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STORIA DELLE DUE SICILIE

(dal libro "DUE SICILIE, 1830 - 1880" di Antonio Pagano)

 

PANORAMA STORICO (1130 - 1860)

Nel 1130, notte di Natale, con una fastosa cerimonia Re Ruggero II sancì a Paler­mo la nascita del Regno di Sicilia. Tutto il Sud della penisola italiana, dagli Abruzzi alla Sicilia, fu unificato come nazione indipen­dente con ca­pitale Palermo. Quel 25 dicem­bre è una data simbolica: Rug­gero II si presentava come il redentore di tutte le popolazioni del Sud della penisola, dagli Ara­bi, dai Bizantini e dai Longo­bardi e nello stesso tempo annunciava al mondo la na­scita di un regno cristiano. Il Regno, a quella data, aveva circa tre milioni d'abitanti, ed era da sempre considerato il territorio più bello dell'Europa per l'antica cultura, per il clima, per gli stupendi paesaggi e per lo stesso modo di vivere della gente, che già per questo poteva ben dirsi una nazione. Nel resto d'Italia vi erano altri cinque milioni d'abitanti, divisi in tanti piccoli Stati, qualcuno non più grande della sua cerchia di mure, parlanti idiomi diversi, di origine diversa e con diverse tradizioni.

Il governo normanno durò fino al 1194. Poi vi fu quello degli Svevi, il cui più il­lustre rappresentante fu Fe­derico II. Con l'avvento degli Angioini nel 1266, la capita­le del Re­gno di Sicilia fu portata a Napoli. A seguito dei «vespri siciliani» del 1282 la Sici­lia fu occupata dagli Aragonesi e divenne Re­gno di Trinacria, mentre la parte continentale divenne Regno di Napoli. Nel 1443 gli Angioini, che non avevano mai formalmente rinunciato al titolo di re della Sicilia, dovettero cedere agli Ara­gonesi anche la parte continentale del Regno che fu riunito a quello di Napoli da Alfonso il Magnanimo (Regnum utriu­sque Siciliae, Regno delle Due Sicilie). Nel 1503 il Regno fece parte della Spagna, che costituì due vicereami autonomi: quello di Napoli e quello di Sicilia. Co­sì restò nel breve pe­riodo austriaco, che va dal 1707 al 1734, anno in cui tutta la Nazione diventò nuovamente indipendente con i Borbone.

Il primo sovrano fu Carlo, figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, già duca di Parma. Egli prese possesso del regno, succedendo agli Austriaci, a seguito delle vicende connesse alla guerra di successione polacca e tale avvicendamento gli fu riconosciuto poi dal trattato di Vienna del 1738.

Il ripristino dell'antico nome delle Due Sicilie avvenne nel 1816, a seguito del Congresso di Vienna del 1815 che mirava ad assestare politicamente il territorio europeo dopo gli sconvolgimenti causati dalle guerre napoleoniche. Al Congresso di Vienna, tuttavia, le potenze che avevano vinto il conflitto, Inghilterra, Austria, Russia e Prussia, diedero all'Europa una sistemazione tendente a rafforzare esclusivamente i loro interessi, dividendo artificialmente le nazioni. La Francia fu ricacciata negli antichi confini e privata di suoi territori a favore della Prussia, circostanza che fu poi l'origine di continue guerre tra i due popoli. Gli Stati tedeschi furono sconvolti da ingrandimenti e dimezzamenti territoriali senza che fosse tenuto conto della loro aspirazione a costituire uno Stato unico. La Polonia fu divisa fra tre Stati. L'Austria s'ingrandì a spese di una varietà di popoli del tutto diversi tra loro. Nella penisola italiana, la repubblica di Genova e l'Alto Novarese furono incorporate dal regno sardo-piemontese; il Veneto e la Lombardia furono assegnate all'Austria; il Regno delle Due Sicilie, pur avendo fatto parte delle potenze vincitrici, fu spogliato di Malta e dello Stato dei Presidii. Le decisioni del Congresso di Vienna, insomma, pur riuscendo a mantenere poi per numerosi anni un equilibrio tra le varie potenze, non considerarono in alcun modo le aspirazioni degli altri Stati, ponendo le premesse per i successivi conflitti.

Il Congresso di Vienna era avvenuto a seguito del Patto di Chaumont, stipulato nel 1814, per effetto del quale era stata costituita la Quadruplice Alleanza tra Inghilterra, Prussia, Austria e Prussia con l'impegno di liberare l'Europa dal dominio napoleonico e di ricondurre la Francia nei confini del 1792. Dopo il Congresso, si costituì il 26 settembre 1816 la Santa Alleanza tra Russia, Prussia e Austria, che si accordarono per darsi reciproca assistenza per la conservazione della situazione territoriale e delle dinastie istituzionali europee. Soprattutto l'Austria aveva interesse a questo accordo proprio perché costituita da un mosaico di popoli che aspiravano all'indipendenza. A quest'ultimo patto non partecipò l'Inghilterra, che era interessata non tanto alla stabilità del continente, ma solo a mantenere controbilanciate le forze delle potenze europee e di conservare il dominio sui mari, situazione quest'ultima che le permetteva di rendersi arbitra della politica degli altri Stati. La Francia fino al 1850 fu ingabbiata da questa alleanza che le impedì ogni azione tendente a modificare le decisioni fissate al Congresso di Vienna.

La politica europea, in seguito, dovette abbandonare tali principi conservatori, ormai non più rispondenti alla realtà, e si apprestò a fronteggiare i pericoli ben più gravi causati dai moti liberali, i cui principali ispiratori, Giuseppe Mazzini e Carlo Marx, sostenevano soprattutto il principio dell'uguaglianza dei popoli più che la loro indipendenza. A tali principi erano particolarmente interessati gli ebrei, i quali da secoli lottavano per la loro emancipazione e per questo fecero parte delle società segrete alle quali parteciparono attivamente ed anche economicamente.

Questa nuova ideologia aveva spaventato soprattutto la piccola e media borghesia dell'Europa continentale che appoggiò la conseguente reazione ed ebbe come risultato la formazione degli Stati costituzionali, come strumento per opporsi agli sconvolgimenti causati dai moti rivoluzionari, ma anche all'assolutismo monarchico che impediva una politica liberista.

I moti del 1848, infatti, avevano scompaginato gli accordi del Congresso di Vienna con il prevalere delle idee del nazionalismo che aveva portato agli scontri dei tedeschi contro polacchi, danesi e slavi; ungheresi contro slovacchi; croati contro ungheresi e italiani. Gli Asburgo soffocarono le rivoluzioni in Italia, in Ungheria, in Germania e Boemia, basando però unicamente sulla forza dell'esercito la loro azione politica nel tenere unito il vasto impero austriaco. Artefice di questa politica fu il Metternich, che era convinto che solo il rispetto dell'ordine costituito potesse tenere insieme popoli diversi e di differente cultura in un unico organismo politico.

In un primo tempo l'Inghilterra, coerentemente alla sua politica di bilanciare le contrapposizioni degli Stati europei, aveva appoggiato l'Austria perché la considerava pur sempre un baluardo all'espansionismo francese. Dopo il 1846 l'Inghilterra, guidata da Palmerston, incominciò anche ad interessarsi della situazione della penisola italiana ed a condannare apertamente gli interventi austriaci. L'Austria, infatti, aveva stretto rapporti amichevoli con Francia e Russia, le due potenze che gli Inglesi temevano di più. Per questo nel 1847 il governo inglese inviò in Italia lord Minto con il compito ufficiale di sostenere gli Stati riformatori e la causa della libertà in senso moderato, ma la vera missione di Minto era quella di evitare una crisi dell'equilibrio europeo, e di impedire che tutta la penisola cadesse sotto l'influenza francese a seguito di un eventuale disimpegno austriaco. Altro compito di Lord Minto nella penisola era quello di favorire la costituzione di una lega doganale tra i vari Stati italiani. L'Inghilterra, infatti, sovrastava tutti gli altri Stati europei nell'industria e nel commercio e, per questo, aveva tutto l'interesse ad imporre in Europa una politica di libero scambio, che, permettendo il libero ingresso di prodotti a basso costo, avrebbe stroncato sul nascere le economie emergenti che non avrebbero avuto più la forza di competere con essa.

Inaspettatamente, però, nel 1848 l'Inghilterra prese le parti dell'Austria nel conflitto contro i piemontesi. La ragione di questa svolta fu causata dal movimento rivoluzionario che era scoppiato in Francia con la cacciata di Luigi Filippo e la formazione di una repubblica con a capo il nipote di Napoleone, Luigi. Si temeva, infatti, che tale rivoluzione potesse interessare tutta l'Europa com'era successo nel 1789. Palmerston cercò perfino di impedire l'intervento duosiciliano, prospettando al Re Ferdinando II una sicura vittoria dell'Austria e i gravi danni che gli sarebbero derivati da un eventuale ingrandimento del Piemonte. Il governo inglese temeva, com'era in effetti nelle intese della Francia, che questa avrebbe approfittato degli avvenimenti insurrezionali italiani per aumentare la sua influenza in Italia a scapito di quella austriaca. Lo stesso lord Minto fu incaricato di diffidare il governo piemontese dal provocare un intervento francese e, inoltre, fu incaricato di evitare che la Sicilia, a seguito dell'insurrezione che vi era scoppiata, potesse cadere sotto l'influenza francese. L'Inghilterra propose che fosse posto sul trono siciliano il figlio del savoiardo Carlo Alberto in contrapposizione alla Francia che proponeva un principe francese, ma la vittoria dell'Austria sul Piemonte pose fine a questi contrasti che non riguardavano minimamente l'indipendenza della Sicilia, ma solo ed esclusivamente gli interessi mediterranei delle due potenze.

Napoleone III, d'altra parte, avendo compreso che il principio delle nazionalità avrebbe alla lunga prevalso, mirò a cambiare l'Europa nata nel 1815 e aveva indirizzata la sua politica contro l'impero austriaco per imporre il proprio predominio sugli altri Stati europei. Tuttavia la sua concezione era impossibile da realizzare perché contraddittoria. Egli, infatti, mentre da una parte voleva rifare l'Europa, dall'altra voleva mantenere il vecchio equilibrio europeo.

Nel Regno delle Due Sicilie, primo fra gli altri Stati europei, Ferdinando II, ma con scopi diversi, concesse il 29 gennaio del 1848 la Costituzione, che in rapida successione fu concessa anche dagli altri Stati con l'interessata pressione del governo inglese. I movimenti rivoluzionari che si erano manifestati nelle Due Sicilie, tuttavia, non erano spontanee rivolte popolari come lo erano altrove, ma erano provocate solo da una parte della borghesia d'idee liberali, quella mercantile, ed anche da quella ancora legata a consuetudinari privilegi feudali, che si opponeva alla tradizionale amministrazione duosiciliana in favore delle classi meno abbienti.

La concessione della Costituzione, per il sovrano duosiciliano, aveva motivazioni diverse da quelle liberali, perché ben diverse erano le condizioni del popolo. Non vi era nelle Due Sicilie, come invece vi era nell'Italia settentrionale, il dominio di un governo straniero, né l'assolutismo era oppressivo come in Piemonte, ma illuminato e popolare, tanto che in brevissimo tempo aveva portato il Regno ad un'economia di buon livello. Questo successo era avvenuto in modo naturale, senza l'aggressività della rivoluzione industriale inglese che aveva causato milioni di derelitti in Inghilterra e in Francia, ma anzi con un crescente e diffuso benessere, relativamente ai tempi, che, senza l'interruzione dell'invasione piemontese, avrebbe portato correttamente il Regno ai più alti vertici economici e sociali.

Nel regno sardo-piemontese la borghesia, priva di capitali e di mercati più vasti, amministrata in modo ottuso, desiderando di voler "risorgere" dalle sue misere condizioni, ad imitazione delle fortune coloniali inglesi e francesi, concepì la conquista degli altri, più ricchi, territori della penisola italiana. Il Regno savoiardo, tuttavia, non aveva le capacità per compiere da sola queste conquiste. La monarchia savoiarda, tra l'altro, si era dimostrata la più retriva e reazionaria della penisola soffocando nel sangue il più piccolo tentativo di rivolta. Essa fu spinta, in ogni modo, dalla sua classe politica ad espandersi territorialmente verso la Lombardia e il Veneto, ma gli Austriaci, nonostante disordini interni, sconfissero facilmente nel luglio del 1849 i piemontesi a Custoza.

La Russia, intanto, che da qualche tempo cercava di espandere il suo territorio in direzione del Mediterraneo, progettò di annettersi la Valacchia e la Moldavia allo scopo di avere un più facile accesso nel Mar Nero. Il suo scontro vittorioso contro la Turchia nel 1853 determinò però un altro conflitto, quello cosiddetto di Crimea, che i francesi e gli inglesi, uniti dagli stessi interessi, organizzarono per contrastare l'espansionismo russo. Al conflitto volle partecipare il governo piemontese retto da Cavour, che in tal modo contava di liberare il Piemonte dall'isolamento internazionale e di stringere forti alleanze per non avere ostacoli ai suoi disegni espansionistici.

Dopo la guerra di Crimea, al successivo congresso di pace di Parigi del 1856, Francia e Inghilterra, anche se per scopi diversi, affermarono tra l'altro che il governo pontificio, il governo austriaco e quello duosiciliano opprimevano le popolazioni a loro sottomesse. A seguito di questi pronunciamenti Cavour si recò a Londra sperando di ottenere un aiuto armato per una guerra contro l'Austria, ma si rese conto che le dichiarazioni inglesi avevano solo il fine di ottenere un favorevole voto piemontese al Congresso per la questione della Valacchia e della Moldavia. L'Inghilterra, infatti, mai avrebbe permesso un indebolimento dell'Austria che continuava a considerare in funzione antifrancese, anche se si era dimostrato favorevole alla creazione di un più forte Stato nel nord della penisola italiana.

Cavour allora si rivolse alla Francia e si giunse così al Convegno di Plombières, dove furono poste le basi delle successive conquiste piemontesi. Nel Convegno fu stabilito che, a seguito dell'intervento francese, si sarebbe creato un regno dell'Alta Italia sotto i Savoia; Luciano Murat sarebbe stato posto a Napoli e Gerolamo Bonaparte a Firenze, costituendo con questo nuovo assetto della penisola una confederazione italiana sotto la presidenza del Papa, che avrebbe però avuto un ridimensionamento del proprio territorio. Il Piemonte, non avendo risorse economiche per sostenere una guerra, si obbligò di vendere alla Francia i suoi possedimenti di Nizza e Savoia, ed era in procinto di vendere anche la Sardegna se non fosse stato fermato dall'Inghilterra che temeva la formazione di una supremazia della Francia nel bacino mediterraneo.

L'Inghilterra appena seppe di questo piano, diffidò immediatamente Napoleone III e Cavour, chiedendo anche alla Prussia di intervenire militarmente per evitare una guerra contro l'Austria. Il conflitto, tuttavia, scoppiò ugualmente a causa dell'ingenuità del governo austriaco che inviò un ultimatum al Piemonte, il quale per questo fu considerato uno Stato aggredito, fatto che causò, com'era nei patti, l'intervento francese. Durante il conflitto Cavour, noncurante degli accordi di Plombières, attivò numerose rivolte in Toscana, nei ducati di Parma e di Modena, e nelle Legazioni delle Romagne per poterle annettere al Piemonte e fu anche per questo motivo che Napoleone III si affrettò a firmare un armistizio con gli Austriaci a Villafranca, oltre a quello più pressante della minaccia alle sue frontiere di un intervento prussiano.

In seguito l'Inghilterra ritenne più confacente ai suoi interessi una modifica radicale dell'assetto politico della penisola italiana. Determinante fu innanzitutto la progettata apertura del canale di Suez, fatto che rendeva indispensabile avere il dominio del Mediterraneo, e poi i contemporanei accordi commerciali tra le Due Sicilie e l'impero russo, che aveva iniziato a far navigare la sua flotta nel Mediterraneo, avendo come base d'appoggio proprio i porti delle Due Sicilie. L'Inghilterra, tra l'altro, aveva considerato che la creazione di un unico Stato nella penisola italiana potesse fare da contrappeso alla Francia nel Mediterraneo e avrebbe eliminato o ridotto fortemente l'influenza cattolica in Europa.

Non vanno sottovalutati anche altre vicende che determinarono un cambiamento della politica inglese nei confronti delle Due Sicilie: innanzitutto l'abolizione di fatto della Costituzione concessa nel 1848 e la mancata partecipazione delle Due Sicilie alla Lega Doganale da parte di Ferdinando II. Tale situazione contrastava fortemente gli interessi commerciali inglesi che traevano buoni profitti dai traffici con gli Stati che avevano adottato una politica di libero scambio. Per questi motivi l'Inghilterra decise di favorire la conquista degli altri Stati della penisola italiana da parte del Piemonte, che, non avendo nulla da perdere in campo economico, aveva già una politica di libero scambio.

L'Austria non poté intervenire a causa delle sue lotte interne, mentre la Russia era troppo distante dal teatro degli avvenimenti. La Francia cercò di impedire il movimento annessionistico del Piemonte, ma la successiva formazione di una intesa tra Austria, Prussia e Russia non le consentì di opporsi all'Inghilterra per non correre il rischio di rimanere politicamente isolata. Napoleone III si limitò a mantenere le sue truppe nello Stato pontificio con lo scopo dichiarato di proteggere il Papa, ma in realtà per tenere il nuovo Stato italiano sotto tutela francese.

La circostanza catalizzatrice dell'annessione fu, senza dubbio, l'alleanza sotterranea tra la borghesia piemontese e di una parte di quella delle Due Sicilie, quella soprattutto liberale. Una gran parte della borghesia duosiciliana, infatti, restò legittimista e fornì non pochi aiuti alla resistenza subito formatasi dopo l'invasione delle truppe piemontesi. Gli obiettivi di quella piemontese erano quelli di impossessarsi di nuovi territori con le loro ricchezze e di sfruttare quest'ampliamento con l'opportunità di più vasti traffici e appalti, mentre gli scopi di quella duosiciliana, che era soprattutto una borghesia legata alla terra, erano quelli di sottrarsi alla tradizionale amministrazione dei Borbone e di impossessarsi delle vaste terre demaniali che erano concesse gratuitamente in uso civico ai contadini.

Conclusi tali accordi, che minarono dall'interno lo stesso governo delle Due Sicilie, l'azione di Garibaldi, enormemente aiutato dagli inglesi (sbarcarono anche truppe indiane in Sicilia), fu una facile passeggiata fino a Napoli, sebbene costellata da numerosi episodi di violenza, di stragi e di ruberie. Colpevole fu, infine, anche la dirigenza militare duosiciliana, quella che non tradì, che non aveva capito che nella guerra portata dai piemontesi non esisteva più la moralità, la cavalleria ed il rispetto del diritto di un tempo. L'invasione piemontese fu attuata, infatti, con una guerra totale che non rispettò nulla e nessuno.


SITUAZIONE DELLE DUE SICILIE NEL 1860

Facevano parte del Regno, per il territorio continentale, la parte meridionale del Lazio, le province di Gaeta e Sora (che durante il periodo fascista furono assegnate al Lazio per dare più territori alla nuova provincia di Littoria, oggi Latina), l'area del­la capitale Napoli, Terra di lavoro, Principato citeriore, Basilicata, Principato ulterio­re, Capitanata, Terra di Bari, Terra d'Otranto, Calabria citeriore, 2ª Calabria ulterio­re, 1ª Calabria ulteriore, Molise, Abruzzo citeriore, 2° Abruzzo ulteriore, 1° Abruzzo ulteriore; la Sicilia, che era suddivisa nelle province di Val di Mazara, Val Demone e Val di Noto.

Il Regno delle Due Sicilie, all'atto dell'invasione piemontese, nel confronto con gli altri Stati europei era considerato per la sua ricchezza, per la sua cultura e per le sue condizioni sociali tra i primi Stati dell'Europa. Ancora oggi, tuttavia, si continua ad affermare che lo Stato delle Due Sicilie era economicamente arretrato rispetto all'area lombardo - piemontese. Questo non era possibile per una sola considerazione: gli Stati preunitari e, per certi versi, ancora feudali del Nord, erano troppo piccoli perché potessero dare vita ad uno sviluppo industriale consistente, non solo perché non avevano capitali, ma anche perché non avevano un mercato di dimensioni considerevoli come lo era quello del Regno delle Due Sicilie, il quale, inoltre, aveva un'ottima flotta mercantile che gli permetteva di avere rapporti commerciali con tutto il mondo.

In Piemonte il sistema sociale ed economico era ben povera cosa. Vi erano solo al­cune Casse di risparmio e le istituzioni più attive erano i Monti di Pietà. In­somma esistevano solo delle piccole banche e banchieri privati, generalmente d'origine straniera, che assicuravano il cambio delle monete al ridotto mercato piemontese. In Lombardia non c'era alcuna banca d'emis­sione e le attività commerciali riuscivano ad andare avanti solo perché operava la banca austriaca. Tutto questo già da solo dovrebbe rendere evidente che prima dell'invasione delle Due Sicilie, nell'Italia settentrionale non vi potevano essere vere industrie, né vi poteva essere un grande commercio, né che i suoi abitanti erano ricchi ed evoluti, come afferma la storiografia ufficiale. Valga ad esempio il fatto che le locomotive della prima linea ferroviaria del Piemonte furono acquistate nelle Due Sicilie dalle officine di Pietrarsa a Napoli.

Nell'Italia settentrionale i primi ad avere una vera banca furono i genovesi con la Banca di Genova, fondata per sconti, depositi e conti correnti da alcuni commercianti. Questo avvenne soltanto nel 1844. Poi tre anni dopo (vale a dire appena 13 anni prima dell'invasione) si costituì la Banca di Torino, che nel 1849 si fuse con la Banca di Genova, originando la Banca Nazionale degli Stati Sardi (ma di proprietà privata). Cavour, che aveva interessi personali in quella banca, impose al parlamento savoiardo di affidare a tale istituzione compiti di tesoreria dello Stato. Si ebbe, quindi, una banca privata che emetteva e gestiva denaro dello Stato.

A quei tempi l'emissione di carta moneta era fatta solo dal Piemonte, mentre al contrario l'antichissimo Banco delle Due Sicilie emetteva monete d'oro e d'argento, e in più, per velocizzare la circolazione monetaria, fedi di credito e po­lizze notate, le quali corrispondevano ad altrettanta quantità d'oro depositato nel Banco (la quantità di denaro circolante nel Regno delle Due Sicilie assommava a circa 443 milioni di lire dell'epoca). Un sistema che, per alcune norme, possiamo certamente paragonare alle carte di credito di oggi. La carta moneta del Piemonte si basava anch'essa su una riserva d'oro (il circolante nel regno sardo assommava a circa 20 milioni di lire), ma il rapporto era di 3 a 1, in altre parole tre lire di carta valevano una lira d'oro e questo significava la quasi inesistenza di capitali utili per finanziare imprese e commerci. Tuttavia, per le continue guerre che i savoiardi facevano, anche quel simulacro di convertibilità in oro non era mai rispettato, sicché ancor prima del 1861 la carta moneta piemontese non rappresentava nemmeno più il suo valore nominale a causa dell'emissione incontrollata che se ne fece.

Il Reame aveva due amministrazioni: quella delle province napolitane che comprendeva tutte le regioni continentali dagli Abruzzi alle Calabrie e quella siciliana. L'amministrazione dello Stato, divenuta piuttosto farraginosa dopo i cambiamenti apportati dall'occupazione francese (nel periodo dal 1799 al 1815), era in via di trasformazione, ma in sostanza era efficiente e funzionale. La giustizia era proprio borbonica, in pratica era la migliore in assoluto in Italia, ed i suoi codici erano di riferimento per tutta la legislazione della penisola italiana e dell'Europa. Negli affari interni, inoltre, la legislazione era molto tollerante nei confronti delle altre religioni e nei confronti degli stranieri residenti.

Nel 1860 la popolazione del Regno delle Due Sicilie era poco più di 9 milioni di abitanti, di cui la parte attiva era un po'meno del 48%. Il Regno in quell'anno poteva sicuramente essere considerato in campo economico al terzo posto in Europa. Questo era stato il risultato di previdenti leggi che avevano regolato le importazioni e le esportazioni proprio con lo scopo di favorire la nascita dell'industria, dosando opportunamente i dazi doganali e le misure fiscali. L'industria tessile (seta, cotone e lana) e quella metalmeccanica erano già dal 1818 i due principali settori trainanti dell'economia duosiciliana, tanto che portarono anche numerosi stranieri ad investire nel Regno.

La politica industriale era stata insomma lungimirante e coerente, anticipando di un secolo in Italia, la formula dell'iniziativa pubblica nell'industria, senza peraltro avvantaggiare le industrie statali che erano sempre in concorrenza con le iniziative private. Lo sviluppo industriale del Regno di Napoli, vale a dire il trasferimento di risorse dal settore agricolo al settore industriale, non avvenne, infatti, per opera di privati come negli altri Stati (grossi proprietari terrieri, come in Inghilterra, o Banche, come in Germania), ma per diretto intervento dello Stato, che tuttavia fu anche coadiuvato da imprenditori privati con capitali agrari, commerciali, bancari e di paesi esteri già sviluppati.

Per quanto riguarda il territorio continentale, gli addetti alle grandi industrie, escludendo in pratica tutte le attività meramente artigianali o in ogni caso non impieganti meno di 5 addetti, erano 210.000 in quasi 5.000 opifici e costituivano circa il 7% della popolazione attiva. Il capitale investito nella sola industria si può valutare intorno ai cento milioni di ducati e dava utili che raggiungevano in numerosi casi il 15 o 20 %, con una media dell'8% circa.

Il reddito medio pro-capite era poco più superiore a quello medio italiano, per un totale di 275 milioni di ducati l'anno. Per quanto riguarda la vita economica bisogna dire che i prezzi erano molto stabili ed il Governo era sempre attento a garantire sia un'attività produttiva redditizia, sia paghe adeguate all'insieme sociale ed economico.

Il settore agricolo, aumentata del 120% la sua produttività negli ultimi 40 anni, dava un'eccedenza di risorse alimentari che erano così disponibili sia per la manodopera dell'industria, sia per l'aumento della popolazione.

Il Regno aveva dunque una forte economia, una stabile e solida moneta e una veramente ottima flotta navale mercantile e militare. La Marina Mercantile duosiciliana, la terza in Europa con oltre 9.800 bastimenti, aveva avuto un forte sviluppo perché aveva dovuto soddisfare le crescenti esigenze dei trasporti commerciali, che dai registri doganali dell'epoca erano valutati per circa 500.000.000 di ducati tra import ed export. Nel Regno esistevano allora circa quaranta cantieri navali di una certa rilevanza, ove erano varati in media circa 50 navigli l'anno.

In questo quadro è necessario anche illustrare, sia pure brevemente, la situazione delle varie regioni, iniziando con la CALABRIA, che è veramente un esempio significativo. Prima dell'unità d'Italia era la più ricca regione d'Italia, ora è la più povera d'Europa. In Calabria lo sviluppo delle industrie iniziò con lo sfruttamento delle miniere di ferro e di grafite che vi erano state rinvenute. Per questo fu fondato il Real Stabilimento di Mongiana, dove su un'area coperta di 12.000 metri quadri, furono costituiti una fonderia e un grandioso stabilimento siderurgico, potenziato con due altiforni per la ghisa, due forni Wilkinson e sei raffinerie. Accanto vi era anche una fabbrica d'armi su un'area coperta di circa 4.000 metri quadri. La produzione della ghisa e del ferro era di eccellente qualità e da essi si ricavavano trafilati, laminati e acciai da cementazione. Alla fine del Regno la Calabria era, insomma, fortemente industrializzata e negli stabilimenti di Mongiana, di Pazzano, di Fuscaldo, di Cardinale e di Bigonci vi lavoravano circa 2.500 operai, numero veramente notevole per quell'epoca. Altre attività importanti in Calabria, per antica tradizione, oltre alla notevole produzione agricola, erano quelle tessili, in cui essa primeggiava per la produzione della seta, gli arsenali ed i numerosi cantieri navali. I calabresi impiegati nelle sole industrie erano allora poco più di 31.000.

Nelle PUGLIE ed in BASILICATA vi erano importantissimi opifici di lana, di cotone e del lino, la cui produzione era esportata in tutto il mondo. Vi erano anche molte centinaia filande quasi tutte motorizzate. Molto importanti erano anche le fabbriche di presse olearie e di macchine agricole prodotte negli stabilimenti di Foggia e di Bari. Di notevole peso sul piano economico erano le ottime aziende agricole e chimiche, le numerosissime flottiglie per la pesca ed i cantieri navali. A Barletta vi era un'efficientissima salina che riforniva tutta l'Europa. Centro di riferimento, per tutto il Regno, era l'attivissima Borsa di Commercio di Bari.

Negli ABRUZZI e nel MOLISE, era eccellente e notissima la produzione d'utensili, di lame di acciaio, rasoi e forbici, fabbricati a mano e molto richiesti all'estero per la loro bellezza e funzionalità. Vi erano anche numerosi opifici tessili e per la produzione della carta. Notevoli, infine, erano gli allevamenti pregiati di bovini e caprini che consentivano una eccellente produzione casearia.

La CAMPANIA del 1860 era la regione più industrializzata d'Europa, particolarmente l'area napoletana, lungo l'asse Caserta - Salerno. In essa vi erano sia il grandioso Opificio di Pietrarsa dove si producevano motori a vapore, locomotive, carrozze ferroviarie e binari, sia i famosi cantieri navali tra i migliori d'Europa, come quello di Castellammare di Stabia, fabbriche d'armi e di utensileria, aziende chimiche - farmaceutiche e per la produzione della carta, del vetro, concia e pelli, alimentari, ceramiche e materiali per edilizia. Importante in tutto il mondo era la produzione della seta di S. Leucio (Caserta). Numerose anche le fabbriche di strumenti tecnici, orologi, bilance, e insomma tutta una miriade di fabbriche minori, nei più svariati campi di attività, diffuse geograficamente in tutto il territorio. Da ricordare, naturalmente, i numerosi e diversi prodotti dell'agricoltura, allora famosi in tutto il mondo.

In SICILIA, infine, l'economia si basava, oltre che sulla pesca, sui cantieri navali e su ottime industrie meccaniche, sull'esportazione di zolfo, olio d'oliva, agrumi, sale marino e vino. Le principali correnti di traffico erano dirette verso l'Inghilterra (del 40%), verso gli Stati Uniti (con un terzo della produzione d'agrumi) e verso gli altri paesi europei. La Sicilia per questi suoi commerci aveva costante­mente un saldo attivo.

LE REALIZZAZIONI PIÙ IMPORTANTI

Lo Stato delle Due Sicilie fu il primo al mondo a far navigare una nave a vapore in mare: Il battello, con caldaia inglese, era il Ferdinando I che fu varato il 24 giugno 1818. In Inghilterra il primo battello a vapore fu varato nel 1822: il rimorchiatore Monkey.

Da ricordare anche la prima costruzione al mondo dei ponti in ferro ad impalcato sospeso, il "Ferdinandeo", che fu completato nell'aprile del 1832 sul Garigliano, e quello sul Calore, il "Cristino", inaugurato il 5 aprile del 1835.

Il 4 ottobre 1839 fu inaugurata la prima ferrovia italiana con il tratto Napoli - Portici, di circa 9 km. e, prima dell'invasione piemontese, erano già quasi completate tutte le opere (ponti e gallerie) di una rete ferroviaria che avrebbe collegato la capitale alle cittadine del versante adriatico, fino a Brindisi, e di quello tirrenico, fino a Reggio Calabria. Contemporaneamente erano già state progettate e in fase d'appalto per la Sicilia le linee ferroviarie che avrebbero collegato Palermo con Catania, Messina e Girgenti.

Nel 1840 fu inaugurato il grandioso complesso industriale del "Reale Opificio di Pietrarsa" con oltre mille addetti, all'epoca il primo e l'unico della penisola italiana. L'Opificio ebbe vasta risonanza in Europa e fu visitato dallo zar Nicola I che lo prese ad esempio per la costruzione del complesso ferroviario di Kronstadt. Per fare un paragone il complesso simile della Breda ebbe la possibilità di nascere 44 anni più tardi, ma solo dopo il saccheggio e la distruzione di quello di Pietrarsa. Sorsero in tutto il Regno anche diverse e numerose scuole di "Arti e mestieri" per la formazione tecnica del personale. In quell'anno Napoli, dopo Londra e Parigi, fu la terza capitale in Europa ad avere le strade illuminate con 350 lampade a gas.

Rilevantissime furono le colossali opere di bonifica, delle paludi Sipontine (Manfredonia), di quelle di Brindisi, del bacino inferiore del Volturno e dei Regi Lagni, che resero fertili tutte quelle terre, distribuite poi gratuitamente al popolo.

Nelle Due Sicilie le scoperte scientifiche trovavano subito applicazione. Nel 1841 fu installato a Nisida il primo faro lenticolare a luce costante. Tali fari furono installati negli anni successivi su tutte le coste del regno.

A Napoli, il 28 settembre 1844, costruita sulle falde del Vesuvio, fu inaugurata la prima struttura scientifica nel mondo per lo studio dei fenomeni vulcanici, l'Osservatorio Meteorologico Vesuviano, dove fu realizzato dopo qualche anno il primo sismografo del mondo.

Napoli, nel giugno del 1852, fu la prima città d'Italia ad organizzare un esperimento d'illuminazione elettrica. L'esperimento fu abbastanza importante per l'epoca, tenuto conto che la lampada di Edison fece la sua comparsa solo nel 1877 e che la prima lampada a filamento fu realizzata due anni dopo.

Nel marzo del 1855 Napoli fu collegata attraverso una linea telegrafica con Roma, Parigi e Londra.

Certamente sono da evidenziare i numerosi successi nel campo navale. Nell'arsenale di Castellammare di Stabia fu varata il 24 ottobre 1843 la prima nave da guerra a vapore, la pirofregata a ruote Ercole, progettata e costruita interamente nel Regno. Da ricordare che le navi da guerra napoletane furono le prime ad entrare nei porti statunitensi e nelle Americhe del Sud, dove venivano anche fatte le crociere con gli allievi dell'Armata di Mare. Nel maggio del 1847 fu impiegata, per la prima volta in Italia, una nave a propulsione ad elica, la Giglio delle Onde. Il 14 novembre, si ebbe il varo della pirofregata a ruote Ettore Fieramosca che era la prima nave progettata e fornita con macchina a vapore costruita interamente nella penisola italiana dal Real Opificio di Pietrarsa. Lo stesso anno fu inaugurato il nuovo bacino di raddobbo in muratura (bacino di carenaggio) nell'Arsenale di Napoli, il primo del genere ad essere realizzato in Italia. Il 18 gennaio 1860 fu varata a Castellammare di Stabia la nuova fregata ad elica Borbone di 3.444 tonnellate, che era la prima nave militare ad elica della flotta duosiciliana ed era anche la più potente.

È indicativo, a questo punto, fare una semplice riflessione e cioè che se nelle Due Sicilie erano state realizzate tante importanti opere, che avevano po­sto il Regno ai vertici degli Stati più progrediti del mondo, queste smentiscono con i fatti le affermazioni di arretratezza delle Due Sicilie. Se così non fosse, perché queste opere non erano state realizzate prima dal Piemonte o dagli altri Stati preunitari? La complessità di queste opere, infatti, presuppone la presenza di scuole di alto livello, di valenti tecnici, di grandi industrie e di una sana economia e finanza, quindi se ne deve dedurre che tutti questi fattori evidentemente non esistevano, o almeno non in tale misura, negli altri Stati preunitari. Tanto per fare un esempio, come prova di questa situazione di arretratezza del Nord, a Milano la prima università, il Politecnico, fu fondata solo nel 1863 ed il primo ingegnere si laureò nel 1870.

GARIBALDI E L'INVASIONE PIEMONTESE

Garibaldi era alto appena 1,65 metri ed aveva le gambe arcuate. Era pieno di reumatismi e per salire a cavallo occorreva che due persone lo sollevassero. Portava i capelli lun­ghi perché, avendo violentato una ragazza, questa gli aveva staccato un orecchio con un morso. Era un avventu­riero che nel 1835 si era rifugiato in Brasile, dove all'epoca emigravano i piemontesi che in patria non avevano di che vivere. Fra i 28 e i 40 anni visse come un corsaro assaltando navi spagnole nel mare del Rio Grande do Sul al servizio degli inglesi, che miravano ad accaparrarsi il commercio in quelle aree, e per circa sei mesi trasportò schiavi cinesi nel Perù. In Sud America non è mai stato considerato un eroe, ma un delinquente della peggior specie. Per la spedizione dei mille fu finanziato dagli Inglesi con denaro rapinato ai turchi durante la guerra di Crimea, equivalente oggi a molti milioni di euro. In una lettera, Vittorio Emanuele II ebbe a lamen­tarsi con Cavour circa le ruberie del nizzardo, pro­prio dopo "l'incon­tro di Teano": «... come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene - siatene certo - questo personaggio non è affatto docile né così onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talen­to militare è molto modesto, come prova l'affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l'infame furto di tutto il danaro dell'erario, è da attribuirsi intera­mente a lui che s'è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa».

SBARCO DI MARSALA:

fu di proposito "visto" in ritardo dalla marina duosiciliana, i cui capi erano già passati ai piemontesi, e fu protetto dalla flotta inglese, che con le sue evoluzioni impedì ogni eventuale azione offensiva. Con i famosi "mille", che lo stesso Garibaldi il giorno 5 di­cembre 1861 a Torino definì "Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra ; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto", sbarcarono in Sicilia anche francesi, svizzeri, inglesi, indiani, polacchi, russi e soprattutto ungheresi, tanto che fu costituita una legione ungherese utilizzata per le repressioni più feroci. Al seguito di questa vera e propria feccia umana, sbarcarono altri 22.000 soldati piemontesi di proposito dichiarati dal governo savoiardo "congedati o disertori".

CALATAFIMI:

contrariamente a quanto è detto nei libri di storia, Garibaldi fu messo in fuga il giorno 15 maggio dal maggiore Sforza, comandante dell'8° cacciatori, con sole quattro compagnie. Mentre inseguiva le orde del Garibaldi, lo Sforza ricevette dal generale Landi l'ordine incomprensibile di ritirarsi. Il comportamento del Landi fu comprensibilissimo quando si scoprì che aveva ricevuto dagli emissari garibaldini una fede di credito di quattordicimila ducati come prezzo del suo tradimento. Landi, qualche mese più tardi, morì di un colpo apoplettico quando si accorse che la fede di credito era falsa: aveva, infatti, un valore di soli 14 ducati.

PALERMO:

Garibaldi, il 27 maggio, si rifugiò in Palermo in pratica indisturbato dai 16.000 soldati duosiciliani che il generale Lanza aveva dato or­dine di tenere chiuse nelle fortezze. Il filibustiere così poté saccheggiare al Banco delle Due Sicilie cinque milioni di ducati ed installarsi nel Palazzo Pretorio, designandolo a suo quartier generale. In Palermo i garibaldini si abbandonarono a violenze e saccheggi d'ogni genere. A tarda sera del 28 arrivarono, però, le fedeli truppe duosiciliane comandate dal generale svizzero Von Meckel. Queste truppe, che erano quelle trattenute dal generale Landi, dopo essersi organizzate, all'alba del 30 attaccarono i garibaldini, sfondando con i cannoni Porta di Termini ed eliminando via via tutte le barricate che incontravano. L'irruenza del comandante svizzero fu tale che arrivò rapidamente alla piazza della Fieravecchia. Nel mentre si accingeva ad assaltare anche il quartiere S. Anna, vicino al palaz­zo di Garibaldi, che in pratica non aveva più vie di scampo, arrivarono i capitani di Stato Maggiore Michele Bellucci e Domenico Nicoletti con l'ordine del Lanza di sospendere i combattimenti perché ... era stato fatto un armistizio, che in realtà non era mai stato chiesto.

Il giorno 8 giugno tutte le truppe duosiciliane, composte di oltre 24.000 uomini, lasciarono Palermo per imbarcarsi, tra lo stupore e la paura della popolazione che non riusciva a capire come un esercito così numeroso si fosse potuto arrendere senza quasi neanche avere combattuto. La rabbia dei soldati la interpretò un caporale dell'8° di linea che, al passaggio del Lanza a cavallo, uscì dalle file e gli gridò "Eccellé, o'vvi quante simme. E ce n'avimma'ì ac­cussì ? (Eccellenza, lo vedi quanti ne siamo, e dobbiamo andarcene così?)". Ed il Lanza gli rispose : "Va via, ubriaco". Lanza, appena giunse a Napoli, fu confinato ad Ischia per essere processato. I garibaldini nella loro avanzata in Sicilia compirono atroci delitti. Esemplare e notissimo è quello di Bronte, dove "l'eroe" Nino Bixio fece fucilare quasi un centinaio di contadini che, proprio in nome del Garibaldi, avevano osato occupare alcune terre di proprietà inglese.

MILAZZO:

Il giorno 20 luglio vi fu una cruenta batta­glia a Milazzo, dove 2000 dei nostri valorosissimi soldati, condotti dal colonnello Bosco, sbaragliarono circa 10.000 garibaldini. Lo stesso Garibaldi accerchiato dagli ussari duosiciliani rischiò di morire. La battaglia terminò per il mancato invio dei rinforzi da parte del generale Clary e i nostri furono costretti a ritirarsi nel forte per il numero preponderante degli assalitori. Nello scontro i soldati duosiciliani, ebbero solo 120 caduti, mentre i garibaldini ne ebbero 780. Eroici, e da ricordare, furono i valorosi comportamenti del Tenente d'artiglieria Gabriele, del Tenente dei cacciatori a cavallo Faraone e del Capitano Giuliano, che morì durante un assalto.

Episodi di tradimento si ebbero anche in Calabria, dove nel paese di Filetto lo sdegno dei soldati arrivò tanto al colmo che alcuni di essi fucilarono il generale Briganti, che il giorno prima, senza nemmeno combattere, aveva dato ordine alle sue truppe di ritirarsi.

NAPOLI:

Il giorno 9 settembre arrivarono a Napoli i garibaldini. Mai si vide uno spettacolo più disgustoso. Quell'accozzaglia era formata da gente sudicia, famelica e di razze diverse. Occuparono all'inizio Pizzofalcone, poi nei giorni seguenti si sparsero per la città, tutto depredando, saccheggiando ogni casa. Furono violentate le donne e assassinato chi si opponeva. Furono lordati i monumenti, violati i monasteri, profanate le chiese. Il giorno 11 Garibaldi con un decreto abolì l'ordine dei Gesuiti e ne fece confiscare tutti i beni. Furono incarcerati tutti quei nobili, sacerdoti, civili e militari che non volevano aderire al Piemonte, mentre furono liberati tutti i delinquenti comuni. Il Palazzo Reale fu spogliato di tutto quanto conteneva. Gli arredi e gli oggetti più preziosi furono inviati a Torino nella Reggia dei Savoia. Il filibustiere con un decreto confiscò il capitale personale e tutti beni privati del Re dal Banco delle Due Sicilie, che fu rapinato di tutti i suoi depositi. Napoli in tutta la sua storia non ebbe mai a subire un così grande oltraggio, eppure nessun libro di storia "patria" ne ha mai minimamente accennato.

CAPUA, VOLTURNO, GARIGLIANO, GAETA:

eliminati i generali traditori, i soldati duosiciliani dimostrarono il loro valore in numerosi episodi. La vittoriosa battaglia sul Volturno non fu sfruttata solo per l'inesperienza dei nostri comandanti militari. In seguito, la vile aggressione piemontese alle spalle costrinse il nostro esercito alla ritirata nella fortezza di Gaeta, dove il giovane Re Francesco II e la Regina Maria Sofia, di soli 19 anni, diventata poi famosa con l'appellativo di "eroina di Gaeta", si coprirono di gloria in una resistenza durata circa 6 mesi. Gaeta non poté mai essere espugnata dai piemontesi, ma solo bombardata. Con la resa di Gaeta (13.2.61), di Messina (14 marzo) e di Civitella del Tronto (20 mar­zo), il Regno delle Due Sicilie cessò di esistere. I Piemontesi non rispettarono i patti di capitolazione e i soldati duosiciliani in parte furono fucilati, altri furono deportati in campi di concentramento in Piemonte, Liguria e Lombardia. Di questi soldati, morti per la loro Patria, oggi non c'è nemmeno un segno che li ricordi e non meritavano l'oblio e la derisione cui li ha condannati la "leggenda" risorgimentale.

PLEBISCITO:

Il giorno 21 ottobre 1860 vi fu a Napoli, e in tutte le province del Regno, la farsa del Plebiscito. A Napoli, davanti al porticato della Chiesa di S. Francesco di Paola, proprio di fronte al Palazzo Reale, erano state poste, su di un palco alla vista di tutti, due urne: una per il SÌ ed una per il NO. Si votava davanti ad una schiera minacciosa di garibaldini, guardie nazionali e soldati piemontesi. Il giorno prima erano stati affissi sui muri dei cartelli sui quali era dichiarato "Nemico della Patria" chi si astenesse o votasse per il NO. Votarono per primi i camorristi, poi i garibaldini, che erano per la maggior parte stranieri, e i soldati piemontesi. Qualcuno dei civili che aveva tentato di votare per il NO, fu bastonato, qualche altro, come a Montecalvario, fu assassinato. Poiché non erano registrati quelli che votavano per il SÌ, la maggior parte andò a votare in tutti e dodici comizi elettorali costituiti in Napoli. Allo stesso modo si procedette in tutto il Regno, dove si votò solo nei centri presidiati dai militari con ogni genere di violenze ed assassini.

LA RESISTENZA DUOSICILIANA:

Proprio con la farsa dei plebisciti scoppiarono con grande violenza contro gli invasori garibaldini e piemontesi le prime rivolte, che si propagarono a macchia d'olio in tutto il Sud. Fu una vera e propria guerra di resistenza che durò più di dieci anni, durante i quali le truppe piemontesi compirono tanti delitti e tali distruzioni che non si erano mai visti in alcun'altra guerra. Le forze militari impegnate dai piemontesi furono di circa 120.000 uomini, ai quali vanno aggiunti 90.000 militi della collaborazionista guardia nazionale. Queste forze, verso il 1865, comprendevano circa 550.000 uomini, quanto gli Americani nel Vietnam.

Dopo la resa di Gaeta intere zone della Lucania, della Calabria, delle Puglie e degli Abruzzi si erano liberate dei presidi piemontesi ed avevano innalzato i vessilli duosiciliani. I piemontesi nel ritirarsi compirono molte rappresaglie su civili inermi. Nell'aprile del 1861 si formarono i primi grossi gruppi di resistenza comandati da Carmine Crocco, detto Donatello, Nicola Summa, detto Ninco Nanco, Domenico Romano, detto il sergente Romano, che liberarono centinaia di paesi. La reazione piemontese fu pronta. Per ordine del generale Cialdini interi paesi furono distrutti a cannonate e chi si opponeva in qualsiasi modo all'occupazione era fucilato immediatamente. Indicativo quanto avvenne il 14 agosto del 1861 a Pontelandolfo e Casalduni, ove allo scopo di terrorizzare le altre popolazioni vi furono saccheggi, violenze, stupri e le case furono bruciate e completamente rase al suolo. Vi furono oltre un migliaio di morti. Alcuni furono trucidati nel modo più barbaro, con le teste mozzate poi esposte agli ingressi dei paesi come monito. I generali piemontesi, come Cialdini e tanti altri, furono dei veri e propri criminali di guerra, ma lo Stato "italiano" ancora oggi li venera come "eroi".

Dai dati ufficiali piemontesi, non attendibili, nel solo 1862 i paesi rasi al suolo furono 37, i fucilati furono 15.665, i morti in combattimento circa 20.000, incarcerati per motivi politici 47.700, le persone senza tetto circa 40.000. Ma nonostante l'impari lotta di un popolo male armato e scoordinato, costretto ad una vita difficilissima nelle valli e tra i monti, la guerriglia diventò sempre più fiera, tanto che nel 1863 il Savoia valutò la possibilità di abbandonare i territori conquistati, ma poi il suo governo emanò la tragica legge Pica che autorizzava fucilazioni immediate senza alcun processo e la repressione continuò più ferocemente. I numerosi gruppi della resistenza duosiciliana con velocissime incursioni attaccavano ovunque i rifornimenti militari, le colonne militari, distruggendo i collegamenti telegrafici e postali. Ma era una guerra impari e destinata all'insuccesso perché senza alcun aiuto esterno sia politico che militare.

Nel frattempo tutti i macchinari industriali utili erano stati trasferiti al Nord, il resto fu distrutto per determinazione e per cause belliche. L'Ansaldo di Genova, ad esempio, che era una piccola officina, si sviluppò con i macchinari prelevati dallo Stabilimento di Pietrarsa. Nel 1862 i maggiori opifici tessili cessarono la produzione e così le cartiere, le ferriere della Calabria, le concerie. Alle ditte lombardo-piemontesi furono assegnati, per pura speculazione, lavori pubblici nelle province duosiciliane. La solida moneta duosiciliana d'argento e d'oro fu sostituita da quella cartacea piemontese. L'economia meridionale ebbe così un crollo verticale e la disoccupazione si aggiunse al dramma della guerriglia.

Nel 1863 il debito pubblico piemontese fu unificato con quello di tutto il resto d'Italia. Il Sud "liberato" ne sopportò tutte le spese. Da quell'anno incominciò l'emigrazione, che in pochi anni diventò una vera e propria diaspora.

Nel 1864 furono espropriati e venduti tutti i beni ecclesiastici e demaniali del Sud, il cui ricavato fu usato per il rilancio dell'agricoltura della Valle Padana. È di quell'anno lo scandalo delle speculazioni Bastogi nella costruzione delle ferrovie meridionali. Intanto in Sicilia, per catturare i renitenti alla leva, in­teri paesi erano circondati e privati dell'acqua potabile. I renitenti trovati, oppure i loro parenti, erano fucilati come esempio. Interi boschi, di estese dimensioni, furono bruciati perché i "briganti" non avessero più la possibilità di rifugiarvisi.

Nel 1865 fallirono quasi tutte le fabbriche meridionali, perché senza più commesse. In quell'anno il carico fiscale fu aumentato dell'87%, ma il denaro così drenato fu tutto speso al Nord. Soprattutto quello tratto dall'agricoltura meridionale che finanziò le nascenti imprese industriali del Piemonte e della Lombardia.

Nel 1866 anche in Sicilia si ebbero delle gravissime sommosse. Palermo scacciò i piemontesi, ma fu ripresa a seguito di un feroce attacco da parte di migliaia di soldati savoiardi sbarcati con numerose navi da guerra. Oltre ai duemila morti causati dalle cannonate in un solo giorno, si ebbero poi in tutta la Sicilia, nel giro di circa una settimana, 65.000 morti per il colera causato dalle devastazioni delle truppe piemontesi. Diventarono sistematiche la pratica della tortura e le ritorsioni sulla popolazione inerme, con stragi d'interi villaggi e la distruzione dei raccolti per affamare i paesi dove era più forte la resistenza legittimista.

La guerra di repressione, che dopo 10 anni determinò la definitiva conquista piemontese, costò al Regno delle Due Sicilie circa un milione di morti, 54 paesi rasi al suolo, 500.000 prigionieri politici, l'intera economia distrutta e la diaspora di molte generazioni. Il Piemonte ebbe il doppio dei morti che aveva avuto in tutte le sue sedicenti guerre d'indipendenza.

LE CONSEGUENZE DELL'INVASIONE

La storia più che millenaria delle Due Sicilie, fatta da immense glorie e da immani tragedie, prima dell'occupazione piemontese, era stata la storia di un popolo che non aveva mai perso, nel bene e nel male, la propria identità nazionale. È stata, dunque, questa perdita, causata dalla forzata unificazione con gli altri popoli della penisola, mai subita prima di allora con le precedenti invasioni, nemmeno sotto la lunghissima dominazione romana, il più grave danno inferto al Popolo Duosiciliano. Neanche Napoleone, che aveva messo a soqquadro tutta l'Europa, aveva mai pensato di unire il Regno delle Due Sicilie al resto della penisola italiana, ben conoscendo la storica diversità del mediterraneo popolo duosiciliano.

L'invasione piemontese nel 1860 del pacifico Stato delle Due Sicilie fu ben più di una semplice sconfitta militare e si può affermare che essa ha tanto inciso sulla nostra vita sociale ed economica che ancora oggi viviamo nell'atmosfera creata da quell'evento, dal quale sono nati tutti i nostri mali presenti. Gli effetti di una sconfitta militare, infatti, per quanto terribili, col tempo sono annullati se il territorio e la popolazione non sono annessi a quelli del vincitore. Per le Due Sicilie, invece, a causa della particolare posizione geografica, senza soluzione di continuità territoriale con il resto della penisola italiana, l'annessione ha prodotto effetti così devastanti che la coscienza del popolo stesso ne è stata modificata.

Il Regno delle Due Sicilie proprio nel 1860 si stava trasformando in un grande Stato. C'erano tutte le premesse, perché allora era una tra le più progredite nazioni d'Europa, ma la delittuosa opera delle sette che governavano la Francia e l'Inghilterra e la sete di conquista savoiarda ne distrussero i beni e le tradizioni, compiendo un vero e proprio genocidio umano e spirituale.

Come fu precisato da Lemkin, che definì per primo il concetto di genocidio, esso «non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione ... esso intende designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali ... Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali, e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui ... non a causa delle loro qualità individuali, ma in quanto membri del gruppo nazionale».

Si dice, inoltre, che vi sono due metodi per cancellare l'identità di un popolo: il primo è quello di distruggere la sua memoria storica; il secondo è quello di sradicarlo dalla propria terra per mischiarlo con altre etnie. Noi Duosiciliani abbiamo subìto entrambi i metodi, ma, avendo alle spalle una storia di quasi tremila anni, siamo rimasti almeno sempre fedeli alle nostre tradizioni.

I settari hanno mistificato con la menzogna del cosiddetto "risorgimento" gli avvenimenti che causarono la perdita dell'indipendenza dello Stato delle Due Sicilie, proprio con lo scopo di giustificare quella che fu una vera e propria guerra d'aggressione contro i Duosiciliani. Il "risorgimento", infatti, non fu espressione di una rivolta popolare che aveva quale suo obiettivo il suggestivo ideale dell'unità italiana, ma fu una vera e propria propaganda di guerra, un'invenzione che servì a nascondere - e a fabbricare la cosiddetta "opinione pubblica" - le vere intenzioni della classe dirigente del Piemonte che mirava ad impossessarsi ed a colonizzare il resto della penisola. La parola "risorgimento" si riferisce, infatti, solo a quel piccolo staterello, corrotto e pieno di debiti, quale era il Piemonte, che, in effetti, fu "usato" e reso servo a sua volta delle logge massoniche internazionali.

La diffusione di queste menzogne, ideate dalla massoneria attraverso i "Congressi degli scienziati", servì anche a coprire le reali in­tenzioni dell'Inghilterra e della Francia che volevano modificare l'assetto politico europeo a loro vantaggio. Gli esponenti al governo di queste due nazioni appartenevano alla ricca borghesia, protagonista della rivoluzione industriale inglese e della rivoluzione francese, e tendevano a moltiplicare i loro affari e traffici con l'ingrandire la loro influenza politica nel Mediterraneo, dove avevano i loro passaggi obbligati.

Con il "risorgimento" furono inventate e diffuse grandi menzogne sullo Stato delle Due Sicilie, classiche quelle di Gladstone, e nascosti gli avvenimenti più brutali della guerra d'annessione. Ogni cosa che riguardava le Due Sicilie fu demonizzata o messa in ridicolo, infamando col nome di «brigantaggio» anche la lunga guerra di resistenza fatta spontaneamente da tutto il popolo duosiciliano contro l'invasione piemontese.

Tale irreale propaganda risorgimentale fu così pregnante che, dopo gli avvenimenti, il novello Stato «italiano», non potendo delegittimare se stesso rivelando la verità degli avvenimenti, ha dovuto trasformare il «risorgimento» in una religione di Stato, consacrando come "eroi" dei veri e propri criminali di guerra quali Cialdini, Garibaldi e tutti gli altri savoiardi, ai quali sono stati dedicati monumenti, strade, piazze e caserme. È questo, insomma, un esempio classico di come la storia è sempre scritta dal vincitore e che spiega perché queste menzogne siano continuamente e ufficialmente diffuse da uno Stato che si proclama "italiano", ma che nei fatti è rimasto uno Stato "piemontese".

Numerosi scrittori, inoltre, hanno raffigurato la situazione dei Territori duosiciliani "dopo" che vi era stata la devastazione piemontese, attribuendo all'amministrazione duosiciliana le pessime condizioni sociali ed economiche in cui erano state ridotte le Due Sicilie a causa dell'aggressione savoiarda. Il fatto più spregevole è che tali menzogne sono obbligatoriamente insegnate come storia ufficiale ai nostri figli, i quali si formano in un culto che, non solo non è il nostro, ma è stato creato proprio contro di noi Duosiciliani.

Avvenuta la conquista di tutta la penisola, la prima cosa che i piemontesi fecero fu quella di impossessarsi di tutte le riserve di denaro nelle banche degli Stati appena conquistati. La Banca Nazionale degli Stati Sardi (privata) divenne, dopo qualche tempo, la Banca d'Italia (sempre privata), così com'è ancora oggi. La Banca d'Italia è, infatti, allo stato attuale, di proprietà dell'ICCRI, Banca San Paolo - IMI, Banco di Sardegna, Banca Nazionale del Lavoro, Monte dei Paschi di Siena, Mediobanca, Banca di Roma, Unicredito.

A seguito dell'occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete d'oro per trasformarle in carta moneta secondo le leggi piemontesi, poiché in tal modo i Banchi avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e sarebbero potuti diventare padroni di tutto il mercato finanziario italiano. Quell'oro, invece, attraverso apposite manovre piano piano passò nelle casse piemontesi. Eppure, nonostante tutto quell'oro rastrellato al Sud, la nuova Banca d'Italia (sempre di proprietà privata), risultò non avere parte di quell'oro nella sua riserva. Evidentemente quest'oro aveva preso altre vie. Esso, infatti, fu utilizzato per la costituzione di imprese al nord tramite il finanziamento operato da banche, subito costituite per l'occasione, che allora erano socie della Banca d'Italia: Credito mobiliare di Torino, Banco sconto e sete di Torino, Cassa generale di Genova e Cassa di sconto di Torino.

Le sottrazioni operate e l'emissione non controllata della carta moneta ebbero come conseguenza che ne fu decretata già dal 1863 il corso forzoso, in altre parole la lira carta non poté più essere cambiata in oro. Oltre ai conseguenti danni per il risparmio di tutte le popolazioni della penisola, da qui incominciò a nascere il «Debito Pubblico»: lo Stato, in pratica, per finanziarsi iniziò a chiedere carta moneta ad una banca privata (qual è la Banca d'Italia). Lo Stato, quindi, a causa del «genio» di Cavour e soci, cedette da allora la sua sovranità in campo monetario affidandola a dei privati, che non ne hanno alcun titolo (la sovranità per sua natura non è cedibile perché è del popolo e dello Stato che lo rappresenta).

Solo con la conquista delle Due Sicilie, dunque, con il denaro sottrattogli e con il sacrificio di questo fu possibile impostare "dopo" un programma di riforme che permisero la nascita delle industrie e delle infrastrutture nel Nord dell'Italia. Ovviamente, per permettere lo sviluppo delle loro nascenti industrie, il Piemonte eliminò non solo la concorrenza delle industrie duosiciliane, ma coprì negli anni successivi con prodotti delle nuove aziende piemontesi e lombarde tutto il mercato interno in una situazione di monopolio. Per ottenere questo, gli occupanti attuarono nei territori conquistati varie azioni, che in sostanza furono quelle di decretare nuove misure doganali nelle Due Sicilie, particolarmente gravi per le industrie siderurgiche e meccaniche. Poi sottrassero al Sud tutte le commesse militari e ferroviarie e impoverirono i capitali duosiciliani con un maggior drenaggio fiscale, utilizzando le risorse così ricavate esclusivamente nell'area lombardo-piemontese. Numerosissime ricchezze, inoltre, furono rapinate per uso personale dagli invasori, che distrussero volutamente numerosi opifici, come ad esempio a Mongiana ed a Pietrarsa.

L'economia dell'Italia meridionale, poi, ebbe un crollo verticale non solo perché, da dopo l'unità e a tutt'oggi, il suo centro propulsore gravitò solo al Nord, ma anche perché fu imposto dal Piemonte, che non aveva nulla da perdere, una politica di libero scambio che stroncò le industrie duosiciliane non ancora completamente affermatesi.

Il governo imposto dai piemontesi in tutta la penisola conquistata era eletto da un parlamento composto di una minoranza borghese che escludeva la quasi totalità degli abitanti. Anche dopo le riforme volute dalla sinistra, solo il 9% aveva diritto al voto e di questa percentuale facevano parte solo le classi agiate che imposero tasse, pubblica sicurezza, codice civile e penale, scuole e amministrazione esclusivamente a favore dei propri interessi.

L'impossessamento di tutta la penisola italiana scatenò, di conseguenza, le mire affaristiche della borghesia dominante, che, sconvolgendo tutti i valori sociali preesistenti, provocò forti tensioni sociali particolarmente nelle Due Sicilie, dove, infatti, le terre demaniali divennero proprietà privata, originando i latifondi dai quali i contadini furono scacciati, causando per di più la distruzione della rilevante produzione agricola. Circa 600 milioni di lire di allora, raccolta con la vendita delle terre demaniali, quasi tutta la riserva liquida degli abitanti duosiciliani, fu trasferita nelle casse del Piemonte. In tal modo la borghesia dell'ex Regno delle Due Sicilie, diventato nel 1861 una provincia del nuovo Stato unitario, si precluse definitivamente la via dello sviluppo economico, convinta che solo con il reddito agrario potesse finalmente affermare il suo predominio. Concezione del tutto suicida che era già stata con lungimiranza contrastata dall'accorta amministrazione dei Borbone, i quali avevano intuito che non solo non vi poteva essere progresso con la sola agricoltura, ma che tale progresso andava costruito accortamente e senza sconvolgimenti sociali. Tale cieca borghesia, infatti, spinse alla fame ed alla disoccupazione i contadini che, privati delle terre, non poterono più usufruire degli usi civici, per mezzo dei quali era consentito a tutti di avere una sicura economia domestica.

L'occupazione militare piemontese provocò, conseguentemente, una violenta e diffusa guerriglia di resistenza contro quello che era considerato a tutti gli effetti un esercito straniero, e contro i "galantuomini" collaborazionisti dei nuovi governanti. Gli occupanti, allora, per poter conservare i nuovi territori conquistati, attuarono una feroce repressione contro la popolazione civile e contro la sua economia. Le atrocità commesse dai piemontesi e dai loro collaborazionisti, particolarmente nel periodo del cosiddetto "brigantaggio", possono sembrare mostruose e incredibili, ma in parte, nonostante siano ancora coperte da segreto di Stato, sono documentate negli Atti Parlamentari, in quello che resta delle relazioni della Commissione d'inchiesta sul brigantaggio, nei vari carteggi parlamentari dell'epoca e nella varia documentazione custodita negli Archivi di Stato dei capoluoghi dove si svolsero i fatti.

I piemontesi compirono, inoltre, numerosissime crudeltà anche nei confronti dei prigionieri di guerra duosiciliani stipati come bestie in campi di concentramento di proposito allestiti in Piemonte, Liguria e Lombardia. Nel lager di Finestrelle i prigionieri duosiciliani venivano eliminati nella calce viva. Il trattamento in questi campi fu, dunque, disumano e fu attuato contro gente colpevole solo di aver difeso la propria Patria e di aver tenuto fede ad un giuramento. Tutto questo in spregio totale alle condizioni di capitolazioni firmate dagli stessi ufficiali piemontesi.

Mai, nella loro storia lunga oltre 700 anni, le Terre Napoletane e quelle Siciliane avevano subito una così atroce invasione e tutto questo causò anche l'inizio di una massiccia emigrazione che raggiunse ben presto il carattere di una diaspora che continua ancora oggi. Un fenomeno che, prima dell'invasione piemontese, non esisteva nelle Due Sicilie, ma che era invece particolarmente rilevante nelle regioni settentrionali della penisola dove la disoccupazione era un fatto endemico. Numerosissimi settentrionali, infatti, emigravano proprio nelle Due Sicilie per trovarvi lavoro.

Le masse contadine, degli operai e degli artigiani, piegate dalla forza, ma non nel morale, non poterono trovare altro sbocco per sopravvivere che nell'emigrazione, favorita interessatamente dagli invasori. Calabresi, Abruzzesi, Molisani, Campani, Lucani, Pugliesi e Siciliani dovettero partire per terre lontane, spesso non sapendo nemmeno quale fosse la loro destinazione finale, verso un mondo del tutto ignoto. In quelle terre lontane e ostili, tuttavia, sono riusciti a far emergere le loro antiche virtù mediterranee, costruendo a volte ricchezze straordinarie, con la loro Patria nel cuore e che i figli dei figli oggi hanno quasi dimenticato, perché sono diventati americani, canadesi, argentini, venezuelani, cileni o australiani.

Anche in questa loro diaspora, circa 23 milioni d'emigranti a tutt'oggi, molto più grande di quella tanto conosciuta degli ebrei, sono stati sfruttati dai piemontesi, che utilizzarono i loro risparmi, inviati dagli stessi emigrati per aiutare le loro famiglie d'origine, risparmi che, salvarono le esauste finanze dello Stato "italiano" e andarono a finanziare le nascenti industrie delle aree lombarde, piemontesi e liguri. Tali industrie poi, con la vendita dei loro prodotti al "Sud", vi hanno ricavato altri guadagni, mentre l'ex Reame si andava impoverendo sempre più, perdendo via via anche i suoi figli migliori, i più intraprendenti, costretti ad emigrare in tutto il mondo.

Ben più deleteria fu poi l'emigrazione che iniziò a partire dalla seconda metà del 1950, che, depauperando il Sud di quanto ancora restava dell'antica società, ha dissolto e trasformato in quelli che sono rimasti, attraverso la scuola, partiti politici e mezzi d'informazione, le tradizioni più caratteristiche e la propria identità, che si è andata omologando ai nuovi comportamenti globalizzanti dei consumi

CONSIDERAZIONI FINALI

La principale causa del crollo delle Due Sicilie va, senza dubbio, inquadrata nel marciume generato dalla corruzione massonica. Esso era dappertutto: nelle articolazioni statali, nell'esercito, nella magistratura, nell'alto clero (fatta salva gran parte dell'episcopato), nella corte del Re, vera tana di serpenti velenosi. Infatti, come ha esattamente analizzato Eduardo Spagnuolo: «addebitare ai piemontesi le colpe del nostro disastro è vero solo in parte e contrasta anche con i documenti dell'epoca. La responsabilità della perdita della nostra indipendenza e della nostra rovina è per intero della classe dirigente duosiciliana, che si fece corrompere in ogni senso. Non a caso le bande guerrigliere più motivate, come quella del generale Crocco e del sergente Romano, si muovevano per colpire, innanzitutto, i collaborazionisti e gli ascari delle guardie nazionali».

Dopo il 1860 non ci fu soltanto un popolo in lotta contro un esercito aggressore, come nel 1799, ma una guerra civile tra gli strati popolari e la minoranza collaborazionista, tutta proveniente dalle classi alte. I piemontesi, come ha giustamente indicato ancora Eduardo Spagnuolo: «vinsero perché si erano precedentemente assicurati, attraverso l'azione sovversiva della massoneria, l'adesione dei "galantuomini" del Sud, i veri criminali briganti. Se non avessero avuto questo consenso fondamentale, mai e poi mai si sarebbero azzardati ad attaccarci. Se un popolo, infatti, insieme alla sua classe dirigente (o almeno con una parte consistente di essa) ha veramente voglia di resistere, non c'è repressione che tenga, anche se la vittoria piemontese sul campo era stata ottenuta soprattutto grazie ad una schiacciante superiorità di mezzi materiali e ad un'ottima organizzazione bellica frutto dell'esperienza delle varie guerre precedenti. All'eliminazione della "classe dirigente borbonica" contribuì, purtroppo, lo stesso Francesco II, che, nel concedere la costituzione, corrispose esattamente al piano diabolico dei liberali. Con la promulgazione della costituzione (che Ferdinando II aveva espressamente raccomandato al figlio di non concedere) furono eliminati legalmente i funzionari fedeli e soprattutto fu paralizzato il popolo attraverso il disarmo legale della Guardia Urbana, milizia popolare in stragrande maggioranza fedele al Re. Nonostante lo sfaldamento del nostro esercito, la partita poteva ancora essere vinta, o quanto meno si poteva veramente colpire con efficacia l'aggressore piemontese, ma la concessione reale della costituzione (nell'illusione di avere favorevoli i liberali, decisi, invece, a svendere la propria terra allo straniero) chiuse i giochi ancora prima di iniziare la partita. Attraverso di essa, infatti, quella parte della borghesia traditrice, proprio in nome di Francesco II, si impadronì di tutte le leve del potere, disarmando il popolo e armando, attraverso la ricostituita Guardia Nazionale, i sostenitori dei "galantuomini". A quel punto, regnando ancora nominalmente Francesco II, la magistratura, le autorità municipali e le forze di polizia finirono saldamente in mano al nemico. Il popolo si ritrovò completamente abbandonato e soprattutto senza possibilità di comunicazione con la "classe dirigente borbonica" legalmente allontanata da ogni carica istituzionale.

Contemporaneamente, primissima operazione delle "autorità", fu quella di allontanare tutti i vescovi dalle loro diocesi, episcopato che, essendo di nomina reale, poteva costituire una serissima e autorevolissima opposizione. È da rilevare, inoltre, che la resistenza non iniziò quando vennero i piemontesi, ma cominciò proprio quando fu concessa la costituzione liberale, che anche alcuni vescovi, specie delle Puglie, contrastarono attivamente. Se ben si osserva, da un punto di vista strettamente giuridico, i primissimi moti popolari avevano infatti un carattere "antiborbonico", poiché andavano contro la costituzione, in altre parole contro un corpo di leggi del Regno delle Due Sicilie promulgate su espressa volontà del legittimo Re Francesco II di Borbone. Il popolo, in realtà, aveva compreso immediatamente tutta la malizia dei liberali e si era mosso per contrastarla».

L'opposizione armata, tuttavia, fu soltanto un aspetto della più vasta resistenza all'invasione piemontese, perché tale resistenza si sviluppò per anni in modo civile. Numerose furono le proteste della magistratura e dei militari, le resistenze passive dei dipendenti pubblici e i rifiuti della classe colta a partecipare alle cariche pubbliche. Innumerevoli furono le manifestazioni di malcontento della popolazione, soprattutto nell'astensione alla partecipazione ai suffragi elettorali, e la diffusione ad ogni livello della stampa legittimista clandestina contro l'occupazione piemontese.

La resistenza duosiciliana, definita "brigantaggio", è stato analizzata e variamente spiegata, volendo dimostrare da una parte che essa era una specie di esercito sanfedista, sorretto dai reazionari duosiciliani, ma senza un capo carismatico, come lo era stato il cardinale Fabrizio Ruffo nel 1799, dall'altra che essa era un fenomeno esclusivamente sociale dovuto alle lotte contadine contro i cosiddetti "galantuomini", che avevano usurpato le terre demaniali e i beni della Chiesa, sfociando poi nel crimine. In realtà, se qualcosa di vero di queste due tesi può essere considerata una componente di tutto l'insieme, è evidente dai fatti che tutto un popolo ha lottato contro l'invasione di un esercito considerato straniero e contro i traditori collaborazionisti per lunghissimi anni. A questa guerra di resistenza, parteciparono, infatti, oltre ai contadini, militari del disciolto esercito duosiciliano, avvocati ed impiegati, operai e studenti, sindaci e magistrati. Numerosi furono anche legittimisti stranieri, particolarmente spagnoli, che fecero parte della resistenza duosiciliana. Il "brigantaggio", in sostanza, fu la reazione di una nazione intera in difesa della sua autonomia e della sua cultura quasi millenaria. Una resistenza che avvenne spontaneamente, dunque, ma purtroppo quando ormai il Regno delle Due Sicilie non aveva più i suoi gangli vitali. Ben diversi sarebbero stati i risultati se Francesco II avesse egli stesso spronato tutto il popolo alla resistenza ancor prima che avesse avuto luogo l'invasione piemontese.

La resistenza duosiciliana iniziò con piccoli episodi isolati, e quindi non coordinati, nell'agosto del 1860, subito dopo lo sbarco dei garibaldini provenienti dalla Sicilia. Inizialmente fu soprattutto la popolazione delle campagne che si rivoltò contro i comitati liberali filogaribaldini, ripristinando i simboli duosiciliani e i legittimi poteri nei vari paesi dell'entroterra. La resistenza divenne più consistente subito dopo l'occupazione piemontese e ad essa parteciparono migliaia di soldati duosiciliani sbandati, coscritti che rifiutavano di servire un'altra bandiera e persone d'ogni settore sociale. Divenne, poi, una vera e propria rivolta popolare quando le truppe piemontesi iniziarono una feroce repressione con esecuzioni sommarie e con arresti in massa. Nel corso dell'anno 1861 e del 1862 fu tutto un intero popolo che si sollevò, tanto che furono perseguitati anche il clero e i nobili lealisti che dovettero emigrare lasciando la resistenza priva di guida politica. Particolare attenzione fu data dagli occupanti all'informazione a mezzo stampa, mediante la quale era deformata qualsiasi notizia al fine di presentare la resistenza duosiciliana come espressione di criminalità comune e per nascondere le atrocità commesse dagli stessi invasori. Il compito di eseguire questa criminale azione di repressione fu affidato principalmente al generale Cialdini che ordinò eccidi, rappresaglie, saccheggi e distruzioni di centinaia di centri abitati per impedire che l'insurrezione diventasse del tutto incontrollabile.

Prima dell'invasione, l'ultima calata di barbari nel Sud della penisola italiana, della cosiddetta "Unità d'Italia" non se n'era mai sentita l'esigenza tra le restanti popolazioni italiane, né esistono documentazioni o pubblicazioni di alcun genere che parlano di "spirito nazionale" antecedente ai "fatti risorgimentali". L'idea unitaria, infatti, non ebbe mai alcun sostegno popolare efficace e fu soltanto un movimento di pochi, soprattutto di massoni "borghesi", cioè legati soltanto ad interessi materiali. L'"ideale" del cosiddetto "risorgimento", propagandato dai settari, era, in effetti, un'esigenza dei territori del Nord dell'Italia, che, oltre ad essere governati ancora in modo feudale, erano occupati da potenze straniere. Il colmo era poi dato dal Piemonte, governato dai Savoia che erano francesi, e che, proprio loro, dicevano di voler "liberare l'Italia dagli stranieri".

Il marchese Villamarina fu l'anello che legò la dinastia sabauda alle mire della massoneria e di essa la rese serva fino a portarla sotto le ali di Cavour, servo a sua volta degli inglesi. Ai Savoia, in ogni modo, non interessava niente della libertà degli Italiani, a loro interessava solo ingrandire i propri possedimenti, sfruttando per i propri interessi gli stessi Italiani, che costrinsero con perversione a combattere tra loro. Che fosse una guerra di conquista, e non un progetto di ideale unità, non v'è alcun dubbio se solo si osserva il modo di governare dei nuovi "padroni", che mirarono unicamente a saccheggiare tutte le ricchezze del Reame con l'interessato sostegno dalla borghesia lombardo-piemontese.

Gli abitanti delle Due Sicilie furono usati, infatti, prima come carne da cannone per le altre guerre coloniali e mondiali dei Savoia, poi come mercato per i prodotti delle industrie del Nord. La classe politica meridionale, inoltre, allo scopo di conservare piccoli vantaggi domestici, ha fiancheggiato sempre tutti i governi che si sono avvicendati in Italia dall'inizio dell'occupazione, governi che pur definendosi "italiani", hanno curato solo gli interessi delle lobby del cosiddetto "triangolo industriale", le quali mantengono eterna la "questione meridionale" per lucrarne gli appalti, mentre i ciechi politici meridionali, accontentandosi di lucrarne i voti elettorali, sono diventati i loro servi sciocchi.

Il Popolo delle Due Sicilie, in tutta la sua lunghissima storia, non ha mai fatto una guerra d'aggressione contro altre nazioni. Ha dovuto, invece, sempre difendersi dalle aggressioni degli altri popoli, che l'hanno assalita con le armi o con le menzogne. Ancora oggi dal Nord dell'Italia, per una congenita ignoranza, alimentata continuamente dalla propaganda risorgimentale fatta instancabilmente dai vertici dello Stato "italiano", i Duosiciliani sono ancora puerilmente aggrediti con violenze verbali e con luoghi comuni sui "meridionali".

Nella considerazione di tutti gli avvenimenti succedutisi dopo il 1860 fino ad oggi, si può senza dubbio affermare che proprio con il cosiddetto "risorgimento", a causa dell'aggressività della sua natura, si originò quel processo politico, che, passando attraverso continue guerre, per lo più suggestivamente etichettate, ebbe il suo culmine nel fascismo, che disfece con la sua fine tutta la penisola italiana, prima del "risorgimento" così ricca di valori, nella sciatta repubblica in cui oggi viviamo. Una repubblica che, mentre da una parte rinnega il fascismo, dall'altra esalta contraddittoriamente il "risorgimento" che ne fu in sostanza la matrice.

 

Antonio Pagano
(dal libro "DUE SICILIE, 1830 - 1880" di Antonio Pagano)

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