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Fonte:
Quaresimale del contemporaneo dinanzi la corte di Torino
di Stefano San Pol - Malta 1864 (PAG. 256 – 263)

CONFERENZA XXVII NAPOLI

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Sire Si è detto e si ripete ancora in Europa, che il giovane ed infelice monarca delle Due Sicilie deve la sua rovina, l’esiglio e le sventure tutte che lo colpirono, alla sua politica, alla sua indolenza, ed al non cale in cui esso tenne i consigli benevoli dalla Maestà Vostra predicatigli per salvarlo.

È una impudente menzogna, o Sire, anche questa, che nello imprendere a favellarvi oggi di Napoli, giustizia vuole che io per la prima qui smascheri, e per la prima severamente percuota. Menzogna!

Il giovane re delle Due Sicilie cadde, o Sire, non ostante i consigli della Maestà Vostra, e fu bombardato spietatamente a Gaeta dai cannoni del vostro esercito e della vostra flotta, non ostante la leale e generosa arrendevolezza dell’animo suo verso quei consigli.

Conservate voi copia delle lettere che scrivete? Rileggiamole, o Sire. Io le ricordo, e le ricordano meco l’opinione pubblica e la storia, che non s’ingannano.

“Maestà mio carissimo Cugino!

Noi tocchiamo ad un epoca, in cui l’Italia deve dividersi in due stati potenti, uno settentrionale e l’altro meridionale; i quali coll’adottare una politica conforme, avranno per compito di dare il loro concorso alla grande idea, che predomina oggi nella Penisola, l’idea unitaria.

Uniamo, caro Cugino, i nostri sforzi per una nobile impresa; uniamo i nostri rispettivi stati con vincoli di amicizia reale, dai quali per certo nascerà la grandezza della nostra patria.

Date ai sudditi vostri una costituzione liberale; chiamate intorno a voi quelli uomini che sono in maggiore considerazione, perché maggiori dolori hanno sofferto per la causa della libertà. Dissipate i sospetti del vostro popolo, ed una alleanza eterna si cementi fra i due più potenti stati della Penisola, a far sì che la patria nostra possa essere.

Aspetto con ansietà una risposta soddisfacente col mezzo del corriere medesimo confidenziale, che è incaricato di rimettervi la presente”.

Questa lettera o Sire, è vostra, e la scriveste voi al reale vostro cugino di Napoli il quindici aprile 1860. Essa è più di una lettera È un vero programma politico, che voi gli tracciavate per salvarlo come oggi si dice dalla imminente ruina che minacciava il trono dei suoi maggiori,

Ha egli disprezzato i consigli che gli porgeste? Ha re Francesco II disconosciuta la lealtà dell’animo dell’augusto suo consigliere e parente?

Poteva, o Sire, senza punto disconoscere ed offendere la lealtà dell’animo vostro, ma dubitando solamente, e con diritto dell’onestà e della rettitudine del vostro governo, ringraziarvene semplicitamente e graziosamente siccome praticasi fra cavalieri e scettrati. Poteva, ed io, lo dico schiettamente non avrei esitato un solo istante a consigliarglielo.

Chè, già o Sire, parlavasi pubblicamente in quei giorni delle ambiziose e disoneste mire del governo vostro. Già buccinavasi d’armi e d’armati che segretamente apprestavansi a Genova ed in Torino per uno sbarco d’estrania gente in Sicilia. E fino il condottiero additavasi in un generale del vostro esercito, e gli eccitatori, i sussidiatori plaudivansene nei consiglieri del vostro trono. Io Francesco II sarei caduto, ma sarei caduto, o Sire, bombardando Napoli e mitragliando i ribelli. Facendo precisamente quello che avete fatto voi con Genova ribelle nel 49, e quello che farete domani se taluno si attenta ritogliervi le corone che oggi cingete. Io mi glorio, o Sire, di essere anzi tutto conservatore del mio buon diritto; e per conservarmelo, mitraglio.

Il re Francesco II, o Sire, si mostrò d’animo più mite. Ei credette invece che i cospiratori ei rivoluzionari perdonino chi li perdona. Ei credette per un momento con voi che essi cospirassero davvero nei caffè e nelle locande di Torino per la libertà dei loro concittadini, per la indipendenza e per la gloria della loro terra natia. E rispose cortese alla vostra lettera.

La solenne risposta, o Sire, di re Francesco porta la data del 25 giugno 1860, ed è un pubblico decreto che io trovo concepito coi seguenti termini.

“Desiderando noi dare agli amati nostri sudditi un attestato della nostra sovrana benevolenza, ci siamo determinati di concedere gli ordini costituzionali e rappresentativi nel Regno, in armonia coi principii italiani e nazionali in modo da guarentire la sicurezza e a prosperità in avvenire da stringere sempre più i legami, che ci uniscono ai popoli che la Provvidenza ci ha chiamati a governare.

A quest’oggetto (proseguiva quel decreto) noi siamo venuti nelle seguenti determinazioni.

E sapete quali erano queste determinazioni del re di Napoli? Le vostre.

Voi, o Sire; gli consigliavate di richiamare gli uomini che più avevano sofferto per la causa della libertà. E il vostro reale cugino proclamava infatti:

Articolo primo. Accordiamo una generale amnistia per tutti i reati politici sino a questo giorno.

Voi gli consigliavate di dare una costituzione liberale al suo popolo. E il re Francesco li dichiarava.:

Articolo secondo. Abbiamo incaricato il nuovo ministero di compilare nel più breve termine possibile gli articoli dello statuto, sulla base delle istituzioni rappresentative italiane e nazionali.

Voi gli progettavate un alleanza eterna una amicizia reale col regno vostro. E il figliuolo di Maria Cristina di Savoia candidamente sanzionava:

Articolo terzo. Sarà stabilito con Sua Maestà il Re di Sardegna un accordo per gli interessi comuni delle due Corone in Italia.

Voi infine gli raccomandavate, o Sire, di uniformarsi e di modellarsi in tutto secondo l’esempio del vostro stato. E il giovine prence delle Due Sicilie adottavane persino la bandiera e i colori proclamando:

Articolo quarto. La nostra bandiera sarà d’ora innanzi fregiata dei colori nazionali italiani in tre fasce verticali, conservando nel mezzo le armi della nostra dinastia.

Si poteva desiderare di più? Si, o Sire. Si poteva desiderare ancora un articolo, che io avrei soggiunto a quel decreto concepito a un di presso nei seguenti termini.:

Articolo ultimo. E se non ostante queste mie ampie e liberalissime concessioni, io mi accorgo che qualcuno da oggi mi tradisce, o che prosegue a cospirare a danno del mio trono per favorire le ambizioni di qualche straniero, sappiasi egli che io lo faccio costituzionalmente impiccare.

E avrebbe dovuto farli impiccare davvero quelli scellerati, che invece di applaudire alle generose concessioni del giovine loro re, invece di aiutarlo nella nobile impresa di assodare le libertà della patria, lo tradirono infamemente, e infamemente stesero la mano sopra una corona, che li avea tratti dal fango, che li avea sempre pasciuti, e quasi tutti splendidamente beneficati e arricchiti. Bricconi!

Troverà forse taluno questo mio parlare severo. Lo trovi pure. Io parlo a voi, cui sono ignote le mezze misure quando si tratta di conservare. A voi, che allora quando un pugno di audaci poteva cimentare le sorti dell’ingrandito vostro regno, ci deste la famosa giornata d’Aspromonte, e faceste generale l’uomo che avea tirato sul Garibaldi.

Arrivato a questo punto, io mi immagino, o Sire, una vostra interrogazione naturalissima. Se il giovane prence delle Due Sicilie, mi domandate, si arrese, come voi dite, e come non vi ha dubbio, volentierissimo a tutti i benevoli miei desiderii e consigli, per quale arcano ha egli dunque perduto trono, patria, fortuna, e sin le ceneri dei cari?

Per quale arcano? Chiedereste voi alla rivoluzione, perché non si ha dessa inghiottito la microscopica repubblica di S Marino? Facile, o Sire, è la risposta. Napoli cadde per quel venticello funesto ai re ed alle nazioni. come a qualunque altro misero mortale. che è la calunnia. Cadde perchè più bella. più ricca. più dotta e più cattolica del Piemonte vostro.

Quando i cannoni del vostro esercito e delle vostre navi finirono di mitragliare e di scoronare il vostro reale Cugino sulle roventi e insanguinate macerie della immortale Gaeta, voi, o Sire, le percorreste trionfante le popolose contrade di quel vasto regno. Ditemi: le ritrovaste voi quali pingevale la malnata setta, che da molt’anni si affaticava a distruggere la secolare dinastia dei Borboni? No, o Sire, esclamerò pur io colla sdegnata penna di quel robusto intelletto, che portò i suoi cari Napoletani al cospetto delle nazioni civili. No: il reame delle Due Sicilie, dalla stampa rivoluzionaria cotanto nei passati anni calunniato, non era secondo a nessuna nazione incivilita. Basta dare uno sguardo alle semplici Guide dei Forestieri, per tutto comprendere il valore immenso dei monumenti, delle strade, delle città, degli acquedotti, dei manicomii, dei lazzaretti, dei ponti, degli arsenali, degli opificii, dei quartieri, dei ginnasii, dei porti, dei fari, del commercio, dell’agricoltura, delle industrie, delle arti, che abbellivano quelle contrade felici.

Poste le proporzioni di ampiezza, di numero e di condizioni, è un fatto, o Sire, che niun altro paese al mondo si avea maggior somma totale di beni, a più buon prezzo e più opportuni e meglio distribuiti, del regno delle Due Sicilie.

Interrogate, o Sire, i numerosi viaggiatori che  colà traevamo innamorati del suo eterno sole, e tutti, tutti ad una voce vi confermeranno, che il reame di cui rivendico l’oltraggiato onore, avea negli ultimi sessanta anni appunto di questo secolo accresciuta di un terzo la sua popolazione. Eppure esso ebbe guerre, uragani, tremuoti, eruzioni vulcaniche e colèra! Vi confermeranno, se onesti che in proporzione vi eran meno accattoni a Napoli, che a Parigi e a Londra; che le statistiche dei delitti eran tenuissime; e che il suo debito pubblico fatto per la massima parte a cause di rivolte, scemava notevolmente ogni anno, ed era giunto a tanto, che con esempio unico ed invidiabile nelle nazioni, avea toccato il centoventi per cento!

Vi confermeranno, o Sire, se voi l’interrogate, che la pubblica ricchezza del regno siculo era salita a grado eminentissimo, e che pel suo buon governo le imposte erano in esso le più lievi d’Europa tutta. Che bastavano non pertanto a pagare ricche liste civili ai principi; a tenere in piedi un naviglio che era il primo d’Italia; a sostentare un esercito di centomila uomini di tutte le armi; e a spendere ogni anno cinque milioni di ducati in sole opere pubbliche e di universale utilità. Vi confermeranno in ultimo, che tutto ciò non ostante, per la operosa parsimonia governativa ben oltre a 30 milioni di ducati contavano le casse pubbliche, quando gli avidi e feroci avvoltoi della rivoluzione vi piombavano.

Tutto, o Sire, questo bene di Dio vedea la setta e l’agognava. Come arraffarlo? Mentendo. Bestemmiando. Ingannando. affilando sempre nell’oro la velenosa lama del tradimento e della calunnia. Il governo di Napoli è il governo della negazione di  Dio. Con questo motto. o Sire. preso dai drudi della rivoluzione italiana alla più svergognata meretrice d’Europa. tutto in Napoli. e nelle Due Sicilie. il re. la magistratura. l’amministrazione. l’esercito. la nobiltà. il clero. gl’ingegni. furono immorali. ed atei giudicati. Nove milioni d’anime vivevano nel pensiero negativo della Divinità; re, governatori, amministratori, giudici, capitani, maestri, vescovi, preti, e monaci, tutti negatori di Dio, aggravavano la mano diabolica sulle corrotte popolazioni.

Fu. o Sire. su questo metro che la stampa rivoluzionaria d Italia e fuori iva compiangendo ogni giorno la ignoranza di un paese. il quale pago e tranquillo della sua sorte. era invece in cima alla civiltà italiana.

E lo era in cima di fatto. Perocchè il regno delle Due Sicilie aveva, o Sire, in proporzione dei suoi abitanti, più templi, più economisti, più reggie, più commerci, più arti, più industrie, più, uomini insomma d ingegno, in toga ed in armi, che non il resto della Penisola, il Piemonte vostro compreso che io non credo e non crederò italiano di anima giammai.

La rivoluzione, o Sire, proseguiva sempre ella sua calunnia spietata. Concorrevano ad aiutarla, come sempre accade, pochi avvocati tristi, che nelle magistrature e nelle leggi antiche trovavano argini alle cupidità loro inoneste. Parecchi lettori di romanzi, giornalisti, poetastri, e sollecitatori di affari, che per non soddisfatte ambizioni, o per fraudi impedite, aspiravano a novità e fortuna. Taluni funzionar pubblici, che per sognate ingiustizie, o per invidie turpi, anelavano a vendetta, o vagheggiavano promozioni. Negozianti falliti o senza capitali, medici senza ammalati, studenti senza libri, proprietarii vanitosi o repressi nelle loro prepotenze. Qualche prete tenuto a freno dal vescovo, e qualche frate ghiotto del talamo; proletari svogliati della fatica, camorristi, commessi, viaggiatori, politicastri di bettole, avanzi di galera, servidorame a spasso, e ribaldaglia simile irrequieta, che sperando, o promettendo l’età dell’oro, cariche, pecunia, e onori, reclutavano negli ergastoli, assolcavano nelle taverne ed annolavano nei lupanari, per conto ed a spese del quartier generale della rivolta, che si attendava in Torino.

L’oro, la corruzione, il tradimento, la frode, si allearono colla calunnia, e vinsero. Vinsero e la dinastia Borbonica disparve. Disparvero i Borboni, e fra gli applausi ei brindisi anche le Due Sicilie si piemontizzarono.

Sono oggi felici? Sono contente? No, o Sire. Esse piangono oggi rapine e stupri; piangono devastazioni e saccheggi; piangono incendii, fucilazioni e patiboli. Balordi! che vi pentite a torto, e non lagrimate a ragione.

Quando il Piemonte agognava la Lombardia, esso almeno dicevale: Insorgi e non ti calpesterà più lo straniero. Quando facea la caccia ai ducati, esso almeno inebria vali, lamentandone la piccolezza e magnificandone l’ingrandimento. Quando voleva impadronirsi dei dominii Pontificii, esso almeno ubbriacava le plebi, promettendo i beni del clero e le ricchezze dei monasteri. E quando finalmente incitava alla rivolta i toscani, iva esso almeno ipocritamente adulandoli, esclamando: Oh bella! oh gentil parte dell’Italia mia! io mi dirozzerò alla tua civiltà vetusta, io m’italianizzerò alla tua dolce favella, m’inspirerò al genio della tua arte, mi  riscalderò alle ceneri del tuo Michelangiolo e del tuo Macchiavello.

Ma quando il Piemonte s’innamorò di te o sventurata Partenope, dimmi che cosa ti ha promesso egli mai, che tu non avevi? Forse l’insulto con che oggi ti appella un popolo di briganti, di canaglia, d’ignoranti, di superstiziosi, di traditori e di vili?


QUARESIMALE
DEL
CONTEMPORANEO
DINANZI
LA CORTE DI TORINO

PER
STEFANO SANPOL



MALTA 1864 
L ‘AUTORE A CHI LEGGE

Ho detto la verità al popolo senza salario, l’ho detta ai nemici miei più feroci senza paura, ora la dico al Re senza ipocrisia.

Al popolo la dissi per compassione. ai ribaldi la rinfacciai per oltraggio. al Re la dico per dolce ricordanza di una antica e reciproca benevoglienza.

Noto in Italia e fuori, e alla Corte di Torino più specialmente, se non per lo ingegno, per la onestà certo del coraggio mio, io non sento il bisogno di assai parole.

Dico solo a schiarimento della intenzione, che le 40 Conferenze che pubblico sono religiose, politiche e morali; perché la religione è l’uomo la politica è il governo la morale è la società. E l’uomo, il governo, la società furono ingannati e ingannarono.

Il Direttore

Del Contemporaneo di Firenze

S. SAN POL. 


RdS, 27 settembre 2008 – http://www.eleaml.org











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