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Pino Aprile (Terroni) - Roberto Saviano (Gomorra)

Zenone di Elea

(se vuoi, puoi scaricare l'articolo in formato ODT o PDF)

28 Luglio 2010

"La Lega ci ha sempre detto che certe cose al Nord non esistono, ma l`inchiesta sulle infiltrazioni della `ndrangheta in Lombardia racconta una realtà diversa. Dov`era la Lega quando questo succedeva negli ultimi dieci anni laddove ha governato? E perché, adesso non risponde?".

Parola di Saviano.

Non che ci interessi molto intervenire in un dibattito estivo scatenato dalle parole di una intervista rilasciata da Roberto Saviano a Vanity Fair, l'argomento però si intreccia con i temi trattati dal nostro sito, quindi ne parliamo. e  lo facciamo mettendo a confronto l'opera dello scrittore campano con un altro libro di successo (anche se, ovviamente, non crediamo che possa raggiungere mai il successo planetario di Gomorra) opera di uno scrittore pugliese.

Ogni volta che ci capita di pensare a Gomorra ci torna alla mente un vivace scambio di idee con Nicola Zitara, durante il quale ci disse di essersi sentito male fisicamente nel leggere il libro di Saviano. In effetti è un libro che mette ko fisicamente, a meno che non si sia smarrita la capacità di inorridire. Lo stesso effetto lo aveva avuto anche su chi scrive, ma quella lettura ci aveva molto fatto incazzare. In quanto rientrava in un filone, editorialmente fortunatissimo, che tratta il sud come una terra senza speranza, dove non cambia mai nulla in positivo e la criminalità spadroneggia. Visione terrifica che ha un fondo di verità, non siamo certo noi a negarlo. Quello che non accettiamo è il paradigma totalizzante, la metafora, il prendere la parte per il tutto.

Non accettiamo il perpetuare la visione di un sud maledetto, iniziata con la guerra al brigantaggio, quando non si andò tanto per il sottile sia con la propaganda - descrivendo i briganti come esseri subumani finanche dediti all'antropofagia - sia con le esecuzioni sommarie, fucilando contadini inermi, colpevoli solamente di portare con sé viveri in quantità eccessiva per la giornata, quindi prova di complicità con i briganti.

Nei decenni siamo passati dal sud-astorico di Carlo Levi, al  sud-che cambia tutto affinché nulla cambi di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, per arrivare al sud-infernale di Giorgio Bocca e infine al sud-gomorra di Roberto Saviano.

Quale grande passo di civiltà ci hanno fatto compiere queste visioni del sud? Ditecelo voi.

Oggi ci ritroviamo... Con un nord che ci considera sempre più una zavorra di sprechi e di malavita da lasciare al suo destino. Con una litania ricorrente di cifre dei vari enti (Istat, Smimez, ecc) che tutti gli anni, puntualmente, descrivono le nostre terre meridionali come un disastro socio-economico da cui non se ne esce. Con una lega che dopo aver chiuso un occhio negli anni scorsi di fronte agli enormi capitali che affluivano nelle banche del nord, cerca di correre ai ripari usando il pugno di ferro soprattutto verso il livello militare delle organizzazioni criminali - più o meno quello  che ha cercato di fare la sinistra giustizialista, senza mai andare così a fondo, non sappiamo se per mancanza di coraggio o per altro.

Se Saviano uscisse dalla logica localistica e criminalistica che lo condiziona e studiasse bene la storia della formazione di questo stato, non si farebbe certe domande retoriche e tutto gli apparirebbe più chiaro. Sia il silenzio della lega degli scorsi anni che il suo attivismo giudiziario di questi mesi. Attivismo che, sia ben chiaro, a noi non dispiace, anzi dobbiamo riconoscere che nessun governo ha messo sotto attacco in maniera così estesa le organizzazioni criminali in questo paese. E non ci si venga a dire che è merito dei giudici! Senza il supporto politico del governo centrale certe battaglie non puoi manco iniziare a combatterle.

E siccome siamo convinti che solo lo stato ha il potere militare - se vuole usarlo - per certe battaglie, non crediamo che l'attacco alla criminalità organizzata sia merito di un libro, tantomeno di un testo che perpetua una visione del sud da cartolina criminale. Infatti l'attacco che lo stato sta portando avanti è merito di un ministro leghista, non di una rinata coscienza creata da una opera letteraria.

E veniamo all'altra opera che da mesi fa discutere e suscita anche qualche invidia per il successo che ha avuto e continua ad avere: Terroni di Pino Aprile.

Si tratta di un testo che va al di là delle polemiche da sempre presenti sulla conquista regia, filone in voga già all'indomani della unità quando prevalse la linea moderata e Garibaldi se ne tornò a Caprera con le famose sementi - beatificante immagine dell'eroe disinteressato che ci è stato propinato nei sussidiari della scuola elementare per oltre un secolo.

Se non passiamo ad una memoria condivisa accendendo i riflettori invece che stendendo veli sulla nascita dello stato italiano, ci sveglieremo un bel giorno e questa Italia la vedremo dissolta senza mancò sapere perché.

Questa la direzione in cui a noi pare si stia andando.

Il libro di Pino Aprile che abbiamo consigliato di leggere anche a colleghi del nord apre uno squarcio sulla verità nascosta, fino a qualche anno fa appannaggio di pochi eletti che se la cantavano in convegni a cui partecipavano poche decine di persone o in libri che riuscivano a malapena a raggiungere qualche centinaio di persone (se si escludono rare eccezioni, come i libri di Zitara e di Ciano). 

Tutto rimaneva come prima.

Oggi c’è Pino Aprile. Che ha venduto migliaia di copie, ha fatto decine di incontri per promuovere il suo libro – giunto alla ottava ristampa – e che qualcuno mette sotto accusa in quanto sarebbe un non-storico.

Perché Saviano è uno storico? Invitato a destra e a manca – da giornali, riviste, radio, televisioni – come se fosse un oracolo, tutti ad osannarlo, mai nessuno che gli abbia fatto qualche domanda scomoda. Sul suo testo hanno finanche ricavato un film che ha sbancato i botteghini, a Parigi facevano ore di file per andare a vederlo.

Tra un testo che fa rinascere una coscienza di sé, quello di Aprile, ed uno che fa venire la voglia di fuggirsene, quello di Saviano, ovviamente noi preferiamo il primo.

Oggi su "Il Giornale" c’è un articolo di Giordano Bruno Guerri che vi consigliamo di leggere. Fra l’altro, egli stima in centomila (lo aveva già detto anni fa in una trasmissione di RaiUno) il numero dei meridionali morti durante la guerra postunitaria, fra fucilati, morti in combattimento, deceduti nei campi di concentramento.

Vi sembrano pochi?

Se lo dice lui che è uno storico, sarebbe giusto che lo si scrivesse nei libri di storia oppure deve rimanere come una sorta di segreto di stato che circola semiclandestino tra pochi appassionati?

Ben venga allora Pino Aprile ed il successo del suo libro: gli auguriamo di vendere tre milioni di copie. Magari non cambia nulla lo stesso, ma se qualcuno si prendesse la briga di seguire i forum e i siti su internet, si capirebbe che qualcosa invece sta cambiando.

Anche grazie a Terroni di Pino Aprile, che ha accelerato un processo ormai inarrestabile.


Pino Aprile (Terroni) - Roberto Saviano (Gomorra)Pino Aprile (Terroni) - Roberto Saviano (Gomorra)

http://www.edizpiemme.it/

Percorrendo la storia di quella che per alcuni è conquista, per altri liberazione, l’autore porta alla luce una serie di fatti che, nella retorica dell’unificazione, sono stati volutamente rimossi e che aprono una nuova, interessante, a volte sconvolgente finestra sulla facciata del trionfalismo nazionalistico.

http://www.robertosaviano.it/

Pubblicato nel 2006, è un romanzo definito docu-fiction. Ad oggi ha venduto 2 milioni e 250 mila copie in Italia e 3 milioni e mezzo di copie nel mondo. È un best seller anche in Germania, Olanda, Belgio, Spagna, Francia, Svezia, Finlandia, Lituania. Il New York Times e l’Economist l’hanno inserito nei cento libri più importanti del 2007.

Estratto da "Terroni"

Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni. E cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni “anti-terrorismo”, come i marines in Iraq.

Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico; o come i marocchini delle truppe francesi, in Ciociaria, nell’invasione, da Sud, per redimere l’Italia dal fascismo (ogni volta che viene liberato, il Mezzogiorno ci rimette qualcosa).

Ignoravo che, in nome dell’Unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero pure diritto di saccheggio delle città meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma. E che praticarono la tortura, come i marines ad Abu Ghraib, i francesi in Algeria, Pinochet in Cile.

Non sapevo che in Parlamento, a Torino, un deputato ex garibaldino paragonò la ferocia e le stragi piemontesi al Sud a quelle di «Tamerlano, Gengis Khan e Attila». Un altro preferì tacere «rivelazioni di cui l’Europa potrebbe inorridire».

E Garibaldi parlò di «cose da cloaca».

Né che si incarcerarono i meridionali senza accusa, senza processo e senza condanna, come è accaduto con gl’islamici a Guantánamo. Lì qualche centinaio, terroristi per definizione, perché musulmani; da noi centinaia di migliaia, briganti per definizione, perché meridionali. E, se bambini, briganti precoci; se donne, brigantesse o mogli, figlie, di briganti; o consanguinei di briganti (sino al terzo grado di parentela); o persino solo paesani o sospetti tali.

Tutto a norma di legge, si capisce, come in Sudafrica, con l’apartheid.

Io credevo che i briganti fossero proprio briganti, non anche ex soldati borbonici e patrioti alla guerriglia per difendere il proprio paese invaso.

Non sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Kosovo, con fucilazioni in massa, fosse comuni, paesi che bruciavano sulle colline e colonne di decine di migliaia di profughi in marcia.

Non volevo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Europa li istituirono gli italiani del Nord, per tormentare e farvi morire gli italiani del Sud, a migliaia, forse decine di migliaia (non si sa, perché li squagliavano nella calce), come nell’Unione Sovietica di Stalin.

Estratto da "Gomorra"

Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l’odore. L’odore dell’affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E La verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. 

Io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d’economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so. E lo sanno le mie prove. Le prove non sono nascoste in nessuna pen-drive celata in buche sotto terra. Non ho video compromettenti in garage nascosti in inaccessibili paesini di montagna. 

Né possiedo documenti ciclostilati dei servizi segreti. Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con la parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio, brutta parola che ancora può valere quando sussurra: “è falso” all’orecchio di ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La verità è parziale, infondo se fosse riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità.

Cerco sempre di calmare quest’ansia che mi si innesca ogni volta che cammino, ogni volta che salgo scale, prendo ascensori, quando struscio le suole su zerbini e supero soglie. Non posso fermare un rimuginio d’anima perenne su come sono stati costruiti palazzi e case. E se poi ho qualcuno a portata di parola riesco con difficoltà a trattenermi dal raccontare come si tirano su piani e balconi sino al tetto. Non è un senso di colpa universale che mi pervade, né un riscatto morale verso chi è stato cassato dalla memoria del sentiero della storia. 

Piuttosto cerco di dismettere quel meccanismo brechtiano che invece ho connaturato, di pensare alle mani e ai piedi della storia. Insomma più alle ciotole perennemente vuote che portarono alla presa della Bastiglia piuttosto che ai proclami della Gironda e dei Giacobini. Non riesco a non pensarci. Ho sempre questo vizio. Come qualcuno che guardando Veermer pensasse a chi ha impastato i colori, tirato la tela coi legni, assemblato gli orecchini di perle, piuttosto che contemplare il ritratto. 



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