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La Stampa, Sabato 19 Maggio 2001, Cultura e Spettacoli, Pag. 23
Politici deboli e corrotti, popolo lontano dalle istituzioni: Mieli e Mack Smith discutono la "guerra civile" mai finita dopo l'Unità

Coltelli d'Italia

Bruno Ventavoli

 

LA politica italiana si è annebbiata; niente lo mostra in modo più penoso della differenza che corre tra la destra e la sinistra di oggi rispetto agli uomini politici che governarono l'Italia nuova nei suoi primi tempi". Con queste considerazioni si apriva L'Italia di oggi, un saggio di due studiosi inglesi, Bolton King e Thomas Okey, abili ed eterodossi (quest'ultimo era un ex impagliatore di cesti), uscito cent'anni fa. Impietoso ma appassionato, fotografava i mali dell'Italia postunitaria, uscita vittoriosa dal Risorgimento ma fragile nella classe politica, macchiata da scandali, ripicche di potere, scarsa attenzione ai mali della Nazione.

Il libro fu fortemente voluto da Giovanni Laterza, che stava fondando la casa editrice a Bari. Ma avversato dalle élites del tempo, perché lo consideravano troppo crudo, secco. Forse troppo vero. Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera, minacciò stroncature. Ma il giovane editore, spalleggiato da Benedetto Croce, lo fece tradurre. A cent'anni di distanza, l'analisi dell'Italia spaccata tra nord e sud, in balia di politici non sempre all'altezza, appare grottescamente attuale.

Il volume è stato ripubblicato in edizione anastatica da Laterza, e presentato alla Fiera di Torino da PAOLO MIELI e Denis Mack Smith.

Una chiacchierata partita dal Risorgimento, approdata alla modernità, dalle difficoltà del mestiere di storico, alla lunga "guerra civile" mai finita nel nostro Paese, al morbo "trasformista" della politica.

MIELI. "Pubblicare questo libro fu un atto coraggioso. Perché i due studiosi scavavano in una verità lasciata in penombra dalla storiografia ufficiale. Il trasformismo era presente in quasi tutti i Parlamenti europei di fine Ottocento, ma il nostro possedeva caratteri tutti suoi: era legato a una classe dirigente fragile, che sentiva di avere il popolo all'opposizione. Anche gli altri Paesi moderni sono nati dalla volontà di ristrette élites, con un popolo più o meno in disparte. Ma noi abbiamo avuto qualcosa di più: forti fenomeni di insofferenza popolare che resero insicure le classi politiche dominanti. Ecco perché il trasformismo mise radici così forti. E si è poi ripresentato nel secolo successivo, fino ad oggi, senza soluzioni di continuità".

MACK SMITH. "L'Italia di oggi ebbe successo in Inghilterra e molte ristampe. Bolton King e Thomas Okey non erano storici di professione. Mazziniani ferventi, innamorati dell'Italia, animati da grande curiosità, girarono il Paese in lungo e in largo. Consultarono archivi. Intervistarono gente d'ogni tipo, di destra e di sinistra. Scrissero così un libro vivo, perché non si basava su altri libri e perché non aveva peli sulla lingua. Cercava di raccontare la verità. Fu questo che affascinò Croce e il pubblico inglese".

MIELI. "Può sembrare che il lavoro "sul campo" di questi due studiosi fosse semplice. Ma non è affatto così: la storia d'Italia è piena di buchi neri, di zone d'ombra. Perché lo Stato italiano, la storiografia ufficiale non ha mai amato che si investigasse troppo, che si facesse chiarezza. Non lo ama nemmeno adesso. La discussione sugli ultimi duecento anni continua a essere poco serena. E' una situazione che ha vissuto anche Mack Smith sulla propria pelle. Una piccola vicenda segreta.

Nel 1946 venne a Torino. Invaghito, appassionato, innamorato. Voleva consultare le carte di Cavour. Ma trovò tutto chiuso. Che strano. Si parla di un secolo prima. In qualsiasi paese del mondo sarebbe inconcepibile. Da noi no. Poi, grazie alla sua cocciutaggine, e all'aiuto di Croce, Mack Smith, dopo varie tribolazioni, riuscì a scartabellare ciò che cercava.

Non è curioso che nel 1946 fossero ancora secretate le carte di Cavour? Qual è il mistero? Probabilmente i documenti contenevano, oltre alla grandezza dello statista, anche delle magagne, erano gravate dal peso di preoccupazioni politiche. Nessuno voleva che si trovassero le prove che il Sud fosse stato conquistato, annesso. Contrariamente alla versione raccontata dai libri della storia ufficiale il popolo meridionale non partecipò al Risorgimento. E dato che nel secondo dopoguerra c'era un ritorno di movimento, di lotta popolare, di forte tensione separatista da parte della Sicilia - che poteva attecchire in altre zone del Mezzogiorno -, si voleva impedire a un giovane storico inglese di portare alla luce verità sgradite alla politica".

MACK SMITH. "Sì. A Torino mi dissero che le carte di Cavour erano "delicate". Ma il mestiere dello storico è combattere contro gli archivisti, contro le paure e le censure. Alla fine vinsi io. Un giorno chiesero a Giolitti in parlamento di rendere pubblici gli archivi, per conoscere meglio il passato recente dell'Italia.

Lui si oppose in modo tipicamente giolittiano. "Non ne vedo la ragione, perché le belle storie della Storia saranno offuscate dalla verità". I politici amano le belle storie perché sono educative. Il Risorgimento è stata una guerra civile. E questo non si è potuto dire per molto tempo. Garibaldi ha vinto in Sicilia perché i siciliani volevano staccarsi da Napoli.

Siamo davvero sicuri che la guerra contro l'Austria fosse così sentita? Nel 1848 un giornalista svizzero raccontò una cerimonia a Torino: la folla gridava "Viva Vittorio Emanuele! Viva l'Italia!". Lì in mezzo un uomo chiese a un altro "chi è questa Italia?" L'altro rispose: "Dev'essere la moglie del re". Quanti italiani nell'Ottocento conoscevano il significato della parola "Italia"? Credo fossero pochi. Quanti siciliani nel 1860 sapevano veramente per cosa e per chi combattevano?".

MIELI. "Il popolo, soprattutto nell'Italia meridionale, è stato all'opposizione. Lo era dai tempi dell'invasione napoleonica. C'erano stati moti molto forti, per diciannove anni, sino al 1815. Il popolo rimase sordamente ostile, perché legato all'autorità borbonica non percepita come nemica o alla Chiesa cattolica, che era una delle fonti istituzionali a cui abbeverarsi. Ogni volta che gli antenati dei nostri patrioti, da Gioacchino Murat ai fratelli Bandiera, a Pisacane, si affacciavano nel Mezzogiorno per liberare queste plebi dal giogo borbonico venivano fatti a pezzi e ributtati in mare. Dopo l'Unità, dal 1861, la danza ricominciò.

Il fenomeno ricordato nei nostri manuali come brigantaggio, in realtà fu una guerra civile, che sconvolse l'intero Sud. Gli sconfitti lasciarono le loro terre, alimentarono la gigantesca emigrazione verso l'America".

MACK SMITH. "Consultando gli archivi di piccoli comuni, dalla Sicilia alla Toscana, ho scoperto cose curiose sul plebiscito per l'annessione all'Italia. La percentuale dei sì era sempre del 100%. Se non si sapeva che cos'era l'Italia, perché tutti votavano a suo favore? Ma c'era un problema ancora più arduo: in alcuni luoghi la percentuale era del 120%".

MIELI. "Questi plebisciti in cui il popolo partecipò al 100% o al 120% furono portati a prova documentale per dimostrare la partecipazione del popolo all'Unità d'Italia. La storiografia ufficiale per anni non l'ha mai messa in discussione. Fu la letteratura a farlo. Penso alle pagine deliziose del Gattopardo dove si racconta che buffonata furono i plebisciti. La stagione risorgimentale e postrisorgimentale è fatta di migliaia di morti, lotte, spari, massacri. Tutti occultati e dimenticati dalla Storia delle Belle storie.

Abbiamo vissuto una lunga guerra civile, di reietti contro buoni. Ma la verità è sempre un concetto relativo. Non esiste una verità assoluta, esiste lo sforzo per andare a fondo. Verità cui se ne aggiungono delle altre che spesso capovolgono quelle precedenti. Le reticenze nel '46 ad aprire gli archivi di Cavour sopravvivono ancora oggi sulle vicende recenti.

La storia, però, deve essere sempre oggetto di discussione, di coraggiosa discussione. Non esistono documenti delicati, né verità incontrovertibili. Non ci sono barriere, né condizionamenti politici, né miti infrangibili. Fare storia è un lavoro che richiede ardimento, coraggio, ipotesi le più stravaganti, le più estreme. Ovviamente con delle pezze d'appoggio e con altri storici che si preoccupano di confutarle con altre pezze".

MACK SMITH. "Sono assolutamente d'accordo. Credo che oggi la storia "ufficiale" esista molto meno di prima. E se non c'è più, ogni generazione deve in qualche modo riscrivere la "sua" storia. Non è un paradosso. E' la constatazione che nessuna idea, nessun periodo, nessun carattere, nessun valore è conosciuto una volta per tutte. Ci sono sempre nuove cose da scoprire. Anche se non gradite a tutti".

 

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