierna città di Teano, ed a breve distanza si veggono i pochi ruderi dell'anfiteatro, e fuori della stessa città verso Cale sorgeva il tempio della Fortuna. Oltre le pubbliche terme, eravi pure il Bagno Ciadiano di privata proprietà di qualche cittadino di tal nome, da cui compravalo il collegio degli Augustali per 55, 000 sesterzii secondo questa lapida:
S. C. BALNEVM. CLODIANVM |
EMPTVM. CVM. SVIS. AEDIFICHS |
EX. PECUNIA. AVGVSTALI H-S |
Q. MINVCI |
HILARI |
C. AVRELI |
SVAVIS |
C. ALSCIDI |
NEPOTIS |
M. HERENNI |
OPTATI |
M. CAFDI |
CHILONIS |
M. OVINI |
FAVSTI |
Ben sette strade si contavano tra quelle che entravano e quelle che uscivano da Teano per le città vicine. Vi entrava la Via Latina per la porta di Marte, ed attraversata la città, ne usciva per quella della Rua. Dalla porla di S. Nazario usciva quella che menava ad Allife Una terza passando pel Circo e l’Anfiteatro conduceva a Casilino. Una quarta menava ad Urbana, e da questa diramavasi una quinta che andava a congiungersi coll'Appia a Sinuessa. Una sesta veniva da Suessa, che una lapida ricorda lastricata dall’Imperatore Adriano; e l’ultima più stretta di tutte menava ad Aurunca.
Erano infine celebri presso Teano le acque acidulo medicinali, Acidae Venae. Ora son dette le acque delle Caldarelle dal bollire che fanno nella sorgente alle radici del monte Laccano. a destra dell’antica Via Latina e fuori la Porta di Marzo dell’odierna Teano.
Loro origine. Quella degli Ausoni è più di ogni altre popolo involta tra favole, tanto più svariate, quanto più di tutti si vogliono, per comune consenso degli eruditi, di antichissima origine. Fra coloro che trovano ripugnante alla ragione ed alla storia l’autoctonismo degli Ausoni, vi ha dii li giudica appartenenti ed una delle prime colonie greche guidate dai figli di Licaone re di Arcadia diciassette età prima della guerra Trojana, e chi li fa venire dall'Esperia, la quale rispetto ai Greci fu prima l’Epiro, poscia l’Itala, e più tardi la Spagna, secondo che verso l'occidente distendendosi, trovavano di altri popoli nella direzione della stella Espero. Quelli poi che trovano più comodo, il considerare i fatti senza brigarsi delle derivazioni, si contentano di una origine più immediata. E Dionisio Periegete, per esempio, li suppone discesi da Giove, come dal primo e più antico principio delle cose, ed Eliano li crede affatto indigeni dell’Italia, dicendo che Ausoni furono i primi abitatori della stessa, e che in un Mares a Marete si ebbero uno de' più antichi loro padri, che forse per essere stato il primo a montar cavalli fu rappresentato come un Centauro. Per vetustissime tradizioni intanto fu creduto a Roma che gli Ausoni formato avessero un popolo famoso nell’età più remota, e che per ciò appunto il loro nome si fosse cotanto esteso a più provincie Italiane, anzi all’Italia tutta secondo Virgilio ed Ovidio. Anche il mare che la cinge fu detto Ausonio, limitandosi dapprima a quel tratto che bagna le coste orientali delle ultime Calabrie, detto poscia mare Siciliano, ed indi estendendosi a tutto il Tirreno. In. tanta oscurità e diversità di opinioni, quel che di certo può ritenersi egli è che l’Ausonia propriamente dotta fu la regione che abbiamo descritta, e che per tutta storica antichità de' suoi popoli basta il dirli una stirpe degli Osci.
L’origine degli Aurunci da Aristotele e da altri si ripete dagli Ausonii, dai quali si divisero dopo lunga stagione, assumendo la dignità di nazione indipendente. Non mancano però di coloro, che li tengono per un popolo istesso cogli Ausonii, della quale opinione è anche il Corcia. Se noi ne disconveniamo, egli è perchè non ci sentiamo convinti abbastanza de' motivi de' quali si vogliono gli uni cogli altri confondere. Siamo in vece persuasi che la prossimità di luogo e la piccolezza dell’agro occupato dagli Aurunci ha dato occasione a non mettere veruna differenza fra popoli, i cui limiti sono a mala pena distinti.
L’origine de' Sidicini, è per quasi comune consenso, al pari di quella degli Aurunci, Volsci e Campani, riferita agli Osci di cui si credono stirpe.
Loro etimologia. Quelli che confondono gli Ausoni cogli Aurunci, vanno all’idea della feracità del loro suolo, abbondevole precisamente di grano, che i Sabini in loro lingua dicevano ausum, donde poi aurum. l’oro poetico di Vico; ed in queste due voci trovano la identica ragione de' due nomi apparentemente diversi di Ausoni e di Aurunci,
Di questi ultimi all'incontro pensa il Dacier, che fossersi detti cosi dal verbo auruncare lo stesso che averruncare: e quindi, giusta l’annotatore di Festo alla voce AURUM sarebbero stati così detti gli Aurunci dall’essere stati distaccati dalle loro sedi: Auruncare indifferenter et averruncare antiqui dicebant. Quin et Aurunci ab ea eadem niente dicti quod avulsi fuerunt a sedibus suis. E questa etimologia rende ragione di quel che dichiaravamo testé in riguardo nella loro distinzione dagli Ausonii. L’altra etimologia, che Pomponio Sabino assegnavano, non è d’altronde fuori di proposito. Ei deduceva il loro nome dal latino aruncus o dal greco aruggos, che significano la barbetta della capra, poiché in fatti una ben lunga barba loro pendeva sul petto.
Dei Sidicini finalmente l’etimologia assegnala dal Jannelli, per la quale la loro denominazione accennerebbe alla sede della giustizia, ne pare soddisfacente in guisa da non posporla a qualche altra.
Loro indole costumi e vicende. Non si hanno riguardo agli Ausoni tratti caratteristici della loro indole presso gli antichi Autori, come si hanno degli Aurunci. Son questi da Dionigi di Alicarnasso dipinti come popoli bellicosi e fieri al pan de Lestrigoni, che Ornero e le antiche tradizioni ponevano sulla spiaggia di Formia. L’alta statura gigantesca, che lo stesso Dionigi loro attribuisce, è pur contestata dalla lunghezza de' loro sepolcri; e ciò sì veramente ancora che Virgilio celebrò l’arma di Turno a quella di un Aurunco guerriero assomigliandola.
Le loro vicende ci son del pari promiscuamente pervenute, Son vaghe ed anche incerte quelle che si narrano sino all’anno 251 di Roma sulle guerre che gli Ausoni, gli Aurunci e i Sidicini sostennero tra loro e co’ popoli confinanti. Solo dal 410 in poi cominciano ad avere una certa precisione i loro fatti, quando si riaccese Podio degli Aurunci contro Roma. Datisi a saccheggiare l’agro Romano, vennero debellati a primo scontro dal Dittatore Lucio Furio; ed in tale circostanza nota Livio che trovaronsi d’animo piuttosto da predoni che da nemici. Nel 413 si diedero in potestà de' Romani vinti dal Cons de Tito Manlio Torquato. Cinque anni dopo la loro dedizione, nuovi nemici, i Sidicini, sorsero per abbattere la più importante delle loro città, val dire Aurunca, con quel successo che abbiam di sopra narrato. Dopo la sconfitta de' Romani presso Lautole, la vittoria dei Sanniti fece ribellar secretamente gli Ausoni. Epperò tenendosi in apparenza di neutrali, diedero alla Repubblica Romana l’appicco di reputarli colpevoli, quando si negarono a ricevere de' presidii nelle loro Città di Minturna, Vescia ed Ausona. Derivò da questo fatto la loro rovina, perchè distrutte queste città, con esse andò del pari dileguato il nome di Ausoni.
Le prime memorie de' Sidicini cominciano colle invasioni de' Sanniti, contro de' quali richiesero indarno l’ajuto de' Campani, perchè questi più imponenti per numero che per guerresca attitudine, furono facilmente sconfitti presso Teano nel 412. Avendo poscia chiesto la protezione de' Romani, questi disdegnarono la loro dedizione. Fu allora che ricorsero per ajuto ai Latini. Malgrado però che se li ebbero ad alleati, toccò ai Sidicini la stessa sorte che provarono, allorquando furono soccorsi dai Campani, perchè due volte furono debellati alla falde dei Vesuvio ed a Trìfano nelle vicinanza di Sinuessa. Rivolsero allora le armi contro gli Aurunci, cui obbligarono, come si è detto; di ricovrarsi a Suessa. Dopoché furono disfatti nel 419 dai Consoli L. Papirio Crasso, e Cajo Duillio con gli Ausoni di Cale, che si erano con essi collegati, non apparisce dalla Storia di Livio verun’altra azione di guerra: se non che gli Storici patrii suppongono che i Sidicini ceduto avessero prima del 439 alla prepotenza de' Romani, quando finì la indipendenza degli Ausoni, perchè non altrimenti potevansi questi sottomettere senza aver prima abbattuto i Sidicini.
Corografia della Campania. Occupava questa classica regione la più vasta pianura al Sud-est dell’odierna Terra di Lavoro. Le ampie valli irrigate dal Volturno, dal Clanio, dal Rubeolo e dal Sarno, si distendono nella media larghezza di sedici miglia dal nord al sud, ovvero dai monti alla riva del mare, ed in quarantacinque di lunghezza dal monte Toro al di là del Sarno sino al Massico che sorge al di là del Clanio; e tutta insieme l’estensione della Campania si dilarga per circa ottocento miglia quadrate. Bagnata dal mare da una parte è ricinta dall’altra di alte e continue montagne. Il monte Massico coi colli di Sessa, e i monti di Roccamonfina dividendola dalla valle del Garigliano segnavano i confini coll’Ausonia; ed il ramo dell’Appennino, che la circonda e va a formare colla sua diramazione la penisola Sorrentina, limitavate colla valle del Sele e coll’antica regione de' Picentini. Il corso del Volturno da Venafro sin oltre alte confluenza del Sabato, il monte Callicola, i Tifati, il Taburno ne segnarono i confini col Sannio; e la diramazione dello stesso Appennino che corre tra Avelli ed Avellino sino alle sorgenti del Sarno la distingueva dagl’Irpini.
I limiti della più antica Campania, prima cioè che l’Ausonia fosse stata aggregata al Lazio da una parte, ed ai Vicentini se ne fosse assegnata una porzione dal l’altra, erano il tiri ed il Sitero, che ne segnavano sul Litorale gli estremi.
Così circoscritta l’antica e la nuova Campania, vien questa a comprendere dell’odierna divisione dello provincie tutta quella di Napoli colle Isole adjacenti; del Principato Citra i Circondarii di Sarno, S. Giorgio, S. Severino, Montico, Angri e Nocera; de' Distretti di Nola e Caserta quei Circondarii sparsi nella pianura terminata all’Ovest dal mare, ed al Nord-est dai monti che si ergono sopra Maddaloni, Caserta, Capua, e di qui salendo vanno ad incontrare presso Alife il Volturno; del Distretto di Piedimonte il Circondario di Venafro; di quello di Sora il Circondario di Cervaro. e del Distretto di Gaeta finalmente quello di Carinola.
Topografia della Campania. Il gran numero delle località, di cui dobbiamo far cenno in questa celeberrima regione, e la storica importanza annessa non solo alle città, ma ad ogni punto del suo suolo per ogni riguardo veramente felice, e quel che è più per dotte rimembranze della classica letteratura rinomatissimo; esige che secondo un certo ordine ed una classificazione ne discorressimo, che il riscontro ne agevoli nelle occorrenze. A tal effetto abbiamo sceverato la parte mediterranea dalla marittima, e ne abbiamo distinto i rispettivi luoghi come segue:
CITTA’ — 1. Venafro, 2. Trebula, 8. Casilino, 4. Larissa, 5. Capua, 6. Calazia, 7. Smessola, 8. Atelia, 9. Acerra, 10. Nola, 11. Abella, 12. Nuceria.
II. PAGHI. — 18. di Apollo, 14. di Giove, 15. delle Muse, 16. di Marte, 17. di Ercole, 18. di Cerere, 19. di Alba, 20. di Bellona, 21. di Taluno, 22. di Tenere e delle Grazie, 23. Vico Spuri ino, 24. Ruffra e Batulo, 25. Laurinio.
III. STAZIONI. — 26. Ad Flexum, 21. Ad Novas, 27. Ad Teglanum.
IV. LUOGHI DIVERSI — 29. Foro Popilio, 80. Agro Falerno, 31. Agro Faustiano, 32. Campo Stellato, 33. Accampamenti di Annibale, di Cajo Marcello, e di Silla, 34. Colli Amimi, 35. Agra Statano, 36. Foro Claudio, 87. Tempio di Diana, 38. Tempio di Giove Tifatino, 39. Campi di Celenna.
V. MONTI. — 40. Il Massico, 41. Il Gallinola, 42. Il Tifata, 43. Il Saro.
I. CITTA’. —44 Sinuessa, 45. Cedia, 46. Urbana, 47. Volturno, 48. Literno, 49. Cuma, 50. Baja, 51. Miseno, 52. Dicearchia o Puteoli, 58. Neapoli, 54. Falero o Partenope, 55. Ercolano e Portico di Ercole, 56. Pompeja, 57. Tora, 58. Taurania, 59. Stabia, 60. Equa, 61. Sorrento.
II. BORGHI E PAGHI. — 62. Papià, 68. Pettino, 64. Vico Fenicolense, 65. Dame, 66. Bauli, 67. Vico Leucopetra, 68. Sola.
III. STAZIONI. — Ad Octavum, 70. Ad Nonum, 71. Oplonti.
IV. MONTI, PBOMONTORTI E TEMPLI. 72. Monte Gauro, 73. Monte Olibano, 74. Promontorio di Posillipo, 75. Collo Olimpiano e Monte Ermio, 76. Vesuvio, 77. Monte Lattario, 78. Promontorio e Tempio di Minerva, 79. Promontorio e Tempio di Apollo,
V. LUOGHI DIVERSI. —80. Alberghi Cedizii, 81. Ponte Campano. 82. Villa di Scipione, 83. Selva Gallinaria, 84. Fossa di Nerone, 85. Villa o Accademia di Cicerone, 86. Villa di Poppeo Ermete, 87. Porto Giulio, 88. Villa di Servilio Tacca, 89. Ville Romane, 90. Piscina mirabile e Cento Canterelle, 91. Foro di Vulcano, 92. Fossa Caronea, 98. Grotta Napolitana, 94. Sepolcro di Virgilio, 95. Platamone, 96. Antro di Mitra e Tempio di Serapide, 97. Aquidotto Claudio, 98. Saline Erculee e Palude Pompeiana. 99. Terme minerali Vesuviane, 100. Villa di Polito Felice.
VI. LUOGHI FAVOLOSI. 101. Grotta della Sibilla, 102, Lago di Averno, Tempio di Ecate ed Oracolo de' morti, 103. Lago Cocito o Lucrino, 104. Palude Acherusia e Campi Elisii, 105. Lete, 106. Palude Stigia.
VII. ISOLE. 107. Pandataria, 108. Partenope, 109. Prochita, 110. Pitecusa o Enaria, 111. Neside, 112. Limon ed Euplea 113, Megaride, 114. Scoglio di Ercole e 115. Capri.
1. Venafro. Ne’ confini de' Sanniti e de' Volsci a XVI miglia antiche sorgeva l’antica Venafro in un sito poco più alto di quello che occupa la moderna. Piace al Corcia derivarne l’etimologia dalle due voci Osche VMEN-APRVPH, che nelle tavole Eugubine leggonsi per omne ed aper, d’onde Venapruph e quindi Venafrum, quasi tutto cinghiali, di cui abbondano anche oggidì i suoi boschi. Ed allora, noi osserviamo, perchè non derivare la prima sillaba della parola dal verbo Venor, ed andar difilatamente all’idea di caccia dei cinghiali?
Non si ha di Venafro notizia storica più remota del 535, quando anch'essa mandò la sua bellicosa gioventù ad ingrossare le fila delle milizie Romane ne' malagurati piani di Canne. Essendo stata ridotta colle altre città Campane a condizione di Prefettura, è da credersi che data si fosse ad Annibale. Nella guerra Sociale era presidiata da’ Romani, due coorti de' quali vi passò a fil di spada Mario Egnazio uno de' duci degl’Italici confederati. Dopo l’esito di questa guerra ottenne il dritto della cittadinanza Romana essendo stata ascritta Venafro alla tribù Terentina.
Fra i molti avanzi dell'antica città si osservano tuttora quelli delle sue mura, i rottami del Foro, ed i ruderi dell’Anfiteatro, che era accanto ai giardini, dove si chiamano come quelli di Capua col nome di Feritiselo (66). Da iscrizioni apparisce di esservi stati in onore Saturno, Silvano, Giove Celeste e la Dea Bona. Ebbe ancora Venafro le sue Terme, Del grande acquidotto, che menava le acque del Volturno a Venafro ed alle prossime ville, restano gli avanzi che segnano il lungo corso di quattordici miglia in qualche tratto aperto nella viva roccia; alla cui conservazione provvedeva il seguente decreto di Augusto in varie lapide scolpito.
IVSSV. IMP. CAESARIS.
AVGVSTI. CIRCA. EVM.
RIVOM. QVI. AQVAE
DVCENDAE. CAVSA
FACTVS. EST. OCTONOS
PEDES. AGER. DEXTRA
SINISTRAQVE VACVVS
RELICTVS. EST
Lodò Catone Venafro per la bene intesa agricoltura; ed Orazio rammenta che quivi Attilio Regolo si recava per alleggiarsi dagli agitamenti del Foro. Galeno n’encomia i vini. Pregiati ne furono ancora gli olii e gli ulivi, cui davasi il primato fra tutti quelli d’Italia. E Plinio infine ne ricorda le acque acidole, utili ai calcolosi, pel cui uso, come apparisce dai ruderi intorno al loro sito, molti edifizii sorgevano.
2. Trebula. Questa città è da Plinio distinta coll’aggiunto di Baliniensis dalle altre due omonime, che erano nella Sabina, cognominate Mulusca e Suffena. Sorgeva a cinque miglia circa dal Foro Popilio, alle falde del monte Callicola. Dalle sue rovine surse l’odierno villaggio di Treglie nel Circondario di Formicola. Il nome comunque guasto accenna benissimo a. Trebula, perchè anche in Basilicata ed altrove il trebbiare dicesi tragliare, e la nebula chiamasi neglia.
Diedesi Trebula ad Annibale nel 537, cui per forza fu ritolta da Fabio colle altre vicine città Ne parla Frontino come di colonia, ma non se ne conosce il tempo in cui tale divenne. Sotto l’Impero ebbe il Colleggio degli Augustali, come ricavasi da iscrizioni. Dal terzo secolo in poi dell’Era volgare mancano le notizie di questa città forse danneggiala dal gran tremuoto avvenuto sotto il consolato di Amanzio ed Albino nel 345.
Si son rinvenuti ne' sepolcri di Trebula preziosi vasi, che si conservano nel real. Museo.
3. Casilino. Era questa città, piuttosto piccola, situata sul Volturno, che dividevala in due parti, a tre miglia dall’antica Capua, ed a sei dalla Stazione ad Nonum, che era tra Casilino ed Urbana. Un magnifico ponte riuniva le due braccia della città, che è da credersi in origine un emporio de Capuani accresciuto poscia di abitatori a cagione del commercio e della navigazione sul fiume. Qui veniva guidato per errore, e non a Casino, Annibale, e qui tagliavagli la strada con piccolo presidio il Dittatore Q. Fabio Massimo. In essa, come che piccola ma ben munita dal fiume, da mura e da torri, si difesero valorosamente le poche milizie Romane, che dopo la battaglia di Canne ne occuparono la parte di là dal fiume. Dopo varie vicende, che non occorre rammentare, venne Casilino a mancare per modo che Plinio ne parlava come tra viva e morta a suo tempo. Un secolo dopo di Plinio ne parla ancora Tolomeo; ma pare che nel VI secolo cessato avesse di esistere. Nell'856 il Conte Landone trasferì gli abitanti dell’antica Capua ad edificar la nuova presso il Ponte di Casilino. Rimase nondimeno questo nome ad un antico borgo della moderna Capua al di là del Ponte verso Roma sino al secolo XIV, che andò poscia demolito per farsi le nuove fortificazioni ordinate da Carlo V nel 1536.
4. Larissa. Non si conosce altro di questa città, che sorgeva a breve distanza dal Foro Popilio verso Capua, giusta l’avviso del Corcia contro quello di Niebuhr, che la credette posta sul Liri.
5. Capua. Si fu questa la metropoli della regione Campana, sulla cui origine varie sono state le opinioni degli antichi, dei geografi, de' poeti e degli Scoliasti, che ci asteniamo dal riferire. Coll’incertezza dell’origine va pur quella delle ragioni del suo nome, sul quale non ne troviamo alcuna soddisfacente.
Le sue storiche vicende cominciano dalle diverse colonie, che i Romani vi dedussero dopo la Guerra Marsica, durante la quale tennesi fedele a Roma. Fu la prima quella guidatavi da M. Bruto, padre dell’uccisore di G. Cesare, nel settimo Consolato di Mario, oppure nel 668 di Roma. Con questa colonia venne la città a liberarsi dalla condizione di Prefettura: ed i Duumviri ed i Decurioni ne insuperbirono tanto, che credettero dì arrogarsi il nome di Pretori ed anche di Consoli gli uni, e di Senatori gli altri, facendosi quelli Precedere financo dai littori co’ fasci. Una seconda colonia di veterani poco dopo vi spediva. L. Silla; ed una terza più numerosa e più nobile di tutte G. Cesare nel 695. All’ultima di queste tre colonie tre altri aumenti seguir faceva Ottavio, onde ai titoli di Giulia Felice, che aveva, l’altro si aggiunse di Augusta.
Fu Capua città grande e popolosa a segno, che i Romani ne' loro tempi più floridi la pareggiavano alla loro città, a Cartagine, a Corinto. Secondo il computo degli scrittori moderati si fa ascendere a trecento mila il numero de' suoi abitanti, secondo il Mazzocchi a un milione e più.
Si contavano sette grandi porte, dalle quali uscivano altrettante vie per diversi luoghi della Campania; ma non più che tre vie si nominano di sì estesa città, la Seplasia cioè, dove si vendevano i famosi unguenti de' voluttuosi Capuani, l’Albana, e quella che dal Foro menava alla porta Cumana.
Aveva Capua, a simiglianza di Roma, il suo Campidoglio consacrato da Tiberio allorché ritiravasi a Capri. Dirimpetto al Campidoglio era un arco magnifico che rovinò nel 1661. Moltissimi templi erano dentro e fuori la città, che lungo sarebbe andar noverando; ed oltre ai templi ne accrescevano Io splendore le Curie, i Circhi, il Foro de' Nobili e quello del Popolo, il Teatro l’Anfiteatro e le Terme.
Era il Foro de' Nobili, per quanto credesi, a fronte della Curia, e quello del Popolo quasi nel mezzo della città, dove oggi è il mercato di S. Maria, i vestigli del Circo, che rimanevano fino al secolo XVI, lo mostravano molto spazioso e magnifico; e dai grandi acquidotti di marmo e di piombo scavati fra le rovine deducesi, che a simiglianza del Circo Mastino di Roma vi si dava lo spettacolo delle naumachie.
Il più grande e sontuoso de' pubblici edifizii di Capua fu l’Anfiteatro, tuttavia maraviglioso nelle sue stesse rovine. Nel ricostruirlo Adriano lo abbelliva di marmi statue e colonne; ed alla memoria di lui dedicavalo il suo successore Antonino, come rilevasi dalla lapida scoperta nel 1726 e dal Mazzocchi supplita cosi:
COLONIA FELIX AVGVSTA CAPVA
FECIT
DIVVS HADRIANVS AVG. RESTITVIT
IMAGINES ET COLVMNAS ADDI CURAVIT
IMP. CAES. TAELIVS HADRIANVS ANTONINVS
AVG. PIVS DEDICAVIT
Era l’esterno recinto diviso in ottanta arcate tutte eguali, fuorché le due de' principali ingressi. Aveva due grandi porte, una a settentrione e l’altra a mezzogiorno, oltre ai due ingressi laterali anzidetti. Il suo prospetto era diviso in quattro ordini tutti dorici ciascuno di ottanta archi. Avevano i tre primi piani colonne addossate a pilastri. Tutta la facciata, dall’ultimo piano in fuori che era di fabbrica laterizia, era marmorea e di una costruzione con ammirabile maniera eseguita. In ciascuna arcata del secondo e terzo porticato erano delle statue di marmo, e per chiave di ogni arco vi figurava un mezzo busto colossale di un mime o di un eroe.
La circonferenza esteriore di 1780 palmi aveva il minor diametro di palmi 350, e di 645 il maggiore. Agguagliava in grandezza l’Anfiteatro Flavio di Roma, che era i 74 palmi alto, ma supera vaio per ricchezza di ornati, a quanto pare da quei pochi che avanzano.
Si suppone che 60 erano i vomitorii, da’ quali sboccava il popolo per allogarsi nei sedili, il cui numero bastar poteva a sessanta mila spettatori secondo l’Alvino, ed a ottanta mila secondo altri. Ma non la finiremmo per ora se tutt’i particolari riferir volessimo di si grandioso edilizio che prostrato, com’è, attesta a dispetto del tempo distruttore, o piuttosto de' barbari, la sua antica magnificenza. Non comportando la natura del nostro lavoro che minutamente descrivessimo qui ciò che a suo luogo tornar deve sotto la penna, siano contenti i nostri lettori, se per soddisfare la loro curiosità ci limitiamo ad indicar l’opera dell'Alvino dianzi citato, il quale nel suo Anfiteatro Campano restaurato ed illustrato lascia nulla a desiderare.
Distrutta Capua dai Saraceni nel IX secolo, i Conti Longobardi della nuova Capua ridussero a fortezza l’Anfiteatro, che d’allora in poi cominciò a chiamarsi Berolassi, e corrottamente Vorlascio, nome formato dalle due voci Arabe Bir o Bera che dinota edificio rotondo o anfiteatro, ed Al-as che dir vuole forte o munito.
Devastata la prima volta dai Vandali nel 455 ritenne Capua come per l’addietro il suo primato fra tutte le città della regione. Incendiata poi e distrutta affatto nell’anno 840 dai Saraceni, che favorivano le parti di Radelchi, principe di Benevento, comechè sperperata si fosse in più borghi, risorse non dimeno nell’856 collo stesso nome, ma presso il ponte di Casilino, per cura del Conte Landone.
6. Calazia. A VI miglia antiche da Capua ed all’Est di essa sorgeva sulla Via Appia la picciola città o castello Calazia, più rinomata ma meno importante della città omonima nel Sannio. Le attribuiscono i nummologi le medaglie, col capo di Giove laureato nel dritto e coll’osca leggenda SALATI intorno ad un cavallo sfrenato nel rovescio.
Le sue vicende cominciano ad esser note dall’anno 541 di Roma, in cui Annibale, accorrendo da Taranto per liberar Capua; occupavala scacciandone il presidio Romano. Ritornata nell'anno stesso in potere di Roma colla presa di Capua. è da credersi allora ridotta alla condizione di Prefettura colle altre città che avevano pei Cartaginesi-parteggiato. Nel 542 costretti i Nucerini di passare ad Atella, gli Avellani trasferiti a Calazia ne accrebbero là popolazione. Ne aggiudicò Silla il territorio alla colonia dedotta in Capua; e Cesare in fine anche una colonia militare vi spediva.
Non si sa quando precisamente fosse mancata. Solo è noto che nell’anno 882 il IV Conte di Capua Pandone il Rapace maltrattavala. Nel sito detto le Gallazze, e più comunemente S. Giacomo, trai villaggio di S. Nicola e la Città di Maddaloni se ne veggono ancora gli avanzi, i quali sembrano del medioevo; ma le iscrizioni greche, le magnifiche colonne, le statue, i bassirilievi ed i rottami ivi discoperti, ed in gran parte trasferiti nell’Episcopio di Caserta, te chiariscono per piccola città, di belli edifizii decorata.
7. Suessola. Nella gran pianura di Acerra, ed a quattro miglia da essa era Suessola sui confini della Campania e del Sannio. La prima memoria di questa città, è del 412 di Roma, quando M. Valerio combatteva nelle sue vicinanze l’esercito de' Sanniti. Si ebbe Suessola il dritto della cittadinanza Romana senza suffragio, ed altri dritti uguali a quelli di Capua e di Cuma. Dal trovarsi ridotta a condizione di Prefettura pare che abbia dovuta anch'essa tenere per Annibale. Nel 662, quando a Nola ed a Capua si spedivano delle colonie, l’agro di Suessola veniva distribuito ad una colonia di veterani di Silla, della quale è memoria nella seguente lapida del sesto anno di Tiberio Cesare.
CN. PVBLILIO. L. F. FAL.
MAG. EQVIT. PROV. GAL.
II. VIRO. CURATORI. OPE
RVM. PVB. COL. SVESSVL.
RESTITVTORI. SACROR.
CERER. QUA. DIE
POPVLO. EPVLVM. DED.
M. SILANO. ET. L. NORBANO. COS.
RESP. SVESSELANORVM
D. D.
Il nume adorato in principal modo da’ Suessolani fu Cesare, il cui culto ripristinava Gneo Pubblilio; ed un’ara trovasi pur dedicata ad Ercole da M. Giunio Severiano, dall’Ordine e Popolo di Suessola pel felice ritorno dall’Asia dell’Imperatore Settimio Severo.
Tra le rovine della città osservavansi quelle del Teatro, sul quale il Conte di Acerra edificò una casa di campagna.
Decorata Suessola della sede vescovile ne’ primi secoli della Chiesa, soggiacque nell’anno 880 alla distruzione de' Saraceni e degli stessi Principi, che con quelli gareggiavano a disertar le proprie contrade cogl’incendii stragi e rapine. Il sito preciso di Suessola è nel bosco di Acerra cosi detto, benché bosco non sia; e sul monte vicino ad oriente di essa esser doveva la sua rocca, che poi nel medio evo divenne un forte castello.
8. Atella. In un punto equidistante da Capua e da Napoli e sulla via che queste due città congiungeva, era posta Atella a IX miglia dall’una e dall'altra. Nulla si conosce del suo nome e della sua origine, che gli antichi attribuiscono agli Opici. Ignote parimenti ne sono le sue vicende fino al l'epoca della battaglia di Canne, in cui era municipio Romano. Scossa dal terrore di quella memorabile disfatta, diedesi anch'essa al partito del vincitore. Presa Capua da’ Romani cadde Atella di nuovo in potere del Console Fulvio, libera ma senza il dritto della cittadinanza, ed assoggettata alla condizione di Prefettura. Una parte però di Atellani prima di darsi al console, temendo l’ira de' vincitori, rifuggissi negli accampamenti di Annibale nella Lucania, dove erano fatti ricoverare dai Turii; ed allora forse, se vera è la tradizione, questi esuli fondarono l’Atella della Basilicata.
Sottomessa la Campania dai Romani nel 542, gli Atellani come si è detto, passarono a Calazia, ed i Nucerini occuparono Atella.
Si hanno monete Atellane che presentano due delle diverse divisioni dell'asse Romano, il triente ed il sestante coi tipi simili a quelli di Capua, e coll’Osca leggenda retrograda Averl o Aderl vero ed antico nome della città
Essendo stati fedeli a Roma gli Atellani nella Guerra Sociale, furono de' primi a godere gli effetti della legge Giulia, ossia il dritto della Romana cittadinanza. Cicerone ha serbato memoria di Atella che, come Arpino, ebbe nella Gallia un campo vettigale, alle cui rendite riducevasi la sua fortuna, il che è pruova della distrazione fatta dai Romani delle sue terre nell’occuparla.
Ricorda Frontino la colonia speditavi da Augusto; ed una lapida scoverta nelle vicinanze di Melito ne fa fede con questa epigrafe scolpitavi in lettere semipalmari.
GENIO COLON.
AVG. ATELLAN
M. IVNIVS...
SOSIPAT...
Nella pianta di questa città tramandataci da Igino vedesi la Colonia Augusta a qualche distanza da essa, di figura ottangolare, con una torre in ciascun angolo delle mura, mentre la città che egli chiama oppido, ne ha quattro pei quattro angoli della sua figura quadrata. Deducesi da ciò, che la colonia era più grande e separata da Atella.
De’ suoi pubblici edifizii avanza la memoria del suo anfiteatro, che gareggiava per le sue marmoree colonne con quello di Cuma, ad occasione del seguente aneddoto storico che vi è annesso. Morto Tiberio nella villa Lucullana a Miseno, nel trasportarsene il-corpo, si cominciò a gridare dicendo, che si recasse a bruciare nell’Anfiteatro di Atella. Quel che però non intervenne al morto Imperatore fu fatto ad un Poeta vivo, il quale per un verso ambiguo di una farsa Atellana allusivo a Caligola, fu bruciato nell’arena dell'anfiteatro.
Se Atella fu rinomata per le sue Favole o farse, non è a dubitare che avesse avuto anche il suo teatro, in cui si rappresentavano. Eran desse scherzosi e ridicoli intermezzi o burlette che recitavansi tra un atto e l’altro delle tragedie per distrarre dal sentimento della mestizia gli spettatori. Avevano questo di diverso dalle favole comico-satiriche de' Greci, che in quelle s’introducevano sulla scena Satiri o persone simili ai Satiri, i personaggi di Autolico e di Busiride, e nelle Atellane agivano persone ridicole, come Macco, Bucco, Pappo e Dossenno.
Fu la città ampliata e restaurata sotto Costantino dal Consolare L. Celio Censorino, il quale ne fu onorato con una statua nel Foro, come leggesi su di un piedistallo esistente nella piazza di Grumo, che è a poca distanza dalla distrutta città di Atella.
Un incendio del V secolo dell’Era volgare la desolava, e S. Elpidio, il primo suo Vescovo ne accrebbe il numero degli abitanti. Il villaggio di S. Arpino, parola alterata da S. Elpidio, ebbe origine in tale circostanza. Le altre ville in cui Atella erasi smembrata, finirono di esistere in seguito delle guerre dai Greci-napolitani co’ Longobardi combattute su quelle campagne; ma rimangono gli avanzi della città tra il Casale di Pomigliano, di Atella e di S. Arpino.
9. Acerra. Anche ad eguale distanza tra Napoli e Capua sorgeva l’antica Acerra nel sito medesimo della odierna. Nulla si conosce della sua remotissima origine, e le indagini sul nome non sono troppo felici. Toglievanla agli Osci o ai Pelasgi, suoi primitivi abitatori,! Sanniti. Ammettevanla i Romani alla loro cittadinanza senza suffragio nel 422; ed Annibale la distruggeva col fuoco, dopo aver nel 536 indarno campeggiato contro Nola. Dopo cinque anni vi ritornarono i fuggiti cittadini a rifabbricarvi le loro arse abitazioni. Resistette colle sue forti muraglie lungamente all’assedio di Papio Mutilo nella Guerra Italica, dopo della quale ottenne il dritto della cittadinanza Romana. Ed Augusto in fine vi dedusse una colonia militare. — In quanto ai suoi pubblici edifizii non si conosce altro da un’ iscrizione, che ebbe Acerra de' templi sacri ad Iside e Serapide.
10. Nola. Nello stesso sito dell’odierna Nola sorgeva l’antica di gran lunga più ampia, e fra le città Campane del pari considerevole ne' passati tempi qual’è pure al presente. Credesi fondata dai Pelasgi Tirreni, e nello stesso anno che Capua, val di re 48 anni prima di Roma.
Il nome di Nola fa derivarsi dalle due voci greche νῶ e λας, particella privativa la prima, e nome significante fittine e pietra la seconda, cioè senza pietre e fiume che la bagni, perchè in fatti nella vasta pianura, in cui sorge non ve ne ha. Le leggende sulle sue monete, oltre che non presentano verun’alterazione del suo nome, accennano alla greca origine di Nola ed alle sue relazioni con Atene, le quali più chiare si scorgono ne' vasi; che simili a quelli dell’Attica, subbietti greci rappresentano nelle figure.
Nel principio del V secolo di Roma era Nola fiorente; popolosa e potente in guisa, che collegata coi Sanniti partecipò alle guerresche imprese di essi: ma non andò guari e cadde in loro potere colle altre città della Campania, sebbene non per lungo tempo, perchè fu loro ritolta nel 441, chi dice dal Dittatore C. Petilio, e chi dal Console C. Grunio.
Forte Nola del sentimento di fedeltà verso Roma e del recinto delle sue muraglie, rese vani gli sforzi di Annibale, che nel 537 cercò di occuparla. E fu presso Nola che l’abbattuto coraggio de' Romani dopo la disfatta di Canne si rinfrancò la prima volta nella guerra combattuta da Marcello. Nella Guerra Sociale venne in potere de' confederati e vi si tennero i Sanniti fino all’esito di essa, quando assediati da Silla posero a fuoco la città Risorse dalla sua distruzione, e l’ultimo storico avvenimento fu l’occupazione fattane da Spartaco nella guerra servile. Una colonia vi dedusse Vespasiano, e trovandosi in due lapide nominata Felice Augusta come quella di Capua, pare che un’altra colonia di veterani vi avesse già prima spedito L. Silla un anno dopo che scacciava da Nola gl’Italici confederati.
Fino al secolo XVI gli avanzi delle antiche mura di Nola presentavano un ambito circolare di tre miglia. Riducevasi all’attuale grandezza dopo i guasti che le recavano Alarico nel 409, ed i Saraceni negli anni 860 e 904, in cui la saccheggiavano e distruggevano.
Ebbe Nola dodici porte, ed in mezzo alla città due grandi Anfiteatri, uno marmoreo e l’altro laterizio più antico. Fu il primo distrutto nel secolo XV da Carlo Carafa e dal Conte Orso Orsini per edificarne con quei materiali i loro palagi in Napoli l’uno, e l’altro in Nola, entrambi poscia occupati da PP. Gesuiti. Degli stessi marmi dell’Anfiteatro si costruì il campanile della Cattedrale di Nola fino all’altezza di ottanta palmi. Quasi tutti gli antichi templi servirono di sostruzione a chiese Cristiane; e se altro non si distingue degli antichi edifizii, egli è, come facevamo altrove osservare per le città antiche tuttavia esistenti, perchè i materiali di quelli, che o la vetustà o la barbarie diroccava, o la nuova civiltà smetteva dal loro uso originario, si addicevano alle novelle costruzioni.
Abella. A X miglia ed al Nord-est di Nola sorgeva Abella sul pendio di un monte non però nello stesso sito dell’odierna Avella. Si vuole coeva a Nola, ma fondata dai Calcidesi, secondo Giustino: ed è da credersi preesistente col nome di Mera, e è vero, come dice Servio, che all'arrivo della colonia di costoro fosse stata poi detta Abella dalle avellane, di cui ha sempre abbondato il suo suolo. Da questa città cresciuta in popolazione usci la colonia, che andò a fondare Abellino nella contigua regione degl’Irpini; ed in Abella, che Servio chiama Merano, si ricoverarono gli abitanti del contado di Capua scampati all'eccidio, che i Sanniti fecero di coloro che la difendevano. Fu Abella probabilmente anche in potere di costoro come Nola, ai quali par che dovesse attribuirsi la celebre iscrizione Osca trovata fra le sue rovine. Essendo questa la più lunga che si abbia in tal lingua ha fatto di sé occupare i famosi eruditi Passeri, Lanzi, Remondini, Guarini e Jannelli, che variamente interpellandola, si accordano in quanto all'obbietto, che è quello di determinare i confini col territorio di Nola.
Sull’altro si conosce delle sue antiche vicende, se non che Vespasiano vi dedusse una colonia, alla quale si attribuiscono i marmorei abbellimenti, di cui si veggono gli avanzi fra le rovine che rimangono sopra le sorgenti del Clan io, a due miglia ed al Nord dell’odierna Avella. Avevano le sue mura un perimetro di circa tre miglia, come quelle di Nola, ed al pari di questa anche in mezzo alla città l’Anfiteatro, i cui ruderi si scorgono nel luogo detto le Grotte di Antonello. Ed una iscrizione su di un piedistallo, che sostiene un pilastro del mercato di Avella, parla un L. Egnazio Invento, che i giuochi ne ripristinava al tempo di Antonino e di Vero.
Anche da una lapida apparisce di esservi stato un teatro; e da altre si fa menzione di due templi, uno dedicato ad Augusto e l’altro a Giove oltre di qualche altro a cui accenna un’ara dedicata a varie divinità.
Essendo cominciata a decadere Abella al tempo di Costantino, uno de' Consolari della Campania, Barbario Pompejano, curava di fame selciare le vie, come si legge in questa iscrizione, che riportiamo per talune riflessioni che invita a fare sulla condizione degli antichissimi tempi.
POMPEIANI
BARBARIVS POMPEIAN
V. C. CONS. CAMP. CIVITATEM
ABELLAM NUDA ANTE
SOLI DEFORMITATE SORDENTEM
SILICIBVS E MONTIBUS
EXCISIS NON E DIRVTIS
MONUMENTIS ADVECTIS
CONSTERNENDAM
ORNATAMQVE CVRA
VIT
CVRANTE V. C. TI. PRO
CVLO PATRONO ET CVR
ABELLANORVM
Il farsi in questa epigrafe espressa menzione di essersi lastricate le strade della città con pietre tagliate dai monti, non prese dai diruti monumenti, è indizio che circa quel tempo era già invalsa la barbarie di guastare i vecchi sepolcri per addirne i materiali ad altro pubblico uso.
12 Nuceria. Dopo IX miglia dalla stazione Ad Tegularium incontravasi quest’ultima città mediterranea dei Campani. Si ebbe l’aggiunto di Alfaterna, per distinguerla dalla omonima dell’Umbria, che era detta Nuceria Camellaria. L’antico suo nome era quello che leggesi nelle medaglie NUFKRINUM ALAFATERNUM, secondo le quali anche Filislo Siracusano la chiama Nucria, donde Nuceria, supplendo lo sceva che supponesi tra la i e la consonante che immediatamente le vien dietro. In altre medaglie è pure ricordalo il monte Gauro che le sta vicino, ed il fiume Sarno chela bagna. Essendo di antichissima origine le si danno per fondatori i Pelasgi.
Dall’anno 444 di Roma si ha notizia delle sue storiche vicende. Collegatisi coi Sanniti i Nucerini assalgono la ciurma della flotta Romana ancorata nella marina di Pompeja, mentre saccheggiava quei dintorni: ma all’arrivo di Fabio, che loro niegò la paco dianzi offerta e ricusata, furono soggiogati nel 445. Annibale prendeva per fame Nuceria dopo lungo assedio Del 536, e poi davala in preda al sacco ed al fuoco. Fu allora che i Nucerini rimasi senza patria e senza tetto venivano dai domani ricovrati in Atella in luogo degli Atellani, che fuggendo la loro città, furono da Annibale allogati nella Lucania, dove un altra Atella fondavano. Nella guerra di Spartaco fu di nuovo incendiata e distrutta; ed in fine dopo tante vicende veniva destinata dai Triumviri in premio ai loro soldati come una delle più cospicue città Da ultimo il gran tremuoto che rovinò Pompeja nell’anno 63 dell’Era Volgare, danneggiò anche la colonia di Nuceria, secondo che Seneca la chiama.
Le divinità adorate dai Nucerini furono Giunone e Nettuno in onore del quale un gran cavallo, non si sa se di bronzo o di marmo, poneva un certo M. Virzio, come dalla seguente iscrizione rilevasi.
Μ. VIRTIO Μ. F. MEN
CERAVNO. AEDILI. IIVIR. IVRE
DICUNDO. PRAEFECТО FABRVM V. VIR
CVI. DECVRIONES OB MUNIFICENTIAM
EIUS.. QVOD. EQVVM. MAGNVM. POSVERAT
ET. DENARIOS. POPVLO. DEDICATIONE. EIVS
DEDERAT DVVMVIRATVM GRATVITVM
DEDERVNT NVCERIAE
Si veggono avanzi dell’antica città ne' due villaggi detti Vescovato e le Pareti, come ne' vicini luoghi di Casa Arzana e Campo dì Augusto rimase la memoria dell’incendio di Annibale nel primo, e della Colonia Romana dedottavi da Ottavio nel secondo.
L’aggiunto de' Pagani dato a Nocera non fu, perchè fosse stata ricetto de' Saraceni, come vogliono taluni; ma bensì per essere stata sempre come oggidì circondata da molti paghi e villaggi.
13. Pago di Apollo. Furono intorno di Capua non pochi villaggi che ebbero l’origine ed il nome dai diversi templi ai diversi numi dedicati, e che in parte ancora sopravvivono alla loro metropoli. Uno di essi è quello di Apollo, di cui, se non si hanno lapide che lo ricordano, ben lo dimostrano la tradizione e gli splendidi avanzi del tempio all’ingresso dell’atrio della chiesa di S. Elpidio in Casapulla, il cui nome nel linguaggio de' mezzi tempi non altro dinotò che Tempio di Apollo, ed il cui stemma rappresentava un’ alta torre con sopra un sole raggiante.
14. Pago di Giove. Sulla pendice orientale del Tifatasi ebbe Giove un magnifico tempio, presso cui surse il pago di questo nome. Se ne ha memoria non solo da una lapida che addurremo nell’altro Compago di Ercole, ma anche dalla seguente, in cui è parola di Venere Giovia cosi detta dal Pago che la venerava:
N. PVMIDIVS. Q. F M. RAECIVS. Q. F
M. COTTIVS. Q. F N. ARRIVS. M. F
M. EPILIVS. M. F L. HEIOLEIVS. P. F
C. ANTRACIVS. C. F C. TVCCIVS. C. F
L. SEMPRONIVS. L. F Q. VIBIVS. М. F
P. CICEREIVS. C. F M. VALERIVS. L. F
HEISCE. MAGISTREIS. VENERVS
IOVIAE. MVRVM. AEDIFICANDVM
COIRAVERVNT. PED. CCLXX. ET
LOIDOS. FECERUNT. SER
SVLPICIO. M. AVRELIO. COS
L’odierno villaggio di Casanova ritenne il nome di Casa Jove, come in carte dell’XI e XII secolo si legge.
15. Pago delle Muse. Si suppone per sola analogia del nome, che il detto Pago fosse esistito nell’odierno villaggio di Musicile sulla sinistra di Marcianise, a distanza di mezzo miglio, ove lo incontra chi nuove alla volta di Casapulla. Detto latinamente Musicilium Musis colendis, corrisponde al tempio più usualmente detto Musaeum, come quello di Taranto.
16. Pago di Marte. Marcianise, gran casale al mezzogiorno di Capua, detto anticamente Martianisium e Martanisium nel medio evo, ha dovuto essere il Pago di Marte, anche perchè nobilissimi avanzi di marmo fino, di colonne di granito, di verde e giallo antico, ivi discoperti con altri monumenti, son chiari indizii di un tempio sacro a Marte, che la tradizione vuole sostituito dalla Chiesa dedicata a S. Martino; e lo stemma del villaggio lo conferma, avendo avuto per emblema un castello custodito da un guerriero.
17. Pago di Ercole. La seguente pregiata iscrizione dell’anno 94 avanti l’Era volgare, pubblicata la prima volta dal Mazzocchi e scoperta nel villaggio di Recale, in cui quel chiarissimo Archeologo suppose il pago di Ercole, contiene un plebiscito di Pago Ercolaneo confinante al Pago Giovio, col quale par che si reggessero in comune almeno in cose riguardanti i pubblici giuochi. Ed è dessa tutta e l’unica memoria che ne avanza, oltre ai ruderi del tempio, che uno degli storici di Capua ricorda proprio nel villaggio che ancora conserva il nome di Ercole.
PAGVS. HERCVLANEVS. SCIVIT. A. O. X. TERMINA...
CONLEGIVM. SEIVE. MAGISTREI. IOVEI. COMPAGEI. S.
VTEI. IN. PORTICVM. PAGANAM. REFICIENDAM
PEQVNIAM. CONSVMERENT. EX. LEGE. PAGANA
ARBITRATV. CN. LAETORI. CN. F. MAGISTREI
PAGEIEI. VTEIQVE. EI. CONLEGIO. SEIVE. MAGISTRI
SUNT. IOVEI. COMPAGEI. LOCVS. IN. THEATRO
ESSET. TAMQVA SEILVDOS. FECISSENT
L. AVFVSTIVS. L. L. STRATO. C. ANTONIVS. M. L.
NICO. CN. AVIVS. CN. L. AGATHOCLES. C. BLOSSI
M. L. PROTEMVS. M. RAMNIVS. P. L. DIOPANT
T. SVLPICIVS. P.Q. PVL. Q. NOVIVS. Q. L. PROTEM
M. PACCIVS. M. L. PHILEM. M. LICCVLEIVS. M. L.
PHILIN. CN. HORDEONIVS. CN. L. EVPHEMIO
A. POLLIVS. P. L. ALEXAND. N. MVNNIVS. N. L.
ANTIOCVS C. COELIO. C. F. CALDO
DOMITIO CN. F. AHENOBARB. COS.
18. Pago di Cerere. Nel distrutto villaggio di Casacellola, nome alterato da quello di Casacerere, all’Ovest del monte Tifata, e verso il celebre Tempio di Diana nella sottostante pianura, ove biondeggiar dovevano in copia le spighe, sorger doveva quest’altro Pago. Lo dimostrano anche gli avanzi del tempio ivi discoperti, tra’ quali un’ara votiva di assai gentile scultura in bassorilievo rappresentante la Dea Cerere con in mano le spighe ed un cestino di frutta colla seguente epigrafe in lettere cubitali:
L. MVNNIVS. L. F. FELIX.
VOT. SOL.
Altri marmi rammentano pure alcune sacerdotesse della Dea medesima in una tale Erennia, ed in una Aurelia Blosia che è detta sacerdotessa di Diana Tifatina e Custode delle cose sacre a Cerere.
19. Pago d’Alba. Il nome dell’odierno villaggetto di Casalba unito a Macerata, corrispondente all’Aedes Alba, cioè al tempio tocco dal fulmine di cui parla Livio, ed i varii rottami di marmi che vi si trovano intorno, son sufficiente argomento dell’esistenza di questo pago, dal cui tempio, che ignorasi a qual nume fosse stato sacro, prese nome di Albana una delle porte della Capua antica.
20. Pago di Bellona. L’odierno villaggio di questo nome mostrava sino allo scorso secolo gli avanzi del tempio, presso cui sorse, a pochi passi dal principio del monte Rogeto o di Gerusalemme. Era desso di forma rotonda, ma del diametro diventi palmi, ossia così piccolo da far dubitare non fosse stato un tale avanzo, anziché il tempio, la cella di esso.
21. Pago di Tutuno. Appiè di un’ampia collina, e poco lungi da Vitulaccio, è il villaggio di Tutuni, la cui origine è verisimile che fosse derivata da un tempio sacro a Tutuno, che era Io stesso che Priapo. Non altro avanza dell’antico che una piccola ara, la quale segna l’ottavo Consolato di Augusto con Tito Statilio Tauro nell’anno di Roma 727.
22. Pago di Venere e delle Grazie. Si è creduto che un tempio sacro alle Grazie sorgesse dove è l’odierno villaggio di Grazzanise nel vasto campo Mozzone, ovvero antico Campo Stellate. Il nome di Gratianisum pare che da quelle dive derivasse. E siccome non andavano esse disgiunte da Venere, ed ivi nel 1649 una bell’ara marmorea si scopriva a Venere Genitrice dedicata al Genio di Cesare; così è probabile che il tempio fosse stato comune all’una ed alle altre, e quindi da esse insieme il Pago si denominasse.
Vico Spuriano. Crede il Corda che sulle rovine di questo Vico fosse Stata edificata Aversa nel 1030 dal Conte Rainulfo Una lapida sepolcrale scavata nel 1731 presso alla Cattedrale di questa città nel far espressa menzione del Vico Spuriano e del suo sito, ci fa assapere tali curiosità di quei tempi, che non abbiamo stimato di trasandarla.
A. PLAVTIVS. EV HODVS. SIBI. ET. LIBERIS. SVIS.
A. PLAVTIO. DAPINO. ET PLAVTIAE. PRIMIGENIAE. ET
PLAVTIAE. LAVRILLAE. ET PLAVTIAE. FESTAE. ET PLAVTIAE SUCCESSAE ET
A. PLAVTIQ. ASBESTO. LIBERTIS. LIBERTABVSQVE. SVIS.
POSTERISQVE. EORVM. IS. QVI
PLAVTI. VOCITABVNTVR. VICVS. SPVRIANVS. CVM. SVIS. MERITORIS. ET. DIAETA (67).
QVAE. EST. IVNCTA. HVIC. MONUMENTO. CVM. SVIS. PARIETIBUS
ET. FUNDAMENTIS. HVIC. MONUMENTO. CEDET
SI. QVI. EX. IS. SVPRA. SCRIPTI.SVNT. HVNC.
MONVMENTVM. AVT.
VICVM. SPVRIANUM.
AVT, DIAETA. QVAE. EST. IVNCTA. HVIC. MONUMENTO. VENDERE. VOLENT
TVNC. AD. REMPVBLICAM. COLONIAE. PUTEOLANAE. PERTINEBIT.
24. Ruffra e Batulo, Rufrae e Batulum. Sull’autorità di Virgilio, e di Servio che dice castelli della Campania questi due villaggi, crede il Corcia nell’odierno casale di Cisterna il primo, e nella contrada detta Molara di Brusciano, a poca distanza da Cisterna medesima, il secondo. Vi ha nel sito di quella una cava di pietre molari; e ciò giustifica quel che dice Catone delle macine dal molino, di aversi cioè le medesime da Rufro nell’agro di Nola: e si sono pure trovati varii antichi sepolcri presso Molara di Brusciano che inducono a credere di essere a Batulo appartenuti. A dir vero due lapide rinvenute presso l’osteria di Torà sulla Via Latina, nelle quali sono espressamente nominati i Coloni Rufrani ed i Vicani Rufrani, darebbero qualche peso all’opinione contraria, che li crede in Presenzano, se il luogo di Virgilio, in cui sono questi due villaggi posti tra le pianure irrigate dal Sarno ed Abella, non togliesse ogni ombra di dubbio (68).
25. Laurinio. L’odierno villaggio di Lauro a 6 miglia da Nola corrisponde all’antico pago Laurinio, la cui antichità è dimostrata da un’iscrizione su di un’ara di travertino, che da Nola, ove osservavasi, passò in Napoli a decorare il cortile di una casa n. 88 in via di Chiaja. Parlasi in essa di Cultori Lauriniesi che rinnovarono un sacrificio ad Augusto. Una porta di Nola inoltre prendeva il nome da Laurinio, perchè la via che ne usciva per quella volta, era quella stessa che menava agl’Irpini ed all’Apulia.
26. Ad Flexum. Era questa una delle stazioni della Via Latina corrispondente a S. Pietro infine nel Circondario di Cervaro.
27. Ad Novas. È segnata quest’altra stazione sulla Tavola Peutingeriana a VI miglia da Calazia sulla Via Appia. Fu forse così detta da’ nuovi alberghi costruiti in tal punto ad uso de' viandanti, quasi Ad Novas Tabernas. Oggi nel punto medesimo non solo il gruppo di poche case di agricoltori è detto la Nova, ma anche diversi alberghi son distinti col nome di Taverna Nuova. Varii oggetti di antichità ritrovati nella pianura circostante al detto villaggio non«sono che avanzi del più antico, che era l’ultimo della Campania sul confine col Sannio Caudino.
28. Ad Teglanum. Sulla stessa Tavola Peutingeriana è segnato un grande edilizio colla indicazione Ad Teglanum sulle radici del Vesuvio ed a VI miglia antiche da Nola andando a Nocera. Una tal mansione antica corrisponde all’odierna terra di Palma. La denominazione di Teglanum, che l’Holstein corresse Ad Teglarium o Ad Tegularium, dovette derivarle da qualche tegolaja che vi era.
29. Foro Popilio. Sorgeva questa città o borgata presso il Volturno al Nord della Via Appia, poco lungi dal ponte di Riopersico, e propriamente nel luogo detto Campo delle Pietre, dove si rinvennero ruderi ed iscrizioni, di cui una lapida che avanza, parla di Civitas Foro popiliensium, che fiori nella seconda metà del IV secolo, allorché eresse una statua ad un Cajo Minucio Eterio con questa rozza e scorretta iscrizione:
C. MINVCIO AETERIO SEN. INDVSTRIO VIRO
CVNCTVS POPVLVS CIVITATIS FORO POPILIENSIVM
LABORIBVS TVIS PATRIAE NOSTRAE GENETALIS INDICAT
MAIOREM HONOREM DIGNVS CVRIAE ET POPVLI
PATRONVS FILIOS PRIMOS IN ORDINE NEPOTES
DIEM MAGISTATVOS IVRI VENIAM ACCEPISTI
TIBI DIGNO PATRONO VNITVS POPVLVS VNA CVM
LIBERIS NOSTRIS STATVAM LOCO CELEBERRIMO
PATRIAE NOSTRAE PONENDAM CENSVERVNT.
30. Agro Falerno. L’estensione che Livio ne assegna sarebbe quella, che distendendosi tra il Volturno ed il Savone verso la spiaggia, abbracciala contrada in cui furono Urbana, Foro Popilio e Larissa. I moderni topografi lo riconoscono tra la sinistra dell’Appia ed il Savone, e tra monte Canicola e Calvi, val dire, che era Agro Falerno tutta quella estensione oggi occupata dai casali di Nocelleto, Pizzone, Francolise, Sparanisi e Falciano. Presenta in somma una forma triangolare dai dintorni di Sinuessa sino alle vicinanze di Casilino, nella distanza cioè di circa XXI miglia antiche.
Lodato è quest'agro dagli antichi per la fecondità e pregio de' vini e delle frutta.
Occupato dapprima dagli Aurunci passò poscia ai Pelasgi che cosi lo denominarono per analogia forse a luogo simile delle loro natie contrade. Da questi passò ai Campani, e da costoro ai Romani, che ai Plebei lo divisero nel 413, fondandovi una colonia, la quale andò soggetta alle incursioni dei Sanniti nel 448, agl’incendii ed alla devastazione de' Cartaginesi nel 535.
31. Agro Faustiano. Più che i vini dell’acro anzidetto furono da Plinio lodati quelli dell’agro Faustiano cosi denominato dal Vico dello stesso nome. Sorgeva questo presso Cedia, a VI miglia antiche da Sinuessa, edificato in guisa che l’Appia vi passava per mezzo, a giudicarne dal valore della parola Vico, che secondo Varrone significava la via rasentata da edificii da una parte e dal l’altra. Parrebbe da riconoscersi quest’acro propriamente dintorno & Falciano, presso il Massico, argomentandolo dalla generosità de' vini che produce, ed il villaggio Faustiano nel Casale di Carinola, dove non mancano rovine, cui chiamano i paesani col volgar nome di Pilla.
32. Campo Stellate. A mezzodì del descritto agro Falerno era il Campo Stellale a destra della Via Appia per chi esce da Roma per la volta della Campania. Fu cosi detto dall’essere fertilissimo e lieto, secondo Atejo Capitone presso Festo, perchè ai luoghi inaugurati infigevasi una laminetta metallica a guisa di stella. Un simile Campo Stellate fu presso la città di Capena nell'Etruria, tra il monte Soratte ed il Tevere, dal quale partitisi i Toscani, come dice Festo medesimo, al Campo della Campania imposero il nome. Corrisponde questo Campo a quello che chiamano oggidì Mozzone, a 3 miglia da Capua, e che è piano ed erboso. Fu forse di egual estensione del Falerno, perchè Rullo volevalo diviso a cinquemila coloni, assegnandone 12 jugeri per ciascuno, che è quanto dire di 44, 000 moggia napolitane. — I Sanniti vi furono combattuti e vinti nel 447. Annibale vi rimase chiuso nel 535, quando pe' gioghi del Canicola essendo penetrato nella Campania, ed andar volendo a Casino, fu guidato a Casilino. Cicerone dissuase la divisione che voleva far di questo con quello di Capua o Campano nel 689 il Tribuno P. Servilio Rullo; e ciò che non riusci a costui fu fatto da Cesare, il quale coll’Agro Campano il Campo Stellate, campo consecrato da' maggiori, al dir di Svetonio, cioè ad usi pubblici destinato, divideva a 20, 000 cittadini Romani.
Accampamenti di Annibale, di Claudio Marcello, di Silla. — Memorabile è restato nella storia il monte Tifata pe' diversi accampamenti positivi ad occasione delle guerre combattute nella Campania. i primi che vi si accamparono furono i Sanniti nel 412, quando mossero contro i Sidicini; ed i Consoli T. Veturio Calvino e Spurio Postumio dappoi, quando poco stante furono tratti nella Valle Caudina. Di questi accampamenti non rimase traccia, come di quelli che Annibale vi rizzava nel 536 per liberar Capua dall’assedio. Il luogo preciso che ancora dicesi Campo di Annibale, fu verso il villaggio di Morrone nella pianura sottoposta alla montagna della Croce.
Sullo stesso monte, e propriamente nell'ultimo suo angolo sopra Suessola, accampavasi il Pretore Claudio Marcello nel tener dietro all’esercito di Annibale.
E nella parte occidentale del medesimo attendeva Silla il suo esercito, quando reduce dall’oriente ruppe in questa contrada il Console Norbano.
34. Colli Aminei. Dalle celebri viti Aminee trasportate dai Pelasgi-Tessali in Italia presero nome diversi luoghi, fra gli altri quelli intorno Napoli ed il Vesuvio. Ma i Colli Aminei propriamente detti secondo il Corcia, sarebbero quelli del Massico o le stesse sue falde, donde cominciava, come si è detto, l’Agro Falerno. Ei si avvisa cosi sull’autorità di Macrobio, ne' cui Saturnali si legge: Uvarum ista sunt genera: Aminea, scilicet a regione; nam Aminei fuerunt, ubi nane Falernum est: asinusca, atrusca, albiverus.
35. Agro Statano. Ignorasi il preciso sito di quest’Agro. come pure la ragione del suo nome. Solo si conosce di essere stato contiguo al Falerno, e di essere stati i suoi vini superiori a quelli di tutti i luoghi vicini e lontani, nella qual rinomanza il tennero Ateneo e Strabone.
36. Foro Claudio. Sorgeva questa borgata, così detta forse da qualcuno della gente Claudia, a due miglia da Carinola sulla strada che mena a Roma ed a Napoli, ed in una pianura in cui le rovine son dette Civitarotta. Divenuta di qualche considerazione ne' tempi cristiani meritò di essere sede vescovile fino al secolo XI, quando fu trasferita a Carinola.
37. Tempio di Diana. Alle falde del Tifata ed a quattro miglia in circa da Capua sorgeva questo antichissimo tempio, alla cui Dea consacrava Silla, come si è detto, tutt’i campi intorno del monte e le acque medicinali che vi erano in gran fama. Augusto e Vespasiano ristabilirono e confermarono con lapide terminali gli antichi confini ai detti campi secondo che Silla a ve vali fissati, come rilevasi da questa iscrizione:
IMP. CAESAR
VESPASIANVS
AVG. COS. VIII.
FINES LOCORVM DICATOR
DIANAE TIFATINAE
A CORNELIO SVLLA EX
FORMA DIVI AVGVSTI
RESTITVIT
In altra iscrizione dell’anno 656 di Roma si legge com’erano il prospetto esteriore; ed in un titolo sepolcrale è parola di un locatore delle Terme di Diana costruite dove scaturivano acque calde e solfuree. Dagli acquidotti di queste, detti nel medio evo Formae, credesi derivato il titolo della Chiesa di S. Angelo in Formis, costrutta in parte sulle rovine del tempio, e dalle colonne del medesimo abbellita.
Due altre iscrizioni contengono due particolarità degne di essere ricordate. In una è detto che un Duumviro di Capua dedicava a Diana una statua per avviso ricevutone in sogno (EX MON.). Nell’altra si parla di uno de' maestri del tempio che in età di cinque anni era state onorato del cavallo pubblico dall’Imperatore Antonino.
E pur chiaro dal seguente marmo, che presso o intorno al tempio crebbe un Pago, o forse un aggregato di più paghi, detto Monte di Diana Tifatina che aveva il suo prefetto juridicundo:
D. M. S.
C. TERENTIO.
C. FIL. PAL
CARINO
PR. I. D. MONTIS
DIANAE. TIP
C. TERENTIVS
HYPERCOMPVS
FILIO. BONO
CONTRA. VOTVM
38. Tempio di Giove Tifatino. In un poggio dell’amena collina sulla quale siede la città di Caserta (antica), e propriamente nel villaggio di Piedimonte che dista dalla Reggia di Caserta (nuova) un miglio e mezzo, sorgeva il tempio di Giove Tifatino. La rinomata chiesa di S. Pietro ad Monte della già Badia de' Cassinesi, fu sulle rovine di questo tempio edificata, ed abbellita dei suoi bei marmi e colonne che ne sostengono le tre navate e la volta dell’atrio. Degli stessi marmi e colonne prese dalle rovine medesime si adornò pure la cattedrale di Caserta.
39. Campi di Celena, Arva Celennae. Son ricordati da Virgilio tra i pochi dominii di Ebalo, di cui si è parlato di soprani proposito di Ruffra e di Batolo. Essendo questi Campi variamente nominati e supposti da chi in un luogo e da chi in un altro, fia bene applicar anche qui l’autorità di Virgilio, che nominando i Campi di Cotenna in seguito di Ruffra e di Batulo, induce a crederli vicino ai medesimi.
40. Il Monte Massico. E conosciuto questo monte anche col nome di Monte Maggiore, perchè masswn in greco a maggiore o più lungo equivale. È infatti lungo dieci miglia nel suo dorso distendendosi dalle alture di Sessa nella direzione del Nord al Sud, dove più si eleva e propriamente Massico si appella. Poiché da esso comincia l'Agro Falerno, è pur con questo nome distinto presso gli antichi, e quindi anche come vitifero celebrato. Fra le grotte che vi sono, avvene una più grande detta di S. Marcellino osservisi adunato, come dicesi, un Concilio di 300 vescovi nel III secolo della Chiesa.
41. Il Callicola. Anche dal greco Kαλλικολώνη,, colle cosi denominato presso il Simoente, accorciato in Callicola, fu cosi detto questo monte della Campania quasi bella ed amena collina. Fra te diverse opinioni dei Topografi è da riconoscersi il Callicola nell’alto e ripido monte che dal Nord di Calvi si distende tra altri minori colli verso il Sud sino al Volturno, che lo divide dai Tifati. Prende anche il nome dai diversi villaggi posti alle sue falde, come a dire monte di Rocchetta, di Giano, di Pastorano, di Camigliano all’Ovest, e di Formicola all’Est. E restato celebre nella storia pel noto stratagemma di Annibale, che mettendo alle corna di due mila buoi fascine di sarmenti, ed appiccatovi il fuoco impaurì e fugò le romane milizie che ne custodivano le gole contro i Cartaginesi.
42. Il Tifata. Così detto secondo Festo, quasi elceto dall’elci ond’era rivestito, è quell’estensione montuosa che comincia ad un miglio dall’antica Capua, e si distende in una catena circolare di varie prominenze piegando verso Maddaloni, dove è diviso dai monti Sannitici di Durazzano. E rinomato nella storia pe' tempi di Diana e di Giove, e per gli accampamenti che vi posero Annibale ed altri, come si è detto al num. 33.
43. Il Saro. È il monte da cui spicciano le fonti del Sarno, donde il fiume, la città ed i popoli Sarrasti presero il nome
PARTE MARITTIMA |
44. Sinuessa. Chi dalla regione degli Ausoni penetrar voleva nella Campania, a IX miglia da Minturna sulla Via Appia incontrava Sinuessa posta sulla spiaggia in una piccola pianura e sul seno di mare, donde secondo Strabone trasse il suo nome. Vuolsi che detta anticamente Sinope, e che distrutta, non si sa quando e da chi, la nuova colonia Romana speditavi ad occuparne l’agro nel 456 di Roma, quel nome nell’altro avesse tradotto nel senso di accennare con esso alla curvità del seno Festino. E da Livio ricordata Sinope come città Greca e quindi di origine Pelasga. Annibale non avendo potuto sorprenderla, si limitò a devastarne le campagne nel 535. Di altra Colonia, dedottavi forse da Cesare, parla Frontino. Fu ornata di opere pubbliche nel 578 dal Censore Fulvio Fiacco, il quale fra le altre cose chiuse il Foro di portici e botteghe e vi eresse tre porte. Ovidio celebra Sinuessa dalle molte candide colombe; e da iscrizioni rilevasi di aver avuto anche l’Anfiteatro, di cui riedificava il podio un tal Sesto Cecilio Birroniano.
Fra tutt’i monumenti scopertivi il più bello è un grazioso epigramma greco di sei distici del poeta Giuniore, di cui riferiamo solo il pensiero colle parole del Corcia: «Eone, ancella o liberta di Druso ed Antonia, aveva forse i suoi predii su questa marina con qualche sorgente delle termali e celebri acque Sinuessane. Per raccomandare al concorso del pubblico ì bagni che fecevi costruire, eresse un tempio a Venere, ed oltre agli alberghi, baracche di verdura anche v’innalzava nella stagione estiva, dove trovar si poteva ogni agio e piacere. La stessa Dea con tutti questi agi ricorda nell’epigramma i grati lavacri che si trovavano sotto il suo tempio, ed Eone anch'essa invita i passeggieri ad onorare con Ciprigna e Bacco le ninfe delle salubri acque Sinuessane». Il simulacro di Venere era forse in atto di emergere dal mare, siccome accennano i primi versi dell’epigramma così tradotti:
Litoribus finitimam Sinuessanis Venerem
Hospes rursus pelago cerne egredientem.
Non si sa quando Sinuessa fosse venuta a mancare. Il Pellegrino si avvisa che cessato avesse di esistere verso la fine del III secolo dell’Era volgare. Rimarrebbero ancora gli avanzi del suo porto e dei suoi edificii, se le pietre non si fossero adoperate alla costruzione de' ponti sul Garigliano, quando il Viceré Duca d’Alcala apriva sui ruderi dell’Appia una nuova strada dal detto fiume alla volta di Napoli. Rocca di Mondragone, che ne dista due miglia, sorse dalle rovine di Sinuessa.
45. Cedia. Non si ha altra memoria di questa borgata (forse dipendente da Sinuessa, a cui era vicina) che da Plinio e da lapida esistente a piè della torre della Cattedrale di Carinola. Parlasi in essa de' coloni Sinuessani, Cediciani e Papii, a’ quali diede L. Papio uno spettacolo gladiatorio nell’Anfiteatro di Sinuessa. Stimiamo di riferirla, anche perchè di Cedia non ci rimane a dir altro, che probabilmente il suo sito fu verso Falciano, casale di Carinola, alla sinistra dell’Appia, ove si scoprivano nel secolo passato avanzi di antiche fabbriche, marmi, iscrizioni, vasi e medaglie.
L. PAPIVS L. F.TER. POLLIO DVOVIR. L. PAPIO. L.F.FAL. PATRI
MULSVM ET CRVSTVM COLONIS SENVISANIS ET CAEDICIANEIS
OMNIBUS MVNVS GLADIATORIUM CENAM COLONIS SENVISANIS
ET PAPIEIS MONVMENTVM HSCC 8 8 EX TESTAMENTO
ARBITRATIL. NOVERCINI L. F. PVB. POLLIONIS
46. Urbana. Dopo tre miglia dal Mazzone di Capua seguiva sul corso della Via Appia la piccola città o borgata di questo nome, è detta da Plinio colonia di Silla, e sì può credere fondata dai plebei Romani, ai quali fu diviso nel 413 l’Agro Falerno. La dissero quindi Urbana da Urbs la città di Roma per antonomasia. Distrutta forse dai Saraceni nel IX secolo è probabile che il suo sito sia stato presso ai Molini de' monaci ove fu scoperta questa lapida posta al Decurione di essa colonia C. Vibulo Labeone nel 156 dell’Era volgare.
C. VIBVLVS C. F. STEL.
LABEO
PRAEF. ALIM. ET DECVR
COL. VRBAN
AQVAR. CVRSUS REST
EX S. C.
M. SILVANO ET
AVGVRINO COS
47. Volturno città A IV miglia da Sinuessa sulla foce ed alla sinistra sponda del fiume Volturno sorgeva la città dello stesso nome. L’odierno Castelvolturno occupa dell’antica solo una parte, mentre le rovine della rimanente si osservano tra alcuni vigneti, dove dicono la Civita, De’ suoi primordii dee pensarsi lo stesso che di tutte le città parimenti poste sullo sbocco de' fiumi, che cioè non fu altro in origine che una stazione a comodo de' commercianti, come Ostia, Minturna, Pompeja. Nella seconda guerra Punica munitone di mura più forti il castello dai Romani, una colonia vi spedivano nel 558 di soli 300 coloni, come a Literno e Puteoli in difesa della loro conquista. È da Festo nondimeno fra le Campane prefetture noverata; e da iscrizioni è chiaro che Augusto una nuova colonia vi dedusse.
Nei primi tempi del Cristianesimo ebbe Volturno vescovi suoi proprii, quando essere dovea più grande che oggi non è Castelvolturno.
48. Literno. Anche sulla foce ed a sinistra del Clanio, a VII miglia dalla descritta città, sorgeva l’altra di Literno, la cui origine è sconosciuta. Ebbe una colonia di 300 cittadini Romani nello stesso anno 558 che l’ebbe Volturno. Annoverandola Festo tra le prefetture della Campania, che avevano Pre fotti creati per voti del popolo, non già mandati dal Pretore Urbano; pare che abbia dovuto essere di qualche importanza. Infatti Papio Mutilo occupavate nella Guerra Sociale, ed obbligava a militar fra le sue milizie i prigionieri e i servi che vi prese. Augusto vi spedi una colonia secondo un marmo sepolcrale posto ad un M. Canulejo Quatuorviro e Prefetto a giudicar le liti di questa colonia, il cui nome alterato in quello di Cannolera, ancor dura al sito dove era il sepolcro, e dove rinvenivasi la lapida nelle vicinanze cioè del lago di Patria.
Conservossi Literno in qualche splendore sin verso la fine del IV secolo sotto l’Impero di Valentiniano II; e credesi rovinata da’ Vandali nel 455. Ebbe i proprii Vescovi sino ad un secolo dopo, quando aveva già cambiato il nome di Literno in quello di Patria per la ragione che sarà della al num. 82, dove parleremo della Villa di Scipione. Abbandonata affatto nel secolo VIII, il suo territorio aggregato venne a quello di Napoli.
Sorger doveva Literno dove proprio fu poscia innalzala la Litorale Torre di Patria, presso la quale vedevansi ancora vestigio delle antiche rovine fino al secolo XVI.
49. Cuma. L’antichissima origine di questa città si perde ne' tempi mitici o favolosi. Ha dato perciò luogo a svariatissimo ipotesi degli eruditi, che chi ha vaghezza di conoscere potrà riscontrarle nel Corcia, il quale ne ha tessuto lo storico ragguaglio con la sua solita critica e diligenza.
Ricorda Strabone la prosperità cui giunse la greca colonia, che venne ad abitare il fertile suolo di Cuma molto proprio alla navigazione ed al commercio. Anche Livio ricorda i Cumani come possenti addivenuti per forze navali su questa spiaggia; sicché fatta prima una scorreria nelle isole vicine di Enaria e Pitecusa, si stanziarono poscia nel continente, e stabilirono colonie a Napoli, a Nola, ad Abella, a Zancle in Sicilia poi detta Messene ed indi Messina, ed un’altra in fine anche fuori dell’Italia, che sarebbe l’unica uscitane come il Corcia si avvisa. Egli è Pausante che ha conservato la tradizione di quei di Tritea nell’Acaja, i quali tenevano per fondatore della loro città, un Celbida ivi giunto dalla Cuma degli Opici,
Resistettero i Cumani ai Tirreni, che con altri popoli erano mossi per soggiogarli nell'Olimpiade LXIV, e cinquant’anni dopo allorché si ebbero in ajuto una flotta da Jerone re di Siracusa Soccorsero i latini assediati in Ariete da Porsenna, e fu allora che Aristodemo Malaco, il generale che avevali guidati alla vittoria, occupò la repubblica e ne divenne tiranno. Per 14 anni si stettero i Cumani in una vergognosa schiavitù, dalla quale si riscattarono uccidendolo. Nella lunga pace che godettero, e per la conseguente prosperità infiacchiti non valsero a resistere ai Campani, che nel 416 avanti Gesù Cristo gravi insulti arrecarono a Cuma. D’allora in poi imbarbarita, malgrado le tracce che ancor serbava della greca civiltà, le antiche leggi ed istituzioni religiose, cominciò a decadere.
Nella pace generale con Capua ed altre città della Campania, nel fine della guerra latina, compresi anche i Cumani ottennero il dritto di municipio, ma senza suffraggio che fu loro concesso nel 537. In questo stesso anno il Senato Cornano si dichiarò per Roma contro Annibale, ed informalo avendo opportunamente il Console Sempronio Gracco di ciò che operavano ad Hame i Campani che tenevano pe' Cartaginesi, li fece sorprendere e distruggerne un gran numero. Accorso Annibale ad assalir Cuma difesa dal Console, ne fn respinto. Seri ve Feste, che da Roma vi si mandava un Prefetto, ma per rendervi giustizia ai cittadini Romani che vi dimoravano. Nel 572 il Senato concesse a Cuma di usare la lingua latina nelle pubbliche faccende e nelle contrattazioni commerciali. Un tal decreto, come riflette Winckelmann, fu piuttosto un comando che una grazia. Vi spedi Ottavio dopo la battaglia di Azzio una colonia militare. Il delizioso sito di Baja, che richiamò i Romani a godere delle sue amenità, contribuì alla decadenza di Cuma, di cui Giovenale parla come quasi spopolata in confronto di Baja.
Nondimeno Agazia la descrive come una delle più forti città d’Italia verso la metà del AI secolo, difesa da un vallo da propugnacoli e da torri. Narsete assediavate contro Totila Re dei Goti che vi si era rifugialo, danneggiandola non poco. Ristoravate di tali danni Flavio Nonio Erasto, Preside della Campania, Prefetto della flotta in Italia e Conte del sacro Palazzo, rifacendo le torri, le mura e le porte della città nell’anno 558, ovvero XXXII di Giustiniano, come rilevasi dal seguente marmo scoverto ira quelle:
Μ. Θ. Δ.
FL. NONIUS. ERASTVS
V. P. PRAEF. CLASSM. MARIT
COMES S. II. PRAES. CAMPAN
TVRRES VRB. MVROS ET PORT
REFECIT
DD. N. IVSTINIANO P. AVG. ANN.
XXXII.
Σ. Θ. Γ.
Ben poco si conosce de' suoi pubblici edificii, perchè durata sino ai primi anni del secolo XIII, andarono ad essere poco a poco trasformati. Pare che siavi stato un tempio di Apollo Zosterio, come rilevasi da una iscrizione che si conserva nel Real Museo, di Giove Statore, di Ercole dedicato a Vespasiano, e forse anche un tempietto al Genio del municipio, leggendosi in una lapida:
NUMINI SANCISSIMO
GENIO MUNICIPI
SACRUM
P. IVBENTIVS. ANCHARIVS. IIVIR
ET IVNIVS. POLLVX MAIOR IIVIR
ET T. LANGIVS. PAITVS. AVGVR D. DD.
Si veggono inoltre nella parte bassa di Cuma reliquie di bagni, e poco lungi dall’Arco Felice, dai Romani eretto ad ornamento della strada che aprirono nella collina tra Cuma e Puteoli, anche i pochi ruderi dell’Anfiteatro. Infine di città cotanto illustre, se non rimangano che pochi avanzi di strade nel piano ora occupato da vigneti, ed una porta nella quale (metteva te via Domiziana, restano le molte e belle monete, la memoria della sua celebrità, de' suoi calici encomiati da Varrone, ed i non ignobili suoi vasi.
50. Baja, Bajae, A tre miglia da Cuma seguiva ad Ovest il delizioso sito di Baja. Ignorasi se nei tempi anteriori ai Romani fosse stata luogo abitato. Orazio ne parla come di un Vico, e Gioseffo Flavio la ricorda col nome di piccolo oppido quando già vi si erano molte ville edificate, e per modo che Strabone dalla loro contiguità e magnificenza non dubita di asserire di essere ivi surta una nuova città non men grande di Dioearchia. Dion Cassio all’incontro la ricorda come una semplice località della Campania, senza dirla pago o villaggio. Or fa maraviglia come anche il nome di un luogo su di una spiaggia vanti favolosa origine non altrimenti che una città, derivandone il nome chi da un Bajo compagno di Ulisse, e chi da Baja la balia di Euximo compagno di Enea. Inclina il Corcia a crederla detta Baja da Bai, col qual nome erano dette le ani me dagli Egizii, Egizii, e va all'idea dell'evocazione che facevasi delle ombre o anime de' morti nella prossima grotta dell’Averno. Noi trovando plausibile questa derivazione la estendiamo a dar ragione delle parole beati, beare; e baia non altro sarebbe, se non luogo che bea o fa beato chi vi si trattiene; sarebbe allora l’Eliso vero e reale detto alla Romana per significare il luogo di beatitudine de' vivi e non dei morti, pei quali vi aveva proprio più innanzi sulla stessa spiaggia l’Eliso favoloso.
A cagione del porto che naturalmente offriva, dee credersi Baja una stazione delle navi di Cuma, dove, come a Caeta rispetto a Formia, si crebbe ne' tempi susseguenti qualche borgata.
La celebrità di Baja intanto non le venne dal porto ma dall’amenità del sito e dalle molte sue acque termali e medicinali, che richiamarono i voluttuosi Romani ad ergervi sontuose moli di palagi e di pubblici bagni nel tempo della Repubblica e dell’Impero.
Vi sursero anche templi sacri a Venere a Diana e a Cibele. Una iscrizione che si conserva nel Real Museo accenna al primo; Properzio parla del secondo; ed un’altra lapida, scoperta nel 1785 presso di Baja, parla del terzo nel decreto che contiene riguardante reiezione del sacerdote di Cibele detta MATRIS DEAE BAIANE nel tempio di Vespasiano a Cuma. Parendoci pregevole pel modo che tenevasi in eleggere un sacerdote, abbiam stimato non di trasantarla come che lunga:
M. MACRIO. BASSO. L. RAGONΙΟ
QUINTIANO. C. S. K. IVNIS
CVMIS. IN TEMPLO DIVI. VESPA
SIANI. ORDINE. DECVRIONVM
* QUEM.M. MALLONIVS. VNDANVS
ET.Q. CLAVDIVS. ACILIANVS. PRAET
COEGERANT. SCRIBVNDO. SORTE
DVCTI. ADFVERVNT. CAELIVS. PAN
NYCHVS. CVRTIVS. VOTIVOS. CONSIDI
VS. FELICIANVS. REFERENTIBVS. PR
DE SACERDOTE FACIENDO MATRIS
DEAE. BAIANE.IN.LOCVM. RESTITVTI
SACERDOTIS. DEFVNCTI. PLACVIT. VNI
VERSIS. LICINIVM. SECVNDVM
SACERDOTEM FIERI
XV.SAC. FAC. PR.
ET. MAGISTRATIEVS. CVMAN. SAL
CVM. EX. EPISTVLA. VESTRA. COGNO
VERIMVS. CREASSE VOS. SACERDOTEM
MATRIS. DEVM. LICINIVM. SECVNDVM
IN LOCVM.CLAVDI. RESTITVTI. DEFVN
CTI. SECVNDVM. VOLUNTATEM. VESTRA
PERMISIMES. EI. OCCAVO. ET
CORONA. DVM. TAXAT INTRA
FINES. COLONIAE. VESTRAE VTI
OPTAMVS. VOS. BENE. VALERE
PONTIVS. GAVIVS. MAXIMVS
PROMAGISTRO. SVSCRIPSI. XVI. KAL
SEPTEMBRIS. M. VMBRIO PRIMO
T.FL.COELIANO. COS.
Gli Scrittori che questa iscrizione hanno illustrato la credono della fine del III secolo. Sino alla linea XV essa contiene il decreto de' decurioni di Cuma nella elezione di Licinio Secondo a sacerdote del tempio di Cibele a Baja in luogo del defunto Claudio Restituto; e nel resto riferisce il rescritto del Collegio de' Quindecemviri di Roma, che nel confermare la elezione, accorda al novello sacerdote di poter portare nel perimetro della Cumana colonia, in cui Baja era compresa, la corona e l'occavo, che alcuni interpetrano per collana ed altri per coltello da sacrifizii.
Altri pubblici edifizii tenuti comunemente per templi, non esclusi quelli che diconsi di Mercurio e di Venere Genitrice, non sono altro che pubbliche terme. Non etano che vaste sale a volta, la cui forma a guisa di cupola facevale nominar Trugli dal greco τρουλλος. Ne sussistono ancora due. Gli eleganti stucchi ond’è fregiato quello che dicono di Venere, furono fatti copiare in disegno da Raffaello per mezzo dei suoi corrispondenti, che ben pagava e manteneva così in questi nostri luoghi, come in Sicilia, ad oggetto di far tesoro degli avanzi dell’arte antica, come riferisce il Vasari.
Quant’altro merita di essere ricordato dei particolari di Baja sarà detto minutamente a suo luogo. Basti per ora questo rapido ragguaglio che chiudiamo col cenno delle dissolutezze, per le quali divenne ancor celebre si deliziosa dimora. A tempo di Cicerone era men che onesto chi a Baja si fosse intrattenuto; di tal che Clodio ne gravò la riputazione del grand’Oratore per esservi andato. Eppure Cicerone delle venti ville che possedeva, niuna n’ebbe in questo luogo, che gremito in guisa da non ammetterne più sul continente, andavasi protendendo nel mare, come ne fan fede le moli delle fabbriche buttate in mezzo alle onde. Cicerone a sua volta ne fece simile rimprovero a Clodio. Un frammento di una delle satire di Varrone intitolata Baja, mostra che era già divenuto celebre per corruzione più che pei bagni è per le altre delizie. Properzio voleva che la sua Cinzia si disponesse ad abbandonar quel luogo, dove Marziale diceva delle Dame Romane, che vi andavano Penelopi e ne tornavano Elene. Seneca infine il predicò soggiorno de' vizii, dove non s’incontravano che ubbriachi erranti per la spiaggia, non si vedevano che stravizzi e bagordi, e non si udivate il frastuono decantanti sui laghi di Lucrino e di Averno. Quelle sponde non echeggiavano che di sinfonie e di canzoni oscene delle cortigiane, che vi si aggiravano sulle loro variopinte barchette.
51. Miseno. A piè del promontorio di questo nome, dalla parte di Maremortc, sorgeva la città di Miseno, la cui origine antichissima anche è involta tra favole, derivandosene il nome da un compagno di Ulisse, oppur da un eloide trombettiere di Enea che vi fu sepolto. Dal greco che significa odioso, fu forse cosi detto il promontorio dall’essere periglioso il marea passarsi, preciso dalla parte occidentale, perchè sempre tempestoso. Quivi avvenne il celebre congresso di Ottavio, Sesto Pompeo ed Antonio, in cui l'Orbe Romano si divisero.
Secondo Licofrone la città vi fu fondata dai Napoletani, ed è credibile che avendola essi tenuta per stazione delle loro navi, fosse andata crescendo in piccola città in processo di tempo, e che maggiormente fosse poi cresciuta quando Augusto vi spedi una colonia ricordata da una lapida.
Si conservò Miseno nel suo splendono fino al declinare del secolo IX quando era sede del Vescovo, ed anche di uno dei Conti soggetti al Ducato di Napoli. Fu nell’860 distrutta dai Saraceni, ed il suo territorio fu allora unito a quello della prossima Isola di Procida. Nel luogo ancor detto Vescovado di Miseno si riconoscono gli avanzi del suo teatro; ed in un’iscrizione, in cui si parla della Colonia Misenate, è menzione delle pubbliche terme.
Vi fu bellissimo porto, in cui tenne Augusto una flotta a difesa del Tirreno, come l’altra in quello di Ravenna per tutela dell’Adriatico. Vedesi ora il detto porto diviso in due parti da un argine in linea traversale per opera del tempo. Quella parte che si avvicina a Procida, lunga 700 passi e larga 300, si è creduta lasciata per un vivajo, ma l’acqua divenutavi quasi stagnante, per cui si nomina Maremorto, costeggia gli Elisi. L’altra parte verso il Sud, lunga 750 passi e larga 300, è detta Acqua morta, e bagnai favolosi regni Tartarei.
Grandi moli e piloni di opera laterizia vi si osservano a fior d’acqua nel principio del seno che Maremorto precede. Vi sembrano gittati per rendere il porto più comodo e sicuro proteggendolo così dall’impeto de' marosi. Le altre fabbriche t simili intorno al Maremorto medesimo furono forse magazzini od altro simigliarne ad uso di porto, il quale ebbe pure il suo faro sul vicino monte, come quello di Puteoli.
Molte iscrizioni ricordano gli Ammiragli, i Trierarchi, i Classiarii, la flotta Misenate, e la Schola Militum, da cui è ancora denominata corrottamente Miliscola la pianura tral promontorio Miseno e Procida, dove i giovani soldati Romani. si esercitavano nelle armi. Di esse riferiamo quest’ultima per convalidare con le sue parole un luogo di Vegczio sul senso della parola Armatura (69).
SCHOL. ARMATVR.
FL. MARIANO V. P. PRAEF.
CLASSIS ET CVRATORI
REIP. MISENATIVM CVIVS
NOBIS ARGVMENTIS
PONTE LIGNEVM QVI PER
MVLTO TEMPORE VETVSTATE
CONLAPSVS ADQVE DESTITV
TVS FVERAT PER QVO NVLLVS
HOMINUM ITER FACERE
POTVERAT PROVIDE FECIT
DEDICAVITOVE OB MERITA EIVS
HONESTISSIMVS ORDO DIGNO
PATRONO
DEDICATA IDIB. APRILIB.
QUINCTILLO ET PRISCO
COS.
Poco al di là de' ruderi della Cattedrale di Miseno, è Torre di Cappella, si ammira tuttavia alle falde del monte un’altra delle magnifiche costruzioni Romane, ossia la celebre grotta Dragonara o Traonaria, il cui spazio medio è circa 180 piedi largo e lungo 200, già in parte riempiuto dalle crollate volte, che erano sostenute da dodici grossi pilastri posti in quattro file. Le gallerie che da tal compartimento nascevano, erano tutte rivestite di stucco, ed in una di esse trovasi una vasca ancor piena di limpidissima acqua, che distillandovi dal prossimo monte ha dato a credere a taluni scrittori di essere stata una vastissima cisterna per uso della flotta, ed a tal altri che fosse la gran piscina coverta e chiusa da portici ordinata da Nerone. Il Corcia l’attribuisce alla villa di Lucullo.
52. Dicearchia o Puteoli. Nell’odierna città di Pozzuoli ed un po’ più sopra dell’attuale suo sito si distendeva l’antica originariamente detta Dicearchia e poscia Puteoli. Vuolsi fondata da una colonia di Samii, cui fecero facile accoglienza i Cumani, perchè sentivano il bisogno di rendersi più formidabili contro i Tirreni, che preso avevano a travagliarli. Supponesi detta Dicearchia dalla residenza che vi ebbe il Dicarca, o dal giusto Governo (dikh arch) onde fu retta, o in fine da un Dicearco o Dicarco condottiero della Colonia. Cominciò poi a dirsi Puteoli, allorché nelle guerre con Annibale vi spedireno i Romani una colonia, la quale prese tal nome o dai pozzi o dal puzzo di quelle acque solfuree, poiché in linguaggio tirreno il solfo anche dicevasi pute. Altri pensano che i Romani avessero latinizzato la parola Dicearchia in Puteal, cioè tribunale del Pretore; ma questa opinione non è ricevuta come l’altra, che si attiene all'idea del putore.
Le vicende di Dicearchia sono ignote fino almeno alla seconda guerra punica, nella qual circostanza i Romani cominciarono a frequentarne il porto, ed il Senato avendo fatto fortificar la città nel 537 da Q. Fabio, un presidio pur vi spediva di sei mila uomini, che nell’anno seguente valsero a rendere vani gli sforzi di Annibale nel tentare di occuparla. Quattro anni appresso sciolse dal suo porto C. Nerone con una flotta per la Spagna; e non guari dopo a Dicearchia giungevano ambasciatori Cartaginesi per trattar di pace colla Repubblica. Prima però che Augusto vi avesse fatto arrivare una colonia più numerosa della prima, già nel 558 venia quella rinforzata di altri 300 coloni in seguito del plebiscito del Tribuno della plebe. C. Acilio. Circa questo tempo cominciò ad usarsi il nome di Puteoli, che Cicerone chiama municipio, de' cui dritti venne a godere dopo la Guerra Sociale, anche per aversi eletto in persona di L. Silla il suo proprio legislatore. Sotto Nerone, e solo durante il suo impero, fu Puteoli detta Neronea, il qual nome andò commutato sotto i Flavii in quello di CoIonia Flavia Augusta, e poscia in quello di Colonia Augusta solamente come prima era detta.
Fu il suo porto secondo Strabone il più frequentato d’Italia, e preciso dagli Alessandrini; in guisa che, come Delo passava pel primo emporio del mondo allora conosciuto, così Puteoli meritò di esser detto Delo minore, come Festo assicura nella v. Minorem Delum sull’autorità di Lucilio, che disse: Inde Dicearchum populos, Delumque minorem, Alcune iscrizioni fan parola di mercanti Jeropolitani e Beritesi stabiliti in Puteoli, e di mercanti Puteolani che nell’Egitto, nell’Asia e nella Siria negoziavano.
Tra gli avanzi grandiosi di queste città è degna di ammirazione la gran diga ad archi e piloni dell’antico porto, quella che dicono ponte sul mare di Puteoli, e che erane il molo. Costruito a basse arcate, sotto alle quali frangendosi e passando i marosi, il mare vi entrava ed usciva senza commuovere gran fatto le navi, con un muro sulle arcate medesime le riparava dalle agitazioni de' venti. parecchie iscrizioni ricordano i restauri che ne fece Antonio Pio. Ma non il solo portò cosiffatto vantava la spiaggia Puteolana. A giudicarne da tante altre fabbriche sott’acqua ed in diversi punti di quel seno, ben consentono a Puteoli la rinomanza di grandissimo emporio gli altri minori ricoveri. Son essi somiglianti a piccioli porti costruiti con minori dighe, ed argini per sopperire alla frequenza dei navigli, cui non bastava il gran porto, malgrado che per 25 arcate, di cui restano ancora 16, si protendesse nel mare.
Dei molti e magnifici templi restano gli avanzi e la memoria di quelli di Nettuno, di Diana, delle Ninfe, dell’Onore, di Serapide e di Augusto. Era il primo all’ingresso del porto, ove malgrado che il mare ritirato si fosse dalla spiaggia verso il principio del secolo XVI, ne rimasero interrati i ruderi, che sol da mezzo secolo a questa parte il ritorno del mare cominciò a mostrare in parte, portandone via il terreno. Quello di Diana quadrato nell’esterno, e rotondo nell’interno era più oltre del precedente, ed a mezzo del cammino verso l’Anfiteatro. Le statue di Diana, di Cibele e della Fortuna scopertevi cogli avanzi di belle colonne e capitelli corintii dan chiaro argomento della Sua sontuosità. Del tempio delle Ninfe, che era poco lontano dalla villa, ovvero Accademia di Cicerone, parte de' ruderi è ancora visibile, e parte con molte colonne è ricoperta dal mare. Ne parla Filostrato serbando memoria della vasca di bianco marmo, che un fonte riempiva, per modo da non mai traboccare o scemarsi per quanto se ne attingesse, e de colloquii che vi ebbero a tal fonte assisi i seguaci del celebre filosofo Apollonio Tianeo, Daniele e Demetrio, dolenti della persecuzione del maestro cui attendevano da Roma. Del tempio sacro all’Onore si ha memoria nel marmo contenente una legge Puteolana dell’anno di Roma 648, di cui parleremo qui appresso, e nella quale leggonsi queste parole.
EISDEM. FORES. CLATRATAS. II. CVM. PASSIBVS. AESCVLNIEIS
FACITO. STATVITO. OCCLVDITO. PICATOQVE. ITA. VTEI. AD AEDEM
HONORVS. FACTA. SVNT.
Se ne veggono gli avanzi al di là del tempio di Nettuno; e se, come pare, servi di modello in qualche parte a quello di Serapide, almeno nelle porte con inferriata, ed imposte d’eschio impegolato, esser non doveva men sontuoso.
Del tempio di Serapide. quasi ancora esistente, oltre dei nobilissimi avanzi che sono in piedi, rimane pur quasi intero il Serapeo, cioè un grande edilizio annesso al tempio ad uso di stufe e bagni caldi, cui accorrevano infermi per guarigione, attribuendo a Serapide la virtù stessa che ad Esculapio. Discoprivasi il tempio non prima del 1750 ed in esso la citata iscrizione, che serbasi nel Real Museo, onde rilevasi di essere stato di Serapide, come leggesi in queste prime linee che riportiamo:
AB. COLONIA. DEDVCTA. ANNO. XC.
N. FVFIDIO. N. F. M. PVLLIO. DVO. VIR
P. RVTILIO. CN. MALLIO COS.
OPERVM. LEX. II.
LEX. PARIETI. FACIENDO. IN. AREA. QUAE. EST. ANTE
AEDEM. SERAPI. TRANS. VIAM...
È lungo il tempio, compreso il Serapeo, palmi 250, largo 200. Delle sei colonne di marmo cipollino alto palmi 48, che ornavano il fronte o pronao della cella, rimangono tre ancora in piedi. Il suo interno formava un portico quadrato di 40 bellissime colonne, innanzi a cui stavano altrettante statue coi loro piedistalli. Nell’area di mezzo, che era scoverta, sorgeva un tempietto rotondo con colonne di marmo africano d’ordine corintio anche ornate di statue, e con in mezzo un altare, a cui menavano quattro scalinate. Si osservano nel recinto del portico 16 stanze da bagni per gli infermi ed altre 16 al di fuori. Dal monte dietro del tempio scaturiscono le diverse fonti delle acque medicinali, che per condotti avevano comunicazione colle dipendenze del tempio medesima o Serapeo. Il suo maggiore ingresso era a mezzogiorno, e costituiva una specie di vestibolo sostenuto da sei pilastri; quattro altre entrate minori, cui si perveniva per corridoi coperti, erano in mezzo ai due lati principali.
Venne questo celebre edilizio disotterrato per cura di Carlo III, che le colonne ed i marmi faceva destinare ad abbellimento della Reggia di Caserta, ove notabili son quelle di alabastro che ne adornano il teatro.
Il tempio che L. Calpurnio dedicava ad Augusto non fu meno degli altri magnifico e sorprendente. Su di esso fu costrutta la chiesa di S. Procolo, che ora è la cattedrale in mezzo alla città di Pozzuoli. Vi si veggono in un muro le sommità di sei colonne di ordine corintio con una parte dell’architrave e del fregio in cui leggevasi:
L. CALPVRNIVS. L. F. TEMPLVM
AVGVSTO. CVM. ORNAMENTA
Questa iscrizione or vedesi sopra la porta piccola della cattedrale medesima, ove in un’ altra si legge il nome di L. Coccejo che ne fu l’architetto.
Delle altre moltissime fabbriche ed insigni, che van già dette proverbialmente le Antichità di Pozzuoli, non possiamo permetterci altro per ora che un semplice novero per descriverle poscia dove particolarmente dovrà parlarsi di questa illustre città Eran desse il Ginnasio, il Teatro, l’Anfiteatro quasi intero è solo mancante de' marmorei ornamenti, non ha guari disseppellito dal terreno di alluvione, onde furono interrati tanti altri pubblici edifizii: lo Stadio, l’Odeo ovvero Teatro coverto; ed oltre ai suddetti templi quelli ancora di Dusare ovvero Bacco secondo Esichio, di Demetera o Cerere, di Ercole, di Giunone Pronuba dedicatole da Silvia Petronilla in memoria del primo di delle sue nozze, del Genio della Colonia eretto dal Seviro Augustale Aurelio Ermodione, e di Giove infine, che ne aveva ben tre pe' diversi suoi titoli di Ottimo Massimo, di Custode e di Vincitore. Fuori di questo novero vanno molti altri templi delle sue vicinanze, e quelle celebri località, che verranno qui appresso ricordate in tanti diversi articoli. Epperò tra per quello che andremo a dirne in essi e quello che sarà discorso a suo luogo, qui diamo termine al non breve sebbene incompleto ragguaglio di Dicearchia, è passiamo a quello, che sarà pur rapidamente e per sommi capi qui dato, della mai sempre celebratissima.
53. Neapoli. Il nome di questa Nuova Città, qual suonata greco, ricorda l’altro della più vetusta in quello di Palepoli, non però si che l’una sia dall’altra derivata, o che l’una sia stata dall’altra tanto disgiunta, che se ne siano conosciuti nell’antichità quali ne fossero i confini, come distinti ne furono i nomi. Malgrado che Livio chiaramente avesse detto: Palae polis fuit haud procul inde, ubi nunc Neapolis sita est; duabus urbibus populus idem habitabat. Cumis erant oriundi: tuttavolta non son mai arrivati gli eruditi ad accordarsi sui precisi confini di amendue. Molto meno han potuto mai convenire sulle indagini dirette ad esplorar da chi e quando fu fondata. Son tali e tanti fra gli scrittori gli arzigogoli e i dispareri da non potersene distrigar nulla che non risenta delle favolose o almeno oscure tradizioni, nulla che non sappia di qualche stranezza, se per poco non si assecondi il genio di coloro, che delle fole si compiacciono e delle poetiche immaginazioni. Non potendo impigliarci di cosiffatte ricerche, come più volte abbiam protestato, ci limitiamo a dare delle conclusioni, che ci son parute più accettevoli, rimandando chi non se ne accontenta alle opere di coloro, che a furia di erudizioni abbagliano sempre ed istruiscono di rado.
A chi fassi a studiar le origini di Napoli occorrono i nomi di Falero, Partenope, Palepoli e Neapoli, di cui gli è forza rendersi primariamente ragione. Troverà nell’oscuro vaticinio di Cassandra in Licofrone, che Partenope, figliuola di un figlio di Teti, slanciatasi colle altre sue suore Leucosia e Ligea a una rupe nel Tirreno, fu cacciata dalle onde e sepolta dove era la Torre di Falero; e ne dedurrà che questa torrefa il primo edifizio surto a memoria d’uomo sulla spiaggia di Napoli occupata. Cercando poi di Falero autore e fondatore della torre chi si fosse e donde venisse, dopo averne raccolto tante diverse opinioni per quanti scrittori ne han favellato, vien la voglia di compiangere o ridere della franchezza, onde nel 1594 sotto un’antica testa creduta di Partenope, oggi detta Capo di Napoli presso la chiesa di S. Eligio al Mercato facevasi incidere questa epigrafe: Parthenopes Eumeli Phalerae Thessaliae regis filiae, Pharetis Creteique regum neptis proneptis, quae Eubea colonia deducta civitati prima fundamenta jecit et dominata est, Ordo et Populus Neapolitanus memoriam ab orco vindicavit. MDLXXXXIIII. Per quale si voglia di queste ed altre supposizioni si parteggi, è indubitato che Partenope fu città, quella stessa che poi fu detta Palepoli (70) per distinguerla dalla Neapoli, la quale non è chiarore fu un accrescimento di quella per nuove colonie sopravvenute, localmente distinto e separato secondo il luogo di Livio dianzi riferito, oppure un semplice dilatamento secondo alcuni, o la città esteriore rispetto all’interiore e sotterranea secondo altri (71). Tutti questi dubbii ed ipotesi si offrono alla mente di chi scorrer la storia delle origini di Napoli; dubbii ed ipotesi, che non presumiamo schiarire né accrescere con quanto ci facciamo a dirne anche noi per non lasciar solo seccamente enunziata questa rassegna di tradizioni.
Se involta fra tenebre inestricabili è l’origine di Falero; quella dr Partenope, indubitatamente personificazione di qualche colonia, che tutti riconoscono proveniente da Cuna, è solo oscura o almeno variamente assegnata, in quanto alla ragione del nome. Dai più si fa di Partenope una Sirena, da cui si denominò la città per essersene scoperto il sepolcro, proprio in quel luogo che la colonia aveva scelto per fondarvela; seppure scelto il sito di Falero e scavando le fondamenta delle nuove abitazioni non si fossero imbattuti nel monumento di Partenope. Da altri, che si compiacciono di origini Fenicie, trovasi non altro significare Partenope, secondo i radicali di quella lingua, Parthenope, che leale clima, cioè fertile, felice.
Ma come cominciò Partenope a dirsi Palepoli, che è quanto dire: come surse Neapoli? Ecco la giusta domanda, cui non può niegarsi una risposta, e per renderla non dee ricorrersi a favole o altre simili fantasticherie. Tutti gli scrittori si accordano in ripetere da Cuma l’origine di Partenope. Via bene però notare alcune circostanze relative all’origine della stessa Cuma. Vogliono alcuni che i coloni fondatori di essa fossero venuti in una volta parte dalla Cuma città dell’isola Eubea guidati da Ippocle, e parte dalla Calcide altra città dell’isola medesima condotti da Megastene. Strabone assicura che la primitiva colonia fondatrice di Partenope fosse stata de' Cumani propriamente detti, e che in processo di tempo un’altra vi si fosso trasferita di Cumani Calcidesi, per l’aggiunzione de' quali fu necessario distinguersi l’antica Partenope col nome di Palepoli, e con quello di Neapoli la nuova giunta. Ma Lutazio, antico Scoliaste di Virgilio ci fa meglio conoscere i particolari che accompagnarono questa fondazione. Stabilitasi, ei dice, una colonia di Cuma a Partenope, ben tosto i Cumani» temendo che la città da essi edificata, per la sua vantaggiosa posizione, non nuocesse Alla metropoli, distrussero la città nascente. In pena di ciò videsi Cuma travagliala dalla peste, il cui flagello allora si allontanò dalle sue mura, quando per comando dell’oracolo ebbe rialzata la città distrutta, che perciò dissero Neapoli. E chi poi si facesse a domandare il quando di siffatto avvenimento, fia meglio non rispondere, che arbitrariamente fissarlo con alcuni a 20 e con altri a 200 anni dopo la fondazione di Cuma, con l’ignarra a 400 anni dopo quella di Roma, e col Niebuhr a 426 anni avanti G. C.
Or quello che più cale di determinare è il sito della Palepoli cui non vagliono a precisarci né il passo di Livio di sopra riferito, né l’altro del medesimo storico, dove dice di Pubblilio Filone, duce de' Latini, che preso avendo un’ acconcia posizione tra Palepoli e Napoli, metteva queste due città nella circostanza di non potersi scambievolmente difendere: Jam Publilius inter Palaepolim Neapolimque loco opportune capto diremerat hostibus societatem auxilii mutui, anche perchè il Martorelli, non senza fondamento, si avvisò di correggere quel Neapolimque in Nolamque, per far che lo storico non fosse in contraddizione con se stesso. Ma è d’uopo confessare che quanti scrittori sonsi accinti a questa impresa, non solo non vi son riusciti, ma quel che fa più maraviglia si è, che in risultamento delle loro indagini la Palepoli è sparita. Il luogo infatti, dove tutti convengono in supporla, vai dire nella parte orientale di Napoli odierna verso la porta e la regione Capuana insino al mare presso il Sebeto, niun segno presenta che tal supposizione avvalori.
Ma se Palepoli sfugge alla vista degli occhi volgari, ben essa si ravvisa da coloro che leggono i Classici colla prevenzione di un senso latente, come Bocchini sull’autorità di Vico si avvisava, e da coloro che si fanno a cercarla sotterra secondo lui cd il Sanchez. La Palepoli per costoro amendue è tra le Napoletane Catacombe. Riconoscendo col primo, per poco e solo per ipotesi, una sinonimia tra le parole Cumani, Cimmerii, Cimiterii Catacombe, Catecumeni che in esse bazzicavano per istruirsi; e prendendo per abitatori delle dimore fabbricate con calce i Calcidesi, per abitatori degl’ipogei i Cumani... le circostanze testé notate nel ragionare delle origini Napoletane, i dubbii e le sforzature fatte ai luoghi di Livio, l’oscurità in fine in cui si rimane dopo tanto studio sprecato, andrebbero spiegati e dilequati alla bislacca cosi:
1. La doppia specie di Coloni che simultaneamente fondano Cuma accennerebbe alla simultaneità de' suoi abitatori parte all’aperto (i Calcidesi) e parte sotterra (i Cumani propriamente detti). Leggasi in proposito un luogo di Agazia che riportiamo qui in nota (72), e tutto il 5. libro di Sanchez.
2. La distinzione cennata da Strabone, e da Lutazio non contraddetta, nel riferir che fu costruita Palepoli dai coloni Cumani propriamente detti, e Neapoli dai coloni Cumani-Calcidesi, non è né frivola né indifferente.
3. Ammesso che Palepoli fu sotterranea, è chiaro perchè cercata e ricercata intorno Napoli non si è potuta mai rinvenire; è chiaro il luogo di Livio ove dice: duabus urbibus habitabat populus idem posta la poca distanza, haud procul, tra Palepoli e Neapoli; e quindi ragionevolissima si rende la correzione di Martorelli all’altro luogo di Nolamque in vece di Neapolimque. In fatti se i Romani per dissociare i Palepolitani e i Napoletani dall’alleanza dei Sanniti, spedirono contro di loro un esercito; e Napoli e Palepoli, per difendersi ricevettero un presidio di Sanniti e Nolani, la posizione che si vuol. presa dal Romano duce tra Palepoli e Neapoli, oltre di essere antistrategica, perchè gli assediali con una sortita avrebbero potuta serrare in mezzo gli assedianti atteso la prossimità de' due luoghi, non si accorda colle altre circostanze di quel fatto. A qual fine si assedia se non per impedire agli assediati ogni via di provvedere ai loro bisogni e di ricevere soccorsi? Se contra tutt’ e due si postò l’esercito Romano per impedire che l’una soccorresse all’altra, interceptis munimentis hostium pars parti abscissa erat, la posizione per essi presa mostrerebbe che contro una delle due solamente era diretta l’ostilità de' Romani e non contro di entrambe. D’altronde un esercito numeroso che protrae l’assedio ad un anno, non potea sì a lungo rimanersi se non in uno spazio vastissimo, qual tra Napoli e Nola largheggia. Fra questa e quella era ben ragionevole di accamparsi per impedir che altro soccorso dall’una all’altra pervenisse oltre ai due mila Nolani che già presidiavano Neapoli. E senza supporre infine che questi avessero tenuto i sotterranei cammini della Palepoli, non è affatto spiegabile quel che Livio stesso ne dice, che ne uscirono cioè i Nolani senza che neppur uno ne perisse, quando ai Romani riuscì finalmente per tradimento d’introdursi nell’assediata città E questo è quanto noi volemmo qui aggiungere per non lasciare anche noi travolta nella oscurità e nelle contraddizioni la notizia delle origini di una città cotantq celebre addivenuta.
Del resto noi intendiamo di aver ciò detto solo per dire; se non che teniamo che per via di ipotesi si son fatte alle volte delle grandi scoverte; e noi, come protestavamo, per quella di cui abbiam fatto qui parola non dividiamo il dispregio delle Persone preoccupate contro un malveduto grand’uomo.
E qui facendo sosta alle ricerche intorno le origini, passiamo alle sue storiche vicende. Di esse la prima, che nel. la storia di Livio trovisi registrata, rimonta all’anno 427 di Roma, quando nella prima guerra Sannitica stretta di assedio Palepoli dal Console Q. Pubblilio Filone per liberar’ si dalle sozze e crudeli cose che pativa dagli stessi Sanniti che la presidiavano, si arrese con segreto maneggio de' ca pi della città Carilao e Ninfio al duce Romano con patti. onorevoli. In forza di quella federazione fu conservata ai Napoletani la loro autonomia, e conceduta la facoltà di militare e di ottener cariche nelle Romane legioni, ad altro ì non restando obbligati che a pagare una taglia invariabile, a somministrare un dato numero di navi, ed a stare nel' le controversie coi finitimi alle decisioni del Campidoglio.. Polibio ricorda un altro privilegio derivatole dal trattato medesimo, quello cioè di considerarsi salvi gl’insigni magistrati Romani giudicati rei di pena capitale, se a Napoli. in volontario esilio si recassero; della quale distinzione godevano anche Tivoli e Preneste.
Il traffico per mare contribui all'ingrandimento ed alla ricchezza di Napoli fin dai tempi più remoti. Nella prima guerra Punica forni la flotta Romana di navi da 50 remi, e nella seconda soccorreva da generosa alleata la Repubblica di quaranta patere d’oro di gran peso, che i Napoletani erano usi di lasciare per ornamento de' templi, ma per lo scopo precipuo di accorrere con esse all’esigenze de' casi difficili.
Promulgata la legge Giulia nel 663, si ebbe Napoli colle altre città nostre i dritti municipali di Roma non senza grave contrasto di alcuni cittadini che, come gli Eracleoti, preferivano di starsene con quelli che avevano di città federata. E dopo quest’epoca non altro si conosce di Napoli che delle sue greche costumanze, de' suoi nobili certami, degli studii letterarii che vi han sempre fiorito, p. della quiete che gl’illustri Romani venivano a godervi.
Primaria costumanza greca adottata in Napoli da tempi immemorabili fu la divisione di essa in Fratrie. Eran desse religiose associazioni di famiglie o specie di confraterie. In Atene la Fratria era la terza parte della tribù, e ne contava perciò XII, nominate da Eroi eponimi, le cui statue vedevansi nel Pritaneo, ossia sede del senato. Ogni. tribù aveva un prefetto, che scriveva il nome de' cittadini, che vi si comprendevano, e i Tesmoteti con gli scribi ne, eleggevano i giudici. Or quelle di Napoli così presso a poco esser dovevano costituite, se non che il nome, che si ebbero, il prendevano da numi protettori, ed in quanto al numero, che per analogia avrebbe dovuto essere anche di XII secondo il Martorelli, non si ha notizia secondo l’ignarra, che di queste IX solamente.
I. Degli Eumelidi Ευμηλς δῶν. Vien questa reputata la. più nobile ed antica. Una greca iscrizione ricorda che un tal T. Flavio Pio nella qualità di curatore) del tempio, che la Fratria degli Eumelidi accordavagli, dedicò in esso a nome suo e del figlio la statua del patrio nume Eumelo, di cui nulla conoscendosi, il Corcia è di avviso che fossesi in esso personificato in particolar nume dei Napoletani il loro suolo fertile di frutta, anzi che di greggi copioso.
Credesi di aver questa Fratria occupato quella parte di Napoli dove ora sorgono le chiese di S. Paolo, S. Lorenzo ed il Duomo, e di aver avuto in adorazione Apollo, Cerere ed i Dioscuri. Sulle rovine del tempio di Apollo fu sotto Costantino eretta la Basilica della città intitolata al SALVATORE, detta dappoi di S. Restituta. Sorgeva quello di Cerere dove oggi è la chiesa di S. Gregorio Armeno, nelle cui fondamenta scavandosi, oltre agli avanzi di mura, colonne, pavimenti, statue, una greca iscrizione scoprirsi posta ad una Cominia Phitogenia sacerdotessa di Cerere legislatrice. A proposito del cui culto fa saperne Cicerone la celebrità, rammentando che i Romani solo dalle sacerdotesse di Napoli e di Velia facevano trascegliersi quelle, che appo loro alla stessa dea consecravano. Quello de' Dioscuri infine fu trasformato nella chiesa di S. Paolo per avere i Napoletani addì 25 gennaio del 581 e a 30 giugno del 788, giorni amendue sacri al Dottor delle Genti, ottenuto due grandi vittorie contro dei Longobardi. Ne attestano ancora la magnificenza due colonne corintie dell’atrio fatte rimanere più per memoria, che per ornamento della facciata, a fianco della porta maggiore.
II. Degli Artemisii (Αρτεμισιῶν). Accosto alla descritta Fratria era l’altra detta degli Artemisii secondo una greca lapida posta al Console e Proconsole A. Creperlio Proclo lor comune benefattore. Non si accordano gli eruditi nel dar ragione del nome. Preferibile fra le diverse opinioni par quella di Martorelli, che fa derivarlo da Artemide o Diana adoratavi, come raccogliesi da medaglie colla leggenda ΑΡΤΕΜΙΣ o ΑΡΤ abbreviata e col tipo di una testa muliebre. Sorgeva il tempio di Artemide nel sito di S. Maria maggiore o della Pietrasanta edificata sulle rovine di esso nel 533. In conferma di tale tradizione la vicina strada conservò il nome della Luna, e varii rottami marmorei fabbricati nel nuovo edifizio e alla base del campanile, una bellissima sfinge di rosso antico, un capitello corintio di marmo pario che ora servo di base al battistero... sono i superstiti avanzi del tempio, che il Vescovo Pomponio nell'epoca suddetta, come dalla iscrizione, nella mentovata chiesa trasformava.
III. De’ Cumani (Κυμαιών). Da una greca epigrafe scolpita su di un cippo marmoreo, che sosteneva un tempo il battistero di S. Maria della Rotonda, si ha notizia di quest’altra Fratria, che non si è saputo a qual punto di Napoli corrispondesse. Martorelli, che salvavala dalla distruzione, cui era destinata nel ricostruirsi la detta chiesa, si avvisò di leggerne l’ultima parola ΚΥΝΑΙΩΝ in vece di ΚΥΜΑΙΩΝ, come può vedersi nel R. Museo, dove si conserva; andò all’idea degli Alessandrini adoratori di Anubi, e quindi supponevala intorno il Corpo di Napoli.
IV. Degli Antinoiti (Αντινοϊτῶν). Avendo preso questa Fratria il suo nome da Antinoo, celebre cinedo di Adriano, par che sia stata l ultima in ordine di tempo. Se non che potrebbe supporsi di essersi forse mutato il culto dell’antico nume della Fratria in quello di un bagascione, adulando oppur facendo la volontà dell’Imperatore, che impose gli si ergessero templi, si celebrassero giuochi in onore del suo favorito, si adorasse in fine come un Dio. Se ne ha memoria precisa da una lapida scavata in Roma nel primo anno del secolo XVIII presso la porta di S. Sebastiano, in cui leggesi:
P. SVFENATI. P. F. PAL. MYRONI
EQVITI. ROMANO. DECV
RIALI. SCRIBARVM. AEDILI
VM.CVRVLIVM. LVPERCO. LAVRENTI
LAVINATI. FRETRIACO. NEAPOLI. ΑΝΤΙ
ΝΟΙΤΟΝ. ΕT. EVNOSTIDON. DE
CVRIONI. IIII. VIRO. ALBA
NI. LONGANI.BOVILLEN
SES. DECVRIONES. OB. ΜΕ
RITA. EIVS. L. D. D. D.
Credesi che il tempio innalzatogli dai Napoletani sia stato quello, che poi fu convertito nella chiesa di S. Giovanni Maggiore, ove un’elegantissima immagine di Antinoo si scoperse.
V. Degli Ennostidi (Εύνοστιδῶν). Di quest’altra Fratria, oltre alla notizia che rilevasi dalla epigrafe dianzi recata, si parla pur nella simile che leggesi nell’altra faccia dello stesso marmo, ove il medesimo P. Sufenate è detto FRETRIACO NEAPOLI EVNOSTIDON. Si congettura che siasi così denominata da Eunusto eroe di Tanagra, città della Boezia, supponendosi che fra gli altri Greci venuti a stabilirsi in Napoli, vi sian capitati anche i Tanagrei. In pruova di che vuolsi notare, che Orione, 'nume adorato in Tanagra ed invocato special; mente dai naviganti, ebbe il suo simulacro presso al porto di Napoli. Dal marmo posto a Tettia Casta rilevasi che questa Fratria sia stata nel borgo de' Vergini, dove fu scavato nel 1790.
VI. Degli Aristei (Αρισταιῶν). È memoria della Fratria di questo nome in uno psefisma o legge della medesima scolpita in un marmo riferito dal Martorelli e dal Grutero. Con essa legge la Fratria decretava in proposito di un certo Aristone e Valeria Musa moglie di lui: non abbia potestà il Fretarco, o i Calcologi o il Frontista o i Diiceti, o chiunque altro della Fratria degli Aristei di aggiungere sacrificio o cena oltre i determinati giorni... (73). Fu di parere il Mazzocchi che si fosse così denominata dal culto di Marte, che in greco è detto Ares. Altri portano altro avviso che non ci sembra migliore, ma niuno ha saputo dir nulla del luogo che occuparono.
VII. De’ Panelidi (Πανηλειδών), un marmo scoperto nel 1644 presso la chiesa di S. Cosmo e Damiano, e pubblicato dal Martorelli, rìcavossi la notizia di questa Fratia. Leggendovi l’egregio Archeologo PANHLEIDWN invece di PANKLEIDWN si avvisava di essere stata cosi appellata la Fratria dal comporsi di persone per ogni ornamento rifulgenti ed illustri. L'ignarra all’incontro, ritenendo l’altra lezione, spiega vane il nome per tutti di Elidi, comporsi cioè la Fratria di soli Elidi o Elidensi Epei venuti a stabilirvisi cogli altri Greci. La greca iscrizione del resto non pare molto antica, perchè è posta ad un Calpurnio Felice, alla cui memoria espresse la Fratria la sua gratitudine per averle edificato i contrafforti, il tetto ed altre opere fuori dell'Agoreoterio ossia della Curia.
VIII. Degli Enonei o Ebonei (Οιναιῶν, Ηβονινχών), iscrizione greca pubblicata dal Capaccio la prima volta, per le varianti lezioni di varie parole della stessa, lascia molto dubitare del vero nome di questa Fratria, che d’altronde neppur si sa dove avesse avuto il suo sito.
IX. Dei Teotadi (Θεωταδιών). Da un marmo scoperto nell’atrio del Banco della Pietà, in cui leggesi bellamente scolpita la iscrizione in lettere palmari, e che formava l’architrave della porta del tempio, si ha notizia di quest’ultima tra le Fratrie conosciute da epigrafici documenti. Era dessa la seguente, che andò non men dell’altra or ora cennata a varie lezioni soggetta nell’ultima parola:
ΘΕΟΙΣ . ΣΕΒ . ΚΑΙ . ΘΕΟΙΣ , ΦΡΕΤΡΙΟΙΣ . ΘΕΩΤΑΔΑΙ
Si è sostenuto da un moderno archeologo che gli Dei Sebasti o Augusti fossero Vespasiano e Tito, ai quali ed ai Numi Fratrii protettori era il tempio dedicato; ma donde il nome di Teotadi si avessero è ancora sconosciuto, se non si voglia in essi credere qualche rinomata gente o famiglia primaria del rione in cui la Fratria trovavasi.
Da queste Fratrie han fatto alcuni scrittori derivare gli antichi sedili della città, tanto più che i medesimi eran detti tocchi, parola forse alterata dal greco qokoi; ed i tocchi grandi, di più antica istituzione, son da Niebuhr paragonati alle tribù, i piccoli alle curie. A noi pare di vederle moltiplicate e tramutate nelle Confraterie o Confraternite, il cui sistema regolarmente ritrae molto delle antiche Fratrie, già scevre col variar de' tempi e costumi dell’elemento aristocratico avocato dai sedili, dell’elemento politico assorbito dalle nuove forme governative, e dell’elemento religioso con la cura spirituale delle anime, riserbata ai Curioni ovvero Parrochi, diviso fra le Parrocchie, le Rettorie, le Congreghe...
Oltre ai descritti templi spettanti alle Fratrie, e perciò forse i maggiori della città, moltissimi altri ve n’ebbe, che ci farem solo a noverare con altri monumenti secondo che per lapide e per tradizioni n’è pervenuta la notizia, Apparisce dalle prime di essere stati i Napoletani adoratori di Giove anche sotto il nome di Eiazio (travisato da chi in Evazio o Sabazio, e da chi in Fiazzo interpetrato per Tonante, del cui tempio nulla si conosce), ed anche devoti di Venere trovandosi cennato in una greca epigrafe il sacerdote di questa Dea. Da patrii scrittori son ricordati i templi alla Sirena Partenope, che Eustazio dice adorata in Napoli come Venere in Cipro; alla Fortuna che era sul colle dove poi fu eretta la chiesa di S. Agnello, e che altri vogliono fosse stata o il Genio tutelare della città o la città istessa personificata; a Mercurio ed a Marte infine, i cui templi furono convertiti nelle chiese dei SS. Apostoli il primo, e di S. Michele Arcangelo il secondo.
Dai templi passando agli altri pubblici edifizii, due Teatri, il Circo, il Ginnasio, i Collegii degli Efebi, ed un gran Portico son quelli che decorarono Napoli. De’ due teatri uno coperto, e perciò detto Odeo, era dove dicevasi prima il rione del Teatro, ed oggi Anticaglia, osservandosene ancora gli avanzi di mura laterizie ed alcune arcate; l’altro scoverto, che non si è saputo mai dove fosse stato. Come che di entrambi parli Stazio, vi ha chi sospetta, che il poeta abbia parlato dello stesso ed unico teatro, intendendo la scena per la parte coverta e della palestra per la scoverta. In uno di questi compiacevasi Nerone di cantare con tanto trasporto, che alle scosse del tremuoto dell’anno 63 dell’Era volgare, onde la Campania e Pompeja andò rovinata, non si rimase dal continuare, se prima non ebbe finita Paria o il carme incominciato, in cui l’accompagnavano co’ suoni delle loro cetre i citaredi. Passato il teatro incontravasi la scuola del Filosofo Metronatte già da Seneca frequentata, ma non si sa in qual luogo; e presso al teatro medesimo credesi che fosse stato il Circo, perchè Stazio insieme al medesimo il rammenta.
Nel luogo, dove ora sorge la Chiesa di S. Lorenzo, era la Basilica della città cognominata Augustana, nella quale è fama che risedessero i Duchi sotto l’Impero Greco. Essendosi in processo di tempo tenuto un tal palagio come luogo delle pubbliche riunioni de' Nobili e del Popolo, a tor via la memoria dell’uso che per tali bisogne facevasene, Carlo I d’Angiò, sotto pretesto di devozione, il fece abbattere per edificarvi la Chiesa di S. Lorenzo.
Riferisce Strabone di aver avuto Napoli più di un Ginnasio, in cui la gioventù come in un collegio esercitavasi al pancrazio, e ad altri giuochi simili, oggi perciò detti ginnastici. Di un solo di essi la tradizione ne addita il luogo nel cosi detto Portico de' Caserti presso Castel Capuano, ove sono ancora visibili delle fabbriche antiche ed un arco di mattoni riquadrati. Presso il Ginnasio era pure il sacro collegio di donne, addette probabilmente al culto ed ai misteri di Cerere Tesmofora, come apparisce da un mutilo marmo fabbricato a sinistra della porta di S. Maria Egiziaca, in cui si contengono tre decreti fatti dal Senato Napoletano a riguardo di TETTIA CASTA sacerdotessa a vita del detto sacro collegio.
In uno de' sobborghi di Napoli alla marina era il Portico esposto a zeffiro, che secondo Filostrato fu celebre per magnificenza di marmi e por isquisitezza di pitture. Erano in esso, ad imitazione del Pecile di Atene, esposte ottantadue tavole dipinte e rappresentanti soggetti mitici ed eroici, oltre ai ritratti di uomini illustri, ivi raccolte forse nello scopo di mettere in confronto l’abilità dei diversi pittori.
I certami ed i giuochi, che in Napoli si celebravano, furono in gran rinomanza. Istituiti gli uni in onor di Partenope, consistevano in correre colle fiaccole accese, perciò detti giuochi lampadici. A chi spegnevasi la fiaccola si ritirava dalla corsa, e la vittoria attribuivasi a chi correndo mantenevala accesa. Introdotti gli altri, ovvero i giuochi in onore di Augusto, si celebravano ogni cinque anni, e consistevano in concorsi musicali e ginnastici, che duravano più giorni. In una lapida posta a Tito Flavio Evante son essi detti Italici, Romani, Augusti. Isolimpici, emuli cioè degli Olimpici della Grecia. Oltre le specie di giuochi conosciuti sotto il nome di Pancrazio, che comprendeva l’esercizio della lotta e del' pugilato, e sotto quello di Pentatlo, ovvero la lotta, il pugilato, il disco, il salto e la corsa, vi si celebravano il diaulo, che consisteva nel doppio corso dello stadio, e quello degli Apobati, che salivano e scendevano per le ruoto del cocchio, mentre i cavalli correvano.
Fu Napoli forse più piccola di Pompeja, perchè trovossi di avere a tempo di Ruggiero, che fece misurarla, il perimetro di 2363 passi. Nella sua forma ovale non oltrepassava della città odierna quella parte in cui si comprendono i templi di S. Giovanni Maggiore, del Gesù (Vecchio), S. Marcellino, S. Severino, donde dilatandosi e salendo pei sedili di Nido e di Montagna giungeva alla chiesa di S. Agnello. Il mare formava un seno fin presso a S. Giovanni Maggiore, dov’era il faro ed il porto.
Era la città divisa in quattro regioni, la Palatina cioè, la Termense o Ercolense, i cui nomi antichi si sanno da due lapide, la Montana e la Nilense co’ quali nomi gli antiquarii le denotarono. Era più nobile di tutte la prima, cosi detta dal palagio della città o Basilica Augustale. Prese il nome di Termense la seconda dalle Terme che erano presso il Ginnasio, e dal tempio di Ercole quello di Ercolense. Si disse Nilense la terza dall'osservisi rinvenuta l’antica statua del Nilo, quella che ora dicono Corpo di Napoli, e Montana appellossi la quarta dall'eminenza del suo sito rispetto alle altre. — Le strade ed i vicoli erano pieni di artefici e di collegii d’arte, cui erano ascritti marmorari, unguentarii, saponari, lanisti, architetti, fabbri, arcavi, vitrari, figuli, lettigari, pellioni, deauratori, argentari..., come da iscrizioni e da altre antiche testimonianze si rileva.
E qui cadrebbe l’opportunità di dire della tanto celebrata coltura di Napoli, se ce lo consentissero i limiti che c’imponemmo di trattare dell’antica topografia con quella sobrietà, che questa volta ci pare di aver noi trasgredito, e se di Napoli non si dovesse più particolarmente trattare a parte con quella estensione che è dovuta alla sua grandezza ed alla singolarità de' suoi pregi. Dovremmo pur qui dire qualche cosa delle sue Catacombe, se non ne avessimo già detto abbastanza in un senso opposto a quello che generalmente se n’ha. Un’altra cosa però stimiamo di qui soggiungere, ed è che quegli stessi i quali gridano alla stranezza della nuova spiegazione, nell’accingersi a confutarla riescono lor malgrado a rifermarla. Si conviene in fatti che l’origine delle Cripte Napoletane è diversa da quelle delle Arenarie di Roma e delle Latomie di Siracusa, val dire che non si scavarono ad occasione di estrarne materiale da fabbricare, nel che pure è da riflettere per quest’ultime almeno non trovarsi il tornaconto nella ragione del tagliamento e trasporto. — Si ritiene che l’uso fattone per seppellirvi morti fu secondario ed in congiuntura di esservisi riparati dalla persecuzione i primi cristiani. — Non si niega che nei tempi antistorici in molti luoghi della terra hanno gli uomini abitato antri e spelonche, per cui Eschilo fe’ dire a Prometeo che, prima di aver egli inventato le case fabbricate, gli uomini abitavano sotterra come le formiche (i Mirmidoni in ispecie) in profonde caverne ove non penetrava raggio di sole. — Si fa rimontare l’esistenza di queste nostro latebre sotterranee agli antichissimi tempi d’Italia, all’epoca almeno de' Pelasgi... E poi si conchiude di non essere state altre le Napoletane Catacombe e gli antri Cumani che vie di comunicazione, e di uscite secrete, come se fossero semplici cunicoli, e non piuttosto secrete regioni, che dove si slargano in gallerie, dove si protendono in più piani e dove si diramano in vichi per svariate direzioni, che terminano per lo più dopo molte miglia, arrestandosi il loro corso dove la rovina del terreno li ha ostrutti. Cosiffatte sinuosità tutt’altra idea ne rivelano che di semplici vie; ogni altra spiegazione smentiscono da quella in fuori, che per antiche dimore le riconosce.
54. Falero o Partenope. Si è detto di queste località originarie di Neapoli nel numero precedente. Occorrerebbe qui dissertare, come ha fatto eruditamente il Concia, in proposito della Sirena Partenope, delle favolose Sirene, di cui tante e si svariate illusioni si narrano da tanti scrittori, se ciò si confacesse al modo onde prendemmo a discorrere dell’antica nostra Topografia. Solo ne resta ad aggiungere che della Palepoli, la quale sj vuole assolutamente situare tral Sebeto e Napoli, e propriamente al di sopra del Carmine o della Piazza del Mercato, non si addita nessun frammento o avanzo di antiche fabbriche, nessun segno che possa mostrarsi per convincere di allucinamento coloro che pretendono di supporla fra le Catacombe.
55. Ercolano, e Portico di Ercole. Si crede prima di Ercolano il Portico del tempio di Ercole, e propriamente dove oggi è Portici, che ne ritenne il nome. É vero che questo villaggio, divenuto celebre per le Reali delizie e per le tante ville de' Napoletani, non può rimontare ad epoca molto antica; ma stando alla testimonianza di Petronio che nomina nel suo Satirico il Portico di Ercole, pare indubitato che questo sorger doveva dov’è Portici, il quale non altrimenti si sarebbe denominato cosi.
A breve distanza dal detto Portico d’Ercole, e da VI miglia da Napoli seguiva Ercolano. Parendo agli antiquarii cosa troppo volgare il farne fondatore Ercole, o di crederla così denominata in grazia del culto in cui ebbe una tale Divinità, non son mancalidi quelli che credendola fondata dai Fenicii trovarono nella loro lingua significare un tal nome arsa dal fuoco. Altri pretendono che l’Ercole adoralo in Ercolano non sia il greco, sibbene il più antico Ercole Assirio Sandono Sandan per ragioni che non mancano di assegnarne. Ma poiché Strabone ne riconobbe gli Opici per fondatori, a’ quali si unirono poscia i Pelasgi-Tirreni, puossi da questi ripetere il culto di’ Ercole ed il nome della città
La più antica menzione che trovasi di Ercolano, o di Sisenna presso Nonio Marcello. Ei la chiama oppido situato in un poggio presso al mare sotto il Vesuvio inter duas fluvias. I due fiumi non sono il Sebeto ed il Sarno o il Vesero, come credono alcuni, ma due altri rivoli scomparsi dietro le eruzioni del Vesuvio. Scorrevano essi uno di qua dal Calastro presso Torre del Greco, e l’altro presso il Granatello, di cui rimane ancora una picciola scaturigine.
Le sue vicende storiche de' remoti tempi sono sconosciute. La prima che si sappia è quella in cui venne Ercolano in potere de' Sanniti, non si sa bene, se nell’anno stesso 335 di Roma, quando occuparono Clima, o nel 429, quando uniti ai Nolani presidiavano Palepoli. È probabile però che nel 444 fosse caduta nel dominio de' Romani, quando questi alla Marina di Pompeja approdavano per dare il guasto all’acro Nucerino dai Sanniti occupato. Nella Guerra Sociale fu anch'essa contro Roma. Presa quindi dietro assedio da Minacio Magio, atavo di Vellejo Patercolo, vi spedì Silla una colonia militare per tenerla in freno e punirla della sua ribellione. Ottenne il dritto di municipio dietro l’esito di quella Guerra, nella quale condizione rimase fino a che fu distrutta, come ognun sa, dall’eruzione Vesuviana dell’anno 79 insieme con Pompeja.
Le circostanze della sua rovina, che trovasi già descritta a pagina 12 e sarà ritoccata dove parlerem di Pompeja, furono le seguenti. Assisteva il popolo di Ercolano ad una scenica rappresentazione in teatro, quando la città fu dalla cenere e da lapilli sepolta. Sul letto di queste materie vulcaniche si aggiunsero strati di alluvioni, ed in tempi posteriori le correnti di lava; perchè il tufo, onde gli edifizii si trovano ricoperti, è un miscuglio di ceneri e pomici minute, che caddero siffattamente infocate da restarne i legni lentamente incarboniti. Vennero allora gli Ercolanesi mandati o ricevuti a Napoli, e i Pompejani forse a Nocera.
Fu Ercolano sebben più piccola di Pompeja e di Napoli, non ad esse inferiore per eleganza de' pubblici e privati edifizii, per porti sicuri, per mare pescoso e per salubrità di aria. Ma la sua maggiore celebrità, che durerà quanto il mondo lontana in compenso della sua rovina, l’è venuta dalla scoperta delle sue case, delle sue masserizie, delle sue rarità, che riuscite alla luce del giorno, sono e saranno pe' secoli avvenire non solo la maraviglia degli uomini, ma ancora la gran soddisfazione per essi di farsi idea degli oggetti di un’antichità si remota, non per tradizione e per descrizioni mai sempre alterate, ma per testimonianza de' proprii sensi.
Rimontano alla fine del secolo XV le prime e le poche scoverte fatte di ruderi di musaici ed iscrizioni, che cominciarono a dare indizii della sparita città Ma fu propriamente nel 1711 che diedesi l’occasione di conoscerne il vero sito, onde venne il pensiero di promuoverne la scoperta. Un contadino, scavando un pozzo per rinvenir dell’acqua, incontrava ad una certa profondità frammenti di marmi colorali ed una testa marmorea. Al Principe d’Elbeuf, Emmanuele di Lorena, Generale dell'imperator Carlo VI, fu portata quella testa, perchè faceva ricerca di marmi per adornarne una sua casina al Granatello. Riconosciuta di greco scalpello, e saputosi dove crasi rinvenuta, ecco acceso nel principe il desiderio di far proseguire in quel luogo lo scavo, donde due belle statue si estrassero, una di Ercole, di Cleopatra l’altra, che bastarono ad invogliarlo per ulteriori ricerche. Non però prima del, novembre 1738 poterono per ordine di Carlo III ripigliarsi gli scavi, che proseguiti dagli Augusti suoi successori, ci hanno arricchito de' più bei monumenti dell’arte antica, come statue, busti di bronzee di marmo, affreschi, ornamenti di oro e di argento, vasi, suppellettili, utensili di ogni sorta... ed i papiri, che sono la più preziosa e rara scoperta che siasi fatta nel mondo.
Trovandosi edificata Resina proprio sul suolo che ricoprì Ercolano, non han potuto scavarsene le rovine colla regolarità che si tiene per Pompeja; nè sarà forse possibile per tal ragione di proseguirsene lo scoprimento. Quel che finora dei pubblici edifizii si conosce, consiste nel Teatro, nel Foro, nella Basilica, in due Templi.
Il Teatro di circa palmi 208 di diametro ha la scena di 130 palmi, la circonferenza esteriore sino alla scena di 200 piedi. Vi si è notata la particolarità di non avere i sedili divisi in tre ordini ognuno di sette file, ma il primo di sedici senza riposi o ripiani, sul quale seguivano tre altre file, cui non si perveniva dai primi sedili, ma in vece da due ampie scale. Aperte queste nell’interno della fabbrica ai due estremi del semicircolo, menavano alla galleria superiore coperta, donde per sette porte andavasi alle sette scale aperte tra le prime file. Assegnando un palmo e mezzo di luogo per ciascun individuo ne calcolava Winckelmann la capienza a 3500 spettatori. Erane l’orchestra coverta di pregiati marmi di varii colori. Vi si rinvenne una sedia curale di bronzo postavi per uno dei Duumviri della città, che non si ebbe tempo di togliere per la sopravvenuta eruzione; la quale circostanza si è voluta ricordare in conferma di essersi trovati al teatro gli Ercolanesi quando incominciò la eruzione. Oltre alle statue rinvenutevi, altre ve n’erano, forse tolte immediatamente dopo il disastro, come rilevasi dalle iscrizioni sui lati de' due plinti agli estremi del proscenio. Era la parte superiore della cavea adorna di sei cavalli di bronzo, ed in mezzo una quadriga di bronzo dorato colla statua del personaggio che guidavala, di grandezza naturale. Rovesciata dai suo sito e ridotta in pezzi, una sì bell’opera dell’antichità perdevasi, dissipatine i pezzi al tempo della scoverta
Ci dispensiamo di descrivere gli altri pubblici edifizii e daremo in vece contezza di una delle case private, propriamente quella in cui si rinvennero i papiri, perchè si abbia idea della sontuosità e del gusto di quel ricco che la possedeva. E dessa conosciuta col nome di Villa di Aristide o de' Papiri, per osservisi trovata fra le altre statue quel capolavoro dell’antichità che dicono di Aristide. Vasta e magnifica ell’era quanto mai a giudicarne da’ vestigli rimasti, da un pavimento a musaico, dalla spaziosità delle porte con gli stipati e soglie di marmo, dalle molte statue e busti di bronzo che adornavano, alternandosi, una gran peschiera nel giardino. Presentava un vasto atrio con colonne di mattoni rivestite di stucco. In mezzo eravi un bagno con una colonna terminale a ciascun angolo che sosteneva un busto di bronzo di lavoro dell’Ateniese Apollonio figlio di Archia, opere che il Winckelmann dice de' migliori tempi dell’arte. Davanti a ciascuna di tali colonne era una piccola fontana, ed a distanza uguale una statua ed un busto di bronzo. L’abbellivano inoltre tre vasche, una ornata di undici Fauni di bronzo, donde spicciavano zampilli di acqua in una sala lastricata a musaico, la seconda adorna di quattro statuette di amorini, e l’ultima, che formava una gran piscina quadrilunga, era abbellita da undici mascheroni di tigri in bronzo, donde l’acqua scaturiva. Il gran giardino circondato di portici con 10 colonne di fabbrica in un lato e 22 nell’altro. conteneva nel mezzo un’altra gran peschiera cogli estremi di figura semicircolare. Fra le colonne erano busti e statue di marmo e di bronzo. Quivi, e proprio all’estremità del gran vivajo fu trovato il Fauno o Sileno, che è un capolavoro dell’arte antica, e non lungi da questo le due statue che esprimono nella più naturale movenza due nuotatori in atto di tuffarsi nell’acqua. Basta dire per ultimo che le più belle statue del Real Museo si. scoprirono in questa villa. La quale se appartenne ad un privalo, come che ricco uomo e di squisito gusto si fosse, e ci ha trasmesso del lusso degli antichi un’idea così imponente; che non dovrà pensarsi di quelle che i dominatori del Mondo possedevano a Baja, Mario, Cesare, Pompeo, Lucullo?— Ma qui non finiscono le magnificenze della villa.
Dal descritto giardino un viale ben lungo menava ad un’esedra rotonda ovvero terrazzo scoperta è sporgente sopra un rialto di fabbrica in sul mare. Il pavimento di detto terrazzo era formato di varii pezzi di marmo africano e giallo antico rappresentanti una rosa geometrica. Vedesi ora nella seconda sala del Real Museo. I papiri rinvenuti in una piccola stanza di questa maravigliosa casa di campagna ammontano a più di 1700 volumi scritti quasi tutti in greco. Trovaronsi in tanti scaffali intorno intorno poco più dell’altezza di un uomo. In mezzo alla stanza medesima un altro armadio isolato era pur pieno di volumi ne' due lati. Ornavano questa biblioteca piccioli busti in bronzo di Demostene e di Zenone, due di Epicuro, di Metrodoro e di Ermaco.
Ricchi utensili inoltre raccolti in questa casa di campagna, come candelabri, un tripode, un gran vase a cratere, il famoso lettisternio ed il bisellio ornati di bassirilievi di animali e di lavori di argento incastrato, quello propriamente che dicono taunà, ci rivelano nell’ignoto signore della villa, non solo uno splendido ricco, ma ancora un uomo colto e di gusto.
Gli scavi interrotti nel 1770 furono ripresi nel 1828, e sino al 1834 proseguiti. Fra le altre belle scoperte falle ultimamente contasi quella di un'altra Casa detta di Argo per un quadro che vi rappresentava, la favola d’Io col suo custode dai cento occhi, non meno ornata e grande di quella Aristide. Vi si rinvennero oltre ai soliti oggetti, val dire utensili, suppellettili e preziosi frammenti di piatti di vetro azzurro, anche di quelli che più da vicino riguardano la vita domestica, come legumi in gran copia, e del grano financo con la pala da sventolarlo, vasi pieni di olive, di farro, di lenti e di mele, fichi secchi, noci e nocciuole, mandorle, prugne, casse piene di pasta, un gran pezzo di tela, tre Campanelli cd una scopa non diversa da quella che oggigiorno usiamo.
E qui basti di Ercolano e delle curiosità riguardanti la vita privata degli uomini di tanti secoli addietro, per riprenderne il seguito nella rediviva.
56. Pompeja. Ben poco gli antichi ci han lasciato scritto di questa città e delle sue storiche vicende; ed in quel poco non mancò la pietosa cura di tramandarci la memoria almeno e le circostanze della sua mina. Il tempo, quasi geloso di aver visto distrutto per altra mano che la sua ciò che lentamente avrebbe voluto consumare egli solo, stendeva sulla vittima dell’altrui furore il funereo velo dell’oblio.
In tal guisa involando agli occhi de' contemporanei e degli avvenire financo il sito del sepolcro ove rimase Pompeja tumulata, perchè non si osasse violarne la religiosità col sacrilego furto de' suoi preziosi monili, lasciava finalmente discoprirlo dopo diciassette secoli. consentendo che ritornassero alla luce del giorno ed all’ammirazione del mondo la foggia dell’abbigliamento e, come che mutilate e sformate, le fattezze di lei. —Ben poco, è vero, hanno scritto gli antichi di Pompeja; ma in quella vece Pompeja dice tanto e tanto degli antichi col muto linguaggio dei suoi avanzi, e con tale precisione rivela i pili minuti particolari de' loro usi, costumi, abitudini, religione, arti, mestieri, masserizie, abitazioni... da non saperne né grado né grazia ai più diligenti scrittori di cose spettanti la vita pubblica e privata de' tempi Romani, ai più profusi ed accurati antiquarii.
Spettacolo unico al mondo egli è la vista di Pompeja. il curioso visitatore di quegli edifizii, che sembrano come se fossero ancora in costruzione, aggirandosi per le strade deserte di cittadini, gli parrebbe di trovarsi in una città quasi da pochi giorni abbandonata da un esercito vittorioso, che dopo il sacco l’ha data alle fiamme, se di fiamme apparissero le tracce. Epperò entrando in quelle case, e di una in altra stanza passando, che ammira quasi fossero da qualche mese dipinte, tant’è la vivezza di quegli affreschi, se non s’incontra in nessuno degl’individui di famiglia, per poco non crede che in altro appartamento dimorino. Quello, in cui si è permesso di penetrare, sembragli smantellato per essere rifatto nel solo tetto ed imposte, ad oggetto cioè di provveder meglio alla solidità dell’uno con l’altro ben inteso sistema di copertura, ed alla proprietà delle altre col rinnovar le già vecchie.
Ma fia bene riscuotere da tai pensieri fantastici l’incantato osservatore di Pompeja col positivo pensiero de' diciotto secoli trascorsi, da che le piante de' loro padroni quelle marmoree soglie non calcano e quei maravigliosi pavimenti a mosaico. Quella cura, onde si spazzano del terroso ingombro e le case e le strade, non si spende in aspettazione di qualche colonia, che rianimar deve la loro solenne solitudine. Essa è intesa a diseppellire gli avanzi dell’antica civiltà, che la civiltà presente destina a riscontro e ad emenda delle antiche tradizioni, che i libri degli autori ci han trasmesse quali oscure, quali incerte, e tutte quasi alterate. Generoso pensiero del Genio tutelare delle cose nostre, che usando di una potenza di nuovo genere, si slancia nell’Oceano del passato, vi raggiunge il primo secolo dell’Era volgare, e il ferma con una mano, mentre coll’altra il decimonono ha ghermito; ed assiso in mezzo a loro, al Mondo delle Nazioni presentandoli, fa che gli uomini ne giudichino all’immediato confronto. Pensiero sublime, onde la boria de' tempi che volgono vegga di che possa senza jattanza inorgoglire, ed a che debba senza perdersi d’animo aspirare.
Gli Osci probabilmente furono i primi fondatori di Pompeja, cui edificarono sopra una picciola eminenza formata da lava vesuviana dei tempi remotissimi. Il mare, che ora ne dista due miglia, bagnava questa città come tutte le altre della spiaggia. Il greco suo nome da πομπεύω spedisco accenna ad un luogo acconcio a spedire pel corso del Sarno e pel mare le derrate della Campania. Strabone in fatti dice che Pompeja era l’arsenale marittimo di Nola, Nuceria ed Acerra; ed è noto da Demostene essersi detto in Atene πομπείον un luogo alquanto lungi dal mare, ma destinato a serbar grani da trafficarsi per via di barche.
Non si sa, se prima de' Sanniti che si mantennero a Pompeja fino all’anno 308 avanti l’Era volgare, l’avessero occupata le greche colonie di Cuma e di Napoli. Non si nomina fra le città Campane che presero le armi contro la Repubblica; ma è certo che nella Guerra Sociale essendosi dichiarata contro Roma al pari di Ercolano, fu da Silla soggiogata. Dietro la pace generale ebbe pur essa i dritti di municipio; tuttavolta i Triumviri vi spedirono in punizione una colonia, alla quale avendo i Pompejani negato l’uso del portico della città ed un ugual dritto nelle elezioni dei magistrati, una gran discordia derivonne, di cui accagionato P. Silla, il nipote del Dittatore, sarebbe stato punito se non lo avesse difeso Cicerone. Altre colonie vi spedirono Augusto e Nerone, come si ha da iscrizioni. Nell’anno 60 di G. C. il Senato Romana interdiceva a Pompeja i pubblici spettacoli in seguito della seria e sanguinosa contesa coi Nucerini, originata da lieve cagione nel mentre che i due popoli assistevano ad imo spettacolo di gladiatori, che nell’Anfiteatro di Pompeja dava Livinejo Regolo ex-Senatore Romano. Dalle parole venuti ai latti, e dalle pietre dato di piglio alle armi la finirono con una strage, in cui prevalse la plebe Pompejana. Colla decenne interdizione furono disciolti i collegii che contro la legge avevano formato, e puniti coll’esilio Livincjo e gli altri autori della rissa.
Tre anni dopo questo avvenimento, nell’anno 63, soffrì tali danni Pompeja dal tremuoto, che Seneca arrivò a dirla subissata più delle altre città della Campania a cagione della sua prossimità col Vesuvio che, come a pag. 19 scrivemmo, con tali forieri preludeva alla sua riaccensione verificatasi nell'anno 79 con la rovina di Ercolano, Resina, Oplonti, Pompeja e Stabia. Ci troviamo di aver detto abbastanza alla pagina 12 de' particolari che accompagnarono questo memorando disastro. Solamente qui non aggiungiamo alcuni altri che quasi ritocchi su quel quadro ne ravviveranno la dipintura.
Usciva Plinio dalla casa del suo amico Pomponiano tra l’oscurità la più profonda, come che fosse l’ora in cui spuntava il giorno. Oltre alle ceneri e pomici, che eransi elevate sino a superar l’altezza delle porte, furono avvisati del pericolo dal frequente barcollar della casa per le scosse del Vulcano, che l’eruzione accompagnavano, e che erano tali da far andare a ritroso i carri di quei, che per salvarsi uscivano da Miseno, malgrado qualunque ritegno di pietre o di altro dietro alle ruote. Plinio, dunque con guanciali sul capo onde schermirsi de' vulcanici projetti usciva sul lido per tornare alle navi; ma trovato avendo procelloso il mare, si poso a giacere sopra un povero lenzuolo, nella quale postura restò soffocato dalle spesse ceneri e dalle solfuree esalazioni, per le quali gli altri presero altra direzione.
La caduta delle ceneri e lapilli durò per quattro giorni e quattro notti. Poterono gli abitatori delle suddette città distrutte mettersi in salvo fuggendo, tranne pochi Pompejani che per essere stati tardi alla fuga, chi sa se dall’avarizia o dalla speranza lusingati, restarono in parecchie case sepolti.
Un’immensa e buja nube intenebrò siffattamente quei quattro giorni di sterminio, che solo qualche guizzo di luce a quando a quando rifletteva da lunghe liste di fuoco per far meglio scorgerne l’oscurità. Un subisco di quella fatta non poteva essere consumato che nel favore delle tenebre, quasi Palma natura, non altrimenti che i colpevoli, arrossisse di sé stessa nel mostrarsi malfattrice a tal segno. Schiarito finalmente il cielo dall’ancora scolorata luce del sole, gli uomini riavutisi dallo spavento credettero di trasognare non più riconoscendo la natia contrada. Valli ripianate, nuove prominenze cresciute, tutto sparito quanto di umano lavoro tappezzava la bassa falda del Vesuvio per tutto il tratto che era dal mare bagnato, furono tale spettacolo agli occhi di quella gente desolata, che lo sbalordimento, se non permise allora per allora avvertire nella pienezza del suo terrore, ben fece apprenderlo e lagrimarlo non guari dopo, quando dovette pensare a trovar vitto, vestimento e riparo nella ospitalità dei paesi limitrofi, e presso i dianzi maltrattati Nucerini.
Il mare si ritirò di tanto tra per invasione della cresciuta spiaggia e per indietreggiamento prodotto dalla violenza di quella convulsione, che molti pesci restarono in f?ecco sul lido, e parecchie navi, forse le triremi di Plinio, rimasero interrate. Scavandosi a tre miglia di qua da Castellammare. dove il golfo di Napoli formava il seno che lambiva Stabia e Pompeja, si sono scoperti, non ha mollo, dodici alberi di cipresso in situazione verticale poco inclinata all’orizzonte con cerchi di ferro e ganci alla testa, e nello stesso terreno altri ferrei avanzi ed arnesi di navigli.
Alla totale sparizione di Pompeja sopravvisse la tradizione non solo, ma anche qualche tempo dopo di essersi meglio rassodato, ricalcandosi, il pomicioso cinereo terreno; le cime dei più alti edifizii. Almeno tanto ne appariva al principio del secolo XVI stando a quel che ne dice il Sannazzaro nella Prosa XII dell’Arcadia. Ma non valsero né quoi segni, né i molti che l’Architetto Fontana incontrava aprendo per mezzo alla città l’acquidotto che mena le acque del Sarno alla Torre, per destare il pensiero, non diremo di scoprire Pompeja, ma quegli edifizii almeno che si vedevano in parte. Era serbato al caso, in cui piantandosi delle viti nel 1748, si trovarono delle statue, perchè Carlo III dividesse la sua attenzione per Ercolano e Pompeja.
Presentemente non si è scoperto di Pompeja che una quarta parte. Si giudica di due miglia il suo perimetro, di tre quarti di miglio la sua maggior lunghezza da Porta di Ercolano all’Anfiteatro, e meno di mezzo miglio quella che corre dal Foro Nundinario alla Porta di Nola.
Prima di entrare in Pompeja per la porta di Ercolano, siccome l'osservatore è intrattenuto da’ sepolcri e dal Pago Augusto Felice, che sono fuori di detta Porta, così, i nostri lettori si abbiano di essi quei ragguagli che stimiamo qui dargliene.
Fu cosi detto questo Pago dalle due colonie dedottevi da Silla e da Augusto. Un’iscrizione parla di un M. Arrio Diomede come Magistrato del Pago Suburbano Augusto Felice, ed a costui si attribuisce la bella casa in esso scoperta, che offre un modello delle case di campagna de' Romani; tanto ben conservatasi rinvenne e si mantiene! Per alcuni gradini decorati da due colonne laterali si entra nell’atrio o cavedio circondato da 14 colonne scanalate di ordine dorico, che formavano un nobile ed elegante peristilio, ovvero portico coverto. In mezzo un gran recipiente marmoreo (impluvium) raccoglieva le acque piovane per la cisterna, da cui l’acqua attignevasi per due bocche. A sinistra del detto atrio era una sala da ricevere, ed a destra due stanze per chi soprintendeva all’atrio (servii satriensis). Per un corridojo (fauces) allato della più piccola di esse si entra in un’ampia galleria illuminata da due finestre che poste alle due estremità sporgono sopra terrazzi. Intorno di questa galleria, specie di ambulacro coverto di cui si faceva uso, quando la stagione non permetteva di godere deportici esterni, erano delle piccole stanze, fra le quali una forse da studio o biblioteca. Destinate pei servi erano le stanze intorno l’atrio, fuorché una sola a sinistra ad uso di anticamera (procoeton\ al cui fianco era quella dello schiavo cubiculario, donde si passava alla stanza da letto con alcova chiusa da cortina o conopeo (zanzariere) di cui si trovarono gli anelli, e con una nicchia rivestita di stucco, ove si rinvennero vasi di profumi ed olii cosmetici. Le finestre di questa stanza avevano al di sopra delle aperture circolari, che permetteano di chiuderle senza che si restasse all’oscuro.
A sinistra dell’adito era l’appartamento de' bagni, nel cui tepidario si trovò un telajo mobile di legno carbonizzato con vetri, il che ha fatto ricredere coloro che niegavano agli antichi l’uso de' vetri nelle impannate. Nel guardaroba (vestiarium) di questo bagno si trovarono avanzi di stoffe calcinate e di armadii e tavolette arse dalle ceneri.
Dalla galleria si passava ad un’ampia sala (oecus cyzìcenus) che serviva come triclinio o sala da pranzo, ed anche come stanza di compagnia, le cui finestre si aprivano verso il giardino le logge e le pergole che le ombreggiavano, alla vista del mare e del Vesuvio.
Per un corridojo a destra ed una scaletta interna scendevasi al piano inferiore. Diverse stanze, le più grandi della casa e le meglio ornate di mosaici e pitture, le quali staccate in parte si conservano nel Real Museo, servivano per sala, per triclinio e per altri usi ignoti. Precedevano esse un portico riccamente ornato, che girava il giardino. In mezzo a questo era un vivajo con un getto d’acqua adorno di statue, e più avanti un pergolato sostenuto da sei colonne con un sedile e ne' lati una sala ben decorata, una fontana, un gabinetto ed il larario con nicchia per una statuetta di Minerva.
Da due lati del piano superiore. della casa si scende ad un sotterraneo o corridojo che gira per tre lati di un parallelogrammo corrispondenti a quelli del portico superiore. Rischiarato da spiragli era addetto ad uso di cella vinaria per le anfore, che tuttavia si osservano comò vi stavano appoggiate al muro. Appiè della gradinata che mena in esso spiravano soffocati tutti forse gl’individui della famiglia, che crederono di trovar ivi Uno scampo. Diciassette scheletri immobili nella loro ultima attitudine mostrarono allo scoprirsi di questo sotterraneo una scena terribile della catastrofe che seppelliva Pompeja. Sull’intonaco a sinistra a piè della gradinata istessa dura ancora l’impronta della corruzione che vi lasciava il cadavere restato in piedi tra il muro ed il volume della zavorra, onde ritrovossi quel sotterraneo riempiuto. Di qui un argomento per dedurre, come Lippi si avvisava, che oltre alla pioggia della cenere e lapilli, l’alluvione ancora si menò innanzi tutto quel materiale incoerente, onde l’interno delle case andò ad essere colmato. Il padrone della casa preferendo alla famiglia i suoi tesori cadeva innanzi alla porta, del giardino con uno schiavo, egli colle mani impacciate di chiavi monete monili ed altri oggetti preziosi, l’altro trasportando vasi di argento e di bronzo.
Annesso a questa casa era il podere consistente in altri giardini ed un campo, in cui scoprissi il terreno lavorato a solchi, ed un’aja di fabbrica per trebbiarvi le biade.
L’ingresso della descritta abitazione essendo quasi a livello della strada detta de' sepolcri; il piano inferiore ed il sotterraneo ne sono molto al di sotto, ma dominano nondimeno il sottoposto ed attiguo podere. Offre perciò l’unico esempio di una casa a due piani oltre del pian terreno fra tutte le abitazioni finora scoperte di Pompeja.
Passa dunque per avanti alla stessa la cosi dotta Strada dei Sepolcri, quella cioè che mena alla Pòrta di Ercolano. Meriterebbero quei monumenti per isvariatissime forme, per belle epigrafi, per ispuisite sculture e per parecchie particolarità ammirevoli, parziali descrizioni, se ce le potessimo permettere senza pericolo di parer soverchi. Contenti solo di citarli ce la sbrigheremo con un fuggevole cenno per non tardare ai nostri lettori l’ansia di conoscere di Pompeja quello che saremo per dirne.
I primi sepolcri posti sopra di un continuato basamento son quelli della famiglia Arria, di cui abbiamo descritto la casa, rimpetto alla quale sorgevano. Fra gli altri quello di Arrio Diomede di fabbrica coperta di stucco tiene in faccia scolpiti due fasci di littori senza le scure, allusivi alla magistratura che egli ebbe del Pago Apgusto Felice. Viene in seguilo un monumento in forma di nicchia e senza epigrafe.
Dopo l’urna di un giovinetto e l’avello di un fanciullo anche a foggia di nicchia, se ne vede un altro al di dietro ben grande e quasi tutto diruto con questa bellissima iscrizione:
SERVILIA. AMICO. ANIMAE
Sorgeva appresso la già diruta tomba e pur grande, che il liberto Menomaco innalzava a Lucio Cejo della tribù Menenia ed a L. Librone eletto due volte Duumviro Quinquennale. Presso di questo sepolcro trovaronsi cinque Pompejani, tra’ quali una donna, con monete di argento e bronzo in mano ed un mazzo di chiavi.
Segue il monumento di grandi pietre di travertino e di semplice forma ma nobile ed elegante, che Alleja Decimilla sacerdotessa di Cerere innalzava ai due Libella padre e figlio.
Questi sepolcri con altri di gente povera al di dietro si osservano sulla sinistra della strada. Alla destra passando si osservano i seguenti. Di contro a quelli della famiglia di Arrio Diomede è il Triclinio funebre edificato dal liberto Callisto ad un tale Gneo Vibrio della tribù Falerina in mezzo al recinto di mura reticolate. Era desso dipinto ne' muri a riquadri con in mezzo capri, grifi ed uccelli. Oltre il plinto di muro che formava il tumulo della mensa; vi rimane in tre lati un altro rialzamento dì muro, su cui si disponevano i pulvinari de' letti pe' convitati. Sul tronco di colonna fabbricato dirimpetto la mensa si metteva forse l’immagine dell’estinto, in onore del quale celebratasi il funebre convito (silicermani), oppure qualche gran vaso per le libazioni.
Vien dappresso a questo triclinio il bel sepolcro marmoreo sopra ampia base di grosse pietre vesuviane, che la libertà Nevoleja Tiche a sé vivente innalzava ed a C. Munazio Fausto, non che ai liberti e liberto, che in questa iscrizione si leggono, cui riportiamo per saggio della Pompejana sepolcrale epigrafia:
NAEVOLEIA. I. LIB. TYCHE. SIBI.ET
C. MVNATIO. FAUSTO. AVG. ET. PAGANO
CVI. DECVRIONES. CONSENSV. POPVLI
BISELLIVM. OB. MERITA. EIVS. DECREVERVNT
HOC. MONVMENTVM. NAEVOLEIA. TYCHE. LIBERTIS SVIS
LIBERTABVSQ. ET. C. MVNATI. FAVSTI. VIVA. FECIT
Su questa epigrafe è il busto di Nevoleja, e al di sotto è scolpita in diciotto figure a basso rilievo la cerimonia della consacrazione del monumento, oppure il sacrifizio che si fece nei funerali di Munazio. Via bene descriverla per offrirne una idea. Vedesi in mezzo al gruppo un fanciullo che mette sull’ara un’offerta, un cippo che figura il sepolcro ed appresso un giovinetto forse figliuolo di Munazio. Occupano il lato dritto i magistrati del municipio e gli Augustali, al cui collegio appartenne il defunto, nel lato sinistro la famiglia di Nevoleja, uomini donne e fanciulli che con panieri di fiori e di fruita si avanzano in mesto volto verso l’ara per presentarvi le loro preci ed offerte. Più mesta di tutto le figure pare distinguersi quella di Nevoleja. In un lato del monumento è scolpito il bisellio, di cui fu onorato Munazio, e nell’altro un naviglio, di cui egli sembra governare il timone, e con fanciulli che ne ammainano le vele. Non saprebbesi dire, se fosse un’allegoria dell’uomo che dopo lunga navigazione entra nel porlo, o il simbolo della professione di Munazio addetto alla navigazione e commercio. Piccoli acroterii elevansi ai lati del recinto. Per una porticina entrasi nel colombario, in cui sono duo ordini di nicchie, cinque nell’uno e sei nell’altro. Vi si rinvennero una grand’urna contenente forse le ceneri di Munazio e Nevoleja, e tre grandi vasi di vetro rinchiusi in altri di piombo, che contenevano acqua vino ed olio con ceneri ed ossa, avanzi delle libazioni che si offrivano agli estinti quando chiudevasi nel sepolcro ciocché rimaneva dal rogo.
Allato a questo monumento segue quello della famiglia Nistacidia dello stesso Pago.
Viene in seguito il cenotafio dell'Augustale C. Calvenzio Quieto, che è uno de' più nobili monumenti sepolcrali di Pompeja. Presso di questo ne sorge un altro in forma di torre rotonda sopra base quadrata rivestito di stucco a scompartimenti a guisa di bugnato. Accanto di quest’ultimo avello se ne vede un altro non mori nobile di quelli di Nevoleja e Calvenzio cretto al Duumviro A. Castricio Srauro; dopo del Suale è un picciolo recinto di mura con ingresso sulla strada, in cui si rinvenne un cippo sepolcrale con epigrafe.
Sul principio della via di Nola e di contro al sepolcro dei due Libella si veggono le rovine di un vasto edilizio rettangolare con un portico esteriore. Ha tutta l’apparenza di un’osteria, perchè eravi anche una fontana con abbeveratolo oltre due cisterne e due focolari esteriori.
Seguono a questo edilizio delle botteghe ben decorate o dipinte appartenenti ad un altro edilizio che esser doveva qualche pubblica scuderia, dove si fitta vano veicoli. Di rimpetto a questi pubblici ostelli od a destra è un gran recinto con vasche in uno de' suoi lati d’ignoto uso. Vi si scopersero al di sotto de' sepolcri greci coi soliti vasi dipinti, perchè forse anticamente era un sepolcreto. Da questo recinto si sale ai loggiati di una casa da alcuni attribuita a Cicerone, ma più veramente ad un M. Crasso Frugi. D’accanto a questa un portico con botteghe lungo la strada, con sedili e pergola sostenuta da colonne. Di contro a questo portico sorge un curioso edilizio in forma di una gran nicchia bellamente ornata di stucco e posta in mezzo di un emiciclo con volta sostenuta da pilastri con capitelli, il quale formavi forse un luogo di trattenimento e di riposo per la gente disoccupata.
Un’altra casa pseudourbana si scopri nel 1838 in questo sito, che come le case di campagna, secondo Vitruvio, dopo l’ingresso ha il giardino (xystus) e la pergola, a differenza delle case di città che finiscono col peristilio e giardino. Rimpetto a questa casa era una fontana co’ muri e nicchie rivestite a musaico di paste vitree.
Vicino a questa casa sorgono de' sepolcri ed un triclinio, un altro sedile semicircolare, per dietro al quale si passa all’elegante sepolcro della sacerdotessa Manna, cui seguono molti altri di diversa costruzione, e finiscono alla porta della città con una cappellina dedicata a qualche nume di quelli che presedevano alle strade (Viales Dii) con intorno piccioli poggi di pietra che servivano ai viaggiatori per sedervisi, mentre oravano per propiziarsi il nume.
Qui finisce la strada de' sepolcri che attraversa il Pago Augusto Felice, e s’immette in Pompeja per la Porta di Ercolino. Pria però di entrare per essa nella città uopo è dir qualche cosa delle sue mura e fortificazioni. Non formano le prime verun angolo prominente. Le pietre onde sono fabbricato hanno le giunture verticali un poco inclinate sulle orizzontali in guisa da parere trapezii alla greca maniera, di cui vedesi un riscontro nelle mura di Messene, Platea, e Cheronea, ed in alcune città dell’Etruria. Al muro di cinta guernito di torri rivestite di stucco era unito il terrapieno (agger) cui succede un contro-muro; ma solo nei lati verso settentrione ed occidente, perchè negli altri due era difesa dal mare. È largo 14 piedi, e vi si saliva per gradinate spaziose. Erano le torri di figura quadrangolare e servivano anche per uscite secrete in tempo di assedio..
In queste mura che cingevano Pompeja per circa due miglia erano cinque porle, secondo le direzioni dette di Ercolano, Stabia, Sarno, Nola e Vesuvio. Di esse restano la prima e la terza, essendo le altre distrutte.
La porta di Ercolano ha tre passaggi; quello di mezzo è di un arco 20 palmi largo, e i due laterali di palmi 9. Si osserva ne’ pilastri un incavo fatto come quello delle saracinesche, che i Greci chiamavano καταρρακται portae pendulae. A questa porta esterna un’altra interiore ed alla distanza di palmi 31 seguiva. Sull’intonaco al di fuori della stessa si scrivevano i pubblici annunzii di spettacoli ed anche di affari privati con caratteri rossi fatti a pennello, sui quali si passava una mano di bianco per dar luogo ai nuovi avvisi.
Delle tre aperture della porta di Ercolano corrispondono ai marciapiedi (margines) le laterali, e quella di mezzo alla Strada Consolare. Entrando per essa nella città incontrasi a dritta una casa con ampia porta a livello della strada, che dai ferri di ruote scopertivi credesi un luogo, che oggi dicono di posta, Ove si noleggiavano i veicoli. Di rimpetto una graziosa casetta con triclinio con un’edicola ed una stanza da dormire è seguita da due termopolii o botteghe di calde e dolci pozioni con epigrafe scritta a pennello sur uno di essi, come quelli che si fanno sui Caffè. Viene in seguito un pubblico albergo con due botteghe aventi fornelli per cuocervi le vivande. Vedesi a dritta il pubblico Albergo di Albino, cui seguono dappresso molte case atterrate.
Ai termopolii sulla sinistra della strada segue la nobilissima cosi detta Casa delle Vestali. Non dissimile in quanto a distribuzione dalle altre case di Pompeja, aveva bellissimi dipinti e musaici, non mancava del bagno dove ima statuetta, forse di una Najade, versava l’acqua dalle poppe. Vi si rinvenne fra i molti ornamenti donneschi nella stanza della toletta lo scheletro di un cagnolino. La porta postica di questa casa ha l'uscita in un vicoletto, notabile per altre tre case ornate, due solamente, di pregevolissimi dipinti. Trovossi nell'atrio di una di esse un elegante vaso di bronzo, ed in un’altra molti oggetti di bronzo, ed eleganti vasi di vetro.
Dopo la Casa delle Vestali, ritornando sulla consolare, da cui ci siamo allontanati, un’altra se ne vede nobile e spaziosa, in una delle cui stanze scoprironsi da 40 strumenti cerusici, e nel pavimento un mosaico rappresentante uno scheletro di uomo con due vasi nelle mani.
Dopo parecchie altre abitazioni rovinate segue l’officina dei pubblici pesi (Ponderarium) o forse un deposito di merci (telonium) dove pagavasene il dazio (portorium) come parve potersi congetturare dagli oggetti rinvenutivi.
Finisce questa linea di case dopo una bottega da sapone e di due altri termopolii con un serbatojo d'acqua ed una picciola fontana.
Strada delle pubbliche mura. Dove questa strada si unisce con la Consolare è la casa di Sallustio, una delle più nobili e sontuose di Pompeja. Si è così denominata dalla seguente epigrafe in caratteri rossi fatti a pennello accanto alla porta: C. SALLVSTIVM M. F. Oltre alle diverse belle pitture che la ornavano, fra le quali si contano l’Atteone trasformato da Diana in cervo, il ratto di Europa, la caduta di Elle nell’Egeo, si ritrovò nell’atrio scoverto o senza portico accanto alla vasca, che raccoglieva le acque piovane, una cerva di bronzo sopra base marmorea, che versava acqua dalla bocca in una bolla conca di marmo greco, e portava sul dorso un giovine Ercole di elegante lavoro. L’altra particolarità rinvenutavi furono 8 colonnette di bronzo in cui erano incastrati dei legni dorati, e che servivano di decorazione al letto.
Erano annesse a questa splendida casa quattro botteghe. In una di esse tenuta da un panettiere si vede un forno non dissimile da’ nostri con intorno grandi vasi di creta per l’acqua da impastar la farina, la quale si otteneva ivi stesso, perchè vi si sono trovati anche tre molini di ruvida e dura pietra. Consistono essi in un imbuto o cono incavato che girava a mano sopra un altro cono convesso, donde la farina usciva per due fori non senza gran fatica e poco prodotto a riguardo della loro picciolezza.
Dopo la casa di Sallustio seguivano un’altra tutta rovinata appartenente ad un Duumviro. Su di un muro della stessa leggevasi questa osca iscrizione.
ECSVK. AMIVIANVR. EITVNS
ANTER. TIVDDI. XII. INI. VEI
SADINV. PVPHAPH. MAAT
MD. AACIDIIS. V.
Il Jannelli sostiene che il Meddistutico Acilio avesse procurato qualche opera pubblica deducendo le acque del Sarno per la città, che il Coccia vorrebbe limitare alla restaurazione della XII torre di Pompeja verso del Sarno, una col contromuro dirimpetto alla torre medesima.
Di contro alla casa di Sallustio nel vicoletto a sinistra è una casetta che doveva appartenere a qualcuno di mediocre fortuna, perchè dopo il lungo androne aveva l’atrio displuviato, cioè scoperto, e colla gronda, che sostenuta da travicelli dava indietro lo scolo delle acque. Era nondimeno decorata di belle pitture e quadri storiati.
In seguito di questa si veggono un’abitazione a due piani di bella forma ed. architettura, una officina di fabbro ferrajo, e quindi un altro pubblico forno parimenti co’ molini girati a braccia od anche da animali. Vi si osservava dipinto in sul muro un sacrifizio alla Dea Fornace, della cui deificazione paria Ovidio.
Fra le case che sono quinci e quindi della strada e fra botteghe incontrasi una farmacia. Aveva dipinto sul muro come per insegna un gran serpente che morde un frutto con frondi, come quelle dell’ananas. Vi si scopri il vasellame co’ farmaci disseccati, ed un bel candelabro di bronzo.
Al destro lato di questa strada medesima uscendo da questa farmacia, fra le, altre iscrizioni leggevasi il seguente programma di locazione;
INSVLA ARRIANA
POLLIANA. GN. ALIFI. NIGIDI. ΜΑΙ
LOCANTVR. EX I. IVLIS. PRIMIS. TABERNAE
CVM. PERGVLIS. SVIS. ET COENACVLA
EQVESTRIA. ET. DOMVS. CONDUCTOR
CONVENITO. PRIMVM. GN. ALIFI
NIGIDI. MAI. SER.
La più nobile scoverta fatta in questa strada fu quella di un quadrante solare.
Strada delle Terme. Primeggia in questa la nobilissima casa di Pansa, come dalla epigrafe scritta sul muro a rossi caratteri: PANSAM. AED. PACATVS. ROG. la quale ha un’area di 300 piedi per 100. Vi si rinvennero cinque scheletri, con alcuni di donne riconosciuti dai loro pendenti, ed in una vasta sala un vase ed utensili di argento con lampadi di bronzo e due candelabri. In uno de' due forni agli angoli della facciata era dipinto a rosso su di un mattone un gran fallo per allontanare il fascino, poiché eravi scritto sotto HIG HABITAT FELICITAS, forse per denotare che il forno era frequentato. Nel muro dirimpetto alla porta principale la cosa più notabile scopertavi fu un bassorilievo, che presenta scolpita una specie di croce latina la quale fa contrasto col serpente; ciocché proverebbe per avventura che a Pompeja era già penetrata la fede del Cristianesimo.
Seguono a questa casa altre molte già dirute, fra le quali una bottega. in cui si vendevano colori, e nella parte opposta la casa del Poeta tragico, la Fullonica ed altre case che han preso nome dalla grande e picciola fontana. In una delle due botteghe pertinenti ad una di queste si trovarono oggetti di oreficeria. Nel pavimento dell’adito è rappresentato, un gran cane incatenato colla scritta CAVE CANEM. È detta la Casa del Poeta per un dipinto in cui è rappresentato un uomo che assiso sopra picciolo sgabello e con un papiro in mano par che declami de' versi innanzi a due persone. In questa casa si rinvenne il pregiatissimo quadretto in musaico, o Coragio, messo in mezzo al pavimento similmente in musaico. Rappresenta il portico della parte postica di un palco scenico, dove un Corago, distribuendo maschere e vestimenta agli attori, presiede al loro abbigliamento.
Di seguito alla casa di Pansa viene la Fullonica dove si lavavano e purgavano le vesti, ed appresso altre picciole case, una delle quali ha preso il nome da una fontana a foggia di un’edicola con nicchia e fastigio, ornata di be’ musaici, marmi e 'conchiglie. Da una scena comica dipinta in una delle stanze di questa casa rilevasi, che non tutti gli attori si mascheravano. Simile a questa casa ne viene appresso un’ altra benché più piccola, ma non meno elegante e con la facciata a grandi bugne intagliate nella pietra di tufo. Ha la fontana pur simile in quanto all’ornato, se non che in questa i acqua spicciava dal becco di un’oca che un putto alato di bronzo tiene abbracciata, e da molti altri zampilli in diverse fogge raffigurati. In questa trovaronsi preziosissimi oggetti di ogni maniera e monete.
Dopo un’altra casetta segue una stradicciuola, ed al di là di questa una bottega, le cui pitture fan crederla di falegname. Una picciola casa frammezza tra questa e quella detta dell’Adone o Ermafrodito, che è delle più sfoggiate pe' vaghi dipinti ond’era adorna, e pe' preziosi oggetti di argento rinvenutivi che sommano a 64 pezzi consistenti in crateri, calici, patere, tazze, cucchiai ed uno specchio. E forse allo stesso ricco proprietario appartenevano i 14 vasi di argento ritrovati poco lungi, perchè si era cercato di salvarli.
Le case che a questa vengono d’appresso non sono meritevoli di attenzione, dall’ultima in fuori, detta di Apollo, in cui si rinvennero gli avanzi di un forziere di avorio dipinto.
Il quadrivio, che dopo lo descritte case s’incontra, era decorato di un arco trionfale con due fontane. Dirimpetto avvene un altro all’estremità della strada che conduce al Foro. Ornato era il primo da una statua equestre di bronzo di grandezza naturale.
A destra di quest’arco per chi entra dalla strada de' sepolcri, due strade vanno a due angoli del Foro, e comprendono le pubbliche Terme assai ben conservate da poter intendere quel che Vitruvio ci ha lasciato scritto sui bagni degli antichi. Son esse divise in due appartamenti, uno più piccolo e meno elegante serviva probabilmente per le donne, e l’altro per gli uomini. Al vestibolo del primo, che era fornito di sedili (scholae) per le schiave che accompagnavano le padrone, seguiva una lunga sala, dove si lasciavano le vesti e trovavasi il bagno freddo (frigidarium) anche con due lunghi sedili per ispogliarsi e riposarvi. Da questa salasi passava al tepidario che comunica colla stufa (calidarium), alla cui dritta era il bagno caldo e nel fondo una gran nicchia semicircolare (laconicum) nella cui volta era il meccanismo che regolava la temperatura girandosi una valvola, ed in mezzo una vasca rotonda (labrum) che serviva per lavarsi solo il viso e le mani.
Nell’altro appartamento cntravasi per tre porte, di cui la principale menava, scendendo tre gradini, al portico, e quindi al cortile con un ambulacro coverto e sostenuto da 11 colonne e 4 pilastri di fabbrica rivestiti di stucco e dipinti. Il luogo ove si tuffavano era a guisa di pozzo a pian terreno, di figura circolare e proporzione di un gran caldajo rivestito di intonaco, e di una conveniente profondità.
Vi si trovarono quattro bellissimi vetri incassati in un telajo di bronzo ond’era difesa la finestra, che dava lume al tepidario, mentre quella che illuminava lo spogliatojo era chiusa da una sola gran lastra. Il tepore del tepidario veniva da un gran braciere nel mezzo, che ancora vi si osserva, di figura di una vacca simboleggiando il nome di chi facevala costruire, perchè vi è scritto M. NIGIDIVS VACCULA P. S. Sull’orlo del labro di bianco marmo leggasi la seguente iscrizione in caratteri di bronzo incastrati:
CN. MELISSAEO. CN. F. AVRO. M. STAIO. M. F. RVFO. II. VIR. I. D.
LABRVM. EX. DD. EX P. P. F. C. CONSTAT. H. S. D. CC. L.
Abbiam voluto riportarla per l’opportunità che offre di sapere, come si valutavano appo gli antichi i lavori. Essendo costata una tal vasca marmorea 750, sesterzii, cioè circa ducati trentadue di oggidì, il signor Bechi osserva che costerebbe ai di nostri meglio di ducati trecento.
Diciannove botteghe erano annesse all’edilizio delle Terme, in una delle quali trovaronsi due scheletri abbracciati, che a giudicarne dalle ossa e dalla freschezza de' denti. erano due giovani di sesso diverso.
Strada di Mercurio. Traversava questa strada la città quasi in tutta la sua lunghezza, e pare che abbia dovuto essere una delle più belle di Pompeja, perchè larga più di 35 piedi menata al Foro, ed anche perchè sonosi in essa scoverte lo più ragguardevoli e sfoggiate abitazioni, come quella delta di Meleagro, e la più vasta e la più ricca che chiamano del Questore o de' Dioscuri. Si è denominata da Mercurio per una fontana del quadrivio che dava l’acqua dalla testa di tale divinità scolpita in basso rilievo. Da questa strada si è potuto formare idea def traffico dei Pompejani per le tante botteghe con figure di Mercurio e della Fortuna dipinte, e le tante scritte rosse sui muri, colle quali ciascun venditore e commerciante si raccomandava al favore degli Edili e de' Duumviri, magnificandoli come buoni, ottimi colleghi e degni della Repubblica. Anche i fruttajuoli (pomarii) imploravano il favore degli Edili Giulio Sabino; Marco Sabino, e del Duumviro M. Olconio Prisco con queste parole ed in tal guisa;
M. HOLCONIVM
POMARI UNIVERSI
PRISCVM. II. VIR. I. D.
CVM HELVIO VESTALE ROG.
Notevole nella casa di Meleagro è la circostanza di essersi trovata appena compiuta ne' dipinti al momento della rovina, così giudicandosi dalla loro freschezza, e da qualche stanza restata a dipingersi.
Vengono in seguito le case dette, una d’Inaco e d’Io, e l’altra del Centauro, dove si trovò un’arca ferrata ma con chiodi e listelli di bronzo, e poi quella de' Dioscuri o del Questore.
Dopo il vicoletto da cui comincia l’altro rettangolo delle case, viene una taverna. In uno de' dipinti, che per tale la definiscono, ed anche per un lupanare almeno per una parte della stessa è rappresentato il trasporto e scaricamento di due carri di vino, donde si rileva che facevasi allora uso di grandi otri fatti della pelle di buoi, da una delle cui gambe travasatasi nelle anfore.
Di contro alla taverna sono varie botteghe, e dopo una casa segue un’osteria, e quindi le abitazioni di Avellio Firmo e Pomponio, la Casa detta dell'Ancora, ed ultima quella del Naviglio, perchè que. ’nomi sono scritti presso le porte, e le dette insegne si veggono sulle botteghe ad esse contigue.
Strada della Fortuna. Accanto al quadrivio dell'Arco è una piazzetta nella quale sorgeva il picciolo tempio o edicola della Fortuna Augusta incrostata di marmo ed a lavoro corintio. Alle spalle di essa edicola, donde la strada ha preso il nome, comincia vano le private abitazioni, cioè lo Case delle forme di creta, la Casa de' bronzi o delle Erme ben decorata di belle pitture, la Casa de' capitelli figurati, e la casa del Gran Duca Leopoldo, perchè scoverta in sua presenza nel 1° giugno 1833, e trovata anche adorna di scelti ornamenti, fra’ quali il bellissimo quadretto a mosaico rappresentante un ippopotamo in riva del Nilo, contro cui un navalestro lancia una pietra dal suo palischermo. In questa casa, come nelle altre accanto al focolare di fabbrica, vedesi il cosso ed il tubo che vi corrisponde scendendo dal muro, mostra che la casa aveva un piano superiore. Segue alle dette abitazioni una altra che credesi di un pasticciere (cupedinarius) e nondimeno pur bellamente pitturata. Viene appresso un’altra Casa de' capitelli figurati, che per distinguerla dall’altra simile, vuolsi dire piuttosto Museo delle pitture, tante e si belle se ne sono scoperte in essa più che nelle altre. Egualmente ricca di dipinti e la seguente delta dapprima di Dedalo, e poi Casa della Caccia per un quadro elio in tutto un muro rappresenta una di quelle che davansi nell’anfiteatro.
E di qui eccoci alla Casa del Fauno o del Gran Mosaico, cosi delta da’ due più famosi monumenti dell’arte antica in essa rinvenuti. Essa rimaneva distrutta o non ancor compiuta, essendovisi trovato un piattello di piombo con colori e foglietto d’oro, non che fra vasi di bronzo e strumenti di muratori, molti ornati di porte. Diverse spiegazioni si son date del dello inestimabile Gran Mosaico. Gli archeologi si accordano in vedervi una battaglia tra Alessandro e Dario, ma chi pensa di esser quella avvenuta alle rive del Granico, chi quella sull’Isso, e chi l’altra di Arbella. Ultimamente il prof. II. Schreiber di Friburgo ha riconosciuto in esso rappresentata la vittoria che i Romani riportarono sui Galli a Clastidio, ora Chiasteggìo, nella Liguria.
Dopo il vicoletto che divide la casa del Fauno dall’altra che segue, un’altra isola perfetta contiene l’altra magnifica magione intitolataci Labirinto di Creta. Alle spalle di essa è Un gruppo di dieci piccole-e rozze case. Nell’altro rettangolo appresso la casa istessa del Fauno, si sono scoverte finora due sole case non mancami de' soliti erotici dipinti.
Nella strada non ha guari distornata verso la porta di Nola si leggono sulle mura non pochi programmi e curiosi dipinti. Le epigrafi contenevano voti che i venditori esprimevano per la elezione de' nuovi magistrati municipali. Singolare fra gli altri è quello espresso per l’edile C. Giulio Polibio lodato perchè procurava al popolo buona qualità di pane.
Da questa strada un vicolo tortuoso ha preso nome dei falli per la gran quantità che se ne vede effigiata sui muri delle abitazioni, siccome sono in gran numero anche gli osceni dipinti, così credesi che vi abbiano dimorato di molte cortigiane.
Strada del Foro. Al termine della strada di Mercurio, in linea reità discende quella che mena al Foro. Oltre le solite botteghe, una sola casa si è scoverta sul sinistro lato della stessa detta la Casa di Bacco, in cui si scovrirono eleganti sedili simili ai divani di oggidì. Sotto un rozzo dipinto rinvenuto fra le botteghe, il pittore scriveva queste parole per farlo rispettare: Abeat Venere Pompeiana iratum qui hoc laeserit. Dal dipinto in faccia ad un’altra si crede che vi si fosse venduto del latte: dirimpetto vi è un’edicola dedicata agli Dei Viales.
Segue il Foro, al cui ingresso sorgeva un piccolo arco trionfale con pochi marmi di cui era incrostato, e con istatua equestre di bronzo sudi esso, della quale si trovarono gli avanzi. Vedesi a sinistra un tempio di quelli detti prostili e di ordine corintio, con colonne pienostili ovvero messe a piccola distanza l’una dall’altra e col portico esastilo o di sei colonne di fronte. Il suo interno recinto e di figura quadrilunga chiuso di muri dipinti a rosso. Si è supposto che restava il detto tempio non del tutto restaurato dai danni sofferti dal tremuoto dell’anno 63, e che fosse stato sacro a Giove per essersene trovata la sola testa colossale di marmo. Altri si avvisano che fosse stato un luogo di assemblea simile a quello del Senato di Roma.
Di qui si entra nel Foro di figura rettangolare lungo 344 piedi, e largo in circa 107, cinto in tre lati di colonne doriche, di ruderi di templi e di altri pubblici edifizii, ed al termine di esso il piccolo Arco di trionfo tra molti piedistalli. Aveva il Foro tre ingressi ad arco, due al settentrione ed uno a mezzodì con inferriate che si aprivano a chi aveva il dritto di dare i suffragii. Le colonne del portico sostenevano un loggiato, e su due grandi piedistalli esser vi dovevano statue equestri, oltre ad altre di benemeriti cittadini, come rilevasi da vario iscrizioni in fronte alle loro basi.
A sinistra del Foro era la carcere in cui trovaronsi due scheletri nei poppi. Segue un lungo edilizio che si è creduto destinato ad uso di pubblico granajo, presso il quale un gran pezzo riquadro di pietra aveva le 5 misure degli aridi incavale nel mezzo, e quattro piccole po’ liquidi negli angoli, le quali si vuotavano dalla parie inferiore.
Si veggono appresso i grandiosi ruderi del Tempio di Venere, cui salivasi per 16 gradini. Stava in mezzo a tre recinti successivi; ed aveva il portico di 48 colonne originalmente di ordine dorico, poi con lo stucco trasformate nell’ordine composito. Innanzi ad ogni colonna era un piedistallo per statue, di cui trovossi una sola in forma di un’erma avvolta in manto e toga, e ciò perchè danneggiato anche dal tremuoto.
Una picciola strada divide il tempio di Venere dalla Basilica, gran monumento anche trovato in rovina. Il nome di BASSILICA si legge due volte graffito in rozzo carattere presso una delle porte laterali. Un’ampia gradinata di quattro gradini coverti da un portico di un doppio ordine di colonne doriche conduce a questo edilizio rettangolare sostenuto ne' due lati maggiori da 24 grosse colonne joniche scanalate, e da altre quattro ne' lati minori. Ne’ fianchi del muro sostenevano il portico altrettante mezze colonne, che negli angoli venivano ad essere accoppiate. È noto che in essa amministravasi la giustizia, e che il popolo ed i negozianti vi si riunivano per trattare de' loro affari. — Sulle mura si leggono graffiti con punta di chiodi o altro, curiose iscrizioni, e versi di Ovidio, Virgilio, e di altri illustri poeti.
Oltre qualche casa privata rimpetto alla porta laterale a sinistra della Basilica, gli altri pubblici edifizii che la fiancheggiano a destra, sono un Augusteo, il Senacolo, un tempio, il Cadcidico col crittoportico di Eumachia, ed un altro recinto di uso mal nolo.
Tra sci botteghe, supposte di cambiamonete (tabernae argentariae) pel gran numero di monete di bronzo rinvenutevi, si entra nell’Augusteo, dapprima creduto un Panteon dedicato ai 12 Dei maggiori. Il Geli inclina a riconoscere in esso un λεσχη da fabulatio. o luogo di riunione già in uso in molte città greche fin dai tempi di Omero. Se così è, deve credersi poscia dedicato alla famiglia Augusta, e quindi divenuto Augusteo, cioè tempio sacro ad Augusto. É desso ornato di svariali dipinti di storici subietti, e di altro argomento. Vi sì rinvennero un vaso perle acque immonde pieno di reste di pesci, perchè vi si celebravano conviti da’ più ragguardevoli personaggi, ed una cassettina con 1036 monete di bronzo, 41 di argento, due anelli, uno di oro e l’altro di argento, la quale eravi messa, come si usa presentemente, all’ingresso per raccogliere il tributo della pubblica beneficenza, o le collette.
Un vasto edilizio in forma di emiciclo si crede dai più Pania o la curia destinata al consesso dei Decurioni, ovvero specie di Senacolo, cui segue un ampio recinto decorato di nicchie e di una tribuna; cui si sale per una piccola gradinata. Si è creduto che fosse una scuola pubblica, perchè dietro ad una delle sue porte si legge la seguente iscrizione a pennello:
C. CAPELLAM. D.V.I.D.O.V.F. VERMA. CVM. DISCENTIBVS.
A fianco dell’Aula Decurionale è un tempietto con picciolo vestibolo ornato di quattro colonne, con l’area scoperta e senza portici. In fondo allo stesso si alza la cella, a cui si sale per due scalette nei fianchi dello stilobato. Del nume ignoto cui era sacro non si rinvenne che il piedistallo della statua.
Viene appresso l’importante e sontuoso edilizio eretto dalla pubblica sacerdotessa Eumachia in nome proprio e di Frontone suo figlio alla Concordia ed alla Pietà Augusta, come leggesi in questa iscrizione:
EVMACHIA. L. F. SACERD. PVB. NOMINE SVO ET
M. NVMISTRI. FRONTONIS FILI CHALCIDICVM CRYPTAM.
(PORTICVS
CONCORDIAE. AVGVSTAE. PIETATI SVA PEQVNIA. FECIT. EADEMQVE DEDICAVIT.
Dalla porta principale si entra ai portici tutti marmorei e sostenuti da 48 colonne corintie di bianco marmo; e tutta l’ampiezza si distende per 148 piedi in lunghezza ed 87 in larghezza. Son chiusi i portici dai muri della Cripta, in cui si penetra per due porte dai portici. Era la stessa tutta coperta e prendeva lume da 28 finestre che sporgono sotto il porticato. Tutto l’edilizio ricco di vaghe pitture è per ultimo intorno intorno fasciato da un cornicione corintio sostenuto da pilastri dello stess’ordine.
Del Calcidico di cui parla l’iscrizione non si è potuto dagli eruditi riconoscere quale e dove esso sia.
La strada che fiancheggia l’edifizio di Eumachia si è detta degli orefici per i tanti ornamenti muliebri scoverti in quelle botteghe. Le case che sono lungo questa strada hanno le facciate di uno stile puramente greco. Vi son pure due fontane leggiadramente decorate. Fuori di questa medesima strada scoprivasi uno scheletro di un sacerdote d’Iside, a giudicarne dalle varie immaginette Isiache trovate d’accanto a lui, che stringeva in una mano una borsa di tela grossolana con entro 360 monete d’argento, 6 d’oro, ed altre di rame, e nell’altra salvava pure delle forchettine, patere e coppe di argento, nonché un cammeo colla figura di un satiro danzante, anche con pietre preziose, e vasi di bronzo e di rame.
Dietro all’Augusteo, all'Aula decurionale ed al tempio sono delle case rovinate, delle botteghe ed un’osteria.
Dirimpetto all’edilizio di Eumachia, tra la strada della Fontana dell’Abbondanza, e quella che mena ai Teatri, si sono scoperte delle case importanti per le decorazioni e per gli oggetti rinvenutivi. Nella casa del Chirurgo che esercitava pur l’arte del farmacista, oltre agli astucci con gl’istrumenti cerusici e le scatole de' farmachi con mortai e pestelli di varie proporzioni, si rinvennero fra gli altri oggetti due pezzi di galloni d’oro.
Negli altri due lati di questo comprensorio rettangolare si veggono le caso dette dell’Apollo e Coronide, del Dio Pane, dell’Auge ed Ercole, dell’Adone.
Il vicolo detto de' Dodici Dei divide il gruppo delle dette case da un altro ché sporge sulla strada della Fontana dell’Abbondanza, in etti sono Io ab dazioni dette di Ero e Leandro, del Medico, e quella di FUSCUS notabile pel suo bel gineceo. Dal numero delle botteghe, coverte in questa strada, e dalle arti che vi si esercitavano si forma altra più vantaggiosa idea del fiorente commercio di Pompeja. Fra le altre manifatture quivi si lavoravano i musaici. Moltissime altre botteghe fiancheggiano la strada de' Teatri. In una delle solite scritte dalla voce Offectores è chiaro che nella bottega, al cui fianco legge vasi, si ritingevano panni.
Dove la strada della Fontana dell’Abbondanza ha termine, altro gruppo di nobili edifizii s’incontra, e poi la strada, che mena all’Anfiteatro fiancheggiando il Tempio d’Iside. Alla dritta di questo è un gran recinto murato, che rinchiude un atrio quadrilungo con porticato di colonne doriche ne' tre Iati, e tre stanze nell’altro; del quale edilizio non si è saputo indagare la destinazione.
Uno de' più singolari monumenti di Pompeja è il Tempio d’Iside, che rimaneva già atterrato per effetto del tremuoto del 63, e trovatasi in parte ricostruito all’epoca dell’ultima rovina, come apparisce dalla seguente iscrizione:
N. POPIDIVS N. F. CELSINVS
AEDEM. ISIDIS. TERRAE. MOTV. CONLAPSAM
AFUNDAMENTO. P. S. RESTITVIT. HVNC. DECVRIONES. OB. LIBERALITATEM
CVM. ESSET. ANNORVM. SEXS. ORDINI. SVO. GRATIS. ADLEGERVNT.
Ci passiamo dal descriverlo, perchè di molto ci occuperebbe per le molte particolarità che presenta.
A fianco di esso è un altro tempietto che è de' più piccoli di quanti sp no siano finora scoperti. Si è creduto sacro da chi ad Esculapio, e da chi a, Priapo, a Giove, ed a Giunone per le picciolo immagini di tali divinità scopertevi. Nella cella del custode rinvenivasi un ex roto consistente in una picciola culla in terra cotta con un busto di fanciullo aderente alla estremità.
In questo tempietto e la strada che rasenta il picciolo Teatro, fra le altre botteghe ed abitazioni si scopri la bella casa di un marmorajo. Un pezzo di marmo vi si rinveniva colla sega in mezzo al taglio già profondato, oltre a' tanti stromenti dell’arte e statue incomplete..
Ed eccoci a dir finalmente de' due Teatri e dell’Anfiteatro, coi quali diam termino a questo articolo divenuto alquanto lungo in grazia della singolarità del suo subietto, ed anche a riguardo, che nel corso di questa opera non accadrà dover tornare e parlarne.
Il teatro più grande era scoverto e tutto rivestito di marmo nell’orchestra, ne' gradini della cavea e nella scena. Una iscrizione in caratteri di bronzo incastrati nel marmo fa noto che veniva lo stesso dedicato al Patrono della Colonia Marco Olconio Rufo. Era essa disposta cosi:
M HOLCO |
NIO, M. F. RVFO |
II. VIR. I. D. |
QVINQVIENS |
ITER. QUINQ. |
TRIB, MIL. A. P. |
FLAMINI AVG. |
PATR. COLON. DD. |
Essendosi trovata in tal modo scritta a caratteri di bronzo sul primo grado dell’orchestra, è probabile che in mezzo sorgesse la statua di M. Oleonio, scorgendovisi le grappe di ferro che la sostenevano.
Dietro la scena corrispondeva un piccolo portico ad uso degli spettacoli, ed, un altro grande con camere e botteghe intorno che serviva di ricovero agli spettatori in caso d'improvvisa pioggia, ed anche di pubblico passeggio; sebbene allo scoprirsi siansi trovati de' segni di essere stato almeno in parte un quartiere di soldati.
Dalla sinistra di questo teatro grande, destinato alle tragiche rappresentazioni, un portico conduceva all’orchestra del piccolo ovvero dell'Odeo, che era forse addetto esclusivamente alla Commedia ed al canto, il cui architetto fu un M. Artorio Primo, e la cui costruzione rimonta almeno a tre anni prima dell’era volgare, secondo che rilevasi da una curiosa iscrizione graffita sull’intonaco esteriore del medesimo.
Sul muro di una delle 40 stanze del detto portico leggevasi quest’annunzio di un tavernajo, cui era stata involata un urna vinaria. Ecco com’era concepito: Urna vinaria periti de taberna— Sei eam quis retulerit —Dabuntur —H S. LXV Sei furem— Qui abduxerit—Dubito duplum—A Vario.
Verso l’estremità meridionale del portico triangolare, e vicino alle mura di Pompeja, oltre di un emiciclo ad uso di sedile che aveva un orologio solare, si osservano le rovine dell’antico tempio sacro forse ad Ercole o a Nettuno, della lunghezza di 120 piedi, largo 70; ed a sinistra di esso un bidentale o tempietto solito ad innalzarsi ne' luoghi tocchi dal fulmine, con questa breve iscrizione OSCA NI TREBIIS. TR. MER TUH AAMANAPHPHER interpetrata per Aumerius Trebius Ter. Meddis Tohticus faciundum curavit.
Si osserva inoltre un lungo spazio o stadio ad uso della corsa, e quindi oltre alla strada de' sepolcri pare che una altra necropoli rimanga a scoprirsi verso il mare.
Poco discosto dalle mura, e sopra una collina sorgeva l’Anfiteatro, cospicuo monumento di Pompeja per antichità e magnificenza. È lungo 515 palmi e largo 595 misurato dalle estremità esteriori ne' due. assi della sua ellittica figura. Due ambulacri coverti girano intorno l’arena, in sui muri de' quali varie epigrafi a pennello o a carbone esprimevano o le lodi o le imprecazioni contro quei gladiatori che le avevano meritate, come in questa: Barca tabescas. Analoghe pitture or cancellate ornavano il podio o infima cavea. Molte iscrizioni accennano ai restauri che diversi personaggi facevano eseguire nelle diverse parti rovinate dal tremuoto del 65. Contiene la seconda cavea 12 gradini, in cui sedevano i cittadini. La terza ne contiene 18 pel popolo. E la somma cavea, con cui termina il grand’edifizio in un bell’ordine di archi e di logge, che dicevansi anche cattedre perchè coverte, era destinata alle donne. Il posto di ogni spettatore vedesi segnato da linee e numerato con cifre a spennello. Non aveva questo anfiteatro cave sotterranee per e fiere, le quali si ritenevano forse nelle quattro stanzette presso i due ingressi de portici, se pure i combattimenti non si limitavano a quelli de' tori e de gladiatori. Per mezzo di sei scale da) lato verso la città, e per due delle torri da quello delle muraglie si passava allo scoverto ambulacro esterno, il quale con quaranta vomitorii metteva nella somma e media cavea; e venti scalette menavano ad un corridojo coverto con quaranta aperture, donde passavasi al sedile delle donne. Si calcola a 18 o 20 mila il numero degli spettatori ond’era capace, il qual numero se pare eccedente in proporzione della città, si ricordi che vi concorrevano anche gli abitanti delle città vicine.
A breve distanza dall’Anfiteatro un’altra casa sontuosa e magnifica discoprivasi, su di un cui muro leggevasi questo programma di locazione, che la padrona ne mostra in una Giulia Felice:
IN PRAEDIS IVLIAE S. P. F. FELICIS.
LOCANTVR
BALNEVM VENERIVM ET NONGENTVM TABERNAE PERGVLAE
COENACULA EX IDIBVS AVG. PRIMIS IN IDVS AVG. ANNOS CONTINVOS QUINQVE
S. Q. D. L. E. N. C.
Le cui ultime sigle il Resini interpetrava: Siquis damnatum lenocinium exerceat ne conducito, ed il Winckelmann congiungendole alle parole di un’acclamazione scritta più sotto, leggeva: Si quis dominam loci ejus non cognoverit a deat Svectium Verum Aedilem.
E questo è quanto offre Pompeja per quella parte che si è finora scoperta. Nel darne questo sommario ragguaglio, avendo seguito passo passo la pur rapida descrizione del Corcia, stimiamo di chiuderla con quasi le parole istesse ond’egli termina la sua.
Poche grandi abitazioni erano in Pompeja, se pur altre non ne verranno fuori in appresso; ma in tutte le picciolo case nulla vedesi omesso di quanto renderle poteva comode; ed una pruova di ciò è la somiglianza della loro distribuzione, che dir vuole altresì di essere state le medesime agli usi del tempo ben adattate. Un riscontro perfetto delle case di Pompeja trovasi in quelle della città della Cina Mai-mai-tchin che è un emporio di commercio alle frontiere della Russia. «Le cui strade, dice il celebre orientalista J. Klaproth, son dritte, e conducono alle porte dividendo la città in quadrati regolari: le case sono contigue le une alle altre, e di rado le finestre danno sulla strada. La porta principale di ciascuna casa mena nel cortile, intorno al quale sono situati gli appartamenti, la cucina, i magazzini e le altre stanze. Alla porta esterna si legge per lo più il nome del proprietario, il titolo allegorico della sua bottega o i caratteri che significano felicità e lunga vita. Dalla parte del cortile le stanze ed i pergolati son dipinti a vivi colori; ed entrando nella porta, l’ospite è ricevuto dal padrone o dai domestici che cacciano via gli enormi cani del cortile».
Fu cosi generale il gusto della decorazione delle stanze in Pompeja, che si potrebbe crederla ornata dagli stessi artisti diretti da un solo maestro. Erano le case abbellite con semplicità, poiché in fuori de' pavimenti e dei musaici, i marmi si trovano solo adoperati nei teatri ed altri edifizii pubblici. In vece il gusto più dilicato e la più fina ricercatezza si veggono adoprati negli stucchi sì nell’interno che nell’esterno delle case. Le pitture erano di un uso cosi generale, che può dirsi Pompeja tutta dipinta. I suoi quadri fanno la maraviglia degli artisti e degli uomini di gusto, maraviglia che si fa maggiore in pensando che tali opere si eseguivano da artisti secondarii, che lavoravano, come dice Vitruvio, ad appalto.
Era Pompeja, che oggi dicono Pompei, situata sopra un vasto scoglio, prodotto, come dicevamo, da antichissimo eruzioni del Vesuvio, in riva al mare, all’ingresso di una fertile pianura, e presso il Sarno fiume navigabile, le cui acque animavano le pubbliche e le private fontane. Con tal felice posizione, era dessa una piazza militare, una piazza di commercio, ed un luogo di delizie.
57. Tora. Il solo Floro parla di questo borgo o castello della Campania ricordando, che andò soggetto alle devastazioni di Spartaco, quando abbandonò il Vesuvio, ov’erasi fortificalo. La sua situazione è stata sempre ignota ai Topografi patrii, perche si è da essi confusa or con Cosa, ed ora con Taurania. Rimane tuttavolta il dubbio, se dee credersi nel luogo detto la Tora verso i confini dell’antico agro di Suessola, dove si vedevano nello scorso secolo avanzi di antichi edifizii; oppure in quello, che dicesi Casatuori presso i villaggi di S. Valentino e S. Marzano nel territorio di Sarno, dove i ruderi di vecchie muraglie e di sepolcri danno indizio di antica dimora.
58. Taurania. Plinio come città della Campania, e Stefano Bizantico come città dell’Italia, sono i soli che ricordano Taurania, di cui Cluverio si fece a niegar l’esistenza. Le ricerche de' patrii Topografi confermerebbero colla loro discrepanza l’avviso di costui, se quel che da Plinio rilevasi, in quanto alla vicinanza di essa città con quella di Stabia, non fosse avvalorato da una carta del medio evo, che ricorda ne' dintorni di Stabia un luogo detto Propiciano, soggiungendo le parole ubi TAURANICO dicebatur.
59. Stabia. A tre miglia antiche sorgeva sulla spiaggia del Cratere, ed alle falde del Gauro, l’antica città di Stabia. Se ne attribuisce la fondazione agli Osci, oppure ai Sarrasti, che si credono fondatori di Sarno, di Nocera e di altre vicine città Distrutta da Silla ad occasione della Guerra Sociale, i suoi abitanti si ridussero ad abitare ne' dintorni, dando origine a varii villaggi, che poi divennero forse gli odierni paesi di Gragnano, Lettere, Privato, Piemonte... Restò nondimeno il nome di Stabia al sobborgo, nel quale ospitò Plinio presso il suo amico Pomponiano, quello stesso che Galeno chiamò col nome di Terricciuola. Se questo sobborgo o qualche altro della medesima Stabia fosse stato nel sito dell’odierno Castellammare, dove era il porto di Stabia, non è chiaro abbastanza; se non che quello che dal V secolo divenne sede Vescovile fu certamente il sobborgo posto alla marina. Non lungi da questo, ovvero da Castellammare era l’antica Stabia, di cui molti ruderi si scoprivano presso il ponte di S. Marco. Altre rovine di qualche villa suburbana e di sepolcreti si trovarono nel circostante territorio. Nel luogo dello Carrara, sulla via che mena a Nocera, usciva una delle strade di Stabia fiancheggiata pur di sepolcri, come quella di Pompei. Sul colle di Varano supponeva il Rosini la casa di Pomponiano; e nel 1838 in fatti si scopriva il vestibolo di un’abitazione ornato di colonne, con alcune stanze co’ soliti dipinti a tresco. Oltracciò nel passato secolo si erano già scoperti altri privati edifizii ed una villa simili a quelli di Pompei, nonché molti preziosi e rari oggetti che si conservano nel Real Museo. La villa, detta del Filosofo per un raro cammeo che lo rappresenta, in essa rinvenuto, aveva un bel peristilio di 70 colonne.
Fu Stabia anche anticamente in rinomanza non solo per le sue acque salutari, ma anche per l’ottimo latte de' suoi armenti.
Fra gli altri titoli sepolcrali scoperti nel luogo oggi detto Fajano da Fanum Jani, uno ne veniva fuori, che ci dà ad intendere, come anche anticamente vi erano medici che si applicavano alla cura speciale di qualche organo, perchè parla di un oculista in questa iscrizione:
CN. HELVIVS. CN. L. IOLLA
MEDICVS OCVLARIVS
60. Equa. Nel seno di Stabia fu un’altra piccola città piuttosto grossa borgata, che da aequor, pianura, prese il nome di Equa. Non è ricordata dagli antichi geografi o perchè troppo piccola, o perchè abbattuta da Silla al pari di Stabia, da cui era lontana solo quattro miglia antiche. Parlò Silio Italico dei gioghi Equani celebri pei vini che producevano, e delle milizie degli Equani messe in campo a pro di Roma. Nulla può dirsi della sua fondazione. Certo è che nel medioevo sul monte soprastante al lido in cui la vogliono i patrii scrittori situata,. fu il villaggio di Massa Equana, ora detto Massaquano, che è uno de' più deliziosi casali di Vico Equense, dove sembra che gli antichi Equani, lasciando la spiaggia, si riducessero dopo la distruzione della loro patria.
61. Sorrento. A sei miglia da Equa veniva Sorrento nello stesso sito della odierna città Ne ricorda Igino la greca origine; Tacito riferisce la tradizione che attribuiva ai Greci il dominio di quella spiaggia su cui venne fondata; ed il Capasso congettura che ne siano stati fondatori i Pelasgi.
Strabone attribuisce Sorrento ai Campani, e posteriori Geografi la mettono tra i Picentini, perchè veramente la sua posizione è tra gli uni e gli altri. Perde Sorrento la sua autonomia nel 441, quando cadde in potere dei Romani. Per siffatta perdita mal tollerata si ribellò con tutti gli altri Greci della spiaggia dandosi ad Annibale, e nella Guerra Sociale non si stelle spettatrice indifferente. Travolta quindi nella sorte delle altre città, ebbe a dividere il suo territorio con una colonia speditavi da Augusto; e ciò è tutto quel che si sappia delle sue storiche vicende.
Da qualche iscrizione greca è chiaro, che Sorrento ebbe le sue Fratrie al pari di Napoli. I molti templi ed altri pubblici. edifizii la fan supporre assai popolosa e frequentata pur essa per ragion di commercio da trafficanti stranieri, e specialmente Alessandrini, come Pozzuoli, Napoli e Pompei. Nel Foro della città ricordano le epigrafi di essersi erette delle statue a’ benemeriti cittadini Flavio Fausto e L. Arrunzio, ad Adriano, ed all’Imperatrice Fausta.
I templi che decorarono la città furono, nel suo recinto quello di Cibele, nel sobborgo quelli di Apollo e Nettuno, fuori le mura quello di Cerere, e vicino il mare quello di Venere.
Magnifico fu il tempio di Cerere, come lo mostravano gli avanzi di opera laterizia e reticolare che ne rimanevano prima che si costruisse nel suo sito la casa de' Guardati. Detti avanzi erano un bel pavimento a mosaico, più di 30 colonne, quali di porfido e quali di basai te, ed un’ara di marmo pario, che oggi vedesi accanto la chiesa de' SS. Felice e Baccolo. In quel sito medesimo era il Circo, e propriamente nel luogo perciò detto la Rota. Oltre dei suddetti templi un frammento d’iscrizione accenna pure ad un Ninfeo nel luogo detto Atigliano, come un’altra parla delle terme, che Adriano faceva restaurare.
Molto encomiati trovansi appo gli antichi la salubrità dell’aere, i vasi, i vini di Sorrento; e fra i buoni pesci che offre il pescoso suo lido è celebrato da Ennio il fagro, che oggi dicono frugolino. Orazio ancora fa assaperci che fra i luoghi ricerchi dai Romani pe' diletti della villeggiatura erano Brindisi e l’amena Sorrento.
62. Papia. Si è creduto che questo villaggio sorgesse al di là di Sinupssa, a breve distanza dal mare, ed a cinque miglia dal Liri nel luogo detto il capo di Pappala, cioè vicino al casale di Quintola, presso la distrutta chiesa del quale leggeva, in una lapida il nome di un L. Papio liberto, cui fu posta. È vero che un nome di persona non ha nulla di comune col nome di un paese o villaggio che sia; ma siccome nel marmo, che abbiam riferito parlando di Cedia al numero 45, oltre di farsi parola de' coloni Papii insieme Sinuessani e Cediciani, è pur memoria di un L. Papio Pollio, che lor lasciava in testamento i 12, 000 sesterzii; così per la stessa associazione di Papio probabilmente patrono de' Papii coloni potrebbe, non che altro, afforzarsi la probabilità di creder Papia, dove appunto si è supposta.
63. Petrino. Rammenta Orazio il Petrino Sinuessano, che il suo Scoliaste non sa dire se fu un monte o un campo. Probabilmente si ritiene dal Corda per un villaggio, onde prese nome la villa di Lepta l’amico di Cicerone, perchè nel luogo detto alla Venola, alterazione di Ad Venerem, nelle vicinanze di Sinuessa presso la Via Appia, sorgeva un tempio dedicato a Venere Felice, come è chiaro da iscrizione e da rovine del medesimo scoverte nel principio del passato secolo. Un’antica carta di donazione inoltre di Riccardo Principe di Capua ricorda la Villa Petrina, come sussistente nel secolo XI, e posta verso il mare presso Mondragone, e proprio nel collo appiè del monte Massico, ove rimangono gli avanzi.
64. Vico Fenicolense. All’Est della palude Literna è il villaggio detto Vico di Pantano, presso il quale vogliono i patrii scrittori ritirato in volontario esilio il gran Scipione. Innominato nell’antichità, o almeno ignoto, trovasi distinto col nome di Fenicolense, dall’abbondanza del fieno, in una decretale del Papa Pelagio II del 579; il qual nome mutò indi a poco, in quello di Vico di Pantano dalla vicinanza della palude, come trovasi detto in una carta del 703 riferita dal Cronista Volturnense presso Muratori.
65. Hame. Ricorda Livio un luogo col nome di Hamae a tre miglia da Cuma per la strage, che vi fu fatta dei Campani, che con inganno impadronir si volevano di Coma nel 536 di Roma. Fu celebre questo luogo pe' solenni e notturni sacrificii, ai quali tutt’i Campani convenivano. Durava la festa tre giorni, e il sacrificio, che Livio non dice o non seppe a qual divinità si offerisse, compievasi prima della mezza notte.
66. Bauli. Sul sito dell’odierno Bacoli si scoprivano due titoli sepolcrali, in cui si parla del colleggio nell’uno, e dell’ordine de' Decurioni Baulani nell’altro. Per tali documenti non vi ha più dubbio che il luogo ricordato da Plinio col nome di Bauli, senza indicarne la condizione, quello stesso da Tacito rammentato col nome di villa, sia stato a que’ tempi un villaggio, ed al certo un di quelle Ville o Vichi, che secondo Festo face van repubblica ovvero Comune. È da credersi divenuto poscia di qualche considerazione per la frequenza de' Romani su quella spiaggia, che per la sua amenità, elevala dalla fantasia dei poeti a beato soggiorno de' morti fissandovi i Campi Elisi, era in effetto l’Eliso de' viventi. Dione Cassio dice che infino a Bauli estendevasi il ponte costruito da Caligola nel golfo di Puteoli; e presso di Bauli sono i ruderi di un Anfiteatro, che alcuni scrittori attribuiscono a Baja, altri pensano che sia stato comune agli abitatori di tutti quei con torni si nobilmente popolati.
67. Vico Leucopetra. Si apparteneva questo Vico alla città di Ercolano qual sobborgo della stessa probabilmente cresciuto di abitanti Ercolanesi dopo la distruzione della loro città Credesi ed è molto probabile che sìa desso l’odierno Casale di Pietrabianca, il quale portò anche per breve tempo nel secolo XVI il nome di Pietra D'oro, avendolo cosi detto per una certa compiacenza l’Imperator Carlo V, quando reduce dall’Africa nel novembre 1535, vi si trattenne alquanto nella magnifica villa di Bernardino Martirano prima che passasse in Napoli.
68. Sola. Trovasi mentovato questo villaggio, dal quale sorse l’odierna Torre del Greco, nella Storia Miscella tra i diversi paesetti intorno Napoli, da’ quali Belisario chiamava abitatori per ripopolarla dopo le uccisioni che avevanla deserta. Alcune rovine in fatti serbavano tuttavia nel secolo XVII il nome di Sora. Contro l’avviso di Rosini che credette i distrutti edifizii, di cui si veggono i vestigii nel sito di Sola, fabbricati sulla erezione del 79, osserva il Corcia che uno de' più notabili di essi scoperto in detto sito si è trovato ricoperto dalle lave di quella.
69. Octavum. La stazione di questo nome corrisponde al quadrivio che s’incontra uscendo da Calvi per Sparanisi.
70. Ad Nonum. E quest’altra nel quadrivio che occorre da Teano uscendo per Francolise.
71. Oplonti. Nella Tavola Peutingeriana è segnata Oplonti dopo Vi miglia da Ercolano. Ignorasi, se mai fu borgata, o piuttosto una. semplice mansione della Via Consolare, oppure qualche villa magnifica di un Opulento Pompejano. Quale che sia stata, non pochi ruderi di antichi edifizii con reliquie di pitture scoperti presso Torre Annunziata fanno sospettare, che ivi sia stata Oplonti, anche perchè ivi corrisponde la distanza segnata sulla citata Tavola. E non semplice villa o mansione, ma piuttosto villaggio fan crederla altri diversi avanzi di fabbriche antiche,. di musaici, colonne e dipinti simili ai Pompejani, rinvenuti sulle alture e più da presso alla città odierna lungo la strada ferrata.
72. Monte Gauro. Presso ai laghi di Averno e di Lucrino ergevasi il Monte Gauro; così detto dalla sua altezza, surto forse per forza di sollevamento, come Monte Nuovo che sollevatosi nel 1538, gli restava unito. È detto oggidì Monte Barbaro a cagione della sua sterilità ed aridezza nelle sue falde meridionali. Elevasi in forma di un cono tronco; ed il suo cratere, come un grande imbuto largo e profondo quanto forse lo stesso monte, è detto il Campiglione.
73. Monte Olibano. Elevasi questo picciolo monte a breve distanza dai Fonti Leucogei, toccando da un Iato il mare, e terminando dall’altra vicino il lago di Agnano. Così detto dal greco okos banos è in fatti tutto sterile e pietroso, ed è conosciuto meglio sotto il volgar nome di monte degli spini o delle Brecce. Le pietre che vi si cavano sono di lava vulcanica, di cui si lastricavano le strade pubbliche della Campania. A questo monte riferiscono alcuni scrittori la testimonianza di Svetonio, quando ricorda fra le altre difficili opere di Caligola quella di aver tagliate rupi e balze di durissima pietra. Il grande acquedotto che portava l’acqua a Puteoli fu dai Romani incavato nelle viscere di questo monte, e dall’abbattuta rupe che traversava ne fur fatte ultimamente le colonne del Portico di S. Francesco di Paola avanti la Reggia.
74. Promontorio di Posilipo. Si ebbe questo nome l’amenissima prominenza; che divide il Golfo di Napoli da quello di Pozzuoli, da una villa celeberrima di Vedio Pollione, che cosi appellavala con greca voce, nel senso che bandiva dall’animo ogni affanno ed ogni tristo pensiero. Prima infatti di tal villa Varrone e Plinio non altrimenti lo chiamano che Monte presso Napoli. In questa villa erano quelle piscine in cui vivevano pesci nutriti dalla crudeltà del padrone colla carne de' servi che fallivano. In questa villa invitato a cena Augusto fe grazia ad uno schiavo, che per aver rotto un vaso di cristallo era per essere gettato in pascolo alle murene, e in quella vece comandava, che infranti tutti i vasi di simile materia, fosse il padrone gettato nel vivajo. Sepolcri, colonne, statue, avanzi di templi e di sontuosi edifizii, il Teatro con l’Odeo, un tempietto scoverti nel 1842 e la Grotta di Sejano lunga 2914 palmi scoperta nel 1825, ricordano la Romana grandezza spiegata anche in quell'incantevole sito.
75. Colle Olimpiano e Monte Ermio. Al Nord della città di Napoli sorgeva il colle Olimpiano. Limitato dalla regione dell’Olivella e dall’antico burrone dove poi fu aperta la strada del Cavone, dall’estremità del Foro Carolino si stendeva pei tutto il rione di Pontecorvo. Perchè l’antico nome, che venivagli o da un tempio innalzato a Giove Olimpico, o dai giuochi olimpici che celebravansi sulla vetta, allorquando cominciò ad essere ingombrato da monisteri e palagi.
Più alta del colle Olimpiano elevasi il monte Ermio all'Ovest della città, cosi detto da qualche tempio ivi dedicato a Mercurio detto grecamente Ermo. E da ritenersi per favolosa la tradizione che lo vuol cosi detto da una cappella dedicata a S‘. Erasmo, perchè il Fontano non avrebbe poeticamente immaginata la Ninfa Ermi dove Re Roberto nel 1343 faceva fabbricare la rocca Belforte, e Pietro di Toledo il castello che vi si vede col nome ai Sant'Elmo. Fu probabilmente cosi detto da S. Antelmo uno de' fondatori dell’ordine Cartusiano che vi ha da presso la Certosa di S. Martino.
76. Vesuvio. Trovandoci di aver detto abbastanza di questo monte a pagina 10 e seguenti, qui non altro soggiungeremo, che gli antichi vi adorarono Giove cogli epiteti di Summano e di Vesuvio, come le seguenti iscrizioni dichiarano:
IOVI. O. M. |
IOVI |
SVMMANO |
VESVVIO |
EXSVPERANTISSIMO |
SAC. |
|
D. D. |
77. Monte Lattario. Quello che all’occidente di Castellammare chiamano Faito dalla copia de' faggi, ed anticamente per la sua altezza era dotto monte Tauro, è da Procopio nominato Latteo. Cassiodoro nel descriverlo ne celebra la fecondità dell’erbe, e quindi l’eccellenza del latte de' numerosi armenti che vi pascevano, dal che riportò e ritenne fin da’ secoli della decadenza il nome di Lattario.
78. Promontorio e Tempio di Minerva. E così detto ed anche ateneo il promontorio di Sorrento o della Campanella per un celebre tempio sacro a Minerva innalzatovi da tempi antichissimi. Secondo alcuni autori non solo vi furono più templi, ma proprio una borgata o villaggio da Stefano Bizantino ricordato col nome di Atene come la quinta tra le città di questo nome. Erano infatti tali i vestigii di antiche fabbriche che negli scorsi secoli vi si osservavano, da credere ivi esistita proprio una città
Fu il tempio di Minerva tenuto in grande venerazione non solo dai popoli vicini, ma anche dagli stessi Romani. Livio narra che nella guerra contro Perseo, dubitandosi dell'esito per certi prodi gli osservati, fra gli altri pubblici sacrifizii e preghiere fu ordinato di sacrificarsi colle maggiori vittime sul Promontorio di Minerva. Se ne sono visti gli avanzi consistenti in marmi, capitelli di ordine corintio colla civetta sacra alla Dea, un pavimento di opera tessellata colle gemmette che son produzioni dello stesso suolo Sorrentino, sino ai principii del secolo XVII, oltre alle medaglie ed ai vasi che vi si scoprivano. I quali vestigli allora propriamente disparvero, quando sull’antico tempio fabbrica vasi una torre di guardia.
79. Promontorio e Tempio di Apollo. Nel seno Pestano inr contro alle Sirenuse sorge il Promontorio detto Acrapolla con greca voce che significa Promontorio di Apollo. Cotal denominazione accenna senza dubbio ad un tempio che essere vi doveva sacro a questa divinità; e gli avanzi che se ne ricordano una con la testimonianza di Strabone avvalorano la congettura già dal nome di Acrapolla determinata abbastanza.
80. Alberghi Cedizii, (Caeditiae Tabernae). Presso Cedia, ed a quattro miglia da Sinuessa poneva l’Holstein i pubblici Alberghi sulla Via Appia detti Cedizii. secondo Feste, dal nome del padrone, dal nome di Cedia secondo il Corcia. A noi pero sembra che se si fossero denominati da Cedia avrebbero dovuto dirsi piuttosto Cediani che Cedigli.
81. Ponte Campano. Dopo il IX miglio da Sinuessa secondo l’Itinerario Gerosolimitano, o dopo l’ottavo secondo un’antica colonnetta miliare, la Via Appia passava sul Ponte Campano il picciolo fiume per a Capua. Pare così detto per la sua vicinanza a questa città; ed il preciso suo sito credesi non lungi dal luogo detto Molino de' Monaci a cinque miglia da Carinola. Nel 1815 infatti, fabbricandosi un ponte, si riconobbero i vestigii dell’antico nel cosi detto Porto dì Sua.
82. Villa di Scipione. Sceglieva il Domator di Cartagine per luogo di suo volontario esilio Literno. In una villa modesta trasse ritirato il grand’uomo la modesta sua vita; ma dove questa propriamente fosse stata col sepolcro di lui, non ancora è conosciuto, come che il Pratilli la situasse a 500 passi da Vico di Pantano, nel luogo che a suo tempo dicevasi alla Villa, Valerio Massimo fa assaperci che faceva Scipione istesso scrivere sul suo sepolcro queste parole.
INGRATA. PATRIA. NE. OSSA. QVIDEM. MEA. HABES
La qual lapida scopertasi infranta, come si crede, e leggendovisi la parola PATRIA, diede occasione di tramutarsi in Patria il nome della città di Literno,
83. Selva Gallinaria, Cominciava questa Selva, cosi denominata dalle galline selvagge di cui abbondava, a un miglio e mezzo dall’antica città di Volturno. Arida, sabbiosa e piena di cespugli stendevasi sulla spiaggia per circa otto miglia sino all’antica Torre di Patria. Era ricoperta di pini, di cui si giovavano i Romani per la costruzione delle navi; e fin nel medio evo dicevasi ancorarla di Castello, Pineta Vulturnense o Patriense, il qual nome di Pineta è rimasto alla duna che cinge la costa, sulla quale distendevasi l’antica selva.
84. Fossa di Nerone. Proponevano gli architetti Severo e Celere all’Imperatore Nerone la immensa e stravagante impresa di un canale navigabile dal lago di Averno sino ad Ostia sulla marina del Lazio, un canale cioè lungo non meno di 160 miglia, largo in modo che due quinqueremi incontrandosi non dovessero urtarsi, e destinato a ricevere le acque delle Paludi Pontine. Opera siffatta non portava il pregio del gran dispendio e della fatica, a sostener la quale ordinò che si chiamassero i prigionieri e sentenziati a morte da tutta Italia in commutazione della loro pena. Si cominciò dal tagliare il monte prossimo all’Averno, e l’opera fu protratta molto aldilà, lavorandosi in più luoghi nel tempo stesso. A questa Fossa Neromana e da Plinio attribuita la rovina dell’agro Cecubo presso Fondi e Gaeta; e gli scrittori patrii dalla stessa dicono derivato anche il lago di Licola.
85. Villa o Accademia di Cicerone. Sulla strada che lungo la spiaggia dall’Averno menava a Puteoli, e propriamente presso il Lago di Cocito o di Lucrino, ebbe Cicerone una delle più magnifiche ville tra le molte che possedeva. In questa che ei chiamava Accademia, scrisse le sue Quistioni filosofiche che dalla detta villa disse Accademiche, come disse Tusculane quelle che scritte aveva nell’altra sua villa di Tuscolo. Nella stessa compose ancora i libri de Republica, quelli che sperduti ricomparvero alla luce non ha guari per cura del dotto cardinal Majo, che scoprivali in uno dei Vaticani palinpsesti.
86. Villa di Poppeo Ermete, Sul colle, che ad oriente con le sue radici si distende alla sponda del lago Lucrino, grandiosi avanzi si osservano di una villa Romana. Dalla iscrizione che portano alcuni rottami di tubi ivi messi per trasportarvi l’acqua ad uso di bagni o di piscine con queste parole
C. POPPAEI. AVG. L. HERMETIS
è manifesto che la villa si appartenne ad un L. Ermete liberto dell’Augusta Poppea donna di Nerone.
87. Porto Giulio. Nel 717 di Roma apriva Augusto il famoso porto Grano mettendo in comunicazione l’Averno ed il Lucrino fra loro e col mare. Secondo Dion Cassio procurava una |a| opera Agrippa il prefetto della flotta Romana stanziata nel Golfo di Baja. Con la stessa si ebbero dei porti molto acconci, che gli antichi chiamavano, secondo Festo, catones o cothones; val dire artefatti. Il porto esterno servì per ancorarvi le navi, e l’interno per uso di navale o di darsena. Quando le acque de' due laghi si unirono, fu tale la veemenza dello scontro, che la tempesta derivatane fu tenuta per un prodigio, e si disse di averne sudato il simulacro dell’Averno, per lo che sacre preghiere si fecero dai Romani Pontefici. In questo porto si esercitavano nelle marittime evoluzioni ventimila servi manomessi, pe' quali Augusto trionfò di Sesto Pompeo tra Mile e Nauloco nelle acque di Sicilia. Pare che a tempi dello stesso Augusto il porto di Miseno avesse fatto a poco a poco abbandonar questo porto, perchè Strabone dice che sole barche leggiere entrar potevano nel golfo Lucrino. Il monte Nuovo sollevato nel 1538 impedì la comunicazione fra ì duo laghi, ed allora disparve ogni traccia dell’antico porlo.
88. Villa di Servilio Pacia. Sulla collina che sorge tra il lago Fusaro ed il territorio di Miseno si veggono verso la marina gli avanzi della celebre villa di Servilio Vacia. Nel feroce tempo della tirannia di Tiberio e di Sejano, in essa ritiravasi Servilio, di che Seneca il lodò, facendoci sapere di tai villa, che oltre alla sua magnificenza, aveva due spelonche simili ad un atrio, non naturali ma artefatte, delle quali una non vedeva mai raggio di sole, e l’altra erane illuminata fino al tramonto. Un rivolo, pescoso, che metteva nel mare e nella palude Acherusia, divideva i platani che l’ombreggiavano.
89. Ville Romane. Delle moltissime ville, che i Romani edificarono a Baja e nei dintorni, non è possibile indicare il sito, se non che di qualcuna; Mario il primo edificava una sontuosa villa in quest’amena contrada, é propriamente dalla parte della città di Miseno, ove dopo tante spedizioni diedesi a viver mollemente. La comprò Cornelia, la madre de' Gracchi per 75, 000 dramme; non guari dopo passava nei dominio di Lucullo pel prezzo di 500, 000: e da Lucullo andata in potere di Tiberio, il quale in essa finiva l’abbominata sua vita.
Sul monte soprastante a Baja in altissimo sito ebbe Cesare la sua villa, donde i sottoposti golfi vagheggiava. Passata nei dominii di Augusto, quivi l’invidiosa Livia, per assicurare il trono a Tiberio, riusciva co’ freddi lavacri, o co’ veleni a toglier di mezzo il giovine Marcello.
Ebbe Cicerone come a Tuscolo così a Baja per suo vicino il dottissimo Varrone. Il Chaupy credette che Io spazio solo del lago Lucrino avesse diviso le ville dei due e, regii amici, attribuendo a Varrone gli avanzi ora noti sotto il nome di Scalandrone.
Quante altre ville coprirono quella spiaggia amenissima, per testimonianza di Cassiodoro erano tuttavia nel loro miglior essere nel V secolo. Abbandonate ne' secoli successivi, non si sa bene se per insalubrità dell’aria o per effetto delle pubbliche inquietezze cagionate dalle barbariche invasioni, ne andarono gli avanzi parte ingoiati dal mare, e parte rimasero ad attestare, che dove oggi e solitudine trista, abitò un tempo tanta gioja, tanta voluttà e grandezza, che è più facile immaginare che descrivere.
90. Piscina mirabile e Cento Camerelle. Vicino Baroli, e sulla sommità de' colli che all'Est cingono il porto di Miseno ed all’Ovest il seno di Baja, vedesi un edilizio Romano di cosi stupenda magnificenza, che la sua costruzione non puossi ad altri riferire se non ai dominatori del mondo. E desso incavato nel suolo, di forma quadrilunga di 257 per 96 palmi, in cui si scende per due scalinate. Vi si osservano cinque gallerie formate e distinte da 48 pilastri con 60 arcate, sulle quali poggia la fortissima e solidissima volta con spiragli pel passaggio della luce e dell’aria, e con altre aperture da un lato a guisa de' vomitorii degli anfiteatri. Ignorasi di tale opera la ostinazione, l’artefice e chi l’ordinava. I più convengono che fosse stata un serbatojo di acqua per uso della flotta e di quanti abitavano nelle ville di quella contrada. Altri vi ravvisano un vivajo da pesci; ed e secondo costoro che ha tenuto il nome di Piscina mirabile.
Parte sulla descritta piscina, e parte sugli avanzi di altre fu costrutta la chiesa di S. Anna dì Bacoli. A poca distanza questa veggonsi le reliquie di un’altra peschiera detta comunemente le Cento Camerette o Carceri di Nerone, che consiste m due ordini paralleli di corridoi tagliati da un terzo ad angolo retto. Sopra di essa un’altra fabbrica fu innalzata di uso ignoto e non corrispondente alla fabbrica sottoposta. Sulla volta di questo secondo edilizio un terzo si ergeva, che pe' nobili pavimenti a mosaico, e per le pitture mostrasi chiaramente per un avanzo di qualche suntuoso palagio.
91. Foro di Vulcano. È così detta una vasta pianura vulcanica, specioso avanzo dei celebri campi Flegrei, che vedesi un miglio al di sopra di Puteoli. Dalla figura circolare e dall’essere circondato di colli vulcanici ardenti e spiranti fiamme quasi da camini, e con istrepiti simili al tuono, fu da Strabone ricordata col nome di Foro di Vulcano. Nel XV secolo ancor vi rampollava l’acqua termale mentovata da Petronio, la quale forte bollendo, elevavasi a circa 20 piedi. Ora escono da varii sfogatoi del cratere acquosi vapori con istrepito e solfo ree esalazioni, ed il suolo a due dita sotto la superficie è di una temperatura qua, i cocente. Se n’estrae, come nei tempi antichi, il solfo, ond’è detta Solfatara, ed anche l’allume e bianca creta o bianchetto.
Tutta questa conca, cratere, o Foro di Vulcano che dir si voglia, è circondata da irregolarissimi e bianchi colli perciò detti Leucogei. Un’annua rendita ne ritraevano anticamente i Napoletani; cui tali colli si appartenevano. Augusto decretò darsi loro dal suo particolare erario ventimila sesterzii per l’uso che di detta bianca creta faceva la colonia dedotta a Capua. Si adoprava in quei tempi per dare il colore all’alica, sorta di bevanda somigliante alla birra, che si otteneva da una specie di grano detto zea da’ Greci.
92. Fossa Caronea. Così trovasi denominata dagli antichi la Grotta det Cane, che è a breve distanza dal lago di Agnano. E così detta dall’esperienza che i curiosi sogliono farvi col cane, che vi muore a capo di tre minuti pel gas acido carbonico che incessantemente vi si sviluppa dal suolo, è dessa una picciola grotta larga circa 8 Spalmi, alta 9 e profonda 13 ½ non si sa bene se fatta dalla natura o dall’uomo. Piccole bolle vi gorgogliano in alcuni punti della superficie dando fuori in fluido aeriforme il gas acido carbonico, che si raccoglie sul suolo come nebbia biancastra. Dall’esperienza risulta che il coniglio e la gallina vi muojono dopo 2 minuti, il gatto dopo 4 la ranocchia dopo 5, il serpe dopo 7, e dopo 10 minuti l’uomo, secondo che il Viceré D. Pietro di Toledo faceva sperimentare con un delinquente dannato all’ultimo supplizio.
93. Grotta Napolitana. Quella strada sotterranea, che attraversa il promontorio di Posillipo e mette in abbreviata comunicazione Napoli con Pozzuoli, è più comunemente conosciuta col nome di Grotta di Pozzuoli. Strabone nel parlarne ci dice di averne diretta l’esecuzione l’architetto Coccejo; ma è probabile che già preesistente da tempo immemorabile, il Coccejo l’avesse solamente ampliata o restaurata. Crede il Corcia che Seneca di questa Grotta parlasse nell’Epistola LVII, ove ne descrive l’oscurità ed il disagio soffertovi per la densa polvere, e finisce assomigliandola a lungo ed oscuro carcere. Gli spiragli che Strabone istesso vi ricorda, ed il lume che per l’ingresso e per l’uscita vi penetra, e l’espressione nihil faucibus obscurius. con l’altra che accenna alla sua inconcepibile estensione, fan dubitare con ragione non avesse inteso Seneca di parlare della Grotta Napolitana, ma piuttosto di qualche altro più esteso sotterraneo cammino perle catacombe.
Nel restaurarsi o ampliarsi detta Grotta, vi si scoprì nel mezzo un bassorilievo Mitriaco con la seguente iscrizione:
OMNIPOTENTI DEO MITRAE APPIVS
CLAVDIVS TARRONIVS DEXTER V. C. DICAT
E presso l’entrata dalla parte di Napoli, dove a dritta di chi entra è una cappelluccia incavata nel tufo, adora vasi Priapo.
94. Sepolcro di VIRGILIO. Pochi passi prima di entrare nella descritta Grotta da Napoli, e sulla sinistra della via da più secoli si mostra il sepolcral monumento del Mantovano Poeta, che morto a Brindisi nel suo viaggio per Metaponto, disponeva che le sue ossa a Napoli si trasferissero. Augusto facendo ciò eseguire, a due miglia da Neapoli sulla via Puteolana un sepolcro a quel deposito procurava, non senza un epigramma da lui stesso dettato, oltre al noto distico del Poeta serbatoci anche da Donato.
MANTVA ME GENVIT. CALABRI RAPVERE. TENET NVNC
PARTHENOPE. CECINI PASCVA RVRA DVCES
Consiste il monumento in una volta sostenuta da quattro muraglie, sulla quale ergesi il sepolcro in forma cilindrica, in cui si entrava per una porticina che ora sembra finestra pél piano sbassatosi con quello della Grotta. Due spiragli ne illuminano l’interno, in cui vedesi un colombario con dieci nicchie. L’area erane coperta a mosaico, e le mura ad intonaco, e nel mezzo sorgeva sostenuta da una base circondata da nove colonne l’urna marmorea, sulla quale leggevasi il riferito distico, che ora si vede scolpito su lapida rimpetto all’odierno ingresso del sepolcro.
Il Villani racconta che i Napoletani depositarono l’urna nel Castel Nuovo involandola così alle superstiziose inchieste che un medico Inglese face vane a Re Ruggiero, o piuttosto Roberto. Ma ivi le ricerche di Alfonso I non riuscivano a rinvenirla.
Nell’antica villa Ripa attigua al podere, dove si vede il descritto sepolcro, rinvenivasi quest’altra iscrizione:
SISTE. VIATOR. QVAESO. PARCE. LEGITO
HIC. MARO. SITVS. EST
la quale riferma la costante ed antichissima tradizione che ivi ha sempre riconosciutoli sepolcro di Virgilio. Al che vuolsi aggiungere, che Stazio scrivendo a Vittorio Marcello, gli diceva che assiso al margine del tempio di Marone ispiravasi; e che Silio Italico, il quale aveva acquistato una delle ville di Cicerone, fece anche suo il podere a cui d’accanto era la tomba del Poeta, cui un villico custodiva ed ei restituiva ai perduti onori, facendola lieta della grata ed allusiva ombra di lauri, e festeggiando negl’idi di ottobre la nascita di Virgilio con maggior solennità della sua. Gli scrittori patrii parlano di un lauro che da secoli vi era cresciuto, e che cessò di vegetare verso il 1665.
95. Platamone. Con questa parola oggidì alterata in quella di Chiatamone intendesi quel sito di Napoli che è sotto l'Echia o Pizzofalcone, e dirimpetto l’isola Megaride o Castel dell’Uovo. Poiché Strabone parlando delle grotte dell’Isola di Rodi, le chiama Platamone, le simili che si osservano sotto l’Echia lungo il detto sito han potuto riportar lo stesso nome senza potersi per altro assegnarne una plausibile ragione etimologica. Se non che, dicendo Seneca nell’Epistola LVI. Platamona mediti rivus… euripi mode divida, dove alcuni leggono Plalanona, per noi sta che quelle grotte scavate dagli antichi Napoletani per trattenervisi a diporto ne' calori della està, come alcuni scrittori patrii assicurano, essendo stati luoghi destinati a sollazzatisi i popolani con allegri pranzi nei dì festivi, come dice il Celano, e come oggi vediamo praticarsi in riva di S. Lucia, abbiano potuto essere così dette o dai platani, ond’erano ombreggiati all’ingresso, o dall’idea di piazze che quelle grotte colle loro largure raffiguravano.
96. Antro di Mitra e Tempio di Serapide. In una della anzidette grotte, che si vede allato della Chiesa di A Maria a Cappella, scoprivasi una tavola mitriaca anaglittica simile a quella ritrovata nel mezzo della Grotta di Pozzuoli. Da’ simboli del Sole e dell’agricoltura si deduce che anche in quest’antro si fosse adorato il Dio Mitra.
Più innanzi dell?antro medesimo un’edicola si vedeva, ovvero un tempietto sacro a Serapide, di cui fa ricordo in una delle sue egloghe il Sannazzaro. Una votiva tavola di marmo vi si rinvenne, la quale rappresentava il nume in forma del bue Api con stola e ghirlanda, e con la iscrizione:
ΔΙΙ ΜΕΓΑΛΩ ΣΑΡΑΠΙΔΙ
DEO MAGNO SERAPIDI
97. Acquidotto Claudio. È comunemente a questo Imperatore attribuitoli lungo e grandioso acquidotto che riunivate acque della valle del Sabato sopra Serino in Principato Ulteriore, e le conduceva sino alle piscine ed ai palagi di Baja passando per Napoli. Senza tener dietro al maraviglioso suo corso che costò tante difficoltà solo superabili dalla Romana potenza, ci facciamo ad incontrarlo in mezzo alla strada di Capo di Chino. Quivi presso la Chiesa di S. Giuliano volgeva a destra sotto la collina, dove si veggono grandiosi vestigii di due ordini paralleli diarchi, quelli che ora dicono Pontirossi, pe' quali in due canali diviso correva l’acquidotto. Di là giunti alla Porta di Costantinopoli, uno de' due canali entrava nella città verso la porta Donnorso presso S. Pietro a Majella, e l’altro pel colle Olimpiano o Pontecorvo innoltrandosi fuori Porta Medina pel promontorio Echio, per la spiaggia di Chiaja e per la falda di Posillipo arrivava sulla Grotta di Pozzuoli. Quivi in due altri rami spartendosi, uno ne andava alle ville Romane ad Euplea e Bagnoli, o l’altro pel monte Olibano passava per Pozzuoli, ed arrivava dopo 42 miglia a Tripergole, a Baja, alla Piscina mirabile, ed a tutte le ville di quella famosa contrada.
98. Saline Erculee e Palude Pompejana. Scomparvero amendue questi stagni dietro l’eruzione del 79, già ricordali da Columella co) verso Dulcis Pompeja palas vicina salinis Herculeis. Le saline eran dette Erculee non da Ercolano, ma dall’essere dirimpetto all’isolotto di Rivigliano, che gli antichi chiamavano Pietra d'Ercole e la palude Pompejana era formata dalle acque del Sarno. Presso queste saline bagnavasi Cossinio, consigliere e compagno di Publio Varinio, il secondo capitano spedito contro Spartaco. Salvatosi Cossinio dai ribelli, rimaneva ucciso nella fuga con gran parte dei Romani, che avevano lasciato in balia de' nemici gli alloggiamenti da essi posti nelle vicinanze del Vesuvio.
Fra le altre scritte sui muri Pompejani pure i Salinienses si raccomandavano all’Edile della città M. Cerrinio Vatia.
99. Terme minerali Vesuviane. Anche fuori la loro città ebbero i Pompejani delle Terme a distanza di circa due miglia. Avevanle edificate presso la Torre Annunziata appiè della rupe tufacea che chiamano l’Uncino. L’acqua termo-minerale, che vi era scomparsa per le Vesuviane eruzioni, si vide rampollare novellamente sul lido nel 1759. Sparita di bel nuovo non più tardi dell’anno seguente, più copiosa venne fuori nel 1830 col nome di Acqua Nunziante, della cui analisi abbiam parlato a pagina 29. Il General Nunziante, che scoprivala, faceva costruirvi uno stabilimento di bagni. Scavandosi le fondamenta si discoprirono le antiche grandiose Terme a due piani, la cui minuta descrizione diede R. Liberatore nel XII fascicolo degli ANNALI CIVILI. Una medaglia di Massimiano collega a Diocleziano nell’Impero tra gli anni 285-305 rinvenuta in una stanza delle Terme Pompejane è chiarissimo argomento che le medesime durarono dopo la distruzione di Pompeja per altri dugento cinquant’anni almeno, dopo la quale epoca andarono sepolte anch'esse dalle materie vulcaniche incoerenti e da voluminosi massi dilava trasportati non altrimenti che dalle alluvioni.
100. Villa di Polito Felice. Sulla marina di Paolo, così detta da Pollio, elevavasi su di un colle presso Sorrento la villa del valente Poeta, oratore ed astronomo Pollio Felice. Nativo questi di Pozzuoli e Napoletano cittadino, oltre la casa che ebbe ad Ercolano e poderi a Taranto, fu possessore anche a Sorrento di una villa, cui tanto celebrò Stazio nella seconda del 2. libro delle sue Selve. Dopo tanti secoli se ne ammirano ancora i ruderi nel Capo di S. Fortunata, ove si veggono cisterne, avanzi di fabbriche reticolate, ed un gran bacino di figura ellittica scavato nella rupe, in cui forma il mare un placido laghetto. Quivi da presso esser doveva il tempio di Nettuno, e forse proprio nel sito della torre di S. Vincenzo, le cui vestigio sono state dal mare distrutte. A sinistra della marina di Paolo sorger pure doveva, secondo alcuni, e proprio dove dicono il Postiglione, il tempio di Ercole, che antico e quasi cadente a’ tempi di Pollio, faceva questi restaurare, econ giuochi gimnici il compimento ne festeggiava in onore del nume.
101. Grotta della Sibilla. Con questa esordiamo i luoghi favolosi della Campania, pe' quali non meno che per le sue storiche rimembranze essa è cotanto celebre fra le Italiche regioni. Son essi tenuti per favolosi, non nel senso che non siano mai esistiti, ma bensì perchè i Poeti, e Virgilio più che altri, in questi luoghi della Campania finsero gli Elisi e l’Inferno, cui videro ben acconci alle credenze de' loro tempi nella opportunità di certi siti, che tanto ben secondarono e scaldarono la loro fantasia. Fra questi luoghi è la Grotta della Sibilla, la quale, se qualche cosa tien della favola, è l’esagerazione Virgiliana delle sole sue cento porte e cento aditi; poiché quant’altro narrasi della longevità della Sibilla Cumana, e della unicità della sua persona confusa colla successione delle diverse sacerdotesse di Apollo che si avevano l’appellativo nome di Sibilla, non entra nella ragion topografica di cui ci occupiamo.
A pochi passi dalla porta della città di Cuma, scendendo verso il mare, e proprio nel sito sottoposto all’acropoli, apresi orrenda e tenebrosa la rinomata grotta, nella quale la Sibilla apriva ai mortali il futuro. Erane l’ingresso adorno di marmi di egregio lavoro, de' cui rottami Io ricordano ingombro i patrii scrittori. Senza stare alla sospetta descrizione di Virgilio, sappiamo da S. Giustino Martire, che visita vaia circa 170 anni dopo di averla il Poeta celebrata a suo modo, di avervi veduto una basilica molto vasta e maravigliosa con in mezzo tre vasi di dura pietra per le abluzioni della Sibilla (74) che nel più interno penetrale della grotta dava i responsi. L’idea che ne dà Agazia può di sopra riscontrarsi a pag. 113, ove riferimmo in nota le sue parole. Ma lasciando stare gli antichi, quel che presentemente vi si osserva è quanto segue. Due grandi cunicoli s’incontrano nell’antro, l’uno superiore all’altro, ma non verticalmente, sibbene in alquanto obliqua direzione. Comunicava col tempio di Apollo il primo di essi, lungo circa 260 passi, nel cui mezzo vedesi la porta, donde per tortuosa gradinata scendevasi al secondo cunicolo che menava, a quanto pare, all’Averno. Sono in questo cunicolo tre gallerie con altri aditi e seni profondi all’intorno. La prima, a sinistra della gradinata, comunica per mezzo di altri brevi penetrali coll’antro inferiore. Nella seconda più ampia, che ha pilastri ancora coverti di stucco, ed ebbe il pavimento a musaico eia volta fregiata di oro e di azzurro, era un’ara o tempio, e la parte più secreta della Grotta, in cui la Sibilla rendeva le sue vaticinazioni. A lato di questa galleria scorgesi la comunicazione colla terza, che attraversa l’antro superiore distendendosi un buon tratto per dritto. Di qui si allunga un altro cunicolo angusto ed oscuro, in cui altri seni si scoprono d’ignote direzioni. Ai descritti cunicoli è da aggiungersi un altro superiore ad entrambi, pel quale si. discende all’antico suo ingresso, quel medesimo per avventura di cui parla Virgilio.
Parecchi spiragli parte verticali e parte orizzontali si veggono ancora comunicare alquanto di aria e di luce a quegl’interni meati. Molti altri sono restati ostruiti dal terreno e dai cespugli. E a dire il vero, tali aperture con tante diramazioni di cunicoli, che mettevano in tanti altri andirivieni del pari interrotti da scoscendimenti di terreno e da muri di fabbrica, non danno a divedere del tutto poetica, né gran fatto alterata la descrizione che se ne legge nell’Eneide.
102. Lago di Averno, Tempio di Ecate, ed Oracolo de' morti. È il lago di Averno un cratere vulcanico antichissimo posto di qua di Cuma e al di là di Monte Nuovo. Fu così detto, ovvero Aorno cioè senza uccelli, perchè non potevano gli uccelli senza pericolo aliare per esso a cagione dei pestiferi miasmi che ne uscivano. Il tennero perciò come un luogo Plutonio gli antichi, anzi come porta delle infernali regioni. Ha circa mezzo miglio di circuito, cui formano scoscesi colli che gli sovrastano da ogni lato, ed è profondo non meno di piedi 500 verso il centro.
Si ha da uniformi testimonianze degli antichi $ che alla sponda di esso era un tempio sacro, chi dice a Proserpina e chi ad Ecate o Giunone Averna, dove sacrifizii si facevano, e dove un celebre Oracolo si consultava. Strabone ricorda lutti i colli imminenti al lago ab antico ombreggiati da un salvatico bosco, che nel rendere opaco il lago, ne favoriva la superstiziosa idea che se ne aveva. Servio dice che tral lago Lucrino ed Averno era lo speco, alla cui bocca pose Virgilio le fauci dell’Orco, ed in cui facevasi l’evocazione delle Ombre. Presentemente si addita alla sponda dell’Averno una grotta, che pur dicono della Sibilla, verso la cui metà è un cunicolo tortuoso ed angusto; in cui veggonsi vasche da bagni, e stanze adorne un tempo di pitture e mosaici. Sia in questa o in altra ignota spelonca, quivi è che Omero e Virgilio pongono l’Oracolo dei\ morti, cui fanno consultare l’uno da Ulisse e l’altro da Enea per conoscere il loro destino.
103. Lago Cocito o Lucrino. Un breve spazio divideva dall’Averno il Lago di Lucrino, che ristretto dall’esplosione di Monte Nuovo, dicesi ora Maricello o Lago di S. Filippo. Feracissimo un tempo di orate e di ostriche, sì che alla Repubblica Romana era fra tutt’i pubblici vettigali il più profittevole, ora non altro produce che canne ed altre piante palustri. Aveva originariamente il favoloso nome di Cocito, che venne tramutato in quello di Lucrino pe' lucri che il Romano erario e gli appaltatori istessi ne ritraevano.
104. Palude Acherusia e Campi Elisii. Presso Cuma mettea Strabone la melmosa laguna formata da una diramazione delle acque marine col nome di Palude Acherusia. Lo stesso Strabone dice che antichi Geografi col nome generico di Acherusii chiamavano anche i due laghi di Averno e di Lucrino, che Floro spiritosamente nominava ozii del mare. Restò posteriormente detta con tal nome quella che oggi si addimanda il Fusaro, laguna di figura quasi ovale, lunga circa tre miglia, inegualmente larga, e non più che 28 piedi profonda. Le favolose credenze degli antichi tempi tenevano, che dalla sua sponda al bujo soggiorno dei morti sì scendesse. A mezzo giorno del Fusaro e una più picciola laguna detta Acqua morta, in cui più propriamente alcuni scrittori veggono l’Acheronte di Virgilio.
Al di là della descritta palude vengono le amene e deliziose colline, che Virgilio denotava col nome di Campi Elisii.
105. Lete. Come in mancanza di un fiume faceva Virgilio del lagume oggi detto Acqua morta l’Acheronte de' luoghi infernali, così bisognandogli per l’oggetto medesimo il Lete, il suppose in quello che chiamano oggidì Maremorto.
106. Palude Stigia. Alla completa topografia dell’Inferno Virgiliano mancherebbe la Stigia palude. Il Canonico de Jorio nel suo Viaggio dì Enea all'Inferno ed agli Elisii si persuase di vederla nel Lucrino, assegnando però al Fusaro l’Acheronte, all’Acquamorta il Cocito, al Maremorto il Lete, ed al Lucrino la Palude Stigia. A chi per avventura si farà a dimandare, perchè mai il Poeta, che tanto chiaramente individuò de' cinque fiumi infernali i primi quattro, e dell’ultimo si passi senz’ affatto nominarlo, fia bene rispondere colle parole stesse del dotto Canonico, che tral faceto ed il serio forse al vero si apponeva dicendo: «Ma si rammenti, che egli (Virgilio) scriveva nel tempo, nel quale il lusso de' Romani era al suo apice; e che già destinati gli altri quattro laghi, vi rimaneva il solo Lucrino per rappresentare la inamabile palude Stigia. Il Lucrino però con le sue ostriche formava la delizia de' parasiti Romani, che non eran pochi: il Lucrino era destinato dai nobili Romani alle più deliziose serenate Bajane. Or come si vuole che il Poeta Mantovano avesse detto ai suoi lettori e compatrioti: Voi manciate frutti infernali: Voi cantate e vi sollazzate sulle acque dell’Orco? Sarebbe stato un pensiero non degno di lui, e di cui le tante celebri dame Romane gli avrebbero fatto pagare il fio.»
107. Pandataria. Quell’isola che presentemente chiamano Ventotene, era nota presso gli antichi con quello di Pandataria, che sebbene svariato in Pandataria un Tolomeo ed in Pandotira in una lapida, accenna secondo la greca etimologia a fertilità. Non si sa quando nè perchè prese l’attual nome di Ventotene, che il Dolomieu dice di aver riportato da’ venti che vi dominano con tal furia da guastarvi le fatiche degli agricoltori. Gli avanzi di fabbriche Romane che si veggono sotto la punta di Nevola, e che si pretendono di un bagno o del tempio di Giove Ammone, dimostrano che a tempo dell’Impero era più estesa di oggidì, e ben popolata al pari della vicina Isola di Ponza. Tenuta era a quei giorni come luogo di proscrizione, perchè quivi la storia ci dice di esser perita di fame Agrippina, la magnanima sposa di Germanico; quivi fece Nerone aprir le vene alla sua moglie Ottavia, e quivi espiò nei tormenti di una lunga dieta la brillante Giulia la sua amorosa corrispondenza con Ovidio. E per la fede Cristiana quivi relegata mori pur Flavia Domitilla, nipote di Domiziano e moglie del Console Flavio Clemente. Da un’epigrafe di otto distici rilevasi che nell’anno 81 dell’Era volgare vi fu spedito da Roma un Prefetto in persona di un Metrobio. Disabitata ed inculta da secoli, fu ripopolata nel 1770, mandandovisi da Napoli, come si è fatto per Tremiti, tutt’i vagabondi che co’ loro furti infestavano la città
108. Partenope. Quell’altra picciola isola, che oggi dicesi S. Stefano, è da Tolomeo ricordata col nome di Partenope. Dista dalla precedente un miglio e mezzo. Fertilissimo n’è il suolo, e cominciò ad essere abitata nello scorso secolo a cagione dell’ergastolo, che vi fu stabilito.
109. Prochita. Quest’isola oggi detta Procida dista due miglia da quella d’ischia o Enaria, da cui gli antichi la credettero distaccata per forza vulcanica, o semplicemente derivata dalle eruzioni sia dell’Epomeo, sia di altri crateri di quell’isola, perchè Plinio dice: Prochyta ab effusione dieta est; fundere enim est προχύειν. È dessa di figura irregolare e del perimetro di sette miglia. Livio ne ricorda il passaggio che vi fecero i Calcidesi. Gli antichi però non ci danno favorevole idea della sua popolazione anche a’ tempi dell’Impero, ricordandola Stazio col nome di aspera o incolta, e Giovenale come luogo di solitudine. Era abitata da pescatori e coltivatori, che a vicenda vi facevano mercato gli uni de' prodotti del suolo, gli altri de' prodotti del mare. A ciò forse alludeva il Nettuno agricoltore, che Filostrato dice di esservi stato adorato. Checché dicasi da qualche scrittore della sua grande popolazione a tempi de' Romani, di antichità non si è altro scoverto che sepolcri. Fu per certo più frequentata nel medio evo, quando formava una delle Contee soggette ai Duchi di Napoli, i quali la elessero per sede de' loro diporti, avendovi avuto forse un palagio ed altre delizie.
110. Pitecusa o Enaria. Con questi nomi e cogli altri due di Arime o Inarime era anticamente chiamata l’odierna isola d’Ischia. Le dottissime ricerche fatte intorno a tali nomi possono leggersi nel Corcia, dove sono con molta felicità sviluppale. Attenendoci al nostro solito alle conclusioni de' lunghi dibattimenti degli eruditi diciamo che Enaria da Enaris senza naso non è la versione di Pitecusasimia, donde simus camuso o dì naso schiacciato; sibbene è la voce greca Oenaria latinizzata cioè vinifera. E siccome Pithecusa, secondo Plinio, non a multitudine simiarum, ut aliqui existimavere; sed a figlinis doliorum fu così detta, pare che le due denominazioni dal vino l’uno e da’ vasi da vino l’altra, per metonimia abbiano fra loro la stessa analogia che trai contenuto ed il continente, dentro cui facevasene smercio. La spiegazione poi d’Inarime o Arime in rapporto ai Biteci o Cercopi, essendo tutt’astronomica, a noi sembra più dotta che vera. I quali nomi si mutarono in quello d’Isca o Iscia non prima del secolo VIII, allorché soggetta al Ducato di Napoli, tenevasi pel Greco Impero, desumendolo o dalla natural fortezza del luogo (ισχύς) dalla sua rocca, quella che secondo il Fazello vi eressero i Siracusani.
Dell’antica storia di quest’isola non altro si conosce fino al medio Evo, se non che Libone, il suocero di Pompeo, e Pompeo stesso, dalla Sicilia sciogliendo, in essa come luogo sicuro approdavano colle navi migliori della flotta, quando passavano nella Campania per trattar la pace con Ottavio ed Anton io presso il Promontorio Miseno. Vi è chi sostiene che per effetto della guerra che indi seguivano, perdessero i Napoletani quest’isola, cui poscia riacquistarono da Augusto cedendogli quella di Capri.
Molto vaghe sono le notizie delle colonie approdate in Pitecusa. Né si sa, se coloni, o un presidio vi spediva Jerone primo re di Siracusa, quand’ebbe trionfato de' Tirreni presso Cuma. Vi lasciarono i Siracusani nondimeno una rimembranza certa del loro soggiorno con una greca epigrafe scolpita su di una grossa pietra di nero basalto nelle vicinanze di Lacco, e propriamente sul pendio orientale di Monte di Vico, dalla quale epigrafe, scoperta nel fine del passato secolo da alcuni dotti Inglesi, rilevasi, che un certo Pacio figlio dì Nìnfio, ed un tal Maio figlio di Pacillo, Prefetti (innalzarono) la muraglia, ed i soldati.
L’ultima eruzione del famoso Vulcano d’Ischia, l’Epomeo ch’elevasi 2605 piedi sul mare, avvenne circa 250 anni avanti l’Era volgare, per quel che ne ha lasciato detto Timeo. Quella del monte Tripeta, la cui lava si estese per tre miglia sino al mare, e che dicono dell’orzo, avveniva nel 1502.
Procacciarono fin dalla più remota antichità rinomanza all’isola le sorgenti delle sue acque termali e medicinali celebrate da Plinio e Strabone, di cui abbiaci parlato a pagina 30-82. Dell’antico suo uso rendono testimonianza varie iscrizioni dedicate ad Apollo e alle Ninfe in alcune lapide distinte col nome di nitrodi, e sopra eleganti are votive con bassirilievi, che trovansi raccolte nel Real Museo.
111. Niside. Divelta dal vicino Promontorio di Posillipo, se Don forse uscita fuori per sollevamento, sorge l’isoletta di Nitida vicinissima al lido della deliziosa pianura de' Bagnoli. Ha di perimetro un miglio e mezzo. Il suo nome originario non fu che l’appellativo d isola in greco Νήσος. Lodò Plinio gli asparagi di quest’isola, ed Ateneo la ricorda come abitata da pochi uomini e molti conigli. Cicerone l’attribuisce a un figlio di Lucullo; e si vorrebbero credere avanzi di qualche villa di lui con qualche vivajo i ruderi che già si vedevano sul prossimo scoglio detto Chiappino, se non fossero piuttosto avanzi di due braccia di moli dagli antichi edificati come quelli di Pozzuoli, uno de' quali riparato alla moderna presenta quattro arcate, e l’altro sette tuttavia sott’acqua.
112. Limon ed Euplea. Tra Nisida ed il capo di Posillipo si elevano di poco dal mare due isolette o piuttosto due grandi rottami tufacei staccati forse dal detto capo in una delle vulcaniche commozioni della Campania. In quella più da presso a Nisida fu costruito il Lazzaretto, dove i naviganti restano in quarantena con le loro merci sospette di peste.
Nell’altra è un Romito che vive delle largizioni de' passeggieri. Fu detta la prima Limon o da λιμήν cioè dal porto che vi era, o da, λειμων, verzura, ond’era ricoperta. Si ebbe l’altra il nome di Euplea, sotto il quale eravi adorata Venere in un tempietto, perchè desse una felice navigazione a coloro che se le raccomandavano. Dicesi presentemente Gajola da caveolae o fornici laterizie de' bagni di Pollione.
112. Megaride. Quell’isola che oggi ha nome di Castello dell’Uovo era detta anticamente Megaride, il qual nome con quello di Elia o Echia ossia del mergo del vicino Promontorio di Pizzofalcone i Greci loro imposero per la somiglianza di luoghi simili e similmente denominati, che essi avevano lasciato nella natia contrada dell’Attica. Lucullo il primo vi pose una delle sue ville, che poi credesi cresciuta in picciolo borgo detto Castellum Lucullanum dagli scrittori della bassa età. Nel 476 Odoacre vi relegava Romolo Augustolo l’ultimo degl’Imperatori d’Occidente. Il Castello che vi è, fu edificato sotto Guglielmo il Malo nel 1170; ed ampliato nel 1262 da Carlo I d’Angiò, cominciò a dirsi col nome odierno dalla somiglianza della sua figura a quella di un uovo. Questa stessa isola detta più prima anche Isola maggiore, fu posteriormente anche denominata Isola del Stivatore per una Chiesa di tal titolo, fra le altre che vi erano, dedicata dopo l’anno 850 da S. Anastasio vescovo di Napoli. Si ha memoria di essere stato abitato il borgo fino ai principi del secolo X, perchè nel 910 il Duce Gregorio facevalo distruggere, affinché i Saraceni non se ne fossero giovati come di una rocca.
113. Scoglio di Ercole. Alla foce del Sarno nel seno dì Stabia e dirimpetto alla Torre Annunziata sorge un’isoletta col nome di Rovigliano, già detta anticamente Scoglio di Ercole forse per un tempio che vi sorgeva sacro a tal nume, cui tutta la vicina spiaggia era dedicata. Vi si scopriva in fatti nella fine del secolo XVI una statua di Ercole in bronzo nel cavarsi le fondamenta di una torre che tuttavia vi rimane. L’abate Gioacchino fondava sugli avanzi di tal tempio una badia. Tra gli antichi Plinio solamente ricordala singolarità dei melanuri, oggi detti occhiate che correndo al pane gettato nell’acqua non si accostavano a qualunque altro cibo messo all’amo.
114. Capri. A tre miglia dal promontorio di Apollo nella punta della Campanella vedesi l’isola di Capri, che i geologi sono indotti a credere surta per forza di sollevamento de' vulcani sottomarini. Ha nove miglia di perimetro, tre di lunghezza ed uno e mezzo di larghezza. La sua più alta cima elevasi sui livello del mare per 1800 piedi. Tacito la descrisse per solita ria e senza porti, da non potervisi accostare per tale circostanza che piccioli navigli; ne ricorda dolce il verno pel monte che la ripara dai venti freddi, e fresca la state perchè posta a bacio, godendo della vista del mare aperto e della bellissima costa. Fu detta Capri dalla quantità delle Capre selvagge che i Greci vi trovarono, e le cui immondizie riconoscevano non ha guari i nostri Aspiranti Naturalisti in certi depositi di aspetto bituminoso scoperti all’occidente della Grotta dell’Arco, ed in alcuni siti della roccia di Anacapri. Vi si mantenne il greco linguaggio fino ai tempi di Augusto, nonché le greche usanze ed i certami degli Efebi come a Napoli. Rammenta in essa Strabone due piccole città, e poi una sola. È probabile che fossero una l’odierna di Capri, e l’altra il piccolo villaggio di Anacapri, cioè Capri superiore. La scala in fatti che mena a questa per 533 scaglioni è antichissima, se pure non si ha da credere esistita la seconda delle due città nelle rovine della valletta di Orico.
L’ebbe Augusto in cambio dell’isola Enaria che cedette ai Napoletani. Quando ei diedesi ad abbellirla di edificii, antiche armi vi si rinvennero ed ossa di animali di specie perdute, che allora attribuivansi a giganti, ed oggi i Paleontologi dicono specie antidiluviane. Un riscontro di tali avanzi ritrovavasi nel vicino promontorio di Sorrento, dove nella marina di Aerano una frana di 50 moggia di terreno piena di vigne e di ulivi sprofondata nel mare metteva allo scoverto il cadavere di un gigante, che l’illustre naturalista Imperato conservò nel suo gabinetto.
Ma più celebre divenne Capri per la dimora di Tiberio. Straziato dai suoi rimorsi quel crudele cercava un luogo solitario e selvaggio, per involarsi alla vista degli uomini, e nascondere a se stesso ed al mondo le passate scelleratezze e la continuazione delle sue brutali eccedenze. Acconcio ai suoi fini il trovava nelle tetre cavernose rocce inaccessibili di Capri, luogo che, sebbene trovò convenirgli come mostro, volle tuttavolta di tante ville abbellire per lasciarvi le tracce di uri nomo, che tanto disonorò la. sua specie. Dodici ville vi fece edificare col nome ciascuna de' dodici Dei maggiori, a quanto pare da quella che Svetonio ricorda col nome di Giove. Comechè gl’Imperatori susseguenti avessero fatto conservare tutti gli edifizii eretti da Tiberio, non si ha memoria, che alcuno di essi vi si fosse recato giammai. Fu anzi da luogo di delizie commutato Capri in luogo. di esilio, leggendosi nella storia, che Commodo vi relegava la moglie e sorella, Crispina e Lucilla.
Ci passiamo di descrivere le dette ville ed altri particolari di Capri per non anticipare ciocché dovrà esserne detto a suo luogo. Epperò credendo baste voli i cenni che ne abbiam dato, qui terminiamo con essa l’antica topografia della regione de' Campani, di cui ci rimane a dir solamente della
Loro origine. Primi abitatori della Campania si credono comunemente gli Opici, che si fanno di una stessa razza Italica con gli Ausoni ed Aurunci, e che secondo Festo furono gli stessi che gli Osci. Ma donde mai vennero gli Opici o gli Osci?
Per coloro che difendono l’autoctonismo de' popoli Italiani, gli Opici e gli Osci sono gli Aborigeni, e quindi non limitano la loro esistenza nella sola Campania. Per quelli poi, che tutto spiegano colle trasmigrazioni, gli Opici e gli Osci medesimi non sono che i Pelasgi, i quali pigliavano i diversi nomi dalle diverse contrade che occupavano. Costoro però, non potendo sempre fare ad essi occupare luoghi deserti e del tutto disabitati, consentono che cogl’indigeni abitatori della Campania accomunatisi i Pelasgi 1500 anni prima dell’Era volgare, ne avessero modificati i costumi colla nuova civiltà, la quale altri incrementi si ebbe dalle susseguenti colonie di Calcidesi, di Eritrei, di Ateniesi, di Samii, di Rodiani, di Tirreni.
Loro Etimologia. La denominazione di Campania è da Campus che significò presso gli antichi grande ed ampio spazio di terra piana (a capiendo) dal capire, cioè, una moltitudine di animali o altre cose. Non è a dire quanto ben giustifichino questa etimologia le circostanze locali della regione Campana e le posteriori denominazioni di Terra di Lavoro e di Campagna Felice; se non che trovandola de' tempi Romani saper si vorrebbe dell’antico nome di Opicia la etimologica ragione, ed anche qualche cosa degli Osci, che in essa vuolsi di avere esclusivamente abitato. In tali ricerche, dopo aver detto quello che altri ne hanno scritto, metteremo in mezzo anche noi qualche nostra congettura, di cui faranno i nostri lettori quel conto che vorranno, protestando anche qui la nostra indifferenza per quella pretensione, alla quale, in fatto di novità, non sanno forse gli altri si facilmente rinunziare.
Opicia, come ognun sa, deriva da Opi, la gran dea de' culti Italici, la stessa che Palma Cerere, Terra, Madre e nudrice degli uomini, detta anche Ompnia da ompnh nutrimento, massime dei frutti della terra, la qual voce deducesi da opw. Di qui l’idea che gli Opici si fossero gegèni o autoctoni, e quindi Aborigeni, quasi nati e nutriti dalla stessa terra che abitavamo. Alla quale venne perciò il nome di Opicia, che in parte si estendeva nel Sannio, e parte nel Lazio, per non dire che secondo l’antica Geografia de' Greci tutto il paese tra l'Enotria e la Tirrenia nominavasi Opicia. Or depurando una tale idea della materialità che presenta, e vedendo in essa non altro che la fecondità della contrada, che Floro con bella frase disse luogo in cui fanno a gara Cerere e Bacco in arricchirla de' loro doni; e ricordando che gli antichi, le loro ricchezze opes facendo consistere ne' bestiami e ne' prodotti di agricoltura, divinizzarono la terra come largitrice di siffatte ricchezze, e la dissero Opi, cioè opulenta; parrebbe essere tutto questo bastevole per vedere così nell’antica Opicia come nella indi detta Campania, che la fondamentale ragione delle due diverse denominazioni tiene a quella della fertilità e della ricchezza del suolo.
Ma furono gli Opici veramente gli stessi che gli Osci?
Pria di rispondere a siffatta dimanda è mestieri di riandare le antiche testimonianze che degli Osci, ci son pervenute. — Festo alla voce MAESIUS dice: Osci enim a regione Campanile, quae est Oscos (Oscorum), vocati sunt; alla voce OBSCUM: In omnibus fere antiquis commentarii scribitur Opicum pro Osco, ut in Titinii fabula quinta: qui Osce et Volsce fabulantur, nam Latine nesciunt; e più sotto ivi Osco 3, quos dicimus, alt Ferrius, Opscos antea dictos teste Ennio, cum dicat: De muris res gerii Opscus. — Il Calepino alla voce OPICUS, dopo aver dato troppa estensione all’idea di oscenità agli Opici ovvero agli Osci attribuita, soggiunge, che tutti gli antichi tenevano gli Opici in conto di barbari, secondo un luogo di Catone presso Plinio così espresso: Nos che titani barbaros et spurcius nos, quam alios Opicos, appellatione foedant; ed alla voce Osci fa avvertirci, che tennero essi la parte marittima della Campania.
Apparisce adunque dalle stesse, che gli Opici e gli Osci formarono un solo popolo dell’Opicia, ovvero della Campania, non in modo però che una diversità almeno di condizione non debba supporsi fra essi. La quale, se è solo accennata nella diversità del sito che occuparono, ben pare a noi di potersi sorgere nei loro nomi non omonimi perfettamente. Nella parola Opscus è da vedersi uno spregiativo 0 diminutivo di Opicus; ed in tale ipotesi gli Opici propriamente detti sarebbero i borghesi, quelli cioè di condizione civile e possidenti, gli opulenti, e gli optimates; e gli Osci ovvero Oschi sarebbero per metonimia i contadini, i villici, gli abitatori dei boschi (75).
Non altrimenti è spiegabile come e perchè trovinsi degli Osci in tutta quasi l’Italia, fuori cioè i confini della Campania, e colla particolari là di essersi detti Osci quelli della Campania e sue vicinanze, Volsci quelli che erano più sopra salendo, ed Etrusci quelli che erano al di là del Tevere rispetto a Roma.
A queste conclusioni ci fu forza di venire in riflettendo su di queste tre cose: 1. che le oscenità, cui Festo fa derivare dagli Osci, non furono al più al più che atti analoghi alla natura de' capri, di cui per mestiere pigliavano le sembianze, onde significare in tal foggia la loro condizione boschereccia, e scusare quei liberi modi cui si abbandonavano; parole indecenti in fine e men che oneste che pronunziavano non ex foeditate oris, dal che si vollero cosi detti, val dire non perchè sboccati; ma perchè gli Osci camuffati da Satiri facevano arte del ridere con le barzellette, coi lazzi e motti piccanti, nelle Favole Atellane: 2. che la parola scena è dal medesimo radicale, se per essa deve intendersi quella capanna o baracca fatta con frasche a fine di far ombra: e 3. che gli oscorzoni, col qual nome chiamansi i serpi in varii luoghi della Basilicata e forse anche altrove, non sono che gli animali de' boschi, si veramente che la serpe è il simbolo della natura selvosa delle contrade. In tal senso se ne scolpi una sotto il cavallo montato da Pietro il Grande nel colossale monumento erettogli a Pietroburgo, per significare cioè lo stato selvaggio dal quale cominciò ad uscire l’Impero delle Russie per opera di Lui.
Loro indole costumi e vicende. Se come le piante e le frutta s’ingentiliscono o sabatiche divengono secondo l’amenità o l’asprezza del clima e del suolo, così pure le specie animali a norma delle condizioni fisiche della regione in cui vivono, si spogliano della natia ferocia, piegando ad indole placida e mansueta; non è a dubitare che i Campani, posti sotto la influenza di un aere, in cui diffondesi immensa, come Lucrezio diceva, la luce nel sereno azzurro del cielo, non abbiano anch'essi partecipato, come la bruta natura, di quella dolcezza, che due volte fa sbucciare i fiori in ogni anno, e di quella soave temperatura, ond’è non solo dell'Italia, ma del mondo intero l’agro Campano il più bello. Epperò tra per l’opulenza, in cui per gratuito dono di Cerere e di Bacco fu dato a quei popoli avventurosi di vivere, e la stessa benignità di un luogo, in cui delizie di ogni maniera e ad ogni piè sospinto s’incontrano a sollievo della vita, furono molti i Campani e voluttosi a tal segno, che a serbare non valsero intatto dalle frequenti invasioni straniere l’invidiato possesso di un patrimonio sì vago e sì beato.
Per siffatta mollezza, dalla quale andarono per una certa necessità di natura inevitabilmente prevaricati, credettero i Campani ritemprarsi in quegli spettacoli di crudeltà, cui con tanto trasporto assistevano, essendo loro attribuita la barbara invenzione di spargere l’umano sangue negli anfiteatri, ond’era ogni loro città provveduta. Per le ricchezze in cui nuotavano, e per le idee dell'Etrusca civiltà che i Tirreni vi avevano portata, diedersi al lusso, agli stravizzi ed a quei sontuosi conviti, che dar mezzo dì protraevansi allo spuntar del nuovo sole. Per l’ozio che lor consentiva la quasi spontanea fecondità delle loro terre furono vaghi i Campani di tutte quelle sorte di trattenimenti, che loro procurassero il modo di ammazzar la noja delle ore, che lente correvano nel sazio pensiero di non sapersi che fare della vita; donde l’occasione agli Osci di far professione della buffoneria e delle oscenità con quelle farse, burlette o Favole Atellane per di venire quella gente disoccupata. E per la scioperatezza medesima, in cui era dato ad essa di vivere, furono infine i Campani non solo alle idee superstiziose inchinevoli, per le quali tanta importanza e tanta fama conseguiva l’oracolo della Cumana Sibilla, e tanti templi a tante divinità si lussuosamente erigevano; ma ancora cosi corrivi e propensi alle credenze del fascino e delle fattucchierie, che Orazio nella Canidiana non potè ristarsi dal ricordare, come alle medesime.
Et otiosa credidit Neapolis
Et omne vicinum oppidum.
Passando ora a discorrere le vicende politiche de' Campani, non toccherem di quelle che trascendendo i tempi storici ricordano confusamente nelle guerre tra i numi ed i giganti forse le lotte dei più antichi invasori di questa ubertosa contrada; e nemmen delle tante colonie che vi si stanziarono terreni parola, avendone già detto ne' di versi luoghi in cui si fermarono ad abitare. Cominceremo invece dalla occupazione che ultimi fecero i Romani di questo Eden dell’Italia; e vedrem cedere alla loro prepotenza quella Capua la prima, nella cui caduta chiudesi la pagina dell’antica storia di una regione, la cui fertilità fu la causa delle sue sventure; perchè i suoi popoli, malgrado che fossero numerosi, erano svigoriti dall’abbondanza e dagli agi.
Occasione ai Romani di rendersi Capua Soggetta, fu la protezione che la stessa chiese loro contro i Sanniti, i quali per vendicarsi del vano ajuto dalla medesima prestato ai Sidicini, con cui erano in guerra nel 411, lasciato avendo di combattere quei di Teano, si disponevano a sottomettere la stessa città di Capua. Nel consentir Roma a proteggerla a patto che si dessero i Capuani in piena potestà della Repubblica, contava più che sulla loro dedizione su quella dell’intera Campania. E Capua libera dalla soggezione de' Sanniti rimase colle altre minori città in balìa de' Romani.
Ritornati i Sanniti alle offese contro i Sidicini, poiché questi non si ebbero ajuto dai Romani, si collegarono coi Latini, ai quali si unirono gli stessi Campani memori dell’insulto dei Sanniti, e nella speranza altresì di sottrarsi alle gravezze della protezione della Repubblica. Ma sventuratamente pe' tre popoli collegati, disfatto il loro esercito nel 415 alle falde del Vesuvio, i Capuani e i Latini furono multati nel loro territorio, dividendo alla Romana plebe l’Agro Falerno, e concedendo al Cavalieri Campani la cittadinanza per non essersi ribellati; a riguardo de' quali a Capua a Cuma a Suessola, due anni dopo, il dritto medesimo veniva accordato ma senza suffragio. Come che tal condizione si fosse men dura di quella di Alcuni tra i popoli Latini, fu però pe' Cara pani assai gravosa la ineguale loro associazione con Roma. Non appena in fatti fu vinta dai Sanniti la battaglia a Lautole combattuta, che concependo ormai la speranza di sottrarsi alla soggezione della Repubblica, le macchinazioni, onde ribellarsi, veni vano eccitate dai Calavii, che erano tra i principali cittadini di Capua. Livio nulla ci dice delle conseguenze di siffatti tentativi. Diodoro però fa saperci che le città Campane, ottenuto il perdono, si ebbero l’antica alleanza, appagatasi Roma della morte volontaria degli autori della congiurale dissimulando per politica di aver nulla saputo di una ribellione più generale. Per le ostilità contro la colonia del contado Campano e Falerno, cadde Palepoli in potere de' Romani; e per la colonia messa a Fregelia scoppiò nuova guerra tra Roma ed. il Sannio. Fu in questa che dopo la memorabile impresa delle Forche Caudine, mossa quasi tutta Italia dai Sanniti contro Roma, non appena i Romani li ebbero sconfitti nel 440 nella pianura di Suessola, che impadronitisi nell’anno seguente di Nola e di Atella, ed indi a poco di Pompeja e Nuceria dai Sanniti occupate, non saprebbesi dire qual punto della Campania rimanesse libero dalla loro piena signoria.
In questo stato di disuguale confederazione aveva Capua goduto di lunga pace e tranquillità, non senza tenersi in quella primitiva grandezza che le consentivano le sue delizie e l’indulgenza della fortuna, fino alla battaglia di Canne; quando contro i consigli di Decio Magio seguendo quelli di Vibio Virio, si lusingò di poter arrivare all'impero d’Italia col favore di Annibale, dandosi al partito de' Cartaginesi» Costretta dopo un assedio di due anni. ad arrendersi ai due Consoli Q. Fulvio ed Appio Claudio, fu colle altre città ribelli ridotta alla dura condizione di Prefettura, val dire nel pieno ed assoluto arbitrio dei vincitori.
Rimasta Capua non altro che una città buona ad abitarsi, durò sempre nella fede della Repubblica; ed in tutte le guerre posteriori, non solo non mancò mai più, ma la soccorse di valevoli ajuti. Cesare finalmente vi deduceva nel suo primo Consolato, cioè nel 694 di Roma, una colonia di 20, 000 plebei col nomadi Giulia Felice, cui Augusto accrescendole risorgere Capua al suo antico splendore, donde poi non decadde che all’epoca delle barbariche incursioni.
Corografia dei Picentini. Occupava la piccola regione di questi popoli non indigeni del nostro Regno quel tratto di territorio che spaziava tra la Campania e gl’Irpini al Nord, la Lucania al Sud-est, ed il Seno Pestano al Nord-ovest. Erano i loro precisi confini, secondo Strabone, Plinio, e Dionigi Periegete, il versante meridionale di quel ramo degli Appennini che limita il cratere della Campania, e propriamente quella giogaja che dalla Punta della Campanella corre rasentando Nocera ed arriva a Consa. Di qui l’altro limite non naturale dei Picentini andava ad incontrare il Silaro presso Eboli. e seguendone il corso rimanente terminava alla sua foce. Cosi circoscritto il loro territorio veniva a comprendere dell’odierna divisione delle provincie quella gran parte del Principato Citeriore che si distende lungo la costa di Amalfi, i monti della Cava, ed il golfo di Salerno sino alla foce del Sele, di cui abbandona il corso verso Eboli per andarne a incontrare le fonti a Caposele. Erano in somma Picentini gli attuali circondarli di Positano, Scala, Amalfi, Majori, Salerno, Vietri, Cava, S. Cipriano, Montecorvino e Calabritto.
Topografia de' Picentini. Le poche città tenute dai Picentini, oltre alle quali è da supporre che vi siano stati non pochi villaggi e borgate all’antica geografia sconosciuti, sono: 1. Cosa o Cossa. 2. Macrina, 5. Metelliano, 4. Salerno, 5. Picenzia, 6. Eburi o Eburo, e 7. le Isolette Sirenuse.
1. Cosa o Cossa. Su tutta la costa, che prese il nome da Amalfi, non vi fu che questa sola città, di cui hon si ha memoria anteriore all’anno di Roma 481, quando vi fu spedita una colonia nel tempo stesso che a Pesto. Dee credersi fondata dai Pelasgi Tirreni, perchè una città omonima essi avevano lasciato sul lido Etrusco dappresso Populonia. Dopo 18 anni, che i Cossani si avevano avutola colonia, chiedevano che ne fosse accresciuto il numero, ed altri mille coloni ottenevano. Oltre a queste poche notizie che Livio ne ha trasmesso, non si conosce altro di Cossa, se non che ribellatasi anch'essa nella Guerra Sociale, venne occupata da Minazio dopo di Ercolano e Pompeja. Come la città di Cossa negl’Irpini, detta anche Compsa ed indi Consa; pur questa dei Picentini trovasi detta Conse nel medio evo e propriamente dall’annalista Ruggiero di Howeden, che narrando il viaggio di Riccardo Cuor di Leone per la Palestina, dice, che da Salerno per raggiungere il suo navilio, arrivato a Messina, passò per Amalfi, Conse e Scala.
Corrisponde questa Città all’odierna Conca edificata sul dorso inferiore de' monti di Agevola. Niun monumento antico però vi si è discoperto; laonde, potendosi credere altrove la sua vera posizione, non devesi cercare che sul lido di quella costiera.
2. Macrina o Marcina. Strabone e Stefano Bizantino sono i soli fra gli antichi, che fan parola di questa città, se si ammette la correzione che Cluverio credè fare nel primo geografo di Μαμάκρινα in Μακρινα. De’ due autori citati l’uno la dà per fondata dai Tirreni, l’altro dagli Ausoni. Ei pare, che delle due denominazioni sia da preferirsi quella di Macrina, perchè in una rara medaglia, che a questa città riferisce un nostro nummologo, oltre olla testa giovanile laureata nel dritto, tra un delfino, segno di città marittima, ed una clava nel rovescio, leggesi in lettere osche retrograde la parola MAKPIIS. Fu adunque così detta perchè lunga, e può stare che per metatesi siasi detta nel senso medesimo anche Marsina.
Nulla intanto si conosce delle sue vicende sino a che fu occupata dai Sanniti, che vi si mantennero sino ai tempi di Strabone, e probabilmente anche dopo che la loro nazione fu piuttosto distrutta che conquistati dai Romani. E se Plinio e Tolomeo non ne fan motto, dee ciò attribuirsi alla sua poca importanza.
Scrittori patrii la vogliono diroccata dai Goti nel 410, o da Genserico nel 455. Se ciò non è vero, non saprebbesi per qual altra cagione fu distrutta o abbandonata. È certo però da S. Gregorio che nel VI secolo ne rimaneva appena il nome nel luogo, ove già sorse sulla marina sottoposta all’odierna città di Vietri, la quale edificata nel 798 da Grimoaldo Principe di Salerno, tal nome riceveva dalle rovine dell’antica Marcina.
De’ suoi antichi edifizii rimase appena memoria di un tempio, sul quale venne fabbricata la chiesa di S. Antonio, attribuito dalla tradizione e dal Cronista, l’Anonimo Salernitano, a Priapo, per essersi dello stesso rinvenuto il simulacro di bianco marmo.
3. MetelIiano. Una borgata di questo nome tra i monti a tre miglia sopra Macrina è ricordata da patrii scrittori come antica, ma di origine ignota. Facendosi i medesimi guidare dal nome, suppongono che dagli accampamenti ivi posti dal Console Q. Cecilio Metello si fosse cosi denominata, e che una colonia vi fosse stata dedotta dopo quella che fu spedita a Salerno. Il Corda è di avviso che il borgo si fosse cosi appellato piuttosto da qualche villa di un Metello. Quel che di certo può dirsi, egli è, che Metelliano è di un’antichità anteriore al medio evo. Molte antiche fabbriche vi si scoprirono nel passato secolo, come pure acquidosi, fontane e serbatoi d’acqua, sui quali si eresse una chiesa sotto il titolo di S. Maria della Peschiera. Ammirevoli precipuamente sodo ancora le antiche arcate a tre ordini al di sopra della grotta di Bunea, erette per l’acquidotto che menava l’acqua al villaggio di Metelliano. Quivi riparando gli abitatori di Marcina diedero la prima origine alla città di Cava, che nelle antiche carte trovasi perciò detta Civitas Mitilianensis Cavae cosi pel detto antico villaggio, come per le grotte naturali del vicino monte che restò etto Metelliano.
4. Salerno. Ad un miglio da Marcina e ad VIII da Nuceria seguiva Salerno in un sito superiore dell’odierna città, e proprio alla falda del colle che le sovrasta con in cima il castello. Plinio la rammenta come situata dentro terra, e Strabone pur dice che era posta alquanto al di sopra del mare. Di tale situazione è pur memoria in due carte del medio evo; una del Principe Siconolfo senza data, in cui si legge: In hac noba Salernitana Civitate; e l’altra dell’anno 880 del Principe Guaiferio, in cui è scritto: Intus nobam Salernitanam Civitatem. La sua antichissima fondazione risale all'epoca, in cui nella Campania, che come altrove si è detto fino al Silaro si estendeva, si stabilirono i Pelasgi. Riportò il nome di Salerno dal fiume Irno che le scorre d’accanto verso mezzogiorno. Deducono alcuni la prima sillaba da Salum mare, che essendo detto ols in greco ha potuto tramutarsi in Sai, o per le lettere aspirate S, F, H, fra loro affini, o più facilmente per metatesi. Ma noi pensiamo che come l’Irno da un lato, ed il torrente Salum dall’altro ne bagna le mura, così la parola Salerno ha potuto formarsi da quelle.
La più antica memoria storica di questa città risale all’anno di Roma 558, perchè in tal anno, come a Salerno, così a molte altre città, vi fu spedita una colonia di Romani cittadini. Silio Italico ricorda di aver Salerno preso le armi in favore della Repubblica nella seconda guerra Cartaginese; e fu allora, quando la colonia vi si deduceva, che venne la città fortificata, ed i confini del territorio se ne ampliavano sino alla foce del Silaro, perchè Lucano a Salerno attribuiva i culti campi irrigati da questo fiume. Nella condizione di colonia, godendo Salerno dei dritti della Metropoli, non prese parte nella Guerra Sociale, anzi oppose resistenza ad uno de' capitani degl’Italici confederati, a Papio Mutilo, che per forza occupava la città dopo la presa di Stabia, ed a militar coi suoi costringeva i prigionieri ed i servi che vi prese. A quest’unico fatto riduconsi le antiche vicende di Salerno, sino a che divenne la sede dei Correttori della Lucania e de' Bruzii, dal tempo cioè di Costantino a quello di Valentiniano e di Valente, i quali nel 864 diressero una legge al Correttore Artemio in Salerno. Due iscrizioni riportate dal Ventimiglia ricordano i Correttori Annio Vittorino ed Alpinio Magno, il primo tra la fine del II e principio del III secolo, ed il secondo essendo Cesari Costantino, e Costante.
Fu Salerno anche degna di ospitare illustri Romani. Probabilmente vi ebbe una villa quel L. Plozio Planco, che nella proscrizione de' Triumviri rifugiatosi in una grotta, quella probabilmente ricordata dal Boccaccio nella 1.° novella della Giornata IV, vi veniva scoperto alla traccia che di lui lasciavano gli unguenti ond’andava profumato. Da Antonio Musa, medico di Augusto, fu proposta ad Orazio pel suo mal di occhi la salubrità dell’aria di Salerno.
Fra i numi adorati in questa città si ebbero i principali onori Pomona, come da iscrizione che ne ricorda il tempio restaurato e più magnifico renduto da Tito Tettieno Felice; e Bacco, in onore del quale un altro Tettieno, figlio del precedente, dedicava una statua di bronzo inargentati come dalla seguente lapida:
DEO. MAGNO
LIBERO. PATRI
SACRVM
T. TETTIENVS F. F.
FELIX. SCRIBA. LIB.
AEDIL. CVR. VIATOR
AEDIL. PLEBIS. ACC.
COS. PATRON. COL. NOL
AN. PROC. AVG. PATRIM.
FLAMEN. DIVI. COMM
ET. DIVI. ANTONINI
FELI. XV. VIR. SAC
FAC. CVRAT. LVD. MA
GN. MAG. VIC. REGION
VIII. FOR. R. PRAEFEC
COH. VI. VIGIL. STAT.
EX. AER. ARGEN. S. P. P.
Anche Giunone Lucina vi ebbe il suo culto, ed è noto dalla iscrizione scolpita nella base della statua che la rappresentava con un bambino nella destra, ed una fiaccola nella sinistra, simboleggiandosi con essa la luce della vita, cui schiudono gli occhi i neonati.
Dagli atti del martirio de' tre Santi Salernitani Fortunato Cajo ed Ante rilevasi ancora, che vi fu pur Priapo adorato come nella vicina città di Marcina; e da altre iscrizioni in fine è chiaro, che vi fu pure un tempio dedicato ad Augusto parlandosi in una lapida, posta a Tito Testio Libertino, dei Seviri Augustali, al cui novero apparteneva; ed anche un picciolo anfiteatro, se per ammetterlo basta la memoria che se ne trova in un titolo sepolcrale posto ad Acerrio Firmeo Leonzio, in cui si parla di belve Africane.
5. Picenza. Sorgeva questa metropoli de' Picentini a circa VII miglia da Salerno, ed a poco più di un miglio dal mare; per cui Plinio la ricorda come città posta dentro terra al pari di Salerno. Dal suo nome è chiaro, che fu dessa la sede principale de' Picentini, ma sembra doversi ritenere che la città fu preesistente al loro arrivo sotto altro nome, quello forse che in alcune medaglie leggesi in greci caratteri arcaici III.SGINIS O GIISGINIS, e che in difetto di altre testimonianze non può indicarsi con nome più spiccatamente greco o latino. Stefano Bizantino ricorda Picenza come una città Tirrenica, non perchè posta sul Tirreno, ma perchè fondala, come vuole il Coccia, al pari di Salerno e Marcina, da Pelasgi-Tirreni. Per altro non son queste sulla sua remota fondazione che semplici congetture.
In quanto poi alle sue vicende è noto dalla storia, che i Picentini colsero l’occasione di ribellarsi contro gli oppressori de' loro antenati nella venuta di Annibale, col legandosi unitamente ai Pestani coi Cartaginesi. Finita la guerra, furono dai Romani espulsi dalla città e costretti a vivere nei vichi da cursore e tabellarii; ed affinché non macchinassero in appresso qualche rivolta, fu Salerno fortificata. Non è noto se i Romani in quella circostanza avessero distrutta Picenza. Certo è però che fu dappoi ripopolata, perchè Floro l’annovera fra le città, che nella Guerra Sociale furono incendiate ed abbattute. Trovasi nondimeno mentovata nella Tavola Peutingeriana, e quindi è da credersi esistente fino al IV secolo almeno.
Rimase il nome di Bicenza o Vicenza alle poche rovine di una rocca addossata ad una roccia ed alla chiesa di S. Maria a Vico vicino al fiume Picentino ed al ponte di Cagnano costrutto su di esso. E pare che detta Chiesa fosse stata edificata su qualche tempio fuori il perimetro della città
6. Eburi o Eburo. A 12 miglia da Picenzia, fuori però la strada che menava alla Lucania, incontravasì quest’ultima città de' Picentini, che Plinio erroneamente attribuiva ai Lucani. Riconosciuta Eburi nell’odierna Eboli, che è sulla destra del Silaro, e ritenuto che questo fiume divideva Fona regione dall’altra, non è a dubitare, che fra i Picentini piuttosto che fra i Lucani deve la stessa riportarsi. Da monumenti è chiaro che anche onesta città fu preesistente all’arrivo de' popoli trasportati dal Piceno sull’Adriatico per popolare questa contrada forse dianzi deserta.
In quanto all’etimologia del suo nome non si accordano gli eruditi, che suppongono una differenza tra l’antica denominazione di Eburi o Eburum, e la meno antica di Ebulum, come se non fossero abbastanza affini le due liquide R ed L per vedere l’una mutata nell’altra. Ciò posto nei diciamo, che non da ευ βαλος (bonus ager) fosse stata cosi detta la città, ma piuttosto da Ebulum, l’ebbio, noto suffrutice simile al sambuco per le foglie e per le sanguigne bacche, che in quel territorio nasce abbondante.
Da greci sepolcri e da bei vasi in essi ritrovati è chiaro che i Greci si siano estesi fin là. Ne mancano però storiche notizie che rimontino a tempi si remoti. Quelle che si hanno più antiche arrivano ai tempi Cristiani, perchè dalla seguente iscrizione incisa sulla base di una statua eretta ad un Patrono del Municipio degli Eburini, rilevasi di aver avuto questa città i Seviri Augustali ed il collegio dei Dendrofori:
L. D. D. D.
T. FL. T. F. FAB. SILVANO. PATR. MVN
EBVR. II. VIR. II. QQ. QVEST. ARK. CVR
REI. FRVMENT. HVIC. COLL. DEND
ROPHORR. ОВ. EXIMIAM. ERGA
SE. BENIVOLENTIAM. ET. OPEM. PER
PETVAM. STATVAM. DIGNISSIMO.
PATRONO. POSVERVNT. CVIVS. STA
TVAE. HONORE. CONTENTVS. OBT
VLFT. COLL. HS. VIII. M. N. VT. QUODANNIS.
NATALI. EIVS. DIE. III. IDVVM. DECEMBR
CON. FREQVENTENT. ET. OB. STATVAE
DEDICATIONEM.. CONTVLIT. HS.XXX.N. II
QQ. EOR.II. VIR. AEDILIC. SING. ET. LIBE
RIS. DEC.SING.HS.XX.N.VI.VIRIS. AVGVS
TALIB. HS. XII. N. COLL. DENDROPHORR
FAB. SING.HS. MILLE N. ET. EPVLVM,
PLEBEIS. SING. XII.N.ET. VISCERATIONEM
e da quest'altra che leggesi nell'altro lato della medesima base
DEDICATA IV KAL. APRIL
M. STLACCIO AL
BINO C... STEIAN
è certo che la iscrizione è dell’anno 183 dell’era Cristiana, cui corrisponde il Consolato di M. Stiaccio ed Albino sotto l’imperator Commodo.
Vedesi la detta base fabbricata sotto il campanile della parrocchial Chiesa di S. Maria dentro la città odierna; ed in un muro dell’altra chiesa fuori la città leggesi in un frammento di lapida COLLEGIVM EBVLITANVM, che assicura il cangiamento di EBURUM in EBULUM fin dai tempi della decadenza.
Sorgeva la città antica sulla collina che oggi dicono di Montedoro;, circa ducento passi, ed al Nord di Eboli, in un sito più prominente e di bella vista. Rimanevano fino al 1640 gli avanzi della sua rocca e delle sue mura di grossi macigni senza cemento, quando finirono di toglierli di là per lastricarne le vie dell’abitato. Restano tuttavia i vestigii di massicce mura di poligonia costruzione a poca distanza dalla detta rocca, fra la quale e l’odierno castello sopra S. Sofia esiste una sotterranea comunicazione; il qual genere di fortificazione alla greca maniera, coll’altro argomento dedotto dai sepolcri che rinvengonsi sotto ad altri de' tempi Romani, conferma che i Greci fondarono od occuparono Eburi in tempi antichissimi.
7. Le Isolette Sirenuse. Dirimpetto Sorrento, e tra le due punte di Montalto e S. Germano, sorgono le Sirenuse, piccoli scogli renduti celebri dalla favola, che su di essa poneva le Sirene. Le disse Claudiano Musica saxa abitati da dulcìa monstra, com’ei poeticamente chiama quegli esseri mitici, che col suono e col canto, secondo l’Omerica tradizione, allettando i naviganti, a sé li richiamavano per divorarli. Esse son cinque, tre delle quali, quante erano le Sirene, sono più grandi delle altre due, ed a 500 passi dal lido. Sembrano formare coi vicini scogli una specie di cratere vulcanico, di tal natura essendo le materie onde son ricoperte, e. grandi caverne osservandovisi come a Capri' e nella Costa di Amalfi.
Oltre della favolosa tradizione, la storia non sa dirci se furono esse abitate, o se furono deserte come oggidì. Solo una di esse fu luogo di esilio a’ tempi della Repubblica di Amalfi, perchè si ricorda di esservi stato confinato il doge Mansone II vendutosi intollerabile ai suoi concittadini. Da una cappella in onor di S. Pietro venne ad una di esse questo nome; è detta Isola rotonda un’altra dalla sua figura, e la terza Castelletto da un picciolo castello che vi fu eretto a’ tempi del Re Roberto contro le irruzioni de' corsali. Sono anche conosciute sotto l'altro nome di Galli, ma questa denominazione è da credersi imposta ai vicini scogli, che spuntando appena dal mare, sembrano andare a galla delle onde.
Loro origine. I Picentini, il cui nome è nn derivativo de' Picenti che abitarono il Piceno, non vennero in questa descritta parte del nostro Regno come una di quelle colonie dei primi tempi, che staccandosi da un popolo numeroso si dirigevano sotto gli auspicii di un nume per altra coutrada, in cui ìor tornasse più comodo di stabilirsi: ma in vece fu una di quelle che, costrette dal dritto della vittoria a lasciare le natie dimore, erano menate dove ai vincitori piaceva che si fermassero. Strabone è il solo fra gli antichi che ci ha serbato memoria di questo fatto che sarebbe, come il Corcia ha osservato, un quarto esempio che la storia ricordi dopo quelli degl’Israeliti, cui Salmanassarre dopo la perdita di Samaria trasportò in diversi luoghi dell’Assiria; de' Liguri Apuani trasferiti negl’Irpini dai Romani; e de' Sassoni che debellati da Carlomagno, furono spediti nella Transilvania. Ma in qual tempo la involontaria trasmigrazione de' Picentini accadesse non si accordano gli eruditi. Vi ha chi la crede avvenuta 290 anni prima dell’Era volgare, vai dire nel 463 di Roma. Ed altri osservando, che i Consoli P. Sempronio ed Appio Claudio soggiogarono i Picenti non prima del 478 (ovvero 484 secondo la cronologia del Niebuhr) pensano, forse meglio apponendosi, che un tale avvenimento non sia stato prima dei due trionfi ottenuti dai detti due Consoli.
Sottomessi i Picenti, trecento sessanta mila di essi (non al certo combattenti) dice Plinio che vennero nella fede del Popolo Romano, il quale trapiantavano con violenza una parte, in quell’estremo angolo della Campania bagnato dal seno Posidoniate, che aver doveva a quei tempi scarso numero di abitatori e non proporzionato all’estensione del territorio. Con questi nuovi coloni venne a farsi la nuova divisione limitata da’ Campani all’occidente ed al Nord per mezzo di quel ramo degli Appennini, che dal Promontorio Ateneo, va a ricongiungersi colla catena che attraversa la Lucania, e corre tra i Bruzii, ed all’Est dal Silaro. Né Strabone né altri Geografi ci dicono quali città abitassero oltre di Cosa e Marcina, cui accrebbero di popolazione; ond’è a credere che il più de' coloni edificato avesse delle borgate e de' villaggi, e che fra questi avesse avuto qualche considerazione Picenza, come loro capitale, ed in memoria della perduta loro patria.
Loro etimologia. Si è detto della ragione del loro nome, dove parlammo di quella del Piceno, a pagina 72.
Loro vicende. Tutto quel, che ci è pervenuto della storia di questi popoli, è il fatto della loro traslocazione. Segregati in poco numero dal resto de' Picenti, e sorvegliati dalla colonia spedita apposta a Salerno per tenerli a segno ed all’obbedienza, non furono nel caso di tentar nulla. Godettero quindi del nuovo paese, ove vissero alla meglio che poterono, per circa un secolo: ma al tempo di Annibale, essendosi dichiarati pe' Cartaginesi ad esempio degli altri popoli, pagarono il fio della loro ribellione colla rovina della loro primaria città, e colla durissima condizione, etti furono ridotti, di tabellarii, vai dire di corrieri addetti al servigio delle Romane milizie.
Corografia della Lucania. Non considereremo questa estesa ed importantissima parte del nostro Regno qual era all’epoca in cui vennero dedotte le colonie do’ Lucani, scacciatine dai Sanniti i Coni e gli Enotri, che prima di essi l’occupavano in più vasta estensione; poiché se crederne volessimo Scilace di Carianda, il solo fra gli antichi scrittori che ciò sostiene verso il IV secolo avanti l’Era volgare, essa estendevasi in forma di penisola bagnata dal Tirreno e dal Jonio nientemeno che dal Silaro sino a Reggio da un lato, e comprendeva dall’altro tutta la Magna Grecia dallo stretto Siciliano cioè, sino a Metaponto, sul seno Tarantino. L’antica e primitiva Lucania in si vasti confini contenuta, venne in seguito a distinguersi in due parti nella Brezia, cioè, e nella Lucania propriamente detta, quando i Brezii dai Lucani dividendosi contro di essi e delle greche colonie si costituirono un dominio proprio ed indipendente in quel tratto, che correndo dal fiume Lao sino allo stretto guarda il Tirreno. La Lucania per ciò si restrinse dal detto fiume Lao al Silaro nella lunghezza cioè di 100 miglia; e da Turio al fiume Bradano nel lato opposto per miglia 48.
In questi confini così descritti era la Lucania a tempo di Strabone, ed anche dopo che Lucani e Bruzii erano divenuti Romani; perchè da Procopio nel V secolo è chiaro, che comprendevasi Turio nella Lucania. ««La Lucania, dice il Geografo, giace tra la spiaggia del mar Tirreno e la Sicula (per questa intendeva Strabone il golfo di Taranto secondo il Cluverio), da una parte dal Silaro al Lao, dall’altra da Metaponto a Turio. Fra terra poi si stende dai Sanniti (Irpini) sino all’Istmo che da Turio va a Cerillo presso al Lao per lo spazio di 300 stadir (olimpici pari a miglia 41)».
Cosi circoscritta la Lucania veniva ad essere precisamente confinata da quattro fiumi. Il Silaro o Sele dividevala dalla regione dei Picentini, il Lao sul Tirreno ed il Sibari sul Jonio dalla Brezia, ed il Bradano dalle regioni di Taranto, Peucezia e Daunia.
Or lo stesso Strabone dice altrove, che i Lucani abitavano le terre al di sopra del golfo di Taranto. Epperò una linea di confine tra la Lucania e le piccole regioni della Magna Grecia su! seno Tarantino dee supporsi che passasse attraversando il corso del Sinno, dell'Acri e del Basento per Francavilla, S. Arcangelo, e Ferrandma, e che indi salendo toccasse Grottole, Montepeloso, Palazzo e Venosa. In pruova di che Vibio Sequestre pone nella Lucania il Sirapotamo, fiumicello che si scarica nel Sinno tra Chiaromonte e Senise..
Per siffatta confinazione adunque la Lucania abbracciava delle odierne provincie, di Principato Citeriore i Distretti di Vallo Sala e Campagna; della Basilicata quelli di Potenza Melfi Lagonegro e Matera, sebbene non tutti per intero; e della Calabria Citra una parte del Distretto di Paola.
Topografia della Lucania. — Il sito e grandezza di questa vasta regione esige, che anche le sue località, come quelle della Campania, vengano distinte in quelle che son poste sul mare, ed in quelle che ne sono discoste.
CITTA’ E VICHI. 1. Numistrone, 2. Ursento, 3 Vulcejo o Vulcento, 4. Campi Veteri. 5. Potentia, 6. Oppido, 7. Polla, 8. Atena o Atina, 9. Acerronia, 10. Foro Popilio, ll. Marcelliana o Marciliana 12. Tegira o Tegiano, 13. Consilino o Consilina; 14. Sonzia o Sanza, 15. Abellino Marsico, 16. Grumento, 17. Torri, 18. Celiano, 19. Ance o Anxìa, 20. Cesariana, 21. Vico Mendùolco, Mendicoleo, 22. Tebe Lucana/ 23. Nerulo, 24. Murano, Stazioni. 25. Ad Bradanum, 26. Ad Pinum, 27. Semun eia, 28. Submurano.
CITTA’, VICHI E TEMPLI. 29. Posidonia o Pesto, 30. Vico Vaiolano, 31. Petelia, 32. lela, Elea o Velia, 33. Melpao Molpa, 34. Pissunto o Bussento, 35. Scidro, 36. Blanda, 37. Lao.
PORTI, PROMONTORII E LUOGHI VARII. 3$. Palude Lucana, 89. Promontorio Posidio o Enipeo, 40. Promontorio o Porto Palinuro, 41. Promontorio e Porto Pissunto o Bussento, 42. Porti Velini.
ISOLE. 43. Isola Leucosia, 44. Isolo Enotrodi, 45. Isoletta di Venere t
PARTE MEDITERRANEA |
1. Numistrone. Il solo Plinio ricorda nella rapida rassegna de' popoli mediterranei della Lucania i Numestrani cosi detti dalla loro città primaria Numestro o Numistro. Non altro no han registrato nella storia Plinio e Plutarco, se non che nel 542 presso di essa a gran battaglia scontravansi Marcello ed Annibale con grave perdita de' loro eserciti. E poiché fra le circostanze di questo fatto è notato, che dopo la strage di Erdonea, accorrendo il Console Romano nella Lucania, accampavasi nella pianura presso la detta città, e dopo la battaglia raggiungeva i nemici presso Venusta; non è a dubitare, che sia stata sui confini della regione verso la Daunia, e che i patrii scrittori, seguendo la locale tradizione, ben si avvisino ponendola nel sito dell'odierna città di Muro; il qual nome forse prendeva nel medio evo da qualche superstite muraglia della città antica. Diversi oggetti di antichità si sono in fatti rinvenuti nella prossima valle del Platano forse appartenenti a villaggi che erano nella dipendenza di Numistro, perchè anche nelle altre vicine contrade e verso i casali di $. Sofia si sono scoperte varie lapide, fra le quali alcune in versi che meritano di essere qui riportate.
D. M.
C. ΜΕΝΕΙΟ.C.L... NO
NIO. AED. II. V. I. D.
IVRA EGO CVM DIXI QUOTIENS NVLLOQUE QUERENTE
ET VITAM INNOCVAM STVDVI PERFERRE SVPREMAM
NVNC OBITVS IACEO FELIX QUOQUE DICAR AD VMBRAS.
QVI TALEM MERITO NATUM HEREDEMQVE RELIQVI
NOMINIS ET FAMAE SIMILEM MIHI FORTE CREAVI.
VIDI EGO QUOD VOLVI SIMILES ETIAMQUE NEPOTES
CONIVGE QUOS SANCTA GENEROSAQVE CREAVIT. NUNC EGO
SECVRVS IACEO. LEVIS EST MIHI TERRA PER EVOM.
D. M.
CHELONIE. EVKARI. DEN. AN. P. M. XVIII
PRID. MAI. VLP. ET. PROCLO COSS. VIVIA
NVS. B. M. P. C. AMICE IOCONDISSIME
QUO LVSVS. ABIERE
CANDIDA CORDA
TVI QVO
NVNC. FORTASSE. VMBRAS ELYSII EXHILARAS
Dall’epoca segnata in questa seconda iscrizione è chiaro almeno che i villaggi di Numistrone erano ancora esistenti verso l’anno 238 dell’Era volgare, quando furono Consoli M. Ulpio Crinito e Proclo Ponziano.
2. Ursento. Contro l’avviso del Cluverio, che per sola analogia del nome supponeva questa città dove è l’odierno Orsomarso in Calabria Citra, il Corcia crede doversi riconoscerne il sito al mezzodì e ad un miglio circa dalla confluenza del fiume Tanagro nel Sele. Unico appoggio a tale suo avviso è il luogo di Plinio, ove congiuntamente e quindi in vicinanza fra loro nominagli Ursentini, Vulcentani, quibus Numestrani unguntur. Or se non cade dubbio sul sito di Vulcejo nell’odierno Buccino, ben è probabile che Ursento sia stato presso la detta confluenza dei due fiumi. E poiché la denominazione di popoli data da Plinio agir Ursento: accenna ad un insieme, se non di più città, almeno di più borgate; gli antichi avanzi che in quel dintorno s’incontrano, inducono a credere che dove ne’ tempi di mezzo sursero Colliario e Valva, siano stati i villaggi e le borgate di Ursento esistenti per certo ai tempi dell’Impero, come rilevasi da due lapide sepolcrali scoperte presso Valva in cui leggesi la parola Augustale. Avvi inoltre fra i patrii topografi chi per una certa analogia del nome suppone Ursento presso Contursi, e propriamente sulle antiche rovine della così detta Saginaria, dove si son trovate diverse medaglie della Magna Grecia (76).
3. Vulcejo o Vulcento. A destra ed a poche miglia da Ursento fu Vulcejo o Vulcento, di cui non può assegnarsi un’origine anteriore ai Lucani. Cominciano le sue memorie dall’anno di Roma 543, quando al Console Q. Fulvio arrendevasi dando in potere de' Romani i presidii che Annibale vi avea lasciato. Ciò non pertanto si ha da Frontino che fu Vulcejo assoggettata alla condizione di Prefettura per aver parteggiato pe' Cartaginesi.
Ebbe questa città un tempio sacro ed Augusto, là cui riparazione procurava un Otacilio Rufo, come dalla seguente lapida, in cui è parola de' Vicani, che furono gli abitatori de' Paghi Forense, Astoriano, Narano, Siciniano, (ancora esistente nell’odierno Sicignano) e Trasiniano, i quali tutti comprese Plinio sotto la denominazione di Volcentani.
OTACILI.R. PAL... EX TES
TAMENTO. OTACILI. GALLI. PATRIS. CAESARI. AVGVSTO
TEMPLUM VETVSTATE
CONLAPSVM P.S. R. CVIVS. OPERIS. DEDICATIONE. DEDIT
DECVRIONIBVS SINGULIS
HS. XXX. AVGVSTALIBVS.HS. XX. VICANIS HS. XII. LIBERISQVE
EORVM ET VXORIBVS COENAM
Da altre iscrizioni rilevasi che ebbe Vulcejo un tempro sacro a Vulcano, cui forse fu più specialmente devota per l’analogia del nome che pare da esso dedotto; ed anche un altro, che dedicava
IOVI CONSERVATORI
ET MARTI VLTORI
ORDO POPVLVSQVE VOLCEIANVS
Un’altra lunga lapida, che vedesi sotto uno degli archi del ponte, ricorda che quest’antica opera pubblica e magnifica in pietre riquadrate sul fiume Botta fu a pubbliche spese innalzata dai Triumviri C. DESIO, P. VILLIO e M. ACCIO nell’anno 324 dell’Era volgare. In delta iscrizione parlasi di Vulcejocol titolo di città, qual si mantenne ne' secoli successivi prima col nome di Pulcino e poi Buccino.
4. Campi Veteri. Presso i Campi che chiamansi Veteri tra i Lucani, peri Gracco, dice Livio, per l’agguato tesogli dal Lucano Flavio suo ospite, che per propiziarsi. i Cartaginesi riusciva, tradendolo, a farlo cadere nelle loro mani nell’anno 540 di Roma. Son divisi i Topografi in determinare dove quei Campi si furono. Alcuni li han creduto a Marsicovetere tra Vigliano e Marsiconuovo, eie sottostanti pianure ben si vendicherebbero il nome di Campi se quelli, di cui Livio dà i particolari dicendo: Magonem ibi pedites equitesque armare. et capere eas latebras ubi ingentem numerum occuleret, jubet (Flavius) non convenissero meglio a Vietri di Potenza, che a Marsicovetere. Quivi non s’incontrano le latebre né tal valle profonda che circondata di selve e di monti rendeva inevitabile la morte al tradito T. Sempronio Gracco ed ai pochi Romani che trova vasi di aver seco menato, come si veggono presso Vietri, dove gli alti monti si stringono in angusta e profonda valle attraversata dal fiume Bianco, All’incontro il nome assoluto di Pietri che accenna benissimo ai Campi già Veteres per gli stessi Romani, le lapide sepolcrali, le monete, le stoviglie ed armature rinvenute in diversi punti di quel territorio, e le diverse cappelle rurali nelle contrade dette Vetrice, S. Felice, S. Giovanni S. Teodoro e S. Marco che sembrano edificate sopra ruderi antichi; giustificano abbastanza la vetustà di quei luoghi per supporvi con fondamento i Campi Veteri controversi.
5. Potentia. Trai fiume Arritello ed il Rasento in un sito sottoposto all’odierna città di Potenza sorgeva l’antica. Ivi rimangono ancora de' grandi vestigli, preciso nella contrada detta la Murata in cui ai tempi di Marino Freccia si vedevano molte iscrizioni. Parecchi villaggi e suburbane abitazioni erano ancora ne' suoi dintorni e nello stesso sito che occupa oggidì, dove, abbandonata l amica dimora in seguito di un terribile tremuoto nel 1273, riducevansi i Potentini fabbricando la nuova, e dove in diversi punti si son trovati avanzi di strade rotabili e di edifizii reticolati e laterizii, pavimenti a mosaico, medaglie Greche e Romane.
Intorno all’etimologia del suo nome ingegnosi sono gli sforzi de' patrii scrittori in derivarla dal greco rigo ed in raccogliere vestigi di greca denominazione per poterne assegnare, in argomento di loro antichissima origine, come. fondatori gli Enotri. Secondo una tradizione, che una gara municipale dice fondata su di una lapida pretesa esistente sulla torre che ora serve di ospedale, poi toltane perchè diceva POTENTIA ROMANORVM HVC NOS RELEGAVIT, vorrebbesi sostenere che il nome di Potenza le venne dalla prima parola dell’epigrafe supposta (77). Avremmo voluto passarci di ricordarla, se non avessimo temuto d’incorrere la nota di negligenti per deferenza, e se non fossimo persuasi d’altronde, che quando occorrono non uno e due luoghi omonimi senza uscir dall’Italia, Indaghi di tal fatta son puramente oziose. Oltre di una Carria Potentia forse la Chieri nella, provincia di Torino, Plinio ricorda una Potentia presso il Po, e Tolomeo un oppido dello stesso nome nel Piceno, dove ora corrisponde il porto di Recanati.
In conseguenza di origine così poco sicura la storia niuna ricordanza delle sue vicende ha registrato; ignorasi se fu mai ridotta a condizione di Prefettura per essersi come le altre città data dal partito di Annibale; e nemmeno è provato che Silla od Ottavio vi avessero spedito qualche colonia militare, come da parecchi scrittori si è supposto. E come che Strabone neppur la ricordi, fu Potentia nondimeno fiorente ai tempi di Augusto, come può dedursi da’ magistrati colonici e municipali, di cui è parola in molte lapide. Per città anche popolosa ce la fan supporre i diversi templi e collegii che ebbe; e che fosse stata pur ragguardevole nella decadenza dell'Impero, oltre alla testimonianza di Tolomeo che la nomina tra le Città della regione, il depongono alcuni atti di martiri e, più che altro, la circostanza di essere stata la sede de' Presidi della Provincia.
Ebbe Potentia diversi templi dedicati a Cerere, a Venere Ericina, ad Ercole, ad Augusto, come da queste rispettive epigrafi è chiaro:
1. |
3. |
CERERI |
... |
VERT. SACR. |
MOV… O |
BOVIA |
... |
MAXIMA |
ET HER. |
SACERDOS |
POPVLVS POTENT. |
XVVIRAI |
|
...S... |
4. (78) |
2. |
P. EQVITIO |
VENERI. ERICINAE |
P. LIB. PRIMANO |
SACR. |
AVGVSTALI POTENT |
OPPIA. N. LIBERTA |
P EQVITIVS |
RESTITVTA. PP. |
PRIMANVS PATRI |
FAVSTINO ERVTINO |
B. M. F. |
Un’ altra iscrizione accenna ad un’ edicola o tempietto sacro alla Dea Mefiti Utiana nel cui epiteto potrebbe forse contenersi l’origine del nome di Tifo, come il Corcia si avvisa, perchè una simile epigrafe scoprivasi nella mofeta del detto Comune.
Altre due lapide in fine ricordano, una il collegio della Fortuna, e l’altra quello de' Mulattieri e degli Asinari che esser doveva, come credè l’erudito Cantor Emmanuele Viggiani, probabilmente nel sito della distrutta cappella di S. Stefano; perchè tra le sue fondamenta la cennata lapida scoprivasi, e nel di festivo di esso Santo, come in quello di S. Antonio Abate ancora si usa in diversi luoghi, i mulattieri girar solevano co’ loro muli asini e cavalli nella fiducia di essere da ogni malore preservati.
Oppido. Giace quest’antica terra de' Lucani a quattro miglia al mezzogiorno di Acerenza, ed a dodici al settentrione di Potenza. Ricordata nel solo Itinerario di Antonino trovasi erroneamente detta nella strada che mena ab Equotutico ad Rhegium, Ypnum e Ypinum ed in quella che da Venusio giungeva pure alla colonna Reggina con voce meno alterata di Opino che la precisione delle distanze fa corrispondere ad Oppido. Non altro che antichi sepolcri scoperti nel suo territorio dimostrano che la contrada fu abitata da Greci, perchè in essi oltre ai soliti bronzi, armi e monete, anche vasi di molto pregio si son rinvenuti. Ma fra tutte le anticaglie ritrovate in Oppido, quella, che le ha fatto conseguire una celebrità, fu la tavola di bronzo opistografa ovvero scritta avanti e dietro, in una faccia in lingua Osca con caratteri greci osci e latini, e nell’altra in latino arcaico. Scoprivano questo pregevole monumento nel luogo detto Lago della Noce, la poca distanza dall’abitato i due contadini Canio e Francesco Grieco nell’anno 1793. Venutone un frammento (79) nelle mani del signor Domenico Lancellotti, questi cede vaio al Governo, che facevano acquisto pel Real Museo Borbonico. Varii dotti si sono dati ad interpetrarne la parte Osca con vario successo, perchè il Guari ni divinando, crede che comprendesse una legge sui sacrificii municipali del luogo, oppure un plebiscito de re moccio laria; il Franchini sostiene che fosse un editto intorno ai pascoli; ed il Jannelli è di avviso che ricordi quel costume caratteristico degli Osci, pel quale i Vichi, Paghi e Città contributi o confederate celebravano insieme ed ogni anno in luogo e giorno festivo determinati de' pubblici e solenni conviti. La parte scritta in latino contiene un plebiscito de re vestiaria secondo il citato Guarini, o un frammento di una legge de repetundis secondo altri, perchè essendo mancante del principio e della fine la interpetrazione è poco sicura.
In grazia della rarità di simili scritture originali e vetuste fia bene qui trascriverne alcune linee, come per saggio del linguaggio Osco Lucano, o Volsco, secondo il lodato Franchini, perchè infatti non pare in tutto uniforme a quello degli Osci di altre contrade. Desse sono fra le intere quelle che hanno il contenuto più oscuro:
MALLOM. IN. TRVTVM. ZICO. TOVTO. PEREMUST. PETIROPERT-
NEIP. MAIS. POMTIS. COM. PREIVATVD. ACTV.
PRVTER. PAM. MED ICAT. INOM. DIDIST. IN. PONDOS. MOXX.
CONDREIVATVD. VRVST. EISVCEM. ZICVLVD.
ZICOLOM. XXX. NESIMVM. COM NOM NIHIPID. SVAE. PIS. CONTRVD. EX EIC. FEFACVST.IONC. SVAE. PIS
7. Polla. Dagli avanzi di un tempio dedicato ad Apollo, che tuttavia si osservano a dritta della Consolare tra lauri annosi in mezzo a un piacevole boschetto, deducesi che antica si fosse l’odierna Polla posta al Nord della Valle di Diano. Molti sepolcri scoperti nelle sue vicinanze, e proprio nel cosi detto Deserto dì Montecalvario ed alla Fontana rotonda, e la tradizione di essere stata l’antica città nel sito, dove M. Aquilio faceva costruire de' pubblici alberghi in sulla celebre strada dello stesso suo nome, che par manifesto passasse pel ponte a cinque archi di opera romana sull’ingresso del paese; non fan dubitare che da una Polla più antica derivata fosse l’odierna.
Poco lungi dal detto ponte, per alcune fenditure di strati calcarei, si sprofonda in sotterraneo cammino il fiume Tanagro, che dopo due miglia va a sboccare in parte nelle grotte ei ponte di Campestrino, e in parte alla Pertosa, cosi detta appunto dalla sassosa apertura, per la quale sgorga spumeggiante e fragoroso.
8. Atena o Atina. All’odierna città di questo nome posta sulla sinistra della consolare che attraversa la Valle di Diano, attribuiscono i patrii scrittori un’assai remota fondazione. Ma non dalla capitale dell’Attica, bensì dall’Atene della Beozia, dice il Corda, dovevano derivare la pervenienza de' coloni che la fondarono con altre città, fermandosi nella regione Lucana. Plinio annoveragli Atinati fra i popoli mediterranei della Lucania, e Frontino non altro fa assaperci di essi, se non che per aver parteggiato pe' Cartaginesi, soggiacquero dopo la seconda guerra l’unica ai duro governo di Prefettura. La qual cosa mostra almeno di aver avuto a quei tempi una certa importanza, che è pure attestata dagli avanzi di un anfiteatro, che sussistono con quelli della città antica nel piano sottoposto alla odierna, e da parecchie iscrizioni che ricordano gli Atinati e gli Augustali, i Quatuorviri a giudicare le liti, ed anche vestigii del suo grecismo, come dalla seguente rilevasi:
L. MANNEIVS. Q. Q. MEDIC.
VEIVOS. FECIT. ΦΥΣΕΙΔΗ
ΜΕΝΕΚΡΑΤΗΣ ΔΗΜΗ
ΤΡΙΟΥ ΤΡΑΛΛΙΑΝΟΣ
ΦΥΣΙΚΟΣ ΟΙΝΟΔΟΤΕΣ
ΖΟΗ ΕΠΟΙΗΣΕΝ
MAXSVMA SADRIA S. F.
BONAPROBA FRVGEI SALVE.
Un nostro amico Antonio Jannelli nell’illustrare un luogo di Cicerone, trovò di avere il grande oratore pernottato in Atina andando in esilio. Vedi negli Atti del 7° Congresso Italiano in Napoli la Sezione di Archeologia e Geografia.
9. Acerronia. A cinque miglia da Atena incontravasi Acerronia, grossa borgata di cui la Tavola Peutingeriana fa menzione. Nell’indicarne il sito, l’Holstein ben si apponeva fissandola nell’odierna Brienza; perchè in fatti a breve distanza da essa è una contrada che ancor serba la denominazione di Acerrona, e presenta avanzi di rovine oltre ai sepolcri, che ne' dintorni si scoprono co’ soliti vasi ed antichi oggetti.
10. Foro Popilio. Sulla stessa Tavola Peutingeriana ed a distanza di cinque miglia antiche da Acerronia, è segnato il Foro Popilio cosi detto forse dal suo autore, come l’altro simile nella Campania. Destinati tali Fori, come si sa, per siti di mercatura o di fiera sulla pubblica strada, divenivano coll’andar del tempo villaggi per offrire l’opportunità degli alberghi agli avventori. Contro l’avviso del Romanelli, cui piacque fissarlo tra Marsiconuovo e Calvello, poiché la distanza segnata da Acerronia verrebbe ad allungarsi di tre miglia, stima il Corda di situarlo in vece tra Sala e Marsiconuovo.
11. Marcelliana o Marciliana. Di questa piuttosto borgata che città si fa menzione nell’Itinerario di Antonino. Non si crede più antica de' tempi, in eui la Lucania obbediva ai Romani, come può argomentarsi dal suo nome. I suoi ruderi debbono esser quelli che si veggono in vicinanza di Sala, malgrado che sulla strada rotabile, tra Sala e Padula, un luogo che chiamano dei fonti, ed in cui sorgeva il tempio di S. Cipriano che poi fu mutato in quello di S. Giovanni in fonte, dicevasi ancora Aja Marciliana. Nell’amena pianura sottoposta agli avanzi della detta borgata, oltre di essersi scoperti vestigli di antichità e sepolcri, la seguente iscrizione su di un frammento di gran marmo, ricorda un tempio di Giove in Marciliana:
...DIVI GALER...
ITERVM FLAMEN DIALIS
TEMPLVM JOVIS DE
S. P. REFECIT
Vi ha nondimeno di coloro che la confondano con Consilino.
12. Tegira o Tegiano. Da epigrafi scoperte a Diano nella valle di questo nome apparisce di essersi detto Tegianum e Tegea, che il Corda crede analogo alla Tegira città della Beozia, anche perchè i Tergilani, che Plinio ricorda come popoli mediterranei della Lucania, egli crede doversi emendare in Tegyrani. Da Tegianum alteratasi la pronunzia in Tejano si fece Diano, che surse presso di un antico tempio al di sopra di una contrada ancor detta Tegiano, perchè quivi era posta la città antica. Iscrizioni greche scopertevi mostrano di averla anche i Greci abitata, dalla cui pronunzia derivò probabilmente il passaggio del g in j.
Delle sue vicende ci ha tramandato la storia sol quella di essere stata ridotta a Prefettura per aver seguito le parti di Annibale. Verso il 660 di Roma il Proconsole M. Aquilio Gallo vi costruiva il Foro e pubblici alberghi. Durava il nome di Tegianum sino al IV secolo dell’Era volgare, dal qual tempo sono oscure le sue memorie, se pur non fu distrutta da Alarico nel 410.
Fu città popolosa e non men ragguardevole di Atina, come la danno a credere i marmorei lavori, le colonne, i rottami, le lapide; fra le quali questa, che leggesi nella torre di S. Maria. Maggiore, ricorda il
SENATVS. POPVLVSQVE. TEGEANENSIS.
e quella che vedesi dietro la porta piccola di S. Giovanni Maggiore qui in Napoli posta ad A. Verazio Severiano rammenta la Repubblica de' Tegeanensi.
13. Consilino o Consilina. Sulla sinistra fuori della via Aquilia a due miglia da Marciliana sorgeva Consilina, di cui fa appena menzione il solo Frontino fra gli antichi, il quale l’annovera fra le sette Prefetture della Lucania. Se tale divenne dopo la seconda guerra Punica, ben può dedursi che essa era già ragguardevole ed antica città; nel quale concetto tenevala Cassiodoro, che parlando di Marcelliana si esprime: Est enim locus ipse camparum amoenitate distentus, suburbanum quoddam Consilinatis antiquissimae civitatis. Era posta questa città ad un miglio da Padula sopra un’amena collina, dalle cui radici scaturisce il Laggia. L’area e gli avanzi delle mura, ond’era cinta, la mostrano grande e fanno ancora chiamarla la Civita. La quale chiariscono per illustre greche e romane medaglie, corniole ed altre antichità scoperte ne' sepolcri, lapide ritrovate ne' suoi dintorni, non che statue, quelle che si veggono fuori dell’antro consacrato a S. Michele presso alle sue rovine, e molti rottami di marmi riuniti ne' giardini della celebre Certosa di S. Lorenzo, la cui edificazione nel 1308 fu causa che grandi e molti materiali si togliessero dalla distrutta Consilino.
14. Sonzia o Sanza. Con i Grumentini e Potentini nominava Plinio anche i Santini fra i popoli Lucani, ed è questo ricordo solamente, che fa credere Sontia, poi Sanza odierna, un antico paese della Lucania. Coloro che la credono menzionata nella Tavola di Oppido dove alla linea 19 leggesi SANSAE TAVTAM CENSAZET PIS CEVS BANTINS... non si accordano cogl’interpetri della medesima, che riscontrandovi più volte i nomi di Bansae e Bantins, non dubitano doversi correggere Sansae in Bansae.
15. Abellino Marsico. Poiché Plinio annovera gli Abellinati Marsi nella seconda Regione d’Italia, che abbracciava i Picentini e gl’Irpini, come a pag. 69 scrivemmo; noi troviamogli essersi male avvisati tanto il Torcia che li riferiva ad Abella o Aveja tra i Marsi che andavano compresi nella quarta Regione, quanto il Corcia che li suppone a Marsico Vetere. Dove costui ciò sostiene, all’articolo Abellino Marsico, pag. 79 del vol. III. della sua STORIA DELLE DUE SICILIE vorremmo emendata la prima linea che dice: All’oriente di Cirigliano è posto in sul monte di Viggiano il paesello di Marsicovetere perché all’oriente di Cirigliano è Stigliano, Viggiano è all’occidente e distante da Cirigliano circa miglia dedotto, e Marsicovetere è di altre quattro in cinque miglia all’Ovest di Viggiano, sulla falda del ponte Volturino che gli si eleva alle spalle, ed a sei o sette miglia circa al Nord-ovest di Saponara e Grumento. E poiché uno sbaglio ne porta di altri, poche linee appresso ha detto: Essendo (Marsicovetere) situato nei confini della Daunia, Plinio ne annovera gli abitatori nella seconda regione d’Italia, e però anche dal vero si dilungava chi riferivali agli abitatori di Abella o Aveja nella regione de' Marsi. Or questa confusione, a noi pare, non avrebbe avuto luogo, se si fosse posto mente, che Marsico Vetere è più vicino agli Irpini che ai Dauni, e quindi Plinio, se parla di Abellinati, e Marsi intende di quelli fra gli Irpini, non già fra i Lucani.
Di certo a Marsico Vetere vi ha un luogo che chiamano la Civita, dove, a crederne l’Antonini, si sono trovate iscrizioni vestigii di antichità; epperò si avvima di situarvi la Vertina, che con Calasarna nomina Strabone ne' luoghi mediterranei della Lucania. Se questa Civita fosse stata Vertina, e vi fossero arrivati de' Marsi, non sarebbe che una congettura, la quale acquisterebbe qualche probabilità dalla fondazione che del vicino Marsiconuovo si attribuisce al valoroso Rinaldo, figliuolo di un Conte de' Marsi, quando si ritirò fuori i confini della Provincia di Principato Citeriore, come il Febonio e Monsignor Corsignani sostengono. Il quale Rinaldo inducevasi forse a prescegliere quella contrada in grazia de' Marsi, che avevano occupato o si erano stanziati a Vertina, donde poi la distinzione di Marsico Nuovo da Marsico Vetere.
16. Grumento. Nell'estremità meridionale della Valle di Marsico e sulla dritta sponda dell’Agri, all’Est e ad un mezzo miglio sotto Saponara, sorgeva Grumento, la sola fra le mediterranee città della Lucania che tanto ben si riconosce fra Io stesso squallore delle sue rovine. Posta su di un altopiano bislungo, che di poco domina le circostanti pianure, solo all’Ovest ed al Nord la rendevano alquanto erta e quindi inaccessibile il fiumicello Sciati rada una parte, e l’Agri dall’altra, che la rasentano col loro corso. Un piano di circa due miglia circondato di mura (80) era l’area della città, che malgrado di essere divenuta oggidì contrada di vigne, presenta nondimeno ancora i compartimenti delle vie, le quali distinguono un po‘ dere dall’altro, formando un rialto di pietre e calcine, onde sonosi sgombrati gli edificii nel ridursi a cultura. Una strada tuttavia visibile per alcuni tratti, larga sedici palmi, lastricata di grandi pietre commesse con maraviglioso artifizio, di sette in otto palmi lunghe e di quattro in cinque larghe, convessa in guisa da far correre l’acqua agli estremi, su' quali ergevansi i marciapiedi, divideva la città nella sua lunghezza attraversata essa stessa da due altre, si che la città rimaneva scompartita ad angoli retti in sei sezioni quadrilunghe. Sussistono ancora delle case antiche, le cui mura sono ad ogni tre o quattro palmi listate da tre file di mattoni, che danno un risalto su! lavoro reticolare della fabbrica, come di tre linee rosse tirate col pennello. Se hanno resistito all'edacità di circa otto secoli, a contar dall’ultima sua distruzione, ciò è dovuto alla circostanza di averle i padroni delle vigne destinate, coprendolo con embrici, ad uso di casette rurali dove si tengono i tini e i palmenti in cui si pigiano le uve.
Come città considerevole (81), malgrado che Strabone la noveri fra le terricciuole della Lucania (nel qual luogo o la lezione del Geografo è indubitatamente scorretta, o con la denominazione di Vichi, anzi che Grumento, ha egli inteso di distinguere le altre piccole città che enumera della regione Lucana), aveva Grumento l’Anfiteatro, il Teatro, il Circo, le Terme, che rovinati, come sono, si riconoscono tuttavia, ancorché in pruova non soccorressero le iscrizioni che i suoi patrii scrittori han curato di conservarne.
Dell’Anfiteatro sono, tuttavia in piedi fino all'altezza di una ventina di palmi le mura reticolate, alcuni corridoi alti nove palmi e larghi altrettanti, e l’arena di figura ellittica della lunghezza di dugento trenta palmi. Nella seguente iscrizione che leggesi in una lapida conservata dietro la Chiesa di S. Maria dell’Assunta in Saponara, è parola di un Aquilio, cui si attribuisce l’ufficio di Munerario, che era quello di regolare. le cacce e d’istruire i gladiatori:
AquiLIO. L. F. POM.
COLONIA. OMNibus
MuneRIBVS. ET PRINCI
Palibus: HONORIBVS. INNOCenter
PerfuNCTO. MUNERARIO
AEDITIONIS FAMILIAE
GLADIATORIAE. DECVRIONI. Gr
UMENDINE. CIVITATIS
C. M. IVLIENTIVM
ROMAE. IVS. ONOFIC.
L. BENEMER. I. S. PATRONO
M. D.
Del Teatro non rimangono che pochi avanzi in una vigna delle Monache di S. Croce; il Roselli, benemerito scrittore della Storia Grumentina, ne ha serbato le proporzioni di tre' cento passi lungo per dugento di larghezza con le notizie della sua figura semicircolare, de' grossi pezzi quadrati di travertino ond’era fabbricato, e di un arco ancora in piedi a suo tempo (1790).
Si deduce di esservi stato anche il Circo da questa Iscrizione in cui è memoria di un Lucio Bruzio che dedicò a Giove un flagellum, (scuriata)
L. BRVTTIVS
CALLIDIVS CAPITO
IOVI FLAG. D. D.
Più copiosi e magnifici sono gli avanzi delle Terme che si osservano in una vigna del signor Antonio De Cina. In una di queste due iscrizioni è memoria di esse, e nell’altra è pur parola dei bagni:
|
BALNEA |
RVLLVS FESTVS |
EX DISCIPLIN.. |
CORR.LVC. ET |
AVG. L. DOMITI AV... |
BRIT. AD ORNATVM |
VICTI. AVG.P... |
THERMARVM |
SERIEM ANN... |
CONLOCAVIT |
Q. AEMILIVS VIC... |
|
SAXONIANVS |
Da altra iscrizione esistente nella Cappella di S. Martino in Saponara rilevasi di esservi stato pure il Portico, la cui porta fece costruire a sue spese un Marco Titacilio Edile e Quatuorviro da C. Dubbio Niceporco Architetto sotto il Consolato di… L. Licinio..
Oltre di questi pubblici edifizii è ancora esistente un acquidotto, alto sopra terra sei palmi e largo 3 e quattr’once, che portava le acque alla città dal luogo detto Castagneto sotto Moliterno, val dire pel corso di due miglia e mezzo. Con un piccolo ponte attraversava il fiume Sciaura, e con un altro ancora in piedi aggiungeva la poca ertezza dell’abitato al di sopra della Porta Aquilia. Di questa Porta i ben lavorati marmi trasportati in Saponara formano l'ingresso dell'antico sedile, alto palmi ventotto e largo, diciassette e mezzo.
Anche un cammino sotterraneo aveva Grumento, di cui non si conosce né l’estensione, né l’uso, se non forse abbia servito a segreta sortita in caso di assedio. Costruito a fabbrica ed a volta, selciato nel pavimento, e alto sette palmi e largo quattro. La sua direzione, per quanto pare dal poco tratto che si può percorrere fino a che non manca l’aria, è verso il Santuario della Madonna Grumentina o Sala Infirmorum. L’Agri avendo sbassato il suo alveo, ne mostra lo spaccato, nell’erta sua sponda a destra, per modo che rimanendo sul pelo delle acque all’altezza di una quindicina di palmi, non saprebbesi decidere, se comunicava alla città per un ponte, o a guisa di tunnel.
Avanzi di sontuose fabbriche, iscrizioni e statue mostrano che le divinità adorate dai Grumentini furono Silvano, Mitra, Giove, Giunone, Apollo che ebbe un tempio dove poi surse la Chiesa matrice di Saponara, Serapide che n’ebbe un altro ivi Appresso, dove per un’ara che era dedicata alla Dea. Sapone il popolo Grumentino, vissuto disperso per 90 anni ne' paghi di S. Lucia, S. Rato, Grumentino o Pedone, Tramutola Vecchia nei Runci e S. Giuliano, si ridusse fabbricando Saponara.
Varie tombe o tomoli isolati sono presso Grumento, di figura circolare, perciò detto uno di essi Rotundo con finimento piatto e sporgente a guisa di gronda, e dall’altezza di quindici o venti palmi. Si credono massi di fabbrica con pochissimo vuoto al di dentro. Se ne osserva uno ancora intatto presso alla città, ed un altro scantonato e giacente boccone, dentro r di cui un vano, di figura riquadra, era rivestito di lastre di piè tra bianca o travertino, parte tolte via ed in parte ancora aderenti ed affumigata dal fuoco che i porcajuoli vi accendono, quando vi si riparano dalla pioggia o dal freddo. Innumerevoli sepolcri di svariale fogge ed iscrizioni mortuarie su lapide e cippi si son trovati sulle vie fuori della città, e nei poderi; e non poche sono l’epigrafi che ricordano un Primipilo, un Prefetto del Pretorio, un Evocato, e varii militari della V e VI coorte, della XXI legione ec..
Fra le ventitré che il Roselli registra nella sua citata Storia Grumentina, tutte poste dall’affetto de' congiunti a persone particolari, meritano special ricordanza queste due e
D.M. |
S. VIBRENDINOSE OCELLA |
OCELLO... CANO |
SER. ETL. BENEM. EX |
RUF... E. |
TESTAMENTO |
dalle quali chiaramente rilevasi di essere stata Grumento la patria di OCELLO LUCANO (82).
Nulla si conosce della origine di Grumento. Può credersi però di greca origine a giudicarne dal titolo delle due cariche degli Antigrafi e dei Polemarchi proprie de' Greci, che leggonsi in alcune lapide. Riguardo al suo nome stranamente sfigurato presso quanti antichi Autori ne favellano, in Drumetum, Adrumetum, Pumenton, Agrimontes, quello che le molte iscrizioni e la tradizione locale ci han trasmesso è Grumentum. Patrii scrittori riferiscono e scusano la credenza de' loro antenati, i quali facevano fondatore della città un Eroe di nome Miento Assiro, che veduto avendo una Gru, dal nome di quest’uccello e dal suo proprio avesse composto quello di Grumiento o Grumento. Il Niebuhr, contando sulla circostanza di trovarsi Grumento tral monti della Lucania, e non sapendo che giaceva nel bel mezzo di una estesissima e bassa pianura, cui fan quasi corona ben da lungi i monti Rapare, Sirino, la catena Appenninica e quello di Viggiano, mal si avvisò in derivandolo da kpimos freddo, perchè in fatti la neve, onde quei monti s’imbiancano, cade in acqua su quel piano, e solo vi si erge, quando si è nel cuore del verno. A noi parrebbe meglio di derivarlo dal fiume Agri che la bagna, come dicemmo, alla sua estremità settentrionale, e che trovasi anche detto fiume Grumentino nulla importando che Agri originariamente era detto Aciris, perchè le parole in tutti i tempi e dovunque si sono pronunziate diversamente da quelle che si scrivono.
Fu Grumento Municipio, il che, di rimbalzo se non direttamente rilevasi da due iscrizioni, che il Roselli riferisce e disamina; e pare che a tal condizione fosse pervenuta verso i tempi di Pirro, fin dall’anno di Roma 452. Apparisce da Frontino che divenne Prefettura nel tempo, e pel motivo istesso che le altre città di Volcejo, Pesto, Potenza, Atina, Consilina e Tegiano.
E finalmente fu Grumento una delle sei Colonie militari spedite nella Lucania senza potersi precisare il tempo e chi propriamente ne fece la deduzione; poiché Frontino parìa di quella che Augusto vi spedi de' veterani che avevano combattuto ad Azio.
Più battaglie campali si contano avvenute in Grumento o presso le sue mura. Ebbe luogo la prima nel 530 tra Tiberio Sempronio Longo ed Annone il capitano de' Cartaginesi, che vi perde quaranta insegne militari e due mila soldati. La seconda, che avvenne nell’anno di Roma 547, fu combattuta tral Console Claudio Nerone ed Annibale con gran rotta di costui, che vi lasciò otto mila uomini, quattro Elefanti, oltre a due presi vivi, settecento prigionieri, e nove insegne militari, contandosi di soli duecento individui la perdita dei Romani.
I particolari di queste due battaglie son da Livio narrati nei libri 23 e 27, cap. 34; ed in prova della veracità dello storico è bello il poter qui riferire, che gli eredi del Danio di Saponara, tra gli altri oggetti delle antichità Grumentine raccolte dall’Arciprete Carlo Danio in un apposito museo (83), si conservavano alcune ossa e denti di Elefanti rinvenute in quelle vicinanze.
Il terzo fatto d’armi, dal quale andò Grumento distrutta la prima volta, fu nel tempo che fervea la Guerra Sociale. M. Lamponio il capitano de' confederati, ridotto M. Licinio Crasso a ritirarsi nelle' sue mura, prendeva la città Fu in tale occasione che avvenne quel che Macrobio e Seneca ci narrano della fedeltà di due servi Grumentini, i quali per salvare la loro padrona dalla morte che erano per darle i soldati vittoriosi, dissero loro, che conducevanla essi al peritato supplizio per vendicarsi delle sue crudeltà.
Ma l’ultima, che vuolsi totale rovina della Città, da patrii scrittori riferita all’anno 872, fu per mano de' Saraceni, che dopo le antecedenti devastazioni di quasi tutte le provincie del Regno, distrussero anche Grumento. Fu allora che gl’infelici abitanti scampati all’eccidio si dispersero pei monti, perle caverne e per le foreste, secondo Roberto di Romana (84), donde si ridussero in quei paghi che di sopra citammo col nome di 5. Lucia, S Rato, Grumentìno o Pedone ec. Non però prima dell’anno 364 si trasferirono nel luogo dove edificarono Saponara, dietro risoluzione già presa e sancita in un sinodo, che il capo tra i Curati di quei diversi villaggi, Donato Leopardo Arciprete di S. Maria l’Assunta di Grumento, celebrato avea nel 954, come rilevasi da pergamena originale esistente nella insigne Collegiata di Saponara e da iscrizione su lapida nella sacristia della stessa del tenore seguente:
VRBE GRVMENTINA A SARACENIS DEVASTATA
POPULUS EIVS IN PAGHOS ANTE DIVISUS AB
ARCHIPRESBYTERO DONATO LEOPARDO IN VNVM
COLLECTVS A. D. 954 SUB AGAPITO PONTIF. ROM.
LANDVLFO COMITE DOMINANTE HOC NOVVM
OPPIDVM EDIFICAVIT. ET A SAPONA ARA
SAPONARAM APPELLAVIT. QUOD VERE
GRUMENTUM EST OMNI IFRE CENSENDVM.
Negli atti del martirio di S. Laverio scritti dal citalo Roberto di Romana si ricorda avvenuta la desolazione di Grumento nel detto anno 872; ed all’autorità del loro patrio scrittore si uniformano i due storici delle cose Grumentine Giacomantonio del Monaco nella sua Lettera a Matteo Egizio (85) ed il Roselli. Ma il Giustiniani all'articolo SAPONARA cita tre luoghi della Cronaca Cavese che fan dubitare di essere avvenuta la rovina di Grumento nell’epoca suddetta, seppur non vogliasi ritenere che in tutto il tempo in cui infettarono i Saraceni il nostro Regno, non fossero tornati per la terza volta a consumar l’opera della distruzione non compiuta in due altre, che furono forse un semplice saccheggio, cui per enfasi la tradizione trasmise e ritenne per rovina. All’anno 915 scrive il Cronista: Locrea expoliata et destra età a Saracenis, qui Principatum ìnfestantes a Guaimario in Grumento occisi sunt, et captivati per insidiat quando reversi sunt. All’anno 971: Electus est Faustinus de Avellino qui erat praepositus in Grumento. Ed all’anno 1031: Saraceni comprenderant Cassianum, Grumentum et Planulam, ubi novum Castrum fecerunt ab eorum nomine Castrum Saracenum vocatum. Dai quali luoghi è chiaro che dopo l'872 si parla di Grumento come esistente nel 915. nel 971 e nel 1031. Or noi per non ricusar fede ai documenti del luogo ed aggiustarla ad un Cronichista non patrio né sincrono, conciliando le discordi testimonianze degli uni e dell’altro osserviamo, che nei casi di devastazione se un popolo si disperde nelle ville delle sue campagne, non è credibile che una gran parte di esso non tomi, cessato il pericolo, ad abitacele patrie mura, che il furore de' nemici non giunge sempre a rovesciare dai fondamenti, come enfaticamente suol dirsi. Quando dunque l’Arciprete di Grumento Donato Leopardo ridusse in un oppido gli sparsi villaggi ed in un punto vicino alla Città devastata quasi mezzo miglio, ciò fece per unire in luogo più sicuro per sito e pel fatto dell'unione quella gente, che divisa in tante frazioni era soggetta alle continue scorrerie delle masnade. E di un tale oppido dice espressamente la iscrizione dianzi riportata, che vere Grumentum est omni jure censendum, vai dire un sobborgo di Grumento. Se cosi non fosse, come noi ci avvisiamo, non potrebbe darsi ragione di lla origine degli altri molti casali che dalla distruzione di Grumento medesimo derivarono, di Moli terno cioè, di Sacconi, S Nicola de Timpagnada (86), Spinoso mia patria, S. Martino, Montemurro, Viggiano e forse di qualche altro (87), i quali tutti non sursero prima dell’ultima distruzione avvenuta nel 1031. A ciò si arroge che Grumento, città non minore di un ventimila abitanti, a giudicarne dal perimetro delle sue mura e dall'idea della sua politica grandezza, non poteva tutta ridursi in una bicocca, qual dee credersi l’oppido di Saponara in origine. La maggior parte adunque de' Grumentini, quando per l’ultima volta fu la città irreparabilmente e veramente distrutta, ingrossato la Saponara per quanto poteva capirne, si distribuì per i detti Casali.
E ciò basti di Grumento per ora, perchè avremo occasione di ritornarvi, quando cadrà di dover parlare di Saponara e dei circostanti paesi. Molte altre cose avremmo voluto ancor dire di città così illustre, se non ci fossimo accorti di aver alquanto abusato della indulgenza dei nostri lettori. Ai quali vogliamo in ultimo far osservare, che dell’esserci un po’ forse troppo dilungati non fu cagione la sola compiacenza di consacrare puniche colonna di più alla madre patria della mia terra natale, ma pure il dovere di chiarire una celebre località, del cui sito si è giunto lino a dubitare per le contraddizioni in cui caddero taluni fra i topografi antichi, e pel resupino modo, onde ne han favellato tal altri.
17. Pianula. Trovasi menzionata questa città nella Cronaca Cacete in quel luogo che disopra recato, convien qui riprodurre: Anno 1031 Saraceni comprenderunt Cassianum, Grumentum, et Planulam, ubi novum Castrum fecerunt ab eorum nomine Castrum Saracenum vocatum. Pianula quindi o Pianola vuolsi che sia stata ove sono i così detti Piani di Campo vicini all'attual sito di Castel Saraceno e sulla destra sponda della fiumarella che scorre tra esso e S. Chirico Rapano, nei quali Piani, e propriamente nella contrada del Gaddo rimangono picciolissimi avanzi, come dice il Durante nell’operetta dianzi citata, e come anche a voce ne assicurava.
18. Torri o Torre. Di quest’antica città si cercheranno in vano notizie negli antichi e moderni topografi, poiché è riuscito a noi pe' primi di dare ad essa come a Pianula un posto fra le e ita Lucane. Ci è occorsa la Sua memoria in quattro Bolle ed una donazione riguardanti la Diocesi di Tricarico, e nella vita di S. Vitale Abate (88). Sono le dette Bolle, una di Godano Arcivescovo di Acerenza spedita in favore di Arnaldo Vescovo di Tricarico nel 1060, l’altra di Callisto II del 1123 al Vescovo Pietro, l’altra di Arnoldo Arcivescovo di Acerenza al Vescovo Liprandro del 1097, e l’ultima di Lucio III al Vescovo Roberto del 1193; nelle quali si parla di Torri col nome di Turri, che nella donazione ai Roberto Conte di Montescaglioso del 1070 è detta espressamente Civilatem nostram Turri. Nella citata vita inoltre di S. Vitale, ove si racconta di un tale Tuscanio figlio di Rabdi, che padrone nel secolo XI di Torri, Armento e Petra, luoghi fra loro vicini, involò da Torri, ove era depositato, il corpo di S. Vitale, portandolo in Armento dove aveva trasferito la sua dimora. Nella ridetta vita si parla pure di un Joannes Turrentinae sedie Antistes, che più appresso è detto Episcopus, ciocché prova di essere stata Torri anche sede Vescovile prima che venisse aggregata alla Diocesi di Tricarico nel 1060 al più tardi.
Tutte queste pruove, se non danno a Torri un’antichità che trascenda quella del medio Evo, ben gliela consente un’altra, che soggiungiamo. Essendo Torri situata a due miglia ed a mezzo giorno di Guardia Perticava sulla sinistra sponda del fiume Saulo o Sauro, dove si osservano alcuni avanzi delle sue rovine, il famoso sepolcro in cui si rinvenne dal Colonnello Sponsa il celeberrimo serto d’oro colla scritta io greco alquanto barbaro ΚΡΕΙΘΩΝΙΟΣ ΗΘΗΚΗ ΤΟΕΙ ΣΤΗΦΙΝΟΝ Crithonius dicavi hanc coronam, ora nel Museo di Monaco, viene ad essere un miglio distante da Torri. Egli è quindi probabile che siano appartenuti tutt’i sepolcreti della Serra Lustrante di Armento piuttosto alla città di Torri che a Grumento; poiché la lontananza di questa da’ medesimi di ben undici miglia, pel solo tetto di tanta distanza notevole pure pe' gioghi e burroni ond’è attraversata, esclude ogn’idea di possedimenti in un sito così discosto, mentre aveva a sé d’intorno estesissimi piani e poggi deliziosi, e' quali occorrono tanti Sepolcri di non dubbia spettanza di essa città
19. Celiano. Secondo l’Itinerario di Antonino, da Oppido a Celiano correvano XI miglia antiche. Guidati i Topografi dalla sola analogia del nome, si accordano in supporto nell’odierno Cirigliano, malgrado che la detta distanza trovisi di essere alquanto alterata. E il vero che in un lato del paese cinto di straripevoli balze si siano trovati de' sepolcri, che accennano alla sua antichità, ed esistano gli avanzi di due marmorei cippi sepolcrali con monca iscrizione latina, notevoli più per la Paleontologia che per l’Antiquaria, poiché presentano nella frattura un ammasso di pesci petrificati, di cui si discernono le reste e le mascelle: ma è pur vero che negli otto anni di dimora che ivi abbiam fatto, dal 1828 al 1836, non potemmo persuaderci, come una pubblica strada per Eraclea avesse potuto transitare per esso. Posto sul confluente della Fiumarella detta di Cirigliano e di un torrente, su cui si eleva a picce e ad un’altezza di qualche migliajo di palmi, si unisce al nord con l’esteso poggio di Montepiano mediante un’erta pur pendinosa, ell'esclude ogn’idea di pubblico cammino. Epperò siam di credere che la voluta strada, se mai vi passò, dovette toccar Cirigliano ad un miglio e mezzo al nord di esso, e volgere per a Stigliano dal punto in cui sorge sulla detta contrada Montepiano il casino di D. Antonio Rossi.
20. Ance o Anxia. Sulla strada che da Potenza menava a Grumento, e nel punto che segnava la distanza di dodici miglia dall'una, e sedici dall’altra, sorgeva l’Anxia della Tavola Peutingeriana, corrispondente senz’alcun dubbio all’Anzi odierno. A forza di sostituire Ance ad Aecae dell’Apulia nel testo di Livio, si vorrebbe in Ance avvenuta l’espugnazione che Fabio ne fece nel 538 di Roma. Nel silenzio nondimeno della Storia trovasi di aver acquistato Anzi fin dal 1797 una classica celebrità in grazia delle centinaja di sepolcri nelle sue vicinanze scoperti con una prodigiosa quantità di bellissimi vasi ’ fittili e di altri oggetti antichi. Per formarsi idea del loro numero basterà ricordare, che de' vasi trovati in Anzi si arricchivano oltre i Musei stranieri, il Real Borbonico di Napoli, quello di Santangelo, ed uno ne formava in Anzi stesso, degno delle visite de' dotti forestieri, il Signor D. Arcangelo Fittipaldi, senza contar quelli che si tengono dagli amatori di cose antiche in Napoli, in Potenza e nel resto della Basilicata. Diremo a suo luogo de' principali oggetti e delle particolarità dei sepolcri in cui si rinvennero, limitandoci perora a soggiungere, chela frequenza de' loro scoprimenti ha renduto i contadini di Anzi cosi esperti a conoscere dovunque l’esistenza de' sepolcri, che di essi fu mestieri giovarsi per trovarne altrove ed in Armento, fino a che non si resero pur pratici i naturali del luogo da non aver più bisogno di essi.
Oltre agli altri argomenti dell'antica civiltà dì Anzi, non mancano reliquie di antichi edifizii. Finora non si è scoperto fra talune rare lapide che questa rarissima in lingua creduta osca, ma in caratteri greci, su pietra triangolare, di palmi uno e mezzo ne' due lati e di due nella base:
ΠΩΤΣΟΛ
ΛΕΩΜ ΣΟPO
ΕΩΜΕΙΝΚΑΠΙΔΙΓ
ΩΜ ΚΑΙ ΑΣΛΕΙΚΕΙΤΚΩ
ΑΧΕΡΗΙ ΙΛΙΟΚΑΡΕΤΣΕΑ
ΑΕΣΟΤΕΡΑΤΩΜΜΕΙΑΙΑΝΑ
che il Jannelli legge così:
POOTVOL LOHOOMO SORO VOOM EINKA
PID IG OOMO KAHAS LEIKEI TROO ACHEREEI LIOKA HEITSUA
AESO TBRAT OOM MEI AIAN ed interpreta
AEDES AD
CORPORUM BELIQUIAS
POPULI EINCA APPELLATI
PRIMORES POPULI OCCUPENT MEDIUM
EXTREMA OCCUPENT TENUIORES
SERVAT RELIQUIAS POPULI HAEC AEDES
Secondo lui la iscrizione si riferirebbe al comune sepolcreto degli Anxiati e dicasene che vuolsi in contrario, l’importante di essa si è, che la parola Etnea chiaramente conserva la denominazione approssimativa di Ancae. Al che si arroge che nei bassi tempi fu questo luogo per l’eminenza del suo sito uno de' più forti castelli detto sotto i Normanni Anta ed Ansum ed anche Castellum Ancii nella Chron. Fossaenovae ad an. 1191.
21. Cesariana. L’itinerario di Antonino pone questa borgata o villaggio a XXI miglio antico da Marcelliana ed a VII da Blanda. Riconosciuta questa a Maratea, le XXVIII miglia non aggiungono la vera distanza tra Maratea e Sala, ovvero tra Blanda e Marcelliana. Epperò ritenendo per erronee le VII miglia e correggendole in XVII, verrebbe la Cesariana a corrispondere all’odierno Casalnuovo ostie vicinanze.
22. Vico Mendicolco o Mendicoleo. In tutti i Topografi è scritto questo vico nel primo modo, solo in Corcia nel secondo, perchè guidato dall’analogia della città Mendiculeia o Mendiculea: nella Spagna Tarragonose. In quanto al suo sito non ancora è convenuto fra gli scrittori, dove precisamente è da riporsi. Il Lombardi è di avviso, che sia stato fra Luaria e Lagonegro in quel punto, in cui è surto da poco tempo il villaggio di Bosco; e questa opinione preferiamo a quella del Corcia che senza verun appoggio lo ha fissato a Moliterno.
23. Tebe Lucana. Ricordano questa greca città conquistata dai Lucani Plinio e Catone, il quale per testimonianza del primo la dice già mancata da tempi remoti. Secondo il Barone Antonini dee questa città credersi esistita, dove oggi è Castelluccio inferiore la cui campagna offre agli scavatori molte e svariale anticaglie di pregio, e sulla destra sponda del fiume Lao rottami di antiche fabbriche laterizie, e sepolcri. Si assicura, che ancor suoni il nome di Tebe in bocca a quei di Laino. Ma a voler meglio precisare il sito della città, ei pare che stata fosse, dove più abbondano gli antichi ruderi, in un luogo cioè detto 5. Agata tra Laino borgo e Castelluccio.
24. Nerulo. Ricorda Livio questa città munita fra i Lucani come presa per forza dal Console Q. Emilio Barbuta nel 437 di Roma. Ponevala Cluverio dove sorge Episcopia: ma altri Topografi facendosi guidare dalle distanze segnate sugli itinerarii, ed avendo riguardo di alcuni avanzi di vecchie fabbriche e bellissimi vasi greci che vi si cavano, son di parere che Nerulo avesse avuto luogo a Rotonda.
25. Murano. Si fa menzione di questa città o grossa borgata nell’Itinerario di Antonino e nella celebre lapida della Eia Aquilia scoperta a Diano e poi rifabbricata in un muro dell’Osteria di Polla, che qui stimiamo di riportare in parte per correggere alcuni Sbagli in fatto di miliaria presi da qualche scrittore. La iscrizione parla in nome del Proconsole M. Aquilio Gallo, che verso il 660 di Roma oltre alta strada da Capua a Reggio costruiva, come dicemmo al numero 12, il Foro e pubbliche case di albergo a Tegiano. Eccone le parole:
VIAM. FECI. AB. REGIO. AD. CAPVAM. ET.
IN. EA. VIA. PONTEIS..OMNEIS. MEILIARIOS
TABELLARIOSQVE. POSEIVEI. HINCE. SVNT
NOVCERIAM. MEILA. LI. CAPVAM.XXIIII
MVRANVM.LXXIII.COSENTIAM. CXXCIII
VALENTIAM.CLXXX.- AD FRETVM. AD
STATVAM.CCXXXI.- REGIVM.CCXXXVII
SVMA.A.F. CAPVA REGIVM. MEILIA. CCC
ΧΧΙ. ΕΤ. EIDEM. PRAETOR...
Or l’importante di questa lapida è, che Tegiano è il punto di partenza o Viter ab urbe di tutte le notate distanze, tranne l’ultima che è la somma delle due da Capua cioè a Tegiano e da Tegiano a Reggio, ovvero miglia antiche 321. Il Corcia a ciò forse non facendo attenzione erroneamente scriveva a pagina 70 nel terzo volume, dove parta di Murano: e Si contano nella prima (nella trascritta lapida) LXXXIV miglia du Capua a Murano » e dir doveva o CLVIII miglia, oppur da Tegiano in vece di da Capua a Murano.
26. Ad Bradanum. Credesi che questa stazione sia stata nelle vicinanze di Pietragalla.
27. Ad Pinum. Si è voluto dai Topografi correggere il nome di questa stazione ih Opino e quindi in Oppido. Il Lombardi E ero osservava non doversi confondere in una due località ben diverse, e ragiona cosi: «L’Opino dell’Itinerario di Antonino, che si è rettificato Oppidum, deve a mio avviso rettificarsi Ad Pinum, poiché da Spinazzola per arrivare in Oppido si deve prima guadare il Bradano, che giace fra l’uno e l’altro Comune, benché vicinissimo all’ultimo. Se nell’Itinerario la stazione Opino precede l’altra Ad Bradanum, l’Opino non può appartenere ad Oppidvm, altrimenti implicherebbe contraddizione. Questa per altro cesserebbe, qualora volesse credersi che per errore siasi situato nell’Itinerario prima Opino e poi Ad Bradanum, ed in questo caso non due strade diverse debbono fissarsi tra Spinazzola ed Oppido, ma una solamente, la quale in Oppido si divideva in due rami, indirizzandosi l’uno a Coelianum e l’altro a Potentia».
28. Semuncla. Lungo la strada che da Venosa per Potenza menava a Grumento e di qui a Nerulo una sola stazione è menzionata nell’Itinerario di Antonino col nome di Semuncla, alla quale i moderni Topografi han sostituito Ad Semnum ossia Ad Sirim presso le sorgenti del Sinno, e propriamente, se l’analogia del nome non c’inganna, là dove dicono la Serra del Sambuco tra i due monti Sirino e Raparo (89).
29. Submurano. stazione, non già Castrovillari secondo Romanelli, ma bensì ad un miglio al mezzo di di Murano deve credersi esistita in quel luogo che ancor serba il nome e gli avanzi di edifizii, che erano forse la stazione coi soliti alberghi pe' viandanti.
30. Ad Nares Lucanas. Con questo nome probabilmente alterato da quello di Hales Lucanus trovasi denotata una stazione sulla Via Aquilia ad VIII miglia dopo il Sitaro. Si ha ragione di crederne guasta la denominazione, dal perchè alla indicata distanza corrisponde il fiume Alento, ovvero l’Hales Lucanus, da cui prendeva nome la vicina stazione.
PARTE MARITTIMA |
31. Posidonia o Pesto. A poche miglia sulla sinistra del Sele o Silaro miransi gli avanzi della celebre Pesto nei famosi e superatiti suoi templi ancora in piedi e non abbattuti da ventidue secoli almeno di esistenza (90). Fu fondata probabilmente da Pelasgi Tirreni; ma per le varie colonie che vi arrivarono in processo di tempo, non son mancati di coloro che l’han creduta di origine fenicia, etrusca, greco-dorica e greco-sibaritica. Argomenti tratti dall’architettura, da monete e dal nome di Posidonia che suona Nettunia, non lasciano dubitare di essere stata una città greca floridissima per civiltà e per opulenza, che le sue fertili pianure ed il commercio per mare le procacciavano. I tipi delle ancore, de' timoni e di altri nautici arnesi, che si osservano sulle medaglie, mostrano ne' Posidoniati un popolo di marini, che tali continuavano ad essere anche dopo che, distrutta la loro patria, passarono a fondare alcune città nella costa di Amalfi, e preciso Positano, al cui nome restò legata la gloriosa rimembranza dei suoi fondatori.
La decadenza di Posidonia cominciò dal tempo che occuparonla i Lucani, i quali se ne trovavano già padroni all’arrivo di Alessandro Molosso, perchè unitamente ai Sanniti si opposero allo sbarco del re di Epiro nel 442 di Roma. Da Aristossene presso Ateneo, sappiamo, che i Posidoniati celebravano un’annua festa per deplorare colla perduta libertà anche l’idioma e le loro greche istituzioni cangiate coll’occupazione dei Lucani, a cagione dei quali si tenevano come imbarbariti. E vi ha chi crede che forse fu pur da essi sostituito il nome di Pesto, o almeno l’antico di Possidonia andò ad accorciarsi ed alterarsi in quello dal genio del lucano linguaggio.
Nella conquista che Scipione Barbato faceva di tutta la Lucania nel 455, venne pur Pesto in potere de' Romani, che una colonia vi spedirono nel 479 nello stesso anno che a Cossa nell’opposta spiaggia de' Picentini. Nello stato di colonia si mantenne tuttavia nella sua floridezza; perciocché negli estremi bisogni della Repubblica combattente coi Cartaginesi nel 536 spedivano a Roma legati con patere d’oro i Pestani, e cinque anni dopo di navi la soccorrevano nella guerra contro Taranto in qualità di alleati, come dice Livio, perchè come coloni di latino dritto conservavano la loro assoluta libertà ed indipendenza.
Divennero i Pestani colla deduzione di un’altra colonia detta Nettunia, equivalente di Posidonia, nel 688 affatto Romani; ed è notabile che anche dopo di tal epoca continuarono a battere monete colla leggenda IIAISTANO con sensibile alterazione del greco idioma.
Dalle varie monete pur con latine leggende si rilevano le diverse divinità adorate in Pesto, che oltre di Nettuno, furono Mercurio e la Bona Dea. Nella seguente lapida è quest’ultima pur detta Mente Bona
C. PETRONIVS. OPTATVS.
MAG. MENT. BON.
STATVAM. BASIM. PLVTEAA
SACR.
alla quale il Sacerdote C. Petronio Optato dedicava una statua colla base e balaustrata (pluteum). Ed in quest’ultra è chiaro che vi ebbero il loro tempio anche le Ninfe:
NYMPHIS. NYM. SERM.
SAGRVM
L. ANTIVS L. F. PA
LATINA ARCHI
TECTVS D. D.
Degli avanzi di Pesto rimangono quasi interi due templi oltre una basilica o una palestra che sia, non essendosi giudicato anche tempio, perchè ha numero dispari di colonne in amendue i prospetti. Di essi il più grandioso, supposto di Nettuno, è più bello e assai meglio conservato. E desso esastilo cioè di 6 colonne per ciascuno de' prospetti, e periptero ossia pur cinto di colonne ne' due lati, che sono 18 numerando due volte quelle degli angoli. Tutte le colonne molto vicine le une all’altre senza zoccolo e scanalate, d’ordine dorico, e di cinque diametri di altezza, si elevano sopra un su basamento comune compartito in cinque scaglioni. Da qualche avanzo di stucco si suppone che tutte le colonne di rozza pietra, come dicemmo, col resto dell’edificio n’erano rivestite. La sua dimensione i un quadrilungo di 230 palmi per 96. Di questo o dell’altro tempio creduto sacro a Cibele, come degli avanzi dell’altro della Pace, cosi detto dalle mani insieme congiunte che si osservano nelle metope ed in alcuni bassirilievi, non diamo altri particolari, perchè le loro descrizioni si possono leggere in varie opere di archeologi ed Architetti, e specialmente nel Winckelmann, Mayor, Paoli, Lagardette ecc.
Pochi vestigii pur rimangono dell’Anfiteatro di cattiva costruzione, di cui appena fra i lottami e la terra, che li ricopre, si riconosce l’ellissi già dall'Antonini trovata a suo tempo dell’asse di 175 palmi il maggiore e 120 il più piccolo. Ed a costa del maggior tempio vedesi in fine un gran piano lungo 400 palmi e largo circa 300, che si è giudicato il Foro della Città.
Era dessa a breve distanza dal mare situata in amenissima pianura. Il suo vasto e sterminato orizzonte era limitato all’est ed al nord da’ monti di Novi, di Capaccio e degli Alburni, all’ovest dalla costa di Amalfi, ed al sud dal Promontorio Tresino. Ne lambiva le mura a mezzogiorno il fiume Salso o Capo di fiume. Il perimetro di essa in due miglia e mezzo era cinto di mura alte circa palmi 40, larghe dove 18 e dove 20 palmi, e fabbricate di solidi macigni di travertino insieme commessi senza cemento ed a lavoro laterizio. Di tratto in tratto la guernivano torri quadrate, di cui rimangono due a mezzodì ancora intere. Oltre alle varie uscite nelle mura aveva quattro grandi porte, che corrispondevano ai quattro punti cardinali, ed alle quali sboccavano due strade principali, che dividevano la città in quattro rioni. Di queste ed altre particolarità ancora visibili veggasi la pianta che il Poliorama ha pubblicato non ha guari nel num. 18 dell’Anno XIV.
Fra i ruderi di Pesto scopri vasi nel 1829 una tavola di bronzo, in cui leggesi scolpito un patronato che la città offriva ad un Elpidio nell’anno 344 dell’Era volgare, quando ancora riteneva il nome di Colonia.
Fu Pesto città vescovile almeno dal V secolo, perchè il suo Vescovo Florenzio sottoscrisse il Concilio Romano tenuto sotto Simmaco nel 499. Trovasi nominata Lucania nel IX secolo, forse perchè da essa aveva principio la regione. Della sua rovina non si ha storica notizia, bensì tradizionale che la dice distrutta da’ Saraceni dopo la strage che di essi fu fatta al Garigliano nel 915. Fu allora che i cittadini scampati all’eccidio ripararono ne' monti, dove edificarono Capaccio, e nella Costa di Amalfi, dove è a credersi che fondassero pur allora Positano.
32. Vico Vatolano. Le anticaglie trovate ne' dintorni di Castellabate in sulla spiaggia a 13 miglia da Agropoli, mostrano di aver quei luoghi abitato Greci e Romani. Fra i molti casali di quella contrada la seguente lapida dichiara antico quello di Vatolla col nome di Vatolano
……………………………………………
SERVOS. PVPLICOS. FEG.
DEMENSO. ADSIGNA
VICANI. Via. VATOLANI.
……………………………………………..
SIGNVM. EJVS. MVNIFICENTIAE.
……………………………………………...
33. Petelia. Alle falde del monte della Stella, uno di quelli che elevansi al mezzogiorno di Vatolla credesi il sito di Petelia, diversa dalla città omonima nella regione Crotonitide.
Vuolsi originariamente fondata dai Lucani e cosi detta dall’antico latino Petilus, piccolo, a riguardo della sua picciolezza. Una lapida prova la sua vicinanza con Velia, perchè tratta di limiti fissati sui confini co’ Vell’esi. Sino al secolo XVI si dicevano Civita Petelia le poche rovine che ne rimangono, e che a tempo dell’Antonini presentavano un avanzo di solidissima muraglia con una piscina, dove dicono il Castello.
34. Jela, Elea o Velia. A due miglia dalla foce dell’Alento ed a venticinque ovvero 200 stadii da Posidonia lungo la spiaggia seguiva la grande e famosa città di Velia, di origine antichissima e molto anteriore alla colonia ricordata da’ Greci. Solo per congetturasi fa rimontare la sua fondazione all’anno 135 avanti Cristo. Ma se Scilace ne attribuì l’origine ai Turii, che il Grimaldi pone nell’anno 442 a C., deve ciò intendersi che in tal. epoca fu per avventura da qualche loro colonia accresciuta.
Delle poche storiche rimembranze sulle vicende di questa illustre città ci son pervenute quelle della tirannia di Nicearcot dell’eccellenti leggi di Parmenide, e Zenone che vi fiorirono l’uno verso l’anno 504 e l’altro verso il 464 a. G.; della famosa scuola di questi due filosofi che vi ebbero i natali, e della resistenza che gli Eleati opposero ai Posidoniati ed ai Lucani; la. qual cosa la chiarisce per una città florida forte e potente.
Oltre alle belle monete, abbiamo argomento di essersi coltivate le belle arti in Elea dai suoi vasi dipinti, in alcuni dei quali leggesi il nome dell’artefice così scritto SIMON HELHITA ΞΕΝΟ HYV ΗΓΟ NON Simone di Elea, figlio di Xeno faceva. Soggiaciuta al dominio de' Lucani, decadde dalla sua floridezza e splendore per modo, che a tempo di Strabone, non godendo di prospera fortuna, gli Eleati per la sterilità del loro suolo, attendevano alle cose marinaresche, alla industria dei salumi, e a qualche altra simile occupazione per trarne la sussistenza.
E memoria di tre templi che gli Eleati avevano eretto a Minerva, a Proserpina, a Cerere, come rilevasi da alcune lapide trovate fra le sue molte rovine, in una delle quali parasi della offerta di un candelabro di legno (rylolychnuchwr) fatta da un Plistene figlio di Leofrone alla presenza de' Cerici e del Popolo avanti il portico a Proserpina. Le sacerdotesse addette al culto di Cerere in Velia erano di qui chiamate a Roma ed a Napoli per regolarvi forse il culto della stessa Dea alla greca maniera.
Come luogo di aria salubre e per acque salutari credute utili al mal di occhi, e pe' longevi, di cui ricorda Flegone, fu Velia frequentala da’ Romani. Cicerone vi ebbe in Talna e Trebazio i suoi amici, ed ivi concepì l’idea di scrivere la sua Topica.
Non più oltre del VI secolo arrivano le memorie di essere stata sede Vescovile, perchè in allora S. Gregorio vi spediva Felice di Agropoli a visitarne la chiesa vacante per la morte del suo pastore. La chiesa fu dappoi riunita a quella di Pesto, in seguito forse di essere decaduta la città a causa della insalubrità dell’aria, prodotta dalle vicine acque stagnanti dell’Alento.
Sorgeva la città sopra deliziosa collina a mezzo miglio dalla spiaggia. Nel giro delle sue mura di circa due miglia racchiudeva due altre scoscese e sterili colline, che offrivano i macigni, ond’erano quelle costruite in grossi pezzi quadrati e connessi senza cemento, larghe dodici palmi. Non rimangono dell’antica città che avanzi di acquidotti e serbatoi d’acqua nella sua parte più alta. Le molte rovine che veggonsi presso il castello Gotico sull’altopiano ed alla marina, sono di Castellamare della Bruca, ove sono notabili fra le rovinate abitazioni gli avanzi del palagio del celebre Galvano Lancia zio del Re Manfredi, fabbricato sulle rovine dell’antica Velia.
35. Melpa o Molpa. Nel Seno di questo nome, e vicino il fiume Melpi, presso il Capo Palinuro, si è supposta la città di Molpa, che un patrio Cronista presso Antonini situa propriamente presso il porto di Palinuro all’oriente ed alla distanza di un miglio da esso, attribuendone la fondazione ai Pelasgi. Ed in fatti sul falso pieno di un’alta rupe, solo ed appena accessibile all’orjente era posta la città, perchè vi si osservano pochi ruderi di un portico, del quale si chiusero gli archi per farne un recinto che dicesi Castello, ed a quando a quando anche avanzi di muraglie di antichissima costruzione, che la difendevano dalla parte di tramontana. Il Cronista citato riferisce che in questa città ritiratasi, abdicato l’impero, quel Massimiliano Erculeo, collega di Diocleziano, ricordato da Eutropio; e quivi pure si vuol nato Libio Severo, che per opera di Recinterò succedeva a Majoriano nel 460, mostrandosene ancora ai suoi giorni le rovine della casa.
36. Pissunto o Bussento (Πιξους, Buxentum). Prendeva tal nome questa greca città dal fiume presso la cui foce sorgeva; ed il fiume così denomina vasi dalla quantità di bossi, onde sono ricoperti i burroni de' monti, tra quali corre il suo letto.
Ricorda la storia di essere state quivi spedite varie colonie, una di 800 cittadini nell’anno 558 di Roma, un’altra sei anni dopo, perchè il Console Spurio Postumio, il quale faceva la famosa inquisizione, Baccanali, trovava abbandonata la colonia speditavi prima; ed un’altra dedottavi da Silla o da Ottavio secondo un breve cenno di Balbo presso Frontino.
Durò Bussento in tale condizione sin dopo ai tempi di Nerva, perchè nel seguente titolo sepolcrale è ricordo del Pretore fiscale istituito da quell’imperatore, ed un tale uffizio non poteva Conseguirsi senza essere cittadino Romano:
D.. M. S.
VERIDIVS. PERNICIVS. BVXENT
PRAETOR. FISCALIS. ITERVM
SIBI. ET. LIB. SVIS
H. M. E. N. S.
È memoria di essere stata Bussento sede Vescovile fin dal VI secolo e non oltre i tempi del Pontefice S. Gregorio. Credesi che cominciasse a mancare di abitatori a cagione dell’aria malsana prodotta dalle inondazioni del vicino fiume. Abbandonata in processo di tempo diede luogo al Paleocastrum o aulico Castello, come trovasi ricordato nel medio Evo. Un tal nome restò poi all’odierno Policastro, dove dopo le distruzioni de' Saraceni nel 915, e di Roberto Guiscardo nel 1065 risorse la nuova Bussento a due miglia circa dalla foce del fiume omonimo, e ad un miglio dalle rovine dell’antica, di cui non altro rimane che una muraglia di opera reticolata e qualche avanzo d’iscrizioni fabbricate nella torre della Cattedrale.
37. Scidro. Credesi quest’altra antica città dove oggi vedesi Sapri, nelle acque del cui porto scorgonsi non pochi avanzi di fabbriche reticolate. Cosi avvisavasi l’Antonini tuttoché quivi sorgesse l’antica Sipro, il cui nome Sipron, leggesi in Erodoto forse erroneamente ed invece di Slidion non che affermandosi per costante tradizione, che Sipri fosse un nome alterato da Sibiris, perchè i Sibariti vi arrivarono dopo la distruzione della loro città, è probabile che l’avessero trovata col nome di Scidro, e che gliela avessero commutato in memoria della loro patria.
38. Blanda. A sette miglia da Scidro o Sapri seguiva Blanda sulla spiaggia, ma a mezzo miglio dal mare. Riconosciuta da Livio e da Pomponio Mela per città della Lucania, solo Plinio ne parla come posta al di là del fiume Lio ne' Bruzii. Pare cosi detta dal suo dilettevole sito, non però quello dell’odierna Maratea, bensì l’altro che dicono di Santa Venere, ove si osservano de' ruderi e de' sepolcri, che danno sufficienti indizii di un’antica città anche per le non poche anticaglie rinvenutevi. L’unica memoria delle sue storiche vicende è che nel 538 di Roma fu espugnata dal Console Q. Fabio insieme con le altre città che si erano date ai Cartaginesi. Si ricorda pur sussistente nel VII secolo come città vescovile, poiché nel Concilio Lateranese tenuto nel 439 da Papa Martino, interveniva un Pascale vescovo di Blanda,
39. Lao. Con questo nome è detto il fiume (91), la città ed il seno, che sulla medesima spiaggia incontravasi a XVI miglia da Blanda secondo la Tavola Peutingeriana. Antichissima è da credersi la città a giudicarne dal tipo e dalle arcaiche leggende delle sue monete, ed anteriore di assai alla colonia dei Sibariti, che voglionsi averla fondata dietro la distruzione della loro patria. Venuta piuttosto ad accrescersi pel loro arrivo, e divenuta più florida e più potente, valse a resistere ai Turii, che coloro collegati volevano espellerne i loro nemici verso il 390 avanti G. C., soccorsa dall’esercito de' Lucani di 30 mila fanti e 4 mila cavalli. Ignorasi quando propriamente fosse stata distrutta, perchè a tempo di Plinio già più non esisteva. Nella Tavola Peutingeriana è segnata nondimeno col nome di Lavinio, per l’analogia del qual nome e di quello di Lao si sono ingannati i Topografi in situarla a Laino, mentre è da riporsi a Scalea, ove gli antichi avanzi corrispondono assai bene alla grandezza e celebrità di Lao, e dove a tempo di Strabone vedevasi un eroo o monumento sacro a Dracone, uno de' compagni di Ulisse, detto Sacellum Draconis. Da questo monumento prese nome Scalea da Escalia o Exacalia, che s’interpetra appunto nel tempietto o fuori il tempietto.
40. Palude Lucana. Quasi a costo delle mura di Pesto era dessa formata nella parte orientale dalle acque stagnanti del Salso e dalle fonti minerali che danno origine al fiumicello Lupata. Ne fa menzione Plutarco, dove narra le imprese di Crasso contro di Spartaco, che vi riportò una gran disfatta perdendovi dodici mila combattenti, dopo di che ritiravasi ne' monti Petelini.
41. Promontorio Posidio o Enipeo. Quello che oggi dicesi Licosa fu da Licofrone chiamato Enipeo, che vuol dite Posò dio o Nettunio, dal nume tutelare di Posidonia o Pesto.
42. Porti Velini. A 500 passi dal castello gotico alzato sull’alto piano dell’antica Velia o di Castellammare della Bruca, si osserva sulla spiaggia un semicerchio ingombro di sabbia, che mostra tuttavia i vestigii degli antichi porti Velini. Quivi Bruto si fermava colla sua flotta nella guerra contro Ottavio. Son detti del numero del più, perchè Virgilio così nominandoli, a considerare la natura di quella spiaggia, è probabile che fossero stati più d’uno.
43. Promontorio e Porto Palinuro. Dopo di Velia secondo Strabone e Plinio è notato il porto e promontorio, cui Virgilio rendè celebre colla sua fantasia pel fatto di Palinuro pilota di Enea, che caduto nel mare mentre contemplava le stelle onde regolare il corso della navigazione, era da’ flutti trasportato a piè del Promontorio cui lasciava il suo nome, che ancor serba in quello dell’odierno Capo Palinuro. Alle sue radici aprivasi il celebre porto omonimo, che quantunque rincalzato dalle correnti, presenta il suo antico bacino difeso al Sud (dal promontorio, all’Ovest da alte colline, ed aperto soltanto all’oriente.
44. Promontorio e Porto Pissunto o Bussento. È probabile che l’odierno Capo degl'Infreschi, detto pure Capo della Foresta o della Penosa, corrisponda all’antico Promontorio, e che il seno oggi detto Orecchia di Porco sia stato l’antico porto Pissunto, che colla città furono cosi denominati dall’omonimo fiume che loro scorre vicino.
45. Isola Leucosia. Dirimpetto al Promontorio Enipeo o di Licosa, e ad eguale distanza tra Posidonia, e Velia sorge l’isoletta Licosa detta dagli antichi Leucosii dalla Sirena dello stesso nome, che credevano ivi balzata dal mare e sepolta. Oggi è detta Licosa ed anche Isola piana, benché s;a ridotta a tale, che meglio si direbbe uno scoglio. Si dee credere che sia stata anticamente più grande e quindi abitata, perché nel 1696 vi si scoprivano avanzi di fabbriche a lavoro laterizio, e sepolcri con cranii ed ossami di enorme grandezza, che accennavano a tempi remotissimi.
46. Isole Enotridi. Di contro al seno di Velia erano le due isolette di Iscia e di Pontia, dette anticamente Enotridi, perchè possedute dagli Enotri. Di esse rimane visibile la prima, già ridotta a semplice scoglio, dirimpetto ad Ascea, il cui nome è chiarissimamente da Iscia. La seconda, erroneamente confusa colla omonima nella regione de' Volsci, a breve distanza dalla prima, esser potrebbe lo scoglio, che è qualche palmo sott’acqua. La rapidità, colla anale il Mediterraneo invade e rade la costa meridionale del nostro paese, rende ragione della scomparsa di quest’isola e dell’attenuazione delle altre.
47. Isoletta di Venere. Dirimpetto Maratea, dopo l’isoletta di S. Janni, vedesi l’altra più grande detta Dino o Dina del perimetro di circa tre miglia, e poco discosta dal continente. Ha un porto, ed è conosciuta per la pesca de' coralli. Da un patrio Topografo si riferisce a quest’isola la denominazione di Veneris. Credesi che un tempo sia stata abitata, e che da un tempietto Aedicula, o quasi Aedina sia derivato il nome di Dina.
Origine de' Lucani. Plinio annovera i Pelasgi tra i popoli primitivi della Lucania; ma prima di essi tutta la spiaggia da Taranto a Posidonia fu tenuta secondo Dionigi di Alicarnasso dagli Enotri, dopo de' quali Plinio stesso nomina gl’Itali i Morgeti ed i Siculi. Ma poiché questi ultimi furono più propriamente nelle regioni de Bruzii, perchè l’Italia primitiva restringevasi tra i golfi di Sant’Eufemia e Squillace, i Siculi forse abitarono dove oggi è la terra di Sicilia, ed i Morgeti probabilmente dove è l’altra contigua di Morgerati; cosi è d’uopo rintracciar l’origine propria de' Lucani, che furono posteriori ai detti popoli. Or questa non si trova che in una colonia di Sanniti, la quale formò il gran popolo de' Lucani; e degli otto popoli Sanniti resta a vedersi, quale fu propriamente quello da cui si distaccava. Il Corcia, per l’analogia che vede tra il fiume Calore fra i Pentri e quello della Lucania, è di avviso che i Pentri se ne sgravassero. Noi però osservando che gl’Irpini furono limitrofi alla regione, deriviamo da essi i popoli Lucani; e questo nostre avviso trova un rincalzo non dispregevole nella
Loro Etimologia. Essendo quella degli Irpini dà Irpo lupo, fra le molte etimologie assegnate alla Lucania troviamo più accettevole quella che da Lycos lupo fa discenderla; e ciò a sua volta riformerebbe la discendenza dei Lucani dagl’Irpini, o a dir meglio il traboccamento o irruzione che questi fecero tale nella regione, da prenderne il nome tradotto nella propria lingua, che era quella de' Greci. E per dire delle altro etimologie che Festo riferisce, noi osserviamo che una solamente si oppone alla nostra, ed è quella che deduce là parola Lucania da Lukania, cioè dalla natura bianca o argillosa delle sue terre (e secondo alcuni dalla bianchezza delle pietre calcari de' suoi monti) circostanze assai parziali amendue; mentre l’altra che va all’idea de' Luci o boschi, ond’era ricoperta la regione, e quella che allude alla sua vicinanza verso la stella di Venere, o Lucifero, donde Lucaina è detta nei miti l’aurora, ossia la madre dell’allegorico Lupo o del Sole; come ognun vede, appoggiano benissimo anch’esse la nostra etimologia.
Loro Indole, costumi e vicende. Furono’ i Lucani fortissimi e valorosi per effetto di educazione, giusti ed ospitali per indole e per influenza dette leggi. Sappiamo da Giustino che educavano essi i giovinetti allo stesso modo degli Spartani; tenevanli da che entravano netta pubertà tra i pastori nelle selve senza ministero servile, senza vesti che indossassero o panni in cui dormissero, per avvezzarli da’ primi anni alla durezza e dalla parsimonia, senza idea di città. Eni lor cibo quel che si procacciavano dalla caccia, loro bevanda il latte e l’acqua de' fonti; ed in tal guisa cresciuti trovavansi indurati alle fatiche della guerra. Stobeo ci ha trasmesso, che i Lucani fra gli altri delitti che punivano, multavano colui, che era convinto dì aver mutuato ad un ozioso o ad un dedito al lusso, colla perdita del mutuo. Ed Eliano ne ha conservato la legge sulla ospitalità cosi espressa: «Se verso il tramontar del Sole verrà un forestiere, e vorrà pernottare in casa di alcuno, e costui non Io avrà ricevuto, sia multato è paghi il fio della inospitalità» (92)
Non si sa di preciso il tempo in cui succedevano i Lucani ai Coni ed agli Enotri, che prima di essi tenevano la regione. È probabile che i Sanniti si slargassero in essa dopo di aver occupato Volturno e Capua, sebbene tre anni prima, cioè nel 828 di Roma, si erano avanzati sino al fiume Lao, quando già si erano resi padroni di Posidonia. La prima menzione che faccia di essi la Storia, è quando narra l’impresa di Cleandrida, illustre capitano di Sparta, nel guidare i Turii contro i Lucani e contro la città di Terina. Dovevano essere già divenuti potenti, quando i Greci Italioti conclusero nel 359 di Roma la prima alleanza difensiva contro di essi e Dionigi di Sira elisa. La quale federazione ritardò un poco le conquiste de' Lucani, perchè dopo debellati i Turii s’impadronirono di Lao, ed indi a poco di tutto il resto della penisola sino allo Stretto.
Ribellatisi nel 396 i Bruzii dai Lucani, cui tolsero la più bella parte della regione, questi per rinfrancarsi di perdita cosi grave, muovono alla conquista di Taranto, nella quale combatterono contro Archidamo re di Sparta, che chiamato da’ Tarantini in loro ajuto, come originarii Spartani, vi perdeva la vita. All’esito di questa guerra conchiusero pace i due popoli; ma collegatisi nuovamente nel 423 i Lucani co’ Bruzii loro antichi soggetti devastano il paese de' Tarantini. Avendo questi chiamato in loro soccorso dall’Epico il re Alessandro Molosso, riuscirono in più battaglie vittoriosi, fino a che, morto Alessandro, la guerra ebbe termine col vantaggio de' Lucani, che rimasero padroni di Eraclea. Venticinque anni dopo si ravvivarono fra i due popoli le ostilità, e chiamato da Sparta un rin forzo guidato da Cleonimo, conchiudono nuovamente la pace.
Cresciuta la potenza Romana e nata la contesa coi Sanniti pel dominio d’Italia, i Lucani prudentemente si diedero dalla parte de' Romani, co’ quali erano stati fino allora indifferenti, e conchiusero un’alleanza, che per astuzie de' Sanniti fu rotta immediatamente. Obbligati a ricevere nelle loro fortezze presidii Sannitici. soggiacquero i Lucani alla prepotenza di Roma; e fu nel 436 che videro entrare la prima volta fra loro gli eserciti Romani dalla parte dell’Apulia già soggiogata. Livio veramente riduce alla sola presa di Neruko le conseguenze di questa invasione. Certo è però che fino al 454 non ottennero i Sanniti di trarli nella loro lega. Rotta finalmente l’amicizia co’ Romani, perchè tornarono i Lucani alle offese contro Turio, essendo questa ricorsa alla protezione di Roma, il Console C. Elio nel 466, e Manio Curio nell’anno seguente la liberavano dalle infestazioni de' prepotenti vicini.
Collegatisi i Lucani non solo coi Bruzii, ma co’ Tarantini nel 471, malgrado tanta e sì forte coalizione, furon vinti dal Console C. Fabricio in più fatti d, armi; tra i quali il più memorabile fu la liberazione di Turio, che il capitano Lucano Stazio o Stenio Statilio stringeva nuovamente di assedio. Perseguitati sempre da un infortunio in tutte le imprese, ed incalzati senza posa dalla nemica potenza di Roma ad onta degli ajuti di Pirro, restavano gli alleati, preciso dopo la partenza e la morte del Re di Epiro, esposti alla vendetta dei Romani per modo, che debellati in più battaglie da P. Cornelio Rufino, M. Curio e Lucio Papirio, furono costretti co’ Bruzii a chiedere la pace nel 481.
Ricorda Frontino una nuova rottura, che dovette forse finir subito, poiché infino al 535 continuarono i Lucani ad essere in buon accordo con Roma, cui contribuivano sul cominciare della guerra Cartaginese trenta mila fanti e tre mila cavalli. Dopo però la disfatta di Canne, datisi cogli altri popoli dalla parte di Annibale, il Console T. Sempronio espugnava alcuni ignobili castelli della Lucania; e quando i Consoli Q. Cecilio e L. Veturio erano per muovere contro di essi nel 546, i Lucani tornavano sotto la Romana dominazione. Cessata la guerra Cartaginese, la vendetta di Roma contro la Lucania par che si fosse limitata a ridurre nella condizione di prefetture le sette sue città di Vulceja, Pesto, Potenzia, Atina, Consilino, Tegiano e Grumento.
Nel periodo della Guerra Sociale solo nell’Epitome di Livio si narra che A. Gabinio combatté i Lucani espugnando varii loro Castelli, in uno de' quali perdeva la vita; ma da altri storici sappiamo, che quando tutti gli altri popoli Italici accordati o vinti avevano deposto le armi verso la fine di quella guerra, soli i Lucani e i Sanniti insino alla fine la sostennero pel bramato dritto della cittadinanza, e come gli altri popoli ottennero di poter dare il loro suffragio secondo le rispettive tribù, cui vennero ascritti.
Corografia della Brezia. Il fiume Lao, ove dicemmo terminar la Lucania alla destra sua sponda, segnava colla sinistra il principio della Brezia, che finiva allo stretto di Sicilia e dilargavasi dentro terra lungo una linea tirata dalle fonti del Coscilello a quelle del Crati e del Lamato, donde poi distendendosi perle creste della catena appenninica, ed aggiungendo al Capo delI’Armi, restava dall’opposto versante della medesima e sull’opposto mare la Magna Grecia. Tennero quindi i Bruzii delle tre Calabrie odierne i soli Distretti che sono sul Tirreno da quello di Castrovillari sino a quello di Reggio.
Topografia della Brezia. Distinguendo anche questa regione nelle due parti, mediterranea cioè e marittima, le antiche località della prima sono: 1. Sifeo, 2. Platea, 8. Sestio, 4. Ninea, 5. Balbia, 6. Baricallo o Bragallo, 7. Interrammo, 8. Artemisio, 9. Verge, 10. Caprase o Caprasia, 11. Argentano, 12. Besidie, 13. Acra, 14. Etricolo, 15. Tempsa, 16. Erimo o Erineo, 17. Uffugo, 18. Arinta o Arianta, 19. Consenzia o Cosenzia, 20. Pandosia, 21. Citerio, 22. Menecina, 23. Fatico, 24. Ixia o Asia, 25. Clita o Cleta, 26. Tirio o Turio, 27. Malanio o Melanio, 28. Tisia, 29 Tauriana o Tauroento, 30. Mamerzio, 31. La Sila o Selva Breziana.
Quelle della parte marittima sono le Città di: 32. Cerilli o Cerille, 33. Lampezia o Clampezja, 34. Temesa o Tempsa, 35. Tiella, 36. Lino e Tillesio, 37. Terina, 38. Nuceria o Nucria, 89. Lamezia, 40. Napizia o Napezia, 41. Ipponio, o Vibona, 42. Tropea, 43. Nicotera. 44. Mesa o Mesma, 45. Medma o Medama, 46 Metauro, 47 Mallea. 48. Cenisio, 49. Reggio.
I PROMONTORII di 50. Lampete, 51. Lino, 52. Tillesio, 53. Lamezia, 54. Vaticano, 55. Scilleo, 56. Cenide, 57. Reggino, 58. Leucopetra e villa di P. Valerio.
I PORTI 59. Partenio, 60. di Ercole, 61. di Oreste, 62. Balano.
I SENI. 63. Terineo. o Vibonese, 64. Laino, 65. Ipponiate o Napetino o Lametico, 66. Bruzio.
I TEMPLI. 67. di Polite a Tempsa, 68. di Nettuno e Colonna Reggina, 69. di Diana.
Le ISOLETTE. 70. Ligea, e 71. le Itacesie.
PARTE MEDITERRANEA |
1. Sifeo. La prima città che incontravasi al di là de' confini quelle della Brezia regione, che dalle parti di Annibale passarono all'amicizia de' Romani nel 549. Può dirsi col Corcia fondata da qualche colonia di Beozia, perchè quivi trovasi un riscontro della medesima in Sife antica e rinomata città della Tespiaca. Dicendosi dagli scrittori Calabri dietro le rovine di Grumento (93) e di Sifeo accresciuta Castrovillari, e dovendola supporre in vicinanza di questa, poiché ad un miglio da essa nelle contrade di S. Domenica e Capodacqua e nei siti di Civita e di Sassone si son rinvenuti avanzi di antiche fabbriche, acquidotti, e sepolcri con bei vasi monete ed altre anticaglie; si pone dai moderni Topografi in uno di questi due ultimi siti.
2. Platea. Nel Periplo di Scilace solamente trovasi menzione della città di questo nome, che poneva tra Pandosia e Terina. Pare potersi anche por riguardo di omonimia supporre, dove ora è Platici, casale del Comune di Cerchiara.
3. Sestio. Molto più oscura delle precedenti è la situazione di quest’altea città, che Stefano Bizantino descrive nella parte interna della regione. Il Barri congetturava che corrispondesse all’odierna Saracena, e che si fosse detta Se stia perchè posta al sesto miglio da Sifeo, la quale distanza corre dal detto luogo a Castrovillari.
4. Ninea. Di più remota origine della precedente fu la città di Ninea, attribuendola Ecateo agli Enotri, ed il Concia ai Pelasgi per la omonima Ninoe della Caria. Situavala il Barri a S. Donato vecchio.
5. Balbia. Congiuntamente a Tempsa ed a Cosenzia è questa da Plinio ricordata fra le città produttrici di vini pregiati. I patrii Topografi la suppongono in Altomonte; ma il Canonico Leopoldo Pagano la crede a Belvedere.
6. Baricallo o Bragallo. Con questi nomi, che leggonsi in una carta greca inedita del 991, con l’altro di Braello dagli Scrittori Calabri, e con quello di Altofiume da Filippo Sangineta nel 1337 trovasi detto anticamente Altomonte, dove il Barri e il Marafioti situavano Balbia,
7. Interamnio. La distanza segnata nella Peutingeriana di XXVIII miglia da Nerulo a questo villaggio o grossa borgata così detta, come le altre omonime, dalla sua situazione fra due fiumi, coincide nell'odierna terra di Fermi o Firmo presso Altomonte, e quindi forse proprio a Baricallo.
8. Artemisio. Ecateo Milesio e Filisto di Siracusa fan parola di questa città, cosi detta forse dal culto di Artemide o Diana, il primo nella sua Periegesi dell’Europa, e l’altro nelle sue storie al tempo di Dionigi. Non essendo ricordata dagli altri geografi dee credersi già mancata all’epoca, in cui apparirono i Brezii nella storia, nel sito che il Barri le assegna vicino S. Agata nel territorio, che ora si appartiene a S. Sosti.
9. Verge. Frale ignobili popolazioni che verso la fine della seconda guerra Punica si diedero ai Romani, è da Livio ricordala questa località, che il Barri e l’Holstein situano a Rogano ed altri guidati dall’analogia del nome portano ad un sito più distante, a Verzino cioè o Verzini, che Leandro Alberti disse Vergini.
10. Caprase o Caprasia. L’Itinerario df Antonino e la Tavola Peutingeriana segnano Caprase o Caprasia a XXVI miglia da Submurano. Dal suo nome non greco si argomenta della sua non remota fondazione, e dai non trovarsi in altri autori ricordata si è indotto a crederla piccola ed oscura popolazione de' Brezii, che patrii scrittori suppongono a Tarsia nella contrada Casello vicino Rogiano.
11. Argentano. A non molta distanza da Caprasia seguiva Argentano, dalle cui ruine, come scrivono i Topografi Calabresi, surse l'odierna città di S. Marco nominata la prima volta nella storie del Secolo X. Ne ricorda Plinio gli abitanti col nome di Argentini, se non che per errore li riferisce alla seconda invece della terza regione d’Italia secondo la divisione fattane da Augusto.
12. Besidie. Da tutt’i Topografi si conviene che questa città, ricordata da Plinio unitamente a Verge e per l’occasione medesima, corrispondesse all’odierna Bisignano.
13. Aera. Non vi ha dubbio alcuno in riconoscere questa antica città nella popolosa terra di Acri posta a 6 miglia da Bisignano. Colla sua elevatezza rende ragione del greco suo nome, e quindi anche della sua antichità, trovandosi nominata in Stefano Bizantino.
14. Etricolo. Meno mediterranea delle precedenti città si accostava alla spiaggia questa oscura città de' Brezii sol nominata da Livio, dove ricorda dì Besidie e di Verge. Credesi che il suo sito corrisponda alla picciola terra di Lattarico.
15. Tempsa. Intorno alle due Tempse, una Jonia ovvero orientale, e l’altra Tirrenia ovvero occidentale ha scritto di proposito il Canonico Leopoldo Pagano, che qualche posa ne ha pur detto in una lunga nota al suo Cenno Storico sulla Chiesa arcivescovile di Rossano inserito nella ENCICLOPEDIA DELL'ECCLESIASTICO tomo IV pag. 927 a 952. Secondo lui la Tempsa mediterranea sarebbe a Longobuco.
16. Erimo o Erineo. Trovasi col primo nome in Ecateo, e col secondo in Stefano Bizantino ricordata quest’altra città non meno ignota delle, precedenti, che per ragion di omonimia da’ patrii scrittori è posta a Reggina Comune unito a Lattarico, che volgarmente dicono Larino. Se scorretta è una delle due lezioni giova sapere che la prima significa in greco castello, e la seconda fico selvaggio.
17. Uffugo. Di questa città fa menzione Livio, ove parla di quella che nel 549 si davano ai Romani. Supponevala il Barri in Montaho; e la seguente lapida, che posteriormente trovata confermava la supposizione del patrio Topografo, è una pruova per non disprezzare la probabilità, colla quale assegnava il medesimo scrittore il sito a parecchie altre località della stessa regione. Leggesi nel Muratori del tenore seguente:
0. M.
IVN. REG. PALLAD. INVIC.
NEPT. RED. HERC. VICT.
D. D. Q. IMM. ET GEN. LOCl
ORDO ED PLEBS VFFVG.
V. S. L. M.
18. Arinta, o Arianta. Era posta questa città secondo Ecateo tra due fiumi. Deve credersi la stessa che Arianta ricordata da Stefano Bizantino come città degli Enotri. Or tanto l’analogia del nome quanto la circostanza de' due fiumi che la circondano, concorrono a farla credere nel sito di Rende. Se non che, ritenendo Arinta come diversa Arianta, dovrebbe l’una per l’analogia del fiumicello Arinta, che si scarica nel Crati, supporsi in Celico, e l’altra in Rende.
19. Consenzia o Cosenzia. Dalla latina denominazione di questa città deducono alcuni scrittori che la stessa non fu edificata né da Greci e né anche da Lucani. Altri, senz’allegarne alcun’autorità la dicono fondata dagli Enotri; ed il Corcia infine facendola preesistente alle antiche colonie Elleniche ed all’occupazione de' Lucani la deriva da’ Pelasgi, perchè trova nella Macedonia una Consinto, e Cosinto altra città fuori d’Italia pur dai Pelasgi abitata. Ritiene ei quindi per favolosa la città di Bretto ed il suo omonimo fondatore creduto figlio di Ercole e di Valenza, o almeno come arbitraria spiegazione della Brezia secondo il sistema di personificare le parole, di cui non si conoscono le origini.
Riconosciuta non pertanto per capitale della Brezia la città di Cosenza, nel che pare doversi anche riconoscere i titoli della sua antichità ignote ne sono le sue vicende fino al 429, allorché fu presa da Alessandro Re dell’Epico, che in quell’anno stesso vi lasciò parte del dilaniato suo corpo, come sarà detto, dove parleremo di Pandosia qui appresso. In tal epoca era già passata sotto il dominio de' Brezii, comechè Livio in narrando un tal fatto l’attribuisca ai Lucani.
Nel 536, espugnata Petelia da Imilccne, venne Consenzia in potere di Annibale per la poca resistenza incontratavi; ma al finir della guerra Cartaginese tornò volontariamente all’amicizia de' Romani con altre piccole città Privati i Bruzii da quest’epoca in poi de' loro dritti politici, è probabile che cessato avessero anche dal battere monete, che non senza ragione le vengono attribuite come a metropoli della regione. Come tale meritò di essere destinata sede vescovile fin dal VI secolo, perchè nel 590 S. Gregorio alcune sue lettere scriveva a un Palombo che si crede il primo suo vescovo. Nulla esiste dell’antica Consenzia nella odierna città, perchè, come più volle abbiamo avvertito, i luoghi continuamente abitati, fondendo gli antichi edificii ne' nuovi, non ne lasciano che di rado qualche traccia o vestigio.
20. Pandosia. Per sola autorità di Strabone si è indotto a credere questa città nelle vicinanze di Cosenza, e propriamente tra Mendicino e Castelfranco, presso la quale vuolsi accaduta la morte di Alessandro Molosso. Ma per quella di Livio e di Giustino è più probabile che il fatto di questo Re dell’Epiro sia avvenuto presso l’altra Pandosia vicino Eraclea. Gli scrittori calabri, pugnando quasi pro aris et focis con incredibile accanimento, credono di aver vendicata alla loro regione questa località coll’avvenimento che vi va connesso; ma per quanto ci sembra, non sono riusciti a dimostrare nella loro Pandosia in una maniera evidente le circostanze narrate da Livio; e credendole stesse di poco momento appetto della testimonianza di Strabone, facendo cioè più conto dell’autorità del geografo che dello storico, danno per certa l’esistenza della Bruzia Pandosia, ed appena fan grazia di oscurissima esistenza all’altra omonima nella Siritide. Noi torneremo su questo argomento dove parleremo di questa regione. Per ora non vogliamo passarci dal fare osservare, che gli antichi geografi non sono da tenere per infallibili, se vediamo che Topografi di oggidì prendono delle inescusabili sviste.
21. Citerio. Di questa città trovandosi menzione nella Periegesi di Ecateo il Barri si avvisava di supporla nell’odierna Cerisano.
22. Patico. Si è assegnata Paola per sito di quest'antica città ricordata da Stefano Bizantino; ma i più moderni Topografi la riconoscono in Paterno.
23. Menecina. La sola analogia del nome induce a credere in Mendicino quest’altra città, pure da Ecateo ricordata ed attribuita all’Enotria.
24. Ixia o Asia. Vuolsi detta questa città dalla pianta, che nel suo territorio abbondava, e che corrisponde a quella che diciamo carlina, specie di carciofo sabatico. E poiché il citato Ecateo l’annovera insieme colle due anzidetto, l’analogia del nome Carolei, che sarebbe la traduzione dell'Igas, fa che si riconosca nel detto Comune del Circondario di Dipignano. Circa poi l’identità d’Ixia o d’Isia con Asia, di cui Diodoro Siculo ricorda la valida difesa contro i Romani nella guerra sociale, per modo che costretti ad abbandonarne i assedio, passarono a Reggio, non corre fra gli scrittori che una semplice credenza; e per l’opposto soccorrono all’idea della loro diversità una medaglia pubblicata dall'Eckhe) colla chiarissima epigrafe di ASIA, e l’osservazione del Corcia che trova nella Lidia l’omonima città di Asia presso lo Tmolo.
25. Clita o Cleta. Il Barri per congettura la riconobbe nell’odierna Pietramala. Circa la sua origine da un’Amazone di tal nome, dee intendersi, che fondata da una colonia di Beozii e di Locresi, poiché in essa ebbe dominio l’aristocrazia femminile, venne ad aver luogo tal favolosa tradizione.
26. Tirio o Turio. Nell'odierna terra di Tiriolo credesi esistita una piccola Turio del nome stesso della metropoli Turio, dalla quale, mentre fondavasi nel 1. anno dell’Olimpiade LXXXIV, disertando alcuni degli Ateniesi coloni, per effetto forse d’intestine discordie sopravvenute, e condotti da Dionigi Calco, è probabile che un’altra simile e più piccola facessero sorgere col medesimo nome. Gli svariati oggetti di antichità presso Tiriolo scoperti, come vasi, idoletti di oro, di argento e di bronzo, medaglie greche e romane, una colonnetta d’oro, e la famosa lamina metallica trovata nel cavarsi le fondamenta del palazzo baronale nel 1640, son chiaro argomento della sua antichità. Or detta lamina, oggi esistente nel museo di Vienna, contenendo nella lingua di Ennio un Senatoconsulto sull’abolizione M Baccanali, oltre che perse stessa accenna alT importanza del luogo, e come fiorente nel 566 di Roma Io dichiara, rivela ancora il suo nome che facilmente ricavasi da queste parole: IN DIEBUS X QUIBUS VOBEIS TABELLAI DATAI ERUNT FACIATIS UTEI DISMOTA SIENT IN AGRO TEURANO.
27. Malanio. Sulla testimonianza di Ecateo ha serbato memoria di questa città Stefano Bizantino, il cui annotatore Pinedo sostiene, che chiamata si fosse Melante. Fu di avviso il Barri, che la stessa corrispondesse al sito di Maida; ma un moderno Topografo crede con maggior fondamento, quello dell’analogia del nome, di riconoscerla nella terra di Marano-principato nel Circondario di Cerisano.
28. Tisia. Oltre di Stefano Bizantino e di Ecateo anche Appiano fa menzione di quest’altra città attribuendola ai Bruzii e facendo saperci, che fioriva in tempo della seconda guerra Cartaginese quando i nemici eserciti se ne disputavano l’occupazione nel 544. E poiché lo storico narra, che ritolta Tisia dai Romani ai Cartaginesi all'avvicinarsi di Annibale, quelli l’abbandonavano rifuggendo a Reggio, pare che sia più probabile supporla a Sitizzano, e non a Tessano, luogo men prossimo a quello in cui ripararono i Romani.
29. Tauriana o Tauroento. Col primo nome Pomponio Mela, e col secondo chiama Plinio quest’altra città de' Bruzii, che fu così detta, perchè posta sulle due sponde del fiume Metauro, a XXIII miglia antiche da Vibona. Fu sede vescovile dai primi tempi cristiani, avendosi memoria del suo più. antico Vescovo Paolino che nel 591 governava la chiesa di Tauriana o Tauri. Nel 1086 il Conte Ruggiero nel trasferir che fece a Mileto la sede della Chiesa Vibonese, vi aggregava dopo qualche tempo quella di Tauriana, come già distrutta dai Saraceni della Sicilia Nella sponda del detto Metauro se ne veggono ancora le rovine, e proprio nel luogo che ritiene l'alterato nome di Traviano.
30. Mamerzio. Diversa da Mamerto, col qual nome appellarono Messina i Sanniti-Campani, fu quest’altra città de' Bruzii, come il contestano monete con la greca epigrafe di ΜΑΜΕΡΤΙΝΩΝ, e colla giunta in alcune di ΒΡΕΤΤΙΩΝ, appunto per ovviare la confusione fra le due omonime città Il Barri, per solo indizio ricavato dall'analogia del nome, ne riconosceva il sito in Martirano; ma il Cluverio ed i moderni Topografi si avvisano di supporlo ad Oppido, la cui situazione meglio si accorda con quella che ne assegna Strabone, anche perchè nella fine dello scorso secolo, nel luogo detto Mella, si scoprivano avanzi di antichi edifizii, e si trovavano le rare monete de' Mamertini.
31. La Sila (Sylva Bretiana). Chiudiamo le località della parte mediterranea della Brezia con un cenno della famosa selva, che da Sylva restò delta per antonomasia la Sila. Ben a ragione dicevala Virgilio ingente, perchè a’ suoi tempi estendevasi per lo spazio di 700 stadii pari a più di 87 miglia odierne. I Bruzii, come si ha da Dionigi di Alicarnasso, nel sottomettersi ai Romani, ne cedevan loro la metà. Oltre agli alberi acconci alla costruzione delle navi e delle case, fin dai tempi remotissimi dava ancora in abbondanza la miglior pece che nota fosse agli antichi. Da questa selva si aveva S. Gregorio Magno i grandi alberi per la costruzione della basilica di S. Pietro e Paolo nel 602. E ciò basti per la parte ant;ca, perchè delle attuali sue condizioni torneremo a favellare a suo luogo.
32. Cerilli o Cerille. Ad otto miglia circa dalla sinistra sponda del Lao sorgeva questa città che Silio Italico disse rimasta spopolata nella guerra di Annibale, e quindi divenuta si oscura a’ tempi di Strabone, che nel noverare le città dei Brezii, il geografo, omettendola incominciava da Tempsa. Le rovine nondimeno di Girella vecchia nel Circondario di Verbicaro, cui corrisponde l’antica Cerilli. la mostrano ben estesa e tale, che malgrado le sofferte devastazioni, meritò di essere sede vescovile, e di essere nuovamente rovinata nel X secolo dai Saraceni..
33. Lampezia o Clampezia. Benché portata sulla Tavola Peutingeriana a LX miglia da Cerilli, per la quale distanza si è supposto il suo silo ad Amantea; i moderni Topografi la suppongono sopra Sangineto, nel. Circondario di Belvedere. Dal suo nome si argomenta il Corcia di crederla di origine Pelasgica, e dalla storia non altro si ricava, se non che nel 548 di Roma fu presa per forza con Cosenzia e Pandosia dal Console P. Sempronio, e che venne a mancare tra gli anni 41 ad 81 di Gesù Cristo, poiché Pomponio Mela la ricorda come esistente, e Plinio come abbandonata e deserta.
34. Temesa e Tempsa. Riconoscendo coi moderni Topografi il sito di quest'antichissima città Tirrenia a Cetraro, e non a Torre Loppa, al sud di Amantea, si verifica la distanza di X miglia da Clampezia, secondo la Tavola Peutingeriana; e le XL miglia che la stessa segna tra Clampezia e Cerilli ridurrebbonsi a X. Strabone a questa città attribuisce le già abbandonate miniere di rame, di cui parla Omero; e Cicerone ricorda che alle prede fattevi da Spartaco seguirono quelle di Verre. Fu Tempsa anche illustre sede vescovile, nominandosi un Sergio suo Vescovo sotto Martino I, un llario ed un Abbondanzio, che sottoscrisse la lettera sinodale del Pontefice Agatone agl’Imperatori Bizantini Eraclio e Tiberio.
35. Tiella. Contro l’avviso del Corcia, che crede la parola quella in Stefano Bizantino un’alterazione d’Hyele, più che al Barri che riconoscevate in Bonifati, assentiamo ai più moderni Topografi, che la situano a Felle, Comune unito a Bonifati nel Circondario di Belvedere.
36. Lino e Tillesio. Presso Amantea, ad un miglio di qua ed un altro di là dalla stessa sono i due Capi detti Verre e Corica, ai quali, detti anticamente Lino e Tillesio, corrispondevano due città collo stesso nome.
37. Terina. Fondata o forse accresciuta prima da colonie elleniche, e poscia da una colonia di Crotoniati, venne questa città in potere de' Lucani, i quali n’erano già padroni, quando Dell’anno 444 avanti G. C. i Terinei respingevano i Turii comandati da Cleandrida. Prendevanla i Bruzii nel 356 avanti l’Era volgare, nel tempo stesso che Ipponio. e vi si mantennero per trentun’anni, fino a che Alessandro d’Epiro liberolla dalla loro occupazione, dopo la cui morte ritornò ai Bruzii. Nella seconda guerra Cartaginese la prese Annibale, e per non poterla conservare, la distrusse. Si crede di essere stato il suo sito nelle vicinanze di Nocera presso Nicastro, dove nulla avanza delle sue ruine. Ne rimangono però le medaglie, che dai molti e diversi tipi, dalle chiarissime epigrafi di TER, ΤΕΡΙΝΑ, ΤΕΡΙΝΑΙΩΝ, attestano colla loro eleganza la grandezza e l’opulenza della città.
38. Nuceria o Nucria. Dalle rovine di Terina si vuol surta Nuceria o Nucria. circa quattro miglia più dentro terra, come è chiaro da alcune medaglie di bronzo con tipi affatto simili a quelli di Terina e di Reggio, e colla greca leggenda di ΝΟΥΚΡΙΝΩΝ, erroneamente attribuite alla omonima città della Campania. Se non che per un’altra medaglia coll’epigrafe di ΝΟΥΚΡΙΝΩΝ ΓΑΥΡΟΥ si rende probabile la congettura, che fondata l’avessero i Nucerini della Campania al tempo della distruzione, che Annibale faceva di Terina.
39. Lamezia. Tra il promontorio e fiume Lamezio sorgea la città dello stesso nome, che Ecateo attribuì ai Crotoniali, forse perchè da qualche loro colonia accresciuta. Per consentimento di tutt’i Topografi si è riconosciuto il suo sito a S. Eufemia, nel seno del golfo di questo nome.
40. Napizia o Napezia. Dal nome di Napitino. che si ebbe dapprima il golfo Ipponiate, si argomentano i topografi di essere stata su quella spiaggia una città di tal nome, che parrebbe così detta da gaph selva, è da naph scoglio altissimo, sul quale fu edificata. Distrutta Napitia da’ Saraceni, come scrivono l’Ughelli ed il Tranquillo, i Napitini. riunitisi prima nei casali di Braccio, S. Donato e Mandaci, fabbricarono dappoi verso la metà del secolo XV l’odierna città di Pizzo per opporsi ai Corsali in quella marina stanziali, e nel luogo propriamente detto la Seggiuola.
41. Ipponio o Vibona. Lasciando agli eruditi di accordarsi sulla origine di questa famosa città, ricordiamo solamente, che fu una delle prime a cadere in mano de' Brezii, e propriamente nell’anno 356 avanti G. C. Liberata dal loro dominio da Alessandro Re di Epiro, ricadde nuovamente sotto il loro potere dopo la morte di lui. Ritolta da Agatocle tiranno di Siracusa, non guari dopo ai Brezii ritornava; ma questi a loro volta cedendo alla forza de' Romani, ebbero a dividerne l’agro con una colonia nel 515 di Roma, secondo Vellejo Patercolo, o nel 562 secondo Livio. Prese allora la città d’Ippona il nome di Vibo Valentia cambiando l’aspirazione nell’eolico digamma, leggendosi fin nelle monete EIPON e GEIPON, ed aggiungendo l’epiteto di Valentia, che ricorda l’arcano nome di Roma. Dei suoi pubblici edificii si ricordano un tempio forse dedicato a Cerere, dei cui avanzi il Conte Ruggiero abbelliva la Badia e la Cattedrale di Mileto, e tre altri a Venere a Cibele e forse pure a Pomona. Rimangono ancora i ruderi delle sue mura, che costruite d:enormi massi di tufo senza cemento la cingevano nel perimetro di circa tre miglia e mezzo. Aveva il porto quasi come quello di Pozzuoli. Il vero sito della città non fn però presso ai esso porto di Bivona, ma bensì a qualche distanza da esso » dove proprio sorge Monteleone.
42. Tropea. Dell’antica origine di questa città stata sempre nelle stesso sito della odierna, fa testimonianza Stefano Bizantino. I Calabri scrittori deducono la sua etimologia dal greco τρέπω verto alludendo al flusso e riflusso del mare, che da essa corre al Faro, e di là ritorna. Occupata nel IX secolo dai Saraceni, ai barbari ritoglievate Niceforo Foca unitamente ad Amantea e Santa Severina. Rimasta sotto il dominio de' Greci, ebbe sempre Vescovi Greci sino al 1094, ed il primo di essi rimonta, all’epoca del 649, essendo un Giovanni intervenuto al Concilio adunalo da Martino I.
43. Nicotera. A XVIII miglia antiche da Vibona sorgevate città di Nicotera nel sito medesimo dell’odierna, che non si crede più antica del secolo degli Antonini, perchè ricordata nell’Itinerario col nome di uno di essi Imperatori. Si congettura edificata dietro la distruzione o l’abbandono di Medma, e detta così con greco nome, che s’interpetra segno della vittoria, non si sa quale. Divenuta ragguardevole meritò di essere sede vescovile, trovandosi memoria di un Proclo, il più antico suo Vescovo, in S. Gregorio Magno verso il 596.
44. Mesa o Mesma. Han dubitato il Morisani il primo e poscia il Capialbi, alle cui opinioni si associa anche il Canonico Pagano, non fosse questa città diversa da
45. Medma o Medama. Senza tener conto delle differenze colle quali è ricordata dagli antichi scrittori, questa città col nome di Mesma da Scilace ed Apollodoro, con quello di Medma da Ecateo, Scimno, Mela e Plinio, e con quello di Medama da Strabone; i moderni Topografi convengono d’essere nomi diversi della stessa città Solo però Stefano Bizantino fra gli antichi fa di Mesma e di Medma due distinte località. Le monete parimenti accennano alte stessa distinzione, leggendosi in esse espressa memoria de' popoli ΜΕΣΑΙΩΝ, ΜΕΣΜΑΙΩΝ, o ΜΕΔΜΑΙΩΝ. Checché pensassi voglia della loro unicità o dualità, per le quali ci sembra che militino delle ragioni presso a poco equipollenti, i sostenitori della prima ritengono che il suo sito era sulle sponde del Mesima, e secondo alcuni proprio nella pianura di Rosarno; ed i partigiani dell’altra riconoscono Mesa o Mesma a Mesiano, e Medma nelle vicinanze di Nicotera, che, come si è detto, si vuol sorta dalle rovine di essa.
46. Metauro. Poco discosto dal mare e dalla destra riva del fiume Petrace o Marro sorgeva questa città così detta dal fiume che anticamente portava io stesso nome. E’ annoverata da Pomponio Mela fra le città marittime poste fra il golfo Vibonese e lo stretto di Sicilia. In essa nacque il poeta Stesicoro circa la seconda metà del VI secolo avanti Cristo. Tutt’i Topografi convengono nel situarla nell’odierna Gioja, cui fanno sorgere dalle sue rovine.
47. Mallea. Nell’Itinerario di Antonino è segnata a XXIV miglia da Nicotera la stazione Ad Mallias sulla via Aquilia. I ruderi di varii edifizii, e segnatamente di un tempio nell’odierna Melia presso Scilla, dove sorgeva l’antica Mallea, corrispondono appuntino alla cennata distanza.
48. Cenisio. La città che con questo nome ricorda Stefano Bizantino in Italia, e che l’Ortelio riferiva a Canusio o Canosa di cui lo stesso Stefano parla in altro luogo, è da’ Topografi moderni riconosciuta nella Fiumara di Muro.
49. Reggio. Nell’odierna città di questo nome sorgeva l’antica fondata dai Calcidesi, sebbene la sua origine si perda nei tempi mitici anteriori all’epoca di Dedalo. Si fa rimontare all’anno 812 avanti Cristo l’arrivo della loro colonia in cui erano frammisti anche i Messenii del Peloponneso; all’anno 723 l’altra Polonia di Messenii con pochi altri Calcidesi condotta da Alcidamide; e verso il 664 avanti C. la terza è più numerosa delle precedenti anche di Messenii, che finirono d’innalzare Reggio al più alto grado di floridezza e possanza. Il governo Reggino fu oligarchico retto da un capo scelto sempre nella stirpe de' Messenii, e durò in tal forma per 200 anni sino a che Anassilao, il secondo di questo nome, usurpato il supremo potere, divenne tiranno di Reggio verso il 496 avanti l’Era volgare. La sua ambizione fece impossessarlo anche di Messana, cui diede a governare al figlio Cleofrone. Dopo 18 annidi regno del padre, e 6 dei figli, tornarono in libertà i Reggini; ma per le fazioni, alle quali furono per qualche tempo in preda, la forma Repubblicana si mutò in una moderata aristocrazia simile a quella, con cui si governavano le altre città della Magna Grecia. Cominciarono a reggersi a popolo poco dopo l’incendio del collegio de' Pitagorici a Cotrone, che avvenne nell’anno della LXXXII olimpiade, cioè verso il 451 avanti C., poiché Giamblico nomina Reggio fra le altre città, sulle quali i Pitagorici cercarono di avere influenza. Delle sue politiche vicende passandoci per ora, perchè accadrà di parlarne a suo luogo, ci limitiamo a ricordare poche cose de' suoi pubblici edificii.
Ebbe Reggio il Pritaneo, che nelle nostre regioni ebbero pure Taranto e Siracusa solamente, il Ginnasio due templi sacri ad Apollo, uno a Venere, a Giove Olimpio, a Mercurio, ad Iside $ Serapide, oltre quello ad Augusto e quello di Diana fuori le mura, del quale sarà detto separatamente.
Stette il Pritaneo conservalo nella sua floridezza anche dopo cangiate, le primitive istituzioni, congregandosi in esso i magistrati municipali delle città, i quali si ebbero in legato da Tito Erveno Sabino una statua in bronzo di Mercurio da situarsi nel Pritaneo, ed un vase di argento cesellato pe' sacrifizii, sette Lari dello stesso metallo, ed un bacino di bronzo di Corinto, come dalla seguente iscrizione rilevasi:
T. HERVENVS. T. F. SABINVS. TRIVIR. AED
POT. II TESTAMENTO. LEGAVIT MVNICIPI
BVS REGINIS IVL IN PRYTANEO STATVAM
AEREAM MERCURI, TRVLLAM ARGENTEAM
ANAGLYPTAM P. HS. LARES ARGENTEOS
SEPTEMP. H. S. PELVIM AEREAM CORINTHIAM
ITEM, IN TEMPLO APOLLINIS
PVGILLARES MEMBRANACEOS
LIS EBOREIS PYXIDEM EBOREAM
LAS PICTAS XVIII.
HEREDES EIVS
PONENDA CVRA
VERVNT.
Il Ginnasio di Reggio è ricordato da Teofrasto, e sull’autorità di costui anche da Plinio. Si sa da costoro che ora situato ov’era prima il palagio di Dionigi il Vecchio, ed ombreggiato di platani che questi il primo introdusse in Italia.
Del tempio di Apollo si parla nella riferita iscrizione, e di quello d’Iside e Serapide si trovò nel 1789 la seguente epigrafe scolpita sull’architrave del medesimo:
ISI ET SERAPI SACRVM
Q. FABIVS TITIANI LIB. INGENVVS SEVIR
AVGVSTALIS FAB. CANDIDA SACRORVM S. P.
Cinta Reggio, nuovamente di mura da Ruggiero nel 1460, nella fabbrica di esse si fusero gli avanzi degli antichi monumenti, di cui quasi nulla più esiste.
50. Promontorio Lampete. Era così detto il Capo Cedrare, che tal nome prendeva dalla vicina città di Lampezia, se pur questa noi riceveva dal monte Lampete, cui nomina Licofrone per distinzione del sito di Temesa. Altri Topografi, che credono Lampezia ad Amantea, lo riferiscono al Capo dello stesso nome.
51. Promontorio Litio e 52. Tillesio. Si è parlato di questi due promontorii ricordati da Licofrone e da Tzetze, dove delle città omonime dicemmo al numero 36.
53. Promontorio Lamezio. Quello che oggi si addimanda Capo Suvero, era detto anche Terineo dalla vicina città di Terina, e Lamezia dalla città e fiume dello stesso nome.
54. Promontorio Vaticano. L’odierno Capo dello stesso nome fra Tropea e Joppolo venne cosi denominato, non prima che i Romani s’impadronissero della regione de' Brunii. Ricorda Plinio, parlando de' serpenti di straordinaria grandezza, di essersi ammazzato su questo promontorio a tempo dell’imperatar. Claudio uno di quelli detti boa in Italia, cosi mostruoso che si aveva ingoiato un bambino.
55. Promontorio Scilleo. Si è questo il famoso scoglio, che lauto spavento metteva una volta, da nominarsi sempre con terrore dal volgo, e da offrire argomento ai poeti dell’antichità di trasformarlo in un cane marino che i naviganti ingoiava. Pericolosissimo il passaggio dello Stretto, precisamente in quel punto, perchè non si era studiato il periodico corso e ricorso delle maree, diede luogo alla fantasia di personificare quelle ondate o rapide correnti in un mostro marino, detto in greco σκυλαξ, σκολλος, σκυλλα.
56. Promontorio Cenide. Vicino allo scoglio Scilleo descrive Strabone il promontorio Cenide, dio non si sa bene se corrisponde a quella che oggidì chiamano Punta del Pizzo, già detta Coda della Volpe? o all’altra Punta che dicono Torre del Cavallo.
57. Promontorio Reggino. Scilace, Tucidide e Giustino ricordano questo promontorio che verisimilmente corrisponde alla Punta di Galamizzi, che è la parte più sporgente della spiaggia.
58. Promontorio Leucopetra e Villa di P. Valerio. A 12 miglia e più da Reggio ponevano gli antichi geografi il promontorio Leucopetra, così detto dalla bianchezza della sua formazione calcarea. E’ desso quello che oggidì chiamasi Capo dell’Armi.
Presso questo promontorio fu la Villa di P. Valerio familiare e compagno di Cicerone nel suo viaggio dopo l’uccisione di Cesare. Vi si trattenne l’Oratore quando imbarcatosi nella Sicilia per la Grecia vi fu da’ venti contrarii trasportato. Rimangono di questa villa appena pochi ruderi con qualche avanzo dei bagni nel villaggio propriamente, di Lazzaro.
59. Porto Partente. Credesi che sia quello di Diamante, o l’altro superiore dell’isoletta ad un miglio da Cirella. Vuolsi derivato il suo nome dai Focesi che vi ancorarono, quando non potendosi stabilire a Reggio passarono oltre a fondar Elea o Velia.
60. Porto Ercole. Tra la piccola punta, detta le Formicole, a Tropea e le vicine isolette si allarga un porto naturale che da qualche vicino tempio di Ercole, riportò questo nome.
61. Porto di Oreste. Vuolsi che sia quello di Ravagoso tra le rovine di Tauriana e la città di Palmi.
62. Porto Balaro. Si suppone che sia stato nella marina di Bagnara il porto Balaro, in cui Salvidieno ammiraglio di Cesare ritiravasi per risarcire le navi rotte o malconce dopo la battaglia navale colla flotta di Pompeo presso il Scilleo.
63. Seno Terineo o Vibonese. Intendevasi per esso tutto il golfo che dal Capo Vaticano arriva fino al Golfo di Policastro; epperò comprendeva nella sua lunga estensione il
64. Seno Ipponiate e 65, il frapetino o Lametico.
66. Seno Bruzio. Corrisponde all’odierno Golfo di Gioja.
67. Tempio di Polite a Tempsa. Dice Pausania che presso di questa città vedevasi un tempio o, secondo Strabone, un semplice eroo circondato da ulivastri e consacrato a Polite uno de' compagni di Ulisse.
68. Tempio di Nettuno, e Colonna Reggina. In sulla Punta del Pezzo esser doveva il tempio che i Reggini edificarono al Dio del maro per rendersi propizia la navigazione all'isola vicina.
E presso al tempio esser doveva la Colonna Reggina, da cui sino a Malica contavansi XIV miglia antiche e C sino al promontorio Palinuro. Strabone la dice costruita in forma di torricella di contro alla torre del Peloro nell'opposto lido dello stretto, entrambe destinate a segnare i rispettivi confini l’una dell’Italia e l’altra della Sicilia. La lapida della via Aquilia ricorda in quel sito una statua, che probabilmente esser doveva sulla Colonna.
69. Tempio di Diana. Sul promontorio Reggino sorgeva un tempio dedicato a Diana, di cui parla Tucidide. Due greche lapide scoperte una nel 1727 e l’altra nel 1818, oltre ai simboli che in esse accennano al culto di Diana e di Apollo, parlano di un sacrifizio loro offerto. È probabile che detto tempio si trasformasse nella chiesa che fin da’ primi tempi cristiani fu innalzata a S. Paolo.
70. Isoletta Ligea. Dirimpetto a Terina ed a breve distanza dal lido sorgeva l’isoletta che prima portava il nome di Scopulus Terineus, e poscia quello di Ligea dal sepolcro della Sirena di tal nome, erettovi forse corner quello di Partenope a Napoli. Dassi per foggiata l’iscrizione: AIGEA QANEI Z. A. P. — Legea moritura quae vixit annos centum che dicono di essersi trovata scolpita in un marmo scoperto sulla sponda del Savuto. Oggi ricoperta in gran parte dalle onde, è detta Rivale e Pietra della Nave o scoglio Caputo,
71. Isolette Itacezie. Presso la spiaggia di Vibona o Monteleone Plinio rammenta tre picciole isole col nome di Itacesie da Itaca, patria di Ulisse. Solino ne ricorda una sola col nome di Itacesia. Son dette presentemente Brace, Praca e Torricella, sulle quali diceva il Barri osservarsi alcune rovine di edifizii, che indicavano di essere state anticamente abitate, o di avervi avuto gl’Ipponiati sole abitazioni per diletto.
Son queste le notizie riguardanti la parte topografica della Brezia. La sobrietà, colla quale le abbiamo scritte, più che dal talento di voler essere quinc’innanzi su questo argomento meno diffusi è proceduta, come si ha potuto notare, dal trovarsi poco o nulla illustrate nella storia le sue località, che appena note di nome, sono state per lo più anche incerte in quanto al loro sito. E vagliano le stesse proteste, se pur brevi saremo nell'assegnare de' popoli della Brezia la tanto dibattuta.
Loro origine. Quella che comunemente si assegna non va troppo a sangue ai patrii scrittori, vaghi come sono di una certa nobiltà di origine. Ma è pur forza convenire, chè quei cinquanta o cinquecento Lucani fuggitivi, i quali penetrarono nella Brezia, ove si diedero a ladroneggiare ed a fare di tali scorrerie, che dalla felicità de' successi presero aspetto di fatti guerreschi, se si dissero Brezii nel senso che in loro lingua corrispondeva a disertori e fuggiaschi, ciò non significa che 500 Lucani popolarono quella regione, la quale e ricca e popolata che era, soggiacque colla perdita della tranquillità e delle fortune anche a quella del nome originario di Enotria (94). Come contrastare alla forza delle invasioni e delle conquiste quell’ascendente, di cui son tanti gli esempli che somministra la storia?
Loro etimologia. Non disconveniamo d’altronde che il nome di Brezii venisse da brezia (pece), importante prodotto della Sila fin dall’antichità più remota; e pensiamo che i profughi Lucani, che dicemmo altrove Grumentini, disertando dalla loro natia contrada si fossero uniti, come pastori e guerrieri per educazione, agli abitanti della Sila (secondo noi veri Osci della contrada), gente travagliata dagli orgogliosi potenti delle città vicine, e ridotta al vivere tra capanne coi prodotti della pece, della manna, della caccia e della pesca. Epperò fatti animosi gl’indigeni dal consorzio di gente ardita e risoluta volsero l’animo ad imprese tali, che il nome di Brezii, sia proprio degli abitanti della Sila, sia portato dai disertori Lucani, sia, come par più probabile, acquistato allorché dai Lucani si divisero; restò a tutti i popoli della regione che dalla Lucania sceverossi, destinandosi il fiume Lao a confine di amendue. Se questa nostra opinione non è corredata di autorità secondo lo stile degli Archeologi, ben meglio ne fanno le veci le vicende de' Brezii, in una delle quali trovasi la ragione perchè in processo di tempo di Brezii si tramutarono in Bruzii.
Loro Indole, costumi e vicende. D’indole bellicosa più che altri si vogliono gli antichi abitatori de' dintorni di Cosenza, e ciò probabilmente pel favore della Sila, che rendevali invincibili e quindi indomabili. Dei loro costumi nulla ci è pervenuto, tranne quello di vivere in un ordine di società oligarchica militare composta di tanti capi, quanti erano i duci che menavano le genti alla preda. Stretti in lega fra forò per sostenersi a vicenda, formarono quel famoso corpo politico composto di poche città e di pochi vichi o villaggi, ove ogni tribù viveva in uno stato libero ed indipendente dall’altra.
Secondo la tradizione conservataci da Diodoro Siculo, fo verso la CVI Olimpiade, che ebbe luogo il principiò delle loro storiche vicende, il fatto cioè della insurrezione di tutti gli uomini di ogni affare, per lo più schiavi fuggitivi, per la quale fu Terina la prima ad essere espugnata e messa a ruba, ed indi Tempsa, Ipponio, Turio ed altre città. Il felice successo di tali imprese richiamando il concorso di altri popoli che si univano ai primi, fece si, che si costituissero in governo fisso, e pensassero a dividersi i Brezii dai Lucani probabilmente nell’anno 356 avanti l’Era volgare, secondo che il Corcia si avvisa.
Da quest’epoca in poi prosteso il loro dominio dalla selva della Sila a quella di Reggio elessero in Consentia la loro ca pitale, e fondarono Mamerto. Fu allora che le città greche sull’Jonio, temendo per la loro libertà, chiamarono in ajuto Alessandro. re dell’Epiro contro i pericolosi nemici, co’ quali facevano, Lucani, malgrado la succeduta separazione, causa comune. Fu varia la fortuna de' Brezii fino alla morte del guerriero Epirota; poiché dopo di essersi di lui spacciati, cadde in loro potere tutta la parte meridionale della penisola, in fuori di Crotone, Reggio e Locri. Ricorsero le greche repubbliche sul Jonio agli ajuti di Agatocle tiranno di Siracusa contro le mole stie, che sempre continuavano da parte de' Brezii, i quali per dota Ipponio e ricuperatala tra non guari con cacciarne i Siracusani, rimasero nuovamente liberi in travagliare le greche città, fino a che i Romani non posero fine alle loro conquiste ed alla loro indipendenza. Vinti prima da Fabricio, e poi devastati e domati da P. Cornelio Rufino e da L. Papirio Cursore nel 480 di Roma, stettero sotto il giogo de' nuovi conquistatori per lo spazio di 55 anni, sino all’arrivo di Annibale, che eccitavali a ribellarsene. Gli effetti della lunga guerra durata nel periodo della invasione Cartaginese furono si fatali ai Brezii, che alle rovine loro toccate dai Romani aggiunte quelle dello stesso Annibale, la Brezia fu a tale stato ridotta, che Scipione volendo indurre il Senato alla spedizione dell’Africa diceva essere piuttosto Cartagine premio della vittoria, che le quasi diroccate castella de' Bruzii. La vendetta di Roma non contenta di essersi liberata per sempre di cosi formidabili nemici, si compiaceva da ultimo ridurli alla: stessa sorte de Picentinir a seguire cioè, come addetti ai pubblici servigii, i Consoli e i Capi di eserciti; ed il nome di Brezii in quello di Bruzii tramutava.
Corografia della Magna Grecia. — Comechè famosa più che ogni altra Italica regione la Storia e le tradizionali rimembranze la Magna Grecia ci rappresentino; è tuttavolta notevole e curioso ad un tempo che se ne ignorino i precisi confini. Quelli che comunemente se ne assegnano all’ingrosso, non denotano che la sua estensione lunghesso il littorale dell’Jonio, e non eccedono gli estremi della pianta di quel che dicemmo, Italico coturno. Ma per dove segnatamente corra: la linea di separazione tra i due mari, egli è quanto con esattezza non si è mai saputo determinare. Laonde solo per approssimazione si conviene fra i Topografi, che la Magna Grecia restringevasi in quella piccola parte del nostro paese, che abbraccia i tre golfi di Locri, Scilacio e Taranto, e che cominciando dalla prima di queste città aveva termine nel promontorio Salentino. E’ da credersi poi che la cresta della catena Appenninica sino ad un certo punto, ed indi i monti più alti tra i due mari la dividessero dalle regioni sul Tirreno, come i fiumi per lo più distinguevano una dall’altra le parziali regioni, che la Magna Grecia in complesso costituivano.
Topografia della Magna Grecia. Sotto questo nome, andavano comprese tante piccole republiche o stati indipendenti, il cui novero arbitrariamente si fa ascendere a queste otto regioni, che secondo l’ordine topografico sono: I. la Locride, II. la Caulonitide, III. la Scilletica, IV. la Crotonide, V. la Sibaritide o Turiatide, VI. la Siritide o Eracleotide, VII. la Metapontina, ed VIII, la Tarentina.
Origine della Magna Grecia. — Le colonie elleniche, per le quali la regione occupata dagli Enotri, dai Caoni, dai Siculi e dai Pelasgi divenne Magna Grecia, cominciarono a stabilirvisi dal 707 al 446 avanti l'Era volgare.
Etimologia della Magna Grecia. —Di questo nome che fu più frequente di Grande Ellade, come i Greci stessi l’appellavano, di Grecia maggiore e di Grecia massima, come i Latini la dicevano, non si sa rendere plausibile ragione.
Coloro che si son dati a questa ricerca non han potuto far altro che riunire le diverse opinioni emesse sul proposito, e lasciare all'arbitrio de' lettori di scegliere quella che lor paresse da preferire. Noi quindi, benché ultimi a spigolare in un campo già per altri frugato e rifrugato, faremo altrettanto, premettendo che l’aggiunto di Magna non dee tenersi per termine di rapporto o distinzione che vogliasi, se non alla Grecia propriamente detta, e non già a quella che nelle nostre regioni medesime, oltre quella sul Jonio, trovasi detta Grecia parva. disseminata o majore. Della quale essendo utile al nostro proposito che si dia qualche contezza, diciamo, che il Mazzocchi per disseminata ritenne quella che comprendeva tutte le greche città esistite nell’Opicia, nella Lucania, nella Brezia, nella Japigia, Daunia ecc. vale a dire Cuma, Dicearchia, Partenope, Pitecusa, Procida, Nisida, Capri, Pesto, Velia, che abbiam veduto derivare le loro origini da Greche colonie; Tempsa, Terina, Medama, Ipponio, Metauro, Reggio, alle quali pur greca derivazione si attribuisce, e quante altre città furono sul littorale del mare superiore da Adria al Capo Salentino, come fra le altre Iria, Canusio, Salapia, Argirippa, Siponto ecc.
Ciò premesso, eccoci a tessere il catalogo delle diverse ragioni etimologiche alla Magna Grecia assegnate. Scimno di Chio, Strabone, Ateneo e Delisle la trovavano nell’essersi, i Greci del nostro paese di molto ampliati e saliti a straordinaria floridezza in breve tempo. Festo si accosta all’opinione di questi autori scrivendo: Major Graecia dieta est Italia, quod eam Siculi quondam obtinuerunt: rei quod multae magnaeque civitates in ea fuerunt ex Graecia profectae. Servio non discorda da Festo; ed ai più recenti scendendo, il Cellario alla greca vanità l’attribuiva, ed alla sua estensione maggiore di quella della Grecia propria ovvero orientale la riferivano il Delisle, la Martinière, D’Anville ed il Micali.
A queste opinioni non consentendo i patrji scrittori, con una certa compiacenza che lusinga il loro amor proprio, si appigliano all’avviso di Porfirio di Giamblico e di Sinesio, i quali dissero che per la scuola di Pitagora, donde uscirono tanti filosofi, venne alla regione il nome di Magna Grecia.
Senza dispregiar questa ragione, alla quale non dee negarsi quella politica importanza, che la scuola Pitagorica per la filosofia e per la legislazione esercitò sulla floridezza di tutti quei piccioli stati ed autonome città; noi metteremmo a calcolo pur quella della sua fisica estensione, e vedremmo in esse amendue complessivamente il perchè Magna Grecia fu appellata questa meridional parte d’Italia; se del nostro parere fosse d’uopo, acciocché altri una ne prescelga in tanta divergenza di opinioni.
Indole e vicende de' popoli della Magna Grecia. L’indole molto focosa de' Greci coloni, che tante inquietudini aveva prodotto nella loro terra natia, diede luogo anche in Italia ad effetti consimili. Per la qual cosa, destatesi anche quivi le gelosie, le rivalità e gli odii, i loro stabilimenti furono sempre l’un dall’altro disgiunti, ed intenti solo ai loro particolari interessi, non seppero o non vollero mai una importante confederazione raccozzare in tempi della loro massima prosperità, quando cioè più bisogno avevano di stringersi per sostenersi a vicenda.
I Tarentini i primi, per l’ambizione di estendersi sulla spiaggia meridionale, turbarono le quiete delle altre colonie. Occupata la città di Siri da costoro, se la rivendicarono a forze riunite i Metapontini i Sibariti e i Crotoniati, i quali ultimi combatterono verso il 560 avanti Cristo i Locresi per aver soccorso i Siriti o per essere stati gli alleati dei Tarantini.
Dopo queste guerre rimasero lo colonie della Magna Grecia quiete fino all’arrivo di Pitagora nel 520 a. G. C. Segna questo avvenimento un’epoca notabilissima nella storia, perche è dovuta ai suoi insegnamenti ed ordinamenti politici primo la grandezza, cui aggiunse Cotrone, e poi quella delle altre città che ne fecero tesoro. Alla quale grandezza fu posto fatalmente un termine dall’ambizione di quel Teli famoso demagogo di Sibari, che consigliato avendo l’esilio di cinquecento dei più ricchi e possenti Sibariti, per essersi questi rifugiati a Cotrone, ove furono da Pitagora protetti, fu occasione alla guerra in cui Sibari fu distrutta; ma l’anarchia diffusasi per tutta la Magna Grecia cospirando contro i Pitagorici, uccise e bandi da tutte quelle città i discepoli del gran filosofo.
Si chetarono i tumulti, che seguirono da questo fatto, rimettendosi alla fede degli Achei, de' quali udirono i consigli ed abbracciarono le leggi e le costumanze per l’amministrazione delle loro repubbliche. Durante il periodo di queste rivolture, e per motivo delle stesse, si nota dagli storici, che le colonie della Magna Grecia si mostrarono indifferenti alle sciagure, ond’era travagliata la loro madre patria al tempo della invasione di Serse, essendovi il solo Faillo di Crotone, vincitore più volte ne' giuochi pitici, accorso con una nave costruita a sue spese a combattere valorosamente contro i Persiani insieme co’ Crotoniati, che si trovavano in Grecia. Continuarono nondimeno le corrispondenze tra l’Ellade e la Magna Grecia. Se ne ha una pruova negli ambasciatori spediti dalla prima alla seconda per calmarvi i civili rivolgimenti.
Per un secolo in circa governata la Magna Grecia dai successori di Pitagora, fu libera, gloriosa e possente: ma insinuatosi di nuovo il veleno delle fazioni, la libertà ne fu scossa; ed i filosofi accusati di dispotismo soffrirono le antiche calunnie ed i furori della plebaglia, che assediatili in una casa a Metaponto, facevane una gran parte perir tra le fiamme.
Dionigi il vecchio di Siracusa meglio di Jerone I fu sul punto di rendersi soggette le colonie della Magna Grecia. Compresi i suoi disegni su Reggio, gli altri stati collegandosi si mossero a guerra, in cui furono disfatti presso Caulonia, che con Ipponio cadde in potere del tiranno.
Ma oltre i travagli che alla Magna Grecia recarono i due Dionigi ed Agatocle, affrettarono la rovina delle sue repubbliche altri nemici più perseveranti perchè più vicini. Le tribù dei Caoni, Enotri e Pelasgi, che all’arrivo delle colonie Elleniche furono costrette ad abbandonare le spiagge e ritirarsi più dentro terra verso i monti, lasciarono libero il campo ai Lucani di avanzarsi dai monti sulla spiaggia occidentale Il soccorso di Alessandro Re dell'Epiro ne contrastò, per fin che visse, la invasione su quella del Jonio; ma morto appena, s’impadronirono di Turio, Metaponto,. Eraclea ed altre città sino a che non ridussero a un nome vano la confederazione delle città greche contro di essi.
A questi nemici per cosi dire interni tennero dietro altri ancora più molesti e più terribili, val dire i Cartaginesi, che durante il periodo della prima Guerra Punica, sebbene per osteggiare i Tarantini dopo la ritirata di Pirro nel 281 avanti C. coverto avessero il Jonio di navi per impedire il commercio con la Magna Grecia; pure nel 247 desolavano il territorio di Locri, de' Brezii e de' Cumani, e nel 218 mettevano a ruba le campagne d’Ipponio.
Nella seconda guerra combattuta contro i Romani dal 218 al 230 a. C., occuparono i Cartaginesi Locri, Crotone, il promontorio Lacinio ed altre città, pugnando nel tempo stesso contro i Greci, contro i Lucani, ed i Brezii, e per modo, che alla ritirata di Annibale trovossi la Magna Grecia a stato deplorabile ridotta, non altro conservando dell’antica grandezza che una vana rinomanza. Alla qual morale decadenza aggiuntasi, per incuria forse degli abitatori naturalmente distratti dal pensiero di difendersi, la sformazione delle terre per disordinato sboccamento de' fiumi; quelle contrade una volta sì popolose e fiorenti divennero deserte ed inselvatichite; e dove una volta' fu la sede del Genio e delle arti, si assise la solitudine, sepolto fino al nome di Magna Grecia tra le rovine degli uomini e della natura.
Corografia della Locride. Cominciava questa regione dalla sinistra sponda del fiume Alece, e terminava alla destra del Sagra oggi Alaro, occupando tutta la spiaggia che per la catena degli Appennini, da Amendolea percorreva sino a Grotteria. Epperò confinava co’ Reggini e co’ Bruzii all’Ovest, co’ Caulonii al Nord, ed al Sud-est col Jonio, e corrispondeva la sua superficie agli odierni Circondarii di Bova, Staiti, Bianco, Ardore, Gerace, Grotteria, e Giojosa nella 1. Calabria Ulteriore.
Topografia della Locride. Le località di questa regione furono le. seguenti: 1. Peripolio, 2. I due Promontorii Erculeo e Zefirio, 3. Altano, 4. Uria o Orra, 5. Locri, 6. Itone, 7. Malea, 8. Subcisivo, e 9. Romechio.
1. Peripolio. Di questo castello che i Locresi avevano sul mare presso il fiume X, ne fan menzione Tucidide e Diodoro Siculo nel ricordare che gli Ateniesi uniti a quei di Reggio, ritornando dalla spedizione di Sicilia, sbarcarono nella Locride, e presero la fortezza Peripolio per vendicarsi de' Locresi, come socii de' Siracusani. Fu così denominato, perchè con tal nome intendevano i Greci per quei luoghi, in cui stavano delle guardie a custodia della regione sotto il comando di un Prefetto, che chiamavano peripolarca. Vuolsi riconoscerne il sito nel luogo detto Limmana; ma è più probabile che stato fosse nel villaggio di Gorio appiè del monte Peripoli.
2. Promontorii Erculeo e Zefirio. Corrisponde il primo all’odierno Capo Spartivento, il cui antico nome probabilmente gli derivò da qualche tempio in onore di Ercole; ed il secondo al Capo di Brazzano.
3. Altano. Questa grossa borgata, se non fu ne' tempi floridi della regione, dovettessere per certo all’epoca dei Romani trovandosi segnata nell'Itinerario di Antonino a XXIV miglia dà Ipporo, presso il capo Spartivento, ovvero da Bovalino, cui per la indicata distanza corrisponde.
4. Uria o Orra. Dopo Aitano seguiva Uria non ricordata dai geografi, ma da medaglie e da Livio, dove ricorda che i Romani nella spedizione contro Perseo, si ebbero una trireme dai Reggini, due dai Locresi e quattro dagli Uriti. Or la moneta parla di un’ORRA ΔΟΚΡΩΝ; non può quindi esser dessa l’Uria della Japigia, e neppur quella dell’Apulia. E probabile che sia stata tra Bianco e Bovalino, dov’è Palizzi, la cui denominazione derivò forse dagli avanzi di antiche fabbriche che in parte presentava tuttavia.
5. Locri. Preesistente è da credersi col Corcia questa città capitale della regione alle diverse colonie, che vi si stabilirono; poiché fu una di esse che, personificata in un Locro fratello di Alcinoo, le cangiò il nome originario in quello di Locri nell’anno 3. della XVII olimpiade, ovvero 710 anni a. C. Governata dalle saviissime leggi di Zaleuco, divenne popolosa in guisa da fondare altre quattro colonie, quelle cioè di Itone e Malea nella stessa regione, e quelle, Ipponio e di Mesma nella Brezia, anche potente per modo, che assaliti i Locresi nel proprio territorio dalle forze unite da’ Crotoniati, Sibariti e Metapontini, vinsero coll’ajuto di pochi Reggini la celebre battaglia sul fiume Sagra, di cui si sparse gloriosa fama per tutta la Grecia,
Minacciati i Locresi dalla guerra di Anassilao e Cleofrone, tiranni di Reggio e Messina, evasero i pericoli mediante l’intervento di Jerone Re di Siracusa, il che fu poco prima dell’anno 1. della LXXVI Olimpiade, nel quale Anassilao mori. Ma l’alleanza che fecero con Dionigi il vecchio, che sposò Doride figlia di Xeneto, uno de' più illustri cittadini di Locri, da Aristotile riguardata come un vero disastro malgrado che il tiranno avesse aggregato alla Locride le terre tolte a Caulonia, Ipponio, Reggio e Crotone, se non riuscì fatale, fu perchè la morte prevenne i disegni del tiranna. E sebbene patite avessero dal figlio Dionigi le più inudite crudeltà, ben se ne vendicarono sulla famiglia; profittando dell’assenza di lui, che una rivolta scoppiata a Siracusa aveva colà richiamato. Narrano gli Storici, che dopo aver dato i Locresi alla moglie e figli di Dionigi un’aspra morte fra tormenti, divorarono le loro carni, pestarono le loro ossa col frumento, e ne buttarono in mare gli avanzi.
Ritenne Locri la sua indipendenza sino all’invasione di Pirro in Italia. Si collegarono poscia coi Romani, allorché mossero questi la prima guerra ai Bruzii. Ritornato dopo un anno Pirro in Italia, si vendicò aspramente della patita ingiuria con uccisione e rapine, fra le quali non avendo risparmiato il ricco tempio di Proserpina, ed essendo d’allora in poi andato, incontro a tanti disastri, che obbligarono a lasciare l’Italia, fu non poco travagliato dalla superstiziosa credenza di esserne stato cagione il sacrilegio commesso, cui credè di espiare colla restituzione dello spoglio, e colla punizione di coloro che glielo avevano consigliato.
Durando i Locresi nell’alleanza coi Romani, patirono nel 506 de' guasti nella regione da parte di Amilcare nella prima Guerra Punica. Dopo però la disfatta di Canne, si alienarono dalla Repubblica, e nell'anno seguente chiudevano ad Appio Claudio le porte; ma pare da Livio che già co’ Romani si erano confederati nuovamente, poiché nel 539 all’accostarsi de' Cartaginesi, a’ quali dovettero arrendersi conchiudendo onorevole alleanza, menarono nel porto la guarnigione Romana, perchè si conducesse a Reggio.
Riuscì al Console T. Quinzio, dietro un inutile assedio, di ricuperar Locri con frodi ed insidie, dopo il decimo anno dalla sua ribellione e quattordicesimo, ella Guerra Cartaginese. Abusato avendo i Romani della vittoria, il Senato colla punizione del Legato T. Plemminio riparò le vessazioni di costui, ed ai Locresi donò là libertà di governarsi con leggi proprie, a patto di corrispondere delle navi nelle occorrenze.
La Repubblica de' Locresi fu aristocratica. Aveva un consiglio di mille senatori sotto la presidenza del Cosmopoli. Le principali famiglie sommavano a cento. Erano i Locresi ospitali, savii, bellicosi ed amici delle arti, delle quali virtù andarono debitori alle savie leggi di Zaleuco, ed anche agl’insegnamenti di Pitagora, della cui scuola ebbe Locri ben dodici rinomati filosofi, oltre ai quali si vantò di due altri illustri legislatori Timarato ed Onomacrito, dei poeti Erasippo e Xenocrito, e della poetessa Nosside.
Fu Locri tuttavia illustre sino all'ottavo secolo dell’Era volgare, quando ebbe la sede vescovile, essendo intervenuti al II Concilio Niceno nel 787, e nell’ottavo Concilio Costantinopolitano nell'869 un Cristoforo ed un Giorgio Vescovi di Locri. Nel 915 saccheggiata e distrutta da' Saraceni, i suoi abitanti si stabilirono nella Rocca Termulah, così detta dalle acque termali, che ora chiamano Acque Sante che scaturiscono al Sud di Gerace. A tre miglia da questa città, edificata dai Locresi, pochi ruderi avanzano di Locri, bastevoli per altro a farne conoscere la grandezza e la sua bella situazione. Le mura larghe 16 palmi, e di diversa altezza, mostrano un perimetro di cinque miglia tutto ingombro di rovine. Fuori la città era il ricco tempio di Proserpina, che si è supposto nel sito di Santa Ciriaca, e che fu poi la cattedrale della città, le cui colonne e marmi in parte oggi decorano il duomo di Gerace.
6. Itone. Fu questa una della colonie fondate da Locri, il cui sito si suppone in quello della distrutta città vescovile di Lissitania, e se ne additano le rovine presso la badia di S. Maria della Roccella sulla costa a due miglia di Giojosa.
7. Malea. Quest’altra colonia di Locri occupata forse dai Bruzii, si ebbe mutato per avventura il nome in quello di Mamerzio le cui rovine le monete si scoprivano nel luogo detto Metta, il qual nome, dice il Corcia, è probabilmente alterato da Malea.
8. Subsicivo. A XX miglia antiche fu Altano, l’Itinerario di Antonino segna una mansione con questo nome, che non saprebbesi affermare, se fu qualche villaggio, o qualche osteria, che per la indicata distanza corrisponderebbe al sito di Giojosa.
9. Romechio. Al di là di Subsiciro seguiva la piccola città di Romechio ricordata da Ovidio nell’allegorica navigazione di Esculapio sotto la figura di serpente da Epidauro pe' lidi della Magna Grecia sino al Tevere. Il sito par che abbia dovuto essere là dove ancora dicono Romechi, tra le rovine di Locri e Roccella (95).
Corografia della Caulonitide. Al Nord della Locride seguiva immediatamente la Caulonitide, che si estendeva pel brevissimo tratto che era tra la sinistra sponda del Sagra ed il promontorio Cocinto, il quale rimane a determinarsi meglio per non restare a Caulonia tanto territorio, che appena basterebbe ad un villaggio. Secondo il Corcia adunque, il cui avviso seguiamo, corrispondeva questa regione agli odierni Circondarii di Stilo, Serra, Badolato e Davoli, nella Calabria Ultra II.
Topografia della Caulonitide. Secondo gli assegnati confini le sue località sono queste poche; 1. Caulonia, 2. Tempio di Giove Omorio, 3. Mistia, 4. Consilino, 5. Succejano, 6. Castello Cocinto.
1. Caulonia. A diciannove miglia da Locri seguiva tra il Sagra ed il promontorio Cocinto la cospicua città di Caulonia tre volte fondata e distrutta. Trasse il suo nome probabilmente dalla condizione del suo sito, che una valle, in greco αύλων; epperò Caulonia latinizzata corrisponderebbe a Vallonia. nella quale spiegazione convengono Scimno di Chio e Strabone. Si vuol fondata da una colonia di Crotoniati secondo altri, le quali opinioni sono apparentemente diverse, se si considera che i Crotoniati istessi furono un’Achea Colonia, senza però escludere che una colonia di Crotoniati si fosse aggiunta alla già fondata Caulonia.
Delle vicende di questa città nulla può dirsi di preciso dopo aver narrate quelle della Magna Grecia in generale e di Locri in particolare, nelle quali van comprese. Distrutta la prima volta da Dionigi il vecchio, che una parte degli abitatori trasferì a Siracusa, e parte disperse per la Sicilia, nell’anno della XCVII Olimpiade ovvero 383 a. C., e concedutone il territorio ai Locresi, vi spedivano questi una colonia, che co’ superstiti cittadini diedersi a rifabbricarla. la tal senso è da intendersi l’origine che di Caulonia attribuisce Igino ai Locresi. Risorta dalle sue rovine rimase per poco più di un secolo tranquilla, perchè seguito avendo le parti del Re di Epiro, fu saccheggiata e nuovamente distrutta dai Campani alleati di Roma, e propriamente dai Sanniti. occupatovi di Capua, che ne costrinsero gli abitanti a tramutarsi in Sicilia e fabbricarvi un’altra Caulonia da Stefano Bizantino ricordata. Pausania la dice non del tutto rimasta deserta di cittadini; e dev’essere così, perchè nell’anno 209 a. C. se non fosse stata rifabbricata e quindi nuovamente cresciuta, non sarebbesi nominata fra le città che parteggiarono per Annibale; per Io che soggiacque all’ultima distruzione per opera del presidio di Reggio, che Fabio Massimo vi spediva, assicurando Strabone di essere già deserta a suo tempore non mostrandosene che le rovine a quello di Plinio.
Sorgeva Caulonia sulla spiaggia del mare come tutte le altre città della Magna Grecia, e propriamente a sinistra ed a quattro miglia da Castelvetere. Il monte, da cui cominciavano gli edifizii, ritiene tuttavia il nome di Caulone, dove si veggono ancora grossi pezzi di muro dell’antica rocca; non mancando ruderi di fabbriche, che con monete, vasi di antico lavoro per uso d’acqua, e sepolcri scoperti nei campi prossimi al lido, ricordano tuttavia il sito di Caulonia.
2. Tempio di Giove Omorio. Si suppone dagli archeologi che fuori Caulonia fu probabilmente edificato un tal tempio dalle tre Repubbliche collegate de' Cauloniti, Crotoniati e Sibariti ad oggetto di tenervi le loro adunanze. Ma i critici non convengono sul titolo di Omorio che significa confinante, e si vorrebbe correggere in Omario che accennerebbe all’essere concordi; anzi al Corcia piacerebbe sostituirvi proprio Omarigio, perchè sotto questo titolo fu Giove adorato in Egio nel tempio attribuito ad Agamennone, in cui gli Achei tenevano i loro congressi.
3. Mistia. Di questa città,. che segui va forse più dentro terra dopo di Caulonia, secondo l’ordine, topografico di Plinio, si trova memoria nel VI secolo in S. Gregorio papa, il quale scrisse che Severino vescovo di Squillace in questa città salvava i vasi sacri e le suppellettili dalla invasione de' barbari. Contro l’avviso del Barri che ponevala a Giojosa, parrebbe secondo Plinio più probabile situarla ncll’odierna Motta-Placanica, a quattro miglia sulla sinistra dell’Alaro.
4. Consilino. Dopo Mistia metteva Plinio la città di questo nome, che nei tempi antichi dicevasi forse Cosilino perchè nelle medaglie trovandosi or tre lune ed or due lune falcate e capovolte colla epigrafe ΚΩΣΙ, il Cavedoni vedeva nella parola ΚΩΣίλινων una consonanza colla greca voce ΣΕΛΗΝΗ, come la larva Gorgonea simboleggia la luna nelle monete dell’etrusca città di Populonia, per allusione a PVP-LVNA. Nulla ci è pervenuto delle sue vicende, e solo del sito si congettura da medaglie, che posta presso di un fiume, ha potuto essere o a Monestarace, a quattro miglia dal mare, o presso il fiume Stillare che mette foce dopo del Capo di Stilo.
5. Succejano. Nell’Itinerario di Antonino, in cui solamente è parola di questo antico villaggio, è portato come distante XXIV miglia da Subcisivo nella Locride. Corrispondendo l’indicata distanza a Stilo, ed osservandosi quivi delle rovine sul monte, alla cui falda è l'odierna città che probabilmente prese il suo nome da qualche colonna (στυλος) restata superstite del tempio forse di Giove Omario, non pare doversi dubitare che a Stilo sia stato Succejano.
6. Promontorio e Castello Cocinto. Tutt’i geografi pretendono che il promontorio e castello di questo nome corrispondano all’odierna Punta e città di Stilo. Il Corcia però è di avviso, che riflettendosi alla picciolissima estensione della Caulonitide incompatibile colla sua grandezza, non si debbano ivi supporre, ma piuttosto il promontorio è da credersi quel Capo che si avanza dopo la Punta di Stilo e la torre di S. Antonio in una situazione parallela al monte Portella; ed il castello di Cocinto, che l’Itinerario di Antonino segna a XXII miglia da Scilacio, nell’odierna terra di S. Andrea, a tre miglia dal mare, e nella direzione appunto del supposto Promontorio Cocinto.
Corografia della Scilletica. Stando ai confini assegnati alla regione antecedente, quella che la seguiva immediatamente discorreva in lunghezza dalla marina di S. Andrea nel Circondario di Davoli sino alla sinistra sponda del fiume Tacina; e chiusa dentro terra dalla catena, appenninica, per la quale confinava coi Brezii, veniva ad abbracciare del Distretto di Catanzaro i Circondarii di Gasperrina, Squillace, di Borgia, Catanzaro, Soveria e Cropani.
Topografia della Scilletica. Le poche città ed altri luoghi antichi di questa regione sono: 1. Cecino, 2. Abistro o Aprusto, 3. Accampamenti di Annibale, 4. Amfissia, 5. Scillezio o Scilacio, e 6. Crotalla.
1. Cecino. Presso il fiume di questo nome, oggi detto Ancinale, sorgeva la città di Cecino posta da Pomponio Mela nel seno Scilletico, e ricordata da Filisto, Io storico di Siracusa al tempo di Dionigi il vecchio. Benché confusa da alcuni con Cocinto e Cesena, i più la riconoscono probabilmente nell’odierna Satriano, che è bagnata appunto dal detto fiume, dalla cui foce dista quattro miglia.
2. Abistro o Aprusto. Cavando il netto dalle divergenze dei Topografi sul sito di questa città, ricordata da Tolomeo con Petelia fra le mediterranee della Magna Grecia, si può con una certa probabilità asserire, che la stessa corrisponda ab l'odierna terra di Argusto.
3. Accampamenti di Annibale. Nel sito, ove l’istmo tra Squillane e S. Eufemia più stringe sino all’estrema larghezza di venti miglia, era il porto che prese il nome dagli accampamenti di Annibale, ed in cui stanziò la flotta Cartaginese dopo, la conquista delle città vicine. Pensa il Corcia che Paliporto, val dire porto antico, col quale nome chiamasi il fortino presso la foce del fiume Vetrano, debba credersi il sito della borgata, che sorger dovette presso i detti accampamenti e porto, ciò deducendosi da non pochi avanzi di fabbriche, acquidotti ed altre, anticaglie, che vi si scoprono.
4. Amfissia. I molti scogli, che ingombrano la spiaggia tra Paliporto e la punta di Scaletti, furono forse i sassi Amfissiì ricordati da Ovidio nella descrizione dell’allegorico viaggio. del serpente di Epidauro. L’Ortelio si fece a supporre una città, da cui que’ scogli presero il nome; ed i patrii Topografi non dissentendo da una tale supposizione, inclinano a crederla, dove nel secolo XII sorgeva Paleopoli, o città vecchia, di cui è ricordo in una Bolla di Papa Pasquale II del 1110. Dietro la distruzione di essa vuolsi edificata dagli abitanti Rocca di Niceforo. che poi fu detta Catanzaro.
5. Scillezio o Scilacio. A XXII miglia dal Castello Cocinto seguiva Scilacio, città ragguardevole che diede il nome al golfo ed alla regione. e che il geografo Èudosso disse Scillezio. Senza brigarci della oscura sua origine, riferiamo il poco che si sa dello sue vicende.
Fu dessa soggetta al dominio de' Crotoniati. Dionigi il vecchio ne attribuì in parte il territorio ai Locresi, quando ampliò l’agro di costoro a danno anche de' Cauloniati, Ipponiati e Crotoniati. Al pari delle altre autonome città, batté monete, delle quo li avanza finora una sola di bronzo coll'epigrafe di ΣΚΥΛΛΑΤΙΩΝ ed una prora in un lato, una testa di Mercurio colla sigla F dall’altro. Ed in fine Roma vi spedì due colonie, una sotto Augusto un anno dopo di quella dedotta a Fabrateria, cioè nel 629, e l’altra sotto Nerva, di cui, se s’ignora la data precisa, esiste memoria nella seguente lapida scoperta a Squillace.
IMP. CAESAR. T. AELIVS HADRI.
ANVS. ANTONINVS. AVG. PIVS. PONT
MAXIM. TRIB. POTEST. VI. COS. III PP. IMP. II.
COLONIAE. MINERVIAE. NERVIAE AVG.
SCOLACIO (sic) AQVAM DAT
Conservò Scilacio anche sotto l’Impero, e malgrado la ululata sua condizione, le sue primitive usanze greche, rilevandosi da una greca lapida che vi si celebravano, come a Napoli, i giuochi lampadici. Eccone la traduzione:
Coronano i Sinefebi Sofocle e Conone, vincitori di Lucio Eliano (sotto l'Arconte Lucio, ordinatore del giuoco Antioco, maestro de' giovanetti Zeto) volenterosi, generosi. Epafrodito, Prosdoca, Telesforo, Aristippo, Eucrate, Ctesia riportarono la vittoria della lampada di Lucio Eliano, Isade, Mirme amici, Eufileto, Diocle, Dionisio, Antila, ottennero la vittoria della lampada. Sofoclee Conone coronati altra volta.
Dal rozzo stile di questo marmo, e dal nome latino del vinto giovine Lucio Eliano si argomentano gli antiquarii che lo stesso rimonti al primo o al secondo secolo dell’Impero.
A Scilacio ebbe i natali il celebre Cassiodoro segretario e ministro di Teodorico è di altri Re Goti.
Dall’osservarsi tuttavia de' ruderi di antiche fabbriche alla falda del promontorio di Staletti, si pretende, che ivi fosse stato il sito di Scilacio, e non già in quello dell’odierna Squillace. Il Corcia però è di opinione, che ivi è da credersi piuttosto qualche altra piccola città della regione, e che la lunghezza di XXV miglia antiche, dalla Tavola Peutingeriana assegnate alla strada traversale, che da Vibona menava a Scilacio, corrispondendo appuntino a quella, che passa tra Monteleone e Squillace, dirime ogni quistione.
6. Crotalla. Sulla spiaggia sottoposta al villaggio di Staletti, ed a mezzo miglio dalla sinistra sponda del Crotalo, oggi Corace trovar si doveva l’antichissima città di Crotalla ricordata dal solo Ecateo. Le rovine che si veggono in detto sito, e le molte anticaglie scopertevi e registrate dal benemerito della patria archeologia Luigi Grimaldi, non lasciano più dubitare dell’esistenza di detta città, cui la vicinanza dell’omonimo fiume guarentisce da ogni altra supposizione in contrario.
Corografia della Crotonitide. Dalla sinistra sponda del Tacina alla destra del Fiuminicà che scorre tra Crucoli e Cariati, estendevasi la regione Crotonitide, la quale arrivava dentro terra alla gran falda della Sila, dove confinava coi Brezii. Quindi abbracciava quasi tutto il Distretto di Cottone, meno quei pochi Circondarii che abbiam veduto toccare alla regione Scilletica.
Topografia della (Crotonitide. Le antiche località comprese in detta regione sono: 1. I Promontorii Japigii. 2. II Promontorio Lacinio e Tempio di Giunone, 3. Laureta, 4. Crotone, 5. Stagno Melimno, 6. Siberena, 7. Cone, 8. Drio, 9. Petilia o Macalla, 10. Bristacia, 11. Promontorio e città Crimisa, 12. Vertine, e 13. Isolette de' Dioscuri e di Calipso.
1. Promontorii Japigii. Sono i tre che ora diconsi Capo delle Castella, Capo Rizzuto e Capo delli Cimiti, che Strabone chiamò Promontori Japigii, cominciando dal primo di essi la descrizione della Crotonitide, perchè fino ad essi estendevasi il dominio della Japigia innanzi all’arrivo delle colonie. Si disse il primo Capo delle Castella, non direttamente da Castra Annibalis, come vogliono alcioni, ma dal villaggio delle Castella assai più popolato una Volta.
2. Promontorio Lacinio e Tempio di Giunone. Corrisponde il primo al Capo oggi detto delle Colonne, che con quello di Leuca chiude il gran Golfi) di Taranto del perimetro di 60 miglia, protendendosi in mare per miglia otto in circa.
Sulla estremità del promontorio sorgeva il grandioso e celebre tempio di Giunone Lacinia, della stessa Crotone più celebre e rinomato per santità, dice Livio, e per ricchezze. Aveva dappresso il sacro bosco, lucu sacer; in cui pascolavano inviolate da uomini è da fiero tante greggi, che dal loro fruito se ne consacrò alla Dea una colonna d’oro massiccio, cui Annibale avendo fatto sacrilegamente sua, fu presto a restituire ammonitone, in sogno dalla Dea con minaccia di perdere l’altr’occhio, se noti l’avesse lasciata. D’incredibile valore erano le dovizie o il tesoro del tempio, che offerte votive e doni espiatorii, preciso degli opulenti Sibariti, avevano cumulato. È ricordata come una maraviglia la magnifica veste purpurea che Alcistene di Sibari offerse alla Dea. Erano in essa rappresentati Giove, Giunone, Temide. Minerva, Apollo, Venere, Alcistene, la città di Sibari, all’intorno figure di diversi animali, nella parte superiore l’imagine di Susa e nell’inferiore infine quella di Persia. Era larga quindici cubiti, e Dionigi il vecchio la comprava dai Cartaginesi per 120 talenti.
Di egregie pitture fecero decorar questo tempio i Crotoniati, che a ciò chiamavano il famoso Zeusi da Eraclea, il quale fra le altre tavole, in parte serbate fino ai tempi di Cicerone, dipinse il quadro di Elena, ritraendola dalle singolari bellezze riunite di cinque tra le più belle giovinette della città In questo tempio lasciava Annibale, in partendosi per l'Africa, una tavola di bronzo, in cui era descritto il numero delle sue forze quando arrivò in Italia, e della quale profittò Polibio per la sua storia.
I prodigii, che l’antichità attribuiva a questo santuario, erano: certa cenere su di un’ara posta nel vestibolo del tempio, che niun vento aveva forza di portar via; e la credenza che se con un ferro qualcuno incideva il suo nome sopra una delle marmoree tegole del tempio, la scrittura graffita vi rimaneva insino alla morte di lui.
Primo violatore del tempio fu Annibale, che faceva, trucidarvi quei soldati italiani i quali, non volendolo seguire in Africa, si credettero sicuri riparando nel recinto di esso, come in un asilo, che la religione avrebbe dovuto far rispettare. Altro sacrilego rapitore è ricordato quel Q. Fulvio Fiacco Censore, che faceva togliere dal tempio i tegoli di marmo, e trasportare a Roma per coprirne quello, che alla Fortuna Equestre erigeva: ma il Senato, condannando il sacrilegio, ordinava la restituzione de' marmi, che per mancanza di artefice, il quale avesse saputo trovar la maniera di rimetterli, furono lasciati nell’area del tempio. Rimasto cosi scoperto cominciò a deperire e crollare, serbandovisi tuttavia il culto per assai altro tempo, almeno sino agli ultimi anni del Paganesimo, come, rilevasi dalla seguente iscrizione ivi scoperta nel 1843 sopra all’ara:
HERAE LACI
NIAE. SACRVM.
PRO. SALVTE. MAR
CIANAE SORORIS
AVG. OECIVS.
LIB. PROC.
Più che alla mano devastatrice dell’uomo, si attribuisce la sua totale distruzione alla forza de' tremuoti, vedendosene alterato l’allineamento degli avanzi delle muraglie, dalle quali rilevansi le sue grandiose dimensioni di 136 piedi in largo e 513 in Lungo. Da una colonna che ancor ne rimane di circa due metri di diametro, e che fino a 70 anni dietro sosteneva ancora alcuni pezzi del frontone, si è potuto conoscere che la sua costruzione era sullo stile de' templi di Pesto e Metaponto.
3. Laureta. Licofrone chiama i Crotoniati figli di Laureta, ed il suo scoliaste dice, che Laura fu città di Crolone. Dalla sola analogia del nome può dirsi che trova vasi al di là del Promontorio Lacinia e prima di giungersi a Cotrone, in quel luogo che dicono Calolaura.
4. Crotone. L’origine achea che Erodoto assegna ai Crotoniati, ovvero la colonia che fondò o ingrossò Crotone col suo arrivo rimonta probabilmente all’anno 710 avanti l’Era volgare. Cresciuta rapidamente, e datasi al lusso già pria che. Pitagora vi arrivasse, potè essa stessa spedire per altri luoghi della Magna Grecia parecchie colonie, la prima delle quuli sembra essere stata quella di Caulonia, e le posteriori quelle di Pandosia e di Terina. La potenza e la floridezza, cui raggiunse Crotone si attribuirono all’arrivo di Pitagora avvenuto nella LXI Olimpiade; ovvero verso l’anno 535 av. G. C. Le istituzioni del gran filosofo, tendendo ad una forma di governo quasi aristocratica, furono cagione della guerra che arse tra Sibari e Crotone, perchè rifugiatisi in questa gli Aristocratici di quella, i quali riusciva a Teli di espellerne, non ne permisero i Crotoniati l’estradizione che i Sibariti ne pretendevano. Avuto fine quella guerra colla rovina di Sibari, Crotone istessa ritornata all’antica mollezza restava schiacciata nella battaglia sul fiume Sagra dalla potenza dei Locresi nel 504 av. G. C., malgrado la prevalenza in numero di 130,000 su 10.000 combattenti. Prima della tirannia di Anassilao di Reggio, Dionigi di Alicarnasso ricorda in un Clinia un altro tiranno di Crotone, che uccise e bandi i più ragguardevoli della città. Verso il 444 avanti l’Era volgare riusciva a Dionigi il vecchio di prendere Crotone, sorprendendola pe’ dirupi indifesi sul mare, senza però che la ritenesse gran tempo, perchè venne poi travagliata dai Brezii, i quali volevano che espulsi avesse o sottomessi i Creci vicini. Venne Crotone per gli ajuti de' Siracusani ad assicurarsi la propria indipendenza acconciandosi co’ Brezii nel 4° anno della CXV Olimpiade, ed assoggettandosi al governo dei suoi principali cittadini Parone e Menedemo. Ei pare che obbediva a quest’ultimo solamente, allorché riusciva ad Agatocle d’impossessarsi di Crotone a tradimento; perchè fingendo di mandar la figlia sposata a Pirro Re dell’Epico, la flotta che accompagnavala fu da Menedemo accolta nel porto, donde Tarmata de' Siracusani, assalita la città, la saccheggiava, ed un presidio vi rimaneva. Dopo di questo avvenimento, ignorasi come dappoi ricuperato avesse la sua libertà.
Al tempo della venuta di Pirro in Italia era Crotone grande e popolosa città, del murato perimetro di un 12 miglia pari a quello di Roma odierna. Divisa in due partiti, quello contrario ai Romani introducendo nella città un presidio di Lucani riusciva a respingerne il Console Rufino: ma fingendo questi di muovere contro Locri, e profittando del favore di una densa nebbia, ed anche del tradimento, riusciva ad impadronirsene. I ribelli di Reggio, bruciata Crotone, vi trucidarono la guarnigione Romana; e fu tale il guasto di questa volta, che attraversando prima per mezzo la città il fiume Esaro, rimase poscia a bagnarne solo un lato più gremito di case, sicché la rocca restò lontana dall’abitato.
Caduta Locri in potere de' Cartaginesi, pe' quali parteggiavano i Brezii, riusciva a questi di occupare Crotone, all’infuori della rocca che era tenuta dagli ottimati. Invano si adoperò Annone a persuadere i Crotoniati di arrendersi e di ammettere una colonia di Brezii, perchè protestarono sempre di morire piuttosto che mescolarsi con gente cosi aliena dalla loro indole; ma invece cedevano alle insinuazioni degli ambasciatori Locresi, che l’invitarono a passare nella loro città, dove indi a poco si trasferirono. Si stette Annibale a Crotone fina alla sua partenza dall’Italia; e nove anni dopo, nel 588 di Roma, fra le altre colonie che i Romani spedirono per assicurare le diverse spiagge e città marittime delle nostre regioni, anche una ne fu dedotta a Crotone, per la quale, non che migliorare, come verificossi di altre città, decadde per non risorgere più mai.
Dei pubblici edificii, che esser dovevano a Cotrone, non si sa altro che de' templi dedicati ad Ercole, ad Apollo, alle Muse, a Cerere, ed a Marte. È fama che quello di Cerere si fosse edificato nella casa di Pitagora dopo la sua morte, e quello di Marte sul monte detto la Rotonda un miglio fuori della odierna Cotrone. Di lapide appena avanzano due dell’epoca Romana, e propriamente circa il tempo di Tiberio, che ricordano una l’affetto di un padre verso la figlia, l’altra il collegio degli Augustali.
Si conservavano ì preziosi vestigii di Crotone fino ai tempi di Carlo V, il quale fini di demolirli per fabbricarne un castello e delle mura.
5. Stagno Melimno In vicinanza di Crotone e dalla parte del mare ricorda Teocrito (tra il 270—292. av. G. C.) uno stagno di quello nome, che prosciugato nel costruirsi le mura della città, lasciò al sito il nome di Melimno, come tuttavia si chiama il luogo oggi destinato ad ortaggi sotto l’antico castello verso il molo di Cotrone.
6. Siberena. Dal nome di questa città pare doversi crederne fondatori i Sibariti, e di essere stata una delle venticinque città, sulle quali ebbero dominio. Trovasi nominata a tempi dei Romani pe' suoi vini detti da Plinio Severiani da Severina, di cui nel nono secolo si fece S. Siberena, oggi S. Severina.
7. Cone. Si assegna il sito di quest’antica città da qualcuno in Casabona, dal Mazzocchi presso il Capo Crimisa, e da qualche altro a Belcastro.
8. Drio. Secondo la correzione di un luogo di Stefano Bizantino proposta da Raoul Rochette, sarebbe stata in questa regione una città di questo nome, che significando quercia, ricorderebbe la sua attinenza colla Dodona dell’Epiro.
9. Petilia o Macalla. A XV miglia antiche da Crotone seguiva Petilia da’ greci scrittori detta anche Macalla dall’epiteto di Macalleo che si avea Filottete, cui se ne attribuisce la fondazione. Ignota è la storia di Petilia all’epoca, in cui fiorirono le altre città della Magna Grecia, ed assai controversa è pure la sua topografica situazione. Quasi tutt’i patrii scrittori convengono in riconoscerne il sito nella odierna Strongoli, ove sonsi rinvenuti di parecchie iscrizioni greche antichissime ed alcune altre dell’epoca Romana, di cui una solamente fa parola della Repubblica de Petelini. Ma fra essi scrittori Nicola Falcone da Verzino, in un articolo inserito nell'Anno XI, num. 12 del POLIORAMA PITTORESCO, si fa a sostenere che Petelia sia stata dove oggi è Policastro. poiché vuolsi far dire a Stefano Bizantino: Non procul a Lacinio Promontorio extat Petilia civìtas a Philoctete condita, vulgo dieta Policastro, Calabriàe ulterioris in monte praecipiti, Coniae et Reatio proxima: recedens a Crotone XX. Mpas e lo stesso, secondo lui, ripetono Giov. Giacomo Hofman, l’Ughelli, Barrio, Ferrario, Scipione Mazzetta e Lucio Orsi; oltre ai quali una pergamena di Ferdinando Re di Napoli del 1467, ed un decreto di Clemente XIII del 1763 rifermano la tradizione medesima di essere Petelini gli abitanti di Policastro. Noi osservando da una. parte che il citato luogo di Stefano Bizantino è un comento aggiunto da qualcuno de' suoi editori, dappoiché nel testo Petelia è detta semplicemente città dell’Italia; e dall’altra non supponendo si da lungi trasportata a Strongoli, nella cui Stazza si osserva, la. base marmorea con le iscrizioni, la più lunga delle quali contiene il legato di Meconio alta Repubblica de' Petelini in benefizio degli Augustali; lasciamo in ponte la controversia, e di Petelia, dove che sia, ricordiamo il seguente fatto, che tanto onora la sua fede, nella memoria delta sua eroica costanza in difendersi contro gli assalti di Annibale.
Sappiamo da Appiano e da altri antichi scrittori, che dopo la battaglia di Canne restarono i Petelini fedeli ai Romani, ed avversi ad Annibale ma che avendone invano aspettato de' soccorsi, cominciarono a difendersi arditamente bruciando le macchine di approccio che i Cartaginesi portavano contro le mura, e mostrandosi anche le donne emule degli uomini nelle prodezze. Avendo però Annibale fatto circonvallare la città, ponendo Annone all’assedio, disperati i Petelini mandarono le donne e i deboli nello spazio tra le mura e la circonvallazione per resistere più a lungo al nemico, cui fecero fronte per ben undici mesi. Ridotti a nutrirsi di cuoi, di cortecce d’alberi e di teneri tralci, e giunti all’estremo, piombarono sui nemici; e tra i prodigii di un disperato valore si contentarono di morire, ad eccezione di pochi che si salvarono colla fuga, piuttosto che darsi ad un barbaro straniero e mancare alla fede de' Romani. I quali al finir delta guerra, memori di tanto sacrificio fatto all’attaccamento per essi, cercarono i pochi campati dalla strage, e raccoltine ottocento, li ridussero in patria, che; da quel tempo nuovamente si accrebbe.
Plinio e Tolomeo nominano Petilia come una città mediterranea; ma Pomponio Meta e la Tavola Peutingeriana la portano come marittima. Di qui i dubbii e le controversie che abbiam cennato, perchè, la distanza delle XV miglia da Crotone si verifica tanto in riguardo a Strongoli lungo la spiaggia, che riguardo a Policastro dentro terra. Intanto arrivando a Strongoli, dice l’erudito viaggiatore Saint-Non, si scorgono i vestigii della floridezza e della magnificenza di un’antica città, i cui dintorni son riccamente sparsi di frammenti marmorei, come pezzi di colonne scanalate, capitelli dorici simili a que’ di Pesto, e tanti avanzi di colonne di granito egiziano da poterne decorare un gran tempio. Dei quali vestigii nulla è che a Policastro si mostri per poter restare anche nel dubbio, non fosse vi stata un’altra Petilia, distinta da quella che dicevasi anche Macalla, per ricordarne la derivazione dal suo voluto fondatore Filottete.
10. Bristacia. Si ha memoria di questa città, d’ignoto sito ed Origine, da Stefano Bizantino. Per analogia, alquanto arbitraria, credesi posta nell’odierno Umbriatico, detto anche Briatico, a 6 miglia circa all’occidente di Cirò.
11. Promontorio e Città Crimisa o Crimissa. Il punto più sporto in fuori in tutta la costa del Jonio, dopo il promontorio Lacinio, è quello che oggi dicono Punta dell’Alice, all’esservi stato un tempio sacro ad Apollo Aleo, ed anticamente era detto Crimisa, dalla città di questo nome.
Era dessa a tre miglia più in dentro dalla estremità del promontorio. Licofrone la dice così nominata da una Ninfa, ovvero dalla sorgente di un fiume omonimo che scorre presso l’anzidetto Capo coll’odierno nome d’Ilia, che gli si vuol dato da ima colonia Trojana, Una medaglia coll’epigrafe KRIMISA in un lato, e conia leggenda KRO dall’altro, è l’unica testimonianza della sua esistenza e della sua alleanza con Crotone. Stando ai Calabri scrittori; mutò a tempo de' Romani il nome di Crimisa in quello di Paternum, dalle cui rovine sorse l’odierna Cirò detta anticamente Cirrha e Cirro. Ma il Corda è di parere che Paterno, i cui pochi avanzi si veggono a Torre vecchia, luogo posto all’oriente di Cariati, sia stato affatto diverso da Cirrha, per essere le rovine della prima ben distanti da Cirò, e che l’antica Crimisa preso avesse all’arrivo di qualche colonia di Focesi il nome di Cirrha.
12. Vertine. Abbiamo creduto più probabile che questa località si appartenesse, anziché alla Lucania, alla Crotonitide regione, perché si vuole che corrisponda a Verzino, malgrado che Strabone la nomini unitamente a Calasarna in seguito di Grumento (da leggersi o correggersi Pumento) fra le picciole terre poste nella parte mediterranea delta Lucania, dove alcuni han perciò sospettato che Vertine fosse stata a Marsicovetere, e dell’altra han confessato nulla sapersi finora.
13. Isolette Dioscuri e di Calipso. Dinnanzi alla spiaggia del promontorio Lacinia; ed in distanza di 10 miglia. Plinio ricorda l’isola de' Dioscuri, così detta da qualche tempio dedicato su di essa a Castore e Polluce, numi protettori dei naviganti, e presso di essa l’altra detta di Calipso. quella stessa forse, che secondo gli antichi descriveva Omero col nome di Ogigia. Oltre a queste due Plinio ne descrisse tre altre co’ nomi di Tiride, Eranusa e Meloessa; ma con le due prime sono pur queste scomparse da secoli.
Corografia della Sibaritide o Turiatide. Si è data dagli antichi geografi assai più vasta ed indeterminata estensione al dominio de' Sibariti; si è detto che avevano sotto la loro dipendenza ben venticinque, città; ed in fine si fanno ascendere a 300 mila i soli abitanti di Sibari. Derivò la prima esagerazione dal comprendere sotto il nome di Sibaritide anche le colonie di Lao; Scidro Posidonia ecc., e si è supposto in quanto alla seconda, che tra le 27 città esser dovevano anche de' vichi e borgate. Dal credersi inoltre comprese pure nella Sibaritide le regioni Siritide e Metapontina, i suoi limiti si son creduti toccare la sinistra del Fiuminicà, e la destra dell’Acalandro, cioè Salandrella sulla sinistra dell’Agri, non già il fiume di Roseto (96). E però, purgando la estensione ella Sibaritide dalle cennate eccedenze, le quali si restrinsero dietro la distruzione di Sibari e l’ingrandimento di Crotone, viene, la stessa ad essere così circoscritta.
Dalla sinistra sponda del Fiuminicà arrivava al Capo di Roseto altrimenti detto Capo Spulino, ovvero alla dritta della così detta fiumara de' Ferri, che scorre tra Amendolara e Roseto; ed una curva che cominciando da Chiaramente in Basilicata e traversando per le falde meridionali del Pollino, si estendeva sino a Longobuco, la divideva dai Lucani e dai Bruzii. In tal guisa confinata, corrispondevano alla regione Sibaritide tutto il Distretto di Rossano, di quello di Castrovillari i Circondarii di Corigliano, S. Demetrio, Spezzano, Cassano, Cerchiara, Amendolara, Oriolo, e sol quello di Noja del Distretto di Lagonegro.
Topografia della Sibaritide. Erano località di questa regione: 1. Calasarna; 2. Roscia o Rosciano, 3. l’Agro Camere, 4. Sibari, 5. Torio o Turii, 6. Gole di Lambula e Pietra del sangue. 7. Cossa, 8. Vicesimo, e 9; Leutarnia.
1. Calasarna. Secondo l’avviso de' topografi Calabresi, il sito di quest’antica città, da altri ignorato, o solo per congetture creduto nella Lucania, è da credersi a Campana, ove tuttavia ne dura il nome in una contrada di quel lenimento.
2. Roscia o Rosciano. Col primo nome ricorda Procopio il navale de' Turii, che credesi fosse stato nella più grande delle tre lagune tra la foce del Crati e quella del Racanello. Da Roscia o Rosciano derivò il nome all’odierna Rossano, che è una città posta a tre miglia dal mare su di una roccia eminente.
3. Agro Camere. Ovidio narrando del favoloso viaggio di Anna sorella di Didone in cerca di Enea, dice nel III de' FASTI che una burrasca fece capitarla in questa contrada vicino il Crati, della quale ei dice: Parvus ager Cameremincola turba vocat. E questo luogo, dopo tanto volger di secoli, serba ancora la denominazione di Camara presso il Castello S. Angelo, nel territorio e lungo la spiaggia di Rossano.
4. Sibari. Tra i due fiumi, cui la colonia Achea sopraggiunta ad un’altra più antica di Rodii diede il nome di Crati e di Sibari in memoria di quelli lasciati nella propri, regione, sorgeva la città che si disse anche Sibari dalla omonima sorgente presso Crissa nella Focide. Un tal nome però, o che si derivi dall’orientale Shebarim (abbondanza) o che si faccia corrispondere alla Eea della Colchide detta anche Sibari, perchè a simiglianza della sede di Circe, la quale in sozze voluttà travolgeva chiunque in lei si avvenisse, trasformava i costumi di coloro che vi giungevano; è indubitato che accenna alla idea di abbondanza e bellezza, per le quali furono in discordia i nuovi coloni, ed i suoi cittadini divennero quei molti e lussureggianti uomini, per cui la parola Sibarita suonò poscia voluttuoso. Ripeteva Sibari la sua grandezza non solo dall’agricoltura e dall’interno commercio, ma pur dal traffico marittimo, che dilatossi non solo per le riviere della Jonia, ma pure alle marine della Grecia si distese ed alle isole dell’Egeo. Crebbe quindi anche in popolazione e per modo, che edificata originariamente presso la riva del fiume Sibari, si estese poscia fino a quella del Crati, escrescendo in un perimetro di 50 stadii, ovvero 6 e più miglia di oggidì, il quale ben potè comprendere tra le sue mura i 800 mila abitanti che le si attribuiscono nel tempo della sua maggior floridezza. Epperò esser doveva Sibari piena di belli e pubblici edifizii, poiché lasciavano il più pomposo elogio Scimno di Chio, nominandola grande, grave, ricca e bella città.
Delle vicende politiche di Sibari durante il pericolo di 210 anni di sua esistenza non abbiamo veruna storica rimembranza, malgrado che ne avesse scritto di proposito Clitonimo. Gli antichi scrittori non ci han trasmesso che quella del suo fasto, del suo lusso, e de' suoi rilasciati costumi. Sappiamo nondimeno del suo reggimento, che fu quello di una moderata aristocrazia, e che eligibili a tutte le magistrature erano le sole famiglie discendenti dai primi conquistatori. Incapaci di essere gli altri Greci ammessi come cittadini, eleggevano tuttavolta con le antiche tribù. Nella città erano molti isoteli. che pagavano una imposta uguale a quella degli altri cittadini, molti isopoliti che godevano uguali dritti civili, e servi in fine cioè villici è pastori nelle campagne. Erano questi ultimi una specie d’iloti o vassalli, i quali nulla possedendo, coltivavano le terre per gli eupatridi o cittadini liberi. Dalle città soggette. prendevano i Sibariti una volta l’anno., dice Timeo presso Ateneo, per debito del tributo che erano tenute di soddisfare, un determinato numero di uomini, che servir facevano alla coltura dei campi.
Ecco intanto alcuno de' celebri fatti che ci son pervenuti dei Sibariti. Nell’espugnare essi cogli altri Achei Italioti la città di Siri nell’anno 680 avanti l’Era volgare contribuirono alla strage di 50 giovani supplichevoli nel tempio di Minerva Poliade e del sacerdote della stessa di nome Letarco. Sopravvenute delle sedizioni e la peste, i Metapontini, e i Crotoniati dietro responso dell’Oracolo di Delfo, si purgarono dell’ingiuria fatta alla Dea con espiazioni e preghiere, alle quali non credè di abbassarsi l’orgoglio de' Sibariti. Ma avendolo questi consultato per sapere, se la loro felicità doveva essere perturbata da infortunii, 4’indovino Filonico rispondeva: allora sopravvenir guerra e sventura in Sibari, quando vi si fossero più gli uomini che i numi tenuti in onore. Furono lieti di tale risposta i Sibariti, perchè confidavano che ciò non sarebbe mai avvenuto. Ebbero però luogo, fra le altre enormezze, di tali fatti, che per essi si temé di essere ornai giunto il termine della fortuna della città; ed Amiri allora, quello che era stato uno degli oratori a Delfo, memore del presagio di Fitonico, non dubitando. che indi appoco sarebbe andata in rovina la città, come avvenne, vendé i suoi averi e si trasferì nel Peloponneso.
Per formarci idea dell’opulenza de' Sibariti, giova ricordare quello Smindiride, che andò a Sicione con tale apparato di lusso e di mollezza, da meritare il disprezzo di quel principe, della cui figlia fu uno de' pretendenti. Mille domestici si trasse seco, oltre ad numero dì pescatori uccellatori e cucinieri.
Poco prima della caduta di Sibari, il suo governo, a quanto pare, erasi volto a democrazia. Divenuto influente un Teli che, come dicemmo, sotto sembianza di favorire e proteggere il popolo, se n’era fatto tiranno, ottenne che si bandissero cinquecento de' più ricchi e potenti Sibariti. Rifuggitisi questi e ben accolti a Cotrone, furono in vano richiesti dal tiranno, che però intimava quella guerra, che tornò tanto fatale a Sibari da rimanerne non solo saccheggiata e distrutta, ma perchè ne scomparissero financo le rovine, anche innondata dalle acque del Crati che i Cotroniati vi trasportarono, e che ogni vestigio ne sommersero tra la melma e la sabbia.
Dopo 58 anni alcuni Tessali, raccolto i pochi Sibariti superstiti alla desolazione della loro patria, riedificarono la città tra i due fiumi Sibari e Crati.. Di questa novella fondazione ricordano i soli Diodoro e Strabone, che ci dicono di essere durata soli sei anni, per essere stata nuovamente e per sempre distrutta dagli antichi nemici.
5. Torio o Turii. Tra tutte le antiche città finora descritte e da descriversi, di nessun’altra si hanno più esatte e più precise notizie intorno la sua origine e fondazione, come di Turio. Appena avvenuta l’ultima distruzione di Sibari, di quella cioè riedificata dai Tessali, mandarono ambasciatori i Sibariti a Sparta ed Atene richiedendoli di ajuti, onde poter tornare già rinforzati di qualche loro colonia nella patria deserta. Niegatisi gli Spartani, colsero gli Ateniesi il destro, a persuasione di Pericle, di spedire dieci navi di gente raccolta nel Peloponneso e di milizie condotte da Lampone e Senocrate. Avendo il primo di questi, che era vate di gran fama, interpetrato un oracolo di Apollo cui consultarono, in quella spedizione, è che disse: doversi fabbricare una città dove scarsa acqua da bere si trovasse, ma pane oltre misura, approdati i nuovi coloni alla spiaggia di Sibari, e dentro terra alquanto avanzatisi, dove una fonte di nome Turia rinvennero, ivi fondarono la nuova città nell’anno 3.° della LXXXIII Olimpiade, ovvero 445 anni avanti l’Era volgare. Sorse quindi Turio pure fra i due fiumi Sibari e Crati, a 12 miglia antiche da Rosciano ed a qualche distanza più sopra di S bari. Diretti ne furono i lavori con tutta la regolare costruzione delle città greche (97) dall’architetto Ippodamo di Mileto che fé parte di quella spedizione unitamente a parecchi altri sommi uomini, fra i quali si contano Erodoto e Tucidide, che amendue scrissero in Turio quelle loro opere onde sono immortali i loro nomi, ed anche quel famoso orator Lisia che dall’età di 15 anni vi si trattenne sino alla guerra contro Siracusa.
Breve tempo durò la concordia tra i Turii, perchè i Sibariti originarii della contrada vollero attribuirsi le prime magistrature, lasciando le basse e meno onorifiche ai nuovi coloni. Scoppiata quindi una sedizione, vi ebbero la peggio i Sibariti, de' quali quelli che scamparono all’eccidio, e si salvarono sulle rive del non lontano fiume Traento, furono dai Bruzii sperperati e dispersi; dopo il qual fatto, più non si udi il loro nome per tutta la Magna Grecia. La cacciata de' Sibariti da Turio fu sopperita da altri coloni fatti venire di Grecia, sicché in breve tempo, per effetto del reggimento ordinato in dieci tribù (98) che si governarono a Comune, pel numero di cittadini e pe' feracissimi terreni, raggiunse Turio quella floridezza e potenza, per cui meritò di far alleanza co’ Crotoniati.
Divenuti i Turii potenti, l’animo rivolsero alla conquista della città di Siri, dal che cominciarono le loro ostilità coi Tarentini, che la occupavano fin dal 440 avanti G. C. ma cessarono dall’osteggiarsi, con scaramucce e rappresaglie, accordandosi i due popoli di abitare insieme la città contesa, a patto di denominarsi la colonia da’ Tarentini.
La tranquillità di Turio fu di nuovo alterata da intestine discordie tra i coloni Ateniesi e quelli’ del Peloponneso, per cagioni di precedenze e di primazie; ma l’oracolo di Delfo, cui ricorsero, troncò le quistioni, dichiarandosi Apollo come fondatore di Turio.
Rimasero indifferenti i Turii nelle guerre del Peloponneso, ed a quella portata contro Siracusa, nella quale si mostrarono semplicemente umani verso gli Ateniesi, e sempre restii a parteggiare per gli Spartani. Se non che, al sopraggiungere della flotta comandata da Demostene ed Eurimedonte, favorendo agli Ateniesi, aggiunsero alle loro forze 700 fanti di grave armatura e 300 arcieri. All’esito infelice di tal guerra, quei 300, che à Torio prevalendo vi avevano col loro consiglio fatto prendere parte, furono espulsi nell’anno I della XCI Olimpiade. La città si diede dal partito degli Spartani, mandando loro dieci navi comandate da Dorico, che scacciato dai Rodii e rifuggito a Turio, pare che avesse influito a farvi prendere aspetto aristocratico al governo.
A 60 anni dalla fondazione di Turio i suoi cittadini erano già saliti ad un alto grado di prosperità e di abbondanza. Alle scorrerie de' Lucani poterono opporre non solo una resistenza, senza soccorso di chicchessia; ma animosi i Turii si spinsero innanzi a rincacciarli fin dentro alle gole ed all’erte delle montagne. Al primo impeto riusci loro di prendere un castello, donde riportarono ricco bottino, ma fattisi oltre, ed attaccata la pugna presso Murano, cui cercavano di espugnare, restarono sopraffatti i Turii. Lasciavano essi sul campo ben 10 mila morti, ed altri riusciti a salvarsi colla fuga verso il mare profittarono delle triremi di Dionigi di Siracusa spedite in ajuto ai Lucani, e dai Turii credute de' Reggini. Leptine il fratello del Re che comandava quella flotta, accolti i fuggitivi, li fece sbarcare a terra, ed adoperandosi per un’alleanza fra i due popoli nemici, vi riusciva, facendo pagare pel riscatto di ognuno una mina di argento.
Malgrado che i Turii non si fossero più rimessi da questa disfatta, non si rileva dalla storia, che fossero mai stati in potere de' tiranni Siciliani, forse perchè, ebbero l’avvedutezza di tenersi con essi in alleanza. Se non che quella volta che Dionigi, impadronitosi di Reggio Locri e Crotone, mosse pur contro Turio, l’impresa andò a vuoto pel soffio di borea che disperse la flotta, al qual vento innalzarono un tempio; ed annue feste celebrarono in1 memoria di quella per essi avventurosa dispersione.
Datisi i Turii in balia de' Romani, quando i Tarentini coi Lucani e co’ Bruzii eransi collegati contro Roma, non si conoscono con precisione i diversi fatti d’armi che ebbero luogo sotto l’aura della loro protezione. Gli esiti però de' medesimi debbono credersi felici, dappoiché è memoria di avere i Turii erette due statue, una con serto d’oro a C. Elio, e l’altra al Console C. Fabrizio Lucino. Inaspriti i Tarentini di queste vittorie, e dolendosi coi Turii dell’ajuto domandato ai Romani piuttosto che ad essi, affondato e preso che ebbero le navi comandate da Cornelio (472 di Roma) furono sopra Turio, cui saccheggiarono; e rimandatane via la Romana guarnigione sotto certi patti, i più insigni cittadini ne condannarono all’esilio.
Continuarono in prosieguo i Turii a deferire cioè i Romani, perchè collegatisi i Cartaginesi co’ Tarentini, e penuriando i loro alleati di vettovaglie, nel fornirneli che fecero, uomini e navi cariche caddero in potere di Annibale, il quale rimandavali a Turio a condizione che aprissero le porte della città ad Annone, come fecero. Fu allora che la città di Turio si accrebbe di popolazione colla giunta pria di quei di Erdonea, che Annibale faceva trasferirvi dall’Apulia, e poi degli Atellani della Campania. Dopo la ritirata de' Cartaginesi vi spedirono i Romani nell’anno 559 di Roma una colonia di tre mila fanti e trecento cavalieri, la quale fece prendere il nome di Copia a quella parte di Turio da essi occupata per l’idea forse dell’abbondanza che loro destò la fertilità di quelle terre, una porzione delle quali si divisero i Romani coloni.
L’ultima sventura, che la storia ci dica toccata a Turio, fu la presa che ne fece Spartaco nel 682 di Roma. Dion Crisostomo che visse a’ tempi di Nerva e Trajano, verso la fine dei I secolo dell’Era volgare, sebben la dica desertissima città, deve ciò intendersi relativamente a quel che fu un tempo, perchè pur come tali ricorda Taranto e Crotone, le quali erano solamente decadute dall’antico splendore.
Non del pari che l’origine è nota nella storia la fine di Turio. Solo si conosce, che nel XII secolo il suo Vescovo Guglielmo interveniva al Concilio Lateranese tenuto nel 1111 dal Pontefice Pasquale. Può ritenersi nondimeno di essere venuta a mancare per l’aria malsana e per lo innondazioni del Crati, e di essersi forse gli abitanti traslocati a fondare ivi dappresso Terranuova.
6. Gole di Lambula, e Pietra del sangue. La prima di esse, da riconoscersi nella montuosa contrada di Castroregio che chiamano Foresta soprana, presso la valle ancor detta con qualche alterazione delle Lambre o del Lembri, rimase memorabile nella storia del medio evo per la sorpresa che vi fecero le soldatesche di Belisario a quelle di Totila ivi spedite per impadronirsi del castello di Rosciano, come altresì per la vittoria che i Goti vi riportarono immediatamente sui Greci. La seconda contrada,. così detta probabilmente per qualche strage sconosciuta, è nominata da Procopio, e-pare che avesse dovuto essere quella gola, che nella parte opposta della valle, in cui trova vasi la già descritta, scende attraverso del giogo degli Appennini verso Morano e che ora dicono la dirupata ed anche scala di Morano.
7. Cossa. Situava Irzio nell’agro Turino quest’altra antica città, nella quale la morte incontrava il tribuno Milone le cui circostanze formano Tunica storica vicenda che se ne ricordi nella storia. Mentre Tito Annio Milone accingevasi ad espugnarla per Cesare, vi cadde morto colpito di un sasso scagliatogli dal pretore Q. Podio, che le mura ne guardava per Pompeo.
Da un titolo sepolcrale posto ad un centurione della legione Galbiana apparisce, che a tempi de' Romani avesse avuto anche il nome di Cossennia. Un anonimo ed inedito scrittore dell’antica e nuova Coesa situavala nell’odierno Cassano; ma altro patrio Topografo la pone a quattro miglia. da questa nel luogo detto Civita abitato da Albanesi. A Cassano però dura la tradizione del fatto di Milone poiché Torre di Milone ancora si nomina un’antica torre e grande, ohe sarebbe l’unico avanzo di Coesa.
8. Vicesimo. A XX miglia d, Turio sulla strada aperta dai Romani presso il littorale della Magna Grecia, seguiva la stazione, e con essa forse anche un villaggio col detto nome impostogli dalla distanza. Non più antico del II secolo dell'Impero, e propriamente del tempo di Trajano che la Via Aquilia proseguir faceva sul Jonio, corrisponde oggi per sito al paesetto di Trebisacce.
9. Leutarnia. Solo da Licofrone è ricordata questa città unitamente a Siri ed alle colonie che giunsero sulle coste della Magna Grecia, dandole per fondatori esuli Trojani. Si vorrebbe credere nelle vicinanze di Albidona, o più verso la marina; ed il Corcia appoggia la congettura per la circostanza di un fonte solfureo che è in quel territorio, poiché la stessa gli ricorda Leuternia presso Leuca fondata dai Giganti Leuternii, che furono secondo i miti personificazioni di esalazioni solfuree.
Corografia della Siritide. — Dal preteso fiume calandro presso il Capo Roseto, alla destra sponda dell'Agri o Aciris, vicino ed al di là di Eraclea, questa piccola regione distendevasi, che sebbene fin dove dentro terra penetrasse non sia noto abbastanza, si può credere. nondimeno ché quella linea tenesse, la quale dal mare si discosta di oltre una ventina, di miglia. Veniva perciò a comprendere presso a poco gli attuali Circondarii di Noja, Chiaromonte, S. Arcangelo e Rotondella.
Topografia della Siritide. — Le sue città furono: 1. Lagaria, 2. Siri, 8. Eraclea, e 4. Pandosia ed Anglona.
1. Lagaria. Non si può assegnare con precisione né il sito, né chi fondò questa piccola città, che Strabone situava dopo’. Torio, e diceva fondata da Epeo con alcuni Focesi. Fu a tempi de' Romani rinomata pe' celebri vini; dalla quale circostanza, e dalla vicina Nucara dedusse il Cluverio potersi quivi supporre. L’essere però questa terra situata su di un erto monte, se esclude la supposizione di Cluverio, perchè le antiche colonie si fissavano sulle spiagge, non toglie che distrutta Lagaria non abbiano potuto ivi trasferirsi gli abitanti con lo stesso nome forse coll’andar del tempo alterato in Nucara. Epperò gli avanzi di antiche fabbriche laterizie e reticolate sulla dritta sponda del Sinno a breve distanza dal mare e proprio nella contrada detta Cigli di S. Pietro sotto Rotondella, i simili e più copiosi ruderi che si osservano più appresso nel Ciglio dei Vagni nel territorio di Bollita (99), ed un avanzo di acquidoso grandioso Sulla collina di S. Janni nelle adiacenze di Canna, non fanno decidere il Topografo in quale di questi tre siti fra loro contigui debba. supporsi Lagaria.
2. Siri. Sulla foce a dritta del fiume fu fondata questa città assai prima dell’arrivo delle greche colonie in quelle nostre contrade, e forse sol dopo alla fondazione di Cuma nella Opicia. Di origine quindi Pelasgica, ei pare che debba la sua origine agli Epiroti, che furono colonie dei Siri, popoli della Tracia.
Il più antico fatto che narrasi, confusamente nella storia di Siri, è l’eccidio che degli antichi abitatori fecero i nuovi coloni, i quali, secondo Licofrone, furono Trojani, che trucidarono gli Xutidi o Ateniesi nel tempio di Minerva Lafria, ma secondo Strabone furono i Colofonii che, espugnata la città, strapparono dall’altare di Minerva Iliaca quelli che standovi in atto di supplichevoli, credevano di essere salvati dalla strage; e-secondo Trogo Pompeo, furono i Metapontini, i Sibariti e i Crotoniati.
Il Poeta Archiloco parla di Siri fiorente verso il 660 av. C. come di un paese il più ricco ed avventuroso della terra. Subirono anch'essi, come i Sibariti, le fasi, che l’opulenza si trae dietro, della mollezza, del lusso a del delicato vivere; cose tutte che vi indrodussero i Colofonii, de' quali fa espressa ricordanza Eliano, cui nominando dopo i Sibariti, non altri forse intese per essi, che quelli di Siri. Egli è certo d’altronde, secondo una testimonianza di Ateneo confermata dai dipinti de' vasi rinvenuti in quelle contrade, che vestivano toniche ornate di fiori e cinte di mitre e fasce preziose. Nel 584 av. C., di Siri era quel Damaso, figlio di Amiri cognominato il Savio; che recavasi a Sicione col Sibarita Smindiride fra gli altri pretendenti della, mano di Agariste figliuola di Clistene.
Tanta prosperità di Siri suscitò la gelosia di Sibari, Crotone e Metaponto, che collegatisi, la presero e devastarono quattro anni prima della guerra, che i Crotoniati mossero contro Locri, per. aver questi soccorso i Sirici, cioè circa il 560 av. C.
Divenuta posteriormente Siri anche soggetto di contesa fra i Turii e i Tarentini, levatisi questi a guerra, si accordarono di possederla a condizione che i rispettivi due popoli l’abitassero col nome di Colonia Tarentina, la quale città, cambiando poscia e nome e luogo, fu detta Eraclea, allorché i Tarentini (432 anni av. C.) ne trasferirono gli abitanti a tre miglia e più verso la destra sponda dell’Agri, restando Siri ad uso di navale della nuova città, che per qualche tempo fu chiamata anche coll’antico nome di Siri.
Niun vestigio rimane di città cosi celebre, le cui rovine son da credere ricoperte sulla foce ed alla sinistra sponda del fiume Sinni dalle annose boscaglie che vi crebbero.
3. Eraclea. A XXIV stadii ovvero tre miglia antiche, da Siri fondarono questa città i Tarentini, come si è detto, nell’anno 4.° della Olimpiade LXXXVI (432 avanti C.) tra i fiumi Siri ed Aciri. Ei pare che ciò facessero costretti dall’angustia del sito della città di Siri, il cui nome per qualche tempo fu ritenuto insieme a quello della nuova città, trovandosi in qualche moneta la leggenda LEIRIΖ ΗΡΑΚΛΕΙΑ. Rimase nondimeno la vecchia città come arsenale degli Eracleoti, e quindi, come è da credersi, non del tutto disabitata.
Narra Livio che fu Eraclea occupata da Alessandro di Epiro nel 429 di Roma; ed è probabile, come si avvisò il Mazzocchi, che togliendola alla soggezione de' Tarentini, la dichiarasse libera, o almeno tale divenne dietro la morte di lui nello stesso anno avvenuta. Quarantasei anni dopo strinse Eraclea col. Console Fabricio una giustissima e singolare alleanza, come Cicerone la chiama 5. il che depone per la sua autonomia pur confermata dal contenuto delle celebri Tavole Eracleesi, di cui, sarà detto or ora. Dichiarossi co’ Metapontini per Annibale, ma in prosieguo fu tra le città federate della Repubblica, di quelle con dritto equissimo, val dire che. vivevano con leggi proprie. Si mantenne in tale stato fino alla Guerra Sociale, al cui esito fu data alle fiamme, tra le quali andarono bruciate secondo Cicerone Pro Archia, le pubbliche tavole municipali: ma divenne dopo la promulgazione della Legge Giulia un vero municipio Romano.
Da monete e dalle citate Tavole rilevasi di avere gli Eracleoti adorato e dedicato templi a Bacco, a Minerva e ad Ercole col titolo di Acherontino dalla vicinanza dell’Aciri che era pur detto Acheronte, come rilevasi dalle seguenti iscrizioni:
1. |
2. |
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NVMINI |
HERCVLI |
HERCVLIS |
PATRIO NVMINI |
ACHERVNTINI |
HERACLEENSES |
VITALIS S. L. SEVER. |
V. S. L. M. |
CAV. SIR. REG. |
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V. L. S. |
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Al qual nume son da credere pur dedicate le due colonne Istica per se stessa ed Afrodisia dedicò secondo la greca iscrizione a Pollicoro scoperta, nel 1763, e cementata dall’Ignarra.
Altra memoria non avendosi di Eraclea dopo Plinio, dee ritenersi per decaduta già dal primo secolo in poi dell’Era volgare per l’aere malsano, e dagli abitanti a poco a poco abbandonata nel ridursi che facevano a Policoro. E questo un rinomato feudo rustico del Principe di Gerace, che non poca gente vi tiene occupata in, ogni maniera d’industrie campestri, e per la estrazione della liquirizia. Destinato anticamente ai generali concilii de' Greci, per essere posto, come il nome l’addita, in una gran pianura avanti la città, fu abitato fino almeno al 1214, perchè in una carta di donazione al monistero del Sagittario, si fra memoria dei giudici di Policoro, di quell’anno; e forse anche al di là del 1233, perchè Federico 11 designavate per luogo di convegno de' Prelati, de' Baroni e delle genti d’arme.
II preciso sito di Eraclea, che Saint-Non trovò. la più distrutta fra le città della Magna Grecia, si suppone nel bosco di Policoro, o più propriamente sulla collina e valli adjacenti al sud-ovest del Casino di Policoro, a giudicarne dagli avanzi in rottami che vi si rinvengono disseminati.
Sulla strada che mena da Metaponto ad Eraclea, e nel punto che è a sette miglia dalla prima città, ed a cinque dalla seconda tra i fiumi Rasento ed Agri, non già tra l’Agri ed il Sinni come lasciò scritto Mazzocchi, e propriamente sulle sponde della Salandrella o Cavone, nel sito denominato Luce, in poca distanza dal casino di S. Basile, scrisse il Lombardi che si rinvennero le due famose Tavole di Eraclea, pel cui contento si rese immortale il lodato Mazzocchi. Le scovriva nel 1722 un tale Marcello Lemma contadino di Pisticci ora si conservano nel Real Museo Borbonico, e si credono incise nell’anno 430 di Roma (100).
4. Pandosia, ed Anglona. Più dentro terra otto miglia al di sopra di Eraclea, ed a sei da Tursi, era posta Pandosia la cui fondazione si crede sincrona a quella di Metaponto, circa 768 anni avanti l’Era volgare. Le sue vicende sono ignote, non sapendosi che solo da monete le relazioni che ebbe con Crotone. È più volte nominata nelle Tavole Eracleesi; e Plutarco dice che il Consolo Levino accamparsi contro Pirro nella pianura tra Pandosia ed Eraclea. Dopo questa battaglia combattuta nel 473 di Roma non se ne ha altra notizia, per modo che se ne ignorerebbe il sito, se dalle citate tavole e da Plutarco non si rilevasse. Il qual sito è nondimeno indicato da quei di Tursi e Montalbano. vicino alfa città di Anglona (già sede vescovile surta dalle rovine di Pandosia che vuolsi distrutta da Lucio Silla in tempo della Guerra Sociale (101)), rovinata anch’essa (dai Goti?) solo avanzandone la Cattedrale; e si addita propriamente su di un erto colle, le cui pendici sono bagnate dal Siria, a destra, e dall’Aciri a sinistra, nel punto dove più si accostano fra loco alla costanza di due miglia. Non mancano di coloro che vogliono presso questa città morto Alessandro re di Epiro. Essendosi scritto più di quel che l’importanza della cosa meritasse per attribuire alla Pandosia Bruzia la gloria di questo avvenimento, poi rifuggendo dalla polemica, in cui dovremmo impegnarci, per legge impostaci da noi stessi non già per tema o pel stremo dì ragioni, siam di parere che la probabilità del fatto controverso sia per questa Pandosia della Siritide piuttosto che per l’’altra della Bruzia. Ci fan peso assai più delle sofisticherie de' moderni Topografi il luogo luculentissimo di Livio ed i cenni che ne fanno Giustino e Plinio; poiché il passo di Strabone, le cui parole prendono trilla la forza per l’avversa sentenza dall’espressione poco sopra Cosenza dove situa Pandosia, è per noi di sì lieve momento, che se di quel poco per poco si dubiti, è pericolo, che col fatto dell’Alessandro sparisca pure la Pandosia de' Bruzii. Per noi sta che se il fiumicello Arconte è l’Archeronte, non è presumibile che Alessandro rizzandovi gli accampamenti dappresso non dovesse venire a saperne il nome e guardarsene. Al contrario il nome di Acheronte all’Aciris era per così dire un eponimo, che ben poteva Alessandro non sapere, e sentirlo la prima volta, pronunziar dal soldato, cui nel guadarlo e trovarlo melmoso per la piena, che il giorno innanzi aveva rotto e menato via il ponte, ricorse al pensiero l’idea dell’omonimo fiume infernale dicendo: Ben a ragione, o Aciri, sei chiamato Acheronte.
Corografia della Metapontina—Dalla sinistra sponda dell’Aciri alla destra del Bradano si distese questa regione i cui limiti occidentali debbono credersi lungo la linea che. da Aliano, dove il Saulo imbocca nell’Agri, corre per Stigliano, S. Mauro ed arriva a Grassano. Veniva quindi a comprendere gli odierni Circondarii di Pisticci e Ferrandina, e parte di quelli di Stigliano, S. Mauro, Tricarico, e Montescaglioso.
Topografia della Metapontina. Riduconsi le antiche località di questa regione a 1: Metaponto, ed a 2. Castro Cicurio,
1. Metaponto. L’origine di quest’antichissima città è avvolta nelle tenebre delle mitiche tradizioni, delle quali si narrano parecchie, che non stimiamo dover neppure accennare. Epperò scendendo da’ tempi favolosi agli storici, il primo fatto che ci occorre di Metaponto è la invasione che ne fecero i Sanniti nelle loro prime emigrazioni. Una delle colonie Sabelliche, attraversarono tutto il paese mediterraneo che arrivava nel golfo di Taranto, e con improvvisa aggressione distruggendo Metaponto ne sperdeva gli abitatori. Strabone attribuisce un tal fatto ai Sanniti, ed è probabile che essendo stati gli Irpini Sanniti, l’epoca ne rimonti alla invasione dei Lucani, ovvero al di là del VI secolo avanti l’Era volgare. Le colonie Achee chiamate dai Sibariti per farla ripopolare, la trovarono deserta. Per consiglio de' medesimi occuparono esse a preferenza le rovine di Metaponto, e poi quelle di Siri, e ciò per non farla cadere in-mano de' Tarentini, di cui non volevano far di la tare i possedimenti. Condottieri della colonia venuta direttamente di Grecia fu un Leucippo, il quale ottenuto il permesso dai Tarentini di poter occupare quel sito per un giorno ed una notte, non volle più restituirlo, perchè quando glielo domandavano di giorno, rispondeva di averlo chiesto ed ottenuto anche per La notte, e quando ne ripetevano l’inchiesta nella notte, diceva di averlo avuto anche pel di successivo. i Tarentini uniti ai popoli circostanti non tardarono a prendere le armi, ma tosto si accordarono coi nuovi coloni, cui lasciarono quella porzione di paese, che serviva di confine tra l'Italia di allora, e la Japigia.
In pruova della floridezza cui raggiunsero i Metapontini per la fertilità di quella contrada, e per le Pitagoriche istituzioni civili, delle quali fecero profitto, si ricordano le ricchissime offerte, che mandarono-al santuario di Delfo. In vece di un simulacro simbolico rappresentante l'Està mandarono proprio un’immagine in oro di un campo coverto di spighe. Fra le altre offerte depositate nel sacello, che i Metapontini avevano ad Olimpia, si ricordano come egregio lavoro dell’Egineta Aristonoo una statua di Giove coronato di fiori della primavera, e l’Endimione di avorio in veste d’oro. Fra le altre offerte, ond’era ricco quel sacello, Pausania novera un simpuvìo di oro, tre fiale indorate, due gutti di argento e centotrentadue fiale dello stesso metallo.
Nelle persecuzioni di Pitagora, rifugiatosi il filosofo a Locri, donde mal tollerato, fu bandito a Taranto, di qui ne fu fatto mercato trasportandolo a Metaponto. Quivi, stimato per quello che fu, videsi tosto circondato da fervidi discepoli, che fecero prendere alla città l’aspetto di filosofica, val dire fiorente pel vivere civile e politico di cui vantaggiossi. Ma quell’odio stesso, onde Cilone lo perseguitò, lo raggiunse anche a Metaponto, dove provò i pericoli delle fiamme, dalle quali gli riusci di liberarsi guarentito dai corpi de' suoi numerosi uditori, che vi perirono in gran parte. Ritiratosi il gran filosofo nel tempio delle Muse, vi finì la vita, dopo avervi sostenuto per quaranta giorni la fame.
Nella guerra degli Ateniesi con la Sicilia, sì ebbero quelli da Metaponto in rinforzo della spedizione condotta da Demostene ed Enrimedonte 300 arcieri ausiliarii e due triremi. Quando Alessandro re di Epiro passò ìn Italia, Metaponto si collegò concesso, perchè Livio ricorda che le ossa di lui furono mandate a Metaponto, e di qui in Epiro alla moglie Cleopatra. Venuto Cleonirao re di Sparta in ajuto de' Tarentini contro i Lucani, i soli che non vollero a lui abbassarsi furono i Metapontini; ma avendone avuto guaste le campagne, gli aprirono amichevolmente le porte della città, dove entrato volle 600 talenti di argento, e dugento nobilissime donzelle, non tanto per sicurezza della fede, quanto per abusarne. Avendo i Metapontini sopportato questa vergogna senza vendicarsene, vennero a Sparta considerati imbelli tome donne, e secondo un apoftegma riferito da Plutarco, restarono grandemente avviliti nella stima di popoli liberi.
Venuto Pirro in Italia in ajuto de' Tarantini, si strinsero in lega con esso Eraclea e Metaponto; ma provata la tirannia della protezione dello straniero, non appena se ne videro liberi, che passarono sotto la dominazione de' Romani verso Fanno av. C. 269, essendo certo che questi coll’ajuto de' Metapontini s’introdussero nella rocca di Taranto, donde avendo assalito le opere de' Cartaginesi, Annibale fu costretto a rimuoverne l’assedio. Dopo la disfatta di Canne, dati in pegno della fedeltà degli ostaggi, ed essendo a costoro riuscito di fuggire da Roma, raggiunti a Terracina emanati alla Città furono pria battuti colle verghe, e poi precipitati dalla rupe Tarpeja. L’atrocità di questo fatto irritò talmente gli animi di quei di Taranto e Metaponto, che liberatisi dalla Romana guarnigione, abbracciarono il partito de' Cartaginesi.
Ripresa Taranto da Fabio, Annibale si ritirò in Metaponto, donde indarno cercò di tirare nei suoi agguati i Romani. L’anno appresso a questo fatto (av. C. 208) mutata la fortuna de' Cartaginesi in Italia, Annibale, dopo la battaglia perduta presso Grumento, fuggiva innanzi ai suoi nemici. Trovavasi nel campo vicino Metaponto, quando la testa del fratello. Asdrubale gettata nei suoi trinceramenti lo avvisava del trionfo de' Romani nella battaglia del Metauro nell’Umbria. Levato quindi di là il campo, concentrava le sue forze nel Bruzio, ove seco conduceva tutt’i Metapontini, che co’ Lucani erano restati fedeli alla sua alleanza; e con questo fatto chiudesi la pagina storica di Metaponto, che è da credere distrutta in seguito dello stesso.
Fra i diversi templi di cosi illustre città, il principale fa quello di Apollo, di cui serbò memoria Plutarco raccontando della saltatrice Farsalia, la quale perdeva l’aurea corona donatale dal tiranno de' Focesi Filomelo saltando presso quel tempio. Presso l’agora o il foro esser doveva quello delle Muse, in cui moriva Pitagora, sulla cui casa edificarono poscia! Tarantini il tempio di Cerere. Nell’agora erano le due statue' di Apollo con lauri di bronzo, e di Aristea Proconnesio, il cui culto persuase Pitagora, perchè fra gli altri dettami di quel filosofo era pur questo «Cittadini! sacrificate al dio pastore Aristeo; egli v’insegnerà come si prendano al laccio gli animali malefici»; ed i autografi in fatti assicurano, che invocavasi Aristeo nel dar la caccia ai lupi.
Cicerone volle visitar Metaponto verso l’anno 60 av. C. non tanto per osservarne gli avanzi, quanto per veder la sede ed il luogo dove Pitagora finì di vivere. Comechè abbandonata era allora la città, rimaner ne dovevano ancora in piedi i grandi edifizii. A tempo però di Pausania, che visse fin oltre alla morte di Marco Aurelio, avvenuta nel 180 dell’Era volgare, non altro ne rimaneva che il teatro ed il perimetro delle mura.
Il sito preciso di Metaponto era in quell’ampia e fertile pianura che oggi dicesi Torre di mare, il perimetro della città si estendeva dalle falde di Pizzica pressò S. Savatore fino al così detto lago di S. Pelagina, che era l’antico porto de' Metapontini, e che lungo un cento passi e largo sessanta nello stato attuale comunica nell’inverno col mare vicino. Il corpo principale della città, secondo il Lombardi, era costituito dalle Pezze di Sansone, dalla contrada di S. Vito e da quell’altea in cui trovasi il Casino di Torre di mare; epperò si giaceva sulla destra sponda del Bradano, che come anticamente divideva la regione Metapontina dalla Tarantina, oggidì forma il limite delle due provincie di Basilicata e Terra d’Otranto. Serviti gli avanzi che di Metaponto restavano, alla costruzione del castello Gotico, ora detto Torre di mare, innalzato sul principio del secolo XI, non rimangono di antico che le numerose fondamenta a poca profondità, é gli stritolati avanzi di capitelli, pezzi di colonne scanalate di una delicata proporzione, e rottami che si riconoscono nelle moderne costruzioni delle case rurali che sono in quei dintorni.
Su di una collina ricoperta di lentischi, detta le Mensole, (nel Medioevo Mensae Imperatoris, e dal volgo Tavole Palatine o Scuola di Pitagora) sì osservano tuttavia in piedi quindici colonne scanalale di ordine dorico, che sono avanzi di un tempio molto corrosi e quasi crollanti. Sono esse disposte in doppia linea parallela, cioè dieci dal lato del Bradano, e cinque dall’opposto. Hanno l’altezza di palmi ventitré, compreso l’architrave, ed il diametro alla base di palmi quattro ed un quarto. La distanza tra l’ima e l’altra colonna è di palmi sette ed un terzo, e l’intervallo tra due ordini delle colonne palmi cinquantatré e tre quarti. Delle colonne mancanti si riconosce il sito, e qualche avanzo delle disperse si osserva nell’atrio del casino di S. Salvatore. È fama, che le due colonne, le quali sostengono le due navi minori del Duomo di Matera, appartenessero a questo tempio, donde furono colà trasportate all’epoca della sua ultima distruzione.
Oltre infine ai tanti rottami e grossi macigni ond’è disseminato quel suolo, preciso delle Pezze di Sanzone, sussiste ancora un magnifico pozzo assai profondo costruito con grandi pietra lavorate. Simili avanzi presenta pure la contrada di S. Vito, ove il Duca di Luynes avendo fatto eseguire nel 1828 alcuni scavi, trovò alcune teste di leone in terra cotta con certi altri fregi ed ornamenti. Ulteriori scavi praticati in tutto il territorio Metapontino, e particolarmente presso la casa rurale del signor Egidio Asselta di Laurenzana, han dato de' pezzi di marmo ben lavorati, tegoli e mattoni di straordinaria grandezza, piccole colonne e capitelli, una quantità non indifferente di medaglie della città di argento e di bronzo, con un’antica stadera, che si conservava dal signor Lombardi nella collezione che teneva di antichi oggetti.
2. Castro Cìcurio o Cichiro. Al di là del Basento il Geografo Rizzi-Zannoni metteva nella sua Carta tra Pomarico e Bernalda un Castro Cicurio di cui niuna menzione si trova presso antichi e moderni Topografi. Il Coccia nondimeno non ha dubitato di prenderne nota nella sua opera, perchè lo ha indotto a crederne probabile l’esistenza l’averne trovato un riscontro nell’Epico, dove Strabone ricorda anche alle antichissime città di Bulroto, Buchezio, Elatria e Pandosia, oltre quella di Cichiro o Cicero, tutte poste al di sopra del Golfo, in cui si scaricano l’Acheronte ed il Tiami.
Corografia della Regione Tarantina. I confini certi di questa regione, senza contare le dilatazioni eventuali che ne fecero colle conquiste, sono dalla sinistra sponda del Bradano al Capo dell’Ovo, per modo che da un punto all’altro sulla spiaggia correvano miglia quarantasei. Veniva quindi a comprendere quasi l’intero Distretto di Taranto, arrivando dentro terra fino a Montescaglioso, donde piegava nella direzione delle contrade di Ginosa, Castellaneta, Motola, Grottaglie, Oria, Manduria, e finiva presso Mareggio. Gli odierni Circondarii, che corrispondono presentemente all’antica regione cosi circoscritta sono quelli di Taranto, Massafra, S. Giorgio, Sava, e parte di quei di Montescaglioso, Castellaneta, Motola, Grottaglie e Manduria.
Topografia della Regione Tarentina. Gli antichi luoghi che di questa regione si ricordano, sono: 1. Fane, 2. Taranto, 3. Tumulo di Giacinto, 4. Palude Satura o Satiria, 5. Ebalia, 6. Satirio, 7. Colle Aulone, S. Capo dell’Ovo e Tempio di Minerva, e 9. Isole Cheradi.
1. Fane. Da Giamblico nella vita di Pitagora si fa menzione di un luogo col dotto nomo, in cui la morie incontravano alcuni Pitagorici al tempo della persecuzione del Siracusano Dionigi. Racconta l’antico biografo che inseguiti costoro dai satelliti del tiranno, il quale voleva essere messo a parte de' misteri del loro maestro, in fuggendo si arrestarono alla vista di un faveto, si difesero coraggiosamente, e si lasciarono piuttosto trucidare, che salvarsi passando pel campo dell’odiato legume (102). Il Romanelli crede che sulla strada fra Metaponto e Taranto; il sito dove Giamblico fa succedere l’avvenimento per lui narrato, prendesse nome da più templi, Phana, che per avventura vi erano. Il Corcia per l’opposto va all’idea di un tempio dedicato al Sole, che negl’Inni di Orfeo è detto Phanes, val dire il risplendente, e lo suppone al di là della sinistra sponda del fiume Lato, presso il sito delle antiche Saline.
2. Taranto. A quattro miglia dalla foce del fiumicello Tara seguiva la celebre città, che ne prendeva il nome inflettendone la desinenza Taras in Tarentum. Di qui la mitica origine del suo fondatore Taras, cui facevano figlio di Nettuno e della Ninfa Saturio, la quale tradizione fu introdotta dalla più antica delle greche colonie, quella cioè de' Cretesi che vennero ivi a stabilirsi forse verso l’anno 1355 av. G. C., trovandovi indigeni abitanti ai quali si aggregarono. Diversi antichi autori narrano diversamente della sua origine; di che ci passiamo come di tante altre antiche notizie, riserbandoci di prenderne nota e tutte inserirle nella monografia che sarà data di Taranto. Nel cennarne però quel tanto che qui si conviene, non trascendiamo al di là di quello Spartano Falanto, cui l’Oracolo rispose di concedergli Salirlo e il pingue paese di Taranto, e che vi arrivò condottiero de' Partenii ventun anno dopo la prima guerra Messenica, circa cioè la XVIII Olimpiade. Come che ben accolto ei vi giungesse, la concordia fra gli antichi ed i nuovi abitatori non durò guari, perchè espulsi i primi dalle loro case, si ridussero a Brundusio, rimanendo i Laconi assoluti signori di Taranto e di tutto il territorio. Dopo, questo successo collegaronsi contro di loro i Japigii ed i Peucezii per tema che non si verificasse l’altr’oracolo che presagito aveva a Falanto di dover essere il flagello de' Japigii: ma la loro rozza ed indisciplinata maniera di guerreggiare cesse al valore ed alla lattica de' Greci, che ne trionfarono. Non trascorsero che pochi anni, e per nuove sedizioni insorte fu Falanto esiliato, poiché cominciava a reggere a suo arbitrio la repubblica. Trasferitisi a Brundusio sperava di esserne richiamato, ma vi morì; ed è fama che avesse persuaso a far polver e delle sue ossa per ispargersi segretamente nella piazza di Taranto, perciocché secondo una promessa del] Oracolo in tal modo gli espulsi Tarentini avrebbero ricuperata la patria. Gli espatriati credendolo, cosi fecero; ma il successo fu diverso, poiché l’Oracolo in vece aveva detto che, cosi facendosi, la città sarebbe stata eternamente de' Partenii; i quali ciò risaputo, ordinarono diversi onori a Falanto.
Il politico reggimento di Taranto fu ne' primi tempi modellato secondo quello della madre patria nella Laconia, r:ponendo cioè la suprema autorità dello stato nella gerousia o consiglio de' vecchi preseduto da due re. Di costoro splendide erano le insigne, ma poco rilevante l’autorità o politico potere nelle cose civili, assoluto ed illimitato negli affari di guerra, sol temperato dagli Efori, i quali giudicavano ancora le ordinarie cause civili; trattandosi nella Rovina le criminali. Le contestazioni familiari si portavano al giudizio de' re, e magistrati. inferiori esercitavano i poteri giudiziarii e di correzione secondo le rispettive giurisdizioni. Di tutt’i re che governarono a Taranto, forse da principi assoluti come di Eraclidi a Coo, non è rimasta memoria che del solo Aristofilide, il quale visse a tempo di Dario Istaspe (circa 511 anni av. C.).
Divenuta grande e possente la città di Taranto in poco men di due secoli e mezzo, volse il pensiero alla conquista distruggendo le città della Messapia e riducendone a schiavitù gli abitatori. Gli esorbitanti eccessi, che commisero in seguilo delle loro vittorie, andarono poscia puniti dalla terribile disfatta cui soggiacquero nella guerra contro i Japigii occasionata da questione di confini nell’anno 472 av. C. Si nota come conseguenza della stessa, por la gran perdita cioè degli ottimati che vi perirono, la mutazione del governo di Taranto dall’ariistocratico in popolare, e ciò senz’alcuna violenta rivoluzione; poiché senza contrasto i nobili cessero ai reclami del popolo dividendo tra le classi povere i beni pubblici col peso di una picciola contribuzione allo Stato, ed addoppiando il numero dei pubblici uffizii, che parte si davano per elezione e parte a sorte. Oltre del Senato una pubblica assemblea di cittadini decideva con un plebiscito intorno la pace e la guerra. Durarono i Tarentini in questo nuovo ordinamento per 29 anni, a capo dei quali (443 av. C.) pensando pure ad ingrandirsi a danno de' popoli vicini mossero ai Turii quella guerra, che ebbe fine colla fondazione di Eraclea. La favorevole circostanza dell’unico e spazioso porto di Taranto in-tutta la spiaggia del Jonio, e la prossimità de porti dell’Istria e dell’Illirio contribuì alla opulenza ed allo splendore di Taranto per lungo periodo di tempo verso il quarto secolo avanti l’Era volgare, nel quale uomini fermi e dignitosi ressero il governo, come un Archita, che rigoroso al pari che savio, fu Stratego e comandante supremo por bere sette volte, contro le leggi che ciò vietavano; tanta fu la fiducia che le sue virtù ispiravano nel popolo. Maggiore fra tutti i navali delle colonie della Magna Grecia fu quello di Taranto, ed il suo esercito quant’altri mai formidabile ammontava a 30 mila fanti, 3 mila soldati a cavallo ed a 1000 ipparchi, che erano uno scelto corpo di cavalieri; le quali forze, come Polibio e Diodoro Siculo assicurano, furono talvolta adoprate come truppe ausiliario anche nelle armate di principi e stati stranieri.
Queste cose abbiam voluto cennare di Taranto trasandando la storia delle sue vicende per sorbirle, come testé dicemmo, a suo luogo. Epperò secondo il sistema da noi tenuto per tutte quelle città non deperite per mano dell’uomo e del tempo, o per isconvolgimenti della natura, ci limitiamo a sfiorar delle antiche notizie, che la riguardano, queste poche intorno la sua generale topografia, secondo i ragguagli che Polibio, Livio e Strabone ce ne han lasciato. e le anticaglie, le iscrizioni ed i ruderi ci confermano.
Era Taranto distante da Metaponto circa dugento stadii pari a ventuno e più miglia odierne. Fondata su di una lingua di terra tra due golfi si ebbe dalla natura della sua posizione un’egregia difesa. Aveva quindi due vastissimi porti, uno dei quali era così libero dai marosi da rimanervi sicuro. ed immancabilmente il maggior numero delle navi. Era desso chiuso da un gran ponte, lo girava una circonferenza di cento stadii, ed addentravasi in guisa dalla parte di terra, che la città rimanendo attaccata al continente per un istmo, veniva a formare una specie di chersoneso o penisola. Detto porto, che Strabone chiamò grandissimo e bellissimo, era nel mar piccolo di oggidì, ed il ponte correva dal promontorio Pizzone, che fa parte dell’odierna città, a quello di Penna che le sta dirimpetto, ed a piè del quale si scorgono gli avanzi delle antiche arcate, che oggi son forse coverte da una linea di asciutta arena trasportatavi dalle marce. Distendevasi la città verso la parte mediterranea ad oriento, e di là innalzavasi alcun poco con l’Acropoli. che verso occidente dominava le foci del porto ora corrispondenti alla maggior piazza della città La principal porta era detta Temenide; delle due altre di cui parla Polibio, una metteva al porto e si suppone verso la riviera di S, Lucia, e l’altra detta Rinopoli, cioè picciola porta, presso la Temenide forse nel sito di Colle pazzo, menava per una larga via verso il Foro ed i luoghi superiori della città.
Tra il Foro ed il porto sorgeva l’Acropoli, la quale abbracciando gran parte dell’odierna città, era bagnata da tremati dal mare, ed assicurata dall’altro da altissime rupi. Era inoltre ad oriente, ovvero dalla parte della città, fortificata da una sola muraglia e da un largo e profondo fosso.
Nel recinto dell’Acropoli era forse il Pritaneo, come ad Atene, di cui fa ricordo Ateneo, ed a cui Dionigi il giovine di Siracusa mandò in dono, per benemerenza di Archita, quando forse fu uno dei Pritani, quell'insigne candelabro che aveva tanti lumi quanti i giorni dell’anno, ai quali somministravasi l'olio in tal copia, che per significar la perpetuità di una cosa soleva dirsi di essere come il Candelabro del Pritaneo dì Taranto.
Poco al di sopra della sinistra del ponte, che chiudeva il porto, sorgeva il magnifico tempio di Nettuno. Greche epigrafi e pezzi di mosaico scoperti presso Castel Saraceno non fanno dubitare del suo sito. Una di esse iscrizioni rinvenuta nel 1736 è la seguente:
ΠΟΣΣΙΔΩΝΙ ΠΑΤΡΙ
ΘΕΩ ΜΕΓΑΛΩ ΕΝΟΣΙΧΘΟΝΙ
ΚΑΙ ΤΗΣ ΠΟΔΕΩΣ ΣΩΤΕΡΙ
Η ΒΟΥΛΗ ΚΑΙ Ο ΔΕΜΟΣ
ΤΩΝ ΤΑΡΕΝΤΙΝΩΝ
Neptuno Patri
Deo magno terrae concussori
Et urbis servatori
Senatus Populusque
Tarentinorum.
Altra epigrafe pure in greco scopertane! detto luogo ricorda l’annua festa dei Tarentini in onore degli Dei marini ed equestri (i Dioscuri) per la vittoria riportata sulla flotta Romana, Sacriporto, a 15 miglia dalla città, nell’anno 209 av. G. C.
Ed un’altra simile anche ivi ritrovata faceva noto che nel sito di quel tempio sorse il Castello Saraceno per opera di Romano II Imperatore d’Oriente, quando nel 950 creato Augusto dal padre Costantino Porfirogenito, venne in questa parte delle nostre regioni unito coi Saraceni a domare i ribelli della Calabria. Si può leggere nel Corcia, che il primo l’ha pubblicata sii d’inedita relazione di de Ciocchis.
L’Agora o il Foro di Taranto è descritto da Strabone come assai grande. Vedevasi in esso il colosso di Giove, fatto di rame, e più grande delle simili statue dopo quella di Rodi. Ne fu auto re il celebre Lisippo, che compivala cinquantanni prima della guerra che i Tarentini sostennero contro i Romani. Quinto Fabio Mass, o nel ritogliere la città ai Cartaginesi lasciava nel suo sito una tale statua per la difficoltà di portarla via, ed in vece arricchiva il Campidoglio dell’altro colosso di Ercole pur opera di Lisippo. A questo nume, che secondo un elegante poeta dell’Antologia era figurato senza la solita sua arma, senza orgoglio, ed in malinconico aspetto per essere stato vinto dall’Amore, una iscrizione ricorda di essere stato posto un secondo simulacro in luogo dell’antico, e che vedevasi nel li secolo dell’Era volgare. La lapida che riferiamo, fu scoperta nel sito della Villa Carducci. ed accenna ad una vittoria riportata da M. Aurelio Caro sui Sarmati e Persiani, che divisato avevano d’invadere la Tracia, l'Illiria e l’Italia.
ERCVLI SANCTO
SERVATORI. VICTORI. TRIVMPH.
PRO. SALVTE. ET. VICTORIA. IMP..
CAES. M. A. CARI
EX. VOTO. ORD. TARENT.
Accanto al Foro er a il Museo, edilizio sacro alle Muse, in cui la gioventù, come nelle altre città greche, ammaestravasi nella musica e nella danza, gli uomini di lettere convenivano per tenervi i loro circoli, ed i musici ed i cantanti per darvi alle pubbliche adunanze saggio dell'arte che professavano.
De’ molli templi, che esser dovevano in Taranto, appena di quelli di Giove e di Sotira è ricordo negli scrittori; mentre degli altri dedicati ad Ercole a Minerva, Diana, a Vulcano, ad Augusto costa dalla tradizione e da epigrafi. Quello di Ercole era a sinistra del Teatro, che come questo, a giudicarne dai ruderi, era di opera laterizia e di forma ipetra, va] dire con parte della cella aperta. Se no Scoprivano verso il 1736 i ruderi ed alcune tavole votive, due di bronzo, ed una di marmo, nella quale è menzione espressamente del nume cui era dedicata da un certo C. Melsonio. Dol tempio di Minerva Vincitrice odi Pallade fan testimonianza le monete. Di quello di Diana gli ultimi avanzi, fra’ quali erano rottami di colonne d’ordine dorico, di cui una rimase. compresa nell’atrio dell’Ospedale de' Pellegrini, furono adoprati nella costruzione di un convento. Quello di Vulcano, e l’altro di Augusto finalmente, entrambi di costruzione che risale a’ tempi de' Romani, sono ricordati, da questa iscrizione il primo:
VOLCANO
EX AERE PVB. IN VIA RECTA
CIVIT. TARENT.
PONTIFICVM IVSSV
STATVIT P. CORNIFICIVS
ed il secondo da quest’altra, che leggesi nella Chiesa' di S. Cataldo:
PACIS AVGVST. TEMPLVM
ORDO POPVLVSQ. TARENT. ETERN. D.
il cui sito si accenna verso il termine della marina, e propriamente dove dicesi il Vasto.
Tra gli altri pubblici edificii che decoravano Taranto, Strabone ci dice Che bellissimo erane il Ginnasio, e Floro ricorda come imminente al porto il teatro maggiore, il che fa supporre dì esservene stato anche altro più piccolo. di cui non si ha memoria. Avanzi di un anfiteatro si son giudicati quelli scoperti nel giardino de' PP. Teresiani, non solo dalla figura ellittica, ma pur dalle ca«vpe por le fiere;come per Terme si son riconosciuti i ruderi negli orti, che furono, della famiglia Ungaro, essendovisi scoperti un’antica vasca. un pavimento tessellato, ed un’ara votiva ad Ercole, cui le Terme erano sacre.
Sul promontorio di Penna, così detto da phnos doricamente Πανος, lo stesso che pannus de' Latini, si suppongono gli opifizii de' pannilani delle celebrate lane tarentine.
Da ben 12 miglia deriva vasi l’acqua alla città, che mancava di più vicine sorgenti. Nel luogo detto Vallenza sotto i monti di Martina, nelle pertinenze di Triglio, sembra che fosse il Ninfeo ricordato in uno degli epigrammi di Leonida, perchè ivi si raccolgono le acque, che per sotterraneo condotto. certamente restaurato, giungono all’odierna fontana della città #
Visibile è il Pomerio, dove aveva termine la città, nella direzione de' ruderi delle mura tra Montegranaro sul mar grande, e Pieschi sul mar piccolo. Benché si fosse impicciolito l’abitato verso la metà del VI secolo, dopo che fu fortificato da Giovanni Capitano di Belisario e ristorato per ordine di Niceforo, dietro la distruzione che ne fecero gli Ungari ed i Saraceni; serbò nondimeno la primitiva forma di penisola, ma si ridusse al sito odierno, quello cioè dell’Acropoli, rimanendo l’antica città fuori la porta ora detta di Lecce, dove abbandonata a poco a poco per mancanza di popolazione, venne meno insensibilmente e scomparve.
3. Tumulo di Giacinto. Credesi che questo monumento onorario sorgesse sull’erta di Cicalone è un’eminenza fuori Taranto rimpetto l’antica porta Temenide. Essendo quel Giacinto, morto per un disco che era deviato dalla sua direzione, divenuto a Sparta ed A micie l’eroe del paese, il culto ne fu dalla colonia de' Partenii anche a Taranto introdotto con un semplice cenotafio, come quello di Calcante a Siri, presso del quale tutti i riti, che a Sparta e ad Amicle si costumavano in onore dì Apollo e Giacinto, si celebravano anche dai Tarentini. Questo tumulo è da Polibio ricordalo, dove narra del tradimento di Nicone e Tragisco, i quali facevano di soppiatto entrar Annibale in Taranto.
4. Palude Satura o Sitiria. Nella mitica fondazione di Taranto il piccolo fiume Tara personificato nell'eroe Taras si fa figlio della Ninfa Satura o Satiria, col qual nome si personificò la picciola laguna, donde a quattro miglia da Taranto e due dal mare ha origine il dotto fiumicello. E che alla detta palude siasi dato tal nome un riscontro se ne ha nella omonima laguna nella regione de' Volsci presso la spiaggia di Terracina, di cui Virgilio nel VII dell’Eneide disse: Quae Saturae jacet atra palus.
5. Ebalia. Presso il picciolo fiume Galeso, che a 5 miglia da Taranto sbocca nel Mar piccolo, e sotto le alte torri di Ebalia rammenta Virgilio nel IV delle Georgiche di aver veduto uno di quei pirati della Cilicia, ai quali già debellati donava Pompeo campi da coltivare nella Calabria ed in Grecia, ed a cui dà egli il nome di Coricio dalla città di Corico nella Cilicia. Su tale autorità del poeta si son dati i Topografi a cercare di questa Ebalia, ma indarno, perchè per consenso di molti scrittori il poeta intese forse con quel nome di accennar Taranto istesso, cui piacquegli di nominare cosi in grazia della spartana origine, essendosi cosi detta la Laconia dal suo re Ebalo figliò di Cinorta.
6. Satirio. Non è chiaro se con questo nome siasi chiamata una contrada o città. Dura ancora la denominazione di Saturo ad una estensione di territorio ad otto miglia e ad oriente di Taranto. Stefano Bizantino descrive Satirio come una regione presso Taranto; ma secondo Servio fu una città prossima alla stessa. E per vero nella contrada così detta è un muro largo 190 passi con una dritta strada di sopra e con pavimenti a mosaico; e varie antiche cisterne si scoprirono per tutto il promontorio formato da due piccioli porti, fra quali Saturo si distende. A questa città attribuisce Servio le officine, in cui si tingevano le lane colla porpora, e di cui un patrio scrittore afferma aver riconosciuto le vestigio. Dalle rovine di tale città credesi surto il villaggio di Leporano, che è ad un miglio dentro terra; e per tutta quella campagna s’incontrano rottami di marmi, che non fan dubitare dell’esistenza di una antica città
7. Colle Anione. Sulla spiaggia di Saturo e propriamente sul picciolo porto di Luogovivo s’innalza una picciola eminenza nota agli antichi col nome di Anione e rinomata per le sceltissime uve e delicati vini che produceva. I quali ripetevano la soavità de' sonni, che i bevitori ne riportavano, dalla mandragora, nota erba soporifera, che tuttavia vegeta in quei vigneti, e che alle uve la sua virtù comunicando, fa che i vini riescano per tal. pregio assai celebrati.
8. Capo dell’Ovo e Tempio di Minerva. Undici miglia si contano dalle rovine di Saturo sino al Capo dell’Ovo, che si è supposto costituire il termine della regione Tarentina. Si osservano in esso alcune rovine di grandi ed antichissimi edifizii; ed infiniti gusci della conchiglia che dava la porpora, danno sicuro indizio di essere quivi stata, come a Taranto e Satirio, la tintoria delle lane. Diconsi ancora Civita vecchia le rovine della ignota borgata o città che fu certamente presso il detto Capo dell’Ovo, dovendo supporsi la città nuova, pur distrutta, ad un miglio dentro terra, dove propriamente oggi vedesi il villaggio di Monacizzo.
E fama che sorgesse il monastero di Monaci Basiliani (donde il nome di Monacizzo) dov’era un tempio di Minerva.
9. Isole Cheradi. Dirimpetto al porto di Taranto, ed a distanza di quasi 5 miglia verso austro sono due isolette, quasi due propugnacoli contro l’impeto delle tempeste. Una è detta S. Pelagia o S. Pietro, del perimetro di 6 miglia, e l’altra S. Andrea o S. Paolo, di 3 miglia. Presso di esse l’armata Ateniese comandata da Nicia ed Alcibiade nell'anno 2 della XCI Olimpiade fermavasi, in andando contro la Sicilia, per chiedere ai nostri popoli sussidii militari, che si ridussero a pochi arcieri avuti da Arta, re o capo de' Messapii. Ignorasi se anticamente erano abitate. E probabile che nel medioevo il fossero, essendovi memoria di una chiesa di S. Pietro in Insula. Il nome di Cheradi lor venne dato dai Greci, nella cui lingua χοιρος si dissero quelle prominenze in mare rassomiglianti ad un majale (χοιρος) che di guazza nelle acque. Sono presentemente possedute dal Capitolo di Taranto, che la più grande ha ridotto a cultura, essendo l’altra sterile scoglio su cui è posta una piccola batteria.
Corografia della Japigia. Non meno vaga di quella della Magna Grecia è la Corografia della Japigia presso gli antichi scrittori. Di essa ben diversa è la circoscrizione, che si aveva all’epoca anteriore all’arrivo delle colonie elleniche. da quella che si ebbe dopo lo stabilimento delle medesime. Epperò negli antichissimi tempi sotto nome di Japigia intendevasi tutta quella contrada che dalla penisola boreale del nostro paese alla meridionale si distendeva, perché Scilace in essa comprendeva Eraclea, Metaponto, Taranto e Porto Idro; anzi qualche altro pur la Pandosia e Crotone v’includeva; ed a tempo di Strabone Pietre de Japigi si dicevano le tre punte del promontorio Lacinio nella Magna Grecia. Ne’ tempi posteriori al contrario trovasi ristretta alla penisola boreale, compreso in essa tutto il tratto che arri va al di là del Gargano, per modo, che sotto nome di Japigi intendevansi i Messapii, i Peucezii, i Dauni, e gli Apuli. E poiché i primi erano distinti nei Salentini e nei Calabri, occupando gli uni della detta penisola la parte che è bagnata dal golfo di Taranto, la spiaggia sull’Adriatico gli altri; così tutta la regione era divisa fra i cinque popoli detti Salentini Calabri, Peucezii, Danni ed Apuli.
Topografia della Japigia. Le regioni comprese sotto il nome generico di Japigia erano quindi le cinque seguenti: 1. Sallenzia, 2. Messapia o Calabria, 3. Peucezia, 4. Daunia, e 5. Apulia.
Origine della Japigia. I Greci scrittori fanno derivare i primi Japigii da Creta fin dall’epoca di Minosse; altri li hanno riconosciuti originarti dell’Illiria uscitine ad occasione di una rivolta popolare; ed altri si avvisano di non aver avuto i Japigii provenienza da Greci, dal perchè fu notevole una costante inimicizia fra i popoli di questa contrada ed i Greci, e del nome di barbari li regalano Dionigi di Alicarnasso, Pausania, Diodoro e Tucidide; al che vuolsi aggiungere, che Osche iscrizioni su monete e ben molte su lapide sian chiaro argomento per taluni della loro derivazione dagli Osci. Se però trovansi denominate da greci fondatori, ciò accenna a colonie che si aggiunsero ai popoli originarii del luogo.
Etimologia della Japigia. Autori Greci derivano il nome di Japigia da Japige figliuolo di Licaone o di Dedalo e di una Cretese, e questa etimologia giustifica la origine che ne assegnano riferendola a coloni usciti dall’Arcadia e da Creta. Altri scrittori la deducono dall’Ebraica voce Japah che vuol dire soffio, per significare che la contrada è dominata da venti. Ed altri finalmente interpetrano la parola Japigia terra Apia, antico nome del Peloponneso.
Indole, costumi e vicende de' popoli della Japigia. L’antica tradizione non ismentita dalle osservazioni di oggidì li ricorda come dediti all’agricoltura ed alla pastorizia; per cui in alto pregio tenevansi i loro cavalli e le lane, e grande era la copia del grano che raccoglievano dal loro territorio. Alcuni templi sotterranei scoperti nella loro regione, e fra gli altri uno vastissimo in quella dei Salentini con colonne are e sculture antichissime sulle pareti, sono argomento di loro particolare costume in fatto di religione, di cui s’ignorano i numi che proponeva al pubblico culto ed i riti co’ quali adoravansi. Delle politiche vicende, come di altre cose qui omesse o solo fuggevolmente cennate, si dirà in parlando di ciascuna regione quel tanto che la storia ce ne ha trasmesso, e nel sobrio modo per noi osservato.
Corografia della Sallenzia. Malgrado che poco precisamente trovisi assegnata dagli antichi la corografia di questa regione, si può nondimeno fissarne con qualche certezza la estensione sul littorale da Manduria sino alla spiaggia di Vaste o Basta, che era prima città della Messapia o. Calabria. Molto incerti d’altronde sono i confini dentro terra con la limitrofa regione, e probabilmente esser potrebbero quelli segnati dalla catena Appenninica perfino alla prima metà della regione. In tale supposizione corrisponderebbe l’antica Sallenzia a quella parte dell’odierna provincia di Terra d’Otranto che resta tra il golfo di Taranto, e la linea che, da Manduria partendo, passa per S. Pancrazio, Salice, Magliano, S. Pietro in Lama, Sternazia, Soleto, Cutrofiano, Scorrano e Botrugno, abbracciando del Distretto di Taranto il solo Circondario di Manduria; quelli di Copertine, Soleto, Galatina, e Cutrofiano nel Distretto di Lecce, e tutti i Circondarii di quello di Gallipoli.
Topografia della Sallenzia. Le città e luoghi antichi di questa regione sono 1. Mandino o Manduria, 2. Porto Susina, 3. Nerito o Nereto, 4. Salento o Soleto, 5. Alezio, 6. Bausta, 7. Callipoli o Anxia, 8. Uxento, 9. Vereto, 10 Leuca, 11. Promontorio Japigio o Salentino, 12. Promontorio e Tempio di Minerva, 13. Spiaggia Leuterniae 14 Castello di Minerva.
1. Mandino o Manduria. A XX miglia antiche da Tardnto sorgeva questa città che Stefano Bizantino situa nella Japigia, e Livio e Plinio attribuiscono ai Salentini. Può la sua fondazione riferirsi ai Pelasgi Arcadi, trovandosi in Pausania ricordo de' popoli Mandarti o Mandurici in Arcadia. La sua memoria più antica nondimeno rimonta ai 3 anno della CVIII Olimpiade, ovvero 345 avanti G. C. quando sotto alle sue mura cadde trafitto Archidamo re di Sparta in un conflitto co’ Messapii e Lucani. Nel 543 di Roma, espugnavala Q. Fabio prendendovi quattromila prigionieri. La nomina Livio col nome di oppido o città murata, ed infatti se ne veggono tuttavia gli avanzi nella pianura, al cui lato occidentale sorge l’odierna Manduria. Rilevasi da essi, che mura formate di sassi bislunghi e senza cemento la cingevano in doppio giro fuorché dal lato meridionale, dove o furono abbattute o rimasero interrotte. Tra il muro e contromuro si osservano i segni di arcata a questo corrispondenti, in guisa che venivano a ricoprirlo. La primitiva forma della città era rotonda, che poi divenne ovale per la seconda linea di circonvallazione aggiuntavi forse per cresciuta popolazione. Il perimetro della città era oltre a tre miglia. Diverse porte comunicavano con le città vicine di Taranto, Veglie, Oria e Brindisi, oltre quella che menava alla marina delta tuttavia di Nettuno.
Aveva Manduria nascondigli e segrete vie sotterranee da servire per uscite in tempo di assedio; una precisamente si estende oltre a due miglia verso mezzogiorno, e va a riuscire dove oggi, è la Cappella di S. Maria Concede. Al mezzodì della città, e tra levante e ponente s’incontrano sepolcri incavati nel sasso e coperti da una pietra orizzontale, che in alcuni è duplice ed alle volte tripla. In essi, oltre ai soliti oggetti, è notevole di ritrovarsi tra i vasi antichi a campana con figure, anche di quelli indorati.
A circa mezzo miglio da Manduria vedesi verso il Nord e presso la strada che mena a Lecce il celebre fonte ricordato da Plinio, come uno de' maravigliosi de' quali raccolse le memorie. La particolarità che vi notava e tuttavia si ammira, è quella di non diminuirsi il livello delle acque contenute nel recipiente, per quanto se ne attingano o se ne aggiungano nelle stagioni piovose, simile in ciò a quello che Filosi rato ricorda della vasca che fu pel tempio delle Ninfe a Puteoli, ed alla salsa laguna che Strabone dice trovarsi nella Cataonia, in cui non era giammai sensibile l’aumento o la diminuzione delle acque. Il fonte di Manduria è in una sotterranea caverna, in cui si scende per gradini tortuosi tagliali nel duro sasso, che presenta nel taglio conchiglie petrificate, e s'incontra una grotta quasi circolare, la cui volta incavata a cupola ha in mezzo un’apertura quadrangolare, che dà luce alla caverna. Da un dei lati della stessa odesi il mormorio dell’acqua che per sotterraneo canale sgorga nel mezzo della grotta in una fossa. Passa da questa con breve tragitto ad un pozzo che corrisponde 'all’apertura superiore della volta, donde l’acqua si attigue. Un tal pozzo in parte ingombrato da sassi, e quindi pochi piedi profondo, è cinto da un parapetto di pietre, in cui le acque veggonsi, come si è detto, sempre in un inalterabile livello. Il che si spiega per taluni ricorrendo alla supposizione di trovarsi nel fondo del pozzo un letto di acque perenni, o il passaggio di altro sotterraneo fuscello.
2. Porto Susina. Da Manduria scendendo verso la marina incontrasi sulla spiaggia la torre di Borato, a 6 miglia dalla quale trovasi l'altra di Colimena. Ivi si protende in mare un promontorio, dal quale dopo 9 miglia si arriva a Porto Cesario, che fu il Porto Sasina degli antichi, di cui fa menzione Plinio nel notare la distanza di XXXV miglia romane da Taranto alla spiaggia opposta della penisola, che non è più larga di odierne miglia 21. Si avvisa il Corcia che dall’Isola Sasone ora Sasino, dirimpetto ai monti Acrocerauni, passassero quivi ad abitare de' popoli sin da tempi remotissimi, imponendo alla nuova dimora il nome di quella che avevano lasciato, e formando una grossa borgata se non una città, dalla quale prese nome il porto. Dopo il secolo di Plinio, mutata la denominazione della borgata in quella di Caesarea, anche il porto prese il nome che tuttavia ritiene di Porto Cesario. Or la tradizione dice che distrutta Cesaria per gelosia dei Gallipolitani, la gente fosse emigrata in un sito poco discosto dall’odierno Casarano, e fondato avesse Coesaraneum, ovvero Casaranello, che venuto poi meno per ignote vicende, diede origine ed incremento a Casarano.
3. Nerito o Nereto. A XXIX miglia da Mandaria segna la tavola Peutingeriana quest’altra città mediterranea della Sallenzia ricordata da Tolomeo. Dei Neritini che l’abitavano fa pur menzione Plinio. Nelle scarsissime notizie storiche che se ne hanno, poiché la tradizione la dice fondata da un Nerito e da una Leucadia, il Corcia va alla congettura di essere questi due nomi personificazioni di colonie venute dall’Acarnania, dove una città detta con vetusto nome Leuca, fu poscia detta prima Nerico e poi Nerito. Nello scavarsi del 1595 la crociera della Chiesa di S. Francesco di Nardo trovaronsi alcune tabelle di rame incise del 6 maggio del 312 dell'Era volgare, essendovi scritti i nomi dei due Consoli A. Marcellino e P. Probino. Rilevasi da esse di aver avuto Nerito il suo emporio detto Nauna, ben popolato, poiché i Municipi Naunitani vollero dare in contrassegno di gratitudine un attestato di onorificenza in quella iscrizione, in essa ricordando alla posterità i meriti di un M. Salcio Valerio, cui conferivano l’onore di Patrono del detto emporio di Nauna. In fatti a 7 miglia da Nardo, e quasi presso la torre di S. Isidoro si veggono alla marina alcuni ruderi, che a tal emporio si attribuiscono.
Di Nerito e dei Neritini per altro trovasi espressa menzione in una delle lapide di Lupia, che riferiremo, dove di questa città sarà parola nella regione Messapia.
4. Salento o Soleto. Secondo alcuni patrii Topografi, adotto miglia da Nardo e quasi nel mezzo della penisola, era situata Salento, di cui molto oscure sono le memorie. Se da Plinio è ricordata col nome di Soletum, egli è perchè gli editori han preferito, non saprebbesi per qual motivo, tale lezione a quel la di Salentum che leggesi nei manoscritti confermata pure da una testimonianza di Giulio Capitolino, il quale serbò memoria di un Millennio di Salento e fondatore di Lupia. È da convenirsi intanto, che malgrado il difetto di positivi argomenti, dee riconoscersi l’esistenza di una città primaria in Salento, cui la regione denominossi, fondata forse dai Salluntini popoli emigrali dalla Dalmazia, e supporsi il sito a Soleto tra Otranto e Nardo, in distanza di 12 miglia da Lecce. Ivi in fatti a’ tempi del Galateo, o nel secolo XV, si osservavano grandi vestigli di mura; ivi corrisponde anche la descrizione di Plinio, che la situava tra Idrunto e Fratuerzio; ed ivi ancora antichi vasi greci si sono scoperti in gran numero.
5. Alezio. A X miglia da ferito seguiva Alezio i cui abitatori Aletini annovera Plinio fra i mediterranei della Sallenzia. Vi è stato chi ha confuso questa città con Lupia e Falesia, e chi ha negato affatto la sua esistenza nella regione; ma le recenti scoverte ed i nomi geografici antichi e moderni han giovato moltissimo alla evidenza di ciò che volevasi mettere in dubbio. Una simile città Alizio nell’Alicarnania CXX stadii lontana da Leucade conferma, come per Nerito così per Alezio, la loro origine dalla emigrazione di quei popoli, siccome può dimostrarsi da epigrafi osche in caratteri Messapii, cioè greci e latini antichissimi, scoperte in varii sepolcri degli Aldini. Di esse epigrafi al numero di nove son così lette ed interpetrate dal Jannelli queste cinque (103).
I. FALLA MOL DAHAS, cioè: Felicitas, requies, magnitudo homini (obveniat).
II. LAPARED ODNAS, Gaudium, exultatio, voluptas homini (sit)
III. LAPARED ONAS, Gaudium, exsultatio, divitiae.
IV. LAHIANES FALLASSO. Lux pulchra homini, felicitas,
salus.
V. LAI DEHI ABAS LOBE TIBAS, Adjunctus sublimi intelligentiae, gaudiis desideratis Homo.
Era posto Alezio a 10 miglia da Nardo sulla spiaggia in cui sorgono il promontorio dei Cutreri a mezzodì, e l’erto scoglio di S. Maria dell'Alto a borea, e propriamente sulla collina che da questa eminenza si erge. Distrutta o abbandonata tral nono e decimo secolo per le devastazioni saraceniche, il nome ne rimase all’antica chiesa di Salaria della Lizza o meglio dell'Alizza, non altro avanzando dell’antica città, che grossi e riquadrati macigni adoprati per muri a secco intorno agli oli veli di quel villaggio di Picciotti, che è tutto sparso di sepolcri scavati ed aperti nel sasso di quel suolo tufaceo.
6. Bausta. Sol perchè Tolomeo pone Bausta dopo Alezio, malgrado che altri leggono Baυοτα nel luogo del Geografo, ed il Mannert opini tutt’una Bausta e Basta nella Messapia, il Corcia vorrebbe sostenere che Bausta sia ben diversa da Basta, cui attribuisce i vestigii che si veggono nel luogo detto Baggi, presso Parabita, dove il Cluerio, per analogia, suppose bauota. Tali vestigii però, se non indicano né la forma né l’estensione di città, sono tali da far credere ivi esistito qualche luogo abitato da Greci, a giudicarne da’ sepolcri, bassi rilievi, vasi di bronzo, e medaglie che accade scoprirvi.
7. Callipoli, o Anxia. Situò Plinio questa città stilla spiaggia de' Sallentini a LXXV miglia da Taranto, ed a XXXII dal promontorio Japigio. Era dessa nel sito dell’odierna Gallipoli a cavaliere di uno scoglio, cinto intorno dal mare, e congiunto al continente con una lingua di terra, che dopo quattro miglia si restringe a segno da permettere che appena un carro vi passi. Essendo stata continuamente abitata, niun vestigio presenta di antico. La sua denominazione greca che dir vuole bella città, par che non lasci dubitare di essere stata fondata da qualche greca colonia; anche perchè Pomponio Mela, che con essa che compimento alla descrizione della Calabria, la dice espressamente città greca. Dionigi di Alicarnasso racconta, che lo spartano Leucippo, dovendo condurre una colonia, domandato avesse all’Oracolo per sapere, dove il destino gli avrebbe concesso di trovar sede, e che l’Oracolo risposto gli avesse d’incamminarsi per l’Italia, ed ivi la sua colonia stabilisse, dove fosse dimorato un giorno ed una notte. Giunto colle navi presso Callipoli, impetrò dai Tarantini di rimanervi un giorno ed una notte; ma essendovisi trattenuto per’ più tempo, all’intimazione de' Tarentini di andar via rispose Leucippo di aver avuto da essi facoltà di starsene giorno e notte in quel luogo, al che i Tarentini, secondo la semplicità o la superstizione di quei tempi, si acchetarono. Or questa tradizione, che Dionigi narra di Callipoli, Strabone racconta di Metaponto, come notammo, seguendo Antioco Siracusano. Checchè ne sia, è certo che alla città restò il nome di Callipoli fino a che vi durarono le greche istituzioni, poiché nel primo secolo dell’Era volgare trovasi detta Anxa. W qual nome egualmente che quello di Anxur, con cui fu chiamata Trachine o Terracina, nel dialetto Volsco significando un’eminente roccia, accenna alla posizione delle due città, alle. quali per la regione medesima aggiungiamo Anxia o Anzi nella Lucania, che per essere situata sopra altissima rupe, ebbe un nome consimile. Intanto nel medio evo, in cui divenne più considerevole di quel che fosse stata ne' tempi antichi, trovasi ricordata col prisco nome di Callipolis, che conserva nell’alquanto alterato Gallipoli, da cui deducono patrii scrittori di essere stata forse edificata dai Galli.
8. Uxento. Annovera Tolomeo questa città fra le mediterranee de' Salentini, ed è questa l’unica memoria lasciatane dagli antichi, cui si aggiunge quella che monete e vasi greci scoperti nel suo territorio ci appalesano della sua greca origine ed autonomia, ovvero della sua importanza a petto delle altre città della regione. La leggenda di Aoxe in alcune monete mostra che il suo nome originario fosse stato quello di Aoxentum, che poi andò a modificarsi in Auxentum od Oxentum, ora Ugento. alla quale corrisponde l’antica che si restrinse nella collina dove questa ora sorge. Pare che la sua origine derivasse da qualche colonia di Cretesi, presso i quali fu una città omonima, comunque variamente scritta e detta Axus da Erodoto, Ooaxus da altri scrittori. Secondo il Cavedoni l’etimologia di Uxento deriverebbe dal grave odore (oxh) della sorgente di acqua sulfurea presso Castro.
Fu Uxento ad ogni modo città greca, che conservò il suo splendore sino ai tempi de' Romani, quando proseguì colle altre città della Magna Grecia ad improntare monete, sino cioè al 665 di Roma, in cui fu promulgata la legge Papiria. Non altrimenti sarebbe stata Uxento città vescovile fin dai primi tempi del Cristianesimo, da quelli almeno di S. Gregorio Magno, quando trovavasi priva del suo pastore.
9. Vereto. A X miglia da Uxento seguiva Vereto secondo la Tavola Peutingeriana. Era dessa piccola città posta sui confini della Sallenzia e della Messapia. Serive Strabone, che benché a suo tempo si denominasse Vereto, l’antico suo nome era però quello di Bari (Bapis), città ricordata da Stefano Bizantino come ignota, e registrata nel suo Lessico immediatamente dopo Barezio, ovvero Vereto di Strabone, Dice Erodoto che i Cretesi capitati sulle coste della Japigia vi si stabilirono fondandovi Iria. Strabone conferma la testimonianza di Erodoto; ma sembra incerta so questa città fosse Uria nella parte mediterranea della Messapia, oppure Vereto presso il Capo Japigio ed a 600 stadii da Taranto. Il Corcia opina che fosse questa piuttosto, perchè leggendosi nelle monete di questa città Τριατινοι da Τρια o Ούρια, non iscorge lontana l’alterazione che se ne fosse fatta in Οθ'ερητου Vereto.
Null’altro si conosce delle sue vicende, se non che avendo Frontino ricordato l’agro Veretino, una parte di esso fu divisa ad una colonia Romana senza potersene accertar l’epoca e l’occasione. Dalla distanza segnata sulla Tavola Peutingeriana e dalla denominazione, che rimase all’antica Chiesa di S. Maria di Verato a due miglia dal mare, è chiaro intanto che l’antica città sorgeva a breve distanza dai villaggi di Salve e Ruggiano, e non già nel porto di Ugento, come vogliono il Gosselin e Romanelli. Era posta propriamente su di un’eminenza a due miglia dal mare, con un porto già distrutto dal tempo, di cui si vedevano vestigli nelle acque, ne' passati secoli. Si son rinvenuti in quel sito ben molti avanzi di antichità, corno archi, colonne ed altri rottami di marmo e pilastri di pietra tiburtina con epigrafi greche ed in lettere messapiche. Si chiama ancora quel sito col nome di Verato; ed il suo porto fu quello di S. Gregorio, sotto la Torre di Specchia grande. La tradizione la vuol distrutta al pari della vicina Leuca dai Saraceni tra l'845 al 979.
10. Leuca. Dalla torre di S. Giovanni di Ugento a quella di S. Maria di Leuca si contano 24 miglia odierne, e ad uguale distanza in circa da Uxento sorgeva la. piccola città di Leuca ricordata da Strabone e da Lucano. Se ne ignorano i fondatori, se non che dal greco nome, che accenna a greca origine, debbonsi credere gli stessi Acarnani, i fondatori di Nerito, ivi giunti dalla omonima città di Leuca nella penisola Leucadia, o invece gli stessi Neritini della Sallenzia, che così la chiamavano dalla posizione che si ebbe in su i bianchi (leucoi) e nudi scogli del promontorio vicino.
Null’altro se ne conosce dagli antichi, fuorché la comodità di un porto celebrato da Virgilio. Malgrado la sua picciolezza serbò essa qualche rinomanza ne' secoli cristiani, perchè fu sede vescovile fino al X secolo essendo stato ultimato suo Vescovo un Gerardo a tempo dell’Imperatore Ottone (971). Dell’antica città non altro avanza che il nome ritenuto dal Capo di Leuca e dal celebre Santuario di S. Maria di Leuca o in finibus Terrae, oltre ai ruderi di antichi edifizii.
11. Promontorio Japigio o Salentino. Dopo il promontorio del Pizzo a 10 miglia da Gallipoli e dopo l’altro della Torre di Suda che indi sorge a 3 miglia, quello che più si protende in mare nella spiaggia occidentale della Sallenzia è la punta di Ristola, ove propriamente si variano pe' naviganti i venti nel passare dal Jonio all’Adriatico. Con tal punta comincia il promontorio Japigio o Salentino degli antichi, il quale, inarcandosi alquanto, si distende di nuovo nel prossimo Capo di Leuca. Indicavate Virgilio col nome di Turriti scopuli, denominazione più esatta di quella degli altri antichi che io ricordano, come se terminato fosse in una sola punta. Da questo Promontorio prendevano gli antichi Geografi pei luoghi più rinomati le geografiche distanze. Si contavano, per esempio, circa 700 stadii secondo, Strabone, o più veramente 750 secondo le misure de' moderni, pari ad 37 miglia odierne, dal Japigio e dal Lacinio ai Ceraunii. È in fatti il punto che dell’Italia più si accosta alle terre transmarine, da cui un tratto di sole 30 miglia geografiche la divide dagli Acrocerauni, che le sorgono a fronte, per modo che i fuochi sugli opposti monti dell’Epiro sono visibili di notte dal Capo di Leuca e dalla costa d’Otranto.
12. Promontorio e Tempio di Minerva. Secondo Dionigi di Alicarnasso il Capo Japigio o Salentino era diverso dal Promontorio di Minerva, che era il Capo di Leuca di oggidì, dove fa sbarcare Enea colla sua flotta, e sul quale sembra che il celebre tempio di Minerva s’innalzasse. Virgilio però dice che il tempio dilunga vasi dal lido, e che era perciò a qualche distanza dentro terra. Da votive iscrizioni intanto rinvenute, in una grotta di Monte Vereto si rileva, che sull'ultima punta del promontorio Salentino e propriamente sulla cima di esso doveva il tempio probabilmente innalzarsi.
13. Spiaggia Leuternia. Sottostante a Leuca è la spiaggia detta dai Greci Leuternia, ove, secondo Strabone, scaturiva una fonte di acqua fetida, ed ove favoleggiavasi di essere stati inghiottiti sotterra i Giganti Leuternii vinti a Flegra nella Campania e perseguitati da Ercole. La tradizione o credenza popolare teneva che le acque della fontana avessero contratto quel fetore dal putrefarsi de' loro carcami. Del puzzo delle acque medesime parla pur Aristotile o chi altro è l’autore delle Mirabili ascoltazioni, il quale aggiunge che era tale da rendere tutta quella spiaggia ai naviganti inaccessibile. A tal favolosa tradizione diedero origine le vulcaniche mofete di questo lido della Sallenzia, non altrimenti che alle simili credenze avute nella Campania ed altrove, in cui, come si sa, si è andato all’idea di giganti combattuti e vinti de Giove e sotterrati ne' monti, donde si dicevano rendere fuoco e fiamme, perchè non sapevano altrimenti spiegar la cagione de' Vulcani. Una tale scaturigine intanto sembra che fosse stata nella Grotta di S. Cesarea, poiché ivi sgorga una vena d'acqua idrosolfurata buona per le affezioni dolorose e per mali cutanei.
14. Castello di Minerva. Sopra uno degli aspri e scoscesi monti che sono tral Capo di Leuca ed il Porto di Tricase, nello spazio cioè di miglia ventuno che dal detto Capo corrono sino a Castro, fu edificata la piccola città di questo nome.
Fu cosi detta dal Castrum Minervae, col quale nome più d’uno ne addita la Tavola Peutingeriana a XII miglia da Vereto forse perché ne' tempi de' Romani più di una piccola borgata vi era, tra le quali primeggiava il Castro di Minerva.
Origine dei Salentini. È noto da Varrone che furono i Salentini un popolo misto di Cretesi, Illirici ed Italici, dei quali dice i primi condotti da Idomeneo, che dalla città di Blanda (o meglio Blandona, Zara vecchia o Biograd città dell’Illiria, dove, secondo il Corcia, i Cretesi si univano al ritorno da Sicilia 1355 o 1351 anno avanti G. C. per recarsi nella Sallenzia già prima abitata da altri più antichi Cretesi) scacciato per effetto di una sedizione nella guerra Magnesii, con molti di quegl’Isolani né andò nell’Illiria presso il re Divizio. Da costui ricevuto avendo altra gente, con essa ed altri profughi approdò a Locri, dove si stabilì, fondando poscia alcune città nella Sallenzia, tra le quali, secondo la tradizione, furono Uria ed il nobilissimo Castello di Minerva. A queste memorie conservateci da Varrone si oppongono altre tradizioni, per le quali è risaputo che erano Cretesi nella Sallenzia già prima del supposto arrivo d’Idomeneo, il cui nome esser potrebbe nel caso una personificazione della colonia che dopo o prima de' Cretesi si parti forse da Idomene (Gradiska) città della Macedonia. Ad ogni modo, riferire si possono gli accrescimenti, se non le origini delle principali città della Sallenzia, ad una seconda emigrazione di Cretesi insieme e d Illirici già dopo che più antichi Cretesi avevano acquistato in certa guisa dritti di sovranità sulla contrada fin dalla prima colonia che di essi vi pervenne al tempo di Minosse.
Di altre colonie, posteriormente arrivate nella Sallenzia dall’Acarnania è da mettere indubbio la tradizione, almeno per le tre città di Leuca, Alezio e Nerito, che Strabone fa rimontare a tempi di Cipselo, il quale regnava a Corinto dal 663 al 633 av. G. C.: e meno antico di queste fa Plutarco l’arrivo di quella che fondava Leuca verso gli ultimi anni della tirannia di Periandro, val dire nel 1. anno della XLVIII Olimpiade.
Loro etimologia. Secondo la opinione di Varrone riferita anche da Festo, la denominazione di Salentini derivò da Salo, ovvero dal mare in cui fecero accordo ed amicizia fra loro i Cretesi e gl’Illirii, che co’ Locresi navigavano all’acquisto della regione. Il Corcia però non soddisfatto di questa etimologia si accontenta invece di renderne ragione coll’analogia del nome Stilante della Dalmazia, donde si tramutarono gli abitatori seco portando ed imponendo al nuovo luogo il nome della madre patria.
Loro vicende. Dall’arrivo delle greche colonie tesino al tempo de' Romani niuna speciale memoria delle sorti de' Salentini ci han trasmesso gli storici, che non sian confuse con quelle dei Messapii. Nel 346 di Roma ne fu occupata la regione dai Lucani e da Archidamo, che con tutto il suo esercito periva nella memorabile giornata di Manduria. Nelle guerre combattute coi Tarentini come alleati de' Messapii, ne divisero con essi la fortuna. Nondimeno nei Fasti de' Romani sono particolarmente nominati i Salentini fin dal 473, nel qual anno furono combattuti da Emilio Barbala, che trionfò di essi, de' Tarentini e de' Sanniti con essi collegati. Anche i marmi capitolini attribuiscono ai Consoli M. Attilio Regolo e L. Giulio Libone de' trionfi sui Salentini, che vinti completamente nell'anno seguente 487 dai Consoli N. Fabio Pittore e D. Giunio Pera, si sottomisero. La parte della Salenzia e Taranto più vicina si diede volontariamente ai Cartaginesi nel 539; ma non più tardi di 6 anni restavano soggiogati con tutta la confinante contrada dal Console Claudio Nerone; e da quell'epoca in poi perderono i Salentini, e per sempre, la loro autonomia.
Corografia delIa Messapia. Senza tener conto della poco precisa circoscrizione che della Messapia ci lasciarono Scilace, Nicandro di Colofone, Pausania e Stefano Bizantino i quali si contentarono di dirci che questa regione confinava con Taranto e con la Peucezia, ci riportiamo a Strabone, al cui tempo già la Messapia distinguevasi in Paese de' Salentini e Calabria, e con quest’ultima denominazione la Messapia propriamente detta s’intendeva. A tempi dei Romani era questa sinonima di Calabria, la quale dalla città di Basta al di là di Castro sull’Adriatico si estese sino a Carbina, città corrispondente a Carovigno di oggidì, donde tirando una linea per Ceglie, Montemesola e Grottaglie, e di là per Oria si allargò pel rimanente della contrada dentro terra, tenendo quasi per limiti la strada che da Oria mena a Lecce coll'altra che da questa città mena a S. Pietro in Gelatina e di là a Diso, che non dista molto da Castro e da Vaste.
Cosi conterminata la Messapia o Calabria veniva a comprendere dei due Distretti di Lecce e di Brindisi i Circondarii di Otranto, Carpignano, Martano, Vernole, S. Cesario, Lecce, Monteroni, Novoli, Campi, Brindisi, Mesagne, Oria, Francavilla, Grottaglie e Ceglie.
Topografia della Messapia. Le città di questa regione furono:1. Basta, 2. Sarmadio, 3. Idrunto, 4. Fratuerzio, 5. Lupia, 6. Rodeo o Rudia, 7. Carminea, 8. Valenzia o Balezia, 9. Brundusia, 10. Messapia, il. Scanno, 12. Iria o Uria, 13. Rudia, 14. Mesocoro, 15. Celio, 16. Carbina, 17. Sturni o Saturnio, e 18. Isoletta Barra.
1. Basta. Il solo Plinio fra gli antichi ricorda questa città sul confine tra la Sallenzia e la Messapia; ed una celebre iscrizione in caratteri cosi detti Messapici scoperta verso la metà del secolo XVI nel suo sito, oggi occupato dal villaggio di Vaste a 4 miglia da Castro, ne conferma la memoria. Pubblicavala il primo Antonio Ferrario o il Galateo, e diffusa per l’orbe antiquaria fu variamente interpetrata e comunemente tenuta per greca. Solo il Jannelli ritenendola per Osca, ne cavava questo senso: Convocatio stata generalis laeti Convivii Civitatum Bastae. Fani, Bariani, Ilydrunti. Mulctarum Exactores comparent triclinia, mensus sellus vasa, crateres, pateras, amphoras vinarias. Exactores acquirant et cibos congruos copiosos, liquorum et vini sufficientiam etc. — Il Lanzi la lesse in guisa che Fa prima linea direbbe: Statuantur. Termini Messapiae Urbe Basta. Alla stessa idea di lapide terminale va pure l’interpetrazione del Grotefend, il quale riducevane la lezione a quattro bei destici greci del seguente significato: Si pongano i termini della Messapia nella' città di Basta, Idrunto, Taranto e la città di Metabo della Conia (sono) e le spiagge di Sifeo, e il Neeto Enotrio, sin dove (la città di) Metabo il Memblete Irriga, dove l’Irex confinante sbocca, e dove scorre l’Ilia. (E inoltre) le spiagge del Crati, e dove il Bradano colle sue sponde bagna sempre la desiderata Conia.
Poiché di Basta non altro occorre dire, se non che da remotissimi tempi, fondata forse da’ Bastìci popoli della Beozia, si mantenne sino all’anno 1166, quando nella guerra di Re Roggiero contro il Conte di Lecce veniva con altre città diroccata da Guglielmo il Malo, e riducevasi al piccolo villaggio di Vaste tra Poggiando e Vitigliano; così non crediamo superfluo di soggiungere una copia della iscrizione originale in caratteri greci comuni per aversi un’idea dell’arbitrio o della sagacia degl’interpetri, e per conoscere chi di essi meglio si appose o men si dilunga dal vero. È dessa la seguente secondo l’originale riportato dal Corcia:
ΚΛΟΗΙΤΙΣΤΟΟ. Τ' ΟΡΙΑ. ΜAP F
ΤΑΓΙΔΟΓΑΣΤΕΙ. ΒΑΣΤΑ
FEINAV VΑΡΑΝΙΝ. ΔΑΡΑΝΘΟ
AF. ΔΣΤΙΣ ΤΑΒΟΟΣ - XONE
ΔΟΝΑΣ. Δ ' ΑΚΤΑΣ. ΣΙΕΑΑ - ΝΕΤΩΣ - ΙΝ
ΘΙΤΡΠΟΝ. ΟΧΟ ΑΣ ΤΑΒΟΟΣ
ΧΟΝΕΤΟΙΝ. ΙΔΑΤΙ. ΜΑΙΝΙΒΕΙΔΙ
ΙΝΙ: ΙΝΘ IPEX ΧΟΡΙΧΟ. ΑΚΑ
ΤΑΡΕΙ - ΗΙ. ΧΟΤΕΤΟΙ, ΗΙ. ΟΤΟ. ΕINF
ΘΙ: ΔΑΤΟ. НОНПІПИΠΟΙΠ
ΑΣΤΙΜΑ: ΔΑΚΤΑΣ. ΚΡΑΘΕ.
ΗΙ ΙΗΘΙΑΡΔΑΝΝΟ ΑΓ ΟΧΧΟΝ --
NINIA IMAPΝΑΙΙΙ:
Alcuni interpetri riferiscono questa lapida ad un’epoca posteriore alla LXXVI Olimpiade, perchè, riguardandola come epigrafe corografica, allora appunto si disputavano i confini delle rispettive regioni i Tarentini ed i Japigii. Altri però dal notarvi la mancanza dell'ypsilon Pitagorico lai danno per più antica.
2. Sarmadio. In un luogo di Plinio, in cui è parola di questa città posta a 6 miglia da Basta più dentro terra, vorrebbero altri leggere Aletium, senza por mente che non poteva quell’antico Topografo situare in altro luogo gli Aletini che lo abitavano. Oltre dunque di questa osservazione e dell’autorità di Frontino che parla di un Ager Sarmadillus, in questa regione diviso ad una colonia romana, soccorre a maraviglia l’etimologia della parola che significando Arenaria dal greco sarma secondo il Lessico Eracleotico dell Mazzocchi, giustifica la congettura di un patrio scrittore che ponevano il silo presso la piccola terra di Muro a breve distanza da Soleto e Mesagne. Ivi in fatti si ammirano non solo i vestigli di una mediocre città, e gli avanzi di muraglie costrutte di enormi pietre di taglio commesse senza cemento, ma ancora molte cave di arena, che-ih nome ed il sito di Sarmadio senz’alcun dubbio riformano.
3. Idrunto. A XIX miglia antiche da Basta seguiva Idrunto, città cosi detta dal vicino fiume Idro, presso la cui foce edificaronla i Cretesi in tempi posteriori a quella loro colonia, che uscita di Sicilia giunse in questa contrada; val dire immediatamente ai tempi trojani, alla qual epoca si riferisce la fondazione delle città della Sallenzia ad Idomeneo attribuita. Al tempo di Strabone era Idrunto piccola città; ma con porto molto frequentato da quelli che dall’Isola di Sasone veleggiavano per l’Italia. Sembra che sotto Vespasiano se ne fosse occupato l’agro da una Romana colonia secondo Frontino, e sarebbe questa l’unica ed ultima memoria dei tempi anteriori alla decadenza.
Null’altro avanza dell’antica città, che delle colonne di ogni forma e grandezza con eleganti capitelli, di giallo antico e marmo pavonazzo alcune, le quali sostengono la cattedrale dell’odierna Otranto eia cappella sotto il co-o della medesima; una torre quadrata di vive pietre senza cemento attaccata alle mura, ed un piedistallo che sosteneva le duo statue degli Augusti M. Aurelio Antonino e E. Aurelio Vero con queste epigrafi:
IMP. CAES. M. |
IMP. CAES. L. AV. |
AURELIO. ΑΝΤΟ |
RELIN. VERO. AVG. |
NINO. AUG. TRIB. |
TRIB. POT. II. COS. II.. |
POT. XIV. COS. III. |
DIVI. ANTONINI. F. |
DIVI. ANTONINI. FIL. DIVI |
DIVI. HADRIANI. |
HADRIANI. NEP. DIVI |
NEP. DIVI. TRAIANI. |
TRAIANI. PARTHIC PRO |
PARTHIC. PRONEP. |
DIVI. NERVAE. ABNEРОТ. |
DIVI. NERVAE. ABNEΡΟΤΙ. |
PVBLICE |
PVBLICE |
D: D |
D... D. |
L’odierna Otranto, come Taranto, non occupa dell'anticai città che la sola rocca.
4. Fratuerzio. Si è questo un altro luogo oscuro della», Messapia non solo, ma di tutte le nostre regioni altresì. Non si ha altro appoggio a supporlo in questa regione, che un passo di Plinio in cui dice: Ab Hgdrunte, Soletum desertum. dein Fratuertium, portus Tarentinus. Secondo una congettura del Corcia, che vede una certa analogia tra Fratuerzio e Finestra, sito così denominato sull’istmo che divide la Laguna di Limene dal mare, potrebbe ivi supporsi al di là di Otranto.
5. Lupia. A XXV miglia antiche da Idrunto secondo minerario di Antonino, seguiva Lupia da Strabone annoverata fra le città mediterranee della Messa pia, e da Tolomeo posta presso del mare in considerazione forse di esserne poco distante. Pausania le dà l’antico e primitivo nome di Sibari perchè fondata dai Sibariti o in tempo della loro floridezza, o quando fu distrutta la loro patria Ma questo nome è da credersi col Corcia anteriore a quello di Lupia e posteriore al più antico ed originario di Lycia datole dai Cretesi che giunsero nella Messapia, perchè fra gli altri popoli dell’Isola di Creta annovera Erodoto anche i Licii.
Checché pensar si voglia della sua origine, la quale sarà meglio sviluppata allorquando si parlerà dell’odierna Lecce egli è certo che nulla si conosce di Lycia o di Sibari da evocasi remota sino ai tempi dei Romani. Si sa da Frontino che vi spedirono questi una colonia un secolo prima dell’Era volgare, cui del territorio Lypiense vennero assegnati, secondo i limiti Graccani, dugento jugeri. All’epoca di una tale colonia dedottavi dai Gracchi può credersi tradotte il greco nome di Lycia nel latino Lupia, perchè della colonia Lupiense è menzione nelle seguenti lapide posta una ad un tale M. Basseo Alio, che ne fu uno dei Patroni:
M. BASSAEO.M.F. PAL
ΑΧΙΟ
PAT. COL.CVR.R.P. II VIR. MV
NIC. PRO. AVG. VIAE. OST. ET CAMP.
TRIB. MIL.LEG.XIII.GEM. PROC.REG.CALA
BRIC. OMNIBVS. HONORIB. CAPVAE. FVNC.
PATR. COL. LVPIENSIVM. PATR. MUNICIPI
HVDENTRINOR. VNIVERSVS. ORDO. MUNICIP
OB. REM. PVBL. BENE. ET. FIDELITER. GESTAM
HIC. PRIMUS. ET. SOLVS VICTORES. CAMPANI
AE. PRETIS. ET AESTIM.PARIA. GLADIAT. EDIDIT
L. D. D. D.
e ad un Q. Valerio quest'altra:
D. M. S.
Q. VALERIO. L. F. PAL. PARAEDIO
AED. Q. IIII. VIRO. COL. LVP.
PATRON. MVNIC. NERIT.
CVRAT, VIAE. TRAIANAE
E... HERINNIA.
CONIVGI DVLCISS. В.М.
Η.Μ.Η.N.S
Le rovine di questa città trovansi descritte fin dal IX secolo da Guido di Ravenna, il quale ricorda che a suo tempo rimaneva ancora il teatro fabbricato con molta tura e solidità, ma che le muraglie n’erano tutte al suolo adeguale, e nel recinto della città vedeansi infiniti monumenti di solidi marmi.
Sulla marina di Lecce, a distanza di 6 miglia da essa, era il molo, che i Lupiensi ebbero da Adriano, il quale secondo Pausania facevalo costruire con grandissimi sassi buttati nel mare, o più probabilmente restaurava quello che da più vecchi tempi vi era già edificato dai Cretesi. Ne riconobbe Mazzocchi il sito nella piccola baja del Castello di S. Cataldo.
6. Rodeo o Rudia. Ad un mezzo miglio da Lecce verso Monteroni e nel sito detto Rugge, dove si rinvengono antichi vasi ed altre anticaglie, si conviene fra parecchi Topografi di riconoscere la città di Rodeo o Radia» Nel palazzo ducale di Monteroni vedesi, la seguente lapida, che il Marini diceva scoperta a Rugge verso la fine del passato secolo, ed in cui è memoria dei Municipi Rudinensi.
M. TVCCIO.M.F.CERIALI
EXORNATO EQ PVB. A SACRATIŠSI
MO PRINCIPE HADRIANO AVG.
PATRONO MUNCIPI. IIII VIR.
AED. ITEM. AEDILI BRVNDISI
M. TVCCIVS AVGAZO
OPTIMO AC PISSIMO FILIO OB CVIVS
MEMORIAM PROMISIT. MUNICIPIS RUDIN.
HS. LXXX. N. VT EX REDITV EORVM DIE NATALIS
FILI SVI OMNIBUS ANNIS VISCERATIONIS
NOMINE DIVIDATVR. DEČVR. SING.HS.XX.N.
AVGVSTALIBVS HS.XII. MERCURIALIB.HS.X. Ν.
ITEM POPVLO VIRITIM HS. VII. Ν.
L. D. D. D.
Per questa lapida e per la testimonianza di Strabone non potendosi disconoscere questa città sulla strada che da Idrunto lo menava a Brindisi, altri Topografi che ammettono un’altra Rudia in vicinanza di Taranto, cui fanno patria di Ennio, come si dirà al numero 13, vorrebbero supporre a Rugge o non altro che una stazione militare di Lupia per esservisi i discoperta una lapida che ponevano al Console Claudio Nerone pel buon successo dell'azione sostenuta nel Piceno contro Asdrubale il SEN. POPULVS ET MILITUM STATIO LUPIENS. Ma non manca chi sospetta non fosse la stessa apocrifa con due altre epigrafi onorarie, come che negar non i si possa che una grotta artefatta metteva in comunicazione in tempo di guerra e di assedii Lupia alla città, o stazione che esser doveva nel sito di Rugge.
7. Carminea. Da una piccola città dì questo nome indubitatamente si dissero Garminiani i Boschi che al privato patrimonio della casa imperiale appartenevano, come si ha dalla Notizia delle dignità ed Amministrazioni dell’Impero. Non altro se ne conosce all’infuori di questo, cioè che nel secolo XII riteneva il nome di Carminea la piccola terra che oggi dicesi Carminiano a 7 miglia da Lecce, dove i suddetti boschi esser potrebbero le vicine macchie di Leverano.
8. Valenzia o Balezia. Strabone ed altri Topografi ricordano chi col nome di Valetium e chi di Balesium una città a XIII miglia antiche da Lupia. Nella Tavola Peutingeriana è detta Valenzia, il qual nome essendo l’arcana denominazione di Roma fa sorgere il sospetto, non avessero avuto origine da qualche Romana colonia dopo l’uscita di Annibale dall’Italia. Ne rimangono appena alcune vestigio due miglia al di là di S. Pietro-Vernotico, ed a tre miglia dal mare, dove si sono discoperti vasi nei sepolcri, e questa epigrafe
ΤΑΒΑΡΑ ΔΑΜΑΤΡΙΑ
la cui prima parola trovasi in altre pietre, scoperte nella stessa regione, interpetrata Pondera Cerealia da Βάρος pondus e Δαμάτερ Ceres (104).
Fu questa città distrutta da Guglielmo il Malo nel 1166. Gli argini e cumoli di pietre che corrispondono alle sue mura mostrano di aver avuto il perimetro di non più che un miglio, il cui suolo si semina svolgendosi coll’aratro. In mezzo alla città scaturiva una fontana che formava un ruscello, il quale scomparso, è restato un semplice pozzo.
9. Brundusio. Ad XI maglia antiche da Valenzia seguiva Brundusio la più celebre città non solo della Messapia, ma di tutta Italia a cagione del suo porto. Già fondata da’ Japigii, si vuol solo accresciuta da una colonia di Cretesi; non saprebbesi però se furon quelli che vennero da Sicilia, o quelli che uscirono di Cnosso condotti da Teseo, come parrebbe rilevarsi da Aristotele e da Plutarco nella vita di Teseo. La tradizione, oltre della riferita origine, porla per fondatore di Brundusio anche Diomede, il che importerebbe che una colonia di Etolii pur vi pervenne secondo Isidoro.
Seleuco e Strabone la vogliono detta Brentesio Βρεντησαν dalla simiglianza della sua figura ad una testa di cervo. L’odierna città di Brindisi riguardata coi due angusti seni del porto interno, che furono detti Delta e Luciana, presenta pur ora la detta immagine di una testa di cervo, la città cioè quella della testa ed i due seni, a guisa di due fiumi, le ramose corna.
Era Brentesio già illustre fin da che Falanto menava a Taranto la colonia dei Partenii nell’anno 708 av. C., donde espulso, ivi trovò un asilo, e morto, si ebbe un magnifico sepolcro. Governavasi con due re, come quelli delle altre città greche, aristocratici forse; ed è probabile che in essa avesse avuto la reggia il re Arta, di cui un antico comico loda l’ospitalità eia splendidezza nell’accogliere alcuni greci viaggiatori, cui di ottimo pane imbandir fece la mensa. Era Brentesio capitale della regione quando Pirro giunse in Italia, col cui re fece pace ed una lega.
I porti di Brentesio contribuirono a farla divenire importante ed emula di Taranto pel tragitto che più direttamente dalle coste di Grecia vi si faceva. Dice Strabone, che il porto aveva una sola bocca, ma che più altri porti chiudeva al di dentro sicuri dalle tempeste, i quali erano formati dai diversi seni cui gli antichi figuravano co’ rami delle corna di cervo. Alla interna sicurezza di tali porti influivano pure le isolette che a quattro miglia sorgono dirimpetto e per modo, chele loro rocce fermando il violento soffio del Coro (maestro), respingono pur le onde che vi si rompono.
Delle storiche vicende di Brundusio, che più estesamente saran riferite alla monografia di Brindisi, ci limitiamo a ricordar qui quella sola, per cui venne in potere de' Romani, sotto i quali, se perdè la sua autonomia, divenne cosi interessante da rimaner città fra le altre d’Italia più frequentata ed importante fin oltre ai tempi della decadenza. Occupate Taranto e Cotrone, rivolsero i Romani le loro armi contro la Calabria per aver questa favorito l’invasione di Pirro, ma nel fatto per impadronirsi di Brundusio, il cui porto tanta faciltà offeriva al tragitto nell’Illiria e nella Grecia. Fu presa la città dai Consoli Fabio Pittore e Giunio Pera nel 487 di Roma. Nel 509 vi fu spedita una colonia, il giorno del cui arrivo, quinto del mese sestile, venne ogni anno celebrato con insolita allegrezza.
Pochi ricordi si hanno de' pubblici edifizii di così illustre città Piti templi, a giudicarne dalle monete e da. altri avanzi, ebbero ad esservi, sacri cioè a Giove, a Nettuno e ad Ercole, una statua del quale imberbe ritrovati nel 1762 sotto l’atrio della Chiesa di S. Paolo, dove forse ne sorgeva il tempio fu da Carlo III fatta trasferire nel Museo Borbonico in Napoli. Vi ebbero pur culto Apollo o Diana, di cui è memoria negli Atti di S. Leucio primo vescovo di Brindisi. Sorgeva il tempio del primo sulla collina di fronte alla bocca del porto interno, poco lungi dalla Cattedrale; un altro del medesimo era presso lo stesso porto, dove per molti secoli restò il nome di Apollinaria. Di nessuno de' supposti templi rimane il menomo vestigio, fuorché nella chiesa di S. Sepolcro, che è costrutta di grossi macigni senza cemento e sostenuta da marmoree colonne, non dubitandosi di essere stato un tempio pagano si per la costruzione, comunque restaurato, e sì per la forma rotonda. Vi fu pure un tempio sacro ad Augusto, come rilevasi da due lapide di marmo, una serbata nel Real Museo, e l’altra nel castello di Brindisi, in cui si legge questa epigrafe:
IMP. CAESARI
DIVI NERVAE FIL
NERVAE TRAIANO AVG
GERM. DACIC. PONT. MAX
TRIB. POT. XII.IMP. VI
COS. V. P. P.
C. FVLVIVS HERMES LIB
EPITYNCAMVS EX D. D.
OB HONOREM AVGVSTALITAT
Aveva Brundusio fuori della città l’Anfiteatro. Presso di questo S. Leucio istruiva il popolo di Brindisi nella fede cristiana, e venivagli poi eretta una magnifica chiesa. Avanzi delle terme si vedevano presso al lido del sinistro lato del porto interno, come pure di un magnifico acquidotto dentro le mura allato della porta occidentale. Oltre a queste nessun’altra memoria si ha de' pubblici edifizii dell’antica città, li finiva di distruggere Federico II per costruire co’ ruderi il Castello grande, come de' materiali delle terme faceva Carlo V fabbricare le nuove mura di Brindisi. Due grandi colonne marmoree innalzarono i Romani ad imitazione, come credesi, delle colonne di Ercole sullo stretto di Cadice, per segnare con esse i confini dell’Italia al termine delle due vie Appia e Trajana. Di esse una è ancora in piedi, e dell’altra caduta nel 1528 rimane solo la base. Alle 52 piedi porgevano sul colle di prospetto alfa bocca dei porto interno, avendo scolpite ne' capitelli di ordine composito le immagini di Nettuno come tante Cariatidi negli angoli, con altrettante figure femminili in ogni faccia dell’abaco, ed otto tritoni in forma di volute in ciascun angolo, e terminando in forma di piedistalli, sui quali erano forse due statue. Vicino alle descritte colonne vedesi tuttavia un’antica casa fabbricata di grosse pietre, che la tradizione attribuisce a Virgilio, il quale 28 anni prima della venuta di Cristo a Brundusio moriva.
Brundusio di più ampio perimetro dell’odierna Brindisi sorgeva su due colli, tra’ quali diramavansi i due seni, uno maggiore dell’altro, larghi amendue dai trecento ai quattrocento passi, e lunghi un miglio circa ciascuno, che nel circondar, quinci e quindi la città, ne formavano una penisola Prossimi colli rivestiti di deliziosi giardini, fra’ quali si crede che già fossero gli Orti di C. e M. Lenio Fiacco, gli ospiti di Cicerone esule, difendevano colle alte rupi dalla parte opposta, e rendevano sicuro il porlo interno,. che coll’esterno comunicava per mezzo di uno stretto.
Florida la città di Brundusio per tanto commercio e concorrenza di popoli, non dovette essere al di sotto delle altre per lo studio delle arti e delle lettere. Pacuvio poeta, nipote di Ennio, gran fama si acquistò in Roma per le pitture e per le tragedie. Da un titolo sepolcrale in greco si rileva che un Eucratida di Rodi, filosofo Epicureo, vi tenne probabilmente scuoia, cui per deliberazione del Senato della città fu eretto un sepolcro. E da Gellio infine sappiamo, che giunto egli a Brundusio tral 138 al 161 dell:Era volgare reduce da uno dei suoi viaggi nella Grecia, trovava sul molo della città vendibili le opere di Aristea Proconnesio, d’Isigono di Nicea, di Ctesia, Onesicrito, Polistefano ed Egesia, le quali trattavano di storie maravigliose e di portenti.
10. Messapia. Dopo di Uria nomina Plinio una città di questo nome simile a quello della regione. È probabile che prima della colonia Cretese, popoli condotti da un Messapo fondato avessero questa città, che qualche scrittore crede di essere stata metropoli de' Messapii, alla quale poi succedeva la vicina città di Oria. Da Plinio stesso è chiaro che fosse stata nella odierna Mesagne, terra popolosa ad otto miglia da Brindisi, la cui denominazione non è gran fatto alterata da Messapia. Tal nome riteneva anche nel medio evo, come è nolo dalla Cronaca Cavense. che nomina Messapia insieme a Venusium, Materam et Oream, come città prese nell’anno 886 da Lugdoico Augusto. Un patrio scrittore però, Epifanio Ferdinando, nella sua inedita Messapografia, dice che non proprio nello stesso sito di Mesagne era posta l’antica città, sibbene alquanto più oltre verso di Brindisi, donde si ridusse nell’odierno luogo su di una ventilata collina in grazia della miglior aria, e posizione meglio difesa dalle scorrerie de' Barbari.
11. Scanno. Nella Tavola Peutingeriana è segnata una stazione col nome di Scamnum, otto miglia prima di Uria, nel sito dell’odierno Latiano.
12. Iria o Uria. Ad otto miglia da Scanno seguiva Uria secondo la stessa Tavola verso i confini della Sallenzia. Era detta più anticamente Ilyria, come legasi in Erodoto, che l’origine attribuivano ai Cretesi; benché per la circostanza di trovarsi una città omonima nella Beozia, può opinarsi col Corcia che dovettero essi accrescerla solamente. È provata l’autonomia e quindi l’importanza di Uria, non solo dalle monete scoperte presso Oria coll’epigrafe TPINA o VPINA, che alcuni nummologi dello scorso secolo attribuir vollero ad una ignota città della Campania, ma pur dalle sue memorie, che io consentono la supremazia della regione dopo Brundusio.
La città odierna di Oria, occupando lo stesso sito di Uria su tre colline in mezzo ad una vasta pianura, nulla mostra dell’antico, se non che scarsissimi marmi letterati, e rare ricordanze di templi ed altri pubblici edifizii. Solo per tradizione è noto che il Duomo surse sugli avanzi del tempio di Saturno, al quale appartennero le 18 colonne che lo sostengono, e che il monistero di S. Barbato occupo il sito di quello di Ercole di cui scoprironsi i ruderi e marmi rappresentanti le imprese del nume, e forse anche un’ara votiva con questa iscrizione:
HERCVLI
SERVATORI
SAC
Q. RVTILIVS. Q. F.
TIBVRTINVS
V. S.
13. Rudia. Da un luogo detto Rusia in un sito non lungi da Grottaglie; e dagli avanzi di una città antica che vi si ricordano, la tradizione ha serbato memoria di una Rudia, qnella propriamente che fu patria di Ennio. Tolomeo pose Radia come primaria città de' Sallentini; secondo lui quindi, anzi che a Ruta o Rogge presso Lecce, conviene meglio a Rusia in vicinanza di Grottaglie, perchè la Sallenzia, come si è detto, aveva principio al di là di Taranto, da cui Grottaglie dista otto miglia. Nei detti ruderi di Rusia adunque è da riconoscersi la patria del più antico epico latino, il quale è detto Tarentino da Eusebio, non per altro che per la vicinanza di Rudia a Taranto.
14. Mesocoro. Ad eguale distanza di X miglia antiche tra Uria e Taranto è segnata nella Tavola Peutingeriana una mansione con questo nome, che accenna appunto ad un sito giusto in mezzo tra l’una e l’altra regione, o sui loro confini. Posta una tale equidistanza, il sito di Mesocoro verrebbe a corrispondere presso Monte Mesola, dove il Rizzi-Zannoni segna alcune rovine sulla sua Carta.
15. Celio. Dopo altre X miglia da Mesocoro, più dentro terra, seguiva la città di Celio appena ricordata da Plinio tra quelle della Messapia. Al difetto di testimonianze di antichi scrittori e di Geografi sopperiscono le varie iscrizioni in caratteri cosi detti Messapici, le monete di ogni metallo, ed una gran còpia di vasi dipinti scoperti nei suoi sepolcri. Le iscrizioni, pur come quelli di Alizia, consistono per lo più in una linea di poche parole, in fuori di una che è di cinque linee non ancora interpetrata da alcuno. Qui riferiamo quelle solamente che in alcune parole sono simili ad altre messapiche iscrizioni. Son desse le sei seguenti:
1. ΕΤΤΙΣ ΑΡΝΙΣΣΕΣ ΘΕΟΤΟΡΡΕΣ, la cui ultima parola rassomiglia a quella di Ostuni, che comincia con ΘΕΟΤΟΡΑΣ riportata dal Mommsen.
2. ΓΑΛΛΑΙΔΗΙ, che è simile all'ultima parola della 1. iscrizione di Alezio riferita dal Corcia.
3. ΔΑΤΜΑΣ ΓΕPTAHETIS, che la prima parola simile alla prima dell'anzidetta iscrizione di Alezio.
4. ΜΟΛΔΑΗΙΑΣ, simile alla a 5.ª che leggesi a pag. 169 di quest'opera.
5. FΑΛΑΤΙΣ, che ha analogia con FΑΛΛΑΣΣΟ nella dianzi citata pagina.
6. ΔΑΤΤΑΣ ΜΟΛΔΑΤΑΙΗΙ, che è analoga alla prima parola della terza, ed alla quarta di queste iscrizioni.
Le monete coll'intera epigrafe per lO più di ΚΑΙΛΙΝΩΝ, anzi che dall’altra omonima città della Peucezia, la quale formava un sol corpo colla città di Bario. secondo il Rogadei, debbono attribuirsi a Celio della Messapia, perchè questa reggevasi da sé.
Si ha memoria in Frontino dell’Agro Celino nella Calabria diviso ad una colonia Romana non si sa in qual epoca. Una iscrizione scoperta nel principio del passato secolo a piè del monte di Ceglie, e riferita dal Pratilli, parlando di una restituzione curata da un Flavio Numerio Emiliano, è probabile che non a qualche tempio o altro pubblico edilizio accennasse, ma bensì alla strada che metteva Celio in comunicazione con altre città della Peucezia.
16. Carbina. Di questa città posta a 6 miglia da Celio e 3 dal mare, non altra memoria ci rimane, che quella della sua distruzione dai Tarentini, memoranda per la nefandezza che si permisero contro de' vinti Carbinati. Non contenti di aver rovinata la città, i fanciulli, le vergini e le matrone regimarono ne’ templi Carbina, dove lasciavale ignude esposte ad ogni ludibrio. Clearco scrisse di questo caso terribile nel IV libro delle Vite, narrando che gli autori di questa orrenda scelleragine furono tutti fulminati dal nume, e chiavanti alle rispettive case a Taranto vedevansi alcune colonne, in cui erano scolpiti i loro nomi, pe' quali non si offrivano sacrifizii né libazioni, ma si sacrificava a Giove Catebate o fulminatore, che tutti avevali uccisi. Può supporsi avvenuto questo fatto di Carbina circa l’anno 473 avanti G. C. quando i Japigi scontraronsi co’ Tarentini nella memorabile guerra che mutò, secondo Aristotele, lo stato di Taranto, dopo le precedenti azioni a causa de' confini.
Si suppone che avesse riportato il nome di Carbina quasi καρπινα καρπινα frugifera, qual è il suolo di Carovigno, succeduto all'antica città, nel quale si veggono colossali piante di ulivi, ed ogni sorta di belle frutta.
Presso di Carovigno veggonsi gli avanzi dell’antica città o mura costruite di grandi macigni rettangolari della pietra che ivi chiamano carparo. Il loro circuito non maggiore di un miglio intorno le falde del colle fa supporre che sia il recinto dell’Acropoli, piuttosto che della città — Oltre delle rare anticaglie rinvenute in quei sepolcri, come a dire un caduceo di bronzo, un rottame di cristallo coll'immagine della Sibilla Tiburtina, secondo la indicazione che in tali due parole leggevasi intorno al cerchio che la racchiudeva, due lunghe epigrafi incise in pietra dura con caratteri Messapici, una di 19 linee non più lunghe di un pollice, e l’altra di 9 assai brevi, restano tuttavia inintelligibili. Comechè pubblicate la prima volta dal Corcia, non sarà discaro ai nostri lettori, se le riferiamo pur qui, augurandoci di trovarsi chi voglia o possa darsi pensiero d’interpetrarle:
| 1. | 2. |
| ΛΑΟΗΙΤΙΣΓΕΝ | ΤΑΣΓΑ |
| ΑΣΠΙΝ AFAN | ΛΙΒΝΑΣ |
| ENNANT OΤΟΡΑΔ | A-INNE |
| ΑΞΙΝΝΟΤΑΤΩΤΟΙ | ΑΧΤΙΣΕΙ |
| ΒΙΣΣΙΧ Α ΑAE VA FL | ΑΗΕΘΕΣ |
| ΑΠΕΝΜΑΕΟΛΑ Ε· ΣΝ | ΑΣΑΘΓΙΝ |
| – ΕΝΘΙΒΟΡΡΑΗΤΙ. ΣΤΑΙ | ΜΑΣΒΑΒΒ |
| ΜΑΚΟΣΤΕΙΜΝΑΤΑ ΑΝΕ. | ΝΑΣΓΑ |
| ΕΣΠΜΑΝΑΖΝΔΑΙΑΜ | ΕΡΡΙΝΙΧ |
| ΔΑΡΑΝΔΟΑΔΑ F70 |
|
| ΣΠΑΧTORNIAANDA |
|
| ATIHI ATЕТО МЯ |
|
| ΜΑΔΔΕ ::: ΣΙΕΤ ... ΤΙΑΛ |
|
| ΞΕΤΙΔΑ ΠЕТАХТ |
|
| ΒΡΕΣΗΑΜΑΗІЛИХТЕ |
|
| ΕΠΕΣΤΟΒΙΕΤΕΣΧ |
|
| ΕΙΣΔΕΙΒΒΕΤΙΣΒΛΑΤΟΕ |
|
| ΗΑΒΒΕΣΗAIFAIHAΣ |
|
| ΑΙΔΔΕΤΙΣ OΡΒΑΝΑΣ |
|
17. Sturni o Saturnio. Tolomeo annovera con Ureto fa città di Sturni tra le mediterranee della Calabria, cui si accorda Plinio che fa menzione degli Sturnini che l’abitavano. Son queste le uniche memorie che l’antichità ne ha lasciato. Per tradizione si sa che la stessa fu presso Cisternino al di là di Carovigno e di Ostuni nei confini della Messapia e della Peucezia. È probabile che Cisternino sia un’alterazione di Sturni e questo di Saturnio, che è il nome tradizionalmente conservato, come per tradizione si narra che, sottomessi Sturnini dai Tarentini e da quei di Egnazia, venne la città ridotta a tale rovina, che solo una bella torre non rimase al suolo adeguata. Si veggono gli avanzi della città fuori Cisternino net monte delle Forche presso la chiesa di S. Cataldo, e ne' colli di S. Leonardo e del Fico. Cominciò a chiamarsi Cisternino dopo di essere stata restaurata dai Greci nel VII secolo. e valsero ad accrescerla anche la rovina di Egnazia e la protezione de' Normanni che la donarono all'ordine di Basilio, per cui divenne greca badia di quei monaci col titolo di S. Nicola di Patara.
18. Isoletta Barra. A distanza di 4 miglia da Brindisi sorgono dirimpetto al suo porto cinque isolette in guisa da formare una catena lunga di un miglio, che ne difende l’ingresso contro i forti marosi e l’impeto dello tempeste. La più grande di esse era nota agli antichi sotto il nome di Barra (105), da cui Festo fa derivare i primi abitatori di Bari. Era quindi abitata; ed i Cretesi forse furon quelli che avendoneli espulsi, diedero occasione all’origine di Bario. Nell’anno 712 di Roma vi si fermava Murco o Muzio colla flotta di Bruto e Cassio per impedire a Cesare il passaggio delle milizie e de' viveri nella Macedonia: ma Cesare, fingendo di venire a battaglia contro di lui, ottenne che ei si ritirasse in alto, e così potè tirare all’isola le navi.
Origine de' Messapii o Calabri. Le diverse opinioni che corrono circa l’origine di questi popoli, sono le seguenti. Secondo alcuni furono i Japodi dell’Illiria che diedero il loro nome a tutta la regione in cui la Messapia è compresa, ai quali altre colonie si aggiunsero, di cui la più illustre fu quella dei Cretesi. Secondo Erodoto i coloni, per confondersi cogli abitatori del paese, si dissero Japigi-Messapi. Eustazio però fu di avviso che si fossero detti Messapigi, cioè Iapigi di mezzo a considerar la Messapia come in mezzo della Japigia. Strabone all’incontro fa venirci Messapii dalle falde del monte Messapo nella Beozia, che ritenne per una colonia di Elioni. E Plinio infine si avvisò conformemente alla tradizione che voleva i Greci averla denominata Messapia dal nome del conduttore della colonia. Osservando il Corcia che, Pausania chiamò gente barbara i Messapi, ha creduto di doversi cercare di altre origini, e con Nicandro si persuade di essersi uniti Illirici altri coloni provenienti dal monte Messapo, che divideva dalla Peonia i Medi della Tracia presso la Macedonia, e guidati da uno dei Licaonidi. In tal guisa ne rannoda la pervenienza ad un’emigrazione d’Illirici, di Pelasgi Arcadi e de' Licaonidi che uniti ad altre tribù della Tracia, passavano nel nostro paese per la via dell’Epiro.
Il Corcia medesimo opina, che a tutti questi popoli venuti a stabilirsi nella Messapia debbano aggiungersi i Galabrii, anche popoli Illirici, che Strabone annovera co’ Dardaniati. o Dardani, poiché non altrimenti può rendersi ragione del perchè la Messapia fu detta pure Calabria, — L’epoca approssimativa della venuta di tutte le anzidette colonie non può fissarsi con precisione. Solo approssimativamente può dirsi che il passaggio de' Cretesi essendo stato in seguito della morte di Minos, secondo Erodoto tre generazioni o un secolo circa trascorsero tra la morte di Minos e, la presa di Troja. Epperò secondo il calcolo di Raoul Rchette, fissando un intervallo di dieci anni tra la spedizione di Minos nell’Isola della Sicilia, e quella che vi facevano i Cretesi per vendicarne la morte, ed aggiungendovi il quinquennio che durò l’assedio di Gamico, può fissarsi con qualche verisimiglianza nell'anno 135$ avanti l’Era volgare.
Loro etimologia. Eustazio vuol detti i Messapii quasi Mesapigi, cioè. Iapigi dimezzo, alla quale opinione fanno ostacolo le riferite origini di questi popoli; in conformità delle quali potrebbe assegnarsi col Corcia quest’altra derivazione del loro nome. Il Peloponneso trovasi detto ne' tempi più antichi Apia. Da popoli quindi di qui passati in questa nostra contrada le venne il nome di Japigia, cioè Apia terra, e quello di Mesapia o Apia di mezzo a coloro propriamente che ne occuparono il mezzo. Ai quali aggiuntisi in processo di tempo i Galabrii come si è detto, fecero pur prenderle l’altro non meno antico nome di Calabria.
Loro vicende. Dallo stabilimento di questi popoli sino alla famosa guerra, in. cui rimasero vinti da’ Tarentini, per li quale vittoria consecrarono questi a Delfo cavalli di bronzo ed immagini di donne prigioniere, nulla si conosce delle loro vicende. Or tali opero son da Pausania attribuite all’Argivo Agelada vissuto nella LXVI Olimpiade; prima dunque dell’anno 516 av. C. avvenne una tal guerra, di cui, se s’ignorano le circostanze, può supporsi di esserne state cagioni le conquiste che i Tarentini facevano a danno de' confinanti. A questa guerra successe l'altra più memorabile, in cui trionfarono de' Tarentini. e poterono penetrar nell’Enotria per contrastar loro il possesso della Siritide, dopo l’anno 319 av. G. C. Ai Tarentini collegati coi Peucezii e co’ Dauni Sarebbe bastato di respingere i Messapii se, come pare di accennare oscuramente Aristosseno presso Diogene Laerzio, nello scontro non fosse a questi riuscito di rendersi padrone dell’esercito Tarentino, quando hon più comandava il grande Archita. Pare quindi che in tal epoca furono i Messapii nella loro maggior floridezza possenti per popolazione e per forze navali, perchè avendo favorito le parti del Siracusano Dionigi, soccorsero di molti triremi Filisto che ne comandava la flotta. Cessarono i Messapii di essere i rivali di Taranto all'epoca della sua maggior potenza per riprendere le ostilità a tempo più opportuno: ma se Alessandro di Epiro chiamato in ajuto dai Tarentini mostrò di rivolgere le prime fazioni di guerra contro i Messapii, fu per conchiudere prestamente con essi alleanza, onde poter avere una facile e sicura corrispondenza tra Brindisi ed i suoi stati.
Per cagione di lontananza rimasero i Messapii estranei ai Romani sino alla guerra di questi contro Taranto, nella quale si collegarono con i loro antichi nemici contro Roma. Il Re Pirro fu perciò da essi ben accolto, quando alla loro spiaggia si salvava coll’unica nave che rimaneva della flotta dispersa dalla tempesta; e ne' suoi eserciti militarono nella battaglia di Ascoli. Nel trionfo di L. Emilio Barbala del 473, ed in quello di M. Attilio Regolo del 486 si parla, è vero, de' soli Sallentini; ma con questi stessi son nominati nei Fasti Capitolini, che ricordano gli altri trionfi dei Consoli Fabio Pittore e Giulio Pera nel 487. Da quest’epoca non più comparisce il loro nome nella Storia, e solo rimase alla regione quello di Calabria, il quale veniva trasferito o reso comune alla odierna Calabria dagl’Imperatori Bizantini, quando nel IX secolo perdevano sull’Adriatico le loro possessioni.
Corografia della Peucezia. Immediatamente alla Messapia seguiva la regione di questo nome, di cui Strabone non assegnai precisi confini, perchè a suo tempo non si distinguevano i Peucezii dai Danni e dagli Apuli, essendo le loro rispettive contrade comprese sotto la comune denominazione di Apatia, Scrisse nondimeno che la Peucezia cominciava da Egnazia e giungeva a Bario sulla costa, e che dentro terra toccava Silvio detta poi Garagnone, castello a tempo della regina Giovanna I. Plinio assegnava a questa stessa regione Rudia, Egnazia, Bario, e la destra sponda dell’Aufido. Tolomeo vi aggiunse dentro terra Celia e Venusia. Or tenendo a queste indicazioni, si possono i confini della Peucezia segnare dalla spiaggia presso Ostuni e Carbina, sino alle foci dell’Aufido, e di là incurvandosi dentro terra la linea di confine colla Daunia, farle toccare gli agri di Canosa, Venosa, Forento, Aclarunzia, Banzia, sino a Silvio, la sinistra sponda del Bendano pel tratto che bagna la regione Metapontina sino a Castellaneta o Ginosa, donde poi va a ricongiungersi per Martina al punto di partenza tra Carovigno ed Ostuni. Così circoscritta l’antica Peucezia, viene a comprendere tutta l’odierna Terra di Bari con una parte dei vicini Distretti di Matera, di Taranto e Brindisi; vai dire i Circondarii di Matera, di Ginosa ed Ostuni.
Topografia della Peucezia. Gli antichi luoghi di questa regione furono: i. Ad Speluncas, 2. Ad Decimami. Egnazia o Gnazia, 4. Ad Ilortum e Porto de' Pedicoli. 5. Apanaste o Apanaste, 6. Ad Veneris, 7. Turia o Turo, 8. Norba, 9. Azetio, 10. Torre di Cesare o Aureliana, 11. Torre Giuliana, 12. Colia, 13. Bario, 14. Respa, 15. Naziolo, 16. Tureno. 17. Bardulo, 18. Ruda o Rudia, 19. Butonto, 20. Turricio, 21. Rubi, 22. Ad decimum quintum, 23. Palio, 24. Grumo, 25. Nezio, 26. Silvio, 27. Plera, 28. Lupazia, 29. Matcola, 30. Genusio, 31. Castania, e 32. Ad Canales.
1. Ad Speluncas. Dalle grotte, innanzi alle quali passava la Via Egnazia, tuttora visibili in vicinanza di Ostuni, prendeva nome la Stazione Ad Speluncas, che gli antichi itinerarii mettono in detto sito. Sulla borgata, che vi era per comodità anche del porto di Carbina, distrutta nel medio evo, la Duchessa di Bari Bona Sforza faceva edificar Villanova, con un piccolo castello sulla marina, della quale rimangono le rovine por averla gli abitanti abbandonata, costretti a trasferirsi, in Ostimi dalle continue scorrerie de' Corsali.
2. Ad Decimum. Dopo X miglia antiche dalla detta stazione seguiva l’altra così denominata, perchè dieci miglia contava dalla città Egnazia. Sembra che fosse stata nell’odierno Zaccarino, piccolo villaggio presso la strada che mena a Fasano.
3. Egnazia. A X miglia dall’anzidetta stazione, ed a tre miglia dal mare seguiva la città di Egnazia appartenente al Distretto de' Pedicoli, (quello cioè che di questa regione occupava la parte sul littorale) nel cui agro Plinio la descrive. Da Orazio fu detta Gnazia, il qual nome leggesi nella parola ΓΝΑΘΙΝΟΝ incisa con lettere a puntini in un caduceo di bronzo trovato presso le sue rovine, ed anche in una medaglia parimenti di bronzo in cui leggesi TNATIA o piuttosto ΓΝΑΤΙΑ. Vuolsi un tal nome derivato da Gnaqos mascella, ed apposto alla città, come ad altre elleniche che il prendevano da teste ed immagini di animali. Delle sue vicende antiche nulla ci è pervenuto. Fu intanto celebre nell’antichità per un prodigio riferito anche da Orazio, che nel suo viaggio da Roma a Brindisi mette per altro in derisione. Consisteva esso nel vedersi fumare l’incenso sull’ara di un tempio senza che vi si accostasse la fiamma. Plinio il narra con più maraviglia dicendo che la fiamma alle aride legne si apprendeva, e non all’incenso, se accostavansi ad una pietra che era nella città (106).
Rilevasi da Frontino, che fa parola dell’Ager Ignatius, di essere stato, non saprebbesi in qual anno circa l’età di Trajano, diviso a qualche Romana colonia. Strabone dice che era Egnazia luogo di riposo comune a chi navigava ed a chi per terra andava a Bario; e pare che per tale concorso di forestieri divenuta fosse e ricca e popolosa, come Io mostrano il frammento di una stupenda corona d’oro, e molti pregiati vasi scoperti ne' suoi sepolcri.
Sorgeva Egnazia a breve distanza dal mare in un sito ridente ed abbondevole di limpide acque che tuttavia vi scorrono. Presso l’antica muraglia, che la cingeva dalle parte del mare, è una rinomata sorgente, cui chiamano la fontana di Agnazzo. Avendosi memoria di un suo Vescovo che intervenne in un Concilio del 401, è da credersi divenuta Egnazia città vescovile fin dai primi tempi cristiani. Non si sa chi la distrusse, né precisamente l’epoca in cui venne diroccata. Vi ha chi ne fa autori i Goti guidati da Totila nel 545, e chi i Saraceni verso la metà del IX secolo, o più veramente nel 968, quando arsero le guerre tra i due imperi. Tiensi però come più probabile la tradizione che la dice distrutta nel 1085 da Boemondo figlio di Roberto Guiscardo nella guerra contro il fratello Ruggiero, poiché una tal epoca coincide coll’origine della città di Monopoli, di là a 6 miglia unitamente ad alcuni Greci fondata dagli Egnaziani, che abbandonavano la desolata loro patria. Dagli antichi sepolcri scoperti presso Monopoli si vorrebbe argomentare della remota antichità di questa e crederla niente meno che de' tempi di Minos; ma nulla osta a crederli di Egnazia, e dal loro numero, diversità e grandezza (essendosene trovati financo di due o tre stanze con intonaco dipinto) ben si conchiude del numeroso Sud popolo e delle diverse condizioni de' cittadini, in uno de' detti sepolcri sona occorse due rarità degne di memorarsi; il cranio dorato dell’estinto, ed una lapida mal trascritta come segue:
ΚΑΛΩ HIFE ΝΑΣ ΔΕΝΔΟ
AFAN FAAΔΕΣ ΤΑΙΜΑΚΟΣ
INFINTA FΑΛΔΑΝΚΟΣΙ
NIN INFITΑΤΙ ΛΙΧΙΔΑR
ГАНЕХІТАΤΟ ΟΙΤΙΝΑΙ
ΗΙΔΙΤΑ ΙΣΣΙΝΟ ΜΑΙΣΩΝ
ΤΩΛΤΕΣ ΙΞΙΝΑΙ
OI F
Avanza dell’antico abitato un pezzo delle mura, che cingevanlo nel perimetro di due miglia, costruite senza cemento a grandi sassi bislunghi forniti dalla stessa roccia, su cui sorgeva la città Anche i ruderi dell’Acropoli sono ancora visibili sulla prossima collina, alla cui destra è un mediocre seno, in cui gli Egnaziani avevano il loro porto artefatto. Vi si osservano inoltre i segni delle case sparite dai due lati di una via, e finalmente anche un androne sotterraneo che serviva per uscire dalla città in caso di assedio. L’odierna torre marittima di Penna, corrispondente alla più antica detta Egnazia, è tutta l’indicazione del descritto suo sito.
4. Ad Hortum e Porto de' Pedicoli. Al di là dell’anzidetta torre di Penna, a distanza cioè di IX miglia da Egnazia, seguiva un’altra mansione o mutazione di posta sulla via Consolare segnata nella Tavola Peutingeriana col guasto nome di Dertum, perchè nel sito, cui la citata distanza corrisponde, ha fatto dare alla torre che vi fu poscia innalzata la denominazione dell'Orto. Da qualche giardino quindi, nella. cui prossimità era la Stazione, doveva dirsi Ad Hortum, come si è creduto dal Corcia di emendare (107). La Tavola stessa segna più oltre un Porto de' Pedicoli, che con tal nome durava fino al IV secolo dell'Era volgare.
5. Apanaste o Apaneste. A destra dell’anzidetta stazione, e più dentro terra, era posta la città di Ateneste da Plinio ricordata tra’ Calabri mediterranei e da Tolomeo tra’ Dauni. N’è ignota l’origine, se non che dal valore del greco nome απαναστασις migratio, si può dedurre, che popoli scacciati da altra regione vennero quivi a stabilirsi. Nei diversi codici dell’Itinerario di Antonino trovasi erroneamente segnata col nome di Arnesto e di Ernesto a XV miglia da Egnazia, la quale distanza corrisponde al sito della celebre badia di S. Vito presso Polignano, rinomatissimo luogo pe' molti sepolcri antichi, che furono degli Apanastini. Quivi dal Romanelli si vorrebbe supporre una Neapolis, poggiata su di un luogo di Polibio di mal sicura lezione; di che sarà più ampiamente discorso all’articolo POLIGNANO.
6. Ad generis. A distanza di VIII miglia dentro terra da Egnazia sul ramo della Eia Appia, che toccava le città mediterranee della Peucezia, era la stazione Ad Veneris, ossìa ad Aedem o Fanum Veneris, così detta da qualche tempio a Venere dedicato. Secondo il Corcia corrisponde una tale Stazione al Monte S. Pietro al di là di Castellana, e proprio dove in luogo dell’antico tempio sorger dovette la Chiesa in onore del Principe degli Apostoli.
7. Turio o Turo. Dall’esistenza di Turi presso Conversano possono benissimo correggersi i Tutini da Plinio annoverati tra i mediterranei della Calabria in Turini abitatori di Turo (Turum) od anche Tiuria. La quale nella Sallenzia da Livio riferita, dove parla di Cleonico, di cui dice che Thurias urbem in Sallentinis cepit, non potendo esser la omonima della Magna Grecia, ossia nella Sibaritide, può credersi di essere. stata questi nella Peucezia, derivata e fondata forse dagli abitatori di quella, Al che aggiunge una certa probabilità lo stemma di Turi, nol quale è un toro giacente sotto una quercia colla leggenda: Ex Tauro civium fertilitas, e si sa che il Toro fu simbolo comune nelle medaglie de' Sibariti e de' Turiatidi.
8. Nerba. Dopo altre VIII miglia dalla stazione, Ad Veneris, seguiva la città di Norba, di cui Plinio ricorda i Norbanesi, anche tra i Calabri mediterranei. La distanza che ne segna la 4 Tavola Peutingeriana induce a riconoscerne il sito al settentrione di Conversano, dove si son trovati antichi sepolcri con. vasi eleganti ed idoletti di argilla, colle iscrizioni KERES, IVNO, MINERVA, VESTA. Dall’omonima città del Lazio pare doversi dedurre, che la sua origine, come che i sepolcri siano greci, fosse stata da qualche colonia Latina. Cosi ritenendosi, i sepolcri allora attribuir si potrebbero agli Apanastini
9. Azetio. A distanza di 4 maglia dal mare, e dopo di Norba seguiva quest’altra città da Strabone detta Nhpon, nella Tavola Teodosina detta Ehetìum, da Plinio anche diversamente nominata, perchè chiama Aegetini gli abitatori per lui fra i Calibri mediterranei annoverati. Dall’epigrafi di alcune medaglie, che co’ tipi simili a quelle delle altre città Calabre hanno Azition Azetium, si è creduto doversi correggerne il guasto nome in quest’ultimo. Opina il Corcia che si fosse così denominata dall’aridità (αξη) [108] deb luogo in cui fu fondata, e fra l’avviso di coloro che la situarono a Giovenazzo o ivi presso, e quello di Romanelli, che la pose vicino a Rutigliano in distanza di otto miglia da Ceglie, ei dà la preferenza a quest’ultimo.
10. Torre di Cesare o Aureliana Dalla stazione Ad Hortum, ad altre IX miglia sulla strada Egnazia, incontravasi un altro sito di riposo così denominato da una o più torri poste a difesadi quel littorale, perché nella Tavola Peutingeriana è detta Turris Coesaris, nell’Itinerario di Antonino semplicemente Turribus o ad Turres, e nel Gerosolimitano Mutatio Turris Aureliana. Se n’è riconosciuto il sito in quello di Torre di Ripagala o Ripagnolo, dove si vedevano delle rovine sino ai tempi del Pratilli, come anche de' vestigii del Portus Turris nella Peutingeriana mentovato.
11. Torre Giuliana. Sulla stessa spiaggia, ed a IX miglia antiche dalla predetta, sorgeva l’altra torre di questo nome riconosciuta in quella torre marittima oggi detta la Pellosa, dove si son trovati de' sepolcri ed avanzi di edifizii antichi.
12. Celia. Anche a IX miglia antiche da Azetio succedeva la città di Celia in distanza di due miglia dal mare, L’etimologia che ne assegna il Corcia sarebbe quella di cava o valle, che accenna alla condizione del luogo, in cui la edificavano i suoi greci fondatori, a giudicarne dalle medaglie e da vasi letterati, in cui leggesi KΑΙΛΙΝΩΝ e ΚΑΙΛΈΙΝ col dittongo AI. L'unica memoria delle sue vicende è quella che trovasi in Diodoro Siculo, che scrisse di essere stata presa nella terza guerra Sannitica dai Romani, nel 318 av. G. C., sotto la Dittatura di Fabio; Il suo sito è quello dell'odierna Ceglie.
13. Bario. A 500 passi da Bari si è supposta l’antica città di Bario nel suburbano detto il Monte, dov’è la Chiesetta di S. Maria delle Grazie, ed ivi presso dove sono nell’erta i giardini Arcivescovi!i. Nulla avanzando dell’antico, è da credersene il sito non diverso da quello che occupa attualmente, dove la tradizione si conserva di essersi invertito il tempio di Giove nella Basilica di S. Niccolò, alcune lapide ricordano un tempio ad Augusto, ed un altro ad Apollo.
Della origine di Bari si è variamente opinato. Da questo distico che leggesi nel frontespizio della sua porta, su cui facevasi incidere a tempo di Filippo III, pare che si compiacessero i Baresi di riconoscere il loro fondatore in un Japige figliuolo di Dedalo; ed in un favoloso Barione Illirico, che vi giunse con una colonia, colui che per averla accresciuta ne mutava il nome antico nel suo:
Urbem, quam Barion auxit, fundavit Japіх
Nunc regis imperio, magne Philippe, tuo.
A traverso de' secoli che han fatto prendere alle tradizioni antichissime la vernice della favola, può congetturarsi col Corcia, che i primitivi fondatori di Bario furono i Japidi dell’Illiria, e che per essersi uniti a questi gli espulsi dall’isoletta di Barra dirimpetto Brindisi, prese la città cresciuta il nome di Bario. Del resto, se Stefano Bizantino la chiama Βαρις e Βαρητιου, e ne deduce coll’autorità di Posidippo la ragion del nome da Baris che significava abitazione, la quale anche Βαuρια in lingua Messapica diceva, secondo la testimonianza di Cleone; vedesi chiaro che il Japige ed il Barione sono delle solite personificazioni di colonie, delle quali la prima ha qualche fondamento, di cui manca affatto la seconda. Il Millingen, nel dichiararne sconosciuta l’origine, sì avvisò di attribuirla ad una colonia ellenica a cagione del tipo della nave (Baris) che scorgesi nelle sue monete. Senza però disconvenire dal dotto nummologo, può ritenersi, che Bario abbia avuto dagli Elleni un aumento di popolazione e civiltà, e che i tipi della nave e del delfino nelle monete l’additino per città industriosa e trafficante per mare fin da’ tempi più remoti.
Celebravala Orazio per l’abbondevole pesca del suo mare. Nel 65 dell’Era volgare vi confinava Nerone e trucidar vi faceva Lucio Silano, non per altra colpa, che quella della sua modestia e della sua nobilissima stirpe. Tacito, nel narrare di ciò, chiama Bari municipio, il qual nome significando la sua importanza, è attestato anche da questa lapida:
Q. APINIO.Q.F.QVIR.
PROCILIANO
EQVO PVBLICO. VI VIRO
AVGVST.PATRONO. ET
IIII. VIRO. MUNICIP. BAR
PRAEFECTO FABR.
OB. MERIT. AVGVST.D.D.
Fra i molti e diversi sepolcri scoperti nel recinto del supposto antico sito di Bario, il più celebre si reputa quello che nel 1752 scavossi tra le rovine delle vecchie case de' PP. Domenicani, che un liberto poneva ad una libertà della gente Cecilia con la seguente lapida:
CAES. PHOEBE
VIXIT ANNIS XXXX
HIC SITA EST
FECIT M. CAECILIVS
FELICIO CONIVGI
DVLCISSIMAE BENE
MERENTI INIQVA
FATA QUAE NOS TAM
CITO DISIVNXERVNT
Segnava Bario la distanza di CXXVIII miglia da Benevento, secondo una lapida che vedevasi sul molo, e ricordava di essere stata fatta la strada da Benevento a Brindisi a proprie spese di Trajano.
14. Respa. Nell’Itinerario di Antonino, dopo XIII miglia antiche da Bario, un luogo è segnato sulla via consolare col nome di Respa, che mal si conosce se fu qualche borgata o mansione. In difetto di alcun ricordo presso antichi scrittori, solo alcuni titoli sepolcrali trovati tra Giovenazzo e Molfetta, nel punto dove l’indicata distanza corrisponde, inducono a crederla piuttosto una borgata. Pe’ sepolcri scavati dove sorge il sobborgo di quest’ultima città deve credersi, anziché in Giovenazzo, come vorrebbe taluno, proprio nell’odierna Molfetta. Le ragioni che sostengono questo avviso saranno disvolle nella monografia di questa città Perora non occorre dir altro, che dell’antica Respa nessun’allra memoria avanza all’infuori di un tempio sacro a tenere nella contrada che vicino Molfetta ha ritenuto tal nome; e che fu abitata prima de' tempi dell’Impero, come puòrilevarsi dalla seguente iscrizione, che riportiamo per la memoria che serba del cinque per cento imposto sin dal 897 di Roma come balzello sulla vendita e manomissione de' servi, detto Vigesina libertatis di cui fu procuratore o esattore un C. Aquilio:
C. AQVILIVSI. F.
PROC. XX. LIB.
OLLARIACVM
OBRENDARIO
SIBI........
15. Naziolo. Nella sola Tavola Peutingeriana è menzione di una grossa borgata o villaggio di questo nome a tre miglia dopo di Respa. Una tale distanza, facendo corrisponderlo a Giovenazzo, ha dato occasione al Corcia di confermarlo in questa idea la etimologia che ei crede derivare dal greco Neatos in vece di Newstatos; novìssimus, dappoi tradotto alla latina in Juvenatium Giovenazzo; non dubitando che originariamente abbia potuto dirsi da Strabone Neatwn in vece di Naton i cui popoli Retini son da Plinio ricordati nella Peucezia. Della preesistenza intanto di questa città ai tempi in cui furono fatti gli Itinerarii, sì ha pruova dal seguente titolo sepolcrale posto ad una fanciulla sacerdotessa di Minerva, e scoperto presso Giovenazzo:
D. M. S.
PETILIAE. Q. F. SECVNDINAE
SACERDOTI MINERVAE VIX
ANN. VIII. M. VII.D. XVIII. OB INFA
TIGABILEM PIETATEM EIVS MESSIA
DORCAS M. INFEL. FIL. D. M. F.
16. Tureno. Dopo VI miglia da Naziolo veniva secondo, la Tavola Peutingeriana, la città di Tureno, che senz’alcun dubbio corrisponde all’odierna città di Trani. La favolosa fondazione attribuitane nel medio evo ad un Tirreno può essere apiegata colla solita personificazione di qualche colonia di 'Tirreni della Macedonia, o Tirrensi dell’Acarnania. Pur come su di una porta a Bari leggesi in Trani su quella detta di Bisceglie il seguente distico:
TIRRENVS FÉCIT TRAIANVS ME REPARAVIT
ERGO MIHI TRANVM NOMEN VTERQVE DEDIT
Come che nulla se ne conosca dagli antichi scrittori, le monete, le iscrizioni ed i sepolcri scoperti dimostrano chiaramente di essere stata abitata da tempi molto remoti; e che nei primi tempi dell’Impero fosse stata fiorente città può dedursi dalla seguente epigrafe, che ricorda un voto sciolto ad Ercole Stivatore da un C. Elpidio Fausto dell’ordine degli Augustali.
ERCVLI SERVATORI
C. ELPIDIVS L. F. FAVSTVS
AVGVSTALIS EX VISO
VOTVM SOLVIT
17. Bardulo. Dopo IX miglia dalla dianzi descritta città seguiva Bardulo, che corrisponde all’odierna Barletta. Ne attribuisce il Corcia l’origine ad una colonia de' Bardei dell'Illiria, i quali per istabilirsi in Italia, combatterono con Cinna e con Mario, e furono gli stessi che i Bardeì ricordati da Plinio e gli Ardici di Strabone. Bardulo cosi originata secondo lui, vuolsi nata giusta la comune credenza, dalle abitazioni surte intorno l’emporio dei limitrofi Canosini, ed indi popolata ed accresciuta dietro la devastazione di Canosa, e della contigua città di Canne. Ma i sepolcri greci scoperti presso la città debbono farla credere edificata nel primitivo passaggio degli Elioni nella Peucezia, ed indi accresciuta dalla popolazione dei Cannensi. A ciò accenna l’ultimo degli undici distici dell’Epigramma scoperto dal gesuita Gio: Paolo Grimaldi (109) nell’archivio di Barletta. Descrivendosi inesso le vicende della statua colossale di bronzò esistente nella piazza di detta città si conchiude dicendo:
Urbs Barolita potens, Cannarum maxima proles,
Laude hac perpetua famigeravit opus.
18. Ruda e Rudia. A XII miglia antiche da Bardulo, mette la Tavola Peutingeriana una stazione col nome di Rudas, che alcuni Topografi han creduto altra omonima città senza por mente al niun segno apposto in detto Itinerario che per tate la indichi. Alludendo una tale denominazione alla voce Ruta, donde i ruderi, derivante dal latino ruo, può ritenersi che così fosse detta dai vicini avanzi di quella città o villaggio abbandonato o distrutto. Per mancanza intanto di qualche avanzo della strada antica non può assicurarsi se una tale stazione, prendendo a guida la indicata distanza, debba credersi ad Andria, o presso il Castello del Monte.
19. Butonto. A 4 miglia dalla spiaggia ed a XII miglia anche da Celia, sulla Via Trajana, era questa città, val dire nel sito stesso dell’odierna Bitonto. Si fa derivare il suo nome dall’eccellenza de' suoi pascoli, in greco Βοτος, donde per mutazione dell'o in n in forza del dialetto eolico e dorico, si fece βυτους, ed indi Bυτουτον, ed indi Butonton. Se le attribuisce quindi ellenica origine; e malgrado che Marziale tenuta l’avesse per città rustica ed oscura, non può negarsi di essere stata città autonoma, come lo dichiarano le sue monete coll’epigrafe di ΒΥΤΟΝΤΙΝΩΝ e con tipi simili a quelle di Taranto. — Nulla si conosce delle sue vicende, e per difetto di epigrafi antiche non si ha ricordanza de' templi che aveva, se non che per tradizione, se pure è vera, vuolsi di essere stato tempio di Pallade quello su cui fu fondata la Chiesa di A Pietro del Castello.
20. Turricio. Appresso Butonto, lungo la stessa Via Trajana, seguiva, dopo circa VIII miglia, quest’altra città non mentovata né da antichi autori e neppure negl’ltinerarii. Ricordata solamente in due lapide sepolcrali scoperte nell'agro di Terlizzi nel passato secolo, è valuta una tale scoperta a far entrare nell’antica Topografia questa città, di cui assegnava il Pratilli, secondo una tradizione locale, per fondatore un tate Terlizio agricolture di Ruvo, che nell’anno 800 cominciava ad edificarla. Le lapide trovate presso il corso della, Via 'Irajana sono le seguenti; una cioè posta ad un C. Fenicio Curvo Siculo, che da Trajano creato Prefetto per la costruzione della detta Eia Consolare Pubblica, giunto il giorno 7 maggio al bosco di Turricio all’insorgere repentinamente una tempesta morir va percosso da un fulmine; ed è questa:
C. PHENICIVS.CVRVVS.SICVLVS. C. F. M.
D. TRA. IMP.
AD V. P. CONS. OP. PRAE
IS
CVM SALT. TVRRICII. ADVENIS
ΝΟΝ. ΜΑΙ. PER. AB. IOVE PER.
REP. EXHOR. TEMP.
VIXIT. A. XXXIX.
e l’altra, che comunque mutilala, è abbastanza spiegata dalla prima al proposito per cui si riferisce, ed è:
I. VIAE FIL. TVRRI....
OccubIIT D CCC. XI.
In appoggio alla testimonianza, che esse fanno dell’antica Turricio di venuta l’odierna Terlizzi, soccorre l’impresa che questa fa di alcune torri da tempo immemorabile, e la facile tramutazione di un R in L che è tanto ovvia nella pronunzia del volgo di quel littorale precisamente.
In uno de' sepolcri di questa città, oltre alle addotte iscrizioni, rinvenivasi pure la curiosa Theca Calumarla. di cui tanto scrisse il celebre Napoletano archeologo Martorelli.
21. Rubi. A 8 miglia da Turricio. sulla stessa Via Trajana incontravasi Rubi. città popolosa e cospicua fin da tempi remotissimi. Corrisponde all’odierna Ruvo, benché il sito preciso ne fosse stato sulla cima della collina, dove siede il convento di S. Angelo. Dalle diverse epigrafi delle sue monete, in cui leggesi PT, PTY, PTBA, e ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ, si riconosce facilmente il passaggio in Rubi, e quindi in Ruvo per l’affinità delle lettere. In quanto alla sua origine se non può dirsi edificata da una greca colonia di Ripe, una delle dodici città dell’Acaja. non può negarsi che ne fu almeno accresciuta ed incivilita. Di origine Arcadica in fatti la dichiarano i non pochi idoletti in terra cotta rappresentanti il Dio Pane degli Arcadi, scoperti negli scavi di Ruvo. Ignote intanto sono le sue vicende fino al, tempo, che perduta la sua autonomia, venne in potere de' Romani, ad una colonia de' quali accenna Frontino parlando del suo agro, e de' tempi susseguenti appena è nolo da una lapida, che eressero i Decurioni e gli Augustali una statua al giovine Imperatore M. Antonio Gordiano.
Ma se di Rubi ci son pervenute si scarse le storiche notizie della sua floridezza, ben la chiariscono cospicua l’abbondanza e lo squisito lavoro de' vasi e di quant’altri preziosi oggetti solevano gli antichi seppellire co’ defunti. I sepolcri di Ruvo nel vivo sasso incavati, e con una odue lastre di pietre ricoperti bandaio al Real Museo i vasi più grandiosi per volume e per ricchezza di figure, quali son quei che rappresentano le Nozze di Cadmo ed Armonia, la morte di Archemoro Ercole negli Orti Esperidi, e la Battaglia delle Amazoni fuori le mura di Troja. L’eccellente creta che trovasi a Ruvo, e la valentia che vi si possiede nel lavorarla han dato luogo a supporre, che i bei vasi antichi quivi stesso si fabbricassero.
22. Ad Quinlum decimum. Con questo nome trovasi indicato nell’Itinerario Gerosolimitano una stazione o mutazione a XV miglia antiche da Rubi, che sulla via, la quale fu un ramo Egnazia, si è riconosciuta presso Castel del Monte, cui sopra costruzioni anteriori ai tempi de' Normanni, faceva Federico II abbellire.
23. Palio. A tre miglia odierne da Bitonto, e più dentro terra era la città de' Palionensi. che il solo Plinio ricorda fra i popoli mediterranei della Calabria. Dal loro nome deducendo quello della città, cioè Pallon, ed un greco ΠΑΛΑΙΟΝ significando Vetus, par probabile che si fosse così denominata dal più antico sito delle città vicine di Butonto e di Grumo, tra le quali è l’odierno Palo, e ne' cui dintorni sparsi di ruderi si crede che fosse stata o la città antica, o le diverse borgate dei Palionensi.
24. Grumo. Grumbestini chiama Plinio i popoli che in questa regione per analogia del nome han dovuto essere gli abitatori di Grumo, che, come si è detto, è a tre miglia da Palo e serba l’antico nome. Dal trovarsi su di una moneta di rame, che le si attribuisce, la sillaba iniziale GRT co’ tipi del capo di una Driade nel dritto, e di un cavallo saliente nel rovescio, e confrontando il tipo della ninfa de' boschi colla greca voce Γρύνοι che significa tronchi di vecchie querce, osserva il Corcia, che ben ha potuto essere così denominata dai Greci, che vi si stabilirono, a cagione di annose querce che v’ incontrarono, essendone anche oggi boscoso il silo e di querce secolari coperto.
25. Nezio. Dov’è la Torre di Nezia. che colle altre due, dette Torre di Monsignore e Torre Bubini, difendevano la contrada tra Bitetto e Spinazzola, e che s’incontra proseguendo il cammino da Grumo per le Mattine di Ruvo e per S. Magno; ivi il Corcia crede che sorgesse il Castello Nezio preso dai Saraceni nel 1009, secondo una Cronaca presso il Pratilli. Ivi ancora suppone il medesimo la città di Netion da Strabone fra le città della Peucezia annoverata, da non confondersi però con Azelio, di cui si è parlato al numero 9, perchè come altrimenti può rendersi ragione del nome Nezio dato al castello, senza ricorrere alla supposizione della città omonima, di cui Strabone assicura resistenza?
26. Silvio. Sullo stesso corso della Via Appio incontravasi quest’altra città, che era l’ultima delle mediterranee di questa regione. Si sa di essa, che fu in potere de' Sanniti fin dal 477 di Roma; e dal dirci Diodoro che avendola assediala i Consoli Q. Marcio e P. Cornelio, non riuscirono' ad espugnarla a viva forza, se non dopo alquanti giorni, facendovi oltre a ricco bottino anche 5 mila prigionieri, si deduce che fu importante e ben fortificata città È chiaro pure da una moneta di argento che fu Silvio in federazione con Rubi, avendo per epigrafe Io due iniziali ST e RT. Oltre che Plinio ricorda i Silvini tra i popoli dell’Apatia, la seguente iscrizione la mostra fiorente ai tempi de' Romani, perchè in essa si rammentano i giuochi che a Silvio si celebravano in onore di Bacco:
LIBERO PATRI
SAC
LVDIS TRIENNAL
DATIS ET POPVL
EPVLIS DISTRIBV
.............................
Riconoscono i Topografi questa città nella già pur distrutta terra di Garagnone tra Spinazzola, Fontana di Ogna e Poggio Orsino, per dove correva la l'ia Appio. poiché ivi la riferita iscrizione si rinvenne, ed ivi corrispondono le distanze segnate negl’Itinerarii. Vedesi tuttavia l’antico castello di Garagnone. che a tempo di Giovanna I dominava ad un casale ben popolato per nutrire gran numero di cavalli.
27. Plera. Nell’Itinerario di Antonino è segnata una stazione con questo nome sulla stessa Via Appio. Ma il Corcia dal riscontro de' Plerei, popoli della Dalmazia, si argomenta, che la stazione avesse preso un tal nome da un’omonima città preesistente. Se ne riconosce il sito dell’odierna Gravina, dove nel Poggio Orsino, antica Villa de' suoi Duchi, si vedevano nel secolo passato degli avanzi della Via Appia.
28. Lupazia. Dà una mansione sulla stessa pia detta Sublupatia a XVI miglia antiche da Plera, si deduce per analogia di altre simili stazioni, che vi ebbe una città col nome di Lupatia, sotto di cui quella stazione era posta. L’Holstein, cui altri Topografi assentiscono, riconobbe la Lupatia nell’odierna Altamura, e la Sublupatia nella valle di Jesci. Anticaglie che si. rinvengono nel recinto del muro vecchio della città e fuori nelle contrade di S. Tommaso, Castiglione, Parisi e Jesci, che consistono in. monete, corniole, vasi, strumenti da sacrifizii, urne, idoletti, lucerne,,, non fan dubitare di essere stati quei siti antiche dimore. Al che vuolsi aggiungere, che mutilo iscrizioni ritrovate nella Contrada Centopozzi parlano di Bagni e Terme costrutte o restaurate da qualche ricco cittadino di Lupazia, cui davano le acque rivoli vicini oggi detti Fontanelle. Dalla quale circostanza trae il Corcia l’etimologia di Lupatia dal greco Libadion che significa luogo irriguo.
29. Mateola. A XV miglia da Plera, scendendo verso il Golfo di Taranto, incontravasi Muteola. che dal solo Plinio fra gli antichi è ricordata facendo menzione de' Muteolani che l’abitavano. I patrii scrittori le danno greca origine e fra le svariate etimologie che ne assegnano, il Corcia preferisce quella che il nome deduce dalla circostanza locale della sua posizione. Essendo in fatti posta l’odierna Matera, corrispondente all'antica Mateola. su di un colle, che pare affondato in mezzo ad altre circostanti colline, a fianco del Canopro, che ivi chiamano Gravina, cioè fossa cavata da torrenti, e trovandosi in oltre sotto ed intorno intorno a quel sito molti antri e grotte, che in gran numerosi aprono nella città, da μάταιας ολος cioè tutta vuota pare doversi derivare il nome antico di Mateola.
Oscura è la storia delle sue antiche vicende, come che non manchi ai suoi patrii scrittori che dirne sulle tracce di poco fondate tradizioni, ed anche falsi documenti. Lasciando quindi ad altri il loro esame o almeno riserbandolo per la monografia che dar dovremo di MATERA ci limitiamo per ora a registrare quei che a’ tempi de' Romani si riferisce. E’ indubitato che fosse allora abitata, perchè oltre alla testimonianza di Plinio, soccorre il seguente titolo sepolcrale, che sul muro di una chiesa vi trascriveva l’Apiano nel secolo XVI:
C. MANILIO. C. F. NOR. RVFO
SEXTILIAE P. L. DATAE
VXORI SEXTILIAE O. L. PRIMIGENIAE ANNORVM XIII.
DELICIVM EORVM DATA
D. S. P. F. С.
Ai quali argomenti si aggiungono molti sepolcri romani, che ritrovansi dentro le grotte presso la città e fuori lungo In strada che attraversa la Civita, dove propriamente era l’antica Mateola, e gli altri molti che fin sotto le case della città odierna si rinvengono con monete romane di diversi tempi, con lucerne e tazze rustiche ed anche con de' coltelli di selce simili a quelli usati nella circoncisione degli Ebrei. In sepolcri più antichi si trovano più notabili oggetti, val dire corone, idoletti, armille, pendenti, monete di città autonome, tazze ed eleganti figurati con Baccanti, che debbono attribuirsi a greci fondatori. Si può in fine asserire che vi siano stati almeno due templi, uno sacro ad Ercole, ed un altro ad Apollo, deducendolo dal nome della Porta Erculea presso il vecchio convento di S. Lucia ed Agata, e da quello della Cappella di S. Niccolò del Sole, che e vicina all’altra porta della Civita.
30. Genusio. Mezzo miglio più in basso del sito dell’odierna Ginosa, e proprio dove dicono S. Vito Secchio, era posta l’antica Genusio, de' cui popoli Genusini parla Plinio. Anche Frontino accenna di essere stato il suo territorio diviso ad una romana colonia forse non prima del tempo di Trajano; e ciò è tutto quello che si raccoglie dalle antiche memorie. Varii sepolcri scoperti nel suo territorio son pure indizio della sua vetustà, come l’essere stata un tempo città vescovile depone della importanza in cui fino al medio evo si mantenne. Indagini etimologiche poi intorno il suo nome rischiarano alquanto le ricerche sulla ignota sua origine; la fanno almeno più remota di quello che la tradizione vorrebbe, dicendola fondata dai Metapontini all’epoca della distruzione della loro patria. Il fiume Genusio, che nella Macedonia divideva il territorio, di Dirrachio da quello di Apollonia, fa pensare a qualche popolazione da quello denominata, che nel passaggio degl’lllirii in questa regione fondato avesse Genusio, cui poscia i Metapontini accrebbero col trasferirvisi anch’essi.
31. Castania. Il solo Stefano Bizantino ricorda questa città come prossima a Taranto. L’analogia del nome fa riconoscerla nell’odierna Castellaneta, malgrado che la distanza di diciotto miglia non ben si accordi colla prossimità indicata dal Geografo, la quale è per altro giustificata dal considerare, che i Greci e i Latini dicevano un luogo prossimo ad un altro, quando fra entrambi, comechè lontani fra loro, verun altro ve ne fosse. In quanto alla ignota sua origine, non dubita il Corcia di attribuirla ai Tessali, una colonia de' quali arrivava a Petelia, essendo memoria in Ero doto e Strabone di una Castania già per es&i abitata.
32. Ad Canales. Sulla Via Appia, ed a tre miglia da Castania andando verso il Golfo di Taranto, incontravasi la stazione cosi denominata, perchè posta tra due rivoli che influiscono nel fiume Lato ora Lieto, e che chiamansi uno Fonte del Fico, e l’altro Canile.
Origine de' Peucezii. Atteso la prossimità di questi popoli alla spiaggia opposta sull’Adriatico, la quale era l’ultimo termine del gran continente, che coll’auro l’Eliade, la Macedonia e la Tracia riceveva a sua volta i popoli e la civiltà dall’Oriente, il più antico passaggio da quella transmarina contrada a questa regione, è quello che Plinio riferisce. Nove giovanetti ed altrettante donzelle, dice il citato Geografo, passati dall’Illiria ad abitar quivi, tredici popoli vi generarono, che tutti andarono compresi sotto il nome generico Pedicoli. il cui agro fu contermino a Brundusio. Una tal denominazione da da παις παιδός fanciullo, parche accenni, malgrado la forma derivativa di Pedicoli (in Strabone Pedicli) alla loro tradizionale origine, che sembra doversi preferire all’altra che personifica i nomi delle regioni, come quello di Peucezia in un Peucezio fratello di Enotro e, secondo la genealogia del Poeta Nicandro da Pergamo, pur fratello di Japige e di Dauno, personificazioni anch'essi della Japigia e Daunia. Ora il citato Poeta, dicendo che l’armata de' tre condottieri componevasi in gran parte d’Illirii, ci riconduce alla riferita tradizione di Plinio, che si può accordare con quella di Ferecide, sol che si ammettano come passati in Italia unitamente alle tribù Pelasgiche originarie di Arcadia anche quelle dell’Uliria. diciassette generazioni prima della guerra di Troja, cioè 1700 anni avanti l’Era volgare. Fra le quali ultime ricordando Callimaco le genti Peucezie, che facevano parte, secondo Plinio, della Liburnia, non fa mestieri cercare di altro in quanto alla origine de' nostri Peucezii.
Loro etimologia. I Peucezii della Liburnia si vogliono cosi detti dalle selve dei pini che abitavano, perchè peukh in greco vale pinus.
Loro vicende. Pochissime rimembranze de' Peucezii ci ha serbato la storia, dalla quale rilevasi appena, che verso il principio della guerra del Peloponneso erano retti tuttavia da un re, per altro aristocratico, che non escludeva la confederazione come ne' popoli vicini, in cui prevalsero sempre i greci istituiti. Forse perchè confusi i Peucezii coi Japigi, gli Storici nulla ne lasciarono scritto che separatamente li riguardasse sino alla GXX Olimpiade, quando Agatocle strinse lega con essi e coi Japigi proteggendo le loro scorrerie sull’Adriatico, come narra Diodoro Siculo. Si mantennero nella loro autonomia sino all’arrivo del re Alessandro di Epiro, sapendosi di aver questi conchiuso con essi trattato di pace e di confederazione. Nelle guerre infine combattuto da’ Romani contro i Tarentini e Sallentini, debbonsi intendere anche inclusi i Peucezii, malgrado che ne' trionfi consolari niuna espressa memoria si faccia né di essi e molto men de' Pedicoli, che di certo collegatisi entrambi con Taranto e quei della Sallenzia furono del pari a Roma sottomessi.
Corografo della franata. I Geografi più antichi di Strabone sono molto confusi nell’assegnare i confini di questa regione, che anche a tempo de' Romani compresa nella generale denominazione dell’Apulia, non era ben circoscritta. Pomponio Mela e Plinio contenti della Corografia di Augusto, non si brigano di farcene assapere i precisi confini. Tolomeo anch'esso confondendo i Dauni cogli Apuli, comunque ultimo de' Geografi antichi, per nulla ci rischiara nelle medesime ricerche. Stando quindi agli assegnati confini della Peucezia, e profittando di ciò che il solo Strabone di ha lasciato scritto riguardo ai limiti dell’Apulia, veniamo ad assegnare i confini della Daunia come segue.
La Daunia o Daunitide, secondo che i Greci la dicevano, era divisa avanti il dominio de' Romani mediante una curva che partiva dalla foce dell’Ofanto, e rasentava i confini della Peucezia verso i contorni di Canosa, Minervino, Spinazzola, i confini de Lucani al di sotto di Acerenza, Forenza e Venosa, quelli degli Irpini a fianco del Vulture, di Trqja e di Bovino, quelli degli Apuli all’occidente di Lacera, Sansevero e Rodi, è quelli infine dell’Adriatico dalla falda boreale del Gargano sino alla detta foce dell’Ofanto.
Così circoscritta la Daunia comprendeva gli odierni Circondarii di Venosa, Forenza, Acerenza e Palazzo nella Basilicata, e tutti quei della Capitanata, eccetto i Circondarii di Sannicandro, Sansevero, Rie cari, e S. Paolo.
Topografia della Daunia. I luoghi antichi di questo regione sono: 1. Canne, 2. Canusio, 3. Venusia, 4. Balejano, R. Strabello, 6. Ferente, 7. Acherunzia, 8. Banzia, 9. Irto, 10. Pisande, il. Saline, 12. Elpia o Salapia, 13. Acerina o Cerina, 14. Petra, 15. Ceraunilia, 16. Dodona, 17. Ardonea o Erdonia, 18. Ascolo, 19. Candane, 20. Ibonio o Vibino, 2. 1. Senziano, 22. Ece, 3. Accua, 24. Argirippa o Arpi, 25. Peso o Appeso, 26. Apina e Trica, 27. Luceria, 28. Pretorio Laveriano, 29. Anxano, 80. Siponto, 81. Marino, 82, Porto e città Agaso o Angesso, 88. Promontorio e città Gargano, 34. Merino o Mirina.
1. Canne. Non villaggio ignobile, come dicono Livio e Floro, ma città popolosa, come Plinio la nominò, fu Canne, di cui non si avrebbe memoria, se presso di essa non avveniva la famosa battaglia tra Annibale ed i Romani che la rese così celebre per la gran disfatta di quest’ultimi. Era difesa da una rocca, e vi tenevano i Romani provvisioni di frumento e di viveri, per cui occupata da Annibale veniva pure distrutta sì, che Silio Italico ne rammenta solo i vestigli. La dimostrano popolosa non solo gli avanzi sparsi sopra due colline, ma anche la circostanza di essere stata antica sede Vescovile fino al 1425, quando da Martino V fu unita all’Arcivescovado di Trani. Delle due colline una presenta solo avanzi di sepolcri, e l’altra, che ha ruderi di muraglie, mostra di essere stata l’Acropoli della città, che su per le falde di amendue per avventura si stendea. Delle sue rovine non altro è registrato che il seguente titolo sepolcrale, ai cui fianchi erano raffigurati i bacilli o fasci senza le scuri, i quali erano insegne de' duumviri nei municipii:
C. IVLIVS. SATVRNINI. LIB.
HER. ACVLA. AVG. SIBI. ETC. IVLIO SATURNINO
FILIO. IVLIAE. SOTERAE. LIB. THESMO
Sulla seconda delle due cennate colline rinvenivasi pure una colonna con questa epigrafe. che un servo sostituto dell'uffiziale Imperiale, detto Adjutor Caesaris, poneva alla sua buona compagna Lanipendia, o pesatrice di lana:
PHILN. DESPOTOS
ADIVTORIS.TI
CLAVDII. CAESARIS
AVG. SER. VICARI
ZOSIMENI. CONSERVAE
LANIPENDI. M. FECIT
Vedevasi inoltre a piè della stessa collina un Ninfeo di pietre rettangolari ben conservato come una fonte perenne di acqua purissima. Nella fine dello scorso secolo gli avanzi pur vi si riconoscevano di una porta con grandi rottami di marmi e stupendi massi di macigni, dai quali può trarsi argomento della sua magnificenza.
Fu Canne per la seconda volta distrutta da Roberto Guiscardo nel 1083; ma nuovamente riabitata ne' tempi successivi, non si sa per quai nuovi disastri, cessò di esistere, forse per non risorgere più.
2. Canusio. Posta questa città presso la destra sponda dell'Aufido, a 5 miglia dalle rovine di Canne, avrebbe dovuto appartenere per ragion di sito alla Peucezia, se per ragion di origine non si fosse stimato dai Topografi di riportarla alla Daunia. Di questa regione adunque non solo fu Canusio precipua città, ma di quante ancora n’edificarono i Greci in Italia; poiché basta desumerlo, prescindendo per ora da altre ragioni, dal circuito delle sue mura, che per ben 16 miglia la giravano intorno La sua origine antichissima con quella di tutte le altre della contrada si attribuisce a Diomede, di cui sarà detto l’occorrente dove dell’origine de' Danni discorreremo; e contenti di cennare per ora, che fu fondata da’ Pelasgi di unita ai Traci, e floscia accresciuta da una colonia di Etoli, finiamo per accertarla, come fu. greca città, ciò deducendosi dalle monete e dal nome ΚΑΝΥΣΙΟN, che secondo il Corcia, derivando da ΚΑΝΗΣ, sembra accennare ai canestri, ceste o corbe che vi si lavoravano de' vimini, di cui abbondar dovevano le rive dell’Aufido.
Sino al 316 avanti G. C. sono ignote le vicende di Canusio, poiché allora, dopo di altri sofferti saccheggi, onde fu disertata nella seconda guerra Sannitica, tutta la Daunia con quei di Teano città dell’Apulia, dati gli ostaggi al Console Plauzio, venne in potere de' Romani, ottenendo un anno dopo, anch'essa probabilmente come Teano i dritti della isopolitia. All'esito della battaglia di Canne si salvarono in Canusio Romani in gran numero, che dalla generosità di una sola ricchissima donna per nome Busa furono soccorsi di grano, di vesti, ed anche di provvisioni da viaggio; e dentro le mura della città gli avanzi dell esercito disfatto il Console Varrone raccoglieva. Aveva tentato Annibale d’indurre i Canusini a ribellarsi dai Romani, quando alla notizia dell’avvicinarsi di Marcello gli fu forza di levare il campo. Nella Guerra Sociale però si uni con Venusia a Giudacilio capitano degl’Italici confederati; stretta quindi di assedio da Cajo Cosconio. erane liberata al sopraggiungere de' Sanniti comandati da Trebazio, il quale, come che vintq dai Romani presso l’Aufido, ebbe scampo a Canusio col resto dei Sanniti. Anche nella guerra civile tenne per Pompeo, che munizioni ed uomini vi ragunava pel suo esercito. — Annovera Frontino pur Canusio fra le romane colonie, probabilmente a tempo di Adriano, che secondo Filostrato Colonizzò la città, fornendola di acqua di cui pativa difetto. Ma a dir vero da Filostrato istesso apparisce, che un tal benefìzio fu procurato a Canusio da quell’Erode Attico, il retore, che arricchito con la scoverta di un tesoro sotto l’impero di Nerva (trai 96-98) fece delle acquistate ricchezze nobilissimo uso. Oltre di aver costruito un Teatro ed uno Stadio ancora visibili in Atene, rialzato l’Odeo di Pericle, fatto un altro Teatro a Corinto, uno Stadio a Delfo, i Bagni alle Termopoli, si rese pur benemerito ai Canarini procurando loro più copiose e più limpide acque, di cui scarseggiavano, come è noto da Orazio.
Delle colonie che si vogliono dedotte dai Romani a Canusio, la più antica e più certa è quella che un marmo chiama Colonia Aurelio Augusta Pia, vai dire di M. Aurelio Antonino. Nel 223 dell’Era volgare i Duumviri quinquennali di Canusio, M. Antonio Prisco e Lucio Annio Secondo, fecero incidere in una tavola di rame i nomi dei Decurioni del Municipio al numero di CLXIV. Un siffatto monumento da cui rilevasi la lista gerarchica di tutti gl’impiegati del municipio, e si argomenta della gran popolazione di Canusio nel principio del III secolo dell’Impero, scoprivasi nelle vicinanze della città nel 1675.
Perduta è la memoria de' templi che aver doveva in gran numero. Da alcune iscrizioni ricavasi appena che ve l’ebbero Atena o Minerva, ed Augusto. Vi si scopriva non è guari un busto di Demostene con questa epigrafe in caratteri quadrati sul petto; che l’oratore Dinamio consecrava al grande oratore di Atene:
ΘΕΩ. ΑΘΑΝΑ
ΔΥΝΑΜΙΟΕ
ΔΑΜΟΕΕΘΕΝΗΝ
Ignorasi a quale degli antichi templi appartennero le sei grandi e famose colonne di verde antico della cattedrale di Canosa, che il Chaussy dice uniche nel loro genere, e le altre cinque di marmo persichino. Malgrado che Orazio chiama bilingui i Canosini, Greci e Latini cioè; le iscrizioni nondimeno che ci son pervenute, non son che latine, non più antiche cioè delle Romane colonie, come queste:
JOVI PLVVIO
……..
JANO PATRI
T. ALLIVS. FELIX
III. VIR. AEDICVLAM
EX VOTO. F.
VORTVMNO SACRVM
P. CVRTIVS. P. SALAXVS
P. FILIVS L. F. IIII. VIR
DE MVNERE GLADIATORIO
EX. S. C.
Delle quali epigrafi la prima ricorda la circostanza dell’Apulia siticulosa ai Orazio, perchè accenna di essersi ricorso al nume apportatore della pioggia, e la terza mostra che Canusio il collegio de' Decurioni col titolo di Senatori onorava, leggendosi nell’ultima linea Ex Senatus Consulto. Epperò, che avesse avuto anche l’ordine equestre, è chiaro da quest’ altro marmo:
A. BVSIDIV...
PP. T. MILITAVIT...
QVO. NATVS. EST. ORDO
SPLENDID'S. EQVESTRIS
CANVSINORVM. HIV
FILIIS. FILIABVSQVE. AI...
EXHIBITA. INDVSTR
A. BVSIDIVS. A. F.
BVSIDIA. A.
Da altra iscrizione rilevasi di essersi eretta una quadriga coll’effigie di Adriano dal Curatore del Calendario C. Ottavio Modesto; come da un’ altra si ha memoria di una statua equestre dorata eretta nella città in onore di Flavio Teodosio. Il marmo della prima epigrafe scavato tra le rovine di Canusio trovasi a Benevento, ove si conserva nelle case degli eredi di Alfonso Majorano; e la lapida della seconda, in marmo rosso, si legge sotto un arco in Canosa, nella cui monografia le riporteremo amendue.
Era Canusio un miglio al disopra dell’odierna Canosa, in sulla collina ora piantata di vigneti. Ivi tutto il vasto recinto delle sue mura è ingombro di rovine, le cui reliquie sono ancor grandi ed ammirevoli, come che sformate e guaste dal tempo e dalla mano dell’uomo; e tali erano nello scorso secolo da pareggiarsi a quelle di Puteoli e Baja. Ad un quarto di miglio e ad occidente della città un grand’arco, creduto trionfale per la sua magnificenza, non era che una delle sue porte, al cui fianco fino ad un certo tempo una piccola porta rimaneva al passaggio di coloro che andavano a piedi, come nella Porta Erculanea di Pompei. A qualche distanza da quest’arco si veggono le colossali rovine di un grande edilizio, che la posterità ha creduto il palagio di quella ricca e generosa donna, che ristorò i Romani cavalieri superstiti allo scempio di Canne, e che potrebb essere qualche pubblico edilizio d’ignota destinazione. Fra le altre rovine si distingue un quadrato edilizio laterizio, che dicono il Toro, e si suppone che fosse qualche antica tomba innalzata in forma piramidale. Poco lungi si riconoscono le reliquie delle Terme; più in distanza i ruderi dell'Anfiteatro, di cui son ricolmi di terra i corridoi e le gradinate. La forma di esso è pero alquanto diversa da quella degli altri, val dire di un ovale che si accosta più alla figura circolare che alla ellittica.
Sembra che la necropoli di Canusio fosse su di un allo piano di una collina a mezzo miglio dalla Città. Sono i sepolcri incavati nella roccia, che è coverta di tre piedi di terra. Scavandosi alla profondità di otto piedi, trovasi uno spazio quadrilatero incavato nel tufo che forma una specie di atrio innanzi l’entrata del sepolcro tagliato allo stesso modo, e chiuso nell’ingresso da due o più pietre. La creta e forma grossolana de' vasi, che in essi ritrovansi, li fa credere di remotissima antichità. I vasi figurati da pitture rappresentanti Baccanali sono di un lavoro comune, se non che quelli scoperti nel sepolcro di un guerriero nel 1813, e che si conservano nel Real Museo, sono meglio storiati con pitture relative a diversi misteri del paganesimo ed al sistema delle loro iniziazioni. In un altro sepolcreto scoperto nel luogo denominato Lamapopuli grandi sotterranei si sono ritrovati pieni di ossami ed arche funebri con bei titoli sepolcrali in lastre marmoree, doveri Canusini si seppellirono ne' tempi successivi.
L’odierna Canosa occupa dell'antica Canusio l’Acropoli, in cui si ridussero gli abitanti scampati alla strage ed alla distruzione de' barbari, che una sì grande ed illustre città diroccarono già prima de' tempi di S. Gregorio Magno.
La grandezza ed importanza di Canusio sarebbe in certa guisa incredibile riflettendo alla sua distanza dal mare: se non che l’emporio, che si ebbe sull’Aufido, rende ragione della floridezza cui raggiunse. Ricordato da Strabone, come posto alla distanza di 90 stadii dalla foce del fiume, non si è potato finora determinare dove precisamente era il suo sito, perchè riconosciuta comunemente erronea una tale distanza, non si conviene fra i Topografi dove si abbia a fissare. Il certo che da Strabone si raccoglie si è, che fu sulla sponda del fiume e non in riva al mare; ed a voler rischiare una congettura col Corcia, si può supporre di essere stato presso il ponte di Canosa; donde numerandosi otto miglia fino al mare, viene a trovarsi vera la distanza de' 90 stadii di Strabone, è probabile l’opinione di D’Anville, che poneva il detto emporio nella stessa Canusio.
3. Venusia. A distanza di XXV miglia antiche da Canusio seguiva la patria di Orazio in un sito tra i confini della Lucania e della Daunia, per modo, che ei stesso era in dubbio se dir si doveva Lucano o Pugliese. Come che latino se ne credette il nome, la sua origine è pure a Diomede attribuita da Servio, che scrive di aver avuto la stessa l’altro nome originario ed equivalente di Afrodisia o Venerea. Il Corcia trovando fra i Traci de' popoli Bennasii, che furono compagni di emigrazione degli Eneti e scorgendo un’analogia tra i Bennasii e Bìinusia come in un’Osca iscrizione si legge il nome di Venusia, non dubita di dirla originata col Cimaglia dai Pelasgi, e propriamente fondata da’ detti popoli della Tracia.
Rilevasi dalla storia che, collegatisi gli Apuli ed i Lucani con Roma, promettendole uomini ed armi per la seconda Guerra contro i Sanniti, due anni dopo, cioè nell’anno di Roma 431, gli Apuli ed i Lucani, collegarono co’ Sanniti. Se in questa ultima federazione non fosse entrata anche Venusia, non troverebbesi espressa menzione di essere stata la stessa colle altre cittadella Daunia espugnata nel 462 dal Console Postumio, che dal Senato otteneva di spedirvisi, atteso la sua grandezza ed importanza di sua posizione, una colonia di ventimila uomini. Da tal epoca in poi prende data la Numismatica Venusina, fra le cui medaglie trovandosi di quelle colla testa del cinghiale da una parte, e la testa del cane dall’altra, vanno i nummologi all’idea delle cacce, che si facevano nelle selve Venosine, oggi bosco di Montemilone e parco di Minervino, e non piuttosto alle allusioni etimologiche di Venusia, che a noi pare potersi dedurre anche dal verbo Venari, per andare a caccia o cacciare.
L’imponente numero de' coloni stanziati a Venusta valse a tenerla fedele a Roma per modo, che dopo la disfatta di Canne, anch'essa, come Canusio, a 70 cavalieri rifuggitici con Terenzio Varrone e ad altri 4, 000 tra fanti e soldati a cavallo, riunitisi quivi dalla dispersione, praticò generosi uffizii di ospitale accoglienza. Nelle guerre quindi contro i Cartaginesi combatterono sempre i Venusini negli eserciti consolari, che per lo più in Venusia si tenevano raccolti; epperò stremate per tali guerre le forze della città, si ebbe la Colonia nel 551 un accrescimento di Romani coloni.
Durante i 108 anni che stettero quiete le nostre regioni dopo la scacciata de' Cartaginesi, nulla ricorda la storia delle vicende di Venusia sino alla Guerra Sociale; poiché allora pel bramato dritto della Romana cittadinanza presero pur le armi contro Roma i Venusini espressamente da Appiano nominati. Essi adunque co’ Canusini unitisi a Giudacilio il capitano degl’Italici confederati, ebbero prima i campi disertati da Cosconio, e poscia espugnata la città dal Console Metello, che oltre all'uccisione di moltissimi cittadini, più di tre mila di quei, che la difendevano, menò via prigionieri. All'esito di quella guerra ottenne Venusia, come le altre città ribellate, la cittadinanza Romana. Per essere stata delle ultime a deporre le armi, fu ascritta alla Tribù Orazia, una cioè delle otto aggiunte alle prime trentacinque.
Il maggior lustro di Venusia fu per certo nel periodo che dall'uscita di Annibale corse sino alla Guerra Sociale. Le opere pubbliche che in essa furono erette rimasero parte distrutte dai Saraceni che vi stettero fortificati per quindici anni, e parte trasformate dagli abitanti, che non l'hanno mai abbandonata. per modo che l’antica città non è da cercare fuori il perimetro dall’odierna Venosa, se non di quanto può estendersi il circuito di otto miglia che le sue mura si avevano, la quanto ai molti templi, che aver poteva, là seguente iscrizione accenna al culto che vi ebbero Giove, Venere e Minerva:
IOVI. OPTIІ. МАХ.
FVLGVRATORI
VENERI POTENTI
MINERVAE
L. HELVIVS. L. F.
AMARANTHYS
V. S. L. M.
Nell’antico calendario Venusino veggonsi destinati gl’idi di ciascun mese, come in Roma, al culto di Giove; ed un’antichissima lapida in lingua osca retrograda, secondo la interpetrazione del Lupoli o Mazzarella, che sia (110), accenna anche al culto di Mercurio. E’ dessa la seguente:
PHVRTVRTAI MED
PVR. KLVFII...
BIINVSIESSI...
NABV ATPERRA...
MARKVL PHAN
TESKA ATPVSNAI
il cui valore, secondo l’uno o l’altro de' citati archeologi, che lesse la prima linea HVRT. VRTAI MED.... e la seconda PVN CLVPHII, sarebbe:
RECTE IVDICES
POST LVSTRATIONEM (STATVERVNT)
VENUSIAE TERMINOS
A PARTE MARKOLIS FANVM
A PARTE POSTICA LOCO AVGVRIO DESIGNATA
…………………………………………………….
che è quanto dire una designazione de' confini dell'agro di Venusta, posti previo un sacrifizio di espiazione.
Ma secondo il Jannelli, che vi scorse in vece una dedicazione a Mercurio degli ornamenti, delle erme, del tempio e de' campi, che faceva il sacerdote ereditario del nume, il quale fu primo magistrato e primario banchiere di Venusia, sarebbe:
Sacerdos hereditarius, Meddix...
Princeps Trapezitarum...
Venusinorum
(Deo) Nebo ornamenta
Hermae, Fanum,
Campos adtribuerunt convenienter.
Del culto di Mercurio si ha pruova inoltre da due lapide votive, una delie quali è dell’anno 740, che fu il 14 avanti l’Era volgare, ed esprime un voto sciolto a Mercurio Pacifero da M. Aurelio Silviano Prefetto de' Vigili uscito illeso da un pericolo; e l’altra è sacra a Mercurio Invitto da una Sagari Ade per la salute di un Presente.
Ai numi Greci e Remani si aggiunsero pure sotto l’Impero il Dio Mitra ed Iside, come rilevasi da questa lapida:
ΗΛΙΩ
ΜΙΘΡΑ
ΥΠΕΡΙΩΤΕPIAC
ΒΡΙΤΤΙΟΥ ΠΡΑΙ
CENTOC
ΣΑΓΑΡΙΣ ΟΙΚΟ
NOMOC
in cui è da notare il riscontro di questa Sagari Economo colla Sigari Acte dell’altra iscrizione, ed il Presente della stessa col Brittio Presente di questa.
Ed a quest’altra, che leggesi in Lavello, ivi certamente pervenuta da Venosa:
A. IVILLIVS. A. F. SEVINVS
AED. II. VIR. I. D. ARAM I
SIS. INCRVSTAVIT. OB. НO
NOREM
....
All’occidente della città, e ad un terzo di miglio vicino al Teatro, era su di un colle l’Anfiteatro 41 opera si grande da credersi poco minore di quello che a Roma innalzava Tito. Il portico e tutto l’esterno erane composto di grandi macigni di travertino duro, regolarmente tagliati ed aggrappati col ferro. Di marmo bigio e cipollino, con capitelli di marmo bianco, erano le colonne che d’ordine dorico e composto ne fregiavano la parte esterna. Dall’asse minore di circa 220 palmi può formarsi idea del resto delle sue dimensioni; e da una monca iscrizione in lettere cubitali e palmari si ha memoria di essere stato restaurato forse sotto i tempi di Adriano; il quale per 20 anni fece immune Venusta da imposte, in considerazione dei danni sofferti per tremuoti e per altre pubbliche sventure. Il muro esteriore della chiesa della SS. Trinità è costrutto colle pietre e marmi dell’Anfiteatro. Leggesi in detto muro una curiosa iscrizione sepolcrale, che quantunque mutila, contiene una lista di gladiatori componenti la truppa (familia) di Salvio Capitone, che in più classi distribuiti, contavan pur quella de' gladiatori a cavallo (equites).
E ciò basti dell’antica Venusta, che il maggior lustro ed ornamento si ebbe in Orazio, cui diede avventurosamente i natali. In grazia del sommo Lirico, avremmo dovuto più diffonderci; ma poiché dovremo nuovamente discorrerne nella monografia di VENOSA, ci riserbiamo di supplire ivi quello che qui si è taciuto.
4. Balejano. L’Itinerario di Antonino segna al di là, ed in distanza di Venusia, il villaggio o semplice stazione col nome di Balejanum sulla strada che ivi sì dirigeva dalla regione degl’Irpini. Non essendo sicura la direzione di tale strada, che da Equotutico partiva, non si può esser certo, se fosse stato ad Alvano, oppure non lungi da Monteverde, poco prima di giungere all’Ofanto.
5. Strabello. Da Plinio sono annoverati tra i Popoli della II Regione d’Italia gli Strabellini o, come altri leggono, gli Strapellini, di cui città essere dovette Strabellum o Strapellum. Per congettura si crede che fosse stata nell’odierna Rapolla, la cui situazione sulle falde del Vulture parrebbe corrispondere alla voce, στραβαλος che significando in greco tortuosi anfratti prodotti da quell’antico vulcano ora estinto, darebbe ragione dell’antichità di Rapolla. Al che, in difetto di lapide e di anticaglie, tranne molte monete consolari rinvenute nel prossimo fiume, altro argomento di sua remota ed antica origine può aggiungersi, quello cioè di essere stata Rapolla già sede vescovile sino al 1528, quando per essersi ridotta a tale da non poterne sostenere l’onore, fu unita a quella di Melfi. Trovandosi memoria di essere stato traslocato il suo Vescovo Ursone alla Chiesa di Bari da Gregorio VII nel 1078, ciò importa che da più secoli indietro aver doveva qualche lustro ed importanza, il che d’ordinario non si ripete che da più altri secoli di non oscura esistenza.
6. Ferento. All’Apulia ingenerale attribuivasi dagli antichi la città di questo nome, che essendo posta nel lato meridionale del Vulture e dell’aro Venusino, appartiene propriamente alla Daunia. Originariamente fu forse detta Fere dall’omonima città sull’Anfriso, nella Tessaglia, perchè con tal nome ne ricorda Stefano Bizantino una nella Japigia, che non può essere diversa da questa, donde poi con denominazione derivativa dal nome antico sì disse Ferento. E da credersi quindi originata da Pelasgi. L’odierna Forenza è a quattro miglia dalla città antica, la quale deve supporsi in quella contrada che dicono i Castellani ed i Castelli, sulla via che da Venosa mena a Palazzo, dove si veggono de' ruderi, e si son rinvenute delle monete ed altre anticaglie di pregio.
La sola memoria antica conservataci dalla storia è quella del 437 di Roma, in cui si dice presa, in seguito della terza guerra Sannitica dal Console C. Giunto Bubulco, il quale pose fine alla guerra contro l’Apulia coll’impadronirsi di questa forte cittì, secondo che Livio e Diodoro Siculo ci narrano.
7. Acherunzia. Nel solo Orazio trovasi memoria di quest’antica città, cui per ragione del suo sito elevatissimo rassomigliava ad un nido. Corrisponde all’odierna Inerenza, ne' cui dintorni, e propriamente nel sottoposto piano della Maddalena, e nella collina della Guardiani scontrano de' rottami. Sparse ancora sono le sue campagne di sepolcri, ip cui si rin vengono elmi ed armi irruginite, e qualche buon vaso solo nella contrada Finocchiaro. Sul Bradano che scorre a piè della sua erta, si veggono gli avanzi di un antico ponte; e ad un miglio all’occidente della città, elevasi un poggio, che chiamano Tumolo, perchè avendo nella sommità un mucchio di enormi macigni postivi dalla mano dell’uomo, si crede, secondo il Lombardi, sotto di essi qualche magnifica tomba d’illustre personaggio. Il Corcia però opina che fosse un eroe di epoca assai remota, a giudicarne dalla costruzione antichissima, e dagl’idoletti ai bronzo, medaglie e cammei che vi si son trovati dappresso.
8. Banzia. A cinque migliaia Acherunzia seguiva quest’altea città,. i cui popoli Santini poneva Plinio nella Lucania porla vicinanza di questa regione col la Daunia, i cui confini era posta. Di origine Pelasgica anch'essa, come le altre circostanti città, perchè i popoli Bantii della Tracia congiunti forse ai Pelasgi fan pensare ad una omonima Bantia, trovasi appena ricordata dagli Storici, dove narrando della guerra contro Annibale, scrivono che i Consoli Marcello e Crispino, per opporglisi, dalla Brucia passarono nell’Apulia, e posero gli alloggiamenti nel 544 tra Vena sia e Banzia. Altra memoria della stessa rilevasi pure, come scrivemmo a pag. 188, dalla celebre tavola di bronzo scoperta nel territorio di Oppido. Ed in fine anche chiara menzione della Repubblica de' Bantini rilevasi dal seguente titolo sepolcrale esistente in Atena fabbricato nel sinistro lato del portone della casa Pandolfi, secondo le assicurazioni del nostro stimabile amico Antonio Jannelli da Brienza.
M. TRAESIO.M.F.
POM. FAVSTO. SE IV
Inl. VIRO.QQ. POTENT
CVR.RP.BANTINOR
CVR. RP. ATINATIVM
OB MERITA EIVS
DEC. AVG. ET PLEBS
CVR.L. PORC. RVFO.S
EX AC. (ex aere conlato)
Sorgeva l'antica città a 13 miglia in circa da Venosa presso la celebre Badia di S. Maria di Banzi e del villaggio di Banzi che per la sua picciolezza è Comune unito a Genzano. La vecchia e quasi diruta Badia fu costruita de' rottami della città antica; nelle sue adiacenze e nella prossima boscosa pianura, dove propriamente su di un alto piano la città era posta, si sono scoperti in diversi tempi molti e svariati oggetti di antichità, come marmi letterati, sepolcri, acquidotti, fontane, pozzi ora colmi di macerie, pavimenti a mosaico, colonne, statue, statuette di bronzo, medaglie, ed idoletti di creta in gran copta.
Gigantesche costruzioni di macigni senza cemento, che accennano alla supposta origine Pelasgica di Banzia, si veggono sul pendio occidentale della collina, che fu probabilmente l'Acropoli della città, e tra questi scoprivasi non ha guari la seguente lapida, in cui si fa menzione del simulacro di Minerva, che aver vi doveva anche il tempio.
NVSSAEVS
SEX. F.
T. SALISIVS. T. F.
III VIR. ID
MINERVAE
SIGNVM
D. D. S. STC.
9. Irto. Tra i confini della Daunia e della Peucezia seguiva Irta città sconosciuta all’antica Geografia, e sol nota appena da una greca iscrizione che riferiamo, e che conferma per le limitrofe città le loro greche origini supposte. Nel 1753, presso Grassano, scoprivasi sul monte Irso nel territorio di Montepeloso la greca lapida votiva che un’Aurelia poneva a Giove Comnaro ed a Giove Salvatore per la salute di suo marito Callimaco e de' cittadini Irtini. Conservavasi in Grassano, dove fu fatta trasportare dal Vescovo di Montepeloso Bartolommeo Coccoli; ma disgraziatamente è ora perduta. Comunicavala Monsignor Zavarroni, illustre vescovo di Tricarico, al chiarissimo Martorelli, che con relativa interpretazione la pubblicò nel II vol. della sua opera De Regia Theca Calamaria, ed è la seguente:
ΖΟΘΕΝΤΟΣ. ΚΑΛΛΙΜΑ
ΚΟΥ. ΑΥΡΗΛΙΑ. ΓΥΝΑ
ATTOT. ΕTΑΧΑΝ. ΑΠΕ
ΔΟΚΕ. ΤΟΙ. ΔΗ. ΚΩΜΝΑ
ΡΩΙ. ΚΑΙ. ΔΙΙ. ΕΛΕΥΘΕΡΩΙ
ΥΠΕΘ. ΑΥΤΟΥ. ΚΑΙ. ΠΟΛΙ
ΤΩΝ. ΙΡΤΙΝΩΝ. ΥΓΙΕΙΑΣ.
ΤΑΥΤΑ. ΠΑΝΤΑ. ΠΕΦΥΚΟΤΙ
che il Lupoli cosi voltava in Latino: Incolumi Kallimaco Aurelia conjux ejus votum solvit Jovi Comnaro et Jovi Servatori prò ipsius et civium Hirtinorum salute, horum omnium auctori.
Varie interpetrazioni si son date all’epiteto Comnario di Giove, chi, indicatori, chi Pluvio e chi Auxiliatori traducendolo. Certo si è che sulle rovine’ del tempio di Giove Comnaro fu edificata la Chiesa di A Maria della Provvidenza, il cui ajuto in tempo di siccità vanno quei di Montepeloso ad implorare con grandi processioni. Questa circostanza, unita alla tradizione antichissima e costante dell’esistenza d'Irto o Irso tanto bene avvalorata dalla, iscrizione, ricorderebbe la pagana credenza, poscia al suo buon principio ricondotta, di sperare da Giove Comnario la grazia della pioggia, dalla quale credenza può credersi derivata la divota costumanza d’impetrarla con supplicazioni alla Vergine. E ciò per affiancare l’idea di Pluvio in quell’aggiunto di Comnario a Giove attribuito.
Copiosi oggetti di antichità si seno trovati nel suolo Irtlno o Irsino, e nelle vicine contrade di Grottole, Tricarico e S. Chiriconuovo, che esser dovevano un tempo le adjacenti campagne di Irto o di Irso. Della sua esistenza nel medio evo, oltre che costa da antiche carte della Mensa Vescovile di Montepeloso, trovasi pur chiarissima memoria nel noto Catalogo de' Baroni del Regno tassati per la spedizione d; Terra Santa, dove si legge: Abbas Sanctae Marite Montispilosi, deeo quod tenet in Yrso obtulit cum augmento milites Xet servientes L. inter quos numeratus est Tancredo de Yrso cum feudo suo. Per tutte le quali cose si conviene che Montepeloso e Grassano sursero dalle rovine di Irto o Irso, senza sapersi per altro né come né quando venne meno e spari.
10. Pisande. Vicino alla descritta città la Tavola Teodosiana segnava una Stazione col nome di Pisandes. a XVI miglia da Silvio, sulla strada che da questa città per Potenza e Grumento conduceva a Nerulo. Stando al nome così scritto, e derivandolo dal greco, pare che alludesse ai pini che vi crescevano, ed alla pece che se ne raccoglieva. Contro l’avviso del Romanelli, cui parve di vedere nell’alterata voce Pisandes i Bantini o Bantia, è più probabile l’opinione del Lapie, che senza credere alterate la parola e le distanze della Tavola, riconobbe la Stazione di questo nome a Montepeloso, a quattro miglia cioè dalle rovine che sono sul Monte Irso.
11. Saline. Sulla Via Trajana, ed a distanza di XII o meglio VII miglia antiche dalla foce dell’Aufido (Ofanto) seguiva la Stazione che prendeva nome dalle Saline, o anche dalle paludi di acqua salsa, vicino alle quali si trovava. Nell’Itinerario di Antonino la distanza è portata fino a XL miglia dall’Aufìdo istesso, e tanto questa, quanto quella della Tavola Peutingeriana debbono Emendarsi in VII pel facile scambio che ha potuto succedere fra le cifre per la loro somiglianza, ed anche perchè a 8 miglia odierne dalla foce dell’Ofanto sono le Regie Saline di Barletta. Debbonsi queste creder le stesse che quelle de' tempi Romani, perchè sono feracissime di sale, alla cui produzione è molto analogo quel suolo; ed i Romani sapevano regolarne la confezione fin dal tempo di Anco Marzio, che secondo Plinio, Salina primus instituit.
12.Elpia o Salapia. Era posta quest’antichissima città dei Dauni tra l’Aufido ed il lago di Salpi, per la cui vicinanza gli antichi la distinsero coll’aggiunto di Salapina. Vitruvio la dice, secondo una tradizione del suo tempo, fondata da una colonia di Rodii sotto la guida di un Elpia o Elfia, in epoca ignota. I due nomi di Elpia e Salapia han dato luogo a supporre due diverse città, ma il Corcia non divide questa opinione, e fermo alla tradizione da Vitruvio serbataci, sull’autorità di Strabone, che dice avvenute le prime navigazioni dei Rodii molti anni prima che s’istituissero i giuochi Olimpici, tiene la fondazione di Salapia come sincrona a quella di Partenope nell’Opicia, amendue avvenute per opera di Rodii, val dire poco prima o poco dopo del 714, o del 689. secondo il calcolo di Eusebio, o quello della Cronaca di Paro.
Fra le molte monete, tutte di rame rappresentanti quali Apollo o Giove laureato, e quali il Dio Pane adulto o imberbe con epigrafe di ΣΑΛΑΠΙΝΩΝ o ΣΑΛΠΙΝΩΝ nel dritto, e nel rovescio d’ΔΑΞΕΝ, ΗΥΛΛΟT, ΕΔAMAIRE, ΤΡΟΣΑΝΤΙΟΣ, ed anche ΤΡΟΦΙΝΤΙΟT, o ΠΟΙΤΟΔΩΡ in ordine retrogrado, quella che ha ΔΑΞΕΝ o ΔΑΠΟT, poiché in Livio (lib. XXVI. 88) dove narra della seconda guerra cartaginese, tra {magistrati e primarii cittadini di Salapia è ricordato un Dasio, dà motivo di credere che tutte le altre parole del rovescio siano anche nomi de' Salapini magistrati.
Insino alla citata seconda guerra cartaginese sono sconosciute le vicende di Salapia, in cui si ridusse Annibale a svernare coll’esercito, dopo aver tentato invano l’occupazione di Taranto, ed a raccogliervi grano e mandrie di cavalli predate ne’ luoghi vicini. In questa città abbandonossi il Duce Cartaginese ad amorazzi, dicendo Plinio di Salapia. Oppidum Annibalis meretricio amore inclytum. Si sa inoltre che allora essendo la città governata da’ due magistrati Dasio e Biagio l’uno teneva pe' Cartaginesi, e l’altro pe' Romani. Ed è Appiano che più distintamente di Livio narra a questo proposito, come Blazio con mille Romani riuscisse collo stesso suo collega ad opprimervi il presidio di 500 Numidi, che erano il fiore della cavalleria di Annibale, e come riuscirono frustranee le insidie di costui, che col mezzo dell’anello di Marcello cercando di rioccupar la città, altri 600 Cartaginesi vi perdeva.
Venne meno Salapia a cagione della vicina palude che l’aere v’infettava. Per tal motivo ricorsero i Salapini ad un M. Ostilio, forse Pretore o altro magistrato Romano; e questi dopo aver esaminato diligentemente i luoghi vicini, col permesso del Senato acquisto un sito in riva al mare, ed ivi trasferendo gli abitanti, una nuova Salapia fondava a quattro miglia dall’antica. Ciò avvenne probabilmente circa i tempi di Cicerone, perchè nell’aringa contro la Legge Agraria, forte si maravigliò l’oratore, come spedir si volesse una colonia ne’ mefitici e pestilenziali confini di Salapia.
All’esito della Guerra Sociale data alle fiamme da C. Cosconio, fu come le altre città soggiogata. Fiorì nondimeno pel commercio chela sua posizione sul mare le consentiva; anzi quella di Argirippa vi ebbero, secondo Strabone, il loro arsenale.
Guardava l’antica città sul lago, da cui era poco distante; ed a 4 miglia da essa verso il mare presso la sinistra sponda dell’Aufido era posta la nuova. Avanzano di amendue i vestigli, di cui molti appartenenti a Salapia nuova sono occupati dal mare, dote è una torre che ritenne l’antico nome, e quelli che si osservano dell’antica sopra una collinetta presso il lago, consistono in reliquie di forti muraglie, portici, pilastri e volte.
Tra le due descritte città allungasi per 10 miglia da mezzodì a settentrione la palude Salapina, che è larga un miglio e mezzo, ed ha un circuito di 26 miglia. È dessa a 300 passi dal mare. Strabone parlando di questo lago, ricorda che quei di Siponto trasportavano per esso il grano ed altre loro produzioni. Ora pe' depositi del fiume Carapella, le cui acque miste alle salse facevano produrre al lago pesci in gran copia, ha poco fondo, sicché meglio si dice laguna, ferale pe' suoi miasmi alle terre vicine di Zapponeta, Saline, Casaltrinità e Cirignola, poiché giunge nella state a prosciugarsi, lasciando sulla melma una crosta di sale (111).
13. Acerina o Cerina. Nomina Livio col primo nome una città vicina a Siponto, che dà occasione di correggere in Cerinenses i popoli Corinesi da Plinio ricordati, anche perchè nel primo secolo dell’Era volgare da Acerina si era già raccorciato il nome in Cerina. La città non molto lontana da Siponto era proprio in quel punto che ad uguale distanza di un miglio dal monte Altino e dal lago di Salpi è detto ancora Acerina o Cerina. Vi si osservano ancora degli avanzi di rovine; ed i sepolcri Romani scopertivi dimostrano che era abitata sotto l’Impero, e quindi da non mettersi in dubbio è la notizia di Plinio che i Cerinensi rammenta tra’ popoli del suo tempo. Ora attribuendo con un patrio antiquario a questa città una moneta coll’epigrafe ΧΑΙΡΗΝΟΣ, o piuttosto ΑΧΑΙΡΗΝΟΣ ΑΙΤΟΛ col tipo del fulmine da una parte, e col nome del magistrato EENΚΑΗΣ dall’altra, con in mezzo una vacca che lambisce il suo vitellino, non dovrebbe dubitarsi, che la città ebbe origine dagli Etoli, fu autonoma, e si ebbe un tal nome probabilmente per la stessa ragione che Acerra, val dire dalla sua trista posizione vicino alle acque stagnanti del lago, la quale in greco dicesi acerh.
14. Petra. E aggiunto dal Corcia all’antica Topografia il villaggio o grossa borgata di questo nome, il cui sito è da supporsi in quel punto del lido del mare che vicino al Lago di Salpi e della Torre di guardia ritiene un tal nome, per cui nella Carta del Rizzi Zannone è detta Torre delle Pietre, vedendosene poche rovine coverte dalle onde. Il suo greco nome accenna infatti alla condizione scogliosa del sito, e ad un origine anteriore a] V secolo dell’Era volgare, e propriamente al 493; poiché in tal epoca per l’apparizione di S. Michele Arcangelo sul monte Gargano, il Vescovo di Barletta S. Ruggiero nativo di Petra interveniva con altri Vescovi alla consecrazione e dedicazione di quel Santuario.
15. Ceraunilia. Al di là della sinistra dell’Aufido, ed a 6 miglia da Canusio, sorgeva la città con questo nome ricordata da Diodoro Siculo. La circostanza della sua prossimità a Dodona, di cui parleremo nel numero seguente, ed il suo nome greco da κέραιος fulmine, persuadono a riconoscerne fondatori i Pelasgi, che dall’Epico passando in Italia, vi fondavano il culto di Giove Dodoneo. Da Diodoro sappiamo che la stessa, di unita all’altra oscura città di Cataratta, probabilmente fra loro vicine, fu da’ Romani espugnata nella seconda Guerra Cartaginese, e da’ medesimi tenuta in soggezione con un presidio. In Cirignola è da credersi l’antica Ceraunilia, e non già la Gerione o Gerunio che il Corcia descrive nella regione de' Frentani, come voleva il Cimaglia. In Cirignola per verità nulla rimane dell’antico, forse scomparso co’ nuovi edifizii nel gran tremuoto del 1627, se non qualche avanzo di antiche muraglie, e nella chiesa di Maria de ripis altis (nel rialto cioè di una rupe sull’Ofanto, sin dove l’agro di Ceraunilia si distendeva) una colonna di marmo che sostiene la pi la dell’acqua santa, in cui leggesi questa epigrafe, che ricorda il culto ed il tempio sacro alla Buona Dea, la stessa che la Demetera o Cerere dei Greci e la Maja de' Latini:
SEXTILIA ACCEPA
ARAM BONAE DEAE
EX S. P. F. C. EQ. T. P. S.
Da un’altra simile ara votiva, un tempo esistente presso l’antica strada che da Equotutico menava a Canusio, in vicinanza di Ceraunilia, rilevavasi che nell'anno 235 dell’Era volgare, sotto il consolato cioè di Severo e Quinziano, veniva la stessa dedicata al Dio del mare, che da qualche fiera burrasca aveva salvato un Cornelio Festo Prefetto dell’Annona e della squadra marittima della Sicilia.
16. Dodona. Unico appoggio a supporre una città di questo nome nella Daunia, che sarebbe fra le più antiche antichissima, cioè delle prime emigrazioni Pelasgiche dall’Epiro in Italia, è la notizia che gli Storici patri ci danno di Federico II, il quale fra le altre città fondava Flagella in Terra di Lavoro e Dodona nella Puglia. E come la prima fu una riedificazione dell’antica Fregelle così supponesi lo stesso dell’altra. Poiché amendue restarono in abbandono immediatamente dopo la morte di Federico; così è difficile poter assegnare il sito di questa, meno che atttribuendole quelle rovine, che a qualche segno di fabbricazione pelasgica potessero discoprirsi fra gli antichi ruderi ond’è sparsa la Daunia. Il Coccia quindi, avendo udito dire che nell’Agro di Cirignola, nel luogo detto la Lupara, gli avanzi di un’antica città con tutto il suo pomerio, si avvisa che ivi forse potrebbesi riconoscere l’antico sito di Dodona,
17. Ardonea o Erdonia. Ad un dodici miglia dal supposto sito di Dodona seguiva quest’altra popolosa città de' Dauni con diverso nome ricordata dagli antichi Geografi e Storici. Fra le diverse denominazioni crede il Corcia di preferir quella di Ardonea, perchè consentanea all’etimologia dedotta da ardw irrigo, essendo in fatti bagnata dal vicino fiume Carapella. Non trovasi però mentovata nella storia prima che nel 538 di Roma non vi ponesse vicino il Pretore Fabio gli accampamenti; e divenne poi celebre perle due grandi sconfitte che Annibale vi dava ai Romani comandati dal Pretore Gneo Fulvio nel 539, e dal Proconsole dello stesso nome nel 542. Dopo la rotta di Canne, ribellatasi la città dai Romani, veniva occupata da un presidio Cartaginese e da Fulvio assediata; ma dopo la seconda battaglia, Annibale davala alle fiamme, ed i cittadini ne trasferiva a Metaponto ed a Turio, dopo averne fatto uccidere i principali, che indettati si erano con Fulvio di ritornare in fede de' Romani. Risorse in seguito dalle sue rovine per una colonia speditavi a ripopolarla non appena che Annibale usci dall’Italia, forse nell’epoca stessa che altre colonie si mandarono ad Ascoli ed Arpi.
Segnata Erdonia nei diversi Itinerariia XVIII miglia da Eca corrispondenti a 15 miglia odierne da Troja si è riconosciuta presso il pubblico albergo di Ordona, in cui sé ne ravvisa alquanto alterato l’antico nome, sulla via che mena a Cirignola. Nella parte più scoscesa della collina si veggono i ruderi di una gran fabbrica laterizia creduta la sua Acropoli, colla porta principale non ancora rovinata. All'oriente della collina medesima veggonsi sparsi gli avanzi della città per Io più laterizi, ed in guisa tale maestosi, che dopo quelli di Canusio non se ne veggono somiglianti in quella regione. Frai più notabili edifizi vi fu osservato un tempio grandioso di opera reticolata di marmi e mattoni, nella cui nicchia scorgevasi dipinta la Dea Iside co’ suoi sacerdoti in bianche vesti e con simboli del loro colto. Vi si riconobbero pure l’arena dell’Anfiteatro e due lunghe e belle basiliche, oltre ad altri piccoli edilizi, che riferirsi possono alla città divenuta cristiana.
Fra l’epigrafi scoverte nello scorso secolo verso il villaggio di Orta, rilevante è la seguente, in quanto che covalida la storica notizia della riedificazione di Dodona all’Imperatore Federico II attribuita.
DOMS FRIDERI cus
Dei GRA ROMANORV IMPERA
TOR SEP. AVGVSTVS
IERVSALEM SICILIE
REX HOC OP. РEсu,
nia sua HORTA
COSTVI F.
18. Ascolo. A X miglia da Ardonea, è più dentro terra, era l’antica e ragguardevole città di questo nome, cui prese, come l’antecedente, anche dalla posizione locale. Epperò fu detta Ascolo, perchè posta nel concavo o nel luogo scavato, dal dal greco ασκαλλω di cui l’à dorico ha valore di όπου (in latino quavia) e σκαλλιο fodio. Infatti la città odierna di Ascoli, edificata nel 1400 nel sito dell’antica, dopoché il Duca Ruggiero restauravala dietro i tremuoti che nel 1848 e nel 1360 l'avevano distrutta, sta nel seno di tre rialti, al termine di un’amena collina, che si innalza dal basso livello della contrada. Ma diversa da questa è l’etimologia assegnatane dal Cavedoni, che può leggersi nel Corcia, oppure nel Bullettino Archeologico dell’anno 18 4. Le memorie storiche di Ascolo riduconsi a queste: Nelle sue vicinanze debbellavano Pirro dopo la vittoria da costui ottenuta presso Pandosia i Consoli P. Decio Muro e P. Sulpicio Saverione nel 473 di Roma. —Nella Guerra Sociale devastavano Pagro il Pretore C. Cosconio; ed in fine una colonia vi fu dedotta dopo la legge Giulia, perchè secondo le disposizioni di questa e della legge Sempronia, ne furono assegnati i confini. Della quale colonia è memoria nel seguente frammento di una lapida della città, ora nel Real Museo, nel seguente modo supplito.
scuLANENSIVM
COLONIA
PAT. COL. QVI OB
Honorem. QuingVENNALITAT
Viam. ab, Asculo. PEB ХХХХІІ PASSVVM
Mil. Ex. IndulGENTIA. DIVI. PII. PATRIS
Novo. silice. DEC. STRAVIT
Impensas. DON. DON
Cujus. ob MERITA
Ordo PopuLVSQVE P.C.
Un’altra iscrizione in pietra silicea di figura parallelepipeda fabbricata nell’angolo meridionale della Chiesa di S. Donato, ricorda in Ascolo l’Edile addetto Juri Dicundo in un L. Vinnio Frontone della tribù Papiria o della Papia piuttosto. Notevoli fra gli antichi avanzi di Ascolo son due colonne di granito davanti alla Cattedrale colla iscrizione DHLOS scolpita sotto il disegno di una città murata con tre torri, e variamente dagli antiquari spiegata. Nel tempio di Apollo, cui tali colonne debbono riferirsi. era forse pur venerato Esculapio, che tenevasi come figlio di lui, perchè in un frammento di marmo rosso, che or si vede nel chiostro degli Agostiniani, leggesi la mutila epigrafe di... SCULAPIO VOT.
19. Candane. Per semplice analogia di questo nome con quello di Candela, piccolo paese posto a 4 miglia da Ascoli, opina il Corcia doversi erodere l’antica Candane, ricordata dal solo Ecateo fra le città della Japigia presa forse nel suo ampio significato, perchè a fianco di essa situa i Peucei o Peucezii,
20. Ibonio o Vibino. A 10 miglia dal supposto sito di Candane o dall’odierna Candela, al di sotto delle varie sorgenti del Cerbalo o Cervaro, era posto Ibonio, che Polibio chiama Bonio, e Tolomeo Vibarno o Vibarna. La greca etimologia del suo nome da abauh urna, haustrum accenna forse alla scaturigine del detto fiume. Da Ibonio adunque, coll’aggiunta dell’aspirazione: fecero i Romani Fìbonio, perché Vibinates trovansi detti da essi i suoi abitatori. Le sue memorie più antiche arriano ai tempi di Annibale, che poneva vicino ad essa i suoi accampamenti, de' quali durava il ricordo fin nel medio evo; poiché in una donazione fatta alla Chiesa di Troja del Castello Calveolo alle falde del mondo Calvello, è montevato Castannibale come località ad esso vicina.
Corrisponde Vibino all’odierna Bovino, dove nulla vedesi di antico, tranne qualche iscrizione sepolcrale, e qualche altra mutila lapida, come le due seguenti, tral molti ruderi, frammenti di marmi e bassi rilievi, ond’è sparsa in ogni angolo la città:
GERMANICO CAES. |
IVLIAE |
TI. AVGVSTI FIL. |
MAMEAE |
COS. II. |
AVGVSTAE |
|
MATRI. AVG. |
21. Senziano. Nell’Itinerario di Antonino è segnato questo villaggio, non più antico dei tempi Romani, a XXXIII miglia da Equotutico. Si è supposto da alcuni Topografi all’oriente di Castelluccio de' Sauri, e dal Corcia in quel luogo che nella Carta del Rizzi-Zannoni è segnato col nome di Lamie.
22. Eca. Segna la Tavola Peutingeriana con la figura di città questo nome alla distanza di LXXIX miglia da Capua, ed a XIII da Ardonea l’itinerario di Antonino. Sorgeva a breve distanza dall’odierna Troja, che il Catapano Bubagana edificava nel 1008 sugli Accampamenti di Annibale. Nel suo sito si sono abbattute antiche fabbriche fino allo scorso secolo. Nulla si conosce della sua origine; e delle sue vicende solo è conosciuto che nel 537 di Roma vi si accampava dappresso il Console Fab:o Massimo per combattere Annibale, il quale alla distanza di 6 miglia aveva posto gli alloggiamenti; e che i Romani, presala di assalto, la espugnavano per essersi data ai Cartaginesi. Vi fu quindi spedita una colonia. Da una iscrizione rilevasi di aver avuto un patrono in M. Elio Cesoniano; e in un titolo sepolcrale scoperto nella città di Benevento si legge di essere stato Curatore della Repubblica degli Ecani un C. Ottavio Modesto, come in un frammento di simile lapida è ricordo in fine de' Quatuorviri JUri Dicundo.
23. Accua. Trovasi in Livio ricordato con questo nome un oppido, dove narra che il Pretore Q. Fabio trovandosi nei contorni di Luceria, se ne impadroniva per forza nel 538 ed i quartieri estivi poneva presso Ardonea. Da ciò si deduce che Accua esser doleva di qualche considerazione, per aver fatto qualche resistenza ai Romani. Ma essendone scomparso ogni vestigio, non si accordano i Topografi in riconoscerne dove che fosse il sito; se non che sapendosi di essere stato tra Luceria ed Ardonea. ed essendosi a tre o quattro miglia da Arpi scoperti de' sepolcri, ivi il Forges-Davanzati congettura di potersi fissare.
24. Argirippa o Arpi. Veggonsi le rovine di quest’antichissima città a 5 miglia da Foggia, nel luogo che chiamano tuttavia Arpi, ove molti sepolcri con vasi pregevoli sono stati scoperti. Corrisponde un tal sito alla distanza di XXI miglia antiche da Siponto segnala nella Tavola Peutingeriana, ovvero ad odierne miglia 17, che passano tra i ruderi che rimangono delle due città. Si ha ricordanza di Argirippa fin oltre al secolo XI; ed è da credere che circa tal tempo fosse stata non distrutta, ma piuttosto abbandonata per la nuova edificazione di Troja. Ebbe Argirippa, come si disse, il suo emporio nella città di Salapia. Strabone la credè quasi tanto grande un tempo quanto Canusio, o almeno fra le maggiori città d’Italia l’annovera, benché al suo tempo per ignote vicende si contasse tra le minori. Fu nondimeno pur florida ne’ primi tempi cristiani, perchè sotto Costantino fu decorata della Cattedra vescovile, che ritenne sino ai principii del secolo XI.
Le greche tradizioni ne attribuiscono l’origine a Diomede; e fra i diversi nomi che ricorda Strabone di aver avuto primitivamente di Argo Ippio, poi di Argirippa. e da ultimo di Arpi. il primo che s’interpetra cavallo bianco accenna senza dubbio al comun fondatore delle Danne città; la qual supposizione è pur confermata dal tipo del cavallo che vedesi nelle sue greche monete.
Avanza delle sue storiche memorie quel che in Livio se ne legge. Nella seconda guerra Sannitica collegavansi gli Arpani co’ Romani, i quali ne avevano tutto il bisognevole. Saccheggiavane il territorio Annibale dopo la battaglia di Canne, ed occuipavane la città per opera di uno de' principali cittadini che vantavasi discendere da Diomede, di nome Dasio Altinio, il quale colla sua influenza fece ribellar la città ai Romani per farla accostare ai Cartaginesi. Ma l’infido pagò il fio della sua perfidia, perchè vedendo inclinare la fortuna di Annibale, offriva al Console Fabio di far tornare la città nella fede de' Romani, purché ne avesse premio. Se l’ebbe in fatti qual se lo meritava nelle catene per sé e pe' suoi compagni, e nell’essere la moglie ed i figli bruciati vivi da Annibale. Assediata poscia la città, e combattutosi alquanto nelle tenebre, dopo che alcuni Arponi si riconobbero co’ Romani, e dichiararono che per influenza di pochi cittadini si erano ribellati, tutti gli altri rivolsero le armi contro i Cartaginesi. A questi però furono aperte le porte, e la città fu presa senza strage di alcuno. Vi lasciò Annibale un presidio di otto mila uomini, di cui 5000 erano Cartaginesi, ed il resto Arponi; e da ciò si può da ultimo trarre non lieve argomento dell’ampiezza ed importanza di Argirippa.
25. Peso o Apeso. Per sola testimonianza di Stefano Bizantino si mette questa città nella Daunia, senza che neppure per congettura possa fissarsene il sito, che dal Geografo con generale indicazione è posto presso Argirippa.
26. Apina e Trica. Anche vicino Argirippa erano queste altre due città di si remota origine, che a tempo di Plinio correa la tradizione di essere state distrutte da Diomede. Dall’omonima città di Trica o Tricca nella Tessaglia, patria di Macaone e Podalirio, e celebre pel culto antichissimo di Esculapio. può dedursi la loro fondazione dai Tessali o dai Pelasgi. E ciò in certo modo è confermato dal cenotafio coll’oracolo di Pedali rio presso il Gargano.
27. Luceria. A 10 miglia da Argirippa seguiva ne’ confini degl’Irpini Luceria, altra città delle più antiche e cospicue della Daunia, la cui fondazione è parimenti attribuita a Diomede Secondo Stefano Bizantino, l’antico suo nome sarebbe quello di Laceria, perchè dove nel suo Lessico dice di questa città della Magnesia, soggiunge che altra ve n’era pure in Italia. Le ricerche etimologiche del suo nome son piuttosto d’infelice successo, perchè nessuna delle addotte ragioni di una tale denominazione si è trovata soddisfacente. — Non oltre al 429 di Roma risalgono le sue storiche vicende, quando unitamente agli Apuli strinsero lega i Lucerini co’ Romani, promettendo uomini ed armi perla seconda guerra contro i Sanniti, che a causa della vicinanza, erano loro infesti. Malgrado una tal lega, i Sanniti strinsero di assedio Lucera nel 433; e fu allora che i Romani accorrendo in loro soccorso, caddero nelle insidie delle Forche Caudine. Espugnarono intanto i Sanniti la città, e vi lasciarono un presidio, perchè si sa di avervi fatto custodire i 600 cavalieri Romani dati in ostaggio a Caudio; ma non più tardi di un anno dopo, si vendicarono i Romani de' Sanniti. cui parte fecero a pezzi, e parte fecero passare pur sotto il giogo nella battaglia che ebbe luogo presso Luceria. Nel 440 occupavano di nuovo la città i Sanniti, e di nuovo immediatamente la riacquistarono i Romani. Dopo altri 20 anni furono nuovamente alle prese i popoli medesimi; ma fatti passare per la seconda volta sotto al giogo i Sanniti, ebbero i Romani per sempre fedele Luceria, anche nelle guerre combattute con Annibale.
Ne’ tempi posteriori, scieglievala Pompeo per quartiere generale nella guerra contro Cesare. Cicerone vi vide riunite tutte le coorti di lui per trasferirle a Brundusio. e di là nell’Epiro.
Il tempio di Minerva si crede che sorgesse nel sito dei Duomo dell’odierna Lucera, dove si ammirano 12 belle colorino di marmo caristio, e di verde antico che lo decorano. Altri marmorei rottami di questo e di altri templi adornarono forse la magnifica moschea eretta in mezzo della città dai Saraceni, che Federico II vi trasferiva al numero di 10 mila, secondo un Cronista; e 20 mila, secondo Giovanni Villani, sulle rovine della stessa fece innalzare nel 1302 Carlo d’Angiò un tempio alla Vergine nel sito della Cattedrale.
Pochissime antiche lapide si veggono in Lucera. Da due di esse rilevasi di esservi stati gli Augustali, e da un’altra apparisce che la Colonia Lucerina era ascritta alla Tribù Claudia, una delle prime XXXV, in cui fu Roma anticamente divisa.
Da Tolomeo infine, e dalla Tavola Peutingeriana si sa che Luceria fu pur detta anticamente Nuceria degli Apuli, per distinguerla da quella dell'Umbria e della Campania. Non è però chiaro, se ciò fosse intervenuto per iscambio di una lettera, o se perchè valse una tale pronunzia per l’uso del tempo, in cui scrisse Tolomeo.
28. Pretorio Laveriano. Alla distanza di IX miglia antiche da Luceria segna la Tavola Peutingeriana un grandissimo edifizio col nome di Praetorium Laverianum, ed anche Levicanum, secondo una diverse lezione. Il Corcia vorrebbe correggerlo e farne un Pretorio Lacerino, quello cioè che situavasi nella terza parte della lunghezza degli accampamenti militari, e non piuttosto una magnifica ed ampia casa di campagna, come i Romani la chiamavano, e come latinamente è detto il Real Palagio di Caserta. Era quindi il Pretorio Laveriano forse di pertinenza di qualche dovizioso Patrizio di nome Laverio, che avevalo fatto erigere in qualche suo latifondo nell’agro Lucerino. Essendone scomparso ogni vestigio, non saprebbesi dove precisamente riconoscerne il sito.
29. Ansano. Facendo ritorno dai descritti luoghi dentro terra a quelli che furono sulla spiaggia, vedesi sulla Tavola Peutingeriana a XII miglia dalle Saline segnata la città di Anxano, che come le tre altre omonime, cioè Anxa, poi detta Callipoli nella Japigia, Anxa o Anxano ne’ Frentani, od Anxia nella Lucania, ricever forse dovette un tal nome anche dalla sua posizione. Distrutta o abbandonata in tempi sconosciuti, lascia scorgere il suo sito nella Torre di guardia detta di Rivoli, trai Lago Salso, e quello di Salpi, dove corrisponde la distanza di IX miglia da Siponto, secondo il citato Itinerario.
30. Siponto Sulla spiaggia medesima al di là della foce del fiume Candelaro, che prima di scaricarsi nel mare, impaludasi ne’ Laghi-Versentino e Pantano Salso, seguiva la città di Siponto distante da Salapia CXL stadii, o 18 miglia odierne. Strabone, dal trovarla pur detta Σηπιους traevano l’etimologia dalle Seppie gittate in gran copia dal mare sul lido, ove fu edificata. Il Corcia, trovando però fra i Tessali una Sepia, anche città marittima, ne attribuisce la fondazione ad una colonia che di là provegnente, il nome della patria città in quella di Siponto riproduceva. La prima delle sue storiche vicende è nella memoria di una colonia dedottavi da’ Romani, non si sa quando; prima del qual tempo era Siponto fiorente città a cagione del suo porto, pel quale era in relazione con quei dell’Epiro. —Quando la città di Arpiera in fiore, Siponto fu forse nella dipendenza di essa, perchè i Romani, in punizione di aver questa tenuto per Annibale, ne confiscarono l’acro, e lo distribuirono ad una colonia che vi dedussero nel 538. Dopo altri otto anni, altri coloni vi furono mandati per rifornire la popolazione già mancata per l’aria malsana della prossima laguna. Perla ragione medesima, ed anche per l’ingrato suolo, la colonia non immegliò mai in processo di tempo, sicché Cicerone nel 690 arringando contro la legge agraria, ebbe a dire, che si stessero i Romani contenti delle antiche possessioni, se pur non avessero voluto cambiarle collo sterile suolo di Siponto, e coll’aere pestilenziale di Salapia. Nondimeno, a riguardo del suo porto, fu, come dicevamo, considerevole città, perchè Cesare vi pose delle legioni, come a Brindisi e a Taranto, per precludere a Pompeo l’uscita da’ luoghi marittimi. Nel 714 di Roma quei che seguivano le parti di Antonio contro Ottavio, la presero per forza, ed indi a poco riacquistavala Agrippa.
Ad un miglio dalla riva del mare, sorgeva la città, di cui sussistono una parte della Cattedrale Gotica, e poche pietre sopra pietre. Gli abitatori Sipontini riuniva Re Manfredi nel 1262 in luogo più salubre: ed alla distanza di un miglio e mezzo da Siponto edificava la nuova città cui disse Manfredonia dal suo nome. Delle poche lapide che avanzano, la seguente contiene una memoria onorifica posta a Pompeo Magno dall’Ordine Sipontino forse in riconoscenza di avere spurgato il mare da’ pirati.
POMP. VICT.
ORD. SIPOΝ.
e quest’altra ricorda che l’Ordine de' Decurioni ed il Popolo Sipontino eressero una statua ad una Magia Severina pe' meriti del padre Q. Magio Severo, verso la città.
MAGIAE Q. F. SEVERINAE
OB MERITA Q. MAGII SEVERI
PATRIS EIVS
ORDO. DEC. POPVLVSQ
SIPONTINVS
AERE. CONLAT.
31. Matino. Una città di questo nome ignota ai geografi seguiva lungo la spiaggia medesima, non lungi da Siponto. Orazio e Lucano solamente la ricordano parlando del monte omonimo, alle cui falde era posta. Sul lido Matino fa il primo naufragare il grande Architi e restare insepolto. Lo scoliaste del Poeta è che dice di essere stato Matino un monte ed una piccola città dell’Apulia, che pel nome quasi identico e pel sito deve riconoscersi nell’odierna Mattinata al mezzogiorno del Gargano, ad 8 miglia ed a settentrione di Manfredonia, che vi ha ville amenissime, oltre alte abitazioni di quei che dimorano su pel Gargano.
32. Porto e città Agaso o Angesso. Al di là della Torre di Monte Barone, segue il Portò Greco, in cui riconobbe Cluverio il Porto Agaso ricordato da Plinio. Il Corcia solamente, poiché tra i confini della Tracia e della Macedonia trova una città, Agassa o Agasse, si avvisa che vi sia stata una città fondata da qualche colonia, da cui prese il porto la sua denominazione, anche perche in Licofrone trova il medesimo nominati certi popoli Angessi coi Salangi fra quelli della Daunia.
33. Promontorio e città Gargano. Trovasi negli antichi geografi Plinio e Strabone notata la estensione del Gargano, attribuendogli il primo 234 miglia romane di perimetro, e la lunghezza di 800 stadii l’altro. Orazio ci lasciò memoria dei grandi boschi di querce, che sul monte erano sbattuti dagli aquiloni; ma nessuno di essi ha fatto parola della città, che vi era, col nome di Gargara, rammentata appena da Stefano Bizantino, che un’altra omonima ricorda pur nell’Epiro. Ad imitazione del Gargaro monte e città, che sull’Ida della Troade sorgeva, anche nella Daunia una città e monte, dai popoli che dalla Gargara dell’Epiro si trasferirono in essa regione, si ebbero lo stesso nome, che poi alla latina fu detto Gargano. Non è però facile indicare il sito della detta città, di cui scritto aveva una monografìa Antonio Dentice col titolo De situ antiquitate et urbe Montis Garbarti, dall’Engenio citata nella sua Napoli Sacra. Come che forse perduta è da credersi fa detta monografia, basta al proposito l’assicurazione di esservi stata anche una città, la quale supporsi potrebbe col Corcia, se non proprio nel sito di Vico, nelle cui vicinanze si son trovati de' sepolcri, vasi greci, idoletti, amuleti, monete e financo titoli sepolcrali, in quello almeno della contrada che ivi presso chiamano la Civita. Quivi infatti si veggono avanzi di antiche mura del perimetro di circa un miglio e mezzo, proprio nel luogo che chiamano il Castellano sul monte di S. Giovanni Rotondo, dove essendosi trovate pur monete imperiali, può ritenersi, che fin sotto ai tempi dell’Impero sia stata abitata. Servio infine nel nominarla, la dice fondata da Diomede, e cosi denominata dal monte Gargara della Frigia.
Ma non solo per queste antiche memorie è rinomato il Gargano. La sua maggior celebrità gli venne verso la fine del V secolo dall’apparizione di S. Michele in una di quelle speciose grotte che si Osservano verso la parte orientale dei monte. ne consecrava la basilica sotto il Papa Gelasio nel 492, o meglio nel 496; e può dirsi questa la più antica delle simili o de' simili santuarii dedicati allo stesso Principe de' Celesti Spiriti in altre grotte del Regio, come quello presso la grotta di S. Angelo Raparo poco discosto da S. Martino in Basilicata, notevole per stalattitiche incrostazioni, cui un tempo si attribuivano superstiziose credenze.
34. Merino o Mirina. Al di là del Capo di Viesti seguiva la città di Merino, che quantunque non ricordata o descritta da’ geografi deesi ammettere in grazia de' popoli Merinati, che Plinio ricordò sul Gargano. Di questa città non sapendosi quindi altro che il nome, può nondimeno dalla sua greca derivazione, e dalle omonime città che furono dell’isola di Creta, nell’Eolide, e nell’isola di Lenno, supporsi che qualche colonia la fondò probabilmente col nome di Myrina. Fu intanto Merino città vescovile; non, si sa precisamente quando, e se fu distrutta dai Saraceni, o abbandonata pe' miasmi della vicina palude che chiamasi Malascarpa ma è certo che venne a mancare nel secolo X prima che si fosse unita questa sede al Vescovado di Viesti dal Papa Pasquale II, ossia trai 1099 al 1118. Fioriva almeno al tempo in cui avvenne il martirio del monaco S. Marino, maestro di S. Romualdo, che fu sepolto in Merino e sorgeva a 5 miglia al settentrione di Viesti, in riva al mare, al di là della foce del Rivo della Macchia, dove sussiste ancora una chiesa col nome di Maria di Merino. Ivi si osservano de' ruderi, e sulla soprastante collina anche avanzi di mura che mostrano di esservi stata l’Acropoli; anche perchè sulla sommità si veggono incavate nel duro macigno tre cisterne fra loro in comunicazione per un piccolo canale. Nel piano sottostante s’incontrano pure di tali rottami di fabbriche, e dappertutto pietre e mattoni da far credere Merino non piccola città della regione.
Origine de ‘ Dauni. Secondo gli storici e poeti greci e, latini l’origine della Daunia si fa derivare difilatamente da un Dauno re del paese, prima del quale non ricordano che altri vi avesse regnalo. Timeo e Lico, l’uno nella Storia del la Sicilia, e l’altro in quella della spedizione di Alessandro di Epiro, dicono che Dauno reggeva la contrada al sopravvenirvi di Diomede, dopo la guerra trojana, il poeta Nicandro fa Dauno uno dei Licaonidi Arcadi, e fratello di Japige e Peucezio, tra i quali si divise la regione, appropriandosi ciascuno la con tra' da che portò il rispettivo loro nome. Festo inoltre dice che Dauno fu uomo illustre o principe della Illiria, il quale uscito dalla patria in seguito di una sedizione, venne ad occupare dell’Italia quella parte che ne conserva il nome. Vi ha infine chi vuole ucciso Diomede da Dauno nella guerra che tra loro si accese pel dominio della contrada, e con ciò forse intende di, spiegare, perchè alla Daunia non restò piuttosto il nome di quel Diomede che tante città vi aveva fondato, e tante adorazioni vi riscosse, a giudicarne dal tipo del cavallo sì frequente nelle monete, e ne’ sacrifizii sì sovente adoprato.
Essendo queste personificazioni non altro che colonie, nel Diomede non dee scorgersi che un mito, un eroe nazionale che le diverse colonie provegnenti dall’Etolia seco portavano trapiantandosi fra noi. Il qual mito è dottamente sviluppato dal Corcia, e con tale estensione, che per noi fia meglio seguirlo nella speciale Monografia della CAPITANATA che qui.
Loro etimologia. Posta la origine dei Dauni da un Dauno, il cui nome non cessa di contrassegnar la Daunia, malgrado le tante colonie degli Etoli, che avrebbero dovuto farla denominare dal loro eroe Diomede è chiaro che Dauno uccisor di costui accenna al nome del popolo indigeno del paese non soppiantato da quello del condottiero de' nuovi coloni. Ora fra idi versi avvisi portati Dauno della regione di cui ci occupiamo, avvene uno che vede un riscontro col Danao discendente dalla Danae fondatrice di Ardea nel Lazio, la quale si sposò Pìlunno o Picunno eroe locale, donde nacque Dauno padre di Turno re de' Rutuli. Da ciò trar vorrebbero alcuni archeologi argomento di veder delle relazioni di stirpe tra quelli di Ardea, e quelli della Daunia, deducendolo dalla somigliando di qualche tipo nelle rispettive monete, come a dire la ruota a sej raggi negli assi (monete) attribuiti ad Ardea, e nelle monete ufficiali di Luceria, nonché il nome di Luceridi, Luceres Lucereses dell’una coi Lucerini dell’altra delle due re gioiti. Epperò posta da banda l’idea di esser derivati gli uni dagli altri, che non ispiega, ma genealogicamente deduce una parola da un’altra, a noi pare di vedere un certe che di comune nella imperfetta sinonimia tra Fauno e Dauno, l’uno padre del re Latino, la cui figlia Lavinia sposò Enea, l’altro padre di Turno suo rivale; tanto più che amendue erano per istringersi con vincoli nuziali, se non usciva in mezzo l’Eroe trojano a diromperli per annodarli con sè. Senza quindi fermarci su quei che Virgilio narra pel suo proposito, togliamo solo i due nomi di Fauno e di Dauno a ravvicinarli fra loro il più che fia possibile. —In varie parole quasi omonime furono soliti gli antichi denotamela piccola differenza col solo cangiarne una lettera. Dicevano, per esempio, humidus ciocché è acquoso al di fuori, uvidus ciocche è acquoso al di dietro, donde l’uva, l’uovo ecc. —lympha, l’acqua, e Nympha la dea dell’acqua... Del pari tra Fauno e Dauno dee supporsi nel mitico linguaggio una differenza quale tra il dio de' campi selvosi in cui pascolano le villose capre, e il dio de' campi erbosi in cui pascolano le lanute pecore. Infatti è risaputo quanto i Dauni amassero la pastorizia, in quanto pregio si son sempre tenute le loro lane, ed i loro cavalli, quanta copia di grano fin da tempi antichissimi raccoglievasi dalle loro estesissime pianure, poscia, addette per la piupparte esclusivamente al pascolo degli animali, per quanto si estende il Tavoliere di Puglia. Dai Mitologi intanto si attribuisce a Fauno l’uso degli umani sacrifizii, e ciò rimonta ai tempi più rimoti, ovvero più barbari; e col nome di Diomede son d’altronde cosi strettamente associati i tipi del cavallo ed i sacrifizi di questo nobilissimo ani male (in sostituzione forse delle umane vittime), da veder chiaro in lui un portatore di civiltà, la quale per quanto si fosse diffusa nella regione, non valse a farle deporre il nome di Daunia, in lingua osca forse equivalente di Launia per lana, come fidus per filius, uliginosus per udus.
Loro vicende. Essendo queste comuni con quelle degli Apuli propriamente detti, senza darci l’inutile briga di sceverarle, se ne parlerà in seguito dell’
Corografia dell Apulia. Non meno della precedente regione trovasi questa negli antichi Geografi confusa nella generale denominazione di Apulia, sotto di cui si comprendevano la Peucezia e la Daunia. Strabone nondimeno tra i Dauni ed i Frentani pose gli Apuli propriamente dettagli abitatori cioè della costa marittima del Golfo al Nord-ovest del Gargano, dirimpetto alle isole Diomedee. Pomponio Mela pur distinse l’un popolo dall’altro; e se Plinio in certo modo li confuse, pur lascia scorgere dai tre popoli Apuli che ei dice soggiogati da Calcante, cioè i Teani, i Dauni e i Lucani, come i primi di questi sian proprio gli Apuli, di cui qui ci occupiamo.
Così distinta l’Apulia dalle confinati regioni, i limiti che se ne possono assegnare sono i seguenti: Da Rodi (Uria) sulla falda boreale del Gargano giungeva lungo la spiaggia dell’Adriatico sino alla foce del Frontone, dove aveva principio la regione Frentana, dalla quale separavate il suo corso fine alle vicinanze di Teano o Cimiate. All’occidente di questa, la linea che separandola dai Frentani medesimi, dai Sanniti-Pentri e dagl’Irpini, aggiungeva Luceria, toccava l’agro di Celenza, poi quello di S. Bartolommeo, ed indi quello tra Castelluccio, e Troja; donde pei confini occidentali della Daunia, ricongiunge vasi ad Uria presso il lago di Varano. Abbracciava perciò gli attuali Circondarii di Cagnano, Sannicandro, S. Marco in Lamia, Sansevero, S. Paolo, e Casalnuovo.
Tipografia dell’Apulia. Gli antichi luoghi di questa regione sono: 1. Urio, Irio o Uria, 2. Collazia 3 Teate o Teano 4. Ergizio o Egizio, 3. Cliternio o Cleternia, 6. Ulurio, e 7. le Isole Diomedee.
1. Urio, Irio, o Uria. Con questi diversi nomi è ricordata da Plinio, Strabone e Tolomeo una piccola città, cui Dionigi Periegete aggiungeva Pepitelo di marittima per distinguerla dall’omonima città mediterranea nella Messapia. Da questa potè forse ripetere la sua origine, benché pel culto di Venere che Patullo le attribuisce, e pe' templi alla stessa dea innalzati in diverse contrade toccate dagli Eneadi, si faccia da taluni derivarla da qualche Umana colonia, e da quelli stessi che fondarono Gargara sul Gargano. Il nome parche volesse accennare a vento favorevole (ορειος) ai naviganti che si recarono in questa parte d’Italia. Da un uccello volante, che pur si scontra in alcune monete di questa città, si argomenta pure che fondata l’avesse Diomede, e ciò per alludere alla mitica trasformazione in uccelli de' compagni di lui in una delle isole vicine, a cui dirimpetto era Uria.
Delle vicende di questa città null’altro ci è noto che questo: Il Pretore Q. Cecilie Metello ne metteva Pagro in potere di Silla, e ciò forse in vendetta dell’aver parteggiato per Mario.
In quanto al suo sito, non par certo che fosse stato nel luogo dove surse il villaggio di Uriri, come persuaderebbe l’analogia del nome; ma è più probabile che fosse sorta presso alla sponda del lago Varano, il quale ha un perimetro di 30 miglia, e propriamente dov’è oggi la chiesa del Crocifisso di Varano. Quivi infatti si vedono antichi ruderi, che fan credere forse distrutta la città da qualche inondazione del lago, dietro la quale ebbero per avventura origine le circostanti terre di Cagnano, Carpino, Ischitella, Vico e Rodi, tutte poste intorno al lago medesimo.
Dalla città di Uria prese nome il seno che formava tutto il lido dell’Apulia, e che Pomponio Mela disse di mediocre ampiezza, e per Io più di malagevole accesso. Distinguevalo Strabone dalla profondità, ed i suoi limiti precisi erano tra Rodi ed il Fortore.
2. Collazia. Raccogliesi da Frontino, che presso il Gargano di unita all’aro Carmejano ricordò pur quello di Collazia. come riferir si possano a questa regione i popoli Collatini memorati da Plinio. Il Cimaglia sitiiavala nelle vicinanze di Apricena, dove oltre al vedersi antichi vestigli, la circostanza Scolli che si diramano dal Gargano tra Sannicandro. e Poggio Imperiale, dà pur ragione del nome che quei popoli si ebbero di Collatini.
3. Teate o Teano. Di questi due nomi han fatto alcuni Topografi due diverse città, supponendo la prima in Chieuti per l’analogia della stessa trasformazione in Chieti dell’altro Teate ne’ Marruccini, e l’altra nel silo di Civitate, a destra del Fortore. Ma il Cimaglia prima di Niebuhr disse Teate e Teano essere nomi diversi di una stessa città. Assai dentro terra, e sopra il lago di Lesina (il Pantano di Plinio) sorgeva Teano la metropoli de' Teanesi. ed una delle più insigni dell'Apulia, da cui prendeva l’aggiunto di Apulo, per distinguerlo dal Teanum de' Sidicini. Dalle monete apparisce che l’antico suo nome fu quello di TIATI, che in greco (da Θέα, Θεατος) esprime l’aperta ed ampia sua situazione, non dissimile da quella d Ile altre due omonime città.
I Teani dice Plinio, appartennero ad una greca colonia, probabilmente quella stessa condotta da Calcante, come il Corcia vorrebbe. Si sa da Livio, che i Teanesi insieme coi Canusini stanchi delle sofferte depredazioni, nella seconda guerra-sannitica, dando ostaggi al Console L. PIauzio, vennero in potestà dei Romani nel 436. Nell’anno seguente, concitandosi l’Apulia contro Roma, chiesero ai nuovi Consoli C. Giunio Bubulco e Q. Emilio Barbula alleanza, ripromettendosi di rappacificar tutta la regione con la Repubblica, e se l’ebbero non a parità di condizioni. —Dal Libro delle Colonie apparisce di esservene stata spedita una. Nel principio della guerra contro Cesare, stanziò Pompeo le sue soldatesche tra le mura di questa città. che Cicerone disse nobile e grande, e di avere, oltre ai nobili cavalieri ascritti all'Ordine Equestre di Roma, giuochi pubblici e feste solenni, cui popoli vicini intervenivano.
Sorgeva Teano, come si è detto, sull’ameno poggio de' Liburni, dove proprio prendono il nome di Coppe di Civitate. Se ne veggono le grandi rovine al di là del ponte detto di Civitate, a 15 miglia da Larino. Consistono esse in una muraglia, ne’ vestigii di un’ampia porta fra due colline, e due sotterranei con grandi volle laterizie, che forse conducevano ad uscite segrete. Nel sito medesimo si son trovate delle monete, idoletti, corniole e vasi, che appalesano la greca civiltà. Dei secoli cristiani sussistono pure gli avanzi, le mura cioè della Cattedrale con ruderi di abitazioni di Civitate. come fu detta nel medio evo, perchè questo nome, come che comune a tutte le città rovinate, ritenne nel restaurarsi dal Catapano Bojano nell’anno 1015. Nella sponda boreale del Lago di Lesina scoprivasi la base di una statua, colla epigrafe:
H. VRANIO V. P. REC.
PROV. VINDICI LEGVM
AC MODETORI (sic)
IVSTITIÆ
ORDO SPLENDIDISSIMVS
CIVITATIS THEANENS.
VNA CVM POPULARIB.
SVIS DIGNO PATRO
NO POSVERVNT
4. Ergizio o Egizio. Di questa grossa borgata o piuttosto villaggio, conosciuto perla sola testimonianza della Tavola Peutingeriana, vorrebbe il Corcia emendare il primo nome nel secondo, perché una città omonima si trova nell’Estiotide della Tessaglia. Sarebbe quindi una delle città pelasgiche, e di origine contemporanea a Dodona, Argirippe e ad altre. E pur di greca derivazione sarebbe Ergizio da εργετος septum, quando non si volesse ammettere la correzione proposta. Dalla distanza di XVIII miglia antiche, che la Tavola citata segna da Teano a questo luogo, l’Olstenio io situa nella città di S. Severo, nelle cui campagne il patrio Topografo Fraccacreta lo ha più precisamente riconosciuto su di un colle, nella cosi delta Posta de' Vignali del Principe di Sannicandro, un miglio e più alla sinistra del fiumicello Triolo o Driolo, che va ad unirsi col Candelaro sotto Rignano; dove molti ruderi rimangono a fior di terra, ed un torrione. Dalle sue rovine è probabile che surto fosse Casa Innovo a mezzo miglio verso settentrione, dove Re Ruggiero ebbe nel 1137 una disfatta dal duca Rainulfo.
5. Ulurio. Per la sola memoria de' popoli Ulurtini da Plinio annoverati nella II Regione d’Italia, si aggiunge all’Apulia quest’altra città, che l’analogia del nome induce a supporre in Volturare, la quale fu di qualche importanza ne’ tempi cristiani, perchè divenne sede vescovile, ed è memoria di un suo vescovo in una lettera di Papa Giovanni XIII, del 969. Gli Ulurtini in greco suonano montani, e da ciò è pure che fra i Topografi si conviene intorno l’indicato lor sito.
6. Isole Diomedee. Con questo nome furono anticamente conosciute le isole di Tremiti poste a borea del Gargano e dirimpetto alla foce del Fortore ed al Lago di Lesina, in distanza di 15 e 18 miglia dalla spiaggia. Strabone e Plinio ne ricordano due, come più considerevoli di altre tre noverate da Tolomeo, e quindi esistenti tulle cinque a suo tempo, comprendendovi pure qualche scoglio oggi scomparso. La maggiore di esse è detta S. Domino, la seconda Caprara o Capperrara; dai molti capperi che produce, la terza S. Niccolò e S. Maria, essendone una parte consegrata alla Vergine, ed un’altra verso levante a S. Nicola, e la quarta in mezzo ad esse piccolissima detta Cretaccio.
Ha la prima cinque miglia di circuito, e sull’alto-piano in mezzo, una pianura di circa due miglia. È dessa forse la Trimerus di Tacito, che vi dice morta Giulia nipote di Augusto convinta di adulterio, dopo avervi durato venti anni di esilio.
Fu la seconda forse la Teuthria di Plinio, ed a tre miglia di circuito con un comodo porto.
Fu la terza abitata nel secolo XI dai Benedettini, e nel XIII dai Cisterciensi. Devastata da’ corsari della Dalmazia, che vi uccisero i Religiosi, fu data in commenda al Cardinal di S. Sisto, e nel 1412 da Gregorio XII ai Canonici Regolari Lateranesi. che vi fecero delle grandi fortificazioni da rendere vani gli sforzi de' Turchi, che nel 1567 con numerosa flotta l’assediarono per impadronirsene. Soppresso il monistero nel 1783, con sovrano dispaccio del 23 giugno 1792, vi furono relegati molti malviventi, che vi formarono una popolazione di circa 300 individui. — In questa medesima isola fu relegato da Carlo Magno Paolo Warnefrido, conosciuto sotto il famoso nome di Paolo Diacono, Segretario di Desiderio, ultimo Re de' Longobardi.
Negli altri scogli che chiamano Gattìzzo, Carduzzi, Polagrosa, la Vecchia ecc. ed in tutte le isole anzidetto, celebri un tempo per la quantità de' falconi, che tanto usavano una volta i Sovrani per le cacce, annidano a migliaja ed a stormi gli uccelli Evodizii, oggi Ardenne o Dodonei, uccelli marini in somma, in cui nell’antichità la greca fantasia vide trasformati i compagni di Diomede, per averli forse veduti altare intorno la tomba di lui. Fondamento a tale credenza esser dovette la circostanza di vedersi tali uccelli in maggior copia nell’autunno; perchè secondo alcuni dotti mitografi, Diomede è appunto il nume delle tempeste autunnali, e lo stesso tempestoso inverno, come tale venerato in Ardea, dove l’Aghirone o Airone, l’uccello delle tempeste, eragli consegrato.
Si denominarono adunque Diomedee queste isole, non dagli uccelli a lui sacri, ma perchè abitate da quelle stesse colonie che riferisconsi allo stabilimento di Diomede nelle regioni della Daunia e dell’Apulia. Intanto la favola dice scomparso questo eroe in una di dette isole, ed i suoi compagni per pietà egli Dei trasformati in uccelli, ai quali si attribuiva il discernimento di far festa e posarsi sulle sole navi de' Greci, e per contrario fuggire stridendo alla vista de' barbarie de' malvagi, o correre loro sopra a bezzicarli. Sotto il velo della quale favola può scorgersi una mitica tradizione dell’accoglienze amichevoli fattevi ai Greci, e delle ripulse che toccavano agl’Illirii, popoli barbari e nemici del greco nome. Ad ogni modo nell’Isola Diomedea ebbe Diomede un tempio magnifico, ed un cenotafio ombreggiato da platani, che Plinio ricorda essere stati de' primi portati apposta per adornarlo, donde poi questa pianta si sparse nella Sicilia e nell’Italia (112).
Dell’odierno nome di Tremiti, che le dette isole si hanno, l’etimologia più ricevuta è quella che lo deriva da tremuoti, di cui presentano le tracce ne’ loro squarciamenti, e da cui si Credono anticamente sconvolte.
Origine degli Apuli. I Rodiotti, nel sistema di coloro che vogliono popolate le nostre regioni da gente avveniticcia, sarebbero quelli che con una loro colonia si stabilivano ad Uria presso Rodi. Ma troppo scarso principio essendo essi soli per popolare una regione, fia meglio convenire una volta che gl’indigeni di questa contrada non furono gran fatto molestati dall’avidità degli stranieri per la inclemenza dell'aere, che nell’estiva-stagione e nell’Autunno offre l’idea de' deserti dell’Africa; anche perchè nessun argomento in contrario ricavasi dalla
Loro etimologia. Volle il Mazzocchi che sia stata detta Apulia la loro regione dalla voce orientale Apelah o Apulah, che significa nebbia, alludendo a quella che di polvere s’innalza per quella contrada dal soffio del vento Vulturno, o quella caligine di vapori, che da’ laghi, dalle paludi, dai torrenti e dal mare levandosi, tutta la ingombra. Di quasi simile avviso fu quel Rabino Elinio uno di coloro che insegnarono medicina nella Scuola Salernitana, il quale scrisse di essersi chiamata Apulia quasi Vapulia, val dire dai vapori della terra. — Altri la credettero cosi chiamata dal privativo α e πολυς a e polus frequens, multus, dal non essere cioè popolata abbastanza, Paolo Diacono fu di avviso che avesse riportato tal nome aperditione in greco απολεια, perchè ivi, per servirci delle sue stesse parole, citius solis fervoribus terrae virentia perduntur. Infatti il veemente ardore del sole (Apollo, che fra gli altri nomi ebbe pur quello di ύλιος il distruttore donde Apulia quasi απουλιον dal nume cioè che distrugge), fa che verso la metà della bella stagione ingiallisca la verdura, ed i pastori cercando i pascoli verso i monti, spopolano in un istante le campagne della Puglia. Nella state poi tutto s‘inaridisce e tutto muore, soli sopravvivendo a tanto squallore gl’insetti nocivi; e non si ravviva la morta natura, che verso la fine di autunno. Pare quindi che l’Apulia per tali ragioni abbia riportato il malaugurato nome che tiene.
Loro vicende. Non prima delle guerre Sannitiche compariscono gli Apuli nel teatro della storia. Dopo che i popoli del Sannio ebbersi appropriata una gran parte dell’Apulia, non appena fu risoluta la seconda guerra Sannitica, che un trattato di alleanza fra parecchi popoli Apuli ed i Romani fu conchiuso. Ma non oltre a due anni dall’avvenuta federazione, se leggasi che l'Apulo territorio fu devastato nel 431 dal Console Quinto Aulio, ciò si spiega perchè questi dovette proteggere le città federate con Roma da quelle che o tenevano tuttavia pe' Sanniti, o per effetto della loro condizione politica pativano gelosia delle altre che non si reggevano confesse. Secondo i Fasti trionfava quindi degli Apuli e de' Sanniti il Console Q. Fabio Massimo. Fu allora presa Luceria ed ottantuna borgata di Sanniti e di Dauni con molta strage degli eserciti de' due popoli. Dopo il fatto delle Forche Caudine, che spinse le ostilità al maggior segno, scorse il Console Q. Publilio Filone il paese nel 435, e de' popoli Apuli parte sottomise colla forza, e parte guadagnò colle buone. Quei di Teate promettevano ai Consoli C. Giunio Bubulco e Q. Emilio Barbuia di rappacificar tutta l'Apulia; e dall’aver dato degli ostaggi ai Romani i Teanensi insieme coi Canusini nel 436, è chiaro. che ad azioni di guerra ed a saccheggi avevano dovuto soggiacere e gli Apuli e i Dauni Nella terza guerra Sannitica combatterono gli Apuli nel 455 contro il Console Decio a Malcreato, dove lasciarono due mila morti sul campo; e l'Apulia soggiacendo alle grandi devastazioni del Sannio, non si rese per Roma sicura, se non quando fu spedila a Venusta la grande colonia di venti mila Romani nel 462.
Dovettero gli Apuli, non tutti però, dichiararsi per Pirro, poiché non altrimenti s’intende come questi fra le condizioni di pace offerte ai Romani dopo la vittoria presso Eraclea, pretese, che ai Dauni ed ai Popoli vicini si restituisse ciocché loro era stato tolto; né come movendo per l'Apulia nel 474, molte terre quali a forza e quali a patti guadagnava. Parte degli Apuli inoltre si dichiararono per Annibale dopo la gran battaglia di Canne; ma nel 589 il Pretore Gneo Fulvio assalendo ed espugnando le città ribelli, e riportata la vittoria presso Erdonea, non credè di aver soddisfatto alla vendetta di Roma, se non quando ebbe tutta la regione saccheggiate.
Nella guerra Spartacida, essendosi i feroci gladiatori portati nella Daunia, dee credersi che ne fu pur danneggiata prima che fossero stati sconfitti col loro duce Crisso presso il Gargano.
Nella Guerra Sociale infine essendosi le due regioni ribellate, Salapia fu da Cajo Cosconio bruciata, e stretto avendo questi di assedio Canne e Canusio, furon desse, dopo le due giornate presso l’Aufido dagl’Italici confederati perdute nel 666, a Roma sottomesse per opera precisamente di Cecilio Metello. E con quest’ultimo fatto cessò l’autonomia della Daunia e dell’Apulia.
Corografia della Regione Frentana. Si ebbe questa regione ora più vasti ed ora più ristretti confini, secondo la diversità de' tempi e delle diverse divisioni fatte dell’Italia. Se però nella circoscrizione che abbiamo adottato, viene esclusa quella parte che tocca il fiume Fortore (anticamente Frentone, da cui si ebbe il nome di Frentana) propriamente quella che aggiungemmo ai confini settentrionali dell’Apulia; ciò è stato per seguire la nuova corografia di Augusto, secondo la quale venne ad essere alquanto ristretta. Estendevasi adunque il dominio de' Frentani sulla spiaggia dell’Adriatico dalla foce del picciolo fiume Saccione, che divide la Capitanata da Molise, sino all’altro fiumicello detto il Foro. La linea che dentro terra dividevali dai popoli limitrofi, dall’estremità occidentale di Falena correndo sino alla orientale di Casacalenda, passava pe' monti Majella, Pizzi o Piconi, Luparii, Fallano, e giunta al fiume Sangro, rasentava i confini del Sannio per modo, che veniva a comprendere nella sua lunga e stretta estensione gli odierni Circondari seguenti: dell’Abruzzo Citeriore quelli di Francavilla, Ottona, Tollo, S. Vito, Lanciano, Orsogna, Gasoli, Lama, Torricella, Villa S. Maria, Vasto, Paglieta, Atessa, Bomba, Gissi, Santobuono, Celenza e Castiglione-messermarino; e del Contado di Molise i Circondarii di Rionero, Montefalcone, Palata, Termoli, Larino, Bonefro, e Santacroce di Magliano.
Topografia de' Frentani. Gli antichi luoghi, che di questi popoli si conoscono dagl’Itinerari:, erano: 1. Ortona, 2. Amano, 3. Amnio, 4. Carentini superiori ed inferiori, 5. Tempio e Vico di Venere, 6. Buca, 7. Fallano, 8. Istonio, 9. Uscosio o Vicosio, 10. Interamnia, 11. Cliternia, 12. Larino, 13 Rocca Catena, 14. Gettone, e 15. Foro Cornelio.
1. Ortona. Sullo stesso sito dell’odierna città, che dicesi Ortona a mare, per distinguerla da Ortona de' Marsi, e propriamente nel suburbano di essa, sorgeva l’antica col medesimo nome; della cui origine nulla si conosce, se non che alcuni patrii scrittori la credono fondata dai Liburni. Si ha memoria di una colonia dedottavi da Augusto, come che Frontino non ne parli, rilevandosi da due marmi, di cui riferiamo il seguente:
MAVORTI VLTORI
Q. NINNIVS. Q. F. QVIR. PAETVS
IIVIR. COLON. ORTONAE
AVG, ET VI VIR AVGVSTAL.
QVINQVENN. II. SACRVM
Da un’altra lapida sepolcrale Ortona è detta municipio; ma il Marco Ponzio che fece porla ad un Tito-Nomonzio Prefetto de fabbri del municipio di Ortona, colla qualità che si ebbe di Quatuorviro, accenna ai maestrali della colonia.
Ebbe Ortona un buon porto ed un arsenale marittimo. Per tali vantaggi e per la sua posizione sul mare, fu popolosa e tra le più agiate città Fremane. Frale molte artiche vi fiorirono e che rilevansi dal Collegio de' fabri menzionato in una lapida, vi erano pur quelle dei navicolarii e de' lanarii. Si ha pur memoria dei molti templi che vi furono sacri a Marte, ad Apollo, a Giove, e ad Iside, di cui si scoprirono, oltre agli avanzi delle mura di pietre quadrate, anche la statua ed i frammenti di una greca iscrizione, che ricordava il Collegio de' sacerdoti addetti al culto della Dea. Sorgeva il tempio di Giano, che era il più magnifico di tutti, nelle vicinanze del castello, ed alcuni pezzi della statua colossale si vedevano un tempo presso il Duomo.
2. Ansano. Tra la foce del Sangro ed Ortona da cui distava XI miglia antiche, era posta questa ragguardevole città de' Frentani. Negli scrittori antichi e ne’ marmi trovasi detta Anxa, Anxia ed Anziano, Plinio ne rammentò gli abitatori chiamandoli Anxani cognomino Frentani, per distinguerli dai popoli omonimi della Sallenzia e della Lucania. Una tradizione durata sino al secolo XIII attribuiva a questa città un’ origine comune con Sulmona, nella cui piazza fu solennizzata una federazione tra Lucianesi e Sulmonesi, il di 18 maggio 1278, e conchiusa propter originariam cognationem et consortium communis fundationis. Una pruova di tal comunanza di origine si ha nel culto che ebbero entrambi della Dea Pelina; ed un segno non equivoco della loro remotissima antichità ne porgono due osche iscrizioni rinvenute tra le rovine della città. Una di esse è una tavoletta votiva di bronzo, che in lettere latine sarebbe questa:
BEREAIE LVECANA PC... LE
AAPAS KAL NEPALA
dal Jannelli interpetrata: Tempio Lucinaemunus solvit salva a doloribus abortus; ed infatti fra gli altri templi di Anxano, anche quello si annovera che fu sacro a Giunone Lucina, quella stessa che gli Etruschi dissero LAVKINA, ed i Greci ΛΟΧΕΙΑ.
Non si hanno notizie certe di Anxano innanzi l’epoca dei Romani. Frontino ne dice che una parte del suo territorio fu diviso ad una colonia, senza che si sappia in qual epoca e da chi vi fu menata. E ciò è tutto quel che se ne trova negli antichi autori. Da numerose iscrizioni rilevasi, che fu Anxano un municipio al pari di Lavino, che fra i maestrali della città vi ebbero gli Edili e i Quatuorviri a giudicare le liti, e che nn FI. Clatrio uomo illustre di Anxano fu Patrono di tre popoli Marsi, siccome leggesi nella seguente lapida, che riportiamo:
FL. CLATRIO. T. F. VIRO SPLENDIDO
OMNIBVS. HONORIBVS
IN PATRIA FVNCTO
CERFENNINI AQVENSES ALBENSES
PATRONO AB ORIGINE
Dalla tradizione, ed anche da’ marmi si sa, che \n Anxano furono adorati Apollo. Bacco, Giunone Lucina, Marte, e la Dea Pelina. i cui templi dovevano per certo splendidamente decorarla. Con gli avanzi del tempio di Apollo consistenti in pietre quadrate, si edificò nel 1227 la chiesa di 5. Maria Maggiore. Sulla piazza dell’odierna città (Lanciano) sorgeva quello dedicato a Bacco, come dai suoi bassirilievi si riconobbe. Degli altri templi non mancano simili indizii, che non occorre qui riferire; e del culto di Cibele infine non è a dubitare, essendosene trovata proprio la statua dal capo turrito.
Si ebbe Anxano il suo emporio, che fu comune a tutti i Frentani. come è chiaro da una tavoletta in bronzo dell’anno 16 dell’Era volgare, ossia del Consolato di L. Ario Pudente, e M. Gavio Orfito. Leggonsi in essa i nomi de' diversi Conciliaboli della regione, i cui abitanti intervenivano a celebrarvi le nundineo mercati. Erano dessi Fisio, Eusano, Feltro, Rota. Telio ed Audo, non molto distanti da Anxano, di cui due soli furono abitati fino al medio evo, nel quale tempo si dicevano Frisa e Gaudo.
Si ebbe Anxano il suo Teatro, di cui un avanzo esisteva nel secolo XVI, prima che vi si fosse edificato il palazzo Arcivescovile. Ne faceva ricostruire il portico e le gradinate un tal Q. Aurelio Mitrano.
Il nome dell’odierna Lanciano venne a formarsi ne’ bassi tempi da Lanzano, in cui erasi trasformato Anzano, alterazione lievissima di Anxano. Lanciano vecchio non è oggi che un piccolo rione del nuovo.
3. Amnio. Nella Tavola Peutingeriana, a III miglia da Anxano, e sulla sinistra del fiume Sangro, a due miglia dal mare, nel punto che è tral colle e la pianura, è segnato un oppido o villaggio col nome di Annum, di cui si osservano ancora gli avanzi delle antiche rovine. È probabile che cotal denominazione sia l'Amnium alterato e così detto appunto dalla vicinanza del fiume, col qual nome è ricordato in una carta di donazione fatta da Trasmondo, Marchese dì Chieti, al Monistero di S. Giovanni in Venere nel 978, e con quello di Civita di Sangro in un diploma del 1195 di Arrigo VI Imperatore.
4. Carentini superiori ed inferiori. Si trova ricordo nel solo Plinio di questi popoli Frentani, che i moderni Topografi non sondi accordo se riferir debbono ai Caraceni Sanniti, e se corregger debbono in Sariceni, o Saritini, che dicono appunto distinti in superiori ed inferiori, perchè abitavano al di sopra e al di sotto del fiume Saro, oggi Sangro. Da più moderni scrittori si osserva che la lezione di Plinio non patisce siffatta emenda, poiché i Carentini son nominati dal Geografo secondo l’ordine alfabetico tra gli Anxani ed i Lanuensi. Zonara all’incontro parla A&Caraceni, ed una tal denominazione puranco è originaria dal monte Caracio vicino Alfidena; ed e vero pure che in carte antiche trovasi memoria dei Saricensi montani e de' marittimi. Il perchè, supponendo ciò derivato dell’uso della lettera C per S, riteniamo per più antica la nomenclatura di Carentinì, che non son diversi dai Caraceni e non in quanto alla distinzione di superiori ed inferiori, cioè i primi alla destra del Saro e nel Sannio, proprio dove è Castel di Sangro, ed i secondi alla sinistra, e presso la foce dello stesso fiume nei Frentani, tra Casoli e Lanciano.
5. Tempio e Vico di Venere. Sacro a Venere Conciliatrice edificarono i Frentani un bel tempio supra il promontorio che è tral Sangro ed il torrente Olivella. Oltre degli avanzi che ne rimanevano sino allo scorso secolo, tuttoché fin dal 978 fosse stato trasformato in una chiesa dedicata alla Vergine, alla quale fu aggiunta la Badia di S. Giovanni in Venere, le seguenti iscrizioni scopertelo quel sito ne rifermavano la tradizione. Di esse la prima incisa su di elegante ara marmorea, era questa:
VENERI
CONCILIATRICI
e la seconda scolpita in una tavoletta votiva, era quest’altra:
QVINCTILLAE
L. HERVTII
DONVM
VENERI
Era un tal tempio di pietre quadrate e di forma ottangolare, colla porta rivolta a mezzogiorno, con ampio vestibolo sostenuto da sei colonne di porfido, e con belle pitture che adornavano le pareti dell’interno, in cui si vedevano ancora, è già tempo, le are e i latiboli per gli oracoli e pe' sacrifizii. Accosto al tempio era pure un villaggio, che con un porto nella sottoposta marina, ritenne il nome di Venere sino al secolo decimo.
6. Buca. Sull’amena pianura della Penna, che si distende sul promontorio dello stesso nome al di sotto di Vasto, e propriamente a circa tre miglia al Nord-est, scoprivansi due lapide, in cui è menzione dei Bucante che ne posero una insieme con gli Interamnati e gli Istoniensi a M. Blavio, Curatore della Via Claudia Valeria e della Traiana Frentana (113), ed un’altra all'Imperatore Antonino nel 140 dell’Era volgare. In detto si lo, che serbò sino al XVI secolo il nome di Sala Buca, approssimativamente ponevano la città di Buca quasi tutti gli antichi Geografi, ed ivi fino a qualche tempo già passato erano ancora visibili le vestigio di un teatro, gli avanzi di due templi e di acquidosi, nonché di mura, colonne, grandi mattoni, tegoli e marmi. De’ quali avanzi sene vedrebbero tuttavia in gran copia, se Giacomo Caldora, signore di Vasto, non ne avesse fatto uso nel fabbricare il suo palagio. Vi si scoperse pure una laminetta di bronzo, destinata a sospendersi, con l’osca iscrizione retrograda PACIS TINTIRIS dal Jannelli interpetrata Pereat Cacodaemon.
E ciò è tutto quello che si conosce di Buca, di cui ignoravasi quando e come venisse meno. In carte del secolo XI si trova memoria di una chiesa di s. Eustachio martire in civitate Buca, e di un’altra di S. Paolo in Buca, che veniva ascritta alla Prepositura di S. Pietro di Vasto. Credesi pure che i Bucani, dopo la distruzione della loro patria, edificassero Pennata ce, anch'essa fin dal 1494 già distrutta ed abbandonata.
7. Pallano. Dalla Tavola Peutingeriana, che segna questo luogo a IV miglia da Annum (da leggersi Amnium), non si rileva se fu città o un semplice castello dei Frentani. Sul monte dello stesso nome, tra Bomba ed Atessa, se ne veggono ancora le grandiose rovine delle mura saldissime; e gli oggetti antichi rinvenutivi inducono a credere che esser dovette una cospicua città. Si è dubitato da qualche scrittore non fosse stato Pallano un semplice luogo di fortificazione fattovi da Fabio, quando teneva a bada Annibale, che occupando Gerione, devastava le contrade di quei dintorni; ma osservazioni sulla condizione di quelle fabbriche a grandi macigni senza cemento escludono una tale supposizione, e ne fan rimontare l’origine a’ tempi de' Pelasgi. Qualche titolo sepolcrale inoltre mostra, che fu ai tempi Romani luogo abitato Pallano, in uno de' quali, non ha guari scopertivi in caratteri rilevati su piccola tegola, leggevasi:
VERECVNDVS
ORF. MXS
Ignorasi quando propriamente venisse Pallano distrutto. Si ha memoria del suo nome nel 1006, senza che potesse arguirsene se sussistesse in tal epoca, in una donazione che liberto, Conte Longobardo, fece del Castello di Pallano al Monistero di S. Stefano in rivo maris, ed in una simile del cimitero di S. Comizio di Pallano con ogni dritto ed appartenenza, che allo stesso Monistero fecero nel 1084 Roberto e Dragone de' Conti di Loritello.
8. Istonio. A XII miglia antiche da Pallano, secondo gli Itinerarii, e tra il Senello ed il Trigno seguiva quest’altra città, che alcuni Topografi fanno più, ed altri meno antica. Secondo questi ultimi, la sua civiltà comincerebbe all’epoca di una colonia speditavi dai Romani di cui parla Frontino, non prima cioè della Dittatura di Cesare, perchè allora, secondo il panvino, furono assegnati a Romani coloni i campi d’Istonio, come quelli di Boviano del Sannio, in virtù della Legge Giulia. Secondo i primi, che ne giudicano dagli eleganti vasi dipinti presso di essa scoperti, sarebbe abitata e fiorente assai tempo innanzi ai Romani. Gli antichi Geografi si accordano in riconoscerne il sito al mezzogiorno di Buca, ed in quanto alle sue condizioni politiche, rilevansi da due marmi, rimembranza del Municipio Istoniense e de' suoi particolari magistrati ai tempi di Vespasiano. Circa quest’epoca visse il valoroso giovanetto LUCIO VALERIO PUDENTE, che istituito fin dall’infanzia nelle lettere, nell'età di tredici anni fu in Roma coronato poeta nel VI lustro de' certami Capitolini istituiti da Domiziano, val dire nell’anno 106 dell’Era volgare. La patria riconoscente innalzò una statua, di cui avanza solo la base nella piazza di Vasto, con questo elogio:
L. VALERIO L. F.
PVDENTI
HIC CVM ESSET ANNO
RVM XIII ROMAE
CERTAMINE SACRO
JOVIS CAPITOLINI
LVSTRO SEXTO CLA
RITATE INGENII
CORONATVS EST
INTER POETAS LA
TINOS OMNIBVS
SENTENTIIS IVDICVM
HVIC PLEBES VNIVER
SA MUNICІРVМ НІ
STONIENSIVM STATVAM
AERE COLLATO DECREVIT
CVRAT. REIP. AESERNINOR. DATO AB
IMP. OPTIMO ANTONINO AVG. ΡΙΟ
Di questa iscrizione, meno esattamente riportata da non pochi altri antiquarii, gli ultimi due versi furono, secondo l’avviso dell’Ignarra, aggiunti dagl’Istoniensi, allorquando lo stesso L. Valerio Pudente fu destinato Curatore della Repubblica degli Esernini.
Le magistrature municipali d’Istonìo furono i Decurioni, i Seviri Augustali, i Quatuorviri Quinquennali pe' sacrifizii, gli Edili, i Quatuorviri a giudicare le liti, ed il Flamine di Vespasiano. Fra i pubblici edificii che la decoravano, si contano i templi di Giove Aminone, che vi fu adorato anche sotto il nome di Giove Dolichenio; di Bacco, di Marte, di Giunone, di Cerere, di Ercole, ed anche quello erotto a Vespasiano. A questi sacri edifizii aggiungono i patrii scrittori il Pretorio, di opera sontuosa, il Foro decorato di parecchie altre statue, oltre quella di Valerio rudente, il Teatro o più veramente la Naumachia. Fra le anticaglie scoperte ne’ sepolcreti d’Istonio, al Nord della Chiesa dell’Incoronata, son degni di ricordanza un vaso di alabastro orientale di fino lavoro con dentro le ceneri ed il cranio dell’estinto, e con monete di Trajano e Giulia Domna; ed il lenzuolo di amianto in cui si rinvenne ravvolto uno scheletro puerile, del quale una lunga e larga striscia si conserva nel Museo Reale.
Il sito dell’antica Istonio era un po’ più sotto dell’odierna Fasto, la cui denominazione vuolsi introdotta a tempo dei Longobardi per significare Pretorio o luogo di giustizia, che in lingua germanica dicesi Wast. Ma anche dopo di tal epoca trovasi detta tuttavia Stonio, parola poco alterata da Istonio, che secondo alcuni fu così detta da’ tessitori di panni, in latino histonae secondo Varrone.
9. Uscosio, o Vicosio. Nell’Itinerario di Antonino è ricordata appena quest’altea località, forse oppido o castello de' Frentani, col nome di Uscosìo, tra Istonio e Larino. In parecchie antiche carte trovandosi detto Vicosio, pare che desso ne sia stato il vero nome. Da molti avanzi di sepolcri, e dal ricordo di parecchie magistrature, che leggonsi in alcune lapide scoperte nel luogo detto Casalino, tra la sponda di Sinarco eia terricciuola di S. Giacomo, si giudica che fu non ignobile luogo. Dalla seguente iscrizione ricordata dal Polidori, lo storico de' Frentani, è curioso rilevare le opere che in un edificio laterizio con piscina vi faceva costruire il suo padrone:
IMP. C. T. AELIO HAD
ANT. AVG. LOLLIAN. G. F.
BRVTTIO PRAELVM
LACVM FVRNVM
TRAPPETE FACIEN. С.
ET MVRVM NO. C. XV.
10. Interamnia. Tra le foci del Sinarco e del Biferno, ad XI miglia da Larino, sorgeva la città, che un tal nome prendeva, come parecchie altre omonime, dalla circostanza del sito fra due fiumi. Nessun antico geografo la nomina, fuorché Guido da Ravenna, scrittore del medio evo, nella sua perduta Geografia. Come quella de' Pretuzii si mutò coll’andare del tempo in Teramo, anche questa divenne Termoli; a breve distanza dalla quale città odierna vedevansi nello scorso secolo i ruderi di un tempio sacro ad Esculapìo, tra le cui rovine fu rinvenuto un serpente di bronzo con questa epigrafe sul dorso:
AESCVLAPIO ET SALVTI
SACRVM. EX VOTO
CALLIXTVS D.
La iscrizione sopra cennata, dove abbiam detto di Buca, al numero 6, ed in cui gl’'Interamnnati sono posti in primo luogo, è la seguente:
M. BLAVIO Q. F.
IV V. I. D. AEDILI
CVRAT VIAR. VALERIAE CLAVDIAE
ET TRAIANAE FRENTANAE
INTERAMNATES HISTONIENSES
BVCANI
BEN. MER
FVNVS SEPVLCRVM MARMOREVM
ET MACERIAM DECREVERVNT.
11. Clitemia. Nel luogo detto Licchiano, a 6 miglia da S. Martino nella Capitanata, sorgeva quest’altra città dei Frentani, che per divisioni posteriori fatte dell’Italia, trovasi pur noverata fra le città dell’Apulia. Era posta, secondo gli antichi Geografi, dopo il Tiferno a 5 miglia dal mare. Non altra memoria ne avanza, che quella di essere stata distrutta dagli Ungari nel 947. Surse dalle sue rovine un castello detto Cliterniano, che vuolsi desolato dalla peste, e poscia distrutto dal tremuoto al tempo de' Normanni. Nel detto sito ricordano i patrii Topografi di essersi rinvenuti avanzi di grandi edifizii e di acquidotti, fabbriche di fontane, pezzi di colonne, sepolcri, medaglie, e non altra iscrizione che quella di un titolo sepolcrale.
12. Larino. Nell’Itinerario di Antonino, a XIV miglia da Uscosio, è segnata la cospicua ed antichissima città di questo nome, cui ricordano Plinio e Tolomeo. Le medaglie con l’Osca leggenda di LADINOD o LADINE, ed anche LARINVM, ne mostrano l’antichità ed il primato che ebbe nella regione Frentana, il quale primato rilevasi pure dall’ampiezza del suo territorio, che fu tale da sospettare non avesse il suo Agro Larinate costituito proprio una picciola regione distinta dalla Frentana, ed avente sotto la sua dipendenza o nella sua comprensione, dal Tiferno sino al Frentone, qualche altra città, come quelle di Cliternia, Gerione e la Rocca Galena.
Dopo la Guerra Sociale, fu Larino tra i municipii più insigni d’Italia, come si ha da Cicerone e da marmi, uno de' quali trovato nel 1741 tra le rovine del casale di Olivola, contiene un decreto municipale de' tempi della Repubblica riguardante il funerale e le statue ordinate in onore de' due Vibii padre e figlio, come benemeriti del municipio Larinate, e l’altro dei tempi dell Impero, che mostra di essersi mantenuto Larino nella stessa condizione, perchè in esso è memoria del Patrono del Municipio.
Oltre alle divinità di Giove, Diana, Cerere, Pallade, Ercole e Marte che rilevasi dalle cennate medaglie come tenute in culto dai Larinati, furono pure in adorazione appo i medesimi Apollo, Minerva, Marte, e Giunone Feronia.
Non mancarono in Larino i pubblici edifizii. con cui le colonie ed i municipii gareggiavano in certo modo con Roma. Epperò si ebbe un Anfiteatro di nobile architettura nel mezzo della città, dagli avanzi del quale si congettura di essere stato capiente di quaranta mila spettatori, ed anche il Circo, il Teatro, il Pretorio, le Terme, il Foro, in cui innalzavasi una Colonna, alla quale, come alla colonna Menia in Roma, solevano riparare i ladri, i debitori ed i servi fuggitivi.
Trovasi detta Larino anche Arenio fin dal secolo degli Antonini, a cagione, come credesi, Arena, ovvero del suo Anfiteatro. Fu soggetta a diverse devastazioni de' Saraceni nell’anno 841, e degli Ungari nel 938 e nel 947. — Sorgeva propriamente all'Ovest dell'odierna Larino, in distanza di quasi un miglio, sull'ameno colle Monterone, dove si osservano gli avanzi delle torri e delle mura che la cingevano nel circuito di oltre tre miglia.
13. Rocca Calena. All’agro della descritta Larino sovrastava la Rocca Calena, di cui lasciava memoria Polibio, dove parla dell’occupazione fattane da Fabio, che vi pose gli accampamenti combattendo nel 537 con Annibale. Sorgeva propriamente nel sito della odierna Casacalenda, che ne ritenne il nome alquanto alterato.
14. Gerione. Con questo nome, e con quelli di Gerunio, Geronio, Gerenia trovasi mentovata questa ragguardevole fortezza de' Frentani. Se ne fa chiara rimembranza nelle guerre di Annibale, il quale vedendone gli abitatori fedeli ai Romani, la prese di assalto, ne arse ed adeguò le case, all’infuori di quelle che ritenne ad uso di magazzini per le vettovaglie, e delle mura che lasciò intatte per difesa sua e de' viveri. Par probabile che fosse stata di nuovo abitata, perchè tra i ruderi degli antichi edilizii, visibili ancora sul pendio del monte detto il Cerro, alla destra del fiumicello Cigno, presso la strada che mena da Casacalenda a Montorio, si sono trovate delle monete che rimontano all’epoca del cadente Impero. — Nel secolo XII esisteva ancora col nome di Geronia tuttavia murata. Andò forse distrutta dal tremuoto del 1455, che fu fatale a Larino ed a Casacalenda, o almeno cominciò fin da allora ad essere abbandonata; e l’ultima notizia di sua esistenza si ha dalla soscrizione che nel 1571 appose l’Arciprete della Chiesa di Cerone al sinodo diocesane del vescovo di Larino.
15. Foro Cornelio. Sulla strada consolare Frentana, per ultimo luogo della regione vedesi segnato nell’Itinerario di Antonino il Foro o villaggio col nome di Corneli, a XXVI miglia antiche da Larino, di cui non si è saputo additare finora I il sito preciso.
Son queste le città e luoghi antichi della regione Frentana, di cui gli antichi e moderni Topografi e gl’Itinerari ricordano i nomi, e gli avanzi delle rovine le iscrizioni ed altri indizii confermano. Oltre alle località riferite, parecchie altre ve ne sarebbero di oscura ed ignota situazione, che gli scrittori non son giunti ancora ad individuare e fissare ne’ proprii sili per mancanza di sicure indicazioni. Restano quindi come subietto di future indagini» che nuove scoverte potran disseppellire dall'oblio in cui giacciono queste altre città di dubbia e sconosciuta esistenza: 1. L’urbs Frentana, che alcuni han supposto nelle antiche rovine presso Franca villa; 2 Civita nella selva di Pollutri, 3 Una Civita Arpalice nell’agro della distrutta Cliternia, 4. Fossa Caesia che il Polidori suppone negli avanzi che si vedevano a Fossaceca, e 5. Città ignote nelle rovine esistenti nella pianura a tre miglia da Casoli, e ne’ tenimenti di Montenerodomo, e Torricella.
Origine de' Ferentani. Strabone li annoverò tra i popoli Sanniti; e ciò è tutto quel che dagli antichi ricavasi circa l’origine de' Frentani. Patrii scrittori la ripetono dai Libami e dai Dalmati sull’autorità di Catone attinta ne’ frammenti pubblicati da Annio, secondo il quale furono essi i primi occupatori della contrada, donde poscia furono espulsi da’ Toscani o Etruschi. Il Corcia su questo proposito dubita della genuinità di tali frammenti, sol perchè in essi nulla incontra di quanto ne citano i grammatici Servio, Macrobio, Prisciano ed Aulo Gellio. Osservando noi, che appunto perché son frammenti, e non già l’opera intera delle Origini di Catone, può stare benissimo che senza contener nulla di ciocche ne han conservato i citati grammatici, sian dessi nondimeno genuini, ci permettiamo di sospettare non forse il Corcia avesse voluto cosi pensarne, per derivare l’origine de' Frentani da’ Liburni e dai Dalmati anch'esso, sul fondamento però d’ima congettura che attribuisce ad Annio, non già su quello della storica verità che ai cennati frammenti egli ostinatamente ricusa, — D'altronde, non potendo negarsi che la lingua Osca fu parlata tra i Frentani, il che convaliderebbe la opinione di coloro che tengono pel dominio degli Etruschi nella regione Frentana, in via di transazione si conviene che i Liburni in tempi remotissimi siansi tramischiati alle tribù Sabelliche, e l’abitarono insieme. Né a questo si accontenta il Corcia; perchè guadagnato il primo passo colla modestia di una congettura, stende il piede al secondo colla confidenza del convincimento, ed anche in questa contrada richiama a stanziarvi greche colonie, perchè greci dice di essere i nomi di Ortona, Larino, e Geranio, che in greco poi non dice cosa dir vogliano.
Loro etimologia. Tutti convengono che prendessero il nome Frentani dal fiume Frentone, oggi Fortore, la cui sinistra sponda limitava la loro regione al Sud. Ma donde venisse al fiume una tal denominazione, egli è quanto s’ignora.
Loro indole e vicende. Plinio annovera i Frentani tra le più forti e valorose genti Italiche. Conservarono essi la loro indipendenza sino alla terza guerra che i Romani combatterono contro i Sanniti, dopo la quale corsero la fortuna degli altri popoli nostri. Tennersi quasi sempre neutrali, senza paleggiare pe' nemici di Roma, che anzi permisero il passaggio ai Romani pel loro territorio, quando si recarono a combatterli nell’Apulia. Dopo che questi ebbero vendicato a Luceria la ignominia delle Forche Caudine col far passare anche i Sanniti sotto al giogo; i Frentani tentarono di sollevarsi, ma indarno, perchè una sola battaglia costò al Console Aulio Cerretano per sottometterli nel 435, ed obbligarli a dare degli ostaggi. Dietro un trattato conchiuso nel 451, rimasero confederati con Roma per modo, che ne seguirono la fortuna nei maggiori pericoli, e di cavalli e di fanti la soccorsero nella guerra Cisalpina. Pugnarono i Frentani valorosamente contro Pirro e contro Annibale; ma dopo l’uccisione di Druso, l’ultimo campione della causa degl’Italiani perla Romana cittadinanza, vedutisi delusi nell’aspettativa dell’eguaglianza dei dritti, presero anch'essi le armi, a crederne Appiano, ch’è il solo degli storici, che li annoveri fra i nemici di Roma nella Guerra Sociale.
Corografia de' Marrucini. Naturale piuttosto che politica fu la circoscrizione di questi popoli. All’Est dividevali il corso del fiume Foro dai Frentani, dalla foce alle sorgenti nelle pendici della Majella; al Sud il fiume Rasino o Rasento, prima d’immettersi presso Tocco nella Pescara; all’Ovest una parte del Morrone e della stessa Majella dividevali da’ Peligni, ed al Nord il corso dell’Aterno dai Vestini, Secondo alcuni moderni Topografi, i Marrucini non arrivavano a toccare la spiaggia dell’Adriatico; ma il Corcia, sull’autorità di Tolomeo e della stessa Tavola Peutingeriana, ritiene che dalla costa si distendevano sino ai monti. Cosi circoscritta e limitata la regione de' Marrucini, comprendeva appena una buona parte del Distretto di Chieti, e propriamente i Circondarii di detta città, di Bucchianico, Manoppello, S. Valentino, e Caramanico.
Topografia de' Marrucini. Le poche città di questi popoli furono: 1. Interpromio, 2. Pago d’Interpromio, 3, Teate, 4, Polizio o Pollizio, e 5. Aterno.
1. Interpromio. Non si accordano gl’Itinerarii in segnare la distanza che da Corfinio correva a questa, mansione, la quale il suo nome prendeva dalla omonima città. Epperò, a giudicarne dalle grandi rovine che di quest’ultimasi veggono sotto l’odierno villaggio di S, Valentino tra la Pescara ed il Lavino. non è a dubitare che quivi sorgesse Interpromio a XII miglia da Corfinio d altrettante da Teate. Oltre adunque allo rovine che in detto luogo non accennano ad una mansione, sibbene a considerevole città, una iscrizione che leggesi nel muro esteriore della chiesa di £ Donato in S. Valentino, dice che un Sesto Podio Lusiano fece costruire a sue spese l’Anfiteatro nei principii del primo secolo dell Era volgare. Tra lo rovine istesse, e nello stipite della porta di una casa rurale, leggesi pure la seguente lapida, che poneva al suoi compagni d’arme L. Spedio Rodino:
L. SPEDIVS
RHODINVS
SODALIBVS SVIS
MARTIALIBVS
Nell’indicato sito si sono inoltre rinvenuti tali oggetti da non dubitare che si appartennero ad antica città, come sepolcri, titoli sepolcrali, are di marmo, idoletti, monete, canali di piombo, colonnette, pavimenti marmorei, ed altri oggetti di fino lavoro. Si suppone distrutta dalle barbariche incursioni, cui andò soggetta per essere posto sulla Via Valeria.
2. Pago dì Interpromio. Ad un miglio da S. Valentino e dalla descritta città, fu pure un villaggio di essa, di cui ha serbato memoria la seguente iscrizione, che leggesi nel pavimento della chiesa di 5. Clemente di Casauria:
SVLMONII. PRIMVS. ET. FORTUNATVS
PONDERARIVM. PAGI. INTERPROMI
TERRAEMOTVS. DILAPSVM. A. SOLO
SVA. PECVNIA. RESTITVERVNT
Molto controverso tra i patrii scrittori è il sito di questo pago, surto forse sul declinare della Romana Repubblica. Ma cogliendo dal loro stesso disparere qualche idea che concilii le loro opposte sentenze, può dirsi col Corcia, che i diversi luoghi da essi indicati, per la vicinanza che passa fra gli uni e gli altri, possono essere stati occupati dal pago, che ben poteva estendersi e sul piano di Tocco, e sul colle di Mottola.
3. Teate. A XII miglia antiche da Interpromio seguiva Teate, antica e celebre città, metropoli della regione, sulla Via Claudia Valeria. Strabone la chiamò Teatea, benché si dicesse comunemente Tiati e Teate, e Teatini appellò Plinio i suoi popoli nella IV Regione d’Italia. Nessuno scrittore parla della sua fondazione, la quale, se non è da attribuirsi, dice Corcia, agli stessi Marrucini, che da remoti tempi l’abitarono, non è inverisimile che edificata l’avessero i Pelasgi secondo il Camarra, cui greco parve il nome di Teate, derivandolo da qeatos spectabilis, a cagione del suo sito sopra un’alta ed aperta collina. Silio Italico, anche a ciò forse alludendo, diede a Teate il nome di chiara o illustre in quei versi (XVIII, 457) Cui nobile nomen-Marucina domus clarumque Teate ferebat.
Le più antiche memorie di questa città risalgono ai tempi di Annibale, contro il quale se soccorse i Romani, ciò importa che esser doveva già ragguardevole. Da tal epoca sino ad Augusto che vi dedusse una cotonala, ignote affatto ne sono le vicende.
Essendo stata Teate la stessa che l’odierna Chieti, tutti i segni del suo antico splendore sono scomparsi per le insensibili trasformazioni degli antichi edifizii ne’ nuovi. Solo quindi per tradizione assicurano i patrii scrittori di esservi stati due templi, un teatro, e forse anche le Terme. Su di uno di essi, dedicato ai Dioscuri o ad Ercole, surse l’odierna chiesa dei SS. Pietro e Paolo. Sull'altro, che di figura ottagona e circondato da portici era dedicato forse&Diana Triviali eresse la chiesa di S. Maria di Tricaglio (a tribus callibus). Si addita l’avanzo del a Teatro presso la porta della città che chiamano reale, per la solenne entrata che fecevi Alfonso I; e le Terme infine si suppongono nella falda del colle al Sud, dove è un antico fabbricato che chiamano la Tintoria.
Le due illustri famiglie, l’Asinia e la Vezia, che tanta rinomanza si ebbero ne’ nostri antichi fasti, furono originarie di Teate. I personaggi che le resero così cospicue furono Erio Asinio Pretore de' Marrucini nella Guerra Sociale, Asinio Politone contemporaneo di Cesare e di Augusto, e lezio Marcello Procuratore degli Augusti e di Nerone.
4. Polizio o Pollizio. Fa menzione di una città di tal nome il solo Diodoro Siculo, che dice come i Romani con grande oste di fanti e cavalieri, nel secondo anno della CXVII Olimpiade, ovvero 312 av. G. C. furono sopra questa città de' Marruccini. Dove precisamente fosse stato il suo sito non dice lo storico, né convengono i moderni Topografi, fra i quali vi ha chi vorrebbe supporla, per analogia del nome, a Pollutri, se questo luogo non appartenesse ai Frentani chi vorrebbe crederla presso Francavilla, dove il Romanelli stimò di situare l’Urbs Frentana, e chi finalmente, il Corcia cioè, nelle grandi rovine conosciute sotto il nome di Civitatansa presso Rapino, a nove miglia da Chieti. In quest’ultimo sito intanto si è trovato, non ha molto, in un sepolcro una tavoletta di bronzo colla seguente epigrafe nell’osco idioma parlato dai Marrucini, in cui si legge il nome della regione chiaramente detta Manica, sé pur non è quello della città, donde i popoli si appellarono Marucini:
AISOS PACRIS TOTAI
MAROVCAI LITS
AGNASII IIRINT
AVIATAS TOΥΤΑΙ
MAROVCAI OVIIS
PATRIIS OCRIIS TARIM
CRISI OVIAS AGINII
JAIICI. VCAGINII ASVM
BARV IOLIINIS IIRINT
RIIGIIA PIOINII IOVIA
PAR IITVAMAM ATIINA
SVIINAII ΤΑΙ POPID
… VAM
Secondo l’interpetrazione del Jannelli, l’equivalente latino sarebbe: Socialis cénsio regioni Marucinae, adsociatio familiarum possidentium et locupletum. Magistratvs (Gentis) ex fructibus patriorum agrorum primitias, arvorum salarum fructus servare in orreis convenienter moneant, et asservare totam annonam perutilem, asservare in horrei multai divitum collectas. Simul explicet Censor singula peccata in legem, et adjuvet alimento inope et miseros. È secondo quella del Guarini, non sarebbe altro che un decreto f col quale il senato Romano decide nna controversia per cagione di pascolo insorta tra gli Agnasii da una parte, e gli Aginiensi cogli abitatori delle ville di questi ultimi dall'altra, ingiungendo ai primi di menare a pascolare secondo il solito le loro greggi sul monte Criso, e ne’ colli Giuliani.
5. Aterno. Sulla spiaggia, e presso la foce dell'Aterno, sorgeva la città che ne prendeva il nome, attribuita da Strabone ai Vestini, e da Pomponio Mela ai Frentani, secondo le opinioni che ebbero de' confini delle rispettive regioni. Dall'Itinerario di Antonino rilevasi che ebbe nome questa città pur di Ostia Aterni; e ciò si conferma in certo modo anche da un luogo di Sosipatro Carisio, il quale parlando del rozzo dialetto de' contadini notò l’uso de Marrucini, e segnatamente degli OSTEATINI, di terminare in O le voci che avrebbero dovuto finire in E.
Sconosciuta è l’origine di Aterno, e non rimontano le sue storiche memorie che al tempo della seconda guerra Cartaginese, nella quale, avendo parteggiato per Annibale, fu assediata e saccheggiata nel 539 dal Pretore Sempronio Tuditano, che vi fece più di settemila prigionieri. In tempi posteriori che non saprebbersi precisare, ne fu l’agro diviso ad una colonia Romana secondo la legge Augustea. Se si ha memoria da una lapida di essere stata Aterno municipio sotto l’Impero, ciò non toglie che fu pure colonia, poiché in quel tempo tra l’una e l’altra condizione non si poneva differenza, secondo una testimonianza di Aulo Gellio.
Come emporio comune di molti popoli dovea aver Aterno pubblici e sontuosi edifizii, de' quali appena è noto il solo tempio sacro a Giove Aterno presso la sponda del fiume, dove nel secolo XVI si rinvenne una tavoletta di bronzo con questa iscrizione posta da un Prefetto degli Speculatori Valeriensì, i quali appartennero alla XX legione istituita da Augusto:
IOVI ATERNIO
L. VTVRIVS. PRAEF
TVRMAE SPECVLAT.
VALERIEN. SIGN. F.
EX VOTO
Fu pure frequentata a cagione del porto che era comune ai Nestini, ai Peligni e ai Marrucini, co’ quali gl’Illirii ed altri popoli erano in relazioni commerciali, e che si ebbe restaurato da Tiberio, come leggesi in un marmo ritrovato fra le rovine di esso nel 1736.
Il sito preciso di Aterno fu sulle due sponde del fiume, di cui l’odierna Pescara occupa l’area della parte destra di essa. Se ne scoprì il sepolcreto nel sito detto Rampigno di là dal fiume verso il Nord, ed a breve distanza anche le vestigio si riconobbero di un tempio. Del ponte e del porto rimanevano ancora gli avanzi, quando Carlo V, per custodia del Regno, su quella spiaggia fondava la fortezza di Pescara.
Origine del Marrucini. Secondo Strabone i più antichi abitatori della regione de' Marrucini e di quella de' confinanti, furono Sanniti; ma per l’analogia del nome debbono essere stati i Marsi più propriamente, che eran di gente Sannitica anch'essi, e quindi Sabbellica, come è chiaro dalla
Loro etimologia. Quella, che ne assegnò Catone nella sua perduta opera delle Origini, e che leggesi presso Prisciano, è derivata dai Marsi. Marsus hostem occidit prius quam Pelignus; inde Marruccini dicti, de Marso detorsum nomen.
Loro indole e vicende. Il poeta storico della seconda guerra Punica, Silio Italico, celebrò questi popoli, al pari dei confinanti, pel valore e fortezza nel combattere. —Alleati coi Sanniti, co’ Marsi e co’ Peligni pugnarono contro i Romani nel 449, e sì tennero nella loro indipendenza sino al 449, quando Roma trionfò degli Equi. L’esito di questa guerra consigliò tanto ai Marrucini, che ai popoli limitrofi di chiedere ai vincitori l’alleanza con essi, che ottennero non altrimenti che i Peligni e i Frentani, anche con condizioni dettate dalla superiorità, malgrado che i Marrucini corsero volenterosi ad arrolarsi per la spedizione contro Cartagine nel 547. Leggesi il nome di questi popoli anche nelle guerre antecedenti combattute contro Annibale fin dall'arrivo di costui «elle nostre regioni nel 536, vendicandosi de' guasti da esso arrecati al loro territorio, e specialmente nella giornata del Metauro, in cui pugnarono sotto il Console Claudio Nerone. Leali e costanti nella fede data mostraronsi i Marrucini le’ maggiori bisogni de' Romani, cui soccorsero massime nelle guerre sostenute contro i Greci mercenari!, i Galli Cisalpini ed Annibale, militando con Scipione nell’Africa, e con Paolo Emilio contro Perseo nella Macedonia. Presero nondimeno le armi contro Roma Unitamente agli altri popoli nostri nella Guerra Sociale, in seguito di cui furono battuti e vinti da Sulpicio legato di Pompeo; ed ottenuta la Romana cittadinanza, vennero ascritti alla Tribù Arniense, come rilevasi da alcune lapide della loro metropoli leale.
Corografia dei Vestini. Della regione di questi popoli, colla quale chiudiamo l’antica Topografia del nostro Regno, erano questi i naturali e convenzionali confini co’ popoli adjacenti: Al Sud-est dividevate da quelle de' Marrucini e de' Peligni il corso dell’elenio, per tutto il tratto che dicesi oggi Pescara, e per l’altro che ritiene l’antico nome di Aterno fino alle sue sorgenti presso Aquila; dove al di là della destra sponda parecchie località si danno’ come appartenenti ai Vestini piuttosto che ai Marsi ed ai Sabini, co’ quali confinavano all’Ovest. Al Nord l’altro limite naturale che li separava dall’Agro Adriano all'estremità meridionale del Piceno, era il Gran Sasso colle giogaje che dal suo punto culminante si distendono nella direzione di Est-ovest. Ed all’Est finalmente toccava l’Adriatico dalla foce dell’Aterno a quella del Piomba. — Così circoscritta la regione de' Vestini comprendeva de' due Distretti di Penne e di Aquila nel I e II Abruzzo Ulteriore i Circondarii di Atri, Penne, Risenti, Città S. Angelo, Loreto, Pianella, Catignano, Torre de' Passeri, Pizzoli, Paganica, Barisciano, e Capestrano.
Topografia de' Vestini. Le città e villaggi abitati da questi popoli furono: 1. Pinna, 2. Angolo, 5. Saline, 4. Plenina, o Plania, 5. Cutina, 6. Cingilia, 7. Aufina, 8. Peltuino, 9. Vico Furfone, 10. Aveja, 11. Frustema, 12. Vico Ofidio, 13. Vico Pagnio, 44. Vico Sinizio, 15. Priferno, 16. Furconio, e 47. Pitino.
1. Pinna. Tra le piccole città de' Vestini fu questa la più ragguardevole. Trovasi ricordata da Tolomeo ed anche da Vitruvio ad occasione delle sue acque minerali. La più importante memoria de' suoi abitatori si ha dai frammenti vaticani di Diodoro, donde il Corcia ricavavate, ed è quella del valore da essi dimostrato al tempo della Guerra Sociale. Da Diodoro medesimo rilevasi che Pinna fu città ben fortificata, e bastò ad opporsi per qualche tempo alle forze degl’Italici confederati per serbarsi fedele ai Romani, che una colonia vi avevano spedito nel 489 o poco dopo. Questa città essendo stata la stessa che l’odierna città di Penne, quasi nulla mostra dell’antico, di cui altro non si ravvisa che qualche fondamento di antiche abitazioni, un pezzo di strada lastricata a mattoni, su cui di tratto in tratto si vedono delle basi di colonne, qualche avanzo delle sue mura, ed in un’ amena vallata il sepolcreto.
Nel suo tenimento fu l'Acqua Ventina fra le molte sorgenti minerali, che tuttavia sono in quella contrada, rinomata a tempo de' Romani col nome di Aqua Ventina et Virium, come raccogliesi dalla seguente iscrizione che ora leggesi nella Casa Comunale della città:
C. ACCVLENVS Q. T. I.
C. TEVCIDIVS.N. F. LIB.
IIIVIR.
AQVAM. VENTINAM.EX.S. C.
CLVDENDAM. CELLASQVE. FONTIS
ET. VENTINAE. ET. VIRIVM
FACIENDAS.CONCAMERAND.
CVRARVNT. PROBARVNT
DEDICARVNTQ.
Da questa epigrafe basti qui il rilevare che i Quatuorviri C. Acculeno e C. Teucidio per senatoconsulto (decreto de' Decurioni) di Pinna procurarono che si chiudesse l’acqua ventina (ossia frequentata) et virium (corroborante), e vi si facessero oltre la fonte, delle celle o camere ad uso di bagni forse come quelle del Tempio di Serapide a Pozzuoli. Le altre notizie che riguardano queste acque minerali, di cui demmo l’analisi a pagina 35 di questo volume, leggansi nella monografia di CITTÀ DI PENNE.
2. Angolo. A tre miglia dal mare su dì un’alta collina sorgeva te città di questo nome, col quale Tolomeo la ricorda, come Angolani son detti da Plinio i suoi abitatori. Dal leggersi nell’Itinerario di Antonino col guasto nome di Angelus o Angelum, derivò il nome di Città S. Angelo in area diversa dall’antica, la quale vuolsi detta Angolo dall’essere situata sulla sommità di un colle che presenta te figura di una piramide, e quindi di un angolo.
3. Saline. Segna la Tavola Peutingeriana a XII miglia antiche da Pinna una mansione od un Pago sulla Via Salaria col nome di Salinai, così detta da una fabbrica di sale ivi stabilita. Dalla segnata distanza e dal nome che il luogo ancor serba di Porto Salino, e Le Saline, è chiaro che il sito della mansione o del villaggio fosse dove ancora vedesi qualche avanzo nel territorio di Città S. Angelo pressò il mare tra il fiume Piomba ed il Salino. Ivi presso, e propriamente tra Città S. Angelo e Montesilvano, nel luogo detto tuttavia Colle di Sale, è da credersi che siano state le dette Saline tanto celebri nell’antichità, che diedero il nome alla Consolare Via Salaria, per la quale i Sabini ed i popoli confinanti trasportavano il sale.
4. Plenina o Plania. Secondo il Brandimarte dee riconoscersi il silo di quest’altra città de' Vestini in Pianella posta tra i fiumi Salino e Pescara, dove non mancano antichi avanzi riferibili ai Planiensi ricordati da Plinio.
5. Cutina. Il solo Livio fa parola di questa città vestina espugnata dal Console Decio Bruto nell'anno di Roma 450. Nulla si conosce della sua origine, che il Corcia suppone Pelasgica dal trovarsi una città omonima nella Tessaglia; e molto meno della sua fine, che non si sa quando nè come fosse avvenuta. Si è supposto da taluni il suo sito nell'odierna Civitella Casanova, perchè presenta degli antichi ruderi; e da altri; presso Paganica, a cui vicino è un colle detto Cuticchio, che parrebbe conservare la traccia del nome di Cutina.
6. Cingilia. Di questa città null’altro si conosce, se non che fu espugnata insieme con Cutina dal Console Decio Bruto, e che fu una fortezza de' Vestini In quanto al sito, vi ha chi lo suppose a Civitaretenga, dove si veggono alcuni avanzi di antichità; e chi col Cluverio lo crede nel pìccolo villaggio di Celierà, Comune unito a Civitella Casanova nel Circondario di Catignano.
7. Aufina. Dall’aver fatto parola Plinio degli Aufinati tra i Vestini, dee credersi che nella loro regione esser doveva una città col nome di Aufina. Corrisponde in fatti all’odierna Ofena presso Capestrano al Sud dell’Aquila, donde dista 47 miglia; e t quivi, oltre all’identità del nome, si ravvisano avanzi di antichità ne’ dintorni. Detta nel medio evo Offene conservossi fino allora in qualche splendore, perchè fu città vescovile, rilevandosi la notizia di un suo vescovo di nome Gaudenzio in una lettera di Papa Simplicio.
8. Peltuino. Confinava quest’altra ragguardevole città dei Vestini con Aveja. Plinio solamente fa menzione de' Peltuinati, e le poche memorie che ne avanzano, si conoscono da iscrizioni. Da queste rilevasi che fu municipio; e da Frontino, dove parte delle colonie della Provincia Valeria, ed anche da un’iscrizione scolpita in una tavola di bronzo è altresì chiaro che fu Colonia, e che fu Prefettura. La citata tavola riferita dal Cinterò è interessante anche per l’insolita costumanza che ricorda di aver avuto Peltuino una donna per Patrona e protettrice in una Nummia Varia. Per tal ragione fia bene qui riportarne una parte:
C. VETTIO. ATTICO. ET
C. ASINIO. PRAETESTATO. COS
PR.IDVS. APRIL.
PELTVINI. VESTINIS. IN, CURIA. AVG. ORDINEM. HABENTIBVS. T. ACIDI
ACCO. RESTITVTO. ET. BLAESIO. NATALE. AEDD. QQ. SCRIBENDO. AD
FVERVNT. QVOD. UNIVERSI. VERBA. FECERVNT
NVMMIAM. VARIAM.C.F. SACERDOTEM. VENERIS FELICIS, EA. ADFECTI
ONE. ADQVE. PRONO ANIMO. CIRCA NOS. AGERE. COEPISSE. PRO, INSTITUTO
BENIVOLENTIAE. SVAE. SICVT. ET. PARENTES. EIVS. SEMPER. EGERVNT. VT
MERITO. DEBEAT. EX. CONSENS. VNIVERSORVM. PATRONA. PRAEFECTVRAE
NOSTRAE. FIERI. QVO. MAGIS. MAGISQUE. HOC HONORE, QUI EST. APVT. NOS. POTISSI
MVS. TANTAE, CLARITATI. EIVS. OBLATO. BENIGNITATIS. EIVS. GLORI
OSI, ET. IN. OMNIBVS. TVTI. AC. DEFENSI. ESSE. POSSIMVS... ETC.
Quando fosse stata distrutta o abbandonata Peltuino, è affatto ignoto. Rimangono di essa molti notabili avanzi in un piano rilevato a 14 miglia e ad oriente di Aquila tra Prata e Castelnuovo, che sorse dalle sue rovine. Ivi si veggono tuttavia le mura della città reliquie di grandi fabbriche, e precisamente di un Circo fortificato dalla parte del piano inclinato, onde ridurlo a livello, e tutto incrostato a fabbrica reticolata. Il luogo sparso di tali ruderi dicesi presentemente Civita Ansidonia, perchè l’ebbe in feudo un Sidonio, come credesi, ne’ tempi normanni; ma la chiesa parrocchiale del vicino villaggio di Peata ritenne l’antico sebbene alterato nome di S. Paolo ad Peltinum e ad Plulinum.
9. Vico Furfone. Da un pregiato marmo, che scoprì il Barone Antonini presso Forfona a due miglia dalla descritta Peltuino o Civita Ansidonia, rilevasi che ivi fu il villaggio di Furfone, detto in seguito anche Fico Fur finse. Di un tal marmo, che leggesi intero nella Lucania del citato Barone, ed anche in Muratori, giova riferire i soli primi versi:
L. AIENVS. L. F. Q. BAEBATIVS. SEX. F. AEDEM. DEDICARVNT
IOVIS, LIBERI. FVRFONE. A. D. III. IDVS. QUINTILEIS. L. PISONE
A. GABINIO. COS. MENSE. FLVSARE, ETC.
da’ quali rilevasi che l’epoca della dedicazione di un tempio in onore di Giove Libero fatta da’ Vestini fu nell’anno 58 dell’era volgare. Da altra iscrizione pur ivi rinvenuta si ha notizia, che una parte dei Peltuinati concorse alla spesa del restauro di un bagno probabilmente dello stesso Vico Furfone. E dessi la seguente:
BALINEVM. REFECTVM
DEC. DECR. PECVN. PVBLIC
PARTIS. PELTVINATIVM
Nell'unciario o catasto del Contado Aquilano, ordinato da re Ladislao nel 4294, è nominato il villaggio di S. Maria a Furfone, come terricciuola di quattordici fuochi. Sussisteva quindi ne’ bassi tempi, dopo i quali finirono gli abitanti di traslocarsi in Aquila e Barisciano, a due miglia ed a mezzodì del quale si veggono gli avanzi, che tuttavia serbano il nome di Furfona.
10. Aveja. Quest’altra città de' Vestini, detta da Tolomeo Avia, è portata sulla Tavola Peutingeriana a VII miglia da Priferno, ed è da Silio Italico annoverata fra le città che soccorsero Roma nella seconda guerra cartaginese. Si sa da iscrizioni riferite dai Giovenazzi nella sua opera Della città di Aveja, che il reggimento politico di questa città, dopo che i Vestini ebbero perduta la loro indipendenza, fu quello di Prefettura, e di Municipio; e da Frontino si ha notizia che fu Colonia, poiché dell’Agro Avejate fu fatto assegnamento come dell’altro Amiternino. Se però fu Municipio, come apparisce dal seguente marmo rinvenuto, nel 4739 nel territorio di S. Vittorino (Comune unito a Pizzoli in Abruzzo Ulteriore 2#), una tale condizione non si ha da intendere nel senso che aveva nel tempo della Repubblica libera, bensì in quello che corse dopo la legge Giulia, quando invalse l’uso di chiamarsi indifferentemente Municipii le Prefetture e le Colonie. L’epigrafe, che vi si legge, è questa:
C. SALLIO. C. F.
QVIR. PROCVL®
SPLENDIDISSIMO,
VIRO. II. QQ PATRONO. DE
CVRIONVM. ET POPVLI
AMIT. SACERDOTI. ET. PON
TIFICI. LANIVINORVM. IM
MVNI. PATRONO. DECVR. ET. POP.
AVEIAT. VESTINORVM. SVMΜΟ. ΜΑ
GISTRO. SEPTAQVIS. PATRONO
PELTVINATIVM. OB. PERPETVO. ET. SIM
PLICISSIMO. EIVS ERGA SE. AMORE
PROVOCITI PATRONO. DIGNISSIMO
PAGANI.
Trovasi Aveja nominata nel medio evo con i nomi di Civitas Aviensis o Abiensis, ed anche Habientia. Nulla si conosce della sua distruzione. Se autentica è una carta di donazione dell'Imperatore Ottone al vescovo di Forcena del 956, può credersi tuttavia esistita fino al X secolo. In quanto al suo sito dee convenirsi col citato storico Giovenazzi, il quale contro il parere di autori patrii e stranieri la pose nelle vicinanze di Fossa a 5 miglia da Aquila, dove denominasi ancora Aveja una gran pianura tra il Nord e l’Est di detta terra. Vi si osservano in fatti non pochi avanzi di fabbriche antiche, di ponti, di archi, di acquidotti, e di un grande edilizio, che quei paesani chiamano il Palazzo del Re.
11. Frustema. A due miglia dalla città di Aveja seguiva un oppido, o piuttosto villaggio di questo nome. Il Cluverio lo confuse con Fisterna o Testrina de' Sabini. Il Giovenazzi però ben lo distinse, e contro l’avviso del Febonio che poneva lo a Rocca di Cambio, ei lo pose ad Ocre, per ragione della distanza, ed anche di vestigie di antichità ed iscrizioni.
12. Vico Ofidio. Pure a due miglia da Furconio incontravasi quest’altro villaggio surto forse non prima del tempo dell’Impero. Se ne trova memoria negli atti di S. Giusta, e se n e riconosciuto il sito nella terra di Bazzano, che ne’ tempi andati era detta Offìdio. Ivi presso vedesi l’antro o cimitero, dove fu sepolta S. Giusta con altri Santi, e fra le cristiane epigrafi osservatevi ve ne avevano anche talune della gente Ofìdia, dalla quale prese forse il nome.
13. Vico Pagnio. Anche del tempo dell’Impero e nella regione Vestina è da credersi questo villaggio. Il Giovenazzi non dubitò di riconoscerlo nell'odierna terricciuola detta Bagno, a 3 miglia da Aquila, sì per la omonimia e sì per un’ epigrafe ivi rinvenuta, che rammentando persone della famiglia Pagnio, la quale ebbe in questi luoghi una villa, avvalora la congettura di averne il detto Vico presa la denominazione che si ebbe, La iscrizione è così concepita:
I.
L.PAGNIO. L. F.
QVI. SEVERO
14. Vico Sinizio. Anche questo villaggio prese nome dalla famiglia Sinizia, di cui serba memoria il seguente marmo:
SEX. SINITIVS
MEMOR. VI. VI.
AVG. VIV. SIB. ET
NONIAE. LVCVSTAE
CONIVGI. SVAE. F.
Era lontano da Aquila circa nove miglia, e se ne trova ricordanza sin verso la fine del secolo XIII nelle tasse generali di Aquila, di Carlo I e Carlo II d’Angiò, col nome di Terra Siniziense, che comprendeva col casale di Sinizzo quelli di Leporanica (ora S. Nicandro), Prata, e S. Demetrio.
15. Priferno. Di quest’altra città vestina non altro si conosce che il sito posto dalla Tavola Peutingeriana a VII miglia da Aveja, e propriamente nel luogo detto Forno, alterata denominazione da Priferno, vicino Assergi, ed a tre miglia da Paganica. Vi si osservava nel passato secolo una fontana di antica costruzione.
16. Furconio. A tempi dell’Impero non era quest’altro luogo che una borgata, o un villaggetto che, secondo il Franchi illustratore di questa regione, formossi intorno il tempio della Dea Feronia, che sorgeva all'Est del sito dove fu poscia edificato Monticchio in riva dell'Aterno, ed a tre miglia dall'Aquila. Del qual tempio si ha memoria da questa iscrizione conservataci dal Muratori:
P.TEBANVS. P. F. QVIR.
C.ACIDIVS. LATIARIS
QVAESTOR
DIVI. CLAVDI.TR.PL.PR.
PER. OMNES. HONORES
CANDIDATVS.AVGVSTOR.
FERONIAE.
Il citato Franchi assegnò l’etimologia di Furconio da Feronia e Cone, cioè villa di Feronia. Ma trovandosi negli agiografi detto Forum Conae ed Urbs o Civitas Cona, pare preferibile questa etimologica ragione. Divenne questo luogo, mal grado la sua poca antichità e scarsa popolazione, illustre sede vescovile a terrai cristiani. Il primo vescovo di cui si abbia memoria, e che sottoscrisse al Concilio che si tenne contro i Monoteliti sotto il Papa Agatone, fu Floro. Sotto i Longobardi fu dichiarata Furconio capitale di un ragguardevole contado Forconense. A tempi di Federico II conservava l’antico suo nome, che poscia per l’uso invalso di aggiungersi agli antichi luoghi l’appellazione di Civita, e per esser la chiesa cattedrale dedicata a 5. Massimo, fu detta Civita S. Massimo. Nel secolo XV si cominciò adir Civita di Bagno dal castello di questo nome posto a poco più di un miglio all’occidente di essa. Fu sede vescovile sino al 1257, comechè allora non ne rimanesse altro che la sola Chiesa, quando Alessandro IV ne trasferì la cattedra ad Aquila, il cui primo vescovo, ultimo di Furconio, fu Berardo da Padula. Se ne veggono ancora gli avanzi con monumenti gentili e cristiani nel detto sito di Civita di Bagno.
17. Pitino. Avanza di quest’oppido de' Vestini non altro che il nome nella Rocchetta di Pitino, antica torre a due miglia circa al Nord dell'Aquila sul vertice del monte presso Coppito, nel cui sito e nel sottoposto piano se n’è riconosciuta l’esistenza. Si veggono in detto luogo, e precisamente intorno il Lago di Vetojo, reliquie di fabbriche romane e gli avanzi di un tempio, oltre a molti ruderi sparsi in una grande estensione. Dell'agro di Pitino fece menzione Plinio parlando del fiume Novano che lo irrigava. Non altra memoria se ne ha negli antichi, se non che fu poi città vescovile, trovandosi nel Concilio tenuto rito Simmaco nel 499 segnato in vece di Romano, vescovo della Chiesa de' Pitinati, Valentino vescovo di Amiterno.
Origine de' Vestini. Secondo la tradizione raccolta ài Strabone sarebbero i Vestini derivati dai Sanniti ed oltre che il Geografo li annovera di unita ai Marsi, Peligni, Marrucini e Frentani come gente sannitica, anche Ennio li riunisce ai Marsi e Peligni. I Vestini inoltre si collegarono co’ Sanniti, nel 429 contro Roma; e tutto ciò conferma una comunanza di origine, per la quale dividevano gli stessi interessi cogli altri popoli affini, per non ricusar fede alla tradizione conservataci da Strabone.
Loro etimologia. E’ verisimile che questi popoli siansi così denominati dalla dea Vesta cui generalmente prestarono il loro culto. In fatti il nome di Vesta era generale e comune alle donne di questa regione, come raccogliesi dai molti titoli sepolcrali rinvenuti in più luoghi della stessa. La seguente epigrafe trovata nell'Agro Petruziano conferma una tal congettura, perchè in essa la dea Vesta o la Gran Madre degli Dei è detta Madre Magna delle Vestine:
T. ATTIVS. I. ALTIANVS
EX. VICTORIAE
SAC. MATR. MAG. VESTINAR.
Loro indole e vicende. Nel mostrar Giovenale i tralignati costumi d’Italia, cita in esempio il vivere semplice e modesto degli antichi Marsi e Vestini; e Strabone d’altronde li celebra come pieni di coraggio e bellicosi al pari de' popoli vicini, de' Marsi cioè, de' Peligni, Marrucini e Frentani. Ma se il Micali trovava la ragione del valore de' Vestini e de' confinanti nell'aspra e selvatica natura del suolo da essi abitato, quale infatti si è quello delle pendinose scoscese del Gran Sasso, val dire giogaje coverte di eterne nevi, balze alpestri, rocce inaccessibili, voragini, boschi e torrenti: a noi piace scorgervi in vece la ragione perchè adorarono Vesta. Poiché dessa è detta in greco Εστια, cioè fuoco, donde l’està, e le vesti, che s’indossarono primitivamente più per la necessità di tenersi caldi che per la esigenza di abbigliarsi, la circostanza della temperatura rigidissima della contrada consigliò l’adorazione di una divinità, del cui culto sentivano presentissimo il bisogno. Vestivano infatti i loro petti i Vestini al pari de' Marrucini e Frentani di pelli fierine, e specialmente degli orsi ai quali davano, la caccia. Silio Italico, cui dobbiamo queste notizie, fa pure assaperci che le loro armi consistevano in un dardo leggiero e ricurvo, e nella fionda, con cui colpivano a volo gli uccelli.
Le vicende di questi popoli si confondono con quelle de' popoli circonvicini. Comechè essi in ispecie avessero dato delle pruove di valore nelle guerre combattute co’ Romani, la loro fortuna tuttavolta non fu mai prospera, neppur quando contro i medesimi pugnarono collegati co' Sanniti nelle prime guerre e nella Guerra Sociale.
Perderono la loro autonomia, di cui fan fede le rare medaglie con la chiara epigrafe di Vestimi, nel tempo stesso che la perderono gli Equi ed i Marsi. Quando però furon questi popoli combattuti e domi da’ Romani, la necessità di non potersi sostenere contro i vincitori de' loro vicini, li costrinse a chiedere l’alleanza con Roma, che si ebbero nei 454. Nella Guerra Sociale furono co’ Marrucini e coi Marsi vinti da Gneo Pompeo; ed ottenuta in fine di quella guerra la cittadinanza romana, la tribù cui toccò ai Vestini di essere ascritti, fu la Quirina.
Ed eccoci al termine della Corografia e Topografia delle antiche regioni dell'Italia meridionale. Nel trattarla ci siamo attenuti, come protestammo, allo stato cui trovasi condotta dai più recenti lavóri topografici, ultimo de' quali per noi quasi passo passo seguito, giova ripeterlo, è quelle pregevolissimo del chiaro sig. Corcia. Stato egli a sua volta rispetto a quei che lo precessero quel che noi rispetto a lui, il suo lavoro, alcerto coscienziosamente eseguito, se è venuto a ricevere tra le nostre mani qualche aggiunzione e qualche emenda dove n’è parato suscettibile, che è provenuto dalle condizioni stesse di questi studii che vanno tutto dì progredendo. Con tutto ciò non presumiamo di aver dato questo nostro affatto scevro di sviste, che si attendono la loro correzione dietro ulteriori indagini e scoverte. Delle quali facendo tesoro nelle speciali monografie de' Comuni per cortesia di quei dotti, che datisi a questi studii si trovano averne già fatte, osiamo riprometerci, che l’opera nostra sino all’ultimo suo fascicolo si terrà al corrente di quanto intorno al suo obietto si troverà rettificato e scoperto.
A compimento intanto della descrizione degli antichi luoghi ci rimane a tracciare il sistema stradale, o le Vie Consolari, che i Romani aprirono in queste nostre regioni, e ciò faremo col seguente
A coloro che non ignorano con quale solidità e con quali precauzioni d’arte costruivansi dai Romani le pubbliche vie, parrebbe strano l’apprendere, come le stesse siano quasi interamente sparite dalla superficie della terra, se non bastasse a rendere di ciò ragione il concorso di cause fisiche e morali in tanto volgere di secoli. L’incuria più che altro venuta dietro alla decadenza dell'Impero ne operò dapprima il deterioramento; l’avidità degli uomini dappoi in dissodarne il suolo e prenderne i materiali ad uso di fabbricare, ne compì la distruzione; gli scoscendimenti di terra da ultimo, le frane, le alluvioni finirono di occultarne perfino le tracce. Epperò la rete delle Vie Romane non più si conosce che per tradizioni storiche e per testimonianze delle poche epigrafi e colonnette miliari, che scampate per avventura dalle ingiurie degli uomini e del tempo, si son rinvenute lunghesso i margini degli antichi cammini o poco discosto.
Vi ha nondimeno parecchie lucubrazioni di eruditi che hanno illustrato il corso delle vie che da Roma per queste nostre Regioni si dilungavano. E poiché i medesimi non son troppo sicuri alle volte di quello che scrivono, precisamente dove han dovuto affidarsi a gratuite asserzioni di coloro, che ignari della maniera onde i Romani le costruivano, han creduto di vedere avanzi di vie dove non sono; stimiamo corredar questo nostro lavoro delle seguenti prenozioni spettanti la materia itineraria degli antichi.
Venimmo in questo divisamento, non per isfoggio dì erudizione che inopportuna sarebbe in questo luogo; bensì per far cosa utile a coloro che cercano in queste carte di sincerarsi, se vi fu antica via, dove credesi di esservi stata. i caratteri che ne presentano gli avanzi scoperti, o che andranno a scoprirsi, gioveranno a confermare o smentirne la opinione, secondo che si troveranno oppur no conformi a quelli che realmente si ebbero, e che qui cogli ajuti dell’archeologia riferiremo. Siffattamente sarà dato ad ognuno di riconoscere e tenere per vie veramente antiche quelle che per tali si tengono, e quelle altresì che potranno venir dissepolte.
Tutto quello che in ordine ad un tale scopo crediamo qui dire, riguardando la polizia, la economia e b maniera, onde le vie si costruivano, ciò brevemente assolveremo in tre distinti paragrafi in cui saran divise le
Ne’ primi tempi di Roma i magistrati che s’ingerivano della struttura e conservazione delle vie della città, secondo un prescritto delle XII Tavole erano i Censori: Censores Urbis vias, aquas, aerarium, vectigalia tueantur. Ei fu in tale qualità che Appia Claudio il cieco fece costruire la prima via che da Roma menava a Capua, e che da lui prese e ritenne il nome di VIA APPJA.
Secondo Isidoro, avendo i Romani appreso dai Cartaginesi, o almeno avuto idea dell’utilità de' pubblici cammini di comunicazione tra la città capitale e le città dipendenti, diedersi a farne per quasi tutto l’orbe a misura che si estendevano le loro conquiste: Primum Poeni dicuntur vias lapidibus stravisse: postea Romani per omnem paene orbem disposuerunt propter rectitudinem itinerum, et ne plebs esset otiosa. Nelle quali parole fia bene notare, che i Romani si diedero a lastricarne tante, sì per ottenere dalla rettitudine de' cammini la faciltà de' trasporti, e si per dar lavoro alla plebe e per tenerla occupata..
Non bastando più i Censori alla cura delle pubbliche vie che andavansi di mano in mano moltiplicando, se ne arrogarono gli stessi Consoli il pensiero e l'onore di farne costruire; ed una pruova ne sono la via Emilia fra le altre e la Flaminia. Di qui la di nominazione che tuttavia si dà di Vie Consolari, alle pubbliche strade, che anticamente si dissero pure Praetoriae, Regiae, Militares, ed anche Solemnes ed Aggeres pubblici.
Crebbe co’ progressi della Repubblica anche la soprintendenza delle strade, perchè più si estendeva il Romano Dominio, meno possibile fu ai magistrati di prim’ordine di bastare alle cure che per tal ramo di giorno in giorno si moltiplicavano. Vi si provvide dividendo la ispezione. Quella delle vie della città capitale da principio fu affidata agli Edili, e poi fu destinata a quattro appositi ufficiali detti Viocuri, la cui giurisdizione era ristretta nel recinto di Roma. Gli altri pubblici ufficiali per la campagna, che si creavano secondo il bisogno, erano detti Curatores viarum.
Le attribuzioni di costoro erano le seguenti: Affittavano i pedaggi ordinati pel mantenimento delle strade e de' ponti; facevano pagare gli aggiudicatarii di que’ pedaggi; regolavano le riparazioni da farsi, aggiudicando a ribasso le opere necessarie; avevano cura che gli intraprenditori eseguissero i lavori a’ termini decontratti, e rendessero conto al pubblico tesoro di ciò che avevano riscosso ed avevano speso. Di tali commissarii o intraprenditori, se occorre spesso onorata ricordanza nelle iscrizioni, non è però facile determinare il numero. Solo se ne rileva, che le principali vie avevano de' particolari commissarii, e che talvolta di un solo di essi si estendeva la giurisdizione fino a quattro grandi vie. Cicerone ci dà idea dell'importanza di una tale commissione scrivendo ad Attico in questi sensi: Termo è commissario della Via Flaminia; quando egli uscirà di carica, non farò alcuna difficoltà di associarlo a Cesare pel Consolalo.
La storia inoltre ci dà su questo argomento non dissimili attestati dell’alta onoranza in cui erano tenuti i Curatori delle vie. Il Popolo Romano credette di onorare Augusto facendolo Commissario delle grandi vie dei dintorni di Roma; e Svetonio dice in proposito, che se ne riservò la dignità scegliendo per suoi sostituti de 'personaggi distinti già stati Pretori. Tiberio si recò a gloria di succedergli in tale carica, ed a fine di adempierla con lustro, fece costruire delle vie a proprie spese, benché vi fossero de' fondi a ciò destinati. Caligola portò sino alla stravaganza questo genere di gloria; e Claudio, quell’imbecille di Claudio, imprese ed eseguì per simile smania quel progetto, che la politica di Augusto aveva creduto impossibile, val dire l’emissario del Fucino scavato a traverso di una montagna. Nerone a sua volta abbellì solamente le vie di Roma. Vespasiano ripigliò la cura delle grandi vie, ‘alle, quali i troppo corti ed i troppo agitati regni di Ottone, di Galba e di Vitellio non permisero di volgere il pensiero; ed oltre a quella fatta in Italia col nome di Intercisa (?) estese la sua attenzione sino alla Spagna. i suoi figli Tito e Domiziano in ciò lo imitarono, ma furono sorpassati da Trajano, i cui successori fino alla decadenza dell’Impero, ebbero la medesima passione, come nel silenzio della storia ne fan fede le iscrizioni.
Oltre alle vie pubbliche che chiamavansi, come abbiam detto, militari, consolari, pretorie, vi erano di quelle che tali non erano, e si dicevano Viae vicinales, privatae, agrariae, cioè vie di traversa, perchè mettevano in comunicazione con la gran via qualche vico o villaggio, qualche borgo, qualche città, che erano a dritta o a sinistra della medesima, ed anche una via militare con l’altra. Le traverse menavano anche a luoghi particolari, a case di campagna, ed a case accanto alla strada consolare, dove i viaggiatori si riposavano. Le quali case erano di amici de' viaggiatori (non già appigionate, meritoria, e più propriamente cauponae o tabernae diversoriae) e dall’esser dette diversoria davano alle traverse il nome di diverticula.
Le vie grandi si facevano a spese dello Stato prendendosi il danaro dal tesoro pubblico, o dalla liberalità di cittadini magnifici e zelanti del bene pubblico, oppure dal prodotto del bottino tolto ai nemici. Le vie poi di traversa si facevano a spese dei Comuni interessati, di cui i magistrati regolavano le contribuzioni e la rata dei lavori. Da queste contribuzioni non andavano esenti neppure i dominii dell'Imperatore.
Non erano rari gli esempii di cittadini opulenti che impiegavano vistose somme, o legavano per testamento una parte de' loro beni per simili opere pubbliche. E’ stato detto in questo proposito, che si aveva cura d’incoraggiarli coll’attrattiva di porre sulle pubbliche iscrizioni onorevolmente il loro nome ed anche sulle medaglie che si battevano appositamente. Noi conveniamo che il carattere distintivo de' Romani era quello di amar passionatamente la gloria, e che bastava loro questo semplice incentivo; ma troviamo doversi aggiungere a questa un’altra cagione potentissima, quella cioè di aver gli opulenti emulato in ciò gli stessi Imperanti, di cui a far rilevare questa nostra conclusione, volemmo ricordare che anche a loro spese private fecero eseguire delle grandi vie. In tutt’i tempi si è avuto sempre la occasione di osservare che i piccini tolgono a modello i più grandi, e fan degli sforzi per raggiungere, emulandoli, l'opinione di grandi ancor essi. Se di questa tendenza si volesse trarre profitto, una gran parte dei malanni che lamentiamo, sparirebbe dal mondo.
Tutte le vie militari erano senz’alcuna eccezione lastricate, ma diversamente, secondo cioè la natura e la quantità del materiale che nella contrada rinvenivasi, e che trasportavasi sui carri o pe' fiumi se mai non ne offriva. Le vie non lastricate, se passavano per mezzo a boschi, erano quinci e quindi sguernite di alberi, perchè così fossero soleggiate e ventilate a fine di mantenersi asciutte, come che fossero coperte di uno strato di terra, che coll’arte sapevasi rendere durissima, e corresse per ambi i margini un fossato che dava lo scolo alle acque.
Le vie lastricate, stratae, avevano in alcuni luoghi fino a quattro letti uno sull'altro. Il primo, statumen, era come il fondamento che sostener doveva la massa di tutti gli altri. Prima di stenderlo toglievasi quanto vi era di sabbia o terreno mobile e molte e se non trovavasi il sodo, si procurava di averlo con palizzate. Il secondo, ruderatio, era uno strato di rottami di vasi di creta, di tegole e mattoni rotti, insieme legati con un cemento. Il terzo, nucleus, o nocciuolo, era un letto di smalto o malta, calcina che i Romani chiamavano puls, polenta, cui adopravano molte per farle prendere la forma che si voleva. Se ne ricopriva il dosso o di selci o di pietre piatte, o di grossi mattoni, secondo che i luoghi offrivano oppur no di siffatti materiali ed era questo il quarto ed ultimo strato, perciò detto summa crosta, o summum dorsum. Tali strati però non erano da per tutto gli stessi, perchè secondo la natura delle località se ne cangiava l’ordine ed il numero. Tutto il masso di fabbrica, secondo alcuni antiquarii, riusciva della spessezza di tre piedi; ma secondo il Bergier (114), gli strati che lo formavano, erano disposti colle seguenti proporzioni in una via Romana che egli fece scavare presso Rheims. Il primo letto di malta, composta cioè di sabbia e calcina, era di un pollice; il secondo di dieci pollici formato di pietre larghe e piatte era una specie di fabbrica durissima fatta in bagno di calcina; il terzo di otto pollici era un impasto di ciottoli rotondi e frantumi di mattoni parimenti tenacissimo; il quarto era un leggiero strato di calcina dura e biancastra (115) rassomigliante alla creta vischiosa; ed il quinto infine di sci pollici non era che un letto di selci (il brecciame forse di oggidì?).
Tutto questo lavoro a fabbrica praticavasi nel cuore della via, di cui veniva a formare l’agger, ovvero il bel mezzo che alquanto rialzava come nel presente sistema stradale, ed era per così dire incassato fra due margines fatti di grosse e picciole pietre, ad oggetto d’impedire che la curvatura della via sparisse sotto l’azione delle ruote e de' piedi. Nelle vie con miglior accuratezza costruite i detti due margini avevano due piedi di larghezza, eran fatti di pietre da taglio, e servivano a’ viandanti per camminarvi a piedi asciutti e come marciapiedi.
Alla solidità della costruzione, cui tendevano i descritti lavori, si aggiungevano alle Vie Consolari queste altre opere per lo scopo di offrire delle comodità ai viandanti, ed insiememente diletto onde distrarsi dalla noja del lungo e monotono andare.
Il muro marginale o parapetto era di tale altezza da servire anche di sedile agli stanchi viaggiatori pedestri.
In fronte al medesimo, di dieci in dieci piedi, eran poste delle pietre, che gli antiquarii dicono destinate ad uso di montar per esse a cavallo. Noi le supponiamo in vece addette al fine o dì preservare il muro marginale dall’attrito de' carri nel rasentarlo col mozzo delle ruote o colla punta dell'asse, come si usa oggidì con pietre rifondate, oppure di lasciare ai viandanti pedestri una cansatoja nell'incontro di più carri; perchè non sappiamo persuaderci, come moltiplicar dovevasi a tal segno mia comodità che offrir poteva lo stesso parapetto.
Lunghesso il corso delle vie molte case di campagna poste. sui due lati offrivano ai passeggieri ricetto, reficiamenti, vetture di affitto, e presso i fiumi senza ponte anche la scafa per traghettarlo. Eran desse di triplice natura. Quelle dette diversoria (quo diverterent ad quiescendum) eran case aperte ad ospiti amici (diversores), ed in esse eran serviti da un fattore (institor). Le altre dette meritoria, o più propriamente caupone o tabernae diversoriae, erano le osterie o taverne. La terza specie di case erano le mansiones, alberghi o poste di cavalli e di vetture di affitto, ordinariamente alla distanza di mezza giornata di cammino l’una dall’altra, perchè di altre simili messe a minor distanza erano le mutotiones de' cavalli.
Ad ogni miglio di strada una colonnetta miliare segnava le miglia percorse e da percorrersi. La loro introduzione tanto utile è tanto grata ai viaggiatori, è dovuta a Cajo Gracco. Secondo Plinio (116) contavansi le miglia sulle grandi vie che partivano da Roma dal milliarium aureum, colonnetta dorata fatta innalzare sull'umbilico di Roma o in capo al Foro Romano da Augusto; ma secondo la legge 154 D. de V. S., pare che si fossero contate dalle porte della città. Sulle altre vie secondarie, ovvero costruite sugli Agri, lungi da Roma, si contavano le miglia da quella città donde avevano principio. Sulle stesse vie che uscivano da Roma il numero progressivo di lle miglia non oltrepassava l’Ad Ccntesimum, si quando si trattava di dar denominazione ad un luogo dalla distanza al qual proposito crede il Bergier, che ciò fosse, perchè la giurisdizione del vicario della città non sì estendeva più lungi. In fronte alle medesime colonnette, oltre l’indicazione della distanza dal luogo di partenza al luogo del suo termine, era pur segnato il nome dell’Imperatore, della città, oppur del particolare personaggio che aveva fatto costruire o restaurare la via.
Varii templi infine dedicati a Mercurio, e sepolcri ammirevoli per eleganza e per esterne decorazioni in statue, bassirilievi ed epigrafi che richiamavano a memoria i nomi, le virtù, e le gesta dei grandi uomini di cui chiudevano le ceneri, sì vogliono aggiunti lunghesso i lati delle vie ad ornamento delle medesime. Senza negar ciò come conseguenza di un’altra idea, ci avvisiamo che quest’essa, in quanto ai templi di Mercurio, era quella di trar profitto dalla devozione de' viandanti, che essendo per lo più in moto per oggetti commerciali, trovavano opportuno di raccomandarsi al loro nume tutelare, probabilmente col tributo della stipe. In quanto poi ai sepolcri, essi non erano direttamente ordinati al diletto dei passeggieri. Se gli antichi costumarono di ergerli sulle pubbliche vie, ei fu per meglio accomandare alla memoria dei superstiti il nome degli estinti; perchè in qualunque altro luogo si fossero innalzati, non sarebbero stati meglio esposti allo sguardo anche fuggente di chi passa.
Tutto il fin qui detto non riguardava che le Vie Consolari o Militari. Le vie vicinali o traverse non si costruivano con tanta precauzione, perchè essendo meno frequentale, faticavano poco. Erano però con egual cura ed attenzione mantenute e fornite delle cennate comodità secondo la maggiore o minor loro estensione, e secondo ancora la importanza de' luoghi cui servivano di comunicazione.
Oltre alle due specie di vie finora descritte si trovano nella lingua Romana di altre denominazioni che accennano a vie di altra sorte, che giova qui riferire secondo le rispettive distinzioni, ond’esaurir la materia che abbiamo tra mani. — La parola iter che era generica, comprendeva sotto di sé le seguenti diverse specie: il sentiero o via non larga, semita, battuta dagli uomini a piedi e a cavallo; il sentiero o via campestre non larga, callis, la calla, o la callaja; le vie di traversa o tragetto, tramites.
La larghezza delle vie militari giungeva fino a sessanta piedi romani, venti cioè per la parte elevata o di mezzo, e venti di pendio per ciascuno de' due lati; ed ordinariamente non era meno di quattordici. Quella delle vie particolari era comunemente di otto piedi, quanti bastavano per lo scontro di due carri. La via pel passaggio di un solo carro, detta actus, ne aveva quattro. La via addetta ài transito di un uomo a piedi o a cavallo, propriamente iter, non aveva che due piedi di larghezza; un solo la semita, quasi semi-iter, e mezzo piede il callis o via di animali.
Il miglio romano in fine era di mille passi, perciò detto milliarum il passo era di cinque piedi. Il piede contenea dodici pollici o quattro palmi minori (palme della mano, cioè le quattro dita senza il pollice), ed il dito quattro grani di orzo. Il miglio inoltre corrispondeva ad otto stadii, e lo stadio a 625 piedi, ovvero 125 passi.
Da che s’introdussero le colonnette miliari (lapidee) per segnare le miglia, ebbero luogo l’espressioni Ad secundum... Ad tertium... Ad decimum lapidem, per significare Al secondo... Al terzo... Al decimo miglio.
E questo è quanto avvisammo di far precedere come attenente alla descrizione delle
ANTICHE STRADE (117) ROMANE PER LE REGIONI DELL'ITALIA MERIDIONALE |
Di tutte le Strade Consolari (118) che da Roma qual centro uscivano per le sue porte come tanti raggi, e per le provincia dell'Impero si protendevano; queste sole nelle nostre regioni penetravano, la VIA SALARIA cioè, la VIA TIBURTINA, la VIA LATINA e la VIA APPIA. Di esse quattro trattando in quattro distinti paragrafi, andremo svolgendo le loro rispettive diramazioni, delle quali alcune han nome storico, altre lo prendono dai luoghi donde avevano origine, ed altre in fine non ci son conte che da qualche loro avanzo o tradizione.
La via che uscendo dalla porta Collina di Roma pel ponte Anicum sull'Aniene (Teverone) passava nella Sabina, era detta Salaria, perchè per essa trasportavano il sale i Sabini dall'Agro de' Palmesi, dei Pretuzii ed Adriani, dov’erano le Saline. Salaria via, dice Festo, Romae est appellata, quia per eam Sabini sal a mare deferebant. Procedendo essa oltre nella nostra Sabina, rasentava la dritta sponda del Tronto, e giunta a Castro Talentino, ripiegava a destra percorrendo la riva dell'Adriatico pe' detti tre Agri. I luoghi che toccava in tale suo corso erano questi:
Ad otto miglia antiche da Rieti, penetrando in quella parte della Sabina che fa parte del nostro territorio, incontrava le Acque Cutilie presso Città Ducale.
Da questo punto arrivava dopo sei o sette miglia ad Interocrea, la quale distanza corrisponde all’odierna che passa tra il Pozzo di Ratignano ed Antrodoco.
Dopo altre 12 miglia giungeva a Foro Decio, ovvero nella contrada S. Croce, che è due miglia sopra l’altra denominata Bacugno al Nord di Posta; e dopo altre 4 miglia perveniva all’antico villaggio Falacrine nella valle dello stesso nome tra Città Reale ed Amatrice.
L’odierna strada consolare da Città Ducale ad Antrodoco corrisponde all’antica, la quale è anche ora battuta da Antrodoco sino a Città Reale per S. Quirico, Sigillo, Posta e Bacugno, val dire lungo la Valle di Falacrine.
Da Città Reale continuando oltre dopo 9 miglia, toccava il Vico Badio ovvero l’odierno Accumoli; e dopo altre 10 miglia incontravasi l’Ad Centesimum, ovvero la colonnetta miliare che segnava sulla Salaria la distanza di 100 miglia antiche da Roma. Da questo punto rivolgevasi essa ad Ascoli nel Piceno.
A dieci miglia da Ascoli passava per la mansione Ad Aquas riconosciuta dagli antiquarii nell’odierna Acquasanta nello Stato Pontificio..
Da questa mansione la Via Salaria arrivava a Castro Truentino, che era dove oggi dicono Torri a Tronto; di qui ripiegando sulla riva dell’Adriatico, passava per Castro Nuovo sulla foce del Batino oggi Tordino, e finalmente terminava Ad Salinas, che le diedero, conte si è detto, il nome, e furono nel territorio di Città S. Angelo presso il mare tra i fiumi Piomba e Salino.
Ecco come il descritto corso della Salaria rilevasi dall’Itinerario di Antonino.
BEATE, CUTILIAS |
Μ. P. VII. |
I.VTEBOCRIO |
Μ. P. VI |
FALACBINE |
Μ. P. XVI. |
VICO BADIES |
Μ. P. IX. |
AD CENTESIIHUM |
Μ. P. X. |
BEATE, AQUAE CUTILIAE |
RX. |
E secondo il V. segmento della Tavola Peutingeriana:
INTEBOCRIO |
VII. |
POBOECBI (FORUM DECII) |
XII. |
FALACBINE |
IV. |
RAMI E VIE VICINALI O TRAVERSE DELLA VIA SALARIA |
Via Metella. Dalla seguente iscrizione in un avanzo di colonna miliare rinvenuta presso Vallorina a due miglia all’Est di S. Omero, dove ora si conserva, si ha ragione di credere all'esistenza di una Via Metella, la quale da taluno si vorrebbe non traversa, ma proveniente da Roma.
L.CAECIL.Q. T.
METEL. COS
CXIX
ROMA.
Non perchè di questa via nessuna menzione si trovi tra quelle che uscivano dalle porte di Roma, noi pensiamo che la stessa si ebbe origine da altra Via Consolare; ma perchè basta dare uno sguardo sulla divergenza di quelle che da Roma partendo si dirigevano alla volta di queste nostre regioni, per convincersi della necessità di non doversene altra supporre tra la Salaria e la Nomentana, tra questa e la Tiburtina, tra questa e la Praenestina... Epperò stando ai corso che alla Via Metella si attribuisce quasi parallelo alla Salaria, o dovrebbe dirsi un proseguimento della Via Nomentana, o una diramazione della Valeria, o una diversione della Salaria. La prima e seconda supposizione sarebbe meramente gratuita; e che pur tale non sia la terza, oltre che la prossimità del suo corso a quello della Salaria ne mostra ad evidenza la improbabilità, la circostanza delle 419 miglia che nella Iscrizione si segnano da Roma al punto in cui la colonna miliare si rinvenne, colla coincidenza dell'Ad Centesimum a XIV miglia prima di arrivare ad Ascoli, avvalora la nostra congettura, secondo che meglio verrà confermato colla indicazione della traccia che ancor ne rimane.
Il Console Lucio Metello adunque nell’anno 503 di Roma curava di aprirla o restaurarla. Non essendo possibile di precisare il punto donde cominciava a divergere dalla Salaria, sarem contenti descriverne quel tratto che percorrendo l'Agro Pretuzio, terminava nella Salaria medesima al Nord di Tortoreto nel Circondario di Giulianuova.
Immettevasi nel detto Agro per la gola tra i ripidi monti di Campii e Civitella del Tronto, dove grandiosi avanzi di una rocca, detta il Castello del Re Manfrina, fan supporre che fosse stata un tempo stazione di soldati.
Dalla detta gola scendendo, penetrava nella valle del Salinello, e stendevasi lungo il corso di questo fiume fin sotto Ripa di Civitella. Poi arrivando alla pianura di Faraone, Comune unito a quello di S. Egidio, del cui territorio toccava anche una parte, di là correva sulla dritta sponda del Vibrata per terminare, come si è detto, nella Salaria tral mentovato fiume e Tortoreto.
Via Claudia Naova. L’Imperator Claudio, per agevolare sempre più il commercio della Sabina colle regioni circostanti, oltre agli altri rami della Salaria, un’altra bellissima strada col nome di Claudia Nuova fece aprire anche da Foruli per sino dove il Tirino oggi Tritano confluisce nell'Aterno. Cominciando la detta strada dall'anzidetto villaggio Sabino Foruli, per l’antico ponte ora detto di S. Giovanni presso Civita-Tomassa saliva verso la chiesetta di S. Carlo. Per sotto il colle di Sassa passava al di là di questa terra sull’altro antico Ponte-Peschio sul fiumicello Raja, ed indi correva verso il piano di Pile, incontrando altri antichissimi ponti che ancora si ammirano in quelle contrade.
Quel tratto però, che di questa via si batteva prima di giungere a Poggio-Picenze, era uno de' due rami in cui dividevasi dopo attraversati i duri macigni poco al di là del detto Poggio, ed oltre il principio del Vallone dell'Inferno. Uno de' quali, cioè il destro, pel Sud e poscia a gradi a gradi pel Sud-est entrava all’Ovest nell’aro di Peltuino; e l’altro, il sinistro, che tuttavia si ravvisa, innoltravasi per la pianura sotto Barisciano pel Nord di Castelnuovo (Comune unito a S. Pio delle Camere); ed indi per l’Est ed il Sud in linea parallela alla Madonna de' Scentorclli, dove ancora si osserva lungo la pianura verso Civitaretenga, e di cui par che toccasse il Nord per discendere all'aprica lama tra Ofena e Capestrano.
È chiara memoria della Via Claudia Nuova nella seguente iscrizione, che fu trovata verso il principio del corrente secolo presso Civita-Tomassa, ossia nel sito dell’antico Foruli, dovila stessa, come si è detto, incominciava:
TI. CLAVDIVS
DRVSI. F. CAESAR
AVG. GERMANICVS
PONTIF. MAX.TR.POT
VII.COS. III.IMP.XI. PP
CENSOR. DESIGNAT.
VIAM CLAVDIAM NOVAM
A FORVLIS AD CONFLV
ENTIS ATTERNVM ET
TIRINVM PER PASSVVM
XXXXVIICLXXXXII
STERNANDAM CVRAVIT
Rilevasi dalla riferita iscrizione che la via Claudia Nuova estendevasi oltre a XLVII miglia romane e di 42 e più miglia napolitano, e che il suo corso era da Foruli sino alla confluenza del Tritano, che diviso in tre rami sbocca nella Pescara incontro alla Villa di Tramonti al Nord di Popoli. In tal guisa la Claudia Nuova riunivasi alla Claudia Valeria, deviando dalle scoscese svolte di Popoli, ove oggidì la strada Consolare è diretta.
Via Raussa. Un’altra traversa di questo nome, rilevata da un frammento di una tavola di bronzo rinvenuta nel piano di Guardia, Comune unito a Notaresco, e propriamente a pochi passi dalla strada odierna, ebbe probabilmente origine dalla Salaria, o almeno in essa sulla riva dell'Adriatico terminava. È desso il seguente:
... IL...
... OL. ET...
... pRAETORE...
... TVM.QVO.DE.EA...
... dICTATORE.CONSVLE.I...
VIAE.RAVSSAE. NON. POST...
O.FVII.
Da una colonna miliare col numero CIIII rinvenuta a Poggiombricchio, Comune unito a Crognaleto-in-Roseto, si ha fondamento a pensare che detta via divergesse da quel ramo della Salaria, del quale qui appresso, che spiccavasi da Foruli ad Areja, e che da qualche punto intermedio di tal ramo, se non dallo stesso Foruli, si spiccasse attraversando la regione dei Vestini o Pinnensi. Una tal colonna dedicata agl’Imperatori Valentiniano, Valente e Graziano, che fecero costruirla o almeno restaurarla, ora serve di sostegno al battistero nella Chiesa di Poggiomoricchio.
Questa Via Raussa, che oltre di offrire una facile comunicazione ai Pretuziani, Palmensi ed Atriani, è da taluno pur considerata come strategica, per tenere cioè a freno i detti popoli ed offrire ai Romani un breve e diretto passaggio all’Adriatico, batteva il seguente corso:
Dalla gola detta Tre Termini, dove si univano le linee territoriali o limiti dei Sabini, de' Prefazioni e de' Pinnensi, la Raussa tirava innanzi lasciando a manca Tottea, Comune unito a Crognaleto-in-Roseto, ed a dritta Nereto altro Comune unito allo stesso. Di là, tenendo il giusto mezzo tra la destra riva del lordino e la sinistra del Vomano, terminava presso all’imboccatura dì quest’ultimo, dove riunivasi alla via Salaria, e dove i Pretuziani avevano un picciolo porto, ed no porto con castello gli Atriani.
Traversa della via Raussa. Da questa via un ramo pur si spiccava, che ad Interamnia giungeva nella direzione della strada, per la quale attualmente da Mentono si va a Teramo. Quivi si confondeva coll'altra che correva lungo la sinistra sponda del Ratino o Tordino, e per la quale gl’lnteramnitì avevano facile comunicazione col mare, con la Salaria, con Castro de' Pretuzii e coll'emporio posto sulla foce del Vomano.
Sono avanzi ed indizii di questa traversa: una pila di ponte di grossi riquadrati macigni vicino la Chiesa per ciò detta Madonna del Ponte nel tenimento Fornarolo: altri avanzi di ponti, preciso sul torrente detto il Fosso de Banditi: il ponte a due ordini di mattoni, che vedesi intero dove il torrente imboccavasi a Castro; ed in fine non pochi ruderi di sepolcri sparsi nel territorio di Giulianuova.
Traverse della via Salaria. Nella Tavola Peutingeriana, che addita fin le strade di minor traffico, vedesi tracciata una via maestra o un ramo della Salaria, che da Foruli, dove era il punto di divisione di parecchi altri rami della via medesima, menava dopo VII miglia antiche a Pilino, e dopo altri XII a Priferno.
Al di là di Priferno un’altra via vicinale dalla descritta traversa sulla dritta di Aquila lungo l’Aterno conduceva ad Aveja.
A destra di Aveja un altro ramo, salendo per Frustema, l’odierna Ocre, tirava pe' monti ad Alba ne’ Marsi.
Malgrado che una laguna della citata Tavola Peutingeriana non c’ istruisca delle altre vìe di comunicazione tra i Vestini ed i popoli confinanti; tuttavolta pare indubitato, che anche alla sinistra di Aveja un’ altra strada vicinale menasse a Peltuino, e distendendosi ad Aufina proseguisse il suo corso al di là degli Appennini per comunicare cogli Anyulani e coi Pinnensi.
Di là di Aveja lo stesso ramo promulgavasi per mettere in comunicazione i Vestini della valle dell'Aterno coi confinanti Peligni seguendo il corso del detto fiume per circa venti miglia, e. dirigendosi poscia lungo il famoso acquidoso di Corfinio per uscire sulla Via Claudia Valeria, e comunicare col porto di Aterno di pertinenza de' Vestini, ma comune ai Marrucini ed ai Peligni.
Altro ramo della Salaria fu anche la Via Quinzia così detta dal Dittatore Lucio Quinzio che curò di farla costruire. Correva da Reale sino a Carseoli negli Equicoli, attraversando buona parte della Sabina e tenendo la valle irrigata dal Telone.
Le indicate traverse son così segnate nella Tavola Peutingeriana.
ERVLOS (1. FORULOS) PITINVM |
VII |
PRIFERNO |
XII |
AMITERNVM |
XII |
PRIFERNO , |
|
AVEJA |
II |
FRVSTEMA |
II |
ALBA |
XVII |
A queste precise indicazioni della Tavola si aggiungono alcuni avanzi di ponti e strade osservati in detti luoghi, che non lasciano dubitare della esistenza degl’indicati rami della Salaria.
Presso il villaggio di Gensano esiste un bel monumento di antica costruzione della via fra Pitino ed Aveja detto il Ponticello di Gensano, su cui passa anche oggi la Via Romana. A breve distanza di questo sito un altro ponte di antico lavoro ad un sol arco pur si osserva sul fiume Rajo. Tra il confine di Beffi e di Goriano-delle-Valli, presso al ponte di questo Comune sulla sinistra sponda dell’Àterno, fu osservato un masso durissimo co’ profondi segni delle rotaje. Nel territorio di Rocca Preturo vedesi un taglio su di una rupe con riparo dalla parte del fiume; ed in fine il simile si osserva per circa due miglia presso Molina e Castelvecchio Subequo, e nella Valle Acciano o di Rajano lungo l'acquidotto di Corfinio.
Un’altra via trasversale finalmente dirama vasi dalla Salaria presso Interocrea passando per Testrina o Cestrina altrimenti Fisterna, che ne distava X miglia antiche, e poi per Foruli che incontravasi dopo altre III miglia. Traversando questi due luoghi sul Ponte Nascusci ancora esistente, internavasi a Pitino ne’ Vestini, la cui regione intersecava sino a Frustema o l’Ocre odierna; e di là tirava pe' Ponti ad Alba nei Marsi.
Furon questi, per quanto si è potuto raccogliere da’ lavori degli eruditi, i diverticoli della Via Salaria, che mostra fin oggi li suoi avanzi presso le rovine di Cotilia in quei regolari, e sovente anche lunghi suoi parallelepipedi di macigno. Dei simili se ne veggono ancora allato del Velino sotto il periglioso viottolo di Sigillo, dove è maraviglioso il taglio praticato nelle rocce calcari di una altissima montagna. Altre tracce della stessa pur si veggono nella macchia detta della Meta, che è immediatamente appresso il sito di Falacrine. Un altro notevole avanzo se ne riconosce infine nella maggiore eminenza al l'Est del territorio di Accumoli distinto col nome di Passo di Annibale, che i contadini chiamano Poggio d'Api.
La Via Tiburtina is ebbe varii nomi secondo i vani prolungamenti che se ne fecero. Da Roma uscendo per la Porta Gavina arrivava sino a Tivoli, da cui prese il nome di Tiburtina. Limitava, dice Strabone, il Lazio dal lato della Sabina sino alla regione de' Alarsi attraversando in parte il paese degli Equi.
Da Tivoli proseguita sino a Cerfennia, ora follarmele nel Circondario di Pescina, per opera del Censore M. Valerio Massimo nel 448, o più probabilmente dell’altro dello stesso nome che fu Censore nel 500, non più chiamavasi Tiburtina, ma
Via Valeria. A XIX miglia di là di Tivoli entrava la Via Valeria nel nostro paese e propriamente nella valle Arsolana così detta da Arsoli, villaggio di quella contrada noto fin dall’anno 832, prima compreso nella diocesi de' Marsi ed ora in quella di Tivoli. Nella piazza di Arsoli leggesi la seguente iscrizione miliare, che vedevasi una volta alla fontana di Sonnula, e che segna la distanza di XXXVIII miglia antiche da Roma:
XXXVIII
IMP. NERVA
CAESAR AVGVSTVS
PONTIFEX MAXIMVS
TRIBVNICIA
POTESTATE COS. III.
PATER PATRIAE
FACIENDVM CVRAVIT
Ad un miglio e mezzo da Arsoli passava la Via Valeria sul bel ponte antico, ora detto di S. Giorgio, sul torrente di Rio Freddo. A mezzo miglio più in là vedesi di detta via una lunga linea di guide, che dopo un miglio giungeva a Carseoli.
Dalle rovine di questa città uscendo passa la Valeria per mezzo ai campi per circa un miglio e mezzo. Al di là del moderno ponte sul Turano s’incontra un’altra colonna miliare, ora illeggibile, così letta dal Fabretti:
Imp. neRVA
Pont. MAX
TR. P. COS. III
VIAM. VALERIAM
FACIENDAM CVRAVIT
XXXXI
nella quale il Promis, per le distanze de' luoghi e per l’autorità degl’ltinerarii, è di avviso doversi leggere XXXXV.
Dopo di questa colonna miliare, per altre quattro miglia e mezzo continuano le tracce della Valeria lungo la sinistra sponda del torrente Maro fin sotto a Colli, Comune unito a Carsoli. Ad un miglio e mezzo prima di giungere a Colli trovavasi l’altra colonna miliare, poi trasportata a Sorbo villaggetto unito a Tagliacozzo, la quale nel segnare il 48 miglio da Roma, ricorda le riparazioni fatte per opera dell’istesso Imperator Nerva alla Valeria con questa iscrizione:
XLVIII
IMP. NERVA
CAESAR. AVGVSTVS
PONTIFEX. MAXIMVS
TRIBUNICIA. POTESTATE
COS. IIII
PATER PATRIAE
FACIENDAM CVRAVIT
Mezzo miglio più innanzi vedesi un lungo muro di massi poligoni, avanzo della gran via che descriviamo. Da Colli a Rocca di Cerro, ridotta ora in uno stato deplorabile, vedesi condotta con immensa spesa, perchè tagliata nel monte e sostrutta fra precipizii per lo spazio di quattro miglia.
Pei tratto di un miglio e mezzo pria di arrivare a Tagliacozzo se ne veggono anche degli avanzi. Dal Ponte Scutonico di questa città sino ad Alba, ora Albe Comune unito a Massa, vedesi una parte del suo pavimento ben conservato, ed a sinistra lungo la via de' Cordoni anche una lunga sostruzione a poligoni.
Di là uscendo la Valeria volge a sinistra della strada odierna, ed inalveandosi nella rupe che attraversa il cammino, giungeva dopo sei miglia a Scurcola, che secondo le lapide rinvenutevi, esser doveva un’ antica stazione.
Ad un miglio e mezzo da Scurcola la traccia della via è additata dalla doppia linea di sepolcri, ridotti a forma di tumoli, che la fiancheggiavano. Torcendo indi quasi ad angolo retto, e poi serpeggiando fra spesse rovine per lo più di sepolcri, saliva sul colle di Alba, entrandovi per la porta Fellonica.
Dopo XII miglia antiche da Alba, terminava la Via Valeria a Cerfennia.
Via Claudia Valeria. Da Cerfennia proseguita dall’Imperator Claudio nell'anno VIII del suo impero sino alla' foce dell’Aterno, la Via Valeria venne a denominarsi Via Claudia Valeria. Con essa intese Claudio di eseguire il secondo de' due progetti di Cesare, cioè oltre l’emissario del Fucino, anche una via che congiungesse il mare Adriatico al Tevere.
Da Cerfennia dopo XVII miglia antiche menava a Corfinio secondo l’Itinerario di Antonino, nel corso delle quali la Tavola Peutingeriana segna le mansioni del monte Imeo e di Statule con tali distanze che perfettamente corrispondono a quelle dell’Itinerario citato. Saliva, uscendo da Cerfennia oggi Collarmele, l’erto monte di Forca Carosa, e traversata la gola di questo monte, dove fu eretto l’Arco di Livia, scendeva per Statule o Gorianosicolo, e dopo altre sette miglia giungeva a Corfinio.
Quivi, in vece di volgere a destra per Solmona 0 a sinistra pe' Vestini, seguiva all'Est il corso dell’Aterno, non già per l’odierno ponte di Pentima, sibbene per la collina onde arrivare ad Interpromio posta sul territorio di S. Valentino nei Marrucini.
Da Corfinio adunque, dopo XII miglia antiche perveniva ad Interpromio dopo altrettante miglia arrivava a Teate, e dopo altre XII alla foce dell’Aterno, dove, come si è detto, aveva il suo termine.
In tal tratto seguiva propriamente, appena uscita dalle gole di Tramonti (comune unito a Tagliacozzo) per passare dalla regione dei Peligni in quella de' Marrucini, il corso dell’Aterno sulle pianure di Tocco, Casauria e Balognano; vedendosene ancora un avanzo presso al ponte di Casauria sull'estremità del piano di Tocco.
Di là correndo alla destra dell'Aterno entrava nel territorio di S. Valentino, che percorreva per tre miglia sino alla città d’Interpromio.
Di qui passava nel territorio di Alanno sopra un ponte, di cui si veggono le reliquie sulla destra ripa del fiume, e percorreva per due miglia il territorio de' Ventini, fino a che giunta presso all'osteria dell’Afta, ripassava l’Aterno sopra un ponte a più arcate, di cui rimangono tuttavia a fior d’acqua sette piloni, che resistono ancora alla violenza del fiume ed alla distruzione del tempo.
Per quel ponte rientrava nella regione de' Marrucini, e ripigliando la destra sponda dell’Aterno seguivate sino alla foce.
Stazioni sulla Via Claudia Valeria. — Mons Imeus. Nella Peutingeriana una mansione è ricordata con questo nomi imprestatole dal monte, sulla cui vetta la ia Claudia Valeria passava per discendere a Corfinio. È ivi segnata dopo il V miglio da Cerfennia, ed i moderni topografi han riconosciuta questa mansione nella gola di Forca Garosa antico confine de' Marsi e de' Peligni, e propriamente sul monte che sorge tra Gorianosicolo e Rajano.
Arco dì Livia Augusta. È memoria nella Vita di S. Rufino presso il Febonio dell’Arco laterizio eretto sulla Via Valeria dai Super eguani a Livia Augusta. Eccone le parole: Cum in Mar sor um fìnes venisset ad Arcum Augustae, qui locus a Romana urbe P. M. LXXV distare dicitur. Egli è quindi probabile che quivi fosse una delle mansioni lungo il corso della Claudia Valeria.
Statulae. Uscendo dall’Arco di Livia a VII miglia antiche prima di arrivare a Corfinio incontravasi il villaggio di questo nome, presso cui secondo la Peutingeriana era posta una omonima stazione.
Via Trajana Frentana. Un proseguimento della descritta Via Claudia Valeria dalle foci dell’Aterno in sotto fu la Via Trajana Frentana del corso di ottanta miglia. Aperta da’ più remoti tempi 9 perchè per essa ebbero già luogo le marce di Annibale, del console Claudio Nerone e di Cesare, si ebbe questo nome per averla l’Imperatore Trajano restaurata e lastricata. Di ciò serba memoria la iscrizione seguente posta sul Ponte dal medesimo innalzato sul Sangro, di cui si veggono gli avanzi a quattro miglia da Lanciano, e che ora dicono Pontaccio della via vecchia:
IMP.M. VLP. NERVA. TRAIANVS
CAISAR AVG. PONT. MAX.
TRIB. POTEST. COS. III. PP
VIAM LAPID. STRAVIT
PONTEM FECIT. SUBSTRUCTIONES
ADDIDIT.
E poiché attraversava lungo la spiaggia dell’Adriatico la Regione Frentana mettendo in comunicazione i suoi popoli da un lato coi Marrucini e i Peligni, e dall’altro co' Dauni ed i popoli confinanti, si ebbe l’aggiunto di Frentana.
Di questa egualmente che dell'altra via la Claudia Valeria fu curatore M. Blavio, come si ha dalla iscrizione, che riportammo nel num. 40 della pag, 294 di questo volume.
Il suo corso, secondo che trovasi esattamente segnato negl’Itinerarii Romani in quanto alle distanze da luogo a luogo, ed alle città che toccava, fu questo:
Cominciando dalla città di Aterno, e passato il fiume Foro, che nella Tavola Teodosiana è segnato probabilmente col guasto nome di Clocoris, e nell’Itinerario di Antonino con l’erronea indicazione di Angulo, arrivava, dopo XI miglia antiche, ad Ortona. Dx questa città dopo altre X miglia giungeva ad Anxano, ed alla distanza di altre VI miglia da Anxano incontrava Amnio.
Da Amnio presso al littorale si addentrava la via dentro terra, dove dopo XII miglia arrivava a Pollano, donde dopo altrettanto corso rimettevasi sul littorale toccando Istonio. Quivi fu trovato un gran termine marmoreo col simulacro di Febo radiato, che dagli antichi era tenuto come custode e terminatore delle vie.
Da Istonio tenendo il corso lungo la spiaggia saliva ad Uscosio o Vicosio presso Guglionesi, e passato il Trigno sulla spiaggia tirava ad Interamnia (Termoli). Di qui penetrava di nuovo dentro terra, dove dopo XII miglia per la riva del Tiferno, cui attraversava su qualche ponte, arrivava a Larino.
Da Larino dopo l’erronea distanza di XXVI miglia (che il Surita lesse XVI in un manoscritto) perveniva a Foro Cornelio, donde con un ramo protendevasi a Gerione, e con un altro a Teano nell’Apulia.
RAMI E TRAVERSE DELLE DESCRITTE VIE |
Via Minuela. Giunta la Via Valeria a Corfinio qui dividevasi, come si è detto, in due rami; uno che formava la descritta Via Claudia Valeria sino ad Aterno, e T altro che passava a Solmona, donde salendo o pel Piano di Cinquemiglia, o pel Tempio di Giove Palenio che era posto nell’odierno Campodigiove, arrivava dopo XXIV miglia antiche ad Aufìdena, città primaria se non la capitale stessa dei Sanniti Caraceni. Di qui oltre proseguendo passava per Esernia, Boviano, Equotutico... e terminava a Brundusio.
Comechè il corso di questo secondo ramo della Via Valeria rilevisi a chiare note nell’Itinerario di Antonino e nella Tavola Peutingeriana, tuttavolta è nell’uno e nell'altro innominata. Epperò se qui ha nome di Minucia, egli è perchè, se n’è fatta scoverta in Cicerone ed Orazio, nei quali, malgrado che gli antiquarii voglion leggere piuttosto Numida, a noi piace di legger meglio Minucia per le ragioni, che in nota ne assegniamo (119).
Ad Aufìdena stessa, secondo i citati Itinerarii, la via medesima vedesi biforcare in altre due strade principali, una del corso di LXX miglia dalla detta città ad Equotutico negl’Irpini (nella pianura di S. Eleuterio presso Castelfranco in Capitanata), e l’altra di più lungo corso, cioè di XCII miglia dallo stesso, punto di partenza per a Nuceriola al di là di Benevento.
E qui han termine i (tetti due rami, perchè così Equotutico come a Benevento s’incrociavano parecchie altre strade, delle quali parleremo come diramazioni dell’Appia.
Stazione sulla Via Minuela— Cloturno. Con questa denominazione da correggersi in Volturno secondo la Peutingeriana, seguiva dopo VIII miglia antiche da Esernia una stazione sulla descritta via nell’attraversar che faceva la regione de' Sanniti Pentri. Quivi avvicinandosi la detta via Minucia alla sponda del Volturno, ha dato ai topografi il motivo di emendare il nome della stazione e riconoscerla nelle vicinanze di Capriati, a cinque miglia da Venafro.
Diverticoli della Via Valeria. Dal V segmento della Tavola Peutingeriana rilevasi, che dalla Via Valeria spiccavasi ad Alfa Fucense un diverticolo di XIII miglia per a Marrubio; e che oltre di questo un altro pur se ne distaccava, che passando pel piano di Civita conduceva ad Angizia; cosicché l’uno e l’altro rasentavano quinci e quindi la parte Nord-ovest del Fucino.
Sussistono ancora degli avanzi della Via Valeria e de' suoi rami nella regione de' Marsi. Si veggono frammenti dei poliedri, ond’era formata, in quel tratto di tre miglia che da Alba corrono sino ad Avezzano, e non poche iscrizioni sepolcrali si son trovate lungo il corso della medesima tra Svezzano ed Angizia.
Traverse della Via Trajana Frentana. Si portano come traverse di questa via un ramo che da Anxano tirava a Buca, e l’altro che da Amnio menava a Pollano, e da questo ad Istorio. De’ due il primo dee ritenersi come continuazione della Via Trajana Frentana, e considerarsi come traversa il secondo, al quale vuolsi aggiungere in vece il ramo che da Uscosio spiccavasi a Lanino, donde pure una traversa deve riputarsi quella che toccando Gerione dirigevasi a Teano, mentre la via che da Larino menava a Teano non era che la continuazione della Trajana Frentana.
Fu così detta questa via, perchè uscendo dalla Porta Latina passava pel Lazio, di cui toccava molte ragguardevoli città. Era dessa una delle tre nobilissime vie, nel qual conto tenevansi l’Appia in primo luògo, la Valeria ed anche la Latina, che correva in mezzo all’una a dritta e l’altra a sinistra.
Secondo due distici di Marziale, si ebbe questa via anche il nome di Latia come in questo:
Herculis in magni vultus descendere Caesar
Dignatus Latiae dat nova templa viae.
e quello di Ausonia, come in quest'altro:
Appia, quam simili venerandus imagine Caesar
Consecrat Ausoniae maxima fama viae.
L’Itinerario di Antonino la considera in due tratti, uno da Roma a Compito, e l’altro da questo luogo a Benevento.
Gli antiquarii, che di questa via ci han lasciato le loro erudite investigazioni, dicono che sul corso della stessa trovavasi il tempio della Fortuna. feminile, la cui statua le solo donne maritate potevano toccare senza sacrilegio, e fu quello probabilmente, che a Cale fra gli Ausoni segnava il confine del suo territorio con quello di Teano, o l’altro, che si ebbe la stessa ivi dedicato sull’altro lato della via medesima.
Su di una delle molte tombe, ond’era ornato il suo corso, leggevasi il seguente epitaffio riportato da Ausonio:
Non nomen, non quo genitus, non unde, quid egi?
Mutus in aeternum sum cinis, ossa, nihil.
Non sum, nec fueram: genitus tamen e nihilo sum;
Mitte, nec exprobres singula: talis eris.
Ignorasi in qual punto della stessa via si rinvenne questa iscrizione, che riportiamo come trascurata dai moderni Topografi:
L. ANNIO. FABIANO.
III. VIRO. CAPITALI.
TRIB. LEG. II. AVG.
QUAEST. VRBAN. TR. PLEB,
PRAETOR. CVRATORI
VIAE LATINAE. LEG.
LEG. X. FRETENSIS.
LEG AVG. V. PROPR, PRO
VINC. DAC, COL. VLP.
TRAIANA. ZARMAT.
Attraversato il Lazio, penetrava la Via Latina nella Regione de' Volsci. Di essa le cit che toccava pertinenti al nostro, territorio, erano queste quatto solamente, cioè Fabrateria, Fregelle, Aquino e Casino, e forse pure il Pago Lapillano, se, come riferimmo a pagina 80, fu questo villaggio dipendente dall’ultima delle quattro città anzidetto.
Secondo gl’Itinerarii, a IV miglia da Fabrateria giungeva ad un ponte sul Melfi. Dopo altre V miglia arrivava ad Aquino, e di là dopo altre VII miglia a Casino dove pare che terminasse, perchè fin qui si estendeva il nuovo Lazio, per cui dicevasi Via Latina. Il suo corso però continuava per Teano, donde proseguiva sino a Capua. Al di là di Teano diramavasi in due braccia a Trebula presso Treglie nella Campania. Quello a destra innoltravasi verso il Nord de' Tifati, passava il Volturno, pel distrutto villaggio di Sarzano, sotto il castello di Morrone, e per Limatola e la sinistra sponda del Sabato terminava a Benevento.
L’altro braccio a sinistra andava ad unirsi quivi col primo attraversando nella lunghezza di XXXIII miglia Alife e Telesia. Entrava cioè nel Sannio al ponte di Baja sul Volturno, detto ancora Ponte dell'Inferno, e propriamente dove verso il termine delle pianure di Teano cominciano i monti e le valli alla destra del fiume, quelli propriamente che formavano da quel lato uno dei limiti del Sannio Caudino.
Traverse della Via Latina. Nel passar che faceva questa Via da Frosinone, fuori de' nostri confini, a Fregelle, un ramo di essa, prima di giungere a questa città passando il Telero, menava dopo XI miglia a Fabrateria, donde per un’altra traversa protendevasi a sinistra verso Arce, per cui transitando, nonché per Arpino e per Sora, penetrava nel paese Marsi.
Altri diverticoli della Via Latina pare che siano stati, uno che dopo il IX miglio antico nella direzione della strada odierna da S. Germano per S. Vittore correva a Venafro, come apparisce dall'Itinerario di Antonino, donde si rimetteva a Teano passando pel monte Leuci nelle pertinenze di Mignano, e poi per quelle di Marzano e Cajanello; e l’altro quello che ad essa Via Latina univa Ruffrio presso la terra di S. Angelo di Raviscanino.
A pagina 99 di questo volume cennammo le sette strade che da Teano uscendo per comunicare colle città circostanti possono considerarsi pure come tante altre diramazioni della Via Latina, che da Casino volgendo verso i monti Sidicini, dopo XVI miglia vi entrava, come ivi dicemmo, per la porta di Marte, ed attraversata la città, ne usciva per l’altra detta della Rua. Compreso questo tratto originario della Latina, di cui veggonsi ancora le reliquie con avanzi di ostelli e di sepolcri lungo lo spazio che corre da Rocca di Evandro alla città di Teano, degli altri sei ràmi erano queste le direzioni. Uno menava ad Alife uscendo, come credesi, per la porta poi detta di S. Nazario, e correndo pe' castelli di Riardo, di Rocca Romana e di Baja e Latina. L’altro passando pel Circo, per l’Anfiteatro e pel fiume Saone, conduceva verso Torricella a Casilino. Il terzo menava ad Urbana, donde spiccavasi un quarto ramo, che dirigendosi verso il Rio Persico ed il Campo Stellate, andava ad unirsi con la Via Appia a Sinuessa. Il quinto congiungeva Teano a Sinuessa correndo pel villaggio di Cascano e fu questo per l’appunto quello che lastricava l’Imperatore Adriano, ài quale in riconoscenza ponevano i Teanesi questa lapida:
IMP. CAESARI
DIVI TRAIANI PARTHICI F.
DIVI NERVAE NEPOTI
TRAIANO HADRIANO AVG.
PONT. ΜAX. TRIB. POT. XII
COS. II. P. P.
ΟΡΤΙΜΟ ΜΑΧXIMOQ, PRINCIPE
TEANENSES
D. D.
Il sesto ramo infine, fra gli altri descritti il più angusto, menava ad Aurunca pel villaggio di Torà, pel monte Atano e per le falde delle vicine eminenze.
Era tuttavia in essere la Via Latina nel medio evo, quando era denotata col nome di Campanina. Dalle rovine che di essa riconoscono i moderni Topografi, pare che il descritto suo corso toccasse propriamente i seguenti luoghi dell’odierna topografia. Dopo cioè le rovine di Fabrateria traversando il bosco di Ceprano dirigevasi ad Aquino. Di qui per le campagne di S. Gregorio, Piedimonte e Piombarola menava a S. Germano. Secondo il Pratilli osservavansi nel passato secolo lungo il corso della Latina pei cennati luoghi rovinati edifizii, avanzi di ostelli da riposo e di sepolcri.
E a giudicarne pur dalle reliquie, che della via medesima lo storico di Alife riconobbe nello scorso secolo, pare indubitato che lungo il tratto che da Ruffrio correva a Telesia essa passava propriamente pel bosco Alifano rasentando la destra riva del Volturno, per le campagne di Pianolisci, per la torre di Marafi, ed indi pel villaggio di Puglianello per metter capo, a Telesia.
Ad una porzione di questa via della lunghezza di X miglia a cominciar da Telesia sembra doversi riferire la seguente lapida che leggevasi in Alife secondo il Trutta:
L. APVLEIVS
G. F. ANI. NIGER
H. VIR
CVRATOR. VIARVM
STERNENDARVM
PEDVM. DECEM
MILLIA. VIAM
SVA. PECUNIA
FECIT
Da Telesia a Benevento finalmente anche si sono osservali avanzi di antiche fabbriche di luoghi di riposo e di sepolcri. È tradizione che traversasse il Sabato sotto Pietrapulcina, e che giungesse a Benevento pel luogo detto S. Maria della Strada, in memoria appunto della Via che vi passava.
Dai superstiti avanzi inoltre di ponti sul Volturno (de' quali si annoverano fino a sei da cinque miglia in qua dalle sue sorgenti fra Rocchetta e Castellone nei confini de' Caraceni e de' Pentri) insino all’agro di Compulteria nell’ultimo limite della selva della Spinosa, è chiaro da ultimo, che siano stati fatti per comunicazione di altre strade vicinali tra le città del Sannio.
Ed eccoci a quella delle strade Romane che fu la prima per tempo per eleganza per magnificenza e, noi vi aggiungeremmo, anche per lunghezza, se il suo proseguimento per tutto il littorale del nostro Regno non avesse speciali nomi secondo le aggiunzioni per le quali così a lungo fu protratta. La sua originaria meta fu per a Capua; usciva quindi da Roma per la Porta Capena, e passando sulla montagna di S. Angelo nello Stato Pontificio, traversava il piano della Valdrana (agri Valdrani) e le Paludi Pontine.
Appia Claudio il cieco in qualità di Censore ebbe cura di farla costruire nell'anno di Roma 442 essendo Consoli M. Valerio Massimo e P. Decio Mure secondo Giulio Frontino, come a dire vent’anni dopo il principio della prima guerra Sannitica. Ritenne il nome del suo autore, benché più oltre di Capua per altri continuata; ed una tanta riconoscenza, quand’anche fosse troppo a considerarla in ragion di lunghezza, sarebbe stata mai sempre giusta e dovuta, se non per altro, pel primo esempio dato per essa all’Italia, e quindi all’Europa, delle pubbliche strade, che sono i veicoli onde viene tanto moto e tanta vita alla civil società..
Quindi a buon dritto e senza poetica esagerazione Papinio Stazio, avuto riguardo alla sua antichità solidità e lunghezza, disse di essa:
Appia longarum teritur regina viarum.
Fu Capua primitivamente il suo termine, perchè la regione Sannitica, per cui doveva proseguire, non era caduta ancora in potere de' Romani. Ecco perchè ignorasi chi e quando precisamente la continuò sino a Benevento, e di quivi sino a Brindisi, dove terminava. Certo è che coll’ingrandimento della Repubblica, e sopratutto dietro la conquista della Grecia e dell’Asia, s’impegnarono i Romani di estendere questa via sino all’estremità dell'Italia sulle rive del Jonio, val dire per fino a 350 miglia antiche. Vuolsi nondimeno che Giulio Cesare destinato Commissario di questa gran via fosse stato il primo che dopo Appia la prolungasse a forza di spese prodigiose; se pure non ne fu semplicemente restauratore come Ottaviano, come Trajano ed altri. Credesi che le pietre impiegate per costruirla venivano da tre cave della Campania, di cui una era vicino l’antica città di Sinuessa, l’altra vicino il mare tra Napoli e Pozzuoli, e la terza presso Terracina.
La sua larghezza non fu costantemente la stessa. Il Pratilli la trovò nella parte verso Roma di 26 piedi e più, meno larga intorno il castello d’Itri, e più ampia nel piano dell’antica Formia sino al ponte sul Garigliano. La sua restrizione non era mai però tale da non ammettere il passaggio libero a due carri di fronte.
Le pietre, ond’era lastricata, non erano d’ordinario meno di un piede e mezzo quadrato di dieci o dodici pollici di spessezza, e giungevano a tre, quattro, e fino a cinque piedi di superficie per ogni lato. Posavano sur un letto di sabbia, sotto di cui era uno strato fatto di grandi pietre ed erano sì esattamente fra loro connesse, da sembrar che formassero un masso non diverso da quello delle mura delle case, anzi da parere, giusta l’espressione di Procopio, non conjunctos (lapides) sed congenitos. I bordi della via fatti delle stesse pietre elevavansi di due piedi ad ogni dodici passi avevano una pietra più sporgente per uso, come volgarmente pretendesi, di sedile ai passeggieri, o come avvisa Giusto Lipsio anche di appoggio per posarvi il fardello, e rinfrancarsi coloro che erano già stanchi dal portarlo. Il Pratilli però fa menzione di mucchi o levate di terra disposti di quaranta in quaranta piedi sui due lati della via in guisa, che gli uni non erano dirimpetto agli altri, ma per modo che la levata a dritta corrispondeva alla metà della distanza dell'altra levata a sinistra, e checchessia della destinazione, che altri assegnano a siffatte pietre o levate di terreno, noi ci rimaniamo nella opinione che ne avvanzammo in fine della pagina 304.
Tanto di queste pietre che delle altre destinate a colonnette miliari vuolsi autore Cajo Gracco, che ne ornò prima di ogni altra questa via. Non è poi a dice, ma lasciar piuttosto che ognuno se lo immagini, quanti alberghi e taverne, e quanti templi e sepolcri incontravansi lungo il corso dell’Appia, che i Romani, frequentando più che altra in recandosi ai loro luoghi di delizie in questa Campania Felice, con una profusione inconcepibile curarono di rendere non solo pe' comodi insigne, ma pure pel diletto de' passeggieri splendidissima. Il lusso delle tombe precisamente quale svariato aspetto e quanta materia non offeriva a serii pensieri e scherzosi motteggi! Qui la memoria e la iscrizione di chiari ingegni e d’illustri personaggi, qua superbi monumenti di liberti, di servi e di baldracche, occasione porgevano di ammirare, di dolersi, d’insultare e maledire. Da tante epigrafi e titoli sepolcrali, che parte erano ammirevoli per eleganza e per più o meno felici concetti, e parte notevoli per qualche arguzia o spiritosa invenzioncella, rilevavano sottosopra i viandanti, oltre l’idea della loro mortalità, quella altresì che sotto ineguali monumenti accennava all'eguaglianza della «sorte nell'esito della vita. Ed in vero se tutti, benché nati con diverse distinzioni, tutti cenere divengono, e muojono tutti indistintamente, una grande e solenne verità per lungo tratto fissar dovevasi nella loro mente ed accompagnarli in una seria distrazione, quella cioè della diversa fama che gli uomini si lasciano dietro morendo, e per la quale chi esecrato, e chi benedetto, chi deriso, e chi ammirato sopravvive nella memoria degli uomini.
Più altri particolari dar vorremmo della costruzione della Via Appia, se tutti quelli che riferimmo nelle Prenozioni di questo argomento non fossero quasi tolti da quanto si è scritto di questa, per così dire, Via modello. Basterà dire da ultimo che costruita con tante regole di arte, e con tanto amore alla sua bellezza, quanto può riportarne un primo parto, una prima produzione qualunque dal suo autore, assorbì il pubblico erario di Roma. E tanta in vero fu. la sua solidità, tanto bene fu munita contro lo squassamento de' pesanti carriaggi, contro l’attrito delle ruote e la lenta distruzione del tempo, che ai giorni di Procopio, val dire nel V secolo dell'Era volgare, la tenuta dell’Appia era come se allora allora fosse stata lastricata (120).
Ma per parlare ormai dei luoghi che toccava nel suo corso, senza brigarci di quelli che da Roma uscendo incontrava sino ai Confini del nostro Regno, da questi appunto ne incominciamo la descrizione.
Da Terracina alla foce del Liri nello spazio di XXXVIII miglia antiche divideva la regione degli Ausoni in due contrade, littorale o meridionale l’una, montuosa o settentrionale l’altra Dalla detta città dopo XVI miglia arrivava a quella di Fondi, donde dopo altre XIII miglia giungeva a Formia, e dopo altre IX miglia a Minturna. Del descritto tratto si veggono ancora gli avanzi per le campagne dell'Ausonia, e le colonnette miliari che vi s’incontrano con le poco discordi testimonianze degl’Itinerarii non lasciano dubitare della sua tracciata direzione. Alle quali aggiunge altra autenticità il viaggio che Orazio fece per a Brindisi, e che festivamente. descrive nella 5 Sa tira del 4° libro.
Da Minturno la Via Appia passato il Liri, che attraversava la città, pel ponte Tiretto menava dopo IX miglia a Sinuessa quasi nella stessa 'direzione della regia strada, che dalla foce del fiume apriva nel 4568 il Viceré Duca d’Alcalà per a Napoli. — Di, questo tratto vedevansi nel passato secolo le vestigie nel luogo detto l'Olivetta ed alla Torre de' Bagni alle, falde del Massico, due miglia al di là di Mondragone.
Da Sinuessa finalmente la Via Appia correndo lo spazio di XXI miglio antico, arrivava a Capua, dove per ora lasciamo di tener dietro al suo corso, per riprenderlo dopo aver detto delle strade minori e delle traverse che da essa diramavansi lungo il tratto descritto fin qui.
STRADE MINORI E TRAVERSE DELLA VIA APPIA DA TERRACINA A CAPUA |
Via Fiacca. Fu cosi denominata questa via dal suo autore L. Valerio Fiacco che l’aprì nell’anno 489 avanti l’era volgare, e fu quella stessa che Livio nel cap. 44 del lib. XXXIX dice condotta pel monte Formiano. Secondo il Gesualdo, che descrive un buon tratto di questa via nella selva sotto Fondi, declinando essa sotto la marina passava per la rupe di Sperlonga, e girando a sinistra sulla piccola spiaggia dov’era posta la Villa di Tiberio, passava sulla rinomata grotta di cui facemmo parola nel num. 14 della pag. 97. Costeggiando per quei colli che dominano sul mare, si vede, al dir del citato scrittore, dove sostenuta con ponti ed arcate, e dove con grandi muraglie reticolari, finché giunta ad una rupe inaccessibile presso la vecchia torre di Citarola, passava per una grotta aperta a forza di scalpello. Di qui appiccavasi alle falde del promontorio detto lo Scarpone, dove pur vedesi aperta nella viva roccia e da muraglie sostenuta sopra orrendi precipizii sul mare. Di là piegando a sinistra metteva dolcemente nel piano, ove si veggono antiche fabbriche e conserve d’acqua, forse di qualche ostello pe' viandanti. Più oltre avanzandosi serpeggiava dentro terra pe' colli di Gaeta, donde passava a Casalarga ed a Capoligradi, dove formava un quadrivio girando a destra verso il porto di Formia.
Viverticoli della Via Flacca. Un ramo di questa via scendeva alla marina di Conca, che dal porto stesso menava alla città di Formia un altro a sinistra riunivasi coll'Appia presso la Villa di Cicerone; ed un altro finalmente a’ breve distanza dal sito di Casalarga scendendo dalla collina dell’Arena rossa usciva all'altra di Calegna nel principio della spiaggia di Gaeta.
Traverse dell’Appia. Da Amiele e da Formia due traverse rispettivamente. si diramavano per al porto di Gaeta, come da Formia istessa un altro ramo dell’Appia partiva per Ausona.
Oltre della consolare, che correva col nome di Appia da Formia a Minturna, come abbiam detto, una traversa riuniva gli stessi termini correndo per le deliziose spiagge di Gianola e di Scavoli, l’una celebre per un tempio di Giano, l’altra per la villa di M. Emilio Scauro, da cui presero il nome. Il tempio, non ancora distrutto nello scorso secolo, vedevasi situato nel piano di una piccola rupe che sporge sul mare, con bagni e conserve di acqua all’intorno. Neppur cancellate del tutto son le reliquie della villa di Scauro, che ben si riconoscono ih una lunga muraglia di quadroni di travertino, in sette arcate lunghissime, e negli argini fatti costruire s ul mare per ridurre quell’amena spiaggia a forma di porto. La detta traversa rientrava nell'Appia presso il Ponte di S. Croce, dove riunivasi l’altra via già detta, che conduceva ad Ausona e di là ad Interamna univasi colla Via Latina, di cui diremo altro tra poco sotto il nome di Via Erculanea.
Dalla medesima Via Appia un altro ramo distaccavasi da Fondi a Fregelle, ravvisandosene appena gli avanzi ne’ piani di Lenola, ove conservasi in tutta la sua ampiezza, ed anche vestigie a breve distanza da Pontecorvo.
Oltre del descritto tratto dell'Appia, che. passava per le falde del Massico, un altro se ne ricorda per la falda dello stesso monte presso il villaggio di Piedimonte, il quale tratto perdevasi nella contrada di Contogaro per giungere alla città di Vescia, o piuttosto a quella di Erbano, se la prima città deve riconoscersi nella pianura di Majano, come riferimmo nel num. 8 della pag. 97.
Nella stessa contrada dell'Olivella pur dall'Appia si staccava un’ altra strada, che pe' distrutti villaggi di Quintola e di Derola, e più oltre pel sito di S. Terenziano sopra un magnifico ponte antico di venti archi, detto Ponte Ronaco, menava a Suessa. Essendo questa la più notabile fra tutte le strade per le quali comunicavano i Suessani colle città vicine, è probabile che sia dessa quella che in loro beneficio ed a sue spese apriva l’Imperatore Adriano, secondo questa lapida che leggesi a Sessa:
IMPER. CÆS.
DIVI TRAIANI
PARTHICI FIL.
DIVI NERVAE NEP.
TRAJANI HADRIANI
AVG. PONΤ. ΜΑΧ.
TRIB. POT. VI. COS. II
VIAM SVESSANIS
MUNICIPIBVS
SVA PEC. FEC.
Dallo stesso ponte Tirezio sul Liri, e lungo la sponda di questo fiume, un’altra strada dall’Appia spiccavasi per a Suessa. A' mezzo il suo corso in due rami dividendosi, uno tenendo per la falda del monte Ofelio, che è a breve distanza da Sessa, andava a riunirsi colla via che passava sul Ponte Ronaco, e l’altro prima di giungere a Suessa spartivasi per altri luoghi ancora; e pel villaggio di Ponte e su per le falde del Gauro, dove più visibili ne restavano gli avanzi, andava a congiungersi alla Via Latina fra Teano e Casino.
Del ramo stesso che menava a Suessa un altro se ne staccava a sinistra per menare alla città di Vescia nella pianura di Majano sotto il villaggio di Auruncolisi nelle falde del monte della Serra.
Da Suessa finalmente un’altra strada pur usciva, sulla quale si osservano i sepolcri della città. Menava a Teano correndo per le contrade di S. Sevile, di S. Agata, del villaggio di Cascano, e per quel luogo che da qualche antico edificio è detto Cento finestre.
Via Erculanea. Una strada di questo nome da non confondersi colla Via Ercolana, di cui sarà detto più appresso, è celebrata da Cicerone per le sue delizie. Accedent, egli dice, (De Log. Agr. II. 14.) salicta ad Minturnas, adjungetur et illa vìa vendibilis Herculanea, multarum deliciarum et magnae pecuniae. Fu cosi detta dal tempio di Ercole supposto nella città di Ausona, o piuttosto sopra di essa strada tra Ausona ed Interamna, perchè, secondo il Gesualdo, nella terra di Fratte e suoi dintorni sono tuttora comuni le denominazioni di Ercole a cagione dell’antico culto di questo nume, e nella chiesa inoltre di detta terra leggesi un marmo votivo che ad Ercole dedicava l’Augustale M. Procilio Massimiano in nome del figlio triunviro d'Interamna del tenore seguente:
HERCVLI SACRO
NOMINE
M. PROCILIO
ΜΑΧΙΜΙΑΝΟ
III VIR, INTE
RAMN. LIREIS
IVRI DICVNDO
M. PROCILIVS
AVGVSTALIS
PATER
La detta strada adunque diramavasi dall’Appia a Formio traversando la città di Ausona conduceva ad Interamna, e di là ad Aquino e Casino, ove riunivasi alla Via Latina.
Assegniamo a questa via una distinta trattazione, non perchè fosse distaccata dall’Appia, di cui può considerarsi una diramazione, ma perchè si ebbe corso precisò da Sinuessa a Sorrento, e se l’ebbe lungo la spiaggia della più bella e più classica parte del nostro Regno, val dire dall’uno all’altro estremo marittimo della Campania Felice. Forse per non dissimile riguardo trovasi nel IV libro delle Selve di Papinio Stazio con sì bei colori poetici lodata e descritta da meritare, che anche qui si serbi convenevole ricordanza del più gran bene che i Governi possono procurare ai loro popoli rendendo rotabili le vie de' loro Stati. Bello infatti e sicuro, contro l’usato stile dell’ampolloso autore della Tebaide, è il trasporto dell’ammirazione e della riconoscenza per un’ opera che Domiziano rifaceva per pubblica utilità piuttosto che per lussò e per fine di menomare il disagio alla opulenta signoria di Roma nel trasferirsi alle delizie ond’era sparso il littorale Campano. «Egli (l’Imperatore), dice il poeta, sbarazzando le vie gremite di pioppi, ed abbreviando i lunghi anfratti che avvolgevano i viandanti pe' campi, rende solidi i tratti arenosi col farvi gettar nuovo materiale, godendo di ravvicinare in tal guisa alla Città de' sette colli la dimora dell'Euboica Sibilla, i seni del Gauro e l’estuante Baja. Dove una volta il lento passeggiero portato da un solo asse trabalzava su di una croce penzigliante, e la maligna terra ingoiava le ruote, in guisa che la plebe Latina avea a temere nel bel mezzo delle terre i pericoli della navigazione; dove prima le ruote silenziose ritardavano il corso, ed un languido giumento lamentando il soverchio peso si strascinava sotto l’alta stadera: ora la via, che tutto un giorno vi voleva a percorrere, si discorre in due ore, sicché non moverete più veloci né voi o aligeri per l’aere, né voi o navi pel mare.» (121)
La Via Domiziana adunque incominciava fuori Sinuessa sotto un magnifico arco di trionfo, donde si divideva dall'Appia per dirigersi a Cuma, Baja, Pozzuoli, Napoli, Ercolano, Pompeja, Stabia (?) per le quali tutte passava, e metteva capo a Sorrento.
Si ammirano tuttavia gli avanzi di questa strada tra i ruderi della città di Cuma, sotto il colle su cui sorge l'Arco Felice, e presso l’Anfiteatro di Pozzuoli: ma il più bel tratto ed il meglio conservato che ci dà la più esatta idea della maniera ond’era costrutta, è quello della via che dicesi de' sepolcri a Pompeja, la quale città attraversando, menava a Nola per ricongiungersi con l’altra che per questa passando menava ad Abellino, e di qui alla volta dell’Apulia.
Da Sinuessa a Cuma correva per le campagne poi occupate dalle paludi di Mondragone, dove è da credersi che avessero avuto luogo le opere di prosciugamento cerniate da Stazio con quel verso.
Hi siccant bibulas manu lacunas,
non che le altre dirette a consolidare il suolo mal fermo coni palafitte. Passava presso la foce del pigro Saone probabilmente su di un ponte, di cui non si ha memoria, né si vedono avanzi, come dell'altro sul Volturno, di cui oltre a qualche vestigio si ha pure espressa ricordanza nel citato luogo di Stazio.
Traversando la Via Domiziano per la Selva Gallinaria, per le falde del Gauro e le amene spiagge di Cuma e Puteoli, toccava contrade le più ridenti di tutte le bellezze della natura, e luoghi i più superbi della pompa onde l’umana grandezza avevali decorati. Epperò oltre ai tanti palagi e ville che lungo il suo corso incontravansi, archi di trionfo l’abbellivano e varii templi, edicole, are, sedili (scholae), giardini, portici, alberghi e sepolcri.
Si rileva dalla seguente lapida scoperta fra le rovine di Sinuessa, che volgendo il IV secolo, e propriamente verso l’anno 366, fu questa via restaurata, dal Consolare Giulio Felice:
DD. NN. FL. VALENTINIANI P. F...
SEMPER AVG. ET GRATIANI CÆSARIS
VIAM AQUAR. ILLVVION. ETS...
CTVR. INTERRVMPTAM. AB. SINVESSA
CVMAS VSQVE. IN EAQ. PONTES substruc
SIONESQ. MILL. P. XV.
IVLIVS FELIX
CAMPANIAE CONSVLARIS
Traverse della Via Domiziana. Possono considerarsi come traverse della descritta via le seguenti:
Via Campana. Con questo nome indicavansi due traverse. Una aveva principio presso l’Anfiteatro di Pozzuoli e propriamente dalla piazza ora detta della Malva, ed era detta Via Campana o Consolare, la quale menava a Capua tenendo il suo corso pe' Campi Leborii, dove sono presentemente i villaggi di Quarto e Marano. L’altra pure a Capua menava, ma partiva da Cuma, ed andava ad unirsi e confondersi colla prima, per la quale circostanza si ebbero lo stesso nome.
Via Antiniana. Un’altra traversa da Pozzuoli per Napoli, oltre la via che queste due città per la più breve congiungeva, vale a dire per la Grotta e pel Castello Lucullano, era quella che per più lungo giro vi arrivava, tenendo cioè pe' colli vicini alle due città. Secondo le tracce che tuttavia. ne avanzano, nelle vicinanze di Pozzuoli dirigevasi la stessa pe' monti Leucogei o Solfatura, e per le falde dell'Olibano scendeva per le balze accanto al lago di Agnano, ed indi traversando le vicine campagne, saliva la collina di Posilipo e giungeva ad Antignano. Perciò col nome di Via Antiniana è dagli scrittori patrii indicata, perchè sebbene il colle di Antignano trovisi in alcune carte citate dal Giustiniani detto Antoniano, altri son di avviso che fosse così denominato dall’essere quasi rimpetto al lago di Agnano. Da due colonne miliari scoperte a Seccavo e ad Antignano, una posta al V miglio e l’altra all'VIII da Puteoli, rilevasi che la descritta via fu incominciata da Nerva ed a compimento menata da Trajano. Delle due iscrizioni identiche fra loro ecco la prima.
V
IMPER. CÆSAR. DIVI
NERVAE. F. NERVA
TRAIANVS AVGVSTVS
GERMANICVS. Pontifex
MAXIMVS TRIbunicia
POTESTATE. VI.IMP. II
COS. III. PATER. PATRIAE
INCHOATAM. A DIVO. NERVA
PATRE. SVO. PERAGENDAM
CVRAVIT
Questa traversa medesima o Via Antiniana, giunta ell’era al trivio dell'osteria delle Rose, dividevasi in due rami. Uno era quello che in linea retta per la Grotta menava a Napoli, e l’altro piegando a sinistra sino al ponte dì Fuori grotta saliva per la collina di Wenzel, che dicono Canzanella, donde per la così detta Scampia andava ad uscire alle Case puntellale. Giunta sulla collina del Vomero, dove ruderi scoperti accennano ad antiche ville, scendeva a Napoli in una direzione quasi parallela all'odierna strada dell'Infrascata. Dietro il monistero di Gesù e Maria passava su di un ponte, che dalla sua inclinazione cagionatagli forse dal tempo, prese il nome di Ponte Curvo, per cui Pontecorvo oggi si appella quella contrada; e di là scendendo andava a metter capo nell’antica piazza di Nido, dove, e propriamente ove poi surse l’obelisco di S. Domenico, fu appunto la Porta Puteolana.
Via Ercolana. Infine più per serbare memoria di un’ altra particolare denominazione di via, che di un’altra traversa, facciam qui parola, come testé promettevamo/della Via Ercolano. Era dessa quel tratto della Via Domiziano che da Napoli passava alla prossima città di Ercolano. Se ne veggono ancora gli avanzi nel luogo detto Pazzigno in vicinanza delle paludi di S. Giovanni a Teduccio e ad un miglio circa dal ponte della Maddalena, e son dessi in tutto simili a quelli della Via Appia. Presso il detto villaggio si rinvenne una colonna miliare, che ora si vede nella sua Chiesa; e dai nomi degl’Imperatori che vi si leggono rozzamente scolpiti può supporsi che la detta via fu restaurata verso là metà del V secolo. Eccola nell’esattezza del suo tenore:
DDD NNN SSS
BALENTINΙΑΝΟ
THIODVSIO ET
ARCADIO
BONOREIPѴВСЕ
NATE
CONTINUAZIONE DELLA VIA APPIA DA CAPUA IN POI,E RETE STRADALE NELLE REGIONI MERIDIONALI DEL REGNO |
Le vie fin qui descritte si sono distrigate alla meglio che si è potuto colla guida de' nomi e delle tracce superstiti all’oblio ed alle ingiurie del tempo. Le altre che vanno a descriversi, presentando maggiore imbarazzo più per la loro moltiplicità, per cosi dire, che per lo studio di precisarle, tra i diversi metodi onde trattarne colla dovuta chiarezza e percorrerle senz’avvilupparci nella loro rete, il più plausibile n’è paruto il seguente. Ponendoci sottocchio la rete medesima, come dalla Carta Topografica antica apparisce, abbiam potuto in essa rilevare alcuni principali nodi, che considerati come tanti centri di vie confluenti o raggianti, ci han porto il destro di andarle tutte descrivendo con quella chiarezza che n’ è stato possibile di raggiungere senz’alcuna preterirne di quante se ne conoscono finora
Cotali nodi o crocicchi principali sono:
Nella Regione Campana CAPUA,
Nel Sannio BENEVENTO,
Negl'Irpini EQUOTUTICO ed ECLANO,
Ne' Picentini SALERNO
Nella Lucania OPPIDO, POTENTIA, ANXIA, CELIANO E NERULO.
Nella Messapia BRUNDUSIO,
Nella Peucezia EGNATIA,
Nella Daunia VENUSIA, CANUSIO, ERDONEA E SIPONTO.
Nei Frentani GERIONE.
Delle sette porte dell’antica città di Capua le altrettante vie, che ne uscivano per diverse direzioni, erano queste a contare fra esse anche l’Appia medesima, che entrando per la porta verso Casilino era forse anche detta 1. la Via Casilinense, 2. la Via di Diana, 5. la Via di Giove, 4. la Via Liternina, 5. la Via Cumana, 6. la Via Atellana, e 7. la Via Appia che uscendo dalla porta Albana menava a Calazio, ed era principio della Via Aquilia.
Essendo la prima di queste sette vie la continuazione dell’Appia che dicemmo da Sinuessa menare a Capua, fa d’uopo qui seguire questo tratto per quei luoghi che attraversava, segnandone le distanze ed i particolari che se ne conoscono.
Chi dall’Ausonia o Nuovo Lazio passava nella Campania battendo la via Appia, à IX miglia antiche da Minturna incontrava Sinuessa. Al ponte sul Volturno a due miglia da quest’ultima città, e propriamente verso Rocca di Mondragone che surse dalle rovine della medesima, l’Appia incontravasi colla via Domiziano. A quattro miglia da Sinuessa, secondo l’Olstenio, seguivano gli alberghi Cedizii cosi denominati dalla vicina borgata detta Carità, che era probabilmente sulla sinistra della via Appia. Dopo il IX miglio da Sinuessa, secondo l’Itinerario Gerosolimitano, o meglio dopo l’VIII, secondo una colonnetta miliare, passava l’Appia il Savane sul Ponte Campano, che esser doveva non lungi dal luogo detto Molino de' Monaci a cinque miglia da Carinola. A III miglia antiche dal detto Ponte sul corso della stessa via trovavasi la piccola città o borgata che aveva nome di Urbana. A VI miglia dalla stazione Ad Nonum, che era tra Urbana e Casilino veniva questa città, che il Volturno divideva in due parti fra loro congiunte per mezzo di un magnifico ponte. Di esse quella a sinistra del fiume fa parte della Capua odierna, dove presso il ponte ed a manca di chi vi entra per la porta Romana leggesi la seguente lapida posta in onore di M. Aurelio Antonino per aver ristorato quel tratto dell’Appia rovinato dall’escrescenze del Volturno.
Imper. Caesar M. AVRE
lius ANTONINVS PIVS
Felix Aug. PARTHICVS MAX
BritanniCVS MAX P.M.P.P.
COS. III DESIG. IIII
VIAM INVNDATIONE AQVAE
INTERRUPTAM RESTITVIT
A III miglia da Casilino seguiva la Capua antica, ove come dicemmo, aveva il suo termine originariamente la Via Appia. Vi entrava quindi per la porta Casilinense, ed attraversato il Foro Albano, usciva dalla porta di questo nome per Calazia, donde oltre proseguiva secondo le direzioni, cui terremo dietro dopo di aver discorso delle altre cinque vie che pe' dintorni di Capua menavano.
Usciva questa via dalla porta Fluviale che guardava il Nord, e dirigevasi al vico e tempio di Diana sul monte Tifata. Perchè la detta porta era verso il fiume, gli storici Capuani chiamavano la medesima anche Fluviale, di cui la seguente lapida scoperta presso al Teatro ricorda ehi a sue spese fece selciarla:
GN. LARTIO
GABINIO P.F.
PAL FORTVITO
DICTATORI LAN
II. VIR CAPVAE
QVOD VIAM DIANA
PORTA VOLTVRN
AD VICVM VSQ. SVA
PEC. SILICE STRAVER
OB MVNIFIC. EIVS
D.D.
Fu questa cosi denominata dalla Porta di Giove, perchè da essa tendeva al tempio di questo nume posto anche sul monte Tifata. Era pur detta Aquario dal perchè fiancheggiava il dentro lato dell'acquidotto.
Erano così dette dalle porte omonime a Literno e Cuma colle quali città, comunicavano. La via Liternina però era pure e più propriamente chiamata Via Vicana, perchè da Capua uscendo menava dritto al Vico Fenicolense, oggi detto Vico di Pantano, dove si divideva in due rami, uno verso Literno e l’altro verso Cuma, Sepolcri avanzi si veggono ancora della Via Vicana, col qual nome era distinta fino ai tempi del medio evo.
Dalla porta dello stesso nome usciva questa via che incontrava dopo il IX miglio da Capua la città di Atella, e dopo altri IX la città di Napoli.
La Via Appia che dalla porta Albana dell’antica Capua usciva nella direzione per Calazia, e di qui per Suessola, Nola, e Nuceria menava a Salerno, a Picentia, e quindi la Lucania attraversando ed i Brusii, arrivava sino a Reggio, quantunque trovi nell'Itinerario di Antonino segnata col nome di Iter ab Urbe, Appia via recto itinere ai Columnam (Rheginam), si ebbe nondimeno e con ragione il nome che qui porta di Via Aquilia dal suo Autore. Il Proconsole Marno Aquilio Gallo (122) quello stesso, che Pretore in Sicilia pose termine alla seconda guerra servile, o piuttosto sedizione ivi suscitata dal pastore Atenio, curava di farla costruire per sì lungo tratto, come dal celebre marmo di Polla si rileva, che qui trascriviamo.
M. AQVILIVS. M. F. GALLVS. PROCOS VIAM. FECEI. AB. REGIO. AD. CAPVAM. ET IN. EA. VIA. PONTEIS. OMNEIS. MEILIARIOS TABELLARIOSQVE. POSEIVI. HINCE.SVNT NOVCERIAM. MEILIA. LI. CAPVAM. XXCIII MVRANVM.LXXIII.COSENTIAM. CXXII VALENTIAM. CLXXX. AD. FRETVM. AD STATVAM. CCXXXI. REGIVM.CCXXXVII SVMA.A.F. CAPVA.REGIVM. MEILIA. CCC XXI
ET. EIDEM. PRAETOR. IN
SICILIA. FVGTEIVOS. ITALICORVM CONQVAEISIVEI. REDIDEIQVE HOMINES DCCCXVII. EIDEMQVE PRIMVS. FECEI. VT DE AGRO. POPLICO ARATORIBVS. CEDERENT. PAASTORES FORVM. AEDISOVE. POPLICAS. HEIC. FECEI
Su di questa importantissima via, tale divenuta fin da che il riferito marmo di Polla (123) per tale venne a chiarirla, occorre intertenerci alquanto lungamente per illustrarne un bel tratto. il quale sarebbe stato il tormento degli scrittori, se non si fossero cavati d’impaccio ricorrendo alla supposizione di errori da parte de' copisti nelle cifre, che negli antichi Itinerarii disegnano le miglia, ed anche nelle stesse denominazioni de' luoghi. Noi dunque cercheremo di conciliare alla meglio le distanze miliari come stanno nel trascritto marmo con quelle che rilevansi dall’Itinerario di Antonino, profittando di un inedito lavoro, che il lodato signor Pietrantonio Abatemarco ci ha esibito per giovarci di parecchie sue investigazioni. Con esse e con altre indagini nostre sul proposito ci affidiamo di riuscire a render ragione della differenza delle miglia ed al più possibile accordare le discrepanze che si notano ne’ due cennati documenti, val dire nel marmo e nell'Itinerario anzidetti. E siccome coteste ricerche poggiano sulla conoscenza dell'attuale topografia della Valle di Diano in Principato Citeriore, e sulla rettifica dell'antica; cosi ci è forza di riassumere nel più sobrio modo l’insieme delle sue scoverte non senza correlative nostre osservazioni sull'argomento per preparar gli animi de' nostri lettori a convenire nelle deduzioni che se ne traggono.
La Valle di Diano nella sua lunghezza da mezzogiorno a borea è fiancheggiata dalla catena Appenninica a levante e da altra più bassa catena di montagne a ponente. Sorgono alquanto sopra alle falde delle due catene otto paesi, quattro cioè dall'una e quattro dall'altra parte, quasi simmetricamente situati di quattro in quattro miglia e l’uno a fronte dell’altro. Essi sono: Montesano, Padula, Sala, ed Atena sulla costa orientale della Valle; Buonabitacolo, Sassano, Diano e S. Rufo sulla costa occidentale. In siti meno eminenti veggonsi due altri paesi negli estremi longitudinali della Valle medesima, cioè Casalnuovo a mezzogiorno e Polla a settentrione di essa.
Il fiume Calore, che ha origine nel tenimento di Lagonegro, entra nella Valle dalla parte meridionale e la discorre in una linea parallela alla lunghezza di essa, Vi formerebbe un vastissimo lago, se le acque del fiume non avessero l’esito per due sotterranei meati o cunicoli (124). Per uno di essi detto Foce, che è ad un miglio e mezzo prima dì Polla, una picciola parte s’immette, ed ha esito probabilmente ad Ottati nell'altra attigua Valle di S. Angelo Fasanella nel Cilento. Per l’altro detto le Crive, perchè sono più buchi a piè di una collina sul cui pendio è situata Polla, si perde il Calore; e dopo due miglia di sotterraneo cammino sbuca in parte da certe grotte dirimpetto il secco fossato riempiuto dalla mole del famoso ponte di Campestrino, e pel dippiù fragoroso e spumante scorga alla Pertosa (125).
Sul descritto fiume varii scrittori han preso degli equivoci denominandolo chi ad un modo per una parte del suo corso, e chi di un altro per l’altra. Le stesse carte geografiche e corografiche moderne non ne vanno esenti. Malgrado adunque l’autorità di quelli e di queste ci facciamo il merito di rettificar qui i loro sbagli coscienziosamente assicurando i nostri lettori, che il fiume si addimanda Calore per tutto il visibile suo corso, val dire dalia sua sorgente sino a Polla. È poi detta Tanagro (126) quella parte di xxxx(isso che esce ad Ottati, non già quello che sbuca alla Pertosa, dal qual punto in sino a che influisce nel Sele chiamasi Negro, quasi per antitesi del fiume Bianco, che è pur detto Botte di Picerno, e che con esso si unisce a qualche miglio da Pertosa.
Giova inoltre qui ricordare dell'altro Calore, che sorge presso le Piaggine, Magliano, Felitto e S. Lorenzo, e discorre il Cilento dal Sud al Nord. Questo si scarica parimenti nel Sele, dopo aver con esso stretto in mezzo le Reali tenute di Persano.
E utile infine far osservare che la catena de' monti, onde a ponente è chiusa la Valle di Diano, si; abbassa per modo tra Diano e S. Rufo da offrire un comodo sentiero, pel quale si rende agevole la comunicazione tra la Valle anzidetta e quella di S. Angelo Fasanella.
Fissata così la individuazione della parte idrografica passiamo ora a rettificar quella dell'antica topografia per le località poste lungo la Valle medesima e sul corso della Via Aquilia per la Lucania.
Contro quel che ci troviamo averne scritto seguendo i Topografi che ne han preceduto, il signor Abatemarco è dì avviso doversi supporre vicino Sala non già Marcelliana ma Consilina, in luogo di Consilina all’oriente di Padula fissare Acerronia, porre Marcelliana tra Padula e Montesano, una città di Chiusi sotto di quest’ultimo e Cesariana in fine non in Casalnuovo, ma tra Lagonegro e Lauria. Adottiamo questa rettifica, perchè in ammetterla, sebbene non facciamo che sostituire una supposizione ad uri’ altra pure tenendoci a questa seconda rendesi meno intrigata la soluzione dell’imbroglio che s’incontra in questa parte della Lucania, malgrado che tanti scrittori se ne siano occupati. Né poi l’avviso del signor Abatemarco è fondato su di un’ ipotesi arbitraria, come parrebbe doversi credere dal modo onde l’abbiamo enunciato. Le ragioni che glielo hanno suggerito, e che qui sommariamente soggiungiamo, sono di tal momento che han meritato di occupare in questo luogo quel posto che Toro sarebbe convenuto altrove, se le avessimo conosciute in tempo che della Topografia della Lucania scrivevamo. i nostri lettori nel seguirci in questa necessaria digressione rammenteranno che lunghesso i pubblici cammini s’incontravano delle traverse, direrticula, così detti dalle case di amici (diversoria) ivi poste per offrire ospitale ricetto ad amici viaggiatori; e sian certi che dopo aver profittato delle gentili esibizioni del nostro eruditissimo amico, senz’abusare della loro compiacenza ci rimetterem tosto de diverticulo in viam.
Oltre alla cennata immigrazione dei Beozii nella Valle di cui ci occupiamo, si ha ragion di credere a due altre posteriormente avvenute, una de' Sanniti e l’altra dei Campani. La denominazione del fiume Calore ripetuto nelle consimili valli di Diano e di S. Angelo Fasanella per l’omonimia coll'altro, che scorre fra gl’Irpini e va a perdersi nel Volturno (ripetizione ancor esso dell’altro Calore che scorre vicino Campobasso, primaria sede Sannitica di cui ci parli la storia) come non lascia dubitare della presenza dei Sanniti venuti a stanziarvi; così neppure mette in dubbio l’arrivo e l’occupazione dei Campani nel luogo medesimo in tempi posteriori.
Deducesi che questi ultimi abbiano avuto delle pertinenze nel Cilento, e di qui siansi estesi ad occupare anche tutta o parte defila Valle di Diano, dal perchè tra Padula e Montesano vi ha una contrada che tuttora ritiene la denominazione di Capuana (127). Vicino a questa un’ altra località ha pur nome di Marcellino, che offre segni manifesti di luogo abitato e poi sommerso da alluvioni.
Questi due nomi, Capuana e Marcellino, prendono risalto da alcuni documenti storici e lapidarii. Tito Livio (lib. XXXIV a p. 21) nel riferire le colonie, che nel 558 di Roma furono d ‘dotte in varie. regioni, si esprime così: Cotonine civium Romanorum eo anno deducine sunt Puteolos, Vulturnum, Liternum, treceni homines in singulas. Item Salernum Buxentumque cotonine civium Romanorum deductae sunt deduxere Triumviri T. Sempronius Longus qui tum COS. erat, M. Sercilius, Q. Minulius Thermus. Ager divisus est, qui Campanorum fuerat. Sipontum item ì in agrum qui Arpinorum fuerat, catoniani civium Romanorum alii Triumviri, D. Junius Brutus, M. Bebius Tamphilus, M. Helvius deduxerunt. Tempsam item et Crotonem civium Romanorum cotonine deductae: Tempsanus ager de Brutiis captus erat. Brutii Graecos expulerant, Crotonem Graeci habebant. Triumviri Cn. Octavius, L. Aemilius Paulus, C. Pletorius Crotonem: Tempsam L. Cornelius Merula et C. Salonius deduxerunt. Dal qual luogo dello Storico è chiaro che l’agro Campano diviso ad una delle Romane Colonie trovavasi nel territorio di Bussento.
Ma qual relazione ha mai, si dirà, quest’antica città marittima con la Valle di Diano che ne dista ben dieci miglia? — Eccola:
Tra Bussento e la Valle di Diano non vi è stata altra antica città. Se vi apparisce una Sontia divenuta poi Sanza, è sì debole al filo cui si attacca la probabilità della sua antica esistenza, da non contarci più che tanto (128). Indipendentemente da ciò consta che da tempo immemorabile tra i Comuni, che presero origine da Bussento, ed il Comune di Montesano è durata fino al 1808 promiscuità di pascolo nelle rispettive campagne. Non è quindi improbabile che una tale promiscuità derivi da comunanza di possesso che si ebbero delle terre poste in mezzo a Bussento ed a Montesano, anche perchè quivi oltre della contrada detta Capuana vi ha pure l’altra detta Marcellino, dove è chiaro di essere stata Marcelliana dai ruderi che se ne osservano sepolti da alluvioni. Ciò provasi per ora da una felice coincidenza di' un Claudio Marcello, che fra le altre volte fu Console nell’anno di Roma 556, e dalla circostanza di essere stata proposta nel 555 la legge, colla quale le colonie Romane summentovate furono proposte ad essere dedotte. Ecco il luogo di Livio medesimo che così dice nel cap. 20 del lib. XXXII: C. Acilius Trib. pi. tulit, ut quinque colonia in oram maritimam deducerentur: duae ad ostia fluminum Vulturni Liternique, una Puteolos, una ad castrum Salerni; his Buxentum adrjectum, tricenae familiae in singulas colonias jubebantur misti, triumviri deducendis iis... creati Marcus Servilius Geminus, Q. Minutius Thermus, T. Sempronius Longus. Dal quale luogo vuolsi inferire, che se la legge intorno la deduzione delle dette colonie fu proposta nel 555 ed eseguita nel 558, ed un Claudio Marcello fu Console nel 556, è molto probabile che in grazia di averla forse questi fatta approvare, uno stralcio della colonia destinata a Bussento nell'occupare l’estrema parte dell'agro che arrivava fino alla Valle di Diano avesse, dove dicono tuttavia Marcellino tra Montesano e Padula, dato origine ad una borgata di tal nome poi trasformato in Marcelliana.
I documenti lapidarii che rafforzano tutte queste congetture sono i seguenti
P. PESCENNIO. P. F.
SECVNDO. III. VIR. I. D.
QVOD. AGRVM. LVCAN.
RECIPERAVIT. SINE
IMPENSA. REIPVBLICAE
SEN. CONS.
Da questa iscrizione, giù riportata dall’Antonini, deducesi che conservandosi essa a Capua, se non proprio i Capuani, i Campani almeno han posseduto in Lucania un agro vettigale, e che il nome di Capuana restato ad una contrada tra Montesano e Padula può dirsi fina derivazione di un cotal possedimento.
Dalle penultime due linee del riferito marmo di Polla, in cui M. Aquilio Gallo dice di sé:
PRIMVS. FECEI. VT. DE. AGRO. POPLICO
ARATORIBVS. CEDERENT. PAASTORES
e da quest’altro monco marmo (che vedesi fabbricato in un muro della chiesa di S. Pietro in Diano, quivi da quegli eruditi supplito in quanto alle parole corrose dal tempo con queste che risentono di trivialità)
LVX. SILVIVS a Senatu Romano missus
IDEM STAGNO cursum dedit (129)
IDEM ARMA abstulit inter pastores et aratores
che secondo la testimonianza di Marino Freccia, Consigliere sotto il Regno dell'Imperator Carlo V. accennava ad un concetto analogo sebbene inverso a quello contenuto nelle citate due linee del marmo di Polla; —puossi inferire che la mentovata promiscuità di pascolo tra i paesi originarii da Bussento e quelli posti nella Valle di Diano vigeva da tempo immemorabile. Ecco infatti come in proposito ne lasciò scritto il chiarissimo giureconsulto nella sua opera, De Subfeudis (IL 44 fog. 577): Dum essem ego in valle Diani inspecturus limites agrorum terrae praedictae et Domini Baronis, Sancti Retri marmo reum quoddam saxum reperit, in quo quaedam legi poterant verba, et Vallis Rationis legebatur, ob quod Vallis Diani, Vallis Rationis nuncupabatur, dum inter pastores et aratores quaestio esset in pascendo vel arando; destinato a Romanis Consule decretum fuit, ut Pastoribus cederent Aratores (130), et in eadem Valle ingens copia pecudum a mense aprilis pascua sumit.
Dai riportati documenti ed iscrizioni vuolsi non altro ricavare che le vertenze tra pastori ed agricoltori, se furon cosa tanto seria da meritare che se ne facesse menzione su i pubblici monumenti, non dovevano limitarsi a quelle de' soli abitanti della Valle di Diano. Il Foro istituitovi da Manio Aquilio Gallo comprender doveva sotto la sua giurisdizione anche territorii adjacenti, ed in ispecie quello tra Montesano ed i paesi derivati da Bussento secondo la tradizione della citata antichissima promiscuità de' pascoli venuta a cessare non prima del 1808. Questa deduzione ci servirà di addentellato a quanto segue, che è pur preparazione ad altri argomenti, ai quali è in ultima analisi raccomandato l’assunto che proposti ci siamo di dimostrare.
Esiste da qualche secolo sotto Montesano un sobborgo col nome di Arenabianca originato dell'aggregarsi ivi quei coloni cui non tornerebbe utile dopo le fatiche campestri del giorno salirsene fino a Montesano la sera, e perdere altrettanto tempo in discenderne la mattina per tornare ai lavori. Ora quello che ha luogo a questi tempi, ha potuto essere anche in tempi passati e per la ragione medesima; perchè di tutti i paesi, che sono intorno intorno ed immediatamente su i bordi della Valle, solo dalla parte di Arenabianca parrebbe di aver avuto luoghi abitati in non poca distanza dalla pianura. Infatti, se Montesano, giusta la tradizione avvalorata dalla forza del nome, venne a formarsi da gente che abitando in sito più basso, e quindi sotto l’influenza immediata de' miasmi della Valle di Diano, fu costretta a cercare un sito più salubre; ciò mena a supporre che qualche grossa città antica o più borgate trovar si dovevano in quelle vicinanze. Per avventura offrono argomenti di esservi state realmente e l’una e le altre insieme non solo lo locali circostanze e le rispettive denominazioni; ma anche i ruderi che ne avanzano, gli oggetti antichi con parecchie iscrizioni rinvenutevi, e i documenti infine tratti dalla Ragion Canonica e da altro.
Nel territorio ad occidente di Montesano e propriamente su per le varie ineguaglianze della estesa falda, che sporge e si slarga sul bordo orientale della Valle, son tuttavia visibili i segni di ben quattro luoghi abitati, l’uno dall’altro distinti e siffattamente fra loro vicini da indurre a credere, che abbiano negli antichi tempi formato un sol corpo sotto il riguardo amministrativo. Il centrale di esso è conosciuto col nome di Chiusa. Degli altri tre, da quest’ultima quasi equidistanti qual più qual meno di un miglio, quello che era a mezzogiorno di Chiusa e verso S. Alaria di Cadosso, occupava il sito che dicono Prognocco, quello che ne stava a ponente e verso Buonabitacolo, occupava il sito che chiamano Tavolilo, e quello che era tra settentrione e ponente, sorgeva dove la località ritiene il nome di Marcellino.
A ciascuno di questi quattro siti han corrisposto altrettante Abbazie erettevi da remotissimi tempi, cioè quella di S. Pietro de' Basiliani alla Chiusa, di S. Maria di Cadosso dei Benedettini al Prognocco, un’altra de' Basiliani al Tavolilo, ed un’ altra pur de' Benedettini, poi detta di S. Simeone, al Marcellino, dove il suolo, su cui propriamente era eretta, dicesi presentemente Pantano di S. Simeone (131).
Nella Chiusa (che fia bene dir Chiusi da Clusium, perchè sotto il derivativo di Clusionatus. se ne trova menzione ne’ documenti scritti) incontrasi gran quantità di tegole ed al di sotto avanzi di muraglie sfabbricate; a poca distanza il luogo de' sepolcri, in uno de' quali fra gli altri oggetti trovaronsi quattro lance di pietra dì forma similissima a quelle di ferro; ed in fine parecchi marmi letterati ma illeggibili meno che per la parola EXENSEM in uno, e per queste smozzicate parole in un altro:
NSDTREX
SVMMVM QVİNQVE
MONUMENTI
IVNC STARBI
SIC VINLANI
Sì questa città, o borgata che dir si voglia, come le altre tre, appariscono evidentemente sepolte da alluvioni, che han seco portato il terriccio dei monti, che le dominano alle spalle.
Nel Prognocco le acque stesse che una volta ne ricoprirono l’abitato, ne han fatto scoprire sepolcreti, capitelli di ordine corinzio ed altri segni di architettonici lavori.
Nel Tavolito, oltre alle tegole mattoni e ruderi di fabbrica, si osserva un’antica fontana che mena tuttavia l’acqua, e consiste in una vasca di creta di figura piramidale capovolta, come una tramoggia dal cui fondo l’acqua si eleva.
Nel Marcellino finalmente, oltre la prodigiosa quantità di tegole, alle falde del colle, il cui nucleo è formato di abitazioni interrate, si sopo scoperti un muro laterizio di un edificio che va sotto il nome di S. Pietro a Veterano, un pezzo di marmo con la’ parola viventi, molti pezzi enormi di pietre lavorate a forma parallelepipeda, cippi, capitelli, fusti di colonne infrante e rovesciate. Nel piano attiguo al detto colle si son pure scoperti un acquidotto, vasche di fontana, bagneruole di stagno con bassirilievi all'esterno, monete, anelli, corniole, ghirlande, braccialetti, collane, cateniglie ec. Da ultimo per segno dell'avvenuto interrimento è notevole in distanza del colle ad un tiro di schioppo la cima di una doppia linea di muragliene col terrapieno in mezzo, e l’estremità di una torre, il cui sporto o specie di cornicione si eleva da terra non più che quattro palmi.
Tutto induce a conchiudere, che delle quattro descritte borgate le due, che presentano sembianza di città, sono la Chiusi ed il Marcellino; tanto più che ad una tale induzione aggiungono una pruova irrefragabile i documenti che seguono:
1. In una lettera di Gelasio Papa ai Vescovi Erculanzio, Stefano e Giusto, che è riportata nel Decreto Dist. LIV Cap. X leggesi:... Nuper etenim Rectores illustri feminae Placida pelitorii oblatione conquesti sunt Sabinum MARCELLIANENSIS sire CLUSIONATUS urbis Antistitem Antiochum serrum juris patronae suae (absentis domina e occasione captata) ad presbyterii honorem usque pervexisse, ejusque fratrem Leontium clericali officii privilegio decorasse
2. In un’altra di Papa Pelagio a Giulio Vescovo di Grumento, riportata anche nel Decreto di Graziano (Par. I. Distinct. LXIII. cap. XIV.), leggesi: Literas caritatis tuae suscepimus, quibus significa Latinum Diaconum tuum ad episcopàtum ecclesiae MARCELLIANENSIS, a Clero et omnibus, qui illic conveniunt, postulavi. Hoc itaque dicimus, ut si omnes eum eligunt, et vis eum concedere, gratum nobis esse cognosce; et si post ante diem sanctum...
3. In un’altra dello stesso Papa a Pietro Vescovo Potentino (Distinct. LXXVL cap. XII.) è scritto: Dilectionis tuae scripta suscepimus, quibus significa Latinum Ecclesiae Grumentinae diaconum ad episcopatum MARCELLIANENSIS ecclesiae sive CLUSITANAE ab omnibus fuisse electum quod jam ante hoc tempus retulisti, et jussimus ut venire, credente eos de persona ejusdem ab episcopo suo dimissorias eccepisse.
4. Negli atti di S. Laviero martire di Grumento scritti nel 1161 da Roberto de Romana di Saponara, nella cui Chiesa Collegiata sì conservano, e dall'Ughelli son anche riportati dove parla de' Vescovi di Marsico, coerentemente a queste riferite testimonianze si legge: Crescebat in dies devotio populi Grumentini, et viri ecclesiastici in urbe virtùtibus et doctrina fulgebant; qua re Damatus Papa sanctissimus sedem constituit episcopalem, episcopumque creavit Sem pronium Atonem Grumentinum... Sub Grumentini Praesulibus in dies Sancti (Laverii) devotio augebatur, et praecipue (sub) Juliano Patoma cum esset custos sacrae aedi Sanctissimi Martyris Latinus de Theodoras, qui obinsignem doctrinametvita sanctitatem conspicuam ad episcopatum MARCELLIANENSIS ecclesia qua et CLUSITANA dicitur, fuit postulata et assumptus...
Negli Atti del martirio de' dodici fratelli Beneventani, che si conservano nell’Archivio della cattedrale di Potenza, è detto che i mentovati dodici Martiri da Cartagine furono trasportati in Sicilia, da Messina sbarcati a Reggio, e di qui attraversando la terra de' Bruzii toccarono Locri, Cosenza, Scilacio (sic). Quivi comandò Valeriano alle scorte di trattarli più umanamente, affinché potessero giungere vivi a Massimiano in, Roma, quatenus eos posset Maximiano Romam per ducere. Moventes inde Grumentum profecti sunt et che altero MARCII IANUM properantes, deinde ad civitatem venerunt Potentiam; ubi audiens quod Imperartor Aquileja esset extinctus, qualiter eos in praesenti perderet, coepit excogitare. — Sedens igitur Valerianus prò tribunali... (132).
Dai quali documenti resta ad evidenza dimostrato che due località, col nome di Marcelliana l’una e di Chisium l’altra, furon tanto tra loro vicini, quanto il lasciano scorgere gli avanzi de' ruderi dianzi descritti e tuttavia conosciuti dar Montesanesi sotto la denominazione di Marcellino e di Chiusa. Senza la quale vicinanza non avrebbe potuto nominarsi l’una promiscuamente coll'altra, il che certamente derivava dall’essere state amendue di eguale importanza politica, la Chiusi per antichità e la Marcelliana forse per imponenza di abitato. E non altrove supporle. conviene che vicine a Grumento, col cui territorio erano anticamente limitrofe; poiché i soggetti ecclesiastici, la cui promozione all'Episcopato facevasi per postulazione del Clero e del Popolo, esser dovevano o dello stesso luogo o di paese viciniore; altrimenti non sarebbero state conte le virtù, la scienza e la carità che in ossi richiedevansi, ed a riguardo delle quali doti erano prescelti.
Saremmo ora in grado di qui chiudere la digressione e riprendere l’interrotto cammino, se per meglio confermar le scoperte fatte non ci convenisse dileguare alcuni dubbii o piuttosto preoccupazioni, chi l’autorità degli ultimi Topografi ingerir potrebbe in coloro, che tengono alla scrupolosità di siffatte ricerchi. Sorgono tali dubbii m considerando che la Marcelliana, la quale per le cose fin qui discorse si è fissata tra Padula e Montesano, secondo Romanelli sarebbe stata tra Sala e Padula. —Esaminiamo le fonti, cui attinse l’illustre Autore (133). — Per lui la primitiva idea di Marciliana (134) è dall'Itinerario di Antonino. Non trovandola nel VI frammento della Tavola di Peutingero si permise di correggervi Nares Lucana in Marciliana; e la fissò vicino Sala a ciò indotto dal seguente passo della lettera di Atalarico a Severo presso Cassiodoro (135). In essa dopo di essersi dato ragguaglio di certi abusi soliti ad accadere nel celebrarsi un famoso, mercato nel giorno di S. Cipriano, si raccomanda di prevenirli, ed indi si passa a descrivere un miracoloso fonte ivi esistente per uso di battezzarvi. Eccone le parole: Est enim et locus ipse camporum amoenitate distentus, suburbanum quoddam CONSTUNATIS antiquissima civitati, qui a conditore sanctorum fontium MARCILIANUM nomen accepit. Hic erumpit aquarum perspicua et dulcis ubertas, ubi in modum naturali antri absidis fabricata concavita sic perspicuo liquores emanat, ut vacuum putes lacum, quem non dubita esse plenissimum... In pruova della verità di quanto in queste parole si contiene soggiungiamo, che le descritte acque son quelle appunto che oggi chiamano di Fuonti, il cui corso separa il territorio di Sala da quello di Padula derivando dalla cappella di S. Giovanni in Fonte riedificata un secolo fa sulle fondamenta di un atterrato antico edificio, secondo che ne fa fede Costantino Gatta. Vi si osservano inoltre i segni di un antico condotto, ovvero alcune chiavi che davano o niegavano l’acqua per farla elevare o abbassare in quella specie di piscina, in cui forse per immersione battezzavasi. La pianura, dove il mercato aveva luogo, chiamasi ancora Aja Marcigliana; vi sono altresì visibili le tracce di lungo muro colle casette o logge che vi erano addossate per uso de' venditori di merci (136), e sul pendio di un colle all'orlo della detta pianura è la vetustissima cappella di S. Cipriano. Tutte le quali circostanze si accordano così bene colla descrizione, che se ne legge nella citata lettera di Atalarico, da poter benissimo rinunziare ad ogni supposizione di città ivi esistita, la cui memoria, per non dire i suoi avanzi, non doveva essere tanto obliterata circa il 550 da far dire a Cassiodoro, il segretario del Re e quindi scrittore della lettera, che il luogo era suburbano a Consilina, ed era detto Marciliano dal nome del costruttore del sacri fonti, mentre dice che Consilina era antichissima città. Da una tale lettera adunque, scritta con tanto precisa cognizione de' luoghi che de seri ve, resta confermato che la Consilina era vicinissima ed a mezzogiorno di Sala, non già a mezzogiorno di Padula, ove probabilmente fu invece Acerronia, e. che Marcelliana in fine fu dove è il Marcellino, come oggi lo dicono i naturali di Montesano, nel cui territorio l’abbiam riconosciuto e descritte.
A compimento della qui restaurata antica topografia della Valle di Diano resta a dire qualche parola di Cesariana, gratuitamente supposta in Casalnuovo, all'ingresso cioè della detta Valle a mezzogiorno, non senza alterar le miglia dell’Itinerario di Antonino portando per nessuna ragione al mondo a XIV le VII miglia, onde distava da Blanda, e riducendo ad XI le miglia XXI da Marcelliana.
Guardinghi come siamo in permetterci di cotali correzioni, perchè supporre errori nella parte essenziale di un lavoro, preciso dove non è necessario supporne, è vigliacca imitazione di colui che secò in vece di sciogliere il nodo, stimiamo miglior partito quello di attenerci ad una divinazione dello stesso signor Abatemarco. — Secondo un’inedita memoria di Luigi Falcone su Lagonegro è indubitato che ad oriente ed a due miglia da questo Capoluogo di Distretto, e proprio dove nel tenimento di Rivello dicono la Città, che è fra le contrade di S. Brancata e Piana de' Pagani (!) presso il villaggio di Bosco, fu un luogo abitato; ed infatti oltre di esservisi rinvenute delle statuette di bronzo, delle monete, ed altre anticaglie, si distinguono fra le vestigie di antiche fabbriche laterizie anche quelle di un Circo. Quivi al nostro benemerito Andrea Lombardi parve potersi supporre il Vico Mendicolco sol ricordato senza nota di distanza tra Nares Lucana e Nerulos nella Tavola di Peutingero. Ma poiché la Cesariana (nella citata Tavola erroneamente (?) Ceserma) nell’Itinerario di Antonino è al XXI miglio da Marcelliana, se quest’essa devesi riconoscere nel Marcellino, il cui punto topografico corrisponde a poco più dell'82° miglio da Napoli sulla Consolare per le Calabrie, e quello della Città presso Bosco vicino Rivello è al 99 miglio dallo stesso punto di partenza; per ragion di' distanza quindi. non altrove cader deve la Cesariana che nella Città suddetta, dalla quale sino a Blanda vicino Maratea corrono appuntino le VII miglia antiche segnate nella Tavola.
A questi argomenti se si desidera aggiungere pur quello dedotto dalla ragione del nome, invitiamo a riflettere che tre famosi Romani, quali un Marcello, un Silla, un Cesare, improntarono del loro nome tre località che si toccano, quali appunto Marcelliana, il ponte di Silla e Cesariana.
Venuti al termine delle! topografiche indagini siamo ora nel caso di ripigliare l’interrotto filo significando il nostro intendimento di mettere al più possibile in accordo l’Itinerario del marmo di Polla con quello di Antonino. E poiché una tale operazione non è possibile senz’aver sott’occhio quella parte dell'uno che serve al confronto dell'altro, così ci è d’uopo qui riportar quella propriamente che tocca i luoghi tra Capua e Reggio, anche perchè dopo aver precisato dove sono i due fiumi Calore, dopo aver trovato dove debbono fissarsi Marcelliana e Cesariana, val dire l’una all’82° miglio da Napoli sulla Consolare delle Calabrie e l’altra al 99. della stessa, ci rimane solo a restituire la vera lezione di quell'In medio Falernum ad Tanarum nel seguente
ITINERARIO DI ANTONINO |
|
Capua |
|
Nola |
Μ. P. XXI |
NoucerIa |
XVI |
In medio Falernum ad Tanarum |
XXV |
Ad Calorem |
XXIIII |
In Marcelliana |
XXV |
CaESARIANA |
XXI |
Nerulo |
XXXVI |
Summurano |
XXI |
Caprasi |
XXI |
CoSENTIA |
xxVIII |
Ad Sabatum Fluvium |
XVIII |
Ad TuRres |
XVIII |
Vibona (Valentia) |
XXI |
Nicotera |
XVIII |
Ad Manlias |
ΧΧΙIΙΙ |
Ad Columnam Rheginam |
ΧΙIΙΙ |
Itinerario del marmo dI Polla |
|
(AtiNA) (137) |
|
Nouceriam |
LI |
Cavlam |
XXCIIII |
(Atina) |
|
MUranum |
LXXIIII |
Cosentiam |
cxxIII |
VALENTIAM |
CLXXX |
Ad FretUm ad StatUam |
CCXXXI |
rEGIUM |
ccxxxvII |
A. F. Capua Regium |
cccxxi |
Dal confronto de' medesimi risulta che da Capua a Reggio secondo l’Itinerario di Antonino si contavano 346 miglia antiche, e secondo quella del marmo di Polla 321. È quindi regolare la dimanda: dove e come potè aver luogo una tal differenza di 23 miglia, se identica è la via di cui segnano la distanza fra gli stessi termini?
Egli è chiaro che in amendue gl’ltinerarii da Summurano a Reggio si contano 162 miglia nell'uno, e da Murano a Reggio medesimo miglia 163 nell’altro. La differenza di un miglio deriva dalla differenza di silo del Submuranum da Muranum posto il primo a mezzo giorno dell’altro. La differenza adunque è da trovarsi nel tratto che frammezza Capua e Murano.
Dalla collazione de' due Itinerarii è chiaro inoltre doversi mettere fuori quistione la distanza di miglia 37 da Capua a Nocera per la via di Nola secondo quello di Antonino, e dì miglia 33 secondo l’altro Itinerario; perchè secondo questo la distanza dal luogo del marmo fino a Capua è di miglia 84, e sino a Nocera è di miglia 51; da Capua quindi a Nocera miglia 33; quindi differenza di miglia 4 nel tratto che divide queste due città, e differenza di miglia 21 in quello che divide Nocera da Murano.
A rendere ragione della differenza delle miglia 4 fa d’uopo primieramente escludere come non quistionabili le VI miglia da Capua a Calatia, perchè consta dagl’Itinerarii; indi convien ridurre a XV le miglia XVI da Nola a Nocera, perchè l’Itinerario di Antonino avrà inteso parlare della nuova Nocera surta dopo di essere stata bruciata una seconda volta da Spartaco l'antica detta de' Pagani; e da ultimo sì dovranno elevare a XV od abbassare a XII le miglia tra Nola e Calatia secondo che si suppone di esser passata la strada volgendo per Acerra, oppure tirando per diritto a Suessola ed a Calatia. La quale diversione dalla linea retta potrebbe forse essa sola importare la differenza delle 4 miglia senza ricorrere alla supposizione di essersi voluto intendere una Nocera per l’altra.
Dovendo ora esplorare dove si sta la differenza delle miglia 21 tra Nocera e Murano, occorrono alcune emendazioni a farsi sopra un luogo dell'Itinerario di Antonino. Là dove dice In medio Falernum ad Tanarum da alcuni letto In medio Solernum ad Tanarum, da altri ad Canaram, secondo noi deve leggersi In medio Salernum ad Tuscianum per le seguenti ragioni:
Stando all'esattezza delle cifre miliari in dotto Itinerario da Nocera al ripetuto luogo In medio ec. le 20 miglia moderne, corrispondenti alle XXV antiche ivi’ segnate cadono appuntino al fiume Tusciano, che scorre tra Battipaglia ed Eboli, ed attraversa la Consolare delle Calabrie a poco più del 38° miglio da Napoli, nel qual punto si dirama l'altra Consolare che por la direzione di Pesto mena a Vallo nel Cilento. Da tali 38 miglia e più dedotte le 18 da Napoli a’ Pagani o le 19 e più sino a Nocera, le 20 miglia tra questa città ed il detto fiume Tusciano sono esattissimamente le XXV miglia antiche dell'Itinerario suddetto. La circostanza di biforcare in tal punto la Consolare, forse più che la coincidenza delle miglia colla-vera distanza, è per noi la più valida delle ragioni, essendo negl’Itinerarii i punti più proprii e più necessarii a notarsi i bivii, le stazioni ed i fiumi, quando non s’incontrano città o borgate.
Il supporre Falernum invece di Salernum è un’ipotesi vaga, che m ma a nulla essendo luogo dì solo passaggio. Leggere Tanatum o Tanarum è supporre il Tanagro al termine delle XXV miglia da Nocchi: ma questo fiume, che sia quello che così chiamano erroneamente e che dalla Pertosa uscendo va a scaricarsi nel Sele sotto Contursi, o che sia l’altro, cui vendicammo alla Valle di S. Angelo Fasanella, allungherebbe la distanza del doppio o del triplo secondo il supposto od il vero Tanagro. Di Canaram non si avrebbe che fare, perchè parola ignota nell'antica Topografia. D’altronde la parola Tuscianum scritta a mano ha potuto facilissimamente leggersi ne’ Codici MSS. Tanarum per lo scambio delle lettere intermedie che per ragione della legatura han potuto frantendersi. Ma di questo Tuscianum, si dirà, non si ha memoria presso gli antichi. — Non importa: il fiume Tusciano per certo è più antico degli stessi antichi, ed aver dovea appo loro per suo nome quello stesso che ritiene.
Ritornando all'Itinerario, il secondo luogo è Ad Calorem miglia XXIII. Opportunamente ci troviamo di aver fatto notare, che oltre il Calore della Valle di Diano vi ha l’altro che attraversando il Cilento dal Sud al Nord va a scaricarsi nel Sele, dove colla rispettiva confluenza chiudono amendue le Reali tenute di Persano.. Quindi la Consolare del Cilento, che attraversando il Sele poco sotto l’anzidetta confluenza poco dopo si dirama prima di giungere a Capaccio vecchio, e col braccio sinistro prende per Roccadaspide, ben poteva proseguendo andare ad incontrare il Calore del Cilento verso Felitto. La distanza che passa tra Tusciano ed il Calore in tal punto corrisponde esattamente anche alle antiche miglia XXIIII; come da questo punto medesimo supponendo di aver continuato l’antica via alla volta di Diano, sino al punto assodato di Marcelliana tra Montesano e Padula pur esattamente corrisponde la distanza delle antiche miglia XXV.
Resta ora a vedere, se dalla Marcelliana, posta all'82° da Napoli sulla Consolare delle Calabrie, sino a Summurano corrono 59 miglia moderne pari alle antiche LXXIII. Seguendo la via attuale, fra i detti due termini ne passano sole 51 pari alle antiche LXIII. Mancherebbero quindi miglia XII antiche, ossia 9 moderne. Ma le 73 dell'Itinerario di Antonino da Marcelliana a Summurano han bisogno di una correzione e riduzione non richieste dal bisogno che ne sentiamo, ma dal fatto; perchè se tra Cesariana (posta a 3 miglia dopo Lagonegro) e Rotonda (l’antico Nerulo) oggi passano miglia 25, la cifra XXXVI d‘itinerario, da altri corretta per XXXIII, deve leggersi XXVIIII mutando il terzo X in V. E similmente, poiché ora tra Rotonda e ad un miglio dopo Murano (antico Summurano) si contano 10 miglia pari alle antiche XII, cosi l’emenda da altri fatta da XVI in XIIII dovrebbe ricorreggersi in XII o XIII, perchè il Nerulo si è precisamente riconosciuto a qualche distanza da Rotonda. In tal guisa resterebbe eguagliata l’attuale distanza da Marcelliana a Summurano di miglia 51 pari alle antiche LXIII, salvo qualche altra picciola distanza in più o in meno che potrebbe nascere dal supporre non identica in tutti i punti la nuova via coll'antica.
Assodato l'Itinerario di Antonino nel riferito modo, passiamo ora a vedere qual direzione teneva la Via Aquilia, ovvero quella segnata nel marmo di Polla, per rilevarne la differenza di XVIII miglia.
Da Nocera a Murano si contano 115 miglia pari alle antiche 445. Secondo il marmo di Polla ne correvano 425, cioè da Nocera al primitivo luogo del marmo (74. della Consolare delle Calabrie) miglia antiche 51, e dal detto punto a Mu rano miglia antiche 74. Era quindi la Via Aquilia più corta dell’attuale miglia antiche 18, ovvero 45 moderne, del che pensiamo doversi rendere ragione così:
Posto il punto di partenza (taciuto nel marmo) al 71.° da Napoli, la distanza che da tal punto corre a Murano è di miglia 64, cioè 4 miglia di più, perchè 60 miglia moderne equivalgono 74 antiche. Dovrem dunque supporre la Via Aquilia più breve dell’attuale miglia 4, perchè forse per toccare oggi de' luoghi che allora non esistevano, ha dovuto uscire dalla linea retta. Epperò da Nocera al luogo primiero del marmo la via moderna eccede l’antica di 11 miglia. Ma da Nocera de' Padani al luogo del marmo correvano antiche miglia 54 pari alle moderne 41, ed oggi ne corrono 51, il supero quindi è di sole miglia 40 moderne. Or dove queste si risparmiavano? — Vediamolo.
Aggiustando fede al marmo dee ritenersi che la via antica da esso a Nocera correva più direttamente che non fa l’attuale. Volgendo in fatti l’occhio sulla topografia della intermedia distanza, quale ce la mostrano le più accurate carte geografiche, rilevasi che la Via Aquilia riuscir doveva a Campagna, e di là ad Eboli, donde continuar doveva non per Salerno ma per dietro alle sue spalle sino a che incontrava la strada tra Nocera e Cava nel punto, in cui si dirama il braccio per Sanseverino.
Delle cose semplicemente enunciate è mestieri ora ragionare alquanto, anche per ovviare alle difficoltà che potrebbero muoversi.
La supposizione della strada per dietro Salerno ci è stata suggerita da quell’IN MEDIO SALERNUM dell'Itinerario di Antonino. La quale circostanza importa che altra scorciatoia doveva esservi, altrimenti non occorreva nominar Salerno come semplice luogo di passaggio senza segnarne le miglia. Si può quindi dedurne, che da Nocera a Tusciano (donde la via proseguiva per a Pesto e ad altri luoghi antichi del Cilento) o ad Eboli potevasi arrivare per altra via più breve, ma forse non migliore, e quindi non restaurata da Trajano; anche perchè l’utilità delle strade Consolari non consiste nei solo abbreviare e spianare le distanze, ma bensì nel procurare che tocchino luoghi abitati e fra questi i più importanti. Della strada in fatti tra Nocera e Salerno rinnovata da Gordiano nel 845 dell’Era volgare si ha memoria dalla seguente iscrizione su colonnetta miliare riportata dal Garrucci:
IMP. CAESAR
M. ANTONIVS GOR
DIANVS PIVS FELIX
AVG. PONT. MAXI
MVS. TRIB. POTEST. IV COS. II
PP. PROCOS. VIAM
QUAE A NICERIA SALER
NVM VSQUE PORRIGITVR
PRISTINA INCVRIA PRORSVS
CORRUPTAM PROVIDENTIA
SVA REDEMPTO OR
DINARIO VECTIGALI ΜΕ
TIS MILLIARIBVS RESTITVIT.
L’altra supposizione del marmo di Polla originariamente posto al 71.° da Napoli, cioè circa tre miglia al Sud dell’attuale suo sito, non è del tutto senza qualche argomento che la sostiene. Se arbitrariamente l’avessimo voluto trasportare più verso Auletta fino a fare scomparire la differenza delle undici miglia da una parte, ne sarebbero state accresciute le 74 miglia dall’altra. Per la stessa ragione non abbiam potuto trasferirlo di tanto verso Sala, quanto sarebbe stato richiesto dal numero delle dette 74 miglia tra esso e Murano. Se dunque il credemmo posto al 74, furono questi i motivi che ne determinarono. In tal punto vi sono presentemente delle abitazioni. Ivi ha dovuto uscire la via che secondo la Peutingeriana da Potenza, pel monte Balabo menava a quella volta senza precisar dove. Se proprio in tal punto la detta via non riusciva, non si vede a che servir poteva il magnifico antico ponte sotto Polla. Secondo noi il luogo del marmo era in certa guisa un crocicchio, passando per esso oltre la Via Aquilia nella direzione di Nord-Sud anche la Via da Potenza nella direzione di Est-Ovest, che tirava forse verso il Cilento oltre di volgere al punto d’incontro coll’Aquilia sia verso la Campania sia verso la Brezia. Inoltre il Foro Popilio (secondo noi Aquilio) non verrebbe ad esserne discosto che poche miglia, se dee prendersi per un luogo di mercato; poiché sarebbe desso la fiera descritta da Cassiodoro vicino Sala. In. fine secondo la nostra ipotesi il marmo non avrebbe viaggiato che poche miglia, mentre da altri si fa partire da Diano e da più lungi ancora. Il fatto quindi del sito, che occupa presentemente, depone più per la nostra divinazione che per l’altrui (138), in sostegno della quale più altre ragioni addur potremmo, se non ci fossimo già dilungati di troppo.
Nel rifarci ora indietro per descrivere il corso della Via Aquilia pe' luoghi testé dichiarati, diciamo che la direzione della stessa era, come segue:
Da Capua a Nocera passando per Calatia per Suessola e per Nola correva miglia XXXIII.
Da Nocera al luogo del marmo di Polla, ossìa al 71° da Napoli, passando per dietro Salerno senza toccar luoghi abitati, meno che le stazioni, miglia LXXXIIII.
Dal luogo del marmo sino a Murano miglia LXXIII.
——— Sino a Cosenza miglia CXXIII, quindi m. 40 tra Murano e Cosenza..
——— Sino a Valenza miglia CLXXX, quindi m. 57 tra Cosenza e Valenza.
——— Sino allo Stretto di Messina, e propriamente alla Statua, quella che al numero 68 pag. 152 di questo volume supponemmo posta sulla Colonna Reggina, di cui è menzione nell’Itinerario di Antonino, miglia CCXXXI, quindi m. 51 tra Valenza e la Statua.
——— Sino a Reggio finalmente miglia CCXXXVII, quindi m. 6 tra la Statua e Reggio, alle quali m. 237 aggiunte le 81 da Caput, al marmo di Polla si ha la totale distanza di 521 miglio dal Foro di Capua sino a Reggio.
È notevole in questo Itinerario, che scopo di Aquilio fu quello di aprire una via tutta mediterranea e breve al più possibile, e che sono in essa ricordate solo città per termine di arrivo, eccetto l’Ad Fretum, Ad Statuam, forse perchè ivi l'unica volta la sua via spuntava al mare.
Ma se la Via Aquilia teneva per la parte mediterranea de' Campani, Picentini, Lucani e Bruzii, altra ve n’era che'secondo la Peutingeriana da Salerno in poi, fuorché pel tratto corrispondente al Distretto di Vallo, rigorosamente correva lungo la costa del Tirreno. I moderni Topografi distinguono quest’altra via col nome di Via Bruzia, perchè quella da Trajano restaurata era detta Trajana-Appia.
Oltre dunque della Via Aquilia restano a tracciarsi due altre cioè:
Via Bruzia. La stessa Via, che da Capua per Nola e Nocera usciva a Salerno ed indi a Pesto, non si riuniva a Blanda per la costa intermedia, sibbene, a quanto pare, per la stessa via che l’Itinerario di Antonino descrive pel Calore, Marcelliana, Cesariana, donde per una traversa di sette miglia antiche riusciva sulla costa a Blanda. Di qui, secondo la citata Tavola, la così detta Via Bruzia proseguendo arrivava a
LAVINIUM, (laus) dopo miglia |
XVI |
CERILLI |
VIII |
LAMPETIA (Clampetia) XI corrette |
XL |
TEMSA |
X |
TANNO, fiume |
XVI |
VIBONA VALENTIA |
X |
TAURUNA |
XXIII |
ARCIADE, fiume, XII corrette |
VI |
SCYLLA (suppl. da Romanelli) |
IX |
RHEGIUM |
XII |
Via Trajana-Appia. — Fu questa lunghissima strada, come il nome lo accenna, un prolungamento della Via Appia fatto da Trajano ne’ primi anni del 11 secolo dell’Era volgare, benché propriamente parlando fu una continuazione della Via Aquilia. Da Capua pe' luoghi di sopra riferiti secondo l’Itinerario di Antonino tirava sino a Reggio, donde volgendo pel littorale del Jonio sino ai Salentini, ivi terminava ricongiungendosi coll’altro ramo dell'Appia da Capua a Brindisi, come da questa lapida posta a Roma si rileva:
EX AVCTORITATE
IMP. CAES. DIVI NERVAE. FIL.
NERVAE. TRAIANI. AVG. GERMA
NICI. DACICI. PARTHICI. PONTIFI
CIS. MAXIMI. TRIBVNIC. POTEST. V
COS. V.P.P. CVRAT. VIARVM
L. LICINIVS. G.F. SVRA. III. VIR. IT
M. IVLIVS.M F. FRONTO III. VIR.
T. LAELIVS. Q.F.COCCEIANVS III. VIR.
SEX. FLAVIVS. L.F. FALTO INI. VIR.
CIPPIS TERM..
VIAM. TRAIANAM. APP. PER. BRVTTIOS
SALENTINOS. PEC. PVB. CONTVLERE
BRUTTIEI. SALENTINEI. OPPIDATIM
ΝΑΡΕΤΙΝΕΙ. ΗΙΡΡΟΝΙΑTEI. MAMERTINEL
RHEGINEI. SCYLLACEI. CAVLONIΑΤΑΙ
LAOMETICEI. TERINAEI. TEMSA
NAEI. LOCREN
CVR.
...... THVRIAT
MILL...P...
CC.
Nel descriverla da Reggio sino al suo termine non possiamo rigorosamente attenerci ai due Itinerarii della Tavola di Peutingero e di Antonino, perchè fra loro discordi per scorrezione nelle cifre delle miglia e per denominazioni di luoghi o alterate o solo ricordate in uno di essi e non in amendue. Quindi a scanso di discettazioni profitteremo delle rettifiche del Lapie e di altri che ci han preceduto, e non senza alcune altre nostre emendazioni daremo i due Itinerarii, come qui sotto.
Proseguiva la Via Appia-Trajana secondo la Tavola di Peutingero costeggiando per Leucopetra, Scyle, Caulonia, Settario, e segnando fino a questa città il corso di 404 miglio, incluse le 12 da Reggio a Leucopetra. Secondo l’Itinerario di Antonino da Reggio (per compendino) arrivava dopo XX miglia alla stazione Decastadium, come apparisce dalla seguente epigrafe de primi anni del IV secolo scoverta nel villaggio di Melito, cui il Decastadium corrisponde:
D. N.
F. VALER CONSTANTINO
INVICTO
AVG. BONO OMNIVM
NATUSET
D.D.D. N.N.N. DELMATIO
CRISPO
ET CONSTANTINO
Ν.Ν.Ν. Ο.O.O. Β.Β.Β. CAESS.
M. XX.
Da Decastadium uscita verso il Promontorio e Porto Ercole ivi incontrava la via della costa. Secondo la citata Ta/ola da Settario a Taranto correva per altre 180 miglia; sicché tutto lo spazio da Reggio per la costa a Taranto era di miglia 286, come rilevasi dall'Itinerario seguente della Tavola di Peutingero:
Da Reggio a Leucopetra (secondo l’Itinerario di Antonino) miglia antiche |
12 |
Da Leucopetra a Scyle (stazione) |
20 |
Da Scyle a Locri |
9 |
Da Locri a Caulonia |
30 |
Da Caulonia a Scilacio |
30 |
Da Scilacio a Castra Annibalis |
5 |
Dal detto luogo al promontorio Lacinia |
36 |
Dal detto a protone |
6 |
Da Crotone a Petelia o Macalla |
15 |
Dalla detta a Rosciano |
26 |
Da Rosciano a Turio |
12 |
Da Turio ad Semnum (Sinno) |
35 |
Dal detto fiume ad Eraclea |
4 |
Da Eraclea all’antico letto del Bradano (erroneamente Turio |
21 |
Dal detto a Taranto |
25 |
Da Reggio a Taranto |
286 |
Secondo l’Itinerario di Antonino la distanza fra gli stessi termini risulta pur di miglia 286 come dalla miliaria seguente, salvo poche miglia in più o in meno da doversi assegnare alla distanza tra Petelia e Rosciano ed all’altra tra Vicesimum e Siri, che dal detto Itinerario non consta:
Da Reggio a Leucopetra miglia |
12 |
Dalla detta al Promontorio Erculeo (Capo Spartivento) |
12 |
Dal detto ad Aitano (Bovalino) |
24 |
Da Aitano a Subsicivo (Giojosa) |
20 |
Da Subsicivo a Succejano (Stilo) |
24 |
Da Castro Cocinto (S. Andrea in direzione di Succejano) a Scilacio |
22 |
Da Scilacio al fiumi Targine (Tacina) |
22 |
Dal detto fiume a Crotone |
15 |
Da Crotone a Petelia o Macalla |
15 |
Dalla detta a Rosciano |
25 |
Da Rosciano a Turio |
12 |
Da Turio ad Vicesimum (Trebisacce) |
20 |
Dal detto a Siri città |
14 |
Da Siri ad Eraclea |
3 |
Da Eraclea a Turiostu, o Turio forse stazione presso all’antico letto del Bradano |
21 |
Dal detto a Taranto |
25 |
Da Reggio a Taranto |
286 |
Oltre della via compendiaria da Reggio per Decastadium, un'altra simile congiungeva la via sul littorale del Tirreno con la via sul Jonio, ed era quella, che da Vibona Valenzia dopo XXV miglia menava a Scilacio.
A Taranto fan terminare i moderni Topografi la strada restaurata da Trajano. Noi stando al marmo testé riferito, in cui è menzione espressa de' Salentini anche come contribuenti della spesa occorsa, ne proseguiamo il doppio corso che da Taranto si ebbe sino a Brindisi prima per le coste cioè de' Salentini e Messapii di miglia 155, e poi per diritto a mezzo della Messapia di miglia 43.
Secondo la Tavola Peutingeriana, che troviamo in questo tratto esattissima in quanto alle distanze, ed anche meno scorretta in quanto ai nomi delle località, correvano
Da Taranto a Manduria miglia |
24 |
Da Manduria a Nereto |
29 |
Da Nereto ad Alezio (Baletium) |
10 |
Dal detto ad Uxentum |
10 |
Da Uxento a Veretum (presso Salve) |
10 |
Dal detto a Castrum Minervae |
12 |
Dal detto ad Ydrunlo |
10 |
Da Ydrunto a Lupia |
25 |
Da Lupia a Baletium o Valenzia |
15 |
Da Bàleliwn a Brindisi |
10 |
Da Taranto a Brindisi |
155 |
Della via compendiaria secondo la Tavola medesima la direzione e le distanze erano: |
|
Da Taranto a Mesocoro (vicino Montemesola) miglia |
10 |
Dal detto ad Uria |
10 |
Da Uria a Scamnum (Latiano) |
8 |
Dal detto a Brindisi |
15 |
Da Taranto a Brindisi |
43 |
La comunicazione tra Capua e Brindisi non era certamente per la lunghissima strada descritta nella sua triplice direzione e denominazione di Via Aquilia, Via Bruzia e Via Appia-Trajana: ma quella che ai Romani più importava, ed era quindi più diretto prolungamento della Via Appia per Capua a Brindisi, fu la
Via da Capua a Benevento. Uscita la Via Appia da Capua, incontrava dopo VI miglia Calatia, dove biforcandosi col ramo a dritta prendeva per Suessola, Nola… e con l’altro a sinistra dopo VI miglia incontrava la stazione Ad Nova (Tabernos) dove anche oggi è Taverna Nuova ed il villaggio Nova. Di qui dopo altre VIII miglia arrivava a Caudium, e dopo altre XI a Benevento. Da Capua quindi a Benevento correvano antiche miglia XXXI.
Più vie confluivano ed uscivano da Benevento. Oltre dell’Appia, che vi entrava derivante da Caudium e ne partiva diramata in tre per Equotutico per Eclano e per Abellino, vi arrivava pure la Minucia col destro delle due braccia, in cui ad Aufìdena divideva si tenendo secondo la Peutingeriana la direzione di Sepino e di Sirpio.
Delle tre vie, che da Benevento erano un prolungamento dell’Appia, qui additeremo solo il corso di quella che a XVI miglia incontrava Abellino, a XII Picentia ed a 12 altre Salerno, non si sa bene se da Abellino o da Picenza, perchè tra Salerno e quest’ultima non si contano più di 6 miglia moderne. Distintamente parleremo qui appresso delle altre due
Uscivano da Benevento, come si è detto, oltre la via per Abellino ai Picentini due altre, quella cioè per Equotutico e quella per Eclano.
Vie per e da Equotutico. La via che Benevento ad Equotutico congiungeva, a X miglia antiche incontrava Foro Nuovo, e dopo altre XII Equotutico, come si ha dalle seguente iscrizione di colonnetta miliare scoperta nel villaggio di Fuorno nuovo:
XII
Ν.
FLAVIO
VALERIO CONSTANTINO
PIO FELICI
INVICTO AVGV
IV CONSTΑΝΤΙ
NI FILIO
DD. NN. THEODOSI
ARCADI ET HONORI
BONO REIP. NATVS
La detta via uscita da Equotutico arrivava dopo XXVI miglia ad Eca, perchè l’Itinerario di Antonino da Capua sino a questa città ne novera LXXIX, dopo altre XVIII ad Erdonea, e di qui probabilmente tirava dritto a Salapia.
Oltre dell’anzidetta, arrivavano ad Equotutico due altre vie. Una era quella che, detta Via Claudia Valeria sino alla foce dell’Aterno e da questo punto in poi Via Trajana Frentana, per Gerione passava a Luceria, e di qui col dritto braccio innoltrandosi andava ad incontrare quella che da Equotutico uscendo passava per Eca (Troja) e metteva capo nella Egnatia verso Salapia. L’altra delle due vie era la Minucia, che col sinistro de' due rami, in cui dividevasi ad Aufìdena, dopo il corso di LXX miglia antiche per Boriano, per Sepino ad Equotutico giungeva.
La via infine, che ne usciva, era una traversa, che per Palumbino o per altra vicina località immettevasi nel sinistro braccio dell’Appia che usciva da Eclano. Divinando diciamo che sarebbe questa traversa la continuazione e fine della Via Minucia, la quale in questo punto d’incontro coll’Appia si confondeva.
Tra Equotutico ed Eca ero la mansione Ad Aquiloni, proprio dove dicono presentemente Buccolo di Troja. Vi si vede tagliato il monte a forza di scalpello per aprirvi la strada, la quale tocca tale eminenza, che spirandovi gagliardi t venti in guisa da rimanervi atterrati i viandanti co’ carichi e le vetture, spiega la ragione perchè così la denominarono gli antichi.
Vie per e da Eclano. Dal grand’Arco eretto a Trajano in Benevento usciva la Via Trajana, ovvero l'Appia da Trajano restaurata fino al punto, in cui fuori di Eclano, era incontrata dalla Minucia. Nel qual punto proseguiva innanzi divisa in due rami, col sinistro che fu la continuazione della via Trajana, la quale prendeva per Acculo, Canusio e terminava ad Egnatia, e col destro, che fu la Via Appia, la quale per Trivico, Subromula, Venosa ecc menava a Brindisi.
La detta Via Trajana adunque incontrava il villaggio di Nuceriola a IV miglia, il fiume Calore a VI, e dopo altre V la città di Eclano. Di qui o più innanzi dividevasi, come si è detto, in due rami. Il dritto secondo la Peutingeriana incontrava a XVI miglia (secondo l’Itinerario di Antonino più veramente a XXX) la stazione Subromula, ad XI o meglio VI Aquilonia, a VI il Ponte Aufidi oggi detto Ponte di S. Venere, ed a XVIII Venosa. Il sinistro, secondo l’Itinerario descritto da Orazio nella 5 Satira del I libro, teneva la direzione, che ivi apprendiamo come qui appresso.
Del primo ramo, ovvero Appia propriamente detta, rimangono le tracce nella gran pianura del Cubante e del ponte, su cui passava il Calore, ora detto Ponte Botto perchè ne restano ancora due pilastri. Un antico edilizio, forse un gran sepolcro, detto il Fortino, di Lucio Furio a poco più di un miglio dal detto ponte, addita il corso di questa strada alla volta di Apice che lasciava a sinistra. Pel tenimento detto il Vado de' morti e la Laureto infino a S. Vito, dove nello scorso secolo più sensibili ne apparivano gli avanzi, saliva sopra l’amena collinetta, in cui sedeva Eclano. Di qui la direzione della via che descriviamo, menava a Frigento; indi per alcuni colli e valli, lasciandosi a dritta Fontanarosa, correva allato di Gesualdo. Innoltravasi poscia per la gola in cui è posta Guardia Lombarda, donde proseguiva fiancheggiata di ostelli e sepolcri fin sotto Bisaccia, ovvero sino all’antica stazione Subromula. Di là pel sito della Cavallerizza svolgendo alquanto a sinistra dirigevasi verso Aquilonia, alla destra di Lacedonia, dalla detta stazione non più distante che VI miglia antiche, non XI come erroneamente ha la Tavola Peutingeriana. Da Aquilonia in poi uscita sui piani ed ameni luoghi verso l’Ofanto, e lasciando a destra Monteverde e Carbonara a 6 miglia circa da Lacedonia passava il detto fiume sul Ponte Aufidi oggi di S. Venere.
Questo descritto tratto di strada sino a Venosa, cui dopo altre miglia XVIII raggiungeva, fu restaurato da Marco Aurelio, come rilevasi da questa lapida che a Fontana rosa si conserva;
IMP. CAES
Μ. ΑΝΤΟΝΙΝΟ
AVG. ARM. PARTH
PATRI. PATRIAE
VIA AD PONTEM
AVF. ET. VENVSIAM
AQVAR. INTERRUPT
ET LATROCINIS
RESTITVTA
AECLANENSES
D. D.
Da un'altra lapida scoperta poco lungi dal Vulture ed a 5 miglia prima di giungere a Venosa è pur chiaro, che sulla medesima strada un'ara od un tempio L. Silla innalzava dopo aver trionfato degl’Irpini. Secondo il Pratilli l’epigrafe erane la seguente:
VENERI
ERYCINAE
VICTRICI
L. CORNELIVS SVLLA
SPOLIA DE HOSTIB.
VOTO DICAVIT
Del secondo ramo della Via Trajana, ovvero del sinistro tenuto da Orazio nel suo viaggio da Roma a Brindisi, sappiamo dallo stesso, che uscito da Benevento, donde gli si offrirono allo sguardo i noti monti dell’Apulia, a stento si ridusse al termine della giornata, in cui corse circa XXX miglia, alla vicina villa di Trivico, vicino cioè alla Via Appia, da cui era discosto un miglio e mezzo, perchè dice:
………………. et quos (montes)
Nunquam erepsemus, nisi nos vicina Tritici
Villa recepisset...
Da Trivico tirò, facendo XXIV miglia di cammino, ad un oppidulo, il cui nome non potè esprimere nel verso esametro, perchè offriva una sillaba breve fra due lunghe:
Quatuor hinc rapimur viginti et millia rhedis,
Mansuri oppidulo, quod versu dicere non est;
Gli Scoliasti han supposto che fosse stato Equotutico, badando più alla difficoltà della parola che all'incompatibilità del cammino per quella città, alla quale da Benevento sarebbe arrivato direttamente dopo XXII miglia senza toccare Trivico. Da questa villa adunque passò ad Ascoli, il cui sito corrisponde alla cennata distanza, ed il cui nome non può esprimersi in verso esametro.
Da Ascoli (che il poeta cerca di far comprendere ai contrassegni dell’acqua che vi si dovea comprare, e del pane bellissimo di cui provvedevasj caricandosene il viandante, perchè a Canusio oltre lo stremo dell’acqua vi trovava del pane duro come pietra) passò Orazio a questa città, donde stanco arrivò a Rubi, di qui a Bari, da Bari ad Egnatia, e da Egnatia a
Brundusium longae finis cartaeque viaeque.
Secondo la Tavola Peutingeriana la via, che da Benevento menava ad Abellino e di qui a Picentia. da questa città arrivava a Salerno segnando l’erronea distanza di miglia XII in vece di IX. È da credersi però che la via da Nocera a Salerno era quella che metteva in comunicazione Salerno con Picentia, perchè la Via da Capua a Reggio, che passava per Nocera e per Salerno, deve credersi anteriore alla comunicazione di Abellino con Picentia; epperò la via usciva da Salerno a Picentia e non al contrario. È quindi probabile che una comunicazione sia esistita tra Abellino e Salerno; ed in tale ipotesi da quest'ultima città sarebbero uscite tre vie una per Nocera, l’altra per Abellino, e la terza per Picentia.
Abbiam detto che la Pia Trajana dividevasi ad Eclano o poco più innanzi in due rami, di cui quello a dritta teneva per Subromula, Aquilonia, Ponte Aufidi, Venosa. Ora seguitando a descrivere questo stesso ramo più di proposito, ne occorre di qui ricordare, che il Ponte Aufidi, oggi Ponte di S. Venere, fu costruito dall’Imperatore Trajano e restaurato da Marco Aurelio Antonino, come apparisce da un marmo tuttavia esistente presso al detto ponte, e che al di là di questo una via distaccavasene per a Melfi, secondo il Lombardi. Questi nel suo Saggio sulla Topografia... delle antiche città comprese nell'odierna Basilicata riporta la seguente iscrizione su colonna miliare di granito rosso che si conserva nella Casa comunale di Melfi, e ne argomenta resistenza della supposta via dal credere la colonna ivi presso rinvenuta:
THEODOSIO |
………………….. |
ARCADIO |
…………………... |
DD. NN. AA. AC. N. |
IMP. C. MARC ……………... |
|
BALERIVS. DIO……………... |
MAXIMO. ET. FL |
ANVS. P. F. INVI……………... |
VICTORI. SEMPER |
IMP. C. M. AVR……………... |
AVGG. BOAO RP. |
MAXIMIANVS.……………... |
NATI |
TVS. AVG.……………... |
|
FLAVIVS. VA……………... |
|
COSTANT……………... |
|
GALERIVS……………... |
|
NOBB. CA……………... |
|
PASS. X.……………... |
Giunta la Via Appia a Venosa, cui percorreva intuita la sua lunghezza, ne usciva incontrando a circa XIV miglia antiche la stazione Ad Pinum, riconosciuta nell'odierna Spinazzola e propriamente nella contrada che dicono S. Maria della Civita. Quivi la Via dividevasi parimenti in due braccia; tendeva col sinistro a Taranto, e penetrava col destro nella Lucania secondo l’Itinerario di Antonino AB EQUOTUTICO AD RHEGIUM. Questo stesso ramo giunto Ad Ipinum, dai Topografi creduto corrispondere ad Oppido, suddivìdevasi ancora in due altre direzioni. Con quella a sinistra menava per Coelianum ad Eraclea, e con l’altra a dritta a Potentia.
Occorre però fare un’emenda sull’Itinerario anzidetto, come il lodato signor Lombardi avvisava, di cui riportiamo le parole: «Dalla stessa stazione Ad Pinum partiva un’altra strada, che attraversando il Bradano, probabilmente sotto Acerenza, dirigevasi a Potenza. Di tale seconda strada fassi menzione nell’Itinerario di Antonino Ad Mediolano ad Columnam. Gli archeologi però, e tra gli altri Romanelli sostengono che essa dovesse anche passare per Oppido. Io ne penso diversamente. L'Opino del detto Itinerario, che si è rettificato Oppidum, deve a mio avviso rettificarsi Ad Pinum, poiché da Spinazzola per arrivare in Oppido si deve prima guadare il Bradano, che giace fra l’uno e l’altro Comune, benché vicinissimo all'ultimo. Se nell'Itinerario la stazione Opino precede l'altra Ad Bradanum, l'Opino non può appartenere ad Oppidum, altrimenti implicherebbe contraddizione. Questa per altro cesserebbe, qualora volesse credersi che per errore siasi situato nell'Itinerario prima Opino e poi Ad Bradanum, ed in questo caso non due strade diverse debbono fissarsi tra Spinazzola ed Oppido, ma una solamente, la quale in Oppido si divideva in due rami indirizzandosi l'uno a Caelianum e l'altro a Potentia. Comunque vada la cosa, sul cammino da Spinazzola a Potenza incontravasi Bantiaeà Acherontia. Gl’Itinerarii non ne fanno menzione, forse perchè non erano luoghi di riposo; ma certamente dovevano essere attraversati dall’indicata strada, né può supporsi che mancassero di sì agevoli comunicazioni città cotanto distinte nella Daunia.»
A Potenza confluiva, oltre la detta via provegnente da Oppido, anche la
Via Erculia. Siam debitori al medesimo signor Lombardi della scoperta di questa strada, che sarebbe la terza di quasi lo stesso nome. Nel citato suo Saggio al numero XXVII ei riporta la iscrizione di una colonnetta miliare che si conservava nel castello di Lagopesole, ed oggi è smarrita. Il tenore dell'epigrafe e il seguente:
IM. COES.
M. AVREL. VALER.
MAX: NTIVS. P. FL.
INVICTVS. AVG.
PONTIF. MAX. TRIB.
POTESTATE. VI. VIAM
HERCVLIAM. AD. PRI
STINAM. FACIEM
RESTITVIT.
È probabile che avesse preso il nome di Erculia da Massimiano Erculeo compagno di Domiziano nell'Impero per averla costruita o restaurata. Si suppone che fosse partita da Venosa, oppure si fosse distaccata dall’Appia al luogo detto la Rendina, Ad Arundinem, nella direzione per a Potenza correndo per le campagne di Rapolla, Barile, Rionero, Atella ed Avigliano. Se non che l’Editore Romano del mentovato Saggio del Lombardi riportando una simile iscrizione, che si legge su colonnetta di marmo piombino esistente nel cortile dei signori Susanna in Zungoli (distante sei miglia da Ariano in Principato Ultra) fa riflettere che la Via Erculia dal detto luogo degl’Irpini entrava nella Lucania dopo di aver toccato Venosa. La distanza di circa cinquanta miglia da Zungoli al Lagopesole non permette di andare all'idea della identità delle due iscrizioni, anche perchè più correttamente nella prima linea della seconda epigrafe si legge: IM. CAES, nella terza MAXENTIVS, e nella sesta POTESTATE VIAM, per cui deve correggersi in POTESTATE II quel POTESTATE VI, essendo noto che Massenzio non più di due volte si ebbe la potestà tribunizia.
Gli antichi avanzi, che s'incontrano presso Barile, Ripacandida. Rionero, Atella, Ruoti, Baragiano confermano che furono luoghi ragguardevoli quelli, pe' quali la detta Via Erculia passava, da non dubitare che una consolare fosse corsa per essi.
Da Potentia, cui arrivavano da Oppido e da Venosa le due strade ora mentovate, tre altre partivano secondo gli antichi Itinerarii. La prima tendeva pel monte Balabo ad Acerronia e quindi a Marcelliana. Le altre due menavano a Grumento per Acidios e per Anxia. Nella Peutingeriana è indicata la distanza solo per quella che da Potentia arriva ad Anxia dopo XV miglia antiche, e di qui a Grumento dopo altre XVIII. La direzione di quella che passava per Acidios secondo l’Itinerario di Antonino (ritenendo la emenda fatta di Acidios in Ad Acirim) probabilmente toccar dovette l’odierno villaggio Arioso, dove qualche rottame di antichità si è osservato, e nelle sue adjacenze si trovano sepolcri, e quindi su pe' monti della Maddalena correre alle sorgenti dell'Aciri presso Marsiconuovo, e di cui per la valle, che ne prende il nome, arrivare a Grumento.
Delle tre vie che abbiam ricordate come raggianti da Potentia, le due che menavano a Grumento, e l'altra che arrivava a Marcelliana, andavano a metter capo a Nerulo, la prima confondendosi colla Via Squilla, e l'altra passando per la stazione Ad Semnum, ossia Ad Sirim dai moderni topografi sostituita a Semuncla, che leggesi nell’Itinerario di Antonino, e che probabilmente fa dove oggi chiamasi Serra del Sambuco tra Castelsaraceno ed il monte Sirino. Di là di Semuncla è probabile che abbia tenuto la direzione di Agro monte in tenimento di Chiaromonte, la quale contrada oltre di essere coperta di anticaglie, è proprio sulla direzione che mena a Rotonda, ove si accordano tutti in situare l’antico Nerulo.
Per Celiano, ovvero odierno Grigliano, una sola strada passava, ed era quella che da Oppido menava ad Eraclea, non essendo per noi nemmen probabile la supposizione di una strada che comunicava Acerronia con Celiano.
Di quasi tutte le vie fin qui descritte se si dicesse che l'ultimo termine cui tendevano, era Brindisi, non si udrebbe per avventura cosa menomamente esagerata. Essendo quella metropoli della Messapia posta all'estremo orientale dell’Italia in un ponto, donde tragittavasi all’opposto continente, e quindi grande e comune emporio dei popoli delle nostre contrade; ben a ragione può sostenersi che quivi riuscivano tutte le vie che da Roma uscendo le nostre regioni attraversavano; come ben ci apporremmo avanzando che da Brindisi raggiavano le strade medesime che vi confluivano, se ci facessimo a considerar Brindisi come luogo, cui approdava quanto di Grecia e dal più remoto Oriente provveniva.
Di tutte le vie che vi arrivavano, era l’Appia la più importante in quanto che metteva in più diretta comunicazione Brindisi eoa Roma. Avendo di-essa via sotto il nome di Via Trajana seguito il corso fino a Venosa in quel ramo, che da Belano vi tendeva per Subromula, Aquilonia e Ponte Aufidi, proseguendolo ora al suo termine qui soggiungiamo che uscita da Venosa e pervenuta alla stazione Ad Pinum, quivi a sinistra di quel ramo, che penetrava nella Lucania, essa dirigevasi a Taranto. Nella quale direzione dopo di esser giunta Ad Pinum incontrava a V miglia antiche la città di Silvio posta nella distrutta terra detta Garagnone tra Spinazzola, Fontana d'Ogna e Poggio Orsino. Dopo circa altre X miglia arrivava all’altra città o stazione Plora, perché da Silvio a Sublupatia la Peutingeriana segna XXV miglia, e l’Itinerario di Antonino ne in» dica XIV da Piera alla stazione Sublupatia. Da quest’ultima procedendo aggiungeva dopo altre XXV (?) miglia l'altra stazione Ad Canales, donde perveniva a Taranto dopo forse XXIII miglia antiche.
Da Taranto a Brindisi correvano miglia XLIII risultanti dalle X tra Taranto e Mesocoro, dalle altre X tra questo ed Uria, dalle VIII tra questa e Scamnum, ed in fine dalle XV tra questo e Brindisi.
Oltre dell’Appia così descritta confluivano a Brindisi queste altre vie:
1.a Quella che Strabone dice aver congiunto anche col nome di Via Appia Taranto a Brindisi per una direzione, a correre la quale non vi voleva più che una giornata di cammino; epperò non più che 25 miglia di oggidì si stendeva, quante in fatti se ne contano tenendo per Grottaglie e Mesagne.
2.a Quella che vegnente dalla Magna Grecia e giunta a Taranto pel littorale de' Sa lenti ni perveniva a Brindisi, come dicemmo, per Manduria, Nereto, Alezio, Uxentum, Veretum, Castrum Minervae, Ydrunto, Lupia e Baletium.
3.a Quella che da Egnatia uscendo nella lunghezza di circa 40 miglia moderne teneva il suo corso lungo la marina e propriamente per le torri di Canne, S. Leonardo, Villanova, S. Sabino, Vascito e Testa, donde volgendo per Torre di Penna e Capo di Gallo perveniva a Brindisi. E
4.a Quella infine che da Egnatia istessa partendo prendete, diramandosi dalla precedente presso la torre di Villanova, per la parte più mediterranea della Messapia, e menava a Brindisi dopo una ventina di miglia. — Di quest’ultima via vedeva il Pratilli non solo i vestigii dei selciato, ma pure i sepolcri laterizii e rivestiti di marmo che la fiancheggiavano lungo il suo corso.
Di un altra che i topografi riferiscono come tendente a Brindisi per una direzione più mediterranea della precedente, poiché andava ad incontrare la prima delle anzidetto, che Strabone dice aver congiunto Talento a Brindisi, non abbiam volato tener conto fra le vie per quest’ultima città. Non era in fatti che una strada di comunicazione tra Sturni o Saturnio, e Celia, donde forse protendevasi ad Uria.
Arrivavano ad Egnatia, oltre la via che lungo il littorale veniva da Brindisi, anche due altre. Una era quella che tenne Orazio nel suo viaggio da Roma a Brindisi, e passava, come dicemmo, per Canurium, Rubi, Butuntum, Barium, donde tenendosi sempre rasente i littorale perveniva ad Egnatia secondo le distanze, che si rilevano dal seguente pezzo dell’Itinerario di Antonino:
CANUSIO RUBUM Μ. P. |
XXIII |
BUTUNTUM |
XI |
BABIUM |
XII |
TURRES |
XXI |
EGNATIAM |
XVI |
Ed era questa propriamente la Via Egnatia poi detta Via Trajana alai nome dell’imperatore che restauravate.
L’altra via era quella che da Bitonto per una direzione più mediterranea menava pure ad Egnatia secondo queste indicazioni, che la Tavola di Peutingero ne somministra:
RUBOS BUTUNTUM. Μ. P. |
XI |
CELIA |
XII |
AZETIUM |
IX |
NORBAM |
X |
AD VENERIS |
VILI |
EGNATIAM |
VILI |
Di queste tre vie possono considerarsi le due prime come una sola che lido lido da Brindisi passava ad Egnatia e di qui a Bari» dove divergeva a sinistra per a Bitonto, ed a destra continuava pel littorale sino alla foce dell’Ofanto. Del qual tratto marittimo erano questi i luoghi colle rispettive distanze secondo la Peutingeriana:
AUFIDUM FL. BABDULUM M. |
P. XI |
AVELDIUM FL |
IX |
TURENUM |
IX |
NATIOLUM |
VI |
BARIUM |
XIX |
La Via Trajana, che da Bari all’Ofanto passava pe' luoghi dianzi ricordati, da presso te foce del detto fiume menava a Siponto senza toccare Salapia correndo miglia antiche 33 Secondo le distanze così segnate nella Tavola di Peutingero:
SIPONTO ANXANUM. Μ. P. |
VIIII |
SALINIS |
XII |
AUFIDUM |
XII |
Da Siponto la detta Via Trajana non girava per la costa del promontorio Gargano, sì perchè inaccessibile in più luoghi, e sì ancora perchè scarsamente abitata, ma correva per diritto dentro terra alte volta di Ergiti Incontrava a XX miglia, come il Lapie corregge le XXX dell'Itinerario della Tavola citata, il fiume Candelaro che passava sopra il Ponte di Rignano, probabilmente Ponte Congo quivi ricordato; e dopo altre X miglia perveniva ad Ergitio non già dopo XXX come stranamente nell’Itinerario di Antonino si legge. —E qui finiva la gran Via Trajana, perchè quivi s’incontrava con quella che dai Frontoni scendendo col nome di Via Trajana Freniamo arrivava al termine orientale dell’Apulia.
Da Siponto inoltre altra via menando verso la parte interna della Daunia incontrava Argirippa o Arpi a XXI miglio, e dopo altre IX Luceria, donde un ramo di XII miglia dirigevasi ad ECa o Troja.
Si possono considerar confluenti ad Erdonea così la via che da Equotutico passava per Eca, e di qui per Erdonea menava al Ponte di Canario sull’Aufido ed a Salapia; come queste due medesime che da Canusio e da Salapia alla stessa città tendevano seconde queste distanze come nell’Itinerario di Antonino son segnate:
ECAS BRDONIAS. M. P. |
XIX. |
CANUSIO |
XXVI. |
A Canusio quindi, oltre l’anzidetta comunicazione con Erdonea, arrivava pur l’altra provegnente da Asculo da una parte, e la Via Egnatia dall’altra.
Ed a Venusia infine, oltre la Via Appia che vi entrava e ne usciva prendendo per Silvio, Piera, Ad Canales ecc. vi arrivava pur un ramo di quella, che dalla città di Erdonea giunta alla così detta Torre Alemanna al di là di Ascoli, sito dell’antica stazione 41 Pirum, volgeva a dritta per a Venusia.
Ne usciva inoltre anche quella, che dicemmo penetrar nella Lucania per Oppido. E da ultimo toccava Venusia pur la strada Erculia, come di sopra abbiam detto.
Uscivano da questa città de' Frentani e quindi vi confluivano queste quattro vie:
Una era quella che col nome di Via Trajana dicemmo terminare ad Ergitio derivante da Siponto, e che proseguendo sino a Teano Appulo da questa città menava a Gerione.
L’altra era quella che metteva in comunicazione questa stessa città con Luceria.
La terza da Gerione tendeva a Boviano, e nel tratto di essa son ricordate le due stazioni Ad Pirum, Ad Canale nella Peutingeriana. Era la prima a IX miglia antiche da Gerione, quindi probabilmente nel sito di Campolieto, che dista da quello, in cui credesi Gerione, circa 8 miglia moderne. Era l’altra stazione secondo il Romanelli presso Campobasso, e secondo il Mannert nel villaggio di Castropignano, che è 6 miglia prima di giungere alte detta città. Il citato Romanelli riconobbe questa terza via da Gerione identica alla odierna che da Larino per Casacalenda e S. Giovanni in Galdo conduce a Campobasso, e di là volgendo per Baranello mena a Bojano.
L’ultima via che usciva da Gerione è l’estremità della Via Trajana Frentana che, come dicemmo dove parlammo di questa Via, da Larino perveniva a Foro Cornelio, e di qui passava a Gerione.
E col detto ultimo tratto di via chiudendo finalmente questo nostro Itinerario, non fia vano più che doveroso il protestare che nell’ordinario e descriverlo esattamente fu per noi posta diligentissima cura. Per chi de' nostri lettori non avesse per avventura rilevato in esso un tal pregio non sarà inutile il soggiungere, che degli Scrittori, i quali ci han preceduto in questo istesso argomento, solo il Pratilli è il benemerito di questi studii, ma per sola la Via Appia, cui tanto bene illustrò. Il Romanelli dappoi, avendo distinto il suo lavoro in tre Diatribe, non venne ad offrire quella continuità di dipendenze e di diramazioni di una via dall’altra, per modo che nel tutto insieme rendasi agevol cosa lo scorgere da qual tronco ciascun ramo derivi. Qualche altro scrittore in seguito, per aver voluto considerare le antiche vie solo rispettivamente alle regioni che attraversavano, le ha tagliuzzate in guisa, che a volerle insieme commettere per formarsi idea del sistema stradale ai tempi Romani, s’imprenderebbe la difficile opera, sebben pietosa, di raccogliere le membra di Absirto. Epperò profittando così de' difetti, a fine di evitarli, come del ben fatto, onde imitarlo, degli ultimi Itinerarii, ci lusinghiamo di aver dato questo nostro non solo scevro dei notati inconvenienti, ma, quel che meglio importava, arricchito di nozioni analoghe all'obbietto, ed anche di nuove scoverte, quali, fra le altre, son quelle per noi fatte sulla Via Minucia e sull’Aquilìa.
STORIA DEI POPOLI DELL' ITALIA MERIDIONALEOVVERO DE' DOMINII CONTINENTALI DEL REGNO DELLE DUE SICILIEDALL'ANTICHITÀ PIÙ REMOTA SINO ALLA METÀ DEL SECOLO XIX |
INTRODUZIONE |
Se al modo, che gli altri han tenuto in questo arringo, proceder dovessimo anche noi, dando sotto l’ampio e specioso nome di Storia Patria la sola e nuda serie degli avvenimenti politici e bellicosi del nostro Regno; ei ci sarebbe mestieri d’istituire in questi preliminari delle ricerche analoghe ad un tale divisamento. Discorreremmo, fra le altre cose, de' sistemi diversi intorno ai primi primi abitatori dell’Italia, di cui questa estrema meridional parte, se non è la più estesa, è la più storica almeno, e non dubiteremmo appigliarci ad uno di essi, accampando la nostra opinione sotto il vessillo dell'uno o dell’altro di quei celebri scrittori, che sostengono o l’italica Autoctonia o la transalpina o la Pelasgica immigrazione in queste nostre contrade. Ma oltre che delle ragioni altrove esposte (139) da ciò ci dispensano, il disegno del presente lavoro, qual per noi venne concepito e sarà qui appresso disvolto, non porta che a ciò intendessimo di proposito. Laonde, per non parer di schivare-troppo ricisamente una cosa divenuta affatto intrinseca al subietto, e trasvolare su d'investigazioni, che degne di essere intraprese e sostenute con immenso studio da uomini sommi hanno acquistato una classica importanza, ci limiteremo ad accennarle solamente non senza un nostro parere su di esse.
Quando per rispettare le tradizioni, cui le scienze fisiologiche confermano intorno l’unità di origine de' popoli primitivi, è forza riconoscerne la derivazione da altri diramatisi sia da quella parte dell’Asia che è media tra l’Indo e l’Eufrate, sia dalle Coste dell’Africa come avvisò Romagnosi; quando nel bujo de' secoli da un’accozzaglia di vaghe testimonianze e disparate autorità di scrittori è lecito formar de' sistemi e raccomandarli alla pubblica accettazione con un corredo più o men ricco di filologica suppellettile, ed il pubblico si avvede che in fondo ad un dotto raffazzonamento non altro rinviensi che probabilità e supposizione; allora senza recusar fede all’uno ed aggiustarla all'altro sistema può ciascuno a sua volta o foggiarne sugli stessi elementi qualche altro, o a scanso di responsabilità appigliarsi a quel che più gli talenta.
Per noi venuti dopo Niebuhr, Micali, Romagnosi, Balbo, Cantù sarebbe temerità inescusabile quella di discutere le loro deduzioni sulle origini de' popoli Italiani, se le forze cel consentissero e la prudenza cel consigliasse. Epperò ci accontentiamo di ammirare il primo; sarem tentati di vagheggiare il secondo; careggiamo il terzo; ma seguiamo Balbo per raggiustata e disinvolta maniera, onde lucidamente delle dette origini discorre; ed il Cantù non perdiamo di vista nel determinarci a qualche cosa, che non sia esclusivamente deliquio o l’altro di essi autori amendue.
In quattro principali immigrazioni distingue il Balbo l’arrivo della gente avveniticcia in Italia fra lo spazio di 2210 anni a contare dal 2600 al 390 av. G. C. In ciascuna delle medesime altre parziali ne novera, che incalzatesi l’una all’altra in diverse distanze di tempo, prendevano diversi nomi per lo più secondo le diverse parti del suolo che occupavano.
Nella 1.a immigrazione, provegnente dall'Asia, i popoli che si i sappiano arrivati pe' primi, voglionsi i Tirreni, ovvero Tirreni de' Tirageni già pria Raseni; e di questi Tirreni, che diedero il loro nome al mare rispettivamente ad essi ulteriore, si dissero laurisci o montanari quelli che si fermarono verso il settentrione dell’Italia in grazia del nuovo Tauro, cioè le Alpi, trovatovi simile a quello che avevano lasciato; si appellarono Tuscì od Strusci quelli che si restarono in mezzo, ed Osci quelli che al mezzodì dell’Italia si estesero.
I popoli che tennero dietro ai Tirreni, ma men numerosi, furono iberici, parte de' quali arrivò sino alla penisola Iberica, cioè Spagna, e parte penetrò nella. nostra, dove si dissero Ligi o Liguri quelli che si fermarono al settentrione ed alle bocche del Rodano, Vituli, Viteli od Itali quelli che si restarono nel mezzo, Siculi, Sicceli e Sicani quelli che si spinsero al mezzogiorno dell’Italia ed all’Isola perciò delta Sicania e Sicilia, in cui si sovrapposero ai Ciclopi.
Non guari dopo degl’Iberici si diffusero per l’Italia medesima i Celti, che quasi come due fiumane, 'diramandosi per l’Europa, con una risalirono il Danubio a ritroso del suo corso, e respinti innanzi dai Deutch o Teutoni passarono il Rodano, e si fermarono nella regione da essi detta Celtica poi distinta in Gallia e Britannia, con l’altra de' Celti-Umbri penetrati nell'Italia ne tennero la parte superiore dalle Alpi al Tronto col nome insumbri o Ingubri quelli rimasti sul Po, di Vilumbri quelli sparsi sulla marina orientale, e di Olumbri i fissati tra i’Appennino (140). E questa descritta totale immigrazione vorrebbesi avvenuta in un millenio tral 2600 al 1600, assegnando però men lungo intervallo tra l’arrivo degli iberici e quello degli Umbri.
La 2.a immigrazione fu marittima e dei Pelasgi 0 Phalesgi (vale a dire dispersi o raminghi; di quelli cioè, che originariamente cacciati di Egitto, di Palestina o Fenicia approdarono in Grecia verso la fine del primo anzidetto millennio (intorno al 1900), dove occuparono la penisola meridionale da essi detta Pelasgia sovapponendosi ai Jonii primitivi. Dilargandosi poscia verso la Media e la Tessaglia regnarono, guerreggiarono, sacerdotarono, incivilirono dappertutto; ma sopraffatti dagli Sileni, cui avevano rincacciati verso i monti, furono costretti a cercare nuove sedi emigrando nella nostra Penisola. Quivi la loro prima invasione avvenne circa il 1600 approdando sulle spiagge della Peucezia, donde si slargò verso gli Enotri e s’insinuò tra le genti Sicule, Itale, Osche e Tusche sino a a Rieti. —La seconda invasione de' medesimi direttasi alla bocca meridionale del Po, a Spina, parte vi stanziò, parte vi fa distrutta, e parte penetrò fra gli Umbri, gl’Itali ed i Tusci, raggiungendo t suoi consanguinei e fermando il centro della potenza Pelasgica a Rieti. Ma come in Grecia, così in Italia furono costretti i Pelasgi dallo sforzo riunito dei popoli originarii, intolleranti della loro presenza, ad uscirne ed a sperperarsi pel continente, per le isole Elleniche e forse anche per l’estremità inferiore dell’Italia stessa. — L’impresa di questa espulsione s’incominciò e compì nel termine di poco più di una generazione intorno al tempo dell'assedio di Troja, 1150 anni circa avanti G. Cristo.
La 3.a immigrazione anche marittima, avvenuta tral 1150 al 600 circa avanti l’Era volgare, fu di Elleni. Non si sa, se questi per finire di cacciare i Pelasgi dall’Italia, come fatto avevano a Troja, o per imitarli in cercando sedi migliori di quelle che lasciavano, vennero in queste regioni, in più volte approdandovi, a fondarvi le colonie della Magna-Grecia, Taranto, Crotone, Sibari, Turio, Locri, Reggio, e le colonie di Cuma, Partenope... Benché le loro prime migrazioni si confondano colle ultime Pelasgiche, sicché riesce malagevole sapere, se Pelasgiche od Elleniche furono quelle che Evandro e Fallante fecero alle bocche del Tevere; nondimeno Ellenica fu quella di Ercole prima ai Liguri e poscia al Tevere, come Pelasgico-Trojane furono quelle di Antenore alle foci del Po. e quella di Enea che venne ad essere terza sul Tevere medesimo.
La 4.a fu de' Galli, che irruppero in Italia con cinque parziali e successive immigrazioni a contare dalla prima, che ebbe luogo verso ii 600 circa, e l'ultima avvenuta nel 391 avanti G. C —Nessuna di esse giunse a toccare qualche regione di questa nostra parte meridionale. se non con qualcuna delle scorrerie, chè giù per l’Adriatico si estesero sino alla Magna-Grecia, e che non valsero a spostare dalle loro sedi né Osci né Magno Greci.
A due principali riduce il Cantù tutte le straniere immigrazioni in Italia, una per terra, l’altra per acqua. La sua condizione di penisola fa che siano ammessibili amendue; la tradizione storica poi dice anteriore l’una e la riferisce ai Tirseni o Tirreni, posteriore l'altra e l’attribuisce ai Pelasgi.
A che dunque, diremmo noi, andar fantasticando l’origine dei primi dai Ruteni poscia Tirseni indi Tirreni e l'origine de' secondi dai Phalesgi, (dispersi) o dai Pelargi (cicogne), se gli uni accennano evidentemente alla terra e gli altri al pelago ovvero al mare, per dove si vogliono venuti (141)? E ben allora i Tirreni si confondono cogli Aborigeni sia che questi si vogliano detti così quasi absque origine. sia che si facciano derivare ab orois dai monti; perchè se le immigrazioni per mare sono dall’oriente, ovvero che ai lidi orientali dell’Italia approdarono, e rincacciarono agli opposti lidi gl indigeni, quest’essi ritener dovettero il nome di Tirreni, donde il mar Tirreno, o perchè quasi figli della terra che tenevano, e quindi si dissero Indigeni, Aborigeni, o perchè supposti di non esservi giunti altrimenti che per terra in antitesi di quelli che sapevansi venuti per mare. Ridotto a tale semplicità lo stato della cosa, restano conciliate alla meglio le diverse ipotesi sol che si tara da ciascuna quel tanto, che le rende esclusive per quel soverchio trasporto, che ogni autore mette in quella che sostiene. Non potendosi mai pretendere che l'Italia, come penisola, fosse stata abitata da gente transmarina prima che da gente di oltre Alpe, ne viene, che per tale considerazione il Micali ha forse più che altri dato nel segno, ed il Niebuhr l'ha traveduto, se per lui l'Italia non è stata la prima volta abitata che da Pelasgi. In quanto a Balbo e Cantù, che si accordano nel non ammettere una gente assolutamente indigena (autoctona) d’Italia, l’ordine geografico e cronologico delle moltiplica immigrazioni de' popoli stranieri non è gran fatto diverso, se non che per l’uno, come vedemmo, sono primi i Tirreni, secondi Iberici ed i Celli-Umbri, terzi i Pelasgi, quarti gli Elleni, ultimi i Galli; per l'altro sono primi gli Aborigeni ma non diversi dai Tirreni, secondi gli Iberi e quasi contemporanei ad essi i Celti-Umbri, terzi i Pelasgi. Gli Elleni o Magno-Greci, ed i Galli non son per lui ricordati, perchè si arresta ai primi abitatori d’Italia.
Discorse rapidamente le cose riguardanti le più remote origini del nostro Paese, passiamo a ragionare del disegno di questo lavoro. Poiché lo stesso fa parte della Monografia del REGNO DELLE DUE SICILIE DESCRITTO ED ILLUSTRATO, nella quale opera ci proponemmo (142) di consegnare quanto del passato e del presente torna utile a sapersi dai contemporanei e dagli avvenire; dopo di aver dato la descrizione della parte fisica relativa al suolo, veniamo ora con esso a dar la descrizione storica relativa ai suoi abitanti, alla quale facemmo opportunamente precedere la Corografia e Topografia delle antiche regioni. Nell’esporre adunque tutto ciò che può riguardare i suoi popoli c’industrieremo di ridurre alle proporzioni di questa Monografia Generale del Regno la loro STORIA CIVILE LETTERARIA ED ARTISTICA acconciamente distribuita in sei Epoche, la prima delle quali rimonta ai tempi anteriori ai Romani, e l’ultima finisce colla prima metà del corrente secolo XIX.
In ciascuna delle dette Epoche verran distintamente trattati quei tre obbietti, onde risulta l’umana civiltà, ciascuno con quello sviluppamento di ramificazioni, di cui è suscettibile secondo questo Prospetto.
I.Nella STORIA CIVILE saran disvolti in separate sezioni i due elementi costitutivi della società, val dire il Politico ed il Religioso.
Sotto il primo si comprenderanno queste quattro categorie, cioè:
1.° Le divisioni territoriali, ovvero le circoscrizioni amministrative.
2.° Le forme governative in ordine ai tre poteri dello Stato, comprendendo nel
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legislativo un cenno di quelle leggi, costituzioni comunali, prammatiche... degne di essere citate, |
Potere |
giudiziario le Magistrature, i Tribunali, le Corti... |
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esecutivo il sistema repressivo, e le forze militari di terra e di mare: |
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politici cioè immigrazioni, colonie, successioni dinastiche, invasioni straniere, incursioni ecc. |
3.° Gli avvenimenti |
bellicosi, o guerre interne ed esterne. |
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naturali. cioè pesti, tremuoti, e tutte sorte di flagelli che han più o meno desolato l’umanità. |
4. Le vicende dell’Economia politica.
Sotto l’elemento religioso entra il culto Pagano e Cristiano. Del primo si diranno le Deità che furono particolarmente onorate dai nostri maggiori. Dei secondo si dirà quanto concerne la sua introduzione, gli ordini religiosi, le Diocesi, i Concilii e la Polizia Ecclesiastica.
II. Nella STORIA LETTERARIA si tratterà della coltura de' nostri popoli riferendo lo stato della istruzione pubblica, e le vicende delle Scienze e delle Lettere.
III. Nella STORIA ARTISTICA finalmente entreranno le Arti, le Belle Arti ed i Mestieri, tracciando la
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Cavalleresche |
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delle Arti |
Teatrali |
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Grafiche |
STORIA |
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Pittura |
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delle Belle Arti |
Scultura |
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Architettura |
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Musica |
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de' Mestieri |
— quelli ricordando, la cui introduzione costerà di essere indigena. |
Chi per avventura si meravigliasse dell'aver noi esteso il concetto storico a sì moltipìici e svariati obietti, fra bene che rifletta esser dessi quelli appunto che a formarsi idea di un paese si vogliono conoscere. A chi poi andasse col pensiero ai molti volumi, che si richiederebbero per comprendervi tutta la materia dianzi accennata, giova prevenire, che non è nostro intendimento descrivere i fatti, ma cennarli, farne rassegna, inventariarli insomma senza però l’aridità delle Cronache, senza l’affastellamento de' Repertorii.. Cercheremo di evitar l’una e l’altro col cemento della causalità; non perderemo cioè di vista l’ordine logico, secondo il quale i fatti debbono esser posti in seguito di quelli che li prepararono, quella legge di connessione in fine che gli effetti alle rispettive cause riunisce. Ma se circostanziati come saranno i fatti medesimi in quanto al tempo ed al luogo in cui avvennero, si troveranno insufficienti al bisogno; chi avrà vaghezza di più ampio sviluppo degli stessi, ricorrerà alle men generali Monografie delle Provincie; e coloro, che vorran saperne perfino le minutezze, potran rendersi, per invogliarsene sino alla sazietà, alle particolari Monografie dei Comuni.
Avremmo con ciò adempiuto l’incombenza di un'introduzione, e ne avremmo posto qui il termine, se non ci rimanesse premettere al lavoro un’altra prenozione non meno importante dell'antica Topografia, val dire alcune cronologiche avvertenze. Ciò facendo avremo completamente prevenuto i desiderii de' nostri lettori come sul dote, così sul quando ebbero luogo i fatti che imprenderemo a narrare. E per fermo, se torna lor grato il sapere che so quelle contrade del nostro patrio suolo, nelle quali oggi è solitudine e squallore, sorsero un tempo città floridissime; non men grato sarà per riuscir loro l’aver contezza dell’epoca, in cui sol tal punto fu combattuta la tal guerra contro gl’invasori de' popoli, sul tal altro il principio della propria indipendenza tenne piede al Popolo conquistatore, che finalmente riusciva a fondere in un corpo politico le svariate Regioni ed i tanti piccioli ma pur forti Stati di questa Italia meridionale; non men grato altresì giungerà loro il poter conoscere in qual tempo fiorirono, caddero, risorsero ora illustri, ed ora sventurati, ma pur sempre famosi gli avi nostri.
Parer potrebbe oziosa ricerca questa, che qui accennammo, in fatto di Cronologia a chi si sta alle storie Romane, nel cui periodo son comprese le nostre, perchè le stesse ci son raccontate non senza la notizia degli anni più o meno precisi, coi comunemente i loro scrittori le ragguagliano. Ma siccome al proposito di origini vi ha chi te le conta, come se le avesse acconciate sulle dita, eppure di null’altro si dubita tanto; così al proposito di epoche, cui si vogliono riferire le più antiche vicende dell’umanità, non vi ha più di coloro, che volentieri vi si acchetano. E riguardo alle cose Romane in ispecie, quelle cioè che pajon proprie, come se fossero rilevate da Annali e da Cronache, dopo che il Niebuhr, già da altri in ciò preceduto, circa le loro date si fece a muovere certi dubbii, noi protestiamo di non avere in conto di precisamente vere quelle, che tali non essendo, ci è pur forza di adottare.
E incominciando dall’epoca della fondazione di Roma, chi non sa quanto è divenuta incerta e quanto siano perciò arbitrarii i computi cronologici che ad essa si appoggiano?—È il vero che quella, che conta gli anni dalla espulsione de' Re, e l’altra che li enumera dalla presa di Roma dai Galli sono alquanto più storiche: ma se la prima di esse si rapporta all’epoca della fondazione di Roma, la cosa torna allo stesso. D'altronde gli anni de' Fasti, che ne contano 120 di magistratura dal principio del Consolato sino all’Era della detta presa di Roma, non corrispondono esattamente anno per anno ai 119 della stessa Era per ragione degl’Interregni, i quali, secondo Niebuhr, importavano' un anno di più per ogni trentennio; sicché gli anni della Cronologia non coincidono affatto cogli anni de' Fasti. — Questi dubbii inoltre neppur si dileguano chiamando in soccorso la Greca Cronologia, secondo la quale la presa di Roma pe' Galli avvenne nell’anno primo o secondo della 98. Olimpiade, perchè gli antichi scrittori Romani L. Cincin Alimento, Nevio, Fabio Pittore, Ennio, Catone, Polibio, Cassio Emina, Varrone, Cornelio Nipote, Tito Livio, Diodoro, Eutropio non si accordano su di un punto, che potevano conoscere assai meglio di noi» Se dunque per Niebuhr, com’egli scriveva, il ricondurre gli avvenimenti ad una cronologia determinata fu un problema insolubile per l’incertezza, che regna negli anni Consolari, e per altre ragioni intrinseche alla controversa natura e durata dell’anno Romano; ciò intendasi detto riguardo a quella precisione che su tale argomento si desidererebbe, e che non è possibile di augurarsi a vista degli sforzi, che vi hanno intorno sprecato tant’illustri autori senza riuscire a risultato uniforme.
Vagliano quindi queste dubbiezze a scagionarci di due cose che non ci sarà possibile di evitare; la prima è quella discordanza che in questo lavoro occorrerà notare nelle date de' tempi Romani rispetto a quelle seguite da altri autori nel riferire i fatti medesimi; la seconda si è di non tenere per assolutamente vere le date anteriori ai detti tempi, le quali noi riteniamo per meramente convenzionali.
Ma in tant’ondeggiamento di Cronologisti, che per altro non tocca la sostanza delle storiche ricerche, uopo è fissare de' punti, quali che siano, per serbare almeno la distanza relativa fra un avvenimento e l’altro, se non la distanza assoluta da un'epoca sicura. Epperò siccome in Geografia per la longitudine de' luoghi è indifferente contare dal meridiano fissato nell’Isola del Ferro o da quello di Parigi; cosi in questa storia noi di quei punti cronologici già per altri stabiliti segneremo qui appresso quelli che abbiam creduto di seguire senza rendercene mallevadori, e senza farci nella scelta imporre da autorità, che in queste materie più che in altre protestiamo di non avere in gran conto. I quali punti messi insieme come in uno specchio, che presterà ai nostri lettori lo stesso ufficio delle Carte Topografiche per la ricognizione del sito de' luoghi, gioveranno per l’approssimativa determinazione de' tempi, consultando nelle occorrenze la seguente
MAPPA CRONOLOGICAde' principali fiuti contenuti nelle sei Epoche In cui si è divisa la Moria de' Popoli dell’Italia meridionale |
EPOCA IDISTINTA IN TEMPI OSCURI, FAVOLOSI E STORICI COMPRENDE |
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Aborigini (nel senso di absque origine) che i Greci dissero Ausoni, ed altri confondono coi Tirreni e co' Siculi |
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a) Nel tempo Oscuro gli |
Osci
e gli Opici |
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Enotri ed i Coni |
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b) Nel tempo Favoloso o mitico (143) comprende tutto ciò che fu anteriore alla fondazione di Roma, e ciò che avvenne sino alla cacciata de' Re, e propriamente |
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1. Gli Indigeni (nel senso di inde geniti) che sarebbero i derivati dagli Osci, cioè |
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Caraceni |
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Piceni e i Pretuzii |
gl’Irpini |
Pentri |
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2. Sabini, donde uscirono i |
Sabelli o Sanniti, donde |
i Frentani |
Caudini |
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………………………………. (144) |
i Lucani |
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Dauni e i Peucezii, ovvero gli Appuli |
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Japigi-Messapii e i Salentini, ovvero i Calabri |
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3. Vestini |
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4. Marrucini |
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5. Peligni |
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abbraccia |
6. Marsi |
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7. Campani |
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7. Campani |
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8. Sidicini |
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9. Le immigrazioni |
De' Pelasgi nella Peucezia intorno al 1600 (?) av. G. C. |
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Degli Elleni nelle spiagge del Jonio o Magna-Grecia verso la metà del secolo XII (?) av. C. |
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10. La fondazione di Roma fissata nell'anno 754 av. C. |
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10. La espulsione de' Re avvenuta nel 245 di Roma, 509 av. C. |
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c) Nel tempo Storico comprende tutto quel che successe dalla detta espulsione in poi sino alla caduta della Repubblica, ossia sino al 727 di Roma, 27 av. G. C. |
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di Roma |
Anni |
av. G. C. |
Arrivo di Pitagora nella Magna Grecia |
219 |
— |
535 |
Sibari distrutta dai Crotoniati |
246 |
— |
508 |
I Sanniti si rendono padroni di Capua nel |
331 |
— |
423 |
Presa di Roma da’ Galli e liberazione della stessa pel valore di Furio Camillo |
364 |
— |
390 |
Ribellione de' Bruzii dai Lucani |
396 |
— |
358 |
Principio della Guerra Sannitica nel |
411 |
— |
343 |
I Romani son costretti dai Sanniti a passare sotto le Forche Caudine |
433 |
— |
321 |
Fine della Guerra Sannitica secondo coloro che le danno la durata di 71 anni |
446 |
— |
308 |
Guerra contro Pirro venuto in soccorso de' Tatantini |
474 |
— |
280 |
Ritirata di Pirro in Epiro |
480 |
— |
274 |
Prima Guerra Punica |
490 |
— |
264 |
Fine della stessa dopo 22 anni |
512 |
— |
242 |
Seconda Guerra Punica |
536 |
— |
218 |
Disfatta de' Romani a Canne |
538 |
— |
216 |
Fine della seconda Guerra Punica dopo 16 anni |
512 |
— |
242 |
Terza Guerra Punica |
601 |
— |
149 |
Fine della stessa colla distruzione di Cartagine dopo 3 anni |
608 |
— |
146 |
Guerra Italica Sociale o Marsica, preparata da 4 anni e scoppiata nel |
663 |
— |
91 |
Fine della stessa per opera di Silla dopo 3 anni |
666 |
— |
88 |
Guerra di Spartaco Enomao e Crisso gladiatori |
681 |
— |
73 |
Fine della stessa per opera di Crasso e di Pompeo |
683 |
— |
71 |
Ottavio il dì 13 gennajo riceve per un decreto del Senato il titolo di AUGUSTO e quello di IMPERATORE per 10 anni |
727 |
— |
27 |
EPOCA Π(DELLA DURATA DI 1070 ANNI) |
||
Comprende |
L’Impero Romano da Augusto sino ad Augustolo, ovvero il periodo dal 27° anno av. G. C. sino al |
476 |
Il Dominio degl’ imperatori Greci sino alla cacciata de' Catapani, o il periodo dal 476 sino al | 1043 | |
Principali avvenimenti accorsi durante quest’epoca |
|
Tremenda eruzione del Vesuvio, che seppellì Ercolano, Pompeja ecc. |
79 |
Editto perpetuo di Adriano |
132 |
Alarico trascorre nella Campania, nella Lucania, ne’ Bruzii |
409 |
Muore a Cosenza, ed è sepolto co’ suoi tesori nel letto del fiume Crati |
410 |
Capua e Nola saccheggiate e quasi distrutte da Genserico, |
455 |
Augustolo detronizzato da Odoacre è confinato nel Castello Cuculiano ora Castello dell’Uovo in Napoli |
476 |
Belisario prende quasi di assalto Napoli, introducendosi i suoi soldati per un acquidotto |
536 |
Totila prende Napoli ed usa la generosità di abbatterne solamente le mura |
543 |
Narsete finisce di espellere d’Italia i Goti munitisi in Gonza |
555 |
Il Ducato di Benevento è fondato da’ Longobardi in Zotone I |
589 |
Finisce in Luitprando ultimo Duca, e divien Principato sotto Arechi I |
758 |
La Provincia Beneventana, cioè il Sannio, è divisa ne’due Principati di Benevento e Salerno |
851 |
Sorge il Principato o governo indipendente di Capua nel suo Conte Landone figlio di Landolfo |
852 |
Bari eretta a sede del governo de' Greci, e per mezzo de' Catapani governata circa il |
984 |
I Baresi ad impulso del ricco e potente cittadino Melo insorgono contro il tirannico ed avaro dominio de' Catapani |
1010 |
Riescono a scuoterne il giogo coll'ajuto ile’ Normanni nel |
1043 |
EPOCA ΠΙ(DELLA DURATA DI 223 ANNI) |
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Comprende |
I Normanni, ovvero il periodo da Guglielmo Braccio di ferro nel |
1043 |
|
sino a Ruggiero fondatore della Monarchia nel | 1130 | |
|
e da questo sino a Guglielmo III nel | 1193 | |
|
Gli Svevi, ovvero da Arrigo Imperatore nel 1194 sino alla loro fine in Manfredi nel | 1266 | |
Principali avvenimenti occorsi durante quest’epoca |
|
A Guglielmo Braccio di ferro in un’adunanza tenuta in Materavien conferitoli titolo di Contedi Puglia |
1043 |
Concilio di Melfi, in cui fu accordata ai Normanni l’investitura della Puglia, della Calabria e della Sicilia |
1059 |
Roberto Guiscardo s’impadronisce del Principato di Salerno | 1075 |
Gregorio VII muore in Salerno nel |
1085 |
Ruggiero, Principe Normanno fonda la Monarchia delle Due Sicilie nel |
1130 |
Gli successe Guglielmo I suo figlio detto il Malo e dagli adulatori il Grande nel | 1154 |
Guglielmo II soprannominato il Buono figlio di Guglielmo I |
1166 |
Tancredi, Conte di Lecce, cugino di GuglielmoII |
1189 |
Guglielmo III figlio di Tancredi ultimo Re di stirpe Normanna |
1194 |
Arrigo VI figlio di Federico I Imperatore, marito di Costanza figlia del Re Ruggiero, primo Sovrano di stirpe Sveva |
1194 |
Federico I delle Due Sicilie, II tra gl’ Imperatori |
1197 |
Corrado figlio di Federico |
1250 |
Manfredi, fratello di Corrado, Tutore di Contadino, poi Re |
1258 |
Muore e chiude la stirpe Sveva nel |
1266 |
EPOCA IV(DELLA DURATA DI 250 ANNI) |
||
Comprende |
Gli Angioini, ovvero il periodo da Carlo I d’Angiò nel |
1266 |
|
sino a Renato d' Angiò nel | 1441 | |
|
Gli Aragonesi, ovvero da Alfonso d’Aragona nel | 1441 | |
|
sino a Ferdinando III nel | 1516 | |
Principali avvenimenti occorsi durante quest’epoca |
|
Carlo I, Principe Francese della Casa d’Angiò |
1266 |
Morie di Corradino e del Duca d’Austria sulla Piazza del Mercato· |
1269 |
Vespro Siciliano il dì 30 marzo del |
1282 |
Carlo II d’Angiò figlio di Carlo I gli succede nel |
1285 |
Roberto figlio di Carlo II |
1309 |
Esamina il Petrarca, e il trova degno di essere coronato |
1341 |
Giovanna I. figlia del Duca di Calabria e nipote di Roberto |
1343 |
Sua morte nel castello di Muro in Basilicata, e successione di Carlo III. di Durazzo al· trono di Napoli |
1382 |
Ladislao figlio di Carlo III |
1386 |
Giovanna II. sorella di Ladislao |
1414 |
Renato d’Angiò adottato da Giovanna II |
1435 |
Alfonso I. d’Aragona anche adottato da Giovanna II divien Re delle Due Sicilie |
1441 |
Gli succede nel solo Regno di Napoli Ferdinando I. d’Aragona figlio naturale di Alfonso I |
1458 |
Alfonso II. d’Aragona |
1494 |
Ferdinando II. d’Aragona per rinunzia del padre Alfonso II |
1495 |
Federico d’Aragona fratello di Alfonso II |
1496 |
La disfida di Barletta il dì 13 febbrajo |
1503 |
Ferdinando III, detto il Cattolico, vincitore di Federico |
1503 |
Muore e chiude la discendenza Aragonese nel |
1516 |
EPOCA V(DELLA DURATA DI 218 ANNI) |
|
Comprende il governo de' Viceré sotto gli Austro Spagnuoli, ovvero da Carlo V |
1516 |
sino a Carlo III. Borbone nel |
1734 |
Principali avvenimenti occorsi durante quesdta epoca |
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Carlo, V fra gl’Imperatori, succede all’avo materno Ferdinando III il Cattolico morto in Madrid nel gennajo. |
1516 |
Il Viceré Pietro di Toledo |
1532 |
Filippo I. per rinunzia del padre Carlo V. gli succede nel |
1554 |
Filippo Π. figlio dell’antecessore gli succede nel |
1598 |
Filippo III. succede al padre nel |
1621 |
Sollevazione di Masaniello nel dì 7 luglio del |
1647 |
Carlo V di Napoli, li delle Spagne, figlio di Filippo III |
1665 |
Filippo IV d’Angiò (nelle Spagne Vj figlio del Delfino di Francia è nominato dal precedente a succedergli nel |
1700 |
Congiura ordita da Jacopo Gambacorta Principe di Macchia |
1701 |
Carlo VI Imperatore d’Austria per la convenzione di Rastadt diviene Re di Napoli nel |
1707 |
Carlo III Borbone figlio di Filippo IV, nelle Spagne V, conquista il Regno di Napoli nel |
1734 |
EPOCA VI(DELLA DURATA DI ANNI 120) |
|
Comprende i Borboni felicemente regnanti, ovvero da Carlo III. Borbone nel |
1754 |
A Carlo III. succede, per rinunzia del Padre, Ferdinando IV di Napoli, III di Sicilia, nel |
1759 |
Repubblica Partenopea dura non più che sei mesi |
1799 |
Giuseppe Bonaparte, Re di Napoli |
1806 |
Gioacchino Murat, per decreto dell'Imperatore Napoleone, è creato Re di Napoli nel |
1808 |
Ferdinando IV., col nome di Ferdinando I. rientra nel Regno di Napoli nel giugno del |
1815 |
Concede la Costituzione nel di 6 luglio |
1820 |
Si riordina la Monarchia assoluta nel |
1821 |
Francesco I. succede al padre nel |
1825 |
Ferdinando II. felicemente regnante gli succede nel |
1830 |
Nella notte de' tempi, che ha preceduto le storiche tradizioni intorno ai primi primi abitatori dell'Italia, i popoli, che a grande stento vi si discernono, sono gli Aborigini, gli Umbri, i Siculi, i Tirreni, gli Ausoni, gli Enotri, i Coni, gli Opici, gli Osci,... I quali ne dileguano la tenebria non altrimenti che la fiocca lucerna in mezzo alla buja e sterminata sala di Montezuma, ov’era posta per irradiar tanta luce, quanta servisse, secondo la poetica espressione del Camoens, per meglio vederne la oscurità. Ed in vero, sia che cennar volessimo tutte le svariate opinioni, che di essi popoli si sono scritte, sia che una sola per ciascuno ci restringessimo a riferirne; nell’un caso riusciremmo ad addensar loro intorno tanti nugoli da non potersene più riconoscere né il numero né il sito, e nell'altro daremmo opera a renderli evanescenti in guisa da non potersi raffigurare. Via dunque per noi coscienzioso servigio di tramandarne alla posterità la memoria, solo ravvivata quanto basti, perchè arrivi sino ai secoli avvenire, ai quali il secolo presente mostra la via, onde riuscir forse un giorno a squarciare quel velo, in cui ci avemmo ricoperto il passato.
Esordiamo dai popoli di questo nomo, perchè secondo tutte le ipotesi e le diverse indagini etimologiche son dessi anteriori a tutti gli altri dell'Italia, cioè quelli, di cui se non costa di essere stati avveniticci. non però pensar debbesi che fossero stati Autoctoni, val dire nati nel suolo stesso da essi abitato, non venuti da altrove. Il nome di Aborigini, sia proprio o di razza particolare pe' soli Latini, che secondo Festo se ne dissero derivati, sia appellativo o parola generica per gli altri popoli, che per boria di Nazione amavano di farsi credere tanto antichi da non sapersene l’origine, segna in tutt’i conti un’antichità, vera o supposta che sia, la quale trascender deve ogni altra, conosciuta. E per fermo, o che vogliansi così detti gli Aborigini, quasi absgue origine, o semplicemente ab origine, cioè originarii perchè fin dalla loro origine abitarono la contrada; o che infine si faccia il loro nome derivare dalla ibrida combinazione di ab, val dire dai monti, e perciò montanari o selvaggi; secondo lo due prime etimologie sarebbero semplicemente antichissimi, e secondo la terza sarebbero i più antichi di tutti, cioè i primi che penetrarono nel vergine suolo dell’Italia, per terra e propriamente per gli alpini passaggi; epperò anteriori agli altri approdativi per mare. Aborigini adunque in qualsivoglia de' riferiti sensi son pure sinonimi di Casci o Prisci Latini, che in lingua Sabina significarono i Vecchi, gli Antichi, appunto perchè i Latini, come testé si è detto, dagli Aborigini pretendevano discendere.
L’ascendente delle cose romane preoccupò talmente gli scrittori di esse, che quelle de' popoli preesistenti e circostanti andarono affatto dimenticate, non altro di questi ricordandosi che il nome. E di nome soltanto conosciamo fra gli altri gli Umbri, i Siculi, i Tirreni, gli Ausoni, de' quali tutto quel che può dirsi riducesi a qualche etimologica divinazione, e ad una vaghissima corografia del loro sito. Consentendo agli Aborigini l’anteriorità che loro si accorda in grazia della loro denominazione, e stando allo notizie tradizionali, che vogliono i Siculi di unita ad essi Aborigini aver discacciato gli Umbri stabiliti fra l’Adriatico e l’Appennino; pare che questi fossero primi dei Siculi e degli stessi Aborigini. Se in fattisi vogliono cosi appellati dai Greci από του ομβρου ab imbre nel senso di campati dal diluvio, non debbono supporsi altri più antichi di loro. La quale antichità non potrebb’essere contrastata. anche se, rifiutando l’etimologia dei Greci, che intendevano per essa dimostrarli emigrati di Grecia in Italia in seguito del Diluvio di Ogige, si volessero così appellati dall'ombra dei sotterranei e delle caverne, in chi abitarono i primi uomini innanzi che la civiltà non li avesse portati alla formazione delle case.
Gli Umbri od Ombrici occupavano estesissimo territorio. Oltre a quello che restò detto Umbria, tenevano la parte meridionale dell'Etruria, (sì veramente che il fiume Ombrone in Toscana n’ è per certo un ricordo) ed anche il paese che i Sabini conquistarono fra il Tevere e l’Appennino: anzi fu detto che si allargarono da vincitori sul pendio nord-est delle montagne verso il mare superiore e verso il Po scacciando da quelle spiagge i Siculi e con essi i Liburni. Ai tempi storici intanto si trovarono gli Umbri ristretti sulla sinistra riva del Tevere, non senza alcuni possedimenti isolati, come Ravenna, ed alcuni altri che tennero pagando ai Galli Senoni un tributo.
Si vogliono questi popoli diversi dai Sicani, gli uni secondo Dionigi di Alicarnasso e Varrone, barbari ed indigeni del Lazio, gli altri abitatori della {Sicilia. Scacciati i Siculi alla lor volta dagli Umbri con altri popoli collegati, furono ascolti, non dagli Opici che prevalenti in forze erano nel caso di respingerli, se mai per prepotenza avessero voluto rimanersi nella Opicia, ma dagli Enotria (ineguali a rimpettarne la invasione) che loro lasciarono occirpare le coste occidentali de' Bruzii. E di qui gli Opici istessi ajutati dai Pelasgi li obbligarono a trasferirsi nella Sicilia. Quei che fanno i Sicani derivare dai Sequani della Gallia, pensano che si trovassero in Italia dietro immigrazione de' Celti: ma se i Sicani secondo altri scrittori furon proprii della Sicilia, allora i Siculi (diminutivi probabilmente di essi) sarebbero passati dalla Sicilia sul continente, donde vennero rincacciati in quella cui diedero dal loro il nome di Sicilia.
Sotto questo nome s’intendono comunemente, ma non originariamente, gli Etruschi; perché questi, in tempi più vicini agli storici, avendoli sopraffatti ed espulsi, restarono padroni dell'Etruria, nella quale furon poscia dai Romani circoscritti. Non si accordano però gli eruditi nella derivazione etimologica della parola Tirreni. Vi ha chi li vuole sinonimi di Tirii ossia provegnenti da Tiro, e chi li vorrebbe far discendere dai Raseni (che credonsi gli stessi che i Reti, popoli posti al settentrione dell'Italia dietro le Alpi Retiche) tramutali in Tiraseni (forse per l'aggiunzione dell’articolo) poscia in Tirseni, ed indi, per l’affinità, o meglio per l’uso di scambiar l's in r appo gli antichi, in Tirreni. Pretendono altri di aver preso il nome da Tarses, Turres, perchè essi i primi ritrovarono l’arte di fabbricar le torri e le mura di fortificazione delle città. Ed altri osservando che dopo la conquista fattane dagli Strusci restò il nome Tirrenii alla contrada e di Tirreno a tutto il mare che la bagnava, lasciano luogo a quest’altra nostra congettura; e diciamo, che ammettendo col Vico la sinonimia tra torri e terre, cosi dette a terrendo, come le arces ab arcendo, hostes, i Tirreni han potuto essere denominati in tal guisa nel senso di Terrazzini, abitatori cioè di Terre, ovvero paesetti, come tuttavia si addimandano quelli che por la loro picciolezza non possono esser detti città. Sul littorale infatti del Tirreno non sono state che pochissime città ne’ tempi antichi, come pochissime sono oggidì considerandole in confronto di quelle sparse lungo le spiagge dell’Adriatico. Gli Etrusci allora, da cui furono espulsi i Tirreni, non sarebbero che i civilizzatori sopraggiunti a mutarvi la condizione delle Terre in Città, la quale operazione si restrinse all'Etruria, e non si diffuse che assai tardi e per alcuni punti solamente della costa occidentale dell'Italia. Epperò i Tirreni non sarebbero che coevi, so non una stessa cosa con gli Aborijini e con gli
Furono questi popoli anch'essi originarli di questa meridional parte d’Italia, e propriamente di quella spiaggia che da Locri correva sino ai Salentini. Da essi fu detto Ausonio il mare che la bagnava, ed Ausonia poi fu appellata quasi tutta l’Italia, forse perchè, in approdando gli Enotri a quel littorale, gl’indigeni, che n’erano respinti, o da sé riducevansi nelle interne regioni, quivi seco portavano ed improntavano il loro nome. Ond’è che in tempi vicini all'epoca storica il primo paese, che col nome di Ausonia apparisse, fu quello dove poi sursero Cales e Maluentum, poscia Benevento. Ma poiché si vogliono sinonimi gli Aurunci e gli Ausoni pel facile scambio nel vecchio Luino della r in s, e gli Aurunci, secondo Niebuhr, sono un derivativo di Auruni; etimologizzando su questo dato potrebbe avventurarsi il sospetto, non fossero stati cosi detti dall'Aurora, nella cui direzione gli Ausoni ovvero Auroni erano posti, e propriamente nel fronte, come Plinio scrisse, o meglio nella pianta del piede dell’Italia, che sta rimpetto all'oriente.
Amendue questi popoli occuparono una medesima regione sotto il nome di Enotria, parte della quale appellavasi Conia. La Enotria fu la stessa che l'Ausonia; epperò si estendeva da Reggio sino al fiume Sele, comprendendo le Calabrie, e l’antica Lucania, cioè oltre la Basilicata anche una parte del Principato Citeriore, nelle quali due ultime provincie aveva per termini il fiume Bradano a settentrione, ed il Sele a ponente. La prima colonia che secondo Pausania si ricordi giunta in Italia per mare, dicesi quella degli Enotri, condotti da Enotro figlio di Licaone re di Arcadia nel Peloponneso, i quali si cacciarono innanzi gli Ausoni occupandone la contrada.
Nella Enotria si distinsero parecchie altre parziali regioni, che furono l'Italia, la Sicilia, la Conia, e la Morgesia. Restringevasi la prima a quel tratto di suolo, che è posto fra gli opposti seni Scillatico e Lametico, ovvero tra i due golfi di Squillace e Santa Eufemia. —La Sicilia fa pur qualche tempo quella estrema parte delle Calabrie, nella quale gli Enotri permisero di stanziare ai Siculi, cui gli Umbri a forze riunite con altri popoli scacciarono dal Lazio, e gli Opici non vollero accogliere fra loro. — La Conia fu quella che posteriormente fu chiamata Siritide, circoscritta cioè presso alla foce del fiume Sinno. E la Morgesia, secondo Dionigi di Alicarnasso e Plinio, fu la stessa che l’Italia testé descritta, perchè al re Italo, secondo la tradizione che personifica i nomi de' popoli in tanti fondatori omonimi, successe il Morgete, dai quali re amendue si denominarono successivamente la contrada ed i popoli di essa.
A tutte le riferite denominazioni dedotte, come si è veduto, da altrettanti supposti personaggi, volendo assegnare meno sbrigative ragioni etimologiche, ci permettiamo di addurre altre opinioni, che crediamo più verisimili. Secondo il JANNELLI (Peter uni Oscorum Inscriptiones etc. pag. 20) se dell'Epiro furono gli Oeniani e gli Oeniadae, cioè Oenii primi; gli Oenotrii, che sono gli Oenii alteri o secundi, non sarebbero, che colonie dell'Epiro, le quali si sparsero anche nella Campania e nel Lazio sì veramente da far dire a Virgilio: Hesperiam... Oenotrii coluere viri.
La Conia sarebbe, come una parte della Lucania, cosi una riduzione della parola Lycaonia, onde fu detta Lucania. Nella quale ipotesi risalta un riscontro con l’altra che vuole gli Enotri condotti da Enotro, uno de' venti, ventisei o cinquanta figli di Licaone, diciassette generazioni prima della guerra Trojana: e nella stessa rilevasi pure una conferma di quanto dicemmo a pag. 147 di questo volume della colonia degl’Irpini, che diede origine ai Lucani, entrambi traduzione di lupo, che in Osco è hirpo, ed in greco è lycos (147).
E poiché a congetture ne abbiamo un’ altra sostituito, ci facciam lecito di aggiungerne un’altra ancora, che in mezzo all'oscurità, in cui ci troviamo, merita di mettersi a calcolo. — Dato che Enotria sia stata così detta dal vino, di cui divenne ferace la regione, l'Ausonia potè forse esser così detta dal frumento, ovvero dall'Oro poetico, aurum, in lingua dei Sabini ausum, col qual nome Vico nella Scienza Nuova dimostrò essersi chiamato il grano, donde l’Età dell'Oro. La contrada allora, che prima era ferace di frumento, e 'quindi abitata dagli Auroni, ossia Ausoni, divenuta produttrice di vino prese il nome di Enotria lasciando quello di Ausonia; il che si espresse nel linguaggio mitico dicendo, che gli Enotrì cacciarono gli Ausoni. E cosi la frase di Lucio Floro, che d sse la Campania luogo di gara fra Cerere e Bacco in arricchirla de' doni loro, si accomoda a tutto il Reame, in ogni angolo del quale, dove più dove meno, han sempre abbondato cereali e vini squisiti da giustificare e ritenere per detta con verità l’Italia or Ausonia, or Saturnia, ed ora Enotria in gran parte (148).
Secondo questo sistema, che con ragione più naturale deduce le denominazioni de' luoghi dai loro prodotti agricoli e pastorali, anziché da supposte genealogiche discendenze, si spiega facilmente, che l’Italia, circoscritta fra le brevi sponde dei due opposti golfi di Squillace e Santa Eufemia, è la traduzione della Biblica espressione di Cethim, che significa Bonaria, perchè ferace di buoi e di tori grecamente vitali, donde Vitalia e poscia Italia. — La Conia fu così appellata απο του κωνου dalle pine o dagli alberi coniferi. — La Morgesia, come parte della Enotria, ebbe nome dalle viti murgentine, le quali presero o diedero il loro nome all'antica città Murgentium, donde i Murgentini popoli della Sicilia, come Ruggiano nella Calabria citeriore dall’uva ruggia. Dei Siculi non si assegna una simile derivazione, perchè popoli avveniticci e di non stabile dimora prima che non si posassero nella Sicilia. Come tali, ed in certa guisa avventurieri, non dovevano essere così appellati che dall'arma lor propria, sica, specie di daga.
Abbiam serbato in ultimo luogo de' Tempi Oscuri questi popoli, non perchè ultimi per tempo, o per sito tra le Italiche regioni, ma perchè dobbiamo con essi intertenerci più che non abbiam fatto cogli altri fin qui ricordati. A ciò si arroge, che siccome son essi i più antichi o almeno coevi ai più antichi popoli d’Italia, ed anche ai Romani, così occorre degli stessi parlare, e qui e ne’ Tempi Favolosi, ed anche ne’ Tempi Storici, incili dividemmo quest’EPOCA I; tanto remota, estesa ed irrecusabile ci rendono la loro presenza sulla maggior parte di questo nostro patrio suolo la tradizione ed i non pochi monumenti scritti in esso dissepolti.
Molto e svariato è quel che degli Osci troviamo scritto negli antichi e ne’ recenti autori; ma in guisa che neppur due di essi son quasi mai di accordo nel concetto, che aver se ne debbe. E perchè il nostro officio l'obbligo ci ricorda di qui almen sommariamente registrare le meno strane opinioni, noi faremo qui seguirne una sobria rassegna, cui aggiungeremo anche per sommi capi le dotte elucubrazioni del nostro Jannelli (149), e quindi conchiuderemo con qualche nostra osservazione nel senso di quella, che già da noi fu cennata a pagina 132 di questo volume.
a) Valore delle varie denominazioni dagli Osci. Ai tempi di Catone la voce Osco eia sinonima di barbaro; ed anche nella mente dei Greci il nome di Opici destava l’idea di barbari grossolani, perchè lo avevano alcuni mercenarii selvaggi (Niebuhr).
Opicus Opscus ed Oscus furono un solo e medesimo nome. Festo alla voce Oscum assicura che in quasi lutti gli antichi comentarii trovasi scritto onicum per oscum. Presso lo stesso nel citato luogo Verrio Flacco sulla testimonianza di Ennio accerta che gli Osci un tempo erano detti Opsci. Altri da questa notizia vorrebbero trarre che Oscus contratto da Opscus, e questo da Opicus, avesse appo i Latini avuto senso di discendenti dagli Opici.
Opicus è derivato da Opi, terra, la moglie di Saturno. Epperò gli Opici secondo alcuni sarebbero gli stessi che i giganti, cioè figli della Terra, autoctoni; secondo altri sarebbero i ricchi possidenti di terre, gli opulenti, che secondo Festo (v. Opima) erano terrestribus rebus copiosi.
Servio si lasciò dire (VII. AEneid.) che Osci in greco significavano le lepri, nondimeno fa gli Osci gli stessi che gli Opici, mentre fa derivar questa parola da ofis.; serpente, dicendo che presero tal nome dall'abbondanza dei serpi che nella Campania incontrarono; la qual cosa è pur ripetuta da Stefano Bizantino (v. Opikoi).
b) Estensione e circoscrizione corografica degli Osci. — Abitavano gli Opici, dice Aristotile (150) in quella parte dell'Italia che è verso la Tirrenia; egli Opici son per lui quelli stessi che anticamente e sino ai suoi tempi appellavansi Ausoni.
Dionigi d’Alicarnasso non restringe alla sola Campania il loro territorio, poiché dice il Lazio una contrada dell’Opica (151).
Distinguevasi Coma dell'Opica da Coma dell'Eolia; ed Ecateo presso Stefano Bizantino fa Nola città dell'Ausonia, che altri, come Niebuhr avvisa, avrebbero detto dell'Opica. Ciò derivava dall'essere il concetto di Ausonia più esteso. Con tal nome in fatti intesero (Festo v. Ausonium) i Romani dapprima quella parte dell’Italia, in cui furono Cales e Maluentum; poi la denominazione medesima estesero a poco a poco a tutta Italia, quae Apennino finitur, e che sarebbe tra l’Appennino e il Mar Tirreno, oppure, quasi l’intera Italia, se secondo altri in vece di finitur debba leggersi finditur.
Antioco presso Strabone ritiene gli Opici per gli stessi che gli Ausoni. Polibio all’opposto fa degli Opici e degli Ausoni due popoli diversi. Onesta contraddizione è dal Niebuhr dileguata con la seguente osservazione: «È sorgente comune d’increscevoli confusioni, egli dice, pe' tempi tradizionali l’esservi molte nazioni che si componevano di molti popoli, i quali or sono designati col loro nome particolare ed or col comune e generale. Se una tradizione parlava de' Pelasgi, ed un’altra dei Siculi o dei Tirreni come abitatori di un paese, se ne conchiudeva, anche degli antichi, che erano due i popoli stabilitisi l’uno allato dell’altro, o l’uno dopo l’altro. Così Polibio degli Opici e degli Ausonii disse come di due popoli diversi, abitanti la contrada che circonda il golfo. Nessuno è ugualmente dotato di tutti i pregi, e tal eccellente storico dell'epoca, di cui parlava, dandosi poca briga di ricercare la storia degli antichi popoli, è assolutamente senza autorità, quando parla di loro. Così Strabone distingue Ausoni ed Oschi: quelli sono gli antichi aitanti della Camparla, gli altri i loro successori nella conquista del paese. Un autore, che ei cita senza nominarlo, accumula ancora maggiori errori parlando di Opici, di Ausoni. e di Oschi, che gli uni dopo gli altri avrebbero occupata la Campania; indi degli abitanti di Coma, poi dei Tirreni. che finalmente sarebbero stati vinti dai Sanniti. Fra gli Oschi che considerava come estinti, Strabone novera i Sidicini, donde segue che sembra far uno di tal nome, per quanto abbia potuto veder chiaro in dette cose, a designare gli Ausoni non mescolati di Sanniti. Cagione forse l’aver trovalo negli scritti greci il nome di Opica dato ai Sanniti e ad altri Sabelli del Sud. Uno scrittore così eccellente avrebbe qui potuto sfuggire ogni anfibologia impadronendosi della forma latina, dando un significato determinato e lasciando sussistere la forma greca secondo il senso che vi si era insinuato. Egli non poteva ignorare, che opicus, opscus o oscus sono un solo e medesimo nome, come formalmente dicono i grammatici romani (Festo v. Oscum). La lingua greca fece uso della prima di tali forme, e l’ultima rimase al latino. Senza dubbio Strabone avrebbe dovuto dopo tutto ciò chiamar osco e non opico il popolo che abitò il Sannio prima de' Sabelli; ma chi meglio sta attento può commettere una simile dimenticanza (152)».
Anche prima di Niebuhr l’abate de Muro (153) aveva osservato, che se Polibio presso Strabone sembra di aver tenuto gli Opici e gli Ausoni per due nazioni diverse, ei fu. perchè ebbe riguardo alla distinzione delle terre, che gli uni e gli altri separatamente abitarono, distinzione che durò fino a che furono distrutti.
Secondo lo stesso autore dianzi citato l'Opina si restrinse alla Campania propriamente, e fu quando gli Enotri s’innoltrarono sino al Lazio. Rami degli Opici nondimeno furono i Leuternii, abitanti k maremme tra Clima e le foci del Volturno; i Lestrigoni dimoranti al di là del Liri, dove fu Formia; gli Aurunci che tennero quella parte della Campania, che estendevasi dal Volturno al Liri, e dai quali Stessa prese nome di Aurunca; i Sidicini che abitarono intorno a Teano. Della (medesima stirpe furono i Sanniti, i Lucani ed i Bruzii.
Gli Opici della Campania propriamente detta confinavano col paese de' Volsci al di là del Liri. Ebbero tutte le terre, che sono al di qua e di là del Volturno sino alla spiaggia, che da Cuma si distende fino a Pompeja; perchè le città poste sul littorale ed intorno a questo golfo son dette espressamente situale nell'Opicia da Tucidide, Dionigi di Alicarnasso, Pausania, Strabone, e Stefano Bizantino.
c) Lingua degli Osci. — Da Tito Livio (libro X. cap. 20.) è chiaro che una stessa favella parlavano gli Opici della Campania e i vicini Sanniti, e i Lucani che discesero dai Sanniti, ed i Bruzii che dai Lucani erano nati, dove narra che il Console Lucio Volunnio, per esplorar quali fossero i disegni dei Sanniti, mandò nel loro campo delle persone intendenti della lingua Osca, ossia la lingua che i Sanniti parlavano.
Ennio, che di sè solca dire di avere tre cuori, perchè parlava tre lingue, cioè la Latina, la Greca, e l’Osca, chiamava bilingui i Bruzii, che parlavano l’Osco ed il Greco per la vicinanza colla Magna Grecia.
Benché Varrone dica in modo positivo di un miscuglio (154) in ciò che distinguer poteva il Sabino dall'Osco linguaggio, non è, dice Niebuhr, un testimonio, dalle cui parole conchiuder si potesse, che non vi era affinità fra quelle lingue.
La lingua Osca estendevasi da tutta la meridional parte d’Italia sino al Bruzio ed alla Messapia. ov’era nato Ennio. Le varietà de' dialetti dell’Osca favella esser dovettero non poche, il che è facile a scorgersi dalle iscrizioni che se ne hanno,
L’Osco, pensa Niebuhr, non è come l’Etrusco un mistero impenetrabile. Fra le iscrizioni pervenuteci sono alcune che si possono spiegare parola per parola, ed altre di cui può discifrarsi una parte con un’assoluta certezza. — Vi si riconoscono gli elementi della lingua latina che sono estranei al greco, e sotto forme che nel latino han perduto sillabe e terminazione, come interviene alle lingue, allorché si mischiano ad altre invecchiando. Si veggono usate delle forme ed inflessioni che nel latino compariscono raramente o come eccezione. E poiché ci è dato poter formarci un’ idea di tale lingua, non è a stupire, so i Romani ben ne compresero le opere teatrali (155). La medesima idea rende Michelet con queste precise parole: «La lingua Osca dominava in tutto il mezzogiorno (d’Italia) infine alle porte delle colonie greche; e sebbene un autore latino sembrava distinguere il dialetto romano dall’Osco pure questa lingua era in Roma compresa, poiché in questa lingua si rappresentavano le Farse Atellane».
II. — STUDII DEL JANNELLI INTORNO AGLI OSCI |
a) Chi furono propriamente j li Osci. — Donde pervennero — Per dove si diramarono — Qual regione tennero nell’Italia.
I. Negli antichi scrittori e Greci e Latini i popoli Campani, Sanniti, Lucani, Bruzii, Siculi, Appuli, Marsi, Sabini, Volsci, Umbri, son detti di appartenere alla Gente o Nazione degli Opici, degli Enotri, degli Esperii, degli Ausoni, degli Itali... — Queste genti apparentemente diverse sono riducibili ad una sola ed a tutte comune sotto la generica denominazione di Opica od Osca, perchè:
1. Sull'autorità del Cluverio (156) dagli Opici nacquero i Sabini; dai Sabini nacquero i Picenti, i Frentani, i Marruccini, i Peligni, i Vestini, i Marsi, gli Equi, gli Ernici, ed i più nobili di tutti in tutta Italia, i Sanniti: da questi gl’Irpini e i Lucani, dai Lucani i Brusii: dagli stessi Sanniti poscia i Campani ecc.
2. Tutti questi popoli parlarono una stessa lingua detta Opica od Osca, come ne siamo accertati da Varrone (157) riguardo ai Proto-Sabini e Proto-Umbri, da Tito Livio (158) pe' Sanniti, da Strabone (159) e Vellejo Patercolo (160) pei Campani, da Festo (v. Bilingues) pe' Lucani e Brusii: da Gellio (161) per gli Appuli, Japigi e Calabri. E che i Siculi ancora abbiano parlato la lingua Osca rilevasi da Platone (162) e da Stefano Bizantino alla voce Γελα (163).
3. Tutti questi popoli, o quasi tutti, nella gran Guerra Marsica o Sociale, che vollero chiamare anche Italica, lasciarono il più chiaro argomento di esser essi una Gente, formata, come dice Strabone, tutta d’Ιταλιώταις, che è quanto dire di Osci.
II. Molte tribù degli Osci Italici derivarono dai Pelasgi Dodonei ed Arcadi Epiroti per le seguenti ragioni:
1. Perchè l’Epiro e l’Illirio sono le Regioni più opportune a trasmettere le prime colonie in Italia; posto in Assiria ed Armenia il centro dell'umana dispersione dietro il Babelico disordine, e ritenuto che le più famose ed insigni Nazioni si trovino infra il grado 45 di latitudine Nerica, e che prima del VI secolo avanti G. Cristo non se ne conosca neppur una al di là del 46 grado, la quale abbia fatto qualche gran cosa.
2. Perchè l’estesissima Gente de' Pelasgi Arcadi formata di Atlanzii, Dardani e Colchi, dai quali si compose la Gente degli Osci Italici, non può essere collocata altrove che nell'Illirio e nell Epiro.
3. Perchè miticamente e storicamente egli è certo di essere venute più e più Colonie Osche dall'Epiro e dall’Illirio, come a dire le Colonie Dardanie, le Diomedee, le Ulissee e Sirenensi, le Calcidiche e le Abanziache Campane.
4. Perchè pur storicamente è certo, che molti popoli della gran famiglia degli Osci dall’Epiro e dall’Illirio passarono in Italia, cioè i Siculi, come vogliono Freret (164).
R. Rochette (165), gli Appuli Japigi, Dauni, e Peucezii, secondo lo storiografo Nicandro presso Antonino Liberale (166) i Peligni (Festo in questa voce).
5. Perché ben molti ed insigni omonimi corografici e topografici occorrono tra l'Epiro e l’Italia Osca, quali sono: 1. Epiro ed Esperia per Iperia, internatovi l’s, come in Casmilla per Camilla; 2 Atlanzii, Etolii— ed Itali; 8 Ombricii, Ambracii — ed Umbri; 4 Oricii — ed Aurunci; 5 Oeniadi — ed Oenotrii; 6 Caoni — e Coni; 7 Pandosia, Acheronte, Acherusia; 8 II fiume Lous — ed il Laus nella Lucania; 9 Ofiensi negli Etoli — ed Opici, Opsci, Osci; 10 Campani Epiroti ed Itali; 11 Cestrina città — e Testrina; 12 Paleste città in Epiro e in Italia; 13 Cereirei, Corcirei — e Circei nei Lazio; 14 Arusini campi in Epiro e in Lucania.
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III. Spingendo più oltre dell’Epiro e dell’IIlirio le indagini sulla primitiva derivazione degli Osci, il filo che guida in tale ricerca r mette capo ad un punto dell Asia Minore, donde il seguente dato Mitologico pone in grado di prender le mosse per seguirli nelle loro diverse direzioni.
Attentamente considerando le origini degli Osci si è costretto a riconoscere in essi gli Atlanzii, gli Arcadi, i Dardanii e gli Ausoni. Le quali tribù, se una volta furono fra loro diverse, vennero un tempo a fondersi e mutuamente mischiarsi; perchè, secondo Eustazio (167), Bardano, padre e fondatore dei Dardanii, ebbe per moglie Elitra figlia di Atlante; ed Ausone è figlio di Atlante e di Calipso: inoltre, secondo Diodoro Siculo (168), Mercurio, Dio caratteristico degli Arcadi, nacque da Giove e da Maja figlia di Atlante; ed Espero, fondatore dell'Esperia, è fratello di Atlante. Da ultimo Virgilio (169) fa gli Aurunci e gli Ausoni depos:tarii delle tradizioni riguardanti Dardano e i Dardanii.
È chiaro da queste mitiche tradizioni, che un nesso di Parentela, ovvero comune dipendenza univa agli Atlanzii gli Arcadi, i Dardanii, e quindi anello i Frigii, gli Elioni, i Fenicii, gli Etiopi, gli Egiziani, i Libici, i Mauri; perchè pur storicamente è certo trova si deg i Atlantici fino all'estrema Mauritana. È dunque mestieri riconoscere circa la Ba tanca e la Siria Arabica il centro o punto di partenza della duplice Atlantica diramazione; l’una spiccatasi colle suo colonie per la Siria, Fenicia, Palestina inferiore, Egitto... ed arrivata all’estremo dell’Africa occidentale; l’altra per Commagena, Cappadocia, Frigia... posatasi nell'Italia Osca.
Quivi fermatasi si distese per tutta l’Italia meridionale o inferiore, coprendola sino al Tevere e Rubicone, anzi sino all'Umbrone ed al Sapi; dal quale fiume si denominarono i Sephinii, poscia Sabini, la cui origine agli Opici il Cluverio riferiva.
b) Differenza degli Osci d. i Volsci, — dagli Etrusci, — dai Latini, — e dai Greci Italici.
I. Fra Volsci ed Osci non si deve riconoscere altra differenza che quella di sito, perchè Volsci, quasi Vol-Osci, dir volevano Osci superiori, o settentrionali. La loro lingua nel fondo fu la stessa, e se Titinnio presso Festo (v. Oscum) scrisse: qui Osce et Folsce fabulantur, quia Latine nesciunt, non intese di accennar altro che una differenza del dialetto.
II. Osci ed Etrusci furono affatto diversi:
1. Perchè gli Osci derivarono dagli Ausoni, e gli Etrusci dai Pelassi Tirseni siano Lidii, siano Tessali.
2. Perchè il governo degli Etrusci fu Sacerdotale, Collegiale, Aristocratico severo; e quello degli Osci, Pastorale, Patriarcale.
3. Perchè gli Osci non ebbero mai le Discipline e le Divinazioni Etrusche, non le Fulgurali, non le Aruspicine, né le Acherontiche.
4. Il Panteo Etrusco è affatto diverso da quello degli Osci.
5. Perchè gli Osci non ebbero mai costumi ed istituti Etrusci, come a dire Architettonici, Nautici, Piratici. Musici, Cripte ed urne funebri; e gli Etrusci nulla ebbero dei costumi ed istituti Osci, come sarebbero vita pastorale, conviti per tribù, multe ecc.
6. Perchè quantunque le lingue Osca ed Etrusca siano simili ed omogenee, differiscono nondimeno siffattamente, che fra tutti i frammenti dell'una e dell’altra lingua appena dieci vocaboli possono scegliersi tali, che siano veramente omofoni, e probabilmente omodinamici.
III. Diversi parimenti furono gli Osci dai Latini.
1. Perche l'un popolo e l’altro si ebbe un genio tutto proprio. L’Osco immoto, costante, tenacissimo delle antiche abitudini: il Latino per l’opposto inquieto, mobile, amante di novità, e facile ad associarsi con altri popoli. L’Osco infatti o distrusse o trasformò gli Etrusci stabilitisi nella Campania, come fece de' Greci che abitavano ad essi vicino, cui disfecero in guerra, e come de' Cumani, cui immutò.
2. Perchè il Panteo di amendue fu quasi totalmente diverso.
IV. Diversi anche dai Greci Italici.
Quanti scrittori fra gli antichi parlano di Osci, tutti li descrivono nimicissimi de' Greci per modo, che non sopportandoli per vicini li vessavano e struggevanli con guerra incessante. Strabone ricorda varie città Greche barbarizzate dalla vicinanza de' Lucani e de' Bruzii. Vellejo Patercolo scriveva: Cumanos (Graecos) Osca vicinia mutavit, Dionigi di Alicarnasso si lamenta de' Romani, cl e non avevano del tutto deposta la barbarie per aver ammesso alla cittadinanza gli Opici o gli Osci.
c) Caratteri della Lingua Osca. — Differenza della medesima dalla Greca e della Latina.
I. La Lingua Osca dallo stabilimento della Nazione sino alla sua line è stata fissa, costante, immola mai sempre, ed in tal conto dee tenersi in quanto al fondo ed alla forma.
1. Perchè una lingua non si cangia senza che del tutto si cangino per cagioni gravissime i costumi ed i patrii istituti. Quanto gli Osci siano stati tenaci in mantener quelli 'ereditati dai loro maggiori, il mostrarono i Sanniti, che si ostinatamente e si a lungo resistettero alla prepotenza de' Romani.
2. Perchè non possono aversi lingue nuove se non dietro a violente e lunghe commozioni politiche in seguito di gravi mutazioni di governo, e per effetto di lunga opera e fatica di un gran numero di Sacerdoti, Ascetici, Liturgisti, Teologi, Mitologi, Ierografi, Poeti ecc. de' quali, congiunti per Collegii, non è memoria appo gli Osci.
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II. La Lingua degli Osci Italici fu indeclinata e pavromorfa.
1. Perchè considerati ed esaminati diligentemente i vocaboli Osci nelle iscrizioni pervenuteci, non si son potuti in essi scoprire nè casi, nè tempi, né persone, né modi.
2. Perchè gli Osci non ebbero biblioteche popolari e comuni, non libri scritti in Osco, né storie in tal lingua. Che se fra gli Osci fiorirono molti e celebri letterati, come Ennio, Plauto, Lucilio, Orazio, Cicerone, Ovidio, Vellejo, Giovenale ecc. ei fu per le Latine Lettere in cui studiarono e scrissero. L’assoluta mancanza quindi di patrie biblioteche e di nazional letteratura, comechè si avessero avuto gli Osci l’alfabeto sia proprio, sia ricevuto o adottalo, non solamente indica, ma dimostra l’amorfismo dell’Osco linguaggio.
III. La differenza dell’Osca favella dalla Greca e dalla Latina, oltre alle ragioni recate sulla diversità de' due Popoli, è confermata dalle seguenti osservazioni:
1. Molti antichi scrittori sia direttamente sia indiretta niente rendono testimonianza di una tale diversità. Platone infatti, o chi altro è l'autore dell’Epistole a Dione, nella VIII di esse dice della Sicilia, che gli pareva prossima a radere nella dimenticanza della Lingua Ellenica, perchè ridotta in potere e dominio dei Fenicii o degli Opici. Secondo questo scrittore, la lingua degli Opici o degli Osci era dunque tanto distante dalla Ellenica quanto quella de Cartaginesi.
2. I Siculi son detti da Apulejo (170) trilingui, perchè nel secondo secolo Cristiano parlavano l'Osco, il Greco ed il Latino.
3. Giovenale, Osco di Nazione, se non riteneva la sua lingua per diversissima dalla Cecropica o Attica, non avrebbe così scritto: (171)
Nam quid rancidius, quam quod se non potet ulla Formosam, nisi quae de Tusca Graecula facta est, De Sulmonensi mera Cecropis?...
4. Tito Livio nel confutar l’opinione di coloro, che facevano Ninna Sabino discepolo di Pitagora Samio dimorante in Cotrone o altra Greca Città, si giova dell'argomento dedotto dal niun commercio di lingua tra un Sabino ed un Greco.
5. Quando Ennio si gloriava di parlare tre lingue, inettamente sarebbesi fatto trasportare dall'amor proprio, se la Greca non fosse stata gravemente diversa dall'Osca.
6. Dal Lessico Greco ed Osco superstite non è possibile raccogliere una giusta serie di voci omiofone ed evidentemente similari, (tranne una decina) come si verifica in tutte le lingue Semitiche, Romaiche, Germaniche, Indiane, in tutte in somma le lingue sorelle,
7. I caratteri fondamentali dell'una e dell'altra lingua sono diversi e contrarli; perchè l'una, cioè l'Osca, è indeclinata, aclisiaca, pavromorfa, l’altra clisiaca, declinata e pleromorfa.
8. Le Osche iscrizioni finalmente, se avessero avuto a Balogia colla lingua Greca, sarebbero già state tradotte, o almeno sarebbesi di già tentato a tradurle.
9. Se tra l’Osco ed il Latino linguaggio non fosse stata una notevole diversità, a che mai Titinnio, altra volta citato, avrebbe voluto alludere dicendo: Qui Osce et Volsce fabulantur, quia Latine nesciunt?
III. OPINIONI NOSTRE INTORNO AGLI OSCI |
Dopo sciorinata tanta copia di erudizione, se ci facciamo a domandare a noi stessi quale e quanto schiarimento se n’è ottenuto sull’oggetto che abbiam per le mani, l’incertezza, forse maggior di prima, accresce la nostra ii quietezza, e ad altre indagini ci sollecita. E poiché sotto a tante opinioni qualche cosa di vero deve pur ritrovarsi, non ci resta altro a tentare, che cavarne, come altri faceva dal pattume di Ennio, l'oro che vi si asconde.
L’esistenza degli Osci su quasi tutta questa meridional parte d’Italia, se da una parte è incontrastabile, prendendosi il loro nome come generico o comune a più popoli, non è dall’altra troppo sicura, se per essi intendere si vogliano popoli particolari. Sappiamo infatti, che i Campani, i Sanniti, i Lucani, i Bruzii, i Siculi, gli Appuli, i Marsi, i Sabini, i Volsci, gli Umbri, si ebbero l’appellativo di Esperii. d’Italiani. di Ausoni, di Enotri, di Opici. di Osci, ma non troviamo che gli Osci, gli Opici, gli Enotri... siano stati diversi dai Sanniti, dai Lucani, dai Campani...
Di queste generiche denominazioni la prima (gli Esperii) era destinata a denotar la totalità della Penisola, la seconda (gli Italiani) dapprima corrispondeva a ben picciola parte di territorio, e poi si estese a tutta Italia; le due altre (Ausoni pd Enotri) contrassegnarono due importanti contrade dell’Italia meridionale, e poi si diffusero per qua i tutte le rimanenti della stessa; e le due ultime denominazioni (Opici ed Osci) significarono non altro che la condizione dei possidenti e dei rustici (172) nelle meridionali regioni d’Italia (173). Gli Opici ed Osci adunque furono le due classi per cosi dire di uno stesso popolo, che per la possidenza in tenute territoriali (gli uni) e per boscarecce o campestri abitudini di vita (gli altri) meritarono di essere cosi appellati. Fu in Gomma una denominazione ad essi imposta per dispregio, in quanto che intendcvasi in tal guisa indicare coloro, che appetto agli uomini di città, eran dessi rustici e barbari, comeché ricchi proprietarii (gli Opici), e semplici villici o pastori (gli Osci). Cotali denominazioni, non altrimenti che i nomignoli oggidì, si appiccavano alle persone ricavandoli da alcune loro speciali abitudini o dalla loro indole; come si son date anche a certe classi sociali in quegli avvilitivi di bifolchi, contadini, villani... con tutti quei simili vocaboli, che il dualismo degli ordini civili ha inventato per distinguere tutto ciò che e aristocratico dal plebeo, e le maniere della Capitale da quelle della Provincia.
Cotale distinzione però limitandosi a far semplicemente sapere chi furono gli Opici, e chi gli Osci, sarebbe affatto priva di storica importanza, se sotto alla distinzione medesima non si contenesse il gran fatto della particolar lingua da essi parlata. Egli è appunto per essa, che si domanda con ragione: Perché mai gli Osci, i quali si ebbero un linguaggio lor proprio 5 non abbiano formato una nazione a parte, come i Volsci, gli Etrusci; mentre in vece altri popoli, come i Campani, i Sanniti, i Lucani ecc... i quali ebbero individualità nazionale, parlavano la lingua degli Osci, e tutt’insieme non ebbero politica esistenza sotto il nome di Opici od Osci? (174)
A ciò potrebbesi rispondere allegando il fatto presente della politica divisione dell’Italia malgrado l'unità della Lingua, se l'addurre un inconveniente, come i Logici avvertono, a sciogliere valesse l'argomento, e èe l'indole della lingua Osca non fosse tutt'altra di quel che se ne pensa; se cioè non fosse che la lingua rustica o boschereccia da boschi, voschi, oschi (175) nel senso che dalle selve diciamo selvaggi a coloro, che sono l'antitesi dei popoli inciviliti. — Che direbbesi oggi de' nostri posteri, se questi leggendo nei libri l’attual lingua che scriviamo, e trovando anche tracce dell'attual patois o lingua rustica, quella cioè dei dialetti proprii della bassa gente di ciascuna provincia, si arrabattassero a far dei rustici una nazione dagl'Italiani distinta, specialmente se a questo fatto legheranno pur quello delle orde Bruzie sotto il nome di briganti, che con tanta ferocia a tempi nostri verso il principio del secolo corrente si sbrigliarono contro la classe opposta al loro ceto? Non sono stati forse gli uni gli Osci, e gli altri li Opici pretti e maniati?— La parola Osci adunque significo condizione non civile dei popoli, che viventi in borgate e piccioli aggregamenti di case rappresentavano nella umana società il contrapposto delle genti urbane (176).
Ma quale, si dirà, fu la lingua, rispetto a cui quella degli Osci fu rustica? — Dir potremmo che è quella delle iscrizioni, che leggiamo senza intenderle. Ma poiché non siam sicuri, se queste siano de' tempi Romani, o de' più antichi tempi, in tale incertezza può ritenersi, che se sono de' tempi Romani, come può dedursi da quelle in lamine di bronzo, che in una faccia hanno iscrizione Latina, e dall'altra l'hanno Osca; allora la lingua nobile è la Latina; e se sono anteriori a quei tempi, in tal caso la lingua nobile non sarà stata che quella degli Etruschi, popcli civilissimi; avvisando che la nobiltà dell'attuai lingua Toscana sugl’Italici dialetti rimonta sino a quell’epoca vetusta ed anche più in là (177). A tempi dei Romani divenne il Latino idioma Lingua della gente colta (Opici?) fra gli Osci; questi nondimeno non ne migliorarono là propria, anzi piegarono alla loro maniera di pronunziare quei vocaboli, che dovettero adottare; come rilevasi da Kuaisstur Pumpaiians per Quaestor Pompejanus, Tiurri per Turres, Atru per Alter etc. Epperò si sono ingannati coloro, che per interpetrarne le iscrizioni pervenuteci son ricorsi per ajuto alla Lingua Latina ed alla Greca, colle quali non ha che pochissima affinità, quanta cioè potè contribuirne la vicinanza e la reciprocanza del commercio coi Latini e coi Greci.
Posta in tal punto di vista la condizione degli Osci e l’indole della loro lingua, eccoci ora a renderne ragione ed a disvelare i motivi che ce l'han persuasa.
1. La parola Oscorzone restata a significare in varii paesi della Lucania il serpente, benché ibrida voce, non altro significa che animale de' boschi, perché si risolve evidentemente in Oscorum Ζωονες. Da questa parola guizzò il primo lampo rivelatore di ciò che si fossero stati gli Osci; e noi saremmo stati men corrivi a farci tanto fondamento, se non avessimo letto in Pierio Valeriane Libro XV pag. 150, HIEROGLVPHICA, queste parole: Oscus dubio procul Hetruscum nomen est, et apud eos ad haec usque tempora viperae oscorzones appellantur.
È il vero che il citato autore stando a quel che l'Egiziano Manetone riferisce di un tale Osco, che regnando sui Tirreni avesse tolto per sua insegna un serpente, e che menato avendo de' coloni, questi si fosser detti Osci (dall’insegna del serpe? o dal nome del condottiero?). — È vero pure che, secondo Servio, citato dal medesimo autore, siansi detti Osci quei popoli, presso i quali abbondavano i serpi: ma tutto ciò sotto sopra adombra la nostra idea, cioè che per Osci si abbiano ad intendere gli abitatori de' boschi, il cui simbolo è la serpe.
Come poi di Osco siasi fatto bosco, o al contrario da bosco il popolo Osco, è facile a scorgersi nella graduata affinità che passa tra lo spirito aspro e l’aspirazione h, tra questa e la v, tra la v e la b; e dall'analogia di queste altre parole: Vesper da Hesperus, Vesta, Dea del fuoco, da aestas; Veneti da Heneti in greco Ενετοι; l'italiano birbo dall’osco hirpo lupo... (178).
La medesima idea di serpi anche da parecchi antichi autori sospettata nella parola Opici, cui fan discendere dal greco oφiς serpe avvalora anche di più la identità che tra Opici ed Osci sosteniamo. Se non che la derivazione oφiς è suggerita, dalla circostanza di essere gli Opici pur gente di campagna colla semplice differenza che. potammo. E si sa, che simbolo delle campagne è il serpe, serps, il quale sparisce una con lo stato selvaggio da una contrada, quando la cultura vi abrade il selvoso e cespuglioso, che gli serve di covile e di schermo. — Da serps è seps la siepe de' campi, la quale ne allontana i ladri colle sue spine, come fa il dragone, custode delle vaste tenute, col suo terrore. In fondo questa è l’idea che fa attribuire agli Osci il simbolo del serpe, il quale se vedesi anche nella parola Opici, non è che per mera combinazione, di cui si approfittarono i Greci nella pretensione che si ebbero di far tutto derivare dalla loro lingua.
D’altronde riferendo la parola Opi od Ops a quella idea primigenia, che restò poi nella famiglia di quelle parole, che accennano ad opulenza (179) potrem renderci ragione lella vera etimologia di Dolopes, che furono potenti in fabbricar doli o stratagemmi (Vedi il Calepino V. Dolus), di Hvdropes potenti e ricchi di acqua, di Dryopis contrada della Tessaglia ricca di querce, di Cvclopes, potenti della Sicilia (180), di Cercopes potenti in malizia (181).
2. I Volsci o Volosci erano gli Osci superiori, cioè quelli che confinando col N —0. della Campania venivano ad es sere più su della Opicia. Accostanti alla regione, che anche oggi si distingue per la profferenza della lingua, segna dovevano anche in quell’epoca una notabile diversità nel modo di favellare. La quale circostanza importò che si dicessero Tusci, come a dire gli Osci per eccellenza, od Etrusci, vai dire altri Osci, i popoli al di là del Lazio e propriamente dalla destra del Tevere in poi, che si fecero ammirare per una più delicata maniera di pronunziare nella Lingua diversa da quella dei Latini. Epperò quella stessa gradazione che, dalla bassa alla media Italia procedendo, oggidì si osserva nel modo di profferire le parole e nella grettezza della lingua Toscana, fu pure negli antichissimi tempi avvertita è contrassegnata colle speciali denominazioni di Osci, di Volsci, e di Tusci od Etrusci. Michelet è di avviso che tra Osci e Volsci non debba supporsi altra differenza da quella che passa fra i sinonimi, e che, se Titinnio presso Festo disse: Osce et Volsce fabulantur nam Latine nesciunt intese di usare una ridondanza simile a queste altre frequenti nella Lingua Latina felix faustumque, purum piumque, potest polletque...: ma tra Osci e Latini non altra diversità riconosce che quella di dialetto. Infatti le Favole Atellane recitate a Roma suppongono il gusto che i Romani vi prendevano. ed insiememente la necessità di doverle capire. L’Osco linguaggio adunque esser doveva in Roma almeno affine, se non la stessa lingua popolana volgare, che man mano divenne pel lento lavoro de' secoli e delle nuove politiche e straniere influenze la lingua Italiana, che ognuno sa di essersi detta sempre volgare, rispetto alla Latina parlata e scritta dalla gente colta.
3. Ennio trilingue, Orazio, Giovenale, Catone, Cicerone... i Bruzii... bilingui, conoscenti cioè il primo oltre dell'Osco anche del Greco e del Latino, gli altri del Latino e dell'Osco, gli ultimi dell’Osco e del Greco, fanno indubitata fede come tutti parlarono l’Osco qual lingua propria o vernacola, il Greco per la contiguità che si ebbero coi Magno-Greci, ed il Latino come Lingua Letterata e Lingua del governo.,
4. Non affermiamo però che l'Osco linguaggio sfasi parlato senza quelle tali varietà che costituivano tanti dialetti quanti furono i popoli che con diverso nome abitarono la media e bassa Italia. Nemmeno intendiamo con ciò dire che tale sia stata la diversità de' dialetti da non capirsi gl'Italiani del mezzodì da quelli dell'alta Italia. Ammettendo solo per ciascun popolo quel tal modo d’inflettere, che anche oggi fa distinguere, per esempio, il Calabrese dal Barese, e quel patrimonio di voci non intese dappertutto anche oggidì, pensiamo che quanti furono Osci, tutti fra loro comunicavano agevolmente i loro pensieri. Laonde non ei maravigliamo, come fa Niebuhr, al proposito di quelli guari linguae Oscae da' Romani spediti ad esplorare nel Campo Sannitico, parendogli strano che i Sanniti parlassero la lingua de' popoli da essi conquistati, ovvero degli Opici. Che anzi da ciò appunto ci è paruto poter trarre argomento in sostegno di quanto togliemmo a dimostrare essendo veramente una stranezza quella di supporre che popoli confinanti, quali gli Opici o Campani ed i Sanniti, avessero parlato lingue sì diverse da non intendersi fra loro.
Quant'altro potremmo aggiungere in appoggio della nostra opinione, poiché si contiene come sparso in quello che per conto di altri e del Jannelli abbiam riferito, non ne sarebbe che una nojosa ripetizione, dalla quale ci guardiamo tanto più volentieri, quanto è per noi facile il sopperirvi con una semplice avvertenza ai nostri benigni lettori, di riandare cioè le opinioni altrui coll'animo preoccupato dalla nostra.
Sotto questo periodo, cosi denominato nel senso che già dichiarammo (182), discorreremo le mitiche tradizioni relative ai Popoli di questa Italia meridionale. Abbiam voluto segregarle da quelle de' Tempi oscuri, perché ivi comprendemmo Popoli di assai vaga, per non dir monca, circoscrizione sì nel tempo e si nello spazio; qui novererem Popoli di determinata Corografìa solamente. La loro origine ingombra di favole, val dire involta nei miti, ne verrà disvelata, ove si può, spogliandola della grossolanità, che contrasse dal modo di esprimersi degli nomini vetusti. Ciò fatto, la Storia, che si pregia nun avvenimento registrare senza le due circostanze del dove e del quando esso avvenne, consentirà che i Popoli medesimi occupino in queste pagine quel posto che lor riserbammo, a solo oggetto di qui passarli a rassegna sotto Io sguardo del mito e della derivazione che si ebbero.
Essi Popoli, secondo che nella preliminare Mappa Cronologica esponemmo, vanno tutti compresi sotto la generai denominazione d’Indigeni (nel senso di inde geniti, cioè derivati dai Popoli già stanziati in Italia, ovvero dagli Osci). La qual derivazione, a dirla qui in breve come va, debb’essere intesa meno materialmente di quel che si crede.
Poiché la voluta derivazione di un Popolo ha strettissima analogia con quella di una Lingua da un’altra, cercheremo per via d'induzione venire a capo del nostro intendimento, che è quello di escludere dal concetto derivazione l'idea genealogica che comunemente vi si annette simile alla generazione degli animali da altri animali. — Quando, per esempio, dicesi la Lingua Italiana figlia della Latina, quasi morta questa siane surta quella come una postuma figlia, non si fa altro che abusar di una metafora prendendola in senso proprio. Dal che invalse ed irradicossi la credenza di vedere nella Italiana favella (da non prendersi però qual è oggi e qual fu secoli addietro) una discendente e non piuttosto un’antenata della Latina, sol perché questa è premorta. Rassomigliandosi questo fatto a quello della cicala, che uscendo in primavera del suo secco involucro dà luogo al volgo di crederla allora nata e non piuttosto rinnovata: del pari la Lingua Italiana, restata superstite al cessar della Latina per le note cagioni, si vuol credere qual figlia di questa, mentre non è che una metamorfosi di se stessa, effetto della lenta opera de' secoli, non mai della contingenza della cessazione dell'una, come causa efficiente della vita dell’altra.
Venendo ora all’applicazione di ciò al proposito de' Popoli che si vogliono derivati da altri, facciamo osservare che questo ha luogo ad occasione l.°del Ver sacrum, 2 di Colonie spedite in vergine suolo; poiché in questi due casi solamente il nuovo popolo, non altrimenti che lo sciame dal suo alveare, dicesi propriamente e veramente originato e derivato dalla madre patria. Ogni derivazione quindi di tal fatta suppone per necessità tramutazione e trasferimento di gente da luogo a luogo. — Possono inoltre darsi, 3.° delle soprapposizioni di genti nuove sulle antiche, 4.° delle influenze e prepondieranze straniere sulle indigene, e 5° finalmente delle adozioni di nuovi nomi che soppiantano gli antichi.
Di questi tre ultimi casi i due primi importano, oppur no, che si dica un popolo derivato da un altro, secondo la maggiore o minor quantità della gente soprapposta e secondo il grado della preponderanza ed influenza. Ma nel terzo caso, se del nuovo nome, assunto per qualsiasi circostanza, si fa un nuovo Popolo come surto dall’antico; allora interviene, che essendo i secondi posteriori ai primi, sembrano perciò appunto discenderne e derivarne. — E così ha luogo una metaforica espressione, che si risolve iu questi termini proprii: dopo quelli furono o vennero questi.
Premesse queste avvertenze ritorniamo là, donde partimmo, e domandiamo: a quale di questi cinque casi possibili riferir dovremo la derivazione degl’Indigeni o discendenti degli Osci?
Non al primo (al Ver sacrum) noi rispondiamo, se non parzialmente e per pochi esempli che si citano (183).
Non al secondo (alle Colonie), perché quando fra un Popolo originario e il derivato non intercede tale distanza che importi una vera separazione o distacco, dee dirsi piuttosto dilatazione che colonizzazione. Epperò, quando si è detto degli Osci che occuparono quasi tutta la Italia meridionale, i diversi Popoli, che si vogliono inde geniti da essi, non furono che espansione del Popolo o Gente originaria e primitiva.
Non al terzo (alle soprapposizioni), perché non si sa a chi si soprapposero gli Osci col loro dilargarsi.
Non al quarto (alle influenze), perché gli Osci non furono stranieri alla contrada che occuparono.
Ma ben si riferiscono ai quinto caso (all’adozione di nuovi nomi), perché nell’umano consorzio tutt’una gente non basta che venga contradistinta col generico nome della Nazione; ma si sente la necessità di altre subalterne divisioni e distinzioni ricavate ondechesia e circoscritte dallo spirito di associazione sia in tribù, sia in forma di piccioli Stati o Repubbliche, sia in forma di Municipii o di altra forma politica.
Dopo tali dichiarazioni eccoci ora a discorrere sotto l’aspetto mitico de' diversi Popoli della Cotte Osca, incominciando dai
Benché la Sabina non appartenesse che per poco a questa meridional parte d’Italia, entrano nondimeno i suoi Popoli nel novero di quelli che andrem ricordando, e per la derivazione che si ebbero dagli Osci, e per quella che da essi si ebbero i nostri Sanniti, cioè i Picenti, i Vestini.
Il Jannelli distingue i Sabini più antichi da quelli de' tempi di Tito Tazio e di Numa, e dice che i primi appellavansi Saphinii o Sapindi prendendo una tale denominazione dal fiume Sapi (oggi Savio che sbocca nell'Adriatico vicino Cesena) presso cui si estendevano o arrivavano le loro dimore, e che da Sapinii in processo di tempo divennero Sabini.
Se questa per avventura non è la loro etimologia, e nemmen quella che dedotta dal greco accenna alla loro religiosità nel culto degli Dei, o l'altra di Silio Italico, che rimonta ad un Sabo Persiano, da cui prese nome il paese per lui occupato, ricavate amendue in tempi assai posteriori dall’accidentalità dell’omonimia; se fa mestieri assegnarne una meno arbitraria e più accettevole, noi crediamo di offrirla tale nella seguente per noi rinvenuta: Sia che i Sabini abbiano abitato originariamente la contrada tutta circondata dagli Appennini secondo alcuni, sta che secondo altri da' dintorni di Amiterno sui monti dell’Abruzzo superiore si fossero sparsi per la Sabina; si nell’un caso che nell'altro essi han dovuto prendere il nome dagli abeti, in mezzo a cui o dalle cui selve sulle vette degli Appennini accerchiati vivevano, perché di tal pianta la parte inferiore senza nodi dicevasi supina; la qual voce in latino restò con tal limitata significazione, ed in Francese dura tuttavia in sapin per abete.
Checché pensar vogliasi della ragione del loro nome, (184) Strabone fa i Sabini autoctoni, non provenienti cioè da colonia» straniera all'Italia. Vengono perciò annoverati fra gl'Indigeni facendosi derivare dagli Osci. — Secondo le cose per noi teste dichiarate una tal derivazione si distriga dal mito che l'accompagna, ravvicinandosi fra loro questi due modi di esprimersi apparentemente diversi. I Sabini furono Osci, secondo le memorie antiche; dunque i Sabini ne discesero, disse la tradizione; e gli Osci si ebbero per primogeniti i Sabini, donde in secondo grado genealogico, per cosi dire, si fan discendere gli otto popoli compresi sotto la comune appellazione di Samnites, ovvero i Sabelli, che furono cioè 1. i Picenti con quei de' tre Agri Palmense, Pretuzio ed Atriano, 2. i Vestini, 3. i Marrucini, 4. i Frentani, 5. i Peligni, 6. i Marsi, 7. i Sanniti propriamente detti, ed 8. gli Irpini. In terzo grado da questi ultimi sarebbero nati i Lucani, e da questi, pel semplice fatto di separazione di una parte di essi da un altra segregatasene, i Bruzii. — Però questa successione di discendenze suggerita dalla circostanza della topografica contiguità degli uni cogli altri volendosi estendere pe' rimanenti Popoli, onde si ebbero nome le nostre antiche regioni, finisce per derogar troppo all'anteriorità degli Osci su tutti gli altri Popoli, perché viene a dividersela coi Sabini. Ammettendo quindi la figliazione, per così dire indefinita, di quasi tutt’i popoli nostrani, l’un dall'altro suo attiguo, si verrebbe a diroccar quanto si è già stabilito e riconosciuto intorno la priorità ed estensione degli Osci. Epperò limitando agli otto (185) popoli Sanniti tutta la discendenza dei Sabini, fa d'uopo riconoscere come direttamente provennuti dagli Osci, ovvero Osci essi stessi, gli Etrusci... i Volsci, gli Ausoni, Aurunci, e Sidicini, i Campani, i Lucani, i Bruzii, i Siculi, ed i Japigi, ovvero gli Appuli, i Dauni, i Peucezii, i Catarri o Messapii, ed i Salentini. È di bene altresì rifermarci nel convincimento, che tutt’i popoli, compresi sotto la generica denominazione di Osci, nel distinguersi che fecero in tante parziali circoscrizioni politiche o governative, ebbero bisogno di nuovi e particolari nomi. La qual cosa, metaforicamente espressa, come abbiam di già fatto avvertire, diede luogo alla credenza di essere quei popoli derivati ed originati dagli Osci a modo di tante colonie, i cui nomi, tormentati dalla schifiltosa pretensione degli eruditi, scopronsi or animali, ed ora persone di conduttori arbitrariamente supposti, oppur da omonimi suggeriti.
Ma in ciò appunto consiste il favoloso, in cui fu avvolta l’origine de' popoli anzidetti; ed il carattere del favoloso sta nella incredibilità o grossolanità di quel che si narra, la quale è mestieri venir qui dichiarando preliminarmente in questa guisa.
Poiché le nostre indagini si aspettano una. conclusione, ad ottener la quale mandammo innanzi tutto questo preparamento; per darla in fine lucida e precisa, stimiamo ridire ancora una volta, che l’oggetto delle nostre ricerche nei Tempi Oscuri fu di sapere come e dove si propagarono le genti di questa Italia meridionale; e ne’ Tempi Favolosi si è quello di esplorare perché cosi si nomarono.
Alla prima inchiesta si risponde: Posto il principio che un Popolo cresciuto al di là della capienza del suolo (186) emigra ne' luoghi prossimani che trova vuoti, resta in tal modo spiegata la derivazione de' popoli suddetti secondo l'ordine della loro giacitura.
Di risposta alla seconda si osserva, che il fatto stesso della propagazione avvanzata avendo indotta la necessità di distinguersi un aggregamento dall’altro, il nome gli venne imposto da circostanze diverse, siano locali, siano eventuali.
Dopo di ciò si faccia attenzione a queste due cose:
1.a I nomi de' Popoli ne' Tempi Oscuri furono comuni a più Popoli, ed attributivi ai medesimi,, cioè loro applicati dai posteri.
2.a I nomi de' Popoli ne’ Tempi Favolosi furono speciali, ovvero assunti e portati da quelli che se lì ebbero.
Le quali due cose, comeché già dette, si son volute ripetere, perché servono a far considerare i Sabini qual anello tra i Tempi Oscuri e i Favolosi, come sarà chiarito in parlando dei
I Romani, dice Niebuhr, non hanno un nome nazionale e generico per dinotare i Sabini ed i Popoli, che si credono derivati dagli stessi. Chiamano Sabelli i Marsi, i Peligni, i Sanniti, i Lucani. Consta dalle monete degli ultimi Sanniti al tempo della Guerra Sociale, che questi popoli si chiamavano Sabini o Sabini; epperò non saprebbesi dubitare almeno in quanto ai Sanniti, il evi nome, secondo la forma greca Σαυνίται, da Sabini deriva. Premessa una tale osservazione si crede l’illustre autore in dritto di potersi servire della parola Sabelli per denotare con essa tutta la schiatta Sabina, perché i popoli designati in tal maniera dai Romani han maggiore importanza per essi, che non ebbero quelli onde si nomarono Quiriti, ed un orecchio d’altronde avvezzo all’uso del latino sarebbe offeso in sentir dare ai Sanniti il nome di Sabini.
Benché la voce Samnites sia l’equivalente di Sabinitae divenuta poscia Saunitae, e significhi evidentemente popoli derivati dai Sabini, e l'altra Sabelli non ne sia che un diminutivo; tutta volta delle due denominazioni è preferibile quest’ultima, anche per non confondere i Sanniti propriamente detti, cioè quelli del Samnium, cogli altri cosi generalmente appellati. Alla quale osservazione ne piace aggiunger altra, che determina per la cennata preferenza, ed è forse la voce bellum che nella parola Sabelli all’orecchio de' Romani rammentava le tante e tante guerre durate per riuscire a domarli, e finalmente a distruggerli per sempre, quando sotto Silla a tal partito si appigliarono per non esserne mai più molestati.
Per le cose anzidetto conveniamo, che la voce Sabelli non dovrebbe qui udirsi, ove parliamo de' Tempi Favolosi, perché essendo dessa di Romana creazione ai Tempi Storici appartiene, e che in vece avvaler ci dovremmo dell’altra Sauniti, se non avessimo opportunamente ricordato la sua origine e le ragioni di preferirla.
Dei Sanniti adunque diremo qui sotto, come di Popoli particolari della regione detta Samnio, il Sannio antico, per evitare la confusione, che avrebbe luogo, se sotto tal denominazione intender volessimo colla comune dei Geografi il Sannio dell’Impero, cioè l’insieme degli otto
1. Piceni e Picenti. Primi fra i popoli derivati dai Sabini han dovuto essere non altri che i Piceni o Picenti, argomentandolo dalla prossimità locale e dal modo, onde se ne distaccarono, che fu quello della sacra primavera. Coloro, che in ogni tempo dalla ragione del nome si son dati a ricavar le notizie delle antiche origini sconosciute, ne hanno assegnate diverse etimologie, poiché in esse, che conservano la storia delle parole, sì racchiude la storia delle cose. — La più facile di tutte fu quella di personificare un Picus, e farne il duce, sotto la cui guida il popolo espatriato cercò nuova sede. L’antica tradizione di un Pico, Re de' Latini, padre di Fauno, avo di Latino re, offriva l’appicco ad una tal congettura, e senz’altrimenti esaminarne la probabilità fu ricevuta e trasmessa. Altri però non soddisfatti di questa, e cercando di altra meno triviale, si appigliarono a quella fondata sull’autorità di Pesto, che riferisce di essersi così appellati, dal perché un picchio uccello (picus) si fosse posalo, nel suo svolazzare, sulla insegna o bandiera della colonia. La stessa cosa. trovasi ripetuta non senza l’aria del prodigio, narrandosi, che un picchio fosse stato di guida, ovvero che avesse col suo volo determinata la direzione da prendere: il che potrebbe spiegarsi colla ragione degli auspicii, cui si sa quanto tenevano i Sabini. — Altri ancora furono di avviso, che come il Picus era l'uccello sacro a Marte, ed a questa divinità erasi fatto il voto del Versacrum dai Sabini probabilmente nello scioglierlo coll’adempirlo la insegna o vessillo assunto dalla gente consacrata in voto si ebbe un siffatto uccello ad emblema.
Tirando un frego su tante e sì svariate spiegazioni, che per essere appunto moltiplici e diverse son perciò tanto meno accettevoli, noi ne assegniamo quest'altra, che ha, se non c’illudiamo, il merito di essere consentanea ai principii per noi già disvolti, e di rassomigliarsi pure a qualche altra che i prodotti locali ci suggerirono.
Ritenuto, che dai Sabini discesero i Piceni, e posto che i Sabini, o Sapini, si denominarono, come avvisammo, dagli abeti, fra le cui boscaglie originariamente vivevano; siccome dagli abeti ricavasi la pece, che può dirsene figlia ossia frutte, prodotto; così la colonia, che si distaccò dai Sabini per cercar altra contrada, volendo conservare nel nome la memoria della sua perveniva, si nominò de' Piceni a pice, dalla pece (187).
Se gli antichi nell'etimologiche ricerche fantasticarono col pico e col picchio; se a tempo degli stessi Romani correvano le stesse spiegazioni, ei fu, perché, come l’abbiam di già detto, smarrite le vere origini, si davano a rintracciarle nelle allusioni delle parole, sia acconciandosi al sistema dei Greci scrittori che tutto personificavano e facevano venire dalla loro patria, sia abbandonandosi all’analogia delle parole istesse con altre omonime di animali, cui toglievano ad emblema dei loro stemmi ed insegne.
Ed in vero, posta l’origine del vocabolo Piceni dalla pece, con quali caratteri, noi domandiamo, avrebber quelli ciò potuto significare ad intelligenza di tutt’i contemporanei e degli avvenire di ogni lingua, se non ricorrendo ad un oggetto di facile rappresentazione, facilmente memorativo di quanto in forza dell’omonimia si richiama al pensiero, e tutto proprio a figurare come un’insegna nei vessilli? — E che di fatto in uno stemma siasi mai sempre richiesto un carattere reale, ovvero di cosa, cioè tale che riveli anche a chi non sa leggere, il nome di chi lo assunse e lo porla sia nelle armi, sia nelle sue pertinenze, sia nello stendardo che va innanzi alle truppe ne’ loro movimenti; se ne può vedere un riscontro nelle odierne militari bandiere, nelle quali il corno da caccia, per es. dinota i Cacciatori, la bomba accesa o granata i Granatieri, le picche incrociate i Lancieri, l'ancora i soldati di marina ecc.
Sotto lo stesso nome di Piceni van compresi tre altri Popoli più specialmente designati col nome di Palmensi, di Pretuzii o Precutini, e di Atriani, di cui abbiam riferito a pag. 72 di questo volume quel che dagli antichi ci è pervenuto, e quel che dai moderni se n’è detto. —Qui però soggiungiamo, che ammessa l’etimologia de' Palmensi ricavata dall'unico palmes o tralcio, che quei popoli lasciavano nella vite in potandola, donde la lodata da Plinio gagliardia del vino che ne ottenevano; e venendoci ricordato dagli antichi medesimi anche il generoso vino Adriano, potrebbero allora essere stati detti Precutini (indi Pretuzii per la nota affinità tra il c ed il t) dall’aver forse avuto delle uve che maturavano appo loro prima che altrove. Di tal nostra congettura troviamo un appoggio in Virgilio, che nelle Georgiche fra le diverse specie di uve annovera le uvae praeciae, da Servio interpetrate per premature o precoci.
Riguardo agli Atriani in fine non mancano elementi per derivarne la voce dal prodotto naturale ed industriale della pece. Ecco il procedimento delle indagini che ci han menato a questa scoverta.
È indubitato, che il nome di questi Popoli viene da Adria o Hatria loro capitale. Nel rintracciar quindi l’etimologia di questa città, rimettemmo a profitto quella che Samuele Bochart (188) assegna all'Italia deducendo questo nome dall’Ebraico איךשוע hitaria la pece, per farne più vera applicazione all'hatria città del Piceno (189). Leggendo in fatti nel citato luogo del mentovato autore, che non solo intaria, ma benanche hitar, hitra, ed hitran significano la pece, come imar, imra ed imran significano l’agnello; ed in più altri luoghi dell'opera medesima essendo provato, che i Fenici (190) mutano l'i delle voci Siriache in a; non dubitammo, che d'hitra non avessero fatto i Fenici medesimi hatra, e che con tal nome avessero chiamato la città del Piceno, dond’esportavano la pece (191).
2. Vestini. — 3. Peligni. —4. Marrucini. Dopo i Piceni i Popoli, che vantano la stessa derivazione, immediata i primi e i secondi, mediata gli altri dai Sabini, furono questi tre, che abbiam voluto ricordare tutt’insieme, perché probabilmente formarono un sol popolo, malgrado che i rispettivi nomi ne fanno tre diversi e distinti in altrettante regioni separate. La loro comune discendenza dalla medesima schiatta, ed il poco che di essi si conosce nei tempi antistorici ci han consigliato a trattarne così in complesso. — Dei Marsi (192) che avrebber dovuto far parte di questo novero per ragione dell'origine, che più di tutti si ebbero direttamente dai Sabini, abbiam fatto un distacco da questo gruppo, per aggregarli all'altro che rimane degli stessi popoli Sabelli, perché il loro nome e l’analoga loro indole ben li assimila ai Sanniti, che fra i nemici de' Romani furono i più prodi.
2. Vestini. Non altra ragione può assegnarsi del loro nome, che quella di averlo meritato pel culto da essi renduto alla Dea Vesta. La quale circostanza conferma la pervenienza di questi Popoli dalla Sabina, perché di qui Numa Pompilio portò a Roma un tal culto. Che anzi all’esito della Guerra Sociale i Vestini per l’ottenuta cittadinanza Romana furono ascritti alla Tribù Quirina; il che certamente dovett'essere in considerazione della loro pervenienza dal Popolo, che dalla Curi sua capitale aggiunse ai Romani il nome di Quirini. Rincalza poi una tal congettura il nome di Festa, che par fosse stato comune a quasi tutte le donne di quella gente, come rilevasi dai molti titoli sepolcrali, che vi si rinvengono.
Malgrado che avessimo ciò detto a pag. 299 di questo vol. ove assegnammo pur la ragione, per cui adorarono Vesta, non sarà inutile qui ripeterlo corredato di qualche altra riflessione. La temperatura rigidissima della contrada che abitarono esigendo di ben premunirsi contro del freddo, fu naturale, di mettersi sotto la protezione della Dea del fuoco (193). Ei si sa che Vesta in greco Èςτια è sinonimo di Aestas il caldo, e da Vesta son le vesti, il cui uso venne suggerito più che dal pudore, dal bisogno di ripararsi dal freddo. E poiché i Vestini, al pari dei Marrucini e dei Frentani, secondo Silio Italico, vestivano i loro petti di pelli fiorine; e preciso di orsi, noi pensiamo, che questo modo di schermirsi dal freddo (o dalle nemiche offese?) a tutt’i tre Popoli comune, importò forse che venissero meglio distinti in Vestini dal costume di vestir panni (194). in Marrucini (195) da qualche altra foggia, e i Peligni dalle pelli o pelusci, che nel vernacolo di alcuni paesi diconsi pelegni.
3. Peligni. In Festo son detti questi Popoli di origine Illirica, donde condotti da un Re Volsinio cognominato Lucullo vennero ad occupar dell'Italia una parte. Nipoti di un tal Re furono Pacino e Pelico, da' quali si originarono i popoli Pacinati, ed i Peligni. Ovidio però, nato Peligno, smentisce questa tradizione facendo, nel III libro de' Fasti, i Sabini avi dei suoi compatrioti.
A pag. 82 ed 83 di questo vol. etimologizzando sul nome di questi Popoli secondammo le altrui sottili investigazioni. Qui però rinunziandovi, e sempre più a corto troncando quelle lungaggini, siam contenti di tener così detti i Peligni, come testé sospettavamo, o dalle pelli o dai pelusci che usavano.
4. Marrucini. Osserva il Niebuhr, che per una di quelle moltiplici terminazioni derivate, si ordinarie in Italia, il nome de' Marrucini si dovette formar da Marruvii, una delle forme del nome dei Marzi, dai quali veramente avrebber dovuto dirsi Marsicini. La figliazione ne sarebbe andata così: Da Marruvii (come Pacuius in vece di Pacuvius) si fecero Marruici, donde Marruicini e finalmente Marrucini.
Secondo questa etimologica investigazione discenderebbero i Marrucini dai Marsi col mezzo di qualche loro colonia (196); ed in tal caso la supposta foggia di vestimento deriverebbe da essi, non già essi dalla foggia di vestire.
5. Marsi. 6. Sanniti. 7. Irpini. 8. Frentani. — È questo l’altro gruppo, in cui abbiam riunito quest’altri famosi popoli Sabelli, meno per nostro arbitrio, che pel fatto di essere stati gli uni a confine dell'altro, e per quello ancora della loro propagazione da stipite comune.
5. Marsi. Non meno immediatamente dei Piceni debbono reputarsi discesi i Marsi dai Sabini, argomentandolo dal contatto delle rispettive regioni, e dalla parola Marsi, che vuolsi derivata comunemente da Mars. Se il ver sacrum non era che un’offerta votiva a Mamerte o Marte, Dio della vita e della morte, non è improbabile, che come furon detti Mamertini alla maniera Osca quelli che dal Sannio furono spediti in Sicilia, cosi chiamati si fossero Marsi quelli che intorno al Fucino furono mandati a stanziare.
Risente, egli è vero, de' tempi storici questo ragionamento intorno ai Marsi: ma ben altro se n’è pensato nei tempi più vetusti, in cui la favola investì anche le loro origini, e vesti a suo modo le ragioni del loro nome. E per fermo se da Marte si fossero cosi denominati, avrebbero dovuto più veramente dirsi Marzii. Marziali, Martini, non già Marsi. Or se Marsi appellavansi, ecco un Marso figliuolo di Circe, che nel dare il suo nome a quei Popoli rende pur ragione della magica virtù, che quella gente possedeva in incantar serpi, ed oprar meraviglie di guarigioni coi succhi di erbe. Quando dunque in tempi più remoti fossero stati persuasi gl'investigatori di origini che i Marsi così si nomavano da Marte, non sarebbero ricorsi al Marso figlio di quella famosa incantatrice. Ma in amendue l’epoche, la Favolosa e la Storica,-era mestieri spiegare il fatto dell’indole dei Marsi; sicché quando furono in opinione di semplici pastori, che s’intendevano delle virtù dell'erbe, e che trattavano alla dimestica coi serpi, si fecero discendere da Marso; e quando poi spiegarono indole marziale in guisa da far dire ai Romani non potersi dei Marsi o senza i Marsi trionfare, derivar si fecero da Marte.
In tutt’i conti rimanendo sempre ignota l’origine del loro nome, e quindi anche incerta la loro discendenza dai Sabini, è mestieri tenerli per Osci, da cui emanarono i Sabini.
6. Sanniti. Fra tutt'i popoli Sabelli sarebbero questi i primogeniti, per cosi dire, dei Sabini, stando alla identità della parola, se però si vogliono così detti quasi Sabiniti. o non Sanniti da Sauna, sorta d’arma che usarono. Nati anch'essi, come lo sciame in una sacra primavera, si ebbero a guida della loro emigrazione un toro, che prese la volta dell'Opica, dove fermatisi e cresciuti divennero il gran popolo Sannita.
Interpetrando un tal simbolo, ne pare che significar volesse la discesa, che i Sabelli, pastori delle montagne, fecero dalle giogaje de' monti alle pianure ed ai luoghi culti degli Opici (197), dove il toro, pel grande ajuto che offre agli uomini nella cultura della terra, contribuì a moltiplicarne le braccia, che soperchiando al maneggio della stiva, poterono addirsi a palleggiar saune, o armi in asta, e sì divenire il gran Popolo glorioso e temuto.
Questa moltiplicazione di gente favorita dalla fecondità del suolo diè luogo a straripamento del superfluo, donde gli
7. Irpini. Di origine anche questi come i Sacrani (198) si ebbero dalla favola parimenti un animale per guida, pur sacro a Marte, il Lupo che, come abbiamo già detto, in lingua Osca dicevasi Irpo, e si distesero più oltre del Sannio sino ai confini della Lucania. Cotal simbolo fu da essi prescelto, forse perché abbandonando il patrio suolo, o le aperte e culle campagne, ad essi era forza di spingersi fra boscaglie, val dire luoghi proprii de' lupi; o forse per alludere alla loro indole rapace, colla quale si facevano luogo fra le altrui terre, Del resto avrebbe potuto essere una tale scelta effetto di uno scontro fortuito della Colonia con un tale animate, e quindi tolto a figurare nelle loro insegne per un certo principio sia di Feticismo, sia di Blasonica, come dicemmo a pag. 95.
Dai Sanniti stessi. e più tardi, cioè ai tempi della seconda Guerra che ebbero coi Romani (V secolo di Roma) si separarono altre genti, che direttesi verso l'Adriatico, ivi si postarono lungo il corso e sulla sinistra del fiume Frentone (Fortore), e si dissero
8. Frentani. Questi popoli appartenendo ai tempi storici non entrano qui che per compiere il novero degli otto popoli Sabelli. Ne parlerem quindi a luogo proprio come faremo dei Picentini, colonia dedotta dai Romani per forza dal Piceno, e trasportata nei confini della Campania e della Lucania sulla spiaggia del Tirreno corrispondente al Golfo Pestano.
Gli Ausoni, di cui qui è parola, non ci sembrano gli stessi che gli Ausoni; sibbene gli equivalenti degli Auroni, donde gli Aurunci. Ristretti com'erano in si angusta regione, quanta oggidì corrisponde a poco più de' Circondarii di Fondi, Gaeta, Traetto, Roccaguglielma e Pico, valer non potevano essi Ausoni ad improntar il nome di Ausonia a tutta Italia, né tutta l’Ausonia, restringersi poscia a si picciola contrada. Epperò siam di credere, che vi siano stati originariamente degli Aironi (per diversità di dialetto o di pronunzia gli stessi che gli Ausoni) dai quali discesero o si separarono gli Aurunici, poscia Aurunci, a giudicarne dalla parola che è di una desinenza indubitatamente derivativa.
Essendo dunque identici Auroni ed Ausoni pel facile scambio appo gli antichi della r con s, portiamo opinione, che l'aurum, alla Sabina maniera ausum il frumento, abbia lor conferito un tal nome, o perché di cereali eran feraci le loro terre, o perché la miglior qualità ne producevano.
Riguardo poi agli Aurunci, da essi derivati nel modo già detto, pensiamo che il verbo auruncare o averruncare per rimuovere, tor via, ed in senso proprio per espurgare il campo, roncandovi i rovi i frutici ed altre piante pria di ararlo, oppure i seminati dell'erbe inutili o nocive sarchiandoli, avesse avuto origine o da tale operazione che essi Popoli aggiunsero agli agricoli lavori, oppur dallo stromento con cui ciò eseguivano, perciò dello ranca. runcina. donde la ronca, il ronciglio, l’una per potar gli ulivi ed altre piante arboree, l'altro adoprato esclusivamente per potar la vite; entrambi per espurgare, averrancare, auruncare o il rigoglioso o il superfluo, o il secco, sempre inutile o nocivo alla buona qualità e quantità, de' prodotti.
Ma se Dacier dall'auruncando faceva derivare gli Aurunci per trarne partito di dire, che gli Aurunci dall'essersi separati, secondo la tradizione, dagli Ausoni riportarono un tal nome; noi della parola medesima avendo fatto altra applicazione, ci gioviamo dell’idea per trasportarla ai
Sidicini. Di quest'altro Popolo (della sola città Teanum), il cui nome incomincia a comparir nella Storia al principio del I secolo di Roma, avremmo dovuto far parola ne' Tempi storici, se le monete di Teano colle Osche leggende di TIANUR, TVANUR, ed anche TIANVR in lettere retrograde, non facessero rimontare a tempi più remoti la loro origine. La quale. essendo perciò oscurissima, e neppure vestita di qualche favola, dà luogo alla seguente divinazione sul valore del loro nome, che noi deduciamo a sedicione o seditione. Sidicini quindi non sarebbero stati altro che sediziosi, non però nel senso di turbolenti, ma di disertori, quali appunto furono i Brusii rispetto ai Lucani, perché la voce sedìtio. nello stretto, senso della parola, composta da se per seorsum e da itio, importa separazione di gente, che va via. Separatisi adunque dagli Aurunci. come questi dagli Ausoni. si ressero soli ed in si ristretto numero da non ricordarsi altra città di loro pertinenza, che quella di Teanum Sidicinum.
Di questi tre Popoli avremmo dovuto discorrere fra i Tempi Storici, se sul conto degli Ausoni, sotto i quali debbono intendersi compresi gli Aurunci e i Sidicini, non avessimo incontrato qualche elemento, che ai Favolosi li riporta. In argomento della loro remotissima antichità furon creduti Autoctoni e discendenti a dirittura da Giove, che è quanto dire di origine ignota. Altri profittando dell’omonimico riscontro, che loro si offriva in un Ausone figlio di Ulisse avuto da Calipso, ne fecero, se non l'Archegete (199) degli Ausoni, almeno il loro re, o che altro si voglia, da cui si denominarono. Que’ che fra gli Storici antiquarii de' tempi prossimamente scorsi si studiavano di tenere e render conto a lor modo di ogni simile tradizione, per ismentir questa del figlio di Ulisse, osservarono, che gli Ausonii erano già stabiliti in Italia fin da diciassette generazioni prima della caduta di Troja. Ma se una differenza tra Ausoni ed Ausonii da noi sospettata, non è a disprezzarsi, e l’avvertenza di un anacronismo si notevole non è possibile che sia sfuggita a chi assegnava agli Ausoni il loro autore in Ausone. ciò appunto rifermerebbro che gli Ausoni, confinati in quell'angolo di terra posto in mezzo ai Volsci ed ai Campani, siano stati ben altri che gli Ausonii, il cui nome resto al mar Jonio ed all'Italia intera.
L’Opicia dei Tempi Oscuri, ristretta per le Sabelli che soprapposizioni, si ridusse nei tempi successivi alla odierà na Campania. Erano quindi Opici i Campani, non gli Osci esclusivamente, se a questi si consente, come avvisammo, per dimora la Campania (campagna) non la Campania ovvero i Campi Laborini o Terra di Lavoro (200).
Fra tutte le ragioni etimologiche assegnale alla Campania crediamo preferibile quella che fa derivarla dal campus grande ed ampio spazio di terra piana e coltivata. Che so lo stesso nome non trovasi applicato altrove e dovunque la regione si distende anche per vasta estensione piana di terreno, ciò potrebbe spiegarsi in due modi: 1. Perché essendo voce degli Osci, la cui sede primaria abbracciava appunto il Sannio e questa parte dell’Qpicia, da essi ereditò il nome di Campania: 2. Perché rimase la voce ad esprimere quel che i Latini chiamavano Ager, per antonomasia, che è quanto dire per la sua eccellenza, restò detta Campania quella che fra tutte le campagne fu ed è tuttavia la più ubertosa e spianata.
Per simile ragione vi fu un tempo nello Stato Pontificio la Campagna di Roma, oggi Delegazione di Frosinone e parte della Comarca, ed in Principato Citeriore la Piana o Campagna di Eboli, donde Campagna, città e Capo Distretto di quella Provincia, vicino alle estesissime pianure di Pesto.
Sembrano, egli è vero, de' tempi Romani queste denominazioni, e quindi ai Tempi Storici avremmo dovuto rk metterne la trattazione: ma siccome rimontano sino agli Osci, (201), anteriori a tutti, non che agli stessi Romani, ai cui tempi furono anche sotto tal nome e nella Campania riconosciuti; ei si conviene saper di essi quali si fossero, e quali furono creduti ne’ tempi anteriori, che è quanto dir Favolosi.
Eppure la Favola non ha toccato la Campania che per riguardo del suo suolo vulcanico (202), non pei suoi abitanti, che dall'antichità più remota sono stati non altro che Opici od Osci. Sul valore delle quali parole non trovandosi ninna personificazione, niun mito, niuna pervenienza da altra gente, ben è forza argomentarne ancora una volta quel che già sul loro conto ci riuscì di chiarire, ossia di essere stato il loro nome a più popoli comune e di vantare una originalità vetustissima. Egli è per quest'essa in fatti che gli Osci, alla guisa di quei monti, che trascendono colla loro cima la bassa regione delle nubi, essi pure non hanno che al di sotto del loro capo uno strato nuvoloso, che li ricinge da un lato senza nasconderli allo sguardo di chi nella notte de' tempi li ricerca.
Or perché mai una gente cosi antica ad una fiata e così recente, passando nel suo corso per l’epoca mitica non ha nella stessa rimestate le sue tradizioni? — Appunto perché antichissima, noi rispondiamo; e la ragione ci pare di scorgerla nella seguente osservazione. Quei Popoli solamente furono investiti da favole, le origini de' quali si son tenute come derivate, e la derivazione, appunto perché ignota, per essersi voluta indovinare, indagare, assegnare con supposizioni sorrette dalla poetica immaginativa, suffulte il più delle volte dal riscontro degli omonimi, finì per divenire incredibile. Or altrettanto non ha potuto verificarsi degli Osci, perché creduti originarii non si è dimandato di essi: donde mai vennero?
Non perché dunque furono gli Osci e le loro cose scevre di favole, debbono perciò credersi de' Tempi Storici. Che se la favola si richiedesse per conciliar loro quel riguardo, che suole aversi per tutto ciò che è antico, e più ancora per ciò che è sconosciuto; se si richiedesse per dedurne maggior antichità di quella che la Storia per essi depone ben la Storia stessa ne lo accerta, quando attesta la loro origine per affatto ignota ed oscura.
E nondimeno, se la Sicilia ebbe i suoi Ciclopi, la Campania pur vanta i suoi Leuternii e i Lestrigoni non meno immani, feroci, giganti e, come quelli, antropofago non però con un sol occhio nella fronte.
Abitavano i primi, secondo Strabone, le maremme tra Cuma e le foci del Volturno; e disfatti da Ercole si dissero sepolti presso a quella spiaggia, che da essi restò detta Leuternia, e donde poi forse fu detta Literno la città che vi fu fabbricata.
Furono gli altri abitatori del suolo, dove fu Formia o Mola di Gaeta, o più veramente dov'è Terracina, da Omero descritti non simili ad uomini, ma a giganti. I quali, poiché non piantavano, non aravano, ma vivevano dentro le caverne vita piuttosto ferina che umana, non sarebber dessi per avventura, come i Ciclopi (Cicul-opes, ricchi della Sicilia) i ricchi possidenti della Campania, che ladroni secondo la forza della parola vivevano del sangue dei poveri coloni, i quali aravano e piantavano per essi?
Con qual altra immagine i poeti dei. tempi nostri ci dipingerebbero le smodate esigenze di taluni possidenti dai coloni di oggidì, che coltivando le altrui terre, e cavandone coi loro sudori tutt’i preziosissimi prodotti, donde le delizie e l'agiatezza de' padroni, per se riserbano appena, e non sempre, un pane di granone ed una vivanda di patate?
Se non che questo spirito di profitto, esercitato con ladrocini i, con rapine, con imposture (203), fu nell’antichità attribuito anche ad un’altra razza di gente Campana, ai Cimmerii, secondo Omero, Esiodo, Licofrone, Ovidio, ed Eforo presso Strabone. I citati Poeti ce li dipingono come abitatori di luoghi oscuri, in cui non si vedeva mai sole né di mattina, né di mezzodì, né di sera, cioè dentro dimore sotterranee o cunicoli. Eforo nel ripetere lo stesso aggiunge che avevano un tempio fatidico pur sotterra, e che si sostenevano col prodotto delle miniere o delle offerte presentate dalla gente de' dintorni e dei paesi lontani, che vi affluiva per ricevere le risposte dell'oracolo.
Pesto intanto adatta ai Cimmerii della Campania la condizione dei Cimmerii del settentrione, che da Orfeo (negli Argonauti) situati fra i due altissimi monti Rifeo e Calfio vengono ad essere per le ombre e le nebbie dei medesimi non mai riscaldati né illuminati dal sole. Ce ne offre quindi (V. Cimmerii) tale idea da far supporre tra Baja e Cuma una catena di monti così alti da impedire ai Cimmerii, che secondo lui ne abitavano la bassa vallea, la vista e il benefico influsso del sole; come in certo modo si verifica per gli abitanti di Castellammare, sulle cui case per qualche mese d’inverno non ne cade mai raggio.
I Cimmerii adunque, così variamente rappresentati, sarebbero per lo meno popoli favolosi, ovvero di poetica invenzione, come, per tali si son tenuti in tempo, che degli antri Campani o nulla si sapea, o in conto di abitazioni non si avevano. Ma dopo l’opera del Sanchez (LA CAMPANIA SOTTERRANEA) dee pensarsene diversamente. Vendicati alla storica verità non più appartengono all'epoca Mitologica se non pel Tempo corrispondente al Favoloso, in cui occorre la loro menzione. Nondimeno, se col Bochart si vogliono detti dai Fenicii Cimmerii a tenebrisi ut Aurunci a luce, il loro nome, essendo comune agli abitatori delle sotterranee dimore e de' luoghi posti a bacio, sarebbe tanto proprio di coloro, che stanziarono sotto il suolo Campano, quanto fosse vero che Cuma abbia da essi derivato il suo nome; il che ad ogni analogia è contrario (204).
Altri ragguagli si hanno dal citato Eforo presso Strabone sulla industria e sul destino de' Cimmerii, che riferiamo senza comento, comechè ne avessero d’uopo. Guadagnavansi il vitto, egli dice, dai metalli delle miniere, dalla mercede per le divinazioni e dai proventi assegnati dal Re. Da un tal sovrano, di cui non dice né il nome né il quando, furono i Cimmerii distrutti, per essersi visto ingannato dalle predizioni dell’Oracolo; il quale tuttavolta, trasportato in altro sito, prosegui col ministero di sacerdoti e sacerdotesse a rendere i suoi responsi alla folla dei di voti che tuttodì vi accorreva.
Se oro, come altri dicono, od altro metallo ne avessero cavato i Cimmerii; e se dalle offerte presentate all’Oracolo si alimentassero tutt’ i Cimmerii; o se Cimmerii si fosser detti quelli solamente che presso al fatidico tempio dimoravano, e quindi di costoro vendicato si fosse il Re della contrada... egli è quanto rimane a spiegare per formarsi de' medesimi idea più chiara e precisa (205).
Avendo altrove (pag. 147. di questo volume) riferito le diverse opinioni intorno ai Lucani, ed a pag. 332 pur dichiarata la nostra; qui ci resta ad aggiungere quella del Niebuhr, non perchè la dividiamo con lui, ma piuttosto perchè il suo esempio ci autorizzi a far valere il lume della ragione contro la stessa autorità di coloro, che son creduti d’imporre perchè antichi, ossia di noi più vicini alle origini che andiamo investigando. Egli adunque non soddisfatto di quel Lucius ricordato da Plinio, come capo e condottiero di quella moltitudine di Sanniti riversatasi nella vicina meridional contrada, che da esso prese il nome di Lucania, andò all'idea di un eroe per nome Lucania, sol perchè forse l’analogia meglio legittima i derivativi di Lucania e Lucani.
Rimanendo noi fermi in quella derivazione de' Lucani da Lycos equivalente dell'Osco Irpo per Lupo, onde si dissero Irpini, soggiungiamo che la Colonia, la quale da questi distaccata recossi ad occupare, o meglio, ad aggiungersi agli Enotrii, ai Coni... in tempo che vi erano già Greci stabiliti, tramutò il nome originario d’Irpini in quello di Lucani, della lingua cioè parlata dai popoli. nel cui territorio si fece largo e stanziò. E fu forse per effetto ili ‘quella preponderanza man mano acquistata su tutta la regione, che smesso il primo nome di Enotria prevalse quello portato dalla nuova gente.
Dalla quale quelli; che in tempo de' Romani o in quel torno disertarono, oppure in cerca di migliori condizioni, siano politiche siano locali, procedettero più oltre, e quindi sotto proprio reggimento si emanciparono, si dissero
Bruzii. Di questo lor nome molti molte cose hanno scritto, che ci è forza ripetere: ma pria di tutto è a vedersi, se vi erano già Brezii9 ossia se a fianco de' Magno-Greci esisteva una regione Brezia a tempo o dopo degli Enotrii, de' Morgeti, de' Siculi che pur occupavano quella contrada.
Nel silenzio delli antichissimi storici. su di ciò il solo Giustino (Lib. XXIII.) ci ha tramandalo la tradizione di una certa donna per nome Brettia, che per aver proditoriamente consegnato un castello di quei seicento Africani da Dionigi spediti per porre un freno alle scorrerie de' Lucani, meritò che questi dal noma di lei si appellassero Brezzi. Risente di favola questa memoria non altrimenti che l'altra, che risale ad un Brctto figlio di Ercole e di Valencia trasmessaci da Stefano Bizantino (V. Βρεττος) o che fu adottata, quando saliti i Brezii alla condizione di popoli bisognò una genealogia eroica, che nobilitasse quella loro selvaggia indole di tor per forza l'altrui. Nella quale giunsero a rendersi cosi molesti e formidabili,che fu d’uopo alle città delle Greche Colonie, che n’erano travagliate, collegarsi contro di essi verso la metà del IV secolo di Roma, ed un secolo più tardi ricorrere finalmente al soccorso, sebbene inutile, dei sovrani di Epiro.
Coloro che nel nome di Bruzii veggono il significato di servi ribelli, non potendo precisar l’epoca in cui una tal ribellione ebbe luogo, se non che datandola da quell'anno. nel quale cominciala storia Romana a parlare del popolo Bruzio, vanno all'idea di essere stato un tal nome comune a quella classe di gente, cui nella società tocca di essere schiava; epperò li paragonano agl'Iloti ed ai Penesti della Grecia. Egli è Niebuhr che cosi esprime colai suo avviso: «Solo tre anni dopo, egli dice, (396 di Roma) già compariva il popolo Bruzio formato di bande, come quelle che nascono in tempi di disordine, in seguito di guerre senza fine, e sostenute dal soccorso di mercenaria gente, poi di servi ribellati, i quali per ironia davano a loro stessi il nome di schiavi scappati alla servitù, o almeno l'accettavano, quando si prodigava loro per disprezzo.» Ma non era al certo la prima volta, ei soggiunge che si udiva pronunziar nella Magna-Grecia il nome di Bruzii: forse quattrocento anni prima essi avevano distrutta la città edificata in riva al Tracis dai discendenti dei Sibariti scappati al massacro di Turio.
Dunque erano Bruzii già prima che la Storia ne facesse menzione ai tempi de' Romani, perché ai Bruzii si attribuì anche la devastazione di Terina, d’Ipponio e di Turio stessa.
Ma se la storia, senza guari illuminarci sul loro conto, non fa altro che respingere più indietro la loro esistenza; se le Favole non soddisfanno la nostra curiosità; ben può questa acchetarsi in quell’altra tradizione fondata sul valore della parola brezia per pece.
Egli è pure il Bochart (cui non mancano di aderire anche patrii scrittori) che sostiene di essersi denominata Brezia dalla pece; ed egli stesso, comeché straniero, asserisce in questo proposito, che l’Italiano bruttare Sporcare di nero, imbrattare, non deriva d’altronde che dalla radice medesima. Ciò ammesso, è indubitato che vi erano la Brezia e quindi i Brezii assai prima che i Lucani si soprapponessero o si distendessero in quella regione. La qual cosa se dagli storici si riporta ai tempi de' Romani, egli è solo per riguardo alla mutazione allora avvenuta di Brezii in Brusii o Bruti, in cui lor piacque di mutarli per dispregio, ed in pena di aver seguito le parti di Annibale.
Che se di pece son già fradici gli orecchi per le cose già dette (e che dovran ridirsi ancora parecchie altre volte); e se altrove si son supposti gli abeti, dove forse non sono e dove han potato essere per la natura montuosa dei luoghi; qui nella Brezia, e propriamente nella Sila (la Selva per antonomasia) donde tuttora si ricava la pece, stimata nell’antichità per la migliore, è tale oggidì la quantità di tali piante e di altre conifere, che (non vorremmo qui anticiparlo) la denominazione di Calabria, sì quella della Messapia che la moderna, le venne pur dalla pece!
Non si può dare per certo, se sotto la comune appellazione di Japigi, o sotto l’altra di Appuli, s’intendevano compresi quei cinque o sei Popoli che, contermini ai Frentani, si distendevano sino all'estrema punta della penisola che si prolunga tra l'Adriatico mare ed il Jonio. Senza qui ripetere quante riferimmo nella Corografia Storica diverse opinioni degli antichi sulla comprensione di amendue questi nomi comuni a più Popoli, basta aggiungere solamente che non in tutt’i tempi, né da tutti gli scrittori si è avuta su di ciò la stessa nozione. Ad ogni modo può ritenersi, che gli Appuli, i Danni, i Peucezii, i Messapii, i Calabri e i Salentini si ebbero la comune denominazione di Japigi' e che se pur comune fu quella di Appuli, non però si distese sino a comprendere sotto di se pure i tre ultimi che tennero il tallone dell'Italico piede. Furono insomma detti Japigi ed Appuli essi Popoli, non altrimenti che Sabelli quegli otto, che per la loro contiguità intorno al Sannio e per la loro discendenza dai Sabini ne offrivano il pretesto, Cioè più per opinione degli scrittori che per storico documento. Secondo la quale opinione, o meglio industria di riuscir chiaro anche Filippo Briezio figurava, in questa guisa e divideva la
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Apulia |
Daunia |
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Peucezia |
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Japigia |
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Magna-Grecia in |
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Messapia |
Salentini |
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Calabri |
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Lucania |
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Enotria |
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Bruzia |
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Or questa indifferenza di essersi chiamati ora Japigi ed ora Appuli tutti o presso che tutti i Popoli suddetti, sarebbe sufficiente argomento a vedere in essi quella sinonimia, che la sagacia di Niebuhr vi discopriva con questo etimologico o analogico svolgimento: «L’Osco contrae in ix la terminazione latina icus. Apicus, che è la stessa cosa di Apulus, faceva dunque Apix. Giammai un buon scrittore Romano dirà Japygia per Apulia, né un buon scrittore Greco dirà per contrario Apulia per Japygia. Che se Diodoro, il quale è molto inattento fin nelle sue espressioni, dice Α'πουλια (Apulia) XIX. 10, poiché trattasi di avvenimenti di annali Romani, forse tenca Fabio sotto gli ocelli. E notisi che nel libro XIV cap. 5 nella storia di Dionigi il giovine, non segue l’uso della lingua Greca. Sarebbe dunque permesso di supporre, che Timeo scrivesse in quel modo?» (206)
In grazia di coloro che, non iscorgendo sufficiente affinità fra le due parole, trovassero dura la così dimostrata sinonimia, ci permettiamo di addolcirla con quest'altra osservazione quasi chiosa alle riferite parole del filologo Alemanno. Richiamisi al pensiero la vera pronunzia del 7 secondo i Greci moderni; e come agios, per esempio, non agios alla maniera Erasmiana, ma aiuos essi leggono, cosi Japygia si pronunzii Japuiia, e sgombrar vedrassi l'apparente diversità, e si converrà pienamente nella identità delle due voci. E per chi non si accontenta del fin qui detto, in quanto che desidera renderglisi conto di quel j innanzi a Japigia e di quello l intruso in Apulia, soddisfacciamo la sua giusta pretensione rammentandogli l’uso vigente, nel dialetto pugliese di dir Janna per Anna, e la non dubbia derivazione di malia ammaliato da magia, ammagiato.
Ma donde mai, si dirà, l’Apulia o Japigia trasse il suo nome, ovvero perché cosi si appellò quella contrada?
Comeché l'una e l'altra denominazione siano le stesse, e l'una sia Osca epperò più antica, l'altra de' tempi posteriori; di quest’ultima (Apulia) si è detto (207) che come la Campania da καμπη accenni ai suoi seni profondi, cosi Apulia dir voglia senza porti.
Or se tale è la ragione etimologica di Apulia è inutile cercarne una nuova di Japigia, di cui non si è saputo dir altro dalla Greca vanità, che fu con tal nome appellata la regione da Japige figlio di Dedalo che la tenne.
Resta intanto ad osservare, che di Japigia non fu fatto un popolo ed una regione particolare, come di Apulia; del che render si potrebbe la seguente ragione. Essendo, come si è detto, di origine Osca, che è quanto dire antichissima, la denominazione di Japigia, e tutta Latina quella di Apulia; ei non fu che a tempi meno remoti la restrizione dell'Apulia a quella parte di essa, che così propriamente detta corrispondeva ad una porzione dell'odierno Contado di Molise, ovvero alla costa marittima del Golfo al nordovest del Gargano. E ciò dovett’essere, non altrimenti che si notò per l'Ausonia, in seguito delle nuove denominazioni di Daunia e di Peucezia prese dalle due regioni, che distaccatesi da essa la rimasero quindi isolata.
Di Apulia infatti non si è saputo assegnare un archegete, e ciò finisce per riformare che una tale parola non fu che un’alterazione dell’altro di Japigia.
Rimarrebbe ora adire qualche cosa, a pur qui, dell’altra denominazione di Messapia data a quell’estrema parte della penisola (oggi Terra d'Otranto) già prima (?) che si fosse distinta in Calabria e Sallenzia: ma fia meglio tornare or ora su di ciò in parlando de' particolari Popoli compresi sotto le comuni appellazioni di Japigia di Apulia e di Messapia, cioè dei Salentini, dei Calabri, de' Messapii, de' Peuceti, dei Dauni, e degli Appuli; il che facciamo incominciando dai
1. Salentini. Dedusse Festo il nome di costoro dal salum, il mare, perché in esso, come a pag. 170 abbiam detto, si accordarono Cretesi ed Illirici coi Locresi intorno all’occupazione di tale contrada, che quindi si disse Sallenzia. Abbiam voluto ripeterlo per far notare che i Latini, con più dritto dei Greci. quando lor si presentava il destro di rinvenire elementi delle loro ricerche nella propria lingua si facevano volentieri. Noi però ci contentiamo per ora di farli derivare dalla città di Salento, di cui parlammo a pagina 168, e ci riserbiamo di spingere le nostre indagini sulla ragione di questo, quando e dove parleremo dei Tarentini, poiché un’analogia che scorgiamo tra Salentum, Tarentum ed il Falanto Duce Lacune ci mena al sospetto di un’origine comune.
2. Calabri. Occupavano questi Popoli la parte opposta della stessa penisola, quella cioè bagnata dalle acque dell'Adriatico. Del loro nome niuna briga si diedero gli antichi filologi, contenti alcuni di dedurla dal greco α του καλος και βρίθω, dall'essere cioè molto fertile. Ma pur in esso non senza nostra maraviglia, scontriamo allusione alla pece, perche calab tanto significa. Incliniamo ad ammettere questa derivazione per vera, perché la Peucezia (donde con maggior evidenza per la greca voce πευκη, che è il pino, ha potuto aver origine la parola pece) come l’è vicina per sito l’è pure affine per valor della parola (208). E noi considerando quanto altri saran per risentirsi di si frequente ricorso alla pece, avremmo voluto questa volta passarcene, se certi riscontri di parole viventi non ci avessero imposto a farne e renderne quel conto che si conviene. Bochart dice ricisamente, che da Caleb (la pece) fu detta Calabria la regione che la produceva. Da tal radicale ed in tal senso venne senza dubbio il verbo calafatare, per ristoppare ed impegolar le commessure nei navigli; e dalla nerezza della pece son pure: 1.° il nome di calabrone (crabro), non quello simile ad una gran vespa, ma quel nero insetto (scarabeus, scarafaggio, in cui si noti quel carab per calab, e caraf per carav, onde corrottamente dicesi scaravascio; e scaravasci chiama il volgo i caratteri scorbiati con inchiostro da rozza mano sulla carta) che fa pallottole dello sterco di bue, cui trasporta a ritroso; il quale insetto cosi chiamano in Basilicata: 2.° il nome di calamajo (pesce) e calamajo, in cui s’intinge la penna per iscrivere (209): 3.° il carbone spento (quasi carabone o calabone) 4.° caligo, nome, per caligine, e caligo, verbo, per divenir cieco, offuscarsi....
Quei che vanno all'idea di certi Galabrii venuti dall’Illirio a soprapporsi ai Messapii, se in vece di rovistar gl’indici delle Geografie in cerca di luoghi e Popoli omonimi, cercassero le ragioni etimologiche nella parola, risparmierebbero l’incomodo a tutta una gente di trasferirsi da un luogo ad un altro.
3. Messapiì. Distinguevano i Greci tre popoli nell'Apulia o Japigia: i Messapii, i Peucezii, ed i Dauni; i primi sulla penisola all’oriente di Taranto, i secondi al nord dei primi, ovvero da Brindisi a Bari, ed i Dauni da Bari sino al Gargano. — Strabone vide nei Messapii due Popoli diversi, i Salentini ed i Calabri, gli uni in Leuternia sulla spiaggia orientale del golfo di Taranto; nella spiaggia opposta sull'Adriatico gli altri. — Nei Fasti Consolari i Salentini son distinti dai Messapii. — Niebuhr finalmente suppone che sotto il nazional nome di Messapii intender si debbano i Calabri.
Noi pero avvisiamo, che siccome l'Apulia si restrinse alla particolar regione di questo nome dopo che i Peuceti ed i Dauni con un nome a sé divenne Popoli distinti; così la Messapia si limitò a contrassegnare una peculiar contrada al sud dei Peuceti, quando fu necessario distinguersi il resto della penisola in Calabri e Salentini.
Era la Messapia un nome, che originariamente significar dovette la bassa Japigia ed ecco donde caviamo una tal congettura.
Eustazio nel chiamar Messapigi i Messapii ne voleva dedurre, che si fossero così detti quasi Mesapigi, cioè Japigi di mezzo. Per le cose dianzi da noi dette sulla sinonimia di Apulia e di Japvgia, non è a dubitarsi che tra Japigi ed Apii esiste un’affinità, la quale diviene evidente, se si badi alla pronunzia del simile all'i. Noi quindi convenendo con Eustazio circa la identità di Messapii con Messapigi, ne dissentiamo solamente riguardo al valore della voce Mess, che non è dal greco μεσος nel senso di medius, mezzo. La parola Mess essendo Osca ha potuto essere piuttosto la primitiva forma ed origine della parola basso, tra cui e mess è stata la voce latina imus nel senso medesimo. Epperò Messapia fu lo stesso che Messapuia, o bassa Puglia.
Se questa nostra congettura non vanta un appoggio negli antichi filologi, ben si giova di un idiotismo vivente. — In Basilicata, e forse anche altrove, la Terra d'Otranto chiamasi col nome di Basso di Lecce. I trafficanti che vi bazzicano, usano dire: Vengo dal Bascio, o vado al Bascio (per basso) di rado aggiungendovi di Lecce. Anche una contradanza, come tarantella è detta del Bascio, e si balla con un senso di voluttuoso trasporto. (Foss’ella una tradizione di quella danza lasciva ricordata col proprio nome di Calabrismo?) L’aggiunto quindi di Basso conservato nella denominazione di quella contrada, lungi di esserle dato tuttodì per capriccio, mostra di essere un avanzo del titolo che anticamente portava (210).
Plinio e Strabone traggono l’etimologia di Messapia da un Messapo, il quale già dato, secondo Stefano Bizantino, anche il suo nome al monte omonimo (!) dell'Eubea, una colonia conduceva nella Japigia.
Contro quelli, che fanno i Messapii sinonimi dei Calabri osserviamo, che niuna ragione di crederli tali è suggerita dall’etimologia. Piuttosto fra Calabri e Peucezii vi ha tale sinonimia, che come gli uni sono a costo degli altri per contiguità di sito, cosi sono affini per comunanza d’idea, la quale è solo distinta nella parola per la diversità delle lingue, onde si fanno derivare. Quindi in questo senso, poiché dove finisce la Peucezia ivi comincia la Messapia, nome comune a tutta la penisola, ed immediatamente attacca la Calabria, i Messapii ed i Calabri si son creduti gli stessi.
4. Peucezii. Un fratello di Enotro, di nome Peucezio, fu credulo l’archegete di questi Popoli dall'Arcadia, come altri fratelli del medesimo stipite si fan duci. di altri Popoli contermini. Ma il greco εύκη per pino rivendica i suoi dritti contro l’usurpazione di coloro, che si compiacquero personificare in un capo condottiero la ragiono del nome delle genti, che se l'ebbero da locali ed indigene circostanze. Nella stessa voce si contiene sì veramente la parola pece, che altri avvisarono di essere stati i Piceni ed i Picenti colonie di Peucezii, che sulla costa dell’Adriatico ai andarono man mano diffondendo sino al Piceno. Il che potr’ebb’essere stato anche all’opposto, che cioè quelli del Piceno si fossero trasferiti nella Peucezia.
In mezzo ai popoli Peuceti son da Plinio ricordati certi altri col nome di Pedicoli o Pedicii. Anche di questi si attribuirono i Greci la derivazione cavandone dalla loro lingua l’etimologia. Poiché in essa παις, παιδος, è il fanciullo, ecco, nove coppie di giovinetti e giovinette venir dall'Illirio a dar nome ed origine ai Pedicoli, come a dire ai figli di fanciulli. Avessero con ciò voluto render forse ragione della loro picciola taglia? — Ma dicono di esser nati da queste nove coppie meglio che tredici Popoli. Ed allora con tal nome avran voluto forse significare la fecondità dello schifoso insetto, che in latino è pediculus?
Niebuhr osserva che le forme più semplici di Poedi e di Poedicì non sonosi conservate nei libri, (211) ed avvisa che Pedicoli sia stato il nome Italico di Peucezii.
Noi soscrivendoci a questa sua opinione, dall'aria del sospetto, in cui egli la enuncia, la traduciamo a quella della certezza, e per tale ci facciamo a dimostrarla con queste etimologiche indagini.
Il pino in greco è detto πεύκη, ed è anche detto πίτος. Nella diversità di queste due voci si può benissimo fondar la congettura, che l’una è forse originariamente Ellenica, e l’altra Italiota. Dall’una quindi i Peuceti o Peucezii; dall'altra i Piti, (i Pitini o Piceni del Piceno) poscia Pedi, Pedicii, Pediculi, Pedici. Ciò ammesso, ei pare che tra Pediculi e Peucezii non altra differenza sia corsa, che quella stessa discoperta fra gli Apuli ed i Japigi, se non che i Pedicoli si suppongono di essere stati dei Popoli posti tra i Salentini ed i Peucezii. Se ciò è per avventura incontrastabile, allora dei Pedicoli originariamente sinonimi de' Peucezii, se ne fece un distintivo di alcuni Popoli particolari della Peucezia r come avvenne degli Apuli, restati nomi' di Popoli particolari, e dei Japigi, restati nomi generici (fi più Popoli della stessa contrada. Ed in tale ipotesi ci rimane a render ragione della favola o mito, che sul conto de' Pedicoli si narra.
E sulle prime domandiamo, se con tal nome si son voluti intendere gl'insetti parassiti dell'uomo. — A noi pare poter rimuovere forse felicemente sì lurida allusione da Popoli, che per niuna ragione al mondo dovevano ricevere e ritenere un’obbrobriosa denominazione..
Fondo del mito egli è, che da nove coppie di fanciulli e fanciulle nacquero tredici Popoli. L’idea quindi che con esso render si volle fu probabilmente la prodigiosa quantità di gente cresciuta su breve estensione di suolo. Resta ora a vedere, da quale oggetto locale si tolse l’immagine che rendesse una tale idea.
Il finocchio è da foeniculus, il pidocchio da pediculus, il pinocchio da (212)... nessuna voce equivalente? — Ei non pare possibile. — Se il nome del frutto del pino in latino è pinea, (in Italiano pigna donde i pignoli i semi di essa) in Greco; chi potrebbe niegare che poediculus non sia stato l'equivalente di pinocchio? (213) Nella qual voce abbiam ritenuto il dittongo oe (che in greco è or sì pronunzia i) sì per rispettare l’ortografia di Niebuhr, che così ha scritto, in Poedi e Poedici, e si per ravvicinarla al foeniculus, finocchio, la cui etimologia ci ricorda di essere stato così detto quasi picciolo pino, alle cui foglie in fatti rassomigliano le sue (214).
Sviluppata in questa guisa etimologica la ragione del nome Poediculi, veniamo a ragionare della sua mitica derivazione.
Peucezio provegnente dall’Arcadia, i Peucezii dall’Illirio, e i Pedicoli dalla Liburnia, dir vogliono che i primi, onde prese nome la Peucezia, siano venuti da quelle contrade (215). Nei Pedicoli però pare specificato il modo di una tale introduzione mediante cioè nove coppie di pinocchi, dai quali si propagarono tanti pini da averne ben tredici popoli di quella contrada. Nella pina infatti sono a due a due allogati i pinocchi sotto cadauna scaglia; e la propagazione dei pini è per semi; il che dai Greci fu personificato in nove (numero esprimente moltitudine o, come i Retori dicono, numero determinato preso per significare quantità indeterminata) in nove coppie di fanciulli e fanciulle, perché, παις, παιδος parve loro di scorgere come radicale della voce Poediculi,
5. Dauni. La circostanza di esser Dauno chiamato il padre di Turno ci fornisce, dice Niebuhr, una traccia importante di genealogia nazionale. Tal nome corrisponde a quello dei Danaeni, perché Danae è dinotata la fondatrice di Ardea. E siccome ciò si riporta ad un tempo più antico di quello, in cui figurano i Danni dell’Apulia; ei parrebbe che questi ultimi non si avessero avuto con quelli. veruna relazione, se non ci provassimo a discoprirla con l’ajuto delle filologiche indagini somministrateci dal valor delle lettere affini diversamente pronunziate secondo i diversi dialetti.
Dacrimas, dice Festo, pro lacrvmas Livius saepe posuit, nimirum quod Graeci appellant Item dautia, quae lautia dicimus et dantur legalis hospitii gratia. Da questi esempii e da fidius per filius ed udus per uliginosus, è chiaro di essere stato antichissimo lo scambio di l con d, che tanto spiccatamente differenzia i due dialetti dominanti in tutte le provincie del Regno, da costituire per gente colta coloro che usano di pronunziare con l quel che i rustici ed i Calabresi pronunziano con d. Onde cappello e cappieddo, cavallo e cavaddo, chillo e chiddo per quello, non solo son modi che distinguono un popolo da un altro, ma sono maniere altresì, onde il ceto nobile si distingue dal plebeo di uno stesso popolo.
Per siffatta usanza un tale scambio non solamente ha luogo nette desinenze delle parole, ma anche nella sillaba iniziale; ond’è che in certi luoghi incontra di udire andare a deune per andare a raccorre leune, cioè legno da ardere; va ddà per va là, renzillo per lenzuolo, ruvieddo o riviello per livella, nelle quali ultime maniere il passaggio è stato originalmente da d in r, e poi da r in l...
Da tali elementi sia lecito congetturare (216) che Daunia siasi detta per Launia, e questa per lana, il che sosteniamo con questi altri analogici documenti.
Se da legne si è fatto leune (o al contrario), e da agno aino, nelle quali parole il g è pronunziato come il g (gamma) de' Greci moderni per i (217) onde nel littorale del Jonio (specialmente in Montalbano) il grano o frumento si pronunzia irano in due sillabe ira-no e jamma la gamba, jallina la gallina... come altrove juoco il giuoco, jocus, juppone il giubbone...; non dovrà sembrar strano, se ne deduciamo, che in lana ed agna debbo trovarsi un’affinità finora inavvertita. Ciò posto quel che ai Latini fu agna, agli Osci fu forse ana, aina, auna. Alle quali parole ficcatosi per protesi un l in principio, ne uscì lana o launa, come appo i Greci ad έρινος lanuto preposto un m si fece μέρινος donde i merini.
Dopo questi lemmi grammaticali (nello stretto senso della parola γραμματα per lettere, intorno alle cui-affinità versa il primo trattato di tutte le antiche Grammatiche delle lingue dotte) veniamo a questi mitologici riscontri.
La Daunia, secondo Festo, (V. Daunia) si volle così detta da Dauno, illustre uomo della nazione Illirica, che dietro una domestica sedizione spatriando recossi ad occupare una parte della Puglia.
Cotal Dauno, secondo Plinio, fu il suocero di Diomede. Il poeta Nicandro fa del medesimo Dauno un fratello di Peucezio e di Japigio.
Fra queste tre derivazioni del medesimo Dauno, Niebuhr inclina a preferir quella di Festo, perchè gl’Illirii, donde questi il fa venire, non sarebbero che i Libami abitatori del Piceno sulla costa Italica, e di Corcira sull’opposto lido. Con questo filo ei rannoda la tradizione del Dauno Appulo ai Danaeni o Dauni, che ebbero la reggia in Ardea fra i Rutuli secondo questa genealogica discendenza.
Da Giove nacque Pilunno, il quale sposò Danae nell’Apulia, dove capitò per caso insieme col figlio Perseo chiusi in una cassa e buttati in mare per ordine del padre Acrisio, perchè aveva saputo dall'Oracolo, come avrebbe avuto morte dal figlio della figlia. Dalla Puglia, ove regnava Pilunno, trasferironsi i due conjugi fra i Rutuli, dove fondata Ardea da Danae, si ebbero un figlio, che chiamarono Dauno. Da costui nacque un discendente, di cui non conoscesi il nome, e da quest’esso un secondo Dauno, il quale da Venilia ebbe Turno, rivale di Enea nel pretendere Lavinia, la figlia di Latino e di Amata sorella di Venilia.
Dal primo de' due Dauni vuolsi intanto denominata la Daunia, quella parte cioè dell'Apulia appartenente a Pilunno.
Stando a questi tradizionali congiungimenti, che ritenuti alla lettera imbrogliano la mente in guisa da non poterne tirare affatto un lìlo storico, o mitologico che sia, coerente però alle altre mitiche tradizioni ci permettiamo cavarne, interpetrando le parole, qualche elemento di vero, che mai sempre sotto alle mitiche forme si contiene.
Riassumendo questi dati genealogici occorre di notar sulle prime che gli stipiti Pilunno e Danae hanno amendue strettissime attinenze con Giove, val dire qualche cosa di comune con esso, l’uno come figlio, l’altra come moglie, e si traducono l'uno in pelo, e l’altra in lana, che è il pelo delle pecore. — Dal loro connubio nasce Dauno, e questo figlio ritiene il nome della madre piuttosto che del padre; il che importa che il nome di lana soppianta il nome di pelo, restato a significare quello, onde tutti gli animali son coperti, e che nell'uso degli uomini a nulla di utile è destinato; mentre il pelo della pecora, come cosa preziosissima, meritò un nome antonomastico, qual è quello di lana derivato da agna.
Nella greca Danae rinchiusa da Acrisio nella torre di bronzo noi scorgiamo un riscontro del Vello d’oro custodito dai dragoni, questo rapito da Giasone coll’ajuto dei consigli di Medea, quella a forza di oro (in pioggia ovvero in gran quantità) involata e trasportata nella Puglia, donde passò anche nel Lazio; ed in amendue le mitologiche tradizioni riconosciamo la gelosia da parte de' possidenti di comunicare altrui la razza che si avevano di un pregio non comune, e la premura da parte degli altri di procurarsela ad ogni costo. Epperò pervenuta in Puglia una razza di pecore di buona lana (218), di là si propagò fino nel Lazio.
In greco la lana è detta εριον, onde lanosus ερινος, donde i merini, e Merina antica città della Daunia, di cui abbiam parlato a pag. 289 di questo vol. —Ardea fondata da Danae è detta Eρωδιος (219) e nelle sue vicinanze surse Lanuvium ovvero Lavinium (220). Lavinia quindi non è altro che Launia equivalente di Daunia. Lavinia, niegata a Turno, figlio del Dauno, è sposata ad Aineias (Enea); e da questo conjugio nacque Julo (Iουλος greco è la lanugine i). Epperò se Ιουλίες è lanuginosus anche equivalente di Ardea è lo stesso che lanosus.
La Daunia dunque si ebbe nome da uno de' due Dauni discendenti di Pilunno e di Danae; e Dauno non fu che personificazione dell'insigne prodotto, onde fu ed è tuttavia rinomata quella parte della Puglia, oggi corrispondente alla Capitanata, la cui lana fu nell’antichità superiore a quella di Taranto per finezza, non però lucida al pari.
Ma la Puglia anzidetta fu celebre ancora pe' cavalli. Ed ecco sopravvenirvi a Dauno amiche Diomede dall’Etolia, cui si attribuisce la fondazione di Arpi, e Diomede della Tracia, quegli cioè che fu sì passionato de' cavalli da cibare i suoi di umana carne. Ad un Diomede intanto, senza brigarsi a quale de' due, attribuironsi, oltre di Arpi, molte altre città, i Campi e le Isole Diomedee; e cosi i tipi del cavallo, come i sacrifìzii di questo nobilissimo animale, alludono sì chiaramente al Tracio Eroe, che le tradizioni giungono a dirci altresì, che quantunque Diomede figuri come portatore di civiltà nell'Appaia contrada, restò nondimeno ucciso dal Dauno, cui vi aveva trovato regnante.
Con racconto men vago si è pur favoleggiato, che l’Eiolo Diomede, disonorato dalla moglie, mosse per l'Apulia, ove sposata la figlia di Dauno, si ebbe parte al regno di costui, ed ove datosi ad edificar Arpi o Siponto presso al Gargano, ricevette un’ambasceria da Latino Re de' Rutuli, che il richiedeva di ajuti contro Enea; e si scusò del niego dicendo, che per la punizione degli Dei vista su tutti coloro che militato avevano a Troja, non poteva più mischiarsi in partiti di guerra piuttosto che di pace, per la quale sarebbesi adoperato. È poi la sua fine diversamente narrata. Chi lo fa svanire di repente dalla regione in cui regnò; chi lo dice ucciso dolosamente da Enea (221), e chi dallo stesso Dauno suo suocero.
Or tutto questo, si dirà, che badi comune coi cavalli di che fu rinomata al pari delle lane la Dauna Apulia?
Per soddisfare a cotale osservazione ricordiamo, che dovunque in queste regioni penetrarono Greci, pensarono sempre a nobilitare le cose più utili all’umanità, personificandole col riferirle a soggetti che si avevano omonimi nelle loro patrie tradizioni, oppure applicando le origini delle loro cose utili a quelle stesse che trovavano là, dove si trasferivano. E cosi dal vedere che, in Puglia vi erano buone ed abbondanti lane, ne favoleggiarono la pervenienza dalla loro contrada colla Danae e col Dauno.
Del pari avendo visto nella regione medesima della Daunia in grazia degli estesissimi pascoli prosperar colle greggi de' lanuti anche le mandre de' giumenti, ne personificarono il tipo in Diomede.
Della qual congettura ecco il filologico procedimento.
Comechè i latini scrittori per giumento abbiano inteso ogni animale che sia di giovamento all'uomo; ed alcuni l'abbiano applicato solo a quelli che si aggiogano al tiro sia dell'aratro, sia del carro o di altro: tuttavolta Columella intende sotto tal nome esclusivamente i cavalli. Ed oggi in fatti dicesi giumenta solo la cavalla, e giumento un cavallo da soma o da basto.
Ora questo, vocabolo giumento che i latinisti fan derivare da adjumentum, noi facciam discendere da diumentum, perchè le sillabe già, gio, giu vendono più direttamente dagli unisillabi dia, dio, diu, come e chiaro da Giacinto e Diacinto, da giaccio e diaccio, da Jana (anticamente cosi detta per) Diana quasi Joviana, da Jovis per Diovis genitivo di Diespiter o Jupiter Giove, da giorno equivalente di diurnum.
Se dunque giumento è da diumentum, Diomede coll’analogia del suo nome e colle analoghe tradizioni cavalline attribuitegli nell’antichità ben si offri per tipo o personificazione di queir altro importante prodotto industriale dell’Apulia Dauna.
La uccisione, la sparizione, la cessazione infine del nome di Diomede, e la sopravvivenza di quello di Dauno restato alla contrada che ne ha portato il nome, son simbolo così chiaro del fatto di essersi appellata la regione piuttosto Dauna che Diomedea, che non occorre dir altro per vedere in ciò, che la Daunia restò così detta più dal prodotto delle lane, che da quel de cavalli.
6. Appuli. Dove abbiam parlato dei Japigi e quindi della Japigia, qual generica denominazione di più popoli, e di contrada comune a più regioni, curammo solo e di proposito dimostrare la omonimia, che passa tra i medesimi e gli Appuli, tra Japigia ed Apulia, — Ivi riportammo qual altrui opinione, che come Campania fu così denominata dai profondi seni, cosi Apulia avesse preso tal nome da ragione opposta, ovvero dalla mancanza dei medesimi. Se di tale etimologia noi fossimo stati contenti non i avremmo cosi semplicemente enunciata; tanto più che nelle parole Apulia, e Campa voluto radicale di Campania, non apparisce di contenersi la ragione di ciò che etimologicamente se ne vuol derivare; né per quanto ci fossimo studiati ci è mai riuscito di ravvicinar l'una all’altra sì che tolto l’a privativo, il rimanente delle due voci fosse apparso omonimo od affine. Epperò se la rifiutammo, ei fu perchè, ove trattasi di comunicare ad altri il proprio convincimento, allora c’induciamo ad esternarlo,. quando abbiam trovato il modo di trasfonderlo tale nell'animo altrui, qual è nel nostro; quando, in altri termini, ci riesce di esporre proprio rem per causam, cioè la cosa una colle sue cagioni.
Ora ritornando sullo stesso argomento, e dovendo renderne ragione coscienziosa al pari di tante altre rendute in propositi simili, ce la sbrigheremo nella guisa che segue.
Ammessa la sinonimia tra Apulia e Japygia, e quindi tra Appuli e Japigi, questi ultimi non furono altri che Opici, e la Japigia, un’altra Opicia, ovvero una estensione dell'altra, con cui stanno a confine.
È per noi sì evidente questa deduzione e si futile la poca differenza di risulta, che vorremmo dispensarci dal dimostrarne analiticamente la scoperta, se rimanendo a render conto di un notevole scambio, qual è quello di un o con a (222) non paresse, che noi abusiamo in certo modo della docilità de' nostri lettori. Eccoci dunque a dileguar tale scrupolo con riscontri fornitici dall’analogia, che facciam precedere dalle seguenti osservazioni.
1. Questo Regno di Napoli o delle Due Sicilie si è chiamato un tempo anche Regno di Puglia, e la lingua in esso parlata è dal Dante detta Lingua Pugliese. Abbiam voluto ricordare queste due cose per inferirne due altre: ia prima è, che la denominazione di Puglia è stata una volta anche più es|tesa di quello che oggi appare, fino cioè a comprendere in essa anche la Campania con Napoli istessa; altrimenti non sarebbesi poi detto Regno di Napoli il Regno di Puglia, in cui non fu mai altra capitale da Napoli diversa: la seconda è la conseguenza, che la lingua Pugliese ricordata dal Dante era la lingua di tutto il Reame, benché più propriamente paresse limitata al dialetto Napolitano.
Da questi ricordi elevandoci, pria di passar oltre, alla loro spiegazione, ne pare che ciò sia derivato dal perchè l'Opicia, propriamente quella limitata alla Campania, estendevasi sino a comprendere sotto la denominazione medesima, benché alterata in Japigia, non solo tutto il Tavoliere, ma anche il resto delle Puglie sino all'estrema punta di Terra d’Otranto. Fra l'una e l’altra Opicia in vero, non vi è stata altra regione che le avesse gran fallo separate, se non quelle dei Sanniti e degl’Irpini, i quali per le cose dianzi discorse e chiarite non furono che gli Osci propriamente detti. E noi ci troviamo di aver fatto conoscere qual differenza sia corsa fra Opici ed Osci per non dubitare, che l’Opicia occidentale non fu che una continuazione dell Opicia orientale o Japigia.
2. Tutte le considerazioni da noi fatte intorno agli 0pici ed all'Opicia convengono alla Japigia, sia riguardo alle immense pianure ubertose di messi e di pascoli, donde l’idea della più solida e vera opulenza, che, come dicemmo, facevano gli antichi consistere in re pecuaria et agricultura; sia riguardo alla lingua Osca anche ivi parlata, come è chiaro dalle molte iscrizioni ivi rinvenute e dalla irrefragabile testimonianza di Ennio, che ivi nato, oltre del Greco e del Latino, parlava l’Osco come lingua sua propria.
Or nella lingua Pugliese, sia quella ristretta alla Puglia propriamente detta, sia quella estesa sino a comprendere in essa il dialetto Napolitano o Campano, è ovvio lo scambio dell’o in a, come è chiaro da queste parole: ortiche ed in dialetto ardiche; origano ed arigano ed arecata; ordigno ed ardigno; orecchio ed arecchia; oncino per uncino ed ancino; oleastro ed agliastro; occhiale ed acchiale; occhiare ed acchiare; orciuolo ed arciulo; Orazio ed Arazio; oppilare ed appilare.
E se queste maniere, come viventi, non vagliono a dimostrare il fatto antichissimo dello scambio di Opicia in Japigia, soggiungiamo queste altre poche. Da obsideo si fece assedio, da hostis hasta e quindi l’astio, quell’odio amaro o mal animo contro di alcuno...
Ed ecco negli Appuli o Japigi chiuso il ciclo de' Popoli nostrani, che derivaron tutti dagli Opici od Osci. — Quanti altri restano a noverarsi in continuazione de' Tempi Favolosi, cioè i Pelasgi ed i Magno-Greci o Elleni, poiché vi vennero per immigrazioni poco prima de' Tempi Storici, verran ricordati, come genti a noi straniere, e fra noi ospitate tra buona e mala voglia, come accade a Popoli soggetti alle invasioni di altri. I quali bisognosi di pane di miglior fortuna, di lavoro, o di altro di che mancano, si presentano altrove imperiosi o scaltri per averne, pagandolo con conterie, dove trovano affatto selvaggi, o con cianfrusaglie della civiltà, dove trovano rustici opulenti già disposti a riceverla.
Nulla di più meditalo e controverso nella storia de' Popoli antichissimi, quanto l’argomento che ha per obietto i Pelasgi. Comechè Creci e Romani scrittori ne abbiano discorso in modo preciso e positivo; i loro ragguagli tuttavolta non ci han dispensato da ulteriori investigazioni.
Fino a che non si arrivi a scoprirne in tutti i suoi lineamenti quella fisonomia che si ebbero, si è sempre nel bisogno di lavorarci intorno, come intorno alla sua statua fa l’artista, che non rifina, se non quando l’amoroso ricercar della sua raspa non è giunto a scoprire quel che a cercar si propose.
E ben è meritevole di tanto studio una gente, la cui storica importanza è pari alla influenza che le si attribuisce sulla civiltà de' Popoli, tra’ quali si cacciò. Se nonché più studio vi si è speso d’intorno, e più le opinioni svariarono; più si è cercato di metterle in accordo, più la cosa si è mostrata ribelle ad ogni pratica di sincretismo; ma non con tale sconforto da rendere disperato ogni altro partito; non si che siasi preclusa ogni via, onde alle tante congetture aggiungerne qualche altra, che sul fondamento delle già fatte, da esse derivi, non altrimenti che la scintilla, terza cosa, la qual nasce dalle due che vengono al cozzo sfregandosi.
Quel che intanto tutte le tradizioni ci ripetono uniformi, è il concetto dell'incivilimento, di cui si fan portatori i Pelasgi dovunque s’innoltrarono, ed il fatto della loro espulsione e dell’abiezione nella quale caddero, dove non si riusciva a scacciarli. L’altro fatto pur consentito è quello della loro ubiquità. effetto di quella loro voglia o necessità di trasferirsi da luogo in luogo. Epperò, siccome nulla è di più certo della loro presenza in moltissime regioni, nulla di più sicuro del loro dileguarsi dalle stesse in un modo che non sì facilmente si comprende; cosi nulla ha meglio stimolato la curiosità de' dotti in esplorar la cagione di un tal, per cosi dire, fenomeno della storia, non ancora plausibilmente spiegato.
Oserem noi riprometterci di riuscire a qualche cosa, se il medesimo assunto a trattar toglieremo? Tanto non presumiamo: ma pur giovandoci del vantaggio che torna a chi vien dopo a dare il suo giudizio, dopo cioè di aver assistilo alla discussione della controversia, noi diremo un nostro pensiero, facendolo precedere dalla storia delle opinioni altrui, che sommariamente riferiremo.
Tre principali sistemi son risultati dietro le ricerche istituite intorno ai Pelasgi:
Col 1.° si fan passare mediante una serie d’immigrazioni marittime dall’Egitto, dalia Palestina o Fenicia in Grecia; e sarebber dessi di pervenienza Semitica, detti Pelasgi, nome alterato da Phalesgi, che in quella lingua dir vogliono dispersi o raminghi. I quali soprappostisi colà ai primitivi Jonii, nomarono Pelasgia dal loro nome la penisola meridionale o Chersoneso, detta dappoi Peloponneso, donde salendo ed innoltrandosi pel continente si diffusero per la Media, per la Tessaglia.....
Col 2.° si vorrebbero emigrati i Pelasgi dall'Etruria o Tirrenia in Grecia.
E col 3.° che si accorda col primo, si vorrebbe sostenere, che in Egitto, Palestina o Fenicia, donde si trasferirono in Grecia, vi giunsero i Pelasgi non dalla semitica derivazione ovvero dall’Asia, ma piuttosto da' quella di Cam, cioè dall'Africa, e propriamente dall'Atlantide. Donde fin dall'epoca della sparizione della grand’Isola di questo nome, che si suppone avvenuta pel disseccamento del mare, oggi gran deserto di Sahara, si sarebbero gli Atlantidi o Pelasgi sperperati, parte passando lo stretto Gaditano e buttandosi nella Spagna, parte salpando dalle coste Africane, corrispondenti alla Numidia, in Sicilia, e parte infine o dalle coste della Libia in quelle del Chersoneso, o tenendo per le spiagge settentrionali dell'Africa e di là per l’Istmo di Suez dilungandosi su quelle dell’Asia Minore, da queste sarebbersi gittati sulle opposte della Tracia, Macedonia, Tessaglia.
Tutti e tre questi sistemi presumono, come si vede, di aver rinvenuto ed indicata la culla, per cosi dire, de' Pelasgi. Per nm, che ben volentieri rinunziamo alla gloria di simili scoperte, sia per rispetto, sia per timore che ci destano le tenebre, onde sono involte le prime origini dei Popoli, nessuno de' tre indicati sistemi si presenta con tale imponenza da determinarci ad abbracciar l’uno piuttosto che l'altro. Tuttavolta ciò non toglie, che li venissimo rapidamente esponendo; perchè avvisiamo poterci molto giovare di quegli elementi storici, che riconosciuti da tutti e da nessun contraddetti, per ciò appunto servir possono a qualche altra applicazione o deduzione.
E poiché più che in ogni altra cosa si accordano tutti e tre in mostrarci i Pelasgi nella Grecia, donde si diramarono per molte e diverse regioni, o dove da diverse regioni confluirono; a noi piace di trattar qui de' Pelasgi considerandoli fra noi trapiantati non d’altronde che di Grecia, ed intorno a quell'epoca, che esce dall'Età Favolosa ed è per metter piede nella Storica, Ora intorno a tal epoca appunto egli è in Grecia, che appariscono i Pelasgi con tale una fisonomia, che è bastevole ad essere raffigurati. Quali adunque in grazia dei Greci scrittori ci vennero delineati, tali qui li rappresenteremo noto senza la speranza di aggiungere al quadro qualche altra toccatine, che meglio li distacchi dall’oscuro fondo, in cui sono stati dipinti finora.
Il primo sistema è del BALBO, il quale nell'Appendice alla XIII delle sue MEDITAZIONI, fa della quistione intorno ai Pelasgi la seguente analisi.
1. Ei prova di essere stati i Pelasgi diversi dagli Elleni. 1. Sull’autorità di Erodoto e di Tucidide, i quali han detto inoltre di aver quelli parlato una lingua barbara, cioè straniera alla Ellenica nazionale ed universale al tempo de' due scrittori: 2.° sull'autorità della Cronaca di Paro (i marmi di Arundel), donde apparisce che gli Elleni furono anticamente chiamati Greci, e non quindi Pelasgi; 3.° su quella di Aristotile, che dice di essere stato abitato il paese di Dodona anticamente dagli Elieselli, allora chiamati Greci e poi Elleni, ma non ricorda tra i nomi della nazione quello dei Pelasgi. quantunque Dodona fosse stata una delle loro principali dimore: e 4.° finalmente sull’autorità di Strabone, che anch'esso fa barbari i Pelasgi.
2. Ei fissa approssimativamente l’immigrazione Pelasgica nella Grecia due mila anni circa prima di G. C. secondo i calcoli cronologici di Larcher e di Petit-Radel, i quali divergono ne' computi loro circa due secoli.
3. Ammette la pervenienza dei Pelasgi solo per mare, comechè avessero potuto venire anche per terra, inerendo alle tradizioni nazionali ed a tutte le memorie, che li fanno approdare alla marina orientale ed occidentale (del Peloponneso), donde si sparsero pel continente occidentale e settentrionale.
4. In quanto alla loro derivazione egli fa Semitici i Pelasgi: 1. perchè posta la loro immigrazione intorno all’anno 2000, se fossero stati Giapetici, la loro lingua a quell’epoca non sarebbe stata molto diversa dall’Ellenica, o almeno a tempi di Erodoto e di Tucidide, dopo cioè 1500 anni di fusione reciproca non sarebbero lor paruti barbari i Pelasgi: 2. perchè molte parole di origine non ellenica rimasero nella lingua Ellenica, due delle quali, come è attestato da Platone nel Cratilo, si trovano semitiche: 3. perchè semitico, secondo tutti, è il greco alfabeto, di cui furon portatori i Pelasgi, come nazione straniera più numero sa e più incivilitrice: 4. perchè questo alfabeto semitico è detto espressamente pelasgico in Grecia, pelasgico poi in Italia dove si ritrova: 5. perché il Cadmo, che se ne fa introduttore, significa orientale nelle lingue semitiche; quindi è credibile che chi lo portò fosse della schiatta e della lingua, in cui il nome aveva quella significazione: 6. finalmente perchè il nome di Pelasgi in greco non significa nulla, o tutto al più significa marittimi dal pelago, in lingua semitica significa dispersi, il che è conforme alle tradizioni ed alle storie, che ce li dicono dispersi e vaganti.
5. Nello spingere le indagini, onde sapere di quale schiatta semitica propriamente siano stati i Pelasgi, i fatti tradizionali che gli fan presumere di essere venuti dalla Fenicia oppur dall'Egitto, anzi da amendue (non senza il sospetto di qualche immigrazione interamente Camitica assai difficile a dileguarsi od assodarsi), sarebbero: 1.° il primo Pelasgo approdato ad Argo tra il 1900 ed il 1800 avanti C. dai più identificato con Inaco venuto di Egitto: 2.° le altre immigrazioni più determinatamente dette Egizie, come quelle di Danao e di Cecrope, e quelle dette Fenicie come l’altra di Cadmo. Del resto ei confessa di essere cotali ricerche forse impossibili a riuscire; e nondimeno se per le tradizioni medesime, comunque tradizioni, resterà dimostrato, che i Pelasgi primi e veri furono stranieri, barbari rispetto agli Elleni, immigratori d’oltre il mar meridionale, semitici i più e dispersi di Egitto di Palestina e di Fenicia al tempo della formazione ed estensione del gran regno egizio, un accozzamento di fuggiaschi anziché una gente speciale (223); noi sarem giunti, egli dice, ad un complesso di fatti, sufficiente alla intelligenza della storia di quella schiatta particolare.
6. Alla difficoltà, colla quale s’impugna la marittima immigrazione de' Pelasgi, perchè troppo numerosa, ei risponde osservando;
1.° Che il nome de' Pelasgi, o Phalegi, o Dispersi non fu dato forse nemmen nell'origine ad una sola immigrazione, e probabilmente la stessa prima immigrazione ne comprese parecchie. Stando alla significazione indeterminata del nome, questo potè od anzi dovette esser dato a' tutti gl’immigratori successivamente approdati ai medesimi luoghi dal medesimo mare, che si mostravano delle medesime schiatte e parlavano le medesime lingue. Il nome di Pelasgi comprese forse all'ultimo tutte le immigrazioni venute a modo pelasgico dal mezzodì, dal mare, da quel Pelago, che prese probabilmente il nome dai Pelasgi primitivi e propriamente detti, e lo diede ai secondi;... epperò l’immigrazione pelasgica fu tutt'altro che una, ma moltiplico; durò e continuò per due o tre secoli, e quindi fu numerosa.
2.° Che non è poi necessario crederli numerosissimi, perchè la storia ce li mostra gente nuova, stanziata sempre fra le altre, e signoreggiante sì ma non distruggente quelle altre più antiche e più numerose. Nel Peloponneso essi non sembrano di aver occupato mai le coste e le terre occidentali; alcuni Joni, Elii, Elisi od Elleni sembrano sopravvivuti sempre nell'Elide. Della Grecia settentrionale o. Tessaglia una parte sola ebbe nome da essi di Pelasgiotide. In Atene essi ebbero una parte della città chiamata Pelasgia, la quale poi (il che serve di conferma alla inimicizia intrinseca e perenne delle due schiatte) fu ultimamente disertata e tenuta deserta per decreto dei Jonii ivi restaurati.
E malgrado di essere stati i Pelasgi poco numerosi e ridotti a stanziamenti sparsi, a porzioni di provincie e di città, essi signoreggiarono dappertutto in due modi forse; come guerrieri e come sacerdoti, premendo sui vinti all’uso di quelle età e come gente regia e militare, e come gente sacerdotale. Molti dei re delle diverse genti sono detti espressamente Pelasgi, tutti sono detti stranieri nelle mitologiche o storiche greche genealogie; il che solo è bastevole a provare, che la loro gente fu gente regia e militare.
Molti scrittori antichi, Omero principalmente, chiamano santi, divini i Pelasgi; ed il tempio centrale e fatidico di Dodona fu di essi; tutte le tradizioni parlano degl’iddii pelasgi come di antichissimi; Erodoto in prova di tale antichità li dice innominati; la scrittura (alfabetica (?) (224)) in fine, che fu allora privilegio sacerdotale dappertutto, fu recata in Grecia da questi Pelasgi. Or giudicando dal noto al simile ignoto nelle nazioni sincrone e primitive, se intorno al 2000 av. C. ed anche più tardi non si videro dappertutto che genti e caste sacerdotali; se le nazioni si differenziarono più tardi, e da principio quanto più son vicine al principio comune, ragioni e fatti concordano a farcele credere molto più simili; i Pelasgi adunque furono probabilmente anch'essi gente sacerdotale in Grecia, gente sacerdotale e regia tutt'insieme, come tante altre in altri luoghi. E così nelle due qualità signoreggiarono qua e là, e tentarono signoreggiar dappertutto in Grecia. Ma sacerdoti di una schiatta diversissima parlanti una lingua barbara, semitica, fra le genti giapetiche, non riuscirono ad immedesimarsi mai, a mescer bene, universalmente, lingua, sangue, costumi e culti; non riuscirono a passar dalla condizione di gente a quella di casta universalmente sacerdotale, come riuscirono i Caldei, i Magi, i Brahmani fra gli Assiri, i Medi, gl’Indiani consanguinei; e perciò all'ultimo furono cacciati dalle popolazioni primitive, rimaste e moltiplicatesi in maggior numero, dalle genti Giapetiche, Javonie, Elleniche.
7. All'altra difficoltà finalmente, che l’origine dei Pelasgi sia stata ignorata dagli antichi e poco veduta dai moderni, egli va incontro osservando primamente: che se vi ha questione, in cui sia lecito non seguire gli antichi, certo è questa delle origini delle genti. In essa potrebbero ricusarsi quasi tutti in corpo per la ragione appunto, che ammettevano indigeni in molti luoghi del globo, e specialmente in Europa; le quali supposizioni son provate, l'una assurda e l’altra antistorica. Eppure in tale questione non è il caso di rigettarli, perchè non ci opponiamo, egli dice, a niuna opinion chiara da essi tramandataci. Può anzi dirsi, che in questa non n’ebber essi nessuna tale; gli uni si opposero agli altri; anzi talvolta un passo ad un altro del medesimo scrittore; epperò qui non si fa che interpetrarli, come fanno altri moderni, e si spera di averli fatti concordare per quanto è possibile. Riguardo poi ai moderni ei si loda di parecchi, le cui opinioni si accostano alla sua, quali sono Newton, Grozio, Calmet, Freret talora, Gibert, Geinoz ecc. — Che 8© non vi ha questione di storia antica, di dii si abbiane più numerosi e più varii scioglimenti, egli avvisa non derivare il danno dalla difficoltà intrinseca di essa, bensì dal perchè nessuno finora (che egli sappia). l’ha trattata distesamente ed espressamente, come suol dirsi in una buona monografìa. Fra’ molti, che brigaronsi dell’origine de' Pelasgi, i più non vi attesero che incidentemente ad occasione delle greche o delle italiche origini; chepperò affrettati dall'argomento generale toccarono brevemente quello speciale...
Dopo quest’analisi che il BALBO fa della quistione intorno ai Pelasgi, e che noi abbiam reassunto colle sue stesse parole, a compimento della notizia del suo sistema ci rimane a riferirne anche in breve la sintesi, come trovasi svolta nel testo della XIII Meditazione.
I Pelasgi appariscono condotti poco dopo dell'anno 2000 av. C. da uno e poi due, tre o più eroi, tutti aventi il nome di Pelasgo. Il più antico è detto figlio di Giove, che è quanto dire di origine ignota, straniera, e questo pare identico con Argo fondatore della città omonima alla marina orientale della penisola, che fu poscia il Peloponneso. Un secondo Pelasgo pare identico con Inaco e si fa figliuolo dell’Oceano, val dire anch'esso non solo di origine straniera, ma marittima, trasmarina. Un terzo fu incivilitore e re di Arcadia nell’interno del Peloponneso. Un quarto, invasor della Tessaglia al settentrione; ed altri ed altri poi nelle tre principali sedi pelasgiche di Argo, di Arcadia e Tessaglia, ovvero in tutta la Grecia propriamente detta, ed indi fin nell'Asia Minore ad oriente, e nell’Italia ad occidente. Donde è chiara l’origine straniera, marittima, anzi trasmarina di tutt’i nominati Pelasgi. La quale origine è confermata dal fatto chiaramente asserito da Erodoto, che i Pelasgi cioè parlarono lingua barbara, cioè straniera, non Giapetica.
Posta una tale origine trasmarina dei Pelasgi, essa non venne propriamente che dai Semitici, e forse pur dai Camitici, cioè dalla Fenicia e dall'Egitto, ai cui fuorusciti fu imposto il nome di Pelasgi, che in lingua semitica dir vogliono dispersi, da Phaleg. E per certo d’Egitto mosse quel Danao approdato a Rodi e ad Argo, che combatté prima i Pelasgi, e poi mescolò con essi la gente nomata da lui. Di Egitto venne Cecrope portatore di culti e civiltà, il primo re di quell'Atene detta da Erodoto antica città Pelasgica. Pur di Egitto infine vennero le due sacerdotesse (nella tradizione mitologica colombe) fondatrici di quell'oracolo di Dodona, che fu quasi centro della religione Pelasgica.
La mitologia e la storia si accordano in attribuire meno alla forza od al numero che alla civiltà ed alla religione recate dai Pelasgi il loro estendimento, onde innondarono non solo il Peloponneso, l’Attica, la Beozia, la Tessaglia e l’Epiro, ma anche l’Italia. E fu con siffatti due mezzi, che dovettero ridurre in servitù o cacciarsi innanzi le genti indigene. Si trovano in fatti risalenti nel continente i popoli Ellenici, e parecchi di essi rimasi soggetti ai Pelasgi; quello di Atene in ispecie pare che abbia ora scossa ed or tollerata la signoria Pelasgica, per le quali vicende probabilmente la fecero dire or Pelasgica ed ora Ellenica. Ma i Pelasgi ancor essi tenner dietro ai migranti, seguendoli fino in Tessaglia, ove guerreggiarono a lungo gli uni e gli altri; e pare che mentre gli Elleni si rafforzavano concentrandosi, i Pelasgi s’indebolissero nello scostarsi dalle marine sino a perdere la loro superiorità, a divenir da vincitori vinti, ed a migrare a lor volta in Italia.
Il secondo sistema è di quei sommi Italiani, cui l’amor patrio ereditato da Virgilio fa sostenere come reduce con Enea quella civiltà, che dall’Italia movendo era giunta fino all’Asia Minore, donde colla caduta di Troja fè ritorno in Italia.
Anch’essi trovano fondamento alla loro opinione in Erodoto e Tucidide, i quali dove dicono di lingua barbara i Pelasgi, li fanno anche Tirreni di origine, che è quanto dire Etruschi (225) e per conseguenza non di Grecia passati in Italia, ma di qui colà trasferiti.
Quanto infatti si conosce degli Etruschi, delle loro istituzioni, delle loro arti, delle loro conoscenze in tutto ciò che si reassume nella parola civiltà, è senza dubbio non di greca pervenienza, anzi in Grecia arrivato, come Winkelman il confessa riguardo alle belle arti, a certe usanze, e segnatamente ad alcuni sacri riti, e come Aristotele dichiara riguardo all’oso delle Sissizie, ovvero conviti, o meglio politiche adunanze, che i Greci tolsero ad imitar, coll’uso ancora delle leggi scritte, dall’Italia Ma quel, che più rincalza l’argomento della precedenza dell'Etrusca civiltà sulla Greca, è la navigazione, cui alludono gli antichissimi poeti con quelle allegorie de' pirati Tirreni convertiti in delfini per significare la loro agilità nello scorrere i mari.— Ateneo parla deljq 'perizia marittima degli Etruschi sin dal tempo degli Argonauti. Il geografo Dionisio li reputa maestri di nautica dei Pelasgi Tirreni, aggiungendo di aver preso da essi il nome 'Tirreno o Toscano quel mare, di cui tenevano la sponda.
Narra Dionigi di Alicarnasso delle vicende ai Pelasgi toccate in Italia, ove approdati alle foci del Po, ed unitisi agli Aborigini fecero guerra agli Umbri, ed ora vincitori or vinti disfecero Aurunci e Siculi, molte città fondarono... Dice inoltre che dopo di essere divenuti potentissimi per terra e per mare sventuratamente quasi tutti perirono, o in Grecia tornarono poco prima della guerra di Troja. — Da tal racconto rilevasi, che già molto prima di quella guerra erano in Italia i Pelasgi divenuti forti e potenti; e che se d’Italia li dice tornati in Grecia, egli è per trovarsi conseguente alla sua credenza di esservi i medesimi prima passati dalla Grecia. Or assai prima de' tempi di Licaone gl’Italiani solcarono i mari; e secondo Erodoto i Pelasgi calati dalla Tessaglia in Grecia molto più tardi che non ve li fanno arrivare Dionigi ed Ecateo, furono repulsi dagli Ateniesi, il che pruova la rozzezza di Atene in un’epoca, in cui avevano i Pelasgi cola portato i lumi dell’incivilimento; se dunque originariamente di Grecia e non d’Italia fossero usciti i Pelasgi, non sarebbero stati così mal ricevuti ivi appunto, dove era la culla della greca civiltà.
Pare quindi che quanto han detto Dionigi ed Ecateo della Pelasgica sapienza e grandezza, debba attribuirsi ai Pelasgi Italiani, che poi passarono in Grecia, e non ai Pelasgi Greci, che si vogliono far venire in Italia, e poi rimandare in Grecia.
E per vero egli è poco o per nulla verisimile, che un pugno di uomini per cosi dire, qua giunto da straniera regione, ben tosto divenisse un popolo savio grande e potente, e questo stesso gran popolo fosse poi con eguale facilità distrutto ed in parte costretto di far ritorno nel paese natio.
Un giusto criterio ci suggerisce in vece, che quell’antichissima regione Etrusca, della cui civiltà e grandezza si hanno irrefragabili pruove nelle tradizioni storiche e ne' monumenti ancora superstiti, solita ad inviare altrove le sue colonie, ne avesse dirette anche in Grecia. Ei si sa che solo le genti divenute popolose sono in grado o in necessità di fondar colonie altrove; ed in quel torno che l’Etruria raggiunto aveva il colmodella sua floridezza, la Grecia non si presentava in simile condizione, se non quando da Egitto e d’altrove vi approdarono i portatori di altro genere di civiltà. Che se è pur vero in generale non uscir altro delle popolazioni che il superfluo; anzi esser solito accadere, che si spedisca in altri luoghi quella parte di popoli che eccede i mezzi di sussistenza, ond’è che le più numerose emigrazioni han luogo ne' tempi di carestia; ciò non può supporsi per $li Etruschi, ovvero pe' Tirreni Pelasgi, perchè da essi e inseparabile l’idea della sapienza della grandezza e della civiltà che seco portavano, dovunque si trasferivano. Or egli è certo, che quegli stessi, i quali dai Romani chiamavansi Tirreni, erano dai Greci appellati Pelasgi; è questo quindi un indizio, che in Grecia serbavasi la memoria di quei viaggiatori o Coloni Pelasgi, che di Etruria erano colà approdati.
Fautori di questo sistema son parecchi illustri scrittori, che il vagheggiarono chi ad un modo e chi ad un altro, quali il Maffei, il Bardetti, il Carli, il Delfico... e fra gli stranieri il Cluverio, il La Mattiniere. Ma quegli, secondo cui lo siam venuti esponendo, è Antonio Quadri, che queste idee ha consegnate e disvolte nella 1. delle sue Dieci Epoche della Storia di Italia antica e moderna, dove le molte altre cose che va ricordando dell’Etrusca civiltà abbiam solo per sommi capi accennate, perchè troppo conte all’universale e generalmente consentite per modo, che qui sarebbe stata opera superflua e fuori del nostro proposito l’andarle ripetendo.
Il terzo sistema potrebbe dirsi del Romagnosi, il quale nelle sue dotte dissertazioni pubblicate in esame dell’opera del Micali stabilisce e sostiene come Siro-Libica l’origine dell'Italico incivilimento. Se non che per altri (226) questa stessa origine si fa più propriamente venire dall'Atlantide o dall’Atlantica regione fin da che la grand’isola di questo' nome, posta fra due Mediterranei, allo scomparire di uno di essi, quello cioè che oggi dicesi gran deserto di Sahara, disparve anch'essa per modo che, al dire del Malte-Brun, si cerca da per tutto e non si trova in nessun luogo.
Affiggendo al nome Pelasgi il concetto che comunemente si attribuisce di popoli erranti, e comprendendo sotto tal nome generico gli Enotrii, gli Umbri... tutti quelli in somma, che si vogliono approdati pe’ primi in Italia; nella ricerca del luogo della loro primitiva derivazione le ipotesi son due: la Siro-Libica, e l’Atlantica.
In sostegno della prima si appella Romagnosi, oltre ad altri argomenti, anche a quello dedotto dalle antiche forme religiose. Nella religione primitiva dell'Italia, dice il Zuccagni-Orlandini, che espone e sostiene questa ipotesi (227), compariscono Giano e Saturno, indi gli Dei dell'Olimpo. Or siccome è notissimo che Giano possedeva la dottrina atlantica di Cagete, e Saturno l’orientale dei Cabiri, mentre più tardi venne Giove a racchiudere il simbolo dell'età de' padri di famiglia presieduti da un capo. è agevol cosa il dedurne che sotto il mitico velo di quelle tradizioni volle conservarsi il ricordo di tre periodi o ere teosofìstiche analoghe all'andamento di una civiltà resa progressiva, dovuta all’approdamento in Italia di colonie che si succederono.
«Passando ora agl’indizii storici sulla straniera derivazione di quella religione primitiva, ne troveremo uno importantissimo nei nomi: quello di Giano non è esclusivo del Lazio, come taluno pretese, poiché ritrovasi nel culto di antichissime nazioni orientali ed occidentali, ed esprime la maestà, il potere, la divinità della causa prima; al che si aggiunga, che Giano è sempre bifronte, che nelle medaglie in Italia rinvenute trovasi nel rovescio la prua di una nave, che i capelli e la barba della sua effigie sono alla foggia de' Berberi e non degli Europei, per quindi dedurne che il primo culto religioso provenne molto probabilmente agl’Italiani dalle vicine coste della Libia. Collegando anzi la predetta osservazione sul sembiante berberico del Giano con quella sulle immagini di altre divinità dipinte ne' vasi ritrovati negli etruschi ipogei, e nelle quali si vedono gli orecchi come nelle mummie egizie posti in alto a livello degli occhi, potrà concludersi col prelodato Romagnosi, che la primitiva religione conosciuta come la più antica e la più comune all’Italia meridionale e centrale fu di procedenza atlantica africana».
In sostegno della seconda ipotesi, a scanso di crederla un parto di poetica immaginazione leggendola nella citata opera del Bidera, giova qui ricordare quel tanto che a pagina 335 di questo volume riferimmo delle atlantiche tradizioni conservateci in quel nesso di parentela (228) o comune dipendenza, che univa agli Atlanzii gli Arcadi, i Dardanii, i Frigii, gli Elleni, i Fenicii, gli Etiopi, gli Egiziani, i Mauri..
Ad un tale ricordo mitologico si associi la tradizione dei sacerdoti Egizii conservataci da Platone relativamente all’Atlantide, ed a quanto qui riferiremo di quel che intorno ai Pelasgi ha scritto l’autore de' QUARANTA SECOLI, non si ricuserà quella seria considerazione che è dovuta ad idee lungamente meditate sugl'irrefragabili monumenti delle storiche tradizioni e sul valore dei nomi.
Dopo il grande avvenimento, che sommerse l’Atlantide sotto l’oceano omonimo, o piuttosto dietro il disseccamento avvenuto forse col ritirarsi nell’Atlantico le acque, ond’era coperto il gran deserto,di Sahara, in seguito della inclinazione dell’Eclittica o spostamento dell’asse della terra, i popoli Atlantici, sia dell'isola sommersa, sia delle rive del mar disseccato, costretti ad emigrare da quelle sedi inabitabili, si sparsero parte dirigendosi in grandi tribù verso l’Asia occidentale o Minore, e parte afferrando le rive del mezzodì dell’Europa. Queste tribù sempre memori di aver perduta la patria errarono per le diverse contrade col sentimento di giungervi stranieri. I quali per aggraduirsi l’animo degl’indigeni, fra cui si cacciavano, o loro portavano gli esempii e le idee di quell'antica e grande maniera di vivere, sia perchè antediluviana sia perchè nuova a quelle genti ancor barbare, o loro le insegnavano coll’esempio de' proprii stabilimenti. Epperò ne' luoghi, ove si posavano rifiorì a poco a poco una civiltà informata da nuove o più pure idee religiose e morali, da nuove o più severe forme politiche, da nuovi o più proprii modi di vivere.
Essi ebbero nelle nuove regioni il nome di Pelasgi, cioè vecchi, da pelasch, che in lingua Albanese significa vecchio, ma fra loro conservarono sempre il nome originario di Afri o Abri, donde gli Abresci, che i Latini dissero Albesi o Albensi, e gl’Italiani tradussero Albanesi (229).
«I Pelasgi si distinguono in Uranii, Atlantici ed Oceanici (230): i cosi detti Uranii da Omero, giunti in Sicilia combatterono gl’indigeni, che la favola chiama figli della Terra o Titani, e li confinarono alla parte opposta entro le caverne dell’Etna (231), ed indi questi Giovi Libici innalzano città e monumenti quasi eterni, mura di tal grandezza e solidità, che la presente civiltà crede opera di uomini di natura diversa dalla nostra, e li chiama giganti. Ma quello era un carattere del grande pensare, anteriore allo sconvolgimento della terra, di cui lasciarono più vaste tracce in Balbek e nelle mura di Babilonia innalzate da Semiramide, e che si mostra di nuovo nelle rupi scolpite del mezzodì dell’Asia infra un popolo, che come il Pelasgo salvò dal naufragio universale una buona parte della severa coltura del mondo antico. La vecchia lingua di questa gente, la lingua sanscritta, resta come un anello, per cui si collegano quasi in una famiglia le più nobili lingue della terra; e del pari la Pelasga ricca di suoni e di animata forza più che le altre lingue occidentali ha spartito, diremo, i suoi elementi alla favella Ellena, Osca ecc. Il popolo pelasgo sta sempre nel remoto confine della civiltà Greco-Italiana, come le aride rocce più antiche e maestose che chiudono la veduta estrema di un orizzonte. Ma il carro di Latona, cioè della civiltà pelasga, non si fermò che nell'Epiro. Nè scomparso, qual si crede, è questo popolo di generosi, se a ricordarlo rimane ancora il vetusto suo linguaggio nell’Albania, nella Tessaglia, nell’Epiro, nella Macedonia, in gran parte della Dalmazia, della Servia ec.» (BIDERA opera citata Vol. 1. pag. 10).
Qualie quante voci albanesi, o meglio, quali e quante voci greche, latine ed italiane, derivate dai radicali della lingua albanese, svolgano concetti affatto nuovi e consentanei alle discorse tradizioni e supposizioni, si possono vedere nelle note della detta opera del BIDERA, nella quale han collaborato, si può dire, per questa parte etimologica i chiarissimi Italo-Greci o Albanesi Monsignor Giuseppe Crispi, Girolamo de Rada, e parecchi altri, che ei nomina in fine del I. volume, pag. 850.
Dovremmo ora pronunziarci sull'argomento, di cui abbiam riferito i tre sistemi, se ad esaurirlo per quanto l’indole del nostro lavoro il consente, non ci corresse l’obbligo di venir anche sfiorando le profonde indagini del Niebuhr intorno ai Pelasgi. Ciò servirà per aver sottocchio quanto classicamente se n’è pensato, spoglio cioè di tutte le moderne interpetrazioni, non però scevro di quella tinta, sotto la quale lo stesso Niebuhr l’espone, egli, che toccata la fine delle sue ricerche si persuase di essere stati Pelasgi i Siculi, gli Enotri, i Morgeti, i Tirreni, i Peucezii, i Liburni, i veneti... e cosi esprimeva il concetto che gli riuscì di formarsene: «Io sono al punto, egli dice, donde si vede tutto il cerchio, nel quale ho trovato e mostrato i Pelasgi, non come ùna moltitudine di erranti zingari, ma componenti nazioni fermate sul loro territorio e potenti e gloriose in un'epoca che, per la massima parte, precede la nota storia degli Elleni. Non è questa un’ipotesi, lo dico con un’intera storica convinzione: fuvvi un tempo, in cui i Pelasgi, che forse formavano il-popolo più esteso dell’Europa, abitavano dal Po e dall’Arno fin verso il Bosforo: le loro stanze erano solo interrotte in Tracia, di tal che le isole settentrionali del mare Egeo rannodavano la catena, che univa i Tirreni di Asia con la pelasgica Argo».
Le ragioni e gli elementi che fornirongli questa conclusione sono i seguenti:
1. La ragione vuole, che si riconosca essere qualunque origine al di là del nostro intendimento, il quale solo può afferrarne lo sviluppo ed un andamento progressivo. Cosi l’autore delle ricerche storiche rimontando gradatamente ne' tempi si accorgerà subito, che popoli dello stesso stipite, val dire popoli che hanno gli stessi caratteri distintivi e la stessa lingua, stanno soventi su lidi opposti l’uno all’altro, come i Pelasgi in Grecia, in Epiro, e nel sud dell’Italia. Dal che niuno supporrà che una di questo contrade cosi separate fosse la patria primitiva, donde la popolazione delle altre sia uscita..
2. Il nome de' Pelasgi fu nazionale, e può darsi dello sciocco alle greche spiegazioni che se ne danno? É vero che le antiche tradizioni parlano de' Pelasgi, come di una razza in ira alle potenze celesti, e consacrate a mali infiniti, sicché le tracce di essi rimase nelle regioni più lontane han dato origine al sogno, che li fa peregrinare di terra in terra per sottrarsi appunto da quelle calamità. Ma le tradizioni medesime con più giudizio apprezzate, e le tracce, ove si ebbero sede, meglio frugate, danno in risultamento, che furono i Pelasgi uno de' popoli più grandi dell’antica Europa, un popolo quasi cosi esteso, come i Celti.
3. Dai mitologi genealogisti, quantunque non siano da tenersi per istoriche le loro deduzioni, poiché accennano almeno a certe parentele di popoli, è chiara quella che si nota fra gli Arcadi, i Tesproti, gli Epiroti, perchè Menalo, Tesproto ed Enotro son congiunti a Pelasgo.
4. Pelasgi ed Elleni, comechè diversi per lingua, noi furono tanto da ricusar loro delle intime relazioni di parentela, il che si desume dalla faciltà, colla quale i Pelasgi divennero Elleni. Erodoto dice, che coli’ andar del tempo i Pelasgi furono considerati come greci, i quali ebbero da essi la teologia, l’alfabeto, e riconobbero di essere ai medesimi appartenuto l’Oracolo di Dodona.
5. Sono gli Elleni in mezzo ai Pelasgi quel che i Romani ed i Latini in mezzo agl’Italiani; epperò se in mezzo ad una comunanza più numerosa appariscono differenti, non però furono di natura diversa. Il Re Pelasgo, secondo Eschilo, figlio di Palettone vantavasi di regnare col suo popolo su tutto il paese che giace all’ovest dello Strimone. il quale scorre tra la Macedonia e la Tracia. Si possono quindi ritenere come Pelasgi i Teucri, i Dardani, Troja, Ettore; perchè, secondo l’antica tradizione de' Greci, Bardano era venuto dall'Arcadia Pelasgica e dalla Samotracia, che è l’isola de' Pelasgi. Virgilio, secondo altra tradizione probabilmente non immaginata da lui, il fece venire da Corinto Tirrenia, capitale di quei Tirreni pelasgi, le cui emigrazioni ebbero fine nelle vicine isole della Samotracia.
6. I Pelasgi divenuti servi de' Greci d’Italia, non potevano essere che Enotrii, di modo che bisogna riconoscere per pelasgica tutta la popolazione Enotria del sud dell'Italia. Sulla costa di Etruria erano Pelasgi secondo una folla di testimonianze. Erodoto afferma che a suo tempo questi Pelasgi, popolo assolutamente diverso dagli Etruschi, erano in possesso di una città dell’interno del paese; e Dionigi riconosce in essa Cortona, che è la Crotona espugnata dai Pelasgi, secondo Ellenico, dalla quale movendo sottomisero tutta la Toscana.
7. Dionigi fu di avviso che gli Etruschi non ebbero nelle loro leggi la menoma somiglianza co’ Greci e coi Pelasgi, e molto meno coi Lidii, e che stando alle loro tradizioni queste ne fanno un popolo primitivo. Ma Dionigi stesso riferisce che Mirsilo di Lesbo narrava, come alcuni Tirreni abbandonarono il loro paese, perchè afflitti dagli Dei per non aver loro immolato col decimo di tutti i loro prodotti anche il decimo de' loro figli; e vagando quindi pe’ mari pria di riprendere una stabile residenza, dal vedersi sempre partire e ritornare si ebbero il nome di Pelargi (cicogne), — Secondo lo stesso Mirsilo essi Pelasgi, per aver dimorato qualche tempo nell’Attica, v’innalzarono il muro pelasgico dell’Acropoli. Di tale racconto, tutto opposto a quello di Ellenico, non bisogna maravigliarsi, perchè tali assolute opposizioni sono un carattere delle storie, le quali han le leggende per base.
8. Vi furono Tirreni Pelasgi e Tirreni Etruschi. Bisogna intendere de' primi quanto dice Esiodo, allorché nella Teogonia narra, che Agrio e Latino regnarono su tutti i gloriosi Tirreni i quali, e non gli Etruschi, ebbero stabilimenti sulla costa del mar Tirreno, val dire dal Tevere sino ai confini dell’Enotria. In una storia delle origini di Firenze, son chiamati Turini gli Ardeati, sudditi di Turno, ed altro non sono che Tirreni, nome che sembra riprodursi in quelli di Turno e del pastore Thyrrus. Ardea è figurata dal poeta, da cui è tratta la citata storia, siccome città Pelasgi ca fondata da Danao; epperò se è riconosciuta per una città Tirrenia, la tradizione, che dice Sagunto colonia degli Ardeati, fa avvivare J Pelasgi fino alla Spagna.
Estendendo Virgilio il regno di Turno dal Tevere a Terracina, questa città, che è una latina modificazione di Trachina, Anzio, e più basso Amuncla, Ormia, Sinuessa, non furono che Pelasgiche, ovvero Tirrene egualmente che le Isole Ponzie, e dentro terra Larissa, e più sotto, secondo, Strabone, anche Ercolano, Pompei, Marcina presso Salerno, nelle cui vicinanze l’esistenza de' Pelasgi-Italici Tirreni o Siculi, non già Etruschi, è dinotata dal tempio di Giunone Argiva. Pelasgi furono i Teleboeni dell’isola di Capri, i Sarrasti di Nuceria. Da Pisa in somma sino alla frontiera degli Enotri, la cui origine pelasgica non ha bisogno di essere dimostrata, non si vedono che città Tirrenie sparse su tutta la costa del mare che ne prese il nome. — Sìculi Tirreni componeano una sola Nazione, i quali sono Itali secondo il più esteso significato indigeno della parola (232).
9. Pelasghe città furono Cere col nome di Agilla, prima di cadere in potere degli Etruschi, Alsio e Pirgi dipendenti da Agilla, Tarquinia, Ravenna, Spina, che precedette Venezia nell’impero dell’Adriatico.
10. L’aver dato i poeti Romani il nome di Pelasgi ai Greci ha contribuito a rifermare il sogno dell’identità dei Greci e dei Pelasgi. Il quale uso romano sembra di aver cominciato a’ tempi di Ennio, che disse: Cum veter occubuit Priamus sub Marte pelasgo; il che induce a congetturare che il nome di Pelasgi in Italia sia passato agli stessi Greci dopo che gli Epiroti, gli Enotri, ed i Siculi si fusero con essi in un sol popolo.
11. Furono Pelasgi anche nell’interno della penisola. Ne offrono vestigii Acherontia, Telesia, Argirippe, Siponto, Malevento, Grumento (233). E la contrada da un mare all’altro, quella cioè su cui sono sparse tali città, è la vera Italia.
12. Alcuni indizii di meritata confidenza ci mostrano Pelasgi anche su tutta la costa dall’Aterno insino al Po. La tradizione dice posseduto il Piceno dai Pelasgi; e Plinio scrisse che prima degli Umbri erano dei Siculi sulla costa, ove poscia stabilironsi nel V secolo di Roma i Senoni. Or Plinio medesimo assicura che i Liburni abitavano coi Siculi. la costa del Piceno, e quantunque Scilace faccia espressamente diversi i Liburni della costa orientale dagl’Illirici, pure le prime nozioni storiche ci mostrano i Liburni molto estesi su tali coste, perchè Liburni possedevano Corcira prima che la conquistassero i Greci, e Liburni possedevano Issa e le isole vicine. Per essi adunque univansi i Pelasgi Epiroti a quelli della costa del mare superiore d’Italia, e formavano essi stessi, congetturandolo, un popolo pelasgico.
13. La facilità d’identificarsi i Pelasgi cogli Elleni è uno dei loro tratti caratteristici, ed una delle principali ragioni della dissoluzione e dell’annientamento della nazione. La lingua ed il carattere nazionale de' Greci esercitò una specie di potenza magica sui popoli che vengono a trovarsi in contatto con loro. La formazione di cosi numeroso popolo greco nella Enotria giustifica la denominazione di Magna Grecia. E fan fede della completa metamorfosi i Bruzii i quali benché Osci adottarono l'uso del greco.
14. Ne’ tempi della guerra del Peloponneso i Siculi che abbiam detto trovarsi ancora nell'Italia del Sud, han dovuto reggersi in comunanze chiuse, sebbene fossero nella dipendenza di città più potenti, perchè serbavano l’uso dei pranzi comuni ed altre costumanze primitive.
Dopo tutto il fin qui esposto ci resta di aggiungere alla serie delle opinioni altrui anche la propria sull'argomento di cui abbiam tessuto la storia e fatto l’analisi; e ciò adempiamo proponendo e risolvendo alla meglio che per noi si potrà le seguenti ricerche:
1. Sul valore del nome PELASGI. — Molte etimologie se ne sono assegnate, che fia bene riferire, non fosse altro, per aver sott’occhio i diversi lati, dai quali li studiarono altri. —Si vogliono comunemente cosi detti, quasi Pelargi, cioè cicogne, per la somiglianza delle loro migrazioni a quelle di siffatti uccelli, perchè li vedevano andare, venire, e poi ritornare. Secondo adunque gli autori di questa etimologia, tutto quel che dei Pelasgi essi raccolsero dalle tradizioni, riducevasi ad averli in conto di gente avveniticcia ed incapace di lungo o durevole stanziamento in un luogo. — Ottofredo Mulier li deriva da πέλεω ο πελω io abito ed αργος, voce conservata nei dialetti di Tessaglia e di Macedonia nella significazione di pianura; quindi sarebbero stati cosi denominati, come a dire abitatori di pianura. — Secondo Cantù potrebbero essersi cosi appellati da έλλας γη vecchia terra. — Secondo Bidera dalla voce Albanese Pelasch, vecchio; e secondo altri finalmente dal pelago, donde si vedevano venire; nella qual ragione etimologica una certa analogia è notevole coll’altra che alle cicogne li rassomiglia.
Pria di scegliere fra queste diverse derivazioni è mestieri assodare, se il nome Pelasgi fu nazionale, val dire se fu da essi portato o ad essi attribuito. Senza qui ripetere quel che altrove facemmo notare sull'importanza di una tale distinzione, a noi pare, che non abbiano i Pelasgi formato un corpo di nazione, se pure ìor ciò consentendo non dovessero essere tenuti nello stesso conto degli Ebrei, che furono nazione un tempo, e poi divennero un popolo disperso fra altre nazioni. Occorrerebbe allora di cercare, dove primitivamente si ebbero la loro sede, dalla quale espulsi o volontariamente usciti si diffusero per tante diverse contrade del mezzodì dell'Europa. Ma poiché non son di accordo gli eruditi sulla località della loro pervenienza, e molto meno sulla loro culla; perchè da taluni si vogliono Semitici, da altri Camitici, e non mancano di quelli che li fanno Japetici; ei pare quindi, come indeterminabile il punto di partenza, cosi pure indefinibile, se mai formarono una Nazione, oppur no. — Noi però da queste istesse incertezze tiriam partito di niegargliela sotto a certi riguardi, e di credere per conseguenza il loro nome piuttosto ad essi dato, che da essi portato. Dicemmo sotto a certi riguardi, volendo intendere, che donde uscivano i Pelasgi, o le loro colonie, erano semplici città, per cosi dire sporadiche, ossia sparse e disseminate qui e qua senza vincolo federativo; il che deducesi dalle diverse contrade, in cui la loro presenza è innegabile; le quali contrade né separatamente, né congiuntamente si ebbero nome di Pelasgie, ad eccezione di quella che in Grecia fu detta dagli scrittori Pelasgiotide, per dare ad intendere che ivi più che altrove si erano stabiliti i Pelasgi, non già che da quella si fossero altrove diffusi.
Ciò premesso veniamo alla scelta, dichiarando, che non ne par dispregevole l’opinione, che vuole i Pelasgi cosi detti dal pelago; perchè spingendo le indagini sulle ragioni di questa parola, troviamo di essersi detto pelago l’alto mare, profundum maris dall’essere τηλε της γης, cioè procul a terra lontano dalla terra. Se dunque alla voce pelago fu annessa l’estrema linea del mare, perchè ivi propriamente è più profondo che alla riva, ben a ragione han potuto dirsi Pelasgi coloro, che si credettero venuti dalla parte più discosta dalla terra, e che oggi diciamo di oltremare. In tal senso sarebbero stati nell'antichità i Pelasgi e gli Aborigini (ab όροις dai monti) equivalenti delle odierne espressioni di trasmarini e di oltramontani, colle quali denotiamo coloro, che abitano al di là dell’orizzonte marittimo gli uni, ed al di là del terrestre gli altri. —Fissata in tal guisa l’idea contenuta sotto la voce Pelasgi, non fu strano, che alla stessa denominazione si assegnasse un significato affine presso i diversi popoli, ed in Epiro, per esempio, la voce pelasch restasse a significare i vecchi, gli antichi, come gli Aborigini in Italia furono i più antichi di tutti; seppure quell’Albanese pelasch non sia la corrotta espressione di έλλας γη vecchia terra, come sospetta il Cantù; perchè in fatti vecchio e lontano esprimono una stessa idea, benché una di esse voci sia relativa al tempo, l’altra allo spazio.
Se dunque furono Pelasgi addimandati quelli che arrivavano in un luogo provenienti dal mare, con questa idea va necessariamente congiunta pur l’altra di portatori di civiltà; perchè quei che si muovono per mare son per certo di una condizione migliore assai di coloro, che si muovono per terra, approdandovi gli uni per colonie, giungendovi gli altri per orde i primi per lo più gente scelta, industriosa, uscente da luoghi più civili di quelli ai quali vanno; i secondi gente selvaggia, miserabile, cacciantesi innanzi in cerca di luoghi migliori, spinti dalla fame, o dal freddo, o dallo spirito di rapina.
2. Sulla loro pervenienza. — Se non furono altro i Pelasgi che quelli dianzi definiti in forza del loro nome, è inutile darci la briga di esplorare, donde originariamente essi si mossero, e dove la prima volta approdarono, se in Ispagna, se in Italia, se in Sicilia, se in Grecia, od altrove. Quando più luoghi gareggiano in vantarsi che fra loro apparvero la prima volta i Pelasgi, e di essi non vi ha chi sostener ne possa la precedenza, è segno che hanno tutti ragioni eguali a pretenderlo. Intanto se non può negarsi, che dall'Egitto la civiltà fe’ passaggio nella Grecia, come potrassi impedir di pensare, che di Egitto non fosse passata primamente in Italia, ove la civiltà Etrusca ha tante ragioni di asserirsi e sostenersi anteriore alla Greca? È dunque almeno indifferente il ricercar dove sia la prima volta approdata la Egizia civiltà,quando è certo che da quella costa settentrionale dell’Africa travalicò alle opposte sponde meridionali di Europa. Se non che rimontando a più remote origini della stessa civiltà Egiziana, ammettendo che questa vi arrivò dall'Atlantide, non è improbabile il supporre, che di qui sia passata primieramente nella Spagna (Iberia, Esperia, alterazioni di Iparia che in lingua albanese o Pelasga significa la prima. (BIDERA), ed in pari tempo che in Egitto,anche in Sicilia, in Italia; e ciò per ragioni di vicinanza giusta la congettura del Romagnosi, e la classica tradizione, che Virgilio ci fa ripetere dal crinito Jopa in quel..., docuit quae maximus Atlas (234). Secondo adunque ogni probabilità la culla Pelasgica è da supporsi vicino all’Atlante, donde per le coste settentrionali Africane, procedendo, traboccò sulle meridionali di Europa.
3. Sulla loro indole politica, e sulla loro influenza.— Tutti consentono ai Pelasgi il sistema di essersi governati in comunanze chiuse; il che è contestato dalla circostanza di essere state le città Pelasgiche cinte di mura di quella particolar costruzione, onde si son dappoi anche ciclopiche appellate. Dall’essersi detta Pelasgica la città di Troja, che può dirsi, rispetto all’epoca cui si riferisce, ultima fortezza de' Re Pelasgi, contro cui allora si ristette la Grecia, quando l’ebbe al suolo adeguata (il qual fatto ripeterono i Romani contro Cartagine, Corinto, Numanzia....) a noi pare poter inferire, che i monumenti pelasgici siano stati l’espressione, diremmo così, de' vecchi tempi teocratici spossessati dalla giovinezza de' tempi eroici, motto d’ordine o scopo politico de' quali par che sia stato sbarazzarsi di tutto ciò che impediva il mutuo scambio sia dei lumi 0 delle idee, sia di quella espansiva sociabilità del giovine mondo contro l’austero egoismo del mondo antico, e contro quella indeclinabile tenacità de' vecchi per tutto ciò che pensano, dicono, fanno, posseggono.— Di questa indole medesima fu la spedizione degli Argonauti nella Colchide, ove la impresa del vello d’oro rapito a quel Re, che gelosamente sel custodiva, non altro significò, che l'esser riuscito ad aprire al commercio quel paese, oggi detto Mingrelia, sulla spiaggia del Mar Nero all'oriente della Crimea. Anti-pelasgici furono gli Spartani, che colla frugalità, sobrietà e dispregio di tutto ciò che si addimanda ed è lusso, presero a far guerra contro quelle città, che nelle cerchia delle pelasgiche fortificazioni custodivano l’elemento o il fomite dell’altrui servaggio, non di altre mura cingendo la propria patria, che di quelle de' proprii petti:
Son le mura di Sparta i petti nostri.
A questa stessa condizione vollero ridotta tutta Atene, quando mezzo pelasgica, qual era, cioè non tutta murata, da vincitori le imposero di abbattere le mura (235).
Di questi riscontri dell'antichità non mancano esempli recentissimi a questi dì (236), per concludere, che durano ancora sotto altri nomi e Pelasgi ed Elleni, i cui caratteri furono e saranno nel mondo delle Nazioni sempre che durerà nelle une l’attaccamento per tutto quello che è antico, e nelle altre vivrà prepotente la voglia e la premura di preparare alle nuove idee la opportunità ed i mezzi, onde svolgersi ed attuarsi pel meglio della umanità, la quale tutti i suoi movimenti e tutti i suoi studii a tanto scopo incessantemente dirige.
Qui giunti freniamo il trasporto, e ci rifacciamo indietro a sviluppar meglio il nostro pensiero. La vicenda, cui van soggetti i popoli mostrandosi nel corso de' tempi, quali in fiore e quali in decadenza, tocca pure alla stessa nazione; nel senso di vedersi pria prosperare e poi deperire. Nella incontentabile foga di spingersi innanzi a raggiungere là sospirata floridezza, si scava, come suol dirsi, colle proprie mani la tomba; il troppo lusso, cui si abbandona e che ne viene di conseguenza, non trovando di che saziare le sue bramose canne, finisce per logorarne sordamente la vita; e le nazioni, non altrimenti che le falene le quali moltiplicate a segno da non bastare al loro nutrimento tutta la verzura di una campagna, se ne muojono a mezza vita, esse pure deperiscono per difetto di chi possa alimentare le riboccanti popolazioni e soddisfare l’esorbitanti esigenze della mollezza e della ignavia, vere crittogame solite a vedersi disgraziatamente attaccare i popoli che vivono nel lusso. Ecco perciò sorgere alla riscossa altri popoli, che per opposto sistema di abnegazione, di frugalità, e di altre virtù sociali, nel dar morte agl’ingordi, col sottrarsi cioè a quella voracità altrui che vuol tutto per se, nulla per gli altri, o per via di colonie se re distaccano, o a viva forza reagendo s’isolano, e si preparano ad altro genere di vita. La quale, vigorosa fintanto che non perde di vista gli adottati principii, molte se li sconosce e li rinnega, finisce per isnervarsi a sua volta nel lusso, che inavvedutamente insinuatosi la strozza. Questa vicenda si osservò nelle città della Magna-Grecia. Nate ed educate sotto l’influenza de' principii Pitagorici, pervenute all’apice della grandezza, diedero morte ai Pittagorei, e si sfasciarono anch’esse e miseramente finirono. Fatta di queste verità applicazione ai Pelasgi ed agli Elleni, si spiega perchè quelli finirono, sparirono, oppur caddero schiavi abietti in balia di questi: e questi cresciuti anch'essi nella Magna-Grecia a smisurata opulenza, caddero preda de' Bruzii, i quali così si lasciarono addimandare accettando a titolo di sfida un tal nome pria servile ed abietto, poscia formidabile e temuto.
Pelasgi adunque son sinonimi d’incivilitori, cioè propagatori di religione, d’industria, di arti, ma non senza il sentimento dell’egoismo, che fa delle città regolate dal principio di avere e trovar tutto in sé, di nulla ricevere o comunicare allo straniero, cui vieta coi suoi baluardi financo l’accesso dentro le sue mura (i Cinesi), tanti piccoli Stati indipendenti, non riuniti sotto unico sistema di nazione, ma sol forse collegati non da espressi patti o trattati internazionali, ma dal fatto di quell’accordo nel modo di governarsi e di vivere a sé, come è notevole nel modo di vivere dei ricchi di provincia. L’ambizione di costoro, mirando a cumulare illimitatamente beni di ogni sorta nello scopo di costituirsi nella più completa e confortevole agiatezza, cioè nel sentir menò bisogni e meno bisogno di altri, è cagione di quella inevitabil conseguenza, che più essi posseggono, più sensibile si rende la miseria de' loro concittadini, (quali, come l’invido che
.... alterius rebus macrescit opimis,
non veggono negli opulenti, che tanti Pelasgi in istato di tutto avere e nulla comprare. —Or se lice qualche volta grandia componere parvis, si perdoni alla picciolezza dell'esempio, cui siamo discesi per ajutarci a far comprendere un fatto di più grande dimensione, nel quale veramente, se è notevole la distanza per ragion di grandezza, la sproporzione resta ben compensata dalla somiglianza.
Pelasgi in tal senso ben sono, come è riconosciuto, portatori di civiltà, perchè dovunque si stabilivano con tale sistema, sorgevano imponenti coll’apparato di città in mezzo a luoghi selvaggi sparsi di casolari e di capanne (colonie Europee in America). Fra i quali luoghi cacciandosi colle idee di una civiltà matura, portata bella e fatta con seco dalle contrade civilissime onde uscivano, davano occasione di lasciarsi imitare. E così spiegasi quel che ne ricorda Cantò, dove dice, che allo stabilirsi i Pelasgi in Italia provarono nemici gli Umbri perchè più selvaggi, ed alleati gli Aborigeni relativamente meno, perchè avevano cominciato ad addensar le capanne senza chiusa di mura, e d’allora in poi popolarono di città le creste dell'Appennino.
Tal sistema però, informandosi in quella ingorda natura dell’uomo che tutto centralizza, è soggetto ad essere eternamente avversato; epperò se ha durato e durerà quanto il mondo, fu sempre maledetto ed in ira degli Dei, che per esso appunto perseguirono e punirono i Pelasgi con flagelli inuditi, siccite e morie funeste. E ciò fu quando non ancora sì era purificata l’idea degli Iddii in un Dio provvido e padre di tutti gli uomini, in un Dio vero che ha cura di tutta quanta l’umanità, Dio del Cristianesimo, che riabilitò le classi infime, e proclamò vincolo sociale l’amore, come degli uomini-individui, cosi degli uomini-popoli. Contro tali verità nondimeno tiensi viva e desta la opposizione di taluni egoisti, i quali colle loro stesse dovizie si elevano, forse senza pensarvi o senza volerlo, a forza di esser tolti sulle spalle ed innalzati sugli altri da quelli stessi, cui la sventura lasciò a gloria l’ossequio ed a grazia il prostrarsi.
Portata a questo punto di vista la storia de' Pelasgi si rendono inutili le tre seguenti ricerche:
4. Sulla loro lingua. — Dessa fu barbara per Erodoto, perchè sappiamo che cosi chiamavano i Greci ogni altra lingua diversa dalla loro: ma non fu certo una medesima lingua a tutti i Pelasgi comune.
5. Sul fatto della loro ubiquità. Pelasgi nel senso testé svolto sono stati dappertutto. Che se in Grecia ed in Italia più propriamente vennero riconosciuti dalla storia, egli è perchè nella storia di questi due popoli con tal nome vengono espressamente ricordati, ed appo loro sussistono ancora gli avanzi delle loro città, che si calcolano sino a 300 in Italia ed a più poche assai nella Grecia. Epperò stando ai riscontri, che simili ai nostri in fatto di edifizii pelasgici si trovano altrove, dubitar non possiamo delle tradizioni, che ci dicono di essere stati Pelasgi nel Peloponneso, nell’Attica, nella Beozia, nella Tessaglia, nella Focide, nell’Epiro, nella Tracia, nell’Asia Minore, in Italia, in Sicilia, in Ispagna... Or sia lecito dedurre da questa ubiquità irrecusabile la legittima conseguenza, che r Pelasgi non formarono corpo di Nazione, non esercitarono aria di padronanza nel paese in cui stabilivansi, e non furono mai guardati di buon occhio, sia perchè stranieri, sia perchè invasori od intrusi, sia perche la loro stessa civiltà, che insinuavano o imponevano, riusciva forse d’impaccio (come i costumi che gli Europei portarono agli Americani) a popoli viventi una vita dove semplice e modesta, dove men che bruta, e dove pastorale od agricola.
6. Sull’epoca della loro esistenza. — Si è questa la terza ricerca del pari inutile che le due precedenti, o almeno difficile dopo di aver detto; che i Pelasgi non furono Nazione, ma vissero stabilendosi in mezzo agli altri Popoli. Essi sono stati di tutt’i tempi, come si son dimostrati dì tutt’i luoghi. La loro origine rimonta ad un passato ignoto ed aoristico. Epperò se di lor non parlammo fra i Tempi Oscuri, ei fu appunto per ciò; e se li serbammo al penultimo luogo de' Favolosi, ei fu perchè nella comune accezione della parola Pelasgico, come sinonimo di Ciclopico dato ai monumenti di loro costruzione, son passati anch'essi per favolosi; ed anche perchè il loro nome è durato sino allo stabilimento degli Elleni in Italia, al sorgere dei quali essi volsero all’occaso del politico orizzonte in quanto al nome.
Che se col BALBO ne fissammo la immigrazione nel 1600 avanti Cristo, noi Faccettiamo per rispetto dovuto alla sua autorità, ma non sapremmo raccomandarla ed accertarla per sicura, e molto meno in riguardo alla loro fine noi, che vediamo ancora Pelasgi nel mondo attuale. Se le storie ci parlano del loro apparire e sparire,ciò appunto giustifica il nostro concetto, val dire, che se spariscono e si dileguano, non tardano a ricomparire (donde furono rassomigliati alle cicogne); perchè infine i Pelasgi, come dicemmo, son Caratteri di Popoli, non popoli essi stessi, cioè Caratteri di forme religiose e politiche soggetti a quei cangiamenti, che la prevalenza di opposti principii fa loro subire. Quei dualismo infine, già per noi notato fra Opici ed Osci, in cui si mostrarono divisi gli Aborigini indigeni di questa Italia meridionale, quello stesso a noi pare di ravvisare fra i Pelasgi ed i Greci, fra i Pelasgi ed Elleni, gli uni per cosi dire gli Aristocratici (237) i Democratici gli altri. — Un lampo di analogia fra questi riscontri per noi ravvicinati si offre nella etimologia assegnata dei Pelasgi da Ottofredo Miller, il quale se li volle cosi detti dall’aver abitato le pianure, è segno che le località riconosciute per Pelasgiche dai superstiti avanzi, gliene avvaloravano, se non suggerivangli la congettura. Le pianure infatti son sempre presso al mare, e chi vi approda per fissarvisi, non lascia la spiaggia per trasferirsi ne' monti, dove anzi sì rincacciano gl’indigeni al sopravvenir de' Coloni e de' Pelasgi, e dove anche nel medio evo si ridussero gli abitanti de' piani, per salvarsi o difendersi dai Barbari, o su rocce inaccessibili e naturalmente inespugnabili, o tali pendute a via di torri e Castella.
7. Or perchè mai i Greci tenevano per Pelasgi coloro, cui i Romani chiamavano Tirreni? — Se questi furon cosi detti dalle turres o tyrses che usavano di fabbricare intorno alle loro città murate, ed i Pelasgi avevano in costume di fare altrettanto, sicché da ciò appunto si riconosce la loro esistenza in quei luoghi, in cui la Storia non dice di aver dimorato; ne seguono due conseguenze: la prima, che Tirreni e Pelasgi furono identici (238); la seconda, che se i Greci addimandavano Pelasgi coloro, che dai Romani eran detti Tirreni, ei fu perchè i Tirreni mandando in Grecia colonie, non con altro nome furon quivi appellate che con quello di Pelasgi, cioè venuti d’oltre mare. Ora checche trar voglia Niebuhr dalla differenza che ei dimostra di essere stata tra Etruschi e Tirreni, se di Etruria propriamente detta non uscirono le colonie Pelasgiche per la Grecia, ben poterono muovere dalla spiaggia Tirrena prossima all’Etruria; la quale più che altre o prima di tutte le altre sotto l’influenza de' Tirreni divenne quella civilissima Etruria che tutti sanno, ricca essa sola di ben dodici pelasgiche città (239). Quindi non improbabile è il sistema di coloro, che fan giungere dall’Italia in Grecia il pelasgico incivilimento (240).
8. E perchè mai erano i Greci col nome di Pelasgi appellati uai Romani? — 0 perchè, noi rispondiamo, li consideravano di loro più antichi; o perchè alla loro volta furono i Greci portatori in Italia di quella civiltà, che ne avevano per le colonie Tirrene ricevuta, e forse avevano essi informata dell’Asiatica impronta. Ed in vero erano venute di Grecia delle colonie in Italia approdando alle coste orientali sull’Adriatico ed alle occidentali sul Tirreno già prima, che i Pelasgi venissero soppiantati dagli Elleni, ovvero, come altri si espresse, pria che si fossero identificati con essi; in altri termini, già prima che i Pelasgi fossero annientati dai secondi, che, secondo il linguaggio della nuova gente che spodesta l’antica, li ridussero schiavi. E propriamente sino a 17 generazioni prima della guerra Trojana si fa rimontar la colonia condotta da Enotro e Peucezio quella che si conta di essere uscita la prima per mare dall’Arcadia e dalla Tessaglia, e che in parte restò sul golfo Jonico col nome di Peucezii, in parte penetrò più addentro verso scirocco con quello di Enotrii ad incivilirvi i Campani. Oltre della quale furon del pari greche colonie quelle, che fondarono Cuma, Dicearchia, Ercolano, Pompeja... e quante città la tradizione a greca origine riferisce, che son da dirsi meglio colonie Pelasgiche per distinguerle dalle altre, che in tempi posteriori alla fondazione di Roma approdarono sulle coste della Magna-Grecia, e furono dette Elleniche; I Romani adunque, come gente nuova, che nel costituirsi ritraeva dall’Etruria l’elemento religioso, e dalla Grecia il politico, poiché quando uscirono alla luce, la Grecia era Pelasgica, chiamavano Pelasgi i Greci, ed essi stessi nacquero Pelasgi, si per le istituzioni che ne copiavano, e sì pel modo, onde Roma surse regia e murata.
E qui poniam termine alle ricerche ed all'argomento de' Pelasgi protestando di non averlo disvolto per quanto dir si potesse completamente esaurito. Ci siam nondimeno su di esso più che non pensavamo dilargati contro l’indole e la portata di questo nostro lavoro, le cui forme potrebbero parer forse violale, se le avessimo di già prescritte, e non le andassimo in vece adattando alle sue esigenze. Se detto avessimo ricisamente: noi fummo Pelasgi più che altri, i quali più di noi se ne vantano, nessuno avrebbe aggiustato fede alle nostre parole, seppur non le avria lasciate correre come una di quelle espressioni, che si perdonano alla facilità di chi si trasporta con soverchia indulgenza in parlando di cose alla propria nazione attenenti. A costo dunque d’increscere alquanto, piuttostoché farci compatire, noi volemmo essere minuti espositori di quanto si è scritto e pensalo de' Pelasgi; e siam lieti di averli Boriati a tal punto di luce, che sgombri dalle nebbie addensate intorno ad essi dal tempo, e purgati dalle fole, onde le tradizioni ee li avevano rivestiti, si può col Michelet da essi ripetere l’introduzione della pietra del domestico focolare (bestia lresta) e la pietra de' limiti (ζευς ερκειος) fondamento della proprietà, sopra le quali due basi levossi l’edificio del civil dritto, grande originai pregio e distintivo dell'Italia.
Come che gli storici assegnino date quasi certe alle imprese che gli Elleni compirono sulle coste dell’Italia meridionale fondandovi quasi tante colonie quante città vi fiorirono; epperò secondo i loro calcoli cronologici entrerebbero cotesti loro stabilimenti nel periodo de' Tempi Storici; pure in quello de' Favolosi li riportiamo, non perchè altri li nieghi del tutto, ma piuttosto perchè come involti, se non tra favole, tra vanitose pretensioni almeno li riguardi. — Sono infatti si per poco pertinenti a questo periodo, che dirsi potrebbero l’anello, che li congiunge al seguente, cui siam per cominciare a descrivere. E son pure sì veramente con un piè nel tempo mitico, coll’altro nello storico, che Roma istessa intorno a quell’epoca medesima, in cui gli Elleni stabilironsi in Italia, non si ebbe meno favolosa la sua origine; sicché quantunque ci siano in certo modo estranei i suoi primordii, pure esposti fuggevolmente e dichiarati varranno ad autenticare, che nei tempi appunto, in cui ebbero luogo, come le origini di Roma, così quelle altresì delle altre città coeve, furono mitiche, val dire incerte in quanto al tempo, cui si riferiscono, alterate in quanto alla verità storica, che vuoisi trovare nel senso letterale, in cui son raccontate.
Se dunque nel ciclo de' Tempi Favolosi ai Pelasgi gli Elleni facciam seguire ed a questi la fondazione di Roma, e il chiuderemo colla espulsione de' suoi Re; egli è perchè sino a questo fatto inclusivamente la origine di Roma ed i suoi primordii involti tra miti non son da riferirsi che convenzionalmente all'epoca assegnata dai Cronologi, come non son da credersi che leggende poeticamente concepite e miticamente narrate.
Già per le cose fin qua discorse è chiari, che questa nostra Italia inferiore non solo era tutta popolata, ma di Pelasgiche città, se non gremita, certo non scarsamente ricoperta circa il millennio avanti la venuta di Cristo. — Eppure la vanità de' Greci compiacevasi di dare ad intendere di aver essi ritrovate del tutto vacue di abitatori e di paesi le spiagge orientali ed occidentali della bassa Italia, e di averle essi pe’ primi occupate e tolte dallo stato selvaggio, facendole floridissime addivenire colle tante città marittime, cui tanti porti animavano di gente numerosissima, e co’ traffichi e coi commercii arricchivano. Quanto e sino a qual punto sia esagerala questa loro jattanza, il verremo qui appresso esponendo nel duplice scopo di distinguere la loro dall’altrui influenza, e di dare quel valore che si ebbe alla indigena civiltà.
Il lettore che ci ha seguito fin qui, e che si è con noi ricreduto di quanto poco hanno i popoli stranieri contribuito all’Italico incivilimento, troverà sempre più rifermata con solidi appoggi questa conclusione, a) cui sostegno adopriamo quante pruove seppe rinvenire il Micali; e ciò facciamo tanto più sicuri, in quanto che sul presento argomento non hanno ricusato di aderirgli quanti scrittori son venuti a trattarne dopo lui.
Le più antiche memorie di greche emigrazioni in Italia, senza contar quelle che confondonsi colle Pelasgiche, risalgono alla diciassettesima generazione (241) avanti la guerra Trojana, ovvero a 1700 anni avanti l’Era volgare. Della prima colonia si fan conduttori Enotro e Peucezio, figli di Licaone re d’Arcadia, donde mossero 450 anni prima della famosa spedizione degli Argonauti, la quale eseguissi sulla nave, onde presero il nome. Or quella nave, per essere stata la prima che uscisse di Grecia, si ebbe l’onore di essere trasportata fra le celesti costellazioni a fin di rendere quanto mai celebre e duratura la ricordanza di quella prima impresa, più che di quella miserabile barca, che non fu certo la prima, che ai fosse vista nel mondo. Se dunque la spedizione degli Argonauti fu la prima, quella de' figli di Licaone non dev’essere che supposta. E quando questa non si voglia disconoscere, o riferirla tra i miti, giusta le spiegazioni etimologiche, che abbiam dato de' nomi di Enotrii e Peucezii, oltre la notata contraddizione tra la priorità storica dell’ima, e la maggiore ovvero mitica antichità dell’altra, varrà certo a smentirla quest’altea considerazione sulla geografica estensione e sito dell’Arcadia. Piccola regione che ella era nel centro del Peloponneso, tutta montuosa, agreste, ed in particolar modo applicata alla vita pastorale, non poteva abbondare di tanti abitatori da scaricarsene, senza restare affatto spopolata, con quelle numerose colonie, che in una volta coprirono la Peucezia e l’Enotria, val dire quasi tutta l'estrema meridional parte dell’Italia. In tempi poi che la nautica o non si conosceva, o era affatto meschina, una emigrazione così numerosa è non poco sospetta, specialmente se riflettasi, che l’Arcadia come mediterranea era discosta dal mare, e le grandi colonie non possono uscire che dalle coste marittime.
Tucidide inoltre parlando de' tempi anteriori alla guerra di Troja ci ha lasciato una sincera avvertenza sul conto da farsi delle cose che ne han detto gli scrittori suoi nazionali, come quelli che intenti più a dilettare; che ad istruire con veridiche narrazioni, sfigurarono la veracità della storia con mendaci racconti. Dopo questa importante rivelazione che uno storico Greco fa sul valore delle tradizioni antichissime della propria nazione, sarebbe inopportuno ogni sospetto sull’imparzialità, colla quale rappresentò egli la Grecia nel suo ingenuo aspetto, non dissimulando gl’incolti costumi che vi regnavano, e la impotenza in cui trovavasi innanzi la spedizione di Troja, che quantunque illustre pe’ canti di Omero, deve credersi, come fu, molto al di sotto della fama.
Poiché non prima della distruzione di Troja, né dopo i due primi secoli di Roma ebbe luogo alcun notabile stabilimento di Greci in Italia; sicché tutte le loro colonie datano nel tempo corso fra i detti due termini; non però tutte quelle, che ai Greci si attribuiscono, meritano la storica confidenza. Noi ci faremo a sceverar le favolose dalle vere, come a dire le più antiche dalle meno: ma pria fa mestieri volgere uno sguardo sulla condizione de' tempi o de' luoghi, in cui si prepararono ed in cui successero cotali avvenimenti.
Non vi ha dubbio che i Greci dietro la famosa guerra di Troja si avanzarono in civiltà, e si videro in grado di rivolgersi ad altre imprese non meno grandiose tra pel favore di nuove cognizioni acquistate, tra per la circostanza di avere in quella occasione fatto de' progressi nella nautica. Come a’ tempi delle Crociate, in cui l’Oriente si schiuso all’Occidente, e si trasfuse nell’Europa rimbarbarita quella luce di civiltà, che nell’Asia serbavasi intatta; cosi ai tempi della spedizione contro Troja l’Asiatica grandezza ed il glorioso successo dell'impresa contribuirono a far sorgere in Grecia quel secolo eroico ed altiero, agitato da grandi passioni, ed avido di gloria di distinzioni e di ricchezze. Laonde bramosi i Greci di estendere il loro nome in contrade sconosciute, ma migliori delle proprie, suscitate le discordie tra le loro famiglie regnanti, le conscguenti turbolenze propagatesi in tutta la loro contrada, che si vide troppo angusta ai loro vasti desiderii ed arditi concepimenti, diedero luogo ad emigrazioni d’intere tribù o comunità dirigendosi verso le coste dell’Asia, nelle isole dell’Egeo, in Italia, in Sicilia, ove fondarono numerose colonie. I primi saggi di questo nuovo genere d’imprese riusciti felicissimi, e la diffusa rinomanza de' luoghi che trovarono di gran lunga favoriti dalla natura, dovettero ingenerare emulazione in altri popoli, che guidati da nuovi condottieri si accinsero a conquistare in contrade straniere quei tali punti e quei siti, che lor promettevano maggiori prosperità di quelle che lasciavano;
Che tali li abbiano fra noi rinvenuti, chi potrà dubitarne? L’essersi tanto moltiplicate le colonie,.che (tutti insieme fecero sorgere il nome di Magna-Grecia,.ben giustifica l’oracolo, che ai Greci assicurava, come in Italia solamente e sulle beate sponde del Siri doveva Atene ritrovare un giorno la sua fortuna e splendore.
Malgrado però queste assicurazioni o incitamenti dell’oracolo, il movimento greco non fu tutto insieme operato; ma si ebbe anch'esso, come ogni altra cosa umana lento e picciolo avviamento. E dapprima i popoli delle contrade orientali di Grecia, le cui terre erano più che mai infeconde, si diressero verso oriente ad occupar le spiagge dell’Asia Minore, cui avevano avuto occasione di esplorare durante l’assedio di Troja. Più tardi quelli del Peloponneso rivolsero verso occidente le loro emigrazioni; e l’Italia nei cento suoi seni aperti e nelle apriche sue spiagge le accoglieva, sia perchè non potesse, o sia perchè non volesse respingerle. Vivendo gl’indigeni fra boscaglie e su pe’ greppi dei monti eran contenti delle immediate sottoposte valle e addette a coltivazioni ed a pascoli: vivendo altri nei piani adjacenti al mare se li avevano più o meno scarsamente coltivati in proporzione de' loro bisogni; epperò sì gli uni sì gli altri possedendo il sufficiente, non mancando loro il necessario alla sussistenza, e non ad altra industria che alla pastorale ed agricola attendendo, ricevevano volentieri’ altra gente che vi capitava e vi si stabiliva sia per forza sia per compiacenza degl’indigeni solleticati dalla idea dei miglioramenti, che quegli stranieri facevano loro sperare.
Nel millennio che durò questo movimento di colonie, se quelle de' due ultimi secoli, che corrispondono ai due primi di Roma, possono essere autenticati dalla storia, quelle degli altri otto involti ne' tempi mitici non sono che scarse, poco note, e favolose. Tali furono le colonie attribuite a Nestore, Diomede, Epeo, Filottete, Ulisse, Idomeneo, e ad altri valorosi, che secondo le narrazioni de' Greci, ebbero illustre stato tra noi, ove fondarono mollissime città, tanto nelle due Calabrie, quanto nella Campania e nel Sannio: ma pure sottoponendo all’esame della critica coleste eroiche tradizioni, converrà o del tutto rifiutarle, o averle in conto di novelle dettate dalla vanità delle nazioni. Come passar per sopra alle innumerevoli contraddizioni che presentano su quei medesimi fatti le varianti memorie che si raccolgono dagli antichi scrittori? Se è certo che la verità storica si può confermare colla uniformità e colla concordanza de' racconti, non è pur certo altresì che rimane essa distrutta dalla contrarietà e dalla differenza?
Eppure le riferite colonie alla greca vanità non bastarono; perchè datando esse dalla caduta di Troja, non si avevano quell’antichità, che mettendo capo nell’oscuro dei tempi, tanto maggior pregio acquistava alla nazione, quanto più indietro ne respingeva i fatti di sua civiltà. Altre anteriori alle medesime attribuivansi ai Dorici, del cui sangue erano i Cretesi, che balzati da una tempesta afferrarono le nostre spiagge nella Japigia, ove edificarono Iria, da cui poscia uscirono altre colonie, e dove per meglio affratellarsi agl’indigeni lasciarono il proprio nome, e preser quello di Japigi-Messapii. Questo fatto è da Erodoto creduto de' tempi di Minosse. Ma quando altri narrano (242) che Idomeneo scacciato da Creta e fermatosi nelle campagne dei Salentini sia stato l’autore delle anzidetto colonie dopo la guerra Trojana, non fanno che accrescere le ragioni di dubitarne,anzi di ricusar fede agli uni ed agli altri; perchè confonder fatti, fra quali intercede enorme distanza di tempi non è dato che ai poeti.
Né a questo limitavasi la greca industria in abusando dell’altrui buona fede. Fino a quando si adoperò ad indietreggiare i fatti, affinché più antichi addivenuti men soggetti alla critica si fossero trovati, si perdona volentieri ad un abuso, che nel proponimento di guadagnare una maggior stima nella opinione de' popoli corre il rischio di perderla all'intuito. Ma non le si perdonerà mai quella usurpazione che ella fece della origine di quelle nostre città, cui le sue colonie si soprapposero, attribuendola ai più famosi eroi e semidei della Grecia. Epperò se star si dovesse ciecamente alle greche tradizioni da cotal boria di nazione spacciate, converrebbe ingozzarsi alla buona tutte queste che andiam noverando col MICALI: «Cremisa e Petilia furono edificate da Filottete, l’amico e compagno di Ercole fuggito da Melibea di Tessaglia in seguito di certa sedizione; Taranto da Tara, figliuolo di Nettuno e di una ninfa indigena; Caulonia da Caule figlio dell’Amazzone Clita; Reggio da Giocasto, uno de' figli di Eolo; Crotone da Ercole o da Croto, eponimo eroe del paese; Scillace da Ulisse; Metaponto da Nestore o da Epeo; infine Arpi, Canosa, Siponto ed altre città della Puglia, della Campania e del Sannio, da Diomede. I nomi di cotali eroi, soggetto di un’antica venerazione, erano di continuo esaltati nelle poetiche liturgie, che rammentavano le loro gesta, o ne celebravano le lodi. Templi, are, sepolcri innalzati in loro onore furono destinati a confermar l’esistenza ed accettare la clemente protezione che accordavano a quei popoli, ai quali avevano essi fondate le rispettive città».
«E non la Grecia solamente fu piena di simili scene di superstizione e di menzogneri monumenti. Anche in Italia ne occorsero esempii, non si sa se per imitazione o per effetto di quella influenza, che le greche colonie esercitavano nelle città cui si mischiavano. — E cominciando da Cuma, le spoglie della Sibilla, aventi il dono d’indovinare, conservavansi in un’urna appesa nel tempio di Apollo. Baja gloria vasi di posseder quelle di Bajo suo fondatore, che fu uno de' compagni di Ulisse. Napoli mostrava qual suo singolar vanto il sepolcro di Partenope una delle Sirene; quello di Ligea, altra figlia insidiosa di Acheloo, di egual lode faceva gloriosa la città di Terina ne' Bruzii. Nel golfo di Pesto si additava il tempio di Giunone Argiva, come eretto da Giasone nel corso della spedizione Argonautica (243); più lungi quello di Minerva, collocato sulla cima del promontorio di questo nome, si diceva edificato da Ulisse (244). A Siri, giudicata di origine trojana, era tenuto in grande onore il simulacro di Minerva Poliade, creduto quello stesso che veneravasi in Ilio (245); mentre a Metaponto custodivansi come preziosi i ferrei strumenti, co’ quali Epeo fabbricò il fatale cavallo di legno, per cui cadde Troja e tutta la gloria di Priamo. Con egual riverenza l’arco e le saette di Ercole, lasciate a Filottete, si conservavano a Turio, quasi pegno sicuro della sua salvezza. Un tempio dedicato a Castore e Polluce sul fiume Sagra, non permetteva di dubitare che quei celesti figli di Leda avessero ivi pugnato in favor dei Locresi contro i Crotoniati. La presenza di Ercole era altrove attestata dalle divine sue orme, che niun piede umano ardiva calcare. In un colle della Daunia sorgevano due celle sacre all’indovino Calcante ed a Podalirio figlio di Esculapio, ove le genti si recavano con confidenza ad interrogare l’oracolo o ad impetrar la sanità. Vicino a Temesa indi cavasi la sepoltura di Polite, socio sventurato di Ulisse, adombrata dà folte piante di ulivi nel modo stesso, che presso Laino vedevasi un tempietto sagro a Dragone, altro compagno nelle avventure del figlio di Laerte. Il ricco tempio di Minerva, che aveva culto speciale fra i Salentini, dicevasi edificato da Idomeneo espulso da Creta. L’origine di quello di Giunone Lacinia, d’assai più famoso, si faceva, risalire al tempo di Ercole. Diverse vestigia confermavano altrove la lunga navigazione di Enea intorno all'Italia inferiore (246). I campi di Diomede, i suoi donativi al tempio di Minerva in Luceria, la vecchia armatura dell’eroe, il fervido culto di Venere a Iria, erano segni manifesti dell’antico impero di lui nella Puglia. Che più? Le isole stesse dette di Diomede, oggi di Tremiti, rimpetto al promontorio del Gargano, possedevano le ultime spoglie di quel valoroso figlio di Tideo. In tal maniera l’imaginazione e i sensi, continuamente percossi dal maraviglioso insinuavano negli animi una fede fallace. Noi non intendiamo perciò di condannare cotesti vaneggiamenti, che secondo lo spirito dell’antichità erano vincolati con le idee religiose e civili, e potevano produrre un certo entusiasmo della patria; ma allorché ricercasi la verità de' fatti, siamo in dovere di non confondere le favole con la storia, né ripetere senza esame quelle menzognere narrazioni».
Sceverato cosi quanto di favoloso piacque ai Greci di credere o far credere sull’antichità e quantità delle loro Colonie in Italia, passiamo ora a far la rassegna di quelle che la storia ad essi attribuisce (247).
La prima e più antica città greca in tutta Italia e Sicilia fu Cuma fondata dai Calcidesi di Eubea nel secondo secolo dopo la caduta dì Troja (248).
Altri Calcidesi uniti a quei Messeni esuli da Macisto per aver violato nelle Limni le fanciulle Spartane, si stabilirono in Reggio nel corso della prima guerra Messeniaca, verso quel tempo medesimo che i valorosi Partenti, usciti da Sparta sotto la condotta di Falanto, furono tanto fortunati da ridur Taranto in colonia.
Gli Achei di stirpe e dialetto eolico fondarono quasi ad Un tempo nell’ottavo secolo avanti l’era volgare Cotrone e Sibari, la cui straordinaria prosperità è contestata dalle colonie, che la prima mandò subito dopo a Pandosia ed a Terina, la seconda a Lao Scidro e Pesto. Non altrimenti derivarono il loro principio da Achei chiamati dai Sibariti, Caulonia e Metaponto, che divenne immensamente ricca per un'assidua cultura del suo fertile territorio.
Circa lo stesso tempo una truppa di fuggitivi usciti dalla Locride orientale edificò Locri coll’ajuto de' Siracusani alle falde del monte Esope, donde uscirono anche le due colonie Ipponio e Medma verso il Tirreno (249).
Anche i Focesi, secondo Erodoto, cercarono un rifugio sulle nostre coste, allorché fuggendo la tirannia di Ciro vennero a fabbricar Elea nel seno Pestano, in tempo che Sibari trovavasi al colmo della sua potenza. Altri fuggiaschi venuti dalla Jonia antecedentemente, i Siriti di Colofone, sembrano essere vissuti nell’agiatezza sotto la protezione di Sibari, e di essere stati distrutti, caduta già la potenza protettrice.
Turio, colonia fondata in comune dalla Grecia intera, città considerevole e grande, ma non sì che surrogasse Sibari, fu l’ultima che gli Elleni fabbricarono sulla costa del Jonio. Alcune generazioni dopo fu Ancona edificata lungi sull’Adriatico o dai Siracusani che fuggivano i tiranni, o dagli stessi, che di unita ad alcune greche colonie s’impadronirono d’Issa, di Adria e forse di Pisaurum.
Ma queste colonie, che la storia assicura di esser venute di Grecia in Italia, fondaron esse, noi domandiamo, le città che loro si attribuiscono, o eran queste già preesistenti al loro arrivo, sicché le colonie ad esse aggiungendosi altro non fecero che elevarle a maggior lustro e grandezza?
Ecco una ricerca, la cui soluzione, se non è sperabile dagl’incompiacenti storici greci, può nondimeno ottenersi lor malgrado dalla ragione stessa del loro silenzio, e dagli scarsi e fuggevoli cenni degli indigeni scrittori. Ove queste due fonti per avventura non bastano, suppurassi con quello spirito d’investigazione, che squarcia il velo al passato, e riesce non di rado a scoprir felicemente quel che sotto vi si asconde.
Egli è risaputo che i greci scrittori gelosi della propria gloria non si curarono d’istruirci sullo stato de' nostri popoli, i quali non avevano trascurato di vantaggiarsi di quella liberalità della natura (250), se non quanto essi Greci fecero, almeno quanto i loro bisogni e quello degli altri popoli esigevano; quanto cioè le ristrette relazioni commerciali di quei tempi suggerivano. Temesa in fatti, una delle più antiche e floride città dell'Italia inferiore, era stata prima innalzata dagli Ausoni, ovvero dagli Osci, e di poi occupata dagli Etoli (251). Crotone, la cui eccellente posizione sulle fiorite sponde dell'Esaro prossime a quelle del Neeto non poteva sfuggire agli occhi degl’indigeni, fu tenuta gran tempo dai Japigi, come ne assicura Eforo presso Strabone (252). La region Tarentina, insigne per fecondità, trovatasi similmente in potere dei Japigi-Messapii, quando fu soggiogata da Falanto, capo di quei Partenii, che si diedero il vanto di aver mutato una terra barbara, essi dicevano, in greca colonia (253). Brindisi così detto con voce rappresentativa del suo famoso porto, si ebbe un tal nome dalla lingua de' Messapii, che certamente non fu greca (254). La città di Pesto infine, situata nelle terre dei Lucani, si ebbe primieramente la denominazione osca di Phistu, che dai Sibariti fu poi tramutata o acconciata alla loro pronunzia nel nome di Posidonia, quando occupandola costrinsero i vecchi abitanti a cedere quella loro dimora e riparare ne' dintorni selvosi dell’Alburno, che domina all’oriente di quella estesissima pianura (255).
Da questi pochi esempii, che non son soli, può ognuno persuadersi, che i Greci alle nostre spiagge approdando non vi edificarono città dalle fondamenta, ma vi usurparono quelle che gl’Italiani per comodità di sito avevano già prima innalzale. Il che è stato osservato come in simil modo accaduto a molte città dell’Asia Minore e della Siria, le quali già abitate da indigeni, innanzi che le greche colonie movessero ad occuparle, andarono soggette a mutazione di stato e di nome dai nuovi coloni loro imposti in segno d’invasione.
E innanzi procedendo in queste scoperte poniam piede finalmente nella Magna-Grecia per chiedere a quelle famose città di farci assapere, quali di esse furono propriamente di greca fondazione, e quali esistevano di già all'arrivo degli Elleni (256).
Più di trenta città Italo-Greco componevano il corpo della Magna-Grecia, i cui nomi si rilevano parte da antichi scrittori, parte da medaglie. E poiché tutte sotto tal denominazione collettiva accennavano luoghi occupati dai Greci; così deducevasene, che questi le avessero fondate. Ma checché debba di ciò pensarsi il vedremo tra poco.
Benché tutto l’attual regno di Napoli fosse sparso di greche colonie in diversi punti, le otto regioni che propriamente formavano la Magna-Grecia, furono quelle di Locri, Caulonia. Scillace, Sibari, Crotone, Eraclea o Siri, Metaponto e Taranto. Delle quattro genti secondo i quattro principali dialetti, in cui dividevasi la greca famiglia, prevalsero nella Magna-Grecia gli Achei, cui comunemente si attribuisce di aver piantato Cotrone, Sibari, Turio a lei succeduta, dalle quali città uscirono lo colonie che fondarono Laus, Scidro, Posidonia, Terina, Caulonia e Pandosia. Dai Jonii di Calcide ebbero origine Cuma e Napoli, Elea e Scillezio. Brindisi accolse colonie di Creta, Temesa gli Etolii, e Lagaria i Focosi. Tutto ciò conformemente alle storiche tradizioni dei Greci istessi, secondo le quali ripetiamo col Cantò, che
I Calcidesi dell'isola di Eubea, oggi Negroponte, schiatta jonica, giunsero e posaronsi prima nella isola di Pitecusa e nelle vicine, donde passarono nel prossimo territorio degli Opici a fondar Cuma già prima della distruzione di Troja (1300, o 1500 anni prima dell’era volgare?) o almeno prima di ogni altra città grecanica. Si ampliò Cuma pel commercio marittimo, tenne testa agli Etruschi, e fondò Napoli e Zancle destinate a sopravviverle. Fino ai tempi, in cui cadde in potere de' Romani, continuò le sue spedizioni lontane e guerre coi vicini, perchè rimase importante pel suo porto di Pozzuoli.
Gli stessi Calcidesi di Eubea uniti a quei di Sicilia avevano anticamente colonizzalo Reggio all’estremo dell’Italia sottraendola agli Aurunci, e facendo che aristocraticamente la governassero mille persone scelte tra le messenie famiglie quivi accasate coi primi abitatori.
I seguaci di Nestore di ritorno dalla guerra trojana fabbricarono Metaponto, che venne poi accresciuta da Sibariti ed Achei.
Ad occasione di una lunga guerra le donne de' Locresi Ozolii (257) essendosi date in braccia agli schiavi, ed aspettandosene al ritorno de' mariti il meritato castigo, fuggirono con gli adulteri e coi figli e capitarono all’estremità dell’Italia meridionale, dove ottennero dai Siculi di poter formare una colonia, giurando in questi termini: — «Finché calcheremo questa terra, e porteremo questi capi sulle spalle, possederemo il paese in comune con voi»; ma i vafri eransi posta della terra nelle scarpe e capi d’aglio sulle spalle, scossi i quali si credettero sciolti dall’obbligazione, ed arrogaronsi il primato sovra i natii.
Non dissimile origine danno alla colonia che approdo a Taranto. Nella guerra di Sparta con Messene, che durò circa venti anni per sì lunga assenza degli uomini temendo i magistrati spartani non si estinguesse la razza, autorizzarono le donne a farsi fecondare dagli schiavi. I figli nati da questo adulterio legale, al tornar de' mariti delle loro madri, inorarono in Italia col nome di Partenii, ed istituirono a Taranto nel golfo di questo nome una colonia, che valendosi del coraggio e della insolenza cominciò ad uccidere gli uomini del paese invaso e sposarne le donne (258).
Achei uniti co’ Locresi fondarono Sibari tral fiume omonimo ed il Crati, la cui intermedia pianura malsana emendarono con canali; senza di che non sarebbe divenuta abitabile e feconda. Una tale fondazione si crede avvenuta 725 anni prima dell'era volgare; molto prima che i Locresi medesimi, cioè le loro femmine con gli schiavi, fossero venuti a fondar Locri. La quale osservazione giova a prevenire che Sibari non fu fondata da qualche colonia dei Locresi d’Italia.
Ad una colonia di Sibariti si attribuisce la fondazione di Pesto nel golfo di Salerno verso il 510 avanti G. C. Si vuole con tal nome appellata da' Romani, con quello di Posidonia dai fondatori.
Sulle rovine di Sibari, distrutta dall’emula Crotone nel 510, surse Torio verso il 444 av. C. da tanta mescolanza di popoli, che insorta quistione nel definirsi quali di essi tener se ne dovessero per fondatori, l’oracolo interrogatone la dichiarò colonia di Apollo. A tanti popoli, originarii autori di Torio, si aggiunsero altre genti sopravvenute da Grecia. I Lucani non cessarono di molestarli fino a che non si posero sotto la protezione de' Romani, di che ingelositi i Tarentini gli assalsero e sconfissero.
Eraclea fu posta dai Tarentini sulle rive dell’Aciri (Agri) presso Metaponto 433 anni av. C.
Miscello ed Archia menarono verso il 733 av. C. una colonia achea a Crotone, dagli antichi predicata per sì bella, ricca, illustre, saluberrima, che dissero non osservisi mai vista la peste; donde il proverbio Crotone salubruts.
Dal fin qui esposto ei pare, che tutte le città nostrano di greca fondazione si riducono a cinque, Cuma, Reggio, Sibari, Velia, Scillace. — Eppure intorno a queste, la cui fondazione con argomenti negativi, ovvero pel silenzio della storia, altri vendicarono alla Grecia, se si approfondissero le indagini, si scoprirebbero originali d’Italia. Riesaminando infatti il modo, onde son narrate le rispettive origini, quella di
1. Cuma ripete la sua derivazione dai Greci, sol perchè in Eubea è stata un’altra Cuma. Quindi, secondo i Greci e tutti coloro, ohe si gloriano di aver ricevuto da essi la civiltà, la Cuma degli Opici ripeter deve la sua origine da quella di Eubea, mentre Pausania con una certa inavvertenza, che i Greci non so perchè non gli fecero pagar cara, si lasciò scappar dalla penna una tradizione, per la quale quei di Tritea nell’Acaja tenevano per fondatore della loro città un tale Celbida ivi giunto dalla Cuma degli Opici. Or chi vieta di pensare, che la nostra Cuma non abbia dato origine alla Cuma di Eubea?
2. Reggio, secondo Niebuhr, fu fondata dagli abitanti di Cuma unitamente ai Calcidi di Sicilia per dominare sul Faro. Secondo Solino fu fabbricata dai Calcidesi di Eubea a cui Strabone unisce anche i Messemi del Peloponneso soggiungendo, che de' Calcidesi quelli, che per una specie di ver sacrum decimati ed offerti in voto ad Apollo a fine di ottenere, che i loro campi di sterili fossero divenuti feraci, ebbero ordine dall'oracolo di recarsi a Reggio. In questa medesima città, dice lo stesso scrittore, per un ordine simile si rendettero quei Messenii violatori delle vergini Spartane nelle Limne, località nella cittadella di Atene. Reggio quindi, secondo Solino e Strabone, non fu che semplicemente accresciuta, come Taranto da quella de' Partenii, dalle due colonie Calcidesi e Messenie; e secondo Niebuhr non ebbe che indigeni fondatori.
3. Sibari vuoisi fabbricata da Achei; ma di quelli che dopo l’eccidio di Troja vi approdarono sbalzativi da una tempesta. È dunque tanto vera una tale origine, quanto son storicamente vere tutte le altre attribuite ai Greci Eroi che tornarono da quell’impresa.
4. Scillace o Scilacio o Scillezio, ed Elea detta pur Jela ed Elia, poi Velia dai Romani, si vogliono amendue di stirpe Jonica da taluno (CANTÙ); se non che i Focesi, secondo Erodoto, avrebbero edificato una Jela (forse Gela, cosi appellata in lingua Osca quella di Sicilia), secondo Strabone la Hyelen o Helen, così denominata da un fonte omonimo nella spiaggia Tirrena della Lucania, poi Elea la patria di Parmenide, di Zenone, di Stazio. Però di cotesti Focesi i più facoltosi, costretti, secondo Antioco presso il citato Geografo, a spatriare colle loro famiglie pel duro governo di Arpago generale degli eserciti di Ciro, capitarono sotto la guida di Creontiade, prima in Corsica, ed a Marsiglia, donde essendo stati espulsi fabbricarono Elea (259).
5. A Scilacio o Scillezio altri danno per fondatori quegli Ateniesi, che seguirono a Troja il re Mnesteo. — Dunque non furono Jonii, direbbero costoro, i coloni che fondarono Scilacio. — Dunque non furono coloni Ateniesi, diranno i fautori degli emigrati dalla Jonia. — Dunque, se non è certa più l’una che l’altra delle due pretensioni, niuno ricuserà altrettanto valore ad una terza opinione, che dubitando della verità delle altre due, riterrà come preesistente Scilacio, ed acconsentirà che vengano poscia ad occuparla, ad accrescerla, ad incivilirla quale delle due colonie si voglia.
Questa conclusione serbammo apposta a quest’ultima delle città, che siam venuti noverando prima sotto il mitico rapporto, poscia sotto quello della storia non senza le varianti opinioni degli storici stessi: e ciò facemmo col divisamento di volercene giovare in ogni simil caso di controversia al proposito di definire, se tutte, se alcuna, o se nessuna delle città della Grecia, che dicono disseminata, e della Magna-Grecia, furono di Greca o Ellenica fondazione assolutamente, o se i Greci ed Elleni (260) le accrebbero lustro ed importanza colla loro influenza, e colle nuove forme politiche per essi introdotte.
Com’è chiaro dallo studio che vi abbiam posto, noi propendiamo a sostenere, che di nessuna città forse posero, come direbbesi, la prima pietra e Greci ed Elleni, sebben tutte siano state pei essi colonizzate, accresciute, ed a più alto splendore portate. Le favole, di cui è piaciuto ai loro scrittori infarcirne le origini, l’arbitrio di taluni in farne autori certi popoli, rimpettato da equipollente arbitrio di altri in assegnare alle medesime autori diversi, son bastevoli motivi per costituirci in quel ragionevole dubbio, donde non è chi vaglia a rassicurar noi Italiani, cui tanti titoli fan giustamente insuperbire di quella precedenza che in tutto e su tutti da remoti secoli vantiamo.
E qui richiamando al pensiere quanto ci venne fatto di vendicare ai nostri popoli indigeni, quanto segnatamente appurammo dei Pelasgi, chiudiamo questo argomento degli Elleni coscienziosamente protestando, che il gran merito di costoro, se per noi fu in apparenza menomato in frodare alla loro vanità il vanto di aver essi fondato le città della Magna-Grecia, per opera nostra è a più doppii accresciuto, loro attribuendo l’eroica bravura di aver, fra noi sfasciato il Pelasgico egoismo con quella risoluta violenza, che mutò l’oscura Enotria in quella Grecia che si disse e fu veramente Magna nel mondo.
Ma checché pensar si voglia di questa nostra conclusione, noi speriamo che altro valore essa acquisterà dietro la spiegazione mitica della storica
Alla Storia che tracciamo de' popoli dell’Italia meridionale compresi nei dominii di qua dal Faro di questo Regno, parrebbe affatto estraneo il presente argomento sulla fondazione di Roma, se non avessimo testé protestato di trattarla sotto il mitico aspetto, nel quale debb’essere intesa. D’altronde, vera o falsa che sia, ella in questo lavoro è sotto a tutti gli aspetti importante, vuoi per l’influenza che Roma esercitò su tutta Italia, vuoi per l’epoca convenuta della sua fondazione, cui tutti i fatti anteriori alla nascita di G. Cristo si ragguagliano, vuoi per la incertezza storica di tutte cose, che intorno ad essa fondazione si portano accadute.
Al mondo letterato de' nostri giorni non giungeranno nuove le scoperte che sul suo storico valore ripeteremo. Potran tuttavolta parer tali a coloro, che standosi agli studii di umanità in quella guisa che si son fatti e continuano a farsi nelle scuole, si tengono scrupolosamente ai medesimi, sia perchè forse si versano ancora in una innocente ignoranza di quanto cotali studii han progredito; sia perchè cresciuti al mondo delle lettere con quelle persuasioni, ricusan fede a coloro che danno opera a fargliele deporre; sia perché infine non è facile indursi a disimparare quel che si apprese nella prima giovinezza, ed a discredere cose, che tanti autori in tanti libri e per tanti secoli di pienissimo accorda hanno scritto.
Noi veramente non miriamo a guadagnarci la fede di costoro, perchè non pretendiamo potervi riuscire con le scarse notizie che qui ne daremo. Ma riassumendo in pochi tratti quel che in Niebuhr, in Michelet ed in Cantù è copiosamente disvolto sul medesimo proposito, avremo adempito il dovere che c’imponemmo di riferire, oltre alle cose o per la critica altrui già vagliate o per la nostra rivedute, anche i pensieri degli uomini, che al bene dell'umanità non son meno proficui.
Trasvoliamo sulla leggenda di Enea, con cui ha strettissimo rapporto la leggenda Romana, per non impigliarci in indagini troppo remote ed astruse, contenti della scoperta, del Niebuhr, il quale dopo di averla esaminata la trovò indigena Latina, non ricevuta dai Greci, poetica, non storica; se non che quantunque mitica la guerra di Troja, non è quel fatto per lui privo di storico fondamento. Fia bene intanto qui ricordare, come tutto ciò, che ne' racconti mitologici ci è dato per base, onde ritrovare la consanguineità de' popoli, ne rivela quella che si ebbero i Trojani con le genti Pelasgiche, con gli Arcadi, con gli Epiroti, con gli Enotri; ma sopratutto coi Tirreni Pelasgi. Dardano viene dalla città di Corito fino in Samotracia, donde a Simois: e Corito in Virgilio è Tirreno, in Ellanico e Cefalone è Trojano. Cotal divergenza si spiega colla emigrazione de' Tirreni a Lemmo, ad Imbro nell’Ellesponto per gli uni, e colla spedizione dei Trojani nel Lazio e nella Campania per l’altro.
Un contemporaneo della fondazione di Roma, Aretino da Mileto, limitavasi a raccontare che Enea ed i suoi, spaventati dal miracolo di Laocoonte, abbandonarono la città sottraendosi sul monte Ida alla generale distruzione. Se il poeta Milesio avesse fatto parola del seguito della emigrazione di Enea, non avrebbe Dionigi omesso una tale testimonianza del passaggio de' Trojani in Italia, egli che in questo, assunto ha fatto tesoro di ciò che ha trovato in più recenti scrittori, quali Ellanico, Celatone, e molti altri.
Nel Laocoonte di Sofocle si raccontava l’emigrazione di Enea innanzi la presa della città, e vi si diceva che una gran moltitudine lo segui verso le nuove stanze, oggetto de' voti di molti Frigii. Or perchè Sofocle, si domanda, non ha scelto con la sua ordinaria libertà fra i racconti che esistevano in altri poeti sulla distruzione d’Ilio?
Dionigi sembra di non aver conosciuto né Pisandro, né il Poema lirico di Stesicoro. Virgilio segue il primo nel secondo libro dell’Eneide, e Stesicoro, che viveva nella seconda metà del II secolo di Roma, cantava la partenza di Enea presso a poco come Virgilio; anch'egli ne salva il padre e le cose sacre, e fa imbarcarlo co’ suoi per l’Esperia. In Aretino l’azione principale dell’Eroe è la conservazione del Palladio, che era per certo la più preziosa delle cose sacre, di cui parlava Stesicoro. Or come va che i Greci lo credettero ascoso nella colonia trojana de' Siri in Enotria, o in quel luogo stesso, ove ponevano tante ricordanze trojane, come Filottete a Petelia, Epeo a Lagaria, e i Pili a Metaponto?
Le altre autorità greche, da Dionigi citate, non si possono ordinare in modo da ritrovar l’epoca, in cui siano la prima volta i Latini nominati dai Greci come una colonia trojana.
Cefalone di Gergite sull’Ida nella storia, che scrisse della sua nazione, narrava che Enea condusse i Trojani sino a Paltone sulla costa della Tracia; che là era morto dopo avervi fondato la città di Enea; che Romo, uno de' suoi quattro figli, aveva coi seguaci del padre fabbricata Roma nella seconda generazione dopo la rovina d’Ilio. Come Teucro, che egli era, meriterebbe questo scrittore tutta la confidenza, se si fosse certo dell’epoca in cui visse, malgrado che Dionigi il dica antichissimo scrittore al pari di Antioco che viveva non prima della prima metà del IV secolo, in cui già riguardavano i Greci come storicamente certa l’esistenza di altre colonie trojane in queste contrade.
Non farà quindi maraviglia, se un secolo dopo Apollodoro di Gela, contemporaneo di Monandro, chiama Romo figlio di Enea e di Lavinia; se dopo la metà del V secolo, Callia adottò l’opinione, che i Trojani si erano stabiliti nel Lazio unendosi agli Aborigini, il che dinotò nel matrimonio di Roma col loro re Latino; e se Pirro, qual Eacide, sentissi chiamato a guerreggiare i discendenti de' Trojani....
Non farà quindi sorpresa, se queste tradizioni per diverse mani raffazzonate giunsero a tradursi ed a fondersi in una cosa storicamente possibile già prima da Nevio nell’episodio del suo poema sulla Punica Guerra, poi da Varrone. Le quali tradizioni da ultimo se da Virgilio furono combinate in quella serie cosi ordinata di avvenimenti, togliendo le discordanze, sconvolgendo ed accelerando l’andamento de' successi secondo le esigenze del suo poema, Virgilio stesso verso gli estremi istanti del viver suo, coscio della verità falsata con tanto suo poetico arbitrio, dannava alle fiamme quell’opera, della quale egli più che altri comprendeva, come tolti tutti gli estranei ornamenti, onde avevala abbellita, la posterità non vi avrebbe riconosciuto che un argomento non iscelto con libertà, ed un lavoro eseguito con istento e di commesso.
Or da preliminari così manipolati già dopo che Roma era surta, quale storico appoggio può trarsi per dirsi storica la leggenda della sua origine?—Vediamolo.
Fra tutte le città greche costruite dopo il ritorno degli Eraclidi, osserva Niebuhr, che di nessuna di esse, per piccola che fosse, ignorasi la fondazione, e che di tutte s’indicano nominatamente e con certezza il popolo, al quale appartenne la colonia, i nomi de' capi che la condussero e le diedero leggi, ed anche l’epoca della fondazione. Di Roma poi, che si tiene per più recente della maggior parte di tali città, se s’ignora da qual popolo sia surta ed in qual*epoca; questa ignoranza medesima, per la quale le sue origini si perdono nella notte de' tempi, ben si conviene^ a quella eternità che si associa al suo nome. Mh se l’ignoranza depone per la sua antichità, bisogna che l’umile suo principio non degradi la sua maestà, bisogna che un Dio e non altri l’abbia fondata.
Si nobilitano le origini non mai a priori, perchè come la nobiltà delle famiglie si fa consistere nelle avite famose immagini, cosi quella de' popoli si fonda nelle toro origini oscure. Quando adunque cominciò Roma ad uscire dal suo umile stato, ed i suoi abitanti, slargati i confini del toro agro, potevano pronunziare if proprio nome con compiacenza, si cercò conoscerne l’origine. Sia che ignorassero o dissimulassero la vera, nel bisogno di assegnarne una, è naturale il credere che dal nome di Roma siano saliti a quello di un Romus, o Romulus fondatore del loro popolo.
Un luogo detto Remoria o Remuria sulla sommità dell’Aventino, sia che accennasse ad una città che ivi Remo avrebbe fabbricato, se gli auspicii gli avessero pienamente consentito il primato su Romolo, sia che realmente o tradizionalmente una città vi fosse stata con tal nome; in tale ipotesi, come da Roma si andò all’idea di Romo o Romolo, cosi da Remuria o Remoria si andò a quella di Remo. E poiché le due città erano fra toro vicine, e dall'essere l’una sopravvivuta all’altra si suppone che la superstite avesse sopraffatta l’estinta, ecco in campo il gemellismo di Romolo e di Remo, il secondo de' quali cadde ucciso dal primo appunto per dispregio da Remo addimostrato col saltar e fosse della città prevalsa.
Ma spiegata così la ragione del gemellismo, restava a spiegar quella della somiglianza fra i due nomi dei fratelli, e farli derivare da qualche cosa di comune ad amendue. Poiché nella lingua del Lazio ruma è la mammella, eccoli amendue nei canti popolari della leggenda pendere da quelle di una lupa; eccoli riparati da questa sotto il fico ruminale.
E che cosa è cotesto fico ruminale? Udiamolo da Varrone che nel II lib. de RR. così ne scrisse: Alii pro coagulo addunt de fici ramo lac et acetum... Ideo apud Divae Rumiae sacellum a pastoribus satam ficum. Ibi enim solent sacrificari lacte pro vino et pro lactentibus. Mammae enim rumis sive rumae, ut ante dicebant a rumi; et inde dicuntur subrumi agni, lactentes a lacte (261).
Può tenersi intanto come testimonio antichissimo di una opinione popolare, vivente e riconosciuta dallo Stato l’erezione fatta nel 458 di una statua di bronzo rappresentante la lupa ed i suoi alunni sotto il fico ruminale pervenuta fino a noi.
Quando un popolo volge il pensiero alla propria origine, e della vera o storica non trova verun elemento, nel doverne una assegnare ei se l’attribuisce quale gliela consentono le circostanze; ei se la foggia tanto più maravigliosa, quanto più grossolani son gli animi di coloro, cui tale origine torna onorevole, e di coloro cui divien curiosa udendola raccontare. L’autore di cotai popolo o gente è quindi mai sempre un personaggio straordinario fin da che nasce sino a che muore, un eroe o semideo in quanto alla sua prosapia, un uomo senza patria e senza legge, un fuoruscito, un masnadiere, un ladro, un conquistatore; quale insomma l’indole de' tempi e de' luoghi il comporta, e quale gli uomini di tali tempi e tali luoghi vogliono che sia (262): E tali furono gli Ercoli, i Tesci della Grecia Eroica; tali per lo più gli Archegeti ed i condottieri delle colonie greche; tale il fondatore di Roma, intorno al quale quasi tutti questi caratteri debbono riscontrarsi, perchè dir si possa l’autore di un Popolo unico e senza eguale nel mondo.
Non staremo a ripeter qui i particolari della leggenda, se non per far notare la perfetta somiglianza di molti di essi con quelli di altre leggende. Ad esempio:
L’Astiage di Erodoto temeva che la sua figlia Mandane non gli desse un nipote; e l’Amulio di Tito Livio per una stessa apprensione provvede, acciocché la sua nipote Ilia non gli procuri un pronipote: ma restano entrambi ingannati malgrado gl’iniqui loro provvedimenti, perchè come Ciro campa la vita allattato da una cagna, Romolo e Remo son nutriti da una lupa: come Ciro, anche Romolo si fa capo di pastori, li esercita ne' combattimenti e nelle feste, e nella stessa guisa diviene il liberatore de' suoi. Solo nella proporzione dell'impresa vi ha una differenza a notare, poiché Ciro riesce capo di un popolo, Romolo di una masnada; il primo fonda un impero, e il secondo una città che dev’essere la capitale del massimo fra gl’imperi.
E non è il solo Ciro, cui Romolo si assomiglia. Le avventure istesse, che alla madre toccarono ed a lui appena nato, si narrano da Plutarco anche sul conto di Filonome figlia di Nictimo. Pur costei concepì dal Dio Marte due gemelli, che furono gittati nel fiume Erimanto: l’acqua li trasportò nel cavo di un albero, dove una lupa occorse a sovvenirli del suo latte; e tolti di là da un pastore, che n’ebbe cura qual padre, divennero re di Arcadia.
La città fondata da Romolo, se fu la città della guerra, dovette di buon’ora dar segni de' suoi marziali auspicii ingaggiando battaglia con le città vicine. Ora l’origine della disfida nella tradizione di tutti i popoli, dice Michelet, il simbolo del desiderio che tira l’uomo fuori di sé, l’occasiono della guerra e della conquista, è la donna; da essa comincia l’eroica lotta. Le amanti di Rama e di Crishna son rapite nei poemi indiani da Ravana e Sishupala; Brunhild da Siegfried nel Niebelungen; Cremhild nel libro degli Eroi è portata per aria dai dragoni, come Proserpina dal re dell'inferno; ed Elena è da Paride rapita....
I Tegeati ed i Feneati in guerra fra loro sì accordano di venirne a fine con un duello di tre gemelli contro tre altri, figli di Demostrato e di Ressimaco. Critolao, che era il secondo di questi ultimi, vedendo i fratelli caduti, fa le viste di darsi a fuggire; i tre avversariI lo inseguono a spazio disuguale, ed ei si rivolge a combatterli l’uno dopo l’altro, e ne trionfa. Tornato a casa uccide una sorella, ed accusato dalla madre è assolto dal popolo.
Brenno re dei Galli assedia Efeso; e Demonica gli promette aprirgli una porta a patto di averne in compenso tutte le ricchezze del tempio. Avutala, il Gallo fa gettar su costei tante preziosità, che n’è schiacciata.
Una corrispondenza si evidente di questi fatti con quelli di Romolo, delle Sabine, degli Orazii e Curiazii (263), di Tarpea, non può esser certo accidentale, dice il Cantù. Ci pare anzi indubitato, riflettiam noi, che i popoli,oper essi i loro storiografi, si compiacciono di appropriarsi le tradizioni altrui. Ed in vero anche taluni ammirando un fatto celebre o una gloriosa avventura in persona d’altri, e struggendosi del desiderio di farne autore qualche loro antenato o appartenente, non si ftn scrupolo di attribuirgliela, per trarne quel vanto e quel lustro che ai posteri ne derivano (264).
Sulla maternità di Romolo e Remo corrono due tradizioni. Con una si chiama Ilia, e sarebbe discendente o proprio figlia di Enea secondo Nevio ed Ennio. Coll’altra è detta Rea Silvia, e si fa figlia del re di Alba. Ora l’ingegnoso Perizonio, il felice precursore de' dubbii sulla storia de' primordii di Roma, ha provato che giammai trovasi Ilia nominata Rea. Al che aggiunge Niebuhr una delle sue divinazioni avvisando, che la parola Rhea ha dovuto essere così falsificata nella ortografia de' primi editori, i quali male a proposito pensarono alla Dea di questo nome: probabilmente, ei dice, rea dinotava l’accusata o la donna colpevole; il che ci ricorda l’espressione rea femmina, usata spesso e specialmente da Boccaccio.
Fra le altre narrazioni Romane Dionigi cita quella, che dice Romolo e Remo nipoti di Enea per la madre loro, i quali consegnati in ostaggio a Latino furono da costui istituiti eredi per una parte de' suoi stati. Sallustio è il solo fra gli storici Romani che siegue in un modo chiaro ed espresso l’opinione, che fa risalire Roma fino al tempo de' Trojani; ma se egli ciò fece per togliere di mezzo Romolo ed il maraviglioso delle favole, lasciava nondimeno sussistere lo stabilimento di Enea, quantunque non fosse più storico del resto.
Per quanto la tradizione indigena è semplice nella sua parte essenziale, altrettanto i Greci variano sul fondatore di Roma e su colui, che le ha dato il suo nome; le quali variazioni sono maggiori che per ogni altra città. A questo proposito osserva acutamente il Niebuhr, che i Greci (della Grecia propriamente detta) seppero ben presto l’importanza e la potenza di Roma, senza conoscere i Romani direttamente; li fecero dunque entrare nelle loro genealogie: ma come non vi era alcun poema conosciuto su tale argomento, così molti immaginarono, per loro proprio calcolo, quanto era l’espressione de' loro pensamenti... Del resto, egli dice, e conformemente alla loro maniera, era questo un ingegnoso mezzo di agire su potenti barbari, sui quali non si poteva imparare, trattandoli da parenti di greco lignaggio; era questo il supremo grado della più carezzante civiltà.
E qui sospendiamo il novero di altre contraddizioni, inverisimiglianze, e piacenterie, fra le quali hanno scelto gli scrittori delle cose Romane nel combinare il racconto di quella che essi chiamano Fondazione di Roma. Noi ne mettemmo a nudo la sua incertezza in quanto ai particolari che se ne raccontano, per far che non meno incerto e mal sicuro si tenga tutto quel che delle altre città circa l’epoca istessa si vogliono fondate; il che renderassi anche più evidente nella storia e nella
Le incoerenze ed i dubbii testé rilevati dal modo, onde narrasi la materiale fondazione di Roma, occorrono anche ne' primordii della sua politica esistenza, val dire nel ciclo dei sette re che la ressero. Se il primo d» essi, come vedremo, non può andar sceverato dal carattere fattizio improntatogli, sia dal poema, sia dai semplici canti o tradizioni popolari, sia dalle leggende (265); non pare che chi immediatamente gli successe, e quelli ancora che vennero dietro a costui sino all'ultimo, possano rientrare nel campo della Storia rivestiti, come sono, dell'involucro della poesia, che ne ha foggiato diversi caratteri ideali secondo l’alternativa dell'eterno cozzo nei popoli tral patriziato e la plebe. Parti iniesranti di ogni civil comunanza questi due ordini attingono nel passato aoristo quel che, oltre al lusingare il loro amor proprio. torna giovevole al proprio interesse, l’uno (i patrizi) divinizzando la sua origine per distinguersi essenzialmente dall’altro e costituirsi nel preteso dritto di tenerselo soggetto; l’altro (la plebe) nobilitandola il meglio che può colla memoria dei proteggitori o delle sue bravure in ricattar Fumana dignità dall’abiezione, per aspirare alla civile eguaglianza. Epperò i canti che allietavano le mense di quelli (266) non erano diretti che a piaggiare la loro superba vanità con divine e sovrumane derivazioni (de coelo demissos); le tradizioni che custodivano e tramandavano gli altri, lungi dal rinnegare h lor bassa origine, ne celebravano, non senza l’intervento del miracolo, i violenti ardiri, pe' quali erano riusciti poco a poco a francarsi dall'oppressione e dall’avvilimento. Ed in ciò fare amendue non il linguaggio proprio, ma il figurato ed il poetico, adopravano, cui, per esprimere un carattere ideale, fu forza di ricorrere.
Oltre di queste cause di alterazione nell’esporle, un'altra ne intervenne nel falsare le antiche tradizioni romane con tutta la sembianza della storica autorità, e fu la manipolazione che i greci scrittori ne fecero infarcendole delle tradizioni loro proprie. Le quali raffazzonate a lor modo e consegnate ne' loro libri valsero ad imporla sugli scrittori romani per guisa, che non dubitarono di adottarlo e giovarsene nello scrivere alla loro volta delle origini loro. E sono si grossolane e si svariate le maniere, onde cosiffatte memorie vennero narrate, che già per ciò solo, non fosse altra, chiarendosi false fecero accorte le menti dei dotti a studiarvi intorno per rinvenire l’invariabile ed il vero sotto il variabile e finto; e tale un concetto ne emerse, che scusa con lo splendore della sua verità la grossolana e poetica forma tenuta nell’esprimerlo in tempi, che miglior mezzo di spiegarsi non offrivano.
Senza qui imprendere il lungo e faticoso lavoro, già per altri sostenuto in queste ricerche, noi non faremo che esporre sobriamente cotali diversità, affinché da se stesse escludendosi, riuscir ne possa di cogliere il vero che vi si asconde, permettendoci di aggiungere non poco del nostro a quel che già possediamo delle dotte indagini altrui sul presente argomento.
Prima a farsi innanzi è la ragionevole ricerca, se mai Roma si ebbe il suo nome da Romolo, o questi da quella, per dedurne la verità 4i quella dipendenza, per la quale volgarmente si crede l’uno autore dell’altra. Stando ai suggerimenti dell'analogia, nessuna derivazione immediata si lascia scorgere fra le due parole; anzi qualche lampo che dagli stessi tradizionali frammenti balena, fa sospettare l’opposto, come può rilevarsi dall'esame che ne imprendiamo.
Roma di già esisteva, quando Romolo diedesi all’opera di tutto quel che gli si attribuisce, e propriamente a quella di murarla; non essendo possibile concepirsi che un fondatore di città incominci dal cingere di mura quella che non s«4o non esiste ancora, ma che neppure si sa di quanto potrebbe ampliarsi.
Lo stesso nome di Romolo, diminutivo di Ramo, accenna alla preesistenza di Roma fondata da un Ramo, reale o supposto che sia (267). E come cotesto Roma ne aveva fatto una semplice città (civitatem); cosi egli Romolo, per averla solamente murata e quindi fatta divenir vrbem, meritò dirsene Romulus quasi un piccolo Romo o discendente di quello (268).
L’espressione condidit urbem è affatto simile all’altra di condidit lustrum, nel senso di chiudere, donde l’idea primaria di serrare alcun che fabbricandolo, come avviene nel seppellire un cadavere che dicevasi conditum, se chiuso dentro fabbrica, ed humatum se dentro terra. Epperò quando Romolo condidit urbem, ossia chiuse la città, non fece altro che renderla più rispettabile elevandola alla condizione di città murala o. secondo noi, pelasgica.
Da ciò quindi è chiaro. che il Romolo è un personaggio fattizio ed ideale, così denominato dall'aver fatto a Roma quasi altrettanto che il suo voluto fondatore Romo. Al quale, parimenti supposto, i compilatori delle origini di, Roma non attesero, lor piacendo di lavorare intorno al Romolo, come quegli cui andavan debitori più direttamente o più recentemente di quella grandezza, alla quale fu loro scopo assegnare un’origine condegna e divinarsi veramente che l’urbs per antonomasia fu Roma.
Che fare del Remo, cui le tradizioni, nel celebrarlo autore di un luogo sull’Aventino detto Remoria, han ricordato sempre insieme con Romolo? (269) — Poiché la città di costui era a confine del pago di quello nel modo stesso, che il colle Palatino è limitrofo dell’Aventino, Remo non doveva essere altri che un fratello di Romolo; anche perchè tanto dedur si doveva dalla somiglianza dei loro nomi. —E chi di loro è il primo? ovvero chi di essi deve condere urbem, Romolo la Roma del Palatino, o Remo la Remoria dell’Aventino? — Eccolo deciso dalla religione degli auspicii. Alla manifesta posteriorità di Romolo, perchè diminutivo, si sopperisce con la poziorità del numero degli uccelli da lui veduti, sebben Remo veduti li avesse prima ma in numero minore. Romolo quindi la vince su Remo più per pretesto che per soda ragione o per diritto; Roma divien urbe, in cui resta compresa Remoria, e Remo qual cadetto non è che un socio di Romolo.
Ma poiché ogni principio è, ed esser deve, dall'unità e dal semplice, se vuol essere logico; l’eccezione del dualismo di Romolo e Remo non dev’essere che momentanea, e la incompatibilità di due capi si fa cessare colla violenta morte del secondo. Il motivo per disfarsene si fa nascere dall'aver Remo saltato per iscberno il fossato delle mura di Roma, dall’aver cioè tentato la Remoria di uscire dalla cerchia segnata da Romolo. Del quale ardimento, tenuto qual dispregio, non andò impunita, perchè Remo ucciso da Romolo dir vuole Remoria soppiantata da Roma. che è quanto dire ingojata, assorbita dall’ingrandimento della superstite.
Cotale ingrandimento si opera dapprima coll'asilo, che da Livio è detto con profonda sapienza vetus urbes condentium consultum val dire antico provvedimento di coloro che fondavano urbi (270). Di un siffatto tradizional modo di richiamar gente, dove se n’ha bisogno, non dovevano mancare i pnmordii di Roma, ed ebberselo anch'cssi. Quelli che ' i accorsero non furono altri che pastori e delinquenti fuggiaschi, uomini ignobili e vili, che poi si dicevano dai fondatori delle città esser loro nati dalla terra. La società formata di tali elementi, ovvero di soli uomini, non può ripromettersi di quella perpetuità, che è tanto a cuore del suo autore; ed eccolo darsene pensiero coi ratto delle Sabine (271).
In esso chi non vede il fatto delle conquiste delle terre vicine, unica e vera cagione, cui deve riferirsi la materiale e moral grandezza di Roma? Il qual fatto fu, per cosi dire, personificato nelle Sabine, perchè la sillaba quir, elemento della parola ad-quir-o, avendo fatto di Romani i Quiriti i bisognava ricorrere alla Curi (Quiri) capitale dei Sabini per ispiegarlo e coonestarne l’origine.
La parola Quirites, secondo Macrobio, fu misteriosa, e Niebuhr si avvisa di leggerla in una delle quattro sigle S. P. Q. R. da lui interpetrate Senatus Populus Quirites Romani. Noi siam di credere che la ragione del mistero e dell'essersi costoro così appellati tiene a quella delle conquiste, per sole le quali Rema divenne quella potenza che fu. — Diciamolo difilatamente. La Curi (Quiri) se mai fu la capitale dei Sabini, non dovett’essere che remota occasione alla parola, di cui si ornò Romolo coll'eponimo di Quirino. Quir, la lancia, è l’elemento radicale della parola ad-quir-o, perchè gli acquisti violenti non si facevano che con tal sorta di arma, la quale era fatta in guisa da essere atta a ferire colla punta ed afferrare cogli angoli deretani di essa punta, come anche oggi si pratica nel lanciar le balene ed i tonni. Lo stesso tridente di Nettuno non fu che una triplice lancia. ovvero una lancia grandissima (secondo il valore del superlativo eroico), il cui ufficio, per gli uncini, ond’era fornito nell'estremo de' tre denti o rebbii, era quello di afferrare ed a se trarre i navigli. Di qui lancia anche nome di quella picciola nave, in cui manovravano forse i lancieri, ovvero armati di uncini pel fine di predare, a se traendo, le navi altrui. E nella parola lancia non si ha da stentare a scorgervi la lincia, donde l'uncino. Dopo questi lampi etimologici facciasi ritorno sulla tradizione, che vuole i Romani essersi detti Quiriti dall’aver vinto i Sabini, perchè la capitale di essi era Curi; e badisi che il primo rapimento fu di Sabine, i cui parenti, ovvero tutta la gente insieme col re Tito Tazio, si restano ad abitare in Roma e sul Quirinale. Come va che tutta una gente ha nome di Sabini nella propria sede, e passata in Roma chiamasi con quella di Quiriti, se questo non significa conquistati? Perchè non chiamarsi Quirino piuttosto il re Tito Tazio che Romolo? Ecco perchè da questo fatto in poi, dappoiché Roma non costò che di conquistatori e di conquistati, gli uni e gli altri fusi insieme si distinsero colla duplice denominazione di Romani Quiriti. La lancia inoltre restò simbolo di dominio e di possesso: quando era mestieri a un Romano rivelare innanzi al Consiglio pubblico i beni da sè posseduti, si presentava con la lancia in mano, simboleggiando in tal guisa ed insieme sostenendo il suo dritto con le armi. Anche le Curie furono così dette (e distinte ciascuna dal nome delle Sabine!) da Curi o Quir, lancia, perchè non erano se non tante gentes riunite sotto una lancia, conte nel medio evo per una lancia intendevasi l’unione di cinque o sei soldati sotto un cavaliere; e per ciò i Comizii Curiati convocavanst per lictorem curiatum, cioè astato, ed i Centuriati per cornicinem. D’altronde, se le Curie si vogliono cosi dette a curando, la cosa torna allo stesso, perchè il curare, aver cura, è pure dal Κυριως, dominus, la quale parola è alfine al quir (272) lancia, simbolo di dominio; perchè infine curare, aver cura di una cosa, egli è fare di essa quel che ne farebbe lo stesso padrone; onde quell'abbine cura come se fosse cosa tua, quando si raccomanda altrui qualche cosa o persona a tenerla presso di sé.
Dal primo conquisto de' Romani nacque la prima fusione de' paghi sui colli viciniori, fra i quali il Quirinale, Re non vuol dirsi che il primo luogo conquiso fu cotesto Quirinale assegnato per dimora ai conquistati Sabini. A Romolo si associa Tito Tazio loro re; è ricomparso di nuovo l’incompatibile dualismo nei due capi dello stato, è di nuovo fatto sparire colla morte del re aggiunto.
E qui per non impigliarci troppo in no argomento, che i ci proponemmo sol di toccare sotto qualche altra veduta, troncando il filo delle tradizioni su Romolo, sobriamente soggiungiamo, che nel crearsi la natura di questo primo re si volle miticamente esprimere nella sola vita di lui la genesi del novello stato, ovvero la personificazione, per cosi dire, delle idee costitutive del medesimo riducibili a queste sei:
1. Il conflitto fra i due elementi di ogni umana società, l'aristocrazia e la plebe. — Poiché nell’ordine di natura gli uomini nascono prima plebei ovvero eguali, e poi divengono aristocratici, val dire gli uni da più degli altri, Romolo e Remo nascono di Venere plebea, cioè senza auspicii, e perciò in ira a Vesta, per cui sono anch'essi buttati (projetti, esposti) nel Tevere, come i mostri civili, appo i Greci, nel Taigeta. Ma son figli nondimeno del Dio Marte; ed un’origine divina ben compensa il difetto della umana nobiltà. Per un tale difetto, se non è dato ai primi Romani, qual gente ragunaticcia ed oscura, imparentare colla onesta gente de' dintorni, la forza, che li spinge ad un ratto, mentre costituisce nella conseguente resistenza della donna tale un merito per lei, che avvantaggia la sua condizione con privilegii e diviene matrona, fa di essi rapitori tanti eroi, cui torna facile arrogarsi quanto è mestieri per essere tenuti patricii.
2. La vicenda tral reggimento politico di un solo e quello di due sovrani. —La quale vicenda nel verificarsi due volte nella sola vita di Romolo, che spense Remo e poi Tazio suoi socii al governo, compendia nella sola vita di un uomo un periodo ben lungo di un popolo, il quale, secondo che fa la trista pruova delle esorbitanze di un sol capo, si affida al governo di dir, e viceversa. Pei due capi s’intendano i rappresentanti del patriziato e della plebe.
3. Il modo onde si ottiene l’incremento della famiglia e l’ingrandimento dello Stato. — Da Romolo si provvide all’uno col rapir donne ed aprire l’asilo, all’altro col conquistar terre; senza di che una società nascente non può prendere le convenienti proporzioni di un Regno. Ed al ratto delle Sabine, ovvero acquisto delle terre circostanti, si fan succedere le occupazioni o conquiste delle terre e delle città più lontane; dove si mandano colonie da Roma, e se n’estraggono i vinti, che vengono adottati per cittadini Romani.
4. Il legame o anello tral patriziato e la plebe. — Dopo di aver Romolo creata la potestà paterna, dell i cui immagine si fè copia per applicarla alla gran famiglia (famulia) dello stato, a rendere meno brusca la distinzione tra gli opposti due ceti, istituì l’ordine equestre, quasi legume de' due ordini estremi il patricio e il plebeo.
5. L'ascendente de' patricii in discapito della plebe. — Coll’aver Romolo riserbato ai Romani l’esercizio dell’agricoltura e delle arti della guerra, lasciando agli schiavi ovvero stranieri l’esercizio delle arti meccaniche, il Patriziato ne avvantaggia.
6. L'ascendente de' plebei in pregiudizio de' patricii (273). — Per aver Romolo partecipato agli stranieri i dritti de' Romani, per il che divennero patricii anche quelli che per dritto di guerra cadevano servi nelle mani dei vincitori, i Romani patricii ne ingelosiscono per modo, che egli cade vittima della loro vendetta, e gli sostituiscono Numa.
Fin qui non si è cercato spiegare che alcune fra le svariale tradizioni corse sui primordii di Roma, riducendo cioè ad idea ciò che si è dato per fatto. Però se fra tali fatti ed idee si scorge della verità, dessa non è che verità di corrispondenza, non già assoluta; nessuno dir potendo della cosa in sé cosi fu, in vece di cosi dovett’essere. Ciò quindi non toglie che altri sotto la mitica scorza della leggenda non possa discoprirvi qualche altro vero, sol che imprenda un semplice esame etimologico dei nomi proprii conservati nella leggenda medesima. Nella quale, tolto via quanto la boria ovvero tendenza a nobilitare ogni vile principio vi andò inserendo, non resterà di nucleo che l’umile bassezza della vita pastorale ed agricola. Un tale concetto facciamo che altri a sua volta raccolga dalla serie delle seguenti parole; e cosi avremo sciolta la promessa per noi data nella nota (274) in piè della pagina 367 di questo volume.
Tenendo alle tradizioni secondo l’ordine de' tempi e le pretensioni de' Greci scrittori, primo a presentarsi è quell’Evandro (il cui nome è analogo a μανδρα) che ha per madre Carmenta (a carminando, dal cardar la lana) e per figlia Launa, e che viene dall’Arcadia (notissima regione di pastori) a stabilirsi nel Lazio, e propriamente sul colle Palatino così detto da Pale dea della pastorizia.
Risalendo ai progenitori di Romolo e Remo, la serie dei re del Lazio, dai quali si fanno discendere, presenta no(mi, che pure a cose pastorali si riferiscono. Essi sono: Saturno (donde i Satiri sinonimi di pastori, quelli a saturando, questi a pascendo); Pico (secondo noi lo steso che pecus per l’affinità tra e ed i); Fauno (da cui nati i Fauni i Satiri i Pani i Silvani ed altri Dei rustici); Latino (da lanito o lanuto per metatesi); Enea (vedi il già detto a pag. 350 e nella nota (275)); Ascanio (pelle di agnello); e tutti i dodici Silvii (dalle selve, che è quanto dire tutti pastori) i cui prenomi pur significano per la maggior parte alcune particolari industrie alla vita rustica attenenti, come: Carpento Silvio (da carpentum carro); Episto Silvio (alterazione di equisto, equestre, dalle razze de' cavalli che forse nutricò. In lingua Osca pit pit: vale il latino quid quid, ed equus vien da ύππος, come quintus da τεμπτος, sequor da επομαι etc. etc.); e così Archippo quasi la stessa anzidetta parola grecizzata: Aremulo Silvio che parrebbe di essere chi avesse aggiogato i muli all'aratro; Proca Silvio per metatesi Porca, chi forse nell’arare i campi fu il primo ad introdurre l’uso delle porche, che son quelle divisioni dell’aratura distinte da due solchi più profondi; e l’ultimo della serie Amulio, che fu così detto per significare l’usurpazione del trono paterno (da a privativo e mulleus, cioè senza la calzatura propria dei re di Alba) in danno di Numitore, che vuol dire anche pastore, come Numida, Nomade από του νεμειν a pascendo.
Discendente di quest'ultimo è Silvia, la madre di Romolo e Remo; e questi, per quel che ne dicemmo nella citata nota (276) della pag. 367, segnerebbero il fatto della invenzione del gaglio e quindi del cacio, val dire un altro passo verso la civiltà. A raggiungere la quale si fa bastare la sola vita di Romolo, che allevato fra pastori, e pastore esso stesso nei primi suoi anni, indi re, per la transizione segnata dalla vita agricola e guerriera, riesce a fondare un regno formalmente costituito.
Ora ecco perchè Romolo e Remo sono allattati da una lupa. — I costumi, nella opinione degli uomini, si succhiano col latte. Un inumano si dice allattato dalla tigre. A chi quindi conosce l’eterna guerra che arde tra’ pastori ed agricoli, non dee parere strano che i primi sopraffatti dai secondi avessero pensato di Romolo, come nemico a’ loro interessi, di essere stato allevato dalla lupa, animale tanto infesto alle greggi.
Come Romolo abbia spiegato la sua predilezione per l’agricoltura in danno della pastorizia è pur chiaro dalla festa per la fondazione di Roma celebrata nel di delle Palidie a’ 21 di aprile, festa in onore di Pale, che sollennizzavasi con fuochi di palea, su cui saltavasi, e con cui intendevano di purificare i luoghi una volta a lei sacri involontariamente violati, val dire i luoghi addetti ai pascoli, indi arati per seminarvi. A Pale cioè si sacrificava colla palea, la paglia, a lei odiosa come agricolo prodotto, ed in tale qual modo cara alla stessa come cibo de' buoi sucredaneo del fieno.
Parlasi del bottino che Romolo e Remo nelle loro scorrerie facevano e dividevano coi loro compagni, detti Quintilii quelli dell’uno, Fabii quelli dell’altro. Se le calendae fabarie erano le calende di giugno, perchè le fave sono il prodotto di tal mese, i Quintilii esser dovevano i prodotti di luglio ovvero le biade, i quali prodotti, nella opinione dei pastori, erano detti e tenuti per bottino, perchè strappati ai campi, che prima possedevano a solo uso di pascolo.
L’aver voluto Romolo tracciare il Pomoerium e poi un solco intorno al colle Palatino coll'aratro guernito di un vomero di rame e tirato da un bue ed una vacca, e con quella religiosità posta nel far sì, che nessuna zolla della smossa terra fosse restata nella parte esteriore della curva; l’aver inoltre ordinato nel Comizio quel deposito di tutte le primizie campestri necessarie alla vita coll’obbligo agli stranieri di recarvi del terreno della propria patria, oltre al significar tutto questo (che fu detto mundus) il cospirar dei forestieri alla costituzione del mondo Romano, ben accennava in pari tempo, per aver Romolo stesso destinata l’agricoltura ad esclusiva occupazione dei patrizii, in quanto onore ei volle che si tenesse la cultura dei campi, unica e vera cagione della floridezza delle genti.
Il pensiero, che siam venuti fin qua svolgendo, è pur passato per la mente di Blum e di Michelet, cui parve di scorgerlo nelle seguenti poche parole, che accennano alla vita de' pastori e masnadieri, quali per essi furono i primi Romani. Tali sono: Rumino, ruminalis, Romulus, Roma, derivati da ruma mammella, Cures, cur, Quirinus da quir lancia, Palatium da Pale, pecunia, peculium, peculatus da pecus, pascua per rendite dello stato da pascere, glans ogni sorta di frutto, e per eccellenza quello della quercia per le innumerevoli mandre di porci, che ha sempre alimentato l’Italia, ovilia i recinti per l’assembramento del popolo, e finalmente questi nomi proprii presi dagli animali Porcius. Verres, Scrofa, Vitulus, Vitellius, Taurus, Ovilìus, Capricius, Equitius ecc.—Se sì pochi elementi indussero i due citati scrittori a trarne argomento di essere stati i primi Romani dediti alla pastorizia ed al brigantaggio, ci auguriamo che al nostro avviso rincalzato da maggior numero di etimologici sussidii e di ragioni non vorrà darsi dello avventato e dello strano.
Coloro che si disfecero di Romolo, come fautore della plebe, a prevenirne i furori il dissero volato al Cielo ed ascritto fra gli Dei col nome di Quirino, contenti di venerarlo piuttosto modo qual dio, che averlo vivo qual re. In odio intanto di un nome che lor suonava già male, non si diedero il pensiero di scegliere il successore, ed i Padri Coscritti un giorno per ciascuno provaronsi a farne le veci a lor modo. Si ebbe nomo d'interregno tutto quel tratto di tempo che in siffatta foggia di governo passò tra la morte del primo e la elezione del secondo re, alla quale fu forza devenir finalmente per chetare i tumulti della plebe, che mal si acconciava ad essere cosi dominata dall’aristocrazia. Il nuovo re nondimeno fu scelto, quale ai patricii importava che fosse, cioè tale che sapesse ridurre i plebei alla soggezione dei patricii, al quale scopo veggonsi diretti tutti gli ordinamenti che gli si attribuiscono. Fra i quali, se fu precipuo e come in cima de' suoi pensieri quello della religione, non però mossero da questa i suoi primi passi nelle riforme. Ei dapprima divise le terre conquistate da Romolo, ed istituì immediatamente il culto del dio Termine, essendo la proprietà o almeno il possesso ereditario del suolo la base delle sociali virtù, sulla quale tutt’i legislatori depositarono ad infrenamento dell'umana avidità il codice delle leggi umane e divine.
Sull’assicurazione degli auguri, approdata dagli Dei l’elezione di Numa, valse questo esempio ad ingerire negli animi de' Romani il rispetto dovuto alla religione degli auspicii od al pronunziato dagli auguri, chè erano creduti capaci d’indovinare il volere degli dei, se concorreva oppur no, nelle umane deliberazioni. Bisognando ad accreditare come divini suggerimenti le pratiche da lui ordinale intorno al culto, ei fa comprendere che la Ninfa Egeria glieli rivelava, e che per istruzione della medesima egli ordinava i riti e le cerimonie religiose, la giurisdizione de' pontefici, la gerarchia e le attribuzioni sacerdotali. I Flamini, addetti al servizio dei templi degli dei più possenti, le Vestali, i Feciali, i Salii, furono istituiti da lui. Egli prescrisse al popolo financo i riti e le formole onde servire e pregare gli dei in modo da renderseli propizii. Ei disse di aver appreso dalla stessa Egeria il modo per riuscire a sapere da Fauno e da Pico gli scongiuri, coi quali costringevasi Giove a manifestare il suo volere per mezzo de' fulmini e del volo degli uccelli.
Il regno di Numa, tutto inteso agli ordinamenti religiosi per la vita interiore del suo popolo, nei trentanove anni che durò, non fu sturbato da guerra veruna. A suggello di quella pace e tranquillità, di cui volle che si tenesse Roma gelosa conservatrice, bisognando un oggetto fatale o sacro pegno della fortuna di Roma, dalla cui gelosa custodia ne dipendesse la durata, ecco all’uopo un Ancile, cioè scudo di bronzo. Provvidamente fatto credere caduto dal cielo in tempo di peste, fè sparire il flagello, pel quale istituì le cerimonie de Salii; ed affidato a costoro il celeste dono, il Popolo Romano ripone fidentemente in questo sacro deposito l’idea della sua duratura prosperità.
Fu opera di Numa il tempio di Giano, che chiuso in tempo di pace si apriva solo in tempo di guerra. Ad insinuazione di lui fu raccomandato di onorarsi a preferenza delle altre Ninfe la Tacita ed un tale onore non derogò a quello per lui dovuto ad Egeria, al cui apparire ei soleva dare ai suoi ospiti un banchetto, nel quale, narrasi, come modesti alimenti posti in piatti di argilla venivano trasformati in cibi divini contenuti in vasellame di oro.
La morte di Numa, già grave di anni, fu un dolce sonno, in quella guisa che nell'età dell'oro gli dei concedevano ai loro favoriti; ed Egeria scioltasi in lagrime divenne fontana.
Da quanto si è detto di Numa può cavarsi il concetto di essere stato il suo regno l’ideale patrizio, che alla forza bruta della plebe, di cui temeva i furori, riesce a sostituire la dolce e possente forza della religione, de' cui misteri si fan depositarii e dispensatori i patricii. La stessa parola Numa è affine a quella de' Numi, il cui timore è per opera sua ingerito negli animi de' Romani, che da feroci diventano miti ed inchinevoli alle arti della pace.
Numa, genero del Sabino Tito Tazio ucciso da Romolo» è il nemico di costui, cioè di un carattere tutto opposto; quegli bellicoso, egli pacifico; quegli favoreggiatore della plebe, questi del patriziato. I patricii di Romolo son tali, non perchè nati ma fatti, cioè cosi nomatisi da sé; i patrizii di Numa sono i forestieri, si, ma patricii nati, i veri che patrem ciere poterant, a differenza de' plebei di Romolo nati come lui dalla feccia, senza gli auspicii di Vesta. Epperò i forestieri questa volta la vincono sugl’indigeni Romani, ed il Re esce dal loro seno quasi fosse un pontefice etrusco informato di tutto ciò che accenna ad una civiltà matura, ma che per innestarsi ad un popolo feroce, ha bisogno di un apparato misterioso ed arcano, di cui seppe giovarsi con tutto il possibile successo.
Egeria, la ispiratrice a Numa di tutte le riforme caratteristiche del regno di lui, per cosi dire, pontificale, è una Ninfa, che si disse trasformata in fontana, perchè ninfa non è altro che linfa. Il suo nome dal verbo egero, che significa sgorgare e mandar fuori per di sotto, accenna alla occulta origine delle disposizioni governative, in quanto che il popolo, secondo le idee degli aristocratici, deve eseguirle senza entrar nell'esame delle loro ragioni, o, d’onde esse derivano; nel che consiste la parte, diciam così, sacra dell’autorità, che non altrimenti è rispettabile e rispettala. Altri dicono che in una tal Ninfa sian riposte le ragioni di una specie d’idromanzia. col di cui mezzo dava Numa l’aria del soprannaturale ai suoi avvisi, quasi fossero, con quel mezzo indovinandoli, strappati di bocca dagli Dei. Senza ricusare una tale idea, soggiungiamo, che quella raccomandazione fatta da Numa al suo popolo, perchè tenesse in onoranza la Tacita, altra ninfa o musa che fosse, non altro importa che il rispettoso silenzio da osservarsi in tutto ciò che emana dai superiori, i quali tutti, siano di ragion pubblica o privata, anche oggi si tengono offesi di quei subordinali, che chiedono ragione o spiegazione degli ordini da eseguirsi. E se questo divisamento di Numa altri vollero spiegare, facendolo discepolo di Pitagora, malgrado l’anacronismo che fa sparire i due secoli circa, onde questo è posteriore a quello, egli è certo che il silenzio inculcato dall'uno e la Tacita raccomandata dall'altro importano un riscontro che tiene assai ad una veduta politica in amendue. Rincalza questo nostro pensiero quel senso mitologico scoperto da Vico nella favola di Diana, ch’egli spiega, com’è, qual principio della religione sulle fonti perenni, cioè con tal religione riguardate, che vederne o scoprirne le loro scaturigini era una reità severissimamente punita, qual fu in persona di Atteone. Il quale, per aver osato di mirar Diana nuda nel bagno, per aver cioè voluto veder la sorgiva della fontana, fu trasformato in cervo, animal timidissimo, e sbranato dagli stessi suoi cani, ovvero rimorsi della sua coscienza rea di empietà.
Colla Egeria siffattamente intesa, come la siam venuti sviluppando, preparò Numa quella legislazione tutta religiosa, in cui, confusa ed innestata la ragion politica colla sacra, le formole impreteribili ed inalterabili, di cui si fece depositaria l’aristocrazia sacerdotale ovvero il patriziato, tutelavano per cotal modo occulto ed incomunicabile la inviolabilità e la cieca osservanza delle leggi.
Ultimo tratto della politica di Numa, ovvero di chi ne architettò 1 idealo, è quel banchetto, che nell’apparirgli la Egeria egl’imbandiva ai suoi ospiti. Chi non vede in quella metamorfosi delle stoviglie di argilla in vasi d’oro e dei rustici alimenti in vivande divine la transizione dallo stato anormale e bellicoso al civile?— Che altro significar volle Numa in tal simbolica guisa di esprimersi, se non il frutto delle arti della pace, nella quale le braccia dei plebei prima impiegate al conquisto delle terre, addette poscia alla loro cultura, son la cagione effettrice della opulenza degli Optimates?
Fu questo terzo re nipote di quell'Ostio Ostilio, che si valorosamente cadde nella pugna tra i Romani e i Sabini. Questa sua derivazione, o meglio ancora la ragion del suo nome ben giustifica quella natura guerriera, per la quale tanto a Romolo si assomiglia, si pel genio bellicoso, e si per la tendenza alquanto avversa ai patricii ed ai Sacerdoti; sì veramente che come Noma fu il genero di Tito Tazio, ed Anco Marzio il nipote di Numa, così Tulio non potendo essere discendente da Romolo per sangue, gli è successore per carattere. In tal guisa ogni canto del Poema sulla Roma regia potrebbe dirsi di aver suggerito a Virgilio quell'Alternis dicetis, amant alterna Camoenae; sicché il secondo de' sette re è di un’indole opposta al primo, e ciascuno degli altri è l’antitesi del suo predecessore immediato.
Posto a fronte di quello di Numa il quadro di Tulio Ostilio, tutto in questo è terribile e barbaro. Dietro la pugna de' trigemini fratelli di Roma con quelli di Alba, Orazio uccide la propria sorella, ed il padre ha per sì giusta mento punita del suo freddo sentir per la patria, ell'egli stesso uccisa l’avrebbe, se al fratello di lei non fosse bastato l’animo di farlo. Meltio Fufezio crudelmente squartato paga all'Etruria e a Roma il fio della sua perfidia. Alba è fatta adeguare al suolo a suon di trombe; gli Albani son tradotti a Roma, ed egli il re Tulio, avendo messo mano ai dritti de' Pontefici, è incenerito dal fulmine.
Senza entrare nelle ragioni politiche dell’alternativa che risalta tra i due re che si succedono con opporli sistemi governativi, noi ci faremo a spiegarla, per cosi dire, alla lettera. Epperò se vedemmo in Numa l’ideale patrizio, in Tulio non riscontreremo che Romolo redivivo, ovvero l’ideale plebeo in quella sua tendenza di giungere ad eguagliarsi od accomunarsi col patriziato. Quasi fosse il Popolo Romano sotto il lungo regno di Numa marcito nell’ozio, o piuttosto, noi diremmo, il poco posseduto dalla plebe essendo passato nelle mani de' patricii (277), eccolo di nuovo nel caso di darsi alla vita delle scorrerie sul territorio di Alba, ed ecco da parte degli Albani usare il dritto di rappresaglia, il che porge occasione a quella guerra definita col combattimento de' tre Orazii ce tre Curiazii. Questa singoiar tenzone, da cui, come da una specie de' giudizi i di Dio, si accordano i due popoli far decidere la sorte della battaglia, significa nella circostanza di tre e tre germani nati ad un parto le tre tribù di Roma venute alle prese colle tre tribù di Alba. L’Orazio (278) che uccide sua sorella nell’ebrezza della vittoria, figura Roma, che uccide (distrugge) Alba, la quale, pria madre per aver dato Romolo e Remo coi loro compagni (una colonia), l'è poi sorella per confederazione. Orazio vincitore de' Curiazii vuol dire che i forti l’han vinta sui Curiati nel senso di domìni, nobili, patricii (279) il che ribadisce il concetto dianzi cennato nell'ideale di Tulio e nell'ideale di Numa, in quanto che, col succedersi l’uno all’altro, quel di dopo ha soppiantato quel di prima.
Il parricidio di Orazio è giustificato dal popolo, al cui giudizio fu portato appello della sentenza di morte pronunziata da' duumviri. Anche il parricidio di Roma, colonia che dà morte alla sua metropoli o madre patria, è del pari giustificato. Quei che ne scrisse la leggenda o ne cantò il poema, ricorre alla defezione di Fidelio, colonia Romana, che levatasi in armi provoca la vendetta di Roma. La quale nel ridurla a dovere si vale all’uopo delle forze di Alba, divenuta sua soggetta dietro la vittoria di 0 a zio, e così prende occasione dal tradimento consumato dal Dittatore degli Albani Mettio Fufi zio per punir lui. distrugger Alba e menarne a Roma gli Albani. La pena del Dittatore fedifrago, ben consentanea al suo delitto, è significata dalla stessa parola Mellius. medius, donde la parola metà (da taluni scritta anche metta) per accennare, che del suo corpo conveniva far andare una parte a Fidene ed un’altra ad Alba, come segno espressivo di quel suo parteggiar per amendue. La pena poi di Alba e degli Albani trova un riscontro nella simile sorte di Remoria, parimenti distrutta, ovvero assorbita coi suoi abitanti dal cresciuto ambito di Roma, e pure in seguito di un parricidio ad occasione della fossa saltata, che nel caso di Alba. è la fossa Citilia, confine delle due città, violata sia colle scorrerie, sia in altra maniera. E come Romolo guadagnò in quella guisa il primato per sé e per la sua Roma: cosi Tulio, continuatore, diciam cosi, del personaggio di lui, conseguì altrettanto togliendo ad Alba quella primazia che si aveva sul Lizio, le cui generali assemblee celebravansi in essa (Livio 1. 50).
Romolo infine cadde vittima de' Patricii, per aver tentato di accomunare co’ plebei i privilegii del loro grado; ed anche Tullio spari fulminato in pena di essersi voluto arrogare i dritti de' Pontefici per un’ambizione che direbbesi egli da autocrate.
Il carattere di questo quarto re di Roma non pare cantato ma narrato, il che si argomenta dalla serie dei fatti Attribuitigli senza circostanze maravigliose. L’epopea, le canzoni popolari e le leggende sembrano averci rispettivamente trasmesso l'idealo patrizio, l’ideale plebeo e le storiche tradizioni. Secondo queste ultime offre nondimeno un misto bizzarro delle due opposte nature. Egli sente del Quirite, perchè nato dalla figlia di Numa, e come tale richiama al suo vigore la religione poco o nulla curata dall’antecessore: sente del Romano, perchè fa scrivere le leggi delle cerimonie religiose su tavole che espone al pubblico nel Forum, divulgando in tal guisa quel che prima era stato arcano, e dopo fu sempre incomunicato ai plebei. Nella sua elezione si avvera l’alternativa fino allora o servata nel far cadere la nomina del re ora tra gli indigeni Romani ed ora tra gli stranieri. Ma questa volta, se per la sua origine propende a favore de' patricii qual discendente di Numa, egli è costretto a condursi da Romolo e da Tulio osteggiando i Latini, di cui prende le città di Politorium, Ficana, Tellene, Medullia, e mena a Roma più migliaja di Latini. Fonda Ostia alle bocche del Tevere, su cui fa egli costruire il primo ponte, donde dicesi nato il nome di Pontefice, e il fà fortificare dal lato dell'Etruria con un trinceramento sul Gianicolo. Ad Anco è pure attribuita la prima prigione, che serviva per chiudervi i plebei e gli uomini di minor condizione; ed intanto Virgilio l’ebbe in conto di troppo popolare, nimium gaudens popularibus auris. Per aver diviso le terre dell’Aventino ai Latini ivi da lui stabiliti, venne a fondare una parte di Roma, che poteva dirsi la città ovvero la casta plebea.
Non è possibile render ragione di quanto a questo re si attribuisce, senza considerarlo come un mostro di duplice natura. Ed in vero la circostanza di esser desso in mezzo al numero de' sette re di Roma, siccome ha dato occasiono di doverlo foggiare di un’indole mista, in parte cioè patricio ed in parte plebeo, così ne porge il destro di dividerlo in due, metà per un partito, e metà per l’altro. Dei sette re come altrimenti fare un’esatta divisione per mostrare una parte di essi favorevole alla plebe uguale all'altra favorevole al patriziato, senza dividere in due l’individuo di Anco, che è giusto in mezzo ai primi tre re ed ai secondi?
E questa divisione, lungi di essere arbitraria, si offre bella e fatta nello stesso nome di Anco Marzio. Con quello di Anco (e badisi che è il primo) accenna al suo favore per la plebe. quasi con esso rattaccar vogliasi a Romolo. Ancilla, la serva, è cosi detta, secondo Festo, ab Anco Marcio, quod is bello magnum feminarum numerum coperti. Cotali femmine, non altrimenti che le Sabine, come vedemmo, sono)p terre conquistate ed i loro abitanti menati a Roma, ove loro divise le terre dell’Aventino, col qual fatto a fondar venne in certa guisa la casta plebea. E n’ebbe nome di Marcio o Marzio dalle guerre che gli bisognò sostenere per tali conquiste. Ma questo stesso suo genio marziale il rende d’indole Etrusca, che è quanto dire straniero, ovvero patricio, epperò di un governo così duro su Roma da render necessarie la prigione e la costruzione del ponte sul Tevere, onde facilitar la comunicazione con gli Etruschi, contro i quali tante pugne si dovettero sostenere in appresso. Questo nome di Anco, servo, ricomparirà a sua volta in Servio Tullio: ma intanto,durante il regno di Anco, la cui fine non violenta fa cr(dere di esser morto non inviso ai patricii, arriverà in Roma il Lncumone Tarquinio, come a dire La continuazione della sua seconda metà, cioè di straniero, in cui predomina l’aristocrazia dell'ingegno e della possidenza, non quella de' puri patricii o semplicemente nobili indigeni; in somma un nuovo sistema governativo, che le due classi, pria cozzanti ed avverse, fonde o distrae con un nuovo governo militare.
Il fin qui detto, o semplicemente accennato, sarebbe per noi sufficiente, se non occorresse per l’altrui convincimento soggiungere i seguenti etimologici sussidii.
Nella parola Ancus noi scorgemmo non solo l'elemento della parole ancilla ed ancillor, cioè di servo e di servire, ma pur quello donde l'idea del trovarsi in fra due, e del pendere da un lato o dall'altro per ragione della loro somiglianza. La quale idea, espressa chiaramente da anceps, o meglio dal suo elemento an particella dubitativa, è pure adombrata in ancora dai due raffii uncinati di qua e di là dell’asta, in le anche donde i fianchi, in angurs ed anguilla (in dialetto ancilla) animali anfibii, in ancudine dalle due corna, in le guance, in cancer cancro o granchio dalle due forcute chele e dal muoversi sia da un canto sia dall'altro, in anser (per ancer) il papero che vive nell’acqua e fuori, come le anates anitre, tolto via lo sceva a e tenuto conto dell’affinità di c con t, in ancile il famoso scudo dato a credere ai Romani come mandato loro dal cielo, la cui denominazione fu trovata, pensiam noi, dopo che a Mamurio fu commesso di costruirne altri undici simili, acciocché chi si fosse attentato d’involare quel sacro e fatai dono dal cielo ricevuto in pegno della Romana prosperità, non riuscendo a riconoscerlo fosse restato anceps, dubbioso ed incerto qual prendere. Con questa stessa idea di tenersi all’uno o all’altro de' due lati si ricongiunge quella di ancilla. l’ancella che nell’accompagnar la padrona la segue da lato, come i laterones i ladroni a latore de' loro signori, come gli angeli, la lancetta infine da' due manichi (ansa per ancia).
L’essersi attribuita ad Anco la costruzione delle prime carceri a Roma ha potuto derivare dall’omonimo Ancon che presso i Cartaginesi significò un’oscura stanza, nella quale erano chiusi coloro che cadevano in disgrazia del tiranno. Calep. in V. Ancon. Da tale elemento noi saremmo tentati far discendere quello de' cancelli. in greco κιγκλίδες cinclides ovvero cincelides. che son tanta parte delle prigioni.
Se la parola pontefice derivò a ponte faciendo, ed un tal nome occorre fin sotto i tempi di Numa, egli è certo allora che di ponti sul Tevere o esser dovettero molto tempo prima di Anco, o non esser vero che dalla cura dei ponti si fosser detti pontefici coloro, che le cose sacre precipuamente curavano, piuttosto che da posse et facere queste ultime, come Scevola e Varrone avvisarono. Quel ponte adunque che a questo re si attribuisce altro non significa che l'aver facilitata o aperta la comunicazione tra Romani ed Etruschi, o, come oggi direbbesi, spianata la via all’Etruria d'informar Roma del suo sistema politico e religioso. È detto un tal ponte sublicius da sub (per super) e lica palo confitto nell'alveo del fiume, ed è siffattamente costrutto senza chiodi, che una tale circostanza mena all’idea di essere stato non altro che un ponte a parte a parte levatojo; quasi ad Anco fosse piaciuto (o attribuito) d’introdurre a Roma le cose Etrusche, ma in tal guisa da poter impedire che gli Etruschi vi passassero come invasori; il che è chiaro dal propugnacolo fatto dal medesimo e nel tempo stesso sul Gianicolo a baluardo di esso ponte. Il quale infine, secondo noi, fu piuttosto ponte ideale che reale, come quello che Emmanuele Taddei, disse di aversi fatto di carta sul Garigliano, reduce dal suo esilio, della carta cioè di una sua celebre orazione funebre, che gli valse il desiderato ritorno alla patria.
Egli è ornai riconosciuto che la parola Lucumone non è un nome proprio, ma appellativo. Secondo noi significò i ricchi di fondi, di luci (da Incus) donde loci i luoghi ovvero fondi, e donde i locupletes per possidenti o ricchi. Dall’aver in fine aperta Anco la comunicazione tra Roma ed Etruria, si pensò far rimontare sino al tempo del suo regno, colla venula di un Lucumone di Tarquinia, la sorda insinuazione a Roma dell’elemento timocratico, ovvero aristocrazia pecuniaria, che poi tant'ala spiegò sotto il regno di
Con questo quinto re si volle personificare la introduzione a Roma dell'Etrusco sistema politico, non però in guisa che Roma fosse divenuta parte dell'Etruria. È un Lucumone di Tarquinia, ossia un ricco che da questa città si trapianta a Roma sotto il regno di Anco Marzio, per dire che fin dal tempo di questo re l’elemento Etrusco era penetrato nella Romana costituzione, il quale poi tutta la informò sotto il regno del successore. Il rapsodi o lo storico che sia, qui si mostra pur tenero della greca ingerenza, e fa che Tarquinio sia figlio di un Demarato trasferitosi da Corinto a Tarquinia (280), ed il regno di Roma fa che tocchi al figlio di lui quivi trasmigrato, in quel modo stesso che in Grecia soleva accadere, quasi frutto della sua eloquenza (in seguito di un'arringa al popolo), che il persuade a prenderlo per suo re in luogo de' figli di Anco. In tal guisa è tenuta lontana l’idea di una monarchia ereditaria; e la notabile circostanza di aversi imposto uno straniero per sovrano è scusata dalla sua quasi inavvertita introduzione, e dalla forza della parola, che val tanto sulle popolari ragunanze.
S’inizia con questo re il secondo ternario del tutto simile al primo; val dire come Romolo segna un’analogia con Tulio, ed amendue sono separaTi colla interposta persona di Numa legislatore; cosi questo Tarquinio Prisco, ossia l’antico, la segna coll'altro Tarquinio il superbo, ed amendue frammezzati dal legislatore Servio. Col secondo ternario sottentra l’età Etrusca alla età mitologica ed alla sabina del primo. Ad amendue i Tarquinii sono attribuite delle imprese cosi simili, ed i loro regni cotanto perciò si rassomigliano, che sarebbesi tentato a crederli un regno solo raccontato in due guise diverse. Se non che il Tarquinio Prisco è trattato più favorevolmente del Superbo, per giustificare così la perpetua cacciata dei re colla violenta espulsione di costui. Sono attribuire ugualmente ai due Tarquinii la costruzione del Campidoglio e delle fogne, la supremazia di Roma sulle città latine, la disfatta dei Sabini, ed il poco o niun conto tenuto del Senato, nel quale egli il primo introduce i patres minorum Pentium, ed il secondo gli stranieri, di cui si circonda, come di una fazione. Amendue danno opera a far divenire più importante la religione informata dell'indole di quella degli Etruschi, facendo ergere l’uno la statua di Accio Nevio in atto di tagliar col rasojo una cote, acquistando l’altro i famosi libri Sibillini.
Intanto Tarquinio muore assassinato per insidie dei figli di Anco, che credettero così ricuperare il trono usurpalo. Non si può da questo fatto dedurre, che il patriziato antico vi avesse avuto mano, poiché altrimenti non gli sarebbe succeduto Servio, ideale plebeo nel senso cioè di straniero. Non è l’antico o il puro patriziato Romano che intriga, ma il nuovo patriziato sacro de' Lucumoni Etruschi che prepondera ed esercita la sua influenza a peso della pl^be pur straniera, di cui già Roma trabocca per le cresciute conquiste. Ed è questa plebe che, incolpata della morte di Tarquinio, acclama per suo re il suo Servio Tullio.
Nel solo regno di Tarquinio Prisco, in un regno cioè di pochi anni e di una estensione che abbracciavasi con un tiro d’occhio, sono tante le opere e sì grandiose in fabbriche e conquisti che gli si attribuiscono, da non essere possibile il crederle tutte da lui compiute e non piuttosto da molte generazioni, «Tarquinio, dice Cantò, conquista Sabini Latini Etruschi, eppure poco dopo la sola Clusio mena Roma all’orlo della ruina, e dieci anni si vogliono per soggiogar Vejo. Tale contraddizione però non toglierli supporre che Tarquinio (nome generico degli Etruschi, della cui confederazione forse faceva parte anche Roma) abbia dato alla Città col governo militare quella forza che indarno egli crasi ingegnato di attribuire all'Etruria, che l’unione, facendola capo di una federazione che abbracciò ben qunrantascue ciltà, forse quelle che prima teneansi colla distrutta Alba».
Son due pastori quei che uccidono Tarquinio Prisco e son creduti mandataci dei figli di Anco Marzio. Costoro però non avrebbero fatto passar tanto tempo per vendicarsi. Fu la plebe che se ne disfece per suo proprio interesse, cioè la plebe ricca, ovvero la plebe straniera, che pure uno straniero, epperò servo, si elige per suo re in persona di
Genero del prisco Tarquinio, che lasciò due figli a succedergli sul trono di Roma, riesce Servio ad occuparlo per destrezza della sua suocera Tanaquilla, favorita dalla fermezza dei Romani in serbare elettiva e non ereditaria la regal dignità. Questo dice la Storia: ma nel dirlo cosi alla buona si tradisce dove, non potendo smentire la origine servile di Tullio, per cui n’ebbe nome di Servio, narra dell'educazione ricevuta nella reggia di Tarquinio e dell’aver fatto tal nobile riuscita da meritar che divenisse genero del re. Chi non vede in questa narrazione l’idea di essersi fecondato durante il regno di Tarquinio il germe del principio plebeo ovvero straniero per dischiudersi, non altrimenti che Minerva dal capo di Giove (281), in un re, che fece si chiaramente corrispondere i fatti al suo nome? — La storia medesima nella versione dello stesso fatto rivela a chiare note la preponderanza straniera, o servile (282) secondo il linguaggio romano, che riesce a scarvallare la indigena, 0 che sia il Lucumone Cele Vibenna, che invade Roma con un esercito di clienti e di servi, e dietro la morte di questo capo il suo potere passa nelle inani del cliente Mastarna, che protegge gli uomini di ordine inferiore, il che si traduce in una Etrusca invasione politica (283): o che sia Servio nato dalla captiva di Cornicolo, che riconosciuta per la vedova del principe di quel paese restata gravida, fu per la sua nobiltà liberata di servaggio dalla Romana regina, nella cui casa si sgravò di Tullio, perciò dillo Servio, perchè nato di serva (captiva), il che significherebbe che il nuovo re uscì dai Latini menati a stanziare in Roma; sì nell'una che nell’altra guisa narrato accenna il fatto all’elemento Etrusco o Latino, il quale riesce ad impadronirsi dei regio potere, che tolto di mano al patriziato indigeno, si fè servire agl’interessi del già cresciuto e straricchito patriziato straniero (284).
Segna la vita ai Servio Tullio il periodo, in cui presero parte i plebei (stranieri) alle assemblee, perciò dai patricii indigeni ignominiosamente disegnato come il regno di un figliuolo della schiavitù. Tuttavolta contro questa ignominia la plebe arricchì il favorito suo re di tutte le virtù popolari, fra le altre quella di aver Servio riscattato i debitori divenuti schiavi, pagando i loro debiti, e di aver distribuito delle terre ai plebei poveri. Sull'Aventino ei fondò quel tempio a Diana col concorso dei Latini, i quali col mandarvi i loro deputati vennero a riconoscere la supremazia di Roma sulle loro città; ed un tal luogo, comune ai Romani e ai Latini, servì di ricovero ai plebei, cioè ai Latini di fresco ammessi nella città, contro la tirannia dei patricii, antichi abitatori di Roma, e fu fino al tempo dell'Impero tenuto fuori del pomerio, cioè fuori la potenza augurale dei patricii. — «Ivi è quel tetro Aventino, la montagna di Remo, occupata da lui con sinistri auspicii, la montagna ove piovon le pietre (saxa volant) si sovente in Tito Livio, ove si vedono formar le tempeste. Hoc nemus, hunc, inquit, frondoso vertice collem Qui Deus, incertum est, habitat Deus; e il porta Etrusco riporta, senza intenderla, una tradizione dell’Etruria, simbolicamente espressa, perchè più volle senza dubbio i patricii videro formarsi sulla montagna plebea le bufere che andavano a disciogliersi sul foro» (285).
Termina la vita di Servio Tullio col tragico intreccio delle sue due fighe disposate ai due figli di Tarquinio Prisco. L’idea parricida che vi domina ben significa nell’empia Tullia, congiunta al non men empio Lucio Tarquinio, una parte di quella stessa plebe fautrice di Servio, per effetto delle novelle istituzioni divenuta patricia, sollevarsi e, per uccidere la pubblica libertà, unirsi ai Lucumoni. I quali, opprimendo del pari i nobili Sabini ed i Latini plebei, e ripristinando le prigioni feudali, tornano, senza il consenso delle Curie, a dominare in Roma sotto il nome di
Quest'ultimo de' re di Roma non è, come già notammo, che la continuazione del Prisco Tarquinio, ovvero la dominazione degli Etruschi Lucumoni nella sua eccedenza o superba maniera di regna e sui Romani, tanto più insopportabile, in quanto che sott’esso si adombra la i vincita di ciò che il patriziato perduto aveva sotto Servio Ma gli recessi pesarono per buona ventura anche su quegli ste si che il posero su, perchè agissero di conserva, o almeno una fiacca resistenza ponessero nello scuoterne il giogo per sempre e nel sobbarcarsi alla novella forma governativa, per la quale giunse Roma a farsi grande cotanto.
Il regno di ambi i Tarquinii considerato come un regno solo l’ammezzato dall’episodio di quello di Servio, si ebbe il carattere di un regno sacerdotale, in cui la tirannia fu creduta potersi impunemente esercitare ammantala dalla religione e circondata da prodigi, da oracoli, da simboli, de' quali non andò immune anche la vita di Servio pur di origine Etrusca. La fiamma, che nella culla investì co cui senza nuocergli, è da Tanaquilla interpetrata come segno degli alti destini del pargolo, che perciò fu educato alla regale. L’aquila che toglie e poi ripone il pileo sul capo a Tarquinio Prisco, è per la moglie in conto di un portento, che promette al marito la regia dignità. Raggiuntala, curò di rendere importante e reverenda la religione degli augurii in quel miracolo di Acero Nevio, cui fa erigere una statua. L’altro Tarquinio aggiunge alla religione degli auspicii quella di consultarsi i libri Sibillini, gli oracoli; e tra questi preferisce a quegli indigeni di Albunea e di Tivoli, l’Oracolo di Delfo, ad occasione dì essere uscito un serpe dall’altare della reggia o da una colonna, il quale nel portarsi via la carne delle vittime gli fece temer serii pericoli per sé, di cui voll’essere chiarito. Col simbolo degli scapezzati papaveri più alti risponde al messaggio del figlio che il consulta del modo onde assoggettar Gabio, cui aveva già preso con inganno. Tarquinio stesso sacrifica il toro sul colle Albano nelle ferie Latine; sbandisce dal Campidoglio le antiche divinità, ad eccezione della Giovanezza e del dio Termine; e sole fa rimanervi tetre divinità Etrusche, che poi divennero il Giove, la Giunone e la Minerva de' Romani.
Ma con tutto ciò la sua tirannia, nel massimo abuso (286) che pure i figli ne fumo, trova in Bruto (287) vendicatore, che riesce a spegnerla colla cacciata de' Tarquinii, padre e sua stirpe.
Quant'altro narra la storia de' loro tentativi per rientrare colà, donde furono espulsi, non è che l’espressione di quegli aneliti estremi e di quei moli lalor d sperati che si veggono nei morenti. Gli ajuti di Porsenna e le vicende della sua lolla colf affrancato Popolo di Quirino, che fu ad un । pelo per soccombere, (288) non altro dinotano che l’Etrusca dominazione, se restò da meno nel conflitto, fu perche la dominazione Romana l’aveva già raggiunta e superata di un tanto di più, quanto bastò per emanciparsi dalla influenza di essa, e rivendicarsene poscia con usura con la lunga guerra di Vejo.
Allontanati i Tarquinii s’iniziò la Repubblica sul piano delle istituzioni di quel buon Servio, il quale inaugurato aveva la libertà del suo popolo per modo, che avendo fatto travedere di volersi ritirare rinunziando al regio potere, ei fu prevenuto in questo generoso pensiero dalla perfidia del genero e della figlia, l’ultima e più squisita coppia di tiranni apparsa nell’estremo confine de' tempi mitici di Roma.
Ora che a tal termine arrivati siamo per metter piede nel tempo storico, preghiamo il lettore ad esserci indulgente, se di un altro tantino ci è forza intrattenerlo nel mitico in sul punto stesso di uscirne. Ciò facciamo per rinvigorir la sua fede se mai ha vacillato in leggendo qual complesso di miti quel che ha tenuto per istoria, e por persuaderlo, che se per lui è svanita con essi la verità del passato, egli è questo un errore non dissimile da quello di chi tiene in conto di veri più le fisiche delle metafisiche cose, o di chi rinnega la filosofia della Storia. Per la quale, siccome è dato di leggere nella narrazione de' fatti degli uomini i fatti dell’umanità; così nel mitico racconto d i primordii di Roma non altro si scopre che lo svolgimento della sua politica costituzione; le cui fasi, come abbiam visto, non sono che riduzioni ad individuo, la personificazione di ciò che lentamente si è operato da un popolo soggiaciuto alla influente vicenda or del patriziato or della plebe. Questa deduzione è per ultimo rafforzata non solo dalla stessa svariata e perciò sospetta maniera, onde quei primordii ci vennero trasmessi da storici non contemporanei, ma pur dalia circostanza di essersi voluta protrarre la durata di quei setto re a dugento quarant'anni di vita (289). Se non può negarsi che le tradizioni furono oralmente trasmesse, il linguaggio poetico fu indispensabile a tanto ufficio, come quello che nella necessità di particolareggiane con individui le idee in una lingua e in un popolo incapaci di astrazioni, riusciva meglio a scolpirsi nella memoria e più agevolmente a diffondersi. Cotali idee pervenuteci entro la scorza, cui furono raccomandate per non farle svanire e disperdere, non si vogliono disconoscere. Intanto l’averle voluto da poco in qua nudar della crosta che le rivestiva, può in certa guisa rassomigliarsi all’opera non ha guari compiuta nel Duomo di Napoli, le cui colonne di granito, state per secoli ricoperte d’intonaco, ne vennero spogliate; sicché ripulite han rimesso il tempio nel suo prisco splendore ridonandogli l’idea di quella solidità, cui la grettezza de' tempi aveva creduto sostituire la speciosità dello stucco.
Il dolore di chi si angoscia in veder cosi trattata e disvolta l’età precedente ai tempi storici, non sarebbe diverso da quel degli scolari, che dopo un corso di Mitologia letteralmente narrata, vanno ad imbattersi in coloro, che spiegando di quelle favole il senso riposto, li obbligano a smettere quelle credenze, imbevute nella persuasione di esser fotti realmente successi. Se non che a temprarglielo alquanto in proposito del fin qui detto dei re di Roma, avvisiamo che l’ultimo di essi non segna bruscamente l’estremo confine de' tempi mitici, sicché rigorosamente storici siano i fatti della Storia Romana dopo la loro espulsione, come non rigorosamente mitici son quelli che la maturarono. Si figurino con noi di vedere quel periodo dei sette re, come un convoglio di locomotive, che da un punto lontano movendo, venga accostandosi a noi sulla lunga dirittura delle rotaje. Più il convoglio è in lontananza, e più oscuramente si raffigura; più si accosta a noi, e meglio si lascia distinguere. Con ciò dir vogliamo, che fra i Tarquinii, l’ultimo più degli altri ha dritto di appartenenza alla Storia, perchè più degli altri si è visto scevro di quel mitico inviluppo improntato dalla leggenda o dal poema (290).
§. 3. TEMPI STORICI |
Della notte de' tempi. in cui ci facemmo arditi di penetrare, essendoci avvolti nella parte delle tenebre più fitte allorché scorremmo a tentoni i tempi oscuri, ed avendo toccato l’alba giunti ai favolosi, dir possiamo che i tempi Storici, di cui siam per discorrere, corrispondono allo spuntar dell’aurora ed al gran giorno che segui. Or siccome nella oscurità della notte pur qualche cosa è visibile, lo stelle cioè per virtù del proprio lume, le quali poi spariscono sopraffatte dal lume del giorno sopravvegnente; cosi nelle due più rimote età del passato, se ci riuscì di affisare su questa meridional parte d’Italia i Popoli, di cui ci pervennero i nomi; nell’ultima età al levarsi sull’Italo orizzonte il Sole di Roma, si perderono di vista, non perchè volti al tramonto, ma absorti nell’oceano della gagliarda sua luce. Però le tradizioni di essi Popoli, ed in particolare de' nostri, non vi andarono sì travolte e perdute da non esserne alquante scampate; di cui ci è dato saper cosa, sol perchè le ravvisiamo quasi tenebre in fuga, rese visibili dallo stesso riverbero del grand’astro che cacciossele innanzi.
Infatti, dove rinvenire qualche notizia della nostra antichissima civiltà, se non frugandola nella Storia della Romana grandezza, la quale cresciuta a spese de' piccoli Stati, cui l’un dopo l’altro ingojò, non ha potuto non nominarli almeno e non serbar memoria della vigorosa resistenza opposta al suo prepotente spirito di conquista? — Ecco perché, scriver dovendo de' nostri primordii quel tanto che si può, fu d’uopo riandar quelli di Roma; e n’è mestieri ripeter quelli tra i suoi fasti, cui è annessa la storia delle nostre sventure, per poter dire, in rimembrarle, nos fuimus Troes, non senza un consolante ma pur affannoso sospiro anche noi! — Se non che indipendenti dalla Romana influenza i nostri Magno-Greci, illustri e famosi già prima che Roma fosse, tali ci son pervenuti a traverso de' trionfi della Città eterna, che tutti ebbe assimilati e confusi nel suo i Popoli della Penisola ed oltre. Egli è quindi per anteriorità di tempo, e per celebrità da nessun’altra ecclissata, se si vendicano essi in queste pagine quella precedenza, che non fu mai loro contrastata, e se esordiamo noi il nostro racconto dai
Malgrado l’ignoranza de' precisi confini della Magna-Grecia propriamente detta, ad otto si fanno ascendere le diverse regioni o i piccoli Stati che la componevano, dalle rispettive città capitali denominate 1. la Locride, 2. la Caulonitide, 3. la Scilletica, 4. la Crotonitide, 5. la Sibaritide o Turiatide, 6. la Siritide o Eracleotide, 7. la Metapontina, ed 8. la Tarentina. A queste otto può aggiungersi la nona, che diciamo sporadica, perchè abbraccia diverse città greche non costituenti un corpo o una regione unita, ma disperse in varii siti, e propriamente lunghesso il littorale del Tirreno incominciando da Cuma sino a Reggio, e sulle spiagge dell'Adriatico dal Gargano sino alla punta de' Salentini.
Divisione territoriale. Non occorre qui ripetere quel che si è già detto in questo volume (291) della loro circoscrizione, e che qui cade in acconcio richiamarsi a mente da chi per avventura non la ricordi.
Forma governativa. Per coloro, secondo i quali le Greche colonie, approdate alle nostre spiagge, le trovarono deserte, tutta la floridezza degli Stati che fondaronvi, si fa derivare da quella maniera di governarsi, che serbarono identica a quella della loro madre-patria, ovvero dalle forme governative di Grecia. Ma per quei che propendono con noi ad ammettere preesistenti quasi tutte le città che si vogliono fondate dai Greci Coloni, non è consentito a costoro altro merito, che quello di aver provocato col soprapporsi agl’indigeni quelle sole modificazioni richieste dalla circostanza del numero e del movimento cresciuto nelle città già ben regolate e fiorenti. Per mezzo degli stessi Greci scrittori sappiamo, che barbare, come essi le dicevano le nostre popolazioni, conoscevano e praticavano concilii federali preceduti dalle sissizie o pubblici banchetti di tale e tanta politica importanza, che Aristotile disse de' suoi Greci, aver essi tolto ad imitare da noi cotali sodalizii. Or se il principio federativo può dirsi l’ultima espressione della civiltà delle genti; uopo è convenire, che per giungere a tal punto, dovettero governarsi con forme politiche conducenti a tale risultato. E quali mai furon desse precisamente? Chi può appagarci intorno a questa inchiesta, ed a chi la dirigerem noi, che dalla vanità dei Greci scrittori ci avemmo tutte alterate e guaste le tradizioni degli avi nostri? Non possiamo dalla Greca letteratura, come testé facemmo dalla Romana, evocare il sacro deposito del passato, che ne fu trasmesso quasi arcano tra miti avvolto, ed affidato ai canti, alle leggende in cui lo scoprimmo. Le loro favole son per così dire si letterali, che non dan luogo ad allusive interpetrazioni per cavarne alcun vero. Gratuite asserzioni e bugiarde non dicendo altro, se non che i loro Eroi fondarono le città della Magna Grecia e le popolarono di loro nazionali, non ammettono altra spiegazione che quella di esservisi recati a colonie, non come vincitori, ma desertori della loro patria, donde uscivano a torme in cerca di luoghi migliori. Venuti perciò a posarsi sulle nostre ricche contrade, valsero colla loro industria e col commercio, di cui si vantaggiavano, a renderle più animate e fiorenti vieppiù. Epperò in quanto alle leggi onde si governarono, non può dirsi di esser venuti essi ad imporne piuttosto che adattarsi a quelle che vi trovarono: se non che dato altro movimento alla vita, che di agricola, qual forse era solamente, fecero divenir anche commerciante, fu d’uopo reggersi con nuovi ordinamenti non dettati, ma suggeriti, da quella sapienza civile, che avente a base le libertà, si sviluppa e svolge da sé a norma delle esigenze o del progresso.
Sappiamo adunque ciò solo, che primitivamente i popoli nostrani si ressero in forma libera scegliendosi un capo, o un duce, che trovasi pur dettò re; poi si governarono con un Senato più o meno aristocratico, secondo le vicende della maggiore o minor preponderanza della democrazia. E questo, che parrebbe esseri detto razionalmente, non è che induzione di quanto trovasi sparso in antichi scrittori sul proposito della polizia di ciascun Stato o città, e che qui andrem ripetendo.
Della Magna Grecia in generale si sa, che dopo di essersi mutato in tirannide il governo di un sol capo, e fattosi passaggio al governo aristocratico, si ebbe ricorso alle leggi scritte dai filosofi e da' savii del tempo, i quali, dice Seneca (Epist. 90), non le appresero nel foro né nell’atrio de' Giureconsulti, ma nel tacito e santo ritiro di Pitagora, e le diedero alla fiorente Sicilia ed alla Grecia d’Italia.
I Locresi, secondo Eforo, da principio creavansi il re non senza la concione o parlamento del popolo, in cui si prendevano le risoluzioni della pace o della guerra; poscia si governarono con un Senato aristocratico. Di ciò ci ha serbato ricordo Tito Livio nel libro 24, cap. I, dove dice, che Amilcare, avendo dato ordine ad una coorte di Bruzii d'investir le mura di Locri e chiamare i principali della città ad un abboccamento, fu risposto che ne consulteiebbero il popolo; e convocatone l'adunanza, fu risoluto, per desio di novità, dì arrendersi ai Cartaginesi.
Dobbiamo inoltre a Strabone questa importante notizia di aver cioè i Locresi i primi fatto uso di leggi scritte (292) e di aver per moltissimo tempo governata la loro repubblica con ottimi regolamenti. Fu Zaleuco il loro legislatore; un frammento, ovvero l’esordio delle cui leggi ci ha serbato Stobeo (293); una legge in materia di possesso Polibio (294); un’altra sull'usura Zenobio (295), alle quali aggiunge Ulberto Golzio le seguenti: aver cioè lo stesso Zaleuco sanzionato la pena di morte a chi bevesse vino senz’averglielo ordinato il medico a causa di salute; dover i giovani ceder la via ai più vecchi e levarsi in piedi al vederli venire; non poter una donna uscire in pubblico accompagnata da non più che una serva, né uscir di casa in tempo di notte; ed agli uomini essere stato interdetto l’uso degli anelli e di ogni veste sfoggiata. Le altre che a queste aggiunge il Cantù, per lui ricavate dagli Autori che cita nella nota 17 al cap. IX della Storia degl'Italiani (296) furono: doversi governare gli schiavi col terrore, i liberi coll’onore; non dover essere irreconciliabili gli odii fra i cittadini; a niuno esser permesso di abbandonare la patria (297). Sostituito avendo Zaleuco leggi poche e fisse all’arbitrio della consuetudine, ne inculcò talmente la stabilità, che vietato ogni interpetrazìone e dato forza ineluttabile al testo proibendo a chi tornasse in patria perfino il chiedere se vi fosse qualche cosa di nuovo; Demostene assicura che in due secoli una sola delle sue leggi era stata mutata.
La forza armata de' Locresi ascendeva a quindici mila soldati, quanti furono allorquando in guerra coi Crotonesi, che ne avevan posto in campo cento venti mila, ne riportarono vittoria.
I Crotonesi non si ebbero altra forma governativa che l'aristocratica. Un senato di 300 membri secondo Diogene Laerzio e Giamblico, di mille primarii cittadini secondo Valerio Massimo, li reggeva non senza una specie di tribuno o demagogo a capo della plebe, che ne moderava il potere. Sappiamo da quest'ultimo Autore (g) che i Crotonesi chiesero ardentemente a Pitagora di permettere che il loro Senato facesse uso de' suoi consigli. Il che per noi si traduce, che il Senato di Crotone reggevasi secondo le dottrine Pitagoriche, ond’erano informati i suoi membri, sostituendo ai sobbalzi illiberali della plebe la posatezza dell’aristocrazia, il dominio cioè non dei più forti né dei più ricchi o de' più antichi, ma de' più intelligenti e virtuosi. Di qui la ragione perchè la plebe facevasi timoneggiare da un capo a guisa di quella di Roma dal suo tribuno. Rilevasi tutto questo da Livio (298). Oltre alle leggi di Pitagora, fra le quali è ricordata da Giamblico (299) quella riguardante la castità e pudicizia de' mariti verso le moglie il divieto del concubinato, se n’ebbero altre i Crotonesi da Soleto, di cui narrasi appo Luciano nell’Apologia, che avendo fra le altre leggi data quella del bruciarsi vivi gli adulteri, convinto egli stesso di un tale delitto, malgrado che se ne fosse scolpato con un’eloquentissima diceria, ed i cittadini avessero voluto commutargliene la pena con l'esilio, egli volle tuttavolta subirla per suggellare col suo esempio la gravezza di tal colpa e per tale ingerirla nell’animo altrui (300).
I Sibariti anche allo stesso modo de' Crotonesi ebbero ordinato il loro governo; ne tenevan cioè la somma gli Aristocratici con leggi di Pitagora fino a che, per temperarne la troppa preponderanza, la plebe non si ebbe eletto un pretore. Ei fu un Teli, che in tale qualità riuscì a far espellere da Sibari, e confiscarne i beni, cinquecento de' più ricchi cittadini. Mediatisi i Crotonesi, appo i quali ebber questi ricovero, perchè fossero stati richiamati, ed avendo Sibari barbaramente ucciso i messi spediti per trattare nel senso di colai loro mediazione, se ne vendicarono andando con cento mila combattenti sopra Sibari, forte di trecento mila armati, e la distrussero. Sana Turio sulle sue rovine,
I Turiatidi, accozzaglia di tanti diversi popoli concorsi a fondarla, si ressero a democrazia regolata con leggi: di Caronda, di cui fra le altre si ricordano queste. — Chi dava ai figli una matrigna, era privato di ogni pubblica carica. —Chi calunniava la fama altrui, cinto di una corona di mirto era menato per la città, spettacolo a tutti ed esempio, perchè gli altri si guardassero dal fare altrettanto. — A gl’infami ed ai famosi per qualche scelleraggine insigne era interdetto il commercio e la consuetudine co’ cittadini, acciocché i buoni non ne restasseero contaminati e corrotti. — Chi avesse abbandonato in battaglia le file o il posto, facevasi andare attorno per la città in veste da donna, e per tre giorni rimaneva esposto in piazza alla vista ed allo scherno di lutti. —Soggiaceva alla pena del taglione chi avesse cavato l’occhio o mutilato un membro a qualcuno. — Era vietato di entrare armato nell'adunanza del Popolo sotto pena del capo. La qual per averla egli stesso spensieratamente violato, sancì col suo esempio, trafiggendosi colla spada medesima, di cui erasi cinto per correre contro un’incursione di nemici. Ciò avvenne, perchè reduce dalla stessa, udito che la plebe era per insorgere istigata dalla pravità di pochi, senza por tempo in mezzo e senza badar di essere armato entrò nell'assemblea, in cui perché dagli emoli si senti rimproverare l’infranzione della sua legge, non soffri di andarne esso stesso impunito (301).
Una delle leggi politiche di Turio aveva stabilito, che per aver dritto di aspirare agli onori ed alle magistrature del governo era necessario un censo considerevole. Dietro i risentimenti delle capacità che non lo avevano, il censo fu scemato ed un maggior numero di cittadini acquistò il dritto legale di esser chiamato alle cariche. Preso avendo forma aristocratica il governo di Turio colla manifesta tendenza alla oligarchia, la classe de' facoltosi contro il divieto delle leggi si appropriò la massima parte delle proprietà territoriali; ma il popolo assali e disperse le truppe mercenarie del governo e riuscì nell’intento di far restituire le terre occupate al di là di quante i regolamenti permettevano di possedere.
Un’altra legge fondamentale de' Turii saggiamente vietava di esercitare per la seconda volta il comando militare prima di cinque anni. Molti giovani uffiziali, brigate avendo di guadagnarsi l’affezione de' soldati ed il favore del popolo per far abolire un decreto che inceppava la rapidità della loro fortuna, trovarono qualche resistenza ne' magistrati, detti cioè Consultori, i quali cedettero nella fallace persuasione, che fatti paghi di questo non avrebbero violato altrimenti la costituzione dello stato. Ma cosi non avvenne; incoraggita l’uffizialità militare dal primo buon successo, mise in campo altre pretensioni, e ridusse all’impotenza la voce Consultori; laonde rovesciati gli ordini antichi la forma del governo si cangiò in una stabil tirannia oligarchica militare (302).
I Siritidi o Eracleesi (303). di cui esistono originalmente le famose Tavole scritte in Greco ed in Latino nel nostro Real Museo, ebbero gli Efori ad annui rettori della loro repubblica, nonché i Polianomi o Prefetti della città. Oltre ai detti magistrati supremi, un segretario un geometra ed altri minori uffiziali avevan cura dell'amministrazione; ed il popolo diviso in molte tribù, ciascuna distinta da propria insegna, risolveva in un’assemblea comune i pubblici affari.
I Metapontini si ressero con istituzioni di Pitagora, che da Cotronp trasferì la sua scuola nella loro città, dove la sua casa fu poi convertita in tempio dedicato a Cerere, e l’angiporto dedicato alle muse.
I Tarantini si governarono dapprima con un re scelto dal popolo, che poi se ne disfece in vista del potere arrogatosi in far tutto a suo arbitrio. Successe ben presto alla monarchia elettiva il senato aristocratico temperato dalla democrazia e da due capi, che a guisa de' due consoli Romani assumevano il comando e la direzione della guerra, la quale dichiaratasi col consenso del senato. Eleggevano i magistrati metà a sorte e metà a maggioranza di voti. Oltre alle leggi Pitagoriche, fondamentali del loro governo, si ebbero i Tarantini da parecchi rinomati legislatori speciali ordinamenti, che ancora osservavano a tempo della guerra coi Romani, ai quali in trattative di accordo chiesero la pace a condizione di rimanere in possesso della loro libertà e delle proprie leggi.
Strabone faceva ascendere il loro esercito a trenta mila pedoni e tre mila cavalli, oltre di un’armata navale superiore a qualunque altra della Magna Grecia.
Delle altre città, non comprese fra le otto regioni, son queste le notizie intorno la forma governativa e le leggi onde si ressero.
Brindisi pur come Taranto ebbe i suoi re, di coi è ricordo presso Strabone, come per incidente.
Cuma si governò con aristocrazia temperata fino ad Aristodemo Malaco (304), che fé trucidare gli ottimati, costrinse le vedove a sposare gli assassini de' loro mariti, e con arti tirannesche lasciò sbrigliare la gioventù nelle mollezze, per poter meglio dispotizzare. Ucciso Aristodemo, Cuma ritornò al pristino stato di floridezza, in grazia del suo porto di Pozzuoli e dell'antica forma governativa.
Napoli originariamente retta da un’aristocrazia, ovvero da Arconti, divenne democratica; nel quale stato il Demarco cominciò a convocare il popolo per fratrie all'usanza di Atene, val dire per tribù come praticavasi a Roma. Il popolo quindi era consultato ne' pubblici concilii, e durò Napoli in questo sistema sino ai tempi di Adriano, il quale, ad esempio di taluni suoi predecessori che in segno di favoreggiare la città amica assumevano i titoli ed onori de' magistrali municipali, si dichiarò Demarco di Napoli (305).
Posidonia o Pesto, come colonia di Sibari fu primitivamente governata anche da un senato aristocratico che in tempo di guerra eleggeva un capo o duce cui affidavano il maneggio. In tal forma durò fino a che i conquista tori non la mutarono in altra, che lor piacque d’imporle.
Velia fin dalla sua fondazione, che può collocarsi nella fine dell'Olimpiade LXI, 220 di Roma, ebbe sapientissime leggi, da cui ripeteva la sua floridezza, perchè per essi i suoi abitatori furono operosi e dediti alle ani ed al traffico, precisamente quello del pesce che insalavano, forse le acciughe (306). di cui su quel littorale si fa tuttora attivissimo commercio. Parmenide (307) è ricordato come istitutore di quei savii ordinamenti, la cui religiosa osservanza era ogni anno giurata da' cittadini.
Reggio fu riordinata dai Messenii nella forma repubblicana originariamente avuta dagli Aurunci. Un supremo magistrato col nome di Egemone (che vale doge o duce) eleggevasi tra le famiglie primarie del paese a nonna delle costituzioni delle città Italiote, in forza delle quali anche gli alto maggiori uffizi pubblici erano occupati dalle persone più distinte, le sole che avevano il dritto di essere elette, mentre gli altri cittadini si avevano quello di eleggere. Presso un Senato di mille membri de' più facoltosi risedeva la potestà legislativa e la cura di vigilare sul governo di Reggio. Ma colf estinguersi dello case aventi il dritto di far parte del Senato, l'aristocrazia degeneri io oligarchia, per la quale Anassila divenne tiranno e costituì ereditario il suo potere. Cacciati i figli dopo alquanti anni, ebbe luogo una specie di anarchia, cui si che riparo colle leggi di Caronda (308).
Divisione territoriale. Si possono riscontrare i particolari di questa rubrica per ciascun Popolo o regione di questa meridional parte d’Italia compresa ne' limiti del nostro Regno, cercandoli tra la pagina 70 alla 148, e tra la 167 e la 297 di questo Volume, dove ognuna delle regioni comincia dalla sua topografica circoscrizione.
Forma governativa. Ben poco e di pochi de' nostri popoli possiam ricordare in quanto a forma politica ed a leggi, onde si governavano prima dei Romani. Benché spesso accordinsi gli scrittori su tale argomento in mostrarceli regolati da un re; questa parola nondimeno intendere non si deve qual oggi, depositario cioè di un potere assoluto; ma nella sua semplice e primitiva idea di un regolatore eletto sempre fra individui di una capacità superiore da ispirare fiduciosa sommersione alla sua moderata autorità. Suggerito questo espediente dall’esempio del capo di famiglia in piccolo, non poteva non essere imitato in grande invitandosi ad assumerne le funzioni chi lor pareva da ciò, quando più famiglie da costituire un popolo, e più popoli da costituire uno stato si aggruppavano e riunivano per meglio provvedere ai comuni interessi (310). Non era quindi che un duce ne' tempi di guerra, sì per la difesa del proprio territorio e si per la conquista dell’altrui; non era che un magistrato ne' tempi di pace si per tutelare i dritti de' cittadini contro la rapacità, e sì per vendicarne le offese contro la violenza.
Tutto questo veramente non è così contestato dalla Storia, com’è quello de' concilii nazionali, che come le adunanze anfizioniche avevano sotto il velo della religione lo scopo di conciliar gl’interessi e l'unione de diversi popoli, i quali riguardatosi come fratelli, sacrificavano insieme agli dei della patria in luoghi e stagioni prefisse. Il luco Ferentino, il luco sacro a Diana presso Ancia, l’altro consacralo a Venere fra Lavinio ed Ardea servivano ai religiosi ritrovi, ed a stringere un vincolo sociale a popolazioni isolale; e come i Toscani si adunavano nel tempio di Voltumna. ed i Sabini in quello di Curi, così i Latini congregavansi sul monte Albano, ove nelle ferie Latine consumavasi un sacrificio solenne distribuendo della carne a tutte le tribù del Lazio. Sappiamo da Livio, che gli Ernici, gli Equi, i Volsci, i Sanniti celebravano siffatti concilii, e che i Romani furono attenti ad abolire il dritto di tenerne, quando ebberli soggettati al loro dominio. In tali occasioni, ovvero congressi nazionali, i popoli, che si erano stretti in confederazione, eleggevano i sommi magistrati, regolavano le contribuzioni, l’ammissione degli ambasciatori, il grand’affare della guerra e della pace, la cura in somma di tutto ciò che poteva mettere in pericolo la libertà o la sicurezza dello Stato (311).
I Volsci, i Campani ed altri popoli di lingua Osca chiamavano il capo del loro governo Meddìx Tuticus con voce del proprio idioma, trovata scritta anche Merrìs Tutiks, che dir voleva magistratus magnus (312).
I re e i dittatori che nominavano ì prischi Latini, i Sabini e gli Equi, de' quali ricorda Valerio Massimo di aver avu;o un Settimo Modio per lor primo re, non furono che supremi magistrati sottoposti alla sovranità nazionale.
Solo in tempo di guerra i Lucani, che si reggevano a popolo, creavano un re o un capo, che al comando militare riuniva i primi uffizii del governo civile.
Non di altra guisa costituiti suppor dobbiamo i re dei Dauni, de' Peucezii e de' Messapii, che governavansi come tutti gli altri popoli a modo federativo.
Per sola incombenza di amministrar la giustizia vuol Cicerone, che i suoi maggiori (ricordisi che egli era di Arpino) avessersi costituiti de' re ben costumati (313).
Rilevasi da Livio che gli Ausoni e i Volsci affidavano ad un Duce il carico della guerra; ed è da lui ricordato un Vitruvio Pacco di Fondi, uomo assai distinto, che di unita ai Pipernati la sostenne contro ai Romani senza l’adesione del Senato Fondano (314).
Dall’Autore medesimo sappiamo, che i Nolani governati da un Senato dipendevano anche dall'autorità dei primati e della plebe, ingerendosi i primi dell’amministrazione municipale, l’altra del dritto della pace e della guerra (315).
I Sanniti oltre del Concilio o Dieta federale, in cui risolvevano gli affari della guerra, eleggevansi un comandante o imperatore annuale. In tempo della guerra sociale imitarono la forma della Romana costituzione, creando in Corfinio un Senato di 500 individui con due consoli e dodici pretori, le cui funzioni duravano un anno.
Malgrado che in questi cenni campeggi l'elemento monarchico nell'unità del capo, che sotto varii nomi eleggersi sempre nel senso di un potere dipendente dal popolo, non può negarsi che l’aristocrazia predominò sempre fra tutte le forme governative che siansi potute escogitare. In qualunque modo fosse riuscito ai facoltosi di stabilire la loro potestà, egli è certo che i loro dritti erano fortificati mai sempre dall'influenza sacerdotale, di cui erano anch’essi in possesso. Ai membri del Senato si apparteneva l'amministrazione dei riti religiosi, ossi occupavano gli uffizii civili; essi interpetravano le leggi; essi tutte le divine ed umane scienze spiegavano. La somma degli affari che arrogavansi, non era altrimenti loro consentita che in forza della religione invariabilmente associata agli ordini politici, senza di che non potevano essere sicuri depositarli di quell'autorità, che loro era mestieri di veder rispettata ed ubbidita. «Col mezzo della religione s’inculcavano molto efficacemente le naturali e civili obbligazioni della società, l'amor della patria, il coraggio pubblico, i sacrifizii più necessarii, infine le virtù tutte che producono la forza conservatrice e difensiva degl’imperi. Or, siccome nella credenza di quelle età l’istituzione del governo civile facciasi derivare non già dal consenso del popolo, ma dai decreti del cielo; la religione, Principal colonna degli ordini politici, reggeva egualmente i dritti di ragion pubblica e i privati del cittadino. 11 regolamento delle adunanze nazionali, la facoltà di convocarle, e forse talora la scelta delle deliberazioni eran quindi una prerogativa essenziale de' ministri del sacerdozio legalmente fondata sugli auspicii. Nello stesso modo il gius feciale, che aveva per iscopo di toglier le cagioni della guerra e frenare in certo modo lo spirito della vendetta, fu dalla sapienza degl’Itali legislatori strettamente congiunto colla religione. Quella santa legge (316), che nel regolare il modo d’intimar la guerra ad altro popolo imponeva la necessaria condizione che uno dei feciali si presentasse al nemico, assegnandogli un certo tempo a riparare i torti e le offese, potea dirsi comune a tutti gl'Italiani, quantunque con più specialità attribuita agli Equicoli, agli Ardenti ed ai Falisci, da alcun de' quali certamente la ricevettero i primi re di Roma (317). Le alleanze e le paci, similmente corrette dal dritto feciale col ministero del patre-patrato, era d’uopo che fossero sempre mai santificale da cerimonie e riti speciali (318). Materia di dritto pubblico reputatasi del pari l’edificazione delle città, il disegno del Pomerio, la consacrazione delle mura (319), il divisamento delle porte, la distribuzione delle tribù in curie e centurie, gli ordini della milizia, infine tutto ciò che spettar poteva al pubblico interesse in pace o in guerra. La totalità di questi oggetti, fatti sacri dalla religione, componevano quei prudentissimi codici, che gli Etruschi chiamaron Rituali, inviolabilmente osservati dalla nazione (320). Il dritto di asilo, che aveva per fine di assicurare agl’infelici gli effetti della compassione, era dalla religion delle genti approvato per tutti coloro, che hanno un cuore innocente, ma che la fortuna perseguita (321). Cosi lo scopo di tali istituti consisteva in mantener la pace, garantire la felicità ed introdur senza violenza la giustizia, la sicurtà, la gentilezza tra le nazioni, mediante quel tanto felice accordo della religione, delle leggi e de' costumi, base fondamentale delle città».
«Gli ordini e statuti de' municipii, che i vittoriosi Romani si obbligarono con saggia politica a rispettare, componevano tutto il corpo della legislazione civile degli Itali antichi concernente gli articoli principali intorno alla promiscuità, ai matrimonii, il diritto de' genitori, la successione, a tutela, i funerali, i contratti, le ingiurie, i debiti, i divieti de' creditori ed altro. La potestà di giudicare era stata in origine commessa ai capi del governo, generali, giudici e pontefici del popolo: ma dopo che l’economia politica prese forme più regolari, mediante l’utile divisione degl’impieghi, gli uffizii del governo furono ripartiti tra differenti magistrati, legali custodi della libertà e sicurezza del cittadino. I pretori reputati giudici della legge e dell’equità, veggonsi più particolarmente destinati a decidere celle,cause civili e criminali (322)».
Poiché a promuovere l’industria e la produzione de' campi è fondamentale disposizione governativa quella di assicurare l’inestimabile dritto di proprietà, la legislazione toscana, che vi aveva efficacemente provveduto facendo divulgare dagli aruspici «che Giove appropriato si fosse l’Etruria, e che, a frenare la cupidigia degli uomini, ordinato avesse che i campi fossero segnati dai loro termini, i quali non si potessero rimuovere senza cadere nell’indignazione degl’Iddìi» (323) non fu ignota ai popoli nostri, che ebbero in onore il dio Termine, ed avevano il territorio diviso per mezzo di limiti invariabili e certi.
Questa è l’idea che possiam formarci del modo governativo de' nostri maggiori in epoca, nella quale la storia non ne potè prender nota bastevole ad esserne meglio informati. Qual poi sia stato lo spirito delle leggi appo i medesimi osservate, ei può dedursi da quel che segue e dai pochi frammenti salvati per avventura dall’obblio.
Se l'imperfezione o insufficienza delle prime Dieci Tavole reclamata dai Romani fu supplita con leggi prese dalle costituzioni de' Falisci, detti perciò equi da Virgilio (VII. 695), al cui luogo Servio ci ha conservato questa tradizione; egli è indubitato che con leggi de' popoli nostrani fu compilato il corpo delle dette leggi Decemvirali, e non già di Grecia, dove l'impostura del Senato disse di avere spedito de' legati a tale oggetto. La quale impostura saltò agli occhi di chi (324) comparò gli ordini civili ed i costumi di Grecia si contrarii allo spirito che domina in esse, in cui quanto vi ha di rigido fu dettato dalla aristocrazia, gelosamente intenta a farvi salvi i suoi dritti. Infatti la legge sì crudele delle XII Tavole contro i debitori non fu tolta dai Toscani, appo i quali altro dritto non avevano i creditori che quello di esporli alla pubblica ignominia, quando erano insolventi, facendoli accompagnare per la città da una frotta di ragazzi, che portando in aria una borsa vuota annunziavano al popolo di essere quel tale in istato di decozione. Molto meno dai Lucani, che con un principio non manco lodevole avevano fatto contro i creditori una legge, colla quale chi prestava danaro a persona oziosa e dedita alle voluttà, era punito con la perdita del capitale (325).
Presso i medesimi osservavasi anche una legge intorno all’ospitalità, il cui testo ci ha conservato Eliano (326). Per essa multato pagava il fio della inospitalità chi non accoglieva in sua casa nn forestiere, che arrivando in sul tramonto domandavagli alloggio. Dalla quale legge si può ben argomentare della saviezza e diligenza di tutti gli altri loro ordinamenti, quand'anche Eraclide da Ponto non avesse lasciato scritto quel riciso Lucani sunt hospitales et justi, e Livio non ci avesse conservato quel patto di Flavio Lucano col Cartaginese Magone, per solo il quale consentiva di darsi ad Annibale, previa la promessa di dargli in mano Tiberio Sempronio Gracco; che cioè liberi i Lucani e con le proprie leggi passerebbero nell’amicizia di lui; la qual cosa erano essi in timore di perdere restando dalla parte de' Romani (327).
Riparazioni io natura o tasse moderate, che in lingua o>ca si chiamavano multe, erano le pene civili che ordinariamente applicavano contro le ingiurie i nostri legislatori (328).
Leggi non men saviamente ordinate non solo alla custodia della morale pubblica e de' buoni costumi, ma anche a promuovere un certo cullo per la virtù e per l’eroismo, ebbero i Sanniti. I matrimonii erano presso di loro regolati in guisa da servire all'eccitamento dell’emulazione e della virtù del cittadino. In certe solennità dell'anno adunava nei de' censori alla presenza del popolo, e ponendo ad esame al cospetto del pubblico le azioni de' giovani, n’eleggevano fra i meglio costumati dieci di un sesso e dieci dell'altro. Colui che godeva miglior riputazione era il primo a scegliere la vergine che più gli aggradiva, e chi in secondo luogo otteneva i suffragii, sceglieva dopo il primo, e cosi di seguito procedevasi sino all’ultimo. Le spose in tal guisa destinate in proporzione del merito degli sposi rispettivi, a maggior stimolo di gloria ed osservanza di fede venivano loro consegnate per mano di un magistrato sotto condizione di esserne privati, se mai divenissero indegni cittadini (329). Cosi la virtù era premiata coi doni dell'amore ed, a giudizio di Montesquieu, non potevasi immaginare ricompensa più grande, più nobile, mano gravosa ad un piccolo stato, o più capace d’influire su d’ambo i sessi (330).
Comechè per ragione di tempo certi popoli di questo nome, che si ebbero pur l’altro d’Italioti (333), vantassero precedenza cronologica sugli altri; epperò esordir dovremmo dai più antichi; pure diano la preferenza in questo racconto a quelli che per floridezza si distinsero dagli altri, supponendo che abbian prima o più degli altri dato opera per raggiungerla. Sotto un tale riguardo si presentano primi fra i Magno Greci i Sibariti, i Crotoniati, i Metapontini, i Tarantini..., anche perchè vedrem cominciare quelle tali rivoluzioni, che sfasciarono runa dopo l’altra quelle splendide repubbliche, primieramente da quelle che prima delle altre ebbero toccato l’apice della opulenza e del potere; appunto perchè derivando dall’ima la rilasciatezza e dall’altro la insolenza, si fecero per questa provocatrici di guerre, e per quella disadatti si trovarono a sostenerle. Contenendosi eminentemente in queste due cose le ragioni supreme della vita e della morte di un popolo, ed altri (334) ripetendo dallo spirito imparziale e libero dilazionali istituti la florida condizione ed il particolar vigore di governo, onde si resero celebri e potenti Cotone in ispecie, Sibari, Caulonia, Metaponto e le altre città che traevano l’origine dagli Achei del Peloponneso, divide con Polibio (II. 38) la opinione che vuole, la generosa politica delle leggi achee, in permettere che s’incorporassero nuovi cittadini senza distinzione di favella o di sangue, sia stata la principal causa del rapido avanzamento e della forza delle colonie. Nell’ammettere anche noi questa cagione protestiamo di non doversene riferir l’onore alle leggi achee, le quali disprezzando i volgari sentimenti di gelosia repubblicana estendevano anche agli estranei i dritti della cittadinanza. Senza togliere o niegar loro si savio provvedimento, vogliam solo far avvertire, che il semplice fatto dell'ammissione di tante greche colonie nelle diverse città del nostro littorale prova di aver già le medesime riconosciuto e messo in pratica un tale principio prima di riceverlo dagli Achei, i quali ne profittarono. Ed è ciò sì vero, che Romolo dello stesso principio si valse, onde i primordii di Roma raggiunsero si tosto quella colossale grandezza. Agli Achei piuttosto, ed in generale a tutte le Greche colonie, che all'est della Grecia si costituirono anello di comunicazione tra l'Asia e noi, dobbiamo l'introduzione di quel lusso, che ricerco dalle nostre ricchezze lentamente introdusse nella massa del nostro sangue la tabe che ne consunte. Delle quali premesse e conclusione entrano per noi mallevadori colla storia delle loro vicende primi ed in principal modo.
Sibariti. «Quantunque le strane coso che si leggono intorno alle usanze, al lusso e alla mollezza dei Sibariti siano per avventura esagerate dalla natural propensione dogli uomini per lo straordinario, posson nondimeno attestare la rapida decadenza di quella repubblica e i degenerati costumi. La sua potenza però e le ricchezze esser non potevano che il frutto dell’energia, delfici fatica e destro ingegno degli abitanti in quell’avventuroso periodo d’industriosa attività che seguitò il ben augurato stabilimento della colonia. All'avvedutezza de' fondatori dovette Sibari l'esser piantata vicino al mare, in una larga e fertile pianura, irrigata dal navigabile Crati e dal Sibari che scende dai monti Lucani. L’estensione delle mura, bagnate dall’uno e l’altro fiume, era di sei miglia in circa; ma, comechè gli abitatori traessero da una si felice posizione tutt’i vantaggi dell’agricoltura e del commercio interiore, il loro spinto animoso si volse di buon’ora al traffico di mare. Molti prodotti di un suolo fecondo, fatto esuberante dalla coltivazione e da regolati adacquamenti (335), porgevano agl’industriosi coloni copiosa materia di permuta, cui dava valore una pronta e rapida circolazione. Questo lucroso commercio, sorgente di uni versai ricchezza (336) si estendeva non solo al continente della Grecia e alle isole dell'Egeo, ma si dilatò anche alla riviera delI’Ionia, dove i Greci Asiatici avevan fatto accelerati e perniciosi progressi nella civiltà e nelle arti. Da questa fonte impura, sebben famosa, trassero i Sibariti, giusta ogni apparenza di verità, quei vizii di lussuria e di mollezza che affrettarono il fato ed eternarono la vana celebrità della loro repubblica in quel modo, che resero biasimevoli gl’Ioni in tutte l’età (337). L’opulenza fece nascere l’invenzione e l’industria (338), la quale, rimirane di continuo nuovi godimenti, svegliò quell’insano appetito delle voluttà che riempì tutta Sibari di desiderii disordinati e di passioni ingiuste e crudeli. Può nondimeno destar meraviglia che in poco più di un secolo (339) l’aumento della colonia fosse giunto a tale abbondanza di beni da sostenere il fasto di quello Smindiride, il più facoltoso de' Sibariti, che comparve nel numero dei pretendenti della regal figlia di Clistene alla corte di Siciono, conducendo al suo seguito mille schiavi, pescatori, uccellatori e cuochi (340): lo stesso che per la sua incomparabil mollezza non avrebbe potuto riposare se una foglia di rose si fosse ripiegata nel suo letto (341). Un altro Sibarita, Alcistene, nulla meno favorito dalla fortuna, potè mostrare con reg a ostentazione la sua privata magnificenza col dedicare a Giunone Lacinia un peplo ricchissimo, valutato centoventi talenti (342). In tal maniera l’apparente felicità dei cittadini fece obliare generalmente quelle virtù che nel vigor primo delle civili istituzioni avevano fatta la fortuna e stabilita la potenza dello Stato. Nei tempi più fiordi della repubblica il dominio di Sibari si estendeva su quattro nazioni confinanti e venticinque città (343). Trecento mila cittadini si trovavano ascritti nelle tavole censuali del comune (344), la cui milizia contava oltre cinque mila cavalli pomposamente armati (345); per il che superava allora gli altri popoli della Magna Grecia in forza, ricchezza e prosperità. In sì avventuroso stato Foracelo Delfico, interrogate dai Legati dei Sibariti, superbi della loro grandezza, quanto durerebbe cotanta felicità, si vuol che la promettesse eterna (346). Ma la conservazione di tanti beni richiedeva piuttosto i costumi di un popolo savio, che quelli di un popolo voluttuoso. Tuttavia per la conquista che avevan fatta su i Lucani dell'importante città di Pesto (347), si distese anche sul Tirreno il potere di Sibari, la quale con pari felicità dedusse in quelle parti due nuove colonie, cioè Scidro e Laino (348) collocata in comodo golfo alla foce del fiume di questo nome (349) Crotone. Caulonia, Pandosia, Metaponto, e in generale le città più antiche della Magna Grecia partecipavano de' medesimi vantaggi della posizione e del commercio, mentre nutrivano nel proprio seno simili cause di corruzione e decadenza, relativamente al loro grado di ricchezza e autorità. La piccola repubblica di Siri era sì addentro ingolfata nelle voluttà e nel lusso da non cedere il vanto de' piaceri alla stessa Sibari (350). Nell'istesso modo le altre colonie, dissipando le dovizie in menare una vita infingarda e licenziosa, preparavano coi loro costumi quelle crudeli sedizioni che turbarono la prosperità di sì deliziosa e contrada» (351).
Premesso questo quadro de' Sibariti, che abbiam tolto di peso da MICALI, per offrire in esso il tipo delle altre repubbliche Italiote, noi crediamo di non poter discorrere gli storici avvenimenti sì di Sibari istessa che delle altre città della Magna Grecia senza farli precedere da un simile quadro della politica influenza che su quelle esercitarono.
Pitagora e i Pitagorici. Sotto il duplice aspetto di filosofa e di politico, ovvero sotto l’unico di filosofo civile, in cui può esser riguardato questo grande e famoso sapiente dell’antichità, vuoisi qui considerar solamente dal lato della morale, colle cui massime riuscì di entrar moderatore delle forme governative delle nostre repubbliche. Fra le volgari distinzioni della nascita e delle ricchezze, donde gli ottimali, e la prevalenza della forza bruta o del numero, donde i plebei, Pitagora pose in mezzo l’aristocrazia del merito o della virtù, il cui culto ei vide e proclamò come unico correttivo de' disordini sociali, che gli eccessi dell'aristocrazia e della democrazia traggonsi dietro.
Intorno alla LX Olimpiade, o circa 540 anni avanti Cristo, Pitagora si trasferì nella Magna Grecia in cerca di quella sicurezza e libertà, che non più godevasi in Samo sua patria, da che occupavala Policrato il più voluttuoso de' tiranni. Preferì alle stesse repubbliche della Grecia quelle, che allora meglio delle altre fiorivano sul nostro suolo in grazia dello spirito condiscendente delle leggi achee, le quali, come più sopra osservar facemmo, tutto all’opposto di Sparta o di Atene, permettevano agli stranieri dì poter salire, non altrimenti che se fossero cittadini, ai primi posti ed onori. Crotone per tal riguardo fu dal gran filosofo prescelta a sua dimora sia pure per la salubrità del suo aere, sia ancora per l’indole degli abitanti più inchinevoli e meglio acconci a secondarlo nei suoi grandi disegni, che furon quelli d’illuminare i contemporanei e svelare alle generazioni future i dritti, i doveri, i grand’interessi dell'umanità. Con un fondo di sapere straordinario, accompagnato da singolari doti della persona e dal dono della parola, si guadagnò ben subito il rispetto e l’ammirazione de' Crotoniati. I quali, vinti dalle belle esortazioni dello straniero tendenti a promuovere la pubblica prosperità col rendere migliori e quindi più felici gli uomini sol che battessero il sentiero della virtù, si animarono tutti a seguirne gl’insegnamenti ed accendersi del desiderio di emendare e migliorare se stessi. I giovani in bella gara abiurarono le voluttà; i vecchi raddrizzarono gli storti modi di pensare, e le donne, preferendo il semplice contegno della modestia alle ricercatezze di un lusso smodato, votarono a Giunone, la dea protettrice della città, tutti i loro ornamenti. Insinuato nel popolo l’amore per tutto ciò che costituisce l’uomo virtuoso, e quindi meritevole di quella stima, che non comandata ma ultroneamente renduta è in tanto più ragguardevole, in quanto nulla pretende; fu facile a Pitagora di farne innamorare anche lo classi alte, ambiziose di distinguersi pur nelle virtù, onde aver fra gli uguali agli occhi del popolo un pregio acquisito oltre quello lor derivato dalla sorte. È credibile, che Pitagora informato, durante la sua dimora in Egitto, delle avvedute istituzioni dell’ordine sacerdotale, da cui era ivi governato il principe ed il popolo, ne avesse preso norma fondamentale della sua scuola o più veramente società di uomini sapienti, soli i quali, corretti e fortificati che fossero dalla virtù, potevano essere destinai' ed assunti al governo de loro simili.
Ma se ad uomini cosiffatti venne ad essere tolto il presagio del sacerdozio, che imponeva al popolo cieca sommessione, Pitagora vi annestò un altro apparato che lo rassomigliava, quello cioè d’iniziare ai suoi precetti sol pochi, che fra i tanti si mostravano degni della sua confidenza o più capaci di conseguirla dopo alcun tempo di prova; e cosi venne a fondar la società de' Pitagorici rigorosamente assoggettata ad un tenor di vita, conforme alle regole di condotta ordinate dal suo fondatore. Consistevan queste in procurar col mezzo di esercizii e di precetti lo sviluppo d^lle forze del corpo e della mente, tanto necessarie per la pratica delle virtù, le quali, appunto perchè costano abnegazione e sacrificio di tutto ciò, cui la natura abbandonata a se stessa è inchinevole, son virtù a differenza delle opposte tendenze dell’uomo che, per essere facili e solo utili a chi le seconda, sono i suoi vizii. Fu in somma la missione d Pitagora un sacerdozio per così dire civile, scevro si di quel carattere misterioso (352) tanto necessario ad imporre sulle masse una irrecusabile osservanza, ma in vece rivestito del carattere della bontà non senza il reverendo sussiego di certe pratiche esterne e certi riti, che persuadevano il popolo a rispettare in essi quegli uomini sinceramente puri ed illibati, quali esteriormente si mostravano.
Sapendo Pitagora quanto la maniera di vestire influir potesse a significar coll’esterno candore la interna purità dell’animo, fece adottare ai suoi seguaci le bianche e mondissime vesti di lino ad imitazione di quelle che di simil materia portavano i sacerdoti di Egitto (353). Colla nettezza delle vesti non andava disgiunta quella del corpo, procurata colle abluzioni, cui praticavano non tanto per motivi di salute, quanto per guadagnarsi la benevolenza de' Numi, la quale credevano sperabile solo da chi si faceva loro innanzi purificato (354). A questo apparato esteriore corrispondeva un cotal raccoglimento di cuore accompagnato da esterne dimostrazioni di pietà; e la dignità della virtù unita all'ossequio della religione andava si bene in accordo colle loro occupazioni, colla mensa e con tutte le altre giornaliere faccende di una vita ordinata e temperante, che il popolo nel suo modo di vedere e di sentire non poteva non tenere il maestro e i discepoli in conto di nomini giusti incontaminati ed amici degli Dei (355). Levati che si erano i Pitagorici da letto pensavano immediatamente a risvegliare anche il loro spirito al suono della lira per rendersi più disposti all’operare; pur di mattina attendevano a fare alcune passeggiate solitarie e divote, per raccogliere l’animo e prepararsi alle opere della giornata. Riunitisi poscia passavano gran parte del mattino in applicazioni dirette a formarsi lo spirito ed il cuore, e poi dopo varie specie di esercizii ginnastici andavano al pranzo, che oltre di essere frugale escludeva l’uso della carne e del vino. Gli affari della repubblica, la scienza delle leggi ed altre liberali dottrine forcavano l’oggetto delle loro occupazioni fin quasi alla sera, nella quale ora a due od a tre uniti rendendosi al passeggio, riandavano insieme le loro speculazioni. Un bagno freddo precedeva la loro cena, alla quale si adunavano in vaste e decenti sale, ed in cui erano serviti di cibi più scelti e più nutritivi di quelli del pranzo, cubando di levarsi da cena al tramontare del sole. Sedevano in essa dieci compagni per ogni tavola imbandita di cibi vegetali, di poca carne, e di vino, di cui facevano moderatissimo uso. In fino della cena avevan luogo brevi ed istruttive letture, colle quali ricordavansi a ciascuno gli obblighi essenziali della vita e le regole dell'istituto; una delle quali, siccome prescriveva a ciascuno l’obbligo di cominciare e finire il giorno con un profondo esame di se stesso, così niuno andava a letto senza di aver prima© per poco passato a rivista le operazioni del giorno, e talvolta anche quelle dei dì passati. E ciò adempiuto, prima di abbandonarsi al sonno, raddolcivano di nuovo la mente coi grati accordi della lira, rimuovendone in tal modo le idee che avrebber potuto sturbarglielo.
Erano queste pratiche de' Pitagorici efficace preparamento a quella morale sublime, che secondo i precetti del maestro, facea dipendere la felicità dal puro godimento dei piaceri intellettuali e dall’ineffabile contento che procurano all’uomo la probità ed il sentimento delle virtuose azioni. Ma non si limitavano ad esse gl’insegnamenti di Pitagora. Poiché l’intemperanza e la voluttà sono la sorgente de' mali, che d sfanno le famiglie e le città, voleva, che all’amore non condiscendessero i giovani se non di rado e dopo il ventesimo anno. Primo dovere che inculcava ai suoi discepoli era quello di moderare e vincere le passioni, dominare i moti eccessivi sì della gioja come della tristezza, e gl’impeti dell’ira. Da essi infine esigeva che si distinguessero per dolcezza ed affabilità, donde quei generosi sentimenti di benevolenza, pe’ quali a tal segno si distinse la sua filosofica famiglia, che a lui acquistarono il glorioso titolo di primo legislatore dell’amicizia.
L’ammissione de' membri alla sua scuola o setta che dir si voglia, seguiva dietro l’esperimento in alcune prove, alle quali era mestieri assoggettarsi. Il novizio, dopo di essersi esposto ad un rigoroso esame sull’indole, temperamento, costumi e naturali disposizioni, veniva sottoposto ad un moderato, non totale silenzio, che riducevasi ad una specie di ragionamento, che Sidonio chiamava docta silentia Pythagorae. Secondo che tali prove eransi subite più o meno complete e soddisfacenti, meritavano i Pitagorici più o meno illimitata la confidenza del maestro. Il quale perciò facevane due classi, una di quelli che col titolo di famigliari trovataci già pienamente istruiti della costituzione, de' segreti e del grande scopo della società; l’altra di coloro che tenevansi in corso di prove come uditori, co’ quali usavasi una riservatezza nel comunicarglieli fino a che non gli parevano meritevoli di una piena fiducia. Ed in questo consistevano i misteri di Pitagora, che secondo i nuovi Pitagorici e Platonici comprendevano i segreti politici dell’ordine custoditi con un certo arcano. Erano poi i simboli e gli enimmi certe brevi sentenze, che sotto il velo di strane espressioni, racchiudevano i precetti di una morale pratica, come i seguenti: Non sacrificate agli Dei a piedi nudi, invece di dire: Presentatevi nei templi con aria decente e raccolta. Quando consolava a non sopraccaricarsi il fardello della vita col peso degli affari e delle cure, diceva: Non vi divertite a tagliar del legno dal vostro cammino. Por dire ai suoi discepoli, che dovevano essere pronti ed attivi in tutte le ore del giorno, diceva loro: Non uccidete giammai il gallo. Nel consigliarli a non astringersi di alcun voto o giuramento, si esprimeva dicendo: Guardatevi dal portar nel dito un anello che vi stringa. Invece di dire: Non irritate un uomo che di g à è in collera, diceva: Non attizzale il fuoco colla vostra spada. Le quali maniere di esprimersi, facili ad incontrarsi negli scrittori sacri, erano state recate di Egitto, e formavano la lingua segreta, o gerga, la cifra o i particolari segni, co’ quali davansi a conoscere e tener corrispondenza fra loro i Pitagorici; gli arcani in somma di quella società, a tutti ignoti fuorché agli iniziati.
Questo è quanto la storia ci narra di Pitagora, come individuo storico e reale; ed avrem qui finito di parlarne, se i dubbii mossi da altri sulla sua realtà non fossero fondati in guisa da non potercene passar noi, che in queste pagine abbiam dato a divedere qual conto facciam de miti, de' tipi e de' personaggi ideali, e quai veri possono distrigarsi da essi e dalle leggende. Soffrano adunque quei tra i nostri lettori, che misgradiscono cotali sostituzioni, e dotte ignoranze il chiamano con un grand’uomo de' nostri tempi, se por poco qui c’intratteniamo a dimostrare in qual senso fu e deve tenersi Pitagora per un essere ideale.
Non crediamo sufficiente motivo a dubitare della sua realtà il disaccordo de' biografi in fissare il luogo ed il tempo della sua nascita; perchè facciam buona agl’ammiratori de' grandi genii l’ambizione di vendicarselo loro concittadino, come avvenne di Omero. Ma ove l’anacronismo è di secoli, e l’ubiquità tocca quasi tutti gli estremi del mondo, fìa bene allora pensarne diversamente. Noi dunque avvisiamo che il Pitagora scienziato o filosofo ha potuto essere di Samo, ed essere vissuto circa il sesto secolo avanti G. Cristo: ma che il Pitagora politico, appunto perchè tenuto presente in diversi luoghi e tempi, non fu che un personaggio ideale; e il dimostriamo cosi:
Quella deduzione ricavata dall'esame della storia dei sette re di Roma, la vicenda cioè del governo ora in mano de' patricii, ed ora de' plebei, ne istruiva di una verità, che non avremmo potuto altrimenti discoprire, quella cioè di vedere negli uni e negli altri i due moventi di quella agitazione politica, per la quale fu sempre d’uopo che fossero al mondo governi. Se potesse darsi forma governativa affatto scevra dalla influenza di questi due ordini costituiti di ogni popolo, sarebbe dessa l’immagine del governo providenziale dell’universo, in cui Dio regge le due forze centripeta e centrifuga, mantenendole in quella misurata proporzione, donde quella inalterabile costanza nel moto delle sfere celesti. Ma per umana fatalità il rappresentante di quel governo, che dovrebbe tenere a segno e gli aristocratici e i plebei, se esce dal seno degli uni è mai sempre avversato dagli altri, per modo, che l’agitazione, la quale n’è sempre l’effetto, costituirà la vita politica delle nazioni, vita cioè mai sempre armata, o almeno col viso dell’arme, contro le eccedenze de' detti due elementi. Or questi non arrivano a deporre mai il loro odio scambievole; perchè il movimento della ricchezza ne' popoli è incoercibile; i poveri aspirano a divenir ricchi, e vi riescono; i ricchi tornano poveri senza volerlo o pensarci. Malgrado tutte le barriere che separano questi due ordini o classi di ogni Stato, la invasione dell’uno nell’altro è incessante ed irresistibile; e la ricchezza, essa sola, sia posseduta, sia ambita, è stata sempre il lievito del perpetuo fermento de' popoli, dal quale non sarà mai possibile di preservarli.
In mezzo a questa perpetua lotta sorse e si educò una nuova specie di aristocrazia a controbilanciare quella delle ricchezze, e fu quella che, predicandone appunto il dispregio, come di cosa soggetta ai capricci della fortuna ed incapace di merito, proclamò il culto della virtù or nella semplice abnegazione dei piaceri e nella purificazione del cuore, or nella semplice tolleranza di sacrificii e nella coltura della mente. E fu dessa l’aristocrazia degli uomini dabbene in taluni luoghi, l’aristocrazia dell’ingegno in tali altri, terzo ordine insomma aggiunto ai due primi, di cui componevasi una volta tutta la massa di un popolo.
Or potrebbe domandarsi: A qual epoca rimonta l’introduzione nel mondo di questo terz’ordine? — Fin da che, noi rispondiamo, la virtù è stata conosciuta dagli uomini; fin da che fu eretta un’ara al suo culto; fin da che sull’ara medesima fu sostituita ed intruda la divinità di Mammona, che è quanto dire, fin da che il mondo è mondo. Potremmo qui dare il novero di tutt'i fondatori di religioni e di sette presso i diversi Popoli, di cui la Storia si occupa nelle sue pagine: ma noi trasvoliamo la lunga lista e ci arrestiamo a Pitagora per vedere in lui prima un uomo, che il suo secolo produsse e l’ebbe interpetre dei suoi bisogni, cui cercò di occorrere nel modo che ei seppe, poi il suo ideale nei suoi seguaci o Pitagorici, i quali cercarono di propagare e diffondere i suoi principii.
Così può spiegarsi, perchè Numa si disse istituito da Pitagora, cui si fa percorrere l’Egitto, la Caldea, l’Asia Minore, le Indie, toccar Babilonia, in busca di scienza. Cosi può rendersi ragione del perchè non solo la sua patria, ma parecchie città della Magna Grecia se l’ebbero a maestro per giovarsi delle sue dottrine, sotto la influenza delle quali vedremo svolgersi i politici avvenimenti, di cui ripigliamo il filo della interrotta narrazione da quelli dei
Crotonesi. Avendo Pitagora primieramente in Crotone fondata la sua scuoia, fu ivi prima che altrove ammirata la rigenerazione del popolo educato alla pratica di novelle virtù. Cominciando dalle ginnastiche o fisiche, che allora erano scala al desiderio di distinguersi anche nelle morali. i Crotoniati furono in grado di riportar tali e tante palme nelle famose adunanze di Olimpia, che ne nacque il proverbio esser l’ultimo di Crotone il primo di tutta la Grecia. Basta dire che in una sola Olimpiade si noverarono una volta sino a sette Crotonesi vincitori dello stadio, fra i quali dura ancora il nome di Faillo, come uno de' più distinti, per aver potuto spiccare un salto di cinquantacinque piedi, e lanciare il disco alla distanza di novantacinque.
Poiché Pitagora nella sua sapienza civile trovava preferibile una moderata aristocrazia a qualunque altra forma di governo, in Crotone, dove per effetto degli antichi ordini la libertà del popolo trovavasi temperata da un consiglio di mille seniori, niuna violenta innovazione abbisognò per insinuacela. Solo, quando i Pitagorici crebbero di numero e di potenza, riuscirono ad impedire che le magistrature si dessero a sorte, ed a far valere nel conferirsi la ragion de' suffragii. Per siffatto accordo tra i principii del filosofo e quelli del Senato di Crotone, non è a maravigliare, se questo il consultava sugli affari più importanti del comune, e se la fiducia che si ebbe nella sapienza del maestro si estese a quella de' suoi seguaci. I quali propagatisi per le città più ragguardevoli della Magna-Grecia in tanti collegii di Pitagorici, strettamente in concordia fra loro con principii uniformi, ebbero in mano il timone di un gran numero di Stati potenti, di cui regolavano la sorte; e convertendo i vizii de' privati in pubblico vantaggio, fecero in breve tempo risorgere città guaste dal lusso e dalle discordie civili. Ma nel mentre che i Crotonesi prosperavano sotto la dolce riforma di Pitagora, a passi accelerati in mezzo a discordie e sedizioni funeste progredivano i
Sibariti. Per una rivalità insorta tra gli Achei ed i Trezeni fondatori della colonia dedotta dalla Grecia in Sibari, i turbamenti giunsero al segno che i primi cacciarono i secondi dalla città. Una sì violenta rivoluzione fece, per lo spirito di ammutinamento che ne seguì, rivolger l’odio contro i cittadini facoltosi. Un certo Teli, divenuto col favore di tali discordie capo del governo, indusse la fazione dominante a sbandire i ricchi ed a dividere i loro averi fra i cittadini. Ricovraronsi gli esuli in Crotone. Non tardò Teli, offeso della umanità de' Crotoniati, di far loro richiedere gli esuli dai Sibariti con pubblica ambasciata e minaccia di guerra in caso di rifiuto. Il timore aveva fatto risolvere il Senato a consegnare quegli sventurati in balia de' loro nemici, se non era per Pitagora, che per motivi di religione di onore e di virtù fece determinare i Crotoniati a ritenerli e non temere la guerra. Nella quale comandali da Milone, prediletto discepolo di Pitagora ed uno de' più forti atleti che siasi visto nella Grecia, sconfissero i Sibariti, malgrado che questi, secondo una delle maravigliose narrazioni dell’antichità, avessero posto in campo trecento mila contro soli cento mila combattenti. Ebbe luogo la battaglia nel piano adjacente al fiume Trionto. I vincitori non contenti di aver quasi tutti uccisi e dissipati i Sibariti, si diressero anche contro la loro città, cui dopo aver saccheggiata e disfatta allagarono, rivolgendo sulle rovine le acque del Crati. Una parte de' vinti trovò una seconda patria nelle colonie di Scidro e di Laino; e tutto questo si dà come avvenuto nel terzo o quarto anno della LXVII Olimpiade, di Roma 245. a. C. 508.
L’ordine de' tempi, cui è forza attenerci più che a quello de' luoghi, esige che qui ricordassimo i
Cumani. Un’antica rivalità fra gli Etruschi della Campania ed il popolo di Cuma scoppiò finalmente in una guerra, nella quale si distinse Aristodemo, giovane nobilissimo, uccidendo di propria mano il capitano de' nemici. Nel decretarsi a costui la corona del merito, nacque contrasto fra i cittadini, una parte de' quali, favorevole ad Ippomedonte, Generale della cavalleria, voleva deferirla a costui. Tenevano per Aristodemo i giudici, e con questi anche il popolo: favorito era l’altro solo dal Senato e dalla classe dei nobili. Una equa composizione in decretare uguali onori ad amendue stornò allora il pericolo di veder decisa colle armi la contesa; ma non cessò Aristodemo colle sue affabili maniere di sempre più ben meritare del popolo, nulla curandosi di perdere tanto dal lato de' nobili, quanto ne guadagnava da quello della plebe; ed a tutto ciò continuava a dar opera malgrado che gli aristocratici avanzassero alla giornata in consolidarsi nel loro potere, attendendo a conservarsi ereditaria l’aristocratica dignità, a goderne essi soli, ed abusarne a capriccio. In questo stato di gelosie, di odii e timori scambievoli,ad occasione che il popolo di Arida implorò a quello di Cuma ajuti contro i Toscani, lor comuni nemici, colse il Senato l’opportunità di levarsi dinnanzi Aristodemo, sotto p onesto colore di confidargli il comando di quella spedizione, per la quale lo fornì di dieci vecchie navi e due mila uomini scelti fra i cittadini più disagiati. Aristodemo, malgrado che addato si fosse di queste trame, accettò l’impresa affidatagli, e riportò una brillante vittoria sui Toscani. Tornò a Cuma con navi cariche di doni, bottino p prigionieri, ma toccò terra egli prima che le navi giungessero al lido: e ciò fece per indettarsi con quei del suo partito circa il modo da tenersi, onde fare, come oggi direbbesi, un colpo di stato, mutandone la forma. Entrò quindi in città trionfante per la riportata vittoria, fu festeggiato pd acclamato dal popolo, col quale attese ai doveri di religione fino a che non furono in porto le navi portatrici del frutto della vittoria. Convocatosi allora il Senato per riferirgli della sua impresa, i congiurati impazienti di aspettare più oltre per l’esecuzione di quel che si era convenuto, armati di pugnale danno sopra agli ottimati e li uccidono tutti. Nel tumulto la cittadella le mura e lo navi sono occupate dai seguaci di Aristodemo, il quale por dar compimento ai suoi disegni, si valse degli stessi prigionieri toscani e dei condannati, che trasse dalle carceri. por formarsi una guardia. Il dì seguente giustificatosi della vendetta tolta sopra i suoi irreconciliabili nemici e comuni tiranni, promise a tutti libertà ed al basso popolo la divisione de' terreni e la remissione dei debiti. Non occorro di dire che Aristodemo con queste arti raggiunse il potere assoluto, e si assise tiranno fino a che non si fosse stabilmente riordinata la democrazia, quando cioè la repubblica gli sarebbe partita sicura.
Con altri artificii, la cui riuscita gli fu facile, attesa la viltà nella quale trovavansi quei cittadini per l’oppressione ed insulti de' nobili. il malvagio usurpatore disarmò i Cumani, e si disfece di quei pochi buoni che avrebbero potuto far ostacolo ai suoi disegni. Costrinse le vedove a sposare gli uccisori de' loro mariti; avrebbe fatto trucidare in un sol giorno tutt'i figli de' nobili già spenti, se quegl’innocenti non avessero trovato negli stessi patrigni chi per loro intercedette, ottenendo, che fossero allontanali dalla città per vivere a mò de' rustici nel contado senz’alcuna istruzione. A fin di spegnere ne' cittadini la necessaria energia alla vendetta, di cui temeva il tiranno, adottò aneli egli gli espedienti che in quei tempi si praticavano, volendo che i giovani sino ai venti anni con attendessero ad altri studii, che a quei del piacere e della effeminatezza, dando loro, in vece di maestri, degli abili corruttori per traviarli. Non più virili esercizii del ginnasio, ma ree piacevolezze di una vita molte ed oziosa. Musici, ballerini ed acconciatori di testa erano quelli che lor fornivano tutta la istruzione, per lo più scelti questi ultimi fra voluttuose ancelle, che li accompagnavano sotto parasoli e lor prestavano financo ne' bagni quei servizii, che la decenza disapprova fra persone di sesso diverso.
Malgrado però tutte queste precauzioni dirette ad assicurarsi Aristodemo la tranquilla durala della sua usurpazione, gli sbanditi che dimoravano in Capua, unitisi ai figli de' nobili, che già adulti si aspettavano di esser tutti fatti morire, fuggirono nei monti. Quivi seguiti da una schiera di venturieri della Campania, con abilità e cautela diedersi tutti in un corpo a scorrere il paese intorno Clima per modo, che ad Aristodemo venne meno la speranza da poterli raffrenare, quando uno degli esuli si presentò a lui, promettendo di fargli aver nelle mani nella notte segmento i fuorusciti. Ei credendoselo, mandi, una compagnia di soldati, cui la guida menò per tutt’altra via che per quella, dove gli esuli erano nascosti entro ai selvosi recessi dell’Averno, donde uscirono chetamente per avvicinarsi a
Cuma. All’imbrunir della notte, sessanta de' più animosi entrarono travestiti per dì verse porte della città, e con poco o niun rumore agevolarono l'entrata per le stesse ai compagni, che profittando della circostanza di una festa, per la quale gli abitanti erano immersi nel vino e nel sonno, riuscirono felicemente nella impresa. Aristodemo, assalito e mal difeso dai suoi, cadde in mano de' congiurati che il fecero a pezzi coll’abominata famiglia, ed il popolo, applaudito il coraggio dei suoi liberatori, ristabilì dopo quindici anni della più ignominiosa oppressione, la repubblica nel primiero suo stato (356).
Nel tempo stesso, che a Cuma, provati gli effetti del potere tirannico, riusciva finalmente di affrancarsene, operavasi nel senso medesimo anche una sanguinosa rivoluzione di libertà dai
Tarentlni. I discendenti degli Japigi, primi possessori del felice territorio di Taranto, erano stati poco a poco dal rigore delle leggi spartane ridotti alla dura condizione d’Iloti. Cresciuti che furano di numero, non sapendo più tollerare la loro sorte, dieder sopra ai nobili, li distrussero tutti col ferro, e si costituirono un nuovo governo popolare col provvedimento di crearsi i magistrati parte a sorte e parte a via di suffragii. Nel primo fervore di una libertà riacquistata, la democrazia di Taranto estese il dominio e rassodò la forza della repubblica anche con vituperosi eccessi di passioni crudeli. Per rivalità che per ragion di confini ancora duravano tra i Tarentini e i popoli della limitrofa Japigia, i primi tolsero ai secondi Carbina, scannandone tutti gli abitanti. A danno di sì feroci conquistatori si collegarono le nazioni circonvicine a prevenire il comune pencolo, ponendo in campo ventimila combattenti. Io soccorso de' Tarentini mandò Reggio tre mila fanti; ma la vittoria si dichiarò per gli Japigi e loro alleati, sicché i Greci patirono, dietro la rotta, tanta rovina che, secondo Erodoto, superò le stragi solite a vedersi in un’età, nella quale non si sapevano conciliare co’ dritti della umanità quei della guerra (357).
Nel senso stesso, val dire in una reazione di popolani contro l’aristocrazia, videsi nella Magna-Grecia scoppiare uno de' più grandi sconvolgimenti colla violenta distruzione della Società Pitagorica. La gelosia di coloro, che non potevano fame parte per deficienza di merito, svegliatasi di buon’ora, guardava di mal occhio nella benefica influenza, che esercitava su molti Stati fiorenti, l’alta stima di cui godevano i suoi membri; i quali nella riputazione acquistatasi di uomini dotti e dabbene, destavano negl’ignoranti dei sospetti, cui dava l’appicco l’uso del segreto, comunque innocente. Adunque, dopo trent’anni da che il Pitagorico istituto aveva prosperato, primi a sollevarsi ed a sperperarlo furono i
Crotonesi. Poiché la società de' Pitagorici aveva per iscopo, come si è detto, di far prevalere nei governi 1 aristocrazia del merito fondato sulle virtù e sul sapere, il perfido ed ambizioso Cilone, che per le sue turbolenti maniere erano stato escluso, postosi alla testa della parto popolare, ordì l’orribile congiura, per la quale assalita ed incendiata la casa di Milone, ove trovavansi adunati i membri dell’ordine, vi perirono quasi tutti. Gli evasi da questo assalto, parte furono uccisi per la città, e parte fuggirono a Taranto ed a Reggio. fra i quali Pitagora, che morì poco dopo a Metaponto. In altre città, come in Caulonia e Metaponto, la fazione vittoriosa ordinò il bando perpetuo, non solo ai Pitagorici, ma a tutti coloro, ai quali non fosse per piacere la nuova riforma del governo. Presero occasione i Crotonesi popolani di insorgere, e fare man bassa su tanti rispettabili cittadini, dalla divisione del territorio de' Sibariti dopo la distruzione della loro città conquistato. Contro l’arbitrio, ond’essi disponevano delle cose di Crotone, il popolose cui giuste voglie furono in quella circostanza attraversate, espresse il suo malcontento, attizzato dalle sediziose pretensioni di coloro, che volevano fatti comuni a tutti, gli uffizii della repubblica, ed astretti i magistrati a render conto ai delegati del popolo.
Questa popolare riscossa, designata dugento anni dopo coll’obbrobrioso titolo di sedizione e congiura, immerse la Magna Grecia nell’anarchia, perchè coll'uccisione ed esilio de' Pitagorici, ogni città perduto aveva gli amici della sapienza e gli ottimi magistrati. In mezzo a tali turbamenti, Crotone provò quanto costi caro ad un popolo l’ammutinamento e l’ingiustizia durante la passeggierà ed infame tirannide di un Clinia sostenuto da vili banditi e da servi venduti a libertà. Metaponto, soggettata a simile violenta signoria, ne fu fatta libera da Antileonte ingiuriato nell'oggetto del suo amore (358). A queste sedizioni no i fu indifferente la Grecia, donde vennero diverse ambascerie per tor via quelle discordie; ma le città sommosse non accettarono altra mediazione che quella degli Achei, dai quali traevano origine. Per consiglio di costoro ristabilirono il governo e le leggi della madre patria; e persuasi che la felicità e la sicurezza delle repubbliche viene principalmente dall’unione, innalzarono un tempio a Giove Omorio con un contiguo edificio destinato alle diete nazionali (359). Tutti i Pitagorici furono legalmente richiamati dall’esilio, e gli articoli della pace, incisi su tavole di rame, si vollero sospesi in Delfo, come durevole monumento di riconciliazione (360). I membri però della loro setta non si riunirono più in una sola famiglia, quantunque nel tenor di vita osservassero le regole del loro istituto. Non più ebbero autorità sulle cose di Stato; e sebbene Archita, Filolao, Timeo, Eudosso e pochi altri, che fiorirono a tempo di Platone, si fossero distinti come generali, ciò conseguirono per la loro abilità, piuttosto che per un potere riacquistato. Continuarono i Pitagorici nelle diverse città d’Italia e di Sicilia a mantener fra loro, finché vissero, una indissolubile amicizia e la purità de' principii appresi dal venerato maestro; ma alterati questi dai successori, che si propagarono per le città e per le campagne, se col loro sordido contegno e superstiziose astinenze si conciliarono da una parte l’ammirazione del volgo, caddero dall’altra nel disprezzo degli uomini di senno, come ne fan fede i continui motteggi di Cratino, Aristofane, Antifane, Mnesimo ed altri comici presso Ateneo (361).
Reggini. Trasvoliamo di questo popolo famoso i fatti che lo riguardano pe’ tempi antecedenti ad Anassila, perchè la loro narrazione essendo complicata con quella della vicina Sicilia, esigerebbe della nostra attenzione più di quel, che ci proponemmo di spendere per minutezze proprie di un lavoro più lungo. Dopo l’occupazione che Alcidamida, venuto da Messene, fece di Reggio, il governo della cui repubblica tenne a titolo ereditario (il che si calcola come avvenuto nell’anno 29 di Roma, 724 a. C.) erano scorsi cinquantacinque anni, quando Anassila, quarto discendente ovvero pronipote di Alcidamida, capo, non tiranno, della repubblica di Reggio, trovandosi in continua guerra coi vicini Zanclei sulla opposta riva Siciliana, per domarli una volta per sempre, chiamò di Grecia i Messenii. Venuti in buon numero e col mezzo dello forze navali, di cui Anassila disponeva, riuscirono nella impresa sotto la condotta di Gorgo e di Manticlo; e la Zancle, deposto l’antico nome, prese quello di Messene, poi Messina (362).
Rassicurata Reggio in tal modo dai timori o dai travagli che le dava l’emula vicina, raggiunse, tra per la felicità del cielo e quella del suo sito, così favorevole alla navigazione ed al commercio, la floridezza delle altre più ricche colonie della Magna Grecia. A tali topografici vantaggi aggiuntasi la sapienza delle leggi di Caronda, non è da maravigliarne, se Reggio fu patria di uomini altamente celebrati nelle scienze e nell'arte di governare.
Nell’anno 160 di Roma (anno terzo della LXXI Olimpiade) osò nondimeno Anassila il giovine di occupare la rocca di Reggio e proclamarsi signore assoluto dello Stato sulle rovine della oligarchia. La sua ambizione si rese anche molesta agli Stati vicini, onde i suoi diciotto anni di regno furono pieni di fatti non immeritevoli divenir ricordati, il che facciamo rapidissimamente.
Fu egli figliuolo di Criteneo. genero di Terillo e suocero del re siracusano Jerone. Di carattere ardito ed intraprendente stimolò prima i Samii, pervenuti in Sicilia dopo la distruzione di Mileto, alla conquista di Zancle o Messene sprovvista di difensori; dipoi, scacciatine i Samii, invase egli stesso quella città, perchè divenuta nuovamente molesta a Reggio, e vi collocò con regio dritto il suo figliuolo Leofrone. A misura che andava crescendo in potenza, vagheggiava nuovi ardimenti, fra i quali fu anche quello di tendere a riunire sotto un solo governo tutta la Magna-Grecia. Fra le principali repubbliche da lui turbate fu Locri, che dopo lungo assedio sarebbe stata espugnata senza la mediazione di Jerone re di Siracusa (363). In conseguenza di queste inquietezze che agli altri recava, diede opera a meglio provvedere alla sicurezza del suo stato, fortificando con un muro l'istmo scilleo contro la potenza marittima de' Toscani, e chiudendo anche il passo dello stretto ai corsali. Fu Anassila nondimeno un principe giusto, clemente e dotato di qualità superiori. Riportò vittoria nei giuochi olimpici con l’apene, ossia col cocchio tirato da mule. Di essa, oltre di aver cantato Simonide, fu scolpita la memoria sulle monete di Reggio e Messene, in cui vedesi oltre del cocchio anche una lepre, per aver egli il primo introdotto questo animale nella Sicilia, ove prima non era (364).
Morto Anassila, i suoi figliuoli e l’amministrazione dello Stato restarono sotto la tutela di un certo Micito, antico e fedele domestico, cui li lanciò raccomandati. Quest’uomo di una rara probità, corrispo e esattamente alla fiducia in lui riposta, ed all’idea che si aveva delle sue note virtù, cui non macchiò nè col fasto della tirannia che tenne a vile, nè colla negligenza de' suoi doveri. Non solo riuscì a mantener la pace fra i Reggini, ma ne ampliò il potere col commercio, mediante una nuova colonia solto di lui stabilita a Bussenzio (365). Fatti adulti i figli di Anassila, ed impazienti di porsi in mano lo redini del regno, a ciò anche istigali dal loro cognato Jerone, Micito depose così volentieri la cura del governo, che dopo aver reso un esatto conto della sua amministrazione, andossene a vivere da privato in Tegea dell’Arcadia; nel dolce oblio delle sollecitudini inseparabili dalla pubblica vita.
I giovani sconsigliati fattisi insolenti, ed abusato avendo del loro potere, ne furono spogliati sei anni dopo di esservi entrati, e fu proprio quando la sollevazione della Sicilia, già stanca de' suoi tiranni, svegliò pur gli altri popoli vicini a libertà (366).
Ricuperarono i Messinesi e i Reggini la indipendenza, ma non già la concordia e la pace. Sedizioni intestine lacerarono questi ultimi, fra i quali nacquero due frazioni, de' Calcidesi l’una e de' Messenii l’altra, per la diversa origine che da questi ricordavano di avere rispettivamente. Si volsero i Calcidesi a quelli di Imera per soccorso, e se l’ebbero in una banda di soldati veterani, i quali dopo aver espulso la fazione contraria e passato a fil di spada i congiunti, s’insignorirono in proprio della città, cui oppressero da brut ili tiranni (367).
La storia non dice come i Reggini si sottrassero da una tal tirannia, né quando: ma trovandosi menzione de' Pritani, degli Arconti e di altre popolari magistrature ne’ loro marmi, dee ritenersi che della durevole prosperità, di cui godettero per l'avvenire, ne andarono debitori al governo ripristinato in forma repubblicana.
Circa quarantanni dopo (anno 2 della LXXXVIII Olimpiade, di Roma 327 a. C. 426.) ricompariscono i Reggini nella serie degli avvenimenti, di cui tessiamo la storia; e fu quando la nascente guerra del Peloponneso comunicò il suo influsso alle colonie di Sicilia e d’Italia, che avevano relazioni di affinità con Sparta ed Atene. Fra quelle che tenevano per quest’ultima fu Napoli, notabilmente accresciuta di Ateniesi, la quale colle altre città Calcidiche dispor poteva degli ejuti in favore di Atene, come praticato avevano le città Doriche in favore di Sparta, cui mandarono un gran numero di legni da guerra. La spedizione di Atene verso le spiagge della Magna-Grecia si coloriva col pretesto di esser venuti in soccorso de' Leonini, alleati di Reggio, che guerreggiavano coi Siracusani, alleati di Locri. Giunte le navi Attiche a Reggio cominciarono a danneggiare i Locresi, e di unita ai Reggini si mossero contro le isole Eolie, che non vollero arrendersi. Pacificatisi i principali contendenti, cessò per gli Ateniesi il pretesto di mostrarsi sui nostri lidi, e tornaronsi in Grecia. I Locresi allora presero a vendicarsi di Reggio, cui strinsero di assedio per terra e per mare, ed avendo ridotto a gran desolazione, quando le giunse un soccorso da Atene di sedici navi comandato da Pitodoro, che con altre otto di Reggio riuscirono nell’azione navale, impegnata nelle angustie del Faro di Sicilia, a trionfar de' Locresi e de' Siracusani, che furono astretti a sgombrare il territorio di Reggio e a ridursi nei loro porti.
Ne’ susseguenti tentativi di Grecia per trarre dalla sua parte le repubbliche Italiote, quando Alcibiade con fatale eloquenza ebbe persuaso agli Ateniesi la infelice spedizione di Sicilia, benché si fossero regolate prudentemente serbandosi quasi tutte neutrali, e così causato avessero il pericolo di chiamarsi addosso la vendetta de' Siciliani; tuttavolta durante il tempo di una generale tranquillità che lor parve di aversi assicurata, sorgeva a perturbarla Dionisio, tiranno di Siracusa, che tutta sconvolse ed annientò la prosperità di sì bella contrada.
Favorito dagli Spartani suoi alleati. e quindi rapidamente ingrandito, destò Dionisio la gelosia ed i timori delle repubbliche sul vicino continente, tanto più che trovavansi allora poco o nulla concordi ed unite. Reggio la prima e la più da presso alla Sicilia porse occasione ad attirarsi addosso la temuta rovina, perchè essa, pensando a stornarla da sé, non fece col prevenirla che affrettarne l’arrivo. Rinforzata da quei Messenii scacciati da Naupatto, si credette in grado di fiaccare la cresciuta potenza del temuto vicino attaccandolo sul proprio suolo. Allestito un’armata di sei mila fanti e seicento cavalli, la traghettò sopra cinquanta navi a Messina, i cui magistrati concorsero colle loro forze ad un’impresa che tendeva visibilmente alla comune saluto. Mentre però l’esercito confederato moveva verso Siracusa, si ammutinò sotto il pretesto che il popolo non aveva ratificato quella guerra, e si tornò a Messina, a malgrado de' suoi capitani. Fallito il disegno, si adoprarono i Reggini a trattare la pace con Dionisio, il quale Faccettò riserbando a miglior tempo la sua vendetta, cui seppe astutamente per allora dissimulare.
Volgeva l'anno 3 della XCV Olimpiade (356 di Roma, 397 av. C.) quando Dionisio, in sul punto d’imprendere la guerra contro i Cartaginesi, a rassicurar sempre poi i Reggini della sua lealtà, fece loro ricercare una delle loro Cittadine per moglie. Presa pel suo verso una si speciosa proposizione, fu lungamente dibattuta nell’assemblea del Senato e del popolo, e si conchiuse di rispondere ai Legati, che i Reggini non avevano altra vergine da offrire al re di Siracusa, se non la figlia del servo del comune. Dionisio allora diresse la stessa ambasciata ai Locresi nel modo più affabile; e l’indole oligarchica di quella repubblica fece accogliere volentieri un invito che lusingava la vanità dell’ordine aristocratico della Città, e poneva nel tempo stesso il destro di disfogare l’animosità del popolo contro i Reggini. Doride, figlia di uno de' più ragguardevoli di Locri, fu scelta a sposa di Dionisio, che tosto se la fece condurre a Siracusa colla debita pompa.
L’antica ingiuria ed il recente rifiuto de' Reggini non potevano più oltre lusingare costoro della indifferenza di Dionisio in vendicarsene; e quasi non sapessero più oltre vivere in quello stato di ansietà, accelerarono essi stessi il momento di uscirne, ricevendo sotto la loro protezione quanti Siciliani erano scacciati o fuggivano dal tirannico governo di Siracusa. Ingelositi i Reggini della riedificazione di Messina, dianzi distrutta dai Cartaginesi, forniscono di ajuti i fuorusciti Siciliani, e sotto il comando del Siracusano Efori tentano l’assedio di Messina con infelice successo. Frattanto Dionisio in persona con una flotta di cento vele sorprende Reggio, mette fuoco alle porte, e l’avrebbe espugnata, se il risoluto coraggio di Efori non fosse riuscito a salvarla. Datosi il re di Siracusa a sforare la rabbia del colpo fallito saccheggiando il contado, obbligò i Reggini a domandargli un anno di tregua (368).
Bastò questo primo tentativo di Dionisio ad avvertire i Greci d’Italia del comune pericolo, e cautelarsi, tanto più che dall’altro estremo delle loro regioni i movimenti bellicosi de' Lucani accrescevano i loro timori. Le città degli Achei le prime, perché più delle altre esposte al soprastante pericolo, si affrettarono a formare tra loro una lega difensiva colla rigorosa condizione, che mancando una di esse ai patti, ne sarebbe punito di morte il capo della sua milizia.
Una tal previdenza non tornò vana; perchè avendo Dionisio fatto sbarcare sul paese amico di Locri con centoventi navi un’armata di ventimila fanti e mille cavalli, e con esse stretto di assedio le mura di Reggio per terra, mentre colla flotta chiudeano la piazza per mare, i Greci alleati accorsi con sessanta navi in ajuto degli assediati, se vollero, onde evitarne Io scontro per mare, prender terra, inseguiti da Dionisio gli cagionarono la perdita di sette navi e di circa due mila uomini battuti dalla tempesta e dalle frecce de' Reggini.
Nel ridursi Dionisio in Siracusa durante l’inverno, lasciò ai Lucani, co’ quali erasi già collegato, la cura di molestare gl’Italioti, già da loro odiati. Invasero essi dapprima il territorio di Turio. I cittadini (369) impazienti di vendicarsi, escono subito in campo; ma i Lucani che avevano in arme trentamila fanti e quattromila cavalli, e potevano sopraffarli in campo aperto, simulando timore, si volsero in fuga, acciocché inseguiti avessero l'agio di trarseli dietro e chiuderli in una valle, come segui. Quivi furono i Turii per la maggior parte uccisi, e quei che scampati dall'eccidio fuggirono verso il mare, furono presi dalle navi Siracusane, che costeggiavano la Lucania, e si riscattarono ad un prezzo moderato per umanità di Lettine capitano dell'armata e fratello di Dionisio.
Dopo Torio, provò Caulonia il vigore delle potenti macchine da guerra del tiranno di Siracusa. Dieci legni de' Reggini sorpresi nelle acque di Lipari fecero presagire ai Greci una sorte fatale. Nondimeno giovandosi della loro lega, non trascurarono di difendere il meglio che poterono la libertà, contro cui erano dirette le imprese di Dionisio. Destinata Crotone all’onore di presedere fra tutte le repubbliche Achee alla pubblica salute, rivestì Efori del supremo comando delle forze confederate consistenti in venticinque mila pedoni e due mila cavalli, ed il mandò in soccorso dell’assediata Caulonia: ma vi cadde con tutt’i suoi vittima di un infelice valore sopraffatto da forze superiori. Diecimila tra salvati e nuovi sopraggiunti di rinforzo si erano ritirati su di una collina presso la città con animo di tentar l'ultimo sforzo; ma provato per due giorni lo stento della fame e della sete, sì arresero mandando a Dionisio un araldo per trattare del prezzo del loro riscatto. Il re superbo, ambizioso di umiliare piuttosto che deprimere i repubblicani, fe' loro sentire che si rendessero a discrezione, la quale si ridusse a farli passare per ischermo ad uno ad uno dinnanzi a lui, che dilettavasi a noverarli con in mano una verga. Dopo di ciò, con inaspettata generosità li lasciò andar liberi; offrì la pace alle città Achee, ma pretese che si sciogliessero dalla lega conservando a ciascuno il governo libero; e con tal finta moderazione ottenne più di quello che si aspettava dallo armi. La perdita degli Stati Italioti fu compiuta non appena ebbero essi dimenticato, che contro le mene di un Dionisio unico natural riparo esser doveva la diffidenza.
La chiave della Magna-Grecia era Reggio. L’adito in quella non era quindi possibile che per questa; e Dionisio, che di ciò era convinto, nel riprendere le ostilità si mosse dapprima contro Reggio, cui strinse di assedio (370). Senza gli ajuti de' confederati, che si erano abbandonati all’ozio ed alla pigrizia, contando sul disinfinto disinteresse di Dionisio ne' patti dell'ultima resa, fu Reggio costretta a pagare una gran somma di danaro per le spese della guerra, e a dargli in mano settanta navi con cento ostaggi. Coll’adempiere cosiffatte condizioni non si avvidero i Reggini, che si erano renduti inetti ai futuri oltraggi di un irreconciliabile nemico, Dionisio si mostrò per allora soddisfatto; tolse l’assedio; fece passare l’armata a Caulonia, di già espugnata, per trasportarne gli abitanti a Siracusa; e spianala affatto la città, ne diede in dono il territorio ai Lucrosi.
Poco stante soggiacque Ipponio alla stessa sorte, e colla sua caduta venne a rendersi più sensibile la crescente autorità di Dionisio sulle contrade Italiote. Il quale, come se compiuto avesse le sue imprese, riunito avendo le sue genti d’arme presso Reggio, quasi volesse da colà rimandarle in Siracusa, chiese ai Reggini che provvedessero copiosamente il suo esercito, e ciò nel fine di privar quella piazza anche delle vettovaglie, come aveva fatto de' legni.
Non ancora avevano finito di trasportare al campo tutte sorte di provgioni, quando accortisi della mala fede del tiranno, vollero non più somministrargliene. Tanto bastò che se re mostrasse offeso e desse mano incontanente all'assedio. I Reggini non si perdettero di animo, confidando nelle loro mura ed in quella intrepidezza che lor suggeriva la disperazione e sosteneva l’esempio del coraggioso Pilo lor comandante. Ma la fame vinse tanta costanza, e li ridusse, dopo undici mesi, ad arrendersi senza patti. L’iniquo vincitore, mirando a privarli di libertà e di ricchezze, promise di sospendere la vendetta, purché pel riscatto sborsassero, oltre alla soddisfazione delle spese di guerra, tre mine a testa. Fu forza di metter mano ai nascosi tesori e passarli in potere di Dionisio, che soli sei mila Reggini fé trasportare a Siracusa, lasciando la città in preda agli avidi soldati e sfogando la sua crudeltà sull’infelice e virtuoso Pilo. Il quale, fatto spettatore della morte dell'unico suo figlio, prima di subire la sua, proferì queste animose parole: Mio figlio è stato felice un giorno prima di me (371).
Dopo la caduta di Reggio, si fece Dionisio ad assalire separatamente quelle fra le Colonie della Magna-Grecia che erano più vicine alla Sicilia, riserbando a miglior tempo il conquisto delle altre poste sulla parte orientale d’Italia, anche perche protette da' Tarantini avrebbero opposto maggior resistenza. Nell’incauta sicurtà in cui esse si tenevano, fu facile al tiranno di macchinare la loro perdita dopo di aver già resa impossibile una nuova lega fra loro. In tal guisa s'impadronì della inespugnabile rocca di Crotone con inganno, e quindi pose sotto la sua devozione la città. A Locri, già sì cara al re di Siracusa, capitò la stessa sorte, dopo aver depredato quel ricco tempio di Proserpina. Espilato con eguale irriverenza anche l'altro più famoso di Giunone Lacinia, Torio, vicina ad arrendersi, fu debitrice della sua salvezza ad un impetuoso soffio di aquilone, che disperse le navi Siracusane, per il che quei cittadini riconoscenti innalzarono a Borea un tempio.
Pria che la morte dì un tanto nemico avesse dato tregua ai travagli delle città Italiote, ne avevano già provato un sollievo nell'amicizia co’ Cartaginesi, i quali passati in Italia con una flotta a danni di Dionisio, ristabilirono gli esuli abitanti d’Ipponio nella loro città, per il che al giovine Dionisio, succeduto al padre, convenne mostrar pacifiche intenzioni e limitate al solo possedimento di Reggio e di Locri. A difenderli dalle scorrerie de' vicini. pensato aveva d giovine re di ergere un muro di trenta miglia in circa dal seno di Terina a quello di Scillace, se non no fosse stato impedito da quelli stessi, contro cui voleva opporlo. Rivolse in vece il pensiero, compiendo i disegni del padre, a stabilire due colonie sui lidi dell’Adriatico, il cui sito e nome sono ignoti. Passò egli stesso la prima volta in Italia con ottanta navi. Durante la sua dimora fece restaurare Reggio, ridonandole l'antico splendore (372); ostava forse riedificando anche Caulonia, ove dimorava, quando la sollevazione operaia in Sicilia da Dione l'obbligò a ritornar subito in Siracusa. Lasciava intanto buona custodia ai suoi Stati d’Italia, benché poco avesse a temerne in grazia dell’amistà coi Tarantini, i quali destramente vantaggiavano il loro commercio, profittando della depressione in cui vedevano le altre repubbliche rivali (373).
E qui sospendiamo il racconto che riguarda la Magna-Grecia per ripigliarlo e finirlo, quando ci avrà condotto allo stesso punto quello che imprendiamo intorno agli
Quando spendemmo intorno al ciclo regio di Roma l'opera di quelle indagini dirette a radere, per cosi dire, dalla storia meglio che duo secoli e mezzo di fatti non alla storia pertinenti piuttosto che al mito; noi intendemmo con quel lavoro, se non dire aperto, lasciare ad altri dedurne, che quanti altri fatti, estrinseci a Roma ma sincroni e collegati con quel periodo, si scontrano nella sua storia, tener sì vogliono nel conto medesimo di mitici o quasi. Frugar quindi dovendo gli avvenimenti de' popoli nostri (374) in quelli dei Romani, non crediamo poter risalile più oltre degli anni 260 circa di Roma per essere in tale qual modo sicuri di dar come veramente storici quei che ne riguardano. Epperò non senza una certa esitanza circa 1 loro storco valore, poiché n’è mestieri cominciare, il faremo da quei fatti che avvennero sul territorio de' Volsci, come che per noi non siano affitto immuni della patina di quel tempo.
Cessata la guerra tra i Romani e i Latini e suggellata la pace con un trattato conchiuso tre anni dopo la decisiva battaglia del lago Regillo, col quale fu assicurato il famoso gius Iatino cotanto ambito da tutti d’Italiani, non cessarono perciò di ripullulare dentro Roma le intestine discordie. A spegnerle tosto si avvisò il Senato di distrarre il popolo tumultuante, indicandogli nuovi nemici da domarsi colle armi. Furon questi i Volsci, perchè si disse di aver promesso e propalato ajuti ai Latini. Incolti alla sprovista, poiché non si aspettavano di volersi in essi punire l’intenzione, furon da prima sbigottiti per l’improvviso assalto, ed obbligati a dar degli ostaggi. Non passò molto e confidando sì nelle proprie forze, che nelle civili dissensioni di Roma, ordirono occultamente una nuova guerra collegatisi insieme cogli Eroici e coi Sabini. Nel far di ciò avvisati ed insieme suscitare anche quei del Lazio, i locati a ciò inviati furon fatti da questi arrestare, ed in segno di loro fedeltà spediti ai Romani. La qual cosa indusse i Volsci a por mano alle offese dando il guasto al territorio de' Latini. in ajuto de quali occorsi i Romani sotto il comando di Servilio conquistarono Suessa Pomezia ed il contado di Ecetra, dove lasciarono un presidio, il quale, perchè era sul confine del territorio degli Aurunci, destò in costoro tali apprensioni da farli ai Romani divenir fieri e terribili nemici. Mandano ambasciatori a Roma intimando la guerra se non uscissero dal territorio de' Volsci; e già 1 esercito degli Aurunci crasi mosso insieme coi legati, e la fama erano giunta a Roma di essersi già visto nei dintorni di Aricia. I Romani non furono tardi a levarsi, e nel venire a battaglia, benché si mostrassero atterriti al truce aspetto di quei nuovi nemici, sforzarono tuttavolta dopo un aspro combattimento il loro campo, e li costrinsero a desistere non senza ignominia da un’impresa imprudentemente avacciata.
Non più tardi dell’anno seguente i Sabini, spesso vinti ma non mai domi, trassero nella loro alleanza la colonia romana di Medullia, e senza quasi antecedente accordo si trovarono tutt’insieme sotto Farmi Equi, Volaci e Sabini. In tanto pericolo i socii Latini chiesero a Roma o soccorsi pronti, o facoltà di provvedere essi stessi alla difesa riponendo nelle loro mani le armi, del di cui uso erano stati spogliati. Ma il Senato Romano stimando più sicuro partito quello di difendere popoli disarmati, che armarli di nuovo (375), spedì il console Velusio, dal quale gli Equi furono rincacciati nelle boscaglie del loro alpestre paese; ai Volsci fu tolta Velletri ed il suo contado, ed ai Sabini fu in poco tempo abbassato l’orgoglio.
Quanto più gli avventurosi successi di Roma ne accrescevano la preminenza e ne pronunziavano inarrivabile la fortuna, tanto più ne' popoli circostanti si addoppiava il rancore della loro soggezione alla prepotenza di un ascendente, ad arrestare il quale tornavano vani i loro sforzi. Non però si ristavano dal tentarne ed adoprame de' nuovi, se non sempre felici, tali almeno da tener sempre inquieti i Romani. Gli Ernici adunque presero di nuovo le armi in difesa della propria indipendenza, ma restati soli a sostenere il peso di una guerra ineguale s’indussero, dopo molte sofferte sciagure, a desiderar F amicizia de' Romani; e Spurio Cassio fu loro spedito a trattar della pace, con essi fermando nell'anno 268 di Roma accordi simili a quelli già stipulati co’ Latini.
Gli Equi e i Volsci, più fidenti nella loro potenza che intimiditi dai sofferti infortunii, proseguirono con incredibil costanza quella serie di guerre anniversarie, che durate per secoli li chiarirono, giusta l’espressione di Floro, per ostinatissimi e cotidiani nemici di Roma, quale turbata sovente da intestine sedizioni, e riuscendo a sedarle con distrarre il popolo a combattere le guerre di fuori, seppe trarne vantaggio, quale i medici da un rivulsivo, senza contar quello dell'agguerrirsi viemeglio, donde la faciltà de' conquisti e l'ardore di cercarli. La storia delle interminabili guerre degli Equi e de' Volsci, sì magnificamente narrate da Livio in tre libri (376) sarebbe per noi, dice il Micali, un fastidioso ed uniforme racconto di combattimenti, di prede e di uccisioni. «Secondo gli Scrittori del Lazio la medesima fortuna partorì sempre la medesima vittoria (377); ma per assicurarci di questa vantata superiorità Romana, bisognerebbe poter riscontrare gli stessi fatti negli storici toscani, volsci e sanniti. Certo è che gli uni per l’antica gloria altieri, gli altri per la novella fortuna insuperbiti, combattevano con tal risentimento e valore, da pareggiare spesso l’ardire, l’abilità e la vittoria. I consoli, eccitando ognora la milizia con istimoli di gloria e scrupoli di religione, marciavano alla testa delle legioni con quella intera fiducia che promette la vittoria e talvolta la procura: ma non per ciò opponevano i nemici minor coraggio o baldanza; laonde si legge che spesse volte gli Equi ed i Volsci con perseverante valore ridussero a mal partito le armate consolari. Basti per ora il rammentare F abilità di Gracco Clelio, capitano de' Volsci, che pose l’esercito romano in tali angustie, da far temere di sua salvezza, qualora non fosse stato prontamente soccorso dalla superior prudenza di Cincinnato (378). E sebbene, a comparazione de' Romani, rade volte si nominano altri uomini eccellenti, possiamo senza ingiuria attribuirlo alla malignità degli Scrittori, i quali. a giudizio del Segretario Fiorentino (379), seguitano la fortuna, ed a loro basta onorare i vincitori. L incontrare sì spesso nel corso di queste guerre un dittatore, che, come disse Livio, era nei tempi rischiosi l'ultimo rimedio (380). non è dubbia prova della frequenza del pericolo. Con tutto ciò, siccome i Volsci e gli Equi nelle loro baldanzose ostilità avevano piuttosto la mira a predare, che a combattere, non avvenne mai, che eglino sapessero usar bene de' loro vantaggi, n avessero pensiero, come insegnò Coriolano, di vincere i Romani dentro le loro mura» (381).
A dir vero queste guerre quasi conformi degli Equi e de' Volsci non erano che semplici invasioni e scorrerie sul territorio nemico. Non arrivavano a durare più di un mese o due, e qualunque ne fosse il successo, i combattenti dell’una parte e dell’altra abbandonavano i frutti della vittoria per riprendere le agricole occupazioni. Tutta la gloria militare di quei tempi non poggiava su dì altra materia che sul taglio degli alberi, sul guasto de' campi, sull’incendio delle ville, sulla fuga de' servi, stilli preda delle gregi e degli armenti. Prima di quest’epoca. dice Floro (I, 18) non avresti veduto altro che bestiame de' Volsci, greggi de' Sanniti, carri de' Galli, armi infrante de' Sanniti per materia de' trionfi di Roma repubblicana fino ai tempi di Pirro.
Volgeva l’anno di Roma 382, quando ai Sanniti, soliti di travagliare nel più aspro modo gli Etruschi stanziali nella Campania presso le rive del Volturno, ed ammessi per ciò al comune possesso di alcune città e terre confinane, venne in pensiero d’impadronirsi proprio della città di Volturno e suo contado. Con appensato tradimento aspettano un giorno di festa per eseguirlo. Profittando della sicurezza e del sollazzo cui si abbandonano allora i cittadini, li assaltano in tempo di notte, perchè allora erano aggravati dall'intemperanza del cibo e quindi dal sonno, e no fanno orribile strage,. Riuscita felicemente una tanta impresa ai Sanniti, ne sacrano la memoria cangiando alla città il nome di Volturno in quello di Capua (382); e da quest’epoca prendon data la novella repubblica de' Campani, e la storica fama de'
Sanniti. Mentre i Romani col sempre più dilatare il proprio confine distendevano la fama del loro ingrandimento e delle loro vittorie, già i Sanniti erano in istima di una nazione che formava il terrore della bassa Italia, co me i Romani dell'Italia media, sì gli uni e sì gli altri non meno per autorità che pel continuo successo delle armi ora più ora meno felice. Pe’ primi quattro secoli di Roma quasi gli uni non ebbero contezza degli aliri,se non quando col crescere e dilatarsi i confini delle rispettive dominazioni e col toccarsi, avvertirono, diciam così, la reciproca esistenza. Estinta colla perdita di Volturno l’influenza Etrusca nella Campania, crebbe nei Sanniti sì smodatamente l’avidità di dominio, che ogni lieve cagione era per essi bastanti motivo di romperla coi vicini e comprometterne la salute. Ei fu per questo spirito di prepotenza, che nel 412 di Roma avendo i Sanniti mosso aspra guerra ai Sidicini, piccola nazione del paese ausonio, ricorsero questi per ajuti ai Campani di Capua, che, quantunque tenuta dai Sanniti, formava allora una repubblica separata e d’interesse diverso da quello de' suoi congiunti (383). Irritati i Sanniti in edere che i Campani prendevano contro di essi le parti de' Sidicini, rivolsero la guerra contro Capua, i cui abitanti, effeminati e molli, rotti per ben due volte si salvarono dentro le mura (384). Convinti che da se soli non avrebbero potuto salvarsi, si risolvettero di spedire ambasciatori a Roma per ottenerne soccorso e difesa, il che diede occasione alla grave, lunga e difficile guerra Sannitica.
Il governo di Capua conservava sotto i nuovi dominatori, in conformità de' primi statuti, l’antica forma aristocratica, per la quale i più facoltosi cittadini, oltre le principali magistrature a titolo elettivo, possedevano tutte le ricchezze e gli onori ereditarii; cosicché i popolari, rimossi anche dalle pubbliche deliberazioni non sentivano verun attaccamento di affezione nè colla città nè co nobili. Il Senato Capuano, per un certo fanatismo, stimò meglio soggiacere al giogo di una nazione lontana che al dominio dei vicini e congiunti, quali erano i Sanniti; e ad insaputa della plebe, mandò per soccorso a Roma a qual si fosse condizione. Un’amistà che passava fra i Sanniti e i Romani, impedì che questi porgessero il chiesto appoggio: ma quando i Capuani con nuove istanze significarono, che non potendo essere soccorsi come amici ed alleati, venisse ciò fatto come a sudditi ed a cosa propria, quali si consideravano; allora il Senato Romano, conciliando lo spergiuro coll’utilità, accettò la dedizione di Capua. L’acquisto del cui territorio, circoscritto dal Tifati, dal Volturno, dal mare, dai contadi di Atella e di Acerra, non solo valeva quanto in quattro secoli di guerra avevano i Romani tolto al Lazio ed all’Etruria, ma offriva l’opportunità di rendere il loro dominio unito e continuo fino a Capua tenendo guardati i popoli di mezzo col freno delle colonie. Per questo solo fatto crebbe a dismisura la Romana potenza fino allora vacillante, anche perchè il mal esempio della Campana vigliaccheria, imitato incautamente anche da altri popoli, formò di poi un dritto (385) che apri la via alla servitù dell’Italia.
La imperiosa ambasciata del Senato di Roma ai Sanniti, colla quale fecero assapere che si astenessero da ogni ostilità cor tro i Capuani divenuti loro sudditi, fu con orrore ricevuta dai Magistrati del Sannio; onde pieni di giusto risentimento e di disprezzo ordinarono quasi ad una voce ed in pieno concilio ai loro Capitani di scorrere il territorio di Capua. Nell’impeto della vendetta si avanzarono i Sanniti depredando sino al Lazio ed Ardea. Ritenuto ciò dai Romani per provocazione, si mettono dal lato del dritto, ed usando del santo rito de' Feciali, giustificano la violenza che son per recare alle leggi dell'equità naturale. Ed ecco impegnata la lotta fra due popoli del pari altieri ed ambiziosi. È la prima volta che i Romani conducono le loro insegne nella Campania sotto il Consolato di Cosso e Corvino. Venne questi a prender posto alle falde del monte Barbaro, l’altro occupò le alture del Massico presso Salitola nel Sannio Caudino. Alla volta de' due romani eserciti si dirigono le milizie sannitiche impavide e baldanzose per moltitudine di vittorie riportate; ed in tre fatti d’arme, malgrado l’ardire, l’ostinazione e la ferocia con cui combatterono, la vittoria riportata dai Romani che, secondo Livio, il quale esagera al solito il loro valore, presero in quella battaglia quarantamila scudi e cento sessanta bandiere. I vincitori non si arrischiarono d’inseguire i vinti nelle loro boscose ed alpestri contrade; anzi ritiratisi a Roma quasi immantinenti, lasciarono ristorare i nemici dalle perdite sofferte; cosicché non più tardi di due anni dopo di quel primo scontro, provocarono il ritorno delle Romane legioni. Non meno infelice del primo essendo riuscito il secondo, fu forza che i Sanniti ricorressero al partito de' trattati; e la pace fu stabilita colla semplice condizione di poter i Sanniti proseguir la guerra contro i Sidicini, cui nessun’alleanza stringeva ai Romani (386).
Non appena l’esercito consolare si fu ritirato dal Sannio in forza della confederazione, ecco invaso dai Sanniti il territorio de' Sidicini colla intenzione di occupar la loro capitale Teano. Ad esempio di Capua tentò pure questa città di darsi in braccio ai Romani; ma una tale dedizione non potette essere accettata dal Senato, che con giuramento crasi da poco legato ai Sanniti, sicché i Sidicini inaspriti dal rifiuto, si diedero ai Latini.
Non andando a sangue degli stessi Campani la buona intelligenza tra Roma ed il Sannio, le tre nazioni dei Latini, de' Campani e de' Sidicini si collegarono contro i Sanniti. All'improvisa invasione delle forze unite de' tre popoli resistettero questi alla meglio; ma non sapendo persuadersi come i Latini e i Campani confederati coi Romani avessero potuto permettersi di aggredire il territorio di essi pur confederati coi medesimi, mandano un'ambascera a Roma, e quel Senato fa tener loro tale una risposta da lasciarli sospesi e dubii sulla sua lealtà (387).
Avevano i Latini da più tempo fatto la trista esperienza della intollerabilità del giogo romano mal celato sotto lo specioso titolo di alleanza, la quale non era in effetto che una palliata servitù. Basta dire, che Roma giovavasi nelle occorrenze delle forze e delle armi de' socii; ma in pari circostanze non era dato ai socii di poter far guerra in proprio nome, di aver armi separate e proprii capitani. Egli è sì vero che i Romani spesso offendevano i socii colla loro alterigia, che non può altrimenti spiegarsi, come si sovente le città mutate in colonie se ne ribellavano, e preferivano alla tutela della metropoli l’imperio de' Latini e de' Volsci.
Allorché Cincinnato per accrescere la gloria del suo trionfo toglieva invidiosamente a Preneste il famoso simulacro di Giove Imperatore per dedicarlo in Campidoglio (388), i popoli del Lazio impazienti di tant’oltraggio, si risolvono di vendicarlo colle armi e di riscattarsi dall'avvilimento fino allora mal tollerato, col pretendere il godimento de' primi onori civili. La dieta Latina affida al Pretore Lucio Annio il messaggio al Senato Romano per fargli istanza di volere quind'innanzi perfetta uguaglianza di ragioni e di società, comune lo stato e l’imperio, comune il dritto a Roma ed al Lazio di dare alla Repubblica i senatori, i magistrati ed i consoli. All'udire i Padri la viril concione dell’ardito oratore, levatisi per lo sdegno, chiamarono scelleratezza l’ambizione latina, e senza più, ordinata la guerra in punizione di co tal tracotanza, i consoli Decio Mure e Tito Manlio Torquato, noi potendo pel territorio de' Volsci impedito, prendono la via dei Marsi e de Peligni, per andare a congiungersi colle milizie ausiliarie del Sannio Caudino, donde vanno ad accamparsi nella Campania per misurarsi colle forze de' Latini, e de' loro alleati Volsci, Campani, Sidicini. Paragona Livio (VIII. 8) questa guerra ad una guerra civile per la somiglianza delle armi, degli ordini della milizia, del modo di combattere, della lingua e de' costumi. Seguì lo scontro alle falde del Vesuvio; e sebbene lo Storico attribuisca ai suoi Romani la gloria di quella giornata lascia ben divedere quanto fu il valore, l’abilità e la ferocia de' Collegati, quando dice che per la salvezza del romano esercito fu d’uopo al Console Decio consacrarsi a volontaria morte. Secondo i Latini la sorte della battaglia fu eguale, col dippiù del solo nome della vittoria ai Romani. Dopo varii altri fatti d’armi infruttuosi per gli alleati, i Campani ritornarono alla divozione di Roma contro il volere della plebe, che per essere stata cagione della guerra, ne fu punita colla perdita dell’agro Falerno passato al popolo romano. I nobili di Capua, in premio di fedeltà, ottennero onorificenze ed i privati dritti della cittadinanza romana (389), oltre di un lucroso censo sull'ordine plebeo. Gli Aurunci, seguendo l’esempio de' vicini, riconobbero la potestà de' vincitori, e si posero anch'essi sotto la loro protezione.
Ciò non pertanto i Sidicini, venuti a contesa con questi ultimi, li ridussero a tale disperazione, che abbandonata la loro capitale Aurunca, si trasferirono colle famiglie e le ricchezze a Suessa, come piazza meglio fortificata, che perciò prese il nome di Suessa-Aurunca. Dopo di aver disfatta interamente l’abbandonata città, si congiunsero i Sidicini cogli Ausoni di Caleno, avanzo di un popolo in altri tempi famoso, e ciò fecero per premunirsi contro la vendetta de' Romani, di cui avevano molestato i soggetti. Fu affidata questa guerra al console Marco Valerio Corvino,che andò coll’esercito a Caleno, e la prese con inganno. Si difesero nondimeno i Sidicini contro due eserciti consolari con tale goliardia rd ostinazione, da far temere ai Romani della riuscita dell'impresa. Sottomessi finalmente nell’anno 421 o 422 insieme colla loro capitale Teano, perderono per sempre la loro indipendenza, ed agguagliati restarono alla condizione degli altri vicini. La Campania d’allora in poi venuta in potere de' Romani, fu la prima regione di Italia ad essere spogliata della sua libertà. A quei popoli di essa che non ancora l’avevano ottenuta. accordò gli onori della cittadinanza senza suffragio, cioè senza poter votare nei Comizii, ed a Caleno fu mandata una colonia a guardia della regione.
Mentre le cose della Campania in tal guisa si posavano rassegnandosi al loro destino, quelle de' Volsci tenevansi ancora in continua avvisaglia per le reciproche molestie che a causa di confini loro recavano i Sanniti già molto addentro del loro territorio avanzati. Sopraffatti quei di Fabrateria e di altre terre vicine (390), ricorsero anch'essi per ajuto e protezione ai Romani, che avidissìmamente si aspettavano questa occasione per intromettersi nelle faccende de' Volsci, loro eterni ed indomati nemici. A semplice preghiera de' protettori cessarono i Sanniti di turbar la quiete di quei popoli, e ciò fecero veramente, perchè non erano preparati alle offese, anziché per desiderio di pace.
Chetati i Fabrateriani in tal modo, si sollevarono poco dopo quei di Fondi e di Priverno. Vitruvio Vacco, ragguardevole personaggio di Fondi, fu il capo della insurrezione, più animoso nella congiuntura che prudente. Vinto agevolmente dal console Papirio, si ritirò a Priverno contando sulla fortezza del sito e delle mura, ma fu abbandonato dai Fondani, che ottennero l’implorato perdono della loro perfidia. Era molto a cuore de' Romani di prendere una tale fortezza, e vi riuscirono impiegandovi all’espugnazione due eserciti consolari sotto il comando di Cajo Plauzio (391). Caduto Vitruvio in potere de Romani fu fatto morire coi suoi seguaci, ed il Senato di Priverno confinato vituperosamente al di là del Tevere; ma il popolo essendosi mostrato insofferente del nuovo giogo straniero, mandò oratori a Roma per risentirsene. I quali alla interrogazione loro fatta in Senato per sapere da essi stessi di qual pena giudicassero meritevoli i loro concittadini: «di quella pena (con feroce piacevolezza risposero) che meritano coloro, che si stimano degni di libertà: se però ne darete una pace buona, ve la potrete promettere perpetua; se trista, poco durevole (392)». I prudenti Padri, de' quali si può dire con verità, che ebbero secoli di avvedimento e pochi momenti di passione, convinti allora che uno stesso amor di patria infiammasse le labbra e il cuore di tutt i Privernati, preferirono le vie della dolcezza al rigore, concedendo al loro Comune i massimi onori della cittadinanza romana (393).
Correva l’anno di Roma 426, quando l’ambizione de' Romani in estendere a qualunque costo il loro dominio, profittando delle turbolenze insorte fra i Volsci, mandò una colonia a Fregelle. Avendole fatto occupare sulla destra sponda del Liri il vantaggioso silo di una terra, che i Sanniti nel torta ai Volsci aveano lasciata disfatta, una tale usurpazione sollevò talmente gli animi de' Sanniti, che da essa può dirsi aver avuto origine la guerra che durò ben ventiline anni e che fu la vera
Guerra Sannitica. Nel mentre si preparavano i Sanniti co’ proprii mezzi a rinnovar l’incendio bellicoso contro i Romani, sapendo oramai di quali forze fosse d’uopo per misurarsi con un nemico già conosciuto per propria esperienza, ed usando di un tratto politico opportunamente, fomentano la gelosia de' Palepolitani, che cogli abitanti dell'attigua Napoli formavano un solo Comune allora assai trafficante, ricco e non poco invidioso della signoria de' Romani. A riguardo della protezione che questi accordavano al commercio di Cuma dopo la totale dedizione della Campania, le prime ostilità che si permisero furono le scorrerie, con cui si avanzarono sino al campo Falerno già dominio romano. A causa della peste che affliggeva Roma in quel tempo, il Senato non potè prima dell’anno vegnente spedire cogli ambasciatori anche i feciali al Comune di Palepoli e di Napoli coll'incarico d’intimare la guerra, se ricusavano di dar soddisfazione delle ingiurie, o se, a dir vero, non si fossero staccati dall'amicizia dei Sanniti, il che fu il precipuo intendimento de' romani legati. Accortisi di ciò i Sanniti, mandano anch'essi de' primati a fortificare gli amici nella fede. Nel tempo stesso messaggi de' Tarentini e Nolani si presentano promettendo gli uni forze navali, gli altri milizie terrestri, purché non abbandonassero l'alleanza de' Sanniti. Nell’adunanza del popolo prevalse la parte che voleva la guerra sull’altra che vi si opponeva, sicché i legati romani si partirono lasciando Napoli scompigliata da fazioni (394).
Era la prima volta che si cimentavano i Romani coi Greci e li trovavano più valorosi in parole che in fatti. Con due eserciti comandati dai due consoli di quell’anno arrivano nella Campania, l’uno intento ai Sanniti, l’altro pronto a combattere i Greci. Si erano i Napolitani fortificati introducendo nella città un presidio di due mila Nolani e quattro mila Sanniti. Alle continue dimostrazioni di guerra da parte del Sannio. ed a vista dell’ajuto dato a Napoli, si limitarono allora i Romani di fare arrivare semplici loro lagnanze al concilio sannitico, dal quale se ne sentirono altre per la colonia dedotta in Fregelle; ed il risultato de*rispettivi risentimenti fu la continuazione della guerra contro Napoli risoluta col tradimento coturnato in favore de' Romani dai due rettori del Comune, Uarilao e Ninfio, de' cui particolari, qui ci passiamo per averli di già riferiti a pag. 113 di questo volume, dov’è pur ricordo degli onorevoli patti, co’ quali Napoli restò confederata per sempre ai Romani.
Sollevossi tutto il Sannio in difesa della violata maestà nazionale nell’anno 429 di Roma, e gli Stati confederati si apprestavano alle armi, quando entrato dalla Campania il console Cornelio prese Alfe, Callife e Rufrio dei Sanniti. In odio di questi cercarono di stringere amicizia coi loro rivali gli Appuli e i Lucani, offrendo armi e soldati ai Romani, dai quali non erano sino allora conosciuti. I Tarentini, che di politica s'intendevano assai meglio, e prevedevano quai danni sarebbero derivati ad essi ed ai popoli vicini da quella lega inconsiderata, si adorarono a distaccare i Lucani dalla novella amistà. movendo certi loro cittadini a provocare la vendetta della intera nazione contro i Romani. Tornati in concordia i Lucani coi Sanniti, furono da questi costretti, in sicurezza della loro dubbia fede, non solo a dare degli ostaggi, ma a ricevere un presidio nei loro forti. I Vestini si collegarono volontariamente coi Sanniti, e di questo si adontarono non poco i Romani, pensando che il tentare qualche impresa contro di essi avrebbe seco portato l’inimicizia de' Alarsi. Marrucini e Peligni, che tutti insieme valevano presso a poco quel che i Sanniti. Non pertanto fu deciso dal romano Senato attaccarsi i Vestini, che che ne venisse; e l’esito mostrò che la fortuna è favorevole ai valorosi, poiché oltre di aver posto in fuga gl’insorti, tolsero loro Cutina e Cingilia (395) e ridussero i vinti ad una quasi totale soggezione (396).
Dopo di questo fatto ebbe luogo quel che la storia ci narra di Quinto Fabio, il quale essendosi permesso di attaccar battaglia coi Sanniti contro il divieto del Dittatore Lucio Papirio Cursore, in grazia del glorioso successo ebbe in dono la vita. La fortuna della guerra continuò favorevole ai Romani per modo, che ai Sanniti fu forza domandar tregua di un anno; ma gli articoli della pace ne furono cosi ingiustamente dettati, che a Bruttilo Papio, uno de' primati del Sannio, riuscì di accendere con tal veemenza gli animi de' suoi nazionali, che non fu possibile contenersi a riguardo delle sante obbligazioni della tregua dall'uscir tosto in campo con un possente esercito rinforzato da schiere di ventura.
Non meno presti occorsero i Romani, tanto più che oltre la sollevazione del Sannio parlavasi anche di romori nelle Puglie. Nell’attacco ebber morto i Sanniti il loro generale, e quindi furono dissipati ed avviliti. Di tale infortunio incolpano la irreligiosità di Brutulo, che per aver fatto violare la santità della tregua, fu tenuto autore de' pubblici disastri, e quindi dichiarato vittima necessaria alla dovuta espiazione da darsi in mano ai Romani con tutti i prigionieri e la preda. Brutulo non potette altrimenti liberarsi da si crudele eccesso di superstizione, che dandosi di propria mano la morte; ed i Romani, scorgendo in una tale deliberazione de' Sanniti il loro attuale scadimento, niegarono loro la pace (397).
Questa durezza valse ad infiammare quei che parevano abbattuti. Sciolti dal timore de' Numi ed abbracciato il partito delle armi, si eliggono a loro imperatore Cajo Ponzio, figliuolo di Erennio. Eccitati dalle parole di costui, ch’eressero gli animi a sicure speranze, si avanzarono per quanto più nascostamente fu possibile nelle vicinanze di Caudio, dove ambo i Consoli eransi avanzati colle loro legioni. Il sagace generale Sannita mandò parecchi soldati travestiti da pastori presso al campo de' Romani con incarico di capitare in poter de' nemici come per caso e dir loro, se mai n’erano domandati, trovarsi allora i Sanniti stringendo con ogni sforzo Luceria gli in punto di arrendersi. Importava sommamente ai Romani di recar pronto soccorso a quella piazza, temendo che colla perdita di quella si sarebbe la Puglia staccata dalla loro confederazione; e senza por tempo in mezzo, tenendo per la più breve, presero la via di una valle, che i Sanniti avevano già chiusa allo sbocco e gremita di genti nelle alture, dalle quali mostraronsi, quando vidervi tutte entrate le romane legioni, cui chiusero arche dall’ingresso con ripari ed armati. Compresa dagli incauti Romani la dura posizione si fecero indarno ad implorare la generosità del vincitore. Il quale non credendo se stesso equo arbitro di tanta inaspettata fortuna, ne volle consultare Erennio Ponzio padre di Cajo, come quello che, per età e per senno già erudito in sua gioventù alla conversazione di Archita e di Platone in Taranto (398), avrebbe saputo nel caso indicare il miglior partito da prendersi. Rispose quel prudentissimo uomo, «Lasciate andar liberi i nemici». Del quale consiglio non soddisfatta l’aspettativa de' baldi guerrieri, ed avendolo richiesto di altro migliore, n’ebbero per risposta del tutto contraria alla prima: «Si mettano tutti a fil di spada». Tra i due opposti avvisi tentennano i Sanniti, e bramando essere chiariti a voce della ragione, che aveva suggerito ad Erennio due contrarie sentenze, sel fanno venire di persona sul campo, ed il venerando vecchio loro espose, che colla indulgenza avrebbe potuto il Sannio fermar salda una pace con si implacabili nemici, col rigore non sarebbe sicuro da un inquieto avvenire che per pochissimo tempo. I Sanniti, nell'ebbrezza della vittoria, non credettero far di meglio che tenere una via di mezzo, e Ponzio si determinò di far passare vituperosamente tutt'i Romani disarmati sotto un giogo, donando loro la vita e la pace, a condizione di sgombrare le milizie, richiamar le colonie dalla regione del Sannio, e lasciare sei cento cavalieri in ostaggio. La valle ai Romani fatale prese il nome di Forche Caudine, la cui memoria durerà quanto il mondo.
Profittando i Sanniti dei vantaggi del momento, si spinsero innanzi nella Puglia, contro i cui pianigiani esercitavano quei montanari di tali frequenti scorrerie, che come per liberarsene si erano prima dati in braccio ai Romani, così ora cedettero sommessi alla forza de' loro vincitori: e Luceria ebbe affidato il deposito de' seicento ostaggi. Ma nell’anno seguente (434 di Roma, av. C. 319) confermato Ponzio imperatore dal concilio sannite, mentre si disponeva a cogliere i frutti della vittoria, giunsero al campo i feciali romani, seco menando stretti in catene i due consoli, i legni, i tribuni e tutti quei che nella valle Caudina avevano giurato di mantenere la pace vergognosa. Credettero in tal guisa prosciogliersi dalla forza del giuramento, dando in balia de' Sanniti per mezzo del Padre Patrato e con certe formolo coloro, che senza convenienti facoltà del Senato, senza un pubblico trattato e senza le consuete cerimonie volute dal dritto feciale, si erano legali col vincolo del giuramento. Indarno replicò Ponzio che non bastava quella parziale restituzione di capi senza rimettere nelle loro mani anche i due eserciti. Fermi i Romani nella opinione di essersi con quella profferta purgati di ogni idea di spergiuro, mettono in piedi nuovi eserciti, che si avevano lasciato dietro mentre adempivano il descritto cerimoniale frodolento, pronti a sorprendere i Sanniti che a ciò non pensavano. Ponzio ebbe la generosità di restituire i consoli ed i compagni che si offrivano per vittima, e manda un distaccamento a sorprendere la colonia romana in Fregelle, cagion prima della raccesa discordia, il quale di unita ai Satricani ne fa crudelissima strage (399).
Ai due eserciti consolari, destinati ad operare uno nel Sannio e l’altro nella Puglia, non potendo i Sanniti resistere contemporaneamente, usano l’avvedutezza di portare l’attacco prima a quello di Pubblilio, che danneggiava il territorio Caudino. Il loro ardire, secondo Livio, non fu felice appieno in questo fatto; ma essendosi immediatamente volto al soccorso di Luceria, fa sospettare della fedeltà dello Storico, tanto più che Pubblilio si affrettò anch'egli a raggiungere il collega Papirio Cursore sotto le paura di Luceria. Ivi, malgrado le minacciose proteste dei Tarantini fatte ai due popoli belligeranti, segui l’attacco colla peggio de' Sanniti. I quali scampali dentro Luceria, e dopo ostinata difesa stretti dalla fame, vennero a patti cogli assediami, e provarono alla loro volta la stessa ignominia che avevano fatto patire ai Romani, passando sotto al giogo in numero di settemila, senz’altro vantaggio de' vincitori, che quello di avere restituiti i seicento ostaggi e di aver ricuperato gli Appuli sotto il loro dominio.
Tra gli anni di Roma 435-439 ebbero luogo i seguenti fatti bellicosi, che per essere meno importanti, ci limitiamo a ricordar semplicemente.
I Satricani, popoli Volsci che nell’anno innanzi eransi ribellati ai Romani per unirsi ai Sanniti, all'appressarsi contro di loro delle legioni condotte dal console Papirio, indegnamente tradirono il presidio sannita; ma la loro perfidia non valse a sottrarli da una barbara punizione (400).
Per difetto insito nella natura del governo federativo, non essendo nel caso di raggranellar prontamente le loro forze, i Sanniti si risolvono a chiedere la pace; e due anni di tregua acconsentiron loro i Romani, col disegno di assoggettare in questo mentre i renitenti alleati del Sannio. Epperò si diressero alla Daunia, che fino allora ricusava di assoggettarsi alla protezione di Roma; e danneggiato avendo prima Teano e Canosa, poi Tiati ed Acerenza, tutta quella regione venne parte per forza, e parte di buona volontà sotto il dominio di Roma senza l’onore della confederazione, di cui, il poco timore che destava, non la fè degna. Passato il console Q. Emilio Barbula ne' Lucani, vi prese Nerulo. Stando le due romane legioni l’una in Puglia e l’altra sul confine della Lucania, la loro non grata presenza fece accostare i deboli alle parti de' Sanniti; e Nuceria-Alfatema fu la prima a levarsi. A tal nuovo e serio pericolo, si elesse in Roma il dittatore Lucio Emilio, che si diresse a Saticola, città del Sannio Caudino. 1 Sanniti presentatisi a difenderla, non vi riescono; ed a produrre una diversione nel nemico, si dirigono nel paese dei Marsi per assediarvi Plistia, alla cui difesa corsero tosto i Romani. Nell’anno seguente Saticola cede ai Romani per patti, Plistia ai Sanniti per forza.
In tal mentre i cittadini di Sora uccidono i romani coloni, e si associano ai Sanniti. Questo fatto costrinse i Romani a muoversi dalla Puglia e dal Sannio, e recarsi nei Volsci contro Sora. S’incontrano i Sanniti coi Romani fra Terracina e Fondi, con dubbia vittoria de' primi secondo Livio, con perdita immensa degli altri secondo Diodoro; il che fu cagione che gli Ausoni e quei della Puglia muovessero allora con immatura speranza segni di ribellione. Sora intanto cadde in potere degli assedianti per tradimento di un indegno suo cittadino, che in ore meno vigilate introdusse una quantità di soldati nemici nella rocca.
Per simile tradimento caddero in potere de' consoli C. Sulpizio e Marco Petilio (anni di Roma 440-441), che si erano trasferiti nel paese degli Ausoni, le tre piazze di Ausona, Vescia e Minturno, quasi nella stessa ora, e con esse si estinse il nome della regione per delitto appena certo di ribellione. In tale incontro venne Capua in simile sospetto ai Romani, che spedironvi un dittatore ad inquirere. Ovvio e Novio, due cittadini della illustre famiglia de' Calavii, che più degli altri si erano distinti in procurar la libertà della patria, prevennero la sorte che lor sarebbe toccata, con morte volontaria. Anche Luceria tornò allora in potere de' Sanniti, ma poco dopo fu riacquistata dalle legioni de' Consoli. che pensavano di spianarla, se il Senato non fosse stato di avviso spedirvi una colonia, per la quale Luceria divenuta piazza di arme, tanto valse all’esito della lunga lotta pe’ Sanniti infelice.
Dalla Puglia tornan questi in Gaudio per profittare dei movimenti della sediziosa Campania, dove venne la giornata campale, se il primo scontro fu per essi vantaggioso, non fu tale il secondo al sopraggiungere della romana cavalleria. All'esito di questo fallo, ritiraronsi i Sanniti a Malevento negl’Irpini, ed i Romani vittoriosi si recano a combattere Boviano, capitale de' Sanniti Pentrii, ove svernarono coll'idea di reprimere il nemico nel cuore del proprio paese.
Nella nuova stagione, i Sanniti prendono Fregelle e richiamano i Romani fuori del loro territorio, dopo di che abbandonano la conquista. Si volgono allora i Consoli contro Nola (abitata da Osci, Etruschi, Greci e Sanniti, e da questi ultimi protetta) e la costrinsero a rendersi, il che fecero anche di Atina e Balazia pur parziali de' Sanniti. Nuove colonie mandate dai Romani a Saticola, Suessa Aurunca, all'isola di Ponza abitata da' Volsci, ad Interamna e Casino, assicurarono finalmente i novelli acquisti contro le incessanti molestie de' Sanniti.
In mezzo a queste operazioni bellicose de' Romani, la loro politica pensò ad impiegare i tesori riportati dai vinti popoli, imprendendo la famosa opera della via Appia dalla porta Capena fino a Capua. Fu dessa un nuovo veicolo di servitù e dipendenza, pel quale più prontamente che por l’addietro le Romane legioni piombavano nel mezzodì dell’Italia, su cui pensavano distendere la dominazione della loro capitale.
Al romore della guerra che i Toscani preparavano per premunirsi contro l’ascendente de' già superbi vicini, proseguivano i Sanniti le loro imprese. Costrinsero Cluvia (401), benché guardata da un forte presidio, ad arrendersi.
Non appena ciò si seppe dai Romani, che, speditovi Giunio Bubulco, fu ricuperala la terra, massacrandone gli abitanti dai quattordici anni in su. Da Cluvia passò a Boviano donde trasse tanta preda, quanta tutto forse il Sannio avea ne somministrato. In tanto infortunio ricorrono i Sanniti al sistema delle imboscate in cui tanto valevano; adescano il console a predare una gran quantità di bestiame in un bosco vicino. Il pericolo, fonte che grande pe' Romani non solo fu evaso, ma volto in rovina degl’insidiatori, cui dispersero, malgrado l’oscurità degli agguati e l’eminenza de' luoghi ove si erano postati.
Tra questi fatti ultimi ed i seguenti che vanno a narrarsi, la guerra che i Romani dovettero portare nel seno dell'Etruria, produsse una involontaria tregua, di cui eransi dati a profittare i Sanniti, dandosi liberamente a danneggiar gli Appuli alleati di Roma. Ma spedito in fretta l’altro console C. Marcio Rutilo nel Sannio, tolse loro la forte città di Alife e diede il guasto a molti villaggi e castella di quel dintorno.
Tentarono in questo anno (444 di Roma) per la prima volta i Romani uno sbarco a Pompeja, posta allora alle foce del Sarno, e di là si diedero a predare il vicino contado di Nuceria-Alfaterna alleata de' Sanniti. Nello stesso tempo le voci che erano corse sfavorevoli ai Romani nell’Etruria, avevano ingenerato nel Sannio grande allegrezza, sicché da tutte parti accorrevano quei popoli volontierosi alla distruzione del Console Marcio. Il fatto d'arme riuscì tanto pericoloso e crudele colla peggio de' Romani, che in loro soccorso fu spedito Papirio Cursore in qualità di dittatore con legioni nuovamente descritte, a riceversi da Marcio il vecchio esercito presso Longula nei Volsci, dove erasi riparato dopo le perdite nel Sannio sofferte.
Questa vittoria inanimì i Sanniti al segno di credere giunto il momento di reprimere la romana superbia sol che spiegassero un’energia maggiore in una seconda aggressione. Ad eccitarlo di un’insolita maniera concorsero i sacerdoti, ministri allora della politica, riproducendo una sacra cerimonia, nella quale consacravasi sotto la special protezione del Nume un eletto numero di guerrieri con un lugubre rito, con orribili giuramenti e formole superstiziose. A questo apparato si volle pur aggiungere una singolar foggia di vestimento e di armi oltremodo lussosa. Parte di soldati con scudi adorni d’oro, e parte con dell’argento, vestivano per più magnificenza tuniche di varii colori e di bianchissimo lino. Con elmi lucenti montati di pennacchiere, parevano di si vantaggiosa statura, che al primo scontro i Romani ebbero a restarne maravigliati e sorpresi, anche per la novità e splendidezza dell’armatura. Il dittatore Papirio, che si era accodo della impressione ricevutane dai suoi, diedesi a confortarli, lor dimostrando che il ferro e l’animo sono il vero ornamento del soldato, non già l’oro e l’argento, che è il premio dei forti; e l’ardore con cui si spinsero alla battaglia fu coronato da un brillante successo. I Sanniti furono disfatti; le loro belle armi servirono a fregiare il trionfo di Papirio ed il foro romano, ed i superbi ausiliarii Capuani in dileggio degli odiali Sanniti vestirono alla foggia di quei soldati i loro gladiatori, che perciò chiamarono Sanniti.
Fu dato a Fabio di proseguire nell'anno 446 di Roma la guerra nel Sannio, cui diede principio espugnando Nucena-Alfaterna. Di là si volse a combattere l’esercito Sannite rinforzato dalle valorose schiere de' Marsi, la prima volta che uscivano in campo a misurarsi coi Romani. Il loro esempio fu imitato dai Peligni, ovvero sull’autorità de' Marsi si associarono ai Sanniti; ma infelicemente tutt’insieme non fecero che più solenne la vittoria dei console.
L’infortunio, lungi dallo scoraggire i Sanniti a darsi una volta per vinti, non faceva che indurarli vieppiù nella loro ostinazione a non lasciare intentato qualunque mezzo onde superar colla forza la forza degli avventurosi loro i muli. Epperò non contenti di stringere nuove alleanze, ricorrono pure all’espediente di rafforzarsi con milizie mercenarie, assoldandole dalle nazioni limitrofe. Anche i Salentini, benché lontani, si dichiararono in loro favore, ed ebbero perciò a difendersi contro il console Volunnio, che dalla Puglia portò la guerra sino alla loro regione. Continuando Q. Fabio ad amministrar egli in qualità di proconsole (anno di Roma 447-448) la guerra Sannitica, attaccò i nemici presso Alife e li costrinse a patir per la seconda volta l’ignominia di passare sotto al giogo. Sette mila prigioni fatti ai socii de' Sanniti furono venduti indistintamente per schiavi, ad eccezione di quelli che essendo Ernici, e quindi partecipi del gius-latino, ovvero esenti da pena, furono mandati a Roma per trattarsi ivi del loro caso. D’ordine del Senato furon dati in custodia ai popoli del Lazio; della quale risoluzione irritati gli Ernici, intimano la convocazione del parlamento nazionale, e vi protestano contro Roma la guerra, m dissenso degli Alatrini, Ferentini e Verulani.
Queste novità non facevano che svegliare nuovi movimenti nel Sannio, donde Fabio era partito, pe’ quali Calarla e Sora liberaronsi dal remano presidio.
Gli Ernici venuti al fatto di misurarsi coi Romani, mentirono l’antica riputazione che si avevano, trovandosi ineguali a tanto nemico, cui dopo breve tempo furono costretti chieder la pace. Si ebbero nondimeno dalla generosa prudenza del Senato gli Anagnini con altri Comuni che avevano mosso la guerra, il dritto della cittadinanza senza suffragio, colla espressa inibizione di nominar magistrati, tener concilii e imparentarsi fuor de' confini. Per l’opposto a quei di Alatri, ai Ferentini ed ai Verulani fu lasciata la facoltà di conseguire i dritti della massima cittadinanza; ma essi invece preferirono di rimanere sotto le proprie leggi; argomento convincentissimo, dice Micali, che i nostri popoli riguardavano allora come un aggravio quel che i Romani avevano grandemente a cuore di far apprezzare come un benefìzio.
Sbrigatosi Marcio Tremulo degli Ernici, passò in ajuto del collega Pubblio Cornelio nel Sannio, dove la guerra pareva divenir più seria di quel che si pensava, dappoiché i Sanniti avendo occupato i passi e i luoghi eminenti cercavano d’impedire il transito delle vettovaglie, e vincer l’inimico colla fame. Livio, al suo solito, nel riferir questo fatto, il suggella colla vittoria de' Romani, al cui valore attribuisce l’uccisione di trentamila uomini, per la quale disfatta fu necessità che i Sanniti chiedessero la pace. Plinio però dice, che avanti al tempio di Castore fu una statua equestre togata di Q. Marcio Tremulo, il quale aveva due volte vinto i Sanniti, e preso Anagni aveva pur liberato il popolo (Romano) da un vergognoso tributo (402), E Diodoro pur afferma (403) nella sua imparzialità, che i Sanniti sopportarono con animo intrepido per ben cinque mesi il guasto delle campagne, il taglio degli alberi e l'incendio delle ville, ei veramente che nell'anno seguente, eletto por loro imperatore Stazio Gellio, essi i primi uscirono a dare il sacco ai fertilissimi campi Stellati nella Campania, e poi i due nuovi Consoli mossero a raffrenarli, uno dirigendosi coll’esercito presso a Tiferno, l’altro a Boviano. Si fecero loro incontro i Sanniti a presentar la battaglia, nella quale, per la superiorità del numero de' nemici, furon rotti colla perdita del Generale e con moltissimi prigionieri. Boviano tornò di nuovo in potere de Romani, e con essa anche Sora, Arpino, e Serennia ne' Volsci, che poco prima si erano date ai Sanniti.
Tante perdite indussero finalmente i Sanniti a trattar di accordo coi Romani nell’anno 449 di Roma. Gl'istituti però de' loro maggiori vietavano di pensare a salvarsi in discapito della dignità nazionale. E poiché si sentivano di tal forza ancora da farsi temere, il trattato coi Romani ebbe luogo come tra due uguali potenze, rinnovando l’antica confederazione, ed illesi serbando i dritti della indipendenza, per soli i quali avevano si animosamente combattuto. Cosi ebbe fine dopo ventidue anni di continua ed ostinata tenzone una guerra, posando le armi più per istanchezza che per desiderio di pace. Combattendo i due popoli egualmente ambiziosi di maggioreggiare l’uno sull’altro, egli è certo, che malgrado le loro vittorie non riusci mai ai Romani di posarsi sicuri nel Sannio e conservare per qualche tempo alcuna loro conquista. E siccome è pur certo d’altronde, che coll’avere i Romani ridotte alla loro obbedienza le nazioni confinanti, e con ciò tolto ai Sanniti l’appoggio de' loro naturali alleati; così, dietro la pace conchiusa, restò salva a Roma la facoltà di estendere i suoi dominii nella bassa Italia, e rassodarsi per sempre la soggezione de' vicini. Fra i quali, senza por tempo in mezzo, furon gli Equi molestati, sotto colore di aver prestato insieme cogli Ernici soccorso ai Sanniti, ed oppressi con una guerra già prima che avessero, avuto il tempo di prepararvisi. Messe insieme le loro genti tumultuariamente, senza certi capitani e senza governo, diedersi a difendere ciascun popolo i proprii interessi, senz’altrimenti badare alla comune difesa con un accordo federativo. Epperò combattute l’una dopo l’altra ben quaranta tra terre e città, furori con tal furore arse e disfatte, che spento finalmente in tal guisa il terribile nome degli Equi, lo spavento fu tale per i vicini Marsi, Marrucini, Frentani e Vestini, che mandarono oratori a Roma chiedendo l’amicizia della vittoriosa repubblica, la quale fu lor generosa di averli in conto di suoi confederati (404).
Mentre questi avvenimenti succedevano, per l’ambizione di Roma, nella parte superiore di questa nostra Italia meridionale, nell’opposto estremo avevan luogo tra i Magno-Greci non dissimili inquietezze, di cui cade ora poter riannodare il filo interrotto da quelle che propriamente lor recarono i
Bruzii. Secondo le relazioni della storia, furono questi popoli in origine la parte rustica dei Lucani, alla quale erano affidate le cure della pastorizia e della coltivazione de' campi. Ignorasi se forza di oppressione o genio d’indipendenza avesse fatto prenderle la risoluzione di affrancarsi. Certo è che buona parte de' rustici Lucani fuggì primieramente negl’impenetrabili recessi della Sila, dove cresciuti di numero, col tempo si resero formidabili alla nazione, la quale consenti con un pubblico trattato, riconoscendo l’affrancazione di essi, che si distinguesse in due parti distinte di Lucani e di Bruzii. Costituitisi questi in un corpo separato colle solite forme di una società federativa, protrassero le loro prime conquiste verso la costa del Tirreno, signoreggiando Terina, Ipponio, Temesa ed altre greche città. Esteso il loro dominio sino alla sacra selva di Reggio, vantarono Cosenza per loro capitale, e diedero origine alla città di Mamerto, sede di un popolo bellicoso, di cui la storia e la numismatica non altro ci han salvato che il nome.
Mal sicuro Dionisio il giovine in Siracusa, dove lo lasciammo accorrere per sedare la rivoluzione suscitata da Dione, si risolve di ritirarsi colla famiglia e coi suoi tesori a Locri, ove accolto da quei cittadini,giunse a farsi un presidio per sua difesa. Assicurata in tal modo la sua esistenza, volse il pensiero a voluttuosa e disonesta vita in sollievo della degradata sua fortuna. Anch’esso come tanti altri tiranni simili a lui (405) ruppe nello scoglio dell'incontinenza spogliata da ogni rispetto. Giaceva obliata da più di un secolo una imprudente ed infame promessa fatta a Venere dai Locresi del fiore delle loro vergini. Indusse o più veramente obbligò Dionisio quei cittadini a soddisfare l'empio voto de' padri; e cento fanciulle tratte a sorte furono condotte al tempio di Venere accompagnate da matrone espressamente fatte adornare di ricche vesti e preziosi giojelli; dove, in vece di sacrifizio, si trovarono le devote donne assalite dai satelliti di Dionisio, che non solo le spogliarono de' loro abbigliamenti, ma le obbligarono con tormenti a rivelare gli averi de' loro mariti, di cui gran parte furono perciò straziati ed uccisi. Reagirono i Locresi a questo orribile fatto con pari ferocia, vendicandosi sull'innocente famiglia del tiranno in sua assenza. Dopo aver fatto morire fra i più inuditi tormenti la moglie ed i figli, si cibarono delle loro carni, macinarono le loro ossa col frumento, e gittarono in mare i laceri avanzi. Di che non potè Dionisio vendicarsi a sua volta, chiamato da più gravi pensieri a Siracusa, dond’erasi mosso per accorrere a liberare i pegni del suo amore anche colla mediazione de' Tarantini.
Scacciato Dionisio da Timoleonte (406), l’affrancazione della Sicilia dal tiranno siracusano avrebbe seco portato anche quella della Magna Grecia dalle molestie dello stesso, se quanto cessava da parte di lui non riproducevasi dal genio guerriero dei Lucani e de' Bruzii. Ai quali ed ai Messapii, per lungo tempo tenuti a segno dal braccio di Archita, piacque d’irrompere contro i Tarentini non appena colla morte di si grand’uomo parve estinta in quella repubblica ogni virtù. Essa intanto credette provvedere alla propria sicurezza chiamando in suo ajuto Archidamo, re di Sparta, che infelicemente cadde nella prima mischia per mano de' Barbari presso Manduria (anno di Roma 416). Locri si salvò dalle armi de' Bruzii per l’intenso vigore dovuto al sentimento della ricuperata sua libertà; ma Caulonia ne restò preda, perchè trovava;i quasi vuota di abitanti, ell’eran fuggiti in Sicilia. Turio, malgrado l'assistenza che le prestarono i Corintii mentre erano per passare da colà in Sicilia, soggiacque ai Bruzii, che dopo averla lungamente afflitta, vi si collocarono da stabili possessori. Non dissimile sorte soffri Pesto dai Lucani, i quali la ridussero a tale condizione, che secondo Aristossene presso Ateneo, avendo perduto e la lingua e i gentili costumi, non celebravano i suoi abitanti, che una sola festa nell'anno, in cui, confondendo insieme le lagrime, si consolavano di rimemorare i cari nomi e le greche usanze perdute.
Col distendersi sempre più il dominio de' Lucani e dei Bruzii sulle città Italiote, non dubitarono i Tarentini, che anche la loro repubblica subito avrebbe Io stesso fato, se non si fosse provveduto alla loro debolezza, invocando ajuto straniero. Alessandro Molosso, re di Epiro, parve loro da doversi invitare a tal uopo; ed il cognato e zio di Alessandro il Macedone, lusingandosi che arridesse a lui nell’Occidente la stessa fortuna che in Asia a quel Grande, accettò volentieri l’invito, e fu tosto in Italia alla testa di un’armata (407). I primi fatti d’arme successero nella Messapia, tanto a Taranto nemica. Non si sa bene, se per fini strategici o per rispetto di un antico oracolo, risparmiò il Molosso la città di Brindisi, e strinse alleanza con quella repubblica, la cui amicizia dovette giovar non poco a tener aperta, sicura e facile corrispondenza coi suoi Stati. Ad esempio di Brindisi, i Peuceti, e probabilmente anche i Dauni, strinsero amicizia con Alessandro, il quale avendo in tal modo sguernito di nemici le spalle de' Tarentini, si volse con tutte le sue forze contro ai soli Lucani e Bruzìi, cui tolse Metaponto, Terina, Siponto, Turio, Eraclea, ed in seguito anche Pesto e Cosenza con altri luoghi entro terra.
Scossi I Sanniti al rumore di queste vittorie, si collegarono co’ Lucani; e venuti insieme a giornata cogli Epiroti, furono superati da quelle falangi meglio disciplinate delle loro milizie.
I Romani anch'essi non si mostrarono indifferenti spettatori de' trionfi dello straniero conquistatore, e diedersi tutta la premura di stringere seco alleanza; ad occasione della quale, dice Livio, (408) passò per la prima volta in Grecia il nome romano, delle cui cose, i primi storici a darne contezza ai Greci, secondo Dionigi d’Alicarnasso e Plinio, furono Teopompo, Geronimo di Candia e Teofrasto.
Cominciando l'Epirota ad incarnare il suo disegno, che non tardò guari ad essere scoperto, per togliere ai Tarentini quella influenza che avevano sulle città Italiote, fere trasferire il luogo delle adunanze da Eraclea nel territorio di Turio, dove riuscivagli di regolare a suo talento le deliberazioni della dieta. I Tarentini di ciò accortisi, non mancano di attraversare nel modo che possono le mire di Alessandro; ed il valore degl’Italiani ne arrestò virilmente i progressi (409). Compreso avendo a sua volta l’Epirota di essere stata capita la sua doppiezza, si risolve a sottomettere i Lucani ed i Bruzii decisivamente, pria di tentare altra impresa, e divide la sua armata in tre corpi, postandoli su tre colline separate da valli, di cui una era bagnata dall'Acheronte (Agri) presso Pandosia. Una dirotta pioggia coll’innondar quelle valli, ruppe ogni comunicazione fra le tre divisioni del suo esercito. Di questa circostanza avvalendosi i Lucani, attaccano prima le due dove non era il re, e l’espugnano, poi si volgono all’altra e la circondano tutta. Una fida guardia di duecento Lucani sbanditi cospira co’ nazionali a danno del re, che riesce ad aprirsi il varco in mezzo ai nemici, uccidendo di propria mano il Generale de' Lucani; ma giunto ai fiume che nella sua gonfiezza aveva portato via il ponte, vi si spinge dentro a cavallo. Un dardo scoccato da uno di que’ Lucani sbanditi passatolo fuor fuori, lo precipita nel fatai fiume, e le onde ne portano l’esangue cadavere sotto le mura di Pandosia, dove da insano furore fatto a brani, le membra ne vanno a Cosenza sepolte per pietà di una donna, e le ossa furono mandato agli Epiroti in Metaponto (410).
In tal modo liberatisi i Lucani ed i Bruzii da sì pericoloso nemico dopo quattordici anni di lotta, ripresero la loro superiorità sui degenerati Greci d’Italia con nuovi travagli, di cui ripigliamo il racconto, tenendo dietro ai corso degli avvenimenti il meglio che per noi sarà possibile, per mancanza irreparabile della storia (411).
Non potendo aspettarsi dalla Grecia le colonie Italiote quel soccorso di cui sentivano il bisogno per resistere all’ardimentoso spirito de' Bruzii; nè valendo per se stesse, divise da sette e da dissensioni, provvedere alla comune salvezza, fu forza ricorrere per ajuto alla fiorente Sicilia, la quale non si lasciò a lungo pregare, ambiziosa come era di mettersi in pugno la sorte delle medesime. Inoltratisi i Bruzii sino al promontorio Lacinio, tentarono d’impossessarsi di Crotone, che mantenevasi ancora per la felicita del suo sito in un’invidiata condizione. I Crotonesi, al vedersi stretti di assedio, chiesero protezione ai Siracusani, che tosto accorsero con una flotta, introducendo nella rocca non poche milizie sotto il comando di Sosistrato, uno de' rettori del governo di Siracusa. Evase Crotone dal pericolo che la minacciava, ma non dalla dipendenza, cui miravano i suoi proteggitori.
Occupata avendo Agatocle la tirannide di Siracusa nel 437 di Roma, distese di molto la sua influenza sulla Magna Grecia, ai cui b sogni contro i Bruzii occorrendo, spese i ventotto anni del torbido suo regno ora vincitore, ora vinto, e sempre resistito nelle ambiziose sue mire. Nel corso di queste vicende si ha memoria di aver signoreggiato per qualche tempo l’importante città d’Ipponio, dove edificò il porlo di Vibona, le cui vestigia sono ancora visibili nel luogo detto Bivona.
Gli accordi, che ebbero luogo fra Agatocle e i Bruzii, cessarono, quando ei fece trucidare due mila e più dei loro soldati in vendetta della morte di due suoi figli, che quei venturieri ammutinati avevano uccisi in Africa, dove por suo conto militavano contro ai Cartaginesi. In seguito di tal fatto costrinsero i Bruzii il tiranno a ripassare vergognosamente in Siracusa, impadronendosi essi di Ipponio. Ma egli che aveva troppo a cuore i suoi possedimenti in Magna Grecia per non sappine far senza, con un nuovo sforzo di trentamila fanti e tremila cavalli assaltò la piazza d’Ipponio, che tosto si arrese alla poderosa azione delle sue macchine murali. La flotta, il cui comando affidato aveva a Stilpone, dispersa quasi tutta dalla tempesta, gli fece ascoltare benignamente gli ambasciatori de' Bruzii bramosi di venire a patti con lui, senza nulla conoscere di colai perdita. Contento di alquanti ostaggi, accordò loro la pace, la quale fu da' Bruzii violata non appena si attorsero della premura che Agatocle aveva avuto di conchiuderla; poiché rimaso senza legni, gli sarebbe stata impossibile la ritirata. Assalito e disfatto il presidio che aveva lasciato di truppa siciliana a guardia d’Ipponio, ripresero la piazza e gli ostaggi, e cacciarono dai loro lidi quant'altre milizie lasciato aveva a custodirli di suo conto.
Deposto il pensiero di cimentarsi con nemici sì formidabili, Agatocle ritornò con un’astuzia sul continente per far sua Crotone, mentre trova vasi questa città in potere del suo oppressore Menedemo (412). Dovendo mandar Agatocle sua figlia a marito in Epiro con una conveniente armata di scorta, pregò Menedemo a volerla accogliere nel suo porto, al che questi senz’aldina diffidenza acconsentì. Giunto il regio convoglio, ed avendo all’improvviso bloccata la città, dietro l’assalto che immediamente seguì senza difesa e senza molta resistenza, i Siracusani entrativi, la possederono a nome di Agatocle, dopo di averla avvilita colle stragi e col sacco.
In seguito di questo colpo, si presenta Agatocle con un’armata navale alle isole Eolie; sorprende il porto di Lipari e costringe gl’inermi abitanti a fornirgli la somma di cinquanta talenti prendendola dai sacri tesori di Eolo e di Vulcano. In andandosene, perdette undici navi per furia di tempesta, che quegli abitanti credettero suscitata dal dio de' venti, in vendetta della sacrilega espilazione.
Mentre signoreggiava Cotrone, usando delle arti del vecchio Dionisio in promuovere divisioni fra le repubbliche Italiota, od in attizzare contro di esse l’odio degli attigui popoli Italiani, ei strinse alleanza co’ Messapii e co’ Peuceti, fornendoli di un numero di legni sottili, perchè corseggiassero il litorale del Jonio e dividessero seco la preda. Riusciti i Messapii a impossessarsi del ragguardevole porto di Eraclea, ecco ridestarsi la gelosia de' Tarentini, che non volevano veder altri in quel loro golfo; e preso a difendere quella loro colonia, si adoprarono colla loro abilità ad indurre i magistrati de' Danni e de' Peucezii a far causa comune in quella impresa. La quale, riuscita felicemente, fruttò ad Eraclea, nell’acquisto della sua libertà, il vantaggio di reggersi d’allora in poi con proprie leggi e magistrali nella stessa popolar forma della repubblica di Taranto.
Tra tutte quelle della Magna-Grecia conservava questa la prima figura, poiché nella mollezza del suo lusso nulla aveva smesso di quell’orgoglio spartano, che facevala esser desta sopra i suoi interessi. Epperò, se si scosse prima delle altre al romore de' progressi de' Romani, non se ne stette indifferente quando li vide arrivati sino ai Salentini. Non potendo contare sull’ajuto degli amici, che si erano collegati coi Romani, si volsero di nuovo a Sparta per soccorso, e se l’ebbero in un sufficiente numero di ausiliarii comandati da Cleonimo. Giunto questo Generale ai lidi Tarentini con cinque mila uomini, accozzò un esercito di ventimila fanti e due mila cavalli. Sua prima operazione fu quella di stringere alleanza coi Messapii e coi Lucani, che allora si riconciliarono coi Tarantini, ad eccezione di quelli che occupavano Metaponto. Questa circostanza determinò Cleonimo a cominciare le sue operazioni da questa città, che a vista delle imponenti forze di lui apri tosto le porte ricevendolo amico. Lo sleale Spartano, abusando indegnamente della data fede, strappò agli abitanti per forza gran somma di danaro, e prese duecento vergini in ostaggio, più per soddisfazione de' suoi piaceri, che per pegni della sua sicurezza. Delusi i Tarentini ed irritati di questi e di altri tratti di sua perfidia, di accordo coi popoli vicini, pensarono a disfarsene, nel che riuscirono col favore de' Romani, che vi spedirono il console Emilio Paolo.
Riuscito felicemente il Generale romano nell’impresa di liberare la regione dei Salentini della presenza di Cleonimo, che di là passò ad infestare le spiagge de' Veneti nel fondo dell'Adriatico, ei pareva che questa meridional parte d’Italia durar dovesse in quella calma, che le città greche si avevano guadagnata colla remoziope degli esterni agitatori, e le osche colla pace fermata tra i Sanniti e i Romani. Se non che il troppo studio posto da questi ultimi nel prevenire e rimuovere ogni futuro appicco di romperla, non fece che affrettare l’arrivo di quel che tener volevasi lontano.
Per tenere in freno i vinti e i confinanti la romana politica non vedeva altro mezzo più acconcio, che quello di accrescere il numero delle sue colonie. Con esse raggiungeva ad un tempo il duplice scopo, di sgravarsi di quelli tral popolo, che per essere bisognosi fomentavano le intestine sedizioni, e formarsi con esse, dove l’uopo il richiedeva, non tanti oppidi d’Italia, ma tanti propugnacoli dell'Impero (413). Epperò allorquando (Anno di Roma 453) si avvisò il Senato di mandare tre nuove colonie a Sora, ad Alba e a Carseoli, concedendo agli Arpinati ed ai Trebulani 1 onore della cittadinanza senza suffragio, i Marsi, comechè nuovi alleati, presero le armi per opporsi allo stabilimento di quelle sui loro confini. Temendo i Romani lo spirito guerriero di questi popoli, destinarono dittatore Valerio Massimo, che con un esercito numeroso sopraffece i Marsi, i quali contando, benché confederati fra loro, sulle proprie forze, perdettero Milonia, Plistia e Fresilia, e conseguirono la pace con la cessione di una parte di territorio (414).
Non sapendo i Sanniti acconciarsi con rassegnazione al fato, che volle di loro tanta umiliazione per quanto la fortuna de' Romani erane esaltata, malgrado raccordo fermato non si astenevano da quei maneggi, onde la loro impotenza giungesse ad equilibrarsi colla forza de' nemici guadagnando al loro partito nuovi alleati. La popolosa region dei Piceno aveva ceduto alle premure de' Sanniti in dichiararsi contro Roma; ma il Senato, che sapeva quanto pericolo gli sovrastava, se si fosse cimentata la romana potenza con questi nuovi nemici, non indugiò un solo istante a stringere con essi una onorevole confederazione.
Si volsero allora i Sanniti a molestare i Lucani, i quali a schivare il pericolo, ond’erano minacciati, credettero meglio sottomettersi al patrocinio de' Romani. Però questa, che Livio ritiene per sommissione, tale non fu secondo l’Alicarnasso e l’epitaffio di Lucio Correbo Scipione Barbato. Dice l’uno (415) che i Romani si determinarono ad attaccare i Sanniti nell’intendimento d’impedire che il loro dominio si estendesse, prevedendo che l'esempio della dedizione de' Lucani non fosse imitato da altri popoli circostanti. Rilevasi dall’altro, scoperto nel 1780 ed illustrato dal Visconti,che essendo console Scipione in quell’anno 455 tolse Taurasia e Cisauna ai Sanniti, soggiogò tutta la Lucania e ne portò via degli ostaggi (416).
Due anni dopo (457 di Roma, 296 av. C.) assicuratisi i Romani che da parte dell’Etruria niuna inquietezza restava loro a temere, tutto lo sforzo delle armi rivolsero a danno de Sanniti, affidando l’amministrazione della guerra alla nota abilità di Q. Fabio Massimo e di Publio Decio. Vanno entrambi nel Sannio menandovi le legioni l’uno per la via di Sora, l’altro per la regione de' Sidicini. Era riuscito ai Sanniti d’indurre gli Appuli a collegarsi seco, ma prima di raggiungere i compagni, incontrati da Decio presso Malevento ne andarono rotti. Non cosi felicemente pugnò Fabio coi Sanniti, che appostatisi in una valle presso al Tiferno avrebbero sorpreso il nemico, se non discopriva l'agguato. Epperò costretti a pugnare in piano aperto sostennero forti gli asfalti replicati delle legioni romane e l’urto de' cavalli. Fallito l’esito di quella giornata ricorse Fabio allo stratagemma di far credere ai Sanniti di essere posti in mezzo dalle legioni di Decio. A scanno di tale pericolo si ritirano sui monti, e lasciano, i Romani signori delle pianure, nelle quali per ben cinque mesi danno tal guasto, che meglio di quarantacinque luoghi, dove Decio accampossi, ed ottantasei, per dove Fabio passò, furon guasti dalla militar licenza. Nella quale avrebbe Decio col titolo di proconsole continuato per altro tempo ancora, se non avessero i Sanniti a ciò provveduto con una diversione, portando le loro armi a congiungersi con quelle di Etruria.
Fu affidato questo ardito progetto alla condotta del valoroso imperatore Gellio Egnazio, che con un poderoso esercito, attraversando i luoghi degli alleali romani si presentò alla frontiera degli Etruschi. Nel g an concilio che questi adunarono, espose il duce sannite l’oggetto e il disegno che aveva di abbattere una volta l’orgoglio dei comuni nemici a forze unite. Consentirono volontierosi quei membri del congresso, ed a maggior sicurezza di riuscir nell'impresa cercano di avere a compagni anche i vicini popoli dell'Umbria, e con danaro invitano i Galli a prestarsi da ausiliarii. Mentre suscitavasi in Etruria si fiera guerra, i Romani non furon si lesti a sgombrare il Sannio, come questo si augurava; che anzi profittando della occasione di vederlo inerme quasi tutto, non solo espugnarono Murganzia con Trivento o Romulea, donde trassero preda grandissima, ma vi spedirono a dargli un guasto totale l’uno de' nuovi consoli, Volunnio, con due legioni e quindici mila ausiliarii, mentre l’altro, Appio Claudio, con altrettante legioni e dodici mila socii accorreva tosto in Toscana. Quivi combatté sempre con isvantaegio fino a che non arrivò in suo ajuto Volunnio, che potè volgere a pro di Roma l’esito di quella guerra. Dalla quale fu forza ricondursi nel Sannio, perchè, non appena avevalo lasciato, un nuovo esercito erasi mosso a dare il guaito all’odiata vicina Campania scendendo nel contado Vescino ed in quello di Falerno. Non ebbero però il tempo i Sanniti di recarsi a casa il ricco bottino. Incolti dall'improvviso assalto del console Volunnio sulla riva del Volturno non furono in grado di sostener l’impeto delle nemiche legioni. Stazio Minazio lor duce per sua troppa temerità fu fatto prigione con sette mila de' suoi, ed il Senato Romano a futura sicurezza della contrada vi spedisce due colonie, una a Minturno sul Liri e l’altra a Sinuessa.
Tornarono i Sanniti sotto il comando di Gellio Egnazio alla guerra in Toscana nel 459 di Roma. In due distinti corpi di armata, l’uno di Umbri e di Etruschi, di Sanniti e Galli Senoni l’altro, misero tanto terrore ne' Romani. che oltre di affidarsi nuovamente all'abilità del gran Fabio e di P. Decio, pensarono seriamente ad apprestar modi dì difesa per la città assoldando non solo giovani e liberi, ma pur vecchi e liberti. Eppur questa volta, malgrado le diverse vicende delle diverse battaglie, in una delle quali disperando Decio di salvar l’ala da lui comandata, credè rinnovare l'esempio del padre consacrando la sua vita agli Dei infernali, l’esito di quella campagna fu pel valore e destrezza di Fabio deciso in favore di Roma. Caduto da forte l’illustre generale Egunzio, i Sanniti si volsero in fuga. Attraversando il territorio de' Peligni, per farsi questi merito co’ vincitori, cercato avevano di serrarli in mezzo. Nel Sannio, ove restato era Volunnio a guardia di quella regione, l’esercito sannite respinto sulle alture dei Tiferno sboccò con impensata incursione nella Campania e propriamente nel contado Vescino, nel Formano e in altri luoghi adiacenti al Volturno; ma i Romani anche ebbero la ventura di strappar la vittoria ai valorosi Sanniti, che sui Campi Stellati, ov’eransi raccolti, combatterono con estremo vigore.
In una lotta cosi ostinatamente sostenuta fra i due popoli, contendenti l’uno per ambizione di conquista l’altro per amore d’indipendenza, non si avvedevano i Sanniti soccumbenti. che le continue loro perdite distruggevano colla loro popolazione la pubblica forza, per quanto quella de' loro oppressori si accresceva col sistema delle federazioni, rifacendosi delle loro perdite cogli ajuti degli alleati. Ciò non pertanto i Sanniti, che giusta l’espressione di Livio, per amore della libertà volevano piuttosto esser vinti che non far prova di vincere, non perdonino mai la speranza di poter un giorno superare i loro nemici, tanto più che questi a capo di tante vittorie non si videro mai occupare di piè fermo qualche punto della regione del Sannio. Per nulla avviliti dai rovesci riprendono le ostilità nel 460 di Roma; ma non ebber dato appena sentore i Sanniti del loro armamento, che i Romani li ebbero già prevenuti facendo avanzare verso il territorio Sannitico il Console Attilio Regolo con un esercito, cui fu forza arrestarsi sulla frontiera, dove resistito dall’oste che l’attendeva fu anche posto in mezzo per modo, che non gli fu possibile retrocedere. In tale posizione ardiscono i Sanniti di assaltare i trinceramenti romani; col favor della nebbia s’impadroniscono della porta principale, e penetrano dentro sino alla tenda del Questore. Al romore levatosi nel campo son costretti i Sanniti a ritirarsi tenendo però in certo modo assediati i Romani nelle loro trincee, fino a che non giunse a liberameli l’altro console Lucio Postumio. A vista di forze tanto superiori si risolvono i Sanniti di prendere la via della Puglia ad oggetto di produrre una diversione: ma Postumio tenendo loro d’appresso, espugnò Milonia nei Marsi, Triveuto ed altre piccole terre nel Sannio. Non così felicemente pugnò Attilio nella Puglia. Raggiunto avendo i Sanniti che avevan già posto l’assedio a Luceria, il combattimento fu sì fiero da ambe le parti, che per le gravissime perdile lor toccale non furono il giorno appresso in grado di venire allo mani. Pensando a salvarsi senza mostrar di fuggire si azzuffarono i due eserciti senza quasi volerlo; l’esito fu favorevole ai Sanniti, il cui impeto essendosi rallentato per Pavidità del predare, porse ad Attilio il destro di raccendere il perduto coraggio de' suoi col far voto sul campo a Giove Statore. Fermata quindi la fuga, valse lo stimolo della superstizione ad inanimirli in guisa, che circondano i Sanniti, ne prendono oltre a sette mila, e fan loro patire il vituperio di passar sotto al giogo. Di là andati con nuovo esercito ad occupar Interamna, colonia romana sulla via Latina, si danno a saccheggiar prima quel contado, dove sopraggiunti da Attilio, reduce da Luceria, furono spogliati del buttino e dispersi.
Riflettendo i Sanniti sulle cagioni delle loro disfatte, e trovandole non derivale quasi mai da ignoranza di tattica, ma bensì dalla pochezza del numero e quindi del coraggio de' loro combattenti, si risolvono questa volta (anno 461 di Roma, 292 av. C.) di uscire in campo con uno sforzo maggiore del solito e col dippiù ancora degli stimoli aggiunti dalla religione. Ordinata una leva di quarantamila uomini, furon fatti radunare tutti armati presso Aquilonia. Ivi in mezzo al campo già preparato a riceverli era disposto un recinto quadrato di degente piedi per lato tutto coperto a mò di padiglione ed in guisa che poca luce vi penetrava. Ripetendo un’augusta cerimonia secondo il loro rituale, che Livio chiama liber vetus linteus. con più solenne apparato che i loro maggiori praticarono allorquando tolsero Capua ai Toscani, il venerando sacerdote Ovio Faccio ne celebrava i misteriosi riti preceduti da un supplichevole sacrifizio. Compiuto il quale, fece il comandante supremo dell’esercito citar dal Banditore i nomi dei più valorosi e ad uno ad uno introdurre in quel sacro recinto innanzi ad un’ara, fieramente apparata a ricévere il loro giuramento di non rivelare a chicchessia quel che ivi vedevano, di andare alla battaglia ovunque dai loro capitani venissero condotti, di non abbandonare le insegne, e di uccidere chiunque de' compagni si darebbe alla fuga. Il tristo aspetto del sangue fumante delle vittime su quell’ara del severo dio della guerra cinta di spade impugnate da truci centurioni all’intorno, incuteva negli animi anche meno religiosi il più orrendo timore, cui accrescevano la terribile forma delle imprecazioni che pronunziavano e la vista di corpi, trucidati a piè di quell’ara, di coloro che sul principio eransi negati a giurare. Dieci di quelli che dato avevano il giuramento, eletti dall’imperatore sannita, furono incaricati di scegliersi ciascuno un compagno, e questi il suo fino a compiere il numero di sedici mila. Fu detta una tal legione linteata, dalle lenzuola ond’era coperto quel misterioso steccato, dove piuttosto come vittima che come partecipi del sacrificio avevano emesso il loro giuramento; e reputata come sacra non men che nobile, fu decorata di armi più insigni e di celate con criniere, perchè fra gli altri combattenti spiccassero più. Un corpo di altri ventimila uomini, non meno animoso de' lintenti gareggiando in emulazione, compiva il numero di un esercito quanto formidabile altrettanto bramoso di risarcire col suo valore l'onor patrio fino allora malandato.
La fama di sì solenne apparecchio non impedì che i Romani dessero sopra i Sanniti all’improvviso, dirigendosi il console Spurio Carvilio contro Amiterno, soggetta al Sannio, e l’altro console L. Papirio Cursore penetrando per la regione de' Pentri, cui tolse Duronia. Riunitisi i due Consoli, scorsero insieme il paese nemico, e l'uno poi si diresse a Cominio per assediarla, l’altro ad Aquilonia, ov’era la somma delle forze sannitiche. Giuntovi Papirio pianta il campo a fronte di quello degli avversarli, e prima di avventurar la giornata, ordina che il collega desse l’assalto a Cominio per impedir che di là venisse soccorso all'esercito di Aquilonia. Il valore spiegato da ambe le parti lasciò in dubbio da quale delle due si dichiarasse la vittoria fino a che con uno stratagemma, creder facendo Papirio ai suoi ed ai nemici che Carvilio sopraggiungeva vincitore da Cominio ottenne che i Sanniti piagassero, ed in tempo caricati dalla romana cavalleria fossero sbaragliati e dispersi riducendosi chi negli alloggiamenti e chi a Boriano. I vincitori seguendo la fortuna, occupano prima il campo e poscia Aquilonia, indi Cominio, che lasciarono in proda alle fiamme. Di là indi a poco diedero il guasto a Sepino, Volana, Palumbino, Erculaneo, col cui bottino saziò Papirio l’avidità militare, serbando il più prezioso por la pompa del trionfo, onde fu rimeritato, dopo del quale fu in parte dedicato agli Dei della patria, e parte distribuito agli alleati ed alle colonie. Carvilio poi degli olmi, corsaletti, cosciali e schinieri di rame tolti ai soldati sanniti fece fondere ad ornamento del Campidoglio una statua si colossale di Giove, che era visibile alla distanza di oltre a quattordici miglia (417).
Ristoratisi i Sanniti tra un anno delle perdite è de' guasti sofferti si accesero di nuovo del desiderio di vendicarsene investendo del supremo comando Cajo Ponzio, il quale tutto all'opposto de' suoi predecessori non si lasciò sorprendere nel Sannio, ma all’appressarsi della nuova stagione condusse il suo esercito sul territorio Campano. A difesa de' proprii sudditi ed alleati vi spedi Roma Fabio Gorge, il quale avendo affrontato alquanto incautamente i Sanniti, ne fu vinto, e ne sarebbe stato distrutto, se il favor della notte non avesse protetto la ritirata de' suoi, che non altro salvar poterono dei loro arnesi fuorché le spade (418). Roma fremendo di una rotta così umiliante inviò nuovi rinforzi nella Campania, il cui comando si profferse tutto che vecchio il padre di Fabio in qualità di luogotenente del figlio. La destrezza di lui vinse l'applaudita abilità di Ponzio, che inseguendo i Romani retroceduti all'impeto del primo assalto, fu incolto dalla cavalleria, che decise la sorte di quella giornata. Egli preso servì di spettacolo al trionfo di Fabio, e contro ogni ragione delle genti fu condannato a perder la vita per mano del carnefice, spegnendosi in lui un capitano che alla valentia militare univa il sapere di un abile politico (419).
Proseguiva Fabio Gurge la guerra nel Sannio con l’assistenza del padre, ed attendeva nell’anno 463 all’assedio di Cominio, quando sorvenne da Roma il nuovo console Postumio, che volle egli solo l’onore di espugnarla. Pi là si diresse contro Venosa a cacciarne il presidio sannite, dopo della quale impresa ridusse altre terre di quel dintorno sotto al romano dominio. La numerosa colonia stabilita a Venosa seppe assai duro ai Sanniti, che videro in essa tale una barriera, che togliendo loro ogni possibile preminenza sui popoli confinanti, costituiva pe’ Romani una formidabile situazione. Epperò avvalendosene questi, colla solita rapidità commisero ai nuovi consoli Rufino e Marco Curio Dentato di portarsi nel Sannio a darvi il più orribile guasto. Incolti i Sanniti nel punto per essi impossibile di riunire le disciolte milizie, vidersi costretti a chiedere ancora una volta la pace. Fu in questa circostanza, che avendo i Sanniti offerto dell’oro per guadagnarsi l’animo di Curio Dentato, ebbero a sentirsi quelle memorande parole di lui. — Che ambiva meno aver dell'oro, che comandare a coloro che il possedevano. L’alleanza ristabilita per la quarta volta ad inique condizioni lasciò salva ai Sanniti la facoltà de' dritti dell'indipendenza, ed in essa troppo vivo il sentimento della patita umiliazione per non lasciarla lungamente invendicata.
Due anni dopo di questo accordo piacque ai Lucani d’infestare il territorio di Turio, i cui cittadini godevano la protezione di Roma, da cui la Lucania stessa pur dipendeva in certo modo per virtù de' trattati. Ricorsi quindi i Turini ai loro protettori per ajuto, se l’ebbero immantinenti dal Senato romano, che spedì il proconsole Curio Dentato a punir l’audacia de' Lucani. Affidatisi questi al loro imperatore Stazio Sta litio, cui commisero di proseguir l’assedio di Turio, all’arrivo de' Romani non credettero di opporre troppa resistenza. Non lasciando quindi a Curio materia di grand’azioni, serbarono essi a miglior tempo il pensiero delle offese, dalle quali vedrem nascere la
Guerra di Pirro. Correva Tanno di Roma 472, quando sotto il consolato di Cajo Fabricio, i trionfi de' Romani nell'Italia media destarono i popoli indipendenti da essi nell’Italia meridionale a muover loro una guerra, unendo insieme i consigli e le forze come se trattato si fosse di opprimere ladroni e nemici comuni. I Bruzii i primi, dimenticando la rivalità, ond’erano divisi dai Lucani da oltre ad un secolo, si unirono con questi, e ad essi collegaronsi anche i Sanniti nello stesso intendimento di trasferire il teatro della guerra nella più bassa Italia dalla Campania e dal Sannio, dove per sessanta e più anni aperto, coll’ultima pace pareva si fosse chiuso per sempre. La prima impresa fu quella di ritentare il fallito assedio di Torio per espellerne il presidio romano introdottovi da quegl’imbelli abitanti nel 465. Non si levaron tardi al soccorso dei loro amici i Romani, affidando al console Fabricio il carico della guerra. La pugna intorno alle mura assediate fu sì accanita, che l’evento favorevole al console fu attribuito al braccio dello stesso Marte. Perì Statilio, il duce de' Lucani, nella mischia, e i collegati furon costretti a salvarsi ne' loro monti.
La vittoria di Fabricio, mentre guadagnò alla parte di Roma le due cospicue repubbliche di Crotone e di Locri, disponeva i Tarentini a dichiararsele ostili. Se non che in quella velleità, colla quale volevano ma non osavano scoprirsi, perchè avversando l’idea della fatica cansavano i pencoli della guerra, capitò un imprevisto accidente, che affrettò il momento di ciò che appunto temevano. Contro un trattato che vietava alle navi romane di oltrepassare il promontorio Lacinio, una flotta di dieci galee si appressò al porto di Taranto in tempo che quei voluttuosi cittadini assistevano ad uno spettacolo nel teatro, donde fu dato lor di vedere l’arrivo di quei legni. Concitati dalle sediziose parole di un demagogo, per nome Filocari, si scagliarono contro quei navigli, di cui uno affondò, quattro furono predati, e gli altri salvaronsi a stento con la fuga. Dopo di aver in parte venduti come schiavi e in parte passati a fil di spada quei prigionieri, compirono i Tarentini l'opera del loro furore correndo a sorprendere la città,di Turio, cui davano la colpa di aver chiamato i Barbari a quella volta. Il presidio romano uscì libero a patto di lasciare quei cittadini in balia de' vincitori, i quali cacciando via tutt’i sospetti partigiani di Roma, diedero il governo ai loro amici; ed esultanti del pieno successo della loro impresa tornarono al consueto lor modo di vivere tra festosi passatempi.
Non appena ciò soppesi a Roma, il Senato inviò ambasciatori ai Tarentini domandando soddisfazione delle sofferte ingiurie. Al principale individuo di quella legazione, ricevuto in teatro, dove per solito trattavansi i pubblici affari, permise quel popolo leggiero che un suo sfacciato buffone (Filonide) avesse praticato una laidissima bruttura spazzandogli sulle vesti schifosissima sporchezza. Era quegli Postumio, uomo consolare e rispettabile per età, ma nelle maniere incolto e disadorno, cosicché mentre arringava in greco a quel consesso di delicati spettatori, e il loro purgato orecchio offendevasi di qualche espressione o non propria o non bene pronunziata, scoppiavano i motteggi e gl’insulti; i quali cresciuti a dismisura, quando l’oratore conchiuse la diceria chiedendo in nome della sua repubblica risarcimento, furono coronati dal ributtante eccesso di Filonide. Cacciato via e svillaneggiato col nome avvilitivo di barbaro, partì co’ suoi compagni tra le beffe di un popolo scorretto, che applaudiva la vile soperchieria con battimenti di mani e scrosci di risa scarrucolate.
La ingiuriata maestà romana, malgrado la vantaggiosa prevenzione della forza della tarentina repubblica, non esitò punto a decretar la guerra onde vendicarsi di un popolo che avevala tanto licenziosamente oltraggiata. Fu commesso al Console Emilio Barbula di muovere le armi dal Sannio a Taranto, i cui voluttuosi non men che sagaci cittadini, conoscendo la gravezza del pericolo che lor sovrastava, non furon lenti a darsi pensiero di un convenevole provvedimento. Senza presumere delle proprie forze e dell’abilità de' loro duci, risolvettero i Tarentini, meno però i più assennati fra loro (420), di affidar la con| dotta della guerra al celebre Pirro, re di Epiro, il quale, formato alle armi dai prodi generali di Alessandro, era allora in fama di primo capitano del suo secolo. Invitato con espressi ambasciatori che di ricchi donativi il complimentarono, assicurandolo che con le genti de Lucani, de' Messapii e de' Sanniti compirebbesi il numero di trecentocinquanta mila fanti e ventimila cavalli al suo comando, nell’avidità che nutriva di nuove conquiste, accettò volentieri l’invito de' Tarentini, promettendo di aggiungere alle loro anche le forze de' suoi Stati per liberarli dalla oppressione. Era questo il fine apparente; ma per raggiungere quello che vagheggiava, di estendere cioè la sua fama e l’impero in Uccidente, pria di passar esso in Italia, mandò innanzi il suo favorito Cinea con tremila uomini in Taranto, e con istruzioni analoghe ai suoi disegni. Prima cura dell'accorto ministro fu quella di crescere al più possibile la fiducia dei Tarentini nel suo re, e menomar quella che avevano nel loro generale Agide, facendo togliere il comando della cittadella a lui, come troppo amico de' Romani, per darlo al fido Milone epirota. Il console Emilio veramente trattava i Tarentini con cortesia non guari sincera per tener aperte le vie ad una riconciliazione; ed avendo stretto l’assedio alla città dalla parte di terra, deluso nelle sue speranze, fu dal valido braccio degli Epiroti costretto ad abbandonarlo, e riparare in Puglia non senza gravi molestie del nemico nella ritirata. Fallito questo primo scontro, si affrettarono i Romani ad assicurarsi della fede di alcune greche città amiche, munendo di presidio Reggio, Locri, Crotone, Turio ed Eraclea.
Continuò Emilio ad amministrar la guerra da proconsole nell’anno seguente (di Roma 474, av. C. 279) e nella stagione propria dopo il verno riportò una segnalata vittoria sulle truppe collegate de' Tarentini, de' Sanniti e de' Salentini. Nel tempo stesso si affrettò Pirro a passare in Italia con un’armata ben numerosa di ventimila fanti, duemila e cinquecento armati alla leggiera, tremila cavalli e venti elefanti, tutti ripartiti su navi proprie e su quelle speditegli da Taranto e da Antigono Gonata. Per impazienza di partire ei sciolse le vele in tempo non proprio al passaggio dell'Adriatico, poiché assalito da venti tempestosi verso gl’infami scogli Acrocerauni, oggi della Chimera, soffri tale burrasca, che la flotta andonne tutta dispersa, ed egli afferrò a stento la spiaggia della Messapia, non senza il soccorso che gli fu dato da quegli abitanti accorsi al lido in ajuto dell'aspettato liberatore. Nei pochi legni, co’ quali sbarcò, si trovarono appena due mila uomini, pochi cavalli e due soli elefanti, con cui e cogli Epiroti menati da Cinea mosso ad incontrarlo fece Pirro il suo ingresso a Taranto. La sua politica secondò la vanità de' Tarentini fino a che la sua armata dispersa dalla tempesta non si riunì; e mentre lusingavansi follemente, che tutto avrebbe fatto Pirro, ed essi continuato avrebbero ad essere spettatori della guerra fuori e degli usati divertimenti in casa, il loro nuovo Signore, preso il tuono di rigido monarca, ordinò la chiusura del teatro, de' bagni pubblici, del ginnasio e delle logge, come luoghi di ozio, dove i cittadini intertenevansi a ciarlar censurando e progettando piani di guerra; ed avendo imposto una coscrizione di giovani atti alla milizia, si avvide finalmente la democrazia di pesarle addosso un tiranno, contro cui furon vani i suoi fremiti come tardo il suo pentimento.
Saputosi che il console Valerio Levino era già nella Lucania, dove commetteva ogni maniera di ostilità, Pirro stimò di avanzarsi anch'esso ad incontrarlo co’ suoi e co’ soli Tarentini, poiché non ancora si erano a lui unite le forze degli alleati. Manda innanzi un araldo per dimandare ai Romani, se prima di azzuffarsi volessero fra loro trattar di pace prendendo lui stesso per giudice e mediatore. Al che avendo Levino risolutamente risposto, che i Romani non volevan Pirro per arbitro, né lo temevano nemico, ei fu costretto a progredire in fretta e piantare il campo nel piano che giace tra Pandosia ed Eraclea ed in mezzo all'Agri ed al Siri. alla cui destra sponda erasi Levino accampalo. Visto l'Epirota il modo ond’erano armati i barbari, com’ei chiamava i Romani, esitò di venire al cimento prima dell’arrivo de' confederati, ma Levino di ciò appunto profittando, fece guadare il fiume in diversi punti al suo esercito, ed ebbe luogo l’attacco, in cui la cavalleria de' Tersali e la falange macedone misuratesi colle milizie romane si avvidero che poco o nulla valevano contro la triplice saldezza di quelle legioni ed il fermo coraggio de' veterani. Ma la inusitata vista degli elefanti, il loro barrito ed irresistibìl possanza essendo riusciti spaventosi ai cavalli de' Romani, che diedersi precipitosamente a fuggire sbrancati, decisero della sorte della battaglia colla disfatta di quest'ultimi, che passato il fiume (l’Agri) di notte tempo, si diressero in Puglia.
Dietro questo primo successo riuscì a Pirro di tirare al suo partito le greche città alleate di Roma, che, da Reggio in fuori, gli diedero nelle mani la romana guarnigione. Si avanzò poi con tutta celerità nella Campania col pensiero di prender Capua. Fallita l’impresa, piegò sopra Napoli, e pure invano. Quasi volando corse la via Latina e si spinge sino a Preneste, a ventiquattro miglia da Roma. E qui, sbrigatosi felicemente l’altro console T. Coruncanio della guerra in Etruria cui lasciò pacificata, arrivò tosto in soccorso ed in guisa che Pino, per non trovarsi in mezzo a due eserciti, ebbe a ripiegar nella Campania: dove atteso da Levino con un esercito assai più numeroso che non fu nei primo scontro sulle sponde del Siri, schivò di venire una seconda volta a giornata e si ridusse a Tarante coi suoi.
Quivi soggiornando, ebbe l’agio di riflettere il re venturiere sulla invincibilità del popolo che era venuto a combattere. Volgendo nel pensiero il modo onde riuscire con esso ad una pace onorata, contento di ritenere in suo potere le principali città della Magna Grecia, fu lieto oltremodo in sentire che il Senato di Roma aveva spedito a Taranto un’ambasceria. Credendola diretta a richiederlo della sua amicizia, fu deluso nella sua aspettativa quando vide non aver avuto altra missione che quella di trattar seco del riscatto dei prigionieri. Tentò nondimeno l’animo di Fabricio, capo della legazione, con varie maniere di corruzioni; ma indarno, poiché quell’uomo si mostrò invitto non meno in valore che in virtù, sicché Pirro non disperando di riuscire per altra via nel suo intento di amicarsi i Romani, lasciò andare i prigionieri senza riscatto, ed affidò all’eloquenza di Cinea, degno discepolo di Demostene, il carico d’indurre il Senato di Roma alla pace. L’abile e destro suo ministro stava per compiere le trattative a seconda de' voti del suo Signore quando il Senato, mosso dalle ragioni e dall’autorità di Appio Claudio il Cieco, diede a Cinea la magnanima risposta, che non avrebbe trattato giammai di pace con Pirro, se prima non fosse uscito d’Italia.
Una cosi risoluta risposta richiedeva non men decisiva risoluzione da parte dell’Epirota, che consultando il suo onore e la sua dignità, ne raccomandò la salvezza alla propria spada. Senza por tempo in mezzo, accingesi ad assalire i nuovi consoli P. Sulpicio Severo e Decio Mure che trovavansi accampati presso Ascoli in Puglia. La battaglia, che ebbe luogo fra i due eserciti nel 475 di Roma, fu sì sanguinosa da ambe le parti, che quantunque, a relazione degli storici, ne avessero avuto la peggio i Romani, agli amici che congratulavansi non senza adulazione dell’esito come favorevole a Pirro, non dubitò questi rispondere: Se avremo di nuovo una simil vittoria, noi siamo spacciati.
Mentre Pirro ritiratosi a Taranto preparava altri mezzi per proseguire la guerra, la notizia della morte di Tolomeo Cerauno, che aprivagli la via a conseguire il trono di Macedonia, gli giunse meno gradita dall’altra che chiamavalo a scacciare i Cartaginesi dalla Sicilia. Preferendo questa avventura all’altra, pria di passare lo stretto munì le città greche a lui devote. Lascia in Taranto Milone con un presidio, contro i vani clamori di quei cittadini che chiedevano a Pirro di eseguir quello, per cui avevanlo chiamalo in Italia, ma non bastevole contro ai Romani, che ne' tre anni dopo la partenza del re proseguirono con successo la guerra, malgrado gli sforzi generosi de' confederati, su’ quali riportarono un triplice trionfo. Eraclea diedesi all'amicizia de' Romani con un trattato di alleanza da Cicerone detto una volta singolare (pro Balbo 22) ed un’altra equissimo (pro Archia 6). Crotone riuscì nello stesso intento non senza molti disastri pria patiti dagli Epiroti che la tenevano. Caulonia fu smantellata dal presidio Campano per cupidità di predare; e Locri scampò da simile sventura cacciando ed in buona parte uccidendo a tempo i soldati di Pirro. I Sanniti, i Lucani ed i Bruzii tutta volta ritardarono co’ loro sforzi; incessanti i progressi delle armi romane fino a che non fu di ritorno l'Epirota a ravvivare le loro speranze. Ei si mostrò sollecito di occorrere ai loro bisogni, per distrigarsi dai pericoli, cui trovavasi esposto in Sicilia, donde fe’ ritorno in Italia a grave stento; poiché nel tragittare lo stretto fu assalito da' Cartaginesi; e nel metter piede sul territorio di Reggio, vi trovò settemila Mamertini, che contrastarongli il passo. Fattosi strada col ferro tra le imboscate, si diresse a Locri, cui ricuperò col favore de' suoi partigiani. Sotto pretesto però di vendicarsi della disleale città. che non fu lesta ad aprirgli le porte, violò il tempio di Proserpina, cavandone le immense ricchezze che vi erano, destinandole al proseguimento della guerra. Le navi che ne caricò per trasportarle a Taranto ruppero perlina furiosa tempesta sul lido stesso di Locri, dove fu rigettato il sacro tesoro, che Pirro, preso dagli stimoli della superstizione, fece restituire ai sacerdoti della Dea.
Giunto a Taranto attese Pirro agli apparecchi della guerra offensiva contro ai Romani. Ridotta la sua armata a non più che ventimila uomini, la ingrossò de' soli Tarentini, perchè gli altri confederati, tra indeboliti dalle perdite e sdegnati contro l’Epirota che avevali abbandonati per correre in Sicilia, non vollero più seguire le sue insegne. Nell’anno di Roma 479, che allor correva, i due nuovi consoli Curio Dentato e Cornelio Lentulo furon più presti di lui ad avanzarsi l'uno nel Sannio e l’altro nella Lucania. Pirro anch'egli divise le sue forze, e col nervo de' suoi si affrettò verso il paese de' Sanniti sperando di sorprendervi Curio, che erasi accampato presso Benevento. Mosse coi suoi di notte tempo col favore delle fiaccole, le quali essendosi consumate a mezzo il viaggio, non permisero che giungesse al punto che voleva per dare l'assalto. Calando al far del giorno da certe alture sul nemico, laccio questi in fretta il campo e volò ad affrontar con empito le prime linee degli Epiroti, che posti in fuga, fecero piegar tutti gli altri, di cui molti caddero morti lasciando in potere de' Romani alcuni elefanti. Furon dessi forse quelli che il grande Alessandro aveva tolti a Poro nelle Indie, e di cui Curio fregiò il suo trionfo a Roma per la vittoria che riportò completa su Pirro in quella stessa giornata, in cui dopo il felice primo scontro fu combattuta aspra battaglia col medesimo successo.
Accortosi Pirro che la sua fama sminuiva colle sue forze, si risolve ad abbandonare l’Italia per recarsi all’acquisto della Macedonia, non senza rincorare gli abbattuti animi de' Tarentini assicurandoli, che si avrebbero avuto soccorsi di uomini e danaro da' sovrani di Etolia, dell’Illirio e della Macedonia, ai quali spedì de' messaggi con sue lettere. Al ritorno di questi adunò Pirro un consiglio d» principali Tarentini, e dimostrò loro la necessità di recarsi esso in persona per sollecitare il copioso sovvenimento che quei re gli avevano promesso. Per mantenersi in possesso di Taranto, vi lascia una forte guarnigione sotto il comando del suo figlio Eleno e del fido Milone; e parte di notte per l’Epiro dopo sei anni che ne mancava.
Mentre si aspettava dai confederati il suo ritorno con forze superiori, i Romani anch’essi prcpararonsi convenientemente a resistere ad un nemico, che alla stessa guisa de' suoi elefanti potè solo atterrirli la prima volta. Nell’anno 480-481 confermarono Curio nel consolato con Cornelio Merenda. Non prima però dell’anno seguente uscirono in campo i Sanniti, i Lucani ed i Bruzii, che furono sconfitti. Il maggior danno provato dai Lucani fu la perdita di Pesto coll'adiacente territorio, dove i Romani mandarono subito una colonia, che seco vi menò colla servitù le inseparabili compagne di lei, la povertà e l'ignoranza.
Nel 482 fu affidata a Spurio Carvilìo Massimo ed a Lucio Papirio Cursore l’impresa di ridurre del tutto i confederati, già resi incapaci della vigorosa resistenza di una volta. Non ancora le due armate consolari erano arrivate nel Sannio, che si ebbe la nuova della morte di Pirro in Argo. Valse questo inaspettato avvenimento ad avvilire per modo gli alleali, che dopo un estremo ed infausto cimento, cedettero in comune alla superiorità dei rivali, ponendo fine a capo di settanta e più anni ad una guerra, nella quale i Sanniti dopo tanta sofferta rovina non ebbero altro compenso che la gloria di aver tanto resistito a chi la fortuna si ostinò conferir tanto impero.
Soli i Tarentini attignevano nel loro orgoglio la lena di più prolungata resistenza. Affannati però dai pericoli, cui vedevano esposta la loro libertà per una quasi guerra civile suscitata tra loro e Milone che stava chiuso cogli Epiroti nella cittadella, si fecero ad implorar soccorso dai Cartaginesi, che stanziati in Sicilia avevano interesse di dominare anche sulla costiera meridionale dell'Italia. Erano intanto i consoli sotto le mura di Taranto, cui investivano per terra, quando giunse la flotta cartaginese che teneva la piazza bloccata per mare col pretesto di liberarla dagli Epiroti. Milone ridallo in tali strettezze da risolversi a prendere un partito, preferì di venire a patti con Papirio, da cui ottenne di potersi con sicurtà ritirare in Epiro co’ suoi. Entrati in Taranto i Romani, i Cartaginesi anch'essi gliela lasciarono in balia. Obbligati i cittadini a consegnar l’armi ai vincitori, videro predata la loro flotta e smantellate le mura. Dichiarato inoltre tributario di Roma il loro Comune, non fu ad essi lasciata che un apparenza di libertà tanto fino allora mal difesa, più che dalla spada straniera, dai perniciosi suoi vizii.
Ei fu dopo terminata la guerra tarentina, che i Romani poterono darsi il pensiero di andare a punire il tradimento che la legione campana, richiesta da' Reggini a custodir la loro città poco dopo l’arrivo di Pirro in Italia, consumò rendendosi padrona di Reggio per le stesse vie che tennero i Mamertini, altro popolo pur de' la Campania, per impadronirsi di Messina. I disleali soldati sedotti dalle ricchezze di quella città e stimolati dalle promesse del loro comandante Decio Giubellio, danno sopra agl’inermi cittadini sotto protesto di salvarsi da un’immaginaria cospirazione; ne fanno orribile strage, e molti altri cacciandone, si appropriano il godimento di tanti beni. Spedito nell'anno di Roma 483 il console Genucio a ridurre colla forza quei malvagi usurpatori, chiamaron questi in loro soccorso i Mamertini, loro connazionali, dalla prossima Messina, cui tenevano collo stesso titolo già da vent’anni; ed una mano di banditi venturieri, cui avevano apposta aperto un asilo, fu loro spedita a rafforzarli. Con tali ajuti si sostennero i Campani sì pertinacemente, che i Romani sarebbero stati costretti a levar non senza ignominia l’assedio, se non fossero stati da Jerone, re di Siracusa, opportunamente soccorsi. Investila la piazza fu presa per forza dopo un terribil macello de' perfidi, i cui superstiti furono con sanguinosa giustizia puniti. Richiamati gli esuli Reggini in patria, la repubblica vi fu ristabilita nell’ereditaria forma di governo col titolo onorevole di città confederata.
Parve ai Romani col domar tanti loro nemici di aversene assicurata la soggezione; se non che la memoria di quante volte si erano riavuti dal loro abbattimento li teneva in una abituale sollecitudine ed in una certa vigilanza onde prevenire la contingenza di una sollevazione. La quale invero fu per iscoppiare universale, quando Lollio sannite, che trovavasi confinato a Roma come ostaggio, riuscito a fuggirsene e condursi cautamente nel Sannio, si pose alla testa de' malcontenti incitando la nazione a liberarsi dal tirannico giogo dei Romani. Il suo tentativo tral 484-485 riusci sventuratamente infruttuoso, malgrado che avesse energicamente resistito ai consoli, che per la gravezza del pericolo erano corsi ambedue a spegnere nel nascere un incendio che minacciava dilatarsi per tutta la regione ed oltre. Abbandonato dai suoi cadde in potere dei Romani, il cui Senato provvide allora ben altrimenti alla futura tranquillità del paese deducendo nuove colonie in Benevento ed Isernia (421).
A misura che Roma coi parziali conquisti vedeva crescere la sua potenza, l'idea in lei di farsi soggetta l’Italia tutta, se fino ad ora mal si celava sotto le cautele che usava onde non farla trasparire, quinc’innanzi dopo la dedizione di Taranto si esternò senza riguardo a riservatezza o a timore. Rimanevano al compimento della sospirata totalità del dominio i popoli del Piceno, possessori dell’ubertosa e felice regione lungo le spiagge dell’Adriatico; e bastò loro per appicco alla ingiusta molestia il pretesto di essere stati aderenti o compagni de' loro nemici nel sostenere per ben due anni i dritti della propria indipendenza. Disfatta la città degli Urticìni nel 486 di Roma, la sorte de' Piceni fu decisa da una battaglia; in cui spaventati da un improvviso tremuoto che li rese inetti alla pugna, furono superati dal console Sempronio Sofo. Dal Piceno sottomesso trassero i Romani e trasportarono sulla contrada, che domina il golfo di Pesto, quelle numerose colonie, che riparando le perdite onde fu esausta e fatta quasi deserta dagli Etruschi, dai Sanniti e dai Lucani, fecero prenderle la special denominazione di region Picentina.
Dopo questa impresa, l’ultima a compiere era quella di ridurre alla devozione di Roma i Messapii e i Salentini; e per un pretesto simile a quello de Piceni, di avere cioè seguito le parti de' Tarentini e di Pirro, fu loro intimato di arrendersi. Sostennero per due anni la causa della spirante libertà con generoso ardire; ma cedettero in fine al comun fato, e Roma divenne padrona del ragguardevole porto di Brindisi, donde fu loro aperto il varco alle conquiste della Grecia e dell'Asia, e donde si sparse la h>ro fama nei popoli, di cui un giorno turbar dovevano il riposo.
Arrivato il dominio de' Romani sino allo stretto di Messina, l'incontro, che nella vicina Sicilia essi ebbero coi Cartaginesi, fu immediatamente seguito dal conflitto dei reciproci interessi, degli uni in voler protrarre la loro dominazione in Sicilia, degli altri in voler distendere gli acquisti in Italia, di cui già possedevano le altre due isole di Corsica e Sardegna. All’urto de' due Popoli, egualmente ambiziosi d’invadere, preluse il pretesto in amendue di soccorrere Runa delle due fazioni in cui eransi divisi i Mamertini in Messina, la quale tenevano già dà vent’anni per violenza. L’una di esse, avversata da Jerone re di Siracusa, richiese di ajuto i Romani, l’altra invocato aveva quello dei Cartaginesi, nel cui potere era riuscito a dare la cittadella. Il Senato di Roma non dubitò di esibirsi a proteggere i Mamertini, come originarii della Campania, malgrado che ciò facendo venisse a sostenere in questi quel medesimo delitto che poc’anzi punito aveva negli altri usurpatori di Reggio, Campani ancor essi. Ma mirando al fine che vagheggiava, non si curò della condizione de' mezzi fornitigli dalla poco onesta cagione di prestare ajuto ad immeritevoli, e la lotta fu impegnata fra le due Repubbliche, dal cui cozzo ebbe allora principio la
Prima guerra Punica. Nella durata che questa si ebbe di ventiquattro anni (dal 490 sino al 513 di Roma) la Storia de' nostri Popoli è affatto silenziosa, si perchè il teatro della guerra non fu sul nostro territorio, e si perchè fusi in un corpo politico coi Romani, non diedero a costoro occasione veruna a far parlare di se né in male né in bene. Se non che la Romana Repubblica o la sua storia fu assai sconoscente per non aver lasciato veruna onorevole menzione dei servigli de' suoi alleati, che con zelo prestarono l’opera più rilevante in quella guerra. Le navi pel primo e prodigioso passaggio dell’armata romana in Sicilia furon fornite in prestanza, a norma dei trattati, dai Tarentini, dai Locresi, da' Veliesi e dai Napoletani, e di questa secca notizia siam debitori a Polibio (422). Che oltre poi delle navi si giovarono i Romani nei successivi armamenti anche dell’abilità e consumata esperienza nelle cose di mare non solo degli abitanti dei nostri luoghi marittimi del Tirreno e dell'Adriatico, ma pur de' mediterranei, deducesi da un cenno che fa Zonara (VIII, 11) della congiura tramata in Roma dalle milizie sannitiche ne' primi anni della guerra Punica a fine di sottrarsi dall’odiato servizio marittimo. Se dunque Roma riuscì in si breve tempo a disputare a Cartagine la signoria del mare, ei fu certo l’effetto degli sforzi riuniti dei suoi alleati, della cui perizia giovandosi il suo valore si assoggettò per la maggior parte la Sicilia, di cui Cicerone (in Verr. 11, 1.) ebbe a dir che fu la prima a far sentire ai Romani quanto preclara cosa ei si fosse l’imperare ad estere nazioni.
Nelle altre guerre che i Romani sostennero nell’Italia superiore immediatamente dopo che ebbero dettato la pace ai vinti Cartaginesi, non altro ricordo è de Popoli nostri, che delle forze militari, di cui potevano allora essere tassati a fornire il contingente a richiesta della Repubblica. La quale, oltre di aver già sotto le armi, secondo un’accurata rassegna riferita da Polibio e confermata da Plinio e da Fabio Pittore, dugentuno mille cinquecento uomini tra fanti e cavalli, cioè quarantatré mila settecento Romani, e centocinquantasette mila ottocento alleati, poteva. secondo le tavole al Senato trasmesse, da questi attendersi in caso di bisogno altri dugentottantacinque mila uomini, cioè ottantacinque mila del nome latino, settantasette mila Sanniti, sessantasei mila fra Japigi e Messapii, trentatré mila Lucani, e ventiquattro mila tra Marsi, Marrucini, Vestini e Frentani. In caso di più urgente necessità i Romani e i Campani essi soli potevano mettere in piedi di guerra altri dugentocinquantamila fanti e ventitremila cavalli, i quali, aggiunti alle due legioni che trovavansi a Taranto e in Sicilia, sommavano ad un totale di settecentomila fanti e settantamila, cavalli, che l’Italia poteva offrire nel solo tratto che abbraccia poco più della Toscana, Stato Pontificio e Regno di Napoli. «Queste prodigiose forze de' confederati, osserva il Micali, potevano far tremare i superbi Romani, qualora fossero state indirizzate al rifacimento della propria autorità; ma l’universale ed inveterata disunione non aveva permesso fino allora agli Italiani di usare, né tampoco di conoscere il facil segreto della loro invincibil potenza.»
Seconda guerra Punica. Non ci brigheremo a descrivere di questa famosa guerra, che i soli fatti avvenuti sul nostro suolo in quanto che i nostri Popoli ne soffersero le conseguenze ne' guasti che Teseremo africano vi commetteva a solo fine di guadagnarli dalla parte sua separandoli dai Romani. Con tale divisamento ci facciamo ad incontrare i Cartaginesi nei piani della Puglia, dove la rotta toccata ai Romani presso Canne sollevò le speranze de' Popoli nostri, e produsse anche una generale rivoluzione nello stato politico dell’Italia inferiore.
Quando Annibale concepì il vasto non men che ardito pensiero di vendicare le ingiurie dell’offesa sua patria, portando la guerra ai nemici nella loro nativa contrada (536-552 di Roma), ei contò sulla circostanza di essere il dominio romano una mal compatta mole, formata di popoli a malincuore obbedienti. Non appena ei sarebbe apparso in mezzo a loro, i legami di quella servile dipendenza si sarebbero ben volentieri disciolti, quand’anche la fortuna della guerra non gli avesse ad arridere, liberi tornando gli alleati di parteggiare per lo straniero in vendetta della prepotenza che avevali soggiogati dopo lotta sì lunga. E l'abile capitano ben si appose nel suo divisamento, al cui successo tenne due vie del tutto opposte ma convergenti allo scopo. Con una, quella cioè de' guasti che apportava ai contadi dei romani alleati, ei stimolavali a decidersi di darsi dalla sua: coll’altra cioè, l’indulgenza che usava coi socii, cui curava di distinguere dai cittadini di Roma dopo la vittoria, e le ripetute proteste di non essere venuto per guerreggiare co’ nazionali, ma per prenderne la difesa, ristabilire la comune dignità perduta coll'indipendenza che godevano una volta, e per ricuperare in fine le città e le terre, di cui erano stati iniquamente spogliati, ei rassicuravali in quella speranza, che gl’Italiani concepirono al suo apparire. È il vero, che il recente esempio di Pirro avevali ritenuti dal pronunziarsi parziali di Annibale fino a che questi riportò delle vittorie né complete, né decisive: ma quando quella di Canne (538 di Roma) fu appresa come presagio della prossima rovina del Campidoglio, ogni ritegno spari; e primi di tutti ad abbracciar l’amicizia profferta da Annibale furono i popoli di Atella e di Calazia nella Campania. Il loro esempio fu immantinenti seguito dal Sannio, dai Lucani, dai Bruzii e da tutta la riviera, abitata dagl’Italioti da Taranto fino a Locri con zelo forse troppo inconsiderato, sebben non quanto quello dei Capuani infatuati al segno nella loro speranza da credere di vedere un giorno, caduta Roma, elevata Capua a sede del nuovo impero.
La condizione amministrativa di questa città, cui lasciato avevano i Romani la forma esteriore di repubblica, era tale per le concessioni che si ebbero i suoi nobili sulla plebe, da mantener sempre vivi i rancori di quest'ultima verso quelli, la cui superbia, appo gli antichi proverbiale, insultavane troppo crudamente la miseria cogli scorretti portamenti sino a trattar le cause di essa in un foro separato. Era quindi ben naturale aspettarsi di vedere accesa negli animi della plebe, così oppressa, la brama delle novità scuotendosi dal collo nel giogo eminente de' Romani quello immediato della tirannia de' nobili; e l’annunzio della rotta al Trasimeno tradusse in moti pronunziati il semplice fermento degli odii civili di quel popolo. Ne profitta per suoi fini privati Pacuvio, magistrato supremo di quell'anno, della illustre famiglia de' Calavii, e con uno stratagemma, veramente teatrale, si acquista, già padrone del favore della plebe, pur quello dell’aristocrazia, e con in pugno l’assoluto imperio della repubblica fa abortire per allora i moti insurrezionali della democrazia contro Roma ed in favore di Annibale.
Dopo la rotta di Canne, ravvivate le speranze della plebe, si adoprò il senato capuano di soffocargliele di nuovo inviando un’officiosa ambasciata al console Varrone in Venosa. Trovaronlo i legati così abbattuto e con tal supplichevole linguaggio in bocca, che tornati a Capua credettero anch'essi propizio il momento di sottrarsi dalla romana soggezione; e Vibio Virio non ebbe a faticar molto in persuadere i suoi concittadini di esser giunto il tempo di ricuperar colla libertà le terre perdute, e di ottenere col favore de' vittoriosi cartaginesi l’imperio d’Italia. Tutti allora i Capuani spediscono legati ad Annibale offrendosi a conchiuder seco un trattato di amicizia ed alleanza. Non è a dire se fu posto tempo in mezzo ad essere soscritto. Annibale fa sapere ai Capuani com’egli era per trasferirsi in persona nella loro città. Il giorno del suo arrivo fu solennizzato con festose dimostrazioni di giubilo, alle quali solo Decio Magio, uno de' principali senatori che erasi opposto alla confederazione col generale cartaginese, non prese parte assentandosi. Annibale il seppe e ne meditò subito la perdita. Cedendo per allora ai prieghi di coloro che intercedettero per sì onorevole cittadino, il volle più laidi in suo potere: ma per fortuna di un uomo cosi illustre la nave che conducevalo a Cartagine, approdò per forza di tempesta al porto di Cirene, dove salvatosi a piè della statua di Tolomeo Filopatore, ricuperò la libertà per grazia di quel monarca, e preferì di rimanersi per sempre in Alessandria per non rivedere la patria già divenuta indegna di riaverlo.
In andando Annibale a Capua passò pel Sannio, dove col favore della parte avversa ai Romani occupò la piccola repubblica di Compsa negl’Irpini. Con una rapida diversione toccò il territorio di Napoli sperando di sorprendere questa città, da cui pensava aprire una facile e regolare corrispondenza ira la Campania e Cartagine. I Napoletani, che poc’anzi avevano mandato a Roma quaranta tazze d’oro per ristorarli de' danni della recente disfatta (423), si mostrarono sì risoluti alla difesa, che Annibale non credette di spendere allora il tempo in operazioni di assedio. Dopo l’acquisto di Capua tornato essendo a tentar Napoli per via di trattati, e non essendovi riuscito menò il suo esercito sotto Nola pur divisa, come Capua, nella plebe deferente per lui e ne' nobili sostenitori de' Romani. Giunto Claudio Marcello in soccorso di quella piazza, Annibale si volse irritato contro Nuceria Alfaterna, cinta d’inespugnabili mura; la vinse e tutta la disfece col fuoco e col ferro. Tornò nuovamente su Nola, e per opera di Marcello il suo ritorno fu vano. Di là recossi Annibale all'espugnazione di Acerra che fu seguita, dopo assedio angustioso, dalla presa di Casilino, con cui chiuse l’anno tutto pieno di prosperi eventi. Nel tempo stesso che Annibale compiva sì fortunate imprese, suo fratello Magone accettava nell'alleanza Cartaginese i popoli del Sannio, non ancor purgati della vecchia ira, i Picentini, i Lucani, ed i Bruzii, tra i quali ultimi, per essersi voluta serbar fedele ai Romani, Petelia pagò con immensa rovina la pena della sua devozione.
I Capuani intanto, assicuratisi all’aura di tanto patrocinio, per cominciare a far cosa che menasse alla realizzazione della utopia che vagheggiavano, si accinsero (An. di R. 539) con armi proprie a ricuperar Cuma, già suddita loro una volta, ora obbediente ai Romani. Per la promiscuità di certi riti religiosi, che ancor durava tra le due città, il senato di Capua invitò quello di Cuma a recarsi nel luogo sacro detto Ama (ad Hamax) tre miglia distante da Cuma, per compiervi le consuete cerimonie e sentirsela insieme intorno pubblici affari. Nel sospetto di una perfidia non mancarono i Cumani di andarvi fattone prima inteso il console Sempronio Gracco, accampato per avventura nella vicina pianura di Linterno. Mario Alfio, il supremo magistrato di Capua erasi intanto avvicinato al luogo sacro con quattordicimila fanti col pretesto di cautelare quella festività che celebravasi per tre notti continue. Sempronio appressatosi al medesimo luogo nel silenzio della notte, dopo di essersi indettato coi fedeli Cumani, assalta all'improvviso il campo de' Capuani negligentemente guardato, e nel tumulto più di due mila con Alfio stesso perirono. Annibale, che forse aveva suggerita quella fraude, accorse in fretta dai Tifati, dove stava a campo, per vendicare gli amici; pone l’assedio a Cuma, in cui erasi chiuso Sempronio: ma visto inutile il suo tentativo recasi di nuovo a rinnovarlo contro Nola, sebbene pur quest'altra volta all'invano. Mentre il Cartaginese si spaziava in nuove conquiste, il console Romano Fabio riusciva a ricuperare più luoghi della Campania, come il pretore Marco Valerio fatto aveva con ogni maniera di sevizie negl’Irpini. Le armi però di Annibale unite a quelle de Bruzi furono più fortunate nella Magna Grecia, dove acquistarono Cotrone e Locri, delle quali l’una di libera divenne suddita de' Bruzii, l’altra fu lasciata governarsi colle leggi proprie. Di tale onta intolleranti i Crotonesi abbandonano la patrie mura e si aggregano alla cittadinanza di Locri. Fallita ad Annibale la speranza riposta negli ajuti di Filippo di Macedonia, con cui aveva fatto lega, perchè i Romani non appena ciò saputo portarono la guerra negli Stati di quel monarca, si limitò a scorrere per due anni (542 544) la Campania, la Puglia, la Lucania e la regione de' Salentini. Visitò i luoghi misteriosi presso Pozzuoli col fine di corroborare le sue imprese dell’assistenza de' numi consultati in quelle sedi, dove la superstizione di quei tempi credeva che esistessero l’inferno e i campi Elisi. Ciò non pertanto ripigliarono i Romani la consueta superiorità, disfecero sotto Benevento un corpo di esercito di Bruzii e Lucani, e riprendono Casilino, Arpi nella Puglia ed altri luoghi in Lucania, nel paese de' Bruzii e nel Sannio non senza far patire ai vinti gravissimi mali. Questi esempii, se imponevano sui deboli, producevano effetti opposti sui popoli forti; epperò i Tarentini, sempre più odiando il giogo de' Romani, consegnano la città ad Annibale, fuorché la rocca; e le due repubbliche di Metaponto e Turio fanno altrettanto.
Attendendo i Cartaginesi a consolidare le loro conquiste nella bassa Italia, lasciavano in balia dei Romani quelle della Campania. Capua, tuttoché provveduta di viveri dalla preveggenza di Annibale, vide sotto le sue mura piantarsi gli alloggiamenti dei due consoli con Claudio Nerone. Stretta di assedio da ben tre eserciti invocò istantemente gli ajuti di Annibale, che corse subito a recarglieli. Riuscite inutili le sue provocazioni ad una battaglia pensa di recarsi immediatamente su Roma, aspettandosi che i consoli per correre io ajuto della patria in pericolo avrebbero levato l'assedio o almeno sminuitone le forze. I Romani non si morsero da Capua, e per fortuna trovandosi in Roma molte milizie di nuova leva, Annibale fu costretto ritirarsi nelle terre de' Bruzii.
Ai Capuani avviliti dalla fame e dal fantasma dei crudeli castighi, che si aspettavano dai loro inesorabili nemici, non rimaneva altra risoluzione a prendere, che quella di arrendersi con intiera e leale sommissione. Fu questo il consiglio de' tremanti patrizii, che in mezzo all’anarchia della plebe timoneggiata da un tale Seppio Lesio furono costretti a radunarsi nella Curia. Il solo Vibio Virio, capo della fazione di Annibale, seppe rappresentare con vivi colori, come era meglio morire spontaneamente, che offrirsi alla vendetta de' Romani. Ventisette senatori presi dalla forza de' suoi argomenti si determinarono a morir tra gli offuscamenti dell'ebrezza in seguito di un sontuoso convito, cui tutti insieme assistettero. Prevennero in tal guisa e di poco l’entrata de' vincitori per la porta di Giove. Tutti gli altri senatori, cui non bastò simile coraggio, spogliati delle loro ricchezze e stretti in catene, aspettarono trepidanti il loro fato, sul quale non essendo stati di accordo i due proconsoli avevano scritto a Roma rimettendolo all'arbitrio del senato. Fulvio Fiacco, il più feroce de' due, impaziente di sfogare la sua brama sanguinosa, trasporta il tribunale a Teano Sidicino e dipoi a Caleno, dove fece prima battere colle verghe e poi decapitare quarantatré senatori. Non si limitò a questa efferata sentenza la crudeltà de' Romani. Più di trecento nobili furono messi in prigione, e gli altri mandati in confino; tutta la plebe venduta come schiava, e le terre interamente confiscate. Tutte le statue, sacre e profane, furono trasportate a Roma, e solo le mura rimasero intatte non già per clemenza, ma per destinazione a ricetto de' terrazzani e della gente rustica del paese. A Capua cosi spogliata di tutto, de' magistrati, del senato e di ogni altra distinzione civile, non è a dire se restasse apparenza di repubblica. Basta soggiungere, che per amministrar la giustizia a quelli, cui fu dato di abitarla, mandavasi ogni anno un Prefetto da Roma. E tutto questo castigo si attirò Capua pel grave delitto di essersi voluta sottrarre alla romana tirannia.
Calazia ed Atella, benché niuna resistenza avessero opposto con una inopportuna difesa, non furono men crudelmente trattato.
Questi eccessivi rigori si vollero ascrivere all’impetuosa vendetta del proconsole Fulvio per darsi a sperare, che facendone umili rimostranze a Roma, sarebbero stati leniti dalla giustizia di quel Senato. Profittando i Capuani del ritorno del Console Levino da Macedonia (anno di Roma 544) gli si raccomandarono ed ottennero di poterlo far seguire da un messaggio, che cogli auspicii di lui implorasse qualche sollevo. Udì il senato le giustificazioni, i lamenti e le preghiere, ma non l’esaudì. Non solo approvò tutto quello che Fulvio aveva fatto, ma con un decreto, aggraziate due sole donne pel loro attaccamento ai Romani, fu confermata per tutti la confisca de' beni, la carcerazione. l’esilio, sol concesso al meno colpevoli di abitare in certi luoghi determinati de' contadi di Vejo, Sutri e Nepi per riparare ivi la esausta popolazione. Con tutto ciò dopo un secolo e mezzo divenne Capua di nuovo capace di risvegliare l’invidia e la gelosia di Roma.
Colla caduta di Capua svelatasi la debolezza di Annibale venne poco a poco a rallentarsi negl’Italiani lo zelo in sostener la causa di un alleato incapace di badare alla loro sicurezza. Prima a dar l’esempio di scostarsi dal Cartaginese fu Salapia in Puglia, che accolse i Romani trucidando i Numidi. Non guari dopo Maronea e Mele nel Sannio accrebbero le conquiste del console Marcello, mentre Gneo Fulvio riportava una rotta ad Erdonea, al cui soccorso si parti Annibale dai Bruzii; ma il barbaro, sul timore che, quand’ei fosse partito, si sarebbe data ai Romani, la bruciò tutta, e de' cittadini uccisi i principali menò tutti gli altri a Turio e Metaponto. Marcello tenendosi stretto alle coste di Annibale gl’impedì di spaziare in Lucania ed in Puglia, e dopo più sanguinosi contrasti l’obbligò a ritirarsi nei Bruzii, mentre Taranto cedeva alla fortuna de' Romani nel 545, av. Cr. 208
Dai Bruzii volava Annibale al soccorso dei Tarentini, ma tardi. Non potè impedire, che gl’Irpini i Lucani e parte de' Bruzii, ne' quali maggiormente contata, non si arrendessero all’altro console Quinto Fulvio. Risarcì nondimeno nella susseguente campagna l’onore delle sue armi, ed in una delle sue solite imboscate ferì il console Crispino ed uccise Marcello, il competitore fino allora più avventurato della sua virtù militare.
Questo picciolo vantaggio non appagò che di poco l’animo pressoché abbattuto di Annibale. Valse però a riscuoterlo ed a pensare su mezzi più efficaci, onde venire a capo de' suoi finora mal condotti disegni. Deluso nella speranza di una lega col re di Macedonia, sentiva già il bisogno di rivolgersi a Cartagine per averne mezzi onde proseguire la guerra. Opposte fazioni ivi suscitatesi gliene consentirono ben pochi. A vista di ciò, si mosse dalla Spagna il fratello Asdrubale per riparar coll'unione delle sue forze l’indebolito esercito punico in Italia. Ei vi giunse nel 547 mettendo in terrore tutta Roma, che in questo anno per sua somma ventura affidò il governo della Repubblica a due uomini eminenti, Claudio Nerone e Livio Salinature. Partito questi a contrastargli il passo dell’Umbria e della Toscana, l’altro mosse incontro ad Annibale coll'intendimento d’impedire che i due eserciti cartaginesi si congiungessero. Ambedue i Generali scorrevano con pari accortezza e travaglio incredibile le terre de' Salentini, de' Bruzii, dei Lucani e degli Appuli, quando caddero in mano di Claudio le lettere di Asdrubale, che avvisava il fratello, com’ ei si avanzasse verso di lui perla via dell’Umbria. Trovandosi accampato Claudio dirimpetto Annibale in Puglia, non fece altro, che destramente staccare il fiore del suo esercito, muovere con esso con la maggior celerità possibile, e senza che Annibale so ne fosse addato, e raggiungere il suo collega Livio sulle sponde del Metauro. Quivi sopraffatto Asdrubale dal numero e dalla fortuna, sostenne tal fiero conflitto, che non solo vendicò l’eccidio di Canne, ma compì colla sua morte il più salutare, e più necessario trionfo del romano valore. Tornato Claudio in soli sei giorni a vista di Annibale, e scagliato nel campo di lui il capo di Asdrubale, avvertì il deluso Generale della sua più acerba ed inaspettata sventura.
Costretto dopo tanta sconfitta a ritirarsi ne' Bruzii seco conducendo i Metapontini e quei Lucani che gli rimasero fedeli, si ridusse a possedere in Italia tanto territorio quanto occupavano collo steccato degli accampamenti. Non pertanto era ancora pei Romani si rispettata la fama della sua valentìa, che per ben tre anni consecutivi (548-551), malgrado di aver visto ritornare tutta Lucania alla loro obbedienza con altre minori popolazioni, usarono la prudenza di non molestarlo che con picciolo scaramucce. Annibale passò la seconda està in Crotone, ove fece innalzare presso al tempio di Giunone Lacinia un’ara sacra alla Dea con lunga iscrizione in lettere puniche e greche, in cui lasciò scritte le cose per lui fino allora operate in Italia.
A rianimargli quel coraggio che non aveva mai perduto, venne il terzo suo fratello Magone, che partitosi dalle isole Baleari sbarcò alle spiagge della Liguria con dodici mila fanti e due mila cavalli, il quale esercito s’ingrossò d’Inganni, di Liguri e di Galli per modo, che a finirla una volta Scipione concepì l’ardito disegno di portar la guerra nell’Africa, passando prima in Sicilia. Di qui tolse Locri ai Cartaginesi, la quale dopo i crudeli trattamenti del Legato Pleminio, fu ristabilita nel grado di città federata, benché poco dopo decadde in guisa da divenir municipio. Mentre Magone attendeva a vie più ingrossarsi per congiungersi ad Annibale, ambasciatori di Cartagine il chiamavano premurosamente al soccorso della patria in pericolo ed angustiata dal fortunato valore di Scipione. Annibale stesso si era a tempo preparalo per passare anch'egli col fiore del suo esercito in Africa, dove fe’ ritorno dopo sedici anni di pericoli per lui, e di travagli pe' Romani, lasciando quella terra sospirata, di coi era giunto a farsi padrone, senza poter dire di esser sua.
Da quest'epoca (552 di Roma) sino al 663, la storia de' nostri popoli nulla ci fa assapere di essi, benché tanta parte avessero avuto nelle imprese bellicose de' Romani, coi quali divennero alleati solo per servirli a spese del loro sangue e delle loro contribuzioni. Nel silenzio però di un secolo e più ella, la Storia, ben ci racconta le gravezze patite dagli avi nostri, e le umiliazioni sempre più cresciute ogni volta che essi direttamente, o altri generosi per essi reclamavano al Senato di Roma migliorata la condizione cui si videro ridotti. Cresciuta colla fortuna de' Romani la conseguente superbia, e quell’alterigia che tanto più li sublimava agli occhi altrui, quanto meno si fossero a loro approssimati quelli che ambivano di uguagliarli ne' dritti della cittadinanza, una sorda sedizione si preparava ne' popoli Italici, ma con altra speranza, che non ebbero ne' tempi passati. Agguerriti e disciplinati alla stessa tattica, più non dubitavano di misurarsi con successo con chi già conoscevano più da vicino per la fusione che delle genti Italiche erasi fatta sotto l’unico nome di milizie romane. Non mancava ad effettuire il disegno di conseguir quello che bramavano, se non sentirsela fra loro, e voler finalmente por mano all’opra con uno sforzo riunito e compatto. Questo si proposero; ma come il vennero ad attuare fìa bene andarlo esponendo nei preparamenti, che il precedettero.
I Marsi, i primi, governati da Pompedio Sifone, uomo di gran carattere, provocarono la lega delle nazioni italiche, e quindi la guerra che, dal perchè Pompedio loro Capo ne fu il motore principale, fu detta Marsica, dal perchè in vigore del trattato tutte le nazioni interposte tral Liri e l’Adriatico assunsero la denominazione di Italiche, fu detta Italica, e dal perchè in fine l'intrapresa fu di più popoli diversi, che si unirono in società, e fecero causa comune contro i Romani, fu detta
Guerra Sociale. Dopo la fine de' Gracchi e di Fulvio Fiacco, le cui generose imprese non riguardavano solamente gl’interessi della plebe romana, ma pur quelli de' popoli Italiani confederati, val dire schiavi di Roma, non mancarono altri uomini, che o trovavano giuste le pretensioni degli alleati, o almeno compativano la loro sorte. La voce che a Roma facevasi arrivare dalle provincie, malgrado il dispotismo de' patrizii che o la soffocava superbamente o la respingeva, era sempre una, in cui concentravano tutte le loro sofferenze ed i soprusi,— il reclamo di partecipare alla cittadinanza romana sempre ributtato col soprassello di nuove umiliazioni perchè non fosse riprodotto più mai. — Il Senato lungi di addolcire l’amarezza di un rifiuto, con la sua severità e sprezzante alterezza non faceva che rendere la ingiustizia a più non posso intollerabile. Ma non col solo niego e col disprezzo erano disdetti i voti degli alleati. Nella legge dei consoli L. Crasso e M. Scevola furono tali i nuovi impedimenti apposti all’acquisto del bramato dritto, che i socii, i quali già trovavansi a Roma stabiliti, furono ridotti a spogliarsi del titolo di cittadini.
Trent'anni dopo la morte di Cajo Gracco si ebbero già alleati un nuovo difensore nel coraggioso tribuno Marco Livio Druso. Spento anche questi, di cui erasi dubitato, per la sua apparente concordia co’ Senatori, non avesse inteso di voler conferire con piena egualità di diritto il gius de' Quiriti a tutt’i popoli italici, la legge del suo collega Q. Mario, per la quale doveva inquirersi contra coloro che avevano promesso lo stato ai collegati, tolse a questi ogni speranza di volontaria concessione. Traggasi dal seguente fatto un’idea dell’agitazione, dell’ansietà e delle incertezze in cui vivevano i popoli nostri, ed a qual senno n’erano gli animi inaspriti. Quel Pompedio, che testò ricordammo come capo destarsi e che aveva trattato con Livio Druso della cittadinanza da concedersi agli alleati, erasi posto in cammino alla volta di Roma con numeroso seguito di uomini occultamente armati, deciso di ottenere per la sua nazione col vigor dell’animo e col ferro l'ambito e sempre nicgato dritto della città. Imbattutosi per via col console Gneo Domizio, fu con amichevole persuasione distolto dalla temeraria impresa, ed assicurato anzi da lui, che il Senato davasi finalmente il pensiero di soddisfare alla giusta inchiesta dei popoli. Tornarono a casa con belle speranze: ma che? la promessa del console fu con nuova perfidia dimenticata ben tosto; ed i Marsi delusi, governati dal loro illustre Pompedio Silone, giurano di farla tornare alla memoria de' Romani in guisa da tenerla a mente per sempre. Provocano la lega; l'odio e l'estreme angustie de' popoli assicurano il secreto e la fedeltà della congiura, e primi ad aderirvi e giurarla fur. no i Piceni, i Vestini, i Marsi, gli Appuli e i Lucani (424).
Corfinio, città forte dei Peligni, e quasi centrale rispetto alle nazioni confederate, prescelta per capitale dello Stato, cui si auguravano dar vita riuscendo a spegnere quello di Roma, si ebbe mutato il nomo in quello d’Italica, perchè cosi conveniva chiamarsi quella che esser doveva patria comune agl’Italiani. A simiglianza di Roma vi crearono un Senato di cinquecento notabili, due Consoli o Imperatori ed altri Magistrati per l’amministrazione della repubblica e della giustizia. Intenti i Romani in mezzo alle discordie ond’erano allora internamente agitati non seppero o non si curarono di una tale congiura se non ad occasione di un ostaggio che gli Ascolani mandavano a Corfinio. Di ciò ripresi aspramente questi e minacciali dal proconsole Servilio, poiché avevano deposto ogni timore, se ne vendicano uccidendo lui, il suo legato Fontejo, e tutti gli altri cittadini romani; e questa strage fu veramente il segnale della guerra, di cui presero il comando in qualità di due Imperatori Pompedio Silone e Cajo Mutilo, sannite. Si divisero questi per metà l’esteso tratto dell’Italia confederata, facendone due sole provincie. Si prese il primo la parte tra settentrione ed occidente, cioè da Carseoli sul confine dei Marsi sino all’Adriatico, e l'altro la parte rimanente verso mezzogiorno sino alla Calabria. Aveva ciascuno sei luogotenenti, uomini per valore od abilità sì distinti, che ancor ne durano i nomi. Furon essi Mario Egnazio. Trebazio, T. Afranio, Erio Asinio, Vezio Catone, С. Giudacilio, M. Lamponio, T. Clepsio, P. Ventidio, A. Cluenzio, P. Presentejo, e Ponzio Telesino. Così divisa in due grandi repubbliche l’Italia videsi brandire le armi non più pel conquisto di una città o di una provincia, ma per quello dell'orbe romano.
Roma dal suo canto, benché perduto avesse tanti confederati, non si sgomentò. Ben molti altri le rimanevano fedeli, e quel che più importava, un sì ricco tesoro trovavasi accumulalo nel tempio di Saturno da permetterle di procurarsi quanti nuovi fautori le fossero d uopo (425). Fu commesso l’incarico di far costruire le armi a C. Pisene (426). Al console L. Giulio Cesare furon dati per luogotenenti P. Lentulo, T. Didio, P. Licinio Crasso, Cornelio Silla, e M. Marcello, ed all'altro Console P. Rutilio questi altri cinque, Q. Cepione, C. Perpenna, Cajo Mario, Valerio Messala e Gneo, padre di Pompeo il Grande (An. di R. 664, av. C. 89).
Pria di azzuffarsi i due eserciti, da parte de' confederati non si volle omettere un tratto di moderazione, per non ismentire le antiche virtù cittadine. Vollero essi inviare a Roma un’ambasceria con incarico di rappresentare ivi ancora una volta la giustizia delle loro pretensioni, avvisando, che verrebbero finalmente soddisfatte se non per timore, a scanso almeno di una guerra, il cui carattere a volere e non volere ora quello pur troppo abominevole ed odioso di una guerra civile. Ma l’altero Senato, fedele alle massime romane di non farsi imporre da minacce, credette di preferire la sorte delle armi ad una concessione per esso creduta poco onorevole, e la campagna fu aperta nel paese de' Marsi e del Sannio.
Fu primo pensiero de' confederati di assediare le colonie di Alba nel paese de' Marsi, e di Esernia in quel dei Sanniti, col fine d’impadronirsi delle due più forti piazze poste in mezzo al teatro della guerra. Costretta Esernia dalle proprie angustie, cedette insieme con M. Marcello che la difendeva. Nel tempo stesso Venafro venne in potere di Mario Egnazio, che ne passò a fil di spada la guarnigione romana. C. Papio Mutilo accostatosi a Nola per investirla, la guadagnò alla lega. Literno, Stabia e Salerno si arresero al medesimo, che tra la soavità e la minaccia della forza indusse i cittadini e gli stessi soldati romani di presidio ad arruolarsi sotto le sue bandiere. Proseguendo le sue scorrerie per la Campania guastò, ed arse il contado di Nuceria Alfaterna; e trasse più di dieci mila ausiliarii da Pompeja, da Ercolano e da altre città di quei dintorni. Papio stesso, lasciando stare Capua, che le sofferte sciagure tenevano in fede ai Romani, e l’avvilimento cui avevanla questi ridotta non faceva più sentirle desio di gloria accostandosi alla fazione della lega, pose l’assedio ad Acerra. In tal tempo P. Presentejo aveva messo in fuga l’intero distaccamento del proconsole Perpenna, M. Lamponio erasi impadronito di Grumento in Lucania, e Giudacilio di Canosa e Venosa nella Puglia. Derivava la facilità di tali conquisti anche dal timore d’incorrere la sorte degli abitanti di Pinna nei Vestini, crudelmente trattati per la resisteva opposta in deferir pe’ Romani. Dondechè venissero ai confederali tanti successi, egli è certo che valsero ad accrescere in essi la fiducia e ad attizzarne il valore. Ma quel che fe loro pronosticar immancabile la vitoria ed il trionfo della causa comune, fu questo fatto.
Per invadere il territorio de' Marsi, erasi il console Rutilio accampato sulla sinistra del Toleno (oggi Turano) alquanto al di sotto de gli alloggiamenti di C. Mario. Difendeva l’altra sponda Vezio Catone, ed al luogo dai Romani designalo al passaggio del fiume ordisce si accortamente un’imboscata, che sul far del giorno, quando Rutilio n’ebbe fatto il tragitto co’ suoi, si trovò in mezzo ai nemici ed alla riva, dalla quale precipitaronsi nelle acque quanti scampavano dal ferro. Vi peri lo stesso Rutilio, la cui disfatta, malgrado il soccorso di Mario, fu appresa. in Roma come la più trista delle sue sciagure, tanto più che fu immediatamente seguita da una rotta data da Pompedio Silone a Mario ed a Scipione che avevano congiunti in un corpo i rispettivi distaccamenti agli avanzi della disfatta annata consolare. L’altro console L. Giulio Cesare fu quasi nel tempo stesso pur incolto ed avviluppato in una valle da Mario Egnazio, Sannite, che distrusse o fece prigioniero l’esercito di ventimila fanti e cinquemila cavalli. Si salvò il console fuggendo in Teano Sidicino, e rifatta l’armata mosse alla difesa di Acerra assediata da Papio. Questi vedendo tra le fila nemiche, ingrossate da dieci mila Galli-Italici novelli ausiliarii, anche un corpo numeroso di cavalli numidi, per incitare questi ultimi alla diserzione, fece comparire a vista del campo nemico il figlio di Giugurta, Oxinta, cui poco prima aveva liberato in Venosa, dov’era dai Romani tenuto in custodia. Avvenne infatti quello che si attendeva. L’aspetto di quel principe infelice, vittima del romano orgoglio, svegliò tali sentimenti di amore e di compassione fra i suoi nazionali, che trasferironsi a drappelli nel campo di Papio, sicché il console fu costretto a rimandare in Africa quelli che erangli restati. Il prode Sannite, dopo di essere riuscito a scemare di si notevole parte l’esercito del console, credè di assalire con vantaggio il campo de' Romani; ma nell’ostinatissimo conflitto toccò agli alleati la peggio. Fu Acerra soccorsa, ma ciò non impedì che Papio l’assediasse di nuovo.
Questo vantaggio riportato dai Romani dopo tante perdite improvvise, li inanimi per modo, che la fortuna dell’armi per quanto fino allora era stata ad essi avversa, altrettanto favorevole lor si mostrò quinc’innanzi. Mario inseguendo i Marsi, ne ottenne una prima vittoria proseguita e terminata da Silla. Erio Asinio, Capo de' Marruccini, lasciò la vita sul campo. Un nuovo vantaggio riportato da Gneo Pompeo nel Piceno sollevò ancora più l’avvilito coraggio de' Romani. Sul principio della guerra dall’assedio di Ascoli, Gneo, che era stato non solo respinto, ma posto in fuga da Giudacilio, da Afranio e da Ventidio, Generali della lega, fu interamente disfatto e costretto a chiudersi in Fermo. Rimase a compir solo Afranio l’assedio di quella colonia, la quale sarebbesi arresa dopo qualche altro mese, se non accorreva in ajuto Servio Sulpicio reduce da una vittoria riportata sui Peligni. Con tale rinforzo uscì Gneo a combattere; e nel calor della pugna Sulpicio pose fuoco agli alloggiamenti de' collegati, fra’ quali Afranio fu ucciso. Tutti gli Ita!nani compresi da terrore si fuggirono in Ascoli, dove inseguiti da Pompeo, che cinse di assedio quella piazza ribelle, ebbero a presentire nella perdita, che ne fecero, il principio de' rovesci, che ebbero anch'essi a soffrire.
La fama de' vantaggi dianzi riportati dai popoli della lega sui Romani stimolò altri popoli dell’Italia media a sollevarsi anch'essi per vendicar torti e sostener dritti consimili. Furon questi i Toscani, gli Umbri e i Latini, contro i quali sebben L. Porcio pretore, ed A. Plozio, l’un dall’altro separato, avessero ottenuto de' successi, non valsero questi a soffocare o sopprimere il fuoco della rivolta, né a lusingare i Romani di venire a capo di spegnerlo, se l’incendio, comechè parzialmente soppresso, invece di sminuirsi, si slargava cotanto. Epperò prendendo in più seria considerazione una la circostanza, e volendo apportarvi un presentissimo riparo, fu costretto il Senato ad ammettere nella milizia quelli fino allora stati esclusi, i liberti, di cui fatte dodici squadre, furono destinate a guardia delle coste da Ostia a Cuma. Anche allora chiese ausiliarii ai re dell'Oriente ed a lontane città in obbligo di fornirgliene nelle occorrenze.
Dal canto loro gli alleati, non meno tenaci nel proposito di proseguire ad ogni costo la guerra con tanti belli auspicii incominciata e condotta. sentirono pure il bisogno di uno straordinario e straniero soccorso, ed avventurarono un’ambasceria a Mitridate per averlo. Quel re, sebben formidabile nemico di Roma, non credè giovarsi di un invito così propizio alla sua causa, e si niegò, scusandosi di aver tali facendo nell’Asia, da non permettergli d'ingerirsi di quelle d’Italia. Fallita questa speranza, non valse: ad avvilire i Socii della lega, che avevano ancora la coscienza di potersi fidare alla forte tempra delle loro spade.
Roma intanto, meglio fatti i suoi conti, credè indispensabile il sacrifizio del proprio orgoglio alla più utile considerazione della sua salvezza, e devenne al partito di mitigar l'ira di tanti popoli inaspriti. Il Senato, di concerto con L. Giulio, prima che fosse questi uscito dal Consolato, fè pubblicargli una legge, colla quale stabilivasi di godere i dritti del cittadino romano tutte quelle Italiche nazioni, la cui alleanza con Roma fosse incontrastabile ed inviolata. Con siffatta la legge si assicurò Roma dal timore di fare ulteriori perdite di collegati, e porse ai suoi nemici occasione di farne essi non poche, poiché ridersi all’improvviso abbandonati da tanti compagni e poco secondati da molti altri. che si avvisarono di conseguire per tal modo e più facilmente quel che bramavasi.
Continuò nondimeno la guerra del pari feroce ed estesa come prima. I nuovi Consoli Gneo Pompeo Strabone e Lucio Porcio Catone (An. di R. 665, av. Cr. 88) ebbero a contendere cogli stessi nemici, fra’ quali primeggiavano i Marsi e i Sanniti. Ripigliò Pompeo con maggior energia l'assedio di Ascoli, già da lui cominciato, e ne dissipò un corpo di Marsi venuto al soccorso degli assediati; ma nel tempo stesso, mentre l'altro console L. Porcio capitò male al Lago Fucino, dove fu superato od ucciso. Stabia l’ultimo di aprile di quell’anno fu distrutta da Silla, che fra tutt'i romani Generali potè dirsi lo sterminatore dei nostri popoli. Ei medesimo infatti assistito dal nobile capuano Minazio Magio, con una legione assoldata a sue spese negli Irpini, conquistò pure Pompeja, al cui soccorso durante I’assedio recossi indarno L. Chienzio co’ suoi Sanniti; ed indi a poco prese Ercolano e Cessa coll’aura incoraggiante di queste vittorie si accostò a Nola, e vi espugnò il campo sannite, che stava per perdere l’armata di lui. Per tale bravura del suo valore riportò dalla gratitudine de' soldati la corona obsidionale, di verde gramigna, di che tanto si compiacque, che ne fece dipingere l’avvenimento nella sua villa di Tusculo. Continuando a valersi della sua fortuna, recossi pe’ monti della Campania fra gl’Irpini, preso a viva forza Eclano, e col terrore da cui erano preceduti i suoi passi, fece tornare all'obbedienza quasi tutta quella regione. Innoltratosi più addentro nel Sannio, si trovò Silla presso Esernia a fronte col valoroso Generale della Lega Papio Mutilo, che bravamente il circondò e ridusse alle strette. Silla allora, fingendo di voler conferire sulla pace, trattò e convenne di una tregua, di cui si valse non solo a salvarsi col favor della notte, ma ad assalir poscia e vincere l’esercito Sannite. Papio, gravemente ferito, scampò con parte de' suoi in Esernia, dove morì, mentre Silla compiva colla importante conquista di Boviano la sua gloriosa campagna.
L’infortunio de' Socii collegati non si limitò a queste perdite, ma si estese ancora a più altre. Mario Egnazio fu sconfitto in Puglia dal pretore Cosconio. Il Sannite Trebazio, preso il comando dell’esercito Sociale, fu parimenti superato e costretto a ritirarsi in Canosa. Canne, Salapia, Larino, Ascoli e tutto il vicino paese de' Peucezii, furono così atterriti dai guasti delle scorrerie di Cosconio, che credettero necessario di appigliarsi al partito della sommissione. Venosa, malgrado un forte presidio che la tutelava, fu da Metello Pio espugnata. Il proconsole Gabinio in Lucania fu del pari avventurato, sebben meno del console Pompeo, che trovandosi con tutta l’armata nel Piceno, si accostò contro Vezio Catone, Generale de' Marsi, che copriva con poderoso esercito la frontiera de' Vestini. A vista l'un dell’altro i due duci vennero a parlamento con egualità di grado e di onoranza; se non che Sesto, fratello del console fu il primo a salutare Catone dicendo: «Come debbo chiamarti?» — Al che questi rispose: «Di volontà, amico; di necessità, nemico.» — Cicerone, facendo allora la sua prima campagna, sotto Pompeo, fu presente a quel colloquio, in cui gli fu dato di notare, (XII Filippica) equità e, lungi ogni timore e sospetto, anche poca ragione di odiarsi, perchè non chiedevano i Socii di rapirci la città, egli dice, ma di esservi accolti insieme con noi. Vi si trattò certamente delle insistenze che i confederati facevano per la cittadinanza; ed è a supporsi, che le dichiarazioni e le promesse scambiate in quel famoso abboccamento furon tali da vederne pacificati i Marrucini, i Vestini ed i Peligni, che per opera di Pompeo tornarono all'amicizia di Roma; nel che anche i Marsi, testé travagliati da L. Murena e da Metello Pio, l'imitarono. Dopo di ciò il blocco, in cui Pompeo, per attendere alla spedizione descritta, aveva lasciato Ascoli, fu convertito di nuovo in assedio, perchè dal conquisto di questa città, che dato aveva il segno della ribellione, dipendeva l'onore e l'esito della guerra. Settantacinque mila Romani e poco men che altrettanti Italici si videro combattere sotto le mura di Ascoli a solo fine di accelerarne o impedirne la resa. Giudacilio che difendeva in essa la propria patria, fece un ultimo sforzo per salvarla, ma abbandonato dai suoi, cui mancò il coraggio di arrischiare una sortita, si aprì il varco col ferro alla mano in mezzo ai nemici;, ed entrò salvo colle sue genti nella piazza. Il suo nobile coraggio giovò più alla sua gloria che alla salvezza del natio loco, perchè visto l’impossibilità di salvarla, pose fine alla sua vita col veleno. Ascoli cadde in poter di Pompeo, che ne ordinò la rovina. Colla sua caduta essendo finita la guerra sociale, il Senato decretò al fortunato Generale l'onore del trionfo sugli Ascolani e sui Piceni, tra i cui prigionieri illustri destinati a decorar quella pompa fu notato il giovanetto Ventidio, figlio di uno de' capitani della Lega, il quale, cinquantanni dopo fu il primo che ebbe la gloria di trionfare dei Parti.
Eppure la guerra Marsica non finì per allora. La lega Italica restonne solo indebolita ma non oppressa. Alienatisi i Peligni, cessò Corfinio di essere considerata come capitale dell’unione; e la sede della pubblica potestà fu dagli alleati trasferita ad Esernia nel Sannio. Si elessero quivi cinque nuovi Generali, ritenendo fra essi Pompedio Silone la principale autorità. Ebbe questi Labilità di mettere insieme e ben presto in essere un’armata di trenta mila veterani, oltre un corpo di ventimila servi all’uopo manomessi. Ricuperò Pompedio la città di Boviano, in cui entrò trionfante, ma poco dopo fu ucciso in un conflitto contro Marco Emilio.
I Romani, a vista del riacceso ardore negl’indomabili loro nemici, col fine di dividere ed indebolire la lega, oltre di estendere la legge Giulia anche ai Soci che si erano pacificati, fecero promulgare ad istanza del tribuno M. Plauzio Silvano un’altra legge, che concedeva liberalmente la romana cittadinanza a tutti coloro che fossero stati cittadini delle confederale, purché avessero domicilio in Italia, e nel termine di sessanta giorni si fossero dati in nota al Pretore. Colpiva questa legge Plozia solo i popoli inermi e vacillanti, non già quelli armati e potenti: tuttavolta fu utile a ritenere in fede le città dei Greci Italici, della cui amicizia non erano sicuri. La politica artificiosa del Senato si scoprì nella distribuzione che i Censori fecero dei nuovi cittadini in altre otto tribù separate, alle quali lasciavasi dare il suffragio in ultimo luogo; il che importava che la maggioranza de' voti era sempre dello vecchio tribù, ed affatto ideale l’autorità delle nuove.
Rimanevano soli sostenitori dell’Italica guerra i Sanniti e i Lucani, e la città di Nola, quando Silla fu fatto Console con Quinto Pompeo Rufo nell’anno 666, av. Cr. 87. Non era questi mancato di correre ad assediar Nola, quando desister dovette da quella impresa per volgersi alla testa dell’armata verso Roma chiamatovi dalle turbolenze suscitate dal sedizioso Tribuno P. Sulpicio ad istigazione di Mario; quelle turbolenze appunti, che furono il principio della funesta guerra civile. Chiamato nell’anno seguente lo stesso Pompeo a regger la guerra contro Mitridate, e preoccupati Romani dei grandi affari dell Asia, non si diedero troppo pensiero di quelli dell'Italia. Poteron quindi i Socii della lega, benché cosi ristretta, rinnovar tali inquietezze da non tenersi per meno moleste delle antecedenti. Lamponio, T. Clepsio e Ponzio, Generali della lega, recaronsi con copiosa armata nel paese de' Bruzii all'assedio di Tisia. Lasciando quivi parte dell’esercito, mossero coll’altra a far lo stesso di Reggio col disegno di potere, padroni di questa città, far passaggio in Sicilia per tentare di muovere quella provincia a ribellione col favor degli schiavi e dei malcontenti non pochi, del cui numero possiam formarci idea dalle ribalderie di un Verre. Il pretore di allora C. Norbano prevenne un colpo si fatale spedendo milizie al di qua del Faro per togliere l’assedio di Reggio. E questo fatto può dirsi il termine preciso della Guerra Sociale, costata all’Italia il sacrificio di trecentomila e cittadini nei tre anni che fu combattuta. Gli altri movimenti della stessa van confusi con quelli della guerra civile, alle cui vicende fu dovuto l’aver finalmente conseguito i Popoli Italici nel modo che piacque ai Romani il tanto ambito e contrastato dritto della cittadinanza di Roma.
Questo dritto largito in guisa, che le nazioni Italiane non tardarono ad accorgersi di averlo avuto sol di nome e non di fatto, perché distribuite inegualmente nelle tribù trovavansi escluse dal concorre e coi loro suffragii al governo della repubblica, riprodusse il malcontento nei popoli. E si sarebbe questo attutito o almeno portato in pace sul riflesso, che il dritto del suffragio non poteva concedersi senza una certa riserva dettata dalla scaltrezza, per ovviar l’inconveniente della preponderanza de' forestieri nelle elezioni, se il tribuno Solpizio, per farlo servire ai turbolenti suoi fini, non l’avesse attizzato. Nello scopo questi di guadagnarsi la grazia degli Italiani, propose con grandi istanze una legge, che stabiliva d’incorporarsi in tutte le trentacinque tribù di Roma quanti si fossero i nuovi cittadini. L’opposizione alla stessa da parte di Silla, padrone della repubblica, la fuga di Mario e la violenta morte del Tribuno sconfortarono per allora gl’Italiani, le cui speranze rinacquero sotto il consolato di Cinna, il quale le ravvivò per averne sussidii di truppe e danaro, onde ristabilire la sua autorità e la fazione di Mario. Trovavasi Metello Pio nel Sannio intento a spegnere le reliquie della Guerra Sociale, donde il Senato richiamavalo in soccorso di Roma, con incarico di terminare alla meglio l’impresa che era costretto a lasciare. I Sanniti cercando di profittare della circostanza, si fecero a chiedere cose così eccedenti, che Metello credette indegno della romana grandezza consentirvi. Cinna e Mario per l’opposto tutto promisero in quel momento per guadagnarsi tutta la nazione sannite, che sola mantenevasi sotto le armi. Trionfò la fazione, e l’ammissione de' nuovi cittadini in tutte le tribù fu sanzionata da un Senato consulto; ma prima ancora di essere sperimentato quell'infausto dritto, altri patimenti e rovine erano ai popoli Italici riserbati.
Saputosi in Roma, che terminata in Asia la guerra Mitridatica, Silla disponevasi a far ritorno in Italia, Carbone. rimasto solo alla testa del partito di Mario, pensò di violentare i municipii e le colonie a dargli in pegno di loro fedeltà degli ostaggi. Gl'Italiani indignatisi di questo tratto neppur sopportabile da popolo il più avvilito dal dispotismo, opposero un fermo rifiuto; e primo a darne il nobile esempio fu M. Casiricio di Piacenza. Carbone irritato passò alle minacce, dicendo di aver molte spade ai suoi ordini; e quegli di rimando aver molti anni rispose, intendendo potersi alla vecchiezza far patire de' gravi, non però lunghi mali. E più oltre di questo non andò Carbone per l’arrivo di Silla coll’armata vittoriosa a Brindisi e a Taranto.
I Sanniti che sapevano qual conto doversi fare dell'odio di Silla, trovandosi di avere quarantamila uomini, formidabile avanzo della Guerra sociale, sotto il comando di M. Lamponio e Ponzio Telesino, persuasi di avere a combattere non per dominare, ma per esistere, fanno l’ultima prova di coraggio. Vedendosi Ponzio in punto di esser preso in mezzo da Silla e da Pompeo, nascose così accortamente i suoi passi, che in vece di continuare verso Preneste, piegò inaspettatamente verso Roma. «Ecco, ei diceva alla sua armata, ecco la selva, in cui si rifuggono i lupi rapitori dell’Italica libertà. Essi non cesseranno più mai d’infestarne, se non si stermina la selva. L’ultimo giorno pe’ Romani è già presso, la città devesi ornai rovinare e distruggere (427)».
E gli animosi Sanniti furono a un miglio e mezzo da Roma fuori Porta Collina. La città trovavasi senza difesa; ma gli sforzi tentati dalla romana gioventù per impedire l’entrata de' nemici, riuscirono a questi di grave danno. Balbo, spiccatosi dall’armata di Silla con settecento de' più spedii cavalli, accorse in fretta; giunse di poi lo stesso Silla con tutto il forte del suo esercito tre ore dopo mezzodì del 1 novembre. Consigliato a differire pel di seguente la pugna, impaziente d’indugio, dà l’assalto. L’ala sinistra comandata da lui stesso fu sconfitta e posta in fuga, e veramente sarebbe toccato a Roma l’estremo suo disastro in quel giorno, se Crasso alla testa di destro corno non avesse combattuto per modo che il sanguinoso conflitto ebbe per Silla un esito felice. Fu trovato il giorno appresso Ponzio semivivo tra i morti e con volto ancora minaccevole. Silla, cui tante vittorie avevano fatto arrogargli negli atti pubblici l'aggiunto di Felice, non era l’uomo da far sperare perdono ai Sanniti. Persuaso che Roma non sarebbe tranquilla fino a che vivesse l’ultimo di quel popolo bellicoso, si mise in animo di porre ad effetto il suo fiero divisamento. Boviano, Esernia, Telesia, Cisauna ed altre simili città furono pe’ crudeli suoi ordini smantellate e ridotte a meschini casali. Sole ai tempi di Strabone si mantenevano con qualche splendore Benevento e Venosa. Il risentimento del Dittatore si estese collo stesso furore in tutta Italia. Per suo volere nei comizii centuriati il popolo romano privò generalmente i municipii dei dritti della cittadinanza e delle terre del pubblico: e per fortuna questa legge durò quanto l'autorità di Silla.
Ma fino a che quel sospirato momento non arrivasse, la condizione de' vinti fu tale, che se ad integrare il concetto storico di quel periodo di tempo non fosse indispensabile tramandarne la memoria ad istruzione degli avvenire, noi vorremmo risparmiare a chi legge l’occasione di funestarsene.
Alla caduta di Ponzio Telesino, ultimo eroe della Guerra sociale, tremila Sanniti, nel rendersi a Silla, chieser salva la vita. Ei ne fece promessa a patto di trucidar essi i compagni che ricusavano di seguirli. S’inducono questi ad unirsi coi primi, e tutt’insieme, al numero di sei mila menati a Roma e serrati nel Circo, vi furono sino all’ultimo scannati. Mentre tanto macello si eseguiva, e le grida degl’infelici rintronavano pel dintorno, Silla che arringava ai Senatori nel vicino tempio di Bellona. accortosi che sussurravano fra loro appunto commossi ai disperati lamenti di tante vittime: «Padri Coscritti, egli disse, non vi distogliete; son pochi riottosi, che per mio comando si uccidono»; e continuò il suo discorso. Fatto gittar entro le mura dell'assediata Preneste i mozzi capi di Carina, di Bruto e di Censerino, a tal vista disperando di ogni soccorso, si ammutinarono contro ai loro capi e si arresero a Lucullo. Il giovine Mario e il fratello di Telesino per darsi morte reciproca, la fanno da gladiatori, il Romano uccide il Sannite, e fattosi uccidere egli stesso da un servo, cade sul cadavere dell'altro. Il giorno seguente la testa di Mario videsi inchiodata in Roma sui rostri. Erge Silla il tribunale per giudicare dei cittadini stati contrarii a lui, e si proponeva di ascoltarli per ostentazione di legalità, quando vedendo che il procedimento andava per le lunghe, si risolve a sbrigarsela, come testé fatto aveva nel Circo, e meglio di dodici mila tra Prenestini e Sanniti son fatti trucidare lui presente, che non poco diletto prendea di quell’orrendo spettacolo. Fra tanto assassinio volle farsi scrupolo di comprendervi uno, nella cui famiglia aveva ospitato; ma il generoso, non volendo esser debitore della vita al carnefice de' suoi patrioti, si lasciò sgozzare con essi.
Dopo tanto eccidio fu Preneste lasciata prima al sacco, indi in preda alle fiamme. Quei di Nerba nella Campania, non dubitando della stessa sorte, si rendono ad Emilio Lepido, dopo fatto scempio di sé parte uccidendosi l’un l’altro, e parte lasciandosi bruciar colle robe nelle proprie case, cui essi stessi appiccarono fuoco.
Con questi fatti ponevasi fine alla Guerra Sociale, e terminata pur la Prima Guerra Civile con questi altri.
Tornato Silla a Roma, ove gli applausi del popolo ed il proprio tripudio non gli consentivano il sonno, adunò i Comizi, e protestò di rimanergli a vendicarsi di coloro, che costretto avevanlo ad armarsi contro la città; e la dimane vidersi affisse per Roma tavolo coi nomi di quaranta primarii senatori e mille seicento cavalieri, ]a cui vita mettevasi in balìa di chi primo incontrandoli facevasi merito di ucciderli. Ogni assassino, fosse pure schiavo che ammazzasse il padrone, o figlio il proprio padre, riceveva due talenti per premio. Per altri due giorni nuove liste, di dugentoventi altri proscritti ciascuna, toglievano l’ansia a Caro Metello, che in Senato fecesi coraggio di dirgli: «Non intendiamo domandarti grazia per coloro, che ti sei proposto di far uccidere, ma per sapere chi son quelli che pensi salvare» — Al che rispondendo di non sapere ancora a chi accordare la vita; «Eh bene, replicò Metello, nomina coloro che vuoi sterminare» — Gli uccisi per proscrizione non perdevan solo la vita, ma n’erano confiscati i beni, colpiti d’infamia i figli sino alla seconda generazione, reo di morte chi salvava il padre, il figlio, il fratello proscritto. I templi non bastavano ad assicurare dall’assassino chi vi riparava come in asilo. Si ebbe per reità l’aver servito sotto Mario, l’aver obbedito ai Consoli. Il solo sospetto di ciò che richiedevasi per cercar uno a morte era sufficiente appoggio per dargliela. E furon colpe l’indipendenza, l’umanità, l’indifferenza, la onoratezza, la possidenza, e quest’ultima faceva crescere a dismisura il numero dello vittime, perchè confiscavansene i beni a pro degli uffiziali, de' soldati e de' fautori. Un tale, leggendo in una di quelle tavole il proprio nome «— Me misero! (esclama) il fondo che ho in Alba mi perseguita»: non dà egli pochi altri passi, ed è trucidato. Lucio Catilina senatore, aveva ucciso il proprio fratello per raccoglierne l’eredità; per iscagionarsene fa riportarlo da Silla nella lista, e per tale favore gli reca in compenso altre teste, fra le altre quella di Marco Graditano. Al quale già vergheggiato per le vie di Roma sino al sepolcro della gente Lutazia. deve, in espiazione di Catulo ucciso da Mario parente del Graditano, mozzategli le mani, le orecchie, la lingua, e postegli le ossa, tagliò la testa, che portò dal Gianicolo sino alla porta Carmentale, per farne a Silla un omaggio. Marco Pletorio svenuto a tale vista, fu pur esso decollato da Catilina, che tolto il premio, andò a lavarsene le mani nelle pile lustrali, innanzi al tempio di Esculapio.
Questo quadro di orrore parrà forse superfluo in queste pagine, destinate a riprodurre i soli fatti riguardanti i Popoli nostri: ma sventuratamente per questi è pure il quadro delle simili crudeltà per essi sofferte. Il volemmo tratteggiare, non senza una riduzione dal vero, perchè serva a dare un’idea di quel che, nel tempo stesso che a Roma per Silla (concetto dell’aristocratica reazione), succedeva nelle nostre contrade, quelle propriamente che avevan fatto parte della Italica Lega, per mezzo de' triumviri, pubblicani e soldati — strumenti della furibonda vendetta di Silla, che spedivali a scorrerie per porre a ruba ed a guasto città, villaggi e campagne. Il Sannio principalmente, perchè più degli altri bellicoso, fu segno alla sua rabbia sterminatrice; vi diroccò le fortezze, vi demolì i templi e le case, il ridusse un mucchio di rovine. Altrove smantellate le città, multati e proscritti gli abitanti, confiscati i beni e distribuiti dove ai suoi fautori, dove a colonie militari... Silla e sua moglie Metella s’arricchirono delle spoglie di tanti uccisi, ne arricchì Crasso, ne arricchirono ancora i suoi figli: basta dire che un Crisogono, liberto di costui, si ebbe per due mila sesterzii i beni di Roscio che ne valevano sei milioni.
Dopo aver pieno di terrore quanto avea renduto deserto di uomini e di dovizie, volle Silla ritirarsi in campagna, insinuando al Senato di provvedere alla repubblica, per lui rigenerata entro lavacri di sangue, colla elezione di un Interré. La paura che ancor durava ne' Senatori fé caderne la scelta su Valerio Flacco; e questi, favorito di Silla, propose di affidarsi a costui l’onnipotenza della Dittatura, quasi gli fosse d’uopo tal sorta di autorità per compiere legalmente quant’altre scelleragini non eragli bastato il tempo di eseguire. Tremante il Senato lo acclamò Dittatore per quel tempo che a lui piacesse, col dritto di vita e morte, anche senza giudizii, di far leggi, confiscar beni e distribuirli, edificar città e distruggere, dare e togliere i regni; e nel Foro, dove ancora sanguinavano i teschi di tanti illustri cittadini, fece innalzargli una statua equestre.
Autorizzato alle riforme, com’ei chiamava i suoi crudeli capricci, non è a dire se durante la dittatura imperversò maggiormente che prima. Nei due anni che volle tenerla, fu suo intendimento di reintegrare il predominio del governo aristocratico, ritogliendo alla demagogia quanto in tanti secoli erale riuscito di acquistare; e riformando col tornare addietro, credette che l’aristocrazia bastava a ritenere la plebe in freno ed al sogno cui avevala rimenata a ritroso. Quali che si fossero le sue riforme, ei fu forza adottarle. Un giorno che si ebbe, non si sa da chi, l’ardimento di fargli sentire qualche opposizione, usò la benignità di significare il suo fiero risentimento con questa breve parabola: «—Un villano sentendosi molestato e dal fastidio degl’insetti, si cavò la giubba ed uccise le bestiuole; tornando esse a pizzicarlo, ne ammazzò assai più della prima volta, finalmente sentendosi prudere ancora, le gettò colla veste al fuoco. Badate non sia il caso vostro». Ofelia, che por importami servigli rendutigli si pensava di andar franco da suoi rigori, osò conradirgli; ma lo sciagurato s’ingannò. Silla ordina all'istante dal suo tribunale ad un Centurione di andare a spiccargli la testa dal busto. Difatto, soggiunge il Cantù, non era egli Dittatore eletto dal popolo e dal Senato nelle forme legali? Come tale non era arbitro della roba e della vita? Mario si appassionava per impeti, ed avventatasi sul nemico, come il mastino provocato, Silla, Robespierre aristocratico, ammazzava con regola e legalità, per concetto logico, per ragion di Stato, per amor di virtù.
Per ultimo spregio dell’umanità da cui nulla aveva a temere, tanto avevala conculcata! abdica la dittatura, e si riduce a vivere da privato. E da che mai tanta in lui sicurezza in mezzo a un popolo che egli stesso fatto avea decimare? Donde tanto coraggio se non dalla persuasione in lui di averne abbastanza, nella plebaglia montata, di poterlo riprendere a suo Idolo? E la persuasione fondavasi nell’aver ripieno il vuoto del Senato con trecento sue creature, nell’aver tramutato dieci mila schiavi in altrettanti cittadini col suo cognome di Cornelii, e nell’aver diffuso per l’Italia centoventimila veterani; i quali vittoriosi e resi possedenti per lui, erano più di lui interessati di mantenere lo statu quo. che lor tornava sì comodo dal'terrore che incutevano. Ben quindi al popolo raccolto potè dire: «Romani, l’autorità che mi conferiste illimitata, ecco ve la restituisco; potete ora governarvi colle vostre leggi ordinarie. Se vi ha fra voi chi voglia conto della mia amministrazione, gliela renderò»: Congedati i Littori, non temette di passeggiar solo per Roma. Non vi fu che un giovanotto, il quale si permise d’insultarlo con parole, alle quali Silla nulla rispose, sol dicendo: «Costui sarà cagione, che quinc’innanzi nessuno vorrà spogliarsi della dittatura».
Non c’importerebbe gran che di dir qualche parola della fine di uomo così sanguinario, se non fosse per trarne, non senza qualche maraviglia sul genere delle sue ultime abitudini, certa soddisfazione pel genere di morte che lo stinse. Diedesi nel suo ritiro allo studio, ed alle voluttà. Compilò un codice pe’ cittadini di Pozzuoli, e scriveva le proprie memorie, di cui rimane frammento solo quel tanto che vi scrisse l’ultimo giorno. Formava il suo diletto passar notte e di sbevazzando, consultando indovini, celebrando riti frigii, ed avendo in sua compagnia comici e buffoni. In mezzo a piaceri di tal sorta, si risovvenne parecchie volte della sua ferocia. Avendo il Questore Cranio tardato a rendergli i conti, lo fece impiccare accanto al suo letto. Quel che registrò per l’ultima volta nelle suo mentovate memorie fu questa visione avuta dormendo: «Stanotte ho visto in sogno mio figlio, morto non ha guari, in atto di stendermi la mano e mostrarmi Metella sua madre. Esortavano a lasciare una volta le brighe e andare con loro a riposarmi in eterno, lo finisco i miei giorni, come i Caldei han predetto, dopo aver sopraffatto l’invidia colla gloria, morendo nel fiore della prosperità». Quale strana sicurezza di coscienza in chi avea fatto versar tanto sangue! Che mirabile tracotanza in uno che moriva di morbo pedicolare!
Il più maraviglioso della storia di cotanto mostro fu l’ultimo trionfo che riportò cadavere. Da Cuma, ove mori, fu portato a Roma su magnifico feretro sostenuto da quattro Senatori in mezzo ai Collegi de' Sacerdoti e delle Vestali, cui facevan codazzo il Senato e la Magistratura colle insegne della loro dignità, indi i Cavalieri ed i suoi Veterani. Procedeva il funebre convoglio in mezzo a lodi alternamente cantate, tra piagnucolamenti ed omei. tra profumi e corone d’oro spedite dalle città, dalle legioni, dagli ammiratori. Fu sepolto in Campo Marzio, come gli antichi Re, disposto avendo che il sepolcro chiudesse non il corpo, ma le ceneri sue con questa iscrizione: «Mai non si lasciò sorpassare o da nemico nel nuocere o da amico nel beneficare».
Fu vera gloria questa che tributavagli un partito, il quale perdeva in esso il suo eroe, non senza la lusinga di sopravvivergli l'aristocratica costituzione?... Se gli fu consentita quando non vi era che temere negandogliela, ei fu perchè chi poteva sturbarne la pompa, non si allentò di farlo; tant'era preoccupato della cupa gioja di saperlo pur finalmente spirato; e chi aveva interesse di farla solenne, si augurava di veder sorgere in luogo dell’estinto, qualche altro propugnatore de' suoi interessi. Ma l’altalena aveva troppo in su levata la testa della politica trave, da non ripromettersi ulteriore durata m quell'attitudine: si aspettava la sua vicenda, e la si vide ben tosto avverare. Non appena furon terminate l’esequie, l’edifizio civile andò a fascio: la parte del popolo che la sua mano di ferro aveva compressa, risorse.
«Volto (Silla) sempre al passato, non aveva tenuto conto, dice il Cantù, de' tanti elementi nuovi insinuatisi nella costituzione; agli schiavi non provide; gl’Iialiani volle tener servi; al popolo tolse la potestà legislativa. Col trasferire questa ai Comizi Centuriati, aveva creduto favorire i Patrizii: ma chi erano costoro? plebe di fresco nobilitata, e già cancerosa nelle ossa, superba di quell’aristocrazia del danaro, che è la meno salda, attesoché la mobilità di quell'elemento non lascia assodarsi l’opinione. Non aveva scorto la necessità di un elemento intermedio, che coll’equilibrio potesse mantenere la pace; né conobbe la via d’istituirlo, la libera industria.
«Quei soldati, cui egli aveva appreso a diventar ricchi colla spada, e a sostenere i Generali contro la patria, crebbero il numero di coloro che, tuffati nei debiti e nella dissolutezza, amavano le cose in aria e una nuova guerra civile, ove rubare e proscrivere. Alle tante famiglie impoverite tardava di sommovere lo stato, per rifarsi delle pene le sofferte. Le immense ricchezze affluite dall’Asia invogliavano di tornare a succhiarla coi governi, da predarla culle armi. Giovani arditi e di fortuna, com’erano Lucullo. Crasso, Pompeo, Cesare alzavano le ambizioni, dacché l’esempio del Dittatore gli aveva chiariti, che Roma era capace di sopportale un padrone».
Le tradizioni dei Gracchi, di cui Mario aveva esagerato il concetto, raccolte da Livio Druso passarono al console Emilio Lepido, che fedele alle medesime, non appena morto Silla, tentò (nel 676 di Roma, 78 av. Cr.) di abrogar le leggi del Dittatore, di far restituire agl’Italiani i campi confiscati, di rialzare infine l’italico partito. Il Senato fu lesto ad opporre ai suoi tentativi gli schiavi fatti liberi, i guerrieri educati da Silla, ed il fervore dell’altro console Lutazio Catulo partigiano dell’aristocrazia. Vedendosi soccombente in città, va Lepido a ricovrirsi in Volterra, ed arruolati in Etruria molti di quelli che erano malcontenti degli aristocratici, cui unisce i veterani di Silla, torna a Roma per chiedere la conferma del consolato e l’abolizione delle leggi di Silla. Per tutta risposta fu volto in fuga da Catulo e Gneo Pompeo; passa allora nella Sardegna, e mentre meditava di portar la guerra in Sicilia, la morte il prevenne.
Giunio Bruto, collo stesso intendimento di Lepido, aveva sollevato la Gallia Cisalpina per la causa italiana, ma preso in Modena da Pompeo, fu, contro i patti, decapitato. Non abusarono i Sillani della vittoria, perchè mancavano di un Capo.
Quinto Sortorio, preparando un ricovero in Ispagna al partito di Mario, vi seppe innestare la causa della italiana indipendenza. Unitosi a lui col suo esercito Perpenna, altro prode fuoruscito che Pompeo aveva snidato dalla Liguria, e stringendo amendue di assedio Laurona, vantossi Pompeo di prender in mezzo Sertorio, il quale non disse altro, che questo: «Allo scolaro di Silla dovrebb’essere noto, che un buon Generale guardasi più di dietro che davanti» e Pompeo di fatto trovossi circondato egli stesso.
Sertorio, preso animo dal buon successo, sì avvia per scendere dalle Alpi in Italia, non altrimenti che Annibale, accolto dalla simpatia de' popoli, di cui sposato avea la causa. Ma d’indole paciera, fe’ precedere al suo arrivo un messaggio in Roma, dichiarando di esser pronto a cenge dare le truppe e sommettersi, se fosse abolito il decreto di sua proscrizione. La romana severità, che solo allora veniva a patti, quando era vincitrice, ricusò di esaudirlo. Profitta di tale rifiuto Mitridate, e spedisce ambasciatori a Sertorio, offrendogli tremila talenti e quaranta galee tutte armate per far guerra ai Romani, mentr’egìi attenderebbe in Asia a ricuperar le provincie, cui fu costretto di cedere. Sertorio non volle esser detto traditore della patria, ed il suo nobile rifiuto, se gli meritò l'amicizia di Mitridate, non gli valse quella di Roma, che pose sulla testa di lui la taglia di cento talenti e venti mila jugeri di terreno. L’indole vessatrice de' Romani, i quali, tutti quasi accogliticci, corsero in Ispagna a militar sotto di lui. gli alienò gli Spagnuoli, di cui si vendicò scannando o vendendo i fanciulli datigli in ostaggio. Perduta cosi la popolarità che godeva, il suo luogotenente Perpenna lo trucida in una cena, e va a consegnare l’esercito a Pompeo colle lettere che i partigiani di Roma gli scrivevano. Pompeo fa uccidere il traditore, e dà le carte alio fiamme.
La Guerra di Spartaco o de' gladiatori, episodio demolitici avvenimenti dell’epoca, cui siam giunti (681 di Roma, 73 av. Cr.) ci ricorda, por associazione d’idee, un altro episodio occorso verso Tanno 620 di Roma (135 av. Cr.) di cui non avendo potuto far menzione a suo luogo, fia bene dar qui qualche cenno; val dire
La Guerra Servile. Essendo i servi appo i Romani nel concetto del Governo non più né meno che cose, ed in quello della famiglia non altro che giumenti o animali domestici; qualora insorgevano, non se ne scagionavano niegando la giustizia della loro condizione guardala al riflesso della legge; sol però protestavano contro gli eccessi che soffrivano dalla inumanità de' padroni. Nelle loro congiure non proclamavano la liberazione e l’eguaglianza degli uomini, il che tardar doveva un altro secolo e mezzo ad udirsi dalle divine labbra del Nazareno: ma solo intendevano di scuotersi di dosso l’intollerabile giogo.
Il primo sintomo d’insurrezione servile fu quando Roma (428), meditando il primo sbarco in Africa, avea fatto leva di quattromila Sanniti, destinandoli ai remi. Ciò seppe loro sì duro, che a causarlo non videro altra via, che quella di accordarsi con tre mila schiavi per un ammutinamento contro ai loro tiranni; il che andò loro fallito per tradimento di Errio Potito, cui scelto avevano per duce.
Avvenuta la sollevazione de' servi di Sicilia nel 620 di Roma, si riscossero altrove e quasi dappertutto, fin nell’Asia, quanti schiavi sentivano di essere uomini. In Roma congiurarono centocinquantamila servi, ed anche nella Campania. Alla classica guerra che aprirono in Sicilia fecero eco tumulti minori per tutta Italia. A Nocera soli trenta ne insorsero e furono puniti, dugento a Capua e perirono. Ciò non pertanto la sedizione, in vece di arrestarsi, crebbe in Roma per causa di Tito Minucio Vezio cavaliere di ricchissimo padre; e fu perchè innamoratosi perdutamente di una schiava altrui, per giungere ad averla, ne convenne il prezzo per sette talenti attici pagabili ad un dato tempo. Venuto il termine, e non potendo adempire la promessa, chiese altri trenta giorni, alla cui scadenza non vedendosi in grado di soddisfare, pensò, divenuto più pazzo per la schiara, di farla sua colla violenza. Procurando alla meglio quattrocento armature, le porta in campagna, ove eccitò altrettanti schiavi a sollevarsi e seguir lui, che preso la corona recasi a maltrattare i suoi creditori, ad invader ville, arrotar altri schiavi, uccidendo quei che si rifiutavano e dando asilo ai fuggiaschi. Per provvedimento del Senato Lucio Lucullo riuscì a vincere Minucio, che si uccise, ed a trucidare tutt’i suoi seguaci, eccetto un Apolonio che li tradì.
Richiesto Nicomede II, re della Bitinia, di ajuti nella guerra che apparecchiava C. Mario contro i Cimbri, ed avendo risposto che la maggior parte de' suoi sudditi erano stati rapiti e venduti schiavi dagli esattori, allora il Senato proibì, che i liberi di nazione alleata al popolo romano, venissero ridotti schiavi in provincia, e decretò che i già ridotti fossero vendicati in libertà.
Valse questo editto a far nascere in Sicilia altra guerra più seria dell'altra finita pel console Calpurnio Risone a Messina, e per Rupilio Nepote a Taormina. Licinio Nerva pretore affrancò ottocento di liberi fatti schiavi, in forza di quell’editto che mise tutti gli altri nella speranza e nella smania di profittarne. L’aristocrazia ne concepisce spavento, e con danaro induce Nerva a desistere. Nel rimandar che faceva con rimbrotti quanti a lui si presentavano con titoli da poter essere affrancati, destò tale irritazione da far nascere la rivolta che poco a poco crebbe al segno da meritare che movessero da Roma a superarla i due consoli Cajo Mario e Manio Aquilio, nel 653, dopo che indarno vi si era provato L. Licinio Lentulo con un esercito di quattordicimila Romani, ottocento Bitinii Tessali Acarnani, seicento Lucani ed altrettante reclute. Ad un milione di schiavi si fanno ascendere i morti in quella guerra. Non ne restavano che mille capitanati da Satiro, i quali per essersi arresi, furono dalla romana magnanimità condannati a combattere colle fiere. Menati a Roma ed esposti all'arena, vi vollero morire più nobilmente uccidendosi intrepidi l'un l’altro, eccetto Satiro che si confisse la spada nel petto con grandissimo divertimento del Senato e del popolo romano, che tanto dilettavasi dello spettacolo dei gladiatori.
Del qual genere di spettacolo vogliam credere ben informati i nostri lettori per non intrattenerci sui particolari piuttosto che sullo spirito, che rendeva allora si gradito a vedere ciò che oggi fa rabbrividire a pensarlo, Così facendo,
La Guerra de' Gladiatori, che verremo a descrivere prima della Piratica, desterà non dissimule interesse umanitario, che le due antecedenti, l'una cioè de' Popoli Itahci che si affrancarono colla Guerra sociale, degli schiavi l'altra, che il tentarono nella Guerra Servile.
Si è detto che l’indole guerriera de Romani richiedendo di alimentarsi anche negl’intervalli di pace il loro spirito bellicoso con scene di sangue e di ferocia, si fosse a tale scopo provveduto colla istituzione degli spettacoli gladiatorii. Noi però non dividiamo questa opinione, considerando, che i più antichi Romani offrivano a sollazzo del pubblico combattimenti di fiore, i quali molto tardi si commutarono in sanguinose schermaglie di uomini. Se no vide il prono esempio ne' funerali di Gunto Bruto, i cui figli Marco e Decimo credettero con umane vittime espiare F anima del padre. Ne diedero il secondo i figli di Emilio Lepido Augure, facendo lottar nel Fino per tre giorni undici paja di gladiatori, il terzo i figliuoli di Valerio Levino con venticinque coppie cesare giunse a presentarne seicento quaranta, Tito continuò per cento giorni simili spettacoli, e sino a centoventitré il buon Trajano, offrendo due mila combattenti. Il gradimento mostrato dal popolo per tal sorta di spettacoli in funebri occasioni, fece sì, che si dessero da chi aveva interesse di propiziarselo anche in occasioni di giuochi: e da sacrifici propiziatorii degli dei infernali, tornarono sacrificii impetratorii degli dei terrestri, quali la cresciuta opulenza e superbia romana fe’ credere divenuti i nobili e i ricchi rispetto agl'infimi, ai poveri ed agli schiavi. La pazza sodisfazione per tal sorta di sanguinosi divertimenti, avendo fatto riuscirli soprammodo frequenti, e tanto più graditi, quanto più prolungati si fossero per numero di gladiatori, l’abilità di questi passò ad essere un mestiere come ogni altro, che appositi maestri insegnavano; e la loro disponibilità, un numero cioè tale che se ne avessero pronti ad ogni esigenza, fu oggetto di traffico e speculazione mercantile (429).
E da qual classe di uomini usciva questa gente, che facea mercati della sua vita?—Qual pro per chi moriva o per chi restava salvo nell’agone? — Poiché il vizio, la miseria, l’infamia, la guerra provvedevano questa orribile merce, ei pare che, tutto il prezzo per essa riducevasi a quello di esser saginata e nutrita conio si la oggi degli animali da macello pria di portarsi alla fiera. Chi ne faceva negozio, tenevano in serbo e ne' serragli a mighaja ben selezionati e pasciuti, perchè tanto più si pagavano quanto meglio sapevano dar morte, o riceverla in guisa da esserne applauditi.
Fu Capua principale emporio di gladiatori. Un certo Lentulo Bariato, fra gli altri, ne teneva buon numero, fra i quali uno, per nome Spartaco nato in Tracia, fu eletto a dare spettacolo di sé nell'arena. Poiché trovavast di aver senno e dolcezza più di quel che comportava il suo stato, lancio fra i compagni queste poche parole; — «Giacché s'ha da combattere; perché non combattiamo piuttosto contro i nostri oppressori?» e dugento di quella caterva, accordatisi nei pensiero di liberarsi da si barbara condizione, danno sopra al custodi, e provvedutisi di schidoni e coltelli in quelle taverne, vanno a posarsi sull’allora selvoso Vesuvio. Alla fama che presto se ne diffuse fanno altri lo stesso e si uniscono ai primi. Le milizie contro di essi spedite non valgono ad affrontarli, ma sconfitte indietreggiano con alla testa due inumani Pretori.
Gli evasi dai serragli crebbero sino a diecimila, che sotto il comando di Spartaco traversando l’Italia, si dirigono nella Gallia Cisalpina, luogo natio della maggior parte di essi. Colà giunti se ne distaccano molti per seguire un Cuixo a Roma, nell’idea di porla a sacco; ma son battuti dal console L. Gellio Poplicola (An. di Roma 682). Ciò saputosi da Spartaco, dirigesi anch'egli a incontrare l’altro console Cornelio Lentulo; lo insegue, ed in fuga pur mette lo stesso Gellio vincitore di Cuixo. Animato da questi vantaggi, con soli ventimila uomini scorre Italia devastandola, e va a posarsi in Lucania. Provvede quivi al crescente esercito con magazzini di provvigioni; e da guerriero di gran levata fa di accostarsi al Litorale del Tirreno per mettersi in comunicazione coi pirati, e per riaccendere la guerra servile in Sicilia.
Spedito dal Senato Licinio Crasso contro gl'insorti, riconobbe la necessità di chiamarsi Lucullo dall'Asia e Pompeo dalla Spanna. Sconfitto Memmio suo luogotenente con due legioni, ed accorso egli con dieci altre in ajuto contro Spartaco. ebbe a decimarne cinquecento in pena di essersi fatti indietro a fronte de' rivoltosi. Con questo espediente riesce a distruggerne dieci mila, ed a chiudere Spartaco in una penisola presso Reggio mentre muoveva per la Sicilia. Il gladiatore col favor di una notte oscurissima, riesce a liberarsene, e medita di portarsi sopra Roma. Crasso il raggiunge al Silaro, egli uccide dodici mila trecento uomini tutti feriti davanti. Pensava Spartaco di darsela sui monti, ma i suoi gl’imposero di attaccar Crasso. Nella mischia in vinto colla perdita di quarantamila combattenti malgrado prodigii di valore; ei ferito pugnò a ginocchio prostrando chiunque gli si avventava; e fu un nembo di dardi che finalmente il fè cadere trafitto sopra un mucchio di estinti. Un avanzo di cinquemila gladiatori si rannoda in Lucania, dove recatosi Pompeo, testé venuto da Spagna, non durò fatica a trionfarne; il che gli valse la fortuna di arrogarglisi lo sterminio de' gladiatori, fraudandone il merito a Crasso, cui Pompeo consentì sol quello di aver sedato la ribellione de' servi, ed ebbe affidata l’impresa della
Guerra Piratica. Se il malcontento delle provincia fruttò a Roma la Guerra Sociale, quella degli schiavi le altre due capitanate da Sertorio e da Spartaco, il malcontento de' regni Conquistati, per i ladronecci che vi esercitavano i pubblicani, fu pur la cagione della guerra dei pirati. Ai quali, restato libero il mare dopo la distruzione della flotta di Cartagine, piacque d’infestarlo quasi congiurando nello stesso sentimento della vendetta, Cilicii, Sirii, Cipriotti, Pamfili, Pontici. Faurici ed altri fuggiaschi dell’Asia superiore. Cresciute in in baldanza, perchè Roma preoccupata de' suoi nemici di terra, non si curò di quelli di mare, ed anche perchè stipendiati da Mitridate ad oggetto di far molestare i Romani, la loro accozzaglia venne ad accrescersi anche di numero pe’ congedati della sua flotta dopo fatta con essi la pace.
Avevano i pirati porti, specole, arsenali, e con più di mille navi infestavano nel 677 di Roma il Tirreno. Si contavano più di quattrocento città invase e gravissimamente taglieggiate. A maggior oltraggio de' Romani tuttodi corseggiando rapivano da Miseno, da Gaeta, da Ostia, e dalle ville suburbane non solo quanto offrivano di ricchezze le case ed i templi, ma ne portavano via fanciulle e personaggi facoltosi per averne grosse somme in ricattarsi. Fra questi capitarono fin due pretori, cui colle insegne e coi littori menarono in beffardo trionfo, Insultati i Romani sino a tal segno, si risolsero finalmente a dar loro la caccia, e P. Servilio nel 682, se ebbe la ventura di sconfiggerli, non però li distrusse. Due anni dopo Marco Antonio, il figlio dell’Oratore, attaccandoli presso l’isola di Creta, perdè molti navigli, alle cui antenne vide appiccati i suoi guerrieri colle stesse catene che egli destinale avea pe’ corsari.
Fuvvi da temere una volta, che non affamassero l’Italia intercettando le comunicazioni coll'Africa, donde le venivano i grani. A prevenire la contingenza di siffatto timore, propose il tribuno Gabinio l’espediente di darsi per tre anni ad un Capitano autorità assoluta su tutto il mare interno, compreso fra le colonne d’Ercole, fino a cinquanta stadii entro terra, e di levar ciurme e soldati quanti ne credesse necessarii, e di spendere infine dall’erario senza render conto, poiché cosi e non altrimenti era sperabile di sterminarli. Questo tal Capitano, in mente di Gabinio, era Pompeo; e questi malgrado tante proteste ed osservazioni di oratori e di savii, che vedevano in uno smisurato comando il pericolo di averne un altro Silla, si ebbe il proconsolato del mare con cinquecento vascelli, centoventimila fanti, cinque mila cavalieri, e per luogotenenti venticinque Senatori, già stati comandanti di eserciti, due Questori, e due mila talenti attici anticipati.
Pompeo, che con tanto potere nelle mani non fu per la Repubblica quel despoto che si temeva, attese coscienziosamente al fatto della sua missione; e con una politica affatto umana, a quanti pirati si arresero assegnò terreni nell'Acaja e nella Cilicia; e così in men di due mesi ebbe terminata la guerra piratica, restituendo la libertà a tanti prigionieri, la patria ai fuorusciti, la sicurezza alle coste, ed a Roma l’abbondanza de' viveri. Intanto la felicità di questa successi fu remota occasione, che per altri novelli ambiziosi avesse luogo una
Seconda Guerra Civile. Temendo 1 Romani non si rinnovasse il funesto esempio di Silla, vollero aprir gli occhi sull’ascendente di Pompeo: ma al vedere che ei non abusava di sua fortuna, anzi offriva le più rassicuranti pruove in contrario, si abbandonarono si fidenti alla sua autorità, che se a Pompeo ne fosse venuta la voglia, ben avrebbe potuto mettersi in mano l’assoluto potere. Verso il quale altri aspiranti vedendo spianata la via. che Silla aveva corso sicuro col terrore, Pompeo batteva franco nella sua moderazione, non mancarono di correrla anch'essi con intendimento più ardito. Se non che a correrla non fu uno alla volta, come Silla che si arrestò dove a lui piacque, o come Pompeo che finì quando fortunali volle, per fare, che Catilina concepisse il disegno di sopperire alla mediocrità di lui col suo non felice ardimento, Cesare lo incarnasse colla sua valorosa destrezza. Ma dei due, Catilina sdrucciolò tra per troppo impeto e tra per improvviso impaccio incontrato nella eloquenza di Cicerone, Cesare tenne fermo sì, che era quasi riuscito nell'intento. Per la felicità colla quale avevalo questi raggiunto dopo che si fu disfatto di Pompeo e di Crasso nel primo triumvirato, venne ad aprirsi, per cosi dire, una certa concorrenza verso lo scopo medesimo; ad attingere il quale s’impegnò quella lotta, in cui ciascuno de' competitori mirò a lasciarsi addietro il suo emolo. E fu nel secondo triumvirato di Antonio, Lepido ed Ottavio che, posto fuori dell’arringo il secondo, il terzo resta a misurarsi col primo. La fortuna gli arride, raggiunge felicemente la meta, e togliesi in mano quel premio, sperare il quale fu per altri follia.
Questo tratto, che della Storia Romana abbraccia il periodo di 45 anni (dal 682 al 727 di Roma) si è voluto per noi riassumere in sì breve schizzo, perchè il teatro, dove il primo e secondo triumvirato spiegarono la loro azione, non fu il suolo delle nostre provincie, ed anche perchè a queste non toccò di prendervi altra parte, che quella passiva di somministrar uomini e danaro ad alimento si della prima e sì della seconda guerra civile.
Ma si limitarono a questo le sventure toccate ai nostri popoli in quel periodo di turbamento?... Noi ci studieremo di farne un accenno, quantunque sarebbe meglio dannarle all'oblio, se non tornasse utile di saperle per quella, provvidenziale disposizione, onde fu dato all’Umanità rinsavire non ad altra scuola che a quella delle sventure, donde la prudenza ai reggitori, ed agli uomini la pazienza od il senno.
E per primo non è a dire se in tempo, che gli ambiziosi disputavansi a Roma il supremo arbitrio delle cose, poteva aversi il menomo riguardo alla indipendenza dei popoli, che si avevano acquistata la cittadinanza romana. Divenne anzi questo dritto vile oggetto di corruzione per quei potenti che chiamavano ai romani comizii città e nazioni, già prima guadagnate per eleggere quei magistrati, o approvar quelle leggi che si volevano. Epperò i nuovi cittadini in discordia coi vecchi s’indussero a riguardarsi non più come membri di una stessa repubblica. ma entrarono anch’essi a mischiarsi da faziosi nelle contese, ed a rinnovar quindi l’antico odio colla giunta del furore novello de' panni. Mentre si tramava la congiura di Catilina, oltre ai popoli della Gallia Cisalpina, i Piceni, gli Appuli e i Bruzii mostraronsi più disposti a secondare la guerra. Durante la funesta rivalità tra Cesare e Pompeo, tenevan pel primo i Traspadani; era favorito da tutto il resto dell'Italia il secondo, qual difensore della repubblica. Venuti meno i suoi sforzi in propugnarla, e dato il giuramento di seguir le parti di Ottavio contro Antonio, chi può ridire i mali toccati agl’Italiani per la condizione del tempo? Se desideravan questi con voti la fine di tanti travagli, non per amore della repubblica di già spacciata, ma per proprio interesse, per la salvezza cioè delle loro sostanze e propriamente de' loro campicelli, delle loro villette, del loro gruzzolo (430); potrem noi condannarli, se il fine di ogni Setta o partito era la tirannide mai sempre?
Senza riguardo a trattati o franchigie si raccoglievano in ogni luogo, a nome del pubblico, tasse arbitrarie sopra quasi ogni oggetto. Vi ebbero dazii fin sui portoni, che Cicerone chiamò acerbissimam exactionem ostiorum. La violenza, le avanie, le proscrizioni nell’una e l’altra guerra civile avevano luogo si per appagar le vendette, e sì per saziare l’avarizia dei potenti. Il continuo levar di nuove milizie, che correvano per l’avidità di far fortuna, spopolava l'Italia tutta di difensori e cultori della proprietà, la quale riducevasi a vasta e deserta solitudine, donde la miseria inevitabile e la fame. Introdotto da Mario l’uso di ascrivere nelle legioni coloro che ne' tempi floridi della repubblica n’erano esclusi, come a dire i proletarii, la professione delle armi divenne un mestiere quasi del tutto abbandonato alla plebaglia, che si vendeva a chi meglio lusingava le sue voglie. Sì videro quindi armate non dipendenti dalla repubblica, ma dai condottieri, che le mantenevano di rapine, e compensavano colla distribuzione delle terre confiscate. Questo esempio dato da Silla, fu seguito da Cesare, indi dai Triumviri, da Mario, da Antonio, infine da Augusto tutt’i quali non disdegnarono dì rendersi obbligali alla feccia della gente per aver comando sulla parte migliore. Non bastavano i poderi confiscati a saziar la cupidigia de' veterani? Si occupavano i beni dei privati, ai quali si prometteva di pagarne il valore; il che si conta di essersi verificato una sola volta (431). Chi ratteneva quei despoti dall'invadere con forza i campi altrui per donarli con indegna liberalità ai loro seguaci? Silla desolò tutta Toscana per stabilirvi e premiar quarantaaette legioni. Cesare in modo alquanto più umano fece altrettanto dell’Italia inferiore. Dopo la vittoria di Filippi, promisero i Triumviri di spedir diciotto colonie nelle migliori città, come Capua, Nuceria, Benevento, Venosa, Vibona, Reggio, che toccò fra le nostre di essere loro assegnate; ed attennero le promesse. All'esercito di Ottavio, dietro i clamori de nostri popoli già di troppo aggravati di simili militari occupazioni, si lasciò spaziare per tutto il resto d’Italia, cui Augusto popolò di ventotto colonie, con intendimento di ristorare in tal guisa l’agricoltura e le popolazioni. Ma siffatti stabilimenti portarono anzi il colpo fatale alle nostre contrade, cui riuscirono d insopportabile peso. Uomini assuefatti ad arricchire per mezzo della guerra, che nulla dà senza sangue e senza stragi, eran troppo lontani dall’amor del giusto per ritornare alla semplicità ed all'asprezza delle arti rurali. I soldati quindi condotti in colonie, col vivere disonesto e licenzioso consumavano in poco tempo il loro castrense peculio, nella fiducia di rifarselo con nuove ricompense e nuovi spogli, dedicandosi a nuove imprese (432).
La licenza militare, che cagionava cosi intollerabili malanni, e la stessa romana licenza, che era causa di tanti disordini, reclamarono il bisogno di una forza reprimente, da cui nacque non più la dittatura ma il dispotismo; il quale, se da una parte riuscì ad infrenare i modi licenziosi, pose fine dall'altra a tutte le virtù, ed estinse il coraggio. «Ma prima che Augusto stabilisce quel moderato governo che fece cessare le pubbliche discordie, e parve che richiamasse i tempi più floridi della repubblica, ebbe luogo, dice il Micali, un breve intervallo, in cui i nostri popoli gustarono pienamente l’onore ed i vantaggi annessi alla sovranità di Roma. Venti anni circa dopo terminata la Guerra Sociale, i nuovi cittadini ratificarono la legge importante proposta dal Pretore Metello Nipote (da tutti applaudita fuorché dai Senatori), colla quale furono soppresse le gabelle che si riscotevano in Italia, ove portavano universale scontento, non tanto come gravezza, quanto per le vessazioni esorbitanti degli esattori del pubblico. Frequentemente ancora poterono i nostri popoli far valere la voce loro preponderante ne' Comizii per le consuete occasioni di ordinar leggi e creare magistrati: ma questi eminenti dritti al governo della repubblica, i quali, come può credersi, soddisfacevan la vanità e compensavano in parte i sacrificii, ricevettero presto un sensibil detrimento, quando Cesare, arbitro delle cose, destinò che, tranne i competitori del Consolato, potesse il popolo per la metà solamente nominare a magistrati chi a lui paresse, e per l’altra metà confermasse quelli che ei proponeva».
Dopo questo intervallo, per dir così, di bonaccia in mezzo a quelle civili burrasche, la mano di ferro che per poco aveva tentato la stretta al libero esercizio della cittadinanza, si riserrò nuovamente per altro tempo ancora, fino a che Augusto alla ferrea rigidezza di quella non ebbe sostituito la nerboruta fermezza della sua, che fu mano di un uomo.
E qui facciam fine alla prima delle sei Epoche in cui dividemmo questo nostro lavoro. Daremo il seguito di quel che resta interrotto, al principio della seconda Epoca, in cui c’introdurremo col malauguroso ricordo di quant’altro toccò ai nostri di soffrire prima che Ottavio divenisse Imperatore e prendesse il nome di AUGUSTO. E siccome fu allora che fondando l’Impero ei segnò la fine della gloriosa Romana Repubblica; così l’insieme di cosi notabili estremi fu per noi sciolto a termine di quest’EPOCA PRIMA. La quale se mettendo capo nell’oscurità del passato ci arrestò crucciosi di non poter penetrare più oltre, posando il piede su di un fatto di tanta importanza ci arresta attoniti sì, che non vorremmo andare più innanzi.
APPENDICE — AVVENIMENTI NATURALI |
Agli avvenimenti politici e bellicosi fin qua narrati facciam seguire gli avvenimenti naturali, come adire le pestilenze, le vulcaniche eruzioni, i tremuoti, ed altri flagelli che han desolato più o meno la faccia di queste nostre contrade. Per non confondere nella storia delle calamità, toccateci dal mal talento degli uomini, i disastri derivati dal disquilibrio dei grandi agenti della natura, abbiam voluto questi ultimi raccogliere e riferire in quest'Appendice, sincrona all’Epoca alla quale fa seguito. In ciò fare avvisammo, che, come lo studio sui fatti dell’Umanità ha dato per prodotto la scienza Politica pel miglior governo degli Stati e la Filosofia della Storia; è a sperare altresì che lo studio dei fatti della natura possa un giorno fruttare (come già per le pesti, cui la vigilanza de' governi ha fatto divenire o più rare o men fiere), se non il bene di prevenire i tremuoti, per es., quello almeno di presentirli e declinarne gli effetti. Chi sa, se al vederli ricomparire in congiuntura od in seguito del tale fenomeno, non si arrivi o a scoprirne la causa o a presagirne l’evento? — Chi può sapere fino a quando è negato all’uomo di veder chiaro in certe cose, che nel concetto del Cosmo sono una contraddizione per noi, e secondo il nostro modo di vedere sono disordini?
Non è già che da questi pochi, che registriam noi, osiam tanto riprometterci; ma egli è per non fare smarrire quelle notizie, che sono arrivate fino a noi, se curiamo di prenderne nota p continuarla in grazia di coloro, che vi applicheranno i loro studii; egli è infine per ricordare ad altri, che dando essi opera di proposto all’argomento, cui solo tocchiamo, renderanno agli avvenire il più gran servigio che si può e si deve.
La prima volta che nella storia romana si parla di epidemia, è nell'anno di Roma 282, ed in Dionigi di Alicarnasso (IX, 4-2). Non si dice in che propriamente consisteva la malattia che attaccava tutti indistintamente senza riguardo a sesso ed età: ma beo vi si nota che quella peste si diffuse per tutta Italia.
Nove anni dopo, nel 291, è menzione in Tito Livio (III, 6, 7) di una peste che la dice attaccata a Roma ed al contado, agli uomini e agli animali, di cui erasi fatto, per tema di saccheggio, tal mucchio in città, da far nascere l’epidemia. Tanta diversità di viventi stivata in angusti ricetti era tormentata dall’insolito odore, dal caldo, dalla veglia, donde sviluppatosi il morbo, attaccò tutti per ragion di contatto. Rilevasi il numero de' morti dall’indicazione di quelli che perirono nelle classi elevate, cioè due Consoli, tre de' cinque Tribuni, due de' quattro Auguri, il Curione massimo, la maggior parte de' Senatori; nelle quali classi è sempre una minore mortalità, e ciò indipendentemente dall’uso di medicine, ma per la ragione che ad esse, meglio curate e nutrite, il feral morbo si apprende meno che al popolo maltrattato e in disagio.
A capo di dieci anni, nel 801, ritornò la stessa epidemia insieme colla fame a far strage di uomini e di animali. Livio lascia argomentarne i danni col ricordare, oltre alla generale desolazione delle campagne ed al tutto di quasi tutte le case illustri, la morte del Flamine Quirinale, di un Augure, di un Console, di quattro Tribuni; al cui novero aggiunge Dionigi di esser morti molti Senatori, la metà degli uomini liberi, e quasi tutti gli schiavi. Nel trascorrere questo autore a descrivere le sofferenze che cagionò questa peste, e nel fare il quadro dell’abbattimento, della disperazione, della superstizione, della leggerezza, della insensibilità e della licenza di quest’epoca orribile, è notevole che o copia Tucidide, o dà sfogo a reti loriche amplificazioni: ma ei pare di averlo raccolto dagli annali, ove dice che per mancanza di mezzi e di braccia ad interrare ì morti, si permisero i Romani di buttare i cadaveri nelle cloache o nel fiume, il che accrebbe di molto l'intensità del male, e fu causa che invadesse con egual furore i popoli vicini, e da questi si diffondesse per tutta la penisola. L’essersi avanzata siffatta malattia, riflette Niebuhr, nell'interno del continente e nelle montagne, fa presumere che differiva dalla peste sviluppatasi in Atene sedici anni più tardi; dacché questa, simile alla febbre gialla, non sembra di essersi allontanata gran fatto dal mare o dai grandi fiumi. È storicamente stabilito che in questo disastro le campagne, per essere rimase senza cultura, produssero la carestia dell’anno seguente, ciocché leggesi in Matteo Villano avvenuto anche dopo la peste del 1348.
Delle cagioni dell'ultima descritta peste nulla ci han detto Livio e Diongi. Benché la causa di quella del 291 sia comune con quella dell'Attica, l’ingombro cioè de' campagnuoli, che coi loro bestiami e masserizie riparavano in città fuggendo il nemico, donde lo sviluppo dell’epizoozia per mancanza di foraggio e di acqua; pure Tucidide non vide in ciò l'occasione della malattia, ma si fé a ripeterla da un vascello approdato al Pireo provegnente dall’Etiopia o da Egitto.
Niebuhr vorrebbe trovar de' rapporti tra i fenomeni vulcanici e le pesti italiche ed attiche. Ei dice che i contemporanei non dubitavano di una certa affinità tra la seconda peste attica e gli spaventevoli tremuoti che non afflissero l'Attica propriamente. Nondimeno ritener non si può per certo che dopo vasti e violenti tremuoti o eruzioni vulcaniche succeda sempre una grande mortalità: ma se ciò non può elevarsi a massima, nemmeno è logico il non far caso di quei fatti succeduti l’uno in congiuntura dell’altro. Egli è certo, che la peste nera, donde si fa derivar la peste orientale, ebbe origine nella Cina nel 1247, dietro terribili tremuoti sullo stesso suolo per essi aperto e posto sossopra. Il mondo non aveva più visto un tale flagello fin da 700 anni, ai tempi di Giustiniano, quando tra le continue ed orribili rivoluzioni della natura apparve la spietata ausiliaria della morte, scoppiando in un villaggio vicino a Pelusium.
Le malattie che verso il 640 di Roma affissero l’Italia e la Grecia, furono assai vicine agli straordinarii scuotimenti vulcanici. Quella stessa che desolò Roma e suoi dintorni nel 291, ebbe luogo due o tre anni prima del tremuoto del Taigeta che atterrò Sparta. Se l'eruzione dell’Etna nell’Olimpiade 81 fosse avvenuta precisamente nel primo suo anno, coinciderebbe esattamente colla peste del 301: ma se anche ciò non sia, non può negarsi che son fra loro questi due avvenimenti avvicinati d’assai.
Nel 290 e nel 295 fu visto il cielo in preda ad un incendio di vampe solcate da fulmini. Per l'aria furon veduti eserciti e movimenti di battaglie, s’intesero suoni che raramente si uniscono ai terrori di questi fenomeni, se non si è nelle regioni artiche. «Splendori vaghi nel cielo, dice Dionigi (X, 2, c. 628), ed accensioni dì fuochi fissi in un luogo, e forme varie di apparenza, vaganti qua e là per l’aria, e voci che turbavano la mente degli uomini».
Nell’anno 293 è ricordo di un altro fenomeno, che non è da ributtarsi come favoloso per incredibile che sembri. Dicesi che piovvero de' pezzi di carne, cui i corvi divoravano, senza però corrompersi quelli che rimanevano a terra; e ciò dopo di essersi visto ardere il cielo e scuotersi fortemente la terra. Se piogge di sangue in tempi a noi più vicini andarono spiegate per una soluzione di impercettibili insetti, non potrebbero essere stati quei pezzi di carne delle concrezioni di vermi come quelle dell’aceto?
Sotto il consolato di Fabio Gurgite e C. Genucio Clepsina (478 di Roma) un nuovo genere di pestilenza invase la città e i dintorni. Attaccò in principal modo le donne e le bestie gravide dando morte ai feti nell’utero, donde si estraevano con pericolo delle madri (433).
Altro genere di flagello nel 476, toccò esclusivamente alle piante che tutte perirono di gelo in seguito del rigidissimo inverno di quell’anno. Gelò il Tevere e stette la néve nel Foro per più di quaranta giorni. Non è a dire se rimasero vive le greggi per mancanza di nutrimento. L’anno seguente fu notato per ispaventevoli tempeste. Sul territorio di Cale (Calvi) uscirono fiamme da una fessura della terra, le quali in tre giorni e tre notti ridussero in cenere cinque jugeri di terreno. E non altro segno che questo ci han tramandato i tempi storici delle fermentazioni vulcaniche di questo suolo, sino a che il Vesuvio non ruppe nell'anno 79 dell'Era volgare il lungo sonno che dormiva da secoli a memoria d’uomo sconosciuti.
Voglionsi discorrere in questo capitolo quei tali provvedimenti governativi diretti a procurare la maggiore prosperità possibile di uno Stato o di un Popolo; ben inteso che quelli de' tempi antichi segnano una notabile differenza dai provvedimenti moderni, e ciò per l’influenza del Cristianesimo, pel quale le sociali tendenze, da barbare che erano una volta, tornarono umanissime. L’agiatezza de' Pagani poggiava il suo trono sulla schiavitù: più gli schiavi crescevano, più l’opulenza riboccava nelle alte classi della società. L'agiatezza de' tempi posteriori al contrario si avvantaggiò di un elemento tutto opposto, della libertà individuale; epperò più gli uomini ebbero libero l’esercizio del commercio, dell'industria, delle manifatture, più la prosperità divenne veramente pubblica, perchè si diffuse ed estese sino all’ultime classi sociali. Venne a verificarsi in fatto di Pubblica Economia quel che ne' tempi a noi vicini si è visto in quel che chiamasi con vocaboli burocratici centralizzamento e discentralizzamento de' poteri di uno Stato. Come in una Monarchia assoluta tutto tende ad unificare e concentrare nel solo capo del governo gli atti e le facoltà amministrative; così nell'Economia Politica Pagana tutto tendeva a far rifluire ed accumulare nelle classi alte le comodità e la ricchezza. Nel Cristianesimo per l’opposto, assorta l'eguaglianza degli uomini in faccia alla legge, come l’Assolutismo si sciolse nel feudalismo, e l’autorità si tagliuzzò in tante minime parti; cosi la ricchezza ristagnata nei grandi accumoli, per rinsanguinare il corpo sociale sino all'ultime sue fibre, si sminuzzò e divise in tanti minimi rivoli, donde quella vita egualmente vegeta e viva.
Nel Paganesimo inoltre niun pensiero si ebbe mai pel pauperismo, cui si occorreva alle volte con qualche rimedio, dir vorremmo tutto empirico, che palliava o molceva la piaga, ma non l’estirpava. Nel Cristianesimo tutto è diretto in principale e radicai modo ad allontanarlo; e nella persuasione di non potersi distruggere in guisa da sperar che non ritorni, pubblici stabilimenti di beneficenza e di soccorso si tengono pronti a menomarne i furori. L’Economia antica è quindi ben diversa dalla presente. Se per questa, già divenuta Scienza, l’attenzione de' Governi si porrà sopra tanti fattori della ricchezza, per quella bastava portarla su di ben pochi, quali la pastorizia, l’industria agricola, la conquista, il commercio.
Or se per sapere di questi pochi capi dell'Economia pubblica degli antichi cercar volessimo di risalire fino ai remotissimi tempi, le indagini da istituirsi all’uopo si confonderebbero con quelle di una loro storia razionale. Nel dirne quel tanto che se ne può, trascendiamo dalle condizioni cronologiche, contenti di riferirle ai tempi anteriori agli storici. E dolendo da uno de detti fattori incominciare, non intendiamo con e ò assegnargli la procedenza sugli altri, che ben hanno potuto essere contemporanei. Se, ad esempio, cominciamo dalla pastorizia, ciò non vuol dire, che mentre tutto era pastorizia in queste nostre contrade, non sia stata pure l’agricoltura, e con questa l’industria manifatturiera, il commercio, la guerra delle conquiste. Vaglia quindi questa prevenzione, come protesta, colla quale ripetiamo di non discorrere idealmente, ma storicamente per quanto n’è dato di sapere.
Ma comechè si pensi, che al di là de' tempi storici torni vana ogni ricerca in fatto di pubblica prosperità, noi tuttavolta da quelle stesse etimologie per noi trovate sui nomi de' nostri Popoli, non dubitiamo cavarne sul proposito delle indagini soddisfacenti. Se la spedizione degli Argonauti alla conquista del vello d’oro non fu altro che una violenza recata alla Colchide, che tenevala chiusa ai Greci trafficanti, perchè loro aprisse il commercio delle pelli vellose o boldrone; se Fenicii bazzicarono in questo nostro littorale, se Pelasgi vi stanziarono, se Elleni vennero a piantarvisi con numerose colonie; tutto questo vuol dir sottosopra, che Italia fin da tempi remotissimi ha conosciuto cosa fosse commercio. — Or chi non sa quel che s’include nel concetto di questa parola? Lo direm noi assolutamente passivo per l’Italia, dove gli stranieri non altro portato vi avrebbero che conterie, come a Selvaggi, per esportarne minerali e non piuttosto l’esuberante degli agricoli ed industriali prodotti?
Quando una contrada o un popolo prende nome da una derrata di cui abbonda, nell'idea di abbondanza si accenna alla privazione che altri ne sentono. I quali per soddisfarla debbono comprare il superfluo degli altri, cui per tale circostanza appunto restò imposto quel nome che hanno. Epperò quando Italia era detta Saturnia, se non fu allora l’età dell’Oro, qual ce la descrissero i poeti, fu tale al certo per l’abbondanza dell’oro poetico o frumento; tanto se fu cosi detta a satis, dai seminati, quanto se a saturitate, dalla sazietà che tal cibo agli uomini procurava. Quella immensa contrada, che era detta Opicia e comprendeva la Japigia (434) esser doleva opulenta in in re pecuaria et agricoltura. Quella parte, che dicevasi propriamente Italia per Italia, riboccar doveva di vitelli 0 di buoi. I Picenti e gli Atriani, ì Calabri e i Peucezii qual uso far dovevano della loro pece, se non venderla allo straniero che ne abbisognava? (435) I Vestini delle loro lane e formaggi, i Coni e i Sabini dei loro abeti per legname da costruzione, i Dauni de' loro cavalli, dovevan certo fare smercio a chi ne mancava; i Palmensi e i Pretuzii offrir dovevano i loro vini a chi ne aveva d’uopo (436); ed altri con altre produzioni richiamar dovevano o forestieri a farne acquisto, od altri Popoli dell'Italia istessa a farne cambio con altre.
Venendo ora ai tempi storici troviamo che gli annali dell'agricoltura rimontano a quell'epoca stessa, che Senofonte in Grecia scriveva dell’amministrazione de' beni rurali, e ne dava lezioni pubbliche a Scillonte, dove l’ingrata patria avevalo esiliato. Fin d’allora comincia a farsi menzione della nostra bassa Italia, ripetendo come dono spontaneo di tutto il suo clima e pregio singolare del suo suolo la sua gran fertilità in tutte sorte di produzioni necessarie ai bisogni e ai comodi della vita. Divisa l’estrema Italia meridionale in tante picciole nazioni, oltre alle leggi politiche che ne fecero altrettante potenti repubbliche, le leggi agrarie associate alla religione, che guarentiva e proteggeva la ripartizione e la proprietà delle terre, furon quelle che le resero anche floridissime. Ivi le opere rurali erano tenute per beni i più importanti della vita; di buon'ora si avvezzavano i giovanetti alla vita frugale, alla robustezza del corpo, alla intemperie delle stagioni, alla guida delle greggi, al maneggio della zappa e della scure. Il miglior elogio che far potevasi di un cittadino era quello di dirlo laborioso agricoltore. Né questa lode era serbata ai plebei; non isdegnavano di meritarla quegli stessi che dopo aver guidato eserciti alla battaglia tornavano ad esercitare i buoi all'aratro. Nella cultura de' campi era aborrita l’opera de' servi, perchè sapevano da un antico proverbio essere la pessima delle cose il far coltivare i campi agli ergastolani, come tutto quel che si fa da' disperati. Il più bel dono che la patria faceva ad un meritevole cittadino consisteva in un jugero di terra, quanta cioè arar se ne poteva in un giorno da un pajo di buoi; e vi fu legge, che se un cittadino lasciava inculti i due jugeri di terra, che ciascuno aveva assegnati, li perdeva, perchè potevano appropriarsi da chiunque; al quale toccava lo stesso castigo, se anch'egli a sua volta non li avesse coltivati.
Dobbiamo alle famose Tavole di Eraclea alcuni preziosi ragguagli sul modo onde regolavansi gli affitti delle terre, che rinnovavansi durante la vita de' coloni ogni quinquennio colla facoltà di farne ad altri cessione e coll obbligo di prestare in comune la sicurtà. Nelle condizioni del contratto erano fissate le specie delle culture, le qualità e numero degli alberi fruttiferi da piantarsi, il metodo dell'innaffiamento, la cura de' boschi e de' pascoli il mantenimento delle fabbriche rurali, i miglioramenti dei fondi col pastinarli per mettervi viti ed ulivi non meno di quattro piantoni per ogni scheno, che era una misura di 120 piedi quadrati, e sotto pena, in caso d'inadempimento, di dieci nummi per ogni pianta di olivo, e di due mine di argento per ogni scheno di vigna.
Non abbiam conoscenza a minuto delle pratiche agricole delle genti Italiote, come l’abbiam delle Romane. Sapendo però che queste tolsero ad imitar da quelle financo la foggia dell’aratro, suppor dobbiamo che per effetto delle stesse pratiche diffuse pel resto d’Italia si fossero rese del pari floride le altre regioni de' Sabini, de' Volsci, Campani, Sanniti ed Appoli. Appo tutti costoro era conosciuto il vantaggio del letame (da laetor) che raccoglievasi non solo dalle strade e dalle stalle, ma si suppliva col soverscio e col debbio ne' campi, e con lo stabbiar delle greggi fra le reti sul terreno maggesato.
Prodotto principale dell'agricoltura era il frumento, e precisamente il robus o triticum durum, usitatissimo col nome di far o adoreum, ed il triticum compositum tanto fruttifero in Sicilia, dove produceva sino a cento per uno; una secondaria specie di grano, secondo Columella, era la siligo o triticum hibernum, la segale, che seminavasi nei luoghi freddi. Raccoglievasi poca avena, e l'orzo serviva solo per gli animali domestici. Ricchezza della fertile Campania furono il miglio ed il panico, di cui facevasi pane e minestra; ma prima dell'uso del pane il farro pesto e macerato nell'acqua ed ammassato sotto nome di puls, polenta, fu l'usual nutrimento degli antichi Italiani. Dal comico Ermippo, nel vantare ironicamente i beni procurati agli uomini da Bacco, si fa menzione della zea, spelda, (sorta di farro) come recata dall'Italia.
Le civaje tutte, oggi conosciute, furono anticamente coltivate con tutti quasi gli ortaggi che abbiamo.
Fra le piantagioni formavano la più importante cura degli antichi l'ulivo e la vite. Enumera Columella fino a dieci specie diverse del primo coltivate nelle diverse nostre regioni. Erano rinomati gli olii Campani, Irpini, Dentri, Lucani, Calibri, Turii, Tarantini e Salentini. La macina, di cui parla Varrone, trovata fortunatamente negli scavi di Pompeja, ci dà idea dell’ottimo metodo anticamente adoprato per estrarre l’olio di prima qualità, quello cioè che si ottiene dalla sola polpa dell’oliva senza romperne l’osso. Ne’ frantoi d’oggidì l'olio fino si dice quello che si ha dalla prima stretta del torchio, l’olio ordinario quel che si cava dalle sanse.
In quattro modi coltivavasi la vite, come presentemente, o lasciavasi pendente e serpeggiare per terra, o legata a un palo, o disposta a pergole, o sposata agli olmi, ai pioppi, ai frassini, alle querce. Nel V secolo di Roma erano in gran rinomanza più di trenta specie di vini nostrali, ma in particolar modo il Giuro, il Massico, il Cecubo, il Falerno, il Vesuviano, il Sorrentino, il Caulonio, il Reggino, il Brindisino e l’Aulonio presso Taranto. Una tale rinomanza restò loro anche dopo conosciuti i vini di Grecia e di Spagna. Plinio dice che vini nostri bevevansi alle mense imperiali. Conoscevasi il metodo di torcere il gambo de' grappoli già maturi, alcuni giorni prima di coglierli, come si fa oggi col tokaj, o con quel che fra noi dicono magliaio (437). Ad ottener meglio la maturazione dell'uva toglievasi l'ingombro de' pampini: talvolta sgranatasi il grappolo, il che anche oggi si pratica, ed al vino cosi fatto si dà nome di acinato. Si pigiavano le uve, poi si spremevano meglio col torchio: il mosto colante dalla prima operazione era il migliore, di seconda qualità il torchiato. Conservavasi il vino, non in botti come oggi, ma in olle di creta rozza senza patina, in cui come contenevasi lungo tempo senza uscirne pe’ pori è quanto s’ignora (438).
Pochi alberi da frutta son ricordati da antichi scrittori; i quali specificano per quantità e per diffusione soli il fico, che formava ricco oggetto di commercio, il melo, il pero ed il castagno. Dalle pitture Pompejane apparisce di essersi conosciuti anche i pini pignuoli, i ciliegi, i prugni, i peschi, i melogranati e i nespoli.
Le selve erano venerale con religione e rispettate dalla scure, che adopravasi sol quando ciò consigliava il pubblico interesse. Oltre che prestavan pascoli alle greggi e agli armenti, ghiande ai majali, eran sorgenti di ricchezza pel legname da costruzione molto ricercata dagli stranieri. Tutti quasi i monti avevan le falde boscose, ed immense foreste coprivano i luoghi ribelli alla cultura. Gli alberi più giganteschi si avevano dalla Lucania pel bisogno delle navi e dei grandi edifizii. Virgilio ricorda la grande foresta della Sila che copriva le montagne Bruzie per settecento stadii. Dalla Sila andarono a Roma le lunghe e solide travi servite pe’ tetti del tempio Vaticano, come rilevasi dalla Storia Pontificale citata dall'Ughelli; il che avvalora la tradizione che il legname delle coste bagnate dal Tirreno era cerco a preferenza di quello dell'Adriatico.
Fu poi talee tanta l’industria de' grossi e minuti bestiami, che nella insufficienza de' pascoli offerti dalle selve e dalle terre incolte, sopperivano gli antichi al bisogno co’ prati artificiali di mondiglie leguminose, di lupini, di fieno greco, di ferrana che avevasi da un misto di diverse granaglie: i quali prati mietuti e secchi serbavansi per foraggio d'inverno. Oltre ai pascoli comunali, i proprietarii, secondo loro possidenza, ne tenevano altri serbati in soccorso delle proprie greggi, alle quali facevano pascerli a piccole porzioni per volta, staccate con siepi mobili, o in altro modi, nello scopo di non far calpestare il tutto. Erano le pasture di tratto in tratto ombreggiate da alberi fronzuti per farvi meriggiare il bestiame nelle ore canicolari. Depauperati e smunti i luoghi addetti al pascolo a capo di anni si rinnovellavano con rivoltature spargendovi semi di erbe artifiziali. Guardavansi infine gli antichi dal girovagare alla nomade colle loro mandrie, perchè credevano in tal guisa degradarsi la specie degli animali, ammorbarsi, e colla diminuzione del latte farsi anche ruvida la lana.
La bassa Italia, più che il resto di tutta la penisola, aveva più estesa industria pastorizia. Da essa in ispecial modo ripetevano gli Appuli ed i Lucani la loro opulenza. Nell’inverno la Daunia e la Bruzia, nella state il Sannio e la Lucania pasturavano i tanti loro bestiami.
Vincevano in candore e morbidezza i velli delle numerose greggi Tarentine. che per tal effetto facevansi pascere rivestite di pelli. Simil pregio vantavano le lane di Lanosa, della Puglia e dell’odierna Basilicata. Quest’ultima forniva ancora majali in maggior copia e di straordinaria grossezza. Era la Lucania che dava sino ai bassi tempi di Costanzo e di Costante, si ai nazionali che agli esteri, la maggior copia di lardo. Da essa la salsiccia chiamarono Lucanica i Latini, non sapremmo bene, se per l’abbondanza che mettevano in commercio, o se per essere stato solo in Lucania conosciuto il modo di così conservare la carne porcina.
Buoi e vacche abbondavano dappertutto. Le numerose cavallerie de' Romani e delle antiche nostre Repubbliche erano rimontate da razze indigene, di cui le migliori per robustezza, per brio e velocità educavansi nella Calabria, nella Puglia e nel Sannio Irpino.
In Puglia più che altrove era sì eccedente la quantità di grossi e minuti bestiami, e quindi si grande il numero de' pastori, che sollevatisi una volta, potè a stento il Pretore Postumio sedarli, dopo averne fatto strage di più migliaja.
Florido, anziché no, il fin qui descritto stato della pubblica economia emergente dal prospero e ben inteso stato dello industrie agricole e pastorali, benché fosse andato soggetto a sinistre vicende per effetto di saccheggi e devastazioni che seco si traevano le guerre sostenute per secoli contro ai Romani; pure al cessar delle causo che il prostravano ed avvilivano, esso tornava dopo alquanti anni a pompeggiare di sue dovizie, È la inesauribile fecondità del suolo, è la inalterabile dolcezza del clima, che riproducendo la moltiplicità delle braccia per riprendere i lavori sospesi dai bellici travagli, riconduce l’abbondanza de' viveri, donde l'aumento di popolazione, e quindi quello della ricchezza. Dopo la terza guerra Punica, quando l’oro, l'argento ed il rame monetato non erano scarsi, ecco il quadro che Polibio (lib. Il, 15) fa dell'eccessiva copia delle derrate, onde Italia rigurgitava a suo tempo. Non può credersi, egli dice, quanto questo tratto di terre di tutte cose ribocchi. È tale la ridondanza de' cereali, che un moggio siculo di grano vendesi quattro oboli, uno di orzo la metà, una metreta di vino si permuta per altrettanta misura di orzo; ed il miglio ed il panico abbondano quanto possa essere il più. Tanta ghianda si ha da' querceti, onde le terre son qui e qua ricoperte, da comprender facilmente, come gl’Italianj possano macellar tanti porci sì per l’uso loro privato e si per le milizie, per le quali ne fan conserva in salami. Quei che viaggiano per le Italiche contrade prendendo alloggio nelle taverne, non fan patto coll'oste del prezzo del tale o tal altro cibo, ma solo dimandano quanto esigono per tutto ciò che al bisogno di un viandante essi debbono offrire, e la spesa non eccede che di rado la quarta parte di un obolo, ovvero mezzo asse per individuo.
Eppure tanta floridezza non è a credersi che venisse unicamente dalle due indicate sorgenti. La vilezza del valore de' loro prodotti non è sempre sicuro indizio di pubblica e durevole prosperità. Per abbondanti che siano le ricolte, quando il prezzo delle derrate non copre le spese occorse per ottenerle, un languore colpisce tosto le braccia, sicché desistendo dalle usate fatiche, la terra desiste anch'essa dal largire i suoi doni. L’altra sorgente animatrice di tutte sorte d’industrie è il commercio, che estendendo il consumo, accresce la produzione ed assicura nella pubblica agiatezza l’individuale benessere di chi non ischiva il lavoro. Se l’Italia abbia conosciuto il commercio fin da tempi remotissimi, non è a domandarlo né a dubitarne. Prostesa dolcemente in mezzo a due mari che bagnano una immensa estensione di sue coste, tutte di facile approdo, ha dovuto conoscere la navigazione si di buon’ora, da non sospettare che altri gliel’abbiano insegnata coll'esempio.
Se la Storia non ricordasse gli Etruschi per primi navigatori Italiani, e noi dovessimo indagare quali popoli d’Italia furono i primi a cimentarsi per mare, daremmo il vanto a quei che abitano le coste dell'Adriatico, perchè essi, più che altri han popoli più vicini nella opposta sponda, che invitavanli a farne con certa fidanza il tragitto. Ma lasciando stare le supposizioni, e per gli stessi Etruschi passandoci di quanto le favole ci han voluto tramandare delle loro piraterie, e dell'assalto che diedero agli Argonauti reduci dalla famosa spedizione, rannodiamo il filo storico della navigazione de' nostri Popoli agli Etruschi Campani, Adriani e Piceni.
Per essi presero i due mari il fastoso nome di Toscano i uno ed Adriatico l’altro. Dedotto avendo ben dodici colonie dall'Etruria nella Campania, passò con esse anche in quella contrada l’indole commerciante; e quando Roma nasceva, già sul litorale di quella contrada il loro commercio aveva molti luoghi che lor servivano di scali al traffico marittimo, e molte città erano come emporii, ove i naviganti facevano le permute de' prodotti del suolo coi lavori delle industrie, ed ove mercadanti, agricoltori ed artigiani riunivansi ne' pubblici mercati.
Gli Etruschi Campani ebbero per rivali i Cumani, con cui disputaronsi per lunga pezza il dominio del mare. Più forti i primi avevano sopraffatto i secondi, che soccorsi da Gerone di Siracusa e venuti a combattimento navale forse nel cratere di Napoli, li vinsero completamente, e d’allora in poi il commercio dei Napolitani, de' Posidoniati e degli Eleati cessò di essere molestato dagli Etruschi.
Le repubbliche Italiote toccarono rapite della floridezza in grazia del commercio marittimo. Il gran traffico dei Sibariti consisteva in derrate e manifatture. Fra queste è ricordata quella de' maravigliosi tessuti di penne di uccelli tinte di svariati colori. Ne formavano drappi figurati ed intrecciati di perle e pietre preziose. La famosa veste tessuta da Acistene, che tinta di porpora e ricamata di gemme rappresentava colle piume varie figure di deità e la stessa città di Sibari, fu venduta a mercadanti Cartaginesi per 120 talenti.
Le greche colonie facevan cambio di liquori, armi ed ai re manifatture con metalli, cereali, civaje, greggi, lane e pelli che trasportavano altrove.
Pel savio governo di Archita pervenne Taranto al maggior grado di floridezza. Il suo porto formava il centro del commercio tra Grecia e Sicilia. In esso provvedevansi le navi di viveri e derrate lasciandovi le merci e le dovizie dell'Oriento. Da Taranto esportavansi fra le altre manifatture una specie di veste magnifica detta Tarentinidio le morbide e lucide sue lane, le conchiglie contenenti il color di porpora, i pesci, i vini, le frutta, il mele; e l’abbondanza de' cereali e delle civaje, che i suoi abitatori vendevano. lor procurava i mezzi onde migliorar tanto e perfezionare i comodi della vita da produrre tali eccessi di lusso e di mollezza, che, morto Archita, valsero a renderli inetti e incapaci di ogni politica virtù. Dal trattato che i Romani fecero co’ Cartaginesi nel 406 di Roma apparisce, che limitato al promontorio Lacinie presso Cotrone il commercio che le colonie delle coste meridionali facevano coll’Oriente e colla Grecia, oltre il quale navigar non potevano né esse né le nazioni a Roma soggette, il restante del littorale era dell’esclusivo dominio de' Tarentini.
Dalla parte dell’Adriatico i Frentani, possessori di una felicissima regione marittima, e provvisti di comodi porti in Aterno, Ortona, Buca ed alle foci del Trigno e del Fortore, mantenevano un traffico regolare coll'Illirio e coll’Epiro. Consisteva certamente questo commercio in materie naturali ed opere d’industria, che si cambiavano con altre merci di necessità e di lusso.
Nulla si sa delle gravezze imposte al commercio: ma i limitati bisogni del pubblico di allora ci dee far credere che siano state ben tenui in un tempo, in cui l’industria ignorava il freno micidiale delle leggi proibitive. Cosi dappertutto la libertà della circolazione moltiplicava l’agiatezza de' privati e la ricchezza nazionale, che non è se non il combinato prodotto dell’agricoltura delle manifatture e del commercio.
Altra circostanza d’inestimabile vantaggio pe’ nostri popoli addetti alla navigazione si è quella di possedere nel proprio seno i materiali da costruire ed armare navigli. Legname, ferro, pece, canape, tutto quello che occorre per l’architettura navale, veniva abbondantemente provvisto dalle foreste, dalle miniere e dalla cultura dell’Italia: nos aera, manus, navalia demus fa dire Virgilio al re Latino fin da' tempi di Enea. Ei si sa che quanto meno un popolo ha da attendere dagli estranei per sovvenire ai suoi bisogni, tanto più facilmente è in istato di acquistar forza, rinomanza ed impero.
Si è detto che i Cartaginesi, come offrirono ai Romani di che aver idea, onde imitarli nella costruzione de' navigli, avessero fatto altrettanto agli altri popoli nostri in quanto a forma e grandezza dei legni mercantili. Non si vuol torre loro quel primato che in tal genere avranno avuto; ma è certo, che se Polibio fa assaperci di aver fatto uso le colonie greche di navi di cinquanta remi, distribuiti in tre ordini o piani, senza coverte, dicendo che soli i Cartaginesi sapevano costruirle coperte, lunghe, con lembo, ed a cinque remi, molto atte alla navigazione di lungo tragitto; Diodoro Siculo ne assicura, che i Magno-Greci da lunga pezza praticavano costruzioni navali nella stessa guisa.
Ai Tarentini si attribuisce l'invenzione delle zattere, dei faseli o burchielli, ai Campani delle galee simili ai brigantini, agli abitatori delle isole Diomedee o di Tremiti, e dei navicelli da spia, ovvero delle galeotte da corsa ai Bruzii.
Non vuolsi tacere però che in tempo delle guerre terrestri e marittime combattute tra i Romani e i Cartaginesi, il commercio ne risentì quel ristagno che può venire o dalla minor libertà di uscire, o dall’impiego che suol farsi de' navigli per tutt’altro uso che commerciale. Queste vicende si possono più o meno supporre quando e per quante volte successero: epperò quel che ne resta a dire su questo argomento riguarda una rassegna delle speciali località che nelle nostre regioni mantennero l’onore di un commercio più o meno attivo e fiorente, a norma de' tempi che il consentivano.
Al cessare degli ostacoli teste cennati, gli stabilimenti marittimi che erano i primi a risorgere furono quelli di Pesto, di Napoli, Pozzuoli, Cuma e Sinuessa, ove da tutte parti approdavano navi da traffico con merci, cui lasciavano in cambio di derrate che ne asportavano.
I seni che servivano di ancoraggio agli antichi navigli lungo le coste del Tirreno, erano l’Amiclano, il Formiano. il Vescino, il Cumano, il Puteolano, il Napolitano, il Pestano, il Velino, il Laino, il Terineo, il Lametico, il Napetino, l’Ipponiate o Vibonese ed il Bruzio, lungo il mar Jonio erano il Locrese, lo Scilletico ed il Tarentino, e lungo l’Adriatico il Salentino, il Sipontino, l'Uriano ed il Bucano.
Fastosi di rinomanza erano i porti di Gaeta, Miseno, Baja. Cuma. Pozzuoli, Nisita, Capri, Ischia, Napoli. Erculano, Pompeja, Stabia, Salerno. Alburno, Velia, Palinuro, Busento, Bianda, Partenio, Ippona, Ercole. Oreste, Baiare, Reggio, Leucopetra, Zefirio, Castra di Annibale, Crotone, Roscia, Taranto, Castro di Minerva, Salente, Brindisi, Agaso, Garna, Istonio ecc. Si ha memoria di essere stati illuminati dal faro soli porti di Pozzuoli, Gaeta, Capri e Castro di Minerva.
Tra i porti-citati ebbero gran rinomanza quel di Gaeta per sito, per sicurezza e por emporio; quel di Miseno per bellezza e profondità secondo l’Alicarnasso. e per tranquilla sicurezza secondo Licofrone. Agrippa il dilatò ed uni al vicino lago detto Maremorto, e vi formò un molo restringendo la sua imboccatura naturale con archi e piloni, che ora si elevano fin quasi a livello del mare. Dava esso la denominazione al Prefetto della flotta romana, nella cui qualità trovavasi C. Plinio Secondo, quando da questo porto recossi a curiosar da vicino l'eruzione vesuviana del 79, di cui rimase vittima. Non men sicuro ed ampio era il porto di Baja, cui dappresso era un gran molo di molta profondità. In quel di Cuma, messo in comunicazione coi laghi di Lucrino e di Averno riuniti per mezzo di un canale di navigazione, fece Angusto fabbricar la formidabile flotta con cui assalì la Sicilia e Sesto Pompeo. Pozzuoli, prima di divenire città, era soltanto Navale Cumanorum secondo Strabone, e semplicemente un Emporio, secondo Livio, frequentato da Alessandrini, Fenici, Asiatici e Siriaci. Fu celebre questo porto per le immissioni degl’Indici aromi, de' papiri, delle sindoni, delle vesti all’uso de' Babilonesi. La sua celebrità è ancora attestata dal riparo di venticinque enormi piloni congiunti con archi e con deambulacro al disopra pel passeggio della gente sino a Bacoli, dove aggiungeva la prolungazione fattane da Caligola con barche ripiene di terra.
Sono chi per un pregio e chi per un altro celebrati anche i porti di Nisita, Palepoli e Napoli, Velia, Partenio, Ipponio, Reggio, Zefirio ecc. Ma ne piace tornar su quello di Pozzuoli, per dare un’idea di quel che la sua frequenza suggerì in fatto di espedienti legislativi onde occorrere ai disordini che ne seguivano. Divenuta Pozzuoli fiorente e popolosa città pel gran concorso degli esteri commercianti che vi si erano stabiliti in separati quartieri, la costituzione del suo governo recava non lievi molestie ai forestieri speculatori, perchè il Prefetto voleva regolar tanta gente collettizia colle leggi romane, e con violenza estorqueva, sotto varii pretesti, ingenti somme ai litiganti. Favorivalo lo spirito contenzioso di una giurisprudenza ambigua e composta di leggi in diversi tempi emanate. Attaccato quindi alle formole, contrarie all’equità ed al buon senso, ed invasato dallo spirito pedantesco delle interpetrazioni, non poteva riuscir più pesante co’ disturbi che di continuo avevan luogo tra gl’indigeni ed estrani. Testimone Silla di tanti mali, tolse Pozzuoli dal giogo della Prefettura, ed avendola resa libera e soggetta alle proprie leggi, crasi determinato a scriverne egli un codice, quando morte il prevenne.
Intendiamo riferir sotto questo titolo quel che si sa di avere i nostri maggiori creduto e praticato in fatto di culto divino. Senza entrare a discutere o ricercare preliminarmente come e quando svegliaronsi in essi le idee religiose, pensiamo che i medesimi, non altrimenti che tutti gli altri Gentili, sforniti del grande ajuto della Rivelazione, riuscirono alla Idolatria secondo questo logico procedimento.
Portata in nascendo o acquisita dall’uomo individuo l’idea di Dio, fu dessa per certo coeva coll'umana Società, la quale senza un tal fondamento non avrebbe potuto incominciare. Se non fu il timore concepito alla prima folgore strisciata sul capo degli uomini, che li avvertì dell’esistenza di un Essere supremo, ei t are non potersi mettere in dubbio, che dietro l’unione istintiva de' due sessi, donde la prole e quindi h costituzione della prima famiglia, come il vincolo di questa fu la volontà del padre; cosi il vincolo di più famiglie, donde la costituzione della prima società, fu l’interpetrato volere di un Padre comune, alla cui idea si pervenne, se non per la scala del timore. per quella al certo della ragione, datasi alla ricerca della Causa Prima.
Nell’un caso o nell’altro l’unità di Dio rimase in idea, poiché non si tosto ebbe l'uomo portato la sua attenzione sui circostanti esseri della natura, la maraviglia fè supporre sott’essi tante potenze invisibili ond’erano animati e sorretti, e la ragione sopraffatta dalla fantasia ne costituì un’ideale famiglia sotto la dipendenza di un Capo. Di qui il Politeismo, una delle prime e più universali religioni del mondo fra quei popoli, nei quali o non penetrò o andò smarrito il lume della Rivelazione.
Di questo Capo o Nume supremo chi può ridire i diversi concetti che gli uomini se ne formarono, e sotto quali attributi precipuamente si fecero ad adorarlo ed invocarlo ne' loro bisogni, alla cui soddisfazione il credevano più o meno soccorrevole e presentissimo secondo il culto che più o meno riverente gli tributavano?...
In cima dell'antica mitologia degl’Italiani noi troviam collocato Saturno, Nume supremo degli Aborigini, che l’ebbero come primo istitutore della vita civile coll’agricoltura e con le leggi. Rappresentato colla falce nella destra simboleggiò l'una, in cui s’includono di necessità le altre, come altrove nel concetto di Cerere, sul fondamento della proprietà, senza di cui l’agricoltura è impossibile. Circoscritta da sì poche attribuzioni la sua natura ebbe per moglie Ops, cioè la Terra, donde tutte le umane ricchezze che assicurano la individuale sussistenza, prima base dell'umana attività, donde i miglioramenti della vita.
Nella sfera di questi miglioramenti la divinità che ne prendeva espressa ingerenza fu Giano, nel quale riconoscevano il principio di tante cose gl’Italiani, come nel loro Bacco i Greci, in Osiride gli Egizi). In tutte le devote supplicazioni era Giano il primo ad essere invocato; ne’ Carmi Saliari salutavasi col sublime titolo di Deorum Deus, quasi fosse l’origine di tutto il creato e degli Dei, il solo fra gli antichi Numi non contaminato di colpe. Nell'idea di sua possanza videro gli amichi la ragione di farlo arbitro della pace e della guerra, significate dal tenersi chiuse o aperte le porte del suo tempio.
Trovando gli uomini rozzi più facile e naturale a comprendere la generazione che la creazione, fecero Pico e Fauno, con altri vecchi Numi, della stirpe di Saturno, e Camese o Camesena, significante la terra natia, credettero compagna sorella e moglie di Giano; dal quale connubio, o più veramente dall’essersi creduto lo stesso che il Caos. fu Giano tenuto dagli antichi come il principio di tutte le cose.
Alla singolar circostanza di avere introdotto i Romani nella loro nascente città gl'Iddii de' popoli circostanti siam debitori di sapere, che il sistema teologico nelle nostre regioni era presso a poco lo stesso, benché ciascun popolo avesse avuto i suoi Numi domestici e locali, ovvero topici che Servio dice non essersi comunicati ad altre regioni. In questo senso aveva Tuscolo il suo Nume Maj, reputato simile a Giove. I Numi patrii e difensori di Preneste furono Visidiano dentro le mura di Narni, Valenzia in Otricoli, Virbio in Aricia. Qual fu Ercole fra i Greci, fu Sanco o Santo appo i Sabini, ammirato prima sotto spoglie mortali qual primo loro re.
Ne’ popoli Osci il severo Dio della guerra era onoralo sotto il nome di Mamers, di cui fecero i Romani il loro Mavors o Mars; Giove era salutato padre della luce col nome di Lucezio (439); il Dio Volturno fu benefico Nume de' Volsci e degli altri popoli adjacenti. I Tusculani, gli Equi, gli Eroici e i Peligni a somiglianza di tutti gli altri popoli del Lazio ebbero un mese consacrato a Marte, imitati in ciò da' Romani, che fecero Marzo il primo mese dell'anno.
Oltre alle divinità protettrici di Popoli, le singole città avevano ciascuna un Dio o una Dea, cui più specialmente si raccomandavano come a loro tutelare. Minturno ebbe in tal senso la sua Dea Manica, Sorrento la Dea Minerva, Pesto Giunone Argiva. Crotone Giunone Lacinia, Locri Proserpina, Eraclea Bacco, Metaponto Apollo, Taranto Ercole... I quali Numi, protettori anche di altre città, (come Apollo di Cuma, di cui ricorda S. Agostino la tradizione di essersi visto piangere per quattro giorni, mentre i Romani combattevano contro gli Achei ed il re Aristonico;—come Minerva di Siri, la cui statua con occhio bieco mirando una volta i suoi profanatori li pose in fuga) formavano, può dirsi il Panteo de' nostri maggiori, senza però togliere, che una sola Città poteva averli in venerazione insieme con altri. Napoli, per esempio, prestò il suo culto a Giove Olimpico, ad Apollo e Diana, sotto il nome di Sole l’uno e di Luna F altra, a Nettuno, a Cerere, a Bacco, ad Ercole, a Castore e Polluce, a Serapide, Ebone, Mitra, Orione, Fortuna, al Genio, alle Grazie ecc.
Ma si limitava a queste Deità solamente il culto de' nostri popoli? Noi vorremmo, giovandoci del silenzio degli scrittori, non comprenderli in quell’assorbimento che fece Roma, come delle città d’Italia, cosi delle loro rispettive religioni, per non crederli adoratori di quei tanti Dei, noverali sino a trentamila da Varrone, sicché Numi, secondo noi, non furono altri che nomi, divinizzati cioè quanti sostantivi ha la lingua. Ma siamo indotti a credere altrettanto de' nostri maggiori, dopo che nel 1848 fu rinvenuta presso Agnone, nel Contado di Molise, una lamina di bronzo, in cui per ventisette linee da una parte e ventitré dall'altra in lingua Osca si enumerano da venti divinità indigene, fra le quali dopo Giove, custode del Comune e regolatore delle fatiche giornaliere, son ricordati Panda guardiana delle messi, Geneta preside alle nascite, Ercole custode del limitare e della proprietà ecc. (440). Epperò non possiamo dispensarci dal cennarne alquanti per formarci idea della religiosità de' nostri maggiori In tenere ogni minima cosa sotto la speciale tutela di una divinità, cui ne raccomandavano con preci e con sacrificii la debita cura.
Fauna o Fatua era venerata dalle sole donne e nel bujo come buona dea della pudicizia: contro le malie invocavasi Cardina, contro i fulmini Fucina. Carmenta colle sorelle Antevorta e Postvorta aveva ingerenza nei parti. Ogni lavoro campestre era raccomandalo a un Nume particolare. Sca e Segestia proteggevano i grani seminati, Proserpina quelli in germoglio, Nodoso quelli che allegavano, Putelina quelli spigati, Tutulina quelli assicurati ne' granai. Ma per vedere i grani a tal punto chi può dire a quanti Dei eransi per quasi tutto l’anno raccomandati? A cominciare dal D:o Vangatore le sole fatiche erano parzialmente eseguite sotto la benefica influenza del Dio Ripastinatore, Aratore, Solcatore, Erpicature, Sarchiatore, Suroncatore, Mietitore, Adunatone, Ripostone, Porgitore. Che più? La spiga del grano a cominciar dalla radice sino all'estremo delle sue reste, era essa sola sotto la protezione di una ventina di deità che la preservavano dalle ingiurie, l'ajutavano nello sviluppo, e la portavano a maturità.
Ed in qual modo la loro religiosità si propiziava tali numi per nutrir la speranza che le loro fatiche fossero coronale da prospero successo? — Nelle feste Fordicidie si sacrificavano trenta mucche gravide. Nelle Sementine imploravano prospera la seminagione, e nelle Rubiginali la preservazione dal bruciore, versando sul fuoco del vino e le viscere di una pecora e di un cane. Nelle feste Terminali i due confinanti ergevano un’ara, la donna vi portava il fuoco, il padre di famiglia formava il rogo, il fanciullo vi buttava del frumento, la figlia presentava del mele; libavasi il vino, immolavasi un agnello o una porchetta, e si banchettava (441).
I sacrificii però degli antichi non furono sempre cosi innocenti come questi. «L’espiazione, fondamentale concetto delle religioni, portò da principio fino ai sacrifizii umani, che si continuarono anche in tempi di men fiere consuetudini (442). In Falera immolavansi fanciulle a Giunone: nelle primavere sacre facevasi voto di sacrificare agli Dei tutto quanto nascesse in quella stagione, non eccettuando i figliuoli; ma poscia fu sostituito di mandar questi altrove in colonia. Nelle feste Argee venivano buttate persone nel Tevere, delle quali poi tennero vece ventiquattro o trenta figure di giunco: nelle Larali, teste di fanciulli, surrogate poi da papaveri. Terribili riti praticavano i Sabini: nei gravi frangenti di guerra, i soldati accolti in un ricinto scarso di lume, fra il silenzio, le vittime e le spade, dovevano giurare obbedienza, con tremende imprecazioni contro chi vi mancasse...» (443).
E non a forza di sacrificii solamente credettero gli antichi placabili le divinità. La smania di conoscere il futuro, l'esito delle imprese, la sorte degli eventi, si volle sfogare per via di divinazioni, le cui arti esercitavansi da sacri interpetri della volontà degli Dei, per via di oracoli, vaticinii, augurii, auspicii ed altre sorte di superstizioni. Antichissimi furono i Numi fatidici in Italia. Le nostre Ninfe vaticinavano molto prima della supposta venuta di Enea e della Sibilla Cumana. Fu celebre sopratutto l’oracolo di Fauno, niune altamente misterioso ed indigeno del Lazio, dove dettava carrai profetici dal profondo della selva Albunea, che era quasi la Delfo de' popoli Italiani. Fatua o Fauna, moglie di Fauno, agitata da un santo furore, rivelava all'altro sesso le cose future. Le Ninfe Camene, abitatrici di un bosco sacro e di un fonte fatto misterioso da Ninna, pubblicavano divini ammonimenti. Porrima e Postverta, erano credute di sapere e svelare l'una il passato e l'altra gli arcani dell’avvenire (444). Marte stesso, fin dalla remota età degli Aborigini dava oracoli per mezzo di un picchio, come Giove Dodoneo per mezzo della colomba.
Questa umana disposizione a cercar di sapere il futuro, per qualunque via le fosse dato, valse a trarne partito pel miglior governo de' popoli, a contenere i quali nell'osservanza del giusto e dell’onesto, non bastando le leggi umane, soccorsero maravigliosamente i così interpetrati voleri d vini. Divenuta cotanto importante la religione, ecco stabilirsi famiglie sacerdotali, i cui membri, mediante un ascoso commercio cogli esseri sovrumani si arrogarono la prerogativa di essere gl’interpetri del cielo. Questa classe di uomini, appropriatosi il patrimonio delle poche salutari cognizioni allora esistenti, di fisica, di astronomia, di medicina, venne a rendersi non solo depositar a degli arcani di religione, ma anche de' secreti dell? scienze e delle arti. Non mancò di destrezza per assicurarsi nella propria famiglia la successione della sacra eredità degli onori e de' vantaggi del sacerdozio; epperò, come i glandi di Toscana custodivano in privilegiata cospicue famiglie il deposito della scienza divinatoria e delle cose sacre, così fu anche praticato dai Sanniti (445), e tali nel Lazio potean dirsi i Potizii e i Pinarii, che vantavansi di aver ricevuto direttamente da Ercole il dritto esclusivo e misterioso di alcuni sacrifizii. Cotesti Ordini Sacerdotali, prima che fossero tralignati abusando della credulità de' popoli con ciurmerie dirette al fine di scroccare, ebbero originariamente e per la maggior parte a lodevole scopo l’utile e la sicurezza dello Stato, come il collegio de' Salii stabilito in più città del vecchio Lazio (446) e quello de' Fratelli Arvali (447); non disconobbero che i decreti della religione sono il vincolo più forte ed il supplimento di tutti gli altri decreti dello Stato; onde a ragione osservò il Segretario Fiorentino (448) che sapienza de' legislatori non aveva trovato miglior espediente per contenere la ferocia de' popoli o per imprimere in loro qualsiasi nuova forma (449).
In qualunque modo siansi indotti gli antichi a credere di celeste derivazione l'Aruspicina, ossia l’arte di osservare i fulmini, interpolare i portenti, presagire il fu toro dalle interiora delle vittime e leggere nel volo degli Uccelli gl’immaginarii decreti del Faio; egli è certo che sul sostrato di siffatte credenze poggiava ben saldo il loro sistema religioso e civile. Colle nostre idee attuali stentiamo 9 è vero, a persuaderci, come un culto così assurdo poteva governare le disordinate passioni di un popolo e dirigerne l’attività in vantaggio di esso stesso; sappiamo pure che nel secolo miscredente di Cicerone quistionavasi da liberi investigatori, se gli arcani della divinazione avessero per fondamento una origine sovrumana, o si fossero inventati per utilità del pubblico (450): tuttavolta dee convenirsi, che alla infallibile autorità di Dio, su cui poggia la fede della nostra sacrosanta Religione, supplivasi allora colla suprema autorità umana. La quale, riposta in uomini tenuti in opinione di colti e primarii cittadini, valeva ad insinuare nelle corte menti del volgo come vero ciò che davasi ad intendere qual volere de Numi; di cui se spacciavansi ed erano tenuti per interpetri, non si permetteva niuno dubitare senza nota di empietà; poiché nella logica dell'ignorante e del semplice è vero tutto quel che esce di bocca da chi ne sa più di lui, ed è degno di essere ciecamente rispettato tutto quel che non comprende. Se quindi ben si appose Polibio persuadendosi, che la religione fu il sostegno della romana repubblica, ben può dirsi altrettanto e con egual verità de' più antichi antichi popoli Italici, e degli Etruschi in ispecie, le cui pratiche di culto e le cui credenze teologiche toglievansi a modello ed adottavansi da quelli. Ecco un saggio del loro accorgimento e della loro veduta politica nel maneggio del seguente dogma. II Fato, sovrano a tutti gli Dei, colla irremovibilità de' suoi decreti fu creduto mai sempre inesorabile. Non è mestieri che si dica quanto questa persuasione nei popoli, dove sventuratamente ancora sussiste, sia pregiudizievole al loro progressivo miglioramento, per l'inerzia alla quale si abbandonano, rifuggendo da quella speranzosa attività, che quanto più li muove, tanto meglio li garantisce dalla miseria. Ebbene, gl'Italiani Aruspici temprarono questa idea assicurando che i loro libri Acherontici insegnavano, come in certi casi potevansi per dieci anni differire gli avvenimenti prescritti da Fati. Con siffatto divisamento dettato dalla sapienza politica il governo della repubblica provvedeva alla correzione delle cause delle interne rivoluzioni, come, per citarne un esempio, si praticò a Roma in occasione della congiura di Catilina. Nella qual circostanza consultati gli Aruspici di Etruria, risposero, che Roma e la repubblica erano minacciate della rovina, se gli Dei placati non fossero riusciti a quasi piegare gli stessi Fati; nel che implicitamente includevasi l'idea di poteri Romani giovarsi, nel frangente, di quei mezzi che valevano a stornare il temuto disastro. Ma se si permisero di attentare, per cosi dire, alla ineluttabile immutabilità del destino con supposte sospensioni de' suoi decreti, richieste nei supremi perigli dello Stato; sappiamo d'altronde qual pro' tirarono gli antichi dalla persuasione contraria in quei fatali pegni, cui era annessa l'idea di una perpetua e prospera durata della città che li possedeva. Se Roma n'ebbe ben sette, cioè l'ancile, il Palladio, lo scettro di Priamo, il carro di Giove rapito a Vejo, le ceneri di Oreste, la pietra conica, e il velo d'Elena o d'Iliona; possiamo supporre, che altre città o possedevano di simili oggetti fatali, o ad altri riti affiggevano un' idea equivalente: e come nel Lazio, per esempio, si fondavano città con riti etruschi, tutti significativi di prudenti insegnamenti relativi a cose civili, cosi ancora nelle altre nostre regioni suppor dobbiamo di essersi adottate le stesse pratiche della religione del tempo. Noi diciamo formole vane e superstiziose quelle pratiche, che con auspicii ed altre sacre cerimonie avevan luogo in tali riti, adoprati finanche nel dedurre colonie; ma non deve disconoscersi, che la sicurezza di una città ed il prospero successo di quegli stabilimenti erano affidati alla scrupolosa osservanza di quelle religiose prescrizioni, alla cui inviolabilità riferivansi i risultati che se ne auguravano e ne vedevano conseguire. Vitruvio ci sa dire (lib. I, 4) che dall'attenta ispezione delle interiora nelle sacre vittime cavavano gli Aruspici con sottile avvedimento molte utili osservazioni tendenti alla salubrità; e questo, come osserva il MICALI, può confermare quella giustissima riflessione di Bacone, per la quale molte cose attribuite a superstizione partecipano spesse volte delle naturali cagioni (451).
Fino a che la religione de' Gentili si tenne ne' limiti del suo vero spirito, quello cioè di farla servire ai veri interessi de popoli, non si videro di quegli abusi, che ne deturparono in seguito la purezza dello scopo. Col crescere però lo sviluppo delle idee, si senti il bisogno di altri mezzi più arcani e misteriosi. Come prima si era contento al responso di un Aruspice, che il rendeva non a placito, ma consultando qual si conveniva dei libri Rituali, Fulgurali, Aruspicini, Acherontici e Fatali; allorché i Popoli si avvidero, che si abusava con essi della loro credulità, non altrimenti che i Patrizii fatto avevano della ignoranza della plebe nella interpetrazione delle leggi, salirono in gran rinomanza anche gli Oracoli nostrani, le Sibille, gli antri fatidici. Quivi tra’ il più specioso apparato di più strane liturgie e devote disposizioni con digiunò e preghiere, preoccupati gli animi degli accedenti ne uscivano compresi della più profonda persuasione, che ivi i Numi lor parlato avevano, non dal cielo per auspicii, ma direttamente ed a voce, benché in quella guisa che a Numi si conveniva, per oracoli, val dire per molti di oscuro oppur di ambiguo significato; il quale linguaggio, tanto più creduto divino quanto men chiaro, non poteva distrigarsi senza interpetrazioni del pari ambigue, per modo, che se l’evento non era a seconda de' voti, attribuivasi alla propria incapacità nel non averlo indovinato o compreso.
Di tali Oracoli non mancarono queste nostre regioni, fra le quali raggiunse altissima rinomanza la Campania pel celebre antro della Sibilla presso Cuma, e per l'altro di Flegetonte presso il lago di Averno, oltre ai quali la Lucania vantò il sacello di Dragone presso Lao, e la Daunia quello di Calcante sul monte Gargano, con l’altro di Podalirio alle falde del medesimo. Si hanno notissimi ragguagli del primo in Virgilio, e nel V libro, carme 3 delle Selve di Stazio. Strabone dice del Flegetonte assai vicino al primo, che fu così detto dall’ebollizione delle acque, donde traevansi le congetture, e soggiungo che amendue detti oracoli comunicavano per vie sotterranee, dentro le quali introducevansi i forestieri che vi si recavano a consultarli, e che gli abitatori di quelle caverne incavate nel tufo e chiamate Argille, vivevano della mercede delle divinazioni e dello scavo de' metalli. Lo stesso Strabone ci ha serbalo memoria dell’Oracolo della Lucania presso Laino, dove i Greci Italioti, ingannati dall’Oracolo di Dragone, pel cui consiglio avevano posto in campo un grande esercito, furono distrutti dai Lucani. Ed è Fautore medesimo che ricordando i due Sacelli di Calcante e Podalirio nella Daunia, dice del primo trovarsi nella cima del monte, e proprio nel colle Drio, dove quelli che consultavano l’oracolo sacrificar dovevano un montone nero, avvolgersi in quella pelle e prendervi sonno, durante il quale avevano la risposta.
Accedere a questi Oracoli non era in facoltà di tutti tra per la lontananza e per la quantità delle offerte, che bisognava presentare in proporzione della rinomanza che essi oracoli avevansi acquistata. Non potendo la povera e bassa gente profittarne, non mancarono in soccorso della sua credulità oracoli di second’ordine, ed anche per così dire ambulanti in quei girovaghi impostori, che facevano mestiere di loro ciurmeria. Non sapremmo citarne alcuno in queste nostre regioni, se mm deducendolo da certo culto dai Cristiani del medio evo sostituito in alcune località pria consacrate a s:mili superstizioni gentilesche. Presso S. Martino in Basilicata, alle falde orientali del monte Raparo pertinente a Spinoso mia patria, è un copioso fonte intermittente, le cui limpide acque dal fondo di una oscura ed intrigata grotta incrostata di capricciosi stalattiti, spicciano verso i principii di maggio, e cessano alla fine di settembre. Ei per certo fu supposto dimorare in tal grotta una ninfa Trigella, come tuttavia chiamasi il misterioso fonte (452), che consultavasi come il Clitunno nell’Umbria, e come lo fonti divinizzate di Albano con sorti divinatorie, se i Cristiani reputando posseduti tai luoghi da spiriti infernali vi sostituirono Santuarii in onore del vittorioso Principe degli spiriti S. Michele. A questo fu dedicata la grotta della Trigella, che perciò chiamassi grotta di S. Angelo, (453) anche por la coincidenza delle due feste di lui agli 8 maggio e 29 settembre, quando le acque appariscono e spariscono costantemente, non senza una seria maraviglia, che giustificando la superstizione de' Gentili, sfatar non permette la sostituzione fattane dai Cristiani.
Ma se di cotai oracoli di minor conto il silenzio della storia vorrebbe indurci a supporre penuria in queste nostre contrade, non è cosi di quegl’impostori, che andavano attorno vendendo sortitegli, e con parole magiche pretendevano divinare ed allontanar ei pericoli. Il vanto degli incantatori Marsi, le loro maravigliose promesse, e il credito de' loro auguri son celebrati presso diversi latini scrittori nel senso di mostrarci l’universale corruzione de' loro tempi Ennio chiama Vicanos Haruspices quei che andavano vagando per le campagne spacciando la loro merce. E questa genia non pare accora spenta, mentre tuttavia sotto nomi di Cerauli (dalle ceraste che portano) o incantatori di serpi profittano della ignoranza de' villici, che ricambiano con doni e danaro le loro vane promesse ed incantesimi. I Piromanti, che in un lungo sacro del Modenese facevano coi loro artifizii uscir fiamme di sotterra nelle feste di Vulcano; gl’Irpi del Soratte che camminavano a piè nudo su carboni ardenti, mentre eseguivasi l’annuo sacrificio ad Apollo, ebbero un riscontro fra noi in quei tali che ad Egnazia fra i Salentini, su certo sasso mostravano come un prodigio l'accensione spontanea delle legno che vi si posavano.
A questo breve cenno dello credenze religiose de' nostri maggiori durante il tempo del Gentitesimo non rimane da aggiungere che l’ultima fase, dopo la quale cessarne quasi tenebre al sorgere del nuovo Sole, e sola religione di Cristo. Ne piace di riferirla per mostrare in essa la cagione della loro caduta già lentamente preparata da quella stessa condizione inerente ad ogni umana fattura, quella cioè di dover, presto o tardi, come ogni umana cosa, finire. In far ciò toccheremo storicamente delle cause da altri in altro tempo credute le soie efficienti del gran mutamento; e cosi avremo integrato fra i termini stessi di quest'EPOCA PRIMA quanto riguarda culto religioso degli avi nostri pagani.
Come dall'idea primitiva dell’unità di Dio si trascorse al Politeismo, e quanto più Dei si supposero soccorrevoli ad ogni umano bisogno, tanto meno sufficiente si sperimentò il loro numero o la loro efficacia in far contenta l’Umanità; così dalla parsimonia de' primi sacrificò, accompagnati da piccole festose dimostrazioni, essendosi trasmodato in offerte doviziose tra sontuosissime feste, credendo di meglio propiziarsi i Numi in tal guisa, la relig'one divenuta aristocratica e quindi inaccessibile alla plebe, venne a perdere di quella popolarità, che ne costituiva l’essenza. Per «fletto di questo spirito aristocratico, penetrato nell’economia della religione pagana, se non per boria di grandezza, certo per fini subordinati alla politica dello Stato, i Collegii sacerdotali, gli Aruspici e gli Auguri servivano al regolamento de' pubblici affari; agli auspicii non partecipava la plebe; e dall’aquila di Giove sino all’augello, che dal volo o dall’ala (donde gala, galanteria, galeria, ala per corteo, e per la piuma tolta a simbolo di nobiltà) lasciava presagire il futuro, tutto che teneva alla ragione augurale, fu tutto di dritto de' nobili; agli Oracoli infine non accedevano se non quelli che soli essi potevano essere i ben arrivati e meglio ricevuti. Da tale privilegio esclusi i popolani, appo quelli della città tennero vece di Auguri di Auspici e di Oracoli i Matematici e i cosi dotti Caldei (così chiamavansi gl’indovini) tante volte espulsi da Roma, dice Tacito, e sempre ritornati; appo i popolani della compagna furono i ciurmatori, gli arioli, gli aruspici vicani di Ennio gl incantatori Marsi, quei che ne scusarono la privazione. Ai tempi di Romolo il sacrificio alla Dea Pale consisteva i” un falò di paglia, por le cui vampe, in segno di festosa esultanza, saltavano i pastori. Nelle antichissime ferie Latine, che celebravansi sul monte Albano, il convito imbandivasi di cibi di latte e per diporto abbandonavansi al giuoco boscareccio dell’altalena, oppure a quello che dicevasi Oscillo (donde oscillare, muoversi su e giù per vibrazione) perchè derivato dagli Osci, e consisteva nel dondolarsi seduti su di una fune penzigliante ne' due capi dal ramo di un albero. I Salii e i Fratelli Arvali univano alle preci la danza accompagnata da musicali strumenti, al cui suono ballando e tripudiando ripetevano tre volte i loro canti. Ma nei temei posteriori le feste e le cerimonie si presentavano al popolo con magnifico apparato; i sacrificii apprestavano fra la pompa de' canti, delle preghiere e dello ritualità più solenni. Le vittime svenavansi a tre a tre, numero mistico. Alcuni sacrificii nella copia delle offerte equivalevano ad un’ecatombe. In altro luogo eran messi a contribuzione i popoli per la spesa delle vittime. Infine l'onorare gli Dei divenne quanto mai costoso, perchè invalse l’idea, che le buone deità, quasi fossero l’ideale dei principii terreni, non potevano altrimenti guadagnarsi, che con dimostrazioni di servigli gustosi e graditi, quali i giuochi. In danze, i conviti, i preziosi donativi. Di qui la magnificenza degli spettacoli, sotto pretesto religioso, proporzionata alla liberalità delle genti ed al fervore della vanità nazionale. Di qui la magnificenza de templi, nelle nostre regioni, per nulla inferiori a quelli di Roma, qual in ispecie quei di Giunone Lacinia presso Cotrone, e di Proserpina a Locri, le cui ricchezze creder si potrebbero favolose, se non le attestasse la storica avidità di Pirro e di Annibale, che osarono portarvi le sacrileghe mani per rapirle, ed entrambi furon punti da scrupolo a restituirlo.
Or siccome da un lato solennità cotanto pomposamente dispendiose finirono per essere tenute quai spetrae li diretti alla ricreazione del pubblico per graduirselo nelle elezioni alle cariche maggiori, cui aspiravano quelli che avevan cura di procurarli; e dall'altro le superstizioni alle quali si abbandonò il popolazzo si scoprirono imposture di coloro, che abusavano della sua credulità: così il Paganesimo, perduto il prostro religioso a forza di esagerazioni, sbugiardato dallo stesso zeIo di far troppo, quasi di se ristucco, cesse il suo posto al Cristianesimo, il cui Divin Fondatore, quand’anche non si fosse appalesato Dio con tanti miracoli di sapienza, ben si chiari tale alla semplicità del culto religioso che prescrisse.
E questa semplicità, che qui appresso scambieremo con verità, noi avvisiamo che invocata dagli uomini e consentita ai loro voti, fu la sola cagione della caduta degl’Idoli e degli Oracoli. Se averli propizii costar doveva si caro, se consultarli non era dato che ai ricchi; non potevan costoro durarla in una società, di cui la parte più numerosa non aveva più religione, o se avevano qualche ombra non bastava a legarli in quella unità di fede, donde la compatta unità sociale. Sentivasi la necessità di dargliene una; ma poteva l'uomo foggiarla ed imporgliela a guisa di uno statuto?— Chi l’avrebbe accettata?
Se non che, quando i Reggitori de' popoli sopperivano al bisogno delle radicali novità colla tolleranza di ogni culto e di ogni superstizione, (454) purché valessero a contener gli uomini in religiosa soggezione, maturavasi opportunamente la pienezza de' tempi, in cui la Provvidenza mandava sulla terra il Desiato da tutto le Genti. Epperò, se al suo apparire ne fu scossa dai fondamenti l’idolatria, il gran fatto della sua cessazione non è spiegabile senza ravvisare in esso il trionfo della verità sull’errore, o meglio della semplicità sull’impostura. Ben vero il cessar del Paganesimo non fu violento né stantaneo; non altrimenti che tenebrore della notte de' secoli, esso cadde per così dire a falda a falda secondo che a grado a grada montando il Sole per mostrarsi sull’orizzonte mandava innanzi come araldi i suoi albori.
Già pria della venuta di Cristo eransi da gran pezza raffreddati e ceduti in abbandono gli Oracoli. Cicerone assicura che di raro mandavansi legazioni a DeIfo recandovi donativi ed anatemi de' popoli o de' re, come una volta, ma quel che è più dice egli, come va che Delfo non rende oracoli a questi tempi non solo, ma si da gran tempo addietro, che nella di esso più disprezzato? Giovenale afferma lo stesso, e Strabone fa altrettanto di quello di Ammone. Plutarco, cui non isfuggì la stessa osservazione, consacra un libro, intitolato De defectu Oraculorum, all'universale stupore di questo fatto, e crede spiegarlo col tessere la storia delle diverse opinioni da diversi dotti emesse su di tale ricerca. Vi ha, egli dice, chi ne attribuì la cagione alle vicissitudini delle cose, e chi alla infrequenza de vicini abitatori di Grecia. Dissero altri, che n’è colpa la nequizia degli uomini, per la quale si son fatti indegni di essere parlati dagli Doi; altri pensarono di esser morti i demoni che ispiravano a Febadi ed a Vati gli oracoli; ed altri infine avvisarono di essersi esauriti per vetustà certi divini aliti della terra, che una volta agitavano a furore le Pizie e le Pitonesse, non altrimenti che ì fumi del vino, i quali eccitano tali e sì validi moti in chi lo beve da uscirne discorsi e sensi intimi dell’animo straordinarii ed arditi. Su di quest’ultima causa, di cui Cicerone si beffa argutamente interrogando: De vino aut salsamento putes loqui, quae evanescunt vetustate? fia bene aggiungere qualche chiosa nel senso di menomarne la stranezza in cui parve al grand’uomo di vederla, il che facciamo in nota (455) per non rompere il filo del ragionamento con quel po’ di controsenso che racchiude.
Se son queste le ragioni, onde gli antichi si persuasero di un fatto, passato per così dire sotto ai loro occhi, oserem noi ripudiarle per cercare di altra? Avendola noi già veduta in quella eccessiva quantità di Dei ed in quella distinzione fatta del culto in aristocratico e plebeo, la escursione, dalla quale torniamo, gioverà a far meglio valutare la nostra, formolata cosi: la ragione umana col depurare il già guasto concetto della Divinità, non potè non darsi a fare altrettanto del concetto religioso. Crederem noi il popolo pagano sì balordo da credere con intimo convincimento a quel che Cicerone derideva ne' suoi scritti (456)? In essi insegnava di essere cosa vanissima tutta quella prescienza di vati, di arioli. di aruspici, dedotta dalle viscere degli animali, dai fulmini, da' portenti, dagli auspicii, dagli oracoli, dai sortilegi), dai sogni ecc. e riferiva quel che ne pensava anche Catone, il quale dicendo di maravigliarsi, perchè l’aruspice vedendo l’aruspice non ridesse, soggiungeva: Quante son le cose che predette da costoro sono avvenute? o se sono avvenute, qual ragione può assegnarsi del perchè non avvennero? (457) —Gli studiati equivoci e le proverbiali ambiguità degli Oracoli per quant’altro tempo dovevano farsi giuoco dell’altrui credulità? — Lo spregio adunque in cui caddero li fé mutoli e deserti, soli restando in credito per altro tempo ancora alcuni de' più famosi, che meglio sostenean l’onore della rinomanza, consultare i quali tornava conto per fini politici (458).
Or queste idee di pagana miscredenza essendosi pronunziate prima nell'alta e più culla classe della società, che nella bassa e plebea, anche le novità religiose verifìcaronsi prima in quella che in questa. Il Cristianesimo quindi fu abbraccialo dai patrizii innanzi che dai plebei, nelle città prima che nei contadi e nei paesi; e cosi spiegasi l’essere restato il nome di Pagano al culto de' Gentili, il quale ne' paghi (donde il nome di paese ai luoghi piccioli o Terre) durò anche quando il vessillo del Cristianesimo sventolava sui palagi de' Cesari.
Epperò conchiudendo: per noi sta che l'incessante conato dell'Umanità verso il vero fu la causa efficiente del corso e ricorso dall’unità di Dio ai Politeismo, dalla semplicità alla sontuosità del suo culto. Intuito il verno rivelato nella sua ingenuità, il culto, che è tutto affare di sentimento, di gratitudine, del cuore in somma, non esce dalla sfera dei palpiti di questo arcano viscere dell’uomo, in cui primo si affaccia e da cui ultimo sparisce lo spiracelo della vita, in cui Dio vede e di cui Dio si accontenta. A misura poi, che intorno al vero aspirando gli uomini il vanno appannando coll’alito impuro delle loro passioni e lo alterano a seconda de' loro interessi in guisa da non riconoscersi, il culto anch'esso si alterò e si moltiplicò; da cosa divina, cioè pura e disinteressata, si fe’ cosa umana e venale, di cui chi più poteva disponeva a suo talento; donde rimanendo escluso il più degli uomini, perchè poveri, fu d’uopo che a riabilitar questi fosse venuto il Cristo a fare dell’Umanità tutta una sola famiglia, e dire agli uomini tutti: Voi dovete amarvi, perchè siete fratelli.
La letteratura cosi appellata dalle lettere o caratteri alfabetici, che sono gli elementi della lingua scritta, importa nei suo più largo senso tutto quel che si scrive; epperò la sua storia rimontar dovrebbe sino all’epoca, in cui s’inventò la scrittura. Ma poiché, prima di trovarsi questa, facevane le veci la tradizione orale, che trasmetteva l'umano pensiero espresso colla parola, ond’è che tolta via l’accidentalità del mezzo di trasmissione, rimane fondamento di ogni letteratura la parola, egli è perciò che alla storia delle lettere o scrittura preceder deve quella della parola o della lingua.
La forma, ond’esprimesi ciò che vuoisi o a voce o in iscritto, costituisce un mento accessorio nel letterato, il quale sarà propriamente tale, se quel che esprime ha per iscopo l’eccitar sentimenti; sarà uno scienziato, un filosofo, se quel che dice o scrive tende a comunicar delle idee.
Gli uni e gli altri, sotto il riguardo della parola, di cui si servono, appartengono alla letteratura di una Nazione, come gli uni e gli altri una cogli Artisti costituiscono la Colini a di un Paese. Ecco perchè al cenno della Storia Letteraria, in cui toccheremo delle vicende delle Lettere e delle Scienze, seguirà un cenno della Storia Artistica, donde s’integra il concetto della Coltura di queste nostre regioni.
E chiaro da questo Prospetto, che la storia delle vicende della nostra Letteratura, dall’antichità più remota sino ad Augusto, toccar deve 1. della lingua primitiva de' nostri Popoli, 2 dello lettere alfabetiche, e 3. della letteratura, ovvero de' Letterati propriamente detti, quali i Poeti, gli Oratori, gli Storici, e degli Scienziati, quali i Filosofi, i Matematici ecc.
La storia delle diverse opinioni de' dotti sulla lingua non è la Storia che qui cerchiamo. Ei vuolsi conoscere quale fu quella che primitivamente si ebbero i nostri antenati ne' tempi antichissimi, e come in seguito si andò tramutando in quella che ora parliamo.
Abbiamo del più remoto estremo del passato monumenti scritti su tavole di bronzo e su marmi, e molti vocaboli, che gli Autori Latini ci dicono d’essere del tale o del tal Popolo nostro. Un intervallo immenso, o un’immensa laguna separa il tempo di quei monumenti dal tempo della lingua presente. Questo intervallo non saputo o potuto riempirsi ha dato occasiono di dir morta la lingua antica rispetto alla presente o viva; e continuando sulla stessa metafora si è arrivato adire l’Italiana lingua figlia*della Latina per alcuni, della Greca per altri, dell’Osca, dell’Etrusca e che so io.
Per quanto la Storia può istruirne sulla spiegazione di queste improprie maniere di esprimersi, la figliazione delle Lingue allo stesso modo della figliazione animale, che una cioè venga dall'altra come dal non essere all’essere, trovasi di essere il comodo pronunziato di chi volle tagliare a corto per dispensarsi da indagini, che menato avrebbero a conclusione diversa.
Fruito di tali indagini da non pochi e da non guari imprese è stato il concluderne, che le lingue, col perdere e coll’acquistar delle voci a misura che nuovi bisogni della vita succedono ai vecchi e li smettono, a capo di certo tempo più o meno lungo, o secondo che è più o meno influenzato da politici avvenimenti d’immigrazioni o d’invasioni straniere, prendono nuova faccia, la quale se di poco diversifica dalla precedente immediata, di molto differenzia dalla più remota.
Egli è della Lingua quel che della Terra a considerarla nelle sue alterazioni. Se rivivessero gli uomini di più secoli fa, non riconoscerebbero la superficie della contrada che abitavano una volta. Qui nuovi aggregamenti per alluvioni, qua scoscendimenti, là vallate e burroni che non vi erano, dove boschi cresciuti, dove selve distrutte, spiagge guadagnate al mare in un punto, perdute in un altro, fiumi e torrenti deviati dal loro corso, i loro letti immensamente slargati, Città distrutte in un sito, altre surte in un altro, monti abbassali, colli spariti, tutto offrirebbe loro di che maravigliare per non riconoscersi più la faccia che si aveva una volta. Ebbene: tutto questo per opera di chi, ed in qual anno?—Che di meglio rispondere a chi degli avi nostri risorgendo ed udendoci favellare domandasse: Chi ed in qual anno v’impose a parlare celesta lingua?
Di questo nostro convincimento potremmo addurre le tante ragioni, cui lo dobbiamo, per fare che altri il potessero dividere con noi, se la brevità di questo lavoro cel permettesse. Nel proponimento in cui siamo di dimostrar questo tema ne' preliminari di un Saggio di etimologie secondo un nuovo sistema, se ci dispensiamo dal qui farlo secondo i nostri principii, rimandiamo chi per impazienza non si accheta alle nostre promesse, all'Appendice I del CANTÙ, nel I volume della Storia degli Italiani: Per chi poi si accontenta di quel tanto che qui n’è dato di dire, non facciam che porgli sottocchio queste poche osservazioni.
Per quanto una Nazione tengasi politicamente e fisicamente separata dalla Nazione vicina, non è possibile che la lingua parlala dai Popoli, che stanno a confine, si serbi tanto pura da non partecipare l’uno delle parole e dei modi dell’altro Popolo contermino. Questa osservazione, la cui verità è provala dall’indole dell’Italiano che si parla in Savoja, nella parte Italiana della Svizzera, nel Tirolo, a Trieste, nelle Isole Ionie, in Malta, in Corsica, in Sardegna, come dal grande applicata al piccolo, val dire ai dialetti tra provincia e provincia, non è altrimenti vera; così è del pari verissima, se da' tempi presenti si trasporta ai lontani.
2.a Quelle ragioni, per le quali l’Italia ha una lingua comune, tale cioè che s’intende da un capo all’altro della sua estensione, malgrado la notevolissima differenza del patois di ciascuno de' tanti suoi Popoli, non essendo ragioni dettate da tal fatto storico da poter dire che prima di esso fatto non era una la lingua in Italia, star debbono anche pel tempo più remoto possibile fino a che non si trovano o non si offrano ragioni in sostegno del contrario.
Se un tal fatto avesse potuto darsi, come sotto ai Romani, noi parleremmo altra lingua, come fummo un tempo Latini nella vita pubblica, Osci nella privata. Se dunque non siamo ancora Latini, né d altra lingua, egli è perchè la lingua non s’impone a un Popolo, benché si possa riuscire a farla scrivere negli atti pubblici. Quanto volte si è provata la violenza a volerlo pretendere, ei si sa qual n’è stato l'effetto. Cessata la forza comprimente, la elasticita ripiglia la sua tensione.
3.a La lingua comune dell’Italia antichissima fu l’Osca non senza quelle tali brusche differenze, le quali, se oggi per la diffusione della stampa e por allri mezzi di comunicazione agevolati dalla presente civiltà son diminuite, furono allora più sensibili e marcate assai più. per modo che si è giunto a supporre di essere state in Italia tante lingue diverse, quanti Popoli distinti. La quale supposizione non si ritratta, se non si tempera l’idea della diversità in quella semplice differenza, che anche oggi un paese distingue dall’altro per certo numero di voci e di modi, e per effetto di diversa pronunzia, sicché dirsi possa della lingua di ciascun Popolo
.................................. facies non omnibus una,
Nec diversa tamen, qualem decet esse sororum.
4.a Nondimeno voglionsi rispettare alcuni principali centri, ne' quali la lingua dell’Italia antica ha presentato un carattere ed una fisonomia tale da farla credere diversa. Tali sarebbero gli Oschi, gli Etruschi, i Latin», i Magno-Greci. Ciò però è derivato dall'aver avuto costoro una individualità politica, per la quale, se gli uni sono stati distinti dagli altri per ragione di governo; gli uni in contatto cogli altri, nel bisogno di comunicarsi commercialmente, si han ricambiato tali e tanti vocaboli, che il riscontrarli oggi ne' monumenti scritti ha dato luogo a diverse opinioni e a diversi sistemi fra gli eruditi. Appoggiati gli uni al detto dell’Alicarnasso, che gli Etruschi non erano a verun altro Popolo somiglianti né in costumi né in lingua, han pronunziato definitivamente sull’assoluta diversità della Lingua Etrusca da tulle le rimanenti. Altri incontrando parole greche dappertutto han ritenuto che l’antica favella d’Italia non fu che un idioma guasto del greco. È così, a misura che in un Popolo si è scoperto un vocabolo straniero, si è andato all’idea di sua pervenienza da quello. In mezzo a tante divergenze quel che può dirsi di vero si è. che il detto di Dionisio costituisce una differenza radicale tra gli Etruschi ed i Greci, tra gli Etruschi ed i Popoli lontani, non tra gli Etruschi ed i Popoli contermini o quasi, quali i Volschi, gli Oschi. Chi non vede in questi tre Popoli quella sola differenza geografi era indicata dalla sillaba che procede la parola Oschi? Se questi occuparono la Campania, e l'Opicia, e quindi la Japigia e tutto il resto dell’Italia meridionale, eccetto la Magna-Grecia; i Volschi furono gli Oschi di più sopra salendo, gli Etruschi, cioè Etruschi (459) furono gli estremi Oschi o al di là del Tevere.
Il Latino infatti in mezzo ai detti Popoli fu in principal modo affine all'Etrusco sì per vicinanza fisica, che per adesione o dipendenza morale. Ei si sa, che Roma, e quindi il Lazio, nello scopo di dirozzarsi, copiava quasi tutto dalla civiltà Etrusca; epperò non era passibile, che la lingua non si arricchisse de' vocaboli di quegli usi, istruzioni e modi che toglievansi ad imitare, Gli antichi grammatici riconobbero e dichiararono la pertenienza di non poche voci latine dall'Etrusco e dall'Osco senza la menoma alterazione. Varrone, citando nei suoi libri di grammatica più parole sabine, avvisò, come testò notavamo, di esser desse nelle due lingue quel che gli alberi nati sul confine, le cui radici serpeggiano nell'uno e nell’altro territorio. Quintiliano disse quasi lo stesso di molte espressomi venute dai Toscani e dai Sabini, le quali però ei non aveva in conto di straniere. Il Latino stesso, a considerar propriamente quello di Roma, che in via d’ingrandimento tutti assorbendo assimilava nel suo i Popoli circonvicini, non riuscì che un aggregato dei tant'Italici dialetti, nel quale concorsero colla loro quota anche quelli dell’estere genti. Base adunque della Romana favella fu la lingua del LAZIO, come base di questa fu la lingua degli Osci (460). Non è perciò da maravigliare, so per essersi poscia alterala dietro l'ammissione di tanti forestieri nella Città, avvenne che la lingua di Roma, a capo di qualche secolo, non più intendevasi dagli stessi Romani.
6.a Per effetto della notata promiscuità provcgnente dalla vicinanza di un Popolo all'altro, a due lingue radicalmente diverse riducevansi tutte le lingue d’Italia, all'Osca cioè ed alla Greca. Le iscrizioni trovate dalle radici delle Alpi sino all'estrema Calabria (461) attestano un linguaggio primitivo, comune ad Italiani per la simiglianza dell’indole e pel pieno delle voci, comechè di versificato da più dialetti, ì quali svariano in quanto a quel senso di armonia derivante dalla natura fisica delle regioni. Nei monumenti che si hanno delle lingue Umbra, Etrusca, Euganoa, Osca o Sannitica molti elementi si riscontrano, che accennano ad una certa loro comunanza etnologica; son essi: la forma de' caratteri affatto simili, o che di un dio si accostano alla somiglianza; la stessa maniera di serberò; la niuna o poca discordanza nelle inflessioni. I quali elementi, sebbene non siano bastevoli a statuire una tal comunanza di unità a tante voci simili ed a tante proprietà analoghe, quante collettivamente ne porgono quei superstiti avanzi di dette Lingue, son tuttavolta quasi una dimostrazione, che tulle procedono da una stessa lingua madre, e che poca differenza dovette trovarsi un tempo tra linguaggio e linguaggio in Italia.
7.a Malgrado però la notata uniformità sull’indole generale degl’Italici dialetti, l'Osco istesso, che non può negarsi di esserne stato il fondo, a dirla con più esattezza, deve distinguersi in due principali diramazioni» nell’Osco cioè e nell'Etrusco; in guisa che amendue si divisero I Italia, restando fra i due linea di separazione il Latino, che poi tant'ala spiegò su di entrambi in grazia di Roma. In tal guisa avrebbe 1 Etrusco dominato i dialetti dell'Italia superiore dal Tevere in su, l’Osco l’Italia inferiore dalla Sabina in giù sino al mare Siciliano, senza però inferirne che dall’uno all’altro estremo non sia stato l’Osco la lingua dominante o, come oggi direbbesi, volgare, cioè parlata dal volgo.
8.a Di questa, per cosi dire, notata comunanza generica e diversità specifica degli antichi Italici dialetti le pruove son queste: Usavano i Sabini, dice il Micali, un dialetto talmente affine con l’Osco, che per osservazione de' grammatici, molte voci avevano lo stesso sanificato nelle due lingue (462). Il dialetto de' Marsi aveva voci comuni cogli Eroici, cosi detti da' sassi che i Marsi chiamavano herna. In quello de' Volsci, noto per un’insegne lamina trovata in Velletri, si riscontrano vocaboli Osci ed altre proprietà di parlare conformi all'Etrusco. Generalmente i Campani, i Sanniti, gli Appuli, i Lucani, i Bruzii furono Popoli di lingua Osca, com’è chiaro dalla Storia, dai Grammatici e dai tanti monumenti scritti (463). Nell’idioma Etrusco notò Varrone voci comuni coi Sabini e co’ Latini. Vidua, egli dice, è dall'antico verbo toscano iduare, dividere, perchè divisa dal marito, e gl'idi son dalla stessa radice, perchè dividono il mese in due metà; Eidus ab eo quod Thusci Itus, vel potius quod Sabini Eidus dicunt. Maggior conformità si riscontra tra l’Umbro e l’Etrusco, se pur non vogliano dirsi uno stesso idioma, dopo che i Rituali Eugubini, trovati nel 1444 han tolto ogni incertezza sulla somiglianza di quei dialetti e la natural derivazione da una lingua dominante.
D’altronde alcune varietà di note osservate nelle iscrizioni Euganee, Osche, Sannitiche, provenivano da diversità di pronunzia, non di linguaggio. A giudicare dal materiale accozzamento delle lettere che si veggono sui monumenti, l'antica lingua Italiana sembra a prima vista un aspro e difficil linguaggio; ma dopo che col confronto delle voci si è meglio intesa l’ortografia, abbiamo imparato anche a pronunziar molte parole, a supplir le vocali ove mancano, a risecarle ove abbondano, di modo che quelle voci, che nelle lapida sono durissime alla pronunzia, molto si accostano all’indole d’un culto linguaggio. L’ortografia degli Etruschi tralasciava ad ogni consonante la sua vocale ausiliaria o quiescente, e per brevità di scrittura costumò di sopprimere le finali delle voci, che proferivano con proprie e con naturali terminazioni (464).
9.a In tanta uniformità d’idioma per nulla infirmata dalle poche notate differenze di dialetti, solo il Greco della Magna Grecia può dirsi di essere stato il linguaggi totalmente diverso dall'Osco Portato dall'Ellenia con le Colonie che fecero fiorire in grazia;a del commercio le città Italiote, se pur non passò dalla vicina Sicilia, fu in istima di lingua che, al pari dell'Etrusca, accennava ad una civiltà più avanzata di quella degli Osci, più diffusiva di quella degli Etrusci. Sotto tal punto di vista riguardato, come dell'Etrusco idioma ogni Pop do si onorò di prenderne delle voci, e ne accrebbe o ne fè bello il proprio dialetto, così del Greco, ed assai più, perchè se ne arricchirono tutt'i Popoli Osci, e fra questi più quelli, che vi erano a contatto, di quelli che ne erano discosti, come tuttavia si ravvisa nel presente linguaggio delle provincie più meridionali d’Italia. Roma istessa. che trovavasi di aver dirozzala la favella nel sesto secolo, la rese più colta e perfezionata nei due secoli seguenti colla introduzione di nuovi vocaboli, e collo studio che vi si fece dell’Ellenismo dopo che tanto commercio, tante nuove dottrine e nuove arti vi s’introdussero dalla Grecia (465). A tal proposito fu dai loro Grammatici notato, che lo prime comunicazioni de' Romani co’ Greci-Italici avendo avuto luogo soltanto con quei di dialetto Eolico, ne derivò che il Latino rimodernato al medesimo si accostava per le tante somiglianze, che vi si osservavano. Dopo la presa di Taranto, seguita nell’anno di Roma 481, il commercio de' Romani, come osserva il MICALI, si estese anche alle colonie doriche della Magna-Grecia, col frequentar le quali presero al certo sempre nuove parole e nuove locuzioni, che ben si rinvengono nel loro idioma. Ennio, che per ragione di linguaggio potrebbe esser dotto il Dante della Latinità, diede alla lingua ampiezza e nuovo colore con introdurvi nuove voci, specialmente greche, e con usar delle antiche. Livio Andronico, Nevio, e generalmente tutt'i primi poeti e prosatori che si applicarono ad arricchire ed a render culla la rusticana favella di Roma, usarono liberamente formolo e parole grecizzanti, che, dimesticate e fatte proprie di quel particolare dialetto, furon poscia abbracciate dai seguenti scrittori, e vennero a determinare il genio della Latina (466). Tirone, il dotto liberto di Tullio, dichiarò che i primi Romani tardi conobbero il greco; ed in vero può sostenersi che i disputanti grammatici, i quali nel suo fiorire volevano la latina lingua figlia singolare della greca, giudicavano di cieche ell'era divenuta ai tempi loro, non già di quel che fu ne suoi principii (467).
Da queste osservazioni, premesse nell'intendimento di predisporre il lettore ad accettarne le conseguenze, che ne deduciamo, egli è chiaro il comprendere, che la lingua Italiana antichissima si è tramutata in quella, che parliamo, per la sola opera del tempo il cui lavorio, inavvertito dalle generazioni passate durante la loro vita, si rende sensibile a capo di qualche secoli dalle generazioni seguenti.
Del più vecchio monumento che si sappia e si abbia della lingua latina, il Carme degli Arvali scritto ai tempi di Numa, chi si attenterebbe d’intendere una parola, se il Carme composto da Livio Andronico verso la metà del sesto secolo in onor di Giunone. era già divenuto a tempi di Tito Livio, abhorrens inconditum? (468). L’iscrizione della colonna Duillia dopo un secolo trovavasi stranissima; e Polibio scriveva, che era tanta la differenza tra l’antica lingua de' Romani e quella de' suoi tempi, che i più valenti antiquarii appena vi sapevano alcune cose ravvisare.
Se tant’è della Romana lingua nello spazio di cinque o sei secoli, che dee pensarsi del Latino della Roma Imperiale dopo la notte del medio evo per tanti secoli durata? Eppure in grazia degli eruditi, che in quella notte van rovistando colla fiaccola del loro ingegno, si han prove dell’uso dell'Italica favella che parliamo, sin dal quinto secolo Cristiano almeno (469). Ulteriori studii ed indagini han portato su tale argomento altra luce (470): ed altre lucubrazioni ancora finiranno per recarlo a tal evidenza da non cercare dippiù. Noi pensiamo, che esistono ancora, di presente, nei diversi paesi del nostro regno tutt’i greci e latini dittonghi perduti, la desinenza in s ed in t delle parole latine, e la pronunzia di parecchie lettore secondo i greci dialetti; è di ciò speriamo addur pruove dove e quando il potremo (471).
Frugando nella Storia l’origine della scrittura alfabetica e la ragione della forma che si ebbero i caratteri, vi abbiamo ben poco ritrovato sulla prima, null’affatto sulla seconda delle due ricerche. Nel ripetere quel che si è detto dell'una, sopperiamo all'altra con una divinazione.
La più antica scrittura vuolsi la geroglifica, il cui uso fa rimontarsi ai Tempi oscuri o degli Dei. La meno antica fu la mitologica, che arriva ai Tempi favolosi o degli Eroi. L'ultima, la epistolare, sillabica, volgare, si fa corrispondere ai Tempi storici o degli Uomini.
Stando alla forza della parola, si ha, che la geroglifica era la scrittura sacra o sacerdotale in caratteri sacri e scolpiti, la mitica era la simbolica o mitologia in figure disegnate o miti, e la epistolare era in fine la scrittura umana o volgare in caratteri alfabetici volgari o scritti; ed avvisiamo che quest’ultimo modo se va posto interzo luogo, ciò non tiene a ragion cronologica, ma a semplice classificazione. Han potuto in somma essere state contemporanee queste tre maniere di tradurre all’occhio l'umano pensiero, solo distinguendosi la geroglifica dalle altre due per una certa riservatezza in quanto non doveva essere nota a tutti, come la mitologici, la cui intelligenza si estendeva ad ogni classe della società di ogni luogo e di ogni tempo, e come la sillabica o volgare solo intesa da coloro che sapessero di lettore.
Come e quando ebbero origine la geroglifica e la mitologica maniera di esprimersi non cade sotto le nostre ricerche; bensì come e quando cominciò la scrittura alfabetica.
Dall’antichità più remota fino al presente hanno i dotti tenuto opinione, che i caratteri alfabetici siano stati o un ritrovato divino, o segni a placito degli uomini. Crediamo di aver essi inteso per divino, cosa degna di Dio, superiore cioè all’ingegno umano, sovrumana, la suprema delle umane invenzioni, non già che Dio l’avesse agli uomini insegnato. Ma dicendo quei segni in quanto alla forma segni a placito, dir vollero che niuna ragiono diresse gl'inventori nel delinearli in quella piuttosto clic in altra forma. Egli è in ciò appunto, che noi pensiamo il contrario, e primi a dolo, ne ragioniamo così:
Siccome le lingue geroglifica e mitica erano lingue reali, rappresentavano cioè le cose in disegno, cosi le volgari o le lingue parlate, volendo rappresentare il suono delle voci, n’espressero gli elementi che le compongono, disegnando nella più semplice maniera linearmente o a contorno l’atteggiamento dell'interno della bocca e delle labbra, secondo che si modifica nel pronunziare le vocali e nell’articolar le consonanti. L’A, per esempio, è la figura della bocca aperta, che mostra i denti superiori segnati dalla sbarra traversale. L’O è la figura della bocca istessa, che come un cerchio si ritonda nel pronunziarlo (472). Nella duplice pancia del B chi non vede l'espressione del labbro superiore ed inferiore tanto necessarii per emetterne il suono schiudendosi? Nel P di forma latina, nel T del greco antico e nell'F chi non iscorge l'attitudine del labbro superiore, che è il maggiormente interessato nella pronunzia del rispettivo valore? (473).
Dalla storia null'altro sappiamo, se non che la forma delle lettere latine, fu la stessa che la forma delle antichissime lettere greche (474). Dalle iscrizioni rileviamo che tra le Latine e le italiche degli Osci e degli Etruschi non vi fu notabile differenza. Tra le Greche istesse e l’Ebraiche non è difficile ravvisare anche una certa somiglianza, precisamente se per talune tengasi conto del rovescio che presentano nello scriversi da destra verso la sinistra, e se per tal altre non si badi alla differenza di aver l’apertura in sotto in vece di averla in sopra. Come ciò spiegarsi diversamente da quel che abbiam fatto, e non attribuire al genio calligrafico di ciascuna nazione quella tale maniera onde si differenziano negli accidenti (475)?
E nemmen l’ordine alfabetico fu arbitrario, ma ragionevolmente com disposto qual'è. L’ordine delle vocali accenna al facile passaggio dell'una nell'altra che la segue per effetto de' dialetti de' diversi Popoli, appo i quali una stessa parola subisce una profferenza diversa (476).
NOTE |
(1) La poco precisa determinazione del confine tra i due Stati limitrofi in molti punti della linea che li separa, faceva sentire da tempi remoti la necessità di definire la spettanza di varie terre controversi sulla frontiera,a scanso di spiacevoli e sempre nascenti reclamazioni fra i due Governi. Epperò un trattato che rettificato avesse le rispettive confinazioni in una maniera chiara, stabile e solenne, fu sempre il voto delle due Potenze, che le vicende de' tempi permisero di attuare finalmente colla Convenzione sottoscritta fin dal di 26 settembre 1840, ed approvata il di 5 di aprile 1852. Per effetto quindi di un tale accordo, pubblicato testé nel num. 81 del Giornale del Regno delle Due Sicilie, l’andamento del confine giurisdizionale dal Mar Tirreno all'Adriatico tra i due Dominii è attualmente segnato da 686 colonnette lapideo, portanti gli stemmi de' due Sovrani al fronte dei proprii Stati; ed in forza dello stesso i Comuni e Villaggi dello Stato Pontificio ceduti al Regno delle Due Sicilie sono: Offedio, S. Martino, Trimezzo, Pietralia, Morrice, Collegrato, Vignatico. Vallone, Villa Franca ed Ancarano; e quelli del Regno delle Due Sicilie caduti allo Stato Pontificio sono: Le Casette, Tufo, Capo d'Acqua, ed i Villaggi di Forcella e di Vosci.
(2) Trovasi per detto Fiume Verde in Dante, Boccaccio e Pietro Diacono, ed anche Trajetto nella iscrizione del Campanile della Chiesa di Gaeta.
(3) Ci dispensiamo per ora di descrivere i particolari e le storiche rimembranze si di questo, che di altri laghi, riserbandoci a farlo quando parleremo delle rispettive Provincie in cui trovansi.
(4) Vedi la Conchiologia fossile subappennina di Brocchi, tomo I. pag. 94.
(5) Descrizione del Regno delle Due Sicilie, tomo I, pag. 53.
(6) Trovandosi la geologia e la orittognosia del Regno non quanto si desidererebbe avanzata, noi disperavamo di poter dare su di tale argomento soddisfacenti notizie tanto ai cultori quanto agli amatori di questi studi!. In vece di consultare i lavori de' nostri ecologi mal ci eravamo diretti a un nostro predecessore in questo medesimo aringo; poiché avendone scritto pur esso senza principi! della scienza. come cieco che toglie per guida un cieco, saremmo entrati anche noi nel pecoreccio non ne fossimo stati in buon punto avvertiti. Protestiamo quindi la più sentita gratitudine all’egregio Sig. Scacchi, Professore degnissimo di Mineralogia in questa Regia Università, il quale avendo dovuto dare della Geologia del nostro Regno un ragguaglio ad occasione di un lavoro, che di unita al Professore Palmieri ha pubblicato sulla Regione Vulcanica del Monte Vulture e del tremuoto ivi avvenuto nel di 14 Agosto 1831, per incarico della R. Accademia delle Scienze, ci ha generosamente offerto di estrarne quel che diciamo sulla classificazione de' terreni nettuniani, e che è frutto delle sue scientifiche peregrinazioni, segnatamente per le provincie di Napoli, Terra di Lavoro. Campobasso, Capitanata, Bari, Lecce, de' due Principati, Basilicata e delle due Calabrie Citeriori.
(7) Sappiamo che trovasi anche in Campoli nel Distrattoci Sora.
(8) Su questo passo di Diodoro si avvisò Giovanni Jatta di essere corso probabilmente un errore, forse per colpa de' copisti. Secondo lui parrebbe che siasi sostituita la parola Vesuvio a Gauro, ora Monte Barbaro presso Pozzuoli. Che ha che fare, dic’egli, coi campi Cumani il Nome Vesuvio che sta in altra regione alla distanza di più ali venti miglia, ed in una posizione tale che rende fisicamente impossibile che abbia potuto essere il territorio di Cuma danneggiato giammai dalle sue eruzioni? Checche di ciò sia. che Diodoro parli del Vesuvio o del Gauro, il quale sovrasta immediatamente Cuma, una testimonianza di meno delle molte che si hanno nulla toglie all’oggetto pel quale si riferiscono. Se non che gioverebbe questo luogo di Diodoro, ad estendere la ragione decampi Flegrei fino ad includere in essa il Vesuvio, perchè non pure ledersi sostenere che siano stati Flegrei i soli Campi Cumani, se cosi cioè dalla natura ignivoma. furono denominati originariamente quelli intorno Pailene nella Macedonia.
(9) A suo luogo daremo un ragguaglio del suolo sottoposto alla città di Napoli sino a palmi 700 circa al di sotto del livello del mare con la più esatta misura della spessezza fletti strati diversi di terreno vulcanico incontrato sino a quella profondità. Il pozzo artesiano che si farà nel giardino della Reggia. se non ancora è riuscito al suo scopo, è stato almeno occasione a farci fare delle importanti scoverte in Geologia.
(10) Per lava, dopo molte controversie, i Geologi si sono accordati d'intendersi quel torrente di materie fuse dal fuoco vulcanico, che trabocca o dal vertice o da qualunque altra fenditura, che il monte ignivomo apre nelle sue pendici, ed anche alla base, secondo la forza dell'eruzione. Ha una liquidità pastosa, si avanza a rilento, e rende rumore come di vetro che si rompe. È visibile il suo color di fuoco quando l'aria comincia ad imbrunire; e di giorno si ravvisa al fumo che s’innalza lungo il suo corso. Conserva nell'interno della massa lungo tempo il calore fin oltre ad un mese, e fino ad un anno secondo la sua spessezza. Raffreddata diviene pietra durissima, quella appunto di cui si lastricano le strade ili Napoli,quando però la massa è abbondante, perchè essendo poca, lascia, dopo raffreddala, solo scorie quasi spuma ferruginosa, non dissimile da quella. che resta sulla lava compatta. — La parola lava è stata indubitatamente usata la prima volta in Napoli, ove cosi appellasi la corrente prodotta dalle piogge lungo le strade principali della Città, che in alcuni luoghi delle Provincie dicesi lavina, cioè picciola lava. Per similitudine quindi osservata tra lo scorrere delle acque piovane per le vie, e le masse ignee fluenti per la china del Vesuvio, si dissero queste anche lave, col qual nome la scienza le appella pur dopo che per raffreddamento sua divenute masse pietrose, oppur nere strisce ferrugigne. Ma qui, dove ci è occorso di usare per le prime volte la parola lava, se volemmo risalire alla sua origine, fu perchè, al proposito della ruina di Pompeja,noi la prendiamo nel suo senso primitivo ed estensivo di alluvione. poiché non troviamo tanto strana, quant’altri pensa, l’opinione del celebre Lippi, che la credè e la dimostrò seppellita da consecutive e reiterate alluvioni in quell'opuscolo portante per titolo il quesito: Fu il fuoco o l’acqua che sotterrò Pompei ed Ercolano? Ma di ciba suo luogo, quando dell’antica Topografia discorrendo, dovremo parlare di Pompeja e delle altre città distrutte.
(11) Epistola 16 e 20 del libro 6. —Non vi ha chi ignori che in questa catastrofe peri Plinio il vecchio, quasi come Empedocle nell'Etna, benché di costui meno imprudente osservatore ai quanto la prima volta in sua vita occorrevagli di vedere in un giorno cotanto spaventevole e luttuoso; ma non tutti conoscono I particolari della fine di un uomo cosi meritevole di vivere nella memoria degli uomini per vastità di dottrina e per amor di sapere. Ei da Miseno, ove comandava la flotta, accorse a Retina (oggi Resina) per vedere ed esaminar da presso il terribile fenomeno; ma la pioggia delle pietre l'obbligò di sbarcare a Stabia, ovvero Castellammare, dove giunto in casa del suo amico Pomponiano, prese il bagno,cenò tranquillamente, e si addormì. Intanto il cortile di quell'abitazione andava riempiendosi di cenere, onde bisognò svegliarlo per. fuggire nella campagna, ove Plinio chiese dell'acqua fredda, ne bevve due volte, ed immantinenti investito da una nube solfurea, si mori soffocato.
(12) Vengasene la dimostrazione matematica nel Dictionnaire de Phisique di Paullau, Vol. 4, Artic. Volcan., della cui esattezza non ci rendiamo garantì, sapendo bene quanto poco valevoli erano i metodi d’allora.
(13) Il benemerito Leopoldo Pilla, nell'Art, III ed ultimo del suo Cenno storico sui progressi della Orittognosia e della Geognosia in Italia, inserito nel fascic.IX Anno II del PROGRESSO, dove propriamente parla degli scrittori, che dal principio del secolo corrente sino al 1833 han pubblicato lavori intorno ai Vulcani attivi del Regno, ed al proposito della eruzione del Vesuvio del 1.° gennaio 1812, riferisce la sola storia che ne scrisse il Brocchi, e non fa verun motto di quella del Lippi tanto da lui sinceramente stimato. Vaglia dunque questa nostra citazione a riempire una laguna di quel suo pregevolissimo lavoro.
(14) Altri otto francesi nel 1301 sepsero impunemente negli abissi del Vesuvio, quando era sopito. Ei forse intese di far qualche cosa di più provandosi a farne io scandaglio quand'era in combustione.
(15) Giova protestare che la serie dall’eruzioni per noi seguita non dee tenersi in conto della più storicamente vera in quanto al numero di esse, il sig. Scacchi, da’ cui scritti la teniamo, nell’assicurarci di essersi egli attenuto, adottandola, ad un’opinione che gli parve più preferibile, ci consigliava a non volerci dar carico di noverarle, quando non eravamo più nel caso di giovarci della sua ingenua dichiarazione.
(16) Rilevasi una tal cifra dai Giornale del Regno delle Due Sicilie di detta data, con questa distinta:
Riporto delle somme pervenute dal Ministero dell'Interno, Ramo interno
………………………………………………………………………………………… duc. 57,889.61
Riporto delle somme pervenute dalle Commessioni e da altri raccoglitori
……………………………………………………………………………………… duc. 34,6 07.47
Totale duc. 92,597.08
(17) «Non intendiamo peraltro di negare che il sotterraneo muggito possa più specialmente rimbombare nelle profonde caverne che sono nell’interno dei Vulture, e che la forza espulsiva possa operare nelle antiche vie e più profonde delle passate eruzioni».
(18) Omettiamo di parlare in questa occasione della geologia de' Vulcani e sfinii di Roccamonfina e del Vulture, per trattarne colla dovuta estensione nelle Provincie di Terra di Lavoro e di Basilicata, alle quali appartengono.
(19) Veli Napoli e i luoghi celebri delle sue vicinanze. Vol. II. Pag. 174.
(20) Fa mestieri confessare che questa ripartizione della Mineralogia non è riconosciuta nella Scienza, in cui le famiglie de' Minerali vengono sotto la stessa considerazione riguardate, quale che sia la loro provenienza o giacitura. Volemmo intanto adottarla pei comodo che ne torna, osservando anche qui quella distinzione riconosciuta in geologia in ordine alle cagioni acquee o ignee, donde lo rocce nettuniane o plutoniche. Perdonino dunque i Geologi questa nostri arbitraria distinzione, e ricordino che noi la facciamo da Storici e non da Scienziati. Essi, per esempio, si dibattono intorno l'ammissione e valore degli edotti e de' prodotti vulcanici, e lasciando tutta a loro la questione, se mai i primi vendono fuori dalle esplosioni de' monti ignivomi sena’ alcuna alterazione operata dal fuoco, e se i secondi debbano in tutto o in parte alla forza ignea la loro natura; noi non facciamo che noverare lo specie dei minerali secondo i luoghi in cui si trovano, seni' altrimenti incaricarci della loro genesi a del loro metamorfismo.
(21) Giova prevenire che di queste specie mineralogiche non li citano che le sole località de' Reali Domini di qua dai Faro.
(22) Secondo il Sadler (De Filicibus Hangariae; Budae 1830) le piante vascolose fino allora conosciuto in tutto il mondo ammontano a 42.491. In Europa se ne trovano 6500. In Francia, senza la Corsica, 3881 In Germania, Svizzera, Olanda e Belgio 3669. In Italia e Corsica 3572. In Ungheria con la Dalmazia, Croazia, Transilvania ed Isole Dalmatiche 3348. In Ispagna e Portogallo 3120. In Grecia 2363. Nella Brettagna 1580. E nella Scandinavia con la Danimarca, Svezia e Norvegia, Finlandia e Lapponia 1365.
(23) Si avverta che l'omissione della Classe VII. Ettandria non è intervenuta per disattenzione. ma per difetto de generi e delle specie.
(24) La tona settentrionale, della media temperatura di gradì 13 di R., comprende gli Abruzzi, il Sannio e tutta la parte montuosa di Terra di Lavoro. La Centrale, dulia temperatura approssimativa di gradi 15, si distende tra il gratto quarantuno e mezzo a tutto il quarantesimo, ed abbraccia la parte bassa di Terra di Lavoro, le provincie di Napoli e de' due Principati, la Puglia e gran parte della Basilicata. E l'ultima, ovvero la meridionale, della temperatura media di gradi 17, comincia dall'estremità meridionale di Terra d' Otranto e di Basilicata, e termina alla punta delle Calabrie.
(25) Fin dalla detta epoca del 1808 aveva proposto il lodalo Professor Tenore di sostituirsi alla china-china un composto di quattro parti di genzianella, quattro di bistorta. e due di cariofillata. Ora è da sapersi che un tale composto veniva non ba entri commendato dall'illustre Lord Stanhope, presidente della Società Botanica di Londra, col solo cambiamento della cariofillata, droge indigena, nell'esotico calamo aromatico.
(26) Poi che li sventura d’ordinario è il guiderdone degli uomini virtuosi, per modo che la loro celebrità prende lustro il più delle volte dal loro infortunio. non dispiaccia se a gloria e sul conto del Nicodemo alcuni particolari della vita di lui, quasi fiori sulla inonorata sua tomba in terra straniera. Ei fu allievo di Domenico Cirillo, che avendolo determinato per gli studii botanici, gli diè mezzi di ogni maniera per fino i trattamenti in suoi casi, per che vi si dedicasse esclusivamente. Pe’ grandi ajuti somministratigli e pe’ viaggi fattigli eseguire pel Regno a sue spese entrò tanto innanzi nella carriera, che Cirillo molto se ne giova per arricchir l’opera sua, cui un Zoilo mali, ne chiamò Opera Nicodemi impensis Dominici Cyrilli.
Di tale opera si erano appeni pubblicati i primi saggi, quando i turbini politici obbligarono il Nicodemo a spatriare. Divenuto a Lione custode di quell’Orto botanico, ne pubblicò il Catalogo nel 1802.
Ritornato in Napoli con commissione di fare delle peregrinazioni pel Re, con raccogliervi esemplari di piante colà desiderate, fu allora che il Tenore, tir ne della Scienza, ebbe premura di offrirglisi a compagno. Adempiuto l'onorevole incarico, restituissi a Lione, ove bersagliato dalle amarezze suscitategli dall’invidia, cessò di vivere solitario nel Rodano, secondo alcuni per frenesia, e secondo altri precipitatovi dalla perfidia e dal livore.
(27) Legger si possono nel Quaderno 42, An. VII del Pecetenno.
(28) Veggasi nella Fauna del Regno di Napoli la monografia di questo genere.
(29) Così impropriamente detta una specie del genere Licosa, il cui specifico nome di Tarantola ricorderà mai sempre la presunta malattia che in Taranto credevasi aver sede primaria. Noi non crediamo esser questo il luogo da rivenire su tale argomento, dopo di averlo abbastanza altrove trattato. (V. Annuario Zoologico per l'anno 1834), poiché in grazia de' lumi che le scienze naturali han diffuso, e della civiltà progressiva, il prestigio del tarantolismo va perdendo vigore, e la scaltrezza muliebre non trova in esso rifugio, quando pur ne abbisognasse.
(30) Qui emendar vuolsi la falsa credenza, che l’Acridio (Bruco del nostro volgo) il quale desola a quando a quando le campagne del Regno il Migratore (Gr. emigratorius Lin.), e che provenga dall'Affrica. È stato dimostrato in una monografìa di questo genere, pubblicata per usi della Commessione de' Bruchi, o de' proprietarii de' campi (Napoli 1833), esser questo un errore; o che le specie di tal fatta sono indigene del Regno.
(31) La Porpora Tarantina vien rammentata nella storia di quella Città; ove detta fabbrica di questo colore, e de' suoi laboratorii avanzano ancora i vestigii, perduta essendosi l'arte del tutto.
(32) Sono resi celebri due monticelli posti a piccioli distinta di questo villaggio del Contado di Molise, per l’abbondanza delle Panopee fossili, le cui conchiglie rassomigliandosi ai genitali femminei ed il Sifone del mollusco petrificato a quelli dell’uomo, han dito ai monticelli suddetti raggiunto che n’è derivato.
(33) Vedi Dies geniales lib. 5. cap. 9.
(34) Vedine la prima parte pubblicata nel fascicolo nono del PONTANO, pag. 87.
(35) In detto anno una Biografia scrivevane Angelo Fajola da Caivano.
(36) Ad onore del vero e del merito sconosciuto o non convenevolmente retribuito della dovuta rinomanza, ci sode l'animo di poter pubblicare un nome che immensamente contribuì co’ suoi lavori alla fortuna della lodata opera del Poli. È desso il nome del dotto naturalista Michele Troja, di cui se si fa parola nella Prefazione, non ancora però avevano preso nota i fasti della scienza, che solo per dire di avere il medesimo fatto conoscere in Francia la rigenerazione delle ossa. All'onoranza, che per noi si è potuto fuggevolmente qui rendergli, aggiungiamo pur l’altra. forse non abbastanza risaputa, di essere stato lo stesso l’avventuroso padre di Carlo e Ferdinando Troja uno il celeberrimo autore della Storia del Medio Evo, l’altro l’attual Presidente del Consiglio dei Ministri.
(37) Nel 1841 iniziavate congregando nella Chiesa di S. Monaca a Carbonara alquanti giovani studiosi di scienze naturali in pubblica adunanza e coll'intervento de' più cospicui personaggi della Città e del Presidente della Società Reale borbonica, che a proposta di lui vi distribuì delle medaglie a coloro, che mostrarono di aver meglio meritato della scienza. Lo Statuto che ei compilò dell’Accademia fu approvato dal Sovrano nel 1842.
(38) Tra le opere pubblicate finora citeremo; Catechismo di Zoologia, Cimicum Regni Neapolitani centuria 1 et 2, Storia completa dell'Entomologia Apula, Memorie entomologiche, Monografia de’ Coccinellidei ed Endomichidei del Regno di Napoli, ecc.
(39) Un disegno di questo vaghissimo fenomeno, tratta dal summentovato dipinto del Car. Egg, vedesi alla pag. 320 Anno III del Poljorama pittoresco.
(40) La parola Miraggio e dal francese miroir specchio.
(41) Senza qui ripetere inopportunamente gli sforzi degli eruditi in trovare la ragione etimologica delle parole Fata e Morgana, in vero stimiamo di render ragione del perché con tal nome ampolloso il fenomeno, di cui è proposito. Il Marchese Giuseppe Ruffo, che ci occorrerà più volte citare su questo argomento per l'aggiustatezza con la quale si e apposto nello svolgerlo e spiegarlo, dà anche in questa parte di erudizione acconciamente nel segno. Il dotto e l'insipiente, egli dice, forniti a un modo dell’istinto della perfettibilità, s'ingegnano penetrare le riposte ragioni delle cose. Il Filosofo studia Li natura e ne sorprende i Segreti, il modesto accusa la propria ignoranza. L’idiota ricorre di botto alle virtù sopranaturali, e spiega a suo bellagio i fenomeni inusitati e mirabili. Quindi i nostri padri digiuni di tisica, e superstiziosi avranno attribuito ad una maestra delle arti diaboliche quel gioco della luce; e poiché il supposto incantesimo vince qualunque altro in eccellenza, lo avranno creduto opera della Morgana tenuta fra le streghe regina. L’Ariosto fa sorelle la Morgana e l'Alcina:
Con la Fata Morgana, Alcina nacque
lo non so dir se a un parto, dopo o innanti.
Toccando poi delle Fate in generale, soggiunge ciò che i nostri loschi antenati le riguardavano come una specie di Genii residenti in terra, i quali impiegavansi in azioni meravigliose ora buone ed ora malvage.
La loro origine viene dall'oriente, e sembra che i Persiani e gli Arabi ne siano gli inventori, riboccando le loro storie e religione di fate e dragoni… L’allegoria, giusta la bella espressione di Tissot, è la figura universale di cui si serve il genere umano. Onde le Fate in conformità degli uomini che stanno sotto lo scettro de' Re ebbero le loro Regine, e la Morgana fra quelle, l'Alcina dell'Omero Ferrarese, l’Armida dell'Epico Italiano, la Gloriana dello Spencer.— Vedi il fascicolo VIII, degli Annali Civili.
Non fia dunque maraviglia se anche ora il volgo della contrada, ove questo fenomeno si manifesta, lo crede un effetto del magico potere esercitato da una Fata a pro di quegli abitanti, sino al punto di temerla irritata, qualora non mostri in questo modo la sua benefica influenza.
(42) La descrizione datane da Antonio Pitaro leggesi nel numero 85 del Giornale Letterario di Napoli.
(43) POLI Memoria sul tremuoto del 26 luglio 1806.
(44) PACI Saggio di Meteorologia pag. 315.
(45) Giornale generale di Commercio del 1. dicembre 1820.
(46) Giornale Enciclopedico di Napoli 1821, t. I, p. 53.
(47) Giornale del Regno della Due Sicilie 17 marzo 1832.
(48) Vedi gli Atti ecc. 1819, vol. 1, pag. 281.
(49) La Bibliothèque Britannique Octobre 1813, et Avril 1814 parla anche di neve rossa, oltre alla polvere di color simile caduta con molto rumore ne' giorni 13 e 14 marzo 1313 in Calabria, Toscana e Friuli.
(50) Saggio sulla varia indole delle forze agenti dell'Universo, cap. VII, pag 93.
(51) Del Re pag. 85 opera citata.
(52) Vedi il Giornale Enciclopedico di Napoli, Ottobre 1818.
(53) «Seguendo l’ondeggiar delle popolazioni? delle anali si compone oggidì il genere umano, nessuno potrebbe risalire alle origini prime; sarebbe ancor meno dato di portare gli sguardi di là dall'abisso, che separa noi e la stori i, alla quale apparteniamo, da un ordine di cose anteriori». Cosi concludeva Niebubr dopo le sue dotte disquisizioni sull'Italia antica.
(54) Nel libro Della natura dell’Universo, di cui giova anche testualmente riferir le parole che parafrasammo. Δια και του λεγουσί τήίτής ελληνική; ιστορίας αρ%ην α*ο 1να%ου έ^αι του Αργείου <ροσεκτεον ουτω; ουc ώ;ς ακο τινος; άρcής άλλα της γενομενη; μεταβολή;.κατ’ άντην, ολλακι;γάρ καί γέγον κα' εςται, fαππαπο; η ηλλας ου% άνθρωπον μόνον γινόμενη γετάναςτατο;, άλλα και υπ; σεωί ού μει^ονο; ο'υδέ μείωνο; άντης γινόμενης άλλα και νεότερς; ά·π και αρήαcπο;; ημαί λαλόανούτη; — Nello stesso senso anche Orazio cantava nell’Ode 9. del 4. libro:
Vixere fortes ante Agamemnona
Multi; sed omnes illacrymabiles
Urgentur, ignotique longa
Nocte...
(55) Vedi la seguente nota.
(56) Contro l’esigenza di alcuni e la presunzione di altri in fatto di esattezza di Carte Corografiche e Topografiche antiche,ci permettiamo di far osservare, che se oggi, malgrado i progressi della Geodesia e la diligenza con cui si eseguono i topografici lavori, pur accade di non aversene ancora de' perfetti ed esatti sullo stato attuale de' luoghi, come si può pretendere dì aspettarsene e di dame scevre di sbagli sullo stato antico de' medesimi? Alla quale osservazione, per chi non sapesse acchetarvisi, aggiungiamo l’autorità del sommo Niebuhr, secondo il quale a noi pare che i fatti Geografici e storici dell'antichità basta che sian come le figure in lontananza, a grossi tratti delineati. «Una carta particolare fatta, egli dice, su di alcune indicazioni, computi e direzioni, può appartarsi per ciascun punto isolato dall'esattezza geografica assoluta, ed intanto far conoscere molto un paese, purché lo presenti bene, e si potessero seguire gli avvenimenti della storia; ridotta ad una picciola scala, le sue divergenze con una carta esatta sarebbero appena percettibili. Lo stesso è di molte tradizioni nella storia de' popoli: se mettonsi da banda le date, e ciò che d'altronde può meglio esser soggetto all’arbitrio, o falsato, se lasciansi gli ostacoli di particolarità inconciliabili, quando le grandi cose non presentano contraddizione, I confini della storia universale saranno estesi di molto.»
(57) Intendasi ciò detto cronologicamente, perché posteriori; non mai esteticamente, perché di gran lunga inferiori ci crediamo non al Corcia, a quant’altri han comune con lui il merito di una rinomanza già stabilita.
(58) Aborigeni, Autoctoni, Indigeni, comeché da Esichio e da Suida confusi debbono aver avuto lo stesso significato, importano qualche picciola differenza, che a noi pare di ravvisarvi. Son gli Aborigeni, secondo Festo, cosi detti perché errantes convenerint in agrum qui nunc est populi Romani; fuit enim gens anti piissima Italiae, val dire popoli nomadi, di cui non essendosi conosciuta la provvenienza (abeque origine) l’appellativo lor nome restò proprio de' Latini. Sono Autoctoni quei popoli originarii del paese in cui abitavano, e che si vantavano di non essere venuti d'altrove. Ed Indigeni quelli che son nati nel luogo in cui abitano, quasi inde geniti, ma cosi detti anticamente come per segnare una differenza, e distinguerli dagli advenae o forestieri venuti da un solo paese, e dai convenae forestieri venuti da paesi diversi. Pare quindi che la denominazione d'indigeni destinata fosse a significare i figli procreati dai forestieri in un paese da essi scelto per loro dimora, e quella di Autoctoni a denotare quelli che non erano affatto avveniticci neppure nei loro antenati.
(59) La voce Pelasgo, secondo Mirsilo di Lesbo, presso Dionigi di Alicarnasso, par che si fosse introdotta, allorquando i Tirreni afflitti dagli Dei con istraordinarie sciagure, per non aver loro immolato anche il decimo de' loro figliuoli al pari dell'offerta di ogni altro prodotto, abbandonarono il loro paese; e per aver corso lungo tempo il mare nel loro svagamento, dal vedersi sempre partire e poi tornare prima di prendere una stabile residenza, il nome riportarono di Pelargi o Cicogne. Non è quindi improbabile quel che in proposito fa avvertire Antonio Quadri nella Prima delle sue Dieci Epoche della Storia d'Italia antica e moderna, di essere cioè il nome di Pelasgi,non un distintivo proprio di una nazione particolare, mi doversi piuttosto considerarlo una qualificazione a qualche popolo attribuiti o pel costume suo di viaggiare, o per quello di andare in truppa come le cicogne, o per altre circostanze speciali. Chepperó può il nome istesso trovarsi anche presso più popoli di nazioni diverse, e Pelasgi possono quindi esservi stati contemporaneamente in Italia, in Grecia ed in altri paesi.
(60) Sotto le prime linee dell’opera delle Storie Romane, fra noi tradotte ed annotate dal chiarissimo Ciro Moschitti, leggesi una specie di parallelo tra Niebuhr e Micali, che Classen, l’editore dell'opera del primo, istituiva colla fidanza di non restarne punto adombrai i la gloria dell’Autor suo per esaltar che facesse anche la gloria dell’altro. Malgrado che i due Scrittori non si accordino nei loro pensamenti; poiché hanno svolto l'argomento dell’Antica Italia con eguale profondità di dottrina, fia bene trascriverne il giudizio portato su di amendue, anche per giustificare la nostra indecisione nell'abbracciare il sistema dell'uno e rifiutar quello dell’altro. — «Micali il sapiente autore del libro intitolato L’Italia avanti il dominio de' Romani, ha pubblicata una nuova opera su tale nazione, e sulla storia de' popoli che anticamente l'abitavano. Dopo 22 anni d’intervallo, questo profondo erudito ci dice la sua ultima parola. Italiano, si prevale soprattutto di tal vantaggio per dire, che per lui questo genere di ricerche è piuttosto dall'istinto che d dio studio, più inspirato che appreso. La sua scienza è vasta, essa abbraccia tutto, testi e frammenti; ma la dissertazione non è per lui; preferisce il raziocinio, revindica per i suoi compatriotti questa branca della scienza, e rendendo tutta la giustizia a Niebuhr ed a Ottfried Muller, con un sorriso d1 indulgenza vede ritornare in Italia, in una lingua straniera, queste dottrine che sono il patrimonio inalienabile della sua patria. L’Italia non deve ricever lezioni da nessuno, e può da se formare le basi della sua storia nazionale».
(61) è riconosciuto per fondamentale principio di popolazione, che là dove una spontanea fertilità offerisce con meno fatica all'uomo copia maggiore di naturali prodotti, ivi dee più agevolmente moltiplicarsi e prosperare.
(62) Non son da confondersi i Picentes con i Pìcentini. Furono questi una colonia che dai primi dedussero i Romani sul Golfo Posizionate o di Salerno.
(63) Avendo i Tirreni abitatori di Adria 1 ischio nella Tirrenia il fiume Macra, che divideva la loro contrada dalla Liguria, chiamarono Macrino quella parte del Vomano che bagnava il tenimento della loro città.
(64) La tradizione narra che il voto del Ver sacrum diede luogo alle emigrazioni de' popoli Sabellici o Sabini, i cui dei mandarono alcuni animali sacri a guidarle. Il picchio, uccello sacro di Mamerte condusse la colonia al Piceno; un toro quella moltitudine che trasse nel paese degli Opici; un lupo precesse gli Irpini.
(65) Horrida praecipue cui gens, adsuetaque multo
Venatu nemorum, duris Acquicola glebis.
Armati terram exercent, semperque recentes
Convectare iuvat praedas, ac vivere rapto.
Aeneid. VII. v. 746.
(66) Vedi qui appresso, dove si parla di Capua, il significato di questa parola.
(67) Meritoria erano le osterie o pubblici alberghi, e Diaeta era una stanza pel, servo che custodiva il sepolcro.
(68) Nel VII dell’Eneide v. 737 dove fa assaperci di Ebalo, che non contento del patrio retaggio, consistente nell’Isola di Capri, aggiungeva ai suoi dominii.
Sarrastes populos, et quae rigat aequora Sarnus;
Quique Rufas, Batulumque tenent atque arva Celennaes
Et quos maliferae despectant moenia Abellae.
(69) Son queste le parole di Vegezio lib. I, cap. 13. Illo exercitii genere, quod armaturam vocant, et a campidoctoribus traditur, inbuendus est tiro. Dond’è chiaro che le Armature erano l'esercizio, non i tifoni soldati che si esercitavano.
(70) I nomi dì Palepoli e Neapoli essendo correlativi, importano, che il primo non ha potuto essere nome originario di città come il secondo. Ben ha potuto la denominazione di Palepoli soppiantar quella di Partenope, quando di nuove ambliazioni accresciuta, meritò la giunta che si dicesse Neapoli, sia perché città distinta e separata, sia perchè più grande ed importante addivenuta. Di Palepoli quindi non è a darsi pensiero come di cosa da Partenope diversa, se non in quanto al suo nome.
(71) Da cinque lustri a questa parte un letterato Napoletano annunziava pel primo che Palepoli fu città sotterranea abitata dai Cimmerii, ed in ciò asseverare non limitava ad essa sola una cotal strana condizione. Essendosi avvisato di estendere questa bizzarra idea al segno di far credere esistite nell’antichità più remota intere regioni trogloditiche nel Regno nostro non solo, ma nell'Italia, nell’Europa, in tutto il mondo; ed essendosi inoltre spacciato autor di un sistema, in cui, urtando contro le più inveterate credenze, denunziava ignoranti tutti coloro che da quindici secoli si son tenuti in fama di letterati, non esclusi i contemporanei; fini per essere obbligato dall'autorità a zittire, dopo di essersi visto che tanta sua tracotanza suscitato aveva un vespajo, dal quale se arditamente schermivasi, non era lasciato tranquillo. Fu questi il celebre Domenico Bocchini, che per aver preteso di sostenere le sue nuove scoperte non troppa presunzione di sé a discapito dell’altrui amor proprio, venne in fama di cervello balzano, sovvertitore di tutta quasi l’economia dell’umano sapere. Durante l’ultimo decennio di sua vite, che fu molto strepitoso nella letteraria repubblica, godé nondimeno la simpatia della gioventù, che non solo indifferente in apprendere quel che non sa, anzi avida di applicarsi in preferenza a tutto ciò che mena rumore, si tenne ingenua ammiratrice delle novità con tanto maggior predilezione, quanto più seria scorgeva l’agitazione, onde la gente dotta per le medesime si arrovellava. E non altro che di ammirazione furono i giovani cortesi, perché non profondi nelle lingue morte per intendere il linguaggio affettatamente dotto del Bocchini, non poterono prenderne un’aperta difesa contro il disprezzo, in cui avevalo l'imponente generalità degli eruditi. — Spettatore il giornalismo dello scalpore, che andavasi propagando nella capitale per la stranezza de' motivi, che avevano suscitato le apprensioni della gente colta, afferrò opportunamente pe' suoi interessi l’occasione di cavarne partilo, ed in una di quelle polemiche s'impegna, in cui sovente è dato al Pubblico di assistere, come negli antichi spettacoli, al combattimento di un uomo colle bestie. Scesero in fatti nell'arena cavalieri di essai trista figura, che in vece di rompere una lancia, col formidabile antagonista ricorsero al dileggio, allo scherno e ad ogni maniera d’insolenze; nel che però loro intervenne, se non andiamo errati, come ai pifferi della montagna, che andarono per sonare e furono sonati. Quel che intanto non si lasciò fare al Bocchini, frastornandolo dai suoi proponimenti con tante inquietezze, venne fatto di eseguir chetamente al R. Bibliotecario Giuseppe Sanchez con la sua CAMPANIA SOTTERRANEA nel 1833, in parte pubblicata fin da marzo ed aprile del 1829 nel giornate Il Pontano, quando già nel 1827 aveva il Bocchini dato fuori un enfatico Prospetto dell'opera che intendeva di dare alla luce col titolo a Il Germe delle Scienze ossia l'Urbe delle Sirene. — Or nell’uopo d’indicare, non già esporre, un sistema, pel quale non dissimuliamo la nostra deferenza, malgrado l’idea del ridicolo che una volta svegliava per associazione al nome del suo Autore, riportiamo le parole del Sanchez come si leggono nel preambolo della citata sua opera. Piaggiando in tal guisa la suscettività di quelli fra 5 nostri lettori che per avventura si saranno scandalizzati del nostro ardimento nel mettere in campo un’opinione già vieta, noi avremo ottenuto l’intento di far passare, fra le tante spiegazioni e congetture intorno al sito della Palepoli o Partenope, anche quella, che concepita e messa al mondo da un genio bislacco, fu educata e legittimata da un uomo di senno.
Dalle Catacombe Napoletane prendendo occasione di ragionare dell'uso per cui furon esse e le simili che altrove s’incontrano, originariamente scavate, dopo aver detto che dentro di esse è tuttavia sepolta la conoscenza della loro vera destinazione, ma che studiate rivelar la possono alle ricerche de' dotti una col germe di un gran periodo, cui le storie si rannodano de' secoli seguenti: egli il Sanchez peregrinandovi dentro col suo lettore, a svelare si accinge, o almen tenta, quanto in quelle cieche viscere della terra nell’antichità si è operato sotto il velo misterioso del più recondito arcano.
«Dentro gli antri, egli dice, Orfeo, Pittagora, Minosse, Epimenide, Numa, Platone, e cento altri illustri legislatori e filosofi si addottrinarono, e. gettarono i fondamenti dello scibile umano; dentro gli antri nacquero l’architettura, la scoltura, la pittura, la geometria, la musica, la poesia, l’astronomia, la politica e le altre umane conoscenze. Dai misteri che vi si rappresentavano derivò l'ottica, la chimica, e l'antica commedia. Sotto il venerato nome di Sirene, dì Partenope, di Sibille, emblemi di segni celesti, si rendevano oracoli, e vi si tenevano scuole di alto sapere. Là si contemplava il Cielo e la Terra».
«Dentro le nostre ampissime spelonche soggiornarono prima i Cimmerii, indi i collegii sacerdotali del paganesimo, ed in ultimo caterve di villici fino al sesto secolo dell'Era volgare. Ai tempi di Strabone, ed anche priva e dopo per mezzo di esse si viaggiava sotterra. Dentro di quello finge Omero che disse evocato avesse l’ombra di Tiresia; la discese Enea per vedere e consultare negli Elisi il suo padre Anchise; lì rendeva gli Oracoli la nostra famosa Sibilla Cumana. La maggior parte de' fatti che narra il Satyricon di Petronio Arbitro, si finge dentro Napoli sotterranea. Delle Catacombe altresì giovaronsi per uso di sepolcreto ì pagani ed i cristiani; e questi ultimi le elessero per loro asilo tanto nelle persecuzioni de' primi imperatori, quanto a tempo dell'eresie. Depositi de' corpi de' martiri, de' vescovi e de' duci Napoletani fin all’ottavo e nono secolo, il popolo della nostra città e de' contorni vi si affollava per giurare solennemente sulle venerande reliquie di S. Gennaro: con questo giuramento avuto come sin giudizio di Dio, strappavasi la verità dalle labbra di coloro che maliziosamente la nascondevano. Vi si menava inoltre vita ascetica, vi si riunivano Concilii e Sinodi, vi si celebravano la Cena Eucaristica, la Sinossi, l'Agape e i Silicerni; vi si facevano preci pei morti...».
«Ma a fin di poterne compilare la storia, per isventura non abbiamo che alcune memorie e tradizioni sfigurale discordanti fra loro. Nondimeno bisogna giovarci di esse, ma con giudizio, ed aver sotto l'occhio la descrizione topografica, non solo delle nostre Catacombe, ma anche della maggior parte di quelle città incavate nelle rocce sotterra e sopra la terra nell’isola di Sicilia ed altrove, che sono in gran numero. L'esaminare le descrizioni degli scavi sotterranei dell’Egitto e delle altre regioni Africane; degli antri e de' templi sotterranei delle Indie ad Ellora, ad Elefanta, ad Amboia, a Cambra, a Salsetta; le descrizioni delle Catacombe Etrusche di Tarquinia, delle Catacombe di Roma, di Siracusa, di Malta, ed anche di quanto si è scritto sulle caverne di Maestricht e sui profondi scavi della Loire al di là di Tours, tutte opere dell'uomo; il tener ragionamento de' Trogloditi; infine il considerare il primitivo stilo dell’uomo, i primi tentativi delle arti, l'andamento della società, come i fatti civili e religiosi susseguenti all'epoca della costruzione delle Catacombe; tutte queste diligenti e nuove inchieste possono senza dubbio riflettere un raggio di luce sulla suite de' tempi precedenti».
(72) Sub ea colli impositi praesidii parte, quae ad orientem olem vergebat, spelunca erat utrinque patentior et profunda, penitissimaque, et amplissimi penetralibus, voraginit usque immensi, in abruptum de cenderat, hanc ferunt Sibyllam italicensem illam et magnata incoluisse quae Phoebo capta, et spirita divino discincta petentibus futura praediceret... Agathias De bello Goth.
(73) Nel dare spiegazione dell'uffizio rispettive di cotesti ed altri impiegati delle Fratrie cade in concio dir anche amiche cosa del. l’obietto delle medesime. Adunavansi esse in pubblico, quando i capi delle famiglie erano chiamati a deliberare sulle pubbliche faccende della città, perchè erano desse gli elementi che ne costituivano il governo popolare. Aveva quindi ciascuna la propria assemblea, i proprii conviti, i proprii sacrifizii. Fratria in greco chiamavasi il collegio delle famiglie, fretores gl’individui che il componevano, fretarco o fratiarco il capo scelto fra loro, che insieme cogli altri capi a lui eguali deliberava degli affari della città, allo fretores gl’individui di una fratria diversa, diiceti gli amministratori della fratria, frontista il curatore, calcologo l’esattore, fretion il tempio, e teoi fretores o fretri, i numi. Ai fretori erano obbligati i genitori di presentare i loro figliuoli e le fanciulle per assicurarne la legittimità, riconosciuta la quale per voti erano gli uni o le altre iscritti nel Lessiarchico ovvero libro de' nomi. Chi in questi non trovavasi annotato non avevasi per cittadino. Nel tempio degli dei pretori offrivasi pe' giovanetti puberi il sacrifizio curio, e per le donzelle il gamelio.
(74) Le abluzioni erano piuttosto necessarie a coloro che volevano sacrificare. La Sibilla ordinava che si facessero i sacrificii da quei che chiedevano i responsi; epperò non pare che ad uso di lei servissero quei visi lapidei, tanto più che la stessa nei recessi dell’antro, e non nel tempio vaticinava.
(75) La parola bosco, in vernacolo vosco, è indubitatamente da Bosxw pasco, donde bos, pattar, veseor... Anche in greco un ramo d’albero è detto oschos, perchè nelle Oscoforie, feste istituite da Teseo, quando liberò Atene dal tributo di umane vittime al Minotauro, portavansi in mano de' rami, e propriamente di quelli di vite o tralci con grappoli d’uva. I boschi primitivi della Campania sarebbero propriamente le campagne arborate, come quelle che veggonsi nelle vicinanze di Napoli, gli arbusti cioè, ovvero i pioppeti che con le viti ad essi maritate formano una boscaglia meno orrida di quelle, che pe' monti ed altrove diconsi selve, perehè dense di cerri, querce, abeti ed altre piante boschive. Queste cose vogliamo non aver detto a caso, se ci si vorrà menar buono questo, per cosi dire, filologico postulato; La Campania è stata, qual oggi si vede, anche ab antico parte coltivata ad arbusti 0 parte a semina. Se ciò non si ammettesse, non sarebbe altrimenti vero quel ceriamoti, o gara che in essa poneva Floro tra Cerere e Bacco. I boscajuoli adunque della Campania non altri furono che i coltivatori delle odierne masserie, i villani della cui classe è il Vendemmiatore in cui Tansillo, in tempi a noi più vicini descrive e dipinge con oscena libertà le villanie i motteggi e gli scherzi licenziosi, che in alcune parti del nostro Regno e segnatamente nelle campagne di Nola, solevano a suoi di da' vendemmiatori dirsi e lanciarsi allà gente.
Concesso il primo postulato, non si avrà difficoltà di convenire anche in quest’altro. Dal gusto, che gli abitanti della città hanno pe' diletti della villa, donde quel periodico trasferirsi della borghesia nelle due migliori stagioni di ogni anno nelle ville, dee derivarsi l'ingegnosa industria dei villici di trasferirsi anch'essi dalla campagna alla città, per portarvi col curioso spettacolo, del loro rozzo abbigliamento anche quello de' loro costumi; donde quei tanti sampognari, che cessate le novene vanno sonando pe' trivii e goffamente ballando l’antica sicinne. Ora quest’essi non sono che uno smorto avanzo degli antichi Satiri, gli stessi che pastori a saturando, di quei montanari che pasturando gli animali per gli spinosi greppi de' monti e per lo aspre foreste, sentivano la necessità di portar, come anche oggidì, le brache di vellose pelli caprine, e per dare di sé più attraente spettacolo si adattavano in volto una maschera, non senza le corna di becco. Dai quali Satiri si originarono le prime burlette, perciò dette Satiriche, colle quali divertivano movendo al riso gli spettatori; indi Favole Stellane per essere state in Atella meglio che altrove perfezionate; ed in ultimo a Roma dette Giuochi Oschi, di cui son troppo conte le tradizioni, dall’ab. de Muro diligentemente raccolte, per dispensarci dal trattenerci su di esse.
Or dura tuttavia negli abitanti delle Città grandi e popolose, in Napoli specialmente, cotal boria di nobiltà rispetto agli altri che abitano i luoghi piccioli e le Terre, da tenerli per uomini che abitano ne' boschi, i cui paesi, essi dicono, sono in campagna; per uomini di fuora (donde i foritani in vernacolo per contadini) per cafoni in fine e per zampini; tutti polizzini, come ognun vede, imprestati dallo fogge de' sampognari, che son per essi il tipo degli uomini che abitano nelle provincie. I Cafoni in fatti non sono che un’alterazione di Caponi per Caproni, ovvero degli antichi Satiri 0 pastori: sono in ultima analisi non più ne meno che gli Osci.
Gli Oschi adunque furono, come dicevamo, i villani, i campagnuoli, perciò con tanto buon accordo degli antichi scrittori detti abitanti proprii della Campania (chi saprebbe a dire se della Campania di nome proprio o appellativo?) e di parecchie altre regioni; gli abitatori in fine de' luoghi boscosi del Regno.
(76) In tanta incertezza ed assoluta mancanza di documenti, che rendano almeno probabile resistenza di Ursento, siamo tentati di avventurare anche noi un’ opinione, che i nostri lettori aggiungeranno al novero delle altrui sullo stesso proposito. Secondo i nostri principii etimologici, che tengono moltissimo allo scambio delle lettere affini, ritenuto per ovvio il passaggio di L in R e di C in S, come nelle parole malva, ulcere, solco ecc. pancia, camicia, concia ecc. che in dialetto si pronunziano marva, urgele, turco pansa, cammisa, consa a noi pare che Ursentum e Vulcentum, del quale si parla nel numero seguente, siano la stessa località, e che l’apparente differenza derivi dall’essersi pronunziata nel primo modo alla contadinesca (noi diremmo alla Osca). In tale ipotesi il luogo di Plinio per tutta correzione non abbisognerebbe che della giunta di un rei. Ma se ciò non vogliasi ritenere, e degli Ursentini e Vulcentani è mestieri farne due popoli diversi; con quella sincerità, di cui ci onoriamo anche col sacrificio delle proprie opinioni, ci vien fatto di qui soggiungere pur qualche cosa in appoggio. Il territorio del Vaglio, a quattro miglia circa all’est di Potenza, offriva anticamente, dice il chiarissimo Andrea Lombardi, se non due città ragguardevoli, almeno due luoghi di qualche considerazione, di cui gli avanzi si osservano sul colle ili 8. Bernardo un miglio all'Ovest di quel Comune, e nella contrada detta Bosco di Rossano, due miglia circa a settentrione del medesimo. Or quei naturali sostengono che sul primo si elevasse una città detta Altilia, e sull’altro Urtano (evidente alterazione di Rossano per trasposizione di lettere). Ed in fatti il colle di S. Bernardo è disseminato di antichi rottami e di sepolcri che han dato preziosi oggetti di antichità non senza medaglie greche e romane e molli bronzi; e nel Bosco di Rossano occorrono più importanti avanzi, come marmi con iscrizioni mortuarie, numerose monete della Magna Grecia, avanzi di acquedotto, bei vasi italo-greci ed altre anticaglie.
(77) Niun patrio scrittore fa parola di una tal. epigrafe, che i Potentini impugnano come spiritosa invenzione diretta ad infamare, secondo essi, la loro origine. A dir vero, e per poco noi dar dovessimo per fondata la tradizione suddetta, non intenderemmo di trarne il partito che essi temono, sibbene argomento che lusingar debbe il loro amor proprio. Il luogo ordinario, dove i Romani confinavano i malfattori e la gente facinorosa, erano le isole quasi deserte, le brevi Giare di Giovenale. Che se talvolta rimuovevano per forza intere popolazioni dalle patrie sedi, come fecero dei Picentini e de' Liguri Apuani, ben possono gloriarsene i Potentini, se per consimile motivo ancor essi vennero relegati in quel luogo che occupano della Lucania. Se la iscrizione fosse stata loro ingiuriosa, non l’avrebbero espressa in quel concetto, che pare da essi stessi dettato. Una più lunga epigrafe, se importava ai Romani di umiliarli, avrebbe accennalo il perchè di quella punizione; ed allora i loro antenati non avrebbero fatta rimanerla per tanti secoli ad attestare una per essi e pe' loro posteri ignominiosa rimembranza. Ma se in quella vece la lasciarono stare (sempre in via di supposizione parlando), egli è segno indubitato, che a qualche loro gloria accennava.
(78) Esiste questa iscrizione nella città di Muro.
(79) Poiché la tavola in bronzo scoprivasi accidentalmente a guisa di coperchio su di un sepolcro, non dispiaccia saperne il come resto monca. Trovatasi fortemente stretta sui quattro muricciuoli del medesimo con grappe di ferro, e non potendo i contadini strappamela a mano, fu mestieri di fidarla in pezzi colle zappe istesse, onde l’avevano, disnodando il terreno, a poca profondità rinvenuta con un uccello anche di bronzai di sopra rassomigliante ad un gallo. Cosi sfracellata, un pezzo ne perveniva in potere del Lancellotti, ed il resto passava nelle mani di uno di quei girovaghi Baresi che vanno incettando bronzo ed altri metalli, il cui valore pagar sogliono col pepe ed altre Pare quindi, che chi originariamente la possedeva, credendola già cosa inutile per la mutazione de' tempi, all’uso addicevala de' tegoli, che gli antichi depravano sui sepolcri.
(80) Riparava le mura di Grumento cinquant'anni prima di Augusto l'Edile Decimo Bruzio, come rilevasi da questa iscrizione che riportiamo secondo la legge del Romanelli:
X. BRVTTIVS. C. F.
SER. AED. PRO Q.
MVR. P. CC. DE SVA
PEQ. FACIVNDVM.
COER. L. CORN.
Q. CAECIL. COS.
(81) Una colonia di 500 giovani Grumentini, che Trogo Pompeo dice 50, si trasferì in Cosenza, non si sa bene, se per fuggire i maltrattamenti paterni, o per cercar luoghi più estesi.
(82) Vito Giliberti di Saponara, l'autore della Polizia Ecclesiastica e di varie altre opere, scrisse di proposito un opuscolo sulla Patria di Ocello. In esso oltre alle due riportate iscrizioni, che sono di un valore inestimabile, in compruova del suo assunto, almeno fino a che non si trovi altro di meglio ed in contrario, riferisce la lettera di Archita Tarantino, il quale per commissione di Platone, che raccomandavagli di avere gli scritti del famoso filosofo Pittagorico, recossi in Lucania appositamente, ed in questi sensi esprime il risultato del suo viaggio.
... De Commentariis autem suscepimus negotium et ed Lucano venimus, et cum Ocelli filiis (ekgonois) congressi sumus, ac de legìbus quidem et regno et pietate et omnium rerum orto ipsique habemus, et quaedam misimus, Reliqua vero none quidem inveniri non potuerunt et si unquam reperta fuerint ad te deferentur. Questa lettera con la risposta di Platone si legge in Diogene Laerzio.
(83) Il dotto Arciprete Carlo Danio di Saponara, che visse e fiori nel secolo XVIII, quello stesso che lasciò ai Cappuccini la famosa biblioteca dai medesimi tanto ben conservata, raccolse in. un suo giardinetto, che ora si possiede dalla famiglia Ceramelli, quanti oggetti di antichità gli venivano in mano dagli scavi della città di Grumento. Di questo museo dan ragguaglio i due valorosi archeologi e letterali di quel tempo Matteo Egizio e Giacomantonio del Monaco. Delle antichità ivi raccolte, e di quelle che ancora sussistono dopo tante sottrazioni, darem nota quando parleremo di Saponara.
(84) Leggesi nelle Memorie dell’Ab. Bonifacio Petrone, ovvero pecorone. stampate in Napoli nel 1729 in4., Gesta S. Laverii descripsit Robertis de Romana Diaconus Saponariae An. Domini 1162. Questo stesso Diacono è portalo dal Roselli nell’elenco degli Arcipreti mitrati di Saponara, giusta le Bolle Pontificie che si conservano da quella Collegiata, nell’anno 1210. Dai detti atti apparisce fra le altre notizie riguardanti Grumento, anche quella di esser ivi penetrata la fede Cristiana nel giorno 15 agosto del 312, per opera di S. Laverio o Laberio di Tergia, che carcerato per la fede in Acerenza, avendola anche predicata a Grumento, fu ivi martirizzato a 17 novembre dell’anno medesimo. E nel 370 è dall'Ughelli fissata l'epoca in cui Grumento istesso fu dal Papa Damaso eretta a sede Vescovile, del che fan testimonianza varie lettere di Papi che si leggono nel Corpo del Dritto Canonico.
(85) E in data dal 25 giugno 1713 in 4., col titolo di Lettera intorno all'antica Colonia di Grumento, diretta a Matteo Egizio, e si trova nel tomo 18, pag. 327 della Raccolta del Calogera.
(86) Nel novero dei Casali, poscia divenuti paesi di qualche considerazione, che il Roselli ricorda come surti dietro la distruzione di Grumento, abbiamo creduto sopprimerne alcuni, cioè Marsico Vetere ed Armento, ed aggiungerne un altro, val dire S. Nicola de Timpagnada. Merita di essere escluso il primo per ciò che ne abbiamo testé detto al numero 15; ed a riguardo di ciocché andremo or ora a dire di Torri nel seguente numero 18, si è dovuto eccettuarne il secondo. Quello per noi aggiunto è un già diruto casale in tenimento di Spinoso ad un miglio ed a mezzogiorno di esso. La tradizione della mia pat ia riteneva, che dall’esser venuto a mancare S. Nicola de Timpagnada a causa de' molti serpi, fosse sorto lo Spinoso. Ma una carta del 20 aprile 1362, riportata dal Durante nelle giunte alla Novena di S. Sinforosa pubblicate nel 1833, espressamente ricorda come coesistenti amendue i Cas li. In detta carta, con la quale Margherita Sanseverino Contessa di Chiaromonte divise fra i suoi congiunti i suoi feudi, si legge: Margherita Clarimo itis fidelis nostra Majestati nostrae (Giovanna I). reventer exposuit, quod ipsa tenet et possidet in feudum antiquum... terra... item Baroniam Sancii Clerici, Casali Spinusit, Casali Sancii Nicolai de Timpagnada... Di questo antico casale sono ancora visibili alcuni diruti edificii ed avanzi della Chiesa di S. Nicoli. La contrada è detta tuttavia la Tempagnata, quasi tempa, cioè colle, degli agnati, nelle cui vicinanze scoprivasi un sepolcreto dal mio concittadino e maestro Stefano de Stefano in piantando una vigna Delia contrada di S. Maria de' Termini.
(87) Potrebb’essere quest’altro casale Coriano, di cui è parola in un diploma del 1162, che leggesi nella difesa che Monsignor Zavarrone scrisse per la Mensa vescovile di Tricarico, dove per dimostrare che Montemurro ed Armento ai appartenevano alla detta Mensa, si portano intesi per testimoni], che confermarono l’assunto, persone delle Terre di quei dintorni, cioè di Saponaria, S. Chirico, S. Martino e Coriano.
(88) Si legge ne’ Bollandisti nel giorno VII mane, trascritta da copia che ne conserva la Chiesa di Armento in pergamena e caratteri semi-gotici.
(89) Andammo a questa idea senza conoscere che il Barone Antonini aveva detto lo stesso. Vaglia questo incontro in un medesimo pensiero ad aggiungere un peso di più alla congettura.
(90) Se Pesto fra tutte le città distrutte presenta i suoi templi non ancora demoliti, è dovuta questa singolarità a due circostanze. Una è la rozzezza delle pietre onde furono formate le loro colonne, e l'altra la loro poca altezza. In grazia della prima sono state rispettate dall’avidità de' paesi vicini che non hanno avuto che fare di quel rozzo materiale; e per effetto della seconda la loro ben intesa e ben equi librata solidità, come che i pezzi sian soprapposti l’uno all'altro senza cemento e senza sostegni di ferro, hanno potuto lottare col tempo.
(91) II fiume Lao era propriamente il Fiume Mercuri, e Laino il fiume della Scalea.
(92) Eraclide disse i Lucani ospitali e giusti, Λευκανοι φιλόξενοι' και δίκαιοι. Al Grimaldi piacque di osservare in proposito della virtù della ospitalità di esser desta un segno di barbarie, come pur si avvisò l'Autore delle Ricerche sugli Americani. Noi, senza ricorrere agli esempii in contrario de' Sardi, de' Siciliani e dei Sabini, che furono ospitali senza essere barbari, ne ragioniamo in questi sensi. Non può negarsi che lo spirito delle altre leggi de' Lucani accenni ad un ben inteso governo, cioè bene stabilito e civile, ma non di quella civiltà, da cui si guardavano per tema di divenir molti ed inetti alla guerra: altrimenti, dovrebbe dirsi barbara anche Sparta de' tempi di Licurgo. La Lucania sia per questi statuti, sia per circostanze topografiche, non aveva città floride e popolose che o sul littorale o sulle vie Consolari. L'interno della sua vasta regione era coperto di piccole terre, villaggi e borgate, in cui, malgrado la loro picciolezza, erano rigorosamente osservate quelle savie istituzioni, che l'esercizio prescrivevano di sociali virtù. Or accade che i viaggiatori son quelli che si lodano e spandono la fama delle ospitali accoglienze ad essi loro prodigate; ed è a notare anche oggidì, che quei paesi, i quali sono meno esposti al traffico, quali sono i lontani dalle strade rotabili e tutti quelli che non sono capiluoghi di Circondario, di Distretto, di Provincia, di Diocesì, sentono per così dire un bisogno di mostrarsi e di essere ospitali, perchè essendo rarissimo l’arrivo de' forestieri fra loro, allorché qualcuno vi capita, è sempre il ben arrivato, il ben accolto, e gli offrono con sincerissima affettuosità e letto-e mensa alquanto meglio dell’ordinario imbandita. La qual cosa non può verificarsi nelle città e nelle località cotìdianamente frequentate, ed a ragione; perché, chi volete voi che faccia di sua casa una locanda gratuita, e dia tuttodì tavola ad avveniticci? Per barbarie quindi, secondo il Grimaldi, non si ha da intendere che inciviltà di modi, nel senso cioè che ivi non si vive secondo il costume della città, dove l’ospitalità disinteressata è cosa affatto sconosciuta.
(94) Riversatesi, come fu detto, le colonie dei Sanniti Irpini nelle meridionali regioni tenute dai Caoni, Enotri, Siculi, Morgeti ecc.: sino allo stretto Siciliano, tutta la contrada per esse occupata si disse Lucania. Venne poi questa a distinguersi in Lucania propriamente detta ed in Brezia, per essersi i Brezii emancipati dai Lucani. Ciò posto, sorger potrebbe la quistione, se mai cioè vi erano Brezii prima di una tale divisione, o se il loro nome sorse ad occasione della stessa. Per noi sta, che se vi erano prima, non altri furono che gli abitatori della Sila detti Brezii da brezia pece; e se non ve ne erano, vennero a denominarsi cosi in congiuntura di quella separazione, con tal nome chiamandoli i Lurani nella loro lingua, quasi disertori dalla ci vii comunanza in cui erano insieme vissuti. Ma il nome di Brezii, si dirà, incontrarsi in tempi anteriori a questo fatto ad altrove. — Se ciò è vero, noi rispondiamo che il nome di Brezii sol senso di disertori ben ha potuto essersi dato ad altri popoli e ver consimili occasioni.
(95) Il cenno dato in generale delle vicende della Magna Grecia ci dispensa dal farne altro particolare ricordo in seguito di ciascuna delle regioni che la componevano. Ecco perché veggonsi sospese in questa e nelle sette seguenti regioni le polite rubriche della loro origine, etimologia, indole, costumi e vicende, di cui se qualche cosa occorrerà di aggiungere, sarà detta dove si tratta della loro città captale.
(96) Inclinano i più de' moderni Topografi a credere che sia l’Acalander la fiumara de' Ferri, che nasce sotto Alessandria, e mette foce del Jonio presso il Capo Roseto. L’unica ragione che adducono si è quella di avere Alessandro Re dell’Epiro fatto fabbricare un luogo per le comuni assemblee degl’Italioti in riva dell’Acalandro, quivi trasferendole da Eraclea, dove prima si celebravano, per allontanarle, essi dicono, da Taranto in odio de' Tarentini. Noi confessiamo di non intendere come poteva preferire una campagna ad una città tanto propria ad adunanze cosiffatte, ed in che potevansi indispettire i Tarentini, che avendo occupato Siri erano già a confine con la Turiatide. All'incontro, nominando Plinio l’Acalandro appresso il Casuento, mettendo Boccaccio il Talander (per Calander) tra Eraclea e Metaponto, e riportando Paolo Emilio Santoro una carta del medioevo, in cui l’odierna Salandrella era allora detta Chelandra, pare che tali testimonianze possano valere ben più che la induzione della su mentovata odiosità. Non è poi vero quel che il Romanelli asserisce di chiamarsi cioè Calandro il fiume de' Ferri. Le persone colte di Roseto in ciò affermare si riportano all'autorità di Strabone, alla tradizione non già. Ora Strabone mette, egli è vero, l’Acalander per confinò della Turiatide; ma chi assicura, che non intese il Geografo parlar della Turiatide dopo di essersi, slargata fino a comprendere sotto là sua denominazione anche la Siritide? Chi può esser certo, che debba prevalere l’autorità di Strabone sopra quella di Plinio, se a questa suffragano la vigente denominazione di Calandrella ed un documento de' bassi tempi?
(97) Diodoro Siculo cosi ne lasciò descritto il disegno, secondo il quale fu fabbricata da Ippodamo la città di Turio. Erane divisa la lunghezza in quattro regioni, una detta Eraclea, la seconda Afrodisioda, la terza Olimpiade, e Dionisiade la quarta, perchè dedicata ciascuna rispettivamente ad Ercole, a Venere, a Giove ed a Bacco, che vi ebbero un tempio. In tre altre regioni erane partita la larghezza col nome di Eroica l’una, di Turia l’altra, dov’era la sorgente accennata dall’Oracolo, e di Turina la terza. Da questa descrizione di Diodoro rilevasi che il sistema d’Ippodamo, secondo il quale si costrussero e ricostrussero le altre città greche a suo tempo, era quello di far si che le strade disposte ad angolo retto, col loro prolungamento mettessero verso un luogo centrale, l’agora o piazza pubblica.
(98) Di esse le tre che si erano raccolte nel Peloponneso chiamavansi l’Arcade, l’Arcaica, e l’Elea, le altre tre venute da più lungi eran dette la Beozia, l’Amfizionica e la Dorisse: e le altre quattro furono l’Iade, l’Atenaide e la Isolana che forse ne costituiva due essa sola collo stesso nome.
(99) Fra i detti ruderi parecchi anni addietro un contadino rinveniva due lamine di piombo con greche iscrizioni, che se non liquefaceva per uso di palle di archibugio, chi sa quali notizie avrebbero potuto fornire alla Storia di quei luoghi sconosciuti.
(100) Queste due tavole sono di bronzo. Una scritta in greco ed in Dorico dialetto contiene la misura, la valutazione ed i termini del territorio, che gli Eracleesi consacrarono a Bacco, ed in fine anche l'istromento della contrattazione. L'altra in latino antico indica i Magistrati, cui erano tenuti i Romani di dare i loro nomi, ed ai quali soleva commettersi la cura degli edifizii e delle pubbliche vie.
(101) Vedi l'articolo Tursi nella Enciclopedia dell'Ecclesiastico scritto dall'Arcidiacono Nicola de Salvo.
(102) Il senso politico dell’odio, che i Pitagorici ebbero per le fave, fu quello di non dar mai il loro voto a favore di coloro, che brigavano per usurparsi il potere; e siccome il voto favorevole esprimevasi colle fave, cosi nel linguaggio misterioso di quel filosofo l’odio pel detto legume era spiegato al volgo col dogma della metempsicosi, in quando che trovandosi nelle fave secche quasi sempre un insetto alato, e dubitandosi non fosse in quello trasmigrata un'anima umana vietava per ciò ai suoi seguaci di mangiarne.
(103) Veggansi le altre quattro nell’opera del Corcia, in cui tutte nove sono semplicemente trascritte e lasciate alla intcrpetrazione dei dotti.
(104) Secondo l'interpetrazione delle simili parole, delle Iscrizioni di Oria data del Jannelli, queste due di Valenzia direbbero: Reliquiae hic quiescunt.
(105) Plinio le ricorda senz'alcun nome, perché formavano il porto esterno di Brindisi. Ora son dette le Petagne, ed hanno i nomi speciali di Petagna grande, che sarebbe la BARBA, Giorgio Trevìsi, la Chiesa, la Monacella e la Traversa.
(106) Noi vediamo in queste credenze delle allusioni alla ragione etimologica del latino ignis, fuoco, da cui ci pare più veramente derivato il nome di Vignazia o Ignazia. Attraverso del riso di Orazio, forse a questo proposito un po' leggiero, e della maraviglia di Plinio, che infine non beveva tanto grosso quant'altri crede, come per transennam scorgiamo l'idea di una virtù ignea vera o falsa che sia ad una qualche pietra attribuita. Certo è che la religione del tempo ne trasse partito: ed il fenomeno, se non avesse avuto un tal quale fondamento di verisimiglianza storica, non si troverebbe nell'opera del Naturalista registrato.
(107) Quando trattasi di correggere a via di congetture, anche noi ci permettiamo di sostituire Ad Portum invece di Ad Hortum, se ivi presso è il Porto de' Pediculi.
(109) Leggesi nella Vita di S. Ruggiero, a pag. 129, ed è pur riferito dal Giustiniani a pag 205 del tomo II del Dizionario. Un tal monumento, opera unica dell’arte Bizantina che vengasi in Italia, e forse nel mondo, è alto 20 palmi e rappresenta l’Imperatore Eraclio, in onore di cui fu posto dai Barlettani per aver restaurato il loro porto. Nel portarlo via i Veneziani, una tempesta li sorprese presso al lido, dove li statua rimase rotta; epperò restaurata nelle mani e nelle gambe da un Fabio Albano, venne riposta dove ora si vede nella piazza innanzi la Chiesa di S. Sepolcro nel 1491. Il citalo epigramma ne ricorda Parifico ig un tale Polìfobo Greco.
(110) Vedi Jannelli Vet. Ose. Jnscr. Pag. 116.
(111) Al proposito de' due nomi di Elpia e Salapia, che han dato motivo a supporre due diverse città, ci siamo astenuti dal dire una nostra congettura per riserbarla a luogo più acconcio, ed è questa: La produzione del sale, che questo Lago poi divenuto palude lascia spontanea disseccandosi, sia per ispeciale qualità dell'acqua, sia per natura della terra che la contiene (dalla quale circostanza deriva forse la feracità delle Regie Salane di Barletta, le antiche Saline di cui si è parlato al num. 11.), poiché il sale in greco è detto als, rende ragione del nome Elpia pronunziato nella greca maniera, e di Salapia alla latina. Il non essersi visto un elemento etimologico cosi evidente per tener dietro alla personificazione di un Elpia condottiero di una colonia di Rodii, ci è sembrato si negligente sbadataggine, da non lasciarla correre più oltre inosservata.
(112) Un cenotafio o tomba di Diomede è, secondo noi, una mitica espressione del nome che rimase alle Isole Diomedee, e non alla Daunia, la quale a buon dritto avrebbe dovuto denominarsi da lui che molte città ragguardevoli vi fondò, per quello che ne dicemmo, e qui rammentiamo per meglio rifermar quella congettura con quest’altra.
(113) Vedila qui appresso al numero 10.
(114) Nella sua Storia delle strade maggiori o Consolari dell'Impero Romano tradotta in latino e stampata nel X. vol. delle Antichità Romane di Grevio.
(115) Sarebbe per avventura quel cemento che i Mauri nella Barberia ottengono di una durezza marmorea da un misto di duo porzioni di cenere di legno, tre di calcina ed una di sabbia, in cui gettano una quantità di olio ed il tulio rimestano per tre giorni? Se i Romani ebbero dai Cartaginesi la prima idea de' pubblici cammini, con essa dovettero avere pur quella del modo onde si costruivano. Non è a maravigliare d’altronde, se tanta accuratezza mettevano in opere di tal fatta; poiché cesserà la sorpresa quando si legge in Vitruvio quanta cura, quant’ arte, e quante precauzioni adopravano i Romani nella struttura dei pavimenti delle loro stanze, che erano formati di più letti l’uno soprapposto all'altro, e non erano esposti giorno e notte, come le vie, a tutte le ingiurie dall’aria, al peso ed alle scosse del rapido corso delle vetture.
(116) Nel lib. III. cap. V. ove dice: Efusdem spatii mensura currente a miliario in capite fori Romani statuto.
(117) Tra le vie, onde si passa per andare da luogo a luogo, la strada è quella propriamente che è destinata a tal uso dall’opera umana, perché secondo il Forcellini, in ciò conforme all'espressioni di Isidoro di sopra riferite, Via strata est, in qua lapidee strati sunt.
(118) Dal III e IV segmento della Tavola Peutingeriana apparisce di essere state queste undici le Vie Militari che uscivano dalle porte di Roma, cosi denominate: 1. Via Flaminia, 2. Salaria, 3. Numentana, 4. Tiburtina, 5. Praenestina, 6. Lavicana, 7. Latina, 8. Appia, 9. Hostiensis, 10. Aurelio, 11. Triunphalis. A queste undici il Panvinio ne aggiunge altre dodici che parimente uscivano dalle porte di Roma, cioè 1. Via Collatina, 2. Cabina, 8. Campana, 4. Valeria nova, 5. Valeria vetus, 6. Tusculana, 7. Albana, 8. Ardeatina, 9. Laurentina, 10. Portuensis, 11. Vitellia, 12. Aurelia nova.
Quelle che prendevano principio nelle parti mediterranee dell'Italia e negli Agri lungi da Roma, sono queste diciotto: 1. Via Aemilia Lepidi, 2. Cassia, 3. Clodia vel Claudia, 4. Amia, 5. Augusta, 6. Cimina, 7. Amerina, 8. Sempronia, 9. Postumi a, 10. Quintia, 11. Junia, 12. Trajana, 13. Numicia o meglio Municia, come dimostreremo, 14. Sotina, 15. Domitiana, 16. Asinaria, 17, Cornelia, 18. Aemilia Scauri.
A queste quarantuna si aggiungono dal Bergier le altre otto che sieguono, la cui posizione ei dice incerta in quanto, che per lui non potè sapersi, se furono dentro o fuori Roma, e nemmeno dove si ebbero il loro principio e la fine: 1. Via Trajana altera, 2. Trajana tertia, 3. Patinaria, 4. Tiberina, 5. Gallicana, 6. Gallica, 7. Saticulensis, 8. Flavia.
Abbiam voluto ricordare i nomi di queste 49 Vie Consolari, che secondo l’Itinerario di Antonino ammontano a 52, tutte dentro i confini dell'Italia, per far notare che di quelle 48 dette mediterranee il novero è di gran lunga cresciuto relativamente a questa nostra parte meridionale dell'Italia, come sarà chiaro per questo nostro lavoro; e che qualcuna delle volute d’incerto principio e fine con altre finora ignorate, si avranno quivi quella determinazione e schiarimenti che gli studii archeologici su di questo ramo falli finora ci forniranno.
(119) Leggesi in Cicerone (Epist. 6 ad Atticum lib. IX): Cohortes sex, quae Albae fuissent, ad Curtim Minucia transisse. Nelle quali parole avvertì Adriano Turnebo che in vece di Minucia dee leggersi Numicia, benché in altri codici è detta Minutia e Municia.
In Orazio (Epist. XVIII lib. I.) dove parla di certe quistioni, che egli dice di lana caprina, fra le altre annovera pur questa:
Ambigitur quid enim?………………………….
Brundusium Minuci melius via ducat, an Appt.
val dire che tenevasi per fermo, come tornasse allo stesso l'andare a Brindisi sia per la Via Appia sia per la Via Minucia, per essere le medesime di ugual corso e distanza da Roma a quella città della Messapia. Intanto delle molte edizioni di Orazio in parecchie si legge Numici; ed il Desprez, per es. avverte la variante Minuci, la crede suggerita dalla ragion del metro, e colla stessa autorità del Turnebo, quella cioè del Dico ego di un Dottor Parigino, preferisce la lezione Numici attribuendo ad Orazio una licenza poetica. Ora il poeta medesimo trovasi di aver fatta lunga la penultima di Numici nel primo verso dell'Epistola VI dello stesso libro, e quella di Minuci è pur breve in questo verso del libro VII di Silio Italico:
Si factis nondum Minuci te cauta probare
Erudiit fortuna meis…………………..
si lascia quindi alla considerazione del lettore, se Orazio era tal poeta da prendersi egli stesso or lunga or breve una parola medesima; il che un altro Scoliaste, il Glareano, nota in questo luogo come cosa insolita per Orazio non solo, ma per altri poeti.
Ma se il Desprez preferisce per nessuna ragione al mondo la lezione di Numici, il P. Giovencio ritiene l'altra, ed in una di quelle sue modeste chioserelle diffondendosi alquanto in comentare quel luogo, fa assaperci, che la via, di cui parla Orazio, fu lastricata ed ornata da L. Minuzio, o che almeno prese il nome dalla Porta Minuzia la stessa, che la Capena, la quale fu detta Trigemina in grazia dei tre Orazii, il superstite dei quali vi passò trionfante. Prese poi questa porta il nome di Minuzia a cagione di una statua innanzi ad essa eretta in onor di L. Minuzio per aver ben meritato della Repubblica nella sedizione da Spurio Melio suscitata. E soggiunge il Giovencio: stimo doversi leggere piuttosto Minuci che Numici, sì perché la penultima di questa suol prendersi lunga, e sì ancora perchè non trovasi chi faccia menzione di tal Via Numicia, come si fa della Porta Minutia in un luogo di Plinio.
Anche Giuseppe Ottavio Nobili Savelli nell'indice delle cose memorabili che forma il 3º tomo della sua traduzione di Orazio in versi Italiani di vario metro (Venezia 1802), senza darsi carico delle varianti, si esprime in questi termini: «Minucia era la strada di Brindisi, come pure la Via Appia, la quale era assai migliore lungo il mar Tirreno. La strada Minucia traversava la Sabina ed il paese dei Sanniti, ed univasi colla Via Appia a Benevento. Prese il nome da Tiberio Minucio Console, che la fece fare nel 448 sette anni dopo quella di Appia. Il Dacier ha preso degli sbagli su tale articolo.»
Per le riferite autorità è quindi chiaro il perchè preferimmo di dare alla descritta Via la denominazione di Minucia. Ed abbiam voluto dilargarci in riportarle anche per far avvertire che l'ab. Chaupy, cui l'ab: Romanelli attribuisce l'onore di essere stato il primo a scoprire in Orazio il nome della via, giunse un pò tardi a scoprirla; e che se Pratilli la confuse coll'Appia, forse vi fu indotto dal farla derivare dalla Porta Minucia, la stessa che la Porta Capena, oggi S. Sebastiano, da cui l'Appia usciva. In tale ipotesi sarebbe stata la Via Minucia anteriore all’Appia di circa 130 anni, perchè L. Minuzio visse circa 440 avanti G. C. ed è certo, malgrado che il Niebuhr avvisi il contrario, che prima dell'Appia non ebbero i Romani idea di strade lastricate od artefatte. Autore dunque della Via Minucia è da dirsi Tiberio Minucio Augurino che fu Console nel 448 di Roma, e non già l'altro L. Minuzio che diede alla Porta Capena per qualche tempo il suo nome.
Fissata in tal modo la controversia sulla denominazione della mentovata via, resterebbe a risolvere quest'altra questione più importante, se mai cioè fu Via Minucia il descritto ramo della Via Valeria, e non piuttosto un ramo della Via Latina. E la questione sorge al riflettere che se ormai indubitata è la esistenza di una Via Minucia non diversa in estensione dall'Appia rispetto a Brindisi come termine comune al corso di entrambe; niuna pruova o documento si ha, donde ſia chiaro, che essa sia una diramazione della Valeria e non di qualche altra. In quanto a noi siam contenti di averne solamente mosso il dubbio che potrebbe venir dileguato quandochessia; e protestiamo, che se ne abbiam favellato come di un ramo della Via Valeria, ciò è stato per non dipartirci dall'autorità dei più recenti scrittori della nostra Antica Topografia, che togliemmo a guida in queste ricerche.
(120) Giova qui riferire le parole di Procopio per rilevarne il senso di maraviglia onde riguardava questa egregia opera Romana: Hanc (Viam Appiam) Appius Romanorum Censor ante annos 900 struxerat, et a se dederat nomen. Longitudinem ejus 5 dierum spatio vir expeditus possit emetiri. Ab urbe Roma Capuam pertinet... ea latitudine, ut duo currus ex adverso obvii libere queant pervadere et commeare. Et est sane haec via praeter caeteras spectabilis; siquidem Appius ex alla et longinqua tune, ut reor, regione excisos lapides, et hos quidem siliceos, et suopte ingenio durissimos in hanc viam vehendos curavit: quos planos deinde ac laeves redditos, et quadratos incisione factos, junxit et in ordine locavit, metalli nihil vel alterius rei inserendo; sunt tamen ita connexi et valide inter se haerent, ut speciem visentibus praebeant non conjunctos ita esse, sed congenitos. Et quamvis tot jam saeculis atterantur, assiduis plaustris jumentisque; tamen neque serie sua vel minimum exeunt et dimoventur, neque franguntur, aut laevorem suum amittunt.
(121) Hic scenis populi vias gravatas
Et campis iter omne detinentes,
Longos eximit ambitus, novoque
Injectu solidat graves arenas,
Gaudens Euboicae domum Sibyllae,
Gauranosque sinus, et aestuantes
Septem montibus admovere Bajas.
Hic quondam piger axe vectus uno
Nutabat cruce pendula viator,
Sorbebatque rotas maligna tellus,
Et plebs in mediis Latina campis
Horrebat mala navigationis.
Nec cursus agiles, sed impeditum
Tardabant iter orbitae tacentes,
Dum pondus nimium querens sub alta
Repit languida quadrupes statera.
At nunc, quae solidum diem terebat
Horarum via facta vix duarum,
Non tensae volucrum per astra pennae,
Nec velocius ibitis carinae.
(122) Fu questi quell'istesso Aquilio Gallo dotto giureconsulto ed amico di Cicerone,di cui fu collega nella Pretura l'anno di Roma 687. Fiori verso l'anno 65 avanti l'era volgare; e secondo una lapida trovata presso il Campidoglio ottenne e contentossi al pari di Perpenna della ovazione in vece del trionfo, quegli per aver posto termine alla guerra servile capitanata da Euno della Siria, ed Aquilio per aver spenta l'altra simile immediatamente scoppiata pure in Sicilia sotto la direzione di Atenio della Cilicia. Fuitque de servis, dice Floro, ovatione contentus, cioè Perpenna, ne dignitatem triumphi servili inscriptione violaret. La lapida che il Pinghio riporta è la seguente:
M. AQVILIVS.M.F.M.N.PROCOS.AN.DCLIV
OVANS. DE SERVEIS. FVGITEIVEIS. EX. SICILIA
Avventurosamente la coincidenza del contenuto di questo marmo con quello di Polla in quanto al cenno de' fuggitivi per Aquilio ridotti allo stremo coll'impedimento de' viveri, ne assicura della identità della persona di Aquilio, e c'istruisce dell'epoca approssimativa, in cui diede opera alla costruzione della Via da Capua a Reggio, dopo cioè l’anno 654, ovvero poco meno di un secolo prima della venuta di G. Cristo. Siam poi certi che la M. precedente al nome Aquilio sia sigla di Mania e non di Marco, da un luogo di Ateneo (V. 14.) in cui leggesi Manine Aquilius qui Consulatum gessit et de Sicilia triumphavit.
(123) Il marmo di Polla, ivi ora esistente nell’osteria del Passo sulla via Consolare, trasportatovi non si sa quando da un punto a tre miglia dalla detta osteria verso Atena, secondo tutte le apparenze sagacemente esplorate dal nostro chiarissimo Pietrantonio Abatemarco può dirsi un Palimpsesto, val dire che su di altra iscrizione cancellata fu scolpita quella che vi si legge. La stessa, oltre quindi di offrire alcune lettere non bene espunte in fine della decima linea e sotto dell’ultima, presso tre correzioni come di due 11 cassati in seguito de' numeri CLXXX alla settima linea. CC\\XI alla ottava e XXI della decima linea, che la parentesi ond’è preceduta fa riportare al seguito della cifra CCC in fine della linea precedente.
(124) Si vogliono tali due cunicoli due emissarii operati non dalla natura, ma dalla mano dell’uomo, e propriamente dai Beozii, che furono secondo Strabone celebri perforatori di monti, come il dimostravano i meravigliosi emissarii ed altri lavori idraulici costrutti Della Beozia. Dan fondamento ad una tele supposizione, o almeno della presenza dei Beozii in questa contrada, parecchie località omonime a quelle della Beozia, quali sono il fiume Platano, col quale nome chiamati il fiume Bianco per quel tratto anteriore all’altro, in cui dicesi Botte di Picerno. cioè a dire verso la sua origine, ed oltre al detto fiume le due città di Tegiano (Tegyra) e di Atena parimenti omonime delle simili nell'anzidetta regione, nella quale fu Tanagra, i cui abitanti diedero il loro nome al fiume Tanagro.
(125) La circostanza di essere uno a costa dell altro questi due buchi donde spicciano le acque del Calore, e di essere divisi da un'eminenza di terra, alla. cui base danno sembianza di narici, ai ha destato il sospetto non fossero desse le Nares Lucanae, delle quali è ricordo nella Tavola Peutingeriana come stazione posta ad VIII miglia dalla sinistra riva del Silaro, ed anche ne Frammenti di Sallustio. In questi facendosi menzione de' movimenti tenuti dall’orda di Spartaco incalzata dal Pretore Varialo, leggesi chiaro che pei gioghi Picentini ed indi per gli Eborini occultamente fuggendo arrivò ad Nares Lucanae, e di qui al far del giorno giunge ad Popilii (Aquilii?) Forum. Se così è, come avvisiamo, le Nares Lucanae un tempo stazione secondo la Tavola di Teodosio (salvo a correggere in essa la distanza dal Silaro) per una felice coincidenza sono anche oggi xxx«fazione (la Pertosa) sulla Consolare che mena alle Calabrie. Or da questo punto si rende probabile che Spartaco movendo abbia potuto toccare al far del giorno il Foro Pupillo, sia che questo vagliasi supporre con alcuni Topografi tra Atena e Brienza, sia che abbiasi a credere sulla linea tra Sala e Padula secondo noi; nella quale ipotesi sorgerebbe il dubbio dianzi accennato di leggersi Forum Aquilii, di cui è chiara ed espressa ricordanza nel marmo di Polla.
(126) Congiunge il Tanagro i fiumi dello stesso nome Calore, quello cioè della Valle di Diano, donde ha origine, con quello del Cilento, io cui va a scaricare il suo umile tributo. Non altrimenti che peg tale sua povertà deve credersi non ricordato da’ Topografi, i quali non raffigurandolo dove è realmente, han creduto di riconoscerlo dove è più sensibile, cioè dalla Pertosa al Sele, scambiandolo col Negro. Eppure nel III delle Georgiche di Virgilio, dove nel verso 152 leggesi:
..... sicei ripa Tanagri
non può essere più chiaramente additato il vero Tanagro. Facciasi attenzione alle circostanze, in cui lo nomina il Poeta; pongasi mente alle selve presso al Silaro ed al monte Alburno d’elci verdeggiante; più che ad ogni altra si badi a quella che rilevasi dall’aggiunto etici dato al Tanagro; e poi si giudichi se Virgilio dir poteva secco il voluto Tanagro che è fra i tributarii del Sele uno de' più ricchi. Ma oltre di Virgilio anche Plinio fa testimonianza del Tanagro dove dice; In Atenate campo fluvius mersus post XX millia passuum exit. È il vero che abbia potuto il Naturalista intendere del Negro che esce alla Penosa; ed allora converrebbe emendare le venti miglia in due, perchè non più che tanto si estende il sotterraneo cammino da sotto Polla a quel punto di uscita, ma sé la cifra delle miglia è di XX, Plinio allora ha inteso parlare del Tanagro che da S. Arsenio, dove sono le Foce, in cui s’immette una parte del Calore, sino ad Ottati. dov’esce, corre la distanza di poco men di 15 miglia moderne quasi corrispondenti alle XX antiche.
(127) Oltre a queste località possono considerarsi come segni della presenza de' Campani, anche fuori il perimetro della Valle di Diano, il Foro Popilio ed Acerronia, evidente ripetizione dell'altro omonimo Furo presso Capua il primo (seppur non voglia leggersi nei documenti antichi e negli stessi Frammenti Sallustiani Forum Aquilii per Forum Popilii) p derivazione non men chiara la, seconda dell’Acerra. Ed in vero, se l'etimologia di questa città è da achrh (donde l’Acheronte fiume doloroso dell'inferno e la palude Acherusia) la quale greca parola accenna alla trista condizione del luogo in cui fu posta, cioè soggetta alle pestifere esalazioni delle acque stagnanti del Clanio, l’Acerronia. che il nostro signor Abatemarco suppone dove altri han supposto Consilina, un miglio cioè ad oriente di Padula, sarebbe la città originaria di questo paese, il cui nome Padula lo stesso che Palude è in certa guisa la latina verdone di Acerronia.
(128) Vedi il num. 14 a pag. 110 di questo volume.
(129) Delle tre linee questa seconda è la meglio supplita; perchè la Valle di Diano, malgrado l'esito procurato al fiume Calore coi due emissarii, naturali od artefatti che siano, è andata sempre soggetta ad essere impadulata dalle acque del fiume. Ne sodo argomento la denominazione di Padula 9 che ba presentemente uno dei più popolati paesi della stessa, e le bonificazioni che a tempi di Ferdinando IV furono felicemente eseguite. Quindi fin dall’antichità più remota han dovuto accorrervi i Romani con opere di prosciugamento e con punti. Di questi infatti fino a tre se ne contavano sul Calore pel solo tratto che scorre da un’estremità all’altra della, Valle, oltre di un quarto ponte, presentemente ricostruito, su di un torrente che scorre vicino l’antica Tegiano. Son dessi: uno dirimpetto Sassano, un altro a quattro miglia tra occidente e settentrione di Diano, e l’altro sotto Polla. Il primo ritiene ancora il nome di Silla come è chiaro da un’iscrizione, che a tempo di Costantino Gatta ne fu tolta e trasportata in Sala, donde passò in Atena, dove oggi si conserva; ed è questa:
Q. STATIVS. Q. F. POM. GALLVS
TR. MIL, BIS II. V1R. TER.
MELENCAELA. SEV. F. PO. SILLA
Q. STATIVS Q. F. POH. GALLVS. FIL.
PRAE. FABRVM. II. VIR
Del secondo ponte avanzano i soli pilastri amichi, non essendo staio mai ricostruito, ed è probabile che per esso passava la Via Aquilia. Ed il terzo cavalca il Calore con cinque archi immediatamente sotto Polla, che per esso e per un mezzo miglio di traversa comunica colla Consolare alla taverna del Passo.
(130) Se il Freccia qui esprime un concetto tatto opposto a quella consacrato nel marmo di Polla, ove è dello ut Aratoribus cederent paastores ciò vuol dire che le controversie cadevano appunto eulle pretensioni che i pastori avevano sugli agricoltori e questi su quelli. Può stare quindi che una volta la vinsero i primi sui secondi, ed un’altra volta Aquilio fece ragione agli agricoltori sui pastori.
(131) Veggasi in Giustiniani l'articolo Montesano, ove si riporta un documento rinvenuto nella Trinità della Cava, nel quale un tale Ugone de Avena nel 1086 fra i tre monisteri che dona al monistero anzidetto son nominati questi due, cioè uno Sancti Simeonis de Castello Montesano, e l’altro Sancti Nicolai quod dicitur de Padula.
(132) Da quest’ultimo documento han taluni tratto partito di credere, che il Marcilianum in esso menzionato esser debba un luogo sulla strada eh»! da Potenza secondo I Itinerario di Antonino menava 8 Grumento, e lo suppongono a Marsiconuovo. In tale ipotesi il Marcilianum dovrebb'esser letto Marsicanum se l’origine di questo paese rimontasse ad un'epoca anteriore al medio evo. Ma oltre che nel citato itinerario il luogo intermedio a Potenza e Grumento è solamente Acidiot, e sulla via che congiunge le stesse due città secondo la Tavola Peutingeriana è Ansia; d'altronde la Marcelliana nell'anzidetto Itinerario di Antonino è sulla Via Aquilia; Marciliano quindi non deve supporsi diverso da quello che cerchiamo di fissare entro il perimetro e propriamente nell’estremo meridionale della Valle di Diano. Che se si osserva, e ei cerca di sapere: perchè mai i dodici fratelli Beneventani, i quali tender dovevano da Grumento a Potenza, presero la volta di Marciliano sulla Via Aquilia, e non percorsero quella che per diritto da Grumento per Addio o per Ansia menava a Potenza? Noi osserveremo e cercheremo altrettanto dicendo: e perchè i martiri medesimi giunti da Messina a Reggio muover dovendo per Roma non tenner la Via Brusio che costeggiava il Tirreno piuttosto che quella delle coste del Jonio per uscire a Cosenza? Ei pare eh il fine fu probabilmente quello di trapazzarli stando alle parole degli atti, in cui si legge che sbarcati a Reggio, di qui passarono a Lori, donde arrivarono a Cosenza, e da questa città (rifacendosi indietro!) a Scilacio. Or quivi (o più veramente Cosenza) il loro condottiero Valeriano pensò di trattarli più umanamente per non farli giungere malconci al loro destino, e quindi mosse per frumento, dove gli convenne divergere prendendo l'Aquilia per mettersi sulla via di Roma; ed arrivando infatti di altero a Marciliano dovette aver quivi sentore della morie di Massimiano, per cui si risolvette di ridursi a Potenza. Del resto non vuolsi con ciò rinunziare alla supposizione, che il guasto delle strade in sleoni punti, la rottura di qualche ponte od altra ignota cagione avesse consigliato a Valeriano un tale storcimento di cammino, che alla fin fine non fu gran fatto notevole.
(133) Senza derogare al merito dei nostri patrii Topografi. e ben lungi dall’idea di spargere la diffidenza ne’ lettori per tulio ciò che ci han riferito a nome altrui. crediamo dover avvertire. che bene spesso, e dovunque si appoggiano ad autorità di rispettabili nomi, han ripetuto dei solenni errori senza volerlo. Non presumiamo di esserne andati esenti anche noi stessi affidati a coloro che ci han preceduto in questi studii; epperò non disdegniamo di volgere a chiunque ci convincerà di qualche sbaglio quelle ingenue parole di Orazio.
... si quid novisti rectius istis
Candida imperii...
Il Romanelli in ispecie, oltre all’offrire poche occasioni di essere emendato nella sua Topografia Antica anche circa quelle investigazioni, alle quali si sobbarcò sorretto dalla propria sagacia, si ebbe il torto di aver qualche volta sacrificato con troppa superstiziosa devozione all’Idolo dell autorità. Quel Carlo Janneo di Spinoso nostra patria, che egli cita a pag. 400 e 408 del 1. vol. dell'opera sua, volle fargli osservare di essere incordo in talune sviste in cose di fatto. Di rimando rispondevagli non poter sul proposito mettersi in contraddizione dell'Olstenio e del Cluverio, non altrimenti che quel fanatico Peripatetico, il quale rinunziava all'attestazione de' proprii sensi, perche Aristotele aveva scritto il contrario. — E ciò in quanto ai dileguo delle preoccupazioni; perchè in quanto ai dubbii, oltre di averli tolti colle indagini del nostro signor Abatemarco, possiamo assicurare i nostri lettori di aver anche noi conoscenza di tutti quei luoghi. la cui rettifica ci ha costato questa già lunga digressione, sì veramente che ci siam permessi dissentir qualche volta dal nostro indulgentissimo amico.
(134) Avremmo dovuto più prima protestare che le denominazioni di Marcelliana e Marciliana per noi non importano una differenza topo grafica più che una differenze di pronunzia, blando alla sua origine dal Console Marcello par che h prima sia preferibile all'altra, anche perchè in latti gli allegati documenti si ha sempre Marcellianentis e nell’Itinerario di Antonino Marcelliana colla variante Marcellino. Siam però di credere che ne’ tempi posteriori alla sua distruzione siasi detta Marcigliana, e lo deduciamo dall'omonimo di una specie di ava, che marcigliana si addimanda ne’ paesi surti dietro la rovina di Grumento, quelli cioè della Valle di Marsico adjacente a quella di Diano fra loro divise dalla catena-Appenninica.
(135) Variaz, lib. VIII. ep. 33.
(136) Qui probabilmente fu il Foro Popilio o Aquilio, cui forse in tempi posteriori fè cadere in dimenticanza la nuova denominazione di Mercato di S. Cipriano, se per Foro intender debbasi un silo di mercatura sulla pubblica via. Che se si opponga di scorgersi sulla Peutingeriana a V miglia da Acerronia, noi facciam riflettere di essere detta Tavola quanto mai confusa nella pane che precisamente riguarda la Lucania.
(137) Si è posto ATENA per punto di partenza (taciuto nel marmo, perchè indicato dal sito in cui era posto) come luogo più vicino e più nolo; mentre il punto preciso di partenza è al 71.° da Napoli tra il terzo miglio dalla osteria dove è presentemente il marmo, ed il secondo da Atena. Nel qual punto esistono delle abitazioni che si addimandano le Taverne di Atena.
(138) In ciò abbiam dovuto dissentire dal signor A ba tema reo, che pone il marmo nella Marcelliana. e facendo passare il trailo Ira asso e Nocera per S. Rufo, per la Valle di S. Angelo Fasanella, Serre e Duchessa, dopo Eboli fa arrivarlo per dietro Salerno a Nocera. Sulle orali assicurazioni di persone del luogo ha creduto che per tali punti volgendo il detto tratto di strada corresse uno spazio uguale alle antiche miglia LI. Riguardo poi all’Itinerario di Antonino si avvisa di ritenere la lezione IN MEDIO FALERNO AD TANARUM; opina che un campo Falerno abbia dovuto essere sulla sinistra del Sele, in tal sito che la via per esso transitando andava ad incontrare il vero Tanagro verso f estremità settentrionale della Valle di S. Angelo Fasanella, ed in 'guisa però che la la rione debba supporsi nel detto campo Falerno, di cui fa determinativo l’Ad Tanarum per distinguerlo dal Falerno nella Campania; crede quindi che la distanza di XXV miglia dal detto itinerario seguita da Nocera all’In medio Falerno ad Tanarum si verifichi a condizione di ammettere queste due cose, che cioè l’antica Nocera si ponga a Casarzano, val dire due miglia più verso Cava, e che la via sia passata per dietro Salerno, per dove secondo l'avvito dell'ingegnere signor Crescenzo Pirozzi si ha un risparmio di otto miglia. — Ritiene, che dal Tanagro al Calore della Valle di Diano, sboccando la via per S. Rufo, correr debbano le XXIV miglia. Dal Calore in fine a Marcelliana, poiché la distanza sarebbe di qualche miglio solamente e non dì XXV, per trovarli si giova della seguente congettura. Andando all’idea che l’allagamento dei dello fiume abbia reso a quei tempi impraticabile l’accesso a Marcelliana attraversando il Calore immediatamente al punto, in coi la della strada lo incontra in uscendo da S. Rufo, suppone che l'amica via, tenendo per la sinistra del Calore ed a seconda del suo corso, andava a passarlo pel ponte di Polla, donde volgendo e correndo per la dritta ovvero a ritroso del fiume medesimo, come fa l’attuale da Consolare da Napoli alle Calabrie, arrivava io Marcelliana dopo altre XXV miglia in circa.
(139) Vedi la pag. 66 e seguente di questo volume.
(140) Presso Cantù Is-Umbria, Oll-Umbria, e Vil-Umbria equivalgono ad Umbria bassa, alta e littorale.
(141) Fra le svariate opinioni che intorno ai Pelasgi sonosi avute, questa, cui ci appigliamo, n’è sembrata più probabile; ed a deciderci per la stessa più che altra ragione ci ha indotto il fatto incontrastabile e costante della loro presenza sempre in luoghi prossimi o quasi prossimi ai litorali, donde poi si diffusero dentro terra. Non bisogna sconoscere quest’altro fatto nella storia razionale dell'umanità, che i popoli cioè, i quali si sono commisti ad altri giungendovi per mare, non han dovuto andarvi, che movendo da altre coste, perche i mediterranei mancherebbero de' mezzi di trasporto ad osar tanto. Siffatti movimenti però o son fatti col fine di colonizzar luoghi capienti del superfluo, di cui una regione si scarica, o son fatti per fini commerciali, che si traggono dietro colla diffusione de comodi della vita l’incivilimento. Supporre che per mare muovano delle orde e delle tribù selvagge, come è intervenuto per terra dalle contrade settentrionali verso le meridionali, è concepire un assurdo; perchè de' popoli marittimi l'unico eccesso, di cui si possono accagionare, è la pirateria. I marini quindi dopo di aver portato in un luogo ciò che vi manca ed anche ciò che può stuzzicare i loro desiderii, e dopo di averne esplorato le condizioni, la capacita, i bisogni, s’inducono a menarvi della gente, la quale con la industria e con le arti, nell'atto che scema il superfluo delle braccia nelle città popolose, crea nuovi stabilimenti d'industria e di colonizzazione sopra quei luoghi, cui per l’addietro fornivano dei prodotti industriali ed artistici col traffico. H cammino adunque della civiltà è per acqua, e quindi più celere e più progressivo di quello che avviene per terra. — I Pelasgi allora, si direbbe, sono sottosopra i Fenicii? — Appunto, ma con questo divario, che i Pelasgi sarebbero le. empi oscuri cioè remotissimi; proveguenti dalle coste dell'Africa ed avanzi dell’Atlantica schiatta; e di Fenicii sarebbero de' tempi storici: quelli propagatori di una civiltà più grossolana o di altra natura, questi di una più raffinata Quanto poi di sventure si narra toccato ai Pelasgi. sicché dicansi forzati ad emigrare da quei luoghi medesimi, ove furono ben accolti, è natural conseguenza di quella reazione che l’incivilimento prova in faccia alle vecchie abitudini, alla frugalità ed alla beata semplicità de' costumi indigeni e patriarcali; ed è pure la conseguenza di quel troppo pretendere in fatto d’introduzioni di ogni maniera, il che finisce per consigliare agl’indigeni di fare degli sforzi, onde cacciar via quegli ospiti molesti dopo averne carpito l'utile il buono ed il bello. Che se infine la voce Pelasgi è suonala un tempo anche sinonima di schiavi, ciò è pure natural cosa a comprendersi. Chi si parte da un luogo ad un altro portatore di cose venderecce, ci vi arriva mai sempre nella condizione di merciajuolo, sotto il quale aspetto, sia pur nascosto un Ulisse come si presentò alla Corte di Licomede per scoprirvi Achille, non sarà né più né meno che un servo, il quale, nell'offrire i suoi articoli di negozio a chi gli fa grazia di comprarli, mira alla propria utilità, non all’altrui vantaggio...! limiti di una nota non permettono che ai estendessimo più oltre su questo argomento; ma in soddisfazione di chi ne restasse con animo perplesso indichiamo il quaderno 46 del PROGRESSO, dove troverà riunito in un articolo quanto si è detto e pensato dei Pelasgi; e rammentando di tener fisso il pensiero sugli Olandesi di un tempo e gl’Inglesi di oggigiorno nel rilegger questa nota, nutriamo ferma speranza che dividerà con noi l’idea che qui abbiamo avventata.
(142)Vedi la Prefazione di questo I. vol. pag. VI e VII.
(143)Abbiam fatto seguire Vequipollente mitico allegginolo Favoloso dato al tempo precedente allo Storico, per far avvertire che non teniamo la parola Favola nel senso di cosa falsa, come volgarmente si crede, bensì nel conto di cosa vera, divenuta perù incredibile pel modo, onde trovasi espressa nel linguaggio muto (donde Mythologia) della Pittura e Scoltura, ed anche per le alterazioni derivale dal diverso talento d’inicrpeirarla e dal capriccio dei Poeti in raffazzonarla secondo il proprio modo di vedere. I fatti adunque che al Tempo Favoloso si riferiscono non sono finzioni, ma storie grossolanamente tramandate alla posterità non colla parola scritta, ma o colla personificazione de' concetti, delle gesta e delle virtù degli uomini che si son distinti per ritrovati e per imprese utili alla umanità, o colla bislacca combinazione di nature diverse ed incompatibili di trovarsi insieme, donde vennero i mostri poetici e le metamorfosi.
(144) Questa reticenza accenna a’ Popoli che furono fuori i confini aUuali del nostro Regno, come i Casti o prischi Latini, Rutuli. Eroici. etc.
(145) Fra i popoli antichi vi ha di quelli che non ebbero nome Originario, ma per cosi dire attributivo, cioè da altri imposto, non già da essi stessi assunto e portato. Quello di Aborigini, per esempio, è di questa seconda specie; perchè non è da credersi di esservi stati popoli, i quali siansi cosi nominati da sé. Con questo nome infatti si vollero dii Latini designare i popoli più antichi di quanti li precedettero ne’ secoli più remoti; e ciò o per una certa necessità derivante dal non averne avuto affatto contezza, oppure per quella compiacenza di dirsi discendenti da popoli d’ignota origine. Una simile osservazione ricordiamo aver fatta al proposito di Palepoli e Neapoli alla nota (1) della pagina 111. di questo volume: e se volemmo averla anche qui ripetuta, è stato perchè valesse a scusarci della sobrietà e della esitanza, con cui degli Aborigini discorriamo, e perchè si tenga presente nelle occhioni per dar loro quello storico valore che si meritano.
(146) Parecchi Popoli ebbero nome dalle armi di cui facevano uso, seppure l’arma talvolta non si ebbe quel tal nome dai Popoli che l’adopravano. Non è quindi improbabile, che i Sicani siano stati cosi detti da Sica, specie di daga (ond’ebber nomi i sicarii, la sega ecc), e che i Siculi parimenti avessero dedotto il loro nomo da sicula, secula, piccola falce da mietere (donde il verbo sivilire, segar l’erbe del prato lasciate dietro al falcione). La Cerere infatti (non altro che severe, seminare) simbolo della Sicilia, oltre alle spighe onde i mitologi la coronano, viene anche rappresentata con la falce in mano. Con ciò per altro non s’intendano gran fatto diversi i Sicani dai Siculi più di quel che sieno fra loro sica e secula; poiché tutto al più Sicani furon quelli che usaron daga più grande, e Siculi coloro che più piccina l’adoprarono.
(147) La svariati maniera, onde gli antichi scrittori credettero render ragione di uno stesso fatto tradizionale, par che da un lato si lasci notar di leggerezza, e dall'altro, inviti a degnirla di un serio pensiero. Dovendo accadere spesso di valercene, fia bene qui a negarla, affinché non prenda il lettore per pompa di erudizione quel che è stretto dovere di storico. — Trattasi di voler qui sapere, perchè nella voce Lucania s’incontra l’idei di Lupo, tanto se si faccia derivare di Licaone, quanto se dagl’Irpini. Delle due l’uni; o fu cosi detta dii primo, o cosi dai secondi; da entrambi non mai. Come va dunque una tale combinazione? Ecco quel che ne pensiamo.
Lo studio che si è messo nella ricerca de li omonimi di luoghi, ha fatto sensibilmente progredire le storiche scoverte. L’oscurità, in cui ci pervennero avvolte le scarse notizie delle antiche tradizioni, si è in certa guisa diradata, ed il sistema di far derivare i popoli dall'Oriente non è più una ipotesi mal fondata. Ma siccome non vi ha sistema, che non divenga più o meno arbitrario, secondo che i suoi propugnatori si tengono più o meno scrupolosamente saldi allo stesso; cosi taluni a scanso di passare per sistematici, cioè capaci di sacrificar li verità di fatto all’esigenze dell'andazzo, si avvisano di dispensarsi talvolta dalle norme prescritte, e se altrove rinvengono elementi che vagliano a soldi farli nelle loro investigazioni, non si rattengono dal giovarsene. In quante guise ciò facciano gli autori fia meglio lasciarlo immaginare clic venirlo esponendo. Se non che per rispondere al curioso, che si attende di sapere com’ è andata la dinanzi cennate combinazione, diciamo:
Chi i Lucani: deduceva dagl’Irpini, si appoggiava alla, tradizione di una colonia dagli Irpini menata nelle contigua Enotria, la quale colonia prese il nome di Lucani, greca parola equivalente dell'Osca Irpini.
Chi poi preoccupato delizi opinione, che tutto siaci pervenuto d’oltre mare, e nell’Arcadia imbattevasi in Licaone, un di cui figlio Enotro dato aveva nome ali’ Enotria, poiché quivi un angolo di terra chiamossi Conia, di questa faceva una Caonia, indi Licaonia, e ne cavava Lucania.
Egli è dunque evidente, che questo personificar il nome di una gente, tiene in certo modo dell’arte Blasonica, la quale dalla materiale significazione dei cognomi delle famiglie cava di che caricarne gli stemmi gentilizii; ed a chi, per esempio, si avesse il casato di Giasone, non si farebbe scrupolo di fregiarci; le armi di un magnifico Vello o Toson d’oro. Di qui la necessità di dire a Licaone tanti figli, quanti il bisogno di dire un capo ad ogni popolo gliene attribuiva; nel che i Poeti, alla guisa di Esiodo nella Teogonia, indulgenti si offrivano a secondarli.
(148) Se Saturno ebbe nome a satis, dai seminati, di che rinviensi una pruova nella falce che i Mitologi gli mettono in mano, tra Saturnia ed Ausonia corre una sensibile affinità ritenuto il concetto relativo al frumento (aurum) che a noi è sembrato di vedere negli Auroni ed Ausoni. Di tutti i noni quindi attribuiti all'Italia, solo quello di Esperia non si riferisce a qualche prodotto, di cui è ferace il suo suolo.
(149) Veterum Oscorum Inscriptiones et Tabulae Eugubinne Latina interpretatione tentatae etc. A CATALDO JANNELLI, Neapoli 1841.
(150) Habitabant autem eam partem quae ad Tyrrheniam verjt, Opici, qui quidem et olim et nunc quoque Ausones appellantur....Politic. VII., с. 10.
(151) Venisse (Achaeorum quosdam post Illii capturam) in eum locum Opices, qui vocatur Latium in Tyrrheno mar. subiectus. *. * I. 72. c. 36.
(152) Abbiam voluto riportar tutto quello tratto di Niebuhr, perchè racchiude oltre alle precise idee di lui intorno agli Opici e agli Osci. anello parecchie cose, dalle quali le nostre opinioni, che quinci appresso esporremo, prenderanno quel risalto, che lor può derivare dall'avventurosa circostanza di essere avvisati su qualche punto allo stesso modo, che un tanto autore.
(153) Ricerche storiche e critiche sulla origine ecc: di Atella...
(154) Sabina usque radìces in oscam linguam egit. Varrone de LL. VI. e 80.
(155) Niebuhr Le Storie Romane Gli Opici e gli Ausoni, vol. I.
(156) Isol. Aut. lib. I. cap. 6. pag. 41.
(157) De L. L. lib. IV. pag. 20 e Lib. VI. pag. 70 e 7L
(158) Lib. X. cap. 20, anni di Roma 456.
(159) Lib. V. pag. 233.
(160) Lib. I. cap. 4. pag. 32.
(161) Lib. XVII. cap. 17.
(162) Epist. VIII a Dione Siracusano.
(163) Ne riportiamo qui le parole, perché dovranno servirci anche ad altro proposito poco appresso. GELA (Urbs) appellatur a fluvio
(164) Tomo XVIII degli Alti dell'Accad. delle Iscrizioni.
(165) Dee Colon. I. pag. 372.
(166) Metamorph. cap. 31. pag. 471.
(167) Ad Dionys. Perieges v. 78 p. 16.
(168) Lib. IV. cap. 27 pag. 213.
(169) AEneid. III. verso 167. 158, e vers. 206, 207.
(170) Metamorph. XI. pag. 218.
(171) Satyra XVII. Vers. 185. 186.
(172) Intendasi ciò detto relativamente alla Lingua, che in tutt' i tempi, come oggi, altra è stata in bocca alla gente nobile e colta, altro in bocca alla gente rozza.
(173) Nella media e bassa Italia le regioni piane e cui le par che siano state la sede propria degli Opici, le montuose e le selvose quella degli Osci. Se Opici ed Osci, come sosteniamo, furono generiche denominazioni di Popoli, che ebbero ciascuno un nome proprio; non è possibile assegnar loro una Corografia e Topografia particolare e precisa.
(174) Non fia strano il trasportarci coffe attuali abitudini di vivere ai tempi antichissimi; perché fin da che vi è stata al mondo distiamone di ricchi e di poveri, vennero su i nobili e i plebei, e quindi le distinzioni nelle fogge di vestire, le diverse maniere di parlare ecc. ecc.
(175) L’etimologia di bos il bue è dal greco βοσκω pasco, quindi la parola bosco, in cui pascolano i buoi, è altrettanto antica quanto i Greci, è forse più, per non dubitare della derivazione di Osco dalla stessa radice.
(176) Gli abitatori dell'Opicia, dice Dionigi di Alicarnasso, non pensarono a formar grandi associazioni, a riunirsi e Stringersi in quei corpi politici che chiamarsi Città.
(177) Le circostanze attuali che influiscono sull'indole delle Lingue dipendendo in gran parte dalla situazione dei luoghi e dal clima, non han potuto mutare per politica influenza.
(178) Che la voce Osco sia la stessa che bosco può scorgersi da questa famiglia di parole, in cui domina l’elemento omiofono ad osco, e per aferesi ad se, ed anche sc, per l'affinità tra la e e la t.
1. Boskw, donde bos, pasco e pastor; esca, donde aesculus (quercus per quescus?) vescor. E l'italiano bosco è si veramente da βοσκυ pasco, che anche il latino nemus viene dal greco νεμειν che significa pascere.
Per metonimia da si son detti Oschi od Osci
a) quei che abitualmente dimorano ne’ boschi, cioè i popoli Osci, donde sonosi originate le seguenti parole: 1. osceni, secondo Pesto, coloro che usavano parole impudenti, Oscis enim frequentissimus fuit usus libidinum spurcarum; 2. Gli currae, cioè quelli che ludos oscos agebant, idest sanniones (dal Samno), gli zanni, buffoni, cui sono affini gli sciocchi, e gli scemi; 3. Posca, bevanda d'acqua ed aceto, quasi potìo osca; 4. Scutella, scodella di legno, quasi Oscorum niella, donde l'Otello, l'utensile, da uter l'otre, e questo da utor.
b) Molte cose attenenti agli alberi che sono ne' boschi, come scena la baracca fatta di frasche; oscoforie le feste in cui si portavano in mano rami di viti con grappoli d'uva; oscilla giuochi in onor di Bacco, in cui da una fune (probabilmente raccomandata pe’ due capi a due rami di alberi, come si costuma in certi luoghi della Basilicata) pendenti dondolavano; muscus il musco; ruscus il fruscio o pungitopo; l’italiano frasca quasi frons o corum (degli alberi); cortex (quasi oscorum tex derivante da tego) scorza che è da scortum pelle o scorza degli animali detta anche scutum, donde il greco, otre, l'italiano fiasco di cuojo o borraccia in uso de' contadini; l’italiano scarpa, perché tutta di cuojo; scipio il bastone.....
Alla qual famiglia possono inoltre riferirsi quasi tutte le parole che cominciano dalla sillaba sc, per aferesi da osc, ad eccezione di quelle che si compongono dalla latina preposizione ex.
(179) Ops per dives, onde in-ops il povero; e poiché le opes, ricchezze, facevano gli antichi consistere in re pecuaria et agricultura, la terra largitrice inesausta di tutte siffatte ricchezze, fu divinizzata col nome di Opi e di opulenta. Epperò opulento si accorciò in uples nella voce locuples per ricco di luoghi o fondi; quindi i Lucumoni Etruschi, i proprietarii principeschi; ed in greco il luogo è detto τοπος, quasi τ'οπις. — Dalla stessa radico ps vennero. optìmus; optimates; (optis per anagramma lo stesso che potis) opitalor operae, arum; opilio opiparus; oportet, opus est... cui aggiungeremmo oves, quasi obes per opes, pecore. Onde ancora operosus quel faticatore che con le sue fatiche avvantaggia la propria condizione; opsonium, idest quidquid ultra panem et vinum cibi apponitur, il che è dato a chi è ricco.
(180) Se tutti gli etimologisti sono andati all'idea di un occhio circolare in fronte ai Ciclopi, egli é perché han Creduto derivarne la parola da xvxXos rotondo ed occhio. Ed anche ciò dato per vero, noi domandiamo: e donde mai venne che loro se ne attribuì urto e non due? — Da Omero che cosi li dipinge? — Ma Omero era Greco ed era Poeta. La sua lingua gli porse il destro di cosi etimologizzare poetando, ed ei poetando, rlf idea di potenti che in quella parola si conteneva, sostituì quella delle forme gigantesche, cui innestò l’idea mostruosa, di cui aveva bisogno, con farli di un occhio solo nella fronte. Noi pensiamo in vece. che i Ciclopi non altri si furono, che Cicil o Cicul-opes, ovvero Siculi opes opulenti Siciliani.
(181) Si sa da Ovidio (Metamorph. lib.) la sinistra avventura de' Cercopi, abitanti d’Inarime, grecamente Pitecusa (le isole d’Ischia e di Procida), da Giove trasformati per la loro astuzia in bertucce, perché tanto Inarime (che altri derivano da enaris senza naso) è da Arimi in lingua Etrusca le Scimìe; quanto Pitecusa è da che io greco significa lo stesso animale
(Vedi un antico Calepinus stampato in Venezia per Domenico de Turris 1591 nella voce Inarime). D’altronde gl'impostori ed i frodolenti, come Giorgio Sabino nel citato luogo di Ovidio comenta, presso gli Ateniesi anticamente dicevansi Cecropi cioè caudati (da κερκος coda), perché gli animali malefici caudae motu blandiuntur. Quella furberia o callidità, attribuita ai Greci fin dai tempi Omerici, oltre di essersi espressa col nome di Cecropia portato da Atene:, fu anche renduta nell'altro nome di lei Astu donde l'astu de' Latini e l'italiano astuzia. Alla quale idea di malizia, simboleggiata nella coda, fanno allusione gli uomini coduti che si osservano nelle pitture de' vasi Etruschi, ed il Demone della nostra Religione, il serpente seduttore di Eva, e quello cui schiaccia il capo l’Immacolata Madre di Dio; più di ogni altro aninale fatto per significare la frode, la seduzione e la malignità, perché fra tutt'i bruti dalla testa in giù tutto è coda.
(182) Nella nota (1) pag. 328, di questo volume.
(183) Il Ver sacrum, o sacra primavera, cioè quel votare ed immolare ad una Divinità quanti animali nascerebbero (che altri riducono al decimo) in tale stagione ed in quell’anno, in cui erasi corso qualche grave pericolo, fu un costume, che Paolo presso Festo (V. Ver sacrum) attribuiva agl’Italiani, Dionigi di Alicarnasso agli Enotri, e Sisenna presso Nonio Marcello ai Sabini. Parendo crudele il sacrificare al pari degli animali i fanciulli di ambo i sessi nati durante quella primavera, giunti che erano all’età di vent’anni, velati (forse congiunti in matrimonio fra loro) menavansi fuori de' patrii confini. I Popoli, che si citano surti per effetto di tal costumanza, sarebbero gli Ardeati o i Sacrani a costo ai Rutuli secondo alcuni presso Servio (nel VII dell’Eneide v. 796), i Sanniti dai Sabini secondo Strabone, i Picenti dagli stessi secondo Plinio, ed i Mamertini dai Sanniti secondo Festo (V. Mamertini). I quali popoli, come si vede, non riguardano gli Osci che per piccioli ss ima parte non bastevole certamente a render la stessa ragione di origine per tutti gli Inde-genitì che dagli Osci si tengono discesi. Noi pensiamo, che il Ver sacrum sia una spiegazione della discendenza di un Popolo, ovvero dell’affinità che passava tral popolo originario e il derivato. Era in somma il Ver sacrum il pretesto religioso coonestante, lo scopo politico, che insinuava ai Popoli di sgravarsi del superfluo rigettandolo nelle prossime ed adjacenti regioni. Era infine un sinonimo di colonia, ma con questa differenza, che le colonie venivano per cosi dire d'oltremonti e d’oltremare, ed il ver sacrum era una occupazione di limitrofa contrada, uno straripamento di gente cresciuta, cui farebbe eccezione il caso de' Mamertini, che, come si ha da Festo (nel luogo citato), dal Sannio furono spedili in Sicilia, ove si unirono coi Messanesi; se non foste più vero, come opina Cantù, di essersi detti Mamertini, cioè soldati di Marte, i Sanniti che si ponevano a soldo di chi abbisognava di combattere.
(184) Vedi la pag. 74 di questo volume.
(185) Se si dicono otto i popoli Sanniti, e si escludono da essi gli Ernici, gli Equi, i Volsci... che pur si vogliono di schiatta Sabina, egli è, perché si attengono i Geografi alla più antica divisione dell'Italia in Settentrionale e Meridionale (Ved. pag. 68 di questo vol.). Per effetto della quale divisione i Latini, i Rutuli, gli Equi, gli Eroici, i Volsci, gli Ausoni, costituendo il Latiam, restarono compresi nell'una, ed i rimanenti, formando il Samnium entrarono a far parte della seconda. Se dunque non più né meno di otto s'inclusero nel Samnium, fu per arbitrio dell'Imperatore Adriano che cosi volle; non perché ab antico tanti e non più fossero stati in opinione di Sanniti. In tutti i conti la Lucania formò coi Brusii una regione separata dal Samnium e dalla Campania. Ciò non pertanto avendo noi dianzi osservato nei nomi un' analogia ovvero affinità tra i Lucani e gl’Irpini, che accenna o ad un’origine comune, oppure ad una derivazione degli uni dagli altri, saremmo tentati di azzardare l’opinione, che, se i Lucani furono Osci direttamente, anche degl’Irpini dee pensarsi lo stesso: in tal caso può giustamente dubitarsi di qualche altro popolo Sanniti, se fu Osco per sé, e non per l’intermedio popolo Sabino.
(186) Atteso lo stato primitivo delle terre da supporsi selvaggio, i primi uomini si traslocavano da un luogo ad un altro, non tanto a ciò mossi dal bisogno di slargarsi, quanto per avidità di occupare nuove e migliori contrade sia per pasture sia per agricole produzioni. Il tempo quindi abbisognato per coprire uni grande estensione di paese è da supporsi tanto men lungo, quanto più gli uomini sono di fatto impazienti di strettezze ed avidi dì nuovi e più vasti possedimenti. Questa ipotesi, se in grande non cosi facilmente si comprende per persuadersi della natural mobilità o vita nomi da nei popoli primitivi, si guardi al fatto di più piccola sfera, quello cioè della origine de' villaggi, de' Casali, e delle Terre nel senso di paesetti. Egli è noto, come ne' vasti territorii di pertinenza delle città son sunti dapprima le ville, intorno a cui si sono riunite le capanne de' coloni, i quali per non andare e venire mattina e sera dalla città alla campagna, se le facevano di paglia, donde i pagliai ed il culmen di essi, indi di fabbrica, dando cosi origine ai Vichi, ai Villaggi, ai Casali, ai Paghi, agli Oppidi ecc. che crebbero poi tanto, e tuttodì van crescendo a misura che crescono le braccia, e si mandano a coltivar latifondi.
(187) A chi per avventura facesse la difficoltà, che la parola pice da pix è Latina e non Sabina, senz’altrimenti chiedergli conto di tale osservazione tutt'arbitraria, e pur menandogliela buona, risponderemmo con argomento ad hominem, che quel Pico Re Latino, invocato da altri ad imprestare il suo nome ai Piceni, potrebb’essere un modo di spiegazione della Latina origine della parola, no» gli della colonia dai Sabini dedotta. Ma chi oserebbe accertare, che pix appartenne esclusivamente al Lazio e non pure ai Sabini?
Vi è inoltre da osservare, che i Piceni trovansi puro col determinativo di Pitini; il che, dicesi, ha relazione all'uno dei due Pitini, riconosciuti tra i Piceni l'uno e tra i Sabini l'altro. Al proposito di quest'ultimo avendo letto nell'Anno XV del Poliorama Pittoresco le dotte osservazioni Storico — archeologiche di Angelo Leosini, e togliendo dai dispareri, di cui tesse la storia, occasione di dubitare dell'oggetto controvertito, ci slam fatti più animosi a proporre la seguente nostra spiegazione, tutto che non si abbia la patina dell’antico.
La selva di abeti si dice comunemente dove in peta, e dove la petina, ed il legno di abete corrottamente di apito. I Pitini quindi han potuto essere i luoghi, e gli abitanti degli abeti, gli stessi che i Piceni per la nota affinità del e col t, e per conseguenza non determinativi ma sinonimi, quali pensiamo che siano stati, per le cose dianzi esposte, i Sabini i Petini i Piceni.
Non crediamo poi che si voglia opporre a questa nostra opinione la inesistenza forse degli abeti dovunque li abbiamo supposti; poiché come conosciam noi contrade col nome di Peta senz’abeti, perché distrutti, sapranno altri che distrutte le utili selve non siasi. più badato a farle rivivere.
(188) Geograph. sacr: CHANAAN lib. 1. cap. 33. col. 595 a 598.
(189) Se quest’enunciazioni non sono sufficienti ad ingerir nell’animo altrui lo stesso convincimento del nostro, invitiamo la cortesia de' lettori a seguirci in queste riflessioni. — L’ater latino, donde l'Italiano atro per nero, non può essere d'altronde derivato che da hatra la pece. Di vero per dire di una cosa o persona che è nerissima, usiamo questa similitudine è nero come la pece; ed atrainentum è l’inchiostro. Inoltre in quella contrada istessa del Piceno occorrono certe altre denominazioni, nelle quali si contiene l'elemento medesimo atr, come in Aternus, Matrinus, Truentum, tre fiumi che scendono da quelle giogaje rivestite di alberi coniferi e di abeti, donde ricavasi la pece. Parranno forse queste deduzioni stiracchiate e longe peritae? Siano pur tali: ma a chi cel ripetesse in sul viso, noi di rimando lo inviteremmo a trovarci l'etimologia di catrame, ed a degnare di qualche suo pensiero il monte Catrìa dell'Appennino Piceno.
(190) È dimostrata dal Bochart nell’opera suddetta l’affinità che passa tra la lingua Ebrea e quella dei Fenicii, per non dubitare di aver questi usato un vocabolo di lingua non propria.
(191) Nella parola אירשיע hitaria, il primo elemento y Ain, che corrisponde all'aspirazione h, non si è conservato nella parola Italia, per potersene col Bochart legittimamente derivare, come si conservò in Hatrìa, il che è chiaro dalle monete, in cui leggesi HAT e TAH a rovescio. V, pag. 71 di questo volume.
(192) Fra i Marsi ed I Marrucini Catone riconobbe legami di consanguinità, si perché discendenti dallo stesso ceppo. si perché portanti quasi lo stesso nome con picciola variazione. Ma tra gli uni. e gli altri frapponendjsi i Peligni, abbiam stimato anche per tal riguardo di sceverarli.
(193) Il fuoco di Vesta era il foco-lare, intorno a cui si raccoglie la famiglia ne’ paesi freddi; il fuoco di Vulcano era quello delle fucine, donde quasi tutte le arti. Ai popoli pastori si conveniva quindi più il primo che il secondo come oggetto di adorazione.
(194) È commendato da Marziale (Epi;. 81 del lib. XIII) il caci de' Vestini. Le greggi dunque de' medesimi dar dovevano le lane, onde vestivansi essi ed altri che le compravano.
(195) La gamurra, la zimarra, il tabarro forse conservano la memoria di quella sorta di vestimento usato dai Marrucini. Il giamberlucco non è forse quell'abito, che ricorda in parte la foggia del lucro Toscano, detto cosi forse dai Lucchesi, come la polacchine dei Polacchi?
(196) Catone nel derivare il nome dei Marrucini dai Marsi si esprime in questa guisa conservataci da Prisciano: Marsus hostem occidit prius quam Petignus; inde Marrucini dicti, de Marso detorsum nomea. La quale detorsione di nome, non essendo al certo un ghiribizzo di Grammatico, fa supporre di essersi allora cominciata ad udire, quando fu d’uopo distinguere dal suo originario il Popolo derivato in seguito di qualche colonia od emigrazione avvenuta per disgravio di gente esuberante.
(197)… L’invasione de' Sabelli, dice Michelet, poco a poco discesi dagli Appennini vennero più e più restringendo il paese degli Ausoni, Osci od Opici; e dall’età di Alessandro il nome di Opica pare ristretto alla Campania ed al Lazio.
(198) A noi pare, che i nomi Sacrani e Mamertini siano stati piuttosto appellativi, che nomi proprii, malgrado che i primi si vogliano essere stati propriamente gli Ardeati, ed i secondi quei coloni, che dal Sannio furono spediti a Messina. Di amendue però l'origine è la stessa; amendue cioè i Popoli sono usciti dalla madre patria in forza del ver sacrwn; vale a dire Sacrani perché sacrificati o consacrati e Mamertini perché sacri a Mamerte, ossia Marte.
(199) Questa parola, qual soprannome di Apollo significava guida e stimolo delle greche colonie, niuna delle quali, dice GROTE (Soria della Grecia Antica cap. I.) movevasì, o qualcuna raramente, senz'aver prima interrogato l’Oracolo di Delfo. Qui si può prendere in tal senso ed anche in quello di primo o capo colono, non già primo agricoltore come nel Vocabolario è tradotto.
(200) La denominazione di Terra di Lavoro data alla Campania avrebbe de' tempi Romani, se fa derivarsi dal latino labor, donde i Campi Laborini e le Terrae Laboriae presso Plinio; e potrebbe rimontare anche ai tempi anteriori, se col Sanchez (LA CAMPANIA SOTTERRANEA pag. 101) si vorranno cosi dette dagli elementi Fenicii La-Bor che significano ad foveas, cioè Terre presso gli antri ond'è la Campania tutta solcata sotterra. Le ragioni che sostengono la prima etimologia si desumono dalle molte fatiche, che in quella terra si spendono in coltivarla per costringerla ad essere cosi ferace, il che fa chiamare comunemente lavori le messi da che sono in erba sino a che si mietono. Ma poiché le Terrae Laboriae da Plinio medesimo (Lib. XVII. Cap. 4.) si limitano a quello spai zio della Campania ristretto, fra le due vie Consolari che da Pozzuoli e da Cuma menano a Capua; questa circostanza rende non dispregevole la seconda.
(201) Come si argomenta dalla tradizione, che mette gli Osci nella Campania, e dalle medaglie antichissime che hanno testa di Pallide coll’elmo, e nel rovescio il Toro antroprosopo, nell’arca un uccello con M, ed intorno l’iscrizione retrograda ΟΝΑΠΜΑΚ.
(202) I Campi Flegrei, che alcuni riducono ai soli dintorni di Cuma, ed altri estendono a tutto il litorale che s’incurva tral Capo Mi seno e quel di Minerva, non son ricordati al di là del tempo dei Romani, i cui Poeti ne fecero copia dai Campi Flegrei della Tessaglia. Come quivi Flegra, ossia la valle presso Pailene, cosi delta dalle terre bruciate o lave vulcaniche, porse alla greca fantasia argomento di favoleggiare la guerra dei giganti contro Giove; anche i nostri Vulcani, non escluso l’Etna e gli altri monti ignivomi delle Isole vicine, si mostrarono acconci all’applicazione delle favole medesime con questa sola diversità: la Romana fantasia fa combattere e vincere da Ercole, la Greca da Giove. i giganti di questi nostri Campi Flegrei. Per siffatta coincidenza, siccome Omero fu da taluno (VINCENZO COCO) creduto Italiano per aver raccolto non nella Grecia propria, inanella Italica le tradizioni immortalatene! suoi canti; cosi Virgilio parer potrebbe Greco, se tutte le greche credenze sul Tartaro e sugli Elisi non avessero avuto un riscontro topografico nei siti di Cuma, di Baja e di Miseno.
(203) Vedi Giorgio Sabino sul XI libro delle Metamorfosi di Ovidio.
(204) Se il nome Cuma in greco é Κύμη; tra questa voce ed i Cunei o Cimei esiste tale analogia da dedurne, che questi furono cosi detti da quella. I Greci etimologizzando a lor modo, nello scopo cioè di far tutto discendere dalla loro lingua e dai loro Popoli, pretesero che Cuma fosse stata cosi deità απο των κυματων fluctibus, e che fosse stata fabbricata dai Coloni della Calcidìa di Eubea. Ammessi i Cimmerii come Trogloditi della Campania, amendue le supposizioni restano in questa guisa dileguate. Se non si vogliano detti Cimmerii dai Fenicii nel senso di intenebrati, o viventi fra le tenebre degli antri, senza derivarli cosi da lungi col Bochart, si perviene allo stesso risultato, rintracciandone l'elemento etimologico in questa serie di parole affini. — Fra imber ed umbra riconoscendo quella somiglianza d’idee che si scorge in considerando non potersi aver pioggia senza che il Gelo si oscuri coll'ombra delle nubi, scopresi la stessa affinità tra umbra ed humbor, donde humidus, e tra humus e fumus; notando che dietro all'um si è andato ficcando un segno di aspirazione di una forza proporzionata al bisogno di rendere più sensibile anche colla pronunzia la cosa che si volle pur tale significare. L’umbra infatti essendo meno corporea dell'humidus, non si ebbe l’h; ed fumus essendo più visibile dell'humidus, si ebbe l’Eolico Digamma o D F. E poiché il gran serbatojo dell'umido è la terra; di qui è che fu detta humus, donde humiles i bassi (o pian terreni) humani o homines, che i Greci dissero, perché originariamente abitarono sotterra (in ima). — Dacché poi, trovato l'uso della calce (calx anagramma di lac o lacs laciis) di sotterra si usci ad abitar fuori, gli homines divennero domini, donde le domus, i dumeta, cubilia ferarum. Ora quel d che il genio latino aggiunse all’humus, fu e che il genio degli Osci pose dietro alla parola medesima; e secondo essi le prime case furono le Cumae, Cumarum, che divennero la capitale della Campania. E siccome la cima per sommità, in latino cyma, quasi contra ima, il contrario di profondo, donde cumulus o tumulus quel cono di terra che si eleva sul suolo, quasi contra humum; cosi Cuma quasi contra ima o contra humum, opposta alle sotterranee dimore, dovette cosi appellarsi dal momenti che cominciò a sorgere nell’esterno. La quale circostanza è chiaramente conservata in quella tradizione dai Greci trasmessaci sulla origine di Cuma nel pretendere che fosse stata fabbricata dai Calcidesi di Eubea. Senza qui stare a ripetere la Greca ambizione nel farsi autori di tutte le c se nostre, in questa storietta, per filo e per segno narrataci da Strabone abbiam la notizia di essere surta Cuma dietro la invenzione della calce, perché i calcidesi da essi nobilitati in Coloni provegnenti dalla Calcidia di Eubea, non sono altri che fabbricatori, i quali muravano con calce. — Or se Cumei o Cumani son cosi denominati da Clima, sparisce la loro identità coi Cimmerii; i quali, se sono gli stessi che i Cimri o Cimbri, sembrano cosi appellati ab imbribus, quasi contra imbres, cioè al coverto delle piogge, ovvero stanziati in sotterranee dimore.
L’autore dell’articolo CIMMERII nella Enciclopedia Popolare osserva, che vengono confusi coi Cimri o Cimbri per sola ragione di somiglianza nella parola, non perché vi siano dati storici che ciò suggeriscano. Ma ben la storia, noi replichiamo, assicura che vi sono stati dappertutto nell'antichità più remota popoli che hanno abitato sotterra, per non dubitare che di questo novero siano stati i Cimbri, come è certo de' Cimmerii, de' Trogloditi, degli Umbri...
(205) Notiamo qui nondimeno, che queste diverse notizie raccolte intorno ai Cimmerii, e da Strabone riferite sul detto di Eforo, non sono che una collezione dei diversi significati della parola Cimmerii registrati, come fanno i moderni Lessicografi, sotto lo stesso vocabolo, quando è poliscono ossia adoprato in più sensi. Furono quindi Cimmerii — 1. gli sbavatori delle miniere, che penetrano nelle viscere de' monti. Tali furono supposti da taluni i Ciclopi, il cui unico occhio in fronte fu interpetrato per la lanterna di cui facevano uso in lavorando! — 2. Quelli che imposturavano facendo da indovini o da interpetri degli Oracoli, dovunque furono sotterranei, quali un tempo ed oggi si veggono dedicati all’Arcangelo S. Michele, che il Cristianesimo sostituì agli spiriti infernali, a quelli cioè da cui rendevansi gli Oracoli del Gentilesmo. — 3. Cimmerii finalmente furono gli abitatori del Polo, i Samojedi per es., gli Esquimesi, ed altri che hanno la notte fino a mesi sei; e per similitudine anche quelli che posti a bacio de' monti non veggono il Sole; i quali ultimi confuse Festo coi Cimmerii della Campania, come di tutti e tre altrettanto Eforo presso il citato Strabone.
(206) NIEBUHR. LE ISTORIE ROMANE. Vol. I. nota 441.
(207) CANTU’, STORIA DEGLI ITALIANI Vol. I. cap. IV. Nota 9.
(208) Fra Calabri e Peuceti corre la stessa sinonimia che quella per noi notata tra' Sabini e Piceni, tra gli Irpini e i Lucani; ed altra differenza fra loro non vi ha che la diversità della lingua, in cui si è voluto esprimere il concetto medesimo. Laonde furono detti Calabri in lingua Caldea quegli stessi che con greco nome accennante ad identico obbietto chiamaronsi Peuceti, come quegli altri, che trai Siri e l'Agri presso al Golfo di Taranto notammo di essersi detti Coni dal frutto della pianta medesima il pino.
(209) È notevole che tutti i luoghi denominati dalla pece son luoghi marittimi, o quasi vicini al mare. Una tal circostanza importa, che quanti popoli marini di tutte le coste del Mediterraneo avevano bisogno di pece per ispalmarne le navi ed intriderne il sartiane, e per altri moltissimi usi, se ne provvedevano dall’Italia, dove aver potevasi a più basso prezzo che altrove. La qual pece fé imporre ai diversi luoghi, onde si esportava, diversi nomi, secondo i diversi popoli che la incettavano e in loro lingua la chiamavano; come dai tempi, in cui surse la necessità di aver dello zolfo, si disse Solfata la contrada onde si estrae presso Pozzuoli. Non è quindi improbabile che tutta Italia ne fosse stata cosi detta da Itaria, la pece, la quale etimologia, dopo aver noverato tante parziali località che ne fornivano, prende' altro risalto e tale da far in essa convenire quei, che prima la trovavano strana.
(210) Che la b si muti in m (ed al contrario) anche non preceduta da m è provalo da στροβιλος (lo stremalo) paleo.
(211) È registrata Pedici i nel Calepino sull’autorità di Plinio. V. Pediculi.
(212) Peniculus ha tutt’altro significato.
(213) Tutta la differenza sarebbe di n e d. Ma oltre che i dialetti volgari ne ricordano l’intima affinità (come in comanno per comando, mannare per mandare...) in poediculus sarebbesi addolcito il c di picus pinocchio sarebbesi vieppiù-modificato il d in n.
(214) A chi non fosse chiara l’affinità tra f e p rammentiamo quella che passa tra Poeni i Cartaginesi, ed i Fenici, tra foro e poro.
(215) Molte frutta dell'Italia son di esotica pervenienza, e come le ciriege, cerasa, vennero da Cerisunte, il melo cotogno, malum cydonium, il melo granato, malum punicum, cosi anche i pini dall'Illirio.
(216) «Senza l’audacia delle congetture bisognerebberinunziare a qualunque ricerca sulla storia antica dei Popoli» — NIEBUHR.
(217) La piccola differenza del suono di alcune lettere, che nella pronunzia poi finisce per iscambiarsi le une colle altre, è pure adombrata nella figura grafica di esse lettere. Il greco gamma g, per esempio, si confonde coll'ipsilon y latino, è quindi anche nella pronunzia come abbiam fatto osservare; ed il delta D d poco differisce dii lambda L l s il phi dal pi f p B o b dal dittongo e o che equivale ad u ed ai v, di cui mancano i Greci…
Abbiamo dimostrato in un lavoro inedito, che le figure delle lettere. Greche e Latine, le quali antichissimamente erano quasi simili, non sono segni a placito, come tutti i Filologi hanno opinato, ma espressione o disegno lineare degli strumenti della loquela secondo l'attitudine che prendono nell'articolarlo in parlando.
(218) Ricordiamo a coloro, che per avventura noi sapessero, di esservi pecore con lana rustica o moscia, come la dicono, buona per tutt’ altro uso che per panai o castori.
(219) Non dissimuliamo, che Ardea, uccello, è detta in greco ερωδιος, ed Ardea, città, Ardea: ma il trovarsi favoleggiato che l’uccello di tal nome surse dalle ceneri dell'Ardea città bruciata, ci ha porto occasione di poter fare un tale scambio, per oltre scusato sufficientemente da quel che segue.
(220) Nel Calepino leggesi; Lanuvium, n. 2. lavinium, urbs olim, nunc pagus etc.
(221) Rammenteranno i nostri lettori di aver noi non senza un fine fatto notare che la voce originaria di Enea è Aineias. Ora qui soggiungiamo che il greco dittongo ai, per essersi smarrita la sua vera pronunzia, si è convenzionalmente dai Grammatici trasformato nel latino ae, e questo arbitrariamente in e. Se dunque natura del dittongo si è quella di far sentire il doppio suono dello due vocali, e se le cose per noi testé sviluppate meritano attenzione; resterà per le stesse spiegato il perchè Diomede fu morto per taluni da Enea e per ai in da Dauno.
(222) L’ordine che si hanno le cinque vocali, lungi di essere arbitrario o Casuale, è significativo del passaggio che, in forza dei dialetti di ima stessa lingua, una vocale suol subire nell'altra sua Vicina.
(223) «Vedi Niebuhr, Hist. Romaine, trad. de l'allemand par Golbery tom. 1. pag. 41. Ephore déjà paroit leur avoir refusé le caractère de nation, et s’être livre à l’étrange idée, qu'en Arcadie une troupe de brigands, formée de diverses nations s'itoit donne le nom de Pelasges. — Non che strana; questa opinione (già antica come si vede) combacia con tutte le etimologie, compendia tutt'i fatti dell'origine de' Pelasgi; in vece di brigands poni solamente dispersi». BALBO.
(224) Nell'aver noi voluto specificare la scrittura coll'aggiunto alfabetica l’abbiam fatto dubitativamente, perché il dirsi essa un privilegio sacerdotale dappertutto, trova un'eccezione nella scrittura geroglifica, che non fu certo alfabetica.
(225) Niebuhr, come si vedrà qui appresso, distingue 1 Tirreni dagli Etruschi, e dice che i primi furono gli abitatori della costa occidentale d’Italia, dal Tevere sino ai confini dell’Enotria, ossia fino allo stretto, quelli cioè che diedero il nome di Tirreno al mare che la bagna; ma la generali là degli eruditi li confonde.
(226) Vedi BIDERA nell’opera QUARANTA SECOLI vol. 1. pag. 8.
(227) Corografia Fisica, Storica e Statistica dell'Italia vol. 1. pag. 125.
(228) Cioè Bardano sposato ad Elettra figlia di Atlante; Ausone figlio di Atlante e di Calipso; Mercurio, dio caratteristico degli Arcadi. nato da Giove e da Maja figlia di Atlante; ed Espero, fondatore dell'Esperia, fratello di Atlante.
(229) «Abrescia (e poi Abruzia oggi Abruzzi) prende nome dai Pelasgi Abri (o Afri), che formano le due Albe, l’una presso al Tevere, l’altra presso al Fucino: gli abitatori della prima si chiamavano latinamente Albani, quei della seconda ritennero il loro nomo Abresci, corrottamente Albesi o Albensi. Un’altra Alba da Pelasgi
Afri o Abri fu fondata in Epiro, che diede nome all’Albania, dove tuttavia si parla il linguaggio antichissimo de' Pelasgi.... Linguaggio che un tempo ebbero comune coi Greci, coi Dardani e con quei del Lazio, come dice Dionigi d’Alicarnasso, Lib. 1—L’antichissima lingua che si parlava una volta nel Lazio, era la stessa che antichissimamente si parlava nella Grecia — (il che, aggiungiam noi, è detto dallo stesso Dionigi, lib. IV. Antiq. Rom. pag. 221, riguardo alla forma delle lettere latine simile a quella delle greche, come Tacito nel lib. XI e Plinio nel cap. 58 del lib. 7. ci attestano); e Maltre-Brun lib. 119 dice: La lingua albanese che si parla in Albania, parlavasi nella Grecia ne' secoli anteriori ad Omero, e non differisce radicalmente dall'antica de' Pelasgi.» BIDERA Vol. 1. pag. 16.
(230) «Il nome di Urano dai Greci fu dato al Cielo. I popoli Uranii son cosi appellati, non perchè vendono dal Cielo ma dalla Libia, perchè credevasi prossima al cielo:
Terrarum prima Libyen (nam proxima coelo est
Ut probat ipse calor)
Lucil. 1. 9.
Ad finem coeli medio tenduntur ab orte
Squalentes campi.
Silio Ital. II.
Gli Uranii (da vr arso ed ani cantone) furono i venuti dall’arsa regione, ovvero dalla Libia. Sono con tal nome chiamati da Omero indistintamente si gli Atlantici (da At padre e las antico) e si gli Oceanii, ovvero Fenicii, quelli cioè che emigrarono per mare, i Pelasgi» — Idem.
(231) «La favola della guerra Titanica, spoglia della esaltazione poetica, è la vera istoria della guerra dei Pelasgi Libici contro gli Aborigini della Sicilia e della Grecia».
I tre monti Ossa, Pelia ed Olimpo, che i giganti ammontarono per dare la scalata al cielo ed espellerne Giove nella stessa guerra dei Titani, sono evidentemente la mitologica espressione delle mura o torri pelasgiche dette ciclopiche, costruite senza cemento dapprima di enormi pietroni affatto scabri; non isquadrati, i quali furono poscia macigni poligoni rozzamente scalpellati, finalmente parallelepipedi posti perpendicolarmente ed anche senza calce. Cotal foggia di costruzione restò imitata dall’architettura solo per ornamento nel primo piano degli edifica con quella che chiamano a bugnato.
(232) Sicilo ed Italo, secondo Niebuhr, sono Io stesso nome. Come Σελλος ed Ἔλλεν (Sellos ed Hellen) suppongasi Vitalus e Sitalus, e t cangiato in k come in Latinus e Lakinius, La tradizione che parla della sommessione dei Siculi nel Lazio e nei paesi più meridionali, ne fece uscir fuori una parte, donde le emigrazioni che gli spinsero nella Grecia orientale sotto il nome di Tirreni, e nell’isola dal loro nome detta Sicilia. Infatti, allorché i Locresi si stabilirono in Italia, trovarono Siculi presso il Zefirio; e nel mezzogiorno della Calabria erano Siculi a tempo della guerra del Peloponneso. Gl’Italieti di Antioco sono chiamati Siceles da Tucidide e Italus il loro re. Intanto la fuga di Sicelo da Roma, e l'essersi andato a riparare presso il re italico Morgete, è la solita spiegazione personificata che significa nel tempo stesso la identità delle due parole Sicelo ed Italo ed il passaggio di una denominazione all’altra, la cui affinità è solo alterata dalla diversità dei dialetti.
(233) A queste ricordate da Niebuhr sono da aggiungersi altre che van discoprendosi con pelasgici avanzi, oltre a quelle per noi ricordate nella Sezione seconda di questo volume dove si discorre della Corografia e Topografia delle antiche regioni dell’Italia Meridionale.
(234) Dai Mitologi son ricordati tre Atlanti, uno re d'Italia e padre di Elettra moglie di Corito, Peltro re di Arcadia e padre di Maja, da cui nacque Mercurio, ed il terzo re della Mauritania detto il Massimo che sarebbe quello appunto ricordato da Virgilio. —V. nel Calepino la voce Atlas. Chi non vede in queste mitiche tradizioni contenuta e spiegata la presenza degli Atlantii (Pelasgi) in Italia ed in Grecia, dove smarrita la memoria della originaria pervenienza dall’Africa (in cui si suppone il Massimo Atlante, o come a dire il Padre o l’Avo di essi) si assegna ai discendenti uno stipite proprio e particolare, da cui si fanno immediatamente discendere? — E si noti che da Elettra si fa nascere Dardano il fondatore della Pelasgica Troja, della cui civiltà, secondo alcune tradizioni, fu portatore della Italiana città di Crotona; e da Maja si fa nascere Mercurio, il Dio de' commercii e dei traffici, col mezzo de' quali s’introducevano i Pelassi e si stabilivano in mezzo alle nazioni. — Ricordiamo da ultimo, che At-las in lingua Albanese significa padre-antico, ed in greco Atta Atta vuol dir Padre.
(235) Atene è chiamata da Erodoto città anticamente Pelasgica. «Dietro i commercii, dice il BALBO, si accrescono le ricchezze e le colture... E perchè tutto ciò è poi fomento di libertà, non è a maravigliare, né che tutte le città Jonie fossero delle prime ad abbandonare l’antica monarchia e volgersi a governi più popolari, né che principale a ciò fosse Atene antichissima fra esse.» MEDITAZIONI XIII.
(236) La caduta di Sebastopoli.
(237) Ho udito dare del nome Palatone negli ultimi rivolgimenti politici dai liberali a quei di sentimenti opposti, cioè ai vecchi che avversavano le troppo facili utopie de' giovani. Foss’ella questa voce omonima a Palettone il padre di Pelasgo?
(238) Se altrove (pag. 326) dicemmo di ridursi le colonie tutte in Pelasgiche e Tirrene, intendendo per le une quelle che giunsero per mare, e per le altro quelle che vennero per terra, ei fu perché rispetto all’Italia, come penisola, non altrimenti che per mare e per terra ha potuto essere abitata la prima volta; seppure dir non ai voglia, che i Tirreni stessi, i quali passarono in Italia per le Alpi, non furono originarii Africani, che vi arrivarono tenendo la stessa via che i Cartaginesi condottivi da Annibale.
(239) Al proposito di questo numero dodici, come caratteristico dei Pelasgi, e perciò tale da poter servire a riconoscerli altrove alla traccia di colai indizio, giova qui riferire quel che Michelet ne ha raccolto. «Secondo la tradizione, ci dice, avevano i Pelasgi edificato dodici città nell'Etruria, dodici sulle rive del Po, dodici al mezzogiorno del Tevere. Cosi nell’Attica Pelasgo-Jonica troviamo dodici fratrie, dodici demi, dodici poleis città, ed un Areopago, di cui i primi giudici sono dodici Dei. In Grecia l’Anfizionia Tessalica, in Asia quelle degli Eolii e de' Jonii, ciascuna di dodici città si componea».
(240) «E in fatti Roma stessa non pretendeva che dopo la ruina di Troja Enea portati avesse nel Lazio i Penati stretti di bende, e il fuoco eterno di Vesti? Non adorava la santa isola di Samotracia come madre, in modo che la vittoria di Roma sul mondo Ellenico sembrava la tardiva vendetta de' Pelasgi? L’Eneide celebra questa vittoria, poiché il poeta della Tirrena Mantova deplora la rovina di Troja, e canta il suo risorgimento nella fondazione di Roma, nella guisa stessa che Omero aveva celebrate nell'Iliade la vittoria degli Elleni, e la caduta della grande città pelasgica.» MICHELET.
(241) Quando gli antichi, tome in ispecie i Cronologisti di Alessandria, hanno interesse di far indietreggiare di molto le prime epoche, ed essi mancavano di dati positivi, ricorrevano ai calcoli per generazioni. NIEBUHR.
(242) Strabone riferisce molto diversamente il fatto della emigrazione de' Cretesi nella Japigia; ed Ateneo segue una tradizione del tutto opposta; il che dimostra la grande incertezza delle greche memorie. MICALI.
(243) Il porto dì Telamone in Toscana dicevasi così nominato da uno de' principali Argonauti, come quello di Argo nell'Elba in onor della nave. A questi segni appoggiavano i creduti Greci la persuasione e le prove di aver Giasone navigato il Tirreno! Idem.
(244) Stazio, sia per rintuzzare la greca vanità, sia perchè ne aveva forse pruove positive, attribuisce ai Tirreni l’opera di questo tempio, dove nel 2. carme del II libro delle Selve così dice:
Est inter notos Sirenum nomine muros
Saxaque Tyrrhenae templis onerata Minervae. Idem.
(245) Anche Roma, Lavinio, Luceria vantavansi al pari di Siri di possedere la Minerva d'Ilio. Osserva a questo proposito Strabone, che quando più città si gloriano di uno stesso miracolo, vi ha ragion di credere, che uno sesso artifizio le abbia in lotte a divulgare eguali falsità. Idem.
(246) Tra queste una fiala metallica dedicata a Giunone col nome di Enea inciso in caratteri antichi, se non forse, poi diremmo, sia stata indicazione della materia, aeneus di bronzo. L’isola Enaria (Ischia) dicevasi pure così nominata per rispetto alle navi di Enea. Idem.
(247) Abbiamo già detto, e giova ripeterlo, che queste tradizioni, come che per istoriche ci siano state trasmesse, non le teniam per tali noi, che abbiam visto quanto i Greci erano facili ad attribuirsi fatti, cui non avevano avuto menoma parte. Passano qui per istoriche, perchè i Greci storici ne parlano; non altrimenti che le tradizioni delle origini di Roma, le quali malgrado l’autorità di quanti ne hanno scritto, non sono che leggende. Ei pare che il segno caratteristico delle tradizioni favolose sia riposto nell'attribuirsi ad un eroe o semideo la fondazione di una città, quello delle tradizioni storiche nell'attribuirsi la stessa ad un popolo da cui è uscita la colonia. E poiché pure a queste città fondate da popoli sono stati attribuiti degli Eroi per fondatori, anche per queste si vuol discorrere qui in quanto alle origini solamente, riserbandoci a svolgerne le storiche memorie nel periodo che siegue.
(248) Secondo Eusebio 131 anno dopo, secondo i Cronologi sia di Alessandrja in tempi assai più remoti, perchè essi nel fissarne l’epoca per mezzo dei loro confronti genealogici, ne rinvennero e diedero una, contro ogni verisimigliinza, di molto anteriore alle più antiche città greche vicine. Sicuramente l’alta antichità di Cuma, dice Niebuhr, non è vera; ma non si può in alcun modo precisare il momento della sua fondazione.
(249) Si narrava che i Locresi, come alleati degli Spartani, osteggiarono per venti anni Messene, e che la loro gioventù raggiungevali a misura che cresceva. Si disse che le loro donne e le loro figliuole fossero vissute in tal tempo in una intimità senza freno con gli schiavi. Al finir della guerra i colpevoli fuggirono al di là dei mari con le loro concubine. Malgrado si bassa e vergognosa origine i Locresi d’Italia si elevarono ad un’alta considerazione, in grazia del loro legislatore Zeleuco, fino a regnare su tutto il territorio che è stretto fra i due mari e termina a Reggio. — «La tradizione sulla condizione de' primi Locresi e sulla colonia di Falanto stabilitasi a Taranto il primo anno della XVIII Olimpiade, ci permette, come quella della colonia di Tera, di scorgere che. in siffatti tempi i figliuoli nati da unioni prive del dritto di matrimonio turbavano in molti luoghi le repubbliche aristocratiche, le quali cercavano di mandarli altrove». NIEBUHR.
(250) Benché la fama dei Greci abbia come usurpato il vanto di farli credere autori della Italiana civiltà, può tuttavolta sostenersi che all’epoca della loro comparsa sul nostro suolo non vi trovarono barbari e selvaggi, come ad essi piacque di rappresentarli, ma popoli egualmente disciplinati e civili. Ne fa fede il loro stesso Aristotele dove parlando del salutare istituto de' sodalizii, non solo ne attribuisce l’invenzione agl’Italiani, ma quel che più importa, ne riconosce appo loro la pratica assai prima che in Creta, donde trasse la Grecia i più necessarii insegnamenti di civiltà. MICALI.
(251) Strabone lib. VI e Plinio lib. III.
(252) Lib. VI.
(253) Strab. 17. Dionys. Epìtom. XVII. Pausan. X. Justin. III. 4. Expugnatis veterilus incolis, sedes ibi constituunt.
(254) Strab. VI. Τε δε Μεσσαπια γλωττη Βρεντισιον η κεφαλή του ελαφου καλείται. Seleucus Glossarium ap. Steph. Byzant. ν. Βρεντηιον.
Questo nome venne in origine dal suo dopi io porto, il quale, come si vede in tutt’i portolani, rassomiglia ad una testa di cervo. Idem.
(255) Phistu era il nome più antico della città, le cui medaglie han per leggenda in lettere osche retrograde phistulis, come tribulis da tribù. «I numismatici non hanno fatta attenzione finora alle medaglie di Pesto con la doppia leggenda Phistults e Poseidon. Il padre Paoli, senza conoscerle, fu il primo a pubblicarne tre diverse di antichissimo conio, che secondo Barthelemy e Dutens (paleogr, numism.) si posson credere del sesto secolo innanzi l’era volgare. L'epigrafe da dritta a sinistra in greco antico spiega Posei, cioè Poseidon, nell'altra iscrizione leggo Phìis. che sono le prime lettere di Phistulis. L’aspirata F comune nel dialetto eolico, proprio degli Achei, e conseguentemente dei Sibariti, equivaleva per lo più all’s, che nella lingua osca aveva affinità col f greco, il quale, come c'insegnò Quintiliano, aspiravasi più della F latina. Dal veder segnate le prime medaglie di Pesto con le due leggende, sembra che i nuovi coloni, per necessità di commercio, o per comunione con gli antichi, fossero tenuti di conservare alcun tempo su le loro monete il vecchio nome di Phistu, benché restasse poi predominante tra i Greci quello di Posidonia. Le molte monete coll'epigrafe Phtstulis e Phistului sono state tutte ritrovate a Pesto; ma queste ultime, per essere di fabbrica meno antica, pare a noi che lusserò battute sotto il dominio dei Lucani, che restituirono alla città il nome primitivo ed i proprii costumi, dopo averla ricuperata su i Greci nell’anno 400 circa di Roma. Indi il nome Phistu passando dal dialetto osco alla latinità, addolcito, si trasformò in PATSTU. Perciò nelle monete di Pesto, mutata in colonia romana, trovasi frequentemente PIISTANO, PAISTANO, PAISTUM, PAESTUM. Vedi Paoli Rovine della città di Pesto,» Idem.
Abbiamo testualmente riportata questa nota del Micali per dimostrare ne' documenti numismatici che vi si pubblicano la origine Osca di Posto. Onde qui, come per comento della stessa, soggiungiamo, che atteso l'affinità tra P ed F, tra F e V, siccome oggi si scambiano reciprocamente ne' dialetti, in guisa che Don Filippo, per esempio, odesi in bocca del volgo mutato in Don Pilippo (donde il diminutivo Pippo) confetti in confietti e compietti, e nelle Puglie inverno si pronunzia inferno; cosi ha potuto dall'Osco Phistu farsi Pista o Pesto. Che poi da questa voce abbiano i Greci o Sibariti ricavato Posidon e Posidinia è facile il persuadersene riflettendo, che quante volte si succedono due consonanti diverse, una muta e l’altra liquida o semivocale, deve supporsi in mezzo ad esse lo sceva, cioè un'altra vocale muta, su cui sfuggendo la lingua in maniera da non farla avvertire ha fatto si, che nella scrittura neppur si esprimesse. Quindi Piste o Pesto ha dovuto secondo i Greci pronunziarsi Pesito, donde fecero Posido e quindi Posidon per farne una dedica a Nettuno, come luogo marittimo, allo stesso modo che le pecore dal pastore son dette le pecre. di staccio si è fatto setaccio ed il pericolo è divenuto pricolo in bocca del volgo. Dalla voce Posidon nacque l'attual Positano, vicino Amalfi, da credersi surto o fondato dai Posidani 0 Pestani ivi trasferiti dietro le ultime vicende della loroo città dai Saraceni distrutta.
(256) Avendo altrove (pag. 153 e seg. di questo vol.) discorra dei nome, sito ed estensione della Magna-Grecia, qui ci asteniamo dal farne parola. Per la stessa ragione qui tocchiamo solamente le località della medesima, potendosi riscontrarne le notizie in seguito del citato luogo.
(257) I Locresi furono popoli che abitarono intorno al monte Parnesso in Grecia. Chiamavansi Epicnemii quelli posti all'oriente dello stesso, perché vicini a Cremia città della Beozia: eran detti Ozolii dagli odori della contrada quelli, che ne abitavano la parte occidentale tra gli Etoli ed i Foresi. Questi Ozolii trasferitisi nell'Italia presero il nome di Epizefirii dal promontorio Zefirio, dove edificarono la nuova città (?) che chiamarono Locri dal nome che avevano nelle patrie contrade.
(258) Sciogliamo in questa nota la promessa data a pag. 347 sul conto dei Salentini, di cui avremmo assegnato un’altra e più accettevole etimologia al proposito di quella di Taranto.
Noi non iscorgiamo differenza alcuna nei nomi di quei popoli, di questa città e dello stesso Filanto, lo spartano duce de' Partenii. — Taras, Salas e Phalas son di quei greci nomi maschili della terza decimazione in as ed in ous, che nel mezzodì dell'Italia e in Sicilia, come Niebuhr osserva, si cangiavano in neutri della seconda colla terminazione in entum formati dal genitivo in εντο di quella. E perciò come Acragas e Pixus andarono trasformati in Agrigentum e Buxentum, cosi Taras in Tarentum, Salas in Salentum, e Phalas in Phalantos.
Or siccome dalla prima di queste tre parole, cioè da Taras, si deriva la città di Taranto, donde i Tarentini, cosi della seconda (Salas), per ragion di analogia e per esservi stati dei Salentini, si son fatti degli sforzi per trovare un Salento, o una Salentia almeno. Ma sventuratamente essa non si è potuta rinvenire; e malgrado che il Niebuhr congetturando la dia per fermo esistita anticamente, confessa nondimeno, che non se ne trova neppur menzione, tranne in Stefano Bizantino, dove egli medesimo sospetta di trovarsi anche per una congettura.
La città dunque di Salento o Sallenzia, capitale eponima de' Salentini, non è che supposta. E molto meno dee ritenersi che sia stata Soleto per alcuni creduta un’alterazione di Salento; perchè, se i Salentini occuparono della penisola la spiaggia che si dilunga sul golfo di Taranto, e Soleto è sulla opposta spiaggia bagnata dall’Adriatico, in mezzo ad Otranto e Nardo, val dire in mezzo ai Calabri-Messapii; non potevano i Salentini prender nome da un luogo posto fuori i termini del loro territorio; e da Soleto non sarebbero derivati che Soletini. — Ciò dunque in che modo può spiegarsi?
Noi l'abbiamo accennato, e ne rendiamo questa ragione:
I Salentini furono gli stessi che i Tarentini, perché in forza dell’Attico dialetto come s mutasi in t e viceversa, cosi r in l ed al contrario. Epperò il su equivale al latino ed italiano tu, a τυρβη a συρβή, ελαττον ad ελασσον, e nell'italiano affitto ad affino, fitto a fino, — Inoltre ποδαργια per πολαλγία, κλιβανος per κριβανος, ed in dialetto nostrano chiro o quiro per chillo o quillo (quello); sarma per salma, arma per alma, parma per palma, arbore ed albero, clistere e cristeo, pruina quasi pluina, pioggerella rappresa per gelo (la brina) son chiari esempii dello scambio delle due liquide l ed r, onde persuadersi, che facilmente i Tarentini, la cui denominazione non doveva certo restringersi alla sola città di Taranto, quelli cioè che all’oriente di Taranto lungo la spiaggia distendevansi verso l’estremità della penisola, abbiano dovuto secondo la pronunzia di quei popoli dirsi Salentini.
Posto un tale scambio, ecco i Greci profittarne per ficcarvi in mezzo il loro Falanto, Duce di Sparta, che si aggiunse a Taranto ingrossandola della sua colonia di Partenii, cui forse l’Oracolo per ragion di omonimia destinò di recarsi a Taranto o Salanto. Della quale somiglianza, benché i noti dialetti di Grecia non offrano esempii di permutazione di s in f, ben ne troviamo esempii ne' nostri d’Italia.
Come dal greco σ'κος ο σικον si è fatto ficus; cosi sarcina (per carico, salma) è lo stesso che farcina da farcio, donde fascio e fastello. All’incontro farcimen è la salsiccia o salciccia, la quale non è cosi detta dal sale, ma da farcio; donde infarcio per riempire, ingrassare. Da farcimen si fece, con alterarne la pronunzia, salcimen, e quindi salciccia. La sillaba far è adunque omonima di sal, questa di tar, la cui affinità è finalmente provata t a salmentum (salume) che in greco è detto ταρικός; la qual voce sussiste ancora in quelle contrade, dove chiamano nova di tarico le ovaje salate dei pesci grandi. E forse non d’altronde deriva il tarantello, pancia del tonno salati.
Fra Tar-anto quindi, Sal-anto, e Fal-anto è quella omonimie, che le diverse maniere di pronunziare han distinto, e gli scrittori han realizzate in tre enti diversi: — la prima in una città, la seconda in un popolo diverso, e la terza in un Archegete, del quale han fatto base ed argomento di una leggenda.
(259) Questo passo dì Antioco riportandosi guasto nel Troyli per modo, che fummo costretti a riscontrarlo in Strabone, fia bene qui trascriverlo, come quivi si legge nel principio del IV libro: Tradit Antiochus, quo tempore Harpagus Cyri copiarum dux Phocaeam cepit, cives quibuscumque facultatum tantum esset totis cum familiis naves conscendisse, primumque cum Creontiade ad Cirnum ac Massiliam appulisse, indeque repulsos Eleam condidisse.
(260) Benché Greci ed Elleni siano gli stessi; tuttavolta nell’uso invalso fra gli storici accennano a qualche diversità nel senso, che gli uni si tengano per più antichi degli altri. I Greci adunque venuti in Italia sarebbero quelli de' tempi corsi tra la caduta di Troja sino alla prima Olimpiade: gli Elleni quelli, che da quest'epoca in poi di Grecia in Italia si trasferirono.
(261) Se Festo vuole che sia stato detto ruminale il fico, sotto di cui la lupa porse le mammelle a Romolo e Remo, dal perchè la mammella è detta ruma, noi dalla notizia di Varrone, che il gaglio cioè, onde si coagula il latte per cavarne il cacio, può ottenersi dal latte del ramo di fico, e dalla cura che si davano i pastori di far crescere il fico presso il tempietto della Dea Rumia, deduciamo che una invenzione cotanto utile nella industria pastorale rimonta a tale origine cosi nobilmente complicata, e si vera, che il sangue rappreso, simile al latte quagliato, dicesi aggrumato da gruma, che venir deve da ruma. Quant'altro pensiamo poterne inferire il vedremo tra poco.
(262) Il tipo dell'eroismo presso i Romani non è come nell'Asia un Dio incarnato. Per Romolo basta che sia un figliuolo di un Dio, che nasca non solo da una vergine, come gli Dei indiani, ma ancora da una Vestale — MICHELET.
(263) La notata corrispondenza fra le tradizioni di un popolo e quelle di un altro si osserva anche fra quelle dello stesso popolo. La pugna degli Orazii e Curiazii risponde a quella di Romolo e Remo: anzi come in questi due nomi son due forme di una parola medesima, cosi ancora in Horatius e Curiatius, e nell'antica storia di Francia in Hlodion e Clodion, Hilderic e Childeric, Hildebert e Childebert, Hilperic e Chilperic, ecc. Se tra Romolo e Remo ha luogo un parricidio, che s’interpetra Roma che soppianta, annienta Remuria, tra gli Orazii ne accade un altro; la sorella uccisa dal fratello è Alba sopraffatta e vinta da Roma, figurata nell'Orazio. — MICHELET.
(264) Ei pare, che come le città le provincie ed i regni cedono al dritto del conquistatore, cosi titoli gloriosi di uno passano in un altro per bel genio di chi narra o scrive. Per siffatta ragione non una ma ben sette città contesero l’onore di aver dato i natali ad Omero, e nei secoli d’ignoranza anche dei meschini paesetti ai arrogarono la gloria di essere stati fondati da un compagno di Enea. L'uccisione del drago (simbolo della vittoria della virtù alle prese col vizio) è attribuita a più di un principe secondo alcune tradizioni popolari, ed a più di un eroe cristiano secondo altre. Per una pia credenza si addita da più popoli devoti l’impressione sul sasso di un piè del cavallo montato dal loro Santo protettore in atto di mettere in rotta o Saraceni o altri barbari. E il nome di Cesare, assunto da tutti i successori di Augusto, poi travisato in Czar, non è forse un titolo che accenna all’onore di discendere dal gran Cajo Giulio?...
(265) Vedi il cap. VI delle Animadversiones historicae di Giacomo Perizonio.
(266) Gravissimus auctor in Originibus dixit Cato, morem apud majores hunc epularum fuisse, ut deinceps qui accubarent, carerent ad tibiam clarorum virorum laudes atque virtutes. Cic. Tuscul. 1. IV, 2. — Il medesimo deplora la perdita di queste canzoni nel Bruto 18 e 19. — Dionigi di Alicarnasso conosceva alcune di queste canzoni su Romolo. Secondo Varrone si facevano cantare da modesti giovanetti ora con accompagnamento di flauto, ed or senza musica, assa voce. (Aderant) in conviviis pueri modesti, ut cantarent carmina antiqua, in quibus laudes erant majorum, assa voce et cum tibicine. In Nonio II, 70.
(267) Cefalone, Demagora e parecchi altri antichi scrittori greci e romani danno per fondatore di Roma un trojano di nome Romo. Vedi nel tomo VIII delle Memoires... de lu script ioni et Belles Lettres la dissertazione sull'incertezza della Storia de' quattro primi secoli di Roma di M. De Pouilly pag. 37.
(268) Il dotto Cluvier (Cluverio) nella sua Italia ha dimostrato di essere incerto, se Romolo avesse fabbricato Roma. — Minutoli. che prese a confutarlo, sentendosi opporre che Autori di gran peso fan rimontare f origine di Roma al di là del secolo di Romolo, replicò di esservi state più Rome, tutte successivamente fabbricate nello stesso luogo da diversi Romoli. A tal gratuita assertiva oppose Cluvier la singolarità del destino di Roma in aver avuto diversi fondatori del medesimo nome.
(269) Remurinus ager dictus, quia possessus est a Remo, et habitatio Rem Remoria; sed et locus in summo Aventino Remoria distur, ubi Remus de urbe condenda fuerat auspicatus, cioè della città da murarsi. Festo in Voce Remurira. Or se nel Linguaggio augurale, secondo lo stesso Autore. Aves remores diconsi quegli uccelli, che costringono chi è sul punto di far qualche cosa, a far sosta, indugiare: Aves remores in auspicio dicuntur, quae aсtиrum aliquid remorari compellunt; non pare forse che da ciò siasi cavata la tradizione che gli uccelli veduti da Remo, aves remore?, l’abbiano obbligato a deporre il pensiero de urbe condendo sull'Aventino? Oppure dee credersi, che dal non essere riusciti favorevoli a Remo i suoi auspicii siansi perciò detti aves remores quegli uccelli che fan metter remora ad un'impresa?
(270) Etimologizzando sulla parola asylum, a noi pare che sia stato così detto dall'a privativo e sylum, lo stesso che che ύλη sylva (come serpillum, serpens, septem da ερπύλλου, ερπον, επτα) luogo cioè senza selva, non selvoso, sboscato. E pensiamo che come nel medio evo, ed anche dopo, volendosi chiamar gente ad abitare una contrada vi si allettava cedendo a ciascun individuo alcune moggia di terreno in proprietà ed altre coll’obbligo di un’annua prestazione, così anche antichissimamente siasi praticato. E’ quindi naturale che la gente solita ad accorrervi sia la più povera ed abietta, come a dire pastori, agricoli, esuli, malfattori ecc. La qual gente per non poter essere strappata o cacciata via dal luogo, in tal guisa occupato, per farle pagare il fio de' suoi delitti, diede occasione di annettere alla parola asilo l’idea della inviolabilità. Nel qual senso il dritto di asilo fu poscia, per imitazione, trasportato ai luoghi sacri e ad altri non sacri, come un tempo i fornelli dove si tira la seta, in segno dì rispetto per quelli e di privilegio per questi.
(271) I giuochi che si celebrarono dai Romani per farvi concorrere i popoli circonvicini, furono dedicati al Dio Conso, ovvero Dio del consiglio, in rendimento di grazie del consiglio a Romolo suggerito, di profittare cioè del concorso della cento a quella festa per rapirne le donne. Or perchè mai questo Dio Conso trovasi di essere stato Nettuno? — Perchè Nettuno è il Dio scuotitor della terra nel senso. che faceva tremar le terre di Berecinzia, le terre turrite, pel timore de' suoi ladroneggi, quelli stessi appunto, che usano di fare i pirati saccheggiando le terre (paesi) lungo le coste.
(272) Egli è curioso in fatto di pronunzia sentir dire ai Grecisti, siano Erasmiani siano moderni, che Κύριος debba pronunziarsi Curios, e che se va pronunziato Chirios dagli Ecclesiastici nel Chirie eleison, sia questo un uso e non una sanzione de' Grammatici. Eppure non è cosi: niuno ha finora badato all'u, il cui suono, medio tra l'i e l'u, ma accostantesi a questo piuttosto che a quello, come in lacruma per lacryma, inclutus per inclytus, purpura per πορφυρα, importa che la c in sua compagnia tiene più del cu di suono chiuso che di ci di suono aperto; epperò non sapendosi dir Curios in quella guisa che più non si conosce, n'è restata una terza cosa in Chirios. Curia quindi, Curioni, Decurioni, Curuli, Curatori, che racchiudono tutti idea di dominio e superiorità, traggono tutti origine da Kυριος dominus.
(273) A proposito di quest'alternativa nel sopravvento or preso dai patricii ed ora dai plebei fa il seguente passo di Plinio, in tal parla delle allusioni del mirto presso i Romani: «Uno ne fu ove oggi è Roma, allorché si edificava; perciocché colle vermene del mirto, secondo che si dice i Romani e i Sabini si pacificarono insieme onde in quella occasione fu eletta la mortina, perchè sacra a Venere, che pur presiede alla congiunzione. Non so se questo sia il primo albero piantato a Roma in luoghi pubblici per un certo fatidico e notabile augurio. Perciocché si trova come tra gli antichissimi tempi di Quirino, cioè di Romolo, furono consecrati due mirti innanzi il tempio istesso, per lungo tempo l'uno chiamato patrizio, l'altro plebeo. Il patrizio duro per molti anni fiorito e lieto, dove l'altro andava tuttavolta mancando e mentre che il senato stette in riputazione, esso fu sempre verde e il plebeo mezzo secco e brutto: dipoi cominciò ad essere il contrario nella guerra marsica, nella quale l’autorità del Senato venne in declinazione.»
(274)
[Riportiamo il riferimento preciso nel testo originale – NdR – eleaml.org] “e cosi avremo sciolta la promessa per noi data nella nota (a) in piè della pagina 367 di questo volume”.
(275)
[Riportiamo il riferimento preciso nel testo originale – NdR – eleaml.org] “(vedi il già detto a pag. 350 e nella nota (d)”)
(276)
[Riportiamo il riferimento preciso nel testo originale – NdR – eleaml.org] “per quel che ne dicemmo nella citata nota (a) della pag. 367”.
(277) Anche sotto un governo il meglio regolato, pacifico e fiorente che sia, non è possibile impedire, né colla sapienza delle leggi, né con altri provvedimenti di qualsiasi naturale che la proprietà passi da una mano all'altra, e che tutta, o quasi, vada finalmente a cumularsi nelle mani de' ricchi, fino a che in questi perduri illimitata la facoltà di acquistare e possedere. L’ipotesi contraria ad un tale irreparabile inconveniente ha potuto aver luogo sol nella ipotetica età dell'oro, e sarebbe sperabile di vedersi attuata, quando fosse universalmente abbracciata l'evangelica abnegazione. Ecco ^perché restando le masse a capo di tempo dispogliate di quel tanti che basta a mantenere in utile esercizio le proprie braccia, le vediamo talvolta spinte ad addrizzare il curvo della falce nel diritto della spada (Et curvae rigidum falces conflantur in ensem) ed all'astile dell'accetta sostituir l’asta dell'accia o azza e della picca; donde quel disfarsi e ripartirsi de' cumoli in seguito della vittoria per tornar poco a poco a ricostituirne de' nuovi. Il che fa che i popoli sian vivi di quelli vita, che è mai sempre agitazione, sotto la cui influenza i governi (che non dormono) si costituiscono in una di quelle forme da cui prendono il nome.
(278) La parola Orazio dir vuole forte, perchè Horatius è lo stesso che Horetus, e questo, secondo Festo in V. lo stesso che foretus. Chi conosce l’indole dello sceva nella lingua ebraica si persuaderà a supporlo mai sempre in mezzo alle due consonanti dissimili che si succedono in mezzo alle parole si latine che italiane, val dire deve ritenersi come soppressa dall’uso una vocale in mezzo ad esse consonanti dissimili. Per esempio, la parola posto è dal participio positus, tritum da teritum, mandatum da manudatum caldo da calidus etc. del pari foretus da foractus, donde pcr metatesi la parola forza per forca e forzato da forcuto, quasi forzuto, e forti lo stesso che hostis per l'affinità tra r ed s come in Furii e Fusii, Veturii e Vetusii, Papiriano e Papisiano, e tra f ed i come in fedum pro hedo, folus pro holere, fostim pro hoste, fostiam pro hostia (Vedi Festo in V. Fedum). L'Orazio adunque è il forte personificato, ed un Orazio esser doveva colui, che vinse i Curiazii, come anche un Orazio quel solo che sul ponte vinse l'Etruria intera, detto Coclite, di un occhio solo, o nel senso dei Ciclozi di Omero secondo Vico, o per significare la forza cieca, altrimenti bruta.
(279) Curiazii cosi detti dai Curiati, sul valore della quale parola vedi il già detto nel Romolo sui derivati da Quir.
(280) Demarato fa cosi detto in greco da δημος popolo ed αραομαι fo voti per significare un figliuolo ottenuto per voti fatti agli Dei dal popolo. L' innesto di questo nome greco ad un personaggio etrusco significa, che questi fu un Demarato, cioè un personaggio avuto secondo i voti e i desiderii del popolo, val dire eletto da esso e non impostogli per dritto ereditario.
(281) La Minerva tutte armata uscita dal capo di Giove spaccato da Vulcano, cioè dalla scure, opera di questo Dio, tutti sanno oggimai di essere la sapienza politica cavata dall'intelletto di Giove, ovvero della Monarchia, in cui era chiusa, per manifestarsi io nell’ordine civile del Senato, che fu e sarà sempre la sapienza delle Repubbliche, o in quello armato delle plebi in rivolta cont o il dispotismo de' patricii. Questa bella creazione della Greca fantasia esprime a maraviglia, e me la sapienza governativa. dischiusi dalla mente tirannica di un sol despota, divenne popolare, regolata dal senno de' più (senato), o plebea quando, nell’abuso che ne facevano i senatori, costringevano le plebi ad ammutinare e sollevarsi contro di essi: ed è si acconcia a significare, che dal capo di Tarquinio Prisco colpito di scure dai due pastori, simboli della plebe, usci un nuovo ordine di sapienza governativa popolare adombrato nella persona di Servio Tullio, da non essere possibile disconoscerne nei caso la felice applicazione.
(282) Erano detti servi quelli propriamente. che fatti prigionieri, e potendo per dritto di guerra essere uccisi. erano in vece servati, salvati ad accrescere il numero del Popolo Romano. Epperò quanti prigionieri erano menati a Roma, non divenivano schiavi nello stretto senso della parola, ma erano come servi riguardati, perché vinti, e perché non più liberi di tornare alla loro patria.
(283) In un discorso pronunziato dall’Imperator Claudio nella occasione di ammettere in Senato i Galli di Lione, e trovato in quella città inciso su tavola di rame, ci è pervenuta una notizia riguardante il nome e la derivazione di Servio Tullio, la quale, comunque ignota allo stesso Tito Livio e ad altri Storici, merita Unto maggior fede, quanto è certo che Claudio scritto aveva la Storia Etrusca. In è detto che Celio Vibenna. venuto dall'Etruria con una masnada di clienti e di servi, era riuscito ad invadere Roma. A lui morto successe Mastarna (figlio di uni schiava di lei) che postosi alla teste di quella gente, giunse coi suoi mareggi a farsi re di Roma col nome di Servio Tullio. CANTÙ — Storia degli Intaliani. Pag. 90.
(284) Il che fa la ragione di aver Servio introdotto o di essersi sotto di lui trodotta la timocrazia o aristocrazia pecuniaria ed il censo, ossia Pestimo di quanto ognun possedeva.
(285) Meesak,
(286) Sull'onore non hanno mai gli uomini transatto, e ne fa fede chi disse più fiero che avvilito; tutto è perduta fuorché l’onore. Avendo la Provvidenza costituito dell’onore l’essere morale della donna e l’unico movente dell'uomo che è uomo, quando si è voluto attentare a questa gioja delle famiglie, gli uomini toccati nella più viva parte del loro cuore scoppiarono quasi sempre in quell'ira che li affranca dalla oppressione e dall'avvilimento. Parrebbe che gli uomini, quasi per far abbominare, quanto sì possa il più, cotai scellerati, inventato avessero tali fatti disonoranti, se non trovassero dei riscontri nelle storie non tanto antiche. Ond’è che, se pur noi volessimo crederli inventati per uno scopo morale, quello cioè di far apprezzare e custodire colla dovuta gelosia una cosa, la cui perdita si fa pagar cosi caro, e sotto tale aspetto guardar volessimo i due fatti della suora cioè di Aristogitone, e della moglie di Collatino, pe’ quali nello stesso anno furono espulsi Ippia ed Ipparco da Atene, i Tarquinii da Roma; non si può far altrettanto per quello di Virginia e per l’altro che tanto turpemente si associa alla feudalità. i cui eccessi, a dir tutto, compendiaronsi in un solo, nel dritto che i feudatarii arrogavansi collo schifoso titolo che abbiam ribrezzo a ridire.
(287) Come il tempo, nel quale i plebei presero parte alle assemblee, fu dai patricii ignominiosamente disegnato qual regno di un figlio di schiava (Servius, captiva natu); così la espulsione de' Tarquinii e ia fondazione del tribunato furono oltraggiosamente significati sotto il nome e la persona di Bruto (sinonimo di Servio), perchè in origine con t il nome chiamavasi chi si riscuote e si libera dalla sua schiavitù, ovvero uno schiavo ribellato (liberato per metatesi). Di tali ignominie ed oltraggi patricii non si adontarono i plebei: anzi sei recarono a gloria non altrimenti che i li ammutinati servi dei Lucani, i quali trasferitisi nell’Enotria vi presero il nome di Bruzii, ed i rivoltosi di Olanda. che si onorarono di quello dì poveri (gueux). Il primo Bruto dei Romani, che s’infinse stodido, ben seppe simboleggiare la simulata sua indole in quella verga d’oro entro un bastone racchiusa, di cui fé dono all'Oracolo di Delfo, alludendo all’anima sua nascosa sotto quelle mentite sembianze. che gli valsero lo scampo dalla morte, cui Tarquinio gli avrebbe fatto subire, se cosi dispregiabile e da nulla non si fosse dato a divedere.
(288) Si fa dipendere la decisione della vittoria da un Etrusco ucciso di più sull'egual numero de' Romani uccisi nella battaglia. Non si acchetò Tarquinio alla sorte di questo esito. Col mezzo di Ottavio Mamilio, dittatore di Tuscolo, e suo genero, le trenta genti Latine son mosse e tratte contro Roma. I due eserciti si scontrano al Lago Regillo della Selva Algida, dove combattendo tutti gli eroi corpo a corpo come quelli dell'Iliade. colla caduta di tutti l’un dopo l'altro fan pendere incerta e dubbiosa la vittoria. La quale, chiaritasi pe’ Romani pel superstite loro dittatore Postumio, al pari che l’altra contro gli Etruschi, dir vuole, che anche per un nonnulla fu guadagnata. Se non che questa volta non potendo decidersi dal maggior numero degli uccisi, si disse che i Dioscuri furon visti combattere e definir la vittoria, ed essi stessi portarne a Roma la novella.
Non fu altro l'effetto di questa battaglia, che l’essersi affisso ad essa il termine dell'età regia di Roma, perchè dopo della stessa non si parla più di Tarquinii e di re. Ei fu dietro alquanti anni, vuoti di fatti, che Roma riconobbe l’indipendenza e l’eguaglianza dei Latini. La data della battaglia è incerta, perchè n. n figura nei Fasti de' Trionfi; e MICHELET coglie in contraddizione Tito Livio, che dice averne riportato il dittatore Postumio il soprannome di Regillese, mentre altrove riferisce di Scipione aver questi il primo tratto quello di Africano da una vittoria. Per noi sta, che come l’ultimo degl’Imperatori Romani fu detto Augustolo, diminutivo del primo Augusto, cosi a Regillo, lago e diminutivo di re, col qual nome il volgo chiama il lui, che è il più. piccolo e quindi il re degli uccelli nostrali, siasi voluto annettere la sfinita e sparuta idea di re, debolmente restata annessa alla potestà dittatoria, dai Romani consentita per qualche mesi a colui che ne investivano in certe imperiose circostanze. La quale idee unita a quella della Selva nell'Algido, dov’era il lago, significa che algido o freddo fu il valore de' soccumbenti.
(289) «L’Algarotti, nel Saggio sopra la durata de' regni dei re Roma, avverti come fosse incredibile che sette re elettivi, i quali tutti, eccetto Romolo, vennero al trono in età già piena, e quattro morirono violentemente, durassero ducenquarantaquattro anni, cioè trentacinque anni di regno medio. In Venezia, quando ancora non si eleggevano soli vecchi, e il doge era vero capo dell’esercito e dello Stato, dall’804 al 1311 sedettero quaranta dogi, cioè dodici anni e mezzo cadauno. Dal 1587 al 1764 in Polonia furono sette re elettivi; durata lunghissima, eppure molto minore di quella dei romani. I sette precedenti erano regnati cenquarantun anno dal 1445 «1 1587. I regni ereditarli danno per lunghezza media venti o ventidue anni.» Cantù, p. 241 del 1. vol. della Storia degli Italiani.
(290) Nel protestare che abbiam semplicemente sfiorato e non trattalo questo argomento dei primordii e del ciclo regio di Roma, già da Niebuhr, Michelet e Cinta ampiamente disvolto, giova avvertire, che il poco per noi scritto non è ripetizione ma giunta a quel che altri ne han detto.
(291) V. dalla pag. 155 alla 165 il sito e la determinazione topografica di ciascuna delle otto regioni, ragguagliata agli attuali circondarii, cui approssimativamente credonsi di corrispondere.
(292) A chi domandasse come reggevansi i popoli senza leggi scritte, soddisfa Giustino Isterico rispondendo: Princ pio rerum populus nullis legibus tenebatur: arbitria principum pro legibus erant. Colali arbitrii de' princìpi, secondo Archita presso Stobeo, avevan nome di leggi animate o viventi, dicendosi inanimate le leggi scritte. E se queste son dallo stesso Archita tenute pel miglior mezzo governativo, attalché del desiderio di esse tanto si strusse il Popolo Romano dopo la cacciala de' re, che fu forza di soddisfarglielo colle decemvirali o delle XII tavole, un loro storico ben al proposito rifletteva: «Regem hominem esse, quo impetres ubi jus ubi injuria opus sit. Esse gratiae locum, esse beneficio; et irasci et ignoscere posse; inter amicum et inimicum discrimen mosse. Legem rem rusticam et inexorabilem esse, salubriorem melioremque inopi quam potenti; nihil laxamenti nec veniae habere, si modum excesseris. Periculosum esse in tot humanis erroribus sola innocentia vivere.»
(293) «Omnes qui urbem et regionem inhabitant persuasos esse oportet, extimareque Deos esse ex Coeli totiusque inspectione, rerumque in ipsis dispositione pulcherrima et mirabili; deinde colendi honorandique Dii sunt, ut bonorum omnium in nobis auctores, quae aliqua ratione fiunt. Singulos igitur habere et componere animam quemque oportet, ut ab omnibus malis pura sit. Nam ab improbo homine non honoratur Deus, neque sumptibus colitur, neque tragoediis capitur instar hominis mali, sed virtute atque justitia bonorum operum et justorum. Ceterum qui urbem habitant, Deus omnes venerari debent ritibus patriis, qui omnium optimi censendi sunt. Praeterea cunctis oportet obedire (legibus, principes venerari, eisque assurgere, et quod praecipitur facere. Civitatem vero cariorem sibi facere nemo debet quam patriam suam. De iis enim patrii Dii ulciscuntur». Stobeo in Fragmentis Legum Zaleuchianarum in Exordio.
(294) «Ut rem controversam, pendente adhuc lite, possideret is, apud quem erat, quum in jus fuit adducta» Polib. lib. XII.
(295) «De non danda pro foenoribus pecunia syngrapha» Zenob. lib. 5. Proverb. 4.
(296)) Essi SONO BENTLEJO Opusc. pag. 340; HEYNE Opuse. accad. Vol. II, pag. 273; SAINTECROIX Sur la legislation de la grande Grèce lib. XLII e XLV degli atti dell'Accademia delle Iscrizioni; RICHTER De veteribus legum legislatoribus, Lipsiae 1791.
(297) Nota il modo più energico ond'è ciò inculcato nella fine della nota (b) di questa pagina.
(298) Lib. 24 cap. I «Crotone nec consilium unum inter populares, nec voluntas erat. Unus velut morbus invaserat omnes Italiae civitates, ut Plebs ab Optimatibus dissentiret; Senatus Romania faveret, Plebs ad Poenos rem traheret. Eam dissensionem in urbe perfuga nunciat Bruttiis: Aristomachum esse principem plebis tradendaeque auctorem urbis, et in vasta urbe lateque omnibus disjectis moenibus partitas stationes custodiasque senatorum ac plebis esse: quacumque custodiant plebis homines, ea patere aditum».
(299) Lib. I. cap. 27.
(300) Non vi ha quasi antico legislatore, la cui fine non si narri in una guisa simile a questa. Convinti gli antichi della efficacissima forza dell'esempio, per cui parevano esemplari le pene rigorose, provvidamente mantenevan viva nel popolo la tradizione, che alla inesorabilità delle leggi non avevan potuto sottrarsi neppure i loro latori, per cosi renderle soprammodo inviolabili e tremende.
(301) Vedi li nota precedente, ed aggiungi clic questo fallo della fine di Caronda non si sa dove precisamente avvenne. Non certo in Turio, poiché visse molto tempo innanzi che fosse fondati. Epperò se ne fu detto legislatore, ei fu perchè sì le disposizioni di Caronda e si quelle di Zaleuco fecero parte della Compilazione degli Statuti della repubblica di Turio, ne' quali Diodoro Siculo ricorda anche un ordinamento di Solone, ed Eraclide Pontico un buon numero di leggi da Protagora, discepolo di Democrito, scritte espressamente pe’ Turi afidi. I quali furon si vaghi di moltiplicarle, che avendone adottate anche delle Spartane e delle Cretesi, resero a tal segno complicata la loro legislazione da vederne derivare i loro maggiori turbamenti. Un esempio delle viziose formalità prescritte delle leggi di Turio si trae da quelle di compra e vendita riferite da Teofrasto presso Stobeo.
(302) ARISTOT. De Repub. V. 3. in fine.
(303) Van congiunti insieme questi due popoli non altrimenti che i Sibariti ed i Turiatidi colla sola differenza che Turio surse dietro la distruzione di Sibari, Eraclea fondata dai Tarantini coloni di Siri divenne in poco tempo si potente e si florida, che Siri non fu altro che un porto di lei.
(304) Un tal soprannome di doppio significato, molte cioè e pieghevole, lasciò dubitare agli antichi sotto qual senso gli sia stato attribuito, se riferendosi alla mollezza di lui, oppure alla pieghevolezza del sua carattere, come Plutarco vorrebbe.
(305) Sparziano nella vita di Adriano.
(306) In latino halec o halex l’alice non pire troppo distante da Helea, cosicché dal luogo, in cui si preparava per smercio, non è improbabile che tal sorta di pesce abbia tratto il suo nome.
(307) Discepolo di Senofane, che scrisse in versi la storia della fondazione di Velia.
(308) Dettò questi le sue leggi, secondo Aristotele, a Catania sua patria, ed alle Colonie Calcidiche in Italia, fra le quali nomina Eraclide Pontico espressamente Reggio; onde scrisse Platone (de Repub. X.) «La Sicilia e l’Italia celebrino Caronda, noi Solone». Eliano aggiunge che Caron ’a diede le leggi ai Reggini, mentre esulava da Catania. Ermippo presso Ateneo ci fa assapere di averle scritte in versi secondo l’uso di quei tempi.
(309) Cosi denominiamo assolutamente tutti gli altri popoli antichi del nostro Regno; cosicché per Osci si han da intendere tutti quelli de' popoli nostrani, che non furono Magno-Greci. Vedi la nostra Mappa Cronologica a pag. 328 di questo volume, in cui è chiara la loro discendenza dagli Osci.
(310) Le divisioni territoriali cosi aggruppate dicevansi regioni a rege, dal re che le reggeva; e pensiamo che la parola regnum, donde regnare, sia nata da regionum, dall'insieme di più regioni, che col pronunziarsi rioni si tramutarono in regno appunto come le legna da ardere son dette lione in un dialetto di Basilicata e leune in un altro della stessa.
(311) MICALI, vol. I. pag. 267. dell'Italia avanti il dominio dei Romani.
(312) La duplice ortografia di queste due parole Osche ci permettedi tradurle latinamente per quelle che suonano. Se in generale tutte le latine desinenze in a sono un accorciamento della sillaba cus ocos, per lo sceva che ricomparisce ne' casi obliqui, come in felix, felicis, felices; pax, pacis etc. e se tuticus trovasi scritto tutiks; anche meddix o medir dev'essere l'accorciato di medicus. Or quale analogia, si dirà, può trovarsi tra magistrato e medico? Echi non la vede, noi rispondiamo, nella medesimezza dell'ufficio di amendue, dell'uno in procurar la sanità fisica fugando i morbi dal corpo infermo, dell'altro in mantenere la salute morale di un popolo castigando i delitti ed allontanando le violenze che sono i morbi della società?
(313) Mihi quidem non apud Medo, solum, ut ait Herodotus, sed etiam apud majores nostros, servandae justitiae causa videntur olim lene morati reges constituti. De officiis lib. 2.
(314) Liv. VIII. 19.
(315) Liv. XXIII. 14.
(316) Sanctissimo Feciali jure Cicer. de Offic. I. 2.
(317) Come rilevasi da Livio (I. 32.) Dionisio (II. 72.) Anrel. Vittore (in Anco Mart. 5.) Servio (VII. 795 Valer. Massimo (X). Χ. 14.)
(318) La confederazione della guerra Sociale si vede figurata sulle monete Sannitiche, in cui un feciale vestito in tunica sta genuflesso tenente in mano un porcello. La formola dell'imprecazione, che accompagnava un tal sacrificio, era questa conservata da Livio (IX. 5.); Ut eum ita Jupiter feriat, quemadmodum ai fecialibus porcus feriatur. MICALI.
(319) Le mura, secondo Varrone, reputavansi sacre, acciocchè i cittadini combattessero più coraggiosamente in difenderle.
(320) «Rituales nominantur Etruscorum libri, in quibus perseriptum est, quo ritu condantur urbes, arae, aedes sacrentur, qua sanctitate muri, quo jure portae, quo modo tribus, curiae, centuriae distribuuntur, exercitus constituantur, ordinertur, ceteraque ejusmodi ad bellum ac pacem pertinentia. Festus in V. Rituales.
(321) Trovasi memoria di un tal dritto antichissimo a Preneste, a Tivoli ed altrove, di che Livio passim. MICALI.
(322) Livio (VIII. 39.) lo adduce espressamente dei Sanniti nella famosa causa di Papio Brutulo. In più bassirilievi etruschi veggonsi rappresentanze di simili magistrati. Vedi Museo Etrusco tomo III. MICALI.
(323) Fragmenta e libris Vegojae ap. Rei agr. Auct. legesque variae, ed. Goesio.
(324) VICO, DUNI, BONAMY E GIBBON.
(325) Εαν δε τις ασώτω δανεισας χρεος ελεγχθῆ σερ ται αυτοῦ. –Nic. Damasc. Histor. pag. 273. E Stobeo Serm. 42. Lucani, ut alorum criminum, sic etiam otii causas agunt. Et si quis homini otioso et voluptatibus dedito mutuas e aliquid convincatur, privatur apud eosdem mutuo donato.
(326) Lucanorum lex sic se habet: Si sub occasum solis veneritperegrinus, volueritque sub tectum alicujus divertere, et is hominem non susceperit, mulctetur, et poenas luat inhospital tatis. Eliano lib. 4. cap. I.
(327) Livio lib. XXV. 16.
(328) Multam Osci dici putant poenam quamdam. Festus in v. La parola multas leggesi nell'Osca iscrizione del Seminario di Nola.
(329) Legem, honestam quidem, et quae ad virtutem vehementer excitat, Samnitibus extare ferunt. Haud quidem fil'as suas, quibus collibuerit, nuptui dare fas est; verum quotannis decem pra stantes decerni virgines ac optimates totidem adolescentes. Ex iisprimam primo locare, secundam secundo, et ita deinceps: hoc pacto, quod si is, qui primam accepit, honestam institutionemmutaverit in deterius, habitus contemptui per ignominiam est, et ei locata adimitur. STRABO I. 5.
(330) MONTESQUIEU Esprit des Lois VI. 17.
(331) Sotto questo titolo intendiamo ravvivar la memoria dei soli fatti, cosi dell'umanità come della natura, che offrono storica importanza per gli avvenire, descrivendo cioè la vita politica di ciascun popolo colle sue vicende, e la vita fisica del medesimo sotto l'influenza dei disordini della natura. Saran le vicende gl'interni rivolgimenti, l'esterne relazioni, le immigrazioni, le colonie, le invasioni, le incursioni, le guerre; saranno i disordini le pesti, i tremuoti, le vulcaniche eruzioni ed ogni altra sorte di flagelli che han desolato o afflitto l'umanità.
(332) L'epoca della venuta di ciascuna colonia dalla Grecia sulle coste della nostra Italia meridionale, sarebbe quella che dalla seguente mappa rilevasi. A. C.
Cuma fondata dai Calcidesi circa il 1300 0 1050.
Metaponto dai Pilii reduci da Troja circa il 1260 0 900.
Crotone dagli Achei circa il 753.
Sibari dagli Achei circa il 725.
A. C.
Reggio ripopolata da' Messenii circa il 723.
Taranto ripopolata da' Lacedemoni circa il 707.
Locri fondata dai Locresi Ozobi circa il 683.
Elea o Velia fondata dò Focosi circa il 536.
Posidonia dai Sibariti circa il 510.
Turio dagli Ateniesi e Sibariti circa il 444.
Eraclea dai Tarantini circa il 433.
(333) Con questo nome i Greci chiamavano i loro compatriotti stabiliti nella parte meridionale dell'Italia.
(334) MICALI, la cui opera di Italia avanti il dominio de' Romani tenia io presente per la Storia de' Magno-Greci, che quasi da lui trascriviamo in quanto ai fatti clip ha saputo diligentemente raccogliere ed ordinare.
(335) Diodoro ΧII. 9. Si diceva che le terre dell'agro di Si-bari rendessero il cento per uno (Varro R. R. 1. 44.). All'arte e alla ricchezza de' cittadini si dovevano quei canali, pel cui mezzo innaffiavano i loro campi e trasportavano dai poderi il vino alla città e da questa al mare. Athen. XII. 3.
(336) In quei tempi la mercatanzia era non solo di profitto, ma anche di onore a chi l'esercitava. La praticarono Talete, Solone e Ippocrate il matematico; e Platone colla vendita di cert'olio in Egitto si procacciò il bisognevole pel suo viaggio. Plutarch in Solon.
(337) Antiphan. et Theophr. ap. Athen. XII, 6. p. 526 Horat. III. Od. VI. 21, 24. Le relazioni di commercio e di ospitalità pubblica che passavano fra i Sibariti e gl' Ioni sono attestate dall'amicizia di quei di Mileto, che dopo la distruzione di Sibari vestirono abiti di lutto e si recisero i capelli per dare un contrassegno pubblico di dolore (Herodot. VI. 21.). Dippiù i Sibariti usavano vestimenti di drappi di Mileto, lo che, secondo Timeo, fu cagione di concordia scambievole (ap. Athen. XII. 4.). La predilezione de' Sibariti per gli scorretti costumi degl'Ioni si trova pure ricordata da Diodoro (Fragm. VIII. p. 33.) ed Ateneo (loco citato p. 519.).
(338) Furono i Sibariti inventori di moltissime cose di comodo e di lusso. Vedi Athen. XII. 3. 4.
(339) Verso l'anno 600 avanti Cristo, cioè cento e dieci anni in circa dopo la fondazione di Sibari.
(340) Diodor. Fragm. VIII. p. 33, 34. Athen. VI. 21 e XII. I. II.
(341) Senec. De Ira II. 25. Aelian. Var. hist. IX. 24.
(342) Aristot. ap. Athen. XII, II. Idem de Mirab. p. 1158.
(343) Antioch. Syracus. ap. Strab. VI. p. 182.
(344) Diodor. XII. 9. È credibile che in questo numero fosse com pres tutta la popolazione del contado. Secondo Scimno Chio (Perieg. v. 340) il censo era di centomila cittadini soltanto. Antioch. Syracus. ap. Strab. VI. p. 182.
(345) Tim. ap. Athen. loco citato p. 519.
(346) Athen. XII. 4. pag. 520.
(347) Strab. V. p. 173.
(348) Herodot. VI. 21. Strab. VI. p. 174. Mazoch. Comm. in Tabul. Heracl. p. 42, 502. Quelle colonie dovettero essere fon date durante la floridezza di Sibari, non mai dopo la sua caduta, come ha fatto credere ad alcuni il testo mal inteso di Erodoto. Ciò è anche confermato dalla somiglianza che passa fra le monete di Sibari, e quelle più antiche di Posidonia. Una medaglia inedita di Sibari, attualmente in potere di lord Norwich, ha il tipo delle posidoniati; cioè Nettuno armato di tridente nel diritto; il bue nel rovescio; la leggenda è al solito delle sibaritiche antiche VM. Di Laino si conservano alcune rare medaglie di antichissimo conio. Ignarra Palaestr. Neapol. pag. 258. Echkel Doctr. Num. vet. vol. I.
(349) Apollodor. De orbe terrae. ap. Steph. Byz. V. Λαος. Orgi il fiume Lao, che sbocca nel golfo di Policastro. Il sito della colonia di Scidro é ignoto.
(350) Aristoteles, Timaeus et Archiloch. ap. Athen. XII. 5. piena conoscenza, che l'antico poeta di Paro ebbe del sito e dei costumi di Siri, conferma le strette relazioni che sussistevano col la Grecia propria, le Cicladi e l'Ionia.
(351) MICALI pag. 242 a 246.
(352) La riservatezza che egli usava nell'ammettere alla sua scuola sol coloro che ne credeva meritevoli, e lo scopo politico cui miravano le sue dottrine, fecero si, che dai più si vedesse nello scelto assembramento de' suoi discepoli, piuttosto che scuola, una setta; e perciò più o meno invisa ed in uggia ai governi, in cui si stabiliva, secondo la tendenza de' medesimi verso l'oligarchia o l'oclocrazia, che se ne ombrava. E ben poteva per questo lato e sotto tal riguardo apprendersi per misterioso e destar sospetti il Pitagorico sistema, se le dottrine che professava fossero state tutt'altro che moralissime e quindi per nulla sovversive, e se non avesse Pitagora si di proposito semplificata la sua missione educatrice da escludere financo l'uso delle favole, sotto il cui velo gli antichi trasmettevano ai posteri le verità che conobbero. In vece adoprava le allegorie, piuttosto dure ed emblematiche, tali al meno per chi non era educato al linguaggio de' suoi insegnamenti. Ed è si vero che ei volle dalla sua scuola bandita la favola, che o fosse dessa la favella, o fosse quella de' mitologi, ben lo volle significare nel semplice divieto delle fave, sul cui senso tante ciance si son per tanti secoli spacciate. Eccoci intanto a svolgere preliminarmente il senso di queste parole segnate in corsivo, senza di che non potrebbe acquistar risalto quel che sul proposito per noi verrà detto in dileguo della volgare credenza intorno al vietato pitagorico legume.
Se la mitologia è il discorso de' miti ovvero favole, la favola (fabula derivante da for, far's, parlare) non è altro che favella, siccome mito dal greco μύθος non è che favola o parola, benché i miti, a dir vero, donde la voce muto, sarebbero propriamente, i discorsi muti nel senso, che le arti mute, cioè le pitture, se non parlano, esprimono realmente, re ipsa, qualche pensiero (Calep. in V. mutus). Che fabula in fine suoni favella, se ne cava una pruova da quel proverbio lupus in fabula per quanto noto,altrettanto da niuno spiegato per iI lupo nella favella piuttosto che pel lupo nella favola, quasi fosse qualcuna di quelle di Esopo o di Fedro; perché siccome (secondo la volgar credenza) perde la voce chi è il primo a vedere il lupo, cosi zittisce al sopraggiungere della persona chi testé ne parlava in un crocchio, ed invece prorompe in un oh! appunto; lupus in fabula, spezzando il discorso che ne teneva. Veggansi gli annotatori al verso di Virgilio (53 dell'Eclo a IX) vox quoque Moerim Jam fugit ipsa lupi Moerim videre priores.
Le fave adunque proibite ai suoi discepoli da Pitagora, o dette fabulae, favette, o fabulum come Gellio si esprime nella lingua allegorica del filosofo erano le favole, che ei voleva non usassero i suoi seguaci in vece di dir chiaro e senz'ambagi la verità; ed erano pure la favella o la parola, da parabola, per cui obbligava al silenzio di tre o cinque anni i suoi alunni (studenti da st, zitto, ed udenti) secondo che ravvisava in essi una maggiore o minor disposizione alla taciturnità; ond'è anche quel favere per star zitto e per favorire, cosi detto dal dar la fava per voto affermativo o favorevole.
Or le favole, come le parabole. erano il linguaggio adottato apposta pel volto una specie di linguaggio reale o sensibile, il solo che fosse alla portata della sua intelligenza, come anche l’apologo. E siccome tra fava e fagiolo e faggiola (frutto del faggio) scorgesi un'affinità di sostanza e di nome, che loro viene da φαγειν mangiare; cosi come i detti legumi sono il nutrimento fisico e le favole il nutrimento morale del volgo, ne avvenne che per una specie di lingua gerga o allegorica Pitagora, nell'interdire le fave, inteso avesse di vietar l'uso delle favole.
Pitagora, si dirà, fu Greco e non Latino; epperò il suo linguaggio non poteva avere allusioni etimologiche in una lingua non sua. A questo noi rispondiamo, che Magna-Grecia fu dentro e ben piccola parte dell'Italia, i cui Popoli erano Osci, e la cui lingua madre non fu certo la Greca esclusivamente, sibben quel la, donde usci la superstite lingua, per la quale dicesi Italia tutta l’estension del Paese che la parla. E poi, perchè mai si disse Ennio trilingue, e bilingui i popoli Mano-Greci e perchè bilingui le tante tavole di leggi qui e qua discoperte?
(353) L'uso della tela di lino, il bisso, appo i Sacerdoti Eiziani, aveva per iscopo di significar unicamente la loro mondezza e purità, perchè produzione vegetale. I pannilani, al contrario, erano tenuti per sozzi non altrimenti che i peli i capelli le unghie ed ogni altra cornea sostanza animale, di cui per pulitezza gli uomini usano purgarsi tosandone l'escrescenza, sono in conto di materia schifosa. Ecco perché la Cristiana liturgia vuole anche di lino la biancheria del Sacerdote, dell'altare, e di quanto ha immediato contatto colla materia del sacrosanto sacrificio nella Messa.
(354) L'antico sacerdozio rimediava alla interna purificazione colla esterna lavanda del corpo. Il sacerdozio Cristiano ha ritenuto l'abluzione delle mani, per decenza e per simbolo di quella purità, cui ottiene col sacramentale dell'acqua benedetta per lievissime macchie, col solo sacramento della penitenza per quelle meno lie vi con messe dall'uomo di già rigenerato col lavacro del battesimo.
(355) Gli uomini, diceva Pitagora, son migliori quanto più si appressano agl'Iddii: anzi avrebbe voluto che i loro prieghi fossero pronunziati ad alta voce, affinché non chiedessero mai, cosa, di cui potessero arrossire. Seneca ep. 94. Plutarch. De Oraculorum defectu. Clem. Alexand. Stromat. IV.
(356) Per quanto le incertezze della Cronologia il consentono, è credibile che ciò sia avvenuto circa l’anno 265 di Borni. Un anno prima della sua morte, Aristodemo tentato aveva di favorire la spirante causa dei Tarquinii, secondo Dionisio d’Alicarnasso (VII, 13).
(357) Seguì questa rivoluzione subito dopo la guerra Persiana, intorno all’anno di Roma 274.
(358) Vedi la nota (1) a pag. 377. Plutarch. Amator.
(359) Polyb. II., 39.
(360) Apollion. ap. lambì.
(361) MICALI.
(362) Cosi Pausania (32 IV,). Strabone (VI). Plinio (III. 8).
(363) Fu in tale occasione che i Locresi fecero voto, se fossero salvi dall'assedio, di prostituire le loro vergini nel giorno della festa di Venere. Justin. ΧΧΙ. 3.
(364) Polluce V. 75.
(365) Il geografo Strabone che ciò riferisce, soggiunge che la maggior parte de' coloni non volle fermarvisi. Chiamarono questa colonia Πυξους i Greci, Buxentum i Romani dalla quantità del bosso che vegeta sulle rive del fiume che ne prese il nome, come già Botammo a pag. 146 di questo volume.
(366) Anno 2 dell'Olimpiade LXXVIII, di Roma 287, av. C. 406.
(367) Justin. IV, 3.
(368) Olimp. XCVI, di Roma 361.
(369) Poterono i Turii mettere in campo quattordici mila fanti e mille cavalli oltre degli ausiliarii. A tanto era cresciuta la forza e la prosperità della colonia in soli sessant'anni dalla sua fondazione.
(370) Dionisio non omise in quella circostanza di travagliare i Reggini anche coll'arma del ridicolo. Per suo comando il poeta comico Sofrone mise in iscena i Reggini come pusillanimi e vili, donde venne il proverbio: timido come un Reggino. Con pari scherno si additavano col soprannome derisorio di lepri, alludendo alla figura di questo animale scolpita sulle loro monete in memoria della introduzione fattane in Sicilia dal loro re Anassila. (Suida nella ν. Λαγως).
(371) La virtù di Pito è celebrata anche da Filostrato nella vita di Apollonio Tianeo (VII, 2) Secondo la cronologia di Diodoro segui la presa di Reggio nell'anno 2 dell'Olimpiade XCVIII, di Roma 367, av. C. 386.
(372) Rilevasi da Teofrasto (Hit. plant. IV, 7) e da Plinio (XII, 1.), che i primi platani veduti in Italia furono trasportati da Sicilia a Reggio per ornamento del real palazzo.
(373) Euforione presso Ateneo (XV, 19) parlando dei doni da Dionisio il giovine fatti ai Tarantini, fa menzione di un candelabro, che aveva tante lampadi, quanti sono i giorni dell'anno. Si deduce la buona corrispondenza tra Taranto ed il detto re anche dalle spesse ambascerie, e sopratutto dalla epistolare corrispondenza fra Dionisio ed Archita, alle cui preci fu liberato Platone. MICALI.
(374) Rammenti il lettore, che i popoli nostri relativamente all’attuale confine tral nostro Regno e lo Stato Pontificio, furono i Volsci, gli Ernici, gli Equi, i Marsi, i Vestini, una parte de' Piceni sull'Adriatico, ecc. Ecco perché abbi mo esordito da essi,che per prossimità di luogo ai Romani, come furono primi ad averli molesti, cosi risultarono anche anteriori agli altri popoli nostrani nell’ordine storico delle loro memorie.
(375) Tutius visum est, defendi inermes Latinos, quam pati reractare arma. Liv. II, 30.
(376) III, IV e V della prima Decade.
(377) Gli Scrittori Inglesi della Storia universale (tomo XI, sezione III.) notarono giustamente la parzialità di Tito Livio, e come poco si mostri generoso verso i popoli che si opposero all'ambizione della sua Repubblica. La stessa osservazione era stata fatta con pari forza dal sagace Rapin. Comparaison de Thucydideet T. Live C. 6. MICALI.
(378) Liv. III, 23, 28. Dionys. X, 22, 25.
(379) Arte della guerra II.
(380) Quod in rebus trepidis ultimum consilium erat. Liv. IV, 56.
(381) MICALI,
(382) Tra le molte etimologie di Capua riferite dal Cluverio (p.1087) la più sensata, secondo il Micali, sarebbe quella, che ha per fondamento l'analogia della natura, cioè la campagna piana. Noi col dovuto rispetto a tanto uomo pensiamo, che la sua riflessione si confà me lio colta etimologia della Campania, ed osiamo far derivare il nome di Capua da Capio, dall'averla presa i Sanniti.
(383) Se il Pellegrino, osserva il Micali, avesse posto mente a questo semplice argomento avrebbe potuto risparmiarsi il suo lungo discorso (IV) per provare, che se i Sanniti ed i Campani fossero stati congiunti, non sarebbero stati rivali.
(384) Liv. VII, 29.
(385) Il gius di dedizione consisteva, secondo Polibio «nel dar sé ed abbandonarsi a discrezione de' Romani, rendergli assoluti padroni del territorio, delle città, degli abitanti, de' fiumi, de' porti, de' templi, de' sepolcri, infine delle cose tutte.»
(386) Liv. VIII 1. 2.
(387) Liv. VIII, 5.
(388) Liv. VI, 29.
(389) An. di Roma 416 av. Cr. 337.
(390) I vicini di Fabrateria, secondo l'erronea lezione di Livio,sarebbero i Lucani che non sono affatto vicini. Micali sull'autorità di Cluverio avvisa che fossero stati gli Arcani, popoli posti tra Ar-pino ed Aquino.
(391) Correva l'anno di Roma 426. Fa la conquista di Priverno di tanto onore a Roma, che la memoria ne fu illustrata con monete della famiglia Plauzia, di cui fa parola Spanhem. De praestantia et usu numismatum, Dissert. X. pag. 227. e Schultz. Histoire Romaine éclaircee par le medailles, pag. 67.
(392) Valer. Max. VI, 2, 1.
(393) Liv. VIII, 19-21. MICALI.
(394) Liv. VIII, 22-23.395
(395) Vedi quel che abbiam potuto dire di questi due luoghi a pag. 297 di questo volume.
(396) Liv. VIII, 27-30.
(397) Anno di Roma 433, av. С. 320.
(398) Cicer. de Senect. 12.
(399) Liv. IX, 12.
(400) Liv. IX, 16.
(401) Ignorasi il sito di questa città del Sannio.
(402) Plin. XXXIX 6. Cic. Philip. VI. 5.
(403) Lib. XX. 80.
(404) Micali.
(405) Vedi la nota (a) a pag. 377.
(406) Anno 2 della CIX Olimpiade, di Roma 411, av. C. 342.
(407) Secondo Livio (VIII, 3.) Alessandro sbarco in Italia nell'anno di Roma 414; ma secondo le ragioni di Dodwell, che pone la venuta otto anni dopo, sarebbe ciò accaduto nell'anno 422, quando non volesse starsi alla cronologia del signor de SainteCroix che il fa venire nel 420 di Roma.
(408) Lib. VII 17.
(409) Eum Molossum, cum in Italiam transiret, dixisse accepimus, se quidem ad Romanos ire quasi in ανδρονίτην, Macedonem isse ad Persas quasi in γυναικονιτην Aul. Gell. XVII, 21. E Quinto Curzio fa dire a Clito le stesse parole: Verum est quod avunculum tuum in Italiam dixisse constat, ipsum in virum incidisse, te in foeminas. (VIII. 1).
(410) Di questo fatto e delle discussioni topografiche, cui ha dato luogo, ci troviamo aver detto abbastanza a pag. 163, di questo volume.
(411) Diodoro di Sicilia è il solo che parla, benché incidentemente, de' seguenti affari della Magna-Grecia, la cui serie è compresa da un periodo di circa trent’anni, cioè dal 430 sino al 460 di
(412) Anno 436 di Roma.
(413) Est operae pretium diligentiam majorum recordari, qui colonias sic idoneis in locis contra suspicionem periculi collocarunt, ut e se non oppida Italiae, sed propugnacula imperii derentur. Cicer. Agrar. II, 27.
(414) Liv. X, 3.
(415) Excerpt. p. 2328,2332.
(416) La citata iscrizione è questa, che riportiamo nella sua originaria ortografia e nella forma poetica, che Niebuhr ha creduto scorgere nella distinzione di ciascun verso segnata da un tratto.
Corneliu Luciu Scipio Barbatus
Gnaivo (patre) prognatu' fortis vir sapiensque,
Quoin forma virtuti puris uma fuit,
Consul, Censor, Aedilis, qui fuit apud vos,
Taurasiam, Cesaunam, Samnio cepit,
Subicit omnem Lucanaam,
Obsidesque abducit.
(417) Fecit et Sp. Carvilius Jovem, qui est in Capitolio, victis Samnitibus sacrata lege pugnantibus, ex pectoralibus eorum ocreisque et galeis. Amplitudo tanta est, ut conspiciatur a Latiario Jove. Reliquii limae suam statuam fecit, quae est ante pedes simulacri ejus. Plin. XXXIV, 7.
(418) Fin qui alla scorta fornitaci da Livio sottentra quella del Freinsemio, che ne ha supplito i libri perduti della seconda Deca. Avverta con noi il lettore che le imprese de' Romani son quinc’innanzi di men felice successo, forse per effetto della penna che li descrive con altra imparzialità, di cui Livio fu schivo.
(419) Egli è Cicerone che ce lo attesta negli Officii, dove ricorda le parole, che Ponzio era solito ripetere Utinam, inquit C. Pontiu Samnis, ad illa tempora me fortuna re ervas et, et tum essem natus, si quando Romani dona accipere coepissent!
(420) Nel di che si dovette nella pubblica adunanza emettere il decreto della risoluzione presa, un tale Metone che si avvisava di parlar contro della stessa, non potendo far cessare le grida a fine di essere ascoltato, ricorse allo stratagemma di mettersi in capo una ghirlanda appassita, e con una fiaccola in mano a guisa di avvinazzato, preceduto da una suonatrice di flauto, si presenta alla concione. A quella vista fatto silenzio ed istanza alla femmina che suonasse, prese cosi a dire Metone: «Ben fate, o Tarentini, a permettere, mentre è lecito, che chiunque or voglia scherzare il faccia liberamente: e se voi saggi siete, continuerete a godere di quella libertà che ora abbiamo; perciocchè quando sarà entrato Pirro, ben altre cose vi converrà fare, e vivere non più a nostro ma a suo arbitrio.» Questo discorso fu inteso e capito;ma il dado era tratto; ed il popolo caccio fuori Metone senza rispetto. Plutarch. in Pyrr.
(421) Fu in quest’occasione che il nome originario di Maleventum vollero i Romani tramutar in quello meglio augurato di Beneventum.
(422) Lib. 1, 20.
(423) Anche i Pestani usarono una simile generosità dopo la rotta al Trasimeno, Liv. XXII, 32 e 36.
(424) Otto popoli confederati in attitudine di giurare si veggono effigiati sulle medaglie sannitiche, battute al tempo della guerra sociale. Fra i varii tipi di esse è particolarmente notevole quello che rappresenta la lupa romana calpestata dal toro sannite.
(425) Si sa da Plinio (XXXIII, 3) che sotto il Consolato di Sesto Giulio e L. Marcio, quando scoppiò la Guerra Sociale, trovavansi depositate nell'erario un milione novecento ventimila ed ottocento ventinove libbre di oro, cioè più di due bilioni di franchi, oltre l'argento.
(426) Secondo Cicerone (in L. Pison. 36.) fu questa occasione una illecita sorgente di guadagno per la casa di Pisone, al quale rivolge questa aspra invettiva. Videras enim grandis jam puer, bello italico repleri quaestu vestram domum, cum pater armis faciendis tuus praefuisset.
(427) Vellcjo Palercolo II, 27.
(428) Verso il 257 ay. Cr.
(429) Non intendiamo far onte all'umanità, se diciamo, che per inesplicabile istinto si corre dal popolo anche oggi ad essere spettatore de' condannati all'ultimo supplizio, ed affollasi con irrefrenabile premura intorno a quei che rissandosi si accoltellano. Se mostra di sentir pena alla vista del sangue che sgorga dalle ferite, quella pena non è dissimile in certa guisa da quella che si prova assistendo ad una tragica rappresentazione, val dire non è scompagnata da un lagrimoso diletto, dov’è finzione, da un'interna compiacenza, dov'è realtà. La quale compiacenza, a dir vero, non viene dall'aver gusto del male di chi soffre, ma piuttosto della curiosità di veder come il soffre.
(430) Multum mecum municipales homines sequuntur, multum rusticani. Nihil prorsus aliud curant nisi agros, nisi villulas, nisi nummulos suos. Cicer. ad Attic. VIII, 13, 16, e XI, 5.
(431) Leggesi nell'iscrizione Ancirana, che Angusto, il primo e solo fra tutti quelli che avevan fatto dedurre colonie di soldati in Italia e nelle provincie, sborsó più di un milione di sesterzii ai Romani, e due milioni ai provinciali.
(432) MICALI.
(433) Paolo Orosio IV, 2. Son ricordate da Livio queste altre pestilenze di minore importanza, di cui è bene far cenno in questa nota: «Nel 263 di Roma ne furono invasi i Volsci per modo che deposero il pensiero di portar la guerra ai Romani.
Nel 343 fu fatto minor conte della peste che della fame seguitane.
Nel 36 Nel 364, in seguito della fame, si sviluppo anche per cagione ca di siccità e di urentissimi calori. Quella del 371 fu creduta una vendetta degli Dei pel supplizio di M. Manlio. L'altra del 460 caratterizzata solo come urente in danno di Roma e suo contado, fu ovviata col farsi venire Esculapio da Epidauro a Roma, trasformato in serpente, nel che noi vediamo di essersi allora forse la prima volta invocata dai Romani l'opera de' medici.
Nel 392 fu tal peste che a sedarla fu creduto espediente ficcarsi per mano del Dittatore un chiodo nel muro.
Nel 481 e 482 la peste duro quasi tre anni, i cui effetti non furon tanto micidiali quanto S. Agostino ed Orosio vorrebbero darla ad intendere, premurosi l'un più che l'altro di dar molto rilievo alle calamità che scoprivano nell'antica storia Romana. Fu una gran pestilenza, dice quest'ultimo, che infurio sopra Roma, la cui atrocità mi contento di significare, non già di dire a parole. Se si chiede quanto tempo duro, è da sapere che trascorse i due anni; se la strage, il censo non disse la gente mancata, ma quella che avanzo; se la violenza, i libri Sibillini risposero che fu flagello dell'ira divina, noi diremmo celeste, non perché furono le aeree potestà che la operarono, ma perché per esse è l'arbitrio dell'onnipotente Iddio che si manifesta».
L'altra peste del 540 toccata esclusivamente agli eserciti Romani e Cartaginesi sotto Siracusa non fu diversa da quella sofferta dai Francesi comandati da Utrech nelle paludi di Napoli.
E quella infine del 544, esiziale per lunghe ma non mortali malattie, non fu peste che di nome.
(434) Ricorderà il lettore l'identità che facemmo rilevare a pagina 351 fra le parole Opicia e Japigia.
(435) Se Virgilio (Georg. I, 275) fa travederne l'uso nelle bisogne rurali, dove dice che il colono di ritorno dalla città carica il suo asinello o di una mola, aut atrae massam pacis urbe reportat, limiteremo a ciò solo l'impiego di un prodotto si necessario alla marineria?
(436) Per mezzo dell'Adriatico, dice Dioscoride, facevasi dai paesani un copioso traffico de' rinomati vini pretuziani.
(437) Questa denominazione è tratta dal simile modo onde si castrano le bestie cornute, alle quali, non si estraggono, ma si torcono e legano i testicoli per lasciarli seccare.
(438) In uno scavo fatto nel 1858 per deviare il Sarno dal suo letto, ad una profondità sotto al livello attuale del mare si son trovate fra cipressi sepolti sotto al lapillo dell'eruzione, forse del 79, delle grandi anfore vinarie, da una delle quali nel romperli usci in abbondanza del vino!
(439) Sane lingua Osca Lucetius est Jupiter dictus a luce, quam praestare dicitur hominibus. Ipse est nostra lingua Diespiter, idest diei pater. Servio I. 570.
(440) CANTU, Stor. degli Ital. pag. 73 del vol. I.
(441) CANTU, ibidem.
(442) «Della durata de' sacrifizii umani a Roma ci abbonderanno prove: ma che continuassero oltre l'età di Augusto a pena si crederebbe ai Cristiani, se non fossero cosi concordi e precisi, a fronte di gente che poteva smentirli. Porfirio pretende che ogni anno vittime umane s'immolassero a Giove Laziale fin nel IV. secolo dell'era vulgare. Tertulliano: Et Latio in hodiernum Jovi media in urbe humanus sanguis ingustatur. Minucio Felice: Hodieque ab ipsis Latiaris Jupiter homicidio colitur. Lattanzio: Latiaris Jupiter etiam nunc sanguine colitur humano».
(443) Idem pag. 74.
(444) Altera, quod porro fuerat, cecinisse putatur:
Altera versurum postmodo quidquid erat.
Ovid. Fast. I, 633.
(445) Livio X, 38.
(446) Habuerunt sane et Tusculani Salios ante Romanos. Serv. III, 537.(e)
(447) Qui sacra publica faciunt propterea ut fruges ferant arva. Varro, De L. L. IV, 14.
(448) MACHIAVELLI, lib. I, disc. II.
(449) MICALI.
(450) Marcello ed Appio Pulcro, entrambi del Collegio degli Auguri, scrissero a competenza due libri, opinando in favore dell'una e dell'altra sentenza (Cicer. De Legib. II, 13). Q. Massimo non ebbe riguardo di dire, essendo Augure, che quelle cose con ottimi auspicii eran fatte, che fatte fossero per la salute della Repubblica. Cicer. De Senect. 4.» MICALI.
(451) De dign, et augm. scient. II, 2.
(452) Cantò di questo fonte in un bel carme il Pontano sotto il titolo De fluvio Trigella in Lucania, Lib. Meteor. pag. 3148 edit. Basil.
(453) Tra Moliterno e Saponara, circa 10 miglia all’occaso di questa grotta, una simile, ma senz’acqua, anche col nome di S. Angelo, esiste nella contrada di S. Nicola. Se ne vede l’angusto ingresso alla fine di un’erta dominata da una grande prominenza sassosa quasi a picco. Non iscavata dalla mano dell'uomo, ma lasciata dalla natura come interstizio tra sassi di calcarea ammonticati con regolare stratificazione, s’interna in tanti oscuri e salienti andirivieni. Si crede vedervi un rozzo altare; ma non si saprebbe riconoscere clic in conseguenza della tradizione di un Santuario attestato dal nome.
(454) «Lo spirito moderato del Politeismo non vistava, dice MICALI, l'introduzione di nuovi riti all'opposto la tolleranza dei sacri interpetri era si grande, che in vere di eccitar quistioni, usavano anzi ogni industria per conciliare i culti ed i sistemi più opposti con dolce indifferenza. Oltre a ciò la flessibil tessitura della teologia pagana, la moltitudine de' Numi e il loro senso simbolico favorivano tutte le interpetrazioni; laonde mancando qualsiasi alimento all'odio sacro, facilmente si persuadevan gl'idoltri di ritrovare in ogni luogo sotto nomi diversi i proprii Iddii. Quindi i filosofi ed i poeti, come specialmente si vede in Ovidio, ebbero libero campo d' innestare le nazionali tradizioni alle greche favole, complicare e ridurre ad uno quanti Numi volevano intrecciarli tra loro, travestirli l'uno nell’altro e modificarli ad arbitrio, onde sottomettere a far piegare a voglia loro le popolari opinioni. Concordate per tal modo in un medesimo soggetto mitologie diverse, le rustiche deità d'Inuo, di Silvano e di Fauno, proprie del Lazio, furono assomigliate a Pane, ai Satiri ed ai Sileni, aggregati al coro di Bocco. Portunno, secondo le libere e condiscendenti massime del Politeismo fu convertito in Palemone o Melicerta, divinità che i Greci avevano ricevuta dai Fenici. Bona Dea, che giusta le favole italiche, si teneva per moglie di Fauno incomparabilmente pudica, vedesi tra le molte recenti spiegazioni de' commentatori mutata in Ecate, in Semele e in Ginecea; Matuta in Leucotea, Libitina, che invigilava sui riti funebri, in Proserpina, o più veramente in Venere. Vejove, uno de' Numi più potenti dell'antica mitologia si confondeva poscia con Platone, Orco ovvero con Apollo saettatore. Maja, la quale simboleggiava la terra, fu per accidentale conformità di nome trasformata in Maja, una delle Plejadi, madre di Mercurio. Che più? Quanto i Greci avevano immaginato del loro Crono, modellato su Bal; divinità de' Fenici, si vide colla stessa facilità appropriato al Saturno agricoltore degli Italiani; e per fino Giano, a cui la fervida fantasia di Ovidio non seppe rinvenire l'eguale, si disse derivato di Tessaglia. In tal maniera la vittoriosa influenza delle greche favole rivesti a poco a poco le cose mitologiche di fogge pellegrine, finché la vanità nazionale indusse tutti a credere di aver comuni colla Grecia i Numi più celebrati. Non mancavano però anche tra gl'Italiani finzioni eleganti e poetiche, come Vitula, dea della letizia, e Volupia che traeva il suo nome dalla voluttà. Altre favole volgari ricordano anch'esse più allegorie piacevoli e ridenti; ma ogni motivo di moda, di novità, di ragione sostituì nomi recenti agli antichi, che perdettero insensibilmente il primo significato».
(455) Nel cercare gli antichi il perché la terra non ha più la forza di produrre quegli animali dal corpo gigantesco e quelle piante colossali de tempi antichissimi, che oggi diciamo antidiluviani, non seppero alcuni addurne altra ragione, che l'essersi indurita per forza di venti e dell'ardore del sole la terra, anzi per cosi dire invecchiata; il che leggiamo cosi espresso in Lucrezio, Lib. 2. Jamque adeo fracta est aetas, effoetaque tellus. Vix animalia parva creat, quae cuncta creavit Saecla, deditque ferarum ingentia corpora partu. Andarono altri all'idea, che cotal virtù della terra si fosse estinta per la copia delle piogge, o dissipata dalla scarica de' fulmini al modo stesso che andò perduta la forza fatidica che si aveva una volta, onde gli oracoli cessarono. Checché siasi detto della impostura degli Oracoli, non pare ragionevole doversi portare di tutti la stessa opinione. I più celebri di essi dovettero indurre tale persuasione da non sapersene mettere in dubbio la fatidica virtù, se ad indagarne la ragione tanti uomini sommi applicarono il loro ingegno. Sarebbe stato anche allora il caso del dente d'oro di Germania? Se l' oracolo di Delfo si scopri, come narra lo scoliaste di Aristofane, osservandosi in quel luogo bestiami e pastori esser presi da furore e da mal composti movimenti: se la scoverta del caffè non è punto dissimile da quella del Delfico Oracolo, poiché pur le capre e i pastori che mangiarono di quell'Indico legume diedero in non dissimili segni di ebbrezza: se alla terra antidiluviana non può disdirsi quella virtù che oggi non ha se in fine gli stessi santi Padri, non sapendo disconoscere il fatto delle divinazioni a tempo de' Gentili, spiegavonlo come opera de' Demoni: tutto questo dir vuole che una virtù derivante da certi spiragli della terra, ed in certi luoghi, fu la più probabile cagione del fenomenico furore, cui gli uomini ivi dimorando andavano soggetti. La circostanza poi di non vedersi costantemente l'effetto medesimo ad ogni richiesta, avvalorò la credenza de li spiriti divini, secondo i Gentili, degl'Infernali, secondo i Cristiani, ed escluse la supposizione di una causa fisica e bruta, che oggi, se fosse, andrebbe spiegata con qualcuno degli imponderabili, ond'è sparso il creato. Certo é, che quanto ci è pervenuto delle condizioni osservate, onde ottenersi le risposte degli Oracoli e delle Sibille, non è poi cosi repugnante colle presenti idee da rifiutar loro ogni assenso, come ognuno può ricredersene dal seguente ragguaglio. Considerando gli antichi, che non dappertutto, ma in alcuni luoghi solamente e da certi meati esalava la virtù d'infondere negli animi umani la facoltà di presagire il futuro, credettero che ivi la presenza de' Numi, e precisamente di Apollo, il Dio de' Vati o ispirati, operasse un tanto prodigio. Ad ottenerlo in fatti nelle occorrenze, poiché non sempre il Nume si prestava, eran d'uopo la preghiera un'ostia pura, sulla quale tanti libamenti spruzzavansi sino a che invasa da un tremore, indicasse in tal guisa la benefica presenza del Nume. Credettero inoltre che la Sibilla o la Pizi aben esercitare per tutta la sua vita un tal ministero, dovess'essere vergine e casta, poiché non altrimenti che con siffatta condizione aver potevasi una fantasia pura a segno da poter più lucidamente concepire quella fatidica virtù. Ben si sa che lo spirito, oppresso dalle alterazioni del corpo, languisce, ed allo spirito temperato, come istromento congruo a tal opera, meglio si conviene la forza del divinare ed immaginare, la quale va sperduta o fatta esile dalla immaginazione turbata e scossa dai vapori di un corpo sozzo ed immondo, la influenza de' quali quanto sia grande ed efficace il mostra la ragione de' sogni.
(456) De divinatione lib. 2.
(457) Nel senso medesimo spregiativo Pacuvio disse degli Auguri
Istis qui linguam avium intelligunt,
Plu quam ex alieno jecore sapiunt, quam ex suo;
Magis audiendum, quam auscultandum censeo.
Ed Ennio:
Non habeo nauci Marsum augurem,
Non Isiacos corjectores, non interpretes somnium:
Nor enim sunt ii aut scientia, aut arte divini,
Sed superstitios vates, impudentesque harioli,
Aut ivertes aut insani, aut qui'us egestas imperat:
Qui sib emitam non sapiunt, alteri monstrant viam:
Quibus divitias pollicentur, ab iis drachmam ipsi petunt.
(458) Dei libri Sibillini, che i Romani consultavano come cittadino o domestico oracolo in tutte le ardee circostanze, per le quali l’umano consiglio era insufficiente, chi non si qual destro uso essi fecero nei bisogni dello Stato? Periti nell'incendio del Campidoglio, l’anno 671 di Roma, sette anni dopo fu commesso ai tre Legati P. Gabinio, M. Ottavio e L. Valerio di andar raccogliendo quei versi che si potevano da quelle persone private che li ricordassero; ed a circa mille che riusci loro di ragunarne si aggiunsero altri da altre città d' Italia ricevuti. Fu detto poi e creduto di essersi rinvenuta la copia de' tre libri acquistati da Numa, salvatasi in un adito del tempio di Apollo in Eritri dietro simile fortuito incendio. Dal modo, onde si compilarono o procurarono tai libri, e dalla religiosa cura che avevasene, è certo che per frode de' Quindecemviri e per influenza dell'Aristocrazia vi s'inserivano quei versi che si volevano per giovarsene nelle occasioni. Si sa che Giulio Cesare, nell'ambizione del nome e delle insegne da re, suborno i Quindecemviri a far sapere come nei libri fatali, di cui erano custodi, leggevasi non potersi vincere i Parti, coi quali erasi in guerra, se non da un re, e ciò per lasciarne dedurre e disporsi i Romani a non opporsi, che fosse all'ambizione di Cesare consentito di prendere quel nome tanto aborrito.
(459) O aliquot Italiae civitates, teste Plinio (libello de Grammatica) non habebant, sed loco ejus ponebant V, et maxime Umbri et Tusci; Priscian. 1. pag. 553 ed. Pustchium.
(460) Oscis verbis usi sunt veteres.. Macrob. Saturn. VI. 4.
(461) In Piemonte si son trovate iscrizioni nell'antica lingua di Italia. Cosi nel Veronese, nel Padovano, e discendendo fino nell'Italia inferiore. MICALI.
(462) Varro, De Lìngua Latina VI, 8. Cluverio (pag. 43) ha raccolto più voci comuni agli Osci ed ai Satini.
(463) Nulla intelaiamo di qui ripetere di quinto ci troviamo aver detto degli Osci a pag. 132, e dalla pag 333 alla 339 di questo volume.
(464) A meglio intender tutto questo si abbia presente li teorica dell'e muta nelle desinenze e dello sceva tra due diverse consonanti che si seguono in principio ed in mezzo alle parole.
(465) «La lingua latina (dice ottimamente un acuto filosofo) è composta della lingua greca e dell’antica lingua etrusca:: lo che è certissimo, dice MICALI, ponendo l’etrusca innanzi alla greca. L’acuto filosofo è Smith, Considerations concerning the first formation of languages.
(466) In suorum verborum maxima copia; tamen homines aliena multo magis, si sunt ratione translata, delectant. Cicer. de Orat. III, 40.
(467) Veteres Romani Graecas litteras nesciverunt, et rude: Graeca lingua fuerut, dice Tirone presso Gellio, e la prova che ne adduce è non solo rilevante, ma debolmente confutati da questo Autore (XIII, 9). FESTO assicura che Alumento pro Laumedonte a veteribus Romanis nec dum adsuetis Graecae linguae dictum est: sic Melo pro Nilo, Catamitus pro Ganymede; Alphius pro Alpheo dicebatar.
(468) Liv. XXVII, 37.
(469) Sebastiano Ciampi: De usu Linguae Italicae saltem a saeculo qu'nto R. S. Acroasis. Scipione Maffei, Muratori, Tiraboschi ecc.
(470) CANTÙ, Appendice I. alla Storia degl'Italiani, Vol. I.
(471)Nella succitata opera, che speriamo portare a termine col titolo di: Saggio di etimologia secondo un nuovo sistema.
(472) Delle altre vocali non diciamo, perché n'è stata anticamente indecisa la pronunzia, e non furono per così dire, che segni ortografici dello sceva, di cui han prestato l'ufficio. Oltre che la vocale Eta in greco presso alcuni grammatici ha suono di i, e la chiamarono Ita, nelle parole de' nomi in er, come pater, mater, sacer ecc. ha dovuto essere di suono talmente indeciso, che andò perduta negli obliqui patris, matri, sacrum. Similmente in italiano, se non fosse muta l'e degl'infiniti, come dolere, muovere ecc. non andrebbe via in dolersi, muoversi ecc.: l’i della parola vanitarsi. perchè si dilegua in vantarsi? In somma l'e e l’i, più che le altre vocali, sono lo sceva, ossia vocali da sottintendersi tra le consonanti diverse, che si seguono nella stessa sillaba o nella stessa parola, come in dritto per diritto, maldetto per maledetto, comprare per comperare, termino da tereminus, clam da celam, alfiere da alifer, pulce da pulex, columna da columen, cetra da cithara ecc. ecc.
(473) Non diamo qui delle altre lettere spiegazione, perchè noi potremmo senza l’ajuto del disegno da darsi in una tavola, che esprima il movimento osservato dai caratteri alfabetici dall'antica e primitiva loro forma sino all'attuale.
(474) Et formae litteris latinis, quae veterrimis Graecorum. Tacit. lib. XI. — Dionigi di Alicarnasso e Plinio cap. 58. del lib. 7. della storia naturale si accordano in riferire, che «le lettere greche antiche furono le stesse che le latine, quali ora sono (a tempi loro), come rilevasi da una tavola di rame anticamente posta in Delfo ed oggi in Palazzo per munificenza de' principi consacrata a Minerva nella libreria, il di cui titolo è questo: «Nausicrate di Tisameno Ateniese la pose». In questa i caratteri greci sono simili ai latini».
(475) I latini nello squadrare e ridurre ad angoli le loro lettere imitarono, dice Vico, il genio geometrico de' Greci. Dalla premura di scrivere speditamente, correndo, ci avemmo il carattere corsivo detto Italico. Dalla fretta similmente di far presto ed economizzare spazio nacquero le note, nessi o cifre: e dal trasporto pe’ ghirigori a penna ci vennero i caratteri gotici.
(476) Le vocali sono ordinate cosi, perchè essendo l’una affina all'altra, avviene che la stessa parola presso un Popolo è pronunziata con una vocale e presso un altro colla vocale seguente. Epperò vediamo per ciascuna le seguenti mutazioni.
A in E, come in sanza e senza, doglianza e doglienza, grave e greve, in dialetto di Procida e di altri luoghi chepo per capo, pene per pane; in latino da factus, infectus, da aptus, ineptus, da spargo, aspergo, da malum, melo, dall'ebraico lakak, leccare dal greco raphe il refe ecc. ecc.: e ciò per vezzo del dialetto Ionico.
E in I, e questa mutazione è la più frequente di tutte, come in leone e lione, reo e rio, lunge e lungi, desio e disio, frequentissima ne' dialetti Siciliano e Calabrese rispetto al resto dell’Italia, e nelle voci latine italianizzate, come Deus e Dio, meus e mio, te, me, se per mi, ti si; re e ri come in reseco e riseco, reparo e riparo ecc. ecc.
I in O, come mestieri e mestiero, di leggieri e di leggiero, debile e debole, dimanda e domanda, in dialetto nu picco per un poco.
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Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura! Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin) |
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