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Roberto Saviano e le colpe dei Borbone

di Zenone di Elea
(se vuoi, puoi scaricare l'articolo in formato ODT o PDF)

I Borbone e tutta la classe dirigente Napolitana e Siciliana dell’epoca, hanno perso la battaglia delle idee. Questo ha spianato la strada alla conquista del Regno delle Due Sicilie. Attualmente i nostri nemici con la loro propaganda non si distraggono mai, anche nei particolari più insignificanti, e non definiscono mai una cosa sia del passano che del presente, Napolitana, Siciliana o meridionale tranne se devono parlare di criminali.

Joseph Epomeo - http://josephepomeo.myblog.it



RdS, 30 settembre 2009

Propaganda liberale e coscienza nazionale

Chi segue questo sito sa che Saviano non ci ha mai entusiasmato – ovviamente ci riferiamo alla sua opera (abbiamo letto il libro “Gomorra” e abbiamo visto anche il film che ad esso si è ispirato) e non alla persona, per la quale abbiamo tutta la comprensione umana possibile.

Ciononostante venerdì sera - L'era glaciale in onda su Raidue alle 23.40 del 25 settembre 2009, intervista con Daria Bignardi – siamo rimasti colpiti dall’astio mostrato dai ragazzi di Casal di Principe nei confronti dello scrittore. Sono le stesse risposte date tempo fa da ragazzi diversi di quel comune, ma stavolta i toni erano ancora più rancorosi e pieni di livore.

Per quelle strane associazioni della nostra mente ci son tornate alla memoria, quasi contemporaneamente, due tesi sulla rivoluzione del 1799 e sul mito della decapitazione della intellighenzia napoletana e dei rapporto fra intellettuali e la monarchia borbonica.

La prima, di Benedetto Croce (1), sostiene che i liberali napoletani diedero dignità politica ad un evento che altrimenti sarebbe rimasto null’altro che un aneddoto.:

"E quale tentativo fallito ebbe più feconde conseguenze della Repubblica napoletana del Novantanove? Essa servì a creare una tradizione rivoluzionaria e l'educazione dell'esempio nell'Italia meridionale... Così, per effetto del sacrificio e delle illusioni dei patrioti, la Repubblica del Novantanove, che per sé stessa non sarebbe stata altro che un aneddoto, assurse alla solenne dignità di avvenimento storico."

La seconda, di Silvio Vitale (2), sostiene che la propaganda liberale antiborbonica si erge a depositaria della verità monopolizzando la memoria storica del ’99 grazie ad una precisa scelta della monarchia:

“Fiorisce piuttosto per breve lasso di tempo una letteratura popolare apologetica della straordinaria impresa del cardinale Ruffo e dei sanfedisti che hanno riconquistato il Regno e debellato i giacobini. Ricordiamo le cronache di Antonino Cimbalo, Francesco Apa, Patroclo Serifio, Giovanni Vivenzio, Pietrabondio Drusco e Domenico Pietromasi. Sono testi che potrebbero esser di base alla formazione della memoria di un'epopea nazionale napoletana. Ma quest'occasione viene perduta perché, per espressa disposizione di Ferdinando IV, viene stabilito di stendere "il velo dell'oblio" su una vicenda che, seppur vittoriosa, era legata agli eccessi di una guerra fratricida. Errore fatale perché, nel silenzio della parte regia, la parte rivoluzionaria provvedere essa a costruire la memoria del '99, come osserva Maurizio Di Giovine, attribuendo ai giacobini l'usurpata qualifica di "patrioti". Al vertice della costruzione di questa memoria si collocherà nel 1834, su un terreno già ampiamente seminato, la Storia del Colletta, alla quale risponderanno, a mano a mano nel tempo, il Canosa, Domenico Sacchinelli, Andrea Cacciatore, Pietro Ulloa e Ilario Rinieri che contesteranno validamente quel "romanzo storico" senza tuttavia riuscire a contrastare la sua valenza propagandistica.”

Un dato è incontrovertibile, la frattura tra casa regnante e intellettualità napoletana si alimenta del mito del ‘99 e attraversa tutto il sessantennio che precede e prepara la unificazione del paese.

I Borbone, puntellando il proprio potere sul popolo piuttosto che sulla emergente borghesia terriera e degli affari, non favoriscono un riavvicinamento fra la monarchia regnante e gli opinion maker del tempo. Ferdinando II definiva con disprezzo “pennaruli” gli intellettuali, nonostante nelle sue pratiche di governo fosse attento alle trasformazioni sociali e al progresso economico e scientifico.

I pennaruli dal loro canto disprezzavano profondamente il popolo che non capiva le istanze di libertà che essi proclamavano e lo consideravano il guardiano del dispotismo borbonico.

In Sicilia, per tutta una serie di ragioni storiche (3) che esulano dalla economia di questo scritto, nel 1860 il cosiddetto popolo da una grossa mano ad abbattere il “regime napoletano” – i soli tradimenti della ufficialità dell’esercito regio non sarebbero bastati a causare il tracollo del regno, a nostro modesto avviso.

Nel sud continentale il popolo più che sollevarsi in armi per la gran parte sta a guardare la passeggiata garibaldesca che si snoda fra Reggio Calabria e Napoli. Quando si solleva sul serio lo fa per difendere la terra su cui vive e così facendo difende anche la monarchia spodestata.

Questa sollevazione i cui contorni non sono ancora stati indagati a fondo (tanti archivi attendono di essere vagliati o ristudiati) viene equiparata dagli intellettuali dell’epoca al sanfedismo (4), continuando così la colossale opera di mistificazione storica iniziata ai tempi della repubblica napoletana. La frattura apertasi nel ’99 trova nuova linfa nella ferocia dei briganti e come sessant’anni prima gli intellettuali avevano osannato gli invasori francesi così ora osannano gli invasori piemontesi.

Chi osa opporsi viene perseguitato come nemico della patria. Gli unici giornali che sopravvivono alla pax-piemontese sono quelli che sorreggono il nuovo regime, gli altri o vengono chiusi o sopravvivono per qualche anno senza troppa voce in capitolo.

Divisi così fra fucilatori e fucilati, siamo diventati un popolo senza una coscienza civile. Hanno cercato di imporcene una con la forza delle armi ma l’opera non è ancora andata in porto. Siamo refrattari, noi riteniamo per cause storiche qualcuno pensa lo siamo per un deficit antropologico!

Quando fare squadra non aiuta ci si rifugia nell’individualismo e magari nell’opportunismo di giornata, visto che fare grandi progetti non serve, in una terra perennemente attanagliata dalla disoccupazione.

Fin dai primi vagiti del nuovo stato, per controllare il territorio si alterna l’uso della forza – esercito, magistratura, forze dell’ordine – per eventi eccezionali, mentre per il tran tran quotidiano si lascia proliferare la malavita organizzata, unica risposta alla disoccupazione endemica insieme alla emigrazione, al lavoro nero e al posto fisso sotto lo stato.

Intanto nelle scuole e nelle università vengono asserviti gli spiriti, esaltando le magnifiche sorti e progressive e operando una dannazione della memoria per tutto quanto risale a prima del 1860. Lo fanno attraverso quella che Edoardo Vitale (5), in un editoriale da leggere e da meditare, definisce “la guerra delle parole” contro il vecchio regime e tutto ciò che lo ricorda.

“Si doveva evitare che i meridionali riconoscessero nei coraggiosi combattenti di quella guerra giusta i degni rappresentanti della fierezza di un popolo. Si è cominciato con il termine "briganti", che non appartiene alla parlata del Sud, ma è di origine gallica (brigands), e fu usato originariamente, sempre con intento denigratorio, per indicare gli insorgenti antifrancesi della fine del '700.

Si è poi continuato con la sistematica adozione di una terminologia atta a designare fenomeni criminali: banda, masnada, manutengolo, fiancheggiatore, complice, malfattore, connivente, ecc.”

I discendenti di quei briganti oggi vanno soldati, emigrano, si prostituiscono al ras politico di turno, cercano di sbarcare il lunario con mille mestieri, oppure vengono reclutati dalla malavita allettati da facili guadagni. Per comprendere il dramma dei nostri giovani vi consigliamo di leggere l’intervento di Saviano sulle pagine di Repubblica (6) del 18 settembre scorso.

"Vengo da una terra di reduci e combattenti. E l'ennesima strage di soldati non l'accolgo con la sorpresa di chi, davanti a una notizia particolarmente dolorosa e grave, torna a includere una terra lontana come l'Afghanistan nella propria geografia mentale. Per me quel territorio ha sempre fatto parte della mia geografia, geografia di luoghi dove non c'è pace. Gli italiani partiti per laggiù e quelli che restano in Sicilia, in Calabria o in Campania per me fanno in qualche modo parte di una mappa unica, diversa da quella che abbraccia pure Firenze, Torino o Bolzano.

Dei ventun soldati italiani caduti in Afghanistan la parte maggiore sono meridionali. Meridionali arruolati nelle loro regioni d'origine, o trasferiti altrove o persino figli di meridionali emigrati."

Un articolo questo che i ragazzi di Casal di Principe non hanno letto e di cui non bisogna sottovalutare l’importanza dal punto di vista della evoluzione dello scrittore casalese. Per essi egli è l’intellettuale che “si è fatto i soldi”. Doppiamente colpevole, perché lo ha fatto sparlando del paese in cui è nato – quel paese in cui essi vivono e da cui magari sognano di scappare senza confessarlo solo perché ora gli interessa sfogarsi e fare polemica – e perché lo ha fatto stando fuori, lontano, non sa manco che succede al paese e parla parla parla. Non ha fatto altro che riportare degli atti giudiziari in quel libro, aggiunge un ragazzo.


Intellettuali, potere e popolo

La frattura fra intellettuali e potere - quindi fra intellettuali e popolo – che i Borbone non cercano né di ricucire né di combattere, per noi meridionali si è tradotta in un disastro.

Allo scoppiare della crisi del 1860 non esiste nel Regno di Napoli un forte cemento unitario nazionale – il Cavour, pur non avendo mai visitato Napoli, lo avverte dai resoconti degli esuli meridionali e di questa deficienza fa uno strumento di conquista corrompendo a destra e a manca ufficiali e funzionari borbonici – e quando viene il momento di stringersi intorno alla monarchia e difendere la propria terra dallo straniero che viene dal nord tutto si sfalda, comincia il fuggi fuggi, il mimetismo politico prende il sopravvento.

Oggi i nostri intellettuali, i nostri artisti, sono gli epigoni di quelli di ieri e ne continuano le gesta: il loro sport preferito è gettare fango sulla terra in cui sono nati e cresciuti.

A volte lo fanno perché sono pagati per farlo, spesso non se ne rendono manco conto, non riescono a cambiare punto di vista e restano prigionieri dei luoghi comuni. Pare che qualcuno abbia loro modificato il DNA facendone dei servi alla mensa del padrone di turno.

Saviano e i ragazzi di Casal di Principe dovrebbero stare dalla stessa parte della barricata invece se le cantano di brutto, lui li accusa di essere ignari strumenti del potere criminale ed essi lo accusano di scrivere per soldi.

Tutti facciamo delle cose per soldi – noi stessi lavoriamo per avere dei soldi, altre cose invece le facciamo solo per passione, ad esempio scriviamo gratis su questo sito da diversi anni.

Anche i soldati morti lo hanno fatto per soldi, dicono dei cittadini padani intervistati dai giornalisti de “L’era glaciale”. E allora, come dice giustamente Saviano, dove sta il problema? Avrebbero potuto anche fare i camorristi per soldi, invece hanno scelto di servire questo stato, di fare i soldati e di andare a rischiare la vita in terre lontane, per dare a se stessi e alle proprie famiglie un avvenire d’onore.

Quando Saviano scrisse Gomorra lo fece per soldi e perché aveva qualcosa da dire, non lo fece certo con l’intento di calunniare il paese in cui era nato. Ora scrive articoli a pagamento sui giornali perché glieli chiedono e perché questo è il suo lavoro.

La sua unica colpa è il non rendersi conto che la sua fotografia di una situazione – probabilmente già cambiata rispetto al momento i cui lui l’ha fissata con la parola – può alimentare la cristallizzazione di quella situazione nell’immaginario collettivo.

In altre parole, senza volerlo ha finito per fare una copia del “Il padrino” di Mario Puzo (7) che nel tempo finì per diventare un modello da imitare per la malavita, invece che un obiettivo da abbattere per le forze cosiddette sane della società.

La gente ha fatto la corsa e la coda per comprare il suo libro sui casalesi e per vedere il film ma alla fin fine tutto ciò è servito a creare nella mente delle persone – in Italia e all’estero! – l’equivalenza campania=camorra.

Ebbene noi veniamo da una zona della Campania dove la camorra non esisteva e sappiamo che vive tanta gente onesta in provincia di Caserta che è stata offuscata da questo specchio deformato che i media tengono puntato su quelle zone.

La stessa trasmissione della Bignardi ha operato in maniera subdola la di là delle intenzioni dei curatori del programma. Hanno mandato in onda alcuni ragazzi che ce l’avevano con Saviano, dando l’impressione che in quel luogo tutti i ragazzi la pensassero allo stesso modo quando probabilmente non è vero. Poi ci hanno messo di contorno un po’ di femminismo che va sempre bene ed hanno mostrato delle ragazze disinibite e libere che ovviamente non ce l’avevano con lo scrittore, plaudendo al loro coraggio. Come se sostenere tesi anti-saviano fosse facile e non occorresse altrettanto coraggio il farlo davanti ad una telecamera. Col rischio che quegli stessi ragazzi apparissero dei camorristi in pectore, senza valori e senza dignità – quando uno dei ragazzi aspira ad arruolarsi nelle forze dell’ordine, speriamo che l’intervista non gli precluda quel sogno!

Per finire, condividiamo interamente il discorso di Saviano sul saccheggio di alcune parole. Egli ha detto che parole importanti per una comunità come onore, amico, famiglia sono state saccheggiate dalla criminalità organizzata. Questo è vero e queste parole vanno strappate dal vocabolario criminale e riportate al senso comune.

Anche sul piano storico-politico siamo stati vittime di un vero e proprio saccheggio che ha coinvolto la nostra stessa identità.

Quella che noi e altri amici in questi anni abbiamo intrapreso è una vera e propria “guerra”, combattuta con mezzi modesti e grazie alle nuove tecnologie, per ridarci una dignità e recuperare ad un senso positivo tante parole di cui siamo stati espropriati.

Per questo vogliamo chiudere chiosando la nostra citazione iniziale di Joseph Epomeo. Se è vero che ci hanno fregato operando una equivalenza fra il termine borbonico e tutto ciò che era napolitano e siciliano, oggi noi per vincere la nostra battaglia delle idee dobbiamo rovesciare quella operazione: solo recuperando il termine borbonico ad una positività, automaticamente recupereremo alla stessa positività i termini napolitano e siciliano. Altrimenti la nostra battaglia è perduta in partenza.

__________________

(1) Cfr. Benedetto Croce, Benedetto Croce, La Rivoluzione Napoletana del 1799, Bari, terza edizione 1912

(2) Cfr. Silvio Vitale, I controrivoluzionari – La rivoluzione italiana, a cura di Massimo Viglione, il Minotauro, Roma 2001

(3) “Il detto attribuito alle popolazioni dell’Isola “Megghiu porcu ca surdatu”, è da intendersi nello spirito di indifferenza, se non di avversione al governo ed alle armi borboniche, piuttosto che quale sintomo di pusillanimità, come talvolta è stato indegnamente indicato.” Cfr. Giuseppe Di Bella, Garibaldi sconfitto a Calatafimi: tra menzogne e tradimenti inizia la dissoluzione del Regno – 13/09/2009 http://www.italiainformazioni.com/

(4) “Sulle vicende napoletane del 1799 esistono documenti, nuovi o in passato trascurati, al quali fare riferimento al fine di una valutazione a se stante della controrivoluzione sanfedista, degli ideali che determinarono un insolito condottiero ad intraprenderla e di quelli che mossero un popolo, quello calabrese, a seguirlo. Tra i nuovi documenti dovrebbero essere presenti quelli reperibili in Francia, che illuminerebbero sette anni della vita politica del Cardinale condottiero, non conosciuti e ci darebbero ragione dei motivi che ebbe Napoleone, nel 1813, ad insignire il Cardinale Ruffo della Legion d'Onore.” Cfr. La marcia sanfedista, Giovanni Ruffo, 1998, Milano, http://www.bibliotelematica.org

(5) Cfr. Edoardo Vitale, La guerra delle parole, “L’Alfiere” (novembre 2008).

(6) Cfr. Roberto Saviano, Il sangue dei ragazzi venuti dal Sud, http://www.repubblica.it/

(7) Mario Puzo, figlio di genitori Irpini, ottenne grande successo con il romanzo Il padrino (The Godfather, 1969), la storia di una famiglia italo-americana e della sua ascesa nel mondo della mafia newyorkese. Dal libro sono stati tratti tre film di Francis Ford Coppola.




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