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Fonte:
http://www.larivieraonline.com/ - 12.05.2008

Reggio ’70, i giorni dell’ira
I moti di Reggio

di Antonio Orlando

In questa settimana sono iniziate a Reggio una serie di manifestazioni per ricordare gli avvenimenti del 1970, quelli che furono denominati “i moti di Reggio”. Si tratta di un “progetto speciale”, così lo hanno chiamato i curatori, che spazia tra teatro, cinema, arte, storia e documentazione con l’intento, grazie proprio alla “commistione” tra i diversi linguaggi espressivi, di “ricostruire” quei tragici avvenimenti.

Tutte queste attività sono collegate da un filo comune che è dato poi dallo stesso titolo del Progetto “i giorni della rabbia e della passione” e sono incentrate, in particolare, su due lavori il film di Salvatore Romano “Liberarsi – figli di una rivoluzione minore” ed il libro di Fabio Cuzzola “Reggio 1970 – Storie e memorie della rivolta”, (Donzelli Editore, pp. 205, Roma, novembre 2007, € 26,00.)

Del film parleremo in un’altra occasione, anche se, è bene dirlo subito, a scanso di equivoci, le due opere non sono complementari e possono, anzi devono, essere viste, lette ed esaminate su due distinti piani e dentro due distinti contesti.

Quel periodo - luglio 1970/marzo 1971- che si chiude, almeno sul piano dell’ordine pubblico, solo nell’ottobre del 1972 con la manifestazione dei metalmeccanici – ha segnato, meglio ha marchiato la storia recente di tutta la Calabria ed ha influenzato quella del Meridione e, per certi versi, dell’intero Paese.

Quella rivolta, che ha battezzato la nascita dell’ordinamento regionale, che ha messo a nudo la fragilità delle istituzioni repubblicane a trent’anni dalla loro nascita, che è arrivata a mettere in discussione perfino il patto fondativo tra i partiti, ha, sopra ogni altra cosa, portato in primo piano la “doppiezza” del Partito Comunista, mettendone a durissima prova la tenuta della sua organizzazione e della sua struttura, nonché la credibilità della sua linea politica. “La doppiezza togliattiana” sulla quale si discettava da tempo immemorabile, spesso in termini favolistici ed irreali, e che non consisteva nel disporre di un apparato militare segreto, bensì nell’elaborazione di una linea “a doppio binario, per mezzo della quale si tenevano insieme le tante anime del Partito, ora si rivelava inadeguata ed inadatta per comprendere i mutamenti intervenuti nella società meridionale.

Senza contare che la rivolta consente il rilancio di una Destra revanscista ed eversiva, la quale, con molta abilità, riesce a scatenare la rabbia repressa di una popolazione per nulla disposta ad assistere passivamente alla lievitazione di una torta della quale avrebbe avuto, ancora una volta, solo le solite briciole.

Tutto questo è stato rimosso, dimenticato, oscurato, strumentalizzato e mistificato, e soltanto un giovane storico veramente di vaglia come Fabio Cuzzola poteva restituirci la memoria di quei fatti.

La ricostruzione che ne fa Fabio (del quale mi onoro di essere amico e che si è fatto apprezzare per precedenti lavori come quello su “I cinque anarchici del Sud” misteriosamente ammazzati proprio nel settembre di quel fatale 1970) ha i tratti del racconto dei grandi storici dell’antichità, di un Tucidide per esempio, perché la sua narrazione ti permette di immergerti nei fatti e quasi riesci a rivivere quella drammatica situazione, ricreata sotto in nostri occhi grazie alla grande capacità narrativa dell’ Autore.

La sua è una tecnica giornalistica adattata alla narrazione storica, usata fin’adesso solo dalla televisione di alta qualità (le trasmissioni di Sergio Zavoli, tanto per intenderci) o da quei giornalisti che scrivono quegli “instant book”, quei libri “a caldo” che, però, spesso non sono altro che la somma di tanti articoli di cronaca.

Questo è invece un lavoro complesso, a più strati, a più livelli e con tante intersecazioni e sovrapposizioni di natura politica, sociale, ambientale, culturale e, perfino, di costume.

L’A. ha certo fatto parlare le carte, i documenti, gli scritti, i libri, gli articoli dei giornali dell’epoca, i saggi di riviste; ha scovato anche documenti fin’ora inediti quali quelli del Foreign Office di Londra, ha visionato decine e decine di filmati d’epoca, ma ha soprattutto fatto parlare i protagonisti, è stato capace di restituire la parola ai protagonisti di quegli avvenimenti ed ai testimoni oculari.

Tutto questo non era stato mai fatto e già l’intervista al sindaco Battaglia, da sola e di per se, assume un valore che supera la semplice testimonianza per il modo come si viene ad incastrare nella sequenza degli eventi.

Cuzzzola ha condotto ben 201 interviste, tutte registrate ed ora raccolte in file audio Mp3, che verranno depositate presso il Circolo “Gianni Bosio” di Roma ed il Museo della memoria di Catanzaro, a disposizione di chiunque voglia consultarli o attingere per ulteriori lavori di approfondimento.

Per poter condurre una ricerca di questo genere occorre avere un solidissimo retroterra culturale, una solida preparazione ed aver già sperimentato un metodo di ricerca, ma occorre soprattutto non avere tesi precostituite, non nutrire pregiudizi di sorta e non avere preconcetti politici o ideologici.

Questa è un’opera veramente storica poiché non partendo da tesi predefinite, non cerca di piegare le fonti alle proprie esigenze e punta, invece, a ricostruire gli avvenimenti per permetterci, da un lato, di avvicinarci il più possibile alla verità e, dall’altro, cercare di descrivere la complessità della realtà di quei fatti e l’articolazione delle posizioni sul campo. In questo senso, come è stato già detto e scritto (Il Corriere della sera, La Stampa, La Repubblica, L’Espresso) Cuzzola realizza un affresco della Calabria degli anni ’70, demolisce luoghi comuni, colma un vuoto storiografico, documenta l’intero arco delle posizioni politiche e riapre (Diario) una pagina importante, ma dimenticata della nostra storia recente.

La rivolta venne bollata, con infamia e senza mezzi termini, come “fascista” e Reggio identificata, per gli anni a venire, nonostante il perdurare del predominio della Democrazia Cristiana, come “città nera”, roccaforte dell’eversione fascista.

Nella migliore delle ipotesi si concedeva che quella poteva essere stata una rivolta strumentalizzata, anzi una jacquerie, una sollevazione di disperati e di reietti, una sorta di “Vandea” meridionale, un tardo prodotto del ribellismo plebeo.

Pochissimi furono capaci allora di cogliere la più autentica essenza di quel moto di popolo: in Calabria il gruppo degli intellettuali, detti “terzomondismi”, che si raccoglievano dal 1964 intorno alla rivista “Quaderni calabresi”: Franco Tassone, Nicola Zitara, Mariano Meligrana, Luigi Lombardi-Satrian, Mario Papadia, Saverio Di Bella, Giacinto Namia, Ilario Principe e pochi altri.

Al di fuori della regione solo i gruppi della Sinistra extraparlamentare, in particolare Lotta continua, il cui leader Adriano Sofri, in piena rivolta, si spinse fino a Villa San Giovanni nel tentativo di incunearsi in quelle che apparivano “le contraddizioni politiche” di una città profondamente lacerata ed abbandonata a se stessa.

Ci si dimentica che, come Praga due anni prima, “Reggio è sola”. La provincia non si mosse, non espresse alcuna solidarietà con la città capoluogo, rimase fredda, indifferente, distaccata e distante.

E’ un dato questo trascurato, sul quale non si riflette ancora abbastanza, forse perché il deragliamento, in quel torrido luglio di trent’otto anni fa, del treno a Gioia Tauro assorbe ogni altra motivazione o forse perché tra il capoluogo e la sua provincia non vi è stata mai una simbiosi.

Le cittadine dell’interno non si sono mai identificate con la città né si sono mai sentite rappresentate da Reggio anzi quasi tutte hanno sempre rivendicato e difeso una propria autonomia.

Dalla provincia si guardava alla rivolta con un certo fastidio e le pochissime manifestazioni di solidarietà ebbero un carattere effimero ed assolutamente ininfluente.

Il racconto si apre con la ricostruzione dei fatti, dal “rapporto alla città” del sindaco, alle prime scaramucce politiche che fanno salire la tensione; ai primi scontri con la polizia, che si scaglia contro i dimostranti con una violenza inattesa ed inspiegabile, poi le prime barricate e, purtroppo, i primi morti.

Nella seconda parte, sicuramente più originale, si dispiegano le posizioni di tutte le forze in campo dalle Destre, che si impossessano della rabbia popolare, ai partiti di governo – Democrazia Cristiana e Partito Socialista – i cui proconsoli dell’epoca (Mancini, Misasi, Pucci) pensavano di essere riusciti a chiudere i giochi; al Partito Comunista, spiazzato, imbarazzato, preso tra due fuochi perchè alla sua Sinistra ( e si sa quanto i comunisti odiassero il solo pensare di avere qualcuno più a sinistra del P.C.I.!) emergevano i gruppi extra-parlamentari (Lotta continua, Potere operaio, marxisti-leninisti, Avanguardia operaia, il manifesto) smaniosi di fare quella rivoluzione cui i loro padri avevano rinunciato; poi la Chiesa, che attraverso il vescovo gioca un ruolo di primo piano anche in funzione anticomunista e, a completamento, il sen. Ciccio Franco, che diventa l’anima della rivolta incarnando “il mito dell’uomo onesto”, espressione del popolo più autentico e più vero.

Senza tralasciare, ovviamente, il sindacato, gli anarchici, gli intellettuali, le forze dell’ordine (come dimenticare il questore Santillo ?) e, convitato di pietra, la ‘ndranghita.

Quello, per la mafia calabrese, fu un anno di svolta: i vecchi equilibri verranno sconvolti e veramente niente sarà più come prima. Il pregio principale di questo lavoro, a mio sommesso parere, è, però, da individuare in quel senso di grande umanità che pervade e percorre l’intero libro.

Fabio ha certo abilmente e sagacemente, prima spezzettato e frammentato e poi ricucito e ricomposto tutti gli interventi raccolti, non li ha manipolati, ma è riuscito a fare ancor di più e ancora meglio.

Egli è riuscito a dare corpo ed anima, coscienza e dignità ad un’umanità derelitta ed emarginata perché ha dato una valenza sul piano politico e storico ad uno dei proverbi popolari che più ci caratterizza e che può definirsi il carburante della rivolta i ricchi comu vunni e i povari comu ponnu.

A noi non è dato scegliere gli strumenti, i tempi, i momenti, le modalità e le ragioni dell’agire e quando se ne presenta l’occasione non ci vengono concesse né legittimazione né giustificazioni; chè almeno si conservi la memoria.










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