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Fonte:
http://www.materialismo.it/

LA CONQUISTA DEL MEZZOGIORNO D’ITALIA

di Nunzio Miccoli – numicco@tin.it

Garibaldi è celebrato da liberali, repubblicani, fascisti e comunisti, in Italia, Francia e America Latina; prima del fascismo, parlò di fascio, si faceva chiamare duce e aveva adottato il saluto romano.

Nel 1860, l’impresa dei mille di Garibaldi, diretta contro il mezzogiorno borbonico, fu un’azione organizzata dal governo piemontese e dall’Inghilterra, che, in incognito, fornirono soldi, armi e navi; il sud fu conquistato e annesso al Piemonte grazie all’audacia di Garibaldi ed al tradimento comprato di tanti ufficiali napoletani; il governo di Napoli era informato dei preparativi ed il generale Carlo Filangeri, a capo del governo borbonico, prendeva sul serio la minaccia di Garibaldi.

L’Inghilterra era stata ostile verso Ferdinando II di Borbone per lo zolfo siciliano assegnato ai francesi; In Sicilia la flotta napoletana dava fastidio agli inglesi, che vi controllavano traffico di vino, marsala, limoni, velluto e zolfo.

Nel 1859 gli inglesi pensavano che l’Italia unita avrebbe potuto bilanciare la Francia e chiedevano per l’Italia liberismo e la fine delle dogane. Perciò i preparativi dell’antipapista Garibaldi raccoglievano molte simpatie a Londra, dove visse in esilio anche Mazzini.

Prima dell’impresa dei mille, nel 1844 ci fu una spedizione armata nel regno di Napoli, con i fratelli Bandiera, e nel 1857 un’altra, con Carlo Pisacane, entrambe fallite. I fratelli Bandiera, ufficiali della marina austriaca e mazziniani, tentarono di provocare una rivolta repubblicana in Calabria, dove sbarcarono a Sapri il 16.6.1844, con diciotto uomini, furono assaliti da gendarmi e contadini e uccisi.

Mazzini spinse per convincere Garibaldi a ritentare l’impresa, però questo, visti i precedenti, era prudente e fece preparativi adeguati, chiese a Cavour appoggi in Sicilia, denaro ed armi. Nel 1859 Mazzini mandò sull’isola due fedelissimi, i siciliani Rosolino Pilo e Francesco Crispi, cercava di accelerare i tempi.

Al contrario di Mazzini, Garibaldi era in buoni rapporti con Vittorio Emanuele II che, prima di convertirsi all’unità, aveva represso i moti mazziniani; a Londra Mazzini, anche se repubblicano, raccoglieva fondi per l’Italia nelle logge massoniche, sostenuto dal deputato Lord Gladstone e dal governo di Lord Palmerston. Con la mediazione dell’Inghilterra, anche i Savoia si decisero a servirsi di Mazzini.

Le simpatie inglesi per Garibaldi e per la causa italiana, sponsorizzata dai circoli liberali vicini a Lord Palmerston, erano alimentate dall’antipapismo inglese; a Londra era nata l’associazione Amici dell’Italia, Mazzini n’era l’animatore, d’accordo con il governo inglese, vi raccoglieva denaro per la spedizione in Sicilia.

Per Garibaldi a Malta furono creati depositi d’armi, vicino Genova si confezionavano bombe per lui, in Sicilia il siciliano Rosalino Pilo, d’accordo con Cavour, preparava il terreno e si rivolse ai baroni latifondisti, contigui alla mafia, i quali controllavano piccole milizie personali. Francesco Crispi comunicava a Garibaldi che l’isola era vicina alla rivolta.

Inglesi, americani, italiani, l’Ansaldo e la Società Nazionale di La Farina, una società segreta che faceva cospirazioni, fornirono armi; nacque un Fondo per Garibaldi creato da Mazzini; i quotidiani londinesi promuovevano sottoscrizioni ed il governo di Londra non frapponeva ostacoli. Dopo lo sbarco a Marsala dei mille, arrivarono anche 800 volontari inglesi, per tutti erano pronte le camicie rosse, adottate da Garibaldi in Sudamerica, il rosso serviva a nascondere il sangue.

Il siciliano Risalino Pilo, sbarcato a Messina, aveva ricevuto dalla loggia massonica “Trionfo Ligure” un cospicuo finanziamento, la loggia massonica di Nino Bixio gli fece avere un altro finanziamento, a cui si aggiunsero soldi di altre logge. I siciliani Pilo e Corrao organizzarono delle rivolte in Sicilia con armi arrivate da Malta, chi, tra i siciliani, si faceva reclutare, era pagato; la compagnia armatoriale Rubattino di Genova fornì a Garibaldi due piroscafi per la Sicilia.

La Società Nazionale di La Farina aveva due milioni franchi oro per corrompere funzionari e ufficiali borbonici, le logge massoniche scozzesi raccoglievano per Garibaldi denaro in Inghilterra, Canada e Stati Uniti. Si finse che i due piroscafi della società Ribattino, che trasportarono i mille, fossero stati presi con la forza, però le navi erano fornite delle mappe del regno di Napoli; Cavour fece anche presidiare i mari da attraversare ed andò a Genova a controllare i preparativi della spedizione.

Il marchese Gaspare Trecchi faceva da tramite tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, Costantino Nigra tra Cavour e Napoleone III; Nigra comunicò falsamente all’imperatore francese che il governo piemontese non era stato capace di fermare Garibaldi. Le navi inglesi pattugliavano le acque siciliane, ufficialmente per proteggere dall’insurrezione i sudditi e le proprietà britanniche in Sicilia.

L’ammiraglio Persano, al comando di una flotta, e Giuseppe La Farina diedero l’avvio alla spedizione segreta di Garibaldì, però i Borboni di Napoli erano informati, a Torino arrivarono le proteste di Napoli per i preparativi, fatti a Genova. I volontari sbarcati a Marsala furono 1084, poi arrivarono anche cacciatori delle Alpi, volontari inglesi, l’artiglieria ed il genio con 18 operai; vi erano pochi meridionali e degli stranieri.

Le navi napoletane, che dovevano intercettare lo sbarco, si mossero con strana inerzia, mentre quelle britanniche erano a Marsala, dove era una colonia inglese interessata al vino; perciò Garibaldi, protetto dagli inglesi, scelse di sbarcare proprio a Marsala, per l’operazione, il console inglese Collins chiese protezione al comando navale inglese di Malta.

In Sicilia occidentale, dove era più sviluppata la mafia, una ricca comunità inglese era interessata al commercio di vino, tessuti, olio, agrumi e zolfo; i velieri inglesi informavano le navi di Garibaldi sulle posizioni delle navi napoletane, pescatori siciliani fecero altrettanto; perciò i due piroscafi di Garibaldi procedettero tranquilli, le navi napoletane non si videro.

Da terra non si sparò sulle due navi, ufficialmente per paura di colpire le navi inglesi, lo sbarco fu aiutato dai pescatori di Marsala legati agli inglesi, i quali accolsero a braccia aperte gli sbarcati. Con lo sbarco, fu dichiarata decaduta la dinastia borbonica, a vantaggio di Vittorio Emanuele II, e Garibaldi fu proclamato dittatore provvisorio dell’isola.

Tre giorni dopo lo sbarco, i mille erano diventati 15.000, con l’arruolamento di picciotti siciliani; la Sicilia non voleva essere né italiana, né napoletana, ma voleva l’autonomia, con Garibaldi voleva raggiungere l’autonomia; dal punto di vista economico, l’isola era in mano ai baroni latifondisti. Nei paesi vi erano fratellanze o sette o partiti che dipendevano da un possidente, alcuni contadini facevano le guardie armate nei campi o campieri, poi si trasformarono in gabellotti o esattori o mafiosi per conto dei baroni.

La Sicilia voleva staccarsi dal regno di Napoli, nel 1849 fu repressa la ribellione di Messina ed allora si formarono i protagonisti dell’impresa garibaldina, cioè Francesco Crispi, Rosolino Pilo e Giuseppe La Farina; questi cercarono agganci ed uomini capaci di menare le mani, perciò si accostarono anche alla mafia, avvicinarono baroni e gabellotti.

I baroni aiutarono ad arruolare i picciotti ed il barone Sant’Anna di Alcamo incontrò Garibaldi, i primi decreti di Garibaldi prevedevano la distribuzione di alcune terre demaniali ed ecclesiastiche a favore dei combattenti, però i baroni temevano la rivoluzione sociale dei contadini.

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In Sicilia Garibaldi fece un’amnistia che portò alla liberazione del carcere di tanti mafiosi. Credendo alle promesse di Garibaldi, i contadini si ribellarono e occuparono le terre siciliane; a luglio del 1860 Nino Bixio, per proteggere gli interessi d’inglesi e latifondisti, fece una repressione, a Bronte i proprietari erano inglesi.

Francesco Crispi, ministro degli interni siciliano del governo di Garibaldi, era stato sollecitato dagli inglesi ad intervenire; Bixio decretò lo stato d’assedio, cinque contadini furono condannati a morte e 25 furono condannati all’ergastolo.

Francesco II, per salvarsi, emanò la costituzione, indisse le elezioni, concesse un’amnistia, adottò il tricolore con il suo stemma e fece entrare dei liberali al governo. In Sicilia, il conte Nisco di Siracusa tramava a vantaggio del Piemonte; il generale Alessandro Nunziante diede le dimissioni, passò ai piemontesi e riparò all’estero, era in contatto con Cavour e Persano.

A Calatafimi, il generale Francesco Landi tradì, per la sua ritirata, i garibaldini gli avevano promesso 14.000 ducati, il generale Ferdinando Lanza tradì e fu il primo ad incontrare Garibaldi in Sicilia; il generale Giuseppe Letizia aveva migliaia di soldati a Palermo, però firmò lo stesso la capitolazione e poi entrò nell’esercito piemontese; anche il generale Camillo Bonaparte, di stanza a Palermo, fu riciclato tra i vincitori. In Sicilia, il generale Francesco Bonanno perse una brigata e ottenne una pensione dal governo italiano; il maresciallo Flores, comandante in capo in Puglia, trattò la resa con Garibaldi e poi chiese di entrare nell’esercito italiano.

Il 15.8.1860 Cavour, d’accordo con l’ammiraglio piemontese Persano, finanziò un colpo di stato a Napoli, prima che arrivasse Garibaldi; tra i ministri del governo di Francesco II vi era Liborio Romano che, purtroppo, era in contatto con Cavour; Liborio Romano invitò Francesco II a lasciare il regno affermando che dietro Garibaldi c’era il Piemonte e dietro il Piemonte, la Francia e l’Inghilterra. Il ministro della guerra napoletano Salvatore Pianell si trasferì a Torino e passò all’esercito piemontese.

Francesco II, per combattere in posizione strategica, si trasferi a Gaeta, la resistenza napoletana doveva avvenire tra il Volturno ed il Garigliano; Francesco II, con queste truppe, era in grado di fronteggiare Garibaldi, ma non i piemontesi.

Con Francesco II erano ancora 45.000 soldati napoletani, più 4000 bavaresi e svizzeri. Nel 1859 si erano ribellate quattro compagnie di soldati svizzeri, sulle tasche dei loro caduti furono trovate lire piemontesi, il generale traditore Nunziante convinse il re a sciogliere quei reggimenti e così ne furono imbarcati 3000.

A Napoli la camorra controllava i rioni popolari e, con l’arrivo di Garibaldi, anche in questa città i camorristi furono legittimati, già amnistiati da Francesco II. Il prefetto napoletano Liborio Romano, in contatto con Cavour e Garibaldi, coinvolse i camorristi nell’ordine pubblico e li fece entrare nella sua polizia costituzionale.

Nel luglio del 1860 Liborio divenne ministro degli interni del governo provvisorio di Garibaldi a Napoli, a capo della polizia c’erano quattro uomini della camorra; i camorristi avevano la coccarda tricolore e la guardia nazionale di Liborio era fatta anche di camorristi. Con Garibaldi e camorra a Napoli, crebbe il contrabbando e perdette la dogana, la camorra garantiva la tranquillità e controllava l’esito dei falsi plebisciti.

Cavour aveva spinto Persano anche a corrompere gli ufficiali della flotta napoletana, perciò a Milazzo il cannoneggiamento dal mare delle navi borboniche, passate ai garibaldini, favorì la vittoria di Garibaldi; il mancato blocco marino napoletano favorì gli sbarchi dei garibaldini. Il comandante Marino Caracciolo non ostacolò lo sbarco a Marsala, il napoletano Amilcare Anguissola mise la sua fregata a disposizione di Persano, Giovanni Vacca fece altrettanto.

Il capitano Napoleone Scrugni fu l’artefice delle diserzioni in massa nella flotta, Garibaldi lo nominò ministro della marina nel suo governo costituito a Napoli. A Napoli, trenta navi su trentasei abbassarono il tricolore con lo stemma dei Borboni, per adottare il tricolore con lo stemma dei Savoia.

In Calabria il generale Fileno Briganti fu accusato di tradimento dai suoi soldati e ucciso a fucilate; Giuseppe Caldarelli, capitolò a Cosenza, fu minacciato dai soldati e chiese la protezione ai garibaldini, poi passò alle camicie rosse; Giuseppe Ghio chiese protezione a Garibaldi dai suoi soldati, poi si presentò a Napoli in uniforme piemontese.

Sedici alti ufficiali erano responsabili dei tracolli in Sicilia, Calabria e Puglia, parte per tradimento, parte per avidità e calcolo, perché volevano conservare i loro privilegi con i Savoia; tre furono degradati dai borboni, altri si rifugiarono presso i piemontesi, una parte entrò nei ranghi del loro esercito.

Il 12.10.1860 le truppe di Vittorio Emanuele II, senza dichiarazione di guerra, passarono il Tronto, così penetrarono nel napoletano 39.000 piemontesi, a cui poi si aggiunsero 25.000 garibaldini, avevano contro 50.000 napoletani; dopo la feroce battaglia al Volturno, per l’assedio di Capua, i garibaldini passarono la mano ai piemontesi. I napoletani furono sconfitti al Volturno e al Garigliano, mentre le navi napoletane passate al Piemonte sostenevano, con i bombardamenti, l’esercito piemontese e garibaldino.

Resistevano le fortezze di Gaeta, Capua, Messina e Civitella del Tronto; Gaeta fu sotto assedio dall’11.11.1860 al 14.2.1861, la regina Maria Sofia animava la resistenza. L’artiglieria piemontese bombardò Gaeta e Capua, morirono tanti civili; a Gaeta comandava l’assedio il generale Enrico Cialdini, sprezzante verso i napoletani. La flotta francese all’inizio aveva impedito alle navi piemontesi di intervenire nel golfo, poi si ritirò, Napoleone III aveva deciso di far cadere il regno di Napoli.

A Gaeta le bombe colpirono ospedale e chiesa e Cialdini si rifiutò di sospendere il fuoco, le vittime furono gettate in una fossa comune, perirono 895 militari e 100 civili, Gaeta fu ridotta ad un cumulo di macerie; per impedire la diffusione di tifo, centinaia di cadaveri furono coperti di calce, l’economia gaetana fu messa in ginocchio, furono devastati 300 frantoi e la flotta peschereccia, in un trentennio partirono dalla città 10.000 emigranti.

Nelle votazioni per il plebiscito, i seggi erano controllati dai camorristi con la coccarda tricolore, da garibaldini e piemontesi; votarono ungheresi e inglesi, ma non i militari borbonici, votarono solo il 19% degli aventi diritto; in Sicilia ci fu compravendita di schede, a Caltanissetta fu impedita la propaganda per il no. Alla fine, nel napoletano si ebbero 1.302.064 si e 10.302 no, in Sicilia 432.053 si e 709 no.

I latifondisti temevano garibaldini e contadini e perciò chiedevano l’annessione accelerata al Piemonte ed un governo di garanzia. Chi era contro l’unità era considerato fuorilegge; Francesco II sperava nell’aiuto di Austria e Francia e, quando abbandonò Napoli, creò un consiglio di reggenza sperando di tornare dall’esilio di Roma.

Tutti i civili napoletani in armi erano considerati briganti e fucilati, giudicati da tribunali militari e con il codice penale di guerra; da Gaeta, Francesco II aveva autorizzato la creazione di milizie mobili, guidate da suoi ufficiali, che dovevano spingere la popolazione alla ribellione. A Tagliacozzo, in Abruzzo, queste milizie distrussero una colonna piemontese di 400 uomini, bande di volontari borbonici e milizie di ex soldati fecero sollevare Isernia; si sollevarono migliaia di contadini, appoggiati dai comitati borbonici di Roma e Marsiglia.

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Francesco II e Maria Sofia erano partiti senza denaro e preziosi, lasciarono anche i loro depositi al Banco di Napoli, con l’arrivo dei garibaldini, tutto scomparve; il patrimonio dei Borboni fu confiscato e Garibaldi impose ai banchieri di versargli il denaro depositato, pena la fucilazione.

Cavour fece raccogliere informazioni sulla gestione economica garibaldina, si denunciarono furti, sperperi e spese non giustificate. Il colonnello ungherese Fidel Kupa denunciò che tra i garibaldini c’erano profittatori che non avevano mai combattuto, percepivano la paga e si vendevano i cappotti e le coperte in dotazione all’esercito, alcuni di loro riscuotevano la paga più di una volta. I garibaldini praticarono anche la compravendita degli impieghi e alimentavano le clientele, mentre i camorristi mantenevano l’ordine pubblico.

Si concesse una pensione ai collaborazionisti del Piemonte e ai napoletani rifugiati in Piemonte, l’Italia iniziava con favoritismi, clientele, opportunismi e ruberie; furono assegnate pensioni alle donne dei camorristi e le cose non cambiarono quando si passò dalla dittatura di Garibaldi al governo luogotenenziale piemontese. Cavour si lamentava per i tanti benefici e gli uffici assegnati a quelli che avevano passato di campo.

Intanto, nel meridione cresceva la ribellione armata, i militari presi con gli insorti, non erano considerati prigionieri di guerra ed erano fucilati. Dopo la battaglia del Volturno e la caduta di Capua, i prigionieri napoletani furono 12.000, trasferiti ai campi di prigionia al nord, con l’invito a passare all’esercito piemontese, però la maggioranza di loro rifiutò.

Gli ufficiali borbonici potevano chiedere la pensione, il congedo oppure entrare nell’esercito italiano, previo giuramento ed esame del curriculum, da parte di una commissione militare; però il direttore di polizia, Silvio Spaventa, fece arrestare decine d’ufficiali borbonici come sospetti.

Per Farini solo 300 ufficiali borbonici meritavano di essere inseriti nell’esercito, Cavour riservava disprezzo ai soldati borbonici ed ai deputati meridionali del parlamento nazionale; alla fine, nell’esercito italiano furono ammessi 2.311 ufficiali borbonici, mentre i soldati furono rispediti a casa.

Ai campi di prigionia al nord, allestiti per i napoletani, si arrivava in nave, in treno e a piedi; per costringere questi soldati a cambiare livrea, erano tenuti affamati ed al freddo; ciò malgrado, solo una minima parte di loro entrò nell’esercito piemontese. Negli anni immediatamente successivi, tanti napoletani non risposero alla leva militare obbligatoria piemontese e divennero sbandati e briganti.

Tra il 1860 e il 1861 nei campi di prigionia arrivarono 21.000 persone; mentre i primi campi di prigionia avevano carattere temporaneo, i campi di rieducazione divennero permanenti, era liberato solo chi si arruolava, la fortezza peggiore che ospitava questi sventurati era Finestrelle.

Su quattro contingenti alla chiamata risposero in 5400 tra 20.000, i renitenti alla leva erano imprigionati e si fecero rastrellamenti per trovare giovani che si erano sottratti al servizio militare, alcuni di loro furono messi in prigione senza processo.

La fortezza di Finestrelle, carcere militare, fu luogo di pena di soldati pontifici e borbonici, ospitò 1.000 prigionieri mentre San Maurizio Canadese ne ospitò 6.000, vi esplosero rivolte domate dai bersaglieri; il freddo, la mancanza di cibo e d’igiene costrinsero alcuni ad accettare l’arruolamento ma poi disertarono. A Finestrelle la vita media era di tre mesi, i morti erano gettati nella calce viva; complessivamente, 80.000 meridionali si rifiutarono di servire la bandiera italiana, a volte si rifugiavano nello stato pontificio o facevano i briganti.

Per Garibaldi avevano combattuto 24.000 uomini, con la vittoria si raddoppiarono di numero, com’è accaduto con la resistenza, il miracolo avvenne quando si cominciò a parlare di pensioni. I latifondisti chiedevano sicurezza ai piemontesi, i liberali temevano garibaldini e repubblicani.

Poi si concesse anche ai garibaldini di entrare nell’esercito piemontese, con una pensione, previo esame di una commissione militare. Un ufficiale garibaldino, che non aveva mai combattuto, si appropriò di cavalli, viveri e preziosi; c’erano falsi combattenti volontari desiderosi di mangiare a sbafo.

Non esistevano elenchi di volontari, alla commissione di scrutinio per l’arruolamento del generale Fanti, pervenivano raccomandazioni di Liborio Romano, Silvio Spaventa, Pasquale Mancini. Cavour sosteneva la legione ungherese, che lo aiutava nella repressione del brigantaggio e lo doveva aiutare a fomentare una rivoluzione in Ungheria, per mezzo di Kossuth, per impossessarsi del Veneto.

Il generale Cialdini sminuì l’importanza dei volontari garibaldini, salvati dall’esercito piemontese quanto i borbonici si stavano riorganizzando; nel 1862 il governo presieduto da Urbano Rattazzi sciolse il corpo dei volontari e inserì nell’esercito regolare 1584 ufficiali garibaldini, previo esame della commissione scrutatrice.

Il Piemonte estese il suo sistema di tassazione al sud, che aveva solo cinque imposte, invece il Piemonte ne aveva 22, perciò tante furono le proteste nel napoletano. I governi luogotenenziali ricorsero al clientelismo ed al favoritismo, Napoli viveva la crisi dell’ex capitale, perciò ci furono licenziamenti nell’amministrazione, alla zecca, all’arsenale, ai cantieri navali, allo stabilimento ferroviario; aumentavano le tasse e diminuivano le commesse, con i licenziamenti, vennero i tumulti e le repressioni; le aziende che vivevano di commesse pubbliche erano tutte in crisi.

Aboliti i dazi, il mercato libero condannò l’industria meridionale senza commesse, nel 1865 fu introdotta l’imposta di ricchezza mobile, furono vendute le terre demaniali del mezzogiorno e, fino al 1898, gli investimenti pubblici furono maggiori al nord che al sud.

Dal 1865 la capitale fu trasferita a Firenze ed il Banco di Napoli poté aprire filiali al nord, fu però favorito il trasferimento di capitali al nord e non il contrario, perciò diminuirono le riserve auree del Banco di Napoli e aumentarono quelle della Banca Nazionale del Piemonte. Nel 1898, quando nacque la Banca d’Italia, che sostituì i vecchi istituti d’emissione, il Mezzogiorno ricevette 20.000 azioni, il centro-nord 280.000.

Le prime rivolte dei briganti avvennero in Abruzzo, i borbonici sconfissero a più riprese i garibaldini, mentre i latifondisti arruolavano personale per le camicie rosse, che doveva combattere i contadini. Ad Isernia e Pettorano furono trucidati decine di garibaldini, ad Ariano Irpino, provincia d’Avellino, a causa degli usi civici, furono trucidati 140 liberali; c’era in ballo lo sfruttamento di terre comuni da pascolo e di terre demaniali; i proprietari terrieri avevano messo gli occhi su quelle terre e sulle proprietà ecclesiastiche ed avevano i capitali per comprarle.

I cafoni si aggrapparono ai borbonici contro i ricchi galantuomini filo-piemontesi, quindi arrivò la repressione piemontese; nella battaglia di Macerone il generale Cialdini prevalse contro contadini e briganti, il generale Fanti affidò ai tribunali militari la competenza sui briganti; il generale Ferdinando Pinelli arrivò in Abruzzo, su sollecitazione dei latifondisti di Ascolì, per reprimere le sommosse contadine.

Le bande dei ribelli si moltiplicavano nei boschi e nelle montagne, la normalizzazione si ebbe dopo dieci anni, con i cannoni, le rappresaglie, i fucili, le spie e le taglie, i piemontesi distrussero paesi interi; le bande armate crescevano con malcontenti, delusi, sbandati e disoccupati; ad un certo punto si chiese, per pacificare, la fucilazione solo dei capi briganti, ma i comandanti fecero passare tutti i fucilati per capi.

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Anche i garibaldini chiedevano assistenza ai piemontesi, alcuni di loro protestarono e furono uccisi dalla polizia, altri passarono ai briganti; a Roma e Marsiglia erano nati comitati borbonici, diretti da ufficiali borbonici anche stranieri, che dirigevano il brigantaggio a mezzo d’ufficiali loro emissari; queste bande arrivarono al numero di 250, alimentavano una guerra civile e sembravano imprendibili, dall’estero arrivarono anche nobili per combattere per i borboni.

In Lucania il capobrigante Carmine Crocco riunì 1.000 uomini, era stato disertore borbonico, garibaldino e poi brigante, i suoi uomini erano in gran parte ex soldati borbonici, innalzava la bandiera delle due Sicilie e inneggiava a re Francesco II; era un guerrigliero che sfuggiva allo scontro aperto, era sostenuto dal clero e da parte della nobiltà locale fedele ai Borboni. Crocco fu tradito da un suo uomo, Giuseppe Caruso, che lo vendette ai piemontese.

I piemontesi, alla ricerca di briganti, distrussero l’abbazia di San Bernardo, erano visti come conquistatori, alcuni loro ufficiali parlavano francese e si servivano d’interpreti. Alla frontiera pontificia operava la banda di Luigi Alonzi, detto Chiavone, sergente dell’esercito borbonico, che aveva un’organizzazione militare e tanti stranieri, in tutto 430 uomini, con ufficiali e cannoni; gli ambienti legittimisti europei erano con i borboni, tanti nobili stranieri combatterono come ufficiali per i borboni e furono fucilati dai piemontesi.

A Marsiglia il comitato borbonico era diretto dal generale Clary e tanti francesi si arruolarono nel partito borbonico, così a Barcellona ed a Roma. In Basilicata e Puglia operava il brigante Pasquale Domenico Romano, sergente borbonico, arruolò contadini ed ex soldati, della sua banda facevano parte anche un toscano e due piemontesi; Romano aveva un regolamento ed era appoggiato dai comitati borbonici di Roma e Parigi, voleva congiungersi alle forze di Crocco, nel 1863 fu finito a sciabolate dai piemontesi.

Il brigante Cosimo Giordano operò tra Matese e il Sannio e nel 1888 morì al carcere di Favignana, a Napoli la banda dei fratelli La Gala rapì il direttore del Banco di Napoli e n’ottenne un riscatto; tra le bande non mancavano le donne, i nemici dei briganti erano i piemontesi e i galantuomini, cioè i borghesi liberali.

Per risolvere il problema del brigantaggio, nel luglio 1861 il comando delle operazioni passò al generale Cialdini, appoggiato da volontari guidati dai proprietari terrieri, spesso protettori di mafiosi e camorristi, e dalla legione ungherese; dal 1861 al 1863 il governo impiegò circa 100.000 uomini in questa guerra civile, a Teramo chi ospitava briganti era fucilato e chi non collaborava con i piemontesi, cioè non denunciava i briganti, aveva la casa saccheggiata e bruciata.

Si voleva creare il deserto attorno alle bande, furono poste taglie suoi briganti, chi riforniva di viveri i briganti, era fucilato. Furono distrutte case e paesi, non si risparmiarono vecchi, donne e bambini, dall’estate del 1861 i piemontesi saccheggiarono e incendiarono sedici paesi. I galantuomini meridionali si nascondevano dietro i piemontesi, la repressione avveniva con il consenso dei notabili locali.

Però quando ci fu la crisi dell’Aspromonte del 1862, in cui Garibaldi, che voleva prendere Roma, fu ferito dai piemontesi, timorosi delle reazioni francesi, il generale La Marmora proclamò lo stato d’assedio nel mezzogiorno anche contro i garibaldini; con il sollievo dei latifondisti che non li vedevano sempre di buon occhio; ora il nemico sembrava anche Garibaldi.

Lo statuto albertino del 1848 era stato calpestato, le fucilazioni erano sommarie e la libertà di stampa era limitata, tra il giugno 1861 e il dicembre 1863 perirono migliaia di briganti e altrettanti furono gli arrestati; le bande di briganti controllavano le vie di comunicazione in Irpinia, Benevento, Salerno, Abruzzo, Molise e Lucania, le fucilazioni avvenivano, senza processo, violando il codice penale e lo statuto. Poi intervenne a loro favore l’amnistia, concessa soprattutto per aiutare Garibaldi.

Nemmeno i briganti scherzavano, requisivano, ricattavano, uccidevano, ce l’avevano con galantuomini, piemontesi e garibaldini; i deputati meridionali chiesero una commissione d’inchiesta sul brigantaggio ed intanto, per tranquillizzare i Savoia, condannavano il governo borbonico. Nel Molise, una banda era diretta da Cosimo Giordano, ex caporale borbonico, uccise liberali e spie piemontesi; alcuni militari piemontesi furono massacrati da donne con le pietre.

Allora nessuno affrontò la questione sociale meridionale, i generali piemontesi, che si alternarono al comando delle operazioni, come Cialdini, La Marmora e Pallavicini, dirigevano prefetti, sindaci e giudici. Mentre al nord era applicato lo statuto, al sud vigeva una legislazione speciale di guerra.

La commissione parlamentare si spostò al sud e non sentì i contadini, l’idea fissa era che i briganti erano aizzati dai borbonici, il materiale della commissione fu raccolto il 23.7.1863; questo brigantaggio era alimentato dalla miseria e dalle tasse, perciò la commissione propose strade, ferrovie, istruzione e terre ai contadini; chiese la fine della fucilazione e benefici ai briganti pentiti.

Invece il 15.8.1863 fu introdotta la legge Pica, con il reato di brigantaggio, furono applicati strumenti repressivi su 12.000 persone; tra il 1860 e il 1870 caddero circa 45.000 uomini, più che nelle guerre risorgimentali; anche delle donne furono briganti, il cadavere di Michelina De Cesare fu denudato e mostrato a tutti.

I militari preparavano i briganti, vivi o morti, per i fotografi, bisognava rappresentare i briganti come rozzi, arretrati, ignoranti, violenti, brutti, crudeli ed incivili. Il generale Pallavicini vinse la guerra al brigantaggio con tutti i mezzi, anche con la propaganda.

I corpi dei briganti morti erano fotografati con la lingua penzoloni e lo sguardo sbarrato, un trofeo come gli animali cacciati, alcuni di loro avevano segni di sevizie; le foto delle donne dei briganti ottennero molto successo nelle botteghe dei fotografi, erano state seviziate, denudate, percosse, abusate, poste con i seni scoperti. Il brigante Domenico Straface fu ucciso, decapitato e la sua testa fu messa sotto spirito; si consegnavano le teste per la taglia, la lotta era dura perché le bande godevano di consenso popolare.

Alcuni studiosi parlarono di tare ereditarie dei briganti, Cesare Lombroso considerava i meridionali una razza inferiore, perciò i suoi seguaci misuravano i crani dei briganti; Lombroso arrivò in Italia meridionale ed individuò le cause fisiologiche delle devianze dei briganti meridionali, teorizzò il tipo antropologico del brigante; i briganti erano diventati casi clinici e razza inferiore.

I tribunali militari, che dovevano giudicare i briganti, arrivarono a dodici, però molti briganti erano fucilati nel luogo di cattura, nonostante lo Statuto; il Piemonte proclamò dieci volte lo stato d’assedio, con uso di fucili e cannoni, nel 1849 a Genova, nel 1852 in Sardegna, nel 1862 in Aspromonte, nel 1866 e nel 1894 in Sicilia, nel 1898 a Napoli, Milano, Firenze e Livorno.

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Il generale piemontese Luigi Manabrea paragonava i meridionali agli ottentotti, in Sicilia si unirono i proprietari terrieri, aristocratici e borghesi, contigui alla mafia; a causa di tasse e della leva, nel 1862 fu la rivolta dell’isola; la Sicilia aveva sperato nell’autonomia, per i siciliani, se Napoli era lontana, Torino era lontanissima.

In Sicilia erano frequenti sequestri e furti, c’erano faide tra famiglie mafiose e lo stato compiva repressioni, la popolazione detestava il governo italiano. Il brigantaggio siciliano nasceva anche per sfuggire al rastrellamento ed al reclutamento, erano tanti i renitenti; i soldati, per ottenere informazioni sui renitenti, ricorrevano alla tortura, a Licata tagliarono l’acqua ad un paese e presero in ostaggio le famiglie di ricercati, incendiarono anche delle case.

Chi protestava era accusato di simpatie borboniche, i lavori sporchi furono affidati alla legione ungherese, che era alle dipendenze del ministero della guerra; la gente vedeva questi ungheresi come mercenari dei conquistatori. Gli ungheresi chiamavano i cafoni, irochesi, erano violenti, tra loro c’erano anche polacchi e tedeschi, tanti di loro ottennero la medaglia al valore dai Savoia; per stroncare il brigantaggio, bisognava atterrire la popolazione, però si utilizzavano anche spie e taglie.

I metodi repressivi erano appoggiati dai notabili meridionali.

Del brigantaggio meridionale si occupavano anche i giornali stranieri che equiparavano il sud d’Italia al Far West, i briganti erano evirati e le loro donne stuprate; i giornali di Londra scrivevano che l’unità era stata un’impostura, con stampa imbavagliata, repressioni e prigioni piene. In Francia qualcuno paragonò i briganti ai patrioti polacchi, in Spagna si scrisse che in Italia meridionale s’incendiavano paesi e si fucilavano persone che chiedevano l’indipendenza.

I soldati punivano chi accoglieva i briganti, incendiando paesi e fucilando, erano a caccia di simpatizzanti borbonici e briganti, il generale Cialdini ordinò che d’alcuni paesi non rimanesse pietra su pietra; soldati e carabinieri erano stati uccisi dai briganti e si voleva una rapida rappresaglia.

Furono bombardati paesi con i mortai, furono fucilati gli abitanti, alcuni furono finiti alla baionetta, le donne erano violentate; i soldati promettevano la vita a chi consegnava gioielli e denaro, ma poi non mantenevano la parola. Si distrussero chiese e si applicò la rappresaglia di guerra, furono risparmiate solo le case delle spie; per decenni, i paesi del Sannio furono bollati come covo di briganti, 21 paesi della zona furono distrutti dalle rappresaglie piemontesi.

Nel 1870 finì il brigantaggio e cominciò l’emigrazione, Francesco Saverio Nitti affermò che la carte del brigantaggio e dell’emigrazione coincidevano; comunque, l’Italia assegnò ai militari impegnati nella repressione 7.391 ricompense.

Quando Garibaldi reclutava volontari per le sue imprese, sapeva che sarebbe stato sconfessato dal re solo se la sua impresa fosse fallita, le autorità militari piemontesi non reagirono ai reclutamenti di Garibaldi, perché sapevano che aveva il tacito appoggio del re. I volontari di Garibaldi viaggiavano gratuitamente sui treni, con armi fornite dal re.

A cause della reazione negativa delle grandi potenze, Garibaldi fu poi fermato ad Aspromonte e arrestato, però non fu possibile processarlo, per non far emergere le responsabilità della corona, comunque, potette godere d'una provvidenziale amnistia generale. Quando Mazzini era esule a Londra, ricercato dalla polizia italiana, a causa dei suoi moti repubblicani di Genova, il re lo contattò segretamente, per preparare azioni rivoluzionarie.

Nel 1863 Garibaldi, per protestare contro le leggi marziali in Sicilia, diede le dimissioni da deputato e si recò a Londra; l’anno dopo fu richiamato da Vittorio Emanuele II, per fomentare un’altra rivoluzione in Europa orientale e nei Balcani. Nel 1965 la capitale fu trasferita a Firenze, però a Roma esisteva un comitato rivoluzionario, finanziato dal governo italiano, con il compito di preparare l’insurrezione, un altro comitato del genere operava a Roma.

Vittorio Emanuele II, era anticlericale ed era stato scomunicato da Pio IX, preferiva la compagnia dei militari a quella dei civili, curava personalmente la diplomazia; aveva una sua diplomazia segreta e spie all’estero; all’oscuro del governo, era in rapporto con avventurieri e con Garibaldi.

Denaro d’agenti piemontesi doveva servire allo scatenamento di una rivoluzione anche a Roma, con l’aiuto di Garibaldi, in modo da dare alle truppe italiane il pretesto per intervenire e ristabilire l’ordine; il capo del governo, Rattazzi, per incarico del re, aveva fatto avere finanziamenti a Garibaldi. La Francia venne a conoscenza del progetto, perciò il governo italiano fece arrestare Garibaldi che fu rispedito nell’isola di Caprera.

Garibaldi non avrebbe percorso molta strada in Sicilia senza l’aiuto di Cavour, baroni e mafiosi, i picciotti garibaldini erano spesso mafiosi e delinquenti comuni, allora la mafia era soprattutto agraria. Garibaldi, con la sua riforma, agraria attaccò la proprietà ecclesiastica ma risparmiò il latifondo dei baroni, perciò ci fu la rivolta dei contadini che volevano la terra.

Contro i napoletani, i baroni prima furono con inglesi e piemontesi, poi alimentarono le spinte autonomistiche dell’isola. Con l’unità, vennero le tasse e la costrizione obbligatoria, i renitenti si diedero al brigantaggio ed iniziò così il governo militare dell’isola, che convinse il popolo d’essere ancora sotto una dominazione straniera.

I briganti godevano della protezione dei baroni; l’aristocrazia, cioè i baroni latifondisti, controllava la mafia e questa controllava il brigantaggio. Però baroni e liberali erano anche collegati alla massoneria. La prima loggia massonica italiana fu d’obbedienza inglese e fu fondata in Toscana, l’8.10.1859 nacque a Torino, per volere di Cavour, la massoneria moderna italiana, Garibaldi ne era il Gran Maestro.

A battezzarla con l’antico nome dell’Italia, cioè Ausonia, fu Livio Zambeccari, colonnello garibaldino, cospiratore, principe di rosacroce del rito scozzese, proveniente dall’esilio di Londra. Livio Zambeccari, con i suoi carbonari, voleva fare l’unità con un piccolo esercito di guastatori.

A Napoli le logge avevano già imboccato la strada dell’illuminismo e della cospirazione politica. Napoleone Bonaparte aveva fatto suo fratello Giuseppe capo dei massoni dell’Arte Reale, anche i carbonari avevano i simboli dell’Arte Reale; la prima loggia di Livio Zambeccari, l’Ausonia, fu la pietra angolare su cui si costruì il Grande Oriente D’Italia, legato ai Savoia.

La massoneria risorgimentale italiana, bisognosa di credito per i suoi progetti, si accostò ai banchieri francesi, soprattutto ai massoni Rothschild e Hambro. Anche la rivoluzione francese del 1789 era stato il prodotto di un’occulta regia massonica, come del resto la rivoluzione americana.

L’armatore Raffaele Rubattino, massone iniziato all’Arte Reale, fornì due navi per la spedizione dei mille. Lo stato maggiore dei mille era d’obbedienza massonica, Garibaldi fu eletto primo massone d’Italia, con l’insegna della fenice resuscitata.

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Alla carboneria, una filiazione della massoneria, partecipavano anche criminali, essa si era sviluppata in Italia, Francia e Spagna; fu creata da Filippo Buonarrotti, socialista rivoluzionario amico di Robespierre, che voleva la distruzione del dispotismo e praticava l’assassinio politico.

Ad essa successero tutte le organizzazioni rivoluzionarie successive d’Europa, la maggior parte dei dirigenti carbonari erano massoni. Alla carboneria si opponeva la setta controrivoluzionaria dei sanfedisti, che assassinava liberali e carbonari e parteggiava per i preti.

Nel 1848 Carlo Alberto, che aveva represso mazziniani e repubblicani nel 1821, nel 1831 e nel 1833, aveva deciso di adottare la causa italiana e aveva dichiarato guerra all’Austria e perciò chiamò Garibaldi. A Napoli era ministro dell’interno il camorrista Liborio Romano, che era capo della camorra e della polizia segreta.

Cavour, per mezzo dei generali Farini e Cialdini, cercava di convincere Napoleone III che l’unico modo per impedire a Garibaldi di attaccare Roma, era di mandare l’esercito italiano ad invadere il napoletano. I due generali assicurarono che le truppe italiane non sarebbero entrate a Roma, Napoleone III diede il suo assenso.

Conquistato il mezzogiorno, il re nominò Garibaldi generale dell’esercito sardo, questo chiese di essere nominato governatore del regno di Napoli, ma il re rifiutò, preferendogli Farini, che avrebbe causato molti lutti al sud, con le sue repressioni.

Diari e memorie sul risorgimento sono stati manipolati, avvenne per i diari di Gioberti, Cavour, Crispi e Salandra. Il Ministro Ferdinando Martini, dopo la prima guerra mondiale, conosceva la capacità dei governi di inventare una loro versione della storia. Alla fine del secolo scorso, la pubblicazione di un diario di Domenico Farini, presidente del consiglio, fu bloccata da parte del re.

Giolitti respinse la richiesta di aprire gli archivi di stato o quello che ne rimaneva dal 1815 in poi e nel 1912 disse in Parlamento che altrimenti ne sarebbe derivato un considerevole danno allo stato. Lo scopo degli storici del risorgimento era di dimostrare che gli italiani erano stati a favore dell’unità stessa.

Lo storico Nicomede Bianchi in privato affermava che, in realtà, il compito assegnatogli era di fare propaganda politica a vantaggio della monarchia. Nel 1858 Felice Orsini fece un attentato a Napoleone III e fu ghigliottinato, era un terrorista al servizio dei servizi segreti piemontesi, la sua vedova ricevette una pensione dal Piemonte.

Probabilmente, visti i processi nazionali, non era sbagliato desiderare l’unità d’Italia, però la si fece in modo di non sviluppare le virtù a lo spirito patriottico tra gli italiani. Alla morte di Cavour, i suoi documenti vennero in parte distrutti, in parte requisiti dal re, Alessandro Luzio arrivò ad affermare che i documenti ufficiali erano un cumulo d’inesattezze, con occultamento della verità.

Il funzionario della pubblica istruzione, Castelli, fece prestare agli storici universitari un giuramento di fedeltà al regime, con velate minacce di censura, procedimenti giudiziari e intralci alla carriera. I documenti di Cavour furono censurati nella parte che in cui si dimostrava che egli aveva finanziato i movimenti insurrezionali europei. Nel 1910 Luigi Bollea chiese il permesso di accedere ai documenti ufficiali per una storia del Risorgimento, fu impedito dal governo con minacce di procedimenti giudiziari.

Alessandro Luzio, sotto il fascismo, fu incaricato dal governo di guidare una commissione per curare una nuova edizione delle lettere di Cavour; però rifiutò l’autorizzazione a studiosi che volevano consultare alcuni documenti sotto la sua custodia, rifiutò l’autorizzazione anche ad Adolfo Amodeo, valente storico, il quale alla fine sentenziò che le migliori storie del Risorgimento erano state scritte da stranieri.

Gli archivi di casa Savoia furono donati allo stato italiano dopo essere stati in parte distrutti, i Savoia ricevevano copia dei documenti importanti dei ministri e arrivarono a confiscare i documenti di Cavour, perciò erano a conoscenza di tutti i fatti. Il re, secondo lo statuto albertino del 1848, non era responsabile delle azioni del governo, però lo ispirava e lo dirigeva.

I briganti uccisi in combattimento e fucilati furono oltre diecimila ed i militari caduti furono più che nelle guerre risorgimentali, una vera guerra civile; la lotta brigantaggio, in rapporto con la popolazione relativa dell’epoca e del mezzogiorno, fece più morti della resistenza

Il governo borbonico e quello pontificio avevano armato e incoraggiato il banditismo, per contrastare gli invasori piemontesi; in precedenza, a Roma, le fazioni politiche in lotta si erano appoggiate anche a briganti. L’alta aristocrazia, nella sua storia, ha sempre ospitato e si è servita sempre di banditi.

Molti sacerdoti benedicevano le armi dei briganti, i briganti erano spesso persone devote e la popolazione considerava i briganti eroi coraggiosi che lottavano contro i soprusi dello stato, che imponeva tasse, leva e privatizzava le terre demaniali comuni, utilizzate per il pascolo e per il legnatico.

Il brigantaggio fu stroncato senza risolvere quello della criminalità e della povertà al sud, così cominciò l’emigrazione degli italiani, in media mezzo milione di persone l’anno, dall’unità al 1913.

I Savoia vollero l’Italia senza consenso e centralizzata, per combattere le forse autonomistiche; invece in Germania si ricercò il consenso, perciò preferì prima l’unione doganale e poi la confederazione. Però per una confederazione italiana si erano espressi Napoleone III e Gioberti, mentre Cavour all’inizio voleva solo l’unione dell’Alta Italia.

In Italia si preferisce adattare la storia al presente, a causa della propaganda, non si sono fatti film dalla parte dei napoletani, mentre in Usa si sono fatti film dalla parte degli indiani e degli stati confederati del sud, i quali oggi hanno anche dei musei che ricordano la loro guerra secessionista.


Bibliografia:

- Controstoria dell’Unità d’Italia – di Gigi di Fiore - Rizzoli Editore,

- I Savoia – di Denis Mack Smith – Rizzoli Editore,

- Storia della mafia – di Giuseppe Carlo Marino – Newton Editore,

- La massoneria in Italia – di Enrico Nassi – Newton Editore,

- Italia, nascita di una nazione – di Mario Schettini – Newton Editore,

- Storia dell’Italia dal risorgimento ai giorni nostri – di Sergio Romano – Longanesi Editore,

- Garibaldi – di Jasper Ridley – Laterza Editore,

- La Storia manipolata – di Mack Smith – Laterza Editore,

- Gli italiani sotto la chiesa - di Giordano Bruno Guerri – Mondadori Editore.

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